diff options
| author | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-01-27 12:48:43 -0800 |
|---|---|---|
| committer | nfenwick <nfenwick@pglaf.org> | 2025-01-27 12:48:43 -0800 |
| commit | 227d75457f1e4ae52027b6714ac1c4f5722fe6c5 (patch) | |
| tree | fdac23890ee83285de5e53b628e0f6dd5025da13 | |
| parent | cac22200d09dd06c3df456f0996a0704c3f006e6 (diff) | |
| -rw-r--r-- | .gitattributes | 4 | ||||
| -rw-r--r-- | LICENSE.txt | 11 | ||||
| -rw-r--r-- | README.md | 2 | ||||
| -rw-r--r-- | old/60498-0.txt | 12110 | ||||
| -rw-r--r-- | old/60498-0.zip | bin | 299106 -> 0 bytes | |||
| -rw-r--r-- | old/60498-h.zip | bin | 380546 -> 0 bytes | |||
| -rw-r--r-- | old/60498-h/60498-h.htm | 15720 | ||||
| -rw-r--r-- | old/60498-h/images/cover.jpg | bin | 66750 -> 0 bytes |
8 files changed, 17 insertions, 27830 deletions
diff --git a/.gitattributes b/.gitattributes new file mode 100644 index 0000000..d7b82bc --- /dev/null +++ b/.gitattributes @@ -0,0 +1,4 @@ +*.txt text eol=lf +*.htm text eol=lf +*.html text eol=lf +*.md text eol=lf diff --git a/LICENSE.txt b/LICENSE.txt new file mode 100644 index 0000000..6312041 --- /dev/null +++ b/LICENSE.txt @@ -0,0 +1,11 @@ +This eBook, including all associated images, markup, improvements, +metadata, and any other content or labor, has been confirmed to be +in the PUBLIC DOMAIN IN THE UNITED STATES. + +Procedures for determining public domain status are described in +the "Copyright How-To" at https://www.gutenberg.org. + +No investigation has been made concerning possible copyrights in +jurisdictions other than the United States. Anyone seeking to utilize +this eBook outside of the United States should confirm copyright +status under the laws that apply to them. diff --git a/README.md b/README.md new file mode 100644 index 0000000..f177272 --- /dev/null +++ b/README.md @@ -0,0 +1,2 @@ +Project Gutenberg (https://www.gutenberg.org) public repository for +eBook #60498 (https://www.gutenberg.org/ebooks/60498) diff --git a/old/60498-0.txt b/old/60498-0.txt deleted file mode 100644 index 95924cd..0000000 --- a/old/60498-0.txt +++ /dev/null @@ -1,12110 +0,0 @@ -The Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 2, by Pietro Verri - -This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with -almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: Storia di Milano vol. 2 - -Author: Pietro Verri - -Release Date: October 15, 2019 [EBook #60498] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 2 *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - STORIA - DI MILANO - - - DEL CONTE - - PIETRO VERRI - - - COLLA CONTINUAZIONE - - - TOMO II. - - - - MILANO - PRESSO IL LIBRAIO ERNESTO OLIVA - Contrada de' Due Muri, N. 1044 - 1850 - - - - -CAPITOLO XI. - - _Di Matteo I, di Galeazzo I e d'Azzone Visconti, signori di - Milano._ - - -La storia d'un paese repubblicano può paragonarsi ad una vasta -pittura che rappresenti un grande ammasso di oggetti variati, sulla -quale scorre lo sguardo, incerto talora quali delle figure meritano -un'attenzione distinta; alcuni oggetti veggonsi appena illuminati, -altri indicati appena in lontananza; e nella memoria non rimane poi -se non un tutt'insieme. Laddove la storia d'un paese soggetto ad un -principe si rassomiglia ad un quadro storiato, di cui le figure tutte -servono al risalto del principale ritratto, che a sè chiama i primi -sguardi dello spettatore, nella mente di cui rimangono le tracce -distinte della fisionomia rappresentata e della disposizione del -quadro. Mutata la forma tumultuosa ed instabile della nostra città; -assoggettata questa alla signoria de' Visconti, i costumi, la felicità, -la pace, la guerra, la povertà o la ricchezza diventarono dipendenti -della buona o cattiva indole del sovrano, sul quale principalmente -convien fissare lo sguardo. (1311) I Torriani vennero per sempre -scacciati, siccome dissi, dalla città. Matteo Visconti collo sborso di -quarantamila fiorini d'oro, l'anno 1311, nel mese di luglio, ottenne -dal re dei Romani, Enrico di Lucemburgo, un diploma col quale lo creò -vicario imperiale nella città e contado di Milano. Diciassette anni -prima, Matteo istesso era stato creato vicario imperiale dall'augusto -Adolfo, non di Milano soltanto, ma di tutta la Lombardia, come mero -e misto imperio. Il re Enrico doveva abbandonare la Lombardia, ed -inoltrarsi verso Roma, ove ricevette la corona imperiale. Egli aveva in -animo di sottomettere il regno di Napoli, ma gli mancavano i danari; -non è quindi meraviglia che, volendo egli trar profitto dalla carica -di vicario dell'Impero, la concedesse un uomo che gli dovea tutto, -cioè Matteo Visconti. (1313) Passò poi quel buon imperatore nella -Toscana, ove, a Buonconvento, morì il 24 agosto 1313. La controversa -cagione della di lui morie non è un oggetto appartenente alla storia di -Milano. L'arcivescovo di Milano era uno della casa della Torre, cioè -Cassone della Torre; e doveva vivere esule dalla sua patria, seguendo -il destino della sua famiglia. Egli dalla Francia, ove stavasene -ricoverato presso del papa, si portò a Pavia, città che allora non -era dominata dai Visconti, e l'anno 1314 da Pavia scrisse a Matteo -Visconti una lettera che comincia così:[1] _Cassonus etc. Viris utinam -providis Mattheo Vicecomiti, vicario et rectori, sive capitaneo, -potestati, sapientibus et antianis, consiliariis, consulibus, consilio, -Communi civitatis Mediolani, et Galeatio, Luchino, etc._; indi espone -i mali fatti ai possessi arcivescovili, e conclude:[2] _ut ideo tu -Mattheus Vicecomes, et ilii ut supra nominati, nisi vos emendavetis -de praedictis, in perpetuum excomunicamus, anathematizamus, omnique -commercio humano ac ecclesiastica sepultura atque sacris ordinibus -privamus_[3]. Pare che questo sia stato il primo annunzio degli anatemi -che vennero scagliati dappoi. Matteo era un uomo acuto e pacato. -Poco a poco stese la sua dominazione su Piacenza, Bergamo, Novara -e qualche altra città. (1215) Pavia era una città forte, nemica di -Milano quasi da trecento anni. Matteo Visconti fece comparire le sue -armi sotto Pavia, le quali intrapresero dalla parte di Milano un finto -attacco, a rispingere il quale incautamente accorsero tutte le forze -del presidio. Frattanto un altro corpo di militi di Matteo, assistito -da' corrispondenti ch'erano nella città, entrò dall'opposta parte in -Pavia, guidato da Stefano Visconti, uno dei figli di Matteo; e così -Pavia diventò dei Visconti l'anno 1315, e si assicurò Matteo che da -quella vicina e forte città l'arcivescovo Cassone della Torre non -gli avrebbe più scritte di tai lettere. I Pavesi, un secolo e mezzo -prima, avevano avuta gran parte nella rovina di Milano. Ne' meschini -tuguri ove stavano appiattati i nostri maggiori a Noceto e Vigentino, -risuonavano ancora i singulti degli avviliti cittadini, che temevano -non incendiassero i Pavesi anche que' tristi ricoveri. Matteo Visconti -risparmiò ogni danno possibile ai Pavesi, fabbricò un castello col -quale assicurarsi quella signoria, e ne confidò il comando a Luchino -suo figlio. Matteo non era punto atroce, e pensava alla stabile -grandezza del suo casato. Le sue armi erano confidate a' suoi figli. -Non sembra ch'egli fosse in conto alcuno uomo da guerreggiare; Marco -Visconti comandava Alessandria e Tortona, Galeazzo comandava Piacenza, -Luchino Pavia, e Lodrisio, cugino di Matteo, comandava Bergamo. I figli -suoi avevano ardor militare e perizia; e l'estensione del dominio n'è -la prova; poichè in breve furono assoggettate Piacenza, Bergamo, Lodi, -Como, Cremona Alessandria, Tortona, Pavia, Vercelli e Novara; e così -Matteo signoreggiava undici città, compresa Milano. - -Non poteva piacere al papa la signoria de' Visconti per le ragioni che -altrove ho indicate. Il papa, sebbene rifugiato nella Francia, sempre -aveva in vista l'Italia. Dopo la morte di Enrico di Lucemburgo gli -elettori nella Germania formarono due partiti, e furono incoronati re -di Germania e de' Romani Federico d'Austria e Lodovico di Baviera. Il -papa Clemente V aveva inalberata una pretensione, che fu poi cagione -di una lunga guerra fra l'Impero ed il sacerdozio. Pretendeva quel -papa che il giuramento che solevano gl'imperatori pronunziare nella -incoronazione fatta dal sommo pontefice, fosse un giuramento di fedeltà -e di vassallaggio. (1317) Questa opinione la sosteneva anche il suo -successore Giovanni XVII; e in conseguenza spedì, l'anno 1317, due -frati nella Lombardia, i quali in di lui nome dichiararono invalide le -elezioni di Federico e di Lodovico: pubblicarono vacante l'Impero, e -comandarono che non ardisse alcuno di arrogarsi il titolo di vicario -imperiale. La cosa era chiara che si aveva di mira Matteo Visconti, la -di cui pieghevole politica non urtava mai, e secondava anzi i tempi. -Matteo cessò di chiamarsi vicario imperiale, e assunse il titolo -di _signor generale di Milano e suo distretto_[4]. Forse il papa e -l'arcivescovo Cassone della Torre si aspettavano minore compiacenza; e -quindi speravano un pretesto per venire ad un'aperta rottura. Matteo, -da saggio, abbandonò una parola per non compromettere la dominazione. -L'arcivescovo era esule; ma non sappiamo che potesse darsene colpa a -Matteo; poichè forse non v'era atto di autorità che lo allontanasse -dalla diocesi, in cui non si credeva però sicuro l'arcivescovo, sotto -la signoria de' rivali della sua famiglia. Non vedendo quindi Cassone -della Torre speranza alcuna di ritornare al possesso della sua sede -arcivescovile, cercò del papa il patriarcato di Aquilea, e il papa -glielo conferì. Poichè Matteo Visconti seppe essere vacante la sede -metropolitana, maneggiò la cosa in modo, che gli ordinari passarono -ad eleggere arcivescovo Giovanni Visconti, altro figlio di Matteo. -Cassone della Torre era stato parimenti eletto dagli ordinari l'anno -1308, senza che il papa Clemente V vi facesse opposizione. Questo -era il metodo delle elezioni praticato sempre nella nostra chiesa, -prima che Urbano IV, di propria autorità, eleggesse l'arcivescovo -Ottone Visconti, l'anno 1262. Con tutto ciò il papa non badò punto -alla canonica elezione fatta dagli ordinari, e in Avignone consacrò -arcivescovo di Milano certo frate francescano, per nome Aicardo. -L'elezione che aveva fatta il papa dell'arcivescovo Ottone poteva -comparire in qualche modo giustificata, attesa la discordia degli -ordinari, che da più anni lasciavano sprovveduta dal pastore la chiesa -milanese. Ma questa noncuranza d'una elezione regolare e canonica non -poteva comparire altrimenti che una ostilità. Matteo Visconti era -cauto, moderato; ma non era pusillanime. Non permise mai che frate -Aicardo ponesse il piede ne' suoi Stati. - -Matteo Visconti aveva cinque figli: Galeazzo, Luchino, Marco, Stefano -e Giovanni, creato arcivescovo. Sebbene Galeazzo, Luchino e Stefano -abbiano mostrato valor militare in ogni occasione presentandosi ai -nemici, Marco però li superava, e aveva i talenti d'un buon generale. -Fu spedito dal padre a tentare la conquista di Genova; e l'impresa -non riuscì, perchè il re Roberto di Napoli vi trasportò una flotta ed -un'armata in soccorso. Non però abbandonò sì tosto quell'impresa Marco -Visconti, che anzi, avendogli fatto intimare il re che sciogliesse -tosto l'assedio, poichè altrimenti sarebbe venuto ad attaccarlo alle -porte di Milano, Marco gli fece dire per risposta, che non occorreva -andar tanto lontano, giacchè egli era pronto a riceverlo ivi alle -porte di Genova[5]. Il re Roberto era collegato col papa; e, portatosi -egli in Avignone, Matteo Visconti fu uno de' principali oggetti che -si trattarono in tal conferenza. Egli veniva accusato[6] _de pessimis -criminibus, et de haeresi, licet non foret noxius_[7]. Il cardinale -Berengario, vescovo tusculano, fu destinato a formare il processo -a Matteo Visconti, ed ivi in Avignone quel cardinale riferì in -concistoro, che risultava dall'asserzione di testimonii degni di fede, -essere Matteo Visconti gravemente diffamato come reo di sacrilegi, -delitti ed eccessi. La fama di tali accuse giunse a Milano; e Matteo, -per calmare la procella, cominciò a permettere che frate Aicardo fosse -dal clero riconosciuto per arcivescovo; e così rinunziò al dritto -acquistato da Giovanni suo figlio, già canonicamente eletto alla -medesima sede. (1319) Oltre ciò, volendo dare un pubblico attestato -insigne della sua divozione alla Chiesa, ricuperò il rinomatissimo -tesoro di Monza che nei passati guai era stato depositato in pegno -al tempo di Napo Torriano; e colle sue mani, la vigilia del Natale -dell'anno 1319, lo portò in Monza e lo depositò sull'altare di -quella chiesa di San Giovanni. Questo tesoro consisteva in corone e -calici d'oro gemmati; e convien dire che fosse veramente un tesoro, -poichè veniva stimato allora ventiseimila fiorini d'oro[8]. Ma questa -pieghevolezza di Matteo Visconti non bastò a concigliarli l'aderenza -del papa, il quale voleva esclusi i Visconti dalla dominazione, -assoggettato l'Impero, e dipendente l'Italia. Giovanni XXII spedì -nella Lombardia ii cardinale Bertrando del Poggetto in qualità di -legato[9], il quale dichiarò l'Impero vacante; nulla l'elezione di -Lodovico il Bavaro; creò vicario imperiale il re Roberto di Napoli; -comandò a tutto il clero di Lombardia di ubbidire al nuovo vicario -imperiale; e finalmente intimò a Matteo Visconti di doversi presentare -in Avignone al papa per rendergli conto dei delitti che gli erano -imputati. L'affare era serio, perchè era già in marcia alla volta della -Lombardia un'armata di francesi, comandata dal conte del Maine, in -nome del nuovo vicario il re Roberto di Napoli. Matteo, richiamando -Galeazzo da Piacenza, Marco da Genova, e Luchino da Pavia, radunò -tutte le sue forze, le quali consistevano in cinquemila cavalli e -quarantamila fanti[10]. Il comando venne affidato a Galeazzo e non a -Marco, fors'anco perchè non si doveva decidere la questione colle armi. -Marciò l'armata sino verso Sesia nel Piemonte, ove si trovò in faccia i -nemici. Pose le sue tende Galeazzo, indi spedì al conte del Maine due -botti d'argento, che si dicevano piene di generoso vino; facendogli -dire ch'ei provava sommo rincrescimento nel vederselo nemico, sì per -l'ossequio ch'ei professava alla casa di Francia, quanto per essere -stato ei medesimo onorato del cingolo della milizia dal conte di -Valois, di lui padre. I due eserciti non si offesero, anzi i Francesi -dopo due giorni piegarono le tende, e, ripassate le Alpi, tornarono -alla loro patria, lasciando la Lombardia come prima. Si credette da -alcuni che le due botti fossero ripiene di monete, e che Matteo con -quelle armi si fosse difeso. Per quanto miti fossero i ripieghi di -Matteo, il papa non voleva in conto alcuno nè tregua nè pace; anzi da -lui si voleva annientato nell'Italia il potere nascente de' Visconti. -Il papa spedì un breve in cui diceva che, quantunque Matteo Visconti -avesse deposto il titolo di vicario imperiale, nondimeno aveva osato -chiamarsi signore di Milano; e in pena di questo disprezzo della Santa -Sede lo scomunicò. Ordinò che la scomunica si pubblicasse in tutte -le chiese, e citò nuovamente Matteo a comparire in Avignone a dire -le sue discolpe[11]. Il cardinale legato Bertrando del Poggetto, da -Asti, ove si era domiciliato, spedì a Milano certo Ricano di Pietro, -suo cappellano, incaricato di consegnare il breve. Ma appena era -il cappellano disceso nell'albergo, si vide attorniato da un grosso -numero di sgherri, i quali l'obbligarono a rimontare tosto a cavallo, e -partirsene: di che se ne lagnò il cardinal legato in una sua enciclica: -individuando che nemmeno si era voluto permettere che facesse -abbeverare i cavalli, e il cappellano e i suoi seguaci dovettero -lasciare a mezzo il loro pranzo, facendogli persino difficoltà dalla -gran fretta di ripigliare il cappello, che aveva deposto, e scortandoli -direttamente fuori dello Stato senza permetter loro di parlare con -alcuno[12]. Se il cardinal legato trovava biasimevole Matteo, perchè -si riparava da un colpo mortale da esso slanciatogli, doveva almeno -non lagnarsi della moderazione istessa con cui se n'era riparato. -(1320) Il cardinale Bertrando del Poggetto, il giorno 3 settembre -1320, nella chiesa de' Francescani in Asti, nuovamente scomunicò -Matteo, e nuovamente lo citò a comparire in Avignone. Matteo cercava -pure le vie d'un accomodamento; ma le condizioni che si proponevano -erano inammissibili da un uomo che era sovrano, e talmente sovrano, -che veniva considerato come un re della Lombardia, siccome dice il -Villani[13]. Si voleva che rinunciasse al governo di Milano; che -riconoscesse per suo signore Roberto re di Napoli; e che i signori -della Torre ritornassero alla loro patria[14]. Queste proposizioni -non piacquero a Matteo nè alla città di Milano. Il papa continuava a -citare Matteo Visconti; pubblicava incessantemente i monitorii, e in -essi gli rinfacciava i delitti: i quali consistevano in esazioni fatte -sul clero, giurisdizione esercitata sopra persone ecclesiastiche, -autorità adoperata nelle elezioni de' superiori de' conventi. (1321) -Poi nel 1321, il giorno 20 di febbraio, lo stesso papa Giovanni XXII, -con sua bolla, pubblicata dal nostro conte Giulini[15], condannò -Matteo a pagare diecimila marche d'argento; nuovamente lo scomunicò, -e lo dichiarò decaduto da tutt'i beni, feudi, onori, ragioni, ec., e -dice che così lo sentenziava:[16] _Tum quia reatus sacrilegii cognitio -et punitio ad ecclesiasticum forum spectat, tum etiam quia, vacante -Imperio, sicut et nunc vacare dignoscitur, ad nos et apostolicam Sedem -pertinet excedentium hujusmodi in Imperio existentium ausus comprimere, -oppressionem tollere, ac lassis et oppressis justitiam ministrare_. -Poco dopo andò più avanti il papa; scomunicò anche i figli di Matteo, -pose all'interdetto le città possedute dai Visconti, ordinò agli -inquisitori di processarlo, e il breve comincia così:[17] _Profanus -hostis, et impius auctor immanis scelerum et culparum, Mathaeus -Vicecomes de Mediolano, partium Lombardiae radibus populator, etc._[18] -(1322). Gl'inquisitori citarono Matteo a doversi presentare al loro -tribunale il giorno 25 febbraio 1322 in una nominata chiesa, presso -Alessandria. Vi comparve il di lui figlio Marco, con grande comitiva di -cavalli e fanti e bandiere spiegate. Gl'inquisitori si trasportarono -a Valenza, ove condannarono Matteo, come reo di venticinque delitti, -molti de' quali consistevano in avere Matteo imposto carichi anche -al clero, ed avere esercitata giurisdizione sopra i beni, i corpi -e le persone ecclesiastiche. Se gli faceva delitto perchè avesse -impedito che le chiese del milanese pagassero tassa al cardinale -legato ed alla camera apostolica. Altro delitto se gl'imputava d'aver -impedita l'emigrazione per la Crociata. Indi fra le sue colpe due se -ne ricordano le quali meritano riflessione; cioè d'aver posto argine -all'Inquisizione, e d'avere pregato per liberare l'infelice Mainfreda, -che fu, malgrado le sue preghiere, bruciata viva, siccome narrai al -capitolo nono. Concludeva la narrazione de' delitti, asserendo che -Matteo negava la risurrezione de' corpi; aveva da' suoi progenitori -ereditato il veleno dell'eresia, era collegato co' scismatici, sentiva -male de' sacramenti, disprezzava l'autorità delle chiavi, e aveva -fatto lega co' demonii, più volte da lui esecrabilmente invocati. -Quindi si sentenziava Matteo Visconti eretico, i suoi beni mobili -ed immobili confiscati; veniva privato del cingolo della milizia, -dichiarato incapace di nessun ufficio pubblico, degradato da ogni -dignità ed onore, e nominato perpetuamente infame, dando la facoltà a -chiunque di arrestarlo. Inoltre i figli di Matteo, e persino i figli -de' suoi figli vennero dichiarati incapaci perpetuamente di qualunque -ufficio, di qualunque dignità e di qualunque onore. La sentenza è del -giorno 14 marzo 1322, data nella chiesa di Santa Maria di Valenza, e -la pronunziarono frate Aicardo, arcivescovo di Milano, frate Barnaba, -frate Pasio da Vedano, frate Giordano da Montecucco, frate Onesto da -Pavia, domenicani inquisitori, alla presenza del cardinale legato[19]. -Il cardinal legato, in Asti, pubblicò una remissione plenaria, non -solamente della pena, ma della colpa de' peccati, a chiunque prendesse -le armi, e marciasse sotto lo stendardo che ivi fece inalberare, alla -distruzione di Matteo Visconti e de' fautori suoi:[20] _Fecit portare -vexillum sanctae Ecclesiae super solarium de domo; praedicatum fuit -ibi, quilibet vir et mulier, qui vellet sequi dictum vexillum ad -destruendum dictum Mathaeum et coadjutores ejus, liber et mundus sit -tam a culpa, quam a poena_[21]; e nella cronaca di Pietro Azario si -legge che le maledizioni furono estese sino alla quarta generazione da -quel cardinale legato:[22] _Sententias excommunicationis proferendo, -thesauris Ecclesiae apertis et undequaque stipendio perquisito contra -praefatum dominum Mathaeum et sequaces, usque in quartum gradum suarum -progeniarum_[23]. - -In quale misero stato si ritrovasse, dopo tutto ciò, Matteo Visconti, -è facile l'immaginarselo. Molti dei nobili, per la naturale invidia -d'una nascente potenza, aderivano al legato. Altri tremavano per -obbedire ad un eretico scomunicato; e il popolo tutto era inorridito -per l'anatema e l'interdetto pronunziati sopra della città. Il Corio -riferisce quell'epoca, ed io mi servirò delle parole di lui. I nobili -adunque «di continuo interponevano littere al legato, ed in altro non -havevano il pensiere se non excogitare in quale modo Matteo con li -figlioli potessino rimovere dal governo dil milanese imperio. Mattheo -da questa hora avante più non si volse intromettere de veruna cosa -concernente al Stato suo, ma in tutto ne le mano de Galeazzo renuntiò -il dominio, grandemente condolendosi de la lite quale contra la Chiesia -cognosceva moltiplicare, ed anche perchè non altramente da li cittadini -milanesi se haveva a guardare come da pubblici e capitali inimici, -inde tutto il pensiere suo puose, con devotione a visitare li templi, -et ultimamente un giorno avante alo altare de la chiesia maggiore -havendo facto convocare il clero, e pervenuti alla presenzia di quello -con alta voce cominciò a dire _Credo in Deum Patrem_, e disse tutto -lo symbolo, lo quale fornito, levando il capo, cridava che questa era -la sua fede, la quale haveva tenuto tutto il tempo della vita sua, e -che qualunque altra cosa gli era imposto, con falsitate lo accusavano, -e da ciò ne fece conficere un pubblico instrumento[24]». Il Rainaldi -confessa che in quei processi vi è stata della parzialità:[25] _Certe -fidei censores studio partium nimium commotos in percellendis sententia -haereseos Gibillinis aliquibus constat_[26]; e il papa Benedetto XII, -diciannove anni dopo, con sua bolla del 7 maggio 1341, dichiarò e -sentenziò iniqui e nulli i processi fatti nel 1322:[27] _Processus, -et sententias supradictas, ex certis causis legittimis atque justis -repertis in eis, inique factos invenimus existere, atque nullos ipsos -processus et sententias per archiepiscopum, Paxium, Jordanem, Honestum -et Barnabam praefactos, et eorum quemlibet super praemissis, communiter -vel divisim, contra Johannem et Luchinum praedictos_ (erano allora -quei due figli di Matteo signori tranquilli di dodici città) _habitos -atque latos, et quaecumque secuta sunt ex eisdem vel ob eos, de ipsorum -Fratrum nostrorum consilio, et authoritate apostolica, inique facta -ac nulla atque irritata declaramus_[28]. Comunque fossero i processi, -certo è che un séguito di tante angustie oppresse l'animo di Matteo, -già indebolito anche dalla non più vegeta età di sessantadue anni; -e dopo breve malattia, nella canonica di Crescenzago, tre miglia -lontano da Milano, finì i suoi giorni il 24 di giugno dello stesso -anno 1322, poco più di tre mesi dopo della sentenza. I figli tennero -per alcuni giorni occulta la di lui morte; anzi si facevano entrare -medici e cibi nella stanza, come se Matteo tuttora fosse vivo; e ciò -si fece per aver modo almeno di salvare le di lui ceneri, e riporle -certamente in luogo ove alcuno non potesse insultarle «per paura dil -pontifice, che il cadavere non facesse remanere insepulto», dice il -Corio. Qual carattere abbia fatto di Matteo il Fiamma, si è veduto -nel capitolo precedente. La fisonomia di Matteo era piacevole: due -begli occhi cerulei, vivaci, carnagione bianca, tratti del volto fini -e gentili. Egli non si mostrò crudele giammai. Ebbe il raro talento di -sopportare in pace la fortuna contraria, e il talento più raro ancora -di non ubbriacarsi coi favori di lei. Nessuna prova egli diede mai di -valor militare, e tutti i successi felici delle sue armi si debbono -al coraggio ed al talento di Luchino, di Galeazzo, e sopra gli altri -di Marco, suoi figli. Di quest'ultimo l'Azario dice:[29] _qui omnes -alios probitate excedebat_[30], e si vede che credette di significare -prodezza. Per altro in Matteo non si conosce alcuno di que' tratti -sovrani che indicano le anime grandi, capaci d'innalzarsi al sublime. -Egli si limitò sempre a pensieri proporzionali alla sua condizione -presente, e preferì la prudenza all'eroismo. La grandezza della sua -casa singolarmente si deve a lui: ma piuttosto per una combinazione -di circostante, che per un ardito progetto ch'ei ne avesse immaginato. -Matteo è stato un buon uomo, un buon padre, un buon principe, accorto, -giudizioso; ma non l'ho chiamato Matteo Magno, perchè quel titolo è -consacrato per distinguere quelle anime vigorosamente energiche, le -quali, slanciatesi oltre la sfera comune degli uomini, formano un'epoca -della felicità, della coltura e dei progressi della ragione negli -annali del genere umano. - -Se la guerra contro di Matteo Visconti fosse stata mossa per motivi -personali, colla di lui morte sarebbe terminata, ed avrebbe Milano -nuovamente goduta la tranquillità; ma l'oggetto della ostilità era -di opprimere una nascente potenza; e perciò Galeazzo I, al quale -Matteo aveva rinunziato avanti di morire il governo dello Stato, si -trovò esposto alle persecuzioni, più animose ancora di quelle che -afflissero gli ultimi anni della vita di suo padre. Già vedemmo che -Galeazzo, coll'inquietudine sua incautamente indisponendo i Milanesi, -era stato cagione della perdita della signoria, del ritorno de' -Torriani e dell'esilio a cui soggiacque la sua casa. La sperienza -di venti anni che erano trascorsi, non aveva reso molto prudente -Galeazzo; il quale, nell'anno medesimo in cui morì Matteo, perdette -il dominio di Piacenza per un'inconsideratezza appena perdonabile nel -primo bollore della gioventù. Il signor Vessuzio Lando era uno dei -primari nobili di Piacenza, distinto per il valore, per i costumi e -per le ricchezze; egli aveva in moglie la signora Bianchina Landi, -bellissima giovine, che amava teneramente il suo sposo. Galeazzo -credette, con poca accortezza, di renderla infedele, ed essa informò -il caro sposo dell'insidie che se gli tessevano; e così il Lando, -unitosi al cardinal legato Bertrando del Poggetto, occupò Piacenza a -nome del papa. In quella sorpresa corse gran rischio d'essere preso il -giovine Azzone, figlio di Galeazzo, il quale trovavasi in Piacenza, -con Beatrice d'Este, di lui madre. Questa virtuosa donna lo salvò, -sottraendolo con poca scorta, al primo avviso ch'ebbe della sorpresa; -indi ebbe la fermezza di rimanere esposta al rischio degl'insulti nel -suo palazzo, acciocchè non si dubitasse della partenza d'Azzone, e -frattanto egli profittasse del tempo per salvarsi; anzi andava ella -gettando delle monete ai vincitori, e così fece perdere più lungo -tempo. Ma quando s'avviddero poi che in nessun ripostiglio si trovava -il giovine principe, troppo tardi s'accorsero del pietoso inganno -della principessa madre, la virtù della quale venne rispettata dai -nemici, i quali onorevolmente la scortarono fuori di Piacenza. Galeazzo -I non aveva insomma le virtù di suo padre, e perciò, quantunque in -Milano avesse un forte partito che lo sosteneva malgrado gli anatemi, -fu egli costretto di fuggirsene il giorno 9 dicembre di quell'anno -1322; sebbene un mese dopo vi rientrò come privato, e prima del -terminar di quell'anno, a grido generale del popolo, venne proclamato -signore di Milano il giorno 29 dicembre. Ma il papa non lo lasciò -tranquillo. Pubblicò una bolla per cui ordinò a tutto il clero di -Milano che immediatamente uscisse dalla città, e non si accostasse -a quella per lo spazio di tre miglia. Ognuno s'immaginerà qual -turbamento doveva nel popolo cagionare questa novità, che toglieva -la possibilità d'assistere ai sacri misteri, privava i moribondi -del soccorso dei ministri dell'altare, ed esiliava dalla patria i -cittadini nei quali stava comunemente collocata la maggiore confidenza -e venerazione. Nè quivi pure ebbe confine la controversia. Fece il papa -predicare nell'Inghilterra, nella Francia e nell'Italia un'indulgenza -generalissima in beneficio di chiunque prendesse le armi contro de' -Visconti; e così venne a formare una Crociata contro di essi, come -si era fatto contro de' Saraceni. L'armata dei crocesignati già -aveva occupato alcuni borghi del milanese. La comandava Raimondo di -Cardona, nipote del cardinal legato Bertrando del Poggetto. Le cose -de' Visconti andavano alla peggio. (1323) Il giorno 13 giugno 1323 -l'esercito sacro s'impadronì dei sobborghi di Milano, e singolarmente -quelli di porta Nuova, porta Renza e porta Comacina furono in preda -alla licenza dei crocesignati, che, violando le donne, passando a fil -di spada gli uomini e distruggendo colle fiamme le case, portarono gli -eccessi al colmo[31]. Nella città però essi non poterono entrare. La -città era bloccata, e ci riferisce il Corio che i Fiorentini ch'erano -nell'esercito pontificio, il giorno del loro santo protettore san -Giovanni Battista, fecero correre il palio sotto le mura di Milano[32]; -sorta d'insulto che talvolta si usava per dimostrare che non si temeva -in verun conto dell'inimico, non credendosi in lui coraggio nemmeno di -uscire per interrompere i giuochi degli assedianti. Talvolta ancora -si usò di contare moneta sotto le mura nemiche, ponendo una preziosa -officina, che non può sottrarsi con celerità, sotto gli occhi de' -nemici, in segno di disprezzo. Tale era la condizione de' Visconti, -che pareva inevitabile la totale loro rovina. Due cose però concorsero -ad impedirla; il valore, l'attività, la condotta militare di Marco -Visconti, e la riunione degli interessi di Lodovico il Bavaro con quei -de' Visconti. Il papa dichiarava vacante l'impero; pretendeva di far -egli frattanto l'ufficio dell'imperatore; creava vicario imperiale -Roberto, re di Napoli. Lodovico di Baviera, che si considerava -imperatore legittimo, non poteva preservare il regno italico e impedire -l'intrusione di questo preteso vicario imperiale, se non soccorrendo -i Visconti; poichè da solo non aveva forze bastanti per tentare -l'impresa. Infatti Lodovico il Bavaro aveva spedito ai Visconti un -corpo di truppe comandate dal conte di Mährenstädten. L'instancabile -papa Giovanni XXII non bilanciò punto a scomunicare Lodovico di -Baviera, incolpandogli fra le altre cose l'aiuto ch'egli aveva dato -ai Visconti. Il Rainaldi, che ne pubblicò la bolla, così ridette:[33] -_Non deerant tamen Ludovico plures rationes; quae ipsius gesta apud -plerosque excusarent. Controversiam de Imperio cum Federico austriaco -jam direptam ferro. Mediolanum vero defensum non ut Galeatio haeretico -studeret, sed ut assereret, sibi Imperii jura, neque a Roberto Siciliae -rege amplissimam Imperii provinciam nunquam forte recuperandam occupari -pateretur. Non his tamen Johannes a meditato consilio revocatus -est_[34]. Lodovico venne così impegnato più che mai a sostenere i -Visconti. L'armata dei Crociati aveva l'interno vizio d'un'armata -combinata di drappelli di varii principi e di varie nazioni; basta il -tempo per indebolirla colle gelosie, le rivalità e i sospetti. (1324) -Nel giorno 28 di febbraio 1324 a Vaprio venne potentemente battuta. -Il generale Raimondo di Cardona fu preso: egli era nipote, siccome -dissi, del cardinal legato; Simone della Torre restò ucciso sul campo; -Enrico di Fiandra se ne fuggì a piedi; molti rimasero sul campo; molti, -fuggendo, s'affogarono nell'Adda; insomma la vittoria fu compita per -i Visconti. Marco Visconti voleva profittare del momento, e marciare -a sloggiare da Monza i crocesignati che vi avevano trovato ricovero. -Ei conosceva che l'opinione decide nella guerra più che la forza -fisica; che le battaglie non si vincono per aver ridotto l'inimico -all'impossibilità di continuare la contesa, ma per lo spavento che gli -si è potuto imprimere; e che, assalendo una armata nel punto in cui -gli uomini sono sgomentati per una rotta, la vittoria è sicura. Così -pensava Marco; ma il primogenito Galeazzo, forse perchè il progetto -era del fratello, non lo volle secondare. I crocesignati in Monza -si premunirono, ripresero animo, si prepararono una difesa contro -di qualunque insulto; e Marco, deridendo Galeazzo, gli diceva poi: -«Fratello, va a Monza che si vuol rendere». Otto mesi di blocco dovette -spendere Galeazzo per averla. Infine poi, dopo di avere sofferti tutti -i mali della fame e della libidine militare, Monza si rese il giorno 10 -dicembre 1324; e così Galeazzo vide terminar la Crociata mossa contro -di lui. - -Mentre era Monza bloccata e abbandonata in preda alla violenza che -usavano questi avanzi di un'armata collettizia, i canonici di San -Giovanni di quel borgo avevano somma inquietudine che le rapine non -si estendessero sopra del pregevolissimo tesoro della loro chiesa; -il quale allora, siccome dissi, era valutato ventiseimila fiorini -d'oro, oltre il pregio delle cose sacre antiche. Deputarono quindi -quattro canonici del loro ceto, ai quali commisero di pensare a un -sicuro nascondiglio, ed ivi riporlo. Fecero giurar loro un inviolabile -secreto, da non rivelarsi se non in punto di morte. Poichè da essi fu -eseguita la commissione, e il tesoro collocato, non si sapeva dove, -il capitolo obbligò i quattro depositari del secreto a partirsene, e -separatamente frattanto vivere altrove; acciocchè non potesse colle -minacce, e fors'anco colle torture, costringersi alcun d'essi a -parlare, e in potere di que' licenziosi non rimanesse alcun presso -cui fosse il secreto. Pensare non si poteva più cautamente, eppure -Monza perdette il tesoro. Uno de' quattro canonici, che aveva nome -Aichino da Vercelli, stavasene in Piacenza, ove venne a morte, e -palesò il secreto a frate Aicardo, arcivescovo di Milano. Da esso ne -fu bentosto informato il vigilantissimo cardinale legato, Bertrando -del Poggetto; il quale non perdè tempo, e incaricò Emerico, camerlingo -di santa Chiesa, che trovavasi in Monza, di trasmettergli quel tesoro, -siccome eseguì puntualmente, e indi fu trasportato in Avignone, dove -dimorava il papa, d'onde, venti anni dopo, signoreggiando Luchino, -venne restituito l'anno 1344. Io lascerò al chiarissimo signor canonico -teologo don Antonio Francesco Frisi la cura di verificare se la -restituzione siasi fatta senza alcuna perdita. Il valore dell'oro e -delle gemme che oggidì ivi si mostrano, non giunge fors'anco a duemila -fiorini d'oro. Egli, che con varie dissertazioni ba illustrate le -antichità di Monza, ci renderà istrutti esattamente anche di ciò nella -dissertazione che si è proposto di pubblicare sul tesoro di quella -chiesa. - -Poichè Galeazzo ebbe Monza in suo potere, e si vide liberato dalla -Crociata, pensò tosto a rendere quei luogo munito in avvenire contro -simili accidenti. Importava molto il non avere alla distanza di sole -dieci miglia da Milano un borgo facilmente prendibile, e nel quale -i nemici, con molto numero d'armati, potessero sostenersi per alcuni -mesi, siccome poco anzi era accaduto. (1325) Per tal motivo Galeazzo I, -l'anno 1325, fabbricò un castello in Monza, di cui vedesi anche oggidì -la torre rovinosa. Il modo col quale fece quel principe fabbricare -quella torre ci prova sempre più quanto poco ei rassomigliasse al buon -Matteo suo padre. Veggonsi anche al dì d'oggi le prigioni orrende, -destinate a far soffrire l'umanità, calandovi gli uomini come entro -un sepolcro per un buco della vôlta; ove discesi posavano sopra di un -pavimento convesso e scabroso, tanto vicino alla vôlta da non potervisi -reggere in piedi. Così egli aveva immaginato il modo di aggiugnere -all'angustia, alla privazione della libertà, al timore dell'avvenire, -al maligno alimento del cibo e dell'aria, anche il tormento di far -succedere una positura dolorosa ad un'altra dolorosa. Galeazzo I questa -unica memoria ci lasciò come sovrano, poichè la signoria di lui fu -breve, e la cagione la troviamo nella domestica discordia. Marco, che -col suo valore aveva conservato e difeso lo Stato, non poteva soffrire -il fasto di Galeazzo I, a cui il padre aveva lasciata la signoria. La -distanza che passa fra un sovrano ed un suddito, rendeva insopportabile -a Marco la sua condizione. I principi cadetti delle due case sovrane, -sono educati sin dalle fasce a venerare nel primogenito il venturo -signore: ma a ciò non era disposto dall'educazione l'animo di Marco. -La dominazione di Matteo Visconti, loro padre, fu tanto eventuale, -precaria ed incerta, che nessun uomo, per illuminato ch'ei fosse, -avrebbe potuto con ragione antivedere s'egli avrebbe finito come -privato, siccome nacque, ovvero qual principe, siccome avvenne. Perciò -la disparità fra i fratelli sopragiunse come un avvenimento impensato, -il quale doveva eccitare la vampa delle passioni nei cadetti. Giovanni -era di carattere mite, e la condizione sua d'ecclesiastico moderava -l'invidia. Luchino aveva egli pure la prudenza di accomodarsi ai tempi. -Stefano aveva moglie e figli. Marco era quello che più si mostrava -intollerante. Egli s'era fatto conoscere e stimare dagli stipendiati -tedeschi, spediti da Lodovico il Bavaro, onde non gli fu cosa difficile -l'indurre quell'eletto imperatore a venire nell'Italia, per celebrare -le incoronazioni a Milano ed a Roma. Si pretende ch'egli trovasse il -modo d'irritare l'animo di quell'augusto contro de' suoi fratelli, -e contro di Galeazzo I singolarmente, supponendogli dei maneggi col -papa Giovanni XXII, dal quale, siccome ho detto, Lodovico era stato -maltrattato. (1327) Quello che sappiamo di certo si è che, nel giorno -17 di maggio dell'anno 1327, Lodovico il Bavaro entrò solennemente -in Milano, accompagnato da quattromila cavalli. Egli e la regina -Margherita, sua moglie, stavano sotto di un baldacchino. Andarono a -prendere alloggio nel palazzo del Broletto vecchio, cioè dove oggidì -trovasi la corte; e il giorno ultimo di maggio Lodovico fu incoronato -in Sant'Ambrogio. Il giorno 5 di luglio, per ordine del nuovo re -d'Italia, vennero arrestati Galeazzo, Luchino e Giovanni. Azzone, -figlio di Galeazzo, ebbe la medesima sventura. Stefano Visconti, morì -improvvisamente nella notte precedente. Gli arrestati vennero collocati -nelle nuove carceri della torre di Monza, ove Galeazzo fu il primo a -far prova dell'architettura che aveva così malamente raffinata. Il re -ebbe dalla città il dono di cinquantamila fiorini d'oro, e partì da -Milano alla volta di Roma il giorno 5 d'agosto, avendo nel suo séguito -Marco Visconti. Questa serie di fatti, e quello che accadde dappoi, ci -rendono verosimile l'opinione che Marco avesse parte della sciagura -de' fratelli. Galeazzo lo credeva; e andava dicendo: «Marco ferisce -sè medesimo;» e ciò risaputosi da Marco, in contraccambio diceva: -«Galeazzo vuol esser solo, e solo si regga.» Sperava forse Marco di -ottenere dal nuovo augusto la signoria di Milano; ma anche allora si -dovette conoscere che nelle altercazioni domestiche è facile il recare -danno ad altri; ma difficilissimo il trarne bene per noi. Lodovico -formò un consiglio di ventiquattro cittadini, e vi pose a presedere -suo luogotenente il conte Guglielmo Monforte. Così diede nuova forma al -governo della città; mentre i tre fratelli ed un nipote giacevano nello -squallore della torre di Monza, e Marco, confuso, negletto, e forse -disprezzato, languiva nella folla de' cortigiani che accompagnavano -Lodovico a Roma. L'annientamento della sua famiglia di riverbero aveva -abbassato Marco Visconti, il quale, non avendo più speranza alcuna di -rialzarsi col favore di Lodovico, si rivolse a Castruccio Antelminelli, -signore di Lucca, uomo potente e celebre nella storia di que' tempi, ed -Amico de' Visconti; e col di lui mezzo ottenne dall'imperatore, debole -e bisognoso di soccorso, la liberazione dei suoi congiunti, i quali -erano in Monza custoditi da truppe bavaresi. Marco tentò poi di avere -una sovranità sulla città di Pisa, ma gli andò il colpo a vuoto. Egli -ritornossene a Milano, sempre impetuoso ed impaziente di non vedervisi -sovrano; sintanto che, il giorno 8 di settembre dell'anno 1329, cadde -da una delle finestre della corte ducale, alcuni dicono dopo di aver -sofferta una morte violenta, e l'Azario dice:[35] _de cujus morte -certum ignoratur_[36]. - -Si cerca come siasi fatta l'incoronazione di Lodovico in Milano, -poichè trattavasi di consacrare uno scomunicato in una città posta -all'interdetto. L'arcivescovo Aicardo era assente; e, come aderente -al papa Giovanni XXII, non avrebbe mai osato di venire a Milano nel -tempo in cui vi si trovava il re de' Romani Lodovico. Bonincontro -Morigia, autore che allora vivea, ci dice[37], che Lodovico creò -arcivescovo di Milano Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, e che questi -lo incoronò, assistendovi alcuni pochi vescovi, cioè Federico Maggi, -vescovo di Brescia, Arrigo, vescovo di Trento e alcuni altri ben pochi, -essendosi ritirati gli altri vescovi, per non concorrere a incoronare e -riconoscere un principe che dal papa era scomunicato e non riconosciuto -imperatore. Il Muratori non credette che Guido Tarlati facesse le -funzioni d'arcivescovo[38]. Il conte Giulini è dell'opinione del -Muratori. L'autorità di questi due eruditi uomini è presso me di gran -peso; ma nè l'uno nè l'altro dicono la ragione del loro dissenso. Il -Muratori s'accontenta d'asserire che Bonincontro Morigia[39] _a vero -longe abest_; il conte Giulini s'appoggia all'aulorità del Muratori. -Io ingenuamente confesso che le asserzioni loro non mi persuadono -abbastanza, per abbandonare il testimonio d'un autore contemporaneo; -tanto più che, essendo sempre stato lontano della sua sede frate -Aicardo, e dovendosi la consacrazione in Milano fare dall'arcivescovo, -niente vi trovo d'incredibile se Lodovico, che aveva in Trento -deposto il papa come eretico, e che in Roma ne fece creare un nuovo, -altrettanto facesse in Milano creando un arcivescovo; sebbene in -séguito quel posticcio metropolitano non abbia più nemmeno preteso di -conservarsene il titolo. - -Della improvvisa morte di Stefano Visconti (dal quale discesero -Barnabò, Galeazzo II e i tre duchi Visconti, siccome vedremo) varie -sono le opinioni degli autori; alcuni attribuendola a veleno, altri -ad eccesso di vino; tutti però sono d'accordo nel riconoscerla -improvvisa[40]. Il mausoleo di Stefano vedesi nella Chiesa di -sant'Eustorgio, nella cappella di san Tommaso d'Aquino; lavoro il -quale probabilmente si fece verso la metà del secolo decimoquarto. -Poichè allora, oltre l'incertezza nella quale trovavasi la signoria -de' Visconti, anche l'interdetto avrà impedito questi onori funebri; -molto più a Stefano Visconti, scomunicato, perchè figlio di Matteo, -quantunque egli non abbia mai avuto parte nel governo dello Stato -e nelle dispute col papa. Quel mausoleo merita d'esser osservato, -per avere idea della magnificenza de' Visconti in que' tempi; e in -quella chiesa medesima merita più d'ogni altra cosa osservazione il -nobilissimo deposito di marmo cui stanno le reliquie di san Pietro -martire; opera che è delle prime e delle più antiche per servire -d'epoca al risorgimento delle arti, e da cui si può conoscere quanto -fossero già onorate e risorte verso la metà del suddetto secolo -decimoquarto. Le figure e i bassorilievi sono di un'artista pisano, che -travagliò con una maestria e grazia affatto insolita a' suoi tempi. - -Galeazzo I fu liberato dal _forno_ (che tal nome aveva l'orrido -suo carcere di Monza) il giorno 25 di marzo 1328. Furono parimenti -resi liberi Luchino, Giovanni ed Azzone. Egli per più di otto mesi -aveva dovuto soffrire que' mali istessi che aveva immaginati per gli -altri. S'incamminò nella Toscana per ricoverarsi presso dell'amico e -benefattore Castruccio; ma nella prigionia aveva tanto sofferto, che in -Pescia, nel contado di Luca, morì il giorno 6 d'agosto dell'anno 1328, -all'età d'anni cinquantuno. Cinque anni durò la combattuta signoria di -Galeazzo I; giacchè, dopo il principio di luglio del 1327, da che fu -posto in carcere, nulla gli rimase più che fare nel governo. Il Corio -ce lo descrive di statura mediocre, di bella carnagione, di faccia -rotonda, e robusto della persona; ei lo qualifica liberale, magnifico -coraggioso, prudente, e parco nel parlare, ma eloquente e colto nel -poco che diceva. Il Corio sarebbe un cattivo giudice del colto ed -eloquente modo di parlare. Galeazzo fece perdere lo Stato alla sua casa -colla sua imprudente condotta vivendo suo padre. Perdette Piacenza -per avere imprudentemente tentata la signora Bianchina Landi. Lasciò -per più mesi in preda al saccheggio militare Monza, che avrebbe potuta -liberare al momento, ascoltando un opportuno parere; tutto ciò dimostra -che prudente era ben poco. Il carcere di Monza non lascia luogo a -crederlo sensibile ed umano. Non sappiamo che egli abbia commesse -crudeltà; ma nemmeno ebbe egli mai sicurezza bastante per commetterne; -e forse per la sua gloria è un bene ch'ei non abbia mai posseduto -senza contrasto il sommo potere; onde dobbiamo collocarlo nella classe -numerosa ed oscura de' principi di nessuna fama. Ei venne tumulato -in Lucca, ove il suo amico Castruccio ne fece celebrare la pompa con -magnificenza. - -Lodovico il Bavaro, entrato che fu in Roma, intese come nuovamente -papa Giovanni XXII dalla Francia l'avesse scomunicato e dichiarato -illegittimo cesare[41]. Quindi, vedendo anche il popolo di Roma -assai malcontento del papa, che stavasene in Avignone, sentenziò -che il papa Giovanni (ch'ei non altrimenti nominava se non col suo -primo nome, cioè Giacomo da Euse, e come altri dicono, d'Ossa) come -scismatico, profano ed eretico, era cassato, rifiutato; e che non -più alcuno dovesse riconoscerlo per pontefice. Poscia, il giorno 12 -maggio 1328, radunatisi in San Pietro il clero e i capi di Roma, venne -proclamato papa frate Pietro di Corvaria, che prese il nome di Nicolò -V, e il popolo lo riconobbe come vero papa. Frate Nicolò da Fabriano -allora recitò una solenne orazione, di cui il tema fu questo:[42] -_Reversus Petrus ad se dixit: venit Angelus Domini et liberavit nos -de manu Herodis, et de omnibus factionibus Judaeorum._ Questo Pietro -di Corvaria era francescano, e i Francescani accusavano il papa -XXII di avere delle opinioni sulla visione beatifica; il che anche -venivagli rimproverato dai teologi di Parigi, censurando tre omelie -da lui pubblicate. Il papa prima di morire ritrattò quelle sue private -opinioni. Di Pietro di Corvaria ne scrivono bene alcuni, qualificandolo -buono, pio e quasi contro sua voglia diventato antipapa[43]. Egli -terminò poi i suoi giorni in Avignone in carcere, dopo di aver chiesto -perdono a Giovanni papa. Ciò avvenne perchè Lodovico ogni giorno di -più s'andava indebolendo; e la ragione era la medesima per cui la -maggior parte de' re de' Romani dalla Germania entrarono fortissimi -nell'Italia, e videro tutto da principio piegarsi; indi poco a poco -svanirono le forze loro. Nelle diete de' principi di Germania molte -volte si pensò a far cadere la dignità cesarea sopra di un principe -che non avesse forze da opprimere. Eletto che egli era, secondo le -leggi dell'Impero, ciascun sovrano della Germania era obbligato a -scortare il nuovo augusto alla spedizione romana colle sue armi. -Quindi il nuovo eletto scendeva le Alpi comandando una rispettabile -armata, e si trovava arbitro dell'Italia. S'innoltrava a Roma. L'armata -cominciava a soffrire un clima infuocato. Le malattie, il tedio della -spedizione, l'amore della patria, la mancanza de' viveri facevano che, -un dopo l'altro, i principi prendessero congedo dal nuovo augusto, -più sollecito degli Stati propri e de' propri sudditi, che d'altro -pensiero. E quindi vediamo molti Cesari costretti a ricorrere ai -maneggi, ai partiti, alle brighe per protrarre la loro dominazione -e soggiornare più a lungo nell'Italia. Così dovette fare Lodovico, -forzato, per non inimicarsi Castruccio, ad accordare la libertà ai -Visconti; laonde (1320), per ottenere sessantamila fiorini d'oro, -che gli erano necessari per pagare lo stipendio alle truppe tedesche -che gli rimanevano, dovette vendere ad Azzone Visconti il vicariato -imperiale; il che avvenne il giorno 15 di gennaio dell'anno 1329. -Indi il falso papa Niccolò V creò cardinale della santa romana chiesa -Giovanni Visconti, zio di Azzone, e lo costituì legato apostolico nella -Lombardia, invece di Bertrando del Poggetto. Quasi tutto il clero e -popolo di Milano si gettò dal partito di papa Niccolò; e molti frati, -francescani singolarmente, declamando nelle prediche, annunziavano -al popolo che Giovanni, ossia Giacomo da Euse, non era altrimenti -pontefice, ma era anzi un eretico, uno scomunicato, un pessimo omicida; -e che il solo vero e legittimo papa era il saggio, il pio, il virtuoso -Niccolò V. Queste grida potevano sedurre la moltitudine, e piaceva -ai Visconti che ella così fosse persuasa; ma gli uomini un poco -informati non potevano dubitare che il legittimo papa era Giovanni XXII -canonicamente eletto e riconosciuto, vivo e sano, focoso e imprudente -bensì, ma non mai eretico, nè legittimamente deposto. L'affare però era -serio per papa Giovanni, e tale ch'ei facilmente perdeva ogni influenza -sull'Italia, se non piegava a tempo siccome fece, riconciliandosi coi -Visconti, e liberando finalmente i Milanesi dagl'interdetti che da -otto anni erano stati pronunziati. La data del breve è del giorno 15 -settembre 1329, in Avignone[44]: e il mediatore dì questa pace fu il -marchese d'Este. L'imperatore Lodovico fremeva contro Azzone. Venne -colle sue armi sotto Milano; ma egli era troppo indebolito, e nulla -potè occupare. Il Fiamma ci ha trasmesso la cantilena che i Milanesi -dalle mura ripetevano:[45] _die et nocte clamabant in vituperium -Bavari: O Gabrione, ebrione, bibe, bibe, hò, hò, Babii Babo_[46]. -Cosa volessero significare quelle voci ultime, e quel _Gabrione_ non -lo sappiamo. Egli è certo che non si parlava latino, anzi da più di -cinquantanni s'era cominciato anche a scrivere volgare italiano, e -probabilmente il Fiamma ha guastato il senso traducendolo nel suo -barbaro latino. In quell'occasione è probabile che, uscendo i Milanesi -dalla porta Ticinese, abbiano battuti gl'Imperiali; poichè le monache, -le quali sino a quel tempo si chiamavano _le signore bianche sotto il -muro_, cambiarono dappoi il nome, e si chiamarono _Della Vittoria_, -denominazione che attualmente ancora conservano. - -Azzone Visconti, unico figlio di Galeazzo I e di Beatrice d'Este, era -diventato, siccome dissi, vicario imperiale, al prezzo di sessantamila -fiorini d'oro. Ma poichè egli fu rappacificato col sommo pontefice -(da cui non era conosciuto Lodovico per imperatore), il titolo di -vicario eragli di nessun uso; perchè dato da chi non poteva più -considerarsi da Azzone come munito della facoltà di concederlo. Perciò -egli ottenne la signoria di Milano dal consiglio generale della città, -il giorno 14 marzo 1330; e così si ritrovò sovrano e principe senza -contrasto alcuno. Azzone veramente meritava d'essere il primo della -sua patria; e già mentre signoreggiava Galeazzo I, di lui padre, s'era -guadagnato un nome distinto nella milizia, avendo egli acquistato -borgo San Donnino[47], aiutato il Bonacossi a battere i Bolognesi, ed -assistito Castruccio Antelminelli a battere i Fiorentini. Azzone in -quest'incontro non dimenticò di far correre il palio sotto le mura di -Firenze, per bilanciare il trattamento che i crocesegnati fiorentini -avevano fatto, due anni prima, ai Milanesi. Allora fu che egli acquistò -la stima e l'amicizia di Castruccio; il che poi fu cagione per cui egli -e il padre e gli zii riacquistarono, siccome dissi, la libertà. - -Appena si trovò Azzone alla testa d'uno Stato tranquillo, ch'ei pensò -a circondare di mura la città. Le antiche di Massimiano Erculeo, cioè -quelle che sono parallele al sotterraneo condotto delle acque e delle -chiaviche, erano state demolite al tempo di Federico I. Le mura di -Azzone si fabbricarono al luogo medesimo in cui si formò il terrapieno, -ossia il _fossato_, nell'assedio di Barbarossa, e s'innalzarono nelle -parti della città che ancora oggidì chiamansi _Terraggio_, con vocabolo -che nasce dalla barbara latinità, per indicare un terrapieno, ossia un -rialzamento di terra e di legna, ad oggetto di preservare i cittadini -dalle incursioni e dagl'insulti dei nemici. Celebrò Azzone le sue nozze -con Caterina di Savoia, figlia del conte Lodovico, e magnificamente le -celebrò. Azzone stese la signoria sopra Bergamo, Vercelli, Vigevano, -Treviglio, Pizzighettone, Pavia, Cremona e Borgo San Donnino; e ciò nei -primi due anni del suo principato. Indi diventò signore di Como; prese -Lecco; fabbricò il bel ponte sull'Adda, che anche oggidì vi si ammira; -s'impadronì di Lodi e Crema. A lui premeva anche Piacenza, ma ella -era posseduta dal papa, col quale non conveniva di urtare. Francesco -Scotti ambiva d'avere Piacenza, ed Azzone non lo stornò dall'impresa. -L'ebbe Francesco; e allora il Visconti si pose in campo, la tolse -all'usurpatore del dominio pontificio; e così, colla rispettosa -apparenza di vendicare la Santa Sede, riacquistò Piacenza, che Galeazzo -I, suo padre, aveva imprudentemente perduta. Azzone ebbe pure Brescia -in dominio; e mentre così andava dilatando lo Stato, più per dedizione -e per accordi, che per violenza delle armi, egli introduceva nella -città una pulizia ed un ordine sconosciuto nei tempi rozzi precedenti. -Abbellì egli le strade, e sbratolle dalle sozzure; all'acque di -pioggia, che prima le allagavano, diè sfogo con opportuno scolo -nelle cloache; dettò provvide e moderate leggi per la conservazione -dell'ordine civile: tutto insomma fu rianimato dalla cura indefessa di -quel buon principe. - -La gloria e la felicità di Azzone erano un tormento atroce nell'animo -di Lodovico, ossia Lodrisio Visconti, cugino in quarto grado del -principe. Lodrisio era buon soldato; pareva che fosse trasfusa in -lui l'anima orgogliosa e forte di Marco. Già vedemmo come Lodrisio -fosse celato in sua casa da Matteo, nel giorno in cui scoppiò la -sollevazione contro del re Enrico. Veduto pure abbiamo come Matteo -gli avesse dato il comando di Bergamo. Morto che fu Matteo, nessun -caso più si faceva di Lodrisio. Lo Scaligero, signore di Verona, -aveva licenziata una di quelle compagnie militari che prendevano in -quei tempi servizio indifferentemente; e che pronte erano ad uccidere -e devastare dovunque, in favore di chi voleva più pagarle. Lodrisio -assoldò questa truppa, per tentare il colpo di scacciare il cugino, -e collocarsi sul trono. Entrò nel milanese e fece guasto largamente; -e coll'improvvisa intrusione, sbigottì e sorprese. Ma Lodrisio aveva -preso a combattere contro di un principe che era buon soldato e che era -amatissimo da tutti i sudditi. Nobili, popolari, tutti a gara corsero -intorno di Azzone; cercando quanti erano capaci di portare armi, di -combattere volontari per lui. Lodrisio si era attendato a Parabiago, e -la sua armata era composta di duemila e cinquecento militi, ciascuno -de' quali aveva due altri combattenti a cavallo di suo séguito; in -tutto settemila e cinquecento cavalli. Aveva di più un buon numero di -fanti e di balestrieri; il che formava un corpo d'armata poderosa per -quei tempi: uomini tutti veterani e di somma bravura nel mestiero delle -armi. L'armata d'Azzone andò a raggiungere l'inimico, e talmente lo -distrusse, che la giornata 21 febbraio 1339 è notata ancora ai tempi -nostri nei calendari del paese, e se ne celebra la commemorazione. -Dopo lunghissimo conflitto, in cui Luchino Visconti rimase ferito, -più di tremila uomini e settecento cavalli restaron morti sul campo; -duemila e cento cavalli furono presi; e fra i combattenti ben pochi -furono quei che restarono illesi e senza ferita. Tanto ostinata fu la -battaglia in cui, per colmo della vittoria, Lodrisio istesso rimase -prigioniero d'Azzone! Federico I poneva i prigionieri sulla torre -contro Crema, gli faceva impiccare, o per clemenza, loro faceva cavar -gli occhi. Federico II li conduceva nudi, legati a un palo, in trionfo, -poi, trasportandoli nel regno di Napoli, li consegnava al carnefice. -Azzone non incrudelì contro alcuno de' prigionieri; e Lodrisio istesso, -che pure meritava la morte come un suddito ribelle, fu umanamente -trasportato prigioniero a San Colombano. Questa battaglia famosa di -Parabiago viene riferita da due nostri cronisti che allora vivevano; -da Galvaneo Fiamma e da Bonincontro Morigia; i quali, per rendere più -maraviglioso il loro racconto, asserirono d'essersi veduto da molti -sant'Ambrogio che stara in alto, e con una sferza nelle mani andava -combattendo per Azzone Visconti. La chiesa milanese però non adottò -tal visione, e unicamente attribuì alla protezione del santo l'esito -fortunato della vittoria[48]; anzi ora più nemmeno se ne celebra la -messa. Al luogo della battaglia presso Parabiago s'innalzò una chiesa -dedicata a sant'Ambrogio; la quale nel secolo passato fu distrutta, -per edificare la più grandiosa che oggidì vi si osserva. Tutte le -immagini di sant'Ambrogio che hanno la destra armata d'uno staffile, -sono posteriori all'anno 1339, ossia all'epoca della battaglia -di Parabiago. Si cominciò, sulla tradizione di questa visione, a -rappresentare il saggio, prudente e mansuetissimo nostro pastore con -volto furibondo, in atto di sferzare; e si è portata l'indecenza al -segno di rappresentarlo sopra di un cavallo, a corsa sfrenata, colla -mitra e piviale, e la mano armata di flagello in atto di fugare un -esercito, e schiacciare co' piedi del cavallo i soldati caduti a terra. -Il volgo poi favoleggiò e crede tuttavia che ciò significhi la guerra -di sant'Ambrogio cogli Ariani; coi quali il santo pastore non adoperò -mai altre armi che la tolleranza, la carità, l'esempio e le preghiere. -Sarebbe cosa degna de' lumi di questo secolo, se nelle nuove immagini -ritornassimo ad imitare le antiche; togliendo la ferocia colla quale -calunniamo il pio pastore. Nelle monete milanesi da me vedute, le prime -che portano quest'iracondia da pedagogo, sono posteriori di quindici -anni alla battaglia; e le mie di Azzone, di Luchino e di Giovanni hanno -sant'Ambrogio in atto di benedire. Il conte Giulini ne riferisce una -di Luchino collo staffile, ch'ei dice tratta dal museo di Brera[49]: -ora non credo che vi si trovi quella moneta; almeno nel museo di Brera -a me non è accaduto di riscontrarla. Come mai questo fatto d'armi si -rendesse tanto celebre, e come nei giorni fausti siasi tanto distinto -il 21 febbraio, e nessuna menzione trovisi fatta del giorno, ben più -memorando, 29 di maggio, in cui l'anno 1176 venne totalmente battuto -Federico I dai Milanesi; potrebbe essere il soggetto d'un discorso. Nel -primo caso un ribelle che non aveva sovranità o Stati, fu sconfitto da -un principe che dominava dieci città; nel secondo una povera città, che -aveva sofferto i mali estremi, sconfisse un potentissimo imperatore che -avea fatto tremare la Germania, l'Italia e la Polonia. Nel primo caso -si combatte per ubbidire più ad Azzone che a Lodrisio; nel secondo si -combattè per esser liberi, o per essere schiavi. Pare certamente che -meritasse celebrità assai maggiore la giornata 29 di maggio. Ma la -fortuna ha molta parte nel distribuire la celebrità. Ê vero che una -nascente repubblica nel secolo duodecimo non aveva nè l'ambizione nè -i mezzi che poteva avere un gran principe nel secolo decimoquarto, per -tramandare ai posteri un'epoca gloriosa. - -Le dieci città sulle quali dominava Azzone Visconti erano Milano, -Pavia, Cremona, Lodi, Como, Bergamo, Brescia, Vigevano, Vercelli e -Piacenza. Oltre le fabbriche pubbliche, delle mura, de' ponti, delle -strade, questo principe rifabbricò ed ornò, in modo maraviglioso per -que' tempi, il palazzo già innalzato dal di lui avo Matteo I, dove -ora sta la regia ducal corte. Il Fiamma, autore allora vivente, ce -ne dà una magnifica idea. V'era un gran numero di sale e di stanze, -tutte fregiate di assai pregevoli pitture. Il gran salone era sopra -tutto ammirato per le pitture eccellenti; il fondo era d'un bellissimo -azzurro; e le figure e l'architettura erano d'oro. Quel salone -rappresentava il tempio della Gloria, cd è strana la riunione degli -eroi che vi si vedevano dipinti; Ettore ed Attila; Carlomagno ed -Enea; Ercole ed Azzone Visconti. La storia era poco conosciuta in quei -tempi, e le idee della gloria e dell'eroismo non erano chiare. Queste -pitture erano opera del famoso Giotto, che diede vita alla pittura, -giacente da mille anni; e il Vasari ci attesta ch'ei da Firenze venne -a Milano[50], e vi lasciò bellissime opere[51]. È anche probabile che -vi lavorasse Andrino da Edesia, pavese, uno de' più antichi ristoratori -della pittura che viveva in quel secolo[52]. Nè la sola pittura -era premiata e promossa da questo buon principe, tanto più degno di -stima, quanto che allora appena spuntava l'aurora delle belle arti. -Egli invitò e protesse Giovanni Balducci, pisano, esimio scultore per -quei tempi, di cui si può conoscere il valore nell'arca di marmo di -San Pietro martire, poco fa da me ricordata[53]. Col mezzo di questi -artisti, i primi del loro tempo, Azzone abbellì la sua corte, e insegnò -ai nobili un genere di lusso colto ed utilissimo ai progressi delle -belle arti. La torre di San Gottardo è il solo avanzo che ci rimane per -avere un'idea del gusto dell'architettura di Azzone; ed è un pregevole -monumento, singolarmente perchè erano i primi passi che si facevano -dalla somma barbarie al nobile ed elegante modo di fabbricare. Anche -un altro motivo rende quella torre degna d'osservazione; ed è che ivi -Azzone fece collocare un orologio che batteva le ore: macchina allora -affatto nuova e sorprendente, dalla quale prese nome la via delle ore, -come anche in oggi viene chiamata. Anticamente eranvi le guardie per -le strade, le quali colle clepsidre, ovvero cogli oriuoli a polvere, -misurando il tempo, ad ogni ora gridavano, avvisando i cittadini come -ancora si suole nella Germania. Questa macchina ingegnosa, che batte -tanti colpi sulla campana quante sono le ore, fu inventata da un monaco -benedettino, inglese, per nome Wallingford, e posta ad uso pubblico in -Londra l'anno 1325. Ma probabilmente allorchè Azzone la collocò sulla -sua torre, ancora non ve n'era alcuna nell'Italia; poichè il famoso -orologio che fece porre in Padova Giovanni Dondi, per cui la famiglia -acquistò il sopranome Dondi Orologio, vi fu collocato cinque anni dopo -morto Azzone, cioè l'anno 1344; e l'orologio in Bologna si conobbe -dopo che era celebre quello di Padova. Così Azzone aveva rivolto -il lusso e la magnificenza verso gli oggetti che tutti animavano il -paese a illuminarsi, a risorgere, ed avanzarsi al buon gusto ed alla -perfezione. Egli amava le curiosità, e aveva nella corte i serragli -di fiere. Leoni, scimmie, babbuini, struzzi, ec., oggetti tanto allora -più rari, quanto meno in quei tempi era la fratellanza e la sicurezza -tra nazione e nazione. Aveva delle vaste uccelliere, coperte di rame, -come si fa ancora presentemente, e queste popolate da uccelli rari e -di paesi lontani. In mezzo al cortile v'era una magnifica peschiera, -entro della quale dalle fauci di quattro leoni, scolpiti in marmo -con nobile lavoro, sgorgava l'acqua limpidissima ed abbondante; e -quest'acqua, la quale presentemente passa coperta sotto della regia -ducal corte, l'aveva Azzone raccolta da due sorgenti ritrovate fuori di -porta Comasina, nel luogo detto alla Fontana, e per canali sotterranei -l'aveva condotta sino al suo palazzo. S'ingannano coloro che confondono -quest'acquedotto col _Seveso_, colla _Cantarana_ o col _Nirone_. Non -so se presentemente potrebbe quell'acqua sgorgare, come prima, entro di -una peschiera; poichè il suolo, colle ripetute demolizioni e fabbriche -accadute in quel palazzo, si è notabilmente innalzato, come si vide -l'anno 1779, allorquando si abbassò la strada che divide il Duomo -dalla Corte, la quale si era alzata più di tre braccia da che venne -fabbricato il Duomo. Il Fiamma ci racconta che in quella peschiera vi -stavano diversi uccelli acquatici, e che eravi in piccolo formato, da -un canto, il porto di Cartagine, con figurine rappresentanti la guerra -Punica. Ciò basta per dare una idea del gusto di quel buon principe, -il quale terminò i suoi giorni il 16 di agosto dell'anno 1339, senza -lasciare figli. Undici anni soli regnò quell'amabile signore, che -gli autori contemporanei, tutti concordemente ci descrivono di bella -figura, di nobile aspetto, grazioso, buono, giusto, e adorato da' -suoi popoli; che rimasero inconsolabili, dovendo perdere un tanto caro -protettore della patria, nell'età ancor fresca di trentasette anni. Più -di tremila persone vestirono il lutto alla di lui morte. La figura di -questo amato principe si vede nel di lui mausoleo, che trovasi presso -del signor conte Carlo Anguissola, nobilissimo amatore delle belle -arti e dell'antichità della patria. Azzone fu il primo che veramente -fosse sovrano; e laddove nessuno dei Torriani, nè Ottone Visconti, -nè Matteo I, nè Galeazzo I ardirono mai di porre il loro nome nella -moneta; la quale anzi sempre fu coniata o col nome solo di Milano -e di sant'Ambrogio, ovvero coll'aggiunta del nome del re de' Romani -o dell'Imperatore; Azzone pose il suo nome e la biscia nelle monete -milanesi. E in ciò è degna d'osservazione la gradazione tenuta; avendo -io delle monete milanesi di Lodovico il Bavaro coniate sul modello di -quelle di Enrico di Lucemburgo; indi una di Lodovico, la quale ha nel -campo unicamente le due lettere A Z. Fu questo il primo tentativo di -Azzone, in seguito a cui, trascurò poi interamente il nome imperiale, e -sostituì il proprio, apponendovi lo stemma del suo casato. - - - - -CAPITOLO XII. - - _Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della città - sino verso la metà del secolo XIV._ - - -Il consiglio generale di Milano, nel giorno 17 agosto 1339, cioè -nel giorno immediatamente dopo la morte di Azzone, che non lasciò -figliuolanza, proclamò signori di Milano Luchino e Giovanni Visconti, -zii paterni di Azzone, e i soli figli ancora viventi di Matteo I. -Sebbene però a tutti due i fratelli fosse data la sovranità, e che -gli atti pubblici per la maggior parte fossero in nome di entrambi, -realmente però Luchino da solo disponeva d'ogni cosa. Giovanni era di -placido e benigno carattere, e non volle mai contrastare col risoluto e -qualche volta violento Luchino, il quale sapeva ben regolare lo Stato. -I fatti mostrarono poi, quando Giovanni rimase a regnar solo, che nel -partito da lui preso nessuna parte vi ebbero la debolezza o i vizi -dell'animo; ma fu guidato dalla sola ragione e dalla virtù. Alle dieci -città che lasciò Azzone, aggiunse Luchino Asti, Bobbio, Parma, Crema, -Tortona, Novara ed Alessandria; e così divenne signore di diciasette -città, la maggior parte sottomesse colle armi; il che gli rese nemici -il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i signori Gonzaghi, i -Genovesi ed altri Stati d'Italia, sbigottiti dalla forza preponderante -collocata in così breve spazio di tempo nella casa Visconti; poichè -ne' primi tre anni del suo governo Luchino estese a tale ampiezza lo -Stato. Oltre al dominio del marchese d'Este, cui Luchino aveva mosso -guerra, le di lui armi eransi innoltrate fino a Pisa, e costrinsero -i Pisani a chiedere pace, pagando a Luchino centomila fiorini -d'oro, ed obbligandosi a presentargli ogni anno un palafreno con due -falconi in segno d'omaggio[54]: ecco ciò che questo principe fece per -l'ingrandimento del suo Stato. Molto fece egli ancora per mantenere e -introdurre l'ordine sociale nel suo dominio. (1348) Ei preservò Milano -dalla peste l'anno 1348. Egli non volle proteggere veruna fazione; e -Guelfi e Ghibellini indistintamente erano difesi dalle stesse leggi, -e ritrovavano egualmente giustizia. Le strade poi, che per l'addietro -erano infestate da' ladri, divennero sicurissime; per ottener la qual -cosa Luchino si appigliò ad un partito singolare. Prese egli al suo -stipendio i masnadieri medesimi che vivevano in prima saccheggiando -i passaggieri, e da costoro le fece custodire, il che mirabilmente -si ottenne. Oltre i masnadieri, erano saccheggiati i viandanti da -cento angherie che loro imponevano i feudatari nelle giurisdizioni -de' quali conveniva loro di passare; il che sembra una prova di più -delle antiche prepotenze de' nobili sopra de' popolari, delle quali -si è superiormente trattato. Luchino promulgò provvide leggi, che -ebbero per oggetto di preservare i poveri dall'oppressione, sollevare -il popolo dai carichi, assoggettarvi i ricchi, e togliere ai nobili -ogni mezzo d'esercitare impunemente estorsioni e violenze. La politica -di Luchino dispensò la plebe dall'obbligo di servire nelle guerre; -e, coll'apparenza d'un pietoso beneficio, allontanò così il popolo -dal maneggio dell'armi, e piantò l'ordine e la sicurezza pubblica -sotto di un'assoluta monarchia. Vegliava egli sulla esecuzione di -tai regolamenti, ed era severamente punita la prepotenza di chiunque. -Stabilì in Milano un supremo giudice che si nominò _sgravatore_, e nel -latino di quella età _exgravator_: magistrato che si rese celebre in -quei tempi per l'autorità, non meno che pel buon uso a cui l'impiegava. -Questo sgravatore doveva sempre essere un forestiere, e non doveva -avere nè moglie, nè figli, nè parenti in Milano. Anzi si portava la -diffidenza al segno, che non era mai permesso allo sgravatore di andare -a cibarsi in casa di alcuno, ma doveva sempre starsene solo in casa -propria. Il ministero dello sgravatore era di decidere sommariamente -e senza appellazione le querele di coloro che si credessero -indebitamente gravati da qualunque altro giudice, e invigilare sulla -retta amministrazione della giustizia. Il sistema delle strade nel -circondario delle dieci miglia dalla città, che continuò sino ai -giorni nostri, era d'istituzione di Luchino. In conseguenza di tali -regolamenti, col favore della sicurezza pubblica, s'introdusse il -commercio e l'industria. S'incominciarono a piantare a quei tempi in -Milano alcune fabbriche d'oro e di seta[55]. L'agricoltura si rianimò, -e se ne cominciarono a conoscere i raffinamenti. Si perfezionò la -coltura della vite, e si principiò a preparare un vino più delicato, -che chiamavasi _vernaccia_. S'introdussero razze di cavalli e di cani. -La popolazione s'andava accrescendo. I costumi s'ingentilivano; e il -Fiamma, deplorando, con poco giudizio, questi cambiamenti, rimproverava -ai Milanesi dei suoi giorni l'eleganza del vestire, la pompa degli -ornamenti, la squisitezza delle mense e lo studio delle lingue -forestiere: studio il quale fa conoscere che il commercio era già -dilatato in paesi oltramontani. - -Sin qui ho rappresentato in compendio le buone qualità di Luchino, ora -l'imparzialità storica mi obbliga a dirne ancora i vizi. Francesco -Pusterla, nobile ed onorato cittadino non solo, ma uno dei più -amabili, più ricchi e più splendidi signori di Milano, aveva in -moglie la signora Margherita Visconti, parente del sovrano, donna -di esimia grazia e bellezza. Luchino pensò di sedurla, come aveva -fatto a Piacenza colla signora Bianchina Landi il di lui fratello -Galeazzo I; ma trovò la fedeltà istessa e lo stesso amore verso lo -sposo anche nella virtuosa Margherita. La tela era già ordita per -far soffrire a Luchino il destino medesimo di Galeazzo; se non che il -cauto e sospettoso Luchino fu pronto a scoprirla e lacerarla. Tutto -era disposto per discacciare con una rivoluzione questo principe -dal suo trono, e si dubita che i di lui nipoti Matteo, Barnabò e -Galeazzo fossero complici. Ma Luchino prese talmente le sue misure, -che Francesco Pusterla, fautor principale della congiura, appena ebbe -tempo bastante di salvarsi colla fuga e di ricoverarsi presso del -papa in Avignone. Fin qui si vede un vizio di questo principe; ma -in seguito si manifesta un'iniquità bassa ed atroce. Non risparmiò -spesa o cura Luchino per attorniare in Avignone istesso il Pusterla -d'insidie e di consiglieri, i quali, con simulata amicizia, lo -animassero a ritornare nell'Italia, persuadendogli che presso dei -Pisani avrebbe trovato un sicurissimo asilo, e si sarebbe collocato più -vicino alla patria per rientrarvi ad ogni opportunità. Furono tanto -moltiplicati i consigli, e tanto apparenti le ragioni, che alla fine -il Pusterla si arrese, s'imbarcò, e per mare si trasferì a Pisa; ove -arrestato venne dai Pisani, che temevano le armi di Luchino, e a lui -fu consegnato. Francesco Pusterla, trasportato a Milano, terminò la -sua vita coll'ultimo supplicio. Un gran numero de' suoi amici diedero -al popolo lo stesso spettacolo; e quello che rese ancora più crudele -la tragedia, si fu che la nobile e virtuosa Margherita dovette, al -paro degli altri, finire nelle mani del carnefice. Il luogo in cui -si eseguì la carneficina fu al Broletto Nuovo, cioè alla piazza de' -Mercanti, dalla parte ove alloggiava il podestà, ed ove vedesi la -loggia di marmo delle scuole palatine collo sporto in fuori, da dove -solennemente il giudice pronunziava le sentenze di morte. I nobili -venivano ivi su quella piazza abbandonati all'esecuzione: all'incontro -i plebei erano trasportati fuori di porta Vigentina al luogo del -supplicio. L'industriosa sagacità adoperata da Luchino per cogliere -nell'insidia il Pusterla, potrebbe essere una lode per uno sbirro o un -bargello, ma è una macchia che disonora un sovrano. La crudeltà poi -di far condannare all'orrore del supplicio una donna amata, in pena -della sua virtù, è una macchia ancora più obbrobriosa e vile. Luchino -esiliò dallo Stato i tre suoi nipoti, figli di Stefano, cioè Matteo, -Barnabò e Galeazzo. La ragione di Stato forse giustificava un tal -rigore, singolarmente dopo i sospetti di loro complicità nella congiura -dell'infelice Pusterla. Pretendono alcuni che Galeazzo, il nipote, -fosse anche troppo intimamente unito alla signora Isabella Fieschi, -moglie di Luchino, e che il bambino ch'ella partorì, ebbe il nome di -Luchino Novello, per questa cagione insieme colla madre vedova passasse -poi a Genova, e non entrasse mai nella serie de' nostri principi. -Avrà avute quel sovrano le sue buone ragioni per tenersi lontani i -nipoti; ma le insidie colle quali incessantemente li perseguitava nei -paesi lontani, la miseria e la povertà nella quale gemevano sempre -raminghi, sconosciuti ed erranti (ora nella Francia, ora nella Germania -e persino nella Palestina, ove Galeazzo fu creato cavaliere del Santo -Sepolcro), son prove d'un animo niente generoso, ma anzi vendicativo -e crudele. Il Corio ci dice come Luchino «aveva obtenuto che 'l papa -haveva declarato che Barnabò e Galeazzo suoi nepoti, per lui relegati -ale confine come suspecti de la fede, violatori de la pace, perjuri e -detestandi, non puotessino contrahere matrimonio, e morendo manchassino -de ecclesiastica sepultura, ne che imperatori ne re con epsi -potessino havere confederazione, dil che tri jurisperiti, difendendo -li prenominati fratelli, si appellarono de tanta nephandissima -declaratione alo imperatore[56]». E in fatti era cosa evidente che, -volendosi dividere la signoria d'Azzone, i tre fratelli Matteo, Barnabò -e Galeazzo avrebbero dovuto per giustizia possedere la porzione di -Stefano, loro padre e fratello di Luchino e di Giovanni; e può darsi -che l'ingiustizia che provavano, essendo esclusi nella divisione, fosse -l'origine di questi guai. Gli avvenimenti sono lontani da noi, e non ci -sono noti che per quel poco che alcuni ce ne hanno tramandato. L'indole -di Barnabò e di Galeazzo era perversa, come dimostrarono poi; quindi -Luchino avrà forse avute delle ragioni colle quali giustificarsi. - -L'occasione della morte di Luchino la riferirò colle parole istesse -di Pietro Azario.[57] _Voverat autem praedicta domina Elisabeth, ejus -uxor, visitare ecclesiam Sancti Marci in Venetiis, ut dicebat. Cui -itineri dominus Luchinus annuit. Et sociata multis proceribus utriusque -sexus, iter arripuit, et tamquam imperatrix et cum maximis dispendiis -et curia pubblicata, recepta fuit in Verona per dominum Mastinum. -Complevitque iter suum, et dicitur etiam voluntatem suam complevisse -circa coitum; et aliae sociae suae de majoribus Lombardiae fecerunt -illud idem. Propterea multa scandala sequuta sunt. Sed quia amor et -tussis nequeunt celari, nec aliquod tam occultum, quod non reveletur, -quum ipsa rediisset, dominus Luchinus scivit et audivit de gestis. -Sed tamquam sapiens curavit dare ordinem de vendicta. Et quia una die -dixit, quod in brevi facturus erat in Mediolano majorem justitiam, quam -umquam fecisset, cum pulchro igne, praedicta ejus uxor percepit quod -ipsa erat in justitia; illa intellecta, propter commissa cum persona, -non poterat se excusare a praedictis, sicuti alias excusaverat. -Qualiter autem processissent negotia, ignoratur, nec scribitur. Sed -dominus Luchinus vindictam illam facere non potuit propter defectum -vitae_[58]. (1349) Così Luchino Visconti si trovò improvvisamente morto -il giorno 24 di gennaio 1349, all'età di cinquantasette anni, dopo di -avere signoreggiato nove anni ed alcuni mesi. L'Azario non dice che la -moglie lo avesse avvelenato, ma con un verso conclude: - - _Nam nulli tacuisse nocet: nocet esse locutum._[59] - -Ei ci descrive Luchino così:[60] _Austerus homo visu et opere erat, -parcus in promittendo, largus in attendendo._ Sotto il principato -di lui in Milano crebbe notabilmente la popolazione, la ricchezza e -l'industria; e non poteva a meno che ciò non accadesse in una metropoli -mantenuta in pace, situata in un fertilissimo terreno, sotto un -sovrano che proteggeva e vegliava su i poveri e popolari, contenendo -i potenti, che manteneva l'ordine pubblico e il facile corso alla -giustizia: essendo la sede d'un principe che dominava diciassette -città del contorno. Il carattere di Luchino è un misto di buone e di -cattive qualità: cuore insensibile e mente illuminata per governare, -unita a forza d'animo e valor personale, il che può formare un fausto -principato, non mai un principe buono o grande; qualità generose, che -hanno sempre per base un cuore buono. Le lacrime sparse alla morte -d'Azzone erano un encomio per il principe trapassato, e un biasimo -preventivo per quello che subentrava; simili desolazioni pubbliche si -voglion sempre dividere per metà. Luchino in fatti fu sommamente temuto -per la sua risolutezza, per la sua implacabile severità e per la sua -profonda dissimulazione - - _Ostendebat de paucis curare et de multis curabat,_[61] - -dice l'Azario. - -Giovanni Visconti, figlio di Matteo I, fino dall'anno 1317 era stato -canonicamente eletto arcivescovo di Milano; ma il papa, al quale -dava non poco fastidio la rapida fortuna dei Visconti, di propria -autorità nominò e consacrò un altro arcivescovo, e fu, siccome dissi, -il francescano frate Aicardo; il quale visse sempre ramingo ed esule -dalla sua chiesa, dove appena potè ricoverarsi un mese prima della sua -morte, accaduta nel 1339. Allora di bel nuovo gli ordinari elessero -per la seconda volta Giovanni Visconti. I tempi erano mutati, e -quantunque Giovanni avesse accettata la dignità di cardinale della -chiesa romana dall'antipapa Nicolò V (dignità ch'ei però aveva deposta -al riconciliarsi che fecero i Visconti col papa), Clemente VI lo -riconobbe e preconizzò arcivescovo l'anno 1342. Giovanni, il giorno -17 di agosto 1339, era già stato dichiarato signore di Milano dal -consiglio generale, insieme col fratello Luchino; quindi, dopo la -morte di questi, non v'ebbe bisogno di nuova elezione per dargli la -signoria; onde egli, senza altra cerimonia, venne da ognuno obbedito. -Si trova però un decreto memorabilissimo, fatto dal consiglio generale, -verosimilmente in questo tempo; poichè, oltre al confermare il dominio -all'arcivescovo Giovanni, il principato, che sino a quel giorno era -stato elettivo, si stabilì ereditario. Tale decreto leggesi in un -antico codice segnato A, che si conserva nell'archivio del reale -castello, segnato n.º 1, pag. 11. Ecco le di lui parole:[62] _Quod -praefatus magnificus et excelsus dominus Johannes, filius quondam -bonae memoriae domini Matthei de Vicecomitibus et post ejus domini -Johannis decessum, eo modo, quilibet alius masculus descendens per -lineam masculinam et ex legitimo matrimonio ex praefato quondam domino -Matthaeo de Vicecomitibus sit et sint perpetuo verus et legitimus et -naturalis dominus, et veri et legitimi et naturales domini civitatis -et totius districtus et dioecesis et jurisdictionis Mediolani._ Questo -decreto ivi è mancante e del principio e del fine. Forse vi erano -delle condizioni colle quali veniva moderata la perpetua sovranità; -anzi è assai probabile che il consiglio non volesse privarsi del -prezioso diritto dell'elezione, senza una reciproca ricompensa che -assicurasse la immutabile conservazione dei privilegi del consiglio -medesimo. Ma questo archivio, stato custodito dai sovrani che in -séguito signoreggiarono, non poteva essere un sicuro deposito di -simile documento, in quella parte che avrà limitata la sovranità. Il -consiglio, composto di cittadini che non erano stati nominati nei -comizi generali, ma dal principe istesso, ovvero da un podestà che -gli era subordinato, non poteva obbligare la città, la quale non era -rappresentata dal consiglio, se non illegalmente. E quand'anche i -consiglieri poi avessero una legittima rappresentanza, non potevano -conferire ad altri, se non quanto era in dominio della città medesima. -La suprema sovranità dell'Impero, per diritto, sussisteva; e la pace di -Costanza l'aveva definita centosessantasei anni prima. Onde quest'atto -non poteva confidare ai Visconti se non quella porzione della -sovranità che, in vigore di quella pace, era rimasta alla città; cioè -i tributi, l'elezione dei magistrati, la guerra e la pace; ma non mai -toglierci l'appellazione all'imperatore, nè il vassallaggio stabilito -nell'anzidetta pace. - -Appena l'arcivescovo Giovanni rimase solo alla testa dello Stato, -ognuno dovette conoscere che la passata sua non curanza del governo -certamente non nasceva da mancanza di talento per governare, nè -da indifferenza per la gloria, nè da insensibilità per il pubblico -bene. Il virtuoso principe cominciò il suo regno col far la pace coi -vicini; col conte di Savoia, coi Gonzaghi, col marchese di Monferrato -e coi Genovesi, posti prima in armi per le invasioni che Luchino -aveva fatte, dilatando lo Stato proprio a danno loro. Assicuratosi -così d'un pacifico dominio, la natura e l'indole sua benefica lo -portarono a terminare la miseria degli esuli nipoti. Matteo, Barnabò -e Galeazzo furono richiamati dall'esilio ed accolti come a principi -si conveniva. Diede Regina della Scala in moglie a Barnabò, e Bianca -di Savoia a Galeazzo; e festeggiò quelle nozze illustri con pompe ed -allegrezze pubbliche; fra le quali vi furono dei tornei d'una nuova -foggia, cioè colle selle alte, usanza che Barnabò aveva insegnata, -seguendo la costumanza da lui imparata nella Francia. Oltre lo stato -signorile e lieto al quale fece passare i nipoti, quel magnanimo -arcivescovo si risovvenne di Lodrisio Visconti, che, dopo la battaglia -di Parabiago, da più di dieci anni languiva in carcere, e lo rese -libero. L'anima grande e generosa di Giovanni non dava luogo a quelle -diffidenze e sospetti che dominavano nel cuore di Luchino. (1350) -Appena un anno era passato da che Giovanni reggeva lo Stato, esteso -sopra diciassette città, quale glielo aveva lasciato Luchino, che -egli, senza umano sangue e senza pericolo, fece un insigne acquisto; -e col mezzo di duecentomila fiorini d'oro sborsati a Giovanni -Pepoli, comprò il dominio della città di Bologna l'anno 1350[63]. -Prevedeva però il sovrano arcivescovo che questa importantissima -addizione non poteva accadere senza forti contrasti, singolarmente -per parte del papa, il quale, sebbene domiciliato in Avignone, sempre -stava vigilante sull'Italia; e se tollerava che il Pepoli, piccolo -principe, e che facilmente poteva superarsi, dominasse Bologna, non -così tollerante doveva essere poi, passando quella a incorporarsi -nella potente dominazione dei Visconti. In fatti Clemente VI mandò -un ordine all'arcivescovo Giovanni, acciocchè, entro lo spazio -di quaranta giorni, dovesse restituire Bologna alla Santa Sede; -minacciando in caso di contumacia di volerlo scomunicare, insieme ai -nipoti suoi quanti erano, e porre all'interdetto tutti i popoli del -suo dominio[64]. (1351) Giovanni non si cambiò per questo, nè pensò -di abbandonare Bologna; onde il giorno 21 di maggio dell'anno 1351 il -papa scomunicò l'arcivescovo e i tre nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo, -e pose l'interdetto su tutte le diciotto città dei Visconti[65]. Il -Corio ci racconta come «il pontefice, sdegnato contra di lui per la -presa di Bologna, havendo questa città interdicta, li destinò uno -legato, il quale con somma humanità dal Presule fu ricevuto. Duoppo -li expuose per parte del summo sacerdote che a Santa Chiesia volesse -restituire Bologna, e che anche dil suo dominio una cosa facesse, e -che il spirituale o che il temporale solo administrasse: la qual cosa -intendendo Giovanne respuose che la proxima domenica nel magiore templo -de Milano li darebbe conveniente risposta, dove il deputato giorno -convenendosi ogniuno, Giovanne con grande solennitate celebrò la messa, -la quale essendo finita, in cospecto dil populo, il legato, secundo -l'ordine dato un'altra volta replicò l'ambasciata dil pontefice, onde -dappoi il magnanimo arcivescovo evaginò una lucente spada quale haveva -a lato, e da la mano sinistra pigliò una croce dicendo: questa è il -mio spirituale, e la spada voglio che sia il temporale per la difesa -di tutto il mio imperio; e non con altra risposta il legato tornando -al pontefice referì quanto da lo arcivescovo Giovanne haveva havuto». -Siegue poscia il Corio medesimo a narrarci come, essendo il papa sempre -più irritato ed animoso contro dell'arcivescovo Giovanni, lo citasse -a comparire in Avignone; e che l'arcivescovo Giovanni, preparato già a -comparirvi col séguito di dodicimila cavalli e seimila fanti, venisse -poi dispensato dal papa istesso dall'intraprendere il viaggio, e si -accomodasse in tal guisa pacificamente ogni cosa. Anche il Giovio e -il Ripamonti raccontano questi fatti. Il Muratori ed il conte Giulini -non prestano in ciò fede al Corio. Sono però gli autori d'accordo -nell'asserire che la scomunica e l'interdetto vennero pubblicati, e che -la riconciliazione si fece ben tosto, ritenendo il Visconti Bologna in -qualità di Vicario della Santa Sede. Fra le mie monete patrie una ne -ho d'oro, valore d'un gigliato, di Bologna, colla biscia Visconti, che -credo battuta in questi tempi. - -(1353) Bologna erasi acquistata senza pericolo e senza sangue; e -senza sangue o pericolo l'accorto Giovanni acquistò un'altra non -meno cospicua città, cioè Genova, l'anno 1353, ed ecco come. Erano i -Genovesi impegnati sventuratamente a guerreggiare contro de' Veneziani, -collegati col re Pietro di Aragona. Erano stati malamente battuti -da quelle forze preponderanti i Genovesi. Le loro navi erano quasi -distrutte; e Genova si trovava bloccata dalla parte del mare; e per -terra ancora, dalla parte di ponente, custodita dagli Spagnuoli; per -modo che non le rimaneva altra via per ottenere i viveri, che già -mancavano, se non dalle terre possedute da Giovanni arcivescovo. Proibì -questi che nè da Alessandria, nè da Tortona, nè da Piacenza, nè dalla -Lunigiana, nè da veruna altra parte del suo Stato venisse portato alcun -alimento ai Genovesi; e così, anzi che perire o cader nelle mani de' -loro nemici, quei cittadini presero il solo partito che loro rimaneva -offerendo a Giovanni la signoria della loro città. Quest'offerta -venne accettata ben presto, e il nuovo principe, nel mese di ottobre -del 1353, prendendo solennemente possesso di quella illustre città; -v'introdusse al momento l'abbondanza e la gioia. Così aggiunse Giovanni -al suo Stato la decimanona città, e diventò padrone di un porto di -mare. Ciò fatto spedì quel principe a Venezia degli ambasciatori, -acciocchè cessassero i Veneziani di offendere Genova, divenuta cosa -sua. I Veneziani, i quali già dovevano vedere con sospetto la potenza -preponderante del Visconti, non vollero ascoltare discorso di pace. -(1334) Giovanni fece allestire una poderosa armata navale, la quale -lasciò il porto di Genova, spiegando al vento del mare, per la prima -volta, le insegne della vipera; e seppe così bene farsi rispettare, -che bruciò Parenzo, città marittima dell'Istria soggette ai Veneziani, -indi battè la flotta veneziana presso Modone, sulle costiere della -Grecia[66]. Quando, ventisei anni prima, Giovanni Visconti trovavasi -coi fratelli nel carcere orrendo di Monza, chi avrebbe mai potuto -prevedere ch'ei dovesse un giorno rappresentare sul teatro del mondo -il personaggio che vi sostenne poi! Chi mai avrebbe potuto accostarsi -all'orecchio di Matteo, mentre vivea da povero privato in Nogarola, -e dirgli: Tu sarai sovrano, e da qui a quarant'anni i figli tuoi -domineranno un principato che potrà nominarsi un regno: Bologna, -Parma, Piacenza, Cremona, Crema, Bergamo, Brescia, Como, Milano, Lodi, -Pavia, Vigevano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Asti, Genova -e Bobbio; dicianove città! L'Ente Supremo regge gli avvenimenti. Il -saggio impara ad adorarne i decreti; si tiene modesto nella prospera, e -fermo nell'avversa fortuna. - -Se Azzone aveva invitato, siccome ho detto, i migliori artisti, e gli -aveva condotti a Milano, Giovanni vi accolse e vi onorò sommamente il -più dotto ed elegante letterato di quel secolo, Francesco Petrarca. -Egli venne a Milano l'anno 1353 per vedere la città; e l'arcivescovo -Giovanni, sensibile al merito, lo onorò tanto, che lo indusse a -fissarvi la sua dimora. Il buon principe era magnifico e sociale. La -corte era aperta agli uomini di merito, nazionali o forestieri. Egli -amava la società della mensa; e tanto crebbe presso di lui la stima del -Petrarca, che lo fece sedere nel suo consiglio, e lo spedì a Venezia -suo ambasciatore all'occasione detta poc'anzi. Petrarca, nelle sue -lettere si esprime che egli amava in Milano gli abitanti, le case, -l'aria, i sassi, non che i conoscenti e gli amici. L'unica figlia sua -la maritò in Milano a Francesco Borsano; e la tenerezza che egli aveva -per quella e per il figlio adottivo Borsano, ch'egli poi istituì suo -erede, gli rendevano caro questo soggiorno come una nuova sua patria. -Scrivendo Petrarca della prepotente influenza del clima, oggetto -sviluppato nel nostro secolo dall'immortale Carlo Secondat, ma non -intentato dal Petrarca, ei così dice de' Milanesi:[67] _Totam praeterea -Rheni vallem colonis ab Augusto missis habitatam invenio; verum haec -sedium mutatio non patriam ad quam pergitur, sed pergentes immutat. -Itaque et Galli in Asiam, Asiani, et Itali in Phrygiam profecti, -Phryges, et post Troyae excidium in Italiam reversi, Itali iterum -facti sunt. Sic nostri, in Galliam vel Germaniam traslati, naturam -illarum partium imbiberunt moresque barbaricos, et Mediolanenses, a -Gallis conditi atque olim Galli, nunc mitissimi hominum, nullum servant -vestigium vetustatis; ita vis coelestis humana moderatur ingenia_[68]. -Petrarca aveva tanta passione per l'Italia, che potevasegli imputare -a ragione la ingiustizia colla quale detestava i costumi oltramontani; -dal che però ne risultava una lode esimia ai Milanesi. Egli alloggiava -dicontro a Sant'Ambrogio; anzi nel suo testamento, pubblicato nelle -opere sue, ordinò d'essere ivi tumulato, qualora fosse morto in Milano. -Questo testamento lo fece in Padova l'anno 1370. Aveva Petrarca una -piccola villa, poco discosta dalla città, nelle vicinanze della Certosa -di Garignano; e quel casino solitario lo chiamava _Linterno_, col -nome della villa di Scipione Africano; comunemente poscia acquistò -nome _l'Inferno_, parola più nota della prima. Si dice che Giovanni -Boccaccio, per amore del suo amico Petrarca, vivesse qualche tempo con -lui in Milano, e al suo Linterno. Si dice ancora che, dopo la morte -Giovanni arcivescovo, cadendo la signoria di Milano nelle mani de' -tre figli di Stefano, Matteo, Barnabò e Galeazzo, Petrarca recitasse -l'orazione inaugurale nella chiesa maggiore, ove celebravasi la -funzione di consegnar loro il dominio; e che un impudente astrologo, -ad alla voce gridando, lo interrompesse asserendo che in quel momento -i pianeti erano faustamente collocati; e non si doveva perderlo, per -non avventurare la prosperità del nuovo governo. Si pretese anzi, -che, essendosi consegnato il bastone del comando a Matteo fuori -del tempo, da ciò ne accadesse poi il misero e presto suo fine. -La credulità e l'ignoranza erano certamente grandi a quei tempi; e -alcuni pochi uomini illuminati non bastavano a sgombrarla sì tosto dai -popoli, che le avevano ereditate dalla lunga notte de' barbari secoli -precedenti. Petrarca fu da' Visconti spedito ambasciatore al re di -Francia Giovanni, ed all'imperatore Carlo IV, che trovavasi in Praga, e -tanto venne considerato il di lui merito, ch'egli stesso fu trascelto -all'onore di levare al sacro fonte il primogenito che nacque dalle -nozze di Barnabò, e in quella occasione compose il _Genethliacon Marci -Mediolanensium principis_, che così comincia: - - _Magne puer, dilecte Deo, titulisque parentum_ - _Praefulgens, populis olim venerande superbis,_ - _Sit modo vita comes, teneris sit spiritus annis;_ - _Expectate diu nobis, patriaeque patrique,_ - _Laete veni, vitaeque viam foelicibus astris_ - _Ingredere, et rebus gaudens accede secundis;_ - _Te Padus expectat dominum, etc._[69] - -poi, dopo di aver descritti i fiumi del vasto di lui Stato, passa a -fargli dono d'una coppa d'oro co' versi seguenti:[70] - - _Quum tamen egregius vivendo adoleverit infans,_ - _Hanc habeat pateram, et roseo bibat ore jubeto:_ - _Parva decent parvos: minimus sum, maximus ille,_ - _Parva sed est aetas, lucis nova limina nuper_ - _Attigit, et coelum trepido suspexit ocello;_ - _Aetati, non fortunae, munuscula dantur_ - _Apta suae, ludet, nitido mulcente metallo;_ - _Spernet idem ex alto fuerit dum plenior aetas,_ - _Et rutilam terre faecem sciet esse profundae._ - _At fortasse sibi tunc carmina nostra placebunt;_ - _Perleget, et secum, sacro dum fonte levabar._ - _Tanto humilem excelsus genitor dignatus honore est_[71]. - -Probabilmente Petrarca (che non poteva stare in Firenze, sua cara -patria, immersa nelle fazioni), disingannato dai viaggi fatti nella -Francia e nella Germania, non avrebbe mai più abbandonato il nostro -paese, dove vivea ammirato da ognuno e distintamente onorato dai -sovrani, e dove aveva stabilmente collocata la figlia, e creatasi una -famiglia per adozione, se il disastro spietatissimo della pestilenza, -che desolò Milano, non lo avesse costretto a rifugiarsi altrove.[72] -_Mediolanum, urbem Ligurum caput et metropolim,_ dice egli, _usque -ad invidiam hactenus horum nesciam laborum, et coeli salubritate, -et clementia, et populi frequentia gloriantem, sexagesimus primus -annus et vacuam fecit et squallidam_[73]. Galeazzo II molto si regolò -col consiglio del Petrarca e nel formare la biblioteca, che radunò -in Pavia, e nel piantarvi gli studi dell'Università. È celebre la -distinzione che gli venne fatta in Milano, quando, nella pompa delle -nozze di Violanta Visconti, Galeazzo II volle che Petrarca sedesse -commensale, insieme collo sposo Lionetto, figlio di Edoardo III re -d'Inghilterra. - -Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano e di altre diciotto -città, fra le quali Genova e Bologna, cessò di vivere il giorno 5 -di ottobre dell'anno 1354, dell'età di sessantaquattro anni, dopo -d'aver regnato sei anni appena; poichè il tempo in cui comparve ch'ei -correggesse con Luchino non può contarsi, tanto poco s'immischiò -egli allora negli affari dello Stato. Giovanni fu un principe umano, -benefico, giusto, liberale, fermo e d'animo signorile, e merita un -luogo fra i buoni principi vicino ad Azzone. Il tumulo di lui si vede -nel coro della Metropolitana. - -Milano, nei ventiquattr'anni nei quali regnarono Azzone, Luchino e -Giovanni, i primi che apertamente si dichiararono sovrani, battendo -moneta col loro nome, godette la pace, e provò alfine i beni -dell'ordine sociale e della civile sicurezza. I Milanesi abbandonarono -il mestiere dell'armi, e si rivolsero a più miti e più industriosi -pensieri, alla mercatura cioè, alla coltivazione delle arti e delle -terre. La popolazione e la ricchezza crebbero in proporzione, e -qualche coltura appresero gl'ingegni, onde questi oggetti meritano -dilucidazione. - -La prima epoca del risorgimento dell'agricoltura milanese io la -trovo nel blocco che Federico I pose intorno della città; allorquando -fece devastare le piante e le campagne, ed atterrare i boschi che ci -stavano intorno. Il bene è sempre figlio del male. Liberati che fummo -da quel nemico terribile, poichè la libertà civile fu cimentata colla -lega lombarda, si dovettero ridurre a coltura i boschi incendiati; -unico mezzo per cui i proprietari, ai quali non rimaneva più legna -spontanea, non ricavassero qualche profitto dal loro fondo. Infatti -verso quei tempi pensarono i Milanesi a promovere l'irrigazione, a -fecondare i loro campi colle acque, e si scavarono il Tisinello e la -Muzza; il primo verso l'anno 1179, e l'altra l'anno 1220[74]. Indi -il Tisinello venne allungato sino a Milano verso la metà del secolo -decimoterzo, cioè l'anno 1257; operazioni tutte le quali non ebbero -allora per oggetto la navigazione, ma bensì la semplice irrigazione -delle terre. Io ho per qualche tempo creduto che i Milanesi, ritornati -dalle crociate, avessero portata dall'Egitto nella loro patria la -coltura del riso, e che questi scavi di canali e questa diramazione -di acqua sulle terre venissero fatti a tal fine. Ma ho poi dovuto -essere convinto che la coltivazione del riso presso di noi è di -molto posteriore a quelle opere pubbliche; e ne serve d'invincibile -prova la tassa che il tribunale di Provvisione faceva delle droghe; -e quella singolarmente che ha pubblicata l'esattissimo nostro conte -Giulini[75], ove scorgesi che il giorno 18 aprile 1386 venne ordinato -che gli speziali e i droghieri non possano vendere il riso più che a -dodici imperiali la libbra. Questo decreto trovasi nell'archivio del -tribunale di Provvisione, d'onde l'ha tratto il chiarissimo autore. Se -il riso fosse stato, come oggidì, un prodotto della nostra agricoltura, -non sarebbesi venduto dagli speziali droghieri. Il prezzo poi di un -soldo per libbra (avuto ragguaglio alla moneta di quei tempi) lo mostra -ancora con maggiore sicurezza, anche paragonandolo alla tassa del mele -sottile e fino, che in quel medesimo decreto viene fissato ad un terzo -meno del riso, cioè ad imperiali otto la libbra. Quest'irrigazione -adunque serviva ai soli prati, e forse allora il clima di Milano era -più salubre di quello che ora non è; da che si è ogni anno sempre -più dilatata l'irrigazione, ed introdotta singolarmente la coltura -dei risi; e perciò il Petrarca, fra le qualità che rendevano allora -pregevole Milano, vi pose _coeli salubritate_, come poco anzi si è -veduto. La nostra agricoltura ci produceva, siccome ho già altrove -indicato, varie sorta di grani, frumento, segale, miglio, seligine, -orzo, scandella. La coltura parimenti del lino e delle viti è -antichissimo presso di noi. I prati si andavano moltiplicando, perchè -s'erano introdotte razze di cavalli, e il lusso aveva dilatato il -bisogno di questi tanto utili e generosi animali. Se poi tanto grano -si raccogliesse quanto occorreva al nutrimento del popolo, non è così -facile il deciderlo; poichè in una concordia che si fece fra i nobili -e i popolari, l'anno 1225, venne pattuito fra gli altri articoli, che -il comune di Milano dovesse ogni anno far venire da paese estero de' -grani, pel valore di seimila lire di terzoli. Il che non saprei se -debbasi considerare come una forzata compiacenza de' nobili terrieri -verso di un error popolare, come inclina a crederlo il nostro conte -Giulini[76]; ovvero come una prudente precauzione, in tempi ne' quali -questo commercio era vincolato. Parmi che se le terre fossero state -bastantemente feraci di grano, si sarebbe dalla plebe domandata, non -l'introduzione del grano estero, ma del più vicino e nazionale, per -assicurare l'alimento alla città. Generalmente si mangiava in Milano -pane di mistura; e l'anno 1355 vi era in tutta la città un forno solo -che fabbricasse il pane bianco di puro frumento; pane che allora era di -lusso; e questo forno privilegiato chiamavasi _il prestino dei Rosti_, -ed era vicino alla piazza dei Mercanti[77]. È bensì vero che l'uso -di servire con pane di frumento puro e bianco, nei pranzi d'invito, -era anche un secolo prima conosciuto presso di noi; e ne fa prova -una sentenza favorevole ai canonici di Varese, pronunziata l'anno -1248, in cui venne condannato un beneficiato a dar loro la domenica -avanti Natale un pranzo composto,[78] _videlicet, panis frumentini -boni et bene cocti et albi, et vini boni, et puri ad sufficentiam -et capponorum, videlicet unum inter duos plenum, et carnium bovis et -porci cum bonis piperatis, videlicet frustum unum, sive petiam bovis -competentem et bonam inter duos; ed aliud frustum seu petiam porci -cum bonis piperatis inter duos, et frustum, sive petiam unam carnis -porcinae assatae, sive rostitae cum paniciis inter duos; et hec omnia -ad sufficientiam, secundum quod decet, praestet singulis annis_. La -carta si conserva nell'archivio della collegiata di Varese, e l'ha -pubblicata l'erudito nostro conte Giulini[79]. Verso la fine dei -capitolo sesto ho ricordato un altro pranzo, preteso un secolo prima, -da altri canonici, i quali chiedevano _lombulos con panitio_; ora si -trattava _cum panitii_. Potevano forse essere pagnotelle più fine, di -mero fiore di farina apprestate sul finir della mensa. _La piperata_ -si è veduta nominata in quella carta del 1148, si vede in questa del -1248, si usava ai tempi del Corio; e l'abbiamo anche oggidì scritta -nella tariffa della mercanzia, col tributo di trentasei soldi e mezzo -per ogni rubbio, sebbene ora non sappiamo più cosa ella si fosse. Io la -crederei una salsa stimulante, e in cui entrava singolarmente il pepe, -simile a quella che ora adoperiamo colla senape. - -Il Fiamma, che viveva appunto ai tempi di Giovanni arcivescovo, ci -lasciò un'idea della ricchezza e del lusso di quel tempo:[80] _Nunc -vero in praesanti aetati priscis moribus superaddita sunt multa -ad perniciem animarum irritamenta: nam vestis praetiosa, et ornatu -superfluo circumtecta per totum; in ipsis vestibus, tam virorum quam -mulierum, aurum, argentum, perlae inseruntur. Frixa latissima vestibus -superinducuntur. Vina peregrina, et de partibus ultramarinis bibuntur: -cibaria omnia sunt sumptuosa: magistri coquinae in magno praetio -habentur_[81]. Lo stesso Fiamma ci attesta che in Milano al suo tempo -eranvi delle manifatture assai perfette e stimate al di fuori, e fra -le altre vi si lavoravano gli elmi, le corazze e tutte le armature di -ferro,[82] _speculorum claritatem excedentes. Soli enim fabri loricarum -sunt plures centum, exceptis innumerabilibus subjectis operariis_; e di -queste nostre manifatture, dice quell'autore, che ne somministravano a -tutta l'Italia non solo, ma se ne trasportavano per sino ai Tartari ed -ai Saraceni. Questa manifattura, di cui troviamo la materia ne' monti -vicini, si mantenne per molto tempo in Milano, e vediamo nell'estratto -fatto poi, all'occasione del censo, dai libri delle gabelle dell'anno -1580, che si considerarono, dal ragionato dall'estimo Barnaba -Pigliasco, da Milano trasportate agli esteri: armature di cavalli N. -100, a lire 55. 10, lire 5650; armature di fante N. 390, a lire 33. -15, lire 13,162. 10. Il Fiamma pure ci attesta che le nostre razze -de' cavalli erano della maggiore altezza e forza; e tali dovevano -appunto ricercarsi nel secolo in cui dovevano portare alla guerra -gli uomini tutti coperti di ferro, e talvolta gli arnesi istessi del -cavallo erano del metallo medesimo, per assicurarlo dalle ferite. De' -cavalli nostri ne facevano smercio assai nella Francia, a quanto ci -attesta quell'autore contemporaneo; e tale era probabilmente il frutto -dell'irrigazione estesa, e de' nostri prati. Oltre questi due articoli -di commercio, erari già piantata l'industria del lanificio in Milano -ai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti; e il Fiamma dice de' nostri -mercanti:[83] _Ipsi enim mercatores discurrunt per Franciam, Flandriam, -Angliam ementes lanam subtilem, ex qua in hac civitate texuntur panni -subtiles in maxima quantitate, qui tinguntur omni genere tincturarum, -qui per totam Italiam deferuntur_. Quest'industria del lavoro de' -pannilani, la quale crebbe dappoi e formò la ricchezza cospicua di -Milano, era già presso di noi conosciuta anche prima del Fiamma, e poco -dopo l'epoca di Federico I. Almeno in Como ed in Monza si lavoravano -de' pannilani fino dal 1216; poichè nell'antico esemplare degli -Statuti di Milano compilati in quell'anno, esemplare che ritrovasi -nella biblioteca Ambrosiana, vedonsi tassati i pannilani di Como e di -Monza a pagare quattro imperiali per ogni pezza, entrando in Milano. -Anche delle tele di cotone e de' lini nostri se ne faceva spaccio, -singolarmente in Levante, col mezzo dei Veneziani e de' Genovesi, -ch'erano diventati assai ricchi e commercianti; avendo, i primi -singolarmente, approfittato moltissimo col trasporto dei crocesignati, -colla somministrazione de' viveri alle Crociate, allorchè prudentemente -tranquilli, in mezzo alla fermentazione universale colsero l'occasione -d'impratichirsi del mare e de' porti del Levante, onde si resero -arbitri del commercio d'Europa coll'Asia; la qual ricchezza si sparse -anche sopra di noi ed animò la nostra industria. Nè i soli cavalli, le -armature, e i pannilani e i pannilini erano i capi del nostro commercio -utile cogli esteri. Sino da' primi anni del secolo decimoquarto eranvi -da noi degli artefici che fabbricavano anche drappi di seta; e Niccolò -Tegrimo, nella vita di Castruccio Antelminelli, ci narra che, avendo -Castruccio ed Uguccione della Fagiuola occupato Lucca l'anno 1314, i -fabbricatori di drappi di seta vennero a rifugiarsi in Milano[84]. La -seta allora era sommamente cara; e un drappo di seta si valutava lire -venti d'allora la libbra; e ognuno sa che la lira d'allora era quasi -due terzi d'un fiorino d'oro, ossia gigliato, che correva per trentadue -soldi; così che la libbra di seta costava dodici gigliati e mezzo. -Facilmente pure ognuno comprende quanto maggior pregio in que' tempi -dovesse aver l'oro, che nei secoli a noi più vicini è diventato assai -più abbondante, per i paesi scoperti, per le nuove miniere scavate, -e per la comunicazione del vasto commercio aperta fra tutti i popoli -conosciuti della terra. - -Della popolazione di Milano ce ne ha lasciato memoria Buonvicino -da Ripa verso l'anno 1288. Quell'autore vivente dice che v'erano -tredicimila porte di case, seimila pozzi, quattrocento forni per -cuocere pane, e mille taverne di vino, cento cinquanta alberghi pei -forestieri, tremila ruote da mulino, e seimila giumenti che portavano -la farina nella città; in cui dice ch'eranvi ducentomila abitanti, fra -i quali quarantamila atti alle armi; che si mangiavano ogni giorno -in Milano mille e ducento moggia di farina; che entravano ogni anno -nella città cinquantamila carri di legna, ducentomila carri di fieno -e seimila carri di vino, e si consumavano di sale in Milano staia -seimilacinquecento. Questa descrizione facilmente si conosce che non -merita fede. Seimila giumenti impiegati a portare mille e ducento -moggia di farina al giorno sono incompatibili, mentre un moggio lo -porta sulle spalle un villano robusto. Quarantamila uomini atti alle -armi sono pure una cosa sconnessa. La popolazione di ducentomila -abitanti, suppongasi metà di uomini e metà di donne; dagli uomini -si deducano i bambini, i fanciulli ed i vecchi; non rimarranno -quarantamila uomini atti alle armi. Seimila carri di vino, suppongasi -portar ciascuno dieci brente, saranno sessantamila brente di vino che -entravano in città per uso di ducentomila abitanti: ora centoventimila, -quanti abitano in Milano, consumano più del quadruplo. Anche le staia -seimila e cinquecento di sale sarebbero proporzionate alla popolazione -di ventiseimila abitatori, e non mai di dugentomila. Poca e nessuna -fede merita quella relazione fatta da un uomo che descrive diciotto -laghi e sessanta fiumi abbondantissimi di pesci nel contorno di -Milano. Abbenchè consideriamo ragionevolmente come scritti piuttosto -a caso quei numeri, che per vera cognizione, difficile assai ad -aversi in que' tempi, egli è però assai probabile che fosse numerosa -la popolazione d'una città alla quale dovevano, come a residenza e a -dominante, ricorrere, al tempo di Giovanni arcivescovo, i cittadini -di diciotto città del contorno. Petrarca la qualificò, siccome -vedemmo, _populi frequentia gloriantem_; e Pietro Azario, che viveva -mentre la pestilenza del 1361 devastò Milano, asserisce che in Milano -perirono per quella sciagura settantacinquemila abitatori; il che può -verosimilmente farci credere ch'essi fossero più di centocinquantamila. -Nè è difficile il concepire come una popolazione maggiore dell'attuale -fosse contenuta entro di una città di un recinto più angusto di quanto -ora lo sia: poichè sappiamo che tutte le case nobili e vaste sono -state formate colla incorporazione di più e più case piccole; che -molti monasteri e conventi e chiese sono piantate oggidì in luoghi -che servivano allora all'abitazione del popolo; e che finalmente il -lusso di abitare per pompa uno spazio vasto di luogo, e il conservare -signorilmente un buon numero di stanze, al solo uso che siano trascorse -da chi ci viene a visitare, prima che ci ritrovi, non era il lusso -di quel secolo nè di questa popolata città. Nel principio del secolo -decimoterzo v'erano in tutto in Milano tredici monasteri, sei di frati -e sette di suore[85]. - -Il governo civile di que' tempi era una vera dominazione di un solo, -con qualche apparenza di repubblica; poichè il consiglio degli -ottocento, che poi a' tempi di Luchino diventò, non saprei come, -di novecento, di tempo in tempo si radunò, sino verso la fine del -secolo decimoquarto. Ma le deliberazioni che si pretendevano, non -erano altro che giuramenti di fedeltà, acclamazioni al nuovo signore, -e convalidazioni del sistema monarchico. Questi consiglieri, che -non erano a vita, ma bensì trascelti per rappresentare la città in -occasioni passeggiere, non erano altrimenti nominati dal popolo; ma -originariamente traevano la loro commissione dalla nomina del principe -o del suo ministro; onde quel consiglio era, siccome anche di sopra -ho accennato, una mera popolare illusione, che rappresentava una -apparente libertà. Verso la metà del secolo decimoquarto si creò il -vicario di provvisione, che presedeva ai dodici. _Vicario_ significava -lo stesso che _vicegerente_, ossia _luogotenente_; un ministro insomma -che teneva il luogo e faceva le parti del sovrano. Quel tribunale -nella sua origine non fu un dicastero civico, ma bensì fu un tribunale -eletto dal sovrano; al quale era commessa la percezione e direzion -de' tributi, la cura dell'abbondanza, e la vigilanza sopra i giudici -della città, per modo che sembra fosse questo allora il solo dicastero -che si radunava in Milano, e avesse riunite le separate cure che -oggidì occupano il senato, il magistrato camerale e il tribunale -di Provvisione medesimo[86]. Ora questo tribunale di Provvisione, -poichè fu consolidata la signoria dei Visconti, eleggeva ei medesimo -i novecento consiglieri, ogniqualvolta occorresse di avvalorare con -questa formalità il volere del sovrano; di che ce ne serve di prova -l'antico registro della città segnato num.º 1, ove, alla pag. 107, si -legge:[87] _MCCCLXXXVIII, die XXII Julii. Per dominos vicarium et XII -Provixionum Comunis Mediolani et sindicos dicti Comunis electi fuerunt -infrascripti cives Mediolani, qui sunt et esse intelliguntur consilium -DCCCC Comunis Mediolani._ - -La politica de' nuovi principi tendeva ad allontanare, siccome -dissi, il popolo dal mestiero della guerra, la quale sempre più si -andava facendo, per mezzo di stipendiati forestieri. Così nacquero -le compagnie di avventurieri, che si vendeano da' loro capi ora ad un -principe, ora ad un'altro; e così pure alcuni capi di tali sgherri si -resero formidabili ai sovrani medesimi, e giunsero ad acquistare per -loro conto degli Stati, come fra gli altri avvenne alla casa Sforza. -Conseguenza di un tal sistema era l'accrescimento de' tributi per -aver mezzi onde stipendiare quegli estranei, ai quali si commetteva -la difesa dello Stato. Oltre il catasto generale de' fondi (che si -fece, siccome vedemmo, verso la metà del secolo decimoterzo, e sul -quale s'incominciarono a ripartire i carichi pubblici, che prima si -distribuivano per capitazione, ovvero sulla stima annua de' frutti -raccolti) s'instituì la privativa della vendita del sale, di cui la -più antica memoria che abbiamo ce la riferisce il Corio all'anno 1272. -In un trattato fra il re Roberto di Napoli e i fuorusciti milanesi del -partito de' Torriani, promise il re che egli non avrebbe guadagnato -nella vendita del sale se non venti soldi papali per ogni moggio, e -ciò per il sale comune; il bianco però e raffinato era libero a lui il -venderlo come più gli fosse piaciuto. Questo trattato si fece l'anno -1312. Venti soldi papali del secolo decimoquarto valevano, secondo il -calcolo del Muratori, ventiquattro paoli[88]. Il moggio è di staia -settanta; e, ciò posto, la gabella si riduceva a cinque soldi de' -nostri per ogni staio di sale; così che a un dipresso allora prometteva -di venderlo al valore che oggidì corrisponderebbe a soldi quaranta per -ogni staio. Per un trattato di commercio che si fece fra i Milanesi ed -i Veneziani l'anno 1317, segnalo il giorno 30 d'agosto in Venezia, i -Veneziani si obbligarono a dare a quegli il sal marino, e i milanesi -si obbligarono a prenderlo tutto da essi, ed a non spanderlo nè sul -Comasco nè sul Veneto. A noi rimase però la libertà di venderlo poi -agli abitatori delle Alpi. Questo pregievole monumento ritrovasi in un -antico codice MS. presso del signor marchese Giovanni Corrado Olivera, -signore venerabile per l'integrità e beneficenza, più ancora che per -i luminosi titoli e la presidenza del senato. Sono già più di quattro -secoli e mezzo da che prendiamo i sali da Venezia, e li vendiamo agli -Svizzeri e Grigioni. Al tempo di Luchino, la gabella del sale della -città di Milano e del contado gli fruttava tremila fiorini d'oro[89]; -presentemente se ne ricava cinquanta volte altrettanto. È vero che -l'oro allora aveva notabilmente più di valore che ora non ha, dopo -l'abbondanza che ne hanno prodotte le nuove miniere e il commercio, -siccome torno a ricordare. Non abbiamo notizie bastanti di quei tempi -per indicare i positivi prezzi ai quali siasi venduto il sale alle -gabelle. Sappiamo però dai registri civici esaminati dall'instancabile -conte Giulini, che verso la fine del secolo decimoquarto si vendeva a -soldi cinquanta lo staio; prezzo veramente gravoso, poichè il fiorino -d'oro correva a soldi trentadue[90]. Il carico poi della macina alle -porte di Milano erasi imposto sino dell'anno 1333, come ce ne fa fede -una carta dell'archivio dello spedal maggiore, esaminata dal conte -Giulini[91]. La gabella della _Dovana_ eravi pure già verso la fine del -medesimo secolo decimoquarto[92]; poichè vi è il decreto che dice:[93] -_cum etiam per datiarios Dovanae bestiarum grossarum et minutarum dicti -vestri comitatus fiant diversimodae extorsiones_: così faceva scrivere -latino il signor di Milano l'anno 1381, dopo il lungo soggiorno fatto -in questa città da Francesco Petrarca! Si vede che sino da quel tempo -s'era introdotta l'usanza d'affittare le regalie, o, per dir meglio, -la pace, la sicurezza e la libertà del popolo ad un impresario:[94] -_volumus bene quod incantatoribus datiorum dicti nostri Comunis -serventur eorum data_[95]. Era riserbato al glorioso regno dell'augusta -Maria Teresa di atterrare quest'obice, che divise i contributori dal -principe per quattro secoli. Il carico _Datium imbottaturae vini_, -cioè l'_imbottato_, eravi già anticamente, ma si pagava soltanto sul -vino raccolto; indi l'anno 1392 vennero assoggettati a questo tributo -anche i grani[96]. Chi ne cercasse più esatte prove, le troverebbe -presso il conte Giulini[97]. Il carico poi sulle merci si andava -proporzionatamente accrescendo; mentre laddove questo era tassato, nel -principio del secolo decimoterzo, in proporzione del valore, a poco più -dell'uno per cento, come si vede nella tariffa annessa agli statuti -compilati nel 1216; nell'anno poi 1333 il carico era asceso a un -soldo per ogni lira di valore, il che monta al cinque per cento, come -leggesi nel codice MS, del nominato signor marchese Corrado Olivera, -presidente onoratissimo del senato. Da un verosimile calcolo preso -in massa, oggidì questo tributo corrisponde circa al sei per cento -del valore. Oltre questi carichi, v'era la tassa de' cavalli, imposta -verosimilmente l'anno 1315, per mantenere le paghe della cavalleria. -V'erano le condanne pecuniarie de' delitti, emanazione ancora vigente -delle leggi longobarde. V'erano altre antiche gabelle sulle case, su -i forni, sopra i mulini, i macelli, i contratti, le misure, i pesi ed -altre delle quali ho fatto menzione al capitolo ottavo. - -La grandezza dell'arcivescovo e del clero milanese scomparve colla -soggezione da Roma, e coll'erezione del principato. Non vi è memoria -che, dopo la metà del secolo duodecimo, siansi mai chiamati i nostri -ordinari,[98] _sanctae mediolanensis ecclesiae cardinales_, come -facevano per lo passato. Essi però, sino dal secolo decimoterzo, -portavano la porpora; e questa distinzione, che tuttavia conservano, è -antica per lo meno cinque secoli. In que' tempi però assai liberamente -vestivansi gli ecclesiastici, ed eran ben lontani da quella edificante -uniformità e modestia che ora gli distingue. Manfredo Occhibianchi, -canonico di Sant'Ambrogio, fece un testamento il giorno 18 marzo, -l'anno 1203, che si conserva nell'archivio di quella basilica, e -di cui parla il conte Giulini[99], e lascia[100] _manstrucam unam -conilii, cohopertam de violato, et alias duas..... scilicet unam -volpinam, cohopertam de scalfanio, et aliam de flanchitis, cohopertam -de sagia bruna, et...... capellum meum grisum, cohopertum de sagia -nigra, et cohopertorium meum, et scradam seu diproidam meam... cappam -meam blavetam........ cappam meam de mantellato... quinque coclearia -argenti, et mantellum meum foderatum de zendado..... vestitum violatum -meum._ Da ciò osserviamo che di tutte le vesti, nulla v'era di nero -fuori del cappello, voce che di già si era inventata per dinotare -quelle berrette che allora si ponevano sul capo; ma tutti i vestiti -di quell'ecclesiastico erano di colore violato, ceruleo o bruno. La -parola _blavetam_ sembra nata dal teutonico _blau_ ossia _bleu_, -come noi Lombardi anche oggidì nominiamo quel colore, similmente -ai Francesi. I cucchiai d'argento si vede che già erano in uso. Nè -gli ecclesiastici si vestivano tampoco con colori modesti, poichè, -l'anno 1211, l'arcivescovo Gherardo da Sessa fece un editto in cui -leggesi:[101] _Universis praeterea clericis interdicimus vestes rubeas, -vel diversi, coloris gialdas et virides_[102]; la quale proibizione non -bastò a togliere tale usanza degli ecclesiastici; poichè in un concilio -provinciale tenutosi un secolo dopo di ciò, nuovamente si dovette -stabilire che gli ecclesiastici non portassero[103] _vestes virgulatas, -seu de catabriato dimidiatas, vel listatas, vel frixis, vel maspilis -argenteis, vel de metallo aliquo_, e non dovessero portare cappucci a -modo dei secolari,[104] _ad modum laicorum capucia non habentes_[105]. - -Nella guerra i militi erano tutti coperti di ferro, e, calata la -visiera, non si potevano conoscere se non dal pennacchio o altra -insegna. Filippone, conte di Langosco, poichè ebbe in suo potere il -cimiero di Marco Visconti, si presentò co' suoi alle porte di Vercelli, -le quali (credendolo Marco i Vercellesi) gli vennero aperte; e con tale -astuzia se ne impadronì l'anno 1312. Nella più antica compilazione -de' nostri Statuti, fatta, come ho detto, nel 1216, vi si legge la -rubrica de' duelli. Si combatteva o in persona, ovvero un campione -si batteva per altrui commissione. Si celebrava la messa in presenza -de' due combattenti, si deponevano le armi presso dell'altare, il -sacerdote le benediceva, indi venivano sigillate e venivano portate al -luogo della lizza, ove sedeva il giudice. Ivi si presentavano i due -combattenti coi loro patrocinatori. Interrogavano questi il giudice -s'egli ivi risedesse affine di giudicare la lite col duello, e il -giudice rispondeva che appunto ivi a tal fine si era collocato. Il -patrocinatore del pretendente ad alta voce chiedeva la cosa per cui -doveva farsi il duello; e ad alta voce il patrocinatore opposto lo -negava. Indi s'accostavano i due combattenti al giudice; e ciascuno -di essi con giuramento affermava essere vero e giusto ciò che dal -suo patrocinatore erasi detto. Il giudice poi faceva che giurassero -entrambi, che non si presentavano al cimento con alcuna forza d'erbe di -parole o di maleficio; il che fatto, davansi loro lo scudo e le armi. -Questa cerimonia a un di presso così facevasi in tutta l'Europa in quel -secolo. V'erano ancora altri giudizj di Dio; quello del ferro rovente -da portarsi nella mano nuda non era permesso in Milano:[106] _illud -autem scire opportet quod ferventis ferri judicium in nostra civitate -non admittitur, licet in quibusdam locis jurisdictionis dominis -archiepiscopi secus obtineat_; così nei nostri Statuti di quei tempi. -Bensì era ammesso il giudizio di Dio coll'acqua fredda, e questo da noi -non era punto crudele; poichè si prendeva un fanciullo, e con una fune, -senza pericolo, si tuffava nell'acqua, e immergendosi il fanciullo, che -tosto s'estraea, il reo era assoluto. - -Finalmente vorrei poter dare un'idea della coltura nostra verso -quell'età, ma le notizie non erano copiose in nessuna parte -dell'Europa. Avemmo un medico che compose le pandette della medicina, -dedicate al re di Napoli Roberto. Questi si chiamava Matteo Silvatico, -milanese, che scrisse l'anno 1317. Quel libro si stampò a Venezia -l'anno 1498. Un altro milanese ebbe nome presso dei giusperiti, cioè -Signorollo Omodeo, le opere del quale non sono ignote ai forensi. Ma di -bella letteratura non ne abbiamo vestigio alcuno. Uno dei più antichi -poeti italiani fu Pietro da Bescapè, nostro milanese. Egli scrisse i -suoi versi nell'anno 1264, nel quale pretese di tradurre in poesia la -storia del Vecchio testamento. L'autore così comincia: - - «Como Deo a facto lo mondo, - E como la terra fo lo homo formo. - Cum el descendè de cel in terra - In la Vergine Regal polzella, - E cum el sostenè passion - Per nostra grande salvation, - E cum verà el dì del ira - La o sarà la grande roina - Al peccator darà grameza - Lo justo avrà grande alegreza, - Ben è raxon ke l'omo intenda - De que traita sta legenda». - -Il fine di questo canto, poema o diceria, qualunque si voglia chiamare, -è ancora più rozzo del principio, e così termina: - - «Petro de Bescapè, ke era un Fanton, - Si a facto sto sermon, - Si il compilò e si la scripto. - Ad onor de Ihu Xpo - In mille duxento sexanta quattro - Questo libro si fo facto, - Et de junio si era lo premier dì - Quando questo libro se finì, - Et era in seconda diction - In un venerdì abbassando lo sol». - -L'antico manoscritto trovasi nella scelta libreria del signor conte -Archinto. Non più felice del Bescapè fu il nostro frate Bonvicino da -Ripa, i di cui poveri versi si trovano nella Biblioteca Ambrosiana, -fra i quali vedesi che fino dall'anno 1291 si conoscevano quei versi -che nei tempi a noi vicini si chiamarono Martelliani. Frate Bonvicino -con tal metro compose le _Zinquanta cortesie da Tavola_, le quali così -cominciano: - - «Fra Bon Vexin da Riva, che sta in Borgo Legnano, - D'le cortexie da descho ne dixette primano: - D'le cortexie cinquanta che s'de osservare a descho - Fra Bon Vexin da Riva ne parla mo de frescho.» - -Costoro scrissero prima che Francesco Petrarca dimorasse in Milano; -ma certo Galliano scriveva l'anno 1391; e ne conservano l'antico MS. i -monaci di Sant'Ambrogio. Costui non lesse mai le dolci e sensibili rime -del Petrarca; nè pose mai il piede nel suo Linterno; così questo rozzo -scrittore terminò la sua cantilena: - - «E se di chi l'ha facta alcun se lagna - Digli che sta alla Pietra Cagna - in Milano - E facta sotto l'anno MCCCLXXXX.uno - Indictione quarta decima - Per man d'uno - Che non decima denari - Perchè gli sono sì selvaggi e contrari - Che non se ponno domesticare - Ne stare con lui - A dirlo contra vui - El se giama dalla Terra che fronteggia Cantu». - -Queste sono le sole reliquie che siano da quei tempi trapassate alla -cognizione nostra; e ben a ragione il signor abate Paolo Frisi, che ci -vantiamo d'aver per concittadino, e che mi onora colla sua amicizia, -nell'Elogio del Cavalieri, sul proposito della venuta a Milano del -Petrarca e dello stato delle lettere milanesi in que' tempi, così -s'esprime: «I tempi dell'antica anarchia, le guerre intestine ed -estere del principato, la fiera e bellicosa indole dei nostri principi, -avevano lasciato appena qualche adito tranquillo e libero agli studi -della pace... que' semi esotici non trovando il terreno bastantemente -preparato a riceverli, non allignarono molto sotto del nuovo cielo. -Non vi si videro spuntare per molto tempo che informi compilazioni, -popolari leggende, storie non ragionate, prose snervate e languide, -poesie che di poetico non avevano altro che il metro e la desinenza -delle parole, ec.» - - - - -CAPITOLO XIII. - - _Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo - Visconti._ - - -Nella successione de' Visconti non si vede seguita una legge costante. -Matteo I aveva quattro figli: dopo la di lui morte restò unico signore -Galeazzo I, a cui successe Azzone di lui figlio. Pareva adunque il -principato ereditarsi dal primogenito. Ma dopo di Azzone, morto senza -figli, la signoria passò a' due fratelli Luchino e Giovanni, senza che -i figli di Stefano vi avessero parte; i quali pure avrebbero dovuto -possedere l'eredità paterna, se lo Stato fosse un bene divisibile. In -fatti, morto Giovanni, i tre soli discendenti di Matteo riconosciuti -legittimi, cioè Matteo, Barnabò e Galeazzo, figli di Stefano, -diventarono padroni e si divisero lo Stato. Non vi erano in que' -tempi idee chiare di gius pubblico. Il principato era un podere, non -una dignità instituita per il bene dello Stato. Tutto il bene che un -sovrano faceva al suo popolo non era considerato allora come il più -sacro dovere adempiuto, ma bensì come un'accidentale beneficenza d'un -animo generoso. Terminata che fu la vita di Giovanni, la divisione -si fece di comune accordo fra i tre fratelli. A Matteo toccarono -le città che s'inoltrano nell'Italia, a Barnabò la provincia che -s'accosta a Venezia, ed a Galeazzo toccarono le terre che ora sono -appartenenti al Piemonte. Milano e Genova rimasero indivise sotto -la comune dominazione. Matteo così ebbe in sua separata porzione -Bobbio, Lodi, Piacenza, Parma e Bologna. Barnabò ebbe Cremona, -Crema, Bergamo e Brescia. Toccarono a Galeazzo Pavia, Alessandria, -Tortona, Novara, Vigevano, Asti, Vercelli; e Como, che rimaneva come -isolata, fa pure assegnata a Galeazzo. Con tal modo altro non mancava -se non la dissensione o diffidenza per distruggere una signoria -ragguardevolissima. Ma nelle cose umane comunemente accade che nè si -ottenga tutto il bene che ragionevolmente si poteva sperare, nè si -soffrano tutt'i mali che con ragione si dovevano prevedere; e talvolta -le più scomposte ed assurde organizzazioni di sistemi, le quali pareva -che dovessero rovinare uno Stato, si sono ridotte ad effetto, senza -che per ciò siane accaduto il danno che compariva inevitabile: poichè -nell'esecuzione, gl'interessi degli uomini che vi si adoperano, essendo -quelli d'evitare la rovina, rimediano e correggono l'imperfezione -del sistema. Così lo Stato si conservò, crebbe anzi, come vedremo, e -potè lusingarsi il successore de' tre fratelli d'essere dichiarato re -d'Italia; e forse lo sarebbe stato, se la morte non troncava il filo -della di lui ambizione. - -Lodovico il Bavaro, ossia Lodovico V, quel contrastato imperatore, -avea terminato i suoi giorni, ed era stato eletto legittimamente -imperatore Carlo IV, marchese di Moravia, figlio di Giovanni re di -Boemia, e di Elisabetta, che era figlia di Enrico di Lucemburgo. Carlo -IV era riconosciuto e dai principi della Germania e dal papa e da tutta -l'Europa, come vero re de' Romani. La di lui elezione era accaduta -l'anno 1347, e in quel punto le dispute già da trentanni incominciate -fra il sacerdozio e l'Impero erano terminate. Carlo IV se ne venne -in Italia per ricevere le due corone del regno italico e dell'impero -romano. I principi d'Italia, che temevano la potenza de' Visconti, non -mancarono di profittare dell'occasione, e d'animare quell'augusto ad -abbatterla, promettendogli ogni aiuto e vantaggio. Ma sia che a Carlo -premesse maggiormente l'acquisto del denaro per sè medesimo, anzi che -la difesa di quella autorità che per caso era annessa alla persona -di lui; sia che l'esempio de' suoi antecessori l'avesse istrutto a -non adoperare la forza delle armi ausiliarie, per non correre ei pure -il pericolo di vedersi abbandonato da' suoi, prima di avere ridotti -i progetti a fine; sia che le forze dei Visconti fossero tali da non -lasciargli sperare un buon esito; sia finalmente che il genio mite e -rivolto alle lettere di quel re lo distogliesse da simile briga, certo -è ch'egli allora si mostrò anzi amico dei Visconti. I fratelli Visconti -mandarongli incontro i loro ambasciatori a Mantova, invitandolo a -passare a Milano e ricevervi la corona; e il re accettò l'invito. -Appena Carlo IV si trovò sulle terre dei Visconti, non dovette aver -più pensiero alcuno; poichè ogni cosa eravi magnificamente preparata -per alloggio, ristoro e trasporto di quell'augusto e di tutta la corte -che veniva seco. I Visconti non risparmiarono nè spesa, nè attenzione. -A Lodi se gli presentò Galeazzo, e, resogli omaggio, lo accompagnò -con cinquecento militi alla vòlta di Milano. A Chiaravalle gli andò -incontro Barnabò con altri militi, e fece dono al re di trenta superbi -cavalli, coperti di velluto, di scarlatto e di drappi di seta, tutti in -ricco e magnifico arnese. (1355) Entrò in Milano quel Cesare il giorno -4 di gennaio dell'anno 1355; e venne da tutto il popolo festosamente -accolto con rumore di nacchere, cornamuse, tamburi e trombe, siccome -allora era il costume. Venne splendidamente alloggiato nel palazzo ora -della regia ducal corte, dove avevano presa dimora i suoi antecessori -Enrico VII, che noi diciamo VI, suo avo materno, e il combattuto -Lodovico V. Non vi è dimostrazione di rispetto e di benevolenza che -i Visconti abbiano dimenticata. Protestarono di riconoscere la loro -signoria dall'Impero: e l'imperatore, al quale regalarono duecentomila -fiorini d'oro, dichiarò i tre fratelli vicari imperiali ne' loro Stati. -Si fecero giostre, feste e corti bandite per onorare l'augusto ospite, -fra le pompe che i Visconti immaginarono in quella occasione, una -singolarmente fu significante; e fu quella di passare schierati sotto -le finestre di corte, ove alloggiava l'imperatore, seimila uomini a -cavallo, signorilmente equipaggiati, e diecimila fanti; e i Visconti -dissero a quel monarca che quelle forze e le altre molte che tenevano -nelle altre città del loro Stato, erano tutte pronte per servigio suo. -Per que' tempi erano queste forze di molta considerazione. La cerimonia -della incoronazione si celebrò in Sant'Ambrogio dall'arcivescovo -Roberto Visconti, il giorno 6 di gennaio: e in quell'occasione il -re Carlo creò milite il figlio di Galeazzo, cioè Giovanni Galeazzo, -bambino di due anni. Questo bambino fu poi il primo duca, e diventò un -potentissimo principe, come vedremo. Alcuni giorni dopo partì il re -Carlo, e s'incamminò alla vôlta di Roma. Pretende Matteo Villani che -questo re non fosse stato nelle mani dei Visconti senza inquietudine. -Sarebbe questa una prova della pusillanimità di quel principe, giacchè -non potevano sperare alcun vantaggio i Visconti nè da un affronto, nè -da un tradimento che gli facessero, allorchè era abbandonato nelle loro -mani. - -Prima che terminasse l'anno, il triumvirato fu tolto, e colla -improvvisa morte di Matteo II lo Stato si divise in due sole parti -fra Barnabò e Galeazzo II. Matteo II aveva molto vigor fisico e -poca forza di mente. Dopo ch'egli ebbe in sua porzione Bologna, -la perdette, per aver cercato di scemare lo stipendio a quei che -potevano soli conservargliela. Matteo operava in modo da perdere -la signoria, e trascinar seco in rovina anco i fratelli; poichè, -diventato padrone, cercava di possedere per autorità e senza mistero -quello che tutt'al più si carpisce industriosamente fra le tenebre. -Egli giunse a minacciar la morte ad un cittadino ammogliato con una -bellissima donna, perchè contrastava di cedergli i suoi diritti. Questi -presentossi a Barnabò chiedendo giustizia, e dichiarandosi con molto -impeto di esser pronto a morire, anzi che acconsentire a tanta infamia. -Barnabò lo accolse con freddezza ed indifferenza; poichè, trattandosi -del suo maggior fratello, a lui, disse, non toccava il correggerlo: -poi concertato l'affare con Galeazzo II, vedendo che Matteo era -incorreggibile nella scostumatezza, che già serpeggiavano nel popolo -delle sorde e tronche voci, e che correvasi rischio, temporeggiando e -lasciando moltiplicare gl'insulti, di vedere lo Stato in rivoluzione, -per evitare il fatto de' Tarquini, divennero fratricidi come Romolo; -almeno così ci racconta Matteo Villani[107]. Si dice altresì che a -questo timore un altro vi si accoppiasse per unire o indurre a tale -estrema risoluzione i due cadetti Barnabò e Galeazzo, e fu che, -trovandosi i tre fratelli insieme cavalcando, nell'osservare il fecondo -e ridente paese del quale erano signori, uno de' cadetti dicesse che -era pure la bella cosa l'esservi sovrani; e che incautamente allora -al primogenito fuggisse di bocca, che bella cosa era l'esser solo; la -quale risposta (non essendovi stato prima d'allora altro esempio di -signoria promiscua veramente, meno poi di signoria divisa) doveva dar -molto da temere ai due principi minori. Qualunque ne fosse la cagione, -Matteo II morì il giorno 26 di settembre dell'anno 1355; e Barnabò e -Galeazzo si divisero la di lui porzione. Anche Milano venne divisa: -Barnabò ebbe la parte d'oriente e mezzodì; l'aquilone e l'occidente -della città l'ebbe Galeazzo. V'ha chi pretende altresì che nessun -altro motivo vi fosse stato per escludere dalla successione Luchino -Novello, e farlo comparire illegittimo, fuori che le minacce e le -brighe di Barnabò e Galeazzo, colle quali intimorissero la Fieschi, -già colpevole della licenziosa peregrinazione non solo, quant'anche del -veneficio, e la inducessero a dichiarare il figlio macchiato nella sua -origine, e a contentarsi d'uscire illesa dalle loro mani; onde l'essere -vivo il legittimo successore sempre più rendesse sospettosi e Barnabò -e Galeazzo II. Fors'anco la divisione dello Stato mostra ch'essi -piuttosto si divisero una preda. Non sono divisibili le sovranità -passate per legittima successione. - -Carlo IV, dopo di essere stato incoronato anche in Roma, se ne ritornò -al suo paese; ma non per questo cessarono gli emuli principi d'Italia -di eccitare per ogni modo l'animo di quell'augusto a deprimere i -Visconti. (1356) I maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del marchese -di Monferrato indussero Marquardo, vescovo d'Ausburgo, il quale -stavasene in Pisa col carattere di vicario imperiale, a citare i -fratelli Visconti per il giorno 11 di ottobre 1356 a comparire dinanzi -al suo tribunale e discolparsi d'aver conferite con arrogata facoltà le -dignità ecclesiastiche, di aver tessute all'imperatore delle insidie -a Pisa, e di aver fatte chiudere le porte delle città, impedendovi -l'ingresso al medesimo imperatore nel suo ritorno da Roma[108]. I due -fratelli Visconti non pensarono nemmeno a questo viaggio. Il vescovo -Marquardo radunò le forze degli emuli: e si pose alla testa di un -corpo d'armati rispettabile, incamminandosi verso Milano. S'impadronì -di varie città; poichè i Visconti o non avevano preveduta una tale -invasione, ovvero avevano negligentate le difese. La stessa campagna di -Milano venne esposta alle prede ed ai guasti de' nemici. Si postarono -gl'imperiali ne' contorni di Casorate; e i due fratelli finalmente, -radunate le loro forze, ne confidarono il comando al vecchio Lodrisio -Visconti; a quel Lodrisio che, diciasette anni prima, colle armi -alla mano, venne preso a Parabiago, allorchè cercava di togliere la -sovranità ad Azzone. Il valore di Lodrisio e la sua perizia produssero -la vittoria del giorno 14 di novembre l'anno 1356. I nemici vennero -disfatti a Casorate; il vescovo Marquardo d'Ausburgo, loro comandante, -rimase prigioniero, fu condotto decorosamente a Milano, e dai Visconti -fu poi licenziato, onde ritornossene nella Germania. Lodrisio Visconti -ricompensò per tal modo la vita che gli lasciò Azzone, e la libertà -che gli diede Giovanni, principi illuminati, i quali conobbero che un -generoso perdono ci affeziona più di qualunque altro beneficio un'anima -nobilmente energica. I Visconti, signori quasi tutti assai valorosi, -affrontarono intrepidamente i pericoli prima che reggessero lo Stato; -seduti poi che erano sul trono, ben rare volte si esponevano; ma -affidavano anzi ai loro figli o cugini ed altri estranei il comando. -La sconfitta di Casorate però non tolse la speranza ai collegati, -dai quali non si risparmiavano maneggi. Il papa non vedeva punto -con indifferenza il gran potere de' Visconti, e soprattutto da che -Bologna era un oggetto delle loro pretensioni; il che ottenendo essi, -era aperta loro la strada a nuovi acquisti sulla Romagna. Ai Genovesi -non era men gravosa questa estera dominazione sulla loro città, in -prima libera, e già illustre per imprese marittime e per ricchezza. Il -papa, i Genovesi, gli Estensi, il marchese di Monferrato e i Gonzaghi -facevano causa comune. Già Bologna, siccome accennai, si era staccata. -Genova fece lo stesso; e il giorno 17 di novembre 1356 si dichiarò -libera, e creossi un doge, che fu Simone Boccanegra. (1358) Dopo ciò, -seguirono varii piccoli fatti d'armi sul Milanese; ma le cose de' -fratelli Visconti non prendevano buona piega; onde furono costretti, -cedendo Asti e Pavia al marchese di Monferrato, di cercare la pace, la -quale fu stabilita il giorno 8 di giugno dell'anno 1358. - -Non era piccol discapito per Barnabò e Galeazzo l'avere, ne' -primi quattro anni del loro regno, perduto Bologna, Genova, Asti -e Pavia. Questa ultima città singolarmente doveva premere a' due -fratelli; poichè a venti miglia di Milano non potevano vedere, senza -inquietudine, domiciliata una guarnigione di nemici. Ma nemmeno -conveniva mancare apertamente alla fede d'una pace appena giurata, -senza una superiorità di forze che ne imponesse alla opinione dei -popoli. Le fazioni interne di Pavia fecero quasi spontaneamente nascere -l'occasione, e Galeazzo Visconti la seppe cogliere. Il fatto ce lo -riferisce l'Azario. Il marchese di Monferrato, nuovo signore di Pavia, -non aveva forza d'armi bastante per esercitarvi una piena sovranità. -La famiglia de' signori Beccaria era assai potente, e disponeva -delle cose della città più che non ne potesse fare il marchese, nuovo -sovrano. Egli cercò pure come abbassare i Beccaria, e toglier loro quel -favore popolare che li faceva prevalere, e gli venne in pensiere che -nessun altro avrebbe meglio potuto ottenergli quest'intento, fuori che -frate Giacomo del Bussolari, agostiniano, predicatore rinomatissimo -in Pavia, dietro del quale, come a santo uomo, correva ciecamente -il popol tutto. Quai mezzi adoperasse il marchese per guadagnarsi -questo frate Giacomo de' Bussolari non lo sappiamo: sappiamo bensì -ch'egli lo guadagnò, e sì fattamente, che il frate fece passare il -popolo pavese, dell'amore passionato che aveva, alla detestazione ed -all'odio contro dei Beccaria, per modo che furono costretti a partire -esuli dalla patria. Cominciò il frate, nelle sue prediche, a indicarli -al popolo, senza però palesemente nominarli:[109] _O frumentarii, o -viri sanguinum populi, non expectatis diem judicii?_ Andava costui -esclamando, e persuadeva che la carezza del pane fosse cagionata dalla -insaziabile avarizia de' fratelli Beccaria:[110] _Ipse praedicando -fertur propalasse occulta illorum de Beccaria, quae sibi narrata -fuerant nomine poenitentiae, et praecipue de domino Castellino talia -dixit, quod universum populum pellexit et animavit ad destructionem -universorum de Beccaria, et eorum prolis, et progeniei, et amicorum -suorum, et ad ruinam, et populationem eorumdem. Et tunc, sine ulla -defensione praecedente, universas illorum ac sequacium domos, aedes et -palatia dirui fecit, et asportari lapides, et vendi, praedicans quod -quisque Papiensis ipsos lapides teneret sub pulvinari, et capite lecti, -ad perpetuam memoriam male gestorum per ipsos de Beccaria_[111]. Gli -esuli Beccaria si rifugiarono a Milano presso Galeazzo, implorando -soccorso. È assai probabile che da Galeazzo medesimo fossero stati -animati i Beccaria, per attraversare le voglie del loro nuovo sovrano -marchese di Monferrato. Galeazzo II spedì Luchino dal Verme, valoroso -comandante, alla testa d'un conveniente numero di armati, con apparenza -di proteggere gli oppressi e di porre l'ordine in una città vicina -tumultuante, sotto un sovrano che non aveva forze bastanti per darle -la pace. Fu così bloccata quella città, in cui frate Giacomo comandava -dispoticamente, creando e cassando a suo arbitrio i magistrati. A tal -proposito io riferirò le stesse parole d'Azario:[112] _Nam a carrocio, -quo saepius vehebatur (et beatus ille qui poterat tangere id carrocium, -pro vehendo palliis cohopertum!) caepit praedicare, et increpare quod -homines, et mulieres debebant a laqueis mundanis declinare, nempe a -vestibus luxuriosis et sumtuosis, ab argenteis, et gemmis praetiosis, -et ornamentis...... et in exequutorem eligi fecit officialem, quem vidi -incidendo maniconos guarnazonorum phrigio opere contextos, vel auro, -et argento ornatos, et incidendo balthea si quid praetiosi inveniebat -circa ea_. Nè tale pure era il limite del potere di questo frate -Giacomo de' Bussolari. Egli giunse al segno che[113] _fecit publicam -justitiam per capitis obtruncationem.... Venditis ergo praedictis -auro, et argento, gemmis, adamantibus, et lapillis praetiosis usque in -Venetiis_, radunò una somma destinata a provvedere i viveri alla città. -Ma non era facile l'introdurveli, e Luchino dal Verme vegliava intorno -da ogni parte. Si cominciò a provare in Pavia la fame, e il frate -scorreva per la città nel suo calessetto, gridando al popolo:[114] _ne -dubitaret de victualibus, quum sciret ipse, ita enim affirmabat, per -orationes.... se impetraturum ut manna similis datas Moysi in deserto -defluxura esset ad sufficientiam_. I Pavesi alla fine, ridotti alla -estremità, si diedero a Galeazzo II, al quale avevano già ubbidito; e -frate Giacomo de' Bussolari ebbe la cura di capitolare, e provvide a -tutto per la città, e nessuna condizione ricercò per sè medesimo:[115] -_curaverat de aliis, non autem de se ipso, prout semper allegabat -praedicando_[116]. Il generale del suo Ordine pregò poscia Galeazzo II, -dal quale ottenne il frate, che terminò i suoi giorni in carcere. Così -Pavia ritornò in potere dei Visconti. - -Non così facile riuscì ai Visconti il riavere Bologna; chè anzi, -malgrado l'ostinazione e gli sforzi di Barnabò, questi non potè, sin -che visse, averla in suo dominio. Una signoria divisa non è nel momento -opportuno d'ingrandirsi. Fra Barnabò e Galeazzo II non trovavasi -molta armonia; i vizi loro, la maniera di governare atrocemente, non -disponevano i popoli a bramare il loro impero. I principi italiani, -tanto più attivi e costanti, quanto più speravano di riuscire -contro di uno Stato diviso, non risparmiarono arte e forza in ogni -occasione; per modo che non v'è da maravigliarsi come sotto i due -fratelli non s'ampliasse lo Stato, ma bensì come ei non cadesse in -un totale discioglimento. (1360) Bologna era passata nelle mani del -papa, e Barnabò vi spinse le sue armi l'anno 1360, ma senza frutto; -poichè Innocenzo VI fece venire nell'Italia Lodovico re d'Ungheria, -con buon numero di armati, in soccorso di Bologna, e Barnabò dovette -ritirarsi. Quel sommo pontefice scomunicò Barnabò Visconti; e Urbano -V, che fugli successore, confermò la scomunica con sua bolla[117]. -I delitti che s'imputavano in quella bolla a Barnabò Visconti sono: -ch'egli proteggesse gli eretici; ch'egli un giorno, avendo fatto -chiamare avanti di sè l'arcivescovo, torvamente gli avesse comandato -di porsi in ginocchio, il che fattosi dal timido prelato, Barnabò -gli dicesse:[118] _Nescis, poltrone, quod ego sum papa et imperator -ac dominus in omnibus terris meis_; ch'egli sugli ecclesiastici -esercitasse giurisdizione, obbligandoli a pagare i carichi, facendoli -imprigionare, e condannandoli al supplizio, come gli altri cittadini, -e che si arrogasse la collazione de' beneficii e l'amministrazione de' -beni ecclesiastici. Questa era la settima volta in cui il papa prendeva -a scomunicare ed interdire i signori o la città di Milano. Già vedemmo -al capitolo quinto gli anatemi pronunziati, nel secolo undecimo, da -Alessandro II, all'occasione di sottomettere la chiesa milanese alla -giurisdizione di Roma. Vedemmo pure, al capitolo nono, l'interdetto -pubblicato sopra Milano da Innocenzo III, l'anno 1216, per fargli -abbandonare il partito di Ottone IV; e l'altro interdetto di Urbano IV, -di cui ho fatta memoria al capitolo decimo, per abbassare i signori -della Torre, nel 1262; poi le scomuniche pronunziate contro Matteo I -Visconti, nell'anno 1321, allorchè la potenza di lui cominciava a dar -gelosia a Giovanni XXII, di che trattossi al capitolo undecimo. Vedemmo -pure come lo stesso sommo pontefice, non contento della scomunica -e dell'interdetto sulla città, facesse pubblicare contro Galeazzo -I una Crociata, e invadere il di lui Stato. Vedemmo nel capitolo -precedente come il papa Clemente VI ponesse all'interdetto la città, -e scomunicasse Giovanni Visconti, arcivescovo, e i tre suoi nipoti -Matteo, Barnabò e Galeazzo II, perchè aveva l'arcivescovo comprato dal -Pepoli il dominio di Bologna. Ora la scomunica cadde sopra Barnabò, -il quale era stato già due altre volte anatematizzato di riverbero, -come discendente da Matteo e nipote di Giovanni. Il papa, per mezzo -d'un cardinal legato, faceva delle proposizioni di accomodamento -a Barnabò. Bologna era stata comperata da Giovanni arcivescovo per -ducentomila fiorini d'oro. Questo era il solo titolo che poteva Barnabò -legittimamente allegare per sostenerne il dominio; e il legato gli -offeriva di sborsargli la metà di quella somma, cioè centomila fiorini -d'oro, purchè egli abbandonasse le sue pretensioni sopra Bologna. Ma -Barnabò non faceva altra risposta se non questa: _Voglio Bologna_. -Nuove offerte faceva il legato, e Barnabò rispondeva sempre: _Voglio -Bologna_. Per deludere tutte le arti d'un uomo colto, ingegnoso ed -accorto, basta ch'egli abbia a trattare con un uomo ostinato, ignorante -e feroce. Tali erano i dialoghi tra Barnabò ed il legato. Gli Annali -Milanesi e' insegnano che[119] _ipse dominus diebus suis scientificos -laicos, clericos, et praelatos, ac quoslibet virtuosos viros odio -habuit; et idiotas, crudeles, abjectos viros, infames et homicidas -semper sublimavit_[120]. Un principe di tal carattere poteva far -tremare gli uomini di merito che avevano la sventura di trovarsi con -lui, ma non poteva riuscire felicemente ne' suoi progetti. Le sue armi -ritornarono verso del Bolognese l'anno 1361, e più d'una volta vennero -malamente battute, senza ch'ei punto acquistasse. - -Due fatti accaduti in quel tempo dimostrano qual principe fosse -Barnabò, e qual rispetto egli avesse pel gius delle genti. Innocenzo -VI gli spedì come nunzii due abati benedettini. Essi erano incaricati -di trattar seco lui, per terminare la controversia di Bologna, ed -avevano le bolle pontificie da presentargli. Ciò accadde nell'anno -1361. Barnabò stavasene nel castello di Marignano, rintanato colà -per allontanarsi dalla ferocissima pestilenza che devastava Milano, -abbandonata dai due fratelli al caso, e senza adoperare alcuna di -quelle precauzioni colle quali Luchino loro zio, nell'anno 1348, cioè -tredici anni prima, aveva saputo preservarla, abbenchè allora quella -sciagura avesse desolata gran parte dell'Italia. Ivi attese i due -nunzi, e concertò la cosa per modo che il primo incontro con essi loro -seguisse al ponte sotto cui scorre il fiume Lambro. Barnabò, scortato -da una buona caterva d'armati su di quel ponte, ricevè i due nunzi, i -quali se gl'inchinarono, e presentarongli le bolle consegnate loro dal -papa. Barnabò seriamente si pose a leggerle, indi biecamente mirando i -due ministri: «Scegliete, disse, una delle due, o mangiare o bere». I -due nunzi, posti in mezzo agli armati, senza scampo, mirando il fiume -che scorreva al disotto, costretti dopo replicate e impazienti istanze -alla scelta, mostrarono che non piaceva loro di bere: «Ebbene, mangiate -dunque», disse il feroce Barnabò; e furono costretti i due venerabili -prelati a mangiare la pergamena tutta quanta, il cordoncino di seta -e la bolla di piombo[121]. Con tale insulto atroce ardi Barnabò di -violare non solamente la riverenza che si deve al sommo sacerdote, -ma i doveri che reciprocamente uniscono i principi e le nazioni fra -di loro; e persino le sacre leggi d'ospitalità, che impongono, anche -agli stessi popoli agresti e selvaggi, di non abusare della condizione -d'uno straniero ricoverato in casa nostra. (1363) Uno di questi due -abati era Guglielmo da Grimoaldo di San Vittore di Marsiglia, il quale, -pochi mesi dopo di quest'obbrobrio, venne creato sommo pontefice, e -chiamossi Urbano V. È facile l'immaginarsi quai sentimenti dovesse poi -avere Urbano V verso di Barnabò, da cui era stato insultato con tanta -soperchieria. Egli, in fatti, con un breve dato di Avignone il giorno -3 di marzo dell'anno 1363, scomunicò solennemente Barnabò; lo dichiarò -eretico, decaduto dall'ordine di cavaliere, spogliato d'ogni onore, -diritto e privilegio; e comandò che alcuno non osasse più di trattare -con lui[122]. Nel breve della scomunica vi eran queste parole:[123] -_Propterea destruet te Deus in finem, evellet te et emigrabit te de -tabernaculo tuo, et radicem tuam de terra viventium_[124]. Inoltre, -agli 11 di luglio dello stesso anno 1363, dal cardinale Egidio -Alburnoz fece pubblicare la Crociata contro Barnabò, come già era -stata pubblicata contro suo zio Galeazzo quarant'anni prima; e tale -e tanto era in ciò l'impegno del papa, che (quantunque egli venisse -istantemente sollecitato e da Pietro re di Cipro, e dal re di Francia -medesimo, ad intimare una Crociata contro de' Saraceni, che sempre -più si rendevano formidabili ai Cristiani del Levante), egli ricusò di -farlo per allora; anzi si protestò ch'ei non avrebbe mai dato mano a -Crociata alcuna, sin tanto che non avesse ottenuto esito felice quella -giù intimata contro di Barnabò. (1364) Allora però questa Crociata -non ebbe effetto; poichè la combinazione degli interessi dei principi -gl'indusse ad accordar la pace l'anno 1364, in cui Barnabò cedette -Bologna al papa, che s'obbligò a pagargliela cinquecentomila fiorini -d'oro[125]. La perdita di Bologna e del Modanese fatta da' Visconti -non fu una riparazione bastante al pontefice; poichè con nuova bolla -dell'anno 1368, in data 30 maggio, lo stesso papa pubblicò una seconda -Crociata contro di Barnabò[126], e fece che lo attaccassero con -formidabile esercito l'imperatore, la regina di Napoli, il marchese -di Monferrato, gli Estensi, i Gonzaghi, i Malatesti, i Carraresi, i -Perugini e i Sanesi collegati insieme coi pontificii. Questo esercito -collegato avrebbe svelta dalle radici la sovranità de' Visconti, se -non avesse portato seco quel principio di lentore e debolezza, che -sono inseparabili dalle armate combinate, ciascuna porzione delle -quali, perchè dipendente da un distinto sovrano, si crede la prima -di ogni altra, o almeno l'eguale, e si disperde nelle rivalità, che -più la tengono occupata di quello non faccia la causa comune. Così -potè Barnabò difendersi, e senza nuove perdite ottenere la pace, -segnata il giorno 11 febbraio 1369. Nè la morte di Urbano V, che -aveva sofferto l'insulto personale, diede costante fine all'odio -pontificio: parve anzi che nel successore Gregorio XI venisse trasfuso -come un'eredità; poichè Gregorio, l'anno 1372, combinò una nuova -lega fra i principi d'Italia, e vedendo che le armi non andavano -prosperamente, scomunicò di bel nuovo Barnabò, e liberò i sudditi -dal giuramento di fedeltà[127]; poi animò l'imperatore Carlo IV; -il quale, con suo diploma dato in Praga il giorno 3 di agosto dello -stesso anno 1372, privò i due fratelli Visconti Barnabò e Galeazzo del -vicariato imperiale e d'ogni dignità, e Barnabò venne persino degradato -dell'ordine equestre[128]. Alle forze degli alleati, per opera del -cardinale di Bourge, legato pontificio, si unirono quelle del duca di -Savoia; e sebbene nemmeno questa volta l'armata combinata giugnesse -a fare conquista sulle terre di Barnabò, ella però potè devastarle, -e porre a saccheggio e in rovina una parte del suo Stato. Così la -rozza e feroce violazione del gius delle genti produsse a Barnabò -delle inquietudini mortali durante il suo regno; e questo è il primo -de' due fatti. L'altro fatto si vede originato dall'animo istesso di -quel sovrano truce ed ignorante. Sino dall'anno 1362 s'era formata -l'alleanza fra il papa, i Carraresi signori di Padova, gli Scaligeri -signori di Verona, gli Estensi signori di Ferrara, e un Gonzaga signore -di Reggio. Questi principi collegati, prima di commettere ostilità, -spedirono i loro ministri a Barnabò, facendogli dire che essi avevano -fatto lega col papa, ma unicamente in difesa dello Stato della Chiesa, -non mai per invadere gli Stati altrui: onde, qualora il signor Barnabò -avesse restituito i luoghi da lui occupati nel Bolognese e nella -Romagna, essi non avrebbero mosse le armi contro di lui. Tale era la -commissione di que' legati. A questo colto e nobile ufficio Barnabò -corrispose nella più villana maniera. Ordinò che i legati venissero a -corte; ivi non si degnò di lasciarsi vedere, ma volle che esponessero -la loro ambasciata avanti di un notaro; e poichè ebbero ciò eseguito, -egli spedì una squadra d'armati e fece attorniare i legati de' -principi; indi furono essi dalla forza obbligati a indossarsi alcune -vesti bianche preparate apposta per esporli alla derisione della plebe. -Vennero poscia costretti, in tal ridicolo arnese, di porsi a cavallo; -e per due buone ore volle che in tal meschina e pazza forma rimanessero -avanti la porta del palazzo di corte: indi li fece girare per la città, -esposti al vilipendio ed alle fischiate della ciurmalia; e con tale -infamia vennero scortati poi sino ai confini. Non è dunque da stupirsi -che i principi italiani sempre gli fossero poi contrarii, e pronti a -secondare contro di lui tutte le proposizioni del papa. Barnabò pensava -come l'imperator Federico I, e sarebbe stato nato a proposito, se fosse -stato suo contemporaneo e suo nemico. In mezzo alle guerre fra le quali -visse, una volta sola Barnabò comparve in campo, e fu l'anno 1363, nel -quale si portò sul Modanese alla testa de' suoi. Egli era intrepido, -e fu ferito; ma questo non basta per essere un buon capitano: venne -sempre battuto. Barnabò era violento, coraggioso e feroce; ma di poco -ingegno. Per richiamare intorno di sè i militi sparsi nello Stato, e -riparare le perdite che faceva, ei mandò loro ordine che immediatamente -si portassero da lui nel Modanese sotto pena della vita. Da questo -modo barbaro di comandare minacciando la morte, si deve concludere, -o che Barnabò non aveva avuto il talento di scegliere i suoi militi -e di formarli, poichè conveniva minacciar loro la morte per indurgli -ad accostarsi al nemico, ovvero che Barnabò non aveva il talento di -comandare la gente d'onore e sensibile alla gloria, la quale si aliena -anzi trattata colle minacce e con viltà. Sempre in quella spedizione -Barnabò fu battuto. - -Se riguardiamo adunque Barnabò Visconti come principe e signore -potente, dobbiamo confessare che egli non meritò stima alcuna, poichè -la porzione sulla quale ei regnò venne diminuita colla perdita di -Bologna, delle terre del Bolognese, della Romagna e del Modanese, -ch'egli aveva ereditate dall'arcivescovo Giovanni. Egli con puerili -e feroci insulti animò i suoi nemici, e non ebbe forze abbastanza -per difenderlo. Osserviamolo come legislatore del suo popolo e -conservatore della felicità pubblica. Egli lasciò che la pestilenza -desolasse Milano nel 1361, quella pestilenza alla quale ho attribuita -la partenza del Petrarca, se pure anche l'indole del governo non -isforzò del pari quell'uomo illuminato a tal partito. Quella sciagura -distrusse più di settantamila abitatori di Milano, e fece nelle terre -ancora strage molto maggiore. Dopo sì gran flagello, mentre Barnabò -stava alla guerra nel Modanese, alcune compagnie d'uomini facinorosi -devastavano la città, tormentata dalle violenze, e dalle rapine e da -ogni genere di dissolutezza. Ritornato Barnabò per rimediare a simil -disordine, pubblicò un editto in cui proibì che alcuno in Milano -non potesse andar di notte per le strade, sotto pena del taglio d'un -piede. Tanto ci attesta l'Azario, che allora viveva[129]. Un ammalato -di notte non poteva più avere soccorso in virtù di tal legge feroce. -Barnabò lasciò soffrire ai suoi popoli la carestia negli anni 1364 e -1365, senza trovare modo di soccorrere i suoi sudditi. Questa carestia -nacque da un fenomeno fisico che riferirò poi.[130] _Attendentes -temporum sterilitates, et guerrarum discrimina_, dicesi in un decreto -di Barnabò dell'anno 1369, nel quale introdusse il costume di _mettere -alle gride_ i fondi per assicurare al compratore la proprietà[131]. -L'anno 1372, con altro editto comandò Barnabò che nessuno ecclesiastico -potesse allontanarsi dal luogo di suo domicilio, senza suo permesso. -L'ordine poteva essere necessario, attese le scomuniche e l'assoluzione -del giuramento di fedeltà dette di sopra; ma la pena d'essere subito -gittati nel fuoco gli ecclesiastici contravventori, è orrenda. Il -Corio ci assicura che Barnabò, dopo la pestilenza e la carestia e -le perdite dello Stato, «se volse contra de li miseri sudditi che -per quatro anni adietro havevano pigliato porci salvatici, et altre -selvaticine, onde a molti di loro faceva doppuo grande tormento cavare -gli occhi et inde suspendere per la gola, de li quali si riferisce -essere ascesi al numero de cento. Assai magiore summa, de le crudele e -tyranice mano fugendo, li faceva proscrivere, d'inde gli pigliava ogni -suo facultate, et a molti altri habitanti ne le ville, non havendo il -modo di satisfare al fisco per le condemnatione, le case sue faceva -brusare... due frati Minori, andandogli per reprendere de si inaudita -extorsione, sensa alcuno riguardo gli fece brusare, incolpandoli -de nuova heresia[132]». Amava Barnabò la caccia singolarmente dei -cinghiali, e manteneva un grande numero di cani; come ciò facesse -ce lo dice il Corio all'anno medesimo: «teneva cinque milia cani, e -la magiore parte de quelli distribuiva ala custodia de li cittadini -et anche a contadini, li quali niuno altro cane che quegli puotevano -tenere. Questi due volte il mese erano tenuti a fare la mostra, onde -trovandoli macri, in grande summa de pecunia erano condennati, e se -grassi erano, incolpandoli dil troppo, similmente erano mulctati, -se morivano gli pigliava il tutto, e li officiali o caneteri più che -pretori de le terre erano temuti». Pietro Azario, che vivea in quei -tempi, ci lasciò scritto che certo Antoniolo da Orta, ufficiale in -Bergamo, venne accusato presso di Barnabò di avere esatte delle propine -arbitrarie nello spedire certe licenze. L'accusatore era un solo, e -Barnabò[133] _sine alia determinatione et defentione praecedente, -jussit unum suum domicellum cum litteris suis de praesenti ire, -dirigendis Potestati Pergami, ut, visis praesentibus, dictum Antoniolum -per gulam laqueo faceret suspendi sub poena suspensionis ipsius -potestatis. Qui Potestas, licet invite, dictum Antoniolum in palatio -Pergami, nullo alio expectato nisi quod cum sacerdote confiteretur, -suspendi fecit_[134]. Se prestiamo fede agli Annali milanesi, Barnabò -con un editto proibì che alcuno più non ardisse di chiamarsi Guelfo -o Gibellino, sotto pena del taglio della lingua, e furono tagliate -le lingue ad alcuni contravventori[135]. Fece bruciar vivi tre uomini -ragguardevoli, imputati di tradimento[136]. Fece bruciare due monache -del Bocchetto. Due altre monache di Orona miseramente ebbero sorte -uguale. Fece crudelmente torturare Tommaso Brivio, vicario generale -dell'arcivescovo, perchè aveva ricusato di degradare quelle infelici. -Fece bruciare il prete Stefano da Ozena d'Incino, dopo di avergli -fatto soffrire atroci tormenti. Fece impiccare l'abate di San Barnaba -perchè aveva prese delle lepri[137]. Fece cavare un occhio ad un uomo, -perchè trovato a passeggiare in una strada privata di Barnabò. Un -povero contadino fu incontrato da Barnabò, e lo fece ammazzare dal -suo canattiere, perchè egli aveva un cane. Un giovinetto raccontò -d'avere sognato che uccideva un cinghiale, e per questo Barnabò gli -fece cavare un occhio e tagliare una mano. Per un decreto di Barnabò -nessun giusdicente poteva cominciare a ricever il soldo assegnatogli -se prima non aveva fatto tagliar la testa a un uccisore di pernici. -Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago, suoi cancellieri, furono chiusi -in una gabbia di ferro con un feroce cinghiale. Il podestà di Milano -Domenico Alessandrino, a forza di bastonate, fu obbligato a strappare -la lingua ad un uomo colle sue proprie mani... Chiudasi l'atroce scena: -chi ne bramasse più minute circostanze vegga il nostro diligente -conte Giulini[138]. Io suppongo che vi sia della esagerazione in -questi fatti. Mi sento uomo; ed ho piacere di lusingarmi che un uomo -simile a me non possa mai discendere in tale abisso di crudeltà. Credo -esagerati i racconti di Nerone, di Caligola e di simili principi. -Ma togliendo anche la esagerazione, sempre ne rimane abbastanza per -detestarli. I popoli disgraziati che erano sudditi di un tal uomo, -gemevano altresì sotto il peso di gravosissimi tributi. Il Corio ci -dice che Barnabò ogni anno riceveva centomila fiorini d'oro pe' carichi -ordinari, e sessantamila fiorini d'oro pei straordinari; in tutto -incassava centosessantamila annui fiorini d'oro dal suo Stato. Egli -possedeva Cremona, Bergamo, Brescia, Crema, Lodi, Parma e la metà di -Milano, e questo carico contribuito da' suoi popoli allora riusciva -insopportabile. Oggidì il solo Cremonese paga altrettanto senza che il -popolo sia oppresso; il che sempre dimostra quanto ho detto al capitolo -ottavo e ripetuto poi, cioè che il valore dell'oro, reso in questi -tempi più abbondante, si è notabilmente diminuito. - -Il fenomeno fisico di cui ho fatto cenno, quello cioè per cui l'anno -1364 venne una funesta carestia nello Stato, è per fortuna nostra così -insolito nel Milanese, che le persone poco istrutte lo potrebbero -collocare fra le favolose invenzioni immaginate per allettare colla -meraviglia. Ma ve ne sono prove tali, che non ci lasciano luogo a -dubitarne. Tre scrittori che allora vivevano, i quali, oscuramente -celati, notavano gli avvenimenti de' loro tempi senza che uno potesse -avere cognizione dell'altro, ce lo hanno tramandato concordemente; -e sono Pietro Azario, l'autore degli Annali milanesi, ed il cronista -di Piacenza. Nell'anno 1364 comparvero nel mese di agosto de' nembi -di locuste. Queste occupavano l'aria, come dense e vaste nubi, -ed offuscavano il sole. Esse volavano con molta forza, e tutte si -dirigevano dalla stessa parte nel volo. Scendevano poi su i campi, e, -a vederle discendere, pareva che cadessero fiocchi di neve. L'Azario -dice che questi animaletti erano verdi, e col capo e collo grossi. Nel -terreno sul quale avevano posato, erbe, foglie, frutta, tutto rimaneva -distrutto; e così questi eserciti funesti di locuste, passando da un -campo all'altro, isterilirono le terre; e durò il flagello da agosto -sino al mese di ottobre[139]. Un simile flagello si dice che l'avesse -provato la Lombardia quattrocentonovantun'anni prima, cioè l'anno 873, -e ce ne tramandò memoria Andrea Prete. Ma se a quell'autor solo si -poteva contrastare un avvenimento maraviglioso, converrebbe rinunziare -alla storia se dubitassimo della verità rapporto all'anno 1364. Questo -fenomeno, stranissimo per noi, è conosciuto in altre regioni verso -il Levante. Carlo XII, re di Svezia, nella Bessarabia ebbe moltissimo -a soffrire per i nembi di locuste; e l'autore della storia _Histoire -militaire de Charle XII de Suède_[140], ci narra un caso simile, ed -eccone le parole: «Une horribile quantitè de sauterelles s'elevoit -ordinairement tous les jours avant midi du còté de la mer, premiérement -à petits flots, ensuite comme des nuages, à qui obscurcissoient l'air, -et le rendeient si sombre, et si épais, que dans cette vaste plaine -le soleil paroissoit s'être éclipsé. Cest insectes ne voloient point -proche de terre, mais à peu près à la même hauteur que l'on voit -voler les hirondelles, jusqu'à ce qu'ils eussent trouvé un champ sur -lequel ils pussent se jetter. Nous en rencontrions souvent sur le -chemin, d'où ils se jettoient sur la même plaine où nous étions et -sans craindre d'être foulés aux pieds des chevaux, ils s'elevoient de -terre, et couvroient le corps et le visage à ne pas voir devant nous, -jusqu'à ce que nous eussions passé l'endroit où ils s'arrêtoient. -Partout où ces sauterelles se reposoient, elles y faisoient un dégât -affreux, en broutant l'herbe jusqu'à la racine; ensorte qu'au lieu de -cette belle verdure dont la champagne étoit auparavant tapissée, on -n'y voyoit qu'une terre aride et sablonneuse». Questi insetti, col -favore d'un vento gagliardo, attraversano persino il mare a volo; e -in conseguenza della sterilità avvenuta nell'Asia, o di una prodigiosa -moltiplicazione accaduta in quell'anno nella specie di quegl'insetti, -o d'un vento straordinariamente violento, che gli abbia trasportati -oltre i consueti loro confini, o alfine di qualche altra cagione che -non posso conoscere, giunsero essi persino a noi l'anno 1364. Se questa -devastazione fosse periodica, sarebbe da temersi da' nostri figli, che -vivranno l'anno 1855. Ma tali avvenimenti o non hanno periodo, ovvero -l'hanno così vasto, che oltrepassa la memoria. - -Ritorniamo agli orrori di quel governo, e miriamo l'altra porzione -dello Stato soggetta a Galeazzo II. Dopo che egli ebbe nuovamente -in suo potere Pavia, ivi collocò la sua sede, lasciando che Barnabò -alloggiasse in Milano. Galeazzo non ebbe tante brighe a sostenere -colle armi, quante ne ebbe Barnabò; onde, abbandonando da principio -ai ministri ogni cura dello Stato, egli null'altro ebbe in pensiero, -che di apparentarsi con illustri matrimoni, celebrare regie pompe, e -cercare la fama di protettore delle lettere. Le scuole di Pavia vennero -da lui fomentate e promosse, e nell'anno 1362 sembra che venisse -aperta quell'Università, la quale aveva maestri di leggi canoniche e -civili, di medicina, fisica e logica. Radunò una biblioteca pregevole -per quei tempi, anteriori quasi d'un secolo alla invenzione benefica -della stampa. Per illustrare la sua famiglia, al figlio suo Gian -Galeazzo (che non aveva più di sette anni) diede per moglie Isabella -di Francia, figlia del re Giovanni, bambina essa pure di pochi anni; e -la pompa di quest'illustri sponsali costò ben cinquecentomila fiorini -d'oro, cavati con ogni sorta di mezzi dai sudditi, senza eccezione -alcuna; il che non bastò a togliere la sofferenza in ciascuno d'un -aggravio enorme. Maritò sua figlia Violanta con Lionetto, figlio del re -d'Inghilterra Edoardo III. Galeazzo aveva Bianca di Savoia per moglie; -e così la casa Visconti, in meno di sessant'anni di tempo, dalla -condizione nobile sì ma privata, passò a grandeggiare a segno d'avere -le più strette parentele col re di Francia, col re d'Inghilterra e -col duca di Savoia. Oltre a questi oggetti sproporzionati di spese, ei -si volse a fabbricare senza riguardo. In Pavia si pose ad erigere un -parco di più miglia, cinto di muro; ivi aveva le cacce, i giardini, le -peschiere, che ricevevano l'acqua per un cavo ch'ei fece dal naviglio -di Milano sino colà. Queste spese, e quest'abbandono degli affari -pubblici, in tempi di pestilenza e di carestia, mentre una parte dello -Stato soffriva le invasioni de' nemici, produssero danni così grandi -che, malgrado l'opulenza e l'adulazione che a più giri attorniavano -quel principe, ei si dovette alla fine riscuotere. Aprì gli occhi; e -vide tutte le cariche venali occupate da vilissimi ministri; i popoli -rovinati; le sue milizie mancanti di paghe; il suo erario vuoto; e i -suoi pochi sudditi esausti e languenti. In quel momento fece quello -che sogliono le anime da poco; dalla inerzia passò alla frenesia. -Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Milano. Fece -impiccare il suo direttore delle fabbriche in Pavia. Il castellano -di Voghera, per essere stato assente quando quegli afflitti abitanti -scossero il giogo della oppressione, fu strascinato a coda d'asino, -poi fu impiccato con un suo figlio. Sessanta stipendiati, perchè -furono un poco lenti nell'eseguire una commissione, furono con una -sola parola condannati tutti alle forche. Indotto a far loro grazia, -se ne rammaricò poi, e fece porre in carcere Ambrosolo Crivello, -suo cancelliere, e lo privò d'un anno di salario, perchè era stato -sollecito nella spedizione della grazia. Questi fatti ci sono attestati -da più autori contemporanei. L'Azario poi ci ha tramandato l'editto -col quale quel principe ordinò a' suoi giudici qual carnificina -dovessero far eseguire contro i rei di Stato. Egli immaginò il modo -per far soffrire atrocissimo strazio per quarantun giorni, riducendo -un uomo sempre all'agonia senza lasciarlo morire. La natura freme, -Busiri e Falaride non lasciarono altrettanto:[141] _Intentio domini -est quod de magistris preditoribus incipiatur paulatim. Prima die -quinque bottas de curlo; secunda die reposetur; tertia die similiter -quinque bottas de curlo; quarta die reposetur; quinta die similiter -quinque bottas de curlo; sexta die reposetur; septima die similiter -quinque bottas de curlo; octava die reposetur; nona die detur eis -bibere acqua, acetum et calcina; decima die reposetur; undecima die -similiter acqua, acetum et calcina; duodecima die reposetur; decima -tertia die serpiantur eis duae corrigiae per spallas, et pergottentur; -decima quarta die reposetur; decima quinta die dessolentur de duobus -pedibus, postea vadant super cicera; decima sexta die reposetur; -decima septima die vadant super cicera; decima octava die reposetur; -decima nona die ponantur super cavalletto; vigesima die reposetur; -vigesima prima die ponantur super cavalletto; vigesima secunda die -reposetur; vigesima tertia die extrahatur eis unus oculus de capite; -vigesima quarta die reposetur; vigesima quinta die truncetur eis nasus; -vigesima sexta die reposetur; vigesima septima die incidatur eis una -manus; vigesima octava die reposetur; vigesima nona die incidatur alia -manus; trigesima die reposetur; trigesima prima die incidatur pes unus; -trigesima secunda die reposetur; trigesima tertia die incidatur alius -pes; trigesima quarta die reposetur; trigesima quinta die incidatur -sibi castronum; trigesima sexta die reposetur; trigesima septima die -incidatur aliud castronum; trigesima octava die reposetur; trigesima -nona die incidatur membrum; quadragesima die reposetur; quadragesima -prima die intenaglientur super plaustro, et postea in rota ponantur_. -Pare impossibile che un sovrano abbia mai dato un comando tanto -infernale; pare impossibile che alcun uomo, soffrendo questi martirii, -potesse sopravvivere sino al quarantesimoprimo giorno! Eppure convien -dire che crudelmente si andassero applicando i rimedii, per prolungare -la vita e il tormento; poichè, ci attesta lo stesso autore, che[142] -_harum poenarum exequutio facta fuit in personas multorum anno 1372 et -1373_[143]. Così pensarono i principi, così furono governati i popoli -di quella città, in cui doveva l'immortale marchese Cesare Beccaria -scrivere il libro dei Delitti e delle Pene; libro sacro all'umanità, -alla ragione ed alla beneficenza. I principii dl sublime filosofia che -l'hanno dettato; la calda e libera eloquenza collo quale ci annunziano; -lo compassionevole sensibilità ai mali degl'infelici, assicurano -all'illustre nostro cittadino, ed all'amico e compagno de' miei studi -una celebrità costante; la onorata tranquillità poi di cui gode, anzi -lo stipendio e le cariche delle quali è stato decorato, serviranno -agli esteri non solo, ma alla posterità, di vera dimostrazione della -felicità e della gloria del governo sotto cui abbiamo la fortuna di -vivere. - -Sin qui Galeazzo II poteva esser sedotto da malvagi consiglieri; ma -il fallo seguente lo mostra quale egli era, senza difesa. Aveva quel -principe incorporato nel vastissimo suo parco di Pavia i poderi di -molti, e fra gli altri d'un povero cittadino pavese che aveva nome -Bertolino da Sisti. Questo povero uomo aveva una famiglia numerosa -da alimentare; i figli soffrivano la fame e la miseria, mancando di -quel fondo, che non gli era stato pagato. Egli si prostrò avanti del -suo sovrano, implorando umilmente soccorso, e il pagamento della sua -porzione di terra. Venne accolto da Galeazzo con amarissima derisione -e vilipendio, e non potè ottenere compenso alcuno. Quel disperato -padre di famiglia aspettò poi, nel parco istesso dove Galeazzo soleva -cavalcare, il momento della vendetta, e, il giorno 24 di agosto -dell'anno 1369, lo ferì, mentre passava a cavallo, in un fianco; ma la -fascia cordonata di seta lo difese. Fu arrestato quel suddito; sempre -colpevole, ma degno di commiserazione, e finì, dopo fieri tormenti, -squartato dai cavalli[144]. Coloro che esclamano contro i costumi del -nostro secolo, vedano se in tutta quanta l'Europa vi sia un angolo -solo in cui gli uomini siano trattati come lo erano i nostri maggiori -quattro secoli sono! A che attribuirne il cambiamento? All'ardimento -che alcuni ebbero di pensare e cercare il vero, indipendentemente dalle -opinioni ereditate; al progresso della ragione, all'accrescimento de' -lumi; alla moltiplicazione de' libri; al genio della coltura; a quello -spirito moderato e benefico di filosofia che ha dissipata la ferocia -e il fanatismo, ed ha reso gli uomini benevoli ed umani, sotto di una -santa e pura religione di concordia e di pace. Rendiamo umili azioni -di grazie al Dator di ogni bene, e guardiamoci da coloro che ardiscono -d'insultare a que' felici mezzi co' quali si è operata la consolante -rivoluzione. Galeazzo II aveva la bassezza di voler giuocare ai dadi -co' sudditi che avessero denaro, e godeva di rovinarli. (1377) Quel -principe fece un decreto l'anno 1377 che non ha esempio, a quanto mi -è noto. Egli, con un foglio di carta, annullò, cassò, rivocò tutte -le grazie e dispense che aveva sin allora concesse. Il decreto è del -giorno 13 di ottobre,[145] _Datum in castro nostro Zojoso_, sito nel -Pavese, ora chiamato Belgioioso, nel quale soleva passar qualche tempo -quel principe. Che un successore revochi le grazie di un sovrano che -l'ha preceduto, benchè sia cosa dura assai per chi la soffre, se ne -trovano esempi, ma che un principe cancelli, così in un colpo solo, -tutte le sue beneficenze, non so che sia mai accaduto altra volta[146]. - -Paragonando i due fratelli, pare che Barnabò avesse l'animo più forte, -e Galeazzo fosse freddamente crudele. Il primo abbandonandosi ad una -collera brutale, era capace di ogni eccesso; l'altro lo era sempre, -con maligna tranquillità. Barnabò dava gl'impieghi a persone che li -sapessero eseguire, e sapeva tenersele affezionate e fedeli; Galeazzo, -per denaro, dava le cariche a' più inetti uomini. Barnabò era veridico -e palesava i suoi sentimenti; Galeazzo non era definibile. Il primo -incuteva spavento, l'altro diffidenza. Barnabò si fece scolpire in -una statua equestre di marmo e la collocò sull'altar maggiore di San -Giovanni in Conca. Essa ivi si vede, ma non più sull'altare. Galeazzo -pazzamente fece distruggere le peschiere, le pitture del Giotto, e -tutte le belle cose ordinate da Azzone nel palazzo di corte,[147] _quae -domus_, diceva l'Azario, _cum ornamentis et picturis et fontibus, -hodie non fieret cum trecentis millibus florenis_[148]. Galeazzo -faceva alzare un gran muro con merita spesa; poi parendogli che stesse -male, lo faceva demolire. Faceva delle vôlte assai grandi in mezzo del -verno, e diroccavano poi; e i mattoni, le travi, la calce si prendevano -per suo cenno, ove trovavansi, senza parlare di pagamento. Galeazzo -fabbricò il castello di Milano e quello di Pavia: Barnabò, quello -di Trezzo. Nessuno di questi due atroci fratelli ebbero commensali, -come solevano averne Azzone, Luchino e Giovanni. Costoro offendevano -un numero sì grande di persone, che non era poi loro fattibile la -scelta di alcuni fra' quali passare giocondamente le ore. Barnabò -pagava esattamente i suoi stipendiati, e non permetteva che facessero -estorsioni; Galeazzo trascurava di pagarli, e non badava alle loro -angherie. Durante tale governo, i due successivi arcivescovi Guglielmo -della Pusterla e Simone da Borsano non posero piede mai nella loro -diocesi; sia che ciò nascesse per le dissensioni col papa; sia che, -per godere le rendite dell'arcivescovato, i principi non volessero -concederne a quei prelati il possesso; sia finalmente che la meschina -vita che sotto a quel governo vi dovette passare l'arcivescovo -Roberto Visconti, fatto porre in ginocchio per ascoltarsi il _nescis, -poltrone_, di Barnabò, avesse fatto perdere il coraggio ai successori -di presentarsi a vivere sotto quei terribili sovrani, animati anche -contro degli ecclesiastici; i quali, con un editto di Barnabò, venivano -obbligati a porsi in ginocchio tosto che l'incontravano per le strade, -e, non solamente dovevano contribuire la porzione d'ogni tributo al -paro di ciascun altro cittadino, ma dovevano portare il più delle tasse -che quei sovrani arbitrariamente imponevano sul clero. (1378) Galeazzo -II mori in Pavia il giorno 4 di agosto dell'anno 1378, dopo di aver -regnato ventiquattro anni; e successe ne' suoi Stati Giovanni Galeazzo, -di lui figlio, che portava nome _il conte di Virtù_, per un feudo che -gli era stato dato nella Francia per dote della principessa Isabella. - -Prima di terminare questo capitolo, credo di far cosa grata a' miei -lettori, informandoli d'un curioso dialogo che ebbe Barnabò con un -villano, da cui non venne conosciuto. Io lo tradurrò, perchè la storia -della patria può interessare anche persone che non sappiano il latino. -Ho dovuto inserire anche troppi squarci, scritti in tal lingua, o -per contestare l'autenticità dell'asserzione, o per non diventarne io -medesimo responsale, ovvero per non annunziare colle mie parole, cose -che mi sarebbe dispiaciuto di dover dire. Il dialogo si trova nella -Cronaca di Azario[149], e consiglio ai curiosi lettori di vederlo nel -suo originale; perchè, frammezzo a quella trascurata e rozza latinità, -vi è certo lepore ingenuo, e una certa domestichezza di frasi che -piacciono sommamente e dipingono il costume. Barnabò soggiornava parte -dell'anno in Marignano: i contorni erano ancora pieni di boschi ed -opportuni alla caccia, e questo era il motivo per cui Barnabò amava -di trattenervisi. Egli a cavallo ben sovente si allontanava dalla -comitiva, e s'innoltrava solo nel più interno dei boschi. Un giorno fra -gli altri aveva smarrita ogni traccia, nè sapeva più donde uscirne per -ritornare al suo albergo. La stagione era assai fredda; l'ora avanzata, -e rigido il verno. Per caso Barnabò s'avvidde che taluno era in quel -bosco. S'accostò; e riconobbe ch'era un povero contadino, assai lacero, -che s'affaticava a tagliar legna. Ecco il dialogo che con lui tenne -Barnabò: «Il cielo t'aiuti, galantuomo. — _Villano:_ Ne ho bisogno. -Con questo freddo ho potuto far poco. L'estate è ita male, potesse -almeno andar meglio l'inverno! — _Barnabò, scendendo dal suo cavallo -affaticato:_ Amico, tu dici che la state è ita male; e come? L'annata è -stata anzi felice; vi è stato abbondante raccolto di grano, vendemmia -abbondante. E che l'è ito male? — _Villano, mentre continua a tagliar -la legna:_ Oh abbiamo di bel nuovo il diavolo per nostro padrone. Si -sperava che, allorquando venne scacciato il signor Bruzio Visconti, il -diavolo fosse morto, ma ne è comparso un altro peggiore ancora. Costui -ci cava il pane di bocca. Noi poveri lodigiani lavoriamo come cani, -e tutto il profitto colui ce lo carpisce. — _Barnabò:_ Certamente, -quel signore opera male assai.... Ti prego, guidami, amico, fuori del -bosco; l'ora è tarda: la notte è vicina; e m'immagino che tu ancora non -avrai tempo da perdere, se brami ritornartene a casa tua. — _Villano:_ -Oh! per andare a casa non ho alcun pensiero. L'imbroglio, padron mio, -sarà a ritrovarvi da cenare; e davvero ho gran paura che non ne faremo -nulla; mia moglie e i miei figli gli ho lasciati a casa con poco pane. -— _Barnabò:_ Ebbene, conducimi fuori del bosco, e guadagnerai qualche -cosa. — _Villano:_ Tu mi vuoi distrarre dal mio lavoro.... saresti -tu mai uno spirito infernale.... i cavalieri non vengono per questi -boschi... Sia tu chiunque ti piaccia, pagami prima, e ti scorterò dove -vuoi. — _Barnabò:_ Ebbene, cosa vuoi ch'io ti dia? — _Villano:_ Un -grosso di Milano. — _Barnabò:_ Fuori che saremo dal bosco ti darò il -grosso, e ancora di più. — _Villano:_ Oh sì domani! Tu sei a cavallo, -e, fuori che tu sia dal bosco, prendi il galoppo, ed io rimango come -un cavolo! Così fanno gli ufficiali di quel diabolico nostro padrone; -vengono scalzi, e ruban poi tanto, che passeggiano come grandi signori -a cavallo. _Barnabò:_ Amico, poichè non mi vuoi credere, eccoti il -pegno», e gli diede la fibbia d'argento che aveva alla cintura. Il -villano se la gettò in seno nella camiscia, e cominciò a precedere -per uscire dal bosco, ma stanco come era, camminava lentamente. -«_Barnabò:_ Galantuomo, monta in groppa sul mio cavallo. — _Villano:_ -Credi tu che quella rozza potrà reggere a due! Tu sei tanto grosso! -— _Barnabò:_ O, benissimo; porterà te e porterà me; tanto più che, a -quanto dicesti, non hai mangiato troppo a pranzo. — _Villano:_ Tu dici -il vero.... proviamoci»; e qui si pose a sedere in groppa, e mentre -così proseguivano attraverso del bosco, continuò Barnabò: «Amico, tu -mi hai date delle cattive nuove del tuo padrone: e del signor Barnabò, -che sta in Milano, che se ne dice? — _Villano:_ Di lui se ne parla -meglio. Benchè sia feroce, egli almeno fa osservare l'ordine; e s'egli -non fosse, non avremmo osato nè io, nè gli altri poveri entrar nel -bosco a tagliar legna, per timore degli assassini. Il signor Barnabò fa -osservare esatta giustizia, e quando promette, mantiene. Ma quest'altro -che sta in Lodi, fa tutto al contrario». E così, proseguendo il -discorso, gli riferì come un castellano gli aveva rubato un pezzo di -terra ed alcuni pochi mobili; indi, usciti che furono dal bosco, disse -il villano: «Signore, tenete la campagna da questa banda, la notte -viene, fate presto, perchè altrimenti vi potrete trovare in mezzo -d'una strada. — _Barnabò:_ Amico, mi vorresti gabbare, e con questo -bel modo portarmi via la fibbia». Tremava di freddo il villano, perchè -a piedi almeno si riscaldava, e sedendo era, senza moto, esposto al -rigore della stagione, e disse: «Per Dio! non mi ricordava nemmeno -più della fibbia; prendetela, signore. Se mi volete dar qualche cosa -per amor di Dio, fatelo; se non vi piace, il cielo vi aiuti, e andate -colla vostra fibbia. Correrei pericolo d'essere impiccato, se questa -fibbia si ritrovasse presso di me; si direbbe che l'avessi rubata. -Tenetela. Credo bene che, se mi volete fare la carità, non vi mancano -in tasca denari. — _Barnabò:_ Amico, fa a modo mio; accompagnami -ad un albergo e ti prometto un grosso, e di più un buon camino per -riscaldarti, e poi anco di più una buona cena: e così domattina di -buon'ora tornerai da tua moglie». Il villano si consolò pensando a -questi beni, e come la mattina vegnente con quel grosso avrebbe potuto -comprare dodici pagnotte e darle alla sua povera famiglia. Scese dalla -groppa, e riprese il cammino, calpestando lo stoppie attraverso dei -campi; e Barnabò cavalcava dietro lui. — _Barnabò:_ «E dove anderemo -noi ad albergare? — _Villano:_ Andremo a Marignano: vi sono delle buone -osterie; vi si può entrare giorno e notte, e alloggeremo bene, e noi -ed il cavallo, che mi pare ne abbia bisogno. _Barnabò:_ Dici bene. E -da questo tuo Marignano siamo noi molto discosti? — _Villano:_ Cosa -ti preme? Se non vi giugneremo di giorno, vi giugneremo di notte. Non -t'ho dett'io che ivi non si chiudono le porte? — _Barnabò:_ Va dunque, -sia come tu vuoi». Così proseguendo con tai discorsi il cammino, si -videro da lontano comparire molte e grandi fiaccole, e Barnabò disse: -«Vedi tu quei fanali e tante faci? — _Villano:_ Le vedo. — _Barnabò:_ -E che vuol dir questo? — _Villano:_ Vuol dire che vanno cercando il -signor Barnabò, che tante volte s'innoltra nei boschi per amore della -caccia; vuole essere solo, si perde, e i suoi domestici poi vanno la -sera facendo dei fuochi, acciocchè veda per dove possa ritornarsene. -— _Barnabò:_ S'ella è così, fanno bene: è segno che quei domestici -hanno premura pel loro padrone». Discorrendo per tal modo s'andarono -accostando a quei che portavano le faci; e tosto che questi videro -Barnabò, scesero da cavallo; e salutato con riverenza quel sovrano -(_inclinatis capuciis_, dice Azario), e rispettosamente attorniando -lui e il villano, tutti giunsero a Marignano. Allora il povero villano -s'avvide qual fosse l'uomo col quale aveva fatto il dialogo. Desiderava -di essere già morto; tanto timore aveva dei tormenti che s'aspettava -di dover patire nel castello di Marignano! Giunti che vi furono, il -signor Barnabò, scoppiando dalle risa, raccontò a' suoi domestici -tutta l'avventura; e ordinò che il villano, tal quale era, stracciato e -sporco, fosse condotto in una sala, e se gli accendesse un gran fuoco. -Poichè fu ben ristorato dal freddo, fu chiamato il povero villano -a cena, e dovette sedere di contro al signor Barnabò. Essi due soli -sedevano; e volle che il villano venisse in tutto servito come egli -lo era. Il contadino non voleva tanti onori; tremava; e Barnabò: «Son -galantuomo, mantengo la parola. Ti ho promesso un buon fuoco, e te -l'ho dato. Ti ho promessa una cena, e te la mantengo. Ti ho promesso -un grosso di Milano, e domattina l'avrai. — _Villano:_ Ah! signore, -misericordia! io ho parlato da stolido qual sono! sono un povero uomo, -che vive nei boschi solitario, non so quello che convenga di parlare: -per pietà, mi lasciate partire: per carità, perdonatemi». Il villano -combatteva fra lo spavento e la fame, stimolata da' cibi insoliti; -e la fame la vinse; mangiò bene assai. Poscia venne congedato dal -principe e condotto in una bella stanza; lavato con un bagno tepido, -posto a dormire sopra di un magnifico letto; e la vegnente mattina fu -condotto avanti del signor Barnabò, che gli disse: «Ebbene, amico, -coma bai passata la notte? — _Villano:_ Come in paradiso; ma, con -vostra buona grazia, vorrei andarmene. — _Barnabò:_ Se così ti piace, -vi consento»; indi rivolto ad un suo cameriere: «Dagli un grosso»; e -questi immediatamente lo consegnò al villano, poi Barnabò: «La mia -promessa ora è compiuta; pure ti ho lasciato sperare qualche cosa -di più; cercami quella grazia che brami. — _Villano:_ Signore, basta -che mi lasciate partire vivo e sano. — _Barnabò:_ Questo lo accordo; -chiedi qualche altra grazia. — _Villano:_ Se mi faceste restituire -il mio piccolo podere toltomi dal castellano....». Súbito fecegli -dare lettere colle quali il villano riebbe il suo, e tranquillamente -se ne ritornò allo stato di prima. L'Azario, che allora viveva e che -ci ha tramandata la memoria di questa scena, non ci riferisce chi -fosse il governatore di Lodi che era succeduto a Bruzio Visconti. -Questo avvenimento ha tanta verosimiglianza, che lo credo veramente -accaduto; e Barnabò, avendolo súbito raccontato ai suoi cortigiani, -è naturale che venisse poi divulgato come una novella di quel tempo. -Non avranno trascurato alcuni d'interrogarne il villano medesimo, e -così potrà essersi ancora più esattamente risaputo. Il carattere di -Barnabò mi pare che vi sia dipinto al vivo. Non permetteva egli che si -commettessero vessazioni ed ingiustizie; amava la sicurezza e l'ordine; -manteneva la parola data. Ma un buon principe non avrebbe impresso -nel cuore dei sudditi uno spavento generale, a segno che, per qualche -incauta parola, temessero d'essere condannati alla carnificina da lui -medesimo, nel di lui palazzo. Nessun principe oggidì avrebbe piacere -di far soffrire a quel meschino la barbara incertezza che lo tormentò -per laute ore; e la prima parola gli annunzierebbe ilarità e pace. -Poi lo sborso di un grosso, ossia il solo valore di dodici pagnotte, -oggidì sembrerebbe affatto indecente. Il povero villano aveva dovuto -lasciare la moglie ed i figli con poco pane; stanco e mal pasciuto, -aveva camminato per ricondurre il sovrano senza sapere ch'ei fosse -altro che un uomo; meritava adunque qualche cosa di più d'un grosso. Se -il fatto fosse accaduto alla maestà dell'adorabile augusto Giuseppe II, -o ad alcuno dei reali arciduchi, la sera medesima avrebbe la famiglia -del villano avuto di che cenare; e invece di tremare, come avrà fatto, -avrebbe sparse lagrime di tenerezza, benedicendo la sovrana pietosa -munificenza. Non bastava poi alla giustizia la restituzione del podere -rubato dal castellano. Un principe buono non si sarebbe determinato -a cosa alcuna colla esposizione di un solo. Avrebbe disposte le cose -in modo d'essere esattamente informato del fatto, e d'ascoltare anche -il castellano, per dargli campo a giustificarsi; indi, se egli aveva -oppresso una povera famiglia, non bastava disfare il mal fatto. Voleva -il ben pubblico che quel prepotente venisse contenuto per l'avvenire, -e col suo esempio allontanasse i suoi pari dal meditare altrettanto. -Nè avrebbe mancato un principe buono di prendere informazione sul -governatore di Lodi e sugli ufficiali rapaci che l'attorniavano. -Barnabò, anche in questa scena, manifesta un carattere duro, -insensibile, atroce nei momenti istessi della giocondità, ed appare -violento, e niente addottrinato nella scienza di governare. - - - - -CAPITOLO XIV. - - _Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano._ - - -Per lo spazio di sette anni ancora, dopo la morte di Galeazzo II, -continuò ad essere separato in due parti lo Stato de' Visconti, -reggendo l'eredità del padre il conte di Virtù, e continuando a regnare -Barnabò sulla sua porzione. Il Gazata nella sua Cronaca ci racconta -che Barnabò aveva comprata la città di Reggio da Feltrino Gonzaga, -collo sborso di cinquantamila fiorini d'oro; e che per diventar padrone -di alcune rocche e castelli di quel distretto, egli s'impadronì di -Francesco Fogliano; ed avutolo nelle sue mani, gli fece intimare che o -doveva indurre Guido Fogliano, di lui fratello, a consegnare a Barnabò -le fortezze che egli possedeva, ovvero questi sicuramente lo faceva -impiccare, quantunque tra il Fogliano e Barnabò non vi fosse mai stata -altercazione alcuna. Il povero Francesco Fogliano fece ogni sforzo per -indurre colle sue lettere il fratello a riscattarlo. Guido credette -che non si sarebbe mai imbrattato il Visconti con una così obbrobriosa -macchia; ma s'ingannò, perchè Barnabò fece sospendere Francesco alle -forche, sulle mura di Reggio, il giorno 7 dicembre 1372. Il conte -di Virtù aveva questo terribile collega. Il conte era giovine di -venticinque anni. Egli s'era più volte presentato al nemico con valore, -allorquando i collegati invasero lo Stato; ma non aveva dato saggio -nemmeno d'avere i talenti d'un buon comandante. Aveva egli stretti -vincoli di sangue colla casa di Francia, colla casa di Savoia, colla -casa d'Inghilterra: ma Barnabò non era meno appoggiato ad illustri e -potenti parentele. Barnabò ebbe tanti figli, che (ommettendo i bambini -ed i fanciulli periti) se ne contarono trentadue, de' quali quindici -legittimi, nati dalla signora Beatrice della Scala, da altri chiamata -Regina della Scala. Barnabò aveva date le sue figlie in matrimonio -a potenti signori. La casa d'Austria, la casa di Baviera, il re di -Cipro, la casa di Wirtemberg, la casa di Turingia, i Gonzaghi avevano -delle principesse figlie di Barnabò. La principessa che entrò nella -gloriosissima casa d'Austria si chiamava Verde Visconti. Ella sposò il -duca Leopoldo. Questo principe, giovine di quattordici anni, venne a -Milano l'anno 1365, ed il giorno 23 di febbraio celebrò le sue nozze -nel palazzo del signor Barnabò Visconti, presso San Giovanni in Conca. -Barnabò diede in dote alla figlia centomila fiorini. Indi andarono -gli sposi a Vienna; e da queste nozze discende l'augusto sovrano che -ora, per nostra felicità, domina su questo Stato. Chi bramasse più -minute notizie di queste memorabili nozze (per le quali il sangue de' -Visconti, sublimato a più elavata condizione, e depurato colla virtù e -colla beneficenza di quattro secoli, trovasi attualmente sul trono, dal -quale i Milanesi ricevon legge) vegga il nostro conte Giulini, che ne -ha pubblicati i monumenti sinora inediti. - -A fronte d'uno zio terribile, stavasene circospetto ed attentissimo -il conte di Virtù. Milano, siccome dissi, era divisa in due padroni: -Galeazzo II possedeva il castello di Porta Giovia, cioè il castello -che ancora in parte internamente sussiste; e Barnabò possedeva un -altro castello alla torre di porta Romana, di cui veggonsi anco oggidì -le vestigia dalla parte del naviglio. Il conte di Virtù stavasene in -Pavia: era una volpe che adocchiava destramente il vecchio leone. -Mostrava il giovine conte di Virtù d'essere timido, irresoluto, -debole in ogni sua azione. Bramava d'imprimere nell'animo di Barnabò -tale opinione, che, considerandolo egli giovane da nulla ed incapace -d'intraprendere un colpo ardito, nemmeno pensasse a tenersi difeso; e -tanto seppe dissimulare in ogni azione, anche domestica, tanto attento -fu nel rappresentare il meschino personaggio propostosi, che ingannò -supinamente lo zio, quantunque avesse giorno e notte al suo fianco -Caterina Visconti, figlia di Barnabò, da Galeazzo sposata, sebben -cugina, dopo la morte di Isabella di Francia, sua prima moglie. Barnabò -deriderà l'imbecillità del nipote, il quale ne' suoi editti ancora -spirava umanità, beneficenza e moderazione, mentre l'altro continuava -a spaventare i sudditi con inesorabile ferocia. Poteva comparire agli -occhi dello zio un nuovo tratto di pusillanimità la cura che ebbe il -conte di Virtù di procurarsi la grazia del nuovo augusto Venceslao, -succeduto al defunto Carlo IV di lui padre. Ma in fatti egli solo -venne da quel monarca confermato vicario imperiale l'anno 1380, senza -che nel diploma venisse fatta menzione di Barnabò. Così nel silenzio -andava il conte di Virtù preparando la mina che doveva scoppiare un -giorno, e rovinando il collega, riunire la sovranità dello Stato sopra -di lui solo. Barnabò, dal canto suo, senza accorgersi, somministrava -sempre nuove armi al nipote contro di lui; poichè disponeva una nuova -divisione dello Stato suo ne' cinque suoi figli legittimi, e già a -ciascuno di essi aveva assegnato il governo nel distretto che gli aveva -destinato in sovranità dopo di lui. Marco aveva la metà di Milano; -Lodovico aveva Lodi e Cremona; Carlo aveva Parma, Crema e Borgo San -Donino; Rodolfo aveva Bergamo, Soncino e la Ghiara d'Adda; Giovanni -Mastino, ancora bambino, aveva finalmente Brescia colla Riviera e -Valle Canonica. Questo avvenire non poteva essere caro ai popoli, che -diventavano sudditi d'una piccola sovranità, e soggetti ad un principe -debole. Così insensibilmente, e simulando debolezza ed incapacità, Gian -Galeazzo lasciava maturare gli avvenimenti; e andava contrapponendo -l'apparenza di un saggio principe a quella di un capriccioso e crudele -despota. (1385) Giunse il momento, e fu il giorno memorando 6 di -maggio dell'anno 1385; giorno in cui venne tolta a Barnabò ed a' suoi -figli, per sempre, ogni sovranità, e concentrossi nel conte di Virtù -ogni potere. Il caso è noto, ed è il seguente. Il conte fece intendere -al signor Barnabò ch'egli pensava di portarsi alla Madonna del Monte -presso Varese; che sarebbe venuto da Pavia a Milano, la mattina del 6 -di maggio, ma non amando di entrare nella città, costeggiandola fuori -dalle mure, sarebbe andato a smontare nel suo castello a porta Giovia; -e che sarebbe stata pure grande la sua consolazione se avesse potuto -abbracciare uno zio che tanto onorava. Si sapeva che il conte voleva -condurre la scorta di quattrocento lance. Un domestico del signor -Barnabò non mancò di fargli osservare che quel corredo era troppo