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-The Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 2, by Pietro Verri
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
-almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
-re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
-with this eBook or online at www.gutenberg.org/license
-
-
-Title: Storia di Milano vol. 2
-
-Author: Pietro Verri
-
-Release Date: October 15, 2019 [EBook #60498]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 2 ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
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-
- STORIA
- DI MILANO
-
-
- DEL CONTE
-
- PIETRO VERRI
-
-
- COLLA CONTINUAZIONE
-
-
- TOMO II.
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- MILANO
- PRESSO IL LIBRAIO ERNESTO OLIVA
- Contrada de' Due Muri, N. 1044
- 1850
-
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-
-CAPITOLO XI.
-
- _Di Matteo I, di Galeazzo I e d'Azzone Visconti, signori di
- Milano._
-
-
-La storia d'un paese repubblicano può paragonarsi ad una vasta
-pittura che rappresenti un grande ammasso di oggetti variati, sulla
-quale scorre lo sguardo, incerto talora quali delle figure meritano
-un'attenzione distinta; alcuni oggetti veggonsi appena illuminati,
-altri indicati appena in lontananza; e nella memoria non rimane poi
-se non un tutt'insieme. Laddove la storia d'un paese soggetto ad un
-principe si rassomiglia ad un quadro storiato, di cui le figure tutte
-servono al risalto del principale ritratto, che a sè chiama i primi
-sguardi dello spettatore, nella mente di cui rimangono le tracce
-distinte della fisionomia rappresentata e della disposizione del
-quadro. Mutata la forma tumultuosa ed instabile della nostra città;
-assoggettata questa alla signoria de' Visconti, i costumi, la felicità,
-la pace, la guerra, la povertà o la ricchezza diventarono dipendenti
-della buona o cattiva indole del sovrano, sul quale principalmente
-convien fissare lo sguardo. (1311) I Torriani vennero per sempre
-scacciati, siccome dissi, dalla città. Matteo Visconti collo sborso di
-quarantamila fiorini d'oro, l'anno 1311, nel mese di luglio, ottenne
-dal re dei Romani, Enrico di Lucemburgo, un diploma col quale lo creò
-vicario imperiale nella città e contado di Milano. Diciassette anni
-prima, Matteo istesso era stato creato vicario imperiale dall'augusto
-Adolfo, non di Milano soltanto, ma di tutta la Lombardia, come mero
-e misto imperio. Il re Enrico doveva abbandonare la Lombardia, ed
-inoltrarsi verso Roma, ove ricevette la corona imperiale. Egli aveva in
-animo di sottomettere il regno di Napoli, ma gli mancavano i danari;
-non è quindi meraviglia che, volendo egli trar profitto dalla carica
-di vicario dell'Impero, la concedesse un uomo che gli dovea tutto,
-cioè Matteo Visconti. (1313) Passò poi quel buon imperatore nella
-Toscana, ove, a Buonconvento, morì il 24 agosto 1313. La controversa
-cagione della di lui morie non è un oggetto appartenente alla storia di
-Milano. L'arcivescovo di Milano era uno della casa della Torre, cioè
-Cassone della Torre; e doveva vivere esule dalla sua patria, seguendo
-il destino della sua famiglia. Egli dalla Francia, ove stavasene
-ricoverato presso del papa, si portò a Pavia, città che allora non
-era dominata dai Visconti, e l'anno 1314 da Pavia scrisse a Matteo
-Visconti una lettera che comincia così:[1] _Cassonus etc. Viris utinam
-providis Mattheo Vicecomiti, vicario et rectori, sive capitaneo,
-potestati, sapientibus et antianis, consiliariis, consulibus, consilio,
-Communi civitatis Mediolani, et Galeatio, Luchino, etc._; indi espone
-i mali fatti ai possessi arcivescovili, e conclude:[2] _ut ideo tu
-Mattheus Vicecomes, et ilii ut supra nominati, nisi vos emendavetis
-de praedictis, in perpetuum excomunicamus, anathematizamus, omnique
-commercio humano ac ecclesiastica sepultura atque sacris ordinibus
-privamus_[3]. Pare che questo sia stato il primo annunzio degli anatemi
-che vennero scagliati dappoi. Matteo era un uomo acuto e pacato.
-Poco a poco stese la sua dominazione su Piacenza, Bergamo, Novara
-e qualche altra città. (1215) Pavia era una città forte, nemica di
-Milano quasi da trecento anni. Matteo Visconti fece comparire le sue
-armi sotto Pavia, le quali intrapresero dalla parte di Milano un finto
-attacco, a rispingere il quale incautamente accorsero tutte le forze
-del presidio. Frattanto un altro corpo di militi di Matteo, assistito
-da' corrispondenti ch'erano nella città, entrò dall'opposta parte in
-Pavia, guidato da Stefano Visconti, uno dei figli di Matteo; e così
-Pavia diventò dei Visconti l'anno 1315, e si assicurò Matteo che da
-quella vicina e forte città l'arcivescovo Cassone della Torre non
-gli avrebbe più scritte di tai lettere. I Pavesi, un secolo e mezzo
-prima, avevano avuta gran parte nella rovina di Milano. Ne' meschini
-tuguri ove stavano appiattati i nostri maggiori a Noceto e Vigentino,
-risuonavano ancora i singulti degli avviliti cittadini, che temevano
-non incendiassero i Pavesi anche que' tristi ricoveri. Matteo Visconti
-risparmiò ogni danno possibile ai Pavesi, fabbricò un castello col
-quale assicurarsi quella signoria, e ne confidò il comando a Luchino
-suo figlio. Matteo non era punto atroce, e pensava alla stabile
-grandezza del suo casato. Le sue armi erano confidate a' suoi figli.
-Non sembra ch'egli fosse in conto alcuno uomo da guerreggiare; Marco
-Visconti comandava Alessandria e Tortona, Galeazzo comandava Piacenza,
-Luchino Pavia, e Lodrisio, cugino di Matteo, comandava Bergamo. I figli
-suoi avevano ardor militare e perizia; e l'estensione del dominio n'è
-la prova; poichè in breve furono assoggettate Piacenza, Bergamo, Lodi,
-Como, Cremona Alessandria, Tortona, Pavia, Vercelli e Novara; e così
-Matteo signoreggiava undici città, compresa Milano.
-
-Non poteva piacere al papa la signoria de' Visconti per le ragioni che
-altrove ho indicate. Il papa, sebbene rifugiato nella Francia, sempre
-aveva in vista l'Italia. Dopo la morte di Enrico di Lucemburgo gli
-elettori nella Germania formarono due partiti, e furono incoronati re
-di Germania e de' Romani Federico d'Austria e Lodovico di Baviera. Il
-papa Clemente V aveva inalberata una pretensione, che fu poi cagione
-di una lunga guerra fra l'Impero ed il sacerdozio. Pretendeva quel
-papa che il giuramento che solevano gl'imperatori pronunziare nella
-incoronazione fatta dal sommo pontefice, fosse un giuramento di fedeltà
-e di vassallaggio. (1317) Questa opinione la sosteneva anche il suo
-successore Giovanni XVII; e in conseguenza spedì, l'anno 1317, due
-frati nella Lombardia, i quali in di lui nome dichiararono invalide le
-elezioni di Federico e di Lodovico: pubblicarono vacante l'Impero, e
-comandarono che non ardisse alcuno di arrogarsi il titolo di vicario
-imperiale. La cosa era chiara che si aveva di mira Matteo Visconti, la
-di cui pieghevole politica non urtava mai, e secondava anzi i tempi.
-Matteo cessò di chiamarsi vicario imperiale, e assunse il titolo
-di _signor generale di Milano e suo distretto_[4]. Forse il papa e
-l'arcivescovo Cassone della Torre si aspettavano minore compiacenza; e
-quindi speravano un pretesto per venire ad un'aperta rottura. Matteo,
-da saggio, abbandonò una parola per non compromettere la dominazione.
-L'arcivescovo era esule; ma non sappiamo che potesse darsene colpa a
-Matteo; poichè forse non v'era atto di autorità che lo allontanasse
-dalla diocesi, in cui non si credeva però sicuro l'arcivescovo, sotto
-la signoria de' rivali della sua famiglia. Non vedendo quindi Cassone
-della Torre speranza alcuna di ritornare al possesso della sua sede
-arcivescovile, cercò del papa il patriarcato di Aquilea, e il papa
-glielo conferì. Poichè Matteo Visconti seppe essere vacante la sede
-metropolitana, maneggiò la cosa in modo, che gli ordinari passarono
-ad eleggere arcivescovo Giovanni Visconti, altro figlio di Matteo.
-Cassone della Torre era stato parimenti eletto dagli ordinari l'anno
-1308, senza che il papa Clemente V vi facesse opposizione. Questo
-era il metodo delle elezioni praticato sempre nella nostra chiesa,
-prima che Urbano IV, di propria autorità, eleggesse l'arcivescovo
-Ottone Visconti, l'anno 1262. Con tutto ciò il papa non badò punto
-alla canonica elezione fatta dagli ordinari, e in Avignone consacrò
-arcivescovo di Milano certo frate francescano, per nome Aicardo.
-L'elezione che aveva fatta il papa dell'arcivescovo Ottone poteva
-comparire in qualche modo giustificata, attesa la discordia degli
-ordinari, che da più anni lasciavano sprovveduta dal pastore la chiesa
-milanese. Ma questa noncuranza d'una elezione regolare e canonica non
-poteva comparire altrimenti che una ostilità. Matteo Visconti era
-cauto, moderato; ma non era pusillanime. Non permise mai che frate
-Aicardo ponesse il piede ne' suoi Stati.
-
-Matteo Visconti aveva cinque figli: Galeazzo, Luchino, Marco, Stefano
-e Giovanni, creato arcivescovo. Sebbene Galeazzo, Luchino e Stefano
-abbiano mostrato valor militare in ogni occasione presentandosi ai
-nemici, Marco però li superava, e aveva i talenti d'un buon generale.
-Fu spedito dal padre a tentare la conquista di Genova; e l'impresa
-non riuscì, perchè il re Roberto di Napoli vi trasportò una flotta ed
-un'armata in soccorso. Non però abbandonò sì tosto quell'impresa Marco
-Visconti, che anzi, avendogli fatto intimare il re che sciogliesse
-tosto l'assedio, poichè altrimenti sarebbe venuto ad attaccarlo alle
-porte di Milano, Marco gli fece dire per risposta, che non occorreva
-andar tanto lontano, giacchè egli era pronto a riceverlo ivi alle
-porte di Genova[5]. Il re Roberto era collegato col papa; e, portatosi
-egli in Avignone, Matteo Visconti fu uno de' principali oggetti che
-si trattarono in tal conferenza. Egli veniva accusato[6] _de pessimis
-criminibus, et de haeresi, licet non foret noxius_[7]. Il cardinale
-Berengario, vescovo tusculano, fu destinato a formare il processo
-a Matteo Visconti, ed ivi in Avignone quel cardinale riferì in
-concistoro, che risultava dall'asserzione di testimonii degni di fede,
-essere Matteo Visconti gravemente diffamato come reo di sacrilegi,
-delitti ed eccessi. La fama di tali accuse giunse a Milano; e Matteo,
-per calmare la procella, cominciò a permettere che frate Aicardo fosse
-dal clero riconosciuto per arcivescovo; e così rinunziò al dritto
-acquistato da Giovanni suo figlio, già canonicamente eletto alla
-medesima sede. (1319) Oltre ciò, volendo dare un pubblico attestato
-insigne della sua divozione alla Chiesa, ricuperò il rinomatissimo
-tesoro di Monza che nei passati guai era stato depositato in pegno
-al tempo di Napo Torriano; e colle sue mani, la vigilia del Natale
-dell'anno 1319, lo portò in Monza e lo depositò sull'altare di
-quella chiesa di San Giovanni. Questo tesoro consisteva in corone e
-calici d'oro gemmati; e convien dire che fosse veramente un tesoro,
-poichè veniva stimato allora ventiseimila fiorini d'oro[8]. Ma questa
-pieghevolezza di Matteo Visconti non bastò a concigliarli l'aderenza
-del papa, il quale voleva esclusi i Visconti dalla dominazione,
-assoggettato l'Impero, e dipendente l'Italia. Giovanni XXII spedì
-nella Lombardia ii cardinale Bertrando del Poggetto in qualità di
-legato[9], il quale dichiarò l'Impero vacante; nulla l'elezione di
-Lodovico il Bavaro; creò vicario imperiale il re Roberto di Napoli;
-comandò a tutto il clero di Lombardia di ubbidire al nuovo vicario
-imperiale; e finalmente intimò a Matteo Visconti di doversi presentare
-in Avignone al papa per rendergli conto dei delitti che gli erano
-imputati. L'affare era serio, perchè era già in marcia alla volta della
-Lombardia un'armata di francesi, comandata dal conte del Maine, in
-nome del nuovo vicario il re Roberto di Napoli. Matteo, richiamando
-Galeazzo da Piacenza, Marco da Genova, e Luchino da Pavia, radunò
-tutte le sue forze, le quali consistevano in cinquemila cavalli e
-quarantamila fanti[10]. Il comando venne affidato a Galeazzo e non a
-Marco, fors'anco perchè non si doveva decidere la questione colle armi.
-Marciò l'armata sino verso Sesia nel Piemonte, ove si trovò in faccia i
-nemici. Pose le sue tende Galeazzo, indi spedì al conte del Maine due
-botti d'argento, che si dicevano piene di generoso vino; facendogli
-dire ch'ei provava sommo rincrescimento nel vederselo nemico, sì per
-l'ossequio ch'ei professava alla casa di Francia, quanto per essere
-stato ei medesimo onorato del cingolo della milizia dal conte di
-Valois, di lui padre. I due eserciti non si offesero, anzi i Francesi
-dopo due giorni piegarono le tende, e, ripassate le Alpi, tornarono
-alla loro patria, lasciando la Lombardia come prima. Si credette da
-alcuni che le due botti fossero ripiene di monete, e che Matteo con
-quelle armi si fosse difeso. Per quanto miti fossero i ripieghi di
-Matteo, il papa non voleva in conto alcuno nè tregua nè pace; anzi da
-lui si voleva annientato nell'Italia il potere nascente de' Visconti.
-Il papa spedì un breve in cui diceva che, quantunque Matteo Visconti
-avesse deposto il titolo di vicario imperiale, nondimeno aveva osato
-chiamarsi signore di Milano; e in pena di questo disprezzo della Santa
-Sede lo scomunicò. Ordinò che la scomunica si pubblicasse in tutte
-le chiese, e citò nuovamente Matteo a comparire in Avignone a dire
-le sue discolpe[11]. Il cardinale legato Bertrando del Poggetto, da
-Asti, ove si era domiciliato, spedì a Milano certo Ricano di Pietro,
-suo cappellano, incaricato di consegnare il breve. Ma appena era
-il cappellano disceso nell'albergo, si vide attorniato da un grosso
-numero di sgherri, i quali l'obbligarono a rimontare tosto a cavallo, e
-partirsene: di che se ne lagnò il cardinal legato in una sua enciclica:
-individuando che nemmeno si era voluto permettere che facesse
-abbeverare i cavalli, e il cappellano e i suoi seguaci dovettero
-lasciare a mezzo il loro pranzo, facendogli persino difficoltà dalla
-gran fretta di ripigliare il cappello, che aveva deposto, e scortandoli
-direttamente fuori dello Stato senza permetter loro di parlare con
-alcuno[12]. Se il cardinal legato trovava biasimevole Matteo, perchè
-si riparava da un colpo mortale da esso slanciatogli, doveva almeno
-non lagnarsi della moderazione istessa con cui se n'era riparato.
-(1320) Il cardinale Bertrando del Poggetto, il giorno 3 settembre
-1320, nella chiesa de' Francescani in Asti, nuovamente scomunicò
-Matteo, e nuovamente lo citò a comparire in Avignone. Matteo cercava
-pure le vie d'un accomodamento; ma le condizioni che si proponevano
-erano inammissibili da un uomo che era sovrano, e talmente sovrano,
-che veniva considerato come un re della Lombardia, siccome dice il
-Villani[13]. Si voleva che rinunciasse al governo di Milano; che
-riconoscesse per suo signore Roberto re di Napoli; e che i signori
-della Torre ritornassero alla loro patria[14]. Queste proposizioni
-non piacquero a Matteo nè alla città di Milano. Il papa continuava a
-citare Matteo Visconti; pubblicava incessantemente i monitorii, e in
-essi gli rinfacciava i delitti: i quali consistevano in esazioni fatte
-sul clero, giurisdizione esercitata sopra persone ecclesiastiche,
-autorità adoperata nelle elezioni de' superiori de' conventi. (1321)
-Poi nel 1321, il giorno 20 di febbraio, lo stesso papa Giovanni XXII,
-con sua bolla, pubblicata dal nostro conte Giulini[15], condannò
-Matteo a pagare diecimila marche d'argento; nuovamente lo scomunicò,
-e lo dichiarò decaduto da tutt'i beni, feudi, onori, ragioni, ec., e
-dice che così lo sentenziava:[16] _Tum quia reatus sacrilegii cognitio
-et punitio ad ecclesiasticum forum spectat, tum etiam quia, vacante
-Imperio, sicut et nunc vacare dignoscitur, ad nos et apostolicam Sedem
-pertinet excedentium hujusmodi in Imperio existentium ausus comprimere,
-oppressionem tollere, ac lassis et oppressis justitiam ministrare_.
-Poco dopo andò più avanti il papa; scomunicò anche i figli di Matteo,
-pose all'interdetto le città possedute dai Visconti, ordinò agli
-inquisitori di processarlo, e il breve comincia così:[17] _Profanus
-hostis, et impius auctor immanis scelerum et culparum, Mathaeus
-Vicecomes de Mediolano, partium Lombardiae radibus populator, etc._[18]
-(1322). Gl'inquisitori citarono Matteo a doversi presentare al loro
-tribunale il giorno 25 febbraio 1322 in una nominata chiesa, presso
-Alessandria. Vi comparve il di lui figlio Marco, con grande comitiva di
-cavalli e fanti e bandiere spiegate. Gl'inquisitori si trasportarono
-a Valenza, ove condannarono Matteo, come reo di venticinque delitti,
-molti de' quali consistevano in avere Matteo imposto carichi anche
-al clero, ed avere esercitata giurisdizione sopra i beni, i corpi
-e le persone ecclesiastiche. Se gli faceva delitto perchè avesse
-impedito che le chiese del milanese pagassero tassa al cardinale
-legato ed alla camera apostolica. Altro delitto se gl'imputava d'aver
-impedita l'emigrazione per la Crociata. Indi fra le sue colpe due se
-ne ricordano le quali meritano riflessione; cioè d'aver posto argine
-all'Inquisizione, e d'avere pregato per liberare l'infelice Mainfreda,
-che fu, malgrado le sue preghiere, bruciata viva, siccome narrai al
-capitolo nono. Concludeva la narrazione de' delitti, asserendo che
-Matteo negava la risurrezione de' corpi; aveva da' suoi progenitori
-ereditato il veleno dell'eresia, era collegato co' scismatici, sentiva
-male de' sacramenti, disprezzava l'autorità delle chiavi, e aveva
-fatto lega co' demonii, più volte da lui esecrabilmente invocati.
-Quindi si sentenziava Matteo Visconti eretico, i suoi beni mobili
-ed immobili confiscati; veniva privato del cingolo della milizia,
-dichiarato incapace di nessun ufficio pubblico, degradato da ogni
-dignità ed onore, e nominato perpetuamente infame, dando la facoltà a
-chiunque di arrestarlo. Inoltre i figli di Matteo, e persino i figli
-de' suoi figli vennero dichiarati incapaci perpetuamente di qualunque
-ufficio, di qualunque dignità e di qualunque onore. La sentenza è del
-giorno 14 marzo 1322, data nella chiesa di Santa Maria di Valenza, e
-la pronunziarono frate Aicardo, arcivescovo di Milano, frate Barnaba,
-frate Pasio da Vedano, frate Giordano da Montecucco, frate Onesto da
-Pavia, domenicani inquisitori, alla presenza del cardinale legato[19].
-Il cardinal legato, in Asti, pubblicò una remissione plenaria, non
-solamente della pena, ma della colpa de' peccati, a chiunque prendesse
-le armi, e marciasse sotto lo stendardo che ivi fece inalberare, alla
-distruzione di Matteo Visconti e de' fautori suoi:[20] _Fecit portare
-vexillum sanctae Ecclesiae super solarium de domo; praedicatum fuit
-ibi, quilibet vir et mulier, qui vellet sequi dictum vexillum ad
-destruendum dictum Mathaeum et coadjutores ejus, liber et mundus sit
-tam a culpa, quam a poena_[21]; e nella cronaca di Pietro Azario si
-legge che le maledizioni furono estese sino alla quarta generazione da
-quel cardinale legato:[22] _Sententias excommunicationis proferendo,
-thesauris Ecclesiae apertis et undequaque stipendio perquisito contra
-praefatum dominum Mathaeum et sequaces, usque in quartum gradum suarum
-progeniarum_[23].
-
-In quale misero stato si ritrovasse, dopo tutto ciò, Matteo Visconti,
-è facile l'immaginarselo. Molti dei nobili, per la naturale invidia
-d'una nascente potenza, aderivano al legato. Altri tremavano per
-obbedire ad un eretico scomunicato; e il popolo tutto era inorridito
-per l'anatema e l'interdetto pronunziati sopra della città. Il Corio
-riferisce quell'epoca, ed io mi servirò delle parole di lui. I nobili
-adunque «di continuo interponevano littere al legato, ed in altro non
-havevano il pensiere se non excogitare in quale modo Matteo con li
-figlioli potessino rimovere dal governo dil milanese imperio. Mattheo
-da questa hora avante più non si volse intromettere de veruna cosa
-concernente al Stato suo, ma in tutto ne le mano de Galeazzo renuntiò
-il dominio, grandemente condolendosi de la lite quale contra la Chiesia
-cognosceva moltiplicare, ed anche perchè non altramente da li cittadini
-milanesi se haveva a guardare come da pubblici e capitali inimici,
-inde tutto il pensiere suo puose, con devotione a visitare li templi,
-et ultimamente un giorno avante alo altare de la chiesia maggiore
-havendo facto convocare il clero, e pervenuti alla presenzia di quello
-con alta voce cominciò a dire _Credo in Deum Patrem_, e disse tutto
-lo symbolo, lo quale fornito, levando il capo, cridava che questa era
-la sua fede, la quale haveva tenuto tutto il tempo della vita sua, e
-che qualunque altra cosa gli era imposto, con falsitate lo accusavano,
-e da ciò ne fece conficere un pubblico instrumento[24]». Il Rainaldi
-confessa che in quei processi vi è stata della parzialità:[25] _Certe
-fidei censores studio partium nimium commotos in percellendis sententia
-haereseos Gibillinis aliquibus constat_[26]; e il papa Benedetto XII,
-diciannove anni dopo, con sua bolla del 7 maggio 1341, dichiarò e
-sentenziò iniqui e nulli i processi fatti nel 1322:[27] _Processus,
-et sententias supradictas, ex certis causis legittimis atque justis
-repertis in eis, inique factos invenimus existere, atque nullos ipsos
-processus et sententias per archiepiscopum, Paxium, Jordanem, Honestum
-et Barnabam praefactos, et eorum quemlibet super praemissis, communiter
-vel divisim, contra Johannem et Luchinum praedictos_ (erano allora
-quei due figli di Matteo signori tranquilli di dodici città) _habitos
-atque latos, et quaecumque secuta sunt ex eisdem vel ob eos, de ipsorum
-Fratrum nostrorum consilio, et authoritate apostolica, inique facta
-ac nulla atque irritata declaramus_[28]. Comunque fossero i processi,
-certo è che un séguito di tante angustie oppresse l'animo di Matteo,
-già indebolito anche dalla non più vegeta età di sessantadue anni;
-e dopo breve malattia, nella canonica di Crescenzago, tre miglia
-lontano da Milano, finì i suoi giorni il 24 di giugno dello stesso
-anno 1322, poco più di tre mesi dopo della sentenza. I figli tennero
-per alcuni giorni occulta la di lui morte; anzi si facevano entrare
-medici e cibi nella stanza, come se Matteo tuttora fosse vivo; e ciò
-si fece per aver modo almeno di salvare le di lui ceneri, e riporle
-certamente in luogo ove alcuno non potesse insultarle «per paura dil
-pontifice, che il cadavere non facesse remanere insepulto», dice il
-Corio. Qual carattere abbia fatto di Matteo il Fiamma, si è veduto
-nel capitolo precedente. La fisonomia di Matteo era piacevole: due
-begli occhi cerulei, vivaci, carnagione bianca, tratti del volto fini
-e gentili. Egli non si mostrò crudele giammai. Ebbe il raro talento di
-sopportare in pace la fortuna contraria, e il talento più raro ancora
-di non ubbriacarsi coi favori di lei. Nessuna prova egli diede mai di
-valor militare, e tutti i successi felici delle sue armi si debbono
-al coraggio ed al talento di Luchino, di Galeazzo, e sopra gli altri
-di Marco, suoi figli. Di quest'ultimo l'Azario dice:[29] _qui omnes
-alios probitate excedebat_[30], e si vede che credette di significare
-prodezza. Per altro in Matteo non si conosce alcuno di que' tratti
-sovrani che indicano le anime grandi, capaci d'innalzarsi al sublime.
-Egli si limitò sempre a pensieri proporzionali alla sua condizione
-presente, e preferì la prudenza all'eroismo. La grandezza della sua
-casa singolarmente si deve a lui: ma piuttosto per una combinazione
-di circostante, che per un ardito progetto ch'ei ne avesse immaginato.
-Matteo è stato un buon uomo, un buon padre, un buon principe, accorto,
-giudizioso; ma non l'ho chiamato Matteo Magno, perchè quel titolo è
-consacrato per distinguere quelle anime vigorosamente energiche, le
-quali, slanciatesi oltre la sfera comune degli uomini, formano un'epoca
-della felicità, della coltura e dei progressi della ragione negli
-annali del genere umano.
-
-Se la guerra contro di Matteo Visconti fosse stata mossa per motivi
-personali, colla di lui morte sarebbe terminata, ed avrebbe Milano
-nuovamente goduta la tranquillità; ma l'oggetto della ostilità era
-di opprimere una nascente potenza; e perciò Galeazzo I, al quale
-Matteo aveva rinunziato avanti di morire il governo dello Stato, si
-trovò esposto alle persecuzioni, più animose ancora di quelle che
-afflissero gli ultimi anni della vita di suo padre. Già vedemmo che
-Galeazzo, coll'inquietudine sua incautamente indisponendo i Milanesi,
-era stato cagione della perdita della signoria, del ritorno de'
-Torriani e dell'esilio a cui soggiacque la sua casa. La sperienza
-di venti anni che erano trascorsi, non aveva reso molto prudente
-Galeazzo; il quale, nell'anno medesimo in cui morì Matteo, perdette
-il dominio di Piacenza per un'inconsideratezza appena perdonabile nel
-primo bollore della gioventù. Il signor Vessuzio Lando era uno dei
-primari nobili di Piacenza, distinto per il valore, per i costumi e
-per le ricchezze; egli aveva in moglie la signora Bianchina Landi,
-bellissima giovine, che amava teneramente il suo sposo. Galeazzo
-credette, con poca accortezza, di renderla infedele, ed essa informò
-il caro sposo dell'insidie che se gli tessevano; e così il Lando,
-unitosi al cardinal legato Bertrando del Poggetto, occupò Piacenza a
-nome del papa. In quella sorpresa corse gran rischio d'essere preso il
-giovine Azzone, figlio di Galeazzo, il quale trovavasi in Piacenza,
-con Beatrice d'Este, di lui madre. Questa virtuosa donna lo salvò,
-sottraendolo con poca scorta, al primo avviso ch'ebbe della sorpresa;
-indi ebbe la fermezza di rimanere esposta al rischio degl'insulti nel
-suo palazzo, acciocchè non si dubitasse della partenza d'Azzone, e
-frattanto egli profittasse del tempo per salvarsi; anzi andava ella
-gettando delle monete ai vincitori, e così fece perdere più lungo
-tempo. Ma quando s'avviddero poi che in nessun ripostiglio si trovava
-il giovine principe, troppo tardi s'accorsero del pietoso inganno
-della principessa madre, la virtù della quale venne rispettata dai
-nemici, i quali onorevolmente la scortarono fuori di Piacenza. Galeazzo
-I non aveva insomma le virtù di suo padre, e perciò, quantunque in
-Milano avesse un forte partito che lo sosteneva malgrado gli anatemi,
-fu egli costretto di fuggirsene il giorno 9 dicembre di quell'anno
-1322; sebbene un mese dopo vi rientrò come privato, e prima del
-terminar di quell'anno, a grido generale del popolo, venne proclamato
-signore di Milano il giorno 29 dicembre. Ma il papa non lo lasciò
-tranquillo. Pubblicò una bolla per cui ordinò a tutto il clero di
-Milano che immediatamente uscisse dalla città, e non si accostasse
-a quella per lo spazio di tre miglia. Ognuno s'immaginerà qual
-turbamento doveva nel popolo cagionare questa novità, che toglieva
-la possibilità d'assistere ai sacri misteri, privava i moribondi
-del soccorso dei ministri dell'altare, ed esiliava dalla patria i
-cittadini nei quali stava comunemente collocata la maggiore confidenza
-e venerazione. Nè quivi pure ebbe confine la controversia. Fece il papa
-predicare nell'Inghilterra, nella Francia e nell'Italia un'indulgenza
-generalissima in beneficio di chiunque prendesse le armi contro de'
-Visconti; e così venne a formare una Crociata contro di essi, come
-si era fatto contro de' Saraceni. L'armata dei crocesignati già
-aveva occupato alcuni borghi del milanese. La comandava Raimondo di
-Cardona, nipote del cardinal legato Bertrando del Poggetto. Le cose
-de' Visconti andavano alla peggio. (1323) Il giorno 13 giugno 1323
-l'esercito sacro s'impadronì dei sobborghi di Milano, e singolarmente
-quelli di porta Nuova, porta Renza e porta Comacina furono in preda
-alla licenza dei crocesignati, che, violando le donne, passando a fil
-di spada gli uomini e distruggendo colle fiamme le case, portarono gli
-eccessi al colmo[31]. Nella città però essi non poterono entrare. La
-città era bloccata, e ci riferisce il Corio che i Fiorentini ch'erano
-nell'esercito pontificio, il giorno del loro santo protettore san
-Giovanni Battista, fecero correre il palio sotto le mura di Milano[32];
-sorta d'insulto che talvolta si usava per dimostrare che non si temeva
-in verun conto dell'inimico, non credendosi in lui coraggio nemmeno di
-uscire per interrompere i giuochi degli assedianti. Talvolta ancora
-si usò di contare moneta sotto le mura nemiche, ponendo una preziosa
-officina, che non può sottrarsi con celerità, sotto gli occhi de'
-nemici, in segno di disprezzo. Tale era la condizione de' Visconti,
-che pareva inevitabile la totale loro rovina. Due cose però concorsero
-ad impedirla; il valore, l'attività, la condotta militare di Marco
-Visconti, e la riunione degli interessi di Lodovico il Bavaro con quei
-de' Visconti. Il papa dichiarava vacante l'impero; pretendeva di far
-egli frattanto l'ufficio dell'imperatore; creava vicario imperiale
-Roberto, re di Napoli. Lodovico di Baviera, che si considerava
-imperatore legittimo, non poteva preservare il regno italico e impedire
-l'intrusione di questo preteso vicario imperiale, se non soccorrendo
-i Visconti; poichè da solo non aveva forze bastanti per tentare
-l'impresa. Infatti Lodovico il Bavaro aveva spedito ai Visconti un
-corpo di truppe comandate dal conte di Mährenstädten. L'instancabile
-papa Giovanni XXII non bilanciò punto a scomunicare Lodovico di
-Baviera, incolpandogli fra le altre cose l'aiuto ch'egli aveva dato
-ai Visconti. Il Rainaldi, che ne pubblicò la bolla, così ridette:[33]
-_Non deerant tamen Ludovico plures rationes; quae ipsius gesta apud
-plerosque excusarent. Controversiam de Imperio cum Federico austriaco
-jam direptam ferro. Mediolanum vero defensum non ut Galeatio haeretico
-studeret, sed ut assereret, sibi Imperii jura, neque a Roberto Siciliae
-rege amplissimam Imperii provinciam nunquam forte recuperandam occupari
-pateretur. Non his tamen Johannes a meditato consilio revocatus
-est_[34]. Lodovico venne così impegnato più che mai a sostenere i
-Visconti. L'armata dei Crociati aveva l'interno vizio d'un'armata
-combinata di drappelli di varii principi e di varie nazioni; basta il
-tempo per indebolirla colle gelosie, le rivalità e i sospetti. (1324)
-Nel giorno 28 di febbraio 1324 a Vaprio venne potentemente battuta.
-Il generale Raimondo di Cardona fu preso: egli era nipote, siccome
-dissi, del cardinal legato; Simone della Torre restò ucciso sul campo;
-Enrico di Fiandra se ne fuggì a piedi; molti rimasero sul campo; molti,
-fuggendo, s'affogarono nell'Adda; insomma la vittoria fu compita per
-i Visconti. Marco Visconti voleva profittare del momento, e marciare
-a sloggiare da Monza i crocesignati che vi avevano trovato ricovero.
-Ei conosceva che l'opinione decide nella guerra più che la forza
-fisica; che le battaglie non si vincono per aver ridotto l'inimico
-all'impossibilità di continuare la contesa, ma per lo spavento che gli
-si è potuto imprimere; e che, assalendo una armata nel punto in cui
-gli uomini sono sgomentati per una rotta, la vittoria è sicura. Così
-pensava Marco; ma il primogenito Galeazzo, forse perchè il progetto
-era del fratello, non lo volle secondare. I crocesignati in Monza
-si premunirono, ripresero animo, si prepararono una difesa contro
-di qualunque insulto; e Marco, deridendo Galeazzo, gli diceva poi:
-«Fratello, va a Monza che si vuol rendere». Otto mesi di blocco dovette
-spendere Galeazzo per averla. Infine poi, dopo di avere sofferti tutti
-i mali della fame e della libidine militare, Monza si rese il giorno 10
-dicembre 1324; e così Galeazzo vide terminar la Crociata mossa contro
-di lui.
-
-Mentre era Monza bloccata e abbandonata in preda alla violenza che
-usavano questi avanzi di un'armata collettizia, i canonici di San
-Giovanni di quel borgo avevano somma inquietudine che le rapine non
-si estendessero sopra del pregevolissimo tesoro della loro chiesa;
-il quale allora, siccome dissi, era valutato ventiseimila fiorini
-d'oro, oltre il pregio delle cose sacre antiche. Deputarono quindi
-quattro canonici del loro ceto, ai quali commisero di pensare a un
-sicuro nascondiglio, ed ivi riporlo. Fecero giurar loro un inviolabile
-secreto, da non rivelarsi se non in punto di morte. Poichè da essi fu
-eseguita la commissione, e il tesoro collocato, non si sapeva dove,
-il capitolo obbligò i quattro depositari del secreto a partirsene, e
-separatamente frattanto vivere altrove; acciocchè non potesse colle
-minacce, e fors'anco colle torture, costringersi alcun d'essi a
-parlare, e in potere di que' licenziosi non rimanesse alcun presso
-cui fosse il secreto. Pensare non si poteva più cautamente, eppure
-Monza perdette il tesoro. Uno de' quattro canonici, che aveva nome
-Aichino da Vercelli, stavasene in Piacenza, ove venne a morte, e
-palesò il secreto a frate Aicardo, arcivescovo di Milano. Da esso ne
-fu bentosto informato il vigilantissimo cardinale legato, Bertrando
-del Poggetto; il quale non perdè tempo, e incaricò Emerico, camerlingo
-di santa Chiesa, che trovavasi in Monza, di trasmettergli quel tesoro,
-siccome eseguì puntualmente, e indi fu trasportato in Avignone, dove
-dimorava il papa, d'onde, venti anni dopo, signoreggiando Luchino,
-venne restituito l'anno 1344. Io lascerò al chiarissimo signor canonico
-teologo don Antonio Francesco Frisi la cura di verificare se la
-restituzione siasi fatta senza alcuna perdita. Il valore dell'oro e
-delle gemme che oggidì ivi si mostrano, non giunge fors'anco a duemila
-fiorini d'oro. Egli, che con varie dissertazioni ba illustrate le
-antichità di Monza, ci renderà istrutti esattamente anche di ciò nella
-dissertazione che si è proposto di pubblicare sul tesoro di quella
-chiesa.
-
-Poichè Galeazzo ebbe Monza in suo potere, e si vide liberato dalla
-Crociata, pensò tosto a rendere quei luogo munito in avvenire contro
-simili accidenti. Importava molto il non avere alla distanza di sole
-dieci miglia da Milano un borgo facilmente prendibile, e nel quale
-i nemici, con molto numero d'armati, potessero sostenersi per alcuni
-mesi, siccome poco anzi era accaduto. (1325) Per tal motivo Galeazzo I,
-l'anno 1325, fabbricò un castello in Monza, di cui vedesi anche oggidì
-la torre rovinosa. Il modo col quale fece quel principe fabbricare
-quella torre ci prova sempre più quanto poco ei rassomigliasse al buon
-Matteo suo padre. Veggonsi anche al dì d'oggi le prigioni orrende,
-destinate a far soffrire l'umanità, calandovi gli uomini come entro
-un sepolcro per un buco della vôlta; ove discesi posavano sopra di un
-pavimento convesso e scabroso, tanto vicino alla vôlta da non potervisi
-reggere in piedi. Così egli aveva immaginato il modo di aggiugnere
-all'angustia, alla privazione della libertà, al timore dell'avvenire,
-al maligno alimento del cibo e dell'aria, anche il tormento di far
-succedere una positura dolorosa ad un'altra dolorosa. Galeazzo I questa
-unica memoria ci lasciò come sovrano, poichè la signoria di lui fu
-breve, e la cagione la troviamo nella domestica discordia. Marco, che
-col suo valore aveva conservato e difeso lo Stato, non poteva soffrire
-il fasto di Galeazzo I, a cui il padre aveva lasciata la signoria. La
-distanza che passa fra un sovrano ed un suddito, rendeva insopportabile
-a Marco la sua condizione. I principi cadetti delle due case sovrane,
-sono educati sin dalle fasce a venerare nel primogenito il venturo
-signore: ma a ciò non era disposto dall'educazione l'animo di Marco.
-La dominazione di Matteo Visconti, loro padre, fu tanto eventuale,
-precaria ed incerta, che nessun uomo, per illuminato ch'ei fosse,
-avrebbe potuto con ragione antivedere s'egli avrebbe finito come
-privato, siccome nacque, ovvero qual principe, siccome avvenne. Perciò
-la disparità fra i fratelli sopragiunse come un avvenimento impensato,
-il quale doveva eccitare la vampa delle passioni nei cadetti. Giovanni
-era di carattere mite, e la condizione sua d'ecclesiastico moderava
-l'invidia. Luchino aveva egli pure la prudenza di accomodarsi ai tempi.
-Stefano aveva moglie e figli. Marco era quello che più si mostrava
-intollerante. Egli s'era fatto conoscere e stimare dagli stipendiati
-tedeschi, spediti da Lodovico il Bavaro, onde non gli fu cosa difficile
-l'indurre quell'eletto imperatore a venire nell'Italia, per celebrare
-le incoronazioni a Milano ed a Roma. Si pretende ch'egli trovasse il
-modo d'irritare l'animo di quell'augusto contro de' suoi fratelli,
-e contro di Galeazzo I singolarmente, supponendogli dei maneggi col
-papa Giovanni XXII, dal quale, siccome ho detto, Lodovico era stato
-maltrattato. (1327) Quello che sappiamo di certo si è che, nel giorno
-17 di maggio dell'anno 1327, Lodovico il Bavaro entrò solennemente
-in Milano, accompagnato da quattromila cavalli. Egli e la regina
-Margherita, sua moglie, stavano sotto di un baldacchino. Andarono a
-prendere alloggio nel palazzo del Broletto vecchio, cioè dove oggidì
-trovasi la corte; e il giorno ultimo di maggio Lodovico fu incoronato
-in Sant'Ambrogio. Il giorno 5 di luglio, per ordine del nuovo re
-d'Italia, vennero arrestati Galeazzo, Luchino e Giovanni. Azzone,
-figlio di Galeazzo, ebbe la medesima sventura. Stefano Visconti, morì
-improvvisamente nella notte precedente. Gli arrestati vennero collocati
-nelle nuove carceri della torre di Monza, ove Galeazzo fu il primo a
-far prova dell'architettura che aveva così malamente raffinata. Il re
-ebbe dalla città il dono di cinquantamila fiorini d'oro, e partì da
-Milano alla volta di Roma il giorno 5 d'agosto, avendo nel suo séguito
-Marco Visconti. Questa serie di fatti, e quello che accadde dappoi, ci
-rendono verosimile l'opinione che Marco avesse parte della sciagura
-de' fratelli. Galeazzo lo credeva; e andava dicendo: «Marco ferisce
-sè medesimo;» e ciò risaputosi da Marco, in contraccambio diceva:
-«Galeazzo vuol esser solo, e solo si regga.» Sperava forse Marco di
-ottenere dal nuovo augusto la signoria di Milano; ma anche allora si
-dovette conoscere che nelle altercazioni domestiche è facile il recare
-danno ad altri; ma difficilissimo il trarne bene per noi. Lodovico
-formò un consiglio di ventiquattro cittadini, e vi pose a presedere
-suo luogotenente il conte Guglielmo Monforte. Così diede nuova forma al
-governo della città; mentre i tre fratelli ed un nipote giacevano nello
-squallore della torre di Monza, e Marco, confuso, negletto, e forse
-disprezzato, languiva nella folla de' cortigiani che accompagnavano
-Lodovico a Roma. L'annientamento della sua famiglia di riverbero aveva
-abbassato Marco Visconti, il quale, non avendo più speranza alcuna di
-rialzarsi col favore di Lodovico, si rivolse a Castruccio Antelminelli,
-signore di Lucca, uomo potente e celebre nella storia di que' tempi, ed
-Amico de' Visconti; e col di lui mezzo ottenne dall'imperatore, debole
-e bisognoso di soccorso, la liberazione dei suoi congiunti, i quali
-erano in Monza custoditi da truppe bavaresi. Marco tentò poi di avere
-una sovranità sulla città di Pisa, ma gli andò il colpo a vuoto. Egli
-ritornossene a Milano, sempre impetuoso ed impaziente di non vedervisi
-sovrano; sintanto che, il giorno 8 di settembre dell'anno 1329, cadde
-da una delle finestre della corte ducale, alcuni dicono dopo di aver
-sofferta una morte violenta, e l'Azario dice:[35] _de cujus morte
-certum ignoratur_[36].
-
-Si cerca come siasi fatta l'incoronazione di Lodovico in Milano,
-poichè trattavasi di consacrare uno scomunicato in una città posta
-all'interdetto. L'arcivescovo Aicardo era assente; e, come aderente
-al papa Giovanni XXII, non avrebbe mai osato di venire a Milano nel
-tempo in cui vi si trovava il re de' Romani Lodovico. Bonincontro
-Morigia, autore che allora vivea, ci dice[37], che Lodovico creò
-arcivescovo di Milano Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, e che questi
-lo incoronò, assistendovi alcuni pochi vescovi, cioè Federico Maggi,
-vescovo di Brescia, Arrigo, vescovo di Trento e alcuni altri ben pochi,
-essendosi ritirati gli altri vescovi, per non concorrere a incoronare e
-riconoscere un principe che dal papa era scomunicato e non riconosciuto
-imperatore. Il Muratori non credette che Guido Tarlati facesse le
-funzioni d'arcivescovo[38]. Il conte Giulini è dell'opinione del
-Muratori. L'autorità di questi due eruditi uomini è presso me di gran
-peso; ma nè l'uno nè l'altro dicono la ragione del loro dissenso. Il
-Muratori s'accontenta d'asserire che Bonincontro Morigia[39] _a vero
-longe abest_; il conte Giulini s'appoggia all'aulorità del Muratori.
-Io ingenuamente confesso che le asserzioni loro non mi persuadono
-abbastanza, per abbandonare il testimonio d'un autore contemporaneo;
-tanto più che, essendo sempre stato lontano della sua sede frate
-Aicardo, e dovendosi la consacrazione in Milano fare dall'arcivescovo,
-niente vi trovo d'incredibile se Lodovico, che aveva in Trento
-deposto il papa come eretico, e che in Roma ne fece creare un nuovo,
-altrettanto facesse in Milano creando un arcivescovo; sebbene in
-séguito quel posticcio metropolitano non abbia più nemmeno preteso di
-conservarsene il titolo.
-
-Della improvvisa morte di Stefano Visconti (dal quale discesero
-Barnabò, Galeazzo II e i tre duchi Visconti, siccome vedremo) varie
-sono le opinioni degli autori; alcuni attribuendola a veleno, altri
-ad eccesso di vino; tutti però sono d'accordo nel riconoscerla
-improvvisa[40]. Il mausoleo di Stefano vedesi nella Chiesa di
-sant'Eustorgio, nella cappella di san Tommaso d'Aquino; lavoro il
-quale probabilmente si fece verso la metà del secolo decimoquarto.
-Poichè allora, oltre l'incertezza nella quale trovavasi la signoria
-de' Visconti, anche l'interdetto avrà impedito questi onori funebri;
-molto più a Stefano Visconti, scomunicato, perchè figlio di Matteo,
-quantunque egli non abbia mai avuto parte nel governo dello Stato
-e nelle dispute col papa. Quel mausoleo merita d'esser osservato,
-per avere idea della magnificenza de' Visconti in que' tempi; e in
-quella chiesa medesima merita più d'ogni altra cosa osservazione il
-nobilissimo deposito di marmo cui stanno le reliquie di san Pietro
-martire; opera che è delle prime e delle più antiche per servire
-d'epoca al risorgimento delle arti, e da cui si può conoscere quanto
-fossero già onorate e risorte verso la metà del suddetto secolo
-decimoquarto. Le figure e i bassorilievi sono di un'artista pisano, che
-travagliò con una maestria e grazia affatto insolita a' suoi tempi.
-
-Galeazzo I fu liberato dal _forno_ (che tal nome aveva l'orrido
-suo carcere di Monza) il giorno 25 di marzo 1328. Furono parimenti
-resi liberi Luchino, Giovanni ed Azzone. Egli per più di otto mesi
-aveva dovuto soffrire que' mali istessi che aveva immaginati per gli
-altri. S'incamminò nella Toscana per ricoverarsi presso dell'amico e
-benefattore Castruccio; ma nella prigionia aveva tanto sofferto, che in
-Pescia, nel contado di Luca, morì il giorno 6 d'agosto dell'anno 1328,
-all'età d'anni cinquantuno. Cinque anni durò la combattuta signoria di
-Galeazzo I; giacchè, dopo il principio di luglio del 1327, da che fu
-posto in carcere, nulla gli rimase più che fare nel governo. Il Corio
-ce lo descrive di statura mediocre, di bella carnagione, di faccia
-rotonda, e robusto della persona; ei lo qualifica liberale, magnifico
-coraggioso, prudente, e parco nel parlare, ma eloquente e colto nel
-poco che diceva. Il Corio sarebbe un cattivo giudice del colto ed
-eloquente modo di parlare. Galeazzo fece perdere lo Stato alla sua casa
-colla sua imprudente condotta vivendo suo padre. Perdette Piacenza
-per avere imprudentemente tentata la signora Bianchina Landi. Lasciò
-per più mesi in preda al saccheggio militare Monza, che avrebbe potuta
-liberare al momento, ascoltando un opportuno parere; tutto ciò dimostra
-che prudente era ben poco. Il carcere di Monza non lascia luogo a
-crederlo sensibile ed umano. Non sappiamo che egli abbia commesse
-crudeltà; ma nemmeno ebbe egli mai sicurezza bastante per commetterne;
-e forse per la sua gloria è un bene ch'ei non abbia mai posseduto
-senza contrasto il sommo potere; onde dobbiamo collocarlo nella classe
-numerosa ed oscura de' principi di nessuna fama. Ei venne tumulato
-in Lucca, ove il suo amico Castruccio ne fece celebrare la pompa con
-magnificenza.
-
-Lodovico il Bavaro, entrato che fu in Roma, intese come nuovamente
-papa Giovanni XXII dalla Francia l'avesse scomunicato e dichiarato
-illegittimo cesare[41]. Quindi, vedendo anche il popolo di Roma
-assai malcontento del papa, che stavasene in Avignone, sentenziò
-che il papa Giovanni (ch'ei non altrimenti nominava se non col suo
-primo nome, cioè Giacomo da Euse, e come altri dicono, d'Ossa) come
-scismatico, profano ed eretico, era cassato, rifiutato; e che non
-più alcuno dovesse riconoscerlo per pontefice. Poscia, il giorno 12
-maggio 1328, radunatisi in San Pietro il clero e i capi di Roma, venne
-proclamato papa frate Pietro di Corvaria, che prese il nome di Nicolò
-V, e il popolo lo riconobbe come vero papa. Frate Nicolò da Fabriano
-allora recitò una solenne orazione, di cui il tema fu questo:[42]
-_Reversus Petrus ad se dixit: venit Angelus Domini et liberavit nos
-de manu Herodis, et de omnibus factionibus Judaeorum._ Questo Pietro
-di Corvaria era francescano, e i Francescani accusavano il papa
-XXII di avere delle opinioni sulla visione beatifica; il che anche
-venivagli rimproverato dai teologi di Parigi, censurando tre omelie
-da lui pubblicate. Il papa prima di morire ritrattò quelle sue private
-opinioni. Di Pietro di Corvaria ne scrivono bene alcuni, qualificandolo
-buono, pio e quasi contro sua voglia diventato antipapa[43]. Egli
-terminò poi i suoi giorni in Avignone in carcere, dopo di aver chiesto
-perdono a Giovanni papa. Ciò avvenne perchè Lodovico ogni giorno di
-più s'andava indebolendo; e la ragione era la medesima per cui la
-maggior parte de' re de' Romani dalla Germania entrarono fortissimi
-nell'Italia, e videro tutto da principio piegarsi; indi poco a poco
-svanirono le forze loro. Nelle diete de' principi di Germania molte
-volte si pensò a far cadere la dignità cesarea sopra di un principe
-che non avesse forze da opprimere. Eletto che egli era, secondo le
-leggi dell'Impero, ciascun sovrano della Germania era obbligato a
-scortare il nuovo augusto alla spedizione romana colle sue armi.
-Quindi il nuovo eletto scendeva le Alpi comandando una rispettabile
-armata, e si trovava arbitro dell'Italia. S'innoltrava a Roma. L'armata
-cominciava a soffrire un clima infuocato. Le malattie, il tedio della
-spedizione, l'amore della patria, la mancanza de' viveri facevano che,
-un dopo l'altro, i principi prendessero congedo dal nuovo augusto,
-più sollecito degli Stati propri e de' propri sudditi, che d'altro
-pensiero. E quindi vediamo molti Cesari costretti a ricorrere ai
-maneggi, ai partiti, alle brighe per protrarre la loro dominazione
-e soggiornare più a lungo nell'Italia. Così dovette fare Lodovico,
-forzato, per non inimicarsi Castruccio, ad accordare la libertà ai
-Visconti; laonde (1320), per ottenere sessantamila fiorini d'oro,
-che gli erano necessari per pagare lo stipendio alle truppe tedesche
-che gli rimanevano, dovette vendere ad Azzone Visconti il vicariato
-imperiale; il che avvenne il giorno 15 di gennaio dell'anno 1329.
-Indi il falso papa Niccolò V creò cardinale della santa romana chiesa
-Giovanni Visconti, zio di Azzone, e lo costituì legato apostolico nella
-Lombardia, invece di Bertrando del Poggetto. Quasi tutto il clero e
-popolo di Milano si gettò dal partito di papa Niccolò; e molti frati,
-francescani singolarmente, declamando nelle prediche, annunziavano
-al popolo che Giovanni, ossia Giacomo da Euse, non era altrimenti
-pontefice, ma era anzi un eretico, uno scomunicato, un pessimo omicida;
-e che il solo vero e legittimo papa era il saggio, il pio, il virtuoso
-Niccolò V. Queste grida potevano sedurre la moltitudine, e piaceva
-ai Visconti che ella così fosse persuasa; ma gli uomini un poco
-informati non potevano dubitare che il legittimo papa era Giovanni XXII
-canonicamente eletto e riconosciuto, vivo e sano, focoso e imprudente
-bensì, ma non mai eretico, nè legittimamente deposto. L'affare però era
-serio per papa Giovanni, e tale ch'ei facilmente perdeva ogni influenza
-sull'Italia, se non piegava a tempo siccome fece, riconciliandosi coi
-Visconti, e liberando finalmente i Milanesi dagl'interdetti che da
-otto anni erano stati pronunziati. La data del breve è del giorno 15
-settembre 1329, in Avignone[44]: e il mediatore dì questa pace fu il
-marchese d'Este. L'imperatore Lodovico fremeva contro Azzone. Venne
-colle sue armi sotto Milano; ma egli era troppo indebolito, e nulla
-potè occupare. Il Fiamma ci ha trasmesso la cantilena che i Milanesi
-dalle mura ripetevano:[45] _die et nocte clamabant in vituperium
-Bavari: O Gabrione, ebrione, bibe, bibe, hò, hò, Babii Babo_[46].
-Cosa volessero significare quelle voci ultime, e quel _Gabrione_ non
-lo sappiamo. Egli è certo che non si parlava latino, anzi da più di
-cinquantanni s'era cominciato anche a scrivere volgare italiano, e
-probabilmente il Fiamma ha guastato il senso traducendolo nel suo
-barbaro latino. In quell'occasione è probabile che, uscendo i Milanesi
-dalla porta Ticinese, abbiano battuti gl'Imperiali; poichè le monache,
-le quali sino a quel tempo si chiamavano _le signore bianche sotto il
-muro_, cambiarono dappoi il nome, e si chiamarono _Della Vittoria_,
-denominazione che attualmente ancora conservano.
-
-Azzone Visconti, unico figlio di Galeazzo I e di Beatrice d'Este, era
-diventato, siccome dissi, vicario imperiale, al prezzo di sessantamila
-fiorini d'oro. Ma poichè egli fu rappacificato col sommo pontefice
-(da cui non era conosciuto Lodovico per imperatore), il titolo di
-vicario eragli di nessun uso; perchè dato da chi non poteva più
-considerarsi da Azzone come munito della facoltà di concederlo. Perciò
-egli ottenne la signoria di Milano dal consiglio generale della città,
-il giorno 14 marzo 1330; e così si ritrovò sovrano e principe senza
-contrasto alcuno. Azzone veramente meritava d'essere il primo della
-sua patria; e già mentre signoreggiava Galeazzo I, di lui padre, s'era
-guadagnato un nome distinto nella milizia, avendo egli acquistato
-borgo San Donnino[47], aiutato il Bonacossi a battere i Bolognesi, ed
-assistito Castruccio Antelminelli a battere i Fiorentini. Azzone in
-quest'incontro non dimenticò di far correre il palio sotto le mura di
-Firenze, per bilanciare il trattamento che i crocesegnati fiorentini
-avevano fatto, due anni prima, ai Milanesi. Allora fu che egli acquistò
-la stima e l'amicizia di Castruccio; il che poi fu cagione per cui egli
-e il padre e gli zii riacquistarono, siccome dissi, la libertà.
-
-Appena si trovò Azzone alla testa d'uno Stato tranquillo, ch'ei pensò
-a circondare di mura la città. Le antiche di Massimiano Erculeo, cioè
-quelle che sono parallele al sotterraneo condotto delle acque e delle
-chiaviche, erano state demolite al tempo di Federico I. Le mura di
-Azzone si fabbricarono al luogo medesimo in cui si formò il terrapieno,
-ossia il _fossato_, nell'assedio di Barbarossa, e s'innalzarono nelle
-parti della città che ancora oggidì chiamansi _Terraggio_, con vocabolo
-che nasce dalla barbara latinità, per indicare un terrapieno, ossia un
-rialzamento di terra e di legna, ad oggetto di preservare i cittadini
-dalle incursioni e dagl'insulti dei nemici. Celebrò Azzone le sue nozze
-con Caterina di Savoia, figlia del conte Lodovico, e magnificamente le
-celebrò. Azzone stese la signoria sopra Bergamo, Vercelli, Vigevano,
-Treviglio, Pizzighettone, Pavia, Cremona e Borgo San Donnino; e ciò nei
-primi due anni del suo principato. Indi diventò signore di Como; prese
-Lecco; fabbricò il bel ponte sull'Adda, che anche oggidì vi si ammira;
-s'impadronì di Lodi e Crema. A lui premeva anche Piacenza, ma ella
-era posseduta dal papa, col quale non conveniva di urtare. Francesco
-Scotti ambiva d'avere Piacenza, ed Azzone non lo stornò dall'impresa.
-L'ebbe Francesco; e allora il Visconti si pose in campo, la tolse
-all'usurpatore del dominio pontificio; e così, colla rispettosa
-apparenza di vendicare la Santa Sede, riacquistò Piacenza, che Galeazzo
-I, suo padre, aveva imprudentemente perduta. Azzone ebbe pure Brescia
-in dominio; e mentre così andava dilatando lo Stato, più per dedizione
-e per accordi, che per violenza delle armi, egli introduceva nella
-città una pulizia ed un ordine sconosciuto nei tempi rozzi precedenti.
-Abbellì egli le strade, e sbratolle dalle sozzure; all'acque di
-pioggia, che prima le allagavano, diè sfogo con opportuno scolo
-nelle cloache; dettò provvide e moderate leggi per la conservazione
-dell'ordine civile: tutto insomma fu rianimato dalla cura indefessa di
-quel buon principe.
-
-La gloria e la felicità di Azzone erano un tormento atroce nell'animo
-di Lodovico, ossia Lodrisio Visconti, cugino in quarto grado del
-principe. Lodrisio era buon soldato; pareva che fosse trasfusa in
-lui l'anima orgogliosa e forte di Marco. Già vedemmo come Lodrisio
-fosse celato in sua casa da Matteo, nel giorno in cui scoppiò la
-sollevazione contro del re Enrico. Veduto pure abbiamo come Matteo
-gli avesse dato il comando di Bergamo. Morto che fu Matteo, nessun
-caso più si faceva di Lodrisio. Lo Scaligero, signore di Verona,
-aveva licenziata una di quelle compagnie militari che prendevano in
-quei tempi servizio indifferentemente; e che pronte erano ad uccidere
-e devastare dovunque, in favore di chi voleva più pagarle. Lodrisio
-assoldò questa truppa, per tentare il colpo di scacciare il cugino,
-e collocarsi sul trono. Entrò nel milanese e fece guasto largamente;
-e coll'improvvisa intrusione, sbigottì e sorprese. Ma Lodrisio aveva
-preso a combattere contro di un principe che era buon soldato e che era
-amatissimo da tutti i sudditi. Nobili, popolari, tutti a gara corsero
-intorno di Azzone; cercando quanti erano capaci di portare armi, di
-combattere volontari per lui. Lodrisio si era attendato a Parabiago, e
-la sua armata era composta di duemila e cinquecento militi, ciascuno
-de' quali aveva due altri combattenti a cavallo di suo séguito; in
-tutto settemila e cinquecento cavalli. Aveva di più un buon numero di
-fanti e di balestrieri; il che formava un corpo d'armata poderosa per
-quei tempi: uomini tutti veterani e di somma bravura nel mestiero delle
-armi. L'armata d'Azzone andò a raggiungere l'inimico, e talmente lo
-distrusse, che la giornata 21 febbraio 1339 è notata ancora ai tempi
-nostri nei calendari del paese, e se ne celebra la commemorazione.
-Dopo lunghissimo conflitto, in cui Luchino Visconti rimase ferito,
-più di tremila uomini e settecento cavalli restaron morti sul campo;
-duemila e cento cavalli furono presi; e fra i combattenti ben pochi
-furono quei che restarono illesi e senza ferita. Tanto ostinata fu la
-battaglia in cui, per colmo della vittoria, Lodrisio istesso rimase
-prigioniero d'Azzone! Federico I poneva i prigionieri sulla torre
-contro Crema, gli faceva impiccare, o per clemenza, loro faceva cavar
-gli occhi. Federico II li conduceva nudi, legati a un palo, in trionfo,
-poi, trasportandoli nel regno di Napoli, li consegnava al carnefice.
-Azzone non incrudelì contro alcuno de' prigionieri; e Lodrisio istesso,
-che pure meritava la morte come un suddito ribelle, fu umanamente
-trasportato prigioniero a San Colombano. Questa battaglia famosa di
-Parabiago viene riferita da due nostri cronisti che allora vivevano;
-da Galvaneo Fiamma e da Bonincontro Morigia; i quali, per rendere più
-maraviglioso il loro racconto, asserirono d'essersi veduto da molti
-sant'Ambrogio che stara in alto, e con una sferza nelle mani andava
-combattendo per Azzone Visconti. La chiesa milanese però non adottò
-tal visione, e unicamente attribuì alla protezione del santo l'esito
-fortunato della vittoria[48]; anzi ora più nemmeno se ne celebra la
-messa. Al luogo della battaglia presso Parabiago s'innalzò una chiesa
-dedicata a sant'Ambrogio; la quale nel secolo passato fu distrutta,
-per edificare la più grandiosa che oggidì vi si osserva. Tutte le
-immagini di sant'Ambrogio che hanno la destra armata d'uno staffile,
-sono posteriori all'anno 1339, ossia all'epoca della battaglia
-di Parabiago. Si cominciò, sulla tradizione di questa visione, a
-rappresentare il saggio, prudente e mansuetissimo nostro pastore con
-volto furibondo, in atto di sferzare; e si è portata l'indecenza al
-segno di rappresentarlo sopra di un cavallo, a corsa sfrenata, colla
-mitra e piviale, e la mano armata di flagello in atto di fugare un
-esercito, e schiacciare co' piedi del cavallo i soldati caduti a terra.
-Il volgo poi favoleggiò e crede tuttavia che ciò significhi la guerra
-di sant'Ambrogio cogli Ariani; coi quali il santo pastore non adoperò
-mai altre armi che la tolleranza, la carità, l'esempio e le preghiere.
-Sarebbe cosa degna de' lumi di questo secolo, se nelle nuove immagini
-ritornassimo ad imitare le antiche; togliendo la ferocia colla quale
-calunniamo il pio pastore. Nelle monete milanesi da me vedute, le prime
-che portano quest'iracondia da pedagogo, sono posteriori di quindici
-anni alla battaglia; e le mie di Azzone, di Luchino e di Giovanni hanno
-sant'Ambrogio in atto di benedire. Il conte Giulini ne riferisce una
-di Luchino collo staffile, ch'ei dice tratta dal museo di Brera[49]:
-ora non credo che vi si trovi quella moneta; almeno nel museo di Brera
-a me non è accaduto di riscontrarla. Come mai questo fatto d'armi si
-rendesse tanto celebre, e come nei giorni fausti siasi tanto distinto
-il 21 febbraio, e nessuna menzione trovisi fatta del giorno, ben più
-memorando, 29 di maggio, in cui l'anno 1176 venne totalmente battuto
-Federico I dai Milanesi; potrebbe essere il soggetto d'un discorso. Nel
-primo caso un ribelle che non aveva sovranità o Stati, fu sconfitto da
-un principe che dominava dieci città; nel secondo una povera città, che
-aveva sofferto i mali estremi, sconfisse un potentissimo imperatore che
-avea fatto tremare la Germania, l'Italia e la Polonia. Nel primo caso
-si combatte per ubbidire più ad Azzone che a Lodrisio; nel secondo si
-combattè per esser liberi, o per essere schiavi. Pare certamente che
-meritasse celebrità assai maggiore la giornata 29 di maggio. Ma la
-fortuna ha molta parte nel distribuire la celebrità. Ê vero che una
-nascente repubblica nel secolo duodecimo non aveva nè l'ambizione nè
-i mezzi che poteva avere un gran principe nel secolo decimoquarto, per
-tramandare ai posteri un'epoca gloriosa.
-
-Le dieci città sulle quali dominava Azzone Visconti erano Milano,
-Pavia, Cremona, Lodi, Como, Bergamo, Brescia, Vigevano, Vercelli e
-Piacenza. Oltre le fabbriche pubbliche, delle mura, de' ponti, delle
-strade, questo principe rifabbricò ed ornò, in modo maraviglioso per
-que' tempi, il palazzo già innalzato dal di lui avo Matteo I, dove
-ora sta la regia ducal corte. Il Fiamma, autore allora vivente, ce
-ne dà una magnifica idea. V'era un gran numero di sale e di stanze,
-tutte fregiate di assai pregevoli pitture. Il gran salone era sopra
-tutto ammirato per le pitture eccellenti; il fondo era d'un bellissimo
-azzurro; e le figure e l'architettura erano d'oro. Quel salone
-rappresentava il tempio della Gloria, cd è strana la riunione degli
-eroi che vi si vedevano dipinti; Ettore ed Attila; Carlomagno ed
-Enea; Ercole ed Azzone Visconti. La storia era poco conosciuta in quei
-tempi, e le idee della gloria e dell'eroismo non erano chiare. Queste
-pitture erano opera del famoso Giotto, che diede vita alla pittura,
-giacente da mille anni; e il Vasari ci attesta ch'ei da Firenze venne
-a Milano[50], e vi lasciò bellissime opere[51]. È anche probabile che
-vi lavorasse Andrino da Edesia, pavese, uno de' più antichi ristoratori
-della pittura che viveva in quel secolo[52]. Nè la sola pittura
-era premiata e promossa da questo buon principe, tanto più degno di
-stima, quanto che allora appena spuntava l'aurora delle belle arti.
-Egli invitò e protesse Giovanni Balducci, pisano, esimio scultore per
-quei tempi, di cui si può conoscere il valore nell'arca di marmo di
-San Pietro martire, poco fa da me ricordata[53]. Col mezzo di questi
-artisti, i primi del loro tempo, Azzone abbellì la sua corte, e insegnò
-ai nobili un genere di lusso colto ed utilissimo ai progressi delle
-belle arti. La torre di San Gottardo è il solo avanzo che ci rimane per
-avere un'idea del gusto dell'architettura di Azzone; ed è un pregevole
-monumento, singolarmente perchè erano i primi passi che si facevano
-dalla somma barbarie al nobile ed elegante modo di fabbricare. Anche
-un altro motivo rende quella torre degna d'osservazione; ed è che ivi
-Azzone fece collocare un orologio che batteva le ore: macchina allora
-affatto nuova e sorprendente, dalla quale prese nome la via delle ore,
-come anche in oggi viene chiamata. Anticamente eranvi le guardie per
-le strade, le quali colle clepsidre, ovvero cogli oriuoli a polvere,
-misurando il tempo, ad ogni ora gridavano, avvisando i cittadini come
-ancora si suole nella Germania. Questa macchina ingegnosa, che batte
-tanti colpi sulla campana quante sono le ore, fu inventata da un monaco
-benedettino, inglese, per nome Wallingford, e posta ad uso pubblico in
-Londra l'anno 1325. Ma probabilmente allorchè Azzone la collocò sulla
-sua torre, ancora non ve n'era alcuna nell'Italia; poichè il famoso
-orologio che fece porre in Padova Giovanni Dondi, per cui la famiglia
-acquistò il sopranome Dondi Orologio, vi fu collocato cinque anni dopo
-morto Azzone, cioè l'anno 1344; e l'orologio in Bologna si conobbe
-dopo che era celebre quello di Padova. Così Azzone aveva rivolto
-il lusso e la magnificenza verso gli oggetti che tutti animavano il
-paese a illuminarsi, a risorgere, ed avanzarsi al buon gusto ed alla
-perfezione. Egli amava le curiosità, e aveva nella corte i serragli
-di fiere. Leoni, scimmie, babbuini, struzzi, ec., oggetti tanto allora
-più rari, quanto meno in quei tempi era la fratellanza e la sicurezza
-tra nazione e nazione. Aveva delle vaste uccelliere, coperte di rame,
-come si fa ancora presentemente, e queste popolate da uccelli rari e
-di paesi lontani. In mezzo al cortile v'era una magnifica peschiera,
-entro della quale dalle fauci di quattro leoni, scolpiti in marmo
-con nobile lavoro, sgorgava l'acqua limpidissima ed abbondante; e
-quest'acqua, la quale presentemente passa coperta sotto della regia
-ducal corte, l'aveva Azzone raccolta da due sorgenti ritrovate fuori di
-porta Comasina, nel luogo detto alla Fontana, e per canali sotterranei
-l'aveva condotta sino al suo palazzo. S'ingannano coloro che confondono
-quest'acquedotto col _Seveso_, colla _Cantarana_ o col _Nirone_. Non
-so se presentemente potrebbe quell'acqua sgorgare, come prima, entro di
-una peschiera; poichè il suolo, colle ripetute demolizioni e fabbriche
-accadute in quel palazzo, si è notabilmente innalzato, come si vide
-l'anno 1779, allorquando si abbassò la strada che divide il Duomo
-dalla Corte, la quale si era alzata più di tre braccia da che venne
-fabbricato il Duomo. Il Fiamma ci racconta che in quella peschiera vi
-stavano diversi uccelli acquatici, e che eravi in piccolo formato, da
-un canto, il porto di Cartagine, con figurine rappresentanti la guerra
-Punica. Ciò basta per dare una idea del gusto di quel buon principe,
-il quale terminò i suoi giorni il 16 di agosto dell'anno 1339, senza
-lasciare figli. Undici anni soli regnò quell'amabile signore, che
-gli autori contemporanei, tutti concordemente ci descrivono di bella
-figura, di nobile aspetto, grazioso, buono, giusto, e adorato da'
-suoi popoli; che rimasero inconsolabili, dovendo perdere un tanto caro
-protettore della patria, nell'età ancor fresca di trentasette anni. Più
-di tremila persone vestirono il lutto alla di lui morte. La figura di
-questo amato principe si vede nel di lui mausoleo, che trovasi presso
-del signor conte Carlo Anguissola, nobilissimo amatore delle belle
-arti e dell'antichità della patria. Azzone fu il primo che veramente
-fosse sovrano; e laddove nessuno dei Torriani, nè Ottone Visconti,
-nè Matteo I, nè Galeazzo I ardirono mai di porre il loro nome nella
-moneta; la quale anzi sempre fu coniata o col nome solo di Milano
-e di sant'Ambrogio, ovvero coll'aggiunta del nome del re de' Romani
-o dell'Imperatore; Azzone pose il suo nome e la biscia nelle monete
-milanesi. E in ciò è degna d'osservazione la gradazione tenuta; avendo
-io delle monete milanesi di Lodovico il Bavaro coniate sul modello di
-quelle di Enrico di Lucemburgo; indi una di Lodovico, la quale ha nel
-campo unicamente le due lettere A Z. Fu questo il primo tentativo di
-Azzone, in seguito a cui, trascurò poi interamente il nome imperiale, e
-sostituì il proprio, apponendovi lo stemma del suo casato.
-
-
-
-
-CAPITOLO XII.
-
- _Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della città
- sino verso la metà del secolo XIV._
-
-
-Il consiglio generale di Milano, nel giorno 17 agosto 1339, cioè
-nel giorno immediatamente dopo la morte di Azzone, che non lasciò
-figliuolanza, proclamò signori di Milano Luchino e Giovanni Visconti,
-zii paterni di Azzone, e i soli figli ancora viventi di Matteo I.
-Sebbene però a tutti due i fratelli fosse data la sovranità, e che
-gli atti pubblici per la maggior parte fossero in nome di entrambi,
-realmente però Luchino da solo disponeva d'ogni cosa. Giovanni era di
-placido e benigno carattere, e non volle mai contrastare col risoluto e
-qualche volta violento Luchino, il quale sapeva ben regolare lo Stato.
-I fatti mostrarono poi, quando Giovanni rimase a regnar solo, che nel
-partito da lui preso nessuna parte vi ebbero la debolezza o i vizi
-dell'animo; ma fu guidato dalla sola ragione e dalla virtù. Alle dieci
-città che lasciò Azzone, aggiunse Luchino Asti, Bobbio, Parma, Crema,
-Tortona, Novara ed Alessandria; e così divenne signore di diciasette
-città, la maggior parte sottomesse colle armi; il che gli rese nemici
-il conte di Savoia, il marchese di Monferrato, i signori Gonzaghi, i
-Genovesi ed altri Stati d'Italia, sbigottiti dalla forza preponderante
-collocata in così breve spazio di tempo nella casa Visconti; poichè
-ne' primi tre anni del suo governo Luchino estese a tale ampiezza lo
-Stato. Oltre al dominio del marchese d'Este, cui Luchino aveva mosso
-guerra, le di lui armi eransi innoltrate fino a Pisa, e costrinsero
-i Pisani a chiedere pace, pagando a Luchino centomila fiorini
-d'oro, ed obbligandosi a presentargli ogni anno un palafreno con due
-falconi in segno d'omaggio[54]: ecco ciò che questo principe fece per
-l'ingrandimento del suo Stato. Molto fece egli ancora per mantenere e
-introdurre l'ordine sociale nel suo dominio. (1348) Ei preservò Milano
-dalla peste l'anno 1348. Egli non volle proteggere veruna fazione; e
-Guelfi e Ghibellini indistintamente erano difesi dalle stesse leggi,
-e ritrovavano egualmente giustizia. Le strade poi, che per l'addietro
-erano infestate da' ladri, divennero sicurissime; per ottener la qual
-cosa Luchino si appigliò ad un partito singolare. Prese egli al suo
-stipendio i masnadieri medesimi che vivevano in prima saccheggiando
-i passaggieri, e da costoro le fece custodire, il che mirabilmente
-si ottenne. Oltre i masnadieri, erano saccheggiati i viandanti da
-cento angherie che loro imponevano i feudatari nelle giurisdizioni
-de' quali conveniva loro di passare; il che sembra una prova di più
-delle antiche prepotenze de' nobili sopra de' popolari, delle quali
-si è superiormente trattato. Luchino promulgò provvide leggi, che
-ebbero per oggetto di preservare i poveri dall'oppressione, sollevare
-il popolo dai carichi, assoggettarvi i ricchi, e togliere ai nobili
-ogni mezzo d'esercitare impunemente estorsioni e violenze. La politica
-di Luchino dispensò la plebe dall'obbligo di servire nelle guerre;
-e, coll'apparenza d'un pietoso beneficio, allontanò così il popolo
-dal maneggio dell'armi, e piantò l'ordine e la sicurezza pubblica
-sotto di un'assoluta monarchia. Vegliava egli sulla esecuzione di
-tai regolamenti, ed era severamente punita la prepotenza di chiunque.
-Stabilì in Milano un supremo giudice che si nominò _sgravatore_, e nel
-latino di quella età _exgravator_: magistrato che si rese celebre in
-quei tempi per l'autorità, non meno che pel buon uso a cui l'impiegava.
-Questo sgravatore doveva sempre essere un forestiere, e non doveva
-avere nè moglie, nè figli, nè parenti in Milano. Anzi si portava la
-diffidenza al segno, che non era mai permesso allo sgravatore di andare
-a cibarsi in casa di alcuno, ma doveva sempre starsene solo in casa
-propria. Il ministero dello sgravatore era di decidere sommariamente
-e senza appellazione le querele di coloro che si credessero
-indebitamente gravati da qualunque altro giudice, e invigilare sulla
-retta amministrazione della giustizia. Il sistema delle strade nel
-circondario delle dieci miglia dalla città, che continuò sino ai
-giorni nostri, era d'istituzione di Luchino. In conseguenza di tali
-regolamenti, col favore della sicurezza pubblica, s'introdusse il
-commercio e l'industria. S'incominciarono a piantare a quei tempi in
-Milano alcune fabbriche d'oro e di seta[55]. L'agricoltura si rianimò,
-e se ne cominciarono a conoscere i raffinamenti. Si perfezionò la
-coltura della vite, e si principiò a preparare un vino più delicato,
-che chiamavasi _vernaccia_. S'introdussero razze di cavalli e di cani.
-La popolazione s'andava accrescendo. I costumi s'ingentilivano; e il
-Fiamma, deplorando, con poco giudizio, questi cambiamenti, rimproverava
-ai Milanesi dei suoi giorni l'eleganza del vestire, la pompa degli
-ornamenti, la squisitezza delle mense e lo studio delle lingue
-forestiere: studio il quale fa conoscere che il commercio era già
-dilatato in paesi oltramontani.
-
-Sin qui ho rappresentato in compendio le buone qualità di Luchino, ora
-l'imparzialità storica mi obbliga a dirne ancora i vizi. Francesco
-Pusterla, nobile ed onorato cittadino non solo, ma uno dei più
-amabili, più ricchi e più splendidi signori di Milano, aveva in
-moglie la signora Margherita Visconti, parente del sovrano, donna
-di esimia grazia e bellezza. Luchino pensò di sedurla, come aveva
-fatto a Piacenza colla signora Bianchina Landi il di lui fratello
-Galeazzo I; ma trovò la fedeltà istessa e lo stesso amore verso lo
-sposo anche nella virtuosa Margherita. La tela era già ordita per
-far soffrire a Luchino il destino medesimo di Galeazzo; se non che il
-cauto e sospettoso Luchino fu pronto a scoprirla e lacerarla. Tutto
-era disposto per discacciare con una rivoluzione questo principe
-dal suo trono, e si dubita che i di lui nipoti Matteo, Barnabò e
-Galeazzo fossero complici. Ma Luchino prese talmente le sue misure,
-che Francesco Pusterla, fautor principale della congiura, appena ebbe
-tempo bastante di salvarsi colla fuga e di ricoverarsi presso del
-papa in Avignone. Fin qui si vede un vizio di questo principe; ma
-in seguito si manifesta un'iniquità bassa ed atroce. Non risparmiò
-spesa o cura Luchino per attorniare in Avignone istesso il Pusterla
-d'insidie e di consiglieri, i quali, con simulata amicizia, lo
-animassero a ritornare nell'Italia, persuadendogli che presso dei
-Pisani avrebbe trovato un sicurissimo asilo, e si sarebbe collocato più
-vicino alla patria per rientrarvi ad ogni opportunità. Furono tanto
-moltiplicati i consigli, e tanto apparenti le ragioni, che alla fine
-il Pusterla si arrese, s'imbarcò, e per mare si trasferì a Pisa; ove
-arrestato venne dai Pisani, che temevano le armi di Luchino, e a lui
-fu consegnato. Francesco Pusterla, trasportato a Milano, terminò la
-sua vita coll'ultimo supplicio. Un gran numero de' suoi amici diedero
-al popolo lo stesso spettacolo; e quello che rese ancora più crudele
-la tragedia, si fu che la nobile e virtuosa Margherita dovette, al
-paro degli altri, finire nelle mani del carnefice. Il luogo in cui
-si eseguì la carneficina fu al Broletto Nuovo, cioè alla piazza de'
-Mercanti, dalla parte ove alloggiava il podestà, ed ove vedesi la
-loggia di marmo delle scuole palatine collo sporto in fuori, da dove
-solennemente il giudice pronunziava le sentenze di morte. I nobili
-venivano ivi su quella piazza abbandonati all'esecuzione: all'incontro
-i plebei erano trasportati fuori di porta Vigentina al luogo del
-supplicio. L'industriosa sagacità adoperata da Luchino per cogliere
-nell'insidia il Pusterla, potrebbe essere una lode per uno sbirro o un
-bargello, ma è una macchia che disonora un sovrano. La crudeltà poi
-di far condannare all'orrore del supplicio una donna amata, in pena
-della sua virtù, è una macchia ancora più obbrobriosa e vile. Luchino
-esiliò dallo Stato i tre suoi nipoti, figli di Stefano, cioè Matteo,
-Barnabò e Galeazzo. La ragione di Stato forse giustificava un tal
-rigore, singolarmente dopo i sospetti di loro complicità nella congiura
-dell'infelice Pusterla. Pretendono alcuni che Galeazzo, il nipote,
-fosse anche troppo intimamente unito alla signora Isabella Fieschi,
-moglie di Luchino, e che il bambino ch'ella partorì, ebbe il nome di
-Luchino Novello, per questa cagione insieme colla madre vedova passasse
-poi a Genova, e non entrasse mai nella serie de' nostri principi.
-Avrà avute quel sovrano le sue buone ragioni per tenersi lontani i
-nipoti; ma le insidie colle quali incessantemente li perseguitava nei
-paesi lontani, la miseria e la povertà nella quale gemevano sempre
-raminghi, sconosciuti ed erranti (ora nella Francia, ora nella Germania
-e persino nella Palestina, ove Galeazzo fu creato cavaliere del Santo
-Sepolcro), son prove d'un animo niente generoso, ma anzi vendicativo
-e crudele. Il Corio ci dice come Luchino «aveva obtenuto che 'l papa
-haveva declarato che Barnabò e Galeazzo suoi nepoti, per lui relegati
-ale confine come suspecti de la fede, violatori de la pace, perjuri e
-detestandi, non puotessino contrahere matrimonio, e morendo manchassino
-de ecclesiastica sepultura, ne che imperatori ne re con epsi
-potessino havere confederazione, dil che tri jurisperiti, difendendo
-li prenominati fratelli, si appellarono de tanta nephandissima
-declaratione alo imperatore[56]». E in fatti era cosa evidente che,
-volendosi dividere la signoria d'Azzone, i tre fratelli Matteo, Barnabò
-e Galeazzo avrebbero dovuto per giustizia possedere la porzione di
-Stefano, loro padre e fratello di Luchino e di Giovanni; e può darsi
-che l'ingiustizia che provavano, essendo esclusi nella divisione, fosse
-l'origine di questi guai. Gli avvenimenti sono lontani da noi, e non ci
-sono noti che per quel poco che alcuni ce ne hanno tramandato. L'indole
-di Barnabò e di Galeazzo era perversa, come dimostrarono poi; quindi
-Luchino avrà forse avute delle ragioni colle quali giustificarsi.
-
-L'occasione della morte di Luchino la riferirò colle parole istesse
-di Pietro Azario.[57] _Voverat autem praedicta domina Elisabeth, ejus
-uxor, visitare ecclesiam Sancti Marci in Venetiis, ut dicebat. Cui
-itineri dominus Luchinus annuit. Et sociata multis proceribus utriusque
-sexus, iter arripuit, et tamquam imperatrix et cum maximis dispendiis
-et curia pubblicata, recepta fuit in Verona per dominum Mastinum.
-Complevitque iter suum, et dicitur etiam voluntatem suam complevisse
-circa coitum; et aliae sociae suae de majoribus Lombardiae fecerunt
-illud idem. Propterea multa scandala sequuta sunt. Sed quia amor et
-tussis nequeunt celari, nec aliquod tam occultum, quod non reveletur,
-quum ipsa rediisset, dominus Luchinus scivit et audivit de gestis.
-Sed tamquam sapiens curavit dare ordinem de vendicta. Et quia una die
-dixit, quod in brevi facturus erat in Mediolano majorem justitiam, quam
-umquam fecisset, cum pulchro igne, praedicta ejus uxor percepit quod
-ipsa erat in justitia; illa intellecta, propter commissa cum persona,
-non poterat se excusare a praedictis, sicuti alias excusaverat.
-Qualiter autem processissent negotia, ignoratur, nec scribitur. Sed
-dominus Luchinus vindictam illam facere non potuit propter defectum
-vitae_[58]. (1349) Così Luchino Visconti si trovò improvvisamente morto
-il giorno 24 di gennaio 1349, all'età di cinquantasette anni, dopo di
-avere signoreggiato nove anni ed alcuni mesi. L'Azario non dice che la
-moglie lo avesse avvelenato, ma con un verso conclude:
-
- _Nam nulli tacuisse nocet: nocet esse locutum._[59]
-
-Ei ci descrive Luchino così:[60] _Austerus homo visu et opere erat,
-parcus in promittendo, largus in attendendo._ Sotto il principato
-di lui in Milano crebbe notabilmente la popolazione, la ricchezza e
-l'industria; e non poteva a meno che ciò non accadesse in una metropoli
-mantenuta in pace, situata in un fertilissimo terreno, sotto un
-sovrano che proteggeva e vegliava su i poveri e popolari, contenendo
-i potenti, che manteneva l'ordine pubblico e il facile corso alla
-giustizia: essendo la sede d'un principe che dominava diciassette
-città del contorno. Il carattere di Luchino è un misto di buone e di
-cattive qualità: cuore insensibile e mente illuminata per governare,
-unita a forza d'animo e valor personale, il che può formare un fausto
-principato, non mai un principe buono o grande; qualità generose, che
-hanno sempre per base un cuore buono. Le lacrime sparse alla morte
-d'Azzone erano un encomio per il principe trapassato, e un biasimo
-preventivo per quello che subentrava; simili desolazioni pubbliche si
-voglion sempre dividere per metà. Luchino in fatti fu sommamente temuto
-per la sua risolutezza, per la sua implacabile severità e per la sua
-profonda dissimulazione
-
- _Ostendebat de paucis curare et de multis curabat,_[61]
-
-dice l'Azario.
-
-Giovanni Visconti, figlio di Matteo I, fino dall'anno 1317 era stato
-canonicamente eletto arcivescovo di Milano; ma il papa, al quale
-dava non poco fastidio la rapida fortuna dei Visconti, di propria
-autorità nominò e consacrò un altro arcivescovo, e fu, siccome dissi,
-il francescano frate Aicardo; il quale visse sempre ramingo ed esule
-dalla sua chiesa, dove appena potè ricoverarsi un mese prima della sua
-morte, accaduta nel 1339. Allora di bel nuovo gli ordinari elessero
-per la seconda volta Giovanni Visconti. I tempi erano mutati, e
-quantunque Giovanni avesse accettata la dignità di cardinale della
-chiesa romana dall'antipapa Nicolò V (dignità ch'ei però aveva deposta
-al riconciliarsi che fecero i Visconti col papa), Clemente VI lo
-riconobbe e preconizzò arcivescovo l'anno 1342. Giovanni, il giorno
-17 di agosto 1339, era già stato dichiarato signore di Milano dal
-consiglio generale, insieme col fratello Luchino; quindi, dopo la
-morte di questi, non v'ebbe bisogno di nuova elezione per dargli la
-signoria; onde egli, senza altra cerimonia, venne da ognuno obbedito.
-Si trova però un decreto memorabilissimo, fatto dal consiglio generale,
-verosimilmente in questo tempo; poichè, oltre al confermare il dominio
-all'arcivescovo Giovanni, il principato, che sino a quel giorno era
-stato elettivo, si stabilì ereditario. Tale decreto leggesi in un
-antico codice segnato A, che si conserva nell'archivio del reale
-castello, segnato n.º 1, pag. 11. Ecco le di lui parole:[62] _Quod
-praefatus magnificus et excelsus dominus Johannes, filius quondam
-bonae memoriae domini Matthei de Vicecomitibus et post ejus domini
-Johannis decessum, eo modo, quilibet alius masculus descendens per
-lineam masculinam et ex legitimo matrimonio ex praefato quondam domino
-Matthaeo de Vicecomitibus sit et sint perpetuo verus et legitimus et
-naturalis dominus, et veri et legitimi et naturales domini civitatis
-et totius districtus et dioecesis et jurisdictionis Mediolani._ Questo
-decreto ivi è mancante e del principio e del fine. Forse vi erano
-delle condizioni colle quali veniva moderata la perpetua sovranità;
-anzi è assai probabile che il consiglio non volesse privarsi del
-prezioso diritto dell'elezione, senza una reciproca ricompensa che
-assicurasse la immutabile conservazione dei privilegi del consiglio
-medesimo. Ma questo archivio, stato custodito dai sovrani che in
-séguito signoreggiarono, non poteva essere un sicuro deposito di
-simile documento, in quella parte che avrà limitata la sovranità. Il
-consiglio, composto di cittadini che non erano stati nominati nei
-comizi generali, ma dal principe istesso, ovvero da un podestà che
-gli era subordinato, non poteva obbligare la città, la quale non era
-rappresentata dal consiglio, se non illegalmente. E quand'anche i
-consiglieri poi avessero una legittima rappresentanza, non potevano
-conferire ad altri, se non quanto era in dominio della città medesima.
-La suprema sovranità dell'Impero, per diritto, sussisteva; e la pace di
-Costanza l'aveva definita centosessantasei anni prima. Onde quest'atto
-non poteva confidare ai Visconti se non quella porzione della
-sovranità che, in vigore di quella pace, era rimasta alla città; cioè
-i tributi, l'elezione dei magistrati, la guerra e la pace; ma non mai
-toglierci l'appellazione all'imperatore, nè il vassallaggio stabilito
-nell'anzidetta pace.
-
-Appena l'arcivescovo Giovanni rimase solo alla testa dello Stato,
-ognuno dovette conoscere che la passata sua non curanza del governo
-certamente non nasceva da mancanza di talento per governare, nè
-da indifferenza per la gloria, nè da insensibilità per il pubblico
-bene. Il virtuoso principe cominciò il suo regno col far la pace coi
-vicini; col conte di Savoia, coi Gonzaghi, col marchese di Monferrato
-e coi Genovesi, posti prima in armi per le invasioni che Luchino
-aveva fatte, dilatando lo Stato proprio a danno loro. Assicuratosi
-così d'un pacifico dominio, la natura e l'indole sua benefica lo
-portarono a terminare la miseria degli esuli nipoti. Matteo, Barnabò
-e Galeazzo furono richiamati dall'esilio ed accolti come a principi
-si conveniva. Diede Regina della Scala in moglie a Barnabò, e Bianca
-di Savoia a Galeazzo; e festeggiò quelle nozze illustri con pompe ed
-allegrezze pubbliche; fra le quali vi furono dei tornei d'una nuova
-foggia, cioè colle selle alte, usanza che Barnabò aveva insegnata,
-seguendo la costumanza da lui imparata nella Francia. Oltre lo stato
-signorile e lieto al quale fece passare i nipoti, quel magnanimo
-arcivescovo si risovvenne di Lodrisio Visconti, che, dopo la battaglia
-di Parabiago, da più di dieci anni languiva in carcere, e lo rese
-libero. L'anima grande e generosa di Giovanni non dava luogo a quelle
-diffidenze e sospetti che dominavano nel cuore di Luchino. (1350)
-Appena un anno era passato da che Giovanni reggeva lo Stato, esteso
-sopra diciassette città, quale glielo aveva lasciato Luchino, che
-egli, senza umano sangue e senza pericolo, fece un insigne acquisto;
-e col mezzo di duecentomila fiorini d'oro sborsati a Giovanni
-Pepoli, comprò il dominio della città di Bologna l'anno 1350[63].
-Prevedeva però il sovrano arcivescovo che questa importantissima
-addizione non poteva accadere senza forti contrasti, singolarmente
-per parte del papa, il quale, sebbene domiciliato in Avignone, sempre
-stava vigilante sull'Italia; e se tollerava che il Pepoli, piccolo
-principe, e che facilmente poteva superarsi, dominasse Bologna, non
-così tollerante doveva essere poi, passando quella a incorporarsi
-nella potente dominazione dei Visconti. In fatti Clemente VI mandò
-un ordine all'arcivescovo Giovanni, acciocchè, entro lo spazio
-di quaranta giorni, dovesse restituire Bologna alla Santa Sede;
-minacciando in caso di contumacia di volerlo scomunicare, insieme ai
-nipoti suoi quanti erano, e porre all'interdetto tutti i popoli del
-suo dominio[64]. (1351) Giovanni non si cambiò per questo, nè pensò
-di abbandonare Bologna; onde il giorno 21 di maggio dell'anno 1351 il
-papa scomunicò l'arcivescovo e i tre nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo,
-e pose l'interdetto su tutte le diciotto città dei Visconti[65]. Il
-Corio ci racconta come «il pontefice, sdegnato contra di lui per la
-presa di Bologna, havendo questa città interdicta, li destinò uno
-legato, il quale con somma humanità dal Presule fu ricevuto. Duoppo
-li expuose per parte del summo sacerdote che a Santa Chiesia volesse
-restituire Bologna, e che anche dil suo dominio una cosa facesse, e
-che il spirituale o che il temporale solo administrasse: la qual cosa
-intendendo Giovanne respuose che la proxima domenica nel magiore templo
-de Milano li darebbe conveniente risposta, dove il deputato giorno
-convenendosi ogniuno, Giovanne con grande solennitate celebrò la messa,
-la quale essendo finita, in cospecto dil populo, il legato, secundo
-l'ordine dato un'altra volta replicò l'ambasciata dil pontefice, onde
-dappoi il magnanimo arcivescovo evaginò una lucente spada quale haveva
-a lato, e da la mano sinistra pigliò una croce dicendo: questa è il
-mio spirituale, e la spada voglio che sia il temporale per la difesa
-di tutto il mio imperio; e non con altra risposta il legato tornando
-al pontefice referì quanto da lo arcivescovo Giovanne haveva havuto».
-Siegue poscia il Corio medesimo a narrarci come, essendo il papa sempre
-più irritato ed animoso contro dell'arcivescovo Giovanni, lo citasse
-a comparire in Avignone; e che l'arcivescovo Giovanni, preparato già a
-comparirvi col séguito di dodicimila cavalli e seimila fanti, venisse
-poi dispensato dal papa istesso dall'intraprendere il viaggio, e si
-accomodasse in tal guisa pacificamente ogni cosa. Anche il Giovio e
-il Ripamonti raccontano questi fatti. Il Muratori ed il conte Giulini
-non prestano in ciò fede al Corio. Sono però gli autori d'accordo
-nell'asserire che la scomunica e l'interdetto vennero pubblicati, e che
-la riconciliazione si fece ben tosto, ritenendo il Visconti Bologna in
-qualità di Vicario della Santa Sede. Fra le mie monete patrie una ne
-ho d'oro, valore d'un gigliato, di Bologna, colla biscia Visconti, che
-credo battuta in questi tempi.
-
-(1353) Bologna erasi acquistata senza pericolo e senza sangue; e
-senza sangue o pericolo l'accorto Giovanni acquistò un'altra non
-meno cospicua città, cioè Genova, l'anno 1353, ed ecco come. Erano i
-Genovesi impegnati sventuratamente a guerreggiare contro de' Veneziani,
-collegati col re Pietro di Aragona. Erano stati malamente battuti
-da quelle forze preponderanti i Genovesi. Le loro navi erano quasi
-distrutte; e Genova si trovava bloccata dalla parte del mare; e per
-terra ancora, dalla parte di ponente, custodita dagli Spagnuoli; per
-modo che non le rimaneva altra via per ottenere i viveri, che già
-mancavano, se non dalle terre possedute da Giovanni arcivescovo. Proibì
-questi che nè da Alessandria, nè da Tortona, nè da Piacenza, nè dalla
-Lunigiana, nè da veruna altra parte del suo Stato venisse portato alcun
-alimento ai Genovesi; e così, anzi che perire o cader nelle mani de'
-loro nemici, quei cittadini presero il solo partito che loro rimaneva
-offerendo a Giovanni la signoria della loro città. Quest'offerta
-venne accettata ben presto, e il nuovo principe, nel mese di ottobre
-del 1353, prendendo solennemente possesso di quella illustre città;
-v'introdusse al momento l'abbondanza e la gioia. Così aggiunse Giovanni
-al suo Stato la decimanona città, e diventò padrone di un porto di
-mare. Ciò fatto spedì quel principe a Venezia degli ambasciatori,
-acciocchè cessassero i Veneziani di offendere Genova, divenuta cosa
-sua. I Veneziani, i quali già dovevano vedere con sospetto la potenza
-preponderante del Visconti, non vollero ascoltare discorso di pace.
-(1334) Giovanni fece allestire una poderosa armata navale, la quale
-lasciò il porto di Genova, spiegando al vento del mare, per la prima
-volta, le insegne della vipera; e seppe così bene farsi rispettare,
-che bruciò Parenzo, città marittima dell'Istria soggette ai Veneziani,
-indi battè la flotta veneziana presso Modone, sulle costiere della
-Grecia[66]. Quando, ventisei anni prima, Giovanni Visconti trovavasi
-coi fratelli nel carcere orrendo di Monza, chi avrebbe mai potuto
-prevedere ch'ei dovesse un giorno rappresentare sul teatro del mondo
-il personaggio che vi sostenne poi! Chi mai avrebbe potuto accostarsi
-all'orecchio di Matteo, mentre vivea da povero privato in Nogarola,
-e dirgli: Tu sarai sovrano, e da qui a quarant'anni i figli tuoi
-domineranno un principato che potrà nominarsi un regno: Bologna,
-Parma, Piacenza, Cremona, Crema, Bergamo, Brescia, Como, Milano, Lodi,
-Pavia, Vigevano, Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Asti, Genova
-e Bobbio; dicianove città! L'Ente Supremo regge gli avvenimenti. Il
-saggio impara ad adorarne i decreti; si tiene modesto nella prospera, e
-fermo nell'avversa fortuna.
-
-Se Azzone aveva invitato, siccome ho detto, i migliori artisti, e gli
-aveva condotti a Milano, Giovanni vi accolse e vi onorò sommamente il
-più dotto ed elegante letterato di quel secolo, Francesco Petrarca.
-Egli venne a Milano l'anno 1353 per vedere la città; e l'arcivescovo
-Giovanni, sensibile al merito, lo onorò tanto, che lo indusse a
-fissarvi la sua dimora. Il buon principe era magnifico e sociale. La
-corte era aperta agli uomini di merito, nazionali o forestieri. Egli
-amava la società della mensa; e tanto crebbe presso di lui la stima del
-Petrarca, che lo fece sedere nel suo consiglio, e lo spedì a Venezia
-suo ambasciatore all'occasione detta poc'anzi. Petrarca, nelle sue
-lettere si esprime che egli amava in Milano gli abitanti, le case,
-l'aria, i sassi, non che i conoscenti e gli amici. L'unica figlia sua
-la maritò in Milano a Francesco Borsano; e la tenerezza che egli aveva
-per quella e per il figlio adottivo Borsano, ch'egli poi istituì suo
-erede, gli rendevano caro questo soggiorno come una nuova sua patria.
-Scrivendo Petrarca della prepotente influenza del clima, oggetto
-sviluppato nel nostro secolo dall'immortale Carlo Secondat, ma non
-intentato dal Petrarca, ei così dice de' Milanesi:[67] _Totam praeterea
-Rheni vallem colonis ab Augusto missis habitatam invenio; verum haec
-sedium mutatio non patriam ad quam pergitur, sed pergentes immutat.
-Itaque et Galli in Asiam, Asiani, et Itali in Phrygiam profecti,
-Phryges, et post Troyae excidium in Italiam reversi, Itali iterum
-facti sunt. Sic nostri, in Galliam vel Germaniam traslati, naturam
-illarum partium imbiberunt moresque barbaricos, et Mediolanenses, a
-Gallis conditi atque olim Galli, nunc mitissimi hominum, nullum servant
-vestigium vetustatis; ita vis coelestis humana moderatur ingenia_[68].
-Petrarca aveva tanta passione per l'Italia, che potevasegli imputare
-a ragione la ingiustizia colla quale detestava i costumi oltramontani;
-dal che però ne risultava una lode esimia ai Milanesi. Egli alloggiava
-dicontro a Sant'Ambrogio; anzi nel suo testamento, pubblicato nelle
-opere sue, ordinò d'essere ivi tumulato, qualora fosse morto in Milano.
-Questo testamento lo fece in Padova l'anno 1370. Aveva Petrarca una
-piccola villa, poco discosta dalla città, nelle vicinanze della Certosa
-di Garignano; e quel casino solitario lo chiamava _Linterno_, col
-nome della villa di Scipione Africano; comunemente poscia acquistò
-nome _l'Inferno_, parola più nota della prima. Si dice che Giovanni
-Boccaccio, per amore del suo amico Petrarca, vivesse qualche tempo con
-lui in Milano, e al suo Linterno. Si dice ancora che, dopo la morte
-Giovanni arcivescovo, cadendo la signoria di Milano nelle mani de'
-tre figli di Stefano, Matteo, Barnabò e Galeazzo, Petrarca recitasse
-l'orazione inaugurale nella chiesa maggiore, ove celebravasi la
-funzione di consegnar loro il dominio; e che un impudente astrologo,
-ad alla voce gridando, lo interrompesse asserendo che in quel momento
-i pianeti erano faustamente collocati; e non si doveva perderlo, per
-non avventurare la prosperità del nuovo governo. Si pretese anzi,
-che, essendosi consegnato il bastone del comando a Matteo fuori
-del tempo, da ciò ne accadesse poi il misero e presto suo fine.
-La credulità e l'ignoranza erano certamente grandi a quei tempi; e
-alcuni pochi uomini illuminati non bastavano a sgombrarla sì tosto dai
-popoli, che le avevano ereditate dalla lunga notte de' barbari secoli
-precedenti. Petrarca fu da' Visconti spedito ambasciatore al re di
-Francia Giovanni, ed all'imperatore Carlo IV, che trovavasi in Praga, e
-tanto venne considerato il di lui merito, ch'egli stesso fu trascelto
-all'onore di levare al sacro fonte il primogenito che nacque dalle
-nozze di Barnabò, e in quella occasione compose il _Genethliacon Marci
-Mediolanensium principis_, che così comincia:
-
- _Magne puer, dilecte Deo, titulisque parentum_
- _Praefulgens, populis olim venerande superbis,_
- _Sit modo vita comes, teneris sit spiritus annis;_
- _Expectate diu nobis, patriaeque patrique,_
- _Laete veni, vitaeque viam foelicibus astris_
- _Ingredere, et rebus gaudens accede secundis;_
- _Te Padus expectat dominum, etc._[69]
-
-poi, dopo di aver descritti i fiumi del vasto di lui Stato, passa a
-fargli dono d'una coppa d'oro co' versi seguenti:[70]
-
- _Quum tamen egregius vivendo adoleverit infans,_
- _Hanc habeat pateram, et roseo bibat ore jubeto:_
- _Parva decent parvos: minimus sum, maximus ille,_
- _Parva sed est aetas, lucis nova limina nuper_
- _Attigit, et coelum trepido suspexit ocello;_
- _Aetati, non fortunae, munuscula dantur_
- _Apta suae, ludet, nitido mulcente metallo;_
- _Spernet idem ex alto fuerit dum plenior aetas,_
- _Et rutilam terre faecem sciet esse profundae._
- _At fortasse sibi tunc carmina nostra placebunt;_
- _Perleget, et secum, sacro dum fonte levabar._
- _Tanto humilem excelsus genitor dignatus honore est_[71].
-
-Probabilmente Petrarca (che non poteva stare in Firenze, sua cara
-patria, immersa nelle fazioni), disingannato dai viaggi fatti nella
-Francia e nella Germania, non avrebbe mai più abbandonato il nostro
-paese, dove vivea ammirato da ognuno e distintamente onorato dai
-sovrani, e dove aveva stabilmente collocata la figlia, e creatasi una
-famiglia per adozione, se il disastro spietatissimo della pestilenza,
-che desolò Milano, non lo avesse costretto a rifugiarsi altrove.[72]
-_Mediolanum, urbem Ligurum caput et metropolim,_ dice egli, _usque
-ad invidiam hactenus horum nesciam laborum, et coeli salubritate,
-et clementia, et populi frequentia gloriantem, sexagesimus primus
-annus et vacuam fecit et squallidam_[73]. Galeazzo II molto si regolò
-col consiglio del Petrarca e nel formare la biblioteca, che radunò
-in Pavia, e nel piantarvi gli studi dell'Università. È celebre la
-distinzione che gli venne fatta in Milano, quando, nella pompa delle
-nozze di Violanta Visconti, Galeazzo II volle che Petrarca sedesse
-commensale, insieme collo sposo Lionetto, figlio di Edoardo III re
-d'Inghilterra.
-
-Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano e di altre diciotto
-città, fra le quali Genova e Bologna, cessò di vivere il giorno 5
-di ottobre dell'anno 1354, dell'età di sessantaquattro anni, dopo
-d'aver regnato sei anni appena; poichè il tempo in cui comparve ch'ei
-correggesse con Luchino non può contarsi, tanto poco s'immischiò
-egli allora negli affari dello Stato. Giovanni fu un principe umano,
-benefico, giusto, liberale, fermo e d'animo signorile, e merita un
-luogo fra i buoni principi vicino ad Azzone. Il tumulo di lui si vede
-nel coro della Metropolitana.
-
-Milano, nei ventiquattr'anni nei quali regnarono Azzone, Luchino e
-Giovanni, i primi che apertamente si dichiararono sovrani, battendo
-moneta col loro nome, godette la pace, e provò alfine i beni
-dell'ordine sociale e della civile sicurezza. I Milanesi abbandonarono
-il mestiere dell'armi, e si rivolsero a più miti e più industriosi
-pensieri, alla mercatura cioè, alla coltivazione delle arti e delle
-terre. La popolazione e la ricchezza crebbero in proporzione, e
-qualche coltura appresero gl'ingegni, onde questi oggetti meritano
-dilucidazione.
-
-La prima epoca del risorgimento dell'agricoltura milanese io la
-trovo nel blocco che Federico I pose intorno della città; allorquando
-fece devastare le piante e le campagne, ed atterrare i boschi che ci
-stavano intorno. Il bene è sempre figlio del male. Liberati che fummo
-da quel nemico terribile, poichè la libertà civile fu cimentata colla
-lega lombarda, si dovettero ridurre a coltura i boschi incendiati;
-unico mezzo per cui i proprietari, ai quali non rimaneva più legna
-spontanea, non ricavassero qualche profitto dal loro fondo. Infatti
-verso quei tempi pensarono i Milanesi a promovere l'irrigazione, a
-fecondare i loro campi colle acque, e si scavarono il Tisinello e la
-Muzza; il primo verso l'anno 1179, e l'altra l'anno 1220[74]. Indi
-il Tisinello venne allungato sino a Milano verso la metà del secolo
-decimoterzo, cioè l'anno 1257; operazioni tutte le quali non ebbero
-allora per oggetto la navigazione, ma bensì la semplice irrigazione
-delle terre. Io ho per qualche tempo creduto che i Milanesi, ritornati
-dalle crociate, avessero portata dall'Egitto nella loro patria la
-coltura del riso, e che questi scavi di canali e questa diramazione
-di acqua sulle terre venissero fatti a tal fine. Ma ho poi dovuto
-essere convinto che la coltivazione del riso presso di noi è di
-molto posteriore a quelle opere pubbliche; e ne serve d'invincibile
-prova la tassa che il tribunale di Provvisione faceva delle droghe;
-e quella singolarmente che ha pubblicata l'esattissimo nostro conte
-Giulini[75], ove scorgesi che il giorno 18 aprile 1386 venne ordinato
-che gli speziali e i droghieri non possano vendere il riso più che a
-dodici imperiali la libbra. Questo decreto trovasi nell'archivio del
-tribunale di Provvisione, d'onde l'ha tratto il chiarissimo autore. Se
-il riso fosse stato, come oggidì, un prodotto della nostra agricoltura,
-non sarebbesi venduto dagli speziali droghieri. Il prezzo poi di un
-soldo per libbra (avuto ragguaglio alla moneta di quei tempi) lo mostra
-ancora con maggiore sicurezza, anche paragonandolo alla tassa del mele
-sottile e fino, che in quel medesimo decreto viene fissato ad un terzo
-meno del riso, cioè ad imperiali otto la libbra. Quest'irrigazione
-adunque serviva ai soli prati, e forse allora il clima di Milano era
-più salubre di quello che ora non è; da che si è ogni anno sempre
-più dilatata l'irrigazione, ed introdotta singolarmente la coltura
-dei risi; e perciò il Petrarca, fra le qualità che rendevano allora
-pregevole Milano, vi pose _coeli salubritate_, come poco anzi si è
-veduto. La nostra agricoltura ci produceva, siccome ho già altrove
-indicato, varie sorta di grani, frumento, segale, miglio, seligine,
-orzo, scandella. La coltura parimenti del lino e delle viti è
-antichissimo presso di noi. I prati si andavano moltiplicando, perchè
-s'erano introdotte razze di cavalli, e il lusso aveva dilatato il
-bisogno di questi tanto utili e generosi animali. Se poi tanto grano
-si raccogliesse quanto occorreva al nutrimento del popolo, non è così
-facile il deciderlo; poichè in una concordia che si fece fra i nobili
-e i popolari, l'anno 1225, venne pattuito fra gli altri articoli, che
-il comune di Milano dovesse ogni anno far venire da paese estero de'
-grani, pel valore di seimila lire di terzoli. Il che non saprei se
-debbasi considerare come una forzata compiacenza de' nobili terrieri
-verso di un error popolare, come inclina a crederlo il nostro conte
-Giulini[76]; ovvero come una prudente precauzione, in tempi ne' quali
-questo commercio era vincolato. Parmi che se le terre fossero state
-bastantemente feraci di grano, si sarebbe dalla plebe domandata, non
-l'introduzione del grano estero, ma del più vicino e nazionale, per
-assicurare l'alimento alla città. Generalmente si mangiava in Milano
-pane di mistura; e l'anno 1355 vi era in tutta la città un forno solo
-che fabbricasse il pane bianco di puro frumento; pane che allora era di
-lusso; e questo forno privilegiato chiamavasi _il prestino dei Rosti_,
-ed era vicino alla piazza dei Mercanti[77]. È bensì vero che l'uso
-di servire con pane di frumento puro e bianco, nei pranzi d'invito,
-era anche un secolo prima conosciuto presso di noi; e ne fa prova
-una sentenza favorevole ai canonici di Varese, pronunziata l'anno
-1248, in cui venne condannato un beneficiato a dar loro la domenica
-avanti Natale un pranzo composto,[78] _videlicet, panis frumentini
-boni et bene cocti et albi, et vini boni, et puri ad sufficentiam
-et capponorum, videlicet unum inter duos plenum, et carnium bovis et
-porci cum bonis piperatis, videlicet frustum unum, sive petiam bovis
-competentem et bonam inter duos; ed aliud frustum seu petiam porci
-cum bonis piperatis inter duos, et frustum, sive petiam unam carnis
-porcinae assatae, sive rostitae cum paniciis inter duos; et hec omnia
-ad sufficientiam, secundum quod decet, praestet singulis annis_. La
-carta si conserva nell'archivio della collegiata di Varese, e l'ha
-pubblicata l'erudito nostro conte Giulini[79]. Verso la fine dei
-capitolo sesto ho ricordato un altro pranzo, preteso un secolo prima,
-da altri canonici, i quali chiedevano _lombulos con panitio_; ora si
-trattava _cum panitii_. Potevano forse essere pagnotelle più fine, di
-mero fiore di farina apprestate sul finir della mensa. _La piperata_
-si è veduta nominata in quella carta del 1148, si vede in questa del
-1248, si usava ai tempi del Corio; e l'abbiamo anche oggidì scritta
-nella tariffa della mercanzia, col tributo di trentasei soldi e mezzo
-per ogni rubbio, sebbene ora non sappiamo più cosa ella si fosse. Io la
-crederei una salsa stimulante, e in cui entrava singolarmente il pepe,
-simile a quella che ora adoperiamo colla senape.
-
-Il Fiamma, che viveva appunto ai tempi di Giovanni arcivescovo, ci
-lasciò un'idea della ricchezza e del lusso di quel tempo:[80] _Nunc
-vero in praesanti aetati priscis moribus superaddita sunt multa
-ad perniciem animarum irritamenta: nam vestis praetiosa, et ornatu
-superfluo circumtecta per totum; in ipsis vestibus, tam virorum quam
-mulierum, aurum, argentum, perlae inseruntur. Frixa latissima vestibus
-superinducuntur. Vina peregrina, et de partibus ultramarinis bibuntur:
-cibaria omnia sunt sumptuosa: magistri coquinae in magno praetio
-habentur_[81]. Lo stesso Fiamma ci attesta che in Milano al suo tempo
-eranvi delle manifatture assai perfette e stimate al di fuori, e fra
-le altre vi si lavoravano gli elmi, le corazze e tutte le armature di
-ferro,[82] _speculorum claritatem excedentes. Soli enim fabri loricarum
-sunt plures centum, exceptis innumerabilibus subjectis operariis_; e di
-queste nostre manifatture, dice quell'autore, che ne somministravano a
-tutta l'Italia non solo, ma se ne trasportavano per sino ai Tartari ed
-ai Saraceni. Questa manifattura, di cui troviamo la materia ne' monti
-vicini, si mantenne per molto tempo in Milano, e vediamo nell'estratto
-fatto poi, all'occasione del censo, dai libri delle gabelle dell'anno
-1580, che si considerarono, dal ragionato dall'estimo Barnaba
-Pigliasco, da Milano trasportate agli esteri: armature di cavalli N.
-100, a lire 55. 10, lire 5650; armature di fante N. 390, a lire 33.
-15, lire 13,162. 10. Il Fiamma pure ci attesta che le nostre razze
-de' cavalli erano della maggiore altezza e forza; e tali dovevano
-appunto ricercarsi nel secolo in cui dovevano portare alla guerra
-gli uomini tutti coperti di ferro, e talvolta gli arnesi istessi del
-cavallo erano del metallo medesimo, per assicurarlo dalle ferite. De'
-cavalli nostri ne facevano smercio assai nella Francia, a quanto ci
-attesta quell'autore contemporaneo; e tale era probabilmente il frutto
-dell'irrigazione estesa, e de' nostri prati. Oltre questi due articoli
-di commercio, erari già piantata l'industria del lanificio in Milano
-ai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti; e il Fiamma dice de' nostri
-mercanti:[83] _Ipsi enim mercatores discurrunt per Franciam, Flandriam,
-Angliam ementes lanam subtilem, ex qua in hac civitate texuntur panni
-subtiles in maxima quantitate, qui tinguntur omni genere tincturarum,
-qui per totam Italiam deferuntur_. Quest'industria del lavoro de'
-pannilani, la quale crebbe dappoi e formò la ricchezza cospicua di
-Milano, era già presso di noi conosciuta anche prima del Fiamma, e poco
-dopo l'epoca di Federico I. Almeno in Como ed in Monza si lavoravano
-de' pannilani fino dal 1216; poichè nell'antico esemplare degli
-Statuti di Milano compilati in quell'anno, esemplare che ritrovasi
-nella biblioteca Ambrosiana, vedonsi tassati i pannilani di Como e di
-Monza a pagare quattro imperiali per ogni pezza, entrando in Milano.
-Anche delle tele di cotone e de' lini nostri se ne faceva spaccio,
-singolarmente in Levante, col mezzo dei Veneziani e de' Genovesi,
-ch'erano diventati assai ricchi e commercianti; avendo, i primi
-singolarmente, approfittato moltissimo col trasporto dei crocesignati,
-colla somministrazione de' viveri alle Crociate, allorchè prudentemente
-tranquilli, in mezzo alla fermentazione universale colsero l'occasione
-d'impratichirsi del mare e de' porti del Levante, onde si resero
-arbitri del commercio d'Europa coll'Asia; la qual ricchezza si sparse
-anche sopra di noi ed animò la nostra industria. Nè i soli cavalli, le
-armature, e i pannilani e i pannilini erano i capi del nostro commercio
-utile cogli esteri. Sino da' primi anni del secolo decimoquarto eranvi
-da noi degli artefici che fabbricavano anche drappi di seta; e Niccolò
-Tegrimo, nella vita di Castruccio Antelminelli, ci narra che, avendo
-Castruccio ed Uguccione della Fagiuola occupato Lucca l'anno 1314, i
-fabbricatori di drappi di seta vennero a rifugiarsi in Milano[84]. La
-seta allora era sommamente cara; e un drappo di seta si valutava lire
-venti d'allora la libbra; e ognuno sa che la lira d'allora era quasi
-due terzi d'un fiorino d'oro, ossia gigliato, che correva per trentadue
-soldi; così che la libbra di seta costava dodici gigliati e mezzo.
-Facilmente pure ognuno comprende quanto maggior pregio in que' tempi
-dovesse aver l'oro, che nei secoli a noi più vicini è diventato assai
-più abbondante, per i paesi scoperti, per le nuove miniere scavate,
-e per la comunicazione del vasto commercio aperta fra tutti i popoli
-conosciuti della terra.
-
-Della popolazione di Milano ce ne ha lasciato memoria Buonvicino
-da Ripa verso l'anno 1288. Quell'autore vivente dice che v'erano
-tredicimila porte di case, seimila pozzi, quattrocento forni per
-cuocere pane, e mille taverne di vino, cento cinquanta alberghi pei
-forestieri, tremila ruote da mulino, e seimila giumenti che portavano
-la farina nella città; in cui dice ch'eranvi ducentomila abitanti, fra
-i quali quarantamila atti alle armi; che si mangiavano ogni giorno
-in Milano mille e ducento moggia di farina; che entravano ogni anno
-nella città cinquantamila carri di legna, ducentomila carri di fieno
-e seimila carri di vino, e si consumavano di sale in Milano staia
-seimilacinquecento. Questa descrizione facilmente si conosce che non
-merita fede. Seimila giumenti impiegati a portare mille e ducento
-moggia di farina al giorno sono incompatibili, mentre un moggio lo
-porta sulle spalle un villano robusto. Quarantamila uomini atti alle
-armi sono pure una cosa sconnessa. La popolazione di ducentomila
-abitanti, suppongasi metà di uomini e metà di donne; dagli uomini
-si deducano i bambini, i fanciulli ed i vecchi; non rimarranno
-quarantamila uomini atti alle armi. Seimila carri di vino, suppongasi
-portar ciascuno dieci brente, saranno sessantamila brente di vino che
-entravano in città per uso di ducentomila abitanti: ora centoventimila,
-quanti abitano in Milano, consumano più del quadruplo. Anche le staia
-seimila e cinquecento di sale sarebbero proporzionate alla popolazione
-di ventiseimila abitatori, e non mai di dugentomila. Poca e nessuna
-fede merita quella relazione fatta da un uomo che descrive diciotto
-laghi e sessanta fiumi abbondantissimi di pesci nel contorno di
-Milano. Abbenchè consideriamo ragionevolmente come scritti piuttosto
-a caso quei numeri, che per vera cognizione, difficile assai ad
-aversi in que' tempi, egli è però assai probabile che fosse numerosa
-la popolazione d'una città alla quale dovevano, come a residenza e a
-dominante, ricorrere, al tempo di Giovanni arcivescovo, i cittadini
-di diciotto città del contorno. Petrarca la qualificò, siccome
-vedemmo, _populi frequentia gloriantem_; e Pietro Azario, che viveva
-mentre la pestilenza del 1361 devastò Milano, asserisce che in Milano
-perirono per quella sciagura settantacinquemila abitatori; il che può
-verosimilmente farci credere ch'essi fossero più di centocinquantamila.
-Nè è difficile il concepire come una popolazione maggiore dell'attuale
-fosse contenuta entro di una città di un recinto più angusto di quanto
-ora lo sia: poichè sappiamo che tutte le case nobili e vaste sono
-state formate colla incorporazione di più e più case piccole; che
-molti monasteri e conventi e chiese sono piantate oggidì in luoghi
-che servivano allora all'abitazione del popolo; e che finalmente il
-lusso di abitare per pompa uno spazio vasto di luogo, e il conservare
-signorilmente un buon numero di stanze, al solo uso che siano trascorse
-da chi ci viene a visitare, prima che ci ritrovi, non era il lusso
-di quel secolo nè di questa popolata città. Nel principio del secolo
-decimoterzo v'erano in tutto in Milano tredici monasteri, sei di frati
-e sette di suore[85].
-
-Il governo civile di que' tempi era una vera dominazione di un solo,
-con qualche apparenza di repubblica; poichè il consiglio degli
-ottocento, che poi a' tempi di Luchino diventò, non saprei come,
-di novecento, di tempo in tempo si radunò, sino verso la fine del
-secolo decimoquarto. Ma le deliberazioni che si pretendevano, non
-erano altro che giuramenti di fedeltà, acclamazioni al nuovo signore,
-e convalidazioni del sistema monarchico. Questi consiglieri, che
-non erano a vita, ma bensì trascelti per rappresentare la città in
-occasioni passeggiere, non erano altrimenti nominati dal popolo; ma
-originariamente traevano la loro commissione dalla nomina del principe
-o del suo ministro; onde quel consiglio era, siccome anche di sopra
-ho accennato, una mera popolare illusione, che rappresentava una
-apparente libertà. Verso la metà del secolo decimoquarto si creò il
-vicario di provvisione, che presedeva ai dodici. _Vicario_ significava
-lo stesso che _vicegerente_, ossia _luogotenente_; un ministro insomma
-che teneva il luogo e faceva le parti del sovrano. Quel tribunale
-nella sua origine non fu un dicastero civico, ma bensì fu un tribunale
-eletto dal sovrano; al quale era commessa la percezione e direzion
-de' tributi, la cura dell'abbondanza, e la vigilanza sopra i giudici
-della città, per modo che sembra fosse questo allora il solo dicastero
-che si radunava in Milano, e avesse riunite le separate cure che
-oggidì occupano il senato, il magistrato camerale e il tribunale
-di Provvisione medesimo[86]. Ora questo tribunale di Provvisione,
-poichè fu consolidata la signoria dei Visconti, eleggeva ei medesimo
-i novecento consiglieri, ogniqualvolta occorresse di avvalorare con
-questa formalità il volere del sovrano; di che ce ne serve di prova
-l'antico registro della città segnato num.º 1, ove, alla pag. 107, si
-legge:[87] _MCCCLXXXVIII, die XXII Julii. Per dominos vicarium et XII
-Provixionum Comunis Mediolani et sindicos dicti Comunis electi fuerunt
-infrascripti cives Mediolani, qui sunt et esse intelliguntur consilium
-DCCCC Comunis Mediolani._
-
-La politica de' nuovi principi tendeva ad allontanare, siccome
-dissi, il popolo dal mestiero della guerra, la quale sempre più si
-andava facendo, per mezzo di stipendiati forestieri. Così nacquero
-le compagnie di avventurieri, che si vendeano da' loro capi ora ad un
-principe, ora ad un'altro; e così pure alcuni capi di tali sgherri si
-resero formidabili ai sovrani medesimi, e giunsero ad acquistare per
-loro conto degli Stati, come fra gli altri avvenne alla casa Sforza.
-Conseguenza di un tal sistema era l'accrescimento de' tributi per
-aver mezzi onde stipendiare quegli estranei, ai quali si commetteva
-la difesa dello Stato. Oltre il catasto generale de' fondi (che si
-fece, siccome vedemmo, verso la metà del secolo decimoterzo, e sul
-quale s'incominciarono a ripartire i carichi pubblici, che prima si
-distribuivano per capitazione, ovvero sulla stima annua de' frutti
-raccolti) s'instituì la privativa della vendita del sale, di cui la
-più antica memoria che abbiamo ce la riferisce il Corio all'anno 1272.
-In un trattato fra il re Roberto di Napoli e i fuorusciti milanesi del
-partito de' Torriani, promise il re che egli non avrebbe guadagnato
-nella vendita del sale se non venti soldi papali per ogni moggio, e
-ciò per il sale comune; il bianco però e raffinato era libero a lui il
-venderlo come più gli fosse piaciuto. Questo trattato si fece l'anno
-1312. Venti soldi papali del secolo decimoquarto valevano, secondo il
-calcolo del Muratori, ventiquattro paoli[88]. Il moggio è di staia
-settanta; e, ciò posto, la gabella si riduceva a cinque soldi de'
-nostri per ogni staio di sale; così che a un dipresso allora prometteva
-di venderlo al valore che oggidì corrisponderebbe a soldi quaranta per
-ogni staio. Per un trattato di commercio che si fece fra i Milanesi ed
-i Veneziani l'anno 1317, segnalo il giorno 30 d'agosto in Venezia, i
-Veneziani si obbligarono a dare a quegli il sal marino, e i milanesi
-si obbligarono a prenderlo tutto da essi, ed a non spanderlo nè sul
-Comasco nè sul Veneto. A noi rimase però la libertà di venderlo poi
-agli abitatori delle Alpi. Questo pregievole monumento ritrovasi in un
-antico codice MS. presso del signor marchese Giovanni Corrado Olivera,
-signore venerabile per l'integrità e beneficenza, più ancora che per
-i luminosi titoli e la presidenza del senato. Sono già più di quattro
-secoli e mezzo da che prendiamo i sali da Venezia, e li vendiamo agli
-Svizzeri e Grigioni. Al tempo di Luchino, la gabella del sale della
-città di Milano e del contado gli fruttava tremila fiorini d'oro[89];
-presentemente se ne ricava cinquanta volte altrettanto. È vero che
-l'oro allora aveva notabilmente più di valore che ora non ha, dopo
-l'abbondanza che ne hanno prodotte le nuove miniere e il commercio,
-siccome torno a ricordare. Non abbiamo notizie bastanti di quei tempi
-per indicare i positivi prezzi ai quali siasi venduto il sale alle
-gabelle. Sappiamo però dai registri civici esaminati dall'instancabile
-conte Giulini, che verso la fine del secolo decimoquarto si vendeva a
-soldi cinquanta lo staio; prezzo veramente gravoso, poichè il fiorino
-d'oro correva a soldi trentadue[90]. Il carico poi della macina alle
-porte di Milano erasi imposto sino dell'anno 1333, come ce ne fa fede
-una carta dell'archivio dello spedal maggiore, esaminata dal conte
-Giulini[91]. La gabella della _Dovana_ eravi pure già verso la fine del
-medesimo secolo decimoquarto[92]; poichè vi è il decreto che dice:[93]
-_cum etiam per datiarios Dovanae bestiarum grossarum et minutarum dicti
-vestri comitatus fiant diversimodae extorsiones_: così faceva scrivere
-latino il signor di Milano l'anno 1381, dopo il lungo soggiorno fatto
-in questa città da Francesco Petrarca! Si vede che sino da quel tempo
-s'era introdotta l'usanza d'affittare le regalie, o, per dir meglio,
-la pace, la sicurezza e la libertà del popolo ad un impresario:[94]
-_volumus bene quod incantatoribus datiorum dicti nostri Comunis
-serventur eorum data_[95]. Era riserbato al glorioso regno dell'augusta
-Maria Teresa di atterrare quest'obice, che divise i contributori dal
-principe per quattro secoli. Il carico _Datium imbottaturae vini_,
-cioè l'_imbottato_, eravi già anticamente, ma si pagava soltanto sul
-vino raccolto; indi l'anno 1392 vennero assoggettati a questo tributo
-anche i grani[96]. Chi ne cercasse più esatte prove, le troverebbe
-presso il conte Giulini[97]. Il carico poi sulle merci si andava
-proporzionatamente accrescendo; mentre laddove questo era tassato, nel
-principio del secolo decimoterzo, in proporzione del valore, a poco più
-dell'uno per cento, come si vede nella tariffa annessa agli statuti
-compilati nel 1216; nell'anno poi 1333 il carico era asceso a un
-soldo per ogni lira di valore, il che monta al cinque per cento, come
-leggesi nel codice MS, del nominato signor marchese Corrado Olivera,
-presidente onoratissimo del senato. Da un verosimile calcolo preso
-in massa, oggidì questo tributo corrisponde circa al sei per cento
-del valore. Oltre questi carichi, v'era la tassa de' cavalli, imposta
-verosimilmente l'anno 1315, per mantenere le paghe della cavalleria.
-V'erano le condanne pecuniarie de' delitti, emanazione ancora vigente
-delle leggi longobarde. V'erano altre antiche gabelle sulle case, su
-i forni, sopra i mulini, i macelli, i contratti, le misure, i pesi ed
-altre delle quali ho fatto menzione al capitolo ottavo.
-
-La grandezza dell'arcivescovo e del clero milanese scomparve colla
-soggezione da Roma, e coll'erezione del principato. Non vi è memoria
-che, dopo la metà del secolo duodecimo, siansi mai chiamati i nostri
-ordinari,[98] _sanctae mediolanensis ecclesiae cardinales_, come
-facevano per lo passato. Essi però, sino dal secolo decimoterzo,
-portavano la porpora; e questa distinzione, che tuttavia conservano, è
-antica per lo meno cinque secoli. In que' tempi però assai liberamente
-vestivansi gli ecclesiastici, ed eran ben lontani da quella edificante
-uniformità e modestia che ora gli distingue. Manfredo Occhibianchi,
-canonico di Sant'Ambrogio, fece un testamento il giorno 18 marzo,
-l'anno 1203, che si conserva nell'archivio di quella basilica, e
-di cui parla il conte Giulini[99], e lascia[100] _manstrucam unam
-conilii, cohopertam de violato, et alias duas..... scilicet unam
-volpinam, cohopertam de scalfanio, et aliam de flanchitis, cohopertam
-de sagia bruna, et...... capellum meum grisum, cohopertum de sagia
-nigra, et cohopertorium meum, et scradam seu diproidam meam... cappam
-meam blavetam........ cappam meam de mantellato... quinque coclearia
-argenti, et mantellum meum foderatum de zendado..... vestitum violatum
-meum._ Da ciò osserviamo che di tutte le vesti, nulla v'era di nero
-fuori del cappello, voce che di già si era inventata per dinotare
-quelle berrette che allora si ponevano sul capo; ma tutti i vestiti
-di quell'ecclesiastico erano di colore violato, ceruleo o bruno. La
-parola _blavetam_ sembra nata dal teutonico _blau_ ossia _bleu_,
-come noi Lombardi anche oggidì nominiamo quel colore, similmente
-ai Francesi. I cucchiai d'argento si vede che già erano in uso. Nè
-gli ecclesiastici si vestivano tampoco con colori modesti, poichè,
-l'anno 1211, l'arcivescovo Gherardo da Sessa fece un editto in cui
-leggesi:[101] _Universis praeterea clericis interdicimus vestes rubeas,
-vel diversi, coloris gialdas et virides_[102]; la quale proibizione non
-bastò a togliere tale usanza degli ecclesiastici; poichè in un concilio
-provinciale tenutosi un secolo dopo di ciò, nuovamente si dovette
-stabilire che gli ecclesiastici non portassero[103] _vestes virgulatas,
-seu de catabriato dimidiatas, vel listatas, vel frixis, vel maspilis
-argenteis, vel de metallo aliquo_, e non dovessero portare cappucci a
-modo dei secolari,[104] _ad modum laicorum capucia non habentes_[105].
-
-Nella guerra i militi erano tutti coperti di ferro, e, calata la
-visiera, non si potevano conoscere se non dal pennacchio o altra
-insegna. Filippone, conte di Langosco, poichè ebbe in suo potere il
-cimiero di Marco Visconti, si presentò co' suoi alle porte di Vercelli,
-le quali (credendolo Marco i Vercellesi) gli vennero aperte; e con tale
-astuzia se ne impadronì l'anno 1312. Nella più antica compilazione
-de' nostri Statuti, fatta, come ho detto, nel 1216, vi si legge la
-rubrica de' duelli. Si combatteva o in persona, ovvero un campione
-si batteva per altrui commissione. Si celebrava la messa in presenza
-de' due combattenti, si deponevano le armi presso dell'altare, il
-sacerdote le benediceva, indi venivano sigillate e venivano portate al
-luogo della lizza, ove sedeva il giudice. Ivi si presentavano i due
-combattenti coi loro patrocinatori. Interrogavano questi il giudice
-s'egli ivi risedesse affine di giudicare la lite col duello, e il
-giudice rispondeva che appunto ivi a tal fine si era collocato. Il
-patrocinatore del pretendente ad alta voce chiedeva la cosa per cui
-doveva farsi il duello; e ad alta voce il patrocinatore opposto lo
-negava. Indi s'accostavano i due combattenti al giudice; e ciascuno
-di essi con giuramento affermava essere vero e giusto ciò che dal
-suo patrocinatore erasi detto. Il giudice poi faceva che giurassero
-entrambi, che non si presentavano al cimento con alcuna forza d'erbe di
-parole o di maleficio; il che fatto, davansi loro lo scudo e le armi.
-Questa cerimonia a un di presso così facevasi in tutta l'Europa in quel
-secolo. V'erano ancora altri giudizj di Dio; quello del ferro rovente
-da portarsi nella mano nuda non era permesso in Milano:[106] _illud
-autem scire opportet quod ferventis ferri judicium in nostra civitate
-non admittitur, licet in quibusdam locis jurisdictionis dominis
-archiepiscopi secus obtineat_; così nei nostri Statuti di quei tempi.
-Bensì era ammesso il giudizio di Dio coll'acqua fredda, e questo da noi
-non era punto crudele; poichè si prendeva un fanciullo, e con una fune,
-senza pericolo, si tuffava nell'acqua, e immergendosi il fanciullo, che
-tosto s'estraea, il reo era assoluto.