per -portarsi ad un santuario e ad un borgo dello Stato, in tempo di pace. -Questo domestico si chiamava Medicina, e cercò di persuadere al suo -padrone di starsene cauto e non avventurarsi. Ma Barnabò disprezzava -il nipote, e attribuì alla pusillanimità sua questa schiera d'armati. -I due figli maggiori di Barnabò furono spediti incontro al conte due -miglia fuori di porta Ticinese. Questi accolse co' maggiori segni di -cordialità i suoi due cugini e cognati Rodolfo e Lodovico, i quali, -dopo le accoglienze, con apparenza di onore, furono circondati dalle -armi di cui erano comandanti Jacopo dal Verme, Ottone da Mandello e -il marchese Giovanni Malaspina. S'incamminò il conte verso Milano, e -giunto che fu avanti della porta Ticinese (che allora era ove oggidì -sta il ponte del naviglio) prese la sinistra, e per la via che ora -fiancheggia il canale, andò colla sua comitiva cavalcando, sin che alle -ore sedici, ossia verso mezzo giorno, trovatisi vicino al ponte che da -Sant'Ambrogio conduce a San Vittore, per esso videro scendere Barnabò -a cavallo con uno o due domestici di seguito. Il conte, dopo i primi -saluti, diede il segnale concertato; e Jacopo dal Verme il primo spronò -il cavallo, e pose le mani adosso della persona del signor Barnabò, -dicendogli: _Siete prigioniere._ Ben tosto Ottone da Mandello gli levò -dalle mani la briglia; altri gli tagliò il cingolo; e così al momento -Barnabò fu disarmato, togliendogli altri la spada, altri la bacchetta -dalle mani. Contemporaneamente lo stesso venne fatto ai due suoi figli -Rodolfo e Lodovico; e presto presto, in mezzo alle armi, vennero -tradotti nel castello di porta Giovia, poco di là lontano. Barnabò -venne cautamente trasportato poi al castello di Trezzo, ove anco oggidì -vedesi la stanza, in cui sopravvisse sette mesi colla sua o moglie -o amica Donnina de' Porri sin che morì avvelenato, a quanto si dice. -Tanto seppe simulare il conte! Egli aveva trentadue anni. - -Appena il colpo era fatto, il conte, alla testa degli armati, entrò -nella città, e senza veruna opposizione se ne impadronì, fra gli evviva -della plebe, alla quale permise tosto di saccheggiare i palazzi di -Barnabò e de' suoi figli, e la plebe di più saccheggiò le dogane e la -gabella del sale, che era alla piazza de' Mercanti. Nella fortezza di -porla Romana vi fu ritrovato tanto argento per caricarne sei carri, -ed in oro vi si contarono settecentomila fiorini. Quindi si radunò un -consiglio generale della città, il quale tosto conferì il dominio al -conte di Virtù, e, dopo lui, a' suoi discendenti maschi legittimi, -in quel modo a lui più fosse piaciuto[150]. Con tal decreto vennero -esclusi i discendenti di Barnabò: e in quel giorno Giovanni Galeazzo -Visconti, conte di Virtù, diventò sovrano di ventuna città, e sono -Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Brescia, Lodi, Bergamo, Crema, -Milano, Como, Vigevano, Pavia, Bobbio, Alessandria, Valenza, Novara, -Tortona, Vercelli, Alba, Asti e Casale. Questo colpo, eseguito con -tanto vigore, e preparato colla più cupa e simulata ipocrisia, -conveniva in qualche modo farlo comparire onesto e suggerito -dall'assoluta necessità; e a tal fine ordinò il conte che si formassero -i processi contro di Barnabò. L'autore degli Annali milanesi ce ne ha -trasmesso l'epilogo. Le atrocità che ivi si leggono imputate a Barnabò, -sono enormi; e dopo una sanguinosa enumerazione di esse, vedesi -incolpato Barnabò d'avere tese insidie alla vita del nipote; d'essere -uno stregone, che colle fattucchierie avesse rese sterili le nozze del -conte di Virtù; e che finalmente Gian Galeazzo fosse stato costretto -a far prigionieri lo zio ed i cognati, perchè essi l'avevano in quel -momento assalito a tradimento. Non saprei se sotto il governo di uomini -di quell'indole vi fosse nelle magistrature un uomo virtuoso; ma se -pur vi era, quello certamente non sarà stato trascelto per formare il -processo. Barnabò era uomo feroce, violento, coraggioso, franco, ma -non dissimulato, nè capace di tradire o di insidiare. Egli era nemico -di ogni arte e di ogni scienza, crudele, sanguinario, d'una religione -inconseguente, poichè, insultando il papa, oltraggiando i vescovi, -calpestando gli ecclesiastici, donava ai conventi generosamente i beni -che rapacemente confiscava ai cittadini. Ma il conte era suo nipote; -il conte era suo genero; giaceva le notti colla sua moglie Caterina -Visconti, nel tempo in cui ordiva di togliere la sovranità alla di lei -famiglia, mentre teneva prigione suo padre, lasciava errare raminghi -e bisognosi i di lei fratelli, che pure avevano tanta ragione per -succedere nella signoria di Barnabò, quanta ne aveva il conte per -essere succeduto nella signoria a Galeazzo. Di tanti figli che aveva -Barnabò, malgrado le potenti e illustri loro aderenze, non ve ne -fu più alcuno che potesse comparir nemmeno a disputare la usurpata -porzione del padre, trattone Estore che era figlio illegittimo, il -quale potè fare ventisette anni dopo un momentaneo contrasto al duca -Filippo Maria, come vedremo. La potenza acquistata in un istante dal -conte di Virtù fiaccò l'animo de' suoi sudditi; l'ardimento della sua -ambizione, spiegata come un improvviso lampo, unita alla profondissima -simulazione, rese attoniti gli altri principi; giacchè gli oggetti -più ne soprafanno, quanto più grandeggiano annebbiati. I popoli, -oppressi dal duro e violento giogo sofferto, accolsero con allegrezza -il cambiamento. La virtù e la giustizia non ebbero parte alcuna in -questa rivoluzione, in cui si vide accadere un avvenimento di cui sono -frequenti gli esempi; cioè che, posti due colleghi di egual condizione -al governo, colui che avrà le passioni più spiegate, dovrà soccombere -a colui che saprà coprire colla timidezza l'ambizione, siccome ancora -accadde dell'impero del mondo fra Ottavio ed Antonio. - -All'ambizione artificiosa del conte di Virtù erano poche ventuna città -suddite. Egli pensava a nulla meno che al regno d'Italia: e i primi -sguardi ch'egli gettò furono dalla parte del Veronese e del Padovano, -per estendere sino all'Adriatico il suo Stato. Egli, siccome dissi, -possedeva già Crema, Bergamo e Brescia. Antonio della Scala era signore -di Verona e di Vicenza. Francesco da Carrara era signore di Padova. -Da gran tempo questi due piccoli sovrani avevano delle discordie, e si -facevano delle reciproche ostilità. Il conte di Virtù, simulando zelo -per la concordia e per il bene di que' due principi, entrò mediatore -per accomodare le loro controversie; e mentre l'una parte e l'altra -stavano facendo le loro proposizioni, il conte lusingò il Carrarese, -signore di Padova, proponendogli un'alleanza invece del progettato -accordo. L'alleanza avea per fine la distruzione dello Scaligero. Il -piano era che il Carrara lo dovesse attaccare dalla parte di Vicenza, -mentre il conte di Virtù farebbe lo stesso dalla parte di Brescia. -L'esito non poteva essere dubbio, poichè Antonio della Scala, posto -così di mezzo, non poteva avere scampo. Il frutto era grande, mentre -s'offeriva a Francesco Carrara di lasciargli Vicenza, e il conte -restava pago di prendere per sè Verona. Non poteva essere l'orecchio -del Carrarese adescato da una proposizione più seducente di questa, -e incautamente la accettò. La passione antica che aveva contro lo -Scaligero, lo acciecò a segno di lusingarsi, che il conte (il quale -aveva tradito suo zio, usurpata la sua sovranità, e, coll'apparenza di -officiosa mediazione, proponeva un tradimento contro dello Scaligero) -sarebbe stato un alleato fedele a lui, poichè fosse reso ancora più -forte coll'acquisto del Veronese, e diventato confinante col Padovano! -Appena concertata la cosa, il conte mediatore immediatamente pubblicò -un manifesto diretto allo Scaligero, diffidandolo che tre giorni dopo -quella data veniva a muovergli guerra. (1387) Fu invaso il Veronese -dalla milizia del Visconti da una parte, e del Carrara dall'altra. -Alcuni malcontenti veronesi, che avevano secreta corrispondenza -con Antonio Bevilacqua, comandante delle truppe del conte, aprirono -l'ingresso; e il Bevilacqua, fuoruscito veronese e nemico di Antonio -della Scala, rese Verona suddita del conte di Virtù; alle armi di cui -si sottomisero i borghi e le terre tutte del Veronese non solo, ma -del Vicentino e la stessa città di Vicenza. Così terminò la signoria -degli Scaligeri l'anno 1387. La conquista fatta dal conte, della città -di Vicenza, era una violazione dei patti. Contra di essa reclamava il -signore di Padova Francesco da Carrara. Il conte rispondeva che egli -teneva Vicenza, non come cosa spettante a lui, ma come l'eredità di -Caterina sua moglie, figlia della regina Scaligera, moglie di Barnabò. -Il Gatari, nella Storia di Padova[151], ci dice che il conte di Virtù, -per maneggi secreti, corruppe i favoriti di Francesco da Carrara, e -fece che gli consigliassero di alzar ben bene la voce, e declamare -contro la perfidia del conte, facendogli sperare che, in tal modo, e il -consiglio del conte e la di lui stessa moglie, l'avrebbero certamente -indotto a consegnargli Vicenza, anzi che portare la patente macchia -d'avere violata la fede; supponendosi a ciò indotti dalla lusinga che, -intimorito, il Carrara non avrebbe osato di farne pubblica doglianza. -Anche da tale insidia fu côlto quell'incauto principe; e il conte -ebbe il pretesto di vendicare le ingiurie proferite da Francesco -Carrara; e non solamente ritenne Vicenza, ma invase il Padovano, -s'impadronì di Padova istessa, fece prigioniere l'infelice Francesco -da Carrara, e trasportollo nella torre di Monza, ove terminò i suoi -giorni. Io ho delle monete del conte di Virtù, signore di Padova, e -sono già pubblicate altre monete del medesimo come signore di Verona, -le quali monete vennero coniate probabilmente dalla zecca di Milano o -nell'anno 1387, ovvero poco dopo. Da questi fatti compare chiaramente -il carattere di Giovanni Galeazzo. Gli editti che pubblicava erano -composti con frasi che indicavano religione, pietà, moderazione. -S'invocava Dio; se gli rendeva omaggio di ogni prospero successo; si -fabbricava il Duomo; si fondava la gran Certosa presso Pavia; ma la -morale non era punto rispettata. Le animosità e le contese fra gli -Scaligeri ed i Carraresi ebbero tal fine. E per lo più così accadde -che i piccioli nemici combattono colla chimerica lusinga di soggiogare -i loro emuli; e un terzo si presenta, il quale tranquillamente -profitta delle loro spoglie; giugnendo poi i rivali rovinati a -conoscere, ma tardi, che assai miglior partito è quello di tollerarsi -scambievolmente, e rimanere concordi ed uniti, per ottenere stabilità -di fortuna, e tranquillo e decoroso godimento di essa. - -Poichè per tal modo ebbe Gian Galeazzo estesi i suoi confini sino al -mare Adriatico, rivolse le sue cure a dilatarli al lungo dell'Italia, -al di là di Bologna, nella Romagna e nella Toscana. Egli conquistava -per mezzo de' suoi generali. Prese colle armi Bologna. Molto si -stese nella Romagna. Perugia, Spoleti, Nocera, Assisi furono da lui -acquistate. Nella Toscana egli comprò Pisa collo sborso di ducentomila -fiorini, e gliela vendette Gerardo Appiani, che era succeduto al -padre in quel dominio. Egli acquistò Siena, che se gli rese per -dedizione spontanea[152]. La repubblica di Firenze non poteva con -tranquillità rimirarsi in tal modo cinta dai nuovi Stati del conte, la -di cui ambizione non aveva limiti, e si venne alle ostilità. Nel loro -manifesto i Fiorentini dissero:[153] _Sed profecto nosmetipsos, vana -fide delusi, decipiebamus, persuadentes nobis illum esse posse fidelem, -qui tam infidelis extitit nepos et gener et frater, in patruum, -socerum, atque fratres, cujusque toties, et nobis, et aliis, probata -fides erat nihil habere constantiae, nisi solum in hoc ut fidem quam -promiserat non servaret... Nos versa vice tyranno Lombardiae, qui se -regem facere cupit, et inungere, bellum indicimus_[154]. Stimolarono i -Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi l'indussero, -malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la Savoia, un -corpo di diecimila francesi, comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene -il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio -di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il -comandante conte d'Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti, -figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie -Beatrice d'Armagnac. L'armata francese si portò rapidamente sotto -di Alessandria, città munita di valido presidio, comandato da quel -Jacopo dal Verme che aveva fatto prigioniere Barnabò. I Francesi -si presentarono con insulto, deridendo, provocando, ed invitando se -avevano coraggio di venir fuori que' poltroni Lombardi. Si vide poi -che è più facile l'oltraggiare che il vincere. Uscì Jacopo dal Verme -il giorno 28 di luglio dell'anno 1391, e, per risposta, prese il -conte di Armagnac prigioniere, e tutti que' francesi che non rimasero -sul campo. Così terminossi quella spedizione; e il conte ben presto -si accomodò colla Francia, facendole sperare di sottomettere colle -sue armi Genova, e darla a quel re; il che poi non avvenne. Il conte -per altro sembrava affezionatissimo ai Francesi. Ei si faceva pregio -della contea di Virtù, che era un piccolo feudo della Francia nella -Sciampagna, portatogli in dote dalla prima moglie Isabella, figlia -del re di Francia Giovanni II. L'essere stato sino dalla fanciullezza -unito con una amabile principessa di Francia, gli aveva lasciata quella -propensione. Il conte, nell'anno 1387, maritò Valentina Visconti, -l'unica sua figlia, a Luigi duca di Torrena e conte di Valois, fratello -del re di Francia Carlo VI. Le sborsò quattrocentomila fiorini d'oro -per sua dote, e le assegnò pure in dote Asti, e tutte le terre e -castelli del Piemonte. Di più, volle riservare a lei ed a' suoi figli -la ragione di succedere negli Stati suoi in mancanza di successori -maschi legittimi e naturali; poichè allora non per anco ne aveva: di -che erasene incolpata la stregoneria del signor Barnabò, come dissi. -Questa riserva di successione fu poi cagione funestissima di miseria e -rovina allo Stato, allorchè, centododici anni dopo, il re di Francia -Lodovico XII (che era salito sul trono dopo Carlo VIII, morto senza -figli), venne a far valere le ragioni della sua ava paterna Valentina -Visconti, per essere estinta la linea legittima di Matteo I Visconti. -Se poi il conte di Virtù, che aveva ottenuta la sovranità, per sè e -suoi successori maschi legittimi e naturali, dal consiglio generale due -anni prima, avesse facoltà di trasferirla ai discendenti delle femmine; -e se ciò fosse conforme alla pace di Costanza, all'eminente sovranità -dell'Impero, di cui era vicario, ed al buon diritto, sarebbe facil cosa -il deciderlo, qualora la questione si fosse trattata fra privati avanti -un tribunale. Il conte dava una cosa non sua. Pure, questa incautissima -eventuale sostituzione serve di una dolorosa epoca nella nostra storia, -per le guerre, le invasioni, la scissione che poi ne avvenne del nostro -paese. - -Se i Fiorentini erano in armi, e se movevano altri principi contro di -Giangaleazzo conte di Virtù, per porre argine alle conquiste ch'egli -faceva nella Toscana, non avrebbero certamente i papi risparmiato dal -canto loro di adoperare tutti i mezzi ch'erano in loro potere, contro -di un principe invasore del loro Stato, e che occupava Bologna e le -altre città che abbiamo accennate. Ma gl'interessi della Santa Sede -erano turbati interamente. V'erano due, ciascuno de' quali pretendeva -d'essere papa; e questo scisma, incominciato sin dall'anno in cui -morì Galeazzo II, durò da un successore all'altro per lo spazio di -ben quarant'anni. Alcuni paesi decisamente riconoscevano uno de' due -papi per legittimo sommo pontefice. Lo scaltrito conte di Virtù non -volle mai decidersi; ma adescò ed un papa e l'altro, lasciando sperare -a ciascuno di volersi per esso determinare; e frattanto che i due -competitori, con prodiga compiacenza, gareggiavano per guadagnarsi -l'amicizia sua, egli andava togliendo alla Santa Sede lo Stato, ed -operando ne' suoi dominii come s'ei fosse padrone di tutto, disponendo -anche delle cose ecclesiastiche. La politica del conte era tale, che -volle ottenere e da Urbano VI, che stava in Roma, e da Clemente VII, -che risedeva in Avignone, la dispensa per contrarre le nozze con -Caterina Visconti, sua cugina, l'anno 1380; e ciò sotto pretesto di -timorata coscienza, non essendo egli ben certo quale de'due papi fosse -il vero. Con tal mezzo,[155] _Omnes dignitates_, dice l'Annalista -piacentino[156], _et beneficia ecclesiastica terrarum ipsius domini -comitis, quae erant conferenda, dictus dominus comes ipse conferebat -cui volebat, et dictus dominus papa dicta beneficia et dignitates -confirmabat omnibus illis quos dictus dominus comes elegerat_. Ciò -nondimeno i principi minori d'Italia erano collegati contro del -conte; e fra questi eravi il signore di Mantova Francesco Gonzaga, -gli Stati del quale, come più vicini, erano ancora più degli altri in -pericolo; sembrando inevitabile anche per lui il destino dei signori -della Scala e de' signori di Carrara. L'armata del conte, spedita -contro il Mantovano, era comandata da Jacopo dal Verme. I Fiorentini -non potevano soccorrere il Gonzaga, perchè il conte altro corpo di -truppe teneva contro Firenze. Il Po era coperto di navi con armati -dall'una e dall'altra parte; ed il Gonzaga aveva fabbricato su di quel -fiume un ponte, di legno bensì, ma tanto forte e munito, che il dal -Verme non credè di attaccarlo. Sotto di questo ponte si ricoveravano -le navi mantovane ogni volta che dalle nostre venivano minacciate di -offesa, come frequentemente accadeva. (1397) Il dal Verme, che non -poteva innoltrarsi senza essere padrone del fiume, per cui riceveva -la vettovaglia, immaginò uno stratagemma, che fu poi imitato dal re -di Svezia Carlo XII alla Duina, mentre guerreggiava nella Polonia. -Fece disporre un buon numero di barche piccole, e le caricò di paglia -e di legna da ardere. Aspettò un buon vento favorevole; vi accese il -fuoco, e il vento, unito alla corrente, portarono le barche sotto -del ponte, ed immersero quel presidio nel fumo anche prima che il -fuoco lo distruggesse. Ebbe cura che le barche fossero più larghe di -quello che non erano i vani del ponte, per modo che, ivi giunte, vi -rimanessero, e ne seguisse l'incendio, e così avvenne, dato che fu il -fuoco alla paglia, e lasciate le macchine in poter del fiume. Nello -stesso momento egli attaccò per terra la testa del ponte, talchè i -Gonzaghi, sorpresi, e nemmeno potendo conoscere ove occorresse di -portare soccorso, non s'avvidero del fatto se non dopo che fu rovinato -il presidio ed il ponte, e perduta la difesa del Po. Jacopo dal Verme -colse il momento della costernazione dei nemici, de' quali ben mille -si erano sommersi col ponte, attaccò le navi de' Gonzaghi colle sue, -e terminò questa battaglia navale colla presa di tutte le navi del -nemico, il che accadde il giorno 14 di luglio dell'anno 1397. Pareva -dopo ciò inevitabile la presa di Mantova e di tutto lo Stato del -Gonzaga. Ma questi ricorse ad uno stratagemma men nobile e meno eroico, -ma che lo sottrasse dall'imminente destino. Trovò un falsario che seppe -esattamente contraffare una lettera di Giangaleazzo Visconti, e con -questa lettera ordinò al dal Venne di ritirarsi dal Mantovano, come -seguì. L'occasione passò, e il Gonzaga si sottrasse alla rovina[157]; -poichè attaccò l'armata priva del suo generale, e nel momento in cui -nessuna disposizione vi era per la difesa, ebbe il campo di batterla. -Il mestiere di falsificare le lettere del principe convien credere che -in que'tempi fosse in uso, poichè il conte di Virtù, l'anno 1393, fece -a tal proposito un editto che decretava a que' falsari un'atrocissima -pena:[158] _Cum catena ferrea alligetur ad unam columnam, cum uno -annulo ferreo revolvente se, et cum quo ipse homo revolvere se possit -circumcirca ipsam columnam, longinqua catenus quatenus plus fieri -poterit, ita ut mortem dolentiorem sustineat; ibidem tamen comburatur -ita quod moriatur._ così leggesi in quel decreto, che pare scritto -dallo stesso secretario che serviva Galeazzo, padre del conte. - -Sino dall'anno 1380 il conte di Virtù aveva ottenuto, siccome dissi, -dall'Imperatore Venceslao il diploma di vicario imperiale. Ma questa -dignità personale poteva non essere data a' suoi figli, e la elezione -d'un nuovo imperatore poteva farla perdere al conte medesimo, il quale -non dimenticava i figli di Barnabò e le pretensioni che avrebbon potuto -far valere, sì tosto che le circostanze loro fossero favorevoli. Per -tal cagione egli cercò d'essere formalmente investito da quell'augusto -come vassallo di tutti gli Stati che possedeva, onde per tal modo -rimanesse la successione e la sovranità perpetua ne' suoi discendenti. -La richiesta venne esaudita dall'imperatore Venceslao, col mezzo di -centomila fiorini d'oro che ei ricevette dal conte. Gli Stati del -conte vennero eretti in ducato, e il conte venne dichiarato duca di -Milano, con un diploma segnato il giorno 2 di maggio dell'anno 1395; -e con altro diploma posteriore l'imperatore dichiarò le venticinque -città che intendeva comprese nel ducato concesso, cioè Arezzo, Reggio, -Parma, Piacenza, Cremona, Lodi, Crema, Bergamo, Brescia, Verona, -Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano, Bormio, Como, Milano, -Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio e Sarzana. -Oltre queste città lo stesso augusto investì il nuovo duca d'una -distinta contea, transitoria pure a' suoi discendenti, nella quale -si comprendevano Pavia, Valenza e Casale. Il diploma è del giorno 13 -ottobre 1396. Così quell'augusto venne a staccar dall'Impero ventotto -città, che formavano la maggior parte dell'antico regno italico; e il -duca ne diventò legittimo sovrano. Altre città possedeva Giangaleazzo, -non comprese in quel diploma; poichè, sebbene avesse ceduto Padova e -dato in dote alla principessa Valentina Alba ed Asti, ancora Bologna, -Pisa, Siena, Perugia, Nocera, Spoleti ed Assisi erano sue suddite; per -lo che era egli sovrano di trentacinque città. La solenne funzione di -rivestire delle insegne ducali il nuovo duca si celebrò in Milano sulla -piazza di Sant'Ambrogio, il giorno 8 di settembre dell'anno 1395. In -que' tempi non v'erano altri duchi in questa parte d'Italia; quindi la -funzione fu solennemente celebrata con infinito corso di forestieri, -e come dice il Corio, «al spectaculo de tanta solemnitate vi concorse -quase de tutte le natione de christiani, ed anche infedeli, in modo -che ciaschuno diceva non più potere maggior cosa videre[159]». Io ho un -esemplare manoscritto della orazione che recitò il vescovo di Novara in -mezzo di quella pompa, sulla piazza di Sant'Ambrogio. Essa incomincia -così:[160] _Ecce testem populis dedi eum ducem, et praeceptorem -gentibus. — Venerabiles patres, spectabilesque domini mei, plurimum -merito venerandi, tota Mediolanensium patria potest a me condiligenter -quaerere: — dic, quaeso, Novariensis episcope, quae sacrum moverunt -caesareum animum nostrae comunitati ducatus exhibere fastigium? — -Ad quam ego: — quadruplex rerum conditio; dirigens benignitas Regis -aeternalis; prosequens conformitas actus parentatis; obsequens -fidelitas domus Viperalis; congruens utilitas plebis generalis._ Poi -dopo s'impegna a provare con varii testi della Sacra Scrittura, che -Giangaleazzo era stato dall'imperatore creato duca per volere di Dio; -per inclinazione di quell'augusto, che, sull'esempio de' suoi maggiori, -beneficava la casa Visconti, per rimunerazione della fedeltà colla -quale i Visconti erano sempre stati affezionati all'imperatore, e per -bene generale de' numerosi popoli che obbedivano a Giangaleazzo. Indi -l'oratore passa alle lodi dell'Impero Venceslao, nel quale trova:[161] -_Celebris potentia validi vigoris; nobilis prosapia fulgidi decorit; -hilaris clementia placidi datoris_; e continua a dimostrare queste -asserzioni ritmiche, con fasi e modi singolarissimi. Poi, terminato -l'encomio di Venceslao, passa a tessere quello del nuovo duca, e le -sue lodi sono:[162] _Generis propinquitas, multum radiosa; corporis -formositas, multum speciosa; animi tranquillitas, valde virtuosa._ -L'oratore vescovo di Novara era Pietro di Candia, che poi diventò papa -col nome di Alessandro V; e tale sermone fu allora ammirato da tutti -come un capo d'opera della più nobile eloquenza. Eppure trentacinque -anni prima Petrarca era domiciliato presso quella piazza medesima! -Convien dunque dire che le eleganti adunanze che ivi aveva tenute, e -quelle del suo Linterno, non avessero lasciato alcuna traccia[163]. Il -Corio descrive i donativi magnifici che fece il duca di superbi vasi -d'oro e d'argento, collane d'oro, drappi ricchissimi d'oro e seta, -cavalli signorilmente bardati, ed altri generosi regali distribuiti -ai convitati. Il grandioso pranzo lo diede il duca nell'antica corte -dell'Arengo, ossia Broletto Vecchio, dove oggidì sta la regia ducal -corte. Il Corio ce ne dà la descrizione, ed io la riferisco, perchè dà -idea del costume di quei tempi. Si cominciò con presentare a ciascuno -de' convitati «aqua a le mano, stillata con preciosi odori; e puoi -seguitarono le imbandisone, tutte accompagnate con trombe ed altri -diversi suoni; la prima delle quali fu, marzapani e pignocate dorate, -con arme dil serenissimo imperatore e nuovo duca, in taze doro, con -vino bianco; deinde pollastrelli con sapore pavonazzo, cioè uno per -scotella e pane dorato; puoi porci dui grandi dorati e dui vitelli -parimente dorati. Inde vi furono portati grandissimi piatelli dargento, -e per caduno pecti dui de vitello; pezi quattro de castrato; pezi due -de sensali. Capretti dui interi, pollastri quattro, capponi quattro, -persutto uno, somata una, salzici dui, e sapore bianco per minestra, e -vino greco. Doppo furono portati altri piatelli di simile grandezza con -pezi quatro de vitello a rosto; capreti dui interi; lepori dui intere; -pizoni grossi sei; cunelli quattro. Puoi pavoni quattro, cotti et -vestiti; orsi due dorati con sapore citrino. Doppo furono portati altri -grandissimi piatelli dargento con faxani quatro per cadauno, vestiti; -ed a quelli seguitavano conche grande di argento, con uno cervo intero -dorato; daino uno similmente indorato, e caprioli dui con galantina. -Puoi piatelli come di sopra con non puocho numero de qualie e pernice -con sapore verde; puoi furono portate torte di carne dorate con pere -cotte. Doppo fu dato acqua a le mano, facta con delicati odori, ali -quale seguitava pignocate in forma de pessi, inargentate. Puoi pani -inargentati, limoni syropati, inargenti in taze, pesce rostito con -sapore rosso, in scutelle d'argento, pastelli de inguilli, inargentati. -Puoi piatelli grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina -inargentata, trute grande con sapore nero, e sturioni dui, inargentati. -Inde fu portato torte grande verde, inargentate, mandole fresche, vino -legiero, malvasia, persiche e diversi confecti a varie fogie[164]». -Pare che l'usanza fosse allora nei conviti pomposi di collocare nel -centro della gran mensa de' pezzi enormi, come maiali, vitelli, orsi, -cervi, daini, sturioni interi o dorati o inargentati, ovvero rivestiti -colla loro pelle naturale e internamente arrostiti. Pare che queste -masse non servissero ad altro che alla vista dei commensali durante il -convito, e che quello finito si concedessero da depredare festosamente -al popolo. Per cibo de' commensali si ponevano loro davanti, all'uso -monastico, dei piatti minori. I sapori bianco, nero, rosso, verde, -citrino e pavonazzo, pare che fossero salse di colori e gusti diversi. -L'usanza di coprire con foglie d'oro e di argento i cibi anche oggi -si conserva in alcune ciambelle di monache: gli speziali lo fanno -altresì per diminuire la nausea alle cattive cose che presentano -da inghiottire; e nella nostra plebe rimane ancora il proverbio di -_mangiare il pan d'oro_ per significare una vita signorile e deliziosa. -In mezzo a questa stomachevole abbondanza, degna di quel tempo, in cui -si ammirava l'accennata eloquenza del vescovo di Novara, confesseremo -che nella eleganza di servire con acque odorose per lavarsi, erano -quegli uomini più colti e raffinati che ora non lo siamo noi. - -L'ambizione di Giovanni Galeazzo non era sazia giammai, e voleva -per ogni modo quel principe lasciare ai secoli venturi la fama di sè -medesimo. Felici i suoi popoli s'egli avesse temuto la cattiva fama! -Egli ordinò una compilazione degli statuti di Milano, la quale si -pubblicò il giorno 13 di gennaio dell'anno 1396, ed è la medesima che -venne stampata poi l'anno 1480, in Milano, da Paolo Suardi, con assai -bella edizione. Egli fece immaginare la genealogia del suo casato; e -questa fu compilata nella maniera più grossolanamente fastosa che dir -si potesse. Si creò allora la cronaca de' conti di Angera, celebre -presso di molti fra i nostri autori. Si riascese nulla meno che al -troiano Enea, il nipote di cui, per nome Anglo, si fece fondatore -_d'Angleria_, nome latino d'una rocca del distretto del lago Maggiore -chiamata Angera. Da Anglo se ne fanno discendere molti re, molti -eroi e finalmente Matteo Visconti. Appoggiati in questa genealogia i -successori di Gian Galeazzo ambirono poi di aggiugnere al titolo di -duca di Milano quello ancora di conte d'Angera e talvolta semplicemente -_Anglus_; come fra gli altri ambì di fare Lodovico Sforza, che nella -leggenda delle sue monete per questo si potrebbe credere un inglese. -Anche il titolo distinto di conte di Pavia lo aggiunsero i successori, -per essere quella una contea separatamente infeudata; e per lo più -il principe ereditario chiamavasi conte di Pavia. Vi bisognava nulla -meno che una ignoranza totale della storia, per ispacciare seriamente -la impostura dei conti d'Angera. Eppure il duca fu contentissimo di -quella adulazione; e la cronaca venne accolta con riverenza e con fede. -La stessa ambizione della immortalità portò il duca a fabbricare la -chiesa e la magnifica Certosa presso Pavia, dotandola signorilmente, -in guisa che era uno de' più grandiosi e ricchi monasteri che avesse -quest'ordine. Finalmente allo scopo medesimo mirò colla fabbrica del -Duomo di Milano, immaginato ed innalzato da lui. Allora non v'era -in Roma la superba chiesa di San Pietro, nè in Londra quella di San -Paolo; e il tempio che disegnò Gian Galeazzo ed innalzò in Milano, per -que' tempi, era il più grande, il più ardito e il più magnifico del -mondo, senza eccettuare Santa Sofia di Costantinopoli. Se la fabbrica -siasi cominciata nell'anno 1386, ovvero nel 1387, è un soggetto di -controversia nel quale non entrerò. Nemmeno entrerò io a trattare del -gusto di questa immensa mole, tutta caricata di minutissimi lavori di -marmo, con tanta prodigalità e capriccio, che costano secoli e tesori -gli ornati, le balaustrate, le guglie e i terrazzi che la coprono, -e non sono visibili se non agli uccelli, o a que' pochi che hanno la -curiosità di salire centottanta braccia, quant'è l'altezza dell'ultima -guglia, per rimirarle. Il duca volle fare questo tempio abbandonando -la simmetria degli ordini eleganti di architettura, e seguendo il -gusto di fabbricare della Germania. Io non saprei a tal proposito -esprimermi tanto bene, quanto ha fatto nell'elogio del Cavalieri il -nostro immortale abate Paolo Frisi: «Gli architetti fatti allora venire -dalla Germania, avendo preferita la nativa loro maniera di fabbricare -agli ottimi modelli che sino da quei tempi vedevansi nella Toscana, -ci lasciarono nella gran fabbrica del nostro Duomo un monumento della -rozza opulenza, piuttosto che del buon gusto. Anzi il nuovo modello, -imponendo colla sua stessa grandiosità, e confondendo le idee della -simmetria, dell'euritmia e del bello, servì piuttosto a ritardare fra -di noi i progressi della maestosa e nobile architettura»; così egli. -La lunghezza del Duomo è di braccia duecentoquarantanove e mezzo; la -larghezza massima della croce è braccia centoquarantotto e un ottavo; -e la larghezza della chiesa è braccia novantasette. Il nostro braccio -è l'estensione di un piede e dieci pollici di Parigi, così che sei -braccia si calcolano prossimamente undici piedi reali di Francia[165]. -Questo grande edificio è tutto di marmo bianco ed alquanto trasparente, -che si cava da un monte del lago Maggiore, verso Domodossola. Il duca -arricchì questa fabbrica di assai pingue patrimonio; ma per innalzare -la immensa mole vi vollero generose e moltiplicate obblazioni; ed il -Corio ci racconta che, essendo stato nell'anno 1390 pubblicato in Roma -un Giubileo, «dove Lombardi per le continue guerre e turbazione non -essendogli potuto andare, Bonifacio pontefice, ad intercessione de -Giovanne Galeazzo Vesconte, la concesse a Milano ne la medesima forma -che era a Roma, cioè che ciaschuno nel dominio dil Vesconte sì anche -non fusse contrito ne confesso, fusse absoluto di qualunque peccato... -offerendo al primo Tempio due parte de le tre che avrebbino speso ne -lo andare a Roma, de la cui oblatione due parte dovevano essere de -la fabrica dil celeberrimo Tempio, e la tertia parte al pontefice: -a questa indulgentia li ultimi dui mesi gli concorse innumerabile -moltitudine de Lombardi[166]». Si è temuto questo passo del Corio, che -asserisce avere il papa accordata l'assoluzione anche ai non pentiti; -e per ciò nelle più recenti edizioni questo pezzo fu ommesso. Non -vi è però motivo alcuno di temere sinistra impressione, dappoichè -l'instancabile nostro conte Giulini ha pubblicata la bolla medesima -di Bonifacio IX, che ritrovasi nell'archivio Panigaroli, nel registro -A, pag. 169, in cui chiaramente si legge:[167] _Vere penitentibus et -confessis_[168]. Il Corio si è ingannato attribuendo quella opinione -al papa. Ma non credo io ch'egli poi siasi ingannato, asserendo che -tale opinione comunemente sì facesse correre per adescare in gran -numero i donatori. Infatti già vedemmo al capitolo undecimo, come il -cardinal legato Bertrando del Poggetto, sessantanove anni prima, aveva -pubblicata la Crociata per la distruzione di Matteo I, promettendo -a chi vi si arruolava assoluzione intera,[169] _liber et mundus sit -tam a culpa, quam a poena_. Questa opinione erronea e funesta era -dipoi andata serpeggiando per modo, che lo stesso Bonifacio IX, in -un suo breve, scrisse a disinganno di chi si lasciava adescare:[170] -_Non veras, et praetensas facultates hujusmodi mendaciter simulant, -cum etiam pro parva pecuniarum summula, non poenitentes, sed mala -conscientia satagentes iniquitati suae quoddam mentitae absolutionis -velamen praetendere, ab atrocibus delictis nulla vera contritione, -nullaque debita praecedenti forma (ut verbis illorum utamur) absolvant, -mala ablata, certa, et incerta, et nulla satisfactione praevia (quod -omnibus saeculis absurdissimum est) remittant_[171]. V'erano dunque pur -troppo i comodissimi dottori, che, per carpire denaro, addormentavano -gli uomini nel delitto; e non è difficile che questi venissero -adoperati per innalzare il Duomo; nel quale il duca pensò di lasciare -ai secoli un monumento eterno della sua grandezza. Da tali fatti si può -concludere che allora non v'era idea di eloquenza; non si studiava la -storia, cattivo era il gusto di architettura, e poco dissimile quello -della mensa; e quel che è peggio di tutto ciò, correva una morale -infame, per cui si credeva col denaro di cancellare qualunque iniquità, -senza bisogno alcuno di pensare a diventar migliori. I lodatori -de'tempi antichi, torno ancora a ripeterlo, non sanno la storia. - -La vendita che aveva fatta l'imperator Venceslao di tutto il regno -longobardo, ossia italico, al nuovo duca, mosse i principi della -Germania a formare un partito per deporre quel sovrano dal trono -augusto, dal quale aveva staccata una parte così importante. Altri -motivi di doglianza avevano ancora contro di lui. (1401) Quindi -dichiararono imperatore Roberto conte Palatino di Baviera, e Venceslao -deposto; il che avvenne l'anno 1401. Il papa, i Veneziani ed i -Fiorentini animarono il nuovo Cesare a comparire nell'Italia, per -rivendicare le terre staccate dall'Impero; e gli promisero tutti i -soccorsi. Il nuovo imperatore, prima di venire, scrisse al duca la -lettera seguente, che ci ha conservata il Corio:[172] _Robertus de -Bavaria, Dei gratia, Romanorum rex, et Rheni comes Palatinus. Tibi -Johanni Galeaz, militi Mediolanensi, praecipiendo mandamus, quatenus -omnes civitates, castra, terras, et loca Romano Imperio et ditioni -nostrae spectantia, quae in Italia occupata indebite detines, Nobis, -quibus Romani Imperii gubernatio, ex electione de nobis imperatore -per Imperii electores canonice facta, ad me spectat et pertinet, -restituere ac resignare debeas, alioquin ut sacri Imperii terrarum, et -jurisdictionum invasorem, et nostrum hostem et rebellem diffidamus._ A -tale intimazione così rispose il duca:[173] _Tibi Roberto de Bavaria -nos Johannes Galeaz Vicecomes, Dei et serenissimi domini Vincislai -Romanorum et Bohemiae regis gratia, dux Mediolani, etc., ac Papiae et -Virtutum comes. Per praesentes respondemus quod quascumque civitates, -castra, terras et loca in Italia possidemus, et a prefato serenissimo -domino Vinceslao, Romanorum rege, et sacri Imperii gubernacola canonice -possidente, tenemus et possidemus, ipsasque a te, Imperii invasore -atque praefacti domini Vincislai et nostri hoste manifesto, defendere -prorsus intendimus, teque, ipsorum Imperii et dominii Vincislai regis -atque Nostrum hostem manifestum, si nostrum territorium invadere -praesumpseris, diffidamus_[174]. L'effetto di queste bravate non fu -altro, se non che il nuovo augusto Roberto passò le Alpi, e dal Tirolo -venne sul Bresciano. L'armata del duca se gli affacciò; e il giorno -21 di ottobre dello stesso anno 1401, battè gl'imperiali per modo che -condusse a Brescia un buon numero di prigionieri, due stendardi e più -di mille cavalli; il che risulta dagli antichi registri della città -sovra memorie contemporanee, consultate e pubblicate dal nostro conte -Giulini[175]. Il conte Alberico di Cunio e di Barbiano ebbe gran parte -dell'onore di questa vittoria[176]. Egli fu molto caro a Barnabò. -Alberico fu istitutore della società militare di San Giorgio, che -liberò l'Italia da masnadieri esteri. La virtù e il nome di questo -illustre italiano vivono ne' nobilissimi suoi discendenti[177]. La -presa di due stendardi significava allora assai più che non farebbe in -questo secolo, nel quale abbiamo moltiplicato le insegne, non saprei a -qual altro uso, fuori di quello di attestare con maggior autenticità -le proprie perdite quando vengon prese da' nemici, stipendiando a -tal fine molti uomini inutili per la battaglia. L'apparizione del re -Roberto fu momentanea, poichè dopo quell'incontro voltò strada, e per -la via di Trento se ne ritornò nella Germania. (1402) A tale stato di -prosperità era giunto Giovanni Galeazzo Visconti nell'anno 1402, che -tutto si piegava sotto la potenza di lui. Altro più non gli restava -se non di sottomettere Firenze, la quale era già cinta d'assedio dal -conte Alberico; e fra poco la Toscana, la Romagna in buona parte, e -la Lombardia non avrebbero avuto altro padrone fuori che lui. Così il -Visconti aveva nuovamente radunato in un sol corpo l'antico dominio -de' re longobardi, nè altro più gli mancava che il solo titolo di -re. Il Corio ci attesta che il manto reale, il diadema, lo scettro -erano già preparati dal duca; e per celebrare la funzione di farsi -consacrare, aspettava soltanto l'avviso della resa di Firenze. I -generali del duca erano i migliori di quei tempi: Jacopo dal Verme, -Ottobuon Terzo, Facino Cane e il conte Alberico di Barbiano. Il -duca contava il quarantanovesimo anno della età sua mentre aveva in -faccia questa ridente e grandiosa scena; quando morì in Marignano, il -giorno 5 di settembre dello stesso anno 1402; e così ogni cosa cambiò -aspetto; e tutte le previdenze umane, e tutt'i lunghi fili tessuti per -un avvenire sempre indipendente dagli uomini, rimasero troncati. Fu -veramente magnifica e reale la pompa funebre che si celebrò in Milano -per Giovanni Galeazzo I duca. Ne abbiamo la descrizione minuta[178]. -Intervennero al funerale gli oratori di ciascuna delle città suddite; -gl'inviati di tutti i principi esteri; e quaranta illustri consanguinei -della agnazione Visconti. Le insegne di tutte le città e borghi -principali del dominio, portate da duecentoquaranta uomini a cavallo; -duemila uomini vestiti a bruno, con grosse torce di cera; tutt'i -vescovi sudditi; il feretro, portato dalle cariche di corte, sotto -di un baldacchino di broccato d'oro, foderato d'armellini; le insegne -ducali, portate dagli araldi, il tutto formò uno spettacolo maestoso. - -Il carattere di Giangaleazzo si manifesta bastantemente dalle sue -azioni. Sant'Antonio lo ha dipinto con odiosissimi colori. Il nostro -Corio lo dice prudentissimo ed astuto, che sfuggiva il commercio -degli uomini, pigro, timido nell'avversità, e audace nella prospera -fortuna, simulato, vano ed infedele alle promesse. Io dirò che egli -era ambizioso, senza elevazione d'animo, superstizioso, senza vera -religione, mite, senza principio di virtù. Egli non ebbe l'atrocità -del padre e dello zio, ma nemmeno ebbe la franchezza del carattere -del secondo. Tutto in complesso, egli però fu men cattivo principe di -quello ch'essi furono: dal che non risulta gran lode. Nel suo regno -vi sono de' fatti grandi; ma nessuno ve n'ha di nobile e generosa -indole. I sudditi dovettero sopportare pesantissimi aggravii, com'era -necessario di fare per supplire alle grandiose spese che assorbivano -le armate, le pompe, le compre di Stati e di titoli, e tutti i maneggi -che prese il duca a trattare. Il nostro Annalista ci scrive:[179] _Dux -noster imposuit taleas, conventiones, et mutua intra dominium subditis -suis ita magna et continua, quod ipsis oportebat per peregrina loca -vagari, non valentes dicta onera sustinere, et fuit ululatus viduarum, -et orfanorum, et aliorum singulorum, et maximus strepitus inferiorum, -et immensae crudelitates. Et non valentes solvere detinebantur, et bona -sua a stipendiariis usurpabantur_[180]. Questi mali però in Milano -si dovettero sopportar meno che altrove. Una popolata capitale, che -è patria del sovrano, in una recente signoria, sempre è rispettata. -I clamori sarebbero troppo vicini all'orecchio del principe. Milano -infatti, alcuni anni dopo, malgrado il disordine che dovette soffrire -sotto il governo del secondo duca, era popolata, ricca ed animata colla -industria. Allora in questa capitale colava il denaro che dovevano -portarvi gli oratori delle trentaquattro città soggette al duca, -quello che vi spendevano i ministri dei principi esteri, quello che -vi consumava il duca per la sua corte e per le sue pompe, quello che -si raccoglieva per fabbricare il Duomo dalla divozione de' cittadini -delle altre città; e per conseguenza aveva mezzi grandi per i tributi. -Certamente che il duca pose in opera tutti i ripieghi per radunare il -denaro, e fra questi ricorse ad uno di que' metafisici ritrovati che, -colla idea di tener celato il tributo, opprimono i popoli, più ancora -di quello che non faccia un tributo sinceramente richiesto. L'Argellati -ci ha pubblicata la legge monetaria, colla quale comandò quel principe -che tutte le monete si dovessero spendere a maggior numero di lire; -così che, da quel giorno in avanti, la moneta che correva per tre -soldi, dovesse essere spesa ed accettata per quattro soldi; salvo però -il pagamento de' tributi, che eccettuò e volle che venissero pagati a -ragguaglio dell'antica moneta[181]. Con questa operazione quel sovrano -defraudava i suoi creditori e stipendiati d'una quarta parte di quanto -loro competeva. Ma tanti furono gli inconvenienti di questa indiretta -operazione, che poco dopo la dovette rivocare, e restituire le monete -al primiero loro corso; di che ne ha trovati i documenti il conte -Giulini nell'archivio della città[182]. La superiorità che aveva il -Visconti sopra degli altri principi confinanti si conosce dalle frasi -che adoperava nelle lettere ch'egli scriveva; e ciò anche da principio, -avanti che avesse tanto dilatato il suo dominio ed acquistata la -dignità ducale. Il Corio[183] ci trascrive le lettere che Gian Galeazzo -scriveva ad Antonio della Scala, sovrano di Verona e di Vicenza, e le -risposte che da quel principe riceveva. Allo Scaligero il Visconti -scriveva nulla più che _Vir Magnifice_; ed esso, nella risposta al -Visconti, _Illustris et excelse Pater noster praeclarissime_. Nel -corpo della lettera il Visconti scriveva _Nobilitati, vestrae_, e -nulla più; e lo Scaligero, _Excelsa Paternitas vestra_, ovvero _Pater -Excellentissime_. Anche nel carteggio colla repubblica fiorentina -si manifestava il superiore riguardo che avevasi per il Visconti. -Egli scriveva _Magnifici fratres carissimi_; ed essi nelle risposte -dicevano: _Magnifice et Excelse Domine, frater et amice carissime_; e -nel corpo della lettera, _Excellentia vestra_. - -Il duca Gian Galeazzo, malgrado la severa pietà che dimostrava sino -alla ipocrisia, lasciò, morendo, un figlio naturale, nato da Agnese -Mantegazza. Questi aveva nome Gabriello Visconti; e il padre, nel -suo testamento, lo fece sovrano di Pisa e di Crema. Nel testamento -medesimo, egli divise a suo arbitrio lo Stato; poichè al cadetto -(de' due figli ch'ei lasciò, nati dalla duchessa Caterina, figlia di -Barnabò), non solamente lasciò la contea di Pavia, che aveva ottenuta -come un feudo separato, ma vi aggiunse Novara, Vercelli, Tortona, -Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Bassano; città tutte -staccate dal ducato, il quale doveva pure, in virtù del diploma e colla -legge de' feudi, passare interamente nel primogenito, che era Giovanni -Maria. Il primogenito adunque rimase duca di Milano; il cadetto -restò conte di Pavia; s'intitolò il primo: _Johannes Maria Anglus, -dux Mediolani, etc., comes Angleriae ac Bonomie, Pisarum, Senarum ac -Perusii_; e il secondogenito prese a chiamarsi: _Philippus Maria, comes -Papiae, et Veronae dominus._ - - - - -CAPITOLO XV. - - _Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti, - Filippo Maria._ - - -Dalla metà del secolo decimoquarto sino alla metà del secolo -decimoquinto, per lo spazio di cento anni, la storia di Milano -presenta come una figura colossale mal connessa, di cui ora si -raccozzano ed ora cadono i pezzi; che però in nessuna parte mostra -vaghezza ed eleganza, ma rappresenta una figura truce e deforme. -Tale fu l'indole di que' tempi e di que' governi, nei quali della -virtù appena si conosceva il nome; sotto a principi che considerarono -gl'interessi loro, non solamente staccati, ma opposti a quelli del -loro popolo, che opprimevano e saccheggiavano anzi che governarlo. -Ad onta però dei vizi de' sovrani, Milano s'andò arricchendo; si -animò l'agricoltura, si aumentò sempre la popolazione, l'industria -si moltiplicò. Perchè la capitale d'un vasto Impero, collocata in -mezzo d'una fertile pianura, e comandata da un sovrano (che, malgrado -l'atrocità, predilige sempre i suoi concittadini), non può a meno che -non cresca. Morto il duca Giovanni Galeazzo, cadde la gran mole dello -Stato sotto il governo di due minori. Giovanni Maria, primogenito e -nuovo duca, aveva appena quattordici anni, e dieci e non più ne aveva -Filippo conte di Pavia, di lui fratello minore. Sarebbe stato difficile -in que' tempi il conservare illesa la dominazione, quand'anche il -ducato di Milano fosse stato un principato antico, consolidato dalla -opinione de' popoli, e la duchessa vedova tutrice fosse stata d'animo -bastantemente elevato ed energico per sostenere il peso del governo. -Ma oltre i mali inseparabili dalla minorità, lo Stato era un recente -aggregato di conquiste, di usurpazioni, di compre; e nessun altro -titolo v'era per convincere i popoli della legittimità della nuova -dominazione, che la forza. Un diploma comprato da un debole e deposto -imperatore, le male arti, le insidie e la più vergognosa mancanza di -fede, questi erano i titoli che doveva far valere la vedova duchessa -Caterina, donna avvilita d'animo; perchè, per lo spazio di ventidue -anni, costretta a soffocare colla dissimulazione il rammarico della -rovina di suo padre e de' suoi fratelli, oppressi da quello stesso -uomo ch'ella vedeasi giacere al suo fianco la notte, e al quale -doveva simulare stima ed affetto. L'orrore del suo misero stato aveva -ridotta la vedova principessa affatto incapace di reggere alla testa -di una tale sovranità; ed all'animo abbattuto dalla lunga ed uniforme -sofferenza de' mali, s'aggiugneva un colpo d'apoplessia già sofferto, -che la rendeva ancora più inetta agli affari. I due giovani principi -non avevano alcun prossimo congiunto che potesse reggere lo Stato; -non un Consiglio appoggiato alla costituzione. La loro rovina era -inevitabile. La reggenza cominciò coll'unione di alcuni generali e di -alcuni cortigiani, i quali pretesero di formare il Consiglio, presso -cui stava la sovranità, sotto il nome del duca Giovanni Maria. Questa -unione d'uomini potenti e mal assortiti, di cui ciascuno null'altro -aveva per fine che la propria fortuna, e null'altro aspettava se non -l'occasione per approfittarsi della gioventù d'un principe per il -quale nessuno aveva alcuno zelo; questa unione, dico, colle interne -rivalità, e col disordine ed interno scompigliamento, diede in certo -qual modo il segnale ai sudditi d'essere giunto il momento opportuno -per liberarsi dal giogo che era stato aggravato da Barnabò, da -Galeazzo, e recentemente dal primo duca; la dispotica dominazione -de' quali non era durata abbastanza per far dimenticare l'antica -libertà, se pure è possibile che si dimentichi mai ogni qualvolta si -soffre l'abuso del potere sovrano. I Rossi fecero ribellare Parma; Ugo -Cavalcabò s'impadronì di Cremona; Giorgio Benzone si fece arbitro di -Crema; Brescia se la prese a reggere Giovanni Bosone; Franchino Rusca -s'eresse sovrano in Como; Giovanni da Vignate si pose a signoreggiare -Lodi; e frattanto i generali del morto duca, che avevano combattuto -per lui, ma non sotto di lui, niente affezionati alla sua memoria, -andavano saccheggiando lo Stato e occupandone le città per proprio -loro conto; come fece Facino Cane, che si rese padrone di Piacenza, di -Tortona, di Alessandria, di Novara e di altre terre. (1403) Le armi -de' collegati scacciarono i Visconti dalla Romagna, e così Bologna, -Perugia ed Assisi vennero cedute al papa il giorno 25 agosto nell'anno -1405. Siena anch'essa scosse il giogo; e poco dopo si dovettero cedere -ai Veneziani Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano l'anno 1404, -frattanto che il marchese di Monferrato s'impadroniva di Casale e di -Vercelli. In tale stato erano le cose, che, due anni dopo la morte del -duca Giovanni Galeazzo (due anni appena dopo la real clamide disposta, -la corona e lo scettro), i suoi figli tremavano, il primo rinchiuso in -Milano colla duchessa sua madre nel palazzo di corte, custodito come -un ostaggio in mezzo di una città che, divisa in partiti, tumultuava -ogni giorno; e l'altro appiattato nel castello di Pavia e mal sicuro, -perchè nella città più di lui potevano i Beccaria: ed ecco il fine di -tanta ipocrisia, di tanti maneggi, di tanta simulazione, e di tante -violazioni di fede! - -Il duca Giovanni Maria, mentre stavasene occulto nel palazzo ducale, -nel tempo che i suoi Stati erano ceduti, invasi, saccheggiati, ovvero -oppressi senza di lui saputa in suo nome, s'annoiò della compagnia -della vedova duchessa sua madre, fors'anco per qualche buon ricordo -che ella li desse. Come la cosa andasse non lo sappiamo. La duchessa -Caterina dovette staccarsi dal duca suo figlio, e si ritirò a Monza, -per ivi passare il resto de' tristi giorni suoi, i quali ben presto -terminarono il giorno 17 di ottobre dell'anno 1404. Questa morte si -attribuì, non senza fondamento, allo stesso duca suo figlio; e le -azioni della sua vita ci levano pur troppo l'inquietudine di essere o -maligni o calunniosi nel sospettarlo. I consiglieri di quell'insensato -duca non erano sazii mai della preda, e imponevano tributi, prestazioni -e gabelle, per fare in ogni modo un buon saccheggio; ma non avendo -assoldate truppe bastanti, nè essendo ben organizzata la macchina -politica, non sapevano con qual mezzo forzare i sudditi a pagare i -tributi imposti, e allora ne immaginarono uno che prova l'indole di -quel misero governo. (1406) «E l'anno sexto sopra MCCCC, dice il Corio, -Giovanne Maria in Milano dominante, il dicinove di febraro, in uno -giorno de Venere, ale XII ore, fu per parte del principe cridato che -veruna persona non se odesse in iudicio per infine non fusse satisfacto -ala solutione de le taglie imposte tanto in quello anno quanto dil -preterito, e parimente che veruno notaro non celebrasse istrumento -nel modo come scripto». Cospirava la fisica a rovina del popolo per -una pestilenza che uccideva più di seicento persone al giorno[184]. -L'interno disordine in Milano giunse a tal segno, che i generali -saccheggiavano le case de' ricchi cittadini, facevano i corsari, -depredando le mercanzie che navigavano sul Po, e persino, impadronitisi -del castello di Milano, scaricavano l'artiglieria sopra della città, -nella quale pure vi stava lo stesso duca. Bastano questi falli per -concepire una idea precisa della minorità di quel principe; ed io -mi credo lecito di trascurare una immensa serie di azioni cattive, -uniformi e minute, che nulla ci insegnano di più, e inutilmente -renderebbero sempre più meschino il racconto storico di que' tempi. Il -duca Giovanni Maria era un impasto di stranissima ferocia. La crudeltà -in lui sembra che nascesse non da vendetta nè da impetuose passioni, -ma piuttosto da mancanza di riflessione; come si vede ne' fanciulli, -che atrocemente incrudeliscono contro i più deboli e timidi animali, -senza avvedersene, poichè, nulla pensando allo spasimo d'un vivente -sensibile, unicamente si divertono nel fenomeno che producono, e si -consolano della loro superiorità. Tale sembra che fosse il carattere -di Giovanni Maria, il di cui sovrano piacere era quello di vedere -sbranare gli uomini da robusti mastini, ch'egli nodriva per tale -oggetto, nel tempo stesso in cui, timido ed imbecille, obbediva con -sommessione a qualunque de' generali, i quali a vicenda comparendogli -davanti colla forza, lo soggiogavano e lo rendevano pupillo, anche -dopo terminata che fu l'età minore: sorta di principato pessima sopra -tutte le altre, poichè le tirannie si commettevano senza che il vero -autore nemmeno compromettesse il suo nome. Giunto il duca all'età di -vent'anni, il giorno 28 di gennaio dell'anno 1408 fece sbranare da' -suoi cani Giovanni Pusterla, castellano di Monza, calunniandolo per -la morte della duchessa Caterina. Questo innocente e nobile cittadino -spirò satollando colle sue membra la fame di que' mastini nel luogo -istesso ove, sessant'otto anni prima, aveva terminata la vita, con -altro supplizio, Francesco Pusterla, regnando Luchino, siccome vedemmo. -Fu consigliato il duca di scolparsi con tal sacrificio dall'accusa -d'essere parricida. Bertolino del Maino spirò pure squarciato dai denti -di quei mastini. Così cominciò il suo regno il duca Giovanni, terminata -che fu la minorità! Il signor Carlo Malatesta, sovrano di alcune città, -aveva a lui data in moglie Antonia Malatesta, sua nipote. Egli voleva -pure illuminare il genero ed insegnargli i principii per governare lo -Stato, e mostrarsi degno di comandare agli uomini; a tal fine, dovendo -egli partirsene da Milano per reggere i propri Stati, lasciò al duca -alcuni ricordi, i quali tuttora si conservano nell'archivio della -città, e furono pubblicati dal benemerito nostro conte Giulini[185]. -La sostanza di questo testamento politico si può epilogare nel modo -seguente: «La crudeltà è sempre indecente, sempre odiosa, e non di -rado funesta. I popoli debbono venerare nel sovrano l'immagine della -Divinità, protettrice della innocenza, e placabile col pentimento. Si -guardi il principe da coloro che cercano di rendergli sospetti i suoi -congiunti o i privati suoi domestici; coloro sono suoi nemici. Risolva -da sè il sovrano, ma negli affari ascolti prima l'opinione de' suoi -consiglieri; così non accaderà una inconsiderata risoluzione. Meglio è -perdonare che distruggere. I tributi s'impongano per vero bisogno, si -ripartano con giustizia, si percepiscano con economia, e i cortigiani -dieno l'esempio agli altri col pagarli. Non s'intraprendano guerre -senza necessità. Non largheggi il principe nel donare superfluamente. -Sia inviolabile nel mantenere la parola data, e imparziale per la -giustizia. Le cariche si dieno al merito, non mai al prezzo. Nella -scelta de' ministri si esamini di quale riputazione godano, e se la -vita loro sia proba; chi non è buon marito, buon padre, buon padrone in -sua casa, non sarà mai buon consigliere del sovrano. Agli stipendiati -si corrisponda fedelmente la paga. Le antiche leggi patrie sieno -venerate ed obbedite. Ai ribelli riconciliati si tenga d'occhio, ai -pertinaci si tolga il potere». Questo è il trasunto di tale memoria. -S'ella fu destinata da Carlo Malatesta per illuminare il duca, non vi -fu mai carta più inutile di questa. Se poi egli aveva null'altro in -veduta che di lasciare una pubblica disapprovazione della condotta del -nipote, non poteva scrivere meglio di così, perchè indicò appunto tutte -le massime dalle quali si allontanava quel principe. Andrea Biglia, nel -libro secondo della sua storia, ci descrive la barbarie di Giovanni -Maria:[186] _Genus illud nefandae necis quae canibus urgebatur, -adversum plures intendit, tam ferme sanguinis sitiens, ut nullum fere -diem per id tempus incruentum sineret_[187]. (1409) Il Corio racconta -che molti inermi popolari avendo gridato _pace, pace_, mentre il duca -passava avanti della chiesa di Santo Stefano, ad istigazione di due -perfidi suoi famigliari, ordinò quel principe alle sue guardie di -scagliarsi colle armi _in quella misera ed inerme compagnia_, il che fu -eseguito; e di quegli infelici «oltra a dugento ne occiseno: ed indi -fece proclamare, che sotto pena de la forcha veruno più non nominasse -pace ne guerra: anchora ordinò che gli sacerdoti ne la missa, in loco -de pacem, dicessino tranquillitatem. Doppuoi essendo al prefato duca -presentato avante uno figliuolo de Giovanne da Pusterla memorato, forse -in età de XII anni, intervenne questa meraviglia anzi miraculo, che, -mettendo li cani addosso al fanciullo per squarciarlo, quello se gittò -a terra chiamando al duca misericordia, il quale, più incrudelendo, se -gli remisse uno ferocissimo cane, chiamato il guerzo, custodito per il -Squarza Giramo, assai più che quello crudele contra il sangue humano, -ed a suggestione dil quale lo principe molte persone per denti de suoi -cani faceva lacerare. Questo cane adunque, per il canetero lassato, -puoi che il fanciullo ebbe nasato, se fece a disparte. Ma il principe -non per questo revocando la innata crudeltate, cominciò minaciar al -Squarza che lo farebbe suspender per la gola; onde remettendo una -crudelissima cagna per nome sibillina, parimente quella non volse -molestar il fanciullo, che di continuo domandava perdono. Ma Giovanne -Maria, più obstinato nel suo furore, comandò al malvagio canatero che -scanasse lo innocente garzono, il che voluntiere exequendo, non ancora -quegli cani volsino gustare dil suo sangue: ed in tal forma ne faceva -morire, ed tanto in questa inaudita crudeltate se delectò, che sino -la nocte andava per la cità con il Giramo, inventore de si inaudita -sceleragine e favoreggiato da lui per tanto horrendo maleficio, -caciando il sangue umano come li cazatori ne boschi le sevissime fere». -Così il Corio[188], il quale nella sua gioventù avrà inteso questi -atrocissimi fatti da' vecchi che n'erano stati dolenti spettatori. Il -Biglia poi scriveva le cose de' suoi tempi, e poteva essere testimonio -di veduta. Ho voluto narrar questi orrori colle parole altrui, per -risparmiare a me stesso la pena di descrivere cose tanto crudeli, e per -togliere ogni sospetto sulla verità dei fatti. - -La condotta del duca Giovanni Maria era quella d'un vero pazzo -furioso; poichè, nei mentre ch'egli insultava l'umanità, la giustizia, -la natura istessa coi mastini, compagnia degna di un tal principe, -egli sopportava che Facino Cane a suo pieno arbitro non solamente -dominasse Alessandria, Tortona, Novara ed altre terre, ma disponesse -da sovrano, e in Milano ed in Pavia, ogni cosa a suo piacimento, -per modo che il Biglia ci lasciò scritto:[189] _Nec multo post -Facinus Mediolanum advocatur, ut nihil jam illi ad utriusque dominium -praeter nomen deesset, omnia uni parebant, omnia pro illius imperio -statuebant, ne tanto quidem ad impensas juvenum relicto quod vitae -satisfacerent_[190]. Appena i due giovani principi avevano di che -mangiare. Il duca aveva fatta colla città di Milano una convenzione, -la quale si trova nell'archivio della città, e venne pubblicata dal -conte Giulini[191]. In vigore di tal carta egli si sottopose in molta -parte a que' limiti che presentemente fissa la costituzione della -Gran Brettagna al sovrano, almeno per riguardo al tributo. Le regalie -tutte le cedette alla città, alla quale diede in proprietà ogni sorta -di carico non solo, ma persino gli stessi beni suoi allodiali; e ciò -a condizione che la città gli sborsasse sedicimila fiorini al mese, -ossia centonovantaduemila fiorini all'anno. Il primo duca aveva da -tutto il suo Stato un milione e duecentomila fiorini all'anno[192]; -ma ora non rimaneva a questo secondo duca se non Milano, e non era -tenue quella somma per que' tempi. Nè questo fu pure il limite a cui -si tenne il duca. Volle che la città diventasse, in certo modo, anche -amministratrice dei centonovantaduemila fiorini; e stabilì che per la -sua persona se gli sborsassero ogni mese duemilacinquecento fiorini, -per mantenimento della sua corte, cavalli, tavola e vestito: del -rimanente la città doveva pagare ottomila fiorini di stipendio per ogni -mese a cinquecento lance, tremila fiorini al mese per lo stipendio di -mille fanti, mille altri fiorini al mese per la guardia del corpo, -e millecinquecento fiorini al mese per soldo ai consiglieri ed ai -giudici. Questo contratto (che dava esistenza morale al corpo politico, -creandolo legittimo percettore del tributo, e un essere vivente -interposto fra il sovrano ed il suo popolo, avendo un debito fisso col -primo, ed un dritto e una giurisdizione sul secondo) poteva essere una -nobilissima beneficenza verso della patria in tutt'altro principe; -ma era una stolida imbecillità in quel Giovanni Maria, incapace di -governare. Tutto era in combustione e in disordine:[193] _Vulgus -quidem_, dice il Biglia, _annonae copia delinitum; caeteri, quicunque -bonorum civium loco essent intolerandis tributis gravabantur... Multi -vel publica vel privata licentia interfecti._ I mali pubblici, l'odio -contro l'infame duca, il profondo disprezzo che si era egli meritato, -giunsero finalmente al colmo. (1412) I due fratelli Andrea e Paolo -Baggi, ai quali il sovrano aveva fatto ammazzare un fratello chiamato -Giovanni; Giovanni della Pusterla, nipote dell'infelice castellano di -Monza sbranato da' cani, e cugino dell'altro disgraziato fanciullo -scannato; Francesco e Luchino del Maino, cui il duca aveva fatto -decapitare due fratelli, e sbranare da' cani Bertolino, loro parente, -si collegarono, e varii altri ad essi si unirono per togliere dal -mondo quel mostro crudele, pazzo debole, imbecille ferocissimo; e il -giorno 16 di maggio dell'anno 1412 lo colsero, non si sa bene se nella -chiesa di San Gottardo, ovvero in una sala di corte mentre s'inviava -alla chiesa, e lo lasciarono sul momento morto dalle ferite. Il duca -Giovanni Maria così terminò la obbrobriosa sua vita, nell'età giovanile -di ventiquattro anni non per anco compiuti, dopo di aver portato il -nome di duca per quasi dieci anni. La universale detestazione contro di -lui si manifestò con segni inusitati, poichè nemmeno si volle rendere -al di lui cadavere il vano onore della pompa funebre: e una donna -della pubblica prostituzione fu la sola che diede un segno di pietà, -gettandogli sopra un canestro di rose. L'infame Squarcia Giramo fu -dalla plebe colto e strascinato per le strade, indi appeso per la gola -alla sua casa. - -Alcuni de' nostri scrittori hanno preteso di farci credere che il -duca Giovanni Maria coltivasse le belle lettere; se ciò mai fosse, -ridonderebbe un tal fatto piuttosto in disonore delle lettere che in -lode di quell'anima perversa; perchè proverebbe che si può anche da -un cuore insensibile gustare la venustà e la grazia del Petrarca, il -che però sembra una contraddizione. So che la filosofia, le lettere, -la musica, la pittura, le arti tutte hanno i loro ipocriti, come gli -ha la virtù, come gli ha la religione; ma un giovine dissoluto che si -diverte a far lacerare gli uomini dai cani, non è sulla strada d'alcuna -ipocrisia. - -Sarebbe un problema da esaminarsi tranquillamente da un uomo -ragionevole e non ambizioso, se veramente Matteo Visconti abbia -procurato un bene a sè stesso e alla sua casa innalzandosi al -trono. Lo stesso Matteo I morì di rammarico per gl'interdetti e le -scomuniche; Galeazzo I, suo figlio, cessò di vivere per i lunghi -patimenti sofferti nel carcere; Stefano perì di veleno; Marco venne -gettato da una finestra; Luchino fu avvelenato dalla moglie; Matteo -II fu ucciso violentemente dai fratelli; Barnabò morì in carcere a -Trezzo di veleno; Giovanni Maria fu trucidato. È una gran massa di -sventure cotesta, accadute ad una famiglia in meno di cento anni! Nella -condizione privata è ben difficile che ne accada altrettanto. Azzone e -Giovanni furono i due soli principi felici, perchè sensibili, benefici -e virtuosi, ma fu breve il loro regno. Egli è vero però che questo -seguito di miseri casi nacque per i vizi di que' sovrani; quando nella -serie di cinque secoli dell'augusta casa d'Austria non troveremo veruna -traccia de' mali che in meno d'un secolo sopportarono i Visconti. - -Il duca Giovanni Maria non lasciò figli:[194] _Juvenem his monitis -imbuerunt_, dice il Biglia, _ut jam uxorem, si non repudiatam, certe -pro dissociata haberet_; nè della duchessa Antonia, figlia di Malatesta -de' Malatesti, si è inteso più cosa alcuna. Filippo Maria era giunto -all'età di vent'anni. Egli era il solo avanzo che rimanesse nella -discendenza di Gian Galeazzo; ma se ne stava nascosto e pauroso nel -castello di Pavia; solo spazio sicuro che gli restava sulla terra. -Pavia, Milano e tutto il rimanente dello Stato era occupato da piccoli -sovrani. Quasi ogni città si era creato un conte. Il più potente fra -questi nuovi divisori del dominio era, siccome dissi, Facino Cane, -al di cui stipendio viveva una schiera di militi dei migliori di quei -tempi, avvezza a vincere sotto il comando di Facino. Egli in fatti era -il padrone di Milano, di Pavia, di Alessandria, di Novara, di Tortona -e di altre terre; e non gli mancava altro che il titolo di duca. Anzi -vi è tutta l'apparenza di credere che lo sarebbe diventato, e colle -armi avrebbe ricuperato per sè medesimo la successione del primo duca, -poichè fu estinto Giovanni Maria, e nessun altro rimaneva che il timido -Filippo Maria; ostacolo di mera opinione, facile a togliersi colla -fede e colla morale di quel secolo d'orrore. Ma il potere supremo -dispose altrimenti, e decretò che nel medesimo giorno 15 di maggio -dell'anno 1412 Giovanni Maria morisse trucidato in Milano, e Facino -Cane morisse in Pavia di natural malattia. Il momento era giunto al -fine in cui i figli dell'oppresso Barnabò potessero far valere le -loro ragioni. Non v'era forza che potesse far loro valida resistenza; -e il governo civile di Milano era talmente sconnesso ed incerto, che -nulla più doveva costare ad essi per impadronirsene che lo stendervi -la mano. In fatti Estore Visconti, figlio naturale di Barnabò, nato da -Beltramola dei Grassi, negli ultimi anni del regno del duca Giovanni -Maria s'era impadronito di Monza; e pare che da colà aspettasse il -momento per rendersi signore di Milano; e così fece spirato che fu il -duca. Siccome poi l'origine sua poteva dar luogo a chi volesse trovare -illegittima la sua dominazione, così Estore si associò Giovanni Carlo -Visconti, discendente legittimo del signor Barnabò perchè figlio di -Carlo e di Beatrice d'Armagnac. Ebbero questi due (zio e nipote) un -frate domenicano, chiamato Bartolommeo Caccia, che perorò e predicò -tanto, che indusse il popolo di Milano a riconoscere Estore e Giovanni -per sovrani; e tali durarono per un mese di tempo, cioè sino al giorno -16 di giugno dello stesso anno 1412. Questi apocrifi sovrani batterono -moneta, in cui s'intitolarono bensì signori, ma non duchi di Milano; -ed io ne ho nella mia raccolta. Tale era la situazione di Filippo -Maria, che poteva assumere bensì il titolo di duca di Milano, ma non -ne possedeva proprietà alcuna, e mancava d'ogni mezzo per deprimere -gli usurpatori. Una sola via poteva aprirsegli per riascendere. Gli -stipendiati di Facino Cane erano un corpo ragguardevole di bravi -soldati, affezionatissimi al loro generale, e dopo la morte di esso -alla di lui vedova Beatrice Tenda. Se il nuovo duca sposava questa -vedova, da cui dipendevano alcune città e questo corpo di armati, era -da sperarsi che quei militi, fedeli alla vedova, combattessero con -impegno in favore del nuovo di lei marito. Tal consiglio provvidamente -venne suggerito al duca Filippo Maria. Si entrò a trattar quest'affare; -e quantunque la vedova Beatrice avesse l'età d'essere madre dello sposo -che le veniva proposto, aderì all'offerta e sposò il giovine duca. -Con tale atto si trovò il duca immediatamente padrone di Pavia, di -Tortona, di Novara, di Alessandria e dei soldati di Facino. Il primo -passo era quello di scacciare da Milano Estore Visconti. Quindi Filippo -Maria, chiamati intorno di sè i fedeli stipendiati di Facino Cane, si -incamminò da Pavia a Milano. Quei militi intrepidi riguardavano il duca -come un figlio del loro amato padrone, e fecero sì bene, che Estore -dovette abbandonare la città appunto il giorno 16 di giugno, siccome ho -detto; e ritiratosi nel castello di Monza venne ivi assediato, e dopo -alcuni mesi vi rimase ucciso da un colpo di spingarda che gli fracassò -una gamba. Il cadavere di Estore Visconti si conserva incorrotto -e visibile in un cortile di fianco alla chiesa di San Giovanni di -Monza; e si riconosce la rottura della gamba. Appena fu padrone di -Milano Filippo Maria, terzo duca, girò per la città, e mostrò al -popolo umanità ed accoglienza. Ma quanti potè avere dei complici -della morte del duca Giovanni Maria, tanti morirono col supplicio, e -taluni squartati, e le loro membra inchiodate alle porte della città, -e le teste, conficcate in cima di lunghe aste, vennero piantate sul -campanile della piazza de' Mercanti. Le case dei congiurati furono -abbandonate al saccheggio; e così cominciò il suo regno il duca Filippo -Maria. Fra i militi di Facino Cane vi era un soldato di fortuna, -Francesco Carmagnola, uomo di grand'animo, che aveva i talenti di -un buon generale, e che colla superiorità del suo merito aveva dato -persino gelosia al suo antico padrone, che pure era grande uomo di -guerra dei suoi tempi. Il duca non era fatto per comandare in persona: -egli era timido, inerte, superstizioso, amante della solitudine. Egli -fortunatamente ascoltò il consiglio di Beatrice sua moglie, e collocò -nel Carmagnola il comando e la confidenza. Francesco Carmagnola fu -dichiarato conte; innalzato, arricchito e beneficato dal duca. Il conte -Francesco alloggiava in Milano nel palazzo in cui ora si radunano i -Corpi civici. Premeva al duca di riacquistare Lodi, città distante -appena venti miglia da Milano. Giovanni Vignate s'intitolava conte -di Lodi, e ne era il padrone. Una tregua si era sottoscritta fra il -duca e lui; quindi il Vignate, fidandosi al gius delle genti, senza -alcun sospetto veniva qualche volta a Milano. (1416) Egli un dì non -ebbe timore di porre piede nel castello in cui stavasene appiattato -ed invisibile il duca; ed ivi, il giorno 19 di agosto dell'anno 1416, -venne a tradimento arrestato, malgrado la tregua, e trasportato a -Pavia, ove fu riposto in una gabbia di ferro. Contemporaneamente le -truppe ducali sorpresero Lodi e fecero prigioniere Luigi Vignate, -figlio del conte; il padre ed il figlio passarono nelle mani del -carnefice; e con tal mezzo il duca s'impadronì di Lodi. Loterio Rusca, -signore di Como, credette di fare un buon contratto cedendo al duca la -sua sovranità per quindicimila fiorini d'oro. Crema ritornò in potere -del duca, perchè il nipote del conte di Crema, Giorgio Benzone, tradì -suo zio e v'introdusse le armi ducali. - -Stavasene il duca Filippo Maria inaccessibile nel castello di Milano, -senza che mai fosse veduto nella città. Le strade di Milano, le mura -istesse diroccavano, e si lasciavano senza riparazioni. Quel principe -credeva all'astrologia; e questa era forse anco la sola norma della sua -morale e di tutte le sue azioni. Quando la luna era in congiunzione col -sole, egli s'intanava in qualche angolo del castello più solitario, -e non voleva mai dare risposta, nè permetteva nemmeno che alcuno la -desse per lui. Aveva una macchina egregiamente lavorata; quest'opera -di orologeria dinotava il movimento dei pianeti, e quest'era l'oggetto -della più frequente osservazione del duca. Se taluno lo interpellava -per aver i suoi ordini nel momento che egli credesse infausto, o -taceva, ovvero rispondeva soltanto: _aspetta un poco._ Egli aveva i -suoi astrologi, i quali erano i più cari di lui consiglieri, e quelli -che influivano più d'ogni altro nel governo dello Stato. Le forze -del duca Filippo Maria ci vengono descritte da Andrea Biglia. Il -conte Francesco Carmagnola era alla testa degli stipendiati ducali. -Settecento cavalieri formavano la guardia del corpo: il Biglia li -chiamava _familiares_. Due squadroni, ciascuno di settecento cavalieri, -formavano due corpi di lance spezzate, _lanceas laceras_. Aveva altra -cavalleria comune, in tutto quattromila cavalli. D'infanteria egli -aveva allo stipendio mille uomini scelti, tutti coperti di lucidissime -armature, _qui totis armis lucerent_; e il rimanente dei fantaccini, -ben corredati, ascendeva a più di quattromila uomini[195]. Tale -armata si preparava a marciare contro del marchese di Monferrato; il -quale, per evitare la guerra, cedette al duca Vigevano. (1418) Così il -duca, da Beatrice Tenda, ottenne la ricuperata sovranità di Milano, -Pavia, Lodi, Como, Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara; e da -queste otto città e dall'armata ebbe i mezzi per dilatare nuovamente -i confini dello Stato, siccome fece. Doveva il duca venerare la sua -benefattrice più della stessa sua madre. A lei doveva tutto, persino -l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente stata levata, se non aveva il -di lei soccorso. Essa con tutto ciò soffri il trattamento di essere -(malgrado l'età sua e la sua virtù) dal marito incolpata d'avergli -violata la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello, -che era al di lei servizio. Questo giovine era veramente di amabile -aspetto e di pari maniere; e talvolta la duchessa passava qualche -ora con minore noia, facendolo suonare il liuto. Volle il duca che -venisse imprigionata in Binasco l'infelice Beatrice Tenda; e il non -meno disgraziato cavaliere fu parimenti posto nei ferri. Si fecero -soffrire ventiquattro strappate di corda alla duchessa, come ci -narra il Corio[196]. Furono condannati e l'una e l'altro a perdere -la testa sotto la scure; il che si eseguì in Binasco nell'infausta -notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno 1418. Il Corio -ci attesta che, per liberarsi dagli strazi della tortura, la duchessa -incolpasse sè medesima; ma poi, in presenza degli ecclesiastici che -l'accompagnarono al patibolo, prima di sottoporvi il capo, chiamasse -Iddio in testimonio dell'incolpabile sua innocenza. Ci dice il Biglia -che il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio -calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virtù, sebbene in fine -perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa, avanti il patibolo, da -donna forte e virtuosa, rimproverasse la vile colpa all'Orombello, -e protestando la innocenza propria, chiamandone testimonio Iddio, -piegasse il capo alla mannaia. Fosse il peso d'un troppo grande -beneficio insopportabile all'anima del duca; fosse ambizione, per cui -si sdegnasse d'aver per moglie una che non era di famiglia sovrana; -fosse noia d'avere una compagna di una età matura; fosse l'amore -ch'egli già nutriva per Agnese del Maino, colla quale visse poi sempre, -ed a cui null'altro mancò se non il nome di moglie; fosse una trama -di qualche abbietto favorito, a cui non tornava bene che il duca -ascoltasse fedeli consigli; fosse perfine ciò prodotto da qualche -astrologica predizione che promettesse al duca felicità da un tal -colpo; qualunque ne fosse il motivo, tale fu la mercede che Filippo -Maria seppe rendere ai beneficii ricevuti da quella sventurata donna. -Trema la mano nello scrivere tali abbominazioni! - -La città di Piacenza era stata occupata da principio da Pacino Cane; -poi se n'era preso il dominio Filippo Arcelli. Il fratello ed il figlio -di questo signore caddero in potere del duca; il quale, memore di -quanto col Fogliano aveva quarantasei anni prima fatto Barnabò, fece -piantare a vista di Piacenza due forche, e fece intimare la resa a -Filippo Arcelli, minacciandogli altrimenti di fare impiccare Bartolomeo -e Giovanni, il fratello ed il figlio. Non credette Filippo che il duca -volesse a tal segno disonorarsi, e ricusò di cedere la sovranità. Que' -due illustri ed innocenti gentiluomini furono ben tosto impiccati, a -vista della madre medesima, che da una finestra s'accorse dell'orribile -sventura, e colle smanie accrebbe talmente l'intima desolazione del -marito, che se ne uscì da Piacenza sconosciuto; e così quella città -ritornò in potere del duca il giorno 13 di giugno dell'anno 1418. -(1419) Bergamo era posseduta dai Malatesta; ma il conte Francesco -Carmagnola la sorprese e la riacquistò al duca il giorno 24 di luglio -l'anno 1419; il che vedutosi da Gabrino Fondulo, signore di Cremona, -stimò di vendere al duca la sua sovranità per trentacinque mila -fiorini, ossia ducati d'oro. Il marchese di Ferrara, Nicolò d'Este, -cedette Parma al duca il giorno 28 di novembre l'anno 1420. Brescia da -Pandolfo Malatesta fu ceduta al duca, il giorno 18 di marzo dell'anno -1421, per il prezzo di trentaquattromila fiorini d'oro. Tanto erano -temute e fortunate le armi ducali sotto il comando dell'intrepido ed -esperto conte Francesco Carmagnola, che portò questi l'assedio sotto -di Genova; città che sessantotto anni prima si era data a Giovanni -arcivescovo, e che, dopo tre anni essendosi sottratta, inutilmente era -sempre stata adocchiata dal primo duca. Il valoroso conte la costrinse -alla resa; e il giorno 2 di novembre dello stesso anno 1421 capitolò -la città e riconobbe per suo signore il duca di Milano. Filippo Maria -prescrisse da buon astrologo l'ora e il momento in cui dovevasi fare -la funzione del possesso di Genova[197]. I Genovesi però quattordici -anni dopo scossero nuovamente il giogo dei Visconti. (Il signor don -Carlo de' marchesi Triulzi, cavaliere di moltissima erudizione, ha -nella sua collezione di monete di fiorini d'oro di Genova regnandovi -il duca Filippo Maria, ed io ho delle monete d'argento pure di Genova -col nome e collo stemma del medesimo duca). Poi dal duca d'Orleans -ebbe il Visconti per cessione Asti: città che da suo padre era stata, -come dote della principessa Valentina, ceduta al conte di Valois -trentacinque anni prima. Fece il duca altri acquisti nella Romagna, -cioè Forlì, Imola, Faenza. (1424) A tale stato di grandezza era -giunto il duca Filippo Maria l'anno 1424, che possedeva venti città -acquistate colle nozze della infelice duchessa, e colla fede e col -valore del conte Francesco. Le città erano Milano, Como, Brescia, -Bergamo, Lodi, Crema, Cremona, Piacenza, Parma, Faenza, Imola, Forlì, -Pavia, Alessandria, Tortona, Genova, Asti, Vercelli, Novara e Vigevano, -tutte acquistate nel breve spazio appena di dodici anni. Avrebbe il -duca sottomesse ancora le altre quindici città che gli mancavano per -ricuperare lo Stato di suo padre; avrebbe fors'anco esteso ancora -più in là i confini; se, tenendosi inaccessibile, invisibile e sempre -attorniato da uomini da nulla, fra i quali il primo era certo Zanino -Riccio, non avesse tagliata a sè medesima la mano destra col diffidare -del conte Carmagnola, dopo le non interrotte prove del di lui animo. -La superiorità dei talenti del conte, e la franchezza colla quale -suggeriva i buoni consigli al suo principe, facevano tremar di paura -gli abbietti uomini che attorniavano il duca. S'avvedevano ben essi che -quel generale non avrebbe mai fatto lega nè cogli astrologhi, nè coi -parassiti che deludevano il sovrano. Formarono quindi il progetto di -alienar l'animo del duca dal conte Carmagnola, e mentre il conte gli -sottometteva le città, facevano malignamente risuonare all'orecchio -di Filippo Maria l'amore dei soldati, la riverenza dei popoli sempre -crescente verso del Carmagnola. Quindi ogni dì più rendevano timido -il duca appiattato, invisibile ad ognuno, fuori che ad essi; a tal -segno ch'ei non usciva dal castello di Milano, se non dalla parte -solitaria dei campi; per di là passando al castello di Abbiategrasso, -ove parimenti stavasene solitario ed occultato. Basta il dire ch'egli -non venne mai in Milano, se non quella prima volta che ho detto. -Bloccato in tal maniera il duca, nulla ei più sapeva degli affari, di -quanto volevano dirgliene quei vili intriganti cortigiani. Costoro -a poco a poco fecero nascere il pensiero nel duca di collocare il -conte stabilmente al governo di Genova, finchè gli tolse il comando -dell'armata. Il conte da Genova andava scrivendo al duca, illuminandolo -sul proposito degl'interessi del suo Stato, e lagnandosi dei torti. -Ma le lettere nemmeno giugnevano al duca. Se ne avvidde il conte, e -lasciando Genova si portò alle porte del castello d'Abbiategrasso, -chiedendo umilmente di essere ascoltato; ma gli venne risposto che -esponesse le sue occorrenze a Zanino Riccio. Il Carmagnola alzò la voce -colla speranza di essere inteso dal duca, e protestò che quel principe -era attorniato da traditori e malvagi cortigiani. Le guardie avevano -militato sotto di lui; sebbene animate ad arrestarlo, non l'osarono. -Il conte allora, rimontato sopra il veloce destriero, su cui erasi ivi -improvvisamente portato, _forse si pentirà_, disse, _in breve il duca -di non avermi ascoltato_; e spronò il cavallo e disparve da un luogo -dove non era stato senza pericolo; quindi per vie sicure se ne andò a -Venezia, ove offrì i suoi servigi a quella repubblica, da cui vennero -accettati con somma onorificenza. - -Le avventure del conte Carmagnola sono interessanti. Il momento in cui -sconsigliatamente volle il duca disgustare quel benemerito generale, -fu quello in cui la fortuna dello Stato si cambiò; e laddove sino a -quell'ora sempre la vittoria, le conquiste o le dedizioni avevano -contrassegnati gli anni del suo regno, da quel punto cominciò a -contrassegnarli colle inquietudini, colle sconfitte, colle umiliazioni -e colle perdite. Appena era partito il conte, che il duca stese la mano -confiscatrice su tutti i poderi suoi, e si riprese su tutti i doni -che gli aveva fatti. Tese varie insidie per averlo prigione; ma non -gli riuscirono. Tentò il veleno, e certo Giovanni Liprandi, milanese, -che aveva per moglie una Visconti, provossi a Treviso di avvelenare -il conte: il che verificato, perdè poi la testa a Venezia. A tali -infami azioni s'abbassava il duca per consiglio di Zanino Riccio, e -d'altri vigliacchi ed astrologi, pari a lui, mentre in vece con qualche -onesto partito nulla sarebbe riuscito più facile che l'accomodarsi col -Carmagnola, già affezionatissimo nel suo cuore ai Visconti, siccome -accade sempre di esserlo, quando si sono fatti insigni beneficii, pei -quali amiamo il beneficato come cosa nostra. Il conte, pagato con tanta -ingratitudine, insidiato in così bassa ed atroce maniera, conobbe non -rimanergli più altro partito che l'operare da nemico. Egli adunque -consigliò ai Veneziani di legarsi coi Fiorentini. Temevano i primi di -perdere Verona e Vicenza, occupate recentemente sotto l'infame governo -dell'ultimo duca. I Fiorentini vedevano già nuovamente innoltrata -nella Romagna quella sovranità dei Visconti, che ventiquattro anni -prima aveva esposto all'estremo pericolo la loro repubblica; quindi -si unirono coi Veneziani. (1426) Il re Alfonso di Napoli si unì -colle due repubbliche; ed il conte Francesco Carmagnola, l'anno 1426, -ricevette solennemente dalle mani del doge di Venezia lo stendardo -di San Marco, e venne dalla repubblica dichiarato capitano generale -dell'armata terrestre, coll'assegnamento, cospicuo per quei tempi, di -dodicimila annui fiorini, ossia ducati d'oro. Ciò fatto, il Carmagnola -si portò sul bresciano. Egli conosceva quel paese, poichè sei anni -prima vi aveva guerreggiato per riacquistarlo al duca e scacciarne i -Malatesti. Era celebre la battaglia ch'ei vinse l'anno 1420, il giorno -8 di ottobre; ora si trattava di acquistar Brescia ai Veneziani. Il -conte ne scacciò l'armi del duca. Il comandante che Filippo Maria -aveva posto alla testa delle sue armi invece del Carmagnola, era Guido -Torello; uomo che non pareggiava i talenti del Carmagnola. Sotto del -Torello combattevano Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, uomini di -merito; ma il primo di questi due si sdegnava d'essere sotto il comando -d'un generale ch'egli non credeva superiore a sè stesso; l'altro era -ancor giovine, focoso ed inesperto. Oltre ciò, passavano fra tutti e -tre quelle rivalità che, tendendo a farsi reciprocamente scomparire, -rovinavano il sovrano e lo Stato, del quale ad essi era consegnata la -difesa. Presa Brescia, era da temersi che la guerra non s'avanzasse -nel centro del dominio; e perciò dovette il duca richiamare le truppe -dalla Romagna, e abbandonare per sempre Forlì, Imola e Faenza, che -appena da due anni erano sue. (1427) Il conte Francesco Carmagnola -diede una sconfitta ai ducali il giorno 11 ottobre 1427. Quasi tutti i -generali del duca, e quasi tutti i suoi soldati rimasero prigionieri. -Oltre i già nominati erano nell'esercito ducale altri generali, cioè -il conte di Cunio Alberico da Barbiano[198], Cristoforo Lavello, Carlo -Malatesta ed Angelo della Pergola; uomini che tutti avevano buon nome -nella guerra. Conseguenza ne venne che Bergamo passò in potere dei -Veneziani l'anno 1428. Così Zanino Riccio fece perdere al duca ed a' -suoi successori non solo Vicenza e Verona, che si dovevano ricuperare, -ma Brescia e Bergamo, e quasi tutta le terra ferma che possedette -poi ed attualmente possede la repubblica di Venezia. Se il conte -Carmagnola fosse stato d'animo costante, il duca Filippo Maria sarebbe -rimaso con Zanino Riccio; anzi sarebbe stato abbandonato ben presto -da quell'istesso infingardo, che non amava se non la fortuna del duca. -Già Filippo Maria aveva dovuto cedere al duca di Savoia Vercelli, per -contentarlo e non soffrire invasione anche da quella parte. Il marchese -di Monferrato, i Fiorentini, i Veneziani ben presto gli toglievano -il restante de' suoi Stati. Il Carmagnola, dopo la presa insigne -della armata ducale, non aveva più contrasto: e Cremona, Crema, Lodi -rimanevano, se lo voleva, in potere dei Veneziani. Ma quando vide il -conte posto il duca a mal partito, cessò di far la guerra con vigore; -anzi non servì più con buona fede i Veneziani. O foss'egli allontanato, -per una ripugnanza dell'animo, dal portare così la distruzione ad un -principe dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori e sotto del quale -aveva acquistata la celebrità; ovvero fosse egli ancora nella fiducia -che, umiliato il duca, venisse a fargli proposizioni di accomodamento, -e gli sacrificasse i meschini nemici che avevano ardito di nuocergli, -cioè i vilissimi cortigiani suoi, o qualunque ne fosse il motivo, -il conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso dei procuratori -veneti, e malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare, -disarmati bensì, ma liberi, al duca tutti i generali ed i soldati -numerosissimi che aveva fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11 -ottobre 1427. Il duca in pochi giorni armò di nuovo e rimontò questi -militi, ed è molto degno di osservazione questo fatto, cioè che due -soli artefici di Milano in pochi giorni gli diedero le armature per -quattromila cavalli e duemila fanti, sapendosi che in quei tempi gli -uomini si coprivano tutti di ferro; il che prova quanto si è accennato -al capitolo duodecimo sulla grandiosa manifattura d'usberghi, d'elmi -e d'ogni lavoro di ferro che v'era in Milano. Anche i quattromila -cavalli ben tosto li ritrovò il duca dalle razze del suo Stato; e -così il Carmagnola poco dopo ebbe nuovamente di fronte quella stessa -armata che aveva avuta inerme in suo potere. Il séguito delle sue -imprese sempre più fece palese il suo animo poichè trascurò tutte le -occasioni, e, lentamente progredendo, lasciò sempre tempo ai ducali -di sostenersi. (1432) Insomma giunse a tale evidenza la cattiva fede -del conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo, -decapitato in Venezia, il giorno 5 di maggio dell'anno 1432, come reo -di alto tradimento. Tale fu il fine che fece il conte Francesco; uomo -che non aveva i vincoli sacri della patria e della famiglia, i quali -ammorzarono la vendetta nell'animo di Coriolano; uomo che sarebbe -un eroe, se non avesse macchiato l'ultimo atto della sua vita colla -infedeltà. - -Più ancora di quelle del Carmagnola interessano la storia di Milano le -vicende di Francesco Sforza. Questi era romagnuolo. La di lui famiglia -era di Cotignola. Il primo che s'era fatto qualche nome, era il di lui -padre Giacomo Attendolo (tale era il vero di lui cognome); poichè, -servendo questi sotto il comando del conte Alberico di Zagonara, da -esso ebbe il soprannome _Sforza_, il quale passò nel di lui figlio -Francesco, e divenne poi nome di casato. Francesco Sforza (che fu poi -il quarto duca di Milano, e il più grand'uomo e il più gran principe -del suo tempo) nacque in San Miniato il giorno 23 luglio dell'anno -1401, ed ebbe per madre Lucia Trezania. Niente ancora vi era d'illustre -in lui, se non l'ardor militare, ed il nome che nella milizia si era -fatto suo padre. Egli aveva ventiquattro anni, allorchè, sulla fama -del valore da lui mostrato nel regno di Napoli, il duca lo invitò al -suo stipendio, disgustato che ebbe il conte Carmagnola. Una delle prime -imprese che Francesco Sforza ebbe in commissione dal duca, fu quella di -soccorrere Genova, attaccata dai nemici; ma ne uscì con poca fortuna, -poichè, innoltratosi imprudentemente e con inconsiderato impeto, fu -malamente battuto e posto in fuga; per lo che il duca lo rilegò per due -anni a Mortara, ove rimase privo di stipendio. Terminato il castigo, i -cortigiani del duca, non saprei per qual motivo, cercarono di fargli -entrare in grazia Francesco Sforza; e la cosa giunse a segno che, -non avendo altri discendenti il duca, fuori che una figlia naturale -chiamata Bianca Maria, pensò di darla a Francesco Sforza. Bianca -Maria era nata da Agnese del Maino, colla quale viveva il duca come se -fosse vera sua moglie. Quella donzella non aveva per anco finiti gli -otto anni, allorchè il duca, l'anno 1432, il giorno 13 di febbraio, -stabilì il contratto di nozze. Considerava in quel momento il duca di -farsi per adozione un figlio, al quale passare il suo Stato, e quindi -interessarlo a difenderlo: figlio tanto più caro, quanto più quel -meschino principe era lacerato nella solitudine da umori che Zanino -Riccio e i suoi pari facevano nascere contro dei generali; i quali -naturalmente non si saranno degnati mai di mostrare deferenza a quella -feccia di uomini da cui era il duca attorniato. Cercavano, innalzando -lo Sforza, di umiliare il Piccinino, il Torello e gli altri. Ma poichè -lo Sforza fu innalzato, la di lui ombra dispiaceva a quei raggiratori, -temendo forse un avvenire cattivo per essi. E perciò si posero colle -arti consuete a gettare il veleno nell'animo del principe, loro -schiavo, e a fargli nascere il pentimento e la diffidenza, a segno che -il duca pose delle insidie persino alla vita del designato suo genero. -Francesco Sforza se ne uscì dalle mani del duca, si ricoverò presso -de' Fiorentini, nemici de' Visconti, e si pose al loro stipendio. Si -collegarono i Fiorentini e i Veneziani a danno del duca, e il generale -comandante delle armi collegate fu lo stesso Francesco Sforza. Anche -il papa aveva acceduto alla lega. Io non descriverò, nemmeno questa -volta, le minute azioni militari. Dirò soltanto che gli affari del duca -piegavano assai male. Il duca era giunto all'età di cinquant'anni. -Egli era mostruosamente pingue, e la sanità sua diventava inferma. -La vita inerte che menava, ed i sospetti continui fra quali veniva -tenuto dagli officiosi nemici che aveva intorno, affrettavano la di -lui morte; egli s'accorgeva della propria decadenza. I generali di -questo invisibile sovrano (che non si era mai presentato una sol volta -in vita al nemico, che dava e toglieva il favore a norma de' pianeti -non solo, il che sarebbe a caso, ma dei maligni interessi di quei -poltroni che gli stavano intorno), cominciarono a fare un accordo fra -di loro per dividersi la sovranità. Il Piccinino divisava d'avere -per sè Piacenza; il Sanseverino, Novara; Luigi dal Verme, Tortona; -il Fogliano, Alessandria; altri, altro distretto. Insomma il duca si -trovò sotto di un cielo coperto da nubi procellose, che minacciavano -da ogni parte. Il solo uomo capace di liberarlo nell'estrema angustia -era Francesco Sforza. Rivolse i trattati a lui, e ben vedendo che -troppo instabile appoggio sarebbe stato l'offerire al genero eletto -il suo pentimento, gli offri la sovranità del Cremonese e di Cremona -sino da quel momento, pronte a dichiararlo conte e sovrano di essa, -e a celebrare lo sposalizio di Bianca Maria. Accettò la proposizione -Francesco Sforza, ma non si fidò di venire a Milano. (1441) Ma poichè -consegnata gli venne la sovranità di Cremona, e poi ch'ivi fu sicuro, -in Cremona stessa sposò Bianca Maria, il giorno 28 di ottobre dell'anno -1441. La sposa aveva diciassette anni, e lo sposo ne aveva quaranta. Il -duca Filippo, sempre divorato da sospetti e dominato dall'astrologia, -tornò a detestare lo Sforza a segno che fece uccidere da' suoi sicari -Eusebio Caimo che aveva maneggiate le nozze di Bianca Maria; (1444) e -quell'infelice cavaliere venne scannato in Duomo mentre pregava avanti -l'altare di Santa Giulitta, il giorno 8 di aprile, l'anno 1444[199]. -Tentò poi il duca di rapire colle armi Cremona, quantunque l'avesse -data in dote a sua figlia; e buona parte di quel contado era già -in potere delle sue armi. Il conte Sforza fu costretto d'impetrare -l'aiuto de' Veneziani, i quali mandarono forze tali, che non solamente -liberarono il Cremonese e lo restituirono al suo legittimo nuovo -signore, ma tolsero al duca Treviglio, Caravaggio, Cassano ed altre -terre, e si presentarono persino sotto le mure di Milano l'anno 1446. -Il duca tremava nel suo castello di Milano, invocava persino con vili -sommissioni la pietà del genero, e lo lusingava della eredità dello -Stato. Francesco si mosse; lo difese: ma perdette Casalmaggiore, -Soncino, Romanengo ed altre terre, che i Veneziani tolsero al conte, il -quale loro non era stato fedele. Ogni minuta circostanza è interessante -nel conte Sforza, che fu poi il quarto duca di Milano, non per -testamento di Filippo Maria, ma per altre combinazioni, come vedremo -più avanti, e fu lo stipite della seconda dinastia de' duchi di Milano. - -Il Sassi[200] e l'Argellati[201] pretendono che il duca Filippo Maria -amasse e proteggesse le lettere. Il Decembrio, che tanto minutamente -ha scritta la di lui vita, e che fu testimonio delle azioni di lui, ci -assicura diversamente:[202] _Humanitatis ac litterarum studiis imbutos -neque contempsit, neque in honore praetioque habuit, magisque admiratus -est eorum doctrinam, quam coluit_[203]. Ci racconta lo stesso autore -che Antonio Raudense aveva tradotte in italiano a Filippo Maria alcune -vite degli uomini illustri, senza che il duca lo avesse mai nella -sua grazia; sebbene quel traduttore gli rendesse intelligibili quei -monumenti che il primo non poteva capire nella loro lingua originale. -Francesco Barbula, poeta greco di qualche merito, rifugiatosi a Milano, -non potè ottenere dal duca nemmeno il viatico per portarsi altrove. -Ciriaco Anconitano, uomo di lettere, fu scacciato dalla corte del duca. -Tutta la vita di quel principe ci dimostra ch'egli non era capace di -sentire alcuna stima. Questa emozione non la provano se non le anime -che la meritano. - -Ci rimane un testimonio autentico della rozza imperizia di quel -principe nelle monete battute durante il suo governo, nelle quali per -lo più è scolpito il nome _Filipus_ con due errori nel suo medesimo -nome. Un altro solenne monumento ne abbiamo nella barbara poesia sotto -la statua di Martino V, giacchè sotto di un principe colto non si -sarebbero posti i versi seguenti: - - _Cerne, viator, ave, hic stat imago simillima papae_ - _Qui bonus Ecclesiam Martinus in ordine quintus_ - _Pastor alit tibi, Roma, etc..._ - _Carminis est Bripius Joseph, ordinarius, auctor,_ - _Doctor canonici juris, sacraeque magister._ - _Teologiae, etc.,_[204] -come più diffusamente può vedersi nel Duomo, ove in segno d'onore venne -collocata sopra la barbara iscrizione la non meno barbara statua, di -cui si legge: - - ... _Ast hic praestantis imaginis auctor_ - _De Tradate fuit Jacobinus, in arte profundus,_ - _Nec Prasitele minor, sed major farier auxim._[205] - -Non posso perdonare a taluno dei nostri autori storici, l'aver voluto -paragonare ad Augusto il meschinissimo Filippo Maria, e farlo un -protettore delle lettere e dei letterati. Egli era, convien dirlo, -un principe da nulla. È vero che alcune epoche del regno di questo -duca hanno un aspetto grandioso e brillante, nè sembrano volgari. -Quando le truppe ducali sotto del Carmagnola fecero prigioniere il -comandante istesso nemico, Lodovico Migliorati, fu questi condotto -a Milano, indi accolto dal duca con magnifica generosità; e poi da -lui rilasciato onorevolmente libero e colmo di regali. Più illustre -riuscì il fatto seguente. Il duca aveva preso parte in favore dei -Francesi, che disputavano agli Spagnuoli il regno di Napoli. Ei fece -uscire dal porto di Genova una flotta in aiuto dei Francesi, o, come -allora dicevasi, degli Angioini contro degli Aragonesi. La flotta -genovese fece sì bene, che prese i due re di Navarra e di Aragona; -e con essi rientrò nel porto di Genova, togliendo i competitori -alla casa d'Angiò. Il duca ordinò che questi illustri prigionieri -venissero scortati a Milano, e il giorno 15 di settembre dell'anno -1435 Filippo Maria fu per questo insolito caso visibile, ed ammise -alla sua udienza nel castello di Milano Alfonso, re d'Aragona; indi, -il giorno 23 dello stesso mese, fece lo stesso al re Giovanni di -Navarra. I Genovesi, avendo acquistato quei due preziosi pegni, si -aspettavano un riscatto proporzionato; ma il duca, dopo tre mesi, nei -quali e la corte e i più ricchi signori di Milano gareggiarono per -onorare splendidamente i due monarchi, generosamente, il giorno 8 di -ottobre dello stesso anno, li lasciò partire liberi. Tale atto fu tanto -inaspettato e discaro ai Genovesi, che ben tosto si sottrassero dalla -obbedienza del duca. Questi due fatti sembrano dinotare elevazione -d'animo e generosità verso i vinti. Se mai però i consigli di Zanino -Riccio, comprato da questi prigionieri, avessero cagionato tali -determinazioni, si collocherebbero queste tranquillamente nella classe -delle altre azioni volgari di Filippo Maria. Io credo anzi probabile -che così accadesse; perchè un uomo ed anche un principe può bensì non -avere nel corso della sua vita che una sola occasione per far cose -grandi, ma non può in due sole occasioni mostrare l'anima grande; -la quale, quando v'è, in ogni giorno, in ogni fatto dà indizio di sè -medesima, abbellisce ogni azione, e persino nei vizii istessi porta -un non so che di maestose e di sublime. Parmi probabile ancora che -l'orrore della morte di Beatrice Tenda sia nato, piuttosto che da -animo atroce, dalla solita docilità ai consigli di Zanino Riccio e -de' suoi simili. Il pinguissimo solitario duca non era sanguinario nè -violento; e quei manigoldi astuti che volevano regnare col nome del -duca, dovevano togliergli dintorno una moglie saggia ed avveduta. La -selvatichezza di questo principe giunse a tal segno, che sembra quasi -incredibile. Egli invitò l'imperatore Sigismondo a ricevere la corona -in Milano, dove, il giorno 23 di novembre dell'anno 1431, nella chiesa -di Sant'Ambrogio fece la funzione l'arcivescovo Bartolomeo Capra. La -cerimonia si eseguì tre ore prima dell'aurora, e non saprei per qual -motivo non si celebrasse solennemente di giorno. Il duca destinò venti -cortigiani a servire quell'augusto, e lo fece magnificamente trattare -a spese sue per quasi un mese in cui dimorò in Milano; ma non visitò -mai l'imperatore, nè volle giammai concedere che l'imperatore lo -visitasse, siccome desiderava. Il duca s'era occultato nel castello -di Abbiate, e fu invisibile al solito. Nè ciò può attribuirsi a verun -rancore politico, perchè anzi dell'imperatore istesso aveva il duca -motivo di chiamarsi contento; mentre pochi anni prima, avendogli -spedito Guarnerio Castiglione nell'Ungheria, per impetrare la conferma -del diploma di Venceslao, venne esaudito; e con nuovo diploma, nella -diocesi di Strigonia, in data del primo di luglio dell'anno 1426, -Filippo Maria venne da quell'augusto riconosciuto duca e signore di -tutto il paese concessogli già da Venceslao. Anzi nel tempo medesimo -in cui Sigismondo era in Milano, aveva fatto marciare i suoi Ungheresi -nel Friuli, per fare una diversione in favore del duca, ed ivi -chiamare le forze dei Veneziani. È vero però che nella prima venuta -fatta in Italia da Sigismondo, non v'era fra esso ed il duca buona -corrispondenza; per lo che quell'augusto non s'arrischiò di entrare -in Milano, sebbene avesse tenuta la strada di Bellinzona e di Como -per discendere le Alpi. È celebre il fatto che allora accadde, e fu -l'anno 1414, quando, portatosi l'imperatore a Cremona per abboccarsi -col papa Giovanni XXIII, mentre Gabrino Fondulo era padrone di quel -distretto, ascesero l'imperatore ed il papa sulla rinomata altissima -torre di quella città, e Gabrino poscia si mostrò pentito di non -averli gettati da quella sommità, non per altro, se non per la fama -che ciò gli avrebbe dato nella storia. Fu più umana l'ambizione di -Erostrato, poichè almeno non distrusse che un tempio, ma fu meno -perniciosa quella di Gabrino Fondulo, poichè nulla più cagionò fuori -che un desiderio. Il duca Filippo Maria fece, durante il suo governo, -una operazione di Finanza, a mio parere assai bella, utile e semplice, -e tale che fa maraviglia come siasi in quei tempi immaginata. Abolì un -buon numero di minute gabelle, incomode a percepirsi, e rovinose per -il popolo; svincolò i poveri, sopra dei quali cadevano singolarmente -tai pesi; e per compensare il suo erario, senza apertamente imporre -nuovo carico, accrebbe l'intrinseca bontà delle monete; e così lutti i -tributi essendogli pagati colle nuove monete, venne a incassare tanto -valore quanto bastò a compensargli le abolite gabelle. Il decreto -è del giorno 24 di ottobre dell'anno 1436, e ce lo ba pubblicato il -conte Giulini[206]. Questa operazione ha qualche analogia coll'altra -che quarantacinque anni prima aveva tentata il conte di Virtù, -siccome nel capitolo precedente si è osservato; ma in questa non -si fece ingiustizia ai creditori, nè si trattò d'una mera addizione -sul tributo, ma bensì della sostituzione d'un modo semplice e meno -gravoso di quello che contemporaneamente veniva abolito. Il Decembrio, -che ci ha descritta la vita del duca Filippo Maria, ci racconta, -come un tratto di sublime accortezza, che il duca mischiava ne' suoi -consigli uomini buoni e cattivi.[207] _In eligendis consultoribus, -quos, consiliarios vocant, mira astutia utebatur: Nam viros probos et -scientia praeclaros eligebat, hisque impuros quosdam, et vita turpes -collegas dabat; ut nec illi justitia inniti, nec hi perfidia grassari -possent, sed, continua inter eos dissensione, praesciret omnia_[208]. -Se il consiglio ducale fosse un parlamento formato dalla costituzione -per porre un limite alla autorità del duca, allora certamente sarebbe -stata accortezza l'organizzarlo in modo che la interna dissensione lo -distraesse dal travagliare al suo fine: ma il consiglio era formato per -obbedire al duca e servire agli interessi di lui, ed era ben infelice -l'astuzia di comporlo in modo che, gli uni attraversando gli altri, -diventasse inoperoso. Tristo colui che teme la virtù, e crede di -doverla temperare col vizio! - -Il regno di Filippo Maria durò per trentacinque anni di guerra quasi -continua. Giammai i trattati di pace furono tanto insignificanti come -allora; poichè il giorno dopo si violavano se conveniva, e la fede -pubblica si considerò una parola senza alcuna idea. Non bo voluto fare -la storia di molte marziali vicende troppo uniformi, la minuta notizia -delle quali sarebbe un peso inutilissimo alla memoria, poichè nessun -lume somministrerebbe, o per meglio conoscere lo stato de' tempi, o per -l'arte militare medesima. Avrei pur bramato di trovare qualche germe -almeno di virtù in que' tempi; ma l'ho cercato invano. Le fisionomie -degli uomini ch'ebbero parte negli affari pubblici, mi si presentarono -tutte bieche ed odiose. La fede e la probità erano celate allora -nell'oscurità di qualche famiglia, e nel magazzino dei negozianti. -La virtù nasconde e copre la sua esistenza nell'asilo della privata -fortuna per essere sicura contro i colpi del vizio, quand'egli è armato -e trionfante come in que' tempi. Non può incolparsi a malignità di -messer Niccolò Macchiavello s'egli ha dato per norma ai principi una -pessima morale. Egli era un pittore che fedelmente ci rappresentava gli -oggetti quali erano allora; la colpa sua è quella di non aver osato di -esaminare la fallacia della politica che generalmente si praticava: io -ne do la colpa alla mente, piuttosto che al cuore di quell'autore. Per -vedere anche in piccolo la fede di que' tempi, aggiungo un fatto solo. -Già dissi che il duca, l'anno 1419, aveva comprato da Gabrino Fondulo -la città di Cremona, collo sborso di trentacinquemila ducati. Gabrino -si era però riservato per sè Castelleone, luogo forte del Cremonese, -ove tranquillamente da sei anni dimorava. Volle il duca possedere -anche quella fortezza, la quale difficilmente avrebbe superata colle -armi. Fu scelto Oldrado Lampugnano, amico di Gabrino, per tradirlo; e -vi si prestò benissimo Oldrado. Si portò egli sul Cremonese con alcuni -armati, mostrando commissione di visitare le terre del duca; e, fatto -posa avanti Castelleone, spedì un uomo entro della fortezza, chiedendo -un maniscalco per ferrare un cavallo, e frattanto lo incaricò di -salutare il suo amico Gabrino, e dirgli che verrebbe ad abbracciarlo, -se la fretta di proseguire il cammino non glielo vietasse. Gabrino -Fondulo, disarmato e senza alcun sospetto, immediatamente uscì per -salutare anche per un momento il creduto amico. Oldrado Lampugnano -lo arrestò e lo tradusse a Milano: la famiglia del Fondulo fu posta -nei ferri; il suo tesoro, nel quale si trovò anche una prodigiosa -quantità di perle, fu confiscato; e Gabrino fu decapitato in Milano il -giorno 21 di febbraio del 1428. Due anni dopo Oldrado Lampugnano, che -aveva sacrificato la virtù e l'onore per ottenere la grazia del duca, -perdette anche quella, e rimase colla esecrazione di sè medesimo. - -(1447) Il duca Filippo Maria morì il giorno 13 di agosto l'anno 1447, -nel castello di Milano, dopo una settimana di malattia, nella quale -non permise mai che alcun medico gli toccasse il polso. Egli morì -con molta indifferenza. Corpulento sino alla deformità, da alcuni -anni sentivasi opprimere dal peso proprio. La fortuna, da che aveva -perduto il Carmagnola, eragli stata quasi sempre nemica; s'aggiungeva -a questi mali la cecità, che da più mesi era in lui totale, sebbene -simulasse di vedere:[209] _Caecitatem sie erubuit, ut visum simularet, -cubicularibus clamculum eum admonentibus_, dice il Decembrio[210]: -onde, sebbene non oltrepassasse il cinquantesimoquinto anno, era -ridotto come un vecchio decrepito. Io non ho accennato ancora le -seconde nozze contratte dal duca colla principessa Maria di Savoia; -poichè ella non ottenne se non il nome di duchessa, e l'amica del -duca fu sempre Agnese del Maino, madre di Bianca Maria; e si leggono -in un antico messale che si conserva nella cospicua raccolta del -signor don Carlo dei marchesi Trivulzi, le orazioni che allora si -recitavano nella messa per quella compagna del duca, quasi ella fosse -tale colla sanzione de' sacri riti[211]. Il duca, senza eredi, senza -prossimi parenti, così morì. Fu seppellito tumultuariamente nel Duomo. -Se vivesse allora Zanino Riccio, nol so. L'erario del duca venne -saccheggiato da' suoi famigliari, i quali si divisero diciassettemila -ducati d'oro. Francesco Sforza era nella Romagna, nè poteva allegare -titolo alcuno per il dominio di Milano. Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, -Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolommeo Moroni furono i -capi dei Milanesi che progettarono di ricusare la signoria d'un solo -come una _pessima pestilentia_, dice il Corio; ed avevano ben ragione -di così risguardarla, poichè avevano provato che in dodici principi, -due soli erano stati buoni, Azzone e Giovanni arcivescovo, tollerabili -quattro, cioè l'arcivescovo Ottone, Matteo I, Galeazzo I e Luchino; e -gli ultimi sei che finalmente erano succeduti, non presentarono che i -vizi e detestabili tirannie. La città adottò quel partito. Si demolì il -castello di Milano, e molte città dello Stato imitarono quell'esempio, -come vedremo nel seguito della storia. Così terminò la sovranità -della casa Visconti e la discendenza di Matteo, la quale ebbe, senza -interruzione, la signoria di Milano pel corso di centotrentasei anni, -ed erano già trentaquattro anni da che grandeggiava per averla, quando -l'ottenne. - -Prima di terminar questo capitolo convien dare un'idea dello stato in -cui trovossi Milano ne' tempi ultimi de' quali ho scritto. Le città -possono talvolta crescere ed ingrandirsi anche sotto un odioso e -viziato governo; purchè i vizi di quello direttamente non offendano i -principii e le cagioni della prosperità del popolo. Non furono vessati -i sudditi con eccessivi tributi sotto Filippo Maria; la proprietà -dei cittadini non fu violata; le guerre si fecero al di fuori, e -la città non ebbe a soffrirne; la pestilenza, che andava girando, e -più d'una volta, non lungi da Milano, non vi penetrò. Crebbe quindi -la popolazione; si ammassarono le ricchezze in questa capitale d'un -vasto dominio; si rivolsero i cittadini all'industria del commercio; -giacchè sotto di quel governo nessun uomo di mente poteva ambire altra -carriera; e così Milano diventò una tanto poderosa città, sì che nacque -il proverbio poi, che conveniva distruggere Milano per rinvigorire -l'Italia, come ci annunziò un autore imparziale:[212] _Quid dicam -de Mediolano, potentissima Italiae civitate, Galliaeque Cisalpinae -metropoli; in qua tam multa, tamque diversa artificum genera, tantaque -frequentia, ut inde vulgo sit natum proverbium, qui Italiam reficere -velit, eum destruere Mediolanum debere_[213]. Andrea Biglia, scrittore -di quel tempo, ci dà idea della popolazione di Milano:[214] _Nempe ut -facile existiment posse in ea civitate super triginta hominum millia -armari_[215]; e non sarebbe esagerazione il supporre che il solo dieci -per cento della popolazione fosse atto alla milizia. Immenso fu il -popolo che uscì incontro a papa Martino V, che venne da Costanza a -Milano nell'ottobre del 1418. Il duca Filippo ebbe l'onore di avere a -suoi ospiti in Milano un papa, un imperatore e due re, e questi due -ultimi suoi prigionieri. Lo stesso Biglia ci dà una prova, ancora -più precisa, delle forze della città di Milano in quel tempo. L'anno -1427, il Carmagnola, alla testa delle armi venete, aveva angustiato lo -Stato del duca, il quale pensava ai mezzi per la difesa. Ho già detto -come due soli artefici in pochi giorni somministrarono le armature per -quattromila cavalli e ottomila fanti; ora, appoggiato al Biglia, dirò -che la città di Milano si esibì di mantenere stabilmente diecimila -uomini a cavallo e diecimila uomini a piedi, con questa sola condizione -che il duca lasciasse alla città medesima la percezione di tutte le -gabelle, e tributi di Milano e suo distretto, e che i tributi delle -altre città tutte egli liberamente li percepisse per arricchire sè -stesso, o chi più gli fosse piaciuto. Oggidì, quand'anche si volesse -fare un massimo sforzo, non si troverebbe il modo di mantenere la metà -di quest'armata; e oggidì tanto un cavaliere, quanto un fantaccino -costano meno assai di quello che allor si pagavano. Il Biglia perciò -aggiugne:[216] _Mirum dictu hoc solos Mediolanenses ausos polliceri, -quod Florentia ac Venetiae aegre hac aetate praestarent fecissentque: -tanta est hoc tempore unius urbis gens, tanta domi et apud exteros -negotiandi consuetudo._ Il nostro commercio solo con Venezia era -grandiosissimo in quel torno. Tutto il commercio colle Indie Orientali -si faceva dagl'Italiani in quei tempi, anteriori alla scoperta del -Capo di Buona Speranza. Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Amalfi ed -Ancona avevano l'impero de' mari, e quasi esse sole giravano non -solamente il Mediterraneo, ma l'Oceano, e portavano le loro merci -persino al Baltico; così che tutto il commercio dell'Europa era presso -gl'Italiani. Le leggi amalfitane erano la base del gius marittimo. -Venezia sola manteneva trentaseimila marinari[217]; numero sterminato -per quel secolo, nel quale non s'intraprendevano viaggi di lungo -corso, e la nautica non era ridotta alla perfezione attuale. Milano -trasmetteva a Venezia i pannilani che da noi si fabbricavano, e -riceveva da Venezia cotone, lana, drappi d'oro e di seta, droghe, -legni da tingere, sapone, sali ed altre mercanzie. Queste mercanzie, -che ricevevamo da Venezia, in gran parte le spedivamo alla Francia, -agli Svizzeri ed all'Impero, unitamente alle armature ed altri lavori. -Il nerbo principale della nostra industria consisteva nella fabbrica -de' pannilani e degli usberghi, scudi, lance, ec. Abbiamo un prezioso -documento su tal proposito che merita esame, e questo è lo scritto -di Marino Sanuto, che il Muratori nostro maestro, ha tratto dalla -biblioteca Estense e dato in luce[218]. Il Sanuto scrisse le vite di -alcuni dogi di Venezia, e riferisce l'aringa fatta nel gran consiglio -dal doge Tommaso Mocenigo. Quello scrittore era posteriore di poco, ma -asserì di avere trascritto i fatti, «dal libro dell'illustre messer -Tommaso Mocenigo, doge di Venezia, d'alcuni aringhi fatti per dar -risposta agli ambasciatori de' Fiorentini, che richiedevano di far -lega colla signoria contro il duca Filippo Maria di Milano nel 1420». -Il doge opinava che non convenisse ai Veneziani di rompere la pace -col duca; ed in prova dimostrava l'utilità esimia che ridondava al -commercio di Venezia dalla corrispondenza con Milano. Ser Francesco -Foscari, procuratore, opinava l'opposto. Se vi è documento nella storia -che meriti fede, certamente è questo; poichè l'occasione, il luogo, -le persone ci debbono far credere che non avranno allegati che fatti -costanti e sicuri. Asserì il doge che ogni anno da Milano si spedivano -a Venezia quattro mila pezze di panno, del valore di trenta ducati -ciascuna, e di più si spedivano novantamila ducati d'oro, così che la -somma in tutto ascendeva a duecentodiecimila ducati. Ciò appartiene -alla sola città; poichè Monza separatamente ivi è registrata pel valore -di centoquarantaduemila ducati di roba e denari che spediva ogni anno -a Venezia. Allora Milano e Monza, colla sola Venezia facevano la stessa -parte del commercio che ora fanno Milano, il contado e le cinque città -e provincie dello Stato; ed è notabile _colla sola Venezia_, poichè -l'esteso commercio con Genova, colla Francia e colla Germania che -allora avevamo, non entrava in quella somma. Dico la stessa parte, -e dovrei dire molto più, se considerassi che il ducato allora era -un pezzo di metallo assai più raro e più pregevole, come più volte -ho ricordato. Questo basta per conoscere che verosimilmente v'era in -Milano una popolazione di trecentomila abitanti; che v'erano sessanta -fabbriche di lanificio; e che moltissima era tra noi l'industria e la -ricchezza; come ci confermano tutti gli scritti posteriori, ricordando -que' tempi della opulenza. - -Non sarà forse discaro a' miei lettori ch'io aggiunga alcune -osservazioni a quel bilancio del commercio fatto dal Sanuto. Da -Venezia ci si trasmettevano i cotoni: il valore de' cotoni allora era -otto volte maggiore che non lo è di presente: le strade del commercio -oggidì sono aperte, e ciascuna nazione procura, per vendere presto, -di contentarsi d'un minor guadagno; allora i pochi che lo possedevano -erano arbitri del prezzo. Ho pure osservato che allora noi prendevamo -appena la metà del cotone che adesso ci spediscono gli esteri; -poichè le fabbriche delle bombagine e fustagni allora non esistevano -presso di noi, e questa manifattura era de' Cremonesi. Questa odierna -manifattura ci porterà più di settantamila gigliati per la vendita di -trentamila pezze, che attualmente ne facciamo agli esteri. La seconda -osservazione cade sul lanificio. La lana ce la vendevano i Veneziani -allora più a buon mercato, cioè circa il sessanta per cento meno che -non vale presentemente. È probabile che molte pecore si alimentassero -su i nostri prati; e che la lana fina non ci venisse da Venezia. Lo -stato intero di Milano spediva allora a Venezia cinquantamila pezze di -panni. Ora le cose sono cambiate. Il lanificio, preso tutto insieme, -costa allo Stato l'uscita di dugentocinquantamila zecchini ogni anno; -i soli pannilani dobbiamo comprarli dagli esteri per settantamila -gigliati. La terza osservazione risguarda la seta e suoi lavori; allora -ne ricevevamo da Venezia di seta e drappi di oro pel valore cospicuo -di ducati duecentocinquantamila; naturalmente una buona porzione si -sarà rivenduta. Oggidì però l'articolo della seta, computato tutto, -darà invece l'utilità d'un milione di ducati, ossia zecchini, ed è -la principale ricchezza delle nostre terre. La quarta osservazione -appartiene alle droghe; e per esempio di pepe e di cannella allora -se ne introduceva assai più che non facciamo al dì d'oggi; e di -questi capi allora nelle mense v'era maggiore consumo, e ciò oltre il -commercio secondario che da noi se ne faceva col rivenderli. Oggidì -consumiamo appena ottantamila libbre di pepe; il che ci fa pagare -agli esteri ottomila ducati, ossia gigliati, ed allora ne compravano -per ducati trecentomila, cioè si spendeva allora in un anno per -questo articolo quanto si spende appena in trentasei anni a' nostri -giorni. Della cannella dico lo stesso; allora spendevasi il quadruplo -in paragone de' tempi nostri, poichè ventimila libbre, che costano -circa sedicimila zecchini, sono presso poco la quantità annua che -oggidì ne consumiamo. In quinto luogo ho osservato che dello zucchero -invece ne abbiamo notabilmente ampliato il consumo, giacchè allora -seimila centinaia ne ricevevamo, ed ora ne consumiamo sedicimila -centinaia. Il prezzo altresì dello zucchero è notabilmente scemato in -paragone di quello ch'era allora, poichè seimila centinaia valevano -ducati novantacinquemila, ed ora sedicimila centinaia si comprano con -settantamila ducati. L'uso del mele era comune in quei tempi, e vi -si è poi sostituito lo zucchero, dappoichè le navigazioni alle Indie -Orientali, e le copiose piantagioni d'America l'hanno reso una droga -più comune. Cade la sesta osservazione sul sapone, per acquistare il -quale allora spendevasi ducentocinquantamila ducati, cioè il decuplo -di quello che ora spendiamo, ricevendone dagli esteri non più di -circa quarantamila rubbi: ma allora ne facevamo rivendita, e forse non -v'erano alcune fabbriche nel paese che ora ne ha. L'ultima osservazione -cade sopra un legno da tintura chiamato verzino, che allora era -enormemente caro, e costava seicento volte più che ora non vale: ne -ricevevamo allora migliaia quattro, valutate ducati centoventimila; ora -ne riceviamo più di venti migliaia, le quali ci costano mille ducati -d'oro; ma il Capo di buona Speranza non fu scoperto se non l'anno 1497 -da Vasco de Gama, sotto il re Emanuele IV di Portogallo, e l'America -non fu scoperta dal Colombo che l'anno 1491. - - - - -CAPITOLO XVI. - - _Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco - Sforza._ - - -Prima ch'io narri gli avvenimenti della repubblica di Milano, -vuolsi esaminare brevemente in quale stato trovavansi le potenze che -avrebbero voluto signoreggiare sopra di noi. (1447) Colla morte del -duca Filippo Maria era terminata la discendenza maschile di Giovanni -Galeazzo Visconti, infeudata dall'imperatore Venceslao; e perciò il -ducato (considerandolo come un podere) era devoluto all'imperatore. -Se il destino delle città dipendesse dal solo diritto di proprietà -ereditaria, l'imperatore solo, sulla base della pace di Costanza, -avrebbe dovuto decidere di noi, o creando un nuovo duca, o nominando -un vicario imperiale, ovvero, sotto quella denominazione che più gli -fosse stata in grado, ponendo chi esercitasse la suprema dominazione -dell'Impero su questa parte dell'Impero medesimo. Ma lo scettro -imperiale era nelle deboli mani di Federico III, principe timido, -indolente e minore della sua dignità; il quale nemmeno avrebbe potuto -far valere le sue ragioni sull'Italia, oppresso, come egli era, dalle -armate del re d'Ungheria. Il lungo regno di questo cesare lasciò -dimenticato nel milanese il nome dell'Impero per più di quarant'anni -dopo morto l'ultimo duca. La casa d'Orleans possedeva la città di Asti, -portatale in dote dalla principessa Valentina, figlia del primo duca, -conte di Virtù. V'era un piccolo presidio francese in quella città: ma -la casa d'Orleans non regnava. Cinquantadue anni dopo ella ascese sul -trono di Francia; e colle armi sostenne le sue pretensioni sul ducato -di Milano, appunto come discendente dalla Valentina Visconti. Frattanto -il re di Francia Carlo VII, occupato nel combattere contro gli Inglesi, -che avevano conquistate alcune province del suo regno, non aveva nè -mezzi, nè pensiero di rivolgersi a questa parte d'Italia in favore di -suo cugino. Il papa Niccolò V, di carattere sacerdotale, non conosceva -l'ambizione; e l'antipapa Felice V e il non affatto disciolto concilio -di Basilea occupavano interamente la corte di Roma. Il trono di Napoli -era incerto e disputato. I Veneziani e il duca di Savoia avevano -formato il progetto di profittare dell'occasione; ed erano e finitimi -e potenti e sagaci. La vedova duchessa di Milano, Maria di Savoia, -era in Milano, e cercava di guadagnare un partito al duca di Savoia, -di lei padre. I Veneziani avevano in Milano i loro fautori, e colle -immense ricchezze possedevano i mezzi di sostenerli e secondarli colle -armi. Il conte Francesco Sforza pareva che nemmeno dovesse porre in -vista le insussistenti pretensioni della moglie e del suo primogenito, -esclusi per la investitura imperiale dalla successione nel ducato. -La condizione del conte era anche più degradata di quella del duca -d'Orleans, attesa la viziata origine della Bianca Maria. Egli possedeva -Cremona, recatagli in dote; comandava un possente numero d'armati; -aveva il nome più illustre di ogni altro nella milizia di quei tempi. -Ma un romagnuolo, nato in Samminiato da Lucia Trezania, senza parenti -illustri, e che non ebbe fra suoi antenati un nome degno di memoria, -trattone suo padre (a cui il conte Alberico di Barbiano, sotto del -quale militava, diede il soprannome _Sforza_), non pareva posto in -condizione da disputare con alcuno la signoria di Milano, meno poi di -prevalere. In questa situazione si trovò la città di Milano, quando, -nel 1447, morì l'ultimo duca, ed ella intraprese a governarsi a modo di -repubblica. - -Appena aveva cessato di vivere Filippo Maria, che incominciarono -a comparire nuove leggi e regolamenti sotto il nome dei _capitani -e difensori della libertà di Milano_. Il primo proclama col quale -annunziarono la loro dignità e il loro titolo, fu del giorno 14 agosto -1447, cioè il primo dopo la morte del duca. In esso questi _capitani e -difensori della libertà di Milano_ confermano per sei mesi prossimi a -venire il generoso Manfredo da Rivarolo dei conti di San Martino nella -carica di podestà della città e ducato[219]. Questi nuovi magistrati -però non pretesero di invadere tutta l'amministrazione della città; -anzi lasciarono che i maestri delle entrate dirigessero le finanze -e le possessioni che erano state del duca; e lasciarono pure che -il tribunale di Provvisione regolasse la panizzazione, le adunanze -civiche, l'annona e gli altri oggetti di sua pertinenza. I capitani e -difensori, considerandosi investiti della autorità sovrana, riserbate -al loro arbitrio le cose veramente di Stato, col dare, quand'occorreva, -ordini al podestà, al capitano di giustizia, al tribunale di -Provvisione, ec. pei casi straordinarii, lasciarono a ciascun -magistrato la cura di provvedere, secondo i metodi consueti e regolari, -a quanto soleva appartenere alla di lui giurisdizione[220]. Questi -capitani e difensori della libertà non avevano però ragione alcuna per -comandare agli altri cittadini. S'erano immaginato un titolo, creata -una carica, attribuita una autorità, addossata una rappresentanza -tumultuariamente, per usurpazione e sorpresa, non mai per libera -scelta della città. Se un virtuoso entusiasmo di gloria e di libertà -avesse animati coloro ad ascendere alla pericolosa rappresentanza del -sovrano, potevano, annientato ogni privato interesse, primeggiando il -solo pubblico bene, andare cospiranti e unanimi, e adoperare così la -forza pubblica col maggiore effetto per la pubblica salvezza. Ma come -sperare che si accozzasse un collegio di eroi casualmente, in una città -oppressa da una serie di sei pessimi sovrani? Mancava a questo corpo -resosi sovrano e la opinione di chi doveva ubbidire, e la coesione -delle parti di lui medesimo; nè era riserbato nemmeno ai più accorti il -prevedere la poca solidità e durata di un tal sistema, manifestamente -vacillante. Già nel capitolo antecedente nominai i fautori principali -del governo repubblicano, cioè Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, -Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolomeo Morone. Non era -probabile che le altre città della Lombardia superassero il ribrezzo -di farsi suddite di una città metropoli, governata a caso e senza -una costituzione politica. Infatti due sole città, cioè Alessandria -e Novara, si dichiararono di essere fedeli a Milano; le altre o -progettarono di voler governarsi a modo di repubblica indipendente, -o posero in deliberazione a qual principe sarebbe stato meglio di -offerirsi. In Pavia sola vi erano ben sette partiti: gli uni volevano -Carlo re di Francia; altri, Luigi il Delfino; altri, il duca di Savoia; -altri, Giovanni marchese di Monferrato; altri, Lionello marchese di -Ferrara; altri, i Veneziani; altri, il conte di Cremona Francesco -Sforza. Il Corio, che ciò racconta, non fa menzione dell'ottavo -partito, che sarebbe stato quello di reggersi da sè e collegarsi in -una confederazione di città libere, o meglio ancora unirsi in una sola -massa e formare un governo comune. Nè ciò pure terminava la serie dei -mali del sistema. I banditi ritornavano alle città loro, occupavano i -loro antichi beni, già venduti dal fisco ducale, e ne spogliavano gli -innocenti possessori. La rapina era dilatata per modo, che nessuno -era più sicuro di possedere qualche cosa di proprio; la vita era in -pericolo non meno di quello che lo erano le sostanze; il disordine era -generale e uniforme; il che doveva accadere in una numerosa e ricca -popolazione, rimasta priva del sistema politico, mentre con incerte -mire tentava di accozzarne un nuovo. Il castello di Milano non poteva -torreggiare sopra di una città che voleva essere libera e temeva un -invasore; perciò con pubblico proclama si posero in vendita i materiali -di quella rocca[221]. - -Il conte Francesco Sforza, appena ebbe l'annunzio della morte del duca, -s'incamminò diligentemente verso Milano, abbandonando la Romagna, ove -si trovava. I Veneziani erano nella circostanza la più favorevole per -impadronirsi del milanese. Lodi, Piacenza ed altre città desideravano -di vivere sotto la repubblica veneta. Francesco Sforza vedeva che -i Veneziani erano i più potenti ad invadere e conquistare questo -ducato, ch'egli aveva in mente di far suo, sebbene le circostanze non -gli fossero per anco favorevoli a segno di palesarlo. Le forze dei -Veneti già si trovavano nel milanese prima che il duca morisse. Il -che accennai nel capitolo antecedente. E come pochi mesi prima s'erano -essi presentati sotto le mura di Milano, e avevano devastato il monte -di Brianza, così v'era ragionevole motivo per cui i Milanesi temessero -l'imminente pericolo. Appena venti giorni erano trascorsi dopo la -morte di Filippo Maria, che la repubblica milanese dovette eleggere un -comandante capace di opporsi alle forze venete e salvarla; e questa -scelta cadde nel conte Francesco Sforza, dichiarato capitano delle -nostre armate[222]. I denari dei Milanesi erano necessari per mantenere -un corpo numeroso di soldati, e ai Milanesi era necessario un gran -capitano, la cui mente e valore, opportunamente dirigendo la forza, li -preservassero dall'invasione dei Veneti. Questi bisogni vicendevolmente -unirono da principio lo Sforza e i repubblicani nascenti, se pure -il nome di repubblica poteva convenire a una illegale adunanza, che -governava senza autorità e senza principii. - -Una prova della incertezza di quel governo la leggiamo nel proclama -che i _capitani e difensori della libertà_ pubblicarono in data 21 -settembre 1447. Per ordine di questi vennero pubblicamente consegnati -alle fiamme i catastri che servivano alla distribuzione dei carichi, -affine di rallegrare il popolo:[223] _Capitanei et defensores -libertatis illustris et excelsae Comunitatis Mediolani. — Prudentes -concives carissimi nostri. Posteaquam omnipotens Deus noster, per -transmigrationem de praesenti saeculo illustrissimi bonae memoriae -principis ac domini nostri domini Filippi Mariae gratiam libertatis -nobis venditando condonavit quod retinere et conservare omnibus modis -et firma scientia statuimus, deliberavimus comuni consensu in adurendis -libris, extractibus, quaternis, filzis, et scripturis inventariorum, -taxarum, talearum, focorum, buccarum, onerisque salis, et aliorum -quorumvis onerum signum dare, quo populus et plebs intelligant se -post hac futuros immunes et exemptos ab angariis et gravaminibus -ejusmodi. Indegne bonam spem de statu ipsius libertatis et hujus nostre -reipublicae percipientes, gaudeant gratulenturque et debitas gratias -agant proinde ipsi omnipotenti Deo nostro. Nec minus animum firment -et disponant velle, quod olim inviti et coacti fatiebant, nunc sponte -atque perlibenter fatiere, in exponendis videlizet, videlizet et -exhibendis, juxta facultates, pecuniis, tum pro formando et conplendo -thexauro gloriosissimi S. Ambrosii, patroni et protectoris nostri, -tum pro expeditionibus genzium armigerarum Comunitatis praelibitae, -quibus mediantibus non tantum libertatem nostram, ut caepta est, -retinere conservareque valeamus, verum etiam rempublicam confirmares, -locupletari, augere, et in dies melius ampliare atque dilatare, -in confusionem eorum omnium qui satagunt huic inclitae Civitati -omni conato suo, suisque omnibus insidiis aemulari. Volumus igitur -quatenus, facta electione statim duorum ex vobis, ordinetis quod ii -duo simul, cujus infra nominatis, inquirant et sibi exiberi faciant -quoscumque libros, extractus, quaternos, filzas, et scripturas omnes -inventariorum, taxarum, talearum, focorum, oneris salis, et aliorum -onerum cujusvis generis, spetiei, ac materiei fuerint. Et his bene ac -iterum revolutis visisque ac diligentissime examinatis, retinendo eos -dumtaxat duibus videatur aliqua utilitas camerae prefatae Comunitatis, -et territorio et singularium etiam aliquarum personarum, reliquos -omnes ex predictis igni palam et pubblice cremandos dari et committi -faciatis, quo veluti spectaculo populus ipse pariter et plebs, -voluptatem inde assumentes peringentem, exaltare jubilareque possint, -laudesque dare sancto memorato. Qui inclitam hanc urbem in felici et -fausto statu semper servet atque tueatur. - -Data Mediolani, die XXI septembris MCCCCXLVII. - -Johannes de Mantegaxis — Stefanus de Gambaloytis — Cabriolus de -Comite — Federicus de Comite — Johannes de Fossato — Francius de -Figino — Johannes de Gluxiano — Jacobus de Cambiago Raphael. — A -tergo Nobilibus et prudentibus concivibus carissimis nostris duodecim -Provisionum excelsae comunitatis Mediolani._ Registro civico A, foglio -47. — Si credette fondo bastante per le spese pubbliche la spontanea -generosità di ciascun cittadino. Appena due settimane dopo si dovette -pensare al rimedio; e fu quello che i medesimi capitani e difensori -arbitrariamente tassassero i cittadini a un forzoso imprestito[224]. -Si obbligarono poi i sudditi a notificare quanto possedevano, sotto -pena della confisca, invitando gli accusatori col premio; e ciò per -formare nuovi catastri per ripartire i carichi[225]. Cercavano questi -incerti capitani e difensori l'opinione favorevole del popolo con -mezzi rovinosi, e vi rimediavano poi con ingiusti e odiosi ripieghi. -Alcune delle leggi che proclamarono, poichè danno una precisa idea -dello spirito di quel governo e della condizione di quei tempi, non -sarà discaro al lettore ch'io qui trascriva. Nei primi momenti della -inferma repubblica, incerti della loro autorità, privi di legale -sanzione, in una città divisa in partiti, attorniata da città che -non eranle amiche, coll'armata veneta che invadeva le sue terre, -coi Savoiardi e Francesi, che minacciavano d'occuparlene dalla parte -opposta, costretta a confidarsi al pericoloso partito di collocare -nelle mani del conte Sforza il poter militare in così importante e -seria situazione, pubblicarono un ordine il 18 ottobre 1447, rinnovando -irremissibilmente la pena del fuoco ai pederasti:[226] _Capitanei et -defensores libertatis illustris et excelsae communitatis Mediolani. -Dilecte noster. Ad solidandum, angendum, ornandum hujus nostrae caeptae -libertatis optabilem statum, non magis conveniens quam necessarium -arbitramur virtutum coli decentiam, abbominari vitiorum sordes; ita -n. et suscepti a Deo muneris grati videbimur, et accumulatiores -ab ejus omnipotentia gratiarum sperare poterimus largitiones. -Animadvertentes igitur quam foedissimum et detestandum, quam horrendum -sit innominabile Sodomiae crimen, existimantesque quod impunitas -incentivum parit, deliquendique etiam malos efficere deteriores -solet deliberavimus, et mente nostra decreto stabili firmavimus hoc -execrabile exitium nullatenus tollerare. Quamquam igitur ad detrahendos -ab hoc scelestissimo crimine qui in eo maculati sunt, ad faciendum -ne de caetero in tale crimen incidant posse satis et debere sufficere -videntur constituta per sanctissimas leges ac statuta hujus civitatis, -quam ita vulgarissimam ignorare quidem non debent, ignis poena, ut -tamen eorum infamis turpitudo reddatur prorsus inexcusabilis, volumus -et tibi mandamus, quatenus, his receptis, patenter ac pubblice, voce -praeconis, divulgari per solita hujus civitatis loca facias, quod amodo -quisquis cujusvis status et conditionis existat, sive terrigena, sive -forensis, aut stipendiarius vel provisionatus, et generalite, quisquis -se ab eo penitus caveat et abstineat crimine, nec illud committere -audeat quoquomodo; sciens et ex certo tenens, quod si dehinc illud -incidisse comperietur, irremmissibili profecto, juxta legum sanctiones, -punietur ignis poena. Tuque deinde ad investigandum et inquirendum de -hujusmodi sceleratis et diligentiam omnem, studium et curam adhibeas, -et contra quoscumque quos amodo id crimen perpetrasse comperies, debite -procedas, eos; jure justitiaque mediante, puniendo. In qua quidem re, -quo magis vigil magisque diligens fueris, eo magis honori debitoque -servies et nostrae menti vehementissime complacebis. Et ut ab ejusmodi -delictis malefactores se abstineant, volumus quod accusatoribus, seu -denuntiatioribus ipsorum delictorum, cum bonis tamen inditiis, salis -fiat pro qualibet vice, et teneantur secreti, de ducatis decem auri, -ex et de bonis delinquentis, quam satisfactionem volumus per te et -successores tuos fieri debere, omni exceptione et contradictione -cessante. Scribimus etiam super hoc d, Bartolomeo Cacciae, capitaneo -justitiae hujus civitatis, cumquo volumus habeas intelligentiam in -fieri facendis proclamationibus praedictis. — Mediolani, die XVIII oct. -1447._ — Gli uomini nei più pressanti disastri cercano l'aiuto della -Divinità colla maggiore istanza, e a tal uopo credonsi di ottenerlo -persino col sacrificio d'umane vittime. I Greci cercavano i venti -col sangue d'Ifigenia; i Romani placavano il cielo seppellendo uomini -vivi; i nostri, bruciando i peccatori. Le pazzie e le atrocità di un -secolo si assomigliano alle pazzie e atrocità d'un altro, a meno che -la cultura e la ragione, diffondendosi largamente, non indeboliscano -i germi del fanatismo inerente all'uomo; e questa coltura, questa -filosofia, contro la quale ancora v'è chi declama, formano appunto -l'unica superiorità dei tempi presenti. Oggidì un popolo che aspiri -a diventar libero e combatta per sottrarsi dall'imminente giogo, -non pubblicherà certo una legge per proibire ai barbieri di far -la barba nei giorni festivi. Ha ben altro che fare chi si trova al -timone della Repubblica fra la tempesta, che vegliare su di questi -meschini e indifferenti oggetti; eppure allora si proclamò un bando -cosiffatto:[227] _Capitanei et defensores libertatis illustris et -excelsae civitatis Mediolani — Visa requisitione barbitonsorum inclitae -Urbis hujus pro confirmatione cujusdam eorum statuti et ordinis tenoris -infrascripti, videlizet. Magnifici et excelsi domini hujus inclitae -civitatis; barbitonsorus, tum recta conscientia ducti, tum praesertim -a religiosis confessoribus et animarum suarum consultoribus admoniti, -deliberant ad celebrandum festivos dies et vocandam ab opere temporibus -illicitis cum vestrae magnificentiae licentia, et assensu, statutum -ordinem et edictum quod est tenoris infrascripti. Reverenter ideo -supplicantes ut, ad ipsum, quod quidem salutiferum et commendabile -videtur, auctoritatem vestram interponentes, dignemini statutum hoc -et ordinationem patentibus literis confermare, validare, servarique -et excutioni mandari jubere, mandando etiam quibuslibet jusdicenti et -offitialibus Mediolani, ad quos inde recursus habeatur, quatenus ad -omnem requisitionem abatis Paratici dictorum barbitonsorum circa ipsius -statuti observantiam et excutionem, praestent omne juvamen, auxilium -et favorem opportunum. Item statuerunt et ordinarunt quod non liceat -alicui magistro de dicta arte, habitanti in civitate vel suburgiis -Mediolani, laborare, nec laborari facere de arte ipsa nec in apotecha -seu domo habitationis suae nec extra, die aliquo festivo per sanctae -matris ecclesiae tam Romane quam Ambrosianae istitutiones celebrari -ordinato nec etiam in ipsorum festorum vigiliis ubi vigiliae institutae -reperiantur nec diebus sabati post horam vigesimam quartam ipsius -vigiliae vel sabati, sub poena librarum duarum nuperiorum qualibet vice -qua fuerit contrafactum, eamdemque poenam incidat quilibet famulus -seu laborator de dicta arte qui sine licentia et contra voluntatem -magistri sui laboraret contrafatiendo praesenti statuto, talisque, -famulus aut laborator de dicta arte non debeat nec possit de dicta -arte aliqualiter laborare in civitate ipsa nec suburgiis nisi prius -condemnationem ipsam solverit, et ante solutionem hujusmodi non debeat -aliquis magister ipsius artis illi dare aliquod adjutorium nec aliquem -favorem sub eadem poena, si tamen evenerit quod ad horam vigesimam -quartam dicti sabati aut vigiliae ut supra quispiam magister aut -laborator inter manus aliquem haberet ante horam ipsam jam acceptum; -eo casu tali prius accepto possit impune caeptam operam prosequi et -finire, nec pro eo poenam incurrat; harumque omnium poenarum medietas -applicetur fabricae majoris ecclesiae Mediolani et alterius medietati -duae partes dentur Paratico ipsorum barbitonsorum et reliqua tertia -pars accusatori qui talem contrafactionem denuntiaret. Possunt -quoque abbas dictae artis et sui offitiales qui per tempora erunt, -defitientibus in praemissis opportunis probationibus; pro habenda in -hiis veritate artare quemlibet magistrum et laboratorem ad juramentum -si et prout viderit expedire. Et considerata in hoc devota et laudabili -dispositione dictorum barbitonsorum, vum statutum ipsum, quod etiam -per spectabiles dominos consiliarios justitiae prefatae comunitatis -diligenter examinari fecimus et honestum et ad observantiam orthodoxae -fidei nostrae atque mandatorum ecclesiae videatur tendere, ipsorum -requisitioni praedictorum benigne volentes annuere praesentium tenore, -etiam ex certa scientia, statutum ipsum, quod in volumine etiam aliorum -statutorum et ordinamentorum comunis Mediolani inseri et conscribi -mandamus et volumus, gratum habentes, approbamus et confirmamus; -mandantes propterea vicario et XII Provixionum ac aliis offitialibus -antedictae comunitatis praesentibus et futuris, ad quos spectat et -spectare possit et pro dicti statuti observatione recursum fuerit; -quatenus ipsum statutum et ejus dispositionem inviolabiliter observare -fatiant et ad omnem abatis Paratici ipsorum barbitonsorum requisitionem -pro hujus statuti observantia et in contrafatientes debita executione -omne prestent juvamen, auxilium et favorem opportunum, et hoc dummodo -nichil exinde contra aliorum praefacte comunitatis statutorum et -ordinamentorum dispositionem et in eorum detrimentum fiat vel sequatur. -In quorum testimonium praesentes fieri registrarique jussimus, -sigillique praefatae comunitatis munimine roborari. Dat. Mediolani, die -sexto decimo aprilis MCCCCXLVII. Sign. Ambrosius._ Il citato registro -A, foglio 51, tergo. - -Anco un'altra legge ho riscontrata in quei tempi, la quale merita -d'essere ricordata, perchè ci fa conoscere alcuni ripieghi politici, -i quali volgarmente si credono d'invenzione di questi ultimi tempi, -non erano punto sconosciuti negli Stati d'Italia alla metà del secolo -decimoquinto, cioè le pubbliche lotterie. Nel capitolo nono accennai -come sino dall'anno 1240 s'era posta in uso da noi la circolazione -della carta in luogo del denaro, e a tal proposito si facessero -leggi assai opportune[228]; ora dall'editto del 9 gennaio 1448 verrà -assicurato il lettore dell'antichità delle lotterie, ossia tontine, di -quei tributi spontanei in somma ai quali si adescano i cittadini colla -lusinga di arricchirli[229]. Colle note potrà il lettore dalla sorgente -istessa conoscere da quai principii fosse regolato quel governo, a qual -grado fosse la coltura, a quale elevazione si trovasse la politica; nè -sulla asserzione mera dello storico dovrà persuadersi della infelicità -di quei tempi. - -Ora conviene ch'io ponga sott'occhio una fedele immagine del nuovo -comandante delle armi milanesi Francesco Sforza. Sì tosto che il conte -Francesco fu creato capitano generale della repubblica di Milano, e che -l'armata di esso conte venne allo stipendio de' Milanesi, ei si trovò -alla testa di forze valevoli a preservare lo Stato e dai Veneziani, -e da ogni altro pretendente. Se egli avesse rivoltata allora per -assoggettare a sè il ducato di Milano, avrebbe dovuto superare ad un -tempo medesimo e le forze venete, e le savoiarde, e le francesi, e -l'entusiasmo della nascente libertà de' popoli, non per anco stancati -dai disordini dell'anarchia. I suoi soldati avrebbero ragionato -fors'anco del tradimento che si faceva ai Milanesi, della illegalità -delle pretensioni sue alla successione nel ducato; si doveva temere -o la defezione o la svogliatezza. Il conte conosceva i tempi, gli -uomini e gli affari. Egli era venerato come il più gran generale del -suo tempo. Sapeva farsi adorare da' suoi soldati, che egli, con una -prodigiosa memoria, soleva quasi tutti chiamare col loro nome. Nella -azione si esponeva con mirabile indifferenza e intrepidezza, e con voce -militare animava nella mischia i combattenti. Padrone assoluto dei -propri moti, sapeva celare le cose che gli dispiacevano con mirabile -superiorità d'animo. Accortissimo conoscitore dei pensieri altrui, -antivedeva le risoluzioni de' nemici, che lo trovavano preparato mentre -s'immaginava di sorprenderlo. La reputazione dello Sforza era tale, -che, venendo da' Veneziani attaccato un drappello de' suoi che egli -aveva postati a Montebarro, vi giunse il conte Francesco nel punto in -cui i nemici vincevano pienamente. Al solo avviso della inaspettata -sua presenza si posero in fuga i vincitori; anzi innoltrandosi egli -incautamente ad inseguirli, si trovò come attorniato e preso da -essi; ma invece di farlo prigioniere, i nemici deposero le armi, e -scopertisi il capo, riverentemente lo salutarono, «e qualunque poteva, -con ogni reverentia li tochava la mano perchè lo riputavano patre -de la militia ed ornamento di quella»; così il Corio. Sin dalla sua -gioventù egli ispirava rispetto per la nobile e dignitosa figura, e -più per la saviezza, prudenza, costumatezza ed eleganza nel parlare, -onde l'istesso Filippo Maria[230] _admirabatur enim magis atque magis -guotidie tum illius prudentiam, facundiam egregiosque mores, tum formae -praestantiam, vultus gestusque dignitatem_[231]. Un fatto raccontatoci -dallo storico Giovanni Simonetta, che viveva in que' tempi, mostra -l'indole generosa del conte Francesco, e la singolare di lui prudenza -nel fiore degli anni suoi. Sforza suo padre, mentre guerreggiava -nell'Abruzzo, aveva affidato a Francesco un corpo. Ivi guerreggiavano -i due partiti francesi e spagnuolo, ossia gli Angioini e gli Aragonesi. -Si formò una trama segreta fra i soldati sottoposti a Francesco Sforza; -e improvvisamente una gran parte di essi tradì la fede, e, abbandonando -il giovine Francesco, passò al nemico. Francesco co' pochi rimastigli -fedeli si ricoverò in luogo munito. Appena ottenuto dal padre nuovo -soccorso, si scagliò contro i nemici, e fece prigionieri tutti i -traditori. Ne spedì la novella a Sforza di lui padre, chiedendo i suoi -comandi sul trattamento da farsi a questi prigionieri. Sforza gli mandò -il comando di farli, tutti quanti erano, impiccare. Al ricevere un -tal riscontro rimase pensieroso il giovane Francesco, e dopo qualche -taciturnità interpellò il messaggiero: «Dimmi, con quale aspetto parlò -mio padre, che t'incaricò di quest'ordine?» Il messaggere rispose -ch'egli era assai incollerito. «Non lo comanda adunque mio padre, -disse Francesco: questo è l'impeto di un uomo sdegnato, e mio padre a -quest'ora è pentito di aver detto così»: indi, fatti condurre alla sua -presenza i prigionieri: «Poichè mio padre, diss'egli, vi perdona, io -pure vi perdono. Siete liberi; se volete restare al nostro stipendio, -vi accetto come prima; se volete partire, fatelo». La sorpresa di que' -soldati, che si aspettavano il supplizio, fu tale che, lacrimando -e singhiozzando, giurarono fede alle insegne sforzesche, e in ogni -incontro poi se gli mostrarono affezionatissimi e valorosi. Quando -Sforza intese il fatto, confessò che Francesco era stato più prudente -di sè stesso[232]. Questo avvenimento ci fa risovvenire delle Forche -Caudine: lo Sforza fu assai più avveduto che non si mostrò Ponzio. -Francesco amava e venerava suo padre, e con ragione. Mentre appunto -nel regno di Napoli Francesco stava alle mani coi nemici, vennegli -il crudele annunzio che, poco discosto, Sforza suo padre, volendo -soccorrere un suo paggio, erasi miseramente affogato nel fiume che -stavano passando. Questa era la massima prova che potesse dare della -padronanza di sè medesimo. Francesco, soffocando l'immenso dolore, -e dirigendo la battaglia con mente e faccia serena, come fece[233]. -Questi fatti bastano per darci idea di questo illustre italiano, che -diventò poi nostro principe. - -Agnese del Maino s'era ricoverata nella rocca di Pavia, dove ella ebbe -influenza bastante per rendere preponderante il partito di coloro che -scelsero per loro principe il conte Francesco genero di lei. Se il -conte avesse accettata questa sovranità mentre era allo stipendio de' -Milanesi, senza l'assenso loro, avrebbe mancato al dovere. Pavia era, -ed è una parte dello Stato di Milano vicina ed importante. Il conte -Francesco però fece conoscere che, attesa l'antica avversione, non -sarebbe stato mai possibile di ottenere una sincera sommessione di -Pavia ai Milanesi, che frattanto ella si offriva al duca di Savoia, -ovvero ai Veneziani; e sarebbe stata impresa difficile lo sloggiarli da -quella città munita, e pericoloso il lasciarveli: che non era possibile -sbrattare il Po dalle navi venete, e sgombrarne lo Stato esposto -alle invasioni, se non possedendo Pavia, ove trovavansi gli attrezzi -per quella navigazione. Insomma persuase che l'interesse di Milano -era dover Pavia cadere piuttosto nelle sue mani che di alcun altro -principe. Per tal modo, coll'assenso dei Milanesi, il conte Francesco -diventò signore di Pavia; e così due città principali del ducato, -Cremona e Pavia, una per dote, l'altra per dedizione, furono del conte -Francesco. - -Non sì tosto ebbe il conte acquistata Pavia, che s'innoltrò colle sue -armi sotto Piacenza, occupata da' Veneziani, e se ne impadronì il -giorno 16 dicembre 1447. Così, appena trascorsi quattro mesi dalla -morte del duca, il conte s'era già reso padrone del corso del Po; -padronanza la quale indirettamente lo rendeva arbitro di Milano, -che non ha altro sale per i bisogni della vita, se non di mare, che -conseguentemente deve navigare il Po. Frattanto i Francesi, che stavano -al presidio di Asti, tentarono di occupare Alessandria e Tortona; ma -vennero rispinti da Bartolomeo Coleoni, spedito loro incontro dal conte -Francesco. Così, al terminare dell'anno in cui era morto Filippo Maria, -il conte possedeva già una importante porzione del ducato. - -I repubblicani, o, per nominarli con maggior proprietà, gli oligarchi -milanesi conoscevano la loro situazione e il pericolo imminente -di ricadere sotto la dominazione d'un uomo solo, cosa generalmente -detestata; per ciò si rivolse secretamente a fare proposizioni di -accomodamento coi Veneziani: anzi si progettò una confederazione fra le -due repubbliche per la difesa reciproca della loro libertà e signorie, -offerendo a' Veneziani il dominio di Lodi, oltre quei di Bergamo e -Brescia, che le armi venete avevano già conquistato sotto il regno -dell'ultimo duca. Niente poteva accadere di peggio per attraversare -la fortuna del conte. Quindi i partigiani di lui che trovavansi in -Milano, mossero la plebe, rappresentando che non v'era più sicurezza se -a venti miglia di Milano si collocavano i Veneziani; che quanto meno -ce lo saremmo aspettato, una sorpresa rendeva Milano suddita di San -Marco e città provinciale e squallida; che non v'era più una sola notte -tranquilla pe' Milanesi, se una così vergognosa cessione si facesse. -La plebaglia, mossa da ciò, andava per le strade urlando: guerra, -guerra contro de' Veneziani! e così vennero forzati gli usurpatori -del governo, i capitani e difensori a lasciarne ogni pensiero in -disparte. Frattanto il conte Francesco, sempre vittorioso, con molti -e piccoli fatti d'arme avendo fatto sloggiare i Veneti dalle rive del -Po, stava risoluto di movere sotto Brescia, e toglierla ai Veneti, che -da ventidue anni la possedevano per conquista fattane dal Carmagnola, -siccome vedemmo nel capitolo precedente. Presa una volta Brescia, non -potevano più i Veneziani conservare Bergamo nè Lodi, nè altra parte -delle loro conquiste. I nostri repubblicani allora cominciarono più -che mai a temere, forse più de' nemici, il loro capitano generale; -il quale se riusciva, come era probabile, di rendersi padrone di -Brescia, l'avrebbe acquistata per se medesimo, siccome aveva fatto -di Piacenza; e per tal modo cerchiando Milano, l'avrebbe costretta, -non che a rendersi, a impetrare la di lui dominazione. Si spedirono -adunque ordini al conte comandandogli che non altrimenti s'innoltrasse -a Brescia, ma si portasse a Caravaggio e facesse sloggiare i -Veneti da quel borgo. Il conte ubbidì. Nella sua armata eravi il -Piccinino, generale emulo e nemico del conte: le operazioni militari -o s'eseguirono lentamente, ovvero venivano attraversate: si lasciava -penuriare il campo dello Sforza d'ogni sorta di foraggi e di viveri: -l'armata veneziana che stavagli di fronte, era dodicimila e cinquecento -cavalli, oltre i fantaccini. Con tanti disavvantaggi egli venne a -una giornata, che rese memorabile il 14 settembre 1448; poichè nei -contorni di Mozzanica, venne il conte colto dai Veneziani talmente -all'improvviso, che nemmeno ebbe tempo di armarsi compiutamente; -onde si pose a comandare e diresse l'azione mancandogli i bracciali. -L'insidiosa emulazione fu quella che rese inoperosi i drappelli di -osservazione che egli aveva postati verso del nemico, il quale perciò -potè cadere con sorpresa sull'armata del conte. V'erano, siccome dissi, -il Piccinino ed altri sotto i di lui ordini, generale di cattivo -animo. Il conte, mezzo disarmato, espose più volte sè stesso al più -forte della mischia, riconducendo i fuggitivi all'attacco, animando -colla voce e coll'esempio i soldati; insomma tanto gloriosa fu quella -giornata pel conte Francesco, che interamente disfece i Veneti, e tanto -furono i prigionieri che ei fece, che fu costretto a congedargli per -mancanza di vettovaglia. Vennero portate in Milano con una specie di -trionfo le insegne di San Marco tolte ai nemici; e Luigi Bosso e Pietro -Cotta, che erano al campo dello Sforza commissari, entrarono in Milano -colle medesime, conducendo i più illustri prigionieri, fra i quali un -Dandolo ed un Rangone. - -Questa vittoria di Mozzanica dava sempre maggior motivo di temere lo -Sforza; e il Piccinino, generale di credito, nemico del conte, cercava -di accrescere il popolar timore, fors'anco sulla speranza di acquistare -per sè medesimo poi quella sovranità che ora faceva comparire esosa ed -esecranda[234]. Giorgio Lampugnano era, fra i più accreditati Milanesi, -quegli che non si stancava di tenere animata la plebe contro del conte, -rammentando i mali sofferti sotto i duchi, le gravezze imposte da' -principi, le violenze esercitate dai cortigiani e favoriti. Ricordava -la demolizione del castello di Milano, come un motivo per cui il -conte avrebbe esercitata la vendetta su quanti vi ebbero parte; anzi -come una cagione di nuovi aggravi, obbligandoci a riedificarlo con -dispendio e scorno, ponendoci in bocca il freno, dopo che ci avesse -fatti sudare nella fucina a formarlo. Proponeva il conte l'impresa -di Brescia, la quale, dopo un tal fatto, era senza difesa, e così -ripigliare ai Veneti quella parte del ducato che s'erano presa; ma non -lo vollero i capitani e difensori della libertà. Tutte le proposizioni -dello Sforza erano contraddette; i soccorsi d'ogni specie ritardati; -le militari disposizioni attraversate. Il Piccinino primeggiava. -Carlo Gonzaga aveva in Milano un poderoso partito, ed adocchiava il -trono. Con Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, primarii fautori della -libertà, si univa Vitaliano Borromeo, signore di somma significazione, -perchè, oltre la grandiosa opulenza del casato, possedeva in dominio -quasi tutte le fortezze del lago Maggiore. Questi tre rivali partiti -si univano contro l'imminente fortuna del conte; il quale, posto in -tale condizione, ascoltò le proposizioni della repubblica veneta, e -segretamente stipulò un trattato per cui egli si obbligò a restituire, -non solamente quel che aveva invaso nel Bresciano e Bergamasco, ma -Crema e il suo contado ai Veneziani; e che i Veneziani, in compenso, a -fine di ottenere al conte il dominio di tutte le altre città che aveva -possedute Filippo Maria, gli avrebbero stipendiati quattromila cavalli -e duemila fanti, sborsandogli tredicimila fiorini d'oro al mese, sin -tanto ch'egli non si fosse impadronito di Milano. Poichè il trattato -fu concluso, il conte lo pubblicò nel suo esercito. Sì tosto che i -Milanesi ebbero notizia di tale accordo, concluso fra il conte Sforza -e i Veneziani, spedirono al di lui campo alcuni primarii cittadini, -cercando con modi rispettosi di giustificare le cose passate, anzi -offrendo ogni soddisfazione, salva sempre la repubblica. Ma il conte -aveva già presa palesemente la sua determinazione; e, senza mistero -espose ad essi le ragioni ch'egli asseriva competere e a Bianca Maria, -di lui moglie, e a sè medesimo e a' figli suoi, per la successione -nel dominio di Filippo Maria, suo suocero: sè essere determinato a -farle valere ad ogni costo. Che se i Milanesi, deposta la chimerica -pretensione di erigersi in repubblica, di buon grado riconoscevano -lui per sovrano, egli avrebbe avuta cura della salvezza e felicità -di ciascuno; che se all'incontro si fossero ostinati a sostenere una -illusione di libertà, che, in sostanza, era una rovinosa oligarchia, -doveano attribuire a loro stessi i mali che avrebbero sofferti, -obbligandolo, suo malgrado, ad usare contro di essi la forza. Furono -con tal risposta congedati i legali Giacomo Cusano, Giorgio Lampugnano -e Pietro Cotta; e, mentre con tristezza s'incamminavano a recare -questo poco favorevole riscontro alla loro patria, vennero dileggiati -non solo, ma insultati e svaligiati dalla licenza militare di alcuni -soldati sforzeschi. Intese ciò con isdegno il conte, e, prontamente -rintracciati i malvagi soldati, convinti del delitto, immantinente -furono impiccati; la roba al momento venne spedita ai legati, a' quali -di più aggiunse il conte altri regali, per riparare quanto poteva -il danno sofferto da essi. La nobile generosità del conte Francesco -sorprese i legati. - -I Veneziani spedirono le loro truppe a servire come ausiliarie al -conte. La repubblica fiorentina, poichè vide svelato il mistero, e -apertamente inalberate le pretensioni del conte, inviogli i suoi -legati, promettendogli amicizia. Il conte Francesco, reso per -tal modo sicuro dalla parte di Venezia, immediatamente si mosse a -circondare sempre più Milano. Da Pavia spinse le forze al castello -d'Abbiategrasso, e lo costrinse ben tosto alla resa. È memorabile -il fatto che, mentre il conte Francesco conteneva i suoi, vietando -loro il sacco della terra, a tradimento dalle mura vennegli scoppiata -un'archibugiata. Gli Sforzeschi correvano per vendicarsi. Il conte -illeso, placidamente impedì che si facesse male a veruno. Fattosi -padrone d'Abbiategrasso, prese a sviare l'acqua del Naviglio, e per -tal modo rese inoperosi i mulini di Milano. S'innoltrò a Novara, e se -ne impadronì[236]. I Tortonesi spontaneamente si diedero al conte. -Vigevano pure spontaneamente lo volle per suo sovrano, discacciando -i Savoiardi che l'occupavano; Alessandria fece lo stesso; Parma si -assoggettò. Mentre le cose erano a tal segno, i Milanesi scelsero per -loro comandante Carlo Gonzaga[237]. Allora il Piccinino, che forse -aveva adocchiata la signoria di Milano, vedendosi preferito il marchese -Gonzaga, anzi che servire sotto di lui, passò ad offrirsi al conte -Francesco Sforza. Egli era stato sempre, siccome dissi, emulo non solo, -ma nemico e atroce nemico del conte; ciò nondimeno il conte lo accettò -per suo generale, e gli accordò un onorevole stipendio. Due uomini -volgarmente zelanti, certo Barile e certo Frasco, andavano animando -il conte perchè lo facesse uccidere, o per lo meno lo imprigionasse -come irreconciliabile nemico, che, per necessità, simulava in quel -momento, e che poi, al primo lampo di speranza di nuocergli, se gli -avrebbe nuovamente avventato contro. Il conte Francesco rispose loro -che vorrebbe piuttosto morire, anzi che violare la fede verso chi s'era -abbandonato al suo potere. Infatti il Piccinino desertò poi con tremila -cavalli e mille fanti; ma il tradimento non produsse altro effetto, -che una macchia di più alla di lui fama, e un contraposto sempre più -glorioso pel conte Francesco. - -Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, grandi fautori dapprincipio per -la libertà, s'erano cambiati ed erano diventati fautori del conte -Sforza, o fosse ciò accaduto perchè l'esperienza gli avesse convinti -della impossibilità di adattare stabilmente alla nazione degradata un -politico sistema, o fosse che la fortuna militare e le virtù grandi del -conte, e le speranze sotto la sovranità di lui avessero mutate le loro -opinioni. Carlo Gonzaga, che, sotto nome di capitano della repubblica, -era animato dalla probabile ambizione di cingere la corona ducale -di Milano, considerava i due primari partigiani dello Sforza come i -primi nemici da spegnere. Intercettaronsi delle lettere in cifra, che -Lampugnano e Bosso scrivevano al conte Francesco; s'interpretarono; -si conobbe la trama di aprirgli le porte della città, e si destinò di -consegnarli come ribelli al supplizio. La difficoltà consisteva nel -trovare il modo per riuscirvi; poichè i magistrati non avevano forze -tali da contenere questi nobili, e si ricorse alla insidia. Si elessero -il Lampugnano e il Bosso come oratori di Milano all'imperatore, per -implorare il suo aiuto nelle angustie nelle quali la città era posta. -Essi cercavano di procrastinare la partenza per essere mal sicure le -strade; ma Carlo Gonzaga seppe sì bene fingere, che, apprestata loro -una buona scorta di armati, vennero indotti a portarsi a Como, dove -assicurogli che sarebbesi sborzata loro una conveniente somma di danaro -per inoltrarsi nella Germania e fare la commissione. Adescati così, -caddero nell'insidia. Usciti appena dalla città, furono costretti -dai soldati del Gonzaga a passare a Monza, ove Giorgio Lampugnano -venne subito decapitato, e la sua testa, portata a Milano, fu esposta -al pubblico. Indi, a forza di torture, Teodoro Bosso in Monza fu -costretto a nominare i complici, a' quali tutti fu troncata la testa -alla piazza dei Mercanti, e furono Giacomo Bosso, Ambrogio Crivello, -Giovanni Caimo, Marco Stampa, Giobbe Ombrello e Florio da Castelnovato. -Vitaliano Burromeo, il di cui nome pure trovavasi fra i proscritti, -potè uscire dalla città e salvarsi. - -Oppressi per tal modo i primari del partito nobile, del quale poco -si fidava il Gonzaga, e sollevata la plebe ad ambire il comando -della repubblica, il disordine e lo scompiglio divennero generali -nell'interno della città. Artigiani, giornalieri, plebaglia la più -sfrenata arrogantemente cominciarono a disporre della vita e delle -fortune altrui a loro piacimento. Giovanni da Ossona e Giovanni da -Appiano si segnalarono colle tirannie, usurpandosi una dittatoria -facoltà e il dominio della repubblica. Il Corio li chiama _uomini -iniquissimi e scellerati_. Saccheggiare i granai de' proprietari -delle terre; sforzare di notte con mano armata l'asilo delle private -famiglie, rubando le gioie, gli argenti, e quanto v'era di meglio; -costringere colla minaccia dell'oppressione i nobili agiati a -manifestare e consegnare i denari che possedevano; quest'era la forma -colla quale costoro percepivano il tributo col pretesto di mantenere -l'armata a salvamento della repubblica. Si pubblicò pena di morte -a chiunque nominasse Francesco Sforza se non per dispregio, e si -andava gridando che, piuttosto che a lui, si darebbero al turco o al -diavolo. I cittadini ragionevoli non ardivano nemmeno di uscire dalle -case loro sotto di un sì atroce governo. Per rimediare al disordine, -Guarnerio Castiglione, Pietro Pusterla e Galeotto Toscano formarono un -triumvirato, e si posero alla testa della città. Chiusero in carcere -l'Ossona e l'Appiano. La plebaglia liberò dal carcere costoro; indi a -furore insurgendo contro i triumviri, Galeotto Toscano venne scannato -sulla piazza del palazzo ducale; i due altri si sottrassero colla -fuga. Altri furono trucidati, uomini di virtù e di merito. Le case -de' migliori cittadini vennero saccheggiate: insomma la misera patria -divenne orrendo teatro di sciagure. - -In mezzo alle vicende e alle angustie della città stavasene in -Milano la vedova duchessa, sposa un tempo di Filippo Maria, la -quale, cogliendo l'opportunità, sparse la speranza che il duca di -Savoia, di lui padre, venisse a dare soccorso ai Milanesi. Infatti -il duca Lodovico di Savoia si affacciò a Novara per discacciarne -gli Sforzeschi, ma con esito infelice. Il Piccinino, allorchè vide -comparire questo nuovo nemico al conte Sforza, abbandonollo, seco -traendo, siccome vedemmo, tremila cavalli e mille fanti, e alcune terre -occupò, sorprendendone gli Sforzeschi. Il conte allora spedì un suo -inviato a Milano a fine di persuadere i rettori a non avventurare una -città bella, grande e ricca alla inevitabile sciagura d'un assalto; -ma l'inviato non potè parlare se non a quei capi che non volevano -abbandonare la loro chimerica sovranità. Il marchese Gonzaga, vedendo -però le forze del conte, la posizione decisiva di lui, che possedeva -quasi tutte le città del contorno, l'ascendente del valor suo e della -scienza militare, pensò ai casi propri, e a trarre qualche profitto -dalla conciliazione, prima che la necessità lo costringesse a perdere -la carica di capitano dei Milanesi senza verun compenso. Trattò col -conte Francesco; e fu convenuto ch'egli passerebbe allo stipendio del -conte. - -I Milanesi, attorniati dallo Sforza, già padrone di Cremona, Parma, -Piacenza, Pavia, Novara, Vigevano, e de' borghi e terre ancora più -vicine, vedendosi abbandonati dal Gonzaga; non potendosi fidare sul -Piccinino; nessuna speranza loro rimanendo nel duca di Savoia; in mezzo -ai disordini, al saccheggio, alla licenza popolare; devastati, oppressi -dai propri magistrati, non avendo un uomo solo di qualche merito nelle -cariche, usurpate da' più violenti, e da cui meno conosceva l'arte di -reggere una città, e meno forse degli altri si curava della felicità -della patria; in tale misero stato si pensò da alcuni a conciliare -la repubblica veneta colla nascente repubblica di Milano: il che, -sebbene recentemente si foss'ella collegata col conte, non mancò, del -suo effetto. Stava domiciliato in Venezia Arrigo Panigarola, milanese, -avendovi casa di negozio: costui venne incaricato d'invocare il senato -veneto, amatore della libertà in favore della patria. Fu ammesso il -Panigarola a trattare. Egli con eloquenza mosse gli animi, descrivendo -lo stato a cui erano ridotti i Milanesi, non per altro, se non perchè -ricusavano essi un giogo ingiusto e illegale, e volevano reggersi da sè -con una libera costituzione. Turpe cosa, diss'egli, che i Veneziani, -illustri difensori della libertà, si colleghino con un usurpatore, -per porre i ceppi agli italiani, loro confratelli. Assicurò che se la -repubblica cessava di far loro guerra, se stendeva una mano adiutrice a -questa nascente repubblica, dopo un tal beneficio, i Milanesi avrebbero -amalo e venerato i Veneziani come loro padri e dei tutelari; che da -una generazione all'altra ne sarebbe passata ai secoli la divozione e -la gratitudine. Il discorso del Panigarola commosse gli animi, ma più -ancora erano commosse le menti del senato dalle lettere che andava -scrivendo il nobil uomo Marcello, il quale, per commissione della -repubblica, stava al fianco del conte. Testimonio della prudenza e del -grand'animo del conte Sforza, ammiratore della imperturbabile fermezza -di lui negli avvenimenti prosperi e avversi, vedendo la benevolenza -somma che avevano per lui i soldati, non meno che i suoi sudditi, -colpito continuamente dalla superiorità dei talenti suoi nel mestiere -dell'armi, andava esso Marcello colle sue lettere intimorendo il -senato, parendogli facil cosa che, poichè lo Sforza avesse acquistato -Milano, pensasse poi a riunire le membra del ducato, e ricuperando -Brescia, Vicenza e fors'anche Padova, ritornasse ad occupare quanto -settantadue anni prima era soggetto al conte di Virtù, primo duca. -Queste circostanze produssero l'effetto che: primieramente, i -Veneziani trascurarono di spedire i convenuti soccorsi al conte, e gli -stipendiari loro, che servivano nell'armata di lui, cambiando costume, -più non volevano concorrere od esporsi: indi, senz'altro abbandonarono -il campo. Non faceva mestieri di tanto, perchè il conte s'avvedesse del -cambiamento de' Veneziani; i quali, per mezzo di Pasquale Malipiero, -fecergli noto avere la loro repubblica fatta la pace coi Milanesi. Le -condizioni erano, che tutto lo spazio compreso fra l'Adda, il Ticino -e il Po rimanesse della repubblica di Milano, trattane Pavia, che si -sarebbe lasciata al conte; e il rimanente dello Stato posseduto dal -duca Filippo Maria passasse al conte Francesco Sforza. I Veneziani -poi, oltre Brescia, Bergamo e Crema, rimanevano padroni di Treviglio, -Caravaggio, Rivolta e altre terre del ducato. - -Un tal partito non poteva convenire al conte, giacchè la maggior -parte del ducato e la capitale medesima venivagli sottratta, e se -gli assegnava una sovranità di tante membra quasi staccate, estesa -per lungo spazio, difficile a custodire. Si rivolse egli adunque -ad accomodarsi col duca di Savoia, e colla cessione di alcune terre -sull'Alessandrino e sul Novarese, si assicurò da quella parte. Indi, -rivolgendosi ai Milanesi e Veneti, si pose a disputare con essi il -ducato di Milano. Io non entrerò a descrivere i fatti d'arme; inutile -materia per uno storico, a cui preme di conoscere lo spirito dei tempi, -l'indole degli uomini, lo stato della società, e non di stendere i -materiali per una tattica di poco profitto, atteso il cambiamento -accaduto nella maniera di guerreggiare: basta dire che il conte Sforza -in ogni parte si presentò abilissimo generale nel postare il suo -campo, nel prevenire il nemico, nelle marce giudiziosamente condotte, -nel cogliere il momento per attaccare, nel dirigere la battaglia, -nel provvedere di tutto l'armata propria e impedire la sussistenza al -nemico, nel conservare la militar disciplina, risparmiare quanto era -possibile la miseria dei popoli, e nel tempo stesso conservarsi l'amore -dei soldati, che giugneva sino all'entusiasmo. (1449) Con tai superiori -talenti, con virtù tale ei circondò sì bene la città di Milano, che in -breve tempo si manifestò lo squallore della carestia. Egli non volle -spargere il sangue de' cittadini, nè diroccare con macchine Milano; -ma costringerla per la fame a darsi a lui. Insomma egli concepì quel -progetto medesimo sopra Milano, che il grande Enrico IV fece poi con -Parigi; e molta somiglianza troverebbesi fra l'uno e l'altro di questi -grandi uomini, se venissero al paragone. Le traversie che l'uno e -l'altro dovettero soffrire ne' primi anni; i pericoli della vita che -corsero per le insidie delle corti, nelle quali dovevano regnare poi; -l'umanità, la popolarità, il valore, la perizia militare dell'uno e -dell'altro sono degne di confronto. A Francesco Sforza mancò un più -grande teatro sul quale mostrarsi, e spettatori più illuminati. Enrico -ebbe per campo il regno di Francia, e per testimonio un secolo più -colto[238]. - -La carestia fece nascere un generale disordine. Non vi era più chi -volesse ubbidire. Quei che si erano arrogate le magistrature e il -comando della città, erano considerati come buffoni del popolo. -Il consiglio generale era stato composto da essi, scegliendo -maliziosamente ad arte uomini inetti o del partito. Per dare apparenza -al popolo che si vegliava al bene della città, i rettori fecero -radunare il consiglio generale nella demolita chiesa di Santa Maria -della Scala. Pietro Cotta e Cristoforo Pagani erano sulla strada in -quel contorno: cominciarono questi a mormorare cogli astanti sulla -spensierata condotta de' rettori e sulla dappoccaggine de' consiglieri. -A misura che passavano i cittadini, si trattenevano; e cominciò a -formarsi un'unione di popolari malcontenti. Ben tosto corse il grido -per i quartieri della città, come vicino alla Scala vi fosse unione -di malcontenti, e da ogni parte concorsero nuovi popolari, in modo che -i rettori e consiglieri si trovavano assai inquieti. Laonde spedirono -Lampugnino da Birago, loro collega, per aringare il popolo, e, colle -buone, pacificarlo, promettendo ogni bene. Ma Lampugnino ebbe pena -a salvarsi. Comparve il capitano di giustizia Domenico da Pesaro, -scortato da buon numero di cavalleria, e facendo mostrare al popolo -i capestri; ma il popolo li pose tutti in fuga. La moltitudine de' -malcontenti si creò due capi: Gasparo da Vimercato e il soprannominato -Pietro Cotta. Altri signori spalleggiarono i malcontenti, come -Giovanni Stampa, Francesco da Trivulzio, Cristoforo Pagano suddetto, -Marchionne da Marliano. Vi fu del sangue sparso; vennero espulsi i -magistrati, occupato il palazzo, e distrutta l'organizzazione civile; -se ne formò una tumultuariamente. I primarii cittadini, il giorno -seguente, si radunarono nella stessa chiesa della Scala per deliberare -qual partito si dovesse prendere. Alcuni volevano rimaner liberi e -non ubbidire a verun principe. Altri, conoscendo l'impossibilità di -formare una repubblica in mezzo a tanti e sì appassionati partiti, in -una città nella quale le voci di patria e di ben pubblico non bastavano -ad ammorzare le private mire, volevano un principe. Tutti però -concordemente ricusavano i Veneziani. Si proponeva dagli uni il papa; -da altri il re Alfonso; altri suggeriva il duca di Savoia; Gasparo -da Vimercato propose il conte Francese Sforza. Egli nel suo discorso -fece vedere che la fame minacciava a giorni la morte; che nè il papa -nè il re Alfonso nè il duca di Savoia avevano mezzi per salvarci -al momento, come chiedeva l'urgente necessità; che non rimaneva -altro partito da scegliere che o i Veneziani o il conte. Sudditi de' -Veneziani, non potevamo aspettarci se non che il destino d'una città -secondaria e provinciale, sotto una dominazione che avrebbe temuta la -nostra prosperità. Sotto del conte, valoroso, umano, benefico, nostro -concittadino per la moglie, non dovevamo aspettarci un signore, ma un -padre saggio, provvido, amoroso, da cui sarebbe posto rimedio a' nostri -mali. (1450) Il partito per il conte prevalse per acclamazione, e si -spedì tosto ad avvisarlo[239]. Due mesi prima che la città si rendesse -allo Sforza, si pubblicò in Milano un proclama col premio di diecimila -zecchini a chi avesse ammazzato il conte Sforza, o mortalmente -ferito[241]. Così gl'imbecilli nostri legislatori si mostravano -insensibili alla virtù, ignoranti della ragion delle genti, indegni per -ogni modo di comandare agli uomini. Il conte Francesco Sforza teneva in -tanta disciplina le sue truppe che vietò loro di non offendere per niun -modo le terre o le persone de' Milanesi, come si scorge dagli archivi -di città[242]. Ma i nostri capitani e difensori, l'istesse armi che -avean rivolte contro dello Sforza le adoperavano ancora verso altri. -Leggesi ne' registri di città la taglia di duemila ducati d'oro a chi -condurrà a Milano Antonio e Ugolino fratelli Crivelli, i quali avevan -ceduta la fortezza di Pizzighettone al conte Sforza[243]. Leggesi la -taglia di mille ducati a chi consegnerà Francesco Borro, che aveva -ceduta allo Sforza la fortezza di Lodi. - -Era circondata la città di Milano dai soldati dello Sforza, e custodita -con tanta esattezza che egli era impossibile di vere alimento veruno. -Un moggio di grano si vendeva a venti zecchini. S'eran vendute -pubblicamente e mangiate le carni dei cavalli, degli asini, de' cani, -de' gatti e persino de' sorci. Morivano sulle pubbliche strade alcuni -cittadini di fame. In queste estremità, cioè tre giorni prima che -Francesco Sforza diventasse padrone di Milano, i capitani e difensori -della libertà pubblicarono un editto per la pudicizia e morigeratezza -pubblica[244]. - -Oltre il Corio, che minutamente descrive la desolazione di que' tempi, -e la miseria di quel governo, anche il Decembrio ce ne dà un'idea colle -parole seguenti:[245] _Mediolanensium res in deterius labi caepere. -Nam duce destituti, dissidentibus inter se civibus, deteriora prioribus -in dias pullulabant. Non pubblica munera a populo rite gubernari; non -divites onera conferre; non jussa quisquam exsequi poterat; sed veluti -tempestate disjecta classis, inundante pelago, inc inde ferebatur. -Si qua in residuis militibus spes affulserat, Caroli Gonzagae -ambitione turbabatur, qui ad populi dominatum improbe aspirans, longa -suspicione cuncta detinebat. Qua ex desperatione et pavore squallebant -omnia. Conjurationes ad haec a quibusdam perpetratae majorem adhuc -sollicitudinem singulis injecerant. Capti siquidem plerique nobilissimi -Cives, et supplicio affecti sunt: Sed nec ullorum caede mali atrocitas -leniri poterat... Boni praeterea, officiis exuti, nec sibi aut aliis -prodesse utiles, silentio languebant; plebs vero, inter spem metunque -conjecta, onus tolerabat, dominatus dumtaxat nomine exsultans_[246]. -Questo veramente è uno de' tratti più compassionevoli e umilianti della -nostra storia: vorrei poterla nobilitare esponendola, ma lo storico -consecrato all'augusta verità, benchè contro sua voglia, la scrive. -Qual differenza mai fra Milano assediata dall'imperator Federico, -e Milano bloccata da Francesco Sforza! Contro l'imperatore e contro -tutt'i principi della Germania Milano si difende. Escono con valore -i Milanesi dalle loro mura; si cimentano; piegano alfin traditi, -soverchiati; e terminano con gloria, assicurando lo Stato della loro -limitata libertà. Contro lo Sforza non v'è un tratto solo di vigore, -non un lampo di civile prudenza. Uno spirito, ora cenobitico, ora -insidiosamente timido e atroce, detta le leggi, dirige le azioni. Erano -i nostri, tre secoli prima, agresti, rozzi, ma generosi, guerrieri e -affezionati alla patria. I loro discendenti, degradati nella servitù -di cattivi principi, sembrano un'altra nazione; e perciò il Secretario -fiorentino ebbe a dire: «Per tanto dico che nessuno accidente (benchè -grave e violento) potrebbe ridurre mai Milano o Napoli libere per -essere quelle membra tutte corrotte. Il che si vide dopo la morte di -Filippo Visconti, che volendosi ridurre Milano alla libertà non potette -e non seppe mantenerla[247]». La città, colla mediazione di Gaspare -da Vimercato, si rese a Francesco Sforza dopo trenta mesi e mezzo di -anarchia, ossia d'un atroce disordine chiamato _Repubblica_. Le monete -d'oro e d'argento battute in Milano in que' tempi hanno da una parte -sant'Ambrogio, e dall'altra la Croce e la lettera M, colla leggenda -_Comunitas Mediolani_, e lo stemma della città. Francesco Sforza entrò -in Milano il giorno 26 di febbraio del 1450[248]. Coloro che si lagnano -de' tempi presenti, ed esaltano la felicità de' maggiori, torno a dirlo -e lo dirò pure altra volta, non sanno la storia. - - - - -CAPITOLO XVII. - - _Francesco I Sforza, duca di Milano._ - - -Appena il conte ebbe notizia che per quasi unanime voto degli affamati -cittadini milanesi egli veniva proclamato signor loro e duca, volle -cogliere il momento e senza dimora alcuna entrare nella città; giacchè -l'indugio non poteva essere di utilità se non ai Veneziani, ai quali -fors'anco, per l'instabilità della moltitudine, avrebbero potuto -ricorrere, qualora avesse egli tardato a soccorrerli di vittovaglia -nella estremità della fame a cui erano ridotti. Postò egli adunque di -contro alle schiere venete un corpo di armati valevole a contenerle, -e immediatamente egli da Vimercato incamminossi a Milano alla testa -d'un altro corpo di fedeli soldati, i quali, oltre le solite armi, -vennero caricati sulle spalle e nelle tasche di quanto pane ciascuno -poteva portare, con ordine di lasciarsi saccheggiare allegramente -dalle affamate turbe milanesi. La strada da Vimercato a Milano era -popolata da _infinita turba_, dice il Corio, singolarmente nelle -dieci miglia vicine alla città. Fu uno spettacolo degno di un cuore -sensibile quella pompa, nella quale non già primeggiava il fasto o -l'alterigia d'un irritato vincitore, ma bensì l'affabile umanità di -Francesco Sforza, che amichevolmente accoglieva le grida di allegrezza -del popolo, nominava e salutava le conoscenze che aveva fatto sino -da' suoi primi anni in questa quasi sua patria, ordinava ai valorosi -soldati suoi di abbandonare ogni contegno militare e imponente, e fatti -concittadini, di lasciarsi svaligiare dall'affamata moltitudine, che -avidamente si satollava col loro pane; e fra le consolanti risa che -faceva nascere l'inusitata mischia, fra le grida gioiose de' popoli che -andavano esclamando:[249] _haec est dies quam fecit Dominus, exultemus -et laetemur in ea_, andò accostandosi alla città e vi entrò per porta -Nuova. Malgrado lo sterminato numero de' cittadini uscitogli incontro, -dice il Corio, «benchè grande era stata la moltitudine che di fuori -l'haveva salutato, molto maggiore era quella di dentro l'aspettava». -Ognuno procurava di giungere a toccar la mano al conte nuovo duca; -e tanta e tanto strettamente la moltitudine lo circondava, che il -cavallo di lui parve portato sulle spalle de' cittadini. Andossene egli -direttamente al Duomo per rendere alla Divinità il primo omaggio d'un -avvenimento sì fausto per lui; ma non fu possibile ch'egli scendesse -dal cavallo, e dovette così entrarvi e così orare: tanto era la -immensità della turba e tanto era l'entusiasmo de' nuovi suoi sudditi! -Dispose poscia il nuovo duca che da Pavia, da Cremona e da altri -luoghi venisse portato quanto occorreva al vitto e ai comodi, e in -tre giorni l'abbondanza comparve nella città. Tutto venne ordinato dal -duca con paterna previdenza: pose al governo della città uomini probi e -illuminati; intimò la pace, la sicurezza, il gaudio a ciascun milanese; -distribuì ai poveri larghi soccorsi di frumento; poi tornò al campo -contro i Veneziani, i quali si ritirarono a quartiere, e così fece egli -pure de' suoi. Ricevette l'omaggio di Bellinzona, Como e Monza, suddite -de' Milanesi. Spedì i suoi ministri alle corti estere per dar loro -avviso della nuova sua condizione. L'imperatore Federico III e Carlo -re di Francia ricusarono di trattarlo qual duca, perchè il primo non -doveva riconoscere rivestito di quella dignità se non un discendente -maschio legittimo de' Visconti investiti; e l'altro pretendeva dovuto -il ducato ai discendenti della principessa Valentina. Gli altri -principi lo riconobbero. Gli uomini più turbolenti e sediziosi, quei -che avevano tiranneggiato il popolo nel tempo dell'interregno, vennero -con umanità relegati nelle città vicine. - -Non voleva il nuovo duca sgomentare i sudditi dominando sopra di -essi con un potere illimitato, nè che essi lo considerassero come un -dispotico conquistatore. Sarebbe stato troppo repentino il passaggio -dalla licenza alla servitù, e questo violento cambiamento avrebbe -potuto facilmente cagionar poi de' pentimenti e de' moti nel popolo, -nel qual caso un principe vi perde sempre, quand'anche giunga colla -forza a reprimere ed a punire. Ciò conosceva ottimamente il saggio -duca; e perciò volle che alla nuova dominazione di lui servisse di base -un contratto, e che i sudditi lo considerassero sovrano e non despota. -Questa prudente politica diresse il solenne contratto di dedizione, -celebrato il giorno 3 di marzo 1450, nella villa del conte Giovanni -Corio in Vimercato, essendone rogato il notaio Damiano Marliano; in -vigore del qual atto venne concordato che le gabelle sarebbero state -moderato, riducendosi la macina a soldi 12, il dazio del vino a soldi -4, e stabilendosi che non s'imporrebbero in avvenire nuove gabelle, -anzi si abolirebbe quella del fieno; che il nuovo duca avrebbe fatto -residenza in Milano, almeno per due terze parti dell'anno; che i -tribunali avrebbero sempre in Milano la loro sede; che il prezzo del -sale sarebbe stato lire tre per ogni staio, che non si sarebbe imposto -verun carico straordinario, eccetto quello di somministrar carri e -guastatori per gli usi militari; che il solo podestà di Milano sarebbe -stato forestiere, ma tutti gli altri uffici sarebbero confidati a' -Milanesi; e alla vacanza di ogni carica la città avrebbe presentata la -nomina di sei, fra i quali il duca avrebbe fatto la scelta, salvo però -l'arbitrio a lui, in casi speciali, di scegliere anche altrimenti; che -il duca avrebbe mantenuta la fede ai creditori di Filippo Maria; che si -osserverebbero gli statuti civili e criminali e quei de' mercanti; che -non si sarebbero impetrati privilegi dal papa nè dall'imperatore senza -il beneplacito del duca; che i soldati a piedi, a cavallo, saccomanni, -uomini d'armi sarebbero partiti dalla città, dovendo essa restare -immune dall'alloggiamento militare, eccettuati i contestabili alle -porte; il duca però in casi speciali potrà deviare da questa regola. -Questi sono i più importanti articoli del solenne contratto[250]: -indi il nuovo duca fece il pubblico ingresso dalla porta Ticinese, -il giorno 25 di marzo 1450[251]. Il nuovo duca era colla sua sposa -Bianca Maria e col primogenito Galeazzo Maria. Un numero grande di -matrone andarongli incontro pomposamente. Gli oratori delle città -suddite, i nobili milanesi tutti sfoggiarono per rendere magnifico -quell'ingresso. Erasi preparato un maestoso carro e un baldacchino; ma -un tal fasto non piacque a Francesco Sforza, che amava la gloria e non -le apparenze teatrali; e, ricusandolo, disse: ch'egli in quell'ingresso -s'incamminava al tempio per rendere omaggio al padrone dell'universo, -avanti del quale gli uomini sono tutti eguali. Cavalcò egli adunque. -La folla immensa del popolo, i ricchi arredi de' nobili, la magnifica -parata degli uomini d'armi che precedevano, tutti coperti d'usberghi -lucidissimi, il lusso de' loro illustri condottieri, tutto ciò formò -uno spettacolo sorprendente. La cerimonia si fece al Duomo, ove -smontato, il duca si pose una candida sopraveste: indi colle solennità -de' sacri riti la duchessa e il duca vennero ornati col manto ducale -fra gli applausi e i viva del popolo. Poi dagli eletti di ciascun -quartiere ricevette il giuramento di fedeltà. Essi a lui consegnarono -lo scettro, la spada, il vessillo, il sigillo ducale e le chiavi della -città. Fatto ciò, il duca fece proclamare conte di Pavia il primogenito -Galeazzo. Terminossi per tal modo la funzione in Duomo, seguendosi il -rito de' duchi antecessori. Indi per cinque giorni volle il duca che -la città vivesse in mezzo alle feste ed alle allegrie. Danze, giostre, -tornei di varie sorta, musica, spettacoli teatrali, lautissimi pranzi, -tutto venne così giudiziosamente distribuito e con tal previdenza ed -ordine eseguito, che si mostrò il duca la delizia della buona società -e l'anima dei divertimenti. Egli creò molti cavalieri, scegliendo quei -che più meritavano quest'onore, e tutti li regalò nobilmente. Insomma -Francesco Sforza, invincibile alla testa di un'armata, si mostrò il più -giudizioso direttore delle feste, come si fece conoscere il principe -più umano, giusto e benefico, reggendo in pace lo Stato. - -Il papa Nicolò V, i Fiorentini, i Genovesi, i Lucchesi, gli Anconitani, -i Sanesi, e varii altri Stati e principi d'Italia spedirono tosto i -loro ministri per una onorevole ricognizione al nuovo duca. Il primo -pensiero di questo principe fu di rialzare il castello di porta Giovia, -demolito due anni prima, siccome dissi. Questa fortezza, fabbricata da -Galeazzo II, era necessaria per la sicurezza del duca, il quale in una -città piena di partiti, recentemente riscaldata dal nome di libertà, -rendeva sempre pericolosa la residenza del nuovo principe, sprovveduto -infatti di legali fondamenti per succedere nel ducato. Ma nemmeno -conveniva alla prudente accortezza del nuovo signore di palesare -la inquietudine sua, nè di lasciar conoscere al popolo apertamente -una tale diffidenza; essendo cosa naturale alla moltitudine il non -accorgersi delle forze proprie, se non pel timore altrui. Propose egli -adunque alla città, come ostinandosi tuttavia i Veneziani nella guerra -contro di lui e contro lo Stato, trovandosi Milano allora mal difesa -dalle mura della circonvallazione, non convenendo di acquartierare -l'armata nella città, resa esente dall'alloggio militare, non eravi -modo alcuno di preservare la metropoli dai pericoli d'un assalto, se -non ricoverando in luogo munito e forte un corpo di armati, in guisa -da allontanare il nemico da simili tentativi. Propose quindi alla -deliberazione della città medesima il determinare, se dovesse per -tutela di lei riedificarsi il castello, assicurando nel tempo medesimo -la città che vi sarebbe stato collocato per castellano non mai altri -che un nobile milanese per tutti i tempi avvenire. Questa moderazione -di cercare l'assenso per una cosa ch'egli avrebbe potuto da sè medesimo -fare immediatamente; le maniere umanissime e nobilissime del duca; -tante virtù militari e civili riunite in questo grand'uomo impegnarono -i primari cittadini ad ottenergli la pubblica acclamazione per rialzare -la demolita fortezza. Si fecero le adunanze del popolo in ciascuna -parrocchia per deliberare su tale inchiesta. La storia ci ha conservato -un discorso tenuto in tale occasione da Giorgio Piatto allora celebre -giureconsulto. Egli era nell'adunanza della parrocchia di San Giorgio -al Palazzo[252]. Questi parlò così: «Se il virtuosissimo principe -Francesco Sforza fosse immortale, come immortale ne sarà la sua gloria; -io, il primo fra i cittadini milanesi, vorrei caricare sulle mie spalle -le pietre e portarle al sito ove si propone d'innalzare il castello. -Una fortezza sotto il felice governo d'un così provvido sovrano serve -a ornamento della città, a tutela e sicurezza di ciascuno di noi. Ma, -cittadini miei, verrà quel giorno in cui il nobilissimo duca Francesco -piegherà sotto la universal condizione. I sovrani sono soggetti al -destino dell'umanità; muoiono, e dopo un principe umano, benefico, -provvido, siamo noi certi che vi succeda un altro principe erede di sue -virtù? Una rocca inespugnabile, che, torreggiando sulle case nostre, -può incendiarle e distruggerle, in potere di un malvagio principe, -lo rende arbitro assoluto di noi, di tutto il nostro. Appiattato in -quel forte, qual limite aver potranno le violenze, le estorsioni, la -tirannia? Se innalziamo quella fortezza, noi imponiamo al collo dei -nostri discendenti, come a tanti buoi, il giogo della servitù. I nostri -figli malediranno un giorno noi, la nostra spensieratezza, la cecità -nostra. Noi decretiamo la sciagura della patria, e rendiamo i nomi -nostri esecrandi a nostri discendenti. Che bisogno ha mai Francesco -Sforza di una fortezza? I nostri cuori, i nostri petti gli offrono -una più grande, più solida munizione di qualunque altra. Egli non ha -bisogno di castelli per difendere la signoria. Infin che un solo di noi -sarà in vita, combatterà contro chi tentasse di frastornarla. Cittadini -miei, badatemi, parlo per me, parlo per ciascuno di voi; uniformatevi -al mio suggerimento, e siate certi che per tal modo avremo sempre una -delle due buone, o un principe retto o la libertà. I nostri nipoti ci -benediranno, e vivranno lieti e felici, siccome lo siamo ora noi sotto -il governo del clementissimo duca». così parlò Giorgio Piatto, e non -persuase veruno. Egli era uno dei pochi cittadini che avrebbero potuto -reggere lo Stato nel tempo della repubblica, e che giacquero oscuri e -inoperosi. L'unanime consenso della città concluse di pregare il duca -di voler riedificare il castello, quale internamente scorgesi anco -oggidì, cioè un vasto edificio quadrato con quattro poderose torri, -ossia torrioni agli angoli[253]; fortissimi ripari che, sostenendo -grossi pezzi di artiglieria, possono far volare le palle al disopra -della città. Questo rialzamento della fortezza costò più d'un milione -di ducati, ossia di zecchini. - -Il regno di Francesco Sforza fu breve, poichè durò sedici anni e non -più. Egli non visse mai in pace, nè potè pienamente rivolger l'animo -alla parte del legislatore ed alla riforma politica della nazione. -Sarebbe troppo noioso il racconto delle minute azioni di queste guerre. -Sopra tutto i Veneziani continuarono a muover le armi contro del -nuovo duca. (1481) Pretendeva egli Bergamo e Brescia, possedute dai -Visconti, e per solo diritto di conquista usurpate durante il dominio -di Filippo Maria. Pretendeva Verona e Vicenza, come il retaggio della -casa Scaligera, terminata nell'ava di sua moglie, cioè nella duchessa -Caterina. Per lo contrario i Veneziani pretendevano di portare il -loro confine all'Adda. Sedicimila cavalieri stavano in campo per -la repubblica di Venezia, e diciottomila ne presentava all'opposto -il duca Francesco. (1482) I Fiorentini erano collegati col duca, i -Savoiardi colla repubblica veneta. Le ostilità non cessarono ancora -per quattro anni da quella parte. (1453) Finalmente, innoltrandosi i -Turchi, padroni di Costantinopoli, verso la Grecia e verso la Dalmazia, -i Veneziani ricorsero alla mediazione di papa Nicolò V, affine di -ottenere la pace col duca, onde poter rivolgere tutte le forze in loro -difesa contro del Turco; (1454) il duca piegossi ai paterni uffici -del sommo sacerdote, e, coll'opera del nobil uomo Paolo Balbo, ai 9 -d'aprile del 1454, fu sottoscritta la pace di Lodi, celebre per noi, -poichè oltre le ragioni della casa della Scala, alle quali rinunziò il -duca, cedette pure i suoi diritti sopra Brescia e sopra Bergamo, anzi -abdicò dal ducato la città di Crema e suo territorio, trasferendone -il dominio nella repubblica veneta, che la possedette dappoi. Alle -guerre in séguito che il duca ebbe coi Savoiardi, si pose termine con -una pace che fissò il fiume Sesia per limite ai due Stati. Le città -che formarono lo Stato sotto il dominio del conte Francesco primo duca -Sforza, e quarto duca di Milano, furono quindici, cioè Milano, Pavia, -Cremona, Lodi, Como, Novara, Alessandria, Tortona, Valenza, Bobbio, -Piacenza, Parma, Vigevano, Genova e Savona. Queste due ultime città le -acquistò lo Sforza nel 1464 per la cessione che gliene fece Lodovico -re di Francia; il che non bastando, colle armi sottomise Genova al -suo potere. Come poi il re di Francia, Lodovico XI, avesse fatta -questa cessione, dopo che il di lui padre Carlo VII aveva ricusato di -riconoscerlo per duca, e come a questo segno pregiasse egli l'aiuto e -l'amicizia dello Sforza, ce lo insegnano più autori. La Francia era -immersa nella guerra civile; il re aveva collegati contro di lui il -duca di Calabria, il duca di Borbone, il duca di Bretagna, il duca -di Bari, il duca di Namur, i conti di Charolois, Dunois, Armagnac, -Dammartin; e questa lega, formata contro del re cristianissimo, si -qualificava la _Lega del ben pubblico_. Il re Luigi sommamente onorava -Francesco Sforza, a tale che interamente si reggeva a norma dei -consigli di lui. Il signor Gaillard, uno dei più accreditati scrittori -francesi, dice a tal proposito. — _Les talens politiques de Sforce -égaloient ses vertus guerrières. Louis XI, qui se connoissoit en hommes -habiles, le consultoit comme un sage. Ce fut François Sforce qui lui -traça le plan qu'il suivit pour dissiper la ligue du bien public: aussi -Louis XI ne souffrit-il jamais que la maison d'Orléans, qu'il haïssot, -troubiât Sforce dans la possession du Milanez_[254]. Il Corio dice -che «il re pregò Francesco Sforza, duca di Milano, che gli sporgesse -adiuto»; per lo che il duca preparò un valido esercito, e lo spedì -nella Francia sotto il comando di Galeazzo Maria, conte di Pavia, -di lui primogenito. In quell'esercito servivano da generali Gaspare -Vimercato, Giovanni Pallavicino, Pier Francesco Visconti e Donato da -Milano. Il duca di Savoia accordò il passaggio a quest'armata; la quale -dal Delfinato passò nel Lionese, s'impadronì di Pierancisa, vi pose -comandante Vercellino Visconti, indi, passato il Rodano, postossi sul -Borbonese e servì il re con tanta fermezza e valore che «Sforzeschi -più che huomini erano extimati», dice il Corio, e vennero costretti -i collegati a sottomettersi al re; per lo che quel monarca, l'anno -1466, mandò al duca una solenne ambasciata _per ringraziarlo di tanto -beneficio_: sono parole del Corio. Per tai motivi il re di Francia -cedette al duca tutti i diritti suoi sopra Genova e Savona. - -Ma Genova, siccome dissi, fu di mestieri sottometterla colle armi -comandate dallo stesso Gaspare Vimercato che introdusse lo Sforza in -Milano e fu nella spedizione di Francia. I Genovesi, assoggettati, -spedirono a Milano ventiquattro oratori, accompagnati da più di -dugento loro cittadini, e il duca accolse onorevolmente l'omaggio loro, -spesandoli e alloggiandoli signorilmente[255]. - -Nè soltanto co' Veneti, co' Savoiardi, colla Lega e co' Genovesi fu -costretto a guerreggiare per mezzo de' suoi generali il nuovo duca; -ma ben anco nel regno di Napoli, come ausiliario di Renato d'Angiò, -mantenne le sue schiere. Renato pretendeva quel regno come figlio -adottivo della regina Giovanna II, ed aveva seduto sul trono di Napoli, -come re, sintanto che il più fortunato di lui, Alfonso d'Aragona, ne -lo scacciò, e si pose in suo luogo. Venne a Milano il re Renato, e lo -accolsero il duca e la duchessa Bianca Maria colla dovuta magnificenza. -Egli condusse una squadra di francesi, i quali si unirono cogli -sforzeschi. Il padre della duchessa, diciotto anni prima aveva pure in -Milano alloggiato il re Alfonso d'Aragona, rivale di lui; ma Alfonso -vi dimorò come prigioniero, Renato come amico ed alleato. (1455) Le -avventure poi del regno di Napoli terminarono facendo lo Sforza la -pace col re Alfonso; e questa pace fu convalidata con due nodi di -parentela. Alfonso duca di Calabria, nipote del re Alfonso e figlio di -Ferdinando, sposò la principessa Ippolita, figlia del duca Francesco; e -la principessa Leonora, figlia pure di Ferdinando, fu data in moglie a -Sforza Maria, terzogenito del duca. - -Frammezzo a' pensieri militari per difendere lo Stato, rivendicarne -le usurpate membra, il duca Francesco non dimenticò mai le cure d'un -padre benefico de' suoi popoli. Abbellì, ristorò e rese più vasto -il palazzo ducale, fabbricato da Matteo I, ornato poscia da Azzone, -rifabbricato da Galeazzo II, e cadente e quasi abbandonato allorchè -il duca Francesco divenne signore di Milano; poichè Filippo Maria, -come vedemmo, non mai vi alloggiò. Riedificò maestosamente il castello -di porta Giovia, che tuttora è in piedi, sebbene cinto al di fuori -di fortificazioni fattevi durante il governo della Spagna. (1456) -Intraprese e condusse a fine la fabbrica dell'Ospedal maggiore, aperto -indistintamente a sollievo dell'egra umanità, senza risguardo a patria -nè a religione. Il turco, l'ebreo, il cattolico, l'acattolico, purchè -siano ammalati e poveri, ivi trovano ricetto e assistenza. Intraprese -infine e condusse pure al suo termine la grand'opera del canale, -ossia _Navilio_, che da Trezzo conduce a Milano le acque dell'Adda. -Il Decembrio così ci assicura: —[256]_Conversus deinde ad excolendam -urbem, vicis arena latereque constratis, Arcem Portae Jovis; populi -tumultu antea disjectam, e fundamentis erigi magnificentissime -curavit. Curiam etiam priscorum Ducum, vetustate fatiscentem, non solam -restituit, sed ampliavit, ornavitque. Acquaeductum quoque ex Abdua, -defosso solo, per viginti milliaria deduci jussit, quo agri finitimi -irrigarentur, populo que necessariae copiae suppeterent_[257]. (1457) -Questo canale, che chiamasi tra noi _Naviglio della Martesana_[258], fu -progettato l'anno 1457. Bertola da Novate fu l'ingegnere cui Francesco -Sforza trascelse per quest'opera: egli era nostro cittadino milanese. -Fu condotto a termine l'anno 1460[259]. «Le principali difficoltà del -progetto erano di derivare un ramo perenne d'acqua dall'Adda in un -luogo di corso assai rapido, di continuare per alcune miglia il nuovo -cavo in una costa sassosa, e di attraversare con esso il torrente -Molgora e il fiume Lambro[261]». Questo canale è sostenuto dapprincipio -da un argine grandioso di pietra sino all'altezza di 40 braccia sopra -il fondo dell'Adda. La lunghezza del canale è circa di 24 miglia. Il -torrente Molgora vi passa sotto con un ponte di tre archi di pietra. -Il Lambro vi sbocca dentro ad angolo retto, ed a foce aperta con -tutte le piene, e si scarica dalla parte opposta. Il canale, quale fu -fatto dal duca Francesco, era più ristretto di quello che ora noi lo -veggiamo, e venne adattato a questa più comoda guisa l'anno 1573. Il -naviglio sfogavasi per l'alveo del torrente Seveso, nè entrava allora -nella fossa della città, siccome per opera di Lionardo da Vinci si -eseguì con somma maestria l'anno 1497, introducendovi sei sostegni, -ossia _conche_, invenzione allora nuovissima, e per mezzo di cui le -barche ebbero il passaggio dal nuovo canale all'antico[262]. Nondimeno, -porzione dell'acqua cavata dall'Adda e condotta nel nuovo canale, -entrava in Milano ad altri usi, come si prova da memorie conservate -ne' registri della città[263]. Così nello spazio di sedici anni, in -mezzo a guerre continue, malgrado la devastatrice pestilenza, la quale -cominciò appunto colla di lui signoria l'anno 1450, e in Milano estinse -trentamila abitatori, Francesco Sforza ci lasciò un canale navigabile, -un grandioso e ricco spedale, due magnifiche fabbriche, il castello e -la corte ducale, e le vie della città riattate. - -Questi sono i pubblici monumenti che ci rimangono del nostro buon -duca Francesco Sforza; ma la storia ci ha conservato de' tratti di -lui che più intimamente ancora ci palesano la di lui anima. Il Corio -ce lo rappresenta così: «Fu questo principe liberalissimo, pieno -de humanitate, e mai veruno di mala voglia se partiva da lui; e -singolarmente honorava li homini virtuosi e docti: contra gli homini -semplici non exercitava alcuna inimicizia. Ma haveva in summo hodio -li versuti e maliciosi. In nissuno fu maggiore observantia di fede: -amò sempre la justizia e fu amatore de la religione: Ebbe eloquenza -naturale, e nulla extimava gli astrologhi». La figura del duca era -sommamente dignitosa. Negli atteggiamenti era elegante e nobile senza -studio alcuno. La statura era più grande della comune degli uomini, -e guardandolo alla fisonomia sola del volto, ognuno ravvisava in lui -un uomo nato per comandare. Non vi fu chi lo superasse, mentre fu -giovine, nella robustezza, ovvero nella agilità. Fu pazientissimo -d'ogni disagio, caldo, freddo, fame, sete: tutto sopportava con -volto sereno. In faccia al nemico non palesò mai, non che timore, -ma nemmeno inquietudine; nè mai si mostrò dolente per le ferite che -riportò. Abitualmente visse sobrio in ogni cosa, moderato alla mensa, -sempre semplice e frugale. Amava di pranzare in compagnia, ed oltre -ai commensali, lasciava a moltissimi la libertà di visitarlo mentre -era a mensa, ed ascoltava quanto ciascuno voleva esporgli con pazienza -e bontà. Poco dormiva, ma quel poco non mai lo perdè, nè per animo -turbato, nè per rumore alcuno: dormiva in mezzo a qualunque strepito. -Egli era dotato di un ingegno penetrante e di una esimia prudenza, per -modo che niente intraprendeva se prima diligentemente non l'avesse -esaminato, ma poich'era deciso, con mirabile magnanimità e celerità -incredibile l'eseguiva. Malgrado la scostumatezza di quei tempi egli -fu sempre alieno dal disordine, nè si lasciò sedurre alla lascivia. -La virtù signoreggiollo per modo, che negli avversi casi non s'avvilì -giammai, e quanto più gli venne prospera la fortuna, tanto più modesto -mostrossi ed incapace di usar contumelia ai nemici, anzi nel corso -intero di sua vita non si vendicò mai[264]. Testimonio ne fu il conte -Onofrio Anguissola, piacentino, il quale, capo della sedizione di -Piacenza, colle armi del duca fu preso. Il duca lo fece custodire -bensì, come era necessario, ma la custodia fu il solo male ch'ei -dovette soffrire. Il Simonetta diffusamente ci informa del suo militare -talento e della mirabile provvisione di lui anche nei dubbi eventi -della guerra, e de' ritrovati impensati e opportuni che venivangli in -mente per superare le difficoltà, e della liberalità e beneficenza sua -abituale e quasi organica e di temperamento. Umano e clemente fu sempre -questo grand'uomo: pronto alla collera, tosto si conteneva, siccome -è l'indole dei generosi, e colui al quale avesse fatto danno o con -parole o altrimenti, non occorreva che chiedesse cosa alcuna, che il -buon principe coi beneficii lo risarciva spontaneamente. Non amava i -lodatori, e conosceva che questa è la maschera seducente colla quale il -vizio insidiosamente si accosta al soglio. Non vi era cosa più sicura -che la fede e la parola di Francesco. Così ce lo descrive il citato -Simonetta, che termina con queste parole:[266] _Sed illud certe ausim -affirmare, post Cajum Julium Caesarem neminem fere habuisse Italiam -reperies, quem jure possis cum uno Francisco Sfortia conferre. Qui -quidem, cum vicisset semper, et victus fuisset numquam, ita diem obiit -ut omnibus de se non minus desiderium, quam fletum relinqueret_[267]. - -Già da due anni era stato idropico il duca, e sebbene ei nell'aspetto -sembrasse ristabilito, soffriva nelle gambe, le quali anche talora si -gonfiavano. Egli tentò qualche rimedio per ridurle alla loro figura -di prima; e v'è chi attribuisce a tal cagione la quasi improvvisa di -lui morte, accaduta con due soli giorni di malattia. (1466) Il giorno -8 di marzo dell'anno 1466, all'età di sessantacinque anni, dopo sedici -anni di signoria, morì il duca Francesco Sforza. Tutta la città rimase -squallida e desolata a tale inaspettata disgrazia: «Stimando ogniuno, -dice il Corio, non solo havere perduto uno duca, ma uno colendissimo -patre». La duchessa Bianca Maria, sebben colpita da questo impensato -fulmine, s'era addottrinata coll'esempio del marito ad affrontare e -sostenere l'avversa fortuna. Il figlio primogenito, Galeazzo Maria, -in quel punto era nella Francia. Se la duchessa si abbandonava al -femminil dolore, la casa Sforza perdeva la sovranità, alla quale -mancava la sanzione imperiale. Ella si mostrò degna di essere stata -moglie amatissima di Francesco Sforza: compresse il dolore; pensò a -salvare i figli. Con animo virile, la notte medesima, appena spirato il -duca, convocò un consiglio dei primari signori milanesi. Con poche, ma -gravi e accomodate parole raccomandò loro l'ordine pubblico, la fede -verso il sangue del duca. Scrisse immediatamente a tutti i principi -d'Italia la perdita fatta, e richiese il favore di ciascun d'essi a -pro del conte di Pavia, Galeazzo, suo primogenito. Poichè ebbe così -adempiuti con magnanimità i doveri di sovrana e di madre, si pose ad -eseguire quei di moglie, secondo l'usanza di que' tempi. Il cadavere -del duca nel palazzo ducale si espose; e la vedova mai non si dipartì -dal suo fianco, dando segni, come dice il Corio, _d'incredibile amore_. -Il terzo giorno poi, ornato con tutte le insegne ducali, _e cinto -di quella spada la quale fortissimamente in tutte le victorie aveva -usato_[268], venne con magnifica pompa tumulato in Duomo. - -Mentre l'imperatore Federico III venne di qua dall'Alpi, e si fece -incoronare in Roma dal papa, egli non toccò nemmeno le terre soggette -allo Sforza, non volendo pregiudicare alle ragioni dell'Impero col -riconoscere per legittimo sovrano e duca l'usurpatore d'un feudo -imperiale, ch'ei non aveva forze per difendere. Era questo un oggetto -importante assai per la dominazione della casa sforzesca, di cui -era mancato il sostegno e lo splendore. Galeazzo Maria, in marzo del -1466, allorchè morì suo padre, era, siccome già dissi, nella Francia, -comandando nel Delfinato l'armata che il duca aveva allestita in -soccorso del re contro la Lega. Appena ricevè l'avviso che spedigli -la madre Bianca Maria, del cambiamento accaduto nella famiglia, -confidò tosto il comando a Giovanni Scipione; e, travestitosi come un -famigliare di Antonio da Piacenza mercatante, s'incamminò per la Savoia -alla volta di Milano. Il giovine Galeazzo aveva ventidue anni; temeva -le insidie del duca di Savoia, il quale sulla dominazione della casa -Sforza pensava di ampliare il suo Stato. Se riusciva di acquistare -Galeazzo Maria per ostaggio, potevasegli far comperare la libertà e -il ducato con qualche notabile sacrificio. Malgrado il cambiamento -del vestito e della condizione, convien credere che egli venisse -riconosciuto, poichè, attorniato da una turba di persone, appena ei -potè ricoverarsi nell'asilo di una chiesa, ed ivi dovette starsene -tre giorni interi; e la seguente notte poi, mercè la cura di un fedele -suo domestico, potè sottrarsi colla fuga, e proseguendo il suo cammino -per dirupi e balze non frequentate, potè finalmente ridursi in salvo. -Pare impossibile che, malgrado il ritardo de' tre giorni dell'asilo, -Galeazzo Maria fosse in Milano dodici giorni dopo la morte del duca: ma -io credo che sino d'allora vi fossero stazioni regolate pel cambio de' -cavalli; tanto più che non si sarebbero potuti altrimenti trasmettere -sollecitamente gli avvisi dell'armata che era nel Delfinato. Il nuovo -duca Galeazzo Maria fece la solenne entrata per porta Ticinese il -giorno 20 di marzo del 1466. Tutto lo Stato di Francesco Sforza, -composto di quindici città nominate disopra, passò al nuovo duca -Galeazzo Maria Sforza. (1467) I sovrani lo riconobbero. Il duca di -Savoia, poichè vide il duca Galeazzo assicurato sul trono, pensò a -stringere non solamente amicizia, ma parentela con esso lui. (1468) -Si conchiusero le nozze; e il duca Galeazzo Maria sposò la principessa -Bona di Savoia, il giorno 6 di luglio dell'anno 1468. Una sorella della -duchessa Bona era sul trono di Francia; e per tal guisa Galeazzo Maria -Sforza, nato in Fermo nella Romagna, il di cui avo cinquant'anni prima -era un avventuriere, divenne cognato del re di Francia. - - - - -CAPITOLO XVIII. - - _Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e della - minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto duca._ - - -Quando uno Stato, anche vasto, sia accozzato insieme con male arti, -con sorprese, con insidie, con tradimento, al morire del sovrano cessa -il timore ne' sudditi e ne' vicini; e per poco che il successore sia -debole o mancante d'artificio, si scompone, siccome avvenne della -signoria che radunò il primo duca Giovanni Galeazzo. Ma quando per -lo contrario la dominazione s'acquisti col valore personale, e si -innalzi colla generosità della virtù del sovrano, e siavi stato tempo -bastante per imprimere nel cuore degli uomini la riverenza e l'amore -che l'eroismo fa nascere, ancora dopo spento l'eroe, l'ammirazione -e l'affezione dei popoli aiutano il figlio, come parte viva di lui, -e malgrado i difetti e la poca somiglianza che egli abbia col padre, -lo coprono colla di lui gloria. Così accadde al nuovo duca Galeazzo -Maria, il quale poco imitò il magnanimo suo padre. Uno de' primi fatti -di Galeazzo lo svela. La duchessa Bianca Maria, di lui madre, si era -sempre dimostrata ottima moglie, ottima madre, donna di senno, di -cuore e di mente non comune. Il duca Francesco perciò l'aveva onorata -ed amata sommamente. Galeazzo doveva doppiamente il ducato di Milano -a lei, e per nascita, e per l'accorgimento col quale aveva dirette le -cose alla morte del duca Francesco; giacchè, qualora non vi fosse stata -alla testa della signoria una donna del merito di lei, difficilmente -Galeazzo Sforza, assente, avrebbe trovata aperta la via del trono, -dove potè placidamente collocarsi. La Bianca Maria co' saggi consigli -e colla autorità regolava lo Stato unitamente al duca, quasi come -correggente[269]. L'ambizione, la seduzione di consiglieri malvagi -fecero nascere la gelosia del comando; indi la visibile freddezza, -finalmente la discordia palese tra il figlio ed una madre tanto -benemerita. La vedova duchessa preferì la pace e il riposo ad ogni -altra cosa, e divisò di portarsi a Cremona, città sua, perchè recata da -lei in dote, siccome vedemmo; ed ivi, lontana dalle contese, passare -il rimanente de' giorni suoi, non avendo ella allora che quarantadue -anni. Abbandonò la corte burrascosa di Milano; ma a Marignano con breve -malattia terminò di vivere il giorno 23 ottobre 1468; e il Corio a tal -passo soggiugne: «se disse più de veneno che de naturale egritudine». -Temeva il duca che, collocatasi a Cremona, ella potesse collegarsi -co' Veneziani a danno di lui. Simili orrori non sogliono avere molti -testimonii, e lo scrittore contemporaneo non può trasmettere ai posteri -se non la pubblica opinione. Talvolta una maligna voglia di penetrare -ne' misteri della politica segreta forma imputazioni calunniose alla -fama altrui. Egli è però certo che tali nere vociferazioni non si -spargono se non sopra di un principe di carattere non buono. Assolvasi -Galeazzo dal parricidio, egli è sempre un ingrato verso di sua madre. -Appena un anno dopo cessò di vivere Agnese del Maino, di lei madre ed -ava del duca[270]. - -(1469-1470) Il duca Galeazzo amava la pubblica magnificenza, e a tal -fine comandò che si lastricassero le vie di Milano: «il che non fu -puoca gravezza, ma quasi intollerabile danno», dice il Corio[271]. -Francesco di lui padre le fece riattare. Sarà stata una saggia -provvidenza quella di lastricarle solidamente: ma tal riforme di -lusso si fanno giudiziosamente e per gradi. (1471) La pompa del -duca si palesò singolarmente nel maestoso viaggio ch'ei fece colla -duchessa a Firenze l'anno 1471. Condusse egli un tal corredo, che -oggidì nessuno de' monarchi d'Europa penserebbe nemmeno a simile -teatrale rappresentazione. Il Corio ce la descrive minutamente; ed io -la racconterò, perchè simili oggetti danno idea del modo di pensare -di quei tempi. I principali feudatari del duca ed i consiglieri -gli fecero corte, accompagnandolo nel viaggio con vestiti carichi -d'oro e d'argento; ciascun di essi aveva un buon numero di domestici -splendidamente ornati. Gli stipendiari ducali tutti erano coperti di -velluto. Quaranta camerieri erano decorati con superbe collane d'oro. -Altri camerieri aveano gli abiti ricamati. Gli staffieri del duca -avevano la livrea di seta, ornata d'argento. Cinquanta corsieri con -selle di drappo d'oro e stalle dorate; cento uomini di armi, ciascuno -con tale magnificenza, come se fosse capitano; cinquecento soldati a -piedi, scelti; cento mule coperte di ricchissimi drappi d'oro ricamati; -cinquanta paggi pomposamente vestiti; dodici carri coperti di superbi -drappi di oro e d'argento; duemila altri cavalli e duecento muli -coperti uniformemente di damasco per l'equipaggio de' cortigiani. -Tutta questa strabocchevole pompa andava in seguito del duca; ed -acciocchè non rimanesse nulla da bramare, v'erano persino cinquecento -paia di cani da caccia, v'erano sparvieri, falconi, trombettieri, -musici, istrioni. Tale fu il fasto di quel memorando viaggio, che -doveva recare incomodo ed ai sudditi del viaggiatore, ed agli ospiti. -Questa superba comitiva nell'accostarsi a Firenze venne accolta con -somma festa e onore da quel senato. I nobili e i primari della città -si affacciarono i primi: indi molte compagnie di giovani in varie -foggie uscirono ad incontrare il duca; poi comparvero le matrone; poi -le giovani pulcelle, «cantando versi in laude de lo excellentissimo -principe», dice il Corio. Indi, accostandosi alla città, ricevettero -gli ossequi de' magistrati, finalmente gli accolse il senato, che -presentò al duca le chiavi della città. Entrò il duca con una sorta di -trionfo, e venne collocato nel palazzo di Pietro dei Medici, figlio -di Cosimo. Non accadde altra cosa degna d'essere raccontata; basti -osservare che non poteva verun altro monarca essere onorato di più di -quello che furono Galeazzo e la Bona in Firenze. Da Firenze passarono -questi principi a Lucca; ore pure vennero accolti con somma pompa: -anzi vollero i Lucchesi perfino aprire una nuova porta nelle mura -della loro città, onde trasmettere ai tempi a venire memoria di questo -magnifico ingresso. Da Genova poi ritornarono Galeazzo e la Bona a -Milano. Oggidì, che i sovrani hanno nelle mani il potere per mezzo -della milizia stabilmente stipendiata, non si curano più di abbagliare -i popoli. - -(1472) Poichè ritornò dal viaggio, il duca pensò a dare una moglie al -di lui figlio primogenito Giovanni Galeazzo, bambino ancora di quattro -anni. Questa fu Isabella d'Aragona, figlia del duca di Calabria Alfonso -e d'Ippolita Sforza, conseguentemente germana cugina dello sposo. -Queste nozze si pubblicarono l'anno 1472. Il duca era strettamente -collegato col cardinale di San Sisto, nipote ed assoluto padrone di -papa Sisto IV: l'oggetto della reciproca unione era la loro fortuna. -Il duca doveva adoperarsi per fare papa il cardinale colla rinunzia -dello zio. Il cardinale, asceso al sommo pontificato, doveva innalzare -lo Sforza incoronandolo re d'Italia, ed aiutandolo a ricuperare tutte -le città già possedute dal primo duca. I Veneziani non potevano essere -contenti di un tal progetto che loro toglieva tutta la terra ferma. -Malgrado lo studio di celare questa trama politica, convien credere -ch'essi ne avessero qualche contezza. Il cardinale, ch'era stato -magnificamente accolto in Milano, bramò di vedere Venezia; e quantunque -cercasse di dissuadernelo il duca, egli volle insistere e passarvi. -(1473) A tale proposito dice il Corio: «Da quello senato fu grandemente -honorato, e per la intrinseca amicizia quale enteseno Veneziani avere -lui con Galeazzo Sforza fu affirmato havergli dato il veneno; impero -che in termine de puochi giorni, pervenuto a Roma, abbandonò la -vita[272]». Io non sono mallevadore de' sospetti di quei tempi: bastano -però per far conoscere qual fede e quanta umanità regnassero, se così -si giudicava dei governi. (1474) In mezzo ai sospetti di veleno, in -mezzo alle asiatiche pompe, in mezzo ai gemiti de' popoli, oppressi -dalla mole di tributi corrispondenti a quelle, l'anno 1474, il 15 -marzo, venne a Milano il re d'Ungheria e di Boemia, Mattia I. Egli -s'era reso padrone dell'Ungheria, scacciandone Casimiro, figlio del -re di Polonia, e s'era impadronito della Boemia, scacciandone Giorgio -Podiebrad. Egli era stato in pellegrinaggio a San Giacomo di Galizia, e -passava di ritorno a Milano. Galeazzo, che stipendiava cento cortigiani -e cento camerieri, e pomposamente vestivagli, alloggiò l'ospite nel -palazzo ducale colla magnificenza e profusione degna di lui. Mostrò -a quel re il suo tesoro, valutato due milioni d'oro, oltre le gioie, -le quali valevano circa un altro milione. Il re Mattia chiese un -prestito dal duca: ed egli gli fe' consegnare diecimila ducati, ossia -zecchini. Dopo lautissimo ed onorevolissimo trattamento prese commiato -il re, e poi ch'egli fu nell'Ungheria, si lusingò il duca ch'egli -avrebbegli concesso di comprarvi dei cavalli. (1475) A tal fine spedì -nell'Ungheria Bernardino Missaglia, suo famigliare, con molta somma -di denaro. Il re fece imprigionare il Missaglia, e tolsegli i denari -confidategli dal duca; a stento finalmente gli permise di ritornarsene -a Milano: così narra il Corio[273]. (1476) La fama della casa Sforza -era giunta a segno, che persino il soldano d'Egitto spedì al duca -ambasciatori; e questi vennero a Milano nell'ottobre del 1476, accolti, -alloggiati, regalati splendidamente dal duca. Il duca Carlo di Borgogna -tentava d'impadronirsi della Savoia. Nè alla Francia piaceva questo, nè -al duca Galeazzo; una bellicosa e potente nazione vicina non conveniva; -e Galeazzo aveva di più per moglie Bona, principessa di Savoia. Il -duca Galeazzo si collegò col re di Francia, indi spinse l'armata -contro de' Borghignoni; e felicemente gli sforzeschi fecero ritirare -i nemici fino alle Alpi. Il rigido inverno non permise di portare più -oltre l'impresa; onde il duca Galeazzo ridusse a quartiere i soldati, -aspettando la primavera per ripigliare la guerra e discacciare affatto -dall'usurpato paese i Borgognoni, e ritornossene a Milano, ove di lì a -poco morì. - -Le circostanze della morte del duca Galeazzo Maria Sforza ci sono -minutamente trasmesse dagli scrittori di quel tempo; e siccome sono -feconde nelle loro conseguenze, io non le ometterò. Gli storici di -quel tempo ci hanno lasciata memoria degli auguri sinistri pe' quali -credettero presagita la sciagura di quel sovrano. Mentre il duca -Galeazzo Maria trovavasi in Abbiategrasso, comparve una cometa, e -questo è il primo infausto presagio. Il secondo fu che in Milano -il fuoco prese nella stanza in cui egli soleva abitare. Ciò inteso, -Galeazzo quasi più non voleva riveder Milano; pure vi s'incamminò, -e mentre da Abbiategrasso cavalcava verso la città, tre corvi -lentamente passarongli sul capo gracchiando, il che cagionogli tanto -ribrezzo, che, poste le mani sull'arcione, rimase fermo; poi volle -superarsi, e proseguendo venne a Milano. Così allora si pensava; e -tali pusillanimità cadevano anche in uomini di coraggio militare, come -era il duca. Conciossiachè l'uomo ardisce di affrontare un pericolo -conosciuto, e cimentarsi contro altri uomini; ma contro potenze -invisibili ed invulnerabili il sentimento delle proprie forze lo -abbandona. Ai soli progressi della ragione siamo debitori noi viventi -della superiorità nostra. Per lei siamo liberati da una inesauribile -sorgente d'inquietudini; per lei finalmente sappiamo che la nebbia -impenetrabile entro cui sta celato il nostro avvenire, è un benefizio -della Divinità; e sappiamo per lei che la sommissione rispettosa -ai decreti della Provvidenza, è il più saggio ed utile sentimento -dell'uomo. - -La vigilia di Natale, verso sera, il duca, secondo l'usanza, scese -nella gran sala inferiore del castello, dove stava d'alloggio; ed a -suono di trombe e con stupendissimo apparato vi scese colla duchessa -Bona e co' suoi figli. I due fratelli del duca, Filippo ed Ottaviano, -portarono il così detto _zocco_ e lo collocarono sul fuoco. Gli altri -tre fratelli del duca erano assenti. Ascanio in Roma; e Lodovico e -Sforza, duca di Bari, erano rilegati da Galeazzo nella Francia. Così si -soleva in que' tempi radunare la famiglia al Natale. Il giorno vegnente -poi nuovamente radunossi con varii cortigiani, e il duca in circolo -parlò della casa Sforza; e noverando i fratelli suoi, i cugini, i figli -in numero di dieciotto, tutti di età fresca, osservò che per secoli non -sarebbe finita. Pranzò in pubblico. Il giorno poi di santo Stefano dal -castello s'incamminò a cavallo con tutto il corteggio per ascoltare -la messa nella chiesa collegiata di detto santo, ove, giunto, da tre -nobili giovani venne con più pugnalate ucciso al momento. I congiurati -furono Giovanni Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconti. -I due primi erano cortigiani del duca. Giovanni Andrea finse di volere -far largo al duca; ed avventandosegli pel primo, lo ferì nel ventre, -e gl'immerse nuovamente il coltello nella gola. Frattanto Girolamo lo -trafisse alla mammella sinistra, poi nella gola, indi nelle tempie. -Carlo, nel tempo stesso, nella schiena e nella spalla lo colpì con due -ferite pure mortali. Il duca appena potè esclamare: _Oh nostra Donna!_ -e cadde all'istante là nella chiesa. Così terminò la sua vita il duca -Giovanni Galeazzo il giorno 29 dicembre del 1476, dopo dieci anni di -sovranità, all'età di trentadue anni. La serie di questa congiura è -nota, e si è anche più conosciuta col dramma: la _Congiura contro di -Galeazzo Sforza_; tragedia di sentimenti grandi, arditi, liberi; piena -di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi; che ci rappresenta -la tirannia co' suoi tratti odiosi, il fanatismo pericoloso, quando -anche nasca da nobili principii; che interessa e sviluppa un'azione -che è la sola della nostra storia posta sul teatro, e la presenta col -costume de' tempi; tragedia che sgomenta le anime gracili, e scuote -deliziosamente le energiche. La storia è adunque che in Milano eravi -un uomo d'ingegno, erudito, eloquente e di sentimenti arditi, che -aveva nome _Cola Montano_: si dice ch'ei fosse bolognese[274]. Egli -viveva col mestiere delle lettere, ed era un rinomato maestro, alla -scuola di cui varii giovani nobili andavano per istruirsi. Taluno, -assai versato negli aneddoti, mi asserì che questo Colo Montano fosse -stato dileggiato dal duca Galeazzo Maria. Concordemente la storia -c'insegna che Montano ne' suoi precetti sempre instillava nel cuore de' -suoi nobili alunni l'odio contro la tirannia, la gloria delle azioni -ardite, la immortalità che ottiene chi rompe i ferri alla patria, e -la rende libera e felice. Egli animava gli alunni suoi a mostrare una -virile fermezza, ad amare la vigorosa virtù, a cercar fama con fatti -preclari. Poichè co' discorsi e cogli esempi della virtù romana ebbe -trasfuso il fanatismo nelle vene bollenti degli scolari, egli coglieva -l'occasione che il duca colla pompa accostumata passasse davanti la -scuola; e trascegliendo i più ardenti ed audaci, mostrava loro un -Tarquinio nel duca ed una mandra di schiavi, buffoni effeminati ne' -suoi magnifici cortigiani, veri sostegni della tirannia e pubblici -nemici. Confrontavali co' Cartaginesi, co' Greci, co' Metelli, co' -Scipioni romani. Giunti al grado del fervore al quale cercò di ridarli, -collocò alcuni di essi al mestiere delle armi sotto Bartolomeo Coleoni, -acciocchè imparassero a conoscere i pericoli, ad affrontarli, a -ravvisare le proprie loro forze[275]. Condotta la trama al suo termine, -finalmente furono trascelti quei che egli giudicò più adattati; e -furono appunto Giovanni Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo -Visconti. Si pensò con un colpo ardito di liberare la patria, mostrando -quanto sarebbe facile l'impresa, purchè i cittadini si ricordassero -soltanto d'essere uomini. Avanti la statua di sant'Ambrogio venne -congiurata la morte del tiranno Galeazzo Maria, usurpatore del trono, -oppressore della libertà che pur godevasi ventisei anni prima, nimico -della patria, impoverita colle enormi gabelle ed insultata col lusso -di un principe malvagio. Così formossi segretamente la trama, che -scoppiò prima che alcuno ne sospettasse. Giovanni Andrea Lampugnano, -appena fatto il colpo, cadde poco lontano dal duca, ucciso da un -domestico ducale. Girolamo Olgiato, che aveva ventitre anni, si -sottrasse col favore della confusione, e ricoveratosi presso di un buon -prete, aspettava di ascoltar per le vie della città gli applausi per -l'ottenuta libertà, ed impaziente attendeva il momento per mostrarsi -come liberatore della patria. Ma udendo invece gli urli e lo schiamazzo -della plebe che ignominiosamente strascinava per le strade il cadavere -del Lampugnano, s'avvide troppo tardi dell'error suo, perdè ogni -lusinga, e venne imprigionato. Dal processo che se gli fece, si seppe -la trama. Non mi è noto qual fosse il fine di Cola Montano. L'Olgiato -morì nelle mani del carnefice con sommo coraggio. Il ferro che colui -adoperava era poco tagliente; ma egli animò il carnefice, e lo s'intese -pronunziare queste parole:[276] _Stabit vetus memoria facti._ Bruto, -Cromwel, Olgiato hanno fatto a un dipresso la stessa azione. Il primo -viene spacciato per un modello di virtù gentilesca: il secondo ha la -celebrità di un atroce ambizioso: il terzo non ha nome nella storia. Le -circostanze decidono della fama, singolarmente nelle azioni violente, -le quali si biasimano, ovvero si lodano a misura del male, o del bene -che produssero poi. Il Corio, che ci lasciò descritto il fatto, era -testimonio di veduta; e come cameriere ducale, era nel séguito del -suo sovrano, quando venne ucciso. Ei ci racconta i vizj del duca, -anzi i suoi delitti. Galeazzo interpellò un povero prete che faceva -l'astrologo, per sapere quanto tempo avrebbe regnato. Il prete diedegli -in riscontro ch'ei non sarebbe giunto all'anno undecimo. Galeazzo lo -condannò a morir di fame. Egli per gelosia fece tagliare le mani a -Pietro da Castello, calunniandolo come falsificatore di lettere. Egli -fece inchiodare vivo entro di una cassa Pietro Drego, che così venne -seppellito. Egli scherzava con un giovine veronese, suo favorito, e -lo scherzo giunse a tale di farlo mutilare. Un contadino che aveva -ucciso un lepre contro il divieto della caccia, venne costretto ad -inghiottirlo crudo colla pelle, onde miseramente morì. Travaglino, -barbiere del duca, soffrì quattro tratti di corda per di lui comando, -e dopo continuò quel principe a farsi radere dal medesimo. Egli avea -un orrendo piacere rimirando ne' sepolcri i cadaveri. Univa a tutte -queste atrocità una sfrenata libidine, anzi una professione palese -di scostumatezza, costringendo a prostituirsi anche a' suoi favoriti -quelle che cedevano alle brame di lui. Avidissimo di smungere danaro -ai sudditi, gli opprimeva colle gabelle, non mai bastanti alle -profusioni del di lui fasto. Oltre la splendidissima corte, teneva il -duca Galeazzo Maria duemila lance e quattromila fanti stabilmente al -di lui soldo. Il Corio dice ch'egli amasse gli uomini probi e colti, -e fosse sensibile alle belle arti: io non trovo che tali inclinazioni -sieno combinabili colle antecedenti, e sicuramente nessun vestigio -ne è rimasto del suo regno. Egli fu ben diverso dal buon Francesco -di lui padre! I fratelli Baggi, Pusterla e del Maino aveano ucciso -Giovanni Maria Visconti, duca di Milano, in San Gottardo, e vennero -applauditi. Il destino del Lampugnano e dell'Olgiato fu opposto. Credo -che la gloria del duca Francesco, la prudenza della duchessa Bianca -Maria, l'eccesso del fasto di Galeazzo, e la memoria delle miserie -sofferte nell'interregno della repubblica sieno state le cagioni della -diversità. Sì l'uno che l'altro attentato furono commessi nella chiesa; -come nella chiesa, anzi nel più sacro momento del rito, un anno dopo a -Firenze, Giuliano de' Medici ebbe il medesimo destino. - -Il merito principale nell'aver conservata la città tranquilla in mezzo -a tale scossa improvvisa, l'ebbe Francesco Simonetta, che si chiamava -_Cicho_ Simonetta. Egli era stato il primo ministro e l'amico del -duca Francesco; uomo di Stato e di molta virtù, e tale che, allorchè -Gaspare Vimercato, a cui Francesco in parte doveva e Milano e Genova, -ardì parlargliene svantaggiosamente, il duca freddamente risposegli: -essere tanto necessario a lui ed allo Stato Cicho, che s'ei morisse, ne -avrebbe fatto fabbricare uno di cera. La vedova duchessa Bona lasciò -che Cicho disponesse ogni cosa. Egli si servì del conte Giovanni -Borromeo per tenere in calma la città. Il Borromeo possedeva la -fiducia di ognuno, e il Corio dice che questo _perhumanissimo conte_ -era tanto abituato alla buona fede, che il pretendere da lui cosa -alcuna contro la ragione, o contro la virtù, sarebbe stato lo stesso -che volere strappar dalle mani d'Ercole la clava, suo malgrado. Fu -tumulato Galeazzo Maria coll'ordinaria pompa ducale. La vedova lo fe' -vestire col manto d'oro; e fece chiudere nel sarcofago tre preziose -gemme. Il figlio primogenito Giovanni Galeazzo venne proclamato duca, -sebbene nell'età di sei anni. Simonetta abolì tutte le gabelle imposte -recentemente. Confermò gli stipendiati. Fece compra di grano, e ne fece -largizioni alla plebe, che penuriava; e ciò sotto nome della duchessa -Bona, dichiarata tutrice del nuovo duca. Simonetta reggeva tutto come -segretario di Stato. - -V'erano due supremi consigli. Quello di Stato si radunava nel castello -avanti al sovrano o la tutrice; quello di giustizia si radunava nella -corte ducale di Milano. Lodovico e Sforza, fratelli del defunto duca, -immediatamente dalla Francia, ove tenevali rilegati il fratello -Galeazzo, volarono a Milano; lusingandosi, come zii del duca, di -prendere le redini del comando. Simonetta li destinò con onore a -presedere al consiglio supremo di giustizia. Fremevano vedendosi così -delusi; ma il marchese di Mantova e il legato pontificio, venuti per -ufficio alla corte di Milano, tentarono di calmare i loro animi; e -restò concluso che si pagassero ogni anno dodicimila e cinquecento -ducati a ciascuno degli zii del duca, e che si assegnasse a ciascuno -un palazzo in Milano, e così uscissero dal castello. I fratelli del -duca Galeazzo, zii del vivente, erano cinque, cioè Sforza, Filippo, -Lodovico, Ascanio e Ottaviano. - -(1477) Genova si ribellò. Dodicimila uomini vennero spediti per -sottometterla. Se ne confidò il comando a Lodovico ed Ottaviano, -fors'anco per allontanarli. L'impresa riuscì bene, poichè, malgrado la -vigorosa resistenza de' Genovesi, gli sforzeschi se ne impadronirono; -e il giorno 9 di maggio 1477 resero i Genovesi nuovamente omaggio al -duca[277], ritornarono a Milano Lodovico ed Ottaviano colla benemerenza -di tale vittoria. Simonetta teneva l'occhio sopra di essi. Venne -imprigionato un confidente di questi due principi, da cui seppe le -trame che ordivano contro lo Stato. I due fratelli pretesero che il -loro confidente venisse liberato; e ciò non ottenendo, posero mani -all'armi, e sollevarono più di seimila persone in Milano. La duchessa -e Simonetta stavansene nel castello; e in esso, dalla parte esterna, -fecero entrare tutte le genti d'armi vicino a Milano, il che bastò -per far deporre le spade. Ottaviano non volle fidarsi del promesso -perdono, e se ne fuggì; e, giunto a Spino, vicino a Lodi, temendo -di essere arrestato, si avventurò a passar l'Adda, e vi si affogò -cadendo da cavallo, il che avvenne l'anno 1477. Egli aveva 18 anni; il -di lui cadavere si ritrovò poi, e venne tumulato in Duomo. Simonetta -fece formare un processo della sedizione, e risultò che gli zii del -duca aveano tramato di togliergli lo Stato. Indi vennero relegati, -Sforza, duca di Bari, nel regno di Napoli, Lodovico a Pisa ed Ascanio a -Perugia. - -Sforza, trovandosi nel regno di Napoli, mosse il re Ferdinando in favor -suo e de' fratelli; e naturalmente la principessa Ippolita, sorella -de' relegati, vi avrà contribuito. Il re Ferdinando di Napoli animò -i Genovesi a sottrarsi e prendere il partito degli esuli fratelli; -animò gli Svizzeri a fare delle incursioni nel milanese; Sforza, duca -di Bari, malgrado la relegazione, da Napoli passò nel Genovesato, ed -ivi morì. (1479) Il ducato di Bari dal re di Napoli venne infeudato -a Lodovico Sforza, detto il _Moro_, il quale con ottomila combattenti -da Genova s'innoltrò nel milanese, ed occuponne tutta la porzione sino -al Po. Ciò accadde l'anno 1479. Lodovico però faceva dovunque gridare: -_Viva il duca Giovanni Galeazzo_, e protestava di aver mosse le armi in -soccorso del nipote per liberarlo dalla tirannia del Simonetta e da' -cattivi consiglieri. Il duca era fanciullo di dieci anni. La duchessa -Bona era una bella principessa, e non per anco avea passata l'età -della debolezza, ed era più donna che sovrana. Eravi alla corte certo -Antonio Trassino, ferrarese, uomo di bassi natali, e stipendiato come -scalco; giovane però di ornata ed elegante figura, al quale la duchessa -senza riserva confidava tutto ciò che si faceva dal Simonetta e nel -consiglio. Il Simonetta, sendosene avveduto, trascurava quell'indegno -favorito; ma non osava di più. Trassino, che si vedeva rispettato da -ognuno e dal solo Simonetta disprezzato, lo abborriva. Questo Trassino -fu il mezzo per cui Lodovico segretamente si riconciliò colla duchessa. -Improvvisamente Lodovico staccossi dal suo esercito, e comparve nel -castello di Milano il giorno 7 di settembre 1479; il che sorprese il -Simonetta. La duchessa e il duca lo accolsero come un cognato ed uno -zio amico, e venne alloggiato nel castello. Cicho Simonetta venne -accolto da Lodovico con apparente amicizia e stima, come un vecchio -ministro benemerito; ma egli non si lasciò ingannare, e nel momento -in cui potè abboccarsi colla duchessa, le disse: _Signora, io perderò -la testa e voi lo Stato._ (1480) E infatti il giorno 30 di ottobre del -1480, a Pavia, gli venne troncata la testa all'età di settant'anni; al -quale destino, sebbene ingiusto, si piegò colla costanza e magnanimità -che doveva coronare la virtuosa di lui vita. Cicho era fratello di -Giovanni Simonetta, autore della storia sforzesca, e in vita e in morte -Cicho si mostrò degno di essere stato l'amico di Francesco Sforza. Si -fecero allora i quattro versi seguenti: - - _Dum fidus servare volo patriamque ducemque,_ - _Multorum insidiis proditus, interii._ - _Ille sed immensa celebrari laude meretur,_ - _Qui mavult vita, quam caruisse fide._[278] - -Come poi venisse abbandonato a così indegno destino un ministro tanto -illibato ed illustre, ce lo dice il Corio; cioè per la fazione de' -nemici, i quali giunsero a prendere le armi contra lo stesso Lodovico, -avendo alla testa Federico marchese di Mantova, Guglielmo marchese di -Monferrato, Giovanni Bentivoglio ed altri illustri personaggi, i quali -obbligarono Lodovico a far imprigionare il Simonetta, che, malgrado -la protezione e gli uffici di altri principi, venne abbandonato alla -vendetta de' nemici che gli avea conciliati la passata fortuna, e -fors'anco la stessa sua virtù. - -Poco tardò a verificarsi il rimanente del vaticinio del Simonetta. -(1481) Il favorito della duchessa Trassino, accecato, siccome avviene -alle anime basse, dalla prospera fortuna, mancando ai riguardi ch'egli -dovea verso Lodovico, venne scacciato nel 1481, e portò seco a Venezia -un tesoro di gioie e di denaro. La duchessa si avvilì talmente, che -rinunziò a Lodovico la tutela con un atto solenne[279], sperando con -ciò di rimaner libera, ed uscendo dallo Stato rivedere il favorito: ma -il primo uso che Lodovico fece del potere confidatogli, fu d'impedirle -l'uscita dello Stato, e ad Abbiategrasso venne arrestata. Così -Antonio Trassino, senza saperlo, fu quegli per cui la casa Sforza poi -perdette lo Stato: i Francesi occuparono il ducato, gl'Imperiali gli -scacciarono; e si formò un nuovo ordine di cose per tutta l'Italia, -come in appresso vedremo. Le debolezze di una donna, e la bella figura -di uno scalco fecero maggior rivoluzione nel destino d'Italia, di -quello che non avrebbe fatto un gran monarca od un conquistatore. - -(1482) L'Italia si pose in armi l'anno 1482, e per due anni ne sopportò -i mali. Il re di Napoli Ferdinando e i Fiorentini erano collegati -cogli Spagnuoli. I Veneziani, il Papa e i Genovesi erano riuniti nel -contrario partito. Il Papa abbandonò poscia i Veneziani e si unì agli -sforzeschi. Non nuoce punto l'ignoranza di questi minuti avvenimenti -guerreschi; anzi la scienza di essi è atta soltanto a caricare -confusamente la memoria, a scapito degli avvenimenti degni della nostra -attenzione. V'era in Milano un partito contrario a Lodovico il Moro; -alcuni per compassione della duchessa Bona, altri per avversione al -carattere ambizioso di Lodovico, altri per vendicare le ceneri del -virtuoso Simonetta, altri infine per la naturale lusinga di viver -meglio. (1485) Venne cospirato di togliere dal mondo Lodovico Sforza; -e fu concertato che il giorno 7 di dicembre l'anno 1485, venendo -egli, secondo il costume, alla chiesa di Sant'Ambrogio, quivi fosse -trucidato. Il colpo andò a vuoto; atteso ch'egli vi fu bensì, ma -entrovvi per una porta alla quale non eranvi le insidie. Se ciò non -accadeva, egli spirava trafitto come il fratello, come il duca Giovanni -Maria, come Giuliano, fratello di Lorenzo de' Medici. Non credo che i -Gentili abusassero a tal segno de' sacri tempii. - -(1489) Il duca di Bari, Lodovico il Moro, poichè Giovanni Galeazzo, suo -nipote, duca di Milano, giunse all'età di venti anni nel 1489, pensò -di accompagnarlo colla principessa Isabella di Aragona, a cui era già -stato promesso dal defunto duca. Ermes Sforza e il conte Gian Francesco -Sanseverino furono destinati ambasciatori alla corte di Napoli per tal -solenne inchiesta. Il Calco ce ne rappresenta la pompa. Erano questi -accompagnati da trentasei giovani nobili milanesi. Fra essi vi fu una -gara maravigliosa nel cambiare vestiti magnifici; chi dieci, chi dodici -e chi sedici domestici conduceva seco, nobilmente vestiti di seta, -con gemme e perle all'armilla del braccio sinistro. L'usanza di queste -armille, ossia braccialetti gemmati, costava assai; poichè i padroni -ne avevano al loro braccio del valore di settemila fiorini d'oro, -ossia zecchini. Il Calco dice che veramente sembravano tanti sovrani, -e portavano collane pesantissime d'oro della grossezza di un pollice. -Questa comitiva giunse a Napoli, ed era composta di circa quattrocento -persone. Tutto ciò che mostra il costume dei rispettivi tempi, debbe -aver luogo nella storia[280]. Perciò riferirò il magnifico pranzo che -si presentò in Tortona alla sposa, a guisa di un'accademia poetica. -Ogni piatto era presentato da una persona vestita poeticamente, e -l'abito era relativo alla cosa che presentava. Giasone compariva -portando il velo d'oro rapito in Colco. Febo offeriva il vitello rapito -dalla mandra di Admeto. Diana poneva sulla mensa Atteone trasformato -in cervo; e come la dea avea cambiato un uomo in un animale, augurava -che questi si trasformasse in un uomo nel seno d'Isabella. Orfeo -presentò diversi uccelli, ch'ei diceva essergli volati intorno per -l'armonia della sua cetra or ora, mentre sull'Appennino cantava le -divine sue nozze. Atalanta portava il cignale caledonio, da tanti -secoli custodito, offrendo volentieri a sì illustre principessa quel -trionfo, riportato in faccia di tutta la gioventù della Grecia. Iride -venne poi offrendo un pavone tolto dal carro di Giunone, e rammentò -il destino di Argo. Ebe, figlia di Giove e ministra di néttare ed -ambrosia tolta dalla cena de' Numi, porse i vini più pregiati. Apicio -dagli Elisii portò i raffinamenti del gusto, formati di zucchero. I -pastori d'Arcadia presentarono varie cose di latte, giuncate, ricotte, -caci, ec. Vertuno e Pomona posero sulla mensa frutti rarissimi, e -perchè era inverno. Poi le Najadi, dee dei fonti, portarono pesci. -Glauco portò frutti e pesci marini. Il Po, l'Adda, Silvano offerirono -i pesci dei fiumi e laghi maggiori. Terminata la mensa, proseguì -uno spettacolo composto degli attori medesimi, allusivo alle nozze. -I costumi erano allora, come si scorge, ingentiliti e quasi troppo -ricercati e rimoti dalla natura. Però si conosce che generalmente -doveva essere colta la nobiltà del paese, e sapere la favola e -gustare la poesia. La maggior parte di questi personaggi presentò le -vivande cantando versi appropriati. Ciò basti dal Calco. La sposa da -Vigevano venne al castello di Abbiategrasso; d'onde sul canale detto -_Naviglio grande_ passò a Milano il giorno primo di febbraio del 1489, -accompagnata dalla duchessa Bona, dal duca di Bari Lodovico, da don -Fernando d'Este e da molti altri signori e matrone della più illustre -nascita, e dagli oratori di quasi tutt'i principi d'Italia. Il giorno -2 febbraio uscirono gli sposi dal castello in abito bianco; ed alle -staffe eranvi il conte Giovanni Borromeo e Gianfrancesco Pallavicino, -primari vassalli. Lodovico il Moro cavalcava in séguito alla testa -dei principali ministri. Le vie erano tutte coperte dal castello al -Duomo di parati magnifici. Così celebraronsi le nozze del sesto duca -Giovanni Galeazzo Sforza. Queste nozze ci fanno dubitare che allora -forse Lodovico non avesse in mente il progetto di usurparsi il ducato -di Milano. - -Lodovico reggeva lo Stato come governatore a nome del duca, e nelle -monete eravi da una parte l'immagine del duca: _Johannes Galeaz Maria -Sfortia Vicecomes Dux Mediolani Sextus_, e dall'altra l'immagine -di Lodovico colla leggenda: _Ludovico Patruo gubernante_. Ma questo -governatore sotto varii pretesti rimosse dalle fortezze i castellani -affezionati al duca, e sostituì uomini interamente dipendenti da -esso Lodovico. (1491) Poi pensò ad ammogliarsi: e l'anno 1491, -al 31 gennaio, condusse a Milano la sua sposa, la principessa -Beatrice d'Este. Ella aveva diecisette anni, Ludovico contava il -quarantesimo[281]. Si fecero pompe grandissime per queste nozze, e -il Calco le descrive. Allora l'abito de' dottori collegiati era più -allegro di quello che ora lo sia:[282] _Purpureis vel coccineis togis -fulgentes_ comparvero in quelle feste; e gli abiti delle matrone -erano[283] _falcatis infra ubera pectoribus, ac pallio, ritu gabino, -dextro ab humero laevum in latus subducto_. Avevano le matrone un lungo -strascico, ed era pomposo, elegante e grave il loro vestito, in guisa -che ballavano con graziosa lentezza:[284] _Modicè et venuste_, dice -il Calco. Per questi sponsali si fecero pure magnifiche giostre: «ed -il pretio de sì illustrata giostra per egregia virtute hebbe Galeazzo -Sanseverino e Giberto Borromeo». - -Poste a convivere insieme le due principesse, cioè la duchessa Isabella -e la principessa Beatrice, duchessa di Bari, nacquero de' dissapori. -Isabella, come moglie del duca regnante, pretendeva d'essere sola -sovrana; e che Beatrice fosse considerata suddita. Isabella era -figlia di un re. Beatrice, moglie del tutore del duca, considerava -la duchessa come la pupilla. L'avo d'Isabella era Ferdinando nato da -illegittima unione. Le meschine vicende della casa di Aragona nel regno -di Napoli erano argomenti di cronologia contraposti all'illustre sangue -estense[285]. (1492) Il fatto di tai domestici partiti fu che Lodovico -il Moro si rese padrone dell'erario, e passò a disporre il tutto da sè. -Promoveva alle cariche, faceva le grazie, appena lasciava al nipote -il nome di duca. Il duca Giovanni Galeazzo e la duchessa Isabella -scarsamente erano alimentati e penuriavano d'ogni cosa, sebbene fosse -già feconda la duchessa d'un bambino, nato in febbraio 1491. Posta in -tale angustia la Isabella, trovò modo di renderne informato Alfonso, -di lei padre. Il re di Napoli spedì a Lodovico il Moro i suoi oratori, -i quali, con somme lodi innalzando quanto come tutore aveva fatto, -conclusero chiedendogli che abbandonasse il governo dello Stato al duca -Giovanni Galeazzo, che già contava il vigesimo terzo anno dell'età -sua. Lodovico trattò con onorificenza gli oratori del re Ferdinando, -avo della duchessa; ma sul proposito di rinunziare al governo non diè -risposta alcuna. - -(1493) Dopo di ciò Lodovico il Moro attentamente osservava i movimenti -del re di Napoli. Seppe che si allestiva un'armata contro di lui, e -si preparava una flotta a cui doveva comandare Alfonso, padre della -duchessa, principe valoroso e prudente. A un tal nembo avrebbe potuto -resistere Lodovico colle forze proprie, se avesse potuto fidarsi de' -sudditi che governava. In ogni governo vi è sempre un buon numero di -malcontenti, essendo le voglie de' popoli sempre maggiori del potere -sovrano; e questi malcontenti avrebbero abbracciato il partito del loro -sovrano, l'oppresso duca Giovanni Galeazzo, di cui la condizione moveva -a pietà, sì tosto che si fosse avvicinata un'armata a sostenerlo. -Conveniva suscitare un potente nemico all'aragonese re di Napoli, e -distoglierlo così dal pensiero degli Stati altrui, per difendere il -proprio. Carlo VIII, re cristianissimo, era nel bollore dell'età; aveva -ventiquattro anni; amava le imprese grandi; era capace di riscaldarsi -l'animo. Lodovico, che aveva vissuto alcuni anni nella Francia e -conosceva la nazione, formò il progetto di far prendere le armi al re -Carlo, per ricuperare il regno di Napoli. Spedigli come ambasciadore -Carlo Barbiano, conte di Belgioioso, il quale lo animò a scacciare da -Napoli gli usurpatori aragonesi, e rivendicando le ragioni della casa -d'Angiò, unire quel regno alla corona di Francia. Il re aveva già in -mente di frenare i Turchi, che minacciavano la cristianità; e nessun -paese era a ciò più vantaggioso, quanto il napoletano. Oltre a ciò si -rappresentò al re Carlo, che il denaro di Lodovico, le sue milizie -erano agli ordini suoi, i desiderii de' Napoletani erano per lui; i -principi d'Italia, il papa, i Fiorentini, i Veneziani, tutti avrebbero -favorita la impresa. Così offerivasi a Carlo VIII di rinnovare -nell'Italia la memoria di Carlo Magno. Già i Turchi minacciavano la -Dalmazia e l'Ungheria. La gloria di salvare i regni cristiani era -riserbata al primogenito fra i cristiani, il re di Francia. In tal -guisa il conte di Belgioioso destramente persuase il re. Vinse colle -maniere accorte e col denaro di Lodovico alcuni primari favoriti. -L'impresa venne decisa, e il re, convocati gli Stati a Tours, pubblicò -la guerra pel regno di Napoli; ed ivi anticipatamente distribuì i -feudi di quel regno, e si appropriò il titolo di re di Gerusalemme e -di Sicilia, oltre quello di re di Francia. Alcuni ministri francesi, -per comandare più liberamente colla lontananza del re, applaudirono. Vi -era chi conosceva non essere facile l'impresa; essere il re Ferdinando -avveduto; essere valoroso Alfonso di lui figlio; aver essi il fiore -della milizia al loro stipendio; essere tuttora dubbioso qual partito -prenderebbero il papa, i Fiorentini e i Veneziani; doversi temere -l'imperatore Massimiliano e il re di Spagna Ferdinando, pronti forse ad -invadere la Francia, se ella rimaneva sprovveduta. - -Lodovico si adoperò per togliere le dissensioni fra Massimiliano -imperatore e Carlo VIII. Senza di ciò poteva il re cristianissimo -venir costretto a retrocedere per difendere la Francia. Massimiliano -era animato contro il re Carlo, che gli aveva ripudiata la figlia, -e tolta la sposa ed una provincia. Lodovico cominciò a dar timore -a Massimiliano, che Carlo VIII in Roma non si facesse incoronar -dal papa imperatore; giacchè quell'augusto non per anco avea fatta -cotesta cerimonia. Indusse il re Carlo ad usare tutti gli ossequi -all'imperatore. Finalmente Lodovico coll'imperator Massimiliano -concluse di dargli in moglie la principessa Bianca Maria di lui nipote, -figlia del duca Galeazzo. Concertò, coll'imperatore di essere egli -dichiarato duca di Milano; e quattrocentomila fiorini d'oro, ossia -zecchini, vennero pagati all'imperatore. Le nozze della Bianca Maria -seguirono nel Duomo di Milano il giorno 1º dicembre 1493, avendo -qua spediti i suoi procuratori Massimiliano. Così Lodovico liberò -il re Carlo dal timore di una sorpresa dei cesarei. Colla Spagna -pure segui l'accordo; per cui si cedettero a Ferdinando ed Isabella -Perpignano e Roncilione. Assicuratosi per tal modo Carlo VIII la -quiete interna, si dispose a passar le Alpi. Lodovico il Moro era -un usurpatore, ma lo era grandiosamente. Egli si era sottratto alla -morale, ed erasi scelta per giudice quella funesta ragion di Stato, -che suol preferire i misfatti illustri alla oscura virtù. Arbitro fra -l'imperatore e il re di Francia, dà una nipote per moglie al primo; fa -passare il re nell'Italia. La scena ch'ei rappresentò sul teatro di -Europa, è da monarca assai superiore alla condizione di un semplice -duca di Milano. Poichè il re Ferdinando di Napoli vide il fulmine -che stavagli imminente, spedì a Lodovico il Moro Camillo Pandone, -pregandolo acciocchè volesse allontanare il re Carlo dalla impresa, e -promettendogli di essere pronto dal canto suo a guarentire a Lodovico -tutto quello che più gli fosse piaciuto pel Milanese. Il conte Carlo di -Belgioioso da Parigi volò in cinque soli giorni nella Lombardia[286], -e a nome del re di Francia venne a proporre a Lodovico una perpetua -confederazione, offerendogli anche il principato di Taranto. Ma il -saggio conte, da ministro fedele, cercò di sconsigliare Lodovico, -mostrandogli l'incertezza della impresa e il pericolo dell'Italia e -suo, qualora mai riuscisse. Lodovico, accettando i consigli del conte -e le offerte del re Ferdinando, avrebbe potuto gloriosamente usurpare -il dominio; egli volle nondimeno persistere nel primo impegno. Perchè -poi ricusasse quell'ottimo partito e preferisse una guerra pericolosa -al godimento tranquillo dello Stato, non lo dice la storia. Forse -egli non si fidò del re Ferdinando, nè dalle forzate offerte di lui; -finchè, passato il timore, non dovesse nuovamente vederselo nemico. -Forse egli ascoltò le personali passioni più che non si conviene -ad un sovrano; e l'odio contro la casa di Aragona, o la benevolenza -verso gli amabili francesi, presso i quali era vissuto, prevalsero ai -sentimenti che doveva adottare come uomo di Stato. Il vero motivo non -si sa: unicamente ci è noto che Lodovico promise al re Carlo di Francia -cinquecento uomini d'armi, quattro navi, dodici galere, il suo erario e -la sua persona. (1494) Inutilmente il papa Alessandro VI spedì emissari -nella Francia per frastornare la venuta del re. Lodovico se ne avvide, -ed animò il re Carlo a non differire, acciocchè i Napoletani, il papa -ed Fiorentini non avessero tempo di radunare un'armata e disputargli i -difficili passi degli Appennini. Il re Carlo VIII si ritrovò in Asti -il giorno 11 settembre 1494. Poi, il giorno 14 ottobre, nel castello -di Pavia, venne magnificamente accolto da Lodovico il Moro. Ivi il re -visitò il duca Giovanni Galeazzo, ammalato di consunzione, _e non senza -qualche suspecto_, dice il Corio; l'infermo raccomandò alla pietà del -re Francesco suo figlio e la duchessa sua moglie; e fra pochi giorni -terminò la sua vita al 22 ottobre nella età di venticinque anni[287]. -Il di lui figlio Francesco poi visse nella Francia e fu abate di -Marmoutiers. Lodovico somministrò al re non poca somma di denaro. Corio -dice della morte del duca, che parve ad ognuno «crudele cosa che non -attingendo anche il vigesimo quinto anno di sua etate, come immaculato -agnello, senza veruna causa fusse spinto dal numero de' viventi». Il re -di Francia si mostrò sensibile a tal morte. Volle in Piacenza, ove lo -seppe, onorare il defunto con funerali, e vestì gran numero di poveri -col danaro suo; il che fu forse cagione onde fosse da Lodovico fatto -trasportare in Milano e tumulare in Duomo colle cerimonie consuete -l'infelice nipote, che fu il sesto duca di Milano, non perchè abbiavi -comandato giammai, ma perchè ne portò il titolo; e le monete coniate ed -i diplomi spediti furono in di lui nome e colla di lui effige. - - - - -CAPITOLO XIX. - - _Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta del re - di Francia Lodovico XII._ - - -Lodovico aveva il diploma imperiale che lo dichiarava duca di Milano; -ma lo teneva nascosto. Già vedemmo che l'imperatore Federigo non -concesse mai il ducato di Milano nè a Francesco Sforza, nè a Galeazzo -Maria. Giunto alla suprema dignità dell'Impero Massimiliano I, ei ne -conferì il ducato non già al primogenito dell'ucciso Galeazzo, ma al -tutore di esso, Lodovico il Moro. Il diploma venne spedito in Anversa -il giorno 5 settembre 1494. In esso diploma dichiara quell'augusto che -preferiva Lodovico, perchè esso fu generato da Francesco Sforza mentre -possedeva il ducato; il che non poteva dirsi di Galeazzo. Pare che -avrebbe dovuto l'estensore del diploma omettere questa cavillazione, -superflua presso l'imperatore, che non riconosceva altri duchi di -Milano, se non i nominati ne' cesarei diplomi. Con altro diploma 8 -ottobre 1494, dato pure in Anversa, l'imperatore dichiara che Lodovico -gli facesse istanza per ottenere l'investitura del ducato in favore di -Giovanni Galeazzo; ma che l'imperatore Federigo, suo padre, ed egli lo -aveano ricusato, perchè[288] _praefactus Joannes Galeaz ipsum ducatum -et comitatum a populo Mediolanensi recognovit, quod quidem fuit in -maximum Imperii praejudicium; et quia est de consuetudine sacri Romani -Imperii neminem unquam investire de aliquo statu sibi subjecto, si eum -de facto sibi usurpavit, vel ab alio recognoverit_[289]. Lodovico, -mentre in segreto possedeva questi diplomi imperiali, convocò nel -castello i primari dello Stato; e notificando la morte seguita del -duca Giovanni Galeazzo, propose loro d'acclamare per duca Francesco, -bambino primogenito del defunto. Il presidente della camera, Antonio -Landriano, vi si oppose, attesa l'età del fanciullo: e ricordando le -inquietudini della minorità passata, lo stato d'Italia col re Carlo -alla testa d'un'armata, i pericoli imminenti, propose che Lodovico -medesimo fosse da riconoscersi duca, come quel solo che nelle procelle -attuali poteva difendere lo Stato. Nessuno ardì di uniformarsi alla -proposta di Lodovico; e il voto del Landriano venne secondato da tutti. -Ben tosto, uscendo dal consiglio, lo proclamarono duca nel mentre -appunto che nel Duomo, allo spettacolo dell'estinto Giovanni Galeazzo, -esposto colla pompa funebre allo sguardo di ognuno, si versavano -lagrime di compassione sul misero di lui fato. La vedova duchessa -Isabella, coi poveri bambini suoi, stavasene in Pavia, rinchiusa entro -una stanza, ricusando la luce del giorno, giacendo per tristezza sulla -nuda terra, in mezzo a lugubri abbigliamenti, ivi inteso una tale -proclamazione, che toglieva la sovranità anche ai meschini avanzi del -giovane suo sposo, e poneva il colmo al trionfo della rivale duchessa -Beatrice. (1495) Quando il popolo invidia la condizione de' signori -grandi, ha egli sempre ragione? Due ministri imperiali vennero a Milano -per conferire la dignità ducale a Lodovico; ed era appunto allora che -si compieva il secolo in cui la stessa cerimonia erasi fatta per il -primo duca. Il giorno 26 di maggio del 1495, alla porta del Duomo, -_con stupende cerimonie_, dice il Corio, ornarono Lodovico del manto, -berretta e scettro ducale, sopra un eminente trono. Giassone del Maino, -celebre legista, pronunziò l'orazione; poscia si andò a Sant'Ambrogio; -«d'unde in castello, dove furono celebrati li stupendi triumphi quanto -a nostro secolo fussino d'altri»; così il Corio. - -Stacchiamo lo sguardo, almen per poco, dai tristi avvenimenti della -politica, e rimiriamo oggetti più ameni, cioè i progressi che la -coltura fece presso di noi sotto il governo di Lodovico il Moro. -Lodovico dapprincipio fabbricò il vastissimo claustro del Lazzaretto -secondo l'uso di quei tempi; ma in appresso egli pose all'architettura -per maestro il Bramante da Urbino, alla pittura Leonardo da Vinci. -Questi grandi uomini erano cari a Lodovico. Sotto la scuola di -quest'ultimo si formarono Polidoro da Caravaggio, Cesaro da Sesto, -Bernardo Luino, Paolo Lomazzi, Antonio Boltrasio ed altri, dai quali -ebbe vita ed onore la scuola milanese. L'architettura era ne' primi -anni sotto Lodovico resa elegante bensì, ma conservava capricciosi -ornamenti, siccome scorgevasi nella facciata della casa de' signori -conti Marliani[290]. Poi s'innalzò il magnifico tempio della Madonna di -San Celso; si eresse la facciata del palazzo arcivescovile; si fabbricò -il chiostro, veramente nobile e grandioso, dell'imperial monastero di -Sant'Ambrogio[291]; e così si esposero allo sguardo pubblico modelli -di bella architettura. Lodovico grandiosamente stipendiava gli abili -artisti e gli uomini d'ingegno; accordava loro piena immunità da -ogni carico; animava i progressi della coltura. Demetrio Calcondita, -Giorgio Merula, Alessandro Minuziano, Giulio Emilio erano fra noi gli -illustri letterati protetti e beneficati dal Moro. Bartolomeo Calco, -segretario di Stato ed uomo colto, per secondare il genio del suo -principe, instituì le scuole pubbliche, le quali sino ai giorni nostri -ne portano il nome. Tommaso Grassi eresse e dottò altre scuole per -gratuita istituzione della gioventù; e queste pure conservano il nome -del loro fondatore. Tommaso Piatti, che sommamente era in favore presso -Lodovico, instituì pubbliche cattedre di astronomia, geometria, logica, -lingua greca ed aritmetica. Con tali beneficenze pubbliche si otteneva -l'amicizia di Lodovico; il che certamente fa sommo onore alla memoria -di lui. Non è dunque da meravigliarsi se di que' tempi le belle lettere -venissero in fiore, e se da quella scuola uscissero poi Girolamo -Morone, di cui accaderà in breve ch'io parli, Andrea Alciato e Girolamo -Cardano. Scrivevano allora la storia patria Tristano Calco, memorabile -per l'elegante suo stile latino, e per la molta accuratezza; Bernardino -Corio, inelegante scrittore bensì, e creduto compilatore delle antiche -favole, ma accurato e fedele espositore delle cose de' tempi più -vicini. Allora la poesia, la musica, tutte le belle arti ebbero vita e -onore. Il cavaliere Gaspare Visconti in quella età scriveva rime degne -di leggersi[292]. Ecco quasi per saggio tre sonetti di lui fra i molti -che ho esaminati. Il primo, singolarmente nei due quaderni, mi pare -assai robusto e poetico. - - «Rotta è l'aspra catena e il fiero nodo - Che l'alma iniquamente già mi avvinse; - Rotto è il gruppo crudel che il cor mi strinse, - Onde mia sorte ne ringrazio e lodo. - - Fuor del pensiero ho l'amoroso chiodo, - Che poco meno a morir mi sospinse; - E il volto che nel petto amor mi pinse, - Lì dentro è casso, e senza affanni or godo. - Ringrazio il cielo, il qual m'ha liberato - Dalla cieca prigion, piena d'orrore, - Dove gran tempo vissi disperato. - E quando a sè pur mi rivolgi amore, - Me leghi a un cuor che sia fedele e grato, - Ch'io servirò per fino all'ultim'ore». - -L'altro sonetto seguente parmi assai leggiadro, e ci fa vedere che -l'allegria e la sociabilità erano conosciute da que' nostri antenati. -Anco un'altra osservazione sul costume ci si presenta; ed è che, usando -allora le gentildonne abiti pesantissimi di broccato, non potevano -altrimenti ballare vivacemente come ora si costuma; ma unicamente -potevano moversi con graziosa lentezza, _modice et venuste_, siccome -nel capitolo precedente vedemmo[293]: perciò Gaspare Visconti nel -seguente sonetto, fra i pregi delle ballerine, annovera il mover _lenti -lenti_ i piedi. Ecco il sonetto: - - «Io vidi belle, adorne e gentil dame - Al suon di soavissimi concenti - Co' loro amanti mover lenti lenti - I piedi snelli, accese in dolci brame. - E vidi mormorar sotto velame - Alcun degli amorosi suoi tormenti, - Dividersi, e tornare al suono intenti, - E cibar d'occhi l'avida sua fame; - Vidi stringer le mani, e lasciar l'orme - Dolcemente stampate in lor non poco, - E trovarsi in due cor desio conforme. - Nè mirar posso così lieto giuoco, - Ch'a pensier lieto alcun possa disporme - Senza colei che notte e giorno invoco». - -D'un altro genere, men elevato sì, ma pregevole per la facilità, è il -sonetto seguente ch'ei scrisse a messer Antoniotto Fregoso, da cui -veniva avvisato che una indiscreta vecchia non cessava d'infamarlo. -Così rispose: - - «Omai, Fregoso, io son come il cavallo - Che porta il tuon delle pannonie schiere, - O come quel qual usa il schioppettere, - Che al bombo del schioppetto ha fatto il callo. - Riprenda pur la plebe ogni mio fallo, - Che tanto fa il suo dir quanto il tacere, - Qual son l'opere mie, quale il volere, - Chi il vero intende, apertamente sallo. - Che diavol sarà poi con questa femmina, - La qual non altra cosa che zizania - Nel steril orto del rio volgo semina! - Sola sè stessa infin, non altri lania; - E quanto più suo pazzo error s'ingemina, - Tanto a chi sa, dimostra più sua insania.» - -Dal fine d'un sonetto ch'egli scrisse alla Beatrice d'Este, si conosce -qual ascendente quella principessa avesse sull'animo di Lodovico: - - «Donna beata, e spirito pudico, - Deh, fa benigna a questa mia richiesta - La voglia del tuo sposo Lodovico. - Io so ben quel che dico: - Tanta è la tua virtù, che ciò che vuoi - Dello invitto suo cor disponer puoi[294]». - -Di questo magnifico e generoso cavaliere aurato, Gaspare Visconti, -consigliere ducale, evvi pure un poema stampato _per magistro Philippo -Mantegatio dicto et Cassano, in la excellentissima cittade de Milano, -nell'anno_ MCCCCLXXXXV, _a dì primo de aprile_. Questo poema ha per -titolo: _Paulo e Daria amanti_. Non v'è traccia che meriti di seguirne -la lettura. Vi sono però alcune ottave passabili, come: - - «Messer Luchino in segno di letizia - Fece ordinar un bel torneamento, - E de' compagni della sua milizia - Ne scelse appunto al numero duecento; - Ciascun de' quali ha forza e gran divizia; - Milanese ciascun, pien d'ardimento; - Che allor Milano al marzial negozio - Molto era intento e non marciava in ozio. - Giunto era il giorno al tornear proposto - Da Luchin di Milan, signor e padre, - Qual credo fosse a' quindici d'agosto. - Quando vennero in campo ambe le squadre - Ognun quanto più può, fa del disposto, - Con sopraveste e fogge alte e leggiadre, - All'uso pur di quel buon tempo prisco, - Ch'ogni ornamento suo pagava el fisco. - La compagnia d'Éstor tutta ross'era; - L'altra di Dario candida si vede, - Che de' Visconti la divisa vera - Bianca e rossa è, se al ver si presta fede, ec. - Canto II[295]». - -Il Corio ci descrive l'urbanità, l'opulenza, il raffinamento e il -lusso della corte di Lodovico, prima che sventuratamente promovesse -l'invasione dei Francesi. Spettacoli, giostre, tornei, occupavano -l'ozio felice di que' tempi, ne' quali quel signore compariva il più -rispettato principe d'Italia. L'ambasciator veneto Ermolao Barbaro, -spettatore di que' tornei, compose i seguenti versi conservatici dal -Corio: - - _Cum modo constratos armato milite campos_ - _Cerneret, expavit pax, Ludovice, tua._ - _Et mihi: surge inquit, circum sonat undique ferrum._ - _Me meus ejecta Conditor arma parat._ - _Te rogo per Veneti sanctissima jura Senatus,_ - _Occurre ingenti, si potes, exitio._ - _Tunc ego: pone metum, Dea; te Lodovicus adorat._ - _Numine plus gaudet, quam Jovis, ille tuo._ - _Nec tu bella time, simulacra et ludrica sunt haec;_ - _Misceri hoc tantum convenit arma loco._ - _I nunc, et coelo terras cote, Diva, relicto;_ - _Sin minus, hic pro te sufficit, alta pete,_ - _Sforciadasque tuos terra defende marique,_ - _Et belli et pacis artibus egregios._[296] - -Frutto di questa universale coltura promossa dal duca e dalla -giudiziosa scelta ch'egli sapeva fare degli uomini di merito, fu -la riunione del canale della Martesana con l'altro antico cavato -del Tesino. Lionardo da Vinci, siccome ho accennato al capitolo -decimosettimo, con sei sostegni superò la differenza del livello di -circa tredici braccia, e rese la navigazione comunicante dal Tesino -all'Adda. «L'invenzione dei sostegni a gradino era appunto di quel -tempo; e i primi modelli in questo genere si sono veduti nei navigli di -Bologna e di Milano». Così dice il sullodato Paolo Frisi[297]. - -Il sistema del governo allora era questo. Lodovico aveva quattro -segretari. Bartolomeo Calco era alla testa degli affari di Stato; -egli apriva le lettere dei principi esteri; disponeva le risposte; -dirigeva il carteggio co' ministri alle corti estere; trattava coi -ministri forestieri residenti in Milano. Aveva sotto di sè varii -cancellieri, uno per Francia, uno per Germania, uno per Venezia, -e così dicendo. Il reverendo Jacopo Antiquario era segretario per -le cose ecclesiastiche, per le spedizioni de' benefizii e cause -dipendenti. Giovanni da Bellinzona era segretario per gli affari di -giustizia, e singolarmente criminali. Giovanni Jacopo Terufio aveva -gli affari della camera, e fissava la lista delle spese de' salariati -ed altre costanti, spedendole ai _Magistri delle entrate_, ossia a -quel corpo che oggidì chiamasi _Magistrato_, acciocchè ne facesse -seguire alle scadenze i pagamenti. Questi quattro segretari avevano -i loro dipartimenti nel castello, ordinaria residenza del duca[298]. -Le entrate del duca ascendevano, tutto compreso, a seicentomila -annui zecchini[299]. Delle gioie da monarca che Lodovico il Moro -possedeva, le quali diede in pegno per averne danari, quattro pezzi sol -bastano per darcene idea. Da un manoscritto antico conservato nella -grandiosa collezione del signor principe di Belgioioso d'Este[300], -ciò ho rilevato. La carta si intitola: «Zoye impegnate che erino -dell'illustrissimo signor Lodovico Sforza — El balasso chiamato el -spino, estimato ducati venticinquemille. El rubino grosso con la -insegna del caduceo, de carati 22, con una perla de carati 29, estimati -ducati venticinquemille. La punta grossa di diamante, estimata ducati -venticinquemille. La perla grossa pesa con l'oro den. 6, gra. 9, vale -ducati diecimille». Il Corio ci descrive Lodovico Sforza come uomo -di molto ingegno, d'aspetto veramente maestoso, di contegno nobile, e -singolarmente pacato mai sempre, anche nelle occasioni nelle quali è -più difficile il conservarsi tale. Le immagini che ci rimangono di lui, -ci rappresentano appunto una fisonomia corrispondente, ed anche nel -conio delle monete di allora si conosce la eleganza e maestria d'ogni -bell'arte. - -Ripigliamo il filo della storia. I Francesi, entrati nell'Italia -sotto il loro re Carlo VIII, la trascorsero come un fulmine -dalle Alpi sino al regno di Napoli, di cui quasi senza contrasto -s'impadronirono. Nessun riguardo usarono sulle terre del duca; anzi -a Pontremoli uccisero varii del paese, ed alcuni degli stipendiati -del duca. Cominciò allora, ma tardo, ad accorgersi Lodovico del -vortice pericoloso in cui si era voluto immergere. Il duca d'Orleans -in Asti non dissimulava punto d'essere quella l'occasione opportuna -per far valere le ragioni della principessa Valentina, di lui ava, -sul ducato di Milano. Il re Carlo si presenta a Firenze, e senza -ostacolo se gli aprono le porte. Passa a Roma; indi, in tredici giorni, -scaccia da Napoli e dal regno gli Aragonesi, ai quali appena erano -rimaste alcune città marittime. Questo fatto veramente memorando e -romanzesco, benchè verissimo, sbigottì tutti gli Stati d'Italia. Ma -il tempo lasciò loro ripigliar animo. L'armata francese, insolentita -per tanta fortuna, disprezzava troppo gli abitatori del paese. Non -avevano limite alcuno le violenze di ogni genere. La rapina era -senza nemmeno un velo di pudore. La virtù e la bellezza si credevano -un prezzo giusto della conquista. Nessun asilo era sicuro contro -della scostumatezza del vincitore. Il nome francese in pochi giorni -divenne odioso a tutto il regno; ed il re Carlo trovossi mal sicuro -e incerto di avere la comunicazione libera colla Francia. Il duca -di Orleans mosse le sue genti dalla città di Asti verso Novara, e -inaspettatamente la occupò, spiegandosi senza mistero di prendere -egli per sè il milanese, come discendente dalla Valentina. Lodovico -Sforza, costernato per tal rovescio, mal sicuro dei sudditi (presso i -quali la morte dell'innocente duca Giovanni Galeazzo, la depressione -della misera duchessa Isabella, il supplizio del Simonetta, l'usurpato -dominio e la comperata investitura erano argomenti di avversione, -malgrado le altre molte sue eccellenti qualità), Lodovico Sforza -adunque in tal condizione si abbandonò d'animo a segno, che divisò -di ricoverarsi in Aragona, ed ivi privatamente finire i giorni suoi, -di che tenne discorso col ministro di Spagna residente in Milano. Ma -Beatrice d'Este lo rianimò, s'intromise e lo costrinse a pensar da -sovrano. Si formò una nuova lega fra il papa, i Veneziani e il duca di -Milano. Sollecitamente riunirono le loro milizie per la comune salvezza -dell'Italia. Le forze si postarono verso gli Appennini, attraverso -dei quali dovevano passare i Francesi. Il re immediatamente partì -da Napoli, lasciando in quel regno varii presidii nelle fortezze, -e conducendo seco circa quindicimila uomini. Il papa si ricoverò in -Ancona. Passò il re dalla Romagna e dalla Toscana, e giunto fralle -angustie de' monti a Val di Taro, ivi ritrovò circa dodicimila soldati -della nuova lega. Per un araldo il re fece significare ai collegati di -maravigliarsi, trovando impedito il passaggio, non cercando egli se non -di ritornarsene in Francia, pagando col suo denaro i viveri. Risposero -i collegati che non lo avrebbero permesso, se prima non si restituiva -Novara, indebitamente sorpresa. Ritornò l'araldo dicendo, che il re -intendeva di passare senza condizione veruna; e che in caso di rifiuto -ei si sarebbe fatta la strada sopra i cadaveri degl'Italiani. Questi -risposero al re Carlo, che non si sarebbe egli spianata la via così -facilmente, come gli era accaduto a Napoli e che lo aspettavano alla -prova. Seguì poscia un'azione sanguinosa da ambe le parti, in cui però -nessuna ebbe compiuta vittoria. Il re non si aprì l'uscita, nè rimase -oppresso. Conobbe però il re Carlo che l'impresa non era sì facile, -quanto se l'era immaginato. Spedì un araldo chiedendo tregua per -tre giorni, onde seppellire i cadaveri, e i collegati l'accordarono -soltanto per un giorno e mezzo. In sì fatto labirinto trovavasi il -re cristianissimo, donde ne uscì il giorno 8 di luglio del 1495, -fingendo di attaccare l'armata della lega, e frattanto ponendosi in -marcia per uno stretto mal custodito dalla parte della Trebbia, e così -ritornossene nel suo regno con poca gloria: poichè il re aragonese -di Napoli, il quale erasi ricoverato nell'isola d'Ischia, ben tosto -ricomparve nella sua capitale, dove fu con applauso e festa ricevuto; -ed i presidii francesi, mancando di soccorso, attorniati da un popolo -nemico, dovettero un dopo l'altro abbassar le armi e rendersi. Lo -storico Voltaire si è lasciato sedurre dall'amor nazionale a segno di -essere ingiusto cogl'Italiani in raccontando questa spedizione del suo -re; quasi che, effeminati, molli, degradati, non vi fosse più fra di -noi nè coraggio nè valor militare. Gli storici contemporanei d'Italia -sono una manifesta prova dei traviamenti dell'autore francese nella -decantata sua opera sulla storia generale; traviamenti che io appunto -ho notati, perchè in moltissimi altri luoghi, riscontrandolo, hollo -trovato tanto vero ed esatto, quanto elegante pensatore. - -(1496) Il duca Lodovico, quantunque liberato dall'imminente pericolo, -non avea peranco riacquistato quel robusto vigor d'animo, senza di -cui non si preserva lo Stato negli eventi contrari. Fortunatamente la -duchessa Beatrice potè far le sue veci. Si raccolsero i confederati a -scacciare il duca d'Orleans da Novara. Ivi la Beatrice d'Este vedeva -schierarsi gli armati _al suo conspecto_, dice il Corio. Novara ritornò -al duca. I Francesi abbandonarono il paese. La pace venne sottoscritta. -Così in un anno cominciò e finì la rapidissima spedizione di Carlo -VIII, senza verun frutto pei Francesi, anzi con loro danno e con -danno dell'Italia. Cessato appena il pericolo dei Francesi, nacquero -le solite rivalità fra gli Stati d'Italia. I Fiorentini volevano -assoggettar Pisa. I Pisani si offersero al duca Lodovico, il quale per -non offendere i Fiorentini, non volle accettarli. I Pisani si esibirono -ai Veneziani, e questi, sebbene formalmente non li accettassero, -destramente posero in Pisa un presidio. Lodovico, signore di Genova, e -dell'isola di Corsica, da Genova dipendente, non mirò con indifferenza -tal fatto, per cui le forze marittime venete potevano acquistare nuovi -appoggi nel mar Tirreno. Pisa era considerata città imperiale. Il -duca spedì all'imperatore Massimiliano Marchesino Stanga, animandolo -a passare nell'Italia e soccorrere Pisa. Poi, nell'anno medesimo -1496, egli e la duchessa Beatrice sua moglie per Bormio si portarono -incontro a quell'augusto a Malsio, e seco lungamente concertarono -la spedizione. Per lo che l'imperatore per la Valtelina sen venne a -Como; indi a Meda venne accolto dal duca e dalla duchessa Beatrice con -pompa conveniente. Ivi concorsero gli oratori di quasi tutt'i principi -d'Italia. Perchè l'imperatore non volesse veder Milano non lo so. -Egli per Abbiategrasso, Vigevano e Tortona passò a Genova, d'onde per -mare passò a Pisa, e festosamente vi fu accolto. Nessun altro frutto -nacque da tale comparsa. L'imperatore ritornossene in Germania. Così il -duca Lodovico fece comparire inutilmente nell'Italia il re di Francia -prima, poi l'imperatore. (1497) Al cominciar dell'anno 1497 accadde al -duca Lodovico Sforza la maggior disgrazia; e fu che li 2 di gennaio -la duchessa Beatrice d'Este morì di parto, lasciandogli due figli, -Massimiliano di cinque anni, e Francesco di quattro. La duchessa morì -nell'età di 23 anni. Donna di animo virile; l'ascendente di cui reggeva -la volontà del marito. Lodovico, dopo un caso sì funesto, non visse -che in mezzo alle disgrazie, siccome vedremo, e non ne dimenticò mai -la memoria. Vennero celebrate le solenni pompe funebri alla duchessa -nella chiesa delle Grazie, dove fu tumulata: «et quivi fine al septimo -giorno con la nocte, senza interposizione pur de un quarto d'hora, -si celebrarono messe e divini officii, il che veramente fu cosa di -non puocha admirazione», dice il Corio. Il mausoleo di marmo colla -statua di lei costò più di quindici mila ducati d'oro. Quella statua -giacente scorgesi oggidì nella chiesa della Certosa presso Pavia, a -canto ad una simile del di lei marito Lodovico, come si è accennato -più sopra. L'anno del lutto fu tristissimo per l'infelice vedovo -duca, privato della cara amica, unica confidente e reggitrice de' suoi -pensieri. L'uso sin d'allora era di stendere i parati neri su tutti -gli addobbi di corte. Terminato appena l'anno, l'inaspettata morte del -re di Francia Carlo VIII, che non lasciava figli maschi, fe' passar -la corona sul capo del duca d'Orleans Lodovico XII, primo principe -del sangue, discendente del re Carlo V. L'ava di Lodovico XII fu -appunto la Valentina Visconti, figlia del primo duca di Milano Giovanni -Galeazzo. Il re nuovo di Francia pretendeva que' diritti che non poteva -allegare Carlo VIII, che da lei non discendeva; ed il nuovo re aveva -chiaramente già palesata co' fatti la volontà di farli valere. Il re -aveva trentasei anni; e come duca d'Orleans assumeva il titolo di duca -di Milano. - -I Veneziani, il papa Alessandro VI e il nuovo re di Francia Lodovico -XII si collegarono. I Veneziani pretendevano il Cremonese e la Gera -d'Adda; per modo che i confini loro si stabilissero quaranta braccia -lontani dalla sponda sinistra dell'Adda, rimanendo il fiume colle -due sponde al ducato di Milano. Il papa pretendeva Imola, Forlì, -Pesaro e Faenza, per formare uno Stato al duca di Valentinois Cesare -Borgia, suo figlio. Il re di Francia pretendeva il regno di Napoli -e il milanese. (1498) Si collegarono promettendosi vicendevole -assistenza; ed il trattato si sottoscrisse in Blois il giorno 25 di -marzo dell'anno 1498[301]. Il re di Francia aveva ottenuto dal papa -Alessandro VI di ripudiare Giovanna, duchessa di Berrì, figlia di -Luigi XI, re di Francia, che da ventitre anni eragli moglie; e così -potè sposare la vedova di Carlo VIII, Anna di Bretagna, che gli recava -la Bretagna in dote. Per tal benemerenza Cesare Borgia fu creato -duca di Valentinois, e furongli promesse le città della Romagna, -che possedevansi dai signori della Rovere. Soprastava un tal nembo -sul capo del già abbattuto duca Lodovico, quando per parte del re di -Francia gli venne fatta proposizione di lasciargli godere il ducato -sin ch'ei fosse vissuto, e per due anni ancora lo godessero dopo -sua morte i di lui figli, a condizione che frattanto egli sborsasse -ducentomila ducati d'oro al re di Francia. V'era di più la condizione -che qualora Lodovico XII non avesse figli, non si turbasse il dominio -dei successori dello Sforza. L'affare venne proposto nel consiglio del -duca. Il tesoriere ducale Landriano[302] altamente opinò, che mai non -si dovesse accettare un tale progetto, poichè con ducentomila ducati -ve n'era abbastanza, a parer suo, per far la guerra per ducent'anni -al re di Francia. La bravata era senza fondamento; pure il duca vi si -uniformò. Quando poscia ne venne in seguito la eversione totale dello -Stato, un gentiluomo milanese, che nominavasi Simone Rigoni, affrontò -l'adulatore Landriano, per cui lo Stato e la patria erano in rovina, -e lo uccise[303]. (1451) I francesi aveano un punto di appoggio di qua -dalle Alpi nella città di Asti; ed ivi il re Lodovico XII fece passare -un grosso esercito, e ne diede il comando a Gian Giacomo Trivulzio, -valoroso soldato, illustre milanese, nemico personale del duca Lodovico -Sforza, da cui gli erano stati confiscati i beni. Questo comandante -aveva la cognizione del paese, un partito, una passione sua propria per -abbattere il duca; avea servito già nella spedizione di Carlo VIII; -era insomma il più opportuno generale che il re di Francia potesse -scegliere a questa impresa. Il duca non poteva fidarsi nè delle forze -proprie, nè della volontà dei sudditi, per le ragioni già accennate. I -soccorsi da Napoli o da Firenze erano incerti e remoti. L'imperatore -Massimiliano, nipote del duca, era di buona fede e impegnato per -lui; ma il pericolo sovrastava a giorni. Il duca scelse il partito di -abbandonare lo Stato e seco condurre nel Tirolo i figli, ricorrendo -a quell'augusto. I Veneziani s'avanzavano dalla parte d'Oriente; -dall'opposta s'innoltravano i Francesi sotto del Trivulzio: non v'era -tempo a consigli. In quel punto venne presentata al duca una lista -di quindici primari signori del paese che tramavano contro di lui, e -tenevano segreta corrispondenza col nemico. I fatti erano avverati. Il -duca non volle far male alcuno a coloro che avea beneficati ed amava. -Prima di abbandonare Milano egli portossi dalla duchessa Isabella, -le cedette il ducato di Bari, le chiese il di lei figlio Francesco -per salvarlo e condurlo seco nella Germania; ma la duchessa no 'l -consentì. Pensò Lodovico il Moro di confidare il castello di Milano -ad un uomo di provata fede, giacchè dalla difesa di esso dipendeva -la sovranità. Nel castello era riposto l'archivio ducale, vi erano -tutte le preziose suppellettili della duchessa Beatrice e degli -antecessori, valutate centocinquantamila ducati. V'era un presidio -di duemila ottocento fanti, mille ottocento pezzi d'artiglieria, e -abbondantissime vittovaglie e munizioni da guerra. Lodovico divisò -di affidarne il comando a Bernardino da Corte. Il cardinale Ascanio -Sforza, fratello, e il Sanseverino l'avvertirono di non fidarsi di -colui. (1499) Ma il duca non badò loro, e fattolo a sè chiamare, lo -dichiarò castellano; indi, umanissimamente abbracciandolo, gli disse: -Io vi confido la più preziosa fortezza del mio Stato, difendetela -per soli tre mesi, e se dentro questo spazio non vi manderò soccorso, -disponetene come giudicherete a proposito; il che accadde nel giorno -memorabile 2 settembre 1499. Ciò fatto, il duca verso sera uscissene -dal castello, e diè congedo ai molti signori ch'erano disposti ad -accompagnarlo. Altra cura aveva nell'animo, suggerita dall'intimo -del cuore, la quale non poteva essere che frastornata dai vani omaggi -de' sudditi. Non poteva allontanarsi da Milano senza sentire che si -allontanava dall'amata spoglia della Beatrice, a cui destinò l'ultima -visita. Cavalcò alle Grazie; volle rivedere la tomba e l'effigie della -perduta sposa. I sentimenti di natura si rinvigoriscono a proporzione -che dileguansi le larve della fortuna. Non poteva staccarsene, e -costretto pure a partirsene, più volte si rivolse a mirare il monumento -della sua tenerezza e del dolor suo. Immediatamente di là s'incamminò -a Como, d'onde pel lago passò nella Valtellina, indi per Morbegno, -Sondrio, Tirano, Bormio, Bolzano e Brixen passò ad Inspruck, residenza -dell'imperatore Massimiliano. Prima però d'imbarcarsi sul lago di -Como, il duca, da una loggia in Como, si presentò al popolo, e fece -da quel luogo pubblicamente noti i sentimenti suoi, dicendo: «Che -la fortuna avversa l'aveva ridotto a quel duro passo di abbandonare -lo Stato, senza ch'egli avesse luogo a rimproverarsi imprudenza o -spiensieratezza alcuna. Che l'unico motivo di tale ingrato destino egli -doveva riconoscerlo dalla perfidia di coloro ne' quali sventuratamente -aveva riposta la più sincera fidanza. Egli confessava di essersi -ingannato nella scelta, e di essersi con troppo buona fede lasciato -sedurre da que' visi mascherati i quali attorniano i sovrani. Il male -era fatto. In quel punto egli andava co' suoi figli a ricovrarsi presso -dell'augusto Massimiliano; giacchè s'egli avesse preteso in quel punto -di opporsi alla prepotente armata de' Francesi invasori, avrebbe fatto -versare il sangue umano senza probabilità veruna di preservare lo Stato -dalla inevitabile occupazione. Ch'egli dall'imperatore si prometteva -ogni soccorso, e pei stretti vincoli di sangue che lo univano a quel -monarca, e per la giustizia della sua causa, che interessava l'Impero -in favore di sè, come feudatario del medesimo. Che gli onori già -concessigli dalla cesarea maestà erano una caparra del buon successo; -sicchè sperava fra poco di rivedere la patria con una armata bastante a -liberarla dall'usurpazione del re di Francia. Raccomandò ai sudditi di -accomodarsi ai tempi, di non eccitare con intempestivo zelo la vendetta -de' Francesi, onde al suo ritorno potessero accoglierlo come loro -padre, giacchè egli li considerava tutti come suoi figli». La presenza -di spirito di parlare in pubblico, e di parlarvi in tanto angustiosa -occasione, e sì acconciamente, fanno conoscere che l'amore di Lodovico -per le lettere e le belle arti non era una principesca vanità, ma -sentimento di un uomo colto e d'ingegno. Mentre ancora stava il duca -parlando dalla loggia ai Comaschi, erano già penetrati i Francesi nei -sobborghi di Como, con animo di farlo prigioniero; ma per buona sorte -avvisato, appena ebbe il tempo di balzare in una barca e recarsi a -Bellagio. - -Gian Giacomo Trivulzi, che da alcuni anni era esule dalla patria, -entrò in Milano come generalissimo dell'armata francese il giorno 6 -di settembre, quattro giorni dopo che il duca l'aveva abbandonata. -Egli si portò solennemente al Duomo a ringraziare l'Arbitro delle -cose, di un avvenimento gloriosissimo per esso lui. Tre giorni dopo -l'armata francese venne in Milano; e furono collocate le truppe a San -Francesco, a Sant'Ambrogio, all'Incoronata. La licenza militare de' -giovani soldati francesi era somma in ogni genere; e il Trivulzio -pensò di contenerla con fermo rigore nella disciplina. Il Corio ci -racconta che per un pane violentemente rapito, due soldati guasconi -vennero tosto appiccati a due piante fuori della porta Ticinese; che -un altro francese, per aver rubata una gallina, venne immediatamente -appeso; che al Pontevetro sul momento venne appeso un francese che -aveva rubato un mantello; e che ivi pure, senza riguardo nè indugio, -fu fatto appiccare un cavalier francese, monsieur Valgis, che aveva -poste le mani violentemente sopra di una zitella. Ciò serviva ad -impedire quei disordini che avevan reso odioso il nome francese nel -regno di Napoli quattr'anni prima; e serviva pure a conciliare la -benevolenza de' nazionali verso del comandante. Ma il posseder Milano, -mentre una fortezza, quale era il castello, era presidiata validamente -dagli sforzeschi, era un pericolo anzi che un vantaggio. Una vigorosa -uscita degli sforzeschi poteva essere funesta ai Francesi sparsi ne' -conventi. Pensò dunque il Trivulzio di corrompere Bernardino da Corte, -castellano, giacchè la strada di un formale assedio doveva esser lunga, -di evento dubbioso, di molto dispendio e diminuzione delle forze -francesi. Il vilissimo Bernardino da Corte, senza nemmeno aspettare -un apparente assedio cominciato, pattuì il prezzo del suo tradimento, -e si divisero le ricchezze depositate nel castello fra il Trivulzio, -il Corte e varii altri complici. Il Corio ci racconta che tal novella -arrivasse all'orecchio dell'infelice duca mentre egli cavalcava fra -i Grigioni prima di giungere nel Tirolo; ma siccome il tradimento si -eseguì e manifestò il giorno diecisette di settembre del 1499, cioè -quattordici giorni dopo che Lodovico era già partito da Como, mi pare -più verisimile la cronaca del Grumello che dice: «Et ritrovandosi -epso Ludovico in la cita di Insprucho in sua camera, assentato sopra -il suo lecto, parlando co' suoi gentilhomini di riacquistar el stato -suo di Milano, hebe nuova del perduto castello suo di porta Giobia. -Leggendo le lettere recepute, intendendo nuova pessima, stando sopra -di sè, non parlando come fusse muto, alciando gli occhi al cielo, disse -queste poche parole: Da Juda in qua non fu mai il maggior traditore de -Bernardino Curzio; et per quello giorno non mosse altre parole[304]». - -Resasi per tal modo l'armata francese padrona in un baleno del ducato -di Milano, il re Lodovico XII immediatamente scese dalle Alpi; il 21 -settembre fu a Vercelli, il 23 a Novara, il 26 a Vigevano, che egli -eresse in marchesato e lo conferì al Trivulzio, che assunse il titolo -di marchese di Vigevano, e vi battè moneta. Questo marchesato gli fu -dal re dato in compenso dell'artiglieria del castello di Milano, che -doveva essere per metà del Trivulzio. Lodovico XII entrò solennemente -in Pavia il giorno 2 di ottobre, e il giorno 6 dello stesso mese fece -il suo pomposo ingresso in Milano per porta Ticinese. Gli ambasciatori -dei Veneziani, Fiorentini, Bolognesi, di Siena, di Pisa e di Genova -conducevano seco loro un séguito di seicento cavalli, e andarono -incontro al re. Il re aveva seco il duca di Savoia, il marchese di -Monferrato, il cardinale di San Pietro in Vincola. Tutto il clero in -abiti pontificali precedeva. Poi venivano i carriaggi, riccamente -coperti, trenta del duca di Savoia, quarantadue del cardinale -anzidetto, sessantaquattro del re. Moltissimi altri carriaggi, coperti -d'oro e di seta, di altri distinti personaggi. Poi cento suonatori -di trombe con altri musici. Quindi venivano i paggi, otto di Savoia, -quattro del duca di Valentinois, dodici del re, magnificamente -corredati, con arnesi d'argento anche sotto i piedi de' cavalli. -Poi quattrocento fanti reali, in uniforme giallo e rosso, armati di -picche. Poscia il capitano della guardia a cavallo, alla testa di mille -e venti cavalieri, che avevano tutti uniforme verde e rosso, e sul -petto ricamato l'_Istrice_, divisa che Lodovico aveva assunta. Questi -mille e venti uomini a cavallo erano tutti di statura stragrande. -Appresso venivano ducento gentiluomini a cavallo, armati e vestiti -superbissimamente. Da ultimo veniva il re sopra di un bellissimo -destriero. Il re era vestito di bianco, coi contorni di pelliccia, -e portava in capo la berretta ducale di Milano. Egli marciava sotto -di un baldacchino di broccato d'oro e bianco, preceduto dal generale -Gian Giacomo Trivulzio col bastone dorato in mano. Il baldacchino era -portato da otto dottori e fisici di collegio, vestiti di scarlatto, -col bavero di pelli di vaio. Giunto il re al ponte vicino alle colonne -di San Lorenzo, dove era in allora la porta della città, ricevette -le chiavi che gli presentò il contestabile di quella porta. Il -contestabile s'inginocchiò; ed il re, toccandolo sopra le spalle collo -scettro che avea nella destra, lo creò cavaliere. Il contestabile baciò -lo scettro, e continuò il re il suo cammino processionalmente sino al -Duomo. Seguivano il re i cardinali di Burges, San Pietro in Vincula e -di Rohan, e gli ambasciatori di Napoli, Savoia, Estensi, Mantovani, e i -disopra nominati. Il giorno seguente, cioè al 7 di ottobre, il re volle -assistere ad una solenne messa dello Spirito Santo in Sant'Ambrogio; -indi si pose a conversare co' nobili milanesi più da gentile signor -forestiere, che da monarca. Lodovico XII allora viveva come farebbe un -buon sovrano ai tempi nostri. Egli fu a godere di balli e pranzi presso -molti de' nostri. Il giorno 15 ottobre fu ad una magnifica festa di -ballo e cena da messer Francesco Bernardino Visconte in porta Romana. -Il giorno 18, messer Francesco Trivulzio, commendatore di Sant'Antonio, -gli diede un pranzo[305]. Il giorno 20, a nome della città di Milano, -fugli imbandito un pranzo nella corte vicina al Duomo. Le pareti della -gran sala erano coperte di drappo celeste, ricamato a gigli d'oro; vi -si trovarono convitate quaranta damigelle[306]; v'intervennero molti -ambasciatori, illustri personaggi e principi, fra i quali il duca di -Valentinois e il duca di Savoia, i marchesi di Monferrato e di Saluzzo, -il cardinale Orsini. Una festa di ballo terminò quella giornata. Il re, -sempre cortese ed affabile, accettò di levare al sacro fonte un bambino -del conte Lodovico Borromeo; andò a visitare la contessa Bona Borromeo, -partoriente, al di lei giardino fuori di porta Tosa; volle darle in -dono una collana d'oro del prezzo di cinquecento ducati, e volle cenare -da lei. Lodovico XII alloggiò nel castello, e si trattenne per tal modo -in Milano ventisette giorni, essendone partito il 3 di novembre del -1499[307]. - -Giunto a Vigevano, il re Lodovico, prima di ripassar le Alpi e -rivedere il suo regno, volle piantare un nuovo sistema politico nel -milanese. Quindi, in data del giorno 11 novembre 1499, in Vigevano, -volle pubblicare un editto perpetuo[308]. Primieramente stabilisce che -nella città di Milano risieda un governatore suo luogotenente, nobile, -cospicuo e militare, da cui dipenda tutto ciò che concerne la guerra, -e che abbia la plenaria podestà sulle città, borghi e terre, per la -loro conservazione, come se fosse il re. Secondariamente stabilì che vi -fosse un gran cancelliere forastiero e custode del sigillo, e nel tempo -stesso presidente del senato. In terzo luogo che non vi fossero più -due consigli, uno di Stato, l'altro di giustizia; ma un solo supremo -consiglio col nome di _Senato_, sotto la presidenza dell'anzidetto -gran cancelliere. Volle che i senatori fossero di professioni diverse, -cioè due prelati, quattro militari, e il rimanente dottori, de' quali -alcuni volle che fossero forestieri. Queste cariche furono dichiarate -perpetue e indipendenti dal governatore; anzi stabilì il re che il -solo senato dovesse giudicare de' casi ne' quali un senatore avesse -meritato il congedo. Concesse al senato la facoltà di confermare o -infirmare i decreti del re; di accordare ogni dispensa; e che tutte le -grazie, donativi, privilegi o editti di giustizia e di polizia emanati -dal trono, fossero di nessun valore, se non venivano _interinati_ dal -senato. Comandò che qualunque sentenza del senato si eseguisse, e che -gli atti fossero in nome del re[309]. Al senato medesimo affidò la -scelta de' professori dell'università di Pavia. Finalmente creò due -nuove cariche, un avvocato fiscale e un procurator fiscale. Nominò -poi governatore e suo luogotenente Gian Giacomo Trivulzio, marchese -di Vigevano e maresciallo di Francia; gran cancelliere il vescovo -di Luçon, Pietro di Saverges; senatori, Antonio Trivulzio, vescovo -di Como, Girolamo Pallavicino, vescovo di Novara; i militi Pietro -Gallarate, Francesco Bernardino Visconte, conte Giberto Borromeo ed -Erasmo Trivulzio; i dottori Claudio Leistel, consigliere del parlamento -di Tolosa, Gian Francesco Marliano, Michele Riccio, Gian Francesco -Corte, Gioffredo Caroli, consigliere del parlamento del Delfinato, -Giovanni Stefano Castiglione, Girolamo Cusano, Antonio Caccia. -L'avvocato fiscale fu Girolamo Morone, uomo di cui più volte avrò in -seguito a far menzione; ed il procurator fiscale fu Giovanni Birago. -Ciò fatto, il re ripassò le Alpi conducendo seco il conte Francesco -Sforza, figlio dell'estinto duca, fanciullo di otto anni, il quale -dappoi sempre visse in Francia tranquillamente ed agiatamente come -un ricco gentiluomo, godendo l'abbazia di Marmontiers. La duchessa -Isabella si staccò in tal guisa per sempre dal figlio; ed ella -pure partissene da Milano, e visse a Bari nel regno di Napoli, seco -conducendo le due figlie Bona ed Ippolita; la prima delle quali poi -fu sposata da Sigismondo re di Polonia, l'anno 1518. Così terminò la -discendenza dell'infelice sesto duca Giovanni Galeazzo Sforza. - -La condotta del re Lodovico XII non poteva essere più giudiziosa per -rendersi affezionati i nuovi sudditi. Egli affidò la suprema autorità -alle mani di un nazionale. Visse colla maggior affabilità, quasi da -privato conversando. Stabilì un senato colle facoltà da me ricordate. -Con tal sistema la forza militare rimase unicamente in potere del -luogotenente, e così sciolta e pronta senza alcuna formalità alla -difesa dello Stato. La vita e la libertà e le sostanze dei sudditi -rimasero all'ombra di una moderata monarchia, dipendenti da quel -senato, composto di molti senatori, di stato differente; per modo -che non era da temersi che la violenza entrasse a prendere giammai -il nome della giustizia. La pietà degli ecclesiastici, l'onore dei -militari, l'accurata ponderatezza dei dottori, vicendevolmente doveano -contenere i privati affetti. Il gran cancelliere, senza il sigillo -del quale non valeva alcun decreto, poteva riferire nel senato, -indipendentemente dal governatore, que' tentativi che per avventura il -governatore proponesse a danno della civile libertà di alcuno, e così -eluderli. Il governatore, non potendo da sè punire i senatori, dovea -però vegliare sopra di essi, e col diretto carteggio alla corte dovea -prevenire l'abuso che mai o il senato o gli individui di esso facessero -della autorità. Per una provincia rimota, alla testa di cui si voglia -porre un suddito, non pare possibile l'architettare un sistema più -ragionevole di questo, e convien dire che tale ei fosse, se malgrado -le variazioni che vi si fecero guastandolo, pure, anche sotto diverse -dominazioni, si sostenne poi per secoli. - - - - -CAPITOLO XX. - - _Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e governo del re - di Francia Lodovico XII, fino alla lega di Cambrai._ - - -(1500) Poichè il re Lodovico XII ebbe abbandonato Milano per -ritornarsene nel suo regno, una porzione dell'armata francese -s'incamminò verso della Romagna per togliere Imola e le altre città -promesse al duca di Valentinois, dalle mani del conte Girolamo -della Rovere. Il duca di Valentinois era figlio di Alessandro VI, il -conte Girolamo era figlio di Sisto IV. È facile l'immaginarsi quai -dovessero essere i costami di quei tempi, se tali esempi diedero anche -i poscia graduati al sommo sacerdozio. Doveva quindi quel corpo di -francesi innoltrarsi ad occupare il regno di Napoli. Divenne così -meno imponente nella Lombardia la nuova forza conquistatrice. Il -governatore maresciallo Trivulzio stabilì la sua residenza nella corte -vicino al Duomo, avendovi una guardia di trecento tedeschi. Malgrado -la severità della disciplina usata dal Trivulzio, siccome accennai, -non era possibile il prevenire ogni disordine. Un francese pose -violentemente le mani sopra di una contadina che portava il pane a -cuocere al pubblico forno in Lardirago, terra lontana da Pavia cinque -miglia. La contadina si difese robustamente. Il francese non voleva -desistere. Accorse il di lei padre con un bastone. Il francese lo -stese morto. Varii contadini si scagliarono sull'uccisore, che dovette -soccombere. Un corpo di francesi postato nel contorno sopravenne; -saccheggiò la terra, bruciò le case, impiccò varii. In Milano pure si -cominciarono a vedere delle tumultuarie adunanze di malcontenti. La -plebe in porta Ticinese si attruppò e gettò a terra i banchi ai quali -si riscuotevano le gabelle. Il governatore Trivulzio vi si recò; e dopo -di avere inutilmente procurato che badassero alle di lui parole, diè -mano alla spada, e, secondato da' suoi domestici, uccise alcuni e molti -altri rimasero assai mal conci. L'affare non terminava così, se messer -Francesco Bernardino Visconte, signore sommamente autorevole, non vi -accorreva. Si abolirono alcune gabelle, venne sedato quel disordine; -ma non perciò rimase quieta la città. Frate Girolamo Landriano, -generale degli Umiliati, messer Leonardo Visconte, e messer Alessandro -Crivello, proposto di San Pietro all'Olmo, animavano la plebe contro -del nuovo governatore Trivulzio. Lodovico il Moro, accostatosi a -Como, col favore dei cittadini v'era rientrato, ed eransi espulsi i -Francesi. Ivi s'andavano radunando Tedeschi e Svizzeri allo stipendio -sforzesco. Il giorno 27 di gennaio 1500 si cominciò a conoscere nella -città un'inquietudine che minacciava la sedizione. Il Trivulzio pose -dell'artiglieria sulla torre che allora sosteneva le campane del -Duomo, e si premunì in corte; ma trovandosi ivi mal collocato, e nel -centro di una città mal contenta, pensò di ricoverarsi nel castello. Il -popolo violentemente se gli oppose; giacchè temevasi che, giuntovi, non -adoperasse quell'artiglieria sulla città. Il Trivulzio parlò al popolo, -lagnandosi di non essere profeta nella sua patria. Mostrò essere pazzia -l'ostinarsi a voler essere piuttosto sudditi di un piccolo principe, -ramingo, bisognoso, e che smunga i popoli colle gabelle, anzi che -ubbidire ad un monarca generoso, potente, ricco.... Le grida insultanti -del popolo non gli permisero di continuare il discorso, e non senza -pericolo; sicchè appena gli riuscì di ricoverarsi nuovamente in corte. -Poco dopo il popolo pose le barricate alle imboccature delle strade, -e tutte le finestre ebbero provvisioni di sassi ed altre materie, per -offendere i Francesi. Fra le lettere di Girolamo Morone una ve n'è del -4 marzo 1500, in cui, descrivendo a Girolamo Varadeo quest'incontro, -dice del Trivulzio: che[310] _in tanto prorupit iracundiam, ut -prudentiam omnem abjecisse videretur.... seroque cognovit humanitatem -et mansuetudinem, saeviente populo, magis quam vim et arrogantiam -proficere._ Vi fu chi rimproverogli di aver tre faccie, come ne -portava lo stemma[311]; fugli rinfacciato di essere egli ribelle al suo -sovrano[312], subdolo, traditor della patria, e dovette soffrire tutto -ciò da una moltitudine di seimila persone armate, il che si scorge -nella citata lettera. A tale stato si ridussero gli affari dei Francesi -poco dopo partito il re. - -Frattanto Lodovico il Moro (che in Inspruck era stato accolto -umanamente e con sensibilità dall'imperator Massimiliano) non avea -omessa cosa alcuna affine di accelerare il suo ritorno nella patria. -Vero è che nell'avversa fortuna quel principe non seppe mostrare -quel vigor d'animo e quella serenità di mente, che solo possono farci -reggere fralle sventure e superarle. Egli da Inspruck spedì Ambrogio -Bugiardo per Bari, e Martino Casale per Pesaro, colle istruzioni a -ciascuno di portarsi a Costantinopoli. Questa commissione In data -a due, e per vie separate, acciocchè uno almeno potesse eseguirla. -Voleva che a di lui nome animassero il Turco a passare nell'Italia -ed aiutarlo a ricuperare Genova, promettendo di unirglisi per far la -guerra ai Veneziani. Parrebbe incredibile questo partito, se il Corio -non ci avesse stampate le istruzioni dalle quali furono accompagnati -que' due ministri[313]. Ma la protezione dell'imperatore procurò -allo Sforza soccorsi più reali e solleciti; essendosi per ordine -suo radunato un valente corpo di Svizzeri e di Tedeschi. Questi -l'aspettavano ne' confini; e trovandosi, siccome accennai, diminuite -le forze dei Francesi, pel corpo di milizia spedito all'impresa -d'Imola sotto il comando dell'Allegre, riuscì facil cosa al duca -di nuovamente presentarsi, e le inquietudini del popolo ne furono -opportuna occasione. Messer Sanseverino comandava quattromila fanti -svizzeri. All'accostarsi di questi, il Trivulzio abbandonò Milano. Il -giorno 4 di febbraio 1500 il duca Lodovico rientrò in Milano per porta -Nuova, cinque mesi e due giorni dopo che l'ebbe abbandonata. Tutti i -corpi politici gli andarono incontro. Mentre il duca Lodovico passava -verso la Scala, dove oggidì è il teatro, venne avvisato che i Francesi, -padroni del castello, facevano una sortita; il che alquanto lo -sconcertò. Nulladimeno vi si pose ordine, ed egli proseguì l'intrapreso -cammino al Duomo, d'onde passò ad alloggiare nella corte, su cui -l'artiglieria del castello, sebbene operasse, non potè far danno, per -esserne premuniti i tetti. Un giorno solo rimase Lodovico in Milano: -egli passò a Pavia, lasciando al governo di Milano il cardinale Ascanio -suo fratello. - -Gli sforzeschi saccheggiarono le case del castellano traditore -Bernardino Corte e de' Trivulzi[314]. Messer Erasmo Trivulzio si -avventurò di presentarsi al duca, chiedendogli perdono. Il duca, -inasprito dalle vicende, lo condannò ad esser chiuso nel forno di -Monza, cioè nel carcere orrendo fabbricato e sofferto da Galeazzo -I[315]. Ma il cardinale Ascanio, più saggio, persuase al duca di non -usare la vendetta. Il tempo era quello che più che mai di acquistarsi -gli animi colla benignità e col perdono. - -Dee cagionar meraviglia il vedere come senza spargersi quasi sangue -umano, ritornassero gli sforzeschi ad impadronirsi di Milano, e ne -scacciassero i Francesi. Vero è, com'è notato più sopra, che l'armata -francese erasi indebolita per la spedizione dell'Allegre; vero -pure è che sedicimila svizzeri e mille corazzieri tedeschi s'erano -uniti allo stipendio del duca Lodovico; che non mancava il duca -nè d'artiglieria, nè di corrispondenti munizioni: ma pure potevasi -disporre colle truppe francesi un campo e disputare almeno l'ingresso -nel milanese allo Sforza. Ciò non si fece per le rivalità consuete -fra i primi generali e ministri. Gian Giacomo Trivulzio era, come si è -detto, luogotenente del re e governatore. Ma i primari francesi, mal -sofferendolo, attraversavanlo in ogni cosa. Il conte di Lignì, uomo -di somma autorità nella guerra, disponeva le cose per modo che appena -lasciava al Trivulzio il titolo di governatore. Il vescovo di Luçon, -gran cancelliere e presidente del senato, bramava non meno dell'altro -la rovina del Trivulzio. Si voleva che gli affari andassero male a -segno che il re fosse costretto di togliere al Trivulzio la dignità. -Di ciò scrive minutamente Girolamo Morone a Girolamo Varadeo, in data -del 31 dicembre 1499[316]. Questo illustre nostro cittadino Morone in -seguito ebbe molta parte negli avvenimenti pubblici del Milanese e -dell'Italia, come vedremo. Fu veramente uomo grande, di un giudizio -esatto, di penetrante ingegno, e tale che in ogni secolo, e presso -qualunque nazione avrebbe potuto primeggiare; il che non si può dire di -molti. Lodovico XII nel nuovo piano politico aveva creato un avvocato -fiscale, il quale per ufficio avesse cura e tutela delle ragioni del -principe, sì per gl'interessi camerali, che per la giurisdizione -rispetto a' feudi, alla corte di Roma e ad ogni altra competenza. -Questo avvocato del principe aveva la facoltà d'intervenire a qualunque -adunanza in cui potesse avere interesse la giurisdizione sovrana; nè -potevasi dai tribunali determinare, se prima su tai punti non avesse -esposte le sue ragioni l'avvocato del re. A questa carica volle -Lodovico XII promovere un nobile milanese che ne avesse il talento; e -scelse il giovane Girolamo Morone, mosso dalla buona fama che correva -di lui, senza ch'ei lo sognasse nemmeno. Tant'egli era alieno dal -pensarlo, che vennegli l'annunzio per parte del re, mentre egli, -ritirato in una villa, stavasene lontano dalla tumultuosa rivoluzione -che cagionava nella città la venuta de' Francesi. Morone nelle sue -lettere descrive il fatto. Egli eseguì assai bene il proprio ufficio -finchè dominarono i Francesi. Partiti questi, egli rimase in Milano -senza inquietudine, perchè senza colpa. Il duca Lodovico lo chiamò, e -lo accolse con somma cortesia. Gli propose di volerlo spedire a Roma -ed a Napoli per ricercare soccorsi contro de' Francesi; e lo avvisò di -prepararsi ad eseguire questa commissione. Il Morone ringraziò il duca -dell'onore che voleva fargli; ma considerandosi ancora assai giovine -ed imperito per affari di Stato, supplicò per essere dispensato da -una commissione che difficilmente sarebbe riuscita con buon servigio -del duca e con onore di lei. Il duca Lodovico graziosamente replicò -che il senno del Moroni era virile se l'età era fresca, e che sperava -sarebbe ottimamente riuscito. Il Moroni soggiunse al duca che nè il -papa, nè il re di Napoli si sarebbero fidati di lui attesochè dai -Francesi era stato beneficato, e che questo solo bastava a renderlo un -negoziatore infelice. Nemmeno a ciò s'arrese il duca, replicando che -la confidenza ch'egli mostrava di avere in esso lui, avrebbe convinti -e il papa e il re per modo che avrebbero liberamente trattato seco. -Vedendo il Morone deluso ogni sotterfugio, con sommessione dichiarò -ch'egli avrebbe data la vita pel servigio del suo natural principe; ma -che egli sentiva una ripugnanza invincibile a far cosa alcuna in danno -de' Francesi, dai quali era stato favorito. Lodovico lodò la virtù del -Morone, lo congedò, ma si conobbe che non ne rimase contento:[317] -_Profecto rationis efficacia victus, manum dedit; attamen, dum ne -dimisit, eum mihi subiratum dignovi, quoniam, ut scis, principes quod -volunt, nimium velle solent, et ut plurimum quod juvat magis, quam -quod decet, cogitant_[318]. Le lettere del nostro Moroni si trovano -nella biblioteca del fu conte di Firmian, e meriterebbero di veder la -luce, poichè sono l'opera di un uomo di Stato che ebbe fralle mani i -principali affari d'Italia de' tempi suoi; e conseguentemente servono -di molto aiuto per la storia. - -Lodovico il Moro stette per due settimane a Pavia per ivi radunare -le sue soldatesche, le quali s'andavano ogni dì aumentando, mercè -gli Svizzeri e Tedeschi che scendevano dalle Alpi e si ponevano allo -stipendio di lui. Milano frattanto era inquietata dalle scorrerie che -tentavano i Francesi acquartierati nel castello, malgrado la custodia -del cardinale Ascanio; volavano di tempo in tempo le palle sulla città: -avvenimento che cinquant'anni prima avea preveduto il buon Giorgio -Piatto. Il duca, avendo più di sedicimila svizzeri, mille corazzieri -tedeschi e molta cavalleria italiana, forz'era che tentasse qualche -azione. Egli mancava di denaro, nè potea lungamente mantenere al suo -stipendio quest'armata. I Francesi dell'Allegre da Imola ritornarono -per unirsi ai compagni. Dalla Francia era spedito nuovo rinforzo -sotto il comando del duca della Tremouille; non v'era speranza pel -Moro, se non nella rapidità di approfittare dell'occasione favorevole. -Dispose adunque d'impadronirsi di Vigevano, e da Pavia partitosi ai -20 di febbraio 1500, il giorno 25 se ne rese padrone. Per animare i -suoi egli aveva loro promesso il saccheggio di quella città, e gli -Svizzeri avevano raddoppiati con tal mercede i loro sforzi. Ma il duca -amava quel luogo, e non ebbe cuore di vedere eseguita la rovina di -que' cittadini. Fece distribuire a ciascun soldato un ducato d'oro, di -che rimasero tutti assai malcontenti. Poi Lodovico Sforza co' suoi si -inoltrò verso Mortara, otto miglia distante da Vigevano, e collocò le -tende in faccia del Trivulzio. I Francesi erano alquanto sbigottiti dai -prosperi eventi dello Sforza; gli sforzeschi per questi medesimi erano -animosi. Francesco Sanseverino, uomo che avea un nome nella milizia, -animava il duca a cogliere l'occasione e venire tosto a giornata, -prima che un nuovo corpo di Svizzeri e il duca de la Tremouille -rendessero formidabile il nemico; ma il duca, sempre incerto e mancante -di energia, rispondeva esser meglio il vincere temporeggiando, che -tentare l'incerta fortuna di una battaglia; la qual massima non -poteva essere più fuori di luogo che in bocca di un principe gli -Stati di cui sieno occupati da un nemico potente, e che non avea per -liberarsene altro mezzo che una momentanea armata, senza un erario -con cui tenerla quanto occorresse allo stipendio; giacchè il cardinale -Ascanio, per raccogliere danaro, era ridotto a far coniare moneta cogli -argenti delle chiese di Chiaravalle, del Duomo, di Sant'Eustorgio, -di San Francesco e di San Marco. Ma il duca Lodovico non aveva -ereditati i talenti militari del duca Francesco suo padre. Egli era -un principe colto bensì, ma non un eroe; principe di vaste idee anzi -che di grandi e solide, snervato dall'avversa fortuna, privato della -duchessa, abbandonato a consigli vacillanti. Avrebbe dovuto cimentarsi -coll'armata francese; ma invece levò le tende e trasportò il suo -campo sotto Novara, che era in poter de' Francesi sotto il comando del -conte di Musocco, figlio del maresciallo Trivulzio. Il duca promise -il sacco di Novara; il che era in que' tempi un diritto militare, -allorchè per assalto e senza capitolazione veniva presa una città. -Alcuni cittadini novaresi segretamente intrapresero a concertare col -Moro per introdurlo nella città. Novara era assai ben munita, nè facil -cosa era l'impadronirsene. La prima condizione che i cittadini vollero, -fu quella di aver salve le cose loro. Il duca, contentissimo per sì -inaspettato mezzo, che spianava ogni ostacolo, a tal condizione aderì, -e così entrarono gli sforzeschi in Novara, sicchè a stento potè appena -per la porta opposta correre a salvamento quel presidio. Ciò accadde -il giorno 20 di marzo 1500. I soldati si posero a saccheggiare a norma -della parola datane loro dal duca; ma egli nuovamente lo proibì; il che -sempre più alienò da lui l'animo di quell'armata, composta di soldati -che non aveano legame veruno col duca; gente collettizia, radunata -allora allora per la speranza di far bottino, e che vedevasi delusa e -quasi schernita dal duca, malgrado la sua parola, e malgrado anche i -loro diritti militari. - -Mentre Lodovico Sforza stavasene co' suoi entro Novara, il di cui -castello tuttavia era in mano dei Francesi, il ministro del re di -Francia alla dieta del corpo elvetico, Antonio Brissey, maneggiava -il colpo decisivo, per cui il suo re, senza contrasto, rimanesse duca -di Milano. Gli scrittori sinora hanno rappresentata la prigionia del -Moro come un tradimento degli Svizzeri; ed hanno offeso con ciò, non -solamente il carattere de' fedeli ed onorati Elvezii, ma la verità e -il buon senso, che non permetterebbe mai di credere che sedicimila -uomini si unissero per tradire chi li paga[319]. Le lettere del -Morone ci svelano come seguisse il fatto[320]. Poichè fu Lodovico in -Novara, i Francesi s'accrebbero; e molta gente venne dalla Svizzera -sotto le loro bandiere. S'avvide allora il duca del male che avea -fatto non ascoltando i consigli del Sanseverino; e, come dice il -Morone[321]: _Se ipsum arguere, propriamque vecordiam accusare non -cessabat, nec quid consilii caperet satis intelligebat._ Galeazzo -Visconti era il ministro del duca alla dieta elvetica, ed ivi non -cessava di animare quella sovranità a cogliere l'onorevole occasione -di far la pace alla Lombardia. Solo che la dieta lo volesse, doveano -cessare al momento le ostilità; giacchè le forze principali dei due -eserciti consistevano negli Svizzeri, che avevano bensì la libertà di -vendere i loro militari servigi alla potenza che più era in grado a -ciascuno; ma conservavano sempre il carattere di sudditi della dieta, -alla quale non avrebbero potuto mancare, se non sacrificando l'onore, -la patria, i parenti e i loro poderi. Bastava un ordine supremo agli -Svizzeri dei due eserciti, per cui si vietasse loro di combattere, -che la sospensione d'armi era al momento fatta. Bastava spedire -abili negoziatori che, a nome della sovranità elvetica frapponendosi, -conciliassero la pace; e per necessità doveano l'una e l'altra parte -piegarsi e ricevere in certo modo la legge. Il progetto era nobile, -umano e grande. Fu aggradito. Si spedirono gli ordini sovrani per due -corrieri alle due armate. Si trascelsero dodici deputati, i quali -venissero a dar la pace. Assicurato di ciò il duca, si collocò in -Novara. Ma il destrissimo Antonio Brissey corruppe il corriere che -portava il decreto all'armata francese, per modo ch'ei si appiattò in -un villaggio per più giorni, mentre l'altro corriere spedito al Moro -diligentemente accelerava il suo cammino. Così doveva accadere che -gli Svizzeri sforzeschi ricevessero il comando di non combattere, ed -i Francesi non lo ricevessero. Di ciò venne sollecitamente avvisato -il Trivulzio. Qualche notizia ne ebbe anche il Moro, leggendosi nella -cronaca del Grumello: «Essendo una sera Ludovico Sforcia in camera -sua, _in Novara, poco prima di essere preso_, giocando a scacho con -Fracasso Sanseverino; et essendo in epsa camera Almodoro, suo favorito -astrologo, et Jo. Stephano Grimello co' suoi fratelli, giunse una -spia a lui, quale li parlò in le orechie uno poco di tempo, che niuno -intendere poteva. Giochando epso Ludovico Sforcia alzando gli occhi -a lo Almodoro astrologo, disse queste parole: — Almodoro, Johane -Jacobo Trivulcio ha dicto che, avanti passino giorni quindici, sero -prigione del gallico re; che dicesi da voi? Dette risposta Almodoro -che il Trivulcio non diceva vero, perchè non si ritrovava alcuno -pianeto per il qual si potesse coniecturar tal cosa che sua Signoria -havesse ad esser prigione, anzi victoriosissimo». Giunse agli Svizzeri -sforzeschi il divieto sovrano che proibiva loro il battersi. L'armata -francese, il giorno 4 di aprile, si pose in marcia e si collocò un -miglio distante da Novara, in modo da impedire al duca ogni soccorso -di viveri. I francesi gli presentarono la battaglia; e il duca non -sapeva comprendere come ciò fosse, poichè, dal decreto recato agli -Svizzeri suoi, vedevasi che un consimile ordine contemporaneamente si -spediva agli Svizzeri nemici. Tentò varie strade per far notificare -agli Svizzeri della Francia l'ordine dei loro sovrani, ma la vigilanza -de' Francesi lo impedì. Non aveva provvisione di viveri in Novara; -e forza era sloggiare i Francesi, per non perirvi di fame. Invano il -duca chiese agli Svizzeri il loro aiuto, che no 'l potevano prestare -senza fellonia. Essi soltanto si offersero a schierarsi bensì in -ordine di battaglia, acciocchè egli co' Tedeschi e cogli Italiani -che aveva staccato, si potesse, volendolo, aprirsi vigorosamente una -strada e ricoverarsi in Milano, dove il cardinale Ascanio teneva cinto -il castello con dodici mila uomini, ed erano vicini nuovi soccorsi -dell'imperatore. I Tedeschi e gl'Italiani, che il Moro seco aveva in -Novara, erano ottomila uomini, picciolo corpo bensì a fronte della -armata francese, ma bastante per una impetuosa incursione che lo -ponesse in salvamento. Così venne stabilito. Ma usciti appena gli -Svizzeri da Novara e trovatisi a fronte dei nemici, nemmeno sostennero -quell'apparenza; ed improvvisamente piegando le loro bandiere e -riponendole nel sacco, abbandonarono il posto; il che pose il tal -disordine gli ottomila Tedeschi e Italiani, che, sorpresi, volsero le -spalle, e, disordinatamente fuggendo, si ricovrarono di bel nuovo entro -le mura di Novara, dove fu costretto di ricoverarsi frettolosamente -il duca. Mancavano i viveri pel giorno seguente. La notte si trattò -fra il Ligny e il duca, e si concertò una capitolazione. Il giorno -vegnente, cioè il memorando giorno 10 aprile 1500, il Trivulzio la -disdisse e dichiarò nulla, pretendendo che mancasse nel generale -francese la facoltà di concertarla. Un onorato capitano albanese, -che trovavasi nell'armata del duca, lo consigliò di montare sul di -lui cavallo barbero, di prodigiosa fortezza e velocità, sul quale -sicuramente si sarebbe portato a Milano; ma il duca, timido, avvilito, -non seppe risolversi. Si rivolse invece a pregar gli Svizzeri che -lo vestissero come uno de' loro fantaccini, acciocchè sconosciuto, -potesse evitare la prigionia. Capitolarono gli Svizzeri sforzeschi co' -nemici, ed ottennero di liberamente tornarsene al loro paese. Mentre -uscivano da Novara gli Svizzeri, e con essi il duca travestito, un -araldo a nome del duca uscì da Novara, e si portò dal generale Ligny -per confermare la capitolazione. Sperava il Moro con tale astuzia di -occupare frattanto i generali francesi e distorgli dal sospettare la -fuga di lui. Lodovico, attorniato da sedicimila Svizzeri, era già -fuori della città, e consolavasi credendosi in salvo, senza avere -con veruna capitolazione abdicate le sue ragioni. Il cardinale di -Rohan comandò all'armata francese di porsi in ordine di battaglia, -acciocchè gli Svizzeri dovessero sfilare due a due attraverso. V'è -chi crede che lo stesso comandante svizzero sforzesco avesse tradito -il duca, avvisandone il cardinale. La faccia dei sovrani è nota, e -corre sulle loro monete. Il Moro venne scoperto, tanto più facilmente, -quanto che egli per la statura eccedeva la comune, e pel fosco colore -del volto ebbe per sopranome _il Moro_. Nella lettera il Moroni -dice:[322] _Infelix Ludovicus, qui non oris, non majestatis quam in -vultu semper habuit, non proceritatis habitum mutare potuerat, licet -vestes commutasset, agnitus apprehensusque fuit_. Quel drappello di -cavalleria sforzesca che trovavasi in Novara, còlto il momento in cui i -Francesi ebbero preso il duca[323], _facta statim eruptione_, si salvò -attraversando l'armata francese; il che mostra qual fosse il partito -che avrebbe dovuto prendere il duca. - -Appena fu il duca nelle mani de' Francesi, che, in quel medesimo -umiliante arnese da fanticcino svizzero, fu condotto alla presenza -del comandante Gian Giacomo Trivulzio. Pareva che la presenza di -quel principe, già suo sovrano, ora suo prigioniero, dovesse eccitare -nell'animo del Trivulzio, non già la collera, ma la compassione. La -perduta sovranità, e l'abbiezione presente, la prigionia dovevano -eccitar in un cuor generoso la brama di alleggerire i mali del -suo avverso destino, non di aggravarli. Convien dire che non fosse -mosso da questi principii l'animo del maresciallo Trivulzio, poichè -duramente allora gli rinfacciò il bando che gli aveva dato. Passò il -duca in custodia del duca de la Tremouille, il quale, rispettando la -sventura di lui, lo provvide di abiti e di quanto conveniva alla di -lui condizione[324]. Il giorno 17 aprile, che fu un venerdì Santo, -partì da Novara per la Francia, abbandonando per sempre l'Italia. Il -duca de la Tremouille con trecento cavalli lo scortava. Passando per -Asti, lo sventurato Lodovico dovette ascoltare mille ingiurie dal -popolaccio affollato, che gli avrebbe fatto insulti anche maggiori, -se la nobile generosità francese non l'avesse impedito. Arrossiva -il disgraziato principe, cadevangli amare ed inutili lagrime, -scoppiavagli il cuore, onde a Susa cadde in tal languore, che convenne -sospendere per qualche giorno il cammino, che poi ripigliossi. Onde, -passate le Alpi e condotto in Francia, fu dapprima collocato nella -torre dei Gigli di San Giorgio nel Berry. Ivi potè corrompere poi -i custodi, e, nascosto sotto il fieno d'un carro, usci dalla ròcca: -ma, al suo solito, mancando pure di ardimento in quella occasione, -si smarrì ne' boschi vicini, e fu nuovamente raggiunto. Quindi in -più stretta custodia collocato nel castello di Loches, finì i suoi -giorni nel 1508, ai 27 di maggio, nell'anno cinquantesimosettimo -di sua vita. Principe a cui furono rimproverate le morti del duca -Giovanni Galeazzo, e dell'onorato e venerato Cicho Simonetta; ma -che nel rimanente fu un sovrano sincero, generoso, liberale, amico -del merito, conoscitore dei talenti, promotore della coltura in ogni -genere, tenero marito, padre affettuoso, principe capace di amicizia -e di benevolenza, e tale insomma che probabilmente venne spinto dal -predominio altrui a macchiarsi contro sua voglia. Come politico poi, -o come militare, convien confessare ch'ei mancava intieramente di -talento, e che non mostrò nemmeno di aver condotta alcuna. Fluttuante, -incerto, pare che i soli casi momentanei determinassero le sue azioni, -senza aver un costante principio; il che rese gli ultimi fatti suoi -meschini agli occhi di ognuno. Così terminò lo splendore della casa -Sforza, che durò cinquant'anni e non più; giacchè, come vedremo, -assai breve e povera comparsa fecero dappoi i due figli di Lodovico, -Massimiliano e Francesco, ch'ei lasciò ricoverati nella Germania presso -dell'imperatore. Il cardinale Ascanio fu preso e condotto parimenti -nella Francia. Gli stipendiati sforzeschi che rimanevano in Milano, si -sbandarono. Sulla prigionia del duca Lodovico si coniò la medaglia in -cui, al rovescio della testa del maresciallo Trivulzio, leggesi[325]: -_Expugnata Alexandria, delecto exercitu, Ludovicum Sfortiam ducem -expellit, reversam apud Novariam sternit, capit_[326]. Il maresciallo -Trivulzio aveva, siccome vedemmo, molti nemici. Il tumulto accaduto -in Milano sotto il governo di lui doveva condurre il re Lodovico XII a -confidare in altra mano la suprema dignità, siccome fece, dichiarando -suo luogotenente e governatore il cardinale di Rohan, che si chiamava -il cardinale d'Amboise. Nemmeno per tre mesi il Trivulzio durò -governatore. Per pochi mesi pure tenne questa carica il cardinale, a -cui fu successore, nell'anno medesimo 1500, il signore du Benin. Entrò -in Milano il Trivulzio il giorno 15 aprile, e andossene ad alloggiare -in sua casa[327], non più in corte. Il cardinale, il giorno 17 di -aprile, entrò come governatore. È facile l'immaginarci quale fosse -l'inquietudine dei Milanesi in tale rivoluzione, disperando di più -rivedere il loro natural principe, e temendo la vendetta de' Francesi, -offesi nell'ultima rivoluzione. In fatti, il cardinale pretendeva -dalla città ottocentomila scudi, ossia dodici mila marche d'oro, -in rifacimento delle spese fattesi per ricuperare lo Stato. La pena -fu poi ridotta a soli trecentomila scudi, e nemmeno di quest'ultima -somma se ne portò tutto il carico, poichè, trattine centosettantamila -scudi effettivamente pagati, mercè di un regalo di gioie del valore di -ottomila scudi d'oro fatto alla regina Anna di Bretagna, moglie del re -Lodovico XII, ella impetrò dal sovrano suo sposo il dono del rimanente. - -Dalla presa del duca Lodovico sino al 1507, poco o nulla accadde -nel milanese che meriti luogo nella storia, fuori che gli Svizzeri -si resero padroni di Bellinzona, ed il re di Francia accondiscese a -lasciarne loro il dominio. Negli anni 1502 e 1503 la pestilenza venne -a Milano da Roma e fece strage. Quest'era la undicesima volta, dal -nono secolo in poi, in cui Milano fu esposta a tal miseria; avendo io -osservate memorie di pestilenza negli anni 883, 964, 1005, 1244, 1259, -1361, 1373, 1400, 1406 e 1485. Nel secolo XVI, del quale ora scrivo, -più volte vi penetrò, come vedremo. (1507) L'anno 1507, il giorno 24 -di maggio, Lodovico XII, per la seconda volta, venne in Milano. Egli -si era impadronito di Genova, e fece il solenne ingresso, andandogli -incontro, oltre il clero e i corpi pubblici, ducento giovani vestiti -di drappo di seta celeste, ricamato in gigli d'oro. Il re entrò per -porta Ticinese sotto diversi archi trionfali, essendo le vie tutte -coperte di tela, magnificamente parate. Così erano le vie sino al -castello, dove terminò l'entrata. Erano in seguito de' carri dorati, a -foggia de' trionfi dei Romani antichi. Il re stava sotto a baldacchino -di drappo d'oro, con corteggio immenso di principi, marchesi, conti, -sei cardinali, e quattro altri ne vennero il giorno seguente, in -tutto dieci cardinali. Il re visse in Milano coll'affabilità istessa -dell'altra volta; andava ai pranzi, e fu da Galeazzo Visconti, da -messer Antonio Maria Pallavicino; e sopra ogni altro si ricorda il -festino veramente magnifico che diede Gian Giacomo Trivulzio al re -ed alla corte, in cui sedettero più di ducento gentiluomini, cinque -cardinali e centoventi damigelle milanesi. Inoltre vi furono tavole -imbandite per quattrocento arcieri reali, ed altrettanti domestici -e cortigiani; onde più di mille convitati sedettero alle mense del -Trivulzio: e ciò, essendo la stagione favorevole, seguì il 27 di -maggio, sotto sale posticcie, piantate lungo il corso di porta Romana. -Indi vi si ballò e s'ebbe il divertimento delle maschere. Al re -singolarmente piacque una bellissima giovine, Caterina di San Celso, -che cantava, suonava e ballava sorprendentemente, ed aveva somma -grazia, ingegno e vanità di conquiste. - -Fra i varii spettacoli che in quella occasione si videro, uno ve -n'ebbe il quale minacciò di cagionare degli inconvenienti. Il giorno -14 giugno 1507 fu destinato ad una rappresentazione militare. Il -giorno precedente cadeva la solennità del Corpus Domini, ed il re, -con sette cardinali, col duca di Savoia, e i marchesi di Monferrato -e Mantova, e una schiera di ministri esteri, aveva decorata la -solita processione. La comparsa militare consisteva nel mostrare -l'attacco di una fortezza. Erasi accomodato a foggia di una ròcca, a -quest'oggetto, il palazzo dove soleva dimorare il governatore, ch'era -Carlo, gran maestro d'Amboise, succeduto al cardinale di Rohan[328]. A -difendere il forte, stavano esso governatore, il marchese di Mantova -e il maresciallo Trivulzio, con cento uomini d'armi. L'attacco si -faceva con forti bastoni, e tanto fu l'ardore, che alcuni vi rimasero -morti, molti feriti; e la cosa era talmente impegnata, non volendo -alcuna delle due parti cedere, che, per evitare una funesta scena, -dovette il re in persona porsi di mezzo. Un mese e mezzo dimorò il re -Lodovico questa seconda volta in Milano, d'onde partissene il giorno -11 luglio alla volta di Savona, per abboccarsi al re di Spagna, e -concertar il matrimonio della sorella del duca di Nemours con quel -re. I Veneziani, vedendo che il re Lodovico XII si era con facilità -impadronito di Genova, cominciarono a temere questo potentissimo -vicino, che aveano incautamente invitato ed assistito. Mossero delle -pratiche per animare l'imperator Massimiliano, il quale avea alla -sua corte i due esuli principi Massimiliano e Francesco, figli del -duca prigioniero. Non poteva il capo dell'Impero considerare mai come -legittima invasione fatta dal re di Francia nel milanese. Il feudo -non passava nelle femmine, e quindi era viziato il titolo su cui -fondavasi il re. Veramente ancora più viziato era quello che poteva -mostrare Francesco Sforza; poichè la Bianca Maria, nella sua origine, -aveva una macchia, della quale era immune la Valentina. Ma appunto per -questo, quell'augusto avea, con nuova investitura, costituito Lodovico -secondogenito, acciocchè l'investitura mostrasse l'arbitrio cesareo -nella scelta. Oltre poi l'augusta maestà dell'Impero, nel cuore di -Massimiliano parlavano i moti del sangue in favore dei due giovani -principi oppressi. (1508) Lusingato adunque Massimiliano del favore de' -Veneziani, si presentò ai difficili passi dell'Adige per discendere dal -Tirolo nella Lombardia; e, col pretesto di passar poi a Roma per farsi -incoronare, scacciar prima i Francesi dal ducato di Milano. Ma trovò -opposizione tale de' Veneziani, che dovette tornarsene. Egli mosse le -armi contro i Veneti, ed essi occuparono le terre imperiali di Gorizia -e Trieste. Questi furono gli ultimi motivi che determinarono la famosa -lega di Cambrai l'anno 1509; lega in cui il papa, l'imperatore, il re -di Francia, il re di Spagna e varii altri minori principi Gonzaghi, -Estensi, ec., si unirono a danno della prepotente repubblica veneta -lega, per cui Venezia fu nel punto di perire, e per cui ricevette un -colpo siffatto, che più non le fu possibile riascendere alla primiera -grandezza. Era meglio per Venezia l'avere per confinante un principe -di forze moderate, come lo Sforza, ovvero un re di Francia? Sulla -casa Sforza essa acquistò Brescia, Bergamo e Cremona. Il tempo cambia -i principi, e le repubbliche immortali seguitano sempre la stessa -politica. Un successore debole sul trono di Milano accresceva nuove -spoglie ai Veneti; Cremona, la Gera d'Adda terminarono in mano de' -Veneti.... Quantunque, era forse un bene per Venezia l'accrescere tanto -lo Stato suo? E se, invece di farsi delle città suddite, ella ne avesse -fatte altrettante alleate e partecipi della veneta libertà, dando la -cittadinanza veneta ai vinti, come i Romani.... forse rinasceva Roma -nel seno dell'Adriatico. Mi si perdoni questa digressione. Facil cosa è -giudicare dagli effetti, siccome fa lo storico; ma gli uomini di Stato, -costretti ad antivedere, sono dalle apparenze sedotti facilmente. -L'oggetto di questa unione si era che il papa togliesse alla repubblica -le città marittime della Romagna; l'imperatore acquistasse Verona, -Vicenza e Padova; il re di Francia riunisse al milanese Crema, Bergamo -e Brescia. Gli altri principi tutti avevano concertata la porzione che -lor dovea appartenere dello spoglio del Veneziani. - -I Veneziani radunarono un esercito di sessantamila uomini; e ne -confidarono il comando al conte Bartolomeo d'Alviano. Si presentarono -i Veneti all'Adda. Di contro comparve il governatore di Milano, -gran maestro Carlo d'Amboise, con una men forte armata. I Veneziani -posero il fuoco a Treviglio; il loro comandante voleva prendere Lodi -e Milano, od almeno tentarlo prima che giugnesse il re di Francia, il -quale con nuovi armati passava le Alpi; ma i provveditori veneti no -'l permisero. (1509) Comparve Lodovico XII in Milano il giorno 1.º di -maggio del 1509, e fu questa la terza volta. Vi dimorò otto giorni; -indi co' suoi s'incamminò alla volta di Cassano. Egli avea al suo -seguito da cento de' primi gentiluomini milanesi, che seco conducevano -più di mille cavalli corredati con maravigliosa magnificenza; e questi -combattevano a proprie spese senza stipendio; su di che il Prato: «al -vedere quelle cavalcanti compagnie sì di francesi come di milanesi, con -i saioni quasi tutti di broccato d'oro sopra le fulgenti armi, avendo -il re, vestito di bianco, nel mezzo, era veramente uno obstupescere -l'occhio del risguardante». Giunse il re a Cassano; si pose di fronte -ai marcheseschi. I Veneziani erano vantaggiosamente accampati alla -sinistra riva dell'Adda, e scorreva avanti al lor campo. Voleva il -re arditamente passare il fiume ed attaccarli, ma Giovan Giacomo -Trivulzio lo sconsigliò da questo temerario partito a fronte di una -numerosa armata, provveduta di molta artiglieria. Il re fece dei -ponti, e su di essi passarono i Francesi; ciò accadde il 10 maggio -1509. V'erano il Trivulzio, La Palisse, il duca di Courbon. Il conte -Bartolomeo d'Alviano voleva attaccare i Francesi al momento in cui -stavano passando il fiume; e si lagnò de' provveditori veneti, che gli -strappavano dalle mani la vittoria e lo esponevano poi alla rovina. Non -permisero i provveditori che scendesse dal suo campo trincerato. Il re -pose il suo accampamento sul fiume alle spalle e fece rompere i ponti, -acciocchè i soldati sapessero che non rimaneva scampo alcuno colla -fuga. I Veneziani si ritirarono verso Caravaggio. Il 14 maggio 1509 -si posero in marcia i Francesi. I Veneziani avevano circa ventimila -fanti e mille uomini d'armi. Fra i primi nell'attaccare furono i nostri -milanesi. Il fatto seguì fra Agnadello e Mirabello. Rimasero sul campo -sedicimila persone. Alcuni dissero persino ventimila. L'Alviano fu -ferito. Ventitre pezzi di grossa artiglieria vennero in potere de' -Francesi. Molti veneziani rimasero prigionieri. Il poco che rimase -dell'armata marchesesca fuggì verso Brescia. Dopo questa insigne -sconfitta d'Agnadello, del 14 maggio, i Francesi presero Caravaggio -il 16; il giorno 18 maggio Bergamo si sottomise al re; e il giorno 23 -maggio Brescia pure conobbe il re di Francia per suo signore. Crema nel -mese istesso si sottomise. Tale fu l'impressione che fece la vittoria -di Agnadello, che Verona, Vicenza e Padova portarono al re le chiavi, -e il re le fece consegnare agli ambasciatori del re de' Romani, come -città a lui appartenenti. - -Dopo un così rapido corso di vittorie il re Lodovico XII, il giorno -1.º di luglio, entrò in Milano con una sorta di trionfo. Girò da San -Dionigi dietro la fossa per entrare solennemente da porta Romana, -che allora era al ponte; e da porta Romana al castello erano le case -coperte _di panni di razza, con li padiglioni sopra_; come dice il -Prato, che descrive la pompa essere stata tale, che ardiva paragonarla -ai trionfi de' Romani antichi. Vi erano quattro archi trionfali, e -l'ultimo sulla piazza del castello, «il quale, fra gli altri belli, -era bellissimo, d'altezza di più di cinquanta braccia, disopra avendo -di rilievo la imagine del re, sopra un cavallo tutto messo a oro, di -maravigliosa grandezza, con due giganti a canto, e tutte le commesse -battaglie intagliate e dipinte, che era una bellezza a vedere, e più -superba cosa saria stato, se la súbita venuta del re non avesse il -mezzo dell'opera intercisa»; così il Prato. Il re era preceduto da -carri dorati, e rappresentavano le città sottomesse, alla foggia de' -trionfi romani. S'era preparato un magnifico carro trionfale, tutto -dorato e condotto da quattro cavalli bianchi, coperti superbamente di -ricamo, e scortato da ventiquattro pomposi custodi; ma il re non volle -ascendervi e rimase a cavallo, corteggiato da gran numero di principi, -conti e marchesi, ducento gentiluomini francesi, e molti gentiluomini -milanesi _sì superbamente vestiti che il domestico abito era semplice -broccato_; così il Prato. Il re poco dopo tornò in Francia[329]. - -Mentre i Francesi riunivano al ducato di Milano, Brescia, Bergamo -e Como, l'imperatore possedeva Verona, Vicenza e Padova; e il papa -s'era reso padrone di Ravenna, Cervia, Imola, Faenza, Forlì, Rimini e -Cesena. Ma, come accadde sempre alle forze collegate, che i separati -interessi de' soci le scompongono ben tosto, così riuscì ai Veneziani -di riprendere Padova. Poco dopo, segretamente il papa fece la pace co' -Veneziani, ed ottenne la signoria delle città che aveva conquistate -nella Romagna, con di più il patto che la repubblica non mai occupasse -Ferrara. Così mancando il papa di fede alla Lega, questa cessò, e -ciascuno si rivolse a provvedere a' casi suoi. - - - - -CAPITOLO XXI. - - _Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è riconosciuto - Massimiliano Sforza, ottavo duca._ - - -Dopo la vittoria di Agnadello, il re di Francia Lodovico XII aveva -ottenuta dall'imperatore Massimiliano l'investitura del ducato di -Milano collo sborso di centocinquantacinquemila scudi d'oro[330]. -Così quell'augusto parve che sagrificasse i due suoi cugini germani, -Massimiliano e Francesco Sforza, spogliandoli di quel diritto ch'ei -medesimo aveva dato ad essi nell'investitura di Lodovico il Moro, -loro padre. Ma se le circostanze momentanee consigliarono un tal -partito, in forza della lega di Cambray, considerata per un mostro -politico; cambiate queste, ben tosto gl'interessi di ciascun potentato -ripigliarono il loro vigore; e nello Sforza preferì cesare un principe -stretto parente e protetto da lui, ad un rivale formidabile, quale -era il re di Francia. (1510) Il papa Giulio II, staccatosi dalla lega, -unitosi co' Veneziani, teneva segrete pratiche cogli Svizzeri, a fine -di scacciare dal Milanese i Francesi, o d'inquietarli per lo meno. -Quella nazione bellicosa e confinante, cinta da montagne altissime, -poteva con improvvise incursioni sorprendere, e, rispinta, ancora -ricoverarsi fralle rupi native fuori da ogni pericolo di offesa. Dopo -di avere gli Svizzeri occupata Bellinzona nella rivoluzione in cui -Lodovico il Moro fu preso, resi padroni di quella rôcca, in addietro -posseduta dai duchi di Milano, non solamente si videro arbitri di -invadere la sottoposta pianura del Milanese, ma formarono disegno -di occuparne una porzione. Il papa, che aveva già l'animo rivolto -a Parma e Piacenza, città state sempre unite al ducato di Milano, a -fine di staccarle ed appropriarsele come città comprese anticamente -nell'esarcato di Ravenna, e nella donazione che la contessa Matilde -aveva fatta alla Santa Sede, adescò gli Svizzeri a staccare altresì -dal ducato medesimo Lugano, Locarno e Mendrisio, tre distretti i più -vicini alle Alpi. Animò i Grigioni ad acquistar Bormio e la Valtellina. -Il principal motore presso gli Svizzeri fu Matteo Scheiner, uomo -di nascita plebea, dapprincipio maestro di scuola, indi curato, poi -canonico di Sion, piccola città del Vallese, uomo di una impetuosa -eloquenza e di un carattere violento, ostinato ed appassionatamente -nemico dei Francesi, fatto per le armate più che pel sacerdozio, il -quale, per testimonianza di Varilas, sforzò col ferro alla mano il suo -capitolo a nominarlo coadiutore; e fatto indi vescovo di Sion, rese -celebre il suo nome per le imprese militari e per la somma influenza -che ebbe presso gli Svizzeri, e conseguentemente negli affari di que' -tempi, nei quali gli Svizzeri avevano moltissima parte; uomo perfine, -che dal papa, per sempre più rendersi amici gli Svizzeri, fu creato -cardinale, e dagli scrittori chiamasi _il cardinale di Sion_. Nel -mese di settembre del 1510 gli Svizzeri fecero una incursione dal -ponte della Tresa a Varese. I Francesi erano sparsi nei presidii di -Brescia, Peschiera e altre fortezze, che ora sono dello Stato veneto. -Cinquecento lance stavano a fronte dell'esercito veneziano. Altre -cento lance francesi erano passate ausiliarie del duca di Ferrara, -minacciato dal papa, il quale aveva accordato co' Veneziani ch'essi -non gl'impedirebbero d'impadronirsi di quella città, togliendola -agli Estensi. Il qual progetto non riuscì allora a Giulio II; ma -ottantasette anni dopo, cioè nel 1597, Clemente VIII Aldobrandino -lo ridusse a compimento. I Francesi non aveano quindi forze bastanti -per impedire simili scorrerie degli Svizzeri; i quali, dopo di avere -saccheggiate le terre, si ricoverarono prima dell'inverno sulle loro -Alpi. (1511) Ma l'anno seguente, cioè 1511, sedicimila, secondo il -Guicciardini, o venticinquemila Svizzeri, secondo il Prato, scesero -dalle loro montagne, occuparono di bel nuovo Varese, s'innoltrarono -a Gallarate, a Rho, e si presentarono fin sotto le mura di Milano -il giorno 14 dicembre 1511. Ma non avendo costoro artiglieria, -non passarono più oltre; anzi, incamminatisi verso la loro patria, -lasciarono devastate od arse le terre di Bresso, Affori, Niguarda, -Cinisello, Desio, Barlassina, Meda ed altre. Queste incursioni -rendevano sempre più deboli le intraprese de' Francesi contro i -Veneziani e contro del papa, che già consideravasi come aperto nemico -del re di Francia. Quai fossero i pensieri di papa Giulio II in -quest'affare, si vede nel Guicciardini[331]. «Aveva il pontefice, dice -egli, propostosi nell'animo, e in questo fermati ostinatamente tutti -i pensieri suoi non solo di reintegrare la Chiesa di molti Stati, i -quali pretendeva appartenersegli, ma oltre a questo, di cacciare il re -di Francia di tutto quello possedeva in Italia, movendolo la occulta -ed antica inimicizia che avesse contro lui, o perchè il sospetto avuto -tanti anni si fosse convertito in odio potentissimo, o la cupidità -della gloria di essere stato, come diceva poi, liberatore d'Italia dai -barbari». I Francesi non aveano nell'Italia se non mille e trecento -lance e ducento gentiluomini[332], parte a Brescia, parte a Bologna, -parte a Faenza. - -Il governatore di Milano e comandante delle armate francesi nell'Italia -era il gran maestro Carlo d'Amboise di Chaumont, il quale, nel 1505, -era succeduto al signore Du Benin; e questi aveva avuti due altri -prima di lui, il maresciallo Trivulzio o il cardinale di Rohan. Questo -quarto governatore morì di malattia in Coreggio il 10 marzo 1511, e -venne trasportato solennemente in Milano il 31 di esso mese. Il Prato -ci descrive quel corredo funebre. Due cavalli coperti di velluto nero, -ricamato d'oro, portavano il sarcofago, similmente coperto, con sopra -la collana d'oro di San Michele. Precedevano cinque cavalli coperti -sino a terra di velluto nero. Sul primo eravi un paggio con in mano -la lancia: sul secondo, altro paggio portando un bastone dorato; sul -terzo, un simile con mazza dorata; sul quarto il paggio aveva sul capo -l'elmo dorato, e nella mano lo stocco; il quinto cavallo era a sella -vuota, collo stocco pendente dall'arcione, ed era condotto a mano. -Veniva poi la cassa di piombo, portata e coperta come ho scritto; -seguitavanla i soldati e cortigiani, tutti in lutto con abiti sino -a terra, e con certi cappucci in capo, con cui _quasi elefanti mi -sembravano_, dice il Prato. Indi seguivano quattromila poveri, vestiti -di nuovo, con torce nere in mano; poi quanti preti e frati v'erano in -Milano, venivangli dietro con torce in mano. Il Duomo, ove la pompa -finì, era tutto coperto di panni funebri, ed ornato di torce in sì -gran numero, che una non era più di due braccia discosta dalle altre. -Stavano alle porte alcuni che gettavano denaro ai poveri. La funzione -fu magnifica. Il cadavere poi privatamente fa trasportato in Francia. -Tali singolarità meritano luogo nella storia, perchè ci rappresentano -i costumi ed il lusso dei tempi. L'onorare le ceneri de' trapassati -sembra cosa quasi naturale all'uomo, poichè sino da' più rimoti secoli -se ne scorgono lo tracce; e le nazioni selvagge eziandio ne hanno dato -esempio; l'estinguere questo pietoso sentimento sarebbe difficilissimo -e forse un cattivo progetto. Il limitare la profusione di tai pompe -sembra conforme ad una saggia legislazione. Se questo affetto poi -di preservare la spoglia e perpetuar la memoria delle persone che -ci furono care, si rivolga in favor delle belle arti, animando la -scultura, merita incoraggiamento e lode. Nel secolo XVI cominciò tra -noi una severa e poca avveduta vigilanza contra siffatti monumenti, e -se ciò non fosse stato, avremmo assai più ornati i nostri sacri templi -di riconoscenti memorie dei cittadini e del progresso delle belle arti, -che non abbiamo. - -Poichè Giulio II ebbe mancato di fede al re di Francia, staccandosi -dalla lega ed unendosi coi Veneziani, movendo gli Svizzeri, ed -accostandosi agli Spagnuoli, alcuni cardinali, o partitanti della -Francia, o malcontenti per la vita assai più militare che ecclesiastica -del sommo pontefice, si radunarono in Pisa, ove si andava formando un -concilio per deporlo, e dichiarar vacante la Santa Sede. In Pisa non -si credendo eglino bastevolmente sicuri, passarono alcuni cardinali -a Milano colla idea di quivi congregare il concilio. Come fossero -accolti, lo scrive il Guicciardini[333]. «Ma a Milano i cardinali, -seguitandoli per tutto il dispregio e l'odio dei popoli, avrebbero -avute le medesime o maggiori difficoltà; perchè il clero milanese, come -se in quella città fossero entrati, non cardinali della chiesa romana, -soliti a essere onorati e quasi adorati per tutto, ma persone profane -ed esecrabili, si astenne subitamente da sè stesso dal celebrare gli -uffizi divini, e la moltitudine, quando apparivano in pubblico, gli -malediceva, gli scherniva palesemente con parole e gesti obbrobriosi, -e sopra gli altri il cardinale di Santa Croce, riputato autore di -questa cosa». Il cardinale Santa Croce, spagnuolo, era uno dei primi -autori di tale scisma. I nostri ecclesiastici, immediatamente dopo la -loro venuta, cessarono di celebrare le sacre funzioni, considerando -come soggetta all'interdetto la terra ove abitavano questi prelati. -Il governo comandò loro di continuare nel solito ministero, ed il -Prato ci avvisa che i monaci Benedettini, Cisterciensi e Lateranesi, -per non aver voluto ubbidire, ebbero i militari posti ad alloggiare -sulle loro terre. (1512) Il giorno 4 gennaio 1512 si radunò nel -Duomo questo concilio. Il cardinale di Santa Croce cantò la messa -pontificale: il cardinale Sanseverino ed un altro cardinal francese -servivano da diacono e suddiacono; v'erano altri due cardinali -assistenti, e ventisette colle mitre bianche in testa, altri vescovi, -ed altri abbati. Trattossi di portare giudizio su papa Giulio; ed eravi -per notaio, che scriveva gli atti del concilio, un messer Ambrogio -Bolfraffo. Tenne varie sessioni questo concilio, ed in una del giorno -21 d'aprile venne dichiarato il sommo pontefice sospeso dalla sua -dignità papale. Di tutto ciò fa menzione il Prato. - -Nè già i pericoli che stavano d'intorno a Giulio II limitavansi a -questa scarsa e dispregiata congregazione, già dal papa scomunicata -e resa obbrobriosa o ridicola ai popoli. Il pericolo assai maggiore -stava risposto nel valor militare del duca di Nemours Gastone di -Foix, nipote per parte di madre del re Luigi XII, fatto governatore e -capitano generale dopo la morte del gran maestro di Amboise. Questo -giovine eroe, all'età di soli ventidue anni, mostrò i talenti di un -gran generale. Dal Milanese vola a soccorrere Bologna, assediata da don -Pietro di Navarra e la sorprende prima ch'egli abbia nemmeno notizia -ch'ei marciasse a quella vòlta; lo pone in fuga, batte la retroguardia -di lui; rende libera Bologna. Coglie il momento di questa impresa -il conte Luigi Avogadro, e, profittando della assenza dei Francesi, -apre le porte di Brescia a' Veneziani, i quali occupano Bergamo e -s'innoltrano sino al Mincio. Al momento parte Gastone dal Bolognese, -si affronta al Mincio coi nemici, che gliene disputano il passo, e li -disperde; si presenta a Bergamo e la prende; si presenta a Brescia, -e se ne rende padrone; e tutta questa maravigliosa serie di fatti si -eseguisce in pochi giorni. Il 29 febbraio prese Bergamo, il 1.º di -marzo prese Brescia; al qual proposito il Guicciardini scrive[334]. «Fu -celebrato per queste cose per tutta la Cristianità con somma gloria -il nome di Fois che con la ferocia e celerità sua avesse in tempo di -quindici dì costretto l'esercito ecclesiastico e spagnuolo a partirsi -dalle mura di Bologna, rotto alla campagna Giampagolo Baglione con -parte delle genti dei Veneziani, ricuperata Brescia con tanta strage -de' soldati e del popolo, di maniera che, per universale giudizio, -si confermava non avere già parecchi secoli veduta Italia nelle opere -militari una cosa somigliante». - -Questa presa di Brescia servì di argomento al signor di Belloy per -la tragedia che intitolò: _Gaston et Bayard_, nella quale l'Avogadro -apparisce come un ribelle del suo legittimo sovrano e traditore della -patria, e gl'italiani vi figurano miseramente il personaggio di gente -senza virtù alcuna. I Bresciani da ottantatre anni vivevano sudditi -della repubblica veneta: quando nel 1509, furono assoggettati alla -forza dell'armi francesi. Il conte Avogadro tentò di liberare sè -stesso e la patria da un giogo straniero, e riconsegnarsi al nativo -suo principe. Il governo poi che i Francesi facevano della di lui -patria, suggeriva di liberarla da quella infelicità[335]. Il grado -di longitudine sotto cui siamo nati su questa sferoide, non dovrebbe -cagionare diversità di partiti: l'uomo virtuoso e dabbene è patriota -de' suoi simili sparsi per ogni clima, ed è forestiere al suo vicino -malvagio e vizioso. L'infelice conte Avogadro terminò miseramente i -suoi giorni sul patibolo, ed i suoi figli, tradotti a Milano, per mano -del carnefice finirono pure la vita. V'è chi incolpa Gastone di Foix -di avere voluto contemplare la morte di questi infelici che avrebbero -un nome glorioso, qualora avessero avuta la fortuna delle armi, e -sarebbero stati coronati da quella gloria medesima che ottennero di -que' tempi alcuni Francesi scacciando gl'Inglesi che avevano occupate -le province della Francia. Il saccheggio di Brescia recò poi a Milano -la pestilenza, che per due anni vi restò. - -Dopo ch'ebbe di volo sottomesse le città di Bergamo e Brescia, il duca -di Nemours Gastone di Foix passò per Milano; indi rapidamente marciò -a Ravenna. È celebre la battaglia che vi si diè il 11 d'aprile, che in -quell'anno fu il giorno di Pasqua, cioè quaranta giorni dopo la presa -di Brescia; ed è notissima non meno la morte che vi trovò Gastone, dopo -di avere riportata una compiuta vittoria; nè appartiene alla storia -ch'io mi son limitato a scrivere, la precisa narrazione di tai fatti. -Marc'Antonio Colonna comandava nella città di Ravenna; il vicerè di -Napoli Pietro di Navarra aveva il comando degli Spagnuoli; sotto di lui -serviva Fabrizio Colonna. I collegati pontificii erano millesettecento -uomini di armi e quattordicimila fanti. Usarono allora i pontificii de' -carri falcati[336]. I Francesi avevano, sotto il comando del duca di -Nemours, il marchese di Ferrara e il cardinale Sanseverino. Oltre il -duca di Foix, che vi fu ucciso, rimasero sul campo il signor d'Allegre -con suo figlio, il signor Molard, sei capitani tedeschi, il capitano -Maugiron, il barone di Grammont, e più di duecento gentiluomini di -nascita distinta. Se tale sciagura non veniva a rovesciare tutt'i -disegni de' Francesi, il papa Giulio II correva rischio grande di -perdere lo Stato, e di ubbidire al sinodo tenutosi in Milano. Ma una -giornata cambiò totalmente l'aspetto degli affari, e il languente -comando de' Francesi passò nelle mani del signor De la Palisse, che può -essere collocato nella serie de' governatori di Milano, ed è il sesto. -La spoglia del duca di Nemours venne trasportata a Milano e sospesa -entro di un sarcofago di piombo fra una colonna e l'altra nel Duomo, -siccome eranlo i duchi di Milano. La cassa venne coperta come lo erano -le altre pure, con uno strato magnifico di broccato soprarizzo, dice -il Prato: eranvi ricamati i gigli d'oro; pendeva la spada pontificia -col fodero d'oro acquistata a Ravenna; v'erano collocati all'intorno il -vessillo del papa e quindici altre bandiere prese in quella battaglia. -Ma lo spirito feroce di partito e la superstizione non lasciarono -tranquille le ceneri di questo giovine eroe; gli Svizzeri, i quali, -come or ora vedremo, s'impadronirono in breve di Milano, entrati -nel Duomo, sormontandosi l'un l'altro, scomposero, rovesciarono quel -monumento, e le spoglie vennero disperse. Cambiatasi poi nuovamente la -fortuna, e ritornati i Francesi, fu innalzato un mausoleo magnifico di -marmo alla memoria di questo principe, e collocato nella chiesa delle -monache di Santa Marta. Di questo mausoleo ora non ne rimane che la -statua, sotto della quale si legge l'iscrizione seguente: - - SIMVLACRVM GASTONIS FOXII - GALLICARVM COPIARVM DVCTORI - QVI IN RAVENNATE PRAELIO CECIDIT ANNO - MDXII - CVM IN AEDE MARTAE RESTITVENDA - EIVS TVMVLVS DIRVTVS SIT - HVIVSCE COENOBII VIRGINES - AD TANTI DVCIS IMMORTALITATEM - HOC IN LOCO COLLOCANDVM CVRAVERE - ANNO MDLXXIV[337] - -I bassirilievi che adornavano la tomba, vennero, non saprei per qual -destino, rotti e divisi; alcuni se ne veggono nella deliziosa villa di -Castellazzo, altri sono presso alcuni privati. Sempre più si conosce -che un buon libro è il solo monumento durevole, col quale un uomo sia -sicuro di tramandare ai secoli venturi la memoria di sè medesimo: -i marmi, gli edifizi, le pubbliche fondazioni, tutto si scompone e -disperde; ma Orazio aveva ragione di scrivere, ch'egli s'innalzava un -monumento co' versi suoi più durevole de' bronzi[338]. - -Dopo la battaglia di Ravenna, in cui si disse che rimanessero morti -sul campo ottomila fanti e mille cavalieri pontificii, e prigionieri -il vicerè di Napoli don Pietro di Navarra, il cardinale dei Medici, -il marchese di Pescara, Fabrizio Colonna, il marchese di Padule, il -figlio del principe di Melfi, don Giovanni Cardona ed altri; l'armata -francese, sebbene vincitrice, si trovò totalmente rovinata, che il -cavaliere Bayard, nella lettera citata, assicura[339] che in cento anni -di tempo la Francia non poteva risarcire la perdita che aveva fatta. -Dopo questa tal battaglia, il papa Giulio II sempre più si strinse -co' Veneziani per discacciare i Francesi, i quali a nome del concilio -avevano cercato di occupar la Romagna. L'interesse dei Veneziani -consigliavali a dar mano alla rovina dei Francesi per ricuperare -Brescia e il restante della terra-ferma, e collocar sul trono di -Milano un principe da cui non dovessero temere invasione. Innoltrò -il papa i suoi maneggi coll'imperatore Massimiliano per restituire -il ducato di Milano a Massimiliano Sforza, cugino dell'imperatore -medesimo. L'imperatore, con un proclama, richiamò alla patria tutti i -Tedeschi che militavano nell'armata francese; e questi abbandonando -i loro stipendi, resi poco sicuri, e sempre più s'indebolirono le -forze comandate dal signor De la Palisse. Dall'attività di papa Giulio -II gli Svizzeri, incessantemente animati, scesero questi nuovamente -in Italia; e profittando della confusione e debolezza de' Francesi, -occuparono i tre baliaggi di Lugano, Locarno e Mendrisio, i quali -continuarono a possedere gli Svizzeri dappoi, come al presente. I -Grigioni s'impadronirono di Chiavenna, Bormio e della Valtellina, -attualmente possedute da essi. Il papa occupò Parma e Piacenza[340]. -In questo stato di cose il signor De la Palisse si ricoverò a Pavia, -città forte, e abbandonò Milano. Il consiglio generale de' novecento -si radunò per dare le ordinarie provvidenze alla città, e porre qualche -riparo alla pestilenza che l'affliggeva. Gli Svizzeri, sotto il comando -del cardinale di Sion, invadono lo Stato in nome della _Santa Lega_: -occupano Cremona, indi Lodi: si unisce al cardinale svizzero il vescovo -di Lodi Ottaviano Sforza, cugino di Massimiliano. Milano riconosce la -Santa Lega il giorno 16 giugno: il giorno 20 giugno entra il vescovo di -Lodi in Milano come luogotenente del duca Massimiliano. Il papa libera -la città di Milano dall'interdetto, in cui la considerava incorsa per -esservisi ricoverati i cardinali suoi nemici. L'assoluzione venne il -giorno 6 di luglio, e quella fu l'ottava volta in cui Milano si trovò -in siffatta circostanza[341]. I Francesi, non essendo numerosi a segno -di custodire Pavia, l'abbandonarono, e per la fine del 1512 non ve ne -rimasero se non ne' castelli di Milano e di Cremona. - -Massimiliano Sforza dall'età di nove anni sino al vigesimoprimo -era stato esule dalla patria e ricoverato sotto la protezione -dell'imperator Massimiliano, suo cugino. Egli, scortato dal cardinale -di Sion e dagli Svizzeri, entrò solennemente in Milano il giorno 29 -dicembre 1512. L'ingresso si fece al solito da porta Ticinese con -più di cento gentiluomini che lo precedevano, usciti ad incontrarlo -con un abito uniforme, composto dei colori medesimi che il duca aveva -scelti per sue livree, cioè pavonazzo, giallo e bianco. I gentiluomini -però, oltre l'essere vestiti di seta, erano altresì ricamati d'oro; -per lo che non si potevano confondere coi domestici del duca. Il -duca cavalcava vestito di raso bianco trinato d'oro; portavangli il -baldacchino i dottori di collegio. Cesare Sforza, fratello naturale del -duca, portava immediatamente avanti di esso la spada ducale sguainata. -Lo seguitavano il vescovo Valese cardinale di Sion, e i legati del re -de' Romani, del re di Spagna e di altri sovrani. Non mancarono a tal -funzione i soliti archi trionfali. Egli finalmente andò a risedere -nella corte ducale; giacchè il castello, nel quale solevano alloggiare -i duchi, era in potere de' Francesi. Il potere ducale Massimiliano lo -ricevette dagli Svizzeri; e, come dice Guicciardini[342]. «Il cardinale -(Sedunense lo chiama il Guicciardini, ed è il vescovo di Sion), in nome -pubblico degli Svizzeri gli pose in mano le chiavi ed esercitò quel -dì, che fu degli ultimi di dicembre, tutti gli atti che dimostravano -Massimiliano ricevere la possessione da loro; il quale fu ricevuto con -incredibile allegrezza di tutti i popoli per il desiderio ardentissimo -di avere un principe proprio, e perchè speravano avesse a essere -simile all'avolo o al padre, la memoria dell'uno dei quali per sue -eccellentissime virtù era chiarissima in quello Stato, nell'altro il -tedio degli imperi forestieri aveva convertito l'odio in benevolenza». - -(1513) Giulio II, il primo motore degli avvenimenti dei tempi suoi, -quel papa che, coll'usbergo sul petto e l'elmo in capo, diresse -l'assedio della Mirandola, e vi entrò per la breccia, terminò la sua -vita la notte dal 20 al 21 di febbraio del 1513. Questo colpo cambiò -nuovamente le combinazioni politiche di Europa. I Veneziani, che tre -anni prima, per ricuperare la terra ferma occupata da' Francesi, -uniti coll'imperatore, avevano cedute al papa le città marittime -della Romagna, ascoltarono le proposizioni che fece loro la Francia, -la quale prometteva ad essi la terraferma, Verona, Vicenza, Brescia, -Bergamo e Crema, e con tali condizioni si collegarono con Lodovico XII -nel trattato di Blois 13 marzo[343]. Con tale nuova confederazione si -obbligavano i Veneziani ad assistere il re per ricuperare il Milanese; -ed il re obbligavasi ad aiutare la repubblica per riacquistare le terre -della Romagna perdute colla lega di Cambray[344]. Contro del papa si -mossero parimenti gli Spagnuoli; ed il vicerè di Napoli s'impadronì -di Parma e di Piacenza, sebbene per poco, costretto a restituirle -al papa[345]. Mentre si andava disponendo nella Francia una nuova -invasione nel Milanese, a respingere la quale forza era rivolgere -le spalle a' Veneziani collegati colla Francia, il duca Massimiliano -Sforza si abbandonava alla molle lascivia, che appena si perdona ai -principi sicuri nel loro Stato. Per festeggiare il soggiorno che la -marchesa di Mantova faceva in corte col nostro duca, ad altro non -pensava egli che a giuochi ed a pompe, quasi ch'ei fosse nel seno della -pace. Fece fare, fra le altre cose, un torneamento; il che accadde -il giorno 13 febbraio 1513, dimenticandosi che nel castello stavano -i Francesi. Il duca vide, per le palle di cannone ch'essi gli fecero -piovere sulla corte, che aveva inopportunamente scelto il tempo ed il -luogo[346]. Questo principe non sembra che avesse alcuna energia nè -elevazione d'animo; egli spensieratamente portava il titolo di duca, e -in mezzo all'umiliazione propria ed alla miseria de' sudditi pensava -a passar giocondamente il suo tempo. Donava feudi, donava regalie, -regalava denaro, roba a tutti i suoi favoriti con profusione, in guisa -che aveva sempre l'erario esausto. Donò a Girolamo Morone la contea di -Lecco: la città di Vigevano al cardinale di Sion; Rivolta e la Ghiara -d'Adda ad Oldrado Lampugnano. Coteste sue profusioni facevansi da -esso lui, «come se nulla fossero» dice il Prato, il quale si esprime -a tal proposito così: «ma poco delle dicte cose curandosi il duca -nostro, facea, como dice il proverbio, manco roba, manco affanni; -et solo attendeva a piaceri; unde essendo venuto a Milano la moglie -del marchese di Mantova con alquante sue zitelle, o per meglio dire -ministre di Venere, tanto piacere de conviti e de balli e de altri che -io non scrivo, se prendeva assieme con lo effeminato vicerè di Spagna, -che era una cosa a ogni sano judicio biasimevole, et non so se me dica -una parola, tuttavia, essendo dicta da Salomone, nella Cantica, la -posso dire anch'io».[347] _Veh tibi terra cuius rex est puer_; così il -Prato. Ma chi è fanciullo a ventun'anni, non è giunto mai a diventar -uomo. Questa scioperatezza dovea ricadere a danno dei sudditi, ai quali -forza era d'imporre maggiori aggravii; e non osandolo fare da sè, il -duca Massimiliano, prima di accrescere la gabella del sale di trenta -soldi ogni staio, ne impetrò dal papa il permesso; della qual supplica -ho letta io stesso una copia scritta di quei tempi e conservata nella -signorile raccolta dei manoscritti nell'insigne archivio Belgioioso -d'Este, e dice così:[348] _Beatissime Pater: — Manifesta est et satis -nota apud S. V. immoderata nimium longe lateque dominandi ambitio, et -aliena indebite usurpandi cupiditas Gallorum regis, adeo ut non modo -principatum Mediolanensem, verum et universae Italiae subjugandae -omnibus votis aspirare videatur_; e conclude alla fine: _quare ad -B. V. confugere cogor pro re quae (sic) in evidentem totius Italiae -commodum cedet et mihi et tam immensae pubblicae necessitati consulet; -etiam supplicando quatenus, in praemissis opportune providendo, B. V. -auctoritate Apostolica qua fungitur, motu proprio, ex certa scientia -et de plenitudine potestatis etiam absolutae, licentiam potestatem et -auctoritatem indulgere dignetur in universa ditione ducatus Mediolani -imponendi praedictas additiones solidorum triginta pro stario salis -etc._[349]. Nè ciò bastando, delegò il duca Bernardino ed Enea Crivelli -per esigere dai feudatarii uno straordinario tributo[350]. Vendè -persino i due canali navigabili, il Naviglio grande e quello della -Martesana alla città di Milano[351]. In un sol mese vendette tante -regalie, che ne incassò dugentomila ducati; alienazioni tutte fatte in -ragione del sette per cento[352]. Impose nuovi aggravi sopra le terre -irrigate[353]. I sudditi, al paragone del governo francese, conobbero -quanto avessero peggiorato sotto di questo sventato principe naturale. -Lodovico XII, re di Francia, ne' tredici anni che signoreggiò nel -Milanese non impose alcuna taglia nè tributo straordinario. Fu un buon -principe, moderato nelle spese, popolare, amante dell'ordine e della -giustizia. Egli piantò nel Milanese quel sistema di governo che durò -sino a' tempi nostri. Questo monarca, prima di regnare, era dominato -dall'amore; la gioventù, la grazia, la bellezza lo seducevano: poichè -salì sul trono, seppe frenarsi, e nobilmente signoreggiare sopra di sè -medesimo. Ei meritò dai posteri il glorioso nome di _Padre del popolo_. -Il paragone colla spensierata condotta del duca Massimiliano era -svantaggioso pel successore. - -Non sarà discaro a' miei lettori, s'io sottopongo al loro sguardo lo -specchio delle spese fisse che si facevano sotto il duca Massimiliano -dall'erario ducale. Questo prezioso aneddoto, siccome molt'altri, fu da -me tratto dall'insigne collezione poc'anzi ricordata[354]. - - _Spese dello stato di Milano sotto il duca - Massimiliano Sforza._ - - Pensioni agli Svizzeri ducati 100,000 - Alle guardie de' castelli di Milano, Cremona, Novara, - guardia della corte, e capitano di giustizia » 72,000 - Alla gente d'armi » 74,600 - Alla compagnia del Bregheto, computata la provvisione - sua » 3,000 - Al signor Manfredo da Coreggio, per esso e cavalli cento » 6,800 - Alla casa ducale, computata la stalla » 26,000 - Spese delli cavallari » 8,000 - Agli oratori e famigli cavallanti » 12,000 - Alla munizione e lavoreri ducali » 12,000 - Alle guardie delle fortezze, oltre le dette disopra » 6,000 - Spese straordinarie » 25,000 - Officiali salariati » 25,000 - Vestiario del duca » 30,000 - Spese di sanità » 4,000 - Elemosine ducali » 2,000 - Staffieri del duca » 660 - Trombetti » 540 - Interessi passivi di debiti » 10,000 - Ristauri per guerra e peste » 6,000 - Lettere e bollettini di esenzione » 2,000 - Beneplacito del duca » 5,000 - A conto del signor duca di Bari » 3,350 - Legna e altro per la cancelleria ducale e camera » 2,000 - Al signor Giovanni e a Maddalena Lucrezia per suo vivere » 1,700 - Annuali ed obblazioni » 500 - ——————— - Ducati 438,150 - -Le rendite poi del duca a quel tempo veggonsi nel codice medesimo[355] -ascendenti a scudi d'oro del sole 499,660, soldi 64, denari 8. Ora -computati gli scudi del sole come erano, una mezza doppia, e i ducati -in valore di un gigliato, apparisce che il duca aveva ogni anno una -spesa eccedente di più di ventiquattromila ducati, quand'anche nelle -spese di capriccio ei non avesse ecceduto. - -I Francesi adunque, nel numero di dugento uomini d'armi e ventimila -fanti, sotto il comando di Luigi De la Trémouille e del maresciallo -Trivulzio, superate le Alpi, scesero verso lo stato di Milano. A tal -nuova i Veneziani si accostarono e si resero padroni di Pizzighettone, -di Martinengo e di Cremona. Molti fra i sudditi del duca, malcontenti -del governo di un tal principe, bramavano di ritornare sotto il -dominio del re Lodovico XII. Un tumulto popolare si eccitò in Pavia, -un simile contemporaneamente comparve in Alessandria. Già queste due -città non avevano aspettato l'arrivo dei Francesi per considerarsi -suddite della Francia. Messer Sacramoro Visconti, che aveva il comando -degli sforzeschi posti a bloccare il castello di Milano, lasciava -segretamente che entrassero di notte le vettovaglie ai Francesi del -presidio; il che scoperto, egli si ricoverò nella Francia, ed ebbe -dal re la collana, pregevolissima allora, dell'ordine di San Michele. -Insomma le cose andavano come forz'era pure che andassero sotto di un -principe sfornito di mente e di cuore che lo innalzassero sugli uomini -volgari, e lo mostrassero degno di comandare agli altri uomini. Gli -Svizzeri però vollero sostenere questo duca, e con ciò conservarsi non -solamente i baliaggi che avevano occupati, ma il dominio del Milanese, -che realmente esercitavano già sotto il nome del duca Massimiliano. Si -radunarono ne' contorni di Novara nel numero di diecimila, a quanto -scrive il Guicciardini[356], o settemila, come scrive il Prato; e il -giorno 6 di giugno del 1513 assalirono l'armata francese con tanto -impeto e sì impensatamente, che, quasi per sorpresa, impadronitisi -dell'artiglieria de' nemici, la rivoltarono contro dei Francesi -medesimi; e questo arditissimo impeto sgomentò talmente i Francesi (i -quali s'immaginarono essere sopraggiunta una nuova armata di patriotti -svizzeri), che senza consiglio si abbandonarono alla fuga; e da un -drappello di fantaccini, senza cavalleria, senza artiglieria, venne -siffattamenie distrutto un corpo di armata, che si contarono rimasti -sul campo ben diecimila de' Francesi, ed il rimanente con somma -sollecitudine ripassò le Alpi. Così gli svizzeri in quel luogo medesimo -ove tredici anni prima erano stati accusati di aver tradito il padre, -avendo a fronte lo stesso Trivulzio, in quello stesso luogo, e contro -del generale medesimo, col loro valore mantennero lo Stato al figlio -Massimiliano Sforza, ripararono l'onore delle loro armi e della fedeltà -loro. Il Prato attribuisce quella sciagura de' Francesi al disprezzo -che imprudentemente essi fecero de' loro nemici; non supponendo -possibile ch'essi ardissero di provocar l'armata francese. Attribuisce -però singolarmente allo sbigottimento che ebbe colla sorpresa il -comandante supremo La Trémouille, il poco onore che in quella giornata -si fecero le armi francesi; e il Trivulzio, costretto a fuggire cogli -altri, andava ripetendo, a quanto il Prato scrive: «Noi fuggiamo et -la victoria è nostra». Nella Francia La Trémouille vide, «non senza -carico di vituperio», cassato il suo nome dalla lista dei stipendiati, -«la qual cosa non avvenne al Trivulzio; ma sia come si voglia, la fuga -fu vituperosa»[357]. Gli svizzeri raccolsero in quella giornata un -prezioso bottino, avendo perduti i Francesi tutti i loro attrezzi. Dopo -un tal fatto i Veneziani sgombrarono il paese; ritornarono le cose come -se nulla fosse accaduto; e il duca, acceso d'una passione degna del suo -animo, si recò a stanziare nei contorni di Pavia per vagheggiare una -mugnaia che vi stava domiciliata[358]. - -La gloria delle armi francesi non poteva essere riparata nell'Italia -con nuovo esercito, poichè gl'Inglesi, avendo allora appunto mossa la -guerra a Lodovico XII, ei doveva adoperare le sue forze per impedire -i progressi di trentamila Inglesi e ventitremila Tedeschi, i quali -erano spediti nella Francia da Enrico VIII e Massimiliano Cesare -collegati. Quindi i pochi Francesi che stavano al presidio dei castelli -di Milano e di Cremona, esausti di munizioni e di viveri, oppressi -da miserie, disperando soccorso, cedettero le fortezze ed uscirono, -salve le persone e robe loro. Il castello di Milano per tal modo venne -in potere dello Sforza il giorno 19 novembre 1513, e da quel giorno -non rimase più dominazione alcuna nell'Italia al re Lodovico XII. -(1514) Ma lo Sforza altro di duca non conservò che il titolo; vivendo -egli meschinamente come un ostaggio sotto la tutela degli Svizzeri, -e sopra tutto del terribile Cardinale di Sion, il quale col nome del -duca adoperava ogni mezzo per cavar danaro dai popoli, abbandonati ad -un'anarchia militare; e così senza alcun memorabile avvenimento passò -l'anno 1514. (1515) L'anno seguente 1515 incominciò colla morte del re -Lodovico XII senza figli, e colla incoronazione di Francesco I, l'avo -paterno del quale era zio paterno del defunto, anche egli discendente -dalla principessa Valentina Visconti. Il nuovo re era nel ventesimo -primo anno dell'età sua. Trovò la Francia in pace pel trattato seguito -poco prima della morte di Lodovico XII. Il suo primo pensiero fu -di ricuperare il milanese; ed a fine di radunare nell'erario quanto -bastasse alla spedizione, pose, con esempio infausto, in vendita le -cariche della giudicatura della Francia. Si collegò nuovamente co' -Veneziani. Dichiarò reggente del governo la duchessa d'Angouleme -sua madre; e si dispose a venire egli stesso alla testa della sua -armata nel Milanese. Il duca prese al suo stipendio, in qualità di -capitano delle genti d'armi, Prospero Colonna. E come tutto ciò che -dà idea de' costumi di quei tempi deve aver luogo nella mia storia, -così io non ometterò un magnifico convito che il Colonnese imbandì in -quella occasione, e di cui ci lasciò memoria il Prato. Ciò seguì il -giorno 20 di febbraio 1515. Il duca e i cortigiani furono invitati, -ed inoltre trentasei _damiselle milanesi_, dice il Prato. Fabbricò -apposta un superbo salone di legno, riccamente dorato e dipinto, e -dagli architetti fu stimato _cosa notandissima_, come dice il nostro -scrittore. Quattro ore durò la mensa. Si continuava il costume di -servire in piatti separati ciascuno degli invitati. Ognuno avea una -pernice, un fagiano, un pavone, un pesce, ec.; contemporaneamente -dinanzi a ciascuno si riponeva una finta pernice, un fagiano, un -pavone, un pesce finti, o di marzapane, o d'altra materia, dorati, -inargentati, ec., e vi furono abbondanti e deliziose pastiglie ed acque -odorose. In fine della cena comparve un finto gioielliere che recava -collane, braccialetti ed altri vezzi di gemme e d'oro; presentò le sue -preziose merci alle damigelle, come se cercasse venderle; ed allora il -Colonnese s'intromise quasi volesse rendersi mediatore dei contratti, e -con generosa urbanità regalò ciascuno delle convitate senza far mostra -di regalarle. Ciò veramente fu materia di non picciolo valore, e dice -il Prato che venisse fatto al solo fine «per potere la sua amata senza -biasimo d'infamia con le proprie mani presentare». Il che dimostra -quanto venissero rispettate le damigelle e il costume. Cose siffatte -sembrano romanzesche; ma contemplate saggiamente dimostrano una nazione -ingentilita e generosa. La mattina vegnente ciascuna delle invitate -ricevette un canestro inargentato con entro la colazione. Al duca fece -egli recare venticinque carichi di selvaggiume. - -Poco giovava alla difesa dello Stato la scelta di un magnifico -e galante generale; conveniva avere un'armata; e gli Svizzeri -s'impegnarono a difenderlo colla paga di trecentomila ducati. -Comparvero in Milano dodici commissari per ricevere anticipatamente -la promessa paga. Il duca pubblicò una imposizione per riscuotere -dai sudditi questa eccessiva tassa. Sotto il regno di Lodovico XII -non s'era mai pagato, se non i tributi costituzionali. Un'arbitraria -tassazione, per tal modo dispoticamente comandata, commosse gli animi -de' cittadini. L'editto si pubblicò il giorno 8 di giugno del 1515. -Sembrò questa una vera oppressione. La città fece presentare le sue -preghiere al cardinal di Sion, precipuo motore di simili risoluzioni; -ma l'inflessibile prelato non diè orecchio a verun moderato partito. -La città si pose in tumulto; alcuni Svizzeri furono uccisi; alcuni -milanesi pure rimasero morti in una zuffa alla sala della piazza -de' Mercanti. E come si avvicinavano i Francesi, ed il partito de' -malcontenti con tale notizia si rianimava, così il duca fu costretto -con nuovo proclama a disdire l'imposta taglia. Si entrò a trattare. -La città di Milano comprò dal duca il Vicariato di provvisione, la -giudicatura delle strade e quella delle vettovaglie collo sborso di -cinquantamila ducati, di che stesero pubblico documento il giorno 11 -di luglio 1515 i notai Stefano da Cremona e Paolo da Balsamo. Da quel -contratto ebbe origine poi la nomina che la città di Milano presentava -al principe od al suo luogotenente, di alcuni cittadini, dai quali -esso trasceglieva che gli era in grado alle accennate cariche, che -cominciarono allora ad essere privativamente appoggiate ai così detti -patrizi milanesi. Con questi cinquantamila ducati, cioè colla sesta -parte soltanto della somma loro promessa, ritornarono i commissari -svizzeri al loro paese. Nella dieta nazionale si pose in deliberazione, -se meglio convenisse l'accettare le pensioni che offeriva con molta -istanza il re Francesco, ovvero proseguire all'impegno di mantenere -Massimiliano Sforza duca di Milano; ed il secondo prevalse, avendo gli -Svizzeri profittato più de' Francesi nemici colla recente sconfitta -data loro presso Novara, di quanto ne avrebbero ottenuto se fossero -stati loro alleati. A ciò s'aggiunse poi la considerazione, che, fin -tanto che Massimiliano Sforza rappresentava il personaggio di duca di -Milano, non sarebbe mancata occasione e mezzo di costringere la città -allo sborso della promessa paga, e di maggiori ancora. In pochi giorni -quarantamila Svizzeri scesero dai loro monti, e si radunarono verso -Novara. Il cardinale di Sion tanto dispoticamente e con tanta atrocità -comandava in Milano, che, sospettando egli di Ottaviano Sforza, cugino -del duca e vescovo di Lodi, che avesse delle pratiche co' nemici, -nulla rispettando il carattere di consanguinità col sovrano, nè la -persona del vescovo, crudelmente per mero sospetto lo fece torturare -con quattordici tratti di corda; il che narrato viene dal Prato, e -dalla cronaca manoscritta di Antonio Grumello, pavese[359]. Il Prato -nota persino il giorno in cui ciò avvenne, che fu il 21 di maggio -1515, e racconta che il vescovo spontaneamente veniva al castello per -corteggiare il duca, quando quivi fu arrestato, rinchiuso nella ròcca, -ed aspramente torturato a fine di chiarirsi se egli mai avesse tramato -contro lo Stato. Dopo due settimane, non risultando dai processi altro -che la innocenza del vescovo cugino del duca, fu il vescovo tradotto -nella Germania, d'onde l'infelice prelato passò a Roma. Tali erano i -costumi e le opinioni d'allora; tali i pensieri di un cardinale, di -un vescovo di Sion, verso d'un figlio d'un sovrano, di un vescovo, di -un innocente. Gli uomini presso a poco son sempre stati gli stessi; -ma questo presso a poco è il vantaggio della generazione vivente. -Invidii chi non sa la storia i tempi antichi. Benediciamo Dio, noi, -di vivere in un secolo in cui le passioni e i vizi degli uomini sono -(almeno in apparenta) meno atroci, e meno sfacciatamente insultano la -virtù. Racconta il Prato che il duca Massimiliano, vedendo il duca -di Bari Francesco (questi era fratello minore del duca, che regnò -dopo lui; ed il titolo di duca di Bari alla casa Sforza era proprio -del secondogenito) starsene pensieroso, appoggiato ad una finestra, -improvvisamente se gli avventò dicendogli: «Monsignore, io so che voi -mirate a farvi duca di Milano; ma cavatevelo dalla fantasia, che io -vi prometto da leale signore che io vi farò morire». A tale minaccia, -senza dubbio non meritata, rispose il fratello colla riverenza ch'ei -doveva al suo signore; ma il duca, sospettoso, ingiusto, depresso, -timido, violento, non meritava certo di essere sovrano. - - - - -CAPITOLO XXII. - - _Di Francesco I, re di Francia, e suo governo nel ducato di - Milano._ - - -Il buon re di Francia Francesco I radunò un'armata formidabile, e -si preparò a discendere egli stesso nell'Italia. Accrebbe sino a -millecinquecento il corpo delle sue lance, numero per que' tempi -esorbitante; allestì un imponente corredo d'artiglieria; prese al -suo stipendio diecimila lanschinetti, seimila fanti della Gheldria; -radunò diecimila Guasconi[360]: insomma, formò una terribile armata -con quindicimila uomini d'armi, quarantamila fantaccini, tremila -_pioneri_, ossia guastatori[361], e nell'esercito si contarono più di -ottomila persone[362]. Il contestabile di Bourbon aveva il comando -della vanguardia. Il re s'era riserbato il comando del corpo di -battaglia; al duca d'Alençon aveva affidata la retroguardia; Lautrech, -Navarra, Gian Giacomo Trivulzio, la Palisse, Chabanne, d'Aubignì, -Bayard, d'Imbercourt, Montmorenci, i più illustri che militavano sotto -le insegne di Francia, tutti gareggiavano per combattere sotto del -giovine e coraggioso loro re. Reso istrutto il duca di tai preparativi, -e di forze di gran lunga superiori alle sue, le quali senza dimora -s'andavano innoltrando, mentre egli aveva alle spalle i Veneziani, -combinati a di lui danno, affidò a Prospero Colonna dugento uomini -d'armi e quarantamila Svizzeri. Non conveniva aspettare nella pianura -della Lombardia un esercito fortissimo, animato dalla presenza del re; -ed era sperabile l'arrestarlo colle forze affidate al Colonna. Quindi, -da saggio comandante, ei s'innoltrò nelle difficili strette delle -Alpi, nei contorni di Susa; ed ivi, impadronitosi de' luoghi eminenti, -si dispose a disputare con molto vantaggio il passo all'armata -nemica. Egli era acquartierato a Villafranca, vivendo sicuro che i -Francesi dovessero presentarsi a Susa. In fatti, due strade sole erano -conosciute allora onde passare dal Delfinato nell'Italia; una pel -monte di Ginevra, l'altra pel monte Cenis; e tutte due si univano a -Susa. L'esercito francese, avvisato come in quelle angustie de' monti -l'aspettassero i nemici, disperando di superarli, era in procinto di -abbandonare l'impresa: ma il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, che -già una volta aveva conquistato alla Francia il Milanese, ebbe il -merito di farglielo acquistare anco in quella seconda occasione. Egli -divisò una nuova strada affatto impensata; e, coll'aiuto di alcuni -cacciatori nazionali, trovò il modo d'evitare il passo di Susa, e di -guidare l'armata per Saluzzo. Così entrò in Italia l'armata francese: e -Prospero Colonna, mal servito dagli esploratori, venne sorpreso e fatto -prigioniero da que' Francesi ch'egli supponeva di là dai monti. Così, -scesa nella pianura senza contrasto, si avvicinò l'armata francese -quasi alla vista di Milano. Il duca si ricoverò nel castello. La città -spedì i suoi deputati al re Francesco I, che gli accolse umanamente. La -città di Milano non era disposta a ricevere presidio; ed il maresciallo -Trivulzio, avendo procurato impensatamente d'introdurvene di porta -Ticinese, la plebe si pose in armi. Il duca, consigliato da Girolamo -Morone a giovarsi di quel movimento popolare, uscì con parte del -presidio per sostenere il popolo; per lo che, conoscendo il Trivulzio -che l'impresa non era tanto facile quanto l'aveva sperata, con qualche -uccisione de' suoi, si ritirò all'armata ch'era accampata a Boffalora. -Il duca, per sempre più animar la plebe, fece proclamare ch'egli voleva -affidar le chiavi della città al suo popolo; che in avvenire voleva -rendere immuni i cittadini da ogni aggravio, e che i pesi dello Stato -dovevano portarli i ricchi e i nobili. Contemporaneamente vennero -cacciati i nobili dalle magistrature municipali, e collocate persone -le più accette alla plebe. L'odio ereditario contro de' nobili si -manifestò con eccessi d'ogni sorte. La plebe, sensibile alle prepotenze -ed al fasto orgoglioso de' magnati, non ebbe limite, dappoi che venne -sciolta ad agire, anzi animata. La roba, la vita de' nobili non rimase -più sicura; e il duca, arbitrariamente, esigeva esorbitanti sussidii -dai facoltosi, usando ridire spesse fiate: _Essere meglio rovinare -ch'essere rovinato._ Così procurò egli d'impegnare in sua difesa il -numero maggiore e i più determinati sudditi, come quelli che poco hanno -da perdere. - -Se dall'una parte questa imponente e vigorosa comparsa del re in -Italia cagionava molta inquietudine al partito dello Sforza, non -lasciava dall'altra di valutarsi il numero e la risolutezza degli -Svizzeri, pronti a discendere, e l'animo de' popolani del paese che -già s'era manifestato. Quindi in Gallarate s'erano introdotti da -ambe le parti discorsi d'accomodamento[363]; anzi erasi al punto di -stabilire la pace, collo sborso di grosse pensioni del re di Francia -agli Svizzeri; e gli articoli principali che già sembravano accordati, -erano: Che il Milanese fosse del re di Francia; che gli Svizzeri e i -Grigioni restituissero al ducato le valli che avevano occupate, cioè -Lugano, Mendrisio, Locarno, Valtellina, ec.; che il re assegnasse -a Massimiliano Sforza il ducato di Nemours, ed un'annua pensione di -dodicimila franchi; che gli concedesse una principessa del sangue reale -in moglie, e gli desse la condotta di cinquanta lance al servigio -della Francia[364]. Ma il cardinale di Sion troncò i discorsi di -accomodamento. Egli condusse in Milano, il giorno 10 di settembre -del 1515, un corpo di Svizzeri numeroso. Cotesto cardinale' compariva -militarmente _in habito de bruno seculare_, come dice il Prato; e gli -Svizzeri vennero eccitati a combattere colla grandiosa promessa di -ottocentomila ducati d'oro, se vincevano. Della qual somma il ministro -del re di Spagna, residente a Milano, ne promise dugentomila a nome del -suo monarca, ed a nome del papa Leone X altri mila ne furono promessi; -cosicchè al duca rimaneva il peso di quattrocento mila ducati. Gli -Svizzeri, gloriosi per la sconfitta data due anni prima a Novara -ai Francesi sotto il comando De la Trémouille, si consideravano _il -terrore de' monarchi_, e tenevansi la vittoria sicura. Il re, vedendo -inevitabile il tentar la fortuna delle armi, avendo consumati i viveri -de' contorni di Magenta, Corbetta e Boffalora, marciò coll'armata -prima a Binasco, indi passò a Pavia; finalmente pose in settembre il -suo campo a Marignano. Le scorrerie de' Francesi venivano sotto le -mura della città, e, non solamente da quella parte che risguardava la -loro armata, ma persino sulla strada di Monza, per lo che non eravi -sicurezza nell'uscire da Milano. - -Il giorno 14 di settembre 1515 divenne famoso nella storia per la -_battaglia di Marignano_, da alcuni anche detta _di San Donato_. Il -Prato ci racconta, come «venuta la chiarezza del dì, cominciarono essi -(Svizzeri) ad uscire per porta Romana; et durò il loro passaggio sino -alle ventidue ore, _il che prova il loro numero_, con animo tale, che -non pareva già che a guerra, ma più presto a certi segni di vittoria -andassero, et con essi era il cardinale». Il re di Francia aveva seco -lui sei ambasciatori svizzeri, i quali stavano trattando della pace; -per lo che l'attacco fu una vera sorpresa pei Francesi, e potrebbe -chiamarsi anche un'insidia oltraggiosa al gius delle genti, se il corpo -elvetico non fosse un aggregato di più distinte sovranità. I cantoni -di Uri, Swit e Undervald, i quali privatamente possedevano Bellinzona -e le province acquistate sul ducato di Milano, dovevano preferire -il rischio della battaglia, anzi che cedere le loro conquiste: gli -altri cantoni, dai quali non si cercava nella pace sagrifizio alcuno, -non avendo che l'utilità delle pensioni della Francia promesse, -dovevano preferire la pace ai pericoli di una giornata. In fatti, gli -svizzeri di Berna, Soletta e Basilea ricusarono di marciare contro -de' Francesi; ma, destramente ingannati coll'avviso che la vittoria -era già decisa pe' loro compatriotti, essi, per non ritornare alle -case loro colla vergogna di non aver partecipato alla gloria degli -altri, e per non perdere la porzion loro del bottino, che già si -tenevano sicuro, sull'esempio di quanto era loro toccato a Novara col -La Trémouille, si unirono e marciarono a San Donato. Il progetto era -di vincere con impeto la prima resistenza de' Francesi: impadronirsi, -come era seguíto a Novara, dell'artiglieria, e adoperarla contro del -re. Guicciardini, Gaillard, Prato vanno concordi nella descrizione -di quanto v'è di essenziale in questo fatto, che decise totalmente in -favore del re, e che fu una delle più ostinate e sanguinose battaglie -che si sieno date. Cominciò la mischia il giorno 14 settembre, due ore -prima del tramontar del sole[365]. Durò ferocemente sino alle quattro -ore della notte, non volendo nè cedere i Francesi, nè ritirarsi gli -Svizzeri. Le tenebre si accrebbero al segno, che fu indispensabile -il cessare, poichè non si distinguevano più gli amici dai nemici. Il -re profittò di quell'intervallo, spedì ordine all'Alviano, comandante -de' Veneti, acciocchè si presentasse tra Milano e San Donato. Passò il -re il rimanente della notte, animando e disponendo i suoi, e giacque -in riposo sopra un cannone. Al comparire dell'aurora, più accaniti -che mai, ritornarono al loro impeto gli Svizzeri, ed i Francesi con -fermezza lo sostennero e respinsero. Si sparse voce fra gli Svizzeri -che l'Alviano marciava per coglierli alle spalle. Laonde, spossati -dalla enorme fatica, disperando di superare i Francesi comandati -dal loro re, vedendosi in pericolo di ritrovarsi fra due fuochi, -piegarono alla vòlta di Milano. «Affermava il consentimento comune, -dice il Guicciardini[366], di tutti gli uomini, non essere stata per -moltissimi anni in Italia battaglia più feroce... Il re medesimo, -stato molte volte in pericolo, aveva a riconoscere la salute più dalla -virtù propria e dal caso, che dall'aiuto de' suoi... in maniera che -il Triulzio, capitano che aveva vedute tante cose, affermava questa -essere stata battaglia, non di uomini, ma di giganti; e che diciotto -battaglie alle quali era intervenuto, erano state, a comparazione -di questa, battaglie fanciullesche». Vi si contarono sul campo più -di quindicimila Svizzeri e seimila Francesi. Il Trivulzio vi corse -pericolo: ei s'era impegnato fra le alabarde e le aste nemiche per -salvare un suo alfiere, già circondato dagli Svizzeri; ebbe ferito il -cavallo, il suo elmo privato de' pennacchi; era ridotto al punto di -essere oppresso dal numero, se non veniva un drappello de' suoi, che -lo trasse a salvamento. Il re ebbe il cavallo ferito, e nella persona -ricevè molte contusioni, e vi combattè come ogni altro soldato: vi si -distinsero il contestabile di Bourbon, il conte di San Pol. Il conte -di Guise ricevette molte ferite; rimase sul campo Francesco di Bourbon, -fratello del contestabile, che aveva il titolo di duca di Castellerand; -vi rimasero morti parimenti Bertrando di Bourbon Carenci, un fratello -del duca di Lorena e del conte di Guise, il principe di Talmont, i -conti di Sancerre, di Bussi, d'Amboise, di Roye ed altri[367]. Il -cavaliere Bayard, quegli che aveva e meritava il titolo di _cavaliere -senza tema e senza macchia_, in quella memorabile azione fece prodigi -di valore, per modo che il re di Francia medesimo, Francesco I, dopo -ottenuta la vittoria, volle ivi sul campo essere creato cavaliere -per mano del valoroso Bayard. Gli Svizzeri mal conci, sopravissuti a -quella carneficina, ritornarono a Milano; ed io li rappresenterò colle -volgari, ma ingenue parole adoperate da un merciaio che allora aveva -bottega aperta in Milano, e si chiamava Gian Marco Burigozzo: «Tanto -che fu la rotta a questi poveri Sviceri, et se comenzorono a voltare, -et vennero a Milano quelli pochi che erano avanzati, et tutti avevano -bagnate le gambe, et questo era perchè il signor Giovan Jacopo, come -astuto capitano, venendo gli Sviceri in campo su un certo prato, et lui -li dette l'acqua, per modo che la fu una gran ruina a quelli poveri -Svisceri, tanto che a Milano non se ne vedeva altro se non ammalati -et homeni maltrattati, in modo che pareva che costoro fusseno stati in -campo dieci anni, tutti polverenti dal mezzo in suso, et dal mezzo in -giuxo bagnati, tanto che li homeni de Milano, vedento tanta desgrazia, -tutti si miseno sulle porte ovver botteghe, chi con pane et chi con -vino, a letificar li cori di questi poveri homini, et questo facevano -a honor di Dio, et per tutto questo dì non cesorno de venire poveri -Sviceri, tutti malsani, et il più sano durava fatica a star su in -piedi[368]. - -Dopo la battaglia di Marignano il duca si ricoverò nel castello -di Milano con bastante presidio. Il cardinale di Sion prese seco -il duca di Bari Francesco, e lo condusse alla corte imperiale, -dove era stato educato, riserbandolo a tempi migliori pel caso che -Massimiliano rimanesse in potere de' Francesi, che il cardinale -odiava irreconciliabilmente. Gli avanzi di Marignano si ricoverarono -nelle loro montagne svizzere, e così il Milanese rimase sgombrato ed -aperto al dominio del re, tranne i castelli di Milano e di Cremona. -Si vociferava non per tanto della disposizione di cinquanta altri -mila Svizzeri a venire in soccorso del duca. Era recente la memoria -di quanto aveva saputo fare Giulio II; e non era da fidarsi di Leone -X, che gli era succeduto nel sommo sacerdozio. Un regolare assedio al -castello di Milano, ben provveduto di viveri e di munizioni, portava -molti mesi di tempo, ne' quali i maneggi della politica potevano -annientare i vantaggi dal valore e dal sangue francese ottenuti -nella recente segnalatissima vittoria. Voleva la ragione di Stato -che il re offerisse a Massimiliano Sforza i compensi che egli aveva -saputo chiedere, purchè cedesse il castello di Milano, rinunziasse -alle pretensioni sul ducato, e riconoscesse il re Francesco per duca -di Milano. Girolamo Morone, che stavasene nel castello col duca, fu -mediatore di quest'accordo. Massimiliano Sforza rinunciò al re di -Francia il ducato di Milano, gli consegnò il castello, passò a terminar -da privato i suoi giorni nella Francia con trentaseimila scudi di -pensione, che assegnogli il re, il quale, oltre a ciò, s'obbligò di -pagargli i debiti. Al Morone il re promise di farlo senatore e regio -auditore. Il giorno 8 di ottobre del 1515 venne ceduto il castello -ai Francesi; e non erano ancora compiuti i due anni da che n'erano -usciti. E così terminò la sovranità di Massimiliano Sforza, il quale -per poco più di tre anni rappresentò la figura dell'ottavo duca di -Milano; principe che venne definito assai bene dal Gaillard nella vita -di Francesco I re di Francia colle seguenti parole: «à juger de lui par -sa conduite, il paroit que c'étoit un prince foible, fait pour être -gouvernè. Nil politique, ni belliqueux, on ne l'avoit vu ni préparer -sa defense par les intrigues du cabinet, ni commander les armées qui -combattoient pour lui. Il sombloit que la querelle du Milanés lui fût -étrangère. Mais il eut du moins le mérite d'avoir renoncé de lui même -à un rang au quel il n'étoit point propre, et de ne l'avoir jamais -regretté dans la suite». Egli passò nella Francia, dove sette anni -prima era morto Lodovico suo padre; vi campò quindici anni, essendo -poi morto a Parigi il giorno 10 di giugno del 1530. Il re Francesco I -volle mantener la promessa data per Girolamo Morone, il quale forse -s'aspettava d'essere fatto senatore del senato di Milano: ma il re -temeva il talento di quest'uomo, e non doveva dimenticare che Francesco -Sforza era salvo: perciò lo destinò a risedere nel parlamento della -provincia di Bresse, la quale forma una porzione del regno di Francia -fralla Borgogna, la Franca Contea, la Savoia e il Viennese: alla -quale onorevole destinazione mostrò di ubbidire il Moroni, e fingendo -d'incamminarsi al nuovo suo destino, strada facendo, sviò e ricoverossi -nel Modonese[369]. - -Nel tempo stesso in cui si assicurò il re di Massimiliano Sforza, -e s'impadronì delle fortezze del Milanese, mosse colla maggiore -sollecitudine i suoi maneggi per concertarsi col papa Leone X, detto -prima il cardinal Giovanni de' Medici, che combattè a Ravenna contro -dei Francesi. Sommamente stava a cuore al pontefice rassicurare alla -sua casa in Firenze quella sovranità che effettivamente godeva, sebbene -sotto apparenza di repubblica, e sempre per sè medesima precaria. Il -re si fece garante di mantenere il governo di Firenze nel sistema in -cui si trovava. La città di Bologna, e per la sua grandezza e per -la situazione vantaggiosa, premeva al papa di possederla assai più -di quello che dovessero interessarlo Parma e Piacenza. I Francesi -avevano mantenuti i Bentivogli nella signoria di quella città, anche -cogli ultimi fatti del duca di Nemours, che ne aveva discacciati -i pontificii, i quali l'assediavano. Il re si mostrò disposto ad -abbandonare i Bentivogli, e guarentire Bologna alla Santa Sede. In -compenso il papa doveva riconoscere il re come sovrano del ducato di -Milano e restituirgli Parma e Piacenza, come due città dipendenti dal -ducato. Così venne concertato ed il trattato venne sottoscritto in -Viterbo il giorno 13 di ottobre 1515. - -Quantunque i Francesi possedessero Milano sino dal giorno 17 settembre, -il re, sin che non ebbe la dedizione del castello, volle risedere a -Pavia ed in Milano dimorava il contestabile di Bourbon, luogotenente -e governatore a nome del re. Resosi poi padrone del castello, il re -fece la sua solenne entrata in Milano il giorno 11 d'ottobre 1515. -Lo corteggiavano il duca di Savoia, il duca di Lorena, il marchese -di Monferrato, il marchese di Saluzzo, e varii altri signori, tutti -partecipi della battaglia di San Donato. Alla porta Ticinese gli -si presentarono i delegati della città, i quali gli offersero lo -scettro ducale, la spada e le chiavi della città. Il re era a cavallo, -vestito di ferro, con un manto di velluto celeste a gigli ricamati -d'oro. Avanti se gli portava una spada sguainata; dodici gentiluomini -milanesi lo fiancheggiavano. Dugento gentiluomini francesi, coperti -di ferro e con ricchissimi manti, venivangli in séguito. Poi mille -fantaccini tedeschi armati condotti dai loro capitani riccamente -ornati, venivangli in seguito. Chiudeva la marcia un corpo di -cavalleria. Giunti alla notizia dell'imperator Massimiliano questi -avvenimenti, egli spedì a Milano un suo ambasciatore al re di Francia -per interpellarlo con qual titolo egli occupasse il ducato di Milano. -Il re indicogli la sua spada; giacchè non essendo egli discendente -dell'ultimo investito, cioè Lodovico XII, non aveva alcun altro titolo -da addurre fuori che l'essere discendente ei pure dalla Valentina, -madre del di lui avo Giovanni conte d'Angoulème; il qual titolo non era -adattato ai principii dell'Impero, nè alle leggi del feudo instituito -da Venceslao, siccome transitorio nei soli discendenti maschi. Se -l'interpellazione fatta da cesare aveva l'apparenza di un feciale -spedito a intimare la guerra, la risposta del re aveva il significato -della disposizione sua per difendersi. Il re, per rassodare sempre più -la buona corrispondenza col pontefice, concertò d'abboccarsi con esso a -Bologna; partì da Milano, dopo di esservi dimorato cinquantatre giorni, -il 3 del mese di dicembre e il giorno 14 dello stesso mese e dello -stesso anno 1515, in Bologna, col papa Leone X si stabilì il concordato -famoso, per cui, abolita nella Francia la prammatica sanzione, venne -spogliato il corpo della chiesa Gallicana de' suoi immemorabili -possessi, e si regalarono il re e il papa vicendevolmente la roba -altrui. Non mai per addietro gli ecclesiastici francesi avevano pagate -a Roma le annate, ed il re donò al papa il dritto di farsele pagare. -Le nomine ed elezioni de' vescovadi erano di competenza dei rispettivi -capitoli delle cattedrali per diritto stabilito dai canoni conciliari; -ed il papa invece donò al re di Francia queste nomine. Inutilmente -i parlamenti del regno fecero le loro rimostranze; inutilmente le -fece il clero gallicano in corpo: poichè si volle ad ogni modo che il -concordato fosse posto in esecuzione. (1516) Dopo ciò, ne' primi giorni -di gennaio, il re partì dall'Italia, ove lasciava per la forza delle -sue armi, per la fama della sua vittoria, e per i negoziati col papa -e co' Veneziani una dominazione apparentemente sicura e tranquilla. -Lasciò il duca di Bourbon suo governatore e luogotenente in Milano. - -Frattanto però l'ostinatissimo cardinal di Sion moveva ogni mezzo alla -corte imperiale per determinare cesare a scendere nell'Italia. Varii -Milanesi, avversi alla dominazion francese, dimoravano negli Svizzeri, -e procuravano di promovere gl'interessi della casa Sforza, tuttora -intatti nella persona del duca di Bari Francesco, il quale non aveva -abdicato, come aveva fatto il maggior fratello Massimiliano, la ragione -sua alla successione nel ducato di Milano. La fiera risposta data dal -re alla intimazione imperiale, sembrava che obbligasse quell'augusto -a prendere il partito suggerito dal cardinale. Così appunto seguì, -e nel 1516 l'imperatore Massimiliano scese in persona dal Trentino -alla testa di sedicimila lanschinetti, quattordicimila Svizzeri, e -un nerbo poderoso di cavalleria. Il maresciallo di Lautrec abbandonò -Brescia, ch'ei teneva bloccata. I Francesi, vedendo l'imperatore che si -accostava per impadronirsi di Milano, nè potendo difendere i borghi, -presero il partito terribile di porvi il fuoco. Furano inceneriti i -sobborghi di porta Romana, porta Tosa e porta Orientale. L'imperatore, -il giorno 3 di aprile 1516, minacciò un assalto a Milano, ne intimò la -resa, vantossi di voler rinnovare la memoria di Federico Barbarossa; ma -il contestabile di Bourbon prese sì bene le sue misure temporeggiando, -che l'imperatore, mancando di denaro, gli Svizzeri minacciarono di -abbandonarlo. Il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, informato di ciò e -della inquietudine che ne provava l'imperatore, scrisse al colonnello -Staffer, comandante degli Svizzeri imperiali, una lettera da cui -risultava un concerto di tradire Massimiliano cesare e consegnarlo -al contestabile; e questa carta venne confidata ad uno, il quale -appostatamente si lasciò prendere. Poiché ebbe letto un tal foglio, -l'imperatore talmente gli prestò fede, che, sotto apparenza di andare -a prender denaro a Trento, se ne partì; e la sua armata, mancando -di comandante, e, ciò che per essa era ancora peggio, di danaro, si -sbandò a saccheggiare Lodi e Sant'Angelo, e da' Francesi venne poi -discacciata. Così terminò con poca gloria una impresa incominciata in -guisa di doversene aspettare tutt'altro fine. Brescia fu da' Francesi -tolta agl'imperiali. I Francesi operavano come ausiliari de' Veneziani; -ma non ci fu modo di prendere Verona, difesa valorosamente da -Marc'Antonio Colonna, degno nipote di Prospero. Lautrec la assediava. I -Veneziani, collo sborso di centomila scudi, ottennero dall'imperatore -che abbandonasse Verona; e fra l'imperatore, i Veneziani e i -Francesi venne segnata la pace. Così i Veneziani riacquistarono -la terra-ferma[370]. Si fece la pace fra il re e gli Svizzeri. Si -accordò un perdono generale, acciocchè tutt'i Milanesi che avevano -preso partito contro della Francia, ed erano esuli e confiscati, -ritornassero pacificamente ne' loro diritti nella patria. Si impose una -tassa straordinaria per pagare le somme promesse agli Svizzeri; ed il -maresciallo Trivulzio obbligava i cittadini ricchi ad imprestar danaro -al regio erario, carcerandoli se ricusavano. Tali conseguenze portava -la mancanza di un catastro, sul quale ripartire i carichi delle terre. -I nostri vecchi credevano che quella oscurità fosse un bene; quasi che -meglio fosse un tributo arbitrariamente estorto colla forza militare, -esercitata odiosamente sopra alcuni cittadini più accreditati, anzi -che un proporzionato riparto sulle facoltà di ciascuno; e, quasi che -la influenza che la difficoltà di riscuoterlo può avere onde evitarlo, -sia paragonabile col disordine di tal forma di riscossione, inevitabile -quando le urgenze pubbliche lo esigono. - -Il principio del regno di Francesco I, poi che fu in pace, promise -un ridente avvenire ai Milanesi, e il duca di Bourbon, generoso e -magnanimo principe, governatore e luogotenente del re, procurò di -rendersi affezionati gli animi di questi nuovi sudditi e far loro -dimenticare con un felice governo e i suoi naturali principi, e i mali -sofferti. Il senato di Milano, «che tanto a dire quanto esso re» (dice -il Prato), ordinò che venissero stimati i danni sofferti dai cittadini -per le case incenerite ne' borghi, e sulla relazione degl'ingegneri -commise ai tesorieri del re di risarcirli. Ma le angustie dell'erario -non permisero che interamente fossero indennizzati. In oltre il -contestabile di Bourbon donò alla città il dazio della macina, che -si valutava allora diecinovemila ducati di annua entrata; e donò pure -il dazio del vino minuto, d'annua rendita di settemila ducati. Nacque -disparere fra i ventiquattro rettori della città. Alcuni proposero di -abolire questi due aggravi, perchè venisse sollevato il popolo, e non -si accumulasse denaro nella cassa pubblica, d'onde sovente, col titolo -di prestito, i rettori medesimi lo sviavano per non più restituirlo, -abolendo così il nome di un molesto aggravio. Tal proposizione era -di pochi; i più si opponevano; la disputa era impegnata, ostentando -l'uno e l'altro partito il nome di patria e di pubblico bene, siccome -è l'uso. Nè accadde allora ciò che pure succede, cioè che, mentre due -partiti cozzano e guerreggiano, entri una più scaltra o più potente -persona di mezzo ad usurparsi la cosa disputata. Venne ordine in -nome del re alla città di non disporre di tai regalie, intendendo -il sovrano di conservare intiera la corona ducale. Invece però di -que' due tributi il re assegnò diecimila ducati annui alla città, -da convertirsi in opere di pubblico beneficio. L'ordine del re è in -data del 7 luglio 1516, e contiene:[371] _Christianissimus rex, animo -revolvens fidelitatem et integritatem quam cives Mediolanenses erga -Suam Majestatem habuerunt, et damna intolerabilia, quae passi fuerunt, -libere praedictae civitati donat atque concedit summam ducatorum -decem milium annui et perpetui redditus, per manus receptoris civium -recipiendos a mercaturae datiariis, quae quidem summa in commodum et -utilitatem praedictae civitatis tantummodo et non aliter convertatur_. -Poi passa a stabilire che la metà di questa somma s'impieghi ogni -anno per formare un canale sotto la direzione del vicario e dei -Dodici di Provvisione; ducento annui ducati si lasciano da distribuire -all'arbitrio del vicario e Dodici suddetti, e quattromila e ottocento -si distribuiranno chiamando col vicario e Dodici anche quattro -dottori di collegio de' fisici, quattro negozianti e quattro nobili -deputati dello spedale. Ogni anno il ricettore renderà i suoi conti -al magistrato camerale, chiamandovi il vicario ed i fiscali[372]. Era -vicario di provvisione Bernardo Crivelli[373]. Gli architetti idraulici -che s'impiegarono furono Bartolomeo della Valle e Benedetto Missaglia. -Si cercò di fare un canale che ci rendesse comoda la navigazione -col lago di Como. Primieramente si esaminò la valle di Malgrate, -e risultò impossibile, perchè conveniva scavare un canale profondo -trenta braccia per più d'un miglio, e ciò sotto il fondo del lago di -Civate, e protraendo il canale sino al lago di Pusiano per imboccare -il Lambro, che ne esce, conveniva sprofondare il Lambro cento braccia -e dieci once. Perciò abbandonarono quella idea, e si rivolsero ad -esaminare se meglio convenisse cominciare il canale sotto Airuno, e -trovando che ivi dovevasi sprofondare centosessantadue braccia per -attraversare quella costa, ne lasciarono pure anche tale idea. (1517) -Poi, l'anno seguente, esso Missaglia con altri ingegneri, Giovanni -Simone della Porta e Giovanni Balestrieri, si posero ad osservare la -Valle del Seveso, che comincia a Cavallasca, o passa per Lentate, e -viene a Milano. Trovarono che per essa non era sperabile di condurre un -canale per l'angustia e le alte rive che in più luoghi s'incontrano; -e ciò quando anche vi fosse stato modo d'introdurvi le acque del -lago di Como, cosa assai difficile e pel livello, e per le montagne -frapposte; ed anche questo pensiero per tai motivi fu giudicato -inutile. Visitarono una valle presso Chiasso, e non trovarono modo di -aprirvi un emissario che ricevesse le acque del lago di Como. A Como -presso a Sant'Agostino si argomentarono di potervi aprire un emissario, -imboccando la valle del fiume Aperto e dell'Acqua Negra, ma calcolate -le molti emergenti difficoltà, senza fare alcuna livellazione, -riconobbero ineseguibile anche questo progetto. Tentarono poscia se da -Porlezza a Menaggio si potessero unire i laghi di Lugano e di Como; -la distanza è di sei miglia, ma conveniva discendere dal primo cento -braccia per entrare nel lago di Como, e lo trovarono impossibile. La -Tresa, emissario del lago di Lugano, che sfogasi nel lago Maggiore, -fu trovata povera di acque e di caduta impetuosa, e giudicata perciò -indomabile. Esaminarono a Porto ed a Cò di Lago se potessero estraersi -le acque ed incanalarle per la Lura verso Seregno, d'indi poi a Milano; -e ciò pure non trovarono espediente. Ritornarono a tentare di fare -un emissario nell'Adda, visitarono se mai per Oggionno e Valmadrera -si potesse incanalare l'acqua verso Rovagnate, ovvero nel Lambro; ma -senza profitto, nè speranza, rinunciarono a quel partito. Ripigliarono -l'esame sotto Airuno, e passata la costa, alta, come dissi, braccia -centosessantadue, videro che si sarebbe potuto condurre un canale per -Cernusco Lombardone, indi Usmate, poi ad Arcore: ma tutto con sommo -dispendio. Questo fu il progresso per cui si determinarono il Missaglia -e il della Valle a progettare per rendere navigabile l'Adda da Brivio -a Trezzo. La città supplicò perchè s'impiegassero i cinquemila zecchini -nel rendere navigabile l'Adda, invece di scavare di nuovo un emissario, -e da ciò si prometteva abbondanza di calce, legna e carbone. Era -riserbata quest'opera ai nostri giorni, mercè la protezione ed attività -del passato governo. - -Queste beneficenze del re animarono la città di Milano a spedire -a Parigi alcuni deputati con una supplica al re in cui proposero -alcuni stabilimenti. Essa distesamente vien riferita nel manoscritto -del Prato. Io ne esporrò quanto vi è di più importante. Si chiedeva -dalla città di Milano che il governatore e luogotenente non avesse nè -direttamente nè indirettamente ingerenza alcuna nelle cose di giustizia -tanto civile quanto criminale; che nessuna autorità egli avesse negli -affari delle regalie, e nemmeno facoltà di proclamare editti; ciò che -il re non volle accordare. Accordò egli bensì che nessun comandante -militare potesse nelle città di presidio o nei castelli esercitare -giurisdizione sopra i cittadini. Si conosce da quanto trovasi in -quella supplica, che di que' giorni i questori, i quali dovevano -giudicare delle questioni fra gl'impresari e il popolo, non erano di -rado soci secreti degl'impresari medesimi; onde essendo costoro ad un -tempo giudici e parte, non vi era più modo agli oppressi di trovare -giustizia, su di che la città implorò la sovrana provvidenza. Essi -poi, come ministri camerali, all'occasione di confische (le quali -in quella età di frequente cambiamento di dominazione, col pretesto -di fellonia non erano rare) occupavano indistintamente tutto il -patrimonio e del reo e de' consanguinei che vivessero indivisi con -lui, e quindi gl'innocenti si trovavano costretti a dispendiosissime -liti, dalle quali erano prima rovinati che ottenessero la loro porzione -devastata. Fa poi ribrezzo maggiore il conoscere da quella supplica -quanto ingiusta e crudele fosse la procedura criminale esercitata in -quell'epoca da coloro che avevano una carica di capitano di giustizia. -Questo supremo giudice, assistito dal suo vicario e da quattro fiscali, -procedeva[374] _servato et non servato jure comuni_. Vi fosse o non vi -fosse il corpo del delitto, questo non arrestava la procedura. Il primo -atto del processo era citare formalmente il tal cittadino, acciocchè si -presentasse all'esame. In questo esame non di rado veniva il cittadino -posto ai tormenti, e quindi[375] _cum terrori sit omnibus officium -illud_ (dice il Prato), molti chiamati all'esame, per sottrarsi -fuggivano, e poi si condannavano come contumaci anche gl'innocenti. Da -questi aggravi chiesero i deputati che venisse liberata in avvenire -la città; ed il re comandò al senato di proporre i rimedii. Se colle -livellazioni fatte sulla pianura del ducato, alcuni uomini di quel -secolo acquistarono diritto alla stima e riconoscenza de' loro nipoti -e successori, i togati di quei tempi cominciarono a farci conoscere -che quella loro arte cui definiscono:[376] _ars boni et aequi, justi -atque injusti scientia_, è un'arte affatto staccata dal senso morale. -Da quella carta istessa impariamo che allora più non si univa il -consiglio dei novecento, ma era di centocinquanta il consiglio generale -della città di Milano; e que'centocinquanla nobili rappresentavano -veramente la loro patria, poichè da quella erano eletti a parlare e ad -agire per essa. Il metodo della elezione era questo. Ogni parrocchia -si radunava e nominava due sindaci. Tutti i sindaci poi di ogni porta -si radunavano ed eleggevano quattro. Questi quattro eletti da ciascuna -delle sei porte, ossia de' sei rioni o quartieri della città, si -univano e formavano i ventiquattro elettori. Da questi poi nominavansi -venticinque nobili per ciascuna porta, i quali formavano il consiglio -della città, a cui era concessa la nomina dal vicario di provvisione, -scelto dal collegio de' giureconsulti, la nomina de' due assessori, -scelti pure dal collegio medesimo, e quella degli altri nobili per -le giudicature della città e pel tribunale di provvisione. Essi -tuttavia formavano la terna, e la scelta facevasi dal luogotenente e -governatore dello Stato. Ma quella forma di elezione terminò due anni -dopo; e per un fatto dispotico del governatore Lautrec, vennero da -esso lui nominati sessanta nobili, ai quali commise di rappresentare -il consiglio generale della città[377]; e così continuarono dappoi i -successori nel governo a nominare, senza opera della città, a misura -che vacavano; ed il ceto dei sessanta decurioni (l'adunanza de' -quali dicevasi la _Cameretta_), durò fino all'epoca della repubblica -Cisalpina. - -La plebe era superstiziosa e violenta oltremodo; e ne fecero la prova -i monaci di San Simpliciano, i quali, nell'anno 1517, avendo scoperte -alcune urne, ed esposti i corpi creduti di San Simpliciano, di San -Martino, di San Siro ed altri santi; ed essendo per disgrazia caduta -in que' dì una grandine dalla quale vennero flagellate e devastate le -nostre campagne; col modo di ragionar volgare attribuendosi il fenomeno -fisico allo sdegno dei santi, i quali bramassero riposo ed oscurità, -anzi che luce e movimento; e traducendosi i Benedettini siccome rei -di sacrilegio e di pubblica sciagura; non furono essi più sicuri non -solamente nelle piazze e per le vie della città, ma nemmeno nel loro -monastero; e dice il Prato ch'essi furono «sì sconciamente battuti, -che tal fu di loro, che vi lasciò non solamente la cappa, ma et la -forma di quella». Nè la supposta empietà di cavare dalla tomba i santi -bastava a spiegare allora la cagion della grandine. La inquisizione -non volle starsene oziosa; volle trovar delle streghe colpevoli di -quel turbine, e volendolo efficacemente, se ne trovano sempre. Alcune -infelici donnicciuole avevano dei segni, quai fossero non lo sappiamo; -bastarono però a farle splendidamente gettar nel fuoco. Si ascolti -il Prato: «Anche da li segni le quali, judicate dalla inquisizione -per strie, furono in quelli medesimi dì a Ornago et a Lampugnano sul -monte di Brianza a gran splendore arse». Convien dire che anche nel -ceto ecclesiastico allora l'ignoranza fosse grande; e merita di essere -riferito a tal proposito un fatto singolare che ci vien raccontato -e dal Prato e dal Burigozzo. Un uomo sen venne a Milano grande, -sottilissimo per l'estrema magrezza, che, andando scalzo, vestito di -rozzo panno, a capo scoperto, non portando camicia, vivea con pane -di miglio, erbaggi ed acqua, e dormiva sulla nuda terra. Costui, -presentatosi alla curia arcivescovile, chiese il permesso di predicare; -ma siccome egli era laico e non fregiato di alcun ordine ecclesiastico, -gli venne ciò negato. Malgrado ciò egli cominciò nel Duomo a parlare al -popolo, e continuò per un mese a farlo ogni giorno _con tanta grazia -di lingua, che tutto Milano vi concorreva_[378]. Egli prese un tal -ascendente col favor del popolo, che nessuno poteva fargli contrasto; -e nella chiesa del Duomo disponeva come se ne avesse titolo. Le costui -prediche versavano singolarmente nel rimproverare la corruttela degli -ecclesiastici; i quali, indifferenti per la religione, col di lei manto -altro non bramavano se non ricchezza, autorità e comodi; non mai sazi -di onori, di latifondi, di voluttà, nimici delle sante regole de' lori -istitutori, alieni dalla carità, dallo studio de' libri sacri, dalla -cura del bene altrui, dalla pazienza, dalla umiltà, dai travagli; -cose tutte che pure sono di obbligo dello stato a cui sono sublimati, -e quindi invece di animare i laici alla virtù col loro esempio, sono -la cagione della corruttela universale de' costumi. Così con veemente -eloquenza questo uomo laico cercava di scuotere gli ecclesiastici. I -preti non si mossero; ma i frati non furono tanto pazienti; e que' di -Sant'Angelo l'accusarono come sedizioso, fautore segreto de' nimici -del re. Egli, interrogato dal maresciallo Trivulzio e dal presidente -del senato, fu trovato un uomo semplice, pio, ed affatto diverso da -quello che era stato rappresentato. Insensibilmente poi questo amor -popolare, prodotto dalla eloquenza e dalla austerità, sempre imponente, -della vita, svanì; ed il romito, dopo sei mesi, senza alcun romore, -se ne partì. Era costui dell'età di trent'anni, toscano; aveva nome -Girolamo; dotto assai nelle sacre pagine. Tutto ciò il Prato. Di costui -il Burigozzo dice che era di Siena, di bella persona, e nobile: «era -vestito de panno tanè, haveva le brazza discoperte et le gambe nude -senza niente in testa, con la barba lunga, ed haveva dissopra un certo -mantelletto a modo de sancto Giovanni Battista». Se mi si permette una -conghiettura, parmi che questa straordinaria missione fosse un avviso -salutare degli imminenti torbidi luttuosi che nacquero pochi mesi dopo -nella Germania contro degli ecclesiastici, e che riuscirono, come ognun -sa, all'infausto dissidio dei protestanti e dei pretesi riformati. - -Il contestabile duca di Bourbon, governatore e luogotenente del re, -venne richiamato per uno di quegl'intrighi, i quali non son rari -nelle corti, quando il monarca non giudichi co' suoi principii, ma si -lasci indurre ad abbracciare i partiti che destramente gl'insinuano le -persone che se gli accostano più da vicino. La duchessa di Angoulême -aveva molto ascendente sull'animo del re suo figlio. Non minor potere -aveva nel cuore di quel giovine e vivace sovrano la contessa di -Chateau-Briant, che era nel fiore dell'età, il fiore della bellezza e -della grazia; ed era amata dal re[379]. La duchessa favoriva il duca -di Bourbon, senza ch'egli se ne avvedesse, per inclinazione naturale; -la contessa bramava che si desse a Lautrec, di lei fratello germano, -il comando nell'Italia delle armi francesi. Perciò nel 1517 egli -venne a Milano governatore, e fu il settimo. Odetto di Foix, signore -di Lautrec, maresciallo di Francia, era cugino e compagno d'armi del -celebre Gastone di Foix. Alla battaglia di Ravenna egli fu de' pochi -che non l'abbandonò, quando, per uno sconsigliato ardimento si scagliò -incontro alla sua morte. Si battè, lo difese quanto un uomo solo lo -poteva contro di una folla di armati. Lautrec gridava agli Spagnuoli, -mentre combatteva, avvisandoli che Gastone era il fratello della regina -loro. Ferito egli pure in più guise, giacque creduto morto a canto -a Gastone. Riconosciuto poi ed assistito, ripigliò Lautrec il suo -vigore, e sotto del contestabile continuò a dar saggi del suo valor -militare. Le ferite che Lautrec aveva ricevute sul viso nella battaglia -di Ravenna, l'avevano reso di aspetto truce e deforme, nè il di lui -carattere contrastava colla fisonomia[380]. (1518) Lautrec, governatore -di Milano, mal sofferiva il maresciallo Trivulzio, il quale viveva con -una magnificenza reale, ed era più considerato nella città, che non -lo fosse Lautrec. Trivulzio era maresciallo, era stato governatore, -aveva acquistato alla Francia il milanese, viveva indipendente. Il -perchè venne accusato e indicato per sospetto, per essere egli il capo -della potente fazione de' Guelfi, e per essersi fatto ascrivere alla -naturalizzazione elvetica, e perchè il di lui nipote serviva i Veneti. -Queste accuse del Lautrec vennero nell'animo del re malignamente -rinforzate dalla contessa di Chateau-Briant, la favorita di quel -monarca. Trivulzio, franco e sensibile, informato dell'attentato, al -momento partì, e quantunque avesse ottant'anni, nel cuore dell'inverno, -superate le Alpi, si presentò alla corte di Francia, dove però non -potè avere udienza dal re. Questo rispettabile vecchio si fe' condurre -in luogo per cui doveva passare il monarca; e poichè fu alla distanza -di essere ascoltato, disse: «Sire, degnatevi di accordare un momento -d'udienza ad un uomo che s'è trovato in diciotto battaglie al servigio -vostro e dei vostri antenati». Il re, sorpreso, lo guarda, lo ravvisa, -e passa oltre senza far motto. Tale fu la mercede di quarant'anni -di servigi resi alla Francia. Trivulzio si ammalò gravemente. Il -re gli fece fare delle scuse; ed il Trivulzio gli rispose che era -sensibile alla bontà del re, ma che lo era stato pure ai rigori, ed -il rimedio era tardo[381]. Frattanto il Lautrec profittò dell'assenza -del Trivulzio per arrestare a Vigevano la vedova ed i figli del conte -di Musocco, nuora e nipoti del Trivulzio. Il maresciallo fu sepolto a -_Bourg de Chartres_, sotto _Montlehery_, dove aveva trovata la corte, -e dove morì[382]. Burigozzo dice che ei morì il giorno 4 di dicembre -del 1518. Nel vestibolo di San Nazaro Maggiore della nostra città -avvi un tempio di assai grandiosa e nobile architettura, intorno al -cui architrave veggonsi collocate in alto le tombe della famiglia -Trivulzio; il qual edifizio credesi fatto fabbricare dal maresciallo, -la tomba del quale sta nel mezzo, colle due sue mogli poste ai lati; -e sta scolpito:[383] QVI NVNQVAM QVIEVIT HIC QVIESCIT. TACE. Della -sconoscenza ed ingratitudine del re Francesco I ne scrive anche il -Prato; «havendo non una, ma due et tre volte, dic'egli, con tanta -fatica et arte in bona parte dato il stato di Milano a Francesi, et -hora ne ha pagato di sì meritevole guiderdone». Il Trivulzio fu un gran -soldato, un signore magnifico, e d'animo reale. L'ambizione sua però -fu rivolta più a soggiogare i nemici viventi, ed a vendicarsene, che a -procacciarsi una fama generosa presso la posterità. Ei non temette la -voce imparziale della storia. È tristo quel popolo che è dominato da -un ambizioso che non la teme! Trivulzio, con la sua ambizione, rovinò -la patria, scaccionne i naturali suoi duchi, e la immerse nelle miserie -che l'afflissero per più di un secolo. Egli non ha diritto veruno alla -nostra riconoscenza. - -Dell'atrocità di que' tempi, o degli effetti dell'ignoranza e delle -torture può esserne pure chiara testimonianza il fatto orribile di -Isabella da Lampugnano, la quale, il giorno 22 di luglio del 1519, -sulla piazza del castello, fu arruotata viva ed abbruciata. Si credette -che per _sola crudeltà_ ella colle lusinghe si facesse venir in sua -casa i bambini, e loro togliendo il sangue, gli salasse e divorasse -poi. Si asserì che la cosa venisse a sapersi, perchè una gatta di -lei fu osservata avere in bocca la mano d'un bambino: «Fu subito -detenuta, dice il Prato, et stata per alcun tempo perseverante ne' -tormenti horribili, negando sempre il vero, finalmente confessò il -tutto». La logica non permette di credere che si commettano siffatti -orrori _per sola crudeltà_ e senza un fine. La cognizione del cuore -umano nemmeno consente di crederne preferibilmente capace una donna, -più sensibile alla compassione che non è l'uomo. La ragione e la -sperienza ci dimostrano che questa è una prova di più, che coll'uso dei -tormenti _horribili_, finalmente si costringe un innocente ad accusarsi -di qualunque più chimerico delitto. Ci accaderà di trattarne più -diffusamente, mi lusingo, in avanti, proseguendo la storia. - -La condizione de' Milanesi era assai infelice sotto il duro e dispotico -governo del maresciallo Lautrec: aggravi indiscreti, indiscretamente -percepiti; patiboli, confische, proscrizioni; quest'era l'arte colla -quale colui governava. Io non riferirò quanto ne scrivevano gl'Italiani -di quel tempo, che potrebbe forse anco credersi dettato dallo spirito -di partito nazionale. Brantome così parla nella vita di Lautrec. «On -dit qu'avant qu'il fust chassé de Milan, venoient au roy plusieurs -nouvelles et plaintes de luy, et qu'il estoit trop sévère et mal propre -pour un tel gouvernement.... mais pour gouverner un état il n'y estoit -bon. Madame de Chasteaubriant, soeur de mons. de Lautrec.... en rebatit -tous les coups, et le remettoit tousjours en grace». E lo storico -Gaillard, nella vita di Francesco I re di Francia, dice: «Le maréchal -de Lautrec gouvernoit depuis lon tems le Milanés avec une rigueur -bien contraire à la clemence de son maître. Les proscriptions avoient -depeuplé Milan. Les bannis étoient en si grand nombre qu'on les voit -jouer un rôle dans l'histoire, se rassembler, former des entreprises, -et susciter beaucoup d'affaires aux François. On remarqua que la plus -part de ces bannis étoient les plus riches citoyens da Milanés[384]». -Fu ben diverso il regno di Lodovico XII da quello di Francesco I, -non già per cattiva indole di quest'ultimo, ma perchè, sotto il nome -suo spensieratamente lasciava in balía d'un favorito il destino dei -sudditi. In quel torno morì il nostro celebre Bernardino Corio[385], -d'anni sessanta, e fu l'anno 1519. Quattro anni prima lo storico -Tristano Calco lo avea preceduto. - - - FINE DEL TOMO SECONDO. - - - - -INDICE DI QUESTO TOMO - - - CAPITOLO XI. - _Di Matteo I, di Galeazzo I e d'Azzone Visconti, signori - di Milano_ Pag. 5 - - CAPITOLO XII. - _Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della - città sino verso la metà del secolo XIV_ » 37 - - CAPITOLO XIII. - _Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo - Visconti_ » 70 - - CAPITOLO XIV. - _Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di - Milano_ » 104 - - CAPITOLO XV. - _Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca - Visconti, Filippo Maria_ » 132 - - CAPITOLO XVI. - _Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a - Francesco Sforza_ » 170 - - CAPITOLO XVII. - _Francesco I Sforza, duca di Milano » 211 - - CAPITOLO XVIII. - _Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e - della minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto - duca_ » 229 - - CAPITOLO XIX. - _Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta - del re di Francia Lodovico XII_ » 251 - - CAPITOLO XX. - _Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e - governo del re di Francia Lodovico XII, fino alla lega - di Cambrai_ » 275 - - CAPITOLO XXI. - _Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è - riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca_ » 297 - - CAPITOLO XXII. - _Di Francesco I re di Francia, e suo governo nel ducato di - Milano_ » 319 - - - - -NOTE: - - -[1] Cassone ecc. Agli uomini, così fossero prudenti! Matteo Visconti, -vicario e rettore, o sia capitano, al podestà, ai sapienti ed anziani, -ai consiglieri, ai consoli, al consiglio, al comune della città di -Milano, e a Galeazzo, Luchino, ec. - -[2] E per questo tu, Matteo Visconti, e voi altri come sopra nominati, -se non vi emenderete delle predette cose, scomunichiamo in perpetuo, -anatematizziamo, e priviamo di qualunque commercio umano, della -ecclesiastica sepoltura e dei sacri ordini. - -[3] Corio all'anno 1314. - -[4] _Flamma, Manipul. Fior., et Annales Mediolan. ad ann. 1317._ - -[5] _Flamma, Manipul. Flor., ad annum. 