-
-Finalmente vorrei poter dare un'idea della coltura nostra verso
-quell'età, ma le notizie non erano copiose in nessuna parte
-dell'Europa. Avemmo un medico che compose le pandette della medicina,
-dedicate al re di Napoli Roberto. Questi si chiamava Matteo Silvatico,
-milanese, che scrisse l'anno 1317. Quel libro si stampò a Venezia
-l'anno 1498. Un altro milanese ebbe nome presso dei giusperiti, cioè
-Signorollo Omodeo, le opere del quale non sono ignote ai forensi. Ma di
-bella letteratura non ne abbiamo vestigio alcuno. Uno dei più antichi
-poeti italiani fu Pietro da Bescapè, nostro milanese. Egli scrisse i
-suoi versi nell'anno 1264, nel quale pretese di tradurre in poesia la
-storia del Vecchio testamento. L'autore così comincia:
-
- «Como Deo a facto lo mondo,
- E como la terra fo lo homo formo.
- Cum el descendè de cel in terra
- In la Vergine Regal polzella,
- E cum el sostenè passion
- Per nostra grande salvation,
- E cum verà el dì del ira
- La o sarà la grande roina
- Al peccator darà grameza
- Lo justo avrà grande alegreza,
- Ben è raxon ke l'omo intenda
- De que traita sta legenda».
-
-Il fine di questo canto, poema o diceria, qualunque si voglia chiamare,
-è ancora più rozzo del principio, e così termina:
-
- «Petro de Bescapè, ke era un Fanton,
- Si a facto sto sermon,
- Si il compilò e si la scripto.
- Ad onor de Ihu Xpo
- In mille duxento sexanta quattro
- Questo libro si fo facto,
- Et de junio si era lo premier dì
- Quando questo libro se finì,
- Et era in seconda diction
- In un venerdì abbassando lo sol».
-
-L'antico manoscritto trovasi nella scelta libreria del signor conte
-Archinto. Non più felice del Bescapè fu il nostro frate Bonvicino da
-Ripa, i di cui poveri versi si trovano nella Biblioteca Ambrosiana,
-fra i quali vedesi che fino dall'anno 1291 si conoscevano quei versi
-che nei tempi a noi vicini si chiamarono Martelliani. Frate Bonvicino
-con tal metro compose le _Zinquanta cortesie da Tavola_, le quali così
-cominciano:
-
- «Fra Bon Vexin da Riva, che sta in Borgo Legnano,
- D'le cortexie da descho ne dixette primano:
- D'le cortexie cinquanta che s'de osservare a descho
- Fra Bon Vexin da Riva ne parla mo de frescho.»
-
-Costoro scrissero prima che Francesco Petrarca dimorasse in Milano;
-ma certo Galliano scriveva l'anno 1391; e ne conservano l'antico MS. i
-monaci di Sant'Ambrogio. Costui non lesse mai le dolci e sensibili rime
-del Petrarca; nè pose mai il piede nel suo Linterno; così questo rozzo
-scrittore terminò la sua cantilena:
-
- «E se di chi l'ha facta alcun se lagna
- Digli che sta alla Pietra Cagna
- in Milano
- E facta sotto l'anno MCCCLXXXX.uno
- Indictione quarta decima
- Per man d'uno
- Che non decima denari
- Perchè gli sono sì selvaggi e contrari
- Che non se ponno domesticare
- Ne stare con lui
- A dirlo contra vui
- El se giama dalla Terra che fronteggia Cantu».
-
-Queste sono le sole reliquie che siano da quei tempi trapassate alla
-cognizione nostra; e ben a ragione il signor abate Paolo Frisi, che ci
-vantiamo d'aver per concittadino, e che mi onora colla sua amicizia,
-nell'Elogio del Cavalieri, sul proposito della venuta a Milano del
-Petrarca e dello stato delle lettere milanesi in que' tempi, così
-s'esprime: «I tempi dell'antica anarchia, le guerre intestine ed
-estere del principato, la fiera e bellicosa indole dei nostri principi,
-avevano lasciato appena qualche adito tranquillo e libero agli studi
-della pace... que' semi esotici non trovando il terreno bastantemente
-preparato a riceverli, non allignarono molto sotto del nuovo cielo.
-Non vi si videro spuntare per molto tempo che informi compilazioni,
-popolari leggende, storie non ragionate, prose snervate e languide,
-poesie che di poetico non avevano altro che il metro e la desinenza
-delle parole, ec.»
-
-
-
-
-CAPITOLO XIII.
-
- _Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo
- Visconti._
-
-
-Nella successione de' Visconti non si vede seguita una legge costante.
-Matteo I aveva quattro figli: dopo la di lui morte restò unico signore
-Galeazzo I, a cui successe Azzone di lui figlio. Pareva adunque il
-principato ereditarsi dal primogenito. Ma dopo di Azzone, morto senza
-figli, la signoria passò a' due fratelli Luchino e Giovanni, senza che
-i figli di Stefano vi avessero parte; i quali pure avrebbero dovuto
-possedere l'eredità paterna, se lo Stato fosse un bene divisibile. In
-fatti, morto Giovanni, i tre soli discendenti di Matteo riconosciuti
-legittimi, cioè Matteo, Barnabò e Galeazzo, figli di Stefano,
-diventarono padroni e si divisero lo Stato. Non vi erano in que'
-tempi idee chiare di gius pubblico. Il principato era un podere, non
-una dignità instituita per il bene dello Stato. Tutto il bene che un
-sovrano faceva al suo popolo non era considerato allora come il più
-sacro dovere adempiuto, ma bensì come un'accidentale beneficenza d'un
-animo generoso. Terminata che fu la vita di Giovanni, la divisione
-si fece di comune accordo fra i tre fratelli. A Matteo toccarono
-le città che s'inoltrano nell'Italia, a Barnabò la provincia che
-s'accosta a Venezia, ed a Galeazzo toccarono le terre che ora sono
-appartenenti al Piemonte. Milano e Genova rimasero indivise sotto
-la comune dominazione. Matteo così ebbe in sua separata porzione
-Bobbio, Lodi, Piacenza, Parma e Bologna. Barnabò ebbe Cremona,
-Crema, Bergamo e Brescia. Toccarono a Galeazzo Pavia, Alessandria,
-Tortona, Novara, Vigevano, Asti, Vercelli; e Como, che rimaneva come
-isolata, fa pure assegnata a Galeazzo. Con tal modo altro non mancava
-se non la dissensione o diffidenza per distruggere una signoria
-ragguardevolissima. Ma nelle cose umane comunemente accade che nè si
-ottenga tutto il bene che ragionevolmente si poteva sperare, nè si
-soffrano tutt'i mali che con ragione si dovevano prevedere; e talvolta
-le più scomposte ed assurde organizzazioni di sistemi, le quali pareva
-che dovessero rovinare uno Stato, si sono ridotte ad effetto, senza
-che per ciò siane accaduto il danno che compariva inevitabile: poichè
-nell'esecuzione, gl'interessi degli uomini che vi si adoperano, essendo
-quelli d'evitare la rovina, rimediano e correggono l'imperfezione
-del sistema. Così lo Stato si conservò, crebbe anzi, come vedremo, e
-potè lusingarsi il successore de' tre fratelli d'essere dichiarato re
-d'Italia; e forse lo sarebbe stato, se la morte non troncava il filo
-della di lui ambizione.
-
-Lodovico il Bavaro, ossia Lodovico V, quel contrastato imperatore,
-avea terminato i suoi giorni, ed era stato eletto legittimamente
-imperatore Carlo IV, marchese di Moravia, figlio di Giovanni re di
-Boemia, e di Elisabetta, che era figlia di Enrico di Lucemburgo. Carlo
-IV era riconosciuto e dai principi della Germania e dal papa e da tutta
-l'Europa, come vero re de' Romani. La di lui elezione era accaduta
-l'anno 1347, e in quel punto le dispute già da trentanni incominciate
-fra il sacerdozio e l'Impero erano terminate. Carlo IV se ne venne
-in Italia per ricevere le due corone del regno italico e dell'impero
-romano. I principi d'Italia, che temevano la potenza de' Visconti, non
-mancarono di profittare dell'occasione, e d'animare quell'augusto ad
-abbatterla, promettendogli ogni aiuto e vantaggio. Ma sia che a Carlo
-premesse maggiormente l'acquisto del denaro per sè medesimo, anzi che
-la difesa di quella autorità che per caso era annessa alla persona
-di lui; sia che l'esempio de' suoi antecessori l'avesse istrutto a
-non adoperare la forza delle armi ausiliarie, per non correre ei pure
-il pericolo di vedersi abbandonato da' suoi, prima di avere ridotti
-i progetti a fine; sia che le forze dei Visconti fossero tali da non
-lasciargli sperare un buon esito; sia finalmente che il genio mite e
-rivolto alle lettere di quel re lo distogliesse da simile briga, certo
-è ch'egli allora si mostrò anzi amico dei Visconti. I fratelli Visconti
-mandarongli incontro i loro ambasciatori a Mantova, invitandolo a
-passare a Milano e ricevervi la corona; e il re accettò l'invito.
-Appena Carlo IV si trovò sulle terre dei Visconti, non dovette aver
-più pensiero alcuno; poichè ogni cosa eravi magnificamente preparata
-per alloggio, ristoro e trasporto di quell'augusto e di tutta la corte
-che veniva seco. I Visconti non risparmiarono nè spesa, nè attenzione.
-A Lodi se gli presentò Galeazzo, e, resogli omaggio, lo accompagnò
-con cinquecento militi alla vòlta di Milano. A Chiaravalle gli andò
-incontro Barnabò con altri militi, e fece dono al re di trenta superbi
-cavalli, coperti di velluto, di scarlatto e di drappi di seta, tutti in
-ricco e magnifico arnese. (1355) Entrò in Milano quel Cesare il giorno
-4 di gennaio dell'anno 1355; e venne da tutto il popolo festosamente
-accolto con rumore di nacchere, cornamuse, tamburi e trombe, siccome
-allora era il costume. Venne splendidamente alloggiato nel palazzo ora
-della regia ducal corte, dove avevano presa dimora i suoi antecessori
-Enrico VII, che noi diciamo VI, suo avo materno, e il combattuto
-Lodovico V. Non vi è dimostrazione di rispetto e di benevolenza che
-i Visconti abbiano dimenticata. Protestarono di riconoscere la loro
-signoria dall'Impero: e l'imperatore, al quale regalarono duecentomila
-fiorini d'oro, dichiarò i tre fratelli vicari imperiali ne' loro Stati.
-Si fecero giostre, feste e corti bandite per onorare l'augusto ospite,
-fra le pompe che i Visconti immaginarono in quella occasione, una
-singolarmente fu significante; e fu quella di passare schierati sotto
-le finestre di corte, ove alloggiava l'imperatore, seimila uomini a
-cavallo, signorilmente equipaggiati, e diecimila fanti; e i Visconti
-dissero a quel monarca che quelle forze e le altre molte che tenevano
-nelle altre città del loro Stato, erano tutte pronte per servigio suo.
-Per que' tempi erano queste forze di molta considerazione. La cerimonia
-della incoronazione si celebrò in Sant'Ambrogio dall'arcivescovo
-Roberto Visconti, il giorno 6 di gennaio: e in quell'occasione il
-re Carlo creò milite il figlio di Galeazzo, cioè Giovanni Galeazzo,
-bambino di due anni. Questo bambino fu poi il primo duca, e diventò un
-potentissimo principe, come vedremo. Alcuni giorni dopo partì il re
-Carlo, e s'incamminò alla vôlta di Roma. Pretende Matteo Villani che
-questo re non fosse stato nelle mani dei Visconti senza inquietudine.
-Sarebbe questa una prova della pusillanimità di quel principe, giacchè
-non potevano sperare alcun vantaggio i Visconti nè da un affronto, nè
-da un tradimento che gli facessero, allorchè era abbandonato nelle loro
-mani.
-
-Prima che terminasse l'anno, il triumvirato fu tolto, e colla
-improvvisa morte di Matteo II lo Stato si divise in due sole parti
-fra Barnabò e Galeazzo II. Matteo II aveva molto vigor fisico e
-poca forza di mente. Dopo ch'egli ebbe in sua porzione Bologna,
-la perdette, per aver cercato di scemare lo stipendio a quei che
-potevano soli conservargliela. Matteo operava in modo da perdere
-la signoria, e trascinar seco in rovina anco i fratelli; poichè,
-diventato padrone, cercava di possedere per autorità e senza mistero
-quello che tutt'al più si carpisce industriosamente fra le tenebre.
-Egli giunse a minacciar la morte ad un cittadino ammogliato con una
-bellissima donna, perchè contrastava di cedergli i suoi diritti. Questi
-presentossi a Barnabò chiedendo giustizia, e dichiarandosi con molto
-impeto di esser pronto a morire, anzi che acconsentire a tanta infamia.
-Barnabò lo accolse con freddezza ed indifferenza; poichè, trattandosi
-del suo maggior fratello, a lui, disse, non toccava il correggerlo:
-poi concertato l'affare con Galeazzo II, vedendo che Matteo era
-incorreggibile nella scostumatezza, che già serpeggiavano nel popolo
-delle sorde e tronche voci, e che correvasi rischio, temporeggiando e
-lasciando moltiplicare gl'insulti, di vedere lo Stato in rivoluzione,
-per evitare il fatto de' Tarquini, divennero fratricidi come Romolo;
-almeno così ci racconta Matteo Villani[107]. Si dice altresì che a
-questo timore un altro vi si accoppiasse per unire o indurre a tale
-estrema risoluzione i due cadetti Barnabò e Galeazzo, e fu che,
-trovandosi i tre fratelli insieme cavalcando, nell'osservare il fecondo
-e ridente paese del quale erano signori, uno de' cadetti dicesse che
-era pure la bella cosa l'esservi sovrani; e che incautamente allora
-al primogenito fuggisse di bocca, che bella cosa era l'esser solo; la
-quale risposta (non essendovi stato prima d'allora altro esempio di
-signoria promiscua veramente, meno poi di signoria divisa) doveva dar
-molto da temere ai due principi minori. Qualunque ne fosse la cagione,
-Matteo II morì il giorno 26 di settembre dell'anno 1355; e Barnabò e
-Galeazzo si divisero la di lui porzione. Anche Milano venne divisa:
-Barnabò ebbe la parte d'oriente e mezzodì; l'aquilone e l'occidente
-della città l'ebbe Galeazzo. V'ha chi pretende altresì che nessun
-altro motivo vi fosse stato per escludere dalla successione Luchino
-Novello, e farlo comparire illegittimo, fuori che le minacce e le
-brighe di Barnabò e Galeazzo, colle quali intimorissero la Fieschi,
-già colpevole della licenziosa peregrinazione non solo, quant'anche del
-veneficio, e la inducessero a dichiarare il figlio macchiato nella sua
-origine, e a contentarsi d'uscire illesa dalle loro mani; onde l'essere
-vivo il legittimo successore sempre più rendesse sospettosi e Barnabò
-e Galeazzo II. Fors'anco la divisione dello Stato mostra ch'essi
-piuttosto si divisero una preda. Non sono divisibili le sovranità
-passate per legittima successione.
-
-Carlo IV, dopo di essere stato incoronato anche in Roma, se ne ritornò
-al suo paese; ma non per questo cessarono gli emuli principi d'Italia
-di eccitare per ogni modo l'animo di quell'augusto a deprimere i
-Visconti. (1356) I maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del marchese
-di Monferrato indussero Marquardo, vescovo d'Ausburgo, il quale
-stavasene in Pisa col carattere di vicario imperiale, a citare i
-fratelli Visconti per il giorno 11 di ottobre 1356 a comparire dinanzi
-al suo tribunale e discolparsi d'aver conferite con arrogata facoltà le
-dignità ecclesiastiche, di aver tessute all'imperatore delle insidie
-a Pisa, e di aver fatte chiudere le porte delle città, impedendovi
-l'ingresso al medesimo imperatore nel suo ritorno da Roma[108]. I due
-fratelli Visconti non pensarono nemmeno a questo viaggio. Il vescovo
-Marquardo radunò le forze degli emuli: e si pose alla testa di un
-corpo d'armati rispettabile, incamminandosi verso Milano. S'impadronì
-di varie città; poichè i Visconti o non avevano preveduta una tale
-invasione, ovvero avevano negligentate le difese. La stessa campagna di
-Milano venne esposta alle prede ed ai guasti de' nemici. Si postarono
-gl'imperiali ne' contorni di Casorate; e i due fratelli finalmente,
-radunate le loro forze, ne confidarono il comando al vecchio Lodrisio
-Visconti; a quel Lodrisio che, diciasette anni prima, colle armi
-alla mano, venne preso a Parabiago, allorchè cercava di togliere la
-sovranità ad Azzone. Il valore di Lodrisio e la sua perizia produssero
-la vittoria del giorno 14 di novembre l'anno 1356. I nemici vennero
-disfatti a Casorate; il vescovo Marquardo d'Ausburgo, loro comandante,
-rimase prigioniero, fu condotto decorosamente a Milano, e dai Visconti
-fu poi licenziato, onde ritornossene nella Germania. Lodrisio Visconti
-ricompensò per tal modo la vita che gli lasciò Azzone, e la libertà
-che gli diede Giovanni, principi illuminati, i quali conobbero che un
-generoso perdono ci affeziona più di qualunque altro beneficio un'anima
-nobilmente energica. I Visconti, signori quasi tutti assai valorosi,
-affrontarono intrepidamente i pericoli prima che reggessero lo Stato;
-seduti poi che erano sul trono, ben rare volte si esponevano; ma
-affidavano anzi ai loro figli o cugini ed altri estranei il comando.
-La sconfitta di Casorate però non tolse la speranza ai collegati,
-dai quali non si risparmiavano maneggi. Il papa non vedeva punto
-con indifferenza il gran potere de' Visconti, e soprattutto da che
-Bologna era un oggetto delle loro pretensioni; il che ottenendo essi,
-era aperta loro la strada a nuovi acquisti sulla Romagna. Ai Genovesi
-non era men gravosa questa estera dominazione sulla loro città, in
-prima libera, e già illustre per imprese marittime e per ricchezza. Il
-papa, i Genovesi, gli Estensi, il marchese di Monferrato e i Gonzaghi
-facevano causa comune. Già Bologna, siccome accennai, si era staccata.
-Genova fece lo stesso; e il giorno 17 di novembre 1356 si dichiarò
-libera, e creossi un doge, che fu Simone Boccanegra. (1358) Dopo ciò,
-seguirono varii piccoli fatti d'armi sul Milanese; ma le cose de'
-fratelli Visconti non prendevano buona piega; onde furono costretti,
-cedendo Asti e Pavia al marchese di Monferrato, di cercare la pace, la
-quale fu stabilita il giorno 8 di giugno dell'anno 1358.
-
-Non era piccol discapito per Barnabò e Galeazzo l'avere, ne'
-primi quattro anni del loro regno, perduto Bologna, Genova, Asti
-e Pavia. Questa ultima città singolarmente doveva premere a' due
-fratelli; poichè a venti miglia di Milano non potevano vedere, senza
-inquietudine, domiciliata una guarnigione di nemici. Ma nemmeno
-conveniva mancare apertamente alla fede d'una pace appena giurata,
-senza una superiorità di forze che ne imponesse alla opinione dei
-popoli. Le fazioni interne di Pavia fecero quasi spontaneamente nascere
-l'occasione, e Galeazzo Visconti la seppe cogliere. Il fatto ce lo
-riferisce l'Azario. Il marchese di Monferrato, nuovo signore di Pavia,
-non aveva forza d'armi bastante per esercitarvi una piena sovranità.
-La famiglia de' signori Beccaria era assai potente, e disponeva
-delle cose della città più che non ne potesse fare il marchese, nuovo
-sovrano. Egli cercò pure come abbassare i Beccaria, e toglier loro quel
-favore popolare che li faceva prevalere, e gli venne in pensiere che
-nessun altro avrebbe meglio potuto ottenergli quest'intento, fuori che
-frate Giacomo del Bussolari, agostiniano, predicatore rinomatissimo
-in Pavia, dietro del quale, come a santo uomo, correva ciecamente
-il popol tutto. Quai mezzi adoperasse il marchese per guadagnarsi
-questo frate Giacomo de' Bussolari non lo sappiamo: sappiamo bensì
-ch'egli lo guadagnò, e sì fattamente, che il frate fece passare il
-popolo pavese, dell'amore passionato che aveva, alla detestazione ed
-all'odio contro dei Beccaria, per modo che furono costretti a partire
-esuli dalla patria. Cominciò il frate, nelle sue prediche, a indicarli
-al popolo, senza però palesemente nominarli:[109] _O frumentarii, o
-viri sanguinum populi, non expectatis diem judicii?_ Andava costui
-esclamando, e persuadeva che la carezza del pane fosse cagionata dalla
-insaziabile avarizia de' fratelli Beccaria:[110] _Ipse praedicando
-fertur propalasse occulta illorum de Beccaria, quae sibi narrata
-fuerant nomine poenitentiae, et praecipue de domino Castellino talia
-dixit, quod universum populum pellexit et animavit ad destructionem
-universorum de Beccaria, et eorum prolis, et progeniei, et amicorum
-suorum, et ad ruinam, et populationem eorumdem. Et tunc, sine ulla
-defensione praecedente, universas illorum ac sequacium domos, aedes et
-palatia dirui fecit, et asportari lapides, et vendi, praedicans quod
-quisque Papiensis ipsos lapides teneret sub pulvinari, et capite lecti,
-ad perpetuam memoriam male gestorum per ipsos de Beccaria_[111]. Gli
-esuli Beccaria si rifugiarono a Milano presso Galeazzo, implorando
-soccorso. È assai probabile che da Galeazzo medesimo fossero stati
-animati i Beccaria, per attraversare le voglie del loro nuovo sovrano
-marchese di Monferrato. Galeazzo II spedì Luchino dal Verme, valoroso
-comandante, alla testa d'un conveniente numero di armati, con apparenza
-di proteggere gli oppressi e di porre l'ordine in una città vicina
-tumultuante, sotto un sovrano che non aveva forze bastanti per darle
-la pace. Fu così bloccata quella città, in cui frate Giacomo comandava
-dispoticamente, creando e cassando a suo arbitrio i magistrati. A tal
-proposito io riferirò le stesse parole d'Azario:[112] _Nam a carrocio,
-quo saepius vehebatur (et beatus ille qui poterat tangere id carrocium,
-pro vehendo palliis cohopertum!) caepit praedicare, et increpare quod
-homines, et mulieres debebant a laqueis mundanis declinare, nempe a
-vestibus luxuriosis et sumtuosis, ab argenteis, et gemmis praetiosis,
-et ornamentis...... et in exequutorem eligi fecit officialem, quem vidi
-incidendo maniconos guarnazonorum phrigio opere contextos, vel auro,
-et argento ornatos, et incidendo balthea si quid praetiosi inveniebat
-circa ea_. Nè tale pure era il limite del potere di questo frate
-Giacomo de' Bussolari. Egli giunse al segno che[113] _fecit publicam
-justitiam per capitis obtruncationem.... Venditis ergo praedictis
-auro, et argento, gemmis, adamantibus, et lapillis praetiosis usque in
-Venetiis_, radunò una somma destinata a provvedere i viveri alla città.
-Ma non era facile l'introdurveli, e Luchino dal Verme vegliava intorno
-da ogni parte. Si cominciò a provare in Pavia la fame, e il frate
-scorreva per la città nel suo calessetto, gridando al popolo:[114] _ne
-dubitaret de victualibus, quum sciret ipse, ita enim affirmabat, per
-orationes.... se impetraturum ut manna similis datas Moysi in deserto
-defluxura esset ad sufficientiam_. I Pavesi alla fine, ridotti alla
-estremità, si diedero a Galeazzo II, al quale avevano già ubbidito; e
-frate Giacomo de' Bussolari ebbe la cura di capitolare, e provvide a
-tutto per la città, e nessuna condizione ricercò per sè medesimo:[115]
-_curaverat de aliis, non autem de se ipso, prout semper allegabat
-praedicando_[116]. Il generale del suo Ordine pregò poscia Galeazzo II,
-dal quale ottenne il frate, che terminò i suoi giorni in carcere. Così
-Pavia ritornò in potere dei Visconti.
-
-Non così facile riuscì ai Visconti il riavere Bologna; chè anzi,
-malgrado l'ostinazione e gli sforzi di Barnabò, questi non potè, sin
-che visse, averla in suo dominio. Una signoria divisa non è nel momento
-opportuno d'ingrandirsi. Fra Barnabò e Galeazzo II non trovavasi
-molta armonia; i vizi loro, la maniera di governare atrocemente, non
-disponevano i popoli a bramare il loro impero. I principi italiani,
-tanto più attivi e costanti, quanto più speravano di riuscire
-contro di uno Stato diviso, non risparmiarono arte e forza in ogni
-occasione; per modo che non v'è da maravigliarsi come sotto i due
-fratelli non s'ampliasse lo Stato, ma bensì come ei non cadesse in
-un totale discioglimento. (1360) Bologna era passata nelle mani del
-papa, e Barnabò vi spinse le sue armi l'anno 1360, ma senza frutto;
-poichè Innocenzo VI fece venire nell'Italia Lodovico re d'Ungheria,
-con buon numero di armati, in soccorso di Bologna, e Barnabò dovette
-ritirarsi. Quel sommo pontefice scomunicò Barnabò Visconti; e Urbano
-V, che fugli successore, confermò la scomunica con sua bolla[117].
-I delitti che s'imputavano in quella bolla a Barnabò Visconti sono:
-ch'egli proteggesse gli eretici; ch'egli un giorno, avendo fatto
-chiamare avanti di sè l'arcivescovo, torvamente gli avesse comandato
-di porsi in ginocchio, il che fattosi dal timido prelato, Barnabò
-gli dicesse:[118] _Nescis, poltrone, quod ego sum papa et imperator
-ac dominus in omnibus terris meis_; ch'egli sugli ecclesiastici
-esercitasse giurisdizione, obbligandoli a pagare i carichi, facendoli
-imprigionare, e condannandoli al supplizio, come gli altri cittadini,
-e che si arrogasse la collazione de' beneficii e l'amministrazione de'
-beni ecclesiastici. Questa era la settima volta in cui il papa prendeva
-a scomunicare ed interdire i signori o la città di Milano. Già vedemmo
-al capitolo quinto gli anatemi pronunziati, nel secolo undecimo, da
-Alessandro II, all'occasione di sottomettere la chiesa milanese alla
-giurisdizione di Roma. Vedemmo pure, al capitolo nono, l'interdetto
-pubblicato sopra Milano da Innocenzo III, l'anno 1216, per fargli
-abbandonare il partito di Ottone IV; e l'altro interdetto di Urbano IV,
-di cui ho fatta memoria al capitolo decimo, per abbassare i signori
-della Torre, nel 1262; poi le scomuniche pronunziate contro Matteo I
-Visconti, nell'anno 1321, allorchè la potenza di lui cominciava a dar
-gelosia a Giovanni XXII, di che trattossi al capitolo undecimo. Vedemmo
-pure come lo stesso sommo pontefice, non contento della scomunica
-e dell'interdetto sulla città, facesse pubblicare contro Galeazzo
-I una Crociata, e invadere il di lui Stato. Vedemmo nel capitolo
-precedente come il papa Clemente VI ponesse all'interdetto la città,
-e scomunicasse Giovanni Visconti, arcivescovo, e i tre suoi nipoti
-Matteo, Barnabò e Galeazzo II, perchè aveva l'arcivescovo comprato dal
-Pepoli il dominio di Bologna. Ora la scomunica cadde sopra Barnabò,
-il quale era stato già due altre volte anatematizzato di riverbero,
-come discendente da Matteo e nipote di Giovanni. Il papa, per mezzo
-d'un cardinal legato, faceva delle proposizioni di accomodamento
-a Barnabò. Bologna era stata comperata da Giovanni arcivescovo per
-ducentomila fiorini d'oro. Questo era il solo titolo che poteva Barnabò
-legittimamente allegare per sostenerne il dominio; e il legato gli
-offeriva di sborsargli la metà di quella somma, cioè centomila fiorini
-d'oro, purchè egli abbandonasse le sue pretensioni sopra Bologna. Ma
-Barnabò non faceva altra risposta se non questa: _Voglio Bologna_.
-Nuove offerte faceva il legato, e Barnabò rispondeva sempre: _Voglio
-Bologna_. Per deludere tutte le arti d'un uomo colto, ingegnoso ed
-accorto, basta ch'egli abbia a trattare con un uomo ostinato, ignorante
-e feroce. Tali erano i dialoghi tra Barnabò ed il legato. Gli Annali
-Milanesi e' insegnano che[119] _ipse dominus diebus suis scientificos
-laicos, clericos, et praelatos, ac quoslibet virtuosos viros odio
-habuit; et idiotas, crudeles, abjectos viros, infames et homicidas
-semper sublimavit_[120]. Un principe di tal carattere poteva far
-tremare gli uomini di merito che avevano la sventura di trovarsi con
-lui, ma non poteva riuscire felicemente ne' suoi progetti. Le sue armi
-ritornarono verso del Bolognese l'anno 1361, e più d'una volta vennero
-malamente battute, senza ch'ei punto acquistasse.
-
-Due fatti accaduti in quel tempo dimostrano qual principe fosse
-Barnabò, e qual rispetto egli avesse pel gius delle genti. Innocenzo
-VI gli spedì come nunzii due abati benedettini. Essi erano incaricati
-di trattar seco lui, per terminare la controversia di Bologna, ed
-avevano le bolle pontificie da presentargli. Ciò accadde nell'anno
-1361. Barnabò stavasene nel castello di Marignano, rintanato colà
-per allontanarsi dalla ferocissima pestilenza che devastava Milano,
-abbandonata dai due fratelli al caso, e senza adoperare alcuna di
-quelle precauzioni colle quali Luchino loro zio, nell'anno 1348, cioè
-tredici anni prima, aveva saputo preservarla, abbenchè allora quella
-sciagura avesse desolata gran parte dell'Italia. Ivi attese i due
-nunzi, e concertò la cosa per modo che il primo incontro con essi loro
-seguisse al ponte sotto cui scorre il fiume Lambro. Barnabò, scortato
-da una buona caterva d'armati su di quel ponte, ricevè i due nunzi, i
-quali se gl'inchinarono, e presentarongli le bolle consegnate loro dal
-papa. Barnabò seriamente si pose a leggerle, indi biecamente mirando i
-due ministri: «Scegliete, disse, una delle due, o mangiare o bere». I
-due nunzi, posti in mezzo agli armati, senza scampo, mirando il fiume
-che scorreva al disotto, costretti dopo replicate e impazienti istanze
-alla scelta, mostrarono che non piaceva loro di bere: «Ebbene, mangiate
-dunque», disse il feroce Barnabò; e furono costretti i due venerabili
-prelati a mangiare la pergamena tutta quanta, il cordoncino di seta
-e la bolla di piombo[121]. Con tale insulto atroce ardi Barnabò di
-violare non solamente la riverenza che si deve al sommo sacerdote,
-ma i doveri che reciprocamente uniscono i principi e le nazioni fra
-di loro; e persino le sacre leggi d'ospitalità, che impongono, anche
-agli stessi popoli agresti e selvaggi, di non abusare della condizione
-d'uno straniero ricoverato in casa nostra. (1363) Uno di questi due
-abati era Guglielmo da Grimoaldo di San Vittore di Marsiglia, il quale,
-pochi mesi dopo di quest'obbrobrio, venne creato sommo pontefice, e
-chiamossi Urbano V. È facile l'immaginarsi quai sentimenti dovesse poi
-avere Urbano V verso di Barnabò, da cui era stato insultato con tanta
-soperchieria. Egli, in fatti, con un breve dato di Avignone il giorno
-3 di marzo dell'anno 1363, scomunicò solennemente Barnabò; lo dichiarò
-eretico, decaduto dall'ordine di cavaliere, spogliato d'ogni onore,
-diritto e privilegio; e comandò che alcuno non osasse più di trattare
-con lui[122]. Nel breve della scomunica vi eran queste parole:[123]
-_Propterea destruet te Deus in finem, evellet te et emigrabit te de
-tabernaculo tuo, et radicem tuam de terra viventium_[124]. Inoltre,
-agli 11 di luglio dello stesso anno 1363, dal cardinale Egidio
-Alburnoz fece pubblicare la Crociata contro Barnabò, come già era
-stata pubblicata contro suo zio Galeazzo quarant'anni prima; e tale
-e tanto era in ciò l'impegno del papa, che (quantunque egli venisse
-istantemente sollecitato e da Pietro re di Cipro, e dal re di Francia
-medesimo, ad intimare una Crociata contro de' Saraceni, che sempre
-più si rendevano formidabili ai Cristiani del Levante), egli ricusò di
-farlo per allora; anzi si protestò ch'ei non avrebbe mai dato mano a
-Crociata alcuna, sin tanto che non avesse ottenuto esito felice quella
-giù intimata contro di Barnabò. (1364) Allora però questa Crociata
-non ebbe effetto; poichè la combinazione degli interessi dei principi
-gl'indusse ad accordar la pace l'anno 1364, in cui Barnabò cedette
-Bologna al papa, che s'obbligò a pagargliela cinquecentomila fiorini
-d'oro[125]. La perdita di Bologna e del Modanese fatta da' Visconti
-non fu una riparazione bastante al pontefice; poichè con nuova bolla
-dell'anno 1368, in data 30 maggio, lo stesso papa pubblicò una seconda
-Crociata contro di Barnabò[126], e fece che lo attaccassero con
-formidabile esercito l'imperatore, la regina di Napoli, il marchese
-di Monferrato, gli Estensi, i Gonzaghi, i Malatesti, i Carraresi, i
-Perugini e i Sanesi collegati insieme coi pontificii. Questo esercito
-collegato avrebbe svelta dalle radici la sovranità de' Visconti, se
-non avesse portato seco quel principio di lentore e debolezza, che
-sono inseparabili dalle armate combinate, ciascuna porzione delle
-quali, perchè dipendente da un distinto sovrano, si crede la prima
-di ogni altra, o almeno l'eguale, e si disperde nelle rivalità, che
-più la tengono occupata di quello non faccia la causa comune. Così
-potè Barnabò difendersi, e senza nuove perdite ottenere la pace,
-segnata il giorno 11 febbraio 1369. Nè la morte di Urbano V, che
-aveva sofferto l'insulto personale, diede costante fine all'odio
-pontificio: parve anzi che nel successore Gregorio XI venisse trasfuso
-come un'eredità; poichè Gregorio, l'anno 1372, combinò una nuova
-lega fra i principi d'Italia, e vedendo che le armi non andavano
-prosperamente, scomunicò di bel nuovo Barnabò, e liberò i sudditi
-dal giuramento di fedeltà[127]; poi animò l'imperatore Carlo IV;
-il quale, con suo diploma dato in Praga il giorno 3 di agosto dello
-stesso anno 1372, privò i due fratelli Visconti Barnabò e Galeazzo del
-vicariato imperiale e d'ogni dignità, e Barnabò venne persino degradato
-dell'ordine equestre[128]. Alle forze degli alleati, per opera del
-cardinale di Bourge, legato pontificio, si unirono quelle del duca di
-Savoia; e sebbene nemmeno questa volta l'armata combinata giugnesse
-a fare conquista sulle terre di Barnabò, ella però potè devastarle,
-e porre a saccheggio e in rovina una parte del suo Stato. Così la
-rozza e feroce violazione del gius delle genti produsse a Barnabò
-delle inquietudini mortali durante il suo regno; e questo è il primo
-de' due fatti. L'altro fatto si vede originato dall'animo istesso di
-quel sovrano truce ed ignorante. Sino dall'anno 1362 s'era formata
-l'alleanza fra il papa, i Carraresi signori di Padova, gli Scaligeri
-signori di Verona, gli Estensi signori di Ferrara, e un Gonzaga signore
-di Reggio. Questi principi collegati, prima di commettere ostilità,
-spedirono i loro ministri a Barnabò, facendogli dire che essi avevano
-fatto lega col papa, ma unicamente in difesa dello Stato della Chiesa,
-non mai per invadere gli Stati altrui: onde, qualora il signor Barnabò
-avesse restituito i luoghi da lui occupati nel Bolognese e nella
-Romagna, essi non avrebbero mosse le armi contro di lui. Tale era la
-commissione di que' legati. A questo colto e nobile ufficio Barnabò
-corrispose nella più villana maniera. Ordinò che i legati venissero a
-corte; ivi non si degnò di lasciarsi vedere, ma volle che esponessero
-la loro ambasciata avanti di un notaro; e poichè ebbero ciò eseguito,
-egli spedì una squadra d'armati e fece attorniare i legati de'
-principi; indi furono essi dalla forza obbligati a indossarsi alcune
-vesti bianche preparate apposta per esporli alla derisione della plebe.
-Vennero poscia costretti, in tal ridicolo arnese, di porsi a cavallo;
-e per due buone ore volle che in tal meschina e pazza forma rimanessero
-avanti la porta del palazzo di corte: indi li fece girare per la città,
-esposti al vilipendio ed alle fischiate della ciurmalia; e con tale
-infamia vennero scortati poi sino ai confini. Non è dunque da stupirsi
-che i principi italiani sempre gli fossero poi contrarii, e pronti a
-secondare contro di lui tutte le proposizioni del papa. Barnabò pensava
-come l'imperator Federico I, e sarebbe stato nato a proposito, se fosse
-stato suo contemporaneo e suo nemico. In mezzo alle guerre fra le quali
-visse, una volta sola Barnabò comparve in campo, e fu l'anno 1363, nel
-quale si portò sul Modanese alla testa de' suoi. Egli era intrepido,
-e fu ferito; ma questo non basta per essere un buon capitano: venne
-sempre battuto. Barnabò era violento, coraggioso e feroce; ma di poco
-ingegno. Per richiamare intorno di sè i militi sparsi nello Stato, e
-riparare le perdite che faceva, ei mandò loro ordine che immediatamente
-si portassero da lui nel Modanese sotto pena della vita. Da questo
-modo barbaro di comandare minacciando la morte, si deve concludere,
-o che Barnabò non aveva avuto il talento di scegliere i suoi militi
-e di formarli, poichè conveniva minacciar loro la morte per indurgli
-ad accostarsi al nemico, ovvero che Barnabò non aveva il talento di
-comandare la gente d'onore e sensibile alla gloria, la quale si aliena
-anzi trattata colle minacce e con viltà. Sempre in quella spedizione
-Barnabò fu battuto.
-
-Se riguardiamo adunque Barnabò Visconti come principe e signore
-potente, dobbiamo confessare che egli non meritò stima alcuna, poichè
-la porzione sulla quale ei regnò venne diminuita colla perdita di
-Bologna, delle terre del Bolognese, della Romagna e del Modanese,
-ch'egli aveva ereditate dall'arcivescovo Giovanni. Egli con puerili
-e feroci insulti animò i suoi nemici, e non ebbe forze abbastanza
-per difenderlo. Osserviamolo come legislatore del suo popolo e
-conservatore della felicità pubblica. Egli lasciò che la pestilenza
-desolasse Milano nel 1361, quella pestilenza alla quale ho attribuita
-la partenza del Petrarca, se pure anche l'indole del governo non
-isforzò del pari quell'uomo illuminato a tal partito. Quella sciagura
-distrusse più di settantamila abitatori di Milano, e fece nelle terre
-ancora strage molto maggiore. Dopo sì gran flagello, mentre Barnabò
-stava alla guerra nel Modanese, alcune compagnie d'uomini facinorosi
-devastavano la città, tormentata dalle violenze, e dalle rapine e da
-ogni genere di dissolutezza. Ritornato Barnabò per rimediare a simil
-disordine, pubblicò un editto in cui proibì che alcuno in Milano
-non potesse andar di notte per le strade, sotto pena del taglio d'un
-piede. Tanto ci attesta l'Azario, che allora viveva[129]. Un ammalato
-di notte non poteva più avere soccorso in virtù di tal legge feroce.
-Barnabò lasciò soffrire ai suoi popoli la carestia negli anni 1364 e
-1365, senza trovare modo di soccorrere i suoi sudditi. Questa carestia
-nacque da un fenomeno fisico che riferirò poi.[130] _Attendentes
-temporum sterilitates, et guerrarum discrimina_, dicesi in un decreto
-di Barnabò dell'anno 1369, nel quale introdusse il costume di _mettere
-alle gride_ i fondi per assicurare al compratore la proprietà[131].
-L'anno 1372, con altro editto comandò Barnabò che nessuno ecclesiastico
-potesse allontanarsi dal luogo di suo domicilio, senza suo permesso.
-L'ordine poteva essere necessario, attese le scomuniche e l'assoluzione
-del giuramento di fedeltà dette di sopra; ma la pena d'essere subito
-gittati nel fuoco gli ecclesiastici contravventori, è orrenda. Il
-Corio ci assicura che Barnabò, dopo la pestilenza e la carestia e
-le perdite dello Stato, «se volse contra de li miseri sudditi che
-per quatro anni adietro havevano pigliato porci salvatici, et altre
-selvaticine, onde a molti di loro faceva doppuo grande tormento cavare
-gli occhi et inde suspendere per la gola, de li quali si riferisce
-essere ascesi al numero de cento. Assai magiore summa, de le crudele e
-tyranice mano fugendo, li faceva proscrivere, d'inde gli pigliava ogni
-suo facultate, et a molti altri habitanti ne le ville, non havendo il
-modo di satisfare al fisco per le condemnatione, le case sue faceva
-brusare... due frati Minori, andandogli per reprendere de si inaudita
-extorsione, sensa alcuno riguardo gli fece brusare, incolpandoli
-de nuova heresia[132]». Amava Barnabò la caccia singolarmente dei
-cinghiali, e manteneva un grande numero di cani; come ciò facesse
-ce lo dice il Corio all'anno medesimo: «teneva cinque milia cani, e
-la magiore parte de quelli distribuiva ala custodia de li cittadini
-et anche a contadini, li quali niuno altro cane che quegli puotevano
-tenere. Questi due volte il mese erano tenuti a fare la mostra, onde
-trovandoli macri, in grande summa de pecunia erano condennati, e se
-grassi erano, incolpandoli dil troppo, similmente erano mulctati,
-se morivano gli pigliava il tutto, e li officiali o caneteri più che
-pretori de le terre erano temuti». Pietro Azario, che vivea in quei
-tempi, ci lasciò scritto che certo Antoniolo da Orta, ufficiale in
-Bergamo, venne accusato presso di Barnabò di avere esatte delle propine
-arbitrarie nello spedire certe licenze. L'accusatore era un solo, e
-Barnabò[133] _sine alia determinatione et defentione praecedente,
-jussit unum suum domicellum cum litteris suis de praesenti ire,
-dirigendis Potestati Pergami, ut, visis praesentibus, dictum Antoniolum
-per gulam laqueo faceret suspendi sub poena suspensionis ipsius
-potestatis. Qui Potestas, licet invite, dictum Antoniolum in palatio
-Pergami, nullo alio expectato nisi quod cum sacerdote confiteretur,
-suspendi fecit_[134]. Se prestiamo fede agli Annali milanesi, Barnabò
-con un editto proibì che alcuno più non ardisse di chiamarsi Guelfo
-o Gibellino, sotto pena del taglio della lingua, e furono tagliate
-le lingue ad alcuni contravventori[135]. Fece bruciar vivi tre uomini
-ragguardevoli, imputati di tradimento[136]. Fece bruciare due monache
-del Bocchetto. Due altre monache di Orona miseramente ebbero sorte
-uguale. Fece crudelmente torturare Tommaso Brivio, vicario generale
-dell'arcivescovo, perchè aveva ricusato di degradare quelle infelici.
-Fece bruciare il prete Stefano da Ozena d'Incino, dopo di avergli
-fatto soffrire atroci tormenti. Fece impiccare l'abate di San Barnaba
-perchè aveva prese delle lepri[137]. Fece cavare un occhio ad un uomo,
-perchè trovato a passeggiare in una strada privata di Barnabò. Un
-povero contadino fu incontrato da Barnabò, e lo fece ammazzare dal
-suo canattiere, perchè egli aveva un cane. Un giovinetto raccontò
-d'avere sognato che uccideva un cinghiale, e per questo Barnabò gli
-fece cavare un occhio e tagliare una mano. Per un decreto di Barnabò
-nessun giusdicente poteva cominciare a ricever il soldo assegnatogli
-se prima non aveva fatto tagliar la testa a un uccisore di pernici.
-Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago, suoi cancellieri, furono chiusi
-in una gabbia di ferro con un feroce cinghiale. Il podestà di Milano
-Domenico Alessandrino, a forza di bastonate, fu obbligato a strappare
-la lingua ad un uomo colle sue proprie mani... Chiudasi l'atroce scena:
-chi ne bramasse più minute circostanze vegga il nostro diligente
-conte Giulini[138]. Io suppongo che vi sia della esagerazione in
-questi fatti. Mi sento uomo; ed ho piacere di lusingarmi che un uomo
-simile a me non possa mai discendere in tale abisso di crudeltà. Credo
-esagerati i racconti di Nerone, di Caligola e di simili principi.
-Ma togliendo anche la esagerazione, sempre ne rimane abbastanza per
-detestarli. I popoli disgraziati che erano sudditi di un tal uomo,
-gemevano altresì sotto il peso di gravosissimi tributi. Il Corio ci
-dice che Barnabò ogni anno riceveva centomila fiorini d'oro pe' carichi
-ordinari, e sessantamila fiorini d'oro pei straordinari; in tutto
-incassava centosessantamila annui fiorini d'oro dal suo Stato. Egli
-possedeva Cremona, Bergamo, Brescia, Crema, Lodi, Parma e la metà di
-Milano, e questo carico contribuito da' suoi popoli allora riusciva
-insopportabile. Oggidì il solo Cremonese paga altrettanto senza che il
-popolo sia oppresso; il che sempre dimostra quanto ho detto al capitolo
-ottavo e ripetuto poi, cioè che il valore dell'oro, reso in questi
-tempi più abbondante, si è notabilmente diminuito.
-
-Il fenomeno fisico di cui ho fatto cenno, quello cioè per cui l'anno
-1364 venne una funesta carestia nello Stato, è per fortuna nostra così
-insolito nel Milanese, che le persone poco istrutte lo potrebbero
-collocare fra le favolose invenzioni immaginate per allettare colla
-meraviglia. Ma ve ne sono prove tali, che non ci lasciano luogo a
-dubitarne. Tre scrittori che allora vivevano, i quali, oscuramente
-celati, notavano gli avvenimenti de' loro tempi senza che uno potesse
-avere cognizione dell'altro, ce lo hanno tramandato concordemente;
-e sono Pietro Azario, l'autore degli Annali milanesi, ed il cronista
-di Piacenza. Nell'anno 1364 comparvero nel mese di agosto de' nembi
-di locuste. Queste occupavano l'aria, come dense e vaste nubi,
-ed offuscavano il sole. Esse volavano con molta forza, e tutte si
-dirigevano dalla stessa parte nel volo. Scendevano poi su i campi, e,
-a vederle discendere, pareva che cadessero fiocchi di neve. L'Azario
-dice che questi animaletti erano verdi, e col capo e collo grossi. Nel
-terreno sul quale avevano posato, erbe, foglie, frutta, tutto rimaneva
-distrutto; e così questi eserciti funesti di locuste, passando da un
-campo all'altro, isterilirono le terre; e durò il flagello da agosto
-sino al mese di ottobre[139]. Un simile flagello si dice che l'avesse
-provato la Lombardia quattrocentonovantun'anni prima, cioè l'anno 873,
-e ce ne tramandò memoria Andrea Prete. Ma se a quell'autor solo si
-poteva contrastare un avvenimento maraviglioso, converrebbe rinunziare
-alla storia se dubitassimo della verità rapporto all'anno 1364. Questo
-fenomeno, stranissimo per noi, è conosciuto in altre regioni verso
-il Levante. Carlo XII, re di Svezia, nella Bessarabia ebbe moltissimo
-a soffrire per i nembi di locuste; e l'autore della storia _Histoire
-militaire de Charle XII de Suède_[140], ci narra un caso simile, ed
-eccone le parole: «Une horribile quantitè de sauterelles s'elevoit
-ordinairement tous les jours avant midi du còté de la mer, premiérement
-à petits flots, ensuite comme des nuages, à qui obscurcissoient l'air,
-et le rendeient si sombre, et si épais, que dans cette vaste plaine
-le soleil paroissoit s'être éclipsé. Cest insectes ne voloient point
-proche de terre, mais à peu près à la même hauteur que l'on voit
-voler les hirondelles, jusqu'à ce qu'ils eussent trouvé un champ sur
-lequel ils pussent se jetter. Nous en rencontrions souvent sur le
-chemin, d'où ils se jettoient sur la même plaine où nous étions et
-sans craindre d'être foulés aux pieds des chevaux, ils s'elevoient de
-terre, et couvroient le corps et le visage à ne pas voir devant nous,
-jusqu'à ce que nous eussions passé l'endroit où ils s'arrêtoient.
-Partout où ces sauterelles se reposoient, elles y faisoient un dégât
-affreux, en broutant l'herbe jusqu'à la racine; ensorte qu'au lieu de
-cette belle verdure dont la champagne étoit auparavant tapissée, on
-n'y voyoit qu'une terre aride et sablonneuse». Questi insetti, col
-favore d'un vento gagliardo, attraversano persino il mare a volo; e
-in conseguenza della sterilità avvenuta nell'Asia, o di una prodigiosa
-moltiplicazione accaduta in quell'anno nella specie di quegl'insetti,
-o d'un vento straordinariamente violento, che gli abbia trasportati
-oltre i consueti loro confini, o alfine di qualche altra cagione che
-non posso conoscere, giunsero essi persino a noi l'anno 1364. Se questa
-devastazione fosse periodica, sarebbe da temersi da' nostri figli, che
-vivranno l'anno 1855. Ma tali avvenimenti o non hanno periodo, ovvero
-l'hanno così vasto, che oltrepassa la memoria.
-
-Ritorniamo agli orrori di quel governo, e miriamo l'altra porzione
-dello Stato soggetta a Galeazzo II. Dopo che egli ebbe nuovamente
-in suo potere Pavia, ivi collocò la sua sede, lasciando che Barnabò
-alloggiasse in Milano. Galeazzo non ebbe tante brighe a sostenere
-colle armi, quante ne ebbe Barnabò; onde, abbandonando da principio
-ai ministri ogni cura dello Stato, egli null'altro ebbe in pensiero,
-che di apparentarsi con illustri matrimoni, celebrare regie pompe, e
-cercare la fama di protettore delle lettere. Le scuole di Pavia vennero
-da lui fomentate e promosse, e nell'anno 1362 sembra che venisse
-aperta quell'Università, la quale aveva maestri di leggi canoniche e
-civili, di medicina, fisica e logica. Radunò una biblioteca pregevole
-per quei tempi, anteriori quasi d'un secolo alla invenzione benefica
-della stampa. Per illustrare la sua famiglia, al figlio suo Gian
-Galeazzo (che non aveva più di sette anni) diede per moglie Isabella
-di Francia, figlia del re Giovanni, bambina essa pure di pochi anni; e
-la pompa di quest'illustri sponsali costò ben cinquecentomila fiorini
-d'oro, cavati con ogni sorta di mezzi dai sudditi, senza eccezione
-alcuna; il che non bastò a togliere la sofferenza in ciascuno d'un
-aggravio enorme. Maritò sua figlia Violanta con Lionetto, figlio del re
-d'Inghilterra Edoardo III. Galeazzo aveva Bianca di Savoia per moglie;
-e così la casa Visconti, in meno di sessant'anni di tempo, dalla
-condizione nobile sì ma privata, passò a grandeggiare a segno d'avere
-le più strette parentele col re di Francia, col re d'Inghilterra e
-col duca di Savoia. Oltre a questi oggetti sproporzionati di spese, ei
-si volse a fabbricare senza riguardo. In Pavia si pose ad erigere un
-parco di più miglia, cinto di muro; ivi aveva le cacce, i giardini, le
-peschiere, che ricevevano l'acqua per un cavo ch'ei fece dal naviglio
-di Milano sino colà. Queste spese, e quest'abbandono degli affari
-pubblici, in tempi di pestilenza e di carestia, mentre una parte dello
-Stato soffriva le invasioni de' nemici, produssero danni così grandi
-che, malgrado l'opulenza e l'adulazione che a più giri attorniavano
-quel principe, ei si dovette alla fine riscuotere. Aprì gli occhi; e
-vide tutte le cariche venali occupate da vilissimi ministri; i popoli
-rovinati; le sue milizie mancanti di paghe; il suo erario vuoto; e i
-suoi pochi sudditi esausti e languenti. In quel momento fece quello
-che sogliono le anime da poco; dalla inerzia passò alla frenesia.
-Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Milano. Fece
-impiccare il suo direttore delle fabbriche in Pavia. Il castellano
-di Voghera, per essere stato assente quando quegli afflitti abitanti
-scossero il giogo della oppressione, fu strascinato a coda d'asino,
-poi fu impiccato con un suo figlio. Sessanta stipendiati, perchè
-furono un poco lenti nell'eseguire una commissione, furono con una
-sola parola condannati tutti alle forche. Indotto a far loro grazia,
-se ne rammaricò poi, e fece porre in carcere Ambrosolo Crivello,
-suo cancelliere, e lo privò d'un anno di salario, perchè era stato
-sollecito nella spedizione della grazia. Questi fatti ci sono attestati
-da più autori contemporanei. L'Azario poi ci ha tramandato l'editto
-col quale quel principe ordinò a' suoi giudici qual carnificina
-dovessero far eseguire contro i rei di Stato. Egli immaginò il modo
-per far soffrire atrocissimo strazio per quarantun giorni, riducendo
-un uomo sempre all'agonia senza lasciarlo morire. La natura freme,
-Busiri e Falaride non lasciarono altrettanto:[141] _Intentio domini
-est quod de magistris preditoribus incipiatur paulatim. Prima die
-quinque bottas de curlo; secunda die reposetur; tertia die similiter
-quinque bottas de curlo; quarta die reposetur; quinta die similiter
-quinque bottas de curlo; sexta die reposetur; septima die similiter
-quinque bottas de curlo; octava die reposetur; nona die detur eis
-bibere acqua, acetum et calcina; decima die reposetur; undecima die
-similiter acqua, acetum et calcina; duodecima die reposetur; decima
-tertia die serpiantur eis duae corrigiae per spallas, et pergottentur;
-decima quarta die reposetur; decima quinta die dessolentur de duobus
-pedibus, postea vadant super cicera; decima sexta die reposetur;
-decima septima die vadant super cicera; decima octava die reposetur;
-decima nona die ponantur super cavalletto; vigesima die reposetur;
-vigesima prima die ponantur super cavalletto; vigesima secunda die
-reposetur; vigesima tertia die extrahatur eis unus oculus de capite;
-vigesima quarta die reposetur; vigesima quinta die truncetur eis nasus;
-vigesima sexta die reposetur; vigesima septima die incidatur eis una
-manus; vigesima octava die reposetur; vigesima nona die incidatur alia
-manus; trigesima die reposetur; trigesima prima die incidatur pes unus;
-trigesima secunda die reposetur; trigesima tertia die incidatur alius
-pes; trigesima quarta die reposetur; trigesima quinta die incidatur
-sibi castronum; trigesima sexta die reposetur; trigesima septima die
-incidatur aliud castronum; trigesima octava die reposetur; trigesima
-nona die incidatur membrum; quadragesima die reposetur; quadragesima
-prima die intenaglientur super plaustro, et postea in rota ponantur_.
-Pare impossibile che un sovrano abbia mai dato un comando tanto
-infernale; pare impossibile che alcun uomo, soffrendo questi martirii,
-potesse sopravvivere sino al quarantesimoprimo giorno! Eppure convien
-dire che crudelmente si andassero applicando i rimedii, per prolungare
-la vita e il tormento; poichè, ci attesta lo stesso autore, che[142]
-_harum poenarum exequutio facta fuit in personas multorum anno 1372 et
-1373_[143]. Così pensarono i principi, così furono governati i popoli
-di quella città, in cui doveva l'immortale marchese Cesare Beccaria
-scrivere il libro dei Delitti e delle Pene; libro sacro all'umanità,
-alla ragione ed alla beneficenza. I principii dl sublime filosofia che
-l'hanno dettato; la calda e libera eloquenza collo quale ci annunziano;
-lo compassionevole sensibilità ai mali degl'infelici, assicurano
-all'illustre nostro cittadino, ed all'amico e compagno de' miei studi
-una celebrità costante; la onorata tranquillità poi di cui gode, anzi
-lo stipendio e le cariche delle quali è stato decorato, serviranno
-agli esteri non solo, ma alla posterità, di vera dimostrazione della
-felicità e della gloria del governo sotto cui abbiamo la fortuna di
-vivere.
-
-Sin qui Galeazzo II poteva esser sedotto da malvagi consiglieri; ma
-il fallo seguente lo mostra quale egli era, senza difesa. Aveva quel
-principe incorporato nel vastissimo suo parco di Pavia i poderi di
-molti, e fra gli altri d'un povero cittadino pavese che aveva nome
-Bertolino da Sisti. Questo povero uomo aveva una famiglia numerosa
-da alimentare; i figli soffrivano la fame e la miseria, mancando di
-quel fondo, che non gli era stato pagato. Egli si prostrò avanti del
-suo sovrano, implorando umilmente soccorso, e il pagamento della sua
-porzione di terra. Venne accolto da Galeazzo con amarissima derisione
-e vilipendio, e non potè ottenere compenso alcuno. Quel disperato
-padre di famiglia aspettò poi, nel parco istesso dove Galeazzo soleva
-cavalcare, il momento della vendetta, e, il giorno 24 di agosto
-dell'anno 1369, lo ferì, mentre passava a cavallo, in un fianco; ma la
-fascia cordonata di seta lo difese. Fu arrestato quel suddito; sempre
-colpevole, ma degno di commiserazione, e finì, dopo fieri tormenti,
-squartato dai cavalli[144]. Coloro che esclamano contro i costumi del
-nostro secolo, vedano se in tutta quanta l'Europa vi sia un angolo
-solo in cui gli uomini siano trattati come lo erano i nostri maggiori
-quattro secoli sono! A che attribuirne il cambiamento? All'ardimento
-che alcuni ebbero di pensare e cercare il vero, indipendentemente dalle
-opinioni ereditate; al progresso della ragione, all'accrescimento de'
-lumi; alla moltiplicazione de' libri; al genio della coltura; a quello
-spirito moderato e benefico di filosofia che ha dissipata la ferocia
-e il fanatismo, ed ha reso gli uomini benevoli ed umani, sotto di una
-santa e pura religione di concordia e di pace. Rendiamo umili azioni
-di grazie al Dator di ogni bene, e guardiamoci da coloro che ardiscono
-d'insultare a que' felici mezzi co' quali si è operata la consolante
-rivoluzione. Galeazzo II aveva la bassezza di voler giuocare ai dadi
-co' sudditi che avessero denaro, e godeva di rovinarli. (1377) Quel
-principe fece un decreto l'anno 1377 che non ha esempio, a quanto mi
-è noto. Egli, con un foglio di carta, annullò, cassò, rivocò tutte
-le grazie e dispense che aveva sin allora concesse. Il decreto è del
-giorno 13 di ottobre,[145] _Datum in castro nostro Zojoso_, sito nel
-Pavese, ora chiamato Belgioioso, nel quale soleva passar qualche tempo
-quel principe. Che un successore revochi le grazie di un sovrano che
-l'ha preceduto, benchè sia cosa dura assai per chi la soffre, se ne
-trovano esempi, ma che un principe cancelli, così in un colpo solo,
-tutte le sue beneficenze, non so che sia mai accaduto altra volta[146].
-
-Paragonando i due fratelli, pare che Barnabò avesse l'animo più forte,
-e Galeazzo fosse freddamente crudele. Il primo abbandonandosi ad una
-collera brutale, era capace di ogni eccesso; l'altro lo era sempre,
-con maligna tranquillità. Barnabò dava gl'impieghi a persone che li
-sapessero eseguire, e sapeva tenersele affezionate e fedeli; Galeazzo,
-per denaro, dava le cariche a' più inetti uomini. Barnabò era veridico
-e palesava i suoi sentimenti; Galeazzo non era definibile. Il primo
-incuteva spavento, l'altro diffidenza. Barnabò si fece scolpire in
-una statua equestre di marmo e la collocò sull'altar maggiore di San
-Giovanni in Conca. Essa ivi si vede, ma non più sull'altare. Galeazzo
-pazzamente fece distruggere le peschiere, le pitture del Giotto, e
-tutte le belle cose ordinate da Azzone nel palazzo di corte,[147] _quae
-domus_, diceva l'Azario, _cum ornamentis et picturis et fontibus,
-hodie non fieret cum trecentis millibus florenis_[148]. Galeazzo
-faceva alzare un gran muro con merita spesa; poi parendogli che stesse
-male, lo faceva demolire. Faceva delle vôlte assai grandi in mezzo del
-verno, e diroccavano poi; e i mattoni, le travi, la calce si prendevano
-per suo cenno, ove trovavansi, senza parlare di pagamento. Galeazzo
-fabbricò il castello di Milano e quello di Pavia: Barnabò, quello
-di Trezzo. Nessuno di questi due atroci fratelli ebbero commensali,
-come solevano averne Azzone, Luchino e Giovanni. Costoro offendevano
-un numero sì grande di persone, che non era poi loro fattibile la
-scelta di alcuni fra' quali passare giocondamente le ore. Barnabò
-pagava esattamente i suoi stipendiati, e non permetteva che facessero
-estorsioni; Galeazzo trascurava di pagarli, e non badava alle loro
-angherie. Durante tale governo, i due successivi arcivescovi Guglielmo
-della Pusterla e Simone da Borsano non posero piede mai nella loro
-diocesi; sia che ciò nascesse per le dissensioni col papa; sia che,
-per godere le rendite dell'arcivescovato, i principi non volessero
-concederne a quei prelati il possesso; sia finalmente che la meschina
-vita che sotto a quel governo vi dovette passare l'arcivescovo
-Roberto Visconti, fatto porre in ginocchio per ascoltarsi il _nescis,
-poltrone_, di Barnabò, avesse fatto perdere il coraggio ai successori
-di presentarsi a vivere sotto quei terribili sovrani, animati anche
-contro degli ecclesiastici; i quali, con un editto di Barnabò, venivano
-obbligati a porsi in ginocchio tosto che l'incontravano per le strade,
-e, non solamente dovevano contribuire la porzione d'ogni tributo al
-paro di ciascun altro cittadino, ma dovevano portare il più delle tasse
-che quei sovrani arbitrariamente imponevano sul clero. (1378) Galeazzo
-II mori in Pavia il giorno 4 di agosto dell'anno 1378, dopo di aver
-regnato ventiquattro anni; e successe ne' suoi Stati Giovanni Galeazzo,
-di lui figlio, che portava nome _il conte di Virtù_, per un feudo che
-gli era stato dato nella Francia per dote della principessa Isabella.
-
-Prima di terminare questo capitolo, credo di far cosa grata a' miei
-lettori, informandoli d'un curioso dialogo che ebbe Barnabò con un
-villano, da cui non venne conosciuto. Io lo tradurrò, perchè la storia
-della patria può interessare anche persone che non sappiano il latino.
-Ho dovuto inserire anche troppi squarci, scritti in tal lingua, o
-per contestare l'autenticità dell'asserzione, o per non diventarne io
-medesimo responsale, ovvero per non annunziare colle mie parole, cose
-che mi sarebbe dispiaciuto di dover dire. Il dialogo si trova nella
-Cronaca di Azario[149], e consiglio ai curiosi lettori di vederlo nel
-suo originale; perchè, frammezzo a quella trascurata e rozza latinità,
-vi è certo lepore ingenuo, e una certa domestichezza di frasi che
-piacciono sommamente e dipingono il costume. Barnabò soggiornava parte
-dell'anno in Marignano: i contorni erano ancora pieni di boschi ed
-opportuni alla caccia, e questo era il motivo per cui Barnabò amava
-di trattenervisi. Egli a cavallo ben sovente si allontanava dalla
-comitiva, e s'innoltrava solo nel più interno dei boschi. Un giorno fra
-gli altri aveva smarrita ogni traccia, nè sapeva più donde uscirne per
-ritornare al suo albergo. La stagione era assai fredda; l'ora avanzata,
-e rigido il verno. Per caso Barnabò s'avvidde che taluno era in quel
-bosco. S'accostò; e riconobbe ch'era un povero contadino, assai lacero,
-che s'affaticava a tagliar legna. Ecco il dialogo che con lui tenne
-Barnabò: «Il cielo t'aiuti, galantuomo. — _Villano:_ Ne ho bisogno.
-Con questo freddo ho potuto far poco. L'estate è ita male, potesse
-almeno andar meglio l'inverno! — _Barnabò, scendendo dal suo cavallo
-affaticato:_ Amico, tu dici che la state è ita male; e come? L'annata è
-stata anzi felice; vi è stato abbondante raccolto di grano, vendemmia
-abbondante. E che l'è ito male? — _Villano, mentre continua a tagliar
-la legna:_ Oh abbiamo di bel nuovo il diavolo per nostro padrone. Si
-sperava che, allorquando venne scacciato il signor Bruzio Visconti, il
-diavolo fosse morto, ma ne è comparso un altro peggiore ancora. Costui
-ci cava il pane di bocca. Noi poveri lodigiani lavoriamo come cani,
-e tutto il profitto colui ce lo carpisce. — _Barnabò:_ Certamente,
-quel signore opera male assai.... Ti prego, guidami, amico, fuori del
-bosco; l'ora è tarda: la notte è vicina; e m'immagino che tu ancora non
-avrai tempo da perdere, se brami ritornartene a casa tua. — _Villano:_
-Oh! per andare a casa non ho alcun pensiero. L'imbroglio, padron mio,
-sarà a ritrovarvi da cenare; e davvero ho gran paura che non ne faremo
-nulla; mia moglie e i miei figli gli ho lasciati a casa con poco pane.
-— _Barnabò:_ Ebbene, conducimi fuori del bosco, e guadagnerai qualche
-cosa. — _Villano:_ Tu mi vuoi distrarre dal mio lavoro.... saresti
-tu mai uno spirito infernale.... i cavalieri non vengono per questi
-boschi... Sia tu chiunque ti piaccia, pagami prima, e ti scorterò dove
-vuoi. — _Barnabò:_ Ebbene, cosa vuoi ch'io ti dia? — _Villano:_ Un
-grosso di Milano. — _Barnabò:_ Fuori che saremo dal bosco ti darò il
-grosso, e ancora di più. — _Villano:_ Oh sì domani! Tu sei a cavallo,
-e, fuori che tu sia dal bosco, prendi il galoppo, ed io rimango come
-un cavolo! Così fanno gli ufficiali di quel diabolico nostro padrone;
-vengono scalzi, e ruban poi tanto, che passeggiano come grandi signori
-a cavallo. _Barnabò:_ Amico, poichè non mi vuoi credere, eccoti il
-pegno», e gli diede la fibbia d'argento che aveva alla cintura. Il
-villano se la gettò in seno nella camiscia, e cominciò a precedere
-per uscire dal bosco, ma stanco come era, camminava lentamente.
-«_Barnabò:_ Galantuomo, monta in groppa sul mio cavallo. — _Villano:_
-Credi tu che quella rozza potrà reggere a due! Tu sei tanto grosso!
-— _Barnabò:_ O, benissimo; porterà te e porterà me; tanto più che, a
-quanto dicesti, non hai mangiato troppo a pranzo. — _Villano:_ Tu dici
-il vero.... proviamoci»; e qui si pose a sedere in groppa, e mentre
-così proseguivano attraverso del bosco, continuò Barnabò: «Amico, tu
-mi hai date delle cattive nuove del tuo padrone: e del signor Barnabò,
-che sta in Milano, che se ne dice? — _Villano:_ Di lui se ne parla
-meglio. Benchè sia feroce, egli almeno fa osservare l'ordine; e s'egli
-non fosse, non avremmo osato nè io, nè gli altri poveri entrar nel
-bosco a tagliar legna, per timore degli assassini. Il signor Barnabò fa
-osservare esatta giustizia, e quando promette, mantiene. Ma quest'altro
-che sta in Lodi, fa tutto al contrario». E così, proseguendo il
-discorso, gli riferì come un castellano gli aveva rubato un pezzo di
-terra ed alcuni pochi mobili; indi, usciti che furono dal bosco, disse
-il villano: «Signore, tenete la campagna da questa banda, la notte
-viene, fate presto, perchè altrimenti vi potrete trovare in mezzo
-d'una strada. — _Barnabò:_ Amico, mi vorresti gabbare, e con questo
-bel modo portarmi via la fibbia». Tremava di freddo il villano, perchè
-a piedi almeno si riscaldava, e sedendo era, senza moto, esposto al
-rigore della stagione, e disse: «Per Dio! non mi ricordava nemmeno
-più della fibbia; prendetela, signore. Se mi volete dar qualche cosa
-per amor di Dio, fatelo; se non vi piace, il cielo vi aiuti, e andate
-colla vostra fibbia. Correrei pericolo d'essere impiccato, se questa
-fibbia si ritrovasse presso di me; si direbbe che l'avessi rubata.
-Tenetela. Credo bene che, se mi volete fare la carità, non vi mancano
-in tasca denari. — _Barnabò:_ Amico, fa a modo mio; accompagnami
-ad un albergo e ti prometto un grosso, e di più un buon camino per
-riscaldarti, e poi anco di più una buona cena: e così domattina di
-buon'ora tornerai da tua moglie». Il villano si consolò pensando a
-questi beni, e come la mattina vegnente con quel grosso avrebbe potuto
-comprare dodici pagnotte e darle alla sua povera famiglia. Scese dalla
-groppa, e riprese il cammino, calpestando lo stoppie attraverso dei
-campi; e Barnabò cavalcava dietro lui. — _Barnabò:_ «E dove anderemo
-noi ad albergare? — _Villano:_ Andremo a Marignano: vi sono delle buone
-osterie; vi si può entrare giorno e notte, e alloggeremo bene, e noi
-ed il cavallo, che mi pare ne abbia bisogno. _Barnabò:_ Dici bene. E
-da questo tuo Marignano siamo noi molto discosti? — _Villano:_ Cosa
-ti preme? Se non vi giugneremo di giorno, vi giugneremo di notte. Non
-t'ho dett'io che ivi non si chiudono le porte? — _Barnabò:_ Va dunque,
-sia come tu vuoi». Così proseguendo con tai discorsi il cammino, si
-videro da lontano comparire molte e grandi fiaccole, e Barnabò disse:
-«Vedi tu quei fanali e tante faci? — _Villano:_ Le vedo. — _Barnabò:_
-E che vuol dir questo? — _Villano:_ Vuol dire che vanno cercando il
-signor Barnabò, che tante volte s'innoltra nei boschi per amore della
-caccia; vuole essere solo, si perde, e i suoi domestici poi vanno la
-sera facendo dei fuochi, acciocchè veda per dove possa ritornarsene.
-— _Barnabò:_ S'ella è così, fanno bene: è segno che quei domestici
-hanno premura pel loro padrone». Discorrendo per tal modo s'andarono
-accostando a quei che portavano le faci; e tosto che questi videro
-Barnabò, scesero da cavallo; e salutato con riverenza quel sovrano
-(_inclinatis capuciis_, dice Azario), e rispettosamente attorniando
-lui e il villano, tutti giunsero a Marignano. Allora il povero villano
-s'avvide qual fosse l'uomo col quale aveva fatto il dialogo. Desiderava
-di essere già morto; tanto timore aveva dei tormenti che s'aspettava
-di dover patire nel castello di Marignano! Giunti che vi furono, il
-signor Barnabò, scoppiando dalle risa, raccontò a' suoi domestici
-tutta l'avventura; e ordinò che il villano, tal quale era, stracciato e
-sporco, fosse condotto in una sala, e se gli accendesse un gran fuoco.
-Poichè fu ben ristorato dal freddo, fu chiamato il povero villano
-a cena, e dovette sedere di contro al signor Barnabò. Essi due soli
-sedevano; e volle che il villano venisse in tutto servito come egli
-lo era. Il contadino non voleva tanti onori; tremava; e Barnabò: «Son
-galantuomo, mantengo la parola. Ti ho promesso un buon fuoco, e te
-l'ho dato. Ti ho promessa una cena, e te la mantengo. Ti ho promesso
-un grosso di Milano, e domattina l'avrai. — _Villano:_ Ah! signore,
-misericordia! io ho parlato da stolido qual sono! sono un povero uomo,
-che vive nei boschi solitario, non so quello che convenga di parlare:
-per pietà, mi lasciate partire: per carità, perdonatemi». Il villano
-combatteva fra lo spavento e la fame, stimolata da' cibi insoliti;
-e la fame la vinse; mangiò bene assai. Poscia venne congedato dal
-principe e condotto in una bella stanza; lavato con un bagno tepido,
-posto a dormire sopra di un magnifico letto; e la vegnente mattina fu
-condotto avanti del signor Barnabò, che gli disse: «Ebbene, amico,
-coma bai passata la notte? — _Villano:_ Come in paradiso; ma, con
-vostra buona grazia, vorrei andarmene. — _Barnabò:_ Se così ti piace,
-vi consento»; indi rivolto ad un suo cameriere: «Dagli un grosso»; e
-questi immediatamente lo consegnò al villano, poi Barnabò: «La mia
-promessa ora è compiuta; pure ti ho lasciato sperare qualche cosa
-di più; cercami quella grazia che brami. — _Villano:_ Signore, basta
-che mi lasciate partire vivo e sano. — _Barnabò:_ Questo lo accordo;
-chiedi qualche altra grazia. — _Villano:_ Se mi faceste restituire
-il mio piccolo podere toltomi dal castellano....». Súbito fecegli
-dare lettere colle quali il villano riebbe il suo, e tranquillamente
-se ne ritornò allo stato di prima. L'Azario, che allora viveva e che
-ci ha tramandata la memoria di questa scena, non ci riferisce chi
-fosse il governatore di Lodi che era succeduto a Bruzio Visconti.
-Questo avvenimento ha tanta verosimiglianza, che lo credo veramente
-accaduto; e Barnabò, avendolo súbito raccontato ai suoi cortigiani,
-è naturale che venisse poi divulgato come una novella di quel tempo.
-Non avranno trascurato alcuni d'interrogarne il villano medesimo, e
-così potrà essersi ancora più esattamente risaputo. Il carattere di
-Barnabò mi pare che vi sia dipinto al vivo. Non permetteva egli che si
-commettessero vessazioni ed ingiustizie; amava la sicurezza e l'ordine;
-manteneva la parola data. Ma un buon principe non avrebbe impresso
-nel cuore dei sudditi uno spavento generale, a segno che, per qualche
-incauta parola, temessero d'essere condannati alla carnificina da lui
-medesimo, nel di lui palazzo. Nessun principe oggidì avrebbe piacere
-di far soffrire a quel meschino la barbara incertezza che lo tormentò
-per laute ore; e la prima parola gli annunzierebbe ilarità e pace.
-Poi lo sborso di un grosso, ossia il solo valore di dodici pagnotte,
-oggidì sembrerebbe affatto indecente. Il povero villano aveva dovuto
-lasciare la moglie ed i figli con poco pane; stanco e mal pasciuto,
-aveva camminato per ricondurre il sovrano senza sapere ch'ei fosse
-altro che un uomo; meritava adunque qualche cosa di più d'un grosso. Se
-il fatto fosse accaduto alla maestà dell'adorabile augusto Giuseppe II,
-o ad alcuno dei reali arciduchi, la sera medesima avrebbe la famiglia
-del villano avuto di che cenare; e invece di tremare, come avrà fatto,
-avrebbe sparse lagrime di tenerezza, benedicendo la sovrana pietosa
-munificenza. Non bastava poi alla giustizia la restituzione del podere
-rubato dal castellano. Un principe buono non si sarebbe determinato
-a cosa alcuna colla esposizione di un solo. Avrebbe disposte le cose
-in modo d'essere esattamente informato del fatto, e d'ascoltare anche
-il castellano, per dargli campo a giustificarsi; indi, se egli aveva
-oppresso una povera famiglia, non bastava disfare il mal fatto. Voleva
-il ben pubblico che quel prepotente venisse contenuto per l'avvenire,
-e col suo esempio allontanasse i suoi pari dal meditare altrettanto.
-Nè avrebbe mancato un principe buono di prendere informazione sul
-governatore di Lodi e sugli ufficiali rapaci che l'attorniavano.
-Barnabò, anche in questa scena, manifesta un carattere duro,
-insensibile, atroce nei momenti istessi della giocondità, ed appare
-violento, e niente addottrinato nella scienza di governare.
-
-
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-CAPITOLO XIV.
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- _Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano._
-
-
-Per lo spazio di sette anni ancora, dopo la morte di Galeazzo II,
-continuò ad essere separato in due parti lo Stato de' Visconti,
-reggendo l'eredità del padre il conte di Virtù, e continuando a regnare
-Barnabò sulla sua porzione. Il Gazata nella sua Cronaca ci racconta
-che Barnabò aveva comprata la città di Reggio da Feltrino Gonzaga,
-collo sborso di cinquantamila fiorini d'oro; e che per diventar padrone
-di alcune rocche e castelli di quel distretto, egli s'impadronì di
-Francesco Fogliano; ed avutolo nelle sue mani, gli fece intimare che o
-doveva indurre Guido Fogliano, di lui fratello, a consegnare a Barnabò
-le fortezze che egli possedeva, ovvero questi sicuramente lo faceva
-impiccare, quantunque tra il Fogliano e Barnabò non vi fosse mai stata
-altercazione alcuna. Il povero Francesco Fogliano fece ogni sforzo per
-indurre colle sue lettere il fratello a riscattarlo. Guido credette
-che non si sarebbe mai imbrattato il Visconti con una così obbrobriosa
-macchia; ma s'ingannò, perchè Barnabò fece sospendere Francesco alle
-forche, sulle mura di Reggio, il giorno 7 dicembre 1372. Il conte
-di Virtù aveva questo terribile collega. Il conte era giovine di
-venticinque anni. Egli s'era più volte presentato al nemico con valore,
-allorquando i collegati invasero lo Stato; ma non aveva dato saggio
-nemmeno d'avere i talenti d'un buon comandante. Aveva egli stretti
-vincoli di sangue colla casa di Francia, colla casa di Savoia, colla
-casa d'Inghilterra: ma Barnabò non era meno appoggiato ad illustri e
-potenti parentele. Barnabò ebbe tanti figli, che (ommettendo i bambini
-ed i fanciulli periti) se ne contarono trentadue, de' quali quindici
-legittimi, nati dalla signora Beatrice della Scala, da altri chiamata
-Regina della Scala. Barnabò aveva date le sue figlie in matrimonio
-a potenti signori. La casa d'Austria, la casa di Baviera, il re di
-Cipro, la casa di Wirtemberg, la casa di Turingia, i Gonzaghi avevano
-delle principesse figlie di Barnabò. La principessa che entrò nella
-gloriosissima casa d'Austria si chiamava Verde Visconti. Ella sposò il
-duca Leopoldo. Questo principe, giovine di quattordici anni, venne a
-Milano l'anno 1365, ed il giorno 23 di febbraio celebrò le sue nozze
-nel palazzo del signor Barnabò Visconti, presso San Giovanni in Conca.
-Barnabò diede in dote alla figlia centomila fiorini. Indi andarono
-gli sposi a Vienna; e da queste nozze discende l'augusto sovrano che
-ora, per nostra felicità, domina su questo Stato. Chi bramasse più
-minute notizie di queste memorabili nozze (per le quali il sangue de'
-Visconti, sublimato a più elavata condizione, e depurato colla virtù e
-colla beneficenza di quattro secoli, trovasi attualmente sul trono, dal
-quale i Milanesi ricevon legge) vegga il nostro conte Giulini, che ne
-ha pubblicati i monumenti sinora inediti.
-
-A fronte d'uno zio terribile, stavasene circospetto ed attentissimo
-il conte di Virtù. Milano, siccome dissi, era divisa in due padroni:
-Galeazzo II possedeva il castello di Porta Giovia, cioè il castello
-che ancora in parte internamente sussiste; e Barnabò possedeva un
-altro castello alla torre di porta Romana, di cui veggonsi anco oggidì
-le vestigia dalla parte del naviglio. Il conte di Virtù stavasene in
-Pavia: era una volpe che adocchiava destramente il vecchio leone.
-Mostrava il giovine conte di Virtù d'essere timido, irresoluto,
-debole in ogni sua azione. Bramava d'imprimere nell'animo di Barnabò
-tale opinione, che, considerandolo egli giovane da nulla ed incapace
-d'intraprendere un colpo ardito, nemmeno pensasse a tenersi difeso; e
-tanto seppe dissimulare in ogni azione, anche domestica, tanto attento
-fu nel rappresentare il meschino personaggio propostosi, che ingannò
-supinamente lo zio, quantunque avesse giorno e notte al suo fianco
-Caterina Visconti, figlia di Barnabò, da Galeazzo sposata, sebben
-cugina, dopo la morte di Isabella di Francia, sua prima moglie. Barnabò
-deriderà l'imbecillità del nipote, il quale ne' suoi editti ancora
-spirava umanità, beneficenza e moderazione, mentre l'altro continuava
-a spaventare i sudditi con inesorabile ferocia. Poteva comparire agli
-occhi dello zio un nuovo tratto di pusillanimità la cura che ebbe il
-conte di Virtù di procurarsi la grazia del nuovo augusto Venceslao,
-succeduto al defunto Carlo IV di lui padre. Ma in fatti egli solo
-venne da quel monarca confermato vicario imperiale l'anno 1380, senza
-che nel diploma venisse fatta menzione di Barnabò. Così nel silenzio
-andava il conte di Virtù preparando la mina che doveva scoppiare un
-giorno, e rovinando il collega, riunire la sovranità dello Stato sopra
-di lui solo. Barnabò, dal canto suo, senza accorgersi, somministrava
-sempre nuove armi al nipote contro di lui; poichè disponeva una nuova
-divisione dello Stato suo ne' cinque suoi figli legittimi, e già a
-ciascuno di essi aveva assegnato il governo nel distretto che gli aveva
-destinato in sovranità dopo di lui. Marco aveva la metà di Milano;
-Lodovico aveva Lodi e Cremona; Carlo aveva Parma, Crema e Borgo San
-Donino; Rodolfo aveva Bergamo, Soncino e la Ghiara d'Adda; Giovanni
-Mastino, ancora bambino, aveva finalmente Brescia colla Riviera e
-Valle Canonica. Questo avvenire non poteva essere caro ai popoli, che
-diventavano sudditi d'una piccola sovranità, e soggetti ad un principe
-debole. Così insensibilmente, e simulando debolezza ed incapacità, Gian
-Galeazzo lasciava maturare gli avvenimenti; e andava contrapponendo
-l'apparenza di un saggio principe a quella di un capriccioso e crudele
-despota. (1385) Giunse il momento, e fu il giorno memorando 6 di
-maggio dell'anno 1385; giorno in cui venne tolta a Barnabò ed a' suoi
-figli, per sempre, ogni sovranità, e concentrossi nel conte di Virtù
-ogni potere. Il caso è noto, ed è il seguente. Il conte fece intendere
-al signor Barnabò ch'egli pensava di portarsi alla Madonna del Monte
-presso Varese; che sarebbe venuto da Pavia a Milano, la mattina del 6
-di maggio, ma non amando di entrare nella città, costeggiandola fuori
-dalle mure, sarebbe andato a smontare nel suo castello a porta Giovia;
-e che sarebbe stata pure grande la sua consolazione se avesse potuto
-abbracciare uno zio che tanto onorava. Si sapeva che il conte voleva
-condurre la scorta di quattrocento lance. Un domestico del signor
-Barnabò non mancò di fargli osservare che quel corredo era troppo per
-portarsi ad un santuario e ad un borgo dello Stato, in tempo di pace.
-Questo domestico si chiamava Medicina, e cercò di persuadere al suo
-padrone di starsene cauto e non avventurarsi. Ma Barnabò disprezzava
-il nipote, e attribuì alla pusillanimità sua questa schiera d'armati.
-I due figli maggiori di Barnabò furono spediti incontro al conte due
-miglia fuori di porta Ticinese. Questi accolse co' maggiori segni di
-cordialità i suoi due cugini e cognati Rodolfo e Lodovico, i quali,
-dopo le accoglienze, con apparenza di onore, furono circondati dalle
-armi di cui erano comandanti Jacopo dal Verme, Ottone da Mandello e
-il marchese Giovanni Malaspina. S'incamminò il conte verso Milano, e
-giunto che fu avanti della porta Ticinese (che allora era ove oggidì
-sta il ponte del naviglio) prese la sinistra, e per la via che ora
-fiancheggia il canale, andò colla sua comitiva cavalcando, sin che alle
-ore sedici, ossia verso mezzo giorno, trovatisi vicino al ponte che da
-Sant'Ambrogio conduce a San Vittore, per esso videro scendere Barnabò
-a cavallo con uno o due domestici di seguito. Il conte, dopo i primi
-saluti, diede il segnale concertato; e Jacopo dal Verme il primo spronò
-il cavallo, e pose le mani adosso della persona del signor Barnabò,
-dicendogli: _Siete prigioniere._ Ben tosto Ottone da Mandello gli levò
-dalle mani la briglia; altri gli tagliò il cingolo; e così al momento
-Barnabò fu disarmato, togliendogli altri la spada, altri la bacchetta
-dalle mani. Contemporaneamente lo stesso venne fatto ai due suoi figli
-Rodolfo e Lodovico; e presto presto, in mezzo alle armi, vennero
-tradotti nel castello di porta Giovia, poco di là lontano. Barnabò
-venne cautamente trasportato poi al castello di Trezzo, ove anco oggidì
-vedesi la stanza, in cui sopravvisse sette mesi colla sua o moglie
-o amica Donnina de' Porri sin che morì avvelenato, a quanto si dice.
-Tanto seppe simulare il conte! Egli aveva trentadue anni.
-
-Appena il colpo era fatto, il conte, alla testa degli armati, entrò
-nella città, e senza veruna opposizione se ne impadronì, fra gli evviva
-della plebe, alla quale permise tosto di saccheggiare i palazzi di
-Barnabò e de' suoi figli, e la plebe di più saccheggiò le dogane e la
-gabella del sale, che era alla piazza de' Mercanti. Nella fortezza di
-porla Romana vi fu ritrovato tanto argento per caricarne sei carri,
-ed in oro vi si contarono settecentomila fiorini. Quindi si radunò un
-consiglio generale della città, il quale tosto conferì il dominio al
-conte di Virtù, e, dopo lui, a' suoi discendenti maschi legittimi,
-in quel modo a lui più fosse piaciuto[150]. Con tal decreto vennero
-esclusi i discendenti di Barnabò: e in quel giorno Giovanni Galeazzo
-Visconti, conte di Virtù, diventò sovrano di ventuna città, e sono
-Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Brescia, Lodi, Bergamo, Crema,
-Milano, Como, Vigevano, Pavia, Bobbio, Alessandria, Valenza, Novara,
-Tortona, Vercelli, Alba, Asti e Casale. Questo colpo, eseguito con
-tanto vigore, e preparato colla più cupa e simulata ipocrisia,
-conveniva in qualche modo farlo comparire onesto e suggerito
-dall'assoluta necessità; e a tal fine ordinò il conte che si formassero
-i processi contro di Barnabò. L'autore degli Annali milanesi ce ne ha
-trasmesso l'epilogo. Le atrocità che ivi si leggono imputate a Barnabò,
-sono enormi; e dopo una sanguinosa enumerazione di esse, vedesi
-incolpato Barnabò d'avere tese insidie alla vita del nipote; d'essere
-uno stregone, che colle fattucchierie avesse rese sterili le nozze del
-conte di Virtù; e che finalmente Gian Galeazzo fosse stato costretto
-a far prigionieri lo zio ed i cognati, perchè essi l'avevano in quel
-momento assalito a tradimento. Non saprei se sotto il governo di uomini
-di quell'indole vi fosse nelle magistrature un uomo virtuoso; ma se
-pur vi era, quello certamente non sarà stato trascelto per formare il
-processo. Barnabò era uomo feroce, violento, coraggioso, franco, ma
-non dissimulato, nè capace di tradire o di insidiare. Egli era nemico
-di ogni arte e di ogni scienza, crudele, sanguinario, d'una religione
-inconseguente, poichè, insultando il papa, oltraggiando i vescovi,
-calpestando gli ecclesiastici, donava ai conventi generosamente i beni
-che rapacemente confiscava ai cittadini. Ma il conte era suo nipote;
-il conte era suo genero; giaceva le notti colla sua moglie Caterina
-Visconti, nel tempo in cui ordiva di togliere la sovranità alla di lei
-famiglia, mentre teneva prigione suo padre, lasciava errare raminghi
-e bisognosi i di lei fratelli, che pure avevano tanta ragione per
-succedere nella signoria di Barnabò, quanta ne aveva il conte per
-essere succeduto nella signoria a Galeazzo. Di tanti figli che aveva
-Barnabò, malgrado le potenti e illustri loro aderenze, non ve ne
-fu più alcuno che potesse comparir nemmeno a disputare la usurpata
-porzione del padre, trattone Estore che era figlio illegittimo, il
-quale potè fare ventisette anni dopo un momentaneo contrasto al duca
-Filippo Maria, come vedremo. La potenza acquistata in un istante dal
-conte di Virtù fiaccò l'animo de' suoi sudditi; l'ardimento della sua
-ambizione, spiegata come un improvviso lampo, unita alla profondissima
-simulazione, rese attoniti gli altri principi; giacchè gli oggetti
-più ne soprafanno, quanto più grandeggiano annebbiati. I popoli,
-oppressi dal duro e violento giogo sofferto, accolsero con allegrezza
-il cambiamento. La virtù e la giustizia non ebbero parte alcuna in
-questa rivoluzione, in cui si vide accadere un avvenimento di cui sono
-frequenti gli esempi; cioè che, posti due colleghi di egual condizione
-al governo, colui che avrà le passioni più spiegate, dovrà soccombere
-a colui che saprà coprire colla timidezza l'ambizione, siccome ancora
-accadde dell'impero del mondo fra Ottavio ed Antonio.
-
-All'ambizione artificiosa del conte di Virtù erano poche ventuna città
-suddite. Egli pensava a nulla meno che al regno d'Italia: e i primi
-sguardi ch'egli gettò furono dalla parte del Veronese e del Padovano,
-per estendere sino all'Adriatico il suo Stato. Egli, siccome dissi,
-possedeva già Crema, Bergamo e Brescia. Antonio della Scala era signore
-di Verona e di Vicenza. Francesco da Carrara era signore di Padova.
-Da gran tempo questi due piccoli sovrani avevano delle discordie, e si
-facevano delle reciproche ostilità. Il conte di Virtù, simulando zelo
-per la concordia e per il bene di que' due principi, entrò mediatore
-per accomodare le loro controversie; e mentre l'una parte e l'altra
-stavano facendo le loro proposizioni, il conte lusingò il Carrarese,
-signore di Padova, proponendogli un'alleanza invece del progettato
-accordo. L'alleanza avea per fine la distruzione dello Scaligero. Il
-piano era che il Carrara lo dovesse attaccare dalla parte di Vicenza,
-mentre il conte di Virtù farebbe lo stesso dalla parte di Brescia.
-L'esito non poteva essere dubbio, poichè Antonio della Scala, posto
-così di mezzo, non poteva avere scampo. Il frutto era grande, mentre
-s'offeriva a Francesco Carrara di lasciargli Vicenza, e il conte
-restava pago di prendere per sè Verona. Non poteva essere l'orecchio
-del Carrarese adescato da una proposizione più seducente di questa,
-e incautamente la accettò. La passione antica che aveva contro lo
-Scaligero, lo acciecò a segno di lusingarsi, che il conte (il quale
-aveva tradito suo zio, usurpata la sua sovranità, e, coll'apparenza di
-officiosa mediazione, proponeva un tradimento contro dello Scaligero)
-sarebbe stato un alleato fedele a lui, poichè fosse reso ancora più
-forte coll'acquisto del Veronese, e diventato confinante col Padovano!
-Appena concertata la cosa, il conte mediatore immediatamente pubblicò
-un manifesto diretto allo Scaligero, diffidandolo che tre giorni dopo
-quella data veniva a muovergli guerra. (1387) Fu invaso il Veronese
-dalla milizia del Visconti da una parte, e del Carrara dall'altra.
-Alcuni malcontenti veronesi, che avevano secreta corrispondenza
-con Antonio Bevilacqua, comandante delle truppe del conte, aprirono
-l'ingresso; e il Bevilacqua, fuoruscito veronese e nemico di Antonio
-della Scala, rese Verona suddita del conte di Virtù; alle armi di cui
-si sottomisero i borghi e le terre tutte del Veronese non solo, ma
-del Vicentino e la stessa città di Vicenza. Così terminò la signoria
-degli Scaligeri l'anno 1387. La conquista fatta dal conte, della città
-di Vicenza, era una violazione dei patti. Contra di essa reclamava il
-signore di Padova Francesco da Carrara. Il conte rispondeva che egli
-teneva Vicenza, non come cosa spettante a lui, ma come l'eredità di
-Caterina sua moglie, figlia della regina Scaligera, moglie di Barnabò.
-Il Gatari, nella Storia di Padova[151], ci dice che il conte di Virtù,
-per maneggi secreti, corruppe i favoriti di Francesco da Carrara, e
-fece che gli consigliassero di alzar ben bene la voce, e declamare
-contro la perfidia del conte, facendogli sperare che, in tal modo, e il
-consiglio del conte e la di lui stessa moglie, l'avrebbero certamente
-indotto a consegnargli Vicenza, anzi che portare la patente macchia
-d'avere violata la fede; supponendosi a ciò indotti dalla lusinga che,
-intimorito, il Carrara non avrebbe osato di farne pubblica doglianza.
-Anche da tale insidia fu côlto quell'incauto principe; e il conte
-ebbe il pretesto di vendicare le ingiurie proferite da Francesco
-Carrara; e non solamente ritenne Vicenza, ma invase il Padovano,
-s'impadronì di Padova istessa, fece prigioniere l'infelice Francesco
-da Carrara, e trasportollo nella torre di Monza, ove terminò i suoi
-giorni. Io ho delle monete del conte di Virtù, signore di Padova, e
-sono già pubblicate altre monete del medesimo come signore di Verona,
-le quali monete vennero coniate probabilmente dalla zecca di Milano o
-nell'anno 1387, ovvero poco dopo. Da questi fatti compare chiaramente
-il carattere di Giovanni Galeazzo. Gli editti che pubblicava erano
-composti con frasi che indicavano religione, pietà, moderazione.
-S'invocava Dio; se gli rendeva omaggio di ogni prospero successo; si
-fabbricava il Duomo; si fondava la gran Certosa presso Pavia; ma la
-morale non era punto rispettata. Le animosità e le contese fra gli
-Scaligeri ed i Carraresi ebbero tal fine. E per lo più così accadde
-che i piccioli nemici combattono colla chimerica lusinga di soggiogare
-i loro emuli; e un terzo si presenta, il quale tranquillamente
-profitta delle loro spoglie; giugnendo poi i rivali rovinati a
-conoscere, ma tardi, che assai miglior partito è quello di tollerarsi
-scambievolmente, e rimanere concordi ed uniti, per ottenere stabilità
-di fortuna, e tranquillo e decoroso godimento di essa.
-
-Poichè per tal modo ebbe Gian Galeazzo estesi i suoi confini sino al
-mare Adriatico, rivolse le sue cure a dilatarli al lungo dell'Italia,
-al di là di Bologna, nella Romagna e nella Toscana. Egli conquistava
-per mezzo de' suoi generali. Prese colle armi Bologna. Molto si
-stese nella Romagna. Perugia, Spoleti, Nocera, Assisi furono da lui
-acquistate. Nella Toscana egli comprò Pisa collo sborso di ducentomila
-fiorini, e gliela vendette Gerardo Appiani, che era succeduto al
-padre in quel dominio. Egli acquistò Siena, che se gli rese per
-dedizione spontanea[152]. La repubblica di Firenze non poteva con
-tranquillità rimirarsi in tal modo cinta dai nuovi Stati del conte, la
-di cui ambizione non aveva limiti, e si venne alle ostilità. Nel loro
-manifesto i Fiorentini dissero:[153] _Sed profecto nosmetipsos, vana
-fide delusi, decipiebamus, persuadentes nobis illum esse posse fidelem,
-qui tam infidelis extitit nepos et gener et frater, in patruum,
-socerum, atque fratres, cujusque toties, et nobis, et aliis, probata
-fides erat nihil habere constantiae, nisi solum in hoc ut fidem quam
-promiserat non servaret... Nos versa vice tyranno Lombardiae, qui se
-regem facere cupit, et inungere, bellum indicimus_[154]. Stimolarono i
-Fiorentini il re di Francia, e non si sa con quai mezzi l'indussero,
-malgrado gli stretti vincoli del sangue, a spedire per la Savoia, un
-corpo di diecimila francesi, comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene
-il duca di Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio
-di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste truppe. Il
-comandante conte d'Armagnac era parente stretto di Carlo Visconti,
-figlio di Barnabò, che viveva miseramente ramingo colla sua moglie
-Beatrice d'Armagnac. L'armata francese si portò rapidamente sotto
-di Alessandria, città munita di valido presidio, comandato da quel
-Jacopo dal Verme che aveva fatto prigioniere Barnabò. I Francesi
-si presentarono con insulto, deridendo, provocando, ed invitando se
-avevano coraggio di venir fuori que' poltroni Lombardi. Si vide poi
-che è più facile l'oltraggiare che il vincere. Uscì Jacopo dal Verme
-il giorno 28 di luglio dell'anno 1391, e, per risposta, prese il
-conte di Armagnac prigioniere, e tutti que' francesi che non rimasero
-sul campo. Così terminossi quella spedizione; e il conte ben presto
-si accomodò colla Francia, facendole sperare di sottomettere colle
-sue armi Genova, e darla a quel re; il che poi non avvenne. Il conte
-per altro sembrava affezionatissimo ai Francesi. Ei si faceva pregio
-della contea di Virtù, che era un piccolo feudo della Francia nella
-Sciampagna, portatogli in dote dalla prima moglie Isabella, figlia
-del re di Francia Giovanni II. L'essere stato sino dalla fanciullezza
-unito con una amabile principessa di Francia, gli aveva lasciata quella
-propensione. Il conte, nell'anno 1387, maritò Valentina Visconti,
-l'unica sua figlia, a Luigi duca di Torrena e conte di Valois, fratello
-del re di Francia Carlo VI. Le sborsò quattrocentomila fiorini d'oro
-per sua dote, e le assegnò pure in dote Asti, e tutte le terre e
-castelli del Piemonte. Di più, volle riservare a lei ed a' suoi figli
-la ragione di succedere negli Stati suoi in mancanza di successori
-maschi legittimi e naturali; poichè allora non per anco ne aveva: di
-che erasene incolpata la stregoneria del signor Barnabò, come dissi.
-Questa riserva di successione fu poi cagione funestissima di miseria e
-rovina allo Stato, allorchè, centododici anni dopo, il re di Francia
-Lodovico XII (che era salito sul trono dopo Carlo VIII, morto senza
-figli), venne a far valere le ragioni della sua ava paterna Valentina
-Visconti, per essere estinta la linea legittima di Matteo I Visconti.
-Se poi il conte di Virtù, che aveva ottenuta la sovranità, per sè e
-suoi successori maschi legittimi e naturali, dal consiglio generale due
-anni prima, avesse facoltà di trasferirla ai discendenti delle femmine;
-e se ciò fosse conforme alla pace di Costanza, all'eminente sovranità
-dell'Impero, di cui era vicario, ed al buon diritto, sarebbe facil cosa
-il deciderlo, qualora la questione si fosse trattata fra privati avanti
-un tribunale. Il conte dava una cosa non sua. Pure, questa incautissima
-eventuale sostituzione serve di una dolorosa epoca nella nostra storia,
-per le guerre, le invasioni, la scissione che poi ne avvenne del nostro
-paese.
-
-Se i Fiorentini erano in armi, e se movevano altri principi contro di
-Giangaleazzo conte di Virtù, per porre argine alle conquiste ch'egli
-faceva nella Toscana, non avrebbero certamente i papi risparmiato dal
-canto loro di adoperare tutti i mezzi ch'erano in loro potere, contro
-di un principe invasore del loro Stato, e che occupava Bologna e le
-altre città che abbiamo accennate. Ma gl'interessi della Santa Sede
-erano turbati interamente. V'erano due, ciascuno de' quali pretendeva
-d'essere papa; e questo scisma, incominciato sin dall'anno in cui
-morì Galeazzo II, durò da un successore all'altro per lo spazio di
-ben quarant'anni. Alcuni paesi decisamente riconoscevano uno de' due
-papi per legittimo sommo pontefice. Lo scaltrito conte di Virtù non
-volle mai decidersi; ma adescò ed un papa e l'altro, lasciando sperare
-a ciascuno di volersi per esso determinare; e frattanto che i due
-competitori, con prodiga compiacenza, gareggiavano per guadagnarsi
-l'amicizia sua, egli andava togliendo alla Santa Sede lo Stato, ed
-operando ne' suoi dominii come s'ei fosse padrone di tutto, disponendo
-anche delle cose ecclesiastiche. La politica del conte era tale, che
-volle ottenere e da Urbano VI, che stava in Roma, e da Clemente VII,
-che risedeva in Avignone, la dispensa per contrarre le nozze con
-Caterina Visconti, sua cugina, l'anno 1380; e ciò sotto pretesto di
-timorata coscienza, non essendo egli ben certo quale de'due papi fosse
-il vero. Con tal mezzo,[155] _Omnes dignitates_, dice l'Annalista
-piacentino[156], _et beneficia ecclesiastica terrarum ipsius domini
-comitis, quae erant conferenda, dictus dominus comes ipse conferebat
-cui volebat, et dictus dominus papa dicta beneficia et dignitates
-confirmabat omnibus illis quos dictus dominus comes elegerat_. Ciò
-nondimeno i principi minori d'Italia erano collegati contro del
-conte; e fra questi eravi il signore di Mantova Francesco Gonzaga,
-gli Stati del quale, come più vicini, erano ancora più degli altri in
-pericolo; sembrando inevitabile anche per lui il destino dei signori
-della Scala e de' signori di Carrara. L'armata del conte, spedita
-contro il Mantovano, era comandata da Jacopo dal Verme. I Fiorentini
-non potevano soccorrere il Gonzaga, perchè il conte altro corpo di
-truppe teneva contro Firenze. Il Po era coperto di navi con armati
-dall'una e dall'altra parte; ed il Gonzaga aveva fabbricato su di quel
-fiume un ponte, di legno bensì, ma tanto forte e munito, che il dal
-Verme non credè di attaccarlo. Sotto di questo ponte si ricoveravano
-le navi mantovane ogni volta che dalle nostre venivano minacciate di
-offesa, come frequentemente accadeva. (1397) Il dal Verme, che non
-poteva innoltrarsi senza essere padrone del fiume, per cui riceveva
-la vettovaglia, immaginò uno stratagemma, che fu poi imitato dal re
-di Svezia Carlo XII alla Duina, mentre guerreggiava nella Polonia.
-Fece disporre un buon numero di barche piccole, e le caricò di paglia
-e di legna da ardere. Aspettò un buon vento favorevole; vi accese il
-fuoco, e il vento, unito alla corrente, portarono le barche sotto
-del ponte, ed immersero quel presidio nel fumo anche prima che il
-fuoco lo distruggesse. Ebbe cura che le barche fossero più larghe di
-quello che non erano i vani del ponte, per modo che, ivi giunte, vi
-rimanessero, e ne seguisse l'incendio, e così avvenne, dato che fu il
-fuoco alla paglia, e lasciate le macchine in poter del fiume. Nello
-stesso momento egli attaccò per terra la testa del ponte, talchè i
-Gonzaghi, sorpresi, e nemmeno potendo conoscere ove occorresse di
-portare soccorso, non s'avvidero del fatto se non dopo che fu rovinato
-il presidio ed il ponte, e perduta la difesa del Po. Jacopo dal Verme
-colse il momento della costernazione dei nemici, de' quali ben mille
-si erano sommersi col ponte, attaccò le navi de' Gonzaghi colle sue,
-e terminò questa battaglia navale colla presa di tutte le navi del
-nemico, il che accadde il giorno 14 di luglio dell'anno 1397. Pareva
-dopo ciò inevitabile la presa di Mantova e di tutto lo Stato del
-Gonzaga. Ma questi ricorse ad uno stratagemma men nobile e meno eroico,
-ma che lo sottrasse dall'imminente destino. Trovò un falsario che seppe
-esattamente contraffare una lettera di Giangaleazzo Visconti, e con
-questa lettera ordinò al dal Venne di ritirarsi dal Mantovano, come
-seguì. L'occasione passò, e il Gonzaga si sottrasse alla rovina[157];
-poichè attaccò l'armata priva del suo generale, e nel momento in cui
-nessuna disposizione vi era per la difesa, ebbe il campo di batterla.
-Il mestiere di falsificare le lettere del principe convien credere che
-in que'tempi fosse in uso, poichè il conte di Virtù, l'anno 1393, fece
-a tal proposito un editto che decretava a que' falsari un'atrocissima
-pena:[158] _Cum catena ferrea alligetur ad unam columnam, cum uno
-annulo ferreo revolvente se, et cum quo ipse homo revolvere se possit
-circumcirca ipsam columnam, longinqua catenus quatenus plus fieri
-poterit, ita ut mortem dolentiorem sustineat; ibidem tamen comburatur
-ita quod moriatur._ così leggesi in quel decreto, che pare scritto
-dallo stesso secretario che serviva Galeazzo, padre del conte.
-
-Sino dall'anno 1380 il conte di Virtù aveva ottenuto, siccome dissi,
-dall'Imperatore Venceslao il diploma di vicario imperiale. Ma questa
-dignità personale poteva non essere data a' suoi figli, e la elezione
-d'un nuovo imperatore poteva farla perdere al conte medesimo, il quale
-non dimenticava i figli di Barnabò e le pretensioni che avrebbon potuto
-far valere, sì tosto che le circostanze loro fossero favorevoli. Per
-tal cagione egli cercò d'essere formalmente investito da quell'augusto
-come vassallo di tutti gli Stati che possedeva, onde per tal modo
-rimanesse la successione e la sovranità perpetua ne' suoi discendenti.
-La richiesta venne esaudita dall'imperatore Venceslao, col mezzo di
-centomila fiorini d'oro che ei ricevette dal conte. Gli Stati del
-conte vennero eretti in ducato, e il conte venne dichiarato duca di
-Milano, con un diploma segnato il giorno 2 di maggio dell'anno 1395;
-e con altro diploma posteriore l'imperatore dichiarò le venticinque
-città che intendeva comprese nel ducato concesso, cioè Arezzo, Reggio,
-Parma, Piacenza, Cremona, Lodi, Crema, Bergamo, Brescia, Verona,
-Vicenza, Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano, Bormio, Como, Milano,
-Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio e Sarzana.
-Oltre queste città lo stesso augusto investì il nuovo duca d'una
-distinta contea, transitoria pure a' suoi discendenti, nella quale
-si comprendevano Pavia, Valenza e Casale. Il diploma è del giorno 13
-ottobre 1396. Così quell'augusto venne a staccar dall'Impero ventotto
-città, che formavano la maggior parte dell'antico regno italico; e il
-duca ne diventò legittimo sovrano. Altre città possedeva Giangaleazzo,
-non comprese in quel diploma; poichè, sebbene avesse ceduto Padova e
-dato in dote alla principessa Valentina Alba ed Asti, ancora Bologna,
-Pisa, Siena, Perugia, Nocera, Spoleti ed Assisi erano sue suddite; per
-lo che era egli sovrano di trentacinque città. La solenne funzione di
-rivestire delle insegne ducali il nuovo duca si celebrò in Milano sulla
-piazza di Sant'Ambrogio, il giorno 8 di settembre dell'anno 1395. In
-que' tempi non v'erano altri duchi in questa parte d'Italia; quindi la
-funzione fu solennemente celebrata con infinito corso di forestieri,
-e come dice il Corio, «al spectaculo de tanta solemnitate vi concorse
-quase de tutte le natione de christiani, ed anche infedeli, in modo
-che ciaschuno diceva non più potere maggior cosa videre[159]». Io ho un
-esemplare manoscritto della orazione che recitò il vescovo di Novara in
-mezzo di quella pompa, sulla piazza di Sant'Ambrogio. Essa incomincia
-così:[160] _Ecce testem populis dedi eum ducem, et praeceptorem
-gentibus. — Venerabiles patres, spectabilesque domini mei, plurimum
-merito venerandi, tota Mediolanensium patria potest a me condiligenter
-quaerere: — dic, quaeso, Novariensis episcope, quae sacrum moverunt
-caesareum animum nostrae comunitati ducatus exhibere fastigium? —
-Ad quam ego: — quadruplex rerum conditio; dirigens benignitas Regis
-aeternalis; prosequens conformitas actus parentatis; obsequens
-fidelitas domus Viperalis; congruens utilitas plebis generalis._ Poi
-dopo s'impegna a provare con varii testi della Sacra Scrittura, che
-Giangaleazzo era stato dall'imperatore creato duca per volere di Dio;
-per inclinazione di quell'augusto, che, sull'esempio de' suoi maggiori,
-beneficava la casa Visconti, per rimunerazione della fedeltà colla
-quale i Visconti erano sempre stati affezionati all'imperatore, e per
-bene generale de' numerosi popoli che obbedivano a Giangaleazzo. Indi
-l'oratore passa alle lodi dell'Impero Venceslao, nel quale trova:[161]
-_Celebris potentia validi vigoris; nobilis prosapia fulgidi decorit;
-hilaris clementia placidi datoris_; e continua a dimostrare queste
-asserzioni ritmiche, con fasi e modi singolarissimi. Poi, terminato
-l'encomio di Venceslao, passa a tessere quello del nuovo duca, e le
-sue lodi sono:[162] _Generis propinquitas, multum radiosa; corporis
-formositas, multum speciosa; animi tranquillitas, valde virtuosa._
-L'oratore vescovo di Novara era Pietro di Candia, che poi diventò papa
-col nome di Alessandro V; e tale sermone fu allora ammirato da tutti
-come un capo d'opera della più nobile eloquenza. Eppure trentacinque
-anni prima Petrarca era domiciliato presso quella piazza medesima!
-Convien dunque dire che le eleganti adunanze che ivi aveva tenute, e
-quelle del suo Linterno, non avessero lasciato alcuna traccia[163]. Il
-Corio descrive i donativi magnifici che fece il duca di superbi vasi
-d'oro e d'argento, collane d'oro, drappi ricchissimi d'oro e seta,
-cavalli signorilmente bardati, ed altri generosi regali distribuiti
-ai convitati. Il grandioso pranzo lo diede il duca nell'antica corte
-dell'Arengo, ossia Broletto Vecchio, dove oggidì sta la regia ducal
-corte. Il Corio ce ne dà la descrizione, ed io la riferisco, perchè dà
-idea del costume di quei tempi. Si cominciò con presentare a ciascuno
-de' convitati «aqua a le mano, stillata con preciosi odori; e puoi
-seguitarono le imbandisone, tutte accompagnate con trombe ed altri
-diversi suoni; la prima delle quali fu, marzapani e pignocate dorate,
-con arme dil serenissimo imperatore e nuovo duca, in taze doro, con
-vino bianco; deinde pollastrelli con sapore pavonazzo, cioè uno per
-scotella e pane dorato; puoi porci dui grandi dorati e dui vitelli
-parimente dorati. Inde vi furono portati grandissimi piatelli dargento,
-e per caduno pecti dui de vitello; pezi quattro de castrato; pezi due
-de sensali. Capretti dui interi, pollastri quattro, capponi quattro,
-persutto uno, somata una, salzici dui, e sapore bianco per minestra, e
-vino greco. Doppo furono portati altri piatelli di simile grandezza con
-pezi quatro de vitello a rosto; capreti dui interi; lepori dui intere;
-pizoni grossi sei; cunelli quattro. Puoi pavoni quattro, cotti et
-vestiti; orsi due dorati con sapore citrino. Doppo furono portati altri
-grandissimi piatelli dargento con faxani quatro per cadauno, vestiti;
-ed a quelli seguitavano conche grande di argento, con uno cervo intero
-dorato; daino uno similmente indorato, e caprioli dui con galantina.
-Puoi piatelli come di sopra con non puocho numero de qualie e pernice
-con sapore verde; puoi furono portate torte di carne dorate con pere
-cotte. Doppo fu dato acqua a le mano, facta con delicati odori, ali
-quale seguitava pignocate in forma de pessi, inargentate. Puoi pani
-inargentati, limoni syropati, inargenti in taze, pesce rostito con
-sapore rosso, in scutelle d'argento, pastelli de inguilli, inargentati.
-Puoi piatelli grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina
-inargentata, trute grande con sapore nero, e sturioni dui, inargentati.
-Inde fu portato torte grande verde, inargentate, mandole fresche, vino
-legiero, malvasia, persiche e diversi confecti a varie fogie[164]».
-Pare che l'usanza fosse allora nei conviti pomposi di collocare nel
-centro della gran mensa de' pezzi enormi, come maiali, vitelli, orsi,
-cervi, daini, sturioni interi o dorati o inargentati, ovvero rivestiti
-colla loro pelle naturale e internamente arrostiti. Pare che queste
-masse non servissero ad altro che alla vista dei commensali durante il
-convito, e che quello finito si concedessero da depredare festosamente
-al popolo. Per cibo de' commensali si ponevano loro davanti, all'uso
-monastico, dei piatti minori. I sapori bianco, nero, rosso, verde,
-citrino e pavonazzo, pare che fossero salse di colori e gusti diversi.
-L'usanza di coprire con foglie d'oro e di argento i cibi anche oggi
-si conserva in alcune ciambelle di monache: gli speziali lo fanno
-altresì per diminuire la nausea alle cattive cose che presentano
-da inghiottire; e nella nostra plebe rimane ancora il proverbio di
-_mangiare il pan d'oro_ per significare una vita signorile e deliziosa.
-In mezzo a questa stomachevole abbondanza, degna di quel tempo, in cui
-si ammirava l'accennata eloquenza del vescovo di Novara, confesseremo
-che nella eleganza di servire con acque odorose per lavarsi, erano
-quegli uomini più colti e raffinati che ora non lo siamo noi.
-
-L'ambizione di Giovanni Galeazzo non era sazia giammai, e voleva
-per ogni modo quel principe lasciare ai secoli venturi la fama di sè
-medesimo. Felici i suoi popoli s'egli avesse temuto la cattiva fama!
-Egli ordinò una compilazione degli statuti di Milano, la quale si
-pubblicò il giorno 13 di gennaio dell'anno 1396, ed è la medesima che
-venne stampata poi l'anno 1480, in Milano, da Paolo Suardi, con assai
-bella edizione. Egli fece immaginare la genealogia del suo casato; e
-questa fu compilata nella maniera più grossolanamente fastosa che dir
-si potesse. Si creò allora la cronaca de' conti di Angera, celebre
-presso di molti fra i nostri autori. Si riascese nulla meno che al
-troiano Enea, il nipote di cui, per nome Anglo, si fece fondatore
-_d'Angleria_, nome latino d'una rocca del distretto del lago Maggiore
-chiamata Angera. Da Anglo se ne fanno discendere molti re, molti
-eroi e finalmente Matteo Visconti. Appoggiati in questa genealogia i
-successori di Gian Galeazzo ambirono poi di aggiugnere al titolo di
-duca di Milano quello ancora di conte d'Angera e talvolta semplicemente
-_Anglus_; come fra gli altri ambì di fare Lodovico Sforza, che nella
-leggenda delle sue monete per questo si potrebbe credere un inglese.
-Anche il titolo distinto di conte di Pavia lo aggiunsero i successori,
-per essere quella una contea separatamente infeudata; e per lo più
-il principe ereditario chiamavasi conte di Pavia. Vi bisognava nulla
-meno che una ignoranza totale della storia, per ispacciare seriamente
-la impostura dei conti d'Angera. Eppure il duca fu contentissimo di
-quella adulazione; e la cronaca venne accolta con riverenza e con fede.
-La stessa ambizione della immortalità portò il duca a fabbricare la
-chiesa e la magnifica Certosa presso Pavia, dotandola signorilmente,
-in guisa che era uno de' più grandiosi e ricchi monasteri che avesse
-quest'ordine. Finalmente allo scopo medesimo mirò colla fabbrica del
-Duomo di Milano, immaginato ed innalzato da lui. Allora non v'era
-in Roma la superba chiesa di San Pietro, nè in Londra quella di San
-Paolo; e il tempio che disegnò Gian Galeazzo ed innalzò in Milano, per
-que' tempi, era il più grande, il più ardito e il più magnifico del
-mondo, senza eccettuare Santa Sofia di Costantinopoli. Se la fabbrica
-siasi cominciata nell'anno 1386, ovvero nel 1387, è un soggetto di
-controversia nel quale non entrerò. Nemmeno entrerò io a trattare del
-gusto di questa immensa mole, tutta caricata di minutissimi lavori di
-marmo, con tanta prodigalità e capriccio, che costano secoli e tesori
-gli ornati, le balaustrate, le guglie e i terrazzi che la coprono,
-e non sono visibili se non agli uccelli, o a que' pochi che hanno la
-curiosità di salire centottanta braccia, quant'è l'altezza dell'ultima
-guglia, per rimirarle. Il duca volle fare questo tempio abbandonando
-la simmetria degli ordini eleganti di architettura, e seguendo il
-gusto di fabbricare della Germania. Io non saprei a tal proposito
-esprimermi tanto bene, quanto ha fatto nell'elogio del Cavalieri il
-nostro immortale abate Paolo Frisi: «Gli architetti fatti allora venire
-dalla Germania, avendo preferita la nativa loro maniera di fabbricare
-agli ottimi modelli che sino da quei tempi vedevansi nella Toscana,
-ci lasciarono nella gran fabbrica del nostro Duomo un monumento della
-rozza opulenza, piuttosto che del buon gusto. Anzi il nuovo modello,
-imponendo colla sua stessa grandiosità, e confondendo le idee della
-simmetria, dell'euritmia e del bello, servì piuttosto a ritardare fra
-di noi i progressi della maestosa e nobile architettura»; così egli.
-La lunghezza del Duomo è di braccia duecentoquarantanove e mezzo; la
-larghezza massima della croce è braccia centoquarantotto e un ottavo;
-e la larghezza della chiesa è braccia novantasette. Il nostro braccio
-è l'estensione di un piede e dieci pollici di Parigi, così che sei
-braccia si calcolano prossimamente undici piedi reali di Francia[165].
-Questo grande edificio è tutto di marmo bianco ed alquanto trasparente,
-che si cava da un monte del lago Maggiore, verso Domodossola. Il duca
-arricchì questa fabbrica di assai pingue patrimonio; ma per innalzare
-la immensa mole vi vollero generose e moltiplicate obblazioni; ed il
-Corio ci racconta che, essendo stato nell'anno 1390 pubblicato in Roma
-un Giubileo, «dove Lombardi per le continue guerre e turbazione non
-essendogli potuto andare, Bonifacio pontefice, ad intercessione de
-Giovanne Galeazzo Vesconte, la concesse a Milano ne la medesima forma
-che era a Roma, cioè che ciaschuno nel dominio dil Vesconte sì anche
-non fusse contrito ne confesso, fusse absoluto di qualunque peccato...
-offerendo al primo Tempio due parte de le tre che avrebbino speso ne
-lo andare a Roma, de la cui oblatione due parte dovevano essere de
-la fabrica dil celeberrimo Tempio, e la tertia parte al pontefice:
-a questa indulgentia li ultimi dui mesi gli concorse innumerabile
-moltitudine de Lombardi[166]». Si è temuto questo passo del Corio, che
-asserisce avere il papa accordata l'assoluzione anche ai non pentiti;
-e per ciò nelle più recenti edizioni questo pezzo fu ommesso. Non
-vi è però motivo alcuno di temere sinistra impressione, dappoichè
-l'instancabile nostro conte Giulini ha pubblicata la bolla medesima
-di Bonifacio IX, che ritrovasi nell'archivio Panigaroli, nel registro
-A, pag. 169, in cui chiaramente si legge:[167] _Vere penitentibus et
-confessis_[168]. Il Corio si è ingannato attribuendo quella opinione
-al papa. Ma non credo io ch'egli poi siasi ingannato, asserendo che
-tale opinione comunemente sì facesse correre per adescare in gran
-numero i donatori. Infatti già vedemmo al capitolo undecimo, come il
-cardinal legato Bertrando del Poggetto, sessantanove anni prima, aveva
-pubblicata la Crociata per la distruzione di Matteo I, promettendo
-a chi vi si arruolava assoluzione intera,[169] _liber et mundus sit
-tam a culpa, quam a poena_. Questa opinione erronea e funesta era
-dipoi andata serpeggiando per modo, che lo stesso Bonifacio IX, in
-un suo breve, scrisse a disinganno di chi si lasciava adescare:[170]
-_Non veras, et praetensas facultates hujusmodi mendaciter simulant,
-cum etiam pro parva pecuniarum summula, non poenitentes, sed mala
-conscientia satagentes iniquitati suae quoddam mentitae absolutionis
-velamen praetendere, ab atrocibus delictis nulla vera contritione,
-nullaque debita praecedenti forma (ut verbis illorum utamur) absolvant,
-mala ablata, certa, et incerta, et nulla satisfactione praevia (quod
-omnibus saeculis absurdissimum est) remittant_[171]. V'erano dunque pur
-troppo i comodissimi dottori, che, per carpire denaro, addormentavano
-gli uomini nel delitto; e non è difficile che questi venissero
-adoperati per innalzare il Duomo; nel quale il duca pensò di lasciare
-ai secoli un monumento eterno della sua grandezza. Da tali fatti si può
-concludere che allora non v'era idea di eloquenza; non si studiava la
-storia, cattivo era il gusto di architettura, e poco dissimile quello
-della mensa; e quel che è peggio di tutto ciò, correva una morale
-infame, per cui si credeva col denaro di cancellare qualunque iniquità,
-senza bisogno alcuno di pensare a diventar migliori. I lodatori
-de'tempi antichi, torno ancora a ripeterlo, non sanno la storia.
-
-La vendita che aveva fatta l'imperator Venceslao di tutto il regno
-longobardo, ossia italico, al nuovo duca, mosse i principi della
-Germania a formare un partito per deporre quel sovrano dal trono
-augusto, dal quale aveva staccata una parte così importante. Altri
-motivi di doglianza avevano ancora contro di lui. (1401) Quindi
-dichiararono imperatore Roberto conte Palatino di Baviera, e Venceslao
-deposto; il che avvenne l'anno 1401. Il papa, i Veneziani ed i
-Fiorentini animarono il nuovo Cesare a comparire nell'Italia, per
-rivendicare le terre staccate dall'Impero; e gli promisero tutti i
-soccorsi. Il nuovo imperatore, prima di venire, scrisse al duca la
-lettera seguente, che ci ha conservata il Corio:[172] _Robertus de
-Bavaria, Dei gratia, Romanorum rex, et Rheni comes Palatinus. Tibi
-Johanni Galeaz, militi Mediolanensi, praecipiendo mandamus, quatenus
-omnes civitates, castra, terras, et loca Romano Imperio et ditioni
-nostrae spectantia, quae in Italia occupata indebite detines, Nobis,
-quibus Romani Imperii gubernatio, ex electione de nobis imperatore
-per Imperii electores canonice facta, ad me spectat et pertinet,
-restituere ac resignare debeas, alioquin ut sacri Imperii terrarum, et
-jurisdictionum invasorem, et nostrum hostem et rebellem diffidamus._ A
-tale intimazione così rispose il duca:[173] _Tibi Roberto de Bavaria
-nos Johannes Galeaz Vicecomes, Dei et serenissimi domini Vincislai
-Romanorum et Bohemiae regis gratia, dux Mediolani, etc., ac Papiae et
-Virtutum comes. Per praesentes respondemus quod quascumque civitates,
-castra, terras et loca in Italia possidemus, et a prefato serenissimo
-domino Vinceslao, Romanorum rege, et sacri Imperii gubernacola canonice
-possidente, tenemus et possidemus, ipsasque a te, Imperii invasore
-atque praefacti domini Vincislai et nostri hoste manifesto, defendere
-prorsus intendimus, teque, ipsorum Imperii et dominii Vincislai regis
-atque Nostrum hostem manifestum, si nostrum territorium invadere
-praesumpseris, diffidamus_[174]. L'effetto di queste bravate non fu
-altro, se non che il nuovo augusto Roberto passò le Alpi, e dal Tirolo
-venne sul Bresciano. L'armata del duca se gli affacciò; e il giorno
-21 di ottobre dello stesso anno 1401, battè gl'imperiali per modo che
-condusse a Brescia un buon numero di prigionieri, due stendardi e più
-di mille cavalli; il che risulta dagli antichi registri della città
-sovra memorie contemporanee, consultate e pubblicate dal nostro conte
-Giulini[175]. Il conte Alberico di Cunio e di Barbiano ebbe gran parte
-dell'onore di questa vittoria[176]. Egli fu molto caro a Barnabò.
-Alberico fu istitutore della società militare di San Giorgio, che
-liberò l'Italia da masnadieri esteri. La virtù e il nome di questo
-illustre italiano vivono ne' nobilissimi suoi discendenti[177]. La
-presa di due stendardi significava allora assai più che non farebbe in
-questo secolo, nel quale abbiamo moltiplicato le insegne, non saprei a
-qual altro uso, fuori di quello di attestare con maggior autenticità
-le proprie perdite quando vengon prese da' nemici, stipendiando a
-tal fine molti uomini inutili per la battaglia. L'apparizione del re
-Roberto fu momentanea, poichè dopo quell'incontro voltò strada, e per
-la via di Trento se ne ritornò nella Germania. (1402) A tale stato di
-prosperità era giunto Giovanni Galeazzo Visconti nell'anno 1402, che
-tutto si piegava sotto la potenza di lui. Altro più non gli restava
-se non di sottomettere Firenze, la quale era già cinta d'assedio dal
-conte Alberico; e fra poco la Toscana, la Romagna in buona parte, e
-la Lombardia non avrebbero avuto altro padrone fuori che lui. Così il
-Visconti aveva nuovamente radunato in un sol corpo l'antico dominio
-de' re longobardi, nè altro più gli mancava che il solo titolo di
-re. Il Corio ci attesta che il manto reale, il diadema, lo scettro
-erano già preparati dal duca; e per celebrare la funzione di farsi
-consacrare, aspettava soltanto l'avviso della resa di Firenze. I
-generali del duca erano i migliori di quei tempi: Jacopo dal Verme,
-Ottobuon Terzo, Facino Cane e il conte Alberico di Barbiano. Il
-duca contava il quarantanovesimo anno della età sua mentre aveva in
-faccia questa ridente e grandiosa scena; quando morì in Marignano, il
-giorno 5 di settembre dello stesso anno 1402; e così ogni cosa cambiò
-aspetto; e tutte le previdenze umane, e tutt'i lunghi fili tessuti per
-un avvenire sempre indipendente dagli uomini, rimasero troncati. Fu
-veramente magnifica e reale la pompa funebre che si celebrò in Milano
-per Giovanni Galeazzo I duca. Ne abbiamo la descrizione minuta[178].
-Intervennero al funerale gli oratori di ciascuna delle città suddite;
-gl'inviati di tutti i principi esteri; e quaranta illustri consanguinei
-della agnazione Visconti. Le insegne di tutte le città e borghi
-principali del dominio, portate da duecentoquaranta uomini a cavallo;
-duemila uomini vestiti a bruno, con grosse torce di cera; tutt'i
-vescovi sudditi; il feretro, portato dalle cariche di corte, sotto
-di un baldacchino di broccato d'oro, foderato d'armellini; le insegne
-ducali, portate dagli araldi, il tutto formò uno spettacolo maestoso.
-
-Il carattere di Giangaleazzo si manifesta bastantemente dalle sue
-azioni. Sant'Antonio lo ha dipinto con odiosissimi colori. Il nostro
-Corio lo dice prudentissimo ed astuto, che sfuggiva il commercio
-degli uomini, pigro, timido nell'avversità, e audace nella prospera
-fortuna, simulato, vano ed infedele alle promesse. Io dirò che egli
-era ambizioso, senza elevazione d'animo, superstizioso, senza vera
-religione, mite, senza principio di virtù. Egli non ebbe l'atrocità
-del padre e dello zio, ma nemmeno ebbe la franchezza del carattere
-del secondo. Tutto in complesso, egli però fu men cattivo principe di
-quello ch'essi furono: dal che non risulta gran lode. Nel suo regno
-vi sono de' fatti grandi; ma nessuno ve n'ha di nobile e generosa
-indole. I sudditi dovettero sopportare pesantissimi aggravii, com'era
-necessario di fare per supplire alle grandiose spese che assorbivano
-le armate, le pompe, le compre di Stati e di titoli, e tutti i maneggi
-che prese il duca a trattare. Il nostro Annalista ci scrive:[179] _Dux
-noster imposuit taleas, conventiones, et mutua intra dominium subditis
-suis ita magna et continua, quod ipsis oportebat per peregrina loca
-vagari, non valentes dicta onera sustinere, et fuit ululatus viduarum,
-et orfanorum, et aliorum singulorum, et maximus strepitus inferiorum,
-et immensae crudelitates. Et non valentes solvere detinebantur, et bona
-sua a stipendiariis usurpabantur_[180]. Questi mali però in Milano
-si dovettero sopportar meno che altrove. Una popolata capitale, che
-è patria del sovrano, in una recente signoria, sempre è rispettata.
-I clamori sarebbero troppo vicini all'orecchio del principe. Milano
-infatti, alcuni anni dopo, malgrado il disordine che dovette soffrire
-sotto il governo del secondo duca, era popolata, ricca ed animata colla
-industria. Allora in questa capitale colava il denaro che dovevano
-portarvi gli oratori delle trentaquattro città soggette al duca,
-quello che vi spendevano i ministri dei principi esteri, quello che
-vi consumava il duca per la sua corte e per le sue pompe, quello che
-si raccoglieva per fabbricare il Duomo dalla divozione de' cittadini
-delle altre città; e per conseguenza aveva mezzi grandi per i tributi.
-Certamente che il duca pose in opera tutti i ripieghi per radunare il
-denaro, e fra questi ricorse ad uno di que' metafisici ritrovati che,
-colla idea di tener celato il tributo, opprimono i popoli, più ancora
-di quello che non faccia un tributo sinceramente richiesto. L'Argellati
-ci ha pubblicata la legge monetaria, colla quale comandò quel principe
-che tutte le monete si dovessero spendere a maggior numero di lire;
-così che, da quel giorno in avanti, la moneta che correva per tre
-soldi, dovesse essere spesa ed accettata per quattro soldi; salvo però
-il pagamento de' tributi, che eccettuò e volle che venissero pagati a
-ragguaglio dell'antica moneta[181]. Con questa operazione quel sovrano
-defraudava i suoi creditori e stipendiati d'una quarta parte di quanto
-loro competeva. Ma tanti furono gli inconvenienti di questa indiretta
-operazione, che poco dopo la dovette rivocare, e restituire le monete
-al primiero loro corso; di che ne ha trovati i documenti il conte
-Giulini nell'archivio della città[182]. La superiorità che aveva il
-Visconti sopra degli altri principi confinanti si conosce dalle frasi
-che adoperava nelle lettere ch'egli scriveva; e ciò anche da principio,
-avanti che avesse tanto dilatato il suo dominio ed acquistata la
-dignità ducale. Il Corio[183] ci trascrive le lettere che Gian Galeazzo
-scriveva ad Antonio della Scala, sovrano di Verona e di Vicenza, e le
-risposte che da quel principe riceveva. Allo Scaligero il Visconti
-scriveva nulla più che _Vir Magnifice_; ed esso, nella risposta al
-Visconti, _Illustris et excelse Pater noster praeclarissime_. Nel
-corpo della lettera il Visconti scriveva _Nobilitati, vestrae_, e
-nulla più; e lo Scaligero, _Excelsa Paternitas vestra_, ovvero _Pater
-Excellentissime_. Anche nel carteggio colla repubblica fiorentina
-si manifestava il superiore riguardo che avevasi per il Visconti.
-Egli scriveva _Magnifici fratres carissimi_; ed essi nelle risposte
-dicevano: _Magnifice et Excelse Domine, frater et amice carissime_; e
-nel corpo della lettera, _Excellentia vestra_.
-
-Il duca Gian Galeazzo, malgrado la severa pietà che dimostrava sino
-alla ipocrisia, lasciò, morendo, un figlio naturale, nato da Agnese
-Mantegazza. Questi aveva nome Gabriello Visconti; e il padre, nel
-suo testamento, lo fece sovrano di Pisa e di Crema. Nel testamento
-medesimo, egli divise a suo arbitrio lo Stato; poichè al cadetto
-(de' due figli ch'ei lasciò, nati dalla duchessa Caterina, figlia di
-Barnabò), non solamente lasciò la contea di Pavia, che aveva ottenuta
-come un feudo separato, ma vi aggiunse Novara, Vercelli, Tortona,
-Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Bassano; città tutte
-staccate dal ducato, il quale doveva pure, in virtù del diploma e colla
-legge de' feudi, passare interamente nel primogenito, che era Giovanni
-Maria. Il primogenito adunque rimase duca di Milano; il cadetto
-restò conte di Pavia; s'intitolò il primo: _Johannes Maria Anglus,
-dux Mediolani, etc., comes Angleriae ac Bonomie, Pisarum, Senarum ac
-Perusii_; e il secondogenito prese a chiamarsi: _Philippus Maria, comes
-Papiae, et Veronae dominus._
-
-
-
-
-CAPITOLO XV.
-
- _Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti,
- Filippo Maria._
-
-
-Dalla metà del secolo decimoquarto sino alla metà del secolo
-decimoquinto, per lo spazio di cento anni, la storia di Milano
-presenta come una figura colossale mal connessa, di cui ora si
-raccozzano ed ora cadono i pezzi; che però in nessuna parte mostra
-vaghezza ed eleganza, ma rappresenta una figura truce e deforme.
-Tale fu l'indole di que' tempi e di que' governi, nei quali della
-virtù appena si conosceva il nome; sotto a principi che considerarono
-gl'interessi loro, non solamente staccati, ma opposti a quelli del
-loro popolo, che opprimevano e saccheggiavano anzi che governarlo.
-Ad onta però dei vizi de' sovrani, Milano s'andò arricchendo; si
-animò l'agricoltura, si aumentò sempre la popolazione, l'industria
-si moltiplicò. Perchè la capitale d'un vasto Impero, collocata in
-mezzo d'una fertile pianura, e comandata da un sovrano (che, malgrado
-l'atrocità, predilige sempre i suoi concittadini), non può a meno che
-non cresca. Morto il duca Giovanni Galeazzo, cadde la gran mole dello
-Stato sotto il governo di due minori. Giovanni Maria, primogenito e
-nuovo duca, aveva appena quattordici anni, e dieci e non più ne aveva
-Filippo conte di Pavia, di lui fratello minore. Sarebbe stato difficile
-in que' tempi il conservare illesa la dominazione, quand'anche il
-ducato di Milano fosse stato un principato antico, consolidato dalla
-opinione de' popoli, e la duchessa vedova tutrice fosse stata d'animo
-bastantemente elevato ed energico per sostenere il peso del governo.
-Ma oltre i mali inseparabili dalla minorità, lo Stato era un recente
-aggregato di conquiste, di usurpazioni, di compre; e nessun altro
-titolo v'era per convincere i popoli della legittimità della nuova
-dominazione, che la forza. Un diploma comprato da un debole e deposto
-imperatore, le male arti, le insidie e la più vergognosa mancanza di
-fede, questi erano i titoli che doveva far valere la vedova duchessa
-Caterina, donna avvilita d'animo; perchè, per lo spazio di ventidue
-anni, costretta a soffocare colla dissimulazione il rammarico della
-rovina di suo padre e de' suoi fratelli, oppressi da quello stesso
-uomo ch'ella vedeasi giacere al suo fianco la notte, e al quale
-doveva simulare stima ed affetto. L'orrore del suo misero stato aveva
-ridotta la vedova principessa affatto incapace di reggere alla testa
-di una tale sovranità; ed all'animo abbattuto dalla lunga ed uniforme
-sofferenza de' mali, s'aggiugneva un colpo d'apoplessia già sofferto,
-che la rendeva ancora più inetta agli affari. I due giovani principi
-non avevano alcun prossimo congiunto che potesse reggere lo Stato;
-non un Consiglio appoggiato alla costituzione. La loro rovina era
-inevitabile. La reggenza cominciò coll'unione di alcuni generali e di
-alcuni cortigiani, i quali pretesero di formare il Consiglio, presso
-cui stava la sovranità, sotto il nome del duca Giovanni Maria. Questa
-unione d'uomini potenti e mal assortiti, di cui ciascuno null'altro
-aveva per fine che la propria fortuna, e null'altro aspettava se non
-l'occasione per approfittarsi della gioventù d'un principe per il
-quale nessuno aveva alcuno zelo; questa unione, dico, colle interne
-rivalità, e col disordine ed interno scompigliamento, diede in certo
-qual modo il segnale ai sudditi d'essere giunto il momento opportuno
-per liberarsi dal giogo che era stato aggravato da Barnabò, da
-Galeazzo, e recentemente dal primo duca; la dispotica dominazione
-de' quali non era durata abbastanza per far dimenticare l'antica
-libertà, se pure è possibile che si dimentichi mai ogni qualvolta si
-soffre l'abuso del potere sovrano. I Rossi fecero ribellare Parma; Ugo
-Cavalcabò s'impadronì di Cremona; Giorgio Benzone si fece arbitro di
-Crema; Brescia se la prese a reggere Giovanni Bosone; Franchino Rusca
-s'eresse sovrano in Como; Giovanni da Vignate si pose a signoreggiare
-Lodi; e frattanto i generali del morto duca, che avevano combattuto
-per lui, ma non sotto di lui, niente affezionati alla sua memoria,
-andavano saccheggiando lo Stato e occupandone le città per proprio
-loro conto; come fece Facino Cane, che si rese padrone di Piacenza, di
-Tortona, di Alessandria, di Novara e di altre terre. (1403) Le armi
-de' collegati scacciarono i Visconti dalla Romagna, e così Bologna,
-Perugia ed Assisi vennero cedute al papa il giorno 25 agosto nell'anno
-1405. Siena anch'essa scosse il giogo; e poco dopo si dovettero cedere
-ai Veneziani Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano l'anno 1404,
-frattanto che il marchese di Monferrato s'impadroniva di Casale e di
-Vercelli. In tale stato erano le cose, che, due anni dopo la morte del
-duca Giovanni Galeazzo (due anni appena dopo la real clamide disposta,
-la corona e lo scettro), i suoi figli tremavano, il primo rinchiuso in
-Milano colla duchessa sua madre nel palazzo di corte, custodito come
-un ostaggio in mezzo di una città che, divisa in partiti, tumultuava
-ogni giorno; e l'altro appiattato nel castello di Pavia e mal sicuro,
-perchè nella città più di lui potevano i Beccaria: ed ecco il fine di
-tanta ipocrisia, di tanti maneggi, di tanta simulazione, e di tante
-violazioni di fede!
-
-Il duca Giovanni Maria, mentre stavasene occulto nel palazzo ducale,
-nel tempo che i suoi Stati erano ceduti, invasi, saccheggiati, ovvero
-oppressi senza di lui saputa in suo nome, s'annoiò della compagnia
-della vedova duchessa sua madre, fors'anco per qualche buon ricordo
-che ella li desse. Come la cosa andasse non lo sappiamo. La duchessa
-Caterina dovette staccarsi dal duca suo figlio, e si ritirò a Monza,
-per ivi passare il resto de' tristi giorni suoi, i quali ben presto
-terminarono il giorno 17 di ottobre dell'anno 1404. Questa morte si
-attribuì, non senza fondamento, allo stesso duca suo figlio; e le
-azioni della sua vita ci levano pur troppo l'inquietudine di essere o
-maligni o calunniosi nel sospettarlo. I consiglieri di quell'insensato
-duca non erano sazii mai della preda, e imponevano tributi, prestazioni
-e gabelle, per fare in ogni modo un buon saccheggio; ma non avendo
-assoldate truppe bastanti, nè essendo ben organizzata la macchina
-politica, non sapevano con qual mezzo forzare i sudditi a pagare i
-tributi imposti, e allora ne immaginarono uno che prova l'indole di
-quel misero governo. (1406) «E l'anno sexto sopra MCCCC, dice il Corio,
-Giovanne Maria in Milano dominante, il dicinove di febraro, in uno
-giorno de Venere, ale XII ore, fu per parte del principe cridato che
-veruna persona non se odesse in iudicio per infine non fusse satisfacto
-ala solutione de le taglie imposte tanto in quello anno quanto dil
-preterito, e parimente che veruno notaro non celebrasse istrumento
-nel modo come scripto». Cospirava la fisica a rovina del popolo per
-una pestilenza che uccideva più di seicento persone al giorno[184].
-L'interno disordine in Milano giunse a tal segno, che i generali
-saccheggiavano le case de' ricchi cittadini, facevano i corsari,
-depredando le mercanzie che navigavano sul Po, e persino, impadronitisi
-del castello di Milano, scaricavano l'artiglieria sopra della città,
-nella quale pure vi stava lo stesso duca. Bastano questi falli per
-concepire una idea precisa della minorità di quel principe; ed io
-mi credo lecito di trascurare una immensa serie di azioni cattive,
-uniformi e minute, che nulla ci insegnano di più, e inutilmente
-renderebbero sempre più meschino il racconto storico di que' tempi. Il
-duca Giovanni Maria era un impasto di stranissima ferocia. La crudeltà
-in lui sembra che nascesse non da vendetta nè da impetuose passioni,
-ma piuttosto da mancanza di riflessione; come si vede ne' fanciulli,
-che atrocemente incrudeliscono contro i più deboli e timidi animali,
-senza avvedersene, poichè, nulla pensando allo spasimo d'un vivente
-sensibile, unicamente si divertono nel fenomeno che producono, e si
-consolano della loro superiorità. Tale sembra che fosse il carattere
-di Giovanni Maria, il di cui sovrano piacere era quello di vedere
-sbranare gli uomini da robusti mastini, ch'egli nodriva per tale
-oggetto, nel tempo stesso in cui, timido ed imbecille, obbediva con
-sommessione a qualunque de' generali, i quali a vicenda comparendogli
-davanti colla forza, lo soggiogavano e lo rendevano pupillo, anche
-dopo terminata che fu l'età minore: sorta di principato pessima sopra
-tutte le altre, poichè le tirannie si commettevano senza che il vero
-autore nemmeno compromettesse il suo nome. Giunto il duca all'età di
-vent'anni, il giorno 28 di gennaio dell'anno 1408 fece sbranare da'
-suoi cani Giovanni Pusterla, castellano di Monza, calunniandolo per
-la morte della duchessa Caterina. Questo innocente e nobile cittadino
-spirò satollando colle sue membra la fame di que' mastini nel luogo
-istesso ove, sessant'otto anni prima, aveva terminata la vita, con
-altro supplizio, Francesco Pusterla, regnando Luchino, siccome vedemmo.
-Fu consigliato il duca di scolparsi con tal sacrificio dall'accusa
-d'essere parricida. Bertolino del Maino spirò pure squarciato dai denti
-di quei mastini. Così cominciò il suo regno il duca Giovanni, terminata
-che fu la minorità! Il signor Carlo Malatesta, sovrano di alcune città,
-aveva a lui data in moglie Antonia Malatesta, sua nipote. Egli voleva
-pure illuminare il genero ed insegnargli i principii per governare lo
-Stato, e mostrarsi degno di comandare agli uomini; a tal fine, dovendo
-egli partirsene da Milano per reggere i propri Stati, lasciò al duca
-alcuni ricordi, i quali tuttora si conservano nell'archivio della
-città, e furono pubblicati dal benemerito nostro conte Giulini[185].
-La sostanza di questo testamento politico si può epilogare nel modo
-seguente: «La crudeltà è sempre indecente, sempre odiosa, e non di
-rado funesta. I popoli debbono venerare nel sovrano l'immagine della
-Divinità, protettrice della innocenza, e placabile col pentimento. Si
-guardi il principe da coloro che cercano di rendergli sospetti i suoi
-congiunti o i privati suoi domestici; coloro sono suoi nemici. Risolva
-da sè il sovrano, ma negli affari ascolti prima l'opinione de' suoi
-consiglieri; così non accaderà una inconsiderata risoluzione. Meglio è
-perdonare che distruggere. I tributi s'impongano per vero bisogno, si
-ripartano con giustizia, si percepiscano con economia, e i cortigiani
-dieno l'esempio agli altri col pagarli. Non s'intraprendano guerre
-senza necessità. Non largheggi il principe nel donare superfluamente.
-Sia inviolabile nel mantenere la parola data, e imparziale per la
-giustizia. Le cariche si dieno al merito, non mai al prezzo. Nella
-scelta de' ministri si esamini di quale riputazione godano, e se la
-vita loro sia proba; chi non è buon marito, buon padre, buon padrone in
-sua casa, non sarà mai buon consigliere del sovrano. Agli stipendiati
-si corrisponda fedelmente la paga. Le antiche leggi patrie sieno
-venerate ed obbedite. Ai ribelli riconciliati si tenga d'occhio, ai
-pertinaci si tolga il potere». Questo è il trasunto di tale memoria.
-S'ella fu destinata da Carlo Malatesta per illuminare il duca, non vi
-fu mai carta più inutile di questa. Se poi egli aveva null'altro in
-veduta che di lasciare una pubblica disapprovazione della condotta del
-nipote, non poteva scrivere meglio di così, perchè indicò appunto tutte
-le massime dalle quali si allontanava quel principe. Andrea Biglia, nel
-libro secondo della sua storia, ci descrive la barbarie di Giovanni
-Maria:[186] _Genus illud nefandae necis quae canibus urgebatur,
-adversum plures intendit, tam ferme sanguinis sitiens, ut nullum fere
-diem per id tempus incruentum sineret_[187]. (1409) Il Corio racconta
-che molti inermi popolari avendo gridato _pace, pace_, mentre il duca
-passava avanti della chiesa di Santo Stefano, ad istigazione di due
-perfidi suoi famigliari, ordinò quel principe alle sue guardie di
-scagliarsi colle armi _in quella misera ed inerme compagnia_, il che fu
-eseguito; e di quegli infelici «oltra a dugento ne occiseno: ed indi
-fece proclamare, che sotto pena de la forcha veruno più non nominasse
-pace ne guerra: anchora ordinò che gli sacerdoti ne la missa, in loco
-de pacem, dicessino tranquillitatem. Doppuoi essendo al prefato duca
-presentato avante uno figliuolo de Giovanne da Pusterla memorato, forse
-in età de XII anni, intervenne questa meraviglia anzi miraculo, che,
-mettendo li cani addosso al fanciullo per squarciarlo, quello se gittò
-a terra chiamando al duca misericordia, il quale, più incrudelendo, se
-gli remisse uno ferocissimo cane, chiamato il guerzo, custodito per il
-Squarza Giramo, assai più che quello crudele contra il sangue humano,
-ed a suggestione dil quale lo principe molte persone per denti de suoi
-cani faceva lacerare. Questo cane adunque, per il canetero lassato,
-puoi che il fanciullo ebbe nasato, se fece a disparte. Ma il principe
-non per questo revocando la innata crudeltate, cominciò minaciar al
-Squarza che lo farebbe suspender per la gola; onde remettendo una
-crudelissima cagna per nome sibillina, parimente quella non volse
-molestar il fanciullo, che di continuo domandava perdono. Ma Giovanne
-Maria, più obstinato nel suo furore, comandò al malvagio canatero che
-scanasse lo innocente garzono, il che voluntiere exequendo, non ancora
-quegli cani volsino gustare dil suo sangue: ed in tal forma ne faceva
-morire, ed tanto in questa inaudita crudeltate se delectò, che sino
-la nocte andava per la cità con il Giramo, inventore de si inaudita
-sceleragine e favoreggiato da lui per tanto horrendo maleficio,
-caciando il sangue umano come li cazatori ne boschi le sevissime fere».
-Così il Corio[188], il quale nella sua gioventù avrà inteso questi
-atrocissimi fatti da' vecchi che n'erano stati dolenti spettatori. Il
-Biglia poi scriveva le cose de' suoi tempi, e poteva essere testimonio
-di veduta. Ho voluto narrar questi orrori colle parole altrui, per
-risparmiare a me stesso la pena di descrivere cose tanto crudeli, e per
-togliere ogni sospetto sulla verità dei fatti.
-
-La condotta del duca Giovanni Maria era quella d'un vero pazzo
-furioso; poichè, nei mentre ch'egli insultava l'umanità, la giustizia,
-la natura istessa coi mastini, compagnia degna di un tal principe,
-egli sopportava che Facino Cane a suo pieno arbitro non solamente
-dominasse Alessandria, Tortona, Novara ed altre terre, ma disponesse
-da sovrano, e in Milano ed in Pavia, ogni cosa a suo piacimento,
-per modo che il Biglia ci lasciò scritto:[189] _Nec multo post
-Facinus Mediolanum advocatur, ut nihil jam illi ad utriusque dominium
-praeter nomen deesset, omnia uni parebant, omnia pro illius imperio
-statuebant, ne tanto quidem ad impensas juvenum relicto quod vitae
-satisfacerent_[190]. Appena i due giovani principi avevano di che
-mangiare. Il duca aveva fatta colla città di Milano una convenzione,
-la quale si trova nell'archivio della città, e venne pubblicata dal
-conte Giulini[191]. In vigore di tal carta egli si sottopose in molta
-parte a que' limiti che presentemente fissa la costituzione della
-Gran Brettagna al sovrano, almeno per riguardo al tributo. Le regalie
-tutte le cedette alla città, alla quale diede in proprietà ogni sorta
-di carico non solo, ma persino gli stessi beni suoi allodiali; e ciò
-a condizione che la città gli sborsasse sedicimila fiorini al mese,
-ossia centonovantaduemila fiorini all'anno. Il primo duca aveva da
-tutto il suo Stato un milione e duecentomila fiorini all'anno[192];
-ma ora non rimaneva a questo secondo duca se non Milano, e non era
-tenue quella somma per que' tempi. Nè questo fu pure il limite a cui
-si tenne il duca. Volle che la città diventasse, in certo modo, anche
-amministratrice dei centonovantaduemila fiorini; e stabilì che per la
-sua persona se gli sborsassero ogni mese duemilacinquecento fiorini,
-per mantenimento della sua corte, cavalli, tavola e vestito: del
-rimanente la città doveva pagare ottomila fiorini di stipendio per ogni
-mese a cinquecento lance, tremila fiorini al mese per lo stipendio di
-mille fanti, mille altri fiorini al mese per la guardia del corpo,
-e millecinquecento fiorini al mese per soldo ai consiglieri ed ai
-giudici. Questo contratto (che dava esistenza morale al corpo politico,
-creandolo legittimo percettore del tributo, e un essere vivente
-interposto fra il sovrano ed il suo popolo, avendo un debito fisso col
-primo, ed un dritto e una giurisdizione sul secondo) poteva essere una
-nobilissima beneficenza verso della patria in tutt'altro principe;
-ma era una stolida imbecillità in quel Giovanni Maria, incapace di
-governare. Tutto era in combustione e in disordine:[193] _Vulgus
-quidem_, dice il Biglia, _annonae copia delinitum; caeteri, quicunque
-bonorum civium loco essent intolerandis tributis gravabantur... Multi
-vel publica vel privata licentia interfecti._ I mali pubblici, l'odio
-contro l'infame duca, il profondo disprezzo che si era egli meritato,
-giunsero finalmente al colmo. (1412) I due fratelli Andrea e Paolo
-Baggi, ai quali il sovrano aveva fatto ammazzare un fratello chiamato
-Giovanni; Giovanni della Pusterla, nipote dell'infelice castellano di
-Monza sbranato da' cani, e cugino dell'altro disgraziato fanciullo
-scannato; Francesco e Luchino del Maino, cui il duca aveva fatto
-decapitare due fratelli, e sbranare da' cani Bertolino, loro parente,
-si collegarono, e varii altri ad essi si unirono per togliere dal
-mondo quel mostro crudele, pazzo debole, imbecille ferocissimo; e il
-giorno 16 di maggio dell'anno 1412 lo colsero, non si sa bene se nella
-chiesa di San Gottardo, ovvero in una sala di corte mentre s'inviava
-alla chiesa, e lo lasciarono sul momento morto dalle ferite. Il duca
-Giovanni Maria così terminò la obbrobriosa sua vita, nell'età giovanile
-di ventiquattro anni non per anco compiuti, dopo di aver portato il
-nome di duca per quasi dieci anni. La universale detestazione contro di
-lui si manifestò con segni inusitati, poichè nemmeno si volle rendere
-al di lui cadavere il vano onore della pompa funebre: e una donna
-della pubblica prostituzione fu la sola che diede un segno di pietà,
-gettandogli sopra un canestro di rose. L'infame Squarcia Giramo fu
-dalla plebe colto e strascinato per le strade, indi appeso per la gola
-alla sua casa.
-
-Alcuni de' nostri scrittori hanno preteso di farci credere che il
-duca Giovanni Maria coltivasse le belle lettere; se ciò mai fosse,
-ridonderebbe un tal fatto piuttosto in disonore delle lettere che in
-lode di quell'anima perversa; perchè proverebbe che si può anche da
-un cuore insensibile gustare la venustà e la grazia del Petrarca, il
-che però sembra una contraddizione. So che la filosofia, le lettere,
-la musica, la pittura, le arti tutte hanno i loro ipocriti, come gli
-ha la virtù, come gli ha la religione; ma un giovine dissoluto che si
-diverte a far lacerare gli uomini dai cani, non è sulla strada d'alcuna
-ipocrisia.
-
-Sarebbe un problema da esaminarsi tranquillamente da un uomo
-ragionevole e non ambizioso, se veramente Matteo Visconti abbia
-procurato un bene a sè stesso e alla sua casa innalzandosi al
-trono. Lo stesso Matteo I morì di rammarico per gl'interdetti e le
-scomuniche; Galeazzo I, suo figlio, cessò di vivere per i lunghi
-patimenti sofferti nel carcere; Stefano perì di veleno; Marco venne
-gettato da una finestra; Luchino fu avvelenato dalla moglie; Matteo
-II fu ucciso violentemente dai fratelli; Barnabò morì in carcere a
-Trezzo di veleno; Giovanni Maria fu trucidato. È una gran massa di
-sventure cotesta, accadute ad una famiglia in meno di cento anni! Nella
-condizione privata è ben difficile che ne accada altrettanto. Azzone e
-Giovanni furono i due soli principi felici, perchè sensibili, benefici
-e virtuosi, ma fu breve il loro regno. Egli è vero però che questo
-seguito di miseri casi nacque per i vizi di que' sovrani; quando nella
-serie di cinque secoli dell'augusta casa d'Austria non troveremo veruna
-traccia de' mali che in meno d'un secolo sopportarono i Visconti.
-
-Il duca Giovanni Maria non lasciò figli:[194] _Juvenem his monitis
-imbuerunt_, dice il Biglia, _ut jam uxorem, si non repudiatam, certe
-pro dissociata haberet_; nè della duchessa Antonia, figlia di Malatesta
-de' Malatesti, si è inteso più cosa alcuna. Filippo Maria era giunto
-all'età di vent'anni. Egli era il solo avanzo che rimanesse nella
-discendenza di Gian Galeazzo; ma se ne stava nascosto e pauroso nel
-castello di Pavia; solo spazio sicuro che gli restava sulla terra.
-Pavia, Milano e tutto il rimanente dello Stato era occupato da piccoli
-sovrani. Quasi ogni città si era creato un conte. Il più potente fra
-questi nuovi divisori del dominio era, siccome dissi, Facino Cane,
-al di cui stipendio viveva una schiera di militi dei migliori di quei
-tempi, avvezza a vincere sotto il comando di Facino. Egli in fatti era
-il padrone di Milano, di Pavia, di Alessandria, di Novara, di Tortona
-e di altre terre; e non gli mancava altro che il titolo di duca. Anzi
-vi è tutta l'apparenza di credere che lo sarebbe diventato, e colle
-armi avrebbe ricuperato per sè medesimo la successione del primo duca,
-poichè fu estinto Giovanni Maria, e nessun altro rimaneva che il timido
-Filippo Maria; ostacolo di mera opinione, facile a togliersi colla
-fede e colla morale di quel secolo d'orrore. Ma il potere supremo
-dispose altrimenti, e decretò che nel medesimo giorno 15 di maggio
-dell'anno 1412 Giovanni Maria morisse trucidato in Milano, e Facino
-Cane morisse in Pavia di natural malattia. Il momento era giunto al
-fine in cui i figli dell'oppresso Barnabò potessero far valere le
-loro ragioni. Non v'era forza che potesse far loro valida resistenza;
-e il governo civile di Milano era talmente sconnesso ed incerto, che
-nulla più doveva costare ad essi per impadronirsene che lo stendervi
-la mano. In fatti Estore Visconti, figlio naturale di Barnabò, nato da
-Beltramola dei Grassi, negli ultimi anni del regno del duca Giovanni
-Maria s'era impadronito di Monza; e pare che da colà aspettasse il
-momento per rendersi signore di Milano; e così fece spirato che fu il
-duca. Siccome poi l'origine sua poteva dar luogo a chi volesse trovare
-illegittima la sua dominazione, così Estore si associò Giovanni Carlo
-Visconti, discendente legittimo del signor Barnabò perchè figlio di
-Carlo e di Beatrice d'Armagnac. Ebbero questi due (zio e nipote) un
-frate domenicano, chiamato Bartolommeo Caccia, che perorò e predicò
-tanto, che indusse il popolo di Milano a riconoscere Estore e Giovanni
-per sovrani; e tali durarono per un mese di tempo, cioè sino al giorno
-16 di giugno dello stesso anno 1412. Questi apocrifi sovrani batterono
-moneta, in cui s'intitolarono bensì signori, ma non duchi di Milano;
-ed io ne ho nella mia raccolta. Tale era la situazione di Filippo
-Maria, che poteva assumere bensì il titolo di duca di Milano, ma non
-ne possedeva proprietà alcuna, e mancava d'ogni mezzo per deprimere
-gli usurpatori. Una sola via poteva aprirsegli per riascendere. Gli
-stipendiati di Facino Cane erano un corpo ragguardevole di bravi
-soldati, affezionatissimi al loro generale, e dopo la morte di esso
-alla di lui vedova Beatrice Tenda. Se il nuovo duca sposava questa
-vedova, da cui dipendevano alcune città e questo corpo di armati, era
-da sperarsi che quei militi, fedeli alla vedova, combattessero con
-impegno in favore del nuovo di lei marito. Tal consiglio provvidamente
-venne suggerito al duca Filippo Maria. Si entrò a trattar quest'affare;
-e quantunque la vedova Beatrice avesse l'età d'essere madre dello sposo
-che le veniva proposto, aderì all'offerta e sposò il giovine duca.
-Con tale atto si trovò il duca immediatamente padrone di Pavia, di
-Tortona, di Novara, di Alessandria e dei soldati di Facino. Il primo
-passo era quello di scacciare da Milano Estore Visconti. Quindi Filippo
-Maria, chiamati intorno di sè i fedeli stipendiati di Facino Cane, si
-incamminò da Pavia a Milano. Quei militi intrepidi riguardavano il duca
-come un figlio del loro amato padrone, e fecero sì bene, che Estore
-dovette abbandonare la città appunto il giorno 16 di giugno, siccome ho
-detto; e ritiratosi nel castello di Monza venne ivi assediato, e dopo
-alcuni mesi vi rimase ucciso da un colpo di spingarda che gli fracassò
-una gamba. Il cadavere di Estore Visconti si conserva incorrotto
-e visibile in un cortile di fianco alla chiesa di San Giovanni di
-Monza; e si riconosce la rottura della gamba. Appena fu padrone di
-Milano Filippo Maria, terzo duca, girò per la città, e mostrò al
-popolo umanità ed accoglienza. Ma quanti potè avere dei complici
-della morte del duca Giovanni Maria, tanti morirono col supplicio, e
-taluni squartati, e le loro membra inchiodate alle porte della città,
-e le teste, conficcate in cima di lunghe aste, vennero piantate sul
-campanile della piazza de' Mercanti. Le case dei congiurati furono
-abbandonate al saccheggio; e così cominciò il suo regno il duca Filippo
-Maria. Fra i militi di Facino Cane vi era un soldato di fortuna,
-Francesco Carmagnola, uomo di grand'animo, che aveva i talenti di
-un buon generale, e che colla superiorità del suo merito aveva dato
-persino gelosia al suo antico padrone, che pure era grande uomo di
-guerra dei suoi tempi. Il duca non era fatto per comandare in persona:
-egli era timido, inerte, superstizioso, amante della solitudine. Egli
-fortunatamente ascoltò il consiglio di Beatrice sua moglie, e collocò
-nel Carmagnola il comando e la confidenza. Francesco Carmagnola fu
-dichiarato conte; innalzato, arricchito e beneficato dal duca. Il conte
-Francesco alloggiava in Milano nel palazzo in cui ora si radunano i
-Corpi civici. Premeva al duca di riacquistare Lodi, città distante
-appena venti miglia da Milano. Giovanni Vignate s'intitolava conte
-di Lodi, e ne era il padrone. Una tregua si era sottoscritta fra il
-duca e lui; quindi il Vignate, fidandosi al gius delle genti, senza
-alcun sospetto veniva qualche volta a Milano. (1416) Egli un dì non
-ebbe timore di porre piede nel castello in cui stavasene appiattato
-ed invisibile il duca; ed ivi, il giorno 19 di agosto dell'anno 1416,
-venne a tradimento arrestato, malgrado la tregua, e trasportato a
-Pavia, ove fu riposto in una gabbia di ferro. Contemporaneamente le
-truppe ducali sorpresero Lodi e fecero prigioniere Luigi Vignate,
-figlio del conte; il padre ed il figlio passarono nelle mani del
-carnefice; e con tal mezzo il duca s'impadronì di Lodi. Loterio Rusca,
-signore di Como, credette di fare un buon contratto cedendo al duca la
-sua sovranità per quindicimila fiorini d'oro. Crema ritornò in potere
-del duca, perchè il nipote del conte di Crema, Giorgio Benzone, tradì
-suo zio e v'introdusse le armi ducali.
-
-Stavasene il duca Filippo Maria inaccessibile nel castello di Milano,
-senza che mai fosse veduto nella città. Le strade di Milano, le mura
-istesse diroccavano, e si lasciavano senza riparazioni. Quel principe
-credeva all'astrologia; e questa era forse anco la sola norma della sua
-morale e di tutte le sue azioni. Quando la luna era in congiunzione col
-sole, egli s'intanava in qualche angolo del castello più solitario,
-e non voleva mai dare risposta, nè permetteva nemmeno che alcuno la
-desse per lui. Aveva una macchina egregiamente lavorata; quest'opera
-di orologeria dinotava il movimento dei pianeti, e quest'era l'oggetto
-della più frequente osservazione del duca. Se taluno lo interpellava
-per aver i suoi ordini nel momento che egli credesse infausto, o
-taceva, ovvero rispondeva soltanto: _aspetta un poco._ Egli aveva i
-suoi astrologi, i quali erano i più cari di lui consiglieri, e quelli
-che influivano più d'ogni altro nel governo dello Stato. Le forze
-del duca Filippo Maria ci vengono descritte da Andrea Biglia. Il
-conte Francesco Carmagnola era alla testa degli stipendiati ducali.
-Settecento cavalieri formavano la guardia del corpo: il Biglia li
-chiamava _familiares_. Due squadroni, ciascuno di settecento cavalieri,
-formavano due corpi di lance spezzate, _lanceas laceras_. Aveva altra
-cavalleria comune, in tutto quattromila cavalli. D'infanteria egli
-aveva allo stipendio mille uomini scelti, tutti coperti di lucidissime
-armature, _qui totis armis lucerent_; e il rimanente dei fantaccini,
-ben corredati, ascendeva a più di quattromila uomini[195]. Tale
-armata si preparava a marciare contro del marchese di Monferrato; il
-quale, per evitare la guerra, cedette al duca Vigevano. (1418) Così il
-duca, da Beatrice Tenda, ottenne la ricuperata sovranità di Milano,
-Pavia, Lodi, Como, Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara; e da
-queste otto città e dall'armata ebbe i mezzi per dilatare nuovamente
-i confini dello Stato, siccome fece. Doveva il duca venerare la sua
-benefattrice più della stessa sua madre. A lei doveva tutto, persino
-l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente stata levata, se non aveva il
-di lei soccorso. Essa con tutto ciò soffri il trattamento di essere
-(malgrado l'età sua e la sua virtù) dal marito incolpata d'avergli
-violata la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello,
-che era al di lei servizio. Questo giovine era veramente di amabile
-aspetto e di pari maniere; e talvolta la duchessa passava qualche
-ora con minore noia, facendolo suonare il liuto. Volle il duca che
-venisse imprigionata in Binasco l'infelice Beatrice Tenda; e il non
-meno disgraziato cavaliere fu parimenti posto nei ferri. Si fecero
-soffrire ventiquattro strappate di corda alla duchessa, come ci
-narra il Corio[196]. Furono condannati e l'una e l'altro a perdere
-la testa sotto la scure; il che si eseguì in Binasco nell'infausta
-notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno 1418. Il Corio
-ci attesta che, per liberarsi dagli strazi della tortura, la duchessa
-incolpasse sè medesima; ma poi, in presenza degli ecclesiastici che
-l'accompagnarono al patibolo, prima di sottoporvi il capo, chiamasse
-Iddio in testimonio dell'incolpabile sua innocenza. Ci dice il Biglia
-che il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio
-calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virtù, sebbene in fine
-perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa, avanti il patibolo, da
-donna forte e virtuosa, rimproverasse la vile colpa all'Orombello,
-e protestando la innocenza propria, chiamandone testimonio Iddio,
-piegasse il capo alla mannaia. Fosse il peso d'un troppo grande
-beneficio insopportabile all'anima del duca; fosse ambizione, per cui
-si sdegnasse d'aver per moglie una che non era di famiglia sovrana;
-fosse noia d'avere una compagna di una età matura; fosse l'amore
-ch'egli già nutriva per Agnese del Maino, colla quale visse poi sempre,
-ed a cui null'altro mancò se non il nome di moglie; fosse una trama
-di qualche abbietto favorito, a cui non tornava bene che il duca
-ascoltasse fedeli consigli; fosse perfine ciò prodotto da qualche
-astrologica predizione che promettesse al duca felicità da un tal
-colpo; qualunque ne fosse il motivo, tale fu la mercede che Filippo
-Maria seppe rendere ai beneficii ricevuti da quella sventurata donna.
-Trema la mano nello scrivere tali abbominazioni!
-
-La città di Piacenza era stata occupata da principio da Pacino Cane;
-poi se n'era preso il dominio Filippo Arcelli. Il fratello ed il figlio
-di questo signore caddero in potere del duca; il quale, memore di
-quanto col Fogliano aveva quarantasei anni prima fatto Barnabò, fece
-piantare a vista di Piacenza due forche, e fece intimare la resa a
-Filippo Arcelli, minacciandogli altrimenti di fare impiccare Bartolomeo
-e Giovanni, il fratello ed il figlio. Non credette Filippo che il duca
-volesse a tal segno disonorarsi, e ricusò di cedere la sovranità. Que'
-due illustri ed innocenti gentiluomini furono ben tosto impiccati, a
-vista della madre medesima, che da una finestra s'accorse dell'orribile
-sventura, e colle smanie accrebbe talmente l'intima desolazione del
-marito, che se ne uscì da Piacenza sconosciuto; e così quella città
-ritornò in potere del duca il giorno 13 di giugno dell'anno 1418.
-(1419) Bergamo era posseduta dai Malatesta; ma il conte Francesco
-Carmagnola la sorprese e la riacquistò al duca il giorno 24 di luglio
-l'anno 1419; il che vedutosi da Gabrino Fondulo, signore di Cremona,
-stimò di vendere al duca la sua sovranità per trentacinque mila
-fiorini, ossia ducati d'oro. Il marchese di Ferrara, Nicolò d'Este,
-cedette Parma al duca il giorno 28 di novembre l'anno 1420. Brescia da
-Pandolfo Malatesta fu ceduta al duca, il giorno 18 di marzo dell'anno
-1421, per il prezzo di trentaquattromila fiorini d'oro. Tanto erano
-temute e fortunate le armi ducali sotto il comando dell'intrepido ed
-esperto conte Francesco Carmagnola, che portò questi l'assedio sotto
-di Genova; città che sessantotto anni prima si era data a Giovanni
-arcivescovo, e che, dopo tre anni essendosi sottratta, inutilmente era
-sempre stata adocchiata dal primo duca. Il valoroso conte la costrinse
-alla resa; e il giorno 2 di novembre dello stesso anno 1421 capitolò
-la città e riconobbe per suo signore il duca di Milano. Filippo Maria
-prescrisse da buon astrologo l'ora e il momento in cui dovevasi fare
-la funzione del possesso di Genova[197]. I Genovesi però quattordici
-anni dopo scossero nuovamente il giogo dei Visconti. (Il signor don
-Carlo de' marchesi Triulzi, cavaliere di moltissima erudizione, ha
-nella sua collezione di monete di fiorini d'oro di Genova regnandovi
-il duca Filippo Maria, ed io ho delle monete d'argento pure di Genova
-col nome e collo stemma del medesimo duca). Poi dal duca d'Orleans
-ebbe il Visconti per cessione Asti: città che da suo padre era stata,
-come dote della principessa Valentina, ceduta al conte di Valois
-trentacinque anni prima. Fece il duca altri acquisti nella Romagna,
-cioè Forlì, Imola, Faenza. (1424) A tale stato di grandezza era
-giunto il duca Filippo Maria l'anno 1424, che possedeva venti città
-acquistate colle nozze della infelice duchessa, e colla fede e col
-valore del conte Francesco. Le città erano Milano, Como, Brescia,
-Bergamo, Lodi, Crema, Cremona, Piacenza, Parma, Faenza, Imola, Forlì,
-Pavia, Alessandria, Tortona, Genova, Asti, Vercelli, Novara e Vigevano,
-tutte acquistate nel breve spazio appena di dodici anni. Avrebbe il
-duca sottomesse ancora le altre quindici città che gli mancavano per
-ricuperare lo Stato di suo padre; avrebbe fors'anco esteso ancora
-più in là i confini; se, tenendosi inaccessibile, invisibile e sempre
-attorniato da uomini da nulla, fra i quali il primo era certo Zanino
-Riccio, non avesse tagliata a sè medesima la mano destra col diffidare
-del conte Carmagnola, dopo le non interrotte prove del di lui animo.
-La superiorità dei talenti del conte, e la franchezza colla quale
-suggeriva i buoni consigli al suo principe, facevano tremar di paura
-gli abbietti uomini che attorniavano il duca. S'avvedevano ben essi che
-quel generale non avrebbe mai fatto lega nè cogli astrologhi, nè coi
-parassiti che deludevano il sovrano. Formarono quindi il progetto di
-alienar l'animo del duca dal conte Carmagnola, e mentre il conte gli
-sottometteva le città, facevano malignamente risuonare all'orecchio
-di Filippo Maria l'amore dei soldati, la riverenza dei popoli sempre
-crescente verso del Carmagnola. Quindi ogni dì più rendevano timido
-il duca appiattato, invisibile ad ognuno, fuori che ad essi; a tal
-segno ch'ei non usciva dal castello di Milano, se non dalla parte
-solitaria dei campi; per di là passando al castello di Abbiategrasso,
-ove parimenti stavasene solitario ed occultato. Basta il dire ch'egli
-non venne mai in Milano, se non quella prima volta che ho detto.
-Bloccato in tal maniera il duca, nulla ei più sapeva degli affari, di
-quanto volevano dirgliene quei vili intriganti cortigiani. Costoro
-a poco a poco fecero nascere il pensiero nel duca di collocare il
-conte stabilmente al governo di Genova, finchè gli tolse il comando
-dell'armata. Il conte da Genova andava scrivendo al duca, illuminandolo
-sul proposito degl'interessi del suo Stato, e lagnandosi dei torti.
-Ma le lettere nemmeno giugnevano al duca. Se ne avvidde il conte, e
-lasciando Genova si portò alle porte del castello d'Abbiategrasso,
-chiedendo umilmente di essere ascoltato; ma gli venne risposto che
-esponesse le sue occorrenze a Zanino Riccio. Il Carmagnola alzò la voce
-colla speranza di essere inteso dal duca, e protestò che quel principe
-era attorniato da traditori e malvagi cortigiani. Le guardie avevano
-militato sotto di lui; sebbene animate ad arrestarlo, non l'osarono.
-Il conte allora, rimontato sopra il veloce destriero, su cui erasi ivi
-improvvisamente portato, _forse si pentirà_, disse, _in breve il duca
-di non avermi ascoltato_; e spronò il cavallo e disparve da un luogo
-dove non era stato senza pericolo; quindi per vie sicure se ne andò a
-Venezia, ove offrì i suoi servigi a quella repubblica, da cui vennero
-accettati con somma onorificenza.
-
-Le avventure del conte Carmagnola sono interessanti. Il momento in cui
-sconsigliatamente volle il duca disgustare quel benemerito generale,
-fu quello in cui la fortuna dello Stato si cambiò; e laddove sino a
-quell'ora sempre la vittoria, le conquiste o le dedizioni avevano
-contrassegnati gli anni del suo regno, da quel punto cominciò a
-contrassegnarli colle inquietudini, colle sconfitte, colle umiliazioni
-e colle perdite. Appena era partito il conte, che il duca stese la mano
-confiscatrice su tutti i poderi suoi, e si riprese su tutti i doni
-che gli aveva fatti. Tese varie insidie per averlo prigione; ma non
-gli riuscirono. Tentò il veleno, e certo Giovanni Liprandi, milanese,
-che aveva per moglie una Visconti, provossi a Treviso di avvelenare
-il conte: il che verificato, perdè poi la testa a Venezia. A tali
-infami azioni s'abbassava il duca per consiglio di Zanino Riccio, e
-d'altri vigliacchi ed astrologi, pari a lui, mentre in vece con qualche
-onesto partito nulla sarebbe riuscito più facile che l'accomodarsi col
-Carmagnola, già affezionatissimo nel suo cuore ai Visconti, siccome
-accade sempre di esserlo, quando si sono fatti insigni beneficii, pei
-quali amiamo il beneficato come cosa nostra. Il conte, pagato con tanta
-ingratitudine, insidiato in così bassa ed atroce maniera, conobbe non
-rimanergli più altro partito che l'operare da nemico. Egli adunque
-consigliò ai Veneziani di legarsi coi Fiorentini. Temevano i primi di
-perdere Verona e Vicenza, occupate recentemente sotto l'infame governo
-dell'ultimo duca. I Fiorentini vedevano già nuovamente innoltrata
-nella Romagna quella sovranità dei Visconti, che ventiquattro anni
-prima aveva esposto all'estremo pericolo la loro repubblica; quindi
-si unirono coi Veneziani. (1426) Il re Alfonso di Napoli si unì
-colle due repubbliche; ed il conte Francesco Carmagnola, l'anno 1426,
-ricevette solennemente dalle mani del doge di Venezia lo stendardo
-di San Marco, e venne dalla repubblica dichiarato capitano generale
-dell'armata terrestre, coll'assegnamento, cospicuo per quei tempi, di
-dodicimila annui fiorini, ossia ducati d'oro. Ciò fatto, il Carmagnola
-si portò sul bresciano. Egli conosceva quel paese, poichè sei anni
-prima vi aveva guerreggiato per riacquistarlo al duca e scacciarne i
-Malatesti. Era celebre la battaglia ch'ei vinse l'anno 1420, il giorno
-8 di ottobre; ora si trattava di acquistar Brescia ai Veneziani. Il
-conte ne scacciò l'armi del duca. Il comandante che Filippo Maria
-aveva posto alla testa delle sue armi invece del Carmagnola, era Guido
-Torello; uomo che non pareggiava i talenti del Carmagnola. Sotto del
-Torello combattevano Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, uomini di
-merito; ma il primo di questi due si sdegnava d'essere sotto il comando
-d'un generale ch'egli non credeva superiore a sè stesso; l'altro era
-ancor giovine, focoso ed inesperto. Oltre ciò, passavano fra tutti e
-tre quelle rivalità che, tendendo a farsi reciprocamente scomparire,
-rovinavano il sovrano e lo Stato, del quale ad essi era consegnata la
-difesa. Presa Brescia, era da temersi che la guerra non s'avanzasse
-nel centro del dominio; e perciò dovette il duca richiamare le truppe
-dalla Romagna, e abbandonare per sempre Forlì, Imola e Faenza, che
-appena da due anni erano sue. (1427) Il conte Francesco Carmagnola
-diede una sconfitta ai ducali il giorno 11 ottobre 1427. Quasi tutti i
-generali del duca, e quasi tutti i suoi soldati rimasero prigionieri.
-Oltre i già nominati erano nell'esercito ducale altri generali, cioè
-il conte di Cunio Alberico da Barbiano[198], Cristoforo Lavello, Carlo
-Malatesta ed Angelo della Pergola; uomini che tutti avevano buon nome
-nella guerra. Conseguenza ne venne che Bergamo passò in potere dei
-Veneziani l'anno 1428. Così Zanino Riccio fece perdere al duca ed a'
-suoi successori non solo Vicenza e Verona, che si dovevano ricuperare,
-ma Brescia e Bergamo, e quasi tutta le terra ferma che possedette
-poi ed attualmente possede la repubblica di Venezia. Se il conte
-Carmagnola fosse stato d'animo costante, il duca Filippo Maria sarebbe
-rimaso con Zanino Riccio; anzi sarebbe stato abbandonato ben presto
-da quell'istesso infingardo, che non amava se non la fortuna del duca.
-Già Filippo Maria aveva dovuto cedere al duca di Savoia Vercelli, per
-contentarlo e non soffrire invasione anche da quella parte. Il marchese
-di Monferrato, i Fiorentini, i Veneziani ben presto gli toglievano
-il restante de' suoi Stati. Il Carmagnola, dopo la presa insigne
-della armata ducale, non aveva più contrasto: e Cremona, Crema, Lodi
-rimanevano, se lo voleva, in potere dei Veneziani. Ma quando vide il
-conte posto il duca a mal partito, cessò di far la guerra con vigore;
-anzi non servì più con buona fede i Veneziani. O foss'egli allontanato,
-per una ripugnanza dell'animo, dal portare così la distruzione ad un
-principe dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori e sotto del quale
-aveva acquistata la celebrità; ovvero fosse egli ancora nella fiducia
-che, umiliato il duca, venisse a fargli proposizioni di accomodamento,
-e gli sacrificasse i meschini nemici che avevano ardito di nuocergli,
-cioè i vilissimi cortigiani suoi, o qualunque ne fosse il motivo,
-il conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso dei procuratori
-veneti, e malgrado la decisa loro opposizione, volle rimandare,
-disarmati bensì, ma liberi, al duca tutti i generali ed i soldati
-numerosissimi che aveva fatti prigionieri nella vittoria del giorno 11
-ottobre 1427. Il duca in pochi giorni armò di nuovo e rimontò questi
-militi, ed è molto degno di osservazione questo fatto, cioè che due
-soli artefici di Milano in pochi giorni gli diedero le armature per
-quattromila cavalli e duemila fanti, sapendosi che in quei tempi gli
-uomini si coprivano tutti di ferro; il che prova quanto si è accennato
-al capitolo duodecimo sulla grandiosa manifattura d'usberghi, d'elmi
-e d'ogni lavoro di ferro che v'era in Milano. Anche i quattromila
-cavalli ben tosto li ritrovò il duca dalle razze del suo Stato; e
-così il Carmagnola poco dopo ebbe nuovamente di fronte quella stessa
-armata che aveva avuta inerme in suo potere. Il séguito delle sue
-imprese sempre più fece palese il suo animo poichè trascurò tutte le
-occasioni, e, lentamente progredendo, lasciò sempre tempo ai ducali
-di sostenersi. (1432) Insomma giunse a tale evidenza la cattiva fede
-del conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo,
-decapitato in Venezia, il giorno 5 di maggio dell'anno 1432, come reo
-di alto tradimento. Tale fu il fine che fece il conte Francesco; uomo
-che non aveva i vincoli sacri della patria e della famiglia, i quali
-ammorzarono la vendetta nell'animo di Coriolano; uomo che sarebbe
-un eroe, se non avesse macchiato l'ultimo atto della sua vita colla
-infedeltà.
-
-Più ancora di quelle del Carmagnola interessano la storia di Milano le
-vicende di Francesco Sforza. Questi era romagnuolo. La di lui famiglia
-era di Cotignola. Il primo che s'era fatto qualche nome, era il di lui
-padre Giacomo Attendolo (tale era il vero di lui cognome); poichè,
-servendo questi sotto il comando del conte Alberico di Zagonara, da
-esso ebbe il soprannome _Sforza_, il quale passò nel di lui figlio
-Francesco, e divenne poi nome di casato. Francesco Sforza (che fu poi
-il quarto duca di Milano, e il più grand'uomo e il più gran principe
-del suo tempo) nacque in San Miniato il giorno 23 luglio dell'anno
-1401, ed ebbe per madre Lucia Trezania. Niente ancora vi era d'illustre
-in lui, se non l'ardor militare, ed il nome che nella milizia si era
-fatto suo padre. Egli aveva ventiquattro anni, allorchè, sulla fama
-del valore da lui mostrato nel regno di Napoli, il duca lo invitò al
-suo stipendio, disgustato che ebbe il conte Carmagnola. Una delle prime
-imprese che Francesco Sforza ebbe in commissione dal duca, fu quella di
-soccorrere Genova, attaccata dai nemici; ma ne uscì con poca fortuna,
-poichè, innoltratosi imprudentemente e con inconsiderato impeto, fu
-malamente battuto e posto in fuga; per lo che il duca lo rilegò per due
-anni a Mortara, ove rimase privo di stipendio. Terminato il castigo, i
-cortigiani del duca, non saprei per qual motivo, cercarono di fargli
-entrare in grazia Francesco Sforza; e la cosa giunse a segno che,
-non avendo altri discendenti il duca, fuori che una figlia naturale
-chiamata Bianca Maria, pensò di darla a Francesco Sforza. Bianca
-Maria era nata da Agnese del Maino, colla quale viveva il duca come se
-fosse vera sua moglie. Quella donzella non aveva per anco finiti gli
-otto anni, allorchè il duca, l'anno 1432, il giorno 13 di febbraio,
-stabilì il contratto di nozze. Considerava in quel momento il duca di
-farsi per adozione un figlio, al quale passare il suo Stato, e quindi
-interessarlo a difenderlo: figlio tanto più caro, quanto più quel
-meschino principe era lacerato nella solitudine da umori che Zanino
-Riccio e i suoi pari facevano nascere contro dei generali; i quali
-naturalmente non si saranno degnati mai di mostrare deferenza a quella
-feccia di uomini da cui era il duca attorniato. Cercavano, innalzando
-lo Sforza, di umiliare il Piccinino, il Torello e gli altri. Ma poichè
-lo Sforza fu innalzato, la di lui ombra dispiaceva a quei raggiratori,
-temendo forse un avvenire cattivo per essi. E perciò si posero colle
-arti consuete a gettare il veleno nell'animo del principe, loro
-schiavo, e a fargli nascere il pentimento e la diffidenza, a segno che
-il duca pose delle insidie persino alla vita del designato suo genero.
-Francesco Sforza se ne uscì dalle mani del duca, si ricoverò presso
-de' Fiorentini, nemici de' Visconti, e si pose al loro stipendio. Si
-collegarono i Fiorentini e i Veneziani a danno del duca, e il generale
-comandante delle armi collegate fu lo stesso Francesco Sforza. Anche
-il papa aveva acceduto alla lega. Io non descriverò, nemmeno questa
-volta, le minute azioni militari. Dirò soltanto che gli affari del duca
-piegavano assai male. Il duca era giunto all'età di cinquant'anni.
-Egli era mostruosamente pingue, e la sanità sua diventava inferma.
-La vita inerte che menava, ed i sospetti continui fra quali veniva
-tenuto dagli officiosi nemici che aveva intorno, affrettavano la di
-lui morte; egli s'accorgeva della propria decadenza. I generali di
-questo invisibile sovrano (che non si era mai presentato una sol volta
-in vita al nemico, che dava e toglieva il favore a norma de' pianeti
-non solo, il che sarebbe a caso, ma dei maligni interessi di quei
-poltroni che gli stavano intorno), cominciarono a fare un accordo fra
-di loro per dividersi la sovranità. Il Piccinino divisava d'avere
-per sè Piacenza; il Sanseverino, Novara; Luigi dal Verme, Tortona;
-il Fogliano, Alessandria; altri, altro distretto. Insomma il duca si
-trovò sotto di un cielo coperto da nubi procellose, che minacciavano
-da ogni parte. Il solo uomo capace di liberarlo nell'estrema angustia
-era Francesco Sforza. Rivolse i trattati a lui, e ben vedendo che
-troppo instabile appoggio sarebbe stato l'offerire al genero eletto
-il suo pentimento, gli offri la sovranità del Cremonese e di Cremona
-sino da quel momento, pronte a dichiararlo conte e sovrano di essa,
-e a celebrare lo sposalizio di Bianca Maria. Accettò la proposizione
-Francesco Sforza, ma non si fidò di venire a Milano. (1441) Ma poichè
-consegnata gli venne la sovranità di Cremona, e poi ch'ivi fu sicuro,
-in Cremona stessa sposò Bianca Maria, il giorno 28 di ottobre dell'anno
-1441. La sposa aveva diciassette anni, e lo sposo ne aveva quaranta. Il
-duca Filippo, sempre divorato da sospetti e dominato dall'astrologia,
-tornò a detestare lo Sforza a segno che fece uccidere da' suoi sicari
-Eusebio Caimo che aveva maneggiate le nozze di Bianca Maria; (1444) e
-quell'infelice cavaliere venne scannato in Duomo mentre pregava avanti
-l'altare di Santa Giulitta, il giorno 8 di aprile, l'anno 1444[199].
-Tentò poi il duca di rapire colle armi Cremona, quantunque l'avesse
-data in dote a sua figlia; e buona parte di quel contado era già
-in potere delle sue armi. Il conte Sforza fu costretto d'impetrare
-l'aiuto de' Veneziani, i quali mandarono forze tali, che non solamente
-liberarono il Cremonese e lo restituirono al suo legittimo nuovo
-signore, ma tolsero al duca Treviglio, Caravaggio, Cassano ed altre
-terre, e si presentarono persino sotto le mure di Milano l'anno 1446.
-Il duca tremava nel suo castello di Milano, invocava persino con vili
-sommissioni la pietà del genero, e lo lusingava della eredità dello
-Stato. Francesco si mosse; lo difese: ma perdette Casalmaggiore,
-Soncino, Romanengo ed altre terre, che i Veneziani tolsero al conte, il
-quale loro non era stato fedele. Ogni minuta circostanza è interessante
-nel conte Sforza, che fu poi il quarto duca di Milano, non per
-testamento di Filippo Maria, ma per altre combinazioni, come vedremo
-più avanti, e fu lo stipite della seconda dinastia de' duchi di Milano.
-
-Il Sassi[200] e l'Argellati[201] pretendono che il duca Filippo Maria
-amasse e proteggesse le lettere. Il Decembrio, che tanto minutamente
-ha scritta la di lui vita, e che fu testimonio delle azioni di lui, ci
-assicura diversamente:[202] _Humanitatis ac litterarum studiis imbutos
-neque contempsit, neque in honore praetioque habuit, magisque admiratus
-est eorum doctrinam, quam coluit_[203]. Ci racconta lo stesso autore
-che Antonio Raudense aveva tradotte in italiano a Filippo Maria alcune
-vite degli uomini illustri, senza che il duca lo avesse mai nella
-sua grazia; sebbene quel traduttore gli rendesse intelligibili quei
-monumenti che il primo non poteva capire nella loro lingua originale.
-Francesco Barbula, poeta greco di qualche merito, rifugiatosi a Milano,
-non potè ottenere dal duca nemmeno il viatico per portarsi altrove.
-Ciriaco Anconitano, uomo di lettere, fu scacciato dalla corte del duca.
-Tutta la vita di quel principe ci dimostra ch'egli non era capace di
-sentire alcuna stima. Questa emozione non la provano se non le anime
-che la meritano.
-
-Ci rimane un testimonio autentico della rozza imperizia di quel
-principe nelle monete battute durante il suo governo, nelle quali per
-lo più è scolpito il nome _Filipus_ con due errori nel suo medesimo
-nome. Un altro solenne monumento ne abbiamo nella barbara poesia sotto
-la statua di Martino V, giacchè sotto di un principe colto non si
-sarebbero posti i versi seguenti:
-
- _Cerne, viator, ave, hic stat imago simillima papae_
- _Qui bonus Ecclesiam Martinus in ordine quintus_
- _Pastor alit tibi, Roma, etc..._
- _Carminis est Bripius Joseph, ordinarius, auctor,_
- _Doctor canonici juris, sacraeque magister._
- _Teologiae, etc.,_[204]
-come più diffusamente può vedersi nel Duomo, ove in segno d'onore venne
-collocata sopra la barbara iscrizione la non meno barbara statua, di
-cui si legge:
-
- ... _Ast hic praestantis imaginis auctor_
- _De Tradate fuit Jacobinus, in arte profundus,_
- _Nec Prasitele minor, sed major farier auxim._[205]
-
-Non posso perdonare a taluno dei nostri autori storici, l'aver voluto
-paragonare ad Augusto il meschinissimo Filippo Maria, e farlo un
-protettore delle lettere e dei letterati. Egli era, convien dirlo,
-un principe da nulla. È vero che alcune epoche del regno di questo
-duca hanno un aspetto grandioso e brillante, nè sembrano volgari.
-Quando le truppe ducali sotto del Carmagnola fecero prigioniere il
-comandante istesso nemico, Lodovico Migliorati, fu questi condotto
-a Milano, indi accolto dal duca con magnifica generosità; e poi da
-lui rilasciato onorevolmente libero e colmo di regali. Più illustre
-riuscì il fatto seguente. Il duca aveva preso parte in favore dei
-Francesi, che disputavano agli Spagnuoli il regno di Napoli. Ei fece
-uscire dal porto di Genova una flotta in aiuto dei Francesi, o, come
-allora dicevasi, degli Angioini contro degli Aragonesi. La flotta
-genovese fece sì bene, che prese i due re di Navarra e di Aragona;
-e con essi rientrò nel porto di Genova, togliendo i competitori
-alla casa d'Angiò. Il duca ordinò che questi illustri prigionieri
-venissero scortati a Milano, e il giorno 15 di settembre dell'anno
-1435 Filippo Maria fu per questo insolito caso visibile, ed ammise
-alla sua udienza nel castello di Milano Alfonso, re d'Aragona; indi,
-il giorno 23 dello stesso mese, fece lo stesso al re Giovanni di
-Navarra. I Genovesi, avendo acquistato quei due preziosi pegni, si
-aspettavano un riscatto proporzionato; ma il duca, dopo tre mesi, nei
-quali e la corte e i più ricchi signori di Milano gareggiarono per
-onorare splendidamente i due monarchi, generosamente, il giorno 8 di
-ottobre dello stesso anno, li lasciò partire liberi. Tale atto fu tanto
-inaspettato e discaro ai Genovesi, che ben tosto si sottrassero dalla
-obbedienza del duca. Questi due fatti sembrano dinotare elevazione
-d'animo e generosità verso i vinti. Se mai però i consigli di Zanino
-Riccio, comprato da questi prigionieri, avessero cagionato tali
-determinazioni, si collocherebbero queste tranquillamente nella classe
-delle altre azioni volgari di Filippo Maria. Io credo anzi probabile
-che così accadesse; perchè un uomo ed anche un principe può bensì non
-avere nel corso della sua vita che una sola occasione per far cose
-grandi, ma non può in due sole occasioni mostrare l'anima grande;
-la quale, quando v'è, in ogni giorno, in ogni fatto dà indizio di sè
-medesima, abbellisce ogni azione, e persino nei vizii istessi porta
-un non so che di maestose e di sublime. Parmi probabile ancora che
-l'orrore della morte di Beatrice Tenda sia nato, piuttosto che da
-animo atroce, dalla solita docilità ai consigli di Zanino Riccio e
-de' suoi simili. Il pinguissimo solitario duca non era sanguinario nè
-violento; e quei manigoldi astuti che volevano regnare col nome del
-duca, dovevano togliergli dintorno una moglie saggia ed avveduta. La
-selvatichezza di questo principe giunse a tal segno, che sembra quasi
-incredibile. Egli invitò l'imperatore Sigismondo a ricevere la corona
-in Milano, dove, il giorno 23 di novembre dell'anno 1431, nella chiesa
-di Sant'Ambrogio fece la funzione l'arcivescovo Bartolomeo Capra. La
-cerimonia si eseguì tre ore prima dell'aurora, e non saprei per qual
-motivo non si celebrasse solennemente di giorno. Il duca destinò venti
-cortigiani a servire quell'augusto, e lo fece magnificamente trattare
-a spese sue per quasi un mese in cui dimorò in Milano; ma non visitò
-mai l'imperatore, nè volle giammai concedere che l'imperatore lo
-visitasse, siccome desiderava. Il duca s'era occultato nel castello
-di Abbiate, e fu invisibile al solito. Nè ciò può attribuirsi a verun
-rancore politico, perchè anzi dell'imperatore istesso aveva il duca
-motivo di chiamarsi contento; mentre pochi anni prima, avendogli
-spedito Guarnerio Castiglione nell'Ungheria, per impetrare la conferma
-del diploma di Venceslao, venne esaudito; e con nuovo diploma, nella
-diocesi di Strigonia, in data del primo di luglio dell'anno 1426,
-Filippo Maria venne da quell'augusto riconosciuto duca e signore di
-tutto il paese concessogli già da Venceslao. Anzi nel tempo medesimo
-in cui Sigismondo era in Milano, aveva fatto marciare i suoi Ungheresi
-nel Friuli, per fare una diversione in favore del duca, ed ivi
-chiamare le forze dei Veneziani. È vero però che nella prima venuta
-fatta in Italia da Sigismondo, non v'era fra esso ed il duca buona
-corrispondenza; per lo che quell'augusto non s'arrischiò di entrare
-in Milano, sebbene avesse tenuta la strada di Bellinzona e di Como
-per discendere le Alpi. È celebre il fatto che allora accadde, e fu
-l'anno 1414, quando, portatosi l'imperatore a Cremona per abboccarsi
-col papa Giovanni XXIII, mentre Gabrino Fondulo era padrone di quel
-distretto, ascesero l'imperatore ed il papa sulla rinomata altissima
-torre di quella città, e Gabrino poscia si mostrò pentito di non
-averli gettati da quella sommità, non per altro, se non per la fama
-che ciò gli avrebbe dato nella storia. Fu più umana l'ambizione di
-Erostrato, poichè almeno non distrusse che un tempio, ma fu meno
-perniciosa quella di Gabrino Fondulo, poichè nulla più cagionò fuori
-che un desiderio. Il duca Filippo Maria fece, durante il suo governo,
-una operazione di Finanza, a mio parere assai bella, utile e semplice,
-e tale che fa maraviglia come siasi in quei tempi immaginata. Abolì un
-buon numero di minute gabelle, incomode a percepirsi, e rovinose per
-il popolo; svincolò i poveri, sopra dei quali cadevano singolarmente
-tai pesi; e per compensare il suo erario, senza apertamente imporre
-nuovo carico, accrebbe l'intrinseca bontà delle monete; e così lutti i
-tributi essendogli pagati colle nuove monete, venne a incassare tanto
-valore quanto bastò a compensargli le abolite gabelle. Il decreto
-è del giorno 24 di ottobre dell'anno 1436, e ce lo ba pubblicato il
-conte Giulini[206]. Questa operazione ha qualche analogia coll'altra
-che quarantacinque anni prima aveva tentata il conte di Virtù,
-siccome nel capitolo precedente si è osservato; ma in questa non
-si fece ingiustizia ai creditori, nè si trattò d'una mera addizione
-sul tributo, ma bensì della sostituzione d'un modo semplice e meno
-gravoso di quello che contemporaneamente veniva abolito. Il Decembrio,
-che ci ha descritta la vita del duca Filippo Maria, ci racconta,
-come un tratto di sublime accortezza, che il duca mischiava ne' suoi
-consigli uomini buoni e cattivi.[207] _In eligendis consultoribus,
-quos, consiliarios vocant, mira astutia utebatur: Nam viros probos et
-scientia praeclaros eligebat, hisque impuros quosdam, et vita turpes
-collegas dabat; ut nec illi justitia inniti, nec hi perfidia grassari
-possent, sed, continua inter eos dissensione, praesciret omnia_[208].
-Se il consiglio ducale fosse un parlamento formato dalla costituzione
-per porre un limite alla autorità del duca, allora certamente sarebbe
-stata accortezza l'organizzarlo in modo che la interna dissensione lo
-distraesse dal travagliare al suo fine: ma il consiglio era formato per
-obbedire al duca e servire agli interessi di lui, ed era ben infelice
-l'astuzia di comporlo in modo che, gli uni attraversando gli altri,
-diventasse inoperoso. Tristo colui che teme la virtù, e crede di
-doverla temperare col vizio!
-
-Il regno di Filippo Maria durò per trentacinque anni di guerra quasi
-continua. Giammai i trattati di pace furono tanto insignificanti come
-allora; poichè il giorno dopo si violavano se conveniva, e la fede
-pubblica si considerò una parola senza alcuna idea. Non bo voluto fare
-la storia di molte marziali vicende troppo uniformi, la minuta notizia
-delle quali sarebbe un peso inutilissimo alla memoria, poichè nessun
-lume somministrerebbe, o per meglio conoscere lo stato de' tempi, o per
-l'arte militare medesima. Avrei pur bramato di trovare qualche germe
-almeno di virtù in que' tempi; ma l'ho cercato invano. Le fisionomie
-degli uomini ch'ebbero parte negli affari pubblici, mi si presentarono
-tutte bieche ed odiose. La fede e la probità erano celate allora
-nell'oscurità di qualche famiglia, e nel magazzino dei negozianti.
-La virtù nasconde e copre la sua esistenza nell'asilo della privata
-fortuna per essere sicura contro i colpi del vizio, quand'egli è armato
-e trionfante come in que' tempi. Non può incolparsi a malignità di
-messer Niccolò Macchiavello s'egli ha dato per norma ai principi una
-pessima morale. Egli era un pittore che fedelmente ci rappresentava gli
-oggetti quali erano allora; la colpa sua è quella di non aver osato di
-esaminare la fallacia della politica che generalmente si praticava: io
-ne do la colpa alla mente, piuttosto che al cuore di quell'autore. Per
-vedere anche in piccolo la fede di que' tempi, aggiungo un fatto solo.
-Già dissi che il duca, l'anno 1419, aveva comprato da Gabrino Fondulo
-la città di Cremona, collo sborso di trentacinquemila ducati. Gabrino
-si era però riservato per sè Castelleone, luogo forte del Cremonese,
-ove tranquillamente da sei anni dimorava. Volle il duca possedere
-anche quella fortezza, la quale difficilmente avrebbe superata colle
-armi. Fu scelto Oldrado Lampugnano, amico di Gabrino, per tradirlo; e
-vi si prestò benissimo Oldrado. Si portò egli sul Cremonese con alcuni
-armati, mostrando commissione di visitare le terre del duca; e, fatto
-posa avanti Castelleone, spedì un uomo entro della fortezza, chiedendo
-un maniscalco per ferrare un cavallo, e frattanto lo incaricò di
-salutare il suo amico Gabrino, e dirgli che verrebbe ad abbracciarlo,
-se la fretta di proseguire il cammino non glielo vietasse. Gabrino
-Fondulo, disarmato e senza alcun sospetto, immediatamente uscì per
-salutare anche per un momento il creduto amico. Oldrado Lampugnano
-lo arrestò e lo tradusse a Milano: la famiglia del Fondulo fu posta
-nei ferri; il suo tesoro, nel quale si trovò anche una prodigiosa
-quantità di perle, fu confiscato; e Gabrino fu decapitato in Milano il
-giorno 21 di febbraio del 1428. Due anni dopo Oldrado Lampugnano, che
-aveva sacrificato la virtù e l'onore per ottenere la grazia del duca,
-perdette anche quella, e rimase colla esecrazione di sè medesimo.
-
-(1447) Il duca Filippo Maria morì il giorno 13 di agosto l'anno 1447,
-nel castello di Milano, dopo una settimana di malattia, nella quale
-non permise mai che alcun medico gli toccasse il polso. Egli morì
-con molta indifferenza. Corpulento sino alla deformità, da alcuni
-anni sentivasi opprimere dal peso proprio. La fortuna, da che aveva
-perduto il Carmagnola, eragli stata quasi sempre nemica; s'aggiungeva
-a questi mali la cecità, che da più mesi era in lui totale, sebbene
-simulasse di vedere:[209] _Caecitatem sie erubuit, ut visum simularet,
-cubicularibus clamculum eum admonentibus_, dice il Decembrio[210]:
-onde, sebbene non oltrepassasse il cinquantesimoquinto anno, era
-ridotto come un vecchio decrepito. Io non ho accennato ancora le
-seconde nozze contratte dal duca colla principessa Maria di Savoia;
-poichè ella non ottenne se non il nome di duchessa, e l'amica del
-duca fu sempre Agnese del Maino, madre di Bianca Maria; e si leggono
-in un antico messale che si conserva nella cospicua raccolta del
-signor don Carlo dei marchesi Trivulzi, le orazioni che allora si
-recitavano nella messa per quella compagna del duca, quasi ella fosse
-tale colla sanzione de' sacri riti[211]. Il duca, senza eredi, senza
-prossimi parenti, così morì. Fu seppellito tumultuariamente nel Duomo.
-Se vivesse allora Zanino Riccio, nol so. L'erario del duca venne
-saccheggiato da' suoi famigliari, i quali si divisero diciassettemila
-ducati d'oro. Francesco Sforza era nella Romagna, nè poteva allegare
-titolo alcuno per il dominio di Milano. Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi,
-Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolommeo Moroni furono i
-capi dei Milanesi che progettarono di ricusare la signoria d'un solo
-come una _pessima pestilentia_, dice il Corio; ed avevano ben ragione
-di così risguardarla, poichè avevano provato che in dodici principi,
-due soli erano stati buoni, Azzone e Giovanni arcivescovo, tollerabili
-quattro, cioè l'arcivescovo Ottone, Matteo I, Galeazzo I e Luchino; e
-gli ultimi sei che finalmente erano succeduti, non presentarono che i
-vizi e detestabili tirannie. La città adottò quel partito. Si demolì il
-castello di Milano, e molte città dello Stato imitarono quell'esempio,
-come vedremo nel seguito della storia. Così terminò la sovranità
-della casa Visconti e la discendenza di Matteo, la quale ebbe, senza
-interruzione, la signoria di Milano pel corso di centotrentasei anni,
-ed erano già trentaquattro anni da che grandeggiava per averla, quando
-l'ottenne.
-
-Prima di terminar questo capitolo convien dare un'idea dello stato in
-cui trovossi Milano ne' tempi ultimi de' quali ho scritto. Le città
-possono talvolta crescere ed ingrandirsi anche sotto un odioso e
-viziato governo; purchè i vizi di quello direttamente non offendano i
-principii e le cagioni della prosperità del popolo. Non furono vessati
-i sudditi con eccessivi tributi sotto Filippo Maria; la proprietà
-dei cittadini non fu violata; le guerre si fecero al di fuori, e
-la città non ebbe a soffrirne; la pestilenza, che andava girando, e
-più d'una volta, non lungi da Milano, non vi penetrò. Crebbe quindi
-la popolazione; si ammassarono le ricchezze in questa capitale d'un
-vasto dominio; si rivolsero i cittadini all'industria del commercio;
-giacchè sotto di quel governo nessun uomo di mente poteva ambire altra
-carriera; e così Milano diventò una tanto poderosa città, sì che nacque
-il proverbio poi, che conveniva distruggere Milano per rinvigorire
-l'Italia, come ci annunziò un autore imparziale:[212] _Quid dicam
-de Mediolano, potentissima Italiae civitate, Galliaeque Cisalpinae
-metropoli; in qua tam multa, tamque diversa artificum genera, tantaque
-frequentia, ut inde vulgo sit natum proverbium, qui Italiam reficere
-velit, eum destruere Mediolanum debere_[213]. Andrea Biglia, scrittore
-di quel tempo, ci dà idea della popolazione di Milano:[214] _Nempe ut
-facile existiment posse in ea civitate super triginta hominum millia
-armari_[215]; e non sarebbe esagerazione il supporre che il solo dieci
-per cento della popolazione fosse atto alla milizia. Immenso fu il
-popolo che uscì incontro a papa Martino V, che venne da Costanza a
-Milano nell'ottobre del 1418. Il duca Filippo ebbe l'onore di avere a
-suoi ospiti in Milano un papa, un imperatore e due re, e questi due
-ultimi suoi prigionieri. Lo stesso Biglia ci dà una prova, ancora
-più precisa, delle forze della città di Milano in quel tempo. L'anno
-1427, il Carmagnola, alla testa delle armi venete, aveva angustiato lo
-Stato del duca, il quale pensava ai mezzi per la difesa. Ho già detto
-come due soli artefici in pochi giorni somministrarono le armature per
-quattromila cavalli e ottomila fanti; ora, appoggiato al Biglia, dirò
-che la città di Milano si esibì di mantenere stabilmente diecimila
-uomini a cavallo e diecimila uomini a piedi, con questa sola condizione
-che il duca lasciasse alla città medesima la percezione di tutte le
-gabelle, e tributi di Milano e suo distretto, e che i tributi delle
-altre città tutte egli liberamente li percepisse per arricchire sè
-stesso, o chi più gli fosse piaciuto. Oggidì, quand'anche si volesse
-fare un massimo sforzo, non si troverebbe il modo di mantenere la metà
-di quest'armata; e oggidì tanto un cavaliere, quanto un fantaccino
-costano meno assai di quello che allor si pagavano. Il Biglia perciò
-aggiugne:[216] _Mirum dictu hoc solos Mediolanenses ausos polliceri,
-quod Florentia ac Venetiae aegre hac aetate praestarent fecissentque:
-tanta est hoc tempore unius urbis gens, tanta domi et apud exteros
-negotiandi consuetudo._ Il nostro commercio solo con Venezia era
-grandiosissimo in quel torno. Tutto il commercio colle Indie Orientali
-si faceva dagl'Italiani in quei tempi, anteriori alla scoperta del
-Capo di Buona Speranza. Venezia, Genova, Pisa, Firenze, Amalfi ed
-Ancona avevano l'impero de' mari, e quasi esse sole giravano non
-solamente il Mediterraneo, ma l'Oceano, e portavano le loro merci
-persino al Baltico; così che tutto il commercio dell'Europa era presso
-gl'Italiani. Le leggi amalfitane erano la base del gius marittimo.
-Venezia sola manteneva trentaseimila marinari[217]; numero sterminato
-per quel secolo, nel quale non s'intraprendevano viaggi di lungo
-corso, e la nautica non era ridotta alla perfezione attuale. Milano
-trasmetteva a Venezia i pannilani che da noi si fabbricavano, e
-riceveva da Venezia cotone, lana, drappi d'oro e di seta, droghe,
-legni da tingere, sapone, sali ed altre mercanzie. Queste mercanzie,
-che ricevevamo da Venezia, in gran parte le spedivamo alla Francia,
-agli Svizzeri ed all'Impero, unitamente alle armature ed altri lavori.
-Il nerbo principale della nostra industria consisteva nella fabbrica
-de' pannilani e degli usberghi, scudi, lance, ec. Abbiamo un prezioso
-documento su tal proposito che merita esame, e questo è lo scritto
-di Marino Sanuto, che il Muratori nostro maestro, ha tratto dalla
-biblioteca Estense e dato in luce[218]. Il Sanuto scrisse le vite di
-alcuni dogi di Venezia, e riferisce l'aringa fatta nel gran consiglio
-dal doge Tommaso Mocenigo. Quello scrittore era posteriore di poco, ma
-asserì di avere trascritto i fatti, «dal libro dell'illustre messer
-Tommaso Mocenigo, doge di Venezia, d'alcuni aringhi fatti per dar
-risposta agli ambasciatori de' Fiorentini, che richiedevano di far
-lega colla signoria contro il duca Filippo Maria di Milano nel 1420».
-Il doge opinava che non convenisse ai Veneziani di rompere la pace
-col duca; ed in prova dimostrava l'utilità esimia che ridondava al
-commercio di Venezia dalla corrispondenza con Milano. Ser Francesco
-Foscari, procuratore, opinava l'opposto. Se vi è documento nella storia
-che meriti fede, certamente è questo; poichè l'occasione, il luogo,
-le persone ci debbono far credere che non avranno allegati che fatti
-costanti e sicuri. Asserì il doge che ogni anno da Milano si spedivano
-a Venezia quattro mila pezze di panno, del valore di trenta ducati
-ciascuna, e di più si spedivano novantamila ducati d'oro, così che la
-somma in tutto ascendeva a duecentodiecimila ducati. Ciò appartiene
-alla sola città; poichè Monza separatamente ivi è registrata pel valore
-di centoquarantaduemila ducati di roba e denari che spediva ogni anno
-a Venezia. Allora Milano e Monza, colla sola Venezia facevano la stessa
-parte del commercio che ora fanno Milano, il contado e le cinque città
-e provincie dello Stato; ed è notabile _colla sola Venezia_, poichè
-l'esteso commercio con Genova, colla Francia e colla Germania che
-allora avevamo, non entrava in quella somma. Dico la stessa parte,
-e dovrei dire molto più, se considerassi che il ducato allora era
-un pezzo di metallo assai più raro e più pregevole, come più volte
-ho ricordato. Questo basta per conoscere che verosimilmente v'era in
-Milano una popolazione di trecentomila abitanti; che v'erano sessanta
-fabbriche di lanificio; e che moltissima era tra noi l'industria e la
-ricchezza; come ci confermano tutti gli scritti posteriori, ricordando
-que' tempi della opulenza.
-
-Non sarà forse discaro a' miei lettori ch'io aggiunga alcune
-osservazioni a quel bilancio del commercio fatto dal Sanuto. Da
-Venezia ci si trasmettevano i cotoni: il valore de' cotoni allora era
-otto volte maggiore che non lo è di presente: le strade del commercio
-oggidì sono aperte, e ciascuna nazione procura, per vendere presto,
-di contentarsi d'un minor guadagno; allora i pochi che lo possedevano
-erano arbitri del prezzo. Ho pure osservato che allora noi prendevamo
-appena la metà del cotone che adesso ci spediscono gli esteri;
-poichè le fabbriche delle bombagine e fustagni allora non esistevano
-presso di noi, e questa manifattura era de' Cremonesi. Questa odierna
-manifattura ci porterà più di settantamila gigliati per la vendita di
-trentamila pezze, che attualmente ne facciamo agli esteri. La seconda
-osservazione cade sul lanificio. La lana ce la vendevano i Veneziani
-allora più a buon mercato, cioè circa il sessanta per cento meno che
-non vale presentemente. È probabile che molte pecore si alimentassero
-su i nostri prati; e che la lana fina non ci venisse da Venezia. Lo
-stato intero di Milano spediva allora a Venezia cinquantamila pezze di
-panni. Ora le cose sono cambiate. Il lanificio, preso tutto insieme,
-costa allo Stato l'uscita di dugentocinquantamila zecchini ogni anno;
-i soli pannilani dobbiamo comprarli dagli esteri per settantamila
-gigliati. La terza osservazione risguarda la seta e suoi lavori; allora
-ne ricevevamo da Venezia di seta e drappi di oro pel valore cospicuo
-di ducati duecentocinquantamila; naturalmente una buona porzione si
-sarà rivenduta. Oggidì però l'articolo della seta, computato tutto,
-darà invece l'utilità d'un milione di ducati, ossia zecchini, ed è
-la principale ricchezza delle nostre terre. La quarta osservazione
-appartiene alle droghe; e per esempio di pepe e di cannella allora
-se ne introduceva assai più che non facciamo al dì d'oggi; e di
-questi capi allora nelle mense v'era maggiore consumo, e ciò oltre il
-commercio secondario che da noi se ne faceva col rivenderli. Oggidì
-consumiamo appena ottantamila libbre di pepe; il che ci fa pagare
-agli esteri ottomila ducati, ossia gigliati, ed allora ne compravano
-per ducati trecentomila, cioè si spendeva allora in un anno per
-questo articolo quanto si spende appena in trentasei anni a' nostri
-giorni. Della cannella dico lo stesso; allora spendevasi il quadruplo
-in paragone de' tempi nostri, poichè ventimila libbre, che costano
-circa sedicimila zecchini, sono presso poco la quantità annua che
-oggidì ne consumiamo. In quinto luogo ho osservato che dello zucchero
-invece ne abbiamo notabilmente ampliato il consumo, giacchè allora
-seimila centinaia ne ricevevamo, ed ora ne consumiamo sedicimila
-centinaia. Il prezzo altresì dello zucchero è notabilmente scemato in
-paragone di quello ch'era allora, poichè seimila centinaia valevano
-ducati novantacinquemila, ed ora sedicimila centinaia si comprano con
-settantamila ducati. L'uso del mele era comune in quei tempi, e vi
-si è poi sostituito lo zucchero, dappoichè le navigazioni alle Indie
-Orientali, e le copiose piantagioni d'America l'hanno reso una droga
-più comune. Cade la sesta osservazione sul sapone, per acquistare il
-quale allora spendevasi ducentocinquantamila ducati, cioè il decuplo
-di quello che ora spendiamo, ricevendone dagli esteri non più di
-circa quarantamila rubbi: ma allora ne facevamo rivendita, e forse non
-v'erano alcune fabbriche nel paese che ora ne ha. L'ultima osservazione
-cade sopra un legno da tintura chiamato verzino, che allora era
-enormemente caro, e costava seicento volte più che ora non vale: ne
-ricevevamo allora migliaia quattro, valutate ducati centoventimila; ora
-ne riceviamo più di venti migliaia, le quali ci costano mille ducati
-d'oro; ma il Capo di buona Speranza non fu scoperto se non l'anno 1497
-da Vasco de Gama, sotto il re Emanuele IV di Portogallo, e l'America
-non fu scoperta dal Colombo che l'anno 1491.
-
-
-
-
-CAPITOLO XVI.
-
- _Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco
- Sforza._
-
-
-Prima ch'io narri gli avvenimenti della repubblica di Milano,
-vuolsi esaminare brevemente in quale stato trovavansi le potenze che
-avrebbero voluto signoreggiare sopra di noi. (1447) Colla morte del
-duca Filippo Maria era terminata la discendenza maschile di Giovanni
-Galeazzo Visconti, infeudata dall'imperatore Venceslao; e perciò il
-ducato (considerandolo come un podere) era devoluto all'imperatore.
-Se il destino delle città dipendesse dal solo diritto di proprietà
-ereditaria, l'imperatore solo, sulla base della pace di Costanza,
-avrebbe dovuto decidere di noi, o creando un nuovo duca, o nominando
-un vicario imperiale, ovvero, sotto quella denominazione che più gli
-fosse stata in grado, ponendo chi esercitasse la suprema dominazione
-dell'Impero su questa parte dell'Impero medesimo. Ma lo scettro
-imperiale era nelle deboli mani di Federico III, principe timido,
-indolente e minore della sua dignità; il quale nemmeno avrebbe potuto
-far valere le sue ragioni sull'Italia, oppresso, come egli era, dalle
-armate del re d'Ungheria. Il lungo regno di questo cesare lasciò
-dimenticato nel milanese il nome dell'Impero per più di quarant'anni
-dopo morto l'ultimo duca. La casa d'Orleans possedeva la città di Asti,
-portatale in dote dalla principessa Valentina, figlia del primo duca,
-conte di Virtù. V'era un piccolo presidio francese in quella città: ma
-la casa d'Orleans non regnava. Cinquantadue anni dopo ella ascese sul
-trono di Francia; e colle armi sostenne le sue pretensioni sul ducato
-di Milano, appunto come discendente dalla Valentina Visconti. Frattanto
-il re di Francia Carlo VII, occupato nel combattere contro gli Inglesi,
-che avevano conquistate alcune province del suo regno, non aveva nè
-mezzi, nè pensiero di rivolgersi a questa parte d'Italia in favore di
-suo cugino. Il papa Niccolò V, di carattere sacerdotale, non conosceva
-l'ambizione; e l'antipapa Felice V e il non affatto disciolto concilio
-di Basilea occupavano interamente la corte di Roma. Il trono di Napoli
-era incerto e disputato. I Veneziani e il duca di Savoia avevano
-formato il progetto di profittare dell'occasione; ed erano e finitimi
-e potenti e sagaci. La vedova duchessa di Milano, Maria di Savoia,
-era in Milano, e cercava di guadagnare un partito al duca di Savoia,
-di lei padre. I Veneziani avevano in Milano i loro fautori, e colle
-immense ricchezze possedevano i mezzi di sostenerli e secondarli colle
-armi. Il conte Francesco Sforza pareva che nemmeno dovesse porre in
-vista le insussistenti pretensioni della moglie e del suo primogenito,
-esclusi per la investitura imperiale dalla successione nel ducato.
-La condizione del conte era anche più degradata di quella del duca
-d'Orleans, attesa la viziata origine della Bianca Maria. Egli possedeva
-Cremona, recatagli in dote; comandava un possente numero d'armati;
-aveva il nome più illustre di ogni altro nella milizia di quei tempi.
-Ma un romagnuolo, nato in Samminiato da Lucia Trezania, senza parenti
-illustri, e che non ebbe fra suoi antenati un nome degno di memoria,
-trattone suo padre (a cui il conte Alberico di Barbiano, sotto del
-quale militava, diede il soprannome _Sforza_), non pareva posto in
-condizione da disputare con alcuno la signoria di Milano, meno poi di
-prevalere. In questa situazione si trovò la città di Milano, quando,
-nel 1447, morì l'ultimo duca, ed ella intraprese a governarsi a modo di
-repubblica.
-
-Appena aveva cessato di vivere Filippo Maria, che incominciarono
-a comparire nuove leggi e regolamenti sotto il nome dei _capitani
-e difensori della libertà di Milano_. Il primo proclama col quale
-annunziarono la loro dignità e il loro titolo, fu del giorno 14 agosto
-1447, cioè il primo dopo la morte del duca. In esso questi _capitani e
-difensori della libertà di Milano_ confermano per sei mesi prossimi a
-venire il generoso Manfredo da Rivarolo dei conti di San Martino nella
-carica di podestà della città e ducato[219]. Questi nuovi magistrati
-però non pretesero di invadere tutta l'amministrazione della città;
-anzi lasciarono che i maestri delle entrate dirigessero le finanze
-e le possessioni che erano state del duca; e lasciarono pure che
-il tribunale di Provvisione regolasse la panizzazione, le adunanze
-civiche, l'annona e gli altri oggetti di sua pertinenza. I capitani e
-difensori, considerandosi investiti della autorità sovrana, riserbate
-al loro arbitrio le cose veramente di Stato, col dare, quand'occorreva,
-ordini al podestà, al capitano di giustizia, al tribunale di
-Provvisione, ec. pei casi straordinarii, lasciarono a ciascun
-magistrato la cura di provvedere, secondo i metodi consueti e regolari,
-a quanto soleva appartenere alla di lui giurisdizione[220]. Questi
-capitani e difensori della libertà non avevano però ragione alcuna per
-comandare agli altri cittadini. S'erano immaginato un titolo, creata
-una carica, attribuita una autorità, addossata una rappresentanza
-tumultuariamente, per usurpazione e sorpresa, non mai per libera
-scelta della città. Se un virtuoso entusiasmo di gloria e di libertà
-avesse animati coloro ad ascendere alla pericolosa rappresentanza del
-sovrano, potevano, annientato ogni privato interesse, primeggiando il
-solo pubblico bene, andare cospiranti e unanimi, e adoperare così la
-forza pubblica col maggiore effetto per la pubblica salvezza. Ma come
-sperare che si accozzasse un collegio di eroi casualmente, in una città
-oppressa da una serie di sei pessimi sovrani? Mancava a questo corpo
-resosi sovrano e la opinione di chi doveva ubbidire, e la coesione
-delle parti di lui medesimo; nè era riserbato nemmeno ai più accorti il
-prevedere la poca solidità e durata di un tal sistema, manifestamente
-vacillante. Già nel capitolo antecedente nominai i fautori principali
-del governo repubblicano, cioè Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi,
-Giorgio Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolomeo Morone. Non era
-probabile che le altre città della Lombardia superassero il ribrezzo
-di farsi suddite di una città metropoli, governata a caso e senza
-una costituzione politica. Infatti due sole città, cioè Alessandria
-e Novara, si dichiararono di essere fedeli a Milano; le altre o
-progettarono di voler governarsi a modo di repubblica indipendente,
-o posero in deliberazione a qual principe sarebbe stato meglio di
-offerirsi. In Pavia sola vi erano ben sette partiti: gli uni volevano
-Carlo re di Francia; altri, Luigi il Delfino; altri, il duca di Savoia;
-altri, Giovanni marchese di Monferrato; altri, Lionello marchese di
-Ferrara; altri, i Veneziani; altri, il conte di Cremona Francesco
-Sforza. Il Corio, che ciò racconta, non fa menzione dell'ottavo
-partito, che sarebbe stato quello di reggersi da sè e collegarsi in
-una confederazione di città libere, o meglio ancora unirsi in una sola
-massa e formare un governo comune. Nè ciò pure terminava la serie dei
-mali del sistema. I banditi ritornavano alle città loro, occupavano i
-loro antichi beni, già venduti dal fisco ducale, e ne spogliavano gli
-innocenti possessori. La rapina era dilatata per modo, che nessuno
-era più sicuro di possedere qualche cosa di proprio; la vita era in
-pericolo non meno di quello che lo erano le sostanze; il disordine era
-generale e uniforme; il che doveva accadere in una numerosa e ricca
-popolazione, rimasta priva del sistema politico, mentre con incerte
-mire tentava di accozzarne un nuovo. Il castello di Milano non poteva
-torreggiare sopra di una città che voleva essere libera e temeva un
-invasore; perciò con pubblico proclama si posero in vendita i materiali
-di quella rocca[221].
-
-Il conte Francesco Sforza, appena ebbe l'annunzio della morte del duca,
-s'incamminò diligentemente verso Milano, abbandonando la Romagna, ove
-si trovava. I Veneziani erano nella circostanza la più favorevole per
-impadronirsi del milanese. Lodi, Piacenza ed altre città desideravano
-di vivere sotto la repubblica veneta. Francesco Sforza vedeva che
-i Veneziani erano i più potenti ad invadere e conquistare questo
-ducato, ch'egli aveva in mente di far suo, sebbene le circostanze non
-gli fossero per anco favorevoli a segno di palesarlo. Le forze dei
-Veneti già si trovavano nel milanese prima che il duca morisse. Il
-che accennai nel capitolo antecedente. E come pochi mesi prima s'erano
-essi presentati sotto le mura di Milano, e avevano devastato il monte
-di Brianza, così v'era ragionevole motivo per cui i Milanesi temessero
-l'imminente pericolo. Appena venti giorni erano trascorsi dopo la
-morte di Filippo Maria, che la repubblica milanese dovette eleggere un
-comandante capace di opporsi alle forze venete e salvarla; e questa
-scelta cadde nel conte Francesco Sforza, dichiarato capitano delle
-nostre armate[222]. I denari dei Milanesi erano necessari per mantenere
-un corpo numeroso di soldati, e ai Milanesi era necessario un gran
-capitano, la cui mente e valore, opportunamente dirigendo la forza, li
-preservassero dall'invasione dei Veneti. Questi bisogni vicendevolmente
-unirono da principio lo Sforza e i repubblicani nascenti, se pure
-il nome di repubblica poteva convenire a una illegale adunanza, che
-governava senza autorità e senza principii.
-
-Una prova della incertezza di quel governo la leggiamo nel proclama
-che i _capitani e difensori della libertà_ pubblicarono in data 21
-settembre 1447. Per ordine di questi vennero pubblicamente consegnati
-alle fiamme i catastri che servivano alla distribuzione dei carichi,
-affine di rallegrare il popolo:[223] _Capitanei et defensores
-libertatis illustris et excelsae Comunitatis Mediolani. — Prudentes
-concives carissimi nostri. Posteaquam omnipotens Deus noster, per
-transmigrationem de praesenti saeculo illustrissimi bonae memoriae
-principis ac domini nostri domini Filippi Mariae gratiam libertatis
-nobis venditando condonavit quod retinere et conservare omnibus modis
-et firma scientia statuimus, deliberavimus comuni consensu in adurendis
-libris, extractibus, quaternis, filzis, et scripturis inventariorum,
-taxarum, talearum, focorum, buccarum, onerisque salis, et aliorum
-quorumvis onerum signum dare, quo populus et plebs intelligant se
-post hac futuros immunes et exemptos ab angariis et gravaminibus
-ejusmodi. Indegne bonam spem de statu ipsius libertatis et hujus nostre
-reipublicae percipientes, gaudeant gratulenturque et debitas gratias
-agant proinde ipsi omnipotenti Deo nostro. Nec minus animum firment
-et disponant velle, quod olim inviti et coacti fatiebant, nunc sponte
-atque perlibenter fatiere, in exponendis videlizet, videlizet et
-exhibendis, juxta facultates, pecuniis, tum pro formando et conplendo
-thexauro gloriosissimi S. Ambrosii, patroni et protectoris nostri,
-tum pro expeditionibus genzium armigerarum Comunitatis praelibitae,
-quibus mediantibus non tantum libertatem nostram, ut caepta est,
-retinere conservareque valeamus, verum etiam rempublicam confirmares,
-locupletari, augere, et in dies melius ampliare atque dilatare,
-in confusionem eorum omnium qui satagunt huic inclitae Civitati
-omni conato suo, suisque omnibus insidiis aemulari. Volumus igitur
-quatenus, facta electione statim duorum ex vobis, ordinetis quod ii
-duo simul, cujus infra nominatis, inquirant et sibi exiberi faciant
-quoscumque libros, extractus, quaternos, filzas, et scripturas omnes
-inventariorum, taxarum, talearum, focorum, oneris salis, et aliorum
-onerum cujusvis generis, spetiei, ac materiei fuerint. Et his bene ac
-iterum revolutis visisque ac diligentissime examinatis, retinendo eos
-dumtaxat duibus videatur aliqua utilitas camerae prefatae Comunitatis,
-et territorio et singularium etiam aliquarum personarum, reliquos
-omnes ex predictis igni palam et pubblice cremandos dari et committi
-faciatis, quo veluti spectaculo populus ipse pariter et plebs,
-voluptatem inde assumentes peringentem, exaltare jubilareque possint,
-laudesque dare sancto memorato. Qui inclitam hanc urbem in felici et
-fausto statu semper servet atque tueatur.
-
-Data Mediolani, die XXI septembris MCCCCXLVII.
-
-Johannes de Mantegaxis — Stefanus de Gambaloytis — Cabriolus de
-Comite — Federicus de Comite — Johannes de Fossato — Francius de
-Figino — Johannes de Gluxiano — Jacobus de Cambiago Raphael. — A
-tergo Nobilibus et prudentibus concivibus carissimis nostris duodecim
-Provisionum excelsae comunitatis Mediolani._ Registro civico A, foglio
-47. — Si credette fondo bastante per le spese pubbliche la spontanea
-generosità di ciascun cittadino. Appena due settimane dopo si dovette
-pensare al rimedio; e fu quello che i medesimi capitani e difensori
-arbitrariamente tassassero i cittadini a un forzoso imprestito[224].
-Si obbligarono poi i sudditi a notificare quanto possedevano, sotto
-pena della confisca, invitando gli accusatori col premio; e ciò per
-formare nuovi catastri per ripartire i carichi[225]. Cercavano questi
-incerti capitani e difensori l'opinione favorevole del popolo con
-mezzi rovinosi, e vi rimediavano poi con ingiusti e odiosi ripieghi.
-Alcune delle leggi che proclamarono, poichè danno una precisa idea
-dello spirito di quel governo e della condizione di quei tempi, non
-sarà discaro al lettore ch'io qui trascriva. Nei primi momenti della
-inferma repubblica, incerti della loro autorità, privi di legale
-sanzione, in una città divisa in partiti, attorniata da città che
-non eranle amiche, coll'armata veneta che invadeva le sue terre,
-coi Savoiardi e Francesi, che minacciavano d'occuparlene dalla parte
-opposta, costretta a confidarsi al pericoloso partito di collocare
-nelle mani del conte Sforza il poter militare in così importante e
-seria situazione, pubblicarono un ordine il 18 ottobre 1447, rinnovando
-irremissibilmente la pena del fuoco ai pederasti:[226] _Capitanei et
-defensores libertatis illustris et excelsae communitatis Mediolani.
-Dilecte noster. Ad solidandum, angendum, ornandum hujus nostrae caeptae
-libertatis optabilem statum, non magis conveniens quam necessarium
-arbitramur virtutum coli decentiam, abbominari vitiorum sordes; ita
-n. et suscepti a Deo muneris grati videbimur, et accumulatiores
-ab ejus omnipotentia gratiarum sperare poterimus largitiones.
-Animadvertentes igitur quam foedissimum et detestandum, quam horrendum
-sit innominabile Sodomiae crimen, existimantesque quod impunitas
-incentivum parit, deliquendique etiam malos efficere deteriores
-solet deliberavimus, et mente nostra decreto stabili firmavimus hoc
-execrabile exitium nullatenus tollerare. Quamquam igitur ad detrahendos
-ab hoc scelestissimo crimine qui in eo maculati sunt, ad faciendum
-ne de caetero in tale crimen incidant posse satis et debere sufficere
-videntur constituta per sanctissimas leges ac statuta hujus civitatis,
-quam ita vulgarissimam ignorare quidem non debent, ignis poena, ut
-tamen eorum infamis turpitudo reddatur prorsus inexcusabilis, volumus
-et tibi mandamus, quatenus, his receptis, patenter ac pubblice, voce
-praeconis, divulgari per solita hujus civitatis loca facias, quod amodo
-quisquis cujusvis status et conditionis existat, sive terrigena, sive
-forensis, aut stipendiarius vel provisionatus, et generalite, quisquis
-se ab eo penitus caveat et abstineat crimine, nec illud committere
-audeat quoquomodo; sciens et ex certo tenens, quod si dehinc illud
-incidisse comperietur, irremmissibili profecto, juxta legum sanctiones,
-punietur ignis poena. Tuque deinde ad investigandum et inquirendum de
-hujusmodi sceleratis et diligentiam omnem, studium et curam adhibeas,
-et contra quoscumque quos amodo id crimen perpetrasse comperies, debite
-procedas, eos; jure justitiaque mediante, puniendo. In qua quidem re,
-quo magis vigil magisque diligens fueris, eo magis honori debitoque
-servies et nostrae menti vehementissime complacebis. Et ut ab ejusmodi
-delictis malefactores se abstineant, volumus quod accusatoribus, seu
-denuntiatioribus ipsorum delictorum, cum bonis tamen inditiis, salis
-fiat pro qualibet vice, et teneantur secreti, de ducatis decem auri,
-ex et de bonis delinquentis, quam satisfactionem volumus per te et
-successores tuos fieri debere, omni exceptione et contradictione
-cessante. Scribimus etiam super hoc d, Bartolomeo Cacciae, capitaneo
-justitiae hujus civitatis, cumquo volumus habeas intelligentiam in
-fieri facendis proclamationibus praedictis. — Mediolani, die XVIII oct.
-1447._ — Gli uomini nei più pressanti disastri cercano l'aiuto della
-Divinità colla maggiore istanza, e a tal uopo credonsi di ottenerlo
-persino col sacrificio d'umane vittime. I Greci cercavano i venti
-col sangue d'Ifigenia; i Romani placavano il cielo seppellendo uomini
-vivi; i nostri, bruciando i peccatori. Le pazzie e le atrocità di un
-secolo si assomigliano alle pazzie e atrocità d'un altro, a meno che
-la cultura e la ragione, diffondendosi largamente, non indeboliscano
-i germi del fanatismo inerente all'uomo; e questa coltura, questa
-filosofia, contro la quale ancora v'è chi declama, formano appunto
-l'unica superiorità dei tempi presenti. Oggidì un popolo che aspiri
-a diventar libero e combatta per sottrarsi dall'imminente giogo,
-non pubblicherà certo una legge per proibire ai barbieri di far
-la barba nei giorni festivi. Ha ben altro che fare chi si trova al
-timone della Repubblica fra la tempesta, che vegliare su di questi
-meschini e indifferenti oggetti; eppure allora si proclamò un bando
-cosiffatto:[227] _Capitanei et defensores libertatis illustris et
-excelsae civitatis Mediolani — Visa requisitione barbitonsorum inclitae
-Urbis hujus pro confirmatione cujusdam eorum statuti et ordinis tenoris
-infrascripti, videlizet. Magnifici et excelsi domini hujus inclitae
-civitatis; barbitonsorus, tum recta conscientia ducti, tum praesertim
-a religiosis confessoribus et animarum suarum consultoribus admoniti,
-deliberant ad celebrandum festivos dies et vocandam ab opere temporibus
-illicitis cum vestrae magnificentiae licentia, et assensu, statutum
-ordinem et edictum quod est tenoris infrascripti. Reverenter ideo
-supplicantes ut, ad ipsum, quod quidem salutiferum et commendabile
-videtur, auctoritatem vestram interponentes, dignemini statutum hoc
-et ordinationem patentibus literis confermare, validare, servarique
-et excutioni mandari jubere, mandando etiam quibuslibet jusdicenti et
-offitialibus Mediolani, ad quos inde recursus habeatur, quatenus ad
-omnem requisitionem abatis Paratici dictorum barbitonsorum circa ipsius
-statuti observantiam et excutionem, praestent omne juvamen, auxilium
-et favorem opportunum. Item statuerunt et ordinarunt quod non liceat
-alicui magistro de dicta arte, habitanti in civitate vel suburgiis
-Mediolani, laborare, nec laborari facere de arte ipsa nec in apotecha
-seu domo habitationis suae nec extra, die aliquo festivo per sanctae
-matris ecclesiae tam Romane quam Ambrosianae istitutiones celebrari
-ordinato nec etiam in ipsorum festorum vigiliis ubi vigiliae institutae
-reperiantur nec diebus sabati post horam vigesimam quartam ipsius
-vigiliae vel sabati, sub poena librarum duarum nuperiorum qualibet vice
-qua fuerit contrafactum, eamdemque poenam incidat quilibet famulus
-seu laborator de dicta arte qui sine licentia et contra voluntatem
-magistri sui laboraret contrafatiendo praesenti statuto, talisque,
-famulus aut laborator de dicta arte non debeat nec possit de dicta
-arte aliqualiter laborare in civitate ipsa nec suburgiis nisi prius
-condemnationem ipsam solverit, et ante solutionem hujusmodi non debeat
-aliquis magister ipsius artis illi dare aliquod adjutorium nec aliquem
-favorem sub eadem poena, si tamen evenerit quod ad horam vigesimam
-quartam dicti sabati aut vigiliae ut supra quispiam magister aut
-laborator inter manus aliquem haberet ante horam ipsam jam acceptum;
-eo casu tali prius accepto possit impune caeptam operam prosequi et
-finire, nec pro eo poenam incurrat; harumque omnium poenarum medietas
-applicetur fabricae majoris ecclesiae Mediolani et alterius medietati
-duae partes dentur Paratico ipsorum barbitonsorum et reliqua tertia
-pars accusatori qui talem contrafactionem denuntiaret. Possunt
-quoque abbas dictae artis et sui offitiales qui per tempora erunt,
-defitientibus in praemissis opportunis probationibus; pro habenda in
-hiis veritate artare quemlibet magistrum et laboratorem ad juramentum
-si et prout viderit expedire. Et considerata in hoc devota et laudabili
-dispositione dictorum barbitonsorum, vum statutum ipsum, quod etiam
-per spectabiles dominos consiliarios justitiae prefatae comunitatis
-diligenter examinari fecimus et honestum et ad observantiam orthodoxae
-fidei nostrae atque mandatorum ecclesiae videatur tendere, ipsorum
-requisitioni praedictorum benigne volentes annuere praesentium tenore,
-etiam ex certa scientia, statutum ipsum, quod in volumine etiam aliorum
-statutorum et ordinamentorum comunis Mediolani inseri et conscribi
-mandamus et volumus, gratum habentes, approbamus et confirmamus;
-mandantes propterea vicario et XII Provixionum ac aliis offitialibus
-antedictae comunitatis praesentibus et futuris, ad quos spectat et
-spectare possit et pro dicti statuti observatione recursum fuerit;
-quatenus ipsum statutum et ejus dispositionem inviolabiliter observare
-fatiant et ad omnem abatis Paratici ipsorum barbitonsorum requisitionem
-pro hujus statuti observantia et in contrafatientes debita executione
-omne prestent juvamen, auxilium et favorem opportunum, et hoc dummodo
-nichil exinde contra aliorum praefacte comunitatis statutorum et
-ordinamentorum dispositionem et in eorum detrimentum fiat vel sequatur.
-In quorum testimonium praesentes fieri registrarique jussimus,
-sigillique praefatae comunitatis munimine roborari. Dat. Mediolani, die
-sexto decimo aprilis MCCCCXLVII. Sign. Ambrosius._ Il citato registro
-A, foglio 51, tergo.
-
-Anco un'altra legge ho riscontrata in quei tempi, la quale merita
-d'essere ricordata, perchè ci fa conoscere alcuni ripieghi politici,
-i quali volgarmente si credono d'invenzione di questi ultimi tempi,
-non erano punto sconosciuti negli Stati d'Italia alla metà del secolo
-decimoquinto, cioè le pubbliche lotterie. Nel capitolo nono accennai
-come sino dall'anno 1240 s'era posta in uso da noi la circolazione
-della carta in luogo del denaro, e a tal proposito si facessero
-leggi assai opportune[228]; ora dall'editto del 9 gennaio 1448 verrà
-assicurato il lettore dell'antichità delle lotterie, ossia tontine, di
-quei tributi spontanei in somma ai quali si adescano i cittadini colla
-lusinga di arricchirli[229]. Colle note potrà il lettore dalla sorgente
-istessa conoscere da quai principii fosse regolato quel governo, a qual
-grado fosse la coltura, a quale elevazione si trovasse la politica; nè
-sulla asserzione mera dello storico dovrà persuadersi della infelicità
-di quei tempi.
-
-Ora conviene ch'io ponga sott'occhio una fedele immagine del nuovo
-comandante delle armi milanesi Francesco Sforza. Sì tosto che il conte
-Francesco fu creato capitano generale della repubblica di Milano, e che
-l'armata di esso conte venne allo stipendio de' Milanesi, ei si trovò
-alla testa di forze valevoli a preservare lo Stato e dai Veneziani,
-e da ogni altro pretendente. Se egli avesse rivoltata allora per
-assoggettare a sè il ducato di Milano, avrebbe dovuto superare ad un
-tempo medesimo e le forze venete, e le savoiarde, e le francesi, e
-l'entusiasmo della nascente libertà de' popoli, non per anco stancati
-dai disordini dell'anarchia. I suoi soldati avrebbero ragionato
-fors'anco del tradimento che si faceva ai Milanesi, della illegalità
-delle pretensioni sue alla successione nel ducato; si doveva temere
-o la defezione o la svogliatezza. Il conte conosceva i tempi, gli
-uomini e gli affari. Egli era venerato come il più gran generale del
-suo tempo. Sapeva farsi adorare da' suoi soldati, che egli, con una
-prodigiosa memoria, soleva quasi tutti chiamare col loro nome. Nella
-azione si esponeva con mirabile indifferenza e intrepidezza, e con voce
-militare animava nella mischia i combattenti. Padrone assoluto dei
-propri moti, sapeva celare le cose che gli dispiacevano con mirabile
-superiorità d'animo. Accortissimo conoscitore dei pensieri altrui,
-antivedeva le risoluzioni de' nemici, che lo trovavano preparato mentre
-s'immaginava di sorprenderlo. La reputazione dello Sforza era tale,
-che, venendo da' Veneziani attaccato un drappello de' suoi che egli
-aveva postati a Montebarro, vi giunse il conte Francesco nel punto in
-cui i nemici vincevano pienamente. Al solo avviso della inaspettata
-sua presenza si posero in fuga i vincitori; anzi innoltrandosi egli
-incautamente ad inseguirli, si trovò come attorniato e preso da
-essi; ma invece di farlo prigioniere, i nemici deposero le armi, e
-scopertisi il capo, riverentemente lo salutarono, «e qualunque poteva,
-con ogni reverentia li tochava la mano perchè lo riputavano patre
-de la militia ed ornamento di quella»; così il Corio. Sin dalla sua
-gioventù egli ispirava rispetto per la nobile e dignitosa figura, e
-più per la saviezza, prudenza, costumatezza ed eleganza nel parlare,
-onde l'istesso Filippo Maria[230] _admirabatur enim magis atque magis
-guotidie tum illius prudentiam, facundiam egregiosque mores, tum formae
-praestantiam, vultus gestusque dignitatem_[231]. Un fatto raccontatoci
-dallo storico Giovanni Simonetta, che viveva in que' tempi, mostra
-l'indole generosa del conte Francesco, e la singolare di lui prudenza
-nel fiore degli anni suoi. Sforza suo padre, mentre guerreggiava
-nell'Abruzzo, aveva affidato a Francesco un corpo. Ivi guerreggiavano
-i due partiti francesi e spagnuolo, ossia gli Angioini e gli Aragonesi.
-Si formò una trama segreta fra i soldati sottoposti a Francesco Sforza;
-e improvvisamente una gran parte di essi tradì la fede, e, abbandonando
-il giovine Francesco, passò al nemico. Francesco co' pochi rimastigli
-fedeli si ricoverò in luogo munito. Appena ottenuto dal padre nuovo
-soccorso, si scagliò contro i nemici, e fece prigionieri tutti i
-traditori. Ne spedì la novella a Sforza di lui padre, chiedendo i suoi
-comandi sul trattamento da farsi a questi prigionieri. Sforza gli mandò
-il comando di farli, tutti quanti erano, impiccare. Al ricevere un
-tal riscontro rimase pensieroso il giovane Francesco, e dopo qualche
-taciturnità interpellò il messaggiero: «Dimmi, con quale aspetto parlò
-mio padre, che t'incaricò di quest'ordine?» Il messaggere rispose
-ch'egli era assai incollerito. «Non lo comanda adunque mio padre,
-disse Francesco: questo è l'impeto di un uomo sdegnato, e mio padre a
-quest'ora è pentito di aver detto così»: indi, fatti condurre alla sua
-presenza i prigionieri: «Poichè mio padre, diss'egli, vi perdona, io
-pure vi perdono. Siete liberi; se volete restare al nostro stipendio,
-vi accetto come prima; se volete partire, fatelo». La sorpresa di que'
-soldati, che si aspettavano il supplizio, fu tale che, lacrimando
-e singhiozzando, giurarono fede alle insegne sforzesche, e in ogni
-incontro poi se gli mostrarono affezionatissimi e valorosi. Quando
-Sforza intese il fatto, confessò che Francesco era stato più prudente
-di sè stesso[232]. Questo avvenimento ci fa risovvenire delle Forche
-Caudine: lo Sforza fu assai più avveduto che non si mostrò Ponzio.
-Francesco amava e venerava suo padre, e con ragione. Mentre appunto
-nel regno di Napoli Francesco stava alle mani coi nemici, vennegli
-il crudele annunzio che, poco discosto, Sforza suo padre, volendo
-soccorrere un suo paggio, erasi miseramente affogato nel fiume che
-stavano passando. Questa era la massima prova che potesse dare della
-padronanza di sè medesimo. Francesco, soffocando l'immenso dolore,
-e dirigendo la battaglia con mente e faccia serena, come fece[233].
-Questi fatti bastano per darci idea di questo illustre italiano, che
-diventò poi nostro principe.
-
-Agnese del Maino s'era ricoverata nella rocca di Pavia, dove ella ebbe
-influenza bastante per rendere preponderante il partito di coloro che
-scelsero per loro principe il conte Francesco genero di lei. Se il
-conte avesse accettata questa sovranità mentre era allo stipendio de'
-Milanesi, senza l'assenso loro, avrebbe mancato al dovere. Pavia era,
-ed è una parte dello Stato di Milano vicina ed importante. Il conte
-Francesco però fece conoscere che, attesa l'antica avversione, non
-sarebbe stato mai possibile di ottenere una sincera sommessione di
-Pavia ai Milanesi, che frattanto ella si offriva al duca di Savoia,
-ovvero ai Veneziani; e sarebbe stata impresa difficile lo sloggiarli da
-quella città munita, e pericoloso il lasciarveli: che non era possibile
-sbrattare il Po dalle navi venete, e sgombrarne lo Stato esposto
-alle invasioni, se non possedendo Pavia, ove trovavansi gli attrezzi
-per quella navigazione. Insomma persuase che l'interesse di Milano
-era dover Pavia cadere piuttosto nelle sue mani che di alcun altro
-principe. Per tal modo, coll'assenso dei Milanesi, il conte Francesco
-diventò signore di Pavia; e così due città principali del ducato,
-Cremona e Pavia, una per dote, l'altra per dedizione, furono del conte
-Francesco.
-
-Non sì tosto ebbe il conte acquistata Pavia, che s'innoltrò colle sue
-armi sotto Piacenza, occupata da' Veneziani, e se ne impadronì il
-giorno 16 dicembre 1447. Così, appena trascorsi quattro mesi dalla
-morte del duca, il conte s'era già reso padrone del corso del Po;
-padronanza la quale indirettamente lo rendeva arbitro di Milano,
-che non ha altro sale per i bisogni della vita, se non di mare, che
-conseguentemente deve navigare il Po. Frattanto i Francesi, che stavano
-al presidio di Asti, tentarono di occupare Alessandria e Tortona; ma
-vennero rispinti da Bartolomeo Coleoni, spedito loro incontro dal conte
-Francesco. Così, al terminare dell'anno in cui era morto Filippo Maria,
-il conte possedeva già una importante porzione del ducato.
-
-I repubblicani, o, per nominarli con maggior proprietà, gli oligarchi
-milanesi conoscevano la loro situazione e il pericolo imminente
-di ricadere sotto la dominazione d'un uomo solo, cosa generalmente
-detestata; per ciò si rivolse secretamente a fare proposizioni di
-accomodamento coi Veneziani: anzi si progettò una confederazione fra le
-due repubbliche per la difesa reciproca della loro libertà e signorie,
-offerendo a' Veneziani il dominio di Lodi, oltre quei di Bergamo e
-Brescia, che le armi venete avevano già conquistato sotto il regno
-dell'ultimo duca. Niente poteva accadere di peggio per attraversare
-la fortuna del conte. Quindi i partigiani di lui che trovavansi in
-Milano, mossero la plebe, rappresentando che non v'era più sicurezza se
-a venti miglia di Milano si collocavano i Veneziani; che quanto meno
-ce lo saremmo aspettato, una sorpresa rendeva Milano suddita di San
-Marco e città provinciale e squallida; che non v'era più una sola notte
-tranquilla pe' Milanesi, se una così vergognosa cessione si facesse.
-La plebaglia, mossa da ciò, andava per le strade urlando: guerra,
-guerra contro de' Veneziani! e così vennero forzati gli usurpatori
-del governo, i capitani e difensori a lasciarne ogni pensiero in
-disparte. Frattanto il conte Francesco, sempre vittorioso, con molti
-e piccoli fatti d'arme avendo fatto sloggiare i Veneti dalle rive del
-Po, stava risoluto di movere sotto Brescia, e toglierla ai Veneti, che
-da ventidue anni la possedevano per conquista fattane dal Carmagnola,
-siccome vedemmo nel capitolo precedente. Presa una volta Brescia, non
-potevano più i Veneziani conservare Bergamo nè Lodi, nè altra parte
-delle loro conquiste. I nostri repubblicani allora cominciarono più
-che mai a temere, forse più de' nemici, il loro capitano generale;
-il quale se riusciva, come era probabile, di rendersi padrone di
-Brescia, l'avrebbe acquistata per se medesimo, siccome aveva fatto
-di Piacenza; e per tal modo cerchiando Milano, l'avrebbe costretta,
-non che a rendersi, a impetrare la di lui dominazione. Si spedirono
-adunque ordini al conte comandandogli che non altrimenti s'innoltrasse
-a Brescia, ma si portasse a Caravaggio e facesse sloggiare i
-Veneti da quel borgo. Il conte ubbidì. Nella sua armata eravi il
-Piccinino, generale emulo e nemico del conte: le operazioni militari
-o s'eseguirono lentamente, ovvero venivano attraversate: si lasciava
-penuriare il campo dello Sforza d'ogni sorta di foraggi e di viveri:
-l'armata veneziana che stavagli di fronte, era dodicimila e cinquecento
-cavalli, oltre i fantaccini. Con tanti disavvantaggi egli venne a
-una giornata, che rese memorabile il 14 settembre 1448; poichè nei
-contorni di Mozzanica, venne il conte colto dai Veneziani talmente
-all'improvviso, che nemmeno ebbe tempo di armarsi compiutamente;
-onde si pose a comandare e diresse l'azione mancandogli i bracciali.
-L'insidiosa emulazione fu quella che rese inoperosi i drappelli di
-osservazione che egli aveva postati verso del nemico, il quale perciò
-potè cadere con sorpresa sull'armata del conte. V'erano, siccome dissi,
-il Piccinino ed altri sotto i di lui ordini, generale di cattivo
-animo. Il conte, mezzo disarmato, espose più volte sè stesso al più
-forte della mischia, riconducendo i fuggitivi all'attacco, animando
-colla voce e coll'esempio i soldati; insomma tanto gloriosa fu quella
-giornata pel conte Francesco, che interamente disfece i Veneti, e tanto
-furono i prigionieri che ei fece, che fu costretto a congedargli per
-mancanza di vettovaglia. Vennero portate in Milano con una specie di
-trionfo le insegne di San Marco tolte ai nemici; e Luigi Bosso e Pietro
-Cotta, che erano al campo dello Sforza commissari, entrarono in Milano
-colle medesime, conducendo i più illustri prigionieri, fra i quali un
-Dandolo ed un Rangone.
-
-Questa vittoria di Mozzanica dava sempre maggior motivo di temere lo
-Sforza; e il Piccinino, generale di credito, nemico del conte, cercava
-di accrescere il popolar timore, fors'anco sulla speranza di acquistare
-per sè medesimo poi quella sovranità che ora faceva comparire esosa ed
-esecranda[234]. Giorgio Lampugnano era, fra i più accreditati Milanesi,
-quegli che non si stancava di tenere animata la plebe contro del conte,
-rammentando i mali sofferti sotto i duchi, le gravezze imposte da'
-principi, le violenze esercitate dai cortigiani e favoriti. Ricordava
-la demolizione del castello di Milano, come un motivo per cui il
-conte avrebbe esercitata la vendetta su quanti vi ebbero parte; anzi
-come una cagione di nuovi aggravi, obbligandoci a riedificarlo con
-dispendio e scorno, ponendoci in bocca il freno, dopo che ci avesse
-fatti sudare nella fucina a formarlo. Proponeva il conte l'impresa
-di Brescia, la quale, dopo un tal fatto, era senza difesa, e così
-ripigliare ai Veneti quella parte del ducato che s'erano presa; ma non
-lo vollero i capitani e difensori della libertà. Tutte le proposizioni
-dello Sforza erano contraddette; i soccorsi d'ogni specie ritardati;
-le militari disposizioni attraversate. Il Piccinino primeggiava.
-Carlo Gonzaga aveva in Milano un poderoso partito, ed adocchiava il
-trono. Con Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, primarii fautori della
-libertà, si univa Vitaliano Borromeo, signore di somma significazione,
-perchè, oltre la grandiosa opulenza del casato, possedeva in dominio
-quasi tutte le fortezze del lago Maggiore. Questi tre rivali partiti
-si univano contro l'imminente fortuna del conte; il quale, posto in
-tale condizione, ascoltò le proposizioni della repubblica veneta, e
-segretamente stipulò un trattato per cui egli si obbligò a restituire,
-non solamente quel che aveva invaso nel Bresciano e Bergamasco, ma
-Crema e il suo contado ai Veneziani; e che i Veneziani, in compenso, a
-fine di ottenere al conte il dominio di tutte le altre città che aveva
-possedute Filippo Maria, gli avrebbero stipendiati quattromila cavalli
-e duemila fanti, sborsandogli tredicimila fiorini d'oro al mese, sin
-tanto ch'egli non si fosse impadronito di Milano. Poichè il trattato
-fu concluso, il conte lo pubblicò nel suo esercito. Sì tosto che i
-Milanesi ebbero notizia di tale accordo, concluso fra il conte Sforza
-e i Veneziani, spedirono al di lui campo alcuni primarii cittadini,
-cercando con modi rispettosi di giustificare le cose passate, anzi
-offrendo ogni soddisfazione, salva sempre la repubblica. Ma il conte
-aveva già presa palesemente la sua determinazione; e, senza mistero
-espose ad essi le ragioni ch'egli asseriva competere e a Bianca Maria,
-di lui moglie, e a sè medesimo e a' figli suoi, per la successione
-nel dominio di Filippo Maria, suo suocero: sè essere determinato a
-farle valere ad ogni costo. Che se i Milanesi, deposta la chimerica
-pretensione di erigersi in repubblica, di buon grado riconoscevano
-lui per sovrano, egli avrebbe avuta cura della salvezza e felicità
-di ciascuno; che se all'incontro si fossero ostinati a sostenere una
-illusione di libertà, che, in sostanza, era una rovinosa oligarchia,
-doveano attribuire a loro stessi i mali che avrebbero sofferti,
-obbligandolo, suo malgrado, ad usare contro di essi la forza. Furono
-con tal risposta congedati i legali Giacomo Cusano, Giorgio Lampugnano
-e Pietro Cotta; e, mentre con tristezza s'incamminavano a recare
-questo poco favorevole riscontro alla loro patria, vennero dileggiati
-non solo, ma insultati e svaligiati dalla licenza militare di alcuni
-soldati sforzeschi. Intese ciò con isdegno il conte, e, prontamente
-rintracciati i malvagi soldati, convinti del delitto, immantinente
-furono impiccati; la roba al momento venne spedita ai legati, a' quali
-di più aggiunse il conte altri regali, per riparare quanto poteva
-il danno sofferto da essi. La nobile generosità del conte Francesco
-sorprese i legati.
-
-I Veneziani spedirono le loro truppe a servire come ausiliarie al
-conte. La repubblica fiorentina, poichè vide svelato il mistero, e
-apertamente inalberate le pretensioni del conte, inviogli i suoi
-legati, promettendogli amicizia. Il conte Francesco, reso per
-tal modo sicuro dalla parte di Venezia, immediatamente si mosse a
-circondare sempre più Milano. Da Pavia spinse le forze al castello
-d'Abbiategrasso, e lo costrinse ben tosto alla resa. È memorabile
-il fatto che, mentre il conte Francesco conteneva i suoi, vietando
-loro il sacco della terra, a tradimento dalle mura vennegli scoppiata
-un'archibugiata. Gli Sforzeschi correvano per vendicarsi. Il conte
-illeso, placidamente impedì che si facesse male a veruno. Fattosi
-padrone d'Abbiategrasso, prese a sviare l'acqua del Naviglio, e per
-tal modo rese inoperosi i mulini di Milano. S'innoltrò a Novara, e se
-ne impadronì[236]. I Tortonesi spontaneamente si diedero al conte.
-Vigevano pure spontaneamente lo volle per suo sovrano, discacciando
-i Savoiardi che l'occupavano; Alessandria fece lo stesso; Parma si
-assoggettò. Mentre le cose erano a tal segno, i Milanesi scelsero per
-loro comandante Carlo Gonzaga[237]. Allora il Piccinino, che forse
-aveva adocchiata la signoria di Milano, vedendosi preferito il marchese
-Gonzaga, anzi che servire sotto di lui, passò ad offrirsi al conte
-Francesco Sforza. Egli era stato sempre, siccome dissi, emulo non solo,
-ma nemico e atroce nemico del conte; ciò nondimeno il conte lo accettò
-per suo generale, e gli accordò un onorevole stipendio. Due uomini
-volgarmente zelanti, certo Barile e certo Frasco, andavano animando
-il conte perchè lo facesse uccidere, o per lo meno lo imprigionasse
-come irreconciliabile nemico, che, per necessità, simulava in quel
-momento, e che poi, al primo lampo di speranza di nuocergli, se gli
-avrebbe nuovamente avventato contro. Il conte Francesco rispose loro
-che vorrebbe piuttosto morire, anzi che violare la fede verso chi s'era
-abbandonato al suo potere. Infatti il Piccinino desertò poi con tremila
-cavalli e mille fanti; ma il tradimento non produsse altro effetto,
-che una macchia di più alla di lui fama, e un contraposto sempre più
-glorioso pel conte Francesco.
-
-Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, grandi fautori dapprincipio per
-la libertà, s'erano cambiati ed erano diventati fautori del conte
-Sforza, o fosse ciò accaduto perchè l'esperienza gli avesse convinti
-della impossibilità di adattare stabilmente alla nazione degradata un
-politico sistema, o fosse che la fortuna militare e le virtù grandi del
-conte, e le speranze sotto la sovranità di lui avessero mutate le loro
-opinioni. Carlo Gonzaga, che, sotto nome di capitano della repubblica,
-era animato dalla probabile ambizione di cingere la corona ducale
-di Milano, considerava i due primari partigiani dello Sforza come i
-primi nemici da spegnere. Intercettaronsi delle lettere in cifra, che
-Lampugnano e Bosso scrivevano al conte Francesco; s'interpretarono;
-si conobbe la trama di aprirgli le porte della città, e si destinò di
-consegnarli come ribelli al supplizio. La difficoltà consisteva nel
-trovare il modo per riuscirvi; poichè i magistrati non avevano forze
-tali da contenere questi nobili, e si ricorse alla insidia. Si elessero
-il Lampugnano e il Bosso come oratori di Milano all'imperatore, per
-implorare il suo aiuto nelle angustie nelle quali la città era posta.
-Essi cercavano di procrastinare la partenza per essere mal sicure le
-strade; ma Carlo Gonzaga seppe sì bene fingere, che, apprestata loro
-una buona scorta di armati, vennero indotti a portarsi a Como, dove
-assicurogli che sarebbesi sborzata loro una conveniente somma di danaro
-per inoltrarsi nella Germania e fare la commissione. Adescati così,
-caddero nell'insidia. Usciti appena dalla città, furono costretti
-dai soldati del Gonzaga a passare a Monza, ove Giorgio Lampugnano
-venne subito decapitato, e la sua testa, portata a Milano, fu esposta
-al pubblico. Indi, a forza di torture, Teodoro Bosso in Monza fu
-costretto a nominare i complici, a' quali tutti fu troncata la testa
-alla piazza dei Mercanti, e furono Giacomo Bosso, Ambrogio Crivello,
-Giovanni Caimo, Marco Stampa, Giobbe Ombrello e Florio da Castelnovato.
-Vitaliano Burromeo, il di cui nome pure trovavasi fra i proscritti,
-potè uscire dalla città e salvarsi.
-
-Oppressi per tal modo i primari del partito nobile, del quale poco
-si fidava il Gonzaga, e sollevata la plebe ad ambire il comando
-della repubblica, il disordine e lo scompiglio divennero generali
-nell'interno della città. Artigiani, giornalieri, plebaglia la più
-sfrenata arrogantemente cominciarono a disporre della vita e delle
-fortune altrui a loro piacimento. Giovanni da Ossona e Giovanni da
-Appiano si segnalarono colle tirannie, usurpandosi una dittatoria
-facoltà e il dominio della repubblica. Il Corio li chiama _uomini
-iniquissimi e scellerati_. Saccheggiare i granai de' proprietari
-delle terre; sforzare di notte con mano armata l'asilo delle private
-famiglie, rubando le gioie, gli argenti, e quanto v'era di meglio;
-costringere colla minaccia dell'oppressione i nobili agiati a
-manifestare e consegnare i denari che possedevano; quest'era la forma
-colla quale costoro percepivano il tributo col pretesto di mantenere
-l'armata a salvamento della repubblica. Si pubblicò pena di morte
-a chiunque nominasse Francesco Sforza se non per dispregio, e si
-andava gridando che, piuttosto che a lui, si darebbero al turco o al
-diavolo. I cittadini ragionevoli non ardivano nemmeno di uscire dalle
-case loro sotto di un sì atroce governo. Per rimediare al disordine,
-Guarnerio Castiglione, Pietro Pusterla e Galeotto Toscano formarono un
-triumvirato, e si posero alla testa della città. Chiusero in carcere
-l'Ossona e l'Appiano. La plebaglia liberò dal carcere costoro; indi a
-furore insurgendo contro i triumviri, Galeotto Toscano venne scannato
-sulla piazza del palazzo ducale; i due altri si sottrassero colla
-fuga. Altri furono trucidati, uomini di virtù e di merito. Le case
-de' migliori cittadini vennero saccheggiate: insomma la misera patria
-divenne orrendo teatro di sciagure.
-
-In mezzo alle vicende e alle angustie della città stavasene in
-Milano la vedova duchessa, sposa un tempo di Filippo Maria, la
-quale, cogliendo l'opportunità, sparse la speranza che il duca di
-Savoia, di lui padre, venisse a dare soccorso ai Milanesi. Infatti
-il duca Lodovico di Savoia si affacciò a Novara per discacciarne
-gli Sforzeschi, ma con esito infelice. Il Piccinino, allorchè vide
-comparire questo nuovo nemico al conte Sforza, abbandonollo, seco
-traendo, siccome vedemmo, tremila cavalli e mille fanti, e alcune terre
-occupò, sorprendendone gli Sforzeschi. Il conte allora spedì un suo
-inviato a Milano a fine di persuadere i rettori a non avventurare una
-città bella, grande e ricca alla inevitabile sciagura d'un assalto;
-ma l'inviato non potè parlare se non a quei capi che non volevano
-abbandonare la loro chimerica sovranità. Il marchese Gonzaga, vedendo
-però le forze del conte, la posizione decisiva di lui, che possedeva
-quasi tutte le città del contorno, l'ascendente del valor suo e della
-scienza militare, pensò ai casi propri, e a trarre qualche profitto
-dalla conciliazione, prima che la necessità lo costringesse a perdere
-la carica di capitano dei Milanesi senza verun compenso. Trattò col
-conte Francesco; e fu convenuto ch'egli passerebbe allo stipendio del
-conte.
-
-I Milanesi, attorniati dallo Sforza, già padrone di Cremona, Parma,
-Piacenza, Pavia, Novara, Vigevano, e de' borghi e terre ancora più
-vicine, vedendosi abbandonati dal Gonzaga; non potendosi fidare sul
-Piccinino; nessuna speranza loro rimanendo nel duca di Savoia; in mezzo
-ai disordini, al saccheggio, alla licenza popolare; devastati, oppressi
-dai propri magistrati, non avendo un uomo solo di qualche merito nelle
-cariche, usurpate da' più violenti, e da cui meno conosceva l'arte di
-reggere una città, e meno forse degli altri si curava della felicità
-della patria; in tale misero stato si pensò da alcuni a conciliare
-la repubblica veneta colla nascente repubblica di Milano: il che,
-sebbene recentemente si foss'ella collegata col conte, non mancò, del
-suo effetto. Stava domiciliato in Venezia Arrigo Panigarola, milanese,
-avendovi casa di negozio: costui venne incaricato d'invocare il senato
-veneto, amatore della libertà in favore della patria. Fu ammesso il
-Panigarola a trattare. Egli con eloquenza mosse gli animi, descrivendo
-lo stato a cui erano ridotti i Milanesi, non per altro, se non perchè
-ricusavano essi un giogo ingiusto e illegale, e volevano reggersi da sè
-con una libera costituzione. Turpe cosa, diss'egli, che i Veneziani,
-illustri difensori della libertà, si colleghino con un usurpatore,
-per porre i ceppi agli italiani, loro confratelli. Assicurò che se la
-repubblica cessava di far loro guerra, se stendeva una mano adiutrice a
-questa nascente repubblica, dopo un tal beneficio, i Milanesi avrebbero
-amalo e venerato i Veneziani come loro padri e dei tutelari; che da
-una generazione all'altra ne sarebbe passata ai secoli la divozione e
-la gratitudine. Il discorso del Panigarola commosse gli animi, ma più
-ancora erano commosse le menti del senato dalle lettere che andava
-scrivendo il nobil uomo Marcello, il quale, per commissione della
-repubblica, stava al fianco del conte. Testimonio della prudenza e del
-grand'animo del conte Sforza, ammiratore della imperturbabile fermezza
-di lui negli avvenimenti prosperi e avversi, vedendo la benevolenza
-somma che avevano per lui i soldati, non meno che i suoi sudditi,
-colpito continuamente dalla superiorità dei talenti suoi nel mestiere
-dell'armi, andava esso Marcello colle sue lettere intimorendo il
-senato, parendogli facil cosa che, poichè lo Sforza avesse acquistato
-Milano, pensasse poi a riunire le membra del ducato, e ricuperando
-Brescia, Vicenza e fors'anche Padova, ritornasse ad occupare quanto
-settantadue anni prima era soggetto al conte di Virtù, primo duca.