1313._ - -[6] Di pessimi delitti e di eresia, benchè non fosse colpevole. - -[7] _Bonincontrus Morigia_, lib. 3, cap. 2. - -[8] Villani, Ughelli e Buonincontro Morigia. - -[9] _Raynaldus, ad an._ 1317, n. 8. - -[10] _Bonincont. Morigia_, lib. 2, cap. 27. - -[11] _Raynald., num. XI, ad annum._ 1320. - -[12] _Idem, num. X, ad an._ 1320. - -[13] Lib. IX, cap. 108. - -[14] _Flamma, Manipul. flor._ - -[15] Tom. X, pag. 547. - -[16] Tanto perchè il giudizio o la punizione del reato di sacrilegio -spettano al foro ecclesiastico, quanto ancora perchè, nella vacanza -dell'Imperio, come ancora al presente si riconosce vacante, a -noi ed alla apostolica sede appartiene il reprimere l'ardire di -questi facinorosi che nell'Imperio si trovano, il togliere di mezzo -l'oppressione, e l'amministrare la giustizia agli offesi ed agli -oppressi. - -[17] Il profano ed empio autore di grandi sceleratezze e di delitti, -Matteo Visconti di Milano, rabbioso devastatore delle parti della -Lombardia, ec. - -[18] _Ughelli, Ital. Sacr._, tom. IV. - -[19] Ughelli, col. 206. - -[20] Fece portare il vessillo della Chiesa sopra il tetto della casa, -e colà fu proclamato che qualunque uomo o donna seguitare volesse quel -vessillo, affine di distruggerò il detto Matteo e i di lui fautori, -libero e mondo sarebbe tanto da colpa quanto da pena. - -[21] _Chronic. Astens._, cap. 103. - -[22] Pronunziando sentenza di scomunica, coi tesori della Chiesa -aperti, e da qualunque parte arruolando soldati agli stipendi contra il -predetto signor Matteo e i suoi seguaci e quelli della sua stirpe fino -al quarto grado. - -[23] Edizione in quarto. Milano, 1771, pag. 29. - -[24] All'anno 1332. - -[25] Certamente consta che i censori della fede, nel condannare per -titolo di eresia alcuni Ghibellini, indotti furono oltremodo dallo -spirito di partito. - -[26] _Raynald. ad annum_ 1341. - -[27] Trovato abbiamo essere iniquamente fatti i processi e le sentenze -suddette, per certe ragioni legittime e giuste che in essi abbiamo -ravvisate, e col consiglio del fratelli nostri e coll'autorità -apostolica, dichiariamo iniquamente fatti e nulli ed irriti gli stessi -processi e i giudizi, fatti e pronunziati dai prefati arcivescovo, -Pasio, Giordano, Onesto e Barnaba, e da ciascuno di essi intorno alle -predette cose, in comunione o separatamente, contra i predetti Giovanni -e Luchino (_erano allora que' due figli di Matteo signori tranquilli -di dodici città_) e tutte le cose che sono seguite in forza di que' -giudizi o per cagione di quelli. - -[28] Ughelli, tom. IV, in _Archiep. Mediol., ubi de Johanne Vicecomit._ - -[29] Che gli altri tutti in probità superava. - -[30] Pag. 36. - -[31] _Bonincontr. Morigia_, lib. III. cap. 21. - -[32] All'anno 1323. - -[33] Non mancavano tuttavia a Lodovico molti argomenti di ragione coi -quali, presso il maggior numero delle persone, scusare si potessero -le cose da esso fatte; la controversia con Federico austriaco intorno -all'Imperio, già decisa colla spada: Milano poi difesa, non affine di -assistere l'eretico Galeazzo, ma di rivendicare a sè stesso i diritti -dell'Imperio, e di impedire che occupata fosse da Roberto re di Sicilia -un'amplissima provincia dell'Imperio, che non mai forse si sarebbe -ricuperata. Non però da que' motivi di ragione fu Giovanni rimosso dal -meditato disegno. - -[34] _Raynald. ad ann._ 1323, cap. 29 et 30. - -[35] Intorno alla di cui morte nulla si sa di certo. - -[36] Pag. 70. - -[37] Lib. III, cap. 37. - -[38] _Anecdot._, tom. II, pag. 301. - -[39] Molto dal vero si allontana. - -[40] _Bonincontr. Morigia, R. I._, tom. XII, col. 1750 D; — e la -cronaca d'Azario, pag. 54. - -[41] _R. I._, tom. X, col. 901 B. — _Martene, Thesaur. nov. Anecdot._, -tom. II. — _Cod. Italic. Lunig._ - -[42] Pietro tornato in sè, disse: Venne l'angelo del Signore, e ci -liberò dalle mani di Erode e di tutte le fazioni de' giudei. - -[43] Gio. Villani, Storia, lib. X, cap. 71. — Albertino Mussato, _R. -I._, tom. X, col. 774 C. - -[44] _Med. Æv._, tom. VI, col. 186. - -[45] Giorno e notte gridavano a vitupero del Bavaro: O Gabrione, -ebrione, bevi, bevi, ho, ho, Babii, Babo. - -[46] _R. I._, tom. XII, col. 1001. - -[47] Villani, cap. 289. - -[48] Messale ambrosiano, stampato l'anno 1475 in Milano da Antonio -Zarotto; e Breviario, stampato dal medesimo, l'anno 1490. - -[49] Tom. X, pag. 482. - -[50] Vita di Giotto, tom. I, pag. 95. - -[51] _Ivi_, pag. 46. - -[52] Lomazzi, Arte della pittura, pag. 35. - -[53] Giulini, tom. X, pag. 332. - -[54] Gio. Villani, lib. XII, cap. 37. - -[55] Giulini, tom. X, pag. 410. - -[56] All'anno 1348. - -[57] Aveva la predetta signora Elisabetta, di lui moglie, fatto voto -di visitare la chiesa di San Marco in Venezia, come essa diceva. Al -quale viaggio acconsentì il signor Luchino. E, fatta una comitiva di -molti grandi dell'uno e dell'altro sesso, si pose in cammino, e come -una imperatrice, e con grandissime spese e corte bandita, fu ricevuta -dal signor _Mastino_ in Verona. E compiè il suo viaggio, e si narra -che anche la sua volontà compiesse intorno a carnale congiungimento, -e le altre di lei compagne delle primarie della Lombardia fecero la -cosa stessa. Per questo nacquero di molti scandali. Ma perchè l'amore -e la tosse non si possono nascondere, nè tanto è occulta alcuna cosa -che non si riveli, tornata essendo la medesima, il signor _Luchino_ -seppe ed udì quello che avvenuto era. Pure, siccome sapiente, pensò -a dare le disposizioni per la vendetta. E perchè disse un giorno, che -in breve era per fare in Milano la giustizia più grande che mai fatta -avesse, con bellissimo rogo, la predetta di lui moglie ben si avvide -che essa era l'oggetto di quella giustizia. Essa altronde, che ben -conosceva il commesso delitto con tale persona, scusare non potevasi -delle cose predette, siccome altra volta erasi scusata. In qual modo -andasse quella faccenda si ignora, nè viene agli scritti confidato. Ma -il signor _Luchino_ non potè compiere quella vendetta per essere egli -stesso mancato di vita. - -[58] _Petri Azarii, Notarii Novariensis, Syncroni author. Chronicon... -Mediolani_, 1771, pag 93. - -[59] - - «Non nuoce aver taciuto, ma parlato». - -[60] Uomo era austero nell'aspetto e nell'opere, parco nel promettere, -largo nell'attendere. - -[61] Mostrava prendersi cura di poche cose, ma di molte curavasi. - -[62] Che il prefato magnifico ed eccelso signor _Giovanni_, figliuolo -del fu signor _Matteo de' Visconti_ di buona memoria, e dopo la -morte di quel signor _Giovanni_, nello stesso modo, qualunque altro -maschio discendente per linea mascolina e di legittimo matrimonio dal -prefato fu signor _Matteo de' Visconti_, sia e sieno a perpetuità -vero e legittimo e naturale padrone, e veri e legittimi e naturali -padroni della città e di tutto il distretto e della diocesi e della -giurisdizione di Milano. - -[63] Matteo Villani, lib. I, all'anno 1350. - -[64] _Raynald. ad ann._ 1330, n. VII. - -[65] Matteo Villani, lib. I, all'anno 1351. - -[66] _Georg. Stellae Ann. Genuens., ad ann. 1354._ - -[67] Tutta poi trovo la valle del Reno abitata da coloni mandati da -_Augusto_; questa mutazione però di sedi non cambia punto la patria -alla quale si va, ma coloro che vanno. Adunque e i Galli andati -nell'Asia, Asiani, e gli Italiani andati nella Frigia, Frigii, -e questi, dopo l'eccidio di Troia tornati nell'Italia, di nuovo -diventarono Italiani. Così i nostri, trasportati nella Gallia o nella -Germania, s'imbevettero della natura di quelle parti e de' costumi -barbarici, e i Milanesi, stabiliti dai Galli, e Galli una volta, ora -come uomini dolcissimi, non serbano alcun vestigio della vetusta loro -origine; così da forza celeste sono modificati gli umani ingegni. - -[68] _Francisci Petrarchae V. C. contra cujusdam Anonymi Galli -calumnias, ad Ugutionem de Thienis Apologia_, tom. II, pag. 1083. - -[69] - - «O caro al cielo, e per illustre schiatta - Venerato dai popoli superbi, - Almo fanciullo, a te dolce la vita, - E sia vivace nell'infanzia il brio! - Lieto t'innoltra, o lungamente atteso, - Dono alla patria, ai padri ed a noi tutti; - E di vita il cammino astri felici - T'additin certo tra secondi eventi! - Te il Po signore attende...» - -[70] - - «Ma all'egregio garzon, già grandicello, - Questa coppa si doni, e ad essa accosti - Le rosee labbra; a' piccioli conviene - Picciolo dono: minimo son io; - Ei massimo; ma ancor l'etade è scarsa; - Appena egli apre a nuova luce gli occhi, - E trepido lo sguardo al ciel rivolge. - All'età s'offron, non al grado, i doni. - Giuoco or farà del nitido metallo, - Che altero sprezzerà d'anni più grave, - Qualora ei sappia che lucente feccia - Dalle profonde viscere si tragge - D'alpestre terra; ma a lui forse grati - Saranno allor miei carmi, e, rileggendo, - Rammenterà ch'io lo levai dal fonte. - Tanto onor mi concesse il genitore». - -[71] _Francisci Petrarchae Florentini V. C. operum_, tom. III, pag. 113. - -[72] La città di Milano, capitale dei Liguri e metropoli, sin quasi -all'invidia ignara tuttora di queste calamità, e per la salubrità e -dolcezza dell'aere, e per la frequenza del popolo gloriosa, nell'anno -sessantesimoprimo deserta rimase e squallida. - -[73] _De Rebus Senilibus Epistolar._, lib. III, epist. I _ad Johannem -Bocatium._ - -[74] Benaglia, Del magistrato straordinario, cap. 12. - -[75] Tom. XI, pag. 426. - -[76] Tom. VII, pag. 392. - -[77] Giulini, tom. XI, pag. 32. - -[78] Cioè, di pane di frumento buono e ben cotto e bianco, e di vino -buono e puro in quantità sufficiente; e di capponi, uno cioè intero per -ogni due persone, e di carne di bue e di porco con buone salse di pepe, -cioè un frammento o un pezzo di carne di bue, competente e buona per -ogni due; ed un altro frammento o un pezzo di porco con buone salse di -pepe per ogni due; ed un frammento o un pezzo di carne porcina fritta -o arrostita col pane gratuggiato per ogni due; e tutte queste cose, -secondo che è convenevole, appresti in ciascun anno a sufficienza. - -[79] Tom. VIII, pag. 653. - -[80] Ora però nell'età presente, agli antichi costumi molte cose si -sono aggiunte, come irritamenti a danno delle anime; perciocchè le -vesti preziose sono da ogni parte coperte di superflui ornamenti: nelle -stesse vesti, tanto degli uomini, quanto delle donne, si inseriscono -l'oro, l'argento, le perle. Larghissimi fregi si sovrappongono alle -vesti. Bevonsi vini forastieri e delle parti oltramarine; tutte le -vivande sono sontuose, ed in grandissimo prezzo si tengono i maestri -dell'arte della cucina. - -[81] _R. I._, tom. XII, col. 1034. - -[82] Che il luccicare degli specchi superavano. Perciocchè i soli -fabbri delle corazze montano a parecchie centinaia, senza contare -innumerabili operai ad essi subordinati. - -[83] Perciocchè gli stessi mercatanti scorrono la Francia, la Fiandra, -l'Inghilterra, comperando lana fina, colla quale in questa città si -tessono panni fini in grandissima quantità, che si tingono in qualunque -sorta di colore e che si portano per tutta Italia. - -[84] _R. I._, tom. XI, col. 1320. - -[85] Giulini, tom. VII, pag. 65. - -[86] Giulini, tom. XI, pag. 149, 167, 475, 497 e 502. - -[87] MCCCLXXXVIII nel giorno XXII di luglio. Dai signori vicario -e XII di Provvisione del comune di Milano, e dai sindaci del detto -comune eletti furono gli infrascritti cittadini di Milano, che sono e -s'intendono di essere il consiglio dei DCCCC del comune di Milano. - -[88] _Med. Æv. Dissert._ 38, pag. 815. - -[89] _Signorol. Omodeus, Cons. XXII._ - -[90] Giulini, tom. XI, pag. 514. - -[91] Il detto, tom. XI, pag. 119. - -[92] _Decreta antiqua_, pag. 51. - -[93] Siccome ancora si fanno estorsioni di diversi modi dai gabellieri -della dogana delle bestie grosse e minute del detto vostro contado. - -[94] Vogliamo bensì che agli impresari dei dazi del detto nostro comune -si mantengano i loro patti. - -[95] _Decreta antiqua_, pag. 50. - -[96] _Ibid._, pag. 173. - -[97] Giulini, tom. XI, pag. 118 e 557. - -[98] Cardinali della santa chiesa milanese. - -[99] Giulini, tom. VII, pag. 196. - -[100] Una pelliccia di coniglio, coperta di violato, ed altre due... -cioè una di volpe, coperta di _scalfanio (specie di panno)_, ed altra -di fianchetti, coperta di saglia bruna, e... il mio cappello grigio, -coperto di saglia nera, ed il mio _copertorio_ e la _sorada_ o la mia -veste doppia... la mia cappa turchina, la mia cappa di _mantellato_... -cinque cucchiai d'argento, e il mio mantello foderato di zendado... il -mio vestito violato. - -— _Mastruca_, come porta l'originale, è veramente pelliccia, e non -solamente quella de' Sardi, come opina il _Du Cange_. Trovansi nei -codici del medio evo altre vesti e pelliccie di fianchetti, fatte forse -di pelle dei fianchi. Il _mantellato_ era pure una specie di veste e di -panno. - -[101] A tutti poscia i cherici proibiamo le vesti rosse o di diverso -colore, gialle e verdi. - -[102] Sormani, Gloria de' santi milanesi, pag. 211. - -[103] Vesti vergate, o bianche e nere per metà, o listate, o con fregi, -o con bottoni d'argento o di alcun altro metallo. - -[104] Non portanti cappucci alla maniera dei laici. - -[105] Giulini tom. VIII, pag. 642 e 644. - -[106] Conviene però sapere che il giudizio del ferro rovente nella -città nostra non si ammette, sebbene altrimente si osserva in alcuni -luoghi posti sotto la giurisdizione del signor arcivescovo. - -[107] Lib. V, cap. 81. - -[108] _Raynald. ad annum_ 1356, num. 30. - -[109] O monopolisti delle granaglie, o uomini nutriti del sangue del -popolo, non aspettate il giorno del giudizio? - -[110] Predicando egli, dicesi che propalasse i peccati occulti di -quelli della famiglia Beccaria, che ad esso erano stati narrati nel -sacramento della penitenza, e specialmente del signor Castellino disse -tali cose, che tutto il popolo sedusse ed animò all'esterminio di tutti -i Beccaria, e della prole e discendenza loro e de' loro amici, e alla -ruina e al saccheggio delle loro case. Ed allora tosto, sena premettere -alcun avviso, tutte le case, abitazioni e palagi di essi e dei seguaci -loro fece atterrare, e portar via le pietre e venderle, promulgando che -ciascun Pavese tenere dovesse quelle pietre sotto il capezzale e a capo -del letto, a perpetua memoria, delle furfanterie commesse dai Beccaria. - -[111] _Petri Azarii Chronic._, pag. 237. - -[112] Perciocchè dal carroccio, nel quale spesso era portato (e beato -colui che poteva toccare quel carroccio, coperto di panni per il di lui -uso!) cominciò a predicare ed a sgridare gli uomini e le donne, perchè -dovevano evitare i lacci mondani, cioè le vesti lussuriose e sontuose, -le masserizie d'argento e le gemme preziose, e gli ornamenti... e per -esecutore fece eleggere un ufficiale, che io vidi a tagliare le grandi -maniche dello guarnaccie, tessute con lavoro frigio, od ornate d'oro e -d'argento, e a tagliare le cinture, se qualche cosa preziosa intorno ad -esse trovavasi. - -[113] Fece pubblica giustizia col taglio della testa... Vendute avendo -adunque le cose predette, l'oro, l'argento, le gemme, i diamanti e le -pietre preziose fino a Venezia. - -[114] Che non dubitasse della mancanza delle vettovaglie, sapendo esso -(perciocchè così asseriva) per mezzo della orazione... che avrebbe -impetrato che la manna simile a quella data a _Mosè_ nel deserto, -sarebbe caduta in sufficiente quantità. - -[115] Erasi pigliata cura degli altri, non di si stesso, siccome sempre -allegava nel predicare. - -[116] Veggasi l'Azario, dalla pag. 235 sino alla pag. 241. - -[117] _Raynald. ad ann._ 1362, num. 12. - -[118] Non sai, poltrone, che io sono papa ed imperatore, e signore in -tutte le mie terre. - -[119] Esso signor _Barnabò_ ai suoi giorni ebbe in odio gli uomini -scienziati, laici, cherici e prelati, e qualunque uomo virtuoso; e -sempre elevò sublimemente gli idioti, i crudeli, gli uomini vili, -infami ed omicidi. - -[120] _Annal. Mediol._, pag. 799. - -[121] _Annal. Mediol._, cap. 147 in fine. — Gattari, Storia padovana, -_R. I._, tom. XVII. - -[122] Matteo Villani, lib. XI, cap. 41. - -[123] Perciò il Signore ti distruggerà finalmente, ti svellerà e -farà esule te dal tuo tabernacolo, e la progenie tua dalla terra dei -viventi. - -[124] _Annal. Mediolanens._, cap. 147 in fine. - -[125] _Raynald. ad ann._ 1364, § 3. - -[126] _Idem_, A. 1368, § 2. - -[127] _Raynald. ad ann._ 1372, num. I. - -[128] Codice A, MS., nell'archivio del R. castello di Milano. - -[129] Azario, pag. 282. - -[130] Considerando noi i tempi di sterilità e le calamità delle guerre. - -[131] _Decreta. Antiqu. Mediol. Docum._, pag. 54. - -[132] Corio all'anno 1374. - -[133] Senza altra determinazione nè difesa antecedente, comandò che -un suo famigliare partisse per espresso colle sue lettere, dirette al -podestà di Bergamo, affinchè egli, quelle vedendo, facesse impiccare -per la gola il detto _Antoniolo_, sotto pena di essere impiccato -il podestà medesimo. Il quale podestà, sebbene di malavoglia, fece -impiccare il detto _Antoniolo_ nel palazzo di Bergamo, senza frapporre -alcuna dilazione, se non finchè confessato si fosse al sacerdote. - -[134] Azario, pag. 275. - -[135] _Annales Mediol., ad ann._ 1366. - -[136] _Idem_, ad ann. 1370. - -[137] _Ibidem_, ad ann. 1381. - -[138] Tom. XI, pag. 360 e 376. — Anche Matteo Villani nelle istorie -_R. I._, tom. XIV, pag. 370, scrisse _Come i Visconti fecione contro -i prelati de Santa Chiesa. Avvenne in questi dì_ (cioè verso il -maggio del 1357) _che il papa mandò un valente prete in Lombardia -a predicare la croce, guardandosi i maggiori prelati di non volere -la grazia di quell'uffizio, e la croce si bandiva e si predicava, -come è detto, contro al capitano di Forlì e al signore di Faenza; il -valente sacerdote se ne andò a Milano, e, ivi favoreggiato dal vescovo -di Parma, cominciò sollecitamente a fare l'ufficio che commesso gli -era dalla Santa Chiesa. Come metter Barnabò ebbe notizia di questo -servigio, senza vietarglielo o ammonirlo che questo fosse contro alla -sua volontà, il fece pigliare, e ordinata per lui una graticola di -ferro, tonda, a modo di una botte, con manichi da voltarla, dentro vi -fece mettere il sacerdote, e accesovi sotto il fuoco, come si fa a un -arrosto, e facendolo volgere, crudelmente il fece morire_. - -[139] L'Azario, pag. 310. — _Annal. Mediol. R. I._, tom. XVI, col. 740. -— _Chron. Placent., R. I._, tom. eod., col. 510, E. — Veggasi anche la -Cronaca di Bologna. - -[140] Tom. IV, pag. 100. - -[141] L'intenzione del signore è che dei capi traditori si incominci -il castigo a poco a poco. Il primo dì, cinque tratti di _curlo_ -(_probabilmente di corda_); il secondo si riposi; il terzo dì, -similmente cinque colpi di _curlo_; il quarto si riposi; il quinto -giorno, similmente cinque colpi di _curlo_; il sesto si riposi; il -settimo, similmente cinque colpi di _curlo_; l'ottavo si riposi; il -nono si dia loro a bere acqua, aceto e calcina; il decimo si riposi; -l'undecimo dì, similmente acqua, aceto e calcina; il duodecimo si -riposi; il decimoterzo giorno si taglino due correggie di pelle sulle -spalle, e si lasci sgocciolare sopra (_forse acqua od olio bollente_); -il decimoquarto si riposi; il decimoquinto giorno si levi loro la pelle -della pianta di ciascun piede, poi si facciano camminare sopra i ceci; -il decimosesto si riposi; il decimosettimo camminino sopra i ceci; il -decimottavo si riposi; il decimonono si pongano sopra il cavalletto; -il vigesimo si riposi; il vigesimoprimo si pongano sul cavalletto; -il vigesimosecondo si riposi; il vigesimoterzo giorno si tragga loro -un occhio dal capo; il vigesimoquarto si riposi; il vigesimoquinto -si tronchi loro il naso; il giorno vigesimosesto si riposi; il -vigesimosettimo si recida loro una mano; il ventesimottavo si riposi; -il ventesimonono si tagli loro l'altra mano; il trentesimo giorno si -riposi; il trentesimoprimo si tagli loro un piede; il trentesimosecondo -si riposi; il trentesimoterzo si tagli loro l'altro piede; il -trentesimoquarto si riposi; il trentesimoquinto si recida loro un -testicolo; il trentesimosesto giorno si riposi; il trentesimosettimo -si recida loro l'altro testicolo; il trentottesimo si riposi; il dì -trentesimonono si tagli loro il membro virile; il quarantesimo si -riposi; il quarantesimoprimo siano attanagliati su di un carro, e -poscia si pongano sulla ruota. - -[142] L'esecuzione di quelle pene fu compiuta riguardo a molte persone -negli anni 1372 e 1373. - -[143] _Petri Azarii Chronicon_, pag. 301. - -[144] Corio, all'anno 1369. - -[145] Dato nel castello nostro Zoloso. - -[146] Giulini, tom. XI, pag. 294. - -[147] La quale casa (dice Azario), cogli ornamenti e le pitture e le -fontane, oggi non si farebbe con trecentomila florini. - -[148] Pag. 283. - -[149] Pag. 269. - -[150] _Siton. Monum. Vicecomit._, pag. 21. - -[151] _R. I._, tom. XVII. - -[152] Di questi tempi è un ducato d'oro di Siena colla biscia, che -possedo nella mia collezione. - -[153] Ma certamente con vana credenza noi stessi deludendo, ci -ingannavamo, persuadendoci che quello potesse esser fedele, che stato -era tanto sleale nepote e genero e fratello, verso lo zio, il suocero -e i fratelli, e del quale tante volte ed a noi e ad altri era stato -provato non avere la fede alcuna costanza, se non che in questo solo -che le cose promesse mai non manteneva... Noi però, cambiando la sorte -delle cose, dichiariamo la guerra al tiranno della Lombardia, che cerca -di farsi re, e di farsi ungere come tale. - -[154] Lettere de' principi, stampate in Venezia, 1374. - -[155] Il detto signor conte, egli stesso a chi gli piaceva, conferiva -tutte le dignità e i benefizi ecclesiastici dei paesi di dominio dello -stesso signor conte che conferire dovevansi, e il detto signor papa -confermava i detti benefizi e le dette dignità a tutti coloro che il -detto signor conte aveva eletti. - -[156] _Ad annum 1381._ - -[157] _Annal. Mediol. ad ann. 1398._ - -[158] Si leghi con catena di ferro ad una colonna, con un anello di -ferro che giri all'intorno, e col quale possa girarsi all'intorno -l'uomo medesimo, la quale catena sia quanto più potrà farsi lunga, -cosicchè soffra una morte più dolorosa; colà tuttavia sia abbruciato in -modo che muoia. - -[159] _Ad an._ 1395 in fine. - -[160] Ecco, testimonio ai popoli e precettore alle genti, io ho dato -lo stesso duce. — Venerabili padri e spettabili signori miei, assai -giustamente venerabili, tutta la patria dei Milanesi può domandarmi -con eguale premura. — Di', te ne prego, o vescovo novarese, quali -motivi indussero il sacro cesareo animo ad accordare al nostro comune -l'onore sublime del ducato? — Alla quale io rispondo: — la quadruplice -situazione delle cose; la provvida benignità del Re Eterno; la -conformità cortese di un atto degno di un congiunto; la obbediente -fedeltà della casa Viperea; la congruente utilità di tutta la plebe. - -[161] Celebre potenza di valido vigore; nobile prosapia di fulgido -decoro; ilare clemenza del placido donatore. - -[162] La prosapia della famigia, molto raggiante; la bellezza del -corpo, molto speciosa; la tranquillità dell'animo, assai virtuosa. - -[163] L'orazione può leggersi nella biblioteca Ambrosiana, nel codice -MS segnato B. N., pag. 116. - -[164] Corio, all'anno 1395. - -[165] Le misure che io assegno al Duomo sono diverse da quelle che si -leggono presso gli autori. Io le ho fatte verificare. Il Morigia, il -Lattuada e il Sormani danno la lunghezza di braccia 300, ed errano di -cinquanta braccia. Il Morigia lo fa largo braccia 145; il Sormani 150; -il Lattuada 151. Il Torri dà la lunghezza di braccia 260, ed erra di -braccia 10-1/2. Il Bugati s'accosta più degli altri alla verità ed -assegna lunghezza braccia 250, col piccolo errore di mezzo braccio; -e larghezza braccia 130, la qual misura è prossimamente quella della -croce, se si voglia ommettere lo sfondato delle cappelle. L'autore del -_Distinto ragguaglio dell'ottava maraviglia del mondo, ossia della gran -metropolitana dell'Insubria, volgarmente detta il Duomo di Milano_, -malgrado l'ampollosità del frontispizio, fa la lunghezza minore della -vera, fissandola a braccia 248, e la larghezza braccia 128, misura -parimenti minore del vero. Nella pianta pubblicatasene coi funerali di -Carlo VI augusto, risulta ancor più erronea la lunghezza stabilitavi di -braccia 243; la quale comunemente, e per tradizione, si crede la vera -misura, anche da chi ha ingerenza nella fabbrica del Duomo, sebbene -manchi dal vero braccia quattro e mezzo. Questa nota può dare un'idea -della poca esattezza dei nostri scrittori, e del tedio che ho dovuto -soffrire per rintracciare il vero in quest'opera. Non sarà, credo, -spiacevole ai lettori il paragone fra le misure del Duomo e quelle di -San Paolo di Londra e di San Pietro di Roma. Le misure di San Paolo -di Londra le ho estratte del _The Foreigner's guide, or a necessary -and instructive companion Both, for the Foreigner and native in Their -Tour through the Cityes of London and Westminster — London — the fourth -edition 1763, pag. 73_. Le misure di San Pietro le ho ottenute da Roma, -e sono fatte dall'attuale architetto di quella basilica, il signor -Simonetti. - -San Paolo è lungo 500 piedi d'Inghilterra, largo piedi 249; e la cupola -è d'altezza piedi 340; alla sommità della quale evvi la croce di altri -10 piedi; onde l'altezza somma è piedi 350. - -San Pietro è lungo 829-1/2 palmi romani; alla croce è largo palmi 615; -e dal pavimento sino alla sommità della croce sopra il lanternino, è la -somma altezza palmi 593. - -Il piede inglese è once sei, punti uno, atomi otto e 4/5 d'atomo del -braccio nostro. Il palmo romano è quattr'once, sei punti 33/100 d'un -atomo del nostro braccio. - -_Ridotto il paragone a braccio milanese_ - - Altezza Lunghezza Larghezza - - Duomo 180 — 249-1/2 148-1/8 - San Paolo 174 — 236 — 127-1/2 - San Pietro 222-1/2 311-1/3 230-3/4 - -Il Duomo di Milano supera San Paolo di Londra nell'altezza e nella -larghezza; ma è 42 braccia meno alto, 61-5/6 braccia meno lungo, e -82-5/8 braccia meno largo di San Pietro. - -[166] Corio, all'anno 1391. - -[167] A coloro che veramente saranno penitenti e che fatta avranno la -loro confessione. - -[168] Giulini, tom. XI, pag. 651. - -[169] Libero e mondo sia tanto dalla colpa, quanto dalla pena. - -[170] Mendacemente simulano queste facoltà non vere da essi pretese, -mentre ancora per picciolissima somma di danaro (per servirci delle -loro parole) non già i penitenti, ma coloro che il velo di una mentita -assoluzione studiansi di apporre con trista coscienza alla loro -iniquità, ed egualmente assolvono dagli atroci delitti senza alcuna -vera contrizione, e non precedendo alcuna debita forma, o condonano le -cose mal tolte, certe ed incerte, non esigendo (il che assurdissimo fu -in tutti i secoli) alcuna previa soddisfazione. - -[171] _Raynald., ad ann. 1390_, num. I. - -[172] _Roberto_ di Baviera, per la grazia di Dio re dei Romani e -conte Palatino del Reno. A te, _Giovanni Galeazzo_, milite milanese, -comandiamo in via di precetto, che tu debba restituire e riconsegnare -a noi, cui spetta il governo dell'Imperio, per elezione canonicamente -fatta nella persona nostra in imperatore dagli elettori dell'Imperio, -tutte le città, i castelli, le terre e i luoghi appartenenti al Romano -imperio ed alla nostra giurisdizione, che indebitamente occupati -ritieni nell'Italia; altrmente ti diffidiamo come invasore delle terre -e della giurisdizione del sacro Imperio, e nostro nemico e ribelle. - -[173] A te, _Roberto_ di Baviera, noi _Giovanni Galeazzo Visconte_, per -la grazia di Dio, e del serenissimo signor _Venceslao_ re dei Romani e -di Boemia, duca di Milano, ec., e conto di Pavia e delle Virtù, colle -presenti rispondiamo che qualunque città, castello, terra o luogo -possediamo in Italia, lo riteniamo e lo possediamo per autorità del -prefato serenissimo signor _Venceslao_ re dei Romani, e canonicamente -investito del governo del sacro Imperio, e tutti quei luoghi intendiamo -certamente difendere contra di te, invasore dell'Imperio, e manifesto -nemico del predetto signor _Venceslao_ e di noi, e te, manifesto nemico -dello stesso Imperio e del signor re _Venceslao_ e nostro, diffidiamo, -se mai tu presumesti di invadere il nostro territorio. - -[174] Corio, all'anno 1401. - -[175] Tom. XII, pag. 54. - -[176] Briani, Storia d'Italia, tom. II, pag. 475, ediz. Venet. 1623. — -Morigia, Storia dell'antichità di Milano, pag. 644, ediz. Venet. 1392. - -[177] Veggasi il Poema del P. Enrico Barelli, _De Alberico VII_, in -Milano presso Marelli, 1782. - -[178] _Rer. Ital._, tom. XVI, _colum. 1021 et sequ._ - -[179] Il nostro duca impose taglie, convenzioni e prestiti così grandi -e continui ai sudditi suoi entro il suo dominio, che forzati erano essi -ad andare vagando in terre straniere, capaci non essendo a sostenere -quei pesi, e si udirono gli urli delle vedove e degli orfani e degli -altri singoli, e grande strepito degli inferiori, ed immense crudeltà. -E coloro che pagare non potevano, ritenevansi prigioni, e i loro beni -usurpati erano dagli stipendiati. - -[180] _Annal. Mediol., ad ann. 1401._ - -[181] _De Monet. Ital._, tom. III, pag. 59. - -[182] Giulini, tom. XI, pag. 521. - -[183] All'anno 1387. - -[184] Andrea Biglia, lib. 2, col. 29. — Corio, all'anno 1406. - -[185] Tom. VII, pag. 612. - -[186] Contra di molti adoperò quel genere di nefanda strage che si -eseguiva aizzando ai cani, tanto sitibondo di sangue, che, senza -spargerlo, non lasciava un solo giorno passare. - -[187] _R. I._, tom. XIX, col. 32 E. - -[188] All'anno 1409. - -[189] E non molto dopo _Facino_ viene chiamato a Milano, cosicchè nulla -più ad esso mancava al dominio dell'una e dell'altra città se non che -il solo nome; tutti obbedivano ad un solo, le cose tutte a norma del -di lui comando stabilivano, non lasciandoci nè pure per le spese dei -giovani quanto bastasse al sostentamento della vita. - -[190] _Rer. Ital._, tom. XIX, col. 34 E., 33 A. - -[191] Giulini, tom. XII, pag. 611. - -[192] Corio, all'anno 1397. - -[193] Il volgo veramente (dice il Biglia) allettato era dall'abbondanza -delle vettovaglie; ma gli altri tutti che passare potevano per buoni -cittadini, aggravati erano da tributi intollerabili... Molti uccisi -furono per effetto di pubblica e di privata licenza. - -[194] Al giovane diedero questi avvertimenti (dice il Biglia), che -la moglie, se non pure repudiata, tenesse certamente come già da esso -separata. - -[195] _Rer. Ital._, tom. XIX, col. 44 e sequ. - -[196] All'anno 1418. - -[197] Decembrio, cap. 68; e Stella. - -[198] Quest'Alberico aveva per suo avo l'altro del quale ai fece -menzione alla pag. 127. Si era confederato col duca; e siccome con -ciò egli esponeva le proprie terre della Romagna (come in fatti -vennero poi conquistate dalle armi pontificie), così Filippo Maria gli -diede la signoria e contea di Belgioioso col castello, _pro aliquali -rependio_, come leggesi nel diploma. Per assicurarsi poi che i Barbiani -non ricuperassero i loro Stati, il papa investì della contea di Lugo -la casa d'Este, già dipendente pel marchesato di Ferrara. Chi ha -considerata la concessione di Belgioioso come una beneficenza del duca -Filippo Maria, non ha posto mente a questo fatto. Pur troppo è vero che -il duca non beneficò mai costantemente un uomo di merito. - -[199] Donato Bosso, all'anno 1444. - -[200] _De studiis Mediol._, cap. VIII, pag. 34. - -[201] _Biblioth. Script. Mediol., ubi de Philippo Maria Vicecomite._ - -[202] Nè sprezzò egli, nè tenne in onore e in pregio gli uomini -addottrinati negli studi delle lettere e delle scienze, e maggiormente -ammirò, di quello che ei coltivasse la loro dottrina. - -[203] Decembrio, cap. 42 et seg. - -[204] Salve, o viaggiatore, vedi, qui sta l'imagine somigliantissima di -quel papa _Martino_, quinto nelle serie, che, buon pastore per indole, -resse la Chiesa a te Roma, ec... Autore di questo carme è _Giuseppe -Brivio_, ordinario, dottore di gius canonico e maestro di sacra -teologia, ec. - -[205] Ma l'autore di questa insigne immagine fu _Giacobino_ di Tradate, -profondo nell'arte che io ardirei dire non minore, ma bensì maggiore di -_Prassitele_. - -[206] Tom. XII, pag. 438. - -[207] Di mirabile furberia faceva uso nello scegliere i consultori che -nominati sono consiglieri; perciocchè eleggeva uomini probi ed illustri -per sapere; ed a questi dava per colleghi uomini scandalosi, affinchè -nè quelli potessero appoggiarsi alla giustizia, nè questi sviluppare -la loro perfidia, ma egli prevenuto fosse di tutto, per la continua -discordia che tra di essi regnava. - -[208] Decembrio, cap. 34. - -[209] Tanto arrossì della sua cecità, che fingeva di vedere chiaro, -avvertendolo segretamente i suoi camerieri. - -[210] Cap. 36. - -[211] _Oratio super populum — Praetende, quaesumus, Domine, famulabus -tuis Blanchae Mariae et Agneti dexteram coelestis auxilii ut te toto -corde perquirant, et quod digni postulant, assequantur. Per etc... -— Super Syndonem — Fac, quaesumus, Domine, famulas tuus Blancham -Mariam et Agnetem toto corde semper ad te accurrere, et tibi subdita -mente servire, tuamque misericordiam suppliciter implorare, et tuis -jugiter beneficiis gratulari. Per etc... — Super Oblata — Propitiare, -Domine, supplicationibus nostris et has oblationes famularumque tuarum -Blanchae Mariae et Agnetis, quas tibi pro incolumitate earum offerimus, -benignus assume, et ut nullum sit irritum votum, nullius vacua -postulatio, praesta, quaesumus ut quod fideliter petimus, efficaciter -consequamur. Per Dominum, etc... — Praefatio — Aeterne Deus, in te -sperantium consolator, et subditorum tibi mentium custos, inclina aures -misericordiae tuae ad praeces humilitatis nostrae, et famulabus tuis -Blanchae Mariae et Agneti propitius adesse dignare. Veniat super eas -spiritualis a te benedictionis ubertas, ut pietatis tuae repletae, -muneribus in tua gratia, et in tuo nomine laete semper exultent. Per -Christum, etc... — Post Comunionem — Da, quaesumus, Domine, famulabus -tuis Blanchae Mariae et Agneti in tua fide, et sinceritate constantiam, -ut in charitate divina firmatae, nullis tentationibus ab earum -integritate evellantur. Per etc..._ - -(Orazione sopra il popolo. — Stendi, o Signore, te ne preghiamo, la -destra del celeste aiuto alle tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_, -affinchè a te con tutto il loro cuore aderiscano ed ottengano quello -che degnamente ricercano; per, ec. — Sopra la Sindone. — Fa, o Signore, -te ne preghiamo, che le tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_ sempre -con tutto il cuore loro a te ricorrano e a te servano con mente devota, -e la tua misericordia supplichevolmente implorino, e possano un giorno -mostrarsi grate coi cuore ai tuoi benefizi; per, ec. — All'Offertorio. -— Mostrati, o Signore, propizio alle nostre suppliche, e benigno ricevi -queste obblazioni delle tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_, che a -te offeriamo per la loro salvezza; ed affinchè irrito non sia alcun -voto, nè vana la preghiera di alcuno, concedi, te ne preghiamo, che -quello che fedelmente chiediamo, efficacemente possiamo ottenere; per -il Signore, ec. — Prefazio. — Eterno Dio, consolatore di coloro che -in te sperano, e custode delle menti a te devote, piega le orecchie -della tua misericordia alle preghiere della nostra umiltà, e degna di -mostrarti propizio alle tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_. Venga -sopra di esse la dovizia della spirituale tua benedizione, affinchè, -colmate dei doni della tua pietà, liete sempre esultino nella tua -grazia e nel tuo nome; per Cristo, ec. — Dopo la comunione. — Accorda, -o Signore, te ne preghiamo, alle ancelle tue _Bianca Maria_ ed _Agnese_ -la costanza nella tua fede e nel sincero tuo servigio, affinchè, -confermate esse nell'amore divino, smosse non sieno giammai per alcuna -tentazione dall'integrità di que' proponimenti, per, ec.) - -[212] Che dirò di Milano, potentissima città d'Italia e metropoli della -Gallia Cisalpina, nella quale tanto numerosi sono, e tanto diversi i -generi degli artefici, tanto grande è la frequenza del popolo, che di -là ebbe origine il volgare proverbio: Chi volesse ricomporre l'Italia, -dovrebbe distruggere Milano. - -[213] _Kloch, de Ærario_, lib. 2, cap. 36, pag. 598. _Norimbergae_, -1671. - -[214] Cosicchè facilmente si reputa che in quella città possano armarsi -più di trentamila uomini. - -[215] _R. I._, tom. XIX, pag. 105. - -[216] Meraviglioso è a dirsi che quello i soli Milanesi osarono -promettere, che a stento in que' tempi fornito o fatto avrebbono -Firenze e Venezia. Sì grande è in questa età la popolazione di una -città sola, sì grande la consuetudine di trafficare nel paese e nelle -straniere regioni. - -[217] _Rer. Ital._, tom. XXII, col. 939. - -[218] _Rer. Ital._, tom. XXII, col. 956. - -[219] Archivio di città, registro A, foglio 40. - -[220] Nell'archivio di città al registro B leggonsi: 17 agosto -1447, ordine dei signori vicario e XII di Provvisione per adunare il -consiglio dei novecento, onde prestino il giuramento i consiglieri che -non aveano giurato. Foglio I, tergo. Altro dei medesimi vicario e XII, -perchè niuno ardisca di rompere le conche sopra i navigli o lo steccato -di Cusago, del 23 agosto 1447. Registro B, foglio 10, e sotto la data -medesima, v'è altro editto de' suddetti sulla macina del grano, che -proibisce a' mugnai la compra: pure il 24 agosto, altro simile editto -del vicario e XII proibisce ai fornai di vendere a staio il pane di -mistura; registro suddetto, foglio 2. Esso registro B è pieno di editti -del tribunale di Provvisione, l'ultimo dei quali è al foglio 408, -contenente una proibizione di ascendere sopra il tetto del Broletto, -in data 10 febbraio 1450, sedici giorni prima che Francesco Sforza si -rendesse padrone di Milano; dal che si conosce che la giurisdizione -ordinaria del tribunale di Provvisione in quel tempo di repubblica, o -anarchia che ella si fosse, rimase intatta e continuata. Lo stesso io -trovo essere accaduto al magistrato Camerale, ossia ai _Maestri delle -entrate_, che conservarono la loro giurisdizione; ed uno dei primi -editti di quell'interregno è del 20 agosto 1447, col quale si comanda -che ciascuno paghi il tributo sulle merci alle porte della città. -Veggasi registro B, foglio 6. Altro del 22 detto per la propalazione -dei beni del defunto duca. Veggasi registro B, foglio 8, tergo. Ne è -pieno quel registro sino al giorno 7 gennaio 1450, in cui il magistrato -Camerale ordinò che si pagasse il tributo della dogana, come dal citato -registro al foglio 402. - -[221] Registro civico B, foglio 14, tergo, ove leggesi questa grida del -30 agosto 1447 per la demolizione e vendita del castello e delle gioie -del duca. - -[222] Registro civico B, foglio 16, tergo, ove leggesi il proclama -dei capitani e difensori della libertà, acciocchè ogni persona atta a -portare le armi si presenti a servire sotto il comando del signor conte -Francesco, capitano generale, in data 3 settembre 1447. - -[223] I capitani e difensori della liberti dell'illustre ed eccelsa -comunità di Milano. — Prudenti concittadini nostri carissimi. Poichè -l'Onnipotente Iddio nostro, per il passaggio da questa ad altra vita -dell'illustrisssimo principe e signor nostro _Filippo Maria_, di buona -memoria, la grazia della libertà a noi liberalmente accordò, che -noi stabilito abbiamo di ritenere e conservare in tutte le maniere -e con fermo intendimento, di comune consenso abbiamo deliberato di -abbruciare i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e le scritture -dell'inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, delle bocche -e dell'aggravio del sale e di qualsivoglia altro aggravio, e di dare -così un segno per cui il popolo e la plebe intendano che quind'innanzi -saranno immuni ed esenti da simili angherie e gravezze. E quindi -concependo buona speranza dello stato della libertà medesima, e -di questa nostra repubblica, si rallegrino e si congratulino, e le -dovute grazie rendano per questo allo stesso Dio Onnipotente Signor -nostro. Nè meno rafforzino l'animo loro, e dispongasi a volere in -oggi spontaneamente e di buona voglia fare quello che altre volte -loro malgrado e forzati facevano, cioè nel dar fuori, secondo le -loro facoltà, il danaro, tanto per formare e compiere il tesoro del -gloriosissimo _sant'Ambrogio_, patrono e protettore nostro, quanto -per le spedizioni delle compagnie di armigeri della comunità predetta, -per mezzo delle quali non solo la libertà nostra ritenere conservare -possiamo, come è incominciata, ma ancora confermare, arricchire ed -aumentare la repubblica, e sempre giornalmente in meglio ingrandirla -e dilatarla, a confusione di tutti coloro i quali si studiano con -ogni loro sforzo e con tutte le loro insidie di rivalizzare con -questa inclita città. Vogliamo adunque che, fatta la elezione, a -due dei vostri subito ordiniate che essi due insieme, dei quali si -inseriranno più abbasso i nomi, ricerchino e si facciano consegnare -tutti i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e tutte le scritture -degli inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, della gravezza -del sale e di tutte le altre gravezze di qualunque genere, specie e -materia esse fossero. E questi documenti, bene rivoltati una e due -volte, e visti e diligentemente esaminati, con ritenere quelli soltanto -nei quali si riconosca qualche utilità della camera della predetta -comunità e del territorio, ed anche di alcune singole persone; tutti -gli altri predetti documenti facciano palesemente e pubblicamente dare -ed abbandonare al fuoco, perchè siano abbruciati, colla quale specie di -spettacolo il popolo stesso parimente e la plebe pigliandone gratissimo -piacere, possano esultare e giubilare e tributare lodi al santo -rammemorato, il quale quest'inclita città in felice e fausto stato -sempre conservi e difenda. - -Data a Milano, il giorno XXI settembre MCCCCXLVII. — _Giovanni dei -Mantegazii_ — _Stefano dei Gambaloiti_ — _Cabriolo del Conte_ — -_Federico del Conte_ — _Giovanni di Fossato_ — _Francio di Figino_ — -_Giovanni Giussano_ — _Giacomo di Cambiago Rafaele_. — Su la coperta. -Ai nobili e prudenti cittadini carissimi nostri, i dodici delle -Provvisioni dell'eccelsa comunità di Milano. - -[224] Registro civico A, foglio 44, editto del 5 ottobre 1447. - -[225] Registro delle gride dal 1447 al 1450, nell'archivio civico, -volume B, foglio 142, 212 e altrove, come dalle gride 30 agosto 1448 -e 21 gennaro 1449, nella seconda delle quali si ricorre a ripartire i -carichi per focolare. - -[226] I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa -comunità di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare, -condecorare questo desiderabile stato della libertà che abbiamo -ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario, il -coltivare il decoro delle virtù, l'abbominare le brutture dei vizi; -perciocchè in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto -donativo, e della di lui onnipotenza sperare potremo più liberale -accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto sporco e -detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi della -sodomia, e reputando che la impunità genera un incentivo, e i già -infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo e confermammo -di nostro avviso con durevole decreto, di non volere più in alcun modo -tollerare questo esecrabile e rovinoso eccesso. Sebbene adunque sembri -che a ritrarre da questo sceleratissimo delitto coloro che macchiati -ne sono, ed a fare che più in avvenire non cadano in simile delitto, -bastare dovrebbe la pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e -dagli statuti di questa città, che come cosa divulgatissima ignorare -certamente non debbono; tuttavia, affinchè la loro infame turpitudine -si renda totalmente inescusabile, vogliamo, e a te espressamente -comandiamo, che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e -pubblicamente colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi -consueti di questa città: che quind'innanzi qualunque persona, di -qualunque stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera, -o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque -sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, nè ardisca -commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per certo che se si -scoprirà che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente sarà punito -colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge. E tu poscia dovrai -adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare e ricercare -questi scelerati, e dovrai procedere contra qualunque tu scoprissi in -avvenire avere commesso questo delitto: punendolo a tenore di diritto -e col mezzo dello giustizia. Nella qual cosa quanto maggiormente sarai -vigilante ed accurato, tanto più avrai servito al dovere ed all'onore, -e meglio avrai secondato la nostra intenzione. Ed affinchè gl'inclinati -al male da questi delitti si astengano, o vogliamo che agli accusatori -o denunziatori di quegli stessi delitti, però con di buoni indizii, -si accordi un premio per ciascuna volta, e si tengano segreti, il -quale premio sarà di dieci ducati d'oro da levarsi su le facoltà del -delinquente, la quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e -da' tuoi successori, rimossa qualunque eccezione e contraddizione. -Scriviamo pure intorno a questo al signor _Bartolommeo Caccia_, -capitano di giustizia di questa città, col quale vogliamo che tu -proceda d'intelligenza nel fare eseguire le predette proclamazioni. — -Milano, il giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII. - -[227] I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa -città di Milano. — Veduta la richiesta dei barbieri di quest'inclita -città, perchè sia confermato certo loro statuto ed ordine; la quale -petizione è del tenore seguente: Magnifici ed eccelsi signori di -quest'inclita città; i barbieri tanto guidati dalla retta coscienza, -quanto ammoniti principalmente dai religiosi confessori e consultori -delle loro animi, deliberarono di celebrare i giorni festivi, e di -astenersi dalle opere nei tempi illeciti, proponendo, con licenza e -consenso della vostra magnificenza, l'ordine stabilito e l'editto, -che è dell'infrascritto tenore. Riverentemente adunque supplicano -che ad esso, siccome salutifero e commendevole, come sembra, vi -degniate d'interporre l'autorità vostra, e di confermare, convalidare -e comandare che osservato sia e messo ad esecuzione, con lettere -patenti questo statuto, e la relativa ordinazione, comandando altresì a -qualunque giusdicente e agli ufficiali di Milano, ai quali in appresso -si ricorresse, che a qualunque richiesta dell'abate del Paratico dei -detti barbieri intorno all'osservanza ed all'esecuzione di quello -statuto, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno. Così -adunque stabilirono ed ordinarono che lecito non sia ad alcun maestro -della detta arte, abitante nella città o nei sobborghi di Milano, -lavorare nè far lavorare di quell'arte, nè nella bottega o nella casa -di sua abitazione, nè al di fuori, in alcun giorno festivo, ordinato -da celebrarsi dalle istituzioni della Santa Madre Chiesa, tanto -Romana, quanto Ambrosiana, e nè pure nelle vigilie di quelle feste, -qualora le vigilie trovinsi stabilite nei giorni di sabbato dopo l'ora -vigesimaquarta di quella vigilia o del sabbato, sotto pena di lire due -delle nuovissime (il testo dice _nuperiorum_, ma forse dee leggersi -_imperialum_), per ciascuna volta in cui si contrafacesse, e nella pena -medesima incorra qualunque domestico o lavoratore della detta arte, -il quale, senza licenza e contra la volontà del suo maestro, lavorasse -in contravvenzione a questo statuto, e che tale domestico o lavoratore -della detta arte non debba nè possa in alcun modo esercitare la detta -arte nella città stessa e nei sobborghi, se prima non avrà pagata -la stessa multa, ed avanti quel pagamento non debba alcun maestro -della stessa arte accordargli alcun aiuto, nè alcun favore sotto la -medesima pena; se però avvenisse che alle ore ventiquattro del detto -sabbato o di una vigilia come sopra, alcun maestro o lavoratore avesse -tra le mani alcuno già ricevuto nella bottega avanti quell'ora, in -quel caso possa proseguire sopra quell'individuo che avesse da prima -ricevuto impunemente l'opera sua e finirla senza incorrere in alcuna -pena; e di tutte quelle pene la metà si applichi alla fabbrica della -chiesa maggiore di Milano, e dell'altra metà due parti se ne dieno al -Paratico degli stessi barbieri, e l'altra terza parte all'accusatore -che denunziata avesse la contravvenzione. Possono altresì l'abate della -detta arte ed i suoi ufficiali che saranno a quel tempo, mancando -nelle premesse cose le opportune prove, affine di far emergere -nelle medesime la verità, forzare qualunque maestro e lavoratore al -giuramento, se e come sembrerà convenevole. E avendo noi considerata -in questo la devota e lodevole disposizione dei detti _barbieri_, ed -avendo considerato lo statuto stesso che ancora facemmo diligentemente -esaminare degli spettabili signori consiglieri di giustizia della -predetta comunità, e vedendo che la richiesta dei petenti sembra -tendere a cosa onesta ed alla osservanza della fede ortodossa nostra -e dei comandamenti della Chiesa, volendo annuire benignamente alla -richiesta dei predetti, col tenore delle presenti, anche per certa -scienza, quello statuto, che comandiamo e vogliamo sia inserito e -scritto anche nel volume degli altri statuti ed ordini del comune -di Milano, come grato a noi riconoscendo, approviamo e confermiamo, -comandando per questo ai vicari e ai XII delle provvisioni, e agli -altri ufficiali della predetta comunità presenti e futuri, ai quali -spetta o potrà spettare che, qualora per l'osservanza del detto statuto -ad essi si ricorresse, facciano inviolabilmente osservare lo statuto -medesimo e le sue disposizioni, e a qualunque richiesta dell'abate del -Paratico degli stessi barbieri, prestino qualunque giovamento, aiuto e -favore opportuno per l'osservanza di questo statuto, e per la dovuta -esecuzione verso i contravventori; e questo purchè nulla si faccia o -avvenga in conseguenza contro la disposizione degli altri statuti ed -ordini della predetta comunità e in detrimento dei medesimi. In fede di -che abbiamo comandato che si facessero e si registrassero le lettere -presenti, e si confermassero col munirle del sigillo della predetta -comunità. Dato in Milano, il giorno decimosesto di aprile MCCCCXLVII. -Sottoscritto — _Ambrogio._ - -[228] Tomo I, pag. 234. - -[229] _1448 die martis nono Januarii._ — Notitia sia a ciascuna persona -como li illustri capitanei et difensori della illustre ed eccelsa -nostra libertà vogliano dare via le borse de la ventura, le quale -borse sono septe, della quale la prima harrà dentro ducati trecento -contanti, la seconda ducati cento, la terza settantacinque, la quarta -cinquanta, la quinta trenta, la sesta venticinque, la settima venti, e -vogliono darle via a la ventura in questa forma, cioè: ciascuna persona -de qual conditione, stato e grado voglia se sia, tanto forestiero -come cittadino o contadino, et tanto clerico come layco, et maschi et -femine, possono portare quelli ducati che loro parirà o uno o due, -come loro vorranno al banco de Xphôro figliuolo di messere Stefano -Taverna banchero, quale è stato lo inventore di questa cossa, el qual -banco è per mezzo li ratti fuori del Broletto, lui ne farà nota nel suo -libro fatto solo per questo, cioè a dì tale, la tal persona ha portati -tanti ducati, uno o duy quelli che saranno, per volere guadagnare per -ciascuno ducato una delle sopra scritte borse, secondo che Dio li darà -buona ventura, e così farà nota de tutti quelli che portaranno infina -alla prima domenica di febraro prossimo, quale è il dì deputato a dare -via le borse, in quello dì serano domandati tutti quelli averanno messi -li denari per guadagnare le borse, et si serà fatto tanti scritti per -ciascuno quanti ducati haranno messo, li quali scritti haranno suso -il nome loro, e questi tal scritti serano messi in una corba suso una -baltresca la quale sara posta su la piazza di Sancto Ambrosio onde è -usato stare el banco di frate Alberto, acciocchè ciascuno persona possa -vedere mettere li scritti tutti in la corba, e vederli voltare tutti -sotto sopra per lo dicto Xphôro thesaurario, deputato a questo, ovvero -per persona fidata electa per li illustri capitanei, poi sarà tolto -una altra corba, nella quale corba saranno messi altrettanti scritti -bianchi senza scrittura alcuna, salvi che in quelli sara sette scritti, -che l'uno harrà scritto suxo la borsa trecento, l'altro la borsa de -li ducati cento, e l'altro de la borsa de' ducati settantacinque, -l'altro la borsa de li ducati cinquanta, l'altro la borsa e li ducati -trenta, l'altro la borsa de li ducati venticinque, e l'altro la borsa -de li ducati venti. Et questi scritti serano voltati molto bene sotto -sopra tutti cum quelli non serano scritti. Poi el dicto Xphôro ovvero -li deputati per l'illustri capitanei stando di sopra la baltresca, -vedando ogni persona, domanderà un qualche bono homo, metterà la -corba ne la quale haverà dentro li scritti de li huomini che harranno -messi li denari de la mane dritta, e l'altra corba ne la quale serano -gli altretanti scritti bianchi, et quelli sette de le borse metterà -da la mane sinistra. E poi quello bono homo torrà suso alla ventura -duy scritti, cioè l'uno fora de una corba con una mane, e uno fora -dell'altra corba cum l'altra mane, tutti duy li scritti ad un tratto, -e drieto a questo bono homo seranno due altre fidate persone electe -da li illustri capitanei e non suspecte a persona alcuna l'uno de la -mane dritta, l'altro da la inane sinistra, li quali torranno quelli -duy scritti quali quello bono homo harà tolto suxo ogniuno da la sua -parte, e il lezeranno, odando ogni persona quelli tali scritti, verbi -grazia l'uno scritto dirà Gioanni da Como, e l'altro nagotta, o vero -bianco, quello tale Gioanni da Como per quello scritto serà fora di -ventura da havere le borse, et serà infilzato, quello scritto che non -avrà suxo nagotta, che sera bianco, sera scarpato; poi quello bono homo -ne torrà suxo duy altri scritti in quella medesima forma, et quelli -duy leveranno verbi gratia l'uno scritto dirà Antonio da Pavia, l'altro -serà bianco, similmente sera facto de questi duy, cioè l'uno infilzato -e l'altro scarpato. Et così andara quello bono homo tollendo suxo duy -scritti per volta, tanto che torrà suso uno de li scritti de le borse; -verbi gratia avrà tolto uno scritto che dirà Petro da Lecco farè, -l'altro dirà lo borsa di trecento ducati, quello Petro da Lecco avrà -guadagnato quella borsa de li ducati trecento, la qual borsa subito in -presentia de tutti sarà data per lo dicto Xphôro Taverna al dicto Petro -da Lecco. Poi quello bono homo anderà tolendo suxo le scritte a duy -a duy in fino che saranno tolti fora tutti quelli sette scritti delle -borse et a chi toccarà la ventura, si sarà date le borse, come è dicto -de la prima. - -E pertanto anche pare che a chi sia possibile da mettere uno ducato -fuosse poco savio a non metterlo, peroche una persona ricca a mettere -uno ducato o duy o dece poco li serà sebene no avesse la ventura, -avendola tanto migliora una persona mezzana, el simile a una persona -povera che in estremo non fusse miserabile seria piuttosto da mettere -che li altri, perochè per uno ducato che metta serbandolo in capo -dell'anno non se ne accorgerà, a tanto in za come in la li bisogna -stentare et lavorare, et se per ventura Dio li presentasse la grazia -che avesse una de quelle borse, massime la magiore, non stentereve mai -più, si che chi è savio porterà dinari, avisando tutti che li denari -che avanzeranno et che se haveranno saranno della comunità nostra, si -che quelli che non avranno la ventura delle borse, potranno far rasone -averne donati a la comunitate uno ducato, el quale se po appellare -averlo donato a se medesimo. - -Et se fosse alcuna persona che non intenda bene vada al banco del -dicto Xphôro Taverna tesaurario a questo, che in breve gliel darà ad -intendere a bocca. — Innocentius Cotta Prior — fu pubblicato questo -avviso da Antonio di Areno tubatore. — Gride dal 1447 al 1450, volume -B, foglio 65 tergo. - -[230] Giornalmente sempre più ammirava tanto la di lui prudenza, la -facondia e gli egregi costumi, quanto la bellezza della persona e la -maestà del volto e del portamento. - -[231] Simonetta, lib. 2, colonna 202. R. I. tom. XXI. - -[232] Vedi Simonetta, Vita di Francesco Sforza, _Rer. ital._, tom. XXI, -lib. I, col. 183. - -[233] Il citato Simonetta, lib. I, col. 187, dice: _Quo nuntio -Franciscus gravissime affectus, dolorem immensum per summam constantiam -supprimit, seque a lachrymis singultibusque continet. Sed quod maxime -expediebat, suos a pugna, rejectis hostibus, revocat._ (Dal quale -avviso gravemente afflitto _Francesco_, con somma costanza l'immenso -dolore comprime, e dalle lagrime e dai singhiozzi si rattiene. Ma i -suoi soldati, il che era la cosa più importante, respinti essendo i -nemici dalla pugna richiama.) - -[234] Di quei disordini così parla il Decembrio: — [235]_Interea -Mediolanenses varie inter se fluctuabant. Quidam, victoria elati, -Franciscum ad astra praecipuis laudibus ferebant; alii verbis dumtaxat -libertatem praedicabant, veram impense onus curamque detrectabant. -Erant quibus servitus libertate potior videretur esse... Quibus autem -vivendi cum principe consuetudo inerat, quo in numero vir insignis -Petrus Pusterla et alii fuere, Franciscum, veluti Philippi filium et -afflictis rebus succurrere potentem, magnopere laudabant. E contra, -quibus mercatorum familiaritas et usus aderat, quorum minima pars fuit, -Venetos, ut divinos quosdam homines, praeponendos dictitabant. Nihil in -medium consulebatur; sed, ut vulgo mos est, studia in contraria incerte -scindebantur. Sic, confusis civium voluntatibus, plebs omnium ignorans, -libertatis dumtaxat nomen sibi adsciverat, et nullo salubri consilio -perducta, in optimum quemquam ferebatur, etc. — Rer. Italic. Script._, -tom. XX, _column._ 1040, cap. XXXV. _Decemb. Vita Franc. Sfortiae._ - -[235] Intanto i Milanesi variamente nei loro avvisi ondeggiavano. -Alcuni, gonfi per la vittoria, con grandissime lodi _Francesco_ agli -astri sollevavano; altri con parole soltanto la libertà proclamavano, -ma qualunque peso e cura avevano sommamente a schifo. Eranvi di quelli -ai quali la servitù migliore sembrava della libertà... Coloro poi -che consueti erano a vivere famigliarmente col principe, nel di cui -numero erano l'insigne uomo _Pietro Pusterla_ ed altri, _Francesco_ -grandemente esaltavano, siccome figliuolo di _Filippo_, ii solo che -soccorso prestare potesse in mezzo al disordine delle cose pubbliche. -All'incontro coloro che famigliare consuetudine ed uso avevano coi -mercadanti, i quali formavano la minima parte, andavano dicendo che i -Veneti, come uomini in qualche modo divini, preferire dovevansi. Non -si trattavano gli affari in adunato consiglio, ma come à costume del -volgo, incerti i cittadini dividevansi in partiti gli uni agli altri -contrari. Per tal modo, confuse essendo la volontà dei cittadini, la -plebe, che tutto ignorava, il nome solo della libertà adottato aveva -e non guidata da alcun salutare consiglio, portavasi contro qualunque -ottimo, ec. - -[236] _Novariam, Parmam, Dertonam, Alexandriam, aliasque urbes ditioni -suae subdit. — Decembr. Vita Franc. Sfortiae, Rer. Ital._, tom. XX, -_column._ 1041, cap. XXXVI. - -(Alla sua giurisdizione assoggettò Novara, Parma, Tortona, Alessandria -ed altre città). - -[237] Il proclama è il seguente — _1448 dies XVI novembris._ (1448, il -giorno XVI novembre.) — Li illustri signori capitanei et difensori de -la libertà de la illustre ed excelsa comunità di Milano. Considerate -le summe et excelse virtute, probitate et magnanimitate et firma -constantia d'animo, la experimentata et inconcussa fede et la longa -experentia de le cose bellice et mestiero de arme, et lo braxado amore -et admirabile devotione che porta et ha portato et demonstrato con -admirabile opere et experientia infinite a questa illustre et excelsa -comunità de Milano lo illustre et magnifico messere Carlo da Conzaga -cavallero et marchese etc. degnamente l'anno constituto deputato, et -electo capitano del popolo de questa illustre città, e de la libertate -nostra gloriosa, acciocchè possa provvedere et ordinare tutte quelle -cose che siano a salute, tutela e conservazione del dicto populo et de -la sancta libertà nostra. Il perchè si ha facta publica crida per parte -de li prefacti signori capitani per notitia et mandamento a ciascheduno -de quale grado, stato et conditione voglia se sia in la dicta città -et borghi in li lochi consueti debia obedire a li commandamenti -del prefacto messere Carlo in tutte quelle cose che concernano il -bene, l'honore, conservazione, tutella et augumento de la dicta -comunità de Milano, et libertà, sotto pena pecuniaria et personale -_usque ad ultimum suplitium inclusive_ (fino all'ultimo supplizio -inclusivamente), secondo si contiene ne la lettera del dicto capitaneo -ad esso messere Carlo concessa per li prefati signori, _ed ulterius_ -(ed ulteriormente), sotto pena all'arbitrio de li prefacti signori -capitanei a chi contrafarà a questa soa crida et intenzione — _Joannes -de Meltio prior — Raphael — Cridata ad scalus palatii et per loca -solita civitatis per Bertolium de Forlivio trombettam, die Jovis 14 -novembris, sono tubarum et pifferorum praemisso._ (_Giovanni di Melzo_ -priore — _Raffaele_ — Promulgata alle scale del palazzo, e per i soliti -luoghi della città, da _Bertolio_ da Forlì, trombetta, il giorno di -giovedì 14 di novembre, premesso il suono delle trombe e dei pifferi.) -Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 151 nell'archivio della città. - -[238] In Milano le cose erano in cattivo stato. Non si può meglio -conoscerle che dalle carte autentiche di quei tempi; e tale è la -lettera di Giovanni Teruffino ai signori Rafaele e Barnaba Adorni, -genovesi, che ritrovasi nell'archivio di città — Codice C, fogl. 69. — -Essa così dice: _Magnifici Majores honorandissimi._ (Magnifici maggiori -onorevolissimi.) — Quamvis altro di nuovo non me occorra, tamen acciò -non vi maravigliate che niente scriva, scriverò poco da poi le altre -lettere a voi scritte. Io non sono andato dalla excellentia del conte, -tum perochè essa se lungo da qui, tum per la novitate de Francesco -Piccinino occorse, ma avuto Maragnano, che spero con la gratia de Dio -sera in fra pochi dì, delibero di andare a la excellentia sua, tam -per lo compromesso de Zenovesi ad Galeotto, quam per altro, e sono -certo che la disposizione sua sia eadem. Io desidero che si manda ad -executione lo facto de Bosco, secundo che altra volta ne dicesti. -Li facti di Milano breviter hanno questa conditione. Frumento ghe -pochissimo et hanno vetato quelli signori che pane di frumento non -se ne venda, perciocchè quello poco frumento lo quale gli è restato -voleno per li soldati, ma non gli può bastare per dexe; di segale -e di miglio hanno per tutto il mese che viene. Dapoi sette di che -Francesco Piccinino e lo fratello andero a Milano non gli hanno dato -dinari, eccetto che due mila ducati de molti promissi. Appropinquandosi -apresso Milano la excellentia del conte come se bene, havuto Marliano, -verosimile è che Milano non se tegnerà quindici dì per mancamento -e de victuaglie, et de dinari, et de strame, e per infinita gente -malcontenta. Dio governa la cosa in modo che questa nostra provincia -habbia quiete. Bene valete — _Dat. Papiae, die XXVIII aprilis 1449. — -Vester famulus Teruffinus — a tergo: Magnificis Majoribus honorandis -Domini Raphaeli et Barnabae Adornis et Petro Spinulae etc._ (Dato in -Pavia, il giorno XXVIII di aprile 1449. — Vostro servo _Teruffino_. -Su la coperta: Ai magnifici maggiori onorevoli i signori _Rafaele e -Barnaba Adorni_ e _Pietro Spinola_, ec.) - -[239] Sei giorni prima che Milano accogliesse Francesco Sforza, Gaspare -Vimercato uscissene dalla città con apparenza di volersi abboccare con -Pandolfo Malatesta, comandante delle truppe di Venezia, e probabilmente -concertò in vece la dedizione al conte. Il passaporto che gli consegnò -trovasi nel codice C, foglio 135 tergo, nell'archivio di città, e -dice:[240] _Per illustres dominos Capitaneos et defensores libertatis -Illustris et Excelsae Comunitatis Mediolani concessa est licentia -strenuo Gaspari de Vimercato exeundi hanc Civitatem cum famulis suis -ad numerum usque octo, suisque valixiis, bulgis, rebus et bonis, et -hoc tute, libere et impune, omnique reali et personali impedimento -prorsus amoto, dummodo se non conferat ad partes hostiles, et vadat ad -illustrem dominum Sigismundum Pandulphum de Malatestis Ariminensem ac -illustrissimi dominii Venetorum, etc. Capitaneum Generalem. Ambrosius -Prior — Antonius, MCCCCL, die XX februarii._ - -[240] Dagli illustri signori capitani e difensori della libertà della -illustre ed eccelsa comunità di Milano viene conceduta licenza al -valoroso _Gasparo di Vimercato_ di uscire da questa città con i suoi -domestici fino al numero di otto, e con sue valigie, bolge, cose -e beni, e questo sicuramente, liberamente ed impunemente, rimosso -qualunque impedimento reale e personale, purchè egli non si rechi alle -parti dei nostri nemici, e vada dell'illustre signore _Pandolfo_ dei -_Malatesta_ riminese, e capitano generale dell'illustrissimo dominio -dei Veneti, ec. _Ambrogio_ Priore. — _Antonio_, MCCCCL, il dì X -febbraio. - -[241] _1449, die 27 mensis decembris._ (1449, il dì 27 del mese di -dicembre.) Al nome del Omnipotente et Eterno Dio et del gloriosissimo -nostro patrone sancto Ambrosio deliberando li illustri signori -capitanei et difensori della libertate che ciascuno quale metta la -persona sua a pericolo per farne uno relevato servitio a tutta questa -nostra patria, la quale è indegnamente afflicta da li nostri nemici, -ne abbia merito e premio qual sia certo grande et honorevole, fanno -noto a ciascuna persona di qualunque stato, grado et conditione se -sia, che chi ammazzerà il perfido conte Francesco Sforza, overo ferirà -mortalmente, guadagnerà ducati dece millia d'oro, e dece millia in -possessione, quali instantemente gli serano numerati cotanti, et dati; -et se quella persona sera rebelle o bandezata sarà cavata de ribellione -et de bando, et restituiti il soy beni, et havere li dicti premii, -et se quella persona sera squadrero o conductero de gente d'arme o -di majore conditione, ultra li dicti premii, gli sera duplicata la -conducta. Et sel serà soldato di menore conditione, ultra li dicti -premii, gli sere duplicata la conducta ut supra. Et appresso a questo -se la cadesse alcuno mandare ad executione alcuni de li sopradicti -partiti et per quello venisse ad esser morto, serano dati li dicti -premii a suoi filioli o a suoi heredi indubitatamente, li quali seranno -sempre ben veduti et ben tractati da questa prefata comunitate. Et sel -fosse persona alcuna quale dubitasse de conseguire li dicti premii, -o venga, o manda uno suo fidato secretamente da li prefati signori -capitanei, gli sera facta tal chiarezza et segurezza chel sera ben -certo e securo de conseguire li dicti premii, rimossa ogni minima -dubitazione — _Petrus Prior — Cridata ad scalas palatii et super platea -arenghi per Antonium de Arezio Tubetam, die sabbati 27 suprascripti -mensis decembris, sono tubarum praemisso._ (_Pietro_ Priore. — -Promulgata alle scale del palazzo, e sopra la piazza dell'arringa da -_Antonio_ di Arezzo trombetta, il giorno di sabbato 27 del soprascritto -mese di dicembre, premesso il suono delle trombe.) Gride dal 1447 al -1450, vol. C, foglio 121, archivio civico. - -[242] Vol. C, gride dal 1447 al 1450, foglio 107. - -[243] Codice C, foglio 113. - -[244] _1450, die 23 febbruarii._ (1450, il dì 23 febbraio.) — Se -in ogni tempo debbe cadauno voglia essere chiamato fidele e devoto -cristiano guardarse da fare contro li comandamenti del nostro -Signore Dio, molto più è necessario emendare la vita nel tempo della -tribulazione et afflictione per impetrare gratia et misericordia da -la divina bontà. Intendando aduncha li illustri signori capitanei et -deffensori de la libertà nostra prohibire quanto sia possibile, etiam -mediante le pene et punitione temporale, la disonestà et detestabile -vita de quelli tengano femine a soa posta, et etiandio alcuni quali non -temendo il juditio divino, presumano biastemare Dio e la sua gloriosa -Madre et li suoi sancti et sancte, li quali duy gravissimi peccati -grandemente et pubblicamente si commettono in questa città et in li -borghi soi, non senza evidentissimo pericolo de provocare majore ira -de Dio contra de noi tutti, denno fare crida et bando che niuno de -qualuncha stato, grado, o conditione voglia se sia dal majore al più -minimo ardisca ne presuma in questa città borghi et jurisdictione soa -tenire in casa sua ne fora de casa femine o sia concubina a soa posta -per qualuncha modo se sia, imo cadauno l'havesse o tenesse fra tri -dì proximi li debbia avere cazate da se, et esse femine et concubine -debiano levarsi et aut spazare la città, aut redurse in loco honesto -et tale se intenda che facciano bona, et correcta vita, sotto pena -irremissibile de fiorini venticinque a cadun uomo quale sera trovato -contrafare, tante volte da essere pagati, quante volte contrafarà, et -a cadauna femina contrafaciente, da essere scovata pubblicamente per -tutta la città, e poi reducta al publico loco, o cazata fora de la -città. Et similmente niuno, come è dicto, ardisca o presuma biastemare -Dio, ne la sua gloriosissima Madre, ni etiandio sancto Ambrosio, -nostro protectore et patrone, ni alcuno sancto o sancta sotto pena -irremissibile, ultra le altre imposte altre volte, de fiorini vinti -per cadauna volta a chi contrafarà, et a chi non potrà pagare o non -pagarà la dicta pena infra tre dì sotto pena di sguasi tri di corda, -vollero ancora et chiarisseno li prefati signori capitanei che cadauno -non solo possa, ma etiandio debba accusare qualunque contrafarà li -predicti duy casi; accusando, guadagni il quarto della dicta pena -pecuniaria, l'altro quarto sia delli poveri de Cristo et la mità sia -della comunità, ma chi non accuserà, et sappia chi abbia contrafacto -in tenire et biastemare come è dicto, cada in pena per cadauna volta de -fiorini cinque et cadauno possa questi altri accusare et della pena si -faccia come è dicto, di sopra. Ancora perchè li prefati signori hanno -ordinato et comandato che niuno debba zugare a zugo de dadi, tavole et -cartexelle, ne lassare zugare in casa sua sotto la pena che contengono -le cride fatte sopra di ciò; Adesso chiariscono et volleno che cadauno -non solo possa, ma sia obbligato ad accusare qualunca contrafarà, ed -accusando guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria et de li altri -tri quarti se dispona et faccia come è dicto di sopra; ma non accusando -et sappiando chi vi abbia contrafacto, cada in pena caduna volta del -quarto quale devria guadagnare, et cadauno possa questi altri accusare -et della pena se faccia ut supra — _Ambrosius Prior — Marcolinus — -Cridata ad scalas palatii et per loca solita civitatis per Matteum de -Arezio tubetam, die lunae XXIII febbruarii suprascripti_ (_Ambrogio -Priore — Marcolino_ — Promulgata alle scale del palazzo, e per i luoghi -soliti della città da _Matteo_ di Arezzo trombetta, il giorno di lunedì -XXIII di febbraio soprascritto.) — Gride dal 1447 al 1450, vol. C., -foglio 136, archivio civico. - -[245] Le cose dei Milanesi incominciarono ad andare al peggio. -Perciocchè privi di duci, discordi essendo tra di loro i cittadini, -giornalmente ripullulavano consigli peggiori dei primi. Non potevano le -pubbliche gravezze del popolo convenevolmente governarsi; non potevano -i ricchi sostenere i pesi; non poteva alcuno eseguire i comandi: ma -come una flotta dispersa dalla procella, qua e là la plebe era portata -dalle onde accavallate. Se alcun raggio di speranza splendeva tuttora -nei soldati che rimanevano, turbato era dall'ambizione di _Carlo -Gonzaga_, il quale dominio del popolo ingiustamente aspirando, tutte -le cose con lungo sospettare intralciava. Per la qual cosa tutto era -squallido per il timore e per la disperazione. Inoltre le congiure -da alcuni tramate maggiori angustia ai singoli cagionata avevano. -Conciossiachè presi furono ed al supplizio condotti molti nobilissimi -cittadini. Ma nè pure colla morte loro raddolcire potevansi l'atrocità -della sciagura... I buoni inoltre, privati degli uffizi, incapaci a -recare giovamento a sè stessi e agli altri, languivano nel silenzio; -la plebe poi, situata tra la speranza ed il timore, il peso tollerava, -esultando per il nome solo di dominio. - -[246] _Vita Franc. Sfortiae_, cap. XXXVII; _Rer. Ital._, tom. XX, col. -1041. - -[247] Macchiavelli, sulla prima Deca di Tit. Liv., libr. I, cap. XVII, -pag. 87. - -[248] Nel fabbricar la casa de' signori Delfinoni vicino alla colonna -di porta Nuova scavossi nel 1774 un sasso, su cui leggesi: _Franciscus -Sfortia Vicecomes, dux, et animo invictus et corpore, anno MCCCCL -a IIII Calend. Martias hora XX dominio urbis Mediolani potitus._ -(Francesco Sforza Visconti, duca, invitto d'animo e di corpo, l'anno -MCCCCL il giorno IV avanti le calende di marzo all'ora vigesima -s'impadronì del dominio di Milano.) - -[249] Questo è il giorno che il Signore ci ha dato; esultiamo e -rallegriamoci in esso. - -[250] All'archivio pubblico può esaminarsene da chi lo voglia -l'originale. - -[251] Osservando come tutti i solenni ingressi e dei duchi e dei -governatori e degli arcivescovi si fecero sempre dalla porta Ticinese, -mi sembra probabile che quest'usanza discenda sino dai tempi de' -Longobardi, quando Pavia fu la capitale e la città regia; e forse -l'arcivescovo, dopo d'essere stato riconosciuto dal sovrano o suo -luogotenente in Pavia, di là spiccavasi per la pubblica cerimonia. -Quando s'assoggettò la chiesa milanese a Roma, e l'elezione e -consacrazione si trasferirono in Roma, tutto cambiossi, fuori che -questa avvertenza non s'ebbe di farlo entrare per la porta Romana. - -[252] In quei contorni trovasi una via che oggidì pure conserva il nome -de' Piatti. - -[253] I due soli però imminenti alla città furono perfezionati. - -[254] _Histoire de François I, roi de France, dit le grand roi et le -père des lettres. Par M. Galliard de l'Accadémie des Inscriptions et -Belles lettres. — A Paris, chez Saillant et Nyon, tome I, page 105._ - -[255] Alloggiarono nel palano altre volte del conte Carmagnola, ora -detto il Broletto, in cui si radunano i corpi municipali. - -[256] Rivolto essendosi quindi all'ornato pubblico della città, -e con arena e mattoni riparate avendo le strade, volle con somma -magnificenza che dai fondamenti si erigesse il castello della porta di -Giove, atterrato da prima per popolare tumulto. La corte altresì dei -primi duchi, già cadente per vecchiezza, non solo ristabilì, ampliò -ed arricchì di ornamenti. Comandò ancora che, scavandosi il terreno, -dall'Adda si derivasse per venti miglia un acquedotto, per mezzo del -quale i campi vicini fossero irrigati, e al popolo non mancassero le -derrate necessarie. - -[257] _Decembrius, Vita Franc. Sfortiae_, cap. XL; _Rer. Ital._, tom. -XX, colonn. 1046. - -[258] Dalla provincia della Martesana, per cui passa, detta forse anco -dal dio Marte. - -[259] Veggasi il Benaglio, Relazione istorica del magistrato, -che riferisce il decreto del duca Francesco, che è il seguente: -— [260]_Franciscus Sfortia Vicecomes, dux Mediolani etc. Papiae -Angleriaeque comes ac Cremonae dominus. Cum pro beneplacitis nostris -et subditorum nostrorum comoditate fieri debere ordinaverimus Navigium -discensarum ex Abdua ad anc inclitam Civitatem nostram Mediolani, -deputaverimusque nobilem virum Ruffinum de Prioris, aulicum nostrum -praeclarissimum Commissarium, qui cum avisamentis ac partecipatione -Bertolae de Novate, dilecti Civis nostri Mediolani, habeat omnia -expedire et expediri facere quod ad dicti Navigii perfectionem -attineat, eligendum duximus._ Indi destina un tesoriere separato per -quest'opera, a cui dalla ducal Camera debbasi sforzare illimitatamente -qualunque somma. _Dat. Mediolani, die primo julii 1457._ (Date in -Milano, il dì primo di luglio 1457.) Veggasi pure il Settala, Relazione -sul navilio della Martesana, ediz. del 1603, pag. 59. - -[260] _Francesco Sforza Visconti_, duca di Milano, ec., conte di Pavia -e di Angera, e signore di Cremona. Siccome per il nostro buon piacere -e per il comodo dei nostri sudditi avevamo ordinato che si dovesse -fare un naviglio che discendesse dall'Adda fino a quest'inclita città -nostra di Milano, ed avevamo deputato il nobile _Ruffino dei Priori_, -nostro illustrissimo commissario di corte, che col consiglio e colla -partecipazione di _Bertola_ di Novate, diletto nostro cittadino -milanese, debba spedire e fare tutto quello che appartiene alla -perfezione del detto naviglio, abbiamo giudicato di dover eleggere, ec. - -[261] Così Paolo Frisi, nel secondo tomo delle sue opere stampato in -Milano dal Galeazzi 1783, pag. 465. L'immatura perdita che abbiamo -fatto di qust'illustre nostro concittadino, mentre era nel pieno vigore -della sua mente, ha privato noi e i posteri di maggiori ammaestramenti -ch'egli ci avrebbe lasciati. Cessò di vivere il giorno 22 novembre 1784 -per una cancrena procuratagli da un taglio, al quale sconsigliatamente -venne sottoposto. Morì colla tranquillità d'un'anima virtuosa, e -presentò all'avversa fortuna, come in vita così in morte, una virile -costanza. L'uomo e l'autore in lui furono allo stesso livello. _Il -chiarissimo autore fece erigere a sue spese all'illustre matematico -e filosofo _Frisi_, suo amico, un elegante monumento in marmo -carrarese con iscrizione latina, nella chiesa di Sant'Alessandro -de' cherici Reg. di San Paolo di questa città; valendosi a questo -effetto dell'opera del celebre scultore _Franchi_._ (_Nota del -Continuatore_). - -[262] Tutto ciò più esattamente può leggersi nell'opera del citato -Frisi, libro terzo, capo terzo de' canali navigabili. - -[263] Nei registri civici delle lettere ducali del secolo XV, foglio -223, leggesi la concessione fatta dal ducal magistrato il 10 decembre -1471 di una bocca d'acqua del naviglio della Martesana da estraersi -vicino al Redefosso, in benificio dell'Ospedal grande e dei consorti -Ghiringhelli, Bossi e Rebecchi, essendo commissario del naviglio -l'ingegnere Pietro da Faino del Malpaga. Altre concessioni poi si -trovano nei libri dell'ufficio Panigarola, registro E, foglio 265. -Vedesi accordata di più l'acqua al convento de' frati di Santa Maria -degli Angioli, l'anno 1468, per ducal concessione. Il che mostra come -sin d'allora entrasse l'acqua del naviglio in Milano. Nell'ufficio -degli statuti Panigarola trovasi pure il decreto di Bianca Maria, -vedova duchessa e tutrice del duca Gio. Galeazzo, fatto il settembre -1467, che invita ad acquistare dalla ducal camera l'acqua del naviglio -della Martesana. - -[264] Simonetta, nella vita di Francesco Sforza, lib. XXXI, _Rer. -Ital._, tom. XXI, col. 778, così dice:[265] _Ea autem utebatur ingenii -acrimonia, ac gravitate, prudentia, atque consilio, ut nihil neque in -urbanis rebus iniret umquam quod minus fuisset diligentissime antea -metitus, omnemque prospexisset eventum, et quod decreverat innata, -quadam animi magnitudine et incredibili celeritate conficiebat. Mirum -dictu est quam abstineret illecebris, humanisque voluptatibus, atque -cupiditatibus: et quod rarissimum in aliis invenies, cum neque in rebus -adversis, si qua iniquitate fortunae acciderunt, deprimebatur animo, -ita ne secundis quidem efferebatur. Quin potius, sicuti in adversis non -frangebatur, ita etiam in prospera fortuna modestissimus semper fuit; -et alios ab omni contumelia injuriaque continebat. Et ne id quidem -mirum, cum omnibus de se praestaret exemplum, qui cum maxime vinceret, -ultione non utebatur._ - -[265] Era poi dotato di tale penetrazione d'ingegno, di tale gravità, -prudenza e avvedutezza, che nulla intraprendeva giammai nelle cose -tanto militari, quanto civili, che diligentissimamente, benchè fosse -piccola cosa, non avesse da prima considerato, e tutto ne avesse -pronosticato l'evento; quelle cose poi che determinato erasi di fare, -compieva con una certa innata grandezza d'animo e con incredibile -celerità. Mirabile è a dirsi quanto lontano si tenesse dalle seduzioni -e dalle umane voluttà e cupidigie, a quello che rarissimo troverassi -in altri siccome nelle avversità, se mai alcuna per iniquità di sorte -ne incontrava, non perdevasi di spirito, così nè pure nelle prospere -punto non insuperbivasi. Che anzi, siccome nelle cose avverse non si -avviliva, così ancora nella prospera fortuna fu sempre modestissimo, e -gli altri tratteneva da qualunque ingiuria o contumelia. Nè questo in -vero è estrano, mentre a tutti egli stesso porgeva l'esempio, e avendo -questo grandissima forza, d'uopo non era che facesse uso di gastighi. - -[266] Ma oserei certamente affermare che, dopo _Giulio Cesare_, nissun -uomo troverassi avere avuto l'Italia, che a buon diritto si potesse col -solo _Francesco Sforza_ paragonare. Il quale per verità, vinto avendo -sempre, nè mai essendo stato vinto, finì i suoi giorni in modo che a -tutti non meno lasciò un vivo desiderio, che un retaggio di lagrime. - -[267] _Rer. Italic. Script._, tom. XXI, col. 779. - -[268] Corio. - -[269] Nella mia raccolta ho alcune monete di Milano che portano il nome -d'entrambi. - -[270] _Francisci Cicerei Epistolar._, vol. II, pag. 174, _Mediol._ -1782, stampa dell'Imp. Monast. di sant'Ambrogio. - -[271] All'anno 1469. - -[272] All'anno 1473. - -[273] Gli scrittori oltramontani conservano una memoria favorevole -del re Mattia I. È da essi risguardato come un principe generoso, -guerriero, politico, religioso, amico delle belle arti, uomo colto; -ed a lui si attribuisce la biblioteca di Buda, corredata dei migliori -libri greci e latini. Il Corio però narra avvenimenti accaduti ai suoi -tempi e pubblici. - -[274] Di questo Cola Montano si trova nell'archivio pubblico un -contratto ch'ei fece l'anno 1473 il 6 d'agosto, rogato dal notaro -Antonio Zunico. Il contratto è con uno stampatore tedesco di Ratisbona -chiamato _Cristoforo_, ed ha per oggetto una società per istampare. -Si vede che Cola Montano era figlio di Giacomo, ed abitava sotto la -parrocchia di San Rafaello; ma non si dice che fosse bolognese. - -[275] La duchessa Bianca Maria prudentemente gli richiamò. - -[276] Eterna vivrà la fama di sì gloriosa impresa. - -[277] L'anno seguente si ribellarono di nuovo; poi un'altra volta nel -1488 si assoggettarono. - -[278] - - Mentre bramo salvar la patria e il duce, - Da scaltri traditor son tratto a morte. - Ma celebrar lui debbe immensa lode, - Che, per serbar la fe, sprezzò la vita. - -[279] Rogato dai notai Francesco Bolla e Candido Porro. - -[280] Vedi Apostolo Zeno, _Dissertazioni Vossiane_, vol. II, art. -_Bernardino Corio_. (_Il Continuatore_). - -[281] Queste nozze erano già state concertate undici anni prima, cioè -nel 1480, mentre la sposa, figlia d'Ercole d'Este, aveva sei anni. - -[282] Risplendenti di toghe purpuree e di scarlatto. - -[283] Coi petti ritagliati al disotto delle mammelle, e col pallio alla -maniera gabina, scendendo dall'omero destro al lato sinistro. - -[284] Con moderazione e venustà. - -[285] Il Corio dice: _Lodovico Sforza, già inducto da Hercule Estense -e da la mugliere, in tutto cominciò aspirare alo intero governo dil -Stato_; all'anno 1489. Rispetto poi alle rivalità dice, all'anno -1491, _Quivi tra Isabella mogliere dil duca e Beatrice, per volere -ciascuna de loro prevalere al altra tanto di loco et ornamento quanto -in altra cosa, una tanta emulazione e sdegno cominciò tra ambe due, che -finalmente, come sarà demostrato nella parte seguente, sono state causa -de la totale eversione dil suo imperio_. - -[286] Il Corio lo attesta all'anno 1493; il che conferma quanto -antecedentemente accennai sullo venuta di Galeazzo Maria dalla Francia -a Milano, cioè che vi fossero stazioni regolate pel cambiamento de' -cavalli. - -[287] Antonio Grumello, nella cronaca MS. che ritrovasi presso il -signor principe Alberigo di Belgioioso d'Este al foglio II, disse: -_Ritrovandosi il gallico re in la città de Pavia et intexo Jo. Galeaz. -Sforzia, ducha di Milano, esser gravemente inferma di una febbre -tossichata, vuolse sua maestà vederlo: et prelibato ducha umanamente -salutando sua maestà, et re gallico confortandolo a la salute, et -che sua maestà mai hera per mancharli. Vedendo Jo. Gz. Sfortia esser -al fine di sua vita, ricomandato el suo unigenito figliolo Francesco -Sfortia, conte di Pavia, al gallico re, pregando sua maestà lo voglia -aceptare per suo figliolo et con humanissime parole fu acceptato -da esso re gallico, et non dubitasse che mai hera per mancarli et -mantenerlo in stato felicissimo._ - -[288] Il prefato _Giovanni Galeazzo_ riconobbe dal popolo milanese -il ducato stesso e la contea, il che tornò in grandissimo pregiudizio -dell'Impero, e perchè è di consuetudine del sacro romano Impero di non -mai investire alcuno di qualche Stato da esso dipendente, se questo -egli usurpò col fatto, e da altri lo abbia riconosciuto. - -[289] Il Corio gli dà per extensum all'anno 1494. - -[290] Cambiata, l'anno 1783, per servire al monte di Santa Teresa, -recentemente collocatovi. _E qui vuolsi notare che gli scudi in bianco -marmo rappresentanti i duchi di Milano, che servivano di ornato alla -facciata di questa casa, furono preservati dal nostro storico, e -collocati in ordine nel primo cortile della sua casa paterna, ivi -dicontro_. (_Il Continuatore_). - -[291] La chiesa della Madonna di San Celso è veramente il primo -monumento e il più antico di esatta architettura. La facciata -dell'arcivescovado e il palazzo dell'arcivescovo si formarono -dall'arcivescovo Guido Antonio Arcimboldi. Il claustro di Sant'Ambrogio -si fabbricò dal cardinale Ascanio Sforza. Veggasi il Lattuada, -_Descrizione di Milano_, tom. IV, pag. 308. Due altre chiese si -fabbricarono in que' tempi, cioè la Rosa e la Passione, meritevoli di -essere osservate. Anche la cupola delle Grazie è di quei tempi, e si -assomiglia alla prima maniera della casa Marliani. - -[292] Vedi _Raccolta milanese stampata presso Antonio Anelli 1756, -2 vol. in 4.º Nel primo volume, dal foglio 2 fino al 22, trovansi -parecchi sonetti di messer Gaspare Visconti, con alcune notizie intorno -all'autore_. (_Il Continuatore_). - -[293] Di questi broccati pesantissimi se ne veggono tuttora in un -vecchio paramento che conservasi presso i Domenicani delle Grazie. La -statua di Beatrice d'Este, che è nella Certosa di Pavia, ci mostra la -ricchezza e il peso di quei vestiti di allora. L'immagine di Beatrice -vedesi pure in un quadro della scuola di Lionardo a Sant'Ambrogio -Ad nemus. Ella vi è in ginocchio coi due suoi figli Massimiliano e -Francesco, e collo sposo Lodovico il Moro. - -[294] Queste poesie furono da me copiate da un antico codice -manoscritto originale dell'autore medesimo, il quale si custodisce fra -molti altri manoscritti nella pregievolissima collezione del signor -principe Alberico di Belgioioso d'Este. In esso leggonsi più centinaia -di sonetti ad imitazione del Petrarca. Leggesi pure una commedia in -ottava rima dello stesso Visconti; poesie, a dir vero, di poco valore. - -[295] L'autore Gaspare Visconti mori all'età d'anni 38, il giorno 8 di -marzo l'anno 1499. Vedi _Argelati, Biblioth. Scriptor. Mediolan._, tom. -II, parte prima, col. 1604. - -[296] - - «Sparsi i campi al veder d'armi e d'armati, - Scossa, tremò tua pace, o Lodovico, - Sorgi, a me disse, tutt'intorno suona - Il ferro ostil, e me cacciata in bando: - L'armi dispon chi mi ripose in seggio. - Pei santissimi dritti ora te invoco - Del veneto senato, e me del sommo, - Se il puoi, periglio a liberar t'appresta. - Risposi allor: No, non temere, o Diva, - Lodovico t'adora, e del tuo Nume, - Più ancor di quel di Giove, egli gioisce. - Nè già guerre temer, che ne son queste - Sol le sembianze e i simulati giuochi: - Nè qui armeggiar, se non a pompa, lece. - Or dunque vanne, e abbandonando il cielo, - Orna la terra, o almen, poichè tue veci - Compier questi sol può, se in l'alte sedi - Ami recarti, in terra e in mar difendi - Gli Sforza fidi, in guerra e in pace egregi». - -[297] Tomo II, delle Opere. Milano, presso Galeazzi 1783, pag. 468. - -[298] Tutte queste notizie sono tratte dal vol. I, num. 17 della -collezione illustre del signor principe Belgioioso d'Este. Quell'antico -MS. contemporaneo dice di quest'ultimo segretario camerale: _se faceva -per esso secretario uno quaterneto de tutti li salariati, quale se -faceva sottoscrivere da l'excelentia del duca, insieme con un rotulo, -che se domandava la lista grande de li salariati, in la quale, per -via de summario, era descripto tutta la spesa del Stato, la quale se -mandava inclusa in una lettera ducale expedita per el dicto secretario -alli magistri de le intrate ordinarie et thesaurero, commettendoli che -facesseno fare la expeditione de li pagamenti secundo era annotato in -esso quaterneto et lista alli tempi debiti et secundo l'ordine de la -corte; e così si faceva._ - -[299] Il Prato asserisce che le entrate ducali ascendessero, nel -1499, a ducati ossia zecchini settecento ottantamila. Il Corio, -all'anno 1492, dice seicentomila. Da un MS. gentilmente mostratomi dal -chiarissimo signor presidente conte Carli, le ducali entrate allora -erano zecchini 424,472; io mi sono attenuto al Corio, supponendo che -il minor calcolo comprenda le sole entrate ordinarie. Paragonata -poi l'estensione dello Stato d'allora, le opere grandiose che si -intraprendevano, con seicentomila ducati, se ne dedurrà una nuova -conferma di quello che in più luoghi ho indicato, cioè sul valore de' -metalli nobili maggiore assai in que' tempi che non lo è ai giorni -nostri. Un uomo con cent'once d'oro oggidì è meno ricco di quello che -lo fosse allora uno che ne possedesse cinquanta. - -[300] Vol. I, Miscellanea, num. 14. - -[301] Oltre il Corio, veggasi Gaillard, Histoire de François Premier. — -Edizione seconda di Parigi, presso Saillant et Nyron 1769, tom. I, pag. -137. - -[302] Il tesoriere era allora il presidente della camera, e cotesto -Landriano, che adulò il duca, fu il medesimo che nel consiglio ducale -lo fece acclamare, ad esclusione del legittimo successore. - -[303] Veggasi la Cronaca di Antonio Grumello pavese. MS. del signor -principe di Belgioioso d'Este, foglio 19, tergo, e foglio 20. - -[304] MS. di Antonio Grumello, pavese, presso il signor principe di -Belgioioso, fogli 22 tergo. - -[305] Dove oggidì stanno i Teatini. - -[306] _Quaranta damiselle milanesi, non già dell'inferiore:_ così il -Prato. - -[307] Giovanni Andrea da Prato è l'autore che io scelgo per guida, -or che il Corio cessa di raccontare. Da esso Prato, che conservo -manoscritto, ho tratti i minuti avvenimenti che ho creduto di non -omettere, poichè mostrano il carattere di quel buon principe. - -[308] _Perpetuo edicto et inviolabili decreto... statuimus, ordinamus, -et lege perpetuo valitura stabilimus_. - -(Con perpetuo editto e decreto inviolabile... stabiliamo, ordiniamo e -vogliamo, con legge che debba valere in perpetuo.) - -[309] _Damus et concedimus per praesentes potestatem seu auctoritatem -decreta nostra ducalia confirmandi, et infirmandi, dandi omnes -quascumque dispensationes, Statutorum et ordinatorum confirmationes_, -ec. E rispetto alle concessioni del re medesimo dice: _Nisi prius -fuerint in dicto senatus nostro praesentatae, interitanae, et -verificatae, nullius firmitatis, effectus vel momenti esse poterunt; -easque, tam concessas quam concedendas, decerminus per praesentes -irritas et inanes_. - -(Diamo e concediamo, colle presenti, podestà o sia autorità di -confermare e di annullare i nostri decreti ducali, di concedere -ogni qualunque dispensa, di confermare gli statuti e le ordinazioni, -ec...... Se da prima non saranno nel detto senato nostro presentate, -_interinate_ e verificate, non potranno essere di alcuna forza, effetto -e conseguenza; e colle presenti dichiariamo irrite e nulle, tanto le -già concedute, come quelle che potessero concedersi.) - -[310] Proruppe in ira così grande, che sembrava avere perduta tutta la -prudenza... E tardi conobbe che, tumultuando il popolo, più vantaggiosa -riesce l'umanità e la mansuetudine, che l'arroganza. - -[311] _Tres vultus Trivultio._ — (Tre volti ha il Trivulzio). - -[312] Egli era al servigio degli Aragonesi in Napoli, mentre essi -minacciavano Lodovico Sforza: quando poi Carlo VIII conquistò quel -regno, il Trivulzio si pose allo stipendio della Francia, e molta parte -ebbe nell'aprire il varco al re nei passi di Fornuovo alla Val di Taro. - -[313] Corio, all'anno 1499. - -[314] Del Corte così scrive il Guicciardini al lib. IV, raccontando -il prezzo ch'egli ottenne; _ma con tanta infamia, e con tanto odio, -eziandio appresso ai Francesi, che, rifiutato da ognuno come di fiera -pestifiera, e abominevole il suo commercio, e schernito per tutte dove -arrivava con obbrobriose parole, tormentato dalla vergogna e dalla -coscienza, potentissimo e certissimo flagello di chi fa male, passò non -molto poi per dolore all'altra vita._ - -[315] Tom. II, pag. 22. - -[316] _Quod ad Rempublicam attinet, jam licet omnibus intueri quod -in magno omnia ancipiti, seu potius praecipiti pendent. Sfortianos -constat sexdecim milium peditum delectum ex Elvetiis fecisse, milla -cataphractos ex Germania Burgandiaque contraxisse, tormenta aenea, -machinas, pilas, pulveresque coemisse, atque comunis opinio est quod -medio januario superatis Alpibus Gallos invadent, atque eos pellere -aut profligare conabuntur. E contra comes Lignyaci, cujus in ire -bellica auctoritas suprema est (licet proregie nomen Jo. Jacobo -Trivultio datum sit) omnes cataphractos apud Comum cogit_.... E -continua a spiegare le disposizioni per la difesa che facevasi dai -Francesi; _cuius exitum utinam Mediolanenses (quae foret insolita eorum -prudentia) expectarent! At plurimi sunt, maxime ex Gibellina factione, -qui, more impatientes, jamjam civitatem scindere, amicos, affinesque -unire, armaque capere non dubitant, quod dicant memoratum Trivultium -statuisse capita ipsius Gibellinae factionis perdere, alios obsides -in Galliam mittendo, alios proscribendo, alios in custodiis habendo; -dicentes propterea se, armatos, vim vi repellere velle, hujusmodique -armis non in regis perniciem aut damnum, sed tuitionem et salutem, -si expediat, se usuros jactantes. Huic quasi seditioni fomentum non -exiguum praestant memoratus Lignyaci comes et Lucionensis episcopus, -Senatus Cancellarius et justitiae, ut ajunt, caput; qui ambo, ut sunt -Trivultii aemuli, aegre ferunt quod apud eum remaneat illud nudum -proregis nomen; sperantque hac ratione Regem coactum iri ut Trivultium -deponat, cum intelliget, eo etiam solam sceptri imaginem retinente, -seditionem extingui minime posse: iique ambo, quasi fatentes eam -esse pravam et subdolam Trivultii mentem in Gibellinos, quam ipsi -verentur, nec affirmantes longe alienam esse regis voluntatem, qui -nullo discrimine omnes Gibellinos Guelfosque habet, non reprehendunt, -sed quadam taciturnitate probant, Gibellinosque armari, ac stipari, -seditionem in dies magis et magis augeri; quum et Trivultius et omnes -fere Guelfi partes ejus secuti, non minus quam Gibellini, se muniant -clientibus et armis, et vim nedum repellere, sed etiam inferre parent._ -Prosiegue antivedendo i mali, che ne nacquero in fatti, e conclude la -lettera così: _tunc, inquam, cognosceremus quanto subjectir populis -salubrius sit contendendibus de imperio principibus, spectatores, quam -auxiliatores esse._ - -(Per quello che spetta alla repubblica, si può ora da tutti -riconoscere, che tutte le cose pendono in uno stato dubbioso o -piuttosto precipitoso. Egli è certo che gli sforzeschi hanno arruolato -sedicimila fanti tra gli Svizzeri raccolti, mille cavalli, grave -armatura dalla Germania e dalla Borgogna, comperati cannoni di -bronzo, macchine, palle polvere, e la comune opinione è che alla -metà di gennaio, superate avendo le Alpi, assaliranno i Francesi, e -si studieranno di cacciarli o di sconfiggerli. All'opposto il conte -di _Ligny_, che ha il supremo comando nelle cose militari (benchè il -nome di vice-re sia dato a _Giovan Giacomo Trivulzio_), tutti i suoi -cavalli di pesante armatura riunisce presso Como...... Il di cui esito -volesse il cielo che i Milanesi (il che sarebbe una prudenza in essi -insolita), aspettassero! Ma moltissimi sono, massime della fazione -ghibellina, che, impazienti di ritardo, non dubitano già a quest'ora di -dividere la città, di riunire i loro amici e congiunti, e di pigliare -le armi, perchè dicono che il memorato _Trivulzio_ abbia stabilito -di rovinare i capi della stessa fazione ghibellina, mandandone altri -ostaggi in Francia, altri proscrivendo, altri ritenendo nelle prigioni; -soggiungendo per questo che essi, armati, respingere vogliono la -forza colla forza, e vantandosi che di queste armi si serviranno non -già a discapito o danno del re, ma qualora occorra alla loro difesa e -salvezza. A questa specie di sedizione prestano non piccolo fomento il -già nominato conte di _Ligny_ ed il vescovo di _Luçon_, cancelliere -del senato, e capo, come dicono, della giustizia, i quali, essendo -l'uno e l'altro emuli del _Trivulzio_, mal soffrono che presso di esso -rimanga quel nome nudo di vicerè, e sperono che per questa ragione -il re sarebbe forzato a deporre il _Trivulzio_, qualora venisse a -sapere che, ritenendo la sola immagine dello scettro, la sedizione non -potrebbe estinguersi, ad essi, quasi confessando ambidue essere quella -intenzione trista e subdola del _Trivulzio_ contra i Ghibellini, la -cosa che essi temono, nè asserendo molto lontana da quello la volontà -del re, che tutti i Ghibellini e i Guelfi riguarda senza alcuna -differenza; non riprendono, ma anzi con un certo silenzio quelle mosse -approvano, e che i Ghibellini si armino e si rafforzino, e che la -sedizione giornalmente a maggior grado si accresca; mentre anche il -_Trivulzio_ e tutti quasi i Guelfi seguaci del di lui partito, non meno -che i Ghibellini, si muniscono di partigiani e di armi, e non solo si -preparano a respignere la forza, ma anche ad adoperarla....... Allora -dissi, conosceremmo quanto più salutare sia ai popoli suggetti l'essere -spettatori che non ausiliari dei principi che dell'imperio contendono). - -[317] Vinto certamente dall'efficacia dell'argomento, prestò la mano; -tuttavia, mentre mi congedò, conobbi che egli era quasi sdegnato; -giacchè come tu sai, i principi quello che essi vogliono, sogliono -volerlo di troppo, e ben sovente pongono mente piuttosto a quello che -giova, che non a quello che conviene. - -[318] Così nella lettera 28 febbraio 1500, a Giovannangelo Selvatico. - -[319] Fra questi deve esser pure compreso l'illustre Guicciardini, lib. -IV. - -[320] Veggasi lettera 30 aprile 1500 a Girolamo Varadeo. - -[321] Sè stesso non cessava di rimproverare, e di accusare la propria -pusillanimità, nè ben sapeva a quale consiglio si appigliasse. - -[322] L'infelice _Lodovico_, che non aveva potuto cangiare i lineamenti -del viso, nè l'aspetto della maestà che sempre ebbe nel volto, nè la -sua figura principesca, benchè le vesti mutate avesse, conosciuto fu e -preso. - -[323] Fatta all'istante un'irruzione. - -[324] Gli presentò sei vestiti, due di stoffa d'oro, due d'argento, -due di seta con altrettanti giubboni, e paia sei calze di scarlatto, -e dodici camisce di renso, con scarpe e berrette similmente d'oro. -Queste minuzie, riferite dal _Prato_, danno idea del vestire di quei -tempi, e fors'anco della cura maggiore che si aveva per l'apparenza, -che per la mondezza, non frequentemente allora cambiandosi le vesti che -immediatamente ci toccano. - -[325] Espugnata avendo Alessandria, distrutto l'esercito, caccia il -duca _Lodovico Sforza_, e tornato presso Novara, lo sconfigge e lo fa -prigioniero. - -[326] Avendo io fatte molte ricerche, anni sono, sulle regalie alienate -dai sovrani di questo Stato, o donate ai sudditi, ho osservato che al -tempo del duca Filippo Maria si cominciò a staccarle, ed ho trovate -cinque vendite e quattordici donazioni. Quel principe, non avendo -eredi, cominciò a largheggiare. Poi, sotto Francesco I, fu il più gran -colpo di distacco, contandosi sedici vendite, e ben quarantaquattro -donazioni di regalie. Anche sotto Francesco s'introdusse il patto -di abdicare in alcune vendite di regalie, la ragione fiscale di -ricuperarle al prezzo medesimo. Le donazioni non furono mai tante poi, -quanto sotto Francesco, che doveva rendere accetta la signoria, che -mancava in lui di legittima ragione; ma sotto Lodovico il Moro in vece -grandiose furono le vendite, delle quali ne ho contate settantaquattro. -Tutto il secolo XVI fu più moderato. Non è da maravigliarsi che il -duca Filippo Maria, ultimo di sua casa, donasse largamente regalie -annesse alla sovranità o destinate a sostenerla. Oltre quelle che, pel -terminare delle famiglie, nel corso di tre secoli saranno rientrate -nel ducale patrimonio, ne rimanevano tuttora in mano di privati -quattordici, dieci anni sono. Nè vi è pure da maravigliarsi se dieci -anni fa rimanessero ben quarantaquattro donazioni di regalie fatte -da Francesco Sforza, che voleva appoggiare la sua donazione alla -benevolenza ed al consenso de' popoli. - -[327] In porta Romana nella contrada della Ruga Bella. - -[328] Questo palazzo era dove ora trovasi la casa del marchese Litta in -porta Vercellina. - -[329] Nella cinta del muro intorno alla chiesa di San Dionigi vi -si pose una lapida con queste parole: _Lodovicus, Galliarum rex -et Mediolani dux, parta de Venetis victoria, hic equum ascendit, ut -in urbe triumpharet._ (_Lodovico_, re di Francia e duca di Milano, -ottenuta avendo la vittoria su i Veneti, qui montò a cavallo onde nella -città trionfasse.) - -[330] Murat. Annali d'Italia, A. 1509. — Du-Mont, Corp. Diplomatique. - -[331] Lib. IX. - -[332] Guicciard., lib. X. - -[333] Lib. X. - -[334] Lib. X. - -[335] Leggasi l'Apologia che ne ha fatta l'abate Francesco Murocchi -nella tragedia intitolata: L'_Avogadro_. - -[336] Lettera del Cavalier Bayard a Lorenzo Aleman, suo zio, stampata -in fine della tragedia del signor Belloy citata. - -[337] - - SIMULACRO DI GASTONE DI FOIX - CONDOTTIERO DEGLI ESERCITI FRANCESI - CADUTO NELLA BATTAGLIA DI RAVENNA NELL'ANNO - MDXII - ESSENDO NELLA RESTAURAZIONE DELLA CHIESA DI S. MARTA - DISTRUTTA LA DI LUI TOMBA - LE VERGINI DI QUESTO MONASTERO - ALLA IMMORTALITÀ DI SÌ GRANDE CAPITANO, - IN QUESTO LUOGO LO FECERO COLLOCARE - NELL'ANNO MDLXXIV. - -[338] Mathieu Skeiner, cardinal de Sion, _le boute-feu de la Sainte -Ligue_, lui qui joua dans toutes ces guerres le véritable rôle -de l'Alecto de Virgile; ce Prêtre sanguinaire eut la lâcheté de -faire exhumer le Héros de la France, sous pretexte de l'absurde -excommunication lancée contre les ennemis du pape. Les François et -beaucoup d'Italiens, souhaitoient alors à Jules II et au cardinal -Skeiner autant de droitur, de justice, d'honneur et de bonté, qu'en -avoit eu le Prince, dont ils osoient ainsi damner l'ame et outrages les -cendres. _Belloy_. - -[339] Et vous assure que de cent ans le royaum de France ne recouvrera -la perte qu'il a faite. - -[340] Veggasi Guicciardini, lib. 4. — Muratori, Annali, all'anno 1512. -— Istoria del dominio temporale della Chiesa sopra Parma e Piacenza, -ediz. rom. pag. 122. — Du Mont, Code Diplomat., T. IV, P. I, pag. 137 e -173. — Angeli, Ist. di Parma, lib. V. — Alberti, Descriz. d'Ital., pag. -369. - -[341] Siccome può vedersi nel tomo II, Cap. XIII. - -[342] Lib. XI. - -[343] Gaillard, Vie de François Premier, roi de France, tomo I, pag. -140. - -[344] Guicciard., lib. XI. - -[345] Guicciard., lib. XI. - -[346] Prato. - -[347] Misero il paese il cui re è un fanciullo! - -[348] Beatissimo Padre. — Manifesta ed abbastanza nota è presso la -Santità Vostra la smoderata ed eccessiva ambizione di dominare in -lungo e in largo, e la cupidigia di usurpare indebitamente l'altrui -del re de' Francesi, cosicchè non solo sembra aspirare con tutti i -suoi desiderii al principato milanese, ma anche al soggiogamento di -tutta l'Italia; (e conclude alfine) per la qual cosa io sono forzato -di ricorrere alla Beatitudine Vostra, per cosa che caderà ad evidente -vantaggio di tutta l'Italia, e a me provvederà in una così grande -pubblica calamità; supplicando altresì affinchè, provvedendo alle -premesse cose, la Beatitudine Vostra, coll'autorità apostolica della -quale è investita, di moto proprio, per certa scienza e per pienezza -della podestà anche assoluta, si degni di accordare licenza, podestà ed -autorità di imporre in tutta la giurisdizione del ducato di Milano le -predette aggiunte di trenta soldi per ogni staio di sale, ec. - -[349] Miscellanea MS., vol. I, num. 9. - -[350] Miscellan. vol. I, num. 3. - -[351] Il contratto di questa vendita, fatto il giorno 11 luglio 1515, -trovasi nell'Archivio Civico, e si scorge che il reddito del Naviglio -grande si considerò di non più che annue lire 1200. - -[352] Vedi Prato. - -[353] _Ibid_. - -[354] Miscellan., vol. I, num. 12. - -[355] MS. Miscellanea, tom. I, num. 12. - -[356] Lib. XI. - -[357] Prato. - -[358] Lo stesso Prato. - -[359] _Havuto nova Maximiliano Sforza ducha di Milano, ed il cardinale -elveticho del preparato exercito gallico et del preparato esercito -veneto_ (dopo morto Lodovico XII) _per la impresa de lo imperio -Mediolanense; facto suo consulto de resistere a tanto impeto unito -contra esso imperio, il cardinale, per levar ogni suspecto qual -haveva a lo epischopo laudense Sforzescho, qual gubernava lo imperio -Mediolanense, fece prendere esso epischopo et condurlo prigione nel -castello di porta Giobia, dove subito posto alla tortura li fu dato -squassi quattordici di corda et altro non poteno havere da esso -epischopo._ M. S. Belgioioso, fol. 79, tergo, e 80. - -[360] Gaillard, Vie de François Premier, tom. I, pag. 214. - -[361] _Idem, ibidem_, pag. 224. - -[362] Prato. - -[363] Prato. - -[364] Guicciard., lib. XII. - -[365] Guicciard., lib. XII. - -[366] Lib. XII. - -[367] Veggasi Gaillard, tom. I, alle pag. 270, 274. - -[368] Lib. I, f. 6. L'ingenuità di questa Cronaca appare dalla -semplicità e barbarie medesima colla quale è scritta. L'autore era un -merciaio, che, avendo bottega in Milano, si compiaceva di registrare -gli avvenimenti del suo tempo. Corre manoscritta questa Cronaca di -Gian Marco Burigozzo, e comprende gli avvenimenti nel 1500 al 1544. E -curiosa la maniera colla quale termina: _come vedrete nella Cronica -de mio filiolo, imperciocchè per la morte che mi è sopragiunta non -posso più scrivere._ Queste parole verosimilmente vennero aggiunte dal -figlio, il quale o non compose poscia la continuazione della Cronaca, -ovvero se la compose ella non è giunta a mia notizia; di questa Cronaca -mi accadrà più volle in séguito di servirmene. - -[369] _Hyeronimo Morono dette zanze al gallico re d'andar in la citate -de Brixio senatore, secondo la mente dil re, et stato alquanti giorni -in la città Mediolanense, fa significato ad esso Morono dovesse pigliar -il cammino de la Gallia transalpina ed andar al suo offitio, dove esso -Morono, charichato sei cariaggi de le sue tutte bone robe, pigliò il -cammino di lo Apenino. Gionto appresso allo Apenino pigliò il cammino -de le montagne de Genovese et poi di Modena, et in quella fece dimora -per alquanti anni, et il gallico re fu piantato dal Morono._ Cronaca di -Antonio Crumello, pavese. MS. Belgioioso, fogl. 83, tergo. - -[370] Veggasi Giovio, lib. VI, Storia. — Gaillard, Storia di Francesco -I re di Francia, tom. I, cap. III. — Veggasi Prato. - -[371] Il re cristianissimo, volgendo nell'animo la fedeltà e la -integrità che i cittadini milanesi mostrarono verso sua maestà, e i -danni intollerabili che essi sopportarono, liberamente dona e concede -alla predetta città la somma di diecimila ducati di rendita annua e -perpetua, esigibili per mano del ricevitore della città dai gabellieri -delle mercatanzie, la quale somma sia convertita soltanto ad utilità -della città predetta, e non altrimenti. - -[372] Così nel libro di Carlo Pagano, stampato in Milano da Agostino -Vimercato l'anno 1520, pag. 6. - -[373] Vedi Pagano suddetto. - -[374] Osservando e non osservando il diritto comune. - -[375] Essendo quell'uffizio cagione a tutti di terrore. - -[376] Arte del buono e del retto, e scienza del giusto e dell'ingiusto. - -[377] Questo accadde per disposizione data il giorno primo di luglio -del 1518, come scorgesi alla pag. 30 della relazione MS. che l'erudito -ed esatto abate Lualdi, prefetto dell'Archivio della città, ha -presentata l'anno 1784 al Consiglio Generale. - -[378] Prato. — Burigozzo, lib. I, foglio 9 e 10. - -[379] _Une très-belle et honeste dame que le roy aimoit, et faisoit son -mary cocu_, di lei dice Brantome nel discorso sopra il maresciallo di -Lautrec. - -[380] Vedi Gaillard, tom. I, pag. 352. - -[381] Così Gaillard, tom. I, pag. 360. - -[382] Gaillard, tom. I, pag. 361. - -[383] CHI MAI NON RIPOSÒ, QUI RIPOSA. TACI. - -[384] Tom. II, pag. 202. - -[385] È da vedersi _Apostolo Zeno_, nelle sue dissertazioni -Vossiane, tomo II, sul merito della storia del Corio, da molti a -torto disprezzata. Così pure _Justi Vicecomitis pro Bernardino Corio -Dissertatio_. Giusto Visconte è il finto nome del P. _Mazzucchelli_ C. -R. Somasco, il cui elogio trovasi nel Giornale de' Letterati di Italia. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 2, by Pietro Verri - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 2 *** - -***** This file should be named 60498-0.txt or 60498-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/4/9/60498/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. Special rules, -set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to -copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to -protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark. Project -Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you -charge for the eBooks, unless you receive specific permission. If you -do not charge anything for copies of this eBook, complying with the -rules is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose -such as creation of derivative works, reports, performances and -research. They may be modified and printed and given away--you may do -practically ANYTHING with public domain eBooks. Redistribution is -subject to the trademark license, especially commercial -redistribution. - - - -*** START: FULL LICENSE *** - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project -Gutenberg-tm License (available with this file or online at -http://gutenberg.org/license). - - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm -electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy -all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your possession. -If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project -Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound by the -terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or -entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement -and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic -works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation" -or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project -Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the -collection are in the public domain in the United States. If an -individual work is in the public domain in the United States and you are -located in the United States, we do not claim a right to prevent you from -copying, distributing, performing, displaying or creating derivative -works based on the work as long as all references to Project Gutenberg -are removed. Of course, we hope that you will support the Project -Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by -freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of -this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with -the work. You can easily comply with the terms of this agreement by -keeping this work in the same format with its attached full Project -Gutenberg-tm License when you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in -a constant state of change. If you are outside the United States, check -the laws of your country in addition to the terms of this agreement -before downloading, copying, displaying, performing, distributing or -creating derivative works based on this work or any other Project -Gutenberg-tm work. The Foundation makes no representations concerning -the copyright status of any work in any country outside the United -States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other immediate -access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently -whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the -phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project -Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed, -copied or distributed: - -This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with -almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived -from the public domain (does not contain a notice indicating that it is -posted with permission of the copyright holder), the work can be copied -and distributed to anyone in the United States without paying any fees -or charges. If you are redistributing or providing access to a work -with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the -work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1 -through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the -Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or -1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional -terms imposed by the copyright holder. Additional terms will be linked -to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the -permission of the copyright holder found at the beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any -word processing or hypertext form. However, if you provide access to or -distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format other than -"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version -posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org), -you must, at no additional cost, fee or expense to the user, provide a -copy, a means of exporting a copy, or a means of obtaining a copy upon -request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other -form. Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm -License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided -that - -- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is - owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he - has agreed to donate royalties under this paragraph to the - Project Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments - must be paid within 60 days following each date on which you - prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax - returns. Royalty payments should be clearly marked as such and - sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the - address specified in Section 4, "Information about donations to - the Project Gutenberg Literary Archive Foundation." - -- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or - destroy all copies of the works possessed in a physical medium - and discontinue all use of and all access to other copies of - Project Gutenberg-tm works. - -- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any - money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days - of receipt of the work. - -- You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm -electronic work or group of works on different terms than are set -forth in this agreement, you must obtain permission in writing from -both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael -Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the -Foundation as set forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -public domain works in creating the Project Gutenberg-tm -collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic -works, and the medium on which they may be stored, may contain -"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or -corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual -property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a -computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by -your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium with -your written explanation. The person or entity that provided you with -the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a -refund. If you received the work electronically, the person or entity -providing it to you may choose to give you a second opportunity to -receive the work electronically in lieu of a refund. If the second copy -is also defective, you may demand a refund in writing without further -opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS' WITH NO OTHER -WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO -WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages. -If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the -law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be -interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by -the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any -provision of this agreement shall not void the remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance -with this agreement, and any volunteers associated with the production, -promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works, -harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees, -that arise directly or indirectly from any of the following which you do -or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm -work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any -Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause. - - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of computers -including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists -because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from -people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. -To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 -and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. - - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive -Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at -http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent -permitted by U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. -Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered -throughout numerous locations. Its business office is located at -809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email -business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact -information can be found at the Foundation's web site and official -page at http://pglaf.org - -For additional contact information: - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To -SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any -particular state visit http://pglaf.org - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. -To donate, please visit: http://pglaf.org/donate - - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic -works. - -Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm -concept of a library of electronic works that could be freely shared -with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project -Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support. - - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. -unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily -keep eBooks in compliance with any particular paper edition. - - -Most people start at our Web site which has the main PG search facility: - - http://www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. diff --git a/old/60498-0.zip b/old/60498-0.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index ba16412..0000000 --- a/old/60498-0.zip +++ /dev/null diff --git a/old/60498-h.zip b/old/60498-h.zip Binary files differdeleted file mode 100644 index d46aa13..0000000 --- a/old/60498-h.zip +++ /dev/null diff --git a/old/60498-h/60498-h.htm b/old/60498-h/60498-h.htm deleted file mode 100644 index a13800f..0000000 --- a/old/60498-h/60498-h.htm +++ /dev/null @@ -1,15720 +0,0 @@ -<!DOCTYPE html PUBLIC "-//W3C//DTD XHTML 1.1//EN" -"http://www.w3.org/TR/xhtml11/DTD/xhtml11.dtd"> - -<html xmlns="http://www.w3.org/1999/xhtml" xml:lang="it"> -<head> - <meta http-equiv="content-type" content="text/html; charset=utf-8" /> - <title> - Storia di Milano vol. II, di Pietro Verri - </title> - <link rel="coverpage" href="images/cover.jpg" /> - <style type="text/css"> -body {margin-left: 10%; margin-right: 10%;} - -p {margin-top: .5em; margin-bottom: 0em; line-height: 1.2; text-align: justify;} -.center {text-align: center; text-indent: 0;} - -div.booktitle {page-break-before: always; padding: 3em;} -div.titlepage {text-align: center; margin: 0 5%; padding: 2em 0; page-break-before: always; page-break-after: always;} -div.titlepage p {text-align: inherit;} -div.somm {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter {page-break-before: always; padding-top: 3em;} -div.chapter h2 {page-break-before: avoid;} - -h1,h2 {text-align: center; font-style: normal; -font-weight: normal; line-height: 1.5;} -h1 {font-size: 150%;} -h2 {font-size: 140%; margin-top: 1em; margin-bottom: 2em; page-break-before: avoid;} - -span.smaller {display: block; font-size: 80%; margin: .5em 5%; line-height: 1.2em;} - -hr {width: 70%; margin-top: 1em; margin-bottom: 1em; margin-left: 15%; margin-right: 15%; clear: both;} -hr.silver {width: 90%; margin-left: 5%; margin-right: 5%; border-top: none; border-right: none; border-bottom: thin solid silver; border-left: none;} -@media handheld { -hr.silver {display: none;} -} - -a.tag {vertical-align: .3em; font-size: .8em; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; padding-left: .1em; line-height: 0em; white-space: nowrap;} -div.footnotes {page-break-before: always; font-size: 90%; padding-top: 3em;} -.footnotes h2 {margin-bottom: 2em; font-size: 115%;} -div.footnote {margin-left: 2.5em; margin-right: 2em;} -div.footnote>:first-child {margin-top: 1em;} -div.footnote .label {display: inline-block; width: 0em; text-indent: -2.5em; text-align: right;} - -.pagenum {position: absolute; right: 2%; font-style: normal; font-weight: normal; text-decoration: none; font-size: 65%; text-align: right; color: #999999; background-color: #ffffff; clear: left;} - -.pad4 {margin-top: 4em;} -.pad2 {margin-top: 2em;} -.pad1 {margin-top: 1em;} - -.small {font-size: 85%;} -.large {font-size: 115%;} -.x-large {font-size: 130%;} -.main-t {font-size: 200%;} -.g {letter-spacing: .2em;} -.smcap {font-variant: small-caps;} -.lowercase {text-transform: lowercase;} -.upright {font-style: normal;} - -.above, .below {font-size: 70%;} -.above {vertical-align: 0.4em;} -.below {vertical-align: -0.1em; } - -table {margin: auto; border-collapse: collapse;} -.indice {width: 80%; line-height: 1em; margin-top: 2em;} -.indice td {vertical-align: top; padding-left: 1.5em; text-indent: -1em;} -.indice td.pag {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;} - -.data {width: 80%; line-height: 1em; margin: 1.5em auto; font-size: 95%;} -.data td {vertical-align: top; padding-left: 1.5em; text-indent: -1em;} -.data td.num {text-align: right; vertical-align: bottom; white-space: nowrap;} -.bt {border-top: thin solid black;} - -.mis {width: 70%; line-height: 1em; margin-top: 0.5em;} -.mis td.brc {text-align: center; white-space: nowrap;} - -.tnote {background-color: #f7f1e3; color: #000; padding: 1em 1em 2em 1em; - margin: 3em 10%; font-family: sans-serif; font-size: 90%; page-break-before: always;} -.tntitle {text-align: center; text-indent: 0; padding: 1em; font-size: 120%; margin-bottom: 1em;} -.tnote p {padding: 0 1em;} -.covernote {visibility: hidden; display: none;} -@media handheld { - .covernote {visibility: visible; display: block;} -} - -.poem {text-align: left; font-size: 95%; margin: 1em 10%;} -.stanza {margin: 1em auto;} -.poem p.i01 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -3em;} -.poem p.i02 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -2em;} -.poem p.i03 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: -1em;} -.poem p.i10 {margin: 0; padding-left: 3em; text-indent: 9em;} - - </style> - </head> -<body> - - -<pre> - -The Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 2, by Pietro Verri - -This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with -almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: Storia di Milano vol. 2 - -Author: Pietro Verri - -Release Date: October 15, 2019 [EBook #60498] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 2 *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -STORIA<br /> -DI MILANO -<span class="smaller">TOMO II.</span> -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="main-t"> -<span class="small">STORIA</span><br /> -DI MILANO -</p> - -<p class="pad2"> -DEL CONTE -</p> - -<p class="pad1 x-large"> -PIETRO VERRI -</p> - -<p class="pad2 large"> -COLLA CONTINUAZIONE -</p> - -<p class="pad2"> -TOMO II. -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="large g">MILANO</span><br /> -PRESSO IL LIBRAIO ERNESTO OLIVA<br /> -<span class="small">Contrada de' Due Muri, N. 1044<br /> -1850</span> -</p> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -</p> - -<h2 id="cap11">CAPITOLO XI. -<span class="smaller"><i>Di Matteo I, di Galeazzo I e d'Azzone Visconti, -signori di Milano.</i></span></h2> -</div> - -<p> -La storia d'un paese repubblicano può paragonarsi ad -una vasta pittura che rappresenti un grande ammasso di -oggetti variati, sulla quale scorre lo sguardo, incerto talora -quali delle figure meritano un'attenzione distinta; alcuni -oggetti veggonsi appena illuminati, altri indicati appena -in lontananza; e nella memoria non rimane poi se -non un tutt'insieme. Laddove la storia d'un paese soggetto -ad un principe si rassomiglia ad un quadro storiato, -di cui le figure tutte servono al risalto del principale ritratto, -che a sè chiama i primi sguardi dello spettatore, -nella mente di cui rimangono le tracce distinte della fisionomia -rappresentata e della disposizione del quadro. Mutata -la forma tumultuosa ed instabile della nostra città; -assoggettata questa alla signoria de' Visconti, i costumi, la -felicità, la pace, la guerra, la povertà o la ricchezza diventarono -dipendenti della buona o cattiva indole del sovrano, sul -quale principalmente convien fissare lo sguardo. (1311) I -Torriani vennero per sempre scacciati, siccome dissi, dalla -città. Matteo Visconti collo sborso di quarantamila fiorini -d'oro, l'anno 1311, nel mese di luglio, ottenne dal re dei -Romani, Enrico di Lucemburgo, un diploma col quale lo -creò vicario imperiale nella città e contado di Milano. Diciassette -anni prima, Matteo istesso era stato creato vicario imperiale -dall'augusto Adolfo, non di Milano soltanto, ma di -tutta la Lombardia, come mero e misto imperio. Il re Enrico -doveva abbandonare la Lombardia, ed inoltrarsi verso -Roma, ove ricevette la corona imperiale. Egli aveva in animo -di sottomettere il regno di Napoli, ma gli mancavano i danari; -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -non è quindi meraviglia che, volendo egli trar profitto -dalla carica di vicario dell'Impero, la concedesse un uomo -che gli dovea tutto, cioè Matteo Visconti. (1313) Passò poi -quel buon imperatore nella Toscana, ove, a Buonconvento, -morì il 24 agosto 1313. La controversa cagione della di -lui morie non è un oggetto appartenente alla storia di -Milano. L'arcivescovo di Milano era uno della casa della -Torre, cioè Cassone della Torre; e doveva vivere esule -dalla sua patria, seguendo il destino della sua famiglia. -Egli dalla Francia, ove stavasene ricoverato presso del papa, -si portò a Pavia, città che allora non era dominata dai Visconti, -e l'anno 1314 da Pavia scrisse a Matteo Visconti -una lettera che comincia così:<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> <i>Cassonus etc. Viris utinam -providis Mattheo Vicecomiti, vicario et rectori, -sive capitaneo, potestati, sapientibus et antianis, consiliariis, -consulibus, consilio, Communi civitatis Mediolani, -et Galeatio, Luchino, etc.</i>; indi espone i mali fatti ai -possessi arcivescovili, e conclude:<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> <i>ut ideo tu Mattheus -Vicecomes, et ilii ut supra nominati, nisi vos emendavetis -de praedictis, in perpetuum excomunicamus, anathematizamus, -omnique commercio humano ac ecclesiastica -sepultura atque sacris ordinibus privamus</i><a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>. Pare -che questo sia stato il primo annunzio degli anatemi che -vennero scagliati dappoi. Matteo era un uomo acuto e pacato. -Poco a poco stese la sua dominazione su Piacenza, -Bergamo, Novara e qualche altra città. (1215) Pavia era -una città forte, nemica di Milano quasi da trecento anni. -Matteo Visconti fece comparire le sue armi sotto Pavia, le -quali intrapresero dalla parte di Milano un finto attacco, a -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -rispingere il quale incautamente accorsero tutte le forze -del presidio. Frattanto un altro corpo di militi di Matteo, -assistito da' corrispondenti ch'erano nella città, entrò dall'opposta -parte in Pavia, guidato da Stefano Visconti, uno -dei figli di Matteo; e così Pavia diventò dei Visconti l'anno -1315, e si assicurò Matteo che da quella vicina e forte -città l'arcivescovo Cassone della Torre non gli avrebbe più -scritte di tai lettere. I Pavesi, un secolo e mezzo prima, -avevano avuta gran parte nella rovina di Milano. Ne' meschini -tuguri ove stavano appiattati i nostri maggiori a -Noceto e Vigentino, risuonavano ancora i singulti degli avviliti -cittadini, che temevano non incendiassero i Pavesi -anche que' tristi ricoveri. Matteo Visconti risparmiò ogni -danno possibile ai Pavesi, fabbricò un castello col quale -assicurarsi quella signoria, e ne confidò il comando a Luchino -suo figlio. Matteo non era punto atroce, e pensava -alla stabile grandezza del suo casato. Le sue armi erano -confidate a' suoi figli. Non sembra ch'egli fosse in conto -alcuno uomo da guerreggiare; Marco Visconti comandava -Alessandria e Tortona, Galeazzo comandava Piacenza, Luchino -Pavia, e Lodrisio, cugino di Matteo, comandava Bergamo. -I figli suoi avevano ardor militare e perizia; e l'estensione -del dominio n'è la prova; poichè in breve furono -assoggettate Piacenza, Bergamo, Lodi, Como, Cremona Alessandria, -Tortona, Pavia, Vercelli e Novara; e così Matteo -signoreggiava undici città, compresa Milano. -</p> - -<p> -Non poteva piacere al papa la signoria de' Visconti per -le ragioni che altrove ho indicate. Il papa, sebbene rifugiato -nella Francia, sempre aveva in vista l'Italia. Dopo la -morte di Enrico di Lucemburgo gli elettori nella Germania -formarono due partiti, e furono incoronati re di Germania -e de' Romani Federico d'Austria e Lodovico di Baviera. Il -papa Clemente V aveva inalberata una pretensione, che -fu poi cagione di una lunga guerra fra l'Impero ed il sacerdozio. -Pretendeva quel papa che il giuramento che solevano -gl'imperatori pronunziare nella incoronazione fatta -dal sommo pontefice, fosse un giuramento di fedeltà e di -vassallaggio. (1317) Questa opinione la sosteneva anche il -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -suo successore Giovanni XVII; e in conseguenza spedì, -l'anno 1317, due frati nella Lombardia, i quali in di lui -nome dichiararono invalide le elezioni di Federico e di -Lodovico: pubblicarono vacante l'Impero, e comandarono -che non ardisse alcuno di arrogarsi il titolo di vicario imperiale. -La cosa era chiara che si aveva di mira Matteo -Visconti, la di cui pieghevole politica non urtava mai, e -secondava anzi i tempi. Matteo cessò di chiamarsi vicario -imperiale, e assunse il titolo di <i>signor generale di Milano -e suo distretto</i><a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. Forse il papa e l'arcivescovo Cassone -della Torre si aspettavano minore compiacenza; e quindi -speravano un pretesto per venire ad un'aperta rottura. -Matteo, da saggio, abbandonò una parola per non compromettere -la dominazione. L'arcivescovo era esule; ma non -sappiamo che potesse darsene colpa a Matteo; poichè forse -non v'era atto di autorità che lo allontanasse dalla diocesi, -in cui non si credeva però sicuro l'arcivescovo, sotto la -signoria de' rivali della sua famiglia. Non vedendo quindi -Cassone della Torre speranza alcuna di ritornare al possesso -della sua sede arcivescovile, cercò del papa il patriarcato di -Aquilea, e il papa glielo conferì. Poichè Matteo Visconti seppe -essere vacante la sede metropolitana, maneggiò la cosa in -modo, che gli ordinari passarono ad eleggere arcivescovo -Giovanni Visconti, altro figlio di Matteo. Cassone della Torre -era stato parimenti eletto dagli ordinari l'anno 1308, senza -che il papa Clemente V vi facesse opposizione. Questo era il -metodo delle elezioni praticato sempre nella nostra chiesa, -prima che Urbano IV, di propria autorità, eleggesse -l'arcivescovo Ottone Visconti, l'anno 1262. Con tutto ciò il -papa non badò punto alla canonica elezione fatta dagli ordinari, -e in Avignone consacrò arcivescovo di Milano certo -frate francescano, per nome Aicardo. L'elezione che aveva -fatta il papa dell'arcivescovo Ottone poteva comparire in -qualche modo giustificata, attesa la discordia degli ordinari, -che da più anni lasciavano sprovveduta dal pastore la -chiesa milanese. Ma questa noncuranza d'una elezione regolare -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -e canonica non poteva comparire altrimenti che -una ostilità. Matteo Visconti era cauto, moderato; ma non -era pusillanime. Non permise mai che frate Aicardo ponesse -il piede ne' suoi Stati. -</p> - -<p> -Matteo Visconti aveva cinque figli: Galeazzo, Luchino, Marco, -Stefano e Giovanni, creato arcivescovo. Sebbene Galeazzo, -Luchino e Stefano abbiano mostrato valor militare in ogni -occasione presentandosi ai nemici, Marco però li superava, e -aveva i talenti d'un buon generale. Fu spedito dal padre a tentare -la conquista di Genova; e l'impresa non riuscì, perchè il -re Roberto di Napoli vi trasportò una flotta ed un'armata -in soccorso. Non però abbandonò sì tosto quell'impresa -Marco Visconti, che anzi, avendogli fatto intimare il re che -sciogliesse tosto l'assedio, poichè altrimenti sarebbe venuto -ad attaccarlo alle porte di Milano, Marco gli fece dire per -risposta, che non occorreva andar tanto lontano, giacchè -egli era pronto a riceverlo ivi alle porte di Genova<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>. Il -re Roberto era collegato col papa; e, portatosi egli in Avignone, -Matteo Visconti fu uno de' principali oggetti che si -trattarono in tal conferenza. Egli veniva accusato<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> <i>de pessimis -criminibus, et de haeresi, licet non foret noxius</i><a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>. -Il cardinale Berengario, vescovo tusculano, fu destinato -a formare il processo a Matteo Visconti, ed ivi in -Avignone quel cardinale riferì in concistoro, che risultava -dall'asserzione di testimonii degni di fede, essere Matteo -Visconti gravemente diffamato come reo di sacrilegi, delitti -ed eccessi. La fama di tali accuse giunse a Milano; e Matteo, -per calmare la procella, cominciò a permettere che -frate Aicardo fosse dal clero riconosciuto per arcivescovo; -e così rinunziò al dritto acquistato da Giovanni suo figlio, -già canonicamente eletto alla medesima sede. (1319) Oltre -ciò, volendo dare un pubblico attestato insigne della sua -divozione alla Chiesa, ricuperò il rinomatissimo tesoro di -Monza che nei passati guai era stato depositato in pegno -al tempo di Napo Torriano; e colle sue mani, la vigilia del -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -Natale dell'anno 1319, lo portò in Monza e lo depositò sull'altare -di quella chiesa di San Giovanni. Questo tesoro consisteva -in corone e calici d'oro gemmati; e convien dire -che fosse veramente un tesoro, poichè veniva stimato allora -ventiseimila fiorini d'oro<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>. Ma questa pieghevolezza di -Matteo Visconti non bastò a concigliarli l'aderenza del papa, -il quale voleva esclusi i Visconti dalla dominazione, assoggettato -l'Impero, e dipendente l'Italia. Giovanni XXII -spedì nella Lombardia ii cardinale Bertrando del Poggetto -in qualità di legato<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>, il quale dichiarò l'Impero vacante; -nulla l'elezione di Lodovico il Bavaro; creò vicario imperiale -il re Roberto di Napoli; comandò a tutto il clero di -Lombardia di ubbidire al nuovo vicario imperiale; e finalmente -intimò a Matteo Visconti di doversi presentare in -Avignone al papa per rendergli conto dei delitti che gli -erano imputati. L'affare era serio, perchè era già in marcia -alla volta della Lombardia un'armata di francesi, comandata -dal conte del Maine, in nome del nuovo vicario il re -Roberto di Napoli. Matteo, richiamando Galeazzo da Piacenza, -Marco da Genova, e Luchino da Pavia, radunò tutte -le sue forze, le quali consistevano in cinquemila cavalli e -quarantamila fanti<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>. Il comando venne affidato a Galeazzo -e non a Marco, fors'anco perchè non si doveva decidere la -questione colle armi. Marciò l'armata sino verso Sesia nel -Piemonte, ove si trovò in faccia i nemici. Pose le sue tende -Galeazzo, indi spedì al conte del Maine due botti d'argento, -che si dicevano piene di generoso vino; facendogli dire -ch'ei provava sommo rincrescimento nel vederselo nemico, -sì per l'ossequio ch'ei professava alla casa di Francia, quanto -per essere stato ei medesimo onorato del cingolo della milizia -dal conte di Valois, di lui padre. I due eserciti non -si offesero, anzi i Francesi dopo due giorni piegarono le -tende, e, ripassate le Alpi, tornarono alla loro patria, lasciando -la Lombardia come prima. Si credette da alcuni -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -che le due botti fossero ripiene di monete, e che Matteo -con quelle armi si fosse difeso. Per quanto miti fossero i -ripieghi di Matteo, il papa non voleva in conto alcuno nè -tregua nè pace; anzi da lui si voleva annientato nell'Italia -il potere nascente de' Visconti. Il papa spedì un breve in -cui diceva che, quantunque Matteo Visconti avesse deposto -il titolo di vicario imperiale, nondimeno aveva osato chiamarsi -signore di Milano; e in pena di questo disprezzo -della Santa Sede lo scomunicò. Ordinò che la scomunica -si pubblicasse in tutte le chiese, e citò nuovamente Matteo -a comparire in Avignone a dire le sue discolpe<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>. Il -cardinale legato Bertrando del Poggetto, da Asti, ove si era -domiciliato, spedì a Milano certo Ricano di Pietro, suo cappellano, -incaricato di consegnare il breve. Ma appena era -il cappellano disceso nell'albergo, si vide attorniato da un -grosso numero di sgherri, i quali l'obbligarono a rimontare -tosto a cavallo, e partirsene: di che se ne lagnò il cardinal -legato in una sua enciclica: individuando che nemmeno -si era voluto permettere che facesse abbeverare i cavalli, -e il cappellano e i suoi seguaci dovettero lasciare a mezzo -il loro pranzo, facendogli persino difficoltà dalla gran fretta -di ripigliare il cappello, che aveva deposto, e scortandoli -direttamente fuori dello Stato senza permetter loro di parlare -con alcuno<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a>. Se il cardinal legato trovava biasimevole -Matteo, perchè si riparava da un colpo mortale da -esso slanciatogli, doveva almeno non lagnarsi della moderazione -istessa con cui se n'era riparato. (1320) Il cardinale -Bertrando del Poggetto, il giorno 3 settembre 1320, -nella chiesa de' Francescani in Asti, nuovamente scomunicò -Matteo, e nuovamente lo citò a comparire in Avignone. -Matteo cercava pure le vie d'un accomodamento; ma le -condizioni che si proponevano erano inammissibili da un -uomo che era sovrano, e talmente sovrano, che veniva considerato -come un re della Lombardia, siccome dice il Villani<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>. -Si voleva che rinunciasse al governo di Milano; -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -che riconoscesse per suo signore Roberto re di Napoli; e -che i signori della Torre ritornassero alla loro patria<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a>. -Queste proposizioni non piacquero a Matteo nè alla città di -Milano. Il papa continuava a citare Matteo Visconti; pubblicava -incessantemente i monitorii, e in essi gli rinfacciava -i delitti: i quali consistevano in esazioni fatte sul clero, -giurisdizione esercitata sopra persone ecclesiastiche, autorità -adoperata nelle elezioni de' superiori de' conventi. (1321) -Poi nel 1321, il giorno 20 di febbraio, lo stesso papa Giovanni -XXII, con sua bolla, pubblicata dal nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>, -condannò Matteo a pagare diecimila marche d'argento; -nuovamente lo scomunicò, e lo dichiarò decaduto -da tutt'i beni, feudi, onori, ragioni, ec., e dice che così lo -sentenziava:<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> <i>Tum quia reatus sacrilegii cognitio et -punitio ad ecclesiasticum forum spectat, tum etiam -quia, vacante Imperio, sicut et nunc vacare dignoscitur, -ad nos et apostolicam Sedem pertinet excedentium -hujusmodi in Imperio existentium ausus comprimere, -oppressionem tollere, ac lassis et oppressis justitiam -ministrare</i>. Poco dopo andò più avanti il papa; scomunicò -anche i figli di Matteo, pose all'interdetto le città possedute -dai Visconti, ordinò agli inquisitori di processarlo, e -il breve comincia così:<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> <i>Profanus hostis, et impius -auctor immanis scelerum et culparum, Mathaeus Vicecomes -de Mediolano, partium Lombardiae radibus populator, -etc.</i><a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> (1322). Gl'inquisitori citarono Matteo a doversi -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -presentare al loro tribunale il giorno 25 febbraio -1322 in una nominata chiesa, presso Alessandria. Vi comparve -il di lui figlio Marco, con grande comitiva di cavalli -e fanti e bandiere spiegate. Gl'inquisitori si trasportarono -a Valenza, ove condannarono Matteo, come reo di venticinque -delitti, molti de' quali consistevano in avere Matteo -imposto carichi anche al clero, ed avere esercitata giurisdizione -sopra i beni, i corpi e le persone ecclesiastiche. Se -gli faceva delitto perchè avesse impedito che le chiese del -milanese pagassero tassa al cardinale legato ed alla camera -apostolica. Altro delitto se gl'imputava d'aver impedita -l'emigrazione per la Crociata. Indi fra le sue colpe due se -ne ricordano le quali meritano riflessione; cioè d'aver posto -argine all'Inquisizione, e d'avere pregato per liberare -l'infelice Mainfreda, che fu, malgrado le sue preghiere, -bruciata viva, siccome narrai al capitolo nono. Concludeva -la narrazione de' delitti, asserendo che Matteo negava la -risurrezione de' corpi; aveva da' suoi progenitori ereditato -il veleno dell'eresia, era collegato co' scismatici, sentiva -male de' sacramenti, disprezzava l'autorità delle chiavi, e -aveva fatto lega co' demonii, più volte da lui esecrabilmente -invocati. Quindi si sentenziava Matteo Visconti eretico, i -suoi beni mobili ed immobili confiscati; veniva privato del -cingolo della milizia, dichiarato incapace di nessun ufficio -pubblico, degradato da ogni dignità ed onore, e nominato -perpetuamente infame, dando la facoltà a chiunque di arrestarlo. -Inoltre i figli di Matteo, e persino i figli de' suoi -figli vennero dichiarati incapaci perpetuamente di qualunque -ufficio, di qualunque dignità e di qualunque onore. -La sentenza è del giorno 14 marzo 1322, data nella chiesa di -Santa Maria di Valenza, e la pronunziarono frate Aicardo, -arcivescovo di Milano, frate Barnaba, frate Pasio da Vedano, -frate Giordano da Montecucco, frate Onesto da Pavia, -domenicani inquisitori, alla presenza del cardinale legato<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>. -Il cardinal legato, in Asti, pubblicò una remissione plenaria, -non solamente della pena, ma della colpa de' peccati, a -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -chiunque prendesse le armi, e marciasse sotto lo stendardo -che ivi fece inalberare, alla distruzione di Matteo Visconti -e de' fautori suoi:<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a> <i>Fecit portare vexillum sanctae Ecclesiae -super solarium de domo; praedicatum fuit ibi, -quilibet vir et mulier, qui vellet sequi dictum vexillum -ad destruendum dictum Mathaeum et coadjutores ejus, -liber et mundus sit tam a culpa, quam a poena</i><a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a>; e -nella cronaca di Pietro Azario si legge che le maledizioni -furono estese sino alla quarta generazione da quel cardinale -legato:<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> <i>Sententias excommunicationis proferendo, -thesauris Ecclesiae apertis et undequaque stipendio -perquisito contra praefatum dominum Mathaeum et sequaces, -usque in quartum gradum suarum progeniarum</i><a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>. -</p> - -<p> -In quale misero stato si ritrovasse, dopo tutto ciò, Matteo -Visconti, è facile l'immaginarselo. Molti dei nobili, -per la naturale invidia d'una nascente potenza, aderivano -al legato. Altri tremavano per obbedire ad un eretico scomunicato; -e il popolo tutto era inorridito per l'anatema e -l'interdetto pronunziati sopra della città. Il Corio riferisce -quell'epoca, ed io mi servirò delle parole di lui. I nobili -adunque «di continuo interponevano littere al legato, ed -in altro non havevano il pensiere se non excogitare in quale -modo Matteo con li figlioli potessino rimovere dal governo -dil milanese imperio. Mattheo da questa hora avante -più non si volse intromettere de veruna cosa concernente -al Stato suo, ma in tutto ne le mano de Galeazzo renuntiò -il dominio, grandemente condolendosi de la lite quale contra -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -la Chiesia cognosceva moltiplicare, ed anche perchè non -altramente da li cittadini milanesi se haveva a guardare -come da pubblici e capitali inimici, inde tutto il pensiere -suo puose, con devotione a visitare li templi, et ultimamente -un giorno avante alo altare de la chiesia maggiore -havendo facto convocare il clero, e pervenuti alla presenzia -di quello con alta voce cominciò a dire <i>Credo in Deum -Patrem</i>, e disse tutto lo symbolo, lo quale fornito, levando -il capo, cridava che questa era la sua fede, la quale haveva -tenuto tutto il tempo della vita sua, e che qualunque altra -cosa gli era imposto, con falsitate lo accusavano, e da ciò -ne fece conficere un pubblico instrumento<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>». Il Rainaldi -confessa che in quei processi vi è stata della parzialità:<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> -<i>Certe fidei censores studio partium nimium commotos -in percellendis sententia haereseos Gibillinis aliquibus -constat</i><a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>; e il papa Benedetto XII, diciannove anni -dopo, con sua bolla del 7 maggio 1341, dichiarò e sentenziò -iniqui e nulli i processi fatti nel 1322:<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> <i>Processus, -et sententias supradictas, ex certis causis legittimis -atque justis repertis in eis, inique factos invenimus -existere, atque nullos ipsos processus et sententias per -archiepiscopum, Paxium, Jordanem, Honestum et -Barnabam praefactos, et eorum quemlibet super praemissis, -communiter vel divisim, contra Johannem et -Luchinum praedictos</i> (erano allora quei due figli di Matteo -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -signori tranquilli di dodici città) <i>habitos atque latos, -et quaecumque secuta sunt ex eisdem vel ob eos, de -ipsorum Fratrum nostrorum consilio, et authoritate -apostolica, inique facta ac nulla atque irritata declaramus</i><a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>. -Comunque fossero i processi, certo è che un séguito -di tante angustie oppresse l'animo di Matteo, già -indebolito anche dalla non più vegeta età di sessantadue -anni; e dopo breve malattia, nella canonica di Crescenzago, -tre miglia lontano da Milano, finì i suoi giorni il 24 -di giugno dello stesso anno 1322, poco più di tre mesi -dopo della sentenza. I figli tennero per alcuni giorni occulta -la di lui morte; anzi si facevano entrare medici e -cibi nella stanza, come se Matteo tuttora fosse vivo; e ciò -si fece per aver modo almeno di salvare le di lui ceneri, -e riporle certamente in luogo ove alcuno non potesse insultarle -«per paura dil pontifice, che il cadavere non facesse -remanere insepulto», dice il Corio. Qual carattere -abbia fatto di Matteo il Fiamma, si è veduto nel capitolo -precedente. La fisonomia di Matteo era piacevole: due begli -occhi cerulei, vivaci, carnagione bianca, tratti del volto -fini e gentili. Egli non si mostrò crudele giammai. Ebbe -il raro talento di sopportare in pace la fortuna contraria, -e il talento più raro ancora di non ubbriacarsi coi favori -di lei. Nessuna prova egli diede mai di valor militare, e -tutti i successi felici delle sue armi si debbono al coraggio -ed al talento di Luchino, di Galeazzo, e sopra gli altri di -Marco, suoi figli. Di quest'ultimo l'Azario dice:<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> <i>qui -omnes alios probitate excedebat</i><a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>, e si vede che credette -di significare prodezza. Per altro in Matteo non si -conosce alcuno di que' tratti sovrani che indicano le anime -grandi, capaci d'innalzarsi al sublime. Egli si limitò sempre -a pensieri proporzionali alla sua condizione presente, -e preferì la prudenza all'eroismo. La grandezza della sua -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -casa singolarmente si deve a lui: ma piuttosto per una -combinazione di circostante, che per un ardito progetto -ch'ei ne avesse immaginato. Matteo è stato un buon uomo, -un buon padre, un buon principe, accorto, giudizioso; ma -non l'ho chiamato Matteo Magno, perchè quel titolo è consacrato -per distinguere quelle anime vigorosamente energiche, -le quali, slanciatesi oltre la sfera comune degli -uomini, formano un'epoca della felicità, della coltura e -dei progressi della ragione negli annali del genere umano. -</p> - -<p> -Se la guerra contro di Matteo Visconti fosse stata mossa -per motivi personali, colla di lui morte sarebbe terminata, -ed avrebbe Milano nuovamente goduta la tranquillità; ma -l'oggetto della ostilità era di opprimere una nascente potenza; -e perciò Galeazzo I, al quale Matteo aveva rinunziato -avanti di morire il governo dello Stato, si trovò -esposto alle persecuzioni, più animose ancora di quelle -che afflissero gli ultimi anni della vita di suo padre. Già -vedemmo che Galeazzo, coll'inquietudine sua incautamente -indisponendo i Milanesi, era stato cagione della perdita -della signoria, del ritorno de' Torriani e dell'esilio a cui -soggiacque la sua casa. La sperienza di venti anni che -erano trascorsi, non aveva reso molto prudente Galeazzo; -il quale, nell'anno medesimo in cui morì Matteo, perdette -il dominio di Piacenza per un'inconsideratezza appena -perdonabile nel primo bollore della gioventù. Il signor -Vessuzio Lando era uno dei primari nobili di Piacenza, -distinto per il valore, per i costumi e per le ricchezze; -egli aveva in moglie la signora Bianchina Landi, bellissima -giovine, che amava teneramente il suo sposo. Galeazzo -credette, con poca accortezza, di renderla infedele, ed essa -informò il caro sposo dell'insidie che se gli tessevano; e -così il Lando, unitosi al cardinal legato Bertrando del Poggetto, -occupò Piacenza a nome del papa. In quella sorpresa -corse gran rischio d'essere preso il giovine Azzone, figlio -di Galeazzo, il quale trovavasi in Piacenza, con Beatrice -d'Este, di lui madre. Questa virtuosa donna lo salvò, sottraendolo -con poca scorta, al primo avviso ch'ebbe della -sorpresa; indi ebbe la fermezza di rimanere esposta al rischio -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -degl'insulti nel suo palazzo, acciocchè non si dubitasse -della partenza d'Azzone, e frattanto egli profittasse -del tempo per salvarsi; anzi andava ella gettando delle -monete ai vincitori, e così fece perdere più lungo tempo. -Ma quando s'avviddero poi che in nessun ripostiglio si -trovava il giovine principe, troppo tardi s'accorsero del -pietoso inganno della principessa madre, la virtù della -quale venne rispettata dai nemici, i quali onorevolmente -la scortarono fuori di Piacenza. Galeazzo I non aveva insomma -le virtù di suo padre, e perciò, quantunque in Milano -avesse un forte partito che lo sosteneva malgrado -gli anatemi, fu egli costretto di fuggirsene il giorno 9 dicembre -di quell'anno 1322; sebbene un mese dopo vi -rientrò come privato, e prima del terminar di quell'anno, -a grido generale del popolo, venne proclamato signore di -Milano il giorno 29 dicembre. Ma il papa non lo lasciò -tranquillo. Pubblicò una bolla per cui ordinò a tutto il -clero di Milano che immediatamente uscisse dalla città, e -non si accostasse a quella per lo spazio di tre miglia. -Ognuno s'immaginerà qual turbamento doveva nel popolo -cagionare questa novità, che toglieva la possibilità d'assistere -ai sacri misteri, privava i moribondi del soccorso dei -ministri dell'altare, ed esiliava dalla patria i cittadini -nei quali stava comunemente collocata la maggiore confidenza -e venerazione. Nè quivi pure ebbe confine la controversia. -Fece il papa predicare nell'Inghilterra, nella -Francia e nell'Italia un'indulgenza generalissima in beneficio -di chiunque prendesse le armi contro de' Visconti; e -così venne a formare una Crociata contro di essi, come si -era fatto contro de' Saraceni. L'armata dei crocesignati già -aveva occupato alcuni borghi del milanese. La comandava -Raimondo di Cardona, nipote del cardinal legato Bertrando -del Poggetto. Le cose de' Visconti andavano alla peggio. -(1323) Il giorno 13 giugno 1323 l'esercito sacro s'impadronì -dei sobborghi di Milano, e singolarmente quelli di -porta Nuova, porta Renza e porta Comacina furono in preda -alla licenza dei crocesignati, che, violando le donne, passando -a fil di spada gli uomini e distruggendo colle fiamme -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -le case, portarono gli eccessi al colmo<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>. Nella città però -essi non poterono entrare. La città era bloccata, e ci riferisce -il Corio che i Fiorentini ch'erano nell'esercito pontificio, -il giorno del loro santo protettore san Giovanni Battista, -fecero correre il palio sotto le mura di Milano<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>; -sorta d'insulto che talvolta si usava per dimostrare che -non si temeva in verun conto dell'inimico, non credendosi -in lui coraggio nemmeno di uscire per interrompere -i giuochi degli assedianti. Talvolta ancora si usò di contare -moneta sotto le mura nemiche, ponendo una preziosa officina, -che non può sottrarsi con celerità, sotto gli occhi -de' nemici, in segno di disprezzo. Tale era la condizione -de' Visconti, che pareva inevitabile la totale loro rovina. -Due cose però concorsero ad impedirla; il valore, l'attività, -la condotta militare di Marco Visconti, e la riunione degli -interessi di Lodovico il Bavaro con quei de' Visconti. Il papa -dichiarava vacante l'impero; pretendeva di far egli frattanto -l'ufficio dell'imperatore; creava vicario imperiale -Roberto, re di Napoli. Lodovico di Baviera, che si considerava -imperatore legittimo, non poteva preservare il regno -italico e impedire l'intrusione di questo preteso vicario -imperiale, se non soccorrendo i Visconti; poichè da solo -non aveva forze bastanti per tentare l'impresa. Infatti -Lodovico il Bavaro aveva spedito ai Visconti un corpo di -truppe comandate dal conte di Mährenstädten. L'instancabile -papa Giovanni XXII non bilanciò punto a scomunicare -Lodovico di Baviera, incolpandogli fra le altre cose l'aiuto -ch'egli aveva dato ai Visconti. Il Rainaldi, che ne pubblicò -la bolla, così ridette:<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a> <i>Non deerant tamen Ludovico -<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span> -plures rationes; quae ipsius gesta apud plerosque excusarent. -Controversiam de Imperio cum Federico austriaco -jam direptam ferro. Mediolanum vero defensum -non ut Galeatio haeretico studeret, sed ut assereret, -sibi Imperii jura, neque a Roberto Siciliae rege amplissimam -Imperii provinciam nunquam forte recuperandam -occupari pateretur. Non his tamen Johannes -a meditato consilio revocatus est</i><a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>. Lodovico venne -così impegnato più che mai a sostenere i Visconti. L'armata -dei Crociati aveva l'interno vizio d'un'armata combinata -di drappelli di varii principi e di varie nazioni; basta -il tempo per indebolirla colle gelosie, le rivalità e i sospetti. -(1324) Nel giorno 28 di febbraio 1324 a Vaprio -venne potentemente battuta. Il generale Raimondo di Cardona -fu preso: egli era nipote, siccome dissi, del cardinal -legato; Simone della Torre restò ucciso sul campo; Enrico -di Fiandra se ne fuggì a piedi; molti rimasero sul -campo; molti, fuggendo, s'affogarono nell'Adda; insomma -la vittoria fu compita per i Visconti. Marco Visconti voleva -profittare del momento, e marciare a sloggiare da Monza -i crocesignati che vi avevano trovato ricovero. Ei conosceva -che l'opinione decide nella guerra più che la forza fisica; -che le battaglie non si vincono per aver ridotto l'inimico -all'impossibilità di continuare la contesa, ma per lo spavento -che gli si è potuto imprimere; e che, assalendo una -armata nel punto in cui gli uomini sono sgomentati per -una rotta, la vittoria è sicura. Così pensava Marco; ma il -primogenito Galeazzo, forse perchè il progetto era del -fratello, non lo volle secondare. I crocesignati in Monza si -premunirono, ripresero animo, si prepararono una difesa -contro di qualunque insulto; e Marco, deridendo Galeazzo, -gli diceva poi: «Fratello, va a Monza che si vuol rendere». -Otto mesi di blocco dovette spendere Galeazzo per -averla. Infine poi, dopo di avere sofferti tutti i mali della -fame e della libidine militare, Monza si rese il giorno 10 -dicembre 1324; e così Galeazzo vide terminar la Crociata -mossa contro di lui. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -</p> - -<p> -Mentre era Monza bloccata e abbandonata in preda alla -violenza che usavano questi avanzi di un'armata collettizia, -i canonici di San Giovanni di quel borgo avevano somma -inquietudine che le rapine non si estendessero sopra del -pregevolissimo tesoro della loro chiesa; il quale allora, siccome -dissi, era valutato ventiseimila fiorini d'oro, oltre il -pregio delle cose sacre antiche. Deputarono quindi quattro -canonici del loro ceto, ai quali commisero di pensare a un -sicuro nascondiglio, ed ivi riporlo. Fecero giurar loro un -inviolabile secreto, da non rivelarsi se non in punto di -morte. Poichè da essi fu eseguita la commissione, e il tesoro -collocato, non si sapeva dove, il capitolo obbligò i quattro -depositari del secreto a partirsene, e separatamente frattanto -vivere altrove; acciocchè non potesse colle minacce, -e fors'anco colle torture, costringersi alcun d'essi a parlare, -e in potere di que' licenziosi non rimanesse alcun -presso cui fosse il secreto. Pensare non si poteva più cautamente, -eppure Monza perdette il tesoro. Uno de' quattro -canonici, che aveva nome Aichino da Vercelli, stavasene in -Piacenza, ove venne a morte, e palesò il secreto a frate Aicardo, -arcivescovo di Milano. Da esso ne fu bentosto informato -il vigilantissimo cardinale legato, Bertrando del Poggetto; -il quale non perdè tempo, e incaricò Emerico, -camerlingo di santa Chiesa, che trovavasi in Monza, di trasmettergli -quel tesoro, siccome eseguì puntualmente, e indi -fu trasportato in Avignone, dove dimorava il papa, d'onde, -venti anni dopo, signoreggiando Luchino, venne restituito -l'anno 1344. Io lascerò al chiarissimo signor canonico teologo -don Antonio Francesco Frisi la cura di verificare se la -restituzione siasi fatta senza alcuna perdita. Il valore dell'oro -e delle gemme che oggidì ivi si mostrano, non giunge -fors'anco a duemila fiorini d'oro. Egli, che con varie dissertazioni -ba illustrate le antichità di Monza, ci renderà -istrutti esattamente anche di ciò nella dissertazione che si -è proposto di pubblicare sul tesoro di quella chiesa. -</p> - -<p> -Poichè Galeazzo ebbe Monza in suo potere, e si vide liberato -dalla Crociata, pensò tosto a rendere quei luogo -munito in avvenire contro simili accidenti. Importava molto -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -il non avere alla distanza di sole dieci miglia da Milano un -borgo facilmente prendibile, e nel quale i nemici, con molto -numero d'armati, potessero sostenersi per alcuni mesi, siccome -poco anzi era accaduto. (1325) Per tal motivo Galeazzo -I, l'anno 1325, fabbricò un castello in Monza, di cui vedesi -anche oggidì la torre rovinosa. Il modo col quale fece -quel principe fabbricare quella torre ci prova sempre più -quanto poco ei rassomigliasse al buon Matteo suo padre. -Veggonsi anche al dì d'oggi le prigioni orrende, destinate -a far soffrire l'umanità, calandovi gli uomini come entro -un sepolcro per un buco della vôlta; ove discesi posavano -sopra di un pavimento convesso e scabroso, tanto vicino -alla vôlta da non potervisi reggere in piedi. Così egli aveva -immaginato il modo di aggiugnere all'angustia, alla privazione -della libertà, al timore dell'avvenire, al maligno -alimento del cibo e dell'aria, anche il tormento di far succedere -una positura dolorosa ad un'altra dolorosa. Galeazzo -I questa unica memoria ci lasciò come sovrano, poichè -la signoria di lui fu breve, e la cagione la troviamo nella -domestica discordia. Marco, che col suo valore aveva conservato -e difeso lo Stato, non poteva soffrire il fasto di Galeazzo -I, a cui il padre aveva lasciata la signoria. La distanza -che passa fra un sovrano ed un suddito, rendeva insopportabile -a Marco la sua condizione. I principi cadetti delle -due case sovrane, sono educati sin dalle fasce a venerare -nel primogenito il venturo signore: ma a ciò non era disposto -dall'educazione l'animo di Marco. La dominazione di -Matteo Visconti, loro padre, fu tanto eventuale, precaria ed -incerta, che nessun uomo, per illuminato ch'ei fosse, avrebbe -potuto con ragione antivedere s'egli avrebbe finito come -privato, siccome nacque, ovvero qual principe, siccome -avvenne. Perciò la disparità fra i fratelli sopragiunse come -un avvenimento impensato, il quale doveva eccitare la -vampa delle passioni nei cadetti. Giovanni era di carattere -mite, e la condizione sua d'ecclesiastico moderava l'invidia. -Luchino aveva egli pure la prudenza di accomodarsi ai tempi. -Stefano aveva moglie e figli. Marco era quello che più si -mostrava intollerante. Egli s'era fatto conoscere e stimare -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -dagli stipendiati tedeschi, spediti da Lodovico il Bavaro, -onde non gli fu cosa difficile l'indurre quell'eletto imperatore -a venire nell'Italia, per celebrare le incoronazioni -a Milano ed a Roma. Si pretende ch'egli trovasse il modo -d'irritare l'animo di quell'augusto contro de' suoi fratelli, -e contro di Galeazzo I singolarmente, supponendogli dei -maneggi col papa Giovanni XXII, dal quale, siccome ho -detto, Lodovico era stato maltrattato. (1327) Quello che -sappiamo di certo si è che, nel giorno 17 di maggio dell'anno -1327, Lodovico il Bavaro entrò solennemente in Milano, -accompagnato da quattromila cavalli. Egli e la regina -Margherita, sua moglie, stavano sotto di un baldacchino. -Andarono a prendere alloggio nel palazzo del Broletto vecchio, -cioè dove oggidì trovasi la corte; e il giorno ultimo -di maggio Lodovico fu incoronato in Sant'Ambrogio. Il giorno -5 di luglio, per ordine del nuovo re d'Italia, vennero arrestati -Galeazzo, Luchino e Giovanni. Azzone, figlio di Galeazzo, -ebbe la medesima sventura. Stefano Visconti, morì -improvvisamente nella notte precedente. Gli arrestati vennero -collocati nelle nuove carceri della torre di Monza, ove -Galeazzo fu il primo a far prova dell'architettura che aveva -così malamente raffinata. Il re ebbe dalla città il dono di -cinquantamila fiorini d'oro, e partì da Milano alla volta di -Roma il giorno 5 d'agosto, avendo nel suo séguito Marco -Visconti. Questa serie di fatti, e quello che accadde dappoi, -ci rendono verosimile l'opinione che Marco avesse -parte della sciagura de' fratelli. Galeazzo lo credeva; e andava -dicendo: «Marco ferisce sè medesimo;» e ciò risaputosi -da Marco, in contraccambio diceva: «Galeazzo vuol -esser solo, e solo si regga.» Sperava forse Marco di ottenere -dal nuovo augusto la signoria di Milano; ma anche allora -si dovette conoscere che nelle altercazioni domestiche è -facile il recare danno ad altri; ma difficilissimo il trarne -bene per noi. Lodovico formò un consiglio di ventiquattro -cittadini, e vi pose a presedere suo luogotenente il conte Guglielmo -Monforte. Così diede nuova forma al governo della -città; mentre i tre fratelli ed un nipote giacevano nello -squallore della torre di Monza, e Marco, confuso, negletto, -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -e forse disprezzato, languiva nella folla de' cortigiani che accompagnavano -Lodovico a Roma. L'annientamento della sua -famiglia di riverbero aveva abbassato Marco Visconti, il quale, -non avendo più speranza alcuna di rialzarsi col favore di -Lodovico, si rivolse a Castruccio Antelminelli, signore di -Lucca, uomo potente e celebre nella storia di que' tempi, -ed Amico de' Visconti; e col di lui mezzo ottenne dall'imperatore, -debole e bisognoso di soccorso, la liberazione dei -suoi congiunti, i quali erano in Monza custoditi da truppe -bavaresi. Marco tentò poi di avere una sovranità sulla città -di Pisa, ma gli andò il colpo a vuoto. Egli ritornossene a -Milano, sempre impetuoso ed impaziente di non vedervisi -sovrano; sintanto che, il giorno 8 di settembre dell'anno -1329, cadde da una delle finestre della corte ducale, alcuni -dicono dopo di aver sofferta una morte violenta, e l'Azario -dice:<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> <i>de cujus morte certum ignoratur</i><a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>. -</p> - -<p> -Si cerca come siasi fatta l'incoronazione di Lodovico in -Milano, poichè trattavasi di consacrare uno scomunicato in -una città posta all'interdetto. L'arcivescovo Aicardo era assente; -e, come aderente al papa Giovanni XXII, non avrebbe -mai osato di venire a Milano nel tempo in cui vi si trovava -il re de' Romani Lodovico. Bonincontro Morigia, autore che -allora vivea, ci dice<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>, che Lodovico creò arcivescovo di -Milano Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, e che questi lo incoronò, -assistendovi alcuni pochi vescovi, cioè Federico -Maggi, vescovo di Brescia, Arrigo, vescovo di Trento e alcuni -altri ben pochi, essendosi ritirati gli altri vescovi, per -non concorrere a incoronare e riconoscere un principe che -dal papa era scomunicato e non riconosciuto imperatore. -Il Muratori non credette che Guido Tarlati facesse le funzioni -d'arcivescovo<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>. Il conte Giulini è dell'opinione del -Muratori. L'autorità di questi due eruditi uomini è presso -me di gran peso; ma nè l'uno nè l'altro dicono la ragione -del loro dissenso. Il Muratori s'accontenta d'asserire che -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -Bonincontro Morigia<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a> <i>a vero longe abest</i>; il conte Giulini -s'appoggia all'aulorità del Muratori. Io ingenuamente confesso -che le asserzioni loro non mi persuadono abbastanza, -per abbandonare il testimonio d'un autore contemporaneo; -tanto più che, essendo sempre stato lontano della sua sede -frate Aicardo, e dovendosi la consacrazione in Milano fare -dall'arcivescovo, niente vi trovo d'incredibile se Lodovico, -che aveva in Trento deposto il papa come eretico, e che in -Roma ne fece creare un nuovo, altrettanto facesse in Milano -creando un arcivescovo; sebbene in séguito quel posticcio -metropolitano non abbia più nemmeno preteso di conservarsene -il titolo. -</p> - -<p> -Della improvvisa morte di Stefano Visconti (dal quale -discesero Barnabò, Galeazzo II e i tre duchi Visconti, siccome -vedremo) varie sono le opinioni degli autori; alcuni -attribuendola a veleno, altri ad eccesso di vino; tutti però -sono d'accordo nel riconoscerla improvvisa<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>. Il mausoleo -di Stefano vedesi nella Chiesa di sant'Eustorgio, nella cappella -di san Tommaso d'Aquino; lavoro il quale probabilmente -si fece verso la metà del secolo decimoquarto. Poichè -allora, oltre l'incertezza nella quale trovavasi la signoria -de' Visconti, anche l'interdetto avrà impedito questi -onori funebri; molto più a Stefano Visconti, scomunicato, -perchè figlio di Matteo, quantunque egli non abbia mai -avuto parte nel governo dello Stato e nelle dispute col -papa. Quel mausoleo merita d'esser osservato, per avere idea -della magnificenza de' Visconti in que' tempi; e in quella -chiesa medesima merita più d'ogni altra cosa osservazione -il nobilissimo deposito di marmo cui stanno le reliquie di -san Pietro martire; opera che è delle prime e delle più -antiche per servire d'epoca al risorgimento delle arti, e da -cui si può conoscere quanto fossero già onorate e risorte -verso la metà del suddetto secolo decimoquarto. Le figure -e i bassorilievi sono di un'artista pisano, che travagliò con -una maestria e grazia affatto insolita a' suoi tempi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -</p> - -<p> -Galeazzo I fu liberato dal <i>forno</i> (che tal nome aveva -l'orrido suo carcere di Monza) il giorno 25 di marzo 1328. -Furono parimenti resi liberi Luchino, Giovanni ed Azzone. -Egli per più di otto mesi aveva dovuto soffrire que' mali -istessi che aveva immaginati per gli altri. S'incamminò -nella Toscana per ricoverarsi presso dell'amico e benefattore -Castruccio; ma nella prigionia aveva tanto sofferto, -che in Pescia, nel contado di Luca, morì il giorno 6 d'agosto -dell'anno 1328, all'età d'anni cinquantuno. Cinque -anni durò la combattuta signoria di Galeazzo I; giacchè, -dopo il principio di luglio del 1327, da che fu posto in -carcere, nulla gli rimase più che fare nel governo. Il Corio -ce lo descrive di statura mediocre, di bella carnagione, -di faccia rotonda, e robusto della persona; ei lo qualifica -liberale, magnifico coraggioso, prudente, e parco nel parlare, -ma eloquente e colto nel poco che diceva. Il Corio -sarebbe un cattivo giudice del colto ed eloquente modo di -parlare. Galeazzo fece perdere lo Stato alla sua casa colla -sua imprudente condotta vivendo suo padre. Perdette Piacenza -per avere imprudentemente tentata la signora Bianchina -Landi. Lasciò per più mesi in preda al saccheggio -militare Monza, che avrebbe potuta liberare al momento, -ascoltando un opportuno parere; tutto ciò dimostra che -prudente era ben poco. Il carcere di Monza non lascia -luogo a crederlo sensibile ed umano. Non sappiamo che -egli abbia commesse crudeltà; ma nemmeno ebbe egli -mai sicurezza bastante per commetterne; e forse per -la sua gloria è un bene ch'ei non abbia mai posseduto -senza contrasto il sommo potere; onde dobbiamo collocarlo -nella classe numerosa ed oscura de' principi di nessuna -fama. Ei venne tumulato in Lucca, ove il suo amico Castruccio -ne fece celebrare la pompa con magnificenza. -</p> - -<p> -Lodovico il Bavaro, entrato che fu in Roma, intese come -nuovamente papa Giovanni XXII dalla Francia l'avesse scomunicato -e dichiarato illegittimo cesare<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>. Quindi, vedendo -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -anche il popolo di Roma assai malcontento del papa, -che stavasene in Avignone, sentenziò che il papa Giovanni -(ch'ei non altrimenti nominava se non col suo primo nome, -cioè Giacomo da Euse, e come altri dicono, d'Ossa) come -scismatico, profano ed eretico, era cassato, rifiutato; e che -non più alcuno dovesse riconoscerlo per pontefice. Poscia, -il giorno 12 maggio 1328, radunatisi in San Pietro il clero -e i capi di Roma, venne proclamato papa frate Pietro di -Corvaria, che prese il nome di Nicolò V, e il popolo lo riconobbe -come vero papa. Frate Nicolò da Fabriano allora -recitò una solenne orazione, di cui il tema fu questo:<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a> -<i>Reversus Petrus ad se dixit: venit Angelus Domini et -liberavit nos de manu Herodis, et de omnibus factionibus -Judaeorum.</i> Questo Pietro di Corvaria era francescano, -e i Francescani accusavano il papa XXII di avere -delle opinioni sulla visione beatifica; il che anche venivagli -rimproverato dai teologi di Parigi, censurando tre -omelie da lui pubblicate. Il papa prima di morire ritrattò -quelle sue private opinioni. Di Pietro di Corvaria ne scrivono -bene alcuni, qualificandolo buono, pio e quasi contro -sua voglia diventato antipapa<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>. Egli terminò poi i suoi -giorni in Avignone in carcere, dopo di aver chiesto perdono -a Giovanni papa. Ciò avvenne perchè Lodovico ogni giorno -di più s'andava indebolendo; e la ragione era la medesima -per cui la maggior parte de' re de' Romani dalla Germania -entrarono fortissimi nell'Italia, e videro tutto da principio -piegarsi; indi poco a poco svanirono le forze loro. Nelle -diete de' principi di Germania molte volte si pensò a far -cadere la dignità cesarea sopra di un principe che non -avesse forze da opprimere. Eletto che egli era, secondo le -leggi dell'Impero, ciascun sovrano della Germania era obbligato -a scortare il nuovo augusto alla spedizione romana -colle sue armi. Quindi il nuovo eletto scendeva le Alpi comandando -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -una rispettabile armata, e si trovava arbitro dell'Italia. -S'innoltrava a Roma. L'armata cominciava a soffrire -un clima infuocato. Le malattie, il tedio della spedizione, -l'amore della patria, la mancanza de' viveri facevano -che, un dopo l'altro, i principi prendessero congedo -dal nuovo augusto, più sollecito degli Stati propri e -de' propri sudditi, che d'altro pensiero. E quindi vediamo -molti Cesari costretti a ricorrere ai maneggi, ai partiti, alle -brighe per protrarre la loro dominazione e soggiornare più -a lungo nell'Italia. Così dovette fare Lodovico, forzato, per -non inimicarsi Castruccio, ad accordare la libertà ai Visconti; -laonde (1320), per ottenere sessantamila fiorini d'oro, che -gli erano necessari per pagare lo stipendio alle truppe -tedesche che gli rimanevano, dovette vendere ad Azzone -Visconti il vicariato imperiale; il che avvenne il giorno 15 -di gennaio dell'anno 1329. Indi il falso papa Niccolò V creò -cardinale della santa romana chiesa Giovanni Visconti, zio -di Azzone, e lo costituì legato apostolico nella Lombardia, -invece di Bertrando del Poggetto. Quasi tutto il clero e popolo -di Milano si gettò dal partito di papa Niccolò; e molti -frati, francescani singolarmente, declamando nelle prediche, -annunziavano al popolo che Giovanni, ossia Giacomo da Euse, -non era altrimenti pontefice, ma era anzi un eretico, uno scomunicato, -un pessimo omicida; e che il solo vero e legittimo -papa era il saggio, il pio, il virtuoso Niccolò V. Queste grida -potevano sedurre la moltitudine, e piaceva ai Visconti che -ella così fosse persuasa; ma gli uomini un poco informati -non potevano dubitare che il legittimo papa era Giovanni -XXII canonicamente eletto e riconosciuto, vivo e sano, -focoso e imprudente bensì, ma non mai eretico, nè legittimamente -deposto. L'affare però era serio per papa Giovanni, -e tale ch'ei facilmente perdeva ogni influenza sull'Italia, -se non piegava a tempo siccome fece, riconciliandosi -coi Visconti, e liberando finalmente i Milanesi dagl'interdetti -che da otto anni erano stati pronunziati. La data -del breve è del giorno 15 settembre 1329, in Avignone<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a>: -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -e il mediatore dì questa pace fu il marchese d'Este. L'imperatore -Lodovico fremeva contro Azzone. Venne colle sue -armi sotto Milano; ma egli era troppo indebolito, e nulla -potè occupare. Il Fiamma ci ha trasmesso la cantilena che -i Milanesi dalle mura ripetevano:<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> <i>die et nocte clamabant -in vituperium Bavari: O Gabrione, ebrione, -bibe, bibe, hò, hò, Babii Babo</i><a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a>. Cosa volessero significare -quelle voci ultime, e quel <i>Gabrione</i> non lo sappiamo. -Egli è certo che non si parlava latino, anzi da più di cinquantanni -s'era cominciato anche a scrivere volgare italiano, -e probabilmente il Fiamma ha guastato il senso traducendolo -nel suo barbaro latino. In quell'occasione è probabile -che, uscendo i Milanesi dalla porta Ticinese, abbiano -battuti gl'Imperiali; poichè le monache, le quali sino a -quel tempo si chiamavano <i>le signore bianche sotto il muro</i>, -cambiarono dappoi il nome, e si chiamarono <i>Della -Vittoria</i>, denominazione che attualmente ancora conservano. -</p> - -<p> -Azzone Visconti, unico figlio di Galeazzo I e di Beatrice -d'Este, era diventato, siccome dissi, vicario imperiale, al -prezzo di sessantamila fiorini d'oro. Ma poichè egli fu rappacificato -col sommo pontefice (da cui non era conosciuto -Lodovico per imperatore), il titolo di vicario eragli di nessun -uso; perchè dato da chi non poteva più considerarsi da -Azzone come munito della facoltà di concederlo. Perciò egli -ottenne la signoria di Milano dal consiglio generale della -città, il giorno 14 marzo 1330; e così si ritrovò sovrano -e principe senza contrasto alcuno. Azzone veramente meritava -d'essere il primo della sua patria; e già mentre signoreggiava -Galeazzo I, di lui padre, s'era guadagnato un -nome distinto nella milizia, avendo egli acquistato borgo -San Donnino<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>, aiutato il Bonacossi a battere i Bolognesi, -ed assistito Castruccio Antelminelli a battere i Fiorentini. -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -Azzone in quest'incontro non dimenticò di far correre il -palio sotto le mura di Firenze, per bilanciare il trattamento -che i crocesegnati fiorentini avevano fatto, due anni -prima, ai Milanesi. Allora fu che egli acquistò la stima e -l'amicizia di Castruccio; il che poi fu cagione per cui egli -e il padre e gli zii riacquistarono, siccome dissi, la libertà. -</p> - -<p> -Appena si trovò Azzone alla testa d'uno Stato tranquillo, -ch'ei pensò a circondare di mura la città. Le antiche di Massimiano -Erculeo, cioè quelle che sono parallele al sotterraneo -condotto delle acque e delle chiaviche, erano state -demolite al tempo di Federico I. Le mura di Azzone si fabbricarono -al luogo medesimo in cui si formò il terrapieno, -ossia il <i>fossato</i>, nell'assedio di Barbarossa, e s'innalzarono -nelle parti della città che ancora oggidì chiamansi <i>Terraggio</i>, -con vocabolo che nasce dalla barbara latinità, per indicare -un terrapieno, ossia un rialzamento di terra e di legna, -ad oggetto di preservare i cittadini dalle incursioni e -dagl'insulti dei nemici. Celebrò Azzone le sue nozze con -Caterina di Savoia, figlia del conte Lodovico, e magnificamente -le celebrò. Azzone stese la signoria sopra Bergamo, -Vercelli, Vigevano, Treviglio, Pizzighettone, Pavia, Cremona -e Borgo San Donnino; e ciò nei primi due anni del suo principato. -Indi diventò signore di Como; prese Lecco; fabbricò -il bel ponte sull'Adda, che anche oggidì vi si ammira; s'impadronì -di Lodi e Crema. A lui premeva anche Piacenza, -ma ella era posseduta dal papa, col quale non conveniva -di urtare. Francesco Scotti ambiva d'avere Piacenza, ed Azzone -non lo stornò dall'impresa. L'ebbe Francesco; e allora -il Visconti si pose in campo, la tolse all'usurpatore del dominio -pontificio; e così, colla rispettosa apparenza di vendicare -la Santa Sede, riacquistò Piacenza, che Galeazzo I, -suo padre, aveva imprudentemente perduta. Azzone ebbe -pure Brescia in dominio; e mentre così andava dilatando -lo Stato, più per dedizione e per accordi, che per violenza -delle armi, egli introduceva nella città una pulizia ed un -ordine sconosciuto nei tempi rozzi precedenti. Abbellì egli -le strade, e sbratolle dalle sozzure; all'acque di pioggia, -che prima le allagavano, diè sfogo con opportuno scolo -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -nelle cloache; dettò provvide e moderate leggi per la conservazione -dell'ordine civile: tutto insomma fu rianimato -dalla cura indefessa di quel buon principe. -</p> - -<p> -La gloria e la felicità di Azzone erano un tormento atroce -nell'animo di Lodovico, ossia Lodrisio Visconti, cugino in -quarto grado del principe. Lodrisio era buon soldato; pareva -che fosse trasfusa in lui l'anima orgogliosa e forte di -Marco. Già vedemmo come Lodrisio fosse celato in sua casa -da Matteo, nel giorno in cui scoppiò la sollevazione contro -del re Enrico. Veduto pure abbiamo come Matteo gli avesse -dato il comando di Bergamo. Morto che fu Matteo, nessun -caso più si faceva di Lodrisio. Lo Scaligero, signore di Verona, -aveva licenziata una di quelle compagnie militari che -prendevano in quei tempi servizio indifferentemente; e che -pronte erano ad uccidere e devastare dovunque, in favore -di chi voleva più pagarle. Lodrisio assoldò questa truppa, -per tentare il colpo di scacciare il cugino, e collocarsi sul -trono. Entrò nel milanese e fece guasto largamente; e coll'improvvisa -intrusione, sbigottì e sorprese. Ma Lodrisio -aveva preso a combattere contro di un principe che era buon -soldato e che era amatissimo da tutti i sudditi. Nobili, popolari, -tutti a gara corsero intorno di Azzone; cercando -quanti erano capaci di portare armi, di combattere volontari -per lui. Lodrisio si era attendato a Parabiago, e la sua -armata era composta di duemila e cinquecento militi, ciascuno -de' quali aveva due altri combattenti a cavallo di suo -séguito; in tutto settemila e cinquecento cavalli. Aveva di -più un buon numero di fanti e di balestrieri; il che formava -un corpo d'armata poderosa per quei tempi: uomini -tutti veterani e di somma bravura nel mestiero delle armi. -L'armata d'Azzone andò a raggiungere l'inimico, e talmente -lo distrusse, che la giornata 21 febbraio 1339 è notata ancora -ai tempi nostri nei calendari del paese, e se ne celebra -la commemorazione. Dopo lunghissimo conflitto, in cui -Luchino Visconti rimase ferito, più di tremila uomini e settecento -cavalli restaron morti sul campo; duemila e cento -cavalli furono presi; e fra i combattenti ben pochi furono -quei che restarono illesi e senza ferita. Tanto ostinata fu -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -la battaglia in cui, per colmo della vittoria, Lodrisio istesso -rimase prigioniero d'Azzone! Federico I poneva i prigionieri -sulla torre contro Crema, gli faceva impiccare, o per -clemenza, loro faceva cavar gli occhi. Federico II li conduceva -nudi, legati a un palo, in trionfo, poi, trasportandoli -nel regno di Napoli, li consegnava al carnefice. Azzone non -incrudelì contro alcuno de' prigionieri; e Lodrisio istesso, -che pure meritava la morte come un suddito ribelle, fu -umanamente trasportato prigioniero a San Colombano. Questa -battaglia famosa di Parabiago viene riferita da due nostri -cronisti che allora vivevano; da Galvaneo Fiamma e da -Bonincontro Morigia; i quali, per rendere più maraviglioso -il loro racconto, asserirono d'essersi veduto da molti sant'Ambrogio -che stara in alto, e con una sferza nelle mani -andava combattendo per Azzone Visconti. La chiesa milanese -però non adottò tal visione, e unicamente attribuì alla -protezione del santo l'esito fortunato della vittoria<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>; -anzi ora più nemmeno se ne celebra la messa. Al luogo -della battaglia presso Parabiago s'innalzò una chiesa dedicata -a sant'Ambrogio; la quale nel secolo passato fu distrutta, -per edificare la più grandiosa che oggidì vi si osserva. -Tutte le immagini di sant'Ambrogio che hanno la destra -armata d'uno staffile, sono posteriori all'anno 1339, -ossia all'epoca della battaglia di Parabiago. Si cominciò, -sulla tradizione di questa visione, a rappresentare il saggio, -prudente e mansuetissimo nostro pastore con volto furibondo, -in atto di sferzare; e si è portata l'indecenza al segno -di rappresentarlo sopra di un cavallo, a corsa sfrenata, -colla mitra e piviale, e la mano armata di flagello in atto -di fugare un esercito, e schiacciare co' piedi del cavallo -i soldati caduti a terra. Il volgo poi favoleggiò e crede -tuttavia che ciò significhi la guerra di sant'Ambrogio cogli -Ariani; coi quali il santo pastore non adoperò mai altre -armi che la tolleranza, la carità, l'esempio e le preghiere. -Sarebbe cosa degna de' lumi di questo secolo, se nelle nuove -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -immagini ritornassimo ad imitare le antiche; togliendo la -ferocia colla quale calunniamo il pio pastore. Nelle monete -milanesi da me vedute, le prime che portano quest'iracondia -da pedagogo, sono posteriori di quindici anni alla battaglia; -e le mie di Azzone, di Luchino e di Giovanni hanno -sant'Ambrogio in atto di benedire. Il conte Giulini ne riferisce -una di Luchino collo staffile, ch'ei dice tratta dal museo -di Brera<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>: ora non credo che vi si trovi quella moneta; -almeno nel museo di Brera a me non è accaduto di -riscontrarla. Come mai questo fatto d'armi si rendesse tanto -celebre, e come nei giorni fausti siasi tanto distinto il 21 -febbraio, e nessuna menzione trovisi fatta del giorno, ben -più memorando, 29 di maggio, in cui l'anno 1176 venne -totalmente battuto Federico I dai Milanesi; potrebbe essere -il soggetto d'un discorso. Nel primo caso un ribelle che -non aveva sovranità o Stati, fu sconfitto da un principe che -dominava dieci città; nel secondo una povera città, che aveva -sofferto i mali estremi, sconfisse un potentissimo imperatore -che avea fatto tremare la Germania, l'Italia e la Polonia. Nel -primo caso si combatte per ubbidire più ad Azzone che a -Lodrisio; nel secondo si combattè per esser liberi, o per essere -schiavi. Pare certamente che meritasse celebrità assai -maggiore la giornata 29 di maggio. Ma la fortuna ha molta -parte nel distribuire la celebrità. Ê vero che una nascente -repubblica nel secolo duodecimo non aveva nè l'ambizione -nè i mezzi che poteva avere un gran principe nel secolo -decimoquarto, per tramandare ai posteri un'epoca gloriosa. -</p> - -<p> -Le dieci città sulle quali dominava Azzone Visconti erano -Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Bergamo, Brescia, Vigevano, -Vercelli e Piacenza. Oltre le fabbriche pubbliche, -delle mura, de' ponti, delle strade, questo principe rifabbricò -ed ornò, in modo maraviglioso per que' tempi, il palazzo -già innalzato dal di lui avo Matteo I, dove ora sta la -regia ducal corte. Il Fiamma, autore allora vivente, ce ne -dà una magnifica idea. V'era un gran numero di sale e di -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -stanze, tutte fregiate di assai pregevoli pitture. Il gran salone -era sopra tutto ammirato per le pitture eccellenti; il -fondo era d'un bellissimo azzurro; e le figure e l'architettura -erano d'oro. Quel salone rappresentava il tempio della -Gloria, cd è strana la riunione degli eroi che vi si vedevano -dipinti; Ettore ed Attila; Carlomagno ed Enea; Ercole -ed Azzone Visconti. La storia era poco conosciuta in quei -tempi, e le idee della gloria e dell'eroismo non erano chiare. -Queste pitture erano opera del famoso Giotto, che -diede vita alla pittura, giacente da mille anni; e il Vasari -ci attesta ch'ei da Firenze venne a Milano<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>, e vi lasciò -bellissime opere<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a>. È anche probabile che vi lavorasse -Andrino da Edesia, pavese, uno de' più antichi ristoratori -della pittura che viveva in quel secolo<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a>. Nè la sola pittura -era premiata e promossa da questo buon principe, -tanto più degno di stima, quanto che allora appena spuntava -l'aurora delle belle arti. Egli invitò e protesse Giovanni -Balducci, pisano, esimio scultore per quei tempi, di -cui si può conoscere il valore nell'arca di marmo di San -Pietro martire, poco fa da me ricordata<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a>. Col mezzo di -questi artisti, i primi del loro tempo, Azzone abbellì la -sua corte, e insegnò ai nobili un genere di lusso colto ed -utilissimo ai progressi delle belle arti. La torre di San Gottardo -è il solo avanzo che ci rimane per avere un'idea del -gusto dell'architettura di Azzone; ed è un pregevole monumento, -singolarmente perchè erano i primi passi che si -facevano dalla somma barbarie al nobile ed elegante modo -di fabbricare. Anche un altro motivo rende quella torre -degna d'osservazione; ed è che ivi Azzone fece collocare -un orologio che batteva le ore: macchina allora affatto -nuova e sorprendente, dalla quale prese nome la via delle -ore, come anche in oggi viene chiamata. Anticamente eranvi -le guardie per le strade, le quali colle clepsidre, ovvero -cogli oriuoli a polvere, misurando il tempo, ad ogni ora -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -gridavano, avvisando i cittadini come ancora si suole nella -Germania. Questa macchina ingegnosa, che batte tanti colpi -sulla campana quante sono le ore, fu inventata da un monaco -benedettino, inglese, per nome Wallingford, e posta -ad uso pubblico in Londra l'anno 1325. Ma probabilmente -allorchè Azzone la collocò sulla sua torre, ancora non ve -n'era alcuna nell'Italia; poichè il famoso orologio che fece -porre in Padova Giovanni Dondi, per cui la famiglia acquistò -il sopranome Dondi Orologio, vi fu collocato cinque anni -dopo morto Azzone, cioè l'anno 1344; e l'orologio in Bologna -si conobbe dopo che era celebre quello di Padova. Così -Azzone aveva rivolto il lusso e la magnificenza verso gli -oggetti che tutti animavano il paese a illuminarsi, a risorgere, -ed avanzarsi al buon gusto ed alla perfezione. Egli -amava le curiosità, e aveva nella corte i serragli di fiere. -Leoni, scimmie, babbuini, struzzi, ec., oggetti tanto allora -più rari, quanto meno in quei tempi era la fratellanza e -la sicurezza tra nazione e nazione. Aveva delle vaste uccelliere, -coperte di rame, come si fa ancora presentemente, e -queste popolate da uccelli rari e di paesi lontani. In mezzo -al cortile v'era una magnifica peschiera, entro della quale -dalle fauci di quattro leoni, scolpiti in marmo con nobile -lavoro, sgorgava l'acqua limpidissima ed abbondante; e -quest'acqua, la quale presentemente passa coperta sotto -della regia ducal corte, l'aveva Azzone raccolta da due sorgenti -ritrovate fuori di porta Comasina, nel luogo detto alla -Fontana, e per canali sotterranei l'aveva condotta sino al -suo palazzo. S'ingannano coloro che confondono quest'acquedotto -col <i>Seveso</i>, colla <i>Cantarana</i> o col <i>Nirone</i>. Non -so se presentemente potrebbe quell'acqua sgorgare, come -prima, entro di una peschiera; poichè il suolo, colle ripetute -demolizioni e fabbriche accadute in quel palazzo, si è -notabilmente innalzato, come si vide l'anno 1779, allorquando -si abbassò la strada che divide il Duomo dalla Corte, -la quale si era alzata più di tre braccia da che venne -fabbricato il Duomo. Il Fiamma ci racconta che in quella -peschiera vi stavano diversi uccelli acquatici, e che eravi -in piccolo formato, da un canto, il porto di Cartagine, con -<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span> -figurine rappresentanti la guerra Punica. Ciò basta per -dare una idea del gusto di quel buon principe, il quale -terminò i suoi giorni il 16 di agosto dell'anno 1339, senza -lasciare figli. Undici anni soli regnò quell'amabile signore, -che gli autori contemporanei, tutti concordemente ci descrivono -di bella figura, di nobile aspetto, grazioso, buono, -giusto, e adorato da' suoi popoli; che rimasero inconsolabili, -dovendo perdere un tanto caro protettore della patria, -nell'età ancor fresca di trentasette anni. Più di tremila -persone vestirono il lutto alla di lui morte. La figura di -questo amato principe si vede nel di lui mausoleo, che trovasi -presso del signor conte Carlo Anguissola, nobilissimo -amatore delle belle arti e dell'antichità della patria. Azzone -fu il primo che veramente fosse sovrano; e laddove -nessuno dei Torriani, nè Ottone Visconti, nè Matteo I, nè -Galeazzo I ardirono mai di porre il loro nome nella moneta; -la quale anzi sempre fu coniata o col nome solo -di Milano e di sant'Ambrogio, ovvero coll'aggiunta del -nome del re de' Romani o dell'Imperatore; Azzone pose il -suo nome e la biscia nelle monete milanesi. E in ciò è degna -d'osservazione la gradazione tenuta; avendo io delle -monete milanesi di Lodovico il Bavaro coniate sul modello -di quelle di Enrico di Lucemburgo; indi una di Lodovico, -la quale ha nel campo unicamente le due lettere A Z. Fu -questo il primo tentativo di Azzone, in seguito a cui, trascurò -poi interamente il nome imperiale, e sostituì il proprio, -apponendovi lo stemma del suo casato. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -</p> - -<h2 id="cap12">CAPITOLO XII. - -<span class="smaller"><i>Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della -città sino verso la metà del secolo XIV.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Il consiglio generale di Milano, nel giorno 17 agosto -1339, cioè nel giorno immediatamente dopo la morte di -Azzone, che non lasciò figliuolanza, proclamò signori di -Milano Luchino e Giovanni Visconti, zii paterni di Azzone, -e i soli figli ancora viventi di Matteo I. Sebbene però a -tutti due i fratelli fosse data la sovranità, e che gli atti -pubblici per la maggior parte fossero in nome di entrambi, -realmente però Luchino da solo disponeva d'ogni cosa. -Giovanni era di placido e benigno carattere, e non volle -mai contrastare col risoluto e qualche volta violento Luchino, -il quale sapeva ben regolare lo Stato. I fatti mostrarono -poi, quando Giovanni rimase a regnar solo, che nel -partito da lui preso nessuna parte vi ebbero la debolezza -o i vizi dell'animo; ma fu guidato dalla sola ragione e dalla -virtù. Alle dieci città che lasciò Azzone, aggiunse Luchino -Asti, Bobbio, Parma, Crema, Tortona, Novara ed Alessandria; -e così divenne signore di diciasette città, la maggior -parte sottomesse colle armi; il che gli rese nemici il conte -di Savoia, il marchese di Monferrato, i signori Gonzaghi, i -Genovesi ed altri Stati d'Italia, sbigottiti dalla forza preponderante -collocata in così breve spazio di tempo nella -casa Visconti; poichè ne' primi tre anni del suo governo -Luchino estese a tale ampiezza lo Stato. Oltre al dominio -del marchese d'Este, cui Luchino aveva mosso guerra, le -di lui armi eransi innoltrate fino a Pisa, e costrinsero i -Pisani a chiedere pace, pagando a Luchino centomila fiorini -d'oro, ed obbligandosi a presentargli ogni anno un -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -palafreno con due falconi in segno d'omaggio<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a>: ecco ciò -che questo principe fece per l'ingrandimento del suo Stato. -Molto fece egli ancora per mantenere e introdurre l'ordine -sociale nel suo dominio. (1348) Ei preservò Milano dalla -peste l'anno 1348. Egli non volle proteggere veruna fazione; -e Guelfi e Ghibellini indistintamente erano difesi -dalle stesse leggi, e ritrovavano egualmente giustizia. Le -strade poi, che per l'addietro erano infestate da' ladri, divennero -sicurissime; per ottener la qual cosa Luchino si -appigliò ad un partito singolare. Prese egli al suo stipendio -i masnadieri medesimi che vivevano in prima saccheggiando -i passaggieri, e da costoro le fece custodire, il che mirabilmente -si ottenne. Oltre i masnadieri, erano saccheggiati -i viandanti da cento angherie che loro imponevano i feudatari -nelle giurisdizioni de' quali conveniva loro di passare; -il che sembra una prova di più delle antiche prepotenze -de' nobili sopra de' popolari, delle quali si è superiormente -trattato. Luchino promulgò provvide leggi, che -ebbero per oggetto di preservare i poveri dall'oppressione, -sollevare il popolo dai carichi, assoggettarvi i ricchi, e togliere -ai nobili ogni mezzo d'esercitare impunemente -estorsioni e violenze. La politica di Luchino dispensò la -plebe dall'obbligo di servire nelle guerre; e, coll'apparenza -d'un pietoso beneficio, allontanò così il popolo dal maneggio -dell'armi, e piantò l'ordine e la sicurezza pubblica sotto -di un'assoluta monarchia. Vegliava egli sulla esecuzione -di tai regolamenti, ed era severamente punita la prepotenza -di chiunque. Stabilì in Milano un supremo giudice -che si nominò <i>sgravatore</i>, e nel latino di quella età <i>exgravator</i>: -magistrato che si rese celebre in quei tempi per -l'autorità, non meno che pel buon uso a cui l'impiegava. -Questo sgravatore doveva sempre essere un forestiere, e -non doveva avere nè moglie, nè figli, nè parenti in Milano. -Anzi si portava la diffidenza al segno, che non era mai -permesso allo sgravatore di andare a cibarsi in casa di alcuno, -ma doveva sempre starsene solo in casa propria. Il -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -ministero dello sgravatore era di decidere sommariamente -e senza appellazione le querele di coloro che si credessero -indebitamente gravati da qualunque altro giudice, e invigilare -sulla retta amministrazione della giustizia. Il sistema -delle strade nel circondario delle dieci miglia dalla città, -che continuò sino ai giorni nostri, era d'istituzione di Luchino. -In conseguenza di tali regolamenti, col favore della -sicurezza pubblica, s'introdusse il commercio e l'industria. -S'incominciarono a piantare a quei tempi in Milano alcune -fabbriche d'oro e di seta<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a>. L'agricoltura si rianimò, e se -ne cominciarono a conoscere i raffinamenti. Si perfezionò -la coltura della vite, e si principiò a preparare un vino più -delicato, che chiamavasi <i>vernaccia</i>. S'introdussero razze di -cavalli e di cani. La popolazione s'andava accrescendo. I -costumi s'ingentilivano; e il Fiamma, deplorando, con poco -giudizio, questi cambiamenti, rimproverava ai Milanesi dei -suoi giorni l'eleganza del vestire, la pompa degli ornamenti, -la squisitezza delle mense e lo studio delle lingue -forestiere: studio il quale fa conoscere che il commercio -era già dilatato in paesi oltramontani. -</p> - -<p> -Sin qui ho rappresentato in compendio le buone qualità -di Luchino, ora l'imparzialità storica mi obbliga a dirne -ancora i vizi. Francesco Pusterla, nobile ed onorato cittadino -non solo, ma uno dei più amabili, più ricchi e più -splendidi signori di Milano, aveva in moglie la signora Margherita -Visconti, parente del sovrano, donna di esimia grazia -e bellezza. Luchino pensò di sedurla, come aveva fatto -a Piacenza colla signora Bianchina Landi il di lui fratello -Galeazzo I; ma trovò la fedeltà istessa e lo stesso amore -verso lo sposo anche nella virtuosa Margherita. La tela era -già ordita per far soffrire a Luchino il destino medesimo -di Galeazzo; se non che il cauto e sospettoso Luchino fu -pronto a scoprirla e lacerarla. Tutto era disposto per discacciare -con una rivoluzione questo principe dal suo trono, -e si dubita che i di lui nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo -fossero complici. Ma Luchino prese talmente le sue -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -misure, che Francesco Pusterla, fautor principale della -congiura, appena ebbe tempo bastante di salvarsi colla fuga -e di ricoverarsi presso del papa in Avignone. Fin qui si -vede un vizio di questo principe; ma in seguito si manifesta -un'iniquità bassa ed atroce. Non risparmiò spesa o -cura Luchino per attorniare in Avignone istesso il Pusterla -d'insidie e di consiglieri, i quali, con simulata amicizia, lo -animassero a ritornare nell'Italia, persuadendogli che -presso dei Pisani avrebbe trovato un sicurissimo asilo, e -si sarebbe collocato più vicino alla patria per rientrarvi ad -ogni opportunità. Furono tanto moltiplicati i consigli, e -tanto apparenti le ragioni, che alla fine il Pusterla si arrese, -s'imbarcò, e per mare si trasferì a Pisa; ove arrestato -venne dai Pisani, che temevano le armi di Luchino, -e a lui fu consegnato. Francesco Pusterla, trasportato a -Milano, terminò la sua vita coll'ultimo supplicio. Un gran -numero de' suoi amici diedero al popolo lo stesso spettacolo; -e quello che rese ancora più crudele la tragedia, si -fu che la nobile e virtuosa Margherita dovette, al paro degli -altri, finire nelle mani del carnefice. Il luogo in cui si -eseguì la carneficina fu al Broletto Nuovo, cioè alla piazza -de' Mercanti, dalla parte ove alloggiava il podestà, ed ove -vedesi la loggia di marmo delle scuole palatine collo sporto -in fuori, da dove solennemente il giudice pronunziava le -sentenze di morte. I nobili venivano ivi su quella piazza -abbandonati all'esecuzione: all'incontro i plebei erano trasportati -fuori di porta Vigentina al luogo del supplicio. -L'industriosa sagacità adoperata da Luchino per cogliere -nell'insidia il Pusterla, potrebbe essere una lode per uno -sbirro o un bargello, ma è una macchia che disonora un -sovrano. La crudeltà poi di far condannare all'orrore del -supplicio una donna amata, in pena della sua virtù, è una -macchia ancora più obbrobriosa e vile. Luchino esiliò dallo -Stato i tre suoi nipoti, figli di Stefano, cioè Matteo, Barnabò -e Galeazzo. La ragione di Stato forse giustificava un tal -rigore, singolarmente dopo i sospetti di loro complicità -nella congiura dell'infelice Pusterla. Pretendono alcuni che -Galeazzo, il nipote, fosse anche troppo intimamente unito -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -alla signora Isabella Fieschi, moglie di Luchino, e che il -bambino ch'ella partorì, ebbe il nome di Luchino Novello, -per questa cagione insieme colla madre vedova passasse -poi a Genova, e non entrasse mai nella serie de' nostri -principi. Avrà avute quel sovrano le sue buone ragioni per -tenersi lontani i nipoti; ma le insidie colle quali incessantemente -li perseguitava nei paesi lontani, la miseria e la povertà -nella quale gemevano sempre raminghi, sconosciuti ed erranti -(ora nella Francia, ora nella Germania e persino nella -Palestina, ove Galeazzo fu creato cavaliere del Santo Sepolcro), -son prove d'un animo niente generoso, ma anzi vendicativo -e crudele. Il Corio ci dice come Luchino «aveva -obtenuto che 'l papa haveva declarato che Barnabò e Galeazzo -suoi nepoti, per lui relegati ale confine come suspecti -de la fede, violatori de la pace, perjuri e detestandi, -non puotessino contrahere matrimonio, e morendo manchassino -de ecclesiastica sepultura, ne che imperatori ne -re con epsi potessino havere confederazione, dil che tri -jurisperiti, difendendo li prenominati fratelli, si appellarono -de tanta nephandissima declaratione alo imperatore<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>». -E in fatti era cosa evidente che, volendosi dividere -la signoria d'Azzone, i tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo -avrebbero dovuto per giustizia possedere la porzione -di Stefano, loro padre e fratello di Luchino e di Giovanni; -e può darsi che l'ingiustizia che provavano, essendo esclusi -nella divisione, fosse l'origine di questi guai. Gli avvenimenti -sono lontani da noi, e non ci sono noti che per quel -poco che alcuni ce ne hanno tramandato. L'indole di Barnabò -e di Galeazzo era perversa, come dimostrarono poi; -quindi Luchino avrà forse avute delle ragioni colle quali -giustificarsi. -</p> - -<p> -L'occasione della morte di Luchino la riferirò colle parole -istesse di Pietro Azario.<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a> <i>Voverat autem praedicta -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -domina Elisabeth, ejus uxor, visitare ecclesiam Sancti -Marci in Venetiis, ut dicebat. Cui itineri dominus Luchinus -annuit. Et sociata multis proceribus utriusque -sexus, iter arripuit, et tamquam imperatrix et cum -maximis dispendiis et curia pubblicata, recepta fuit in -Verona per dominum Mastinum. Complevitque iter suum, -et dicitur etiam voluntatem suam complevisse circa coitum; -et aliae sociae suae de majoribus Lombardiae fecerunt -illud idem. Propterea multa scandala sequuta -sunt. Sed quia amor et tussis nequeunt celari, nec aliquod -tam occultum, quod non reveletur, quum ipsa rediisset, -dominus Luchinus scivit et audivit de gestis. Sed -tamquam sapiens curavit dare ordinem de vendicta. Et -quia una die dixit, quod in brevi facturus erat in Mediolano -majorem justitiam, quam umquam fecisset, cum -pulchro igne, praedicta ejus uxor percepit quod ipsa -erat in justitia; illa intellecta, propter commissa cum -persona, non poterat se excusare a praedictis, sicuti alias -excusaverat. Qualiter autem processissent negotia, ignoratur, -nec scribitur. Sed dominus Luchinus vindictam -illam facere non potuit propter defectum vitae</i><a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>. (1349) -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -Così Luchino Visconti si trovò improvvisamente morto il -giorno 24 di gennaio 1349, all'età di cinquantasette anni, -dopo di avere signoreggiato nove anni ed alcuni mesi. -L'Azario non dice che la moglie lo avesse avvelenato, ma -con un verso conclude: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Nam nulli tacuisse nocet: nocet esse locutum.</i><a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a></p> -</div></div> - -<p> -Ei ci descrive Luchino così:<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a> <i>Austerus homo visu et -opere erat, parcus in promittendo, largus in attendendo.</i> -Sotto il principato di lui in Milano crebbe notabilmente la -popolazione, la ricchezza e l'industria; e non poteva a -meno che ciò non accadesse in una metropoli mantenuta -in pace, situata in un fertilissimo terreno, sotto un sovrano -che proteggeva e vegliava su i poveri e popolari, contenendo -i potenti, che manteneva l'ordine pubblico e il facile -corso alla giustizia: essendo la sede d'un principe che -dominava diciassette città del contorno. Il carattere di Luchino -è un misto di buone e di cattive qualità: cuore insensibile -e mente illuminata per governare, unita a forza -d'animo e valor personale, il che può formare un fausto -principato, non mai un principe buono o grande; qualità -generose, che hanno sempre per base un cuore buono. Le -lacrime sparse alla morte d'Azzone erano un encomio per -il principe trapassato, e un biasimo preventivo per quello -che subentrava; simili desolazioni pubbliche si voglion -sempre dividere per metà. Luchino in fatti fu sommamente -temuto per la sua risolutezza, per la sua implacabile severità -e per la sua profonda dissimulazione -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Ostendebat de paucis curare et de multis curabat,</i><a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a></p> -</div></div> - -<p> -dice l'Azario. -</p> - -<p> -Giovanni Visconti, figlio di Matteo I, fino dall'anno 1317 -era stato canonicamente eletto arcivescovo di Milano; ma -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -il papa, al quale dava non poco fastidio la rapida fortuna -dei Visconti, di propria autorità nominò e consacrò un altro -arcivescovo, e fu, siccome dissi, il francescano frate -Aicardo; il quale visse sempre ramingo ed esule dalla sua -chiesa, dove appena potè ricoverarsi un mese prima della -sua morte, accaduta nel 1339. Allora di bel nuovo gli ordinari -elessero per la seconda volta Giovanni Visconti. I -tempi erano mutati, e quantunque Giovanni avesse accettata -la dignità di cardinale della chiesa romana dall'antipapa -Nicolò V (dignità ch'ei però aveva deposta al riconciliarsi -che fecero i Visconti col papa), Clemente VI lo riconobbe -e preconizzò arcivescovo l'anno 1342. Giovanni, il -giorno 17 di agosto 1339, era già stato dichiarato signore -di Milano dal consiglio generale, insieme col fratello Luchino; -quindi, dopo la morte di questi, non v'ebbe bisogno -di nuova elezione per dargli la signoria; onde egli, senza -altra cerimonia, venne da ognuno obbedito. Si trova però -un decreto memorabilissimo, fatto dal consiglio generale, -verosimilmente in questo tempo; poichè, oltre al confermare -il dominio all'arcivescovo Giovanni, il principato, -che sino a quel giorno era stato elettivo, si stabilì ereditario. -Tale decreto leggesi in un antico codice segnato A, -che si conserva nell'archivio del reale castello, segnato -n.º 1, pag. 11. Ecco le di lui parole:<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a> <i>Quod praefatus -magnificus et excelsus dominus Johannes, filius quondam -bonae memoriae domini Matthei de Vicecomitibus -et post ejus domini Johannis decessum, eo modo, quilibet -alius masculus descendens per lineam masculinam -et ex legitimo matrimonio ex praefato quondam domino -Matthaeo de Vicecomitibus sit et sint perpetuo -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -verus et legitimus et naturalis dominus, et veri et legitimi -et naturales domini civitatis et totius districtus -et dioecesis et jurisdictionis Mediolani.</i> Questo decreto -ivi è mancante e del principio e del fine. Forse vi erano -delle condizioni colle quali veniva moderata la perpetua -sovranità; anzi è assai probabile che il consiglio non volesse -privarsi del prezioso diritto dell'elezione, senza una -reciproca ricompensa che assicurasse la immutabile conservazione -dei privilegi del consiglio medesimo. Ma questo -archivio, stato custodito dai sovrani che in séguito signoreggiarono, -non poteva essere un sicuro deposito di simile -documento, in quella parte che avrà limitata la sovranità. -Il consiglio, composto di cittadini che non erano stati nominati -nei comizi generali, ma dal principe istesso, ovvero -da un podestà che gli era subordinato, non poteva obbligare -la città, la quale non era rappresentata dal consiglio, -se non illegalmente. E quand'anche i consiglieri poi avessero -una legittima rappresentanza, non potevano conferire -ad altri, se non quanto era in dominio della città medesima. -La suprema sovranità dell'Impero, per diritto, sussisteva; -e la pace di Costanza l'aveva definita centosessantasei anni -prima. Onde quest'atto non poteva confidare ai Visconti se -non quella porzione della sovranità che, in vigore di quella -pace, era rimasta alla città; cioè i tributi, l'elezione dei -magistrati, la guerra e la pace; ma non mai toglierci l'appellazione -all'imperatore, nè il vassallaggio stabilito nell'anzidetta -pace. -</p> - -<p> -Appena l'arcivescovo Giovanni rimase solo alla testa dello -Stato, ognuno dovette conoscere che la passata sua non -curanza del governo certamente non nasceva da mancanza -di talento per governare, nè da indifferenza per la gloria, -nè da insensibilità per il pubblico bene. Il virtuoso principe -cominciò il suo regno col far la pace coi vicini; col -conte di Savoia, coi Gonzaghi, col marchese di Monferrato -e coi Genovesi, posti prima in armi per le invasioni che -Luchino aveva fatte, dilatando lo Stato proprio a danno -loro. Assicuratosi così d'un pacifico dominio, la natura e -l'indole sua benefica lo portarono a terminare la miseria -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -degli esuli nipoti. Matteo, Barnabò e Galeazzo furono richiamati -dall'esilio ed accolti come a principi si conveniva. -Diede Regina della Scala in moglie a Barnabò, e Bianca di -Savoia a Galeazzo; e festeggiò quelle nozze illustri con -pompe ed allegrezze pubbliche; fra le quali vi furono dei -tornei d'una nuova foggia, cioè colle selle alte, usanza -che Barnabò aveva insegnata, seguendo la costumanza da -lui imparata nella Francia. Oltre lo stato signorile e lieto -al quale fece passare i nipoti, quel magnanimo arcivescovo -si risovvenne di Lodrisio Visconti, che, dopo la battaglia -di Parabiago, da più di dieci anni languiva in carcere, -e lo rese libero. L'anima grande e generosa di Giovanni -non dava luogo a quelle diffidenze e sospetti che -dominavano nel cuore di Luchino. (1350) Appena un anno -era passato da che Giovanni reggeva lo Stato, esteso sopra -diciassette città, quale glielo aveva lasciato Luchino, che -egli, senza umano sangue e senza pericolo, fece un insigne -acquisto; e col mezzo di duecentomila fiorini d'oro sborsati -a Giovanni Pepoli, comprò il dominio della città di Bologna -l'anno 1350<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>. Prevedeva però il sovrano arcivescovo -che questa importantissima addizione non poteva accadere -senza forti contrasti, singolarmente per parte del papa, il -quale, sebbene domiciliato in Avignone, sempre stava vigilante -sull'Italia; e se tollerava che il Pepoli, piccolo -principe, e che facilmente poteva superarsi, dominasse -Bologna, non così tollerante doveva essere poi, passando -quella a incorporarsi nella potente dominazione dei Visconti. -In fatti Clemente VI mandò un ordine all'arcivescovo -Giovanni, acciocchè, entro lo spazio di quaranta -giorni, dovesse restituire Bologna alla Santa Sede; minacciando -in caso di contumacia di volerlo scomunicare, insieme -ai nipoti suoi quanti erano, e porre all'interdetto -tutti i popoli del suo dominio<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>. (1351) Giovanni non si -cambiò per questo, nè pensò di abbandonare Bologna; -onde il giorno 21 di maggio dell'anno 1351 il papa scomunicò -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -l'arcivescovo e i tre nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo, -e pose l'interdetto su tutte le diciotto città dei -Visconti<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a>. Il Corio ci racconta come «il pontefice, sdegnato -contra di lui per la presa di Bologna, havendo questa -città interdicta, li destinò uno legato, il quale con -somma humanità dal Presule fu ricevuto. Duoppo li expuose -per parte del summo sacerdote che a Santa Chiesia -volesse restituire Bologna, e che anche dil suo dominio -una cosa facesse, e che il spirituale o che il temporale -solo administrasse: la qual cosa intendendo Giovanne respuose -che la proxima domenica nel magiore templo de -Milano li darebbe conveniente risposta, dove il deputato -giorno convenendosi ogniuno, Giovanne con grande solennitate -celebrò la messa, la quale essendo finita, in cospecto -dil populo, il legato, secundo l'ordine dato un'altra volta -replicò l'ambasciata dil pontefice, onde dappoi il magnanimo -arcivescovo evaginò una lucente spada quale haveva -a lato, e da la mano sinistra pigliò una croce dicendo: -questa è il mio spirituale, e la spada voglio che sia il -temporale per la difesa di tutto il mio imperio; e non -con altra risposta il legato tornando al pontefice referì -quanto da lo arcivescovo Giovanne haveva havuto». Siegue -poscia il Corio medesimo a narrarci come, essendo il papa -sempre più irritato ed animoso contro dell'arcivescovo -Giovanni, lo citasse a comparire in Avignone; e che l'arcivescovo -Giovanni, preparato già a comparirvi col séguito -di dodicimila cavalli e seimila fanti, venisse poi dispensato -dal papa istesso dall'intraprendere il viaggio, e si accomodasse -in tal guisa pacificamente ogni cosa. Anche il -Giovio e il Ripamonti raccontano questi fatti. Il Muratori -ed il conte Giulini non prestano in ciò fede al Corio. Sono -però gli autori d'accordo nell'asserire che la scomunica e -l'interdetto vennero pubblicati, e che la riconciliazione si -fece ben tosto, ritenendo il Visconti Bologna in qualità di -Vicario della Santa Sede. Fra le mie monete patrie una -ne ho d'oro, valore d'un gigliato, di Bologna, colla biscia -Visconti, che credo battuta in questi tempi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -</p> - -<p> -(1353) Bologna erasi acquistata senza pericolo e senza -sangue; e senza sangue o pericolo l'accorto Giovanni acquistò -un'altra non meno cospicua città, cioè Genova, l'anno -1353, ed ecco come. Erano i Genovesi impegnati sventuratamente -a guerreggiare contro de' Veneziani, collegati col re -Pietro di Aragona. Erano stati malamente battuti da quelle -forze preponderanti i Genovesi. Le loro navi erano quasi -distrutte; e Genova si trovava bloccata dalla parte del mare; -e per terra ancora, dalla parte di ponente, custodita dagli -Spagnuoli; per modo che non le rimaneva altra via per ottenere -i viveri, che già mancavano, se non dalle terre possedute -da Giovanni arcivescovo. Proibì questi che nè da -Alessandria, nè da Tortona, nè da Piacenza, nè dalla Lunigiana, -nè da veruna altra parte del suo Stato venisse portato -alcun alimento ai Genovesi; e così, anzi che perire o -cader nelle mani de' loro nemici, quei cittadini presero il -solo partito che loro rimaneva offerendo a Giovanni la signoria -della loro città. Quest'offerta venne accettata ben -presto, e il nuovo principe, nel mese di ottobre del 1353, -prendendo solennemente possesso di quella illustre città; -v'introdusse al momento l'abbondanza e la gioia. Così aggiunse -Giovanni al suo Stato la decimanona città, e diventò -padrone di un porto di mare. Ciò fatto spedì quel principe -a Venezia degli ambasciatori, acciocchè cessassero i Veneziani -di offendere Genova, divenuta cosa sua. I Veneziani, i -quali già dovevano vedere con sospetto la potenza preponderante -del Visconti, non vollero ascoltare discorso di pace. -(1334) Giovanni fece allestire una poderosa armata navale, -la quale lasciò il porto di Genova, spiegando al vento del -mare, per la prima volta, le insegne della vipera; e seppe -così bene farsi rispettare, che bruciò Parenzo, città marittima -dell'Istria soggette ai Veneziani, indi battè la flotta -veneziana presso Modone, sulle costiere della Grecia<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>. -Quando, ventisei anni prima, Giovanni Visconti trovavasi -coi fratelli nel carcere orrendo di Monza, chi avrebbe mai -potuto prevedere ch'ei dovesse un giorno rappresentare -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -sul teatro del mondo il personaggio che vi sostenne poi! -Chi mai avrebbe potuto accostarsi all'orecchio di Matteo, -mentre vivea da povero privato in Nogarola, e dirgli: Tu -sarai sovrano, e da qui a quarant'anni i figli tuoi domineranno -un principato che potrà nominarsi un regno: Bologna, -Parma, Piacenza, Cremona, Crema, Bergamo, Brescia, -Como, Milano, Lodi, Pavia, Vigevano, Novara, Alessandria, -Tortona, Vercelli, Asti, Genova e Bobbio; dicianove città! -L'Ente Supremo regge gli avvenimenti. Il saggio impara -ad adorarne i decreti; si tiene modesto nella prospera, e -fermo nell'avversa fortuna. -</p> - -<p> -Se Azzone aveva invitato, siccome ho detto, i migliori artisti, -e gli aveva condotti a Milano, Giovanni vi accolse e vi -onorò sommamente il più dotto ed elegante letterato di -quel secolo, Francesco Petrarca. Egli venne a Milano l'anno -1353 per vedere la città; e l'arcivescovo Giovanni, sensibile -al merito, lo onorò tanto, che lo indusse a fissarvi la -sua dimora. Il buon principe era magnifico e sociale. La -corte era aperta agli uomini di merito, nazionali o forestieri. -Egli amava la società della mensa; e tanto crebbe -presso di lui la stima del Petrarca, che lo fece sedere nel -suo consiglio, e lo spedì a Venezia suo ambasciatore all'occasione -detta poc'anzi. Petrarca, nelle sue lettere si -esprime che egli amava in Milano gli abitanti, le case, l'aria, -i sassi, non che i conoscenti e gli amici. L'unica figlia -sua la maritò in Milano a Francesco Borsano; e la tenerezza -che egli aveva per quella e per il figlio adottivo Borsano, -ch'egli poi istituì suo erede, gli rendevano caro questo -soggiorno come una nuova sua patria. Scrivendo Petrarca -della prepotente influenza del clima, oggetto sviluppato nel -nostro secolo dall'immortale Carlo Secondat, ma non intentato -dal Petrarca, ei così dice de' Milanesi:<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a> <i>Totam -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -praeterea Rheni vallem colonis ab Augusto missis habitatam -invenio; verum haec sedium mutatio non patriam -ad quam pergitur, sed pergentes immutat. Itaque -et Galli in Asiam, Asiani, et Itali in Phrygiam profecti, -Phryges, et post Troyae excidium in Italiam reversi, Itali -iterum facti sunt. Sic nostri, in Galliam vel Germaniam -traslati, naturam illarum partium imbiberunt moresque -barbaricos, et Mediolanenses, a Gallis conditi atque -olim Galli, nunc mitissimi hominum, nullum servant -vestigium vetustatis; ita vis coelestis humana -moderatur ingenia</i><a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>. Petrarca aveva tanta passione per -l'Italia, che potevasegli imputare a ragione la ingiustizia -colla quale detestava i costumi oltramontani; dal che però -ne risultava una lode esimia ai Milanesi. Egli alloggiava -dicontro a Sant'Ambrogio; anzi nel suo testamento, pubblicato -nelle opere sue, ordinò d'essere ivi tumulato, qualora -fosse morto in Milano. Questo testamento lo fece in -Padova l'anno 1370. Aveva Petrarca una piccola villa, poco -discosta dalla città, nelle vicinanze della Certosa di Garignano; -e quel casino solitario lo chiamava <i>Linterno</i>, col -nome della villa di Scipione Africano; comunemente poscia -acquistò nome <i>l'Inferno</i>, parola più nota della prima. Si -dice che Giovanni Boccaccio, per amore del suo amico Petrarca, -vivesse qualche tempo con lui in Milano, e al suo -Linterno. Si dice ancora che, dopo la morte Giovanni arcivescovo, -cadendo la signoria di Milano nelle mani de' tre -figli di Stefano, Matteo, Barnabò e Galeazzo, Petrarca recitasse -l'orazione inaugurale nella chiesa maggiore, ove celebravasi -la funzione di consegnar loro il dominio; e che -un impudente astrologo, ad alla voce gridando, lo interrompesse -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -asserendo che in quel momento i pianeti erano -faustamente collocati; e non si doveva perderlo, per non -avventurare la prosperità del nuovo governo. Si pretese -anzi, che, essendosi consegnato il bastone del comando a -Matteo fuori del tempo, da ciò ne accadesse poi il misero -e presto suo fine. La credulità e l'ignoranza erano certamente -grandi a quei tempi; e alcuni pochi uomini illuminati -non bastavano a sgombrarla sì tosto dai popoli, che le -avevano ereditate dalla lunga notte de' barbari secoli precedenti. -Petrarca fu da' Visconti spedito ambasciatore al re -di Francia Giovanni, ed all'imperatore Carlo IV, che trovavasi -in Praga, e tanto venne considerato il di lui merito, -ch'egli stesso fu trascelto all'onore di levare al sacro fonte -il primogenito che nacque dalle nozze di Barnabò, e in -quella occasione compose il <i>Genethliacon Marci Mediolanensium -principis</i>, che così comincia: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Magne puer, dilecte Deo, titulisque parentum</i></p> -<p class="i01"><i>Praefulgens, populis olim venerande superbis,</i></p> -<p class="i01"><i>Sit modo vita comes, teneris sit spiritus annis;</i></p> -<p class="i01"><i>Expectate diu nobis, patriaeque patrique,</i></p> -<p class="i01"><i>Laete veni, vitaeque viam foelicibus astris</i></p> -<p class="i01"><i>Ingredere, et rebus gaudens accede secundis;</i></p> -<p class="i01"><i>Te Padus expectat dominum, etc.</i><a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a></p> -</div></div> - -<p> -poi, dopo di aver descritti i fiumi del vasto di lui Stato, -passa a fargli dono d'una coppa d'oro co' versi seguenti:<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a> -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Quum tamen egregius vivendo adoleverit infans,</i></p> -<p class="i01"><i>Hanc habeat pateram, et roseo bibat ore jubeto:</i></p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span></p> -<p class="i01"><i>Parva decent parvos: minimus sum, maximus ille,</i></p> -<p class="i01"><i>Parva sed est aetas, lucis nova limina nuper</i></p> -<p class="i01"><i>Attigit, et coelum trepido suspexit ocello;</i></p> -<p class="i01"><i>Aetati, non fortunae, munuscula dantur</i></p> -<p class="i01"><i>Apta suae, ludet, nitido mulcente metallo;</i></p> -<p class="i01"><i>Spernet idem ex alto fuerit dum plenior aetas,</i></p> -<p class="i01"><i>Et rutilam terre faecem sciet esse profundae.</i></p> -<p class="i01"><i>At fortasse sibi tunc carmina nostra placebunt;</i></p> -<p class="i01"><i>Perleget, et secum, sacro dum fonte levabar.</i></p> -<p class="i01"><i>Tanto humilem excelsus genitor dignatus honore est</i><a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>.</p> -</div></div> - -<p> -Probabilmente Petrarca (che non poteva stare in Firenze, -sua cara patria, immersa nelle fazioni), disingannato dai -viaggi fatti nella Francia e nella Germania, non avrebbe -mai più abbandonato il nostro paese, dove vivea ammirato -da ognuno e distintamente onorato dai sovrani, e dove aveva -stabilmente collocata la figlia, e creatasi una famiglia per -adozione, se il disastro spietatissimo della pestilenza, che -desolò Milano, non lo avesse costretto a rifugiarsi altrove.<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a> -<i>Mediolanum, urbem Ligurum caput et metropolim,</i> -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -dice egli, <i>usque ad invidiam hactenus horum nesciam -laborum, et coeli salubritate, et clementia, et populi -frequentia gloriantem, sexagesimus primus annus et -vacuam fecit et squallidam</i><a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>. Galeazzo II molto si regolò -col consiglio del Petrarca e nel formare la biblioteca, -che radunò in Pavia, e nel piantarvi gli studi dell'Università. -È celebre la distinzione che gli venne fatta in Milano, -quando, nella pompa delle nozze di Violanta Visconti, Galeazzo -II volle che Petrarca sedesse commensale, insieme -collo sposo Lionetto, figlio di Edoardo III re d'Inghilterra. -</p> - -<p> -Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano e di -altre diciotto città, fra le quali Genova e Bologna, cessò di -vivere il giorno 5 di ottobre dell'anno 1354, dell'età di sessantaquattro -anni, dopo d'aver regnato sei anni appena; -poichè il tempo in cui comparve ch'ei correggesse con Luchino -non può contarsi, tanto poco s'immischiò egli allora -negli affari dello Stato. Giovanni fu un principe umano, -benefico, giusto, liberale, fermo e d'animo signorile, e merita -un luogo fra i buoni principi vicino ad Azzone. Il tumulo -di lui si vede nel coro della Metropolitana. -</p> - -<p> -Milano, nei ventiquattr'anni nei quali regnarono Azzone, -Luchino e Giovanni, i primi che apertamente si dichiararono -sovrani, battendo moneta col loro nome, godette -la pace, e provò alfine i beni dell'ordine sociale e della -civile sicurezza. I Milanesi abbandonarono il mestiere dell'armi, -e si rivolsero a più miti e più industriosi pensieri, -alla mercatura cioè, alla coltivazione delle arti e delle terre. -La popolazione e la ricchezza crebbero in proporzione, e -qualche coltura appresero gl'ingegni, onde questi oggetti -meritano dilucidazione. -</p> - -<p> -La prima epoca del risorgimento dell'agricoltura milanese -io la trovo nel blocco che Federico I pose intorno della -città; allorquando fece devastare le piante e le campagne, -ed atterrare i boschi che ci stavano intorno. Il bene è sempre -<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span> -figlio del male. Liberati che fummo da quel nemico -terribile, poichè la libertà civile fu cimentata colla lega -lombarda, si dovettero ridurre a coltura i boschi incendiati; -unico mezzo per cui i proprietari, ai quali non rimaneva -più legna spontanea, non ricavassero qualche profitto dal -loro fondo. Infatti verso quei tempi pensarono i Milanesi a -promovere l'irrigazione, a fecondare i loro campi colle -acque, e si scavarono il Tisinello e la Muzza; il primo verso -l'anno 1179, e l'altra l'anno 1220<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>. Indi il Tisinello -venne allungato sino a Milano verso la metà del secolo -decimoterzo, cioè l'anno 1257; operazioni tutte le quali -non ebbero allora per oggetto la navigazione, ma bensì la -semplice irrigazione delle terre. Io ho per qualche tempo -creduto che i Milanesi, ritornati dalle crociate, avessero -portata dall'Egitto nella loro patria la coltura del riso, e -che questi scavi di canali e questa diramazione di acqua -sulle terre venissero fatti a tal fine. Ma ho poi dovuto essere -convinto che la coltivazione del riso presso di noi è di -molto posteriore a quelle opere pubbliche; e ne serve -d'invincibile prova la tassa che il tribunale di Provvisione -faceva delle droghe; e quella singolarmente che ha pubblicata -l'esattissimo nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>, ove scorgesi -che il giorno 18 aprile 1386 venne ordinato che gli speziali -e i droghieri non possano vendere il riso più che a -dodici imperiali la libbra. Questo decreto trovasi nell'archivio -del tribunale di Provvisione, d'onde l'ha tratto il -chiarissimo autore. Se il riso fosse stato, come oggidì, un -prodotto della nostra agricoltura, non sarebbesi venduto -dagli speziali droghieri. Il prezzo poi di un soldo per libbra -(avuto ragguaglio alla moneta di quei tempi) lo mostra -ancora con maggiore sicurezza, anche paragonandolo alla -tassa del mele sottile e fino, che in quel medesimo decreto -viene fissato ad un terzo meno del riso, cioè ad imperiali -otto la libbra. Quest'irrigazione adunque serviva ai soli -prati, e forse allora il clima di Milano era più salubre di -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -quello che ora non è; da che si è ogni anno sempre più -dilatata l'irrigazione, ed introdotta singolarmente la coltura -dei risi; e perciò il Petrarca, fra le qualità che rendevano -allora pregevole Milano, vi pose <i>coeli salubritate</i>, come -poco anzi si è veduto. La nostra agricoltura ci produceva, -siccome ho già altrove indicato, varie sorta di grani, frumento, -segale, miglio, seligine, orzo, scandella. La coltura -parimenti del lino e delle viti è antichissimo presso di noi. -I prati si andavano moltiplicando, perchè s'erano introdotte -razze di cavalli, e il lusso aveva dilatato il bisogno di questi -tanto utili e generosi animali. Se poi tanto grano si -raccogliesse quanto occorreva al nutrimento del popolo, -non è così facile il deciderlo; poichè in una concordia -che si fece fra i nobili e i popolari, l'anno 1225, venne -pattuito fra gli altri articoli, che il comune di Milano dovesse -ogni anno far venire da paese estero de' grani, pel -valore di seimila lire di terzoli. Il che non saprei se debbasi -considerare come una forzata compiacenza de' nobili -terrieri verso di un error popolare, come inclina a crederlo -il nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>; ovvero come una prudente precauzione, -in tempi ne' quali questo commercio era vincolato. -Parmi che se le terre fossero state bastantemente -feraci di grano, si sarebbe dalla plebe domandata, non -l'introduzione del grano estero, ma del più vicino e nazionale, -per assicurare l'alimento alla città. Generalmente -si mangiava in Milano pane di mistura; e l'anno 1355 vi -era in tutta la città un forno solo che fabbricasse il pane -bianco di puro frumento; pane che allora era di lusso; e -questo forno privilegiato chiamavasi <i>il prestino dei Rosti</i>, -ed era vicino alla piazza dei Mercanti<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>. È bensì vero che -l'uso di servire con pane di frumento puro e bianco, nei -pranzi d'invito, era anche un secolo prima conosciuto -presso di noi; e ne fa prova una sentenza favorevole ai canonici -di Varese, pronunziata l'anno 1248, in cui venne -condannato un beneficiato a dar loro la domenica avanti -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -Natale un pranzo composto,<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a> <i>videlicet, panis frumentini -boni et bene cocti et albi, et vini boni, et puri ad sufficentiam -et capponorum, videlicet unum inter duos -plenum, et carnium bovis et porci cum bonis piperatis, -videlicet frustum unum, sive petiam bovis competentem -et bonam inter duos; ed aliud frustum seu petiam porci -cum bonis piperatis inter duos, et frustum, sive petiam -unam carnis porcinae assatae, sive rostitae cum paniciis -inter duos; et hec omnia ad sufficientiam, secundum -quod decet, praestet singulis annis</i>. La carta si -conserva nell'archivio della collegiata di Varese, e l'ha -pubblicata l'erudito nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a>. Verso la fine -dei capitolo sesto ho ricordato un altro pranzo, preteso un -secolo prima, da altri canonici, i quali chiedevano <i>lombulos -con panitio</i>; ora si trattava <i>cum panitii</i>. Potevano -forse essere pagnotelle più fine, di mero fiore di farina -apprestate sul finir della mensa. <i>La piperata</i> si è veduta -nominata in quella carta del 1148, si vede in questa -del 1248, si usava ai tempi del Corio; e l'abbiamo anche -oggidì scritta nella tariffa della mercanzia, col tributo -di trentasei soldi e mezzo per ogni rubbio, sebbene ora -non sappiamo più cosa ella si fosse. Io la crederei una -salsa stimulante, e in cui entrava singolarmente il pepe, -simile a quella che ora adoperiamo colla senape. -</p> - -<p> -Il Fiamma, che viveva appunto ai tempi di Giovanni arcivescovo, -ci lasciò un'idea della ricchezza e del lusso di -quel tempo:<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a> <i>Nunc vero in praesanti aetati priscis -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -moribus superaddita sunt multa ad perniciem animarum -irritamenta: nam vestis praetiosa, et ornatu superfluo -circumtecta per totum; in ipsis vestibus, tam -virorum quam mulierum, aurum, argentum, perlae -inseruntur. Frixa latissima vestibus superinducuntur. -Vina peregrina, et de partibus ultramarinis bibuntur: -cibaria omnia sunt sumptuosa: magistri coquinae in magno -praetio habentur</i><a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>. Lo stesso Fiamma ci attesta che -in Milano al suo tempo eranvi delle manifatture assai perfette -e stimate al di fuori, e fra le altre vi si lavoravano -gli elmi, le corazze e tutte le armature di ferro,<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a> <i>speculorum -claritatem excedentes. Soli enim fabri loricarum -sunt plures centum, exceptis innumerabilibus subjectis -operariis</i>; e di queste nostre manifatture, dice quell'autore, -che ne somministravano a tutta l'Italia non solo, -ma se ne trasportavano per sino ai Tartari ed ai Saraceni. -Questa manifattura, di cui troviamo la materia ne' monti -vicini, si mantenne per molto tempo in Milano, e vediamo -nell'estratto fatto poi, all'occasione del censo, dai libri -delle gabelle dell'anno 1580, che si considerarono, dal -ragionato dall'estimo Barnaba Pigliasco, da Milano trasportate -agli esteri: armature di cavalli N. 100, a lire 55. 10, -lire 5650; armature di fante N. 390, a lire 33. 15, -lire 13,162. 10. Il Fiamma pure ci attesta che le nostre -razze de' cavalli erano della maggiore altezza e forza; e -tali dovevano appunto ricercarsi nel secolo in cui dovevano -portare alla guerra gli uomini tutti coperti di ferro, e talvolta -gli arnesi istessi del cavallo erano del metallo medesimo, -per assicurarlo dalle ferite. De' cavalli nostri ne facevano -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -smercio assai nella Francia, a quanto ci attesta quell'autore -contemporaneo; e tale era probabilmente il frutto -dell'irrigazione estesa, e de' nostri prati. Oltre questi due -articoli di commercio, erari già piantata l'industria del -lanificio in Milano ai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti; -e il Fiamma dice de' nostri mercanti:<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a> <i>Ipsi enim -mercatores discurrunt per Franciam, Flandriam, Angliam -ementes lanam subtilem, ex qua in hac civitate -texuntur panni subtiles in maxima quantitate, qui tinguntur -omni genere tincturarum, qui per totam Italiam -deferuntur</i>. Quest'industria del lavoro de' pannilani, la -quale crebbe dappoi e formò la ricchezza cospicua di Milano, -era già presso di noi conosciuta anche prima del -Fiamma, e poco dopo l'epoca di Federico I. Almeno in -Como ed in Monza si lavoravano de' pannilani fino dal 1216; -poichè nell'antico esemplare degli Statuti di Milano compilati -in quell'anno, esemplare che ritrovasi nella biblioteca -Ambrosiana, vedonsi tassati i pannilani di Como e di Monza -a pagare quattro imperiali per ogni pezza, entrando in -Milano. Anche delle tele di cotone e de' lini nostri se ne -faceva spaccio, singolarmente in Levante, col mezzo dei -Veneziani e de' Genovesi, ch'erano diventati assai ricchi e -commercianti; avendo, i primi singolarmente, approfittato -moltissimo col trasporto dei crocesignati, colla somministrazione -de' viveri alle Crociate, allorchè prudentemente -tranquilli, in mezzo alla fermentazione universale colsero -l'occasione d'impratichirsi del mare e de' porti del Levante, -onde si resero arbitri del commercio d'Europa coll'Asia; -la qual ricchezza si sparse anche sopra di noi ed animò la -nostra industria. Nè i soli cavalli, le armature, e i pannilani e -i pannilini erano i capi del nostro commercio utile cogli esteri. -Sino da' primi anni del secolo decimoquarto eranvi da noi -degli artefici che fabbricavano anche drappi di seta; e Niccolò -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -Tegrimo, nella vita di Castruccio Antelminelli, ci narra -che, avendo Castruccio ed Uguccione della Fagiuola occupato -Lucca l'anno 1314, i fabbricatori di drappi di seta -vennero a rifugiarsi in Milano<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a>. La seta allora era sommamente -cara; e un drappo di seta si valutava lire venti -d'allora la libbra; e ognuno sa che la lira d'allora era quasi -due terzi d'un fiorino d'oro, ossia gigliato, che correva -per trentadue soldi; così che la libbra di seta costava dodici -gigliati e mezzo. Facilmente pure ognuno comprende quanto -maggior pregio in que' tempi dovesse aver l'oro, che nei -secoli a noi più vicini è diventato assai più abbondante, -per i paesi scoperti, per le nuove miniere scavate, e per -la comunicazione del vasto commercio aperta fra tutti i -popoli conosciuti della terra. -</p> - -<p> -Della popolazione di Milano ce ne ha lasciato memoria -Buonvicino da Ripa verso l'anno 1288. Quell'autore vivente -dice che v'erano tredicimila porte di case, seimila pozzi, -quattrocento forni per cuocere pane, e mille taverne di vino, -cento cinquanta alberghi pei forestieri, tremila ruote da -mulino, e seimila giumenti che portavano la farina nella -città; in cui dice ch'eranvi ducentomila abitanti, fra i -quali quarantamila atti alle armi; che si mangiavano ogni -giorno in Milano mille e ducento moggia di farina; che -entravano ogni anno nella città cinquantamila carri di legna, -ducentomila carri di fieno e seimila carri di vino, e si -consumavano di sale in Milano staia seimilacinquecento. -Questa descrizione facilmente si conosce che non merita -fede. Seimila giumenti impiegati a portare mille e ducento -moggia di farina al giorno sono incompatibili, mentre un -moggio lo porta sulle spalle un villano robusto. Quarantamila -uomini atti alle armi sono pure una cosa sconnessa. -La popolazione di ducentomila abitanti, suppongasi metà -di uomini e metà di donne; dagli uomini si deducano i -bambini, i fanciulli ed i vecchi; non rimarranno quarantamila -uomini atti alle armi. Seimila carri di vino, suppongasi -portar ciascuno dieci brente, saranno sessantamila -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -brente di vino che entravano in città per uso di ducentomila -abitanti: ora centoventimila, quanti abitano in Milano, -consumano più del quadruplo. Anche le staia seimila e -cinquecento di sale sarebbero proporzionate alla popolazione -di ventiseimila abitatori, e non mai di dugentomila. -Poca e nessuna fede merita quella relazione fatta da un -uomo che descrive diciotto laghi e sessanta fiumi abbondantissimi -di pesci nel contorno di Milano. Abbenchè consideriamo -ragionevolmente come scritti piuttosto a caso -quei numeri, che per vera cognizione, difficile assai ad aversi -in que' tempi, egli è però assai probabile che fosse numerosa -la popolazione d'una città alla quale dovevano, come a residenza -e a dominante, ricorrere, al tempo di Giovanni arcivescovo, -i cittadini di diciotto città del contorno. Petrarca -la qualificò, siccome vedemmo, <i>populi frequentia gloriantem</i>; -e Pietro Azario, che viveva mentre la pestilenza -del 1361 devastò Milano, asserisce che in Milano perirono -per quella sciagura settantacinquemila abitatori; il che -può verosimilmente farci credere ch'essi fossero più di -centocinquantamila. Nè è difficile il concepire come una -popolazione maggiore dell'attuale fosse contenuta entro di -una città di un recinto più angusto di quanto ora lo sia: -poichè sappiamo che tutte le case nobili e vaste sono state -formate colla incorporazione di più e più case piccole; che -molti monasteri e conventi e chiese sono piantate oggidì in -luoghi che servivano allora all'abitazione del popolo; e che -finalmente il lusso di abitare per pompa uno spazio vasto -di luogo, e il conservare signorilmente un buon numero -di stanze, al solo uso che siano trascorse da chi ci viene -a visitare, prima che ci ritrovi, non era il lusso di quel -secolo nè di questa popolata città. Nel principio del secolo -decimoterzo v'erano in tutto in Milano tredici monasteri, sei -di frati e sette di suore<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>. -</p> - -<p> -Il governo civile di que' tempi era una vera dominazione -di un solo, con qualche apparenza di repubblica; poichè -il consiglio degli ottocento, che poi a' tempi di Luchino diventò, -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -non saprei come, di novecento, di tempo in tempo -si radunò, sino verso la fine del secolo decimoquarto. Ma -le deliberazioni che si pretendevano, non erano altro che -giuramenti di fedeltà, acclamazioni al nuovo signore, e -convalidazioni del sistema monarchico. Questi consiglieri, -che non erano a vita, ma bensì trascelti per rappresentare -la città in occasioni passeggiere, non erano altrimenti nominati -dal popolo; ma originariamente traevano la loro -commissione dalla nomina del principe o del suo ministro; -onde quel consiglio era, siccome anche di sopra ho accennato, -una mera popolare illusione, che rappresentava una -apparente libertà. Verso la metà del secolo decimoquarto -si creò il vicario di provvisione, che presedeva ai dodici. -<i>Vicario</i> significava lo stesso che <i>vicegerente</i>, ossia <i>luogotenente</i>; -un ministro insomma che teneva il luogo e faceva -le parti del sovrano. Quel tribunale nella sua origine non -fu un dicastero civico, ma bensì fu un tribunale eletto dal -sovrano; al quale era commessa la percezione e direzion -de' tributi, la cura dell'abbondanza, e la vigilanza sopra i -giudici della città, per modo che sembra fosse questo allora -il solo dicastero che si radunava in Milano, e avesse riunite -le separate cure che oggidì occupano il senato, il magistrato -camerale e il tribunale di Provvisione medesimo<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>. -Ora questo tribunale di Provvisione, poichè fu consolidata -la signoria dei Visconti, eleggeva ei medesimo i novecento -consiglieri, ogniqualvolta occorresse di avvalorare con questa -formalità il volere del sovrano; di che ce ne serve di -prova l'antico registro della città segnato num.º 1, ove, alla -pag. 107, si legge:<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a> <i>MCCCLXXXVIII, die XXII Julii. -Per dominos vicarium et XII Provixionum Comunis -Mediolani et sindicos dicti Comunis electi fuerunt infrascripti -cives Mediolani, qui sunt et esse intelliguntur -consilium DCCCC Comunis Mediolani.</i> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -</p> - -<p> -La politica de' nuovi principi tendeva ad allontanare, siccome -dissi, il popolo dal mestiero della guerra, la quale -sempre più si andava facendo, per mezzo di stipendiati forestieri. -Così nacquero le compagnie di avventurieri, che -si vendeano da' loro capi ora ad un principe, ora ad un'altro; -e così pure alcuni capi di tali sgherri si resero formidabili -ai sovrani medesimi, e giunsero ad acquistare per -loro conto degli Stati, come fra gli altri avvenne alla casa -Sforza. Conseguenza di un tal sistema era l'accrescimento -de' tributi per aver mezzi onde stipendiare quegli estranei, -ai quali si commetteva la difesa dello Stato. Oltre il catasto -generale de' fondi (che si fece, siccome vedemmo, verso la -metà del secolo decimoterzo, e sul quale s'incominciarono -a ripartire i carichi pubblici, che prima si distribuivano -per capitazione, ovvero sulla stima annua de' frutti raccolti) -s'instituì la privativa della vendita del sale, di cui la più antica -memoria che abbiamo ce la riferisce il Corio all'anno -1272. In un trattato fra il re Roberto di Napoli e i fuorusciti -milanesi del partito de' Torriani, promise il re che -egli non avrebbe guadagnato nella vendita del sale se non -venti soldi papali per ogni moggio, e ciò per il sale comune; -il bianco però e raffinato era libero a lui il venderlo -come più gli fosse piaciuto. Questo trattato si fece l'anno -1312. Venti soldi papali del secolo decimoquarto valevano, -secondo il calcolo del Muratori, ventiquattro paoli<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>. -Il moggio è di staia settanta; e, ciò posto, la gabella si riduceva -a cinque soldi de' nostri per ogni staio di sale; così -che a un dipresso allora prometteva di venderlo al valore -che oggidì corrisponderebbe a soldi quaranta per ogni staio. -Per un trattato di commercio che si fece fra i Milanesi ed -i Veneziani l'anno 1317, segnalo il giorno 30 d'agosto in -Venezia, i Veneziani si obbligarono a dare a quegli il sal -marino, e i milanesi si obbligarono a prenderlo tutto da -essi, ed a non spanderlo nè sul Comasco nè sul Veneto. A -noi rimase però la libertà di venderlo poi agli abitatori -delle Alpi. Questo pregievole monumento ritrovasi in un -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -antico codice MS. presso del signor marchese Giovanni Corrado -Olivera, signore venerabile per l'integrità e beneficenza, -più ancora che per i luminosi titoli e la presidenza -del senato. Sono già più di quattro secoli e mezzo da che -prendiamo i sali da Venezia, e li vendiamo agli Svizzeri e -Grigioni. Al tempo di Luchino, la gabella del sale della città -di Milano e del contado gli fruttava tremila fiorini d'oro<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a>; -presentemente se ne ricava cinquanta volte altrettanto. -È vero che l'oro allora aveva notabilmente più di valore -che ora non ha, dopo l'abbondanza che ne hanno prodotte -le nuove miniere e il commercio, siccome torno a ricordare. -Non abbiamo notizie bastanti di quei tempi per indicare i -positivi prezzi ai quali siasi venduto il sale alle gabelle. -Sappiamo però dai registri civici esaminati dall'instancabile -conte Giulini, che verso la fine del secolo decimoquarto -si vendeva a soldi cinquanta lo staio; prezzo veramente -gravoso, poichè il fiorino d'oro correva a soldi trentadue<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>. -Il carico poi della macina alle porte di Milano erasi -imposto sino dell'anno 1333, come ce ne fa fede una carta -dell'archivio dello spedal maggiore, esaminata dal conte -Giulini<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>. La gabella della <i>Dovana</i> eravi pure già verso la -fine del medesimo secolo decimoquarto<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>; poichè vi è il decreto -che dice:<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> <i>cum etiam per datiarios Dovanae bestiarum -grossarum et minutarum dicti vestri comitatus -fiant diversimodae extorsiones</i>: così faceva scrivere latino il -signor di Milano l'anno 1381, dopo il lungo soggiorno fatto -in questa città da Francesco Petrarca! Si vede che sino da -quel tempo s'era introdotta l'usanza d'affittare le regalie, -o, per dir meglio, la pace, la sicurezza e la libertà del popolo -ad un impresario:<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a> <i>volumus bene quod incantatoribus -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -datiorum dicti nostri Comunis serventur eorum -data</i><a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>. Era riserbato al glorioso regno dell'augusta Maria -Teresa di atterrare quest'obice, che divise i contributori dal -principe per quattro secoli. Il carico <i>Datium imbottaturae -vini</i>, cioè l'<i>imbottato</i>, eravi già anticamente, ma si pagava -soltanto sul vino raccolto; indi l'anno 1392 vennero assoggettati -a questo tributo anche i grani<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>. Chi ne cercasse -più esatte prove, le troverebbe presso il conte Giulini<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>. -Il carico poi sulle merci si andava proporzionatamente accrescendo; -mentre laddove questo era tassato, nel principio -del secolo decimoterzo, in proporzione del valore, a -poco più dell'uno per cento, come si vede nella tariffa annessa -agli statuti compilati nel 1216; nell'anno poi 1333 -il carico era asceso a un soldo per ogni lira di valore, il -che monta al cinque per cento, come leggesi nel codice MS, -del nominato signor marchese Corrado Olivera, presidente -onoratissimo del senato. Da un verosimile calcolo preso -in massa, oggidì questo tributo corrisponde circa al sei per -cento del valore. Oltre questi carichi, v'era la tassa de' cavalli, -imposta verosimilmente l'anno 1315, per mantenere -le paghe della cavalleria. V'erano le condanne pecuniarie -de' delitti, emanazione ancora vigente delle leggi longobarde. -V'erano altre antiche gabelle sulle case, su i forni, sopra -i mulini, i macelli, i contratti, le misure, i pesi ed -altre delle quali ho fatto menzione al capitolo ottavo. -</p> - -<p> -La grandezza dell'arcivescovo e del clero milanese scomparve -colla soggezione da Roma, e coll'erezione del principato. -Non vi è memoria che, dopo la metà del secolo duodecimo, -siansi mai chiamati i nostri ordinari,<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a> <i>sanctae -mediolanensis ecclesiae cardinales</i>, come facevano per lo -passato. Essi però, sino dal secolo decimoterzo, portavano -la porpora; e questa distinzione, che tuttavia conservano, -è antica per lo meno cinque secoli. In que' tempi però -assai liberamente vestivansi gli ecclesiastici, ed eran ben -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -lontani da quella edificante uniformità e modestia che ora -gli distingue. Manfredo Occhibianchi, canonico di Sant'Ambrogio, -fece un testamento il giorno 18 marzo, l'anno 1203, -che si conserva nell'archivio di quella basilica, e di cui -parla il conte Giulini<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>, e lascia<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a> <i>manstrucam unam -conilii, cohopertam de violato, et alias duas..... scilicet -unam volpinam, cohopertam de scalfanio, et aliam de -flanchitis, cohopertam de sagia bruna, et...... capellum -meum grisum, cohopertum de sagia nigra, et cohopertorium -meum, et scradam seu diproidam meam... cappam -meam blavetam........ cappam meam de mantellato... -quinque coclearia argenti, et mantellum meum foderatum -de zendado..... vestitum violatum meum.</i> Da ciò osserviamo -che di tutte le vesti, nulla v'era di nero fuori del -cappello, voce che di già si era inventata per dinotare quelle -berrette che allora si ponevano sul capo; ma tutti i vestiti -di quell'ecclesiastico erano di colore violato, ceruleo o -bruno. La parola <i>blavetam</i> sembra nata dal teutonico <i>blau</i> -ossia <i>bleu</i>, come noi Lombardi anche oggidì nominiamo -quel colore, similmente ai Francesi. I cucchiai d'argento -si vede che già erano in uso. Nè gli ecclesiastici si vestivano -tampoco con colori modesti, poichè, l'anno 1211, l'arcivescovo -Gherardo da Sessa fece un editto in cui leggesi:<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a> -<i>Universis praeterea clericis interdicimus vestes rubeas, -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -vel diversi, coloris gialdas et virides</i><a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>; la quale proibizione -non bastò a togliere tale usanza degli ecclesiastici; -poichè in un concilio provinciale tenutosi un secolo dopo -di ciò, nuovamente si dovette stabilire che gli ecclesiastici -non portassero<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a> <i>vestes virgulatas, seu de catabriato -dimidiatas, vel listatas, vel frixis, vel maspilis argenteis, -vel de metallo aliquo</i>, e non dovessero portare cappucci -a modo dei secolari,<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a> <i>ad modum laicorum capucia -non habentes</i><a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>. -</p> - -<p> -Nella guerra i militi erano tutti coperti di ferro, e, calata -la visiera, non si potevano conoscere se non dal pennacchio -o altra insegna. Filippone, conte di Langosco, poichè -ebbe in suo potere il cimiero di Marco Visconti, si presentò -co' suoi alle porte di Vercelli, le quali (credendolo -Marco i Vercellesi) gli vennero aperte; e con tale astuzia -se ne impadronì l'anno 1312. Nella più antica compilazione -de' nostri Statuti, fatta, come ho detto, nel 1216, vi si legge -la rubrica de' duelli. Si combatteva o in persona, ovvero un -campione si batteva per altrui commissione. Si celebrava -la messa in presenza de' due combattenti, si deponevano le -armi presso dell'altare, il sacerdote le benediceva, indi venivano -sigillate e venivano portate al luogo della lizza, ove -sedeva il giudice. Ivi si presentavano i due combattenti coi -loro patrocinatori. Interrogavano questi il giudice s'egli ivi -risedesse affine di giudicare la lite col duello, e il giudice -rispondeva che appunto ivi a tal fine si era collocato. Il patrocinatore -del pretendente ad alta voce chiedeva la cosa -per cui doveva farsi il duello; e ad alta voce il patrocinatore -opposto lo negava. Indi s'accostavano i due combattenti -al giudice; e ciascuno di essi con giuramento affermava -essere vero e giusto ciò che dal suo patrocinatore -erasi detto. Il giudice poi faceva che giurassero entrambi, -che non si presentavano al cimento con alcuna forza d'erbe -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -di parole o di maleficio; il che fatto, davansi loro lo scudo -e le armi. Questa cerimonia a un di presso così facevasi in -tutta l'Europa in quel secolo. V'erano ancora altri giudizj -di Dio; quello del ferro rovente da portarsi nella mano -nuda non era permesso in Milano:<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a> <i>illud autem scire -opportet quod ferventis ferri judicium in nostra civitate -non admittitur, licet in quibusdam locis jurisdictionis -dominis archiepiscopi secus obtineat</i>; così nei nostri Statuti -di quei tempi. Bensì era ammesso il giudizio di Dio -coll'acqua fredda, e questo da noi non era punto crudele; -poichè si prendeva un fanciullo, e con una fune, senza pericolo, -si tuffava nell'acqua, e immergendosi il fanciullo, -che tosto s'estraea, il reo era assoluto. -</p> - -<p> -Finalmente vorrei poter dare un'idea della coltura nostra -verso quell'età, ma le notizie non erano copiose in -nessuna parte dell'Europa. Avemmo un medico che compose -le pandette della medicina, dedicate al re di Napoli -Roberto. Questi si chiamava Matteo Silvatico, milanese, che -scrisse l'anno 1317. Quel libro si stampò a Venezia l'anno -1498. Un altro milanese ebbe nome presso dei giusperiti, -cioè Signorollo Omodeo, le opere del quale non sono ignote -ai forensi. Ma di bella letteratura non ne abbiamo vestigio -alcuno. Uno dei più antichi poeti italiani fu Pietro da Bescapè, -nostro milanese. Egli scrisse i suoi versi nell'anno -1264, nel quale pretese di tradurre in poesia la storia del -Vecchio testamento. L'autore così comincia: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Como Deo a facto lo mondo,</p> -<p class="i01">E como la terra fo lo homo formo.</p> -<p class="i01">Cum el descendè de cel in terra</p> -<p class="i01">In la Vergine Regal polzella,</p> -<p class="i01">E cum el sostenè passion</p> -<p class="i01">Per nostra grande salvation,</p> -<p class="i01">E cum verà el dì del ira</p> -<p class="i01">La o sarà la grande roina</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span></p> -<p class="i01">Al peccator darà grameza</p> -<p class="i01">Lo justo avrà grande alegreza,</p> -<p class="i01">Ben è raxon ke l'omo intenda</p> -<p class="i01">De que traita sta legenda».</p> -</div></div> - -<p> -Il fine di questo canto, poema o diceria, qualunque si voglia -chiamare, è ancora più rozzo del principio, e così -termina: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Petro de Bescapè, ke era un Fanton,</p> -<p class="i01">Si a facto sto sermon,</p> -<p class="i01">Si il compilò e si la scripto.</p> -<p class="i01">Ad onor de Ihu Xpo</p> -<p class="i01">In mille duxento sexanta quattro</p> -<p class="i01">Questo libro si fo facto,</p> -<p class="i01">Et de junio si era lo premier dì</p> -<p class="i01">Quando questo libro se finì,</p> -<p class="i01">Et era in seconda diction</p> -<p class="i01">In un venerdì abbassando lo sol».</p> -</div></div> - -<p> -L'antico manoscritto trovasi nella scelta libreria del signor -conte Archinto. Non più felice del Bescapè fu il nostro frate -Bonvicino da Ripa, i di cui poveri versi si trovano nella -Biblioteca Ambrosiana, fra i quali vedesi che fino dall'anno -1291 si conoscevano quei versi che nei tempi a noi vicini -si chiamarono Martelliani. Frate Bonvicino con tal metro -compose le <i>Zinquanta cortesie da Tavola</i>, le quali così -cominciano: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Fra Bon Vexin da Riva, che sta in Borgo Legnano,</p> -<p class="i01">D'le cortexie da descho ne dixette primano:</p> -<p class="i01">D'le cortexie cinquanta che s'de osservare a descho</p> -<p class="i01">Fra Bon Vexin da Riva ne parla mo de frescho.»</p> -</div></div> - -<p> -Costoro scrissero prima che Francesco Petrarca dimorasse -in Milano; ma certo Galliano scriveva l'anno 1391; e ne -conservano l'antico MS. i monaci di Sant'Ambrogio. Costui -non lesse mai le dolci e sensibili rime del Petrarca; nè -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -pose mai il piede nel suo Linterno; così questo rozzo scrittore -terminò la sua cantilena: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«E se di chi l'ha facta alcun se lagna</p> -<p class="i01">Digli che sta alla Pietra Cagna</p> -<p class="i01">in Milano</p> -<p class="i01">E facta sotto l'anno MCCCLXXXX.uno</p> -<p class="i01">Indictione quarta decima</p> -<p class="i01">Per man d'uno</p> -<p class="i01">Che non decima denari</p> -<p class="i01">Perchè gli sono sì selvaggi e contrari</p> -<p class="i01">Che non se ponno domesticare</p> -<p class="i01">Ne stare con lui</p> -<p class="i01">A dirlo contra vui</p> -<p class="i01">El se giama dalla Terra che fronteggia Cantu».</p> -</div></div> - -<p> -Queste sono le sole reliquie che siano da quei tempi trapassate -alla cognizione nostra; e ben a ragione il signor -abate Paolo Frisi, che ci vantiamo d'aver per concittadino, -e che mi onora colla sua amicizia, nell'Elogio del Cavalieri, -sul proposito della venuta a Milano del Petrarca e dello -stato delle lettere milanesi in que' tempi, così s'esprime: -«I tempi dell'antica anarchia, le guerre intestine ed estere -del principato, la fiera e bellicosa indole dei nostri principi, -avevano lasciato appena qualche adito tranquillo e -libero agli studi della pace... que' semi esotici non trovando -il terreno bastantemente preparato a riceverli, non -allignarono molto sotto del nuovo cielo. Non vi si videro -spuntare per molto tempo che informi compilazioni, popolari -leggende, storie non ragionate, prose snervate e languide, -poesie che di poetico non avevano altro che il metro -e la desinenza delle parole, ec.» -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -</p> - -<h2 id="cap13">CAPITOLO XIII. - -<span class="smaller"><i>Della signoria dei tre fratelli -Matteo, Barnabò e Galeazzo Visconti.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Nella successione de' Visconti non si vede seguita una -legge costante. Matteo I aveva quattro figli: dopo la di lui -morte restò unico signore Galeazzo I, a cui successe Azzone -di lui figlio. Pareva adunque il principato ereditarsi -dal primogenito. Ma dopo di Azzone, morto senza figli, la -signoria passò a' due fratelli Luchino e Giovanni, senza che -i figli di Stefano vi avessero parte; i quali pure avrebbero -dovuto possedere l'eredità paterna, se lo Stato fosse un -bene divisibile. In fatti, morto Giovanni, i tre soli discendenti -di Matteo riconosciuti legittimi, cioè Matteo, Barnabò -e Galeazzo, figli di Stefano, diventarono padroni e si divisero -lo Stato. Non vi erano in que' tempi idee chiare di -gius pubblico. Il principato era un podere, non una dignità -instituita per il bene dello Stato. Tutto il bene che -un sovrano faceva al suo popolo non era considerato allora -come il più sacro dovere adempiuto, ma bensì come -un'accidentale beneficenza d'un animo generoso. Terminata -che fu la vita di Giovanni, la divisione si fece di comune -accordo fra i tre fratelli. A Matteo toccarono le città che -s'inoltrano nell'Italia, a Barnabò la provincia che s'accosta -a Venezia, ed a Galeazzo toccarono le terre che ora sono -appartenenti al Piemonte. Milano e Genova rimasero indivise -sotto la comune dominazione. Matteo così ebbe in sua -separata porzione Bobbio, Lodi, Piacenza, Parma e Bologna. -Barnabò ebbe Cremona, Crema, Bergamo e Brescia. -Toccarono a Galeazzo Pavia, Alessandria, Tortona, Novara, -Vigevano, Asti, Vercelli; e Como, che rimaneva come isolata, -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -fa pure assegnata a Galeazzo. Con tal modo altro non -mancava se non la dissensione o diffidenza per distruggere -una signoria ragguardevolissima. Ma nelle cose umane comunemente -accade che nè si ottenga tutto il bene che ragionevolmente -si poteva sperare, nè si soffrano tutt'i mali -che con ragione si dovevano prevedere; e talvolta le più -scomposte ed assurde organizzazioni di sistemi, le quali -pareva che dovessero rovinare uno Stato, si sono ridotte -ad effetto, senza che per ciò siane accaduto il danno che -compariva inevitabile: poichè nell'esecuzione, gl'interessi -degli uomini che vi si adoperano, essendo quelli d'evitare -la rovina, rimediano e correggono l'imperfezione del sistema. -Così lo Stato si conservò, crebbe anzi, come vedremo, -e potè lusingarsi il successore de' tre fratelli d'essere -dichiarato re d'Italia; e forse lo sarebbe stato, se la morte -non troncava il filo della di lui ambizione. -</p> - -<p> -Lodovico il Bavaro, ossia Lodovico V, quel contrastato -imperatore, avea terminato i suoi giorni, ed era stato eletto -legittimamente imperatore Carlo IV, marchese di Moravia, -figlio di Giovanni re di Boemia, e di Elisabetta, che era -figlia di Enrico di Lucemburgo. Carlo IV era riconosciuto -e dai principi della Germania e dal papa e da tutta l'Europa, -come vero re de' Romani. La di lui elezione era accaduta -l'anno 1347, e in quel punto le dispute già da -trentanni incominciate fra il sacerdozio e l'Impero erano -terminate. Carlo IV se ne venne in Italia per ricevere le -due corone del regno italico e dell'impero romano. I principi -d'Italia, che temevano la potenza de' Visconti, non -mancarono di profittare dell'occasione, e d'animare quell'augusto -ad abbatterla, promettendogli ogni aiuto e vantaggio. -Ma sia che a Carlo premesse maggiormente l'acquisto -del denaro per sè medesimo, anzi che la difesa di -quella autorità che per caso era annessa alla persona di -lui; sia che l'esempio de' suoi antecessori l'avesse istrutto -a non adoperare la forza delle armi ausiliarie, per non -correre ei pure il pericolo di vedersi abbandonato da' suoi, -prima di avere ridotti i progetti a fine; sia che le forze -dei Visconti fossero tali da non lasciargli sperare un buon -<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span> -esito; sia finalmente che il genio mite e rivolto alle lettere -di quel re lo distogliesse da simile briga, certo è ch'egli -allora si mostrò anzi amico dei Visconti. I fratelli Visconti -mandarongli incontro i loro ambasciatori a Mantova, invitandolo -a passare a Milano e ricevervi la corona; e il re -accettò l'invito. Appena Carlo IV si trovò sulle terre dei -Visconti, non dovette aver più pensiero alcuno; poichè ogni -cosa eravi magnificamente preparata per alloggio, ristoro -e trasporto di quell'augusto e di tutta la corte che veniva -seco. I Visconti non risparmiarono nè spesa, nè attenzione. -A Lodi se gli presentò Galeazzo, e, resogli omaggio, lo accompagnò -con cinquecento militi alla vòlta di Milano. A -Chiaravalle gli andò incontro Barnabò con altri militi, e -fece dono al re di trenta superbi cavalli, coperti di velluto, -di scarlatto e di drappi di seta, tutti in ricco e magnifico -arnese. (1355) Entrò in Milano quel Cesare il giorno -4 di gennaio dell'anno 1355; e venne da tutto il popolo -festosamente accolto con rumore di nacchere, cornamuse, -tamburi e trombe, siccome allora era il costume. Venne -splendidamente alloggiato nel palazzo ora della regia ducal -corte, dove avevano presa dimora i suoi antecessori -Enrico VII, che noi diciamo VI, suo avo materno, e il combattuto -Lodovico V. Non vi è dimostrazione di rispetto e -di benevolenza che i Visconti abbiano dimenticata. Protestarono -di riconoscere la loro signoria dall'Impero: e l'imperatore, -al quale regalarono duecentomila fiorini d'oro, -dichiarò i tre fratelli vicari imperiali ne' loro Stati. Si fecero -giostre, feste e corti bandite per onorare l'augusto -ospite, fra le pompe che i Visconti immaginarono in -quella occasione, una singolarmente fu significante; e fu -quella di passare schierati sotto le finestre di corte, ove -alloggiava l'imperatore, seimila uomini a cavallo, signorilmente -equipaggiati, e diecimila fanti; e i Visconti dissero -a quel monarca che quelle forze e le altre molte che tenevano -nelle altre città del loro Stato, erano tutte pronte -per servigio suo. Per que' tempi erano queste forze di molta -considerazione. La cerimonia della incoronazione si celebrò -in Sant'Ambrogio dall'arcivescovo Roberto Visconti, il -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -giorno 6 di gennaio: e in quell'occasione il re Carlo creò -milite il figlio di Galeazzo, cioè Giovanni Galeazzo, bambino -di due anni. Questo bambino fu poi il primo duca, e -diventò un potentissimo principe, come vedremo. Alcuni -giorni dopo partì il re Carlo, e s'incamminò alla vôlta di -Roma. Pretende Matteo Villani che questo re non fosse -stato nelle mani dei Visconti senza inquietudine. Sarebbe -questa una prova della pusillanimità di quel principe, giacchè -non potevano sperare alcun vantaggio i Visconti nè da -un affronto, nè da un tradimento che gli facessero, allorchè -era abbandonato nelle loro mani. -</p> - -<p> -Prima che terminasse l'anno, il triumvirato fu tolto, e -colla improvvisa morte di Matteo II lo Stato si divise in -due sole parti fra Barnabò e Galeazzo II. Matteo II aveva -molto vigor fisico e poca forza di mente. Dopo ch'egli ebbe -in sua porzione Bologna, la perdette, per aver cercato di -scemare lo stipendio a quei che potevano soli conservargliela. -Matteo operava in modo da perdere la signoria, e -trascinar seco in rovina anco i fratelli; poichè, diventato -padrone, cercava di possedere per autorità e senza mistero -quello che tutt'al più si carpisce industriosamente fra le -tenebre. Egli giunse a minacciar la morte ad un cittadino -ammogliato con una bellissima donna, perchè contrastava -di cedergli i suoi diritti. Questi presentossi a Barnabò -chiedendo giustizia, e dichiarandosi con molto impeto di -esser pronto a morire, anzi che acconsentire a tanta infamia. -Barnabò lo accolse con freddezza ed indifferenza; poichè, -trattandosi del suo maggior fratello, a lui, disse, non -toccava il correggerlo: poi concertato l'affare con Galeazzo -II, vedendo che Matteo era incorreggibile nella scostumatezza, -che già serpeggiavano nel popolo delle sorde e -tronche voci, e che correvasi rischio, temporeggiando e -lasciando moltiplicare gl'insulti, di vedere lo Stato in rivoluzione, -per evitare il fatto de' Tarquini, divennero fratricidi -come Romolo; almeno così ci racconta Matteo Villani<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>. -Si dice altresì che a questo timore un altro vi si -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -accoppiasse per unire o indurre a tale estrema risoluzione -i due cadetti Barnabò e Galeazzo, e fu che, trovandosi i -tre fratelli insieme cavalcando, nell'osservare il fecondo e -ridente paese del quale erano signori, uno de' cadetti dicesse -che era pure la bella cosa l'esservi sovrani; e che -incautamente allora al primogenito fuggisse di bocca, che -bella cosa era l'esser solo; la quale risposta (non essendovi -stato prima d'allora altro esempio di signoria promiscua -veramente, meno poi di signoria divisa) doveva -dar molto da temere ai due principi minori. Qualunque ne -fosse la cagione, Matteo II morì il giorno 26 di settembre -dell'anno 1355; e Barnabò e Galeazzo si divisero la di lui -porzione. Anche Milano venne divisa: Barnabò ebbe la -parte d'oriente e mezzodì; l'aquilone e l'occidente della -città l'ebbe Galeazzo. V'ha chi pretende altresì che nessun -altro motivo vi fosse stato per escludere dalla successione -Luchino Novello, e farlo comparire illegittimo, fuori che -le minacce e le brighe di Barnabò e Galeazzo, colle quali -intimorissero la Fieschi, già colpevole della licenziosa peregrinazione -non solo, quant'anche del veneficio, e la inducessero -a dichiarare il figlio macchiato nella sua origine, -e a contentarsi d'uscire illesa dalle loro mani; onde l'essere -vivo il legittimo successore sempre più rendesse sospettosi -e Barnabò e Galeazzo II. Fors'anco la divisione -dello Stato mostra ch'essi piuttosto si divisero una preda. -Non sono divisibili le sovranità passate per legittima successione. -</p> - -<p> -Carlo IV, dopo di essere stato incoronato anche in Roma, -se ne ritornò al suo paese; ma non per questo cessarono -gli emuli principi d'Italia di eccitare per ogni modo -l'animo di quell'augusto a deprimere i Visconti. (1356) I -maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del marchese di -Monferrato indussero Marquardo, vescovo d'Ausburgo, il -quale stavasene in Pisa col carattere di vicario imperiale, -a citare i fratelli Visconti per il giorno 11 di ottobre 1356 -a comparire dinanzi al suo tribunale e discolparsi d'aver -conferite con arrogata facoltà le dignità ecclesiastiche, di -aver tessute all'imperatore delle insidie a Pisa, e di aver -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -fatte chiudere le porte delle città, impedendovi l'ingresso -al medesimo imperatore nel suo ritorno da Roma<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>. I due -fratelli Visconti non pensarono nemmeno a questo viaggio. -Il vescovo Marquardo radunò le forze degli emuli: e si pose -alla testa di un corpo d'armati rispettabile, incamminandosi -verso Milano. S'impadronì di varie città; poichè i Visconti -o non avevano preveduta una tale invasione, ovvero -avevano negligentate le difese. La stessa campagna di Milano -venne esposta alle prede ed ai guasti de' nemici. Si -postarono gl'imperiali ne' contorni di Casorate; e i due fratelli -finalmente, radunate le loro forze, ne confidarono il -comando al vecchio Lodrisio Visconti; a quel Lodrisio che, -diciasette anni prima, colle armi alla mano, venne preso a -Parabiago, allorchè cercava di togliere la sovranità ad Azzone. -Il valore di Lodrisio e la sua perizia produssero la -vittoria del giorno 14 di novembre l'anno 1356. I nemici -vennero disfatti a Casorate; il vescovo Marquardo d'Ausburgo, -loro comandante, rimase prigioniero, fu condotto -decorosamente a Milano, e dai Visconti fu poi licenziato, -onde ritornossene nella Germania. Lodrisio Visconti ricompensò -per tal modo la vita che gli lasciò Azzone, e la libertà -che gli diede Giovanni, principi illuminati, i quali -conobbero che un generoso perdono ci affeziona più di -qualunque altro beneficio un'anima nobilmente energica. I -Visconti, signori quasi tutti assai valorosi, affrontarono intrepidamente -i pericoli prima che reggessero lo Stato; seduti -poi che erano sul trono, ben rare volte si esponevano; -ma affidavano anzi ai loro figli o cugini ed altri estranei -il comando. La sconfitta di Casorate però non tolse la speranza -ai collegati, dai quali non si risparmiavano maneggi. -Il papa non vedeva punto con indifferenza il gran potere -de' Visconti, e soprattutto da che Bologna era un oggetto -delle loro pretensioni; il che ottenendo essi, era aperta -loro la strada a nuovi acquisti sulla Romagna. Ai Genovesi -non era men gravosa questa estera dominazione sulla loro -città, in prima libera, e già illustre per imprese marittime -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -e per ricchezza. Il papa, i Genovesi, gli Estensi, il marchese -di Monferrato e i Gonzaghi facevano causa comune. Già -Bologna, siccome accennai, si era staccata. Genova fece lo -stesso; e il giorno 17 di novembre 1356 si dichiarò libera, -e creossi un doge, che fu Simone Boccanegra. (1358) Dopo -ciò, seguirono varii piccoli fatti d'armi sul Milanese; ma le -cose de' fratelli Visconti non prendevano buona piega; onde -furono costretti, cedendo Asti e Pavia al marchese di Monferrato, -di cercare la pace, la quale fu stabilita il giorno 8 di -giugno dell'anno 1358. -</p> - -<p> -Non era piccol discapito per Barnabò e Galeazzo l'avere, -ne' primi quattro anni del loro regno, perduto Bologna, -Genova, Asti e Pavia. Questa ultima città singolarmente -doveva premere a' due fratelli; poichè a venti miglia di -Milano non potevano vedere, senza inquietudine, domiciliata -una guarnigione di nemici. Ma nemmeno conveniva mancare -apertamente alla fede d'una pace appena giurata, senza -una superiorità di forze che ne imponesse alla opinione -dei popoli. Le fazioni interne di Pavia fecero quasi spontaneamente -nascere l'occasione, e Galeazzo Visconti la seppe -cogliere. Il fatto ce lo riferisce l'Azario. Il marchese di Monferrato, -nuovo signore di Pavia, non aveva forza d'armi -bastante per esercitarvi una piena sovranità. La famiglia -de' signori Beccaria era assai potente, e disponeva delle cose -della città più che non ne potesse fare il marchese, nuovo -sovrano. Egli cercò pure come abbassare i Beccaria, e toglier -loro quel favore popolare che li faceva prevalere, e -gli venne in pensiere che nessun altro avrebbe meglio potuto -ottenergli quest'intento, fuori che frate Giacomo del -Bussolari, agostiniano, predicatore rinomatissimo in Pavia, -dietro del quale, come a santo uomo, correva ciecamente -il popol tutto. Quai mezzi adoperasse il marchese per guadagnarsi -questo frate Giacomo de' Bussolari non lo sappiamo: -sappiamo bensì ch'egli lo guadagnò, e sì fattamente, -che il frate fece passare il popolo pavese, dell'amore passionato -che aveva, alla detestazione ed all'odio contro dei -Beccaria, per modo che furono costretti a partire esuli dalla -patria. Cominciò il frate, nelle sue prediche, a indicarli al -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -popolo, senza però palesemente nominarli:<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a> <i>O frumentarii, -o viri sanguinum populi, non expectatis diem -judicii?</i> Andava costui esclamando, e persuadeva che la -carezza del pane fosse cagionata dalla insaziabile avarizia -de' fratelli Beccaria:<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a> <i>Ipse praedicando fertur propalasse -occulta illorum de Beccaria, quae sibi narrata -fuerant nomine poenitentiae, et praecipue de domino -Castellino talia dixit, quod universum populum pellexit -et animavit ad destructionem universorum de Beccaria, -et eorum prolis, et progeniei, et amicorum suorum, -et ad ruinam, et populationem eorumdem. Et -tunc, sine ulla defensione praecedente, universas illorum -ac sequacium domos, aedes et palatia dirui fecit, -et asportari lapides, et vendi, praedicans quod quisque -Papiensis ipsos lapides teneret sub pulvinari, et capite -lecti, ad perpetuam memoriam male gestorum per ipsos -de Beccaria</i><a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>. Gli esuli Beccaria si rifugiarono a Milano -presso Galeazzo, implorando soccorso. È assai probabile -che da Galeazzo medesimo fossero stati animati i Beccaria, -per attraversare le voglie del loro nuovo sovrano marchese -di Monferrato. Galeazzo II spedì Luchino dal Verme, valoroso -comandante, alla testa d'un conveniente numero di -armati, con apparenza di proteggere gli oppressi e di porre -l'ordine in una città vicina tumultuante, sotto un sovrano -che non aveva forze bastanti per darle la pace. Fu così -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -bloccata quella città, in cui frate Giacomo comandava dispoticamente, -creando e cassando a suo arbitrio i magistrati. -A tal proposito io riferirò le stesse parole d'Azario:<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a> -<i>Nam a carrocio, quo saepius vehebatur (et beatus -ille qui poterat tangere id carrocium, pro vehendo palliis -cohopertum!) caepit praedicare, et increpare quod -homines, et mulieres debebant a laqueis mundanis declinare, -nempe a vestibus luxuriosis et sumtuosis, ab -argenteis, et gemmis praetiosis, et ornamentis...... et in -exequutorem eligi fecit officialem, quem vidi incidendo -maniconos guarnazonorum phrigio opere contextos, vel -auro, et argento ornatos, et incidendo balthea si quid -praetiosi inveniebat circa ea</i>. Nè tale pure era il limite -del potere di questo frate Giacomo de' Bussolari. Egli giunse -al segno che<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a> <i>fecit publicam justitiam per capitis obtruncationem.... -Venditis ergo praedictis auro, et argento, -gemmis, adamantibus, et lapillis praetiosis usque -in Venetiis</i>, radunò una somma destinata a provvedere i -viveri alla città. Ma non era facile l'introdurveli, e Luchino -dal Verme vegliava intorno da ogni parte. Si cominciò a -provare in Pavia la fame, e il frate scorreva per la città -nel suo calessetto, gridando al popolo:<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a> <i>ne dubitaret de -victualibus, quum sciret ipse, ita enim affirmabat, per -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -orationes.... se impetraturum ut manna similis datas -Moysi in deserto defluxura esset ad sufficientiam</i>. I Pavesi -alla fine, ridotti alla estremità, si diedero a Galeazzo -II, al quale avevano già ubbidito; e frate Giacomo de' Bussolari -ebbe la cura di capitolare, e provvide a tutto per la -città, e nessuna condizione ricercò per sè medesimo:<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a> -<i>curaverat de aliis, non autem de se ipso, prout semper -allegabat praedicando</i><a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>. Il generale del suo Ordine pregò -poscia Galeazzo II, dal quale ottenne il frate, che terminò -i suoi giorni in carcere. Così Pavia ritornò in potere dei -Visconti. -</p> - -<p> -Non così facile riuscì ai Visconti il riavere Bologna; chè -anzi, malgrado l'ostinazione e gli sforzi di Barnabò, questi -non potè, sin che visse, averla in suo dominio. Una signoria -divisa non è nel momento opportuno d'ingrandirsi. Fra -Barnabò e Galeazzo II non trovavasi molta armonia; i vizi -loro, la maniera di governare atrocemente, non disponevano -i popoli a bramare il loro impero. I principi italiani, -tanto più attivi e costanti, quanto più speravano di riuscire -contro di uno Stato diviso, non risparmiarono arte e forza in -ogni occasione; per modo che non v'è da maravigliarsi -come sotto i due fratelli non s'ampliasse lo Stato, ma bensì -come ei non cadesse in un totale discioglimento. (1360) -Bologna era passata nelle mani del papa, e Barnabò vi -spinse le sue armi l'anno 1360, ma senza frutto; poichè -Innocenzo VI fece venire nell'Italia Lodovico re d'Ungheria, -con buon numero di armati, in soccorso di Bologna, e -Barnabò dovette ritirarsi. Quel sommo pontefice scomunicò -Barnabò Visconti; e Urbano V, che fugli successore, confermò -la scomunica con sua bolla<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>. I delitti che s'imputavano -in quella bolla a Barnabò Visconti sono: ch'egli -proteggesse gli eretici; ch'egli un giorno, avendo fatto chiamare -avanti di sè l'arcivescovo, torvamente gli avesse comandato -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -di porsi in ginocchio, il che fattosi dal timido prelato, -Barnabò gli dicesse:<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a> <i>Nescis, poltrone, quod ego -sum papa et imperator ac dominus in omnibus terris -meis</i>; ch'egli sugli ecclesiastici esercitasse giurisdizione, -obbligandoli a pagare i carichi, facendoli imprigionare, e -condannandoli al supplizio, come gli altri cittadini, e che -si arrogasse la collazione de' beneficii e l'amministrazione -de' beni ecclesiastici. Questa era la settima volta in cui il -papa prendeva a scomunicare ed interdire i signori o la -città di Milano. Già vedemmo al capitolo quinto gli anatemi -pronunziati, nel secolo undecimo, da Alessandro II, all'occasione -di sottomettere la chiesa milanese alla giurisdizione -di Roma. Vedemmo pure, al capitolo nono, l'interdetto -pubblicato sopra Milano da Innocenzo III, l'anno 1216, per -fargli abbandonare il partito di Ottone IV; e l'altro interdetto -di Urbano IV, di cui ho fatta memoria al capitolo decimo, -per abbassare i signori della Torre, nel 1262; poi -le scomuniche pronunziate contro Matteo I Visconti, nell'anno -1321, allorchè la potenza di lui cominciava a dar -gelosia a Giovanni XXII, di che trattossi al capitolo undecimo. -Vedemmo pure come lo stesso sommo pontefice, non -contento della scomunica e dell'interdetto sulla città, facesse -pubblicare contro Galeazzo I una Crociata, e invadere -il di lui Stato. Vedemmo nel capitolo precedente come il -papa Clemente VI ponesse all'interdetto la città, e scomunicasse -Giovanni Visconti, arcivescovo, e i tre suoi nipoti -Matteo, Barnabò e Galeazzo II, perchè aveva l'arcivescovo -comprato dal Pepoli il dominio di Bologna. Ora la scomunica -cadde sopra Barnabò, il quale era stato già due altre -volte anatematizzato di riverbero, come discendente da -Matteo e nipote di Giovanni. Il papa, per mezzo d'un cardinal -legato, faceva delle proposizioni di accomodamento a -Barnabò. Bologna era stata comperata da Giovanni arcivescovo -per ducentomila fiorini d'oro. Questo era il solo titolo -che poteva Barnabò legittimamente allegare per sostenerne -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -il dominio; e il legato gli offeriva di sborsargli la -metà di quella somma, cioè centomila fiorini d'oro, purchè -egli abbandonasse le sue pretensioni sopra Bologna. Ma -Barnabò non faceva altra risposta se non questa: <i>Voglio -Bologna</i>. Nuove offerte faceva il legato, e Barnabò rispondeva -sempre: <i>Voglio Bologna</i>. Per deludere tutte le arti -d'un uomo colto, ingegnoso ed accorto, basta ch'egli abbia -a trattare con un uomo ostinato, ignorante e feroce. Tali -erano i dialoghi tra Barnabò ed il legato. Gli Annali Milanesi -e' insegnano che<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a> <i>ipse dominus diebus suis scientificos -laicos, clericos, et praelatos, ac quoslibet virtuosos viros -odio habuit; et idiotas, crudeles, abjectos viros, infames -et homicidas semper sublimavit</i><a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>. Un principe di -tal carattere poteva far tremare gli uomini di merito che -avevano la sventura di trovarsi con lui, ma non poteva -riuscire felicemente ne' suoi progetti. Le sue armi ritornarono -verso del Bolognese l'anno 1361, e più d'una -volta vennero malamente battute, senza ch'ei punto acquistasse. -</p> - -<p> -Due fatti accaduti in quel tempo dimostrano qual principe -fosse Barnabò, e qual rispetto egli avesse pel gius -delle genti. Innocenzo VI gli spedì come nunzii due abati -benedettini. Essi erano incaricati di trattar seco lui, per -terminare la controversia di Bologna, ed avevano le bolle -pontificie da presentargli. Ciò accadde nell'anno 1361. Barnabò -stavasene nel castello di Marignano, rintanato colà per -allontanarsi dalla ferocissima pestilenza che devastava Milano, -abbandonata dai due fratelli al caso, e senza adoperare -alcuna di quelle precauzioni colle quali Luchino loro -zio, nell'anno 1348, cioè tredici anni prima, aveva saputo -preservarla, abbenchè allora quella sciagura avesse desolata -gran parte dell'Italia. Ivi attese i due nunzi, e concertò -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -la cosa per modo che il primo incontro con essi loro seguisse -al ponte sotto cui scorre il fiume Lambro. Barnabò, -scortato da una buona caterva d'armati su di quel ponte, -ricevè i due nunzi, i quali se gl'inchinarono, e presentarongli -le bolle consegnate loro dal papa. Barnabò seriamente -si pose a leggerle, indi biecamente mirando i due ministri: -«Scegliete, disse, una delle due, o mangiare o bere». I -due nunzi, posti in mezzo agli armati, senza scampo, mirando -il fiume che scorreva al disotto, costretti dopo replicate -e impazienti istanze alla scelta, mostrarono che non -piaceva loro di bere: «Ebbene, mangiate dunque», disse il -feroce Barnabò; e furono costretti i due venerabili prelati -a mangiare la pergamena tutta quanta, il cordoncino -di seta e la bolla di piombo<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>. Con tale insulto atroce -ardi Barnabò di violare non solamente la riverenza che si -deve al sommo sacerdote, ma i doveri che reciprocamente -uniscono i principi e le nazioni fra di loro; e persino le -sacre leggi d'ospitalità, che impongono, anche agli stessi -popoli agresti e selvaggi, di non abusare della condizione -d'uno straniero ricoverato in casa nostra. (1363) Uno di -questi due abati era Guglielmo da Grimoaldo di San Vittore -di Marsiglia, il quale, pochi mesi dopo di quest'obbrobrio, -venne creato sommo pontefice, e chiamossi Urbano -V. È facile l'immaginarsi quai sentimenti dovesse poi -avere Urbano V verso di Barnabò, da cui era stato insultato -con tanta soperchieria. Egli, in fatti, con un breve dato di -Avignone il giorno 3 di marzo dell'anno 1363, scomunicò -solennemente Barnabò; lo dichiarò eretico, decaduto dall'ordine -di cavaliere, spogliato d'ogni onore, diritto e privilegio; -e comandò che alcuno non osasse più di trattare -con lui<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>. Nel breve della scomunica vi eran queste parole:<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a> -<i>Propterea destruet te Deus in finem, evellet te -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -et emigrabit te de tabernaculo tuo, et radicem tuam de -terra viventium</i><a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a>. Inoltre, agli 11 di luglio dello stesso -anno 1363, dal cardinale Egidio Alburnoz fece pubblicare -la Crociata contro Barnabò, come già era stata pubblicata -contro suo zio Galeazzo quarant'anni prima; e tale e tanto -era in ciò l'impegno del papa, che (quantunque egli venisse -istantemente sollecitato e da Pietro re di Cipro, e dal -re di Francia medesimo, ad intimare una Crociata contro -de' Saraceni, che sempre più si rendevano formidabili ai -Cristiani del Levante), egli ricusò di farlo per allora; anzi -si protestò ch'ei non avrebbe mai dato mano a Crociata -alcuna, sin tanto che non avesse ottenuto esito felice quella -giù intimata contro di Barnabò. (1364) Allora però questa -Crociata non ebbe effetto; poichè la combinazione degli -interessi dei principi gl'indusse ad accordar la pace l'anno -1364, in cui Barnabò cedette Bologna al papa, che s'obbligò -a pagargliela cinquecentomila fiorini d'oro<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a>. La perdita -di Bologna e del Modanese fatta da' Visconti non fu -una riparazione bastante al pontefice; poichè con nuova -bolla dell'anno 1368, in data 30 maggio, lo stesso papa -pubblicò una seconda Crociata contro di Barnabò<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>, e fece -che lo attaccassero con formidabile esercito l'imperatore, -la regina di Napoli, il marchese di Monferrato, gli Estensi, -i Gonzaghi, i Malatesti, i Carraresi, i Perugini e i Sanesi -collegati insieme coi pontificii. Questo esercito collegato -avrebbe svelta dalle radici la sovranità de' Visconti, se non -avesse portato seco quel principio di lentore e debolezza, -che sono inseparabili dalle armate combinate, ciascuna porzione -delle quali, perchè dipendente da un distinto sovrano, -si crede la prima di ogni altra, o almeno l'eguale, e si disperde -nelle rivalità, che più la tengono occupata di quello -non faccia la causa comune. Così potè Barnabò difendersi, -e senza nuove perdite ottenere la pace, segnata il giorno -11 febbraio 1369. Nè la morte di Urbano V, che aveva -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -sofferto l'insulto personale, diede costante fine all'odio -pontificio: parve anzi che nel successore Gregorio XI venisse -trasfuso come un'eredità; poichè Gregorio, l'anno -1372, combinò una nuova lega fra i principi d'Italia, e vedendo -che le armi non andavano prosperamente, scomunicò -di bel nuovo Barnabò, e liberò i sudditi dal giuramento -di fedeltà<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>; poi animò l'imperatore Carlo IV; il -quale, con suo diploma dato in Praga il giorno 3 di agosto -dello stesso anno 1372, privò i due fratelli Visconti Barnabò -e Galeazzo del vicariato imperiale e d'ogni dignità, -e Barnabò venne persino degradato dell'ordine equestre<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>. -Alle forze degli alleati, per opera del cardinale di Bourge, -legato pontificio, si unirono quelle del duca di Savoia; -e sebbene nemmeno questa volta l'armata combinata -giugnesse a fare conquista sulle terre di Barnabò, ella però -potè devastarle, e porre a saccheggio e in rovina una parte -del suo Stato. Così la rozza e feroce violazione del gius -delle genti produsse a Barnabò delle inquietudini mortali -durante il suo regno; e questo è il primo de' due fatti. -L'altro fatto si vede originato dall'animo istesso di quel -sovrano truce ed ignorante. Sino dall'anno 1362 s'era formata -l'alleanza fra il papa, i Carraresi signori di Padova, -gli Scaligeri signori di Verona, gli Estensi signori di Ferrara, -e un Gonzaga signore di Reggio. Questi principi collegati, -prima di commettere ostilità, spedirono i loro ministri -a Barnabò, facendogli dire che essi avevano fatto lega -col papa, ma unicamente in difesa dello Stato della Chiesa, -non mai per invadere gli Stati altrui: onde, qualora il signor -Barnabò avesse restituito i luoghi da lui occupati nel -Bolognese e nella Romagna, essi non avrebbero mosse le -armi contro di lui. Tale era la commissione di que' legati. -A questo colto e nobile ufficio Barnabò corrispose nella -più villana maniera. Ordinò che i legati venissero a corte; -ivi non si degnò di lasciarsi vedere, ma volle che esponessero -la loro ambasciata avanti di un notaro; e poichè ebbero -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -ciò eseguito, egli spedì una squadra d'armati e fece -attorniare i legati de' principi; indi furono essi dalla forza -obbligati a indossarsi alcune vesti bianche preparate apposta -per esporli alla derisione della plebe. Vennero poscia -costretti, in tal ridicolo arnese, di porsi a cavallo; e per -due buone ore volle che in tal meschina e pazza forma -rimanessero avanti la porta del palazzo di corte: indi li -fece girare per la città, esposti al vilipendio ed alle fischiate -della ciurmalia; e con tale infamia vennero scortati poi -sino ai confini. Non è dunque da stupirsi che i principi -italiani sempre gli fossero poi contrarii, e pronti a secondare -contro di lui tutte le proposizioni del papa. Barnabò -pensava come l'imperator Federico I, e sarebbe stato nato -a proposito, se fosse stato suo contemporaneo e suo nemico. -In mezzo alle guerre fra le quali visse, una volta sola Barnabò -comparve in campo, e fu l'anno 1363, nel quale si -portò sul Modanese alla testa de' suoi. Egli era intrepido, e -fu ferito; ma questo non basta per essere un buon capitano: -venne sempre battuto. Barnabò era violento, coraggioso -e feroce; ma di poco ingegno. Per richiamare intorno -di sè i militi sparsi nello Stato, e riparare le perdite che -faceva, ei mandò loro ordine che immediatamente si portassero -da lui nel Modanese sotto pena della vita. Da questo -modo barbaro di comandare minacciando la morte, si deve -concludere, o che Barnabò non aveva avuto il talento di -scegliere i suoi militi e di formarli, poichè conveniva minacciar -loro la morte per indurgli ad accostarsi al nemico, -ovvero che Barnabò non aveva il talento di comandare la -gente d'onore e sensibile alla gloria, la quale si aliena -anzi trattata colle minacce e con viltà. Sempre in quella -spedizione Barnabò fu battuto. -</p> - -<p> -Se riguardiamo adunque Barnabò Visconti come principe -e signore potente, dobbiamo confessare che egli non meritò -stima alcuna, poichè la porzione sulla quale ei regnò venne -diminuita colla perdita di Bologna, delle terre del Bolognese, -della Romagna e del Modanese, ch'egli aveva ereditate dall'arcivescovo -Giovanni. Egli con puerili e feroci insulti animò -i suoi nemici, e non ebbe forze abbastanza per difenderlo. -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -Osserviamolo come legislatore del suo popolo e conservatore -della felicità pubblica. Egli lasciò che la pestilenza -desolasse Milano nel 1361, quella pestilenza alla -quale ho attribuita la partenza del Petrarca, se pure anche -l'indole del governo non isforzò del pari quell'uomo illuminato -a tal partito. Quella sciagura distrusse più di settantamila -abitatori di Milano, e fece nelle terre ancora -strage molto maggiore. Dopo sì gran flagello, mentre Barnabò -stava alla guerra nel Modanese, alcune compagnie -d'uomini facinorosi devastavano la città, tormentata dalle -violenze, e dalle rapine e da ogni genere di dissolutezza. -Ritornato Barnabò per rimediare a simil disordine, pubblicò -un editto in cui proibì che alcuno in Milano non potesse -andar di notte per le strade, sotto pena del taglio d'un -piede. Tanto ci attesta l'Azario, che allora viveva<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>. Un -ammalato di notte non poteva più avere soccorso in virtù -di tal legge feroce. Barnabò lasciò soffrire ai suoi popoli -la carestia negli anni 1364 e 1365, senza trovare modo -di soccorrere i suoi sudditi. Questa carestia nacque da un -fenomeno fisico che riferirò poi.<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a> <i>Attendentes temporum -sterilitates, et guerrarum discrimina</i>, dicesi in un -decreto di Barnabò dell'anno 1369, nel quale introdusse -il costume di <i>mettere alle gride</i> i fondi per assicurare al -compratore la proprietà<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>. L'anno 1372, con altro editto -comandò Barnabò che nessuno ecclesiastico potesse allontanarsi -dal luogo di suo domicilio, senza suo permesso. -L'ordine poteva essere necessario, attese le scomuniche e -l'assoluzione del giuramento di fedeltà dette di sopra; ma -la pena d'essere subito gittati nel fuoco gli ecclesiastici -contravventori, è orrenda. Il Corio ci assicura che Barnabò, -dopo la pestilenza e la carestia e le perdite dello Stato, -«se volse contra de li miseri sudditi che per quatro anni -adietro havevano pigliato porci salvatici, et altre selvaticine, -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -onde a molti di loro faceva doppuo grande tormento -cavare gli occhi et inde suspendere per la gola, de li quali -si riferisce essere ascesi al numero de cento. Assai magiore -summa, de le crudele e tyranice mano fugendo, li -faceva proscrivere, d'inde gli pigliava ogni suo facultate, et -a molti altri habitanti ne le ville, non havendo il modo di -satisfare al fisco per le condemnatione, le case sue faceva -brusare... due frati Minori, andandogli per reprendere -de si inaudita extorsione, sensa alcuno riguardo gli fece -brusare, incolpandoli de nuova heresia<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>». Amava Barnabò -la caccia singolarmente dei cinghiali, e manteneva un -grande numero di cani; come ciò facesse ce lo dice il Corio -all'anno medesimo: «teneva cinque milia cani, e la -magiore parte de quelli distribuiva ala custodia de li cittadini -et anche a contadini, li quali niuno altro cane che -quegli puotevano tenere. Questi due volte il mese erano -tenuti a fare la mostra, onde trovandoli macri, in grande -summa de pecunia erano condennati, e se grassi erano, -incolpandoli dil troppo, similmente erano mulctati, se morivano -gli pigliava il tutto, e li officiali o caneteri più che -pretori de le terre erano temuti». Pietro Azario, che vivea -in quei tempi, ci lasciò scritto che certo Antoniolo da Orta, -ufficiale in Bergamo, venne accusato presso di Barnabò di -avere esatte delle propine arbitrarie nello spedire certe -licenze. L'accusatore era un solo, e Barnabò<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a> <i>sine alia -determinatione et defentione praecedente, jussit unum -suum domicellum cum litteris suis de praesenti ire, -dirigendis Potestati Pergami, ut, visis praesentibus, -dictum Antoniolum per gulam laqueo faceret suspendi -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -sub poena suspensionis ipsius potestatis. Qui Potestas, -licet invite, dictum Antoniolum in palatio Pergami, -nullo alio expectato nisi quod cum sacerdote confiteretur, -suspendi fecit</i><a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a>. Se prestiamo fede agli Annali milanesi, -Barnabò con un editto proibì che alcuno più non -ardisse di chiamarsi Guelfo o Gibellino, sotto pena del taglio -della lingua, e furono tagliate le lingue ad alcuni -contravventori<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>. Fece bruciar vivi tre uomini ragguardevoli, -imputati di tradimento<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a>. Fece bruciare due monache -del Bocchetto. Due altre monache di Orona miseramente -ebbero sorte uguale. Fece crudelmente torturare -Tommaso Brivio, vicario generale dell'arcivescovo, perchè -aveva ricusato di degradare quelle infelici. Fece bruciare -il prete Stefano da Ozena d'Incino, dopo di avergli fatto -soffrire atroci tormenti. Fece impiccare l'abate di San Barnaba -perchè aveva prese delle lepri<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>. Fece cavare un -occhio ad un uomo, perchè trovato a passeggiare in una -strada privata di Barnabò. Un povero contadino fu incontrato -da Barnabò, e lo fece ammazzare dal suo canattiere, -perchè egli aveva un cane. Un giovinetto raccontò d'avere -sognato che uccideva un cinghiale, e per questo Barnabò -gli fece cavare un occhio e tagliare una mano. Per un decreto -di Barnabò nessun giusdicente poteva cominciare a ricever -il soldo assegnatogli se prima non aveva fatto tagliar la testa -a un uccisore di pernici. Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago, -suoi cancellieri, furono chiusi in una gabbia di ferro -con un feroce cinghiale. Il podestà di Milano Domenico -Alessandrino, a forza di bastonate, fu obbligato a strappare -la lingua ad un uomo colle sue proprie mani... Chiudasi -l'atroce scena: chi ne bramasse più minute circostanze -vegga il nostro diligente conte Giulini<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a>. Io suppongo che -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -vi sia della esagerazione in questi fatti. Mi sento uomo; -ed ho piacere di lusingarmi che un uomo simile a me non -possa mai discendere in tale abisso di crudeltà. Credo esagerati -i racconti di Nerone, di Caligola e di simili principi. -Ma togliendo anche la esagerazione, sempre ne rimane abbastanza -per detestarli. I popoli disgraziati che erano sudditi -di un tal uomo, gemevano altresì sotto il peso di gravosissimi -tributi. Il Corio ci dice che Barnabò ogni anno -riceveva centomila fiorini d'oro pe' carichi ordinari, e sessantamila -fiorini d'oro pei straordinari; in tutto incassava -centosessantamila annui fiorini d'oro dal suo Stato. Egli -possedeva Cremona, Bergamo, Brescia, Crema, Lodi, Parma -e la metà di Milano, e questo carico contribuito da' suoi -popoli allora riusciva insopportabile. Oggidì il solo Cremonese -paga altrettanto senza che il popolo sia oppresso; il -che sempre dimostra quanto ho detto al capitolo ottavo e -ripetuto poi, cioè che il valore dell'oro, reso in questi -tempi più abbondante, si è notabilmente diminuito. -</p> - -<p> -Il fenomeno fisico di cui ho fatto cenno, quello cioè per -cui l'anno 1364 venne una funesta carestia nello Stato, è -per fortuna nostra così insolito nel Milanese, che le persone -poco istrutte lo potrebbero collocare fra le favolose -invenzioni immaginate per allettare colla meraviglia. Ma -ve ne sono prove tali, che non ci lasciano luogo a dubitarne. -Tre scrittori che allora vivevano, i quali, oscuramente -celati, notavano gli avvenimenti de' loro tempi senza che -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -uno potesse avere cognizione dell'altro, ce lo hanno tramandato -concordemente; e sono Pietro Azario, l'autore -degli Annali milanesi, ed il cronista di Piacenza. Nell'anno -1364 comparvero nel mese di agosto de' nembi di locuste. -Queste occupavano l'aria, come dense e vaste nubi, -ed offuscavano il sole. Esse volavano con molta forza, e -tutte si dirigevano dalla stessa parte nel volo. Scendevano -poi su i campi, e, a vederle discendere, pareva che cadessero -fiocchi di neve. L'Azario dice che questi animaletti -erano verdi, e col capo e collo grossi. Nel terreno sul quale -avevano posato, erbe, foglie, frutta, tutto rimaneva distrutto; -e così questi eserciti funesti di locuste, passando da -un campo all'altro, isterilirono le terre; e durò il flagello -da agosto sino al mese di ottobre<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>. Un simile flagello si -dice che l'avesse provato la Lombardia quattrocentonovantun'anni -prima, cioè l'anno 873, e ce ne tramandò memoria -Andrea Prete. Ma se a quell'autor solo si poteva contrastare -un avvenimento maraviglioso, converrebbe rinunziare -alla storia se dubitassimo della verità rapporto all'anno -1364. Questo fenomeno, stranissimo per noi, è conosciuto -in altre regioni verso il Levante. Carlo XII, re di -Svezia, nella Bessarabia ebbe moltissimo a soffrire per i -nembi di locuste; e l'autore della storia <i>Histoire militaire -de Charle XII de Suède</i><a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a>, ci narra un caso simile, ed -eccone le parole: «Une horribile quantitè de sauterelles -s'elevoit ordinairement tous les jours avant midi du còté de -la mer, premiérement à petits flots, ensuite comme des nuages, -à qui obscurcissoient l'air, et le rendeient si sombre, et -si épais, que dans cette vaste plaine le soleil paroissoit s'être -éclipsé. Cest insectes ne voloient point proche de terre, mais -à peu près à la même hauteur que l'on voit voler les hirondelles, -jusqu'à ce qu'ils eussent trouvé un champ sur lequel -ils pussent se jetter. Nous en rencontrions souvent sur le -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -chemin, d'où ils se jettoient sur la même plaine où nous -étions et sans craindre d'être foulés aux pieds des chevaux, -ils s'elevoient de terre, et couvroient le corps et le visage -à ne pas voir devant nous, jusqu'à ce que nous eussions -passé l'endroit où ils s'arrêtoient. Partout où ces sauterelles -se reposoient, elles y faisoient un dégât affreux, en -broutant l'herbe jusqu'à la racine; ensorte qu'au lieu de -cette belle verdure dont la champagne étoit auparavant -tapissée, on n'y voyoit qu'une terre aride et sablonneuse». -Questi insetti, col favore d'un vento gagliardo, attraversano -persino il mare a volo; e in conseguenza della sterilità -avvenuta nell'Asia, o di una prodigiosa moltiplicazione accaduta -in quell'anno nella specie di quegl'insetti, o d'un -vento straordinariamente violento, che gli abbia trasportati -oltre i consueti loro confini, o alfine di qualche altra cagione -che non posso conoscere, giunsero essi persino a -noi l'anno 1364. Se questa devastazione fosse periodica, sarebbe -da temersi da' nostri figli, che vivranno l'anno 1855. -Ma tali avvenimenti o non hanno periodo, ovvero l'hanno -così vasto, che oltrepassa la memoria. -</p> - -<p> -Ritorniamo agli orrori di quel governo, e miriamo l'altra -porzione dello Stato soggetta a Galeazzo II. Dopo che egli -ebbe nuovamente in suo potere Pavia, ivi collocò la sua -sede, lasciando che Barnabò alloggiasse in Milano. Galeazzo -non ebbe tante brighe a sostenere colle armi, quante ne -ebbe Barnabò; onde, abbandonando da principio ai ministri -ogni cura dello Stato, egli null'altro ebbe in pensiero, -che di apparentarsi con illustri matrimoni, celebrare regie -pompe, e cercare la fama di protettore delle lettere. Le -scuole di Pavia vennero da lui fomentate e promosse, e -nell'anno 1362 sembra che venisse aperta quell'Università, -la quale aveva maestri di leggi canoniche e civili, di medicina, -fisica e logica. Radunò una biblioteca pregevole per -quei tempi, anteriori quasi d'un secolo alla invenzione benefica -della stampa. Per illustrare la sua famiglia, al figlio -suo Gian Galeazzo (che non aveva più di sette anni) diede -per moglie Isabella di Francia, figlia del re Giovanni, bambina -essa pure di pochi anni; e la pompa di quest'illustri -<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span> -sponsali costò ben cinquecentomila fiorini d'oro, cavati con -ogni sorta di mezzi dai sudditi, senza eccezione alcuna; il -che non bastò a togliere la sofferenza in ciascuno d'un -aggravio enorme. Maritò sua figlia Violanta con Lionetto, -figlio del re d'Inghilterra Edoardo III. Galeazzo aveva -Bianca di Savoia per moglie; e così la casa Visconti, in -meno di sessant'anni di tempo, dalla condizione nobile sì -ma privata, passò a grandeggiare a segno d'avere le più -strette parentele col re di Francia, col re d'Inghilterra e -col duca di Savoia. Oltre a questi oggetti sproporzionati di -spese, ei si volse a fabbricare senza riguardo. In Pavia si -pose ad erigere un parco di più miglia, cinto di muro; ivi -aveva le cacce, i giardini, le peschiere, che ricevevano l'acqua -per un cavo ch'ei fece dal naviglio di Milano sino colà. Queste -spese, e quest'abbandono degli affari pubblici, in tempi -di pestilenza e di carestia, mentre una parte dello Stato soffriva -le invasioni de' nemici, produssero danni così grandi -che, malgrado l'opulenza e l'adulazione che a più giri attorniavano -quel principe, ei si dovette alla fine riscuotere. -Aprì gli occhi; e vide tutte le cariche venali occupate da -vilissimi ministri; i popoli rovinati; le sue milizie mancanti -di paghe; il suo erario vuoto; e i suoi pochi sudditi -esausti e languenti. In quel momento fece quello che sogliono -le anime da poco; dalla inerzia passò alla frenesia. -Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Milano. -Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Pavia. Il -castellano di Voghera, per essere stato assente quando -quegli afflitti abitanti scossero il giogo della oppressione, -fu strascinato a coda d'asino, poi fu impiccato con un suo -figlio. Sessanta stipendiati, perchè furono un poco lenti -nell'eseguire una commissione, furono con una sola parola -condannati tutti alle forche. Indotto a far loro grazia, se ne -rammaricò poi, e fece porre in carcere Ambrosolo Crivello, -suo cancelliere, e lo privò d'un anno di salario, perchè era -stato sollecito nella spedizione della grazia. Questi fatti ci -sono attestati da più autori contemporanei. L'Azario poi ci -ha tramandato l'editto col quale quel principe ordinò a' suoi -giudici qual carnificina dovessero far eseguire contro i rei -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -di Stato. Egli immaginò il modo per far soffrire atrocissimo -strazio per quarantun giorni, riducendo un uomo sempre -all'agonia senza lasciarlo morire. La natura freme, Busiri -e Falaride non lasciarono altrettanto:<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a> <i>Intentio domini -est quod de magistris preditoribus incipiatur paulatim. -Prima die quinque bottas de curlo; secunda die reposetur; -tertia die similiter quinque bottas de curlo; quarta -die reposetur; quinta die similiter quinque bottas de -curlo; sexta die reposetur; septima die similiter quinque -bottas de curlo; octava die reposetur; nona die detur -eis bibere acqua, acetum et calcina; decima die reposetur; -undecima die similiter acqua, acetum et calcina; -duodecima die reposetur; decima tertia die serpiantur -eis duae corrigiae per spallas, et pergottentur; decima -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -quarta die reposetur; decima quinta die dessolentur de -duobus pedibus, postea vadant super cicera; decima sexta -die reposetur; decima septima die vadant super cicera; -decima octava die reposetur; decima nona die ponantur -super cavalletto; vigesima die reposetur; vigesima -prima die ponantur super cavalletto; vigesima secunda -die reposetur; vigesima tertia die extrahatur eis unus -oculus de capite; vigesima quarta die reposetur; vigesima -quinta die truncetur eis nasus; vigesima sexta die -reposetur; vigesima septima die incidatur eis una manus; -vigesima octava die reposetur; vigesima nona die -incidatur alia manus; trigesima die reposetur; trigesima -prima die incidatur pes unus; trigesima secunda -die reposetur; trigesima tertia die incidatur alius pes; -trigesima quarta die reposetur; trigesima quinta die incidatur -sibi castronum; trigesima sexta die reposetur; -trigesima septima die incidatur aliud castronum; trigesima -octava die reposetur; trigesima nona die incidatur -membrum; quadragesima die reposetur; quadragesima -prima die intenaglientur super plaustro, et postea -in rota ponantur</i>. Pare impossibile che un sovrano abbia -mai dato un comando tanto infernale; pare impossibile che -alcun uomo, soffrendo questi martirii, potesse sopravvivere -sino al quarantesimoprimo giorno! Eppure convien dire -che crudelmente si andassero applicando i rimedii, per prolungare -la vita e il tormento; poichè, ci attesta lo stesso -autore, che<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a> <i>harum poenarum exequutio facta fuit in -personas multorum anno 1372 et 1373</i><a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>. Così pensarono -i principi, così furono governati i popoli di quella -città, in cui doveva l'immortale marchese Cesare Beccaria -scrivere il libro dei Delitti e delle Pene; libro sacro all'umanità, -alla ragione ed alla beneficenza. I principii dl -sublime filosofia che l'hanno dettato; la calda e libera eloquenza -collo quale ci annunziano; lo compassionevole sensibilità -ai mali degl'infelici, assicurano all'illustre nostro -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -cittadino, ed all'amico e compagno de' miei studi una celebrità -costante; la onorata tranquillità poi di cui gode, anzi -lo stipendio e le cariche delle quali è stato decorato, serviranno -agli esteri non solo, ma alla posterità, di vera dimostrazione -della felicità e della gloria del governo sotto -cui abbiamo la fortuna di vivere. -</p> - -<p> -Sin qui Galeazzo II poteva esser sedotto da malvagi consiglieri; -ma il fallo seguente lo mostra quale egli era, -senza difesa. Aveva quel principe incorporato nel vastissimo -suo parco di Pavia i poderi di molti, e fra gli altri d'un povero -cittadino pavese che aveva nome Bertolino da Sisti. -Questo povero uomo aveva una famiglia numerosa da alimentare; -i figli soffrivano la fame e la miseria, mancando -di quel fondo, che non gli era stato pagato. Egli si prostrò -avanti del suo sovrano, implorando umilmente soccorso, e -il pagamento della sua porzione di terra. Venne accolto da -Galeazzo con amarissima derisione e vilipendio, e non potè -ottenere compenso alcuno. Quel disperato padre di famiglia -aspettò poi, nel parco istesso dove Galeazzo soleva cavalcare, -il momento della vendetta, e, il giorno 24 di agosto -dell'anno 1369, lo ferì, mentre passava a cavallo, in un -fianco; ma la fascia cordonata di seta lo difese. Fu arrestato -quel suddito; sempre colpevole, ma degno di commiserazione, -e finì, dopo fieri tormenti, squartato dai cavalli<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>. -Coloro che esclamano contro i costumi del nostro secolo, -vedano se in tutta quanta l'Europa vi sia un angolo -solo in cui gli uomini siano trattati come lo erano i nostri -maggiori quattro secoli sono! A che attribuirne il cambiamento? -All'ardimento che alcuni ebbero di pensare e cercare -il vero, indipendentemente dalle opinioni ereditate; -al progresso della ragione, all'accrescimento de' lumi; alla -moltiplicazione de' libri; al genio della coltura; a quello -spirito moderato e benefico di filosofia che ha dissipata la -ferocia e il fanatismo, ed ha reso gli uomini benevoli ed -umani, sotto di una santa e pura religione di concordia e -di pace. Rendiamo umili azioni di grazie al Dator di ogni -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -bene, e guardiamoci da coloro che ardiscono d'insultare a -que' felici mezzi co' quali si è operata la consolante rivoluzione. -Galeazzo II aveva la bassezza di voler giuocare ai -dadi co' sudditi che avessero denaro, e godeva di rovinarli. -(1377) Quel principe fece un decreto l'anno 1377 che non -ha esempio, a quanto mi è noto. Egli, con un foglio di -carta, annullò, cassò, rivocò tutte le grazie e dispense che -aveva sin allora concesse. Il decreto è del giorno 13 di ottobre,<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a> -<i>Datum in castro nostro Zojoso</i>, sito nel Pavese, -ora chiamato Belgioioso, nel quale soleva passar qualche -tempo quel principe. Che un successore revochi le grazie -di un sovrano che l'ha preceduto, benchè sia cosa dura -assai per chi la soffre, se ne trovano esempi, ma che un -principe cancelli, così in un colpo solo, tutte le sue beneficenze, -non so che sia mai accaduto altra volta<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>. -</p> - -<p> -Paragonando i due fratelli, pare che Barnabò avesse -l'animo più forte, e Galeazzo fosse freddamente crudele. -Il primo abbandonandosi ad una collera brutale, era capace -di ogni eccesso; l'altro lo era sempre, con maligna -tranquillità. Barnabò dava gl'impieghi a persone che li -sapessero eseguire, e sapeva tenersele affezionate e fedeli; -Galeazzo, per denaro, dava le cariche a' più inetti uomini. -Barnabò era veridico e palesava i suoi sentimenti; Galeazzo -non era definibile. Il primo incuteva spavento, l'altro diffidenza. -Barnabò si fece scolpire in una statua equestre di -marmo e la collocò sull'altar maggiore di San Giovanni in -Conca. Essa ivi si vede, ma non più sull'altare. Galeazzo -pazzamente fece distruggere le peschiere, le pitture del -Giotto, e tutte le belle cose ordinate da Azzone nel palazzo -di corte,<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a> <i>quae domus</i>, diceva l'Azario, <i>cum ornamentis -et picturis et fontibus, hodie non fieret cum trecentis -millibus florenis</i><a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>. Galeazzo faceva alzare un gran -muro con merita spesa; poi parendogli che stesse male, lo -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -faceva demolire. Faceva delle vôlte assai grandi in mezzo -del verno, e diroccavano poi; e i mattoni, le travi, la calce -si prendevano per suo cenno, ove trovavansi, senza parlare -di pagamento. Galeazzo fabbricò il castello di Milano e -quello di Pavia: Barnabò, quello di Trezzo. Nessuno di questi -due atroci fratelli ebbero commensali, come solevano -averne Azzone, Luchino e Giovanni. Costoro offendevano un -numero sì grande di persone, che non era poi loro fattibile la -scelta di alcuni fra' quali passare giocondamente le ore. -Barnabò pagava esattamente i suoi stipendiati, e non permetteva -che facessero estorsioni; Galeazzo trascurava di -pagarli, e non badava alle loro angherie. Durante tale governo, -i due successivi arcivescovi Guglielmo della Pusterla -e Simone da Borsano non posero piede mai nella loro diocesi; -sia che ciò nascesse per le dissensioni col papa; sia -che, per godere le rendite dell'arcivescovato, i principi non -volessero concederne a quei prelati il possesso; sia finalmente -che la meschina vita che sotto a quel governo vi -dovette passare l'arcivescovo Roberto Visconti, fatto porre -in ginocchio per ascoltarsi il <i>nescis, poltrone</i>, di Barnabò, -avesse fatto perdere il coraggio ai successori di presentarsi -a vivere sotto quei terribili sovrani, animati anche contro -degli ecclesiastici; i quali, con un editto di Barnabò, venivano -obbligati a porsi in ginocchio tosto che l'incontravano -per le strade, e, non solamente dovevano contribuire la -porzione d'ogni tributo al paro di ciascun altro cittadino, -ma dovevano portare il più delle tasse che quei sovrani arbitrariamente -imponevano sul clero. (1378) Galeazzo II mori -in Pavia il giorno 4 di agosto dell'anno 1378, dopo di aver -regnato ventiquattro anni; e successe ne' suoi Stati Giovanni -Galeazzo, di lui figlio, che portava nome <i>il conte di -Virtù</i>, per un feudo che gli era stato dato nella Francia -per dote della principessa Isabella. -</p> - -<p> -Prima di terminare questo capitolo, credo di far cosa -grata a' miei lettori, informandoli d'un curioso dialogo che -ebbe Barnabò con un villano, da cui non venne conosciuto. -Io lo tradurrò, perchè la storia della patria può interessare -anche persone che non sappiano il latino. Ho dovuto -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -inserire anche troppi squarci, scritti in tal lingua, o per -contestare l'autenticità dell'asserzione, o per non diventarne -io medesimo responsale, ovvero per non annunziare -colle mie parole, cose che mi sarebbe dispiaciuto di dover -dire. Il dialogo si trova nella Cronaca di Azario<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>, e consiglio -ai curiosi lettori di vederlo nel suo originale; perchè, -frammezzo a quella trascurata e rozza latinità, vi è -certo lepore ingenuo, e una certa domestichezza di frasi -che piacciono sommamente e dipingono il costume. Barnabò -soggiornava parte dell'anno in Marignano: i contorni -erano ancora pieni di boschi ed opportuni alla caccia, e -questo era il motivo per cui Barnabò amava di trattenervisi. -Egli a cavallo ben sovente si allontanava dalla comitiva, -e s'innoltrava solo nel più interno dei boschi. Un -giorno fra gli altri aveva smarrita ogni traccia, nè sapeva -più donde uscirne per ritornare al suo albergo. La stagione -era assai fredda; l'ora avanzata, e rigido il verno. -Per caso Barnabò s'avvidde che taluno era in quel bosco. -S'accostò; e riconobbe ch'era un povero contadino, assai -lacero, che s'affaticava a tagliar legna. Ecco il dialogo che -con lui tenne Barnabò: «Il cielo t'aiuti, galantuomo. — <i>Villano:</i> -Ne ho bisogno. Con questo freddo ho potuto far -poco. L'estate è ita male, potesse almeno andar meglio -l'inverno! — <i>Barnabò, scendendo dal suo cavallo affaticato:</i> -Amico, tu dici che la state è ita male; e come? -L'annata è stata anzi felice; vi è stato abbondante raccolto -di grano, vendemmia abbondante. E che l'è ito -male? — <i>Villano, mentre continua a tagliar la legna:</i> -Oh abbiamo di bel nuovo il diavolo per nostro padrone. -Si sperava che, allorquando venne scacciato il signor Bruzio -Visconti, il diavolo fosse morto, ma ne è comparso -un altro peggiore ancora. Costui ci cava il pane di bocca. -Noi poveri lodigiani lavoriamo come cani, e tutto il profitto -colui ce lo carpisce. — <i>Barnabò:</i> Certamente, quel -signore opera male assai.... Ti prego, guidami, amico, fuori -del bosco; l'ora è tarda: la notte è vicina; e m'immagino -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -che tu ancora non avrai tempo da perdere, se brami ritornartene -a casa tua. — <i>Villano:</i> Oh! per andare a casa -non ho alcun pensiero. L'imbroglio, padron mio, sarà a -ritrovarvi da cenare; e davvero ho gran paura che non ne -faremo nulla; mia moglie e i miei figli gli ho lasciati a -casa con poco pane. — <i>Barnabò:</i> Ebbene, conducimi fuori -del bosco, e guadagnerai qualche cosa. — <i>Villano:</i> Tu mi -vuoi distrarre dal mio lavoro.... saresti tu mai uno spirito -infernale.... i cavalieri non vengono per questi boschi... -Sia tu chiunque ti piaccia, pagami prima, e ti scorterò -dove vuoi. — <i>Barnabò:</i> Ebbene, cosa vuoi ch'io ti dia? — <i>Villano:</i> -Un grosso di Milano. — <i>Barnabò:</i> Fuori che saremo -dal bosco ti darò il grosso, e ancora di più. — <i>Villano:</i> -Oh sì domani! Tu sei a cavallo, e, fuori che tu sia -dal bosco, prendi il galoppo, ed io rimango come un cavolo! -Così fanno gli ufficiali di quel diabolico nostro padrone; -vengono scalzi, e ruban poi tanto, che passeggiano -come grandi signori a cavallo. <i>Barnabò:</i> Amico, poichè -non mi vuoi credere, eccoti il pegno», e gli diede la fibbia -d'argento che aveva alla cintura. Il villano se la gettò -in seno nella camiscia, e cominciò a precedere per uscire -dal bosco, ma stanco come era, camminava lentamente. -«<i>Barnabò:</i> Galantuomo, monta in groppa sul mio cavallo. — <i>Villano:</i> -Credi tu che quella rozza potrà reggere -a due! Tu sei tanto grosso! — <i>Barnabò:</i> O, benissimo; -porterà te e porterà me; tanto più che, a quanto dicesti, -non hai mangiato troppo a pranzo. — <i>Villano:</i> Tu dici il -vero.... proviamoci»; e qui si pose a sedere in groppa, e -mentre così proseguivano attraverso del bosco, continuò -Barnabò: «Amico, tu mi hai date delle cattive nuove del -tuo padrone: e del signor Barnabò, che sta in Milano, che -se ne dice? — <i>Villano:</i> Di lui se ne parla meglio. Benchè -sia feroce, egli almeno fa osservare l'ordine; e s'egli non -fosse, non avremmo osato nè io, nè gli altri poveri entrar -nel bosco a tagliar legna, per timore degli assassini. Il -signor Barnabò fa osservare esatta giustizia, e quando -promette, mantiene. Ma quest'altro che sta in Lodi, fa -tutto al contrario». E così, proseguendo il discorso, gli -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -riferì come un castellano gli aveva rubato un pezzo di -terra ed alcuni pochi mobili; indi, usciti che furono dal -bosco, disse il villano: «Signore, tenete la campagna da -questa banda, la notte viene, fate presto, perchè altrimenti -vi potrete trovare in mezzo d'una strada. — <i>Barnabò:</i> Amico, -mi vorresti gabbare, e con questo bel modo portarmi via -la fibbia». Tremava di freddo il villano, perchè a piedi -almeno si riscaldava, e sedendo era, senza moto, esposto -al rigore della stagione, e disse: «Per Dio! non mi ricordava -nemmeno più della fibbia; prendetela, signore. Se -mi volete dar qualche cosa per amor di Dio, fatelo; se -non vi piace, il cielo vi aiuti, e andate colla vostra fibbia. -Correrei pericolo d'essere impiccato, se questa fibbia si -ritrovasse presso di me; si direbbe che l'avessi rubata. -Tenetela. Credo bene che, se mi volete fare la carità, non -vi mancano in tasca denari. — <i>Barnabò:</i> Amico, fa a modo -mio; accompagnami ad un albergo e ti prometto un grosso, -e di più un buon camino per riscaldarti, e poi anco di più -una buona cena: e così domattina di buon'ora tornerai da -tua moglie». Il villano si consolò pensando a questi beni, -e come la mattina vegnente con quel grosso avrebbe potuto -comprare dodici pagnotte e darle alla sua povera -famiglia. Scese dalla groppa, e riprese il cammino, calpestando -lo stoppie attraverso dei campi; e Barnabò cavalcava -dietro lui. — <i>Barnabò:</i> «E dove anderemo noi ad albergare? — <i>Villano:</i> -Andremo a Marignano: vi sono delle -buone osterie; vi si può entrare giorno e notte, e alloggeremo -bene, e noi ed il cavallo, che mi pare ne abbia -bisogno. <i>Barnabò:</i> Dici bene. E da questo tuo Marignano -siamo noi molto discosti? — <i>Villano:</i> Cosa ti preme? -Se non vi giugneremo di giorno, vi giugneremo di notte. -Non t'ho dett'io che ivi non si chiudono le porte? — <i>Barnabò:</i> -Va dunque, sia come tu vuoi». Così proseguendo -con tai discorsi il cammino, si videro da lontano comparire -molte e grandi fiaccole, e Barnabò disse: «Vedi tu -quei fanali e tante faci? — <i>Villano:</i> Le vedo. — <i>Barnabò:</i> -E che vuol dir questo? — <i>Villano:</i> Vuol dire che vanno -cercando il signor Barnabò, che tante volte s'innoltra nei -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -boschi per amore della caccia; vuole essere solo, si perde, -e i suoi domestici poi vanno la sera facendo dei fuochi, -acciocchè veda per dove possa ritornarsene. — <i>Barnabò:</i> -S'ella è così, fanno bene: è segno che quei domestici hanno -premura pel loro padrone». Discorrendo per tal modo -s'andarono accostando a quei che portavano le faci; e tosto -che questi videro Barnabò, scesero da cavallo; e salutato -con riverenza quel sovrano (<i>inclinatis capuciis</i>, dice -Azario), e rispettosamente attorniando lui e il villano, tutti -giunsero a Marignano. Allora il povero villano s'avvide -qual fosse l'uomo col quale aveva fatto il dialogo. Desiderava -di essere già morto; tanto timore aveva dei tormenti -che s'aspettava di dover patire nel castello di Marignano! -Giunti che vi furono, il signor Barnabò, scoppiando dalle -risa, raccontò a' suoi domestici tutta l'avventura; e ordinò -che il villano, tal quale era, stracciato e sporco, fosse condotto -in una sala, e se gli accendesse un gran fuoco. Poichè -fu ben ristorato dal freddo, fu chiamato il povero villano -a cena, e dovette sedere di contro al signor Barnabò. -Essi due soli sedevano; e volle che il villano venisse in -tutto servito come egli lo era. Il contadino non voleva -tanti onori; tremava; e Barnabò: «Son galantuomo, mantengo -la parola. Ti ho promesso un buon fuoco, e te l'ho -dato. Ti ho promessa una cena, e te la mantengo. Ti ho -promesso un grosso di Milano, e domattina l'avrai. — <i>Villano:</i> -Ah! signore, misericordia! io ho parlato da stolido -qual sono! sono un povero uomo, che vive nei boschi solitario, -non so quello che convenga di parlare: per pietà, -mi lasciate partire: per carità, perdonatemi». Il villano -combatteva fra lo spavento e la fame, stimolata -da' cibi insoliti; e la fame la vinse; mangiò bene assai. -Poscia venne congedato dal principe e condotto in una -bella stanza; lavato con un bagno tepido, posto a dormire -sopra di un magnifico letto; e la vegnente mattina fu condotto -avanti del signor Barnabò, che gli disse: «Ebbene, -amico, coma bai passata la notte? — <i>Villano:</i> Come in -paradiso; ma, con vostra buona grazia, vorrei andarmene. — <i>Barnabò:</i> -Se così ti piace, vi consento»; indi rivolto -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -ad un suo cameriere: «Dagli un grosso»; e questi immediatamente -lo consegnò al villano, poi Barnabò: «La -mia promessa ora è compiuta; pure ti ho lasciato sperare -qualche cosa di più; cercami quella grazia che brami. — <i>Villano:</i> -Signore, basta che mi lasciate partire vivo e sano. — <i>Barnabò:</i> -Questo lo accordo; chiedi qualche altra grazia. — <i>Villano:</i> -Se mi faceste restituire il mio piccolo podere -toltomi dal castellano....». Súbito fecegli dare lettere -colle quali il villano riebbe il suo, e tranquillamente se -ne ritornò allo stato di prima. L'Azario, che allora viveva e -che ci ha tramandata la memoria di questa scena, non ci -riferisce chi fosse il governatore di Lodi che era succeduto -a Bruzio Visconti. Questo avvenimento ha tanta verosimiglianza, -che lo credo veramente accaduto; e Barnabò, avendolo -súbito raccontato ai suoi cortigiani, è naturale che -venisse poi divulgato come una novella di quel tempo. -Non avranno trascurato alcuni d'interrogarne il villano -medesimo, e così potrà essersi ancora più esattamente risaputo. -Il carattere di Barnabò mi pare che vi sia dipinto -al vivo. Non permetteva egli che si commettessero vessazioni -ed ingiustizie; amava la sicurezza e l'ordine; manteneva -la parola data. Ma un buon principe non avrebbe -impresso nel cuore dei sudditi uno spavento generale, a -segno che, per qualche incauta parola, temessero d'essere -condannati alla carnificina da lui medesimo, nel di lui -palazzo. Nessun principe oggidì avrebbe piacere di far -soffrire a quel meschino la barbara incertezza che lo -tormentò per laute ore; e la prima parola gli annunzierebbe -ilarità e pace. Poi lo sborso di un grosso, ossia il -solo valore di dodici pagnotte, oggidì sembrerebbe affatto -indecente. Il povero villano aveva dovuto lasciare la moglie -ed i figli con poco pane; stanco e mal pasciuto, aveva -camminato per ricondurre il sovrano senza sapere ch'ei -fosse altro che un uomo; meritava adunque qualche cosa -di più d'un grosso. Se il fatto fosse accaduto alla maestà -dell'adorabile augusto Giuseppe II, o ad alcuno dei reali -arciduchi, la sera medesima avrebbe la famiglia del villano -avuto di che cenare; e invece di tremare, come avrà fatto, -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -avrebbe sparse lagrime di tenerezza, benedicendo la sovrana -pietosa munificenza. Non bastava poi alla giustizia -la restituzione del podere rubato dal castellano. Un principe -buono non si sarebbe determinato a cosa alcuna colla -esposizione di un solo. Avrebbe disposte le cose in modo -d'essere esattamente informato del fatto, e d'ascoltare anche -il castellano, per dargli campo a giustificarsi; indi, se -egli aveva oppresso una povera famiglia, non bastava disfare -il mal fatto. Voleva il ben pubblico che quel prepotente -venisse contenuto per l'avvenire, e col suo esempio -allontanasse i suoi pari dal meditare altrettanto. Nè avrebbe -mancato un principe buono di prendere informazione sul -governatore di Lodi e sugli ufficiali rapaci che l'attorniavano. -Barnabò, anche in questa scena, manifesta un carattere -duro, insensibile, atroce nei momenti istessi della -giocondità, ed appare violento, e niente addottrinato nella -scienza di governare. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -</p> - -<h2 id="cap14">CAPITOLO XIV. - -<span class="smaller"><i>Del conte di Virtù, e della erezione del ducato -di Milano.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Per lo spazio di sette anni ancora, dopo la morte di Galeazzo -II, continuò ad essere separato in due parti lo Stato -de' Visconti, reggendo l'eredità del padre il conte di Virtù, -e continuando a regnare Barnabò sulla sua porzione. Il -Gazata nella sua Cronaca ci racconta che Barnabò aveva -comprata la città di Reggio da Feltrino Gonzaga, collo -sborso di cinquantamila fiorini d'oro; e che per diventar -padrone di alcune rocche e castelli di quel distretto, egli -s'impadronì di Francesco Fogliano; ed avutolo nelle sue -mani, gli fece intimare che o doveva indurre Guido Fogliano, -di lui fratello, a consegnare a Barnabò le fortezze che -egli possedeva, ovvero questi sicuramente lo faceva impiccare, -quantunque tra il Fogliano e Barnabò non vi fosse -mai stata altercazione alcuna. Il povero Francesco Fogliano -fece ogni sforzo per indurre colle sue lettere il fratello a -riscattarlo. Guido credette che non si sarebbe mai imbrattato -il Visconti con una così obbrobriosa macchia; ma s'ingannò, -perchè Barnabò fece sospendere Francesco alle forche, -sulle mura di Reggio, il giorno 7 dicembre 1372. Il -conte di Virtù aveva questo terribile collega. Il conte era -giovine di venticinque anni. Egli s'era più volte presentato -al nemico con valore, allorquando i collegati invasero lo -Stato; ma non aveva dato saggio nemmeno d'avere i talenti -d'un buon comandante. Aveva egli stretti vincoli di sangue -colla casa di Francia, colla casa di Savoia, colla casa d'Inghilterra: -ma Barnabò non era meno appoggiato ad illustri -e potenti parentele. Barnabò ebbe tanti figli, che (ommettendo -i bambini ed i fanciulli periti) se ne contarono -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -trentadue, de' quali quindici legittimi, nati dalla signora -Beatrice della Scala, da altri chiamata Regina della Scala. -Barnabò aveva date le sue figlie in matrimonio a potenti -signori. La casa d'Austria, la casa di Baviera, il re di Cipro, -la casa di Wirtemberg, la casa di Turingia, i Gonzaghi avevano -delle principesse figlie di Barnabò. La principessa che -entrò nella gloriosissima casa d'Austria si chiamava Verde -Visconti. Ella sposò il duca Leopoldo. Questo principe, giovine -di quattordici anni, venne a Milano l'anno 1365, ed il -giorno 23 di febbraio celebrò le sue nozze nel palazzo del -signor Barnabò Visconti, presso San Giovanni in Conca. -Barnabò diede in dote alla figlia centomila fiorini. Indi andarono -gli sposi a Vienna; e da queste nozze discende l'augusto -sovrano che ora, per nostra felicità, domina su questo -Stato. Chi bramasse più minute notizie di queste memorabili -nozze (per le quali il sangue de' Visconti, sublimato -a più elavata condizione, e depurato colla virtù e colla -beneficenza di quattro secoli, trovasi attualmente sul trono, -dal quale i Milanesi ricevon legge) vegga il nostro -conte Giulini, che ne ha pubblicati i monumenti sinora -inediti. -</p> - -<p> -A fronte d'uno zio terribile, stavasene circospetto ed attentissimo -il conte di Virtù. Milano, siccome dissi, era divisa -in due padroni: Galeazzo II possedeva il castello di -Porta Giovia, cioè il castello che ancora in parte internamente -sussiste; e Barnabò possedeva un altro castello alla -torre di porta Romana, di cui veggonsi anco oggidì le vestigia -dalla parte del naviglio. Il conte di Virtù stavasene -in Pavia: era una volpe che adocchiava destramente il -vecchio leone. Mostrava il giovine conte di Virtù d'essere -timido, irresoluto, debole in ogni sua azione. Bramava -d'imprimere nell'animo di Barnabò tale opinione, che, considerandolo -egli giovane da nulla ed incapace d'intraprendere -un colpo ardito, nemmeno pensasse a tenersi difeso; -e tanto seppe dissimulare in ogni azione, anche domestica, -tanto attento fu nel rappresentare il meschino personaggio -propostosi, che ingannò supinamente lo zio, quantunque -avesse giorno e notte al suo fianco Caterina Visconti, figlia -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -di Barnabò, da Galeazzo sposata, sebben cugina, dopo la -morte di Isabella di Francia, sua prima moglie. Barnabò -deriderà l'imbecillità del nipote, il quale ne' suoi editti -ancora spirava umanità, beneficenza e moderazione, mentre -l'altro continuava a spaventare i sudditi con inesorabile -ferocia. Poteva comparire agli occhi dello zio un nuovo -tratto di pusillanimità la cura che ebbe il conte di Virtù -di procurarsi la grazia del nuovo augusto Venceslao, succeduto -al defunto Carlo IV di lui padre. Ma in fatti egli -solo venne da quel monarca confermato vicario imperiale -l'anno 1380, senza che nel diploma venisse fatta menzione -di Barnabò. Così nel silenzio andava il conte di Virtù preparando -la mina che doveva scoppiare un giorno, e rovinando -il collega, riunire la sovranità dello Stato sopra di lui solo. -Barnabò, dal canto suo, senza accorgersi, somministrava -sempre nuove armi al nipote contro di lui; poichè disponeva -una nuova divisione dello Stato suo ne' cinque suoi -figli legittimi, e già a ciascuno di essi aveva assegnato il -governo nel distretto che gli aveva destinato in sovranità -dopo di lui. Marco aveva la metà di Milano; Lodovico aveva -Lodi e Cremona; Carlo aveva Parma, Crema e Borgo San Donino; -Rodolfo aveva Bergamo, Soncino e la Ghiara d'Adda; -Giovanni Mastino, ancora bambino, aveva finalmente Brescia -colla Riviera e Valle Canonica. Questo avvenire non -poteva essere caro ai popoli, che diventavano sudditi d'una -piccola sovranità, e soggetti ad un principe debole. Così -insensibilmente, e simulando debolezza ed incapacità, Gian -Galeazzo lasciava maturare gli avvenimenti; e andava contrapponendo -l'apparenza di un saggio principe a quella di -un capriccioso e crudele despota. (1385) Giunse il momento, -e fu il giorno memorando 6 di maggio dell'anno 1385; -giorno in cui venne tolta a Barnabò ed a' suoi figli, per -sempre, ogni sovranità, e concentrossi nel conte di Virtù -ogni potere. Il caso è noto, ed è il seguente. Il conte fece -intendere al signor Barnabò ch'egli pensava di portarsi -alla Madonna del Monte presso Varese; che sarebbe venuto -da Pavia a Milano, la mattina del 6 di maggio, ma non -amando di entrare nella città, costeggiandola fuori dalle -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -mure, sarebbe andato a smontare nel suo castello a porta -Giovia; e che sarebbe stata pure grande la sua consolazione -se avesse potuto abbracciare uno zio che tanto onorava. -Si sapeva che il conte voleva condurre la scorta di -quattrocento lance. Un domestico del signor Barnabò non -mancò di fargli osservare che quel corredo era troppo per -portarsi ad un santuario e ad un borgo dello Stato, in -tempo di pace. Questo domestico si chiamava Medicina, e -cercò di persuadere al suo padrone di starsene cauto e non -avventurarsi. Ma Barnabò disprezzava il nipote, e attribuì -alla pusillanimità sua questa schiera d'armati. I due figli -maggiori di Barnabò furono spediti incontro al conte due -miglia fuori di porta Ticinese. Questi accolse co' maggiori -segni di cordialità i suoi due cugini e cognati Rodolfo e -Lodovico, i quali, dopo le accoglienze, con apparenza di -onore, furono circondati dalle armi di cui erano comandanti -Jacopo dal Verme, Ottone da Mandello e il marchese -Giovanni Malaspina. S'incamminò il conte verso Milano, e -giunto che fu avanti della porta Ticinese (che allora era -ove oggidì sta il ponte del naviglio) prese la sinistra, e -per la via che ora fiancheggia il canale, andò colla sua comitiva -cavalcando, sin che alle ore sedici, ossia verso mezzo -giorno, trovatisi vicino al ponte che da Sant'Ambrogio conduce -a San Vittore, per esso videro scendere Barnabò a -cavallo con uno o due domestici di seguito. Il conte, dopo -i primi saluti, diede il segnale concertato; e Jacopo dal -Verme il primo spronò il cavallo, e pose le mani adosso -della persona del signor Barnabò, dicendogli: <i>Siete prigioniere.</i> -Ben tosto Ottone da Mandello gli levò dalle mani la -briglia; altri gli tagliò il cingolo; e così al momento Barnabò -fu disarmato, togliendogli altri la spada, altri la bacchetta -dalle mani. Contemporaneamente lo stesso venne -fatto ai due suoi figli Rodolfo e Lodovico; e presto presto, -in mezzo alle armi, vennero tradotti nel castello di porta -Giovia, poco di là lontano. Barnabò venne cautamente trasportato -poi al castello di Trezzo, ove anco oggidì vedesi -la stanza, in cui sopravvisse sette mesi colla sua o moglie o -amica Donnina de' Porri sin che morì avvelenato, a quanto -<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span> -si dice. Tanto seppe simulare il conte! Egli aveva trentadue -anni. -</p> - -<p> -Appena il colpo era fatto, il conte, alla testa degli armati, -entrò nella città, e senza veruna opposizione se ne -impadronì, fra gli evviva della plebe, alla quale permise -tosto di saccheggiare i palazzi di Barnabò e de' suoi figli, -e la plebe di più saccheggiò le dogane e la gabella del -sale, che era alla piazza de' Mercanti. Nella fortezza di -porla Romana vi fu ritrovato tanto argento per caricarne -sei carri, ed in oro vi si contarono settecentomila fiorini. -Quindi si radunò un consiglio generale della città, il quale -tosto conferì il dominio al conte di Virtù, e, dopo lui, a' -suoi discendenti maschi legittimi, in quel modo a lui più -fosse piaciuto<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>. Con tal decreto vennero esclusi i discendenti -di Barnabò: e in quel giorno Giovanni Galeazzo -Visconti, conte di Virtù, diventò sovrano di ventuna città, -e sono Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Brescia, Lodi, -Bergamo, Crema, Milano, Como, Vigevano, Pavia, Bobbio, -Alessandria, Valenza, Novara, Tortona, Vercelli, Alba, Asti -e Casale. Questo colpo, eseguito con tanto vigore, e preparato -colla più cupa e simulata ipocrisia, conveniva in -qualche modo farlo comparire onesto e suggerito dall'assoluta -necessità; e a tal fine ordinò il conte che si formassero -i processi contro di Barnabò. L'autore degli Annali -milanesi ce ne ha trasmesso l'epilogo. Le atrocità che ivi -si leggono imputate a Barnabò, sono enormi; e dopo una -sanguinosa enumerazione di esse, vedesi incolpato Barnabò -d'avere tese insidie alla vita del nipote; d'essere -uno stregone, che colle fattucchierie avesse rese sterili le -nozze del conte di Virtù; e che finalmente Gian Galeazzo -fosse stato costretto a far prigionieri lo zio ed i cognati, -perchè essi l'avevano in quel momento assalito a tradimento. -Non saprei se sotto il governo di uomini di quell'indole -vi fosse nelle magistrature un uomo virtuoso; ma -se pur vi era, quello certamente non sarà stato trascelto -per formare il processo. Barnabò era uomo feroce, violento, -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -coraggioso, franco, ma non dissimulato, nè capace -di tradire o di insidiare. Egli era nemico di ogni arte e di -ogni scienza, crudele, sanguinario, d'una religione inconseguente, -poichè, insultando il papa, oltraggiando i vescovi, -calpestando gli ecclesiastici, donava ai conventi generosamente -i beni che rapacemente confiscava ai cittadini. -Ma il conte era suo nipote; il conte era suo genero; -giaceva le notti colla sua moglie Caterina Visconti, -nel tempo in cui ordiva di togliere la sovranità alla di lei -famiglia, mentre teneva prigione suo padre, lasciava errare -raminghi e bisognosi i di lei fratelli, che pure avevano -tanta ragione per succedere nella signoria di Barnabò, -quanta ne aveva il conte per essere succeduto nella -signoria a Galeazzo. Di tanti figli che aveva Barnabò, malgrado -le potenti e illustri loro aderenze, non ve ne fu più -alcuno che potesse comparir nemmeno a disputare la -usurpata porzione del padre, trattone Estore che era figlio -illegittimo, il quale potè fare ventisette anni dopo un momentaneo -contrasto al duca Filippo Maria, come vedremo. -La potenza acquistata in un istante dal conte di Virtù -fiaccò l'animo de' suoi sudditi; l'ardimento della sua ambizione, -spiegata come un improvviso lampo, unita alla -profondissima simulazione, rese attoniti gli altri principi; -giacchè gli oggetti più ne soprafanno, quanto più grandeggiano -annebbiati. I popoli, oppressi dal duro e violento -giogo sofferto, accolsero con allegrezza il cambiamento. -La virtù e la giustizia non ebbero parte alcuna in questa -rivoluzione, in cui si vide accadere un avvenimento di cui -sono frequenti gli esempi; cioè che, posti due colleghi di -egual condizione al governo, colui che avrà le passioni più -spiegate, dovrà soccombere a colui che saprà coprire colla -timidezza l'ambizione, siccome ancora accadde dell'impero -del mondo fra Ottavio ed Antonio. -</p> - -<p> -All'ambizione artificiosa del conte di Virtù erano poche -ventuna città suddite. Egli pensava a nulla meno che al -regno d'Italia: e i primi sguardi ch'egli gettò furono dalla -parte del Veronese e del Padovano, per estendere sino all'Adriatico -il suo Stato. Egli, siccome dissi, possedeva già -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -Crema, Bergamo e Brescia. Antonio della Scala era signore -di Verona e di Vicenza. Francesco da Carrara era -signore di Padova. Da gran tempo questi due piccoli sovrani -avevano delle discordie, e si facevano delle reciproche -ostilità. Il conte di Virtù, simulando zelo per la concordia -e per il bene di que' due principi, entrò mediatore -per accomodare le loro controversie; e mentre l'una parte -e l'altra stavano facendo le loro proposizioni, il conte lusingò -il Carrarese, signore di Padova, proponendogli un'alleanza -invece del progettato accordo. L'alleanza avea per -fine la distruzione dello Scaligero. Il piano era che il Carrara -lo dovesse attaccare dalla parte di Vicenza, mentre -il conte di Virtù farebbe lo stesso dalla parte di Brescia. -L'esito non poteva essere dubbio, poichè Antonio della -Scala, posto così di mezzo, non poteva avere scampo. Il -frutto era grande, mentre s'offeriva a Francesco Carrara -di lasciargli Vicenza, e il conte restava pago di prendere -per sè Verona. Non poteva essere l'orecchio del Carrarese -adescato da una proposizione più seducente di questa, e -incautamente la accettò. La passione antica che aveva contro -lo Scaligero, lo acciecò a segno di lusingarsi, che il -conte (il quale aveva tradito suo zio, usurpata la sua sovranità, -e, coll'apparenza di officiosa mediazione, proponeva -un tradimento contro dello Scaligero) sarebbe stato -un alleato fedele a lui, poichè fosse reso ancora più forte -coll'acquisto del Veronese, e diventato confinante col Padovano! -Appena concertata la cosa, il conte mediatore immediatamente -pubblicò un manifesto diretto allo Scaligero, -diffidandolo che tre giorni dopo quella data veniva a -muovergli guerra. (1387) Fu invaso il Veronese dalla milizia -del Visconti da una parte, e del Carrara dall'altra. -Alcuni malcontenti veronesi, che avevano secreta corrispondenza -con Antonio Bevilacqua, comandante delle -truppe del conte, aprirono l'ingresso; e il Bevilacqua, -fuoruscito veronese e nemico di Antonio della Scala, rese -Verona suddita del conte di Virtù; alle armi di cui si sottomisero -i borghi e le terre tutte del Veronese non solo, -ma del Vicentino e la stessa città di Vicenza. Così terminò -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -la signoria degli Scaligeri l'anno 1387. La conquista fatta -dal conte, della città di Vicenza, era una violazione dei -patti. Contra di essa reclamava il signore di Padova Francesco -da Carrara. Il conte rispondeva che egli teneva Vicenza, -non come cosa spettante a lui, ma come l'eredità -di Caterina sua moglie, figlia della regina Scaligera, moglie -di Barnabò. Il Gatari, nella Storia di Padova<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>, ci -dice che il conte di Virtù, per maneggi secreti, corruppe -i favoriti di Francesco da Carrara, e fece che gli consigliassero -di alzar ben bene la voce, e declamare contro la -perfidia del conte, facendogli sperare che, in tal modo, e -il consiglio del conte e la di lui stessa moglie, l'avrebbero -certamente indotto a consegnargli Vicenza, anzi che portare -la patente macchia d'avere violata la fede; supponendosi -a ciò indotti dalla lusinga che, intimorito, il Carrara -non avrebbe osato di farne pubblica doglianza. Anche -da tale insidia fu côlto quell'incauto principe; e il conte -ebbe il pretesto di vendicare le ingiurie proferite da Francesco -Carrara; e non solamente ritenne Vicenza, ma invase -il Padovano, s'impadronì di Padova istessa, fece prigioniere -l'infelice Francesco da Carrara, e trasportollo -nella torre di Monza, ove terminò i suoi giorni. Io ho -delle monete del conte di Virtù, signore di Padova, e sono -già pubblicate altre monete del medesimo come signore -di Verona, le quali monete vennero coniate probabilmente -dalla zecca di Milano o nell'anno 1387, ovvero poco dopo. -Da questi fatti compare chiaramente il carattere di Giovanni -Galeazzo. Gli editti che pubblicava erano composti -con frasi che indicavano religione, pietà, moderazione. -S'invocava Dio; se gli rendeva omaggio di ogni prospero -successo; si fabbricava il Duomo; si fondava la gran Certosa -presso Pavia; ma la morale non era punto rispettata. -Le animosità e le contese fra gli Scaligeri ed i Carraresi -ebbero tal fine. E per lo più così accadde che i piccioli -nemici combattono colla chimerica lusinga di soggiogare i -loro emuli; e un terzo si presenta, il quale tranquillamente -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -profitta delle loro spoglie; giugnendo poi i rivali -rovinati a conoscere, ma tardi, che assai miglior partito è -quello di tollerarsi scambievolmente, e rimanere concordi -ed uniti, per ottenere stabilità di fortuna, e tranquillo e -decoroso godimento di essa. -</p> - -<p> -Poichè per tal modo ebbe Gian Galeazzo estesi i suoi -confini sino al mare Adriatico, rivolse le sue cure a dilatarli -al lungo dell'Italia, al di là di Bologna, nella Romagna -e nella Toscana. Egli conquistava per mezzo de' suoi -generali. Prese colle armi Bologna. Molto si stese nella Romagna. -Perugia, Spoleti, Nocera, Assisi furono da lui acquistate. -Nella Toscana egli comprò Pisa collo sborso di -ducentomila fiorini, e gliela vendette Gerardo Appiani, che -era succeduto al padre in quel dominio. Egli acquistò Siena, -che se gli rese per dedizione spontanea<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>. La repubblica -di Firenze non poteva con tranquillità rimirarsi in tal modo -cinta dai nuovi Stati del conte, la di cui ambizione non -aveva limiti, e si venne alle ostilità. Nel loro manifesto i -Fiorentini dissero:<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a> <i>Sed profecto nosmetipsos, vana fide -delusi, decipiebamus, persuadentes nobis illum esse -posse fidelem, qui tam infidelis extitit nepos et gener -et frater, in patruum, socerum, atque fratres, cujusque -toties, et nobis, et aliis, probata fides erat nihil habere -constantiae, nisi solum in hoc ut fidem quam promiserat -non servaret... Nos versa vice tyranno Lombardiae, qui -se regem facere cupit, et inungere, bellum indicimus</i><a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>. -Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -quai mezzi l'indussero, malgrado gli stretti vincoli del -sangue, a spedire per la Savoia, un corpo di diecimila francesi, -comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene il duca di -Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio -di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste -truppe. Il comandante conte d'Armagnac era parente stretto -di Carlo Visconti, figlio di Barnabò, che viveva miseramente -ramingo colla sua moglie Beatrice d'Armagnac. L'armata -francese si portò rapidamente sotto di Alessandria, città -munita di valido presidio, comandato da quel Jacopo dal -Verme che aveva fatto prigioniere Barnabò. I Francesi si -presentarono con insulto, deridendo, provocando, ed invitando -se avevano coraggio di venir fuori que' poltroni Lombardi. -Si vide poi che è più facile l'oltraggiare che il vincere. -Uscì Jacopo dal Verme il giorno 28 di luglio dell'anno -1391, e, per risposta, prese il conte di Armagnac -prigioniere, e tutti que' francesi che non rimasero sul -campo. Così terminossi quella spedizione; e il conte ben -presto si accomodò colla Francia, facendole sperare di sottomettere -colle sue armi Genova, e darla a quel re; il che -poi non avvenne. Il conte per altro sembrava affezionatissimo -ai Francesi. Ei si faceva pregio della contea di Virtù, -che era un piccolo feudo della Francia nella Sciampagna, -portatogli in dote dalla prima moglie Isabella, figlia del re -di Francia Giovanni II. L'essere stato sino dalla fanciullezza -unito con una amabile principessa di Francia, gli aveva -lasciata quella propensione. Il conte, nell'anno 1387, maritò -Valentina Visconti, l'unica sua figlia, a Luigi duca di -Torrena e conte di Valois, fratello del re di Francia Carlo VI. -Le sborsò quattrocentomila fiorini d'oro per sua dote, e le -assegnò pure in dote Asti, e tutte le terre e castelli del -Piemonte. Di più, volle riservare a lei ed a' suoi figli la ragione -di succedere negli Stati suoi in mancanza di successori -maschi legittimi e naturali; poichè allora non per anco -ne aveva: di che erasene incolpata la stregoneria del signor -Barnabò, come dissi. Questa riserva di successione fu poi -cagione funestissima di miseria e rovina allo Stato, allorchè, -centododici anni dopo, il re di Francia Lodovico XII -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -(che era salito sul trono dopo Carlo VIII, morto senza figli), -venne a far valere le ragioni della sua ava paterna Valentina -Visconti, per essere estinta la linea legittima di Matteo -I Visconti. Se poi il conte di Virtù, che aveva ottenuta la -sovranità, per sè e suoi successori maschi legittimi e naturali, -dal consiglio generale due anni prima, avesse facoltà -di trasferirla ai discendenti delle femmine; e se ciò fosse -conforme alla pace di Costanza, all'eminente sovranità dell'Impero, -di cui era vicario, ed al buon diritto, sarebbe -facil cosa il deciderlo, qualora la questione si fosse trattata -fra privati avanti un tribunale. Il conte dava una cosa -non sua. Pure, questa incautissima eventuale sostituzione -serve di una dolorosa epoca nella nostra storia, per le -guerre, le invasioni, la scissione che poi ne avvenne del -nostro paese. -</p> - -<p> -Se i Fiorentini erano in armi, e se movevano altri principi -contro di Giangaleazzo conte di Virtù, per porre argine -alle conquiste ch'egli faceva nella Toscana, non avrebbero -certamente i papi risparmiato dal canto loro di adoperare -tutti i mezzi ch'erano in loro potere, contro di un -principe invasore del loro Stato, e che occupava Bologna -e le altre città che abbiamo accennate. Ma gl'interessi della -Santa Sede erano turbati interamente. V'erano due, ciascuno -de' quali pretendeva d'essere papa; e questo scisma, -incominciato sin dall'anno in cui morì Galeazzo II, durò -da un successore all'altro per lo spazio di ben quarant'anni. -Alcuni paesi decisamente riconoscevano uno de' due papi -per legittimo sommo pontefice. Lo scaltrito conte di Virtù -non volle mai decidersi; ma adescò ed un papa e l'altro, -lasciando sperare a ciascuno di volersi per esso determinare; -e frattanto che i due competitori, con prodiga compiacenza, -gareggiavano per guadagnarsi l'amicizia sua, egli -andava togliendo alla Santa Sede lo Stato, ed operando -ne' suoi dominii come s'ei fosse padrone di tutto, disponendo -anche delle cose ecclesiastiche. La politica del conte -era tale, che volle ottenere e da Urbano VI, che stava in -Roma, e da Clemente VII, che risedeva in Avignone, la dispensa -per contrarre le nozze con Caterina Visconti, sua -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -cugina, l'anno 1380; e ciò sotto pretesto di timorata coscienza, -non essendo egli ben certo quale de'due papi fosse -il vero. Con tal mezzo,<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a> <i>Omnes dignitates</i>, dice l'Annalista -piacentino<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>, <i>et beneficia ecclesiastica terrarum -ipsius domini comitis, quae erant conferenda, dictus -dominus comes ipse conferebat cui volebat, et dictus dominus -papa dicta beneficia et dignitates confirmabat -omnibus illis quos dictus dominus comes elegerat</i>. Ciò -nondimeno i principi minori d'Italia erano collegati contro -del conte; e fra questi eravi il signore di Mantova Francesco -Gonzaga, gli Stati del quale, come più vicini, erano -ancora più degli altri in pericolo; sembrando inevitabile -anche per lui il destino dei signori della Scala e de' signori -di Carrara. L'armata del conte, spedita contro il Mantovano, -era comandata da Jacopo dal Verme. I Fiorentini non potevano -soccorrere il Gonzaga, perchè il conte altro corpo -di truppe teneva contro Firenze. Il Po era coperto di navi -con armati dall'una e dall'altra parte; ed il Gonzaga aveva -fabbricato su di quel fiume un ponte, di legno bensì, ma -tanto forte e munito, che il dal Verme non credè di attaccarlo. -Sotto di questo ponte si ricoveravano le navi mantovane -ogni volta che dalle nostre venivano minacciate di offesa, -come frequentemente accadeva. (1397) Il dal Verme, -che non poteva innoltrarsi senza essere padrone del fiume, -per cui riceveva la vettovaglia, immaginò uno stratagemma, -che fu poi imitato dal re di Svezia Carlo XII alla Duina, -mentre guerreggiava nella Polonia. Fece disporre un buon -numero di barche piccole, e le caricò di paglia e di legna -da ardere. Aspettò un buon vento favorevole; vi accese il -fuoco, e il vento, unito alla corrente, portarono le barche -sotto del ponte, ed immersero quel presidio nel fumo anche -prima che il fuoco lo distruggesse. Ebbe cura che le -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -barche fossero più larghe di quello che non erano i vani -del ponte, per modo che, ivi giunte, vi rimanessero, e ne -seguisse l'incendio, e così avvenne, dato che fu il fuoco -alla paglia, e lasciate le macchine in poter del fiume. Nello -stesso momento egli attaccò per terra la testa del ponte, -talchè i Gonzaghi, sorpresi, e nemmeno potendo conoscere -ove occorresse di portare soccorso, non s'avvidero del -fatto se non dopo che fu rovinato il presidio ed il ponte, -e perduta la difesa del Po. Jacopo dal Verme colse il momento -della costernazione dei nemici, de' quali ben mille -si erano sommersi col ponte, attaccò le navi de' Gonzaghi -colle sue, e terminò questa battaglia navale colla presa di -tutte le navi del nemico, il che accadde il giorno 14 di luglio -dell'anno 1397. Pareva dopo ciò inevitabile la presa di -Mantova e di tutto lo Stato del Gonzaga. Ma questi ricorse -ad uno stratagemma men nobile e meno eroico, ma che lo -sottrasse dall'imminente destino. Trovò un falsario che -seppe esattamente contraffare una lettera di Giangaleazzo -Visconti, e con questa lettera ordinò al dal Venne di ritirarsi -dal Mantovano, come seguì. L'occasione passò, e il Gonzaga -si sottrasse alla rovina<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>; poichè attaccò l'armata -priva del suo generale, e nel momento in cui nessuna disposizione -vi era per la difesa, ebbe il campo di batterla. Il -mestiere di falsificare le lettere del principe convien credere -che in que'tempi fosse in uso, poichè il conte di Virtù, -l'anno 1393, fece a tal proposito un editto che decretava -a que' falsari un'atrocissima pena:<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a> <i>Cum catena ferrea -alligetur ad unam columnam, cum uno annulo ferreo -revolvente se, et cum quo ipse homo revolvere se possit -circumcirca ipsam columnam, longinqua catenus quatenus -plus fieri poterit, ita ut mortem dolentiorem sustineat; -ibidem tamen comburatur ita quod moriatur.</i> -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -così leggesi in quel decreto, che pare scritto dallo stesso -secretario che serviva Galeazzo, padre del conte. -</p> - -<p> -Sino dall'anno 1380 il conte di Virtù aveva ottenuto, siccome -dissi, dall'Imperatore Venceslao il diploma di vicario -imperiale. Ma questa dignità personale poteva non essere -data a' suoi figli, e la elezione d'un nuovo imperatore poteva -farla perdere al conte medesimo, il quale non dimenticava -i figli di Barnabò e le pretensioni che avrebbon potuto -far valere, sì tosto che le circostanze loro fossero favorevoli. -Per tal cagione egli cercò d'essere formalmente -investito da quell'augusto come vassallo di tutti gli Stati -che possedeva, onde per tal modo rimanesse la successione -e la sovranità perpetua ne' suoi discendenti. La richiesta -venne esaudita dall'imperatore Venceslao, col mezzo di centomila -fiorini d'oro che ei ricevette dal conte. Gli Stati del -conte vennero eretti in ducato, e il conte venne dichiarato -duca di Milano, con un diploma segnato il giorno 2 di maggio -dell'anno 1395; e con altro diploma posteriore l'imperatore -dichiarò le venticinque città che intendeva comprese -nel ducato concesso, cioè Arezzo, Reggio, Parma, Piacenza, -Cremona, Lodi, Crema, Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, -Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano, Bormio, Como, Milano, -Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio -e Sarzana. Oltre queste città lo stesso augusto investì il -nuovo duca d'una distinta contea, transitoria pure a' suoi discendenti, -nella quale si comprendevano Pavia, Valenza e -Casale. Il diploma è del giorno 13 ottobre 1396. Così quell'augusto -venne a staccar dall'Impero ventotto città, che -formavano la maggior parte dell'antico regno italico; e il -duca ne diventò legittimo sovrano. Altre città possedeva -Giangaleazzo, non comprese in quel diploma; poichè, sebbene -avesse ceduto Padova e dato in dote alla principessa -Valentina Alba ed Asti, ancora Bologna, Pisa, Siena, Perugia, -Nocera, Spoleti ed Assisi erano sue suddite; per lo che -era egli sovrano di trentacinque città. La solenne funzione -di rivestire delle insegne ducali il nuovo duca si celebrò in -Milano sulla piazza di Sant'Ambrogio, il giorno 8 di settembre -dell'anno 1395. In que' tempi non v'erano altri duchi -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -in questa parte d'Italia; quindi la funzione fu solennemente -celebrata con infinito corso di forestieri, e come dice -il Corio, «al spectaculo de tanta solemnitate vi concorse -quase de tutte le natione de christiani, ed anche infedeli, -in modo che ciaschuno diceva non più potere maggior cosa -videre<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>». Io ho un esemplare manoscritto della orazione -che recitò il vescovo di Novara in mezzo di quella pompa, -sulla piazza di Sant'Ambrogio. Essa incomincia così:<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a> <i>Ecce -testem populis dedi eum ducem, et praeceptorem gentibus. — Venerabiles -patres, spectabilesque domini mei, -plurimum merito venerandi, tota Mediolanensium patria -potest a me condiligenter quaerere: — dic, quaeso, -Novariensis episcope, quae sacrum moverunt caesareum -animum nostrae comunitati ducatus exhibere fastigium? — Ad -quam ego: — quadruplex rerum conditio; dirigens -benignitas Regis aeternalis; prosequens conformitas -actus parentatis; obsequens fidelitas domus Viperalis; -congruens utilitas plebis generalis.</i> Poi dopo s'impegna -a provare con varii testi della Sacra Scrittura, che Giangaleazzo -era stato dall'imperatore creato duca per volere di -Dio; per inclinazione di quell'augusto, che, sull'esempio -de' suoi maggiori, beneficava la casa Visconti, per rimunerazione -della fedeltà colla quale i Visconti erano sempre -stati affezionati all'imperatore, e per bene generale de' numerosi -popoli che obbedivano a Giangaleazzo. Indi l'oratore -passa alle lodi dell'Impero Venceslao, nel quale trova:<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a> -<i>Celebris potentia validi vigoris; nobilis prosapia fulgidi -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -decorit; hilaris clementia placidi datoris</i>; e continua -a dimostrare queste asserzioni ritmiche, con fasi e -modi singolarissimi. Poi, terminato l'encomio di Venceslao, -passa a tessere quello del nuovo duca, e le sue lodi sono:<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a> -<i>Generis propinquitas, multum radiosa; corporis formositas, -multum speciosa; animi tranquillitas, valde -virtuosa.