-Queste circostanze produssero l'effetto che: primieramente, i
-Veneziani trascurarono di spedire i convenuti soccorsi al conte, e gli
-stipendiari loro, che servivano nell'armata di lui, cambiando costume,
-più non volevano concorrere od esporsi: indi, senz'altro abbandonarono
-il campo. Non faceva mestieri di tanto, perchè il conte s'avvedesse del
-cambiamento de' Veneziani; i quali, per mezzo di Pasquale Malipiero,
-fecergli noto avere la loro repubblica fatta la pace coi Milanesi. Le
-condizioni erano, che tutto lo spazio compreso fra l'Adda, il Ticino
-e il Po rimanesse della repubblica di Milano, trattane Pavia, che si
-sarebbe lasciata al conte; e il rimanente dello Stato posseduto dal
-duca Filippo Maria passasse al conte Francesco Sforza. I Veneziani
-poi, oltre Brescia, Bergamo e Crema, rimanevano padroni di Treviglio,
-Caravaggio, Rivolta e altre terre del ducato.
-
-Un tal partito non poteva convenire al conte, giacchè la maggior
-parte del ducato e la capitale medesima venivagli sottratta, e se
-gli assegnava una sovranità di tante membra quasi staccate, estesa
-per lungo spazio, difficile a custodire. Si rivolse egli adunque
-ad accomodarsi col duca di Savoia, e colla cessione di alcune terre
-sull'Alessandrino e sul Novarese, si assicurò da quella parte. Indi,
-rivolgendosi ai Milanesi e Veneti, si pose a disputare con essi il
-ducato di Milano. Io non entrerò a descrivere i fatti d'arme; inutile
-materia per uno storico, a cui preme di conoscere lo spirito dei tempi,
-l'indole degli uomini, lo stato della società, e non di stendere i
-materiali per una tattica di poco profitto, atteso il cambiamento
-accaduto nella maniera di guerreggiare: basta dire che il conte Sforza
-in ogni parte si presentò abilissimo generale nel postare il suo
-campo, nel prevenire il nemico, nelle marce giudiziosamente condotte,
-nel cogliere il momento per attaccare, nel dirigere la battaglia,
-nel provvedere di tutto l'armata propria e impedire la sussistenza al
-nemico, nel conservare la militar disciplina, risparmiare quanto era
-possibile la miseria dei popoli, e nel tempo stesso conservarsi l'amore
-dei soldati, che giugneva sino all'entusiasmo. (1449) Con tai superiori
-talenti, con virtù tale ei circondò sì bene la città di Milano, che in
-breve tempo si manifestò lo squallore della carestia. Egli non volle
-spargere il sangue de' cittadini, nè diroccare con macchine Milano;
-ma costringerla per la fame a darsi a lui. Insomma egli concepì quel
-progetto medesimo sopra Milano, che il grande Enrico IV fece poi con
-Parigi; e molta somiglianza troverebbesi fra l'uno e l'altro di questi
-grandi uomini, se venissero al paragone. Le traversie che l'uno e
-l'altro dovettero soffrire ne' primi anni; i pericoli della vita che
-corsero per le insidie delle corti, nelle quali dovevano regnare poi;
-l'umanità, la popolarità, il valore, la perizia militare dell'uno e
-dell'altro sono degne di confronto. A Francesco Sforza mancò un più
-grande teatro sul quale mostrarsi, e spettatori più illuminati. Enrico
-ebbe per campo il regno di Francia, e per testimonio un secolo più
-colto[238].
-
-La carestia fece nascere un generale disordine. Non vi era più chi
-volesse ubbidire. Quei che si erano arrogate le magistrature e il
-comando della città, erano considerati come buffoni del popolo.
-Il consiglio generale era stato composto da essi, scegliendo
-maliziosamente ad arte uomini inetti o del partito. Per dare apparenza
-al popolo che si vegliava al bene della città, i rettori fecero
-radunare il consiglio generale nella demolita chiesa di Santa Maria
-della Scala. Pietro Cotta e Cristoforo Pagani erano sulla strada in
-quel contorno: cominciarono questi a mormorare cogli astanti sulla
-spensierata condotta de' rettori e sulla dappoccaggine de' consiglieri.
-A misura che passavano i cittadini, si trattenevano; e cominciò a
-formarsi un'unione di popolari malcontenti. Ben tosto corse il grido
-per i quartieri della città, come vicino alla Scala vi fosse unione
-di malcontenti, e da ogni parte concorsero nuovi popolari, in modo che
-i rettori e consiglieri si trovavano assai inquieti. Laonde spedirono
-Lampugnino da Birago, loro collega, per aringare il popolo, e, colle
-buone, pacificarlo, promettendo ogni bene. Ma Lampugnino ebbe pena
-a salvarsi. Comparve il capitano di giustizia Domenico da Pesaro,
-scortato da buon numero di cavalleria, e facendo mostrare al popolo
-i capestri; ma il popolo li pose tutti in fuga. La moltitudine de'
-malcontenti si creò due capi: Gasparo da Vimercato e il soprannominato
-Pietro Cotta. Altri signori spalleggiarono i malcontenti, come
-Giovanni Stampa, Francesco da Trivulzio, Cristoforo Pagano suddetto,
-Marchionne da Marliano. Vi fu del sangue sparso; vennero espulsi i
-magistrati, occupato il palazzo, e distrutta l'organizzazione civile;
-se ne formò una tumultuariamente. I primarii cittadini, il giorno
-seguente, si radunarono nella stessa chiesa della Scala per deliberare
-qual partito si dovesse prendere. Alcuni volevano rimaner liberi e
-non ubbidire a verun principe. Altri, conoscendo l'impossibilità di
-formare una repubblica in mezzo a tanti e sì appassionati partiti, in
-una città nella quale le voci di patria e di ben pubblico non bastavano
-ad ammorzare le private mire, volevano un principe. Tutti però
-concordemente ricusavano i Veneziani. Si proponeva dagli uni il papa;
-da altri il re Alfonso; altri suggeriva il duca di Savoia; Gasparo
-da Vimercato propose il conte Francese Sforza. Egli nel suo discorso
-fece vedere che la fame minacciava a giorni la morte; che nè il papa
-nè il re Alfonso nè il duca di Savoia avevano mezzi per salvarci
-al momento, come chiedeva l'urgente necessità; che non rimaneva
-altro partito da scegliere che o i Veneziani o il conte. Sudditi de'
-Veneziani, non potevamo aspettarci se non che il destino d'una città
-secondaria e provinciale, sotto una dominazione che avrebbe temuta la
-nostra prosperità. Sotto del conte, valoroso, umano, benefico, nostro
-concittadino per la moglie, non dovevamo aspettarci un signore, ma un
-padre saggio, provvido, amoroso, da cui sarebbe posto rimedio a' nostri
-mali. (1450) Il partito per il conte prevalse per acclamazione, e si
-spedì tosto ad avvisarlo[239]. Due mesi prima che la città si rendesse
-allo Sforza, si pubblicò in Milano un proclama col premio di diecimila
-zecchini a chi avesse ammazzato il conte Sforza, o mortalmente
-ferito[241]. Così gl'imbecilli nostri legislatori si mostravano
-insensibili alla virtù, ignoranti della ragion delle genti, indegni per
-ogni modo di comandare agli uomini. Il conte Francesco Sforza teneva in
-tanta disciplina le sue truppe che vietò loro di non offendere per niun
-modo le terre o le persone de' Milanesi, come si scorge dagli archivi
-di città[242]. Ma i nostri capitani e difensori, l'istesse armi che
-avean rivolte contro dello Sforza le adoperavano ancora verso altri.
-Leggesi ne' registri di città la taglia di duemila ducati d'oro a chi
-condurrà a Milano Antonio e Ugolino fratelli Crivelli, i quali avevan
-ceduta la fortezza di Pizzighettone al conte Sforza[243]. Leggesi la
-taglia di mille ducati a chi consegnerà Francesco Borro, che aveva
-ceduta allo Sforza la fortezza di Lodi.
-
-Era circondata la città di Milano dai soldati dello Sforza, e custodita
-con tanta esattezza che egli era impossibile di vere alimento veruno.
-Un moggio di grano si vendeva a venti zecchini. S'eran vendute
-pubblicamente e mangiate le carni dei cavalli, degli asini, de' cani,
-de' gatti e persino de' sorci. Morivano sulle pubbliche strade alcuni
-cittadini di fame. In queste estremità, cioè tre giorni prima che
-Francesco Sforza diventasse padrone di Milano, i capitani e difensori
-della libertà pubblicarono un editto per la pudicizia e morigeratezza
-pubblica[244].
-
-Oltre il Corio, che minutamente descrive la desolazione di que' tempi,
-e la miseria di quel governo, anche il Decembrio ce ne dà un'idea colle
-parole seguenti:[245] _Mediolanensium res in deterius labi caepere.
-Nam duce destituti, dissidentibus inter se civibus, deteriora prioribus
-in dias pullulabant. Non pubblica munera a populo rite gubernari; non
-divites onera conferre; non jussa quisquam exsequi poterat; sed veluti
-tempestate disjecta classis, inundante pelago, inc inde ferebatur.
-Si qua in residuis militibus spes affulserat, Caroli Gonzagae
-ambitione turbabatur, qui ad populi dominatum improbe aspirans, longa
-suspicione cuncta detinebat. Qua ex desperatione et pavore squallebant
-omnia. Conjurationes ad haec a quibusdam perpetratae majorem adhuc
-sollicitudinem singulis injecerant. Capti siquidem plerique nobilissimi
-Cives, et supplicio affecti sunt: Sed nec ullorum caede mali atrocitas
-leniri poterat... Boni praeterea, officiis exuti, nec sibi aut aliis
-prodesse utiles, silentio languebant; plebs vero, inter spem metunque
-conjecta, onus tolerabat, dominatus dumtaxat nomine exsultans_[246].
-Questo veramente è uno de' tratti più compassionevoli e umilianti della
-nostra storia: vorrei poterla nobilitare esponendola, ma lo storico
-consecrato all'augusta verità, benchè contro sua voglia, la scrive.
-Qual differenza mai fra Milano assediata dall'imperator Federico,
-e Milano bloccata da Francesco Sforza! Contro l'imperatore e contro
-tutt'i principi della Germania Milano si difende. Escono con valore
-i Milanesi dalle loro mura; si cimentano; piegano alfin traditi,
-soverchiati; e terminano con gloria, assicurando lo Stato della loro
-limitata libertà. Contro lo Sforza non v'è un tratto solo di vigore,
-non un lampo di civile prudenza. Uno spirito, ora cenobitico, ora
-insidiosamente timido e atroce, detta le leggi, dirige le azioni. Erano
-i nostri, tre secoli prima, agresti, rozzi, ma generosi, guerrieri e
-affezionati alla patria. I loro discendenti, degradati nella servitù
-di cattivi principi, sembrano un'altra nazione; e perciò il Secretario
-fiorentino ebbe a dire: «Per tanto dico che nessuno accidente (benchè
-grave e violento) potrebbe ridurre mai Milano o Napoli libere per
-essere quelle membra tutte corrotte. Il che si vide dopo la morte di
-Filippo Visconti, che volendosi ridurre Milano alla libertà non potette
-e non seppe mantenerla[247]». La città, colla mediazione di Gaspare
-da Vimercato, si rese a Francesco Sforza dopo trenta mesi e mezzo di
-anarchia, ossia d'un atroce disordine chiamato _Repubblica_. Le monete
-d'oro e d'argento battute in Milano in que' tempi hanno da una parte
-sant'Ambrogio, e dall'altra la Croce e la lettera M, colla leggenda
-_Comunitas Mediolani_, e lo stemma della città. Francesco Sforza entrò
-in Milano il giorno 26 di febbraio del 1450[248]. Coloro che si lagnano
-de' tempi presenti, ed esaltano la felicità de' maggiori, torno a dirlo
-e lo dirò pure altra volta, non sanno la storia.
-
-
-
-
-CAPITOLO XVII.
-
- _Francesco I Sforza, duca di Milano._
-
-
-Appena il conte ebbe notizia che per quasi unanime voto degli affamati
-cittadini milanesi egli veniva proclamato signor loro e duca, volle
-cogliere il momento e senza dimora alcuna entrare nella città; giacchè
-l'indugio non poteva essere di utilità se non ai Veneziani, ai quali
-fors'anco, per l'instabilità della moltitudine, avrebbero potuto
-ricorrere, qualora avesse egli tardato a soccorrerli di vittovaglia
-nella estremità della fame a cui erano ridotti. Postò egli adunque di
-contro alle schiere venete un corpo di armati valevole a contenerle,
-e immediatamente egli da Vimercato incamminossi a Milano alla testa
-d'un altro corpo di fedeli soldati, i quali, oltre le solite armi,
-vennero caricati sulle spalle e nelle tasche di quanto pane ciascuno
-poteva portare, con ordine di lasciarsi saccheggiare allegramente
-dalle affamate turbe milanesi. La strada da Vimercato a Milano era
-popolata da _infinita turba_, dice il Corio, singolarmente nelle
-dieci miglia vicine alla città. Fu uno spettacolo degno di un cuore
-sensibile quella pompa, nella quale non già primeggiava il fasto o
-l'alterigia d'un irritato vincitore, ma bensì l'affabile umanità di
-Francesco Sforza, che amichevolmente accoglieva le grida di allegrezza
-del popolo, nominava e salutava le conoscenze che aveva fatto sino
-da' suoi primi anni in questa quasi sua patria, ordinava ai valorosi
-soldati suoi di abbandonare ogni contegno militare e imponente, e fatti
-concittadini, di lasciarsi svaligiare dall'affamata moltitudine, che
-avidamente si satollava col loro pane; e fra le consolanti risa che
-faceva nascere l'inusitata mischia, fra le grida gioiose de' popoli che
-andavano esclamando:[249] _haec est dies quam fecit Dominus, exultemus
-et laetemur in ea_, andò accostandosi alla città e vi entrò per porta
-Nuova. Malgrado lo sterminato numero de' cittadini uscitogli incontro,
-dice il Corio, «benchè grande era stata la moltitudine che di fuori
-l'haveva salutato, molto maggiore era quella di dentro l'aspettava».
-Ognuno procurava di giungere a toccar la mano al conte nuovo duca;
-e tanta e tanto strettamente la moltitudine lo circondava, che il
-cavallo di lui parve portato sulle spalle de' cittadini. Andossene egli
-direttamente al Duomo per rendere alla Divinità il primo omaggio d'un
-avvenimento sì fausto per lui; ma non fu possibile ch'egli scendesse
-dal cavallo, e dovette così entrarvi e così orare: tanto era la
-immensità della turba e tanto era l'entusiasmo de' nuovi suoi sudditi!
-Dispose poscia il nuovo duca che da Pavia, da Cremona e da altri
-luoghi venisse portato quanto occorreva al vitto e ai comodi, e in
-tre giorni l'abbondanza comparve nella città. Tutto venne ordinato dal
-duca con paterna previdenza: pose al governo della città uomini probi e
-illuminati; intimò la pace, la sicurezza, il gaudio a ciascun milanese;
-distribuì ai poveri larghi soccorsi di frumento; poi tornò al campo
-contro i Veneziani, i quali si ritirarono a quartiere, e così fece egli
-pure de' suoi. Ricevette l'omaggio di Bellinzona, Como e Monza, suddite
-de' Milanesi. Spedì i suoi ministri alle corti estere per dar loro
-avviso della nuova sua condizione. L'imperatore Federico III e Carlo
-re di Francia ricusarono di trattarlo qual duca, perchè il primo non
-doveva riconoscere rivestito di quella dignità se non un discendente
-maschio legittimo de' Visconti investiti; e l'altro pretendeva dovuto
-il ducato ai discendenti della principessa Valentina. Gli altri
-principi lo riconobbero. Gli uomini più turbolenti e sediziosi, quei
-che avevano tiranneggiato il popolo nel tempo dell'interregno, vennero
-con umanità relegati nelle città vicine.
-
-Non voleva il nuovo duca sgomentare i sudditi dominando sopra di
-essi con un potere illimitato, nè che essi lo considerassero come un
-dispotico conquistatore. Sarebbe stato troppo repentino il passaggio
-dalla licenza alla servitù, e questo violento cambiamento avrebbe
-potuto facilmente cagionar poi de' pentimenti e de' moti nel popolo,
-nel qual caso un principe vi perde sempre, quand'anche giunga colla
-forza a reprimere ed a punire. Ciò conosceva ottimamente il saggio
-duca; e perciò volle che alla nuova dominazione di lui servisse di base
-un contratto, e che i sudditi lo considerassero sovrano e non despota.
-Questa prudente politica diresse il solenne contratto di dedizione,
-celebrato il giorno 3 di marzo 1450, nella villa del conte Giovanni
-Corio in Vimercato, essendone rogato il notaio Damiano Marliano; in
-vigore del qual atto venne concordato che le gabelle sarebbero state
-moderato, riducendosi la macina a soldi 12, il dazio del vino a soldi
-4, e stabilendosi che non s'imporrebbero in avvenire nuove gabelle,
-anzi si abolirebbe quella del fieno; che il nuovo duca avrebbe fatto
-residenza in Milano, almeno per due terze parti dell'anno; che i
-tribunali avrebbero sempre in Milano la loro sede; che il prezzo del
-sale sarebbe stato lire tre per ogni staio, che non si sarebbe imposto
-verun carico straordinario, eccetto quello di somministrar carri e
-guastatori per gli usi militari; che il solo podestà di Milano sarebbe
-stato forestiere, ma tutti gli altri uffici sarebbero confidati a'
-Milanesi; e alla vacanza di ogni carica la città avrebbe presentata la
-nomina di sei, fra i quali il duca avrebbe fatto la scelta, salvo però
-l'arbitrio a lui, in casi speciali, di scegliere anche altrimenti; che
-il duca avrebbe mantenuta la fede ai creditori di Filippo Maria; che si
-osserverebbero gli statuti civili e criminali e quei de' mercanti; che
-non si sarebbero impetrati privilegi dal papa nè dall'imperatore senza
-il beneplacito del duca; che i soldati a piedi, a cavallo, saccomanni,
-uomini d'armi sarebbero partiti dalla città, dovendo essa restare
-immune dall'alloggiamento militare, eccettuati i contestabili alle
-porte; il duca però in casi speciali potrà deviare da questa regola.
-Questi sono i più importanti articoli del solenne contratto[250]:
-indi il nuovo duca fece il pubblico ingresso dalla porta Ticinese,
-il giorno 25 di marzo 1450[251]. Il nuovo duca era colla sua sposa
-Bianca Maria e col primogenito Galeazzo Maria. Un numero grande di
-matrone andarongli incontro pomposamente. Gli oratori delle città
-suddite, i nobili milanesi tutti sfoggiarono per rendere magnifico
-quell'ingresso. Erasi preparato un maestoso carro e un baldacchino; ma
-un tal fasto non piacque a Francesco Sforza, che amava la gloria e non
-le apparenze teatrali; e, ricusandolo, disse: ch'egli in quell'ingresso
-s'incamminava al tempio per rendere omaggio al padrone dell'universo,
-avanti del quale gli uomini sono tutti eguali. Cavalcò egli adunque.
-La folla immensa del popolo, i ricchi arredi de' nobili, la magnifica
-parata degli uomini d'armi che precedevano, tutti coperti d'usberghi
-lucidissimi, il lusso de' loro illustri condottieri, tutto ciò formò
-uno spettacolo sorprendente. La cerimonia si fece al Duomo, ove
-smontato, il duca si pose una candida sopraveste: indi colle solennità
-de' sacri riti la duchessa e il duca vennero ornati col manto ducale
-fra gli applausi e i viva del popolo. Poi dagli eletti di ciascun
-quartiere ricevette il giuramento di fedeltà. Essi a lui consegnarono
-lo scettro, la spada, il vessillo, il sigillo ducale e le chiavi della
-città. Fatto ciò, il duca fece proclamare conte di Pavia il primogenito
-Galeazzo. Terminossi per tal modo la funzione in Duomo, seguendosi il
-rito de' duchi antecessori. Indi per cinque giorni volle il duca che
-la città vivesse in mezzo alle feste ed alle allegrie. Danze, giostre,
-tornei di varie sorta, musica, spettacoli teatrali, lautissimi pranzi,
-tutto venne così giudiziosamente distribuito e con tal previdenza ed
-ordine eseguito, che si mostrò il duca la delizia della buona società
-e l'anima dei divertimenti. Egli creò molti cavalieri, scegliendo quei
-che più meritavano quest'onore, e tutti li regalò nobilmente. Insomma
-Francesco Sforza, invincibile alla testa di un'armata, si mostrò il più
-giudizioso direttore delle feste, come si fece conoscere il principe
-più umano, giusto e benefico, reggendo in pace lo Stato.
-
-Il papa Nicolò V, i Fiorentini, i Genovesi, i Lucchesi, gli Anconitani,
-i Sanesi, e varii altri Stati e principi d'Italia spedirono tosto i
-loro ministri per una onorevole ricognizione al nuovo duca. Il primo
-pensiero di questo principe fu di rialzare il castello di porta Giovia,
-demolito due anni prima, siccome dissi. Questa fortezza, fabbricata da
-Galeazzo II, era necessaria per la sicurezza del duca, il quale in una
-città piena di partiti, recentemente riscaldata dal nome di libertà,
-rendeva sempre pericolosa la residenza del nuovo principe, sprovveduto
-infatti di legali fondamenti per succedere nel ducato. Ma nemmeno
-conveniva alla prudente accortezza del nuovo signore di palesare
-la inquietudine sua, nè di lasciar conoscere al popolo apertamente
-una tale diffidenza; essendo cosa naturale alla moltitudine il non
-accorgersi delle forze proprie, se non pel timore altrui. Propose egli
-adunque alla città, come ostinandosi tuttavia i Veneziani nella guerra
-contro di lui e contro lo Stato, trovandosi Milano allora mal difesa
-dalle mura della circonvallazione, non convenendo di acquartierare
-l'armata nella città, resa esente dall'alloggio militare, non eravi
-modo alcuno di preservare la metropoli dai pericoli d'un assalto, se
-non ricoverando in luogo munito e forte un corpo di armati, in guisa
-da allontanare il nemico da simili tentativi. Propose quindi alla
-deliberazione della città medesima il determinare, se dovesse per
-tutela di lei riedificarsi il castello, assicurando nel tempo medesimo
-la città che vi sarebbe stato collocato per castellano non mai altri
-che un nobile milanese per tutti i tempi avvenire. Questa moderazione
-di cercare l'assenso per una cosa ch'egli avrebbe potuto da sè medesimo
-fare immediatamente; le maniere umanissime e nobilissime del duca;
-tante virtù militari e civili riunite in questo grand'uomo impegnarono
-i primari cittadini ad ottenergli la pubblica acclamazione per rialzare
-la demolita fortezza. Si fecero le adunanze del popolo in ciascuna
-parrocchia per deliberare su tale inchiesta. La storia ci ha conservato
-un discorso tenuto in tale occasione da Giorgio Piatto allora celebre
-giureconsulto. Egli era nell'adunanza della parrocchia di San Giorgio
-al Palazzo[252]. Questi parlò così: «Se il virtuosissimo principe
-Francesco Sforza fosse immortale, come immortale ne sarà la sua gloria;
-io, il primo fra i cittadini milanesi, vorrei caricare sulle mie spalle
-le pietre e portarle al sito ove si propone d'innalzare il castello.
-Una fortezza sotto il felice governo d'un così provvido sovrano serve
-a ornamento della città, a tutela e sicurezza di ciascuno di noi. Ma,
-cittadini miei, verrà quel giorno in cui il nobilissimo duca Francesco
-piegherà sotto la universal condizione. I sovrani sono soggetti al
-destino dell'umanità; muoiono, e dopo un principe umano, benefico,
-provvido, siamo noi certi che vi succeda un altro principe erede di sue
-virtù? Una rocca inespugnabile, che, torreggiando sulle case nostre,
-può incendiarle e distruggerle, in potere di un malvagio principe,
-lo rende arbitro assoluto di noi, di tutto il nostro. Appiattato in
-quel forte, qual limite aver potranno le violenze, le estorsioni, la
-tirannia? Se innalziamo quella fortezza, noi imponiamo al collo dei
-nostri discendenti, come a tanti buoi, il giogo della servitù. I nostri
-figli malediranno un giorno noi, la nostra spensieratezza, la cecità
-nostra. Noi decretiamo la sciagura della patria, e rendiamo i nomi
-nostri esecrandi a nostri discendenti. Che bisogno ha mai Francesco
-Sforza di una fortezza? I nostri cuori, i nostri petti gli offrono
-una più grande, più solida munizione di qualunque altra. Egli non ha
-bisogno di castelli per difendere la signoria. Infin che un solo di noi
-sarà in vita, combatterà contro chi tentasse di frastornarla. Cittadini
-miei, badatemi, parlo per me, parlo per ciascuno di voi; uniformatevi
-al mio suggerimento, e siate certi che per tal modo avremo sempre una
-delle due buone, o un principe retto o la libertà. I nostri nipoti ci
-benediranno, e vivranno lieti e felici, siccome lo siamo ora noi sotto
-il governo del clementissimo duca». così parlò Giorgio Piatto, e non
-persuase veruno. Egli era uno dei pochi cittadini che avrebbero potuto
-reggere lo Stato nel tempo della repubblica, e che giacquero oscuri e
-inoperosi. L'unanime consenso della città concluse di pregare il duca
-di voler riedificare il castello, quale internamente scorgesi anco
-oggidì, cioè un vasto edificio quadrato con quattro poderose torri,
-ossia torrioni agli angoli[253]; fortissimi ripari che, sostenendo
-grossi pezzi di artiglieria, possono far volare le palle al disopra
-della città. Questo rialzamento della fortezza costò più d'un milione
-di ducati, ossia di zecchini.
-
-Il regno di Francesco Sforza fu breve, poichè durò sedici anni e non
-più. Egli non visse mai in pace, nè potè pienamente rivolger l'animo
-alla parte del legislatore ed alla riforma politica della nazione.
-Sarebbe troppo noioso il racconto delle minute azioni di queste guerre.
-Sopra tutto i Veneziani continuarono a muover le armi contro del
-nuovo duca. (1481) Pretendeva egli Bergamo e Brescia, possedute dai
-Visconti, e per solo diritto di conquista usurpate durante il dominio
-di Filippo Maria. Pretendeva Verona e Vicenza, come il retaggio della
-casa Scaligera, terminata nell'ava di sua moglie, cioè nella duchessa
-Caterina. Per lo contrario i Veneziani pretendevano di portare il
-loro confine all'Adda. Sedicimila cavalieri stavano in campo per
-la repubblica di Venezia, e diciottomila ne presentava all'opposto
-il duca Francesco. (1482) I Fiorentini erano collegati col duca, i
-Savoiardi colla repubblica veneta. Le ostilità non cessarono ancora
-per quattro anni da quella parte. (1453) Finalmente, innoltrandosi i
-Turchi, padroni di Costantinopoli, verso la Grecia e verso la Dalmazia,
-i Veneziani ricorsero alla mediazione di papa Nicolò V, affine di
-ottenere la pace col duca, onde poter rivolgere tutte le forze in loro
-difesa contro del Turco; (1454) il duca piegossi ai paterni uffici
-del sommo sacerdote, e, coll'opera del nobil uomo Paolo Balbo, ai 9
-d'aprile del 1454, fu sottoscritta la pace di Lodi, celebre per noi,
-poichè oltre le ragioni della casa della Scala, alle quali rinunziò il
-duca, cedette pure i suoi diritti sopra Brescia e sopra Bergamo, anzi
-abdicò dal ducato la città di Crema e suo territorio, trasferendone
-il dominio nella repubblica veneta, che la possedette dappoi. Alle
-guerre in séguito che il duca ebbe coi Savoiardi, si pose termine con
-una pace che fissò il fiume Sesia per limite ai due Stati. Le città
-che formarono lo Stato sotto il dominio del conte Francesco primo duca
-Sforza, e quarto duca di Milano, furono quindici, cioè Milano, Pavia,
-Cremona, Lodi, Como, Novara, Alessandria, Tortona, Valenza, Bobbio,
-Piacenza, Parma, Vigevano, Genova e Savona. Queste due ultime città le
-acquistò lo Sforza nel 1464 per la cessione che gliene fece Lodovico
-re di Francia; il che non bastando, colle armi sottomise Genova al
-suo potere. Come poi il re di Francia, Lodovico XI, avesse fatta
-questa cessione, dopo che il di lui padre Carlo VII aveva ricusato di
-riconoscerlo per duca, e come a questo segno pregiasse egli l'aiuto e
-l'amicizia dello Sforza, ce lo insegnano più autori. La Francia era
-immersa nella guerra civile; il re aveva collegati contro di lui il
-duca di Calabria, il duca di Borbone, il duca di Bretagna, il duca
-di Bari, il duca di Namur, i conti di Charolois, Dunois, Armagnac,
-Dammartin; e questa lega, formata contro del re cristianissimo, si
-qualificava la _Lega del ben pubblico_. Il re Luigi sommamente onorava
-Francesco Sforza, a tale che interamente si reggeva a norma dei
-consigli di lui. Il signor Gaillard, uno dei più accreditati scrittori
-francesi, dice a tal proposito. — _Les talens politiques de Sforce
-égaloient ses vertus guerrières. Louis XI, qui se connoissoit en hommes
-habiles, le consultoit comme un sage. Ce fut François Sforce qui lui
-traça le plan qu'il suivit pour dissiper la ligue du bien public: aussi
-Louis XI ne souffrit-il jamais que la maison d'Orléans, qu'il haïssot,
-troubiât Sforce dans la possession du Milanez_[254]. Il Corio dice
-che «il re pregò Francesco Sforza, duca di Milano, che gli sporgesse
-adiuto»; per lo che il duca preparò un valido esercito, e lo spedì
-nella Francia sotto il comando di Galeazzo Maria, conte di Pavia,
-di lui primogenito. In quell'esercito servivano da generali Gaspare
-Vimercato, Giovanni Pallavicino, Pier Francesco Visconti e Donato da
-Milano. Il duca di Savoia accordò il passaggio a quest'armata; la quale
-dal Delfinato passò nel Lionese, s'impadronì di Pierancisa, vi pose
-comandante Vercellino Visconti, indi, passato il Rodano, postossi sul
-Borbonese e servì il re con tanta fermezza e valore che «Sforzeschi
-più che huomini erano extimati», dice il Corio, e vennero costretti
-i collegati a sottomettersi al re; per lo che quel monarca, l'anno
-1466, mandò al duca una solenne ambasciata _per ringraziarlo di tanto
-beneficio_: sono parole del Corio. Per tai motivi il re di Francia
-cedette al duca tutti i diritti suoi sopra Genova e Savona.
-
-Ma Genova, siccome dissi, fu di mestieri sottometterla colle armi
-comandate dallo stesso Gaspare Vimercato che introdusse lo Sforza in
-Milano e fu nella spedizione di Francia. I Genovesi, assoggettati,
-spedirono a Milano ventiquattro oratori, accompagnati da più di
-dugento loro cittadini, e il duca accolse onorevolmente l'omaggio loro,
-spesandoli e alloggiandoli signorilmente[255].
-
-Nè soltanto co' Veneti, co' Savoiardi, colla Lega e co' Genovesi fu
-costretto a guerreggiare per mezzo de' suoi generali il nuovo duca;
-ma ben anco nel regno di Napoli, come ausiliario di Renato d'Angiò,
-mantenne le sue schiere. Renato pretendeva quel regno come figlio
-adottivo della regina Giovanna II, ed aveva seduto sul trono di Napoli,
-come re, sintanto che il più fortunato di lui, Alfonso d'Aragona, ne
-lo scacciò, e si pose in suo luogo. Venne a Milano il re Renato, e lo
-accolsero il duca e la duchessa Bianca Maria colla dovuta magnificenza.
-Egli condusse una squadra di francesi, i quali si unirono cogli
-sforzeschi. Il padre della duchessa, diciotto anni prima aveva pure in
-Milano alloggiato il re Alfonso d'Aragona, rivale di lui; ma Alfonso
-vi dimorò come prigioniero, Renato come amico ed alleato. (1455) Le
-avventure poi del regno di Napoli terminarono facendo lo Sforza la
-pace col re Alfonso; e questa pace fu convalidata con due nodi di
-parentela. Alfonso duca di Calabria, nipote del re Alfonso e figlio di
-Ferdinando, sposò la principessa Ippolita, figlia del duca Francesco; e
-la principessa Leonora, figlia pure di Ferdinando, fu data in moglie a
-Sforza Maria, terzogenito del duca.
-
-Frammezzo a' pensieri militari per difendere lo Stato, rivendicarne
-le usurpate membra, il duca Francesco non dimenticò mai le cure d'un
-padre benefico de' suoi popoli. Abbellì, ristorò e rese più vasto
-il palazzo ducale, fabbricato da Matteo I, ornato poscia da Azzone,
-rifabbricato da Galeazzo II, e cadente e quasi abbandonato allorchè
-il duca Francesco divenne signore di Milano; poichè Filippo Maria,
-come vedemmo, non mai vi alloggiò. Riedificò maestosamente il castello
-di porta Giovia, che tuttora è in piedi, sebbene cinto al di fuori
-di fortificazioni fattevi durante il governo della Spagna. (1456)
-Intraprese e condusse a fine la fabbrica dell'Ospedal maggiore, aperto
-indistintamente a sollievo dell'egra umanità, senza risguardo a patria
-nè a religione. Il turco, l'ebreo, il cattolico, l'acattolico, purchè
-siano ammalati e poveri, ivi trovano ricetto e assistenza. Intraprese
-infine e condusse pure al suo termine la grand'opera del canale,
-ossia _Navilio_, che da Trezzo conduce a Milano le acque dell'Adda.
-Il Decembrio così ci assicura: —[256]_Conversus deinde ad excolendam
-urbem, vicis arena latereque constratis, Arcem Portae Jovis; populi
-tumultu antea disjectam, e fundamentis erigi magnificentissime
-curavit. Curiam etiam priscorum Ducum, vetustate fatiscentem, non solam
-restituit, sed ampliavit, ornavitque. Acquaeductum quoque ex Abdua,
-defosso solo, per viginti milliaria deduci jussit, quo agri finitimi
-irrigarentur, populo que necessariae copiae suppeterent_[257]. (1457)
-Questo canale, che chiamasi tra noi _Naviglio della Martesana_[258], fu
-progettato l'anno 1457. Bertola da Novate fu l'ingegnere cui Francesco
-Sforza trascelse per quest'opera: egli era nostro cittadino milanese.
-Fu condotto a termine l'anno 1460[259]. «Le principali difficoltà del
-progetto erano di derivare un ramo perenne d'acqua dall'Adda in un
-luogo di corso assai rapido, di continuare per alcune miglia il nuovo
-cavo in una costa sassosa, e di attraversare con esso il torrente
-Molgora e il fiume Lambro[261]». Questo canale è sostenuto dapprincipio
-da un argine grandioso di pietra sino all'altezza di 40 braccia sopra
-il fondo dell'Adda. La lunghezza del canale è circa di 24 miglia. Il
-torrente Molgora vi passa sotto con un ponte di tre archi di pietra.
-Il Lambro vi sbocca dentro ad angolo retto, ed a foce aperta con
-tutte le piene, e si scarica dalla parte opposta. Il canale, quale fu
-fatto dal duca Francesco, era più ristretto di quello che ora noi lo
-veggiamo, e venne adattato a questa più comoda guisa l'anno 1573. Il
-naviglio sfogavasi per l'alveo del torrente Seveso, nè entrava allora
-nella fossa della città, siccome per opera di Lionardo da Vinci si
-eseguì con somma maestria l'anno 1497, introducendovi sei sostegni,
-ossia _conche_, invenzione allora nuovissima, e per mezzo di cui le
-barche ebbero il passaggio dal nuovo canale all'antico[262]. Nondimeno,
-porzione dell'acqua cavata dall'Adda e condotta nel nuovo canale,
-entrava in Milano ad altri usi, come si prova da memorie conservate
-ne' registri della città[263]. Così nello spazio di sedici anni, in
-mezzo a guerre continue, malgrado la devastatrice pestilenza, la quale
-cominciò appunto colla di lui signoria l'anno 1450, e in Milano estinse
-trentamila abitatori, Francesco Sforza ci lasciò un canale navigabile,
-un grandioso e ricco spedale, due magnifiche fabbriche, il castello e
-la corte ducale, e le vie della città riattate.
-
-Questi sono i pubblici monumenti che ci rimangono del nostro buon
-duca Francesco Sforza; ma la storia ci ha conservato de' tratti di
-lui che più intimamente ancora ci palesano la di lui anima. Il Corio
-ce lo rappresenta così: «Fu questo principe liberalissimo, pieno
-de humanitate, e mai veruno di mala voglia se partiva da lui; e
-singolarmente honorava li homini virtuosi e docti: contra gli homini
-semplici non exercitava alcuna inimicizia. Ma haveva in summo hodio
-li versuti e maliciosi. In nissuno fu maggiore observantia di fede:
-amò sempre la justizia e fu amatore de la religione: Ebbe eloquenza
-naturale, e nulla extimava gli astrologhi». La figura del duca era
-sommamente dignitosa. Negli atteggiamenti era elegante e nobile senza
-studio alcuno. La statura era più grande della comune degli uomini,
-e guardandolo alla fisonomia sola del volto, ognuno ravvisava in lui
-un uomo nato per comandare. Non vi fu chi lo superasse, mentre fu
-giovine, nella robustezza, ovvero nella agilità. Fu pazientissimo
-d'ogni disagio, caldo, freddo, fame, sete: tutto sopportava con
-volto sereno. In faccia al nemico non palesò mai, non che timore,
-ma nemmeno inquietudine; nè mai si mostrò dolente per le ferite che
-riportò. Abitualmente visse sobrio in ogni cosa, moderato alla mensa,
-sempre semplice e frugale. Amava di pranzare in compagnia, ed oltre
-ai commensali, lasciava a moltissimi la libertà di visitarlo mentre
-era a mensa, ed ascoltava quanto ciascuno voleva esporgli con pazienza
-e bontà. Poco dormiva, ma quel poco non mai lo perdè, nè per animo
-turbato, nè per rumore alcuno: dormiva in mezzo a qualunque strepito.
-Egli era dotato di un ingegno penetrante e di una esimia prudenza, per
-modo che niente intraprendeva se prima diligentemente non l'avesse
-esaminato, ma poich'era deciso, con mirabile magnanimità e celerità
-incredibile l'eseguiva. Malgrado la scostumatezza di quei tempi egli
-fu sempre alieno dal disordine, nè si lasciò sedurre alla lascivia.
-La virtù signoreggiollo per modo, che negli avversi casi non s'avvilì
-giammai, e quanto più gli venne prospera la fortuna, tanto più modesto
-mostrossi ed incapace di usar contumelia ai nemici, anzi nel corso
-intero di sua vita non si vendicò mai[264]. Testimonio ne fu il conte
-Onofrio Anguissola, piacentino, il quale, capo della sedizione di
-Piacenza, colle armi del duca fu preso. Il duca lo fece custodire
-bensì, come era necessario, ma la custodia fu il solo male ch'ei
-dovette soffrire. Il Simonetta diffusamente ci informa del suo militare
-talento e della mirabile provvisione di lui anche nei dubbi eventi
-della guerra, e de' ritrovati impensati e opportuni che venivangli in
-mente per superare le difficoltà, e della liberalità e beneficenza sua
-abituale e quasi organica e di temperamento. Umano e clemente fu sempre
-questo grand'uomo: pronto alla collera, tosto si conteneva, siccome
-è l'indole dei generosi, e colui al quale avesse fatto danno o con
-parole o altrimenti, non occorreva che chiedesse cosa alcuna, che il
-buon principe coi beneficii lo risarciva spontaneamente. Non amava i
-lodatori, e conosceva che questa è la maschera seducente colla quale il
-vizio insidiosamente si accosta al soglio. Non vi era cosa più sicura
-che la fede e la parola di Francesco. Così ce lo descrive il citato
-Simonetta, che termina con queste parole:[266] _Sed illud certe ausim
-affirmare, post Cajum Julium Caesarem neminem fere habuisse Italiam
-reperies, quem jure possis cum uno Francisco Sfortia conferre. Qui
-quidem, cum vicisset semper, et victus fuisset numquam, ita diem obiit
-ut omnibus de se non minus desiderium, quam fletum relinqueret_[267].
-
-Già da due anni era stato idropico il duca, e sebbene ei nell'aspetto
-sembrasse ristabilito, soffriva nelle gambe, le quali anche talora si
-gonfiavano. Egli tentò qualche rimedio per ridurle alla loro figura
-di prima; e v'è chi attribuisce a tal cagione la quasi improvvisa di
-lui morte, accaduta con due soli giorni di malattia. (1466) Il giorno
-8 di marzo dell'anno 1466, all'età di sessantacinque anni, dopo sedici
-anni di signoria, morì il duca Francesco Sforza. Tutta la città rimase
-squallida e desolata a tale inaspettata disgrazia: «Stimando ogniuno,
-dice il Corio, non solo havere perduto uno duca, ma uno colendissimo
-patre». La duchessa Bianca Maria, sebben colpita da questo impensato
-fulmine, s'era addottrinata coll'esempio del marito ad affrontare e
-sostenere l'avversa fortuna. Il figlio primogenito, Galeazzo Maria,
-in quel punto era nella Francia. Se la duchessa si abbandonava al
-femminil dolore, la casa Sforza perdeva la sovranità, alla quale
-mancava la sanzione imperiale. Ella si mostrò degna di essere stata
-moglie amatissima di Francesco Sforza: compresse il dolore; pensò a
-salvare i figli. Con animo virile, la notte medesima, appena spirato il
-duca, convocò un consiglio dei primari signori milanesi. Con poche, ma
-gravi e accomodate parole raccomandò loro l'ordine pubblico, la fede
-verso il sangue del duca. Scrisse immediatamente a tutti i principi
-d'Italia la perdita fatta, e richiese il favore di ciascun d'essi a
-pro del conte di Pavia, Galeazzo, suo primogenito. Poichè ebbe così
-adempiuti con magnanimità i doveri di sovrana e di madre, si pose ad
-eseguire quei di moglie, secondo l'usanza di que' tempi. Il cadavere
-del duca nel palazzo ducale si espose; e la vedova mai non si dipartì
-dal suo fianco, dando segni, come dice il Corio, _d'incredibile amore_.
-Il terzo giorno poi, ornato con tutte le insegne ducali, _e cinto
-di quella spada la quale fortissimamente in tutte le victorie aveva
-usato_[268], venne con magnifica pompa tumulato in Duomo.
-
-Mentre l'imperatore Federico III venne di qua dall'Alpi, e si fece
-incoronare in Roma dal papa, egli non toccò nemmeno le terre soggette
-allo Sforza, non volendo pregiudicare alle ragioni dell'Impero col
-riconoscere per legittimo sovrano e duca l'usurpatore d'un feudo
-imperiale, ch'ei non aveva forze per difendere. Era questo un oggetto
-importante assai per la dominazione della casa sforzesca, di cui
-era mancato il sostegno e lo splendore. Galeazzo Maria, in marzo del
-1466, allorchè morì suo padre, era, siccome già dissi, nella Francia,
-comandando nel Delfinato l'armata che il duca aveva allestita in
-soccorso del re contro la Lega. Appena ricevè l'avviso che spedigli
-la madre Bianca Maria, del cambiamento accaduto nella famiglia,
-confidò tosto il comando a Giovanni Scipione; e, travestitosi come un
-famigliare di Antonio da Piacenza mercatante, s'incamminò per la Savoia
-alla volta di Milano. Il giovine Galeazzo aveva ventidue anni; temeva
-le insidie del duca di Savoia, il quale sulla dominazione della casa
-Sforza pensava di ampliare il suo Stato. Se riusciva di acquistare
-Galeazzo Maria per ostaggio, potevasegli far comperare la libertà e
-il ducato con qualche notabile sacrificio. Malgrado il cambiamento
-del vestito e della condizione, convien credere che egli venisse
-riconosciuto, poichè, attorniato da una turba di persone, appena ei
-potè ricoverarsi nell'asilo di una chiesa, ed ivi dovette starsene
-tre giorni interi; e la seguente notte poi, mercè la cura di un fedele
-suo domestico, potè sottrarsi colla fuga, e proseguendo il suo cammino
-per dirupi e balze non frequentate, potè finalmente ridursi in salvo.
-Pare impossibile che, malgrado il ritardo de' tre giorni dell'asilo,
-Galeazzo Maria fosse in Milano dodici giorni dopo la morte del duca: ma
-io credo che sino d'allora vi fossero stazioni regolate pel cambio de'
-cavalli; tanto più che non si sarebbero potuti altrimenti trasmettere
-sollecitamente gli avvisi dell'armata che era nel Delfinato. Il nuovo
-duca Galeazzo Maria fece la solenne entrata per porta Ticinese il
-giorno 20 di marzo del 1466. Tutto lo Stato di Francesco Sforza,
-composto di quindici città nominate disopra, passò al nuovo duca
-Galeazzo Maria Sforza. (1467) I sovrani lo riconobbero. Il duca di
-Savoia, poichè vide il duca Galeazzo assicurato sul trono, pensò a
-stringere non solamente amicizia, ma parentela con esso lui. (1468)
-Si conchiusero le nozze; e il duca Galeazzo Maria sposò la principessa
-Bona di Savoia, il giorno 6 di luglio dell'anno 1468. Una sorella della
-duchessa Bona era sul trono di Francia; e per tal guisa Galeazzo Maria
-Sforza, nato in Fermo nella Romagna, il di cui avo cinquant'anni prima
-era un avventuriere, divenne cognato del re di Francia.
-
-
-
-
-CAPITOLO XVIII.
-
- _Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e della
- minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto duca._
-
-
-Quando uno Stato, anche vasto, sia accozzato insieme con male arti,
-con sorprese, con insidie, con tradimento, al morire del sovrano cessa
-il timore ne' sudditi e ne' vicini; e per poco che il successore sia
-debole o mancante d'artificio, si scompone, siccome avvenne della
-signoria che radunò il primo duca Giovanni Galeazzo. Ma quando per
-lo contrario la dominazione s'acquisti col valore personale, e si
-innalzi colla generosità della virtù del sovrano, e siavi stato tempo
-bastante per imprimere nel cuore degli uomini la riverenza e l'amore
-che l'eroismo fa nascere, ancora dopo spento l'eroe, l'ammirazione
-e l'affezione dei popoli aiutano il figlio, come parte viva di lui,
-e malgrado i difetti e la poca somiglianza che egli abbia col padre,
-lo coprono colla di lui gloria. Così accadde al nuovo duca Galeazzo
-Maria, il quale poco imitò il magnanimo suo padre. Uno de' primi fatti
-di Galeazzo lo svela. La duchessa Bianca Maria, di lui madre, si era
-sempre dimostrata ottima moglie, ottima madre, donna di senno, di
-cuore e di mente non comune. Il duca Francesco perciò l'aveva onorata
-ed amata sommamente. Galeazzo doveva doppiamente il ducato di Milano
-a lei, e per nascita, e per l'accorgimento col quale aveva dirette le
-cose alla morte del duca Francesco; giacchè, qualora non vi fosse stata
-alla testa della signoria una donna del merito di lei, difficilmente
-Galeazzo Sforza, assente, avrebbe trovata aperta la via del trono,
-dove potè placidamente collocarsi. La Bianca Maria co' saggi consigli
-e colla autorità regolava lo Stato unitamente al duca, quasi come
-correggente[269]. L'ambizione, la seduzione di consiglieri malvagi
-fecero nascere la gelosia del comando; indi la visibile freddezza,
-finalmente la discordia palese tra il figlio ed una madre tanto
-benemerita. La vedova duchessa preferì la pace e il riposo ad ogni
-altra cosa, e divisò di portarsi a Cremona, città sua, perchè recata da
-lei in dote, siccome vedemmo; ed ivi, lontana dalle contese, passare
-il rimanente de' giorni suoi, non avendo ella allora che quarantadue
-anni. Abbandonò la corte burrascosa di Milano; ma a Marignano con breve
-malattia terminò di vivere il giorno 23 ottobre 1468; e il Corio a tal
-passo soggiugne: «se disse più de veneno che de naturale egritudine».
-Temeva il duca che, collocatasi a Cremona, ella potesse collegarsi
-co' Veneziani a danno di lui. Simili orrori non sogliono avere molti
-testimonii, e lo scrittore contemporaneo non può trasmettere ai posteri
-se non la pubblica opinione. Talvolta una maligna voglia di penetrare
-ne' misteri della politica segreta forma imputazioni calunniose alla
-fama altrui. Egli è però certo che tali nere vociferazioni non si
-spargono se non sopra di un principe di carattere non buono. Assolvasi
-Galeazzo dal parricidio, egli è sempre un ingrato verso di sua madre.
-Appena un anno dopo cessò di vivere Agnese del Maino, di lei madre ed
-ava del duca[270].
-
-(1469-1470) Il duca Galeazzo amava la pubblica magnificenza, e a tal
-fine comandò che si lastricassero le vie di Milano: «il che non fu
-puoca gravezza, ma quasi intollerabile danno», dice il Corio[271].
-Francesco di lui padre le fece riattare. Sarà stata una saggia
-provvidenza quella di lastricarle solidamente: ma tal riforme di
-lusso si fanno giudiziosamente e per gradi. (1471) La pompa del
-duca si palesò singolarmente nel maestoso viaggio ch'ei fece colla
-duchessa a Firenze l'anno 1471. Condusse egli un tal corredo, che
-oggidì nessuno de' monarchi d'Europa penserebbe nemmeno a simile
-teatrale rappresentazione. Il Corio ce la descrive minutamente; ed io
-la racconterò, perchè simili oggetti danno idea del modo di pensare
-di quei tempi. I principali feudatari del duca ed i consiglieri
-gli fecero corte, accompagnandolo nel viaggio con vestiti carichi
-d'oro e d'argento; ciascun di essi aveva un buon numero di domestici
-splendidamente ornati. Gli stipendiari ducali tutti erano coperti di
-velluto. Quaranta camerieri erano decorati con superbe collane d'oro.
-Altri camerieri aveano gli abiti ricamati. Gli staffieri del duca
-avevano la livrea di seta, ornata d'argento. Cinquanta corsieri con
-selle di drappo d'oro e stalle dorate; cento uomini di armi, ciascuno
-con tale magnificenza, come se fosse capitano; cinquecento soldati a
-piedi, scelti; cento mule coperte di ricchissimi drappi d'oro ricamati;
-cinquanta paggi pomposamente vestiti; dodici carri coperti di superbi
-drappi di oro e d'argento; duemila altri cavalli e duecento muli
-coperti uniformemente di damasco per l'equipaggio de' cortigiani.
-Tutta questa strabocchevole pompa andava in seguito del duca; ed
-acciocchè non rimanesse nulla da bramare, v'erano persino cinquecento
-paia di cani da caccia, v'erano sparvieri, falconi, trombettieri,
-musici, istrioni. Tale fu il fasto di quel memorando viaggio, che
-doveva recare incomodo ed ai sudditi del viaggiatore, ed agli ospiti.
-Questa superba comitiva nell'accostarsi a Firenze venne accolta con
-somma festa e onore da quel senato. I nobili e i primari della città
-si affacciarono i primi: indi molte compagnie di giovani in varie
-foggie uscirono ad incontrare il duca; poi comparvero le matrone; poi
-le giovani pulcelle, «cantando versi in laude de lo excellentissimo
-principe», dice il Corio. Indi, accostandosi alla città, ricevettero
-gli ossequi de' magistrati, finalmente gli accolse il senato, che
-presentò al duca le chiavi della città. Entrò il duca con una sorta di
-trionfo, e venne collocato nel palazzo di Pietro dei Medici, figlio
-di Cosimo. Non accadde altra cosa degna d'essere raccontata; basti
-osservare che non poteva verun altro monarca essere onorato di più di
-quello che furono Galeazzo e la Bona in Firenze. Da Firenze passarono
-questi principi a Lucca; ore pure vennero accolti con somma pompa:
-anzi vollero i Lucchesi perfino aprire una nuova porta nelle mura
-della loro città, onde trasmettere ai tempi a venire memoria di questo
-magnifico ingresso. Da Genova poi ritornarono Galeazzo e la Bona a
-Milano. Oggidì, che i sovrani hanno nelle mani il potere per mezzo
-della milizia stabilmente stipendiata, non si curano più di abbagliare
-i popoli.
-
-(1472) Poichè ritornò dal viaggio, il duca pensò a dare una moglie al
-di lui figlio primogenito Giovanni Galeazzo, bambino ancora di quattro
-anni. Questa fu Isabella d'Aragona, figlia del duca di Calabria Alfonso
-e d'Ippolita Sforza, conseguentemente germana cugina dello sposo.
-Queste nozze si pubblicarono l'anno 1472. Il duca era strettamente
-collegato col cardinale di San Sisto, nipote ed assoluto padrone di
-papa Sisto IV: l'oggetto della reciproca unione era la loro fortuna.
-Il duca doveva adoperarsi per fare papa il cardinale colla rinunzia
-dello zio. Il cardinale, asceso al sommo pontificato, doveva innalzare
-lo Sforza incoronandolo re d'Italia, ed aiutandolo a ricuperare tutte
-le città già possedute dal primo duca. I Veneziani non potevano essere
-contenti di un tal progetto che loro toglieva tutta la terra ferma.
-Malgrado lo studio di celare questa trama politica, convien credere
-ch'essi ne avessero qualche contezza. Il cardinale, ch'era stato
-magnificamente accolto in Milano, bramò di vedere Venezia; e quantunque
-cercasse di dissuadernelo il duca, egli volle insistere e passarvi.
-(1473) A tale proposito dice il Corio: «Da quello senato fu grandemente
-honorato, e per la intrinseca amicizia quale enteseno Veneziani avere
-lui con Galeazzo Sforza fu affirmato havergli dato il veneno; impero
-che in termine de puochi giorni, pervenuto a Roma, abbandonò la
-vita[272]». Io non sono mallevadore de' sospetti di quei tempi: bastano
-però per far conoscere qual fede e quanta umanità regnassero, se così
-si giudicava dei governi. (1474) In mezzo ai sospetti di veleno, in
-mezzo alle asiatiche pompe, in mezzo ai gemiti de' popoli, oppressi
-dalla mole di tributi corrispondenti a quelle, l'anno 1474, il 15
-marzo, venne a Milano il re d'Ungheria e di Boemia, Mattia I. Egli
-s'era reso padrone dell'Ungheria, scacciandone Casimiro, figlio del
-re di Polonia, e s'era impadronito della Boemia, scacciandone Giorgio
-Podiebrad. Egli era stato in pellegrinaggio a San Giacomo di Galizia, e
-passava di ritorno a Milano. Galeazzo, che stipendiava cento cortigiani
-e cento camerieri, e pomposamente vestivagli, alloggiò l'ospite nel
-palazzo ducale colla magnificenza e profusione degna di lui. Mostrò
-a quel re il suo tesoro, valutato due milioni d'oro, oltre le gioie,
-le quali valevano circa un altro milione. Il re Mattia chiese un
-prestito dal duca: ed egli gli fe' consegnare diecimila ducati, ossia
-zecchini. Dopo lautissimo ed onorevolissimo trattamento prese commiato
-il re, e poi ch'egli fu nell'Ungheria, si lusingò il duca ch'egli
-avrebbegli concesso di comprarvi dei cavalli. (1475) A tal fine spedì
-nell'Ungheria Bernardino Missaglia, suo famigliare, con molta somma
-di denaro. Il re fece imprigionare il Missaglia, e tolsegli i denari
-confidategli dal duca; a stento finalmente gli permise di ritornarsene
-a Milano: così narra il Corio[273]. (1476) La fama della casa Sforza
-era giunta a segno, che persino il soldano d'Egitto spedì al duca
-ambasciatori; e questi vennero a Milano nell'ottobre del 1476, accolti,
-alloggiati, regalati splendidamente dal duca. Il duca Carlo di Borgogna
-tentava d'impadronirsi della Savoia. Nè alla Francia piaceva questo, nè
-al duca Galeazzo; una bellicosa e potente nazione vicina non conveniva;
-e Galeazzo aveva di più per moglie Bona, principessa di Savoia. Il
-duca Galeazzo si collegò col re di Francia, indi spinse l'armata
-contro de' Borghignoni; e felicemente gli sforzeschi fecero ritirare
-i nemici fino alle Alpi. Il rigido inverno non permise di portare più
-oltre l'impresa; onde il duca Galeazzo ridusse a quartiere i soldati,
-aspettando la primavera per ripigliare la guerra e discacciare affatto
-dall'usurpato paese i Borgognoni, e ritornossene a Milano, ove di lì a
-poco morì.
-
-Le circostanze della morte del duca Galeazzo Maria Sforza ci sono
-minutamente trasmesse dagli scrittori di quel tempo; e siccome sono
-feconde nelle loro conseguenze, io non le ometterò. Gli storici di
-quel tempo ci hanno lasciata memoria degli auguri sinistri pe' quali
-credettero presagita la sciagura di quel sovrano. Mentre il duca
-Galeazzo Maria trovavasi in Abbiategrasso, comparve una cometa, e
-questo è il primo infausto presagio. Il secondo fu che in Milano
-il fuoco prese nella stanza in cui egli soleva abitare. Ciò inteso,
-Galeazzo quasi più non voleva riveder Milano; pure vi s'incamminò,
-e mentre da Abbiategrasso cavalcava verso la città, tre corvi
-lentamente passarongli sul capo gracchiando, il che cagionogli tanto
-ribrezzo, che, poste le mani sull'arcione, rimase fermo; poi volle
-superarsi, e proseguendo venne a Milano. Così allora si pensava; e
-tali pusillanimità cadevano anche in uomini di coraggio militare, come
-era il duca. Conciossiachè l'uomo ardisce di affrontare un pericolo
-conosciuto, e cimentarsi contro altri uomini; ma contro potenze
-invisibili ed invulnerabili il sentimento delle proprie forze lo
-abbandona. Ai soli progressi della ragione siamo debitori noi viventi
-della superiorità nostra. Per lei siamo liberati da una inesauribile
-sorgente d'inquietudini; per lei finalmente sappiamo che la nebbia
-impenetrabile entro cui sta celato il nostro avvenire, è un benefizio
-della Divinità; e sappiamo per lei che la sommissione rispettosa
-ai decreti della Provvidenza, è il più saggio ed utile sentimento
-dell'uomo.
-
-La vigilia di Natale, verso sera, il duca, secondo l'usanza, scese
-nella gran sala inferiore del castello, dove stava d'alloggio; ed a
-suono di trombe e con stupendissimo apparato vi scese colla duchessa
-Bona e co' suoi figli. I due fratelli del duca, Filippo ed Ottaviano,
-portarono il così detto _zocco_ e lo collocarono sul fuoco. Gli altri
-tre fratelli del duca erano assenti. Ascanio in Roma; e Lodovico e
-Sforza, duca di Bari, erano rilegati da Galeazzo nella Francia. Così si
-soleva in que' tempi radunare la famiglia al Natale. Il giorno vegnente
-poi nuovamente radunossi con varii cortigiani, e il duca in circolo
-parlò della casa Sforza; e noverando i fratelli suoi, i cugini, i figli
-in numero di dieciotto, tutti di età fresca, osservò che per secoli non
-sarebbe finita. Pranzò in pubblico. Il giorno poi di santo Stefano dal
-castello s'incamminò a cavallo con tutto il corteggio per ascoltare
-la messa nella chiesa collegiata di detto santo, ove, giunto, da tre
-nobili giovani venne con più pugnalate ucciso al momento. I congiurati
-furono Giovanni Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconti.
-I due primi erano cortigiani del duca. Giovanni Andrea finse di volere
-far largo al duca; ed avventandosegli pel primo, lo ferì nel ventre,
-e gl'immerse nuovamente il coltello nella gola. Frattanto Girolamo lo
-trafisse alla mammella sinistra, poi nella gola, indi nelle tempie.
-Carlo, nel tempo stesso, nella schiena e nella spalla lo colpì con due
-ferite pure mortali. Il duca appena potè esclamare: _Oh nostra Donna!_
-e cadde all'istante là nella chiesa. Così terminò la sua vita il duca
-Giovanni Galeazzo il giorno 29 dicembre del 1476, dopo dieci anni di
-sovranità, all'età di trentadue anni. La serie di questa congiura è
-nota, e si è anche più conosciuta col dramma: la _Congiura contro di
-Galeazzo Sforza_; tragedia di sentimenti grandi, arditi, liberi; piena
-di lezioni utili ai principi, utili ai sudditi; che ci rappresenta
-la tirannia co' suoi tratti odiosi, il fanatismo pericoloso, quando
-anche nasca da nobili principii; che interessa e sviluppa un'azione
-che è la sola della nostra storia posta sul teatro, e la presenta col
-costume de' tempi; tragedia che sgomenta le anime gracili, e scuote
-deliziosamente le energiche. La storia è adunque che in Milano eravi
-un uomo d'ingegno, erudito, eloquente e di sentimenti arditi, che
-aveva nome _Cola Montano_: si dice ch'ei fosse bolognese[274]. Egli
-viveva col mestiere delle lettere, ed era un rinomato maestro, alla
-scuola di cui varii giovani nobili andavano per istruirsi. Taluno,
-assai versato negli aneddoti, mi asserì che questo Colo Montano fosse
-stato dileggiato dal duca Galeazzo Maria. Concordemente la storia
-c'insegna che Montano ne' suoi precetti sempre instillava nel cuore de'
-suoi nobili alunni l'odio contro la tirannia, la gloria delle azioni
-ardite, la immortalità che ottiene chi rompe i ferri alla patria, e
-la rende libera e felice. Egli animava gli alunni suoi a mostrare una
-virile fermezza, ad amare la vigorosa virtù, a cercar fama con fatti
-preclari. Poichè co' discorsi e cogli esempi della virtù romana ebbe
-trasfuso il fanatismo nelle vene bollenti degli scolari, egli coglieva
-l'occasione che il duca colla pompa accostumata passasse davanti la
-scuola; e trascegliendo i più ardenti ed audaci, mostrava loro un
-Tarquinio nel duca ed una mandra di schiavi, buffoni effeminati ne'
-suoi magnifici cortigiani, veri sostegni della tirannia e pubblici
-nemici. Confrontavali co' Cartaginesi, co' Greci, co' Metelli, co'
-Scipioni romani. Giunti al grado del fervore al quale cercò di ridarli,
-collocò alcuni di essi al mestiere delle armi sotto Bartolomeo Coleoni,
-acciocchè imparassero a conoscere i pericoli, ad affrontarli, a
-ravvisare le proprie loro forze[275]. Condotta la trama al suo termine,
-finalmente furono trascelti quei che egli giudicò più adattati; e
-furono appunto Giovanni Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo
-Visconti. Si pensò con un colpo ardito di liberare la patria, mostrando
-quanto sarebbe facile l'impresa, purchè i cittadini si ricordassero
-soltanto d'essere uomini. Avanti la statua di sant'Ambrogio venne
-congiurata la morte del tiranno Galeazzo Maria, usurpatore del trono,
-oppressore della libertà che pur godevasi ventisei anni prima, nimico
-della patria, impoverita colle enormi gabelle ed insultata col lusso
-di un principe malvagio. Così formossi segretamente la trama, che
-scoppiò prima che alcuno ne sospettasse. Giovanni Andrea Lampugnano,
-appena fatto il colpo, cadde poco lontano dal duca, ucciso da un
-domestico ducale. Girolamo Olgiato, che aveva ventitre anni, si
-sottrasse col favore della confusione, e ricoveratosi presso di un buon
-prete, aspettava di ascoltar per le vie della città gli applausi per
-l'ottenuta libertà, ed impaziente attendeva il momento per mostrarsi
-come liberatore della patria. Ma udendo invece gli urli e lo schiamazzo
-della plebe che ignominiosamente strascinava per le strade il cadavere
-del Lampugnano, s'avvide troppo tardi dell'error suo, perdè ogni
-lusinga, e venne imprigionato. Dal processo che se gli fece, si seppe
-la trama. Non mi è noto qual fosse il fine di Cola Montano. L'Olgiato
-morì nelle mani del carnefice con sommo coraggio. Il ferro che colui
-adoperava era poco tagliente; ma egli animò il carnefice, e lo s'intese
-pronunziare queste parole:[276] _Stabit vetus memoria facti._ Bruto,
-Cromwel, Olgiato hanno fatto a un dipresso la stessa azione. Il primo
-viene spacciato per un modello di virtù gentilesca: il secondo ha la
-celebrità di un atroce ambizioso: il terzo non ha nome nella storia. Le
-circostanze decidono della fama, singolarmente nelle azioni violente,
-le quali si biasimano, ovvero si lodano a misura del male, o del bene
-che produssero poi. Il Corio, che ci lasciò descritto il fatto, era
-testimonio di veduta; e come cameriere ducale, era nel séguito del
-suo sovrano, quando venne ucciso. Ei ci racconta i vizj del duca,
-anzi i suoi delitti. Galeazzo interpellò un povero prete che faceva
-l'astrologo, per sapere quanto tempo avrebbe regnato. Il prete diedegli
-in riscontro ch'ei non sarebbe giunto all'anno undecimo. Galeazzo lo
-condannò a morir di fame. Egli per gelosia fece tagliare le mani a
-Pietro da Castello, calunniandolo come falsificatore di lettere. Egli
-fece inchiodare vivo entro di una cassa Pietro Drego, che così venne
-seppellito. Egli scherzava con un giovine veronese, suo favorito, e
-lo scherzo giunse a tale di farlo mutilare. Un contadino che aveva
-ucciso un lepre contro il divieto della caccia, venne costretto ad
-inghiottirlo crudo colla pelle, onde miseramente morì. Travaglino,
-barbiere del duca, soffrì quattro tratti di corda per di lui comando,
-e dopo continuò quel principe a farsi radere dal medesimo. Egli avea
-un orrendo piacere rimirando ne' sepolcri i cadaveri. Univa a tutte
-queste atrocità una sfrenata libidine, anzi una professione palese
-di scostumatezza, costringendo a prostituirsi anche a' suoi favoriti
-quelle che cedevano alle brame di lui. Avidissimo di smungere danaro
-ai sudditi, gli opprimeva colle gabelle, non mai bastanti alle
-profusioni del di lui fasto. Oltre la splendidissima corte, teneva il
-duca Galeazzo Maria duemila lance e quattromila fanti stabilmente al
-di lui soldo. Il Corio dice ch'egli amasse gli uomini probi e colti,
-e fosse sensibile alle belle arti: io non trovo che tali inclinazioni
-sieno combinabili colle antecedenti, e sicuramente nessun vestigio
-ne è rimasto del suo regno. Egli fu ben diverso dal buon Francesco
-di lui padre! I fratelli Baggi, Pusterla e del Maino aveano ucciso
-Giovanni Maria Visconti, duca di Milano, in San Gottardo, e vennero
-applauditi. Il destino del Lampugnano e dell'Olgiato fu opposto. Credo
-che la gloria del duca Francesco, la prudenza della duchessa Bianca
-Maria, l'eccesso del fasto di Galeazzo, e la memoria delle miserie
-sofferte nell'interregno della repubblica sieno state le cagioni della
-diversità. Sì l'uno che l'altro attentato furono commessi nella chiesa;
-come nella chiesa, anzi nel più sacro momento del rito, un anno dopo a
-Firenze, Giuliano de' Medici ebbe il medesimo destino.
-
-Il merito principale nell'aver conservata la città tranquilla in mezzo
-a tale scossa improvvisa, l'ebbe Francesco Simonetta, che si chiamava
-_Cicho_ Simonetta. Egli era stato il primo ministro e l'amico del
-duca Francesco; uomo di Stato e di molta virtù, e tale che, allorchè
-Gaspare Vimercato, a cui Francesco in parte doveva e Milano e Genova,
-ardì parlargliene svantaggiosamente, il duca freddamente risposegli:
-essere tanto necessario a lui ed allo Stato Cicho, che s'ei morisse, ne
-avrebbe fatto fabbricare uno di cera. La vedova duchessa Bona lasciò
-che Cicho disponesse ogni cosa. Egli si servì del conte Giovanni
-Borromeo per tenere in calma la città. Il Borromeo possedeva la
-fiducia di ognuno, e il Corio dice che questo _perhumanissimo conte_
-era tanto abituato alla buona fede, che il pretendere da lui cosa
-alcuna contro la ragione, o contro la virtù, sarebbe stato lo stesso
-che volere strappar dalle mani d'Ercole la clava, suo malgrado. Fu
-tumulato Galeazzo Maria coll'ordinaria pompa ducale. La vedova lo fe'
-vestire col manto d'oro; e fece chiudere nel sarcofago tre preziose
-gemme. Il figlio primogenito Giovanni Galeazzo venne proclamato duca,
-sebbene nell'età di sei anni. Simonetta abolì tutte le gabelle imposte
-recentemente. Confermò gli stipendiati. Fece compra di grano, e ne fece
-largizioni alla plebe, che penuriava; e ciò sotto nome della duchessa
-Bona, dichiarata tutrice del nuovo duca. Simonetta reggeva tutto come
-segretario di Stato.
-
-V'erano due supremi consigli. Quello di Stato si radunava nel castello
-avanti al sovrano o la tutrice; quello di giustizia si radunava nella
-corte ducale di Milano. Lodovico e Sforza, fratelli del defunto duca,
-immediatamente dalla Francia, ove tenevali rilegati il fratello
-Galeazzo, volarono a Milano; lusingandosi, come zii del duca, di
-prendere le redini del comando. Simonetta li destinò con onore a
-presedere al consiglio supremo di giustizia. Fremevano vedendosi così
-delusi; ma il marchese di Mantova e il legato pontificio, venuti per
-ufficio alla corte di Milano, tentarono di calmare i loro animi; e
-restò concluso che si pagassero ogni anno dodicimila e cinquecento
-ducati a ciascuno degli zii del duca, e che si assegnasse a ciascuno
-un palazzo in Milano, e così uscissero dal castello. I fratelli del
-duca Galeazzo, zii del vivente, erano cinque, cioè Sforza, Filippo,
-Lodovico, Ascanio e Ottaviano.
-
-(1477) Genova si ribellò. Dodicimila uomini vennero spediti per
-sottometterla. Se ne confidò il comando a Lodovico ed Ottaviano,
-fors'anco per allontanarli. L'impresa riuscì bene, poichè, malgrado la
-vigorosa resistenza de' Genovesi, gli sforzeschi se ne impadronirono;
-e il giorno 9 di maggio 1477 resero i Genovesi nuovamente omaggio al
-duca[277], ritornarono a Milano Lodovico ed Ottaviano colla benemerenza
-di tale vittoria. Simonetta teneva l'occhio sopra di essi. Venne
-imprigionato un confidente di questi due principi, da cui seppe le
-trame che ordivano contro lo Stato. I due fratelli pretesero che il
-loro confidente venisse liberato; e ciò non ottenendo, posero mani
-all'armi, e sollevarono più di seimila persone in Milano. La duchessa
-e Simonetta stavansene nel castello; e in esso, dalla parte esterna,
-fecero entrare tutte le genti d'armi vicino a Milano, il che bastò
-per far deporre le spade. Ottaviano non volle fidarsi del promesso
-perdono, e se ne fuggì; e, giunto a Spino, vicino a Lodi, temendo
-di essere arrestato, si avventurò a passar l'Adda, e vi si affogò
-cadendo da cavallo, il che avvenne l'anno 1477. Egli aveva 18 anni; il
-di lui cadavere si ritrovò poi, e venne tumulato in Duomo. Simonetta
-fece formare un processo della sedizione, e risultò che gli zii del
-duca aveano tramato di togliergli lo Stato. Indi vennero relegati,
-Sforza, duca di Bari, nel regno di Napoli, Lodovico a Pisa ed Ascanio a
-Perugia.
-
-Sforza, trovandosi nel regno di Napoli, mosse il re Ferdinando in favor
-suo e de' fratelli; e naturalmente la principessa Ippolita, sorella
-de' relegati, vi avrà contribuito. Il re Ferdinando di Napoli animò
-i Genovesi a sottrarsi e prendere il partito degli esuli fratelli;
-animò gli Svizzeri a fare delle incursioni nel milanese; Sforza, duca
-di Bari, malgrado la relegazione, da Napoli passò nel Genovesato, ed
-ivi morì. (1479) Il ducato di Bari dal re di Napoli venne infeudato
-a Lodovico Sforza, detto il _Moro_, il quale con ottomila combattenti
-da Genova s'innoltrò nel milanese, ed occuponne tutta la porzione sino
-al Po. Ciò accadde l'anno 1479. Lodovico però faceva dovunque gridare:
-_Viva il duca Giovanni Galeazzo_, e protestava di aver mosse le armi in
-soccorso del nipote per liberarlo dalla tirannia del Simonetta e da'
-cattivi consiglieri. Il duca era fanciullo di dieci anni. La duchessa
-Bona era una bella principessa, e non per anco avea passata l'età
-della debolezza, ed era più donna che sovrana. Eravi alla corte certo
-Antonio Trassino, ferrarese, uomo di bassi natali, e stipendiato come
-scalco; giovane però di ornata ed elegante figura, al quale la duchessa
-senza riserva confidava tutto ciò che si faceva dal Simonetta e nel
-consiglio. Il Simonetta, sendosene avveduto, trascurava quell'indegno
-favorito; ma non osava di più. Trassino, che si vedeva rispettato da
-ognuno e dal solo Simonetta disprezzato, lo abborriva. Questo Trassino
-fu il mezzo per cui Lodovico segretamente si riconciliò colla duchessa.
-Improvvisamente Lodovico staccossi dal suo esercito, e comparve nel
-castello di Milano il giorno 7 di settembre 1479; il che sorprese il
-Simonetta. La duchessa e il duca lo accolsero come un cognato ed uno
-zio amico, e venne alloggiato nel castello. Cicho Simonetta venne
-accolto da Lodovico con apparente amicizia e stima, come un vecchio
-ministro benemerito; ma egli non si lasciò ingannare, e nel momento
-in cui potè abboccarsi colla duchessa, le disse: _Signora, io perderò
-la testa e voi lo Stato._ (1480) E infatti il giorno 30 di ottobre del
-1480, a Pavia, gli venne troncata la testa all'età di settant'anni; al
-quale destino, sebbene ingiusto, si piegò colla costanza e magnanimità
-che doveva coronare la virtuosa di lui vita. Cicho era fratello di
-Giovanni Simonetta, autore della storia sforzesca, e in vita e in morte
-Cicho si mostrò degno di essere stato l'amico di Francesco Sforza. Si
-fecero allora i quattro versi seguenti:
-
- _Dum fidus servare volo patriamque ducemque,_
- _Multorum insidiis proditus, interii._
- _Ille sed immensa celebrari laude meretur,_
- _Qui mavult vita, quam caruisse fide._[278]
-
-Come poi venisse abbandonato a così indegno destino un ministro tanto
-illibato ed illustre, ce lo dice il Corio; cioè per la fazione de'
-nemici, i quali giunsero a prendere le armi contra lo stesso Lodovico,
-avendo alla testa Federico marchese di Mantova, Guglielmo marchese di
-Monferrato, Giovanni Bentivoglio ed altri illustri personaggi, i quali
-obbligarono Lodovico a far imprigionare il Simonetta, che, malgrado
-la protezione e gli uffici di altri principi, venne abbandonato alla
-vendetta de' nemici che gli avea conciliati la passata fortuna, e
-fors'anco la stessa sua virtù.
-
-Poco tardò a verificarsi il rimanente del vaticinio del Simonetta.
-(1481) Il favorito della duchessa Trassino, accecato, siccome avviene
-alle anime basse, dalla prospera fortuna, mancando ai riguardi ch'egli
-dovea verso Lodovico, venne scacciato nel 1481, e portò seco a Venezia
-un tesoro di gioie e di denaro. La duchessa si avvilì talmente, che
-rinunziò a Lodovico la tutela con un atto solenne[279], sperando con
-ciò di rimaner libera, ed uscendo dallo Stato rivedere il favorito: ma
-il primo uso che Lodovico fece del potere confidatogli, fu d'impedirle
-l'uscita dello Stato, e ad Abbiategrasso venne arrestata. Così
-Antonio Trassino, senza saperlo, fu quegli per cui la casa Sforza poi
-perdette lo Stato: i Francesi occuparono il ducato, gl'Imperiali gli
-scacciarono; e si formò un nuovo ordine di cose per tutta l'Italia,
-come in appresso vedremo. Le debolezze di una donna, e la bella figura
-di uno scalco fecero maggior rivoluzione nel destino d'Italia, di
-quello che non avrebbe fatto un gran monarca od un conquistatore.
-
-(1482) L'Italia si pose in armi l'anno 1482, e per due anni ne sopportò
-i mali. Il re di Napoli Ferdinando e i Fiorentini erano collegati
-cogli Spagnuoli. I Veneziani, il Papa e i Genovesi erano riuniti nel
-contrario partito. Il Papa abbandonò poscia i Veneziani e si unì agli
-sforzeschi. Non nuoce punto l'ignoranza di questi minuti avvenimenti
-guerreschi; anzi la scienza di essi è atta soltanto a caricare
-confusamente la memoria, a scapito degli avvenimenti degni della nostra
-attenzione. V'era in Milano un partito contrario a Lodovico il Moro;
-alcuni per compassione della duchessa Bona, altri per avversione al
-carattere ambizioso di Lodovico, altri per vendicare le ceneri del
-virtuoso Simonetta, altri infine per la naturale lusinga di viver
-meglio. (1485) Venne cospirato di togliere dal mondo Lodovico Sforza;
-e fu concertato che il giorno 7 di dicembre l'anno 1485, venendo
-egli, secondo il costume, alla chiesa di Sant'Ambrogio, quivi fosse
-trucidato. Il colpo andò a vuoto; atteso ch'egli vi fu bensì, ma
-entrovvi per una porta alla quale non eranvi le insidie. Se ciò non
-accadeva, egli spirava trafitto come il fratello, come il duca Giovanni
-Maria, come Giuliano, fratello di Lorenzo de' Medici. Non credo che i
-Gentili abusassero a tal segno de' sacri tempii.
-
-(1489) Il duca di Bari, Lodovico il Moro, poichè Giovanni Galeazzo, suo
-nipote, duca di Milano, giunse all'età di venti anni nel 1489, pensò
-di accompagnarlo colla principessa Isabella di Aragona, a cui era già
-stato promesso dal defunto duca. Ermes Sforza e il conte Gian Francesco
-Sanseverino furono destinati ambasciatori alla corte di Napoli per tal
-solenne inchiesta. Il Calco ce ne rappresenta la pompa. Erano questi
-accompagnati da trentasei giovani nobili milanesi. Fra essi vi fu una
-gara maravigliosa nel cambiare vestiti magnifici; chi dieci, chi dodici
-e chi sedici domestici conduceva seco, nobilmente vestiti di seta,
-con gemme e perle all'armilla del braccio sinistro. L'usanza di queste
-armille, ossia braccialetti gemmati, costava assai; poichè i padroni
-ne avevano al loro braccio del valore di settemila fiorini d'oro,
-ossia zecchini. Il Calco dice che veramente sembravano tanti sovrani,
-e portavano collane pesantissime d'oro della grossezza di un pollice.
-Questa comitiva giunse a Napoli, ed era composta di circa quattrocento
-persone. Tutto ciò che mostra il costume dei rispettivi tempi, debbe
-aver luogo nella storia[280]. Perciò riferirò il magnifico pranzo che
-si presentò in Tortona alla sposa, a guisa di un'accademia poetica.
-Ogni piatto era presentato da una persona vestita poeticamente, e
-l'abito era relativo alla cosa che presentava. Giasone compariva
-portando il velo d'oro rapito in Colco. Febo offeriva il vitello rapito
-dalla mandra di Admeto. Diana poneva sulla mensa Atteone trasformato
-in cervo; e come la dea avea cambiato un uomo in un animale, augurava
-che questi si trasformasse in un uomo nel seno d'Isabella. Orfeo
-presentò diversi uccelli, ch'ei diceva essergli volati intorno per
-l'armonia della sua cetra or ora, mentre sull'Appennino cantava le
-divine sue nozze. Atalanta portava il cignale caledonio, da tanti
-secoli custodito, offrendo volentieri a sì illustre principessa quel
-trionfo, riportato in faccia di tutta la gioventù della Grecia. Iride
-venne poi offrendo un pavone tolto dal carro di Giunone, e rammentò
-il destino di Argo. Ebe, figlia di Giove e ministra di néttare ed
-ambrosia tolta dalla cena de' Numi, porse i vini più pregiati. Apicio
-dagli Elisii portò i raffinamenti del gusto, formati di zucchero. I
-pastori d'Arcadia presentarono varie cose di latte, giuncate, ricotte,
-caci, ec. Vertuno e Pomona posero sulla mensa frutti rarissimi, e
-perchè era inverno. Poi le Najadi, dee dei fonti, portarono pesci.
-Glauco portò frutti e pesci marini. Il Po, l'Adda, Silvano offerirono
-i pesci dei fiumi e laghi maggiori. Terminata la mensa, proseguì
-uno spettacolo composto degli attori medesimi, allusivo alle nozze.
-I costumi erano allora, come si scorge, ingentiliti e quasi troppo
-ricercati e rimoti dalla natura. Però si conosce che generalmente
-doveva essere colta la nobiltà del paese, e sapere la favola e
-gustare la poesia. La maggior parte di questi personaggi presentò le
-vivande cantando versi appropriati. Ciò basti dal Calco. La sposa da
-Vigevano venne al castello di Abbiategrasso; d'onde sul canale detto
-_Naviglio grande_ passò a Milano il giorno primo di febbraio del 1489,
-accompagnata dalla duchessa Bona, dal duca di Bari Lodovico, da don
-Fernando d'Este e da molti altri signori e matrone della più illustre
-nascita, e dagli oratori di quasi tutt'i principi d'Italia. Il giorno
-2 febbraio uscirono gli sposi dal castello in abito bianco; ed alle
-staffe eranvi il conte Giovanni Borromeo e Gianfrancesco Pallavicino,
-primari vassalli. Lodovico il Moro cavalcava in séguito alla testa
-dei principali ministri. Le vie erano tutte coperte dal castello al
-Duomo di parati magnifici. Così celebraronsi le nozze del sesto duca
-Giovanni Galeazzo Sforza. Queste nozze ci fanno dubitare che allora
-forse Lodovico non avesse in mente il progetto di usurparsi il ducato
-di Milano.
-
-Lodovico reggeva lo Stato come governatore a nome del duca, e nelle
-monete eravi da una parte l'immagine del duca: _Johannes Galeaz Maria
-Sfortia Vicecomes Dux Mediolani Sextus_, e dall'altra l'immagine
-di Lodovico colla leggenda: _Ludovico Patruo gubernante_. Ma questo
-governatore sotto varii pretesti rimosse dalle fortezze i castellani
-affezionati al duca, e sostituì uomini interamente dipendenti da
-esso Lodovico. (1491) Poi pensò ad ammogliarsi: e l'anno 1491,
-al 31 gennaio, condusse a Milano la sua sposa, la principessa
-Beatrice d'Este. Ella aveva diecisette anni, Ludovico contava il
-quarantesimo[281]. Si fecero pompe grandissime per queste nozze, e
-il Calco le descrive. Allora l'abito de' dottori collegiati era più
-allegro di quello che ora lo sia:[282] _Purpureis vel coccineis togis
-fulgentes_ comparvero in quelle feste; e gli abiti delle matrone
-erano[283] _falcatis infra ubera pectoribus, ac pallio, ritu gabino,
-dextro ab humero laevum in latus subducto_. Avevano le matrone un lungo
-strascico, ed era pomposo, elegante e grave il loro vestito, in guisa
-che ballavano con graziosa lentezza:[284] _Modicè et venuste_, dice
-il Calco. Per questi sponsali si fecero pure magnifiche giostre: «ed
-il pretio de sì illustrata giostra per egregia virtute hebbe Galeazzo
-Sanseverino e Giberto Borromeo».
-
-Poste a convivere insieme le due principesse, cioè la duchessa Isabella
-e la principessa Beatrice, duchessa di Bari, nacquero de' dissapori.
-Isabella, come moglie del duca regnante, pretendeva d'essere sola
-sovrana; e che Beatrice fosse considerata suddita. Isabella era
-figlia di un re. Beatrice, moglie del tutore del duca, considerava
-la duchessa come la pupilla. L'avo d'Isabella era Ferdinando nato da
-illegittima unione. Le meschine vicende della casa di Aragona nel regno
-di Napoli erano argomenti di cronologia contraposti all'illustre sangue
-estense[285]. (1492) Il fatto di tai domestici partiti fu che Lodovico
-il Moro si rese padrone dell'erario, e passò a disporre il tutto da sè.
-Promoveva alle cariche, faceva le grazie, appena lasciava al nipote
-il nome di duca. Il duca Giovanni Galeazzo e la duchessa Isabella
-scarsamente erano alimentati e penuriavano d'ogni cosa, sebbene fosse
-già feconda la duchessa d'un bambino, nato in febbraio 1491. Posta in
-tale angustia la Isabella, trovò modo di renderne informato Alfonso,
-di lei padre. Il re di Napoli spedì a Lodovico il Moro i suoi oratori,
-i quali, con somme lodi innalzando quanto come tutore aveva fatto,
-conclusero chiedendogli che abbandonasse il governo dello Stato al duca
-Giovanni Galeazzo, che già contava il vigesimo terzo anno dell'età
-sua. Lodovico trattò con onorificenza gli oratori del re Ferdinando,
-avo della duchessa; ma sul proposito di rinunziare al governo non diè
-risposta alcuna.
-
-(1493) Dopo di ciò Lodovico il Moro attentamente osservava i movimenti
-del re di Napoli. Seppe che si allestiva un'armata contro di lui, e
-si preparava una flotta a cui doveva comandare Alfonso, padre della
-duchessa, principe valoroso e prudente. A un tal nembo avrebbe potuto
-resistere Lodovico colle forze proprie, se avesse potuto fidarsi de'
-sudditi che governava. In ogni governo vi è sempre un buon numero di
-malcontenti, essendo le voglie de' popoli sempre maggiori del potere
-sovrano; e questi malcontenti avrebbero abbracciato il partito del loro
-sovrano, l'oppresso duca Giovanni Galeazzo, di cui la condizione moveva
-a pietà, sì tosto che si fosse avvicinata un'armata a sostenerlo.
-Conveniva suscitare un potente nemico all'aragonese re di Napoli, e
-distoglierlo così dal pensiero degli Stati altrui, per difendere il
-proprio. Carlo VIII, re cristianissimo, era nel bollore dell'età; aveva
-ventiquattro anni; amava le imprese grandi; era capace di riscaldarsi
-l'animo. Lodovico, che aveva vissuto alcuni anni nella Francia e
-conosceva la nazione, formò il progetto di far prendere le armi al re
-Carlo, per ricuperare il regno di Napoli. Spedigli come ambasciadore
-Carlo Barbiano, conte di Belgioioso, il quale lo animò a scacciare da
-Napoli gli usurpatori aragonesi, e rivendicando le ragioni della casa
-d'Angiò, unire quel regno alla corona di Francia. Il re aveva già in
-mente di frenare i Turchi, che minacciavano la cristianità; e nessun
-paese era a ciò più vantaggioso, quanto il napoletano. Oltre a ciò si
-rappresentò al re Carlo, che il denaro di Lodovico, le sue milizie
-erano agli ordini suoi, i desiderii de' Napoletani erano per lui; i
-principi d'Italia, il papa, i Fiorentini, i Veneziani, tutti avrebbero
-favorita la impresa. Così offerivasi a Carlo VIII di rinnovare
-nell'Italia la memoria di Carlo Magno. Già i Turchi minacciavano la
-Dalmazia e l'Ungheria. La gloria di salvare i regni cristiani era
-riserbata al primogenito fra i cristiani, il re di Francia. In tal
-guisa il conte di Belgioioso destramente persuase il re. Vinse colle
-maniere accorte e col denaro di Lodovico alcuni primari favoriti.
-L'impresa venne decisa, e il re, convocati gli Stati a Tours, pubblicò
-la guerra pel regno di Napoli; ed ivi anticipatamente distribuì i
-feudi di quel regno, e si appropriò il titolo di re di Gerusalemme e
-di Sicilia, oltre quello di re di Francia. Alcuni ministri francesi,
-per comandare più liberamente colla lontananza del re, applaudirono. Vi
-era chi conosceva non essere facile l'impresa; essere il re Ferdinando
-avveduto; essere valoroso Alfonso di lui figlio; aver essi il fiore
-della milizia al loro stipendio; essere tuttora dubbioso qual partito
-prenderebbero il papa, i Fiorentini e i Veneziani; doversi temere
-l'imperatore Massimiliano e il re di Spagna Ferdinando, pronti forse ad
-invadere la Francia, se ella rimaneva sprovveduta.
-
-Lodovico si adoperò per togliere le dissensioni fra Massimiliano
-imperatore e Carlo VIII. Senza di ciò poteva il re cristianissimo
-venir costretto a retrocedere per difendere la Francia. Massimiliano
-era animato contro il re Carlo, che gli aveva ripudiata la figlia,
-e tolta la sposa ed una provincia. Lodovico cominciò a dar timore
-a Massimiliano, che Carlo VIII in Roma non si facesse incoronar
-dal papa imperatore; giacchè quell'augusto non per anco avea fatta
-cotesta cerimonia. Indusse il re Carlo ad usare tutti gli ossequi
-all'imperatore. Finalmente Lodovico coll'imperator Massimiliano
-concluse di dargli in moglie la principessa Bianca Maria di lui nipote,
-figlia del duca Galeazzo. Concertò, coll'imperatore di essere egli
-dichiarato duca di Milano; e quattrocentomila fiorini d'oro, ossia
-zecchini, vennero pagati all'imperatore. Le nozze della Bianca Maria
-seguirono nel Duomo di Milano il giorno 1º dicembre 1493, avendo
-qua spediti i suoi procuratori Massimiliano. Così Lodovico liberò
-il re Carlo dal timore di una sorpresa dei cesarei. Colla Spagna
-pure segui l'accordo; per cui si cedettero a Ferdinando ed Isabella
-Perpignano e Roncilione. Assicuratosi per tal modo Carlo VIII la
-quiete interna, si dispose a passar le Alpi. Lodovico il Moro era
-un usurpatore, ma lo era grandiosamente. Egli si era sottratto alla
-morale, ed erasi scelta per giudice quella funesta ragion di Stato,
-che suol preferire i misfatti illustri alla oscura virtù. Arbitro fra
-l'imperatore e il re di Francia, dà una nipote per moglie al primo; fa
-passare il re nell'Italia. La scena ch'ei rappresentò sul teatro di
-Europa, è da monarca assai superiore alla condizione di un semplice
-duca di Milano. Poichè il re Ferdinando di Napoli vide il fulmine
-che stavagli imminente, spedì a Lodovico il Moro Camillo Pandone,
-pregandolo acciocchè volesse allontanare il re Carlo dalla impresa, e
-promettendogli di essere pronto dal canto suo a guarentire a Lodovico
-tutto quello che più gli fosse piaciuto pel Milanese. Il conte Carlo di
-Belgioioso da Parigi volò in cinque soli giorni nella Lombardia[286],
-e a nome del re di Francia venne a proporre a Lodovico una perpetua
-confederazione, offerendogli anche il principato di Taranto. Ma il
-saggio conte, da ministro fedele, cercò di sconsigliare Lodovico,
-mostrandogli l'incertezza della impresa e il pericolo dell'Italia e
-suo, qualora mai riuscisse. Lodovico, accettando i consigli del conte
-e le offerte del re Ferdinando, avrebbe potuto gloriosamente usurpare
-il dominio; egli volle nondimeno persistere nel primo impegno. Perchè
-poi ricusasse quell'ottimo partito e preferisse una guerra pericolosa
-al godimento tranquillo dello Stato, non lo dice la storia. Forse
-egli non si fidò del re Ferdinando, nè dalle forzate offerte di lui;
-finchè, passato il timore, non dovesse nuovamente vederselo nemico.
-Forse egli ascoltò le personali passioni più che non si conviene
-ad un sovrano; e l'odio contro la casa di Aragona, o la benevolenza
-verso gli amabili francesi, presso i quali era vissuto, prevalsero ai
-sentimenti che doveva adottare come uomo di Stato. Il vero motivo non
-si sa: unicamente ci è noto che Lodovico promise al re Carlo di Francia
-cinquecento uomini d'armi, quattro navi, dodici galere, il suo erario e
-la sua persona. (1494) Inutilmente il papa Alessandro VI spedì emissari
-nella Francia per frastornare la venuta del re. Lodovico se ne avvide,
-ed animò il re Carlo a non differire, acciocchè i Napoletani, il papa
-ed Fiorentini non avessero tempo di radunare un'armata e disputargli i
-difficili passi degli Appennini. Il re Carlo VIII si ritrovò in Asti
-il giorno 11 settembre 1494. Poi, il giorno 14 ottobre, nel castello
-di Pavia, venne magnificamente accolto da Lodovico il Moro. Ivi il re
-visitò il duca Giovanni Galeazzo, ammalato di consunzione, _e non senza
-qualche suspecto_, dice il Corio; l'infermo raccomandò alla pietà del
-re Francesco suo figlio e la duchessa sua moglie; e fra pochi giorni
-terminò la sua vita al 22 ottobre nella età di venticinque anni[287].
-Il di lui figlio Francesco poi visse nella Francia e fu abate di
-Marmoutiers. Lodovico somministrò al re non poca somma di denaro. Corio
-dice della morte del duca, che parve ad ognuno «crudele cosa che non
-attingendo anche il vigesimo quinto anno di sua etate, come immaculato
-agnello, senza veruna causa fusse spinto dal numero de' viventi». Il re
-di Francia si mostrò sensibile a tal morte. Volle in Piacenza, ove lo
-seppe, onorare il defunto con funerali, e vestì gran numero di poveri
-col danaro suo; il che fu forse cagione onde fosse da Lodovico fatto
-trasportare in Milano e tumulare in Duomo colle cerimonie consuete
-l'infelice nipote, che fu il sesto duca di Milano, non perchè abbiavi
-comandato giammai, ma perchè ne portò il titolo; e le monete coniate ed
-i diplomi spediti furono in di lui nome e colla di lui effige.
-
-
-
-
-CAPITOLO XIX.
-
- _Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta del re
- di Francia Lodovico XII._
-
-
-Lodovico aveva il diploma imperiale che lo dichiarava duca di Milano;
-ma lo teneva nascosto. Già vedemmo che l'imperatore Federigo non
-concesse mai il ducato di Milano nè a Francesco Sforza, nè a Galeazzo
-Maria. Giunto alla suprema dignità dell'Impero Massimiliano I, ei ne
-conferì il ducato non già al primogenito dell'ucciso Galeazzo, ma al
-tutore di esso, Lodovico il Moro. Il diploma venne spedito in Anversa
-il giorno 5 settembre 1494. In esso diploma dichiara quell'augusto che
-preferiva Lodovico, perchè esso fu generato da Francesco Sforza mentre
-possedeva il ducato; il che non poteva dirsi di Galeazzo. Pare che
-avrebbe dovuto l'estensore del diploma omettere questa cavillazione,
-superflua presso l'imperatore, che non riconosceva altri duchi di
-Milano, se non i nominati ne' cesarei diplomi. Con altro diploma 8
-ottobre 1494, dato pure in Anversa, l'imperatore dichiara che Lodovico
-gli facesse istanza per ottenere l'investitura del ducato in favore di
-Giovanni Galeazzo; ma che l'imperatore Federigo, suo padre, ed egli lo
-aveano ricusato, perchè[288] _praefactus Joannes Galeaz ipsum ducatum
-et comitatum a populo Mediolanensi recognovit, quod quidem fuit in
-maximum Imperii praejudicium; et quia est de consuetudine sacri Romani
-Imperii neminem unquam investire de aliquo statu sibi subjecto, si eum
-de facto sibi usurpavit, vel ab alio recognoverit_[289]. Lodovico,
-mentre in segreto possedeva questi diplomi imperiali, convocò nel
-castello i primari dello Stato; e notificando la morte seguita del
-duca Giovanni Galeazzo, propose loro d'acclamare per duca Francesco,
-bambino primogenito del defunto. Il presidente della camera, Antonio
-Landriano, vi si oppose, attesa l'età del fanciullo: e ricordando le
-inquietudini della minorità passata, lo stato d'Italia col re Carlo
-alla testa d'un'armata, i pericoli imminenti, propose che Lodovico
-medesimo fosse da riconoscersi duca, come quel solo che nelle procelle
-attuali poteva difendere lo Stato. Nessuno ardì di uniformarsi alla
-proposta di Lodovico; e il voto del Landriano venne secondato da tutti.
-Ben tosto, uscendo dal consiglio, lo proclamarono duca nel mentre
-appunto che nel Duomo, allo spettacolo dell'estinto Giovanni Galeazzo,
-esposto colla pompa funebre allo sguardo di ognuno, si versavano
-lagrime di compassione sul misero di lui fato. La vedova duchessa
-Isabella, coi poveri bambini suoi, stavasene in Pavia, rinchiusa entro
-una stanza, ricusando la luce del giorno, giacendo per tristezza sulla
-nuda terra, in mezzo a lugubri abbigliamenti, ivi inteso una tale
-proclamazione, che toglieva la sovranità anche ai meschini avanzi del
-giovane suo sposo, e poneva il colmo al trionfo della rivale duchessa
-Beatrice. (1495) Quando il popolo invidia la condizione de' signori
-grandi, ha egli sempre ragione? Due ministri imperiali vennero a Milano
-per conferire la dignità ducale a Lodovico; ed era appunto allora che
-si compieva il secolo in cui la stessa cerimonia erasi fatta per il
-primo duca. Il giorno 26 di maggio del 1495, alla porta del Duomo,
-_con stupende cerimonie_, dice il Corio, ornarono Lodovico del manto,
-berretta e scettro ducale, sopra un eminente trono. Giassone del Maino,
-celebre legista, pronunziò l'orazione; poscia si andò a Sant'Ambrogio;
-«d'unde in castello, dove furono celebrati li stupendi triumphi quanto
-a nostro secolo fussino d'altri»; così il Corio.
-
-Stacchiamo lo sguardo, almen per poco, dai tristi avvenimenti della
-politica, e rimiriamo oggetti più ameni, cioè i progressi che la
-coltura fece presso di noi sotto il governo di Lodovico il Moro.
-Lodovico dapprincipio fabbricò il vastissimo claustro del Lazzaretto
-secondo l'uso di quei tempi; ma in appresso egli pose all'architettura
-per maestro il Bramante da Urbino, alla pittura Leonardo da Vinci.
-Questi grandi uomini erano cari a Lodovico. Sotto la scuola di
-quest'ultimo si formarono Polidoro da Caravaggio, Cesaro da Sesto,
-Bernardo Luino, Paolo Lomazzi, Antonio Boltrasio ed altri, dai quali
-ebbe vita ed onore la scuola milanese. L'architettura era ne' primi
-anni sotto Lodovico resa elegante bensì, ma conservava capricciosi
-ornamenti, siccome scorgevasi nella facciata della casa de' signori
-conti Marliani[290]. Poi s'innalzò il magnifico tempio della Madonna di
-San Celso; si eresse la facciata del palazzo arcivescovile; si fabbricò
-il chiostro, veramente nobile e grandioso, dell'imperial monastero di
-Sant'Ambrogio[291]; e così si esposero allo sguardo pubblico modelli
-di bella architettura. Lodovico grandiosamente stipendiava gli abili
-artisti e gli uomini d'ingegno; accordava loro piena immunità da
-ogni carico; animava i progressi della coltura. Demetrio Calcondita,
-Giorgio Merula, Alessandro Minuziano, Giulio Emilio erano fra noi gli
-illustri letterati protetti e beneficati dal Moro. Bartolomeo Calco,
-segretario di Stato ed uomo colto, per secondare il genio del suo
-principe, instituì le scuole pubbliche, le quali sino ai giorni nostri
-ne portano il nome. Tommaso Grassi eresse e dottò altre scuole per
-gratuita istituzione della gioventù; e queste pure conservano il nome
-del loro fondatore. Tommaso Piatti, che sommamente era in favore presso
-Lodovico, instituì pubbliche cattedre di astronomia, geometria, logica,
-lingua greca ed aritmetica. Con tali beneficenze pubbliche si otteneva
-l'amicizia di Lodovico; il che certamente fa sommo onore alla memoria
-di lui. Non è dunque da meravigliarsi se di que' tempi le belle lettere
-venissero in fiore, e se da quella scuola uscissero poi Girolamo
-Morone, di cui accaderà in breve ch'io parli, Andrea Alciato e Girolamo
-Cardano. Scrivevano allora la storia patria Tristano Calco, memorabile
-per l'elegante suo stile latino, e per la molta accuratezza; Bernardino
-Corio, inelegante scrittore bensì, e creduto compilatore delle antiche
-favole, ma accurato e fedele espositore delle cose de' tempi più
-vicini. Allora la poesia, la musica, tutte le belle arti ebbero vita e
-onore. Il cavaliere Gaspare Visconti in quella età scriveva rime degne
-di leggersi[292]. Ecco quasi per saggio tre sonetti di lui fra i molti
-che ho esaminati. Il primo, singolarmente nei due quaderni, mi pare
-assai robusto e poetico.
-
- «Rotta è l'aspra catena e il fiero nodo
- Che l'alma iniquamente già mi avvinse;
- Rotto è il gruppo crudel che il cor mi strinse,
- Onde mia sorte ne ringrazio e lodo.
-
- Fuor del pensiero ho l'amoroso chiodo,
- Che poco meno a morir mi sospinse;
- E il volto che nel petto amor mi pinse,
- Lì dentro è casso, e senza affanni or godo.
- Ringrazio il cielo, il qual m'ha liberato
- Dalla cieca prigion, piena d'orrore,
- Dove gran tempo vissi disperato.
- E quando a sè pur mi rivolgi amore,
- Me leghi a un cuor che sia fedele e grato,
- Ch'io servirò per fino all'ultim'ore».
-
-L'altro sonetto seguente parmi assai leggiadro, e ci fa vedere che
-l'allegria e la sociabilità erano conosciute da que' nostri antenati.
-Anco un'altra osservazione sul costume ci si presenta; ed è che, usando
-allora le gentildonne abiti pesantissimi di broccato, non potevano
-altrimenti ballare vivacemente come ora si costuma; ma unicamente
-potevano moversi con graziosa lentezza, _modice et venuste_, siccome
-nel capitolo precedente vedemmo[293]: perciò Gaspare Visconti nel
-seguente sonetto, fra i pregi delle ballerine, annovera il mover _lenti
-lenti_ i piedi. Ecco il sonetto:
-
- «Io vidi belle, adorne e gentil dame
- Al suon di soavissimi concenti
- Co' loro amanti mover lenti lenti
- I piedi snelli, accese in dolci brame.
- E vidi mormorar sotto velame
- Alcun degli amorosi suoi tormenti,
- Dividersi, e tornare al suono intenti,
- E cibar d'occhi l'avida sua fame;
- Vidi stringer le mani, e lasciar l'orme
- Dolcemente stampate in lor non poco,
- E trovarsi in due cor desio conforme.
- Nè mirar posso così lieto giuoco,
- Ch'a pensier lieto alcun possa disporme
- Senza colei che notte e giorno invoco».
-
-D'un altro genere, men elevato sì, ma pregevole per la facilità, è il
-sonetto seguente ch'ei scrisse a messer Antoniotto Fregoso, da cui
-veniva avvisato che una indiscreta vecchia non cessava d'infamarlo.
-Così rispose:
-
- «Omai, Fregoso, io son come il cavallo
- Che porta il tuon delle pannonie schiere,
- O come quel qual usa il schioppettere,
- Che al bombo del schioppetto ha fatto il callo.
- Riprenda pur la plebe ogni mio fallo,
- Che tanto fa il suo dir quanto il tacere,
- Qual son l'opere mie, quale il volere,
- Chi il vero intende, apertamente sallo.
- Che diavol sarà poi con questa femmina,
- La qual non altra cosa che zizania
- Nel steril orto del rio volgo semina!
- Sola sè stessa infin, non altri lania;
- E quanto più suo pazzo error s'ingemina,
- Tanto a chi sa, dimostra più sua insania.»
-
-Dal fine d'un sonetto ch'egli scrisse alla Beatrice d'Este, si conosce
-qual ascendente quella principessa avesse sull'animo di Lodovico:
-
- «Donna beata, e spirito pudico,
- Deh, fa benigna a questa mia richiesta
- La voglia del tuo sposo Lodovico.
- Io so ben quel che dico:
- Tanta è la tua virtù, che ciò che vuoi
- Dello invitto suo cor disponer puoi[294]».
-
-Di questo magnifico e generoso cavaliere aurato, Gaspare Visconti,
-consigliere ducale, evvi pure un poema stampato _per magistro Philippo
-Mantegatio dicto et Cassano, in la excellentissima cittade de Milano,
-nell'anno_ MCCCCLXXXXV, _a dì primo de aprile_. Questo poema ha per
-titolo: _Paulo e Daria amanti_. Non v'è traccia che meriti di seguirne
-la lettura. Vi sono però alcune ottave passabili, come:
-
- «Messer Luchino in segno di letizia
- Fece ordinar un bel torneamento,
- E de' compagni della sua milizia
- Ne scelse appunto al numero duecento;
- Ciascun de' quali ha forza e gran divizia;
- Milanese ciascun, pien d'ardimento;
- Che allor Milano al marzial negozio
- Molto era intento e non marciava in ozio.
- Giunto era il giorno al tornear proposto
- Da Luchin di Milan, signor e padre,
- Qual credo fosse a' quindici d'agosto.
- Quando vennero in campo ambe le squadre
- Ognun quanto più può, fa del disposto,
- Con sopraveste e fogge alte e leggiadre,
- All'uso pur di quel buon tempo prisco,
- Ch'ogni ornamento suo pagava el fisco.
- La compagnia d'Éstor tutta ross'era;
- L'altra di Dario candida si vede,
- Che de' Visconti la divisa vera
- Bianca e rossa è, se al ver si presta fede, ec.
- Canto II[295]».
-
-Il Corio ci descrive l'urbanità, l'opulenza, il raffinamento e il
-lusso della corte di Lodovico, prima che sventuratamente promovesse
-l'invasione dei Francesi. Spettacoli, giostre, tornei, occupavano
-l'ozio felice di que' tempi, ne' quali quel signore compariva il più
-rispettato principe d'Italia. L'ambasciator veneto Ermolao Barbaro,
-spettatore di que' tornei, compose i seguenti versi conservatici dal
-Corio:
-
- _Cum modo constratos armato milite campos_
- _Cerneret, expavit pax, Ludovice, tua._
- _Et mihi: surge inquit, circum sonat undique ferrum._
- _Me meus ejecta Conditor arma parat._
- _Te rogo per Veneti sanctissima jura Senatus,_
- _Occurre ingenti, si potes, exitio._
- _Tunc ego: pone metum, Dea; te Lodovicus adorat._
- _Numine plus gaudet, quam Jovis, ille tuo._
- _Nec tu bella time, simulacra et ludrica sunt haec;_
- _Misceri hoc tantum convenit arma loco._
- _I nunc, et coelo terras cote, Diva, relicto;_
- _Sin minus, hic pro te sufficit, alta pete,_
- _Sforciadasque tuos terra defende marique,_
- _Et belli et pacis artibus egregios._[296]
-
-Frutto di questa universale coltura promossa dal duca e dalla
-giudiziosa scelta ch'egli sapeva fare degli uomini di merito, fu
-la riunione del canale della Martesana con l'altro antico cavato
-del Tesino. Lionardo da Vinci, siccome ho accennato al capitolo
-decimosettimo, con sei sostegni superò la differenza del livello di
-circa tredici braccia, e rese la navigazione comunicante dal Tesino
-all'Adda. «L'invenzione dei sostegni a gradino era appunto di quel
-tempo; e i primi modelli in questo genere si sono veduti nei navigli di
-Bologna e di Milano». Così dice il sullodato Paolo Frisi[297].
-
-Il sistema del governo allora era questo. Lodovico aveva quattro
-segretari. Bartolomeo Calco era alla testa degli affari di Stato;
-egli apriva le lettere dei principi esteri; disponeva le risposte;
-dirigeva il carteggio co' ministri alle corti estere; trattava coi
-ministri forestieri residenti in Milano. Aveva sotto di sè varii
-cancellieri, uno per Francia, uno per Germania, uno per Venezia,
-e così dicendo. Il reverendo Jacopo Antiquario era segretario per
-le cose ecclesiastiche, per le spedizioni de' benefizii e cause
-dipendenti. Giovanni da Bellinzona era segretario per gli affari di
-giustizia, e singolarmente criminali. Giovanni Jacopo Terufio aveva
-gli affari della camera, e fissava la lista delle spese de' salariati
-ed altre costanti, spedendole ai _Magistri delle entrate_, ossia a
-quel corpo che oggidì chiamasi _Magistrato_, acciocchè ne facesse
-seguire alle scadenze i pagamenti. Questi quattro segretari avevano
-i loro dipartimenti nel castello, ordinaria residenza del duca[298].
-Le entrate del duca ascendevano, tutto compreso, a seicentomila
-annui zecchini[299]. Delle gioie da monarca che Lodovico il Moro
-possedeva, le quali diede in pegno per averne danari, quattro pezzi sol
-bastano per darcene idea. Da un manoscritto antico conservato nella
-grandiosa collezione del signor principe di Belgioioso d'Este[300],
-ciò ho rilevato. La carta si intitola: «Zoye impegnate che erino
-dell'illustrissimo signor Lodovico Sforza — El balasso chiamato el
-spino, estimato ducati venticinquemille. El rubino grosso con la
-insegna del caduceo, de carati 22, con una perla de carati 29, estimati
-ducati venticinquemille. La punta grossa di diamante, estimata ducati
-venticinquemille. La perla grossa pesa con l'oro den. 6, gra. 9, vale
-ducati diecimille». Il Corio ci descrive Lodovico Sforza come uomo
-di molto ingegno, d'aspetto veramente maestoso, di contegno nobile, e
-singolarmente pacato mai sempre, anche nelle occasioni nelle quali è
-più difficile il conservarsi tale. Le immagini che ci rimangono di lui,
-ci rappresentano appunto una fisonomia corrispondente, ed anche nel
-conio delle monete di allora si conosce la eleganza e maestria d'ogni
-bell'arte.
-
-Ripigliamo il filo della storia. I Francesi, entrati nell'Italia
-sotto il loro re Carlo VIII, la trascorsero come un fulmine
-dalle Alpi sino al regno di Napoli, di cui quasi senza contrasto
-s'impadronirono. Nessun riguardo usarono sulle terre del duca; anzi
-a Pontremoli uccisero varii del paese, ed alcuni degli stipendiati
-del duca. Cominciò allora, ma tardo, ad accorgersi Lodovico del
-vortice pericoloso in cui si era voluto immergere. Il duca d'Orleans
-in Asti non dissimulava punto d'essere quella l'occasione opportuna
-per far valere le ragioni della principessa Valentina, di lui ava,
-sul ducato di Milano. Il re Carlo si presenta a Firenze, e senza
-ostacolo se gli aprono le porte. Passa a Roma; indi, in tredici giorni,
-scaccia da Napoli e dal regno gli Aragonesi, ai quali appena erano
-rimaste alcune città marittime. Questo fatto veramente memorando e
-romanzesco, benchè verissimo, sbigottì tutti gli Stati d'Italia. Ma
-il tempo lasciò loro ripigliar animo. L'armata francese, insolentita
-per tanta fortuna, disprezzava troppo gli abitatori del paese. Non
-avevano limite alcuno le violenze di ogni genere. La rapina era
-senza nemmeno un velo di pudore. La virtù e la bellezza si credevano
-un prezzo giusto della conquista. Nessun asilo era sicuro contro
-della scostumatezza del vincitore. Il nome francese in pochi giorni
-divenne odioso a tutto il regno; ed il re Carlo trovossi mal sicuro
-e incerto di avere la comunicazione libera colla Francia. Il duca
-di Orleans mosse le sue genti dalla città di Asti verso Novara, e
-inaspettatamente la occupò, spiegandosi senza mistero di prendere
-egli per sè il milanese, come discendente dalla Valentina. Lodovico
-Sforza, costernato per tal rovescio, mal sicuro dei sudditi (presso i
-quali la morte dell'innocente duca Giovanni Galeazzo, la depressione
-della misera duchessa Isabella, il supplizio del Simonetta, l'usurpato
-dominio e la comperata investitura erano argomenti di avversione,
-malgrado le altre molte sue eccellenti qualità), Lodovico Sforza
-adunque in tal condizione si abbandonò d'animo a segno, che divisò
-di ricoverarsi in Aragona, ed ivi privatamente finire i giorni suoi,
-di che tenne discorso col ministro di Spagna residente in Milano. Ma
-Beatrice d'Este lo rianimò, s'intromise e lo costrinse a pensar da
-sovrano. Si formò una nuova lega fra il papa, i Veneziani e il duca di
-Milano. Sollecitamente riunirono le loro milizie per la comune salvezza
-dell'Italia. Le forze si postarono verso gli Appennini, attraverso
-dei quali dovevano passare i Francesi. Il re immediatamente partì
-da Napoli, lasciando in quel regno varii presidii nelle fortezze,
-e conducendo seco circa quindicimila uomini. Il papa si ricoverò in
-Ancona. Passò il re dalla Romagna e dalla Toscana, e giunto fralle
-angustie de' monti a Val di Taro, ivi ritrovò circa dodicimila soldati
-della nuova lega. Per un araldo il re fece significare ai collegati di
-maravigliarsi, trovando impedito il passaggio, non cercando egli se non
-di ritornarsene in Francia, pagando col suo denaro i viveri. Risposero
-i collegati che non lo avrebbero permesso, se prima non si restituiva
-Novara, indebitamente sorpresa. Ritornò l'araldo dicendo, che il re
-intendeva di passare senza condizione veruna; e che in caso di rifiuto
-ei si sarebbe fatta la strada sopra i cadaveri degl'Italiani. Questi
-risposero al re Carlo, che non si sarebbe egli spianata la via così
-facilmente, come gli era accaduto a Napoli e che lo aspettavano alla
-prova. Seguì poscia un'azione sanguinosa da ambe le parti, in cui però
-nessuna ebbe compiuta vittoria. Il re non si aprì l'uscita, nè rimase
-oppresso. Conobbe però il re Carlo che l'impresa non era sì facile,
-quanto se l'era immaginato. Spedì un araldo chiedendo tregua per
-tre giorni, onde seppellire i cadaveri, e i collegati l'accordarono
-soltanto per un giorno e mezzo. In sì fatto labirinto trovavasi il
-re cristianissimo, donde ne uscì il giorno 8 di luglio del 1495,
-fingendo di attaccare l'armata della lega, e frattanto ponendosi in
-marcia per uno stretto mal custodito dalla parte della Trebbia, e così
-ritornossene nel suo regno con poca gloria: poichè il re aragonese
-di Napoli, il quale erasi ricoverato nell'isola d'Ischia, ben tosto
-ricomparve nella sua capitale, dove fu con applauso e festa ricevuto;
-ed i presidii francesi, mancando di soccorso, attorniati da un popolo
-nemico, dovettero un dopo l'altro abbassar le armi e rendersi. Lo
-storico Voltaire si è lasciato sedurre dall'amor nazionale a segno di
-essere ingiusto cogl'Italiani in raccontando questa spedizione del suo
-re; quasi che, effeminati, molli, degradati, non vi fosse più fra di
-noi nè coraggio nè valor militare. Gli storici contemporanei d'Italia
-sono una manifesta prova dei traviamenti dell'autore francese nella
-decantata sua opera sulla storia generale; traviamenti che io appunto
-ho notati, perchè in moltissimi altri luoghi, riscontrandolo, hollo
-trovato tanto vero ed esatto, quanto elegante pensatore.
-
-(1496) Il duca Lodovico, quantunque liberato dall'imminente pericolo,
-non avea peranco riacquistato quel robusto vigor d'animo, senza di
-cui non si preserva lo Stato negli eventi contrari. Fortunatamente la
-duchessa Beatrice potè far le sue veci. Si raccolsero i confederati a
-scacciare il duca d'Orleans da Novara. Ivi la Beatrice d'Este vedeva
-schierarsi gli armati _al suo conspecto_, dice il Corio. Novara ritornò
-al duca. I Francesi abbandonarono il paese. La pace venne sottoscritta.
-Così in un anno cominciò e finì la rapidissima spedizione di Carlo
-VIII, senza verun frutto pei Francesi, anzi con loro danno e con
-danno dell'Italia. Cessato appena il pericolo dei Francesi, nacquero
-le solite rivalità fra gli Stati d'Italia. I Fiorentini volevano
-assoggettar Pisa. I Pisani si offersero al duca Lodovico, il quale per
-non offendere i Fiorentini, non volle accettarli. I Pisani si esibirono
-ai Veneziani, e questi, sebbene formalmente non li accettassero,
-destramente posero in Pisa un presidio. Lodovico, signore di Genova, e
-dell'isola di Corsica, da Genova dipendente, non mirò con indifferenza
-tal fatto, per cui le forze marittime venete potevano acquistare nuovi
-appoggi nel mar Tirreno. Pisa era considerata città imperiale. Il
-duca spedì all'imperatore Massimiliano Marchesino Stanga, animandolo
-a passare nell'Italia e soccorrere Pisa. Poi, nell'anno medesimo
-1496, egli e la duchessa Beatrice sua moglie per Bormio si portarono
-incontro a quell'augusto a Malsio, e seco lungamente concertarono
-la spedizione. Per lo che l'imperatore per la Valtelina sen venne a
-Como; indi a Meda venne accolto dal duca e dalla duchessa Beatrice con
-pompa conveniente. Ivi concorsero gli oratori di quasi tutt'i principi
-d'Italia. Perchè l'imperatore non volesse veder Milano non lo so.
-Egli per Abbiategrasso, Vigevano e Tortona passò a Genova, d'onde per
-mare passò a Pisa, e festosamente vi fu accolto. Nessun altro frutto
-nacque da tale comparsa. L'imperatore ritornossene in Germania. Così il
-duca Lodovico fece comparire inutilmente nell'Italia il re di Francia
-prima, poi l'imperatore. (1497) Al cominciar dell'anno 1497 accadde al
-duca Lodovico Sforza la maggior disgrazia; e fu che li 2 di gennaio
-la duchessa Beatrice d'Este morì di parto, lasciandogli due figli,
-Massimiliano di cinque anni, e Francesco di quattro. La duchessa morì
-nell'età di 23 anni. Donna di animo virile; l'ascendente di cui reggeva
-la volontà del marito. Lodovico, dopo un caso sì funesto, non visse
-che in mezzo alle disgrazie, siccome vedremo, e non ne dimenticò mai
-la memoria. Vennero celebrate le solenni pompe funebri alla duchessa
-nella chiesa delle Grazie, dove fu tumulata: «et quivi fine al septimo
-giorno con la nocte, senza interposizione pur de un quarto d'hora,
-si celebrarono messe e divini officii, il che veramente fu cosa di
-non puocha admirazione», dice il Corio. Il mausoleo di marmo colla
-statua di lei costò più di quindici mila ducati d'oro. Quella statua
-giacente scorgesi oggidì nella chiesa della Certosa presso Pavia, a
-canto ad una simile del di lei marito Lodovico, come si è accennato
-più sopra. L'anno del lutto fu tristissimo per l'infelice vedovo
-duca, privato della cara amica, unica confidente e reggitrice de' suoi
-pensieri. L'uso sin d'allora era di stendere i parati neri su tutti
-gli addobbi di corte. Terminato appena l'anno, l'inaspettata morte del
-re di Francia Carlo VIII, che non lasciava figli maschi, fe' passar
-la corona sul capo del duca d'Orleans Lodovico XII, primo principe
-del sangue, discendente del re Carlo V. L'ava di Lodovico XII fu
-appunto la Valentina Visconti, figlia del primo duca di Milano Giovanni
-Galeazzo. Il re nuovo di Francia pretendeva que' diritti che non poteva
-allegare Carlo VIII, che da lei non discendeva; ed il nuovo re aveva
-chiaramente già palesata co' fatti la volontà di farli valere. Il re
-aveva trentasei anni; e come duca d'Orleans assumeva il titolo di duca
-di Milano.
-
-I Veneziani, il papa Alessandro VI e il nuovo re di Francia Lodovico
-XII si collegarono. I Veneziani pretendevano il Cremonese e la Gera
-d'Adda; per modo che i confini loro si stabilissero quaranta braccia
-lontani dalla sponda sinistra dell'Adda, rimanendo il fiume colle
-due sponde al ducato di Milano. Il papa pretendeva Imola, Forlì,
-Pesaro e Faenza, per formare uno Stato al duca di Valentinois Cesare
-Borgia, suo figlio. Il re di Francia pretendeva il regno di Napoli
-e il milanese. (1498) Si collegarono promettendosi vicendevole
-assistenza; ed il trattato si sottoscrisse in Blois il giorno 25 di
-marzo dell'anno 1498[301]. Il re di Francia aveva ottenuto dal papa
-Alessandro VI di ripudiare Giovanna, duchessa di Berrì, figlia di
-Luigi XI, re di Francia, che da ventitre anni eragli moglie; e così
-potè sposare la vedova di Carlo VIII, Anna di Bretagna, che gli recava
-la Bretagna in dote. Per tal benemerenza Cesare Borgia fu creato
-duca di Valentinois, e furongli promesse le città della Romagna,
-che possedevansi dai signori della Rovere. Soprastava un tal nembo
-sul capo del già abbattuto duca Lodovico, quando per parte del re di
-Francia gli venne fatta proposizione di lasciargli godere il ducato
-sin ch'ei fosse vissuto, e per due anni ancora lo godessero dopo
-sua morte i di lui figli, a condizione che frattanto egli sborsasse
-ducentomila ducati d'oro al re di Francia. V'era di più la condizione
-che qualora Lodovico XII non avesse figli, non si turbasse il dominio
-dei successori dello Sforza. L'affare venne proposto nel consiglio del
-duca. Il tesoriere ducale Landriano[302] altamente opinò, che mai non
-si dovesse accettare un tale progetto, poichè con ducentomila ducati
-ve n'era abbastanza, a parer suo, per far la guerra per ducent'anni
-al re di Francia. La bravata era senza fondamento; pure il duca vi si
-uniformò. Quando poscia ne venne in seguito la eversione totale dello
-Stato, un gentiluomo milanese, che nominavasi Simone Rigoni, affrontò
-l'adulatore Landriano, per cui lo Stato e la patria erano in rovina,
-e lo uccise[303]. (1451) I francesi aveano un punto di appoggio di qua
-dalle Alpi nella città di Asti; ed ivi il re Lodovico XII fece passare
-un grosso esercito, e ne diede il comando a Gian Giacomo Trivulzio,
-valoroso soldato, illustre milanese, nemico personale del duca Lodovico
-Sforza, da cui gli erano stati confiscati i beni. Questo comandante
-aveva la cognizione del paese, un partito, una passione sua propria per
-abbattere il duca; avea servito già nella spedizione di Carlo VIII;
-era insomma il più opportuno generale che il re di Francia potesse
-scegliere a questa impresa. Il duca non poteva fidarsi nè delle forze
-proprie, nè della volontà dei sudditi, per le ragioni già accennate. I
-soccorsi da Napoli o da Firenze erano incerti e remoti. L'imperatore
-Massimiliano, nipote del duca, era di buona fede e impegnato per
-lui; ma il pericolo sovrastava a giorni. Il duca scelse il partito di
-abbandonare lo Stato e seco condurre nel Tirolo i figli, ricorrendo
-a quell'augusto. I Veneziani s'avanzavano dalla parte d'Oriente;
-dall'opposta s'innoltravano i Francesi sotto del Trivulzio: non v'era
-tempo a consigli. In quel punto venne presentata al duca una lista
-di quindici primari signori del paese che tramavano contro di lui, e
-tenevano segreta corrispondenza col nemico. I fatti erano avverati. Il
-duca non volle far male alcuno a coloro che avea beneficati ed amava.
-Prima di abbandonare Milano egli portossi dalla duchessa Isabella,
-le cedette il ducato di Bari, le chiese il di lei figlio Francesco
-per salvarlo e condurlo seco nella Germania; ma la duchessa no 'l
-consentì. Pensò Lodovico il Moro di confidare il castello di Milano
-ad un uomo di provata fede, giacchè dalla difesa di esso dipendeva
-la sovranità. Nel castello era riposto l'archivio ducale, vi erano
-tutte le preziose suppellettili della duchessa Beatrice e degli
-antecessori, valutate centocinquantamila ducati. V'era un presidio
-di duemila ottocento fanti, mille ottocento pezzi d'artiglieria, e
-abbondantissime vittovaglie e munizioni da guerra. Lodovico divisò
-di affidarne il comando a Bernardino da Corte. Il cardinale Ascanio
-Sforza, fratello, e il Sanseverino l'avvertirono di non fidarsi di
-colui. (1499) Ma il duca non badò loro, e fattolo a sè chiamare, lo
-dichiarò castellano; indi, umanissimamente abbracciandolo, gli disse:
-Io vi confido la più preziosa fortezza del mio Stato, difendetela
-per soli tre mesi, e se dentro questo spazio non vi manderò soccorso,
-disponetene come giudicherete a proposito; il che accadde nel giorno
-memorabile 2 settembre 1499. Ciò fatto, il duca verso sera uscissene
-dal castello, e diè congedo ai molti signori ch'erano disposti ad
-accompagnarlo. Altra cura aveva nell'animo, suggerita dall'intimo
-del cuore, la quale non poteva essere che frastornata dai vani omaggi
-de' sudditi. Non poteva allontanarsi da Milano senza sentire che si
-allontanava dall'amata spoglia della Beatrice, a cui destinò l'ultima
-visita. Cavalcò alle Grazie; volle rivedere la tomba e l'effigie della
-perduta sposa. I sentimenti di natura si rinvigoriscono a proporzione
-che dileguansi le larve della fortuna. Non poteva staccarsene, e
-costretto pure a partirsene, più volte si rivolse a mirare il monumento
-della sua tenerezza e del dolor suo. Immediatamente di là s'incamminò
-a Como, d'onde pel lago passò nella Valtellina, indi per Morbegno,
-Sondrio, Tirano, Bormio, Bolzano e Brixen passò ad Inspruck, residenza
-dell'imperatore Massimiliano. Prima però d'imbarcarsi sul lago di
-Como, il duca, da una loggia in Como, si presentò al popolo, e fece
-da quel luogo pubblicamente noti i sentimenti suoi, dicendo: «Che
-la fortuna avversa l'aveva ridotto a quel duro passo di abbandonare
-lo Stato, senza ch'egli avesse luogo a rimproverarsi imprudenza o
-spiensieratezza alcuna. Che l'unico motivo di tale ingrato destino egli
-doveva riconoscerlo dalla perfidia di coloro ne' quali sventuratamente
-aveva riposta la più sincera fidanza. Egli confessava di essersi
-ingannato nella scelta, e di essersi con troppo buona fede lasciato
-sedurre da que' visi mascherati i quali attorniano i sovrani. Il male
-era fatto. In quel punto egli andava co' suoi figli a ricovrarsi presso
-dell'augusto Massimiliano; giacchè s'egli avesse preteso in quel punto
-di opporsi alla prepotente armata de' Francesi invasori, avrebbe fatto
-versare il sangue umano senza probabilità veruna di preservare lo Stato
-dalla inevitabile occupazione. Ch'egli dall'imperatore si prometteva
-ogni soccorso, e pei stretti vincoli di sangue che lo univano a quel
-monarca, e per la giustizia della sua causa, che interessava l'Impero
-in favore di sè, come feudatario del medesimo. Che gli onori già
-concessigli dalla cesarea maestà erano una caparra del buon successo;
-sicchè sperava fra poco di rivedere la patria con una armata bastante a
-liberarla dall'usurpazione del re di Francia. Raccomandò ai sudditi di
-accomodarsi ai tempi, di non eccitare con intempestivo zelo la vendetta
-de' Francesi, onde al suo ritorno potessero accoglierlo come loro
-padre, giacchè egli li considerava tutti come suoi figli». La presenza
-di spirito di parlare in pubblico, e di parlarvi in tanto angustiosa
-occasione, e sì acconciamente, fanno conoscere che l'amore di Lodovico
-per le lettere e le belle arti non era una principesca vanità, ma
-sentimento di un uomo colto e d'ingegno. Mentre ancora stava il duca
-parlando dalla loggia ai Comaschi, erano già penetrati i Francesi nei
-sobborghi di Como, con animo di farlo prigioniero; ma per buona sorte
-avvisato, appena ebbe il tempo di balzare in una barca e recarsi a
-Bellagio.
-
-Gian Giacomo Trivulzi, che da alcuni anni era esule dalla patria,
-entrò in Milano come generalissimo dell'armata francese il giorno 6
-di settembre, quattro giorni dopo che il duca l'aveva abbandonata.
-Egli si portò solennemente al Duomo a ringraziare l'Arbitro delle
-cose, di un avvenimento gloriosissimo per esso lui. Tre giorni dopo
-l'armata francese venne in Milano; e furono collocate le truppe a San
-Francesco, a Sant'Ambrogio, all'Incoronata. La licenza militare de'
-giovani soldati francesi era somma in ogni genere; e il Trivulzio
-pensò di contenerla con fermo rigore nella disciplina. Il Corio ci
-racconta che per un pane violentemente rapito, due soldati guasconi
-vennero tosto appiccati a due piante fuori della porta Ticinese; che
-un altro francese, per aver rubata una gallina, venne immediatamente
-appeso; che al Pontevetro sul momento venne appeso un francese che
-aveva rubato un mantello; e che ivi pure, senza riguardo nè indugio,
-fu fatto appiccare un cavalier francese, monsieur Valgis, che aveva
-poste le mani violentemente sopra di una zitella. Ciò serviva ad
-impedire quei disordini che avevan reso odioso il nome francese nel
-regno di Napoli quattr'anni prima; e serviva pure a conciliare la
-benevolenza de' nazionali verso del comandante. Ma il posseder Milano,
-mentre una fortezza, quale era il castello, era presidiata validamente
-dagli sforzeschi, era un pericolo anzi che un vantaggio. Una vigorosa
-uscita degli sforzeschi poteva essere funesta ai Francesi sparsi ne'
-conventi. Pensò dunque il Trivulzio di corrompere Bernardino da Corte,
-castellano, giacchè la strada di un formale assedio doveva esser lunga,
-di evento dubbioso, di molto dispendio e diminuzione delle forze
-francesi. Il vilissimo Bernardino da Corte, senza nemmeno aspettare
-un apparente assedio cominciato, pattuì il prezzo del suo tradimento,
-e si divisero le ricchezze depositate nel castello fra il Trivulzio,
-il Corte e varii altri complici. Il Corio ci racconta che tal novella
-arrivasse all'orecchio dell'infelice duca mentre egli cavalcava fra
-i Grigioni prima di giungere nel Tirolo; ma siccome il tradimento si
-eseguì e manifestò il giorno diecisette di settembre del 1499, cioè
-quattordici giorni dopo che Lodovico era già partito da Como, mi pare
-più verisimile la cronaca del Grumello che dice: «Et ritrovandosi
-epso Ludovico in la cita di Insprucho in sua camera, assentato sopra
-il suo lecto, parlando co' suoi gentilhomini di riacquistar el stato
-suo di Milano, hebe nuova del perduto castello suo di porta Giobia.
-Leggendo le lettere recepute, intendendo nuova pessima, stando sopra
-di sè, non parlando come fusse muto, alciando gli occhi al cielo, disse
-queste poche parole: Da Juda in qua non fu mai il maggior traditore de
-Bernardino Curzio; et per quello giorno non mosse altre parole[304]».