</i> L'oratore vescovo di Novara era Pietro di Candia, -che poi diventò papa col nome di Alessandro V; e tale sermone -fu allora ammirato da tutti come un capo d'opera -della più nobile eloquenza. Eppure trentacinque anni prima -Petrarca era domiciliato presso quella piazza medesima! -Convien dunque dire che le eleganti adunanze che ivi aveva -tenute, e quelle del suo Linterno, non avessero lasciato alcuna -traccia<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>. Il Corio descrive i donativi magnifici che -fece il duca di superbi vasi d'oro e d'argento, collane d'oro, -drappi ricchissimi d'oro e seta, cavalli signorilmente bardati, -ed altri generosi regali distribuiti ai convitati. Il grandioso -pranzo lo diede il duca nell'antica corte dell'Arengo, ossia -Broletto Vecchio, dove oggidì sta la regia ducal corte. Il Corio -ce ne dà la descrizione, ed io la riferisco, perchè dà idea del -costume di quei tempi. Si cominciò con presentare a ciascuno -de' convitati «aqua a le mano, stillata con preciosi odori; e -puoi seguitarono le imbandisone, tutte accompagnate con -trombe ed altri diversi suoni; la prima delle quali fu, marzapani -e pignocate dorate, con arme dil serenissimo imperatore -e nuovo duca, in taze doro, con vino bianco; deinde pollastrelli -con sapore pavonazzo, cioè uno per scotella e pane -dorato; puoi porci dui grandi dorati e dui vitelli parimente -dorati. Inde vi furono portati grandissimi piatelli dargento, -e per caduno pecti dui de vitello; pezi quattro de castrato; -pezi due de sensali. Capretti dui interi, pollastri quattro, -capponi quattro, persutto uno, somata una, salzici dui, e -sapore bianco per minestra, e vino greco. Doppo furono -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -portati altri piatelli di simile grandezza con pezi quatro de -vitello a rosto; capreti dui interi; lepori dui intere; pizoni -grossi sei; cunelli quattro. Puoi pavoni quattro, cotti et vestiti; -orsi due dorati con sapore citrino. Doppo furono portati -altri grandissimi piatelli dargento con faxani quatro per -cadauno, vestiti; ed a quelli seguitavano conche grande di -argento, con uno cervo intero dorato; daino uno similmente -indorato, e caprioli dui con galantina. Puoi piatelli -come di sopra con non puocho numero de qualie e pernice -con sapore verde; puoi furono portate torte di carne dorate -con pere cotte. Doppo fu dato acqua a le mano, facta -con delicati odori, ali quale seguitava pignocate in forma -de pessi, inargentate. Puoi pani inargentati, limoni syropati, -inargenti in taze, pesce rostito con sapore rosso, in -scutelle d'argento, pastelli de inguilli, inargentati. Puoi piatelli -grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina -inargentata, trute grande con sapore nero, e sturioni -dui, inargentati. Inde fu portato torte grande verde, inargentate, -mandole fresche, vino legiero, malvasia, persiche -e diversi confecti a varie fogie<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a>». Pare che l'usanza fosse -allora nei conviti pomposi di collocare nel centro della gran -mensa de' pezzi enormi, come maiali, vitelli, orsi, cervi, -daini, sturioni interi o dorati o inargentati, ovvero rivestiti -colla loro pelle naturale e internamente arrostiti. Pare che -queste masse non servissero ad altro che alla vista dei commensali -durante il convito, e che quello finito si concedessero -da depredare festosamente al popolo. Per cibo de' commensali -si ponevano loro davanti, all'uso monastico, dei -piatti minori. I sapori bianco, nero, rosso, verde, citrino e -pavonazzo, pare che fossero salse di colori e gusti diversi. -L'usanza di coprire con foglie d'oro e di argento i cibi anche -oggi si conserva in alcune ciambelle di monache: gli -speziali lo fanno altresì per diminuire la nausea alle cattive -cose che presentano da inghiottire; e nella nostra plebe rimane -ancora il proverbio di <i>mangiare il pan d'oro</i> per -significare una vita signorile e deliziosa. In mezzo a questa -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -stomachevole abbondanza, degna di quel tempo, in cui si -ammirava l'accennata eloquenza del vescovo di Novara, confesseremo -che nella eleganza di servire con acque odorose -per lavarsi, erano quegli uomini più colti e raffinati che ora -non lo siamo noi. -</p> - -<p> -L'ambizione di Giovanni Galeazzo non era sazia giammai, -e voleva per ogni modo quel principe lasciare ai secoli -venturi la fama di sè medesimo. Felici i suoi popoli s'egli -avesse temuto la cattiva fama! Egli ordinò una compilazione -degli statuti di Milano, la quale si pubblicò il giorno -13 di gennaio dell'anno 1396, ed è la medesima che -venne stampata poi l'anno 1480, in Milano, da Paolo Suardi, -con assai bella edizione. Egli fece immaginare la genealogia -del suo casato; e questa fu compilata nella maniera -più grossolanamente fastosa che dir si potesse. Si creò -allora la cronaca de' conti di Angera, celebre presso di -molti fra i nostri autori. Si riascese nulla meno che al troiano -Enea, il nipote di cui, per nome Anglo, si fece fondatore -<i>d'Angleria</i>, nome latino d'una rocca del distretto del -lago Maggiore chiamata Angera. Da Anglo se ne fanno discendere -molti re, molti eroi e finalmente Matteo Visconti. -Appoggiati in questa genealogia i successori di Gian Galeazzo -ambirono poi di aggiugnere al titolo di duca di Milano -quello ancora di conte d'Angera e talvolta semplicemente -<i>Anglus</i>; come fra gli altri ambì di fare Lodovico -Sforza, che nella leggenda delle sue monete per questo si -potrebbe credere un inglese. Anche il titolo distinto di -conte di Pavia lo aggiunsero i successori, per essere quella -una contea separatamente infeudata; e per lo più il principe -ereditario chiamavasi conte di Pavia. Vi bisognava -nulla meno che una ignoranza totale della storia, per -ispacciare seriamente la impostura dei conti d'Angera. Eppure -il duca fu contentissimo di quella adulazione; e la -cronaca venne accolta con riverenza e con fede. La stessa -ambizione della immortalità portò il duca a fabbricare la -chiesa e la magnifica Certosa presso Pavia, dotandola signorilmente, -in guisa che era uno de' più grandiosi e ricchi -monasteri che avesse quest'ordine. Finalmente allo -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -scopo medesimo mirò colla fabbrica del Duomo di Milano, -immaginato ed innalzato da lui. Allora non v'era -in Roma la superba chiesa di San Pietro, nè in Londra -quella di San Paolo; e il tempio che disegnò Gian Galeazzo -ed innalzò in Milano, per que' tempi, era il più -grande, il più ardito e il più magnifico del mondo, senza -eccettuare Santa Sofia di Costantinopoli. Se la fabbrica -siasi cominciata nell'anno 1386, ovvero nel 1387, è un soggetto -di controversia nel quale non entrerò. Nemmeno entrerò -io a trattare del gusto di questa immensa mole, -tutta caricata di minutissimi lavori di marmo, con tanta -prodigalità e capriccio, che costano secoli e tesori gli ornati, -le balaustrate, le guglie e i terrazzi che la coprono, -e non sono visibili se non agli uccelli, o a que' pochi che -hanno la curiosità di salire centottanta braccia, quant'è -l'altezza dell'ultima guglia, per rimirarle. Il duca volle -fare questo tempio abbandonando la simmetria degli ordini -eleganti di architettura, e seguendo il gusto di fabbricare -della Germania. Io non saprei a tal proposito esprimermi -tanto bene, quanto ha fatto nell'elogio del Cavalieri -il nostro immortale abate Paolo Frisi: «Gli architetti fatti -allora venire dalla Germania, avendo preferita la nativa -loro maniera di fabbricare agli ottimi modelli che sino da -quei tempi vedevansi nella Toscana, ci lasciarono nella -gran fabbrica del nostro Duomo un monumento della rozza -opulenza, piuttosto che del buon gusto. Anzi il nuovo modello, -imponendo colla sua stessa grandiosità, e confondendo -le idee della simmetria, dell'euritmia e del bello, -servì piuttosto a ritardare fra di noi i progressi della maestosa -e nobile architettura»; così egli. La lunghezza del -Duomo è di braccia duecentoquarantanove e mezzo; la -larghezza massima della croce è braccia centoquarantotto -e un ottavo; e la larghezza della chiesa è braccia novantasette. -Il nostro braccio è l'estensione di un piede e dieci -pollici di Parigi, così che sei braccia si calcolano prossimamente -undici piedi reali di Francia<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>. Questo grande edificio -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -è tutto di marmo bianco ed alquanto trasparente, che -si cava da un monte del lago Maggiore, verso Domodossola. -Il duca arricchì questa fabbrica di assai pingue patrimonio; -ma per innalzare la immensa mole vi vollero generose -e moltiplicate obblazioni; ed il Corio ci racconta che, -essendo stato nell'anno 1390 pubblicato in Roma un Giubileo, -«dove Lombardi per le continue guerre e turbazione -non essendogli potuto andare, Bonifacio pontefice, ad intercessione -<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span> -de Giovanne Galeazzo Vesconte, la concesse a -Milano ne la medesima forma che era a Roma, cioè che -ciaschuno nel dominio dil Vesconte sì anche non fusse -contrito ne confesso, fusse absoluto di qualunque peccato... -offerendo al primo Tempio due parte de le tre che avrebbino -speso ne lo andare a Roma, de la cui oblatione due -parte dovevano essere de la fabrica dil celeberrimo Tempio, -e la tertia parte al pontefice: a questa indulgentia li -ultimi dui mesi gli concorse innumerabile moltitudine de -Lombardi<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a>». Si è temuto questo passo del Corio, che -asserisce avere il papa accordata l'assoluzione anche ai non -pentiti; e per ciò nelle più recenti edizioni questo pezzo -fu ommesso. Non vi è però motivo alcuno di temere sinistra -impressione, dappoichè l'instancabile nostro conte -Giulini ha pubblicata la bolla medesima di Bonifacio IX, -che ritrovasi nell'archivio Panigaroli, nel registro A, pag. -169, in cui chiaramente si legge:<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a> <i>Vere penitentibus et -confessis</i><a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>. Il Corio si è ingannato attribuendo quella -opinione al papa. Ma non credo io ch'egli poi siasi ingannato, -asserendo che tale opinione comunemente sì facesse -correre per adescare in gran numero i donatori. Infatti -già vedemmo al capitolo undecimo, come il cardinal legato -Bertrando del Poggetto, sessantanove anni prima, aveva -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -pubblicata la Crociata per la distruzione di Matteo I, promettendo -a chi vi si arruolava assoluzione intera,<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a> <i>liber -et mundus sit tam a culpa, quam a poena</i>. Questa opinione -erronea e funesta era dipoi andata serpeggiando per -modo, che lo stesso Bonifacio IX, in un suo breve, scrisse -a disinganno di chi si lasciava adescare:<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a> <i>Non veras, -et praetensas facultates hujusmodi mendaciter simulant, -cum etiam pro parva pecuniarum summula, non poenitentes, -sed mala conscientia satagentes iniquitati suae -quoddam mentitae absolutionis velamen praetendere, -ab atrocibus delictis nulla vera contritione, nullaque -debita praecedenti forma (ut verbis illorum utamur) -absolvant, mala ablata, certa, et incerta, et nulla satisfactione -praevia (quod omnibus saeculis absurdissimum -est) remittant</i><a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>. V'erano dunque pur troppo i comodissimi -dottori, che, per carpire denaro, addormentavano gli -uomini nel delitto; e non è difficile che questi venissero -adoperati per innalzare il Duomo; nel quale il duca pensò -di lasciare ai secoli un monumento eterno della sua grandezza. -Da tali fatti si può concludere che allora non v'era -idea di eloquenza; non si studiava la storia, cattivo era il -gusto di architettura, e poco dissimile quello della mensa; -e quel che è peggio di tutto ciò, correva una morale infame, -per cui si credeva col denaro di cancellare qualunque -iniquità, senza bisogno alcuno di pensare a diventar migliori. -I lodatori de'tempi antichi, torno ancora a ripeterlo, -non sanno la storia. -</p> - -<p> -La vendita che aveva fatta l'imperator Venceslao di tutto -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -il regno longobardo, ossia italico, al nuovo duca, mosse i -principi della Germania a formare un partito per deporre -quel sovrano dal trono augusto, dal quale aveva staccata -una parte così importante. Altri motivi di doglianza avevano -ancora contro di lui. (1401) Quindi dichiararono imperatore -Roberto conte Palatino di Baviera, e Venceslao -deposto; il che avvenne l'anno 1401. Il papa, i Veneziani -ed i Fiorentini animarono il nuovo Cesare a comparire -nell'Italia, per rivendicare le terre staccate dall'Impero; e -gli promisero tutti i soccorsi. Il nuovo imperatore, prima -di venire, scrisse al duca la lettera seguente, che ci ha -conservata il Corio:<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a> <i>Robertus de Bavaria, Dei gratia, -Romanorum rex, et Rheni comes Palatinus. Tibi Johanni -Galeaz, militi Mediolanensi, praecipiendo mandamus, -quatenus omnes civitates, castra, terras, et loca -Romano Imperio et ditioni nostrae spectantia, quae in -Italia occupata indebite detines, Nobis, quibus Romani -Imperii gubernatio, ex electione de nobis imperatore -per Imperii electores canonice facta, ad me spectat et -pertinet, restituere ac resignare debeas, alioquin ut sacri -Imperii terrarum, et jurisdictionum invasorem, et -nostrum hostem et rebellem diffidamus.</i> A tale intimazione -così rispose il duca:<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a> <i>Tibi Roberto de Bavaria -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -nos Johannes Galeaz Vicecomes, Dei et serenissimi domini -Vincislai Romanorum et Bohemiae regis gratia, -dux Mediolani, etc., ac Papiae et Virtutum comes. Per -praesentes respondemus quod quascumque civitates, -castra, terras et loca in Italia possidemus, et a prefato -serenissimo domino Vinceslao, Romanorum rege, et -sacri Imperii gubernacola canonice possidente, tenemus -et possidemus, ipsasque a te, Imperii invasore atque -praefacti domini Vincislai et nostri hoste manifesto, -defendere prorsus intendimus, teque, ipsorum Imperii -et dominii Vincislai regis atque Nostrum hostem manifestum, -si nostrum territorium invadere praesumpseris, -diffidamus</i><a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>. L'effetto di queste bravate non fu altro, -se non che il nuovo augusto Roberto passò le Alpi, e -dal Tirolo venne sul Bresciano. L'armata del duca se gli -affacciò; e il giorno 21 di ottobre dello stesso anno 1401, -battè gl'imperiali per modo che condusse a Brescia un -buon numero di prigionieri, due stendardi e più di mille -cavalli; il che risulta dagli antichi registri della città sovra -memorie contemporanee, consultate e pubblicate dal nostro -conte Giulini<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>. Il conte Alberico di Cunio e di Barbiano -ebbe gran parte dell'onore di questa vittoria<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>. Egli fu -molto caro a Barnabò. Alberico fu istitutore della società -militare di San Giorgio, che liberò l'Italia da masnadieri -esteri. La virtù e il nome di questo illustre italiano vivono -ne' nobilissimi suoi discendenti<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a>. La presa di due -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -stendardi significava allora assai più che non farebbe in -questo secolo, nel quale abbiamo moltiplicato le insegne, -non saprei a qual altro uso, fuori di quello di attestare -con maggior autenticità le proprie perdite quando vengon -prese da' nemici, stipendiando a tal fine molti uomini inutili -per la battaglia. L'apparizione del re Roberto fu momentanea, -poichè dopo quell'incontro voltò strada, e per -la via di Trento se ne ritornò nella Germania. (1402) A -tale stato di prosperità era giunto Giovanni Galeazzo Visconti -nell'anno 1402, che tutto si piegava sotto la potenza -di lui. Altro più non gli restava se non di sottomettere -Firenze, la quale era già cinta d'assedio dal conte Alberico; -e fra poco la Toscana, la Romagna in buona parte, e -la Lombardia non avrebbero avuto altro padrone fuori che -lui. Così il Visconti aveva nuovamente radunato in un sol -corpo l'antico dominio de' re longobardi, nè altro più gli -mancava che il solo titolo di re. Il Corio ci attesta che il -manto reale, il diadema, lo scettro erano già preparati -dal duca; e per celebrare la funzione di farsi consacrare, -aspettava soltanto l'avviso della resa di Firenze. I generali -del duca erano i migliori di quei tempi: Jacopo dal Verme, -Ottobuon Terzo, Facino Cane e il conte Alberico di -Barbiano. Il duca contava il quarantanovesimo anno della -età sua mentre aveva in faccia questa ridente e grandiosa -scena; quando morì in Marignano, il giorno 5 di settembre -dello stesso anno 1402; e così ogni cosa cambiò aspetto; -e tutte le previdenze umane, e tutt'i lunghi fili tessuti per -un avvenire sempre indipendente dagli uomini, rimasero -troncati. Fu veramente magnifica e reale la pompa funebre -che si celebrò in Milano per Giovanni Galeazzo I duca. Ne -abbiamo la descrizione minuta<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>. Intervennero al funerale -gli oratori di ciascuna delle città suddite; gl'inviati di tutti -i principi esteri; e quaranta illustri consanguinei della -agnazione Visconti. Le insegne di tutte le città e borghi -principali del dominio, portate da duecentoquaranta uomini -a cavallo; duemila uomini vestiti a bruno, con grosse torce -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -di cera; tutt'i vescovi sudditi; il feretro, portato dalle cariche -di corte, sotto di un baldacchino di broccato d'oro, -foderato d'armellini; le insegne ducali, portate dagli araldi, -il tutto formò uno spettacolo maestoso. -</p> - -<p> -Il carattere di Giangaleazzo si manifesta bastantemente -dalle sue azioni. Sant'Antonio lo ha dipinto con odiosissimi -colori. Il nostro Corio lo dice prudentissimo ed astuto, che -sfuggiva il commercio degli uomini, pigro, timido nell'avversità, -e audace nella prospera fortuna, simulato, vano -ed infedele alle promesse. Io dirò che egli era ambizioso, -senza elevazione d'animo, superstizioso, senza vera religione, -mite, senza principio di virtù. Egli non ebbe l'atrocità -del padre e dello zio, ma nemmeno ebbe la franchezza -del carattere del secondo. Tutto in complesso, egli però -fu men cattivo principe di quello ch'essi furono: dal che -non risulta gran lode. Nel suo regno vi sono de' fatti grandi; -ma nessuno ve n'ha di nobile e generosa indole. I sudditi -dovettero sopportare pesantissimi aggravii, com'era -necessario di fare per supplire alle grandiose spese che -assorbivano le armate, le pompe, le compre di Stati e di -titoli, e tutti i maneggi che prese il duca a trattare. Il nostro -Annalista ci scrive:<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a> <i>Dux noster imposuit taleas, -conventiones, et mutua intra dominium subditis suis -ita magna et continua, quod ipsis oportebat per peregrina -loca vagari, non valentes dicta onera sustinere, -et fuit ululatus viduarum, et orfanorum, et aliorum -singulorum, et maximus strepitus inferiorum, et immensae -crudelitates. Et non valentes solvere detinebantur, -et bona sua a stipendiariis usurpabantur</i><a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>. Questi -mali però in Milano si dovettero sopportar meno che altrove. -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -Una popolata capitale, che è patria del sovrano, in una -recente signoria, sempre è rispettata. I clamori sarebbero -troppo vicini all'orecchio del principe. Milano infatti, alcuni -anni dopo, malgrado il disordine che dovette soffrire sotto -il governo del secondo duca, era popolata, ricca ed animata -colla industria. Allora in questa capitale colava il denaro -che dovevano portarvi gli oratori delle trentaquattro città -soggette al duca, quello che vi spendevano i ministri dei -principi esteri, quello che vi consumava il duca per la sua -corte e per le sue pompe, quello che si raccoglieva per -fabbricare il Duomo dalla divozione de' cittadini delle altre -città; e per conseguenza aveva mezzi grandi per i tributi. -Certamente che il duca pose in opera tutti i ripieghi -per radunare il denaro, e fra questi ricorse ad uno -di que' metafisici ritrovati che, colla idea di tener celato -il tributo, opprimono i popoli, più ancora di quello che -non faccia un tributo sinceramente richiesto. L'Argellati -ci ha pubblicata la legge monetaria, colla quale comandò -quel principe che tutte le monete si dovessero spendere -a maggior numero di lire; così che, da quel -giorno in avanti, la moneta che correva per tre soldi, dovesse -essere spesa ed accettata per quattro soldi; salvo -però il pagamento de' tributi, che eccettuò e volle che venissero -pagati a ragguaglio dell'antica moneta<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>. Con -questa operazione quel sovrano defraudava i suoi creditori -e stipendiati d'una quarta parte di quanto loro competeva. -Ma tanti furono gli inconvenienti di questa indiretta operazione, -che poco dopo la dovette rivocare, e restituire le -monete al primiero loro corso; di che ne ha trovati i documenti -il conte Giulini nell'archivio della città<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a>. La superiorità -che aveva il Visconti sopra degli altri principi -confinanti si conosce dalle frasi che adoperava nelle lettere -ch'egli scriveva; e ciò anche da principio, avanti che avesse -tanto dilatato il suo dominio ed acquistata la dignità ducale. -Il Corio<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a> ci trascrive le lettere che Gian Galeazzo -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -scriveva ad Antonio della Scala, sovrano di Verona e di Vicenza, -e le risposte che da quel principe riceveva. Allo -Scaligero il Visconti scriveva nulla più che <i>Vir Magnifice</i>; -ed esso, nella risposta al Visconti, <i>Illustris et excelse Pater -noster praeclarissime</i>. Nel corpo della lettera il Visconti -scriveva <i>Nobilitati, vestrae</i>, e nulla più; e lo Scaligero, -<i>Excelsa Paternitas vestra</i>, ovvero <i>Pater Excellentissime</i>. -Anche nel carteggio colla repubblica fiorentina si -manifestava il superiore riguardo che avevasi per il Visconti. -Egli scriveva <i>Magnifici fratres carissimi</i>; ed essi -nelle risposte dicevano: <i>Magnifice et Excelse Domine, -frater et amice carissime</i>; e nel corpo della lettera, <i>Excellentia -vestra</i>. -</p> - -<p> -Il duca Gian Galeazzo, malgrado la severa pietà che dimostrava -sino alla ipocrisia, lasciò, morendo, un figlio naturale, -nato da Agnese Mantegazza. Questi aveva nome Gabriello -Visconti; e il padre, nel suo testamento, lo fece sovrano -di Pisa e di Crema. Nel testamento medesimo, egli -divise a suo arbitrio lo Stato; poichè al cadetto (de' due -figli ch'ei lasciò, nati dalla duchessa Caterina, figlia di -Barnabò), non solamente lasciò la contea di Pavia, che -aveva ottenuta come un feudo separato, ma vi aggiunse -Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, -Feltre, Belluno e Bassano; città tutte staccate dal ducato, -il quale doveva pure, in virtù del diploma e colla legge -de' feudi, passare interamente nel primogenito, che era -Giovanni Maria. Il primogenito adunque rimase duca di -Milano; il cadetto restò conte di Pavia; s'intitolò il primo: -<i>Johannes Maria Anglus, dux Mediolani, etc., comes -Angleriae ac Bonomie, Pisarum, Senarum ac Perusii</i>; -e il secondogenito prese a chiamarsi: <i>Philippus Maria, -comes Papiae, et Veronae dominus.</i> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -</p> - -<h2 id="cap15">CAPITOLO XV. - -<span class="smaller"><i>Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo -duca Visconti, Filippo Maria.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Dalla metà del secolo decimoquarto sino alla metà del -secolo decimoquinto, per lo spazio di cento anni, la -storia di Milano presenta come una figura colossale mal -connessa, di cui ora si raccozzano ed ora cadono i pezzi; -che però in nessuna parte mostra vaghezza ed eleganza, -ma rappresenta una figura truce e deforme. Tale fu l'indole -di que' tempi e di que' governi, nei quali della virtù -appena si conosceva il nome; sotto a principi che considerarono -gl'interessi loro, non solamente staccati, ma opposti -a quelli del loro popolo, che opprimevano e saccheggiavano -anzi che governarlo. Ad onta però dei vizi de' sovrani, -Milano s'andò arricchendo; si animò l'agricoltura, si -aumentò sempre la popolazione, l'industria si moltiplicò. -Perchè la capitale d'un vasto Impero, collocata in mezzo -d'una fertile pianura, e comandata da un sovrano (che, -malgrado l'atrocità, predilige sempre i suoi concittadini), -non può a meno che non cresca. Morto il duca Giovanni -Galeazzo, cadde la gran mole dello Stato sotto il governo -di due minori. Giovanni Maria, primogenito e nuovo duca, -aveva appena quattordici anni, e dieci e non più ne aveva -Filippo conte di Pavia, di lui fratello minore. Sarebbe stato -difficile in que' tempi il conservare illesa la dominazione, -quand'anche il ducato di Milano fosse stato un principato -antico, consolidato dalla opinione de' popoli, e la duchessa -vedova tutrice fosse stata d'animo bastantemente elevato -ed energico per sostenere il peso del governo. Ma oltre i -mali inseparabili dalla minorità, lo Stato era un recente -aggregato di conquiste, di usurpazioni, di compre; e nessun -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -altro titolo v'era per convincere i popoli della legittimità -della nuova dominazione, che la forza. Un diploma -comprato da un debole e deposto imperatore, le male arti, -le insidie e la più vergognosa mancanza di fede, questi -erano i titoli che doveva far valere la vedova duchessa Caterina, -donna avvilita d'animo; perchè, per lo spazio di -ventidue anni, costretta a soffocare colla dissimulazione il -rammarico della rovina di suo padre e de' suoi fratelli, oppressi -da quello stesso uomo ch'ella vedeasi giacere al suo -fianco la notte, e al quale doveva simulare stima ed affetto. -L'orrore del suo misero stato aveva ridotta la vedova principessa -affatto incapace di reggere alla testa di una tale -sovranità; ed all'animo abbattuto dalla lunga ed uniforme -sofferenza de' mali, s'aggiugneva un colpo d'apoplessia già -sofferto, che la rendeva ancora più inetta agli affari. I due -giovani principi non avevano alcun prossimo congiunto che -potesse reggere lo Stato; non un Consiglio appoggiato alla -costituzione. La loro rovina era inevitabile. La reggenza -cominciò coll'unione di alcuni generali e di alcuni cortigiani, -i quali pretesero di formare il Consiglio, presso cui -stava la sovranità, sotto il nome del duca Giovanni Maria. -Questa unione d'uomini potenti e mal assortiti, di cui ciascuno -null'altro aveva per fine che la propria fortuna, e -null'altro aspettava se non l'occasione per approfittarsi -della gioventù d'un principe per il quale nessuno aveva -alcuno zelo; questa unione, dico, colle interne rivalità, e -col disordine ed interno scompigliamento, diede in certo -qual modo il segnale ai sudditi d'essere giunto il momento -opportuno per liberarsi dal giogo che era stato aggravato -da Barnabò, da Galeazzo, e recentemente dal primo duca; -la dispotica dominazione de' quali non era durata abbastanza -per far dimenticare l'antica libertà, se pure è possibile -che si dimentichi mai ogni qualvolta si soffre l'abuso -del potere sovrano. I Rossi fecero ribellare Parma; Ugo -Cavalcabò s'impadronì di Cremona; Giorgio Benzone si fece -arbitro di Crema; Brescia se la prese a reggere Giovanni -Bosone; Franchino Rusca s'eresse sovrano in Como; Giovanni -da Vignate si pose a signoreggiare Lodi; e frattanto -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -i generali del morto duca, che avevano combattuto per lui, -ma non sotto di lui, niente affezionati alla sua memoria, -andavano saccheggiando lo Stato e occupandone le città -per proprio loro conto; come fece Facino Cane, che si rese -padrone di Piacenza, di Tortona, di Alessandria, di Novara -e di altre terre. (1403) Le armi de' collegati scacciarono i -Visconti dalla Romagna, e così Bologna, Perugia ed Assisi -vennero cedute al papa il giorno 25 agosto nell'anno 1405. -Siena anch'essa scosse il giogo; e poco dopo si dovettero -cedere ai Veneziani Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano -l'anno 1404, frattanto che il marchese di Monferrato -s'impadroniva di Casale e di Vercelli. In tale stato erano -le cose, che, due anni dopo la morte del duca Giovanni -Galeazzo (due anni appena dopo la real clamide disposta, -la corona e lo scettro), i suoi figli tremavano, il primo rinchiuso -in Milano colla duchessa sua madre nel palazzo di -corte, custodito come un ostaggio in mezzo di una città -che, divisa in partiti, tumultuava ogni giorno; e l'altro appiattato -nel castello di Pavia e mal sicuro, perchè nella -città più di lui potevano i Beccaria: ed ecco il fine di tanta -ipocrisia, di tanti maneggi, di tanta simulazione, e di tante -violazioni di fede! -</p> - -<p> -Il duca Giovanni Maria, mentre stavasene occulto nel -palazzo ducale, nel tempo che i suoi Stati erano ceduti, -invasi, saccheggiati, ovvero oppressi senza di lui saputa -in suo nome, s'annoiò della compagnia della vedova duchessa -sua madre, fors'anco per qualche buon ricordo che -ella li desse. Come la cosa andasse non lo sappiamo. La -duchessa Caterina dovette staccarsi dal duca suo figlio, e -si ritirò a Monza, per ivi passare il resto de' tristi giorni -suoi, i quali ben presto terminarono il giorno 17 di ottobre -dell'anno 1404. Questa morte si attribuì, non senza -fondamento, allo stesso duca suo figlio; e le azioni della -sua vita ci levano pur troppo l'inquietudine di essere o -maligni o calunniosi nel sospettarlo. I consiglieri di quell'insensato -duca non erano sazii mai della preda, e imponevano -tributi, prestazioni e gabelle, per fare in ogni modo un -buon saccheggio; ma non avendo assoldate truppe bastanti, -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -nè essendo ben organizzata la macchina politica, non sapevano -con qual mezzo forzare i sudditi a pagare i tributi -imposti, e allora ne immaginarono uno che prova l'indole -di quel misero governo. (1406) «E l'anno sexto sopra MCCCC, -dice il Corio, Giovanne Maria in Milano dominante, il dicinove -di febraro, in uno giorno de Venere, ale XII ore, fu -per parte del principe cridato che veruna persona non se -odesse in iudicio per infine non fusse satisfacto ala solutione -de le taglie imposte tanto in quello anno quanto dil -preterito, e parimente che veruno notaro non celebrasse -istrumento nel modo come scripto». Cospirava la fisica a -rovina del popolo per una pestilenza che uccideva più di -seicento persone al giorno<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>. L'interno disordine in Milano -giunse a tal segno, che i generali saccheggiavano le -case de' ricchi cittadini, facevano i corsari, depredando le -mercanzie che navigavano sul Po, e persino, impadronitisi -del castello di Milano, scaricavano l'artiglieria sopra della -città, nella quale pure vi stava lo stesso duca. Bastano -questi falli per concepire una idea precisa della minorità -di quel principe; ed io mi credo lecito di trascurare una -immensa serie di azioni cattive, uniformi e minute, che -nulla ci insegnano di più, e inutilmente renderebbero -sempre più meschino il racconto storico di que' tempi. Il -duca Giovanni Maria era un impasto di stranissima ferocia. -La crudeltà in lui sembra che nascesse non da vendetta nè -da impetuose passioni, ma piuttosto da mancanza di riflessione; -come si vede ne' fanciulli, che atrocemente incrudeliscono -contro i più deboli e timidi animali, senza avvedersene, -poichè, nulla pensando allo spasimo d'un vivente -sensibile, unicamente si divertono nel fenomeno che producono, -e si consolano della loro superiorità. Tale sembra -che fosse il carattere di Giovanni Maria, il di cui sovrano -piacere era quello di vedere sbranare gli uomini da robusti -mastini, ch'egli nodriva per tale oggetto, nel tempo stesso -in cui, timido ed imbecille, obbediva con sommessione a -qualunque de' generali, i quali a vicenda comparendogli -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -davanti colla forza, lo soggiogavano e lo rendevano pupillo, -anche dopo terminata che fu l'età minore: sorta di principato -pessima sopra tutte le altre, poichè le tirannie si -commettevano senza che il vero autore nemmeno compromettesse -il suo nome. Giunto il duca all'età di vent'anni, -il giorno 28 di gennaio dell'anno 1408 fece sbranare da' suoi -cani Giovanni Pusterla, castellano di Monza, calunniandolo -per la morte della duchessa Caterina. Questo innocente e nobile -cittadino spirò satollando colle sue membra la fame di -que' mastini nel luogo istesso ove, sessant'otto anni prima, -aveva terminata la vita, con altro supplizio, Francesco Pusterla, -regnando Luchino, siccome vedemmo. Fu consigliato -il duca di scolparsi con tal sacrificio dall'accusa d'essere parricida. -Bertolino del Maino spirò pure squarciato dai denti -di quei mastini. Così cominciò il suo regno il duca Giovanni, -terminata che fu la minorità! Il signor Carlo Malatesta, sovrano -di alcune città, aveva a lui data in moglie Antonia -Malatesta, sua nipote. Egli voleva pure illuminare il genero -ed insegnargli i principii per governare lo Stato, e mostrarsi -degno di comandare agli uomini; a tal fine, dovendo -egli partirsene da Milano per reggere i propri Stati, lasciò -al duca alcuni ricordi, i quali tuttora si conservano nell'archivio -della città, e furono pubblicati dal benemerito -nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a>. La sostanza di questo testamento -politico si può epilogare nel modo seguente: «La crudeltà -è sempre indecente, sempre odiosa, e non di rado -funesta. I popoli debbono venerare nel sovrano l'immagine -della Divinità, protettrice della innocenza, e placabile col -pentimento. Si guardi il principe da coloro che cercano di -rendergli sospetti i suoi congiunti o i privati suoi domestici; -coloro sono suoi nemici. Risolva da sè il sovrano, ma -negli affari ascolti prima l'opinione de' suoi consiglieri; -così non accaderà una inconsiderata risoluzione. Meglio è -perdonare che distruggere. I tributi s'impongano per vero -bisogno, si ripartano con giustizia, si percepiscano con economia, -e i cortigiani dieno l'esempio agli altri col pagarli. -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -Non s'intraprendano guerre senza necessità. Non largheggi -il principe nel donare superfluamente. Sia inviolabile nel -mantenere la parola data, e imparziale per la giustizia. Le -cariche si dieno al merito, non mai al prezzo. Nella scelta -de' ministri si esamini di quale riputazione godano, e se la -vita loro sia proba; chi non è buon marito, buon padre, -buon padrone in sua casa, non sarà mai buon consigliere -del sovrano. Agli stipendiati si corrisponda fedelmente la -paga. Le antiche leggi patrie sieno venerate ed obbedite. -Ai ribelli riconciliati si tenga d'occhio, ai pertinaci si tolga -il potere». Questo è il trasunto di tale memoria. S'ella fu -destinata da Carlo Malatesta per illuminare il duca, non vi -fu mai carta più inutile di questa. Se poi egli aveva null'altro -in veduta che di lasciare una pubblica disapprovazione -della condotta del nipote, non poteva scrivere meglio -di così, perchè indicò appunto tutte le massime dalle quali -si allontanava quel principe. Andrea Biglia, nel libro secondo -della sua storia, ci descrive la barbarie di Giovanni -Maria:<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a> <i>Genus illud nefandae necis quae canibus urgebatur, -adversum plures intendit, tam ferme sanguinis -sitiens, ut nullum fere diem per id tempus incruentum -sineret</i><a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a>. (1409) Il Corio racconta che molti inermi -popolari avendo gridato <i>pace, pace</i>, mentre il duca passava -avanti della chiesa di Santo Stefano, ad istigazione di due -perfidi suoi famigliari, ordinò quel principe alle sue guardie -di scagliarsi colle armi <i>in quella misera ed inerme compagnia</i>, -il che fu eseguito; e di quegli infelici «oltra a -dugento ne occiseno: ed indi fece proclamare, che sotto -pena de la forcha veruno più non nominasse pace ne -guerra: anchora ordinò che gli sacerdoti ne la missa, in -loco de pacem, dicessino tranquillitatem. Doppuoi essendo -al prefato duca presentato avante uno figliuolo de Giovanne -da Pusterla memorato, forse in età de XII anni, intervenne -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -questa meraviglia anzi miraculo, che, mettendo -li cani addosso al fanciullo per squarciarlo, quello se gittò -a terra chiamando al duca misericordia, il quale, più incrudelendo, -se gli remisse uno ferocissimo cane, chiamato -il guerzo, custodito per il Squarza Giramo, assai più che -quello crudele contra il sangue humano, ed a suggestione -dil quale lo principe molte persone per denti de suoi cani -faceva lacerare. Questo cane adunque, per il canetero -lassato, puoi che il fanciullo ebbe nasato, se fece a disparte. -Ma il principe non per questo revocando la innata -crudeltate, cominciò minaciar al Squarza che lo farebbe -suspender per la gola; onde remettendo una crudelissima -cagna per nome sibillina, parimente quella non -volse molestar il fanciullo, che di continuo domandava perdono. -Ma Giovanne Maria, più obstinato nel suo furore, -comandò al malvagio canatero che scanasse lo innocente -garzono, il che voluntiere exequendo, non ancora quegli -cani volsino gustare dil suo sangue: ed in tal forma ne -faceva morire, ed tanto in questa inaudita crudeltate se -delectò, che sino la nocte andava per la cità con il Giramo, -inventore de si inaudita sceleragine e favoreggiato da lui -per tanto horrendo maleficio, caciando il sangue umano -come li cazatori ne boschi le sevissime fere». Così il Corio<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>, -il quale nella sua gioventù avrà inteso questi atrocissimi -fatti da' vecchi che n'erano stati dolenti spettatori. -Il Biglia poi scriveva le cose de' suoi tempi, e poteva essere -testimonio di veduta. Ho voluto narrar questi orrori colle -parole altrui, per risparmiare a me stesso la pena di descrivere -cose tanto crudeli, e per togliere ogni sospetto -sulla verità dei fatti. -</p> - -<p> -La condotta del duca Giovanni Maria era quella d'un -vero pazzo furioso; poichè, nei mentre ch'egli insultava -l'umanità, la giustizia, la natura istessa coi mastini, compagnia -degna di un tal principe, egli sopportava che Facino -Cane a suo pieno arbitro non solamente dominasse -Alessandria, Tortona, Novara ed altre terre, ma disponesse -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -da sovrano, e in Milano ed in Pavia, ogni cosa a suo piacimento, -per modo che il Biglia ci lasciò scritto:<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a> <i>Nec multo -post Facinus Mediolanum advocatur, ut nihil jam illi -ad utriusque dominium praeter nomen deesset, omnia -uni parebant, omnia pro illius imperio statuebant, ne -tanto quidem ad impensas juvenum relicto quod vitae -satisfacerent</i><a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a>. Appena i due giovani principi avevano di -che mangiare. Il duca aveva fatta colla città di Milano una -convenzione, la quale si trova nell'archivio della città, e -venne pubblicata dal conte Giulini<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>. In vigore di tal carta -egli si sottopose in molta parte a que' limiti che presentemente -fissa la costituzione della Gran Brettagna al sovrano, -almeno per riguardo al tributo. Le regalie tutte le cedette -alla città, alla quale diede in proprietà ogni sorta di carico -non solo, ma persino gli stessi beni suoi allodiali; e ciò a -condizione che la città gli sborsasse sedicimila fiorini al -mese, ossia centonovantaduemila fiorini all'anno. Il primo -duca aveva da tutto il suo Stato un milione e duecentomila -fiorini all'anno<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a>; ma ora non rimaneva a questo secondo -duca se non Milano, e non era tenue quella somma per -que' tempi. Nè questo fu pure il limite a cui si tenne il -duca. Volle che la città diventasse, in certo modo, anche -amministratrice dei centonovantaduemila fiorini; e stabilì -che per la sua persona se gli sborsassero ogni mese duemilacinquecento -fiorini, per mantenimento della sua corte, -cavalli, tavola e vestito: del rimanente la città doveva pagare -ottomila fiorini di stipendio per ogni mese a cinquecento -lance, tremila fiorini al mese per lo stipendio di mille -fanti, mille altri fiorini al mese per la guardia del corpo, -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -e millecinquecento fiorini al mese per soldo ai consiglieri -ed ai giudici. Questo contratto (che dava esistenza morale -al corpo politico, creandolo legittimo percettore del tributo, -e un essere vivente interposto fra il sovrano ed il suo popolo, -avendo un debito fisso col primo, ed un dritto e -una giurisdizione sul secondo) poteva essere una nobilissima -beneficenza verso della patria in tutt'altro principe; -ma era una stolida imbecillità in quel Giovanni Maria, -incapace di governare. Tutto era in combustione e in disordine:<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a> -<i>Vulgus quidem</i>, dice il Biglia, <i>annonae copia -delinitum; caeteri, quicunque bonorum civium -loco essent intolerandis tributis gravabantur... Multi -vel publica vel privata licentia interfecti.</i> I mali pubblici, -l'odio contro l'infame duca, il profondo disprezzo che si era -egli meritato, giunsero finalmente al colmo. (1412) I due -fratelli Andrea e Paolo Baggi, ai quali il sovrano aveva -fatto ammazzare un fratello chiamato Giovanni; Giovanni -della Pusterla, nipote dell'infelice castellano di Monza sbranato -da' cani, e cugino dell'altro disgraziato fanciullo scannato; -Francesco e Luchino del Maino, cui il duca aveva -fatto decapitare due fratelli, e sbranare da' cani Bertolino, -loro parente, si collegarono, e varii altri ad essi si unirono -per togliere dal mondo quel mostro crudele, pazzo debole, -imbecille ferocissimo; e il giorno 16 di maggio dell'anno -1412 lo colsero, non si sa bene se nella chiesa di San Gottardo, -ovvero in una sala di corte mentre s'inviava alla -chiesa, e lo lasciarono sul momento morto dalle ferite. Il -duca Giovanni Maria così terminò la obbrobriosa sua vita, -nell'età giovanile di ventiquattro anni non per anco compiuti, -dopo di aver portato il nome di duca per quasi dieci -anni. La universale detestazione contro di lui si manifestò -con segni inusitati, poichè nemmeno si volle rendere al di -lui cadavere il vano onore della pompa funebre: e una -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -donna della pubblica prostituzione fu la sola che diede un -segno di pietà, gettandogli sopra un canestro di rose. L'infame -Squarcia Giramo fu dalla plebe colto e strascinato per -le strade, indi appeso per la gola alla sua casa. -</p> - -<p> -Alcuni de' nostri scrittori hanno preteso di farci credere -che il duca Giovanni Maria coltivasse le belle lettere; se -ciò mai fosse, ridonderebbe un tal fatto piuttosto in disonore -delle lettere che in lode di quell'anima perversa; perchè -proverebbe che si può anche da un cuore insensibile -gustare la venustà e la grazia del Petrarca, il che però -sembra una contraddizione. So che la filosofia, le lettere, la -musica, la pittura, le arti tutte hanno i loro ipocriti, come -gli ha la virtù, come gli ha la religione; ma un giovine -dissoluto che si diverte a far lacerare gli uomini dai cani, -non è sulla strada d'alcuna ipocrisia. -</p> - -<p> -Sarebbe un problema da esaminarsi tranquillamente da -un uomo ragionevole e non ambizioso, se veramente Matteo -Visconti abbia procurato un bene a sè stesso e alla sua -casa innalzandosi al trono. Lo stesso Matteo I morì di rammarico -per gl'interdetti e le scomuniche; Galeazzo I, suo -figlio, cessò di vivere per i lunghi patimenti sofferti nel -carcere; Stefano perì di veleno; Marco venne gettato da -una finestra; Luchino fu avvelenato dalla moglie; Matteo II -fu ucciso violentemente dai fratelli; Barnabò morì in carcere -a Trezzo di veleno; Giovanni Maria fu trucidato. È -una gran massa di sventure cotesta, accadute ad una famiglia -in meno di cento anni! Nella condizione privata è -ben difficile che ne accada altrettanto. Azzone e Giovanni -furono i due soli principi felici, perchè sensibili, benefici -e virtuosi, ma fu breve il loro regno. Egli è vero però che -questo seguito di miseri casi nacque per i vizi di que' sovrani; -quando nella serie di cinque secoli dell'augusta casa d'Austria -non troveremo veruna traccia de' mali che in meno -d'un secolo sopportarono i Visconti. -</p> - -<p> -Il duca Giovanni Maria non lasciò figli:<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a> <i>Juvenem his -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -monitis imbuerunt</i>, dice il Biglia, <i>ut jam uxorem, si -non repudiatam, certe pro dissociata haberet</i>; nè della -duchessa Antonia, figlia di Malatesta de' Malatesti, si è inteso -più cosa alcuna. Filippo Maria era giunto all'età di -vent'anni. Egli era il solo avanzo che rimanesse nella discendenza -di Gian Galeazzo; ma se ne stava nascosto e -pauroso nel castello di Pavia; solo spazio sicuro che gli -restava sulla terra. Pavia, Milano e tutto il rimanente dello -Stato era occupato da piccoli sovrani. Quasi ogni città si -era creato un conte. Il più potente fra questi nuovi divisori -del dominio era, siccome dissi, Facino Cane, al di cui -stipendio viveva una schiera di militi dei migliori di quei -tempi, avvezza a vincere sotto il comando di Facino. Egli -in fatti era il padrone di Milano, di Pavia, di Alessandria, -di Novara, di Tortona e di altre terre; e non gli mancava -altro che il titolo di duca. Anzi vi è tutta l'apparenza di -credere che lo sarebbe diventato, e colle armi avrebbe ricuperato -per sè medesimo la successione del primo duca, -poichè fu estinto Giovanni Maria, e nessun altro rimaneva -che il timido Filippo Maria; ostacolo di mera opinione, facile -a togliersi colla fede e colla morale di quel secolo -d'orrore. Ma il potere supremo dispose altrimenti, e decretò -che nel medesimo giorno 15 di maggio dell'anno 1412 -Giovanni Maria morisse trucidato in Milano, e Facino Cane -morisse in Pavia di natural malattia. Il momento era giunto -al fine in cui i figli dell'oppresso Barnabò potessero far -valere le loro ragioni. Non v'era forza che potesse far loro -valida resistenza; e il governo civile di Milano era talmente -sconnesso ed incerto, che nulla più doveva costare -ad essi per impadronirsene che lo stendervi la mano. In -fatti Estore Visconti, figlio naturale di Barnabò, nato da -Beltramola dei Grassi, negli ultimi anni del regno del duca -Giovanni Maria s'era impadronito di Monza; e pare che -da colà aspettasse il momento per rendersi signore di -Milano; e così fece spirato che fu il duca. Siccome poi -l'origine sua poteva dar luogo a chi volesse trovare illegittima -la sua dominazione, così Estore si associò Giovanni -Carlo Visconti, discendente legittimo del signor Barnabò -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -perchè figlio di Carlo e di Beatrice d'Armagnac. Ebbero -questi due (zio e nipote) un frate domenicano, chiamato -Bartolommeo Caccia, che perorò e predicò tanto, che indusse -il popolo di Milano a riconoscere Estore e Giovanni -per sovrani; e tali durarono per un mese di tempo, cioè -sino al giorno 16 di giugno dello stesso anno 1412. Questi -apocrifi sovrani batterono moneta, in cui s'intitolarono -bensì signori, ma non duchi di Milano; ed io ne ho nella -mia raccolta. Tale era la situazione di Filippo Maria, che -poteva assumere bensì il titolo di duca di Milano, ma non -ne possedeva proprietà alcuna, e mancava d'ogni mezzo -per deprimere gli usurpatori. Una sola via poteva aprirsegli -per riascendere. Gli stipendiati di Facino Cane erano -un corpo ragguardevole di bravi soldati, affezionatissimi -al loro generale, e dopo la morte di esso alla di lui vedova -Beatrice Tenda. Se il nuovo duca sposava questa vedova, -da cui dipendevano alcune città e questo corpo di armati, -era da sperarsi che quei militi, fedeli alla vedova, combattessero -con impegno in favore del nuovo di lei marito. -Tal consiglio provvidamente venne suggerito al duca Filippo -Maria. Si entrò a trattar quest'affare; e quantunque -la vedova Beatrice avesse l'età d'essere madre dello sposo -che le veniva proposto, aderì all'offerta e sposò il giovine -duca. Con tale atto si trovò il duca immediatamente padrone -di Pavia, di Tortona, di Novara, di Alessandria e -dei soldati di Facino. Il primo passo era quello di scacciare -da Milano Estore Visconti. Quindi Filippo Maria, chiamati -intorno di sè i fedeli stipendiati di Facino Cane, si -incamminò da Pavia a Milano. Quei militi intrepidi riguardavano -il duca come un figlio del loro amato padrone, e -fecero sì bene, che Estore dovette abbandonare la città -appunto il giorno 16 di giugno, siccome ho detto; e ritiratosi -nel castello di Monza venne ivi assediato, e dopo -alcuni mesi vi rimase ucciso da un colpo di spingarda -che gli fracassò una gamba. Il cadavere di Estore Visconti -si conserva incorrotto e visibile in un cortile di fianco alla -chiesa di San Giovanni di Monza; e si riconosce la rottura -della gamba. Appena fu padrone di Milano Filippo Maria, -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -terzo duca, girò per la città, e mostrò al popolo umanità -ed accoglienza. Ma quanti potè avere dei complici della -morte del duca Giovanni Maria, tanti morirono col supplicio, -e taluni squartati, e le loro membra inchiodate alle -porte della città, e le teste, conficcate in cima di lunghe -aste, vennero piantate sul campanile della piazza de' Mercanti. -Le case dei congiurati furono abbandonate al saccheggio; -e così cominciò il suo regno il duca Filippo Maria. -Fra i militi di Facino Cane vi era un soldato di fortuna, -Francesco Carmagnola, uomo di grand'animo, che -aveva i talenti di un buon generale, e che colla superiorità -del suo merito aveva dato persino gelosia al suo antico -padrone, che pure era grande uomo di guerra dei -suoi tempi. Il duca non era fatto per comandare in persona: -egli era timido, inerte, superstizioso, amante della -solitudine. Egli fortunatamente ascoltò il consiglio di Beatrice -sua moglie, e collocò nel Carmagnola il comando e -la confidenza. Francesco Carmagnola fu dichiarato conte; -innalzato, arricchito e beneficato dal duca. Il conte Francesco -alloggiava in Milano nel palazzo in cui ora si radunano -i Corpi civici. Premeva al duca di riacquistare Lodi, -città distante appena venti miglia da Milano. Giovanni Vignate -s'intitolava conte di Lodi, e ne era il padrone. Una -tregua si era sottoscritta fra il duca e lui; quindi il Vignate, -fidandosi al gius delle genti, senza alcun sospetto -veniva qualche volta a Milano. (1416) Egli un dì non ebbe -timore di porre piede nel castello in cui stavasene appiattato -ed invisibile il duca; ed ivi, il giorno 19 di agosto -dell'anno 1416, venne a tradimento arrestato, malgrado la -tregua, e trasportato a Pavia, ove fu riposto in una gabbia -di ferro. Contemporaneamente le truppe ducali sorpresero -Lodi e fecero prigioniere Luigi Vignate, figlio del conte; -il padre ed il figlio passarono nelle mani del carnefice; e -con tal mezzo il duca s'impadronì di Lodi. Loterio Rusca, -signore di Como, credette di fare un buon contratto cedendo -al duca la sua sovranità per quindicimila fiorini -d'oro. Crema ritornò in potere del duca, perchè il nipote -del conte di Crema, Giorgio Benzone, tradì suo zio e v'introdusse -le armi ducali. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -</p> - -<p> -Stavasene il duca Filippo Maria inaccessibile nel castello -di Milano, senza che mai fosse veduto nella città. Le strade -di Milano, le mura istesse diroccavano, e si lasciavano -senza riparazioni. Quel principe credeva all'astrologia; e -questa era forse anco la sola norma della sua morale e di -tutte le sue azioni. Quando la luna era in congiunzione -col sole, egli s'intanava in qualche angolo del castello più -solitario, e non voleva mai dare risposta, nè permetteva -nemmeno che alcuno la desse per lui. Aveva una macchina -egregiamente lavorata; quest'opera di orologeria dinotava -il movimento dei pianeti, e quest'era l'oggetto della più -frequente osservazione del duca. Se taluno lo interpellava -per aver i suoi ordini nel momento che egli credesse infausto, -o taceva, ovvero rispondeva soltanto: <i>aspetta un -poco.</i> Egli aveva i suoi astrologi, i quali erano i più cari -di lui consiglieri, e quelli che influivano più d'ogni altro -nel governo dello Stato. Le forze del duca Filippo Maria -ci vengono descritte da Andrea Biglia. Il conte Francesco -Carmagnola era alla testa degli stipendiati ducali. Settecento -cavalieri formavano la guardia del corpo: il Biglia -li chiamava <i>familiares</i>. Due squadroni, ciascuno di settecento -cavalieri, formavano due corpi di lance spezzate, -<i>lanceas laceras</i>. Aveva altra cavalleria comune, in tutto -quattromila cavalli. D'infanteria egli aveva allo stipendio -mille uomini scelti, tutti coperti di lucidissime armature, -<i>qui totis armis lucerent</i>; e il rimanente dei fantaccini, -ben corredati, ascendeva a più di quattromila uomini<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a>. -Tale armata si preparava a marciare contro del marchese -di Monferrato; il quale, per evitare la guerra, cedette al -duca Vigevano. (1418) Così il duca, da Beatrice Tenda, ottenne -la ricuperata sovranità di Milano, Pavia, Lodi, Como, -Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara; e da queste otto -città e dall'armata ebbe i mezzi per dilatare nuovamente -i confini dello Stato, siccome fece. Doveva il duca venerare -la sua benefattrice più della stessa sua madre. A lei -doveva tutto, persino l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -stata levata, se non aveva il di lei soccorso. Essa -con tutto ciò soffri il trattamento di essere (malgrado l'età -sua e la sua virtù) dal marito incolpata d'avergli violata -la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello, -che era al di lei servizio. Questo giovine era veramente -di amabile aspetto e di pari maniere; e talvolta la duchessa -passava qualche ora con minore noia, facendolo suonare -il liuto. Volle il duca che venisse imprigionata in Binasco -l'infelice Beatrice Tenda; e il non meno disgraziato cavaliere -fu parimenti posto nei ferri. Si fecero soffrire ventiquattro -strappate di corda alla duchessa, come ci narra il -Corio<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>. Furono condannati e l'una e l'altro a perdere la -testa sotto la scure; il che si eseguì in Binasco nell'infausta -notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno -1418. Il Corio ci attesta che, per liberarsi dagli strazi della -tortura, la duchessa incolpasse sè medesima; ma poi, in -presenza degli ecclesiastici che l'accompagnarono al patibolo, -prima di sottoporvi il capo, chiamasse Iddio in testimonio -dell'incolpabile sua innocenza. Ci dice il Biglia che -il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio -calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virtù, -sebbene in fine perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa, -avanti il patibolo, da donna forte e virtuosa, rimproverasse -la vile colpa all'Orombello, e protestando la -innocenza propria, chiamandone testimonio Iddio, piegasse -il capo alla mannaia. Fosse il peso d'un troppo grande beneficio -insopportabile all'anima del duca; fosse ambizione, -per cui si sdegnasse d'aver per moglie una che non era -di famiglia sovrana; fosse noia d'avere una compagna di -una età matura; fosse l'amore ch'egli già nutriva per -Agnese del Maino, colla quale visse poi sempre, ed a cui -null'altro mancò se non il nome di moglie; fosse una trama -di qualche abbietto favorito, a cui non tornava bene che -il duca ascoltasse fedeli consigli; fosse perfine ciò prodotto -da qualche astrologica predizione che promettesse al duca -felicità da un tal colpo; qualunque ne fosse il motivo, tale -fu la mercede che Filippo Maria seppe rendere ai beneficii -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -ricevuti da quella sventurata donna. Trema la mano nello -scrivere tali abbominazioni! -</p> - -<p> -La città di Piacenza era stata occupata da principio da -Pacino Cane; poi se n'era preso il dominio Filippo Arcelli. -Il fratello ed il figlio di questo signore caddero in potere -del duca; il quale, memore di quanto col Fogliano aveva -quarantasei anni prima fatto Barnabò, fece piantare a vista -di Piacenza due forche, e fece intimare la resa a Filippo -Arcelli, minacciandogli altrimenti di fare impiccare -Bartolomeo e Giovanni, il fratello ed il figlio. Non credette -Filippo che il duca volesse a tal segno disonorarsi, e ricusò -di cedere la sovranità. Que' due illustri ed innocenti gentiluomini -furono ben tosto impiccati, a vista della madre -medesima, che da una finestra s'accorse dell'orribile sventura, -e colle smanie accrebbe talmente l'intima desolazione -del marito, che se ne uscì da Piacenza sconosciuto; e così -quella città ritornò in potere del duca il giorno 13 di giugno -dell'anno 1418. (1419) Bergamo era posseduta dai Malatesta; -ma il conte Francesco Carmagnola la sorprese e la -riacquistò al duca il giorno 24 di luglio l'anno 1419; il -che vedutosi da Gabrino Fondulo, signore di Cremona, stimò -di vendere al duca la sua sovranità per trentacinque mila -fiorini, ossia ducati d'oro. Il marchese di Ferrara, Nicolò -d'Este, cedette Parma al duca il giorno 28 di novembre -l'anno 1420. Brescia da Pandolfo Malatesta fu ceduta al -duca, il giorno 18 di marzo dell'anno 1421, per il prezzo -di trentaquattromila fiorini d'oro. Tanto erano temute e -fortunate le armi ducali sotto il comando dell'intrepido ed -esperto conte Francesco Carmagnola, che portò questi l'assedio -sotto di Genova; città che sessantotto anni prima si -era data a Giovanni arcivescovo, e che, dopo tre anni essendosi -sottratta, inutilmente era sempre stata adocchiata -dal primo duca. Il valoroso conte la costrinse alla resa; e -il giorno 2 di novembre dello stesso anno 1421 capitolò la -città e riconobbe per suo signore il duca di Milano. Filippo -Maria prescrisse da buon astrologo l'ora e il momento in -cui dovevasi fare la funzione del possesso di Genova<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a>. I -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -Genovesi però quattordici anni dopo scossero nuovamente -il giogo dei Visconti. (Il signor don Carlo de' marchesi -Triulzi, cavaliere di moltissima erudizione, ha nella sua -collezione di monete di fiorini d'oro di Genova regnandovi -il duca Filippo Maria, ed io ho delle monete d'argento pure -di Genova col nome e collo stemma del medesimo duca). -Poi dal duca d'Orleans ebbe il Visconti per cessione Asti: -città che da suo padre era stata, come dote della principessa -Valentina, ceduta al conte di Valois trentacinque -anni prima. Fece il duca altri acquisti nella Romagna, cioè -Forlì, Imola, Faenza. (1424) A tale stato di grandezza era -giunto il duca Filippo Maria l'anno 1424, che possedeva -venti città acquistate colle nozze della infelice duchessa, e -colla fede e col valore del conte Francesco. Le città erano -Milano, Como, Brescia, Bergamo, Lodi, Crema, Cremona, -Piacenza, Parma, Faenza, Imola, Forlì, Pavia, Alessandria, -Tortona, Genova, Asti, Vercelli, Novara e Vigevano, tutte -acquistate nel breve spazio appena di dodici anni. Avrebbe il -duca sottomesse ancora le altre quindici città che gli mancavano -per ricuperare lo Stato di suo padre; avrebbe fors'anco -esteso ancora più in là i confini; se, tenendosi inaccessibile, -invisibile e sempre attorniato da uomini da nulla, fra i -quali il primo era certo Zanino Riccio, non avesse tagliata -a sè medesima la mano destra col diffidare del conte Carmagnola, -dopo le non interrotte prove del di lui animo. La -superiorità dei talenti del conte, e la franchezza colla quale -suggeriva i buoni consigli al suo principe, facevano tremar -di paura gli abbietti uomini che attorniavano il duca. S'avvedevano -ben essi che quel generale non avrebbe mai fatto -lega nè cogli astrologhi, nè coi parassiti che deludevano il -sovrano. Formarono quindi il progetto di alienar l'animo del -duca dal conte Carmagnola, e mentre il conte gli sottometteva -le città, facevano malignamente risuonare all'orecchio -di Filippo Maria l'amore dei soldati, la riverenza dei -popoli sempre crescente verso del Carmagnola. Quindi ogni -dì più rendevano timido il duca appiattato, invisibile ad -ognuno, fuori che ad essi; a tal segno ch'ei non usciva dal -castello di Milano, se non dalla parte solitaria dei campi; -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -per di là passando al castello di Abbiategrasso, ove parimenti -stavasene solitario ed occultato. Basta il dire ch'egli -non venne mai in Milano, se non quella prima volta che -ho detto. Bloccato in tal maniera il duca, nulla ei più sapeva -degli affari, di quanto volevano dirgliene quei vili intriganti -cortigiani. Costoro a poco a poco fecero nascere il -pensiero nel duca di collocare il conte stabilmente al governo -di Genova, finchè gli tolse il comando dell'armata. Il -conte da Genova andava scrivendo al duca, illuminandolo -sul proposito degl'interessi del suo Stato, e lagnandosi dei -torti. Ma le lettere nemmeno giugnevano al duca. Se ne -avvidde il conte, e lasciando Genova si portò alle porte del -castello d'Abbiategrasso, chiedendo umilmente di essere -ascoltato; ma gli venne risposto che esponesse le sue occorrenze -a Zanino Riccio. Il Carmagnola alzò la voce colla -speranza di essere inteso dal duca, e protestò che quel -principe era attorniato da traditori e malvagi cortigiani. Le -guardie avevano militato sotto di lui; sebbene animate ad -arrestarlo, non l'osarono. Il conte allora, rimontato sopra -il veloce destriero, su cui erasi ivi improvvisamente portato, -<i>forse si pentirà</i>, disse, <i>in breve il duca di non avermi -ascoltato</i>; e spronò il cavallo e disparve da un luogo -dove non era stato senza pericolo; quindi per vie sicure se -ne andò a Venezia, ove offrì i suoi servigi a quella repubblica, -da cui vennero accettati con somma onorificenza. -</p> - -<p> -Le avventure del conte Carmagnola sono interessanti. Il -momento in cui sconsigliatamente volle il duca disgustare -quel benemerito generale, fu quello in cui la fortuna -dello Stato si cambiò; e laddove sino a quell'ora sempre -la vittoria, le conquiste o le dedizioni avevano contrassegnati -gli anni del suo regno, da quel punto cominciò a -contrassegnarli colle inquietudini, colle sconfitte, colle -umiliazioni e colle perdite. Appena era partito il conte, -che il duca stese la mano confiscatrice su tutti i poderi -suoi, e si riprese su tutti i doni che gli aveva fatti. Tese -varie insidie per averlo prigione; ma non gli riuscirono. -Tentò il veleno, e certo Giovanni Liprandi, milanese, che -aveva per moglie una Visconti, provossi a Treviso di avvelenare -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -il conte: il che verificato, perdè poi la testa a -Venezia. A tali infami azioni s'abbassava il duca per consiglio -di Zanino Riccio, e d'altri vigliacchi ed astrologi, -pari a lui, mentre in vece con qualche onesto partito nulla -sarebbe riuscito più facile che l'accomodarsi col Carmagnola, -già affezionatissimo nel suo cuore ai Visconti, siccome -accade sempre di esserlo, quando si sono fatti insigni -beneficii, pei quali amiamo il beneficato come cosa -nostra. Il conte, pagato con tanta ingratitudine, insidiato -in così bassa ed atroce maniera, conobbe non rimanergli -più altro partito che l'operare da nemico. Egli adunque -consigliò ai Veneziani di legarsi coi Fiorentini. Temevano -i primi di perdere Verona e Vicenza, occupate recentemente -sotto l'infame governo dell'ultimo duca. I Fiorentini -vedevano già nuovamente innoltrata nella Romagna -quella sovranità dei Visconti, che ventiquattro anni prima -aveva esposto all'estremo pericolo la loro repubblica; -quindi si unirono coi Veneziani. (1426) Il re Alfonso di -Napoli si unì colle due repubbliche; ed il conte Francesco -Carmagnola, l'anno 1426, ricevette solennemente dalle -mani del doge di Venezia lo stendardo di San Marco, e -venne dalla repubblica dichiarato capitano generale dell'armata -terrestre, coll'assegnamento, cospicuo per quei -tempi, di dodicimila annui fiorini, ossia ducati d'oro. Ciò -fatto, il Carmagnola si portò sul bresciano. Egli conosceva -quel paese, poichè sei anni prima vi aveva guerreggiato -per riacquistarlo al duca e scacciarne i Malatesti. Era celebre -la battaglia ch'ei vinse l'anno 1420, il giorno 8 di -ottobre; ora si trattava di acquistar Brescia ai Veneziani. -Il conte ne scacciò l'armi del duca. Il comandante che -Filippo Maria aveva posto alla testa delle sue armi invece -del Carmagnola, era Guido Torello; uomo che non pareggiava -i talenti del Carmagnola. Sotto del Torello combattevano -Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, uomini di -merito; ma il primo di questi due si sdegnava d'essere -sotto il comando d'un generale ch'egli non credeva superiore -a sè stesso; l'altro era ancor giovine, focoso ed -inesperto. Oltre ciò, passavano fra tutti e tre quelle rivalità -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -che, tendendo a farsi reciprocamente scomparire, rovinavano -il sovrano e lo Stato, del quale ad essi era consegnata -la difesa. Presa Brescia, era da temersi che la -guerra non s'avanzasse nel centro del dominio; e perciò -dovette il duca richiamare le truppe dalla Romagna, e -abbandonare per sempre Forlì, Imola e Faenza, che appena -da due anni erano sue. (1427) Il conte Francesco -Carmagnola diede una sconfitta ai ducali il giorno 11 -ottobre 1427. Quasi tutti i generali del duca, e quasi -tutti i suoi soldati rimasero prigionieri. Oltre i già nominati -erano nell'esercito ducale altri generali, cioè il conte -di Cunio Alberico da Barbiano<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a>, Cristoforo Lavello, Carlo -Malatesta ed Angelo della Pergola; uomini che tutti avevano -buon nome nella guerra. Conseguenza ne venne che -Bergamo passò in potere dei Veneziani l'anno 1428. Così -Zanino Riccio fece perdere al duca ed a' suoi successori -non solo Vicenza e Verona, che si dovevano ricuperare, -ma Brescia e Bergamo, e quasi tutta le terra ferma che -possedette poi ed attualmente possede la repubblica di -Venezia. Se il conte Carmagnola fosse stato d'animo costante, -il duca Filippo Maria sarebbe rimaso con Zanino -Riccio; anzi sarebbe stato abbandonato ben presto da quell'istesso -infingardo, che non amava se non la fortuna del -duca. Già Filippo Maria aveva dovuto cedere al duca di -Savoia Vercelli, per contentarlo e non soffrire invasione -anche da quella parte. Il marchese di Monferrato, i Fiorentini, -i Veneziani ben presto gli toglievano il restante -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -de' suoi Stati. Il Carmagnola, dopo la presa insigne della -armata ducale, non aveva più contrasto: e Cremona, Crema, -Lodi rimanevano, se lo voleva, in potere dei Veneziani. -Ma quando vide il conte posto il duca a mal partito, cessò -di far la guerra con vigore; anzi non servì più con buona -fede i Veneziani. O foss'egli allontanato, per una ripugnanza -dell'animo, dal portare così la distruzione ad un -principe dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori e -sotto del quale aveva acquistata la celebrità; ovvero fosse -egli ancora nella fiducia che, umiliato il duca, venisse a -fargli proposizioni di accomodamento, e gli sacrificasse i -meschini nemici che avevano ardito di nuocergli, cioè i -vilissimi cortigiani suoi, o qualunque ne fosse il motivo, -il conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso dei -procuratori veneti, e malgrado la decisa loro opposizione, -volle rimandare, disarmati bensì, ma liberi, al duca tutti i -generali ed i soldati numerosissimi che aveva fatti prigionieri -nella vittoria del giorno 11 ottobre 1427. Il duca in -pochi giorni armò di nuovo e rimontò questi militi, ed è -molto degno di osservazione questo fatto, cioè che due soli -artefici di Milano in pochi giorni gli diedero le armature per -quattromila cavalli e duemila fanti, sapendosi che in quei -tempi gli uomini si coprivano tutti di ferro; il che prova -quanto si è accennato al capitolo duodecimo sulla grandiosa -manifattura d'usberghi, d'elmi e d'ogni lavoro di ferro -che v'era in Milano. Anche i quattromila cavalli ben tosto -li ritrovò il duca dalle razze del suo Stato; e così il Carmagnola -poco dopo ebbe nuovamente di fronte quella -stessa armata che aveva avuta inerme in suo potere. Il -séguito delle sue imprese sempre più fece palese il suo -animo poichè trascurò tutte le occasioni, e, lentamente -progredendo, lasciò sempre tempo ai ducali di sostenersi. -(1432) Insomma giunse a tale evidenza la cattiva fede del -conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo, -decapitato in Venezia, il giorno 5 di maggio dell'anno -1432, come reo di alto tradimento. Tale fu il fine che fece il -conte Francesco; uomo che non aveva i vincoli sacri della -patria e della famiglia, i quali ammorzarono la vendetta -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -nell'animo di Coriolano; uomo che sarebbe un eroe, se -non avesse macchiato l'ultimo atto della sua vita colla infedeltà. -</p> - -<p> -Più ancora di quelle del Carmagnola interessano la storia -di Milano le vicende di Francesco Sforza. Questi era -romagnuolo. La di lui famiglia era di Cotignola. Il primo -che s'era fatto qualche nome, era il di lui padre Giacomo -Attendolo (tale era il vero di lui cognome); poichè, servendo -questi sotto il comando del conte Alberico di Zagonara, -da esso ebbe il soprannome <i>Sforza</i>, il quale passò -nel di lui figlio Francesco, e divenne poi nome di casato. -Francesco Sforza (che fu poi il quarto duca di Milano, e il -più grand'uomo e il più gran principe del suo tempo) -nacque in San Miniato il giorno 23 luglio dell'anno 1401, -ed ebbe per madre Lucia Trezania. Niente ancora vi era -d'illustre in lui, se non l'ardor militare, ed il nome che -nella milizia si era fatto suo padre. Egli aveva ventiquattro -anni, allorchè, sulla fama del valore da lui mostrato nel -regno di Napoli, il duca lo invitò al suo stipendio, disgustato -che ebbe il conte Carmagnola. Una delle prime imprese -che Francesco Sforza ebbe in commissione dal duca, -fu quella di soccorrere Genova, attaccata dai nemici; ma -ne uscì con poca fortuna, poichè, innoltratosi imprudentemente -e con inconsiderato impeto, fu malamente battuto -e posto in fuga; per lo che il duca lo rilegò per due anni -a Mortara, ove rimase privo di stipendio. Terminato il castigo, -i cortigiani del duca, non saprei per qual motivo, -cercarono di fargli entrare in grazia Francesco Sforza; e -la cosa giunse a segno che, non avendo altri discendenti -il duca, fuori che una figlia naturale chiamata Bianca Maria, -pensò di darla a Francesco Sforza. Bianca Maria era nata -da Agnese del Maino, colla quale viveva il duca come -se fosse vera sua moglie. Quella donzella non aveva -per anco finiti gli otto anni, allorchè il duca, l'anno 1432, -il giorno 13 di febbraio, stabilì il contratto di nozze. Considerava -in quel momento il duca di farsi per adozione un -figlio, al quale passare il suo Stato, e quindi interessarlo -a difenderlo: figlio tanto più caro, quanto più quel meschino -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -principe era lacerato nella solitudine da umori che -Zanino Riccio e i suoi pari facevano nascere contro dei -generali; i quali naturalmente non si saranno degnati mai -di mostrare deferenza a quella feccia di uomini da cui era -il duca attorniato. Cercavano, innalzando lo Sforza, di umiliare -il Piccinino, il Torello e gli altri. Ma poichè lo Sforza -fu innalzato, la di lui ombra dispiaceva a quei raggiratori, -temendo forse un avvenire cattivo per essi. E perciò si posero -colle arti consuete a gettare il veleno nell'animo del -principe, loro schiavo, e a fargli nascere il pentimento e la -diffidenza, a segno che il duca pose delle insidie persino -alla vita del designato suo genero. Francesco Sforza se ne -uscì dalle mani del duca, si ricoverò presso de' Fiorentini, -nemici de' Visconti, e si pose al loro stipendio. Si collegarono -i Fiorentini e i Veneziani a danno del duca, e il generale -comandante delle armi collegate fu lo stesso Francesco -Sforza. Anche il papa aveva acceduto alla lega. Io -non descriverò, nemmeno questa volta, le minute azioni -militari. Dirò soltanto che gli affari del duca piegavano -assai male. Il duca era giunto all'età di cinquant'anni. Egli -era mostruosamente pingue, e la sanità sua diventava inferma. -La vita inerte che menava, ed i sospetti continui -fra quali veniva tenuto dagli officiosi nemici che aveva intorno, -affrettavano la di lui morte; egli s'accorgeva della -propria decadenza. I generali di questo invisibile sovrano -(che non si era mai presentato una sol volta in vita al nemico, -che dava e toglieva il favore a norma de' pianeti non -solo, il che sarebbe a caso, ma dei maligni interessi di -quei poltroni che gli stavano intorno), cominciarono a fare -un accordo fra di loro per dividersi la sovranità. Il Piccinino -divisava d'avere per sè Piacenza; il Sanseverino, Novara; -Luigi dal Verme, Tortona; il Fogliano, Alessandria; -altri, altro distretto. Insomma il duca si trovò sotto di un -cielo coperto da nubi procellose, che minacciavano da ogni -parte. Il solo uomo capace di liberarlo nell'estrema angustia -era Francesco Sforza. Rivolse i trattati a lui, e ben vedendo -che troppo instabile appoggio sarebbe stato l'offerire -al genero eletto il suo pentimento, gli offri la sovranità -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -del Cremonese e di Cremona sino da quel momento, pronte -a dichiararlo conte e sovrano di essa, e a celebrare lo sposalizio -di Bianca Maria. Accettò la proposizione Francesco -Sforza, ma non si fidò di venire a Milano. (1441) Ma poichè -consegnata gli venne la sovranità di Cremona, e poi ch'ivi -fu sicuro, in Cremona stessa sposò Bianca Maria, il giorno -28 di ottobre dell'anno 1441. La sposa aveva diciassette -anni, e lo sposo ne aveva quaranta. Il duca Filippo, sempre -divorato da sospetti e dominato dall'astrologia, tornò a detestare -lo Sforza a segno che fece uccidere da' suoi sicari -Eusebio Caimo che aveva maneggiate le nozze di Bianca -Maria; (1444) e quell'infelice cavaliere venne scannato in -Duomo mentre pregava avanti l'altare di Santa Giulitta, il -giorno 8 di aprile, l'anno 1444<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a>. Tentò poi il duca di -rapire colle armi Cremona, quantunque l'avesse data in -dote a sua figlia; e buona parte di quel contado era già -in potere delle sue armi. Il conte Sforza fu costretto d'impetrare -l'aiuto de' Veneziani, i quali mandarono forze tali, -che non solamente liberarono il Cremonese e lo restituirono -al suo legittimo nuovo signore, ma tolsero al duca -Treviglio, Caravaggio, Cassano ed altre terre, e si presentarono -persino sotto le mure di Milano l'anno 1446. Il duca -tremava nel suo castello di Milano, invocava persino con -vili sommissioni la pietà del genero, e lo lusingava della -eredità dello Stato. Francesco si mosse; lo difese: ma perdette -Casalmaggiore, Soncino, Romanengo ed altre terre, -che i Veneziani tolsero al conte, il quale loro non era stato -fedele. Ogni minuta circostanza è interessante nel conte -Sforza, che fu poi il quarto duca di Milano, non per testamento -di Filippo Maria, ma per altre combinazioni, come -vedremo più avanti, e fu lo stipite della seconda dinastia -de' duchi di Milano. -</p> - -<p> -Il Sassi<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a> e l'Argellati<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a> pretendono che il duca Filippo -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -Maria amasse e proteggesse le lettere. Il Decembrio, che -tanto minutamente ha scritta la di lui vita, e che fu testimonio -delle azioni di lui, ci assicura diversamente:<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a> <i>Humanitatis -ac litterarum studiis imbutos neque contempsit, -neque in honore praetioque habuit, magisque -admiratus est eorum doctrinam, quam coluit</i><a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a>. Ci racconta -lo stesso autore che Antonio Raudense aveva tradotte -in italiano a Filippo Maria alcune vite degli uomini -illustri, senza che il duca lo avesse mai nella sua grazia; -sebbene quel traduttore gli rendesse intelligibili quei monumenti -che il primo non poteva capire nella loro lingua -originale. Francesco Barbula, poeta greco di qualche merito, -rifugiatosi a Milano, non potè ottenere dal duca nemmeno -il viatico per portarsi altrove. Ciriaco Anconitano, -uomo di lettere, fu scacciato dalla corte del duca. Tutta la -vita di quel principe ci dimostra ch'egli non era capace di -sentire alcuna stima. Questa emozione non la provano se -non le anime che la meritano. -</p> - -<p> -Ci rimane un testimonio autentico della rozza imperizia -di quel principe nelle monete battute durante il suo governo, -nelle quali per lo più è scolpito il nome <i>Filipus</i> -con due errori nel suo medesimo nome. Un altro solenne -monumento ne abbiamo nella barbara poesia sotto la statua -di Martino V, giacchè sotto di un principe colto non si -sarebbero posti i versi seguenti: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Cerne, viator, ave, hic stat imago simillima papae</i></p> -<p class="i01"><i>Qui bonus Ecclesiam Martinus in ordine quintus</i></p> -<p class="i01"><i>Pastor alit tibi, Roma, etc...</i></p> -<p class="i01"><i>Carminis est Bripius Joseph, ordinarius, auctor,</i></p> -<p class="i01"><i>Doctor canonici juris, sacraeque magister.</i></p> -<p class="i01"><i>Teologiae, etc.,</i><a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a></p> -</div></div> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -come più diffusamente può vedersi nel Duomo, ove in segno -d'onore venne collocata sopra la barbara iscrizione -la non meno barbara statua, di cui si legge: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">... <i>Ast hic praestantis imaginis auctor</i></p> -<p class="i01"><i>De Tradate fuit Jacobinus, in arte profundus,</i></p> -<p class="i01"><i>Nec Prasitele minor, sed major farier auxim.</i><a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a></p> -</div></div> - -<p> -Non posso perdonare a taluno dei nostri autori storici, -l'aver voluto paragonare ad Augusto il meschinissimo Filippo -Maria, e farlo un protettore delle lettere e dei letterati. -Egli era, convien dirlo, un principe da nulla. È -vero che alcune epoche del regno di questo duca hanno -un aspetto grandioso e brillante, nè sembrano volgari. -Quando le truppe ducali sotto del Carmagnola fecero prigioniere -il comandante istesso nemico, Lodovico Migliorati, -fu questi condotto a Milano, indi accolto dal duca con magnifica -generosità; e poi da lui rilasciato onorevolmente -libero e colmo di regali. Più illustre riuscì il fatto seguente. -Il duca aveva preso parte in favore dei Francesi, -che disputavano agli Spagnuoli il regno di Napoli. Ei fece -uscire dal porto di Genova una flotta in aiuto dei Francesi, -o, come allora dicevasi, degli Angioini contro degli Aragonesi. -La flotta genovese fece sì bene, che prese i due -re di Navarra e di Aragona; e con essi rientrò nel porto -di Genova, togliendo i competitori alla casa d'Angiò. Il -duca ordinò che questi illustri prigionieri venissero scortati -a Milano, e il giorno 15 di settembre dell'anno 1435 -Filippo Maria fu per questo insolito caso visibile, ed ammise -alla sua udienza nel castello di Milano Alfonso, re -d'Aragona; indi, il giorno 23 dello stesso mese, fece lo stesso -al re Giovanni di Navarra. I Genovesi, avendo acquistato -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -quei due preziosi pegni, si aspettavano un riscatto proporzionato; -ma il duca, dopo tre mesi, nei quali e la corte -e i più ricchi signori di Milano gareggiarono per onorare -splendidamente i due monarchi, generosamente, il giorno -8 di ottobre dello stesso anno, li lasciò partire liberi. Tale -atto fu tanto inaspettato e discaro ai Genovesi, che ben -tosto si sottrassero dalla obbedienza del duca. Questi due -fatti sembrano dinotare elevazione d'animo e generosità -verso i vinti. Se mai però i consigli di Zanino Riccio, comprato -da questi prigionieri, avessero cagionato tali determinazioni, -si collocherebbero queste tranquillamente nella -classe delle altre azioni volgari di Filippo Maria. Io credo -anzi probabile che così accadesse; perchè un uomo ed anche -un principe può bensì non avere nel corso della sua -vita che una sola occasione per far cose grandi, ma non -può in due sole occasioni mostrare l'anima grande; la -quale, quando v'è, in ogni giorno, in ogni fatto dà indizio -di sè medesima, abbellisce ogni azione, e persino nei vizii -istessi porta un non so che di maestose e di sublime. Parmi -probabile ancora che l'orrore della morte di Beatrice Tenda -sia nato, piuttosto che da animo atroce, dalla solita docilità -ai consigli di Zanino Riccio e de' suoi simili. Il pinguissimo -solitario duca non era sanguinario nè violento; -e quei manigoldi astuti che volevano regnare col nome -del duca, dovevano togliergli dintorno una moglie saggia -ed avveduta. La selvatichezza di questo principe giunse a -tal segno, che sembra quasi incredibile. Egli invitò l'imperatore -Sigismondo a ricevere la corona in Milano, dove, -il giorno 23 di novembre dell'anno 1431, nella chiesa di -Sant'Ambrogio fece la funzione l'arcivescovo Bartolomeo -Capra. La cerimonia si eseguì tre ore prima dell'aurora, -e non saprei per qual motivo non si celebrasse solennemente -di giorno. Il duca destinò venti cortigiani a servire -quell'augusto, e lo fece magnificamente trattare a spese -sue per quasi un mese in cui dimorò in Milano; ma non -visitò mai l'imperatore, nè volle giammai concedere che -l'imperatore lo visitasse, siccome desiderava. Il duca s'era -occultato nel castello di Abbiate, e fu invisibile al solito. -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -Nè ciò può attribuirsi a verun rancore politico, perchè -anzi dell'imperatore istesso aveva il duca motivo di chiamarsi -contento; mentre pochi anni prima, avendogli spedito -Guarnerio Castiglione nell'Ungheria, per impetrare la -conferma del diploma di Venceslao, venne esaudito; e con -nuovo diploma, nella diocesi di Strigonia, in data del primo -di luglio dell'anno 1426, Filippo Maria venne da quell'augusto -riconosciuto duca e signore di tutto il paese concessogli -già da Venceslao. Anzi nel tempo medesimo in cui -Sigismondo era in Milano, aveva fatto marciare i suoi Ungheresi -nel Friuli, per fare una diversione in favore del -duca, ed ivi chiamare le forze dei Veneziani. È vero però -che nella prima venuta fatta in Italia da Sigismondo, non -v'era fra esso ed il duca buona corrispondenza; per lo -che quell'augusto non s'arrischiò di entrare in Milano, -sebbene avesse tenuta la strada di Bellinzona e di Como -per discendere le Alpi. È celebre il fatto che allora accadde, -e fu l'anno 1414, quando, portatosi l'imperatore a -Cremona per abboccarsi col papa Giovanni XXIII, mentre -Gabrino Fondulo era padrone di quel distretto, ascesero -l'imperatore ed il papa sulla rinomata altissima torre di -quella città, e Gabrino poscia si mostrò pentito di non -averli gettati da quella sommità, non per altro, se non per -la fama che ciò gli avrebbe dato nella storia. Fu più umana -l'ambizione di Erostrato, poichè almeno non distrusse che -un tempio, ma fu meno perniciosa quella di Gabrino Fondulo, -poichè nulla più cagionò fuori che un desiderio. Il -duca Filippo Maria fece, durante il suo governo, una operazione -di Finanza, a mio parere assai bella, utile e semplice, -e tale che fa maraviglia come siasi in quei tempi -immaginata. Abolì un buon numero di minute gabelle, -incomode a percepirsi, e rovinose per il popolo; svincolò -i poveri, sopra dei quali cadevano singolarmente tai pesi; -e per compensare il suo erario, senza apertamente imporre -nuovo carico, accrebbe l'intrinseca bontà delle monete; -e così lutti i tributi essendogli pagati colle nuove -monete, venne a incassare tanto valore quanto bastò a -compensargli le abolite gabelle. Il decreto è del giorno 24 -<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span> -di ottobre dell'anno 1436, e ce lo ba pubblicato il conte -Giulini<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a>. Questa operazione ha qualche analogia coll'altra -che quarantacinque anni prima aveva tentata il conte -di Virtù, siccome nel capitolo precedente si è osservato; -ma in questa non si fece ingiustizia ai creditori, nè si -trattò d'una mera addizione sul tributo, ma bensì della -sostituzione d'un modo semplice e meno gravoso di quello -che contemporaneamente veniva abolito. Il Decembrio, che -ci ha descritta la vita del duca Filippo Maria, ci racconta, -come un tratto di sublime accortezza, che il duca mischiava -ne' suoi consigli uomini buoni e cattivi.<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a> <i>In eligendis -consultoribus, quos, consiliarios vocant, mira astutia -utebatur: Nam viros probos et scientia praeclaros eligebat, -hisque impuros quosdam, et vita turpes collegas -dabat; ut nec illi justitia inniti, nec hi perfidia grassari -possent, sed, continua inter eos dissensione, praesciret -omnia</i><a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>. Se il consiglio ducale fosse un parlamento -formato dalla costituzione per porre un limite alla -autorità del duca, allora certamente sarebbe stata accortezza -l'organizzarlo in modo che la interna dissensione lo -distraesse dal travagliare al suo fine: ma il consiglio era -formato per obbedire al duca e servire agli interessi di -lui, ed era ben infelice l'astuzia di comporlo in modo che, -gli uni attraversando gli altri, diventasse inoperoso. Tristo -colui che teme la virtù, e crede di doverla temperare -col vizio! -</p> - -<p> -Il regno di Filippo Maria durò per trentacinque anni di -guerra quasi continua. Giammai i trattati di pace furono -tanto insignificanti come allora; poichè il giorno dopo si -violavano se conveniva, e la fede pubblica si considerò -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -una parola senza alcuna idea. Non bo voluto fare la storia -di molte marziali vicende troppo uniformi, la minuta notizia -delle quali sarebbe un peso inutilissimo alla memoria, -poichè nessun lume somministrerebbe, o per meglio -conoscere lo stato de' tempi, o per l'arte militare medesima. -Avrei pur bramato di trovare qualche germe almeno -di virtù in que' tempi; ma l'ho cercato invano. Le fisionomie -degli uomini ch'ebbero parte negli affari pubblici, -mi si presentarono tutte bieche ed odiose. La fede e la -probità erano celate allora nell'oscurità di qualche famiglia, -e nel magazzino dei negozianti. La virtù nasconde e -copre la sua esistenza nell'asilo della privata fortuna per -essere sicura contro i colpi del vizio, quand'egli è armato -e trionfante come in que' tempi. Non può incolparsi a malignità -di messer Niccolò Macchiavello s'egli ha dato per -norma ai principi una pessima morale. Egli era un pittore -che fedelmente ci rappresentava gli oggetti quali erano allora; -la colpa sua è quella di non aver osato di esaminare -la fallacia della politica che generalmente si praticava: io -ne do la colpa alla mente, piuttosto che al cuore di quell'autore. -Per vedere anche in piccolo la fede di que' tempi, -aggiungo un fatto solo. Già dissi che il duca, l'anno 1419, -aveva comprato da Gabrino Fondulo la città di Cremona, -collo sborso di trentacinquemila ducati. Gabrino si era però -riservato per sè Castelleone, luogo forte del Cremonese, -ove tranquillamente da sei anni dimorava. Volle il duca -possedere anche quella fortezza, la quale difficilmente -avrebbe superata colle armi. Fu scelto Oldrado Lampugnano, -amico di Gabrino, per tradirlo; e vi si prestò benissimo -Oldrado. Si portò egli sul Cremonese con alcuni armati, -mostrando commissione di visitare le terre del duca; e, -fatto posa avanti Castelleone, spedì un uomo entro della -fortezza, chiedendo un maniscalco per ferrare un cavallo, -e frattanto lo incaricò di salutare il suo amico Gabrino, e -dirgli che verrebbe ad abbracciarlo, se la fretta di proseguire -il cammino non glielo vietasse. Gabrino Fondulo, disarmato -e senza alcun sospetto, immediatamente uscì per -salutare anche per un momento il creduto amico. Oldrado -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -Lampugnano lo arrestò e lo tradusse a Milano: la famiglia -del Fondulo fu posta nei ferri; il suo tesoro, nel quale si -trovò anche una prodigiosa quantità di perle, fu confiscato; -e Gabrino fu decapitato in Milano il giorno 21 di febbraio -del 1428. Due anni dopo Oldrado Lampugnano, che -aveva sacrificato la virtù e l'onore per ottenere la grazia -del duca, perdette anche quella, e rimase colla esecrazione -di sè medesimo. -</p> - -<p> -(1447) Il duca Filippo Maria morì il giorno 13 di agosto -l'anno 1447, nel castello di Milano, dopo una settimana di -malattia, nella quale non permise mai che alcun medico -gli toccasse il polso. Egli morì con molta indifferenza. Corpulento -sino alla deformità, da alcuni anni sentivasi opprimere -dal peso proprio. La fortuna, da che aveva perduto -il Carmagnola, eragli stata quasi sempre nemica; s'aggiungeva -a questi mali la cecità, che da più mesi era in lui totale, -sebbene simulasse di vedere:<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a> <i>Caecitatem sie erubuit, -ut visum simularet, cubicularibus clamculum eum -admonentibus</i>, dice il Decembrio<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a>: onde, sebbene non -oltrepassasse il cinquantesimoquinto anno, era ridotto come -un vecchio decrepito. Io non ho accennato ancora le seconde -nozze contratte dal duca colla principessa Maria di -Savoia; poichè ella non ottenne se non il nome di duchessa, -e l'amica del duca fu sempre Agnese del Maino, madre -di Bianca Maria; e si leggono in un antico messale che si -conserva nella cospicua raccolta del signor don Carlo dei -marchesi Trivulzi, le orazioni che allora si recitavano nella -messa per quella compagna del duca, quasi ella fosse tale -colla sanzione de' sacri riti<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a>. Il duca, senza eredi, senza -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -prossimi parenti, così morì. Fu seppellito tumultuariamente -nel Duomo. Se vivesse allora Zanino Riccio, nol so. L'erario -del duca venne saccheggiato da' suoi famigliari, i quali si -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -divisero diciassettemila ducati d'oro. Francesco Sforza era -nella Romagna, nè poteva allegare titolo alcuno per il dominio -di Milano. Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio -Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolommeo Moroni furono -i capi dei Milanesi che progettarono di ricusare la signoria -d'un solo come una <i>pessima pestilentia</i>, dice il -Corio; ed avevano ben ragione di così risguardarla, poichè -avevano provato che in dodici principi, due soli erano stati -buoni, Azzone e Giovanni arcivescovo, tollerabili quattro, -cioè l'arcivescovo Ottone, Matteo I, Galeazzo I e Luchino; -e gli ultimi sei che finalmente erano succeduti, non presentarono -che i vizi e detestabili tirannie. La città adottò -quel partito. Si demolì il castello di Milano, e molte città -dello Stato imitarono quell'esempio, come vedremo nel seguito -della storia. Così terminò la sovranità della casa Visconti -e la discendenza di Matteo, la quale ebbe, senza interruzione, -la signoria di Milano pel corso di centotrentasei -anni, ed erano già trentaquattro anni da che grandeggiava -per averla, quando l'ottenne. -</p> - -<p> -Prima di terminar questo capitolo convien dare un'idea -dello stato in cui trovossi Milano ne' tempi ultimi de' quali -ho scritto. Le città possono talvolta crescere ed ingrandirsi -anche sotto un odioso e viziato governo; purchè i vizi di -quello direttamente non offendano i principii e le cagioni -della prosperità del popolo. Non furono vessati i sudditi -con eccessivi tributi sotto Filippo Maria; la proprietà dei -cittadini non fu violata; le guerre si fecero al di fuori, e -la città non ebbe a soffrirne; la pestilenza, che andava girando, -e più d'una volta, non lungi da Milano, non vi penetrò. -Crebbe quindi la popolazione; si ammassarono le -ricchezze in questa capitale d'un vasto dominio; si rivolsero -i cittadini all'industria del commercio; giacchè sotto -di quel governo nessun uomo di mente poteva ambire altra -carriera; e così Milano diventò una tanto poderosa città, sì -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -che nacque il proverbio poi, che conveniva distruggere Milano -per rinvigorire l'Italia, come ci annunziò un autore -imparziale:<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a> <i>Quid dicam de Mediolano, potentissima Italiae -civitate, Galliaeque Cisalpinae metropoli; in qua -tam multa, tamque diversa artificum genera, tantaque -frequentia, ut inde vulgo sit natum proverbium, qui -Italiam reficere velit, eum destruere Mediolanum debere</i><a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>. -Andrea Biglia, scrittore di quel tempo, ci dà idea -della popolazione di Milano:<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a> <i>Nempe ut facile existiment -posse in ea civitate super triginta hominum millia -armari</i><a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a>; e non sarebbe esagerazione il supporre -che il solo dieci per cento della popolazione fosse atto alla -milizia. Immenso fu il popolo che uscì incontro a papa -Martino V, che venne da Costanza a Milano nell'ottobre -del 1418. Il duca Filippo ebbe l'onore di avere a suoi -ospiti in Milano un papa, un imperatore e due re, e questi -due ultimi suoi prigionieri. Lo stesso Biglia ci dà una prova, -ancora più precisa, delle forze della città di Milano in quel -tempo. L'anno 1427, il Carmagnola, alla testa delle armi -venete, aveva angustiato lo Stato del duca, il quale pensava -ai mezzi per la difesa. Ho già detto come due soli -artefici in pochi giorni somministrarono le armature per -quattromila cavalli e ottomila fanti; ora, appoggiato al -Biglia, dirò che la città di Milano si esibì di mantenere stabilmente -diecimila uomini a cavallo e diecimila uomini a -piedi, con questa sola condizione che il duca lasciasse alla -città medesima la percezione di tutte le gabelle, e tributi -di Milano e suo distretto, e che i tributi delle altre città -tutte egli liberamente li percepisse per arricchire sè stesso, -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -o chi più gli fosse piaciuto. Oggidì, quand'anche si volesse -fare un massimo sforzo, non si troverebbe il modo di mantenere -la metà di quest'armata; e oggidì tanto un cavaliere, -quanto un fantaccino costano meno assai di quello -che allor si pagavano. Il Biglia perciò aggiugne:<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a> <i>Mirum -dictu hoc solos Mediolanenses ausos polliceri, quod -Florentia ac Venetiae aegre hac aetate praestarent fecissentque: -tanta est hoc tempore unius urbis gens, -tanta domi et apud exteros negotiandi consuetudo.</i> Il -nostro commercio solo con Venezia era grandiosissimo in -quel torno. Tutto il commercio colle Indie Orientali si faceva -dagl'Italiani in quei tempi, anteriori alla scoperta -del Capo di Buona Speranza. Venezia, Genova, Pisa, Firenze, -Amalfi ed Ancona avevano l'impero de' mari, e quasi -esse sole giravano non solamente il Mediterraneo, ma -l'Oceano, e portavano le loro merci persino al Baltico; -così che tutto il commercio dell'Europa era presso gl'Italiani. -Le leggi amalfitane erano la base del gius marittimo. -Venezia sola manteneva trentaseimila marinari<a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a>; numero -sterminato per quel secolo, nel quale non s'intraprendevano -viaggi di lungo corso, e la nautica non era ridotta -alla perfezione attuale. Milano trasmetteva a Venezia i pannilani -che da noi si fabbricavano, e riceveva da Venezia cotone, -lana, drappi d'oro e di seta, droghe, legni da tingere, -sapone, sali ed altre mercanzie. Queste mercanzie, che ricevevamo -da Venezia, in gran parte le spedivamo alla -Francia, agli Svizzeri ed all'Impero, unitamente alle armature -ed altri lavori. Il nerbo principale della nostra -industria consisteva nella fabbrica de' pannilani e degli -usberghi, scudi, lance, ec. Abbiamo un prezioso documento -su tal proposito che merita esame, e questo è lo scritto di -Marino Sanuto, che il Muratori nostro maestro, ha tratto -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -dalla biblioteca Estense e dato in luce<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a>. Il Sanuto scrisse -le vite di alcuni dogi di Venezia, e riferisce l'aringa fatta -nel gran consiglio dal doge Tommaso Mocenigo. Quello -scrittore era posteriore di poco, ma asserì di avere trascritto -i fatti, «dal libro dell'illustre messer Tommaso Mocenigo, -doge di Venezia, d'alcuni aringhi fatti per dar risposta -agli ambasciatori de' Fiorentini, che richiedevano di far -lega colla signoria contro il duca Filippo Maria di Milano -nel 1420». Il doge opinava che non convenisse ai Veneziani -di rompere la pace col duca; ed in prova dimostrava l'utilità -esimia che ridondava al commercio di Venezia dalla -corrispondenza con Milano. Ser Francesco Foscari, procuratore, -opinava l'opposto. Se vi è documento nella storia -che meriti fede, certamente è questo; poichè l'occasione, -il luogo, le persone ci debbono far credere che non -avranno allegati che fatti costanti e sicuri. Asserì il doge -che ogni anno da Milano si spedivano a Venezia quattro -mila pezze di panno, del valore di trenta ducati ciascuna, -e di più si spedivano novantamila ducati d'oro, così che la -somma in tutto ascendeva a duecentodiecimila ducati. Ciò -appartiene alla sola città; poichè Monza separatamente ivi -è registrata pel valore di centoquarantaduemila ducati di -roba e denari che spediva ogni anno a Venezia. Allora -Milano e Monza, colla sola Venezia facevano la stessa parte -del commercio che ora fanno Milano, il contado e le cinque -città e provincie dello Stato; ed è notabile <i>colla sola Venezia</i>, -poichè l'esteso commercio con Genova, colla Francia -e colla Germania che allora avevamo, non entrava in -quella somma. Dico la stessa parte, e dovrei dire molto -più, se considerassi che il ducato allora era un pezzo di -metallo assai più raro e più pregevole, come più volte ho -ricordato. Questo basta per conoscere che verosimilmente -v'era in Milano una popolazione di trecentomila abitanti; -che v'erano sessanta fabbriche di lanificio; e che moltissima -era tra noi l'industria e la ricchezza; come ci confermano -tutti gli scritti posteriori, ricordando que' tempi della -opulenza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -</p> - -<p> -Non sarà forse discaro a' miei lettori ch'io aggiunga alcune -osservazioni a quel bilancio del commercio fatto dal -Sanuto. Da Venezia ci si trasmettevano i cotoni: il valore -de' cotoni allora era otto volte maggiore che non lo è di -presente: le strade del commercio oggidì sono aperte, e -ciascuna nazione procura, per vendere presto, di contentarsi -d'un minor guadagno; allora i pochi che lo possedevano -erano arbitri del prezzo. Ho pure osservato che allora -noi prendevamo appena la metà del cotone che adesso -ci spediscono gli esteri; poichè le fabbriche delle bombagine -e fustagni allora non esistevano presso di noi, e questa -manifattura era de' Cremonesi. Questa odierna manifattura -ci porterà più di settantamila gigliati per la vendita -di trentamila pezze, che attualmente ne facciamo agli -esteri. La seconda osservazione cade sul lanificio. La lana -ce la vendevano i Veneziani allora più a buon mercato, -cioè circa il sessanta per cento meno che non vale presentemente. -È probabile che molte pecore si alimentassero -su i nostri prati; e che la lana fina non ci venisse da Venezia. -Lo stato intero di Milano spediva allora a Venezia -cinquantamila pezze di panni. Ora le cose sono cambiate. -Il lanificio, preso tutto insieme, costa allo Stato l'uscita di -dugentocinquantamila zecchini ogni anno; i soli pannilani -dobbiamo comprarli dagli esteri per settantamila gigliati. -La terza osservazione risguarda la seta e suoi lavori; -allora ne ricevevamo da Venezia di seta e drappi di -oro pel valore cospicuo di ducati duecentocinquantamila; -naturalmente una buona porzione si sarà rivenduta. Oggidì -però l'articolo della seta, computato tutto, darà invece -l'utilità d'un milione di ducati, ossia zecchini, ed è la principale -ricchezza delle nostre terre. La quarta osservazione -appartiene alle droghe; e per esempio di pepe e di cannella -allora se ne introduceva assai più che non facciamo -al dì d'oggi; e di questi capi allora nelle mense v'era maggiore -consumo, e ciò oltre il commercio secondario che -da noi se ne faceva col rivenderli. Oggidì consumiamo appena -ottantamila libbre di pepe; il che ci fa pagare agli -esteri ottomila ducati, ossia gigliati, ed allora ne compravano -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -per ducati trecentomila, cioè si spendeva allora in -un anno per questo articolo quanto si spende appena in -trentasei anni a' nostri giorni. Della cannella dico lo stesso; -allora spendevasi il quadruplo in paragone de' tempi nostri, -poichè ventimila libbre, che costano circa sedicimila -zecchini, sono presso poco la quantità annua che oggidì -ne consumiamo. In quinto luogo ho osservato che dello -zucchero invece ne abbiamo notabilmente ampliato il consumo, -giacchè allora seimila centinaia ne ricevevamo, ed -ora ne consumiamo sedicimila centinaia. Il prezzo altresì -dello zucchero è notabilmente scemato in paragone di -quello ch'era allora, poichè seimila centinaia valevano ducati -novantacinquemila, ed ora sedicimila centinaia si comprano -con settantamila ducati. L'uso del mele era comune -in quei tempi, e vi si è poi sostituito lo zucchero, dappoichè -le navigazioni alle Indie Orientali, e le copiose piantagioni -d'America l'hanno reso una droga più comune. Cade -la sesta osservazione sul sapone, per acquistare il quale -allora spendevasi ducentocinquantamila ducati, cioè il decuplo -di quello che ora spendiamo, ricevendone dagli esteri -non più di circa quarantamila rubbi: ma allora ne facevamo -rivendita, e forse non v'erano alcune fabbriche nel -paese che ora ne ha. L'ultima osservazione cade sopra un -legno da tintura chiamato verzino, che allora era enormemente -caro, e costava seicento volte più che ora non vale: -ne ricevevamo allora migliaia quattro, valutate ducati centoventimila; -ora ne riceviamo più di venti migliaia, le -quali ci costano mille ducati d'oro; ma il Capo di buona -Speranza non fu scoperto se non l'anno 1497 da Vasco de -Gama, sotto il re Emanuele IV di Portogallo, e l'America -non fu scoperta dal Colombo che l'anno 1491. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -</p> - -<h2 id="cap16">CAPITOLO XVI. - -<span class="smaller"><i>Repubblica di Milano, che termina colla dedizione -a Francesco Sforza.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Prima ch'io narri gli avvenimenti della repubblica di -Milano, vuolsi esaminare brevemente in quale stato trovavansi -le potenze che avrebbero voluto signoreggiare sopra -di noi. (1447) Colla morte del duca Filippo Maria era -terminata la discendenza maschile di Giovanni Galeazzo Visconti, -infeudata dall'imperatore Venceslao; e perciò il -ducato (considerandolo come un podere) era devoluto all'imperatore. -Se il destino delle città dipendesse dal solo -diritto di proprietà ereditaria, l'imperatore solo, sulla -base della pace di Costanza, avrebbe dovuto decidere di -noi, o creando un nuovo duca, o nominando un vicario -imperiale, ovvero, sotto quella denominazione che più gli -fosse stata in grado, ponendo chi esercitasse la suprema -dominazione dell'Impero su questa parte dell'Impero medesimo. -Ma lo scettro imperiale era nelle deboli mani di -Federico III, principe timido, indolente e minore della sua -dignità; il quale nemmeno avrebbe potuto far valere le -sue ragioni sull'Italia, oppresso, come egli era, dalle armate -del re d'Ungheria. Il lungo regno di questo cesare -lasciò dimenticato nel milanese il nome dell'Impero per -più di quarant'anni dopo morto l'ultimo duca. La casa -d'Orleans possedeva la città di Asti, portatale in dote -dalla principessa Valentina, figlia del primo duca, conte -di Virtù. V'era un piccolo presidio francese in quella -città: ma la casa d'Orleans non regnava. Cinquantadue -anni dopo ella ascese sul trono di Francia; e colle armi -sostenne le sue pretensioni sul ducato di Milano, appunto -come discendente dalla Valentina Visconti. Frattanto il re -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -di Francia Carlo VII, occupato nel combattere contro gli -Inglesi, che avevano conquistate alcune province del suo -regno, non aveva nè mezzi, nè pensiero di rivolgersi a -questa parte d'Italia in favore di suo cugino. Il papa Niccolò -V, di carattere sacerdotale, non conosceva l'ambizione; -e l'antipapa Felice V e il non affatto disciolto concilio -di Basilea occupavano interamente la corte di Roma. -Il trono di Napoli era incerto e disputato. I Veneziani e -il duca di Savoia avevano formato il progetto di profittare -dell'occasione; ed erano e finitimi e potenti e sagaci. La -vedova duchessa di Milano, Maria di Savoia, era in Milano, -e cercava di guadagnare un partito al duca di Savoia, di -lei padre. I Veneziani avevano in Milano i loro fautori, e -colle immense ricchezze possedevano i mezzi di sostenerli -e secondarli colle armi. Il conte Francesco Sforza pareva -che nemmeno dovesse porre in vista le insussistenti pretensioni -della moglie e del suo primogenito, esclusi per -la investitura imperiale dalla successione nel ducato. La -condizione del conte era anche più degradata di quella -del duca d'Orleans, attesa la viziata origine della Bianca -Maria. Egli possedeva Cremona, recatagli in dote; comandava -un possente numero d'armati; aveva il nome più illustre -di ogni altro nella milizia di quei tempi. Ma un romagnuolo, -nato in Samminiato da Lucia Trezania, senza -parenti illustri, e che non ebbe fra suoi antenati un nome -degno di memoria, trattone suo padre (a cui il conte Alberico -di Barbiano, sotto del quale militava, diede il soprannome -<i>Sforza</i>), non pareva posto in condizione da disputare -con alcuno la signoria di Milano, meno poi di -prevalere. In questa situazione si trovò la città di Milano, -quando, nel 1447, morì l'ultimo duca, ed ella intraprese -a governarsi a modo di repubblica. -</p> - -<p> -Appena aveva cessato di vivere Filippo Maria, che incominciarono -a comparire nuove leggi e regolamenti sotto -il nome dei <i>capitani e difensori della libertà di Milano</i>. -Il primo proclama col quale annunziarono la loro dignità -e il loro titolo, fu del giorno 14 agosto 1447, cioè il primo -dopo la morte del duca. In esso questi <i>capitani e difensori -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -della libertà di Milano</i> confermano per sei mesi -prossimi a venire il generoso Manfredo da Rivarolo dei -conti di San Martino nella carica di podestà della città e -ducato<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>. Questi nuovi magistrati però non pretesero di -invadere tutta l'amministrazione della città; anzi lasciarono -che i maestri delle entrate dirigessero le finanze e le possessioni -che erano state del duca; e lasciarono pure che -il tribunale di Provvisione regolasse la panizzazione, le -adunanze civiche, l'annona e gli altri oggetti di sua pertinenza. -I capitani e difensori, considerandosi investiti della -autorità sovrana, riserbate al loro arbitrio le cose veramente -di Stato, col dare, quand'occorreva, ordini al podestà, -al capitano di giustizia, al tribunale di Provvisione, ec. -pei casi straordinarii, lasciarono a ciascun magistrato la -cura di provvedere, secondo i metodi consueti e regolari, -a quanto soleva appartenere alla di lui giurisdizione<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -Questi capitani e difensori della libertà non avevano però -ragione alcuna per comandare agli altri cittadini. S'erano -immaginato un titolo, creata una carica, attribuita una -autorità, addossata una rappresentanza tumultuariamente, -per usurpazione e sorpresa, non mai per libera scelta della -città. Se un virtuoso entusiasmo di gloria e di libertà -avesse animati coloro ad ascendere alla pericolosa rappresentanza -del sovrano, potevano, annientato ogni privato -interesse, primeggiando il solo pubblico bene, andare cospiranti -e unanimi, e adoperare così la forza pubblica col -maggiore effetto per la pubblica salvezza. Ma come sperare -che si accozzasse un collegio di eroi casualmente, in -una città oppressa da una serie di sei pessimi sovrani? -Mancava a questo corpo resosi sovrano e la opinione di -chi doveva ubbidire, e la coesione delle parti di lui medesimo; -nè era riserbato nemmeno ai più accorti il prevedere -la poca solidità e durata di un tal sistema, manifestamente -vacillante. Già nel capitolo antecedente nominai -i fautori principali del governo repubblicano, cioè Innocenzo -Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnano, Antonio -Trivulzi e Bartolomeo Morone. Non era probabile che -le altre città della Lombardia superassero il ribrezzo di -farsi suddite di una città metropoli, governata a caso e -senza una costituzione politica. Infatti due sole città, cioè -Alessandria e Novara, si dichiararono di essere fedeli a Milano; -le altre o progettarono di voler governarsi a modo -di repubblica indipendente, o posero in deliberazione a -qual principe sarebbe stato meglio di offerirsi. In Pavia -sola vi erano ben sette partiti: gli uni volevano Carlo re -di Francia; altri, Luigi il Delfino; altri, il duca di Savoia; -altri, Giovanni marchese di Monferrato; altri, Lionello marchese -di Ferrara; altri, i Veneziani; altri, il conte di Cremona -Francesco Sforza. Il Corio, che ciò racconta, non fa -menzione dell'ottavo partito, che sarebbe stato quello di -reggersi da sè e collegarsi in una confederazione di città -libere, o meglio ancora unirsi in una sola massa e formare -un governo comune. Nè ciò pure terminava la serie -dei mali del sistema. I banditi ritornavano alle città loro, -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -occupavano i loro antichi beni, già venduti dal fisco ducale, -e ne spogliavano gli innocenti possessori. La rapina -era dilatata per modo, che nessuno era più sicuro di possedere -qualche cosa di proprio; la vita era in pericolo non -meno di quello che lo erano le sostanze; il disordine era -generale e uniforme; il che doveva accadere in una numerosa -e ricca popolazione, rimasta priva del sistema politico, -mentre con incerte mire tentava di accozzarne un -nuovo. Il castello di Milano non poteva torreggiare sopra -di una città che voleva essere libera e temeva un invasore; -perciò con pubblico proclama si posero in vendita i materiali -di quella rocca<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a>. -</p> - -<p> -Il conte Francesco Sforza, appena ebbe l'annunzio della -morte del duca, s'incamminò diligentemente verso Milano, -abbandonando la Romagna, ove si trovava. I Veneziani -erano nella circostanza la più favorevole per impadronirsi -del milanese. Lodi, Piacenza ed altre città desideravano di -vivere sotto la repubblica veneta. Francesco Sforza vedeva -che i Veneziani erano i più potenti ad invadere e conquistare -questo ducato, ch'egli aveva in mente di far suo, -sebbene le circostanze non gli fossero per anco favorevoli -a segno di palesarlo. Le forze dei Veneti già si trovavano -nel milanese prima che il duca morisse. Il che accennai -nel capitolo antecedente. E come pochi mesi prima s'erano -essi presentati sotto le mura di Milano, e avevano devastato -il monte di Brianza, così v'era ragionevole motivo -per cui i Milanesi temessero l'imminente pericolo. Appena -venti giorni erano trascorsi dopo la morte di Filippo Maria, -che la repubblica milanese dovette eleggere un comandante -capace di opporsi alle forze venete e salvarla; -e questa scelta cadde nel conte Francesco Sforza, dichiarato -capitano delle nostre armate<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a>. I denari dei Milanesi -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -erano necessari per mantenere un corpo numeroso -di soldati, e ai Milanesi era necessario un gran capitano, -la cui mente e valore, opportunamente dirigendo la forza, -li preservassero dall'invasione dei Veneti. Questi bisogni -vicendevolmente unirono da principio lo Sforza e i repubblicani -nascenti, se pure il nome di repubblica poteva -convenire a una illegale adunanza, che governava senza -autorità e senza principii. -</p> - -<p> -Una prova della incertezza di quel governo la leggiamo -nel proclama che i <i>capitani e difensori della libertà</i> -pubblicarono in data 21 settembre 1447. Per ordine di -questi vennero pubblicamente consegnati alle fiamme i -catastri che servivano alla distribuzione dei carichi, affine -di rallegrare il popolo:<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a> <i>Capitanei et defensores libertatis -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -illustris et excelsae Comunitatis Mediolani. — Prudentes -concives carissimi nostri. Posteaquam omnipotens -Deus noster, per transmigrationem de praesenti -saeculo illustrissimi bonae memoriae principis ac domini -nostri domini Filippi Mariae gratiam libertatis -nobis venditando condonavit quod retinere et conservare -omnibus modis et firma scientia statuimus, deliberavimus -comuni consensu in adurendis libris, extractibus, -quaternis, filzis, et scripturis inventariorum, taxarum, -talearum, focorum, buccarum, onerisque salis, et aliorum -quorumvis onerum signum dare, quo populus et -plebs intelligant se post hac futuros immunes et exemptos -ab angariis et gravaminibus ejusmodi. Indegne bonam -spem de statu ipsius libertatis et hujus nostre reipublicae -percipientes, gaudeant gratulenturque et debitas -gratias agant proinde ipsi omnipotenti Deo nostro. Nec -minus animum firment et disponant velle, quod olim -inviti et coacti fatiebant, nunc sponte atque perlibenter -fatiere, in exponendis videlizet, videlizet et exhibendis, -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -juxta facultates, pecuniis, tum pro formando et conplendo -thexauro gloriosissimi S. Ambrosii, patroni et -protectoris nostri, tum pro expeditionibus genzium armigerarum -Comunitatis praelibitae, quibus mediantibus -non tantum libertatem nostram, ut caepta est, retinere -conservareque valeamus, verum etiam rempublicam confirmares, -locupletari, augere, et in dies melius ampliare -atque dilatare, in confusionem eorum omnium qui satagunt -huic inclitae Civitati omni conato suo, suisque -omnibus insidiis aemulari. Volumus igitur quatenus, -facta electione statim duorum ex vobis, ordinetis quod -ii duo simul, cujus infra nominatis, inquirant et sibi -exiberi faciant quoscumque libros, extractus, quaternos, -filzas, et scripturas omnes inventariorum, taxarum, talearum, -focorum, oneris salis, et aliorum onerum cujusvis -generis, spetiei, ac materiei fuerint. Et his bene -ac iterum revolutis visisque ac diligentissime examinatis, -retinendo eos dumtaxat duibus videatur aliqua utilitas -camerae prefatae Comunitatis, et territorio et singularium -etiam aliquarum personarum, reliquos omnes -ex predictis igni palam et pubblice cremandos dari et -committi faciatis, quo veluti spectaculo populus ipse -pariter et plebs, voluptatem inde assumentes peringentem, -exaltare jubilareque possint, laudesque dare sancto -memorato. Qui inclitam hanc urbem in felici et -fausto statu semper servet atque tueatur.</i> -</p> - -<p> -<i>Data Mediolani, die XXI septembris MCCCCXLVII.</i> -</p> - -<p> -<i>Johannes de Mantegaxis — Stefanus de Gambaloytis — Cabriolus -de Comite — Federicus de Comite — Johannes -de Fossato — Francius de Figino — Johannes -de Gluxiano — Jacobus de Cambiago Raphael. — A tergo -Nobilibus et prudentibus concivibus carissimis nostris -duodecim Provisionum excelsae comunitatis Mediolani.</i> -Registro civico A, foglio 47. — Si credette fondo bastante per -le spese pubbliche la spontanea generosità di ciascun cittadino. -Appena due settimane dopo si dovette pensare al -rimedio; e fu quello che i medesimi capitani e difensori -arbitrariamente tassassero i cittadini a un forzoso imprestito<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a>. -Si obbligarono poi i sudditi a notificare quanto -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -possedevano, sotto pena della confisca, invitando gli accusatori -col premio; e ciò per formare nuovi catastri per -ripartire i carichi<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a>. Cercavano questi incerti capitani e -difensori l'opinione favorevole del popolo con mezzi rovinosi, -e vi rimediavano poi con ingiusti e odiosi ripieghi. -Alcune delle leggi che proclamarono, poichè danno una -precisa idea dello spirito di quel governo e della condizione -di quei tempi, non sarà discaro al lettore ch'io qui -trascriva. Nei primi momenti della inferma repubblica, -incerti della loro autorità, privi di legale sanzione, in una -città divisa in partiti, attorniata da città che non eranle -amiche, coll'armata veneta che invadeva le sue terre, coi -Savoiardi e Francesi, che minacciavano d'occuparlene dalla -parte opposta, costretta a confidarsi al pericoloso partito -di collocare nelle mani del conte Sforza il poter militare -in così importante e seria situazione, pubblicarono un ordine -il 18 ottobre 1447, rinnovando irremissibilmente la -pena del fuoco ai pederasti:<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a> <i>Capitanei et defensores -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -libertatis illustris et excelsae communitatis Mediolani. -Dilecte noster. Ad solidandum, angendum, ornandum -hujus nostrae caeptae libertatis optabilem statum, non -magis conveniens quam necessarium arbitramur virtutum -coli decentiam, abbominari vitiorum sordes; ita n. -et suscepti a Deo muneris grati videbimur, et accumulatiores -ab ejus omnipotentia gratiarum sperare poterimus -largitiones. Animadvertentes igitur quam foedissimum -et detestandum, quam horrendum sit innominabile -Sodomiae crimen, existimantesque quod impunitas -incentivum parit, deliquendique etiam malos efficere deteriores -solet deliberavimus, et mente nostra decreto -stabili firmavimus hoc execrabile exitium nullatenus tollerare. -Quamquam igitur ad detrahendos ab hoc scelestissimo -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -crimine qui in eo maculati sunt, ad faciendum -ne de caetero in tale crimen incidant posse satis et debere -sufficere videntur constituta per sanctissimas leges -ac statuta hujus civitatis, quam ita vulgarissimam ignorare -quidem non debent, ignis poena, ut tamen eorum -infamis turpitudo reddatur prorsus inexcusabilis, volumus -et tibi mandamus, quatenus, his receptis, patenter -ac pubblice, voce praeconis, divulgari per solita hujus -civitatis loca facias, quod amodo quisquis cujusvis -status et conditionis existat, sive terrigena, sive forensis, -aut stipendiarius vel provisionatus, et generalite, -quisquis se ab eo penitus caveat et abstineat crimine, -nec illud committere audeat quoquomodo; sciens et ex -certo tenens, quod si dehinc illud incidisse comperietur, -irremmissibili profecto, juxta legum sanctiones, punietur -ignis poena. Tuque deinde ad investigandum et -inquirendum de hujusmodi sceleratis et diligentiam -omnem, studium et curam adhibeas, et contra quoscumque -quos amodo id crimen perpetrasse comperies, debite -procedas, eos; jure justitiaque mediante, puniendo. -In qua quidem re, quo magis vigil magisque diligens -fueris, eo magis honori debitoque servies et nostrae -menti vehementissime complacebis. Et ut ab ejusmodi -delictis malefactores se abstineant, volumus quod accusatoribus, -seu denuntiatioribus ipsorum delictorum, cum -bonis tamen inditiis, salis fiat pro qualibet vice, et teneantur -secreti, de ducatis decem auri, ex et de bonis -delinquentis, quam satisfactionem volumus per te et successores -tuos fieri debere, omni exceptione et contradictione -cessante. Scribimus etiam super hoc d, Bartolomeo -Cacciae, capitaneo justitiae hujus civitatis, cumquo -volumus habeas intelligentiam in fieri facendis proclamationibus -praedictis. — Mediolani, die XVIII oct. -1447.</i> — Gli uomini nei più pressanti disastri cercano l'aiuto -della Divinità colla maggiore istanza, e a tal uopo credonsi -di ottenerlo persino col sacrificio d'umane vittime. I Greci -cercavano i venti col sangue d'Ifigenia; i Romani placavano -il cielo seppellendo uomini vivi; i nostri, bruciando i peccatori. -Le pazzie e le atrocità di un secolo si assomigliano alle -pazzie e atrocità d'un altro, a meno che la cultura e la ragione, -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -diffondendosi largamente, non indeboliscano i germi del -fanatismo inerente all'uomo; e questa coltura, questa filosofia, -contro la quale ancora v'è chi declama, formano appunto -l'unica superiorità dei tempi presenti. Oggidì un -popolo che aspiri a diventar libero e combatta per sottrarsi -dall'imminente giogo, non pubblicherà certo una -legge per proibire ai barbieri di far la barba nei giorni -festivi. Ha ben altro che fare chi si trova al timone della -Repubblica fra la tempesta, che vegliare su di questi meschini -e indifferenti oggetti; eppure allora si proclamò -un bando cosiffatto:<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a> <i>Capitanei et defensores libertatis -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -illustris et excelsae civitatis Mediolani — Visa requisitione -barbitonsorum inclitae Urbis hujus pro confirmatione -cujusdam eorum statuti et ordinis tenoris infrascripti, -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -videlizet. Magnifici et excelsi domini hujus -inclitae civitatis; barbitonsorus, tum recta conscientia -ducti, tum praesertim a religiosis confessoribus et animarum -suarum consultoribus admoniti, deliberant ad -celebrandum festivos dies et vocandam ab opere temporibus -illicitis cum vestrae magnificentiae licentia, et assensu, -statutum ordinem et edictum quod est tenoris infrascripti. -Reverenter ideo supplicantes ut, ad ipsum, -quod quidem salutiferum et commendabile videtur, auctoritatem -vestram interponentes, dignemini statutum hoc -et ordinationem patentibus literis confermare, validare, -servarique et excutioni mandari jubere, mandando etiam -quibuslibet jusdicenti et offitialibus Mediolani, ad quos -inde recursus habeatur, quatenus ad omnem requisitionem -abatis Paratici dictorum barbitonsorum circa ipsius -statuti observantiam et excutionem, praestent omne juvamen, -auxilium et favorem opportunum. Item statuerunt -et ordinarunt quod non liceat alicui magistro de -dicta arte, habitanti in civitate vel suburgiis Mediolani, -laborare, nec laborari facere de arte ipsa nec in apotecha -seu domo habitationis suae nec extra, die aliquo festivo -per sanctae matris ecclesiae tam Romane quam Ambrosianae -istitutiones celebrari ordinato nec etiam in ipsorum -festorum vigiliis ubi vigiliae institutae reperiantur nec -diebus sabati post horam vigesimam quartam ipsius vigiliae -vel sabati, sub poena librarum duarum nuperiorum -qualibet vice qua fuerit contrafactum, eamdemque -poenam incidat quilibet famulus seu laborator de dicta -arte qui sine licentia et contra voluntatem magistri sui -laboraret contrafatiendo praesenti statuto, talisque, famulus -aut laborator de dicta arte non debeat nec possit -de dicta arte aliqualiter laborare in civitate ipsa -nec suburgiis nisi prius condemnationem ipsam solverit, -et ante solutionem hujusmodi non debeat aliquis -magister ipsius artis illi dare aliquod adjutorium nec -aliquem favorem sub eadem poena, si tamen evenerit -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -quod ad horam vigesimam quartam dicti sabati aut vigiliae -ut supra quispiam magister aut laborator inter -manus aliquem haberet ante horam ipsam jam acceptum; -eo casu tali prius accepto possit impune caeptam -operam prosequi et finire, nec pro eo poenam incurrat; -harumque omnium poenarum medietas applicetur -fabricae majoris ecclesiae Mediolani et alterius medietati -duae partes dentur Paratico ipsorum barbitonsorum -et reliqua tertia pars accusatori qui talem contrafactionem -denuntiaret. Possunt quoque abbas dictae artis -et sui offitiales qui per tempora erunt, defitientibus -in praemissis opportunis probationibus; pro habenda in -hiis veritate artare quemlibet magistrum et laboratorem -ad juramentum si et prout viderit expedire. Et considerata -in hoc devota et laudabili dispositione dictorum -barbitonsorum, vum statutum ipsum, quod etiam per -spectabiles dominos consiliarios justitiae prefatae comunitatis -diligenter examinari fecimus et honestum et ad -observantiam orthodoxae fidei nostrae atque mandatorum -ecclesiae videatur tendere, ipsorum requisitioni -praedictorum benigne volentes annuere praesentium tenore, -etiam ex certa scientia, statutum ipsum, quod in -volumine etiam aliorum statutorum et ordinamentorum -comunis Mediolani inseri et conscribi mandamus et volumus, -gratum habentes, approbamus et confirmamus; -mandantes propterea vicario et XII Provixionum ac -aliis offitialibus antedictae comunitatis praesentibus et -futuris, ad quos spectat et spectare possit et pro dicti -statuti observatione recursum fuerit; quatenus ipsum -statutum et ejus dispositionem inviolabiliter observare -fatiant et ad omnem abatis Paratici ipsorum barbitonsorum -requisitionem pro hujus statuti observantia et in -contrafatientes debita executione omne prestent juvamen, -auxilium et favorem opportunum, et hoc dummodo nichil -exinde contra aliorum praefacte comunitatis statutorum -et ordinamentorum dispositionem et in eorum -detrimentum fiat vel sequatur. In quorum testimonium -praesentes fieri registrarique jussimus, sigillique praefatae -comunitatis munimine roborari. Dat. Mediolani, -die sexto decimo aprilis MCCCCXLVII. Sign. Ambrosius.</i> -Il citato registro A, foglio 51, tergo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -</p> - -<p> -Anco un'altra legge ho riscontrata in quei tempi, la -quale merita d'essere ricordata, perchè ci fa conoscere alcuni -ripieghi politici, i quali volgarmente si credono d'invenzione -di questi ultimi tempi, non erano punto sconosciuti -negli Stati d'Italia alla metà del secolo decimoquinto, cioè -le pubbliche lotterie. Nel capitolo nono accennai come sino -dall'anno 1240 s'era posta in uso da noi la circolazione -della carta in luogo del denaro, e a tal proposito si facessero -leggi assai opportune<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a>; ora dall'editto del 9 gennaio -1448 verrà assicurato il lettore dell'antichità delle -lotterie, ossia tontine, di quei tributi spontanei in somma -ai quali si adescano i cittadini colla lusinga di arricchirli<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a>. -Colle note potrà il lettore dalla sorgente istessa conoscere -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -da quai principii fosse regolato quel governo, a qual -grado fosse la coltura, a quale elevazione si trovasse la -politica; nè sulla asserzione mera dello storico dovrà persuadersi -della infelicità di quei tempi. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -</p> - -<p> -Ora conviene ch'io ponga sott'occhio una fedele immagine -del nuovo comandante delle armi milanesi Francesco -Sforza. Sì tosto che il conte Francesco fu creato capitano -generale della repubblica di Milano, e che l'armata di esso -conte venne allo stipendio de' Milanesi, ei si trovò alla -testa di forze valevoli a preservare lo Stato e dai Veneziani, -e da ogni altro pretendente. Se egli avesse rivoltata allora -per assoggettare a sè il ducato di Milano, avrebbe dovuto superare -ad un tempo medesimo e le forze venete, e le savoiarde, -e le francesi, e l'entusiasmo della nascente libertà -de' popoli, non per anco stancati dai disordini dell'anarchia. -I suoi soldati avrebbero ragionato fors'anco del tradimento -che si faceva ai Milanesi, della illegalità delle pretensioni -sue alla successione nel ducato; si doveva temere o la -defezione o la svogliatezza. Il conte conosceva i tempi, gli -uomini e gli affari. Egli era venerato come il più gran -generale del suo tempo. Sapeva farsi adorare da' suoi soldati, -che egli, con una prodigiosa memoria, soleva quasi -tutti chiamare col loro nome. Nella azione si esponeva con -mirabile indifferenza e intrepidezza, e con voce militare -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -animava nella mischia i combattenti. Padrone assoluto dei -propri moti, sapeva celare le cose che gli dispiacevano con -mirabile superiorità d'animo. Accortissimo conoscitore dei -pensieri altrui, antivedeva le risoluzioni de' nemici, che lo -trovavano preparato mentre s'immaginava di sorprenderlo. -La reputazione dello Sforza era tale, che, venendo da' Veneziani -attaccato un drappello de' suoi che egli aveva postati -a Montebarro, vi giunse il conte Francesco nel punto -in cui i nemici vincevano pienamente. Al solo avviso della -inaspettata sua presenza si posero in fuga i vincitori; -anzi innoltrandosi egli incautamente ad inseguirli, si trovò -come attorniato e preso da essi; ma invece di farlo prigioniere, -i nemici deposero le armi, e scopertisi il capo, -riverentemente lo salutarono, «e qualunque poteva, con -ogni reverentia li tochava la mano perchè lo riputavano -patre de la militia ed ornamento di quella»; così il Corio. -Sin dalla sua gioventù egli ispirava rispetto per la nobile -e dignitosa figura, e più per la saviezza, prudenza, costumatezza -ed eleganza nel parlare, onde l'istesso Filippo Maria<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a> -<i>admirabatur enim magis atque magis guotidie -tum illius prudentiam, facundiam egregiosque mores, -tum formae praestantiam, vultus gestusque dignitatem</i><a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a>. -Un fatto raccontatoci dallo storico Giovanni Simonetta, -che viveva in que' tempi, mostra l'indole generosa del -conte Francesco, e la singolare di lui prudenza nel fiore -degli anni suoi. Sforza suo padre, mentre guerreggiava nell'Abruzzo, -aveva affidato a Francesco un corpo. Ivi guerreggiavano -i due partiti francesi e spagnuolo, ossia gli Angioini -e gli Aragonesi. Si formò una trama segreta fra i -soldati sottoposti a Francesco Sforza; e improvvisamente -una gran parte di essi tradì la fede, e, abbandonando il -giovine Francesco, passò al nemico. Francesco co' pochi rimastigli -fedeli si ricoverò in luogo munito. Appena ottenuto -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -dal padre nuovo soccorso, si scagliò contro i nemici, -e fece prigionieri tutti i traditori. Ne spedì la novella a -Sforza di lui padre, chiedendo i suoi comandi sul trattamento -da farsi a questi prigionieri. Sforza gli mandò il -comando di farli, tutti quanti erano, impiccare. Al ricevere -un tal riscontro rimase pensieroso il giovane Francesco, e -dopo qualche taciturnità interpellò il messaggiero: «Dimmi, -con quale aspetto parlò mio padre, che t'incaricò -di quest'ordine?» Il messaggere rispose ch'egli era assai -incollerito. «Non lo comanda adunque mio padre, disse -Francesco: questo è l'impeto di un uomo sdegnato, e mio -padre a quest'ora è pentito di aver detto così»: indi, fatti -condurre alla sua presenza i prigionieri: «Poichè mio padre, -diss'egli, vi perdona, io pure vi perdono. Siete liberi; -se volete restare al nostro stipendio, vi accetto come prima; -se volete partire, fatelo». La sorpresa di que' soldati, che -si aspettavano il supplizio, fu tale che, lacrimando e singhiozzando, -giurarono fede alle insegne sforzesche, e in -ogni incontro poi se gli mostrarono affezionatissimi e valorosi. -Quando Sforza intese il fatto, confessò che Francesco -era stato più prudente di sè stesso<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a>. Questo avvenimento -ci fa risovvenire delle Forche Caudine: lo Sforza fu -assai più avveduto che non si mostrò Ponzio. Francesco -amava e venerava suo padre, e con ragione. Mentre appunto -nel regno di Napoli Francesco stava alle mani coi nemici, -vennegli il crudele annunzio che, poco discosto, Sforza suo -padre, volendo soccorrere un suo paggio, erasi miseramente -affogato nel fiume che stavano passando. Questa -era la massima prova che potesse dare della padronanza -di sè medesimo. Francesco, soffocando l'immenso dolore, e -dirigendo la battaglia con mente e faccia serena, come -fece<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a>. Questi fatti bastano per darci idea di questo illustre -italiano, che diventò poi nostro principe. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -</p> - -<p> -Agnese del Maino s'era ricoverata nella rocca di Pavia, -dove ella ebbe influenza bastante per rendere preponderante -il partito di coloro che scelsero per loro principe il conte -Francesco genero di lei. Se il conte avesse accettata questa -sovranità mentre era allo stipendio de' Milanesi, senza l'assenso -loro, avrebbe mancato al dovere. Pavia era, ed è una -parte dello Stato di Milano vicina ed importante. Il conte -Francesco però fece conoscere che, attesa l'antica avversione, -non sarebbe stato mai possibile di ottenere una sincera -sommessione di Pavia ai Milanesi, che frattanto ella si offriva -al duca di Savoia, ovvero ai Veneziani; e sarebbe stata -impresa difficile lo sloggiarli da quella città munita, e -pericoloso il lasciarveli: che non era possibile sbrattare il -Po dalle navi venete, e sgombrarne lo Stato esposto alle -invasioni, se non possedendo Pavia, ove trovavansi gli attrezzi -per quella navigazione. Insomma persuase che l'interesse -di Milano era dover Pavia cadere piuttosto nelle -sue mani che di alcun altro principe. Per tal modo, coll'assenso -dei Milanesi, il conte Francesco diventò signore di -Pavia; e così due città principali del ducato, Cremona e -Pavia, una per dote, l'altra per dedizione, furono del -conte Francesco. -</p> - -<p> -Non sì tosto ebbe il conte acquistata Pavia, che s'innoltrò -colle sue armi sotto Piacenza, occupata da' Veneziani, -e se ne impadronì il giorno 16 dicembre 1447. Così, appena -trascorsi quattro mesi dalla morte del duca, il conte -s'era già reso padrone del corso del Po; padronanza la -quale indirettamente lo rendeva arbitro di Milano, che -non ha altro sale per i bisogni della vita, se non di mare, -che conseguentemente deve navigare il Po. Frattanto i -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -Francesi, che stavano al presidio di Asti, tentarono di occupare -Alessandria e Tortona; ma vennero rispinti da -Bartolomeo Coleoni, spedito loro incontro dal conte Francesco. -Così, al terminare dell'anno in cui era morto Filippo -Maria, il conte possedeva già una importante porzione del -ducato. -</p> - -<p> -I repubblicani, o, per nominarli con maggior proprietà, -gli oligarchi milanesi conoscevano la loro situazione e il -pericolo imminente di ricadere sotto la dominazione d'un -uomo solo, cosa generalmente detestata; per ciò si rivolse -secretamente a fare proposizioni di accomodamento coi -Veneziani: anzi si progettò una confederazione fra le due -repubbliche per la difesa reciproca della loro libertà e -signorie, offerendo a' Veneziani il dominio di Lodi, oltre -quei di Bergamo e Brescia, che le armi venete avevano -già conquistato sotto il regno dell'ultimo duca. Niente poteva -accadere di peggio per attraversare la fortuna del -conte. Quindi i partigiani di lui che trovavansi in Milano, -mossero la plebe, rappresentando che non v'era più sicurezza -se a venti miglia di Milano si collocavano i Veneziani; -che quanto meno ce lo saremmo aspettato, una sorpresa -rendeva Milano suddita di San Marco e città provinciale -e squallida; che non v'era più una sola notte tranquilla -pe' Milanesi, se una così vergognosa cessione si facesse. -La plebaglia, mossa da ciò, andava per le strade urlando: -guerra, guerra contro de' Veneziani! e così vennero -forzati gli usurpatori del governo, i capitani e difensori -a lasciarne ogni pensiero in disparte. Frattanto il conte -Francesco, sempre vittorioso, con molti e piccoli fatti d'arme -avendo fatto sloggiare i Veneti dalle rive del Po, stava risoluto -di movere sotto Brescia, e toglierla ai Veneti, che -da ventidue anni la possedevano per conquista fattane dal -Carmagnola, siccome vedemmo nel capitolo precedente. Presa -una volta Brescia, non potevano più i Veneziani conservare -Bergamo nè Lodi, nè altra parte delle loro conquiste. -I nostri repubblicani allora cominciarono più che mai a temere, -forse più de' nemici, il loro capitano generale; il -quale se riusciva, come era probabile, di rendersi padrone -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -di Brescia, l'avrebbe acquistata per se medesimo, -siccome aveva fatto di Piacenza; e per tal modo cerchiando -Milano, l'avrebbe costretta, non che a rendersi, a impetrare -la di lui dominazione. Si spedirono adunque ordini -al conte comandandogli che non altrimenti s'innoltrasse -a Brescia, ma si portasse a Caravaggio e facesse sloggiare -i Veneti da quel borgo. Il conte ubbidì. Nella sua -armata eravi il Piccinino, generale emulo e nemico del -conte: le operazioni militari o s'eseguirono lentamente, -ovvero venivano attraversate: si lasciava penuriare il campo -dello Sforza d'ogni sorta di foraggi e di viveri: l'armata -veneziana che stavagli di fronte, era dodicimila e cinquecento -cavalli, oltre i fantaccini. Con tanti disavvantaggi egli -venne a una giornata, che rese memorabile il 14 settembre -1448; poichè nei contorni di Mozzanica, venne il conte -colto dai Veneziani talmente all'improvviso, che nemmeno -ebbe tempo di armarsi compiutamente; onde si pose a comandare -e diresse l'azione mancandogli i bracciali. L'insidiosa -emulazione fu quella che rese inoperosi i drappelli -di osservazione che egli aveva postati verso del nemico, il -quale perciò potè cadere con sorpresa sull'armata del conte. -V'erano, siccome dissi, il Piccinino ed altri sotto i di lui ordini, -generale di cattivo animo. Il conte, mezzo disarmato, -espose più volte sè stesso al più forte della mischia, riconducendo -i fuggitivi all'attacco, animando colla voce e -coll'esempio i soldati; insomma tanto gloriosa fu quella -giornata pel conte Francesco, che interamente disfece i -Veneti, e tanto furono i prigionieri che ei fece, che fu -costretto a congedargli per mancanza di vettovaglia. Vennero -portate in Milano con una specie di trionfo le insegne -di San Marco tolte ai nemici; e Luigi Bosso e Pietro Cotta, -che erano al campo dello Sforza commissari, entrarono in -Milano colle medesime, conducendo i più illustri prigionieri, -fra i quali un Dandolo ed un Rangone. -</p> - -<p> -Questa vittoria di Mozzanica dava sempre maggior motivo -di temere lo Sforza; e il Piccinino, generale di credito, -nemico del conte, cercava di accrescere il popolar timore, -fors'anco sulla speranza di acquistare per sè medesimo -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -poi quella sovranità che ora faceva comparire esosa ed -esecranda<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>. Giorgio Lampugnano era, fra i più accreditati -Milanesi, quegli che non si stancava di tenere animata -la plebe contro del conte, rammentando i mali sofferti -sotto i duchi, le gravezze imposte da' principi, le violenze -esercitate dai cortigiani e favoriti. Ricordava la demolizione -del castello di Milano, come un motivo per cui il conte -avrebbe esercitata la vendetta su quanti vi ebbero parte; -anzi come una cagione di nuovi aggravi, obbligandoci a -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -riedificarlo con dispendio e scorno, ponendoci in bocca il -freno, dopo che ci avesse fatti sudare nella fucina a formarlo. -Proponeva il conte l'impresa di Brescia, la quale, -dopo un tal fatto, era senza difesa, e così ripigliare ai Veneti -quella parte del ducato che s'erano presa; ma non lo -vollero i capitani e difensori della libertà. Tutte le proposizioni -dello Sforza erano contraddette; i soccorsi d'ogni -specie ritardati; le militari disposizioni attraversate. Il Piccinino -primeggiava. Carlo Gonzaga aveva in Milano un poderoso -partito, ed adocchiava il trono. Con Giorgio Lampugnano -e Teodoro Bosso, primarii fautori della libertà, si -univa Vitaliano Borromeo, signore di somma significazione, -perchè, oltre la grandiosa opulenza del casato, possedeva -in dominio quasi tutte le fortezze del lago Maggiore. Questi -tre rivali partiti si univano contro l'imminente fortuna -del conte; il quale, posto in tale condizione, ascoltò le -proposizioni della repubblica veneta, e segretamente stipulò -un trattato per cui egli si obbligò a restituire, non -solamente quel che aveva invaso nel Bresciano e Bergamasco, -ma Crema e il suo contado ai Veneziani; e che i Veneziani, -in compenso, a fine di ottenere al conte il dominio -di tutte le altre città che aveva possedute Filippo Maria, -gli avrebbero stipendiati quattromila cavalli e duemila -fanti, sborsandogli tredicimila fiorini d'oro al mese, sin -tanto ch'egli non si fosse impadronito di Milano. Poichè il -trattato fu concluso, il conte lo pubblicò nel suo esercito. -Sì tosto che i Milanesi ebbero notizia di tale accordo, concluso -fra il conte Sforza e i Veneziani, spedirono al di lui -campo alcuni primarii cittadini, cercando con modi rispettosi -di giustificare le cose passate, anzi offrendo ogni soddisfazione, -salva sempre la repubblica. Ma il conte aveva -già presa palesemente la sua determinazione; e, senza mistero -espose ad essi le ragioni ch'egli asseriva competere -e a Bianca Maria, di lui moglie, e a sè medesimo e a' figli -suoi, per la successione nel dominio di Filippo Maria, suo -suocero: sè essere determinato a farle valere ad ogni costo. -Che se i Milanesi, deposta la chimerica pretensione di -erigersi in repubblica, di buon grado riconoscevano lui per -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -sovrano, egli avrebbe avuta cura della salvezza e felicità -di ciascuno; che se all'incontro si fossero ostinati a sostenere -una illusione di libertà, che, in sostanza, era una -rovinosa oligarchia, doveano attribuire a loro stessi i mali -che avrebbero sofferti, obbligandolo, suo malgrado, ad -usare contro di essi la forza. Furono con tal risposta congedati -i legali Giacomo Cusano, Giorgio Lampugnano e -Pietro Cotta; e, mentre con tristezza s'incamminavano a -recare questo poco favorevole riscontro alla loro patria, -vennero dileggiati non solo, ma insultati e svaligiati dalla -licenza militare di alcuni soldati sforzeschi. Intese ciò con -isdegno il conte, e, prontamente rintracciati i malvagi soldati, -convinti del delitto, immantinente furono impiccati; la -roba al momento venne spedita ai legati, a' quali di più -aggiunse il conte altri regali, per riparare quanto poteva -il danno sofferto da essi. La nobile generosità del conte -Francesco sorprese i legati. -</p> - -<p> -I Veneziani spedirono le loro truppe a servire come ausiliarie -al conte. La repubblica fiorentina, poichè vide svelato -il mistero, e apertamente inalberate le pretensioni del -conte, inviogli i suoi legati, promettendogli amicizia. Il -conte Francesco, reso per tal modo sicuro dalla parte di -Venezia, immediatamente si mosse a circondare sempre più -Milano. Da Pavia spinse le forze al castello d'Abbiategrasso, -e lo costrinse ben tosto alla resa. È memorabile il fatto che, -mentre il conte Francesco conteneva i suoi, vietando loro -il sacco della terra, a tradimento dalle mura vennegli -scoppiata un'archibugiata. Gli Sforzeschi correvano per -vendicarsi. Il conte illeso, placidamente impedì che si facesse -male a veruno. Fattosi padrone d'Abbiategrasso, -prese a sviare l'acqua del Naviglio, e per tal modo rese -inoperosi i mulini di Milano. S'innoltrò a Novara, e se ne -impadronì<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a>. I Tortonesi spontaneamente si diedero al -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -conte. Vigevano pure spontaneamente lo volle per suo sovrano, -discacciando i Savoiardi che l'occupavano; Alessandria -fece lo stesso; Parma si assoggettò. Mentre le cose erano -a tal segno, i Milanesi scelsero per loro comandante Carlo -Gonzaga<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>. Allora il Piccinino, che forse aveva adocchiata -la signoria di Milano, vedendosi preferito il marchese Gonzaga, -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -anzi che servire sotto di lui, passò ad offrirsi al conte -Francesco Sforza. Egli era stato sempre, siccome dissi, -emulo non solo, ma nemico e atroce nemico del conte; ciò -nondimeno il conte lo accettò per suo generale, e gli accordò -un onorevole stipendio. Due uomini volgarmente zelanti, -certo Barile e certo Frasco, andavano animando il -conte perchè lo facesse uccidere, o per lo meno lo imprigionasse -come irreconciliabile nemico, che, per necessità, -simulava in quel momento, e che poi, al primo lampo di -speranza di nuocergli, se gli avrebbe nuovamente avventato -contro. Il conte Francesco rispose loro che vorrebbe -piuttosto morire, anzi che violare la fede verso chi s'era -abbandonato al suo potere. Infatti il Piccinino desertò poi -con tremila cavalli e mille fanti; ma il tradimento non -produsse altro effetto, che una macchia di più alla di lui -fama, e un contraposto sempre più glorioso pel conte -Francesco. -</p> - -<p> -Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, grandi fautori -dapprincipio per la libertà, s'erano cambiati ed erano diventati -fautori del conte Sforza, o fosse ciò accaduto perchè -l'esperienza gli avesse convinti della impossibilità di -adattare stabilmente alla nazione degradata un politico sistema, -o fosse che la fortuna militare e le virtù grandi -del conte, e le speranze sotto la sovranità di lui avessero -mutate le loro opinioni. Carlo Gonzaga, che, sotto nome di -capitano della repubblica, era animato dalla probabile ambizione -di cingere la corona ducale di Milano, considerava -i due primari partigiani dello Sforza come i primi nemici -da spegnere. Intercettaronsi delle lettere in cifra, che Lampugnano -e Bosso scrivevano al conte Francesco; s'interpretarono; -si conobbe la trama di aprirgli le porte della -città, e si destinò di consegnarli come ribelli al supplizio. -La difficoltà consisteva nel trovare il modo per riuscirvi; -poichè i magistrati non avevano forze tali da contenere -questi nobili, e si ricorse alla insidia. Si elessero il Lampugnano -e il Bosso come oratori di Milano all'imperatore, -per implorare il suo aiuto nelle angustie nelle quali la -città era posta. Essi cercavano di procrastinare la partenza -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -per essere mal sicure le strade; ma Carlo Gonzaga seppe -sì bene fingere, che, apprestata loro una buona scorta di -armati, vennero indotti a portarsi a Como, dove assicurogli -che sarebbesi sborzata loro una conveniente somma di danaro -per inoltrarsi nella Germania e fare la commissione. -Adescati così, caddero nell'insidia. Usciti appena dalla città, -furono costretti dai soldati del Gonzaga a passare a Monza, -ove Giorgio Lampugnano venne subito decapitato, e la sua -testa, portata a Milano, fu esposta al pubblico. Indi, a forza -di torture, Teodoro Bosso in Monza fu costretto a nominare -i complici, a' quali tutti fu troncata la testa alla piazza dei -Mercanti, e furono Giacomo Bosso, Ambrogio Crivello, Giovanni -Caimo, Marco Stampa, Giobbe Ombrello e Florio da -Castelnovato. Vitaliano Burromeo, il di cui nome pure trovavasi -fra i proscritti, potè uscire dalla città e salvarsi. -</p> - -<p> -Oppressi per tal modo i primari del partito nobile, del -quale poco si fidava il Gonzaga, e sollevata la plebe ad -ambire il comando della repubblica, il disordine e lo scompiglio -divennero generali nell'interno della città. Artigiani, -giornalieri, plebaglia la più sfrenata arrogantemente -cominciarono a disporre della vita e delle fortune altrui a -loro piacimento. Giovanni da Ossona e Giovanni da Appiano -si segnalarono colle tirannie, usurpandosi una dittatoria -facoltà e il dominio della repubblica. Il Corio li -chiama <i>uomini iniquissimi e scellerati</i>. Saccheggiare i -granai de' proprietari delle terre; sforzare di notte con -mano armata l'asilo delle private famiglie, rubando le -gioie, gli argenti, e quanto v'era di meglio; costringere -colla minaccia dell'oppressione i nobili agiati a manifestare -e consegnare i denari che possedevano; quest'era la -forma colla quale costoro percepivano il tributo col pretesto -di mantenere l'armata a salvamento della repubblica. -Si pubblicò pena di morte a chiunque nominasse -Francesco Sforza se non per dispregio, e si andava gridando -che, piuttosto che a lui, si darebbero al turco o al -diavolo. I cittadini ragionevoli non ardivano nemmeno di -uscire dalle case loro sotto di un sì atroce governo. Per -rimediare al disordine, Guarnerio Castiglione, Pietro Pusterla -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -e Galeotto Toscano formarono un triumvirato, e si -posero alla testa della città. Chiusero in carcere l'Ossona -e l'Appiano. La plebaglia liberò dal carcere costoro; indi -a furore insurgendo contro i triumviri, Galeotto Toscano -venne scannato sulla piazza del palazzo ducale; i due altri -si sottrassero colla fuga. Altri furono trucidati, uomini -di virtù e di merito. Le case de' migliori cittadini vennero -saccheggiate: insomma la misera patria divenne orrendo -teatro di sciagure. -</p> - -<p> -In mezzo alle vicende e alle angustie della città stavasene -in Milano la vedova duchessa, sposa un tempo di Filippo -Maria, la quale, cogliendo l'opportunità, sparse la -speranza che il duca di Savoia, di lui padre, venisse a dare -soccorso ai Milanesi. Infatti il duca Lodovico di Savoia si -affacciò a Novara per discacciarne gli Sforzeschi, ma con -esito infelice. Il Piccinino, allorchè vide comparire questo -nuovo nemico al conte Sforza, abbandonollo, seco traendo, -siccome vedemmo, tremila cavalli e mille fanti, e alcune -terre occupò, sorprendendone gli Sforzeschi. Il conte allora -spedì un suo inviato a Milano a fine di persuadere i rettori -a non avventurare una città bella, grande e ricca alla inevitabile -sciagura d'un assalto; ma l'inviato non potè parlare -se non a quei capi che non volevano abbandonare la -loro chimerica sovranità. Il marchese Gonzaga, vedendo -però le forze del conte, la posizione decisiva di lui, che -possedeva quasi tutte le città del contorno, l'ascendente del -valor suo e della scienza militare, pensò ai casi propri, e -a trarre qualche profitto dalla conciliazione, prima che la -necessità lo costringesse a perdere la carica di capitano -dei Milanesi senza verun compenso. Trattò col conte Francesco; -e fu convenuto ch'egli passerebbe allo stipendio del -conte. -</p> - -<p> -I Milanesi, attorniati dallo Sforza, già padrone di Cremona, -Parma, Piacenza, Pavia, Novara, Vigevano, e de' borghi -e terre ancora più vicine, vedendosi abbandonati dal Gonzaga; -non potendosi fidare sul Piccinino; nessuna speranza -loro rimanendo nel duca di Savoia; in mezzo ai disordini, -al saccheggio, alla licenza popolare; devastati, oppressi dai -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -propri magistrati, non avendo un uomo solo di qualche -merito nelle cariche, usurpate da' più violenti, e da cui -meno conosceva l'arte di reggere una città, e meno forse -degli altri si curava della felicità della patria; in tale misero -stato si pensò da alcuni a conciliare la repubblica veneta -colla nascente repubblica di Milano: il che, sebbene -recentemente si foss'ella collegata col conte, non mancò, -del suo effetto. Stava domiciliato in Venezia Arrigo Panigarola, -milanese, avendovi casa di negozio: costui venne -incaricato d'invocare il senato veneto, amatore della libertà -in favore della patria. Fu ammesso il Panigarola a trattare. -Egli con eloquenza mosse gli animi, descrivendo lo stato a -cui erano ridotti i Milanesi, non per altro, se non perchè -ricusavano essi un giogo ingiusto e illegale, e volevano -reggersi da sè con una libera costituzione. Turpe cosa, -diss'egli, che i Veneziani, illustri difensori della libertà, -si colleghino con un usurpatore, per porre i ceppi agli -italiani, loro confratelli. Assicurò che se la repubblica -cessava di far loro guerra, se stendeva una mano adiutrice -a questa nascente repubblica, dopo un tal beneficio, i Milanesi -avrebbero amalo e venerato i Veneziani come loro -padri e dei tutelari; che da una generazione all'altra ne -sarebbe passata ai secoli la divozione e la gratitudine. Il -discorso del Panigarola commosse gli animi, ma più ancora -erano commosse le menti del senato dalle lettere -che andava scrivendo il nobil uomo Marcello, il quale, per -commissione della repubblica, stava al fianco del conte. -Testimonio della prudenza e del grand'animo del conte -Sforza, ammiratore della imperturbabile fermezza di lui -negli avvenimenti prosperi e avversi, vedendo la benevolenza -somma che avevano per lui i soldati, non meno che -i suoi sudditi, colpito continuamente dalla superiorità dei -talenti suoi nel mestiere dell'armi, andava esso Marcello -colle sue lettere intimorendo il senato, parendogli facil -cosa che, poichè lo Sforza avesse acquistato Milano, pensasse -poi a riunire le membra del ducato, e ricuperando -Brescia, Vicenza e fors'anche Padova, ritornasse ad occupare -quanto settantadue anni prima era soggetto al conte -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -di Virtù, primo duca. Queste circostanze produssero l'effetto -che: primieramente, i Veneziani trascurarono di spedire -i convenuti soccorsi al conte, e gli stipendiari loro, -che servivano nell'armata di lui, cambiando costume, più -non volevano concorrere od esporsi: indi, senz'altro abbandonarono -il campo. Non faceva mestieri di tanto, perchè -il conte s'avvedesse del cambiamento de' Veneziani; i -quali, per mezzo di Pasquale Malipiero, fecergli noto avere -la loro repubblica fatta la pace coi Milanesi. Le condizioni -erano, che tutto lo spazio compreso fra l'Adda, il Ticino e -il Po rimanesse della repubblica di Milano, trattane Pavia, -che si sarebbe lasciata al conte; e il rimanente dello Stato -posseduto dal duca Filippo Maria passasse al conte Francesco -Sforza. I Veneziani poi, oltre Brescia, Bergamo e -Crema, rimanevano padroni di Treviglio, Caravaggio, Rivolta -e altre terre del ducato. -</p> - -<p> -Un tal partito non poteva convenire al conte, giacchè la -maggior parte del ducato e la capitale medesima venivagli -sottratta, e se gli assegnava una sovranità di tante membra -quasi staccate, estesa per lungo spazio, difficile a custodire. -Si rivolse egli adunque ad accomodarsi col duca di Savoia, -e colla cessione di alcune terre sull'Alessandrino e sul -Novarese, si assicurò da quella parte. Indi, rivolgendosi ai -Milanesi e Veneti, si pose a disputare con essi il ducato di -Milano. Io non entrerò a descrivere i fatti d'arme; inutile -materia per uno storico, a cui preme di conoscere lo spirito -dei tempi, l'indole degli uomini, lo stato della società, -e non di stendere i materiali per una tattica di poco profitto, -atteso il cambiamento accaduto nella maniera di guerreggiare: -basta dire che il conte Sforza in ogni parte si -presentò abilissimo generale nel postare il suo campo, -nel prevenire il nemico, nelle marce giudiziosamente condotte, -nel cogliere il momento per attaccare, nel dirigere -la battaglia, nel provvedere di tutto l'armata propria e -impedire la sussistenza al nemico, nel conservare la militar -disciplina, risparmiare quanto era possibile la miseria -dei popoli, e nel tempo stesso conservarsi l'amore dei soldati, -che giugneva sino all'entusiasmo. (1449) Con tai superiori -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -talenti, con virtù tale ei circondò sì bene la città -di Milano, che in breve tempo si manifestò lo squallore -della carestia. Egli non volle spargere il sangue de' cittadini, -nè diroccare con macchine Milano; ma costringerla -per la fame a darsi a lui. Insomma egli concepì quel progetto -medesimo sopra Milano, che il grande Enrico IV -fece poi con Parigi; e molta somiglianza troverebbesi fra -l'uno e l'altro di questi grandi uomini, se venissero al paragone. -Le traversie che l'uno e l'altro dovettero soffrire -ne' primi anni; i pericoli della vita che corsero per le insidie -delle corti, nelle quali dovevano regnare poi; l'umanità, -la popolarità, il valore, la perizia militare dell'uno -e dell'altro sono degne di confronto. A Francesco Sforza -mancò un più grande teatro sul quale mostrarsi, e spettatori -più illuminati. Enrico ebbe per campo il regno di -Francia, e per testimonio un secolo più colto<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -</p> - -<p> -La carestia fece nascere un generale disordine. Non vi -era più chi volesse ubbidire. Quei che si erano arrogate -le magistrature e il comando della città, erano considerati -come buffoni del popolo. Il consiglio generale era stato -composto da essi, scegliendo maliziosamente ad arte uomini -inetti o del partito. Per dare apparenza al popolo che -si vegliava al bene della città, i rettori fecero radunare il -consiglio generale nella demolita chiesa di Santa Maria -della Scala. Pietro Cotta e Cristoforo Pagani erano sulla -strada in quel contorno: cominciarono questi a mormorare -cogli astanti sulla spensierata condotta de' rettori e sulla -dappoccaggine de' consiglieri. A misura che passavano i cittadini, -si trattenevano; e cominciò a formarsi un'unione -di popolari malcontenti. Ben tosto corse il grido per i quartieri -della città, come vicino alla Scala vi fosse unione di -malcontenti, e da ogni parte concorsero nuovi popolari, in -modo che i rettori e consiglieri si trovavano assai inquieti. -Laonde spedirono Lampugnino da Birago, loro collega, per -aringare il popolo, e, colle buone, pacificarlo, promettendo -ogni bene. Ma Lampugnino ebbe pena a salvarsi. Comparve -il capitano di giustizia Domenico da Pesaro, scortato -da buon numero di cavalleria, e facendo mostrare al popolo -i capestri; ma il popolo li pose tutti in fuga. La moltitudine -de' malcontenti si creò due capi: Gasparo da Vimercato -e il soprannominato Pietro Cotta. Altri signori -spalleggiarono i malcontenti, come Giovanni Stampa, Francesco -da Trivulzio, Cristoforo Pagano suddetto, Marchionne -da Marliano. Vi fu del sangue sparso; vennero espulsi i -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -magistrati, occupato il palazzo, e distrutta l'organizzazione -civile; se ne formò una tumultuariamente. I primarii cittadini, -il giorno seguente, si radunarono nella stessa chiesa -della Scala per deliberare qual partito si dovesse prendere. -Alcuni volevano rimaner liberi e non ubbidire a verun -principe. Altri, conoscendo l'impossibilità di formare -una repubblica in mezzo a tanti e sì appassionati partiti, -in una città nella quale le voci di patria e di ben pubblico -non bastavano ad ammorzare le private mire, volevano un -principe. Tutti però concordemente ricusavano i Veneziani. -Si proponeva dagli uni il papa; da altri il re Alfonso; altri -suggeriva il duca di Savoia; Gasparo da Vimercato propose -il conte Francese Sforza. Egli nel suo discorso fece -vedere che la fame minacciava a giorni la morte; che nè -il papa nè il re Alfonso nè il duca di Savoia avevano mezzi -per salvarci al momento, come chiedeva l'urgente necessità; -che non rimaneva altro partito da scegliere che o i -Veneziani o il conte. Sudditi de' Veneziani, non potevamo -aspettarci se non che il destino d'una città secondaria e -provinciale, sotto una dominazione che avrebbe temuta la -nostra prosperità. Sotto del conte, valoroso, umano, benefico, -nostro concittadino per la moglie, non dovevamo aspettarci -un signore, ma un padre saggio, provvido, amoroso, -da cui sarebbe posto rimedio a' nostri mali. (1450) Il partito -per il conte prevalse per acclamazione, e si spedì -tosto ad avvisarlo<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>. Due mesi prima che la città si rendesse -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -allo Sforza, si pubblicò in Milano un proclama col -premio di diecimila zecchini a chi avesse ammazzato il conte -Sforza, o mortalmente ferito<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>. Così gl'imbecilli nostri -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -legislatori si mostravano insensibili alla virtù, ignoranti -della ragion delle genti, indegni per ogni modo di comandare -agli uomini. Il conte Francesco Sforza teneva in tanta -disciplina le sue truppe che vietò loro di non offendere -per niun modo le terre o le persone de' Milanesi, come si -scorge dagli archivi di città<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a>. Ma i nostri capitani e difensori, -l'istesse armi che avean rivolte contro dello Sforza -le adoperavano ancora verso altri. Leggesi ne' registri di -città la taglia di duemila ducati d'oro a chi condurrà a Milano -Antonio e Ugolino fratelli Crivelli, i quali avevan ceduta -la fortezza di Pizzighettone al conte Sforza<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a>. Leggesi -la taglia di mille ducati a chi consegnerà Francesco -Borro, che aveva ceduta allo Sforza la fortezza di Lodi. -</p> - -<p> -Era circondata la città di Milano dai soldati dello Sforza, -e custodita con tanta esattezza che egli era impossibile di -vere alimento veruno. Un moggio di grano si vendeva a -venti zecchini. S'eran vendute pubblicamente e mangiate -le carni dei cavalli, degli asini, de' cani, de' gatti e persino -de' sorci. Morivano sulle pubbliche strade alcuni cittadini -di fame. In queste estremità, cioè tre giorni prima che -Francesco Sforza diventasse padrone di Milano, i capitani -e difensori della libertà pubblicarono un editto per la pudicizia -e morigeratezza pubblica<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -</p> - -<p> -Oltre il Corio, che minutamente descrive la desolazione -di que' tempi, e la miseria di quel governo, anche il Decembrio -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -ce ne dà un'idea colle parole seguenti:<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a> <i>Mediolanensium -res in deterius labi caepere. Nam duce destituti, -dissidentibus inter se civibus, deteriora prioribus -in dias pullulabant. Non pubblica munera a populo -rite gubernari; non divites onera conferre; non jussa -quisquam exsequi poterat; sed veluti tempestate disjecta -classis, inundante pelago, inc inde ferebatur. -Si qua in residuis militibus spes affulserat, Caroli -Gonzagae ambitione turbabatur, qui ad populi dominatum -improbe aspirans, longa suspicione cuncta detinebat. -Qua ex desperatione et pavore squallebant omnia. -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -Conjurationes ad haec a quibusdam perpetratae -majorem adhuc sollicitudinem singulis injecerant. Capti -siquidem plerique nobilissimi Cives, et supplicio affecti -sunt: Sed nec ullorum caede mali atrocitas leniri poterat... -Boni praeterea, officiis exuti, nec sibi aut aliis -prodesse utiles, silentio languebant; plebs vero, inter -spem metunque conjecta, onus tolerabat, dominatus -dumtaxat nomine exsultans</i><a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a>. Questo veramente è uno -de' tratti più compassionevoli e umilianti della nostra storia: -vorrei poterla nobilitare esponendola, ma lo storico -consecrato all'augusta verità, benchè contro sua voglia, la -scrive. Qual differenza mai fra Milano assediata dall'imperator -Federico, e Milano bloccata da Francesco Sforza! -Contro l'imperatore e contro tutt'i principi della Germania -Milano si difende. Escono con valore i Milanesi dalle -loro mura; si cimentano; piegano alfin traditi, soverchiati; -e terminano con gloria, assicurando lo Stato della loro limitata -libertà. Contro lo Sforza non v'è un tratto solo -di vigore, non un lampo di civile prudenza. Uno spirito, -ora cenobitico, ora insidiosamente timido e atroce, detta -le leggi, dirige le azioni. Erano i nostri, tre secoli prima, -agresti, rozzi, ma generosi, guerrieri e affezionati alla patria. -I loro discendenti, degradati nella servitù di cattivi -principi, sembrano un'altra nazione; e perciò il Secretario -fiorentino ebbe a dire: «Per tanto dico che nessuno accidente -(benchè grave e violento) potrebbe ridurre mai Milano -o Napoli libere per essere quelle membra tutte corrotte. -Il che si vide dopo la morte di Filippo Visconti, che -volendosi ridurre Milano alla libertà non potette e non -seppe mantenerla<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>». La città, colla mediazione di Gaspare -da Vimercato, si rese a Francesco Sforza dopo trenta mesi -e mezzo di anarchia, ossia d'un atroce disordine chiamato -<i>Repubblica</i>. Le monete d'oro e d'argento battute in Milano -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -in que' tempi hanno da una parte sant'Ambrogio, e dall'altra -la Croce e la lettera M, colla leggenda <i>Comunitas -Mediolani</i>, e lo stemma della città. Francesco Sforza entrò -in Milano il giorno 26 di febbraio del 1450<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a>. Coloro -che si lagnano de' tempi presenti, ed esaltano la felicità -de' maggiori, torno a dirlo e lo dirò pure altra volta, non -sanno la storia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -</p> - -<h2 id="cap17">CAPITOLO XVII. - -<span class="smaller"><i>Francesco I Sforza, duca di Milano.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Appena il conte ebbe notizia che per quasi unanime -voto degli affamati cittadini milanesi egli veniva proclamato -signor loro e duca, volle cogliere il momento e senza -dimora alcuna entrare nella città; giacchè l'indugio non -poteva essere di utilità se non ai Veneziani, ai quali fors'anco, -per l'instabilità della moltitudine, avrebbero potuto -ricorrere, qualora avesse egli tardato a soccorrerli -di vittovaglia nella estremità della fame a cui erano ridotti. -Postò egli adunque di contro alle schiere venete un -corpo di armati valevole a contenerle, e immediatamente -egli da Vimercato incamminossi a Milano alla testa d'un altro -corpo di fedeli soldati, i quali, oltre le solite armi, -vennero caricati sulle spalle e nelle tasche di quanto pane -ciascuno poteva portare, con ordine di lasciarsi saccheggiare -allegramente dalle affamate turbe milanesi. La strada -da Vimercato a Milano era popolata da <i>infinita turba</i>, -dice il Corio, singolarmente nelle dieci miglia vicine alla -città. Fu uno spettacolo degno di un cuore sensibile quella -pompa, nella quale non già primeggiava il fasto o l'alterigia -d'un irritato vincitore, ma bensì l'affabile umanità di -Francesco Sforza, che amichevolmente accoglieva le grida -di allegrezza del popolo, nominava e salutava le conoscenze -che aveva fatto sino da' suoi primi anni in questa -quasi sua patria, ordinava ai valorosi soldati suoi di abbandonare -ogni contegno militare e imponente, e fatti concittadini, -di lasciarsi svaligiare dall'affamata moltitudine, che -avidamente si satollava col loro pane; e fra le consolanti -risa che faceva nascere l'inusitata mischia, fra le grida -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -gioiose de' popoli che andavano esclamando:<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a> <i>haec est -dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea</i>, -andò accostandosi alla città e vi entrò per porta Nuova. -Malgrado lo sterminato numero de' cittadini uscitogli incontro, -dice il Corio, «benchè grande era stata la moltitudine -che di fuori l'haveva salutato, molto maggiore era -quella di dentro l'aspettava». Ognuno procurava di giungere -a toccar la mano al conte nuovo duca; e tanta e tanto -strettamente la moltitudine lo circondava, che il cavallo -di lui parve portato sulle spalle de' cittadini. Andossene -egli direttamente al Duomo per rendere alla Divinità il -primo omaggio d'un avvenimento sì fausto per lui; ma -non fu possibile ch'egli scendesse dal cavallo, e dovette -così entrarvi e così orare: tanto era la immensità della -turba e tanto era l'entusiasmo de' nuovi suoi sudditi! Dispose -poscia il nuovo duca che da Pavia, da Cremona e da altri -luoghi venisse portato quanto occorreva al vitto e ai comodi, -e in tre giorni l'abbondanza comparve nella città. -Tutto venne ordinato dal duca con paterna previdenza: pose -al governo della città uomini probi e illuminati; intimò la -pace, la sicurezza, il gaudio a ciascun milanese; distribuì -ai poveri larghi soccorsi di frumento; poi tornò al campo -contro i Veneziani, i quali si ritirarono a quartiere, e così -fece egli pure de' suoi. Ricevette l'omaggio di Bellinzona, -Como e Monza, suddite de' Milanesi. Spedì i suoi ministri -alle corti estere per dar loro avviso della nuova sua condizione. -L'imperatore Federico III e Carlo re di Francia ricusarono -di trattarlo qual duca, perchè il primo non doveva -riconoscere rivestito di quella dignità se non un -discendente maschio legittimo de' Visconti investiti; e l'altro -pretendeva dovuto il ducato ai discendenti della principessa -Valentina. Gli altri principi lo riconobbero. Gli uomini -più turbolenti e sediziosi, quei che avevano tiranneggiato -il popolo nel tempo dell'interregno, vennero con -umanità relegati nelle città vicine. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -</p> - -<p> -Non voleva il nuovo duca sgomentare i sudditi dominando -sopra di essi con un potere illimitato, nè che essi lo considerassero -come un dispotico conquistatore. Sarebbe stato -troppo repentino il passaggio dalla licenza alla servitù, e -questo violento cambiamento avrebbe potuto facilmente -cagionar poi de' pentimenti e de' moti nel popolo, nel qual -caso un principe vi perde sempre, quand'anche giunga -colla forza a reprimere ed a punire. Ciò conosceva ottimamente -il saggio duca; e perciò volle che alla nuova dominazione -di lui servisse di base un contratto, e che i sudditi -lo considerassero sovrano e non despota. Questa prudente -politica diresse il solenne contratto di dedizione, celebrato -il giorno 3 di marzo 1450, nella villa del conte Giovanni -Corio in Vimercato, essendone rogato il notaio Damiano -Marliano; in vigore del qual atto venne concordato che le -gabelle sarebbero state moderato, riducendosi la macina a -soldi 12, il dazio del vino a soldi 4, e stabilendosi che non -s'imporrebbero in avvenire nuove gabelle, anzi si abolirebbe -quella del fieno; che il nuovo duca avrebbe fatto -residenza in Milano, almeno per due terze parti dell'anno; -che i tribunali avrebbero sempre in Milano la loro sede; -che il prezzo del sale sarebbe stato lire tre per ogni staio, -che non si sarebbe imposto verun carico straordinario, eccetto -quello di somministrar carri e guastatori per gli usi -militari; che il solo podestà di Milano sarebbe stato forestiere, -ma tutti gli altri uffici sarebbero confidati a' Milanesi; -e alla vacanza di ogni carica la città avrebbe presentata -la nomina di sei, fra i quali il duca avrebbe fatto -la scelta, salvo però l'arbitrio a lui, in casi speciali, di scegliere -anche altrimenti; che il duca avrebbe mantenuta -la fede ai creditori di Filippo Maria; che si osserverebbero -gli statuti civili e criminali e quei de' mercanti; che non si -sarebbero impetrati privilegi dal papa nè dall'imperatore -senza il beneplacito del duca; che i soldati a piedi, a cavallo, -saccomanni, uomini d'armi sarebbero partiti dalla -città, dovendo essa restare immune dall'alloggiamento militare, -eccettuati i contestabili alle porte; il duca però in -casi speciali potrà deviare da questa regola. Questi sono -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -i più importanti articoli del solenne contratto<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>: indi il -nuovo duca fece il pubblico ingresso dalla porta Ticinese, -il giorno 25 di marzo 1450<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>. Il nuovo duca era colla sua -sposa Bianca Maria e col primogenito Galeazzo Maria. Un -numero grande di matrone andarongli incontro pomposamente. -Gli oratori delle città suddite, i nobili milanesi -tutti sfoggiarono per rendere magnifico quell'ingresso. Erasi -preparato un maestoso carro e un baldacchino; ma un tal -fasto non piacque a Francesco Sforza, che amava la gloria -e non le apparenze teatrali; e, ricusandolo, disse: ch'egli -in quell'ingresso s'incamminava al tempio per rendere -omaggio al padrone dell'universo, avanti del quale gli uomini -sono tutti eguali. Cavalcò egli adunque. La folla immensa -del popolo, i ricchi arredi de' nobili, la magnifica -parata degli uomini d'armi che precedevano, tutti coperti -d'usberghi lucidissimi, il lusso de' loro illustri condottieri, -tutto ciò formò uno spettacolo sorprendente. La cerimonia -si fece al Duomo, ove smontato, il duca si pose una candida -sopraveste: indi colle solennità de' sacri riti la duchessa -e il duca vennero ornati col manto ducale fra gli applausi -e i viva del popolo. Poi dagli eletti di ciascun quartiere -ricevette il giuramento di fedeltà. Essi a lui consegnarono -lo scettro, la spada, il vessillo, il sigillo ducale e le chiavi -della città. Fatto ciò, il duca fece proclamare conte di Pavia -il primogenito Galeazzo. Terminossi per tal modo la -funzione in Duomo, seguendosi il rito de' duchi antecessori. -Indi per cinque giorni volle il duca che la città vivesse in -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -mezzo alle feste ed alle allegrie. Danze, giostre, tornei di -varie sorta, musica, spettacoli teatrali, lautissimi pranzi, -tutto venne così giudiziosamente distribuito e con tal previdenza -ed ordine eseguito, che si mostrò il duca la delizia -della buona società e l'anima dei divertimenti. Egli -creò molti cavalieri, scegliendo quei che più meritavano -quest'onore, e tutti li regalò nobilmente. Insomma Francesco -Sforza, invincibile alla testa di un'armata, si mostrò -il più giudizioso direttore delle feste, come si fece conoscere -il principe più umano, giusto e benefico, reggendo -in pace lo Stato. -</p> - -<p> -Il papa Nicolò V, i Fiorentini, i Genovesi, i Lucchesi, gli -Anconitani, i Sanesi, e varii altri Stati e principi d'Italia -spedirono tosto i loro ministri per una onorevole ricognizione -al nuovo duca. Il primo pensiero di questo principe -fu di rialzare il castello di porta Giovia, demolito due -anni prima, siccome dissi. Questa fortezza, fabbricata da -Galeazzo II, era necessaria per la sicurezza del duca, il -quale in una città piena di partiti, recentemente riscaldata -dal nome di libertà, rendeva sempre pericolosa la -residenza del nuovo principe, sprovveduto infatti di legali -fondamenti per succedere nel ducato. Ma nemmeno conveniva -alla prudente accortezza del nuovo signore di palesare -la inquietudine sua, nè di lasciar conoscere al popolo -apertamente una tale diffidenza; essendo cosa naturale -alla moltitudine il non accorgersi delle forze proprie, -se non pel timore altrui. Propose egli adunque alla città, -come ostinandosi tuttavia i Veneziani nella guerra contro -di lui e contro lo Stato, trovandosi Milano allora mal difesa -dalle mura della circonvallazione, non convenendo di -acquartierare l'armata nella città, resa esente dall'alloggio -militare, non eravi modo alcuno di preservare la metropoli -dai pericoli d'un assalto, se non ricoverando in luogo -munito e forte un corpo di armati, in guisa da allontanare -il nemico da simili tentativi. Propose quindi alla deliberazione -della città medesima il determinare, se dovesse per -tutela di lei riedificarsi il castello, assicurando nel tempo -medesimo la città che vi sarebbe stato collocato per castellano -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -non mai altri che un nobile milanese per tutti i -tempi avvenire. Questa moderazione di cercare l'assenso -per una cosa ch'egli avrebbe potuto da sè medesimo fare -immediatamente; le maniere umanissime e nobilissime -del duca; tante virtù militari e civili riunite in questo -grand'uomo impegnarono i primari cittadini ad ottenergli -la pubblica acclamazione per rialzare la demolita fortezza. -Si fecero le adunanze del popolo in ciascuna parrocchia -per deliberare su tale inchiesta. La storia ci ha conservato -un discorso tenuto in tale occasione da Giorgio Piatto allora -celebre giureconsulto. Egli era nell'adunanza della -parrocchia di San Giorgio al Palazzo<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>. Questi parlò così: -«Se il virtuosissimo principe Francesco Sforza fosse immortale, -come immortale ne sarà la sua gloria; io, il primo -fra i cittadini milanesi, vorrei caricare sulle mie spalle le -pietre e portarle al sito ove si propone d'innalzare il castello. -Una fortezza sotto il felice governo d'un così provvido -sovrano serve a ornamento della città, a tutela e sicurezza -di ciascuno di noi. Ma, cittadini miei, verrà quel -giorno in cui il nobilissimo duca Francesco piegherà sotto -la universal condizione. I sovrani sono soggetti al destino -dell'umanità; muoiono, e dopo un principe umano, benefico, -provvido, siamo noi certi che vi succeda un altro principe -erede di sue virtù? Una rocca inespugnabile, che, torreggiando -sulle case nostre, può incendiarle e distruggerle, -in potere di un malvagio principe, lo rende arbitro assoluto -di noi, di tutto il nostro. Appiattato in quel forte, qual -limite aver potranno le violenze, le estorsioni, la tirannia? -Se innalziamo quella fortezza, noi imponiamo al collo dei -nostri discendenti, come a tanti buoi, il giogo della servitù. -I nostri figli malediranno un giorno noi, la nostra spensieratezza, -la cecità nostra. Noi decretiamo la sciagura -della patria, e rendiamo i nomi nostri esecrandi a nostri -discendenti. Che bisogno ha mai Francesco Sforza di una -fortezza? I nostri cuori, i nostri petti gli offrono una più -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -grande, più solida munizione di qualunque altra. Egli non -ha bisogno di castelli per difendere la signoria. Infin che -un solo di noi sarà in vita, combatterà contro chi tentasse -di frastornarla. Cittadini miei, badatemi, parlo per me, -parlo per ciascuno di voi; uniformatevi al mio suggerimento, -e siate certi che per tal modo avremo sempre una -delle due buone, o un principe retto o la libertà. I nostri -nipoti ci benediranno, e vivranno lieti e felici, siccome lo -siamo ora noi sotto il governo del clementissimo duca». -così parlò Giorgio Piatto, e non persuase veruno. Egli era -uno dei pochi cittadini che avrebbero potuto reggere lo -Stato nel tempo della repubblica, e che giacquero oscuri -e inoperosi. L'unanime consenso della città concluse di -pregare il duca di voler riedificare il castello, quale internamente -scorgesi anco oggidì, cioè un vasto edificio quadrato -con quattro poderose torri, ossia torrioni agli angoli<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>; -fortissimi ripari che, sostenendo grossi pezzi di -artiglieria, possono far volare le palle al disopra della -città. Questo rialzamento della fortezza costò più d'un milione -di ducati, ossia di zecchini. -</p> - -<p> -Il regno di Francesco Sforza fu breve, poichè durò sedici -anni e non più. Egli non visse mai in pace, nè potè -pienamente rivolger l'animo alla parte del legislatore ed -alla riforma politica della nazione. Sarebbe troppo noioso -il racconto delle minute azioni di queste guerre. Sopra -tutto i Veneziani continuarono a muover le armi contro -del nuovo duca. (1481) Pretendeva egli Bergamo e Brescia, -possedute dai Visconti, e per solo diritto di conquista -usurpate durante il dominio di Filippo Maria. Pretendeva -Verona e Vicenza, come il retaggio della casa Scaligera, -terminata nell'ava di sua moglie, cioè nella duchessa Caterina. -Per lo contrario i Veneziani pretendevano di portare -il loro confine all'Adda. Sedicimila cavalieri stavano -in campo per la repubblica di Venezia, e diciottomila ne -presentava all'opposto il duca Francesco. (1482) I Fiorentini -erano collegati col duca, i Savoiardi colla repubblica -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -veneta. Le ostilità non cessarono ancora per quattro anni -da quella parte. (1453) Finalmente, innoltrandosi i Turchi, -padroni di Costantinopoli, verso la Grecia e verso la Dalmazia, -i Veneziani ricorsero alla mediazione di papa Nicolò -V, affine di ottenere la pace col duca, onde poter rivolgere -tutte le forze in loro difesa contro del Turco; -(1454) il duca piegossi ai paterni uffici del sommo sacerdote, -e, coll'opera del nobil uomo Paolo Balbo, ai 9 -d'aprile del 1454, fu sottoscritta la pace di Lodi, celebre -per noi, poichè oltre le ragioni della casa della Scala, alle -quali rinunziò il duca, cedette pure i suoi diritti sopra -Brescia e sopra Bergamo, anzi abdicò dal ducato la città -di Crema e suo territorio, trasferendone il dominio nella -repubblica veneta, che la possedette dappoi. Alle guerre -in séguito che il duca ebbe coi Savoiardi, si pose termine -con una pace che fissò il fiume Sesia per limite ai due -Stati. Le città che formarono lo Stato sotto il dominio del -conte Francesco primo duca Sforza, e quarto duca di Milano, -furono quindici, cioè Milano, Pavia, Cremona, Lodi, -Como, Novara, Alessandria, Tortona, Valenza, Bobbio, Piacenza, -Parma, Vigevano, Genova e Savona. Queste due ultime -città le acquistò lo Sforza nel 1464 per la cessione -che gliene fece Lodovico re di Francia; il che non bastando, -colle armi sottomise Genova al suo potere. Come -poi il re di Francia, Lodovico XI, avesse fatta questa cessione, -dopo che il di lui padre Carlo VII aveva ricusato -di riconoscerlo per duca, e come a questo segno pregiasse -egli l'aiuto e l'amicizia dello Sforza, ce lo insegnano più -autori. La Francia era immersa nella guerra civile; il re -aveva collegati contro di lui il duca di Calabria, il duca -di Borbone, il duca di Bretagna, il duca di Bari, il duca -di Namur, i conti di Charolois, Dunois, Armagnac, Dammartin; -e questa lega, formata contro del re cristianissimo, -si qualificava la <i>Lega del ben pubblico</i>. Il re Luigi sommamente -onorava Francesco Sforza, a tale che interamente -si reggeva a norma dei consigli di lui. Il signor Gaillard, -uno dei più accreditati scrittori francesi, dice a tal proposito. — <i>Les -talens politiques de Sforce égaloient ses -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -vertus guerrières. Louis XI, qui se connoissoit en hommes -habiles, le consultoit comme un sage. Ce fut François -Sforce qui lui traça le plan qu'il suivit pour dissiper -la ligue du bien public: aussi Louis XI ne souffrit-il -jamais que la maison d'Orléans, qu'il haïssot, -troubiât Sforce dans la possession du Milanez</i><a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>. Il -Corio dice che «il re pregò Francesco Sforza, duca di Milano, -che gli sporgesse adiuto»; per lo che il duca preparò -un valido esercito, e lo spedì nella Francia sotto il -comando di Galeazzo Maria, conte di Pavia, di lui primogenito. -In quell'esercito servivano da generali Gaspare Vimercato, -Giovanni Pallavicino, Pier Francesco Visconti e -Donato da Milano. Il duca di Savoia accordò il passaggio -a quest'armata; la quale dal Delfinato passò nel Lionese, -s'impadronì di Pierancisa, vi pose comandante Vercellino -Visconti, indi, passato il Rodano, postossi sul Borbonese e -servì il re con tanta fermezza e valore che «Sforzeschi -più che huomini erano extimati», dice il Corio, e vennero -costretti i collegati a sottomettersi al re; per lo che quel -monarca, l'anno 1466, mandò al duca una solenne ambasciata -<i>per ringraziarlo di tanto beneficio</i>: sono parole -del Corio. Per tai motivi il re di Francia cedette al duca -tutti i diritti suoi sopra Genova e Savona. -</p> - -<p> -Ma Genova, siccome dissi, fu di mestieri sottometterla -colle armi comandate dallo stesso Gaspare Vimercato che -introdusse lo Sforza in Milano e fu nella spedizione di -Francia. I Genovesi, assoggettati, spedirono a Milano ventiquattro -oratori, accompagnati da più di dugento loro cittadini, -e il duca accolse onorevolmente l'omaggio loro, spesandoli -e alloggiandoli signorilmente<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>. -</p> - -<p> -Nè soltanto co' Veneti, co' Savoiardi, colla Lega e co' Genovesi -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -fu costretto a guerreggiare per mezzo de' suoi generali -il nuovo duca; ma ben anco nel regno di Napoli, -come ausiliario di Renato d'Angiò, mantenne le sue schiere. -Renato pretendeva quel regno come figlio adottivo della -regina Giovanna II, ed aveva seduto sul trono di Napoli, -come re, sintanto che il più fortunato di lui, Alfonso d'Aragona, -ne lo scacciò, e si pose in suo luogo. Venne a Milano -il re Renato, e lo accolsero il duca e la duchessa Bianca -Maria colla dovuta magnificenza. Egli condusse una squadra -di francesi, i quali si unirono cogli sforzeschi. Il padre -della duchessa, diciotto anni prima aveva pure in Milano -alloggiato il re Alfonso d'Aragona, rivale di lui; ma Alfonso -vi dimorò come prigioniero, Renato come amico ed -alleato. (1455) Le avventure poi del regno di Napoli terminarono -facendo lo Sforza la pace col re Alfonso; e questa -pace fu convalidata con due nodi di parentela. Alfonso -duca di Calabria, nipote del re Alfonso e figlio di Ferdinando, -sposò la principessa Ippolita, figlia del duca Francesco; -e la principessa Leonora, figlia pure di Ferdinando, -fu data in moglie a Sforza Maria, terzogenito del duca. -</p> - -<p> -Frammezzo a' pensieri militari per difendere lo Stato, -rivendicarne le usurpate membra, il duca Francesco non -dimenticò mai le cure d'un padre benefico de' suoi popoli. -Abbellì, ristorò e rese più vasto il palazzo ducale, fabbricato -da Matteo I, ornato poscia da Azzone, rifabbricato da -Galeazzo II, e cadente e quasi abbandonato allorchè il duca -Francesco divenne signore di Milano; poichè Filippo Maria, -come vedemmo, non mai vi alloggiò. Riedificò maestosamente -il castello di porta Giovia, che tuttora è in piedi, -sebbene cinto al di fuori di fortificazioni fattevi durante il -governo della Spagna. (1456) Intraprese e condusse a fine -la fabbrica dell'Ospedal maggiore, aperto indistintamente -a sollievo dell'egra umanità, senza risguardo a patria nè -a religione. Il turco, l'ebreo, il cattolico, l'acattolico, purchè -siano ammalati e poveri, ivi trovano ricetto e assistenza. -Intraprese infine e condusse pure al suo termine -la grand'opera del canale, ossia <i>Navilio</i>, che da Trezzo -conduce a Milano le acque dell'Adda. Il Decembrio così ci -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -assicura: —<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a><i>Conversus deinde ad excolendam urbem, -vicis arena latereque constratis, Arcem Portae Jovis; -populi tumultu antea disjectam, e fundamentis erigi -magnificentissime curavit. Curiam etiam priscorum -Ducum, vetustate fatiscentem, non solam restituit, sed -ampliavit, ornavitque. Acquaeductum quoque ex Abdua, -defosso solo, per viginti milliaria deduci jussit, -quo agri finitimi irrigarentur, populo que necessariae -copiae suppeterent</i><a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>. (1457) Questo canale, che chiamasi -tra noi <i>Naviglio della Martesana</i><a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>, fu progettato -l'anno 1457. Bertola da Novate fu l'ingegnere cui Francesco -Sforza trascelse per quest'opera: egli era nostro cittadino -milanese. Fu condotto a termine l'anno 1460<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a>. -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -«Le principali difficoltà del progetto erano di derivare un -ramo perenne d'acqua dall'Adda in un luogo di corso assai -rapido, di continuare per alcune miglia il nuovo cavo in -una costa sassosa, e di attraversare con esso il torrente -Molgora e il fiume Lambro<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a>». Questo canale è sostenuto -dapprincipio da un argine grandioso di pietra sino all'altezza -di 40 braccia sopra il fondo dell'Adda. La lunghezza -del canale è circa di 24 miglia. Il torrente Molgora vi passa -sotto con un ponte di tre archi di pietra. Il Lambro vi -sbocca dentro ad angolo retto, ed a foce aperta con tutte -le piene, e si scarica dalla parte opposta. Il canale, quale -fu fatto dal duca Francesco, era più ristretto di quello che -ora noi lo veggiamo, e venne adattato a questa più comoda -guisa l'anno 1573. Il naviglio sfogavasi per l'alveo -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -del torrente Seveso, nè entrava allora nella fossa della -città, siccome per opera di Lionardo da Vinci si eseguì con -somma maestria l'anno 1497, introducendovi sei sostegni, -ossia <i>conche</i>, invenzione allora nuovissima, e per mezzo -di cui le barche ebbero il passaggio dal nuovo canale all'antico<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>. -Nondimeno, porzione dell'acqua cavata dall'Adda -e condotta nel nuovo canale, entrava in Milano ad -altri usi, come si prova da memorie conservate ne' registri -della città<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a>. Così nello spazio di sedici anni, in mezzo a -guerre continue, malgrado la devastatrice pestilenza, la -quale cominciò appunto colla di lui signoria l'anno 1450, -e in Milano estinse trentamila abitatori, Francesco Sforza -ci lasciò un canale navigabile, un grandioso e ricco spedale, -due magnifiche fabbriche, il castello e la corte ducale, e -le vie della città riattate. -</p> - -<p> -Questi sono i pubblici monumenti che ci rimangono del -nostro buon duca Francesco Sforza; ma la storia ci ha conservato -de' tratti di lui che più intimamente ancora ci palesano -la di lui anima. Il Corio ce lo rappresenta così: -«Fu questo principe liberalissimo, pieno de humanitate, -e mai veruno di mala voglia se partiva da lui; e singolarmente -honorava li homini virtuosi e docti: contra gli homini -semplici non exercitava alcuna inimicizia. Ma haveva -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -in summo hodio li versuti e maliciosi. In nissuno fu maggiore -observantia di fede: amò sempre la justizia e fu -amatore de la religione: Ebbe eloquenza naturale, e nulla -extimava gli astrologhi». La figura del duca era sommamente -dignitosa. Negli atteggiamenti era elegante e nobile -senza studio alcuno. La statura era più grande della comune -degli uomini, e guardandolo alla fisonomia sola del -volto, ognuno ravvisava in lui un uomo nato per comandare. -Non vi fu chi lo superasse, mentre fu giovine, nella -robustezza, ovvero nella agilità. Fu pazientissimo d'ogni -disagio, caldo, freddo, fame, sete: tutto sopportava con -volto sereno. In faccia al nemico non palesò mai, non che -timore, ma nemmeno inquietudine; nè mai si mostrò dolente -per le ferite che riportò. Abitualmente visse sobrio -in ogni cosa, moderato alla mensa, sempre semplice e frugale. -Amava di pranzare in compagnia, ed oltre ai commensali, -lasciava a moltissimi la libertà di visitarlo mentre -era a mensa, ed ascoltava quanto ciascuno voleva esporgli -con pazienza e bontà. Poco dormiva, ma quel poco non -mai lo perdè, nè per animo turbato, nè per rumore alcuno: -dormiva in mezzo a qualunque strepito. Egli era -dotato di un ingegno penetrante e di una esimia prudenza, -per modo che niente intraprendeva se prima diligentemente -non l'avesse esaminato, ma poich'era deciso, con mirabile -magnanimità e celerità incredibile l'eseguiva. Malgrado la -scostumatezza di quei tempi egli fu sempre alieno dal disordine, -nè si lasciò sedurre alla lascivia. La virtù signoreggiollo -per modo, che negli avversi casi non s'avvilì -giammai, e quanto più gli venne prospera la fortuna, tanto -più modesto mostrossi ed incapace di usar contumelia ai -nemici, anzi nel corso intero di sua vita non si vendicò -mai<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a>. Testimonio ne fu il conte Onofrio Anguissola, -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -piacentino, il quale, capo della sedizione di Piacenza, colle -armi del duca fu preso. Il duca lo fece custodire bensì, -come era necessario, ma la custodia fu il solo male ch'ei -dovette soffrire. Il Simonetta diffusamente ci informa del -suo militare talento e della mirabile provvisione di lui anche -nei dubbi eventi della guerra, e de' ritrovati impensati -e opportuni che venivangli in mente per superare -le difficoltà, e della liberalità e beneficenza sua abituale e -quasi organica e di temperamento. Umano e clemente fu -sempre questo grand'uomo: pronto alla collera, tosto si -conteneva, siccome è l'indole dei generosi, e colui al quale -avesse fatto danno o con parole o altrimenti, non occorreva -che chiedesse cosa alcuna, che il buon principe coi -beneficii lo risarciva spontaneamente. Non amava i lodatori, -e conosceva che questa è la maschera seducente colla -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -quale il vizio insidiosamente si accosta al soglio. Non vi -era cosa più sicura che la fede e la parola di Francesco. -Così ce lo descrive il citato Simonetta, che termina con -queste parole:<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a> <i>Sed illud certe ausim affirmare, post -Cajum Julium Caesarem neminem fere habuisse Italiam -reperies, quem jure possis cum uno Francisco -Sfortia conferre. Qui quidem, cum vicisset semper, et -victus fuisset numquam, ita diem obiit ut omnibus de -se non minus desiderium, quam fletum relinqueret</i><a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a>. -</p> - -<p> -Già da due anni era stato idropico il duca, e sebbene ei -nell'aspetto sembrasse ristabilito, soffriva nelle gambe, le -quali anche talora si gonfiavano. Egli tentò qualche rimedio -per ridurle alla loro figura di prima; e v'è chi attribuisce -a tal cagione la quasi improvvisa di lui morte, accaduta -con due soli giorni di malattia. (1466) Il giorno 8 -di marzo dell'anno 1466, all'età di sessantacinque anni, -dopo sedici anni di signoria, morì il duca Francesco Sforza. -Tutta la città rimase squallida e desolata a tale inaspettata -disgrazia: «Stimando ogniuno, dice il Corio, non solo havere -perduto uno duca, ma uno colendissimo patre». La -duchessa Bianca Maria, sebben colpita da questo impensato -fulmine, s'era addottrinata coll'esempio del marito ad affrontare -e sostenere l'avversa fortuna. Il figlio primogenito, -Galeazzo Maria, in quel punto era nella Francia. Se -la duchessa si abbandonava al femminil dolore, la casa -Sforza perdeva la sovranità, alla quale mancava la sanzione -imperiale. Ella si mostrò degna di essere stata moglie amatissima -di Francesco Sforza: compresse il dolore; pensò a -salvare i figli. Con animo virile, la notte medesima, appena -spirato il duca, convocò un consiglio dei primari signori -milanesi. Con poche, ma gravi e accomodate parole raccomandò -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -loro l'ordine pubblico, la fede verso il sangue del -duca. Scrisse immediatamente a tutti i principi d'Italia la -perdita fatta, e richiese il favore di ciascun d'essi a pro -del conte di Pavia, Galeazzo, suo primogenito. Poichè ebbe -così adempiuti con magnanimità i doveri di sovrana e di -madre, si pose ad eseguire quei di moglie, secondo l'usanza -di que' tempi. Il cadavere del duca nel palazzo ducale -si espose; e la vedova mai non si dipartì dal suo fianco, -dando segni, come dice il Corio, <i>d'incredibile amore</i>. Il -terzo giorno poi, ornato con tutte le insegne ducali, <i>e -cinto di quella spada la quale fortissimamente in tutte -le victorie aveva usato</i><a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>, venne con magnifica pompa tumulato -in Duomo. -</p> - -<p> -Mentre l'imperatore Federico III venne di qua dall'Alpi, -e si fece incoronare in Roma dal papa, egli non toccò -nemmeno le terre soggette allo Sforza, non volendo pregiudicare -alle ragioni dell'Impero col riconoscere per legittimo -sovrano e duca l'usurpatore d'un feudo imperiale, -ch'ei non aveva forze per difendere. Era questo un oggetto -importante assai per la dominazione della casa sforzesca, -di cui era mancato il sostegno e lo splendore. Galeazzo -Maria, in marzo del 1466, allorchè morì suo padre, era, -siccome già dissi, nella Francia, comandando nel Delfinato -l'armata che il duca aveva allestita in soccorso del re contro -la Lega. Appena ricevè l'avviso che spedigli la madre -Bianca Maria, del cambiamento accaduto nella famiglia, -confidò tosto il comando a Giovanni Scipione; e, travestitosi -come un famigliare di Antonio da Piacenza mercatante, -s'incamminò per la Savoia alla volta di Milano. Il giovine -Galeazzo aveva ventidue anni; temeva le insidie del duca -di Savoia, il quale sulla dominazione della casa Sforza -pensava di ampliare il suo Stato. Se riusciva di acquistare -Galeazzo Maria per ostaggio, potevasegli far comperare -la libertà e il ducato con qualche notabile sacrificio. -Malgrado il cambiamento del vestito e della condizione, -convien credere che egli venisse riconosciuto, poichè, attorniato -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -da una turba di persone, appena ei potè ricoverarsi -nell'asilo di una chiesa, ed ivi dovette starsene tre -giorni interi; e la seguente notte poi, mercè la cura di un -fedele suo domestico, potè sottrarsi colla fuga, e proseguendo -il suo cammino per dirupi e balze non frequentate, -potè finalmente ridursi in salvo. Pare impossibile che, malgrado -il ritardo de' tre giorni dell'asilo, Galeazzo Maria -fosse in Milano dodici giorni dopo la morte del duca: ma -io credo che sino d'allora vi fossero stazioni regolate pel -cambio de' cavalli; tanto più che non si sarebbero potuti -altrimenti trasmettere sollecitamente gli avvisi dell'armata -che era nel Delfinato. Il nuovo duca Galeazzo Maria fece -la solenne entrata per porta Ticinese il giorno 20 di marzo -del 1466. Tutto lo Stato di Francesco Sforza, composto di -quindici città nominate disopra, passò al nuovo duca Galeazzo -Maria Sforza. (1467) I sovrani lo riconobbero. Il -duca di Savoia, poichè vide il duca Galeazzo assicurato sul -trono, pensò a stringere non solamente amicizia, ma parentela -con esso lui. (1468) Si conchiusero le nozze; e il -duca Galeazzo Maria sposò la principessa Bona di Savoia, -il giorno 6 di luglio dell'anno 1468. Una sorella della duchessa -Bona era sul trono di Francia; e per tal guisa Galeazzo -Maria Sforza, nato in Fermo nella Romagna, il di -cui avo cinquant'anni prima era un avventuriere, divenne -cognato del re di Francia. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -</p> - -<h2 id="cap18">CAPITOLO XVIII. - -<span class="smaller"><i>Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, -e della minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, -sesto duca.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Quando uno Stato, anche vasto, sia accozzato insieme -con male arti, con sorprese, con insidie, con tradimento, -al morire del sovrano cessa il timore ne' sudditi e ne' vicini; -e per poco che il successore sia debole o mancante -d'artificio, si scompone, siccome avvenne della signoria -che radunò il primo duca Giovanni Galeazzo. Ma quando -per lo contrario la dominazione s'acquisti col valore personale, -e si innalzi colla generosità della virtù del sovrano, -e siavi stato tempo bastante per imprimere nel cuore degli -uomini la riverenza e l'amore che l'eroismo fa nascere, -ancora dopo spento l'eroe, l'ammirazione e l'affezione dei -popoli aiutano il figlio, come parte viva di lui, e malgrado -i difetti e la poca somiglianza che egli abbia col padre, lo -coprono colla di lui gloria. Così accadde al nuovo duca -Galeazzo Maria, il quale poco imitò il magnanimo suo padre. -Uno de' primi fatti di Galeazzo lo svela. La duchessa -Bianca Maria, di lui madre, si era sempre dimostrata ottima -moglie, ottima madre, donna di senno, di cuore e di -mente non comune. Il duca Francesco perciò l'aveva onorata -ed amata sommamente. Galeazzo doveva doppiamente -il ducato di Milano a lei, e per nascita, e per l'accorgimento -col quale aveva dirette le cose alla morte del duca -Francesco; giacchè, qualora non vi fosse stata alla testa -della signoria una donna del merito di lei, difficilmente -Galeazzo Sforza, assente, avrebbe trovata aperta la via del -trono, dove potè placidamente collocarsi. La Bianca Maria -co' saggi consigli e colla autorità regolava lo Stato unitamente -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -al duca, quasi come correggente<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>. L'ambizione, -la seduzione di consiglieri malvagi fecero nascere la gelosia -del comando; indi la visibile freddezza, finalmente la -discordia palese tra il figlio ed una madre tanto benemerita. -La vedova duchessa preferì la pace e il riposo ad ogni -altra cosa, e divisò di portarsi a Cremona, città sua, perchè -recata da lei in dote, siccome vedemmo; ed ivi, lontana -dalle contese, passare il rimanente de' giorni suoi, -non avendo ella allora che quarantadue anni. Abbandonò -la corte burrascosa di Milano; ma a Marignano con breve -malattia terminò di vivere il giorno 23 ottobre 1468; e il -Corio a tal passo soggiugne: «se disse più de veneno che -de naturale egritudine». Temeva il duca che, collocatasi a -Cremona, ella potesse collegarsi co' Veneziani a danno di -lui. Simili orrori non sogliono avere molti testimonii, e lo -scrittore contemporaneo non può trasmettere ai posteri se -non la pubblica opinione. Talvolta una maligna voglia di -penetrare ne' misteri della politica segreta forma imputazioni -calunniose alla fama altrui. Egli è però certo che -tali nere vociferazioni non si spargono se non sopra di -un principe di carattere non buono. Assolvasi Galeazzo dal -parricidio, egli è sempre un ingrato verso di sua madre. -Appena un anno dopo cessò di vivere Agnese del Maino, -di lei madre ed ava del duca<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a>. -</p> - -<p> -(1469-1470) Il duca Galeazzo amava la pubblica magnificenza, -e a tal fine comandò che si lastricassero le vie di -Milano: «il che non fu puoca gravezza, ma quasi intollerabile -danno», dice il Corio<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a>. Francesco di lui padre -le fece riattare. Sarà stata una saggia provvidenza quella -di lastricarle solidamente: ma tal riforme di lusso si fanno -giudiziosamente e per gradi. (1471) La pompa del duca si -palesò singolarmente nel maestoso viaggio ch'ei fece colla -duchessa a Firenze l'anno 1471. Condusse egli un tal corredo, -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -che oggidì nessuno de' monarchi d'Europa penserebbe -nemmeno a simile teatrale rappresentazione. Il Corio -ce la descrive minutamente; ed io la racconterò, perchè -simili oggetti danno idea del modo di pensare di quei -tempi. I principali feudatari del duca ed i consiglieri gli -fecero corte, accompagnandolo nel viaggio con vestiti carichi -d'oro e d'argento; ciascun di essi aveva un buon numero -di domestici splendidamente ornati. Gli stipendiari -ducali tutti erano coperti di velluto. Quaranta camerieri -erano decorati con superbe collane d'oro. Altri camerieri -aveano gli abiti ricamati. Gli staffieri del duca avevano la -livrea di seta, ornata d'argento. Cinquanta corsieri con -selle di drappo d'oro e stalle dorate; cento uomini di armi, -ciascuno con tale magnificenza, come se fosse capitano; -cinquecento soldati a piedi, scelti; cento mule coperte di -ricchissimi drappi d'oro ricamati; cinquanta paggi pomposamente -vestiti; dodici carri coperti di superbi drappi di -oro e d'argento; duemila altri cavalli e duecento muli coperti -uniformemente di damasco per l'equipaggio de' cortigiani. -Tutta questa strabocchevole pompa andava in seguito -del duca; ed acciocchè non rimanesse nulla da bramare, -v'erano persino cinquecento paia di cani da caccia, v'erano -sparvieri, falconi, trombettieri, musici, istrioni. Tale fu il -fasto di quel memorando viaggio, che doveva recare incomodo -ed ai sudditi del viaggiatore, ed agli ospiti. Questa -superba comitiva nell'accostarsi a Firenze venne accolta -con somma festa e onore da quel senato. I nobili e i primari -della città si affacciarono i primi: indi molte compagnie -di giovani in varie foggie uscirono ad incontrare il -duca; poi comparvero le matrone; poi le giovani pulcelle, -«cantando versi in laude de lo excellentissimo principe», -dice il Corio. Indi, accostandosi alla città, ricevettero gli -ossequi de' magistrati, finalmente gli accolse il senato, che -presentò al duca le chiavi della città. Entrò il duca con -una sorta di trionfo, e venne collocato nel palazzo di Pietro -dei Medici, figlio di Cosimo. Non accadde altra cosa degna -d'essere raccontata; basti osservare che non poteva -verun altro monarca essere onorato di più di quello che -<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span> -furono Galeazzo e la Bona in Firenze. Da Firenze passarono -questi principi a Lucca; ore pure vennero accolti -con somma pompa: anzi vollero i Lucchesi perfino aprire -una nuova porta nelle mura della loro città, onde trasmettere -ai tempi a venire memoria di questo magnifico ingresso. -Da Genova poi ritornarono Galeazzo e la Bona a -Milano. Oggidì, che i sovrani hanno nelle mani il potere -per mezzo della milizia stabilmente stipendiata, non si -curano più di abbagliare i popoli. -</p> - -<p> -(1472) Poichè ritornò dal viaggio, il duca pensò a dare -una moglie al di lui figlio primogenito Giovanni Galeazzo, -bambino ancora di quattro anni. Questa fu Isabella d'Aragona, -figlia del duca di Calabria Alfonso e d'Ippolita Sforza, -conseguentemente germana cugina dello sposo. Queste -nozze si pubblicarono l'anno 1472. Il duca era strettamente -collegato col cardinale di San Sisto, nipote ed assoluto padrone -di papa Sisto IV: l'oggetto della reciproca unione -era la loro fortuna. Il duca doveva adoperarsi per fare -papa il cardinale colla rinunzia dello zio. Il cardinale, -asceso al sommo pontificato, doveva innalzare lo Sforza incoronandolo -re d'Italia, ed aiutandolo a ricuperare tutte -le città già possedute dal primo duca. I Veneziani non potevano -essere contenti di un tal progetto che loro toglieva -tutta la terra ferma. Malgrado lo studio di celare questa -trama politica, convien credere ch'essi ne avessero qualche -contezza. Il cardinale, ch'era stato magnificamente accolto -in Milano, bramò di vedere Venezia; e quantunque cercasse -di dissuadernelo il duca, egli volle insistere e passarvi. -(1473) A tale proposito dice il Corio: «Da quello -senato fu grandemente honorato, e per la intrinseca amicizia -quale enteseno Veneziani avere lui con Galeazzo -Sforza fu affirmato havergli dato il veneno; impero che in -termine de puochi giorni, pervenuto a Roma, abbandonò -la vita<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a>». Io non sono mallevadore de' sospetti di quei -tempi: bastano però per far conoscere qual fede e quanta -umanità regnassero, se così si giudicava dei governi. (1474) -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -In mezzo ai sospetti di veleno, in mezzo alle asiatiche -pompe, in mezzo ai gemiti de' popoli, oppressi dalla mole -di tributi corrispondenti a quelle, l'anno 1474, il 15 marzo, -venne a Milano il re d'Ungheria e di Boemia, Mattia I. -Egli s'era reso padrone dell'Ungheria, scacciandone Casimiro, -figlio del re di Polonia, e s'era impadronito della -Boemia, scacciandone Giorgio Podiebrad. Egli era stato in -pellegrinaggio a San Giacomo di Galizia, e passava di ritorno -a Milano. Galeazzo, che stipendiava cento cortigiani -e cento camerieri, e pomposamente vestivagli, alloggiò l'ospite -nel palazzo ducale colla magnificenza e profusione -degna di lui. Mostrò a quel re il suo tesoro, valutato due -milioni d'oro, oltre le gioie, le quali valevano circa un altro -milione. Il re Mattia chiese un prestito dal duca: ed -egli gli fe' consegnare diecimila ducati, ossia zecchini. -Dopo lautissimo ed onorevolissimo trattamento prese commiato -il re, e poi ch'egli fu nell'Ungheria, si lusingò il -duca ch'egli avrebbegli concesso di comprarvi dei cavalli. -(1475) A tal fine spedì nell'Ungheria Bernardino Missaglia, -suo famigliare, con molta somma di denaro. Il re fece imprigionare -il Missaglia, e tolsegli i denari confidategli dal -duca; a stento finalmente gli permise di ritornarsene a -Milano: così narra il Corio<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>. (1476) La fama della casa -Sforza era giunta a segno, che persino il soldano d'Egitto -spedì al duca ambasciatori; e questi vennero a Milano nell'ottobre -del 1476, accolti, alloggiati, regalati splendidamente -dal duca. Il duca Carlo di Borgogna tentava d'impadronirsi -della Savoia. Nè alla Francia piaceva questo, nè -al duca Galeazzo; una bellicosa e potente nazione vicina -non conveniva; e Galeazzo aveva di più per moglie Bona, -principessa di Savoia. Il duca Galeazzo si collegò col re di -Francia, indi spinse l'armata contro de' Borghignoni; e felicemente -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -gli sforzeschi fecero ritirare i nemici fino alle -Alpi. Il rigido inverno non permise di portare più oltre -l'impresa; onde il duca Galeazzo ridusse a quartiere i soldati, -aspettando la primavera per ripigliare la guerra e discacciare -affatto dall'usurpato paese i Borgognoni, e ritornossene -a Milano, ove di lì a poco morì. -</p> - -<p> -Le circostanze della morte del duca Galeazzo Maria -Sforza ci sono minutamente trasmesse dagli scrittori di -quel tempo; e siccome sono feconde nelle loro conseguenze, -io non le ometterò. Gli storici di quel tempo ci hanno -lasciata memoria degli auguri sinistri pe' quali credettero -presagita la sciagura di quel sovrano. Mentre il duca Galeazzo -Maria trovavasi in Abbiategrasso, comparve una cometa, -e questo è il primo infausto presagio. Il secondo fu -che in Milano il fuoco prese nella stanza in cui egli soleva -abitare. Ciò inteso, Galeazzo quasi più non voleva riveder -Milano; pure vi s'incamminò, e mentre da Abbiategrasso -cavalcava verso la città, tre corvi lentamente passarongli -sul capo gracchiando, il che cagionogli tanto -ribrezzo, che, poste le mani sull'arcione, rimase fermo; -poi volle superarsi, e proseguendo venne a Milano. Così -allora si pensava; e tali pusillanimità cadevano anche in -uomini di coraggio militare, come era il duca. Conciossiachè -l'uomo ardisce di affrontare un pericolo conosciuto, e -cimentarsi contro altri uomini; ma contro potenze invisibili -ed invulnerabili il sentimento delle proprie forze lo -abbandona. Ai soli progressi della ragione siamo debitori -noi viventi della superiorità nostra. Per lei siamo liberati -da una inesauribile sorgente d'inquietudini; per lei finalmente -sappiamo che la nebbia impenetrabile entro cui sta -celato il nostro avvenire, è un benefizio della Divinità; e -sappiamo per lei che la sommissione rispettosa ai decreti -della Provvidenza, è il più saggio ed utile sentimento dell'uomo. -</p> - -<p> -La vigilia di Natale, verso sera, il duca, secondo l'usanza, -scese nella gran sala inferiore del castello, dove stava -d'alloggio; ed a suono di trombe e con stupendissimo apparato -vi scese colla duchessa Bona e co' suoi figli. I due -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -fratelli del duca, Filippo ed Ottaviano, portarono il così -detto <i>zocco</i> e lo collocarono sul fuoco. Gli altri tre fratelli -del duca erano assenti. Ascanio in Roma; e Lodovico e Sforza, -duca di Bari, erano rilegati da Galeazzo nella Francia. -Così si soleva in que' tempi radunare la famiglia al Natale. -Il giorno vegnente poi nuovamente radunossi con varii cortigiani, -e il duca in circolo parlò della casa Sforza; e noverando -i fratelli suoi, i cugini, i figli in numero di dieciotto, -tutti di età fresca, osservò che per secoli non sarebbe -finita. Pranzò in pubblico. Il giorno poi di santo -Stefano dal castello s'incamminò a cavallo con tutto il -corteggio per ascoltare la messa nella chiesa collegiata di -detto santo, ove, giunto, da tre nobili giovani venne con -più pugnalate ucciso al momento. I congiurati furono Giovanni -Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconti. -I due primi erano cortigiani del duca. Giovanni -Andrea finse di volere far largo al duca; ed avventandosegli -pel primo, lo ferì nel ventre, e gl'immerse nuovamente -il coltello nella gola. Frattanto Girolamo lo trafisse -alla mammella sinistra, poi nella gola, indi nelle tempie. -Carlo, nel tempo stesso, nella schiena e nella spalla lo -colpì con due ferite pure mortali. Il duca appena potè -esclamare: <i>Oh nostra Donna!</i> e cadde all'istante là nella -chiesa. Così terminò la sua vita il duca Giovanni Galeazzo -il giorno 29 dicembre del 1476, dopo dieci anni di sovranità, -all'età di trentadue anni. La serie di questa congiura -è nota, e si è anche più conosciuta col dramma: la <i>Congiura -contro di Galeazzo Sforza</i>; tragedia di sentimenti -grandi, arditi, liberi; piena di lezioni utili ai principi, -utili ai sudditi; che ci rappresenta la tirannia co' suoi -tratti odiosi, il fanatismo pericoloso, quando anche nasca -da nobili principii; che interessa e sviluppa un'azione che -è la sola della nostra storia posta sul teatro, e la presenta -col costume de' tempi; tragedia che sgomenta le anime -gracili, e scuote deliziosamente le energiche. La storia è -adunque che in Milano eravi un uomo d'ingegno, erudito, -eloquente e di sentimenti arditi, che aveva nome <i>Cola -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -Montano</i>: si dice ch'ei fosse bolognese<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a>. Egli viveva col -mestiere delle lettere, ed era un rinomato maestro, alla -scuola di cui varii giovani nobili andavano per istruirsi. -Taluno, assai versato negli aneddoti, mi asserì che questo -Colo Montano fosse stato dileggiato dal duca Galeazzo Maria. -Concordemente la storia c'insegna che Montano ne' -suoi precetti sempre instillava nel cuore de' suoi nobili -alunni l'odio contro la tirannia, la gloria delle azioni ardite, -la immortalità che ottiene chi rompe i ferri alla patria, -e la rende libera e felice. Egli animava gli alunni -suoi a mostrare una virile fermezza, ad amare la vigorosa -virtù, a cercar fama con fatti preclari. Poichè co' discorsi -e cogli esempi della virtù romana ebbe trasfuso il fanatismo -nelle vene bollenti degli scolari, egli coglieva l'occasione -che il duca colla pompa accostumata passasse davanti -la scuola; e trascegliendo i più ardenti ed audaci, -mostrava loro un Tarquinio nel duca ed una mandra di -schiavi, buffoni effeminati ne' suoi magnifici cortigiani, -veri sostegni della tirannia e pubblici nemici. Confrontavali -co' Cartaginesi, co' Greci, co' Metelli, co' Scipioni romani. -Giunti al grado del fervore al quale cercò di ridarli, -collocò alcuni di essi al mestiere delle armi sotto Bartolomeo -Coleoni, acciocchè imparassero a conoscere i pericoli, -ad affrontarli, a ravvisare le proprie loro forze<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a>. Condotta -la trama al suo termine, finalmente furono trascelti -quei che egli giudicò più adattati; e furono appunto Giovanni -Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconti. -Si pensò con un colpo ardito di liberare la patria, mostrando -quanto sarebbe facile l'impresa, purchè i cittadini -si ricordassero soltanto d'essere uomini. Avanti la -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -statua di sant'Ambrogio venne congiurata la morte del tiranno -Galeazzo Maria, usurpatore del trono, oppressore -della libertà che pur godevasi ventisei anni prima, nimico -della patria, impoverita colle enormi gabelle ed insultata -col lusso di un principe malvagio. Così formossi segretamente -la trama, che scoppiò prima che alcuno ne sospettasse. -Giovanni Andrea Lampugnano, appena fatto il colpo, -cadde poco lontano dal duca, ucciso da un domestico ducale. -Girolamo Olgiato, che aveva ventitre anni, si sottrasse -col favore della confusione, e ricoveratosi presso di -un buon prete, aspettava di ascoltar per le vie della città -gli applausi per l'ottenuta libertà, ed impaziente attendeva -il momento per mostrarsi come liberatore della patria. -Ma udendo invece gli urli e lo schiamazzo della plebe -che ignominiosamente strascinava per le strade il cadavere -del Lampugnano, s'avvide troppo tardi dell'error suo, -perdè ogni lusinga, e venne imprigionato. Dal processo -che se gli fece, si seppe la trama. Non mi è noto qual -fosse il fine di Cola Montano. L'Olgiato morì nelle mani -del carnefice con sommo coraggio. Il ferro che colui adoperava -era poco tagliente; ma egli animò il carnefice, e lo -s'intese pronunziare queste parole:<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a> <i>Stabit vetus memoria -facti.</i> Bruto, Cromwel, Olgiato hanno fatto a un -dipresso la stessa azione. Il primo viene spacciato per un -modello di virtù gentilesca: il secondo ha la celebrità di -un atroce ambizioso: il terzo non ha nome nella storia. Le -circostanze decidono della fama, singolarmente nelle azioni -violente, le quali si biasimano, ovvero si lodano a misura -del male, o del bene che produssero poi. Il Corio, che ci -lasciò descritto il fatto, era testimonio di veduta; e come -cameriere ducale, era nel séguito del suo sovrano, quando -venne ucciso. Ei ci racconta i vizj del duca, anzi i suoi delitti. -Galeazzo interpellò un povero prete che faceva l'astrologo, -per sapere quanto tempo avrebbe regnato. Il -prete diedegli in riscontro ch'ei non sarebbe giunto all'anno -undecimo. Galeazzo lo condannò a morir di fame. -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -Egli per gelosia fece tagliare le mani a Pietro da Castello, -calunniandolo come falsificatore di lettere. Egli fece inchiodare -vivo entro di una cassa Pietro Drego, che così -venne seppellito. Egli scherzava con un giovine veronese, -suo favorito, e lo scherzo giunse a tale di farlo mutilare. -Un contadino che aveva ucciso un lepre contro il divieto -della caccia, venne costretto ad inghiottirlo crudo colla -pelle, onde miseramente morì. Travaglino, barbiere del -duca, soffrì quattro tratti di corda per di lui comando, e -dopo continuò quel principe a farsi radere dal medesimo. -Egli avea un orrendo piacere rimirando ne' sepolcri i cadaveri. -Univa a tutte queste atrocità una sfrenata libidine, -anzi una professione palese di scostumatezza, costringendo -a prostituirsi anche a' suoi favoriti quelle che cedevano -alle brame di lui. Avidissimo di smungere danaro ai sudditi, -gli opprimeva colle gabelle, non mai bastanti alle -profusioni del di lui fasto. Oltre la splendidissima corte, -teneva il duca Galeazzo Maria duemila lance e quattromila -fanti stabilmente al di lui soldo. Il Corio dice ch'egli -amasse gli uomini probi e colti, e fosse sensibile alle -belle arti: io non trovo che tali inclinazioni sieno combinabili -colle antecedenti, e sicuramente nessun vestigio ne -è rimasto del suo regno. Egli fu ben diverso dal buon -Francesco di lui padre! I fratelli Baggi, Pusterla e del -Maino aveano ucciso Giovanni Maria Visconti, duca di Milano, -in San Gottardo, e vennero applauditi. Il destino del -Lampugnano e dell'Olgiato fu opposto. Credo che la gloria -del duca Francesco, la prudenza della duchessa Bianca -Maria, l'eccesso del fasto di Galeazzo, e la memoria delle -miserie sofferte nell'interregno della repubblica sieno -state le cagioni della diversità. Sì l'uno che l'altro attentato -furono commessi nella chiesa; come nella chiesa, anzi -nel più sacro momento del rito, un anno dopo a Firenze, -Giuliano de' Medici ebbe il medesimo destino. -</p> - -<p> -Il merito principale nell'aver conservata la città tranquilla -in mezzo a tale scossa improvvisa, l'ebbe Francesco -Simonetta, che si chiamava <i>Cicho</i> Simonetta. Egli -era stato il primo ministro e l'amico del duca Francesco; -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -uomo di Stato e di molta virtù, e tale che, allorchè Gaspare -Vimercato, a cui Francesco in parte doveva e Milano e Genova, -ardì parlargliene svantaggiosamente, il duca freddamente -risposegli: essere tanto necessario a lui ed allo Stato -Cicho, che s'ei morisse, ne avrebbe fatto fabbricare uno di -cera. La vedova duchessa Bona lasciò che Cicho disponesse -ogni cosa. Egli si servì del conte Giovanni Borromeo per -tenere in calma la città. Il Borromeo possedeva la fiducia -di ognuno, e il Corio dice che questo <i>perhumanissimo -conte</i> era tanto abituato alla buona fede, che il pretendere -da lui cosa alcuna contro la ragione, o contro la virtù, sarebbe -stato lo stesso che volere strappar dalle mani d'Ercole -la clava, suo malgrado. Fu tumulato Galeazzo Maria -coll'ordinaria pompa ducale. La vedova lo fe' vestire col -manto d'oro; e fece chiudere nel sarcofago tre preziose -gemme. Il figlio primogenito Giovanni Galeazzo venne proclamato -duca, sebbene nell'età di sei anni. Simonetta abolì -tutte le gabelle imposte recentemente. Confermò gli stipendiati. -Fece compra di grano, e ne fece largizioni alla -plebe, che penuriava; e ciò sotto nome della duchessa Bona, -dichiarata tutrice del nuovo duca. Simonetta reggeva tutto -come segretario di Stato. -</p> - -<p> -V'erano due supremi consigli. Quello di Stato si radunava -nel castello avanti al sovrano o la tutrice; quello di -giustizia si radunava nella corte ducale di Milano. Lodovico -e Sforza, fratelli del defunto duca, immediatamente dalla -Francia, ove tenevali rilegati il fratello Galeazzo, volarono -a Milano; lusingandosi, come zii del duca, di prendere le -redini del comando. Simonetta li destinò con onore a presedere -al consiglio supremo di giustizia. Fremevano vedendosi -così delusi; ma il marchese di Mantova e il legato -pontificio, venuti per ufficio alla corte di Milano, tentarono -di calmare i loro animi; e restò concluso che si pagassero -ogni anno dodicimila e cinquecento ducati a ciascuno degli -zii del duca, e che si assegnasse a ciascuno un palazzo in -Milano, e così uscissero dal castello. I fratelli del duca Galeazzo, -zii del vivente, erano cinque, cioè Sforza, Filippo, -Lodovico, Ascanio e Ottaviano. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -</p> - -<p> -(1477) Genova si ribellò. Dodicimila uomini vennero -spediti per sottometterla. Se ne confidò il comando a Lodovico -ed Ottaviano, fors'anco per allontanarli. L'impresa -riuscì bene, poichè, malgrado la vigorosa resistenza de' Genovesi, -gli sforzeschi se ne impadronirono; e il giorno 9 -di maggio 1477 resero i Genovesi nuovamente omaggio al -duca<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a>, ritornarono a Milano Lodovico ed Ottaviano colla -benemerenza di tale vittoria. Simonetta teneva l'occhio sopra -di essi. Venne imprigionato un confidente di questi due -principi, da cui seppe le trame che ordivano contro lo -Stato. I due fratelli pretesero che il loro confidente venisse -liberato; e ciò non ottenendo, posero mani all'armi, e sollevarono -più di seimila persone in Milano. La duchessa e Simonetta -stavansene nel castello; e in esso, dalla parte esterna, -fecero entrare tutte le genti d'armi vicino a Milano, il che -bastò per far deporre le spade. Ottaviano non volle fidarsi -del promesso perdono, e se ne fuggì; e, giunto a Spino, -vicino a Lodi, temendo di essere arrestato, si avventurò a -passar l'Adda, e vi si affogò cadendo da cavallo, il che avvenne -l'anno 1477. Egli aveva 18 anni; il di lui cadavere -si ritrovò poi, e venne tumulato in Duomo. Simonetta fece -formare un processo della sedizione, e risultò che gli zii -del duca aveano tramato di togliergli lo Stato. Indi vennero -relegati, Sforza, duca di Bari, nel regno di Napoli, Lodovico -a Pisa ed Ascanio a Perugia. -</p> - -<p> -Sforza, trovandosi nel regno di Napoli, mosse il re -Ferdinando in favor suo e de' fratelli; e naturalmente la -principessa Ippolita, sorella de' relegati, vi avrà contribuito. -Il re Ferdinando di Napoli animò i Genovesi a sottrarsi -e prendere il partito degli esuli fratelli; animò gli -Svizzeri a fare delle incursioni nel milanese; Sforza, duca -di Bari, malgrado la relegazione, da Napoli passò nel Genovesato, -ed ivi morì. (1479) Il ducato di Bari dal re di -Napoli venne infeudato a Lodovico Sforza, detto il <i>Moro</i>, -il quale con ottomila combattenti da Genova s'innoltrò nel -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -milanese, ed occuponne tutta la porzione sino al Po. Ciò -accadde l'anno 1479. Lodovico però faceva dovunque gridare: -<i>Viva il duca Giovanni Galeazzo</i>, e protestava di -aver mosse le armi in soccorso del nipote per liberarlo -dalla tirannia del Simonetta e da' cattivi consiglieri. Il duca -era fanciullo di dieci anni. La duchessa Bona era una bella -principessa, e non per anco avea passata l'età della debolezza, -ed era più donna che sovrana. Eravi alla corte certo -Antonio Trassino, ferrarese, uomo di bassi natali, e stipendiato -come scalco; giovane però di ornata ed elegante figura, -al quale la duchessa senza riserva confidava tutto ciò -che si faceva dal Simonetta e nel consiglio. Il Simonetta, -sendosene avveduto, trascurava quell'indegno favorito; ma -non osava di più. Trassino, che si vedeva rispettato da -ognuno e dal solo Simonetta disprezzato, lo abborriva. Questo -Trassino fu il mezzo per cui Lodovico segretamente si riconciliò -colla duchessa. Improvvisamente Lodovico staccossi -dal suo esercito, e comparve nel castello di Milano il giorno 7 -di settembre 1479; il che sorprese il Simonetta. La duchessa -e il duca lo accolsero come un cognato ed uno zio -amico, e venne alloggiato nel castello. Cicho Simonetta -venne accolto da Lodovico con apparente amicizia e stima, -come un vecchio ministro benemerito; ma egli non si lasciò -ingannare, e nel momento in cui potè abboccarsi colla -duchessa, le disse: <i>Signora, io perderò la testa e voi lo -Stato.</i> (1480) E infatti il giorno 30 di ottobre del 1480, a -Pavia, gli venne troncata la testa all'età di settant'anni; -al quale destino, sebbene ingiusto, si piegò colla costanza -e magnanimità che doveva coronare la virtuosa di lui vita. -Cicho era fratello di Giovanni Simonetta, autore della storia -sforzesca, e in vita e in morte Cicho si mostrò degno -di essere stato l'amico di Francesco Sforza. Si fecero allora -i quattro versi seguenti: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Dum fidus servare volo patriamque ducemque,</i></p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span></p> -<p class="i02"> <i>Multorum insidiis proditus, interii.</i></p> -<p class="i01"><i>Ille sed immensa celebrari laude meretur,</i></p> -<p class="i02"> <i>Qui mavult vita, quam caruisse fide.</i><a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a></p> -</div></div> - -<p> -Come poi venisse abbandonato a così indegno destino un -ministro tanto illibato ed illustre, ce lo dice il Corio; cioè -per la fazione de' nemici, i quali giunsero a prendere le -armi contra lo stesso Lodovico, avendo alla testa Federico -marchese di Mantova, Guglielmo marchese di Monferrato, -Giovanni Bentivoglio ed altri illustri personaggi, i quali -obbligarono Lodovico a far imprigionare il Simonetta, che, -malgrado la protezione e gli uffici di altri principi, venne -abbandonato alla vendetta de' nemici che gli avea conciliati -la passata fortuna, e fors'anco la stessa sua virtù. -</p> - -<p> -Poco tardò a verificarsi il rimanente del vaticinio del Simonetta. -(1481) Il favorito della duchessa Trassino, accecato, -siccome avviene alle anime basse, dalla prospera fortuna, -mancando ai riguardi ch'egli dovea verso Lodovico, venne -scacciato nel 1481, e portò seco a Venezia un tesoro di -gioie e di denaro. La duchessa si avvilì talmente, che rinunziò -a Lodovico la tutela con un atto solenne<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a>, sperando -con ciò di rimaner libera, ed uscendo dallo Stato rivedere -il favorito: ma il primo uso che Lodovico fece del -potere confidatogli, fu d'impedirle l'uscita dello Stato, e -ad Abbiategrasso venne arrestata. Così Antonio Trassino, -senza saperlo, fu quegli per cui la casa Sforza poi perdette -lo Stato: i Francesi occuparono il ducato, gl'Imperiali gli -scacciarono; e si formò un nuovo ordine di cose per tutta -l'Italia, come in appresso vedremo. Le debolezze di una -donna, e la bella figura di uno scalco fecero maggior rivoluzione -nel destino d'Italia, di quello che non avrebbe fatto -un gran monarca od un conquistatore. -</p> - -<p> -(1482) L'Italia si pose in armi l'anno 1482, e per due -anni ne sopportò i mali. Il re di Napoli Ferdinando e i Fiorentini -erano collegati cogli Spagnuoli. I Veneziani, il Papa -e i Genovesi erano riuniti nel contrario partito. Il Papa -abbandonò poscia i Veneziani e si unì agli sforzeschi. Non -nuoce punto l'ignoranza di questi minuti avvenimenti -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -guerreschi; anzi la scienza di essi è atta soltanto a caricare -confusamente la memoria, a scapito degli avvenimenti -degni della nostra attenzione. V'era in Milano un partito -contrario a Lodovico il Moro; alcuni per compassione della -duchessa Bona, altri per avversione al carattere ambizioso -di Lodovico, altri per vendicare le ceneri del virtuoso Simonetta, -altri infine per la naturale lusinga di viver meglio. -(1485) Venne cospirato di togliere dal mondo Lodovico -Sforza; e fu concertato che il giorno 7 di dicembre l'anno -1485, venendo egli, secondo il costume, alla chiesa di -Sant'Ambrogio, quivi fosse trucidato. Il colpo andò a vuoto; -atteso ch'egli vi fu bensì, ma entrovvi per una porta alla -quale non eranvi le insidie. Se ciò non accadeva, egli spirava -trafitto come il fratello, come il duca Giovanni Maria, -come Giuliano, fratello di Lorenzo de' Medici. Non credo -che i Gentili abusassero a tal segno de' sacri tempii. -</p> - -<p> -(1489) Il duca di Bari, Lodovico il Moro, poichè Giovanni -Galeazzo, suo nipote, duca di Milano, giunse all'età di venti -anni nel 1489, pensò di accompagnarlo colla principessa -Isabella di Aragona, a cui era già stato promesso dal defunto -duca. Ermes Sforza e il conte Gian Francesco Sanseverino -furono destinati ambasciatori alla corte di Napoli -per tal solenne inchiesta. Il Calco ce ne rappresenta la -pompa. Erano questi accompagnati da trentasei giovani nobili -milanesi. Fra essi vi fu una gara maravigliosa nel -cambiare vestiti magnifici; chi dieci, chi dodici e chi sedici -domestici conduceva seco, nobilmente vestiti di seta, con -gemme e perle all'armilla del braccio sinistro. L'usanza -di queste armille, ossia braccialetti gemmati, costava assai; -poichè i padroni ne avevano al loro braccio del valore -di settemila fiorini d'oro, ossia zecchini. Il Calco dice -che veramente sembravano tanti sovrani, e portavano collane -pesantissime d'oro della grossezza di un pollice. -Questa comitiva giunse a Napoli, ed era composta di circa -quattrocento persone. Tutto ciò che mostra il costume dei -rispettivi tempi, debbe aver luogo nella storia<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>. Perciò -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -riferirò il magnifico pranzo che si presentò in Tortona alla -sposa, a guisa di un'accademia poetica. Ogni piatto era -presentato da una persona vestita poeticamente, e l'abito -era relativo alla cosa che presentava. Giasone compariva -portando il velo d'oro rapito in Colco. Febo offeriva il vitello -rapito dalla mandra di Admeto. Diana poneva sulla -mensa Atteone trasformato in cervo; e come la dea avea -cambiato un uomo in un animale, augurava che questi si -trasformasse in un uomo nel seno d'Isabella. Orfeo presentò -diversi uccelli, ch'ei diceva essergli volati intorno per l'armonia -della sua cetra or ora, mentre sull'Appennino cantava -le divine sue nozze. Atalanta portava il cignale caledonio, -da tanti secoli custodito, offrendo volentieri a sì illustre -principessa quel trionfo, riportato in faccia di tutta -la gioventù della Grecia. Iride venne poi offrendo un pavone -tolto dal carro di Giunone, e rammentò il destino di -Argo. Ebe, figlia di Giove e ministra di néttare ed ambrosia -tolta dalla cena de' Numi, porse i vini più pregiati. -Apicio dagli Elisii portò i raffinamenti del gusto, formati -di zucchero. I pastori d'Arcadia presentarono varie cose di -latte, giuncate, ricotte, caci, ec. Vertuno e Pomona posero -sulla mensa frutti rarissimi, e perchè era inverno. Poi le -Najadi, dee dei fonti, portarono pesci. Glauco portò frutti -e pesci marini. Il Po, l'Adda, Silvano offerirono i pesci dei -fiumi e laghi maggiori. Terminata la mensa, proseguì uno -spettacolo composto degli attori medesimi, allusivo alle -nozze. I costumi erano allora, come si scorge, ingentiliti -e quasi troppo ricercati e rimoti dalla natura. Però si conosce -che generalmente doveva essere colta la nobiltà del -paese, e sapere la favola e gustare la poesia. La maggior -parte di questi personaggi presentò le vivande cantando -versi appropriati. Ciò basti dal Calco. La sposa da Vigevano -venne al castello di Abbiategrasso; d'onde sul canale detto -<i>Naviglio grande</i> passò a Milano il giorno primo di febbraio -del 1489, accompagnata dalla duchessa Bona, dal -duca di Bari Lodovico, da don Fernando d'Este e da molti -altri signori e matrone della più illustre nascita, e dagli -oratori di quasi tutt'i principi d'Italia. Il giorno 2 febbraio -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -uscirono gli sposi dal castello in abito bianco; ed -alle staffe eranvi il conte Giovanni Borromeo e Gianfrancesco -Pallavicino, primari vassalli. Lodovico il Moro cavalcava -in séguito alla testa dei principali ministri. Le vie -erano tutte coperte dal castello al Duomo di parati magnifici. -Così celebraronsi le nozze del sesto duca Giovanni -Galeazzo Sforza. Queste nozze ci fanno dubitare che allora -forse Lodovico non avesse in mente il progetto di usurparsi -il ducato di Milano. -</p> - -<p> -Lodovico reggeva lo Stato come governatore a nome del -duca, e nelle monete eravi da una parte l'immagine del -duca: <i>Johannes Galeaz Maria Sfortia Vicecomes Dux -Mediolani Sextus</i>, e dall'altra l'immagine di Lodovico -colla leggenda: <i>Ludovico Patruo gubernante</i>. Ma questo -governatore sotto varii pretesti rimosse dalle fortezze i -castellani affezionati al duca, e sostituì uomini interamente -dipendenti da esso Lodovico. (1491) Poi pensò ad ammogliarsi: -e l'anno 1491, al 31 gennaio, condusse a Milano -la sua sposa, la principessa Beatrice d'Este. Ella aveva diecisette -anni, Ludovico contava il quarantesimo<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a>. Si fecero -pompe grandissime per queste nozze, e il Calco le -descrive. Allora l'abito de' dottori collegiati era più allegro -di quello che ora lo sia:<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a> <i>Purpureis vel coccineis togis -fulgentes</i> comparvero in quelle feste; e gli abiti delle matrone -erano<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a> <i>falcatis infra ubera pectoribus, ac pallio, -ritu gabino, dextro ab humero laevum in latus -subducto</i>. Avevano le matrone un lungo strascico, ed era -pomposo, elegante e grave il loro vestito, in guisa che ballavano -con graziosa lentezza:<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a> <i>Modicè et venuste</i>, dice -il Calco. Per questi sponsali si fecero pure magnifiche -giostre: «ed il pretio de sì illustrata giostra per egregia -virtute hebbe Galeazzo Sanseverino e Giberto Borromeo». -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -</p> - -<p> -Poste a convivere insieme le due principesse, cioè la -duchessa Isabella e la principessa Beatrice, duchessa di -Bari, nacquero de' dissapori. Isabella, come moglie del -duca regnante, pretendeva d'essere sola sovrana; e che -Beatrice fosse considerata suddita. Isabella era figlia di un -re. Beatrice, moglie del tutore del duca, considerava la duchessa -come la pupilla. L'avo d'Isabella era Ferdinando -nato da illegittima unione. Le meschine vicende della casa -di Aragona nel regno di Napoli erano argomenti di cronologia -contraposti all'illustre sangue estense<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a>. (1492) Il -fatto di tai domestici partiti fu che Lodovico il Moro si rese -padrone dell'erario, e passò a disporre il tutto da sè. Promoveva -alle cariche, faceva le grazie, appena lasciava al -nipote il nome di duca. Il duca Giovanni Galeazzo e la duchessa -Isabella scarsamente erano alimentati e penuriavano -d'ogni cosa, sebbene fosse già feconda la duchessa d'un -bambino, nato in febbraio 1491. Posta in tale angustia la -Isabella, trovò modo di renderne informato Alfonso, di lei -padre. Il re di Napoli spedì a Lodovico il Moro i suoi oratori, -i quali, con somme lodi innalzando quanto come tutore -aveva fatto, conclusero chiedendogli che abbandonasse -il governo dello Stato al duca Giovanni Galeazzo, che già -contava il vigesimo terzo anno dell'età sua. Lodovico trattò -con onorificenza gli oratori del re Ferdinando, avo della -duchessa; ma sul proposito di rinunziare al governo non -diè risposta alcuna. -</p> - -<p> -(1493) Dopo di ciò Lodovico il Moro attentamente osservava -i movimenti del re di Napoli. Seppe che si allestiva -un'armata contro di lui, e si preparava una flotta a cui -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -doveva comandare Alfonso, padre della duchessa, principe -valoroso e prudente. A un tal nembo avrebbe potuto resistere -Lodovico colle forze proprie, se avesse potuto fidarsi -de' sudditi che governava. In ogni governo vi è sempre un -buon numero di malcontenti, essendo le voglie de' popoli -sempre maggiori del potere sovrano; e questi malcontenti -avrebbero abbracciato il partito del loro sovrano, l'oppresso -duca Giovanni Galeazzo, di cui la condizione moveva -a pietà, sì tosto che si fosse avvicinata un'armata a -sostenerlo. Conveniva suscitare un potente nemico all'aragonese -re di Napoli, e distoglierlo così dal pensiero degli -Stati altrui, per difendere il proprio. Carlo VIII, re cristianissimo, -era nel bollore dell'età; aveva ventiquattro anni; -amava le imprese grandi; era capace di riscaldarsi l'animo. -Lodovico, che aveva vissuto alcuni anni nella Francia e conosceva -la nazione, formò il progetto di far prendere le -armi al re Carlo, per ricuperare il regno di Napoli. Spedigli -come ambasciadore Carlo Barbiano, conte di Belgioioso, -il quale lo animò a scacciare da Napoli gli usurpatori -aragonesi, e rivendicando le ragioni della casa d'Angiò, -unire quel regno alla corona di Francia. Il re aveva già in -mente di frenare i Turchi, che minacciavano la cristianità; -e nessun paese era a ciò più vantaggioso, quanto il napoletano. -Oltre a ciò si rappresentò al re Carlo, che il denaro -di Lodovico, le sue milizie erano agli ordini suoi, i desiderii -de' Napoletani erano per lui; i principi d'Italia, il -papa, i Fiorentini, i Veneziani, tutti avrebbero favorita la -impresa. Così offerivasi a Carlo VIII di rinnovare nell'Italia -la memoria di Carlo Magno. Già i Turchi minacciavano la -Dalmazia e l'Ungheria. La gloria di salvare i regni cristiani -era riserbata al primogenito fra i cristiani, il re di -Francia. In tal guisa il conte di Belgioioso destramente -persuase il re. Vinse colle maniere accorte e col denaro -di Lodovico alcuni primari favoriti. L'impresa venne decisa, -e il re, convocati gli Stati a Tours, pubblicò la guerra -pel regno di Napoli; ed ivi anticipatamente distribuì i feudi -di quel regno, e si appropriò il titolo di re di Gerusalemme -e di Sicilia, oltre quello di re di Francia. Alcuni ministri -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -francesi, per comandare più liberamente colla lontananza -del re, applaudirono. Vi era chi conosceva non essere facile -l'impresa; essere il re Ferdinando avveduto; essere -valoroso Alfonso di lui figlio; aver essi il fiore della milizia -al loro stipendio; essere tuttora dubbioso qual partito -prenderebbero il papa, i Fiorentini e i Veneziani; doversi -temere l'imperatore Massimiliano e il re di Spagna Ferdinando, -pronti forse ad invadere la Francia, se ella rimaneva -sprovveduta. -</p> - -<p> -Lodovico si adoperò per togliere le dissensioni fra Massimiliano -imperatore e Carlo VIII. Senza di ciò poteva il -re cristianissimo venir costretto a retrocedere per difendere -la Francia. Massimiliano era animato contro il re Carlo, -che gli aveva ripudiata la figlia, e tolta la sposa ed una -provincia. Lodovico cominciò a dar timore a Massimiliano, -che Carlo VIII in Roma non si facesse incoronar dal papa -imperatore; giacchè quell'augusto non per anco avea fatta -cotesta cerimonia. Indusse il re Carlo ad usare tutti gli -ossequi all'imperatore. Finalmente Lodovico coll'imperator -Massimiliano concluse di dargli in moglie la principessa -Bianca Maria di lui nipote, figlia del duca Galeazzo. Concertò, -coll'imperatore di essere egli dichiarato duca di Milano; -e quattrocentomila fiorini d'oro, ossia zecchini, vennero -pagati all'imperatore. Le nozze della Bianca Maria -seguirono nel Duomo di Milano il giorno 1º dicembre 1493, -avendo qua spediti i suoi procuratori Massimiliano. Così -Lodovico liberò il re Carlo dal timore di una sorpresa dei -cesarei. Colla Spagna pure segui l'accordo; per cui si cedettero -a Ferdinando ed Isabella Perpignano e Roncilione. -Assicuratosi per tal modo Carlo VIII la quiete interna, si -dispose a passar le Alpi. Lodovico il Moro era un usurpatore, -ma lo era grandiosamente. Egli si era sottratto alla -morale, ed erasi scelta per giudice quella funesta ragion -di Stato, che suol preferire i misfatti illustri alla oscura -virtù. Arbitro fra l'imperatore e il re di Francia, dà una -nipote per moglie al primo; fa passare il re nell'Italia. -La scena ch'ei rappresentò sul teatro di Europa, è da monarca -assai superiore alla condizione di un semplice duca -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -di Milano. Poichè il re Ferdinando di Napoli vide il fulmine -che stavagli imminente, spedì a Lodovico il Moro Camillo -Pandone, pregandolo acciocchè volesse allontanare il re -Carlo dalla impresa, e promettendogli di essere pronto dal -canto suo a guarentire a Lodovico tutto quello che più gli -fosse piaciuto pel Milanese. Il conte Carlo di Belgioioso da -Parigi volò in cinque soli giorni nella Lombardia<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a>, e a -nome del re di Francia venne a proporre a Lodovico una -perpetua confederazione, offerendogli anche il principato -di Taranto. Ma il saggio conte, da ministro fedele, cercò -di sconsigliare Lodovico, mostrandogli l'incertezza della -impresa e il pericolo dell'Italia e suo, qualora mai riuscisse. -Lodovico, accettando i consigli del conte e le offerte -del re Ferdinando, avrebbe potuto gloriosamente usurpare -il dominio; egli volle nondimeno persistere nel primo impegno. -Perchè poi ricusasse quell'ottimo partito e preferisse -una guerra pericolosa al godimento tranquillo dello -Stato, non lo dice la storia. Forse egli non si fidò del re -Ferdinando, nè dalle forzate offerte di lui; finchè, passato -il timore, non dovesse nuovamente vederselo nemico. Forse -egli ascoltò le personali passioni più che non si conviene -ad un sovrano; e l'odio contro la casa di Aragona, o la -benevolenza verso gli amabili francesi, presso i quali era -vissuto, prevalsero ai sentimenti che doveva adottare come -uomo di Stato. Il vero motivo non si sa: unicamente ci è -noto che Lodovico promise al re Carlo di Francia cinquecento -uomini d'armi, quattro navi, dodici galere, il suo -erario e la sua persona. (1494) Inutilmente il papa Alessandro -VI spedì emissari nella Francia per frastornare la -venuta del re. Lodovico se ne avvide, ed animò il re Carlo -a non differire, acciocchè i Napoletani, il papa ed Fiorentini -non avessero tempo di radunare un'armata e disputargli -i difficili passi degli Appennini. Il re Carlo VIII si -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -ritrovò in Asti il giorno 11 settembre 1494. Poi, il giorno -14 ottobre, nel castello di Pavia, venne magnificamente accolto -da Lodovico il Moro. Ivi il re visitò il duca Giovanni -Galeazzo, ammalato di consunzione, <i>e non senza qualche -suspecto</i>, dice il Corio; l'infermo raccomandò alla pietà del -re Francesco suo figlio e la duchessa sua moglie; e fra -pochi giorni terminò la sua vita al 22 ottobre nella età di -venticinque anni<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a>. Il di lui figlio Francesco poi visse -nella Francia e fu abate di Marmoutiers. Lodovico somministrò -al re non poca somma di denaro. Corio dice della -morte del duca, che parve ad ognuno «crudele cosa che -non attingendo anche il vigesimo quinto anno di sua -etate, come immaculato agnello, senza veruna causa fusse -spinto dal numero de' viventi». Il re di Francia si mostrò -sensibile a tal morte. Volle in Piacenza, ove lo seppe, onorare -il defunto con funerali, e vestì gran numero di poveri -col danaro suo; il che fu forse cagione onde fosse da -Lodovico fatto trasportare in Milano e tumulare in Duomo -colle cerimonie consuete l'infelice nipote, che fu il sesto -duca di Milano, non perchè abbiavi comandato giammai, -ma perchè ne portò il titolo; e le monete coniate ed i diplomi -spediti furono in di lui nome e colla di lui effige. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -</p> - -<h2 id="cap19">CAPITOLO XIX. - -<span class="smaller"><i>Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, -e della venuta del re di Francia Lodovico XII.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Lodovico aveva il diploma imperiale che lo dichiarava -duca di Milano; ma lo teneva nascosto. Già vedemmo che l'imperatore -Federigo non concesse mai il ducato di Milano nè a -Francesco Sforza, nè a Galeazzo Maria. Giunto alla suprema -dignità dell'Impero Massimiliano I, ei ne conferì il ducato -non già al primogenito dell'ucciso Galeazzo, ma al tutore -di esso, Lodovico il Moro. Il diploma venne spedito in Anversa -il giorno 5 settembre 1494. In esso diploma dichiara -quell'augusto che preferiva Lodovico, perchè esso fu generato -da Francesco Sforza mentre possedeva il ducato; il -che non poteva dirsi di Galeazzo. Pare che avrebbe dovuto -l'estensore del diploma omettere questa cavillazione, superflua -presso l'imperatore, che non riconosceva altri duchi -di Milano, se non i nominati ne' cesarei diplomi. Con -altro diploma 8 ottobre 1494, dato pure in Anversa, l'imperatore -dichiara che Lodovico gli facesse istanza per ottenere -l'investitura del ducato in favore di Giovanni Galeazzo; -ma che l'imperatore Federigo, suo padre, ed egli -lo aveano ricusato, perchè<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a> <i>praefactus Joannes Galeaz -ipsum ducatum et comitatum a populo Mediolanensi recognovit, -quod quidem fuit in maximum Imperii praejudicium; -et quia est de consuetudine sacri Romani -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -Imperii neminem unquam investire de aliquo statu sibi -subjecto, si eum de facto sibi usurpavit, vel ab alio recognoverit</i><a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>. -Lodovico, mentre in segreto possedeva questi -diplomi imperiali, convocò nel castello i primari dello -Stato; e notificando la morte seguita del duca Giovanni -Galeazzo, propose loro d'acclamare per duca Francesco, -bambino primogenito del defunto. Il presidente della camera, -Antonio Landriano, vi si oppose, attesa l'età del fanciullo: -e ricordando le inquietudini della minorità passata, -lo stato d'Italia col re Carlo alla testa d'un'armata, i pericoli -imminenti, propose che Lodovico medesimo fosse da -riconoscersi duca, come quel solo che nelle procelle attuali -poteva difendere lo Stato. Nessuno ardì di uniformarsi alla -proposta di Lodovico; e il voto del Landriano venne secondato -da tutti. Ben tosto, uscendo dal consiglio, lo proclamarono -duca nel mentre appunto che nel Duomo, allo spettacolo -dell'estinto Giovanni Galeazzo, esposto colla pompa -funebre allo sguardo di ognuno, si versavano lagrime di -compassione sul misero di lui fato. La vedova duchessa Isabella, -coi poveri bambini suoi, stavasene in Pavia, rinchiusa -entro una stanza, ricusando la luce del giorno, giacendo -per tristezza sulla nuda terra, in mezzo a lugubri abbigliamenti, -ivi inteso una tale proclamazione, che toglieva la -sovranità anche ai meschini avanzi del giovane suo sposo, -e poneva il colmo al trionfo della rivale duchessa Beatrice. -(1495) Quando il popolo invidia la condizione de' signori -grandi, ha egli sempre ragione? Due ministri imperiali -vennero a Milano per conferire la dignità ducale a Lodovico; -ed era appunto allora che si compieva il secolo in -cui la stessa cerimonia erasi fatta per il primo duca. Il -giorno 26 di maggio del 1495, alla porta del Duomo, <i>con -stupende cerimonie</i>, dice il Corio, ornarono Lodovico del -manto, berretta e scettro ducale, sopra un eminente trono. -Giassone del Maino, celebre legista, pronunziò l'orazione; -poscia si andò a Sant'Ambrogio; «d'unde in castello, dove -furono celebrati li stupendi triumphi quanto a nostro secolo -fussino d'altri»; così il Corio. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -</p> - -<p> -Stacchiamo lo sguardo, almen per poco, dai tristi avvenimenti -della politica, e rimiriamo oggetti più ameni, cioè -i progressi che la coltura fece presso di noi sotto il governo -di Lodovico il Moro. Lodovico dapprincipio fabbricò -il vastissimo claustro del Lazzaretto secondo l'uso di quei -tempi; ma in appresso egli pose all'architettura per maestro -il Bramante da Urbino, alla pittura Leonardo da Vinci. -Questi grandi uomini erano cari a Lodovico. Sotto la scuola -di quest'ultimo si formarono Polidoro da Caravaggio, Cesaro -da Sesto, Bernardo Luino, Paolo Lomazzi, Antonio Boltrasio -ed altri, dai quali ebbe vita ed onore la scuola milanese. -L'architettura era ne' primi anni sotto Lodovico resa -elegante bensì, ma conservava capricciosi ornamenti, siccome -scorgevasi nella facciata della casa de' signori conti -Marliani<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>. Poi s'innalzò il magnifico tempio della Madonna -di San Celso; si eresse la facciata del palazzo arcivescovile; -si fabbricò il chiostro, veramente nobile e grandioso, -dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a>; e -così si esposero allo sguardo pubblico modelli di bella architettura. -Lodovico grandiosamente stipendiava gli abili -artisti e gli uomini d'ingegno; accordava loro piena immunità -da ogni carico; animava i progressi della coltura. -Demetrio Calcondita, Giorgio Merula, Alessandro Minuziano, -Giulio Emilio erano fra noi gli illustri letterati protetti e -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -beneficati dal Moro. Bartolomeo Calco, segretario di Stato -ed uomo colto, per secondare il genio del suo principe, -instituì le scuole pubbliche, le quali sino ai giorni nostri -ne portano il nome. Tommaso Grassi eresse e dottò altre -scuole per gratuita istituzione della gioventù; e queste -pure conservano il nome del loro fondatore. Tommaso -Piatti, che sommamente era in favore presso Lodovico, -instituì pubbliche cattedre di astronomia, geometria, logica, -lingua greca ed aritmetica. Con tali beneficenze pubbliche -si otteneva l'amicizia di Lodovico; il che certamente fa sommo -onore alla memoria di lui. Non è dunque da meravigliarsi -se di que' tempi le belle lettere venissero in fiore, e se da -quella scuola uscissero poi Girolamo Morone, di cui accaderà -in breve ch'io parli, Andrea Alciato e Girolamo Cardano. -Scrivevano allora la storia patria Tristano Calco, memorabile -per l'elegante suo stile latino, e per la molta accuratezza; -Bernardino Corio, inelegante scrittore bensì, e -creduto compilatore delle antiche favole, ma accurato e -fedele espositore delle cose de' tempi più vicini. Allora la -poesia, la musica, tutte le belle arti ebbero vita e onore. -Il cavaliere Gaspare Visconti in quella età scriveva rime -degne di leggersi<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a>. Ecco quasi per saggio tre sonetti di -lui fra i molti che ho esaminati. Il primo, singolarmente -nei due quaderni, mi pare assai robusto e poetico. -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Rotta è l'aspra catena e il fiero nodo</p> -<p class="i02"> Che l'alma iniquamente già mi avvinse;</p> -<p class="i02"> Rotto è il gruppo crudel che il cor mi strinse,</p> -<p class="i02"> Onde mia sorte ne ringrazio e lodo.</p> - -</div><div class="stanza"> -<p class="i01">Fuor del pensiero ho l'amoroso chiodo,</p> -<p class="i02"> Che poco meno a morir mi sospinse;</p> -<p class="i02"> E il volto che nel petto amor mi pinse,</p> -<p class="i02"> Lì dentro è casso, e senza affanni or godo.</p> -<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span></p> -<p class="i01">Ringrazio il cielo, il qual m'ha liberato</p> -<p class="i02"> Dalla cieca prigion, piena d'orrore,</p> -<p class="i02"> Dove gran tempo vissi disperato.</p> -<p class="i01">E quando a sè pur mi rivolgi amore,</p> -<p class="i02"> Me leghi a un cuor che sia fedele e grato,</p> -<p class="i02"> Ch'io servirò per fino all'ultim'ore».</p> -</div></div> - -<p> -L'altro sonetto seguente parmi assai leggiadro, e ci fa -vedere che l'allegria e la sociabilità erano conosciute da -que' nostri antenati. Anco un'altra osservazione sul costume -ci si presenta; ed è che, usando allora le gentildonne -abiti pesantissimi di broccato, non potevano altrimenti -ballare vivacemente come ora si costuma; ma unicamente -potevano moversi con graziosa lentezza, <i>modice -et venuste</i>, siccome nel capitolo precedente vedemmo<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>: -perciò Gaspare Visconti nel seguente sonetto, fra i pregi -delle ballerine, annovera il mover <i>lenti lenti</i> i piedi. Ecco -il sonetto: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Io vidi belle, adorne e gentil dame</p> -<p class="i02"> Al suon di soavissimi concenti</p> -<p class="i02"> Co' loro amanti mover lenti lenti</p> -<p class="i02"> I piedi snelli, accese in dolci brame.</p> -<p class="i01">E vidi mormorar sotto velame</p> -<p class="i02"> Alcun degli amorosi suoi tormenti,</p> -<p class="i02"> Dividersi, e tornare al suono intenti,</p> -<p class="i02"> E cibar d'occhi l'avida sua fame;</p> -<p class="i01">Vidi stringer le mani, e lasciar l'orme</p> -<p class="i02"> Dolcemente stampate in lor non poco,</p> -<p class="i02"> E trovarsi in due cor desio conforme.</p> -<p class="i01">Nè mirar posso così lieto giuoco,</p> -<p class="i02"> Ch'a pensier lieto alcun possa disporme</p> -<p class="i02"> Senza colei che notte e giorno invoco».</p> -</div></div> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -</p> - -<p> -D'un altro genere, men elevato sì, ma pregevole per la -facilità, è il sonetto seguente ch'ei scrisse a messer Antoniotto -Fregoso, da cui veniva avvisato che una indiscreta -vecchia non cessava d'infamarlo. Così rispose: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Omai, Fregoso, io son come il cavallo</p> -<p class="i02"> Che porta il tuon delle pannonie schiere,</p> -<p class="i02"> O come quel qual usa il schioppettere,</p> -<p class="i02"> Che al bombo del schioppetto ha fatto il callo.</p> -<p class="i01">Riprenda pur la plebe ogni mio fallo,</p> -<p class="i02"> Che tanto fa il suo dir quanto il tacere,</p> -<p class="i02"> Qual son l'opere mie, quale il volere,</p> -<p class="i02"> Chi il vero intende, apertamente sallo.</p> -<p class="i01">Che diavol sarà poi con questa femmina,</p> -<p class="i02"> La qual non altra cosa che zizania</p> -<p class="i02"> Nel steril orto del rio volgo semina!</p> -<p class="i01">Sola sè stessa infin, non altri lania;</p> -<p class="i02"> E quanto più suo pazzo error s'ingemina,</p> -<p class="i02"> Tanto a chi sa, dimostra più sua insania.»</p> -</div></div> - -<p> -Dal fine d'un sonetto ch'egli scrisse alla Beatrice d'Este, -si conosce qual ascendente quella principessa avesse -sull'animo di Lodovico: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Donna beata, e spirito pudico,</p> -<p class="i02"> Deh, fa benigna a questa mia richiesta</p> -<p class="i02"> La voglia del tuo sposo Lodovico.</p> -<p class="i03"> Io so ben quel che dico:</p> -<p class="i02"> Tanta è la tua virtù, che ciò che vuoi</p> -<p class="i02"> Dello invitto suo cor disponer puoi<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>».</p> -</div></div> - -<p> -Di questo magnifico e generoso cavaliere aurato, Gaspare -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -Visconti, consigliere ducale, evvi pure un poema -stampato <i>per magistro Philippo Mantegatio dicto et -Cassano, in la excellentissima cittade de Milano, nell'anno</i> -<span class="smcap">Mcccclxxxxv</span>, <i>a dì primo de aprile</i>. Questo poema -ha per titolo: <i>Paulo e Daria amanti</i>. Non v'è traccia che -meriti di seguirne la lettura. Vi sono però alcune ottave -passabili, come: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Messer Luchino in segno di letizia</p> -<p class="i02"> Fece ordinar un bel torneamento,</p> -<p class="i02"> E de' compagni della sua milizia</p> -<p class="i02"> Ne scelse appunto al numero duecento;</p> -<p class="i02"> Ciascun de' quali ha forza e gran divizia;</p> -<p class="i02"> Milanese ciascun, pien d'ardimento;</p> -<p class="i02"> Che allor Milano al marzial negozio</p> -<p class="i02"> Molto era intento e non marciava in ozio.</p> -<p class="i01">Giunto era il giorno al tornear proposto</p> -<p class="i02"> Da Luchin di Milan, signor e padre,</p> -<p class="i02"> Qual credo fosse a' quindici d'agosto.</p> -<p class="i02"> Quando vennero in campo ambe le squadre</p> -<p class="i02"> Ognun quanto più può, fa del disposto,</p> -<p class="i02"> Con sopraveste e fogge alte e leggiadre,</p> -<p class="i02"> All'uso pur di quel buon tempo prisco,</p> -<p class="i02"> Ch'ogni ornamento suo pagava el fisco.</p> -<p class="i01">La compagnia d'Éstor tutta ross'era;</p> -<p class="i02"> L'altra di Dario candida si vede,</p> -<p class="i02"> Che de' Visconti la divisa vera</p> -<p class="i02"> Bianca e rossa è, se al ver si presta fede, ec.</p> -<p class="i10"> Canto II<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a>».</p> -</div></div> - -<p> -Il Corio ci descrive l'urbanità, l'opulenza, il raffinamento -e il lusso della corte di Lodovico, prima che sventuratamente -promovesse l'invasione dei Francesi. Spettacoli, -giostre, tornei, occupavano l'ozio felice di que' tempi, -ne' quali quel signore compariva il più rispettato principe -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -d'Italia. L'ambasciator veneto Ermolao Barbaro, spettatore -di que' tornei, compose i seguenti versi conservatici -dal Corio: -</p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01"><i>Cum modo constratos armato milite campos</i></p> -<p class="i02"> <i>Cerneret, expavit pax, Ludovice, tua.</i></p> -<p class="i01"><i>Et mihi: surge inquit, circum sonat undique ferrum.</i></p> -<p class="i02"> <i>Me meus ejecta Conditor arma parat.</i></p> -<p class="i01"><i>Te rogo per Veneti sanctissima jura Senatus,</i></p> -<p class="i02"> <i>Occurre ingenti, si potes, exitio.</i></p> -<p class="i01"><i>Tunc ego: pone metum, Dea; te Lodovicus adorat.</i></p> -<p class="i02"> <i>Numine plus gaudet, quam Jovis, ille tuo.</i></p> -<p class="i01"><i>Nec tu bella time, simulacra et ludrica sunt haec;</i></p> -<p class="i02"> <i>Misceri hoc tantum convenit arma loco.</i></p> -<p class="i01"><i>I nunc, et coelo terras cote, Diva, relicto;</i></p> -<p class="i02"> <i>Sin minus, hic pro te sufficit, alta pete,</i></p> -<p class="i01"><i>Sforciadasque tuos terra defende marique,</i></p> -<p class="i02"> <i>Et belli et pacis artibus egregios.</i><a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a></p> -</div></div> - -<p> -Frutto di questa universale coltura promossa dal duca -e dalla giudiziosa scelta ch'egli sapeva fare degli uomini -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -di merito, fu la riunione del canale della Martesana con -l'altro antico cavato del Tesino. Lionardo da Vinci, siccome -ho accennato al capitolo decimosettimo, con sei sostegni -superò la differenza del livello di circa tredici braccia, -e rese la navigazione comunicante dal Tesino all'Adda. -«L'invenzione dei sostegni a gradino era appunto di quel -tempo; e i primi modelli in questo genere si sono veduti -nei navigli di Bologna e di Milano». Così dice il sullodato -Paolo Frisi<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a>. -</p> - -<p> -Il sistema del governo allora era questo. Lodovico aveva -quattro segretari. Bartolomeo Calco era alla testa degli affari -di Stato; egli apriva le lettere dei principi esteri; disponeva -le risposte; dirigeva il carteggio co' ministri alle -corti estere; trattava coi ministri forestieri residenti in -Milano. Aveva sotto di sè varii cancellieri, uno per Francia, -uno per Germania, uno per Venezia, e così dicendo. -Il reverendo Jacopo Antiquario era segretario per le cose -ecclesiastiche, per le spedizioni de' benefizii e cause dipendenti. -Giovanni da Bellinzona era segretario per gli affari -di giustizia, e singolarmente criminali. Giovanni Jacopo -Terufio aveva gli affari della camera, e fissava la lista delle -spese de' salariati ed altre costanti, spedendole ai <i>Magistri -delle entrate</i>, ossia a quel corpo che oggidì chiamasi -<i>Magistrato</i>, acciocchè ne facesse seguire alle scadenze i -pagamenti. Questi quattro segretari avevano i loro dipartimenti -nel castello, ordinaria residenza del duca<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a>. Le -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -entrate del duca ascendevano, tutto compreso, a seicentomila -annui zecchini<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a>. Delle gioie da monarca che Lodovico -il Moro possedeva, le quali diede in pegno per averne -danari, quattro pezzi sol bastano per darcene idea. Da un -manoscritto antico conservato nella grandiosa collezione -del signor principe di Belgioioso d'Este<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a>, ciò ho rilevato. -La carta si intitola: «Zoye impegnate che erino dell'illustrissimo -signor Lodovico Sforza — El balasso chiamato el -spino, estimato ducati venticinquemille. El rubino grosso -con la insegna del caduceo, de carati 22, con una perla de -carati 29, estimati ducati venticinquemille. La punta grossa -di diamante, estimata ducati venticinquemille. La perla -grossa pesa con l'oro den. 6, gra. 9, vale ducati diecimille». -Il Corio ci descrive Lodovico Sforza come uomo -di molto ingegno, d'aspetto veramente maestoso, di contegno -nobile, e singolarmente pacato mai sempre, anche -nelle occasioni nelle quali è più difficile il conservarsi -tale. Le immagini che ci rimangono di lui, ci rappresentano -appunto una fisonomia corrispondente, ed anche nel -conio delle monete di allora si conosce la eleganza e maestria -d'ogni bell'arte. -</p> - -<p> -Ripigliamo il filo della storia. I Francesi, entrati nell'Italia -sotto il loro re Carlo VIII, la trascorsero come un -fulmine dalle Alpi sino al regno di Napoli, di cui quasi -senza contrasto s'impadronirono. Nessun riguardo usarono -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -sulle terre del duca; anzi a Pontremoli uccisero varii del -paese, ed alcuni degli stipendiati del duca. Cominciò allora, -ma tardo, ad accorgersi Lodovico del vortice pericoloso in -cui si era voluto immergere. Il duca d'Orleans in Asti -non dissimulava punto d'essere quella l'occasione opportuna -per far valere le ragioni della principessa Valentina, -di lui ava, sul ducato di Milano. Il re Carlo si presenta a -Firenze, e senza ostacolo se gli aprono le porte. Passa a -Roma; indi, in tredici giorni, scaccia da Napoli e dal regno -gli Aragonesi, ai quali appena erano rimaste alcune città -marittime. Questo fatto veramente memorando e romanzesco, -benchè verissimo, sbigottì tutti gli Stati d'Italia. Ma -il tempo lasciò loro ripigliar animo. L'armata francese, insolentita -per tanta fortuna, disprezzava troppo gli abitatori -del paese. Non avevano limite alcuno le violenze di ogni -genere. La rapina era senza nemmeno un velo di pudore. -La virtù e la bellezza si credevano un prezzo giusto della -conquista. Nessun asilo era sicuro contro della scostumatezza -del vincitore. Il nome francese in pochi giorni divenne -odioso a tutto il regno; ed il re Carlo trovossi mal -sicuro e incerto di avere la comunicazione libera colla -Francia. Il duca di Orleans mosse le sue genti dalla città -di Asti verso Novara, e inaspettatamente la occupò, spiegandosi -senza mistero di prendere egli per sè il milanese, -come discendente dalla Valentina. Lodovico Sforza, costernato -per tal rovescio, mal sicuro dei sudditi (presso i quali -la morte dell'innocente duca Giovanni Galeazzo, la depressione -della misera duchessa Isabella, il supplizio del Simonetta, -l'usurpato dominio e la comperata investitura erano -argomenti di avversione, malgrado le altre molte sue eccellenti -qualità), Lodovico Sforza adunque in tal condizione -si abbandonò d'animo a segno, che divisò di ricoverarsi -in Aragona, ed ivi privatamente finire i giorni suoi, di -che tenne discorso col ministro di Spagna residente in Milano. -Ma Beatrice d'Este lo rianimò, s'intromise e lo costrinse -a pensar da sovrano. Si formò una nuova lega fra -il papa, i Veneziani e il duca di Milano. Sollecitamente -riunirono le loro milizie per la comune salvezza dell'Italia. -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -Le forze si postarono verso gli Appennini, attraverso dei -quali dovevano passare i Francesi. Il re immediatamente -partì da Napoli, lasciando in quel regno varii presidii nelle -fortezze, e conducendo seco circa quindicimila uomini. Il -papa si ricoverò in Ancona. Passò il re dalla Romagna e -dalla Toscana, e giunto fralle angustie de' monti a Val di -Taro, ivi ritrovò circa dodicimila soldati della nuova lega. -Per un araldo il re fece significare ai collegati di maravigliarsi, -trovando impedito il passaggio, non cercando egli -se non di ritornarsene in Francia, pagando col suo denaro -i viveri. Risposero i collegati che non lo avrebbero permesso, -se prima non si restituiva Novara, indebitamente -sorpresa. Ritornò l'araldo dicendo, che il re intendeva di -passare senza condizione veruna; e che in caso di rifiuto -ei si sarebbe fatta la strada sopra i cadaveri degl'Italiani. -Questi risposero al re Carlo, che non si sarebbe egli spianata -la via così facilmente, come gli era accaduto a Napoli -e che lo aspettavano alla prova. Seguì poscia un'azione -sanguinosa da ambe le parti, in cui però nessuna ebbe -compiuta vittoria. Il re non si aprì l'uscita, nè rimase oppresso. -Conobbe però il re Carlo che l'impresa non era -sì facile, quanto se l'era immaginato. Spedì un araldo -chiedendo tregua per tre giorni, onde seppellire i cadaveri, -e i collegati l'accordarono soltanto per un giorno e mezzo. -In sì fatto labirinto trovavasi il re cristianissimo, donde -ne uscì il giorno 8 di luglio del 1495, fingendo di attaccare -l'armata della lega, e frattanto ponendosi in marcia -per uno stretto mal custodito dalla parte della Trebbia, e -così ritornossene nel suo regno con poca gloria: poichè il -re aragonese di Napoli, il quale erasi ricoverato nell'isola -d'Ischia, ben tosto ricomparve nella sua capitale, dove fu -con applauso e festa ricevuto; ed i presidii francesi, mancando -di soccorso, attorniati da un popolo nemico, dovettero -un dopo l'altro abbassar le armi e rendersi. Lo storico -Voltaire si è lasciato sedurre dall'amor nazionale a segno -di essere ingiusto cogl'Italiani in raccontando questa spedizione -del suo re; quasi che, effeminati, molli, degradati, -non vi fosse più fra di noi nè coraggio nè valor militare. -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -Gli storici contemporanei d'Italia sono una manifesta prova -dei traviamenti dell'autore francese nella decantata sua -opera sulla storia generale; traviamenti che io appunto ho -notati, perchè in moltissimi altri luoghi, riscontrandolo, -hollo trovato tanto vero ed esatto, quanto elegante pensatore. -</p> - -<p> -(1496) Il duca Lodovico, quantunque liberato dall'imminente -pericolo, non avea peranco riacquistato quel robusto -vigor d'animo, senza di cui non si preserva lo Stato negli -eventi contrari. Fortunatamente la duchessa Beatrice potè -far le sue veci. Si raccolsero i confederati a scacciare il -duca d'Orleans da Novara. Ivi la Beatrice d'Este vedeva -schierarsi gli armati <i>al suo conspecto</i>, dice il Corio. Novara -ritornò al duca. I Francesi abbandonarono il paese. -La pace venne sottoscritta. Così in un anno cominciò e finì -la rapidissima spedizione di Carlo VIII, senza verun frutto -pei Francesi, anzi con loro danno e con danno dell'Italia. -Cessato appena il pericolo dei Francesi, nacquero le solite -rivalità fra gli Stati d'Italia. I Fiorentini volevano assoggettar -Pisa. I Pisani si offersero al duca Lodovico, il quale -per non offendere i Fiorentini, non volle accettarli. I Pisani -si esibirono ai Veneziani, e questi, sebbene formalmente -non li accettassero, destramente posero in Pisa un presidio. -Lodovico, signore di Genova, e dell'isola di Corsica, -da Genova dipendente, non mirò con indifferenza tal fatto, -per cui le forze marittime venete potevano acquistare nuovi -appoggi nel mar Tirreno. Pisa era considerata città imperiale. -Il duca spedì all'imperatore Massimiliano Marchesino -Stanga, animandolo a passare nell'Italia e soccorrere Pisa. -Poi, nell'anno medesimo 1496, egli e la duchessa Beatrice -sua moglie per Bormio si portarono incontro a quell'augusto -a Malsio, e seco lungamente concertarono la spedizione. -Per lo che l'imperatore per la Valtelina sen venne -a Como; indi a Meda venne accolto dal duca e dalla duchessa -Beatrice con pompa conveniente. Ivi concorsero gli -oratori di quasi tutt'i principi d'Italia. Perchè l'imperatore -non volesse veder Milano non lo so. Egli per Abbiategrasso, -Vigevano e Tortona passò a Genova, d'onde per mare passò -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -a Pisa, e festosamente vi fu accolto. Nessun altro frutto -nacque da tale comparsa. L'imperatore ritornossene in -Germania. Così il duca Lodovico fece comparire inutilmente -nell'Italia il re di Francia prima, poi l'imperatore. (1497) -Al cominciar dell'anno 1497 accadde al duca Lodovico Sforza -la maggior disgrazia; e fu che li 2 di gennaio la duchessa -Beatrice d'Este morì di parto, lasciandogli due figli, Massimiliano -di cinque anni, e Francesco di quattro. La duchessa -morì nell'età di 23 anni. Donna di animo virile; -l'ascendente di cui reggeva la volontà del marito. Lodovico, -dopo un caso sì funesto, non visse che in mezzo alle disgrazie, -siccome vedremo, e non ne dimenticò mai la memoria. -Vennero celebrate le solenni pompe funebri alla -duchessa nella chiesa delle Grazie, dove fu tumulata: «et -quivi fine al septimo giorno con la nocte, senza interposizione -pur de un quarto d'hora, si celebrarono messe e -divini officii, il che veramente fu cosa di non puocha admirazione», -dice il Corio. Il mausoleo di marmo colla statua -di lei costò più di quindici mila ducati d'oro. Quella -statua giacente scorgesi oggidì nella chiesa della Certosa -presso Pavia, a canto ad una simile del di lei marito Lodovico, -come si è accennato più sopra. L'anno del lutto fu -tristissimo per l'infelice vedovo duca, privato della cara -amica, unica confidente e reggitrice de' suoi pensieri. L'uso -sin d'allora era di stendere i parati neri su tutti gli addobbi -di corte. Terminato appena l'anno, l'inaspettata -morte del re di Francia Carlo VIII, che non lasciava figli -maschi, fe' passar la corona sul capo del duca d'Orleans -Lodovico XII, primo principe del sangue, discendente del -re Carlo V. L'ava di Lodovico XII fu appunto la Valentina -Visconti, figlia del primo duca di Milano Giovanni Galeazzo. -Il re nuovo di Francia pretendeva que' diritti che non poteva -allegare Carlo VIII, che da lei non discendeva; ed il -nuovo re aveva chiaramente già palesata co' fatti la volontà -di farli valere. Il re aveva trentasei anni; e come duca -d'Orleans assumeva il titolo di duca di Milano. -</p> - -<p> -I Veneziani, il papa Alessandro VI e il nuovo re di Francia -Lodovico XII si collegarono. I Veneziani pretendevano -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -il Cremonese e la Gera d'Adda; per modo che i confini loro -si stabilissero quaranta braccia lontani dalla sponda sinistra -dell'Adda, rimanendo il fiume colle due sponde al ducato -di Milano. Il papa pretendeva Imola, Forlì, Pesaro e -Faenza, per formare uno Stato al duca di Valentinois Cesare -Borgia, suo figlio. Il re di Francia pretendeva il regno -di Napoli e il milanese. (1498) Si collegarono promettendosi -vicendevole assistenza; ed il trattato si sottoscrisse in -Blois il giorno 25 di marzo dell'anno 1498<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a>. Il re di -Francia aveva ottenuto dal papa Alessandro VI di ripudiare -Giovanna, duchessa di Berrì, figlia di Luigi XI, re di Francia, -che da ventitre anni eragli moglie; e così potè sposare -la vedova di Carlo VIII, Anna di Bretagna, che gli recava -la Bretagna in dote. Per tal benemerenza Cesare Borgia -fu creato duca di Valentinois, e furongli promesse le città -della Romagna, che possedevansi dai signori della Rovere. -Soprastava un tal nembo sul capo del già abbattuto duca -Lodovico, quando per parte del re di Francia gli venne -fatta proposizione di lasciargli godere il ducato sin ch'ei -fosse vissuto, e per due anni ancora lo godessero dopo sua -morte i di lui figli, a condizione che frattanto egli sborsasse -ducentomila ducati d'oro al re di Francia. V'era di -più la condizione che qualora Lodovico XII non avesse figli, -non si turbasse il dominio dei successori dello Sforza. L'affare -venne proposto nel consiglio del duca. Il tesoriere ducale -Landriano<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a> altamente opinò, che mai non si dovesse -accettare un tale progetto, poichè con ducentomila ducati -ve n'era abbastanza, a parer suo, per far la guerra per -ducent'anni al re di Francia. La bravata era senza fondamento; -pure il duca vi si uniformò. Quando poscia ne venne -in seguito la eversione totale dello Stato, un gentiluomo -milanese, che nominavasi Simone Rigoni, affrontò l'adulatore -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -Landriano, per cui lo Stato e la patria erano in rovina, -e lo uccise<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a>. (1451) I francesi aveano un punto di appoggio -di qua dalle Alpi nella città di Asti; ed ivi il re -Lodovico XII fece passare un grosso esercito, e ne diede -il comando a Gian Giacomo Trivulzio, valoroso soldato, illustre -milanese, nemico personale del duca Lodovico Sforza, -da cui gli erano stati confiscati i beni. Questo comandante -aveva la cognizione del paese, un partito, una passione sua -propria per abbattere il duca; avea servito già nella spedizione -di Carlo VIII; era insomma il più opportuno generale -che il re di Francia potesse scegliere a questa impresa. -Il duca non poteva fidarsi nè delle forze proprie, nè -della volontà dei sudditi, per le ragioni già accennate. I -soccorsi da Napoli o da Firenze erano incerti e remoti. -L'imperatore Massimiliano, nipote del duca, era di buona -fede e impegnato per lui; ma il pericolo sovrastava a giorni. -Il duca scelse il partito di abbandonare lo Stato e seco -condurre nel Tirolo i figli, ricorrendo a quell'augusto. I -Veneziani s'avanzavano dalla parte d'Oriente; dall'opposta -s'innoltravano i Francesi sotto del Trivulzio: non v'era -tempo a consigli. In quel punto venne presentata al duca -una lista di quindici primari signori del paese che tramavano -contro di lui, e tenevano segreta corrispondenza col -nemico. I fatti erano avverati. Il duca non volle far male -alcuno a coloro che avea beneficati ed amava. Prima di abbandonare -Milano egli portossi dalla duchessa Isabella, le -cedette il ducato di Bari, le chiese il di lei figlio Francesco -per salvarlo e condurlo seco nella Germania; ma la duchessa -no 'l consentì. Pensò Lodovico il Moro di confidare -il castello di Milano ad un uomo di provata fede, giacchè -dalla difesa di esso dipendeva la sovranità. Nel castello era -riposto l'archivio ducale, vi erano tutte le preziose suppellettili -della duchessa Beatrice e degli antecessori, valutate -centocinquantamila ducati. V'era un presidio di duemila -ottocento fanti, mille ottocento pezzi d'artiglieria, e abbondantissime -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -vittovaglie e munizioni da guerra. Lodovico divisò -di affidarne il comando a Bernardino da Corte. Il cardinale -Ascanio Sforza, fratello, e il Sanseverino l'avvertirono -di non fidarsi di colui. (1499) Ma il duca non badò -loro, e fattolo a sè chiamare, lo dichiarò castellano; indi, -umanissimamente abbracciandolo, gli disse: Io vi confido -la più preziosa fortezza del mio Stato, difendetela per soli -tre mesi, e se dentro questo spazio non vi manderò soccorso, -disponetene come giudicherete a proposito; il che -accadde nel giorno memorabile 2 settembre 1499. Ciò fatto, -il duca verso sera uscissene dal castello, e diè congedo ai -molti signori ch'erano disposti ad accompagnarlo. Altra -cura aveva nell'animo, suggerita dall'intimo del cuore, la -quale non poteva essere che frastornata dai vani omaggi -de' sudditi. Non poteva allontanarsi da Milano senza sentire -che si allontanava dall'amata spoglia della Beatrice, a cui -destinò l'ultima visita. Cavalcò alle Grazie; volle rivedere -la tomba e l'effigie della perduta sposa. I sentimenti di natura -si rinvigoriscono a proporzione che dileguansi le larve -della fortuna. Non poteva staccarsene, e costretto pure a -partirsene, più volte si rivolse a mirare il monumento -della sua tenerezza e del dolor suo. Immediatamente di là -s'incamminò a Como, d'onde pel lago passò nella Valtellina, -indi per Morbegno, Sondrio, Tirano, Bormio, Bolzano -e Brixen passò ad Inspruck, residenza dell'imperatore Massimiliano. -Prima però d'imbarcarsi sul lago di Como, il -duca, da una loggia in Como, si presentò al popolo, e fece -da quel luogo pubblicamente noti i sentimenti suoi, dicendo: -«Che la fortuna avversa l'aveva ridotto a quel duro -passo di abbandonare lo Stato, senza ch'egli avesse luogo -a rimproverarsi imprudenza o spiensieratezza alcuna. Che -l'unico motivo di tale ingrato destino egli doveva riconoscerlo -dalla perfidia di coloro ne' quali sventuratamente -aveva riposta la più sincera fidanza. Egli confessava di essersi -ingannato nella scelta, e di essersi con troppo buona -fede lasciato sedurre da que' visi mascherati i quali attorniano -i sovrani. Il male era fatto. In quel punto egli andava -co' suoi figli a ricovrarsi presso dell'augusto Massimiliano; -<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span> -giacchè s'egli avesse preteso in quel punto di opporsi alla -prepotente armata de' Francesi invasori, avrebbe fatto versare -il sangue umano senza probabilità veruna di preservare -lo Stato dalla inevitabile occupazione. Ch'egli dall'imperatore -si prometteva ogni soccorso, e pei stretti vincoli -di sangue che lo univano a quel monarca, e per la giustizia -della sua causa, che interessava l'Impero in favore di -sè, come feudatario del medesimo. Che gli onori già concessigli -dalla cesarea maestà erano una caparra del buon -successo; sicchè sperava fra poco di rivedere la patria con -una armata bastante a liberarla dall'usurpazione del re di -Francia. Raccomandò ai sudditi di accomodarsi ai tempi, -di non eccitare con intempestivo zelo la vendetta de' Francesi, -onde al suo ritorno potessero accoglierlo come loro -padre, giacchè egli li considerava tutti come suoi figli». -La presenza di spirito di parlare in pubblico, e di parlarvi -in tanto angustiosa occasione, e sì acconciamente, fanno -conoscere che l'amore di Lodovico per le lettere e le belle -arti non era una principesca vanità, ma sentimento di un -uomo colto e d'ingegno. Mentre ancora stava il duca parlando -dalla loggia ai Comaschi, erano già penetrati i Francesi -nei sobborghi di Como, con animo di farlo prigioniero; -ma per buona sorte avvisato, appena ebbe il tempo di balzare -in una barca e recarsi a Bellagio. -</p> - -<p> -Gian Giacomo Trivulzi, che da alcuni anni era esule -dalla patria, entrò in Milano come generalissimo dell'armata -francese il giorno 6 di settembre, quattro giorni dopo -che il duca l'aveva abbandonata. Egli si portò solennemente -al Duomo a ringraziare l'Arbitro delle cose, di un -avvenimento gloriosissimo per esso lui. Tre giorni dopo -l'armata francese venne in Milano; e furono collocate le -truppe a San Francesco, a Sant'Ambrogio, all'Incoronata. -La licenza militare de' giovani soldati francesi era somma -in ogni genere; e il Trivulzio pensò di contenerla con -fermo rigore nella disciplina. Il Corio ci racconta che per -un pane violentemente rapito, due soldati guasconi vennero -tosto appiccati a due piante fuori della porta Ticinese; -che un altro francese, per aver rubata una gallina, -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -venne immediatamente appeso; che al Pontevetro sul momento -venne appeso un francese che aveva rubato un -mantello; e che ivi pure, senza riguardo nè indugio, fu -fatto appiccare un cavalier francese, monsieur Valgis, che -aveva poste le mani violentemente sopra di una zitella. -Ciò serviva ad impedire quei disordini che avevan reso -odioso il nome francese nel regno di Napoli quattr'anni -prima; e serviva pure a conciliare la benevolenza de' nazionali -verso del comandante. Ma il posseder Milano, mentre -una fortezza, quale era il castello, era presidiata validamente -dagli sforzeschi, era un pericolo anzi che un -vantaggio. Una vigorosa uscita degli sforzeschi poteva essere -funesta ai Francesi sparsi ne' conventi. Pensò dunque -il Trivulzio di corrompere Bernardino da Corte, castellano, -giacchè la strada di un formale assedio doveva esser -lunga, di evento dubbioso, di molto dispendio e diminuzione -delle forze francesi. Il vilissimo Bernardino da Corte, -senza nemmeno aspettare un apparente assedio cominciato, -pattuì il prezzo del suo tradimento, e si divisero le ricchezze -depositate nel castello fra il Trivulzio, il Corte e -varii altri complici. Il Corio ci racconta che tal novella arrivasse -all'orecchio dell'infelice duca mentre egli cavalcava -fra i Grigioni prima di giungere nel Tirolo; ma siccome -il tradimento si eseguì e manifestò il giorno diecisette -di settembre del 1499, cioè quattordici giorni dopo -che Lodovico era già partito da Como, mi pare più verisimile -la cronaca del Grumello che dice: «Et ritrovandosi -epso Ludovico in la cita di Insprucho in sua camera, assentato -sopra il suo lecto, parlando co' suoi gentilhomini -di riacquistar el stato suo di Milano, hebe nuova del perduto -castello suo di porta Giobia. Leggendo le lettere recepute, -intendendo nuova pessima, stando sopra di sè, non -parlando come fusse muto, alciando gli occhi al cielo, disse -queste poche parole: Da Juda in qua non fu mai il maggior -traditore de Bernardino Curzio; et per quello giorno -non mosse altre parole<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a>». -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -</p> - -<p> -Resasi per tal modo l'armata francese padrona in un -baleno del ducato di Milano, il re Lodovico XII immediatamente -scese dalle Alpi; il 21 settembre fu a Vercelli, -il 23 a Novara, il 26 a Vigevano, che egli eresse in marchesato -e lo conferì al Trivulzio, che assunse il titolo di -marchese di Vigevano, e vi battè moneta. Questo marchesato -gli fu dal re dato in compenso dell'artiglieria del castello -di Milano, che doveva essere per metà del Trivulzio. -Lodovico XII entrò solennemente in Pavia il giorno 2 di -ottobre, e il giorno 6 dello stesso mese fece il suo pomposo -ingresso in Milano per porta Ticinese. Gli ambasciatori -dei Veneziani, Fiorentini, Bolognesi, di Siena, di Pisa -e di Genova conducevano seco loro un séguito di seicento -cavalli, e andarono incontro al re. Il re aveva seco il duca -di Savoia, il marchese di Monferrato, il cardinale di San -Pietro in Vincola. Tutto il clero in abiti pontificali precedeva. -Poi venivano i carriaggi, riccamente coperti, trenta -del duca di Savoia, quarantadue del cardinale anzidetto, -sessantaquattro del re. Moltissimi altri carriaggi, coperti -d'oro e di seta, di altri distinti personaggi. Poi cento -suonatori di trombe con altri musici. Quindi venivano i -paggi, otto di Savoia, quattro del duca di Valentinois, -dodici del re, magnificamente corredati, con arnesi d'argento -anche sotto i piedi de' cavalli. Poi quattrocento -fanti reali, in uniforme giallo e rosso, armati di picche. -Poscia il capitano della guardia a cavallo, alla testa di -mille e venti cavalieri, che avevano tutti uniforme verde -e rosso, e sul petto ricamato l'<i>Istrice</i>, divisa che Lodovico -aveva assunta. Questi mille e venti uomini a cavallo erano -tutti di statura stragrande. Appresso venivano ducento gentiluomini -a cavallo, armati e vestiti superbissimamente. Da -ultimo veniva il re sopra di un bellissimo destriero. Il re -era vestito di bianco, coi contorni di pelliccia, e portava in -capo la berretta ducale di Milano. Egli marciava sotto di -un baldacchino di broccato d'oro e bianco, preceduto dal -generale Gian Giacomo Trivulzio col bastone dorato in -mano. Il baldacchino era portato da otto dottori e fisici di -collegio, vestiti di scarlatto, col bavero di pelli di vaio. -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -Giunto il re al ponte vicino alle colonne di San Lorenzo, -dove era in allora la porta della città, ricevette le chiavi -che gli presentò il contestabile di quella porta. Il contestabile -s'inginocchiò; ed il re, toccandolo sopra le spalle -collo scettro che avea nella destra, lo creò cavaliere. Il -contestabile baciò lo scettro, e continuò il re il suo cammino -processionalmente sino al Duomo. Seguivano il re i -cardinali di Burges, San Pietro in Vincula e di Rohan, e -gli ambasciatori di Napoli, Savoia, Estensi, Mantovani, e -i disopra nominati. Il giorno seguente, cioè al 7 di ottobre, -il re volle assistere ad una solenne messa dello Spirito -Santo in Sant'Ambrogio; indi si pose a conversare co' -nobili milanesi più da gentile signor forestiere, che da -monarca. Lodovico XII allora viveva come farebbe un buon -sovrano ai tempi nostri. Egli fu a godere di balli e pranzi -presso molti de' nostri. Il giorno 15 ottobre fu ad una -magnifica festa di ballo e cena da messer Francesco Bernardino -Visconte in porta Romana. Il giorno 18, messer -Francesco Trivulzio, commendatore di Sant'Antonio, gli -diede un pranzo<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a>. Il giorno 20, a nome della città di -Milano, fugli imbandito un pranzo nella corte vicina al -Duomo. Le pareti della gran sala erano coperte di drappo -celeste, ricamato a gigli d'oro; vi si trovarono convitate -quaranta damigelle<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a>; v'intervennero molti ambasciatori, -illustri personaggi e principi, fra i quali il duca di Valentinois -e il duca di Savoia, i marchesi di Monferrato e -di Saluzzo, il cardinale Orsini. Una festa di ballo terminò -quella giornata. Il re, sempre cortese ed affabile, accettò -di levare al sacro fonte un bambino del conte Lodovico -Borromeo; andò a visitare la contessa Bona Borromeo, partoriente, -al di lei giardino fuori di porta Tosa; volle darle -in dono una collana d'oro del prezzo di cinquecento ducati, -e volle cenare da lei. Lodovico XII alloggiò nel castello, -e si trattenne per tal modo in Milano ventisette -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -giorni, essendone partito il 3 di novembre del 1499<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a>. -</p> - -<p> -Giunto a Vigevano, il re Lodovico, prima di ripassar le -Alpi e rivedere il suo regno, volle piantare un nuovo sistema -politico nel milanese. Quindi, in data del giorno 11 -novembre 1499, in Vigevano, volle pubblicare un editto -perpetuo<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a>. Primieramente stabilisce che nella città di -Milano risieda un governatore suo luogotenente, nobile, -cospicuo e militare, da cui dipenda tutto ciò che concerne -la guerra, e che abbia la plenaria podestà sulle città, borghi -e terre, per la loro conservazione, come se fosse il re. -Secondariamente stabilì che vi fosse un gran cancelliere -forastiero e custode del sigillo, e nel tempo stesso presidente -del senato. In terzo luogo che non vi fossero più -due consigli, uno di Stato, l'altro di giustizia; ma un solo -supremo consiglio col nome di <i>Senato</i>, sotto la presidenza -dell'anzidetto gran cancelliere. Volle che i senatori fossero -di professioni diverse, cioè due prelati, quattro militari, e -il rimanente dottori, de' quali alcuni volle che fossero -forestieri. Queste cariche furono dichiarate perpetue e indipendenti -dal governatore; anzi stabilì il re che il solo -senato dovesse giudicare de' casi ne' quali un senatore -avesse meritato il congedo. Concesse al senato la facoltà -di confermare o infirmare i decreti del re; di accordare -ogni dispensa; e che tutte le grazie, donativi, privilegi o -editti di giustizia e di polizia emanati dal trono, fossero di -nessun valore, se non venivano <i>interinati</i> dal senato. Comandò -che qualunque sentenza del senato si eseguisse, e -che gli atti fossero in nome del re<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a>. Al senato medesimo -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -affidò la scelta de' professori dell'università di Pavia. Finalmente -creò due nuove cariche, un avvocato fiscale e un -procurator fiscale. Nominò poi governatore e suo luogotenente -Gian Giacomo Trivulzio, marchese di Vigevano e -maresciallo di Francia; gran cancelliere il vescovo di Luçon, -Pietro di Saverges; senatori, Antonio Trivulzio, vescovo -di Como, Girolamo Pallavicino, vescovo di Novara; i -militi Pietro Gallarate, Francesco Bernardino Visconte, conte -Giberto Borromeo ed Erasmo Trivulzio; i dottori Claudio -Leistel, consigliere del parlamento di Tolosa, Gian Francesco -Marliano, Michele Riccio, Gian Francesco Corte, Gioffredo -Caroli, consigliere del parlamento del Delfinato, -Giovanni Stefano Castiglione, Girolamo Cusano, Antonio -Caccia. L'avvocato fiscale fu Girolamo Morone, uomo di cui -più volte avrò in seguito a far menzione; ed il procurator -fiscale fu Giovanni Birago. Ciò fatto, il re ripassò le Alpi -conducendo seco il conte Francesco Sforza, figlio dell'estinto -duca, fanciullo di otto anni, il quale dappoi sempre visse -in Francia tranquillamente ed agiatamente come un ricco -gentiluomo, godendo l'abbazia di Marmontiers. La duchessa -Isabella si staccò in tal guisa per sempre dal figlio; ed -ella pure partissene da Milano, e visse a Bari nel regno di -Napoli, seco conducendo le due figlie Bona ed Ippolita; la -prima delle quali poi fu sposata da Sigismondo re di Polonia, -l'anno 1518. Così terminò la discendenza dell'infelice -sesto duca Giovanni Galeazzo Sforza. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -</p> - -<p> -La condotta del re Lodovico XII non poteva essere più -giudiziosa per rendersi affezionati i nuovi sudditi. Egli affidò -la suprema autorità alle mani di un nazionale. Visse -colla maggior affabilità, quasi da privato conversando. Stabilì -un senato colle facoltà da me ricordate. Con tal sistema -la forza militare rimase unicamente in potere del luogotenente, -e così sciolta e pronta senza alcuna formalità alla -difesa dello Stato. La vita e la libertà e le sostanze dei -sudditi rimasero all'ombra di una moderata monarchia, dipendenti -da quel senato, composto di molti senatori, di -stato differente; per modo che non era da temersi che la -violenza entrasse a prendere giammai il nome della giustizia. -La pietà degli ecclesiastici, l'onore dei militari, l'accurata -ponderatezza dei dottori, vicendevolmente doveano -contenere i privati affetti. Il gran cancelliere, senza il sigillo -del quale non valeva alcun decreto, poteva riferire -nel senato, indipendentemente dal governatore, que' tentativi -che per avventura il governatore proponesse a danno -della civile libertà di alcuno, e così eluderli. Il governatore, -non potendo da sè punire i senatori, dovea però vegliare -sopra di essi, e col diretto carteggio alla corte dovea prevenire -l'abuso che mai o il senato o gli individui di esso -facessero della autorità. Per una provincia rimota, alla testa -di cui si voglia porre un suddito, non pare possibile -l'architettare un sistema più ragionevole di questo, e convien -dire che tale ei fosse, se malgrado le variazioni che -vi si fecero guastandolo, pure, anche sotto diverse dominazioni, -si sostenne poi per secoli. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -</p> - -<h2 id="cap20">CAPITOLO XX. - -<span class="smaller"><i>Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e -governo del re di Francia Lodovico XII, fino alla -lega di Cambrai.</i></span></h2> -</div> - -<p> -(1500) Poichè il re Lodovico XII ebbe abbandonato Milano -per ritornarsene nel suo regno, una porzione dell'armata -francese s'incamminò verso della Romagna per togliere -Imola e le altre città promesse al duca di Valentinois, -dalle mani del conte Girolamo della Rovere. Il duca -di Valentinois era figlio di Alessandro VI, il conte Girolamo -era figlio di Sisto IV. È facile l'immaginarsi quai dovessero -essere i costami di quei tempi, se tali esempi diedero -anche i poscia graduati al sommo sacerdozio. Doveva -quindi quel corpo di francesi innoltrarsi ad occupare il regno -di Napoli. Divenne così meno imponente nella Lombardia -la nuova forza conquistatrice. Il governatore maresciallo -Trivulzio stabilì la sua residenza nella corte vicino -al Duomo, avendovi una guardia di trecento tedeschi. Malgrado -la severità della disciplina usata dal Trivulzio, siccome -accennai, non era possibile il prevenire ogni disordine. -Un francese pose violentemente le mani sopra di una -contadina che portava il pane a cuocere al pubblico forno -in Lardirago, terra lontana da Pavia cinque miglia. La contadina -si difese robustamente. Il francese non voleva desistere. -Accorse il di lei padre con un bastone. Il francese lo stese -morto. Varii contadini si scagliarono sull'uccisore, che dovette -soccombere. Un corpo di francesi postato nel contorno sopravenne; -saccheggiò la terra, bruciò le case, impiccò varii. -In Milano pure si cominciarono a vedere delle tumultuarie -adunanze di malcontenti. La plebe in porta Ticinese -si attruppò e gettò a terra i banchi ai quali si riscuotevano -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -le gabelle. Il governatore Trivulzio vi si recò; e -dopo di avere inutilmente procurato che badassero alle di -lui parole, diè mano alla spada, e, secondato da' suoi domestici, -uccise alcuni e molti altri rimasero assai mal conci. -L'affare non terminava così, se messer Francesco Bernardino -Visconte, signore sommamente autorevole, non vi accorreva. -Si abolirono alcune gabelle, venne sedato quel -disordine; ma non perciò rimase quieta la città. Frate Girolamo -Landriano, generale degli Umiliati, messer Leonardo -Visconte, e messer Alessandro Crivello, proposto di San -Pietro all'Olmo, animavano la plebe contro del nuovo governatore -Trivulzio. Lodovico il Moro, accostatosi a Como, -col favore dei cittadini v'era rientrato, ed eransi espulsi i -Francesi. Ivi s'andavano radunando Tedeschi e Svizzeri -allo stipendio sforzesco. Il giorno 27 di gennaio 1500 si -cominciò a conoscere nella città un'inquietudine che minacciava -la sedizione. Il Trivulzio pose dell'artiglieria sulla -torre che allora sosteneva le campane del Duomo, e si premunì -in corte; ma trovandosi ivi mal collocato, e nel centro -di una città mal contenta, pensò di ricoverarsi nel castello. -Il popolo violentemente se gli oppose; giacchè temevasi -che, giuntovi, non adoperasse quell'artiglieria sulla -città. Il Trivulzio parlò al popolo, lagnandosi di non essere -profeta nella sua patria. Mostrò essere pazzia l'ostinarsi a -voler essere piuttosto sudditi di un piccolo principe, ramingo, -bisognoso, e che smunga i popoli colle gabelle, -anzi che ubbidire ad un monarca generoso, potente, ricco.... -Le grida insultanti del popolo non gli permisero -di continuare il discorso, e non senza pericolo; sicchè appena -gli riuscì di ricoverarsi nuovamente in corte. Poco -dopo il popolo pose le barricate alle imboccature delle -strade, e tutte le finestre ebbero provvisioni di sassi ed -altre materie, per offendere i Francesi. Fra le lettere di -Girolamo Morone una ve n'è del 4 marzo 1500, in cui, descrivendo -a Girolamo Varadeo quest'incontro, dice del Trivulzio: -che<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a> <i>in tanto prorupit iracundiam, ut prudentiam -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -omnem abjecisse videretur.... seroque cognovit -humanitatem et mansuetudinem, saeviente populo, magis -quam vim et arrogantiam proficere.</i> Vi fu chi rimproverogli -di aver tre faccie, come ne portava lo stemma<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a>; -fugli rinfacciato di essere egli ribelle al suo sovrano<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a>, -subdolo, traditor della patria, e dovette soffrire tutto ciò -da una moltitudine di seimila persone armate, il che si scorge -nella citata lettera. A tale stato si ridussero gli affari dei -Francesi poco dopo partito il re. -</p> - -<p> -Frattanto Lodovico il Moro (che in Inspruck era stato accolto -umanamente e con sensibilità dall'imperator Massimiliano) -non avea omessa cosa alcuna affine di accelerare -il suo ritorno nella patria. Vero è che nell'avversa fortuna -quel principe non seppe mostrare quel vigor d'animo e -quella serenità di mente, che solo possono farci reggere -fralle sventure e superarle. Egli da Inspruck spedì Ambrogio -Bugiardo per Bari, e Martino Casale per Pesaro, colle -istruzioni a ciascuno di portarsi a Costantinopoli. Questa -commissione In data a due, e per vie separate, acciocchè -uno almeno potesse eseguirla. Voleva che a di lui nome -animassero il Turco a passare nell'Italia ed aiutarlo a ricuperare -Genova, promettendo di unirglisi per far la guerra -ai Veneziani. Parrebbe incredibile questo partito, se il Corio -non ci avesse stampate le istruzioni dalle quali furono -accompagnati que' due ministri<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a>. Ma la protezione dell'imperatore -procurò allo Sforza soccorsi più reali e solleciti; essendosi -per ordine suo radunato un valente corpo di Svizzeri -e di Tedeschi. Questi l'aspettavano ne' confini; e trovandosi, -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -siccome accennai, diminuite le forze dei Francesi, pel corpo -di milizia spedito all'impresa d'Imola sotto il comando dell'Allegre, -riuscì facil cosa al duca di nuovamente presentarsi, -e le inquietudini del popolo ne furono opportuna -occasione. Messer Sanseverino comandava quattromila fanti -svizzeri. All'accostarsi di questi, il Trivulzio abbandonò Milano. -Il giorno 4 di febbraio 1500 il duca Lodovico rientrò -in Milano per porta Nuova, cinque mesi e due giorni dopo -che l'ebbe abbandonata. Tutti i corpi politici gli andarono -incontro. Mentre il duca Lodovico passava verso la Scala, -dove oggidì è il teatro, venne avvisato che i Francesi, padroni -del castello, facevano una sortita; il che alquanto lo -sconcertò. Nulladimeno vi si pose ordine, ed egli proseguì -l'intrapreso cammino al Duomo, d'onde passò ad alloggiare -nella corte, su cui l'artiglieria del castello, sebbene operasse, -non potè far danno, per esserne premuniti i tetti. -Un giorno solo rimase Lodovico in Milano: egli passò a Pavia, -lasciando al governo di Milano il cardinale Ascanio suo -fratello. -</p> - -<p> -Gli sforzeschi saccheggiarono le case del castellano traditore -Bernardino Corte e de' Trivulzi<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a>. Messer Erasmo -Trivulzio si avventurò di presentarsi al duca, chiedendogli -perdono. Il duca, inasprito dalle vicende, lo condannò ad -esser chiuso nel forno di Monza, cioè nel carcere orrendo -fabbricato e sofferto da Galeazzo I<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a>. Ma il cardinale Ascanio, -più saggio, persuase al duca di non usare la vendetta. -Il tempo era quello che più che mai di acquistarsi gli animi -colla benignità e col perdono. -</p> - -<p> -Dee cagionar meraviglia il vedere come senza spargersi -quasi sangue umano, ritornassero gli sforzeschi ad impadronirsi -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -di Milano, e ne scacciassero i Francesi. Vero è, -com'è notato più sopra, che l'armata francese erasi indebolita -per la spedizione dell'Allegre; vero pure è che sedicimila -svizzeri e mille corazzieri tedeschi s'erano uniti -allo stipendio del duca Lodovico; che non mancava il duca -nè d'artiglieria, nè di corrispondenti munizioni: ma pure -potevasi disporre colle truppe francesi un campo e disputare -almeno l'ingresso nel milanese allo Sforza. Ciò non si -fece per le rivalità consuete fra i primi generali e ministri. -Gian Giacomo Trivulzio era, come si è detto, luogotenente -del re e governatore. Ma i primari francesi, mal sofferendolo, -attraversavanlo in ogni cosa. Il conte di Lignì, uomo -di somma autorità nella guerra, disponeva le cose per modo -che appena lasciava al Trivulzio il titolo di governatore. Il -vescovo di Luçon, gran cancelliere e presidente del senato, -bramava non meno dell'altro la rovina del Trivulzio. Si voleva -che gli affari andassero male a segno che il re fosse -costretto di togliere al Trivulzio la dignità. Di ciò scrive -minutamente Girolamo Morone a Girolamo Varadeo, in data -del 31 dicembre 1499<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a>. Questo illustre nostro cittadino -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -Morone in seguito ebbe molta parte negli avvenimenti pubblici -del Milanese e dell'Italia, come vedremo. Fu veramente -uomo grande, di un giudizio esatto, di penetrante -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -ingegno, e tale che in ogni secolo, e presso qualunque nazione -avrebbe potuto primeggiare; il che non si può dire -di molti. Lodovico XII nel nuovo piano politico aveva creato -un avvocato fiscale, il quale per ufficio avesse cura e tutela -delle ragioni del principe, sì per gl'interessi camerali, che -per la giurisdizione rispetto a' feudi, alla corte di Roma e -ad ogni altra competenza. Questo avvocato del principe -aveva la facoltà d'intervenire a qualunque adunanza in cui -potesse avere interesse la giurisdizione sovrana; nè potevasi -dai tribunali determinare, se prima su tai punti non -avesse esposte le sue ragioni l'avvocato del re. A questa carica -volle Lodovico XII promovere un nobile milanese che -ne avesse il talento; e scelse il giovane Girolamo Morone, -mosso dalla buona fama che correva di lui, senza ch'ei lo -sognasse nemmeno. Tant'egli era alieno dal pensarlo, che -vennegli l'annunzio per parte del re, mentre egli, ritirato -in una villa, stavasene lontano dalla tumultuosa rivoluzione -che cagionava nella città la venuta de' Francesi. Morone -nelle sue lettere descrive il fatto. Egli eseguì assai bene il -proprio ufficio finchè dominarono i Francesi. Partiti questi, -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -egli rimase in Milano senza inquietudine, perchè senza -colpa. Il duca Lodovico lo chiamò, e lo accolse con somma -cortesia. Gli propose di volerlo spedire a Roma ed a Napoli -per ricercare soccorsi contro de' Francesi; e lo avvisò -di prepararsi ad eseguire questa commissione. Il Morone -ringraziò il duca dell'onore che voleva fargli; ma considerandosi -ancora assai giovine ed imperito per affari di Stato, -supplicò per essere dispensato da una commissione che difficilmente -sarebbe riuscita con buon servigio del duca e con -onore di lei. Il duca Lodovico graziosamente replicò che il -senno del Moroni era virile se l'età era fresca, e che sperava -sarebbe ottimamente riuscito. Il Moroni soggiunse al duca che -nè il papa, nè il re di Napoli si sarebbero fidati di lui attesochè -dai Francesi era stato beneficato, e che questo solo bastava a -renderlo un negoziatore infelice. Nemmeno a ciò s'arrese il -duca, replicando che la confidenza ch'egli mostrava di avere -in esso lui, avrebbe convinti e il papa e il re per modo che -avrebbero liberamente trattato seco. Vedendo il Morone deluso -ogni sotterfugio, con sommessione dichiarò ch'egli -avrebbe data la vita pel servigio del suo natural principe; -ma che egli sentiva una ripugnanza invincibile a far cosa -alcuna in danno de' Francesi, dai quali era stato favorito. -Lodovico lodò la virtù del Morone, lo congedò, ma si conobbe -che non ne rimase contento:<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a> <i>Profecto rationis -efficacia victus, manum dedit; attamen, dum ne dimisit, -eum mihi subiratum dignovi, quoniam, ut scis, -principes quod volunt, nimium velle solent, et ut plurimum -quod juvat magis, quam quod decet, cogitant</i><a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a>. -Le lettere del nostro Moroni si trovano nella biblioteca del -fu conte di Firmian, e meriterebbero di veder la luce, poichè -sono l'opera di un uomo di Stato che ebbe fralle mani -i principali affari d'Italia de' tempi suoi; e conseguentemente -servono di molto aiuto per la storia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -</p> - -<p> -Lodovico il Moro stette per due settimane a Pavia per -ivi radunare le sue soldatesche, le quali s'andavano ogni -dì aumentando, mercè gli Svizzeri e Tedeschi che scendevano -dalle Alpi e si ponevano allo stipendio di lui. Milano -frattanto era inquietata dalle scorrerie che tentavano i Francesi -acquartierati nel castello, malgrado la custodia del cardinale -Ascanio; volavano di tempo in tempo le palle sulla -città: avvenimento che cinquant'anni prima avea preveduto -il buon Giorgio Piatto. Il duca, avendo più di sedicimila -svizzeri, mille corazzieri tedeschi e molta cavalleria italiana, -forz'era che tentasse qualche azione. Egli mancava di denaro, -nè potea lungamente mantenere al suo stipendio -quest'armata. I Francesi dell'Allegre da Imola ritornarono -per unirsi ai compagni. Dalla Francia era spedito nuovo -rinforzo sotto il comando del duca della Tremouille; non -v'era speranza pel Moro, se non nella rapidità di approfittare -dell'occasione favorevole. Dispose adunque d'impadronirsi -di Vigevano, e da Pavia partitosi ai 20 di febbraio 1500, -il giorno 25 se ne rese padrone. Per animare i suoi egli -aveva loro promesso il saccheggio di quella città, e gli Svizzeri -avevano raddoppiati con tal mercede i loro sforzi. Ma -il duca amava quel luogo, e non ebbe cuore di vedere eseguita -la rovina di que' cittadini. Fece distribuire a ciascun -soldato un ducato d'oro, di che rimasero tutti assai malcontenti. -Poi Lodovico Sforza co' suoi si inoltrò verso Mortara, -otto miglia distante da Vigevano, e collocò le tende -in faccia del Trivulzio. I Francesi erano alquanto sbigottiti -dai prosperi eventi dello Sforza; gli sforzeschi per questi -medesimi erano animosi. Francesco Sanseverino, uomo che -avea un nome nella milizia, animava il duca a cogliere l'occasione -e venire tosto a giornata, prima che un nuovo corpo -di Svizzeri e il duca de la Tremouille rendessero formidabile -il nemico; ma il duca, sempre incerto e mancante di -energia, rispondeva esser meglio il vincere temporeggiando, -che tentare l'incerta fortuna di una battaglia; la qual massima -non poteva essere più fuori di luogo che in bocca di -un principe gli Stati di cui sieno occupati da un nemico potente, -e che non avea per liberarsene altro mezzo che una -<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span> -momentanea armata, senza un erario con cui tenerla quanto -occorresse allo stipendio; giacchè il cardinale Ascanio, per -raccogliere danaro, era ridotto a far coniare moneta cogli -argenti delle chiese di Chiaravalle, del Duomo, di Sant'Eustorgio, -di San Francesco e di San Marco. Ma il duca Lodovico -non aveva ereditati i talenti militari del duca Francesco -suo padre. Egli era un principe colto bensì, ma non -un eroe; principe di vaste idee anzi che di grandi e solide, -snervato dall'avversa fortuna, privato della duchessa, abbandonato -a consigli vacillanti. Avrebbe dovuto cimentarsi -coll'armata francese; ma invece levò le tende e trasportò -il suo campo sotto Novara, che era in poter de' Francesi -sotto il comando del conte di Musocco, figlio del maresciallo -Trivulzio. Il duca promise il sacco di Novara; il che era in -que' tempi un diritto militare, allorchè per assalto e senza -capitolazione veniva presa una città. Alcuni cittadini novaresi -segretamente intrapresero a concertare col Moro per -introdurlo nella città. Novara era assai ben munita, nè facil -cosa era l'impadronirsene. La prima condizione che i cittadini -vollero, fu quella di aver salve le cose loro. Il duca, -contentissimo per sì inaspettato mezzo, che spianava ogni -ostacolo, a tal condizione aderì, e così entrarono gli sforzeschi -in Novara, sicchè a stento potè appena per la porta -opposta correre a salvamento quel presidio. Ciò accadde il -giorno 20 di marzo 1500. I soldati si posero a saccheggiare -a norma della parola datane loro dal duca; ma egli nuovamente -lo proibì; il che sempre più alienò da lui l'animo -di quell'armata, composta di soldati che non aveano legame -veruno col duca; gente collettizia, radunata allora allora -per la speranza di far bottino, e che vedevasi delusa -e quasi schernita dal duca, malgrado la sua parola, e malgrado -anche i loro diritti militari. -</p> - -<p> -Mentre Lodovico Sforza stavasene co' suoi entro Novara, il -di cui castello tuttavia era in mano dei Francesi, il ministro -del re di Francia alla dieta del corpo elvetico, Antonio Brissey, -maneggiava il colpo decisivo, per cui il suo re, senza -contrasto, rimanesse duca di Milano. Gli scrittori sinora -hanno rappresentata la prigionia del Moro come un tradimento -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -degli Svizzeri; ed hanno offeso con ciò, non solamente -il carattere de' fedeli ed onorati Elvezii, ma la verità -e il buon senso, che non permetterebbe mai di credere -che sedicimila uomini si unissero per tradire chi li paga<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a>. -Le lettere del Morone ci svelano come seguisse il fatto<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a>. -Poichè fu Lodovico in Novara, i Francesi s'accrebbero; e -molta gente venne dalla Svizzera sotto le loro bandiere. -S'avvide allora il duca del male che avea fatto non ascoltando -i consigli del Sanseverino; e, come dice il Morone<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>: -<i>Se ipsum arguere, propriamque vecordiam accusare non -cessabat, nec quid consilii caperet satis intelligebat.</i> -Galeazzo Visconti era il ministro del duca alla dieta elvetica, -ed ivi non cessava di animare quella sovranità a cogliere -l'onorevole occasione di far la pace alla Lombardia. -Solo che la dieta lo volesse, doveano cessare al momento -le ostilità; giacchè le forze principali dei due eserciti consistevano -negli Svizzeri, che avevano bensì la libertà di -vendere i loro militari servigi alla potenza che più era in -grado a ciascuno; ma conservavano sempre il carattere di -sudditi della dieta, alla quale non avrebbero potuto mancare, -se non sacrificando l'onore, la patria, i parenti e i -loro poderi. Bastava un ordine supremo agli Svizzeri dei -due eserciti, per cui si vietasse loro di combattere, che la -sospensione d'armi era al momento fatta. Bastava spedire -abili negoziatori che, a nome della sovranità elvetica frapponendosi, -conciliassero la pace; e per necessità doveano -l'una e l'altra parte piegarsi e ricevere in certo modo la -legge. Il progetto era nobile, umano e grande. Fu aggradito. -Si spedirono gli ordini sovrani per due corrieri alle due -armate. Si trascelsero dodici deputati, i quali venissero a -dar la pace. Assicurato di ciò il duca, si collocò in Novara. -Ma il destrissimo Antonio Brissey corruppe il corriere che -portava il decreto all'armata francese, per modo ch'ei si -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -appiattò in un villaggio per più giorni, mentre l'altro corriere -spedito al Moro diligentemente accelerava il suo cammino. -Così doveva accadere che gli Svizzeri sforzeschi ricevessero -il comando di non combattere, ed i Francesi non -lo ricevessero. Di ciò venne sollecitamente avvisato il Trivulzio. -Qualche notizia ne ebbe anche il Moro, leggendosi -nella cronaca del Grumello: «Essendo una sera Ludovico -Sforcia in camera sua, <i>in Novara, poco prima di essere -preso</i>, giocando a scacho con Fracasso Sanseverino; et essendo -in epsa camera Almodoro, suo favorito astrologo, et -Jo. Stephano Grimello co' suoi fratelli, giunse una spia a -lui, quale li parlò in le orechie uno poco di tempo, che -niuno intendere poteva. Giochando epso Ludovico Sforcia -alzando gli occhi a lo Almodoro astrologo, disse queste parole: — Almodoro, -Johane Jacobo Trivulcio ha dicto che, -avanti passino giorni quindici, sero prigione del gallico -re; che dicesi da voi? Dette risposta Almodoro che il Trivulcio -non diceva vero, perchè non si ritrovava alcuno pianeto -per il qual si potesse coniecturar tal cosa che sua Signoria -havesse ad esser prigione, anzi victoriosissimo». -Giunse agli Svizzeri sforzeschi il divieto sovrano che proibiva -loro il battersi. L'armata francese, il giorno 4 di aprile, -si pose in marcia e si collocò un miglio distante da Novara, -in modo da impedire al duca ogni soccorso di viveri. I -francesi gli presentarono la battaglia; e il duca non sapeva -comprendere come ciò fosse, poichè, dal decreto recato -agli Svizzeri suoi, vedevasi che un consimile ordine contemporaneamente -si spediva agli Svizzeri nemici. Tentò varie -strade per far notificare agli Svizzeri della Francia l'ordine -dei loro sovrani, ma la vigilanza de' Francesi lo impedì. -Non aveva provvisione di viveri in Novara; e forza era -sloggiare i Francesi, per non perirvi di fame. Invano il duca -chiese agli Svizzeri il loro aiuto, che no 'l potevano prestare -senza fellonia. Essi soltanto si offersero a schierarsi bensì -in ordine di battaglia, acciocchè egli co' Tedeschi e cogli -Italiani che aveva staccato, si potesse, volendolo, aprirsi -vigorosamente una strada e ricoverarsi in Milano, dove il -cardinale Ascanio teneva cinto il castello con dodici mila -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -uomini, ed erano vicini nuovi soccorsi dell'imperatore. I -Tedeschi e gl'Italiani, che il Moro seco aveva in Novara, -erano ottomila uomini, picciolo corpo bensì a fronte della -armata francese, ma bastante per una impetuosa incursione -che lo ponesse in salvamento. Così venne stabilito. Ma usciti -appena gli Svizzeri da Novara e trovatisi a fronte dei nemici, -nemmeno sostennero quell'apparenza; ed improvvisamente -piegando le loro bandiere e riponendole nel sacco, -abbandonarono il posto; il che pose il tal disordine gli -ottomila Tedeschi e Italiani, che, sorpresi, volsero le spalle, -e, disordinatamente fuggendo, si ricovrarono di bel -nuovo entro le mura di Novara, dove fu costretto di ricoverarsi -frettolosamente il duca. Mancavano i viveri pel -giorno seguente. La notte si trattò fra il Ligny e il duca, -e si concertò una capitolazione. Il giorno vegnente, cioè -il memorando giorno 10 aprile 1500, il Trivulzio la disdisse -e dichiarò nulla, pretendendo che mancasse nel generale -francese la facoltà di concertarla. Un onorato capitano -albanese, che trovavasi nell'armata del duca, lo consigliò -di montare sul di lui cavallo barbero, di prodigiosa -fortezza e velocità, sul quale sicuramente si sarebbe portato -a Milano; ma il duca, timido, avvilito, non seppe risolversi. -Si rivolse invece a pregar gli Svizzeri che lo vestissero -come uno de' loro fantaccini, acciocchè sconosciuto, -potesse evitare la prigionia. Capitolarono gli Svizzeri sforzeschi -co' nemici, ed ottennero di liberamente tornarsene -al loro paese. Mentre uscivano da Novara gli Svizzeri, e -con essi il duca travestito, un araldo a nome del duca uscì -da Novara, e si portò dal generale Ligny per confermare -la capitolazione. Sperava il Moro con tale astuzia di occupare -frattanto i generali francesi e distorgli dal sospettare -la fuga di lui. Lodovico, attorniato da sedicimila Svizzeri, era -già fuori della città, e consolavasi credendosi in salvo, -senza avere con veruna capitolazione abdicate le sue ragioni. -Il cardinale di Rohan comandò all'armata francese di -porsi in ordine di battaglia, acciocchè gli Svizzeri dovessero -sfilare due a due attraverso. V'è chi crede che lo stesso -comandante svizzero sforzesco avesse tradito il duca, avvisandone -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -il cardinale. La faccia dei sovrani è nota, e corre -sulle loro monete. Il Moro venne scoperto, tanto più facilmente, -quanto che egli per la statura eccedeva la comune, -e pel fosco colore del volto ebbe per sopranome <i>il Moro</i>. -Nella lettera il Moroni dice:<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a> <i>Infelix Ludovicus, qui -non oris, non majestatis quam in vultu semper habuit, -non proceritatis habitum mutare potuerat, licet vestes -commutasset, agnitus apprehensusque fuit</i>. Quel drappello -di cavalleria sforzesca che trovavasi in Novara, còlto -il momento in cui i Francesi ebbero preso il duca<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a>, <i>facta -statim eruptione</i>, si salvò attraversando l'armata francese; -il che mostra qual fosse il partito che avrebbe dovuto prendere -il duca. -</p> - -<p> -Appena fu il duca nelle mani de' Francesi, che, in quel -medesimo umiliante arnese da fanticcino svizzero, fu condotto -alla presenza del comandante Gian Giacomo Trivulzio. -Pareva che la presenza di quel principe, già suo sovrano, -ora suo prigioniero, dovesse eccitare nell'animo del -Trivulzio, non già la collera, ma la compassione. La perduta -sovranità, e l'abbiezione presente, la prigionia dovevano -eccitar in un cuor generoso la brama di alleggerire i -mali del suo avverso destino, non di aggravarli. Convien -dire che non fosse mosso da questi principii l'animo del -maresciallo Trivulzio, poichè duramente allora gli rinfacciò -il bando che gli aveva dato. Passò il duca in custodia del -duca de la Tremouille, il quale, rispettando la sventura -di lui, lo provvide di abiti e di quanto conveniva alla di -lui condizione<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a>. Il giorno 17 aprile, che fu un venerdì -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -Santo, partì da Novara per la Francia, abbandonando per -sempre l'Italia. Il duca de la Tremouille con trecento cavalli -lo scortava. Passando per Asti, lo sventurato Lodovico -dovette ascoltare mille ingiurie dal popolaccio affollato, -che gli avrebbe fatto insulti anche maggiori, se la nobile -generosità francese non l'avesse impedito. Arrossiva il disgraziato -principe, cadevangli amare ed inutili lagrime, -scoppiavagli il cuore, onde a Susa cadde in tal languore, -che convenne sospendere per qualche giorno il cammino, -che poi ripigliossi. Onde, passate le Alpi e condotto in -Francia, fu dapprima collocato nella torre dei Gigli di San -Giorgio nel Berry. Ivi potè corrompere poi i custodi, e, -nascosto sotto il fieno d'un carro, usci dalla ròcca: ma, -al suo solito, mancando pure di ardimento in quella occasione, -si smarrì ne' boschi vicini, e fu nuovamente raggiunto. -Quindi in più stretta custodia collocato nel castello di Loches, -finì i suoi giorni nel 1508, ai 27 di maggio, nell'anno -cinquantesimosettimo di sua vita. Principe a cui furono -rimproverate le morti del duca Giovanni Galeazzo, e dell'onorato -e venerato Cicho Simonetta; ma che nel rimanente -fu un sovrano sincero, generoso, liberale, amico del merito, -conoscitore dei talenti, promotore della coltura in ogni genere, -tenero marito, padre affettuoso, principe capace di -amicizia e di benevolenza, e tale insomma che probabilmente -venne spinto dal predominio altrui a macchiarsi -contro sua voglia. Come politico poi, o come militare, convien -confessare ch'ei mancava intieramente di talento, e -che non mostrò nemmeno di aver condotta alcuna. Fluttuante, -incerto, pare che i soli casi momentanei determinassero -le sue azioni, senza aver un costante principio; il -che rese gli ultimi fatti suoi meschini agli occhi di ognuno. -Così terminò lo splendore della casa Sforza, che durò cinquant'anni -e non più; giacchè, come vedremo, assai breve -e povera comparsa fecero dappoi i due figli di Lodovico, -Massimiliano e Francesco, ch'ei lasciò ricoverati nella Germania -presso dell'imperatore. Il cardinale Ascanio fu preso -e condotto parimenti nella Francia. Gli stipendiati sforzeschi -che rimanevano in Milano, si sbandarono. Sulla prigionia -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -del duca Lodovico si coniò la medaglia in cui, al rovescio -della testa del maresciallo Trivulzio, leggesi<a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>: <i>Expugnata -Alexandria, delecto exercitu, Ludovicum Sfortiam -ducem expellit, reversam apud Novariam sternit, -capit</i><a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a>. Il maresciallo Trivulzio aveva, siccome vedemmo, -molti nemici. Il tumulto accaduto in Milano sotto il governo -di lui doveva condurre il re Lodovico XII a confidare in altra -mano la suprema dignità, siccome fece, dichiarando -suo luogotenente e governatore il cardinale di Rohan, che si -chiamava il cardinale d'Amboise. Nemmeno per tre mesi il -Trivulzio durò governatore. Per pochi mesi pure tenne -questa carica il cardinale, a cui fu successore, nell'anno -medesimo 1500, il signore du Benin. Entrò in Milano il -Trivulzio il giorno 15 aprile, e andossene ad alloggiare in -sua casa<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a>, non più in corte. Il cardinale, il giorno 17 di -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -aprile, entrò come governatore. È facile l'immaginarci -quale fosse l'inquietudine dei Milanesi in tale rivoluzione, -disperando di più rivedere il loro natural principe, e temendo -la vendetta de' Francesi, offesi nell'ultima rivoluzione. -In fatti, il cardinale pretendeva dalla città ottocentomila -scudi, ossia dodici mila marche d'oro, in rifacimento -delle spese fattesi per ricuperare lo Stato. La pena fu poi -ridotta a soli trecentomila scudi, e nemmeno di quest'ultima -somma se ne portò tutto il carico, poichè, trattine centosettantamila -scudi effettivamente pagati, mercè di un regalo -di gioie del valore di ottomila scudi d'oro fatto alla regina -Anna di Bretagna, moglie del re Lodovico XII, ella impetrò -dal sovrano suo sposo il dono del rimanente. -</p> - -<p> -Dalla presa del duca Lodovico sino al 1507, poco o nulla -accadde nel milanese che meriti luogo nella storia, fuori -che gli Svizzeri si resero padroni di Bellinzona, ed il re -di Francia accondiscese a lasciarne loro il dominio. Negli -anni 1502 e 1503 la pestilenza venne a Milano da Roma e -fece strage. Quest'era la undicesima volta, dal nono secolo -in poi, in cui Milano fu esposta a tal miseria; avendo io -osservate memorie di pestilenza negli anni 883, 964, 1005, -1244, 1259, 1361, 1373, 1400, 1406 e 1485. Nel secolo XVI, -del quale ora scrivo, più volte vi penetrò, come vedremo. -(1507) L'anno 1507, il giorno 24 di maggio, Lodovico XII, -per la seconda volta, venne in Milano. Egli si era impadronito -di Genova, e fece il solenne ingresso, andandogli incontro, -oltre il clero e i corpi pubblici, ducento giovani -vestiti di drappo di seta celeste, ricamato in gigli d'oro. -Il re entrò per porta Ticinese sotto diversi archi trionfali, -essendo le vie tutte coperte di tela, magnificamente parate. -Così erano le vie sino al castello, dove terminò l'entrata. -Erano in seguito de' carri dorati, a foggia de' trionfi dei -Romani antichi. Il re stava sotto a baldacchino di drappo -d'oro, con corteggio immenso di principi, marchesi, conti, -sei cardinali, e quattro altri ne vennero il giorno seguente, -in tutto dieci cardinali. Il re visse in Milano coll'affabilità -istessa dell'altra volta; andava ai pranzi, e fu da Galeazzo -Visconti, da messer Antonio Maria Pallavicino; e sopra -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -ogni altro si ricorda il festino veramente magnifico che -diede Gian Giacomo Trivulzio al re ed alla corte, in cui -sedettero più di ducento gentiluomini, cinque cardinali e -centoventi damigelle milanesi. Inoltre vi furono tavole imbandite -per quattrocento arcieri reali, ed altrettanti domestici -e cortigiani; onde più di mille convitati sedettero alle -mense del Trivulzio: e ciò, essendo la stagione favorevole, -seguì il 27 di maggio, sotto sale posticcie, piantate lungo -il corso di porta Romana. Indi vi si ballò e s'ebbe il divertimento -delle maschere. Al re singolarmente piacque -una bellissima giovine, Caterina di San Celso, che cantava, -suonava e ballava sorprendentemente, ed aveva somma -grazia, ingegno e vanità di conquiste. -</p> - -<p> -Fra i varii spettacoli che in quella occasione si videro, -uno ve n'ebbe il quale minacciò di cagionare degli inconvenienti. -Il giorno 14 giugno 1507 fu destinato ad una rappresentazione -militare. Il giorno precedente cadeva la solennità -del Corpus Domini, ed il re, con sette cardinali, -col duca di Savoia, e i marchesi di Monferrato e Mantova, -e una schiera di ministri esteri, aveva decorata la solita processione. -La comparsa militare consisteva nel mostrare l'attacco -di una fortezza. Erasi accomodato a foggia di una -ròcca, a quest'oggetto, il palazzo dove soleva dimorare il -governatore, ch'era Carlo, gran maestro d'Amboise, succeduto -al cardinale di Rohan<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a>. A difendere il forte, stavano -esso governatore, il marchese di Mantova e il maresciallo -Trivulzio, con cento uomini d'armi. L'attacco si faceva con -forti bastoni, e tanto fu l'ardore, che alcuni vi rimasero -morti, molti feriti; e la cosa era talmente impegnata, non -volendo alcuna delle due parti cedere, che, per evitare una -funesta scena, dovette il re in persona porsi di mezzo. Un -mese e mezzo dimorò il re Lodovico questa seconda volta -in Milano, d'onde partissene il giorno 11 luglio alla volta -di Savona, per abboccarsi al re di Spagna, e concertar il -matrimonio della sorella del duca di Nemours con quel -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -re. I Veneziani, vedendo che il re Lodovico XII si era con -facilità impadronito di Genova, cominciarono a temere questo -potentissimo vicino, che aveano incautamente invitato -ed assistito. Mossero delle pratiche per animare l'imperator -Massimiliano, il quale avea alla sua corte i due esuli -principi Massimiliano e Francesco, figli del duca prigioniero. -Non poteva il capo dell'Impero considerare mai come legittima -invasione fatta dal re di Francia nel milanese. Il -feudo non passava nelle femmine, e quindi era viziato il -titolo su cui fondavasi il re. Veramente ancora più viziato -era quello che poteva mostrare Francesco Sforza; poichè -la Bianca Maria, nella sua origine, aveva una macchia, della -quale era immune la Valentina. Ma appunto per questo, -quell'augusto avea, con nuova investitura, costituito Lodovico -secondogenito, acciocchè l'investitura mostrasse l'arbitrio -cesareo nella scelta. Oltre poi l'augusta maestà dell'Impero, -nel cuore di Massimiliano parlavano i moti del -sangue in favore dei due giovani principi oppressi. (1508) -Lusingato adunque Massimiliano del favore de' Veneziani, -si presentò ai difficili passi dell'Adige per discendere dal -Tirolo nella Lombardia; e, col pretesto di passar poi a -Roma per farsi incoronare, scacciar prima i Francesi dal -ducato di Milano. Ma trovò opposizione tale de' Veneziani, -che dovette tornarsene. Egli mosse le armi contro i Veneti, -ed essi occuparono le terre imperiali di Gorizia e Trieste. -Questi furono gli ultimi motivi che determinarono la famosa -lega di Cambrai l'anno 1509; lega in cui il papa, -l'imperatore, il re di Francia, il re di Spagna e varii altri -minori principi Gonzaghi, Estensi, ec., si unirono a danno -della prepotente repubblica veneta lega, per cui Venezia fu -nel punto di perire, e per cui ricevette un colpo siffatto, -che più non le fu possibile riascendere alla primiera grandezza. -Era meglio per Venezia l'avere per confinante un -principe di forze moderate, come lo Sforza, ovvero un re -di Francia? Sulla casa Sforza essa acquistò Brescia, Bergamo -e Cremona. Il tempo cambia i principi, e le repubbliche -immortali seguitano sempre la stessa politica. Un -successore debole sul trono di Milano accresceva nuove -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -spoglie ai Veneti; Cremona, la Gera d'Adda terminarono -in mano de' Veneti.... Quantunque, era forse un bene -per Venezia l'accrescere tanto lo Stato suo? E se, invece -di farsi delle città suddite, ella ne avesse fatte altrettante -alleate e partecipi della veneta libertà, dando la cittadinanza -veneta ai vinti, come i Romani.... forse rinasceva Roma -nel seno dell'Adriatico. Mi si perdoni questa digressione. -Facil cosa è giudicare dagli effetti, siccome fa lo storico; -ma gli uomini di Stato, costretti ad antivedere, sono dalle -apparenze sedotti facilmente. L'oggetto di questa unione si -era che il papa togliesse alla repubblica le città marittime -della Romagna; l'imperatore acquistasse Verona, Vicenza -e Padova; il re di Francia riunisse al milanese Crema, Bergamo -e Brescia. Gli altri principi tutti avevano concertata -la porzione che lor dovea appartenere dello spoglio del -Veneziani. -</p> - -<p> -I Veneziani radunarono un esercito di sessantamila uomini; -e ne confidarono il comando al conte Bartolomeo -d'Alviano. Si presentarono i Veneti all'Adda. Di contro comparve -il governatore di Milano, gran maestro Carlo d'Amboise, -con una men forte armata. I Veneziani posero il -fuoco a Treviglio; il loro comandante voleva prendere Lodi -e Milano, od almeno tentarlo prima che giugnesse il re di -Francia, il quale con nuovi armati passava le Alpi; ma i -provveditori veneti no 'l permisero. (1509) Comparve Lodovico -XII in Milano il giorno 1.º di maggio del 1509, e fu -questa la terza volta. Vi dimorò otto giorni; indi co' suoi s'incamminò -alla volta di Cassano. Egli avea al suo seguito -da cento de' primi gentiluomini milanesi, che seco conducevano -più di mille cavalli corredati con maravigliosa magnificenza; -e questi combattevano a proprie spese senza -stipendio; su di che il Prato: «al vedere quelle cavalcanti -compagnie sì di francesi come di milanesi, con i saioni quasi -tutti di broccato d'oro sopra le fulgenti armi, avendo il re, -vestito di bianco, nel mezzo, era veramente uno obstupescere -l'occhio del risguardante». Giunse il re a Cassano; -si pose di fronte ai marcheseschi. I Veneziani erano vantaggiosamente -accampati alla sinistra riva dell'Adda, e -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -scorreva avanti al lor campo. Voleva il re arditamente -passare il fiume ed attaccarli, ma Giovan Giacomo Trivulzio -lo sconsigliò da questo temerario partito a fronte -di una numerosa armata, provveduta di molta artiglieria. -Il re fece dei ponti, e su di essi passarono i Francesi; ciò -accadde il 10 maggio 1509. V'erano il Trivulzio, La Palisse, -il duca di Courbon. Il conte Bartolomeo d'Alviano voleva -attaccare i Francesi al momento in cui stavano passando il -fiume; e si lagnò de' provveditori veneti, che gli strappavano -dalle mani la vittoria e lo esponevano poi alla rovina. -Non permisero i provveditori che scendesse dal suo campo -trincerato. Il re pose il suo accampamento sul fiume alle -spalle e fece rompere i ponti, acciocchè i soldati sapessero -che non rimaneva scampo alcuno colla fuga. I Veneziani -si ritirarono verso Caravaggio. Il 14 maggio 1509 si posero -in marcia i Francesi. I Veneziani avevano circa ventimila -fanti e mille uomini d'armi. Fra i primi nell'attaccare furono -i nostri milanesi. Il fatto seguì fra Agnadello e Mirabello. -Rimasero sul campo sedicimila persone. Alcuni -dissero persino ventimila. L'Alviano fu ferito. Ventitre -pezzi di grossa artiglieria vennero in potere de' Francesi. -Molti veneziani rimasero prigionieri. Il poco che rimase -dell'armata marchesesca fuggì verso Brescia. Dopo questa -insigne sconfitta d'Agnadello, del 14 maggio, i Francesi presero -Caravaggio il 16; il giorno 18 maggio Bergamo si sottomise -al re; e il giorno 23 maggio Brescia pure conobbe -il re di Francia per suo signore. Crema nel mese istesso -si sottomise. Tale fu l'impressione che fece la vittoria di -Agnadello, che Verona, Vicenza e Padova portarono al re -le chiavi, e il re le fece consegnare agli ambasciatori del -re de' Romani, come città a lui appartenenti. -</p> - -<p> -Dopo un così rapido corso di vittorie il re Lodovico XII, -il giorno 1.º di luglio, entrò in Milano con una sorta di -trionfo. Girò da San Dionigi dietro la fossa per entrare solennemente -da porta Romana, che allora era al ponte; e -da porta Romana al castello erano le case coperte <i>di panni -di razza, con li padiglioni sopra</i>; come dice il Prato, -che descrive la pompa essere stata tale, che ardiva paragonarla -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -ai trionfi de' Romani antichi. Vi erano quattro archi -trionfali, e l'ultimo sulla piazza del castello, «il quale, -fra gli altri belli, era bellissimo, d'altezza di più di cinquanta -braccia, disopra avendo di rilievo la imagine del re, -sopra un cavallo tutto messo a oro, di maravigliosa grandezza, -con due giganti a canto, e tutte le commesse battaglie -intagliate e dipinte, che era una bellezza a vedere, e -più superba cosa saria stato, se la súbita venuta del re non -avesse il mezzo dell'opera intercisa»; così il Prato. Il re -era preceduto da carri dorati, e rappresentavano le città -sottomesse, alla foggia de' trionfi romani. S'era preparato -un magnifico carro trionfale, tutto dorato e condotto da -quattro cavalli bianchi, coperti superbamente di ricamo, e -scortato da ventiquattro pomposi custodi; ma il re non volle -ascendervi e rimase a cavallo, corteggiato da gran numero -di principi, conti e marchesi, ducento gentiluomini francesi, -e molti gentiluomini milanesi <i>sì superbamente vestiti -che il domestico abito era semplice broccato</i>; così il -Prato. Il re poco dopo tornò in Francia<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a>. -</p> - -<p> -Mentre i Francesi riunivano al ducato di Milano, Brescia, -Bergamo e Como, l'imperatore possedeva Verona, Vicenza -e Padova; e il papa s'era reso padrone di Ravenna, Cervia, -Imola, Faenza, Forlì, Rimini e Cesena. Ma, come accadde -sempre alle forze collegate, che i separati interessi de' soci -le scompongono ben tosto, così riuscì ai Veneziani di riprendere -Padova. Poco dopo, segretamente il papa fece la -pace co' Veneziani, ed ottenne la signoria delle città che -aveva conquistate nella Romagna, con di più il patto che -la repubblica non mai occupasse Ferrara. Così mancando -il papa di fede alla Lega, questa cessò, e ciascuno si rivolse -a provvedere a' casi suoi. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -</p> - -<h2 id="cap21">CAPITOLO XXI. - -<span class="smaller"><i>Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è -riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Dopo la vittoria di Agnadello, il re di Francia Lodovico XII -aveva ottenuta dall'imperatore Massimiliano l'investitura -del ducato di Milano collo sborso di centocinquantacinquemila -scudi d'oro<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a>. Così quell'augusto parve che sagrificasse -i due suoi cugini germani, Massimiliano e Francesco -Sforza, spogliandoli di quel diritto ch'ei medesimo aveva -dato ad essi nell'investitura di Lodovico il Moro, loro padre. -Ma se le circostanze momentanee consigliarono un tal -partito, in forza della lega di Cambray, considerata per un -mostro politico; cambiate queste, ben tosto gl'interessi di -ciascun potentato ripigliarono il loro vigore; e nello Sforza -preferì cesare un principe stretto parente e protetto da lui, -ad un rivale formidabile, quale era il re di Francia. (1510) -Il papa Giulio II, staccatosi dalla lega, unitosi co' Veneziani, -teneva segrete pratiche cogli Svizzeri, a fine di scacciare dal -Milanese i Francesi, o d'inquietarli per lo meno. Quella nazione -bellicosa e confinante, cinta da montagne altissime, -poteva con improvvise incursioni sorprendere, e, rispinta, -ancora ricoverarsi fralle rupi native fuori da ogni pericolo -di offesa. Dopo di avere gli Svizzeri occupata Bellinzona -nella rivoluzione in cui Lodovico il Moro fu preso, resi padroni -di quella rôcca, in addietro posseduta dai duchi di -Milano, non solamente si videro arbitri di invadere la sottoposta -pianura del Milanese, ma formarono disegno di occuparne -una porzione. Il papa, che aveva già l'animo rivolto -a Parma e Piacenza, città state sempre unite al ducato -di Milano, a fine di staccarle ed appropriarsele come -città comprese anticamente nell'esarcato di Ravenna, e nella -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -donazione che la contessa Matilde aveva fatta alla Santa -Sede, adescò gli Svizzeri a staccare altresì dal ducato medesimo -Lugano, Locarno e Mendrisio, tre distretti i più vicini -alle Alpi. Animò i Grigioni ad acquistar Bormio e la -Valtellina. Il principal motore presso gli Svizzeri fu Matteo -Scheiner, uomo di nascita plebea, dapprincipio maestro di -scuola, indi curato, poi canonico di Sion, piccola città del -Vallese, uomo di una impetuosa eloquenza e di un carattere -violento, ostinato ed appassionatamente nemico dei -Francesi, fatto per le armate più che pel sacerdozio, il -quale, per testimonianza di Varilas, sforzò col ferro alla -mano il suo capitolo a nominarlo coadiutore; e fatto indi -vescovo di Sion, rese celebre il suo nome per le imprese -militari e per la somma influenza che ebbe presso gli Svizzeri, -e conseguentemente negli affari di que' tempi, nei -quali gli Svizzeri avevano moltissima parte; uomo perfine, -che dal papa, per sempre più rendersi amici gli Svizzeri, -fu creato cardinale, e dagli scrittori chiamasi <i>il cardinale -di Sion</i>. Nel mese di settembre del 1510 gli Svizzeri fecero -una incursione dal ponte della Tresa a Varese. I Francesi -erano sparsi nei presidii di Brescia, Peschiera e altre fortezze, -che ora sono dello Stato veneto. Cinquecento lance -stavano a fronte dell'esercito veneziano. Altre cento lance -francesi erano passate ausiliarie del duca di Ferrara, minacciato -dal papa, il quale aveva accordato co' Veneziani -ch'essi non gl'impedirebbero d'impadronirsi di quella città, -togliendola agli Estensi. Il qual progetto non riuscì allora -a Giulio II; ma ottantasette anni dopo, cioè nel 1597, Clemente -VIII Aldobrandino lo ridusse a compimento. I Francesi -non aveano quindi forze bastanti per impedire simili -scorrerie degli Svizzeri; i quali, dopo di avere saccheggiate -le terre, si ricoverarono prima dell'inverno sulle loro Alpi. -(1511) Ma l'anno seguente, cioè 1511, sedicimila, secondo -il Guicciardini, o venticinquemila Svizzeri, secondo il Prato, -scesero dalle loro montagne, occuparono di bel nuovo Varese, -s'innoltrarono a Gallarate, a Rho, e si presentarono -fin sotto le mura di Milano il giorno 14 dicembre 1511. Ma -non avendo costoro artiglieria, non passarono più oltre; anzi, -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -incamminatisi verso la loro patria, lasciarono devastate od -arse le terre di Bresso, Affori, Niguarda, Cinisello, Desio, Barlassina, -Meda ed altre. Queste incursioni rendevano sempre -più deboli le intraprese de' Francesi contro i Veneziani e contro -del papa, che già consideravasi come aperto nemico del re -di Francia. Quai fossero i pensieri di papa Giulio II in quest'affare, -si vede nel Guicciardini<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a>. «Aveva il pontefice, -dice egli, propostosi nell'animo, e in questo fermati ostinatamente -tutti i pensieri suoi non solo di reintegrare la -Chiesa di molti Stati, i quali pretendeva appartenersegli, -ma oltre a questo, di cacciare il re di Francia di tutto quello -possedeva in Italia, movendolo la occulta ed antica inimicizia -che avesse contro lui, o perchè il sospetto avuto tanti -anni si fosse convertito in odio potentissimo, o la cupidità -della gloria di essere stato, come diceva poi, liberatore d'Italia -dai barbari». I Francesi non aveano nell'Italia se non -mille e trecento lance e ducento gentiluomini<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a>, parte a -Brescia, parte a Bologna, parte a Faenza. -</p> - -<p> -Il governatore di Milano e comandante delle armate francesi -nell'Italia era il gran maestro Carlo d'Amboise di -Chaumont, il quale, nel 1505, era succeduto al signore Du -Benin; e questi aveva avuti due altri prima di lui, il maresciallo -Trivulzio o il cardinale di Rohan. Questo quarto -governatore morì di malattia in Coreggio il 10 marzo 1511, -e venne trasportato solennemente in Milano il 31 di esso -mese. Il Prato ci descrive quel corredo funebre. Due cavalli -coperti di velluto nero, ricamato d'oro, portavano il -sarcofago, similmente coperto, con sopra la collana d'oro di -San Michele. Precedevano cinque cavalli coperti sino a terra -di velluto nero. Sul primo eravi un paggio con in mano la -lancia: sul secondo, altro paggio portando un bastone dorato; -sul terzo, un simile con mazza dorata; sul quarto il -paggio aveva sul capo l'elmo dorato, e nella mano lo stocco; -il quinto cavallo era a sella vuota, collo stocco pendente -dall'arcione, ed era condotto a mano. Veniva poi la cassa di -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -piombo, portata e coperta come ho scritto; seguitavanla i -soldati e cortigiani, tutti in lutto con abiti sino a terra, e -con certi cappucci in capo, con cui <i>quasi elefanti mi sembravano</i>, -dice il Prato. Indi seguivano quattromila poveri, -vestiti di nuovo, con torce nere in mano; poi quanti preti -e frati v'erano in Milano, venivangli dietro con torce in -mano. Il Duomo, ove la pompa finì, era tutto coperto di -panni funebri, ed ornato di torce in sì gran numero, che -una non era più di due braccia discosta dalle altre. Stavano -alle porte alcuni che gettavano denaro ai poveri. La -funzione fu magnifica. Il cadavere poi privatamente fa trasportato -in Francia. Tali singolarità meritano luogo nella -storia, perchè ci rappresentano i costumi ed il lusso dei -tempi. L'onorare le ceneri de' trapassati sembra cosa quasi -naturale all'uomo, poichè sino da' più rimoti secoli se ne -scorgono lo tracce; e le nazioni selvagge eziandio ne hanno -dato esempio; l'estinguere questo pietoso sentimento sarebbe -difficilissimo e forse un cattivo progetto. Il limitare -la profusione di tai pompe sembra conforme ad una saggia -legislazione. Se questo affetto poi di preservare la spoglia -e perpetuar la memoria delle persone che ci furono care, -si rivolga in favor delle belle arti, animando la scultura, -merita incoraggiamento e lode. Nel secolo XVI cominciò -tra noi una severa e poca avveduta vigilanza contra siffatti -monumenti, e se ciò non fosse stato, avremmo assai più -ornati i nostri sacri templi di riconoscenti memorie dei -cittadini e del progresso delle belle arti, che non abbiamo. -</p> - -<p> -Poichè Giulio II ebbe mancato di fede al re di Francia, -staccandosi dalla lega ed unendosi coi Veneziani, movendo -gli Svizzeri, ed accostandosi agli Spagnuoli, alcuni cardinali, -o partitanti della Francia, o malcontenti per la vita -assai più militare che ecclesiastica del sommo pontefice, si -radunarono in Pisa, ove si andava formando un concilio per -deporlo, e dichiarar vacante la Santa Sede. In Pisa non si -credendo eglino bastevolmente sicuri, passarono alcuni cardinali -a Milano colla idea di quivi congregare il concilio. -Come fossero accolti, lo scrive il Guicciardini<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a>. «Ma a Milano -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -i cardinali, seguitandoli per tutto il dispregio e l'odio -dei popoli, avrebbero avute le medesime o maggiori difficoltà; -perchè il clero milanese, come se in quella città fossero -entrati, non cardinali della chiesa romana, soliti a essere -onorati e quasi adorati per tutto, ma persone profane -ed esecrabili, si astenne subitamente da sè stesso dal celebrare -gli uffizi divini, e la moltitudine, quando apparivano -in pubblico, gli malediceva, gli scherniva palesemente con -parole e gesti obbrobriosi, e sopra gli altri il cardinale di -Santa Croce, riputato autore di questa cosa». Il cardinale -Santa Croce, spagnuolo, era uno dei primi autori di tale -scisma. I nostri ecclesiastici, immediatamente dopo la loro -venuta, cessarono di celebrare le sacre funzioni, considerando -come soggetta all'interdetto la terra ove abitavano -questi prelati. Il governo comandò loro di continuare nel -solito ministero, ed il Prato ci avvisa che i monaci Benedettini, -Cisterciensi e Lateranesi, per non aver voluto ubbidire, -ebbero i militari posti ad alloggiare sulle loro terre. -(1512) Il giorno 4 gennaio 1512 si radunò nel Duomo questo -concilio. Il cardinale di Santa Croce cantò la messa pontificale: -il cardinale Sanseverino ed un altro cardinal francese -servivano da diacono e suddiacono; v'erano altri due -cardinali assistenti, e ventisette colle mitre bianche in testa, -altri vescovi, ed altri abbati. Trattossi di portare giudizio -su papa Giulio; ed eravi per notaio, che scriveva gli -atti del concilio, un messer Ambrogio Bolfraffo. Tenne varie -sessioni questo concilio, ed in una del giorno 21 d'aprile -venne dichiarato il sommo pontefice sospeso dalla sua dignità -papale. Di tutto ciò fa menzione il Prato. -</p> - -<p> -Nè già i pericoli che stavano d'intorno a Giulio II limitavansi -a questa scarsa e dispregiata congregazione, già dal -papa scomunicata e resa obbrobriosa o ridicola ai popoli. Il -pericolo assai maggiore stava risposto nel valor militare -del duca di Nemours Gastone di Foix, nipote per parte di -madre del re Luigi XII, fatto governatore e capitano generale -dopo la morte del gran maestro di Amboise. Questo -giovine eroe, all'età di soli ventidue anni, mostrò i talenti -di un gran generale. Dal Milanese vola a soccorrere Bologna, -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -assediata da don Pietro di Navarra e la sorprende -prima ch'egli abbia nemmeno notizia ch'ei marciasse a -quella vòlta; lo pone in fuga, batte la retroguardia di lui; -rende libera Bologna. Coglie il momento di questa impresa -il conte Luigi Avogadro, e, profittando della assenza dei -Francesi, apre le porte di Brescia a' Veneziani, i quali occupano -Bergamo e s'innoltrano sino al Mincio. Al momento -parte Gastone dal Bolognese, si affronta al Mincio coi nemici, -che gliene disputano il passo, e li disperde; si presenta a -Bergamo e la prende; si presenta a Brescia, e se ne rende -padrone; e tutta questa maravigliosa serie di fatti si eseguisce -in pochi giorni. Il 29 febbraio prese Bergamo, il 1.º di -marzo prese Brescia; al qual proposito il Guicciardini scrive<a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a>. -«Fu celebrato per queste cose per tutta la Cristianità -con somma gloria il nome di Fois che con la ferocia e -celerità sua avesse in tempo di quindici dì costretto l'esercito -ecclesiastico e spagnuolo a partirsi dalle mura di Bologna, -rotto alla campagna Giampagolo Baglione con parte -delle genti dei Veneziani, ricuperata Brescia con tanta strage -de' soldati e del popolo, di maniera che, per universale giudizio, -si confermava non avere già parecchi secoli veduta -Italia nelle opere militari una cosa somigliante». -</p> - -<p> -Questa presa di Brescia servì di argomento al signor di -Belloy per la tragedia che intitolò: <i>Gaston et Bayard</i>, -nella quale l'Avogadro apparisce come un ribelle del suo -legittimo sovrano e traditore della patria, e gl'italiani vi -figurano miseramente il personaggio di gente senza virtù -alcuna. I Bresciani da ottantatre anni vivevano sudditi -della repubblica veneta: quando nel 1509, furono assoggettati -alla forza dell'armi francesi. Il conte Avogadro -tentò di liberare sè stesso e la patria da un giogo straniero, -e riconsegnarsi al nativo suo principe. Il governo poi -che i Francesi facevano della di lui patria, suggeriva di liberarla -da quella infelicità<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a>. Il grado di longitudine sotto -cui siamo nati su questa sferoide, non dovrebbe cagionare -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -diversità di partiti: l'uomo virtuoso e dabbene è patriota -de' suoi simili sparsi per ogni clima, ed è forestiere al suo -vicino malvagio e vizioso. L'infelice conte Avogadro terminò -miseramente i suoi giorni sul patibolo, ed i suoi figli, -tradotti a Milano, per mano del carnefice finirono pure la -vita. V'è chi incolpa Gastone di Foix di avere voluto contemplare -la morte di questi infelici che avrebbero un -nome glorioso, qualora avessero avuta la fortuna delle armi, -e sarebbero stati coronati da quella gloria medesima -che ottennero di que' tempi alcuni Francesi scacciando -gl'Inglesi che avevano occupate le province della Francia. -Il saccheggio di Brescia recò poi a Milano la pestilenza, -che per due anni vi restò. -</p> - -<p> -Dopo ch'ebbe di volo sottomesse le città di Bergamo e -Brescia, il duca di Nemours Gastone di Foix passò per Milano; -indi rapidamente marciò a Ravenna. È celebre la -battaglia che vi si diè il 11 d'aprile, che in quell'anno fu -il giorno di Pasqua, cioè quaranta giorni dopo la presa di -Brescia; ed è notissima non meno la morte che vi trovò -Gastone, dopo di avere riportata una compiuta vittoria; nè -appartiene alla storia ch'io mi son limitato a scrivere, la -precisa narrazione di tai fatti. Marc'Antonio Colonna comandava -nella città di Ravenna; il vicerè di Napoli Pietro -di Navarra aveva il comando degli Spagnuoli; sotto di lui -serviva Fabrizio Colonna. I collegati pontificii erano millesettecento -uomini di armi e quattordicimila fanti. Usarono -allora i pontificii de' carri falcati<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a>. I Francesi avevano, -sotto il comando del duca di Nemours, il marchese di Ferrara -e il cardinale Sanseverino. Oltre il duca di Foix, che -vi fu ucciso, rimasero sul campo il signor d'Allegre con -suo figlio, il signor Molard, sei capitani tedeschi, il capitano -Maugiron, il barone di Grammont, e più di duecento -gentiluomini di nascita distinta. Se tale sciagura non veniva -a rovesciare tutt'i disegni de' Francesi, il papa Giulio -II correva rischio grande di perdere lo Stato, e di ubbidire -al sinodo tenutosi in Milano. Ma una giornata cambiò -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -totalmente l'aspetto degli affari, e il languente comando -de' Francesi passò nelle mani del signor De la Palisse, che -può essere collocato nella serie de' governatori di Milano, -ed è il sesto. La spoglia del duca di Nemours venne trasportata -a Milano e sospesa entro di un sarcofago di piombo -fra una colonna e l'altra nel Duomo, siccome eranlo i duchi -di Milano. La cassa venne coperta come lo erano le -altre pure, con uno strato magnifico di broccato soprarizzo, -dice il Prato: eranvi ricamati i gigli d'oro; pendeva la -spada pontificia col fodero d'oro acquistata a Ravenna; -v'erano collocati all'intorno il vessillo del papa e quindici -altre bandiere prese in quella battaglia. Ma lo spirito feroce -di partito e la superstizione non lasciarono tranquille -le ceneri di questo giovine eroe; gli Svizzeri, i quali, -come or ora vedremo, s'impadronirono in breve di Milano, -entrati nel Duomo, sormontandosi l'un l'altro, scomposero, -rovesciarono quel monumento, e le spoglie vennero disperse. -Cambiatasi poi nuovamente la fortuna, e ritornati i -Francesi, fu innalzato un mausoleo magnifico di marmo -alla memoria di questo principe, e collocato nella chiesa -delle monache di Santa Marta. Di questo mausoleo ora non -ne rimane che la statua, sotto della quale si legge l'iscrizione -seguente: -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -</p> - -<p class="center"> -SIMVLACRVM GASTONIS FOXII<br /> -GALLICARVM COPIARVM DVCTORI<br /> -QVI IN RAVENNATE PRAELIO CECIDIT ANNO<br /> -MDXII<br /> -CVM IN AEDE MARTAE RESTITVENDA<br /> -EIVS TVMVLVS DIRVTVS SIT<br /> -HVIVSCE COENOBII VIRGINES<br /> -AD TANTI DVCIS IMMORTALITATEM<br /> -HOC IN LOCO COLLOCANDVM CVRAVERE<br /> -ANNO MDLXXIV<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a> -</p> - -<p> -I bassirilievi che adornavano la tomba, vennero, non saprei -per qual destino, rotti e divisi; alcuni se ne veggono -nella deliziosa villa di Castellazzo, altri sono presso alcuni -privati. Sempre più si conosce che un buon libro è il solo -monumento durevole, col quale un uomo sia sicuro di -tramandare ai secoli venturi la memoria di sè medesimo: -i marmi, gli edifizi, le pubbliche fondazioni, tutto si scompone -e disperde; ma Orazio aveva ragione di scrivere, -ch'egli s'innalzava un monumento co' versi suoi più durevole -de' bronzi<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -</p> - -<p> -Dopo la battaglia di Ravenna, in cui si disse che rimanessero -morti sul campo ottomila fanti e mille cavalieri -pontificii, e prigionieri il vicerè di Napoli don Pietro di -Navarra, il cardinale dei Medici, il marchese di Pescara, -Fabrizio Colonna, il marchese di Padule, il figlio del principe -di Melfi, don Giovanni Cardona ed altri; l'armata -francese, sebbene vincitrice, si trovò totalmente rovinata, -che il cavaliere Bayard, nella lettera citata, assicura<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a> -che in cento anni di tempo la Francia non poteva risarcire -la perdita che aveva fatta. Dopo questa tal battaglia, il -papa Giulio II sempre più si strinse co' Veneziani per discacciare -i Francesi, i quali a nome del concilio avevano -cercato di occupar la Romagna. L'interesse dei Veneziani -consigliavali a dar mano alla rovina dei Francesi per -ricuperare Brescia e il restante della terra-ferma, e collocar -sul trono di Milano un principe da cui non dovessero -temere invasione. Innoltrò il papa i suoi maneggi coll'imperatore -Massimiliano per restituire il ducato di Milano a -Massimiliano Sforza, cugino dell'imperatore medesimo. -L'imperatore, con un proclama, richiamò alla patria tutti -i Tedeschi che militavano nell'armata francese; e questi -abbandonando i loro stipendi, resi poco sicuri, e sempre -più s'indebolirono le forze comandate dal signor De la Palisse. -Dall'attività di papa Giulio II gli Svizzeri, incessantemente -animati, scesero questi nuovamente in Italia; e -profittando della confusione e debolezza de' Francesi, occuparono -i tre baliaggi di Lugano, Locarno e Mendrisio, i -quali continuarono a possedere gli Svizzeri dappoi, come -al presente. I Grigioni s'impadronirono di Chiavenna, Bormio -e della Valtellina, attualmente possedute da essi. Il -papa occupò Parma e Piacenza<a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a>. In questo stato di cose -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -il signor De la Palisse si ricoverò a Pavia, città forte, e -abbandonò Milano. Il consiglio generale de' novecento si -radunò per dare le ordinarie provvidenze alla città, e -porre qualche riparo alla pestilenza che l'affliggeva. Gli -Svizzeri, sotto il comando del cardinale di Sion, invadono -lo Stato in nome della <i>Santa Lega</i>: occupano Cremona, -indi Lodi: si unisce al cardinale svizzero il vescovo di Lodi -Ottaviano Sforza, cugino di Massimiliano. Milano riconosce -la Santa Lega il giorno 16 giugno: il giorno 20 giugno -entra il vescovo di Lodi in Milano come luogotenente del -duca Massimiliano. Il papa libera la città di Milano dall'interdetto, -in cui la considerava incorsa per esservisi ricoverati -i cardinali suoi nemici. L'assoluzione venne il giorno -6 di luglio, e quella fu l'ottava volta in cui Milano si -trovò in siffatta circostanza<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a>. I Francesi, non essendo -numerosi a segno di custodire Pavia, l'abbandonarono, e -per la fine del 1512 non ve ne rimasero se non ne' castelli -di Milano e di Cremona. -</p> - -<p> -Massimiliano Sforza dall'età di nove anni sino al vigesimoprimo -era stato esule dalla patria e ricoverato sotto la protezione -dell'imperator Massimiliano, suo cugino. Egli, scortato -dal cardinale di Sion e dagli Svizzeri, entrò solennemente -in Milano il giorno 29 dicembre 1512. L'ingresso si fece -al solito da porta Ticinese con più di cento gentiluomini -che lo precedevano, usciti ad incontrarlo con un abito uniforme, -composto dei colori medesimi che il duca aveva -scelti per sue livree, cioè pavonazzo, giallo e bianco. I gentiluomini -però, oltre l'essere vestiti di seta, erano altresì -ricamati d'oro; per lo che non si potevano confondere coi -domestici del duca. Il duca cavalcava vestito di raso bianco -trinato d'oro; portavangli il baldacchino i dottori di collegio. -Cesare Sforza, fratello naturale del duca, portava immediatamente -avanti di esso la spada ducale sguainata. Lo -seguitavano il vescovo Valese cardinale di Sion, e i legati -del re de' Romani, del re di Spagna e di altri sovrani. Non -mancarono a tal funzione i soliti archi trionfali. Egli finalmente -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -andò a risedere nella corte ducale; giacchè il castello, -nel quale solevano alloggiare i duchi, era in potere -de' Francesi. Il potere ducale Massimiliano lo ricevette dagli -Svizzeri; e, come dice Guicciardini<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a>. «Il cardinale (Sedunense -lo chiama il Guicciardini, ed è il vescovo di Sion), -in nome pubblico degli Svizzeri gli pose in mano le chiavi -ed esercitò quel dì, che fu degli ultimi di dicembre, tutti -gli atti che dimostravano Massimiliano ricevere la possessione -da loro; il quale fu ricevuto con incredibile allegrezza -di tutti i popoli per il desiderio ardentissimo di -avere un principe proprio, e perchè speravano avesse a -essere simile all'avolo o al padre, la memoria dell'uno dei -quali per sue eccellentissime virtù era chiarissima in quello -Stato, nell'altro il tedio degli imperi forestieri aveva convertito -l'odio in benevolenza». -</p> - -<p> -(1513) Giulio II, il primo motore degli avvenimenti dei -tempi suoi, quel papa che, coll'usbergo sul petto e l'elmo -in capo, diresse l'assedio della Mirandola, e vi entrò -per la breccia, terminò la sua vita la notte dal 20 al 21 -di febbraio del 1513. Questo colpo cambiò nuovamente le -combinazioni politiche di Europa. I Veneziani, che tre anni -prima, per ricuperare la terra ferma occupata da' Francesi, -uniti coll'imperatore, avevano cedute al papa le città marittime -della Romagna, ascoltarono le proposizioni che fece -loro la Francia, la quale prometteva ad essi la terraferma, -Verona, Vicenza, Brescia, Bergamo e Crema, e con tali -condizioni si collegarono con Lodovico XII nel trattato -di Blois 13 marzo<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a>. Con tale nuova confederazione si -obbligavano i Veneziani ad assistere il re per ricuperare -il Milanese; ed il re obbligavasi ad aiutare la repubblica -per riacquistare le terre della Romagna perdute colla lega -di Cambray<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>. Contro del papa si mossero parimenti gli -Spagnuoli; ed il vicerè di Napoli s'impadronì di Parma e -di Piacenza, sebbene per poco, costretto a restituirle al -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -papa<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a>. Mentre si andava disponendo nella Francia una -nuova invasione nel Milanese, a respingere la quale forza -era rivolgere le spalle a' Veneziani collegati colla Francia, -il duca Massimiliano Sforza si abbandonava alla molle lascivia, -che appena si perdona ai principi sicuri nel loro -Stato. Per festeggiare il soggiorno che la marchesa di Mantova -faceva in corte col nostro duca, ad altro non pensava -egli che a giuochi ed a pompe, quasi ch'ei fosse nel seno -della pace. Fece fare, fra le altre cose, un torneamento; il -che accadde il giorno 13 febbraio 1513, dimenticandosi -che nel castello stavano i Francesi. Il duca vide, per le -palle di cannone ch'essi gli fecero piovere sulla corte, che -aveva inopportunamente scelto il tempo ed il luogo<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a>. -Questo principe non sembra che avesse alcuna energia nè -elevazione d'animo; egli spensieratamente portava il titolo -di duca, e in mezzo all'umiliazione propria ed alla miseria -de' sudditi pensava a passar giocondamente il suo tempo. Donava -feudi, donava regalie, regalava denaro, roba a tutti i suoi -favoriti con profusione, in guisa che aveva sempre l'erario -esausto. Donò a Girolamo Morone la contea di Lecco: -la città di Vigevano al cardinale di Sion; Rivolta e la Ghiara -d'Adda ad Oldrado Lampugnano. Coteste sue profusioni -facevansi da esso lui, «come se nulla fossero» dice il -Prato, il quale si esprime a tal proposito così: «ma poco -delle dicte cose curandosi il duca nostro, facea, como dice -il proverbio, manco roba, manco affanni; et solo attendeva -a piaceri; unde essendo venuto a Milano la moglie del -marchese di Mantova con alquante sue zitelle, o per meglio -dire ministre di Venere, tanto piacere de conviti e de -balli e de altri che io non scrivo, se prendeva assieme con -lo effeminato vicerè di Spagna, che era una cosa a ogni -sano judicio biasimevole, et non so se me dica una parola, -tuttavia, essendo dicta da Salomone, nella Cantica, la posso -dire anch'io».<a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a> <i>Veh tibi terra cuius rex est puer</i>; così -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -il Prato. Ma chi è fanciullo a ventun'anni, non è giunto -mai a diventar uomo. Questa scioperatezza dovea ricadere -a danno dei sudditi, ai quali forza era d'imporre maggiori -aggravii; e non osandolo fare da sè, il duca Massimiliano, -prima di accrescere la gabella del sale di trenta soldi ogni -staio, ne impetrò dal papa il permesso; della qual supplica -ho letta io stesso una copia scritta di quei tempi e conservata -nella signorile raccolta dei manoscritti nell'insigne -archivio Belgioioso d'Este, e dice così:<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a> <i>Beatissime -Pater: — Manifesta est et satis nota apud S. V. immoderata -nimium longe lateque dominandi ambitio, et -aliena indebite usurpandi cupiditas Gallorum regis, -adeo ut non modo principatum Mediolanensem, verum -et universae Italiae subjugandae omnibus votis aspirare -videatur</i>; e conclude alla fine: <i>quare ad B. V. confugere -cogor pro re quae (sic) in evidentem totius Italiae commodum -cedet et mihi et tam immensae pubblicae necessitati -consulet; etiam supplicando quatenus, in praemissis -opportune providendo, B. V. auctoritate Apostolica -qua fungitur, motu proprio, ex certa scientia et -de plenitudine potestatis etiam absolutae, licentiam potestatem -et auctoritatem indulgere dignetur in universa -ditione ducatus Mediolani imponendi praedictas additiones -solidorum triginta pro stario salis etc.</i><a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a>. Nè ciò -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -bastando, delegò il duca Bernardino ed Enea Crivelli per -esigere dai feudatarii uno straordinario tributo<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a>. Vendè -persino i due canali navigabili, il Naviglio grande e quello -della Martesana alla città di Milano<a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a>. In un sol mese vendette -tante regalie, che ne incassò dugentomila ducati; alienazioni -tutte fatte in ragione del sette per cento<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a>. Impose -nuovi aggravi sopra le terre irrigate<a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>. I sudditi, al paragone -del governo francese, conobbero quanto avessero peggiorato -sotto di questo sventato principe naturale. Lodovico XII, -re di Francia, ne' tredici anni che signoreggiò nel Milanese -non impose alcuna taglia nè tributo straordinario. Fu un -buon principe, moderato nelle spese, popolare, amante -dell'ordine e della giustizia. Egli piantò nel Milanese quel -sistema di governo che durò sino a' tempi nostri. Questo -monarca, prima di regnare, era dominato dall'amore; la -gioventù, la grazia, la bellezza lo seducevano: poichè salì -sul trono, seppe frenarsi, e nobilmente signoreggiare sopra -di sè medesimo. Ei meritò dai posteri il glorioso nome -di <i>Padre del popolo</i>. Il paragone colla spensierata condotta -del duca Massimiliano era svantaggioso pel successore. -</p> - -<p> -Non sarà discaro a' miei lettori, s'io sottopongo al loro -sguardo lo specchio delle spese fisse che si facevano sotto -il duca Massimiliano dall'erario ducale. Questo prezioso -aneddoto, siccome molt'altri, fu da me tratto dall'insigne -collezione poc'anzi ricordata<a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span> -</p> - -<table class="data" summary=""> - <tr> - <td colspan="2" class="center"><i>Spese dello stato di Milano sotto il duca Massimiliano Sforza.</i></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Pensioni agli Svizzeri</td> <td class="num">ducati 100,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Alle guardie de' castelli di Milano, Cremona, Novara, guardia della corte, e capitano di giustizia</td> <td class="num">72,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Alla gente d'armi</td> <td class="num">74,600</td> - </tr> - <tr> - <td>Alla compagnia del Bregheto, computata la provvisione sua</td> <td class="num">3,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Al signor Manfredo da Coreggio, per esso e cavalli cento</td> <td class="num">6,800</td> - </tr> - <tr> - <td>Alla casa ducale, computata la stalla</td> <td class="num">26,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Spese delli cavallari</td> <td class="num">8,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Agli oratori e famigli cavallanti</td> <td class="num">12,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Alla munizione e lavoreri ducali</td> <td class="num">12,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Alle guardie delle fortezze, oltre le dette disopra</td> <td class="num">6,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Spese straordinarie</td> <td class="num">25,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Officiali salariati</td> <td class="num">25,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Vestiario del duca</td> <td class="num">30,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Spese di sanità</td> <td class="num">4,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Elemosine ducali</td> <td class="num">2,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Staffieri del duca</td> <td class="num">660</td> - </tr> - <tr> - <td>Trombetti</td> <td class="num">540</td> - </tr> - <tr> - <td>Interessi passivi di debiti</td> <td class="num">10,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Ristauri per guerra e peste</td> <td class="num">6,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Lettere e bollettini di esenzione</td> <td class="num">2,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Beneplacito del duca</td> <td class="num">5,000</td> - </tr> - <tr> - <td>A conto del signor duca di Bari</td> <td class="num">3,350</td> - </tr> - <tr> - <td>Legna e altro per la cancelleria ducale e camera</td> <td class="num">2,000</td> - </tr> - <tr> - <td>Al signor Giovanni e a Maddalena Lucrezia per suo vivere</td> <td class="num">1,700</td> - </tr> - <tr> - <td>Annuali ed obblazioni</td> <td class="num">500</td> - </tr> - <tr> - <td> </td> <td class="num bt">Ducati 438,150</td> - </tr> -</table> - -<p> -Le rendite poi del duca a quel tempo veggonsi nel codice -medesimo<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a> ascendenti a scudi d'oro del sole 499,660, -soldi 64, denari 8. Ora computati gli scudi del sole come -erano, una mezza doppia, e i ducati in valore di un gigliato, -apparisce che il duca aveva ogni anno una spesa eccedente -di più di ventiquattromila ducati, quand'anche nelle spese -di capriccio ei non avesse ecceduto. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -</p> - -<p> -I Francesi adunque, nel numero di dugento uomini d'armi -e ventimila fanti, sotto il comando di Luigi De la Trémouille -e del maresciallo Trivulzio, superate le Alpi, scesero verso lo -stato di Milano. A tal nuova i Veneziani si accostarono e si -resero padroni di Pizzighettone, di Martinengo e di Cremona. -Molti fra i sudditi del duca, malcontenti del governo -di un tal principe, bramavano di ritornare sotto il dominio -del re Lodovico XII. Un tumulto popolare si eccitò in Pavia, -un simile contemporaneamente comparve in Alessandria. -Già queste due città non avevano aspettato l'arrivo dei -Francesi per considerarsi suddite della Francia. Messer Sacramoro -Visconti, che aveva il comando degli sforzeschi -posti a bloccare il castello di Milano, lasciava segretamente -che entrassero di notte le vettovaglie ai Francesi del presidio; -il che scoperto, egli si ricoverò nella Francia, ed -ebbe dal re la collana, pregevolissima allora, dell'ordine -di San Michele. Insomma le cose andavano come forz'era -pure che andassero sotto di un principe sfornito di mente -e di cuore che lo innalzassero sugli uomini volgari, e lo -mostrassero degno di comandare agli altri uomini. Gli -Svizzeri però vollero sostenere questo duca, e con ciò conservarsi -non solamente i baliaggi che avevano occupati, ma -il dominio del Milanese, che realmente esercitavano già sotto -il nome del duca Massimiliano. Si radunarono ne' contorni -di Novara nel numero di diecimila, a quanto scrive il Guicciardini<a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a>, -o settemila, come scrive il Prato; e il giorno 6 -di giugno del 1513 assalirono l'armata francese con tanto -impeto e sì impensatamente, che, quasi per sorpresa, impadronitisi -dell'artiglieria de' nemici, la rivoltarono contro -dei Francesi medesimi; e questo arditissimo impeto sgomentò -talmente i Francesi (i quali s'immaginarono essere sopraggiunta -una nuova armata di patriotti svizzeri), che senza -consiglio si abbandonarono alla fuga; e da un drappello di -fantaccini, senza cavalleria, senza artiglieria, venne siffattamenie -distrutto un corpo di armata, che si contarono rimasti -sul campo ben diecimila de' Francesi, ed il rimanente -con somma sollecitudine ripassò le Alpi. Così gli svizzeri -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -in quel luogo medesimo ove tredici anni prima erano stati -accusati di aver tradito il padre, avendo a fronte lo stesso -Trivulzio, in quello stesso luogo, e contro del generale medesimo, -col loro valore mantennero lo Stato al figlio Massimiliano -Sforza, ripararono l'onore delle loro armi e della -fedeltà loro. Il Prato attribuisce quella sciagura de' Francesi -al disprezzo che imprudentemente essi fecero de' loro -nemici; non supponendo possibile ch'essi ardissero di provocar -l'armata francese. Attribuisce però singolarmente -allo sbigottimento che ebbe colla sorpresa il comandante -supremo La Trémouille, il poco onore che in quella giornata -si fecero le armi francesi; e il Trivulzio, costretto a -fuggire cogli altri, andava ripetendo, a quanto il Prato scrive: -«Noi fuggiamo et la victoria è nostra». Nella Francia -La Trémouille vide, «non senza carico di vituperio», cassato -il suo nome dalla lista dei stipendiati, «la qual cosa -non avvenne al Trivulzio; ma sia come si voglia, la fuga -fu vituperosa»<a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a>. Gli svizzeri raccolsero in quella giornata -un prezioso bottino, avendo perduti i Francesi tutti -i loro attrezzi. Dopo un tal fatto i Veneziani sgombrarono -il paese; ritornarono le cose come se nulla fosse accaduto; -e il duca, acceso d'una passione degna del suo animo, si -recò a stanziare nei contorni di Pavia per vagheggiare una -mugnaia che vi stava domiciliata<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a>. -</p> - -<p> -La gloria delle armi francesi non poteva essere riparata -nell'Italia con nuovo esercito, poichè gl'Inglesi, avendo -allora appunto mossa la guerra a Lodovico XII, ei doveva -adoperare le sue forze per impedire i progressi di trentamila -Inglesi e ventitremila Tedeschi, i quali erano spediti -nella Francia da Enrico VIII e Massimiliano Cesare collegati. -Quindi i pochi Francesi che stavano al presidio dei -castelli di Milano e di Cremona, esausti di munizioni e di -viveri, oppressi da miserie, disperando soccorso, cedettero -le fortezze ed uscirono, salve le persone e robe loro. Il -castello di Milano per tal modo venne in potere dello Sforza -il giorno 19 novembre 1513, e da quel giorno non rimase -più dominazione alcuna nell'Italia al re Lodovico XII. -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -(1514) Ma lo Sforza altro di duca non conservò che il titolo; -vivendo egli meschinamente come un ostaggio sotto la -tutela degli Svizzeri, e sopra tutto del terribile Cardinale -di Sion, il quale col nome del duca adoperava ogni mezzo -per cavar danaro dai popoli, abbandonati ad un'anarchia -militare; e così senza alcun memorabile avvenimento passò -l'anno 1514. (1515) L'anno seguente 1515 incominciò colla -morte del re Lodovico XII senza figli, e colla incoronazione -di Francesco I, l'avo paterno del quale era zio paterno del -defunto, anche egli discendente dalla principessa Valentina -Visconti. Il nuovo re era nel ventesimo primo anno dell'età -sua. Trovò la Francia in pace pel trattato seguito -poco prima della morte di Lodovico XII. Il suo primo pensiero -fu di ricuperare il milanese; ed a fine di radunare -nell'erario quanto bastasse alla spedizione, pose, con esempio -infausto, in vendita le cariche della giudicatura della -Francia. Si collegò nuovamente co' Veneziani. Dichiarò reggente -del governo la duchessa d'Angouleme sua madre; e -si dispose a venire egli stesso alla testa della sua armata -nel Milanese. Il duca prese al suo stipendio, in qualità di -capitano delle genti d'armi, Prospero Colonna. E come -tutto ciò che dà idea de' costumi di quei tempi deve aver -luogo nella mia storia, così io non ometterò un magnifico -convito che il Colonnese imbandì in quella occasione, e -di cui ci lasciò memoria il Prato. Ciò seguì il giorno 20 -di febbraio 1515. Il duca e i cortigiani furono invitati, -ed inoltre trentasei <i>damiselle milanesi</i>, dice il Prato. -Fabbricò apposta un superbo salone di legno, riccamente -dorato e dipinto, e dagli architetti fu stimato <i>cosa notandissima</i>, -come dice il nostro scrittore. Quattro ore durò -la mensa. Si continuava il costume di servire in piatti separati -ciascuno degli invitati. Ognuno avea una pernice, -un fagiano, un pavone, un pesce, ec.; contemporaneamente -dinanzi a ciascuno si riponeva una finta pernice, un fagiano, -un pavone, un pesce finti, o di marzapane, o d'altra -materia, dorati, inargentati, ec., e vi furono abbondanti e -deliziose pastiglie ed acque odorose. In fine della cena -comparve un finto gioielliere che recava collane, braccialetti -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -ed altri vezzi di gemme e d'oro; presentò le sue preziose -merci alle damigelle, come se cercasse venderle; ed -allora il Colonnese s'intromise quasi volesse rendersi mediatore -dei contratti, e con generosa urbanità regalò ciascuno -delle convitate senza far mostra di regalarle. Ciò -veramente fu materia di non picciolo valore, e dice il Prato -che venisse fatto al solo fine «per potere la sua amata -senza biasimo d'infamia con le proprie mani presentare». -Il che dimostra quanto venissero rispettate le damigelle e -il costume. Cose siffatte sembrano romanzesche; ma contemplate -saggiamente dimostrano una nazione ingentilita -e generosa. La mattina vegnente ciascuna delle invitate ricevette -un canestro inargentato con entro la colazione. Al -duca fece egli recare venticinque carichi di selvaggiume. -</p> - -<p> -Poco giovava alla difesa dello Stato la scelta di un magnifico -e galante generale; conveniva avere un'armata; e -gli Svizzeri s'impegnarono a difenderlo colla paga di trecentomila -ducati. Comparvero in Milano dodici commissari -per ricevere anticipatamente la promessa paga. Il duca -pubblicò una imposizione per riscuotere dai sudditi questa -eccessiva tassa. Sotto il regno di Lodovico XII non s'era -mai pagato, se non i tributi costituzionali. Un'arbitraria -tassazione, per tal modo dispoticamente comandata, commosse -gli animi de' cittadini. L'editto si pubblicò il giorno -8 di giugno del 1515. Sembrò questa una vera oppressione. -La città fece presentare le sue preghiere al cardinal di -Sion, precipuo motore di simili risoluzioni; ma l'inflessibile -prelato non diè orecchio a verun moderato partito. La città -si pose in tumulto; alcuni Svizzeri furono uccisi; alcuni -milanesi pure rimasero morti in una zuffa alla sala della -piazza de' Mercanti. E come si avvicinavano i Francesi, ed -il partito de' malcontenti con tale notizia si rianimava, così -il duca fu costretto con nuovo proclama a disdire l'imposta -taglia. Si entrò a trattare. La città di Milano comprò dal -duca il Vicariato di provvisione, la giudicatura delle strade -e quella delle vettovaglie collo sborso di cinquantamila -ducati, di che stesero pubblico documento il giorno 11 di -luglio 1515 i notai Stefano da Cremona e Paolo da Balsamo. -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -Da quel contratto ebbe origine poi la nomina che la città -di Milano presentava al principe od al suo luogotenente, -di alcuni cittadini, dai quali esso trasceglieva che gli era -in grado alle accennate cariche, che cominciarono allora -ad essere privativamente appoggiate ai così detti patrizi milanesi. -Con questi cinquantamila ducati, cioè colla sesta -parte soltanto della somma loro promessa, ritornarono i -commissari svizzeri al loro paese. Nella dieta nazionale si -pose in deliberazione, se meglio convenisse l'accettare le -pensioni che offeriva con molta istanza il re Francesco, -ovvero proseguire all'impegno di mantenere Massimiliano -Sforza duca di Milano; ed il secondo prevalse, avendo gli -Svizzeri profittato più de' Francesi nemici colla recente -sconfitta data loro presso Novara, di quanto ne avrebbero -ottenuto se fossero stati loro alleati. A ciò s'aggiunse -poi la considerazione, che, fin tanto che Massimiliano -Sforza rappresentava il personaggio di duca di Milano, -non sarebbe mancata occasione e mezzo di costringere la -città allo sborso della promessa paga, e di maggiori ancora. -In pochi giorni quarantamila Svizzeri scesero dai loro monti, -e si radunarono verso Novara. Il cardinale di Sion tanto -dispoticamente e con tanta atrocità comandava in Milano, -che, sospettando egli di Ottaviano Sforza, cugino del duca -e vescovo di Lodi, che avesse delle pratiche co' nemici, -nulla rispettando il carattere di consanguinità col sovrano, -nè la persona del vescovo, crudelmente per mero sospetto -lo fece torturare con quattordici tratti di corda; il che narrato -viene dal Prato, e dalla cronaca manoscritta di Antonio -Grumello, pavese<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a>. Il Prato nota persino il giorno -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -in cui ciò avvenne, che fu il 21 di maggio 1515, e racconta -che il vescovo spontaneamente veniva al castello -per corteggiare il duca, quando quivi fu arrestato, rinchiuso -nella ròcca, ed aspramente torturato a fine di chiarirsi se -egli mai avesse tramato contro lo Stato. Dopo due settimane, -non risultando dai processi altro che la innocenza -del vescovo cugino del duca, fu il vescovo tradotto nella -Germania, d'onde l'infelice prelato passò a Roma. Tali erano -i costumi e le opinioni d'allora; tali i pensieri di un cardinale, -di un vescovo di Sion, verso d'un figlio d'un sovrano, -di un vescovo, di un innocente. Gli uomini presso -a poco son sempre stati gli stessi; ma questo presso a -poco è il vantaggio della generazione vivente. Invidii chi -non sa la storia i tempi antichi. Benediciamo Dio, noi, di -vivere in un secolo in cui le passioni e i vizi degli uomini -sono (almeno in apparenta) meno atroci, e meno sfacciatamente -insultano la virtù. Racconta il Prato che il duca -Massimiliano, vedendo il duca di Bari Francesco (questi era -fratello minore del duca, che regnò dopo lui; ed il titolo -di duca di Bari alla casa Sforza era proprio del secondogenito) -starsene pensieroso, appoggiato ad una finestra, -improvvisamente se gli avventò dicendogli: «Monsignore, -io so che voi mirate a farvi duca di Milano; ma cavatevelo -dalla fantasia, che io vi prometto da leale signore che io -vi farò morire». A tale minaccia, senza dubbio non meritata, -rispose il fratello colla riverenza ch'ei doveva al suo -signore; ma il duca, sospettoso, ingiusto, depresso, timido, -violento, non meritava certo di essere sovrano. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -</p> - -<h2 id="cap22">CAPITOLO XXII. - -<span class="smaller"><i>Di Francesco I, re di Francia, e suo governo -nel ducato di Milano.</i></span></h2> -</div> - -<p> -Il buon re di Francia Francesco I radunò un'armata formidabile, -e si preparò a discendere egli stesso nell'Italia. -Accrebbe sino a millecinquecento il corpo delle sue lance, -numero per que' tempi esorbitante; allestì un imponente -corredo d'artiglieria; prese al suo stipendio diecimila -lanschinetti, seimila fanti della Gheldria; radunò diecimila -Guasconi<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a>: insomma, formò una terribile armata -con quindicimila uomini d'armi, quarantamila fantaccini, -tremila <i>pioneri</i>, ossia guastatori<a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a>, e nell'esercito si contarono -più di ottomila persone<a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a>. Il contestabile di Bourbon -aveva il comando della vanguardia. Il re s'era riserbato -il comando del corpo di battaglia; al duca d'Alençon -aveva affidata la retroguardia; Lautrech, Navarra, Gian -Giacomo Trivulzio, la Palisse, Chabanne, d'Aubignì, Bayard, -d'Imbercourt, Montmorenci, i più illustri che militavano -sotto le insegne di Francia, tutti gareggiavano per combattere -sotto del giovine e coraggioso loro re. Reso istrutto -il duca di tai preparativi, e di forze di gran lunga superiori -alle sue, le quali senza dimora s'andavano innoltrando, -mentre egli aveva alle spalle i Veneziani, combinati a -di lui danno, affidò a Prospero Colonna dugento uomini -d'armi e quarantamila Svizzeri. Non conveniva aspettare -nella pianura della Lombardia un esercito fortissimo, animato -dalla presenza del re; ed era sperabile l'arrestarlo -colle forze affidate al Colonna. Quindi, da saggio comandante, -ei s'innoltrò nelle difficili strette delle Alpi, nei -contorni di Susa; ed ivi, impadronitosi de' luoghi eminenti, -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -si dispose a disputare con molto vantaggio il passo -all'armata nemica. Egli era acquartierato a Villafranca, -vivendo sicuro che i Francesi dovessero presentarsi a Susa. -In fatti, due strade sole erano conosciute allora onde -passare dal Delfinato nell'Italia; una pel monte di Ginevra, -l'altra pel monte Cenis; e tutte due si univano a Susa. -L'esercito francese, avvisato come in quelle angustie de' -monti l'aspettassero i nemici, disperando di superarli, era -in procinto di abbandonare l'impresa: ma il maresciallo -Gian Giacomo Trivulzio, che già una volta aveva conquistato -alla Francia il Milanese, ebbe il merito di farglielo -acquistare anco in quella seconda occasione. Egli divisò -una nuova strada affatto impensata; e, coll'aiuto di alcuni -cacciatori nazionali, trovò il modo d'evitare il passo di -Susa, e di guidare l'armata per Saluzzo. Così entrò in Italia -l'armata francese: e Prospero Colonna, mal servito dagli -esploratori, venne sorpreso e fatto prigioniero da que' -Francesi ch'egli supponeva di là dai monti. Così, scesa -nella pianura senza contrasto, si avvicinò l'armata francese -quasi alla vista di Milano. Il duca si ricoverò nel castello. -La città spedì i suoi deputati al re Francesco I, che -gli accolse umanamente. La città di Milano non era disposta -a ricevere presidio; ed il maresciallo Trivulzio, -avendo procurato impensatamente d'introdurvene di porta -Ticinese, la plebe si pose in armi. Il duca, consigliato da Girolamo -Morone a giovarsi di quel movimento popolare, uscì -con parte del presidio per sostenere il popolo; per lo che, -conoscendo il Trivulzio che l'impresa non era tanto facile -quanto l'aveva sperata, con qualche uccisione de' suoi, si -ritirò all'armata ch'era accampata a Boffalora. Il duca, per -sempre più animar la plebe, fece proclamare ch'egli voleva -affidar le chiavi della città al suo popolo; che in avvenire -voleva rendere immuni i cittadini da ogni aggravio, -e che i pesi dello Stato dovevano portarli i ricchi e i nobili. -Contemporaneamente vennero cacciati i nobili dalle -magistrature municipali, e collocate persone le più accette -alla plebe. L'odio ereditario contro de' nobili si manifestò -con eccessi d'ogni sorte. La plebe, sensibile alle -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -prepotenze ed al fasto orgoglioso de' magnati, non ebbe -limite, dappoi che venne sciolta ad agire, anzi animata. La -roba, la vita de' nobili non rimase più sicura; e il duca, -arbitrariamente, esigeva esorbitanti sussidii dai facoltosi, -usando ridire spesse fiate: <i>Essere meglio rovinare ch'essere -rovinato.