-
-Resasi per tal modo l'armata francese padrona in un baleno del ducato
-di Milano, il re Lodovico XII immediatamente scese dalle Alpi; il 21
-settembre fu a Vercelli, il 23 a Novara, il 26 a Vigevano, che egli
-eresse in marchesato e lo conferì al Trivulzio, che assunse il titolo
-di marchese di Vigevano, e vi battè moneta. Questo marchesato gli fu
-dal re dato in compenso dell'artiglieria del castello di Milano, che
-doveva essere per metà del Trivulzio. Lodovico XII entrò solennemente
-in Pavia il giorno 2 di ottobre, e il giorno 6 dello stesso mese fece
-il suo pomposo ingresso in Milano per porta Ticinese. Gli ambasciatori
-dei Veneziani, Fiorentini, Bolognesi, di Siena, di Pisa e di Genova
-conducevano seco loro un séguito di seicento cavalli, e andarono
-incontro al re. Il re aveva seco il duca di Savoia, il marchese di
-Monferrato, il cardinale di San Pietro in Vincola. Tutto il clero in
-abiti pontificali precedeva. Poi venivano i carriaggi, riccamente
-coperti, trenta del duca di Savoia, quarantadue del cardinale
-anzidetto, sessantaquattro del re. Moltissimi altri carriaggi, coperti
-d'oro e di seta, di altri distinti personaggi. Poi cento suonatori
-di trombe con altri musici. Quindi venivano i paggi, otto di Savoia,
-quattro del duca di Valentinois, dodici del re, magnificamente
-corredati, con arnesi d'argento anche sotto i piedi de' cavalli.
-Poi quattrocento fanti reali, in uniforme giallo e rosso, armati di
-picche. Poscia il capitano della guardia a cavallo, alla testa di mille
-e venti cavalieri, che avevano tutti uniforme verde e rosso, e sul
-petto ricamato l'_Istrice_, divisa che Lodovico aveva assunta. Questi
-mille e venti uomini a cavallo erano tutti di statura stragrande.
-Appresso venivano ducento gentiluomini a cavallo, armati e vestiti
-superbissimamente. Da ultimo veniva il re sopra di un bellissimo
-destriero. Il re era vestito di bianco, coi contorni di pelliccia,
-e portava in capo la berretta ducale di Milano. Egli marciava sotto
-di un baldacchino di broccato d'oro e bianco, preceduto dal generale
-Gian Giacomo Trivulzio col bastone dorato in mano. Il baldacchino era
-portato da otto dottori e fisici di collegio, vestiti di scarlatto,
-col bavero di pelli di vaio. Giunto il re al ponte vicino alle colonne
-di San Lorenzo, dove era in allora la porta della città, ricevette
-le chiavi che gli presentò il contestabile di quella porta. Il
-contestabile s'inginocchiò; ed il re, toccandolo sopra le spalle collo
-scettro che avea nella destra, lo creò cavaliere. Il contestabile baciò
-lo scettro, e continuò il re il suo cammino processionalmente sino al
-Duomo. Seguivano il re i cardinali di Burges, San Pietro in Vincula e
-di Rohan, e gli ambasciatori di Napoli, Savoia, Estensi, Mantovani, e i
-disopra nominati. Il giorno seguente, cioè al 7 di ottobre, il re volle
-assistere ad una solenne messa dello Spirito Santo in Sant'Ambrogio;
-indi si pose a conversare co' nobili milanesi più da gentile signor
-forestiere, che da monarca. Lodovico XII allora viveva come farebbe un
-buon sovrano ai tempi nostri. Egli fu a godere di balli e pranzi presso
-molti de' nostri. Il giorno 15 ottobre fu ad una magnifica festa di
-ballo e cena da messer Francesco Bernardino Visconte in porta Romana.
-Il giorno 18, messer Francesco Trivulzio, commendatore di Sant'Antonio,
-gli diede un pranzo[305]. Il giorno 20, a nome della città di Milano,
-fugli imbandito un pranzo nella corte vicina al Duomo. Le pareti della
-gran sala erano coperte di drappo celeste, ricamato a gigli d'oro; vi
-si trovarono convitate quaranta damigelle[306]; v'intervennero molti
-ambasciatori, illustri personaggi e principi, fra i quali il duca di
-Valentinois e il duca di Savoia, i marchesi di Monferrato e di Saluzzo,
-il cardinale Orsini. Una festa di ballo terminò quella giornata. Il re,
-sempre cortese ed affabile, accettò di levare al sacro fonte un bambino
-del conte Lodovico Borromeo; andò a visitare la contessa Bona Borromeo,
-partoriente, al di lei giardino fuori di porta Tosa; volle darle in
-dono una collana d'oro del prezzo di cinquecento ducati, e volle cenare
-da lei. Lodovico XII alloggiò nel castello, e si trattenne per tal modo
-in Milano ventisette giorni, essendone partito il 3 di novembre del
-1499[307].
-
-Giunto a Vigevano, il re Lodovico, prima di ripassar le Alpi e
-rivedere il suo regno, volle piantare un nuovo sistema politico nel
-milanese. Quindi, in data del giorno 11 novembre 1499, in Vigevano,
-volle pubblicare un editto perpetuo[308]. Primieramente stabilisce che
-nella città di Milano risieda un governatore suo luogotenente, nobile,
-cospicuo e militare, da cui dipenda tutto ciò che concerne la guerra,
-e che abbia la plenaria podestà sulle città, borghi e terre, per la
-loro conservazione, come se fosse il re. Secondariamente stabilì che vi
-fosse un gran cancelliere forastiero e custode del sigillo, e nel tempo
-stesso presidente del senato. In terzo luogo che non vi fossero più
-due consigli, uno di Stato, l'altro di giustizia; ma un solo supremo
-consiglio col nome di _Senato_, sotto la presidenza dell'anzidetto
-gran cancelliere. Volle che i senatori fossero di professioni diverse,
-cioè due prelati, quattro militari, e il rimanente dottori, de' quali
-alcuni volle che fossero forestieri. Queste cariche furono dichiarate
-perpetue e indipendenti dal governatore; anzi stabilì il re che il
-solo senato dovesse giudicare de' casi ne' quali un senatore avesse
-meritato il congedo. Concesse al senato la facoltà di confermare o
-infirmare i decreti del re; di accordare ogni dispensa; e che tutte le
-grazie, donativi, privilegi o editti di giustizia e di polizia emanati
-dal trono, fossero di nessun valore, se non venivano _interinati_ dal
-senato. Comandò che qualunque sentenza del senato si eseguisse, e che
-gli atti fossero in nome del re[309]. Al senato medesimo affidò la
-scelta de' professori dell'università di Pavia. Finalmente creò due
-nuove cariche, un avvocato fiscale e un procurator fiscale. Nominò
-poi governatore e suo luogotenente Gian Giacomo Trivulzio, marchese
-di Vigevano e maresciallo di Francia; gran cancelliere il vescovo
-di Luçon, Pietro di Saverges; senatori, Antonio Trivulzio, vescovo
-di Como, Girolamo Pallavicino, vescovo di Novara; i militi Pietro
-Gallarate, Francesco Bernardino Visconte, conte Giberto Borromeo ed
-Erasmo Trivulzio; i dottori Claudio Leistel, consigliere del parlamento
-di Tolosa, Gian Francesco Marliano, Michele Riccio, Gian Francesco
-Corte, Gioffredo Caroli, consigliere del parlamento del Delfinato,
-Giovanni Stefano Castiglione, Girolamo Cusano, Antonio Caccia.
-L'avvocato fiscale fu Girolamo Morone, uomo di cui più volte avrò in
-seguito a far menzione; ed il procurator fiscale fu Giovanni Birago.
-Ciò fatto, il re ripassò le Alpi conducendo seco il conte Francesco
-Sforza, figlio dell'estinto duca, fanciullo di otto anni, il quale
-dappoi sempre visse in Francia tranquillamente ed agiatamente come
-un ricco gentiluomo, godendo l'abbazia di Marmontiers. La duchessa
-Isabella si staccò in tal guisa per sempre dal figlio; ed ella
-pure partissene da Milano, e visse a Bari nel regno di Napoli, seco
-conducendo le due figlie Bona ed Ippolita; la prima delle quali poi
-fu sposata da Sigismondo re di Polonia, l'anno 1518. Così terminò la
-discendenza dell'infelice sesto duca Giovanni Galeazzo Sforza.
-
-La condotta del re Lodovico XII non poteva essere più giudiziosa per
-rendersi affezionati i nuovi sudditi. Egli affidò la suprema autorità
-alle mani di un nazionale. Visse colla maggior affabilità, quasi da
-privato conversando. Stabilì un senato colle facoltà da me ricordate.
-Con tal sistema la forza militare rimase unicamente in potere del
-luogotenente, e così sciolta e pronta senza alcuna formalità alla
-difesa dello Stato. La vita e la libertà e le sostanze dei sudditi
-rimasero all'ombra di una moderata monarchia, dipendenti da quel
-senato, composto di molti senatori, di stato differente; per modo
-che non era da temersi che la violenza entrasse a prendere giammai
-il nome della giustizia. La pietà degli ecclesiastici, l'onore dei
-militari, l'accurata ponderatezza dei dottori, vicendevolmente doveano
-contenere i privati affetti. Il gran cancelliere, senza il sigillo
-del quale non valeva alcun decreto, poteva riferire nel senato,
-indipendentemente dal governatore, que' tentativi che per avventura il
-governatore proponesse a danno della civile libertà di alcuno, e così
-eluderli. Il governatore, non potendo da sè punire i senatori, dovea
-però vegliare sopra di essi, e col diretto carteggio alla corte dovea
-prevenire l'abuso che mai o il senato o gli individui di esso facessero
-della autorità. Per una provincia rimota, alla testa di cui si voglia
-porre un suddito, non pare possibile l'architettare un sistema più
-ragionevole di questo, e convien dire che tale ei fosse, se malgrado
-le variazioni che vi si fecero guastandolo, pure, anche sotto diverse
-dominazioni, si sostenne poi per secoli.
-
-
-
-
-CAPITOLO XX.
-
- _Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e governo del re
- di Francia Lodovico XII, fino alla lega di Cambrai._
-
-
-(1500) Poichè il re Lodovico XII ebbe abbandonato Milano per
-ritornarsene nel suo regno, una porzione dell'armata francese
-s'incamminò verso della Romagna per togliere Imola e le altre città
-promesse al duca di Valentinois, dalle mani del conte Girolamo
-della Rovere. Il duca di Valentinois era figlio di Alessandro VI, il
-conte Girolamo era figlio di Sisto IV. È facile l'immaginarsi quai
-dovessero essere i costami di quei tempi, se tali esempi diedero anche
-i poscia graduati al sommo sacerdozio. Doveva quindi quel corpo di
-francesi innoltrarsi ad occupare il regno di Napoli. Divenne così
-meno imponente nella Lombardia la nuova forza conquistatrice. Il
-governatore maresciallo Trivulzio stabilì la sua residenza nella corte
-vicino al Duomo, avendovi una guardia di trecento tedeschi. Malgrado
-la severità della disciplina usata dal Trivulzio, siccome accennai,
-non era possibile il prevenire ogni disordine. Un francese pose
-violentemente le mani sopra di una contadina che portava il pane a
-cuocere al pubblico forno in Lardirago, terra lontana da Pavia cinque
-miglia. La contadina si difese robustamente. Il francese non voleva
-desistere. Accorse il di lei padre con un bastone. Il francese lo
-stese morto. Varii contadini si scagliarono sull'uccisore, che dovette
-soccombere. Un corpo di francesi postato nel contorno sopravenne;
-saccheggiò la terra, bruciò le case, impiccò varii. In Milano pure si
-cominciarono a vedere delle tumultuarie adunanze di malcontenti. La
-plebe in porta Ticinese si attruppò e gettò a terra i banchi ai quali
-si riscuotevano le gabelle. Il governatore Trivulzio vi si recò; e dopo
-di avere inutilmente procurato che badassero alle di lui parole, diè
-mano alla spada, e, secondato da' suoi domestici, uccise alcuni e molti
-altri rimasero assai mal conci. L'affare non terminava così, se messer
-Francesco Bernardino Visconte, signore sommamente autorevole, non vi
-accorreva. Si abolirono alcune gabelle, venne sedato quel disordine;
-ma non perciò rimase quieta la città. Frate Girolamo Landriano,
-generale degli Umiliati, messer Leonardo Visconte, e messer Alessandro
-Crivello, proposto di San Pietro all'Olmo, animavano la plebe contro
-del nuovo governatore Trivulzio. Lodovico il Moro, accostatosi a
-Como, col favore dei cittadini v'era rientrato, ed eransi espulsi i
-Francesi. Ivi s'andavano radunando Tedeschi e Svizzeri allo stipendio
-sforzesco. Il giorno 27 di gennaio 1500 si cominciò a conoscere nella
-città un'inquietudine che minacciava la sedizione. Il Trivulzio pose
-dell'artiglieria sulla torre che allora sosteneva le campane del
-Duomo, e si premunì in corte; ma trovandosi ivi mal collocato, e nel
-centro di una città mal contenta, pensò di ricoverarsi nel castello. Il
-popolo violentemente se gli oppose; giacchè temevasi che, giuntovi, non
-adoperasse quell'artiglieria sulla città. Il Trivulzio parlò al popolo,
-lagnandosi di non essere profeta nella sua patria. Mostrò essere pazzia
-l'ostinarsi a voler essere piuttosto sudditi di un piccolo principe,
-ramingo, bisognoso, e che smunga i popoli colle gabelle, anzi che
-ubbidire ad un monarca generoso, potente, ricco.... Le grida insultanti
-del popolo non gli permisero di continuare il discorso, e non senza
-pericolo; sicchè appena gli riuscì di ricoverarsi nuovamente in corte.
-Poco dopo il popolo pose le barricate alle imboccature delle strade,
-e tutte le finestre ebbero provvisioni di sassi ed altre materie, per
-offendere i Francesi. Fra le lettere di Girolamo Morone una ve n'è del
-4 marzo 1500, in cui, descrivendo a Girolamo Varadeo quest'incontro,
-dice del Trivulzio: che[310] _in tanto prorupit iracundiam, ut
-prudentiam omnem abjecisse videretur.... seroque cognovit humanitatem
-et mansuetudinem, saeviente populo, magis quam vim et arrogantiam
-proficere._ Vi fu chi rimproverogli di aver tre faccie, come ne
-portava lo stemma[311]; fugli rinfacciato di essere egli ribelle al suo
-sovrano[312], subdolo, traditor della patria, e dovette soffrire tutto
-ciò da una moltitudine di seimila persone armate, il che si scorge
-nella citata lettera. A tale stato si ridussero gli affari dei Francesi
-poco dopo partito il re.
-
-Frattanto Lodovico il Moro (che in Inspruck era stato accolto
-umanamente e con sensibilità dall'imperator Massimiliano) non avea
-omessa cosa alcuna affine di accelerare il suo ritorno nella patria.
-Vero è che nell'avversa fortuna quel principe non seppe mostrare
-quel vigor d'animo e quella serenità di mente, che solo possono farci
-reggere fralle sventure e superarle. Egli da Inspruck spedì Ambrogio
-Bugiardo per Bari, e Martino Casale per Pesaro, colle istruzioni a
-ciascuno di portarsi a Costantinopoli. Questa commissione In data
-a due, e per vie separate, acciocchè uno almeno potesse eseguirla.
-Voleva che a di lui nome animassero il Turco a passare nell'Italia
-ed aiutarlo a ricuperare Genova, promettendo di unirglisi per far la
-guerra ai Veneziani. Parrebbe incredibile questo partito, se il Corio
-non ci avesse stampate le istruzioni dalle quali furono accompagnati
-que' due ministri[313]. Ma la protezione dell'imperatore procurò
-allo Sforza soccorsi più reali e solleciti; essendosi per ordine
-suo radunato un valente corpo di Svizzeri e di Tedeschi. Questi
-l'aspettavano ne' confini; e trovandosi, siccome accennai, diminuite
-le forze dei Francesi, pel corpo di milizia spedito all'impresa
-d'Imola sotto il comando dell'Allegre, riuscì facil cosa al duca
-di nuovamente presentarsi, e le inquietudini del popolo ne furono
-opportuna occasione. Messer Sanseverino comandava quattromila fanti
-svizzeri. All'accostarsi di questi, il Trivulzio abbandonò Milano. Il
-giorno 4 di febbraio 1500 il duca Lodovico rientrò in Milano per porta
-Nuova, cinque mesi e due giorni dopo che l'ebbe abbandonata. Tutti i
-corpi politici gli andarono incontro. Mentre il duca Lodovico passava
-verso la Scala, dove oggidì è il teatro, venne avvisato che i Francesi,
-padroni del castello, facevano una sortita; il che alquanto lo
-sconcertò. Nulladimeno vi si pose ordine, ed egli proseguì l'intrapreso
-cammino al Duomo, d'onde passò ad alloggiare nella corte, su cui
-l'artiglieria del castello, sebbene operasse, non potè far danno, per
-esserne premuniti i tetti. Un giorno solo rimase Lodovico in Milano:
-egli passò a Pavia, lasciando al governo di Milano il cardinale Ascanio
-suo fratello.
-
-Gli sforzeschi saccheggiarono le case del castellano traditore
-Bernardino Corte e de' Trivulzi[314]. Messer Erasmo Trivulzio si
-avventurò di presentarsi al duca, chiedendogli perdono. Il duca,
-inasprito dalle vicende, lo condannò ad esser chiuso nel forno di
-Monza, cioè nel carcere orrendo fabbricato e sofferto da Galeazzo
-I[315]. Ma il cardinale Ascanio, più saggio, persuase al duca di non
-usare la vendetta. Il tempo era quello che più che mai di acquistarsi
-gli animi colla benignità e col perdono.
-
-Dee cagionar meraviglia il vedere come senza spargersi quasi sangue
-umano, ritornassero gli sforzeschi ad impadronirsi di Milano, e ne
-scacciassero i Francesi. Vero è, com'è notato più sopra, che l'armata
-francese erasi indebolita per la spedizione dell'Allegre; vero
-pure è che sedicimila svizzeri e mille corazzieri tedeschi s'erano
-uniti allo stipendio del duca Lodovico; che non mancava il duca
-nè d'artiglieria, nè di corrispondenti munizioni: ma pure potevasi
-disporre colle truppe francesi un campo e disputare almeno l'ingresso
-nel milanese allo Sforza. Ciò non si fece per le rivalità consuete
-fra i primi generali e ministri. Gian Giacomo Trivulzio era, come si è
-detto, luogotenente del re e governatore. Ma i primari francesi, mal
-sofferendolo, attraversavanlo in ogni cosa. Il conte di Lignì, uomo
-di somma autorità nella guerra, disponeva le cose per modo che appena
-lasciava al Trivulzio il titolo di governatore. Il vescovo di Luçon,
-gran cancelliere e presidente del senato, bramava non meno dell'altro
-la rovina del Trivulzio. Si voleva che gli affari andassero male a
-segno che il re fosse costretto di togliere al Trivulzio la dignità.
-Di ciò scrive minutamente Girolamo Morone a Girolamo Varadeo, in data
-del 31 dicembre 1499[316]. Questo illustre nostro cittadino Morone in
-seguito ebbe molta parte negli avvenimenti pubblici del Milanese e
-dell'Italia, come vedremo. Fu veramente uomo grande, di un giudizio
-esatto, di penetrante ingegno, e tale che in ogni secolo, e presso
-qualunque nazione avrebbe potuto primeggiare; il che non si può dire di
-molti. Lodovico XII nel nuovo piano politico aveva creato un avvocato
-fiscale, il quale per ufficio avesse cura e tutela delle ragioni del
-principe, sì per gl'interessi camerali, che per la giurisdizione
-rispetto a' feudi, alla corte di Roma e ad ogni altra competenza.
-Questo avvocato del principe aveva la facoltà d'intervenire a qualunque
-adunanza in cui potesse avere interesse la giurisdizione sovrana; nè
-potevasi dai tribunali determinare, se prima su tai punti non avesse
-esposte le sue ragioni l'avvocato del re. A questa carica volle
-Lodovico XII promovere un nobile milanese che ne avesse il talento; e
-scelse il giovane Girolamo Morone, mosso dalla buona fama che correva
-di lui, senza ch'ei lo sognasse nemmeno. Tant'egli era alieno dal
-pensarlo, che vennegli l'annunzio per parte del re, mentre egli,
-ritirato in una villa, stavasene lontano dalla tumultuosa rivoluzione
-che cagionava nella città la venuta de' Francesi. Morone nelle sue
-lettere descrive il fatto. Egli eseguì assai bene il proprio ufficio
-finchè dominarono i Francesi. Partiti questi, egli rimase in Milano
-senza inquietudine, perchè senza colpa. Il duca Lodovico lo chiamò, e
-lo accolse con somma cortesia. Gli propose di volerlo spedire a Roma
-ed a Napoli per ricercare soccorsi contro de' Francesi; e lo avvisò di
-prepararsi ad eseguire questa commissione. Il Morone ringraziò il duca
-dell'onore che voleva fargli; ma considerandosi ancora assai giovine
-ed imperito per affari di Stato, supplicò per essere dispensato da
-una commissione che difficilmente sarebbe riuscita con buon servigio
-del duca e con onore di lei. Il duca Lodovico graziosamente replicò
-che il senno del Moroni era virile se l'età era fresca, e che sperava
-sarebbe ottimamente riuscito. Il Moroni soggiunse al duca che nè il
-papa, nè il re di Napoli si sarebbero fidati di lui attesochè dai
-Francesi era stato beneficato, e che questo solo bastava a renderlo un
-negoziatore infelice. Nemmeno a ciò s'arrese il duca, replicando che
-la confidenza ch'egli mostrava di avere in esso lui, avrebbe convinti
-e il papa e il re per modo che avrebbero liberamente trattato seco.
-Vedendo il Morone deluso ogni sotterfugio, con sommessione dichiarò
-ch'egli avrebbe data la vita pel servigio del suo natural principe; ma
-che egli sentiva una ripugnanza invincibile a far cosa alcuna in danno
-de' Francesi, dai quali era stato favorito. Lodovico lodò la virtù del
-Morone, lo congedò, ma si conobbe che non ne rimase contento:[317]
-_Profecto rationis efficacia victus, manum dedit; attamen, dum ne
-dimisit, eum mihi subiratum dignovi, quoniam, ut scis, principes quod
-volunt, nimium velle solent, et ut plurimum quod juvat magis, quam
-quod decet, cogitant_[318]. Le lettere del nostro Moroni si trovano
-nella biblioteca del fu conte di Firmian, e meriterebbero di veder la
-luce, poichè sono l'opera di un uomo di Stato che ebbe fralle mani i
-principali affari d'Italia de' tempi suoi; e conseguentemente servono
-di molto aiuto per la storia.
-
-Lodovico il Moro stette per due settimane a Pavia per ivi radunare
-le sue soldatesche, le quali s'andavano ogni dì aumentando, mercè
-gli Svizzeri e Tedeschi che scendevano dalle Alpi e si ponevano allo
-stipendio di lui. Milano frattanto era inquietata dalle scorrerie che
-tentavano i Francesi acquartierati nel castello, malgrado la custodia
-del cardinale Ascanio; volavano di tempo in tempo le palle sulla città:
-avvenimento che cinquant'anni prima avea preveduto il buon Giorgio
-Piatto. Il duca, avendo più di sedicimila svizzeri, mille corazzieri
-tedeschi e molta cavalleria italiana, forz'era che tentasse qualche
-azione. Egli mancava di denaro, nè potea lungamente mantenere al suo
-stipendio quest'armata. I Francesi dell'Allegre da Imola ritornarono
-per unirsi ai compagni. Dalla Francia era spedito nuovo rinforzo
-sotto il comando del duca della Tremouille; non v'era speranza pel
-Moro, se non nella rapidità di approfittare dell'occasione favorevole.
-Dispose adunque d'impadronirsi di Vigevano, e da Pavia partitosi ai
-20 di febbraio 1500, il giorno 25 se ne rese padrone. Per animare i
-suoi egli aveva loro promesso il saccheggio di quella città, e gli
-Svizzeri avevano raddoppiati con tal mercede i loro sforzi. Ma il duca
-amava quel luogo, e non ebbe cuore di vedere eseguita la rovina di
-que' cittadini. Fece distribuire a ciascun soldato un ducato d'oro, di
-che rimasero tutti assai malcontenti. Poi Lodovico Sforza co' suoi si
-inoltrò verso Mortara, otto miglia distante da Vigevano, e collocò le
-tende in faccia del Trivulzio. I Francesi erano alquanto sbigottiti dai
-prosperi eventi dello Sforza; gli sforzeschi per questi medesimi erano
-animosi. Francesco Sanseverino, uomo che avea un nome nella milizia,
-animava il duca a cogliere l'occasione e venire tosto a giornata,
-prima che un nuovo corpo di Svizzeri e il duca de la Tremouille
-rendessero formidabile il nemico; ma il duca, sempre incerto e mancante
-di energia, rispondeva esser meglio il vincere temporeggiando, che
-tentare l'incerta fortuna di una battaglia; la qual massima non
-poteva essere più fuori di luogo che in bocca di un principe gli
-Stati di cui sieno occupati da un nemico potente, e che non avea per
-liberarsene altro mezzo che una momentanea armata, senza un erario
-con cui tenerla quanto occorresse allo stipendio; giacchè il cardinale
-Ascanio, per raccogliere danaro, era ridotto a far coniare moneta cogli
-argenti delle chiese di Chiaravalle, del Duomo, di Sant'Eustorgio,
-di San Francesco e di San Marco. Ma il duca Lodovico non aveva
-ereditati i talenti militari del duca Francesco suo padre. Egli era
-un principe colto bensì, ma non un eroe; principe di vaste idee anzi
-che di grandi e solide, snervato dall'avversa fortuna, privato della
-duchessa, abbandonato a consigli vacillanti. Avrebbe dovuto cimentarsi
-coll'armata francese; ma invece levò le tende e trasportò il suo
-campo sotto Novara, che era in poter de' Francesi sotto il comando del
-conte di Musocco, figlio del maresciallo Trivulzio. Il duca promise
-il sacco di Novara; il che era in que' tempi un diritto militare,
-allorchè per assalto e senza capitolazione veniva presa una città.
-Alcuni cittadini novaresi segretamente intrapresero a concertare col
-Moro per introdurlo nella città. Novara era assai ben munita, nè facil
-cosa era l'impadronirsene. La prima condizione che i cittadini vollero,
-fu quella di aver salve le cose loro. Il duca, contentissimo per sì
-inaspettato mezzo, che spianava ogni ostacolo, a tal condizione aderì,
-e così entrarono gli sforzeschi in Novara, sicchè a stento potè appena
-per la porta opposta correre a salvamento quel presidio. Ciò accadde
-il giorno 20 di marzo 1500. I soldati si posero a saccheggiare a norma
-della parola datane loro dal duca; ma egli nuovamente lo proibì; il che
-sempre più alienò da lui l'animo di quell'armata, composta di soldati
-che non aveano legame veruno col duca; gente collettizia, radunata
-allora allora per la speranza di far bottino, e che vedevasi delusa e
-quasi schernita dal duca, malgrado la sua parola, e malgrado anche i
-loro diritti militari.
-
-Mentre Lodovico Sforza stavasene co' suoi entro Novara, il di cui
-castello tuttavia era in mano dei Francesi, il ministro del re di
-Francia alla dieta del corpo elvetico, Antonio Brissey, maneggiava
-il colpo decisivo, per cui il suo re, senza contrasto, rimanesse duca
-di Milano. Gli scrittori sinora hanno rappresentata la prigionia del
-Moro come un tradimento degli Svizzeri; ed hanno offeso con ciò, non
-solamente il carattere de' fedeli ed onorati Elvezii, ma la verità e
-il buon senso, che non permetterebbe mai di credere che sedicimila
-uomini si unissero per tradire chi li paga[319]. Le lettere del
-Morone ci svelano come seguisse il fatto[320]. Poichè fu Lodovico in
-Novara, i Francesi s'accrebbero; e molta gente venne dalla Svizzera
-sotto le loro bandiere. S'avvide allora il duca del male che avea
-fatto non ascoltando i consigli del Sanseverino; e, come dice il
-Morone[321]: _Se ipsum arguere, propriamque vecordiam accusare non
-cessabat, nec quid consilii caperet satis intelligebat._ Galeazzo
-Visconti era il ministro del duca alla dieta elvetica, ed ivi non
-cessava di animare quella sovranità a cogliere l'onorevole occasione
-di far la pace alla Lombardia. Solo che la dieta lo volesse, doveano
-cessare al momento le ostilità; giacchè le forze principali dei due
-eserciti consistevano negli Svizzeri, che avevano bensì la libertà di
-vendere i loro militari servigi alla potenza che più era in grado a
-ciascuno; ma conservavano sempre il carattere di sudditi della dieta,
-alla quale non avrebbero potuto mancare, se non sacrificando l'onore,
-la patria, i parenti e i loro poderi. Bastava un ordine supremo agli
-Svizzeri dei due eserciti, per cui si vietasse loro di combattere,
-che la sospensione d'armi era al momento fatta. Bastava spedire
-abili negoziatori che, a nome della sovranità elvetica frapponendosi,
-conciliassero la pace; e per necessità doveano l'una e l'altra parte
-piegarsi e ricevere in certo modo la legge. Il progetto era nobile,
-umano e grande. Fu aggradito. Si spedirono gli ordini sovrani per due
-corrieri alle due armate. Si trascelsero dodici deputati, i quali
-venissero a dar la pace. Assicurato di ciò il duca, si collocò in
-Novara. Ma il destrissimo Antonio Brissey corruppe il corriere che
-portava il decreto all'armata francese, per modo ch'ei si appiattò in
-un villaggio per più giorni, mentre l'altro corriere spedito al Moro
-diligentemente accelerava il suo cammino. Così doveva accadere che
-gli Svizzeri sforzeschi ricevessero il comando di non combattere, ed
-i Francesi non lo ricevessero. Di ciò venne sollecitamente avvisato
-il Trivulzio. Qualche notizia ne ebbe anche il Moro, leggendosi nella
-cronaca del Grumello: «Essendo una sera Ludovico Sforcia in camera
-sua, _in Novara, poco prima di essere preso_, giocando a scacho con
-Fracasso Sanseverino; et essendo in epsa camera Almodoro, suo favorito
-astrologo, et Jo. Stephano Grimello co' suoi fratelli, giunse una
-spia a lui, quale li parlò in le orechie uno poco di tempo, che niuno
-intendere poteva. Giochando epso Ludovico Sforcia alzando gli occhi
-a lo Almodoro astrologo, disse queste parole: — Almodoro, Johane
-Jacobo Trivulcio ha dicto che, avanti passino giorni quindici, sero
-prigione del gallico re; che dicesi da voi? Dette risposta Almodoro
-che il Trivulcio non diceva vero, perchè non si ritrovava alcuno
-pianeto per il qual si potesse coniecturar tal cosa che sua Signoria
-havesse ad esser prigione, anzi victoriosissimo». Giunse agli Svizzeri
-sforzeschi il divieto sovrano che proibiva loro il battersi. L'armata
-francese, il giorno 4 di aprile, si pose in marcia e si collocò un
-miglio distante da Novara, in modo da impedire al duca ogni soccorso
-di viveri. I francesi gli presentarono la battaglia; e il duca non
-sapeva comprendere come ciò fosse, poichè, dal decreto recato agli
-Svizzeri suoi, vedevasi che un consimile ordine contemporaneamente si
-spediva agli Svizzeri nemici. Tentò varie strade per far notificare
-agli Svizzeri della Francia l'ordine dei loro sovrani, ma la vigilanza
-de' Francesi lo impedì. Non aveva provvisione di viveri in Novara;
-e forza era sloggiare i Francesi, per non perirvi di fame. Invano il
-duca chiese agli Svizzeri il loro aiuto, che no 'l potevano prestare
-senza fellonia. Essi soltanto si offersero a schierarsi bensì in
-ordine di battaglia, acciocchè egli co' Tedeschi e cogli Italiani
-che aveva staccato, si potesse, volendolo, aprirsi vigorosamente una
-strada e ricoverarsi in Milano, dove il cardinale Ascanio teneva cinto
-il castello con dodici mila uomini, ed erano vicini nuovi soccorsi
-dell'imperatore. I Tedeschi e gl'Italiani, che il Moro seco aveva in
-Novara, erano ottomila uomini, picciolo corpo bensì a fronte della
-armata francese, ma bastante per una impetuosa incursione che lo
-ponesse in salvamento. Così venne stabilito. Ma usciti appena gli
-Svizzeri da Novara e trovatisi a fronte dei nemici, nemmeno sostennero
-quell'apparenza; ed improvvisamente piegando le loro bandiere e
-riponendole nel sacco, abbandonarono il posto; il che pose il tal
-disordine gli ottomila Tedeschi e Italiani, che, sorpresi, volsero le
-spalle, e, disordinatamente fuggendo, si ricovrarono di bel nuovo entro
-le mura di Novara, dove fu costretto di ricoverarsi frettolosamente
-il duca. Mancavano i viveri pel giorno seguente. La notte si trattò
-fra il Ligny e il duca, e si concertò una capitolazione. Il giorno
-vegnente, cioè il memorando giorno 10 aprile 1500, il Trivulzio la
-disdisse e dichiarò nulla, pretendendo che mancasse nel generale
-francese la facoltà di concertarla. Un onorato capitano albanese,
-che trovavasi nell'armata del duca, lo consigliò di montare sul di
-lui cavallo barbero, di prodigiosa fortezza e velocità, sul quale
-sicuramente si sarebbe portato a Milano; ma il duca, timido, avvilito,
-non seppe risolversi. Si rivolse invece a pregar gli Svizzeri che
-lo vestissero come uno de' loro fantaccini, acciocchè sconosciuto,
-potesse evitare la prigionia. Capitolarono gli Svizzeri sforzeschi co'
-nemici, ed ottennero di liberamente tornarsene al loro paese. Mentre
-uscivano da Novara gli Svizzeri, e con essi il duca travestito, un
-araldo a nome del duca uscì da Novara, e si portò dal generale Ligny
-per confermare la capitolazione. Sperava il Moro con tale astuzia di
-occupare frattanto i generali francesi e distorgli dal sospettare la
-fuga di lui. Lodovico, attorniato da sedicimila Svizzeri, era già
-fuori della città, e consolavasi credendosi in salvo, senza avere
-con veruna capitolazione abdicate le sue ragioni. Il cardinale di
-Rohan comandò all'armata francese di porsi in ordine di battaglia,
-acciocchè gli Svizzeri dovessero sfilare due a due attraverso. V'è
-chi crede che lo stesso comandante svizzero sforzesco avesse tradito
-il duca, avvisandone il cardinale. La faccia dei sovrani è nota, e
-corre sulle loro monete. Il Moro venne scoperto, tanto più facilmente,
-quanto che egli per la statura eccedeva la comune, e pel fosco colore
-del volto ebbe per sopranome _il Moro_. Nella lettera il Moroni
-dice:[322] _Infelix Ludovicus, qui non oris, non majestatis quam in
-vultu semper habuit, non proceritatis habitum mutare potuerat, licet
-vestes commutasset, agnitus apprehensusque fuit_. Quel drappello di
-cavalleria sforzesca che trovavasi in Novara, còlto il momento in cui i
-Francesi ebbero preso il duca[323], _facta statim eruptione_, si salvò
-attraversando l'armata francese; il che mostra qual fosse il partito
-che avrebbe dovuto prendere il duca.
-
-Appena fu il duca nelle mani de' Francesi, che, in quel medesimo
-umiliante arnese da fanticcino svizzero, fu condotto alla presenza
-del comandante Gian Giacomo Trivulzio. Pareva che la presenza di
-quel principe, già suo sovrano, ora suo prigioniero, dovesse eccitare
-nell'animo del Trivulzio, non già la collera, ma la compassione. La
-perduta sovranità, e l'abbiezione presente, la prigionia dovevano
-eccitar in un cuor generoso la brama di alleggerire i mali del
-suo avverso destino, non di aggravarli. Convien dire che non fosse
-mosso da questi principii l'animo del maresciallo Trivulzio, poichè
-duramente allora gli rinfacciò il bando che gli aveva dato. Passò il
-duca in custodia del duca de la Tremouille, il quale, rispettando la
-sventura di lui, lo provvide di abiti e di quanto conveniva alla di
-lui condizione[324]. Il giorno 17 aprile, che fu un venerdì Santo,
-partì da Novara per la Francia, abbandonando per sempre l'Italia. Il
-duca de la Tremouille con trecento cavalli lo scortava. Passando per
-Asti, lo sventurato Lodovico dovette ascoltare mille ingiurie dal
-popolaccio affollato, che gli avrebbe fatto insulti anche maggiori,
-se la nobile generosità francese non l'avesse impedito. Arrossiva
-il disgraziato principe, cadevangli amare ed inutili lagrime,
-scoppiavagli il cuore, onde a Susa cadde in tal languore, che convenne
-sospendere per qualche giorno il cammino, che poi ripigliossi. Onde,
-passate le Alpi e condotto in Francia, fu dapprima collocato nella
-torre dei Gigli di San Giorgio nel Berry. Ivi potè corrompere poi
-i custodi, e, nascosto sotto il fieno d'un carro, usci dalla ròcca:
-ma, al suo solito, mancando pure di ardimento in quella occasione,
-si smarrì ne' boschi vicini, e fu nuovamente raggiunto. Quindi in
-più stretta custodia collocato nel castello di Loches, finì i suoi
-giorni nel 1508, ai 27 di maggio, nell'anno cinquantesimosettimo
-di sua vita. Principe a cui furono rimproverate le morti del duca
-Giovanni Galeazzo, e dell'onorato e venerato Cicho Simonetta; ma
-che nel rimanente fu un sovrano sincero, generoso, liberale, amico
-del merito, conoscitore dei talenti, promotore della coltura in ogni
-genere, tenero marito, padre affettuoso, principe capace di amicizia
-e di benevolenza, e tale insomma che probabilmente venne spinto dal
-predominio altrui a macchiarsi contro sua voglia. Come politico poi,
-o come militare, convien confessare ch'ei mancava intieramente di
-talento, e che non mostrò nemmeno di aver condotta alcuna. Fluttuante,
-incerto, pare che i soli casi momentanei determinassero le sue azioni,
-senza aver un costante principio; il che rese gli ultimi fatti suoi
-meschini agli occhi di ognuno. Così terminò lo splendore della casa
-Sforza, che durò cinquant'anni e non più; giacchè, come vedremo,
-assai breve e povera comparsa fecero dappoi i due figli di Lodovico,
-Massimiliano e Francesco, ch'ei lasciò ricoverati nella Germania presso
-dell'imperatore. Il cardinale Ascanio fu preso e condotto parimenti
-nella Francia. Gli stipendiati sforzeschi che rimanevano in Milano, si
-sbandarono. Sulla prigionia del duca Lodovico si coniò la medaglia in
-cui, al rovescio della testa del maresciallo Trivulzio, leggesi[325]:
-_Expugnata Alexandria, delecto exercitu, Ludovicum Sfortiam ducem
-expellit, reversam apud Novariam sternit, capit_[326]. Il maresciallo
-Trivulzio aveva, siccome vedemmo, molti nemici. Il tumulto accaduto
-in Milano sotto il governo di lui doveva condurre il re Lodovico XII a
-confidare in altra mano la suprema dignità, siccome fece, dichiarando
-suo luogotenente e governatore il cardinale di Rohan, che si chiamava
-il cardinale d'Amboise. Nemmeno per tre mesi il Trivulzio durò
-governatore. Per pochi mesi pure tenne questa carica il cardinale, a
-cui fu successore, nell'anno medesimo 1500, il signore du Benin. Entrò
-in Milano il Trivulzio il giorno 15 aprile, e andossene ad alloggiare
-in sua casa[327], non più in corte. Il cardinale, il giorno 17 di
-aprile, entrò come governatore. È facile l'immaginarci quale fosse
-l'inquietudine dei Milanesi in tale rivoluzione, disperando di più
-rivedere il loro natural principe, e temendo la vendetta de' Francesi,
-offesi nell'ultima rivoluzione. In fatti, il cardinale pretendeva
-dalla città ottocentomila scudi, ossia dodici mila marche d'oro,
-in rifacimento delle spese fattesi per ricuperare lo Stato. La pena
-fu poi ridotta a soli trecentomila scudi, e nemmeno di quest'ultima
-somma se ne portò tutto il carico, poichè, trattine centosettantamila
-scudi effettivamente pagati, mercè di un regalo di gioie del valore di
-ottomila scudi d'oro fatto alla regina Anna di Bretagna, moglie del re
-Lodovico XII, ella impetrò dal sovrano suo sposo il dono del rimanente.
-
-Dalla presa del duca Lodovico sino al 1507, poco o nulla accadde
-nel milanese che meriti luogo nella storia, fuori che gli Svizzeri
-si resero padroni di Bellinzona, ed il re di Francia accondiscese a
-lasciarne loro il dominio. Negli anni 1502 e 1503 la pestilenza venne
-a Milano da Roma e fece strage. Quest'era la undicesima volta, dal
-nono secolo in poi, in cui Milano fu esposta a tal miseria; avendo io
-osservate memorie di pestilenza negli anni 883, 964, 1005, 1244, 1259,
-1361, 1373, 1400, 1406 e 1485. Nel secolo XVI, del quale ora scrivo,
-più volte vi penetrò, come vedremo. (1507) L'anno 1507, il giorno 24
-di maggio, Lodovico XII, per la seconda volta, venne in Milano. Egli
-si era impadronito di Genova, e fece il solenne ingresso, andandogli
-incontro, oltre il clero e i corpi pubblici, ducento giovani vestiti
-di drappo di seta celeste, ricamato in gigli d'oro. Il re entrò per
-porta Ticinese sotto diversi archi trionfali, essendo le vie tutte
-coperte di tela, magnificamente parate. Così erano le vie sino al
-castello, dove terminò l'entrata. Erano in seguito de' carri dorati, a
-foggia de' trionfi dei Romani antichi. Il re stava sotto a baldacchino
-di drappo d'oro, con corteggio immenso di principi, marchesi, conti,
-sei cardinali, e quattro altri ne vennero il giorno seguente, in
-tutto dieci cardinali. Il re visse in Milano coll'affabilità istessa
-dell'altra volta; andava ai pranzi, e fu da Galeazzo Visconti, da
-messer Antonio Maria Pallavicino; e sopra ogni altro si ricorda il
-festino veramente magnifico che diede Gian Giacomo Trivulzio al re
-ed alla corte, in cui sedettero più di ducento gentiluomini, cinque
-cardinali e centoventi damigelle milanesi. Inoltre vi furono tavole
-imbandite per quattrocento arcieri reali, ed altrettanti domestici
-e cortigiani; onde più di mille convitati sedettero alle mense del
-Trivulzio: e ciò, essendo la stagione favorevole, seguì il 27 di
-maggio, sotto sale posticcie, piantate lungo il corso di porta Romana.
-Indi vi si ballò e s'ebbe il divertimento delle maschere. Al re
-singolarmente piacque una bellissima giovine, Caterina di San Celso,
-che cantava, suonava e ballava sorprendentemente, ed aveva somma
-grazia, ingegno e vanità di conquiste.
-
-Fra i varii spettacoli che in quella occasione si videro, uno ve
-n'ebbe il quale minacciò di cagionare degli inconvenienti. Il giorno
-14 giugno 1507 fu destinato ad una rappresentazione militare. Il
-giorno precedente cadeva la solennità del Corpus Domini, ed il re,
-con sette cardinali, col duca di Savoia, e i marchesi di Monferrato
-e Mantova, e una schiera di ministri esteri, aveva decorata la
-solita processione. La comparsa militare consisteva nel mostrare
-l'attacco di una fortezza. Erasi accomodato a foggia di una ròcca, a
-quest'oggetto, il palazzo dove soleva dimorare il governatore, ch'era
-Carlo, gran maestro d'Amboise, succeduto al cardinale di Rohan[328]. A
-difendere il forte, stavano esso governatore, il marchese di Mantova
-e il maresciallo Trivulzio, con cento uomini d'armi. L'attacco si
-faceva con forti bastoni, e tanto fu l'ardore, che alcuni vi rimasero
-morti, molti feriti; e la cosa era talmente impegnata, non volendo
-alcuna delle due parti cedere, che, per evitare una funesta scena,
-dovette il re in persona porsi di mezzo. Un mese e mezzo dimorò il re
-Lodovico questa seconda volta in Milano, d'onde partissene il giorno
-11 luglio alla volta di Savona, per abboccarsi al re di Spagna, e
-concertar il matrimonio della sorella del duca di Nemours con quel
-re. I Veneziani, vedendo che il re Lodovico XII si era con facilità
-impadronito di Genova, cominciarono a temere questo potentissimo
-vicino, che aveano incautamente invitato ed assistito. Mossero delle
-pratiche per animare l'imperator Massimiliano, il quale avea alla
-sua corte i due esuli principi Massimiliano e Francesco, figli del
-duca prigioniero. Non poteva il capo dell'Impero considerare mai come
-legittima invasione fatta dal re di Francia nel milanese. Il feudo
-non passava nelle femmine, e quindi era viziato il titolo su cui
-fondavasi il re. Veramente ancora più viziato era quello che poteva
-mostrare Francesco Sforza; poichè la Bianca Maria, nella sua origine,
-aveva una macchia, della quale era immune la Valentina. Ma appunto per
-questo, quell'augusto avea, con nuova investitura, costituito Lodovico
-secondogenito, acciocchè l'investitura mostrasse l'arbitrio cesareo
-nella scelta. Oltre poi l'augusta maestà dell'Impero, nel cuore di
-Massimiliano parlavano i moti del sangue in favore dei due giovani
-principi oppressi. (1508) Lusingato adunque Massimiliano del favore de'
-Veneziani, si presentò ai difficili passi dell'Adige per discendere dal
-Tirolo nella Lombardia; e, col pretesto di passar poi a Roma per farsi
-incoronare, scacciar prima i Francesi dal ducato di Milano. Ma trovò
-opposizione tale de' Veneziani, che dovette tornarsene. Egli mosse le
-armi contro i Veneti, ed essi occuparono le terre imperiali di Gorizia
-e Trieste. Questi furono gli ultimi motivi che determinarono la famosa
-lega di Cambrai l'anno 1509; lega in cui il papa, l'imperatore, il re
-di Francia, il re di Spagna e varii altri minori principi Gonzaghi,
-Estensi, ec., si unirono a danno della prepotente repubblica veneta
-lega, per cui Venezia fu nel punto di perire, e per cui ricevette un
-colpo siffatto, che più non le fu possibile riascendere alla primiera
-grandezza. Era meglio per Venezia l'avere per confinante un principe
-di forze moderate, come lo Sforza, ovvero un re di Francia? Sulla
-casa Sforza essa acquistò Brescia, Bergamo e Cremona. Il tempo cambia
-i principi, e le repubbliche immortali seguitano sempre la stessa
-politica. Un successore debole sul trono di Milano accresceva nuove
-spoglie ai Veneti; Cremona, la Gera d'Adda terminarono in mano de'
-Veneti.... Quantunque, era forse un bene per Venezia l'accrescere tanto
-lo Stato suo? E se, invece di farsi delle città suddite, ella ne avesse
-fatte altrettante alleate e partecipi della veneta libertà, dando la
-cittadinanza veneta ai vinti, come i Romani.... forse rinasceva Roma
-nel seno dell'Adriatico. Mi si perdoni questa digressione. Facil cosa è
-giudicare dagli effetti, siccome fa lo storico; ma gli uomini di Stato,
-costretti ad antivedere, sono dalle apparenze sedotti facilmente.
-L'oggetto di questa unione si era che il papa togliesse alla repubblica
-le città marittime della Romagna; l'imperatore acquistasse Verona,
-Vicenza e Padova; il re di Francia riunisse al milanese Crema, Bergamo
-e Brescia. Gli altri principi tutti avevano concertata la porzione che
-lor dovea appartenere dello spoglio del Veneziani.
-
-I Veneziani radunarono un esercito di sessantamila uomini; e ne
-confidarono il comando al conte Bartolomeo d'Alviano. Si presentarono
-i Veneti all'Adda. Di contro comparve il governatore di Milano,
-gran maestro Carlo d'Amboise, con una men forte armata. I Veneziani
-posero il fuoco a Treviglio; il loro comandante voleva prendere Lodi
-e Milano, od almeno tentarlo prima che giugnesse il re di Francia, il
-quale con nuovi armati passava le Alpi; ma i provveditori veneti no
-'l permisero. (1509) Comparve Lodovico XII in Milano il giorno 1.º di
-maggio del 1509, e fu questa la terza volta. Vi dimorò otto giorni;
-indi co' suoi s'incamminò alla volta di Cassano. Egli avea al suo
-seguito da cento de' primi gentiluomini milanesi, che seco conducevano
-più di mille cavalli corredati con maravigliosa magnificenza; e questi
-combattevano a proprie spese senza stipendio; su di che il Prato: «al
-vedere quelle cavalcanti compagnie sì di francesi come di milanesi, con
-i saioni quasi tutti di broccato d'oro sopra le fulgenti armi, avendo
-il re, vestito di bianco, nel mezzo, era veramente uno obstupescere
-l'occhio del risguardante». Giunse il re a Cassano; si pose di fronte
-ai marcheseschi. I Veneziani erano vantaggiosamente accampati alla
-sinistra riva dell'Adda, e scorreva avanti al lor campo. Voleva il
-re arditamente passare il fiume ed attaccarli, ma Giovan Giacomo
-Trivulzio lo sconsigliò da questo temerario partito a fronte di una
-numerosa armata, provveduta di molta artiglieria. Il re fece dei
-ponti, e su di essi passarono i Francesi; ciò accadde il 10 maggio
-1509. V'erano il Trivulzio, La Palisse, il duca di Courbon. Il conte
-Bartolomeo d'Alviano voleva attaccare i Francesi al momento in cui
-stavano passando il fiume; e si lagnò de' provveditori veneti, che gli
-strappavano dalle mani la vittoria e lo esponevano poi alla rovina. Non
-permisero i provveditori che scendesse dal suo campo trincerato. Il re
-pose il suo accampamento sul fiume alle spalle e fece rompere i ponti,
-acciocchè i soldati sapessero che non rimaneva scampo alcuno colla
-fuga. I Veneziani si ritirarono verso Caravaggio. Il 14 maggio 1509
-si posero in marcia i Francesi. I Veneziani avevano circa ventimila
-fanti e mille uomini d'armi. Fra i primi nell'attaccare furono i nostri
-milanesi. Il fatto seguì fra Agnadello e Mirabello. Rimasero sul campo
-sedicimila persone. Alcuni dissero persino ventimila. L'Alviano fu
-ferito. Ventitre pezzi di grossa artiglieria vennero in potere de'
-Francesi. Molti veneziani rimasero prigionieri. Il poco che rimase
-dell'armata marchesesca fuggì verso Brescia. Dopo questa insigne
-sconfitta d'Agnadello, del 14 maggio, i Francesi presero Caravaggio
-il 16; il giorno 18 maggio Bergamo si sottomise al re; e il giorno 23
-maggio Brescia pure conobbe il re di Francia per suo signore. Crema nel
-mese istesso si sottomise. Tale fu l'impressione che fece la vittoria
-di Agnadello, che Verona, Vicenza e Padova portarono al re le chiavi,
-e il re le fece consegnare agli ambasciatori del re de' Romani, come
-città a lui appartenenti.
-
-Dopo un così rapido corso di vittorie il re Lodovico XII, il giorno
-1.º di luglio, entrò in Milano con una sorta di trionfo. Girò da San
-Dionigi dietro la fossa per entrare solennemente da porta Romana,
-che allora era al ponte; e da porta Romana al castello erano le case
-coperte _di panni di razza, con li padiglioni sopra_; come dice il
-Prato, che descrive la pompa essere stata tale, che ardiva paragonarla
-ai trionfi de' Romani antichi. Vi erano quattro archi trionfali, e
-l'ultimo sulla piazza del castello, «il quale, fra gli altri belli,
-era bellissimo, d'altezza di più di cinquanta braccia, disopra avendo
-di rilievo la imagine del re, sopra un cavallo tutto messo a oro, di
-maravigliosa grandezza, con due giganti a canto, e tutte le commesse
-battaglie intagliate e dipinte, che era una bellezza a vedere, e più
-superba cosa saria stato, se la súbita venuta del re non avesse il
-mezzo dell'opera intercisa»; così il Prato. Il re era preceduto da
-carri dorati, e rappresentavano le città sottomesse, alla foggia de'
-trionfi romani. S'era preparato un magnifico carro trionfale, tutto
-dorato e condotto da quattro cavalli bianchi, coperti superbamente di
-ricamo, e scortato da ventiquattro pomposi custodi; ma il re non volle
-ascendervi e rimase a cavallo, corteggiato da gran numero di principi,
-conti e marchesi, ducento gentiluomini francesi, e molti gentiluomini
-milanesi _sì superbamente vestiti che il domestico abito era semplice
-broccato_; così il Prato. Il re poco dopo tornò in Francia[329].
-
-Mentre i Francesi riunivano al ducato di Milano, Brescia, Bergamo
-e Como, l'imperatore possedeva Verona, Vicenza e Padova; e il papa
-s'era reso padrone di Ravenna, Cervia, Imola, Faenza, Forlì, Rimini e
-Cesena. Ma, come accadde sempre alle forze collegate, che i separati
-interessi de' soci le scompongono ben tosto, così riuscì ai Veneziani
-di riprendere Padova. Poco dopo, segretamente il papa fece la pace co'
-Veneziani, ed ottenne la signoria delle città che aveva conquistate
-nella Romagna, con di più il patto che la repubblica non mai occupasse
-Ferrara. Così mancando il papa di fede alla Lega, questa cessò, e
-ciascuno si rivolse a provvedere a' casi suoi.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXI.
-
- _Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è riconosciuto
- Massimiliano Sforza, ottavo duca._
-
-
-Dopo la vittoria di Agnadello, il re di Francia Lodovico XII aveva
-ottenuta dall'imperatore Massimiliano l'investitura del ducato di
-Milano collo sborso di centocinquantacinquemila scudi d'oro[330].
-Così quell'augusto parve che sagrificasse i due suoi cugini germani,
-Massimiliano e Francesco Sforza, spogliandoli di quel diritto ch'ei
-medesimo aveva dato ad essi nell'investitura di Lodovico il Moro,
-loro padre. Ma se le circostanze momentanee consigliarono un tal
-partito, in forza della lega di Cambray, considerata per un mostro
-politico; cambiate queste, ben tosto gl'interessi di ciascun potentato
-ripigliarono il loro vigore; e nello Sforza preferì cesare un principe
-stretto parente e protetto da lui, ad un rivale formidabile, quale
-era il re di Francia. (1510) Il papa Giulio II, staccatosi dalla lega,
-unitosi co' Veneziani, teneva segrete pratiche cogli Svizzeri, a fine
-di scacciare dal Milanese i Francesi, o d'inquietarli per lo meno.
-Quella nazione bellicosa e confinante, cinta da montagne altissime,
-poteva con improvvise incursioni sorprendere, e, rispinta, ancora
-ricoverarsi fralle rupi native fuori da ogni pericolo di offesa. Dopo
-di avere gli Svizzeri occupata Bellinzona nella rivoluzione in cui
-Lodovico il Moro fu preso, resi padroni di quella rôcca, in addietro
-posseduta dai duchi di Milano, non solamente si videro arbitri di
-invadere la sottoposta pianura del Milanese, ma formarono disegno
-di occuparne una porzione. Il papa, che aveva già l'animo rivolto
-a Parma e Piacenza, città state sempre unite al ducato di Milano, a
-fine di staccarle ed appropriarsele come città comprese anticamente
-nell'esarcato di Ravenna, e nella donazione che la contessa Matilde
-aveva fatta alla Santa Sede, adescò gli Svizzeri a staccare altresì
-dal ducato medesimo Lugano, Locarno e Mendrisio, tre distretti i più
-vicini alle Alpi. Animò i Grigioni ad acquistar Bormio e la Valtellina.
-Il principal motore presso gli Svizzeri fu Matteo Scheiner, uomo
-di nascita plebea, dapprincipio maestro di scuola, indi curato, poi
-canonico di Sion, piccola città del Vallese, uomo di una impetuosa
-eloquenza e di un carattere violento, ostinato ed appassionatamente
-nemico dei Francesi, fatto per le armate più che pel sacerdozio, il
-quale, per testimonianza di Varilas, sforzò col ferro alla mano il suo
-capitolo a nominarlo coadiutore; e fatto indi vescovo di Sion, rese
-celebre il suo nome per le imprese militari e per la somma influenza
-che ebbe presso gli Svizzeri, e conseguentemente negli affari di que'
-tempi, nei quali gli Svizzeri avevano moltissima parte; uomo perfine,
-che dal papa, per sempre più rendersi amici gli Svizzeri, fu creato
-cardinale, e dagli scrittori chiamasi _il cardinale di Sion_. Nel
-mese di settembre del 1510 gli Svizzeri fecero una incursione dal
-ponte della Tresa a Varese. I Francesi erano sparsi nei presidii di
-Brescia, Peschiera e altre fortezze, che ora sono dello Stato veneto.
-Cinquecento lance stavano a fronte dell'esercito veneziano. Altre
-cento lance francesi erano passate ausiliarie del duca di Ferrara,
-minacciato dal papa, il quale aveva accordato co' Veneziani ch'essi
-non gl'impedirebbero d'impadronirsi di quella città, togliendola
-agli Estensi. Il qual progetto non riuscì allora a Giulio II; ma
-ottantasette anni dopo, cioè nel 1597, Clemente VIII Aldobrandino
-lo ridusse a compimento. I Francesi non aveano quindi forze bastanti
-per impedire simili scorrerie degli Svizzeri; i quali, dopo di avere
-saccheggiate le terre, si ricoverarono prima dell'inverno sulle loro
-Alpi. (1511) Ma l'anno seguente, cioè 1511, sedicimila, secondo il
-Guicciardini, o venticinquemila Svizzeri, secondo il Prato, scesero
-dalle loro montagne, occuparono di bel nuovo Varese, s'innoltrarono
-a Gallarate, a Rho, e si presentarono fin sotto le mura di Milano
-il giorno 14 dicembre 1511. Ma non avendo costoro artiglieria,
-non passarono più oltre; anzi, incamminatisi verso la loro patria,
-lasciarono devastate od arse le terre di Bresso, Affori, Niguarda,
-Cinisello, Desio, Barlassina, Meda ed altre. Queste incursioni
-rendevano sempre più deboli le intraprese de' Francesi contro i
-Veneziani e contro del papa, che già consideravasi come aperto nemico
-del re di Francia. Quai fossero i pensieri di papa Giulio II in
-quest'affare, si vede nel Guicciardini[331]. «Aveva il pontefice, dice
-egli, propostosi nell'animo, e in questo fermati ostinatamente tutti
-i pensieri suoi non solo di reintegrare la Chiesa di molti Stati, i
-quali pretendeva appartenersegli, ma oltre a questo, di cacciare il re
-di Francia di tutto quello possedeva in Italia, movendolo la occulta
-ed antica inimicizia che avesse contro lui, o perchè il sospetto avuto
-tanti anni si fosse convertito in odio potentissimo, o la cupidità
-della gloria di essere stato, come diceva poi, liberatore d'Italia dai
-barbari». I Francesi non aveano nell'Italia se non mille e trecento
-lance e ducento gentiluomini[332], parte a Brescia, parte a Bologna,
-parte a Faenza.
-
-Il governatore di Milano e comandante delle armate francesi nell'Italia
-era il gran maestro Carlo d'Amboise di Chaumont, il quale, nel 1505,
-era succeduto al signore Du Benin; e questi aveva avuti due altri
-prima di lui, il maresciallo Trivulzio o il cardinale di Rohan. Questo
-quarto governatore morì di malattia in Coreggio il 10 marzo 1511, e
-venne trasportato solennemente in Milano il 31 di esso mese. Il Prato
-ci descrive quel corredo funebre. Due cavalli coperti di velluto nero,
-ricamato d'oro, portavano il sarcofago, similmente coperto, con sopra
-la collana d'oro di San Michele. Precedevano cinque cavalli coperti
-sino a terra di velluto nero. Sul primo eravi un paggio con in mano
-la lancia: sul secondo, altro paggio portando un bastone dorato; sul
-terzo, un simile con mazza dorata; sul quarto il paggio aveva sul capo
-l'elmo dorato, e nella mano lo stocco; il quinto cavallo era a sella
-vuota, collo stocco pendente dall'arcione, ed era condotto a mano.
-Veniva poi la cassa di piombo, portata e coperta come ho scritto;
-seguitavanla i soldati e cortigiani, tutti in lutto con abiti sino
-a terra, e con certi cappucci in capo, con cui _quasi elefanti mi
-sembravano_, dice il Prato. Indi seguivano quattromila poveri, vestiti
-di nuovo, con torce nere in mano; poi quanti preti e frati v'erano in
-Milano, venivangli dietro con torce in mano. Il Duomo, ove la pompa
-finì, era tutto coperto di panni funebri, ed ornato di torce in sì
-gran numero, che una non era più di due braccia discosta dalle altre.
-Stavano alle porte alcuni che gettavano denaro ai poveri. La funzione
-fu magnifica. Il cadavere poi privatamente fa trasportato in Francia.
-Tali singolarità meritano luogo nella storia, perchè ci rappresentano
-i costumi ed il lusso dei tempi. L'onorare le ceneri de' trapassati
-sembra cosa quasi naturale all'uomo, poichè sino da' più rimoti secoli
-se ne scorgono lo tracce; e le nazioni selvagge eziandio ne hanno dato
-esempio; l'estinguere questo pietoso sentimento sarebbe difficilissimo
-e forse un cattivo progetto. Il limitare la profusione di tai pompe
-sembra conforme ad una saggia legislazione. Se questo affetto poi
-di preservare la spoglia e perpetuar la memoria delle persone che
-ci furono care, si rivolga in favor delle belle arti, animando la
-scultura, merita incoraggiamento e lode. Nel secolo XVI cominciò tra
-noi una severa e poca avveduta vigilanza contra siffatti monumenti, e
-se ciò non fosse stato, avremmo assai più ornati i nostri sacri templi
-di riconoscenti memorie dei cittadini e del progresso delle belle arti,
-che non abbiamo.
-
-Poichè Giulio II ebbe mancato di fede al re di Francia, staccandosi
-dalla lega ed unendosi coi Veneziani, movendo gli Svizzeri, ed
-accostandosi agli Spagnuoli, alcuni cardinali, o partitanti della
-Francia, o malcontenti per la vita assai più militare che ecclesiastica
-del sommo pontefice, si radunarono in Pisa, ove si andava formando un
-concilio per deporlo, e dichiarar vacante la Santa Sede. In Pisa non
-si credendo eglino bastevolmente sicuri, passarono alcuni cardinali
-a Milano colla idea di quivi congregare il concilio. Come fossero
-accolti, lo scrive il Guicciardini[333]. «Ma a Milano i cardinali,
-seguitandoli per tutto il dispregio e l'odio dei popoli, avrebbero
-avute le medesime o maggiori difficoltà; perchè il clero milanese, come
-se in quella città fossero entrati, non cardinali della chiesa romana,
-soliti a essere onorati e quasi adorati per tutto, ma persone profane
-ed esecrabili, si astenne subitamente da sè stesso dal celebrare gli
-uffizi divini, e la moltitudine, quando apparivano in pubblico, gli
-malediceva, gli scherniva palesemente con parole e gesti obbrobriosi,
-e sopra gli altri il cardinale di Santa Croce, riputato autore di
-questa cosa». Il cardinale Santa Croce, spagnuolo, era uno dei primi
-autori di tale scisma. I nostri ecclesiastici, immediatamente dopo la
-loro venuta, cessarono di celebrare le sacre funzioni, considerando
-come soggetta all'interdetto la terra ove abitavano questi prelati.
-Il governo comandò loro di continuare nel solito ministero, ed il
-Prato ci avvisa che i monaci Benedettini, Cisterciensi e Lateranesi,
-per non aver voluto ubbidire, ebbero i militari posti ad alloggiare
-sulle loro terre. (1512) Il giorno 4 gennaio 1512 si radunò nel
-Duomo questo concilio. Il cardinale di Santa Croce cantò la messa
-pontificale: il cardinale Sanseverino ed un altro cardinal francese
-servivano da diacono e suddiacono; v'erano altri due cardinali
-assistenti, e ventisette colle mitre bianche in testa, altri vescovi,
-ed altri abbati. Trattossi di portare giudizio su papa Giulio; ed eravi
-per notaio, che scriveva gli atti del concilio, un messer Ambrogio
-Bolfraffo. Tenne varie sessioni questo concilio, ed in una del giorno
-21 d'aprile venne dichiarato il sommo pontefice sospeso dalla sua
-dignità papale. Di tutto ciò fa menzione il Prato.
-
-Nè già i pericoli che stavano d'intorno a Giulio II limitavansi a
-questa scarsa e dispregiata congregazione, già dal papa scomunicata
-e resa obbrobriosa o ridicola ai popoli. Il pericolo assai maggiore
-stava risposto nel valor militare del duca di Nemours Gastone di
-Foix, nipote per parte di madre del re Luigi XII, fatto governatore e
-capitano generale dopo la morte del gran maestro di Amboise. Questo
-giovine eroe, all'età di soli ventidue anni, mostrò i talenti di un
-gran generale. Dal Milanese vola a soccorrere Bologna, assediata da don
-Pietro di Navarra e la sorprende prima ch'egli abbia nemmeno notizia
-ch'ei marciasse a quella vòlta; lo pone in fuga, batte la retroguardia
-di lui; rende libera Bologna. Coglie il momento di questa impresa
-il conte Luigi Avogadro, e, profittando della assenza dei Francesi,
-apre le porte di Brescia a' Veneziani, i quali occupano Bergamo e
-s'innoltrano sino al Mincio. Al momento parte Gastone dal Bolognese,
-si affronta al Mincio coi nemici, che gliene disputano il passo, e li
-disperde; si presenta a Bergamo e la prende; si presenta a Brescia,
-e se ne rende padrone; e tutta questa maravigliosa serie di fatti si
-eseguisce in pochi giorni. Il 29 febbraio prese Bergamo, il 1.º di
-marzo prese Brescia; al qual proposito il Guicciardini scrive[334]. «Fu
-celebrato per queste cose per tutta la Cristianità con somma gloria
-il nome di Fois che con la ferocia e celerità sua avesse in tempo di
-quindici dì costretto l'esercito ecclesiastico e spagnuolo a partirsi
-dalle mura di Bologna, rotto alla campagna Giampagolo Baglione con
-parte delle genti dei Veneziani, ricuperata Brescia con tanta strage
-de' soldati e del popolo, di maniera che, per universale giudizio,
-si confermava non avere già parecchi secoli veduta Italia nelle opere
-militari una cosa somigliante».
-
-Questa presa di Brescia servì di argomento al signor di Belloy per
-la tragedia che intitolò: _Gaston et Bayard_, nella quale l'Avogadro
-apparisce come un ribelle del suo legittimo sovrano e traditore della
-patria, e gl'italiani vi figurano miseramente il personaggio di gente
-senza virtù alcuna. I Bresciani da ottantatre anni vivevano sudditi
-della repubblica veneta: quando nel 1509, furono assoggettati alla
-forza dell'armi francesi. Il conte Avogadro tentò di liberare sè
-stesso e la patria da un giogo straniero, e riconsegnarsi al nativo
-suo principe. Il governo poi che i Francesi facevano della di lui
-patria, suggeriva di liberarla da quella infelicità[335]. Il grado
-di longitudine sotto cui siamo nati su questa sferoide, non dovrebbe
-cagionare diversità di partiti: l'uomo virtuoso e dabbene è patriota
-de' suoi simili sparsi per ogni clima, ed è forestiere al suo vicino
-malvagio e vizioso. L'infelice conte Avogadro terminò miseramente i
-suoi giorni sul patibolo, ed i suoi figli, tradotti a Milano, per mano
-del carnefice finirono pure la vita. V'è chi incolpa Gastone di Foix
-di avere voluto contemplare la morte di questi infelici che avrebbero
-un nome glorioso, qualora avessero avuta la fortuna delle armi, e
-sarebbero stati coronati da quella gloria medesima che ottennero di
-que' tempi alcuni Francesi scacciando gl'Inglesi che avevano occupate
-le province della Francia. Il saccheggio di Brescia recò poi a Milano
-la pestilenza, che per due anni vi restò.
-
-Dopo ch'ebbe di volo sottomesse le città di Bergamo e Brescia, il duca
-di Nemours Gastone di Foix passò per Milano; indi rapidamente marciò
-a Ravenna. È celebre la battaglia che vi si diè il 11 d'aprile, che in
-quell'anno fu il giorno di Pasqua, cioè quaranta giorni dopo la presa
-di Brescia; ed è notissima non meno la morte che vi trovò Gastone, dopo
-di avere riportata una compiuta vittoria; nè appartiene alla storia
-ch'io mi son limitato a scrivere, la precisa narrazione di tai fatti.
-Marc'Antonio Colonna comandava nella città di Ravenna; il vicerè di
-Napoli Pietro di Navarra aveva il comando degli Spagnuoli; sotto di lui
-serviva Fabrizio Colonna. I collegati pontificii erano millesettecento
-uomini di armi e quattordicimila fanti. Usarono allora i pontificii de'
-carri falcati[336]. I Francesi avevano, sotto il comando del duca di
-Nemours, il marchese di Ferrara e il cardinale Sanseverino. Oltre il
-duca di Foix, che vi fu ucciso, rimasero sul campo il signor d'Allegre
-con suo figlio, il signor Molard, sei capitani tedeschi, il capitano
-Maugiron, il barone di Grammont, e più di duecento gentiluomini di
-nascita distinta. Se tale sciagura non veniva a rovesciare tutt'i
-disegni de' Francesi, il papa Giulio II correva rischio grande di
-perdere lo Stato, e di ubbidire al sinodo tenutosi in Milano. Ma una
-giornata cambiò totalmente l'aspetto degli affari, e il languente
-comando de' Francesi passò nelle mani del signor De la Palisse, che può
-essere collocato nella serie de' governatori di Milano, ed è il sesto.
-La spoglia del duca di Nemours venne trasportata a Milano e sospesa
-entro di un sarcofago di piombo fra una colonna e l'altra nel Duomo,
-siccome eranlo i duchi di Milano. La cassa venne coperta come lo erano
-le altre pure, con uno strato magnifico di broccato soprarizzo, dice
-il Prato: eranvi ricamati i gigli d'oro; pendeva la spada pontificia
-col fodero d'oro acquistata a Ravenna; v'erano collocati all'intorno il
-vessillo del papa e quindici altre bandiere prese in quella battaglia.
-Ma lo spirito feroce di partito e la superstizione non lasciarono
-tranquille le ceneri di questo giovine eroe; gli Svizzeri, i quali,
-come or ora vedremo, s'impadronirono in breve di Milano, entrati
-nel Duomo, sormontandosi l'un l'altro, scomposero, rovesciarono quel
-monumento, e le spoglie vennero disperse. Cambiatasi poi nuovamente la
-fortuna, e ritornati i Francesi, fu innalzato un mausoleo magnifico di
-marmo alla memoria di questo principe, e collocato nella chiesa delle
-monache di Santa Marta. Di questo mausoleo ora non ne rimane che la
-statua, sotto della quale si legge l'iscrizione seguente:
-
- SIMVLACRVM GASTONIS FOXII
- GALLICARVM COPIARVM DVCTORI
- QVI IN RAVENNATE PRAELIO CECIDIT ANNO
- MDXII
- CVM IN AEDE MARTAE RESTITVENDA
- EIVS TVMVLVS DIRVTVS SIT
- HVIVSCE COENOBII VIRGINES
- AD TANTI DVCIS IMMORTALITATEM
- HOC IN LOCO COLLOCANDVM CVRAVERE
- ANNO MDLXXIV[337]
-
-I bassirilievi che adornavano la tomba, vennero, non saprei per qual
-destino, rotti e divisi; alcuni se ne veggono nella deliziosa villa di
-Castellazzo, altri sono presso alcuni privati. Sempre più si conosce
-che un buon libro è il solo monumento durevole, col quale un uomo sia
-sicuro di tramandare ai secoli venturi la memoria di sè medesimo:
-i marmi, gli edifizi, le pubbliche fondazioni, tutto si scompone e
-disperde; ma Orazio aveva ragione di scrivere, ch'egli s'innalzava un
-monumento co' versi suoi più durevole de' bronzi[338].
-
-Dopo la battaglia di Ravenna, in cui si disse che rimanessero morti
-sul campo ottomila fanti e mille cavalieri pontificii, e prigionieri
-il vicerè di Napoli don Pietro di Navarra, il cardinale dei Medici,
-il marchese di Pescara, Fabrizio Colonna, il marchese di Padule, il
-figlio del principe di Melfi, don Giovanni Cardona ed altri; l'armata
-francese, sebbene vincitrice, si trovò totalmente rovinata, che il
-cavaliere Bayard, nella lettera citata, assicura[339] che in cento anni
-di tempo la Francia non poteva risarcire la perdita che aveva fatta.
-Dopo questa tal battaglia, il papa Giulio II sempre più si strinse
-co' Veneziani per discacciare i Francesi, i quali a nome del concilio
-avevano cercato di occupar la Romagna. L'interesse dei Veneziani
-consigliavali a dar mano alla rovina dei Francesi per ricuperare
-Brescia e il restante della terra-ferma, e collocar sul trono di
-Milano un principe da cui non dovessero temere invasione. Innoltrò
-il papa i suoi maneggi coll'imperatore Massimiliano per restituire
-il ducato di Milano a Massimiliano Sforza, cugino dell'imperatore
-medesimo. L'imperatore, con un proclama, richiamò alla patria tutti i
-Tedeschi che militavano nell'armata francese; e questi abbandonando
-i loro stipendi, resi poco sicuri, e sempre più s'indebolirono le
-forze comandate dal signor De la Palisse. Dall'attività di papa Giulio
-II gli Svizzeri, incessantemente animati, scesero questi nuovamente
-in Italia; e profittando della confusione e debolezza de' Francesi,
-occuparono i tre baliaggi di Lugano, Locarno e Mendrisio, i quali
-continuarono a possedere gli Svizzeri dappoi, come al presente. I
-Grigioni s'impadronirono di Chiavenna, Bormio e della Valtellina,
-attualmente possedute da essi. Il papa occupò Parma e Piacenza[340].
-In questo stato di cose il signor De la Palisse si ricoverò a Pavia,
-città forte, e abbandonò Milano. Il consiglio generale de' novecento
-si radunò per dare le ordinarie provvidenze alla città, e porre qualche
-riparo alla pestilenza che l'affliggeva. Gli Svizzeri, sotto il comando
-del cardinale di Sion, invadono lo Stato in nome della _Santa Lega_:
-occupano Cremona, indi Lodi: si unisce al cardinale svizzero il vescovo
-di Lodi Ottaviano Sforza, cugino di Massimiliano. Milano riconosce la
-Santa Lega il giorno 16 giugno: il giorno 20 giugno entra il vescovo di
-Lodi in Milano come luogotenente del duca Massimiliano. Il papa libera
-la città di Milano dall'interdetto, in cui la considerava incorsa per
-esservisi ricoverati i cardinali suoi nemici. L'assoluzione venne il
-giorno 6 di luglio, e quella fu l'ottava volta in cui Milano si trovò
-in siffatta circostanza[341]. I Francesi, non essendo numerosi a segno
-di custodire Pavia, l'abbandonarono, e per la fine del 1512 non ve ne
-rimasero se non ne' castelli di Milano e di Cremona.
-
-Massimiliano Sforza dall'età di nove anni sino al vigesimoprimo
-era stato esule dalla patria e ricoverato sotto la protezione
-dell'imperator Massimiliano, suo cugino. Egli, scortato dal cardinale
-di Sion e dagli Svizzeri, entrò solennemente in Milano il giorno 29
-dicembre 1512. L'ingresso si fece al solito da porta Ticinese con
-più di cento gentiluomini che lo precedevano, usciti ad incontrarlo
-con un abito uniforme, composto dei colori medesimi che il duca aveva
-scelti per sue livree, cioè pavonazzo, giallo e bianco. I gentiluomini
-però, oltre l'essere vestiti di seta, erano altresì ricamati d'oro;
-per lo che non si potevano confondere coi domestici del duca. Il
-duca cavalcava vestito di raso bianco trinato d'oro; portavangli il
-baldacchino i dottori di collegio. Cesare Sforza, fratello naturale del
-duca, portava immediatamente avanti di esso la spada ducale sguainata.
-Lo seguitavano il vescovo Valese cardinale di Sion, e i legati del re
-de' Romani, del re di Spagna e di altri sovrani. Non mancarono a tal
-funzione i soliti archi trionfali. Egli finalmente andò a risedere
-nella corte ducale; giacchè il castello, nel quale solevano alloggiare
-i duchi, era in potere de' Francesi. Il potere ducale Massimiliano lo
-ricevette dagli Svizzeri; e, come dice Guicciardini[342]. «Il cardinale
-(Sedunense lo chiama il Guicciardini, ed è il vescovo di Sion), in nome
-pubblico degli Svizzeri gli pose in mano le chiavi ed esercitò quel
-dì, che fu degli ultimi di dicembre, tutti gli atti che dimostravano
-Massimiliano ricevere la possessione da loro; il quale fu ricevuto con
-incredibile allegrezza di tutti i popoli per il desiderio ardentissimo
-di avere un principe proprio, e perchè speravano avesse a essere
-simile all'avolo o al padre, la memoria dell'uno dei quali per sue
-eccellentissime virtù era chiarissima in quello Stato, nell'altro il
-tedio degli imperi forestieri aveva convertito l'odio in benevolenza».
-
-(1513) Giulio II, il primo motore degli avvenimenti dei tempi suoi,
-quel papa che, coll'usbergo sul petto e l'elmo in capo, diresse
-l'assedio della Mirandola, e vi entrò per la breccia, terminò la sua
-vita la notte dal 20 al 21 di febbraio del 1513. Questo colpo cambiò
-nuovamente le combinazioni politiche di Europa. I Veneziani, che tre
-anni prima, per ricuperare la terra ferma occupata da' Francesi,
-uniti coll'imperatore, avevano cedute al papa le città marittime
-della Romagna, ascoltarono le proposizioni che fece loro la Francia,
-la quale prometteva ad essi la terraferma, Verona, Vicenza, Brescia,
-Bergamo e Crema, e con tali condizioni si collegarono con Lodovico XII
-nel trattato di Blois 13 marzo[343]. Con tale nuova confederazione si
-obbligavano i Veneziani ad assistere il re per ricuperare il Milanese;
-ed il re obbligavasi ad aiutare la repubblica per riacquistare le terre
-della Romagna perdute colla lega di Cambray[344]. Contro del papa si
-mossero parimenti gli Spagnuoli; ed il vicerè di Napoli s'impadronì
-di Parma e di Piacenza, sebbene per poco, costretto a restituirle
-al papa[345]. Mentre si andava disponendo nella Francia una nuova
-invasione nel Milanese, a respingere la quale forza era rivolgere
-le spalle a' Veneziani collegati colla Francia, il duca Massimiliano
-Sforza si abbandonava alla molle lascivia, che appena si perdona ai
-principi sicuri nel loro Stato. Per festeggiare il soggiorno che la
-marchesa di Mantova faceva in corte col nostro duca, ad altro non
-pensava egli che a giuochi ed a pompe, quasi ch'ei fosse nel seno della
-pace. Fece fare, fra le altre cose, un torneamento; il che accadde
-il giorno 13 febbraio 1513, dimenticandosi che nel castello stavano
-i Francesi. Il duca vide, per le palle di cannone ch'essi gli fecero
-piovere sulla corte, che aveva inopportunamente scelto il tempo ed il
-luogo[346]. Questo principe non sembra che avesse alcuna energia nè
-elevazione d'animo; egli spensieratamente portava il titolo di duca, e
-in mezzo all'umiliazione propria ed alla miseria de' sudditi pensava
-a passar giocondamente il suo tempo. Donava feudi, donava regalie,
-regalava denaro, roba a tutti i suoi favoriti con profusione, in guisa
-che aveva sempre l'erario esausto. Donò a Girolamo Morone la contea di
-Lecco: la città di Vigevano al cardinale di Sion; Rivolta e la Ghiara
-d'Adda ad Oldrado Lampugnano. Coteste sue profusioni facevansi da
-esso lui, «come se nulla fossero» dice il Prato, il quale si esprime
-a tal proposito così: «ma poco delle dicte cose curandosi il duca
-nostro, facea, como dice il proverbio, manco roba, manco affanni;
-et solo attendeva a piaceri; unde essendo venuto a Milano la moglie
-del marchese di Mantova con alquante sue zitelle, o per meglio dire
-ministre di Venere, tanto piacere de conviti e de balli e de altri che
-io non scrivo, se prendeva assieme con lo effeminato vicerè di Spagna,
-che era una cosa a ogni sano judicio biasimevole, et non so se me dica
-una parola, tuttavia, essendo dicta da Salomone, nella Cantica, la
-posso dire anch'io».[347] _Veh tibi terra cuius rex est puer_; così il
-Prato. Ma chi è fanciullo a ventun'anni, non è giunto mai a diventar
-uomo. Questa scioperatezza dovea ricadere a danno dei sudditi, ai quali
-forza era d'imporre maggiori aggravii; e non osandolo fare da sè, il
-duca Massimiliano, prima di accrescere la gabella del sale di trenta
-soldi ogni staio, ne impetrò dal papa il permesso; della qual supplica
-ho letta io stesso una copia scritta di quei tempi e conservata nella
-signorile raccolta dei manoscritti nell'insigne archivio Belgioioso
-d'Este, e dice così:[348] _Beatissime Pater: — Manifesta est et satis
-nota apud S. V. immoderata nimium longe lateque dominandi ambitio, et
-aliena indebite usurpandi cupiditas Gallorum regis, adeo ut non modo
-principatum Mediolanensem, verum et universae Italiae subjugandae
-omnibus votis aspirare videatur_; e conclude alla fine: _quare ad
-B. V. confugere cogor pro re quae (sic) in evidentem totius Italiae
-commodum cedet et mihi et tam immensae pubblicae necessitati consulet;
-etiam supplicando quatenus, in praemissis opportune providendo, B. V.
-auctoritate Apostolica qua fungitur, motu proprio, ex certa scientia
-et de plenitudine potestatis etiam absolutae, licentiam potestatem et
-auctoritatem indulgere dignetur in universa ditione ducatus Mediolani
-imponendi praedictas additiones solidorum triginta pro stario salis
-etc._[349]. Nè ciò bastando, delegò il duca Bernardino ed Enea Crivelli
-per esigere dai feudatarii uno straordinario tributo[350]. Vendè
-persino i due canali navigabili, il Naviglio grande e quello della
-Martesana alla città di Milano[351]. In un sol mese vendette tante
-regalie, che ne incassò dugentomila ducati; alienazioni tutte fatte in
-ragione del sette per cento[352]. Impose nuovi aggravi sopra le terre
-irrigate[353]. I sudditi, al paragone del governo francese, conobbero
-quanto avessero peggiorato sotto di questo sventato principe naturale.
-Lodovico XII, re di Francia, ne' tredici anni che signoreggiò nel
-Milanese non impose alcuna taglia nè tributo straordinario. Fu un buon
-principe, moderato nelle spese, popolare, amante dell'ordine e della
-giustizia. Egli piantò nel Milanese quel sistema di governo che durò
-sino a' tempi nostri. Questo monarca, prima di regnare, era dominato
-dall'amore; la gioventù, la grazia, la bellezza lo seducevano: poichè
-salì sul trono, seppe frenarsi, e nobilmente signoreggiare sopra di sè
-medesimo. Ei meritò dai posteri il glorioso nome di _Padre del popolo_.
-Il paragone colla spensierata condotta del duca Massimiliano era
-svantaggioso pel successore.
-
-Non sarà discaro a' miei lettori, s'io sottopongo al loro sguardo lo
-specchio delle spese fisse che si facevano sotto il duca Massimiliano
-dall'erario ducale. Questo prezioso aneddoto, siccome molt'altri, fu da
-me tratto dall'insigne collezione poc'anzi ricordata[354].
-
- _Spese dello stato di Milano sotto il duca
- Massimiliano Sforza._
-
- Pensioni agli Svizzeri ducati 100,000
- Alle guardie de' castelli di Milano, Cremona, Novara,
- guardia della corte, e capitano di giustizia » 72,000
- Alla gente d'armi » 74,600
- Alla compagnia del Bregheto, computata la provvisione
- sua » 3,000
- Al signor Manfredo da Coreggio, per esso e cavalli cento » 6,800
- Alla casa ducale, computata la stalla » 26,000
- Spese delli cavallari » 8,000
- Agli oratori e famigli cavallanti » 12,000
- Alla munizione e lavoreri ducali » 12,000
- Alle guardie delle fortezze, oltre le dette disopra » 6,000
- Spese straordinarie » 25,000
- Officiali salariati » 25,000
- Vestiario del duca » 30,000
- Spese di sanità » 4,000
- Elemosine ducali » 2,000
- Staffieri del duca » 660
- Trombetti » 540
- Interessi passivi di debiti » 10,000
- Ristauri per guerra e peste » 6,000
- Lettere e bollettini di esenzione » 2,000
- Beneplacito del duca » 5,000
- A conto del signor duca di Bari » 3,350
- Legna e altro per la cancelleria ducale e camera » 2,000
- Al signor Giovanni e a Maddalena Lucrezia per suo vivere » 1,700
- Annuali ed obblazioni » 500
- ———————
- Ducati 438,150
-
-Le rendite poi del duca a quel tempo veggonsi nel codice medesimo[355]
-ascendenti a scudi d'oro del sole 499,660, soldi 64, denari 8. Ora
-computati gli scudi del sole come erano, una mezza doppia, e i ducati
-in valore di un gigliato, apparisce che il duca aveva ogni anno una
-spesa eccedente di più di ventiquattromila ducati, quand'anche nelle
-spese di capriccio ei non avesse ecceduto.
-
-I Francesi adunque, nel numero di dugento uomini d'armi e ventimila
-fanti, sotto il comando di Luigi De la Trémouille e del maresciallo
-Trivulzio, superate le Alpi, scesero verso lo stato di Milano. A tal
-nuova i Veneziani si accostarono e si resero padroni di Pizzighettone,
-di Martinengo e di Cremona. Molti fra i sudditi del duca, malcontenti
-del governo di un tal principe, bramavano di ritornare sotto il
-dominio del re Lodovico XII. Un tumulto popolare si eccitò in Pavia,
-un simile contemporaneamente comparve in Alessandria. Già queste due
-città non avevano aspettato l'arrivo dei Francesi per considerarsi
-suddite della Francia. Messer Sacramoro Visconti, che aveva il comando
-degli sforzeschi posti a bloccare il castello di Milano, lasciava
-segretamente che entrassero di notte le vettovaglie ai Francesi del
-presidio; il che scoperto, egli si ricoverò nella Francia, ed ebbe
-dal re la collana, pregevolissima allora, dell'ordine di San Michele.
-Insomma le cose andavano come forz'era pure che andassero sotto di un
-principe sfornito di mente e di cuore che lo innalzassero sugli uomini
-volgari, e lo mostrassero degno di comandare agli altri uomini. Gli
-Svizzeri però vollero sostenere questo duca, e con ciò conservarsi non
-solamente i baliaggi che avevano occupati, ma il dominio del Milanese,
-che realmente esercitavano già sotto il nome del duca Massimiliano. Si
-radunarono ne' contorni di Novara nel numero di diecimila, a quanto
-scrive il Guicciardini[356], o settemila, come scrive il Prato; e il
-giorno 6 di giugno del 1513 assalirono l'armata francese con tanto
-impeto e sì impensatamente, che, quasi per sorpresa, impadronitisi
-dell'artiglieria de' nemici, la rivoltarono contro dei Francesi
-medesimi; e questo arditissimo impeto sgomentò talmente i Francesi (i
-quali s'immaginarono essere sopraggiunta una nuova armata di patriotti
-svizzeri), che senza consiglio si abbandonarono alla fuga; e da un
-drappello di fantaccini, senza cavalleria, senza artiglieria, venne
-siffattamenie distrutto un corpo di armata, che si contarono rimasti
-sul campo ben diecimila de' Francesi, ed il rimanente con somma
-sollecitudine ripassò le Alpi. Così gli svizzeri in quel luogo medesimo
-ove tredici anni prima erano stati accusati di aver tradito il padre,
-avendo a fronte lo stesso Trivulzio, in quello stesso luogo, e contro
-del generale medesimo, col loro valore mantennero lo Stato al figlio
-Massimiliano Sforza, ripararono l'onore delle loro armi e della fedeltà
-loro. Il Prato attribuisce quella sciagura de' Francesi al disprezzo
-che imprudentemente essi fecero de' loro nemici; non supponendo
-possibile ch'essi ardissero di provocar l'armata francese. Attribuisce
-però singolarmente allo sbigottimento che ebbe colla sorpresa il
-comandante supremo La Trémouille, il poco onore che in quella giornata
-si fecero le armi francesi; e il Trivulzio, costretto a fuggire cogli
-altri, andava ripetendo, a quanto il Prato scrive: «Noi fuggiamo et
-la victoria è nostra». Nella Francia La Trémouille vide, «non senza
-carico di vituperio», cassato il suo nome dalla lista dei stipendiati,
-«la qual cosa non avvenne al Trivulzio; ma sia come si voglia, la fuga
-fu vituperosa»[357]. Gli svizzeri raccolsero in quella giornata un
-prezioso bottino, avendo perduti i Francesi tutti i loro attrezzi. Dopo
-un tal fatto i Veneziani sgombrarono il paese; ritornarono le cose come
-se nulla fosse accaduto; e il duca, acceso d'una passione degna del suo
-animo, si recò a stanziare nei contorni di Pavia per vagheggiare una
-mugnaia che vi stava domiciliata[358].
-
-La gloria delle armi francesi non poteva essere riparata nell'Italia
-con nuovo esercito, poichè gl'Inglesi, avendo allora appunto mossa la
-guerra a Lodovico XII, ei doveva adoperare le sue forze per impedire
-i progressi di trentamila Inglesi e ventitremila Tedeschi, i quali
-erano spediti nella Francia da Enrico VIII e Massimiliano Cesare
-collegati. Quindi i pochi Francesi che stavano al presidio dei castelli
-di Milano e di Cremona, esausti di munizioni e di viveri, oppressi
-da miserie, disperando soccorso, cedettero le fortezze ed uscirono,
-salve le persone e robe loro. Il castello di Milano per tal modo venne
-in potere dello Sforza il giorno 19 novembre 1513, e da quel giorno
-non rimase più dominazione alcuna nell'Italia al re Lodovico XII.
-(1514) Ma lo Sforza altro di duca non conservò che il titolo; vivendo
-egli meschinamente come un ostaggio sotto la tutela degli Svizzeri,
-e sopra tutto del terribile Cardinale di Sion, il quale col nome del
-duca adoperava ogni mezzo per cavar danaro dai popoli, abbandonati ad
-un'anarchia militare; e così senza alcun memorabile avvenimento passò
-l'anno 1514. (1515) L'anno seguente 1515 incominciò colla morte del re
-Lodovico XII senza figli, e colla incoronazione di Francesco I, l'avo
-paterno del quale era zio paterno del defunto, anche egli discendente
-dalla principessa Valentina Visconti. Il nuovo re era nel ventesimo
-primo anno dell'età sua. Trovò la Francia in pace pel trattato seguito
-poco prima della morte di Lodovico XII. Il suo primo pensiero fu
-di ricuperare il milanese; ed a fine di radunare nell'erario quanto
-bastasse alla spedizione, pose, con esempio infausto, in vendita le
-cariche della giudicatura della Francia. Si collegò nuovamente co'
-Veneziani. Dichiarò reggente del governo la duchessa d'Angouleme
-sua madre; e si dispose a venire egli stesso alla testa della sua
-armata nel Milanese. Il duca prese al suo stipendio, in qualità di
-capitano delle genti d'armi, Prospero Colonna. E come tutto ciò che
-dà idea de' costumi di quei tempi deve aver luogo nella mia storia,
-così io non ometterò un magnifico convito che il Colonnese imbandì in
-quella occasione, e di cui ci lasciò memoria il Prato. Ciò seguì il
-giorno 20 di febbraio 1515. Il duca e i cortigiani furono invitati,
-ed inoltre trentasei _damiselle milanesi_, dice il Prato. Fabbricò
-apposta un superbo salone di legno, riccamente dorato e dipinto, e
-dagli architetti fu stimato _cosa notandissima_, come dice il nostro
-scrittore. Quattro ore durò la mensa. Si continuava il costume di
-servire in piatti separati ciascuno degli invitati. Ognuno avea una
-pernice, un fagiano, un pavone, un pesce, ec.; contemporaneamente
-dinanzi a ciascuno si riponeva una finta pernice, un fagiano, un
-pavone, un pesce finti, o di marzapane, o d'altra materia, dorati,
-inargentati, ec., e vi furono abbondanti e deliziose pastiglie ed acque
-odorose. In fine della cena comparve un finto gioielliere che recava
-collane, braccialetti ed altri vezzi di gemme e d'oro; presentò le sue
-preziose merci alle damigelle, come se cercasse venderle; ed allora il
-Colonnese s'intromise quasi volesse rendersi mediatore dei contratti, e
-con generosa urbanità regalò ciascuno delle convitate senza far mostra
-di regalarle. Ciò veramente fu materia di non picciolo valore, e dice
-il Prato che venisse fatto al solo fine «per potere la sua amata senza
-biasimo d'infamia con le proprie mani presentare». Il che dimostra
-quanto venissero rispettate le damigelle e il costume. Cose siffatte
-sembrano romanzesche; ma contemplate saggiamente dimostrano una nazione
-ingentilita e generosa. La mattina vegnente ciascuna delle invitate
-ricevette un canestro inargentato con entro la colazione. Al duca fece
-egli recare venticinque carichi di selvaggiume.
-
-Poco giovava alla difesa dello Stato la scelta di un magnifico
-e galante generale; conveniva avere un'armata; e gli Svizzeri
-s'impegnarono a difenderlo colla paga di trecentomila ducati.
-Comparvero in Milano dodici commissari per ricevere anticipatamente
-la promessa paga. Il duca pubblicò una imposizione per riscuotere
-dai sudditi questa eccessiva tassa. Sotto il regno di Lodovico XII
-non s'era mai pagato, se non i tributi costituzionali. Un'arbitraria
-tassazione, per tal modo dispoticamente comandata, commosse gli animi
-de' cittadini. L'editto si pubblicò il giorno 8 di giugno del 1515.
-Sembrò questa una vera oppressione. La città fece presentare le sue
-preghiere al cardinal di Sion, precipuo motore di simili risoluzioni;
-ma l'inflessibile prelato non diè orecchio a verun moderato partito.
-La città si pose in tumulto; alcuni Svizzeri furono uccisi; alcuni
-milanesi pure rimasero morti in una zuffa alla sala della piazza
-de' Mercanti. E come si avvicinavano i Francesi, ed il partito de'
-malcontenti con tale notizia si rianimava, così il duca fu costretto
-con nuovo proclama a disdire l'imposta taglia. Si entrò a trattare.
-La città di Milano comprò dal duca il Vicariato di provvisione, la
-giudicatura delle strade e quella delle vettovaglie collo sborso di
-cinquantamila ducati, di che stesero pubblico documento il giorno 11
-di luglio 1515 i notai Stefano da Cremona e Paolo da Balsamo. Da quel
-contratto ebbe origine poi la nomina che la città di Milano presentava
-al principe od al suo luogotenente, di alcuni cittadini, dai quali
-esso trasceglieva che gli era in grado alle accennate cariche, che
-cominciarono allora ad essere privativamente appoggiate ai così detti
-patrizi milanesi. Con questi cinquantamila ducati, cioè colla sesta
-parte soltanto della somma loro promessa, ritornarono i commissari
-svizzeri al loro paese. Nella dieta nazionale si pose in deliberazione,
-se meglio convenisse l'accettare le pensioni che offeriva con molta
-istanza il re Francesco, ovvero proseguire all'impegno di mantenere
-Massimiliano Sforza duca di Milano; ed il secondo prevalse, avendo gli
-Svizzeri profittato più de' Francesi nemici colla recente sconfitta
-data loro presso Novara, di quanto ne avrebbero ottenuto se fossero
-stati loro alleati. A ciò s'aggiunse poi la considerazione, che, fin
-tanto che Massimiliano Sforza rappresentava il personaggio di duca di
-Milano, non sarebbe mancata occasione e mezzo di costringere la città
-allo sborso della promessa paga, e di maggiori ancora. In pochi giorni
-quarantamila Svizzeri scesero dai loro monti, e si radunarono verso
-Novara. Il cardinale di Sion tanto dispoticamente e con tanta atrocità
-comandava in Milano, che, sospettando egli di Ottaviano Sforza, cugino
-del duca e vescovo di Lodi, che avesse delle pratiche co' nemici,
-nulla rispettando il carattere di consanguinità col sovrano, nè la
-persona del vescovo, crudelmente per mero sospetto lo fece torturare
-con quattordici tratti di corda; il che narrato viene dal Prato, e
-dalla cronaca manoscritta di Antonio Grumello, pavese[359]. Il Prato
-nota persino il giorno in cui ciò avvenne, che fu il 21 di maggio
-1515, e racconta che il vescovo spontaneamente veniva al castello per
-corteggiare il duca, quando quivi fu arrestato, rinchiuso nella ròcca,
-ed aspramente torturato a fine di chiarirsi se egli mai avesse tramato
-contro lo Stato. Dopo due settimane, non risultando dai processi altro
-che la innocenza del vescovo cugino del duca, fu il vescovo tradotto
-nella Germania, d'onde l'infelice prelato passò a Roma. Tali erano i
-costumi e le opinioni d'allora; tali i pensieri di un cardinale, di
-un vescovo di Sion, verso d'un figlio d'un sovrano, di un vescovo, di
-un innocente. Gli uomini presso a poco son sempre stati gli stessi;
-ma questo presso a poco è il vantaggio della generazione vivente.
-Invidii chi non sa la storia i tempi antichi. Benediciamo Dio, noi,
-di vivere in un secolo in cui le passioni e i vizi degli uomini sono
-(almeno in apparenta) meno atroci, e meno sfacciatamente insultano la
-virtù. Racconta il Prato che il duca Massimiliano, vedendo il duca
-di Bari Francesco (questi era fratello minore del duca, che regnò
-dopo lui; ed il titolo di duca di Bari alla casa Sforza era proprio
-del secondogenito) starsene pensieroso, appoggiato ad una finestra,
-improvvisamente se gli avventò dicendogli: «Monsignore, io so che voi
-mirate a farvi duca di Milano; ma cavatevelo dalla fantasia, che io
-vi prometto da leale signore che io vi farò morire». A tale minaccia,
-senza dubbio non meritata, rispose il fratello colla riverenza ch'ei
-doveva al suo signore; ma il duca, sospettoso, ingiusto, depresso,
-timido, violento, non meritava certo di essere sovrano.
-
-
-
-
-CAPITOLO XXII.
-
- _Di Francesco I, re di Francia, e suo governo nel ducato di
- Milano._
-
-
-Il buon re di Francia Francesco I radunò un'armata formidabile, e
-si preparò a discendere egli stesso nell'Italia. Accrebbe sino a
-millecinquecento il corpo delle sue lance, numero per que' tempi
-esorbitante; allestì un imponente corredo d'artiglieria; prese al
-suo stipendio diecimila lanschinetti, seimila fanti della Gheldria;
-radunò diecimila Guasconi[360]: insomma, formò una terribile armata
-con quindicimila uomini d'armi, quarantamila fantaccini, tremila
-_pioneri_, ossia guastatori[361], e nell'esercito si contarono più di
-ottomila persone[362]. Il contestabile di Bourbon aveva il comando
-della vanguardia. Il re s'era riserbato il comando del corpo di
-battaglia; al duca d'Alençon aveva affidata la retroguardia; Lautrech,
-Navarra, Gian Giacomo Trivulzio, la Palisse, Chabanne, d'Aubignì,
-Bayard, d'Imbercourt, Montmorenci, i più illustri che militavano sotto
-le insegne di Francia, tutti gareggiavano per combattere sotto del
-giovine e coraggioso loro re. Reso istrutto il duca di tai preparativi,
-e di forze di gran lunga superiori alle sue, le quali senza dimora
-s'andavano innoltrando, mentre egli aveva alle spalle i Veneziani,
-combinati a di lui danno, affidò a Prospero Colonna dugento uomini
-d'armi e quarantamila Svizzeri. Non conveniva aspettare nella pianura
-della Lombardia un esercito fortissimo, animato dalla presenza del re;
-ed era sperabile l'arrestarlo colle forze affidate al Colonna. Quindi,
-da saggio comandante, ei s'innoltrò nelle difficili strette delle
-Alpi, nei contorni di Susa; ed ivi, impadronitosi de' luoghi eminenti,
-si dispose a disputare con molto vantaggio il passo all'armata
-nemica. Egli era acquartierato a Villafranca, vivendo sicuro che i
-Francesi dovessero presentarsi a Susa. In fatti, due strade sole erano
-conosciute allora onde passare dal Delfinato nell'Italia; una pel
-monte di Ginevra, l'altra pel monte Cenis; e tutte due si univano a
-Susa. L'esercito francese, avvisato come in quelle angustie de' monti
-l'aspettassero i nemici, disperando di superarli, era in procinto di
-abbandonare l'impresa: ma il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, che
-già una volta aveva conquistato alla Francia il Milanese, ebbe il
-merito di farglielo acquistare anco in quella seconda occasione. Egli
-divisò una nuova strada affatto impensata; e, coll'aiuto di alcuni
-cacciatori nazionali, trovò il modo d'evitare il passo di Susa, e di
-guidare l'armata per Saluzzo. Così entrò in Italia l'armata francese: e
-Prospero Colonna, mal servito dagli esploratori, venne sorpreso e fatto
-prigioniero da que' Francesi ch'egli supponeva di là dai monti. Così,
-scesa nella pianura senza contrasto, si avvicinò l'armata francese
-quasi alla vista di Milano. Il duca si ricoverò nel castello. La città
-spedì i suoi deputati al re Francesco I, che gli accolse umanamente. La
-città di Milano non era disposta a ricevere presidio; ed il maresciallo
-Trivulzio, avendo procurato impensatamente d'introdurvene di porta
-Ticinese, la plebe si pose in armi. Il duca, consigliato da Girolamo
-Morone a giovarsi di quel movimento popolare, uscì con parte del
-presidio per sostenere il popolo; per lo che, conoscendo il Trivulzio
-che l'impresa non era tanto facile quanto l'aveva sperata, con qualche
-uccisione de' suoi, si ritirò all'armata ch'era accampata a Boffalora.
-Il duca, per sempre più animar la plebe, fece proclamare ch'egli voleva
-affidar le chiavi della città al suo popolo; che in avvenire voleva
-rendere immuni i cittadini da ogni aggravio, e che i pesi dello Stato
-dovevano portarli i ricchi e i nobili. Contemporaneamente vennero
-cacciati i nobili dalle magistrature municipali, e collocate persone
-le più accette alla plebe. L'odio ereditario contro de' nobili si
-manifestò con eccessi d'ogni sorte. La plebe, sensibile alle prepotenze
-ed al fasto orgoglioso de' magnati, non ebbe limite, dappoi che venne
-sciolta ad agire, anzi animata. La roba, la vita de' nobili non rimase
-più sicura; e il duca, arbitrariamente, esigeva esorbitanti sussidii
-dai facoltosi, usando ridire spesse fiate: _Essere meglio rovinare
-ch'essere rovinato._ Così procurò egli d'impegnare in sua difesa il
-numero maggiore e i più determinati sudditi, come quelli che poco hanno
-da perdere.
-
-Se dall'una parte questa imponente e vigorosa comparsa del re in
-Italia cagionava molta inquietudine al partito dello Sforza, non
-lasciava dall'altra di valutarsi il numero e la risolutezza degli
-Svizzeri, pronti a discendere, e l'animo de' popolani del paese che
-già s'era manifestato. Quindi in Gallarate s'erano introdotti da
-ambe le parti discorsi d'accomodamento[363]; anzi erasi al punto di
-stabilire la pace, collo sborso di grosse pensioni del re di Francia
-agli Svizzeri; e gli articoli principali che già sembravano accordati,
-erano: Che il Milanese fosse del re di Francia; che gli Svizzeri e i
-Grigioni restituissero al ducato le valli che avevano occupate, cioè
-Lugano, Mendrisio, Locarno, Valtellina, ec.; che il re assegnasse
-a Massimiliano Sforza il ducato di Nemours, ed un'annua pensione di
-dodicimila franchi; che gli concedesse una principessa del sangue reale
-in moglie, e gli desse la condotta di cinquanta lance al servigio
-della Francia[364]. Ma il cardinale di Sion troncò i discorsi di
-accomodamento. Egli condusse in Milano, il giorno 10 di settembre
-del 1515, un corpo di Svizzeri numeroso. Cotesto cardinale' compariva
-militarmente _in habito de bruno seculare_, come dice il Prato; e gli
-Svizzeri vennero eccitati a combattere colla grandiosa promessa di
-ottocentomila ducati d'oro, se vincevano. Della qual somma il ministro
-del re di Spagna, residente a Milano, ne promise dugentomila a nome del
-suo monarca, ed a nome del papa Leone X altri mila ne furono promessi;
-cosicchè al duca rimaneva il peso di quattrocento mila ducati. Gli
-Svizzeri, gloriosi per la sconfitta data due anni prima a Novara
-ai Francesi sotto il comando De la Trémouille, si consideravano _il
-terrore de' monarchi_, e tenevansi la vittoria sicura. Il re, vedendo
-inevitabile il tentar la fortuna delle armi, avendo consumati i viveri
-de' contorni di Magenta, Corbetta e Boffalora, marciò coll'armata
-prima a Binasco, indi passò a Pavia; finalmente pose in settembre il
-suo campo a Marignano. Le scorrerie de' Francesi venivano sotto le
-mura della città, e, non solamente da quella parte che risguardava la
-loro armata, ma persino sulla strada di Monza, per lo che non eravi
-sicurezza nell'uscire da Milano.
-
-Il giorno 14 di settembre 1515 divenne famoso nella storia per la
-_battaglia di Marignano_, da alcuni anche detta _di San Donato_. Il
-Prato ci racconta, come «venuta la chiarezza del dì, cominciarono essi
-(Svizzeri) ad uscire per porta Romana; et durò il loro passaggio sino
-alle ventidue ore, _il che prova il loro numero_, con animo tale, che
-non pareva già che a guerra, ma più presto a certi segni di vittoria
-andassero, et con essi era il cardinale». Il re di Francia aveva seco
-lui sei ambasciatori svizzeri, i quali stavano trattando della pace;
-per lo che l'attacco fu una vera sorpresa pei Francesi, e potrebbe
-chiamarsi anche un'insidia oltraggiosa al gius delle genti, se il corpo
-elvetico non fosse un aggregato di più distinte sovranità. I cantoni
-di Uri, Swit e Undervald, i quali privatamente possedevano Bellinzona
-e le province acquistate sul ducato di Milano, dovevano preferire
-il rischio della battaglia, anzi che cedere le loro conquiste: gli
-altri cantoni, dai quali non si cercava nella pace sagrifizio alcuno,
-non avendo che l'utilità delle pensioni della Francia promesse,
-dovevano preferire la pace ai pericoli di una giornata. In fatti, gli
-svizzeri di Berna, Soletta e Basilea ricusarono di marciare contro
-de' Francesi; ma, destramente ingannati coll'avviso che la vittoria
-era già decisa pe' loro compatriotti, essi, per non ritornare alle
-case loro colla vergogna di non aver partecipato alla gloria degli
-altri, e per non perdere la porzion loro del bottino, che già si
-tenevano sicuro, sull'esempio di quanto era loro toccato a Novara col
-La Trémouille, si unirono e marciarono a San Donato. Il progetto era
-di vincere con impeto la prima resistenza de' Francesi: impadronirsi,
-come era seguíto a Novara, dell'artiglieria, e adoperarla contro del
-re. Guicciardini, Gaillard, Prato vanno concordi nella descrizione
-di quanto v'è di essenziale in questo fatto, che decise totalmente in
-favore del re, e che fu una delle più ostinate e sanguinose battaglie
-che si sieno date. Cominciò la mischia il giorno 14 settembre, due ore
-prima del tramontar del sole[365]. Durò ferocemente sino alle quattro
-ore della notte, non volendo nè cedere i Francesi, nè ritirarsi gli
-Svizzeri. Le tenebre si accrebbero al segno, che fu indispensabile
-il cessare, poichè non si distinguevano più gli amici dai nemici. Il
-re profittò di quell'intervallo, spedì ordine all'Alviano, comandante
-de' Veneti, acciocchè si presentasse tra Milano e San Donato. Passò il
-re il rimanente della notte, animando e disponendo i suoi, e giacque
-in riposo sopra un cannone. Al comparire dell'aurora, più accaniti
-che mai, ritornarono al loro impeto gli Svizzeri, ed i Francesi con
-fermezza lo sostennero e respinsero. Si sparse voce fra gli Svizzeri
-che l'Alviano marciava per coglierli alle spalle. Laonde, spossati
-dalla enorme fatica, disperando di superare i Francesi comandati
-dal loro re, vedendosi in pericolo di ritrovarsi fra due fuochi,
-piegarono alla vòlta di Milano. «Affermava il consentimento comune,
-dice il Guicciardini[366], di tutti gli uomini, non essere stata per
-moltissimi anni in Italia battaglia più feroce... Il re medesimo,
-stato molte volte in pericolo, aveva a riconoscere la salute più dalla
-virtù propria e dal caso, che dall'aiuto de' suoi... in maniera che
-il Triulzio, capitano che aveva vedute tante cose, affermava questa
-essere stata battaglia, non di uomini, ma di giganti; e che diciotto
-battaglie alle quali era intervenuto, erano state, a comparazione
-di questa, battaglie fanciullesche». Vi si contarono sul campo più
-di quindicimila Svizzeri e seimila Francesi. Il Trivulzio vi corse
-pericolo: ei s'era impegnato fra le alabarde e le aste nemiche per
-salvare un suo alfiere, già circondato dagli Svizzeri; ebbe ferito il
-cavallo, il suo elmo privato de' pennacchi; era ridotto al punto di
-essere oppresso dal numero, se non veniva un drappello de' suoi, che
-lo trasse a salvamento. Il re ebbe il cavallo ferito, e nella persona
-ricevè molte contusioni, e vi combattè come ogni altro soldato: vi si
-distinsero il contestabile di Bourbon, il conte di San Pol. Il conte
-di Guise ricevette molte ferite; rimase sul campo Francesco di Bourbon,
-fratello del contestabile, che aveva il titolo di duca di Castellerand;
-vi rimasero morti parimenti Bertrando di Bourbon Carenci, un fratello
-del duca di Lorena e del conte di Guise, il principe di Talmont, i
-conti di Sancerre, di Bussi, d'Amboise, di Roye ed altri[367]. Il
-cavaliere Bayard, quegli che aveva e meritava il titolo di _cavaliere
-senza tema e senza macchia_, in quella memorabile azione fece prodigi
-di valore, per modo che il re di Francia medesimo, Francesco I, dopo
-ottenuta la vittoria, volle ivi sul campo essere creato cavaliere
-per mano del valoroso Bayard. Gli Svizzeri mal conci, sopravissuti a
-quella carneficina, ritornarono a Milano; ed io li rappresenterò colle
-volgari, ma ingenue parole adoperate da un merciaio che allora aveva
-bottega aperta in Milano, e si chiamava Gian Marco Burigozzo: «Tanto
-che fu la rotta a questi poveri Sviceri, et se comenzorono a voltare,
-et vennero a Milano quelli pochi che erano avanzati, et tutti avevano
-bagnate le gambe, et questo era perchè il signor Giovan Jacopo, come
-astuto capitano, venendo gli Sviceri in campo su un certo prato, et lui
-li dette l'acqua, per modo che la fu una gran ruina a quelli poveri
-Svisceri, tanto che a Milano non se ne vedeva altro se non ammalati
-et homeni maltrattati, in modo che pareva che costoro fusseno stati in
-campo dieci anni, tutti polverenti dal mezzo in suso, et dal mezzo in
-giuxo bagnati, tanto che li homeni de Milano, vedento tanta desgrazia,
-tutti si miseno sulle porte ovver botteghe, chi con pane et chi con
-vino, a letificar li cori di questi poveri homini, et questo facevano
-a honor di Dio, et per tutto questo dì non cesorno de venire poveri
-Sviceri, tutti malsani, et il più sano durava fatica a star su in
-piedi[368].
-
-Dopo la battaglia di Marignano il duca si ricoverò nel castello
-di Milano con bastante presidio. Il cardinale di Sion prese seco
-il duca di Bari Francesco, e lo condusse alla corte imperiale,
-dove era stato educato, riserbandolo a tempi migliori pel caso che
-Massimiliano rimanesse in potere de' Francesi, che il cardinale
-odiava irreconciliabilmente. Gli avanzi di Marignano si ricoverarono
-nelle loro montagne svizzere, e così il Milanese rimase sgombrato ed
-aperto al dominio del re, tranne i castelli di Milano e di Cremona.
-Si vociferava non per tanto della disposizione di cinquanta altri
-mila Svizzeri a venire in soccorso del duca. Era recente la memoria
-di quanto aveva saputo fare Giulio II; e non era da fidarsi di Leone
-X, che gli era succeduto nel sommo sacerdozio. Un regolare assedio al
-castello di Milano, ben provveduto di viveri e di munizioni, portava
-molti mesi di tempo, ne' quali i maneggi della politica potevano
-annientare i vantaggi dal valore e dal sangue francese ottenuti
-nella recente segnalatissima vittoria. Voleva la ragione di Stato
-che il re offerisse a Massimiliano Sforza i compensi che egli aveva
-saputo chiedere, purchè cedesse il castello di Milano, rinunziasse
-alle pretensioni sul ducato, e riconoscesse il re Francesco per duca
-di Milano. Girolamo Morone, che stavasene nel castello col duca, fu
-mediatore di quest'accordo. Massimiliano Sforza rinunciò al re di
-Francia il ducato di Milano, gli consegnò il castello, passò a terminar
-da privato i suoi giorni nella Francia con trentaseimila scudi di
-pensione, che assegnogli il re, il quale, oltre a ciò, s'obbligò di
-pagargli i debiti. Al Morone il re promise di farlo senatore e regio
-auditore. Il giorno 8 di ottobre del 1515 venne ceduto il castello
-ai Francesi; e non erano ancora compiuti i due anni da che n'erano
-usciti. E così terminò la sovranità di Massimiliano Sforza, il quale
-per poco più di tre anni rappresentò la figura dell'ottavo duca di
-Milano; principe che venne definito assai bene dal Gaillard nella vita
-di Francesco I re di Francia colle seguenti parole: «à juger de lui par
-sa conduite, il paroit que c'étoit un prince foible, fait pour être
-gouvernè. Nil politique, ni belliqueux, on ne l'avoit vu ni préparer
-sa defense par les intrigues du cabinet, ni commander les armées qui
-combattoient pour lui. Il sombloit que la querelle du Milanés lui fût
-étrangère. Mais il eut du moins le mérite d'avoir renoncé de lui même
-à un rang au quel il n'étoit point propre, et de ne l'avoir jamais
-regretté dans la suite». Egli passò nella Francia, dove sette anni
-prima era morto Lodovico suo padre; vi campò quindici anni, essendo
-poi morto a Parigi il giorno 10 di giugno del 1530. Il re Francesco I
-volle mantener la promessa data per Girolamo Morone, il quale forse
-s'aspettava d'essere fatto senatore del senato di Milano: ma il re
-temeva il talento di quest'uomo, e non doveva dimenticare che Francesco
-Sforza era salvo: perciò lo destinò a risedere nel parlamento della
-provincia di Bresse, la quale forma una porzione del regno di Francia
-fralla Borgogna, la Franca Contea, la Savoia e il Viennese: alla
-quale onorevole destinazione mostrò di ubbidire il Moroni, e fingendo
-d'incamminarsi al nuovo suo destino, strada facendo, sviò e ricoverossi
-nel Modonese[369].
-
-Nel tempo stesso in cui si assicurò il re di Massimiliano Sforza,
-e s'impadronì delle fortezze del Milanese, mosse colla maggiore
-sollecitudine i suoi maneggi per concertarsi col papa Leone X, detto
-prima il cardinal Giovanni de' Medici, che combattè a Ravenna contro
-dei Francesi. Sommamente stava a cuore al pontefice rassicurare alla
-sua casa in Firenze quella sovranità che effettivamente godeva, sebbene
-sotto apparenza di repubblica, e sempre per sè medesima precaria. Il
-re si fece garante di mantenere il governo di Firenze nel sistema in
-cui si trovava. La città di Bologna, e per la sua grandezza e per
-la situazione vantaggiosa, premeva al papa di possederla assai più
-di quello che dovessero interessarlo Parma e Piacenza. I Francesi
-avevano mantenuti i Bentivogli nella signoria di quella città, anche
-cogli ultimi fatti del duca di Nemours, che ne aveva discacciati
-i pontificii, i quali l'assediavano. Il re si mostrò disposto ad
-abbandonare i Bentivogli, e guarentire Bologna alla Santa Sede. In
-compenso il papa doveva riconoscere il re come sovrano del ducato di
-Milano e restituirgli Parma e Piacenza, come due città dipendenti dal
-ducato. Così venne concertato ed il trattato venne sottoscritto in
-Viterbo il giorno 13 di ottobre 1515.
-
-Quantunque i Francesi possedessero Milano sino dal giorno 17 settembre,
-il re, sin che non ebbe la dedizione del castello, volle risedere a
-Pavia ed in Milano dimorava il contestabile di Bourbon, luogotenente
-e governatore a nome del re. Resosi poi padrone del castello, il re
-fece la sua solenne entrata in Milano il giorno 11 d'ottobre 1515.
-Lo corteggiavano il duca di Savoia, il duca di Lorena, il marchese
-di Monferrato, il marchese di Saluzzo, e varii altri signori, tutti
-partecipi della battaglia di San Donato. Alla porta Ticinese gli
-si presentarono i delegati della città, i quali gli offersero lo
-scettro ducale, la spada e le chiavi della città. Il re era a cavallo,
-vestito di ferro, con un manto di velluto celeste a gigli ricamati
-d'oro. Avanti se gli portava una spada sguainata; dodici gentiluomini
-milanesi lo fiancheggiavano. Dugento gentiluomini francesi, coperti
-di ferro e con ricchissimi manti, venivangli in séguito. Poi mille
-fantaccini tedeschi armati condotti dai loro capitani riccamente
-ornati, venivangli in seguito. Chiudeva la marcia un corpo di
-cavalleria. Giunti alla notizia dell'imperator Massimiliano questi
-avvenimenti, egli spedì a Milano un suo ambasciatore al re di Francia
-per interpellarlo con qual titolo egli occupasse il ducato di Milano.
-Il re indicogli la sua spada; giacchè non essendo egli discendente
-dell'ultimo investito, cioè Lodovico XII, non aveva alcun altro titolo
-da addurre fuori che l'essere discendente ei pure dalla Valentina,
-madre del di lui avo Giovanni conte d'Angoulème; il qual titolo non era
-adattato ai principii dell'Impero, nè alle leggi del feudo instituito
-da Venceslao, siccome transitorio nei soli discendenti maschi. Se
-l'interpellazione fatta da cesare aveva l'apparenza di un feciale
-spedito a intimare la guerra, la risposta del re aveva il significato
-della disposizione sua per difendersi. Il re, per rassodare sempre più
-la buona corrispondenza col pontefice, concertò d'abboccarsi con esso a
-Bologna; partì da Milano, dopo di esservi dimorato cinquantatre giorni,
-il 3 del mese di dicembre e il giorno 14 dello stesso mese e dello
-stesso anno 1515, in Bologna, col papa Leone X si stabilì il concordato
-famoso, per cui, abolita nella Francia la prammatica sanzione, venne
-spogliato il corpo della chiesa Gallicana de' suoi immemorabili
-possessi, e si regalarono il re e il papa vicendevolmente la roba
-altrui. Non mai per addietro gli ecclesiastici francesi avevano pagate
-a Roma le annate, ed il re donò al papa il dritto di farsele pagare.
-Le nomine ed elezioni de' vescovadi erano di competenza dei rispettivi
-capitoli delle cattedrali per diritto stabilito dai canoni conciliari;
-ed il papa invece donò al re di Francia queste nomine. Inutilmente
-i parlamenti del regno fecero le loro rimostranze; inutilmente le
-fece il clero gallicano in corpo: poichè si volle ad ogni modo che il
-concordato fosse posto in esecuzione. (1516) Dopo ciò, ne' primi giorni
-di gennaio, il re partì dall'Italia, ove lasciava per la forza delle
-sue armi, per la fama della sua vittoria, e per i negoziati col papa
-e co' Veneziani una dominazione apparentemente sicura e tranquilla.
-Lasciò il duca di Bourbon suo governatore e luogotenente in Milano.
-
-Frattanto però l'ostinatissimo cardinal di Sion moveva ogni mezzo alla
-corte imperiale per determinare cesare a scendere nell'Italia. Varii
-Milanesi, avversi alla dominazion francese, dimoravano negli Svizzeri,
-e procuravano di promovere gl'interessi della casa Sforza, tuttora
-intatti nella persona del duca di Bari Francesco, il quale non aveva
-abdicato, come aveva fatto il maggior fratello Massimiliano, la ragione
-sua alla successione nel ducato di Milano. La fiera risposta data dal
-re alla intimazione imperiale, sembrava che obbligasse quell'augusto
-a prendere il partito suggerito dal cardinale. Così appunto seguì,
-e nel 1516 l'imperatore Massimiliano scese in persona dal Trentino
-alla testa di sedicimila lanschinetti, quattordicimila Svizzeri, e
-un nerbo poderoso di cavalleria. Il maresciallo di Lautrec abbandonò
-Brescia, ch'ei teneva bloccata. I Francesi, vedendo l'imperatore che si
-accostava per impadronirsi di Milano, nè potendo difendere i borghi,
-presero il partito terribile di porvi il fuoco. Furano inceneriti i
-sobborghi di porta Romana, porta Tosa e porta Orientale. L'imperatore,
-il giorno 3 di aprile 1516, minacciò un assalto a Milano, ne intimò la
-resa, vantossi di voler rinnovare la memoria di Federico Barbarossa; ma
-il contestabile di Bourbon prese sì bene le sue misure temporeggiando,
-che l'imperatore, mancando di denaro, gli Svizzeri minacciarono di
-abbandonarlo. Il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, informato di ciò e
-della inquietudine che ne provava l'imperatore, scrisse al colonnello
-Staffer, comandante degli Svizzeri imperiali, una lettera da cui
-risultava un concerto di tradire Massimiliano cesare e consegnarlo
-al contestabile; e questa carta venne confidata ad uno, il quale
-appostatamente si lasciò prendere. Poiché ebbe letto un tal foglio,
-l'imperatore talmente gli prestò fede, che, sotto apparenza di andare
-a prender denaro a Trento, se ne partì; e la sua armata, mancando
-di comandante, e, ciò che per essa era ancora peggio, di danaro, si
-sbandò a saccheggiare Lodi e Sant'Angelo, e da' Francesi venne poi
-discacciata. Così terminò con poca gloria una impresa incominciata in
-guisa di doversene aspettare tutt'altro fine. Brescia fu da' Francesi
-tolta agl'imperiali. I Francesi operavano come ausiliari de' Veneziani;
-ma non ci fu modo di prendere Verona, difesa valorosamente da
-Marc'Antonio Colonna, degno nipote di Prospero. Lautrec la assediava. I
-Veneziani, collo sborso di centomila scudi, ottennero dall'imperatore
-che abbandonasse Verona; e fra l'imperatore, i Veneziani e i
-Francesi venne segnata la pace. Così i Veneziani riacquistarono
-la terra-ferma[370]. Si fece la pace fra il re e gli Svizzeri. Si
-accordò un perdono generale, acciocchè tutt'i Milanesi che avevano
-preso partito contro della Francia, ed erano esuli e confiscati,
-ritornassero pacificamente ne' loro diritti nella patria. Si impose una
-tassa straordinaria per pagare le somme promesse agli Svizzeri; ed il
-maresciallo Trivulzio obbligava i cittadini ricchi ad imprestar danaro
-al regio erario, carcerandoli se ricusavano. Tali conseguenze portava
-la mancanza di un catastro, sul quale ripartire i carichi delle terre.
-I nostri vecchi credevano che quella oscurità fosse un bene; quasi che
-meglio fosse un tributo arbitrariamente estorto colla forza militare,
-esercitata odiosamente sopra alcuni cittadini più accreditati, anzi
-che un proporzionato riparto sulle facoltà di ciascuno; e, quasi che
-la influenza che la difficoltà di riscuoterlo può avere onde evitarlo,
-sia paragonabile col disordine di tal forma di riscossione, inevitabile
-quando le urgenze pubbliche lo esigono.
-
-Il principio del regno di Francesco I, poi che fu in pace, promise
-un ridente avvenire ai Milanesi, e il duca di Bourbon, generoso e
-magnanimo principe, governatore e luogotenente del re, procurò di
-rendersi affezionati gli animi di questi nuovi sudditi e far loro
-dimenticare con un felice governo e i suoi naturali principi, e i mali
-sofferti. Il senato di Milano, «che tanto a dire quanto esso re» (dice
-il Prato), ordinò che venissero stimati i danni sofferti dai cittadini
-per le case incenerite ne' borghi, e sulla relazione degl'ingegneri
-commise ai tesorieri del re di risarcirli. Ma le angustie dell'erario
-non permisero che interamente fossero indennizzati. In oltre il
-contestabile di Bourbon donò alla città il dazio della macina, che
-si valutava allora diecinovemila ducati di annua entrata; e donò pure
-il dazio del vino minuto, d'annua rendita di settemila ducati. Nacque
-disparere fra i ventiquattro rettori della città. Alcuni proposero di
-abolire questi due aggravi, perchè venisse sollevato il popolo, e non
-si accumulasse denaro nella cassa pubblica, d'onde sovente, col titolo
-di prestito, i rettori medesimi lo sviavano per non più restituirlo,
-abolendo così il nome di un molesto aggravio. Tal proposizione era
-di pochi; i più si opponevano; la disputa era impegnata, ostentando
-l'uno e l'altro partito il nome di patria e di pubblico bene, siccome
-è l'uso. Nè accadde allora ciò che pure succede, cioè che, mentre due
-partiti cozzano e guerreggiano, entri una più scaltra o più potente
-persona di mezzo ad usurparsi la cosa disputata. Venne ordine in
-nome del re alla città di non disporre di tai regalie, intendendo
-il sovrano di conservare intiera la corona ducale. Invece però di
-que' due tributi il re assegnò diecimila ducati annui alla città,
-da convertirsi in opere di pubblico beneficio. L'ordine del re è in
-data del 7 luglio 1516, e contiene:[371] _Christianissimus rex, animo
-revolvens fidelitatem et integritatem quam cives Mediolanenses erga
-Suam Majestatem habuerunt, et damna intolerabilia, quae passi fuerunt,
-libere praedictae civitati donat atque concedit summam ducatorum
-decem milium annui et perpetui redditus, per manus receptoris civium
-recipiendos a mercaturae datiariis, quae quidem summa in commodum et
-utilitatem praedictae civitatis tantummodo et non aliter convertatur_.
-Poi passa a stabilire che la metà di questa somma s'impieghi ogni
-anno per formare un canale sotto la direzione del vicario e dei
-Dodici di Provvisione; ducento annui ducati si lasciano da distribuire
-all'arbitrio del vicario e Dodici suddetti, e quattromila e ottocento
-si distribuiranno chiamando col vicario e Dodici anche quattro
-dottori di collegio de' fisici, quattro negozianti e quattro nobili
-deputati dello spedale. Ogni anno il ricettore renderà i suoi conti
-al magistrato camerale, chiamandovi il vicario ed i fiscali[372]. Era
-vicario di provvisione Bernardo Crivelli[373]. Gli architetti idraulici
-che s'impiegarono furono Bartolomeo della Valle e Benedetto Missaglia.
-Si cercò di fare un canale che ci rendesse comoda la navigazione
-col lago di Como. Primieramente si esaminò la valle di Malgrate,
-e risultò impossibile, perchè conveniva scavare un canale profondo
-trenta braccia per più d'un miglio, e ciò sotto il fondo del lago di
-Civate, e protraendo il canale sino al lago di Pusiano per imboccare
-il Lambro, che ne esce, conveniva sprofondare il Lambro cento braccia
-e dieci once. Perciò abbandonarono quella idea, e si rivolsero ad
-esaminare se meglio convenisse cominciare il canale sotto Airuno, e
-trovando che ivi dovevasi sprofondare centosessantadue braccia per
-attraversare quella costa, ne lasciarono pure anche tale idea. (1517)
-Poi, l'anno seguente, esso Missaglia con altri ingegneri, Giovanni
-Simone della Porta e Giovanni Balestrieri, si posero ad osservare la
-Valle del Seveso, che comincia a Cavallasca, o passa per Lentate, e
-viene a Milano. Trovarono che per essa non era sperabile di condurre un
-canale per l'angustia e le alte rive che in più luoghi s'incontrano;
-e ciò quando anche vi fosse stato modo d'introdurvi le acque del
-lago di Como, cosa assai difficile e pel livello, e per le montagne
-frapposte; ed anche questo pensiero per tai motivi fu giudicato
-inutile. Visitarono una valle presso Chiasso, e non trovarono modo di
-aprirvi un emissario che ricevesse le acque del lago di Como. A Como
-presso a Sant'Agostino si argomentarono di potervi aprire un emissario,
-imboccando la valle del fiume Aperto e dell'Acqua Negra, ma calcolate
-le molti emergenti difficoltà, senza fare alcuna livellazione,
-riconobbero ineseguibile anche questo progetto. Tentarono poscia se da
-Porlezza a Menaggio si potessero unire i laghi di Lugano e di Como;
-la distanza è di sei miglia, ma conveniva discendere dal primo cento
-braccia per entrare nel lago di Como, e lo trovarono impossibile. La
-Tresa, emissario del lago di Lugano, che sfogasi nel lago Maggiore,
-fu trovata povera di acque e di caduta impetuosa, e giudicata perciò
-indomabile. Esaminarono a Porto ed a Cò di Lago se potessero estraersi
-le acque ed incanalarle per la Lura verso Seregno, d'indi poi a Milano;
-e ciò pure non trovarono espediente. Ritornarono a tentare di fare
-un emissario nell'Adda, visitarono se mai per Oggionno e Valmadrera
-si potesse incanalare l'acqua verso Rovagnate, ovvero nel Lambro; ma
-senza profitto, nè speranza, rinunciarono a quel partito. Ripigliarono
-l'esame sotto Airuno, e passata la costa, alta, come dissi, braccia
-centosessantadue, videro che si sarebbe potuto condurre un canale per
-Cernusco Lombardone, indi Usmate, poi ad Arcore: ma tutto con sommo
-dispendio. Questo fu il progresso per cui si determinarono il Missaglia
-e il della Valle a progettare per rendere navigabile l'Adda da Brivio
-a Trezzo. La città supplicò perchè s'impiegassero i cinquemila zecchini
-nel rendere navigabile l'Adda, invece di scavare di nuovo un emissario,
-e da ciò si prometteva abbondanza di calce, legna e carbone. Era
-riserbata quest'opera ai nostri giorni, mercè la protezione ed attività
-del passato governo.
-
-Queste beneficenze del re animarono la città di Milano a spedire
-a Parigi alcuni deputati con una supplica al re in cui proposero
-alcuni stabilimenti. Essa distesamente vien riferita nel manoscritto
-del Prato. Io ne esporrò quanto vi è di più importante. Si chiedeva
-dalla città di Milano che il governatore e luogotenente non avesse nè
-direttamente nè indirettamente ingerenza alcuna nelle cose di giustizia
-tanto civile quanto criminale; che nessuna autorità egli avesse negli
-affari delle regalie, e nemmeno facoltà di proclamare editti; ciò che
-il re non volle accordare. Accordò egli bensì che nessun comandante
-militare potesse nelle città di presidio o nei castelli esercitare
-giurisdizione sopra i cittadini. Si conosce da quanto trovasi in
-quella supplica, che di que' giorni i questori, i quali dovevano
-giudicare delle questioni fra gl'impresari e il popolo, non erano di
-rado soci secreti degl'impresari medesimi; onde essendo costoro ad un
-tempo giudici e parte, non vi era più modo agli oppressi di trovare
-giustizia, su di che la città implorò la sovrana provvidenza. Essi
-poi, come ministri camerali, all'occasione di confische (le quali
-in quella età di frequente cambiamento di dominazione, col pretesto
-di fellonia non erano rare) occupavano indistintamente tutto il
-patrimonio e del reo e de' consanguinei che vivessero indivisi con
-lui, e quindi gl'innocenti si trovavano costretti a dispendiosissime
-liti, dalle quali erano prima rovinati che ottenessero la loro porzione
-devastata. Fa poi ribrezzo maggiore il conoscere da quella supplica
-quanto ingiusta e crudele fosse la procedura criminale esercitata in
-quell'epoca da coloro che avevano una carica di capitano di giustizia.
-Questo supremo giudice, assistito dal suo vicario e da quattro fiscali,
-procedeva[374] _servato et non servato jure comuni_. Vi fosse o non vi
-fosse il corpo del delitto, questo non arrestava la procedura. Il primo
-atto del processo era citare formalmente il tal cittadino, acciocchè si
-presentasse all'esame. In questo esame non di rado veniva il cittadino
-posto ai tormenti, e quindi[375] _cum terrori sit omnibus officium
-illud_ (dice il Prato), molti chiamati all'esame, per sottrarsi
-fuggivano, e poi si condannavano come contumaci anche gl'innocenti. Da
-questi aggravi chiesero i deputati che venisse liberata in avvenire
-la città; ed il re comandò al senato di proporre i rimedii. Se colle
-livellazioni fatte sulla pianura del ducato, alcuni uomini di quel
-secolo acquistarono diritto alla stima e riconoscenza de' loro nipoti
-e successori, i togati di quei tempi cominciarono a farci conoscere
-che quella loro arte cui definiscono:[376] _ars boni et aequi, justi
-atque injusti scientia_, è un'arte affatto staccata dal senso morale.
-Da quella carta istessa impariamo che allora più non si univa il
-consiglio dei novecento, ma era di centocinquanta il consiglio generale
-della città di Milano; e que'centocinquanla nobili rappresentavano
-veramente la loro patria, poichè da quella erano eletti a parlare e ad
-agire per essa. Il metodo della elezione era questo. Ogni parrocchia
-si radunava e nominava due sindaci. Tutti i sindaci poi di ogni porta
-si radunavano ed eleggevano quattro. Questi quattro eletti da ciascuna
-delle sei porte, ossia de' sei rioni o quartieri della città, si
-univano e formavano i ventiquattro elettori. Da questi poi nominavansi
-venticinque nobili per ciascuna porta, i quali formavano il consiglio
-della città, a cui era concessa la nomina dal vicario di provvisione,
-scelto dal collegio de' giureconsulti, la nomina de' due assessori,
-scelti pure dal collegio medesimo, e quella degli altri nobili per
-le giudicature della città e pel tribunale di provvisione. Essi
-tuttavia formavano la terna, e la scelta facevasi dal luogotenente e
-governatore dello Stato. Ma quella forma di elezione terminò due anni
-dopo; e per un fatto dispotico del governatore Lautrec, vennero da
-esso lui nominati sessanta nobili, ai quali commise di rappresentare
-il consiglio generale della città[377]; e così continuarono dappoi i
-successori nel governo a nominare, senza opera della città, a misura
-che vacavano; ed il ceto dei sessanta decurioni (l'adunanza de'
-quali dicevasi la _Cameretta_), durò fino all'epoca della repubblica
-Cisalpina.
-
-La plebe era superstiziosa e violenta oltremodo; e ne fecero la prova
-i monaci di San Simpliciano, i quali, nell'anno 1517, avendo scoperte
-alcune urne, ed esposti i corpi creduti di San Simpliciano, di San
-Martino, di San Siro ed altri santi; ed essendo per disgrazia caduta
-in que' dì una grandine dalla quale vennero flagellate e devastate le
-nostre campagne; col modo di ragionar volgare attribuendosi il fenomeno
-fisico allo sdegno dei santi, i quali bramassero riposo ed oscurità,
-anzi che luce e movimento; e traducendosi i Benedettini siccome rei
-di sacrilegio e di pubblica sciagura; non furono essi più sicuri non
-solamente nelle piazze e per le vie della città, ma nemmeno nel loro
-monastero; e dice il Prato ch'essi furono «sì sconciamente battuti,
-che tal fu di loro, che vi lasciò non solamente la cappa, ma et la
-forma di quella». Nè la supposta empietà di cavare dalla tomba i santi
-bastava a spiegare allora la cagion della grandine. La inquisizione
-non volle starsene oziosa; volle trovar delle streghe colpevoli di
-quel turbine, e volendolo efficacemente, se ne trovano sempre. Alcune
-infelici donnicciuole avevano dei segni, quai fossero non lo sappiamo;
-bastarono però a farle splendidamente gettar nel fuoco. Si ascolti
-il Prato: «Anche da li segni le quali, judicate dalla inquisizione
-per strie, furono in quelli medesimi dì a Ornago et a Lampugnano sul
-monte di Brianza a gran splendore arse». Convien dire che anche nel
-ceto ecclesiastico allora l'ignoranza fosse grande; e merita di essere
-riferito a tal proposito un fatto singolare che ci vien raccontato
-e dal Prato e dal Burigozzo. Un uomo sen venne a Milano grande,
-sottilissimo per l'estrema magrezza, che, andando scalzo, vestito di
-rozzo panno, a capo scoperto, non portando camicia, vivea con pane
-di miglio, erbaggi ed acqua, e dormiva sulla nuda terra. Costui,
-presentatosi alla curia arcivescovile, chiese il permesso di predicare;
-ma siccome egli era laico e non fregiato di alcun ordine ecclesiastico,
-gli venne ciò negato. Malgrado ciò egli cominciò nel Duomo a parlare al
-popolo, e continuò per un mese a farlo ogni giorno _con tanta grazia
-di lingua, che tutto Milano vi concorreva_[378]. Egli prese un tal
-ascendente col favor del popolo, che nessuno poteva fargli contrasto;
-e nella chiesa del Duomo disponeva come se ne avesse titolo. Le costui
-prediche versavano singolarmente nel rimproverare la corruttela degli
-ecclesiastici; i quali, indifferenti per la religione, col di lei manto
-altro non bramavano se non ricchezza, autorità e comodi; non mai sazi
-di onori, di latifondi, di voluttà, nimici delle sante regole de' lori
-istitutori, alieni dalla carità, dallo studio de' libri sacri, dalla
-cura del bene altrui, dalla pazienza, dalla umiltà, dai travagli;
-cose tutte che pure sono di obbligo dello stato a cui sono sublimati,
-e quindi invece di animare i laici alla virtù col loro esempio, sono
-la cagione della corruttela universale de' costumi. Così con veemente
-eloquenza questo uomo laico cercava di scuotere gli ecclesiastici. I
-preti non si mossero; ma i frati non furono tanto pazienti; e que' di
-Sant'Angelo l'accusarono come sedizioso, fautore segreto de' nimici
-del re. Egli, interrogato dal maresciallo Trivulzio e dal presidente
-del senato, fu trovato un uomo semplice, pio, ed affatto diverso da
-quello che era stato rappresentato. Insensibilmente poi questo amor
-popolare, prodotto dalla eloquenza e dalla austerità, sempre imponente,
-della vita, svanì; ed il romito, dopo sei mesi, senza alcun romore,
-se ne partì. Era costui dell'età di trent'anni, toscano; aveva nome
-Girolamo; dotto assai nelle sacre pagine. Tutto ciò il Prato. Di costui
-il Burigozzo dice che era di Siena, di bella persona, e nobile: «era
-vestito de panno tanè, haveva le brazza discoperte et le gambe nude
-senza niente in testa, con la barba lunga, ed haveva dissopra un certo
-mantelletto a modo de sancto Giovanni Battista». Se mi si permette una
-conghiettura, parmi che questa straordinaria missione fosse un avviso
-salutare degli imminenti torbidi luttuosi che nacquero pochi mesi dopo
-nella Germania contro degli ecclesiastici, e che riuscirono, come ognun
-sa, all'infausto dissidio dei protestanti e dei pretesi riformati.
-
-Il contestabile duca di Bourbon, governatore e luogotenente del re,
-venne richiamato per uno di quegl'intrighi, i quali non son rari
-nelle corti, quando il monarca non giudichi co' suoi principii, ma si
-lasci indurre ad abbracciare i partiti che destramente gl'insinuano le
-persone che se gli accostano più da vicino. La duchessa di Angoulême
-aveva molto ascendente sull'animo del re suo figlio. Non minor potere
-aveva nel cuore di quel giovine e vivace sovrano la contessa di
-Chateau-Briant, che era nel fiore dell'età, il fiore della bellezza e
-della grazia; ed era amata dal re[379]. La duchessa favoriva il duca
-di Bourbon, senza ch'egli se ne avvedesse, per inclinazione naturale;
-la contessa bramava che si desse a Lautrec, di lei fratello germano,
-il comando nell'Italia delle armi francesi. Perciò nel 1517 egli
-venne a Milano governatore, e fu il settimo. Odetto di Foix, signore
-di Lautrec, maresciallo di Francia, era cugino e compagno d'armi del
-celebre Gastone di Foix. Alla battaglia di Ravenna egli fu de' pochi
-che non l'abbandonò, quando, per uno sconsigliato ardimento si scagliò
-incontro alla sua morte. Si battè, lo difese quanto un uomo solo lo
-poteva contro di una folla di armati. Lautrec gridava agli Spagnuoli,
-mentre combatteva, avvisandoli che Gastone era il fratello della regina
-loro. Ferito egli pure in più guise, giacque creduto morto a canto
-a Gastone. Riconosciuto poi ed assistito, ripigliò Lautrec il suo
-vigore, e sotto del contestabile continuò a dar saggi del suo valor
-militare. Le ferite che Lautrec aveva ricevute sul viso nella battaglia
-di Ravenna, l'avevano reso di aspetto truce e deforme, nè il di lui
-carattere contrastava colla fisonomia[380]. (1518) Lautrec, governatore
-di Milano, mal sofferiva il maresciallo Trivulzio, il quale viveva con
-una magnificenza reale, ed era più considerato nella città, che non
-lo fosse Lautrec. Trivulzio era maresciallo, era stato governatore,
-aveva acquistato alla Francia il milanese, viveva indipendente. Il
-perchè venne accusato e indicato per sospetto, per essere egli il capo
-della potente fazione de' Guelfi, e per essersi fatto ascrivere alla
-naturalizzazione elvetica, e perchè il di lui nipote serviva i Veneti.
-Queste accuse del Lautrec vennero nell'animo del re malignamente
-rinforzate dalla contessa di Chateau-Briant, la favorita di quel
-monarca. Trivulzio, franco e sensibile, informato dell'attentato, al
-momento partì, e quantunque avesse ottant'anni, nel cuore dell'inverno,
-superate le Alpi, si presentò alla corte di Francia, dove però non
-potè avere udienza dal re. Questo rispettabile vecchio si fe' condurre
-in luogo per cui doveva passare il monarca; e poichè fu alla distanza
-di essere ascoltato, disse: «Sire, degnatevi di accordare un momento
-d'udienza ad un uomo che s'è trovato in diciotto battaglie al servigio
-vostro e dei vostri antenati». Il re, sorpreso, lo guarda, lo ravvisa,
-e passa oltre senza far motto. Tale fu la mercede di quarant'anni
-di servigi resi alla Francia. Trivulzio si ammalò gravemente. Il
-re gli fece fare delle scuse; ed il Trivulzio gli rispose che era
-sensibile alla bontà del re, ma che lo era stato pure ai rigori, ed
-il rimedio era tardo[381]. Frattanto il Lautrec profittò dell'assenza
-del Trivulzio per arrestare a Vigevano la vedova ed i figli del conte
-di Musocco, nuora e nipoti del Trivulzio. Il maresciallo fu sepolto a
-_Bourg de Chartres_, sotto _Montlehery_, dove aveva trovata la corte,
-e dove morì[382]. Burigozzo dice che ei morì il giorno 4 di dicembre
-del 1518. Nel vestibolo di San Nazaro Maggiore della nostra città
-avvi un tempio di assai grandiosa e nobile architettura, intorno al
-cui architrave veggonsi collocate in alto le tombe della famiglia
-Trivulzio; il qual edifizio credesi fatto fabbricare dal maresciallo,
-la tomba del quale sta nel mezzo, colle due sue mogli poste ai lati;
-e sta scolpito:[383] QVI NVNQVAM QVIEVIT HIC QVIESCIT. TACE. Della
-sconoscenza ed ingratitudine del re Francesco I ne scrive anche il
-Prato; «havendo non una, ma due et tre volte, dic'egli, con tanta
-fatica et arte in bona parte dato il stato di Milano a Francesi, et
-hora ne ha pagato di sì meritevole guiderdone». Il Trivulzio fu un gran
-soldato, un signore magnifico, e d'animo reale. L'ambizione sua però
-fu rivolta più a soggiogare i nemici viventi, ed a vendicarsene, che a
-procacciarsi una fama generosa presso la posterità. Ei non temette la
-voce imparziale della storia. È tristo quel popolo che è dominato da
-un ambizioso che non la teme! Trivulzio, con la sua ambizione, rovinò
-la patria, scaccionne i naturali suoi duchi, e la immerse nelle miserie
-che l'afflissero per più di un secolo. Egli non ha diritto veruno alla
-nostra riconoscenza.
-
-Dell'atrocità di que' tempi, o degli effetti dell'ignoranza e delle
-torture può esserne pure chiara testimonianza il fatto orribile di
-Isabella da Lampugnano, la quale, il giorno 22 di luglio del 1519,
-sulla piazza del castello, fu arruotata viva ed abbruciata. Si credette
-che per _sola crudeltà_ ella colle lusinghe si facesse venir in sua
-casa i bambini, e loro togliendo il sangue, gli salasse e divorasse
-poi. Si asserì che la cosa venisse a sapersi, perchè una gatta di
-lei fu osservata avere in bocca la mano d'un bambino: «Fu subito
-detenuta, dice il Prato, et stata per alcun tempo perseverante ne'
-tormenti horribili, negando sempre il vero, finalmente confessò il
-tutto». La logica non permette di credere che si commettano siffatti
-orrori _per sola crudeltà_ e senza un fine. La cognizione del cuore
-umano nemmeno consente di crederne preferibilmente capace una donna,
-più sensibile alla compassione che non è l'uomo. La ragione e la
-sperienza ci dimostrano che questa è una prova di più, che coll'uso dei
-tormenti _horribili_, finalmente si costringe un innocente ad accusarsi
-di qualunque più chimerico delitto. Ci accaderà di trattarne più
-diffusamente, mi lusingo, in avanti, proseguendo la storia.
-
-La condizione de' Milanesi era assai infelice sotto il duro e dispotico
-governo del maresciallo Lautrec: aggravi indiscreti, indiscretamente
-percepiti; patiboli, confische, proscrizioni; quest'era l'arte colla
-quale colui governava. Io non riferirò quanto ne scrivevano gl'Italiani
-di quel tempo, che potrebbe forse anco credersi dettato dallo spirito
-di partito nazionale. Brantome così parla nella vita di Lautrec. «On
-dit qu'avant qu'il fust chassé de Milan, venoient au roy plusieurs
-nouvelles et plaintes de luy, et qu'il estoit trop sévère et mal propre
-pour un tel gouvernement.... mais pour gouverner un état il n'y estoit
-bon. Madame de Chasteaubriant, soeur de mons. de Lautrec.... en rebatit
-tous les coups, et le remettoit tousjours en grace». E lo storico
-Gaillard, nella vita di Francesco I re di Francia, dice: «Le maréchal
-de Lautrec gouvernoit depuis lon tems le Milanés avec une rigueur
-bien contraire à la clemence de son maître. Les proscriptions avoient
-depeuplé Milan. Les bannis étoient en si grand nombre qu'on les voit
-jouer un rôle dans l'histoire, se rassembler, former des entreprises,
-et susciter beaucoup d'affaires aux François. On remarqua que la plus
-part de ces bannis étoient les plus riches citoyens da Milanés[384]».
-Fu ben diverso il regno di Lodovico XII da quello di Francesco I,
-non già per cattiva indole di quest'ultimo, ma perchè, sotto il nome
-suo spensieratamente lasciava in balía d'un favorito il destino dei
-sudditi. In quel torno morì il nostro celebre Bernardino Corio[385],
-d'anni sessanta, e fu l'anno 1519. Quattro anni prima lo storico
-Tristano Calco lo avea preceduto.
-
-
- FINE DEL TOMO SECONDO.
-
-
-
-
-INDICE DI QUESTO TOMO
-
-
- CAPITOLO XI.
- _Di Matteo I, di Galeazzo I e d'Azzone Visconti, signori
- di Milano_ Pag. 5
-
- CAPITOLO XII.
- _Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della
- città sino verso la metà del secolo XIV_ » 37
-
- CAPITOLO XIII.
- _Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo
- Visconti_ » 70
-
- CAPITOLO XIV.
- _Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di
- Milano_ » 104
-
- CAPITOLO XV.
- _Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca
- Visconti, Filippo Maria_ » 132
-
- CAPITOLO XVI.
- _Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a
- Francesco Sforza_ » 170
-
- CAPITOLO XVII.
- _Francesco I Sforza, duca di Milano » 211
-
- CAPITOLO XVIII.
- _Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e
- della minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto
- duca_ » 229
-
- CAPITOLO XIX.
- _Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta
- del re di Francia Lodovico XII_ » 251
-
- CAPITOLO XX.
- _Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e
- governo del re di Francia Lodovico XII, fino alla lega
- di Cambrai_ » 275
-
- CAPITOLO XXI.
- _Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è
- riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca_ » 297
-
- CAPITOLO XXII.
- _Di Francesco I re di Francia, e suo governo nel ducato di
- Milano_ » 319
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Cassone ecc. Agli uomini, così fossero prudenti! Matteo Visconti,
-vicario e rettore, o sia capitano, al podestà, ai sapienti ed anziani,
-ai consiglieri, ai consoli, al consiglio, al comune della città di
-Milano, e a Galeazzo, Luchino, ec.
-
-[2] E per questo tu, Matteo Visconti, e voi altri come sopra nominati,
-se non vi emenderete delle predette cose, scomunichiamo in perpetuo,
-anatematizziamo, e priviamo di qualunque commercio umano, della
-ecclesiastica sepoltura e dei sacri ordini.
-
-[3] Corio all'anno 1314.
-
-[4] _Flamma, Manipul. Fior., et Annales Mediolan. ad ann. 1317._
-
-[5] _Flamma, Manipul. Flor., ad annum. 1313._
-
-[6] Di pessimi delitti e di eresia, benchè non fosse colpevole.
-
-[7] _Bonincontrus Morigia_, lib. 3, cap. 2.
-
-[8] Villani, Ughelli e Buonincontro Morigia.
-
-[9] _Raynaldus, ad an._ 1317, n. 8.
-
-[10] _Bonincont. Morigia_, lib. 2, cap. 27.
-
-[11] _Raynald., num. XI, ad annum._ 1320.
-
-[12] _Idem, num. X, ad an._ 1320.
-
-[13] Lib. IX, cap. 108.
-
-[14] _Flamma, Manipul. flor._
-
-[15] Tom. X, pag. 547.
-
-[16] Tanto perchè il giudizio o la punizione del reato di sacrilegio
-spettano al foro ecclesiastico, quanto ancora perchè, nella vacanza
-dell'Imperio, come ancora al presente si riconosce vacante, a
-noi ed alla apostolica sede appartiene il reprimere l'ardire di
-questi facinorosi che nell'Imperio si trovano, il togliere di mezzo
-l'oppressione, e l'amministrare la giustizia agli offesi ed agli
-oppressi.
-
-[17] Il profano ed empio autore di grandi sceleratezze e di delitti,
-Matteo Visconti di Milano, rabbioso devastatore delle parti della
-Lombardia, ec.
-
-[18] _Ughelli, Ital. Sacr._, tom. IV.
-
-[19] Ughelli, col. 206.
-
-[20] Fece portare il vessillo della Chiesa sopra il tetto della casa,
-e colà fu proclamato che qualunque uomo o donna seguitare volesse quel
-vessillo, affine di distruggerò il detto Matteo e i di lui fautori,
-libero e mondo sarebbe tanto da colpa quanto da pena.
-
-[21] _Chronic. Astens._, cap. 103.
-
-[22] Pronunziando sentenza di scomunica, coi tesori della Chiesa
-aperti, e da qualunque parte arruolando soldati agli stipendi contra il
-predetto signor Matteo e i suoi seguaci e quelli della sua stirpe fino
-al quarto grado.
-
-[23] Edizione in quarto. Milano, 1771, pag. 29.
-
-[24] All'anno 1332.
-
-[25] Certamente consta che i censori della fede, nel condannare per
-titolo di eresia alcuni Ghibellini, indotti furono oltremodo dallo
-spirito di partito.
-
-[26] _Raynald. ad annum_ 1341.
-
-[27] Trovato abbiamo essere iniquamente fatti i processi e le sentenze
-suddette, per certe ragioni legittime e giuste che in essi abbiamo
-ravvisate, e col consiglio del fratelli nostri e coll'autorità
-apostolica, dichiariamo iniquamente fatti e nulli ed irriti gli stessi
-processi e i giudizi, fatti e pronunziati dai prefati arcivescovo,
-Pasio, Giordano, Onesto e Barnaba, e da ciascuno di essi intorno alle
-predette cose, in comunione o separatamente, contra i predetti Giovanni
-e Luchino (_erano allora que' due figli di Matteo signori tranquilli
-di dodici città_) e tutte le cose che sono seguite in forza di que'
-giudizi o per cagione di quelli.
-
-[28] Ughelli, tom. IV, in _Archiep. Mediol., ubi de Johanne Vicecomit._
-
-[29] Che gli altri tutti in probità superava.
-
-[30] Pag. 36.
-
-[31] _Bonincontr. Morigia_, lib. III. cap. 21.
-
-[32] All'anno 1323.
-
-[33] Non mancavano tuttavia a Lodovico molti argomenti di ragione coi
-quali, presso il maggior numero delle persone, scusare si potessero
-le cose da esso fatte; la controversia con Federico austriaco intorno
-all'Imperio, già decisa colla spada: Milano poi difesa, non affine di
-assistere l'eretico Galeazzo, ma di rivendicare a sè stesso i diritti
-dell'Imperio, e di impedire che occupata fosse da Roberto re di Sicilia
-un'amplissima provincia dell'Imperio, che non mai forse si sarebbe
-ricuperata. Non però da que' motivi di ragione fu Giovanni rimosso dal
-meditato disegno.
-
-[34] _Raynald. ad ann._ 1323, cap. 29 et 30.
-
-[35] Intorno alla di cui morte nulla si sa di certo.
-
-[36] Pag. 70.
-
-[37] Lib. III, cap. 37.
-
-[38] _Anecdot._, tom. II, pag. 301.
-
-[39] Molto dal vero si allontana.
-
-[40] _Bonincontr. Morigia, R. I._, tom. XII, col. 1750 D; — e la
-cronaca d'Azario, pag. 54.
-
-[41] _R. I._, tom. X, col. 901 B. — _Martene, Thesaur. nov. Anecdot._,
-tom. II. — _Cod. Italic. Lunig._
-
-[42] Pietro tornato in sè, disse: Venne l'angelo del Signore, e ci
-liberò dalle mani di Erode e di tutte le fazioni de' giudei.
-
-[43] Gio. Villani, Storia, lib. X, cap. 71. — Albertino Mussato, _R.
-I._, tom. X, col. 774 C.
-
-[44] _Med. Æv._, tom. VI, col. 186.
-
-[45] Giorno e notte gridavano a vitupero del Bavaro: O Gabrione,
-ebrione, bevi, bevi, ho, ho, Babii, Babo.
-
-[46] _R. I._, tom. XII, col. 1001.
-
-[47] Villani, cap. 289.
-
-[48] Messale ambrosiano, stampato l'anno 1475 in Milano da Antonio
-Zarotto; e Breviario, stampato dal medesimo, l'anno 1490.
-
-[49] Tom. X, pag. 482.
-
-[50] Vita di Giotto, tom. I, pag. 95.
-
-[51] _Ivi_, pag. 46.
-
-[52] Lomazzi, Arte della pittura, pag. 35.
-
-[53] Giulini, tom. X, pag. 332.
-
-[54] Gio. Villani, lib. XII, cap. 37.
-
-[55] Giulini, tom. X, pag. 410.
-
-[56] All'anno 1348.
-
-[57] Aveva la predetta signora Elisabetta, di lui moglie, fatto voto
-di visitare la chiesa di San Marco in Venezia, come essa diceva. Al
-quale viaggio acconsentì il signor Luchino. E, fatta una comitiva di
-molti grandi dell'uno e dell'altro sesso, si pose in cammino, e come
-una imperatrice, e con grandissime spese e corte bandita, fu ricevuta
-dal signor _Mastino_ in Verona. E compiè il suo viaggio, e si narra
-che anche la sua volontà compiesse intorno a carnale congiungimento,
-e le altre di lei compagne delle primarie della Lombardia fecero la
-cosa stessa. Per questo nacquero di molti scandali. Ma perchè l'amore
-e la tosse non si possono nascondere, nè tanto è occulta alcuna cosa
-che non si riveli, tornata essendo la medesima, il signor _Luchino_
-seppe ed udì quello che avvenuto era. Pure, siccome sapiente, pensò
-a dare le disposizioni per la vendetta. E perchè disse un giorno, che
-in breve era per fare in Milano la giustizia più grande che mai fatta
-avesse, con bellissimo rogo, la predetta di lui moglie ben si avvide
-che essa era l'oggetto di quella giustizia. Essa altronde, che ben
-conosceva il commesso delitto con tale persona, scusare non potevasi
-delle cose predette, siccome altra volta erasi scusata. In qual modo
-andasse quella faccenda si ignora, nè viene agli scritti confidato. Ma
-il signor _Luchino_ non potè compiere quella vendetta per essere egli
-stesso mancato di vita.
-
-[58] _Petri Azarii, Notarii Novariensis, Syncroni author. Chronicon...
-Mediolani_, 1771, pag 93.
-
-[59]
-
- «Non nuoce aver taciuto, ma parlato».
-
-[60] Uomo era austero nell'aspetto e nell'opere, parco nel promettere,
-largo nell'attendere.
-
-[61] Mostrava prendersi cura di poche cose, ma di molte curavasi.
-
-[62] Che il prefato magnifico ed eccelso signor _Giovanni_, figliuolo
-del fu signor _Matteo de' Visconti_ di buona memoria, e dopo la
-morte di quel signor _Giovanni_, nello stesso modo, qualunque altro
-maschio discendente per linea mascolina e di legittimo matrimonio dal
-prefato fu signor _Matteo de' Visconti_, sia e sieno a perpetuità
-vero e legittimo e naturale padrone, e veri e legittimi e naturali
-padroni della città e di tutto il distretto e della diocesi e della
-giurisdizione di Milano.
-
-[63] Matteo Villani, lib. I, all'anno 1350.
-
-[64] _Raynald. ad ann._ 1330, n. VII.
-
-[65] Matteo Villani, lib. I, all'anno 1351.
-
-[66] _Georg. Stellae Ann. Genuens., ad ann. 1354._
-
-[67] Tutta poi trovo la valle del Reno abitata da coloni mandati da
-_Augusto_; questa mutazione però di sedi non cambia punto la patria
-alla quale si va, ma coloro che vanno. Adunque e i Galli andati
-nell'Asia, Asiani, e gli Italiani andati nella Frigia, Frigii,
-e questi, dopo l'eccidio di Troia tornati nell'Italia, di nuovo
-diventarono Italiani. Così i nostri, trasportati nella Gallia o nella
-Germania, s'imbevettero della natura di quelle parti e de' costumi
-barbarici, e i Milanesi, stabiliti dai Galli, e Galli una volta, ora
-come uomini dolcissimi, non serbano alcun vestigio della vetusta loro
-origine; così da forza celeste sono modificati gli umani ingegni.
-
-[68] _Francisci Petrarchae V. C. contra cujusdam Anonymi Galli
-calumnias, ad Ugutionem de Thienis Apologia_, tom. II, pag. 1083.
-
-[69]
-
- «O caro al cielo, e per illustre schiatta
- Venerato dai popoli superbi,
- Almo fanciullo, a te dolce la vita,
- E sia vivace nell'infanzia il brio!
- Lieto t'innoltra, o lungamente atteso,
- Dono alla patria, ai padri ed a noi tutti;
- E di vita il cammino astri felici
- T'additin certo tra secondi eventi!
- Te il Po signore attende...»
-
-[70]
-
- «Ma all'egregio garzon, già grandicello,
- Questa coppa si doni, e ad essa accosti
- Le rosee labbra; a' piccioli conviene
- Picciolo dono: minimo son io;
- Ei massimo; ma ancor l'etade è scarsa;
- Appena egli apre a nuova luce gli occhi,
- E trepido lo sguardo al ciel rivolge.
- All'età s'offron, non al grado, i doni.
- Giuoco or farà del nitido metallo,
- Che altero sprezzerà d'anni più grave,
- Qualora ei sappia che lucente feccia
- Dalle profonde viscere si tragge
- D'alpestre terra; ma a lui forse grati
- Saranno allor miei carmi, e, rileggendo,
- Rammenterà ch'io lo levai dal fonte.
- Tanto onor mi concesse il genitore».
-
-[71] _Francisci Petrarchae Florentini V. C. operum_, tom. III, pag. 113.
-
-[72] La città di Milano, capitale dei Liguri e metropoli, sin quasi
-all'invidia ignara tuttora di queste calamità, e per la salubrità e
-dolcezza dell'aere, e per la frequenza del popolo gloriosa, nell'anno
-sessantesimoprimo deserta rimase e squallida.
-
-[73] _De Rebus Senilibus Epistolar._, lib. III, epist. I _ad Johannem
-Bocatium._
-
-[74] Benaglia, Del magistrato straordinario, cap. 12.
-
-[75] Tom. XI, pag. 426.
-
-[76] Tom. VII, pag. 392.
-
-[77] Giulini, tom. XI, pag. 32.
-
-[78] Cioè, di pane di frumento buono e ben cotto e bianco, e di vino
-buono e puro in quantità sufficiente; e di capponi, uno cioè intero per
-ogni due persone, e di carne di bue e di porco con buone salse di pepe,
-cioè un frammento o un pezzo di carne di bue, competente e buona per
-ogni due; ed un altro frammento o un pezzo di porco con buone salse di
-pepe per ogni due; ed un frammento o un pezzo di carne porcina fritta
-o arrostita col pane gratuggiato per ogni due; e tutte queste cose,
-secondo che è convenevole, appresti in ciascun anno a sufficienza.
-
-[79] Tom. VIII, pag. 653.
-
-[80] Ora però nell'età presente, agli antichi costumi molte cose si
-sono aggiunte, come irritamenti a danno delle anime; perciocchè le
-vesti preziose sono da ogni parte coperte di superflui ornamenti: nelle
-stesse vesti, tanto degli uomini, quanto delle donne, si inseriscono
-l'oro, l'argento, le perle. Larghissimi fregi si sovrappongono alle
-vesti. Bevonsi vini forastieri e delle parti oltramarine; tutte le
-vivande sono sontuose, ed in grandissimo prezzo si tengono i maestri
-dell'arte della cucina.
-
-[81] _R. I._, tom. XII, col. 1034.
-
-[82] Che il luccicare degli specchi superavano. Perciocchè i soli
-fabbri delle corazze montano a parecchie centinaia, senza contare
-innumerabili operai ad essi subordinati.
-
-[83] Perciocchè gli stessi mercatanti scorrono la Francia, la Fiandra,
-l'Inghilterra, comperando lana fina, colla quale in questa città si
-tessono panni fini in grandissima quantità, che si tingono in qualunque
-sorta di colore e che si portano per tutta Italia.
-
-[84] _R. I._, tom. XI, col. 1320.
-
-[85] Giulini, tom. VII, pag. 65.
-
-[86] Giulini, tom. XI, pag. 149, 167, 475, 497 e 502.
-
-[87] MCCCLXXXVIII nel giorno XXII di luglio. Dai signori vicario
-e XII di Provvisione del comune di Milano, e dai sindaci del detto
-comune eletti furono gli infrascritti cittadini di Milano, che sono e
-s'intendono di essere il consiglio dei DCCCC del comune di Milano.
-
-[88] _Med. Æv. Dissert._ 38, pag. 815.
-
-[89] _Signorol. Omodeus, Cons. XXII._
-
-[90] Giulini, tom. XI, pag. 514.
-
-[91] Il detto, tom. XI, pag. 119.
-
-[92] _Decreta antiqua_, pag. 51.
-
-[93] Siccome ancora si fanno estorsioni di diversi modi dai gabellieri
-della dogana delle bestie grosse e minute del detto vostro contado.
-
-[94] Vogliamo bensì che agli impresari dei dazi del detto nostro comune
-si mantengano i loro patti.
-
-[95] _Decreta antiqua_, pag. 50.
-
-[96] _Ibid._, pag. 173.
-
-[97] Giulini, tom. XI, pag. 118 e 557.
-
-[98] Cardinali della santa chiesa milanese.
-
-[99] Giulini, tom. VII, pag. 196.
-
-[100] Una pelliccia di coniglio, coperta di violato, ed altre due...
-cioè una di volpe, coperta di _scalfanio (specie di panno)_, ed altra
-di fianchetti, coperta di saglia bruna, e... il mio cappello grigio,
-coperto di saglia nera, ed il mio _copertorio_ e la _sorada_ o la mia
-veste doppia... la mia cappa turchina, la mia cappa di _mantellato_...
-cinque cucchiai d'argento, e il mio mantello foderato di zendado... il
-mio vestito violato.
-
-— _Mastruca_, come porta l'originale, è veramente pelliccia, e non
-solamente quella de' Sardi, come opina il _Du Cange_. Trovansi nei
-codici del medio evo altre vesti e pelliccie di fianchetti, fatte forse
-di pelle dei fianchi. Il _mantellato_ era pure una specie di veste e di
-panno.
-
-[101] A tutti poscia i cherici proibiamo le vesti rosse o di diverso
-colore, gialle e verdi.
-
-[102] Sormani, Gloria de' santi milanesi, pag. 211.
-
-[103] Vesti vergate, o bianche e nere per metà, o listate, o con fregi,
-o con bottoni d'argento o di alcun altro metallo.
-
-[104] Non portanti cappucci alla maniera dei laici.
-
-[105] Giulini tom. VIII, pag. 642 e 644.
-
-[106] Conviene però sapere che il giudizio del ferro rovente nella
-città nostra non si ammette, sebbene altrimente si osserva in alcuni
-luoghi posti sotto la giurisdizione del signor arcivescovo.
-
-[107] Lib. V, cap. 81.
-
-[108] _Raynald. ad annum_ 1356, num. 30.
-
-[109] O monopolisti delle granaglie, o uomini nutriti del sangue del
-popolo, non aspettate il giorno del giudizio?
-
-[110] Predicando egli, dicesi che propalasse i peccati occulti di
-quelli della famiglia Beccaria, che ad esso erano stati narrati nel
-sacramento della penitenza, e specialmente del signor Castellino disse
-tali cose, che tutto il popolo sedusse ed animò all'esterminio di tutti
-i Beccaria, e della prole e discendenza loro e de' loro amici, e alla
-ruina e al saccheggio delle loro case. Ed allora tosto, sena premettere
-alcun avviso, tutte le case, abitazioni e palagi di essi e dei seguaci
-loro fece atterrare, e portar via le pietre e venderle, promulgando che
-ciascun Pavese tenere dovesse quelle pietre sotto il capezzale e a capo
-del letto, a perpetua memoria, delle furfanterie commesse dai Beccaria.
-
-[111] _Petri Azarii Chronic._, pag. 237.
-
-[112] Perciocchè dal carroccio, nel quale spesso era portato (e beato
-colui che poteva toccare quel carroccio, coperto di panni per il di lui
-uso!) cominciò a predicare ed a sgridare gli uomini e le donne, perchè
-dovevano evitare i lacci mondani, cioè le vesti lussuriose e sontuose,
-le masserizie d'argento e le gemme preziose, e gli ornamenti... e per
-esecutore fece eleggere un ufficiale, che io vidi a tagliare le grandi
-maniche dello guarnaccie, tessute con lavoro frigio, od ornate d'oro e
-d'argento, e a tagliare le cinture, se qualche cosa preziosa intorno ad
-esse trovavasi.
-
-[113] Fece pubblica giustizia col taglio della testa... Vendute avendo
-adunque le cose predette, l'oro, l'argento, le gemme, i diamanti e le
-pietre preziose fino a Venezia.
-
-[114] Che non dubitasse della mancanza delle vettovaglie, sapendo esso
-(perciocchè così asseriva) per mezzo della orazione... che avrebbe
-impetrato che la manna simile a quella data a _Mosè_ nel deserto,
-sarebbe caduta in sufficiente quantità.
-
-[115] Erasi pigliata cura degli altri, non di si stesso, siccome sempre
-allegava nel predicare.
-
-[116] Veggasi l'Azario, dalla pag. 235 sino alla pag. 241.
-
-[117] _Raynald. ad ann._ 1362, num. 12.
-
-[118] Non sai, poltrone, che io sono papa ed imperatore, e signore in
-tutte le mie terre.
-
-[119] Esso signor _Barnabò_ ai suoi giorni ebbe in odio gli uomini
-scienziati, laici, cherici e prelati, e qualunque uomo virtuoso; e
-sempre elevò sublimemente gli idioti, i crudeli, gli uomini vili,
-infami ed omicidi.
-
-[120] _Annal. Mediol._, pag. 799.
-
-[121] _Annal. Mediol._, cap. 147 in fine. — Gattari, Storia padovana,
-_R. I._, tom. XVII.
-
-[122] Matteo Villani, lib. XI, cap. 41.
-
-[123] Perciò il Signore ti distruggerà finalmente, ti svellerà e
-farà esule te dal tuo tabernacolo, e la progenie tua dalla terra dei
-viventi.
-
-[124] _Annal. Mediolanens._, cap. 147 in fine.
-
-[125] _Raynald. ad ann._ 1364, § 3.
-
-[126] _Idem_, A. 1368, § 2.
-
-[127] _Raynald. ad ann._ 1372, num. I.
-
-[128] Codice A, MS., nell'archivio del R. castello di Milano.
-
-[129] Azario, pag. 282.
-
-[130] Considerando noi i tempi di sterilità e le calamità delle guerre.
-
-[131] _Decreta. Antiqu. Mediol. Docum._, pag. 54.
-
-[132] Corio all'anno 1374.
-
-[133] Senza altra determinazione nè difesa antecedente, comandò che
-un suo famigliare partisse per espresso colle sue lettere, dirette al
-podestà di Bergamo, affinchè egli, quelle vedendo, facesse impiccare
-per la gola il detto _Antoniolo_, sotto pena di essere impiccato
-il podestà medesimo. Il quale podestà, sebbene di malavoglia, fece
-impiccare il detto _Antoniolo_ nel palazzo di Bergamo, senza frapporre
-alcuna dilazione, se non finchè confessato si fosse al sacerdote.
-
-[134] Azario, pag. 275.
-
-[135] _Annales Mediol., ad ann._ 1366.
-
-[136] _Idem_, ad ann. 1370.
-
-[137] _Ibidem_, ad ann. 1381.
-
-[138] Tom. XI, pag. 360 e 376. — Anche Matteo Villani nelle istorie
-_R. I._, tom. XIV, pag. 370, scrisse _Come i Visconti fecione contro
-i prelati de Santa Chiesa. Avvenne in questi dì_ (cioè verso il
-maggio del 1357) _che il papa mandò un valente prete in Lombardia
-a predicare la croce, guardandosi i maggiori prelati di non volere
-la grazia di quell'uffizio, e la croce si bandiva e si predicava,
-come è detto, contro al capitano di Forlì e al signore di Faenza; il
-valente sacerdote se ne andò a Milano, e, ivi favoreggiato dal vescovo
-di Parma, cominciò sollecitamente a fare l'ufficio che commesso gli
-era dalla Santa Chiesa. Come metter Barnabò ebbe notizia di questo
-servigio, senza vietarglielo o ammonirlo che questo fosse contro alla
-sua volontà, il fece pigliare, e ordinata per lui una graticola di
-ferro, tonda, a modo di una botte, con manichi da voltarla, dentro vi
-fece mettere il sacerdote, e accesovi sotto il fuoco, come si fa a un
-arrosto, e facendolo volgere, crudelmente il fece morire_.
-
-[139] L'Azario, pag. 310. — _Annal. Mediol. R. I._, tom. XVI, col. 740.
-— _Chron. Placent., R. I._, tom. eod., col. 510, E. — Veggasi anche la
-Cronaca di Bologna.
-
-[140] Tom. IV, pag. 100.
-
-[141] L'intenzione del signore è che dei capi traditori si incominci
-il castigo a poco a poco. Il primo dì, cinque tratti di _curlo_
-(_probabilmente di corda_); il secondo si riposi; il terzo dì,
-similmente cinque colpi di _curlo_; il quarto si riposi; il quinto
-giorno, similmente cinque colpi di _curlo_; il sesto si riposi; il
-settimo, similmente cinque colpi di _curlo_; l'ottavo si riposi; il
-nono si dia loro a bere acqua, aceto e calcina; il decimo si riposi;
-l'undecimo dì, similmente acqua, aceto e calcina; il duodecimo si
-riposi; il decimoterzo giorno si taglino due correggie di pelle sulle
-spalle, e si lasci sgocciolare sopra (_forse acqua od olio bollente_);
-il decimoquarto si riposi; il decimoquinto giorno si levi loro la pelle
-della pianta di ciascun piede, poi si facciano camminare sopra i ceci;
-il decimosesto si riposi; il decimosettimo camminino sopra i ceci; il
-decimottavo si riposi; il decimonono si pongano sopra il cavalletto;
-il vigesimo si riposi; il vigesimoprimo si pongano sul cavalletto;
-il vigesimosecondo si riposi; il vigesimoterzo giorno si tragga loro
-un occhio dal capo; il vigesimoquarto si riposi; il vigesimoquinto
-si tronchi loro il naso; il giorno vigesimosesto si riposi; il
-vigesimosettimo si recida loro una mano; il ventesimottavo si riposi;
-il ventesimonono si tagli loro l'altra mano; il trentesimo giorno si
-riposi; il trentesimoprimo si tagli loro un piede; il trentesimosecondo
-si riposi; il trentesimoterzo si tagli loro l'altro piede; il
-trentesimoquarto si riposi; il trentesimoquinto si recida loro un
-testicolo; il trentesimosesto giorno si riposi; il trentesimosettimo
-si recida loro l'altro testicolo; il trentottesimo si riposi; il dì
-trentesimonono si tagli loro il membro virile; il quarantesimo si
-riposi; il quarantesimoprimo siano attanagliati su di un carro, e
-poscia si pongano sulla ruota.
-
-[142] L'esecuzione di quelle pene fu compiuta riguardo a molte persone
-negli anni 1372 e 1373.
-
-[143] _Petri Azarii Chronicon_, pag. 301.
-
-[144] Corio, all'anno 1369.
-
-[145] Dato nel castello nostro Zoloso.
-
-[146] Giulini, tom. XI, pag. 294.
-
-[147] La quale casa (dice Azario), cogli ornamenti e le pitture e le
-fontane, oggi non si farebbe con trecentomila florini.
-
-[148] Pag. 283.
-
-[149] Pag. 269.
-
-[150] _Siton. Monum. Vicecomit._, pag. 21.
-
-[151] _R. I._, tom. XVII.
-
-[152] Di questi tempi è un ducato d'oro di Siena colla biscia, che
-possedo nella mia collezione.
-
-[153] Ma certamente con vana credenza noi stessi deludendo, ci
-ingannavamo, persuadendoci che quello potesse esser fedele, che stato
-era tanto sleale nepote e genero e fratello, verso lo zio, il suocero
-e i fratelli, e del quale tante volte ed a noi e ad altri era stato
-provato non avere la fede alcuna costanza, se non che in questo solo
-che le cose promesse mai non manteneva... Noi però, cambiando la sorte
-delle cose, dichiariamo la guerra al tiranno della Lombardia, che cerca
-di farsi re, e di farsi ungere come tale.
-
-[154] Lettere de' principi, stampate in Venezia, 1374.
-
-[155] Il detto signor conte, egli stesso a chi gli piaceva, conferiva
-tutte le dignità e i benefizi ecclesiastici dei paesi di dominio dello
-stesso signor conte che conferire dovevansi, e il detto signor papa
-confermava i detti benefizi e le dette dignità a tutti coloro che il
-detto signor conte aveva eletti.
-
-[156] _Ad annum 1381._
-
-[157] _Annal. Mediol. ad ann. 1398._
-
-[158] Si leghi con catena di ferro ad una colonna, con un anello di
-ferro che giri all'intorno, e col quale possa girarsi all'intorno
-l'uomo medesimo, la quale catena sia quanto più potrà farsi lunga,
-cosicchè soffra una morte più dolorosa; colà tuttavia sia abbruciato in
-modo che muoia.
-
-[159] _Ad an._ 1395 in fine.
-
-[160] Ecco, testimonio ai popoli e precettore alle genti, io ho dato
-lo stesso duce. — Venerabili padri e spettabili signori miei, assai
-giustamente venerabili, tutta la patria dei Milanesi può domandarmi
-con eguale premura. — Di', te ne prego, o vescovo novarese, quali
-motivi indussero il sacro cesareo animo ad accordare al nostro comune
-l'onore sublime del ducato? — Alla quale io rispondo: — la quadruplice
-situazione delle cose; la provvida benignità del Re Eterno; la
-conformità cortese di un atto degno di un congiunto; la obbediente
-fedeltà della casa Viperea; la congruente utilità di tutta la plebe.
-
-[161] Celebre potenza di valido vigore; nobile prosapia di fulgido
-decoro; ilare clemenza del placido donatore.
-
-[162] La prosapia della famigia, molto raggiante; la bellezza del
-corpo, molto speciosa; la tranquillità dell'animo, assai virtuosa.
-
-[163] L'orazione può leggersi nella biblioteca Ambrosiana, nel codice
-MS segnato B. N., pag. 116.
-
-[164] Corio, all'anno 1395.
-
-[165] Le misure che io assegno al Duomo sono diverse da quelle che si
-leggono presso gli autori. Io le ho fatte verificare. Il Morigia, il
-Lattuada e il Sormani danno la lunghezza di braccia 300, ed errano di
-cinquanta braccia. Il Morigia lo fa largo braccia 145; il Sormani 150;
-il Lattuada 151. Il Torri dà la lunghezza di braccia 260, ed erra di
-braccia 10-1/2. Il Bugati s'accosta più degli altri alla verità ed
-assegna lunghezza braccia 250, col piccolo errore di mezzo braccio;
-e larghezza braccia 130, la qual misura è prossimamente quella della
-croce, se si voglia ommettere lo sfondato delle cappelle. L'autore del
-_Distinto ragguaglio dell'ottava maraviglia del mondo, ossia della gran
-metropolitana dell'Insubria, volgarmente detta il Duomo di Milano_,
-malgrado l'ampollosità del frontispizio, fa la lunghezza minore della
-vera, fissandola a braccia 248, e la larghezza braccia 128, misura
-parimenti minore del vero. Nella pianta pubblicatasene coi funerali di
-Carlo VI augusto, risulta ancor più erronea la lunghezza stabilitavi di
-braccia 243; la quale comunemente, e per tradizione, si crede la vera
-misura, anche da chi ha ingerenza nella fabbrica del Duomo, sebbene
-manchi dal vero braccia quattro e mezzo. Questa nota può dare un'idea
-della poca esattezza dei nostri scrittori, e del tedio che ho dovuto
-soffrire per rintracciare il vero in quest'opera. Non sarà, credo,
-spiacevole ai lettori il paragone fra le misure del Duomo e quelle di
-San Paolo di Londra e di San Pietro di Roma. Le misure di San Paolo
-di Londra le ho estratte del _The Foreigner's guide, or a necessary
-and instructive companion Both, for the Foreigner and native in Their
-Tour through the Cityes of London and Westminster — London — the fourth
-edition 1763, pag. 73_. Le misure di San Pietro le ho ottenute da Roma,
-e sono fatte dall'attuale architetto di quella basilica, il signor
-Simonetti.
-
-San Paolo è lungo 500 piedi d'Inghilterra, largo piedi 249; e la cupola
-è d'altezza piedi 340; alla sommità della quale evvi la croce di altri
-10 piedi; onde l'altezza somma è piedi 350.
-
-San Pietro è lungo 829-1/2 palmi romani; alla croce è largo palmi 615;
-e dal pavimento sino alla sommità della croce sopra il lanternino, è la
-somma altezza palmi 593.
-
-Il piede inglese è once sei, punti uno, atomi otto e 4/5 d'atomo del
-braccio nostro. Il palmo romano è quattr'once, sei punti 33/100 d'un
-atomo del nostro braccio.
-
-_Ridotto il paragone a braccio milanese_
-
- Altezza Lunghezza Larghezza
-
- Duomo 180 — 249-1/2 148-1/8
- San Paolo 174 — 236 — 127-1/2
- San Pietro 222-1/2 311-1/3 230-3/4
-
-Il Duomo di Milano supera San Paolo di Londra nell'altezza e nella
-larghezza; ma è 42 braccia meno alto, 61-5/6 braccia meno lungo, e
-82-5/8 braccia meno largo di San Pietro.
-
-[166] Corio, all'anno 1391.
-
-[167] A coloro che veramente saranno penitenti e che fatta avranno la
-loro confessione.
-
-[168] Giulini, tom. XI, pag. 651.
-
-[169] Libero e mondo sia tanto dalla colpa, quanto dalla pena.
-
-[170] Mendacemente simulano queste facoltà non vere da essi pretese,
-mentre ancora per picciolissima somma di danaro (per servirci delle
-loro parole) non già i penitenti, ma coloro che il velo di una mentita
-assoluzione studiansi di apporre con trista coscienza alla loro
-iniquità, ed egualmente assolvono dagli atroci delitti senza alcuna
-vera contrizione, e non precedendo alcuna debita forma, o condonano le
-cose mal tolte, certe ed incerte, non esigendo (il che assurdissimo fu
-in tutti i secoli) alcuna previa soddisfazione.
-
-[171] _Raynald., ad ann. 1390_, num. I.
-
-[172] _Roberto_ di Baviera, per la grazia di Dio re dei Romani e
-conte Palatino del Reno. A te, _Giovanni Galeazzo_, milite milanese,
-comandiamo in via di precetto, che tu debba restituire e riconsegnare
-a noi, cui spetta il governo dell'Imperio, per elezione canonicamente
-fatta nella persona nostra in imperatore dagli elettori dell'Imperio,
-tutte le città, i castelli, le terre e i luoghi appartenenti al Romano
-imperio ed alla nostra giurisdizione, che indebitamente occupati
-ritieni nell'Italia; altrmente ti diffidiamo come invasore delle terre
-e della giurisdizione del sacro Imperio, e nostro nemico e ribelle.
-
-[173] A te, _Roberto_ di Baviera, noi _Giovanni Galeazzo Visconte_, per
-la grazia di Dio, e del serenissimo signor _Venceslao_ re dei Romani e
-di Boemia, duca di Milano, ec., e conto di Pavia e delle Virtù, colle
-presenti rispondiamo che qualunque città, castello, terra o luogo
-possediamo in Italia, lo riteniamo e lo possediamo per autorità del
-prefato serenissimo signor _Venceslao_ re dei Romani, e canonicamente
-investito del governo del sacro Imperio, e tutti quei luoghi intendiamo
-certamente difendere contra di te, invasore dell'Imperio, e manifesto
-nemico del predetto signor _Venceslao_ e di noi, e te, manifesto nemico
-dello stesso Imperio e del signor re _Venceslao_ e nostro, diffidiamo,
-se mai tu presumesti di invadere il nostro territorio.
-
-[174] Corio, all'anno 1401.
-
-[175] Tom. XII, pag. 54.
-
-[176] Briani, Storia d'Italia, tom. II, pag. 475, ediz. Venet. 1623. —
-Morigia, Storia dell'antichità di Milano, pag. 644, ediz. Venet. 1392.
-
-[177] Veggasi il Poema del P. Enrico Barelli, _De Alberico VII_, in
-Milano presso Marelli, 1782.
-
-[178] _Rer. Ital._, tom. XVI, _colum. 1021 et sequ._
-
-[179] Il nostro duca impose taglie, convenzioni e prestiti così grandi
-e continui ai sudditi suoi entro il suo dominio, che forzati erano essi
-ad andare vagando in terre straniere, capaci non essendo a sostenere
-quei pesi, e si udirono gli urli delle vedove e degli orfani e degli
-altri singoli, e grande strepito degli inferiori, ed immense crudeltà.
-E coloro che pagare non potevano, ritenevansi prigioni, e i loro beni
-usurpati erano dagli stipendiati.
-
-[180] _Annal. Mediol., ad ann. 1401._
-
-[181] _De Monet. Ital._, tom. III, pag. 59.
-
-[182] Giulini, tom. XI, pag. 521.
-
-[183] All'anno 1387.
-
-[184] Andrea Biglia, lib. 2, col. 29. — Corio, all'anno 1406.
-
-[185] Tom. VII, pag. 612.
-
-[186] Contra di molti adoperò quel genere di nefanda strage che si
-eseguiva aizzando ai cani, tanto sitibondo di sangue, che, senza
-spargerlo, non lasciava un solo giorno passare.
-
-[187] _R. I._, tom. XIX, col. 32 E.
-
-[188] All'anno 1409.
-
-[189] E non molto dopo _Facino_ viene chiamato a Milano, cosicchè nulla
-più ad esso mancava al dominio dell'una e dell'altra città se non che
-il solo nome; tutti obbedivano ad un solo, le cose tutte a norma del
-di lui comando stabilivano, non lasciandoci nè pure per le spese dei
-giovani quanto bastasse al sostentamento della vita.
-
-[190] _Rer. Ital._, tom. XIX, col. 34 E., 33 A.
-
-[191] Giulini, tom. XII, pag. 611.
-
-[192] Corio, all'anno 1397.
-
-[193] Il volgo veramente (dice il Biglia) allettato era dall'abbondanza
-delle vettovaglie; ma gli altri tutti che passare potevano per buoni
-cittadini, aggravati erano da tributi intollerabili... Molti uccisi
-furono per effetto di pubblica e di privata licenza.
-
-[194] Al giovane diedero questi avvertimenti (dice il Biglia), che
-la moglie, se non pure repudiata, tenesse certamente come già da esso
-separata.
-
-[195] _Rer. Ital._, tom. XIX, col. 44 e sequ.
-
-[196] All'anno 1418.
-
-[197] Decembrio, cap. 68; e Stella.
-
-[198] Quest'Alberico aveva per suo avo l'altro del quale ai fece
-menzione alla pag. 127. Si era confederato col duca; e siccome con
-ciò egli esponeva le proprie terre della Romagna (come in fatti
-vennero poi conquistate dalle armi pontificie), così Filippo Maria gli
-diede la signoria e contea di Belgioioso col castello, _pro aliquali
-rependio_, come leggesi nel diploma. Per assicurarsi poi che i Barbiani
-non ricuperassero i loro Stati, il papa investì della contea di Lugo
-la casa d'Este, già dipendente pel marchesato di Ferrara. Chi ha
-considerata la concessione di Belgioioso come una beneficenza del duca
-Filippo Maria, non ha posto mente a questo fatto. Pur troppo è vero che
-il duca non beneficò mai costantemente un uomo di merito.
-
-[199] Donato Bosso, all'anno 1444.
-
-[200] _De studiis Mediol._, cap. VIII, pag. 34.
-
-[201] _Biblioth. Script. Mediol., ubi de Philippo Maria Vicecomite._
-
-[202] Nè sprezzò egli, nè tenne in onore e in pregio gli uomini
-addottrinati negli studi delle lettere e delle scienze, e maggiormente
-ammirò, di quello che ei coltivasse la loro dottrina.
-
-[203] Decembrio, cap. 42 et seg.
-
-[204] Salve, o viaggiatore, vedi, qui sta l'imagine somigliantissima di
-quel papa _Martino_, quinto nelle serie, che, buon pastore per indole,
-resse la Chiesa a te Roma, ec... Autore di questo carme è _Giuseppe
-Brivio_, ordinario, dottore di gius canonico e maestro di sacra
-teologia, ec.
-
-[205] Ma l'autore di questa insigne immagine fu _Giacobino_ di Tradate,
-profondo nell'arte che io ardirei dire non minore, ma bensì maggiore di
-_Prassitele_.
-
-[206] Tom. XII, pag. 438.
-
-[207] Di mirabile furberia faceva uso nello scegliere i consultori che
-nominati sono consiglieri; perciocchè eleggeva uomini probi ed illustri
-per sapere; ed a questi dava per colleghi uomini scandalosi, affinchè
-nè quelli potessero appoggiarsi alla giustizia, nè questi sviluppare
-la loro perfidia, ma egli prevenuto fosse di tutto, per la continua
-discordia che tra di essi regnava.
-
-[208] Decembrio, cap. 34.
-
-[209] Tanto arrossì della sua cecità, che fingeva di vedere chiaro,
-avvertendolo segretamente i suoi camerieri.
-
-[210] Cap. 36.
-
-[211] _Oratio super populum — Praetende, quaesumus, Domine, famulabus
-tuis Blanchae Mariae et Agneti dexteram coelestis auxilii ut te toto
-corde perquirant, et quod digni postulant, assequantur. Per etc...
-— Super Syndonem — Fac, quaesumus, Domine, famulas tuus Blancham
-Mariam et Agnetem toto corde semper ad te accurrere, et tibi subdita
-mente servire, tuamque misericordiam suppliciter implorare, et tuis
-jugiter beneficiis gratulari. Per etc... — Super Oblata — Propitiare,
-Domine, supplicationibus nostris et has oblationes famularumque tuarum
-Blanchae Mariae et Agnetis, quas tibi pro incolumitate earum offerimus,
-benignus assume, et ut nullum sit irritum votum, nullius vacua
-postulatio, praesta, quaesumus ut quod fideliter petimus, efficaciter
-consequamur. Per Dominum, etc... — Praefatio — Aeterne Deus, in te
-sperantium consolator, et subditorum tibi mentium custos, inclina aures
-misericordiae tuae ad praeces humilitatis nostrae, et famulabus tuis
-Blanchae Mariae et Agneti propitius adesse dignare. Veniat super eas
-spiritualis a te benedictionis ubertas, ut pietatis tuae repletae,
-muneribus in tua gratia, et in tuo nomine laete semper exultent. Per
-Christum, etc... — Post Comunionem — Da, quaesumus, Domine, famulabus
-tuis Blanchae Mariae et Agneti in tua fide, et sinceritate constantiam,
-ut in charitate divina firmatae, nullis tentationibus ab earum
-integritate evellantur. Per etc..._
-
-(Orazione sopra il popolo. — Stendi, o Signore, te ne preghiamo, la
-destra del celeste aiuto alle tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_,
-affinchè a te con tutto il loro cuore aderiscano ed ottengano quello
-che degnamente ricercano; per, ec. — Sopra la Sindone. — Fa, o Signore,
-te ne preghiamo, che le tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_ sempre
-con tutto il cuore loro a te ricorrano e a te servano con mente devota,
-e la tua misericordia supplichevolmente implorino, e possano un giorno
-mostrarsi grate coi cuore ai tuoi benefizi; per, ec. — All'Offertorio.
-— Mostrati, o Signore, propizio alle nostre suppliche, e benigno ricevi
-queste obblazioni delle tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_, che a
-te offeriamo per la loro salvezza; ed affinchè irrito non sia alcun
-voto, nè vana la preghiera di alcuno, concedi, te ne preghiamo, che
-quello che fedelmente chiediamo, efficacemente possiamo ottenere; per
-il Signore, ec. — Prefazio. — Eterno Dio, consolatore di coloro che
-in te sperano, e custode delle menti a te devote, piega le orecchie
-della tua misericordia alle preghiere della nostra umiltà, e degna di
-mostrarti propizio alle tue ancelle _Bianca Maria_ ed _Agnese_. Venga
-sopra di esse la dovizia della spirituale tua benedizione, affinchè,
-colmate dei doni della tua pietà, liete sempre esultino nella tua
-grazia e nel tuo nome; per Cristo, ec. — Dopo la comunione. — Accorda,
-o Signore, te ne preghiamo, alle ancelle tue _Bianca Maria_ ed _Agnese_
-la costanza nella tua fede e nel sincero tuo servigio, affinchè,
-confermate esse nell'amore divino, smosse non sieno giammai per alcuna
-tentazione dall'integrità di que' proponimenti, per, ec.)
-
-[212] Che dirò di Milano, potentissima città d'Italia e metropoli della
-Gallia Cisalpina, nella quale tanto numerosi sono, e tanto diversi i
-generi degli artefici, tanto grande è la frequenza del popolo, che di
-là ebbe origine il volgare proverbio: Chi volesse ricomporre l'Italia,
-dovrebbe distruggere Milano.
-
-[213] _Kloch, de Ærario_, lib. 2, cap. 36, pag. 598. _Norimbergae_,
-1671.
-
-[214] Cosicchè facilmente si reputa che in quella città possano armarsi
-più di trentamila uomini.
-
-[215] _R. I._, tom. XIX, pag. 105.
-
-[216] Meraviglioso è a dirsi che quello i soli Milanesi osarono
-promettere, che a stento in que' tempi fornito o fatto avrebbono
-Firenze e Venezia. Sì grande è in questa età la popolazione di una
-città sola, sì grande la consuetudine di trafficare nel paese e nelle
-straniere regioni.
-
-[217] _Rer. Ital._, tom. XXII, col. 939.
-
-[218] _Rer. Ital._, tom. XXII, col. 956.
-
-[219] Archivio di città, registro A, foglio 40.
-
-[220] Nell'archivio di città al registro B leggonsi: 17 agosto
-1447, ordine dei signori vicario e XII di Provvisione per adunare il
-consiglio dei novecento, onde prestino il giuramento i consiglieri che
-non aveano giurato. Foglio I, tergo. Altro dei medesimi vicario e XII,
-perchè niuno ardisca di rompere le conche sopra i navigli o lo steccato
-di Cusago, del 23 agosto 1447. Registro B, foglio 10, e sotto la data
-medesima, v'è altro editto de' suddetti sulla macina del grano, che
-proibisce a' mugnai la compra: pure il 24 agosto, altro simile editto
-del vicario e XII proibisce ai fornai di vendere a staio il pane di
-mistura; registro suddetto, foglio 2. Esso registro B è pieno di editti
-del tribunale di Provvisione, l'ultimo dei quali è al foglio 408,
-contenente una proibizione di ascendere sopra il tetto del Broletto,
-in data 10 febbraio 1450, sedici giorni prima che Francesco Sforza si
-rendesse padrone di Milano; dal che si conosce che la giurisdizione
-ordinaria del tribunale di Provvisione in quel tempo di repubblica, o
-anarchia che ella si fosse, rimase intatta e continuata. Lo stesso io
-trovo essere accaduto al magistrato Camerale, ossia ai _Maestri delle
-entrate_, che conservarono la loro giurisdizione; ed uno dei primi
-editti di quell'interregno è del 20 agosto 1447, col quale si comanda
-che ciascuno paghi il tributo sulle merci alle porte della città.
-Veggasi registro B, foglio 6. Altro del 22 detto per la propalazione
-dei beni del defunto duca. Veggasi registro B, foglio 8, tergo. Ne è
-pieno quel registro sino al giorno 7 gennaio 1450, in cui il magistrato
-Camerale ordinò che si pagasse il tributo della dogana, come dal citato
-registro al foglio 402.
-
-[221] Registro civico B, foglio 14, tergo, ove leggesi questa grida del
-30 agosto 1447 per la demolizione e vendita del castello e delle gioie
-del duca.
-
-[222] Registro civico B, foglio 16, tergo, ove leggesi il proclama
-dei capitani e difensori della libertà, acciocchè ogni persona atta a
-portare le armi si presenti a servire sotto il comando del signor conte
-Francesco, capitano generale, in data 3 settembre 1447.
-
-[223] I capitani e difensori della liberti dell'illustre ed eccelsa
-comunità di Milano. — Prudenti concittadini nostri carissimi. Poichè
-l'Onnipotente Iddio nostro, per il passaggio da questa ad altra vita
-dell'illustrisssimo principe e signor nostro _Filippo Maria_, di buona
-memoria, la grazia della libertà a noi liberalmente accordò, che
-noi stabilito abbiamo di ritenere e conservare in tutte le maniere
-e con fermo intendimento, di comune consenso abbiamo deliberato di
-abbruciare i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e le scritture
-dell'inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, delle bocche
-e dell'aggravio del sale e di qualsivoglia altro aggravio, e di dare
-così un segno per cui il popolo e la plebe intendano che quind'innanzi
-saranno immuni ed esenti da simili angherie e gravezze. E quindi
-concependo buona speranza dello stato della libertà medesima, e
-di questa nostra repubblica, si rallegrino e si congratulino, e le
-dovute grazie rendano per questo allo stesso Dio Onnipotente Signor
-nostro. Nè meno rafforzino l'animo loro, e dispongasi a volere in
-oggi spontaneamente e di buona voglia fare quello che altre volte
-loro malgrado e forzati facevano, cioè nel dar fuori, secondo le
-loro facoltà, il danaro, tanto per formare e compiere il tesoro del
-gloriosissimo _sant'Ambrogio_, patrono e protettore nostro, quanto
-per le spedizioni delle compagnie di armigeri della comunità predetta,
-per mezzo delle quali non solo la libertà nostra ritenere conservare
-possiamo, come è incominciata, ma ancora confermare, arricchire ed
-aumentare la repubblica, e sempre giornalmente in meglio ingrandirla
-e dilatarla, a confusione di tutti coloro i quali si studiano con
-ogni loro sforzo e con tutte le loro insidie di rivalizzare con
-questa inclita città. Vogliamo adunque che, fatta la elezione, a
-due dei vostri subito ordiniate che essi due insieme, dei quali si
-inseriranno più abbasso i nomi, ricerchino e si facciano consegnare
-tutti i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e tutte le scritture
-degli inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, della gravezza
-del sale e di tutte le altre gravezze di qualunque genere, specie e
-materia esse fossero. E questi documenti, bene rivoltati una e due
-volte, e visti e diligentemente esaminati, con ritenere quelli soltanto
-nei quali si riconosca qualche utilità della camera della predetta
-comunità e del territorio, ed anche di alcune singole persone; tutti
-gli altri predetti documenti facciano palesemente e pubblicamente dare
-ed abbandonare al fuoco, perchè siano abbruciati, colla quale specie di
-spettacolo il popolo stesso parimente e la plebe pigliandone gratissimo
-piacere, possano esultare e giubilare e tributare lodi al santo
-rammemorato, il quale quest'inclita città in felice e fausto stato
-sempre conservi e difenda.
-
-Data a Milano, il giorno XXI settembre MCCCCXLVII. — _Giovanni dei
-Mantegazii_ — _Stefano dei Gambaloiti_ — _Cabriolo del Conte_ —
-_Federico del Conte_ — _Giovanni di Fossato_ — _Francio di Figino_ —
-_Giovanni Giussano_ — _Giacomo di Cambiago Rafaele_. — Su la coperta.
-Ai nobili e prudenti cittadini carissimi nostri, i dodici delle
-Provvisioni dell'eccelsa comunità di Milano.
-
-[224] Registro civico A, foglio 44, editto del 5 ottobre 1447.
-
-[225] Registro delle gride dal 1447 al 1450, nell'archivio civico,
-volume B, foglio 142, 212 e altrove, come dalle gride 30 agosto 1448
-e 21 gennaro 1449, nella seconda delle quali si ricorre a ripartire i
-carichi per focolare.
-
-[226] I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa
-comunità di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare,
-condecorare questo desiderabile stato della libertà che abbiamo
-ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario, il
-coltivare il decoro delle virtù, l'abbominare le brutture dei vizi;
-perciocchè in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto
-donativo, e della di lui onnipotenza sperare potremo più liberale
-accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto sporco e
-detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi della
-sodomia, e reputando che la impunità genera un incentivo, e i già
-infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo e confermammo
-di nostro avviso con durevole decreto, di non volere più in alcun modo
-tollerare questo esecrabile e rovinoso eccesso. Sebbene adunque sembri
-che a ritrarre da questo sceleratissimo delitto coloro che macchiati
-ne sono, ed a fare che più in avvenire non cadano in simile delitto,
-bastare dovrebbe la pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e
-dagli statuti di questa città, che come cosa divulgatissima ignorare
-certamente non debbono; tuttavia, affinchè la loro infame turpitudine
-si renda totalmente inescusabile, vogliamo, e a te espressamente
-comandiamo, che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e
-pubblicamente colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi
-consueti di questa città: che quind'innanzi qualunque persona, di
-qualunque stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera,
-o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque
-sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, nè ardisca
-commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per certo che se si
-scoprirà che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente sarà punito
-colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge. E tu poscia dovrai
-adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare e ricercare
-questi scelerati, e dovrai procedere contra qualunque tu scoprissi in
-avvenire avere commesso questo delitto: punendolo a tenore di diritto
-e col mezzo dello giustizia. Nella qual cosa quanto maggiormente sarai
-vigilante ed accurato, tanto più avrai servito al dovere ed all'onore,
-e meglio avrai secondato la nostra intenzione. Ed affinchè gl'inclinati
-al male da questi delitti si astengano, o vogliamo che agli accusatori
-o denunziatori di quegli stessi delitti, però con di buoni indizii,
-si accordi un premio per ciascuna volta, e si tengano segreti, il
-quale premio sarà di dieci ducati d'oro da levarsi su le facoltà del
-delinquente, la quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e
-da' tuoi successori, rimossa qualunque eccezione e contraddizione.
-Scriviamo pure intorno a questo al signor _Bartolommeo Caccia_,
-capitano di giustizia di questa città, col quale vogliamo che tu
-proceda d'intelligenza nel fare eseguire le predette proclamazioni. —
-Milano, il giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII.
-
-[227] I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa
-città di Milano. — Veduta la richiesta dei barbieri di quest'inclita
-città, perchè sia confermato certo loro statuto ed ordine; la quale
-petizione è del tenore seguente: Magnifici ed eccelsi signori di
-quest'inclita città; i barbieri tanto guidati dalla retta coscienza,
-quanto ammoniti principalmente dai religiosi confessori e consultori
-delle loro animi, deliberarono di celebrare i giorni festivi, e di
-astenersi dalle opere nei tempi illeciti, proponendo, con licenza e
-consenso della vostra magnificenza, l'ordine stabilito e l'editto,
-che è dell'infrascritto tenore. Riverentemente adunque supplicano
-che ad esso, siccome salutifero e commendevole, come sembra, vi
-degniate d'interporre l'autorità vostra, e di confermare, convalidare
-e comandare che osservato sia e messo ad esecuzione, con lettere
-patenti questo statuto, e la relativa ordinazione, comandando altresì a
-qualunque giusdicente e agli ufficiali di Milano, ai quali in appresso
-si ricorresse, che a qualunque richiesta dell'abate del Paratico dei
-detti barbieri intorno all'osservanza ed all'esecuzione di quello
-statuto, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno. Così
-adunque stabilirono ed ordinarono che lecito non sia ad alcun maestro
-della detta arte, abitante nella città o nei sobborghi di Milano,
-lavorare nè far lavorare di quell'arte, nè nella bottega o nella casa
-di sua abitazione, nè al di fuori, in alcun giorno festivo, ordinato
-da celebrarsi dalle istituzioni della Santa Madre Chiesa, tanto
-Romana, quanto Ambrosiana, e nè pure nelle vigilie di quelle feste,
-qualora le vigilie trovinsi stabilite nei giorni di sabbato dopo l'ora
-vigesimaquarta di quella vigilia o del sabbato, sotto pena di lire due
-delle nuovissime (il testo dice _nuperiorum_, ma forse dee leggersi
-_imperialum_), per ciascuna volta in cui si contrafacesse, e nella pena
-medesima incorra qualunque domestico o lavoratore della detta arte,
-il quale, senza licenza e contra la volontà del suo maestro, lavorasse
-in contravvenzione a questo statuto, e che tale domestico o lavoratore
-della detta arte non debba nè possa in alcun modo esercitare la detta
-arte nella città stessa e nei sobborghi, se prima non avrà pagata
-la stessa multa, ed avanti quel pagamento non debba alcun maestro
-della stessa arte accordargli alcun aiuto, nè alcun favore sotto la
-medesima pena; se però avvenisse che alle ore ventiquattro del detto
-sabbato o di una vigilia come sopra, alcun maestro o lavoratore avesse
-tra le mani alcuno già ricevuto nella bottega avanti quell'ora, in
-quel caso possa proseguire sopra quell'individuo che avesse da prima
-ricevuto impunemente l'opera sua e finirla senza incorrere in alcuna
-pena; e di tutte quelle pene la metà si applichi alla fabbrica della
-chiesa maggiore di Milano, e dell'altra metà due parti se ne dieno al
-Paratico degli stessi barbieri, e l'altra terza parte all'accusatore
-che denunziata avesse la contravvenzione. Possono altresì l'abate della
-detta arte ed i suoi ufficiali che saranno a quel tempo, mancando
-nelle premesse cose le opportune prove, affine di far emergere
-nelle medesime la verità, forzare qualunque maestro e lavoratore al
-giuramento, se e come sembrerà convenevole. E avendo noi considerata
-in questo la devota e lodevole disposizione dei detti _barbieri_, ed
-avendo considerato lo statuto stesso che ancora facemmo diligentemente
-esaminare degli spettabili signori consiglieri di giustizia della
-predetta comunità, e vedendo che la richiesta dei petenti sembra
-tendere a cosa onesta ed alla osservanza della fede ortodossa nostra
-e dei comandamenti della Chiesa, volendo annuire benignamente alla
-richiesta dei predetti, col tenore delle presenti, anche per certa
-scienza, quello statuto, che comandiamo e vogliamo sia inserito e
-scritto anche nel volume degli altri statuti ed ordini del comune
-di Milano, come grato a noi riconoscendo, approviamo e confermiamo,
-comandando per questo ai vicari e ai XII delle provvisioni, e agli
-altri ufficiali della predetta comunità presenti e futuri, ai quali
-spetta o potrà spettare che, qualora per l'osservanza del detto statuto
-ad essi si ricorresse, facciano inviolabilmente osservare lo statuto
-medesimo e le sue disposizioni, e a qualunque richiesta dell'abate del
-Paratico degli stessi barbieri, prestino qualunque giovamento, aiuto e
-favore opportuno per l'osservanza di questo statuto, e per la dovuta
-esecuzione verso i contravventori; e questo purchè nulla si faccia o
-avvenga in conseguenza contro la disposizione degli altri statuti ed
-ordini della predetta comunità e in detrimento dei medesimi. In fede di
-che abbiamo comandato che si facessero e si registrassero le lettere
-presenti, e si confermassero col munirle del sigillo della predetta
-comunità. Dato in Milano, il giorno decimosesto di aprile MCCCCXLVII.
-Sottoscritto — _Ambrogio._
-
-[228] Tomo I, pag. 234.
-
-[229] _1448 die martis nono Januarii._ — Notitia sia a ciascuna persona
-como li illustri capitanei et difensori della illustre ed eccelsa
-nostra libertà vogliano dare via le borse de la ventura, le quale
-borse sono septe, della quale la prima harrà dentro ducati trecento
-contanti, la seconda ducati cento, la terza settantacinque, la quarta
-cinquanta, la quinta trenta, la sesta venticinque, la settima venti, e
-vogliono darle via a la ventura in questa forma, cioè: ciascuna persona
-de qual conditione, stato e grado voglia se sia, tanto forestiero
-come cittadino o contadino, et tanto clerico come layco, et maschi et
-femine, possono portare quelli ducati che loro parirà o uno o due,
-come loro vorranno al banco de Xphôro figliuolo di messere Stefano
-Taverna banchero, quale è stato lo inventore di questa cossa, el qual
-banco è per mezzo li ratti fuori del Broletto, lui ne farà nota nel suo
-libro fatto solo per questo, cioè a dì tale, la tal persona ha portati
-tanti ducati, uno o duy quelli che saranno, per volere guadagnare per
-ciascuno ducato una delle sopra scritte borse, secondo che Dio li darà
-buona ventura, e così farà nota de tutti quelli che portaranno infina
-alla prima domenica di febraro prossimo, quale è il dì deputato a dare
-via le borse, in quello dì serano domandati tutti quelli averanno messi
-li denari per guadagnare le borse, et si serà fatto tanti scritti per
-ciascuno quanti ducati haranno messo, li quali scritti haranno suso
-il nome loro, e questi tal scritti serano messi in una corba suso una
-baltresca la quale sara posta su la piazza di Sancto Ambrosio onde è
-usato stare el banco di frate Alberto, acciocchè ciascuno persona possa
-vedere mettere li scritti tutti in la corba, e vederli voltare tutti
-sotto sopra per lo dicto Xphôro thesaurario, deputato a questo, ovvero
-per persona fidata electa per li illustri capitanei, poi sarà tolto
-una altra corba, nella quale corba saranno messi altrettanti scritti
-bianchi senza scrittura alcuna, salvi che in quelli sara sette scritti,
-che l'uno harrà scritto suxo la borsa trecento, l'altro la borsa de
-li ducati cento, e l'altro de la borsa de' ducati settantacinque,
-l'altro la borsa de li ducati cinquanta, l'altro la borsa e li ducati
-trenta, l'altro la borsa de li ducati venticinque, e l'altro la borsa
-de li ducati venti. Et questi scritti serano voltati molto bene sotto
-sopra tutti cum quelli non serano scritti. Poi el dicto Xphôro ovvero
-li deputati per l'illustri capitanei stando di sopra la baltresca,
-vedando ogni persona, domanderà un qualche bono homo, metterà la
-corba ne la quale haverà dentro li scritti de li huomini che harranno
-messi li denari de la mane dritta, e l'altra corba ne la quale serano
-gli altretanti scritti bianchi, et quelli sette de le borse metterà
-da la mane sinistra. E poi quello bono homo torrà suso alla ventura
-duy scritti, cioè l'uno fora de una corba con una mane, e uno fora
-dell'altra corba cum l'altra mane, tutti duy li scritti ad un tratto,
-e drieto a questo bono homo seranno due altre fidate persone electe
-da li illustri capitanei e non suspecte a persona alcuna l'uno de la
-mane dritta, l'altro da la inane sinistra, li quali torranno quelli
-duy scritti quali quello bono homo harà tolto suxo ogniuno da la sua
-parte, e il lezeranno, odando ogni persona quelli tali scritti, verbi
-grazia l'uno scritto dirà Gioanni da Como, e l'altro nagotta, o vero
-bianco, quello tale Gioanni da Como per quello scritto serà fora di
-ventura da havere le borse, et serà infilzato, quello scritto che non
-avrà suxo nagotta, che sera bianco, sera scarpato; poi quello bono homo
-ne torrà suxo duy altri scritti in quella medesima forma, et quelli
-duy leveranno verbi gratia l'uno scritto dirà Antonio da Pavia, l'altro
-serà bianco, similmente sera facto de questi duy, cioè l'uno infilzato
-e l'altro scarpato. Et così andara quello bono homo tollendo suxo duy
-scritti per volta, tanto che torrà suso uno de li scritti de le borse;
-verbi gratia avrà tolto uno scritto che dirà Petro da Lecco farè,
-l'altro dirà lo borsa di trecento ducati, quello Petro da Lecco avrà
-guadagnato quella borsa de li ducati trecento, la qual borsa subito in
-presentia de tutti sarà data per lo dicto Xphôro Taverna al dicto Petro
-da Lecco. Poi quello bono homo anderà tolendo suxo le scritte a duy
-a duy in fino che saranno tolti fora tutti quelli sette scritti delle
-borse et a chi toccarà la ventura, si sarà date le borse, come è dicto
-de la prima.
-
-E pertanto anche pare che a chi sia possibile da mettere uno ducato
-fuosse poco savio a non metterlo, peroche una persona ricca a mettere
-uno ducato o duy o dece poco li serà sebene no avesse la ventura,
-avendola tanto migliora una persona mezzana, el simile a una persona
-povera che in estremo non fusse miserabile seria piuttosto da mettere
-che li altri, perochè per uno ducato che metta serbandolo in capo
-dell'anno non se ne accorgerà, a tanto in za come in la li bisogna
-stentare et lavorare, et se per ventura Dio li presentasse la grazia
-che avesse una de quelle borse, massime la magiore, non stentereve mai
-più, si che chi è savio porterà dinari, avisando tutti che li denari
-che avanzeranno et che se haveranno saranno della comunità nostra, si
-che quelli che non avranno la ventura delle borse, potranno far rasone
-averne donati a la comunitate uno ducato, el quale se po appellare
-averlo donato a se medesimo.
-
-Et se fosse alcuna persona che non intenda bene vada al banco del
-dicto Xphôro Taverna tesaurario a questo, che in breve gliel darà ad
-intendere a bocca. — Innocentius Cotta Prior — fu pubblicato questo
-avviso da Antonio di Areno tubatore. — Gride dal 1447 al 1450, volume
-B, foglio 65 tergo.
-
-[230] Giornalmente sempre più ammirava tanto la di lui prudenza, la
-facondia e gli egregi costumi, quanto la bellezza della persona e la
-maestà del volto e del portamento.
-
-[231] Simonetta, lib. 2, colonna 202. R. I. tom. XXI.
-
-[232] Vedi Simonetta, Vita di Francesco Sforza, _Rer. ital._, tom. XXI,
-lib. I, col. 183.
-
-[233] Il citato Simonetta, lib. I, col. 187, dice: _Quo nuntio
-Franciscus gravissime affectus, dolorem immensum per summam constantiam
-supprimit, seque a lachrymis singultibusque continet. Sed quod maxime
-expediebat, suos a pugna, rejectis hostibus, revocat._ (Dal quale
-avviso gravemente afflitto _Francesco_, con somma costanza l'immenso
-dolore comprime, e dalle lagrime e dai singhiozzi si rattiene. Ma i
-suoi soldati, il che era la cosa più importante, respinti essendo i
-nemici dalla pugna richiama.)
-
-[234] Di quei disordini così parla il Decembrio: — [235]_Interea
-Mediolanenses varie inter se fluctuabant. Quidam, victoria elati,
-Franciscum ad astra praecipuis laudibus ferebant; alii verbis dumtaxat
-libertatem praedicabant, veram impense onus curamque detrectabant.
-Erant quibus servitus libertate potior videretur esse... Quibus autem
-vivendi cum principe consuetudo inerat, quo in numero vir insignis
-Petrus Pusterla et alii fuere, Franciscum, veluti Philippi filium et
-afflictis rebus succurrere potentem, magnopere laudabant. E contra,
-quibus mercatorum familiaritas et usus aderat, quorum minima pars fuit,
-Venetos, ut divinos quosdam homines, praeponendos dictitabant. Nihil in
-medium consulebatur; sed, ut vulgo mos est, studia in contraria incerte
-scindebantur. Sic, confusis civium voluntatibus, plebs omnium ignorans,
-libertatis dumtaxat nomen sibi adsciverat, et nullo salubri consilio
-perducta, in optimum quemquam ferebatur, etc. — Rer. Italic. Script._,
-tom. XX, _column._ 1040, cap. XXXV. _Decemb. Vita Franc. Sfortiae._
-
-[235] Intanto i Milanesi variamente nei loro avvisi ondeggiavano.
-Alcuni, gonfi per la vittoria, con grandissime lodi _Francesco_ agli
-astri sollevavano; altri con parole soltanto la libertà proclamavano,
-ma qualunque peso e cura avevano sommamente a schifo. Eranvi di quelli
-ai quali la servitù migliore sembrava della libertà... Coloro poi
-che consueti erano a vivere famigliarmente col principe, nel di cui
-numero erano l'insigne uomo _Pietro Pusterla_ ed altri, _Francesco_
-grandemente esaltavano, siccome figliuolo di _Filippo_, ii solo che
-soccorso prestare potesse in mezzo al disordine delle cose pubbliche.
-All'incontro coloro che famigliare consuetudine ed uso avevano coi
-mercadanti, i quali formavano la minima parte, andavano dicendo che i
-Veneti, come uomini in qualche modo divini, preferire dovevansi. Non
-si trattavano gli affari in adunato consiglio, ma come à costume del
-volgo, incerti i cittadini dividevansi in partiti gli uni agli altri
-contrari. Per tal modo, confuse essendo la volontà dei cittadini, la
-plebe, che tutto ignorava, il nome solo della libertà adottato aveva
-e non guidata da alcun salutare consiglio, portavasi contro qualunque
-ottimo, ec.
-
-[236] _Novariam, Parmam, Dertonam, Alexandriam, aliasque urbes ditioni
-suae subdit. — Decembr. Vita Franc. Sfortiae, Rer. Ital._, tom. XX,
-_column._ 1041, cap. XXXVI.
-
-(Alla sua giurisdizione assoggettò Novara, Parma, Tortona, Alessandria
-ed altre città).
-
-[237] Il proclama è il seguente — _1448 dies XVI novembris._ (1448, il
-giorno XVI novembre.) — Li illustri signori capitanei et difensori de
-la libertà de la illustre ed excelsa comunità di Milano. Considerate
-le summe et excelse virtute, probitate et magnanimitate et firma
-constantia d'animo, la experimentata et inconcussa fede et la longa
-experentia de le cose bellice et mestiero de arme, et lo braxado amore
-et admirabile devotione che porta et ha portato et demonstrato con
-admirabile opere et experientia infinite a questa illustre et excelsa
-comunità de Milano lo illustre et magnifico messere Carlo da Conzaga
-cavallero et marchese etc. degnamente l'anno constituto deputato, et
-electo capitano del popolo de questa illustre città, e de la libertate
-nostra gloriosa, acciocchè possa provvedere et ordinare tutte quelle
-cose che siano a salute, tutela e conservazione del dicto populo et de
-la sancta libertà nostra. Il perchè si ha facta publica crida per parte
-de li prefacti signori capitani per notitia et mandamento a ciascheduno
-de quale grado, stato et conditione voglia se sia in la dicta città
-et borghi in li lochi consueti debia obedire a li commandamenti
-del prefacto messere Carlo in tutte quelle cose che concernano il
-bene, l'honore, conservazione, tutella et augumento de la dicta
-comunità de Milano, et libertà, sotto pena pecuniaria et personale
-_usque ad ultimum suplitium inclusive_ (fino all'ultimo supplizio
-inclusivamente), secondo si contiene ne la lettera del dicto capitaneo
-ad esso messere Carlo concessa per li prefati signori, _ed ulterius_
-(ed ulteriormente), sotto pena all'arbitrio de li prefacti signori
-capitanei a chi contrafarà a questa soa crida et intenzione — _Joannes
-de Meltio prior — Raphael — Cridata ad scalus palatii et per loca
-solita civitatis per Bertolium de Forlivio trombettam, die Jovis 14
-novembris, sono tubarum et pifferorum praemisso._ (_Giovanni di Melzo_
-priore — _Raffaele_ — Promulgata alle scale del palazzo, e per i soliti
-luoghi della città, da _Bertolio_ da Forlì, trombetta, il giorno di
-giovedì 14 di novembre, premesso il suono delle trombe e dei pifferi.)
-Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 151 nell'archivio della città.
-
-[238] In Milano le cose erano in cattivo stato. Non si può meglio
-conoscerle che dalle carte autentiche di quei tempi; e tale è la
-lettera di Giovanni Teruffino ai signori Rafaele e Barnaba Adorni,
-genovesi, che ritrovasi nell'archivio di città — Codice C, fogl. 69. —
-Essa così dice: _Magnifici Majores honorandissimi._ (Magnifici maggiori
-onorevolissimi.) — Quamvis altro di nuovo non me occorra, tamen acciò
-non vi maravigliate che niente scriva, scriverò poco da poi le altre
-lettere a voi scritte. Io non sono andato dalla excellentia del conte,
-tum perochè essa se lungo da qui, tum per la novitate de Francesco
-Piccinino occorse, ma avuto Maragnano, che spero con la gratia de Dio
-sera in fra pochi dì, delibero di andare a la excellentia sua, tam
-per lo compromesso de Zenovesi ad Galeotto, quam per altro, e sono
-certo che la disposizione sua sia eadem. Io desidero che si manda ad
-executione lo facto de Bosco, secundo che altra volta ne dicesti.
-Li facti di Milano breviter hanno questa conditione. Frumento ghe
-pochissimo et hanno vetato quelli signori che pane di frumento non
-se ne venda, perciocchè quello poco frumento lo quale gli è restato
-voleno per li soldati, ma non gli può bastare per dexe; di segale
-e di miglio hanno per tutto il mese che viene. Dapoi sette di che
-Francesco Piccinino e lo fratello andero a Milano non gli hanno dato
-dinari, eccetto che due mila ducati de molti promissi. Appropinquandosi
-apresso Milano la excellentia del conte come se bene, havuto Marliano,
-verosimile è che Milano non se tegnerà quindici dì per mancamento
-e de victuaglie, et de dinari, et de strame, e per infinita gente
-malcontenta. Dio governa la cosa in modo che questa nostra provincia
-habbia quiete. Bene valete — _Dat. Papiae, die XXVIII aprilis 1449. —
-Vester famulus Teruffinus — a tergo: Magnificis Majoribus honorandis
-Domini Raphaeli et Barnabae Adornis et Petro Spinulae etc._ (Dato in
-Pavia, il giorno XXVIII di aprile 1449. — Vostro servo _Teruffino_.
-Su la coperta: Ai magnifici maggiori onorevoli i signori _Rafaele e
-Barnaba Adorni_ e _Pietro Spinola_, ec.)
-
-[239] Sei giorni prima che Milano accogliesse Francesco Sforza, Gaspare
-Vimercato uscissene dalla città con apparenza di volersi abboccare con
-Pandolfo Malatesta, comandante delle truppe di Venezia, e probabilmente
-concertò in vece la dedizione al conte. Il passaporto che gli consegnò
-trovasi nel codice C, foglio 135 tergo, nell'archivio di città, e
-dice:[240] _Per illustres dominos Capitaneos et defensores libertatis
-Illustris et Excelsae Comunitatis Mediolani concessa est licentia
-strenuo Gaspari de Vimercato exeundi hanc Civitatem cum famulis suis
-ad numerum usque octo, suisque valixiis, bulgis, rebus et bonis, et
-hoc tute, libere et impune, omnique reali et personali impedimento
-prorsus amoto, dummodo se non conferat ad partes hostiles, et vadat ad
-illustrem dominum Sigismundum Pandulphum de Malatestis Ariminensem ac
-illustrissimi dominii Venetorum, etc. Capitaneum Generalem. Ambrosius
-Prior — Antonius, MCCCCL, die XX februarii._
-
-[240] Dagli illustri signori capitani e difensori della libertà della
-illustre ed eccelsa comunità di Milano viene conceduta licenza al
-valoroso _Gasparo di Vimercato_ di uscire da questa città con i suoi
-domestici fino al numero di otto, e con sue valigie, bolge, cose
-e beni, e questo sicuramente, liberamente ed impunemente, rimosso
-qualunque impedimento reale e personale, purchè egli non si rechi alle
-parti dei nostri nemici, e vada dell'illustre signore _Pandolfo_ dei
-_Malatesta_ riminese, e capitano generale dell'illustrissimo dominio
-dei Veneti, ec. _Ambrogio_ Priore. — _Antonio_, MCCCCL, il dì X
-febbraio.
-
-[241] _1449, die 27 mensis decembris._ (1449, il dì 27 del mese di
-dicembre.) Al nome del Omnipotente et Eterno Dio et del gloriosissimo
-nostro patrone sancto Ambrosio deliberando li illustri signori
-capitanei et difensori della libertate che ciascuno quale metta la
-persona sua a pericolo per farne uno relevato servitio a tutta questa
-nostra patria, la quale è indegnamente afflicta da li nostri nemici,
-ne abbia merito e premio qual sia certo grande et honorevole, fanno
-noto a ciascuna persona di qualunque stato, grado et conditione se
-sia, che chi ammazzerà il perfido conte Francesco Sforza, overo ferirà
-mortalmente, guadagnerà ducati dece millia d'oro, e dece millia in
-possessione, quali instantemente gli serano numerati cotanti, et dati;
-et se quella persona sera rebelle o bandezata sarà cavata de ribellione
-et de bando, et restituiti il soy beni, et havere li dicti premii,
-et se quella persona sera squadrero o conductero de gente d'arme o
-di majore conditione, ultra li dicti premii, gli sera duplicata la
-conducta. Et sel serà soldato di menore conditione, ultra li dicti
-premii, gli sere duplicata la conducta ut supra. Et appresso a questo
-se la cadesse alcuno mandare ad executione alcuni de li sopradicti
-partiti et per quello venisse ad esser morto, serano dati li dicti
-premii a suoi filioli o a suoi heredi indubitatamente, li quali seranno
-sempre ben veduti et ben tractati da questa prefata comunitate. Et sel
-fosse persona alcuna quale dubitasse de conseguire li dicti premii,
-o venga, o manda uno suo fidato secretamente da li prefati signori
-capitanei, gli sera facta tal chiarezza et segurezza chel sera ben
-certo e securo de conseguire li dicti premii, rimossa ogni minima
-dubitazione — _Petrus Prior — Cridata ad scalas palatii et super platea
-arenghi per Antonium de Arezio Tubetam, die sabbati 27 suprascripti
-mensis decembris, sono tubarum praemisso._ (_Pietro_ Priore. —
-Promulgata alle scale del palazzo, e sopra la piazza dell'arringa da
-_Antonio_ di Arezzo trombetta, il giorno di sabbato 27 del soprascritto
-mese di dicembre, premesso il suono delle trombe.) Gride dal 1447 al
-1450, vol. C, foglio 121, archivio civico.
-
-[242] Vol. C, gride dal 1447 al 1450, foglio 107.
-
-[243] Codice C, foglio 113.
-
-[244] _1450, die 23 febbruarii._ (1450, il dì 23 febbraio.) — Se
-in ogni tempo debbe cadauno voglia essere chiamato fidele e devoto
-cristiano guardarse da fare contro li comandamenti del nostro
-Signore Dio, molto più è necessario emendare la vita nel tempo della
-tribulazione et afflictione per impetrare gratia et misericordia da
-la divina bontà. Intendando aduncha li illustri signori capitanei et
-deffensori de la libertà nostra prohibire quanto sia possibile, etiam
-mediante le pene et punitione temporale, la disonestà et detestabile
-vita de quelli tengano femine a soa posta, et etiandio alcuni quali non
-temendo il juditio divino, presumano biastemare Dio e la sua gloriosa
-Madre et li suoi sancti et sancte, li quali duy gravissimi peccati
-grandemente et pubblicamente si commettono in questa città et in li
-borghi soi, non senza evidentissimo pericolo de provocare majore ira
-de Dio contra de noi tutti, denno fare crida et bando che niuno de
-qualuncha stato, grado, o conditione voglia se sia dal majore al più
-minimo ardisca ne presuma in questa città borghi et jurisdictione soa
-tenire in casa sua ne fora de casa femine o sia concubina a soa posta
-per qualuncha modo se sia, imo cadauno l'havesse o tenesse fra tri
-dì proximi li debbia avere cazate da se, et esse femine et concubine
-debiano levarsi et aut spazare la città, aut redurse in loco honesto
-et tale se intenda che facciano bona, et correcta vita, sotto pena
-irremissibile de fiorini venticinque a cadun uomo quale sera trovato
-contrafare, tante volte da essere pagati, quante volte contrafarà, et
-a cadauna femina contrafaciente, da essere scovata pubblicamente per
-tutta la città, e poi reducta al publico loco, o cazata fora de la
-città. Et similmente niuno, come è dicto, ardisca o presuma biastemare
-Dio, ne la sua gloriosissima Madre, ni etiandio sancto Ambrosio,
-nostro protectore et patrone, ni alcuno sancto o sancta sotto pena
-irremissibile, ultra le altre imposte altre volte, de fiorini vinti
-per cadauna volta a chi contrafarà, et a chi non potrà pagare o non
-pagarà la dicta pena infra tre dì sotto pena di sguasi tri di corda,
-vollero ancora et chiarisseno li prefati signori capitanei che cadauno
-non solo possa, ma etiandio debba accusare qualunque contrafarà li
-predicti duy casi; accusando, guadagni il quarto della dicta pena
-pecuniaria, l'altro quarto sia delli poveri de Cristo et la mità sia
-della comunità, ma chi non accuserà, et sappia chi abbia contrafacto
-in tenire et biastemare come è dicto, cada in pena per cadauna volta de
-fiorini cinque et cadauno possa questi altri accusare et della pena si
-faccia come è dicto, di sopra. Ancora perchè li prefati signori hanno
-ordinato et comandato che niuno debba zugare a zugo de dadi, tavole et
-cartexelle, ne lassare zugare in casa sua sotto la pena che contengono
-le cride fatte sopra di ciò; Adesso chiariscono et volleno che cadauno
-non solo possa, ma sia obbligato ad accusare qualunca contrafarà, ed
-accusando guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria et de li altri
-tri quarti se dispona et faccia come è dicto di sopra; ma non accusando
-et sappiando chi vi abbia contrafacto, cada in pena caduna volta del
-quarto quale devria guadagnare, et cadauno possa questi altri accusare
-et della pena se faccia ut supra — _Ambrosius Prior — Marcolinus —
-Cridata ad scalas palatii et per loca solita civitatis per Matteum de
-Arezio tubetam, die lunae XXIII febbruarii suprascripti_ (_Ambrogio
-Priore — Marcolino_ — Promulgata alle scale del palazzo, e per i luoghi
-soliti della città da _Matteo_ di Arezzo trombetta, il giorno di lunedì
-XXIII di febbraio soprascritto.) — Gride dal 1447 al 1450, vol. C.,
-foglio 136, archivio civico.
-
-[245] Le cose dei Milanesi incominciarono ad andare al peggio.
-Perciocchè privi di duci, discordi essendo tra di loro i cittadini,
-giornalmente ripullulavano consigli peggiori dei primi. Non potevano le
-pubbliche gravezze del popolo convenevolmente governarsi; non potevano
-i ricchi sostenere i pesi; non poteva alcuno eseguire i comandi: ma
-come una flotta dispersa dalla procella, qua e là la plebe era portata
-dalle onde accavallate. Se alcun raggio di speranza splendeva tuttora
-nei soldati che rimanevano, turbato era dall'ambizione di _Carlo
-Gonzaga_, il quale dominio del popolo ingiustamente aspirando, tutte
-le cose con lungo sospettare intralciava. Per la qual cosa tutto era
-squallido per il timore e per la disperazione. Inoltre le congiure
-da alcuni tramate maggiori angustia ai singoli cagionata avevano.
-Conciossiachè presi furono ed al supplizio condotti molti nobilissimi
-cittadini. Ma nè pure colla morte loro raddolcire potevansi l'atrocità
-della sciagura... I buoni inoltre, privati degli uffizi, incapaci a
-recare giovamento a sè stessi e agli altri, languivano nel silenzio;
-la plebe poi, situata tra la speranza ed il timore, il peso tollerava,
-esultando per il nome solo di dominio.
-
-[246] _Vita Franc. Sfortiae_, cap. XXXVII; _Rer. Ital._, tom. XX, col.
-1041.
-
-[247] Macchiavelli, sulla prima Deca di Tit. Liv., libr. I, cap. XVII,
-pag. 87.
-
-[248] Nel fabbricar la casa de' signori Delfinoni vicino alla colonna
-di porta Nuova scavossi nel 1774 un sasso, su cui leggesi: _Franciscus
-Sfortia Vicecomes, dux, et animo invictus et corpore, anno MCCCCL
-a IIII Calend. Martias hora XX dominio urbis Mediolani potitus._
-(Francesco Sforza Visconti, duca, invitto d'animo e di corpo, l'anno
-MCCCCL il giorno IV avanti le calende di marzo all'ora vigesima
-s'impadronì del dominio di Milano.)
-
-[249] Questo è il giorno che il Signore ci ha dato; esultiamo e
-rallegriamoci in esso.
-
-[250] All'archivio pubblico può esaminarsene da chi lo voglia
-l'originale.
-
-[251] Osservando come tutti i solenni ingressi e dei duchi e dei
-governatori e degli arcivescovi si fecero sempre dalla porta Ticinese,
-mi sembra probabile che quest'usanza discenda sino dai tempi de'
-Longobardi, quando Pavia fu la capitale e la città regia; e forse
-l'arcivescovo, dopo d'essere stato riconosciuto dal sovrano o suo
-luogotenente in Pavia, di là spiccavasi per la pubblica cerimonia.
-Quando s'assoggettò la chiesa milanese a Roma, e l'elezione e
-consacrazione si trasferirono in Roma, tutto cambiossi, fuori che
-questa avvertenza non s'ebbe di farlo entrare per la porta Romana.
-
-[252] In quei contorni trovasi una via che oggidì pure conserva il nome
-de' Piatti.
-
-[253] I due soli però imminenti alla città furono perfezionati.
-
-[254] _Histoire de François I, roi de France, dit le grand roi et le
-père des lettres. Par M. Galliard de l'Accadémie des Inscriptions et
-Belles lettres. — A Paris, chez Saillant et Nyon, tome I, page 105._
-
-[255] Alloggiarono nel palano altre volte del conte Carmagnola, ora
-detto il Broletto, in cui si radunano i corpi municipali.
-
-[256] Rivolto essendosi quindi all'ornato pubblico della città,
-e con arena e mattoni riparate avendo le strade, volle con somma
-magnificenza che dai fondamenti si erigesse il castello della porta di
-Giove, atterrato da prima per popolare tumulto. La corte altresì dei
-primi duchi, già cadente per vecchiezza, non solo ristabilì, ampliò
-ed arricchì di ornamenti. Comandò ancora che, scavandosi il terreno,
-dall'Adda si derivasse per venti miglia un acquedotto, per mezzo del
-quale i campi vicini fossero irrigati, e al popolo non mancassero le
-derrate necessarie.
-
-[257] _Decembrius, Vita Franc. Sfortiae_, cap. XL; _Rer. Ital._, tom.
-XX, colonn. 1046.
-
-[258] Dalla provincia della Martesana, per cui passa, detta forse anco
-dal dio Marte.
-
-[259] Veggasi il Benaglio, Relazione istorica del magistrato,
-che riferisce il decreto del duca Francesco, che è il seguente:
-— [260]_Franciscus Sfortia Vicecomes, dux Mediolani etc. Papiae
-Angleriaeque comes ac Cremonae dominus. Cum pro beneplacitis nostris
-et subditorum nostrorum comoditate fieri debere ordinaverimus Navigium
-discensarum ex Abdua ad anc inclitam Civitatem nostram Mediolani,
-deputaverimusque nobilem virum Ruffinum de Prioris, aulicum nostrum
-praeclarissimum Commissarium, qui cum avisamentis ac partecipatione
-Bertolae de Novate, dilecti Civis nostri Mediolani, habeat omnia
-expedire et expediri facere quod ad dicti Navigii perfectionem
-attineat, eligendum duximus._ Indi destina un tesoriere separato per
-quest'opera, a cui dalla ducal Camera debbasi sforzare illimitatamente
-qualunque somma. _Dat. Mediolani, die primo julii 1457._ (Date in
-Milano, il dì primo di luglio 1457.) Veggasi pure il Settala, Relazione
-sul navilio della Martesana, ediz. del 1603, pag. 59.
-
-[260] _Francesco Sforza Visconti_, duca di Milano, ec., conte di Pavia
-e di Angera, e signore di Cremona. Siccome per il nostro buon piacere
-e per il comodo dei nostri sudditi avevamo ordinato che si dovesse
-fare un naviglio che discendesse dall'Adda fino a quest'inclita città
-nostra di Milano, ed avevamo deputato il nobile _Ruffino dei Priori_,
-nostro illustrissimo commissario di corte, che col consiglio e colla
-partecipazione di _Bertola_ di Novate, diletto nostro cittadino
-milanese, debba spedire e fare tutto quello che appartiene alla
-perfezione del detto naviglio, abbiamo giudicato di dover eleggere, ec.
-
-[261] Così Paolo Frisi, nel secondo tomo delle sue opere stampato in
-Milano dal Galeazzi 1783, pag. 465. L'immatura perdita che abbiamo
-fatto di qust'illustre nostro concittadino, mentre era nel pieno vigore
-della sua mente, ha privato noi e i posteri di maggiori ammaestramenti
-ch'egli ci avrebbe lasciati. Cessò di vivere il giorno 22 novembre 1784
-per una cancrena procuratagli da un taglio, al quale sconsigliatamente
-venne sottoposto. Morì colla tranquillità d'un'anima virtuosa, e
-presentò all'avversa fortuna, come in vita così in morte, una virile
-costanza. L'uomo e l'autore in lui furono allo stesso livello. _Il
-chiarissimo autore fece erigere a sue spese all'illustre matematico
-e filosofo _Frisi_, suo amico, un elegante monumento in marmo
-carrarese con iscrizione latina, nella chiesa di Sant'Alessandro
-de' cherici Reg. di San Paolo di questa città; valendosi a questo
-effetto dell'opera del celebre scultore _Franchi_._ (_Nota del
-Continuatore_).
-
-[262] Tutto ciò più esattamente può leggersi nell'opera del citato
-Frisi, libro terzo, capo terzo de' canali navigabili.
-
-[263] Nei registri civici delle lettere ducali del secolo XV, foglio
-223, leggesi la concessione fatta dal ducal magistrato il 10 decembre
-1471 di una bocca d'acqua del naviglio della Martesana da estraersi
-vicino al Redefosso, in benificio dell'Ospedal grande e dei consorti
-Ghiringhelli, Bossi e Rebecchi, essendo commissario del naviglio
-l'ingegnere Pietro da Faino del Malpaga. Altre concessioni poi si
-trovano nei libri dell'ufficio Panigarola, registro E, foglio 265.
-Vedesi accordata di più l'acqua al convento de' frati di Santa Maria
-degli Angioli, l'anno 1468, per ducal concessione. Il che mostra come
-sin d'allora entrasse l'acqua del naviglio in Milano. Nell'ufficio
-degli statuti Panigarola trovasi pure il decreto di Bianca Maria,
-vedova duchessa e tutrice del duca Gio. Galeazzo, fatto il settembre
-1467, che invita ad acquistare dalla ducal camera l'acqua del naviglio
-della Martesana.
-
-[264] Simonetta, nella vita di Francesco Sforza, lib. XXXI, _Rer.
-Ital._, tom. XXI, col. 778, così dice:[265] _Ea autem utebatur ingenii
-acrimonia, ac gravitate, prudentia, atque consilio, ut nihil neque in
-urbanis rebus iniret umquam quod minus fuisset diligentissime antea
-metitus, omnemque prospexisset eventum, et quod decreverat innata,
-quadam animi magnitudine et incredibili celeritate conficiebat. Mirum
-dictu est quam abstineret illecebris, humanisque voluptatibus, atque
-cupiditatibus: et quod rarissimum in aliis invenies, cum neque in rebus
-adversis, si qua iniquitate fortunae acciderunt, deprimebatur animo,
-ita ne secundis quidem efferebatur. Quin potius, sicuti in adversis non
-frangebatur, ita etiam in prospera fortuna modestissimus semper fuit;
-et alios ab omni contumelia injuriaque continebat. Et ne id quidem
-mirum, cum omnibus de se praestaret exemplum, qui cum maxime vinceret,
-ultione non utebatur._
-
-[265] Era poi dotato di tale penetrazione d'ingegno, di tale gravità,
-prudenza e avvedutezza, che nulla intraprendeva giammai nelle cose
-tanto militari, quanto civili, che diligentissimamente, benchè fosse
-piccola cosa, non avesse da prima considerato, e tutto ne avesse
-pronosticato l'evento; quelle cose poi che determinato erasi di fare,
-compieva con una certa innata grandezza d'animo e con incredibile
-celerità. Mirabile è a dirsi quanto lontano si tenesse dalle seduzioni
-e dalle umane voluttà e cupidigie, a quello che rarissimo troverassi
-in altri siccome nelle avversità, se mai alcuna per iniquità di sorte
-ne incontrava, non perdevasi di spirito, così nè pure nelle prospere
-punto non insuperbivasi. Che anzi, siccome nelle cose avverse non si
-avviliva, così ancora nella prospera fortuna fu sempre modestissimo, e
-gli altri tratteneva da qualunque ingiuria o contumelia. Nè questo in
-vero è estrano, mentre a tutti egli stesso porgeva l'esempio, e avendo
-questo grandissima forza, d'uopo non era che facesse uso di gastighi.
-
-[266] Ma oserei certamente affermare che, dopo _Giulio Cesare_, nissun
-uomo troverassi avere avuto l'Italia, che a buon diritto si potesse col
-solo _Francesco Sforza_ paragonare. Il quale per verità, vinto avendo
-sempre, nè mai essendo stato vinto, finì i suoi giorni in modo che a
-tutti non meno lasciò un vivo desiderio, che un retaggio di lagrime.
-
-[267] _Rer. Italic. Script._, tom. XXI, col. 779.
-
-[268] Corio.
-
-[269] Nella mia raccolta ho alcune monete di Milano che portano il nome
-d'entrambi.
-
-[270] _Francisci Cicerei Epistolar._, vol. II, pag. 174, _Mediol._
-1782, stampa dell'Imp. Monast. di sant'Ambrogio.
-
-[271] All'anno 1469.
-
-[272] All'anno 1473.
-
-[273] Gli scrittori oltramontani conservano una memoria favorevole
-del re Mattia I. È da essi risguardato come un principe generoso,
-guerriero, politico, religioso, amico delle belle arti, uomo colto;
-ed a lui si attribuisce la biblioteca di Buda, corredata dei migliori
-libri greci e latini. Il Corio però narra avvenimenti accaduti ai suoi
-tempi e pubblici.
-
-[274] Di questo Cola Montano si trova nell'archivio pubblico un
-contratto ch'ei fece l'anno 1473 il 6 d'agosto, rogato dal notaro
-Antonio Zunico. Il contratto è con uno stampatore tedesco di Ratisbona
-chiamato _Cristoforo_, ed ha per oggetto una società per istampare.
-Si vede che Cola Montano era figlio di Giacomo, ed abitava sotto la
-parrocchia di San Rafaello; ma non si dice che fosse bolognese.
-
-[275] La duchessa Bianca Maria prudentemente gli richiamò.
-
-[276] Eterna vivrà la fama di sì gloriosa impresa.
-
-[277] L'anno seguente si ribellarono di nuovo; poi un'altra volta nel
-1488 si assoggettarono.
-
-[278]
-
- Mentre bramo salvar la patria e il duce,
- Da scaltri traditor son tratto a morte.
- Ma celebrar lui debbe immensa lode,
- Che, per serbar la fe, sprezzò la vita.
-
-[279] Rogato dai notai Francesco Bolla e Candido Porro.
-
-[280] Vedi Apostolo Zeno, _Dissertazioni Vossiane_, vol. II, art.
-_Bernardino Corio_. (_Il Continuatore_).
-
-[281] Queste nozze erano già state concertate undici anni prima, cioè
-nel 1480, mentre la sposa, figlia d'Ercole d'Este, aveva sei anni.
-
-[282] Risplendenti di toghe purpuree e di scarlatto.
-
-[283] Coi petti ritagliati al disotto delle mammelle, e col pallio alla
-maniera gabina, scendendo dall'omero destro al lato sinistro.
-
-[284] Con moderazione e venustà.
-
-[285] Il Corio dice: _Lodovico Sforza, già inducto da Hercule Estense
-e da la mugliere, in tutto cominciò aspirare alo intero governo dil
-Stato_; all'anno 1489. Rispetto poi alle rivalità dice, all'anno
-1491, _Quivi tra Isabella mogliere dil duca e Beatrice, per volere
-ciascuna de loro prevalere al altra tanto di loco et ornamento quanto
-in altra cosa, una tanta emulazione e sdegno cominciò tra ambe due, che
-finalmente, come sarà demostrato nella parte seguente, sono state causa
-de la totale eversione dil suo imperio_.
-
-[286] Il Corio lo attesta all'anno 1493; il che conferma quanto
-antecedentemente accennai sullo venuta di Galeazzo Maria dalla Francia
-a Milano, cioè che vi fossero stazioni regolate pel cambiamento de'
-cavalli.
-
-[287] Antonio Grumello, nella cronaca MS. che ritrovasi presso il
-signor principe Alberigo di Belgioioso d'Este al foglio II, disse:
-_Ritrovandosi il gallico re in la città de Pavia et intexo Jo. Galeaz.
-Sforzia, ducha di Milano, esser gravemente inferma di una febbre
-tossichata, vuolse sua maestà vederlo: et prelibato ducha umanamente
-salutando sua maestà, et re gallico confortandolo a la salute, et
-che sua maestà mai hera per mancharli. Vedendo Jo. Gz. Sfortia esser
-al fine di sua vita, ricomandato el suo unigenito figliolo Francesco
-Sfortia, conte di Pavia, al gallico re, pregando sua maestà lo voglia
-aceptare per suo figliolo et con humanissime parole fu acceptato
-da esso re gallico, et non dubitasse che mai hera per mancarli et
-mantenerlo in stato felicissimo._
-
-[288] Il prefato _Giovanni Galeazzo_ riconobbe dal popolo milanese
-il ducato stesso e la contea, il che tornò in grandissimo pregiudizio
-dell'Impero, e perchè è di consuetudine del sacro romano Impero di non
-mai investire alcuno di qualche Stato da esso dipendente, se questo
-egli usurpò col fatto, e da altri lo abbia riconosciuto.
-
-[289] Il Corio gli dà per extensum all'anno 1494.
-
-[290] Cambiata, l'anno 1783, per servire al monte di Santa Teresa,
-recentemente collocatovi. _E qui vuolsi notare che gli scudi in bianco
-marmo rappresentanti i duchi di Milano, che servivano di ornato alla
-facciata di questa casa, furono preservati dal nostro storico, e
-collocati in ordine nel primo cortile della sua casa paterna, ivi
-dicontro_. (_Il Continuatore_).
-
-[291] La chiesa della Madonna di San Celso è veramente il primo
-monumento e il più antico di esatta architettura. La facciata
-dell'arcivescovado e il palazzo dell'arcivescovo si formarono
-dall'arcivescovo Guido Antonio Arcimboldi. Il claustro di Sant'Ambrogio
-si fabbricò dal cardinale Ascanio Sforza. Veggasi il Lattuada,
-_Descrizione di Milano_, tom. IV, pag. 308. Due altre chiese si
-fabbricarono in que' tempi, cioè la Rosa e la Passione, meritevoli di
-essere osservate. Anche la cupola delle Grazie è di quei tempi, e si
-assomiglia alla prima maniera della casa Marliani.
-
-[292] Vedi _Raccolta milanese stampata presso Antonio Anelli 1756,
-2 vol. in 4.º Nel primo volume, dal foglio 2 fino al 22, trovansi
-parecchi sonetti di messer Gaspare Visconti, con alcune notizie intorno
-all'autore_. (_Il Continuatore_).
-
-[293] Di questi broccati pesantissimi se ne veggono tuttora in un
-vecchio paramento che conservasi presso i Domenicani delle Grazie. La
-statua di Beatrice d'Este, che è nella Certosa di Pavia, ci mostra la
-ricchezza e il peso di quei vestiti di allora. L'immagine di Beatrice
-vedesi pure in un quadro della scuola di Lionardo a Sant'Ambrogio
-Ad nemus. Ella vi è in ginocchio coi due suoi figli Massimiliano e
-Francesco, e collo sposo Lodovico il Moro.
-
-[294] Queste poesie furono da me copiate da un antico codice
-manoscritto originale dell'autore medesimo, il quale si custodisce fra
-molti altri manoscritti nella pregievolissima collezione del signor
-principe Alberico di Belgioioso d'Este. In esso leggonsi più centinaia
-di sonetti ad imitazione del Petrarca. Leggesi pure una commedia in
-ottava rima dello stesso Visconti; poesie, a dir vero, di poco valore.
-
-[295] L'autore Gaspare Visconti mori all'età d'anni 38, il giorno 8 di
-marzo l'anno 1499. Vedi _Argelati, Biblioth. Scriptor. Mediolan._, tom.
-II, parte prima, col. 1604.
-
-[296]
-
- «Sparsi i campi al veder d'armi e d'armati,
- Scossa, tremò tua pace, o Lodovico,
- Sorgi, a me disse, tutt'intorno suona
- Il ferro ostil, e me cacciata in bando:
- L'armi dispon chi mi ripose in seggio.
- Pei santissimi dritti ora te invoco
- Del veneto senato, e me del sommo,
- Se il puoi, periglio a liberar t'appresta.
- Risposi allor: No, non temere, o Diva,
- Lodovico t'adora, e del tuo Nume,
- Più ancor di quel di Giove, egli gioisce.
- Nè già guerre temer, che ne son queste
- Sol le sembianze e i simulati giuochi:
- Nè qui armeggiar, se non a pompa, lece.
- Or dunque vanne, e abbandonando il cielo,
- Orna la terra, o almen, poichè tue veci
- Compier questi sol può, se in l'alte sedi
- Ami recarti, in terra e in mar difendi
- Gli Sforza fidi, in guerra e in pace egregi».
-
-[297] Tomo II, delle Opere. Milano, presso Galeazzi 1783, pag. 468.
-
-[298] Tutte queste notizie sono tratte dal vol. I, num. 17 della
-collezione illustre del signor principe Belgioioso d'Este. Quell'antico
-MS. contemporaneo dice di quest'ultimo segretario camerale: _se faceva
-per esso secretario uno quaterneto de tutti li salariati, quale se
-faceva sottoscrivere da l'excelentia del duca, insieme con un rotulo,
-che se domandava la lista grande de li salariati, in la quale, per
-via de summario, era descripto tutta la spesa del Stato, la quale se
-mandava inclusa in una lettera ducale expedita per el dicto secretario
-alli magistri de le intrate ordinarie et thesaurero, commettendoli che
-facesseno fare la expeditione de li pagamenti secundo era annotato in
-esso quaterneto et lista alli tempi debiti et secundo l'ordine de la
-corte; e così si faceva._
-
-[299] Il Prato asserisce che le entrate ducali ascendessero, nel
-1499, a ducati ossia zecchini settecento ottantamila. Il Corio,
-all'anno 1492, dice seicentomila. Da un MS. gentilmente mostratomi dal
-chiarissimo signor presidente conte Carli, le ducali entrate allora
-erano zecchini 424,472; io mi sono attenuto al Corio, supponendo che
-il minor calcolo comprenda le sole entrate ordinarie. Paragonata
-poi l'estensione dello Stato d'allora, le opere grandiose che si
-intraprendevano, con seicentomila ducati, se ne dedurrà una nuova
-conferma di quello che in più luoghi ho indicato, cioè sul valore de'
-metalli nobili maggiore assai in que' tempi che non lo è ai giorni
-nostri. Un uomo con cent'once d'oro oggidì è meno ricco di quello che
-lo fosse allora uno che ne possedesse cinquanta.
-
-[300] Vol. I, Miscellanea, num. 14.
-
-[301] Oltre il Corio, veggasi Gaillard, Histoire de François Premier. —
-Edizione seconda di Parigi, presso Saillant et Nyron 1769, tom. I, pag.
-137.
-
-[302] Il tesoriere era allora il presidente della camera, e cotesto
-Landriano, che adulò il duca, fu il medesimo che nel consiglio ducale
-lo fece acclamare, ad esclusione del legittimo successore.
-
-[303] Veggasi la Cronaca di Antonio Grumello pavese. MS. del signor
-principe di Belgioioso d'Este, foglio 19, tergo, e foglio 20.
-
-[304] MS. di Antonio Grumello, pavese, presso il signor principe di
-Belgioioso, fogli 22 tergo.
-
-[305] Dove oggidì stanno i Teatini.
-
-[306] _Quaranta damiselle milanesi, non già dell'inferiore:_ così il
-Prato.
-
-[307] Giovanni Andrea da Prato è l'autore che io scelgo per guida,
-or che il Corio cessa di raccontare. Da esso Prato, che conservo
-manoscritto, ho tratti i minuti avvenimenti che ho creduto di non
-omettere, poichè mostrano il carattere di quel buon principe.
-
-[308] _Perpetuo edicto et inviolabili decreto... statuimus, ordinamus,
-et lege perpetuo valitura stabilimus_.
-
-(Con perpetuo editto e decreto inviolabile... stabiliamo, ordiniamo e
-vogliamo, con legge che debba valere in perpetuo.)
-
-[309] _Damus et concedimus per praesentes potestatem seu auctoritatem
-decreta nostra ducalia confirmandi, et infirmandi, dandi omnes
-quascumque dispensationes, Statutorum et ordinatorum confirmationes_,
-ec. E rispetto alle concessioni del re medesimo dice: _Nisi prius
-fuerint in dicto senatus nostro praesentatae, interitanae, et
-verificatae, nullius firmitatis, effectus vel momenti esse poterunt;
-easque, tam concessas quam concedendas, decerminus per praesentes
-irritas et inanes_.
-
-(Diamo e concediamo, colle presenti, podestà o sia autorità di
-confermare e di annullare i nostri decreti ducali, di concedere
-ogni qualunque dispensa, di confermare gli statuti e le ordinazioni,
-ec...... Se da prima non saranno nel detto senato nostro presentate,
-_interinate_ e verificate, non potranno essere di alcuna forza, effetto
-e conseguenza; e colle presenti dichiariamo irrite e nulle, tanto le
-già concedute, come quelle che potessero concedersi.)
-
-[310] Proruppe in ira così grande, che sembrava avere perduta tutta la
-prudenza... E tardi conobbe che, tumultuando il popolo, più vantaggiosa
-riesce l'umanità e la mansuetudine, che l'arroganza.
-
-[311] _Tres vultus Trivultio._ — (Tre volti ha il Trivulzio).
-
-[312] Egli era al servigio degli Aragonesi in Napoli, mentre essi
-minacciavano Lodovico Sforza: quando poi Carlo VIII conquistò quel
-regno, il Trivulzio si pose allo stipendio della Francia, e molta parte
-ebbe nell'aprire il varco al re nei passi di Fornuovo alla Val di Taro.
-
-[313] Corio, all'anno 1499.
-
-[314] Del Corte così scrive il Guicciardini al lib. IV, raccontando
-il prezzo ch'egli ottenne; _ma con tanta infamia, e con tanto odio,
-eziandio appresso ai Francesi, che, rifiutato da ognuno come di fiera
-pestifiera, e abominevole il suo commercio, e schernito per tutte dove
-arrivava con obbrobriose parole, tormentato dalla vergogna e dalla
-coscienza, potentissimo e certissimo flagello di chi fa male, passò non
-molto poi per dolore all'altra vita._
-
-[315] Tom. II, pag. 22.
-
-[316] _Quod ad Rempublicam attinet, jam licet omnibus intueri quod
-in magno omnia ancipiti, seu potius praecipiti pendent. Sfortianos
-constat sexdecim milium peditum delectum ex Elvetiis fecisse, milla
-cataphractos ex Germania Burgandiaque contraxisse, tormenta aenea,
-machinas, pilas, pulveresque coemisse, atque comunis opinio est quod
-medio januario superatis Alpibus Gallos invadent, atque eos pellere
-aut profligare conabuntur. E contra comes Lignyaci, cujus in ire
-bellica auctoritas suprema est (licet proregie nomen Jo. Jacobo
-Trivultio datum sit) omnes cataphractos apud Comum cogit_.... E
-continua a spiegare le disposizioni per la difesa che facevasi dai
-Francesi; _cuius exitum utinam Mediolanenses (quae foret insolita eorum
-prudentia) expectarent! At plurimi sunt, maxime ex Gibellina factione,
-qui, more impatientes, jamjam civitatem scindere, amicos, affinesque
-unire, armaque capere non dubitant, quod dicant memoratum Trivultium
-statuisse capita ipsius Gibellinae factionis perdere, alios obsides
-in Galliam mittendo, alios proscribendo, alios in custodiis habendo;
-dicentes propterea se, armatos, vim vi repellere velle, hujusmodique
-armis non in regis perniciem aut damnum, sed tuitionem et salutem,
-si expediat, se usuros jactantes. Huic quasi seditioni fomentum non
-exiguum praestant memoratus Lignyaci comes et Lucionensis episcopus,
-Senatus Cancellarius et justitiae, ut ajunt, caput; qui ambo, ut sunt
-Trivultii aemuli, aegre ferunt quod apud eum remaneat illud nudum
-proregis nomen; sperantque hac ratione Regem coactum iri ut Trivultium
-deponat, cum intelliget, eo etiam solam sceptri imaginem retinente,
-seditionem extingui minime posse: iique ambo, quasi fatentes eam
-esse pravam et subdolam Trivultii mentem in Gibellinos, quam ipsi
-verentur, nec affirmantes longe alienam esse regis voluntatem, qui
-nullo discrimine omnes Gibellinos Guelfosque habet, non reprehendunt,
-sed quadam taciturnitate probant, Gibellinosque armari, ac stipari,
-seditionem in dies magis et magis augeri; quum et Trivultius et omnes
-fere Guelfi partes ejus secuti, non minus quam Gibellini, se muniant
-clientibus et armis, et vim nedum repellere, sed etiam inferre parent._
-Prosiegue antivedendo i mali, che ne nacquero in fatti, e conclude la
-lettera così: _tunc, inquam, cognosceremus quanto subjectir populis
-salubrius sit contendendibus de imperio principibus, spectatores, quam
-auxiliatores esse._
-
-(Per quello che spetta alla repubblica, si può ora da tutti
-riconoscere, che tutte le cose pendono in uno stato dubbioso o
-piuttosto precipitoso. Egli è certo che gli sforzeschi hanno arruolato
-sedicimila fanti tra gli Svizzeri raccolti, mille cavalli, grave
-armatura dalla Germania e dalla Borgogna, comperati cannoni di
-bronzo, macchine, palle polvere, e la comune opinione è che alla
-metà di gennaio, superate avendo le Alpi, assaliranno i Francesi, e
-si studieranno di cacciarli o di sconfiggerli. All'opposto il conte
-di _Ligny_, che ha il supremo comando nelle cose militari (benchè il
-nome di vice-re sia dato a _Giovan Giacomo Trivulzio_), tutti i suoi
-cavalli di pesante armatura riunisce presso Como...... Il di cui esito
-volesse il cielo che i Milanesi (il che sarebbe una prudenza in essi
-insolita), aspettassero! Ma moltissimi sono, massime della fazione
-ghibellina, che, impazienti di ritardo, non dubitano già a quest'ora di
-dividere la città, di riunire i loro amici e congiunti, e di pigliare
-le armi, perchè dicono che il memorato _Trivulzio_ abbia stabilito
-di rovinare i capi della stessa fazione ghibellina, mandandone altri
-ostaggi in Francia, altri proscrivendo, altri ritenendo nelle prigioni;
-soggiungendo per questo che essi, armati, respingere vogliono la
-forza colla forza, e vantandosi che di queste armi si serviranno non
-già a discapito o danno del re, ma qualora occorra alla loro difesa e
-salvezza. A questa specie di sedizione prestano non piccolo fomento il
-già nominato conte di _Ligny_ ed il vescovo di _Luçon_, cancelliere
-del senato, e capo, come dicono, della giustizia, i quali, essendo
-l'uno e l'altro emuli del _Trivulzio_, mal soffrono che presso di esso
-rimanga quel nome nudo di vicerè, e sperono che per questa ragione
-il re sarebbe forzato a deporre il _Trivulzio_, qualora venisse a
-sapere che, ritenendo la sola immagine dello scettro, la sedizione non
-potrebbe estinguersi, ad essi, quasi confessando ambidue essere quella
-intenzione trista e subdola del _Trivulzio_ contra i Ghibellini, la
-cosa che essi temono, nè asserendo molto lontana da quello la volontà
-del re, che tutti i Ghibellini e i Guelfi riguarda senza alcuna
-differenza; non riprendono, ma anzi con un certo silenzio quelle mosse
-approvano, e che i Ghibellini si armino e si rafforzino, e che la
-sedizione giornalmente a maggior grado si accresca; mentre anche il
-_Trivulzio_ e tutti quasi i Guelfi seguaci del di lui partito, non meno
-che i Ghibellini, si muniscono di partigiani e di armi, e non solo si
-preparano a respignere la forza, ma anche ad adoperarla....... Allora
-dissi, conosceremmo quanto più salutare sia ai popoli suggetti l'essere
-spettatori che non ausiliari dei principi che dell'imperio contendono).
-
-[317] Vinto certamente dall'efficacia dell'argomento, prestò la mano;
-tuttavia, mentre mi congedò, conobbi che egli era quasi sdegnato;
-giacchè come tu sai, i principi quello che essi vogliono, sogliono
-volerlo di troppo, e ben sovente pongono mente piuttosto a quello che
-giova, che non a quello che conviene.
-
-[318] Così nella lettera 28 febbraio 1500, a Giovannangelo Selvatico.
-
-[319] Fra questi deve esser pure compreso l'illustre Guicciardini, lib.
-IV.
-
-[320] Veggasi lettera 30 aprile 1500 a Girolamo Varadeo.
-
-[321] Sè stesso non cessava di rimproverare, e di accusare la propria
-pusillanimità, nè ben sapeva a quale consiglio si appigliasse.
-
-[322] L'infelice _Lodovico_, che non aveva potuto cangiare i lineamenti
-del viso, nè l'aspetto della maestà che sempre ebbe nel volto, nè la
-sua figura principesca, benchè le vesti mutate avesse, conosciuto fu e
-preso.
-
-[323] Fatta all'istante un'irruzione.
-
-[324] Gli presentò sei vestiti, due di stoffa d'oro, due d'argento,
-due di seta con altrettanti giubboni, e paia sei calze di scarlatto,
-e dodici camisce di renso, con scarpe e berrette similmente d'oro.
-Queste minuzie, riferite dal _Prato_, danno idea del vestire di quei
-tempi, e fors'anco della cura maggiore che si aveva per l'apparenza,
-che per la mondezza, non frequentemente allora cambiandosi le vesti che
-immediatamente ci toccano.
-
-[325] Espugnata avendo Alessandria, distrutto l'esercito, caccia il
-duca _Lodovico Sforza_, e tornato presso Novara, lo sconfigge e lo fa
-prigioniero.
-
-[326] Avendo io fatte molte ricerche, anni sono, sulle regalie alienate
-dai sovrani di questo Stato, o donate ai sudditi, ho osservato che al
-tempo del duca Filippo Maria si cominciò a staccarle, ed ho trovate
-cinque vendite e quattordici donazioni. Quel principe, non avendo
-eredi, cominciò a largheggiare. Poi, sotto Francesco I, fu il più gran
-colpo di distacco, contandosi sedici vendite, e ben quarantaquattro
-donazioni di regalie. Anche sotto Francesco s'introdusse il patto
-di abdicare in alcune vendite di regalie, la ragione fiscale di
-ricuperarle al prezzo medesimo. Le donazioni non furono mai tante poi,
-quanto sotto Francesco, che doveva rendere accetta la signoria, che
-mancava in lui di legittima ragione; ma sotto Lodovico il Moro in vece
-grandiose furono le vendite, delle quali ne ho contate settantaquattro.
-Tutto il secolo XVI fu più moderato. Non è da maravigliarsi che il
-duca Filippo Maria, ultimo di sua casa, donasse largamente regalie
-annesse alla sovranità o destinate a sostenerla. Oltre quelle che, pel
-terminare delle famiglie, nel corso di tre secoli saranno rientrate
-nel ducale patrimonio, ne rimanevano tuttora in mano di privati
-quattordici, dieci anni sono. Nè vi è pure da maravigliarsi se dieci
-anni fa rimanessero ben quarantaquattro donazioni di regalie fatte
-da Francesco Sforza, che voleva appoggiare la sua donazione alla
-benevolenza ed al consenso de' popoli.
-
-[327] In porta Romana nella contrada della Ruga Bella.
-
-[328] Questo palazzo era dove ora trovasi la casa del marchese Litta in
-porta Vercellina.
-
-[329] Nella cinta del muro intorno alla chiesa di San Dionigi vi
-si pose una lapida con queste parole: _Lodovicus, Galliarum rex
-et Mediolani dux, parta de Venetis victoria, hic equum ascendit, ut
-in urbe triumpharet._ (_Lodovico_, re di Francia e duca di Milano,
-ottenuta avendo la vittoria su i Veneti, qui montò a cavallo onde nella
-città trionfasse.)
-
-[330] Murat. Annali d'Italia, A. 1509. — Du-Mont, Corp. Diplomatique.
-
-[331] Lib. IX.
-
-[332] Guicciard., lib. X.
-
-[333] Lib. X.
-
-[334] Lib. X.
-
-[335] Leggasi l'Apologia che ne ha fatta l'abate Francesco Murocchi
-nella tragedia intitolata: L'_Avogadro_.