</i> Così procurò egli d'impegnare in sua difesa -il numero maggiore e i più determinati sudditi, come -quelli che poco hanno da perdere. -</p> - -<p> -Se dall'una parte questa imponente e vigorosa comparsa -del re in Italia cagionava molta inquietudine al partito -dello Sforza, non lasciava dall'altra di valutarsi il numero -e la risolutezza degli Svizzeri, pronti a discendere, -e l'animo de' popolani del paese che già s'era manifestato. -Quindi in Gallarate s'erano introdotti da ambe le parti discorsi -d'accomodamento<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a>; anzi erasi al punto di stabilire -la pace, collo sborso di grosse pensioni del re di Francia -agli Svizzeri; e gli articoli principali che già sembravano -accordati, erano: Che il Milanese fosse del re di Francia; -che gli Svizzeri e i Grigioni restituissero al ducato le valli -che avevano occupate, cioè Lugano, Mendrisio, Locarno, -Valtellina, ec.; che il re assegnasse a Massimiliano Sforza -il ducato di Nemours, ed un'annua pensione di dodicimila -franchi; che gli concedesse una principessa del sangue -reale in moglie, e gli desse la condotta di cinquanta lance -al servigio della Francia<a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>. Ma il cardinale di Sion troncò -i discorsi di accomodamento. Egli condusse in Milano, il -giorno 10 di settembre del 1515, un corpo di Svizzeri numeroso. -Cotesto cardinale' compariva militarmente <i>in habito -de bruno seculare</i>, come dice il Prato; e gli Svizzeri -vennero eccitati a combattere colla grandiosa promessa di -ottocentomila ducati d'oro, se vincevano. Della qual somma -il ministro del re di Spagna, residente a Milano, ne promise -dugentomila a nome del suo monarca, ed a nome -del papa Leone X altri mila ne furono promessi; cosicchè -al duca rimaneva il peso di quattrocento mila ducati. Gli -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -Svizzeri, gloriosi per la sconfitta data due anni prima a -Novara ai Francesi sotto il comando De la Trémouille, si -consideravano <i>il terrore de' monarchi</i>, e tenevansi la vittoria -sicura. Il re, vedendo inevitabile il tentar la fortuna -delle armi, avendo consumati i viveri de' contorni di Magenta, -Corbetta e Boffalora, marciò coll'armata prima a -Binasco, indi passò a Pavia; finalmente pose in settembre -il suo campo a Marignano. Le scorrerie de' Francesi venivano -sotto le mura della città, e, non solamente da quella -parte che risguardava la loro armata, ma persino sulla -strada di Monza, per lo che non eravi sicurezza nell'uscire -da Milano. -</p> - -<p> -Il giorno 14 di settembre 1515 divenne famoso nella -storia per la <i>battaglia di Marignano</i>, da alcuni anche -detta <i>di San Donato</i>. Il Prato ci racconta, come «venuta -la chiarezza del dì, cominciarono essi (Svizzeri) ad uscire -per porta Romana; et durò il loro passaggio sino alle ventidue -ore, <i>il che prova il loro numero</i>, con animo tale, -che non pareva già che a guerra, ma più presto a certi -segni di vittoria andassero, et con essi era il cardinale». -Il re di Francia aveva seco lui sei ambasciatori svizzeri, i -quali stavano trattando della pace; per lo che l'attacco -fu una vera sorpresa pei Francesi, e potrebbe chiamarsi -anche un'insidia oltraggiosa al gius delle genti, se il corpo -elvetico non fosse un aggregato di più distinte sovranità. -I cantoni di Uri, Swit e Undervald, i quali privatamente -possedevano Bellinzona e le province acquistate sul ducato -di Milano, dovevano preferire il rischio della battaglia, -anzi che cedere le loro conquiste: gli altri cantoni, dai -quali non si cercava nella pace sagrifizio alcuno, non -avendo che l'utilità delle pensioni della Francia promesse, -dovevano preferire la pace ai pericoli di una giornata. In -fatti, gli svizzeri di Berna, Soletta e Basilea ricusarono di -marciare contro de' Francesi; ma, destramente ingannati -coll'avviso che la vittoria era già decisa pe' loro compatriotti, -essi, per non ritornare alle case loro colla vergogna -di non aver partecipato alla gloria degli altri, e per -non perdere la porzion loro del bottino, che già si tenevano -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -sicuro, sull'esempio di quanto era loro toccato a Novara -col La Trémouille, si unirono e marciarono a San -Donato. Il progetto era di vincere con impeto la prima resistenza -de' Francesi: impadronirsi, come era seguíto a -Novara, dell'artiglieria, e adoperarla contro del re. Guicciardini, -Gaillard, Prato vanno concordi nella descrizione -di quanto v'è di essenziale in questo fatto, che decise totalmente -in favore del re, e che fu una delle più ostinate e -sanguinose battaglie che si sieno date. Cominciò la mischia -il giorno 14 settembre, due ore prima del tramontar del -sole<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a>. Durò ferocemente sino alle quattro ore della -notte, non volendo nè cedere i Francesi, nè ritirarsi gli -Svizzeri. Le tenebre si accrebbero al segno, che fu indispensabile -il cessare, poichè non si distinguevano più gli -amici dai nemici. Il re profittò di quell'intervallo, spedì -ordine all'Alviano, comandante de' Veneti, acciocchè si -presentasse tra Milano e San Donato. Passò il re il rimanente -della notte, animando e disponendo i suoi, e giacque -in riposo sopra un cannone. Al comparire dell'aurora, più -accaniti che mai, ritornarono al loro impeto gli Svizzeri, -ed i Francesi con fermezza lo sostennero e respinsero. Si -sparse voce fra gli Svizzeri che l'Alviano marciava per coglierli -alle spalle. Laonde, spossati dalla enorme fatica, -disperando di superare i Francesi comandati dal loro re, -vedendosi in pericolo di ritrovarsi fra due fuochi, piegarono -alla vòlta di Milano. «Affermava il consentimento comune, -dice il Guicciardini<a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a>, di tutti gli uomini, non essere stata -per moltissimi anni in Italia battaglia più feroce... Il re -medesimo, stato molte volte in pericolo, aveva a riconoscere -la salute più dalla virtù propria e dal caso, che dall'aiuto -de' suoi... in maniera che il Triulzio, capitano che -aveva vedute tante cose, affermava questa essere stata battaglia, -non di uomini, ma di giganti; e che diciotto battaglie -alle quali era intervenuto, erano state, a comparazione -di questa, battaglie fanciullesche». Vi si contarono -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -sul campo più di quindicimila Svizzeri e seimila Francesi. -Il Trivulzio vi corse pericolo: ei s'era impegnato fra le alabarde -e le aste nemiche per salvare un suo alfiere, già -circondato dagli Svizzeri; ebbe ferito il cavallo, il suo elmo -privato de' pennacchi; era ridotto al punto di essere oppresso -dal numero, se non veniva un drappello de' suoi, -che lo trasse a salvamento. Il re ebbe il cavallo ferito, e -nella persona ricevè molte contusioni, e vi combattè come -ogni altro soldato: vi si distinsero il contestabile di Bourbon, -il conte di San Pol. Il conte di Guise ricevette molte -ferite; rimase sul campo Francesco di Bourbon, fratello -del contestabile, che aveva il titolo di duca di Castellerand; -vi rimasero morti parimenti Bertrando di Bourbon Carenci, -un fratello del duca di Lorena e del conte di Guise, il -principe di Talmont, i conti di Sancerre, di Bussi, d'Amboise, -di Roye ed altri<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a>. Il cavaliere Bayard, quegli che -aveva e meritava il titolo di <i>cavaliere senza tema e senza -macchia</i>, in quella memorabile azione fece prodigi di valore, -per modo che il re di Francia medesimo, Francesco I, -dopo ottenuta la vittoria, volle ivi sul campo essere creato -cavaliere per mano del valoroso Bayard. Gli Svizzeri mal -conci, sopravissuti a quella carneficina, ritornarono a Milano; -ed io li rappresenterò colle volgari, ma ingenue parole -adoperate da un merciaio che allora aveva bottega -aperta in Milano, e si chiamava Gian Marco Burigozzo: -«Tanto che fu la rotta a questi poveri Sviceri, et se comenzorono -a voltare, et vennero a Milano quelli pochi che -erano avanzati, et tutti avevano bagnate le gambe, et questo -era perchè il signor Giovan Jacopo, come astuto capitano, -venendo gli Sviceri in campo su un certo prato, et -lui li dette l'acqua, per modo che la fu una gran ruina a -quelli poveri Svisceri, tanto che a Milano non se ne vedeva -altro se non ammalati et homeni maltrattati, in modo -che pareva che costoro fusseno stati in campo dieci anni, -tutti polverenti dal mezzo in suso, et dal mezzo in giuxo -bagnati, tanto che li homeni de Milano, vedento tanta -<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span> -desgrazia, tutti si miseno sulle porte ovver botteghe, chi -con pane et chi con vino, a letificar li cori di questi poveri -homini, et questo facevano a honor di Dio, et per -tutto questo dì non cesorno de venire poveri Sviceri, -tutti malsani, et il più sano durava fatica a star su in -piedi<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a>. -</p> - -<p> -Dopo la battaglia di Marignano il duca si ricoverò nel -castello di Milano con bastante presidio. Il cardinale di -Sion prese seco il duca di Bari Francesco, e lo condusse -alla corte imperiale, dove era stato educato, riserbandolo -a tempi migliori pel caso che Massimiliano rimanesse in -potere de' Francesi, che il cardinale odiava irreconciliabilmente. -Gli avanzi di Marignano si ricoverarono nelle loro -montagne svizzere, e così il Milanese rimase sgombrato ed -aperto al dominio del re, tranne i castelli di Milano e di -Cremona. Si vociferava non per tanto della disposizione di -cinquanta altri mila Svizzeri a venire in soccorso del duca. -Era recente la memoria di quanto aveva saputo fare Giulio -II; e non era da fidarsi di Leone X, che gli era succeduto -nel sommo sacerdozio. Un regolare assedio al castello -di Milano, ben provveduto di viveri e di munizioni, portava -molti mesi di tempo, ne' quali i maneggi della politica potevano -annientare i vantaggi dal valore e dal sangue francese -ottenuti nella recente segnalatissima vittoria. Voleva -la ragione di Stato che il re offerisse a Massimiliano Sforza -i compensi che egli aveva saputo chiedere, purchè cedesse -il castello di Milano, rinunziasse alle pretensioni sul ducato, -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -e riconoscesse il re Francesco per duca di Milano. Girolamo -Morone, che stavasene nel castello col duca, fu mediatore -di quest'accordo. Massimiliano Sforza rinunciò al re di Francia -il ducato di Milano, gli consegnò il castello, passò a terminar -da privato i suoi giorni nella Francia con trentaseimila -scudi di pensione, che assegnogli il re, il quale, oltre -a ciò, s'obbligò di pagargli i debiti. Al Morone il re promise -di farlo senatore e regio auditore. Il giorno 8 di ottobre -del 1515 venne ceduto il castello ai Francesi; e non erano -ancora compiuti i due anni da che n'erano usciti. E così -terminò la sovranità di Massimiliano Sforza, il quale per -poco più di tre anni rappresentò la figura dell'ottavo duca -di Milano; principe che venne definito assai bene dal Gaillard -nella vita di Francesco I re di Francia colle seguenti -parole: «à juger de lui par sa conduite, il paroit que -c'étoit un prince foible, fait pour être gouvernè. Nil politique, -ni belliqueux, on ne l'avoit vu ni préparer sa defense -par les intrigues du cabinet, ni commander les armées -qui combattoient pour lui. Il sombloit que la querelle -du Milanés lui fût étrangère. Mais il eut du moins le mérite -d'avoir renoncé de lui même à un rang au quel il -n'étoit point propre, et de ne l'avoir jamais regretté dans -la suite». Egli passò nella Francia, dove sette anni prima -era morto Lodovico suo padre; vi campò quindici anni, essendo -poi morto a Parigi il giorno 10 di giugno del 1530. -Il re Francesco I volle mantener la promessa data per Girolamo -Morone, il quale forse s'aspettava d'essere fatto senatore -del senato di Milano: ma il re temeva il talento di -quest'uomo, e non doveva dimenticare che Francesco Sforza -era salvo: perciò lo destinò a risedere nel parlamento della -provincia di Bresse, la quale forma una porzione del regno -di Francia fralla Borgogna, la Franca Contea, la Savoia -e il Viennese: alla quale onorevole destinazione mostrò di -ubbidire il Moroni, e fingendo d'incamminarsi al nuovo -suo destino, strada facendo, sviò e ricoverossi nel Modonese<a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -</p> - -<p> -Nel tempo stesso in cui si assicurò il re di Massimiliano -Sforza, e s'impadronì delle fortezze del Milanese, mosse -colla maggiore sollecitudine i suoi maneggi per concertarsi -col papa Leone X, detto prima il cardinal Giovanni de' Medici, -che combattè a Ravenna contro dei Francesi. Sommamente -stava a cuore al pontefice rassicurare alla sua casa -in Firenze quella sovranità che effettivamente godeva, sebbene -sotto apparenza di repubblica, e sempre per sè medesima -precaria. Il re si fece garante di mantenere il governo -di Firenze nel sistema in cui si trovava. La città di -Bologna, e per la sua grandezza e per la situazione vantaggiosa, -premeva al papa di possederla assai più di quello che -dovessero interessarlo Parma e Piacenza. I Francesi avevano -mantenuti i Bentivogli nella signoria di quella città, -anche cogli ultimi fatti del duca di Nemours, che ne aveva -discacciati i pontificii, i quali l'assediavano. Il re si mostrò -disposto ad abbandonare i Bentivogli, e guarentire Bologna -alla Santa Sede. In compenso il papa doveva riconoscere il -re come sovrano del ducato di Milano e restituirgli Parma -e Piacenza, come due città dipendenti dal ducato. Così -venne concertato ed il trattato venne sottoscritto in Viterbo -il giorno 13 di ottobre 1515. -</p> - -<p> -Quantunque i Francesi possedessero Milano sino dal giorno -17 settembre, il re, sin che non ebbe la dedizione del castello, -volle risedere a Pavia ed in Milano dimorava il contestabile -di Bourbon, luogotenente e governatore a nome -del re. Resosi poi padrone del castello, il re fece la sua solenne -entrata in Milano il giorno 11 d'ottobre 1515. Lo -corteggiavano il duca di Savoia, il duca di Lorena, il marchese -di Monferrato, il marchese di Saluzzo, e varii altri -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -signori, tutti partecipi della battaglia di San Donato. Alla -porta Ticinese gli si presentarono i delegati della città, i quali -gli offersero lo scettro ducale, la spada e le chiavi della -città. Il re era a cavallo, vestito di ferro, con un manto di -velluto celeste a gigli ricamati d'oro. Avanti se gli portava -una spada sguainata; dodici gentiluomini milanesi lo fiancheggiavano. -Dugento gentiluomini francesi, coperti di ferro -e con ricchissimi manti, venivangli in séguito. Poi mille fantaccini -tedeschi armati condotti dai loro capitani riccamente -ornati, venivangli in seguito. Chiudeva la marcia un corpo -di cavalleria. Giunti alla notizia dell'imperator Massimiliano -questi avvenimenti, egli spedì a Milano un suo ambasciatore -al re di Francia per interpellarlo con qual titolo egli -occupasse il ducato di Milano. Il re indicogli la sua spada; -giacchè non essendo egli discendente dell'ultimo investito, -cioè Lodovico XII, non aveva alcun altro titolo da addurre -fuori che l'essere discendente ei pure dalla Valentina, madre -del di lui avo Giovanni conte d'Angoulème; il qual titolo -non era adattato ai principii dell'Impero, nè alle leggi -del feudo instituito da Venceslao, siccome transitorio nei -soli discendenti maschi. Se l'interpellazione fatta da cesare -aveva l'apparenza di un feciale spedito a intimare la guerra, -la risposta del re aveva il significato della disposizione sua -per difendersi. Il re, per rassodare sempre più la buona -corrispondenza col pontefice, concertò d'abboccarsi con esso -a Bologna; partì da Milano, dopo di esservi dimorato cinquantatre -giorni, il 3 del mese di dicembre e il giorno 14 -dello stesso mese e dello stesso anno 1515, in Bologna, -col papa Leone X si stabilì il concordato famoso, per cui, -abolita nella Francia la prammatica sanzione, venne spogliato -il corpo della chiesa Gallicana de' suoi immemorabili -possessi, e si regalarono il re e il papa vicendevolmente la -roba altrui. Non mai per addietro gli ecclesiastici francesi -avevano pagate a Roma le annate, ed il re donò al papa il -dritto di farsele pagare. Le nomine ed elezioni de' vescovadi -erano di competenza dei rispettivi capitoli delle cattedrali -per diritto stabilito dai canoni conciliari; ed il papa -invece donò al re di Francia queste nomine. Inutilmente i -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -parlamenti del regno fecero le loro rimostranze; inutilmente -le fece il clero gallicano in corpo: poichè si volle -ad ogni modo che il concordato fosse posto in esecuzione. -(1516) Dopo ciò, ne' primi giorni di gennaio, il re partì -dall'Italia, ove lasciava per la forza delle sue armi, per la -fama della sua vittoria, e per i negoziati col papa e co' Veneziani -una dominazione apparentemente sicura e tranquilla. -Lasciò il duca di Bourbon suo governatore e luogotenente -in Milano. -</p> - -<p> -Frattanto però l'ostinatissimo cardinal di Sion moveva -ogni mezzo alla corte imperiale per determinare cesare a -scendere nell'Italia. Varii Milanesi, avversi alla dominazion -francese, dimoravano negli Svizzeri, e procuravano di promovere -gl'interessi della casa Sforza, tuttora intatti nella -persona del duca di Bari Francesco, il quale non aveva abdicato, -come aveva fatto il maggior fratello Massimiliano, la ragione -sua alla successione nel ducato di Milano. La fiera risposta -data dal re alla intimazione imperiale, sembrava che -obbligasse quell'augusto a prendere il partito suggerito dal -cardinale. Così appunto seguì, e nel 1516 l'imperatore Massimiliano -scese in persona dal Trentino alla testa di sedicimila -lanschinetti, quattordicimila Svizzeri, e un nerbo poderoso -di cavalleria. Il maresciallo di Lautrec abbandonò -Brescia, ch'ei teneva bloccata. I Francesi, vedendo l'imperatore -che si accostava per impadronirsi di Milano, nè potendo -difendere i borghi, presero il partito terribile di porvi il -fuoco. Furano inceneriti i sobborghi di porta Romana, porta -Tosa e porta Orientale. L'imperatore, il giorno 3 di aprile -1516, minacciò un assalto a Milano, ne intimò la resa, vantossi -di voler rinnovare la memoria di Federico Barbarossa; -ma il contestabile di Bourbon prese sì bene le sue misure -temporeggiando, che l'imperatore, mancando di denaro, gli -Svizzeri minacciarono di abbandonarlo. Il maresciallo Gian -Giacomo Trivulzio, informato di ciò e della inquietudine -che ne provava l'imperatore, scrisse al colonnello Staffer, -comandante degli Svizzeri imperiali, una lettera da cui risultava -un concerto di tradire Massimiliano cesare e consegnarlo -al contestabile; e questa carta venne confidata ad -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -uno, il quale appostatamente si lasciò prendere. Poiché ebbe -letto un tal foglio, l'imperatore talmente gli prestò fede, che, -sotto apparenza di andare a prender denaro a Trento, se -ne partì; e la sua armata, mancando di comandante, e, ciò -che per essa era ancora peggio, di danaro, si sbandò a saccheggiare -Lodi e Sant'Angelo, e da' Francesi venne poi discacciata. -Così terminò con poca gloria una impresa incominciata -in guisa di doversene aspettare tutt'altro fine. -Brescia fu da' Francesi tolta agl'imperiali. I Francesi operavano -come ausiliari de' Veneziani; ma non ci fu modo di -prendere Verona, difesa valorosamente da Marc'Antonio Colonna, -degno nipote di Prospero. Lautrec la assediava. I -Veneziani, collo sborso di centomila scudi, ottennero dall'imperatore -che abbandonasse Verona; e fra l'imperatore, -i Veneziani e i Francesi venne segnata la pace. Così i Veneziani -riacquistarono la terra-ferma<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a>. Si fece la pace -fra il re e gli Svizzeri. Si accordò un perdono generale, acciocchè -tutt'i Milanesi che avevano preso partito contro -della Francia, ed erano esuli e confiscati, ritornassero pacificamente -ne' loro diritti nella patria. Si impose una tassa -straordinaria per pagare le somme promesse agli Svizzeri; -ed il maresciallo Trivulzio obbligava i cittadini ricchi ad -imprestar danaro al regio erario, carcerandoli se ricusavano. -Tali conseguenze portava la mancanza di un catastro, -sul quale ripartire i carichi delle terre. I nostri vecchi -credevano che quella oscurità fosse un bene; quasi -che meglio fosse un tributo arbitrariamente estorto colla -forza militare, esercitata odiosamente sopra alcuni cittadini -più accreditati, anzi che un proporzionato riparto sulle facoltà -di ciascuno; e, quasi che la influenza che la difficoltà -di riscuoterlo può avere onde evitarlo, sia paragonabile col -disordine di tal forma di riscossione, inevitabile quando le -urgenze pubbliche lo esigono. -</p> - -<p> -Il principio del regno di Francesco I, poi che fu in pace, -promise un ridente avvenire ai Milanesi, e il duca di Bourbon, -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -generoso e magnanimo principe, governatore e luogotenente -del re, procurò di rendersi affezionati gli animi -di questi nuovi sudditi e far loro dimenticare con un felice -governo e i suoi naturali principi, e i mali sofferti. Il -senato di Milano, «che tanto a dire quanto esso re» (dice -il Prato), ordinò che venissero stimati i danni sofferti dai -cittadini per le case incenerite ne' borghi, e sulla relazione -degl'ingegneri commise ai tesorieri del re di risarcirli. -Ma le angustie dell'erario non permisero che interamente -fossero indennizzati. In oltre il contestabile di Bourbon -donò alla città il dazio della macina, che si valutava -allora diecinovemila ducati di annua entrata; e donò pure -il dazio del vino minuto, d'annua rendita di settemila ducati. -Nacque disparere fra i ventiquattro rettori della città. -Alcuni proposero di abolire questi due aggravi, perchè -venisse sollevato il popolo, e non si accumulasse denaro -nella cassa pubblica, d'onde sovente, col titolo di prestito, -i rettori medesimi lo sviavano per non più restituirlo, abolendo -così il nome di un molesto aggravio. Tal proposizione -era di pochi; i più si opponevano; la disputa era -impegnata, ostentando l'uno e l'altro partito il nome di -patria e di pubblico bene, siccome è l'uso. Nè accadde allora -ciò che pure succede, cioè che, mentre due partiti -cozzano e guerreggiano, entri una più scaltra o più -potente persona di mezzo ad usurparsi la cosa disputata. -Venne ordine in nome del re alla città di non disporre di -tai regalie, intendendo il sovrano di conservare intiera la -corona ducale. Invece però di que' due tributi il re assegnò -diecimila ducati annui alla città, da convertirsi in opere di -pubblico beneficio. L'ordine del re è in data del 7 luglio 1516, -e contiene:<a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a> <i>Christianissimus rex, animo revolvens -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -fidelitatem et integritatem quam cives Mediolanenses -erga Suam Majestatem habuerunt, et damna intolerabilia, -quae passi fuerunt, libere praedictae civitati donat -atque concedit summam ducatorum decem milium -annui et perpetui redditus, per manus receptoris civium -recipiendos a mercaturae datiariis, quae quidem -summa in commodum et utilitatem praedictae civitatis -tantummodo et non aliter convertatur</i>. Poi passa a stabilire -che la metà di questa somma s'impieghi ogni anno -per formare un canale sotto la direzione del vicario e dei -Dodici di Provvisione; ducento annui ducati si lasciano da -distribuire all'arbitrio del vicario e Dodici suddetti, e quattromila -e ottocento si distribuiranno chiamando col vicario -e Dodici anche quattro dottori di collegio de' fisici, quattro -negozianti e quattro nobili deputati dello spedale. Ogni -anno il ricettore renderà i suoi conti al magistrato camerale, -chiamandovi il vicario ed i fiscali<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a>. Era vicario di -provvisione Bernardo Crivelli<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a>. Gli architetti idraulici -che s'impiegarono furono Bartolomeo della Valle e Benedetto -Missaglia. Si cercò di fare un canale che ci rendesse -comoda la navigazione col lago di Como. Primieramente -si esaminò la valle di Malgrate, e risultò impossibile, perchè -conveniva scavare un canale profondo trenta braccia -per più d'un miglio, e ciò sotto il fondo del lago di Civate, -e protraendo il canale sino al lago di Pusiano per imboccare -il Lambro, che ne esce, conveniva sprofondare il -Lambro cento braccia e dieci once. Perciò abbandonarono -quella idea, e si rivolsero ad esaminare se meglio convenisse -cominciare il canale sotto Airuno, e trovando che -ivi dovevasi sprofondare centosessantadue braccia per attraversare -quella costa, ne lasciarono pure anche tale idea. -(1517) Poi, l'anno seguente, esso Missaglia con altri ingegneri, -Giovanni Simone della Porta e Giovanni Balestrieri, -si posero ad osservare la Valle del Seveso, che comincia a -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -Cavallasca, o passa per Lentate, e viene a Milano. Trovarono -che per essa non era sperabile di condurre un canale -per l'angustia e le alte rive che in più luoghi s'incontrano; -e ciò quando anche vi fosse stato modo d'introdurvi le -acque del lago di Como, cosa assai difficile e pel livello, e -per le montagne frapposte; ed anche questo pensiero per -tai motivi fu giudicato inutile. Visitarono una valle presso -Chiasso, e non trovarono modo di aprirvi un emissario che -ricevesse le acque del lago di Como. A Como presso a -Sant'Agostino si argomentarono di potervi aprire un emissario, -imboccando la valle del fiume Aperto e dell'Acqua -Negra, ma calcolate le molti emergenti difficoltà, senza -fare alcuna livellazione, riconobbero ineseguibile anche -questo progetto. Tentarono poscia se da Porlezza a Menaggio -si potessero unire i laghi di Lugano e di Como; la distanza -è di sei miglia, ma conveniva discendere dal primo -cento braccia per entrare nel lago di Como, e lo trovarono -impossibile. La Tresa, emissario del lago di Lugano, che -sfogasi nel lago Maggiore, fu trovata povera di acque e di -caduta impetuosa, e giudicata perciò indomabile. Esaminarono -a Porto ed a Cò di Lago se potessero estraersi le -acque ed incanalarle per la Lura verso Seregno, d'indi poi -a Milano; e ciò pure non trovarono espediente. Ritornarono -a tentare di fare un emissario nell'Adda, visitarono se mai -per Oggionno e Valmadrera si potesse incanalare l'acqua -verso Rovagnate, ovvero nel Lambro; ma senza profitto, -nè speranza, rinunciarono a quel partito. Ripigliarono l'esame -sotto Airuno, e passata la costa, alta, come dissi, -braccia centosessantadue, videro che si sarebbe potuto condurre -un canale per Cernusco Lombardone, indi Usmate, -poi ad Arcore: ma tutto con sommo dispendio. Questo fu -il progresso per cui si determinarono il Missaglia e il della -Valle a progettare per rendere navigabile l'Adda da Brivio -a Trezzo. La città supplicò perchè s'impiegassero i cinquemila -zecchini nel rendere navigabile l'Adda, invece di -scavare di nuovo un emissario, e da ciò si prometteva abbondanza -di calce, legna e carbone. Era riserbata quest'opera -ai nostri giorni, mercè la protezione ed attività del -passato governo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -</p> - -<p> -Queste beneficenze del re animarono la città di Milano -a spedire a Parigi alcuni deputati con una supplica al re -in cui proposero alcuni stabilimenti. Essa distesamente -vien riferita nel manoscritto del Prato. Io ne esporrò quanto -vi è di più importante. Si chiedeva dalla città di Milano -che il governatore e luogotenente non avesse nè direttamente -nè indirettamente ingerenza alcuna nelle cose di -giustizia tanto civile quanto criminale; che nessuna autorità -egli avesse negli affari delle regalie, e nemmeno facoltà -di proclamare editti; ciò che il re non volle accordare. -Accordò egli bensì che nessun comandante militare potesse -nelle città di presidio o nei castelli esercitare giurisdizione -sopra i cittadini. Si conosce da quanto trovasi in -quella supplica, che di que' giorni i questori, i quali dovevano -giudicare delle questioni fra gl'impresari e il popolo, -non erano di rado soci secreti degl'impresari medesimi; -onde essendo costoro ad un tempo giudici e parte, non vi -era più modo agli oppressi di trovare giustizia, su di che -la città implorò la sovrana provvidenza. Essi poi, come ministri -camerali, all'occasione di confische (le quali in quella -età di frequente cambiamento di dominazione, col pretesto -di fellonia non erano rare) occupavano indistintamente -tutto il patrimonio e del reo e de' consanguinei che vivessero -indivisi con lui, e quindi gl'innocenti si trovavano costretti -a dispendiosissime liti, dalle quali erano prima rovinati -che ottenessero la loro porzione devastata. Fa poi -ribrezzo maggiore il conoscere da quella supplica quanto -ingiusta e crudele fosse la procedura criminale esercitata -in quell'epoca da coloro che avevano una carica di capitano -di giustizia. Questo supremo giudice, assistito dal suo -vicario e da quattro fiscali, procedeva<a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a> <i>servato et non -servato jure comuni</i>. Vi fosse o non vi fosse il corpo del -delitto, questo non arrestava la procedura. Il primo atto -del processo era citare formalmente il tal cittadino, acciocchè -si presentasse all'esame. In questo esame non di rado -veniva il cittadino posto ai tormenti, e quindi<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a> <i>cum terrori -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -sit omnibus officium illud</i> (dice il Prato), molti -chiamati all'esame, per sottrarsi fuggivano, e poi si condannavano -come contumaci anche gl'innocenti. Da questi -aggravi chiesero i deputati che venisse liberata in avvenire -la città; ed il re comandò al senato di proporre i rimedii. -Se colle livellazioni fatte sulla pianura del ducato, alcuni -uomini di quel secolo acquistarono diritto alla stima e riconoscenza -de' loro nipoti e successori, i togati di quei -tempi cominciarono a farci conoscere che quella loro arte -cui definiscono:<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a> <i>ars boni et aequi, justi atque injusti -scientia</i>, è un'arte affatto staccata dal senso morale. Da -quella carta istessa impariamo che allora più non si univa -il consiglio dei novecento, ma era di centocinquanta il consiglio -generale della città di Milano; e que'centocinquanla -nobili rappresentavano veramente la loro patria, poichè -da quella erano eletti a parlare e ad agire per essa. Il -metodo della elezione era questo. Ogni parrocchia si radunava -e nominava due sindaci. Tutti i sindaci poi di ogni -porta si radunavano ed eleggevano quattro. Questi quattro -eletti da ciascuna delle sei porte, ossia de' sei rioni o quartieri -della città, si univano e formavano i ventiquattro -elettori. Da questi poi nominavansi venticinque nobili per -ciascuna porta, i quali formavano il consiglio della città, a -cui era concessa la nomina dal vicario di provvisione, scelto -dal collegio de' giureconsulti, la nomina de' due assessori, -scelti pure dal collegio medesimo, e quella degli altri nobili -per le giudicature della città e pel tribunale di provvisione. -Essi tuttavia formavano la terna, e la scelta facevasi -dal luogotenente e governatore dello Stato. Ma quella -forma di elezione terminò due anni dopo; e per un fatto -dispotico del governatore Lautrec, vennero da esso lui nominati -sessanta nobili, ai quali commise di rappresentare -il consiglio generale della città<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a>; e così continuarono -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -dappoi i successori nel governo a nominare, senza opera -della città, a misura che vacavano; ed il ceto dei sessanta -decurioni (l'adunanza de' quali dicevasi la <i>Cameretta</i>), -durò fino all'epoca della repubblica Cisalpina. -</p> - -<p> -La plebe era superstiziosa e violenta oltremodo; e ne -fecero la prova i monaci di San Simpliciano, i quali, nell'anno -1517, avendo scoperte alcune urne, ed esposti i corpi -creduti di San Simpliciano, di San Martino, di San Siro ed -altri santi; ed essendo per disgrazia caduta in que' dì una -grandine dalla quale vennero flagellate e devastate le nostre -campagne; col modo di ragionar volgare attribuendosi -il fenomeno fisico allo sdegno dei santi, i quali bramassero -riposo ed oscurità, anzi che luce e movimento; e traducendosi -i Benedettini siccome rei di sacrilegio e di pubblica -sciagura; non furono essi più sicuri non solamente -nelle piazze e per le vie della città, ma nemmeno nel loro -monastero; e dice il Prato ch'essi furono «sì sconciamente -battuti, che tal fu di loro, che vi lasciò non solamente la -cappa, ma et la forma di quella». Nè la supposta empietà -di cavare dalla tomba i santi bastava a spiegare allora la -cagion della grandine. La inquisizione non volle starsene -oziosa; volle trovar delle streghe colpevoli di quel turbine, -e volendolo efficacemente, se ne trovano sempre. Alcune -infelici donnicciuole avevano dei segni, quai fossero -non lo sappiamo; bastarono però a farle splendidamente -gettar nel fuoco. Si ascolti il Prato: «Anche da li segni -le quali, judicate dalla inquisizione per strie, furono in -quelli medesimi dì a Ornago et a Lampugnano sul monte -di Brianza a gran splendore arse». Convien dire che anche -nel ceto ecclesiastico allora l'ignoranza fosse grande; e -merita di essere riferito a tal proposito un fatto singolare -che ci vien raccontato e dal Prato e dal Burigozzo. Un uomo -sen venne a Milano grande, sottilissimo per l'estrema magrezza, -che, andando scalzo, vestito di rozzo panno, a capo -scoperto, non portando camicia, vivea con pane di miglio, -erbaggi ed acqua, e dormiva sulla nuda terra. Costui, presentatosi -alla curia arcivescovile, chiese il permesso di predicare; -ma siccome egli era laico e non fregiato di alcun -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -ordine ecclesiastico, gli venne ciò negato. Malgrado ciò egli -cominciò nel Duomo a parlare al popolo, e continuò per -un mese a farlo ogni giorno <i>con tanta grazia di lingua, -che tutto Milano vi concorreva</i><a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a>. Egli prese un tal -ascendente col favor del popolo, che nessuno poteva fargli -contrasto; e nella chiesa del Duomo disponeva come se ne -avesse titolo. Le costui prediche versavano singolarmente -nel rimproverare la corruttela degli ecclesiastici; i quali, -indifferenti per la religione, col di lei manto altro non bramavano -se non ricchezza, autorità e comodi; non mai sazi -di onori, di latifondi, di voluttà, nimici delle sante regole -de' lori istitutori, alieni dalla carità, dallo studio de' libri -sacri, dalla cura del bene altrui, dalla pazienza, dalla umiltà, -dai travagli; cose tutte che pure sono di obbligo dello -stato a cui sono sublimati, e quindi invece di animare i -laici alla virtù col loro esempio, sono la cagione della corruttela -universale de' costumi. Così con veemente eloquenza -questo uomo laico cercava di scuotere gli ecclesiastici. I -preti non si mossero; ma i frati non furono tanto pazienti; -e que' di Sant'Angelo l'accusarono come sedizioso, fautore -segreto de' nimici del re. Egli, interrogato dal maresciallo -Trivulzio e dal presidente del senato, fu trovato un uomo -semplice, pio, ed affatto diverso da quello che era stato -rappresentato. Insensibilmente poi questo amor popolare, -prodotto dalla eloquenza e dalla austerità, sempre imponente, -della vita, svanì; ed il romito, dopo sei mesi, senza -alcun romore, se ne partì. Era costui dell'età di trent'anni, -toscano; aveva nome Girolamo; dotto assai nelle sacre -pagine. Tutto ciò il Prato. Di costui il Burigozzo dice che -era di Siena, di bella persona, e nobile: «era vestito de -panno tanè, haveva le brazza discoperte et le gambe nude -senza niente in testa, con la barba lunga, ed haveva dissopra -un certo mantelletto a modo de sancto Giovanni -Battista». Se mi si permette una conghiettura, parmi che -questa straordinaria missione fosse un avviso salutare degli -imminenti torbidi luttuosi che nacquero pochi mesi dopo -nella Germania contro degli ecclesiastici, e che riuscirono, -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -come ognun sa, all'infausto dissidio dei protestanti e dei -pretesi riformati. -</p> - -<p> -Il contestabile duca di Bourbon, governatore e luogotenente -del re, venne richiamato per uno di quegl'intrighi, -i quali non son rari nelle corti, quando il monarca non -giudichi co' suoi principii, ma si lasci indurre ad abbracciare -i partiti che destramente gl'insinuano le persone che -se gli accostano più da vicino. La duchessa di Angoulême -aveva molto ascendente sull'animo del re suo figlio. Non -minor potere aveva nel cuore di quel giovine e vivace sovrano -la contessa di Chateau-Briant, che era nel fiore dell'età, -il fiore della bellezza e della grazia; ed era amata -dal re<a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a>. La duchessa favoriva il duca di Bourbon, senza -ch'egli se ne avvedesse, per inclinazione naturale; la contessa -bramava che si desse a Lautrec, di lei fratello germano, -il comando nell'Italia delle armi francesi. Perciò -nel 1517 egli venne a Milano governatore, e fu il settimo. -Odetto di Foix, signore di Lautrec, maresciallo di Francia, -era cugino e compagno d'armi del celebre Gastone di Foix. -Alla battaglia di Ravenna egli fu de' pochi che non l'abbandonò, -quando, per uno sconsigliato ardimento si scagliò -incontro alla sua morte. Si battè, lo difese quanto un -uomo solo lo poteva contro di una folla di armati. Lautrec -gridava agli Spagnuoli, mentre combatteva, avvisandoli che -Gastone era il fratello della regina loro. Ferito egli pure -in più guise, giacque creduto morto a canto a Gastone. -Riconosciuto poi ed assistito, ripigliò Lautrec il suo vigore, -e sotto del contestabile continuò a dar saggi del suo valor -militare. Le ferite che Lautrec aveva ricevute sul viso nella -battaglia di Ravenna, l'avevano reso di aspetto truce e deforme, -nè il di lui carattere contrastava colla fisonomia<a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a>. -(1518) Lautrec, governatore di Milano, mal sofferiva il maresciallo -Trivulzio, il quale viveva con una magnificenza -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -reale, ed era più considerato nella città, che non lo fosse -Lautrec. Trivulzio era maresciallo, era stato governatore, -aveva acquistato alla Francia il milanese, viveva indipendente. -Il perchè venne accusato e indicato per sospetto, -per essere egli il capo della potente fazione de' Guelfi, e per -essersi fatto ascrivere alla naturalizzazione elvetica, e perchè -il di lui nipote serviva i Veneti. Queste accuse del -Lautrec vennero nell'animo del re malignamente rinforzate -dalla contessa di Chateau-Briant, la favorita di quel -monarca. Trivulzio, franco e sensibile, informato dell'attentato, -al momento partì, e quantunque avesse ottant'anni, -nel cuore dell'inverno, superate le Alpi, si presentò alla -corte di Francia, dove però non potè avere udienza dal re. -Questo rispettabile vecchio si fe' condurre in luogo per cui -doveva passare il monarca; e poichè fu alla distanza di -essere ascoltato, disse: «Sire, degnatevi di accordare un -momento d'udienza ad un uomo che s'è trovato in diciotto -battaglie al servigio vostro e dei vostri antenati». Il re, -sorpreso, lo guarda, lo ravvisa, e passa oltre senza far -motto. Tale fu la mercede di quarant'anni di servigi resi -alla Francia. Trivulzio si ammalò gravemente. Il re gli -fece fare delle scuse; ed il Trivulzio gli rispose che era -sensibile alla bontà del re, ma che lo era stato pure ai rigori, -ed il rimedio era tardo<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a>. Frattanto il Lautrec profittò -dell'assenza del Trivulzio per arrestare a Vigevano la -vedova ed i figli del conte di Musocco, nuora e nipoti del -Trivulzio. Il maresciallo fu sepolto a <i>Bourg de Chartres</i>, -sotto <i>Montlehery</i>, dove aveva trovata la corte, e dove -morì<a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a>. Burigozzo dice che ei morì il giorno 4 di dicembre -del 1518. Nel vestibolo di San Nazaro Maggiore della -nostra città avvi un tempio di assai grandiosa e nobile -architettura, intorno al cui architrave veggonsi collocate in -alto le tombe della famiglia Trivulzio; il qual edifizio -credesi fatto fabbricare dal maresciallo, la tomba del quale -sta nel mezzo, colle due sue mogli poste ai lati; e sta -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -scolpito:<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a> QVI NVNQVAM QVIEVIT HIC QVIESCIT. TACE. -Della sconoscenza ed ingratitudine del re Francesco I ne -scrive anche il Prato; «havendo non una, ma due et tre -volte, dic'egli, con tanta fatica et arte in bona parte dato -il stato di Milano a Francesi, et hora ne ha pagato di sì -meritevole guiderdone». Il Trivulzio fu un gran soldato, -un signore magnifico, e d'animo reale. L'ambizione sua -però fu rivolta più a soggiogare i nemici viventi, ed a -vendicarsene, che a procacciarsi una fama generosa presso -la posterità. Ei non temette la voce imparziale della storia. -È tristo quel popolo che è dominato da un ambizioso -che non la teme! Trivulzio, con la sua ambizione, rovinò la -patria, scaccionne i naturali suoi duchi, e la immerse nelle -miserie che l'afflissero per più di un secolo. Egli non ha -diritto veruno alla nostra riconoscenza. -</p> - -<p> -Dell'atrocità di que' tempi, o degli effetti dell'ignoranza -e delle torture può esserne pure chiara testimonianza il -fatto orribile di Isabella da Lampugnano, la quale, il giorno -22 di luglio del 1519, sulla piazza del castello, fu arruotata -viva ed abbruciata. Si credette che per <i>sola crudeltà</i> -ella colle lusinghe si facesse venir in sua casa i bambini, -e loro togliendo il sangue, gli salasse e divorasse poi. Si asserì -che la cosa venisse a sapersi, perchè una gatta di lei fu -osservata avere in bocca la mano d'un bambino: «Fu subito -detenuta, dice il Prato, et stata per alcun tempo perseverante -ne' tormenti horribili, negando sempre il vero, finalmente -confessò il tutto». La logica non permette di credere -che si commettano siffatti orrori <i>per sola crudeltà</i> e senza -un fine. La cognizione del cuore umano nemmeno consente -di crederne preferibilmente capace una donna, più sensibile -alla compassione che non è l'uomo. La ragione e la -sperienza ci dimostrano che questa è una prova di più, che -coll'uso dei tormenti <i>horribili</i>, finalmente si costringe un -innocente ad accusarsi di qualunque più chimerico delitto. -Ci accaderà di trattarne più diffusamente, mi lusingo, -in avanti, proseguendo la storia. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -</p> - -<p> -La condizione de' Milanesi era assai infelice sotto il duro -e dispotico governo del maresciallo Lautrec: aggravi indiscreti, -indiscretamente percepiti; patiboli, confische, proscrizioni; -quest'era l'arte colla quale colui governava. Io non -riferirò quanto ne scrivevano gl'Italiani di quel tempo, che -potrebbe forse anco credersi dettato dallo spirito di partito -nazionale. Brantome così parla nella vita di Lautrec. -«On dit qu'avant qu'il fust chassé de Milan, venoient au -roy plusieurs nouvelles et plaintes de luy, et qu'il estoit -trop sévère et mal propre pour un tel gouvernement.... -mais pour gouverner un état il n'y estoit bon. Madame de -Chasteaubriant, soeur de mons. de Lautrec.... en rebatit -tous les coups, et le remettoit tousjours en grace». E lo -storico Gaillard, nella vita di Francesco I re di Francia, dice: -«Le maréchal de Lautrec gouvernoit depuis lon tems le Milanés -avec une rigueur bien contraire à la clemence de son -maître. Les proscriptions avoient depeuplé Milan. Les bannis -étoient en si grand nombre qu'on les voit jouer un rôle -dans l'histoire, se rassembler, former des entreprises, et -susciter beaucoup d'affaires aux François. On remarqua -que la plus part de ces bannis étoient les plus riches citoyens -da Milanés<a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>». Fu ben diverso il regno di Lodovico -XII da quello di Francesco I, non già per cattiva -indole di quest'ultimo, ma perchè, sotto il nome suo spensieratamente -lasciava in balía d'un favorito il destino dei -sudditi. In quel torno morì il nostro celebre Bernardino -Corio<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a>, d'anni sessanta, e fu l'anno 1519. Quattro anni -prima lo storico Tristano Calco lo avea preceduto. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -<span class="smcap">Fine del Tomo secondo.</span> -</p> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE DI QUESTO TOMO</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XI.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Di Matteo I, di Galeazzo I e d'Azzone Visconti, signori di Milano</i></td> <td class="pag"><a href="#cap11">Pag. 5</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della città sino verso la metà del secolo XIV</i></td> <td class="pag"><a href="#cap12">37</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XIII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo Visconti</i></td> <td class="pag"><a href="#cap13">70</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XIV.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano</i></td> <td class="pag"><a href="#cap14">104</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XV.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti, Filippo Maria</i></td> <td class="pag"><a href="#cap15">132</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XVI.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco Sforza</i></td> <td class="pag"><a href="#cap16">170</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XVII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Francesco I Sforza, duca di Milano</i></td> <td class="pag"><a href="#cap17">211</a></td> - </tr> - <tr> - <td><span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XVIII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e della minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto duca</i></td> <td class="pag"><a href="#cap18">229</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XIX.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta del re di Francia Lodovico XII</i></td> <td class="pag"><a href="#cap19">251</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XX.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e governo del re di Francia Lodovico XII, fino alla lega di Cambrai</i></td> <td class="pag"><a href="#cap20">275</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XXI.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca</i></td> <td class="pag"><a href="#cap21">297</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XXII.</td> - </tr> - <tr> - <td><i>Di Francesco I re di Francia, e suo governo nel ducato di Milano</i></td> <td class="pag"><a href="#cap22">319</a></td> - </tr> -</table> - -<hr /> -</div> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span>Cassone ecc. Agli uomini, così fossero prudenti! Matteo Visconti, -vicario e rettore, o sia capitano, al podestà, ai sapienti ed -anziani, ai consiglieri, ai consoli, al consiglio, al comune della città -di Milano, e a Galeazzo, Luchino, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span>E per questo tu, Matteo Visconti, e voi altri come sopra nominati, -se non vi emenderete delle predette cose, scomunichiamo -in perpetuo, anatematizziamo, e priviamo di qualunque commercio -umano, della ecclesiastica sepoltura e dei sacri ordini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span>Corio all'anno 1314.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span><i>Flamma, Manipul. Fior., et Annales Mediolan. ad ann. 1317.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span><i>Flamma, Manipul. Flor., ad annum. 1313.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span>Di pessimi delitti e di eresia, benchè non fosse colpevole.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span><i>Bonincontrus Morigia</i>, lib. 3, cap. 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span>Villani, Ughelli e Buonincontro Morigia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span><i>Raynaldus, ad an.</i> 1317, n. 8.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span><i>Bonincont. Morigia</i>, lib. 2, cap. 27.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span><i>Raynald., num. XI, ad annum.</i> 1320.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span><i>Idem, num. X, ad an.</i> 1320.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>. </span>Lib. IX, cap. 108.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>. </span><i>Flamma, Manipul. flor.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>. </span>Tom. X, pag. 547.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>. </span>Tanto perchè il giudizio o la punizione del reato di sacrilegio -spettano al foro ecclesiastico, quanto ancora perchè, nella -vacanza dell'Imperio, come ancora al presente si riconosce vacante, -a noi ed alla apostolica sede appartiene il reprimere l'ardire -di questi facinorosi che nell'Imperio si trovano, il togliere di -mezzo l'oppressione, e l'amministrare la giustizia agli offesi ed -agli oppressi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>. </span>Il profano ed empio autore di grandi sceleratezze e di delitti, -Matteo Visconti di Milano, rabbioso devastatore delle parti -della Lombardia, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>. </span><i>Ughelli, Ital. Sacr.</i>, tom. IV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>. </span>Ughelli, col. 206.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>. </span>Fece portare il vessillo della Chiesa sopra il tetto della casa, -e colà fu proclamato che qualunque uomo o donna seguitare volesse -quel vessillo, affine di distruggerò il detto Matteo e i di lui -fautori, libero e mondo sarebbe tanto da colpa quanto da pena.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>. </span><i>Chronic. Astens.</i>, cap. 103.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>. </span>Pronunziando sentenza di scomunica, coi tesori della Chiesa -aperti, e da qualunque parte arruolando soldati agli stipendi contra -il predetto signor Matteo e i suoi seguaci e quelli della sua -stirpe fino al quarto grado.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>. </span>Edizione in quarto. Milano, 1771, pag. 29.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>. </span>All'anno 1332.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>. </span>Certamente consta che i censori della fede, nel condannare -per titolo di eresia alcuni Ghibellini, indotti furono oltremodo -dallo spirito di partito.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>. </span><i>Raynald. ad annum</i> 1341.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>. </span>Trovato abbiamo essere iniquamente fatti i processi e le sentenze -suddette, per certe ragioni legittime e giuste che in essi -abbiamo ravvisate, e col consiglio del fratelli nostri e coll'autorità -apostolica, dichiariamo iniquamente fatti e nulli ed irriti gli -stessi processi e i giudizi, fatti e pronunziati dai prefati arcivescovo, -Pasio, Giordano, Onesto e Barnaba, e da ciascuno di essi -intorno alle predette cose, in comunione o separatamente, contra -i predetti Giovanni e Luchino (<i>erano allora que' due figli di Matteo -signori tranquilli di dodici città</i>) e tutte le cose che sono seguite -in forza di que' giudizi o per cagione di quelli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>. </span>Ughelli, tom. IV, in <i>Archiep. Mediol., ubi de Johanne Vicecomit.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>. </span>Che gli altri tutti in probità superava.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>. </span>Pag. 36.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>. </span><i>Bonincontr. Morigia</i>, lib. III. cap. 21.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>. </span>All'anno 1323.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>. </span>Non mancavano tuttavia a Lodovico molti argomenti di ragione -coi quali, presso il maggior numero delle persone, scusare -si potessero le cose da esso fatte; la controversia con Federico -austriaco intorno all'Imperio, già decisa colla spada: Milano poi -difesa, non affine di assistere l'eretico Galeazzo, ma di rivendicare -a sè stesso i diritti dell'Imperio, e di impedire che occupata fosse -da Roberto re di Sicilia un'amplissima provincia dell'Imperio, che -non mai forse si sarebbe ricuperata. Non però da que' motivi di -ragione fu Giovanni rimosso dal meditato disegno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>. </span><i>Raynald. ad ann.</i> 1323, cap. 29 et 30.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>. </span>Intorno alla di cui morte nulla si sa di certo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>. </span>Pag. 70.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>. </span>Lib. III, cap. 37.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>. </span><i>Anecdot.</i>, tom. II, pag. 301.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>. </span>Molto dal vero si allontana.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>. </span><i>Bonincontr. Morigia, R. I.</i>, tom. XII, col. 1750 D; — e la -cronaca d'Azario, pag. 54.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>. </span><i>R. I.</i>, tom. X, col. 901 B. — <i>Martene, Thesaur. nov. -Anecdot.</i>, tom. II. — <i>Cod. Italic. Lunig.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>. </span>Pietro tornato in sè, disse: Venne l'angelo del Signore, e ci -liberò dalle mani di Erode e di tutte le fazioni de' giudei.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>. </span>Gio. Villani, Storia, lib. X, cap. 71. — Albertino Mussato, -<i>R. I.</i>, tom. X, col. 774 C.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note44"> -<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>. </span><i>Med. Æv.</i>, tom. VI, col. 186.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note45"> -<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>. </span>Giorno e notte gridavano a vitupero del Bavaro: O Gabrione, -ebrione, bevi, bevi, ho, ho, Babii, Babo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note46"> -<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>. </span><i>R. I.</i>, tom. XII, col. 1001.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note47"> -<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>. </span>Villani, cap. 289.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note48"> -<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>. </span>Messale ambrosiano, stampato l'anno 1475 in Milano da Antonio -Zarotto; e Breviario, stampato dal medesimo, l'anno 1490.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note49"> -<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>. </span>Tom. X, pag. 482.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note50"> -<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>. </span>Vita di Giotto, tom. I, pag. 95.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note51"> -<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>. </span><i>Ivi</i>, pag. 46.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note52"> -<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>. </span>Lomazzi, Arte della pittura, pag. 35.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note53"> -<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>. </span>Giulini, tom. X, pag. 332.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note54"> -<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>. </span>Gio. Villani, lib. XII, cap. 37.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note55"> -<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>. </span>Giulini, tom. X, pag. 410.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note56"> -<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>. </span>All'anno 1348.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note57"> -<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>. </span>Aveva la predetta signora Elisabetta, di lui moglie, fatto -voto di visitare la chiesa di San Marco in Venezia, come essa -diceva. Al quale viaggio acconsentì il signor Luchino. E, fatta una -comitiva di molti grandi dell'uno e dell'altro sesso, si pose in -cammino, e come una imperatrice, e con grandissime spese e -corte bandita, fu ricevuta dal signor <i>Mastino</i> in Verona. E compiè -il suo viaggio, e si narra che anche la sua volontà compiesse -intorno a carnale congiungimento, e le altre di lei compagne delle -primarie della Lombardia fecero la cosa stessa. Per questo nacquero -di molti scandali. Ma perchè l'amore e la tosse non si possono -nascondere, nè tanto è occulta alcuna cosa che non si riveli, -tornata essendo la medesima, il signor <i>Luchino</i> seppe ed -udì quello che avvenuto era. Pure, siccome sapiente, pensò a dare -le disposizioni per la vendetta. E perchè disse un giorno, che in -breve era per fare in Milano la giustizia più grande che mai fatta -avesse, con bellissimo rogo, la predetta di lui moglie ben si avvide -che essa era l'oggetto di quella giustizia. Essa altronde, che -ben conosceva il commesso delitto con tale persona, scusare non -potevasi delle cose predette, siccome altra volta erasi scusata. In -qual modo andasse quella faccenda si ignora, nè viene agli scritti -confidato. Ma il signor <i>Luchino</i> non potè compiere quella vendetta -per essere egli stesso mancato di vita.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note58"> -<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>. </span><i>Petri Azarii, Notarii Novariensis, Syncroni author. Chronicon... -Mediolani</i>, 1771, pag 93.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note59"> -<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Non nuoce aver taciuto, ma parlato».</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note60"> -<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>. </span>Uomo era austero nell'aspetto e nell'opere, parco nel promettere, -largo nell'attendere.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note61"> -<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>. </span>Mostrava prendersi cura di poche cose, ma di molte curavasi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note62"> -<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>. </span>Che il prefato magnifico ed eccelso signor <i>Giovanni</i>, figliuolo -del fu signor <i>Matteo de' Visconti</i> di buona memoria, e dopo la -morte di quel signor <i>Giovanni</i>, nello stesso modo, qualunque -altro maschio discendente per linea mascolina e di legittimo matrimonio -dal prefato fu signor <i>Matteo de' Visconti</i>, sia e sieno a -perpetuità vero e legittimo e naturale padrone, e veri e legittimi -e naturali padroni della città e di tutto il distretto e della diocesi -e della giurisdizione di Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note63"> -<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>. </span>Matteo Villani, lib. I, all'anno 1350.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note64"> -<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>. </span><i>Raynald. ad ann.</i> 1330, n. VII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note65"> -<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>. </span>Matteo Villani, lib. I, all'anno 1351.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note66"> -<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>. </span><i>Georg. Stellae Ann. Genuens., ad ann. 1354.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note67"> -<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>. </span>Tutta poi trovo la valle del Reno abitata da coloni mandati -da <i>Augusto</i>; questa mutazione però di sedi non cambia punto la -patria alla quale si va, ma coloro che vanno. Adunque e i Galli -andati nell'Asia, Asiani, e gli Italiani andati nella Frigia, Frigii, e -questi, dopo l'eccidio di Troia tornati nell'Italia, di nuovo diventarono -Italiani. Così i nostri, trasportati nella Gallia o nella Germania, -s'imbevettero della natura di quelle parti e de' costumi -barbarici, e i Milanesi, stabiliti dai Galli, e Galli una volta, ora -come uomini dolcissimi, non serbano alcun vestigio della vetusta -loro origine; così da forza celeste sono modificati gli umani -ingegni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note68"> -<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>. </span><i>Francisci Petrarchae V. C. contra cujusdam Anonymi -Galli calumnias, ad Ugutionem de Thienis Apologia</i>, tom. II, -pag. 1083.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note69"> -<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«O caro al cielo, e per illustre schiatta</p> -<p class="i01">Venerato dai popoli superbi,</p> -<p class="i01">Almo fanciullo, a te dolce la vita,</p> -<p class="i01">E sia vivace nell'infanzia il brio!</p> -<p class="i01">Lieto t'innoltra, o lungamente atteso,</p> -<p class="i01">Dono alla patria, ai padri ed a noi tutti;</p> -<p class="i01">E di vita il cammino astri felici</p> -<p class="i01">T'additin certo tra secondi eventi!</p> -<p class="i01">Te il Po signore attende...»</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note70"> -<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Ma all'egregio garzon, già grandicello,</p> -<p class="i01">Questa coppa si doni, e ad essa accosti</p> -<p class="i01">Le rosee labbra; a' piccioli conviene</p> -<p class="i01">Picciolo dono: minimo son io;</p> -<p class="i01">Ei massimo; ma ancor l'etade è scarsa;</p> -<p class="i01">Appena egli apre a nuova luce gli occhi,</p> -<p class="i01">E trepido lo sguardo al ciel rivolge.</p> -<p class="i01">All'età s'offron, non al grado, i doni.</p> -<p class="i01">Giuoco or farà del nitido metallo,</p> -<p class="i01">Che altero sprezzerà d'anni più grave,</p> -<p class="i01">Qualora ei sappia che lucente feccia</p> -<p class="i01">Dalle profonde viscere si tragge</p> -<p class="i01">D'alpestre terra; ma a lui forse grati</p> -<p class="i01">Saranno allor miei carmi, e, rileggendo,</p> -<p class="i01">Rammenterà ch'io lo levai dal fonte.</p> -<p class="i01">Tanto onor mi concesse il genitore».</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note71"> -<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>. </span><i>Francisci Petrarchae Florentini V. C. operum</i>, tom. III, -pag. 113.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note72"> -<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>. </span>La città di Milano, capitale dei Liguri e metropoli, sin quasi -all'invidia ignara tuttora di queste calamità, e per la salubrità e -dolcezza dell'aere, e per la frequenza del popolo gloriosa, nell'anno -sessantesimoprimo deserta rimase e squallida.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note73"> -<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>. </span><i>De Rebus Senilibus Epistolar.</i>, lib. III, epist. I <i>ad Johannem -Bocatium.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note74"> -<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>. </span>Benaglia, Del magistrato straordinario, cap. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note75"> -<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>. </span>Tom. XI, pag. 426.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note76"> -<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>. </span>Tom. VII, pag. 392.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note77"> -<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>. </span>Giulini, tom. XI, pag. 32.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note78"> -<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>. </span>Cioè, di pane di frumento buono e ben cotto e bianco, e di -vino buono e puro in quantità sufficiente; e di capponi, uno cioè -intero per ogni due persone, e di carne di bue e di porco con -buone salse di pepe, cioè un frammento o un pezzo di carne di -bue, competente e buona per ogni due; ed un altro frammento o -un pezzo di porco con buone salse di pepe per ogni due; ed un -frammento o un pezzo di carne porcina fritta o arrostita col pane -gratuggiato per ogni due; e tutte queste cose, secondo che è convenevole, -appresti in ciascun anno a sufficienza.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note79"> -<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>. </span>Tom. VIII, pag. 653.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note80"> -<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>. </span>Ora però nell'età presente, agli antichi costumi molte cose -si sono aggiunte, come irritamenti a danno delle anime; perciocchè -le vesti preziose sono da ogni parte coperte di superflui ornamenti: -nelle stesse vesti, tanto degli uomini, quanto delle donne, -si inseriscono l'oro, l'argento, le perle. Larghissimi fregi si sovrappongono -alle vesti. Bevonsi vini forastieri e delle parti oltramarine; -tutte le vivande sono sontuose, ed in grandissimo prezzo si tengono -i maestri dell'arte della cucina.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note81"> -<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>. </span><i>R. I.</i>, tom. XII, col. 1034.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note82"> -<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>. </span>Che il luccicare degli specchi superavano. Perciocchè i soli -fabbri delle corazze montano a parecchie centinaia, senza contare -innumerabili operai ad essi subordinati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note83"> -<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>. </span>Perciocchè gli stessi mercatanti scorrono la Francia, la Fiandra, -l'Inghilterra, comperando lana fina, colla quale in questa -città si tessono panni fini in grandissima quantità, che si tingono -in qualunque sorta di colore e che si portano per tutta Italia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note84"> -<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>. </span><i>R. I.</i>, tom. XI, col. 1320.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note85"> -<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 65.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note86"> -<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>. </span>Giulini, tom. XI, pag. 149, 167, 475, 497 e 502.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note87"> -<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>. </span>MCCCLXXXVIII nel giorno XXII di luglio. Dai signori vicario -e XII di Provvisione del comune di Milano, e dai sindaci del detto -comune eletti furono gli infrascritti cittadini di Milano, che sono -e s'intendono di essere il consiglio dei DCCCC del comune di Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note88"> -<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>. </span><i>Med. Æv. Dissert.</i> 38, pag. 815.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note89"> -<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>. </span><i>Signorol. Omodeus, Cons. XXII.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note90"> -<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>. </span>Giulini, tom. XI, pag. 514.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note91"> -<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>. </span>Il detto, tom. XI, pag. 119.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note92"> -<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>. </span><i>Decreta antiqua</i>, pag. 51.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note93"> -<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>. </span>Siccome ancora si fanno estorsioni di diversi modi dai gabellieri -della dogana delle bestie grosse e minute del detto vostro -contado.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note94"> -<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>. </span>Vogliamo bensì che agli impresari dei dazi del detto nostro -comune si mantengano i loro patti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note95"> -<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>. </span><i>Decreta antiqua</i>, pag. 50.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note96"> -<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>. </span><i>Ibid.</i>, pag. 173.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note97"> -<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>. </span>Giulini, tom. XI, pag. 118 e 557.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note98"> -<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>. </span>Cardinali della santa chiesa milanese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note99"> -<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>. </span>Giulini, tom. VII, pag. 196.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note100"> -<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>. </span>Una pelliccia di coniglio, coperta di violato, ed altre -due... cioè una di volpe, coperta di <i>scalfanio (specie di panno)</i>, -ed altra di fianchetti, coperta di saglia bruna, e... il mio cappello -grigio, coperto di saglia nera, ed il mio <i>copertorio</i> e la <i>sorada</i> o -la mia veste doppia... la mia cappa turchina, la mia cappa di -<i>mantellato</i>... cinque cucchiai d'argento, e il mio mantello foderato -di zendado... il mio vestito violato. -</p> - -<p> -— <i>Mastruca</i>, come porta l'originale, è veramente pelliccia, e -non solamente quella de' Sardi, come opina il <i>Du Cange</i>. Trovansi -nei codici del medio evo altre vesti e pelliccie di fianchetti, -fatte forse di pelle dei fianchi. Il <i>mantellato</i> era pure una specie -di veste e di panno.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note101"> -<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>. </span>A tutti poscia i cherici proibiamo le vesti rosse o di diverso -colore, gialle e verdi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note102"> -<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>. </span>Sormani, Gloria de' santi milanesi, pag. 211.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note103"> -<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>. </span>Vesti vergate, o bianche e nere per metà, o listate, o con -fregi, o con bottoni d'argento o di alcun altro metallo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note104"> -<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>. </span>Non portanti cappucci alla maniera dei laici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note105"> -<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>. </span>Giulini tom. VIII, pag. 642 e 644.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note106"> -<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>. </span>Conviene però sapere che il giudizio del ferro rovente nella -città nostra non si ammette, sebbene altrimente si osserva in alcuni -luoghi posti sotto la giurisdizione del signor arcivescovo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note107"> -<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>. </span>Lib. V, cap. 81.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note108"> -<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>. </span><i>Raynald. ad annum</i> 1356, num. 30.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note109"> -<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>. </span>O monopolisti delle granaglie, o uomini nutriti del sangue -del popolo, non aspettate il giorno del giudizio?</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note110"> -<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>. </span>Predicando egli, dicesi che propalasse i peccati occulti di -quelli della famiglia Beccaria, che ad esso erano stati narrati nel -sacramento della penitenza, e specialmente del signor Castellino -disse tali cose, che tutto il popolo sedusse ed animò all'esterminio -di tutti i Beccaria, e della prole e discendenza loro e de' loro -amici, e alla ruina e al saccheggio delle loro case. Ed allora tosto, -sena premettere alcun avviso, tutte le case, abitazioni e palagi -di essi e dei seguaci loro fece atterrare, e portar via le pietre e -venderle, promulgando che ciascun Pavese tenere dovesse quelle -pietre sotto il capezzale e a capo del letto, a perpetua memoria, -delle furfanterie commesse dai Beccaria.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note111"> -<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>. </span><i>Petri Azarii Chronic.</i>, pag. 237.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note112"> -<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>. </span>Perciocchè dal carroccio, nel quale spesso era portato (e -beato colui che poteva toccare quel carroccio, coperto di panni -per il di lui uso!) cominciò a predicare ed a sgridare gli uomini -e le donne, perchè dovevano evitare i lacci mondani, cioè le vesti -lussuriose e sontuose, le masserizie d'argento e le gemme preziose, -e gli ornamenti... e per esecutore fece eleggere un ufficiale, -che io vidi a tagliare le grandi maniche dello guarnaccie, tessute -con lavoro frigio, od ornate d'oro e d'argento, e a tagliare le cinture, -se qualche cosa preziosa intorno ad esse trovavasi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note113"> -<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>. </span>Fece pubblica giustizia col taglio della testa... Vendute avendo -adunque le cose predette, l'oro, l'argento, le gemme, i diamanti -e le pietre preziose fino a Venezia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note114"> -<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>. </span>Che non dubitasse della mancanza delle vettovaglie, sapendo -esso (perciocchè così asseriva) per mezzo della orazione... che -avrebbe impetrato che la manna simile a quella data a <i>Mosè</i> nel -deserto, sarebbe caduta in sufficiente quantità.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note115"> -<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>. </span>Erasi pigliata cura degli altri, non di si stesso, siccome sempre -allegava nel predicare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note116"> -<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>. </span>Veggasi l'Azario, dalla pag. 235 sino alla pag. 241.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note117"> -<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>. </span><i>Raynald. ad ann.</i> 1362, num. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note118"> -<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>. </span>Non sai, poltrone, che io sono papa ed imperatore, e signore -in tutte le mie terre.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note119"> -<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>. </span>Esso signor <i>Barnabò</i> ai suoi giorni ebbe in odio gli uomini -scienziati, laici, cherici e prelati, e qualunque uomo virtuoso; e -sempre elevò sublimemente gli idioti, i crudeli, gli uomini vili, -infami ed omicidi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note120"> -<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>. </span><i>Annal. Mediol.</i>, pag. 799.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note121"> -<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>. </span><i>Annal. Mediol.</i>, cap. 147 in fine. — Gattari, Storia padovana, -<i>R. I.</i>, tom. XVII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note122"> -<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>. </span>Matteo Villani, lib. XI, cap. 41.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note123"> -<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>. </span>Perciò il Signore ti distruggerà finalmente, ti svellerà e farà -esule te dal tuo tabernacolo, e la progenie tua dalla terra dei viventi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note124"> -<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>. </span><i>Annal. Mediolanens.</i>, cap. 147 in fine.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note125"> -<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>. </span><i>Raynald. ad ann.</i> 1364, § 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note126"> -<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>. </span><i>Idem</i>, A. 1368, § 2.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note127"> -<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>. </span><i>Raynald. ad ann.</i> 1372, num. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note128"> -<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>. </span>Codice A, MS., nell'archivio del R. castello di Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note129"> -<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>. </span>Azario, pag. 282.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note130"> -<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>. </span>Considerando noi i tempi di sterilità e le calamità delle -guerre.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note131"> -<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>. </span><i>Decreta. Antiqu. Mediol. Docum.</i>, pag. 54.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note132"> -<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>. </span>Corio all'anno 1374.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note133"> -<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>. </span>Senza altra determinazione nè difesa antecedente, comandò -che un suo famigliare partisse per espresso colle sue lettere, dirette -al podestà di Bergamo, affinchè egli, quelle vedendo, facesse -impiccare per la gola il detto <i>Antoniolo</i>, sotto pena di essere impiccato -il podestà medesimo. Il quale podestà, sebbene di malavoglia, -fece impiccare il detto <i>Antoniolo</i> nel palazzo di Bergamo, -senza frapporre alcuna dilazione, se non finchè confessato si fosse -al sacerdote.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note134"> -<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>. </span>Azario, pag. 275.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note135"> -<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>. </span><i>Annales Mediol., ad ann.</i> 1366.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note136"> -<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>. </span><i>Idem</i>, ad ann. 1370.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note137"> -<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>. </span><i>Ibidem</i>, ad ann. 1381.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note138"> -<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>. </span>Tom. XI, pag. 360 e 376. — Anche Matteo Villani nelle istorie -<i>R. I.</i>, tom. XIV, pag. 370, scrisse <i>Come i Visconti fecione -contro i prelati de Santa Chiesa. Avvenne in questi dì</i> (cioè -verso il maggio del 1357) <i>che il papa mandò un valente prete in -Lombardia a predicare la croce, guardandosi i maggiori prelati -di non volere la grazia di quell'uffizio, e la croce si bandiva e -si predicava, come è detto, contro al capitano di Forlì e al signore -di Faenza; il valente sacerdote se ne andò a Milano, e, -ivi favoreggiato dal vescovo di Parma, cominciò sollecitamente a -fare l'ufficio che commesso gli era dalla Santa Chiesa. Come -metter Barnabò ebbe notizia di questo servigio, senza vietarglielo -o ammonirlo che questo fosse contro alla sua volontà, il -fece pigliare, e ordinata per lui una graticola di ferro, tonda, -a modo di una botte, con manichi da voltarla, dentro vi fece -mettere il sacerdote, e accesovi sotto il fuoco, come si fa a un -arrosto, e facendolo volgere, crudelmente il fece morire</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note139"> -<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>. </span>L'Azario, pag. 310. — <i>Annal. Mediol. R. I.</i>, tom. XVI, col. -740. — <i>Chron. Placent., R. I.</i>, tom. eod., col. 510, E. — Veggasi -anche la Cronaca di Bologna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note140"> -<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>. </span>Tom. IV, pag. 100.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note141"> -<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>. </span>L'intenzione del signore è che dei capi traditori si incominci -il castigo a poco a poco. Il primo dì, cinque tratti di <i>curlo</i> (<i>probabilmente -di corda</i>); il secondo si riposi; il terzo dì, similmente cinque -colpi di <i>curlo</i>; il quarto si riposi; il quinto giorno, similmente -cinque colpi di <i>curlo</i>; il sesto si riposi; il settimo, similmente -cinque colpi di <i>curlo</i>; l'ottavo si riposi; il nono si dia loro -a bere acqua, aceto e calcina; il decimo si riposi; l'undecimo dì, -similmente acqua, aceto e calcina; il duodecimo si riposi; il decimoterzo -giorno si taglino due correggie di pelle sulle spalle, e -si lasci sgocciolare sopra (<i>forse acqua od olio bollente</i>); il decimoquarto -si riposi; il decimoquinto giorno si levi loro la pelle -della pianta di ciascun piede, poi si facciano camminare sopra i -ceci; il decimosesto si riposi; il decimosettimo camminino sopra -i ceci; il decimottavo si riposi; il decimonono si pongano sopra -il cavalletto; il vigesimo si riposi; il vigesimoprimo si pongano -sul cavalletto; il vigesimosecondo si riposi; il vigesimoterzo giorno -si tragga loro un occhio dal capo; il vigesimoquarto si riposi; -il vigesimoquinto si tronchi loro il naso; il giorno vigesimosesto -si riposi; il vigesimosettimo si recida loro una mano; il ventesimottavo -si riposi; il ventesimonono si tagli loro l'altra mano; il -trentesimo giorno si riposi; il trentesimoprimo si tagli loro un -piede; il trentesimosecondo si riposi; il trentesimoterzo si tagli -loro l'altro piede; il trentesimoquarto si riposi; il trentesimoquinto -si recida loro un testicolo; il trentesimosesto giorno si riposi; -il trentesimosettimo si recida loro l'altro testicolo; il trentottesimo -si riposi; il dì trentesimonono si tagli loro il membro -virile; il quarantesimo si riposi; il quarantesimoprimo siano attanagliati -su di un carro, e poscia si pongano sulla ruota.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note142"> -<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>. </span>L'esecuzione di quelle pene fu compiuta riguardo a molte -persone negli anni 1372 e 1373.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note143"> -<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>. </span><i>Petri Azarii Chronicon</i>, pag. 301.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note144"> -<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>. </span>Corio, all'anno 1369.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note145"> -<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>. </span>Dato nel castello nostro Zoloso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note146"> -<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>. </span>Giulini, tom. XI, pag. 294.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note147"> -<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>. </span>La quale casa (dice Azario), cogli ornamenti e le pitture e -le fontane, oggi non si farebbe con trecentomila florini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note148"> -<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>. </span>Pag. 283.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note149"> -<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>. </span>Pag. 269.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note150"> -<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>. </span><i>Siton. Monum. Vicecomit.</i>, pag. 21.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note151"> -<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>. </span><i>R. I.</i>, tom. XVII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note152"> -<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>. </span>Di questi tempi è un ducato d'oro di Siena colla biscia, -che possedo nella mia collezione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note153"> -<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>. </span>Ma certamente con vana credenza noi stessi deludendo, ci -ingannavamo, persuadendoci che quello potesse esser fedele, che -stato era tanto sleale nepote e genero e fratello, verso lo zio, il -suocero e i fratelli, e del quale tante volte ed a noi e ad altri -era stato provato non avere la fede alcuna costanza, se non che -in questo solo che le cose promesse mai non manteneva... Noi -però, cambiando la sorte delle cose, dichiariamo la guerra al tiranno -della Lombardia, che cerca di farsi re, e di farsi ungere -come tale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note154"> -<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>. </span>Lettere de' principi, stampate in Venezia, 1374.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note155"> -<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>. </span>Il detto signor conte, egli stesso a chi gli piaceva, conferiva -tutte le dignità e i benefizi ecclesiastici dei paesi di dominio dello -stesso signor conte che conferire dovevansi, e il detto signor papa -confermava i detti benefizi e le dette dignità a tutti coloro che -il detto signor conte aveva eletti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note156"> -<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>. </span><i>Ad annum 1381.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note157"> -<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>. </span><i>Annal. Mediol. ad ann. 1398.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note158"> -<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>. </span>Si leghi con catena di ferro ad una colonna, con un anello -di ferro che giri all'intorno, e col quale possa girarsi all'intorno -l'uomo medesimo, la quale catena sia quanto più potrà farsi lunga, -cosicchè soffra una morte più dolorosa; colà tuttavia sia abbruciato -in modo che muoia.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note159"> -<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>. </span><i>Ad an.</i> 1395 in fine.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note160"> -<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>. </span>Ecco, testimonio ai popoli e precettore alle genti, io ho dato -lo stesso duce. — Venerabili padri e spettabili signori miei, assai -giustamente venerabili, tutta la patria dei Milanesi può domandarmi -con eguale premura. — Di', te ne prego, o vescovo novarese, -quali motivi indussero il sacro cesareo animo ad accordare -al nostro comune l'onore sublime del ducato? — Alla quale io -rispondo: — la quadruplice situazione delle cose; la provvida benignità -del Re Eterno; la conformità cortese di un atto degno di -un congiunto; la obbediente fedeltà della casa Viperea; la congruente -utilità di tutta la plebe.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note161"> -<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>. </span>Celebre potenza di valido vigore; nobile prosapia di fulgido -decoro; ilare clemenza del placido donatore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note162"> -<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>. </span>La prosapia della famigia, molto raggiante; la bellezza del -corpo, molto speciosa; la tranquillità dell'animo, assai virtuosa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note163"> -<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>. </span>L'orazione può leggersi nella biblioteca Ambrosiana, nel codice -MS segnato B. N., pag. 116.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note164"> -<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>. </span>Corio, all'anno 1395.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note165"> -<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>. </span>Le misure che io assegno al Duomo sono diverse da quelle -che si leggono presso gli autori. Io le ho fatte verificare. Il Morigia, -il Lattuada e il Sormani danno la lunghezza di braccia 300, -ed errano di cinquanta braccia. Il Morigia lo fa largo braccia 145; -il Sormani 150; il Lattuada 151. Il Torri dà la lunghezza di braccia -260, ed erra di braccia 10 <span class="above">1</span>⁄<span class="below">2</span>. Il Bugati s'accosta più degli -altri alla verità ed assegna lunghezza braccia 250, col piccolo errore -di mezzo braccio; e larghezza braccia 130, la qual misura è -prossimamente quella della croce, se si voglia ommettere lo sfondato -delle cappelle. L'autore del <i>Distinto ragguaglio dell'ottava -maraviglia del mondo, ossia della gran metropolitana dell'Insubria, -volgarmente detta il Duomo di Milano</i>, malgrado l'ampollosità -del frontispizio, fa la lunghezza minore della vera, fissandola -a braccia 248, e la larghezza braccia 128, misura parimenti minore -del vero. Nella pianta pubblicatasene coi funerali di Carlo VI -augusto, risulta ancor più erronea la lunghezza stabilitavi di braccia -243; la quale comunemente, e per tradizione, si crede la vera -misura, anche da chi ha ingerenza nella fabbrica del Duomo, sebbene -manchi dal vero braccia quattro e mezzo. Questa nota può -dare un'idea della poca esattezza dei nostri scrittori, e del tedio -che ho dovuto soffrire per rintracciare il vero in quest'opera. Non -sarà, credo, spiacevole ai lettori il paragone fra le misure del -Duomo e quelle di San Paolo di Londra e di San Pietro di Roma. -Le misure di San Paolo di Londra le ho estratte del <i>The Foreigner's -guide, or a necessary and instructive companion Both, -for the Foreigner and native in Their Tour through the Cityes -of London and Westminster — London — the fourth edition -1763, pag. 73</i>. Le misure di San Pietro le ho ottenute da Roma, -e sono fatte dall'attuale architetto di quella basilica, il signor Simonetti. -</p> - -<p> -San Paolo è lungo 500 piedi d'Inghilterra, largo piedi 249; e la -cupola è d'altezza piedi 340; alla sommità della quale evvi la croce -di altri 10 piedi; onde l'altezza somma è piedi 350. -</p> - -<p> -San Pietro è lungo 829 <span class="above">1</span>⁄<span class="below">2</span> palmi romani; alla croce è largo -palmi 615; e dal pavimento sino alla sommità della croce sopra -il lanternino, è la somma altezza palmi 593. -</p> - -<p> -Il piede inglese è once sei, punti uno, atomi otto e <span class="above">4</span>⁄<span class="below">5</span> d'atomo -del braccio nostro. Il palmo romano è quattr'once, sei punti <span class="above">33</span>⁄<span class="below">100</span> -d'un atomo del nostro braccio. -</p> - -<p class="center"> -<i>Ridotto il paragone a braccio milanese</i> -</p> - -<table class="mis" summary=""> - <tr> - <td> </td> <td class="brc">Altezza</td> <td class="brc">Lunghezza</td> <td class="brc">Larghezza</td> - </tr> - <tr> - <td></td> - </tr> - <tr> - <td>Duomo</td> <td class="brc">180—</td> <td class="brc">249 <span class="above">1</span>⁄<span class="below">2</span></td> <td class="brc">148 <span class="above">1</span>⁄<span class="below">8</span></td> - </tr> - <tr> - <td>San Paolo</td> <td class="brc">174—</td> <td class="brc">236—</td> <td class="brc">127 <span class="above">1</span>⁄<span class="below">2</span></td> - </tr> - <tr> - <td>San Pietro</td> <td class="brc">222 <span class="above">1</span>⁄<span class="below">2</span></td> <td class="brc">311 <span class="above">1</span>⁄<span class="below">3</span></td> <td class="brc">230 <span class="above">3</span>⁄<span class="below">4</span></td> - </tr> -</table> - -<p> -Il Duomo di Milano supera San Paolo di Londra nell'altezza e -nella larghezza; ma è 42 braccia meno alto, 61 <span class="above">5</span>⁄<span class="below">6</span> braccia meno -lungo, e 82 <span class="above">5</span>⁄<span class="below">8</span> braccia meno largo di San Pietro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note166"> -<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>. </span>Corio, all'anno 1391.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note167"> -<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>. </span>A coloro che veramente saranno penitenti e che fatta avranno -la loro confessione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note168"> -<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>. </span>Giulini, tom. XI, pag. 651.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note169"> -<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>. </span>Libero e mondo sia tanto dalla colpa, quanto dalla pena.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note170"> -<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>. </span>Mendacemente simulano queste facoltà non vere da essi -pretese, mentre ancora per picciolissima somma di danaro (per -servirci delle loro parole) non già i penitenti, ma coloro che il -velo di una mentita assoluzione studiansi di apporre con trista -coscienza alla loro iniquità, ed egualmente assolvono dagli atroci -delitti senza alcuna vera contrizione, e non precedendo alcuna -debita forma, o condonano le cose mal tolte, certe ed incerte, non -esigendo (il che assurdissimo fu in tutti i secoli) alcuna previa -soddisfazione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note171"> -<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>. </span><i>Raynald., ad ann. 1390</i>, num. I.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note172"> -<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>. </span><i>Roberto</i> di Baviera, per la grazia di Dio re dei Romani e -conte Palatino del Reno. A te, <i>Giovanni Galeazzo</i>, milite milanese, -comandiamo in via di precetto, che tu debba restituire e riconsegnare -a noi, cui spetta il governo dell'Imperio, per elezione -canonicamente fatta nella persona nostra in imperatore dagli elettori -dell'Imperio, tutte le città, i castelli, le terre e i luoghi appartenenti -al Romano imperio ed alla nostra giurisdizione, che indebitamente -occupati ritieni nell'Italia; altrmente ti diffidiamo -come invasore delle terre e della giurisdizione del sacro Imperio, -e nostro nemico e ribelle.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note173"> -<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>. </span>A te, <i>Roberto</i> di Baviera, noi <i>Giovanni Galeazzo Visconte</i>, -per la grazia di Dio, e del serenissimo signor <i>Venceslao</i> re dei -Romani e di Boemia, duca di Milano, ec., e conto di Pavia e delle -Virtù, colle presenti rispondiamo che qualunque città, castello, -terra o luogo possediamo in Italia, lo riteniamo e lo possediamo -per autorità del prefato serenissimo signor <i>Venceslao</i> re dei Romani, -e canonicamente investito del governo del sacro Imperio, e -tutti quei luoghi intendiamo certamente difendere contra di te, -invasore dell'Imperio, e manifesto nemico del predetto signor -<i>Venceslao</i> e di noi, e te, manifesto nemico dello stesso Imperio -e del signor re <i>Venceslao</i> e nostro, diffidiamo, se mai tu presumesti -di invadere il nostro territorio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note174"> -<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>. </span>Corio, all'anno 1401.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note175"> -<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>. </span>Tom. XII, pag. 54.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note176"> -<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>. </span>Briani, Storia d'Italia, tom. II, pag. 475, ediz. Venet. -1623. — Morigia, Storia dell'antichità di Milano, pag. 644, ediz. Venet. -1392.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note177"> -<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>. </span>Veggasi il Poema del P. Enrico Barelli, <i>De Alberico VII</i>, in -Milano presso Marelli, 1782.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note178"> -<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>. </span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XVI, <i>colum. 1021 et sequ.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note179"> -<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>. </span>Il nostro duca impose taglie, convenzioni e prestiti così -grandi e continui ai sudditi suoi entro il suo dominio, che forzati -erano essi ad andare vagando in terre straniere, capaci non -essendo a sostenere quei pesi, e si udirono gli urli delle vedove e -degli orfani e degli altri singoli, e grande strepito degli inferiori, -ed immense crudeltà. E coloro che pagare non potevano, ritenevansi -prigioni, e i loro beni usurpati erano dagli stipendiati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note180"> -<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>. </span><i>Annal. Mediol., ad ann. 1401.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note181"> -<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>. </span><i>De Monet. Ital.</i>, tom. III, pag. 59.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note182"> -<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>. </span>Giulini, tom. XI, pag. 521.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note183"> -<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>. </span>All'anno 1387.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note184"> -<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>. </span>Andrea Biglia, lib. 2, col. 29. — Corio, all'anno 1406.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note185"> -<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>. </span>Tom. VII, pag. 612.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note186"> -<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>. </span>Contra di molti adoperò quel genere di nefanda strage che -si eseguiva aizzando ai cani, tanto sitibondo di sangue, che, senza -spargerlo, non lasciava un solo giorno passare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note187"> -<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>. </span><i>R. I.</i>, tom. XIX, col. 32 E.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note188"> -<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>. </span>All'anno 1409.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note189"> -<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>. </span>E non molto dopo <i>Facino</i> viene chiamato a Milano, cosicchè -nulla più ad esso mancava al dominio dell'una e dell'altra città -se non che il solo nome; tutti obbedivano ad un solo, le cose -tutte a norma del di lui comando stabilivano, non lasciandoci nè -pure per le spese dei giovani quanto bastasse al sostentamento -della vita.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note190"> -<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>. </span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XIX, col. 34 E., 33 A.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note191"> -<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>. </span>Giulini, tom. XII, pag. 611.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note192"> -<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>. </span>Corio, all'anno 1397.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note193"> -<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>. </span>Il volgo veramente (dice il Biglia) allettato era dall'abbondanza -delle vettovaglie; ma gli altri tutti che passare potevano -per buoni cittadini, aggravati erano da tributi intollerabili... Molti -uccisi furono per effetto di pubblica e di privata licenza.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note194"> -<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>. </span>Al giovane diedero questi avvertimenti (dice il Biglia), che -la moglie, se non pure repudiata, tenesse certamente come già da -esso separata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note195"> -<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>. </span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XIX, col. 44 e sequ.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note196"> -<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>. </span>All'anno 1418.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note197"> -<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>. </span>Decembrio, cap. 68; e Stella.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note198"> -<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>. </span>Quest'Alberico aveva per suo avo l'altro del quale ai fece -menzione alla pag. 127. Si era confederato col duca; e siccome -con ciò egli esponeva le proprie terre della Romagna (come in -fatti vennero poi conquistate dalle armi pontificie), così Filippo -Maria gli diede la signoria e contea di Belgioioso col castello, <i>pro -aliquali rependio</i>, come leggesi nel diploma. Per assicurarsi poi -che i Barbiani non ricuperassero i loro Stati, il papa investì della -contea di Lugo la casa d'Este, già dipendente pel marchesato di -Ferrara. Chi ha considerata la concessione di Belgioioso come una -beneficenza del duca Filippo Maria, non ha posto mente a questo -fatto. Pur troppo è vero che il duca non beneficò mai costantemente -un uomo di merito.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note199"> -<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>. </span>Donato Bosso, all'anno 1444.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note200"> -<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>. </span><i>De studiis Mediol.</i>, cap. VIII, pag. 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note201"> -<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>. </span><i>Biblioth. Script. Mediol., ubi de Philippo Maria Vicecomite.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note202"> -<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>. </span>Nè sprezzò egli, nè tenne in onore e in pregio gli uomini -addottrinati negli studi delle lettere e delle scienze, e maggiormente -ammirò, di quello che ei coltivasse la loro dottrina.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note203"> -<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>. </span>Decembrio, cap. 42 et seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note204"> -<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>. </span>Salve, o viaggiatore, vedi, qui sta l'imagine somigliantissima -di quel papa <i>Martino</i>, quinto nelle serie, che, buon pastore per -indole, resse la Chiesa a te Roma, ec... Autore di questo carme -è <i>Giuseppe Brivio</i>, ordinario, dottore di gius canonico e maestro -di sacra teologia, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note205"> -<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>. </span>Ma l'autore di questa insigne immagine fu <i>Giacobino</i> di -Tradate, profondo nell'arte che io ardirei dire non minore, ma -bensì maggiore di <i>Prassitele</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note206"> -<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>. </span>Tom. XII, pag. 438.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note207"> -<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>. </span>Di mirabile furberia faceva uso nello scegliere i consultori -che nominati sono consiglieri; perciocchè eleggeva uomini probi -ed illustri per sapere; ed a questi dava per colleghi uomini scandalosi, -affinchè nè quelli potessero appoggiarsi alla giustizia, nè -questi sviluppare la loro perfidia, ma egli prevenuto fosse di tutto, -per la continua discordia che tra di essi regnava.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note208"> -<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>. </span>Decembrio, cap. 34.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note209"> -<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>. </span>Tanto arrossì della sua cecità, che fingeva di vedere chiaro, -avvertendolo segretamente i suoi camerieri.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note210"> -<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>. </span>Cap. 36.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note211"> -<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>. </span><i>Oratio super populum — Praetende, quaesumus, Domine, -famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti dexteram coelestis -auxilii ut te toto corde perquirant, et quod digni postulant, assequantur. -Per etc... — Super Syndonem — Fac, quaesumus, -Domine, famulas tuus Blancham Mariam et Agnetem toto corde -semper ad te accurrere, et tibi subdita mente servire, tuamque -misericordiam suppliciter implorare, et tuis jugiter beneficiis -gratulari. Per etc... — Super Oblata — Propitiare, Domine, -supplicationibus nostris et has oblationes famularumque tuarum -Blanchae Mariae et Agnetis, quas tibi pro incolumitate earum -offerimus, benignus assume, et ut nullum sit irritum votum, -nullius vacua postulatio, praesta, quaesumus ut quod fideliter -petimus, efficaciter consequamur. Per Dominum, etc... — Praefatio — Aeterne -Deus, in te sperantium consolator, et subditorum -tibi mentium custos, inclina aures misericordiae tuae -ad praeces humilitatis nostrae, et famulabus tuis Blanchae Mariae -et Agneti propitius adesse dignare. Veniat super eas spiritualis -a te benedictionis ubertas, ut pietatis tuae repletae, muneribus -in tua gratia, et in tuo nomine laete semper exultent. -Per Christum, etc... — Post Comunionem — Da, quaesumus, -Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti in tua fide, -et sinceritate constantiam, ut in charitate divina firmatae, nullis -tentationibus ab earum integritate evellantur. Per etc...</i> -</p> - -<p> -(Orazione sopra il popolo. — Stendi, o Signore, te ne preghiamo, -la destra del celeste aiuto alle tue ancelle <i>Bianca Maria</i> ed -<i>Agnese</i>, affinchè a te con tutto il loro cuore aderiscano ed ottengano -quello che degnamente ricercano; per, ec. — Sopra la -Sindone. — Fa, o Signore, te ne preghiamo, che le tue ancelle -<i>Bianca Maria</i> ed <i>Agnese</i> sempre con tutto il cuore loro a te ricorrano -e a te servano con mente devota, e la tua misericordia -supplichevolmente implorino, e possano un giorno mostrarsi grate -coi cuore ai tuoi benefizi; per, ec. — All'Offertorio. — Mostrati, o -Signore, propizio alle nostre suppliche, e benigno ricevi queste -obblazioni delle tue ancelle <i>Bianca Maria</i> ed <i>Agnese</i>, che a te -offeriamo per la loro salvezza; ed affinchè irrito non sia alcun -voto, nè vana la preghiera di alcuno, concedi, te ne preghiamo, -che quello che fedelmente chiediamo, efficacemente possiamo ottenere; -per il Signore, ec. — Prefazio. — Eterno Dio, consolatore -di coloro che in te sperano, e custode delle menti a te devote, -piega le orecchie della tua misericordia alle preghiere della nostra -umiltà, e degna di mostrarti propizio alle tue ancelle <i>Bianca Maria</i> -ed <i>Agnese</i>. Venga sopra di esse la dovizia della spirituale tua -benedizione, affinchè, colmate dei doni della tua pietà, liete sempre -esultino nella tua grazia e nel tuo nome; per Cristo, ec. — Dopo -la comunione. — Accorda, o Signore, te ne preghiamo, alle -ancelle tue <i>Bianca Maria</i> ed <i>Agnese</i> la costanza nella tua fede -e nel sincero tuo servigio, affinchè, confermate esse nell'amore -divino, smosse non sieno giammai per alcuna tentazione dall'integrità -di que' proponimenti, per, ec.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note212"> -<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>. </span>Che dirò di Milano, potentissima città d'Italia e metropoli -della Gallia Cisalpina, nella quale tanto numerosi sono, e tanto -diversi i generi degli artefici, tanto grande è la frequenza del -popolo, che di là ebbe origine il volgare proverbio: Chi volesse -ricomporre l'Italia, dovrebbe distruggere Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note213"> -<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>. </span><i>Kloch, de Ærario</i>, lib. 2, cap. 36, pag. 598. <i>Norimbergae</i>, -1671.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note214"> -<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>. </span>Cosicchè facilmente si reputa che in quella città possano armarsi -più di trentamila uomini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note215"> -<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>. </span><i>R. I.</i>, tom. XIX, pag. 105.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note216"> -<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>. </span>Meraviglioso è a dirsi che quello i soli Milanesi osarono promettere, -che a stento in que' tempi fornito o fatto avrebbono Firenze -e Venezia. Sì grande è in questa età la popolazione di una -città sola, sì grande la consuetudine di trafficare nel paese e nelle -straniere regioni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note217"> -<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>. </span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XXII, col. 939.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note218"> -<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>. </span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XXII, col. 956.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note219"> -<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>. </span>Archivio di città, registro A, foglio 40.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note220"> -<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>. </span>Nell'archivio di città al registro B leggonsi: 17 agosto 1447, -ordine dei signori vicario e XII di Provvisione per adunare il consiglio -dei novecento, onde prestino il giuramento i consiglieri che -non aveano giurato. Foglio I, tergo. Altro dei medesimi vicario e -XII, perchè niuno ardisca di rompere le conche sopra i navigli o -lo steccato di Cusago, del 23 agosto 1447. Registro B, foglio 10, e -sotto la data medesima, v'è altro editto de' suddetti sulla macina -del grano, che proibisce a' mugnai la compra: pure il 24 agosto, altro -simile editto del vicario e XII proibisce ai fornai di vendere a -staio il pane di mistura; registro suddetto, foglio 2. Esso registro B -è pieno di editti del tribunale di Provvisione, l'ultimo dei quali è al -foglio 408, contenente una proibizione di ascendere sopra il tetto del -Broletto, in data 10 febbraio 1450, sedici giorni prima che Francesco -Sforza si rendesse padrone di Milano; dal che si conosce che la giurisdizione -ordinaria del tribunale di Provvisione in quel tempo di -repubblica, o anarchia che ella si fosse, rimase intatta e continuata. -Lo stesso io trovo essere accaduto al magistrato Camerale, ossia ai -<i>Maestri delle entrate</i>, che conservarono la loro giurisdizione; ed -uno dei primi editti di quell'interregno è del 20 agosto 1447, col -quale si comanda che ciascuno paghi il tributo sulle merci alle -porte della città. Veggasi registro B, foglio 6. Altro del 22 detto -per la propalazione dei beni del defunto duca. Veggasi registro B, -foglio 8, tergo. Ne è pieno quel registro sino al giorno 7 gennaio -1450, in cui il magistrato Camerale ordinò che si pagasse il tributo -della dogana, come dal citato registro al foglio 402.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note221"> -<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>. </span>Registro civico B, foglio 14, tergo, ove leggesi questa grida -del 30 agosto 1447 per la demolizione e vendita del castello e delle -gioie del duca.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note222"> -<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>. </span>Registro civico B, foglio 16, tergo, ove leggesi il proclama -dei capitani e difensori della libertà, acciocchè ogni persona atta -a portare le armi si presenti a servire sotto il comando del signor -conte Francesco, capitano generale, in data 3 settembre 1447.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note223"> -<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>. </span>I capitani e difensori della liberti dell'illustre ed eccelsa comunità -di Milano. — Prudenti concittadini nostri carissimi. Poichè -l'Onnipotente Iddio nostro, per il passaggio da questa ad altra vita -dell'illustrisssimo principe e signor nostro <i>Filippo Maria</i>, di buona -memoria, la grazia della libertà a noi liberalmente accordò, che -noi stabilito abbiamo di ritenere e conservare in tutte le maniere -e con fermo intendimento, di comune consenso abbiamo deliberato -di abbruciare i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e le -scritture dell'inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, delle -bocche e dell'aggravio del sale e di qualsivoglia altro aggravio, e -di dare così un segno per cui il popolo e la plebe intendano che -quind'innanzi saranno immuni ed esenti da simili angherie e gravezze. -E quindi concependo buona speranza dello stato della libertà -medesima, e di questa nostra repubblica, si rallegrino e si -congratulino, e le dovute grazie rendano per questo allo stesso Dio -Onnipotente Signor nostro. Nè meno rafforzino l'animo loro, e dispongasi -a volere in oggi spontaneamente e di buona voglia fare -quello che altre volte loro malgrado e forzati facevano, cioè nel -dar fuori, secondo le loro facoltà, il danaro, tanto per formare e -compiere il tesoro del gloriosissimo <i>sant'Ambrogio</i>, patrono e protettore -nostro, quanto per le spedizioni delle compagnie di armigeri -della comunità predetta, per mezzo delle quali non solo la -libertà nostra ritenere conservare possiamo, come è incominciata, -ma ancora confermare, arricchire ed aumentare la repubblica, e -sempre giornalmente in meglio ingrandirla e dilatarla, a confusione -di tutti coloro i quali si studiano con ogni loro sforzo e con tutte -le loro insidie di rivalizzare con questa inclita città. Vogliamo -adunque che, fatta la elezione, a due dei vostri subito ordiniate -che essi due insieme, dei quali si inseriranno più abbasso i nomi, -ricerchino e si facciano consegnare tutti i libri, gli estratti, i quaderni, -le filze e tutte le scritture degli inventari, delle tasse, delle -taglie, dei fuochi, della gravezza del sale e di tutte le altre gravezze -di qualunque genere, specie e materia esse fossero. E questi documenti, -bene rivoltati una e due volte, e visti e diligentemente esaminati, -con ritenere quelli soltanto nei quali si riconosca qualche utilità -della camera della predetta comunità e del territorio, ed anche di -alcune singole persone; tutti gli altri predetti documenti facciano -palesemente e pubblicamente dare ed abbandonare al fuoco, perchè -siano abbruciati, colla quale specie di spettacolo il popolo -stesso parimente e la plebe pigliandone gratissimo piacere, possano -esultare e giubilare e tributare lodi al santo rammemorato, -il quale quest'inclita città in felice e fausto stato sempre conservi -e difenda. -</p> - -<p> -Data a Milano, il giorno XXI settembre MCCCCXLVII. — <i>Giovanni -dei Mantegazii</i> — <i>Stefano dei Gambaloiti</i> — <i>Cabriolo del Conte</i> — <i>Federico -del Conte</i> — <i>Giovanni di Fossato</i> — <i>Francio di Figino</i> — <i>Giovanni -Giussano</i> — <i>Giacomo di Cambiago Rafaele</i>. — Su -la coperta. Ai nobili e prudenti cittadini carissimi nostri, i dodici -delle Provvisioni dell'eccelsa comunità di Milano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note224"> -<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>. </span>Registro civico A, foglio 44, editto del 5 ottobre 1447.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note225"> -<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>. </span>Registro delle gride dal 1447 al 1450, nell'archivio civico, -volume B, foglio 142, 212 e altrove, come dalle gride 30 agosto -1448 e 21 gennaro 1449, nella seconda delle quali si ricorre a ripartire -i carichi per focolare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note226"> -<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>. </span>I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa comunità -di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare, -condecorare questo desiderabile stato della libertà che abbiamo -ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario, -il coltivare il decoro delle virtù, l'abbominare le brutture dei vizi; -perciocchè in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto -donativo, e della di lui onnipotenza sperare potremo più liberale -accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto -sporco e detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi -della sodomia, e reputando che la impunità genera un incentivo, -e i già infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo -e confermammo di nostro avviso con durevole decreto, -di non volere più in alcun modo tollerare questo esecrabile e rovinoso -eccesso. Sebbene adunque sembri che a ritrarre da questo -sceleratissimo delitto coloro che macchiati ne sono, ed a fare che -più in avvenire non cadano in simile delitto, bastare dovrebbe la -pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e dagli statuti di -questa città, che come cosa divulgatissima ignorare certamente non -debbono; tuttavia, affinchè la loro infame turpitudine si renda totalmente -inescusabile, vogliamo, e a te espressamente comandiamo, -che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e pubblicamente -colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi consueti -di questa città: che quind'innanzi qualunque persona, di qualunque -stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera, -o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque -sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, nè -ardisca commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per -certo che se si scoprirà che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente -sarà punito colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge. -E tu poscia dovrai adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare -e ricercare questi scelerati, e dovrai procedere contra -qualunque tu scoprissi in avvenire avere commesso questo delitto: -punendolo a tenore di diritto e col mezzo dello giustizia. Nella -qual cosa quanto maggiormente sarai vigilante ed accurato, tanto -più avrai servito al dovere ed all'onore, e meglio avrai secondato -la nostra intenzione. Ed affinchè gl'inclinati al male da questi delitti -si astengano, o vogliamo che agli accusatori o denunziatori di -quegli stessi delitti, però con di buoni indizii, si accordi un premio -per ciascuna volta, e si tengano segreti, il quale premio sarà -di dieci ducati d'oro da levarsi su le facoltà del delinquente, la -quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e da' tuoi successori, -rimossa qualunque eccezione e contraddizione. Scriviamo pure -intorno a questo al signor <i>Bartolommeo Caccia</i>, capitano di giustizia -di questa città, col quale vogliamo che tu proceda d'intelligenza -nel fare eseguire le predette proclamazioni. — Milano, il -giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note227"> -<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>. </span>I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa -città di Milano. — Veduta la richiesta dei barbieri di quest'inclita -città, perchè sia confermato certo loro statuto ed ordine; la quale -petizione è del tenore seguente: Magnifici ed eccelsi signori di quest'inclita -città; i barbieri tanto guidati dalla retta coscienza, quanto -ammoniti principalmente dai religiosi confessori e consultori delle -loro animi, deliberarono di celebrare i giorni festivi, e di astenersi -dalle opere nei tempi illeciti, proponendo, con licenza e consenso della -vostra magnificenza, l'ordine stabilito e l'editto, che è dell'infrascritto -tenore. Riverentemente adunque supplicano che ad esso, siccome -salutifero e commendevole, come sembra, vi degniate d'interporre -l'autorità vostra, e di confermare, convalidare e comandare che -osservato sia e messo ad esecuzione, con lettere patenti questo -statuto, e la relativa ordinazione, comandando altresì a qualunque -giusdicente e agli ufficiali di Milano, ai quali in appresso si ricorresse, -che a qualunque richiesta dell'abate del Paratico dei detti -barbieri intorno all'osservanza ed all'esecuzione di quello statuto, -prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno. Così -adunque stabilirono ed ordinarono che lecito non sia ad alcun -maestro della detta arte, abitante nella città o nei sobborghi di -Milano, lavorare nè far lavorare di quell'arte, nè nella bottega o -nella casa di sua abitazione, nè al di fuori, in alcun giorno festivo, -ordinato da celebrarsi dalle istituzioni della Santa Madre Chiesa, -tanto Romana, quanto Ambrosiana, e nè pure nelle vigilie di quelle -feste, qualora le vigilie trovinsi stabilite nei giorni di sabbato -dopo l'ora vigesimaquarta di quella vigilia o del sabbato, sotto -pena di lire due delle nuovissime (il testo dice <i>nuperiorum</i>, ma -forse dee leggersi <i>imperialum</i>), per ciascuna volta in cui si contrafacesse, -e nella pena medesima incorra qualunque domestico o -lavoratore della detta arte, il quale, senza licenza e contra la volontà -del suo maestro, lavorasse in contravvenzione a questo statuto, -e che tale domestico o lavoratore della detta arte non debba -nè possa in alcun modo esercitare la detta arte nella città stessa -e nei sobborghi, se prima non avrà pagata la stessa multa, ed avanti -quel pagamento non debba alcun maestro della stessa arte accordargli -alcun aiuto, nè alcun favore sotto la medesima pena; se -però avvenisse che alle ore ventiquattro del detto sabbato o di una -vigilia come sopra, alcun maestro o lavoratore avesse tra le mani -alcuno già ricevuto nella bottega avanti quell'ora, in quel caso -possa proseguire sopra quell'individuo che avesse da prima ricevuto -impunemente l'opera sua e finirla senza incorrere in alcuna -pena; e di tutte quelle pene la metà si applichi alla fabbrica della -chiesa maggiore di Milano, e dell'altra metà due parti se ne dieno -al Paratico degli stessi barbieri, e l'altra terza parte all'accusatore -che denunziata avesse la contravvenzione. Possono altresì l'abate -della detta arte ed i suoi ufficiali che saranno a quel tempo, mancando -nelle premesse cose le opportune prove, affine di far emergere -nelle medesime la verità, forzare qualunque maestro e lavoratore -al giuramento, se e come sembrerà convenevole. E avendo -noi considerata in questo la devota e lodevole disposizione dei -detti <i>barbieri</i>, ed avendo considerato lo statuto stesso che ancora -facemmo diligentemente esaminare degli spettabili signori consiglieri -di giustizia della predetta comunità, e vedendo che la richiesta -dei petenti sembra tendere a cosa onesta ed alla osservanza -della fede ortodossa nostra e dei comandamenti della Chiesa, volendo -annuire benignamente alla richiesta dei predetti, col tenore -delle presenti, anche per certa scienza, quello statuto, che comandiamo -e vogliamo sia inserito e scritto anche nel volume degli altri -statuti ed ordini del comune di Milano, come grato a noi riconoscendo, -approviamo e confermiamo, comandando per questo ai -vicari e ai XII delle provvisioni, e agli altri ufficiali della predetta -comunità presenti e futuri, ai quali spetta o potrà spettare che, -qualora per l'osservanza del detto statuto ad essi si ricorresse, -facciano inviolabilmente osservare lo statuto medesimo e le sue -disposizioni, e a qualunque richiesta dell'abate del Paratico degli -stessi barbieri, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno -per l'osservanza di questo statuto, e per la dovuta esecuzione -verso i contravventori; e questo purchè nulla si faccia o -avvenga in conseguenza contro la disposizione degli altri statuti ed -ordini della predetta comunità e in detrimento dei medesimi. In -fede di che abbiamo comandato che si facessero e si registrassero -le lettere presenti, e si confermassero col munirle del sigillo -della predetta comunità. Dato in Milano, il giorno decimosesto -di aprile MCCCCXLVII. Sottoscritto — <i>Ambrogio.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note228"> -<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>. </span>Tomo I, pag. 234.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note229"> -<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>. </span><i>1448 die martis nono Januarii.</i> — Notitia sia a ciascuna -persona como li illustri capitanei et difensori della illustre ed eccelsa -nostra libertà vogliano dare via le borse de la ventura, le -quale borse sono septe, della quale la prima harrà dentro ducati -trecento contanti, la seconda ducati cento, la terza settantacinque, -la quarta cinquanta, la quinta trenta, la sesta venticinque, la settima -venti, e vogliono darle via a la ventura in questa forma, -cioè: ciascuna persona de qual conditione, stato e grado voglia -se sia, tanto forestiero come cittadino o contadino, et tanto clerico -come layco, et maschi et femine, possono portare quelli ducati -che loro parirà o uno o due, come loro vorranno al banco -de Xphôro figliuolo di messere Stefano Taverna banchero, quale -è stato lo inventore di questa cossa, el qual banco è per mezzo -li ratti fuori del Broletto, lui ne farà nota nel suo libro fatto solo -per questo, cioè a dì tale, la tal persona ha portati tanti ducati, -uno o duy quelli che saranno, per volere guadagnare per ciascuno -ducato una delle sopra scritte borse, secondo che Dio li darà -buona ventura, e così farà nota de tutti quelli che portaranno -infina alla prima domenica di febraro prossimo, quale è il dì deputato -a dare via le borse, in quello dì serano domandati tutti -quelli averanno messi li denari per guadagnare le borse, et si serà -fatto tanti scritti per ciascuno quanti ducati haranno messo, li -quali scritti haranno suso il nome loro, e questi tal scritti serano -messi in una corba suso una baltresca la quale sara posta su -la piazza di Sancto Ambrosio onde è usato stare el banco di frate -Alberto, acciocchè ciascuno persona possa vedere mettere li scritti -tutti in la corba, e vederli voltare tutti sotto sopra per lo dicto -Xphôro thesaurario, deputato a questo, ovvero per persona fidata -electa per li illustri capitanei, poi sarà tolto una altra corba, nella -quale corba saranno messi altrettanti scritti bianchi senza scrittura -alcuna, salvi che in quelli sara sette scritti, che l'uno harrà -scritto suxo la borsa trecento, l'altro la borsa de li ducati cento, -e l'altro de la borsa de' ducati settantacinque, l'altro la borsa de -li ducati cinquanta, l'altro la borsa e li ducati trenta, l'altro la -borsa de li ducati venticinque, e l'altro la borsa de li ducati venti. -Et questi scritti serano voltati molto bene sotto sopra tutti cum -quelli non serano scritti. Poi el dicto Xphôro ovvero li deputati per -l'illustri capitanei stando di sopra la baltresca, vedando ogni persona, -domanderà un qualche bono homo, metterà la corba ne la -quale haverà dentro li scritti de li huomini che harranno messi -li denari de la mane dritta, e l'altra corba ne la quale serano gli -altretanti scritti bianchi, et quelli sette de le borse metterà da la -mane sinistra. E poi quello bono homo torrà suso alla ventura -duy scritti, cioè l'uno fora de una corba con una mane, e uno -fora dell'altra corba cum l'altra mane, tutti duy li scritti ad un -tratto, e drieto a questo bono homo seranno due altre fidate persone -electe da li illustri capitanei e non suspecte a persona alcuna -l'uno de la mane dritta, l'altro da la inane sinistra, li quali -torranno quelli duy scritti quali quello bono homo harà tolto suxo -ogniuno da la sua parte, e il lezeranno, odando ogni persona -quelli tali scritti, verbi grazia l'uno scritto dirà Gioanni da Como, -e l'altro nagotta, o vero bianco, quello tale Gioanni da Como per -quello scritto serà fora di ventura da havere le borse, et serà infilzato, -quello scritto che non avrà suxo nagotta, che sera bianco, -sera scarpato; poi quello bono homo ne torrà suxo duy altri scritti -in quella medesima forma, et quelli duy leveranno verbi gratia -l'uno scritto dirà Antonio da Pavia, l'altro serà bianco, similmente -sera facto de questi duy, cioè l'uno infilzato e l'altro scarpato. -Et così andara quello bono homo tollendo suxo duy scritti per -volta, tanto che torrà suso uno de li scritti de le borse; verbi -gratia avrà tolto uno scritto che dirà Petro da Lecco farè, l'altro -dirà lo borsa di trecento ducati, quello Petro da Lecco avrà guadagnato -quella borsa de li ducati trecento, la qual borsa subito -in presentia de tutti sarà data per lo dicto Xphôro Taverna al -dicto Petro da Lecco. Poi quello bono homo anderà tolendo suxo -le scritte a duy a duy in fino che saranno tolti fora tutti quelli -sette scritti delle borse et a chi toccarà la ventura, si sarà date -le borse, come è dicto de la prima. -</p> - -<p> -E pertanto anche pare che a chi sia possibile da mettere uno -ducato fuosse poco savio a non metterlo, peroche una persona -ricca a mettere uno ducato o duy o dece poco li serà sebene no -avesse la ventura, avendola tanto migliora una persona mezzana, -el simile a una persona povera che in estremo non fusse miserabile -seria piuttosto da mettere che li altri, perochè per uno ducato -che metta serbandolo in capo dell'anno non se ne accorgerà, -a tanto in za come in la li bisogna stentare et lavorare, et se per -ventura Dio li presentasse la grazia che avesse una de quelle borse, -massime la magiore, non stentereve mai più, si che chi è savio -porterà dinari, avisando tutti che li denari che avanzeranno -et che se haveranno saranno della comunità nostra, si che quelli -che non avranno la ventura delle borse, potranno far rasone averne -donati a la comunitate uno ducato, el quale se po appellare averlo -donato a se medesimo. -</p> - -<p> -Et se fosse alcuna persona che non intenda bene vada al banco -del dicto Xphôro Taverna tesaurario a questo, che in breve gliel -darà ad intendere a bocca. — Innocentius Cotta Prior — fu pubblicato -questo avviso da Antonio di Areno tubatore. — Gride dal -1447 al 1450, volume B, foglio 65 tergo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note230"> -<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>. </span>Giornalmente sempre più ammirava tanto la di lui prudenza, -la facondia e gli egregi costumi, quanto la bellezza della persona -e la maestà del volto e del portamento.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note231"> -<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>. </span>Simonetta, lib. 2, colonna 202. R. I. tom. XXI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note232"> -<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>. </span>Vedi Simonetta, Vita di Francesco Sforza, <i>Rer. ital.</i>, tom. XXI, -lib. I, col. 183.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note233"> -<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>. </span>Il citato Simonetta, lib. I, col. 187, dice: <i>Quo nuntio -Franciscus gravissime affectus, dolorem immensum per summam -constantiam supprimit, seque a lachrymis singultibusque continet. -Sed quod maxime expediebat, suos a pugna, rejectis hostibus, -revocat.</i> (Dal quale avviso gravemente afflitto <i>Francesco</i>, con somma -costanza l'immenso dolore comprime, e dalle lagrime e dai singhiozzi -si rattiene. Ma i suoi soldati, il che era la cosa più importante, -respinti essendo i nemici dalla pugna richiama.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note234"> -<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>. </span>Di quei disordini così parla il Decembrio: — <a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a><i>Interea Mediolanenses -varie inter se fluctuabant. Quidam, victoria elati, -Franciscum ad astra praecipuis laudibus ferebant; alii verbis -dumtaxat libertatem praedicabant, veram impense onus curamque -detrectabant. Erant quibus servitus libertate potior videretur -esse... Quibus autem vivendi cum principe consuetudo inerat, -quo in numero vir insignis Petrus Pusterla et alii fuere, -Franciscum, veluti Philippi filium et afflictis rebus succurrere -potentem, magnopere laudabant. E contra, quibus mercatorum -familiaritas et usus aderat, quorum minima pars fuit, Venetos, -ut divinos quosdam homines, praeponendos dictitabant. Nihil in -medium consulebatur; sed, ut vulgo mos est, studia in contraria -incerte scindebantur. Sic, confusis civium voluntatibus, plebs -omnium ignorans, libertatis dumtaxat nomen sibi adsciverat, et -nullo salubri consilio perducta, in optimum quemquam ferebatur, -etc. — Rer. Italic. Script.</i>, tom. XX, <i>column.</i> 1040, cap. XXXV. -<i>Decemb. Vita Franc. Sfortiae.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note235"> -<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>. </span>Intanto i Milanesi variamente nei loro avvisi ondeggiavano. -Alcuni, gonfi per la vittoria, con grandissime lodi <i>Francesco</i> agli -astri sollevavano; altri con parole soltanto la libertà proclamavano, -ma qualunque peso e cura avevano sommamente a schifo. Eranvi -di quelli ai quali la servitù migliore sembrava della libertà... Coloro -poi che consueti erano a vivere famigliarmente col principe, -nel di cui numero erano l'insigne uomo <i>Pietro Pusterla</i> ed altri, -<i>Francesco</i> grandemente esaltavano, siccome figliuolo di <i>Filippo</i>, -ii solo che soccorso prestare potesse in mezzo al disordine delle -cose pubbliche. All'incontro coloro che famigliare consuetudine ed -uso avevano coi mercadanti, i quali formavano la minima parte, -andavano dicendo che i Veneti, come uomini in qualche modo divini, -preferire dovevansi. Non si trattavano gli affari in adunato -consiglio, ma come à costume del volgo, incerti i cittadini dividevansi -in partiti gli uni agli altri contrari. Per tal modo, confuse essendo -la volontà dei cittadini, la plebe, che tutto ignorava, il nome -solo della libertà adottato aveva e non guidata da alcun salutare -consiglio, portavasi contro qualunque ottimo, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note236"> -<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>. </span><i>Novariam, Parmam, Dertonam, Alexandriam, aliasque urbes -ditioni suae subdit. — Decembr. Vita Franc. Sfortiae, Rer. -Ital.</i>, tom. XX, <i>column.</i> 1041, cap. XXXVI. -</p> - -<p> -(Alla sua giurisdizione assoggettò Novara, Parma, Tortona, Alessandria -ed altre città).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note237"> -<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>. </span>Il proclama è il seguente — <i>1448 dies XVI novembris.</i> (1448, il giorno XVI novembre.) — Li -illustri signori capitanei et difensori de la libertà de la illustre -ed excelsa comunità di Milano. Considerate le summe et excelse -virtute, probitate et magnanimitate et firma constantia d'animo, la -experimentata et inconcussa fede et la longa experentia de le cose -bellice et mestiero de arme, et lo braxado amore et admirabile -devotione che porta et ha portato et demonstrato con admirabile -opere et experientia infinite a questa illustre et excelsa comunità -de Milano lo illustre et magnifico messere Carlo da Conzaga cavallero -et marchese etc. degnamente l'anno constituto deputato, et -electo capitano del popolo de questa illustre città, e de la libertate -nostra gloriosa, acciocchè possa provvedere et ordinare tutte -quelle cose che siano a salute, tutela e conservazione del dicto -populo et de la sancta libertà nostra. Il perchè si ha facta publica -crida per parte de li prefacti signori capitani per notitia et mandamento -a ciascheduno de quale grado, stato et conditione voglia -se sia in la dicta città et borghi in li lochi consueti debia obedire -a li commandamenti del prefacto messere Carlo in tutte quelle -cose che concernano il bene, l'honore, conservazione, tutella et -augumento de la dicta comunità de Milano, et libertà, sotto pena -pecuniaria et personale <i>usque ad ultimum suplitium inclusive</i> (fino all'ultimo supplizio inclusivamente), -secondo si contiene ne la lettera del dicto capitaneo ad esso messere -Carlo concessa per li prefati signori, <i>ed ulterius</i> (ed ulteriormente), sotto -pena all'arbitrio de li prefacti signori capitanei a chi contrafarà -a questa soa crida et intenzione — <i>Joannes de Meltio prior — Raphael — Cridata -ad scalus palatii et per loca solita civitatis -per Bertolium de Forlivio trombettam, die Jovis 14 novembris, -sono tubarum et pifferorum praemisso.</i> (<i>Giovanni di Melzo</i> priore — <i>Raffaele</i> — Promulgata alle scale -del palazzo, e per i soliti luoghi della città, da <i>Bertolio</i> da Forlì, -trombetta, il giorno di giovedì 14 di novembre, premesso il suono -delle trombe e dei pifferi.) Gride dal 1447 al -1450, vol. C, foglio 151 nell'archivio della città.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note238"> -<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>. </span>In Milano le cose erano in cattivo stato. Non si può meglio -conoscerle che dalle carte autentiche di quei tempi; e tale -è la lettera di Giovanni Teruffino ai signori Rafaele e Barnaba -Adorni, genovesi, che ritrovasi nell'archivio di città — Codice C, -fogl. 69. — Essa così dice: <i>Magnifici Majores honorandissimi.</i> (Magnifici maggiori onorevolissimi.) — Quamvis -altro di nuovo non me occorra, tamen acciò non -vi maravigliate che niente scriva, scriverò poco da poi le altre lettere -a voi scritte. Io non sono andato dalla excellentia del conte, -tum perochè essa se lungo da qui, tum per la novitate de Francesco -Piccinino occorse, ma avuto Maragnano, che spero con la -gratia de Dio sera in fra pochi dì, delibero di andare a la excellentia -sua, tam per lo compromesso de Zenovesi ad Galeotto, quam -per altro, e sono certo che la disposizione sua sia eadem. Io desidero -che si manda ad executione lo facto de Bosco, secundo che -altra volta ne dicesti. Li facti di Milano breviter hanno questa conditione. -Frumento ghe pochissimo et hanno vetato quelli signori -che pane di frumento non se ne venda, perciocchè quello poco -frumento lo quale gli è restato voleno per li soldati, ma non gli -può bastare per dexe; di segale e di miglio hanno per tutto il -mese che viene. Dapoi sette di che Francesco Piccinino e lo fratello -andero a Milano non gli hanno dato dinari, eccetto che due -mila ducati de molti promissi. Appropinquandosi apresso Milano la -excellentia del conte come se bene, havuto Marliano, verosimile è -che Milano non se tegnerà quindici dì per mancamento e de victuaglie, -et de dinari, et de strame, e per infinita gente malcontenta. Dio -governa la cosa in modo che questa nostra provincia habbia quiete. -Bene valete — <i>Dat. Papiae, die XXVIII aprilis 1449. — Vester -famulus Teruffinus — a tergo: Magnificis Majoribus honorandis -Domini Raphaeli et Barnabae Adornis et Petro Spinulae etc.</i> -(Dato in Pavia, il giorno XXVIII di aprile 1449. — Vostro servo -<i>Teruffino</i>. Su la coperta: Ai magnifici maggiori onorevoli i signori -<i>Rafaele e Barnaba Adorni</i> e <i>Pietro Spinola</i>, ec.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note239"> -<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>. </span>Sei giorni prima che Milano accogliesse Francesco Sforza, -Gaspare Vimercato uscissene dalla città con apparenza di volersi abboccare -con Pandolfo Malatesta, comandante delle truppe di Venezia, -e probabilmente concertò in vece la dedizione al conte. -Il passaporto che gli consegnò trovasi nel codice C, foglio 135 tergo, -nell'archivio di città, e dice:<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a> <i>Per illustres dominos Capitaneos -et defensores libertatis Illustris et Excelsae Comunitatis -Mediolani concessa est licentia strenuo Gaspari de Vimercato -exeundi hanc Civitatem cum famulis suis ad numerum usque -octo, suisque valixiis, bulgis, rebus et bonis, et hoc tute, libere -et impune, omnique reali et personali impedimento prorsus amoto, -dummodo se non conferat ad partes hostiles, et vadat ad illustrem -dominum Sigismundum Pandulphum de Malatestis Ariminensem -ac illustrissimi dominii Venetorum, etc. Capitaneum -Generalem. Ambrosius Prior — Antonius, MCCCCL, die XX februarii.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note240"> -<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>. </span>Dagli illustri signori capitani e difensori della libertà della -illustre ed eccelsa comunità di Milano viene conceduta licenza al -valoroso <i>Gasparo di Vimercato</i> di uscire da questa città con i suoi -domestici fino al numero di otto, e con sue valigie, bolge, cose e -beni, e questo sicuramente, liberamente ed impunemente, rimosso -qualunque impedimento reale e personale, purchè egli non si rechi -alle parti dei nostri nemici, e vada dell'illustre signore <i>Pandolfo</i> -dei <i>Malatesta</i> riminese, e capitano generale dell'illustrissimo -dominio dei Veneti, ec. <i>Ambrogio</i> Priore. — <i>Antonio</i>, MCCCCL, il -dì X febbraio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note241"> -<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>. </span><i>1449, die 27 mensis decembris.</i> (1449, il dì 27 del mese di dicembre.) Al nome del Omnipotente -et Eterno Dio et del gloriosissimo nostro patrone sancto Ambrosio -deliberando li illustri signori capitanei et difensori della libertate -che ciascuno quale metta la persona sua a pericolo per farne uno -relevato servitio a tutta questa nostra patria, la quale è indegnamente -afflicta da li nostri nemici, ne abbia merito e premio qual sia certo -grande et honorevole, fanno noto a ciascuna persona di qualunque -stato, grado et conditione se sia, che chi ammazzerà il perfido -conte Francesco Sforza, overo ferirà mortalmente, guadagnerà -ducati dece millia d'oro, e dece millia in possessione, quali instantemente -gli serano numerati cotanti, et dati; et se quella persona -sera rebelle o bandezata sarà cavata de ribellione et de bando, et -restituiti il soy beni, et havere li dicti premii, et se quella persona -sera squadrero o conductero de gente d'arme o di majore -conditione, ultra li dicti premii, gli sera duplicata la conducta. Et -sel serà soldato di menore conditione, ultra li dicti premii, gli -sere duplicata la conducta ut supra. Et appresso a questo se la -cadesse alcuno mandare ad executione alcuni de li sopradicti partiti -et per quello venisse ad esser morto, serano dati li dicti premii -a suoi filioli o a suoi heredi indubitatamente, li quali seranno -sempre ben veduti et ben tractati da questa prefata comunitate. -Et sel fosse persona alcuna quale dubitasse de conseguire li dicti -premii, o venga, o manda uno suo fidato secretamente da li prefati -signori capitanei, gli sera facta tal chiarezza et segurezza chel -sera ben certo e securo de conseguire li dicti premii, rimossa -ogni minima dubitazione — <i>Petrus Prior — Cridata ad scalas -palatii et super platea arenghi per Antonium de Arezio Tubetam, -die sabbati 27 suprascripti mensis decembris, sono tubarum -praemisso.</i> (<i>Pietro</i> Priore. — Promulgata alle scale del palazzo, e sopra -la piazza dell'arringa da <i>Antonio</i> di Arezzo trombetta, il giorno -di sabbato 27 del soprascritto mese di dicembre, premesso il suono -delle trombe.) Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 121, archivio -civico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note242"> -<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>. </span>Vol. C, gride dal 1447 al 1450, foglio 107.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note243"> -<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>. </span>Codice C, foglio 113.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note244"> -<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>. </span><i>1450, die 23 febbruarii.</i> (1450, il dì 23 febbraio.) — Se in ogni tempo debbe cadauno -voglia essere chiamato fidele e devoto cristiano guardarse da fare -contro li comandamenti del nostro Signore Dio, molto più è necessario -emendare la vita nel tempo della tribulazione et afflictione -per impetrare gratia et misericordia da la divina bontà. Intendando -aduncha li illustri signori capitanei et deffensori de la libertà nostra -prohibire quanto sia possibile, etiam mediante le pene et punitione -temporale, la disonestà et detestabile vita de quelli tengano -femine a soa posta, et etiandio alcuni quali non temendo il -juditio divino, presumano biastemare Dio e la sua gloriosa Madre -et li suoi sancti et sancte, li quali duy gravissimi peccati grandemente -et pubblicamente si commettono in questa città et in li -borghi soi, non senza evidentissimo pericolo de provocare majore -ira de Dio contra de noi tutti, denno fare crida et bando che -niuno de qualuncha stato, grado, o conditione voglia se sia dal -majore al più minimo ardisca ne presuma in questa città borghi -et jurisdictione soa tenire in casa sua ne fora de casa femine o -sia concubina a soa posta per qualuncha modo se sia, imo cadauno -l'havesse o tenesse fra tri dì proximi li debbia avere cazate -da se, et esse femine et concubine debiano levarsi et aut spazare la -città, aut redurse in loco honesto et tale se intenda che facciano -bona, et correcta vita, sotto pena irremissibile de fiorini venticinque -a cadun uomo quale sera trovato contrafare, tante volte da -essere pagati, quante volte contrafarà, et a cadauna femina contrafaciente, -da essere scovata pubblicamente per tutta la città, e -poi reducta al publico loco, o cazata fora de la città. Et similmente -niuno, come è dicto, ardisca o presuma biastemare Dio, ne la sua -gloriosissima Madre, ni etiandio sancto Ambrosio, nostro protectore -et patrone, ni alcuno sancto o sancta sotto pena irremissibile, ultra -le altre imposte altre volte, de fiorini vinti per cadauna volta -a chi contrafarà, et a chi non potrà pagare o non pagarà la dicta -pena infra tre dì sotto pena di sguasi tri di corda, vollero ancora -et chiarisseno li prefati signori capitanei che cadauno non solo -possa, ma etiandio debba accusare qualunque contrafarà li predicti -duy casi; accusando, guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria, -l'altro quarto sia delli poveri de Cristo et la mità sia della comunità, -ma chi non accuserà, et sappia chi abbia contrafacto in -tenire et biastemare come è dicto, cada in pena per cadauna -volta de fiorini cinque et cadauno possa questi altri accusare et -della pena si faccia come è dicto, di sopra. Ancora perchè li prefati -signori hanno ordinato et comandato che niuno debba zugare -a zugo de dadi, tavole et cartexelle, ne lassare zugare in casa sua -sotto la pena che contengono le cride fatte sopra di ciò; Adesso -chiariscono et volleno che cadauno non solo possa, ma sia obbligato -ad accusare qualunca contrafarà, ed accusando guadagni il -quarto della dicta pena pecuniaria et de li altri tri quarti se dispona -et faccia come è dicto di sopra; ma non accusando et sappiando -chi vi abbia contrafacto, cada in pena caduna volta del -quarto quale devria guadagnare, et cadauno possa questi altri accusare -et della pena se faccia ut supra — <i>Ambrosius Prior — Marcolinus — Cridata -ad scalas palatii et per loca solita civitatis -per Matteum de Arezio tubetam, die lunae XXIII febbruarii -suprascripti</i> (<i>Ambrogio Priore — Marcolino</i> — Promulgata alle scale del -palazzo, e per i luoghi soliti della città da <i>Matteo</i> di Arezzo trombetta, -il giorno di lunedì XXIII di febbraio soprascritto.) — Gride dal 1447 al 1450, vol. C., foglio 136, archivio -civico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note245"> -<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>. </span>Le cose dei Milanesi incominciarono ad andare al peggio. Perciocchè -privi di duci, discordi essendo tra di loro i cittadini, giornalmente -ripullulavano consigli peggiori dei primi. Non potevano -le pubbliche gravezze del popolo convenevolmente governarsi; non -potevano i ricchi sostenere i pesi; non poteva alcuno eseguire i -comandi: ma come una flotta dispersa dalla procella, qua e là la -plebe era portata dalle onde accavallate. Se alcun raggio di speranza -splendeva tuttora nei soldati che rimanevano, turbato era -dall'ambizione di <i>Carlo Gonzaga</i>, il quale dominio del popolo ingiustamente -aspirando, tutte le cose con lungo sospettare intralciava. -Per la qual cosa tutto era squallido per il timore e per la -disperazione. Inoltre le congiure da alcuni tramate maggiori angustia -ai singoli cagionata avevano. Conciossiachè presi furono ed -al supplizio condotti molti nobilissimi cittadini. Ma nè pure colla -morte loro raddolcire potevansi l'atrocità della sciagura... I buoni -inoltre, privati degli uffizi, incapaci a recare giovamento a sè stessi -e agli altri, languivano nel silenzio; la plebe poi, situata tra la -speranza ed il timore, il peso tollerava, esultando per il nome solo -di dominio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note246"> -<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>. </span><i>Vita Franc. Sfortiae</i>, cap. XXXVII; <i>Rer. Ital.</i>, tom. XX, -col. 1041.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note247"> -<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>. </span>Macchiavelli, sulla prima Deca di Tit. Liv., libr. I, cap. XVII, -pag. 87.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note248"> -<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>. </span>Nel fabbricar la casa de' signori Delfinoni vicino alla colonna -di porta Nuova scavossi nel 1774 un sasso, su cui leggesi: -<i>Franciscus Sfortia Vicecomes, dux, et animo invictus et corpore, -anno MCCCCL a IIII Calend. Martias hora XX dominio urbis -Mediolani potitus.</i> (Francesco Sforza Visconti, duca, invitto d'animo e di corpo, -l'anno MCCCCL il giorno IV avanti le calende di marzo all'ora vigesima -s'impadronì del dominio di Milano.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note249"> -<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>. </span>Questo è il giorno che il Signore ci ha dato; esultiamo e -rallegriamoci in esso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note250"> -<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>. </span>All'archivio pubblico può esaminarsene da chi lo voglia l'originale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note251"> -<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>. </span>Osservando come tutti i solenni ingressi e dei duchi e dei -governatori e degli arcivescovi si fecero sempre dalla porta Ticinese, -mi sembra probabile che quest'usanza discenda sino dai -tempi de' Longobardi, quando Pavia fu la capitale e la città regia; -e forse l'arcivescovo, dopo d'essere stato riconosciuto dal sovrano -o suo luogotenente in Pavia, di là spiccavasi per la pubblica cerimonia. -Quando s'assoggettò la chiesa milanese a Roma, e l'elezione -e consacrazione si trasferirono in Roma, tutto cambiossi, fuori -che questa avvertenza non s'ebbe di farlo entrare per la porta -Romana.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note252"> -<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>. </span>In quei contorni trovasi una via che oggidì pure conserva -il nome de' Piatti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note253"> -<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>. </span>I due soli però imminenti alla città furono perfezionati.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note254"> -<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>. </span><i>Histoire de François I, roi de France, dit le grand roi -et le père des lettres. Par M. Galliard de l'Accadémie des Inscriptions -et Belles lettres. — A Paris, chez Saillant et Nyon, -tome I, page 105.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note255"> -<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>. </span>Alloggiarono nel palano altre volte del conte Carmagnola, -ora detto il Broletto, in cui si radunano i corpi municipali.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note256"> -<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>. </span>Rivolto essendosi quindi all'ornato pubblico della città, e con -arena e mattoni riparate avendo le strade, volle con somma magnificenza -che dai fondamenti si erigesse il castello della porta di Giove, -atterrato da prima per popolare tumulto. La corte altresì dei primi -duchi, già cadente per vecchiezza, non solo ristabilì, ampliò ed arricchì -di ornamenti. Comandò ancora che, scavandosi il terreno, -dall'Adda si derivasse per venti miglia un acquedotto, per mezzo -del quale i campi vicini fossero irrigati, e al popolo non mancassero -le derrate necessarie.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note257"> -<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>. </span><i>Decembrius, Vita Franc. Sfortiae</i>, cap. XL; <i>Rer. Ital.</i>, -tom. XX, colonn. 1046.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note258"> -<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>. </span>Dalla provincia della Martesana, per cui passa, detta forse -anco dal dio Marte.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note259"> -<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>. </span>Veggasi il Benaglio, Relazione istorica del magistrato, che riferisce -il decreto del duca Francesco, che è il seguente: — <a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a><i>Franciscus -Sfortia Vicecomes, dux Mediolani etc. Papiae Angleriaeque -comes ac Cremonae dominus. Cum pro beneplacitis nostris -et subditorum nostrorum comoditate fieri debere ordinaverimus -Navigium discensarum ex Abdua ad anc inclitam Civitatem nostram -Mediolani, deputaverimusque nobilem virum Ruffinum de -Prioris, aulicum nostrum praeclarissimum Commissarium, qui -cum avisamentis ac partecipatione Bertolae de Novate, dilecti -Civis nostri Mediolani, habeat omnia expedire et expediri facere -quod ad dicti Navigii perfectionem attineat, eligendum duximus.</i> -Indi destina un tesoriere separato per quest'opera, a cui dalla ducal -Camera debbasi sforzare illimitatamente qualunque somma. -<i>Dat. Mediolani, die primo julii 1457.</i> (Date in Milano, il dì primo di luglio 1457.) Veggasi pure il Settala, Relazione -sul navilio della Martesana, ediz. del 1603, pag. 59.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note260"> -<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>. </span><i>Francesco Sforza Visconti</i>, duca di Milano, ec., conte di -Pavia e di Angera, e signore di Cremona. Siccome per il nostro -buon piacere e per il comodo dei nostri sudditi avevamo ordinato -che si dovesse fare un naviglio che discendesse dall'Adda fino a -quest'inclita città nostra di Milano, ed avevamo deputato il nobile -<i>Ruffino dei Priori</i>, nostro illustrissimo commissario di corte, che -col consiglio e colla partecipazione di <i>Bertola</i> di Novate, diletto -nostro cittadino milanese, debba spedire e fare tutto quello che -appartiene alla perfezione del detto naviglio, abbiamo giudicato di -dover eleggere, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note261"> -<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>. </span>Così Paolo Frisi, nel secondo tomo delle sue opere stampato -in Milano dal Galeazzi 1783, pag. 465. L'immatura perdita che abbiamo -fatto di qust'illustre nostro concittadino, mentre era nel -pieno vigore della sua mente, ha privato noi e i posteri di maggiori -ammaestramenti ch'egli ci avrebbe lasciati. Cessò di vivere -il giorno 22 novembre 1784 per una cancrena procuratagli da un -taglio, al quale sconsigliatamente venne sottoposto. Morì colla tranquillità -d'un'anima virtuosa, e presentò all'avversa fortuna, come -in vita così in morte, una virile costanza. L'uomo e l'autore in lui -furono allo stesso livello. <i>Il chiarissimo autore fece erigere a sue -spese all'illustre matematico e filosofo <span class="upright">Frisi</span>, suo amico, un elegante -monumento in marmo carrarese con iscrizione latina, nella -chiesa di Sant'Alessandro de' cherici Reg. di San Paolo di questa -città; valendosi a questo effetto dell'opera del celebre scultore -<span class="upright">Franchi</span>.</i> (<i>Nota del Continuatore</i>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note262"> -<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>. </span>Tutto ciò più esattamente può leggersi nell'opera del citato -Frisi, libro terzo, capo terzo de' canali navigabili.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note263"> -<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>. </span>Nei registri civici delle lettere ducali del secolo XV, foglio -223, leggesi la concessione fatta dal ducal magistrato il 10 decembre -1471 di una bocca d'acqua del naviglio della Martesana da -estraersi vicino al Redefosso, in benificio dell'Ospedal grande e dei -consorti Ghiringhelli, Bossi e Rebecchi, essendo commissario del -naviglio l'ingegnere Pietro da Faino del Malpaga. Altre concessioni -poi si trovano nei libri dell'ufficio Panigarola, registro E, foglio -265. Vedesi accordata di più l'acqua al convento de' frati di Santa -Maria degli Angioli, l'anno 1468, per ducal concessione. Il che mostra -come sin d'allora entrasse l'acqua del naviglio in Milano. Nell'ufficio -degli statuti Panigarola trovasi pure il decreto di Bianca -Maria, vedova duchessa e tutrice del duca Gio. Galeazzo, fatto il -settembre 1467, che invita ad acquistare dalla ducal camera l'acqua -del naviglio della Martesana.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note264"> -<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>. </span>Simonetta, nella vita di Francesco Sforza, lib. XXXI, <i>Rer. -Ital.</i>, tom. XXI, col. 778, così dice:<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a> <i>Ea autem utebatur ingenii -acrimonia, ac gravitate, prudentia, atque consilio, ut nihil neque -in urbanis rebus iniret umquam quod minus fuisset diligentissime -antea metitus, omnemque prospexisset eventum, et quod decreverat -innata, quadam animi magnitudine et incredibili celeritate conficiebat. -Mirum dictu est quam abstineret illecebris, humanisque -voluptatibus, atque cupiditatibus: et quod rarissimum in aliis -invenies, cum neque in rebus adversis, si qua iniquitate fortunae -acciderunt, deprimebatur animo, ita ne secundis quidem efferebatur. -Quin potius, sicuti in adversis non frangebatur, ita -etiam in prospera fortuna modestissimus semper fuit; et alios ab -omni contumelia injuriaque continebat. Et ne id quidem mirum, -cum omnibus de se praestaret exemplum, qui cum maxime vinceret, -ultione non utebatur.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note265"> -<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>. </span>Era poi dotato di tale penetrazione d'ingegno, di tale gravità, -prudenza e avvedutezza, che nulla intraprendeva giammai nelle -cose tanto militari, quanto civili, che diligentissimamente, benchè -fosse piccola cosa, non avesse da prima considerato, e tutto ne -avesse pronosticato l'evento; quelle cose poi che determinato -erasi di fare, compieva con una certa innata grandezza d'animo -e con incredibile celerità. Mirabile è a dirsi quanto lontano si -tenesse dalle seduzioni e dalle umane voluttà e cupidigie, a -quello che rarissimo troverassi in altri siccome nelle avversità, -se mai alcuna per iniquità di sorte ne incontrava, non perdevasi -di spirito, così nè pure nelle prospere punto non insuperbivasi. -Che anzi, siccome nelle cose avverse non si avviliva, così ancora -nella prospera fortuna fu sempre modestissimo, e gli altri tratteneva -da qualunque ingiuria o contumelia. Nè questo in vero è -estrano, mentre a tutti egli stesso porgeva l'esempio, e avendo questo -grandissima forza, d'uopo non era che facesse uso di gastighi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note266"> -<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>. </span>Ma oserei certamente affermare che, dopo <i>Giulio Cesare</i>, -nissun uomo troverassi avere avuto l'Italia, che a buon diritto si -potesse col solo <i>Francesco Sforza</i> paragonare. Il quale per verità, -vinto avendo sempre, nè mai essendo stato vinto, finì i suoi giorni -in modo che a tutti non meno lasciò un vivo desiderio, che un -retaggio di lagrime.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note267"> -<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>. </span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. XXI, col. 779.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note268"> -<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>. </span>Corio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note269"> -<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>. </span>Nella mia raccolta ho alcune monete di Milano che portano -il nome d'entrambi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note270"> -<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>. </span><i>Francisci Cicerei Epistolar.</i>, vol. II, pag. 174, <i>Mediol.</i> 1782, -stampa dell'Imp. Monast. di sant'Ambrogio.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note271"> -<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>. </span>All'anno 1469.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note272"> -<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>. </span>All'anno 1473.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note273"> -<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>. </span>Gli scrittori oltramontani conservano una memoria favorevole -del re Mattia I. È da essi risguardato come un principe generoso, -guerriero, politico, religioso, amico delle belle arti, uomo -colto; ed a lui si attribuisce la biblioteca di Buda, corredata dei -migliori libri greci e latini. Il Corio però narra avvenimenti accaduti -ai suoi tempi e pubblici.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note274"> -<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>. </span>Di questo Cola Montano si trova nell'archivio pubblico un -contratto ch'ei fece l'anno 1473 il 6 d'agosto, rogato dal notaro -Antonio Zunico. Il contratto è con uno stampatore tedesco di Ratisbona -chiamato <i>Cristoforo</i>, ed ha per oggetto una società per -istampare. Si vede che Cola Montano era figlio di Giacomo, ed abitava -sotto la parrocchia di San Rafaello; ma non si dice che fosse -bolognese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note275"> -<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>. </span>La duchessa Bianca Maria prudentemente gli richiamò.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note276"> -<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>. </span>Eterna vivrà la fama di sì gloriosa impresa.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note277"> -<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>. </span>L'anno seguente si ribellarono di nuovo; poi un'altra volta -nel 1488 si assoggettarono.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note278"> -<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">Mentre bramo salvar la patria e il duce,</p> -<p class="i01">Da scaltri traditor son tratto a morte.</p> -<p class="i01">Ma celebrar lui debbe immensa lode,</p> -<p class="i01">Che, per serbar la fe, sprezzò la vita.</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note279"> -<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>. </span>Rogato dai notai Francesco Bolla e Candido Porro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note280"> -<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>. </span>Vedi Apostolo Zeno, <i>Dissertazioni Vossiane</i>, vol. II, art. -<i>Bernardino Corio</i>. (<i>Il Continuatore</i>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note281"> -<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>. </span>Queste nozze erano già state concertate undici anni prima, -cioè nel 1480, mentre la sposa, figlia d'Ercole d'Este, aveva sei anni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note282"> -<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>. </span>Risplendenti di toghe purpuree e di scarlatto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note283"> -<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>. </span>Coi petti ritagliati al disotto delle mammelle, e col pallio -alla maniera gabina, scendendo dall'omero destro al lato sinistro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note284"> -<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>. </span>Con moderazione e venustà.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note285"> -<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>. </span>Il Corio dice: <i>Lodovico Sforza, già inducto da Hercule -Estense e da la mugliere, in tutto cominciò aspirare alo intero -governo dil Stato</i>; all'anno 1489. Rispetto poi alle rivalità -dice, all'anno 1491, <i>Quivi tra Isabella mogliere dil duca e Beatrice, -per volere ciascuna de loro prevalere al altra tanto di -loco et ornamento quanto in altra cosa, una tanta emulazione e -sdegno cominciò tra ambe due, che finalmente, come sarà demostrato -nella parte seguente, sono state causa de la totale eversione -dil suo imperio</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note286"> -<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>. </span>Il Corio lo attesta all'anno 1493; il che conferma quanto antecedentemente -accennai sullo venuta di Galeazzo Maria dalla Francia -a Milano, cioè che vi fossero stazioni regolate pel cambiamento -de' cavalli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note287"> -<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>. </span>Antonio Grumello, nella cronaca MS. che ritrovasi presso il -signor principe Alberigo di Belgioioso d'Este al foglio II, disse: <i>Ritrovandosi -il gallico re in la città de Pavia et intexo Jo. Galeaz. -Sforzia, ducha di Milano, esser gravemente inferma di una febbre -tossichata, vuolse sua maestà vederlo: et prelibato ducha -umanamente salutando sua maestà, et re gallico confortandolo -a la salute, et che sua maestà mai hera per mancharli. Vedendo -Jo. Gz. Sfortia esser al fine di sua vita, ricomandato el suo -unigenito figliolo Francesco Sfortia, conte di Pavia, al gallico -re, pregando sua maestà lo voglia aceptare per suo figliolo et -con humanissime parole fu acceptato da esso re gallico, et non -dubitasse che mai hera per mancarli et mantenerlo in stato -felicissimo.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note288"> -<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>. </span>Il prefato <i>Giovanni Galeazzo</i> riconobbe dal popolo milanese -il ducato stesso e la contea, il che tornò in grandissimo pregiudizio -dell'Impero, e perchè è di consuetudine del sacro romano -Impero di non mai investire alcuno di qualche Stato da esso dipendente, -se questo egli usurpò col fatto, e da altri lo abbia riconosciuto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note289"> -<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>. </span>Il Corio gli dà per extensum all'anno 1494.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note290"> -<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>. </span>Cambiata, l'anno 1783, per servire al monte di Santa Teresa, -recentemente collocatovi. <i>E qui vuolsi notare che gli scudi in -bianco marmo rappresentanti i duchi di Milano, che servivano -di ornato alla facciata di questa casa, furono preservati dal nostro -storico, e collocati in ordine nel primo cortile della sua -casa paterna, ivi dicontro</i>. (<i>Il Continuatore</i>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note291"> -<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>. </span>La chiesa della Madonna di San Celso è veramente il primo -monumento e il più antico di esatta architettura. La facciata dell'arcivescovado -e il palazzo dell'arcivescovo si formarono dall'arcivescovo -Guido Antonio Arcimboldi. Il claustro di Sant'Ambrogio -si fabbricò dal cardinale Ascanio Sforza. Veggasi il Lattuada, -<i>Descrizione di Milano</i>, tom. IV, pag. 308. Due altre chiese si fabbricarono -in que' tempi, cioè la Rosa e la Passione, meritevoli di -essere osservate. Anche la cupola delle Grazie è di quei tempi, e -si assomiglia alla prima maniera della casa Marliani.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note292"> -<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>. </span>Vedi <i>Raccolta milanese stampata presso Antonio Anelli -1756, 2 vol. in 4.º Nel primo volume, dal foglio 2 fino al 22, -trovansi parecchi sonetti di messer Gaspare Visconti, con alcune -notizie intorno all'autore</i>. (<i>Il Continuatore</i>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note293"> -<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>. </span>Di questi broccati pesantissimi se ne veggono tuttora in un -vecchio paramento che conservasi presso i Domenicani delle Grazie. -La statua di Beatrice d'Este, che è nella Certosa di Pavia, ci -mostra la ricchezza e il peso di quei vestiti di allora. L'immagine -di Beatrice vedesi pure in un quadro della scuola di Lionardo a -Sant'Ambrogio Ad nemus. Ella vi è in ginocchio coi due suoi figli -Massimiliano e Francesco, e collo sposo Lodovico il Moro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note294"> -<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>. </span>Queste poesie furono da me copiate da un antico codice manoscritto -originale dell'autore medesimo, il quale si custodisce fra -molti altri manoscritti nella pregievolissima collezione del signor principe -Alberico di Belgioioso d'Este. In esso leggonsi più centinaia di -sonetti ad imitazione del Petrarca. Leggesi pure una commedia in -ottava rima dello stesso Visconti; poesie, a dir vero, di poco valore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note295"> -<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>. </span>L'autore Gaspare Visconti mori all'età d'anni 38, il giorno 8 -di marzo l'anno 1499. Vedi <i>Argelati, Biblioth. Scriptor. Mediolan.</i>, -tom. II, parte prima, col. 1604.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note296"> -<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>. </span></p> - -<div class="poem"><div class="stanza"> -<p class="i01">«Sparsi i campi al veder d'armi e d'armati,</p> -<p class="i01">Scossa, tremò tua pace, o Lodovico,</p> -<p class="i01">Sorgi, a me disse, tutt'intorno suona</p> -<p class="i01">Il ferro ostil, e me cacciata in bando:</p> -<p class="i01">L'armi dispon chi mi ripose in seggio.</p> -<p class="i01">Pei santissimi dritti ora te invoco</p> -<p class="i01">Del veneto senato, e me del sommo,</p> -<p class="i01">Se il puoi, periglio a liberar t'appresta.</p> -<p class="i01">Risposi allor: No, non temere, o Diva,</p> -<p class="i01">Lodovico t'adora, e del tuo Nume,</p> -<p class="i01">Più ancor di quel di Giove, egli gioisce.</p> -<p class="i01">Nè già guerre temer, che ne son queste</p> -<p class="i01">Sol le sembianze e i simulati giuochi:</p> -<p class="i01">Nè qui armeggiar, se non a pompa, lece.</p> -<p class="i01">Or dunque vanne, e abbandonando il cielo,</p> -<p class="i01">Orna la terra, o almen, poichè tue veci</p> -<p class="i01">Compier questi sol può, se in l'alte sedi</p> -<p class="i01">Ami recarti, in terra e in mar difendi</p> -<p class="i01">Gli Sforza fidi, in guerra e in pace egregi».</p> -</div></div> -</div> - -<div class="footnote" id="note297"> -<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>. </span>Tomo II, delle Opere. Milano, presso Galeazzi 1783, pag. 468.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note298"> -<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>. </span>Tutte queste notizie sono tratte dal vol. I, num. 17 della -collezione illustre del signor principe Belgioioso d'Este. Quell'antico -MS. contemporaneo dice di quest'ultimo segretario camerale: <i>se faceva -per esso secretario uno quaterneto de tutti li salariati, quale -se faceva sottoscrivere da l'excelentia del duca, insieme con un -rotulo, che se domandava la lista grande de li salariati, in la -quale, per via de summario, era descripto tutta la spesa del -Stato, la quale se mandava inclusa in una lettera ducale expedita -per el dicto secretario alli magistri de le intrate ordinarie -et thesaurero, commettendoli che facesseno fare la expeditione -de li pagamenti secundo era annotato in esso quaterneto et lista -alli tempi debiti et secundo l'ordine de la corte; e così si -faceva.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note299"> -<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>. </span>Il Prato asserisce che le entrate ducali ascendessero, nel -1499, a ducati ossia zecchini settecento ottantamila. Il Corio, all'anno -1492, dice seicentomila. Da un MS. gentilmente mostratomi -dal chiarissimo signor presidente conte Carli, le ducali entrate allora -erano zecchini 424,472; io mi sono attenuto al Corio, supponendo -che il minor calcolo comprenda le sole entrate ordinarie. -Paragonata poi l'estensione dello Stato d'allora, le opere grandiose -che si intraprendevano, con seicentomila ducati, se ne dedurrà -una nuova conferma di quello che in più luoghi ho indicato, cioè -sul valore de' metalli nobili maggiore assai in que' tempi che non -lo è ai giorni nostri. Un uomo con cent'once d'oro oggidì è meno -ricco di quello che lo fosse allora uno che ne possedesse cinquanta.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note300"> -<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>. </span>Vol. I, Miscellanea, num. 14.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note301"> -<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>. </span>Oltre il Corio, veggasi Gaillard, Histoire de François Premier. — Edizione -seconda di Parigi, presso Saillant et Nyron 1769, -tom. I, pag. 137.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note302"> -<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>. </span>Il tesoriere era allora il presidente della camera, e cotesto -Landriano, che adulò il duca, fu il medesimo che nel consiglio ducale -lo fece acclamare, ad esclusione del legittimo successore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note303"> -<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>. </span>Veggasi la Cronaca di Antonio Grumello pavese. MS. del signor -principe di Belgioioso d'Este, foglio 19, tergo, e foglio 20.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note304"> -<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>. </span>MS. di Antonio Grumello, pavese, presso il signor principe -di Belgioioso, fogli 22 tergo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note305"> -<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>. </span>Dove oggidì stanno i Teatini.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note306"> -<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>. </span><i>Quaranta damiselle milanesi, non già dell'inferiore:</i> così -il Prato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note307"> -<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>. </span>Giovanni Andrea da Prato è l'autore che io scelgo per guida, -or che il Corio cessa di raccontare. Da esso Prato, che conservo -manoscritto, ho tratti i minuti avvenimenti che ho creduto di non -omettere, poichè mostrano il carattere di quel buon principe.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note308"> -<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>. </span><i>Perpetuo edicto et inviolabili decreto... statuimus, ordinamus, -et lege perpetuo valitura stabilimus</i>. -</p> - -<p> -(Con perpetuo editto e decreto inviolabile... stabiliamo, ordiniamo -e vogliamo, con legge che debba valere in perpetuo.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note309"> -<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>. </span><i>Damus et concedimus per praesentes potestatem seu auctoritatem -decreta nostra ducalia confirmandi, et infirmandi, dandi -omnes quascumque dispensationes, Statutorum et ordinatorum -confirmationes</i>, ec. E rispetto alle concessioni del re medesimo -dice: <i>Nisi prius fuerint in dicto senatus nostro praesentatae, interitanae, -et verificatae, nullius firmitatis, effectus vel momenti -esse poterunt; easque, tam concessas quam concedendas, decerminus -per praesentes irritas et inanes</i>. -</p> - -<p> -(Diamo e concediamo, colle presenti, podestà o sia autorità di -confermare e di annullare i nostri decreti ducali, di concedere -ogni qualunque dispensa, di confermare gli statuti e le ordinazioni, -ec...... Se da prima non saranno nel detto senato nostro -presentate, <i>interinate</i> e verificate, non potranno essere di alcuna -forza, effetto e conseguenza; e colle presenti dichiariamo irrite e -nulle, tanto le già concedute, come quelle che potessero concedersi.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note310"> -<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>. </span>Proruppe in ira così grande, che sembrava avere perduta -tutta la prudenza... E tardi conobbe che, tumultuando il popolo, -più vantaggiosa riesce l'umanità e la mansuetudine, che l'arroganza.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note311"> -<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>. </span><i>Tres vultus Trivultio.</i> — (Tre volti ha il Trivulzio).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note312"> -<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>. </span>Egli era al servigio degli Aragonesi in Napoli, mentre essi -minacciavano Lodovico Sforza: quando poi Carlo VIII conquistò -quel regno, il Trivulzio si pose allo stipendio della Francia, e -molta parte ebbe nell'aprire il varco al re nei passi di Fornuovo -alla Val di Taro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note313"> -<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>. </span>Corio, all'anno 1499.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note314"> -<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>. </span>Del Corte così scrive il Guicciardini al lib. IV, raccontando -il prezzo ch'egli ottenne; <i>ma con tanta infamia, e con tanto odio, -eziandio appresso ai Francesi, che, rifiutato da ognuno come di -fiera pestifiera, e abominevole il suo commercio, e schernito per -tutte dove arrivava con obbrobriose parole, tormentato dalla vergogna -e dalla coscienza, potentissimo e certissimo flagello di chi -fa male, passò non molto poi per dolore all'altra vita.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note315"> -<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>. </span>Tom. II, pag. 22.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note316"> -<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>. </span><i>Quod ad Rempublicam attinet, jam licet omnibus intueri -quod in magno omnia ancipiti, seu potius praecipiti pendent. Sfortianos -constat sexdecim milium peditum delectum ex Elvetiis fecisse, -milla cataphractos ex Germania Burgandiaque contraxisse, -tormenta aenea, machinas, pilas, pulveresque coemisse, atque comunis -opinio est quod medio januario superatis Alpibus Gallos -invadent, atque eos pellere aut profligare conabuntur. E contra -comes Lignyaci, cujus in ire bellica auctoritas suprema est (licet -proregie nomen Jo. Jacobo Trivultio datum sit) omnes cataphractos -apud Comum cogit</i>.... E continua a spiegare le disposizioni -per la difesa che facevasi dai Francesi; <i>cuius exitum utinam Mediolanenses -(quae foret insolita eorum prudentia) expectarent! -At plurimi sunt, maxime ex Gibellina factione, qui, more impatientes, -jamjam civitatem scindere, amicos, affinesque unire, armaque -capere non dubitant, quod dicant memoratum Trivultium -statuisse capita ipsius Gibellinae factionis perdere, alios obsides -in Galliam mittendo, alios proscribendo, alios in custodiis habendo; -dicentes propterea se, armatos, vim vi repellere velle, -hujusmodique armis non in regis perniciem aut damnum, sed -tuitionem et salutem, si expediat, se usuros jactantes. Huic quasi -seditioni fomentum non exiguum praestant memoratus Lignyaci -comes et Lucionensis episcopus, Senatus Cancellarius et justitiae, -ut ajunt, caput; qui ambo, ut sunt Trivultii aemuli, aegre ferunt -quod apud eum remaneat illud nudum proregis nomen; sperantque -hac ratione Regem coactum iri ut Trivultium deponat, cum intelliget, -eo etiam solam sceptri imaginem retinente, seditionem extingui -minime posse: iique ambo, quasi fatentes eam esse pravam et -subdolam Trivultii mentem in Gibellinos, quam ipsi verentur, -nec affirmantes longe alienam esse regis voluntatem, qui nullo discrimine -omnes Gibellinos Guelfosque habet, non reprehendunt, -sed quadam taciturnitate probant, Gibellinosque armari, ac stipari, -seditionem in dies magis et magis augeri; quum et Trivultius -et omnes fere Guelfi partes ejus secuti, non minus quam -Gibellini, se muniant clientibus et armis, et vim nedum repellere, -sed etiam inferre parent.</i> Prosiegue antivedendo i mali, che -ne nacquero in fatti, e conclude la lettera così: <i>tunc, inquam, -cognosceremus quanto subjectir populis salubrius sit contendendibus -de imperio principibus, spectatores, quam auxiliatores esse.</i> -</p> - -<p> -(Per quello che spetta alla repubblica, si può ora da tutti riconoscere, -che tutte le cose pendono in uno stato dubbioso o piuttosto -precipitoso. Egli è certo che gli sforzeschi hanno arruolato sedicimila -fanti tra gli Svizzeri raccolti, mille cavalli, grave armatura dalla Germania -e dalla Borgogna, comperati cannoni di bronzo, macchine, palle -polvere, e la comune opinione è che alla metà di gennaio, superate -avendo le Alpi, assaliranno i Francesi, e si studieranno di cacciarli -o di sconfiggerli. All'opposto il conte di <i>Ligny</i>, che ha il -supremo comando nelle cose militari (benchè il nome di vice-re -sia dato a <i>Giovan Giacomo Trivulzio</i>), tutti i suoi cavalli di pesante -armatura riunisce presso Como...... Il di cui esito volesse -il cielo che i Milanesi (il che sarebbe una prudenza in essi insolita), -aspettassero! Ma moltissimi sono, massime della fazione ghibellina, -che, impazienti di ritardo, non dubitano già a quest'ora -di dividere la città, di riunire i loro amici e congiunti, e di pigliare -le armi, perchè dicono che il memorato <i>Trivulzio</i> abbia -stabilito di rovinare i capi della stessa fazione ghibellina, mandandone -altri ostaggi in Francia, altri proscrivendo, altri ritenendo -nelle prigioni; soggiungendo per questo che essi, armati, respingere -vogliono la forza colla forza, e vantandosi che di queste armi -si serviranno non già a discapito o danno del re, ma qualora occorra -alla loro difesa e salvezza. A questa specie di sedizione prestano -non piccolo fomento il già nominato conte di <i>Ligny</i> ed il -vescovo di <i>Luçon</i>, cancelliere del senato, e capo, come dicono, -della giustizia, i quali, essendo l'uno e l'altro emuli del <i>Trivulzio</i>, -mal soffrono che presso di esso rimanga quel nome nudo di vicerè, -e sperono che per questa ragione il re sarebbe forzato a deporre -il <i>Trivulzio</i>, qualora venisse a sapere che, ritenendo la sola -immagine dello scettro, la sedizione non potrebbe estinguersi, ad -essi, quasi confessando ambidue essere quella intenzione trista e -subdola del <i>Trivulzio</i> contra i Ghibellini, la cosa che essi temono, -nè asserendo molto lontana da quello la volontà del re, che tutti -i Ghibellini e i Guelfi riguarda senza alcuna differenza; non riprendono, -ma anzi con un certo silenzio quelle mosse approvano, -e che i Ghibellini si armino e si rafforzino, e che la sedizione giornalmente -a maggior grado si accresca; mentre anche il <i>Trivulzio</i> -e tutti quasi i Guelfi seguaci del di lui partito, non meno che i -Ghibellini, si muniscono di partigiani e di armi, e non solo si preparano -a respignere la forza, ma anche ad adoperarla....... Allora -dissi, conosceremmo quanto più salutare sia ai popoli suggetti -l'essere spettatori che non ausiliari dei principi che dell'imperio -contendono).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note317"> -<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>. </span>Vinto certamente dall'efficacia dell'argomento, prestò la mano; -tuttavia, mentre mi congedò, conobbi che egli era quasi sdegnato; -giacchè come tu sai, i principi quello che essi vogliono, sogliono -volerlo di troppo, e ben sovente pongono mente piuttosto a quello -che giova, che non a quello che conviene.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note318"> -<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>. </span>Così nella lettera 28 febbraio 1500, a Giovannangelo Selvatico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note319"> -<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>. </span>Fra questi deve esser pure compreso l'illustre Guicciardini, -lib. IV.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note320"> -<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>. </span>Veggasi lettera 30 aprile 1500 a Girolamo Varadeo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note321"> -<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>. </span>Sè stesso non cessava di rimproverare, e di accusare la propria -pusillanimità, nè ben sapeva a quale consiglio si appigliasse.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note322"> -<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>. </span>L'infelice <i>Lodovico</i>, che non aveva potuto cangiare i lineamenti -del viso, nè l'aspetto della maestà che sempre ebbe nel volto, -nè la sua figura principesca, benchè le vesti mutate avesse, conosciuto -fu e preso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note323"> -<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>. </span>Fatta all'istante un'irruzione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note324"> -<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>. </span>Gli presentò sei vestiti, due di stoffa d'oro, due d'argento, -due di seta con altrettanti giubboni, e paia sei calze di scarlatto, -e dodici camisce di renso, con scarpe e berrette similmente d'oro. -Queste minuzie, riferite dal <i>Prato</i>, danno idea del vestire di quei -tempi, e fors'anco della cura maggiore che si aveva per l'apparenza, -che per la mondezza, non frequentemente allora cambiandosi -le vesti che immediatamente ci toccano.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note325"> -<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>. </span>Espugnata avendo Alessandria, distrutto l'esercito, caccia il -duca <i>Lodovico Sforza</i>, e tornato presso Novara, lo sconfigge e lo -fa prigioniero.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note326"> -<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>. </span>Avendo io fatte molte ricerche, anni sono, sulle regalie alienate -dai sovrani di questo Stato, o donate ai sudditi, ho osservato -che al tempo del duca Filippo Maria si cominciò a staccarle, ed -ho trovate cinque vendite e quattordici donazioni. Quel principe, -non avendo eredi, cominciò a largheggiare. Poi, sotto Francesco I, -fu il più gran colpo di distacco, contandosi sedici vendite, e ben -quarantaquattro donazioni di regalie. Anche sotto Francesco s'introdusse -il patto di abdicare in alcune vendite di regalie, la ragione -fiscale di ricuperarle al prezzo medesimo. Le donazioni non -furono mai tante poi, quanto sotto Francesco, che doveva rendere -accetta la signoria, che mancava in lui di legittima ragione; ma -sotto Lodovico il Moro in vece grandiose furono le vendite, delle -quali ne ho contate settantaquattro. Tutto il secolo XVI fu più -moderato. Non è da maravigliarsi che il duca Filippo Maria, ultimo -di sua casa, donasse largamente regalie annesse alla sovranità -o destinate a sostenerla. Oltre quelle che, pel terminare delle -famiglie, nel corso di tre secoli saranno rientrate nel ducale patrimonio, -ne rimanevano tuttora in mano di privati quattordici, -dieci anni sono. Nè vi è pure da maravigliarsi se dieci anni fa -rimanessero ben quarantaquattro donazioni di regalie fatte da Francesco -Sforza, che voleva appoggiare la sua donazione alla benevolenza -ed al consenso de' popoli.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note327"> -<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>. </span>In porta Romana nella contrada della Ruga Bella.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note328"> -<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>. </span>Questo palazzo era dove ora trovasi la casa del marchese -Litta in porta Vercellina.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note329"> -<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>. </span>Nella cinta del muro intorno alla chiesa di San Dionigi vi si -pose una lapida con queste parole: <i>Lodovicus, Galliarum rex -et Mediolani dux, parta de Venetis victoria, hic equum ascendit, -ut in urbe triumpharet.</i> (<i>Lodovico</i>, re di Francia e duca di Milano, ottenuta avendo -la vittoria su i Veneti, qui montò a cavallo onde nella città -trionfasse.)</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note330"> -<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>. </span>Murat. Annali d'Italia, A. 1509. — Du-Mont, Corp. Diplomatique.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note331"> -<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>. </span>Lib. IX.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note332"> -<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>. </span>Guicciard., lib. X.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note333"> -<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>. </span>Lib. X.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note334"> -<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>. </span>Lib. X.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note335"> -<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>. </span>Leggasi l'Apologia che ne ha fatta l'abate Francesco Murocchi -nella tragedia intitolata: L'<i>Avogadro</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note336"> -<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>. </span>Lettera del Cavalier Bayard a Lorenzo Aleman, suo zio, stampata -in fine della tragedia del signor Belloy citata.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note337"> -<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>. </span></p> - -<p class="center"> -SIMULACRO DI GASTONE DI FOIX<br /> -CONDOTTIERO DEGLI ESERCITI FRANCESI<br /> -CADUTO NELLA BATTAGLIA DI RAVENNA NELL'ANNO<br /> -MDXII<br /> -ESSENDO NELLA RESTAURAZIONE DELLA CHIESA DI S. MARTA<br /> -DISTRUTTA LA DI LUI TOMBA<br /> -LE VERGINI DI QUESTO MONASTERO<br /> -ALLA IMMORTALITÀ DI SÌ GRANDE CAPITANO,<br /> -IN QUESTO LUOGO LO FECERO COLLOCARE<br /> -NELL'ANNO MDLXXIV. -</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note338"> -<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>. </span>Mathieu Skeiner, cardinal de Sion, <i>le boute-feu de la Sainte -Ligue</i>, lui qui joua dans toutes ces guerres le véritable rôle de l'Alecto -de Virgile; ce Prêtre sanguinaire eut la lâcheté de faire exhumer -le Héros de la France, sous pretexte de l'absurde excommunication -lancée contre les ennemis du pape. Les François et beaucoup -d'Italiens, souhaitoient alors à Jules II et au cardinal Skeiner autant -de droitur, de justice, d'honneur et de bonté, qu'en avoit -eu le Prince, dont ils osoient ainsi damner l'ame et outrages les -cendres. <i>Belloy</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note339"> -<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>. </span>Et vous assure que de cent ans le royaum de France ne recouvrera -la perte qu'il a faite.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note340"> -<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>. </span>Veggasi Guicciardini, lib. 4. — Muratori, Annali, all'anno -1512. — Istoria del dominio temporale della Chiesa sopra Parma -e Piacenza, ediz. rom. pag. 122. — Du Mont, Code Diplomat., -T. IV, P. I, pag. 137 e 173. — Angeli, Ist. di Parma, lib. V. — Alberti, -Descriz. d'Ital., pag. 369.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note341"> -<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>. </span>Siccome può vedersi nel tomo II, Cap. XIII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note342"> -<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>. </span>Lib. XI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note343"> -<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>. </span>Gaillard, Vie de François Premier, roi de France, tomo I, -pag. 140.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note344"> -<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>. </span>Guicciard., lib. XI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note345"> -<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>. </span>Guicciard., lib. XI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note346"> -<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>. </span>Prato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note347"> -<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>. </span>Misero il paese il cui re è un fanciullo!</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note348"> -<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>. </span>Beatissimo Padre. — Manifesta ed abbastanza nota è presso -la Santità Vostra la smoderata ed eccessiva ambizione di dominare -in lungo e in largo, e la cupidigia di usurpare indebitamente l'altrui -del re de' Francesi, cosicchè non solo sembra aspirare con tutti -i suoi desiderii al principato milanese, ma anche al soggiogamento -di tutta l'Italia; (e conclude alfine) per la qual cosa io sono forzato -di ricorrere alla Beatitudine Vostra, per cosa che caderà ad -evidente vantaggio di tutta l'Italia, e a me provvederà in una così -grande pubblica calamità; supplicando altresì affinchè, provvedendo -alle premesse cose, la Beatitudine Vostra, coll'autorità apostolica -della quale è investita, di moto proprio, per certa scienza -e per pienezza della podestà anche assoluta, si degni di accordare -licenza, podestà ed autorità di imporre in tutta la giurisdizione -del ducato di Milano le predette aggiunte di trenta soldi per ogni -staio di sale, ec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note349"> -<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>. </span>Miscellanea MS., vol. I, num. 9.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note350"> -<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>. </span>Miscellan. vol. I, num. 3.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note351"> -<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>. </span>Il contratto di questa vendita, fatto il giorno 11 luglio 1515, -trovasi nell'Archivio Civico, e si scorge che il reddito del Naviglio -grande si considerò di non più che annue lire 1200.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note352"> -<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>. </span>Vedi Prato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note353"> -<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>. </span><i>Ibid</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note354"> -<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>. </span>Miscellan., vol. I, num. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note355"> -<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>. </span>MS. Miscellanea, tom. I, num. 12.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note356"> -<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>. </span>Lib. XI.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note357"> -<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>. </span>Prato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note358"> -<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>. </span>Lo stesso Prato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note359"> -<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>. </span><i>Havuto nova Maximiliano Sforza ducha di Milano, ed il -cardinale elveticho del preparato exercito gallico et del preparato -esercito veneto</i> (dopo morto Lodovico XII) <i>per la impresa -de lo imperio Mediolanense; facto suo consulto de resistere a -tanto impeto unito contra esso imperio, il cardinale, per levar -ogni suspecto qual haveva a lo epischopo laudense Sforzescho, -qual gubernava lo imperio Mediolanense, fece prendere esso -epischopo et condurlo prigione nel castello di porta Giobia, dove -subito posto alla tortura li fu dato squassi quattordici di corda -et altro non poteno havere da esso epischopo.</i> M. S. Belgioioso, fol. -79, tergo, e 80.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note360"> -<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>. </span>Gaillard, Vie de François Premier, tom. I, pag. 214.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note361"> -<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>. </span><i>Idem, ibidem</i>, pag. 224.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note362"> -<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>. </span>Prato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note363"> -<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>. </span>Prato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note364"> -<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>. </span>Guicciard., lib. XII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note365"> -<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>. </span>Guicciard., lib. XII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note366"> -<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>. </span>Lib. XII.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note367"> -<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>. </span>Veggasi Gaillard, tom. I, alle pag. 270, 274.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note368"> -<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>. </span>Lib. I, f. 6. L'ingenuità di questa Cronaca appare dalla semplicità -e barbarie medesima colla quale è scritta. L'autore era un -merciaio, che, avendo bottega in Milano, si compiaceva di registrare -gli avvenimenti del suo tempo. Corre manoscritta questa -Cronaca di Gian Marco Burigozzo, e comprende gli avvenimenti -nel 1500 al 1544. E curiosa la maniera colla quale termina: <i>come -vedrete nella Cronica de mio filiolo, imperciocchè per la morte -che mi è sopragiunta non posso più scrivere.</i> Queste parole verosimilmente -vennero aggiunte dal figlio, il quale o non compose -poscia la continuazione della Cronaca, ovvero se la compose ella -non è giunta a mia notizia; di questa Cronaca mi accadrà più -volle in séguito di servirmene.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note369"> -<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>. </span><i>Hyeronimo Morono dette zanze al gallico re d'andar in -la citate de Brixio senatore, secondo la mente dil re, et stato -alquanti giorni in la città Mediolanense, fa significato ad esso -Morono dovesse pigliar il cammino de la Gallia transalpina ed -andar al suo offitio, dove esso Morono, charichato sei cariaggi -de le sue tutte bone robe, pigliò il cammino di lo Apenino. Gionto -appresso allo Apenino pigliò il cammino de le montagne de -Genovese et poi di Modena, et in quella fece dimora per alquanti -anni, et il gallico re fu piantato dal Morono.</i> Cronaca -di Antonio Crumello, pavese. MS. Belgioioso, fogl. 83, tergo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note370"> -<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>. </span>Veggasi Giovio, lib. VI, Storia. — Gaillard, Storia di Francesco -I re di Francia, tom. I, cap. III. — Veggasi Prato.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note371"> -<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>. </span>Il re cristianissimo, volgendo nell'animo la fedeltà e la integrità -che i cittadini milanesi mostrarono verso sua maestà, e i -danni intollerabili che essi sopportarono, liberamente dona e concede -alla predetta città la somma di diecimila ducati di rendita -annua e perpetua, esigibili per mano del ricevitore della città dai -gabellieri delle mercatanzie, la quale somma sia convertita soltanto -ad utilità della città predetta, e non altrimenti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note372"> -<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>. </span>Così nel libro di Carlo Pagano, stampato in Milano da Agostino -Vimercato l'anno 1520, pag. 6.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note373"> -<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>. </span>Vedi Pagano suddetto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note374"> -<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>. </span>Osservando e non osservando il diritto comune.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note375"> -<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>. </span>Essendo quell'uffizio cagione a tutti di terrore.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note376"> -<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>. </span>Arte del buono e del retto, e scienza del giusto e dell'ingiusto.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note377"> -<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>. </span>Questo accadde per disposizione data il giorno primo di luglio -del 1518, come scorgesi alla pag. 30 della relazione MS. che -l'erudito ed esatto abate Lualdi, prefetto dell'Archivio della città, -ha presentata l'anno 1784 al Consiglio Generale.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note378"> -<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>. </span>Prato. — Burigozzo, lib. I, foglio 9 e 10.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note379"> -<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>. </span><i>Une très-belle et honeste dame que le roy aimoit, et faisoit -son mary cocu</i>, di lei dice Brantome nel discorso sopra il -maresciallo di Lautrec.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note380"> -<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>. </span>Vedi Gaillard, tom. I, pag. 352.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note381"> -<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>. </span>Così Gaillard, tom. I, pag. 360.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note382"> -<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>. </span>Gaillard, tom. I, pag. 361.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note383"> -<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>. </span><span class="smcap lowercase">CHI MAI NON RIPOSÒ, QUI RIPOSA. TACI.</span></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note384"> -<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>. </span>Tom. II, pag. 202.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note385"> -<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>. </span>È da vedersi <i>Apostolo Zeno</i>, nelle sue dissertazioni Vossiane, -tomo II, sul merito della storia del Corio, da molti a torto disprezzata. -Così pure <i>Justi Vicecomitis pro Bernardino Corio Dissertatio</i>. -Giusto Visconte è il finto nome del P. <i>Mazzucchelli</i> -C. R. Somasco, il cui elogio trovasi nel Giornale de' Letterati di -Italia.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p class="covernote"> -Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 2, by Pietro Verri - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 2 *** - -***** This file should be named 60498-h.htm or 60498-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/4/9/60498/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. Special rules, -set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to -copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to -protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark. Project -Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you -charge for the eBooks, unless you receive specific permission. If you -do not charge anything for copies of this eBook, complying with the -rules is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose -such as creation of derivative works, reports, performances and -research. They may be modified and printed and given away--you may do -practically ANYTHING with public domain eBooks. Redistribution is -subject to the trademark license, especially commercial -redistribution. - - - -*** START: FULL LICENSE *** - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project -Gutenberg-tm License (available with this file or online at -http://gutenberg.org/license). - - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm -electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy -all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your possession. -If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project -Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound by the -terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or -entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement -and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic -works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation" -or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project -Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the -collection are in the public domain in the United States. If an -individual work is in the public domain in the United States and you are -located in the United States, we do not claim a right to prevent you from -copying, distributing, performing, displaying or creating derivative -works based on the work as long as all references to Project Gutenberg -are removed. Of course, we hope that you will support the Project -Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by -freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of -this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with -the work. You can easily comply with the terms of this agreement by -keeping this work in the same format with its attached full Project -Gutenberg-tm License when you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in -a constant state of change. If you are outside the United States, check -the laws of your country in addition to the terms of this agreement -before downloading, copying, displaying, performing, distributing or -creating derivative works based on this work or any other Project -Gutenberg-tm work. The Foundation makes no representations concerning -the copyright status of any work in any country outside the United -States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other immediate -access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently -whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the -phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project -Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed, -copied or distributed: - -This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with -almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived -from the public domain (does not contain a notice indicating that it is -posted with permission of the copyright holder), the work can be copied -and distributed to anyone in the United States without paying any fees -or charges. If you are redistributing or providing access to a work -with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the -work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1 -through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the -Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or -1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional -terms imposed by the copyright holder. Additional terms will be linked -to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the -permission of the copyright holder found at the beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any -word processing or hypertext form. However, if you provide access to or -distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format other than -"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version -posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org), -you must, at no additional cost, fee or expense to the user, provide a -copy, a means of exporting a copy, or a means of obtaining a copy upon -request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other -form. Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm -License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided -that - -- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is - owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he - has agreed to donate royalties under this paragraph to the - Project Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments - must be paid within 60 days following each date on which you - prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax - returns. Royalty payments should be clearly marked as such and - sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the - address specified in Section 4, "Information about donations to - the Project Gutenberg Literary Archive Foundation." - -- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or - destroy all copies of the works possessed in a physical medium - and discontinue all use of and all access to other copies of - Project Gutenberg-tm works. - -- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any - money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days - of receipt of the work. - -- You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm -electronic work or group of works on different terms than are set -forth in this agreement, you must obtain permission in writing from -both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael -Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the -Foundation as set forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -public domain works in creating the Project Gutenberg-tm -collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic -works, and the medium on which they may be stored, may contain -"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or -corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual -property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a -computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by -your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium with -your written explanation. The person or entity that provided you with -the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a -refund. If you received the work electronically, the person or entity -providing it to you may choose to give you a second opportunity to -receive the work electronically in lieu of a refund. If the second copy -is also defective, you may demand a refund in writing without further -opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS' WITH NO OTHER -WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO -WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages. -If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the -law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be -interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by -the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any -provision of this agreement shall not void the remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance -with this agreement, and any volunteers associated with the production, -promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works, -harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees, -that arise directly or indirectly from any of the following which you do -or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm -work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any -Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause. - - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of computers -including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists -because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from -people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. -To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 -and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. - - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive -Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at -http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent -permitted by U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. -Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered -throughout numerous locations. Its business office is located at -809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email -business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact -information can be found at the Foundation's web site and official -page at http://pglaf.org - -For additional contact information: - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To -SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any -particular state visit http://pglaf.org - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. -To donate, please visit: http://pglaf.org/donate - - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic -works. - -Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm -concept of a library of electronic works that could be freely shared -with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project -Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support. - - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. -unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily -keep eBooks in compliance with any particular paper edition. - - -Most people start at our Web site which has the main PG search facility: - - http://www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. - - -</pre> - -</body> -</html> diff --git a/old/60498-h/images/cover.jpg b/old/60498-h/images/cover.jpg Binary files differdeleted file mode 100644 index 5138001..0000000 --- a/old/60498-h/images/cover.jpg +++ /dev/null |