-
-[336] Lettera del Cavalier Bayard a Lorenzo Aleman, suo zio, stampata
-in fine della tragedia del signor Belloy citata.
-
-[337]
-
- SIMULACRO DI GASTONE DI FOIX
- CONDOTTIERO DEGLI ESERCITI FRANCESI
- CADUTO NELLA BATTAGLIA DI RAVENNA NELL'ANNO
- MDXII
- ESSENDO NELLA RESTAURAZIONE DELLA CHIESA DI S. MARTA
- DISTRUTTA LA DI LUI TOMBA
- LE VERGINI DI QUESTO MONASTERO
- ALLA IMMORTALITÀ DI SÌ GRANDE CAPITANO,
- IN QUESTO LUOGO LO FECERO COLLOCARE
- NELL'ANNO MDLXXIV.
-
-[338] Mathieu Skeiner, cardinal de Sion, _le boute-feu de la Sainte
-Ligue_, lui qui joua dans toutes ces guerres le véritable rôle
-de l'Alecto de Virgile; ce Prêtre sanguinaire eut la lâcheté de
-faire exhumer le Héros de la France, sous pretexte de l'absurde
-excommunication lancée contre les ennemis du pape. Les François et
-beaucoup d'Italiens, souhaitoient alors à Jules II et au cardinal
-Skeiner autant de droitur, de justice, d'honneur et de bonté, qu'en
-avoit eu le Prince, dont ils osoient ainsi damner l'ame et outrages les
-cendres. _Belloy_.
-
-[339] Et vous assure que de cent ans le royaum de France ne recouvrera
-la perte qu'il a faite.
-
-[340] Veggasi Guicciardini, lib. 4. — Muratori, Annali, all'anno 1512.
-— Istoria del dominio temporale della Chiesa sopra Parma e Piacenza,
-ediz. rom. pag. 122. — Du Mont, Code Diplomat., T. IV, P. I, pag. 137 e
-173. — Angeli, Ist. di Parma, lib. V. — Alberti, Descriz. d'Ital., pag.
-369.
-
-[341] Siccome può vedersi nel tomo II, Cap. XIII.
-
-[342] Lib. XI.
-
-[343] Gaillard, Vie de François Premier, roi de France, tomo I, pag.
-140.
-
-[344] Guicciard., lib. XI.
-
-[345] Guicciard., lib. XI.
-
-[346] Prato.
-
-[347] Misero il paese il cui re è un fanciullo!
-
-[348] Beatissimo Padre. — Manifesta ed abbastanza nota è presso la
-Santità Vostra la smoderata ed eccessiva ambizione di dominare in
-lungo e in largo, e la cupidigia di usurpare indebitamente l'altrui
-del re de' Francesi, cosicchè non solo sembra aspirare con tutti i
-suoi desiderii al principato milanese, ma anche al soggiogamento di
-tutta l'Italia; (e conclude alfine) per la qual cosa io sono forzato
-di ricorrere alla Beatitudine Vostra, per cosa che caderà ad evidente
-vantaggio di tutta l'Italia, e a me provvederà in una così grande
-pubblica calamità; supplicando altresì affinchè, provvedendo alle
-premesse cose, la Beatitudine Vostra, coll'autorità apostolica della
-quale è investita, di moto proprio, per certa scienza e per pienezza
-della podestà anche assoluta, si degni di accordare licenza, podestà ed
-autorità di imporre in tutta la giurisdizione del ducato di Milano le
-predette aggiunte di trenta soldi per ogni staio di sale, ec.
-
-[349] Miscellanea MS., vol. I, num. 9.
-
-[350] Miscellan. vol. I, num. 3.
-
-[351] Il contratto di questa vendita, fatto il giorno 11 luglio 1515,
-trovasi nell'Archivio Civico, e si scorge che il reddito del Naviglio
-grande si considerò di non più che annue lire 1200.
-
-[352] Vedi Prato.
-
-[353] _Ibid_.
-
-[354] Miscellan., vol. I, num. 12.
-
-[355] MS. Miscellanea, tom. I, num. 12.
-
-[356] Lib. XI.
-
-[357] Prato.
-
-[358] Lo stesso Prato.
-
-[359] _Havuto nova Maximiliano Sforza ducha di Milano, ed il cardinale
-elveticho del preparato exercito gallico et del preparato esercito
-veneto_ (dopo morto Lodovico XII) _per la impresa de lo imperio
-Mediolanense; facto suo consulto de resistere a tanto impeto unito
-contra esso imperio, il cardinale, per levar ogni suspecto qual
-haveva a lo epischopo laudense Sforzescho, qual gubernava lo imperio
-Mediolanense, fece prendere esso epischopo et condurlo prigione nel
-castello di porta Giobia, dove subito posto alla tortura li fu dato
-squassi quattordici di corda et altro non poteno havere da esso
-epischopo._ M. S. Belgioioso, fol. 79, tergo, e 80.
-
-[360] Gaillard, Vie de François Premier, tom. I, pag. 214.
-
-[361] _Idem, ibidem_, pag. 224.
-
-[362] Prato.
-
-[363] Prato.
-
-[364] Guicciard., lib. XII.
-
-[365] Guicciard., lib. XII.
-
-[366] Lib. XII.
-
-[367] Veggasi Gaillard, tom. I, alle pag. 270, 274.
-
-[368] Lib. I, f. 6. L'ingenuità di questa Cronaca appare dalla
-semplicità e barbarie medesima colla quale è scritta. L'autore era un
-merciaio, che, avendo bottega in Milano, si compiaceva di registrare
-gli avvenimenti del suo tempo. Corre manoscritta questa Cronaca di
-Gian Marco Burigozzo, e comprende gli avvenimenti nel 1500 al 1544. E
-curiosa la maniera colla quale termina: _come vedrete nella Cronica
-de mio filiolo, imperciocchè per la morte che mi è sopragiunta non
-posso più scrivere._ Queste parole verosimilmente vennero aggiunte dal
-figlio, il quale o non compose poscia la continuazione della Cronaca,
-ovvero se la compose ella non è giunta a mia notizia; di questa Cronaca
-mi accadrà più volle in séguito di servirmene.
-
-[369] _Hyeronimo Morono dette zanze al gallico re d'andar in la citate
-de Brixio senatore, secondo la mente dil re, et stato alquanti giorni
-in la città Mediolanense, fa significato ad esso Morono dovesse pigliar
-il cammino de la Gallia transalpina ed andar al suo offitio, dove esso
-Morono, charichato sei cariaggi de le sue tutte bone robe, pigliò il
-cammino di lo Apenino. Gionto appresso allo Apenino pigliò il cammino
-de le montagne de Genovese et poi di Modena, et in quella fece dimora
-per alquanti anni, et il gallico re fu piantato dal Morono._ Cronaca di
-Antonio Crumello, pavese. MS. Belgioioso, fogl. 83, tergo.
-
-[370] Veggasi Giovio, lib. VI, Storia. — Gaillard, Storia di Francesco
-I re di Francia, tom. I, cap. III. — Veggasi Prato.
-
-[371] Il re cristianissimo, volgendo nell'animo la fedeltà e la
-integrità che i cittadini milanesi mostrarono verso sua maestà, e i
-danni intollerabili che essi sopportarono, liberamente dona e concede
-alla predetta città la somma di diecimila ducati di rendita annua e
-perpetua, esigibili per mano del ricevitore della città dai gabellieri
-delle mercatanzie, la quale somma sia convertita soltanto ad utilità
-della città predetta, e non altrimenti.
-
-[372] Così nel libro di Carlo Pagano, stampato in Milano da Agostino
-Vimercato l'anno 1520, pag. 6.
-
-[373] Vedi Pagano suddetto.
-
-[374] Osservando e non osservando il diritto comune.
-
-[375] Essendo quell'uffizio cagione a tutti di terrore.
-
-[376] Arte del buono e del retto, e scienza del giusto e dell'ingiusto.
-
-[377] Questo accadde per disposizione data il giorno primo di luglio
-del 1518, come scorgesi alla pag. 30 della relazione MS. che l'erudito
-ed esatto abate Lualdi, prefetto dell'Archivio della città, ha
-presentata l'anno 1784 al Consiglio Generale.
-
-[378] Prato. — Burigozzo, lib. I, foglio 9 e 10.
-
-[379] _Une très-belle et honeste dame que le roy aimoit, et faisoit son
-mary cocu_, di lei dice Brantome nel discorso sopra il maresciallo di
-Lautrec.
-
-[380] Vedi Gaillard, tom. I, pag. 352.
-
-[381] Così Gaillard, tom. I, pag. 360.
-
-[382] Gaillard, tom. I, pag. 361.
-
-[383] CHI MAI NON RIPOSÒ, QUI RIPOSA. TACI.
-
-[384] Tom. II, pag. 202.
-
-[385] È da vedersi _Apostolo Zeno_, nelle sue dissertazioni
-Vossiane, tomo II, sul merito della storia del Corio, da molti a
-torto disprezzata. Così pure _Justi Vicecomitis pro Bernardino Corio
-Dissertatio_. Giusto Visconte è il finto nome del P. _Mazzucchelli_ C.
-R. Somasco, il cui elogio trovasi nel Giornale de' Letterati di Italia.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 2, by Pietro Verri
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 2 ***
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- </head>
-<body>
-
-
-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 2, by Pietro Verri
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
-almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
-re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
-with this eBook or online at www.gutenberg.org/license
-
-
-Title: Storia di Milano vol. 2
-
-Author: Pietro Verri
-
-Release Date: October 15, 2019 [EBook #60498]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 2 ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
-
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-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-STORIA<br />
-DI MILANO
-<span class="smaller">TOMO II.</span>
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="main-t">
-<span class="small">STORIA</span><br />
-DI MILANO
-</p>
-
-<p class="pad2">
-DEL CONTE
-</p>
-
-<p class="pad1 x-large">
-PIETRO VERRI
-</p>
-
-<p class="pad2 large">
-COLLA CONTINUAZIONE
-</p>
-
-<p class="pad2">
-TOMO II.
-</p>
-
-<p class="pad4">
-<span class="large g">MILANO</span><br />
-PRESSO IL LIBRAIO ERNESTO OLIVA<br />
-<span class="small">Contrada de' Due Muri, N. 1044<br />
-1850</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap11">CAPITOLO XI.
-<span class="smaller"><i>Di Matteo I, di Galeazzo I e d'Azzone Visconti,
-signori di Milano.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-La storia d'un paese repubblicano può paragonarsi ad
-una vasta pittura che rappresenti un grande ammasso di
-oggetti variati, sulla quale scorre lo sguardo, incerto talora
-quali delle figure meritano un'attenzione distinta; alcuni
-oggetti veggonsi appena illuminati, altri indicati appena
-in lontananza; e nella memoria non rimane poi se
-non un tutt'insieme. Laddove la storia d'un paese soggetto
-ad un principe si rassomiglia ad un quadro storiato,
-di cui le figure tutte servono al risalto del principale ritratto,
-che a sè chiama i primi sguardi dello spettatore,
-nella mente di cui rimangono le tracce distinte della fisionomia
-rappresentata e della disposizione del quadro. Mutata
-la forma tumultuosa ed instabile della nostra città;
-assoggettata questa alla signoria de' Visconti, i costumi, la
-felicità, la pace, la guerra, la povertà o la ricchezza diventarono
-dipendenti della buona o cattiva indole del sovrano, sul
-quale principalmente convien fissare lo sguardo. (1311) I
-Torriani vennero per sempre scacciati, siccome dissi, dalla
-città. Matteo Visconti collo sborso di quarantamila fiorini
-d'oro, l'anno 1311, nel mese di luglio, ottenne dal re dei
-Romani, Enrico di Lucemburgo, un diploma col quale lo
-creò vicario imperiale nella città e contado di Milano. Diciassette
-anni prima, Matteo istesso era stato creato vicario imperiale
-dall'augusto Adolfo, non di Milano soltanto, ma di
-tutta la Lombardia, come mero e misto imperio. Il re Enrico
-doveva abbandonare la Lombardia, ed inoltrarsi verso
-Roma, ove ricevette la corona imperiale. Egli aveva in animo
-di sottomettere il regno di Napoli, ma gli mancavano i danari;
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-non è quindi meraviglia che, volendo egli trar profitto
-dalla carica di vicario dell'Impero, la concedesse un uomo
-che gli dovea tutto, cioè Matteo Visconti. (1313) Passò poi
-quel buon imperatore nella Toscana, ove, a Buonconvento,
-morì il 24 agosto 1313. La controversa cagione della di
-lui morie non è un oggetto appartenente alla storia di
-Milano. L'arcivescovo di Milano era uno della casa della
-Torre, cioè Cassone della Torre; e doveva vivere esule
-dalla sua patria, seguendo il destino della sua famiglia.
-Egli dalla Francia, ove stavasene ricoverato presso del papa,
-si portò a Pavia, città che allora non era dominata dai Visconti,
-e l'anno 1314 da Pavia scrisse a Matteo Visconti
-una lettera che comincia così:<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> <i>Cassonus etc. Viris utinam
-providis Mattheo Vicecomiti, vicario et rectori,
-sive capitaneo, potestati, sapientibus et antianis, consiliariis,
-consulibus, consilio, Communi civitatis Mediolani,
-et Galeatio, Luchino, etc.</i>; indi espone i mali fatti ai
-possessi arcivescovili, e conclude:<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> <i>ut ideo tu Mattheus
-Vicecomes, et ilii ut supra nominati, nisi vos emendavetis
-de praedictis, in perpetuum excomunicamus, anathematizamus,
-omnique commercio humano ac ecclesiastica
-sepultura atque sacris ordinibus privamus</i><a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>. Pare
-che questo sia stato il primo annunzio degli anatemi che
-vennero scagliati dappoi. Matteo era un uomo acuto e pacato.
-Poco a poco stese la sua dominazione su Piacenza,
-Bergamo, Novara e qualche altra città. (1215) Pavia era
-una città forte, nemica di Milano quasi da trecento anni.
-Matteo Visconti fece comparire le sue armi sotto Pavia, le
-quali intrapresero dalla parte di Milano un finto attacco, a
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-rispingere il quale incautamente accorsero tutte le forze
-del presidio. Frattanto un altro corpo di militi di Matteo,
-assistito da' corrispondenti ch'erano nella città, entrò dall'opposta
-parte in Pavia, guidato da Stefano Visconti, uno
-dei figli di Matteo; e così Pavia diventò dei Visconti l'anno
-1315, e si assicurò Matteo che da quella vicina e forte
-città l'arcivescovo Cassone della Torre non gli avrebbe più
-scritte di tai lettere. I Pavesi, un secolo e mezzo prima,
-avevano avuta gran parte nella rovina di Milano. Ne' meschini
-tuguri ove stavano appiattati i nostri maggiori a
-Noceto e Vigentino, risuonavano ancora i singulti degli avviliti
-cittadini, che temevano non incendiassero i Pavesi
-anche que' tristi ricoveri. Matteo Visconti risparmiò ogni
-danno possibile ai Pavesi, fabbricò un castello col quale
-assicurarsi quella signoria, e ne confidò il comando a Luchino
-suo figlio. Matteo non era punto atroce, e pensava
-alla stabile grandezza del suo casato. Le sue armi erano
-confidate a' suoi figli. Non sembra ch'egli fosse in conto
-alcuno uomo da guerreggiare; Marco Visconti comandava
-Alessandria e Tortona, Galeazzo comandava Piacenza, Luchino
-Pavia, e Lodrisio, cugino di Matteo, comandava Bergamo.
-I figli suoi avevano ardor militare e perizia; e l'estensione
-del dominio n'è la prova; poichè in breve furono
-assoggettate Piacenza, Bergamo, Lodi, Como, Cremona Alessandria,
-Tortona, Pavia, Vercelli e Novara; e così Matteo
-signoreggiava undici città, compresa Milano.
-</p>
-
-<p>
-Non poteva piacere al papa la signoria de' Visconti per
-le ragioni che altrove ho indicate. Il papa, sebbene rifugiato
-nella Francia, sempre aveva in vista l'Italia. Dopo la
-morte di Enrico di Lucemburgo gli elettori nella Germania
-formarono due partiti, e furono incoronati re di Germania
-e de' Romani Federico d'Austria e Lodovico di Baviera. Il
-papa Clemente V aveva inalberata una pretensione, che
-fu poi cagione di una lunga guerra fra l'Impero ed il sacerdozio.
-Pretendeva quel papa che il giuramento che solevano
-gl'imperatori pronunziare nella incoronazione fatta
-dal sommo pontefice, fosse un giuramento di fedeltà e di
-vassallaggio. (1317) Questa opinione la sosteneva anche il
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-suo successore Giovanni XVII; e in conseguenza spedì,
-l'anno 1317, due frati nella Lombardia, i quali in di lui
-nome dichiararono invalide le elezioni di Federico e di
-Lodovico: pubblicarono vacante l'Impero, e comandarono
-che non ardisse alcuno di arrogarsi il titolo di vicario imperiale.
-La cosa era chiara che si aveva di mira Matteo
-Visconti, la di cui pieghevole politica non urtava mai, e
-secondava anzi i tempi. Matteo cessò di chiamarsi vicario
-imperiale, e assunse il titolo di <i>signor generale di Milano
-e suo distretto</i><a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a>. Forse il papa e l'arcivescovo Cassone
-della Torre si aspettavano minore compiacenza; e quindi
-speravano un pretesto per venire ad un'aperta rottura.
-Matteo, da saggio, abbandonò una parola per non compromettere
-la dominazione. L'arcivescovo era esule; ma non
-sappiamo che potesse darsene colpa a Matteo; poichè forse
-non v'era atto di autorità che lo allontanasse dalla diocesi,
-in cui non si credeva però sicuro l'arcivescovo, sotto la
-signoria de' rivali della sua famiglia. Non vedendo quindi
-Cassone della Torre speranza alcuna di ritornare al possesso
-della sua sede arcivescovile, cercò del papa il patriarcato di
-Aquilea, e il papa glielo conferì. Poichè Matteo Visconti seppe
-essere vacante la sede metropolitana, maneggiò la cosa in
-modo, che gli ordinari passarono ad eleggere arcivescovo
-Giovanni Visconti, altro figlio di Matteo. Cassone della Torre
-era stato parimenti eletto dagli ordinari l'anno 1308, senza
-che il papa Clemente V vi facesse opposizione. Questo era il
-metodo delle elezioni praticato sempre nella nostra chiesa,
-prima che Urbano IV, di propria autorità, eleggesse
-l'arcivescovo Ottone Visconti, l'anno 1262. Con tutto ciò il
-papa non badò punto alla canonica elezione fatta dagli ordinari,
-e in Avignone consacrò arcivescovo di Milano certo
-frate francescano, per nome Aicardo. L'elezione che aveva
-fatta il papa dell'arcivescovo Ottone poteva comparire in
-qualche modo giustificata, attesa la discordia degli ordinari,
-che da più anni lasciavano sprovveduta dal pastore la
-chiesa milanese. Ma questa noncuranza d'una elezione regolare
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-e canonica non poteva comparire altrimenti che
-una ostilità. Matteo Visconti era cauto, moderato; ma non
-era pusillanime. Non permise mai che frate Aicardo ponesse
-il piede ne' suoi Stati.
-</p>
-
-<p>
-Matteo Visconti aveva cinque figli: Galeazzo, Luchino, Marco,
-Stefano e Giovanni, creato arcivescovo. Sebbene Galeazzo,
-Luchino e Stefano abbiano mostrato valor militare in ogni
-occasione presentandosi ai nemici, Marco però li superava, e
-aveva i talenti d'un buon generale. Fu spedito dal padre a tentare
-la conquista di Genova; e l'impresa non riuscì, perchè il
-re Roberto di Napoli vi trasportò una flotta ed un'armata
-in soccorso. Non però abbandonò sì tosto quell'impresa
-Marco Visconti, che anzi, avendogli fatto intimare il re che
-sciogliesse tosto l'assedio, poichè altrimenti sarebbe venuto
-ad attaccarlo alle porte di Milano, Marco gli fece dire per
-risposta, che non occorreva andar tanto lontano, giacchè
-egli era pronto a riceverlo ivi alle porte di Genova<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a>. Il
-re Roberto era collegato col papa; e, portatosi egli in Avignone,
-Matteo Visconti fu uno de' principali oggetti che si
-trattarono in tal conferenza. Egli veniva accusato<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> <i>de pessimis
-criminibus, et de haeresi, licet non foret noxius</i><a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a>.
-Il cardinale Berengario, vescovo tusculano, fu destinato
-a formare il processo a Matteo Visconti, ed ivi in
-Avignone quel cardinale riferì in concistoro, che risultava
-dall'asserzione di testimonii degni di fede, essere Matteo
-Visconti gravemente diffamato come reo di sacrilegi, delitti
-ed eccessi. La fama di tali accuse giunse a Milano; e Matteo,
-per calmare la procella, cominciò a permettere che
-frate Aicardo fosse dal clero riconosciuto per arcivescovo;
-e così rinunziò al dritto acquistato da Giovanni suo figlio,
-già canonicamente eletto alla medesima sede. (1319) Oltre
-ciò, volendo dare un pubblico attestato insigne della sua
-divozione alla Chiesa, ricuperò il rinomatissimo tesoro di
-Monza che nei passati guai era stato depositato in pegno
-al tempo di Napo Torriano; e colle sue mani, la vigilia del
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-Natale dell'anno 1319, lo portò in Monza e lo depositò sull'altare
-di quella chiesa di San Giovanni. Questo tesoro consisteva
-in corone e calici d'oro gemmati; e convien dire
-che fosse veramente un tesoro, poichè veniva stimato allora
-ventiseimila fiorini d'oro<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a>. Ma questa pieghevolezza di
-Matteo Visconti non bastò a concigliarli l'aderenza del papa,
-il quale voleva esclusi i Visconti dalla dominazione, assoggettato
-l'Impero, e dipendente l'Italia. Giovanni XXII
-spedì nella Lombardia ii cardinale Bertrando del Poggetto
-in qualità di legato<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a>, il quale dichiarò l'Impero vacante;
-nulla l'elezione di Lodovico il Bavaro; creò vicario imperiale
-il re Roberto di Napoli; comandò a tutto il clero di
-Lombardia di ubbidire al nuovo vicario imperiale; e finalmente
-intimò a Matteo Visconti di doversi presentare in
-Avignone al papa per rendergli conto dei delitti che gli
-erano imputati. L'affare era serio, perchè era già in marcia
-alla volta della Lombardia un'armata di francesi, comandata
-dal conte del Maine, in nome del nuovo vicario il re
-Roberto di Napoli. Matteo, richiamando Galeazzo da Piacenza,
-Marco da Genova, e Luchino da Pavia, radunò tutte
-le sue forze, le quali consistevano in cinquemila cavalli e
-quarantamila fanti<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a>. Il comando venne affidato a Galeazzo
-e non a Marco, fors'anco perchè non si doveva decidere la
-questione colle armi. Marciò l'armata sino verso Sesia nel
-Piemonte, ove si trovò in faccia i nemici. Pose le sue tende
-Galeazzo, indi spedì al conte del Maine due botti d'argento,
-che si dicevano piene di generoso vino; facendogli dire
-ch'ei provava sommo rincrescimento nel vederselo nemico,
-sì per l'ossequio ch'ei professava alla casa di Francia, quanto
-per essere stato ei medesimo onorato del cingolo della milizia
-dal conte di Valois, di lui padre. I due eserciti non
-si offesero, anzi i Francesi dopo due giorni piegarono le
-tende, e, ripassate le Alpi, tornarono alla loro patria, lasciando
-la Lombardia come prima. Si credette da alcuni
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-che le due botti fossero ripiene di monete, e che Matteo
-con quelle armi si fosse difeso. Per quanto miti fossero i
-ripieghi di Matteo, il papa non voleva in conto alcuno nè
-tregua nè pace; anzi da lui si voleva annientato nell'Italia
-il potere nascente de' Visconti. Il papa spedì un breve in
-cui diceva che, quantunque Matteo Visconti avesse deposto
-il titolo di vicario imperiale, nondimeno aveva osato chiamarsi
-signore di Milano; e in pena di questo disprezzo
-della Santa Sede lo scomunicò. Ordinò che la scomunica
-si pubblicasse in tutte le chiese, e citò nuovamente Matteo
-a comparire in Avignone a dire le sue discolpe<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a>. Il
-cardinale legato Bertrando del Poggetto, da Asti, ove si era
-domiciliato, spedì a Milano certo Ricano di Pietro, suo cappellano,
-incaricato di consegnare il breve. Ma appena era
-il cappellano disceso nell'albergo, si vide attorniato da un
-grosso numero di sgherri, i quali l'obbligarono a rimontare
-tosto a cavallo, e partirsene: di che se ne lagnò il cardinal
-legato in una sua enciclica: individuando che nemmeno
-si era voluto permettere che facesse abbeverare i cavalli,
-e il cappellano e i suoi seguaci dovettero lasciare a mezzo
-il loro pranzo, facendogli persino difficoltà dalla gran fretta
-di ripigliare il cappello, che aveva deposto, e scortandoli
-direttamente fuori dello Stato senza permetter loro di parlare
-con alcuno<a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a>. Se il cardinal legato trovava biasimevole
-Matteo, perchè si riparava da un colpo mortale da
-esso slanciatogli, doveva almeno non lagnarsi della moderazione
-istessa con cui se n'era riparato. (1320) Il cardinale
-Bertrando del Poggetto, il giorno 3 settembre 1320,
-nella chiesa de' Francescani in Asti, nuovamente scomunicò
-Matteo, e nuovamente lo citò a comparire in Avignone.
-Matteo cercava pure le vie d'un accomodamento; ma le
-condizioni che si proponevano erano inammissibili da un
-uomo che era sovrano, e talmente sovrano, che veniva considerato
-come un re della Lombardia, siccome dice il Villani<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a>.
-Si voleva che rinunciasse al governo di Milano;
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-che riconoscesse per suo signore Roberto re di Napoli; e
-che i signori della Torre ritornassero alla loro patria<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a>.
-Queste proposizioni non piacquero a Matteo nè alla città di
-Milano. Il papa continuava a citare Matteo Visconti; pubblicava
-incessantemente i monitorii, e in essi gli rinfacciava
-i delitti: i quali consistevano in esazioni fatte sul clero,
-giurisdizione esercitata sopra persone ecclesiastiche, autorità
-adoperata nelle elezioni de' superiori de' conventi. (1321)
-Poi nel 1321, il giorno 20 di febbraio, lo stesso papa Giovanni
-XXII, con sua bolla, pubblicata dal nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a>,
-condannò Matteo a pagare diecimila marche d'argento;
-nuovamente lo scomunicò, e lo dichiarò decaduto
-da tutt'i beni, feudi, onori, ragioni, ec., e dice che così lo
-sentenziava:<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> <i>Tum quia reatus sacrilegii cognitio et
-punitio ad ecclesiasticum forum spectat, tum etiam
-quia, vacante Imperio, sicut et nunc vacare dignoscitur,
-ad nos et apostolicam Sedem pertinet excedentium
-hujusmodi in Imperio existentium ausus comprimere,
-oppressionem tollere, ac lassis et oppressis justitiam
-ministrare</i>. Poco dopo andò più avanti il papa; scomunicò
-anche i figli di Matteo, pose all'interdetto le città possedute
-dai Visconti, ordinò agli inquisitori di processarlo, e
-il breve comincia così:<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> <i>Profanus hostis, et impius
-auctor immanis scelerum et culparum, Mathaeus Vicecomes
-de Mediolano, partium Lombardiae radibus populator,
-etc.</i><a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> (1322). Gl'inquisitori citarono Matteo a doversi
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-presentare al loro tribunale il giorno 25 febbraio
-1322 in una nominata chiesa, presso Alessandria. Vi comparve
-il di lui figlio Marco, con grande comitiva di cavalli
-e fanti e bandiere spiegate. Gl'inquisitori si trasportarono
-a Valenza, ove condannarono Matteo, come reo di venticinque
-delitti, molti de' quali consistevano in avere Matteo
-imposto carichi anche al clero, ed avere esercitata giurisdizione
-sopra i beni, i corpi e le persone ecclesiastiche. Se
-gli faceva delitto perchè avesse impedito che le chiese del
-milanese pagassero tassa al cardinale legato ed alla camera
-apostolica. Altro delitto se gl'imputava d'aver impedita
-l'emigrazione per la Crociata. Indi fra le sue colpe due se
-ne ricordano le quali meritano riflessione; cioè d'aver posto
-argine all'Inquisizione, e d'avere pregato per liberare
-l'infelice Mainfreda, che fu, malgrado le sue preghiere,
-bruciata viva, siccome narrai al capitolo nono. Concludeva
-la narrazione de' delitti, asserendo che Matteo negava la
-risurrezione de' corpi; aveva da' suoi progenitori ereditato
-il veleno dell'eresia, era collegato co' scismatici, sentiva
-male de' sacramenti, disprezzava l'autorità delle chiavi, e
-aveva fatto lega co' demonii, più volte da lui esecrabilmente
-invocati. Quindi si sentenziava Matteo Visconti eretico, i
-suoi beni mobili ed immobili confiscati; veniva privato del
-cingolo della milizia, dichiarato incapace di nessun ufficio
-pubblico, degradato da ogni dignità ed onore, e nominato
-perpetuamente infame, dando la facoltà a chiunque di arrestarlo.
-Inoltre i figli di Matteo, e persino i figli de' suoi
-figli vennero dichiarati incapaci perpetuamente di qualunque
-ufficio, di qualunque dignità e di qualunque onore.
-La sentenza è del giorno 14 marzo 1322, data nella chiesa di
-Santa Maria di Valenza, e la pronunziarono frate Aicardo,
-arcivescovo di Milano, frate Barnaba, frate Pasio da Vedano,
-frate Giordano da Montecucco, frate Onesto da Pavia,
-domenicani inquisitori, alla presenza del cardinale legato<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a>.
-Il cardinal legato, in Asti, pubblicò una remissione plenaria,
-non solamente della pena, ma della colpa de' peccati, a
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-chiunque prendesse le armi, e marciasse sotto lo stendardo
-che ivi fece inalberare, alla distruzione di Matteo Visconti
-e de' fautori suoi:<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a> <i>Fecit portare vexillum sanctae Ecclesiae
-super solarium de domo; praedicatum fuit ibi,
-quilibet vir et mulier, qui vellet sequi dictum vexillum
-ad destruendum dictum Mathaeum et coadjutores ejus,
-liber et mundus sit tam a culpa, quam a poena</i><a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a>; e
-nella cronaca di Pietro Azario si legge che le maledizioni
-furono estese sino alla quarta generazione da quel cardinale
-legato:<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> <i>Sententias excommunicationis proferendo,
-thesauris Ecclesiae apertis et undequaque stipendio
-perquisito contra praefatum dominum Mathaeum et sequaces,
-usque in quartum gradum suarum progeniarum</i><a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a>.
-</p>
-
-<p>
-In quale misero stato si ritrovasse, dopo tutto ciò, Matteo
-Visconti, è facile l'immaginarselo. Molti dei nobili,
-per la naturale invidia d'una nascente potenza, aderivano
-al legato. Altri tremavano per obbedire ad un eretico scomunicato;
-e il popolo tutto era inorridito per l'anatema e
-l'interdetto pronunziati sopra della città. Il Corio riferisce
-quell'epoca, ed io mi servirò delle parole di lui. I nobili
-adunque «di continuo interponevano littere al legato, ed
-in altro non havevano il pensiere se non excogitare in quale
-modo Matteo con li figlioli potessino rimovere dal governo
-dil milanese imperio. Mattheo da questa hora avante
-più non si volse intromettere de veruna cosa concernente
-al Stato suo, ma in tutto ne le mano de Galeazzo renuntiò
-il dominio, grandemente condolendosi de la lite quale contra
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-la Chiesia cognosceva moltiplicare, ed anche perchè non
-altramente da li cittadini milanesi se haveva a guardare
-come da pubblici e capitali inimici, inde tutto il pensiere
-suo puose, con devotione a visitare li templi, et ultimamente
-un giorno avante alo altare de la chiesia maggiore
-havendo facto convocare il clero, e pervenuti alla presenzia
-di quello con alta voce cominciò a dire <i>Credo in Deum
-Patrem</i>, e disse tutto lo symbolo, lo quale fornito, levando
-il capo, cridava che questa era la sua fede, la quale haveva
-tenuto tutto il tempo della vita sua, e che qualunque altra
-cosa gli era imposto, con falsitate lo accusavano, e da ciò
-ne fece conficere un pubblico instrumento<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a>». Il Rainaldi
-confessa che in quei processi vi è stata della parzialità:<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a>
-<i>Certe fidei censores studio partium nimium commotos
-in percellendis sententia haereseos Gibillinis aliquibus
-constat</i><a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a>; e il papa Benedetto XII, diciannove anni
-dopo, con sua bolla del 7 maggio 1341, dichiarò e sentenziò
-iniqui e nulli i processi fatti nel 1322:<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> <i>Processus,
-et sententias supradictas, ex certis causis legittimis
-atque justis repertis in eis, inique factos invenimus
-existere, atque nullos ipsos processus et sententias per
-archiepiscopum, Paxium, Jordanem, Honestum et
-Barnabam praefactos, et eorum quemlibet super praemissis,
-communiter vel divisim, contra Johannem et
-Luchinum praedictos</i> (erano allora quei due figli di Matteo
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-signori tranquilli di dodici città) <i>habitos atque latos,
-et quaecumque secuta sunt ex eisdem vel ob eos, de
-ipsorum Fratrum nostrorum consilio, et authoritate
-apostolica, inique facta ac nulla atque irritata declaramus</i><a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a>.
-Comunque fossero i processi, certo è che un séguito
-di tante angustie oppresse l'animo di Matteo, già
-indebolito anche dalla non più vegeta età di sessantadue
-anni; e dopo breve malattia, nella canonica di Crescenzago,
-tre miglia lontano da Milano, finì i suoi giorni il 24
-di giugno dello stesso anno 1322, poco più di tre mesi
-dopo della sentenza. I figli tennero per alcuni giorni occulta
-la di lui morte; anzi si facevano entrare medici e
-cibi nella stanza, come se Matteo tuttora fosse vivo; e ciò
-si fece per aver modo almeno di salvare le di lui ceneri,
-e riporle certamente in luogo ove alcuno non potesse insultarle
-«per paura dil pontifice, che il cadavere non facesse
-remanere insepulto», dice il Corio. Qual carattere
-abbia fatto di Matteo il Fiamma, si è veduto nel capitolo
-precedente. La fisonomia di Matteo era piacevole: due begli
-occhi cerulei, vivaci, carnagione bianca, tratti del volto
-fini e gentili. Egli non si mostrò crudele giammai. Ebbe
-il raro talento di sopportare in pace la fortuna contraria,
-e il talento più raro ancora di non ubbriacarsi coi favori
-di lei. Nessuna prova egli diede mai di valor militare, e
-tutti i successi felici delle sue armi si debbono al coraggio
-ed al talento di Luchino, di Galeazzo, e sopra gli altri di
-Marco, suoi figli. Di quest'ultimo l'Azario dice:<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> <i>qui
-omnes alios probitate excedebat</i><a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a>, e si vede che credette
-di significare prodezza. Per altro in Matteo non si
-conosce alcuno di que' tratti sovrani che indicano le anime
-grandi, capaci d'innalzarsi al sublime. Egli si limitò sempre
-a pensieri proporzionali alla sua condizione presente,
-e preferì la prudenza all'eroismo. La grandezza della sua
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-casa singolarmente si deve a lui: ma piuttosto per una
-combinazione di circostante, che per un ardito progetto
-ch'ei ne avesse immaginato. Matteo è stato un buon uomo,
-un buon padre, un buon principe, accorto, giudizioso; ma
-non l'ho chiamato Matteo Magno, perchè quel titolo è consacrato
-per distinguere quelle anime vigorosamente energiche,
-le quali, slanciatesi oltre la sfera comune degli
-uomini, formano un'epoca della felicità, della coltura e
-dei progressi della ragione negli annali del genere umano.
-</p>
-
-<p>
-Se la guerra contro di Matteo Visconti fosse stata mossa
-per motivi personali, colla di lui morte sarebbe terminata,
-ed avrebbe Milano nuovamente goduta la tranquillità; ma
-l'oggetto della ostilità era di opprimere una nascente potenza;
-e perciò Galeazzo I, al quale Matteo aveva rinunziato
-avanti di morire il governo dello Stato, si trovò
-esposto alle persecuzioni, più animose ancora di quelle
-che afflissero gli ultimi anni della vita di suo padre. Già
-vedemmo che Galeazzo, coll'inquietudine sua incautamente
-indisponendo i Milanesi, era stato cagione della perdita
-della signoria, del ritorno de' Torriani e dell'esilio a cui
-soggiacque la sua casa. La sperienza di venti anni che
-erano trascorsi, non aveva reso molto prudente Galeazzo;
-il quale, nell'anno medesimo in cui morì Matteo, perdette
-il dominio di Piacenza per un'inconsideratezza appena
-perdonabile nel primo bollore della gioventù. Il signor
-Vessuzio Lando era uno dei primari nobili di Piacenza,
-distinto per il valore, per i costumi e per le ricchezze;
-egli aveva in moglie la signora Bianchina Landi, bellissima
-giovine, che amava teneramente il suo sposo. Galeazzo
-credette, con poca accortezza, di renderla infedele, ed essa
-informò il caro sposo dell'insidie che se gli tessevano; e
-così il Lando, unitosi al cardinal legato Bertrando del Poggetto,
-occupò Piacenza a nome del papa. In quella sorpresa
-corse gran rischio d'essere preso il giovine Azzone, figlio
-di Galeazzo, il quale trovavasi in Piacenza, con Beatrice
-d'Este, di lui madre. Questa virtuosa donna lo salvò, sottraendolo
-con poca scorta, al primo avviso ch'ebbe della
-sorpresa; indi ebbe la fermezza di rimanere esposta al rischio
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-degl'insulti nel suo palazzo, acciocchè non si dubitasse
-della partenza d'Azzone, e frattanto egli profittasse
-del tempo per salvarsi; anzi andava ella gettando delle
-monete ai vincitori, e così fece perdere più lungo tempo.
-Ma quando s'avviddero poi che in nessun ripostiglio si
-trovava il giovine principe, troppo tardi s'accorsero del
-pietoso inganno della principessa madre, la virtù della
-quale venne rispettata dai nemici, i quali onorevolmente
-la scortarono fuori di Piacenza. Galeazzo I non aveva insomma
-le virtù di suo padre, e perciò, quantunque in Milano
-avesse un forte partito che lo sosteneva malgrado
-gli anatemi, fu egli costretto di fuggirsene il giorno 9 dicembre
-di quell'anno 1322; sebbene un mese dopo vi
-rientrò come privato, e prima del terminar di quell'anno,
-a grido generale del popolo, venne proclamato signore di
-Milano il giorno 29 dicembre. Ma il papa non lo lasciò
-tranquillo. Pubblicò una bolla per cui ordinò a tutto il
-clero di Milano che immediatamente uscisse dalla città, e
-non si accostasse a quella per lo spazio di tre miglia.
-Ognuno s'immaginerà qual turbamento doveva nel popolo
-cagionare questa novità, che toglieva la possibilità d'assistere
-ai sacri misteri, privava i moribondi del soccorso dei
-ministri dell'altare, ed esiliava dalla patria i cittadini
-nei quali stava comunemente collocata la maggiore confidenza
-e venerazione. Nè quivi pure ebbe confine la controversia.
-Fece il papa predicare nell'Inghilterra, nella
-Francia e nell'Italia un'indulgenza generalissima in beneficio
-di chiunque prendesse le armi contro de' Visconti; e
-così venne a formare una Crociata contro di essi, come si
-era fatto contro de' Saraceni. L'armata dei crocesignati già
-aveva occupato alcuni borghi del milanese. La comandava
-Raimondo di Cardona, nipote del cardinal legato Bertrando
-del Poggetto. Le cose de' Visconti andavano alla peggio.
-(1323) Il giorno 13 giugno 1323 l'esercito sacro s'impadronì
-dei sobborghi di Milano, e singolarmente quelli di
-porta Nuova, porta Renza e porta Comacina furono in preda
-alla licenza dei crocesignati, che, violando le donne, passando
-a fil di spada gli uomini e distruggendo colle fiamme
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-le case, portarono gli eccessi al colmo<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a>. Nella città però
-essi non poterono entrare. La città era bloccata, e ci riferisce
-il Corio che i Fiorentini ch'erano nell'esercito pontificio,
-il giorno del loro santo protettore san Giovanni Battista,
-fecero correre il palio sotto le mura di Milano<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a>;
-sorta d'insulto che talvolta si usava per dimostrare che
-non si temeva in verun conto dell'inimico, non credendosi
-in lui coraggio nemmeno di uscire per interrompere
-i giuochi degli assedianti. Talvolta ancora si usò di contare
-moneta sotto le mura nemiche, ponendo una preziosa officina,
-che non può sottrarsi con celerità, sotto gli occhi
-de' nemici, in segno di disprezzo. Tale era la condizione
-de' Visconti, che pareva inevitabile la totale loro rovina.
-Due cose però concorsero ad impedirla; il valore, l'attività,
-la condotta militare di Marco Visconti, e la riunione degli
-interessi di Lodovico il Bavaro con quei de' Visconti. Il papa
-dichiarava vacante l'impero; pretendeva di far egli frattanto
-l'ufficio dell'imperatore; creava vicario imperiale
-Roberto, re di Napoli. Lodovico di Baviera, che si considerava
-imperatore legittimo, non poteva preservare il regno
-italico e impedire l'intrusione di questo preteso vicario
-imperiale, se non soccorrendo i Visconti; poichè da solo
-non aveva forze bastanti per tentare l'impresa. Infatti
-Lodovico il Bavaro aveva spedito ai Visconti un corpo di
-truppe comandate dal conte di Mährenstädten. L'instancabile
-papa Giovanni XXII non bilanciò punto a scomunicare
-Lodovico di Baviera, incolpandogli fra le altre cose l'aiuto
-ch'egli aveva dato ai Visconti. Il Rainaldi, che ne pubblicò
-la bolla, così ridette:<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a> <i>Non deerant tamen Ludovico
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-plures rationes; quae ipsius gesta apud plerosque excusarent.
-Controversiam de Imperio cum Federico austriaco
-jam direptam ferro. Mediolanum vero defensum
-non ut Galeatio haeretico studeret, sed ut assereret,
-sibi Imperii jura, neque a Roberto Siciliae rege amplissimam
-Imperii provinciam nunquam forte recuperandam
-occupari pateretur. Non his tamen Johannes
-a meditato consilio revocatus est</i><a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a>. Lodovico venne
-così impegnato più che mai a sostenere i Visconti. L'armata
-dei Crociati aveva l'interno vizio d'un'armata combinata
-di drappelli di varii principi e di varie nazioni; basta
-il tempo per indebolirla colle gelosie, le rivalità e i sospetti.
-(1324) Nel giorno 28 di febbraio 1324 a Vaprio
-venne potentemente battuta. Il generale Raimondo di Cardona
-fu preso: egli era nipote, siccome dissi, del cardinal
-legato; Simone della Torre restò ucciso sul campo; Enrico
-di Fiandra se ne fuggì a piedi; molti rimasero sul
-campo; molti, fuggendo, s'affogarono nell'Adda; insomma
-la vittoria fu compita per i Visconti. Marco Visconti voleva
-profittare del momento, e marciare a sloggiare da Monza
-i crocesignati che vi avevano trovato ricovero. Ei conosceva
-che l'opinione decide nella guerra più che la forza fisica;
-che le battaglie non si vincono per aver ridotto l'inimico
-all'impossibilità di continuare la contesa, ma per lo spavento
-che gli si è potuto imprimere; e che, assalendo una
-armata nel punto in cui gli uomini sono sgomentati per
-una rotta, la vittoria è sicura. Così pensava Marco; ma il
-primogenito Galeazzo, forse perchè il progetto era del
-fratello, non lo volle secondare. I crocesignati in Monza si
-premunirono, ripresero animo, si prepararono una difesa
-contro di qualunque insulto; e Marco, deridendo Galeazzo,
-gli diceva poi: «Fratello, va a Monza che si vuol rendere».
-Otto mesi di blocco dovette spendere Galeazzo per
-averla. Infine poi, dopo di avere sofferti tutti i mali della
-fame e della libidine militare, Monza si rese il giorno 10
-dicembre 1324; e così Galeazzo vide terminar la Crociata
-mossa contro di lui.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-</p>
-
-<p>
-Mentre era Monza bloccata e abbandonata in preda alla
-violenza che usavano questi avanzi di un'armata collettizia,
-i canonici di San Giovanni di quel borgo avevano somma
-inquietudine che le rapine non si estendessero sopra del
-pregevolissimo tesoro della loro chiesa; il quale allora, siccome
-dissi, era valutato ventiseimila fiorini d'oro, oltre il
-pregio delle cose sacre antiche. Deputarono quindi quattro
-canonici del loro ceto, ai quali commisero di pensare a un
-sicuro nascondiglio, ed ivi riporlo. Fecero giurar loro un
-inviolabile secreto, da non rivelarsi se non in punto di
-morte. Poichè da essi fu eseguita la commissione, e il tesoro
-collocato, non si sapeva dove, il capitolo obbligò i quattro
-depositari del secreto a partirsene, e separatamente frattanto
-vivere altrove; acciocchè non potesse colle minacce,
-e fors'anco colle torture, costringersi alcun d'essi a parlare,
-e in potere di que' licenziosi non rimanesse alcun
-presso cui fosse il secreto. Pensare non si poteva più cautamente,
-eppure Monza perdette il tesoro. Uno de' quattro
-canonici, che aveva nome Aichino da Vercelli, stavasene in
-Piacenza, ove venne a morte, e palesò il secreto a frate Aicardo,
-arcivescovo di Milano. Da esso ne fu bentosto informato
-il vigilantissimo cardinale legato, Bertrando del Poggetto;
-il quale non perdè tempo, e incaricò Emerico,
-camerlingo di santa Chiesa, che trovavasi in Monza, di trasmettergli
-quel tesoro, siccome eseguì puntualmente, e indi
-fu trasportato in Avignone, dove dimorava il papa, d'onde,
-venti anni dopo, signoreggiando Luchino, venne restituito
-l'anno 1344. Io lascerò al chiarissimo signor canonico teologo
-don Antonio Francesco Frisi la cura di verificare se la
-restituzione siasi fatta senza alcuna perdita. Il valore dell'oro
-e delle gemme che oggidì ivi si mostrano, non giunge
-fors'anco a duemila fiorini d'oro. Egli, che con varie dissertazioni
-ba illustrate le antichità di Monza, ci renderà
-istrutti esattamente anche di ciò nella dissertazione che si
-è proposto di pubblicare sul tesoro di quella chiesa.
-</p>
-
-<p>
-Poichè Galeazzo ebbe Monza in suo potere, e si vide liberato
-dalla Crociata, pensò tosto a rendere quei luogo
-munito in avvenire contro simili accidenti. Importava molto
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-il non avere alla distanza di sole dieci miglia da Milano un
-borgo facilmente prendibile, e nel quale i nemici, con molto
-numero d'armati, potessero sostenersi per alcuni mesi, siccome
-poco anzi era accaduto. (1325) Per tal motivo Galeazzo
-I, l'anno 1325, fabbricò un castello in Monza, di cui vedesi
-anche oggidì la torre rovinosa. Il modo col quale fece
-quel principe fabbricare quella torre ci prova sempre più
-quanto poco ei rassomigliasse al buon Matteo suo padre.
-Veggonsi anche al dì d'oggi le prigioni orrende, destinate
-a far soffrire l'umanità, calandovi gli uomini come entro
-un sepolcro per un buco della vôlta; ove discesi posavano
-sopra di un pavimento convesso e scabroso, tanto vicino
-alla vôlta da non potervisi reggere in piedi. Così egli aveva
-immaginato il modo di aggiugnere all'angustia, alla privazione
-della libertà, al timore dell'avvenire, al maligno
-alimento del cibo e dell'aria, anche il tormento di far succedere
-una positura dolorosa ad un'altra dolorosa. Galeazzo
-I questa unica memoria ci lasciò come sovrano, poichè
-la signoria di lui fu breve, e la cagione la troviamo nella
-domestica discordia. Marco, che col suo valore aveva conservato
-e difeso lo Stato, non poteva soffrire il fasto di Galeazzo
-I, a cui il padre aveva lasciata la signoria. La distanza
-che passa fra un sovrano ed un suddito, rendeva insopportabile
-a Marco la sua condizione. I principi cadetti delle
-due case sovrane, sono educati sin dalle fasce a venerare
-nel primogenito il venturo signore: ma a ciò non era disposto
-dall'educazione l'animo di Marco. La dominazione di
-Matteo Visconti, loro padre, fu tanto eventuale, precaria ed
-incerta, che nessun uomo, per illuminato ch'ei fosse, avrebbe
-potuto con ragione antivedere s'egli avrebbe finito come
-privato, siccome nacque, ovvero qual principe, siccome
-avvenne. Perciò la disparità fra i fratelli sopragiunse come
-un avvenimento impensato, il quale doveva eccitare la
-vampa delle passioni nei cadetti. Giovanni era di carattere
-mite, e la condizione sua d'ecclesiastico moderava l'invidia.
-Luchino aveva egli pure la prudenza di accomodarsi ai tempi.
-Stefano aveva moglie e figli. Marco era quello che più si
-mostrava intollerante. Egli s'era fatto conoscere e stimare
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-dagli stipendiati tedeschi, spediti da Lodovico il Bavaro,
-onde non gli fu cosa difficile l'indurre quell'eletto imperatore
-a venire nell'Italia, per celebrare le incoronazioni
-a Milano ed a Roma. Si pretende ch'egli trovasse il modo
-d'irritare l'animo di quell'augusto contro de' suoi fratelli,
-e contro di Galeazzo I singolarmente, supponendogli dei
-maneggi col papa Giovanni XXII, dal quale, siccome ho
-detto, Lodovico era stato maltrattato. (1327) Quello che
-sappiamo di certo si è che, nel giorno 17 di maggio dell'anno
-1327, Lodovico il Bavaro entrò solennemente in Milano,
-accompagnato da quattromila cavalli. Egli e la regina
-Margherita, sua moglie, stavano sotto di un baldacchino.
-Andarono a prendere alloggio nel palazzo del Broletto vecchio,
-cioè dove oggidì trovasi la corte; e il giorno ultimo
-di maggio Lodovico fu incoronato in Sant'Ambrogio. Il giorno
-5 di luglio, per ordine del nuovo re d'Italia, vennero arrestati
-Galeazzo, Luchino e Giovanni. Azzone, figlio di Galeazzo,
-ebbe la medesima sventura. Stefano Visconti, morì
-improvvisamente nella notte precedente. Gli arrestati vennero
-collocati nelle nuove carceri della torre di Monza, ove
-Galeazzo fu il primo a far prova dell'architettura che aveva
-così malamente raffinata. Il re ebbe dalla città il dono di
-cinquantamila fiorini d'oro, e partì da Milano alla volta di
-Roma il giorno 5 d'agosto, avendo nel suo séguito Marco
-Visconti. Questa serie di fatti, e quello che accadde dappoi,
-ci rendono verosimile l'opinione che Marco avesse
-parte della sciagura de' fratelli. Galeazzo lo credeva; e andava
-dicendo: «Marco ferisce sè medesimo;» e ciò risaputosi
-da Marco, in contraccambio diceva: «Galeazzo vuol
-esser solo, e solo si regga.» Sperava forse Marco di ottenere
-dal nuovo augusto la signoria di Milano; ma anche allora
-si dovette conoscere che nelle altercazioni domestiche è
-facile il recare danno ad altri; ma difficilissimo il trarne
-bene per noi. Lodovico formò un consiglio di ventiquattro
-cittadini, e vi pose a presedere suo luogotenente il conte Guglielmo
-Monforte. Così diede nuova forma al governo della
-città; mentre i tre fratelli ed un nipote giacevano nello
-squallore della torre di Monza, e Marco, confuso, negletto,
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-e forse disprezzato, languiva nella folla de' cortigiani che accompagnavano
-Lodovico a Roma. L'annientamento della sua
-famiglia di riverbero aveva abbassato Marco Visconti, il quale,
-non avendo più speranza alcuna di rialzarsi col favore di
-Lodovico, si rivolse a Castruccio Antelminelli, signore di
-Lucca, uomo potente e celebre nella storia di que' tempi,
-ed Amico de' Visconti; e col di lui mezzo ottenne dall'imperatore,
-debole e bisognoso di soccorso, la liberazione dei
-suoi congiunti, i quali erano in Monza custoditi da truppe
-bavaresi. Marco tentò poi di avere una sovranità sulla città
-di Pisa, ma gli andò il colpo a vuoto. Egli ritornossene a
-Milano, sempre impetuoso ed impaziente di non vedervisi
-sovrano; sintanto che, il giorno 8 di settembre dell'anno
-1329, cadde da una delle finestre della corte ducale, alcuni
-dicono dopo di aver sofferta una morte violenta, e l'Azario
-dice:<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> <i>de cujus morte certum ignoratur</i><a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Si cerca come siasi fatta l'incoronazione di Lodovico in
-Milano, poichè trattavasi di consacrare uno scomunicato in
-una città posta all'interdetto. L'arcivescovo Aicardo era assente;
-e, come aderente al papa Giovanni XXII, non avrebbe
-mai osato di venire a Milano nel tempo in cui vi si trovava
-il re de' Romani Lodovico. Bonincontro Morigia, autore che
-allora vivea, ci dice<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a>, che Lodovico creò arcivescovo di
-Milano Guido Tarlati, vescovo di Arezzo, e che questi lo incoronò,
-assistendovi alcuni pochi vescovi, cioè Federico
-Maggi, vescovo di Brescia, Arrigo, vescovo di Trento e alcuni
-altri ben pochi, essendosi ritirati gli altri vescovi, per
-non concorrere a incoronare e riconoscere un principe che
-dal papa era scomunicato e non riconosciuto imperatore.
-Il Muratori non credette che Guido Tarlati facesse le funzioni
-d'arcivescovo<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a>. Il conte Giulini è dell'opinione del
-Muratori. L'autorità di questi due eruditi uomini è presso
-me di gran peso; ma nè l'uno nè l'altro dicono la ragione
-del loro dissenso. Il Muratori s'accontenta d'asserire che
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-Bonincontro Morigia<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a> <i>a vero longe abest</i>; il conte Giulini
-s'appoggia all'aulorità del Muratori. Io ingenuamente confesso
-che le asserzioni loro non mi persuadono abbastanza,
-per abbandonare il testimonio d'un autore contemporaneo;
-tanto più che, essendo sempre stato lontano della sua sede
-frate Aicardo, e dovendosi la consacrazione in Milano fare
-dall'arcivescovo, niente vi trovo d'incredibile se Lodovico,
-che aveva in Trento deposto il papa come eretico, e che in
-Roma ne fece creare un nuovo, altrettanto facesse in Milano
-creando un arcivescovo; sebbene in séguito quel posticcio
-metropolitano non abbia più nemmeno preteso di conservarsene
-il titolo.
-</p>
-
-<p>
-Della improvvisa morte di Stefano Visconti (dal quale
-discesero Barnabò, Galeazzo II e i tre duchi Visconti, siccome
-vedremo) varie sono le opinioni degli autori; alcuni
-attribuendola a veleno, altri ad eccesso di vino; tutti però
-sono d'accordo nel riconoscerla improvvisa<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a>. Il mausoleo
-di Stefano vedesi nella Chiesa di sant'Eustorgio, nella cappella
-di san Tommaso d'Aquino; lavoro il quale probabilmente
-si fece verso la metà del secolo decimoquarto. Poichè
-allora, oltre l'incertezza nella quale trovavasi la signoria
-de' Visconti, anche l'interdetto avrà impedito questi
-onori funebri; molto più a Stefano Visconti, scomunicato,
-perchè figlio di Matteo, quantunque egli non abbia mai
-avuto parte nel governo dello Stato e nelle dispute col
-papa. Quel mausoleo merita d'esser osservato, per avere idea
-della magnificenza de' Visconti in que' tempi; e in quella
-chiesa medesima merita più d'ogni altra cosa osservazione
-il nobilissimo deposito di marmo cui stanno le reliquie di
-san Pietro martire; opera che è delle prime e delle più
-antiche per servire d'epoca al risorgimento delle arti, e da
-cui si può conoscere quanto fossero già onorate e risorte
-verso la metà del suddetto secolo decimoquarto. Le figure
-e i bassorilievi sono di un'artista pisano, che travagliò con
-una maestria e grazia affatto insolita a' suoi tempi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-</p>
-
-<p>
-Galeazzo I fu liberato dal <i>forno</i> (che tal nome aveva
-l'orrido suo carcere di Monza) il giorno 25 di marzo 1328.
-Furono parimenti resi liberi Luchino, Giovanni ed Azzone.
-Egli per più di otto mesi aveva dovuto soffrire que' mali
-istessi che aveva immaginati per gli altri. S'incamminò
-nella Toscana per ricoverarsi presso dell'amico e benefattore
-Castruccio; ma nella prigionia aveva tanto sofferto,
-che in Pescia, nel contado di Luca, morì il giorno 6 d'agosto
-dell'anno 1328, all'età d'anni cinquantuno. Cinque
-anni durò la combattuta signoria di Galeazzo I; giacchè,
-dopo il principio di luglio del 1327, da che fu posto in
-carcere, nulla gli rimase più che fare nel governo. Il Corio
-ce lo descrive di statura mediocre, di bella carnagione,
-di faccia rotonda, e robusto della persona; ei lo qualifica
-liberale, magnifico coraggioso, prudente, e parco nel parlare,
-ma eloquente e colto nel poco che diceva. Il Corio
-sarebbe un cattivo giudice del colto ed eloquente modo di
-parlare. Galeazzo fece perdere lo Stato alla sua casa colla
-sua imprudente condotta vivendo suo padre. Perdette Piacenza
-per avere imprudentemente tentata la signora Bianchina
-Landi. Lasciò per più mesi in preda al saccheggio
-militare Monza, che avrebbe potuta liberare al momento,
-ascoltando un opportuno parere; tutto ciò dimostra che
-prudente era ben poco. Il carcere di Monza non lascia
-luogo a crederlo sensibile ed umano. Non sappiamo che
-egli abbia commesse crudeltà; ma nemmeno ebbe egli
-mai sicurezza bastante per commetterne; e forse per
-la sua gloria è un bene ch'ei non abbia mai posseduto
-senza contrasto il sommo potere; onde dobbiamo collocarlo
-nella classe numerosa ed oscura de' principi di nessuna
-fama. Ei venne tumulato in Lucca, ove il suo amico Castruccio
-ne fece celebrare la pompa con magnificenza.
-</p>
-
-<p>
-Lodovico il Bavaro, entrato che fu in Roma, intese come
-nuovamente papa Giovanni XXII dalla Francia l'avesse scomunicato
-e dichiarato illegittimo cesare<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a>. Quindi, vedendo
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-anche il popolo di Roma assai malcontento del papa,
-che stavasene in Avignone, sentenziò che il papa Giovanni
-(ch'ei non altrimenti nominava se non col suo primo nome,
-cioè Giacomo da Euse, e come altri dicono, d'Ossa) come
-scismatico, profano ed eretico, era cassato, rifiutato; e che
-non più alcuno dovesse riconoscerlo per pontefice. Poscia,
-il giorno 12 maggio 1328, radunatisi in San Pietro il clero
-e i capi di Roma, venne proclamato papa frate Pietro di
-Corvaria, che prese il nome di Nicolò V, e il popolo lo riconobbe
-come vero papa. Frate Nicolò da Fabriano allora
-recitò una solenne orazione, di cui il tema fu questo:<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a>
-<i>Reversus Petrus ad se dixit: venit Angelus Domini et
-liberavit nos de manu Herodis, et de omnibus factionibus
-Judaeorum.</i> Questo Pietro di Corvaria era francescano,
-e i Francescani accusavano il papa XXII di avere
-delle opinioni sulla visione beatifica; il che anche venivagli
-rimproverato dai teologi di Parigi, censurando tre
-omelie da lui pubblicate. Il papa prima di morire ritrattò
-quelle sue private opinioni. Di Pietro di Corvaria ne scrivono
-bene alcuni, qualificandolo buono, pio e quasi contro
-sua voglia diventato antipapa<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a>. Egli terminò poi i suoi
-giorni in Avignone in carcere, dopo di aver chiesto perdono
-a Giovanni papa. Ciò avvenne perchè Lodovico ogni giorno
-di più s'andava indebolendo; e la ragione era la medesima
-per cui la maggior parte de' re de' Romani dalla Germania
-entrarono fortissimi nell'Italia, e videro tutto da principio
-piegarsi; indi poco a poco svanirono le forze loro. Nelle
-diete de' principi di Germania molte volte si pensò a far
-cadere la dignità cesarea sopra di un principe che non
-avesse forze da opprimere. Eletto che egli era, secondo le
-leggi dell'Impero, ciascun sovrano della Germania era obbligato
-a scortare il nuovo augusto alla spedizione romana
-colle sue armi. Quindi il nuovo eletto scendeva le Alpi comandando
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-una rispettabile armata, e si trovava arbitro dell'Italia.
-S'innoltrava a Roma. L'armata cominciava a soffrire
-un clima infuocato. Le malattie, il tedio della spedizione,
-l'amore della patria, la mancanza de' viveri facevano
-che, un dopo l'altro, i principi prendessero congedo
-dal nuovo augusto, più sollecito degli Stati propri e
-de' propri sudditi, che d'altro pensiero. E quindi vediamo
-molti Cesari costretti a ricorrere ai maneggi, ai partiti, alle
-brighe per protrarre la loro dominazione e soggiornare più
-a lungo nell'Italia. Così dovette fare Lodovico, forzato, per
-non inimicarsi Castruccio, ad accordare la libertà ai Visconti;
-laonde (1320), per ottenere sessantamila fiorini d'oro, che
-gli erano necessari per pagare lo stipendio alle truppe
-tedesche che gli rimanevano, dovette vendere ad Azzone
-Visconti il vicariato imperiale; il che avvenne il giorno 15
-di gennaio dell'anno 1329. Indi il falso papa Niccolò V creò
-cardinale della santa romana chiesa Giovanni Visconti, zio
-di Azzone, e lo costituì legato apostolico nella Lombardia,
-invece di Bertrando del Poggetto. Quasi tutto il clero e popolo
-di Milano si gettò dal partito di papa Niccolò; e molti
-frati, francescani singolarmente, declamando nelle prediche,
-annunziavano al popolo che Giovanni, ossia Giacomo da Euse,
-non era altrimenti pontefice, ma era anzi un eretico, uno scomunicato,
-un pessimo omicida; e che il solo vero e legittimo
-papa era il saggio, il pio, il virtuoso Niccolò V. Queste grida
-potevano sedurre la moltitudine, e piaceva ai Visconti che
-ella così fosse persuasa; ma gli uomini un poco informati
-non potevano dubitare che il legittimo papa era Giovanni
-XXII canonicamente eletto e riconosciuto, vivo e sano,
-focoso e imprudente bensì, ma non mai eretico, nè legittimamente
-deposto. L'affare però era serio per papa Giovanni,
-e tale ch'ei facilmente perdeva ogni influenza sull'Italia,
-se non piegava a tempo siccome fece, riconciliandosi
-coi Visconti, e liberando finalmente i Milanesi dagl'interdetti
-che da otto anni erano stati pronunziati. La data
-del breve è del giorno 15 settembre 1329, in Avignone<a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a>:
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-e il mediatore dì questa pace fu il marchese d'Este. L'imperatore
-Lodovico fremeva contro Azzone. Venne colle sue
-armi sotto Milano; ma egli era troppo indebolito, e nulla
-potè occupare. Il Fiamma ci ha trasmesso la cantilena che
-i Milanesi dalle mura ripetevano:<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> <i>die et nocte clamabant
-in vituperium Bavari: O Gabrione, ebrione,
-bibe, bibe, hò, hò, Babii Babo</i><a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a>. Cosa volessero significare
-quelle voci ultime, e quel <i>Gabrione</i> non lo sappiamo.
-Egli è certo che non si parlava latino, anzi da più di cinquantanni
-s'era cominciato anche a scrivere volgare italiano,
-e probabilmente il Fiamma ha guastato il senso traducendolo
-nel suo barbaro latino. In quell'occasione è probabile
-che, uscendo i Milanesi dalla porta Ticinese, abbiano
-battuti gl'Imperiali; poichè le monache, le quali sino a
-quel tempo si chiamavano <i>le signore bianche sotto il muro</i>,
-cambiarono dappoi il nome, e si chiamarono <i>Della
-Vittoria</i>, denominazione che attualmente ancora conservano.
-</p>
-
-<p>
-Azzone Visconti, unico figlio di Galeazzo I e di Beatrice
-d'Este, era diventato, siccome dissi, vicario imperiale, al
-prezzo di sessantamila fiorini d'oro. Ma poichè egli fu rappacificato
-col sommo pontefice (da cui non era conosciuto
-Lodovico per imperatore), il titolo di vicario eragli di nessun
-uso; perchè dato da chi non poteva più considerarsi da
-Azzone come munito della facoltà di concederlo. Perciò egli
-ottenne la signoria di Milano dal consiglio generale della
-città, il giorno 14 marzo 1330; e così si ritrovò sovrano
-e principe senza contrasto alcuno. Azzone veramente meritava
-d'essere il primo della sua patria; e già mentre signoreggiava
-Galeazzo I, di lui padre, s'era guadagnato un
-nome distinto nella milizia, avendo egli acquistato borgo
-San Donnino<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a>, aiutato il Bonacossi a battere i Bolognesi,
-ed assistito Castruccio Antelminelli a battere i Fiorentini.
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-Azzone in quest'incontro non dimenticò di far correre il
-palio sotto le mura di Firenze, per bilanciare il trattamento
-che i crocesegnati fiorentini avevano fatto, due anni
-prima, ai Milanesi. Allora fu che egli acquistò la stima e
-l'amicizia di Castruccio; il che poi fu cagione per cui egli
-e il padre e gli zii riacquistarono, siccome dissi, la libertà.
-</p>
-
-<p>
-Appena si trovò Azzone alla testa d'uno Stato tranquillo,
-ch'ei pensò a circondare di mura la città. Le antiche di Massimiano
-Erculeo, cioè quelle che sono parallele al sotterraneo
-condotto delle acque e delle chiaviche, erano state
-demolite al tempo di Federico I. Le mura di Azzone si fabbricarono
-al luogo medesimo in cui si formò il terrapieno,
-ossia il <i>fossato</i>, nell'assedio di Barbarossa, e s'innalzarono
-nelle parti della città che ancora oggidì chiamansi <i>Terraggio</i>,
-con vocabolo che nasce dalla barbara latinità, per indicare
-un terrapieno, ossia un rialzamento di terra e di legna,
-ad oggetto di preservare i cittadini dalle incursioni e
-dagl'insulti dei nemici. Celebrò Azzone le sue nozze con
-Caterina di Savoia, figlia del conte Lodovico, e magnificamente
-le celebrò. Azzone stese la signoria sopra Bergamo,
-Vercelli, Vigevano, Treviglio, Pizzighettone, Pavia, Cremona
-e Borgo San Donnino; e ciò nei primi due anni del suo principato.
-Indi diventò signore di Como; prese Lecco; fabbricò
-il bel ponte sull'Adda, che anche oggidì vi si ammira; s'impadronì
-di Lodi e Crema. A lui premeva anche Piacenza,
-ma ella era posseduta dal papa, col quale non conveniva
-di urtare. Francesco Scotti ambiva d'avere Piacenza, ed Azzone
-non lo stornò dall'impresa. L'ebbe Francesco; e allora
-il Visconti si pose in campo, la tolse all'usurpatore del dominio
-pontificio; e così, colla rispettosa apparenza di vendicare
-la Santa Sede, riacquistò Piacenza, che Galeazzo I,
-suo padre, aveva imprudentemente perduta. Azzone ebbe
-pure Brescia in dominio; e mentre così andava dilatando
-lo Stato, più per dedizione e per accordi, che per violenza
-delle armi, egli introduceva nella città una pulizia ed un
-ordine sconosciuto nei tempi rozzi precedenti. Abbellì egli
-le strade, e sbratolle dalle sozzure; all'acque di pioggia,
-che prima le allagavano, diè sfogo con opportuno scolo
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-nelle cloache; dettò provvide e moderate leggi per la conservazione
-dell'ordine civile: tutto insomma fu rianimato
-dalla cura indefessa di quel buon principe.
-</p>
-
-<p>
-La gloria e la felicità di Azzone erano un tormento atroce
-nell'animo di Lodovico, ossia Lodrisio Visconti, cugino in
-quarto grado del principe. Lodrisio era buon soldato; pareva
-che fosse trasfusa in lui l'anima orgogliosa e forte di
-Marco. Già vedemmo come Lodrisio fosse celato in sua casa
-da Matteo, nel giorno in cui scoppiò la sollevazione contro
-del re Enrico. Veduto pure abbiamo come Matteo gli avesse
-dato il comando di Bergamo. Morto che fu Matteo, nessun
-caso più si faceva di Lodrisio. Lo Scaligero, signore di Verona,
-aveva licenziata una di quelle compagnie militari che
-prendevano in quei tempi servizio indifferentemente; e che
-pronte erano ad uccidere e devastare dovunque, in favore
-di chi voleva più pagarle. Lodrisio assoldò questa truppa,
-per tentare il colpo di scacciare il cugino, e collocarsi sul
-trono. Entrò nel milanese e fece guasto largamente; e coll'improvvisa
-intrusione, sbigottì e sorprese. Ma Lodrisio
-aveva preso a combattere contro di un principe che era buon
-soldato e che era amatissimo da tutti i sudditi. Nobili, popolari,
-tutti a gara corsero intorno di Azzone; cercando
-quanti erano capaci di portare armi, di combattere volontari
-per lui. Lodrisio si era attendato a Parabiago, e la sua
-armata era composta di duemila e cinquecento militi, ciascuno
-de' quali aveva due altri combattenti a cavallo di suo
-séguito; in tutto settemila e cinquecento cavalli. Aveva di
-più un buon numero di fanti e di balestrieri; il che formava
-un corpo d'armata poderosa per quei tempi: uomini
-tutti veterani e di somma bravura nel mestiero delle armi.
-L'armata d'Azzone andò a raggiungere l'inimico, e talmente
-lo distrusse, che la giornata 21 febbraio 1339 è notata ancora
-ai tempi nostri nei calendari del paese, e se ne celebra
-la commemorazione. Dopo lunghissimo conflitto, in cui
-Luchino Visconti rimase ferito, più di tremila uomini e settecento
-cavalli restaron morti sul campo; duemila e cento
-cavalli furono presi; e fra i combattenti ben pochi furono
-quei che restarono illesi e senza ferita. Tanto ostinata fu
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-la battaglia in cui, per colmo della vittoria, Lodrisio istesso
-rimase prigioniero d'Azzone! Federico I poneva i prigionieri
-sulla torre contro Crema, gli faceva impiccare, o per
-clemenza, loro faceva cavar gli occhi. Federico II li conduceva
-nudi, legati a un palo, in trionfo, poi, trasportandoli
-nel regno di Napoli, li consegnava al carnefice. Azzone non
-incrudelì contro alcuno de' prigionieri; e Lodrisio istesso,
-che pure meritava la morte come un suddito ribelle, fu
-umanamente trasportato prigioniero a San Colombano. Questa
-battaglia famosa di Parabiago viene riferita da due nostri
-cronisti che allora vivevano; da Galvaneo Fiamma e da
-Bonincontro Morigia; i quali, per rendere più maraviglioso
-il loro racconto, asserirono d'essersi veduto da molti sant'Ambrogio
-che stara in alto, e con una sferza nelle mani
-andava combattendo per Azzone Visconti. La chiesa milanese
-però non adottò tal visione, e unicamente attribuì alla
-protezione del santo l'esito fortunato della vittoria<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a>;
-anzi ora più nemmeno se ne celebra la messa. Al luogo
-della battaglia presso Parabiago s'innalzò una chiesa dedicata
-a sant'Ambrogio; la quale nel secolo passato fu distrutta,
-per edificare la più grandiosa che oggidì vi si osserva.
-Tutte le immagini di sant'Ambrogio che hanno la destra
-armata d'uno staffile, sono posteriori all'anno 1339,
-ossia all'epoca della battaglia di Parabiago. Si cominciò,
-sulla tradizione di questa visione, a rappresentare il saggio,
-prudente e mansuetissimo nostro pastore con volto furibondo,
-in atto di sferzare; e si è portata l'indecenza al segno
-di rappresentarlo sopra di un cavallo, a corsa sfrenata,
-colla mitra e piviale, e la mano armata di flagello in atto
-di fugare un esercito, e schiacciare co' piedi del cavallo
-i soldati caduti a terra. Il volgo poi favoleggiò e crede
-tuttavia che ciò significhi la guerra di sant'Ambrogio cogli
-Ariani; coi quali il santo pastore non adoperò mai altre
-armi che la tolleranza, la carità, l'esempio e le preghiere.
-Sarebbe cosa degna de' lumi di questo secolo, se nelle nuove
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-immagini ritornassimo ad imitare le antiche; togliendo la
-ferocia colla quale calunniamo il pio pastore. Nelle monete
-milanesi da me vedute, le prime che portano quest'iracondia
-da pedagogo, sono posteriori di quindici anni alla battaglia;
-e le mie di Azzone, di Luchino e di Giovanni hanno
-sant'Ambrogio in atto di benedire. Il conte Giulini ne riferisce
-una di Luchino collo staffile, ch'ei dice tratta dal museo
-di Brera<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a>: ora non credo che vi si trovi quella moneta;
-almeno nel museo di Brera a me non è accaduto di
-riscontrarla. Come mai questo fatto d'armi si rendesse tanto
-celebre, e come nei giorni fausti siasi tanto distinto il 21
-febbraio, e nessuna menzione trovisi fatta del giorno, ben
-più memorando, 29 di maggio, in cui l'anno 1176 venne
-totalmente battuto Federico I dai Milanesi; potrebbe essere
-il soggetto d'un discorso. Nel primo caso un ribelle che
-non aveva sovranità o Stati, fu sconfitto da un principe che
-dominava dieci città; nel secondo una povera città, che aveva
-sofferto i mali estremi, sconfisse un potentissimo imperatore
-che avea fatto tremare la Germania, l'Italia e la Polonia. Nel
-primo caso si combatte per ubbidire più ad Azzone che a
-Lodrisio; nel secondo si combattè per esser liberi, o per essere
-schiavi. Pare certamente che meritasse celebrità assai
-maggiore la giornata 29 di maggio. Ma la fortuna ha molta
-parte nel distribuire la celebrità. Ê vero che una nascente
-repubblica nel secolo duodecimo non aveva nè l'ambizione
-nè i mezzi che poteva avere un gran principe nel secolo
-decimoquarto, per tramandare ai posteri un'epoca gloriosa.
-</p>
-
-<p>
-Le dieci città sulle quali dominava Azzone Visconti erano
-Milano, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Bergamo, Brescia, Vigevano,
-Vercelli e Piacenza. Oltre le fabbriche pubbliche,
-delle mura, de' ponti, delle strade, questo principe rifabbricò
-ed ornò, in modo maraviglioso per que' tempi, il palazzo
-già innalzato dal di lui avo Matteo I, dove ora sta la
-regia ducal corte. Il Fiamma, autore allora vivente, ce ne
-dà una magnifica idea. V'era un gran numero di sale e di
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-stanze, tutte fregiate di assai pregevoli pitture. Il gran salone
-era sopra tutto ammirato per le pitture eccellenti; il
-fondo era d'un bellissimo azzurro; e le figure e l'architettura
-erano d'oro. Quel salone rappresentava il tempio della
-Gloria, cd è strana la riunione degli eroi che vi si vedevano
-dipinti; Ettore ed Attila; Carlomagno ed Enea; Ercole
-ed Azzone Visconti. La storia era poco conosciuta in quei
-tempi, e le idee della gloria e dell'eroismo non erano chiare.
-Queste pitture erano opera del famoso Giotto, che
-diede vita alla pittura, giacente da mille anni; e il Vasari
-ci attesta ch'ei da Firenze venne a Milano<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a>, e vi lasciò
-bellissime opere<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a>. È anche probabile che vi lavorasse
-Andrino da Edesia, pavese, uno de' più antichi ristoratori
-della pittura che viveva in quel secolo<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a>. Nè la sola pittura
-era premiata e promossa da questo buon principe,
-tanto più degno di stima, quanto che allora appena spuntava
-l'aurora delle belle arti. Egli invitò e protesse Giovanni
-Balducci, pisano, esimio scultore per quei tempi, di
-cui si può conoscere il valore nell'arca di marmo di San
-Pietro martire, poco fa da me ricordata<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a>. Col mezzo di
-questi artisti, i primi del loro tempo, Azzone abbellì la
-sua corte, e insegnò ai nobili un genere di lusso colto ed
-utilissimo ai progressi delle belle arti. La torre di San Gottardo
-è il solo avanzo che ci rimane per avere un'idea del
-gusto dell'architettura di Azzone; ed è un pregevole monumento,
-singolarmente perchè erano i primi passi che si
-facevano dalla somma barbarie al nobile ed elegante modo
-di fabbricare. Anche un altro motivo rende quella torre
-degna d'osservazione; ed è che ivi Azzone fece collocare
-un orologio che batteva le ore: macchina allora affatto
-nuova e sorprendente, dalla quale prese nome la via delle
-ore, come anche in oggi viene chiamata. Anticamente eranvi
-le guardie per le strade, le quali colle clepsidre, ovvero
-cogli oriuoli a polvere, misurando il tempo, ad ogni ora
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-gridavano, avvisando i cittadini come ancora si suole nella
-Germania. Questa macchina ingegnosa, che batte tanti colpi
-sulla campana quante sono le ore, fu inventata da un monaco
-benedettino, inglese, per nome Wallingford, e posta
-ad uso pubblico in Londra l'anno 1325. Ma probabilmente
-allorchè Azzone la collocò sulla sua torre, ancora non ve
-n'era alcuna nell'Italia; poichè il famoso orologio che fece
-porre in Padova Giovanni Dondi, per cui la famiglia acquistò
-il sopranome Dondi Orologio, vi fu collocato cinque anni
-dopo morto Azzone, cioè l'anno 1344; e l'orologio in Bologna
-si conobbe dopo che era celebre quello di Padova. Così
-Azzone aveva rivolto il lusso e la magnificenza verso gli
-oggetti che tutti animavano il paese a illuminarsi, a risorgere,
-ed avanzarsi al buon gusto ed alla perfezione. Egli
-amava le curiosità, e aveva nella corte i serragli di fiere.
-Leoni, scimmie, babbuini, struzzi, ec., oggetti tanto allora
-più rari, quanto meno in quei tempi era la fratellanza e
-la sicurezza tra nazione e nazione. Aveva delle vaste uccelliere,
-coperte di rame, come si fa ancora presentemente, e
-queste popolate da uccelli rari e di paesi lontani. In mezzo
-al cortile v'era una magnifica peschiera, entro della quale
-dalle fauci di quattro leoni, scolpiti in marmo con nobile
-lavoro, sgorgava l'acqua limpidissima ed abbondante; e
-quest'acqua, la quale presentemente passa coperta sotto
-della regia ducal corte, l'aveva Azzone raccolta da due sorgenti
-ritrovate fuori di porta Comasina, nel luogo detto alla
-Fontana, e per canali sotterranei l'aveva condotta sino al
-suo palazzo. S'ingannano coloro che confondono quest'acquedotto
-col <i>Seveso</i>, colla <i>Cantarana</i> o col <i>Nirone</i>. Non
-so se presentemente potrebbe quell'acqua sgorgare, come
-prima, entro di una peschiera; poichè il suolo, colle ripetute
-demolizioni e fabbriche accadute in quel palazzo, si è
-notabilmente innalzato, come si vide l'anno 1779, allorquando
-si abbassò la strada che divide il Duomo dalla Corte,
-la quale si era alzata più di tre braccia da che venne
-fabbricato il Duomo. Il Fiamma ci racconta che in quella
-peschiera vi stavano diversi uccelli acquatici, e che eravi
-in piccolo formato, da un canto, il porto di Cartagine, con
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-figurine rappresentanti la guerra Punica. Ciò basta per
-dare una idea del gusto di quel buon principe, il quale
-terminò i suoi giorni il 16 di agosto dell'anno 1339, senza
-lasciare figli. Undici anni soli regnò quell'amabile signore,
-che gli autori contemporanei, tutti concordemente ci descrivono
-di bella figura, di nobile aspetto, grazioso, buono,
-giusto, e adorato da' suoi popoli; che rimasero inconsolabili,
-dovendo perdere un tanto caro protettore della patria,
-nell'età ancor fresca di trentasette anni. Più di tremila
-persone vestirono il lutto alla di lui morte. La figura di
-questo amato principe si vede nel di lui mausoleo, che trovasi
-presso del signor conte Carlo Anguissola, nobilissimo
-amatore delle belle arti e dell'antichità della patria. Azzone
-fu il primo che veramente fosse sovrano; e laddove
-nessuno dei Torriani, nè Ottone Visconti, nè Matteo I, nè
-Galeazzo I ardirono mai di porre il loro nome nella moneta;
-la quale anzi sempre fu coniata o col nome solo
-di Milano e di sant'Ambrogio, ovvero coll'aggiunta del
-nome del re de' Romani o dell'Imperatore; Azzone pose il
-suo nome e la biscia nelle monete milanesi. E in ciò è degna
-d'osservazione la gradazione tenuta; avendo io delle
-monete milanesi di Lodovico il Bavaro coniate sul modello
-di quelle di Enrico di Lucemburgo; indi una di Lodovico,
-la quale ha nel campo unicamente le due lettere A Z. Fu
-questo il primo tentativo di Azzone, in seguito a cui, trascurò
-poi interamente il nome imperiale, e sostituì il proprio,
-apponendovi lo stemma del suo casato.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap12">CAPITOLO XII.
-
-<span class="smaller"><i>Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della
-città sino verso la metà del secolo XIV.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il consiglio generale di Milano, nel giorno 17 agosto
-1339, cioè nel giorno immediatamente dopo la morte di
-Azzone, che non lasciò figliuolanza, proclamò signori di
-Milano Luchino e Giovanni Visconti, zii paterni di Azzone,
-e i soli figli ancora viventi di Matteo I. Sebbene però a
-tutti due i fratelli fosse data la sovranità, e che gli atti
-pubblici per la maggior parte fossero in nome di entrambi,
-realmente però Luchino da solo disponeva d'ogni cosa.
-Giovanni era di placido e benigno carattere, e non volle
-mai contrastare col risoluto e qualche volta violento Luchino,
-il quale sapeva ben regolare lo Stato. I fatti mostrarono
-poi, quando Giovanni rimase a regnar solo, che nel
-partito da lui preso nessuna parte vi ebbero la debolezza
-o i vizi dell'animo; ma fu guidato dalla sola ragione e dalla
-virtù. Alle dieci città che lasciò Azzone, aggiunse Luchino
-Asti, Bobbio, Parma, Crema, Tortona, Novara ed Alessandria;
-e così divenne signore di diciasette città, la maggior
-parte sottomesse colle armi; il che gli rese nemici il conte
-di Savoia, il marchese di Monferrato, i signori Gonzaghi, i
-Genovesi ed altri Stati d'Italia, sbigottiti dalla forza preponderante
-collocata in così breve spazio di tempo nella
-casa Visconti; poichè ne' primi tre anni del suo governo
-Luchino estese a tale ampiezza lo Stato. Oltre al dominio
-del marchese d'Este, cui Luchino aveva mosso guerra, le
-di lui armi eransi innoltrate fino a Pisa, e costrinsero i
-Pisani a chiedere pace, pagando a Luchino centomila fiorini
-d'oro, ed obbligandosi a presentargli ogni anno un
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-palafreno con due falconi in segno d'omaggio<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a>: ecco ciò
-che questo principe fece per l'ingrandimento del suo Stato.
-Molto fece egli ancora per mantenere e introdurre l'ordine
-sociale nel suo dominio. (1348) Ei preservò Milano dalla
-peste l'anno 1348. Egli non volle proteggere veruna fazione;
-e Guelfi e Ghibellini indistintamente erano difesi
-dalle stesse leggi, e ritrovavano egualmente giustizia. Le
-strade poi, che per l'addietro erano infestate da' ladri, divennero
-sicurissime; per ottener la qual cosa Luchino si
-appigliò ad un partito singolare. Prese egli al suo stipendio
-i masnadieri medesimi che vivevano in prima saccheggiando
-i passaggieri, e da costoro le fece custodire, il che mirabilmente
-si ottenne. Oltre i masnadieri, erano saccheggiati
-i viandanti da cento angherie che loro imponevano i feudatari
-nelle giurisdizioni de' quali conveniva loro di passare;
-il che sembra una prova di più delle antiche prepotenze
-de' nobili sopra de' popolari, delle quali si è superiormente
-trattato. Luchino promulgò provvide leggi, che
-ebbero per oggetto di preservare i poveri dall'oppressione,
-sollevare il popolo dai carichi, assoggettarvi i ricchi, e togliere
-ai nobili ogni mezzo d'esercitare impunemente
-estorsioni e violenze. La politica di Luchino dispensò la
-plebe dall'obbligo di servire nelle guerre; e, coll'apparenza
-d'un pietoso beneficio, allontanò così il popolo dal maneggio
-dell'armi, e piantò l'ordine e la sicurezza pubblica sotto
-di un'assoluta monarchia. Vegliava egli sulla esecuzione
-di tai regolamenti, ed era severamente punita la prepotenza
-di chiunque. Stabilì in Milano un supremo giudice
-che si nominò <i>sgravatore</i>, e nel latino di quella età <i>exgravator</i>:
-magistrato che si rese celebre in quei tempi per
-l'autorità, non meno che pel buon uso a cui l'impiegava.
-Questo sgravatore doveva sempre essere un forestiere, e
-non doveva avere nè moglie, nè figli, nè parenti in Milano.
-Anzi si portava la diffidenza al segno, che non era mai
-permesso allo sgravatore di andare a cibarsi in casa di alcuno,
-ma doveva sempre starsene solo in casa propria. Il
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-ministero dello sgravatore era di decidere sommariamente
-e senza appellazione le querele di coloro che si credessero
-indebitamente gravati da qualunque altro giudice, e invigilare
-sulla retta amministrazione della giustizia. Il sistema
-delle strade nel circondario delle dieci miglia dalla città,
-che continuò sino ai giorni nostri, era d'istituzione di Luchino.
-In conseguenza di tali regolamenti, col favore della
-sicurezza pubblica, s'introdusse il commercio e l'industria.
-S'incominciarono a piantare a quei tempi in Milano alcune
-fabbriche d'oro e di seta<a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a>. L'agricoltura si rianimò, e se
-ne cominciarono a conoscere i raffinamenti. Si perfezionò
-la coltura della vite, e si principiò a preparare un vino più
-delicato, che chiamavasi <i>vernaccia</i>. S'introdussero razze di
-cavalli e di cani. La popolazione s'andava accrescendo. I
-costumi s'ingentilivano; e il Fiamma, deplorando, con poco
-giudizio, questi cambiamenti, rimproverava ai Milanesi dei
-suoi giorni l'eleganza del vestire, la pompa degli ornamenti,
-la squisitezza delle mense e lo studio delle lingue
-forestiere: studio il quale fa conoscere che il commercio
-era già dilatato in paesi oltramontani.
-</p>
-
-<p>
-Sin qui ho rappresentato in compendio le buone qualità
-di Luchino, ora l'imparzialità storica mi obbliga a dirne
-ancora i vizi. Francesco Pusterla, nobile ed onorato cittadino
-non solo, ma uno dei più amabili, più ricchi e più
-splendidi signori di Milano, aveva in moglie la signora Margherita
-Visconti, parente del sovrano, donna di esimia grazia
-e bellezza. Luchino pensò di sedurla, come aveva fatto
-a Piacenza colla signora Bianchina Landi il di lui fratello
-Galeazzo I; ma trovò la fedeltà istessa e lo stesso amore
-verso lo sposo anche nella virtuosa Margherita. La tela era
-già ordita per far soffrire a Luchino il destino medesimo
-di Galeazzo; se non che il cauto e sospettoso Luchino fu
-pronto a scoprirla e lacerarla. Tutto era disposto per discacciare
-con una rivoluzione questo principe dal suo trono,
-e si dubita che i di lui nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo
-fossero complici. Ma Luchino prese talmente le sue
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-misure, che Francesco Pusterla, fautor principale della
-congiura, appena ebbe tempo bastante di salvarsi colla fuga
-e di ricoverarsi presso del papa in Avignone. Fin qui si
-vede un vizio di questo principe; ma in seguito si manifesta
-un'iniquità bassa ed atroce. Non risparmiò spesa o
-cura Luchino per attorniare in Avignone istesso il Pusterla
-d'insidie e di consiglieri, i quali, con simulata amicizia, lo
-animassero a ritornare nell'Italia, persuadendogli che
-presso dei Pisani avrebbe trovato un sicurissimo asilo, e
-si sarebbe collocato più vicino alla patria per rientrarvi ad
-ogni opportunità. Furono tanto moltiplicati i consigli, e
-tanto apparenti le ragioni, che alla fine il Pusterla si arrese,
-s'imbarcò, e per mare si trasferì a Pisa; ove arrestato
-venne dai Pisani, che temevano le armi di Luchino,
-e a lui fu consegnato. Francesco Pusterla, trasportato a
-Milano, terminò la sua vita coll'ultimo supplicio. Un gran
-numero de' suoi amici diedero al popolo lo stesso spettacolo;
-e quello che rese ancora più crudele la tragedia, si
-fu che la nobile e virtuosa Margherita dovette, al paro degli
-altri, finire nelle mani del carnefice. Il luogo in cui si
-eseguì la carneficina fu al Broletto Nuovo, cioè alla piazza
-de' Mercanti, dalla parte ove alloggiava il podestà, ed ove
-vedesi la loggia di marmo delle scuole palatine collo sporto
-in fuori, da dove solennemente il giudice pronunziava le
-sentenze di morte. I nobili venivano ivi su quella piazza
-abbandonati all'esecuzione: all'incontro i plebei erano trasportati
-fuori di porta Vigentina al luogo del supplicio.
-L'industriosa sagacità adoperata da Luchino per cogliere
-nell'insidia il Pusterla, potrebbe essere una lode per uno
-sbirro o un bargello, ma è una macchia che disonora un
-sovrano. La crudeltà poi di far condannare all'orrore del
-supplicio una donna amata, in pena della sua virtù, è una
-macchia ancora più obbrobriosa e vile. Luchino esiliò dallo
-Stato i tre suoi nipoti, figli di Stefano, cioè Matteo, Barnabò
-e Galeazzo. La ragione di Stato forse giustificava un tal
-rigore, singolarmente dopo i sospetti di loro complicità
-nella congiura dell'infelice Pusterla. Pretendono alcuni che
-Galeazzo, il nipote, fosse anche troppo intimamente unito
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-alla signora Isabella Fieschi, moglie di Luchino, e che il
-bambino ch'ella partorì, ebbe il nome di Luchino Novello,
-per questa cagione insieme colla madre vedova passasse
-poi a Genova, e non entrasse mai nella serie de' nostri
-principi. Avrà avute quel sovrano le sue buone ragioni per
-tenersi lontani i nipoti; ma le insidie colle quali incessantemente
-li perseguitava nei paesi lontani, la miseria e la povertà
-nella quale gemevano sempre raminghi, sconosciuti ed erranti
-(ora nella Francia, ora nella Germania e persino nella
-Palestina, ove Galeazzo fu creato cavaliere del Santo Sepolcro),
-son prove d'un animo niente generoso, ma anzi vendicativo
-e crudele. Il Corio ci dice come Luchino «aveva
-obtenuto che 'l papa haveva declarato che Barnabò e Galeazzo
-suoi nepoti, per lui relegati ale confine come suspecti
-de la fede, violatori de la pace, perjuri e detestandi,
-non puotessino contrahere matrimonio, e morendo manchassino
-de ecclesiastica sepultura, ne che imperatori ne
-re con epsi potessino havere confederazione, dil che tri
-jurisperiti, difendendo li prenominati fratelli, si appellarono
-de tanta nephandissima declaratione alo imperatore<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a>».
-E in fatti era cosa evidente che, volendosi dividere
-la signoria d'Azzone, i tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo
-avrebbero dovuto per giustizia possedere la porzione
-di Stefano, loro padre e fratello di Luchino e di Giovanni;
-e può darsi che l'ingiustizia che provavano, essendo esclusi
-nella divisione, fosse l'origine di questi guai. Gli avvenimenti
-sono lontani da noi, e non ci sono noti che per quel
-poco che alcuni ce ne hanno tramandato. L'indole di Barnabò
-e di Galeazzo era perversa, come dimostrarono poi;
-quindi Luchino avrà forse avute delle ragioni colle quali
-giustificarsi.
-</p>
-
-<p>
-L'occasione della morte di Luchino la riferirò colle parole
-istesse di Pietro Azario.<a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a> <i>Voverat autem praedicta
-<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span>
-domina Elisabeth, ejus uxor, visitare ecclesiam Sancti
-Marci in Venetiis, ut dicebat. Cui itineri dominus Luchinus
-annuit. Et sociata multis proceribus utriusque
-sexus, iter arripuit, et tamquam imperatrix et cum
-maximis dispendiis et curia pubblicata, recepta fuit in
-Verona per dominum Mastinum. Complevitque iter suum,
-et dicitur etiam voluntatem suam complevisse circa coitum;
-et aliae sociae suae de majoribus Lombardiae fecerunt
-illud idem. Propterea multa scandala sequuta
-sunt. Sed quia amor et tussis nequeunt celari, nec aliquod
-tam occultum, quod non reveletur, quum ipsa rediisset,
-dominus Luchinus scivit et audivit de gestis. Sed
-tamquam sapiens curavit dare ordinem de vendicta. Et
-quia una die dixit, quod in brevi facturus erat in Mediolano
-majorem justitiam, quam umquam fecisset, cum
-pulchro igne, praedicta ejus uxor percepit quod ipsa
-erat in justitia; illa intellecta, propter commissa cum
-persona, non poterat se excusare a praedictis, sicuti alias
-excusaverat. Qualiter autem processissent negotia, ignoratur,
-nec scribitur. Sed dominus Luchinus vindictam
-illam facere non potuit propter defectum vitae</i><a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a>. (1349)
-<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span>
-Così Luchino Visconti si trovò improvvisamente morto il
-giorno 24 di gennaio 1349, all'età di cinquantasette anni,
-dopo di avere signoreggiato nove anni ed alcuni mesi.
-L'Azario non dice che la moglie lo avesse avvelenato, ma
-con un verso conclude:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Nam nulli tacuisse nocet: nocet esse locutum.</i><a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ei ci descrive Luchino così:<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a> <i>Austerus homo visu et
-opere erat, parcus in promittendo, largus in attendendo.</i>
-Sotto il principato di lui in Milano crebbe notabilmente la
-popolazione, la ricchezza e l'industria; e non poteva a
-meno che ciò non accadesse in una metropoli mantenuta
-in pace, situata in un fertilissimo terreno, sotto un sovrano
-che proteggeva e vegliava su i poveri e popolari, contenendo
-i potenti, che manteneva l'ordine pubblico e il facile
-corso alla giustizia: essendo la sede d'un principe che
-dominava diciassette città del contorno. Il carattere di Luchino
-è un misto di buone e di cattive qualità: cuore insensibile
-e mente illuminata per governare, unita a forza
-d'animo e valor personale, il che può formare un fausto
-principato, non mai un principe buono o grande; qualità
-generose, che hanno sempre per base un cuore buono. Le
-lacrime sparse alla morte d'Azzone erano un encomio per
-il principe trapassato, e un biasimo preventivo per quello
-che subentrava; simili desolazioni pubbliche si voglion
-sempre dividere per metà. Luchino in fatti fu sommamente
-temuto per la sua risolutezza, per la sua implacabile severità
-e per la sua profonda dissimulazione
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ostendebat de paucis curare et de multis curabat,</i><a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-dice l'Azario.
-</p>
-
-<p>
-Giovanni Visconti, figlio di Matteo I, fino dall'anno 1317
-era stato canonicamente eletto arcivescovo di Milano; ma
-<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span>
-il papa, al quale dava non poco fastidio la rapida fortuna
-dei Visconti, di propria autorità nominò e consacrò un altro
-arcivescovo, e fu, siccome dissi, il francescano frate
-Aicardo; il quale visse sempre ramingo ed esule dalla sua
-chiesa, dove appena potè ricoverarsi un mese prima della
-sua morte, accaduta nel 1339. Allora di bel nuovo gli ordinari
-elessero per la seconda volta Giovanni Visconti. I
-tempi erano mutati, e quantunque Giovanni avesse accettata
-la dignità di cardinale della chiesa romana dall'antipapa
-Nicolò V (dignità ch'ei però aveva deposta al riconciliarsi
-che fecero i Visconti col papa), Clemente VI lo riconobbe
-e preconizzò arcivescovo l'anno 1342. Giovanni, il
-giorno 17 di agosto 1339, era già stato dichiarato signore
-di Milano dal consiglio generale, insieme col fratello Luchino;
-quindi, dopo la morte di questi, non v'ebbe bisogno
-di nuova elezione per dargli la signoria; onde egli, senza
-altra cerimonia, venne da ognuno obbedito. Si trova però
-un decreto memorabilissimo, fatto dal consiglio generale,
-verosimilmente in questo tempo; poichè, oltre al confermare
-il dominio all'arcivescovo Giovanni, il principato,
-che sino a quel giorno era stato elettivo, si stabilì ereditario.
-Tale decreto leggesi in un antico codice segnato A,
-che si conserva nell'archivio del reale castello, segnato
-n.º 1, pag. 11. Ecco le di lui parole:<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a> <i>Quod praefatus
-magnificus et excelsus dominus Johannes, filius quondam
-bonae memoriae domini Matthei de Vicecomitibus
-et post ejus domini Johannis decessum, eo modo, quilibet
-alius masculus descendens per lineam masculinam
-et ex legitimo matrimonio ex praefato quondam domino
-Matthaeo de Vicecomitibus sit et sint perpetuo
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-verus et legitimus et naturalis dominus, et veri et legitimi
-et naturales domini civitatis et totius districtus
-et dioecesis et jurisdictionis Mediolani.</i> Questo decreto
-ivi è mancante e del principio e del fine. Forse vi erano
-delle condizioni colle quali veniva moderata la perpetua
-sovranità; anzi è assai probabile che il consiglio non volesse
-privarsi del prezioso diritto dell'elezione, senza una
-reciproca ricompensa che assicurasse la immutabile conservazione
-dei privilegi del consiglio medesimo. Ma questo
-archivio, stato custodito dai sovrani che in séguito signoreggiarono,
-non poteva essere un sicuro deposito di simile
-documento, in quella parte che avrà limitata la sovranità.
-Il consiglio, composto di cittadini che non erano stati nominati
-nei comizi generali, ma dal principe istesso, ovvero
-da un podestà che gli era subordinato, non poteva obbligare
-la città, la quale non era rappresentata dal consiglio,
-se non illegalmente. E quand'anche i consiglieri poi avessero
-una legittima rappresentanza, non potevano conferire
-ad altri, se non quanto era in dominio della città medesima.
-La suprema sovranità dell'Impero, per diritto, sussisteva;
-e la pace di Costanza l'aveva definita centosessantasei anni
-prima. Onde quest'atto non poteva confidare ai Visconti se
-non quella porzione della sovranità che, in vigore di quella
-pace, era rimasta alla città; cioè i tributi, l'elezione dei
-magistrati, la guerra e la pace; ma non mai toglierci l'appellazione
-all'imperatore, nè il vassallaggio stabilito nell'anzidetta
-pace.
-</p>
-
-<p>
-Appena l'arcivescovo Giovanni rimase solo alla testa dello
-Stato, ognuno dovette conoscere che la passata sua non
-curanza del governo certamente non nasceva da mancanza
-di talento per governare, nè da indifferenza per la gloria,
-nè da insensibilità per il pubblico bene. Il virtuoso principe
-cominciò il suo regno col far la pace coi vicini; col
-conte di Savoia, coi Gonzaghi, col marchese di Monferrato
-e coi Genovesi, posti prima in armi per le invasioni che
-Luchino aveva fatte, dilatando lo Stato proprio a danno
-loro. Assicuratosi così d'un pacifico dominio, la natura e
-l'indole sua benefica lo portarono a terminare la miseria
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-degli esuli nipoti. Matteo, Barnabò e Galeazzo furono richiamati
-dall'esilio ed accolti come a principi si conveniva.
-Diede Regina della Scala in moglie a Barnabò, e Bianca di
-Savoia a Galeazzo; e festeggiò quelle nozze illustri con
-pompe ed allegrezze pubbliche; fra le quali vi furono dei
-tornei d'una nuova foggia, cioè colle selle alte, usanza
-che Barnabò aveva insegnata, seguendo la costumanza da
-lui imparata nella Francia. Oltre lo stato signorile e lieto
-al quale fece passare i nipoti, quel magnanimo arcivescovo
-si risovvenne di Lodrisio Visconti, che, dopo la battaglia
-di Parabiago, da più di dieci anni languiva in carcere,
-e lo rese libero. L'anima grande e generosa di Giovanni
-non dava luogo a quelle diffidenze e sospetti che
-dominavano nel cuore di Luchino. (1350) Appena un anno
-era passato da che Giovanni reggeva lo Stato, esteso sopra
-diciassette città, quale glielo aveva lasciato Luchino, che
-egli, senza umano sangue e senza pericolo, fece un insigne
-acquisto; e col mezzo di duecentomila fiorini d'oro sborsati
-a Giovanni Pepoli, comprò il dominio della città di Bologna
-l'anno 1350<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a>. Prevedeva però il sovrano arcivescovo
-che questa importantissima addizione non poteva accadere
-senza forti contrasti, singolarmente per parte del papa, il
-quale, sebbene domiciliato in Avignone, sempre stava vigilante
-sull'Italia; e se tollerava che il Pepoli, piccolo
-principe, e che facilmente poteva superarsi, dominasse
-Bologna, non così tollerante doveva essere poi, passando
-quella a incorporarsi nella potente dominazione dei Visconti.
-In fatti Clemente VI mandò un ordine all'arcivescovo
-Giovanni, acciocchè, entro lo spazio di quaranta
-giorni, dovesse restituire Bologna alla Santa Sede; minacciando
-in caso di contumacia di volerlo scomunicare, insieme
-ai nipoti suoi quanti erano, e porre all'interdetto
-tutti i popoli del suo dominio<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a>. (1351) Giovanni non si
-cambiò per questo, nè pensò di abbandonare Bologna;
-onde il giorno 21 di maggio dell'anno 1351 il papa scomunicò
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-l'arcivescovo e i tre nipoti Matteo, Barnabò e Galeazzo,
-e pose l'interdetto su tutte le diciotto città dei
-Visconti<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a>. Il Corio ci racconta come «il pontefice, sdegnato
-contra di lui per la presa di Bologna, havendo questa
-città interdicta, li destinò uno legato, il quale con
-somma humanità dal Presule fu ricevuto. Duoppo li expuose
-per parte del summo sacerdote che a Santa Chiesia
-volesse restituire Bologna, e che anche dil suo dominio
-una cosa facesse, e che il spirituale o che il temporale
-solo administrasse: la qual cosa intendendo Giovanne respuose
-che la proxima domenica nel magiore templo de
-Milano li darebbe conveniente risposta, dove il deputato
-giorno convenendosi ogniuno, Giovanne con grande solennitate
-celebrò la messa, la quale essendo finita, in cospecto
-dil populo, il legato, secundo l'ordine dato un'altra volta
-replicò l'ambasciata dil pontefice, onde dappoi il magnanimo
-arcivescovo evaginò una lucente spada quale haveva
-a lato, e da la mano sinistra pigliò una croce dicendo:
-questa è il mio spirituale, e la spada voglio che sia il
-temporale per la difesa di tutto il mio imperio; e non
-con altra risposta il legato tornando al pontefice referì
-quanto da lo arcivescovo Giovanne haveva havuto». Siegue
-poscia il Corio medesimo a narrarci come, essendo il papa
-sempre più irritato ed animoso contro dell'arcivescovo
-Giovanni, lo citasse a comparire in Avignone; e che l'arcivescovo
-Giovanni, preparato già a comparirvi col séguito
-di dodicimila cavalli e seimila fanti, venisse poi dispensato
-dal papa istesso dall'intraprendere il viaggio, e si accomodasse
-in tal guisa pacificamente ogni cosa. Anche il
-Giovio e il Ripamonti raccontano questi fatti. Il Muratori
-ed il conte Giulini non prestano in ciò fede al Corio. Sono
-però gli autori d'accordo nell'asserire che la scomunica e
-l'interdetto vennero pubblicati, e che la riconciliazione si
-fece ben tosto, ritenendo il Visconti Bologna in qualità di
-Vicario della Santa Sede. Fra le mie monete patrie una
-ne ho d'oro, valore d'un gigliato, di Bologna, colla biscia
-Visconti, che credo battuta in questi tempi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-</p>
-
-<p>
-(1353) Bologna erasi acquistata senza pericolo e senza
-sangue; e senza sangue o pericolo l'accorto Giovanni acquistò
-un'altra non meno cospicua città, cioè Genova, l'anno
-1353, ed ecco come. Erano i Genovesi impegnati sventuratamente
-a guerreggiare contro de' Veneziani, collegati col re
-Pietro di Aragona. Erano stati malamente battuti da quelle
-forze preponderanti i Genovesi. Le loro navi erano quasi
-distrutte; e Genova si trovava bloccata dalla parte del mare;
-e per terra ancora, dalla parte di ponente, custodita dagli
-Spagnuoli; per modo che non le rimaneva altra via per ottenere
-i viveri, che già mancavano, se non dalle terre possedute
-da Giovanni arcivescovo. Proibì questi che nè da
-Alessandria, nè da Tortona, nè da Piacenza, nè dalla Lunigiana,
-nè da veruna altra parte del suo Stato venisse portato
-alcun alimento ai Genovesi; e così, anzi che perire o
-cader nelle mani de' loro nemici, quei cittadini presero il
-solo partito che loro rimaneva offerendo a Giovanni la signoria
-della loro città. Quest'offerta venne accettata ben
-presto, e il nuovo principe, nel mese di ottobre del 1353,
-prendendo solennemente possesso di quella illustre città;
-v'introdusse al momento l'abbondanza e la gioia. Così aggiunse
-Giovanni al suo Stato la decimanona città, e diventò
-padrone di un porto di mare. Ciò fatto spedì quel principe
-a Venezia degli ambasciatori, acciocchè cessassero i Veneziani
-di offendere Genova, divenuta cosa sua. I Veneziani, i
-quali già dovevano vedere con sospetto la potenza preponderante
-del Visconti, non vollero ascoltare discorso di pace.
-(1334) Giovanni fece allestire una poderosa armata navale,
-la quale lasciò il porto di Genova, spiegando al vento del
-mare, per la prima volta, le insegne della vipera; e seppe
-così bene farsi rispettare, che bruciò Parenzo, città marittima
-dell'Istria soggette ai Veneziani, indi battè la flotta
-veneziana presso Modone, sulle costiere della Grecia<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a>.
-Quando, ventisei anni prima, Giovanni Visconti trovavasi
-coi fratelli nel carcere orrendo di Monza, chi avrebbe mai
-potuto prevedere ch'ei dovesse un giorno rappresentare
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-sul teatro del mondo il personaggio che vi sostenne poi!
-Chi mai avrebbe potuto accostarsi all'orecchio di Matteo,
-mentre vivea da povero privato in Nogarola, e dirgli: Tu
-sarai sovrano, e da qui a quarant'anni i figli tuoi domineranno
-un principato che potrà nominarsi un regno: Bologna,
-Parma, Piacenza, Cremona, Crema, Bergamo, Brescia,
-Como, Milano, Lodi, Pavia, Vigevano, Novara, Alessandria,
-Tortona, Vercelli, Asti, Genova e Bobbio; dicianove città!
-L'Ente Supremo regge gli avvenimenti. Il saggio impara
-ad adorarne i decreti; si tiene modesto nella prospera, e
-fermo nell'avversa fortuna.
-</p>
-
-<p>
-Se Azzone aveva invitato, siccome ho detto, i migliori artisti,
-e gli aveva condotti a Milano, Giovanni vi accolse e vi
-onorò sommamente il più dotto ed elegante letterato di
-quel secolo, Francesco Petrarca. Egli venne a Milano l'anno
-1353 per vedere la città; e l'arcivescovo Giovanni, sensibile
-al merito, lo onorò tanto, che lo indusse a fissarvi la
-sua dimora. Il buon principe era magnifico e sociale. La
-corte era aperta agli uomini di merito, nazionali o forestieri.
-Egli amava la società della mensa; e tanto crebbe
-presso di lui la stima del Petrarca, che lo fece sedere nel
-suo consiglio, e lo spedì a Venezia suo ambasciatore all'occasione
-detta poc'anzi. Petrarca, nelle sue lettere si
-esprime che egli amava in Milano gli abitanti, le case, l'aria,
-i sassi, non che i conoscenti e gli amici. L'unica figlia
-sua la maritò in Milano a Francesco Borsano; e la tenerezza
-che egli aveva per quella e per il figlio adottivo Borsano,
-ch'egli poi istituì suo erede, gli rendevano caro questo
-soggiorno come una nuova sua patria. Scrivendo Petrarca
-della prepotente influenza del clima, oggetto sviluppato nel
-nostro secolo dall'immortale Carlo Secondat, ma non intentato
-dal Petrarca, ei così dice de' Milanesi:<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a> <i>Totam
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-praeterea Rheni vallem colonis ab Augusto missis habitatam
-invenio; verum haec sedium mutatio non patriam
-ad quam pergitur, sed pergentes immutat. Itaque
-et Galli in Asiam, Asiani, et Itali in Phrygiam profecti,
-Phryges, et post Troyae excidium in Italiam reversi, Itali
-iterum facti sunt. Sic nostri, in Galliam vel Germaniam
-traslati, naturam illarum partium imbiberunt moresque
-barbaricos, et Mediolanenses, a Gallis conditi atque
-olim Galli, nunc mitissimi hominum, nullum servant
-vestigium vetustatis; ita vis coelestis humana
-moderatur ingenia</i><a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a>. Petrarca aveva tanta passione per
-l'Italia, che potevasegli imputare a ragione la ingiustizia
-colla quale detestava i costumi oltramontani; dal che però
-ne risultava una lode esimia ai Milanesi. Egli alloggiava
-dicontro a Sant'Ambrogio; anzi nel suo testamento, pubblicato
-nelle opere sue, ordinò d'essere ivi tumulato, qualora
-fosse morto in Milano. Questo testamento lo fece in
-Padova l'anno 1370. Aveva Petrarca una piccola villa, poco
-discosta dalla città, nelle vicinanze della Certosa di Garignano;
-e quel casino solitario lo chiamava <i>Linterno</i>, col
-nome della villa di Scipione Africano; comunemente poscia
-acquistò nome <i>l'Inferno</i>, parola più nota della prima. Si
-dice che Giovanni Boccaccio, per amore del suo amico Petrarca,
-vivesse qualche tempo con lui in Milano, e al suo
-Linterno. Si dice ancora che, dopo la morte Giovanni arcivescovo,
-cadendo la signoria di Milano nelle mani de' tre
-figli di Stefano, Matteo, Barnabò e Galeazzo, Petrarca recitasse
-l'orazione inaugurale nella chiesa maggiore, ove celebravasi
-la funzione di consegnar loro il dominio; e che
-un impudente astrologo, ad alla voce gridando, lo interrompesse
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-asserendo che in quel momento i pianeti erano
-faustamente collocati; e non si doveva perderlo, per non
-avventurare la prosperità del nuovo governo. Si pretese
-anzi, che, essendosi consegnato il bastone del comando a
-Matteo fuori del tempo, da ciò ne accadesse poi il misero
-e presto suo fine. La credulità e l'ignoranza erano certamente
-grandi a quei tempi; e alcuni pochi uomini illuminati
-non bastavano a sgombrarla sì tosto dai popoli, che le
-avevano ereditate dalla lunga notte de' barbari secoli precedenti.
-Petrarca fu da' Visconti spedito ambasciatore al re
-di Francia Giovanni, ed all'imperatore Carlo IV, che trovavasi
-in Praga, e tanto venne considerato il di lui merito,
-ch'egli stesso fu trascelto all'onore di levare al sacro fonte
-il primogenito che nacque dalle nozze di Barnabò, e in
-quella occasione compose il <i>Genethliacon Marci Mediolanensium
-principis</i>, che così comincia:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Magne puer, dilecte Deo, titulisque parentum</i></p>
-<p class="i01"><i>Praefulgens, populis olim venerande superbis,</i></p>
-<p class="i01"><i>Sit modo vita comes, teneris sit spiritus annis;</i></p>
-<p class="i01"><i>Expectate diu nobis, patriaeque patrique,</i></p>
-<p class="i01"><i>Laete veni, vitaeque viam foelicibus astris</i></p>
-<p class="i01"><i>Ingredere, et rebus gaudens accede secundis;</i></p>
-<p class="i01"><i>Te Padus expectat dominum, etc.</i><a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-poi, dopo di aver descritti i fiumi del vasto di lui Stato,
-passa a fargli dono d'una coppa d'oro co' versi seguenti:<a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Quum tamen egregius vivendo adoleverit infans,</i></p>
-<p class="i01"><i>Hanc habeat pateram, et roseo bibat ore jubeto:</i></p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span></p>
-<p class="i01"><i>Parva decent parvos: minimus sum, maximus ille,</i></p>
-<p class="i01"><i>Parva sed est aetas, lucis nova limina nuper</i></p>
-<p class="i01"><i>Attigit, et coelum trepido suspexit ocello;</i></p>
-<p class="i01"><i>Aetati, non fortunae, munuscula dantur</i></p>
-<p class="i01"><i>Apta suae, ludet, nitido mulcente metallo;</i></p>
-<p class="i01"><i>Spernet idem ex alto fuerit dum plenior aetas,</i></p>
-<p class="i01"><i>Et rutilam terre faecem sciet esse profundae.</i></p>
-<p class="i01"><i>At fortasse sibi tunc carmina nostra placebunt;</i></p>
-<p class="i01"><i>Perleget, et secum, sacro dum fonte levabar.</i></p>
-<p class="i01"><i>Tanto humilem excelsus genitor dignatus honore est</i><a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a>.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Probabilmente Petrarca (che non poteva stare in Firenze,
-sua cara patria, immersa nelle fazioni), disingannato dai
-viaggi fatti nella Francia e nella Germania, non avrebbe
-mai più abbandonato il nostro paese, dove vivea ammirato
-da ognuno e distintamente onorato dai sovrani, e dove aveva
-stabilmente collocata la figlia, e creatasi una famiglia per
-adozione, se il disastro spietatissimo della pestilenza, che
-desolò Milano, non lo avesse costretto a rifugiarsi altrove.<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a>
-<i>Mediolanum, urbem Ligurum caput et metropolim,</i>
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-dice egli, <i>usque ad invidiam hactenus horum nesciam
-laborum, et coeli salubritate, et clementia, et populi
-frequentia gloriantem, sexagesimus primus annus et
-vacuam fecit et squallidam</i><a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a>. Galeazzo II molto si regolò
-col consiglio del Petrarca e nel formare la biblioteca,
-che radunò in Pavia, e nel piantarvi gli studi dell'Università.
-È celebre la distinzione che gli venne fatta in Milano,
-quando, nella pompa delle nozze di Violanta Visconti, Galeazzo
-II volle che Petrarca sedesse commensale, insieme
-collo sposo Lionetto, figlio di Edoardo III re d'Inghilterra.
-</p>
-
-<p>
-Giovanni Visconti, arcivescovo e signore di Milano e di
-altre diciotto città, fra le quali Genova e Bologna, cessò di
-vivere il giorno 5 di ottobre dell'anno 1354, dell'età di sessantaquattro
-anni, dopo d'aver regnato sei anni appena;
-poichè il tempo in cui comparve ch'ei correggesse con Luchino
-non può contarsi, tanto poco s'immischiò egli allora
-negli affari dello Stato. Giovanni fu un principe umano,
-benefico, giusto, liberale, fermo e d'animo signorile, e merita
-un luogo fra i buoni principi vicino ad Azzone. Il tumulo
-di lui si vede nel coro della Metropolitana.
-</p>
-
-<p>
-Milano, nei ventiquattr'anni nei quali regnarono Azzone,
-Luchino e Giovanni, i primi che apertamente si dichiararono
-sovrani, battendo moneta col loro nome, godette
-la pace, e provò alfine i beni dell'ordine sociale e della
-civile sicurezza. I Milanesi abbandonarono il mestiere dell'armi,
-e si rivolsero a più miti e più industriosi pensieri,
-alla mercatura cioè, alla coltivazione delle arti e delle terre.
-La popolazione e la ricchezza crebbero in proporzione, e
-qualche coltura appresero gl'ingegni, onde questi oggetti
-meritano dilucidazione.
-</p>
-
-<p>
-La prima epoca del risorgimento dell'agricoltura milanese
-io la trovo nel blocco che Federico I pose intorno della
-città; allorquando fece devastare le piante e le campagne,
-ed atterrare i boschi che ci stavano intorno. Il bene è sempre
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-figlio del male. Liberati che fummo da quel nemico
-terribile, poichè la libertà civile fu cimentata colla lega
-lombarda, si dovettero ridurre a coltura i boschi incendiati;
-unico mezzo per cui i proprietari, ai quali non rimaneva
-più legna spontanea, non ricavassero qualche profitto dal
-loro fondo. Infatti verso quei tempi pensarono i Milanesi a
-promovere l'irrigazione, a fecondare i loro campi colle
-acque, e si scavarono il Tisinello e la Muzza; il primo verso
-l'anno 1179, e l'altra l'anno 1220<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a>. Indi il Tisinello
-venne allungato sino a Milano verso la metà del secolo
-decimoterzo, cioè l'anno 1257; operazioni tutte le quali
-non ebbero allora per oggetto la navigazione, ma bensì la
-semplice irrigazione delle terre. Io ho per qualche tempo
-creduto che i Milanesi, ritornati dalle crociate, avessero
-portata dall'Egitto nella loro patria la coltura del riso, e
-che questi scavi di canali e questa diramazione di acqua
-sulle terre venissero fatti a tal fine. Ma ho poi dovuto essere
-convinto che la coltivazione del riso presso di noi è di
-molto posteriore a quelle opere pubbliche; e ne serve
-d'invincibile prova la tassa che il tribunale di Provvisione
-faceva delle droghe; e quella singolarmente che ha pubblicata
-l'esattissimo nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a>, ove scorgesi
-che il giorno 18 aprile 1386 venne ordinato che gli speziali
-e i droghieri non possano vendere il riso più che a
-dodici imperiali la libbra. Questo decreto trovasi nell'archivio
-del tribunale di Provvisione, d'onde l'ha tratto il
-chiarissimo autore. Se il riso fosse stato, come oggidì, un
-prodotto della nostra agricoltura, non sarebbesi venduto
-dagli speziali droghieri. Il prezzo poi di un soldo per libbra
-(avuto ragguaglio alla moneta di quei tempi) lo mostra
-ancora con maggiore sicurezza, anche paragonandolo alla
-tassa del mele sottile e fino, che in quel medesimo decreto
-viene fissato ad un terzo meno del riso, cioè ad imperiali
-otto la libbra. Quest'irrigazione adunque serviva ai soli
-prati, e forse allora il clima di Milano era più salubre di
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-quello che ora non è; da che si è ogni anno sempre più
-dilatata l'irrigazione, ed introdotta singolarmente la coltura
-dei risi; e perciò il Petrarca, fra le qualità che rendevano
-allora pregevole Milano, vi pose <i>coeli salubritate</i>, come
-poco anzi si è veduto. La nostra agricoltura ci produceva,
-siccome ho già altrove indicato, varie sorta di grani, frumento,
-segale, miglio, seligine, orzo, scandella. La coltura
-parimenti del lino e delle viti è antichissimo presso di noi.
-I prati si andavano moltiplicando, perchè s'erano introdotte
-razze di cavalli, e il lusso aveva dilatato il bisogno di questi
-tanto utili e generosi animali. Se poi tanto grano si
-raccogliesse quanto occorreva al nutrimento del popolo,
-non è così facile il deciderlo; poichè in una concordia
-che si fece fra i nobili e i popolari, l'anno 1225, venne
-pattuito fra gli altri articoli, che il comune di Milano dovesse
-ogni anno far venire da paese estero de' grani, pel
-valore di seimila lire di terzoli. Il che non saprei se debbasi
-considerare come una forzata compiacenza de' nobili
-terrieri verso di un error popolare, come inclina a crederlo
-il nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a>; ovvero come una prudente precauzione,
-in tempi ne' quali questo commercio era vincolato.
-Parmi che se le terre fossero state bastantemente
-feraci di grano, si sarebbe dalla plebe domandata, non
-l'introduzione del grano estero, ma del più vicino e nazionale,
-per assicurare l'alimento alla città. Generalmente
-si mangiava in Milano pane di mistura; e l'anno 1355 vi
-era in tutta la città un forno solo che fabbricasse il pane
-bianco di puro frumento; pane che allora era di lusso; e
-questo forno privilegiato chiamavasi <i>il prestino dei Rosti</i>,
-ed era vicino alla piazza dei Mercanti<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a>. È bensì vero che
-l'uso di servire con pane di frumento puro e bianco, nei
-pranzi d'invito, era anche un secolo prima conosciuto
-presso di noi; e ne fa prova una sentenza favorevole ai canonici
-di Varese, pronunziata l'anno 1248, in cui venne
-condannato un beneficiato a dar loro la domenica avanti
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-Natale un pranzo composto,<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a> <i>videlicet, panis frumentini
-boni et bene cocti et albi, et vini boni, et puri ad sufficentiam
-et capponorum, videlicet unum inter duos
-plenum, et carnium bovis et porci cum bonis piperatis,
-videlicet frustum unum, sive petiam bovis competentem
-et bonam inter duos; ed aliud frustum seu petiam porci
-cum bonis piperatis inter duos, et frustum, sive petiam
-unam carnis porcinae assatae, sive rostitae cum paniciis
-inter duos; et hec omnia ad sufficientiam, secundum
-quod decet, praestet singulis annis</i>. La carta si
-conserva nell'archivio della collegiata di Varese, e l'ha
-pubblicata l'erudito nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a>. Verso la fine
-dei capitolo sesto ho ricordato un altro pranzo, preteso un
-secolo prima, da altri canonici, i quali chiedevano <i>lombulos
-con panitio</i>; ora si trattava <i>cum panitii</i>. Potevano
-forse essere pagnotelle più fine, di mero fiore di farina
-apprestate sul finir della mensa. <i>La piperata</i> si è veduta
-nominata in quella carta del 1148, si vede in questa
-del 1248, si usava ai tempi del Corio; e l'abbiamo anche
-oggidì scritta nella tariffa della mercanzia, col tributo
-di trentasei soldi e mezzo per ogni rubbio, sebbene ora
-non sappiamo più cosa ella si fosse. Io la crederei una
-salsa stimulante, e in cui entrava singolarmente il pepe,
-simile a quella che ora adoperiamo colla senape.
-</p>
-
-<p>
-Il Fiamma, che viveva appunto ai tempi di Giovanni arcivescovo,
-ci lasciò un'idea della ricchezza e del lusso di
-quel tempo:<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a> <i>Nunc vero in praesanti aetati priscis
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-moribus superaddita sunt multa ad perniciem animarum
-irritamenta: nam vestis praetiosa, et ornatu superfluo
-circumtecta per totum; in ipsis vestibus, tam
-virorum quam mulierum, aurum, argentum, perlae
-inseruntur. Frixa latissima vestibus superinducuntur.
-Vina peregrina, et de partibus ultramarinis bibuntur:
-cibaria omnia sunt sumptuosa: magistri coquinae in magno
-praetio habentur</i><a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a>. Lo stesso Fiamma ci attesta che
-in Milano al suo tempo eranvi delle manifatture assai perfette
-e stimate al di fuori, e fra le altre vi si lavoravano
-gli elmi, le corazze e tutte le armature di ferro,<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a> <i>speculorum
-claritatem excedentes. Soli enim fabri loricarum
-sunt plures centum, exceptis innumerabilibus subjectis
-operariis</i>; e di queste nostre manifatture, dice quell'autore,
-che ne somministravano a tutta l'Italia non solo,
-ma se ne trasportavano per sino ai Tartari ed ai Saraceni.
-Questa manifattura, di cui troviamo la materia ne' monti
-vicini, si mantenne per molto tempo in Milano, e vediamo
-nell'estratto fatto poi, all'occasione del censo, dai libri
-delle gabelle dell'anno 1580, che si considerarono, dal
-ragionato dall'estimo Barnaba Pigliasco, da Milano trasportate
-agli esteri: armature di cavalli N. 100, a lire 55. 10,
-lire 5650; armature di fante N. 390, a lire 33. 15,
-lire 13,162. 10. Il Fiamma pure ci attesta che le nostre
-razze de' cavalli erano della maggiore altezza e forza; e
-tali dovevano appunto ricercarsi nel secolo in cui dovevano
-portare alla guerra gli uomini tutti coperti di ferro, e talvolta
-gli arnesi istessi del cavallo erano del metallo medesimo,
-per assicurarlo dalle ferite. De' cavalli nostri ne facevano
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-smercio assai nella Francia, a quanto ci attesta quell'autore
-contemporaneo; e tale era probabilmente il frutto
-dell'irrigazione estesa, e de' nostri prati. Oltre questi due
-articoli di commercio, erari già piantata l'industria del
-lanificio in Milano ai tempi di Luchino e di Giovanni Visconti;
-e il Fiamma dice de' nostri mercanti:<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a> <i>Ipsi enim
-mercatores discurrunt per Franciam, Flandriam, Angliam
-ementes lanam subtilem, ex qua in hac civitate
-texuntur panni subtiles in maxima quantitate, qui tinguntur
-omni genere tincturarum, qui per totam Italiam
-deferuntur</i>. Quest'industria del lavoro de' pannilani, la
-quale crebbe dappoi e formò la ricchezza cospicua di Milano,
-era già presso di noi conosciuta anche prima del
-Fiamma, e poco dopo l'epoca di Federico I. Almeno in
-Como ed in Monza si lavoravano de' pannilani fino dal 1216;
-poichè nell'antico esemplare degli Statuti di Milano compilati
-in quell'anno, esemplare che ritrovasi nella biblioteca
-Ambrosiana, vedonsi tassati i pannilani di Como e di Monza
-a pagare quattro imperiali per ogni pezza, entrando in
-Milano. Anche delle tele di cotone e de' lini nostri se ne
-faceva spaccio, singolarmente in Levante, col mezzo dei
-Veneziani e de' Genovesi, ch'erano diventati assai ricchi e
-commercianti; avendo, i primi singolarmente, approfittato
-moltissimo col trasporto dei crocesignati, colla somministrazione
-de' viveri alle Crociate, allorchè prudentemente
-tranquilli, in mezzo alla fermentazione universale colsero
-l'occasione d'impratichirsi del mare e de' porti del Levante,
-onde si resero arbitri del commercio d'Europa coll'Asia;
-la qual ricchezza si sparse anche sopra di noi ed animò la
-nostra industria. Nè i soli cavalli, le armature, e i pannilani e
-i pannilini erano i capi del nostro commercio utile cogli esteri.
-Sino da' primi anni del secolo decimoquarto eranvi da noi
-degli artefici che fabbricavano anche drappi di seta; e Niccolò
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-Tegrimo, nella vita di Castruccio Antelminelli, ci narra
-che, avendo Castruccio ed Uguccione della Fagiuola occupato
-Lucca l'anno 1314, i fabbricatori di drappi di seta
-vennero a rifugiarsi in Milano<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a>. La seta allora era sommamente
-cara; e un drappo di seta si valutava lire venti
-d'allora la libbra; e ognuno sa che la lira d'allora era quasi
-due terzi d'un fiorino d'oro, ossia gigliato, che correva
-per trentadue soldi; così che la libbra di seta costava dodici
-gigliati e mezzo. Facilmente pure ognuno comprende quanto
-maggior pregio in que' tempi dovesse aver l'oro, che nei
-secoli a noi più vicini è diventato assai più abbondante,
-per i paesi scoperti, per le nuove miniere scavate, e per
-la comunicazione del vasto commercio aperta fra tutti i
-popoli conosciuti della terra.
-</p>
-
-<p>
-Della popolazione di Milano ce ne ha lasciato memoria
-Buonvicino da Ripa verso l'anno 1288. Quell'autore vivente
-dice che v'erano tredicimila porte di case, seimila pozzi,
-quattrocento forni per cuocere pane, e mille taverne di vino,
-cento cinquanta alberghi pei forestieri, tremila ruote da
-mulino, e seimila giumenti che portavano la farina nella
-città; in cui dice ch'eranvi ducentomila abitanti, fra i
-quali quarantamila atti alle armi; che si mangiavano ogni
-giorno in Milano mille e ducento moggia di farina; che
-entravano ogni anno nella città cinquantamila carri di legna,
-ducentomila carri di fieno e seimila carri di vino, e si
-consumavano di sale in Milano staia seimilacinquecento.
-Questa descrizione facilmente si conosce che non merita
-fede. Seimila giumenti impiegati a portare mille e ducento
-moggia di farina al giorno sono incompatibili, mentre un
-moggio lo porta sulle spalle un villano robusto. Quarantamila
-uomini atti alle armi sono pure una cosa sconnessa.
-La popolazione di ducentomila abitanti, suppongasi metà
-di uomini e metà di donne; dagli uomini si deducano i
-bambini, i fanciulli ed i vecchi; non rimarranno quarantamila
-uomini atti alle armi. Seimila carri di vino, suppongasi
-portar ciascuno dieci brente, saranno sessantamila
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-brente di vino che entravano in città per uso di ducentomila
-abitanti: ora centoventimila, quanti abitano in Milano,
-consumano più del quadruplo. Anche le staia seimila e
-cinquecento di sale sarebbero proporzionate alla popolazione
-di ventiseimila abitatori, e non mai di dugentomila.
-Poca e nessuna fede merita quella relazione fatta da un
-uomo che descrive diciotto laghi e sessanta fiumi abbondantissimi
-di pesci nel contorno di Milano. Abbenchè consideriamo
-ragionevolmente come scritti piuttosto a caso
-quei numeri, che per vera cognizione, difficile assai ad aversi
-in que' tempi, egli è però assai probabile che fosse numerosa
-la popolazione d'una città alla quale dovevano, come a residenza
-e a dominante, ricorrere, al tempo di Giovanni arcivescovo,
-i cittadini di diciotto città del contorno. Petrarca
-la qualificò, siccome vedemmo, <i>populi frequentia gloriantem</i>;
-e Pietro Azario, che viveva mentre la pestilenza
-del 1361 devastò Milano, asserisce che in Milano perirono
-per quella sciagura settantacinquemila abitatori; il che
-può verosimilmente farci credere ch'essi fossero più di
-centocinquantamila. Nè è difficile il concepire come una
-popolazione maggiore dell'attuale fosse contenuta entro di
-una città di un recinto più angusto di quanto ora lo sia:
-poichè sappiamo che tutte le case nobili e vaste sono state
-formate colla incorporazione di più e più case piccole; che
-molti monasteri e conventi e chiese sono piantate oggidì in
-luoghi che servivano allora all'abitazione del popolo; e che
-finalmente il lusso di abitare per pompa uno spazio vasto
-di luogo, e il conservare signorilmente un buon numero
-di stanze, al solo uso che siano trascorse da chi ci viene
-a visitare, prima che ci ritrovi, non era il lusso di quel
-secolo nè di questa popolata città. Nel principio del secolo
-decimoterzo v'erano in tutto in Milano tredici monasteri, sei
-di frati e sette di suore<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il governo civile di que' tempi era una vera dominazione
-di un solo, con qualche apparenza di repubblica; poichè
-il consiglio degli ottocento, che poi a' tempi di Luchino diventò,
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-non saprei come, di novecento, di tempo in tempo
-si radunò, sino verso la fine del secolo decimoquarto. Ma
-le deliberazioni che si pretendevano, non erano altro che
-giuramenti di fedeltà, acclamazioni al nuovo signore, e
-convalidazioni del sistema monarchico. Questi consiglieri,
-che non erano a vita, ma bensì trascelti per rappresentare
-la città in occasioni passeggiere, non erano altrimenti nominati
-dal popolo; ma originariamente traevano la loro
-commissione dalla nomina del principe o del suo ministro;
-onde quel consiglio era, siccome anche di sopra ho accennato,
-una mera popolare illusione, che rappresentava una
-apparente libertà. Verso la metà del secolo decimoquarto
-si creò il vicario di provvisione, che presedeva ai dodici.
-<i>Vicario</i> significava lo stesso che <i>vicegerente</i>, ossia <i>luogotenente</i>;
-un ministro insomma che teneva il luogo e faceva
-le parti del sovrano. Quel tribunale nella sua origine non
-fu un dicastero civico, ma bensì fu un tribunale eletto dal
-sovrano; al quale era commessa la percezione e direzion
-de' tributi, la cura dell'abbondanza, e la vigilanza sopra i
-giudici della città, per modo che sembra fosse questo allora
-il solo dicastero che si radunava in Milano, e avesse riunite
-le separate cure che oggidì occupano il senato, il magistrato
-camerale e il tribunale di Provvisione medesimo<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a>.
-Ora questo tribunale di Provvisione, poichè fu consolidata
-la signoria dei Visconti, eleggeva ei medesimo i novecento
-consiglieri, ogniqualvolta occorresse di avvalorare con questa
-formalità il volere del sovrano; di che ce ne serve di
-prova l'antico registro della città segnato num.º 1, ove, alla
-pag. 107, si legge:<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a> <i>MCCCLXXXVIII, die XXII Julii.
-Per dominos vicarium et XII Provixionum Comunis
-Mediolani et sindicos dicti Comunis electi fuerunt infrascripti
-cives Mediolani, qui sunt et esse intelliguntur
-consilium DCCCC Comunis Mediolani.</i>
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-</p>
-
-<p>
-La politica de' nuovi principi tendeva ad allontanare, siccome
-dissi, il popolo dal mestiero della guerra, la quale
-sempre più si andava facendo, per mezzo di stipendiati forestieri.
-Così nacquero le compagnie di avventurieri, che
-si vendeano da' loro capi ora ad un principe, ora ad un'altro;
-e così pure alcuni capi di tali sgherri si resero formidabili
-ai sovrani medesimi, e giunsero ad acquistare per
-loro conto degli Stati, come fra gli altri avvenne alla casa
-Sforza. Conseguenza di un tal sistema era l'accrescimento
-de' tributi per aver mezzi onde stipendiare quegli estranei,
-ai quali si commetteva la difesa dello Stato. Oltre il catasto
-generale de' fondi (che si fece, siccome vedemmo, verso la
-metà del secolo decimoterzo, e sul quale s'incominciarono
-a ripartire i carichi pubblici, che prima si distribuivano
-per capitazione, ovvero sulla stima annua de' frutti raccolti)
-s'instituì la privativa della vendita del sale, di cui la più antica
-memoria che abbiamo ce la riferisce il Corio all'anno
-1272. In un trattato fra il re Roberto di Napoli e i fuorusciti
-milanesi del partito de' Torriani, promise il re che
-egli non avrebbe guadagnato nella vendita del sale se non
-venti soldi papali per ogni moggio, e ciò per il sale comune;
-il bianco però e raffinato era libero a lui il venderlo
-come più gli fosse piaciuto. Questo trattato si fece l'anno
-1312. Venti soldi papali del secolo decimoquarto valevano,
-secondo il calcolo del Muratori, ventiquattro paoli<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a>.
-Il moggio è di staia settanta; e, ciò posto, la gabella si riduceva
-a cinque soldi de' nostri per ogni staio di sale; così
-che a un dipresso allora prometteva di venderlo al valore
-che oggidì corrisponderebbe a soldi quaranta per ogni staio.
-Per un trattato di commercio che si fece fra i Milanesi ed
-i Veneziani l'anno 1317, segnalo il giorno 30 d'agosto in
-Venezia, i Veneziani si obbligarono a dare a quegli il sal
-marino, e i milanesi si obbligarono a prenderlo tutto da
-essi, ed a non spanderlo nè sul Comasco nè sul Veneto. A
-noi rimase però la libertà di venderlo poi agli abitatori
-delle Alpi. Questo pregievole monumento ritrovasi in un
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-antico codice MS. presso del signor marchese Giovanni Corrado
-Olivera, signore venerabile per l'integrità e beneficenza,
-più ancora che per i luminosi titoli e la presidenza
-del senato. Sono già più di quattro secoli e mezzo da che
-prendiamo i sali da Venezia, e li vendiamo agli Svizzeri e
-Grigioni. Al tempo di Luchino, la gabella del sale della città
-di Milano e del contado gli fruttava tremila fiorini d'oro<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a>;
-presentemente se ne ricava cinquanta volte altrettanto.
-È vero che l'oro allora aveva notabilmente più di valore
-che ora non ha, dopo l'abbondanza che ne hanno prodotte
-le nuove miniere e il commercio, siccome torno a ricordare.
-Non abbiamo notizie bastanti di quei tempi per indicare i
-positivi prezzi ai quali siasi venduto il sale alle gabelle.
-Sappiamo però dai registri civici esaminati dall'instancabile
-conte Giulini, che verso la fine del secolo decimoquarto
-si vendeva a soldi cinquanta lo staio; prezzo veramente
-gravoso, poichè il fiorino d'oro correva a soldi trentadue<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a>.
-Il carico poi della macina alle porte di Milano erasi
-imposto sino dell'anno 1333, come ce ne fa fede una carta
-dell'archivio dello spedal maggiore, esaminata dal conte
-Giulini<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a>. La gabella della <i>Dovana</i> eravi pure già verso la
-fine del medesimo secolo decimoquarto<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a>; poichè vi è il decreto
-che dice:<a class="tag" id="tag93" href="#note93">[93]</a> <i>cum etiam per datiarios Dovanae bestiarum
-grossarum et minutarum dicti vestri comitatus
-fiant diversimodae extorsiones</i>: così faceva scrivere latino il
-signor di Milano l'anno 1381, dopo il lungo soggiorno fatto
-in questa città da Francesco Petrarca! Si vede che sino da
-quel tempo s'era introdotta l'usanza d'affittare le regalie,
-o, per dir meglio, la pace, la sicurezza e la libertà del popolo
-ad un impresario:<a class="tag" id="tag94" href="#note94">[94]</a> <i>volumus bene quod incantatoribus
-<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span>
-datiorum dicti nostri Comunis serventur eorum
-data</i><a class="tag" id="tag95" href="#note95">[95]</a>. Era riserbato al glorioso regno dell'augusta Maria
-Teresa di atterrare quest'obice, che divise i contributori dal
-principe per quattro secoli. Il carico <i>Datium imbottaturae
-vini</i>, cioè l'<i>imbottato</i>, eravi già anticamente, ma si pagava
-soltanto sul vino raccolto; indi l'anno 1392 vennero assoggettati
-a questo tributo anche i grani<a class="tag" id="tag96" href="#note96">[96]</a>. Chi ne cercasse
-più esatte prove, le troverebbe presso il conte Giulini<a class="tag" id="tag97" href="#note97">[97]</a>.
-Il carico poi sulle merci si andava proporzionatamente accrescendo;
-mentre laddove questo era tassato, nel principio
-del secolo decimoterzo, in proporzione del valore, a
-poco più dell'uno per cento, come si vede nella tariffa annessa
-agli statuti compilati nel 1216; nell'anno poi 1333
-il carico era asceso a un soldo per ogni lira di valore, il
-che monta al cinque per cento, come leggesi nel codice MS,
-del nominato signor marchese Corrado Olivera, presidente
-onoratissimo del senato. Da un verosimile calcolo preso
-in massa, oggidì questo tributo corrisponde circa al sei per
-cento del valore. Oltre questi carichi, v'era la tassa de' cavalli,
-imposta verosimilmente l'anno 1315, per mantenere
-le paghe della cavalleria. V'erano le condanne pecuniarie
-de' delitti, emanazione ancora vigente delle leggi longobarde.
-V'erano altre antiche gabelle sulle case, su i forni, sopra
-i mulini, i macelli, i contratti, le misure, i pesi ed
-altre delle quali ho fatto menzione al capitolo ottavo.
-</p>
-
-<p>
-La grandezza dell'arcivescovo e del clero milanese scomparve
-colla soggezione da Roma, e coll'erezione del principato.
-Non vi è memoria che, dopo la metà del secolo duodecimo,
-siansi mai chiamati i nostri ordinari,<a class="tag" id="tag98" href="#note98">[98]</a> <i>sanctae
-mediolanensis ecclesiae cardinales</i>, come facevano per lo
-passato. Essi però, sino dal secolo decimoterzo, portavano
-la porpora; e questa distinzione, che tuttavia conservano,
-è antica per lo meno cinque secoli. In que' tempi però
-assai liberamente vestivansi gli ecclesiastici, ed eran ben
-<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span>
-lontani da quella edificante uniformità e modestia che ora
-gli distingue. Manfredo Occhibianchi, canonico di Sant'Ambrogio,
-fece un testamento il giorno 18 marzo, l'anno 1203,
-che si conserva nell'archivio di quella basilica, e di cui
-parla il conte Giulini<a class="tag" id="tag99" href="#note99">[99]</a>, e lascia<a class="tag" id="tag100" href="#note100">[100]</a> <i>manstrucam unam
-conilii, cohopertam de violato, et alias duas..... scilicet
-unam volpinam, cohopertam de scalfanio, et aliam de
-flanchitis, cohopertam de sagia bruna, et...... capellum
-meum grisum, cohopertum de sagia nigra, et cohopertorium
-meum, et scradam seu diproidam meam... cappam
-meam blavetam........ cappam meam de mantellato...
-quinque coclearia argenti, et mantellum meum foderatum
-de zendado..... vestitum violatum meum.</i> Da ciò osserviamo
-che di tutte le vesti, nulla v'era di nero fuori del
-cappello, voce che di già si era inventata per dinotare quelle
-berrette che allora si ponevano sul capo; ma tutti i vestiti
-di quell'ecclesiastico erano di colore violato, ceruleo o
-bruno. La parola <i>blavetam</i> sembra nata dal teutonico <i>blau</i>
-ossia <i>bleu</i>, come noi Lombardi anche oggidì nominiamo
-quel colore, similmente ai Francesi. I cucchiai d'argento
-si vede che già erano in uso. Nè gli ecclesiastici si vestivano
-tampoco con colori modesti, poichè, l'anno 1211, l'arcivescovo
-Gherardo da Sessa fece un editto in cui leggesi:<a class="tag" id="tag101" href="#note101">[101]</a>
-<i>Universis praeterea clericis interdicimus vestes rubeas,
-<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span>
-vel diversi, coloris gialdas et virides</i><a class="tag" id="tag102" href="#note102">[102]</a>; la quale proibizione
-non bastò a togliere tale usanza degli ecclesiastici;
-poichè in un concilio provinciale tenutosi un secolo dopo
-di ciò, nuovamente si dovette stabilire che gli ecclesiastici
-non portassero<a class="tag" id="tag103" href="#note103">[103]</a> <i>vestes virgulatas, seu de catabriato
-dimidiatas, vel listatas, vel frixis, vel maspilis argenteis,
-vel de metallo aliquo</i>, e non dovessero portare cappucci
-a modo dei secolari,<a class="tag" id="tag104" href="#note104">[104]</a> <i>ad modum laicorum capucia
-non habentes</i><a class="tag" id="tag105" href="#note105">[105]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nella guerra i militi erano tutti coperti di ferro, e, calata
-la visiera, non si potevano conoscere se non dal pennacchio
-o altra insegna. Filippone, conte di Langosco, poichè
-ebbe in suo potere il cimiero di Marco Visconti, si presentò
-co' suoi alle porte di Vercelli, le quali (credendolo
-Marco i Vercellesi) gli vennero aperte; e con tale astuzia
-se ne impadronì l'anno 1312. Nella più antica compilazione
-de' nostri Statuti, fatta, come ho detto, nel 1216, vi si legge
-la rubrica de' duelli. Si combatteva o in persona, ovvero un
-campione si batteva per altrui commissione. Si celebrava
-la messa in presenza de' due combattenti, si deponevano le
-armi presso dell'altare, il sacerdote le benediceva, indi venivano
-sigillate e venivano portate al luogo della lizza, ove
-sedeva il giudice. Ivi si presentavano i due combattenti coi
-loro patrocinatori. Interrogavano questi il giudice s'egli ivi
-risedesse affine di giudicare la lite col duello, e il giudice
-rispondeva che appunto ivi a tal fine si era collocato. Il patrocinatore
-del pretendente ad alta voce chiedeva la cosa
-per cui doveva farsi il duello; e ad alta voce il patrocinatore
-opposto lo negava. Indi s'accostavano i due combattenti
-al giudice; e ciascuno di essi con giuramento affermava
-essere vero e giusto ciò che dal suo patrocinatore
-erasi detto. Il giudice poi faceva che giurassero entrambi,
-che non si presentavano al cimento con alcuna forza d'erbe
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-di parole o di maleficio; il che fatto, davansi loro lo scudo
-e le armi. Questa cerimonia a un di presso così facevasi in
-tutta l'Europa in quel secolo. V'erano ancora altri giudizj
-di Dio; quello del ferro rovente da portarsi nella mano
-nuda non era permesso in Milano:<a class="tag" id="tag106" href="#note106">[106]</a> <i>illud autem scire
-opportet quod ferventis ferri judicium in nostra civitate
-non admittitur, licet in quibusdam locis jurisdictionis
-dominis archiepiscopi secus obtineat</i>; così nei nostri Statuti
-di quei tempi. Bensì era ammesso il giudizio di Dio
-coll'acqua fredda, e questo da noi non era punto crudele;
-poichè si prendeva un fanciullo, e con una fune, senza pericolo,
-si tuffava nell'acqua, e immergendosi il fanciullo,
-che tosto s'estraea, il reo era assoluto.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente vorrei poter dare un'idea della coltura nostra
-verso quell'età, ma le notizie non erano copiose in
-nessuna parte dell'Europa. Avemmo un medico che compose
-le pandette della medicina, dedicate al re di Napoli
-Roberto. Questi si chiamava Matteo Silvatico, milanese, che
-scrisse l'anno 1317. Quel libro si stampò a Venezia l'anno
-1498. Un altro milanese ebbe nome presso dei giusperiti,
-cioè Signorollo Omodeo, le opere del quale non sono ignote
-ai forensi. Ma di bella letteratura non ne abbiamo vestigio
-alcuno. Uno dei più antichi poeti italiani fu Pietro da Bescapè,
-nostro milanese. Egli scrisse i suoi versi nell'anno
-1264, nel quale pretese di tradurre in poesia la storia del
-Vecchio testamento. L'autore così comincia:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Como Deo a facto lo mondo,</p>
-<p class="i01">E como la terra fo lo homo formo.</p>
-<p class="i01">Cum el descendè de cel in terra</p>
-<p class="i01">In la Vergine Regal polzella,</p>
-<p class="i01">E cum el sostenè passion</p>
-<p class="i01">Per nostra grande salvation,</p>
-<p class="i01">E cum verà el dì del ira</p>
-<p class="i01">La o sarà la grande roina</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span></p>
-<p class="i01">Al peccator darà grameza</p>
-<p class="i01">Lo justo avrà grande alegreza,</p>
-<p class="i01">Ben è raxon ke l'omo intenda</p>
-<p class="i01">De que traita sta legenda».</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il fine di questo canto, poema o diceria, qualunque si voglia
-chiamare, è ancora più rozzo del principio, e così
-termina:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Petro de Bescapè, ke era un Fanton,</p>
-<p class="i01">Si a facto sto sermon,</p>
-<p class="i01">Si il compilò e si la scripto.</p>
-<p class="i01">Ad onor de Ihu Xpo</p>
-<p class="i01">In mille duxento sexanta quattro</p>
-<p class="i01">Questo libro si fo facto,</p>
-<p class="i01">Et de junio si era lo premier dì</p>
-<p class="i01">Quando questo libro se finì,</p>
-<p class="i01">Et era in seconda diction</p>
-<p class="i01">In un venerdì abbassando lo sol».</p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'antico manoscritto trovasi nella scelta libreria del signor
-conte Archinto. Non più felice del Bescapè fu il nostro frate
-Bonvicino da Ripa, i di cui poveri versi si trovano nella
-Biblioteca Ambrosiana, fra i quali vedesi che fino dall'anno
-1291 si conoscevano quei versi che nei tempi a noi vicini
-si chiamarono Martelliani. Frate Bonvicino con tal metro
-compose le <i>Zinquanta cortesie da Tavola</i>, le quali così
-cominciano:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Fra Bon Vexin da Riva, che sta in Borgo Legnano,</p>
-<p class="i01">D'le cortexie da descho ne dixette primano:</p>
-<p class="i01">D'le cortexie cinquanta che s'de osservare a descho</p>
-<p class="i01">Fra Bon Vexin da Riva ne parla mo de frescho.»</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Costoro scrissero prima che Francesco Petrarca dimorasse
-in Milano; ma certo Galliano scriveva l'anno 1391; e ne
-conservano l'antico MS. i monaci di Sant'Ambrogio. Costui
-non lesse mai le dolci e sensibili rime del Petrarca; nè
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-pose mai il piede nel suo Linterno; così questo rozzo scrittore
-terminò la sua cantilena:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«E se di chi l'ha facta alcun se lagna</p>
-<p class="i01">Digli che sta alla Pietra Cagna</p>
-<p class="i01">in Milano</p>
-<p class="i01">E facta sotto l'anno MCCCLXXXX.uno</p>
-<p class="i01">Indictione quarta decima</p>
-<p class="i01">Per man d'uno</p>
-<p class="i01">Che non decima denari</p>
-<p class="i01">Perchè gli sono sì selvaggi e contrari</p>
-<p class="i01">Che non se ponno domesticare</p>
-<p class="i01">Ne stare con lui</p>
-<p class="i01">A dirlo contra vui</p>
-<p class="i01">El se giama dalla Terra che fronteggia Cantu».</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Queste sono le sole reliquie che siano da quei tempi trapassate
-alla cognizione nostra; e ben a ragione il signor
-abate Paolo Frisi, che ci vantiamo d'aver per concittadino,
-e che mi onora colla sua amicizia, nell'Elogio del Cavalieri,
-sul proposito della venuta a Milano del Petrarca e dello
-stato delle lettere milanesi in que' tempi, così s'esprime:
-«I tempi dell'antica anarchia, le guerre intestine ed estere
-del principato, la fiera e bellicosa indole dei nostri principi,
-avevano lasciato appena qualche adito tranquillo e
-libero agli studi della pace... que' semi esotici non trovando
-il terreno bastantemente preparato a riceverli, non
-allignarono molto sotto del nuovo cielo. Non vi si videro
-spuntare per molto tempo che informi compilazioni, popolari
-leggende, storie non ragionate, prose snervate e languide,
-poesie che di poetico non avevano altro che il metro
-e la desinenza delle parole, ec.»
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap13">CAPITOLO XIII.
-
-<span class="smaller"><i>Della signoria dei tre fratelli
-Matteo, Barnabò e Galeazzo Visconti.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Nella successione de' Visconti non si vede seguita una
-legge costante. Matteo I aveva quattro figli: dopo la di lui
-morte restò unico signore Galeazzo I, a cui successe Azzone
-di lui figlio. Pareva adunque il principato ereditarsi
-dal primogenito. Ma dopo di Azzone, morto senza figli, la
-signoria passò a' due fratelli Luchino e Giovanni, senza che
-i figli di Stefano vi avessero parte; i quali pure avrebbero
-dovuto possedere l'eredità paterna, se lo Stato fosse un
-bene divisibile. In fatti, morto Giovanni, i tre soli discendenti
-di Matteo riconosciuti legittimi, cioè Matteo, Barnabò
-e Galeazzo, figli di Stefano, diventarono padroni e si divisero
-lo Stato. Non vi erano in que' tempi idee chiare di
-gius pubblico. Il principato era un podere, non una dignità
-instituita per il bene dello Stato. Tutto il bene che
-un sovrano faceva al suo popolo non era considerato allora
-come il più sacro dovere adempiuto, ma bensì come
-un'accidentale beneficenza d'un animo generoso. Terminata
-che fu la vita di Giovanni, la divisione si fece di comune
-accordo fra i tre fratelli. A Matteo toccarono le città che
-s'inoltrano nell'Italia, a Barnabò la provincia che s'accosta
-a Venezia, ed a Galeazzo toccarono le terre che ora sono
-appartenenti al Piemonte. Milano e Genova rimasero indivise
-sotto la comune dominazione. Matteo così ebbe in sua
-separata porzione Bobbio, Lodi, Piacenza, Parma e Bologna.
-Barnabò ebbe Cremona, Crema, Bergamo e Brescia.
-Toccarono a Galeazzo Pavia, Alessandria, Tortona, Novara,
-Vigevano, Asti, Vercelli; e Como, che rimaneva come isolata,
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-fa pure assegnata a Galeazzo. Con tal modo altro non
-mancava se non la dissensione o diffidenza per distruggere
-una signoria ragguardevolissima. Ma nelle cose umane comunemente
-accade che nè si ottenga tutto il bene che ragionevolmente
-si poteva sperare, nè si soffrano tutt'i mali
-che con ragione si dovevano prevedere; e talvolta le più
-scomposte ed assurde organizzazioni di sistemi, le quali
-pareva che dovessero rovinare uno Stato, si sono ridotte
-ad effetto, senza che per ciò siane accaduto il danno che
-compariva inevitabile: poichè nell'esecuzione, gl'interessi
-degli uomini che vi si adoperano, essendo quelli d'evitare
-la rovina, rimediano e correggono l'imperfezione del sistema.
-Così lo Stato si conservò, crebbe anzi, come vedremo,
-e potè lusingarsi il successore de' tre fratelli d'essere
-dichiarato re d'Italia; e forse lo sarebbe stato, se la morte
-non troncava il filo della di lui ambizione.
-</p>
-
-<p>
-Lodovico il Bavaro, ossia Lodovico V, quel contrastato
-imperatore, avea terminato i suoi giorni, ed era stato eletto
-legittimamente imperatore Carlo IV, marchese di Moravia,
-figlio di Giovanni re di Boemia, e di Elisabetta, che era
-figlia di Enrico di Lucemburgo. Carlo IV era riconosciuto
-e dai principi della Germania e dal papa e da tutta l'Europa,
-come vero re de' Romani. La di lui elezione era accaduta
-l'anno 1347, e in quel punto le dispute già da
-trentanni incominciate fra il sacerdozio e l'Impero erano
-terminate. Carlo IV se ne venne in Italia per ricevere le
-due corone del regno italico e dell'impero romano. I principi
-d'Italia, che temevano la potenza de' Visconti, non
-mancarono di profittare dell'occasione, e d'animare quell'augusto
-ad abbatterla, promettendogli ogni aiuto e vantaggio.
-Ma sia che a Carlo premesse maggiormente l'acquisto
-del denaro per sè medesimo, anzi che la difesa di
-quella autorità che per caso era annessa alla persona di
-lui; sia che l'esempio de' suoi antecessori l'avesse istrutto
-a non adoperare la forza delle armi ausiliarie, per non
-correre ei pure il pericolo di vedersi abbandonato da' suoi,
-prima di avere ridotti i progetti a fine; sia che le forze
-dei Visconti fossero tali da non lasciargli sperare un buon
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-esito; sia finalmente che il genio mite e rivolto alle lettere
-di quel re lo distogliesse da simile briga, certo è ch'egli
-allora si mostrò anzi amico dei Visconti. I fratelli Visconti
-mandarongli incontro i loro ambasciatori a Mantova, invitandolo
-a passare a Milano e ricevervi la corona; e il re
-accettò l'invito. Appena Carlo IV si trovò sulle terre dei
-Visconti, non dovette aver più pensiero alcuno; poichè ogni
-cosa eravi magnificamente preparata per alloggio, ristoro
-e trasporto di quell'augusto e di tutta la corte che veniva
-seco. I Visconti non risparmiarono nè spesa, nè attenzione.
-A Lodi se gli presentò Galeazzo, e, resogli omaggio, lo accompagnò
-con cinquecento militi alla vòlta di Milano. A
-Chiaravalle gli andò incontro Barnabò con altri militi, e
-fece dono al re di trenta superbi cavalli, coperti di velluto,
-di scarlatto e di drappi di seta, tutti in ricco e magnifico
-arnese. (1355) Entrò in Milano quel Cesare il giorno
-4 di gennaio dell'anno 1355; e venne da tutto il popolo
-festosamente accolto con rumore di nacchere, cornamuse,
-tamburi e trombe, siccome allora era il costume. Venne
-splendidamente alloggiato nel palazzo ora della regia ducal
-corte, dove avevano presa dimora i suoi antecessori
-Enrico VII, che noi diciamo VI, suo avo materno, e il combattuto
-Lodovico V. Non vi è dimostrazione di rispetto e
-di benevolenza che i Visconti abbiano dimenticata. Protestarono
-di riconoscere la loro signoria dall'Impero: e l'imperatore,
-al quale regalarono duecentomila fiorini d'oro,
-dichiarò i tre fratelli vicari imperiali ne' loro Stati. Si fecero
-giostre, feste e corti bandite per onorare l'augusto
-ospite, fra le pompe che i Visconti immaginarono in
-quella occasione, una singolarmente fu significante; e fu
-quella di passare schierati sotto le finestre di corte, ove
-alloggiava l'imperatore, seimila uomini a cavallo, signorilmente
-equipaggiati, e diecimila fanti; e i Visconti dissero
-a quel monarca che quelle forze e le altre molte che tenevano
-nelle altre città del loro Stato, erano tutte pronte
-per servigio suo. Per que' tempi erano queste forze di molta
-considerazione. La cerimonia della incoronazione si celebrò
-in Sant'Ambrogio dall'arcivescovo Roberto Visconti, il
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-giorno 6 di gennaio: e in quell'occasione il re Carlo creò
-milite il figlio di Galeazzo, cioè Giovanni Galeazzo, bambino
-di due anni. Questo bambino fu poi il primo duca, e
-diventò un potentissimo principe, come vedremo. Alcuni
-giorni dopo partì il re Carlo, e s'incamminò alla vôlta di
-Roma. Pretende Matteo Villani che questo re non fosse
-stato nelle mani dei Visconti senza inquietudine. Sarebbe
-questa una prova della pusillanimità di quel principe, giacchè
-non potevano sperare alcun vantaggio i Visconti nè da
-un affronto, nè da un tradimento che gli facessero, allorchè
-era abbandonato nelle loro mani.
-</p>
-
-<p>
-Prima che terminasse l'anno, il triumvirato fu tolto, e
-colla improvvisa morte di Matteo II lo Stato si divise in
-due sole parti fra Barnabò e Galeazzo II. Matteo II aveva
-molto vigor fisico e poca forza di mente. Dopo ch'egli ebbe
-in sua porzione Bologna, la perdette, per aver cercato di
-scemare lo stipendio a quei che potevano soli conservargliela.
-Matteo operava in modo da perdere la signoria, e
-trascinar seco in rovina anco i fratelli; poichè, diventato
-padrone, cercava di possedere per autorità e senza mistero
-quello che tutt'al più si carpisce industriosamente fra le
-tenebre. Egli giunse a minacciar la morte ad un cittadino
-ammogliato con una bellissima donna, perchè contrastava
-di cedergli i suoi diritti. Questi presentossi a Barnabò
-chiedendo giustizia, e dichiarandosi con molto impeto di
-esser pronto a morire, anzi che acconsentire a tanta infamia.
-Barnabò lo accolse con freddezza ed indifferenza; poichè,
-trattandosi del suo maggior fratello, a lui, disse, non
-toccava il correggerlo: poi concertato l'affare con Galeazzo
-II, vedendo che Matteo era incorreggibile nella scostumatezza,
-che già serpeggiavano nel popolo delle sorde e
-tronche voci, e che correvasi rischio, temporeggiando e
-lasciando moltiplicare gl'insulti, di vedere lo Stato in rivoluzione,
-per evitare il fatto de' Tarquini, divennero fratricidi
-come Romolo; almeno così ci racconta Matteo Villani<a class="tag" id="tag107" href="#note107">[107]</a>.
-Si dice altresì che a questo timore un altro vi si
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-accoppiasse per unire o indurre a tale estrema risoluzione
-i due cadetti Barnabò e Galeazzo, e fu che, trovandosi i
-tre fratelli insieme cavalcando, nell'osservare il fecondo e
-ridente paese del quale erano signori, uno de' cadetti dicesse
-che era pure la bella cosa l'esservi sovrani; e che
-incautamente allora al primogenito fuggisse di bocca, che
-bella cosa era l'esser solo; la quale risposta (non essendovi
-stato prima d'allora altro esempio di signoria promiscua
-veramente, meno poi di signoria divisa) doveva
-dar molto da temere ai due principi minori. Qualunque ne
-fosse la cagione, Matteo II morì il giorno 26 di settembre
-dell'anno 1355; e Barnabò e Galeazzo si divisero la di lui
-porzione. Anche Milano venne divisa: Barnabò ebbe la
-parte d'oriente e mezzodì; l'aquilone e l'occidente della
-città l'ebbe Galeazzo. V'ha chi pretende altresì che nessun
-altro motivo vi fosse stato per escludere dalla successione
-Luchino Novello, e farlo comparire illegittimo, fuori che
-le minacce e le brighe di Barnabò e Galeazzo, colle quali
-intimorissero la Fieschi, già colpevole della licenziosa peregrinazione
-non solo, quant'anche del veneficio, e la inducessero
-a dichiarare il figlio macchiato nella sua origine,
-e a contentarsi d'uscire illesa dalle loro mani; onde l'essere
-vivo il legittimo successore sempre più rendesse sospettosi
-e Barnabò e Galeazzo II. Fors'anco la divisione
-dello Stato mostra ch'essi piuttosto si divisero una preda.
-Non sono divisibili le sovranità passate per legittima successione.
-</p>
-
-<p>
-Carlo IV, dopo di essere stato incoronato anche in Roma,
-se ne ritornò al suo paese; ma non per questo cessarono
-gli emuli principi d'Italia di eccitare per ogni modo
-l'animo di quell'augusto a deprimere i Visconti. (1356) I
-maneggi degli Estensi, dei Gonzaghi e del marchese di
-Monferrato indussero Marquardo, vescovo d'Ausburgo, il
-quale stavasene in Pisa col carattere di vicario imperiale,
-a citare i fratelli Visconti per il giorno 11 di ottobre 1356
-a comparire dinanzi al suo tribunale e discolparsi d'aver
-conferite con arrogata facoltà le dignità ecclesiastiche, di
-aver tessute all'imperatore delle insidie a Pisa, e di aver
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-fatte chiudere le porte delle città, impedendovi l'ingresso
-al medesimo imperatore nel suo ritorno da Roma<a class="tag" id="tag108" href="#note108">[108]</a>. I due
-fratelli Visconti non pensarono nemmeno a questo viaggio.
-Il vescovo Marquardo radunò le forze degli emuli: e si pose
-alla testa di un corpo d'armati rispettabile, incamminandosi
-verso Milano. S'impadronì di varie città; poichè i Visconti
-o non avevano preveduta una tale invasione, ovvero
-avevano negligentate le difese. La stessa campagna di Milano
-venne esposta alle prede ed ai guasti de' nemici. Si
-postarono gl'imperiali ne' contorni di Casorate; e i due fratelli
-finalmente, radunate le loro forze, ne confidarono il
-comando al vecchio Lodrisio Visconti; a quel Lodrisio che,
-diciasette anni prima, colle armi alla mano, venne preso a
-Parabiago, allorchè cercava di togliere la sovranità ad Azzone.
-Il valore di Lodrisio e la sua perizia produssero la
-vittoria del giorno 14 di novembre l'anno 1356. I nemici
-vennero disfatti a Casorate; il vescovo Marquardo d'Ausburgo,
-loro comandante, rimase prigioniero, fu condotto
-decorosamente a Milano, e dai Visconti fu poi licenziato,
-onde ritornossene nella Germania. Lodrisio Visconti ricompensò
-per tal modo la vita che gli lasciò Azzone, e la libertà
-che gli diede Giovanni, principi illuminati, i quali
-conobbero che un generoso perdono ci affeziona più di
-qualunque altro beneficio un'anima nobilmente energica. I
-Visconti, signori quasi tutti assai valorosi, affrontarono intrepidamente
-i pericoli prima che reggessero lo Stato; seduti
-poi che erano sul trono, ben rare volte si esponevano;
-ma affidavano anzi ai loro figli o cugini ed altri estranei
-il comando. La sconfitta di Casorate però non tolse la speranza
-ai collegati, dai quali non si risparmiavano maneggi.
-Il papa non vedeva punto con indifferenza il gran potere
-de' Visconti, e soprattutto da che Bologna era un oggetto
-delle loro pretensioni; il che ottenendo essi, era aperta
-loro la strada a nuovi acquisti sulla Romagna. Ai Genovesi
-non era men gravosa questa estera dominazione sulla loro
-città, in prima libera, e già illustre per imprese marittime
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-e per ricchezza. Il papa, i Genovesi, gli Estensi, il marchese
-di Monferrato e i Gonzaghi facevano causa comune. Già
-Bologna, siccome accennai, si era staccata. Genova fece lo
-stesso; e il giorno 17 di novembre 1356 si dichiarò libera,
-e creossi un doge, che fu Simone Boccanegra. (1358) Dopo
-ciò, seguirono varii piccoli fatti d'armi sul Milanese; ma le
-cose de' fratelli Visconti non prendevano buona piega; onde
-furono costretti, cedendo Asti e Pavia al marchese di Monferrato,
-di cercare la pace, la quale fu stabilita il giorno 8 di
-giugno dell'anno 1358.
-</p>
-
-<p>
-Non era piccol discapito per Barnabò e Galeazzo l'avere,
-ne' primi quattro anni del loro regno, perduto Bologna,
-Genova, Asti e Pavia. Questa ultima città singolarmente
-doveva premere a' due fratelli; poichè a venti miglia di
-Milano non potevano vedere, senza inquietudine, domiciliata
-una guarnigione di nemici. Ma nemmeno conveniva mancare
-apertamente alla fede d'una pace appena giurata, senza
-una superiorità di forze che ne imponesse alla opinione
-dei popoli. Le fazioni interne di Pavia fecero quasi spontaneamente
-nascere l'occasione, e Galeazzo Visconti la seppe
-cogliere. Il fatto ce lo riferisce l'Azario. Il marchese di Monferrato,
-nuovo signore di Pavia, non aveva forza d'armi
-bastante per esercitarvi una piena sovranità. La famiglia
-de' signori Beccaria era assai potente, e disponeva delle cose
-della città più che non ne potesse fare il marchese, nuovo
-sovrano. Egli cercò pure come abbassare i Beccaria, e toglier
-loro quel favore popolare che li faceva prevalere, e
-gli venne in pensiere che nessun altro avrebbe meglio potuto
-ottenergli quest'intento, fuori che frate Giacomo del
-Bussolari, agostiniano, predicatore rinomatissimo in Pavia,
-dietro del quale, come a santo uomo, correva ciecamente
-il popol tutto. Quai mezzi adoperasse il marchese per guadagnarsi
-questo frate Giacomo de' Bussolari non lo sappiamo:
-sappiamo bensì ch'egli lo guadagnò, e sì fattamente,
-che il frate fece passare il popolo pavese, dell'amore passionato
-che aveva, alla detestazione ed all'odio contro dei
-Beccaria, per modo che furono costretti a partire esuli dalla
-patria. Cominciò il frate, nelle sue prediche, a indicarli al
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-popolo, senza però palesemente nominarli:<a class="tag" id="tag109" href="#note109">[109]</a> <i>O frumentarii,
-o viri sanguinum populi, non expectatis diem
-judicii?</i> Andava costui esclamando, e persuadeva che la
-carezza del pane fosse cagionata dalla insaziabile avarizia
-de' fratelli Beccaria:<a class="tag" id="tag110" href="#note110">[110]</a> <i>Ipse praedicando fertur propalasse
-occulta illorum de Beccaria, quae sibi narrata
-fuerant nomine poenitentiae, et praecipue de domino
-Castellino talia dixit, quod universum populum pellexit
-et animavit ad destructionem universorum de Beccaria,
-et eorum prolis, et progeniei, et amicorum suorum,
-et ad ruinam, et populationem eorumdem. Et
-tunc, sine ulla defensione praecedente, universas illorum
-ac sequacium domos, aedes et palatia dirui fecit,
-et asportari lapides, et vendi, praedicans quod quisque
-Papiensis ipsos lapides teneret sub pulvinari, et capite
-lecti, ad perpetuam memoriam male gestorum per ipsos
-de Beccaria</i><a class="tag" id="tag111" href="#note111">[111]</a>. Gli esuli Beccaria si rifugiarono a Milano
-presso Galeazzo, implorando soccorso. È assai probabile
-che da Galeazzo medesimo fossero stati animati i Beccaria,
-per attraversare le voglie del loro nuovo sovrano marchese
-di Monferrato. Galeazzo II spedì Luchino dal Verme, valoroso
-comandante, alla testa d'un conveniente numero di
-armati, con apparenza di proteggere gli oppressi e di porre
-l'ordine in una città vicina tumultuante, sotto un sovrano
-che non aveva forze bastanti per darle la pace. Fu così
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-bloccata quella città, in cui frate Giacomo comandava dispoticamente,
-creando e cassando a suo arbitrio i magistrati.
-A tal proposito io riferirò le stesse parole d'Azario:<a class="tag" id="tag112" href="#note112">[112]</a>
-<i>Nam a carrocio, quo saepius vehebatur (et beatus
-ille qui poterat tangere id carrocium, pro vehendo palliis
-cohopertum!) caepit praedicare, et increpare quod
-homines, et mulieres debebant a laqueis mundanis declinare,
-nempe a vestibus luxuriosis et sumtuosis, ab
-argenteis, et gemmis praetiosis, et ornamentis...... et in
-exequutorem eligi fecit officialem, quem vidi incidendo
-maniconos guarnazonorum phrigio opere contextos, vel
-auro, et argento ornatos, et incidendo balthea si quid
-praetiosi inveniebat circa ea</i>. Nè tale pure era il limite
-del potere di questo frate Giacomo de' Bussolari. Egli giunse
-al segno che<a class="tag" id="tag113" href="#note113">[113]</a> <i>fecit publicam justitiam per capitis obtruncationem....
-Venditis ergo praedictis auro, et argento,
-gemmis, adamantibus, et lapillis praetiosis usque
-in Venetiis</i>, radunò una somma destinata a provvedere i
-viveri alla città. Ma non era facile l'introdurveli, e Luchino
-dal Verme vegliava intorno da ogni parte. Si cominciò a
-provare in Pavia la fame, e il frate scorreva per la città
-nel suo calessetto, gridando al popolo:<a class="tag" id="tag114" href="#note114">[114]</a> <i>ne dubitaret de
-victualibus, quum sciret ipse, ita enim affirmabat, per
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-orationes.... se impetraturum ut manna similis datas
-Moysi in deserto defluxura esset ad sufficientiam</i>. I Pavesi
-alla fine, ridotti alla estremità, si diedero a Galeazzo
-II, al quale avevano già ubbidito; e frate Giacomo de' Bussolari
-ebbe la cura di capitolare, e provvide a tutto per la
-città, e nessuna condizione ricercò per sè medesimo:<a class="tag" id="tag115" href="#note115">[115]</a>
-<i>curaverat de aliis, non autem de se ipso, prout semper
-allegabat praedicando</i><a class="tag" id="tag116" href="#note116">[116]</a>. Il generale del suo Ordine pregò
-poscia Galeazzo II, dal quale ottenne il frate, che terminò
-i suoi giorni in carcere. Così Pavia ritornò in potere dei
-Visconti.
-</p>
-
-<p>
-Non così facile riuscì ai Visconti il riavere Bologna; chè
-anzi, malgrado l'ostinazione e gli sforzi di Barnabò, questi
-non potè, sin che visse, averla in suo dominio. Una signoria
-divisa non è nel momento opportuno d'ingrandirsi. Fra
-Barnabò e Galeazzo II non trovavasi molta armonia; i vizi
-loro, la maniera di governare atrocemente, non disponevano
-i popoli a bramare il loro impero. I principi italiani,
-tanto più attivi e costanti, quanto più speravano di riuscire
-contro di uno Stato diviso, non risparmiarono arte e forza in
-ogni occasione; per modo che non v'è da maravigliarsi
-come sotto i due fratelli non s'ampliasse lo Stato, ma bensì
-come ei non cadesse in un totale discioglimento. (1360)
-Bologna era passata nelle mani del papa, e Barnabò vi
-spinse le sue armi l'anno 1360, ma senza frutto; poichè
-Innocenzo VI fece venire nell'Italia Lodovico re d'Ungheria,
-con buon numero di armati, in soccorso di Bologna, e
-Barnabò dovette ritirarsi. Quel sommo pontefice scomunicò
-Barnabò Visconti; e Urbano V, che fugli successore, confermò
-la scomunica con sua bolla<a class="tag" id="tag117" href="#note117">[117]</a>. I delitti che s'imputavano
-in quella bolla a Barnabò Visconti sono: ch'egli
-proteggesse gli eretici; ch'egli un giorno, avendo fatto chiamare
-avanti di sè l'arcivescovo, torvamente gli avesse comandato
-<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span>
-di porsi in ginocchio, il che fattosi dal timido prelato,
-Barnabò gli dicesse:<a class="tag" id="tag118" href="#note118">[118]</a> <i>Nescis, poltrone, quod ego
-sum papa et imperator ac dominus in omnibus terris
-meis</i>; ch'egli sugli ecclesiastici esercitasse giurisdizione,
-obbligandoli a pagare i carichi, facendoli imprigionare, e
-condannandoli al supplizio, come gli altri cittadini, e che
-si arrogasse la collazione de' beneficii e l'amministrazione
-de' beni ecclesiastici. Questa era la settima volta in cui il
-papa prendeva a scomunicare ed interdire i signori o la
-città di Milano. Già vedemmo al capitolo quinto gli anatemi
-pronunziati, nel secolo undecimo, da Alessandro II, all'occasione
-di sottomettere la chiesa milanese alla giurisdizione
-di Roma. Vedemmo pure, al capitolo nono, l'interdetto
-pubblicato sopra Milano da Innocenzo III, l'anno 1216, per
-fargli abbandonare il partito di Ottone IV; e l'altro interdetto
-di Urbano IV, di cui ho fatta memoria al capitolo decimo,
-per abbassare i signori della Torre, nel 1262; poi
-le scomuniche pronunziate contro Matteo I Visconti, nell'anno
-1321, allorchè la potenza di lui cominciava a dar
-gelosia a Giovanni XXII, di che trattossi al capitolo undecimo.
-Vedemmo pure come lo stesso sommo pontefice, non
-contento della scomunica e dell'interdetto sulla città, facesse
-pubblicare contro Galeazzo I una Crociata, e invadere
-il di lui Stato. Vedemmo nel capitolo precedente come il
-papa Clemente VI ponesse all'interdetto la città, e scomunicasse
-Giovanni Visconti, arcivescovo, e i tre suoi nipoti
-Matteo, Barnabò e Galeazzo II, perchè aveva l'arcivescovo
-comprato dal Pepoli il dominio di Bologna. Ora la scomunica
-cadde sopra Barnabò, il quale era stato già due altre
-volte anatematizzato di riverbero, come discendente da
-Matteo e nipote di Giovanni. Il papa, per mezzo d'un cardinal
-legato, faceva delle proposizioni di accomodamento a
-Barnabò. Bologna era stata comperata da Giovanni arcivescovo
-per ducentomila fiorini d'oro. Questo era il solo titolo
-che poteva Barnabò legittimamente allegare per sostenerne
-<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span>
-il dominio; e il legato gli offeriva di sborsargli la
-metà di quella somma, cioè centomila fiorini d'oro, purchè
-egli abbandonasse le sue pretensioni sopra Bologna. Ma
-Barnabò non faceva altra risposta se non questa: <i>Voglio
-Bologna</i>. Nuove offerte faceva il legato, e Barnabò rispondeva
-sempre: <i>Voglio Bologna</i>. Per deludere tutte le arti
-d'un uomo colto, ingegnoso ed accorto, basta ch'egli abbia
-a trattare con un uomo ostinato, ignorante e feroce. Tali
-erano i dialoghi tra Barnabò ed il legato. Gli Annali Milanesi
-e' insegnano che<a class="tag" id="tag119" href="#note119">[119]</a> <i>ipse dominus diebus suis scientificos
-laicos, clericos, et praelatos, ac quoslibet virtuosos viros
-odio habuit; et idiotas, crudeles, abjectos viros, infames
-et homicidas semper sublimavit</i><a class="tag" id="tag120" href="#note120">[120]</a>. Un principe di
-tal carattere poteva far tremare gli uomini di merito che
-avevano la sventura di trovarsi con lui, ma non poteva
-riuscire felicemente ne' suoi progetti. Le sue armi ritornarono
-verso del Bolognese l'anno 1361, e più d'una
-volta vennero malamente battute, senza ch'ei punto acquistasse.
-</p>
-
-<p>
-Due fatti accaduti in quel tempo dimostrano qual principe
-fosse Barnabò, e qual rispetto egli avesse pel gius
-delle genti. Innocenzo VI gli spedì come nunzii due abati
-benedettini. Essi erano incaricati di trattar seco lui, per
-terminare la controversia di Bologna, ed avevano le bolle
-pontificie da presentargli. Ciò accadde nell'anno 1361. Barnabò
-stavasene nel castello di Marignano, rintanato colà per
-allontanarsi dalla ferocissima pestilenza che devastava Milano,
-abbandonata dai due fratelli al caso, e senza adoperare
-alcuna di quelle precauzioni colle quali Luchino loro
-zio, nell'anno 1348, cioè tredici anni prima, aveva saputo
-preservarla, abbenchè allora quella sciagura avesse desolata
-gran parte dell'Italia. Ivi attese i due nunzi, e concertò
-<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span>
-la cosa per modo che il primo incontro con essi loro seguisse
-al ponte sotto cui scorre il fiume Lambro. Barnabò,
-scortato da una buona caterva d'armati su di quel ponte,
-ricevè i due nunzi, i quali se gl'inchinarono, e presentarongli
-le bolle consegnate loro dal papa. Barnabò seriamente
-si pose a leggerle, indi biecamente mirando i due ministri:
-«Scegliete, disse, una delle due, o mangiare o bere». I
-due nunzi, posti in mezzo agli armati, senza scampo, mirando
-il fiume che scorreva al disotto, costretti dopo replicate
-e impazienti istanze alla scelta, mostrarono che non
-piaceva loro di bere: «Ebbene, mangiate dunque», disse il
-feroce Barnabò; e furono costretti i due venerabili prelati
-a mangiare la pergamena tutta quanta, il cordoncino
-di seta e la bolla di piombo<a class="tag" id="tag121" href="#note121">[121]</a>. Con tale insulto atroce
-ardi Barnabò di violare non solamente la riverenza che si
-deve al sommo sacerdote, ma i doveri che reciprocamente
-uniscono i principi e le nazioni fra di loro; e persino le
-sacre leggi d'ospitalità, che impongono, anche agli stessi
-popoli agresti e selvaggi, di non abusare della condizione
-d'uno straniero ricoverato in casa nostra. (1363) Uno di
-questi due abati era Guglielmo da Grimoaldo di San Vittore
-di Marsiglia, il quale, pochi mesi dopo di quest'obbrobrio,
-venne creato sommo pontefice, e chiamossi Urbano
-V. È facile l'immaginarsi quai sentimenti dovesse poi
-avere Urbano V verso di Barnabò, da cui era stato insultato
-con tanta soperchieria. Egli, in fatti, con un breve dato di
-Avignone il giorno 3 di marzo dell'anno 1363, scomunicò
-solennemente Barnabò; lo dichiarò eretico, decaduto dall'ordine
-di cavaliere, spogliato d'ogni onore, diritto e privilegio;
-e comandò che alcuno non osasse più di trattare
-con lui<a class="tag" id="tag122" href="#note122">[122]</a>. Nel breve della scomunica vi eran queste parole:<a class="tag" id="tag123" href="#note123">[123]</a>
-<i>Propterea destruet te Deus in finem, evellet te
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-et emigrabit te de tabernaculo tuo, et radicem tuam de
-terra viventium</i><a class="tag" id="tag124" href="#note124">[124]</a>. Inoltre, agli 11 di luglio dello stesso
-anno 1363, dal cardinale Egidio Alburnoz fece pubblicare
-la Crociata contro Barnabò, come già era stata pubblicata
-contro suo zio Galeazzo quarant'anni prima; e tale e tanto
-era in ciò l'impegno del papa, che (quantunque egli venisse
-istantemente sollecitato e da Pietro re di Cipro, e dal
-re di Francia medesimo, ad intimare una Crociata contro
-de' Saraceni, che sempre più si rendevano formidabili ai
-Cristiani del Levante), egli ricusò di farlo per allora; anzi
-si protestò ch'ei non avrebbe mai dato mano a Crociata
-alcuna, sin tanto che non avesse ottenuto esito felice quella
-giù intimata contro di Barnabò. (1364) Allora però questa
-Crociata non ebbe effetto; poichè la combinazione degli
-interessi dei principi gl'indusse ad accordar la pace l'anno
-1364, in cui Barnabò cedette Bologna al papa, che s'obbligò
-a pagargliela cinquecentomila fiorini d'oro<a class="tag" id="tag125" href="#note125">[125]</a>. La perdita
-di Bologna e del Modanese fatta da' Visconti non fu
-una riparazione bastante al pontefice; poichè con nuova
-bolla dell'anno 1368, in data 30 maggio, lo stesso papa
-pubblicò una seconda Crociata contro di Barnabò<a class="tag" id="tag126" href="#note126">[126]</a>, e fece
-che lo attaccassero con formidabile esercito l'imperatore,
-la regina di Napoli, il marchese di Monferrato, gli Estensi,
-i Gonzaghi, i Malatesti, i Carraresi, i Perugini e i Sanesi
-collegati insieme coi pontificii. Questo esercito collegato
-avrebbe svelta dalle radici la sovranità de' Visconti, se non
-avesse portato seco quel principio di lentore e debolezza,
-che sono inseparabili dalle armate combinate, ciascuna porzione
-delle quali, perchè dipendente da un distinto sovrano,
-si crede la prima di ogni altra, o almeno l'eguale, e si disperde
-nelle rivalità, che più la tengono occupata di quello
-non faccia la causa comune. Così potè Barnabò difendersi,
-e senza nuove perdite ottenere la pace, segnata il giorno
-11 febbraio 1369. Nè la morte di Urbano V, che aveva
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-sofferto l'insulto personale, diede costante fine all'odio
-pontificio: parve anzi che nel successore Gregorio XI venisse
-trasfuso come un'eredità; poichè Gregorio, l'anno
-1372, combinò una nuova lega fra i principi d'Italia, e vedendo
-che le armi non andavano prosperamente, scomunicò
-di bel nuovo Barnabò, e liberò i sudditi dal giuramento
-di fedeltà<a class="tag" id="tag127" href="#note127">[127]</a>; poi animò l'imperatore Carlo IV; il
-quale, con suo diploma dato in Praga il giorno 3 di agosto
-dello stesso anno 1372, privò i due fratelli Visconti Barnabò
-e Galeazzo del vicariato imperiale e d'ogni dignità,
-e Barnabò venne persino degradato dell'ordine equestre<a class="tag" id="tag128" href="#note128">[128]</a>.
-Alle forze degli alleati, per opera del cardinale di Bourge,
-legato pontificio, si unirono quelle del duca di Savoia;
-e sebbene nemmeno questa volta l'armata combinata
-giugnesse a fare conquista sulle terre di Barnabò, ella però
-potè devastarle, e porre a saccheggio e in rovina una parte
-del suo Stato. Così la rozza e feroce violazione del gius
-delle genti produsse a Barnabò delle inquietudini mortali
-durante il suo regno; e questo è il primo de' due fatti.
-L'altro fatto si vede originato dall'animo istesso di quel
-sovrano truce ed ignorante. Sino dall'anno 1362 s'era formata
-l'alleanza fra il papa, i Carraresi signori di Padova,
-gli Scaligeri signori di Verona, gli Estensi signori di Ferrara,
-e un Gonzaga signore di Reggio. Questi principi collegati,
-prima di commettere ostilità, spedirono i loro ministri
-a Barnabò, facendogli dire che essi avevano fatto lega
-col papa, ma unicamente in difesa dello Stato della Chiesa,
-non mai per invadere gli Stati altrui: onde, qualora il signor
-Barnabò avesse restituito i luoghi da lui occupati nel
-Bolognese e nella Romagna, essi non avrebbero mosse le
-armi contro di lui. Tale era la commissione di que' legati.
-A questo colto e nobile ufficio Barnabò corrispose nella
-più villana maniera. Ordinò che i legati venissero a corte;
-ivi non si degnò di lasciarsi vedere, ma volle che esponessero
-la loro ambasciata avanti di un notaro; e poichè ebbero
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-ciò eseguito, egli spedì una squadra d'armati e fece
-attorniare i legati de' principi; indi furono essi dalla forza
-obbligati a indossarsi alcune vesti bianche preparate apposta
-per esporli alla derisione della plebe. Vennero poscia
-costretti, in tal ridicolo arnese, di porsi a cavallo; e per
-due buone ore volle che in tal meschina e pazza forma
-rimanessero avanti la porta del palazzo di corte: indi li
-fece girare per la città, esposti al vilipendio ed alle fischiate
-della ciurmalia; e con tale infamia vennero scortati poi
-sino ai confini. Non è dunque da stupirsi che i principi
-italiani sempre gli fossero poi contrarii, e pronti a secondare
-contro di lui tutte le proposizioni del papa. Barnabò
-pensava come l'imperator Federico I, e sarebbe stato nato
-a proposito, se fosse stato suo contemporaneo e suo nemico.
-In mezzo alle guerre fra le quali visse, una volta sola Barnabò
-comparve in campo, e fu l'anno 1363, nel quale si
-portò sul Modanese alla testa de' suoi. Egli era intrepido, e
-fu ferito; ma questo non basta per essere un buon capitano:
-venne sempre battuto. Barnabò era violento, coraggioso
-e feroce; ma di poco ingegno. Per richiamare intorno
-di sè i militi sparsi nello Stato, e riparare le perdite che
-faceva, ei mandò loro ordine che immediatamente si portassero
-da lui nel Modanese sotto pena della vita. Da questo
-modo barbaro di comandare minacciando la morte, si deve
-concludere, o che Barnabò non aveva avuto il talento di
-scegliere i suoi militi e di formarli, poichè conveniva minacciar
-loro la morte per indurgli ad accostarsi al nemico,
-ovvero che Barnabò non aveva il talento di comandare la
-gente d'onore e sensibile alla gloria, la quale si aliena
-anzi trattata colle minacce e con viltà. Sempre in quella
-spedizione Barnabò fu battuto.
-</p>
-
-<p>
-Se riguardiamo adunque Barnabò Visconti come principe
-e signore potente, dobbiamo confessare che egli non meritò
-stima alcuna, poichè la porzione sulla quale ei regnò venne
-diminuita colla perdita di Bologna, delle terre del Bolognese,
-della Romagna e del Modanese, ch'egli aveva ereditate dall'arcivescovo
-Giovanni. Egli con puerili e feroci insulti animò
-i suoi nemici, e non ebbe forze abbastanza per difenderlo.
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-Osserviamolo come legislatore del suo popolo e conservatore
-della felicità pubblica. Egli lasciò che la pestilenza
-desolasse Milano nel 1361, quella pestilenza alla
-quale ho attribuita la partenza del Petrarca, se pure anche
-l'indole del governo non isforzò del pari quell'uomo illuminato
-a tal partito. Quella sciagura distrusse più di settantamila
-abitatori di Milano, e fece nelle terre ancora
-strage molto maggiore. Dopo sì gran flagello, mentre Barnabò
-stava alla guerra nel Modanese, alcune compagnie
-d'uomini facinorosi devastavano la città, tormentata dalle
-violenze, e dalle rapine e da ogni genere di dissolutezza.
-Ritornato Barnabò per rimediare a simil disordine, pubblicò
-un editto in cui proibì che alcuno in Milano non potesse
-andar di notte per le strade, sotto pena del taglio d'un
-piede. Tanto ci attesta l'Azario, che allora viveva<a class="tag" id="tag129" href="#note129">[129]</a>. Un
-ammalato di notte non poteva più avere soccorso in virtù
-di tal legge feroce. Barnabò lasciò soffrire ai suoi popoli
-la carestia negli anni 1364 e 1365, senza trovare modo
-di soccorrere i suoi sudditi. Questa carestia nacque da un
-fenomeno fisico che riferirò poi.<a class="tag" id="tag130" href="#note130">[130]</a> <i>Attendentes temporum
-sterilitates, et guerrarum discrimina</i>, dicesi in un
-decreto di Barnabò dell'anno 1369, nel quale introdusse
-il costume di <i>mettere alle gride</i> i fondi per assicurare al
-compratore la proprietà<a class="tag" id="tag131" href="#note131">[131]</a>. L'anno 1372, con altro editto
-comandò Barnabò che nessuno ecclesiastico potesse allontanarsi
-dal luogo di suo domicilio, senza suo permesso.
-L'ordine poteva essere necessario, attese le scomuniche e
-l'assoluzione del giuramento di fedeltà dette di sopra; ma
-la pena d'essere subito gittati nel fuoco gli ecclesiastici
-contravventori, è orrenda. Il Corio ci assicura che Barnabò,
-dopo la pestilenza e la carestia e le perdite dello Stato,
-«se volse contra de li miseri sudditi che per quatro anni
-adietro havevano pigliato porci salvatici, et altre selvaticine,
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-onde a molti di loro faceva doppuo grande tormento
-cavare gli occhi et inde suspendere per la gola, de li quali
-si riferisce essere ascesi al numero de cento. Assai magiore
-summa, de le crudele e tyranice mano fugendo, li
-faceva proscrivere, d'inde gli pigliava ogni suo facultate, et
-a molti altri habitanti ne le ville, non havendo il modo di
-satisfare al fisco per le condemnatione, le case sue faceva
-brusare... due frati Minori, andandogli per reprendere
-de si inaudita extorsione, sensa alcuno riguardo gli fece
-brusare, incolpandoli de nuova heresia<a class="tag" id="tag132" href="#note132">[132]</a>». Amava Barnabò
-la caccia singolarmente dei cinghiali, e manteneva un
-grande numero di cani; come ciò facesse ce lo dice il Corio
-all'anno medesimo: «teneva cinque milia cani, e la
-magiore parte de quelli distribuiva ala custodia de li cittadini
-et anche a contadini, li quali niuno altro cane che
-quegli puotevano tenere. Questi due volte il mese erano
-tenuti a fare la mostra, onde trovandoli macri, in grande
-summa de pecunia erano condennati, e se grassi erano,
-incolpandoli dil troppo, similmente erano mulctati, se morivano
-gli pigliava il tutto, e li officiali o caneteri più che
-pretori de le terre erano temuti». Pietro Azario, che vivea
-in quei tempi, ci lasciò scritto che certo Antoniolo da Orta,
-ufficiale in Bergamo, venne accusato presso di Barnabò di
-avere esatte delle propine arbitrarie nello spedire certe
-licenze. L'accusatore era un solo, e Barnabò<a class="tag" id="tag133" href="#note133">[133]</a> <i>sine alia
-determinatione et defentione praecedente, jussit unum
-suum domicellum cum litteris suis de praesenti ire,
-dirigendis Potestati Pergami, ut, visis praesentibus,
-dictum Antoniolum per gulam laqueo faceret suspendi
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-sub poena suspensionis ipsius potestatis. Qui Potestas,
-licet invite, dictum Antoniolum in palatio Pergami,
-nullo alio expectato nisi quod cum sacerdote confiteretur,
-suspendi fecit</i><a class="tag" id="tag134" href="#note134">[134]</a>. Se prestiamo fede agli Annali milanesi,
-Barnabò con un editto proibì che alcuno più non
-ardisse di chiamarsi Guelfo o Gibellino, sotto pena del taglio
-della lingua, e furono tagliate le lingue ad alcuni
-contravventori<a class="tag" id="tag135" href="#note135">[135]</a>. Fece bruciar vivi tre uomini ragguardevoli,
-imputati di tradimento<a class="tag" id="tag136" href="#note136">[136]</a>. Fece bruciare due monache
-del Bocchetto. Due altre monache di Orona miseramente
-ebbero sorte uguale. Fece crudelmente torturare
-Tommaso Brivio, vicario generale dell'arcivescovo, perchè
-aveva ricusato di degradare quelle infelici. Fece bruciare
-il prete Stefano da Ozena d'Incino, dopo di avergli fatto
-soffrire atroci tormenti. Fece impiccare l'abate di San Barnaba
-perchè aveva prese delle lepri<a class="tag" id="tag137" href="#note137">[137]</a>. Fece cavare un
-occhio ad un uomo, perchè trovato a passeggiare in una
-strada privata di Barnabò. Un povero contadino fu incontrato
-da Barnabò, e lo fece ammazzare dal suo canattiere,
-perchè egli aveva un cane. Un giovinetto raccontò d'avere
-sognato che uccideva un cinghiale, e per questo Barnabò
-gli fece cavare un occhio e tagliare una mano. Per un decreto
-di Barnabò nessun giusdicente poteva cominciare a ricever
-il soldo assegnatogli se prima non aveva fatto tagliar la testa
-a un uccisore di pernici. Giovanni Sordo e Antoniolo da Terzago,
-suoi cancellieri, furono chiusi in una gabbia di ferro
-con un feroce cinghiale. Il podestà di Milano Domenico
-Alessandrino, a forza di bastonate, fu obbligato a strappare
-la lingua ad un uomo colle sue proprie mani... Chiudasi
-l'atroce scena: chi ne bramasse più minute circostanze
-vegga il nostro diligente conte Giulini<a class="tag" id="tag138" href="#note138">[138]</a>. Io suppongo che
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-vi sia della esagerazione in questi fatti. Mi sento uomo;
-ed ho piacere di lusingarmi che un uomo simile a me non
-possa mai discendere in tale abisso di crudeltà. Credo esagerati
-i racconti di Nerone, di Caligola e di simili principi.
-Ma togliendo anche la esagerazione, sempre ne rimane abbastanza
-per detestarli. I popoli disgraziati che erano sudditi
-di un tal uomo, gemevano altresì sotto il peso di gravosissimi
-tributi. Il Corio ci dice che Barnabò ogni anno
-riceveva centomila fiorini d'oro pe' carichi ordinari, e sessantamila
-fiorini d'oro pei straordinari; in tutto incassava
-centosessantamila annui fiorini d'oro dal suo Stato. Egli
-possedeva Cremona, Bergamo, Brescia, Crema, Lodi, Parma
-e la metà di Milano, e questo carico contribuito da' suoi
-popoli allora riusciva insopportabile. Oggidì il solo Cremonese
-paga altrettanto senza che il popolo sia oppresso; il
-che sempre dimostra quanto ho detto al capitolo ottavo e
-ripetuto poi, cioè che il valore dell'oro, reso in questi
-tempi più abbondante, si è notabilmente diminuito.
-</p>
-
-<p>
-Il fenomeno fisico di cui ho fatto cenno, quello cioè per
-cui l'anno 1364 venne una funesta carestia nello Stato, è
-per fortuna nostra così insolito nel Milanese, che le persone
-poco istrutte lo potrebbero collocare fra le favolose
-invenzioni immaginate per allettare colla meraviglia. Ma
-ve ne sono prove tali, che non ci lasciano luogo a dubitarne.
-Tre scrittori che allora vivevano, i quali, oscuramente
-celati, notavano gli avvenimenti de' loro tempi senza che
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-uno potesse avere cognizione dell'altro, ce lo hanno tramandato
-concordemente; e sono Pietro Azario, l'autore
-degli Annali milanesi, ed il cronista di Piacenza. Nell'anno
-1364 comparvero nel mese di agosto de' nembi di locuste.
-Queste occupavano l'aria, come dense e vaste nubi,
-ed offuscavano il sole. Esse volavano con molta forza, e
-tutte si dirigevano dalla stessa parte nel volo. Scendevano
-poi su i campi, e, a vederle discendere, pareva che cadessero
-fiocchi di neve. L'Azario dice che questi animaletti
-erano verdi, e col capo e collo grossi. Nel terreno sul quale
-avevano posato, erbe, foglie, frutta, tutto rimaneva distrutto;
-e così questi eserciti funesti di locuste, passando da
-un campo all'altro, isterilirono le terre; e durò il flagello
-da agosto sino al mese di ottobre<a class="tag" id="tag139" href="#note139">[139]</a>. Un simile flagello si
-dice che l'avesse provato la Lombardia quattrocentonovantun'anni
-prima, cioè l'anno 873, e ce ne tramandò memoria
-Andrea Prete. Ma se a quell'autor solo si poteva contrastare
-un avvenimento maraviglioso, converrebbe rinunziare
-alla storia se dubitassimo della verità rapporto all'anno
-1364. Questo fenomeno, stranissimo per noi, è conosciuto
-in altre regioni verso il Levante. Carlo XII, re di
-Svezia, nella Bessarabia ebbe moltissimo a soffrire per i
-nembi di locuste; e l'autore della storia <i>Histoire militaire
-de Charle XII de Suède</i><a class="tag" id="tag140" href="#note140">[140]</a>, ci narra un caso simile, ed
-eccone le parole: «Une horribile quantitè de sauterelles
-s'elevoit ordinairement tous les jours avant midi du còté de
-la mer, premiérement à petits flots, ensuite comme des nuages,
-à qui obscurcissoient l'air, et le rendeient si sombre, et
-si épais, que dans cette vaste plaine le soleil paroissoit s'être
-éclipsé. Cest insectes ne voloient point proche de terre, mais
-à peu près à la même hauteur que l'on voit voler les hirondelles,
-jusqu'à ce qu'ils eussent trouvé un champ sur lequel
-ils pussent se jetter. Nous en rencontrions souvent sur le
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-chemin, d'où ils se jettoient sur la même plaine où nous
-étions et sans craindre d'être foulés aux pieds des chevaux,
-ils s'elevoient de terre, et couvroient le corps et le visage
-à ne pas voir devant nous, jusqu'à ce que nous eussions
-passé l'endroit où ils s'arrêtoient. Partout où ces sauterelles
-se reposoient, elles y faisoient un dégât affreux, en
-broutant l'herbe jusqu'à la racine; ensorte qu'au lieu de
-cette belle verdure dont la champagne étoit auparavant
-tapissée, on n'y voyoit qu'une terre aride et sablonneuse».
-Questi insetti, col favore d'un vento gagliardo, attraversano
-persino il mare a volo; e in conseguenza della sterilità
-avvenuta nell'Asia, o di una prodigiosa moltiplicazione accaduta
-in quell'anno nella specie di quegl'insetti, o d'un
-vento straordinariamente violento, che gli abbia trasportati
-oltre i consueti loro confini, o alfine di qualche altra cagione
-che non posso conoscere, giunsero essi persino a
-noi l'anno 1364. Se questa devastazione fosse periodica, sarebbe
-da temersi da' nostri figli, che vivranno l'anno 1855.
-Ma tali avvenimenti o non hanno periodo, ovvero l'hanno
-così vasto, che oltrepassa la memoria.
-</p>
-
-<p>
-Ritorniamo agli orrori di quel governo, e miriamo l'altra
-porzione dello Stato soggetta a Galeazzo II. Dopo che egli
-ebbe nuovamente in suo potere Pavia, ivi collocò la sua
-sede, lasciando che Barnabò alloggiasse in Milano. Galeazzo
-non ebbe tante brighe a sostenere colle armi, quante ne
-ebbe Barnabò; onde, abbandonando da principio ai ministri
-ogni cura dello Stato, egli null'altro ebbe in pensiero,
-che di apparentarsi con illustri matrimoni, celebrare regie
-pompe, e cercare la fama di protettore delle lettere. Le
-scuole di Pavia vennero da lui fomentate e promosse, e
-nell'anno 1362 sembra che venisse aperta quell'Università,
-la quale aveva maestri di leggi canoniche e civili, di medicina,
-fisica e logica. Radunò una biblioteca pregevole per
-quei tempi, anteriori quasi d'un secolo alla invenzione benefica
-della stampa. Per illustrare la sua famiglia, al figlio
-suo Gian Galeazzo (che non aveva più di sette anni) diede
-per moglie Isabella di Francia, figlia del re Giovanni, bambina
-essa pure di pochi anni; e la pompa di quest'illustri
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-sponsali costò ben cinquecentomila fiorini d'oro, cavati con
-ogni sorta di mezzi dai sudditi, senza eccezione alcuna; il
-che non bastò a togliere la sofferenza in ciascuno d'un
-aggravio enorme. Maritò sua figlia Violanta con Lionetto,
-figlio del re d'Inghilterra Edoardo III. Galeazzo aveva
-Bianca di Savoia per moglie; e così la casa Visconti, in
-meno di sessant'anni di tempo, dalla condizione nobile sì
-ma privata, passò a grandeggiare a segno d'avere le più
-strette parentele col re di Francia, col re d'Inghilterra e
-col duca di Savoia. Oltre a questi oggetti sproporzionati di
-spese, ei si volse a fabbricare senza riguardo. In Pavia si
-pose ad erigere un parco di più miglia, cinto di muro; ivi
-aveva le cacce, i giardini, le peschiere, che ricevevano l'acqua
-per un cavo ch'ei fece dal naviglio di Milano sino colà. Queste
-spese, e quest'abbandono degli affari pubblici, in tempi
-di pestilenza e di carestia, mentre una parte dello Stato soffriva
-le invasioni de' nemici, produssero danni così grandi
-che, malgrado l'opulenza e l'adulazione che a più giri attorniavano
-quel principe, ei si dovette alla fine riscuotere.
-Aprì gli occhi; e vide tutte le cariche venali occupate da
-vilissimi ministri; i popoli rovinati; le sue milizie mancanti
-di paghe; il suo erario vuoto; e i suoi pochi sudditi
-esausti e languenti. In quel momento fece quello che sogliono
-le anime da poco; dalla inerzia passò alla frenesia.
-Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Milano.
-Fece impiccare il suo direttore delle fabbriche in Pavia. Il
-castellano di Voghera, per essere stato assente quando
-quegli afflitti abitanti scossero il giogo della oppressione,
-fu strascinato a coda d'asino, poi fu impiccato con un suo
-figlio. Sessanta stipendiati, perchè furono un poco lenti
-nell'eseguire una commissione, furono con una sola parola
-condannati tutti alle forche. Indotto a far loro grazia, se ne
-rammaricò poi, e fece porre in carcere Ambrosolo Crivello,
-suo cancelliere, e lo privò d'un anno di salario, perchè era
-stato sollecito nella spedizione della grazia. Questi fatti ci
-sono attestati da più autori contemporanei. L'Azario poi ci
-ha tramandato l'editto col quale quel principe ordinò a' suoi
-giudici qual carnificina dovessero far eseguire contro i rei
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-di Stato. Egli immaginò il modo per far soffrire atrocissimo
-strazio per quarantun giorni, riducendo un uomo sempre
-all'agonia senza lasciarlo morire. La natura freme, Busiri
-e Falaride non lasciarono altrettanto:<a class="tag" id="tag141" href="#note141">[141]</a> <i>Intentio domini
-est quod de magistris preditoribus incipiatur paulatim.
-Prima die quinque bottas de curlo; secunda die reposetur;
-tertia die similiter quinque bottas de curlo; quarta
-die reposetur; quinta die similiter quinque bottas de
-curlo; sexta die reposetur; septima die similiter quinque
-bottas de curlo; octava die reposetur; nona die detur
-eis bibere acqua, acetum et calcina; decima die reposetur;
-undecima die similiter acqua, acetum et calcina;
-duodecima die reposetur; decima tertia die serpiantur
-eis duae corrigiae per spallas, et pergottentur; decima
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-quarta die reposetur; decima quinta die dessolentur de
-duobus pedibus, postea vadant super cicera; decima sexta
-die reposetur; decima septima die vadant super cicera;
-decima octava die reposetur; decima nona die ponantur
-super cavalletto; vigesima die reposetur; vigesima
-prima die ponantur super cavalletto; vigesima secunda
-die reposetur; vigesima tertia die extrahatur eis unus
-oculus de capite; vigesima quarta die reposetur; vigesima
-quinta die truncetur eis nasus; vigesima sexta die
-reposetur; vigesima septima die incidatur eis una manus;
-vigesima octava die reposetur; vigesima nona die
-incidatur alia manus; trigesima die reposetur; trigesima
-prima die incidatur pes unus; trigesima secunda
-die reposetur; trigesima tertia die incidatur alius pes;
-trigesima quarta die reposetur; trigesima quinta die incidatur
-sibi castronum; trigesima sexta die reposetur;
-trigesima septima die incidatur aliud castronum; trigesima
-octava die reposetur; trigesima nona die incidatur
-membrum; quadragesima die reposetur; quadragesima
-prima die intenaglientur super plaustro, et postea
-in rota ponantur</i>. Pare impossibile che un sovrano abbia
-mai dato un comando tanto infernale; pare impossibile che
-alcun uomo, soffrendo questi martirii, potesse sopravvivere
-sino al quarantesimoprimo giorno! Eppure convien dire
-che crudelmente si andassero applicando i rimedii, per prolungare
-la vita e il tormento; poichè, ci attesta lo stesso
-autore, che<a class="tag" id="tag142" href="#note142">[142]</a> <i>harum poenarum exequutio facta fuit in
-personas multorum anno 1372 et 1373</i><a class="tag" id="tag143" href="#note143">[143]</a>. Così pensarono
-i principi, così furono governati i popoli di quella
-città, in cui doveva l'immortale marchese Cesare Beccaria
-scrivere il libro dei Delitti e delle Pene; libro sacro all'umanità,
-alla ragione ed alla beneficenza. I principii dl
-sublime filosofia che l'hanno dettato; la calda e libera eloquenza
-collo quale ci annunziano; lo compassionevole sensibilità
-ai mali degl'infelici, assicurano all'illustre nostro
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-cittadino, ed all'amico e compagno de' miei studi una celebrità
-costante; la onorata tranquillità poi di cui gode, anzi
-lo stipendio e le cariche delle quali è stato decorato, serviranno
-agli esteri non solo, ma alla posterità, di vera dimostrazione
-della felicità e della gloria del governo sotto
-cui abbiamo la fortuna di vivere.
-</p>
-
-<p>
-Sin qui Galeazzo II poteva esser sedotto da malvagi consiglieri;
-ma il fallo seguente lo mostra quale egli era,
-senza difesa. Aveva quel principe incorporato nel vastissimo
-suo parco di Pavia i poderi di molti, e fra gli altri d'un povero
-cittadino pavese che aveva nome Bertolino da Sisti.
-Questo povero uomo aveva una famiglia numerosa da alimentare;
-i figli soffrivano la fame e la miseria, mancando
-di quel fondo, che non gli era stato pagato. Egli si prostrò
-avanti del suo sovrano, implorando umilmente soccorso, e
-il pagamento della sua porzione di terra. Venne accolto da
-Galeazzo con amarissima derisione e vilipendio, e non potè
-ottenere compenso alcuno. Quel disperato padre di famiglia
-aspettò poi, nel parco istesso dove Galeazzo soleva cavalcare,
-il momento della vendetta, e, il giorno 24 di agosto
-dell'anno 1369, lo ferì, mentre passava a cavallo, in un
-fianco; ma la fascia cordonata di seta lo difese. Fu arrestato
-quel suddito; sempre colpevole, ma degno di commiserazione,
-e finì, dopo fieri tormenti, squartato dai cavalli<a class="tag" id="tag144" href="#note144">[144]</a>.
-Coloro che esclamano contro i costumi del nostro secolo,
-vedano se in tutta quanta l'Europa vi sia un angolo
-solo in cui gli uomini siano trattati come lo erano i nostri
-maggiori quattro secoli sono! A che attribuirne il cambiamento?
-All'ardimento che alcuni ebbero di pensare e cercare
-il vero, indipendentemente dalle opinioni ereditate;
-al progresso della ragione, all'accrescimento de' lumi; alla
-moltiplicazione de' libri; al genio della coltura; a quello
-spirito moderato e benefico di filosofia che ha dissipata la
-ferocia e il fanatismo, ed ha reso gli uomini benevoli ed
-umani, sotto di una santa e pura religione di concordia e
-di pace. Rendiamo umili azioni di grazie al Dator di ogni
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-bene, e guardiamoci da coloro che ardiscono d'insultare a
-que' felici mezzi co' quali si è operata la consolante rivoluzione.
-Galeazzo II aveva la bassezza di voler giuocare ai
-dadi co' sudditi che avessero denaro, e godeva di rovinarli.
-(1377) Quel principe fece un decreto l'anno 1377 che non
-ha esempio, a quanto mi è noto. Egli, con un foglio di
-carta, annullò, cassò, rivocò tutte le grazie e dispense che
-aveva sin allora concesse. Il decreto è del giorno 13 di ottobre,<a class="tag" id="tag145" href="#note145">[145]</a>
-<i>Datum in castro nostro Zojoso</i>, sito nel Pavese,
-ora chiamato Belgioioso, nel quale soleva passar qualche
-tempo quel principe. Che un successore revochi le grazie
-di un sovrano che l'ha preceduto, benchè sia cosa dura
-assai per chi la soffre, se ne trovano esempi, ma che un
-principe cancelli, così in un colpo solo, tutte le sue beneficenze,
-non so che sia mai accaduto altra volta<a class="tag" id="tag146" href="#note146">[146]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Paragonando i due fratelli, pare che Barnabò avesse
-l'animo più forte, e Galeazzo fosse freddamente crudele.
-Il primo abbandonandosi ad una collera brutale, era capace
-di ogni eccesso; l'altro lo era sempre, con maligna
-tranquillità. Barnabò dava gl'impieghi a persone che li
-sapessero eseguire, e sapeva tenersele affezionate e fedeli;
-Galeazzo, per denaro, dava le cariche a' più inetti uomini.
-Barnabò era veridico e palesava i suoi sentimenti; Galeazzo
-non era definibile. Il primo incuteva spavento, l'altro diffidenza.
-Barnabò si fece scolpire in una statua equestre di
-marmo e la collocò sull'altar maggiore di San Giovanni in
-Conca. Essa ivi si vede, ma non più sull'altare. Galeazzo
-pazzamente fece distruggere le peschiere, le pitture del
-Giotto, e tutte le belle cose ordinate da Azzone nel palazzo
-di corte,<a class="tag" id="tag147" href="#note147">[147]</a> <i>quae domus</i>, diceva l'Azario, <i>cum ornamentis
-et picturis et fontibus, hodie non fieret cum trecentis
-millibus florenis</i><a class="tag" id="tag148" href="#note148">[148]</a>. Galeazzo faceva alzare un gran
-muro con merita spesa; poi parendogli che stesse male, lo
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-faceva demolire. Faceva delle vôlte assai grandi in mezzo
-del verno, e diroccavano poi; e i mattoni, le travi, la calce
-si prendevano per suo cenno, ove trovavansi, senza parlare
-di pagamento. Galeazzo fabbricò il castello di Milano e
-quello di Pavia: Barnabò, quello di Trezzo. Nessuno di questi
-due atroci fratelli ebbero commensali, come solevano
-averne Azzone, Luchino e Giovanni. Costoro offendevano un
-numero sì grande di persone, che non era poi loro fattibile la
-scelta di alcuni fra' quali passare giocondamente le ore.
-Barnabò pagava esattamente i suoi stipendiati, e non permetteva
-che facessero estorsioni; Galeazzo trascurava di
-pagarli, e non badava alle loro angherie. Durante tale governo,
-i due successivi arcivescovi Guglielmo della Pusterla
-e Simone da Borsano non posero piede mai nella loro diocesi;
-sia che ciò nascesse per le dissensioni col papa; sia
-che, per godere le rendite dell'arcivescovato, i principi non
-volessero concederne a quei prelati il possesso; sia finalmente
-che la meschina vita che sotto a quel governo vi
-dovette passare l'arcivescovo Roberto Visconti, fatto porre
-in ginocchio per ascoltarsi il <i>nescis, poltrone</i>, di Barnabò,
-avesse fatto perdere il coraggio ai successori di presentarsi
-a vivere sotto quei terribili sovrani, animati anche contro
-degli ecclesiastici; i quali, con un editto di Barnabò, venivano
-obbligati a porsi in ginocchio tosto che l'incontravano
-per le strade, e, non solamente dovevano contribuire la
-porzione d'ogni tributo al paro di ciascun altro cittadino,
-ma dovevano portare il più delle tasse che quei sovrani arbitrariamente
-imponevano sul clero. (1378) Galeazzo II mori
-in Pavia il giorno 4 di agosto dell'anno 1378, dopo di aver
-regnato ventiquattro anni; e successe ne' suoi Stati Giovanni
-Galeazzo, di lui figlio, che portava nome <i>il conte di
-Virtù</i>, per un feudo che gli era stato dato nella Francia
-per dote della principessa Isabella.
-</p>
-
-<p>
-Prima di terminare questo capitolo, credo di far cosa
-grata a' miei lettori, informandoli d'un curioso dialogo che
-ebbe Barnabò con un villano, da cui non venne conosciuto.
-Io lo tradurrò, perchè la storia della patria può interessare
-anche persone che non sappiano il latino. Ho dovuto
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-inserire anche troppi squarci, scritti in tal lingua, o per
-contestare l'autenticità dell'asserzione, o per non diventarne
-io medesimo responsale, ovvero per non annunziare
-colle mie parole, cose che mi sarebbe dispiaciuto di dover
-dire. Il dialogo si trova nella Cronaca di Azario<a class="tag" id="tag149" href="#note149">[149]</a>, e consiglio
-ai curiosi lettori di vederlo nel suo originale; perchè,
-frammezzo a quella trascurata e rozza latinità, vi è
-certo lepore ingenuo, e una certa domestichezza di frasi
-che piacciono sommamente e dipingono il costume. Barnabò
-soggiornava parte dell'anno in Marignano: i contorni
-erano ancora pieni di boschi ed opportuni alla caccia, e
-questo era il motivo per cui Barnabò amava di trattenervisi.
-Egli a cavallo ben sovente si allontanava dalla comitiva,
-e s'innoltrava solo nel più interno dei boschi. Un
-giorno fra gli altri aveva smarrita ogni traccia, nè sapeva
-più donde uscirne per ritornare al suo albergo. La stagione
-era assai fredda; l'ora avanzata, e rigido il verno.
-Per caso Barnabò s'avvidde che taluno era in quel bosco.
-S'accostò; e riconobbe ch'era un povero contadino, assai
-lacero, che s'affaticava a tagliar legna. Ecco il dialogo che
-con lui tenne Barnabò: «Il cielo t'aiuti, galantuomo. — <i>Villano:</i>
-Ne ho bisogno. Con questo freddo ho potuto far
-poco. L'estate è ita male, potesse almeno andar meglio
-l'inverno! — <i>Barnabò, scendendo dal suo cavallo affaticato:</i>
-Amico, tu dici che la state è ita male; e come?
-L'annata è stata anzi felice; vi è stato abbondante raccolto
-di grano, vendemmia abbondante. E che l'è ito
-male? — <i>Villano, mentre continua a tagliar la legna:</i>
-Oh abbiamo di bel nuovo il diavolo per nostro padrone.
-Si sperava che, allorquando venne scacciato il signor Bruzio
-Visconti, il diavolo fosse morto, ma ne è comparso
-un altro peggiore ancora. Costui ci cava il pane di bocca.
-Noi poveri lodigiani lavoriamo come cani, e tutto il profitto
-colui ce lo carpisce. — <i>Barnabò:</i> Certamente, quel
-signore opera male assai.... Ti prego, guidami, amico, fuori
-del bosco; l'ora è tarda: la notte è vicina; e m'immagino
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-che tu ancora non avrai tempo da perdere, se brami ritornartene
-a casa tua. — <i>Villano:</i> Oh! per andare a casa
-non ho alcun pensiero. L'imbroglio, padron mio, sarà a
-ritrovarvi da cenare; e davvero ho gran paura che non ne
-faremo nulla; mia moglie e i miei figli gli ho lasciati a
-casa con poco pane. — <i>Barnabò:</i> Ebbene, conducimi fuori
-del bosco, e guadagnerai qualche cosa. — <i>Villano:</i> Tu mi
-vuoi distrarre dal mio lavoro.... saresti tu mai uno spirito
-infernale.... i cavalieri non vengono per questi boschi...
-Sia tu chiunque ti piaccia, pagami prima, e ti scorterò
-dove vuoi. — <i>Barnabò:</i> Ebbene, cosa vuoi ch'io ti dia? — <i>Villano:</i>
-Un grosso di Milano. — <i>Barnabò:</i> Fuori che saremo
-dal bosco ti darò il grosso, e ancora di più. — <i>Villano:</i>
-Oh sì domani! Tu sei a cavallo, e, fuori che tu sia
-dal bosco, prendi il galoppo, ed io rimango come un cavolo!
-Così fanno gli ufficiali di quel diabolico nostro padrone;
-vengono scalzi, e ruban poi tanto, che passeggiano
-come grandi signori a cavallo. <i>Barnabò:</i> Amico, poichè
-non mi vuoi credere, eccoti il pegno», e gli diede la fibbia
-d'argento che aveva alla cintura. Il villano se la gettò
-in seno nella camiscia, e cominciò a precedere per uscire
-dal bosco, ma stanco come era, camminava lentamente.
-«<i>Barnabò:</i> Galantuomo, monta in groppa sul mio cavallo. — <i>Villano:</i>
-Credi tu che quella rozza potrà reggere
-a due! Tu sei tanto grosso! — <i>Barnabò:</i> O, benissimo;
-porterà te e porterà me; tanto più che, a quanto dicesti,
-non hai mangiato troppo a pranzo. — <i>Villano:</i> Tu dici il
-vero.... proviamoci»; e qui si pose a sedere in groppa, e
-mentre così proseguivano attraverso del bosco, continuò
-Barnabò: «Amico, tu mi hai date delle cattive nuove del
-tuo padrone: e del signor Barnabò, che sta in Milano, che
-se ne dice? — <i>Villano:</i> Di lui se ne parla meglio. Benchè
-sia feroce, egli almeno fa osservare l'ordine; e s'egli non
-fosse, non avremmo osato nè io, nè gli altri poveri entrar
-nel bosco a tagliar legna, per timore degli assassini. Il
-signor Barnabò fa osservare esatta giustizia, e quando
-promette, mantiene. Ma quest'altro che sta in Lodi, fa
-tutto al contrario». E così, proseguendo il discorso, gli
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-riferì come un castellano gli aveva rubato un pezzo di
-terra ed alcuni pochi mobili; indi, usciti che furono dal
-bosco, disse il villano: «Signore, tenete la campagna da
-questa banda, la notte viene, fate presto, perchè altrimenti
-vi potrete trovare in mezzo d'una strada. — <i>Barnabò:</i> Amico,
-mi vorresti gabbare, e con questo bel modo portarmi via
-la fibbia». Tremava di freddo il villano, perchè a piedi
-almeno si riscaldava, e sedendo era, senza moto, esposto
-al rigore della stagione, e disse: «Per Dio! non mi ricordava
-nemmeno più della fibbia; prendetela, signore. Se
-mi volete dar qualche cosa per amor di Dio, fatelo; se
-non vi piace, il cielo vi aiuti, e andate colla vostra fibbia.
-Correrei pericolo d'essere impiccato, se questa fibbia si
-ritrovasse presso di me; si direbbe che l'avessi rubata.
-Tenetela. Credo bene che, se mi volete fare la carità, non
-vi mancano in tasca denari. — <i>Barnabò:</i> Amico, fa a modo
-mio; accompagnami ad un albergo e ti prometto un grosso,
-e di più un buon camino per riscaldarti, e poi anco di più
-una buona cena: e così domattina di buon'ora tornerai da
-tua moglie». Il villano si consolò pensando a questi beni,
-e come la mattina vegnente con quel grosso avrebbe potuto
-comprare dodici pagnotte e darle alla sua povera
-famiglia. Scese dalla groppa, e riprese il cammino, calpestando
-lo stoppie attraverso dei campi; e Barnabò cavalcava
-dietro lui. — <i>Barnabò:</i> «E dove anderemo noi ad albergare? — <i>Villano:</i>
-Andremo a Marignano: vi sono delle
-buone osterie; vi si può entrare giorno e notte, e alloggeremo
-bene, e noi ed il cavallo, che mi pare ne abbia
-bisogno. <i>Barnabò:</i> Dici bene. E da questo tuo Marignano
-siamo noi molto discosti? — <i>Villano:</i> Cosa ti preme?
-Se non vi giugneremo di giorno, vi giugneremo di notte.
-Non t'ho dett'io che ivi non si chiudono le porte? — <i>Barnabò:</i>
-Va dunque, sia come tu vuoi». Così proseguendo
-con tai discorsi il cammino, si videro da lontano comparire
-molte e grandi fiaccole, e Barnabò disse: «Vedi tu
-quei fanali e tante faci? — <i>Villano:</i> Le vedo. — <i>Barnabò:</i>
-E che vuol dir questo? — <i>Villano:</i> Vuol dire che vanno
-cercando il signor Barnabò, che tante volte s'innoltra nei
-<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span>
-boschi per amore della caccia; vuole essere solo, si perde,
-e i suoi domestici poi vanno la sera facendo dei fuochi,
-acciocchè veda per dove possa ritornarsene. — <i>Barnabò:</i>
-S'ella è così, fanno bene: è segno che quei domestici hanno
-premura pel loro padrone». Discorrendo per tal modo
-s'andarono accostando a quei che portavano le faci; e tosto
-che questi videro Barnabò, scesero da cavallo; e salutato
-con riverenza quel sovrano (<i>inclinatis capuciis</i>, dice
-Azario), e rispettosamente attorniando lui e il villano, tutti
-giunsero a Marignano. Allora il povero villano s'avvide
-qual fosse l'uomo col quale aveva fatto il dialogo. Desiderava
-di essere già morto; tanto timore aveva dei tormenti
-che s'aspettava di dover patire nel castello di Marignano!
-Giunti che vi furono, il signor Barnabò, scoppiando dalle
-risa, raccontò a' suoi domestici tutta l'avventura; e ordinò
-che il villano, tal quale era, stracciato e sporco, fosse condotto
-in una sala, e se gli accendesse un gran fuoco. Poichè
-fu ben ristorato dal freddo, fu chiamato il povero villano
-a cena, e dovette sedere di contro al signor Barnabò.
-Essi due soli sedevano; e volle che il villano venisse in
-tutto servito come egli lo era. Il contadino non voleva
-tanti onori; tremava; e Barnabò: «Son galantuomo, mantengo
-la parola. Ti ho promesso un buon fuoco, e te l'ho
-dato. Ti ho promessa una cena, e te la mantengo. Ti ho
-promesso un grosso di Milano, e domattina l'avrai. — <i>Villano:</i>
-Ah! signore, misericordia! io ho parlato da stolido
-qual sono! sono un povero uomo, che vive nei boschi solitario,
-non so quello che convenga di parlare: per pietà,
-mi lasciate partire: per carità, perdonatemi». Il villano
-combatteva fra lo spavento e la fame, stimolata
-da' cibi insoliti; e la fame la vinse; mangiò bene assai.
-Poscia venne congedato dal principe e condotto in una
-bella stanza; lavato con un bagno tepido, posto a dormire
-sopra di un magnifico letto; e la vegnente mattina fu condotto
-avanti del signor Barnabò, che gli disse: «Ebbene,
-amico, coma bai passata la notte? — <i>Villano:</i> Come in
-paradiso; ma, con vostra buona grazia, vorrei andarmene. — <i>Barnabò:</i>
-Se così ti piace, vi consento»; indi rivolto
-<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span>
-ad un suo cameriere: «Dagli un grosso»; e questi immediatamente
-lo consegnò al villano, poi Barnabò: «La
-mia promessa ora è compiuta; pure ti ho lasciato sperare
-qualche cosa di più; cercami quella grazia che brami. — <i>Villano:</i>
-Signore, basta che mi lasciate partire vivo e sano. — <i>Barnabò:</i>
-Questo lo accordo; chiedi qualche altra grazia. — <i>Villano:</i>
-Se mi faceste restituire il mio piccolo podere
-toltomi dal castellano....». Súbito fecegli dare lettere
-colle quali il villano riebbe il suo, e tranquillamente se
-ne ritornò allo stato di prima. L'Azario, che allora viveva e
-che ci ha tramandata la memoria di questa scena, non ci
-riferisce chi fosse il governatore di Lodi che era succeduto
-a Bruzio Visconti. Questo avvenimento ha tanta verosimiglianza,
-che lo credo veramente accaduto; e Barnabò, avendolo
-súbito raccontato ai suoi cortigiani, è naturale che
-venisse poi divulgato come una novella di quel tempo.
-Non avranno trascurato alcuni d'interrogarne il villano
-medesimo, e così potrà essersi ancora più esattamente risaputo.
-Il carattere di Barnabò mi pare che vi sia dipinto
-al vivo. Non permetteva egli che si commettessero vessazioni
-ed ingiustizie; amava la sicurezza e l'ordine; manteneva
-la parola data. Ma un buon principe non avrebbe
-impresso nel cuore dei sudditi uno spavento generale, a
-segno che, per qualche incauta parola, temessero d'essere
-condannati alla carnificina da lui medesimo, nel di lui
-palazzo. Nessun principe oggidì avrebbe piacere di far
-soffrire a quel meschino la barbara incertezza che lo
-tormentò per laute ore; e la prima parola gli annunzierebbe
-ilarità e pace. Poi lo sborso di un grosso, ossia il
-solo valore di dodici pagnotte, oggidì sembrerebbe affatto
-indecente. Il povero villano aveva dovuto lasciare la moglie
-ed i figli con poco pane; stanco e mal pasciuto, aveva
-camminato per ricondurre il sovrano senza sapere ch'ei
-fosse altro che un uomo; meritava adunque qualche cosa
-di più d'un grosso. Se il fatto fosse accaduto alla maestà
-dell'adorabile augusto Giuseppe II, o ad alcuno dei reali
-arciduchi, la sera medesima avrebbe la famiglia del villano
-avuto di che cenare; e invece di tremare, come avrà fatto,
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-avrebbe sparse lagrime di tenerezza, benedicendo la sovrana
-pietosa munificenza. Non bastava poi alla giustizia
-la restituzione del podere rubato dal castellano. Un principe
-buono non si sarebbe determinato a cosa alcuna colla
-esposizione di un solo. Avrebbe disposte le cose in modo
-d'essere esattamente informato del fatto, e d'ascoltare anche
-il castellano, per dargli campo a giustificarsi; indi, se
-egli aveva oppresso una povera famiglia, non bastava disfare
-il mal fatto. Voleva il ben pubblico che quel prepotente
-venisse contenuto per l'avvenire, e col suo esempio
-allontanasse i suoi pari dal meditare altrettanto. Nè avrebbe
-mancato un principe buono di prendere informazione sul
-governatore di Lodi e sugli ufficiali rapaci che l'attorniavano.
-Barnabò, anche in questa scena, manifesta un carattere
-duro, insensibile, atroce nei momenti istessi della
-giocondità, ed appare violento, e niente addottrinato nella
-scienza di governare.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap14">CAPITOLO XIV.
-
-<span class="smaller"><i>Del conte di Virtù, e della erezione del ducato
-di Milano.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Per lo spazio di sette anni ancora, dopo la morte di Galeazzo
-II, continuò ad essere separato in due parti lo Stato
-de' Visconti, reggendo l'eredità del padre il conte di Virtù,
-e continuando a regnare Barnabò sulla sua porzione. Il
-Gazata nella sua Cronaca ci racconta che Barnabò aveva
-comprata la città di Reggio da Feltrino Gonzaga, collo
-sborso di cinquantamila fiorini d'oro; e che per diventar
-padrone di alcune rocche e castelli di quel distretto, egli
-s'impadronì di Francesco Fogliano; ed avutolo nelle sue
-mani, gli fece intimare che o doveva indurre Guido Fogliano,
-di lui fratello, a consegnare a Barnabò le fortezze che
-egli possedeva, ovvero questi sicuramente lo faceva impiccare,
-quantunque tra il Fogliano e Barnabò non vi fosse
-mai stata altercazione alcuna. Il povero Francesco Fogliano
-fece ogni sforzo per indurre colle sue lettere il fratello a
-riscattarlo. Guido credette che non si sarebbe mai imbrattato
-il Visconti con una così obbrobriosa macchia; ma s'ingannò,
-perchè Barnabò fece sospendere Francesco alle forche,
-sulle mura di Reggio, il giorno 7 dicembre 1372. Il
-conte di Virtù aveva questo terribile collega. Il conte era
-giovine di venticinque anni. Egli s'era più volte presentato
-al nemico con valore, allorquando i collegati invasero lo
-Stato; ma non aveva dato saggio nemmeno d'avere i talenti
-d'un buon comandante. Aveva egli stretti vincoli di sangue
-colla casa di Francia, colla casa di Savoia, colla casa d'Inghilterra:
-ma Barnabò non era meno appoggiato ad illustri
-e potenti parentele. Barnabò ebbe tanti figli, che (ommettendo
-i bambini ed i fanciulli periti) se ne contarono
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-trentadue, de' quali quindici legittimi, nati dalla signora
-Beatrice della Scala, da altri chiamata Regina della Scala.
-Barnabò aveva date le sue figlie in matrimonio a potenti
-signori. La casa d'Austria, la casa di Baviera, il re di Cipro,
-la casa di Wirtemberg, la casa di Turingia, i Gonzaghi avevano
-delle principesse figlie di Barnabò. La principessa che
-entrò nella gloriosissima casa d'Austria si chiamava Verde
-Visconti. Ella sposò il duca Leopoldo. Questo principe, giovine
-di quattordici anni, venne a Milano l'anno 1365, ed il
-giorno 23 di febbraio celebrò le sue nozze nel palazzo del
-signor Barnabò Visconti, presso San Giovanni in Conca.
-Barnabò diede in dote alla figlia centomila fiorini. Indi andarono
-gli sposi a Vienna; e da queste nozze discende l'augusto
-sovrano che ora, per nostra felicità, domina su questo
-Stato. Chi bramasse più minute notizie di queste memorabili
-nozze (per le quali il sangue de' Visconti, sublimato
-a più elavata condizione, e depurato colla virtù e colla
-beneficenza di quattro secoli, trovasi attualmente sul trono,
-dal quale i Milanesi ricevon legge) vegga il nostro
-conte Giulini, che ne ha pubblicati i monumenti sinora
-inediti.
-</p>
-
-<p>
-A fronte d'uno zio terribile, stavasene circospetto ed attentissimo
-il conte di Virtù. Milano, siccome dissi, era divisa
-in due padroni: Galeazzo II possedeva il castello di
-Porta Giovia, cioè il castello che ancora in parte internamente
-sussiste; e Barnabò possedeva un altro castello alla
-torre di porta Romana, di cui veggonsi anco oggidì le vestigia
-dalla parte del naviglio. Il conte di Virtù stavasene
-in Pavia: era una volpe che adocchiava destramente il
-vecchio leone. Mostrava il giovine conte di Virtù d'essere
-timido, irresoluto, debole in ogni sua azione. Bramava
-d'imprimere nell'animo di Barnabò tale opinione, che, considerandolo
-egli giovane da nulla ed incapace d'intraprendere
-un colpo ardito, nemmeno pensasse a tenersi difeso;
-e tanto seppe dissimulare in ogni azione, anche domestica,
-tanto attento fu nel rappresentare il meschino personaggio
-propostosi, che ingannò supinamente lo zio, quantunque
-avesse giorno e notte al suo fianco Caterina Visconti, figlia
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-di Barnabò, da Galeazzo sposata, sebben cugina, dopo la
-morte di Isabella di Francia, sua prima moglie. Barnabò
-deriderà l'imbecillità del nipote, il quale ne' suoi editti
-ancora spirava umanità, beneficenza e moderazione, mentre
-l'altro continuava a spaventare i sudditi con inesorabile
-ferocia. Poteva comparire agli occhi dello zio un nuovo
-tratto di pusillanimità la cura che ebbe il conte di Virtù
-di procurarsi la grazia del nuovo augusto Venceslao, succeduto
-al defunto Carlo IV di lui padre. Ma in fatti egli
-solo venne da quel monarca confermato vicario imperiale
-l'anno 1380, senza che nel diploma venisse fatta menzione
-di Barnabò. Così nel silenzio andava il conte di Virtù preparando
-la mina che doveva scoppiare un giorno, e rovinando
-il collega, riunire la sovranità dello Stato sopra di lui solo.
-Barnabò, dal canto suo, senza accorgersi, somministrava
-sempre nuove armi al nipote contro di lui; poichè disponeva
-una nuova divisione dello Stato suo ne' cinque suoi
-figli legittimi, e già a ciascuno di essi aveva assegnato il
-governo nel distretto che gli aveva destinato in sovranità
-dopo di lui. Marco aveva la metà di Milano; Lodovico aveva
-Lodi e Cremona; Carlo aveva Parma, Crema e Borgo San Donino;
-Rodolfo aveva Bergamo, Soncino e la Ghiara d'Adda;
-Giovanni Mastino, ancora bambino, aveva finalmente Brescia
-colla Riviera e Valle Canonica. Questo avvenire non
-poteva essere caro ai popoli, che diventavano sudditi d'una
-piccola sovranità, e soggetti ad un principe debole. Così
-insensibilmente, e simulando debolezza ed incapacità, Gian
-Galeazzo lasciava maturare gli avvenimenti; e andava contrapponendo
-l'apparenza di un saggio principe a quella di
-un capriccioso e crudele despota. (1385) Giunse il momento,
-e fu il giorno memorando 6 di maggio dell'anno 1385;
-giorno in cui venne tolta a Barnabò ed a' suoi figli, per
-sempre, ogni sovranità, e concentrossi nel conte di Virtù
-ogni potere. Il caso è noto, ed è il seguente. Il conte fece
-intendere al signor Barnabò ch'egli pensava di portarsi
-alla Madonna del Monte presso Varese; che sarebbe venuto
-da Pavia a Milano, la mattina del 6 di maggio, ma non
-amando di entrare nella città, costeggiandola fuori dalle
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-mure, sarebbe andato a smontare nel suo castello a porta
-Giovia; e che sarebbe stata pure grande la sua consolazione
-se avesse potuto abbracciare uno zio che tanto onorava.
-Si sapeva che il conte voleva condurre la scorta di
-quattrocento lance. Un domestico del signor Barnabò non
-mancò di fargli osservare che quel corredo era troppo per
-portarsi ad un santuario e ad un borgo dello Stato, in
-tempo di pace. Questo domestico si chiamava Medicina, e
-cercò di persuadere al suo padrone di starsene cauto e non
-avventurarsi. Ma Barnabò disprezzava il nipote, e attribuì
-alla pusillanimità sua questa schiera d'armati. I due figli
-maggiori di Barnabò furono spediti incontro al conte due
-miglia fuori di porta Ticinese. Questi accolse co' maggiori
-segni di cordialità i suoi due cugini e cognati Rodolfo e
-Lodovico, i quali, dopo le accoglienze, con apparenza di
-onore, furono circondati dalle armi di cui erano comandanti
-Jacopo dal Verme, Ottone da Mandello e il marchese
-Giovanni Malaspina. S'incamminò il conte verso Milano, e
-giunto che fu avanti della porta Ticinese (che allora era
-ove oggidì sta il ponte del naviglio) prese la sinistra, e
-per la via che ora fiancheggia il canale, andò colla sua comitiva
-cavalcando, sin che alle ore sedici, ossia verso mezzo
-giorno, trovatisi vicino al ponte che da Sant'Ambrogio conduce
-a San Vittore, per esso videro scendere Barnabò a
-cavallo con uno o due domestici di seguito. Il conte, dopo
-i primi saluti, diede il segnale concertato; e Jacopo dal
-Verme il primo spronò il cavallo, e pose le mani adosso
-della persona del signor Barnabò, dicendogli: <i>Siete prigioniere.</i>
-Ben tosto Ottone da Mandello gli levò dalle mani la
-briglia; altri gli tagliò il cingolo; e così al momento Barnabò
-fu disarmato, togliendogli altri la spada, altri la bacchetta
-dalle mani. Contemporaneamente lo stesso venne
-fatto ai due suoi figli Rodolfo e Lodovico; e presto presto,
-in mezzo alle armi, vennero tradotti nel castello di porta
-Giovia, poco di là lontano. Barnabò venne cautamente trasportato
-poi al castello di Trezzo, ove anco oggidì vedesi
-la stanza, in cui sopravvisse sette mesi colla sua o moglie o
-amica Donnina de' Porri sin che morì avvelenato, a quanto
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-si dice. Tanto seppe simulare il conte! Egli aveva trentadue
-anni.
-</p>
-
-<p>
-Appena il colpo era fatto, il conte, alla testa degli armati,
-entrò nella città, e senza veruna opposizione se ne
-impadronì, fra gli evviva della plebe, alla quale permise
-tosto di saccheggiare i palazzi di Barnabò e de' suoi figli,
-e la plebe di più saccheggiò le dogane e la gabella del
-sale, che era alla piazza de' Mercanti. Nella fortezza di
-porla Romana vi fu ritrovato tanto argento per caricarne
-sei carri, ed in oro vi si contarono settecentomila fiorini.
-Quindi si radunò un consiglio generale della città, il quale
-tosto conferì il dominio al conte di Virtù, e, dopo lui, a'
-suoi discendenti maschi legittimi, in quel modo a lui più
-fosse piaciuto<a class="tag" id="tag150" href="#note150">[150]</a>. Con tal decreto vennero esclusi i discendenti
-di Barnabò: e in quel giorno Giovanni Galeazzo
-Visconti, conte di Virtù, diventò sovrano di ventuna città,
-e sono Reggio, Parma, Piacenza, Cremona, Brescia, Lodi,
-Bergamo, Crema, Milano, Como, Vigevano, Pavia, Bobbio,
-Alessandria, Valenza, Novara, Tortona, Vercelli, Alba, Asti
-e Casale. Questo colpo, eseguito con tanto vigore, e preparato
-colla più cupa e simulata ipocrisia, conveniva in
-qualche modo farlo comparire onesto e suggerito dall'assoluta
-necessità; e a tal fine ordinò il conte che si formassero
-i processi contro di Barnabò. L'autore degli Annali
-milanesi ce ne ha trasmesso l'epilogo. Le atrocità che ivi
-si leggono imputate a Barnabò, sono enormi; e dopo una
-sanguinosa enumerazione di esse, vedesi incolpato Barnabò
-d'avere tese insidie alla vita del nipote; d'essere
-uno stregone, che colle fattucchierie avesse rese sterili le
-nozze del conte di Virtù; e che finalmente Gian Galeazzo
-fosse stato costretto a far prigionieri lo zio ed i cognati,
-perchè essi l'avevano in quel momento assalito a tradimento.
-Non saprei se sotto il governo di uomini di quell'indole
-vi fosse nelle magistrature un uomo virtuoso; ma
-se pur vi era, quello certamente non sarà stato trascelto
-per formare il processo. Barnabò era uomo feroce, violento,
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-coraggioso, franco, ma non dissimulato, nè capace
-di tradire o di insidiare. Egli era nemico di ogni arte e di
-ogni scienza, crudele, sanguinario, d'una religione inconseguente,
-poichè, insultando il papa, oltraggiando i vescovi,
-calpestando gli ecclesiastici, donava ai conventi generosamente
-i beni che rapacemente confiscava ai cittadini.
-Ma il conte era suo nipote; il conte era suo genero;
-giaceva le notti colla sua moglie Caterina Visconti,
-nel tempo in cui ordiva di togliere la sovranità alla di lei
-famiglia, mentre teneva prigione suo padre, lasciava errare
-raminghi e bisognosi i di lei fratelli, che pure avevano
-tanta ragione per succedere nella signoria di Barnabò,
-quanta ne aveva il conte per essere succeduto nella
-signoria a Galeazzo. Di tanti figli che aveva Barnabò, malgrado
-le potenti e illustri loro aderenze, non ve ne fu più
-alcuno che potesse comparir nemmeno a disputare la
-usurpata porzione del padre, trattone Estore che era figlio
-illegittimo, il quale potè fare ventisette anni dopo un momentaneo
-contrasto al duca Filippo Maria, come vedremo.
-La potenza acquistata in un istante dal conte di Virtù
-fiaccò l'animo de' suoi sudditi; l'ardimento della sua ambizione,
-spiegata come un improvviso lampo, unita alla
-profondissima simulazione, rese attoniti gli altri principi;
-giacchè gli oggetti più ne soprafanno, quanto più grandeggiano
-annebbiati. I popoli, oppressi dal duro e violento
-giogo sofferto, accolsero con allegrezza il cambiamento.
-La virtù e la giustizia non ebbero parte alcuna in questa
-rivoluzione, in cui si vide accadere un avvenimento di cui
-sono frequenti gli esempi; cioè che, posti due colleghi di
-egual condizione al governo, colui che avrà le passioni più
-spiegate, dovrà soccombere a colui che saprà coprire colla
-timidezza l'ambizione, siccome ancora accadde dell'impero
-del mondo fra Ottavio ed Antonio.
-</p>
-
-<p>
-All'ambizione artificiosa del conte di Virtù erano poche
-ventuna città suddite. Egli pensava a nulla meno che al
-regno d'Italia: e i primi sguardi ch'egli gettò furono dalla
-parte del Veronese e del Padovano, per estendere sino all'Adriatico
-il suo Stato. Egli, siccome dissi, possedeva già
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-Crema, Bergamo e Brescia. Antonio della Scala era signore
-di Verona e di Vicenza. Francesco da Carrara era
-signore di Padova. Da gran tempo questi due piccoli sovrani
-avevano delle discordie, e si facevano delle reciproche
-ostilità. Il conte di Virtù, simulando zelo per la concordia
-e per il bene di que' due principi, entrò mediatore
-per accomodare le loro controversie; e mentre l'una parte
-e l'altra stavano facendo le loro proposizioni, il conte lusingò
-il Carrarese, signore di Padova, proponendogli un'alleanza
-invece del progettato accordo. L'alleanza avea per
-fine la distruzione dello Scaligero. Il piano era che il Carrara
-lo dovesse attaccare dalla parte di Vicenza, mentre
-il conte di Virtù farebbe lo stesso dalla parte di Brescia.
-L'esito non poteva essere dubbio, poichè Antonio della
-Scala, posto così di mezzo, non poteva avere scampo. Il
-frutto era grande, mentre s'offeriva a Francesco Carrara
-di lasciargli Vicenza, e il conte restava pago di prendere
-per sè Verona. Non poteva essere l'orecchio del Carrarese
-adescato da una proposizione più seducente di questa, e
-incautamente la accettò. La passione antica che aveva contro
-lo Scaligero, lo acciecò a segno di lusingarsi, che il
-conte (il quale aveva tradito suo zio, usurpata la sua sovranità,
-e, coll'apparenza di officiosa mediazione, proponeva
-un tradimento contro dello Scaligero) sarebbe stato
-un alleato fedele a lui, poichè fosse reso ancora più forte
-coll'acquisto del Veronese, e diventato confinante col Padovano!
-Appena concertata la cosa, il conte mediatore immediatamente
-pubblicò un manifesto diretto allo Scaligero,
-diffidandolo che tre giorni dopo quella data veniva a
-muovergli guerra. (1387) Fu invaso il Veronese dalla milizia
-del Visconti da una parte, e del Carrara dall'altra.
-Alcuni malcontenti veronesi, che avevano secreta corrispondenza
-con Antonio Bevilacqua, comandante delle
-truppe del conte, aprirono l'ingresso; e il Bevilacqua,
-fuoruscito veronese e nemico di Antonio della Scala, rese
-Verona suddita del conte di Virtù; alle armi di cui si sottomisero
-i borghi e le terre tutte del Veronese non solo,
-ma del Vicentino e la stessa città di Vicenza. Così terminò
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-la signoria degli Scaligeri l'anno 1387. La conquista fatta
-dal conte, della città di Vicenza, era una violazione dei
-patti. Contra di essa reclamava il signore di Padova Francesco
-da Carrara. Il conte rispondeva che egli teneva Vicenza,
-non come cosa spettante a lui, ma come l'eredità
-di Caterina sua moglie, figlia della regina Scaligera, moglie
-di Barnabò. Il Gatari, nella Storia di Padova<a class="tag" id="tag151" href="#note151">[151]</a>, ci
-dice che il conte di Virtù, per maneggi secreti, corruppe
-i favoriti di Francesco da Carrara, e fece che gli consigliassero
-di alzar ben bene la voce, e declamare contro la
-perfidia del conte, facendogli sperare che, in tal modo, e
-il consiglio del conte e la di lui stessa moglie, l'avrebbero
-certamente indotto a consegnargli Vicenza, anzi che portare
-la patente macchia d'avere violata la fede; supponendosi
-a ciò indotti dalla lusinga che, intimorito, il Carrara
-non avrebbe osato di farne pubblica doglianza. Anche
-da tale insidia fu côlto quell'incauto principe; e il conte
-ebbe il pretesto di vendicare le ingiurie proferite da Francesco
-Carrara; e non solamente ritenne Vicenza, ma invase
-il Padovano, s'impadronì di Padova istessa, fece prigioniere
-l'infelice Francesco da Carrara, e trasportollo
-nella torre di Monza, ove terminò i suoi giorni. Io ho
-delle monete del conte di Virtù, signore di Padova, e sono
-già pubblicate altre monete del medesimo come signore
-di Verona, le quali monete vennero coniate probabilmente
-dalla zecca di Milano o nell'anno 1387, ovvero poco dopo.
-Da questi fatti compare chiaramente il carattere di Giovanni
-Galeazzo. Gli editti che pubblicava erano composti
-con frasi che indicavano religione, pietà, moderazione.
-S'invocava Dio; se gli rendeva omaggio di ogni prospero
-successo; si fabbricava il Duomo; si fondava la gran Certosa
-presso Pavia; ma la morale non era punto rispettata.
-Le animosità e le contese fra gli Scaligeri ed i Carraresi
-ebbero tal fine. E per lo più così accadde che i piccioli
-nemici combattono colla chimerica lusinga di soggiogare i
-loro emuli; e un terzo si presenta, il quale tranquillamente
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-profitta delle loro spoglie; giugnendo poi i rivali
-rovinati a conoscere, ma tardi, che assai miglior partito è
-quello di tollerarsi scambievolmente, e rimanere concordi
-ed uniti, per ottenere stabilità di fortuna, e tranquillo e
-decoroso godimento di essa.
-</p>
-
-<p>
-Poichè per tal modo ebbe Gian Galeazzo estesi i suoi
-confini sino al mare Adriatico, rivolse le sue cure a dilatarli
-al lungo dell'Italia, al di là di Bologna, nella Romagna
-e nella Toscana. Egli conquistava per mezzo de' suoi
-generali. Prese colle armi Bologna. Molto si stese nella Romagna.
-Perugia, Spoleti, Nocera, Assisi furono da lui acquistate.
-Nella Toscana egli comprò Pisa collo sborso di
-ducentomila fiorini, e gliela vendette Gerardo Appiani, che
-era succeduto al padre in quel dominio. Egli acquistò Siena,
-che se gli rese per dedizione spontanea<a class="tag" id="tag152" href="#note152">[152]</a>. La repubblica
-di Firenze non poteva con tranquillità rimirarsi in tal modo
-cinta dai nuovi Stati del conte, la di cui ambizione non
-aveva limiti, e si venne alle ostilità. Nel loro manifesto i
-Fiorentini dissero:<a class="tag" id="tag153" href="#note153">[153]</a> <i>Sed profecto nosmetipsos, vana fide
-delusi, decipiebamus, persuadentes nobis illum esse
-posse fidelem, qui tam infidelis extitit nepos et gener
-et frater, in patruum, socerum, atque fratres, cujusque
-toties, et nobis, et aliis, probata fides erat nihil habere
-constantiae, nisi solum in hoc ut fidem quam promiserat
-non servaret... Nos versa vice tyranno Lombardiae, qui
-se regem facere cupit, et inungere, bellum indicimus</i><a class="tag" id="tag154" href="#note154">[154]</a>.
-Stimolarono i Fiorentini il re di Francia, e non si sa con
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-quai mezzi l'indussero, malgrado gli stretti vincoli del
-sangue, a spedire per la Savoia, un corpo di diecimila francesi,
-comandati dal conte d'Armagnac. Sebbene il duca di
-Savoia fosse pure stretto parente del conte, che era figlio
-di Bianca di Savoia, pure lasciò libero il passo a queste
-truppe. Il comandante conte d'Armagnac era parente stretto
-di Carlo Visconti, figlio di Barnabò, che viveva miseramente
-ramingo colla sua moglie Beatrice d'Armagnac. L'armata
-francese si portò rapidamente sotto di Alessandria, città
-munita di valido presidio, comandato da quel Jacopo dal
-Verme che aveva fatto prigioniere Barnabò. I Francesi si
-presentarono con insulto, deridendo, provocando, ed invitando
-se avevano coraggio di venir fuori que' poltroni Lombardi.
-Si vide poi che è più facile l'oltraggiare che il vincere.
-Uscì Jacopo dal Verme il giorno 28 di luglio dell'anno
-1391, e, per risposta, prese il conte di Armagnac
-prigioniere, e tutti que' francesi che non rimasero sul
-campo. Così terminossi quella spedizione; e il conte ben
-presto si accomodò colla Francia, facendole sperare di sottomettere
-colle sue armi Genova, e darla a quel re; il che
-poi non avvenne. Il conte per altro sembrava affezionatissimo
-ai Francesi. Ei si faceva pregio della contea di Virtù,
-che era un piccolo feudo della Francia nella Sciampagna,
-portatogli in dote dalla prima moglie Isabella, figlia del re
-di Francia Giovanni II. L'essere stato sino dalla fanciullezza
-unito con una amabile principessa di Francia, gli aveva
-lasciata quella propensione. Il conte, nell'anno 1387, maritò
-Valentina Visconti, l'unica sua figlia, a Luigi duca di
-Torrena e conte di Valois, fratello del re di Francia Carlo VI.
-Le sborsò quattrocentomila fiorini d'oro per sua dote, e le
-assegnò pure in dote Asti, e tutte le terre e castelli del
-Piemonte. Di più, volle riservare a lei ed a' suoi figli la ragione
-di succedere negli Stati suoi in mancanza di successori
-maschi legittimi e naturali; poichè allora non per anco
-ne aveva: di che erasene incolpata la stregoneria del signor
-Barnabò, come dissi. Questa riserva di successione fu poi
-cagione funestissima di miseria e rovina allo Stato, allorchè,
-centododici anni dopo, il re di Francia Lodovico XII
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-(che era salito sul trono dopo Carlo VIII, morto senza figli),
-venne a far valere le ragioni della sua ava paterna Valentina
-Visconti, per essere estinta la linea legittima di Matteo
-I Visconti. Se poi il conte di Virtù, che aveva ottenuta la
-sovranità, per sè e suoi successori maschi legittimi e naturali,
-dal consiglio generale due anni prima, avesse facoltà
-di trasferirla ai discendenti delle femmine; e se ciò fosse
-conforme alla pace di Costanza, all'eminente sovranità dell'Impero,
-di cui era vicario, ed al buon diritto, sarebbe
-facil cosa il deciderlo, qualora la questione si fosse trattata
-fra privati avanti un tribunale. Il conte dava una cosa
-non sua. Pure, questa incautissima eventuale sostituzione
-serve di una dolorosa epoca nella nostra storia, per le
-guerre, le invasioni, la scissione che poi ne avvenne del
-nostro paese.
-</p>
-
-<p>
-Se i Fiorentini erano in armi, e se movevano altri principi
-contro di Giangaleazzo conte di Virtù, per porre argine
-alle conquiste ch'egli faceva nella Toscana, non avrebbero
-certamente i papi risparmiato dal canto loro di adoperare
-tutti i mezzi ch'erano in loro potere, contro di un
-principe invasore del loro Stato, e che occupava Bologna
-e le altre città che abbiamo accennate. Ma gl'interessi della
-Santa Sede erano turbati interamente. V'erano due, ciascuno
-de' quali pretendeva d'essere papa; e questo scisma,
-incominciato sin dall'anno in cui morì Galeazzo II, durò
-da un successore all'altro per lo spazio di ben quarant'anni.
-Alcuni paesi decisamente riconoscevano uno de' due papi
-per legittimo sommo pontefice. Lo scaltrito conte di Virtù
-non volle mai decidersi; ma adescò ed un papa e l'altro,
-lasciando sperare a ciascuno di volersi per esso determinare;
-e frattanto che i due competitori, con prodiga compiacenza,
-gareggiavano per guadagnarsi l'amicizia sua, egli
-andava togliendo alla Santa Sede lo Stato, ed operando
-ne' suoi dominii come s'ei fosse padrone di tutto, disponendo
-anche delle cose ecclesiastiche. La politica del conte
-era tale, che volle ottenere e da Urbano VI, che stava in
-Roma, e da Clemente VII, che risedeva in Avignone, la dispensa
-per contrarre le nozze con Caterina Visconti, sua
-<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span>
-cugina, l'anno 1380; e ciò sotto pretesto di timorata coscienza,
-non essendo egli ben certo quale de'due papi fosse
-il vero. Con tal mezzo,<a class="tag" id="tag155" href="#note155">[155]</a> <i>Omnes dignitates</i>, dice l'Annalista
-piacentino<a class="tag" id="tag156" href="#note156">[156]</a>, <i>et beneficia ecclesiastica terrarum
-ipsius domini comitis, quae erant conferenda, dictus
-dominus comes ipse conferebat cui volebat, et dictus dominus
-papa dicta beneficia et dignitates confirmabat
-omnibus illis quos dictus dominus comes elegerat</i>. Ciò
-nondimeno i principi minori d'Italia erano collegati contro
-del conte; e fra questi eravi il signore di Mantova Francesco
-Gonzaga, gli Stati del quale, come più vicini, erano
-ancora più degli altri in pericolo; sembrando inevitabile
-anche per lui il destino dei signori della Scala e de' signori
-di Carrara. L'armata del conte, spedita contro il Mantovano,
-era comandata da Jacopo dal Verme. I Fiorentini non potevano
-soccorrere il Gonzaga, perchè il conte altro corpo
-di truppe teneva contro Firenze. Il Po era coperto di navi
-con armati dall'una e dall'altra parte; ed il Gonzaga aveva
-fabbricato su di quel fiume un ponte, di legno bensì, ma
-tanto forte e munito, che il dal Verme non credè di attaccarlo.
-Sotto di questo ponte si ricoveravano le navi mantovane
-ogni volta che dalle nostre venivano minacciate di offesa,
-come frequentemente accadeva. (1397) Il dal Verme,
-che non poteva innoltrarsi senza essere padrone del fiume,
-per cui riceveva la vettovaglia, immaginò uno stratagemma,
-che fu poi imitato dal re di Svezia Carlo XII alla Duina,
-mentre guerreggiava nella Polonia. Fece disporre un buon
-numero di barche piccole, e le caricò di paglia e di legna
-da ardere. Aspettò un buon vento favorevole; vi accese il
-fuoco, e il vento, unito alla corrente, portarono le barche
-sotto del ponte, ed immersero quel presidio nel fumo anche
-prima che il fuoco lo distruggesse. Ebbe cura che le
-<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span>
-barche fossero più larghe di quello che non erano i vani
-del ponte, per modo che, ivi giunte, vi rimanessero, e ne
-seguisse l'incendio, e così avvenne, dato che fu il fuoco
-alla paglia, e lasciate le macchine in poter del fiume. Nello
-stesso momento egli attaccò per terra la testa del ponte,
-talchè i Gonzaghi, sorpresi, e nemmeno potendo conoscere
-ove occorresse di portare soccorso, non s'avvidero del
-fatto se non dopo che fu rovinato il presidio ed il ponte,
-e perduta la difesa del Po. Jacopo dal Verme colse il momento
-della costernazione dei nemici, de' quali ben mille
-si erano sommersi col ponte, attaccò le navi de' Gonzaghi
-colle sue, e terminò questa battaglia navale colla presa di
-tutte le navi del nemico, il che accadde il giorno 14 di luglio
-dell'anno 1397. Pareva dopo ciò inevitabile la presa di
-Mantova e di tutto lo Stato del Gonzaga. Ma questi ricorse
-ad uno stratagemma men nobile e meno eroico, ma che lo
-sottrasse dall'imminente destino. Trovò un falsario che
-seppe esattamente contraffare una lettera di Giangaleazzo
-Visconti, e con questa lettera ordinò al dal Venne di ritirarsi
-dal Mantovano, come seguì. L'occasione passò, e il Gonzaga
-si sottrasse alla rovina<a class="tag" id="tag157" href="#note157">[157]</a>; poichè attaccò l'armata
-priva del suo generale, e nel momento in cui nessuna disposizione
-vi era per la difesa, ebbe il campo di batterla. Il
-mestiere di falsificare le lettere del principe convien credere
-che in que'tempi fosse in uso, poichè il conte di Virtù,
-l'anno 1393, fece a tal proposito un editto che decretava
-a que' falsari un'atrocissima pena:<a class="tag" id="tag158" href="#note158">[158]</a> <i>Cum catena ferrea
-alligetur ad unam columnam, cum uno annulo ferreo
-revolvente se, et cum quo ipse homo revolvere se possit
-circumcirca ipsam columnam, longinqua catenus quatenus
-plus fieri poterit, ita ut mortem dolentiorem sustineat;
-ibidem tamen comburatur ita quod moriatur.</i>
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-così leggesi in quel decreto, che pare scritto dallo stesso
-secretario che serviva Galeazzo, padre del conte.
-</p>
-
-<p>
-Sino dall'anno 1380 il conte di Virtù aveva ottenuto, siccome
-dissi, dall'Imperatore Venceslao il diploma di vicario
-imperiale. Ma questa dignità personale poteva non essere
-data a' suoi figli, e la elezione d'un nuovo imperatore poteva
-farla perdere al conte medesimo, il quale non dimenticava
-i figli di Barnabò e le pretensioni che avrebbon potuto
-far valere, sì tosto che le circostanze loro fossero favorevoli.
-Per tal cagione egli cercò d'essere formalmente
-investito da quell'augusto come vassallo di tutti gli Stati
-che possedeva, onde per tal modo rimanesse la successione
-e la sovranità perpetua ne' suoi discendenti. La richiesta
-venne esaudita dall'imperatore Venceslao, col mezzo di centomila
-fiorini d'oro che ei ricevette dal conte. Gli Stati del
-conte vennero eretti in ducato, e il conte venne dichiarato
-duca di Milano, con un diploma segnato il giorno 2 di maggio
-dell'anno 1395; e con altro diploma posteriore l'imperatore
-dichiarò le venticinque città che intendeva comprese
-nel ducato concesso, cioè Arezzo, Reggio, Parma, Piacenza,
-Cremona, Lodi, Crema, Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza,
-Feliciano, Feltre, Belluno, Bassano, Bormio, Como, Milano,
-Novara, Alessandria, Tortona, Vercelli, Pontremoli, Bobbio
-e Sarzana. Oltre queste città lo stesso augusto investì il
-nuovo duca d'una distinta contea, transitoria pure a' suoi discendenti,
-nella quale si comprendevano Pavia, Valenza e
-Casale. Il diploma è del giorno 13 ottobre 1396. Così quell'augusto
-venne a staccar dall'Impero ventotto città, che
-formavano la maggior parte dell'antico regno italico; e il
-duca ne diventò legittimo sovrano. Altre città possedeva
-Giangaleazzo, non comprese in quel diploma; poichè, sebbene
-avesse ceduto Padova e dato in dote alla principessa
-Valentina Alba ed Asti, ancora Bologna, Pisa, Siena, Perugia,
-Nocera, Spoleti ed Assisi erano sue suddite; per lo che
-era egli sovrano di trentacinque città. La solenne funzione
-di rivestire delle insegne ducali il nuovo duca si celebrò in
-Milano sulla piazza di Sant'Ambrogio, il giorno 8 di settembre
-dell'anno 1395. In que' tempi non v'erano altri duchi
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-in questa parte d'Italia; quindi la funzione fu solennemente
-celebrata con infinito corso di forestieri, e come dice
-il Corio, «al spectaculo de tanta solemnitate vi concorse
-quase de tutte le natione de christiani, ed anche infedeli,
-in modo che ciaschuno diceva non più potere maggior cosa
-videre<a class="tag" id="tag159" href="#note159">[159]</a>». Io ho un esemplare manoscritto della orazione
-che recitò il vescovo di Novara in mezzo di quella pompa,
-sulla piazza di Sant'Ambrogio. Essa incomincia così:<a class="tag" id="tag160" href="#note160">[160]</a> <i>Ecce
-testem populis dedi eum ducem, et praeceptorem gentibus. — Venerabiles
-patres, spectabilesque domini mei,
-plurimum merito venerandi, tota Mediolanensium patria
-potest a me condiligenter quaerere: — dic, quaeso,
-Novariensis episcope, quae sacrum moverunt caesareum
-animum nostrae comunitati ducatus exhibere fastigium? — Ad
-quam ego: — quadruplex rerum conditio; dirigens
-benignitas Regis aeternalis; prosequens conformitas
-actus parentatis; obsequens fidelitas domus Viperalis;
-congruens utilitas plebis generalis.</i> Poi dopo s'impegna
-a provare con varii testi della Sacra Scrittura, che Giangaleazzo
-era stato dall'imperatore creato duca per volere di
-Dio; per inclinazione di quell'augusto, che, sull'esempio
-de' suoi maggiori, beneficava la casa Visconti, per rimunerazione
-della fedeltà colla quale i Visconti erano sempre
-stati affezionati all'imperatore, e per bene generale de' numerosi
-popoli che obbedivano a Giangaleazzo. Indi l'oratore
-passa alle lodi dell'Impero Venceslao, nel quale trova:<a class="tag" id="tag161" href="#note161">[161]</a>
-<i>Celebris potentia validi vigoris; nobilis prosapia fulgidi
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-decorit; hilaris clementia placidi datoris</i>; e continua
-a dimostrare queste asserzioni ritmiche, con fasi e
-modi singolarissimi. Poi, terminato l'encomio di Venceslao,
-passa a tessere quello del nuovo duca, e le sue lodi sono:<a class="tag" id="tag162" href="#note162">[162]</a>
-<i>Generis propinquitas, multum radiosa; corporis formositas,
-multum speciosa; animi tranquillitas, valde
-virtuosa.</i> L'oratore vescovo di Novara era Pietro di Candia,
-che poi diventò papa col nome di Alessandro V; e tale sermone
-fu allora ammirato da tutti come un capo d'opera
-della più nobile eloquenza. Eppure trentacinque anni prima
-Petrarca era domiciliato presso quella piazza medesima!
-Convien dunque dire che le eleganti adunanze che ivi aveva
-tenute, e quelle del suo Linterno, non avessero lasciato alcuna
-traccia<a class="tag" id="tag163" href="#note163">[163]</a>. Il Corio descrive i donativi magnifici che
-fece il duca di superbi vasi d'oro e d'argento, collane d'oro,
-drappi ricchissimi d'oro e seta, cavalli signorilmente bardati,
-ed altri generosi regali distribuiti ai convitati. Il grandioso
-pranzo lo diede il duca nell'antica corte dell'Arengo, ossia
-Broletto Vecchio, dove oggidì sta la regia ducal corte. Il Corio
-ce ne dà la descrizione, ed io la riferisco, perchè dà idea del
-costume di quei tempi. Si cominciò con presentare a ciascuno
-de' convitati «aqua a le mano, stillata con preciosi odori; e
-puoi seguitarono le imbandisone, tutte accompagnate con
-trombe ed altri diversi suoni; la prima delle quali fu, marzapani
-e pignocate dorate, con arme dil serenissimo imperatore
-e nuovo duca, in taze doro, con vino bianco; deinde pollastrelli
-con sapore pavonazzo, cioè uno per scotella e pane
-dorato; puoi porci dui grandi dorati e dui vitelli parimente
-dorati. Inde vi furono portati grandissimi piatelli dargento,
-e per caduno pecti dui de vitello; pezi quattro de castrato;
-pezi due de sensali. Capretti dui interi, pollastri quattro,
-capponi quattro, persutto uno, somata una, salzici dui, e
-sapore bianco per minestra, e vino greco. Doppo furono
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-portati altri piatelli di simile grandezza con pezi quatro de
-vitello a rosto; capreti dui interi; lepori dui intere; pizoni
-grossi sei; cunelli quattro. Puoi pavoni quattro, cotti et vestiti;
-orsi due dorati con sapore citrino. Doppo furono portati
-altri grandissimi piatelli dargento con faxani quatro per
-cadauno, vestiti; ed a quelli seguitavano conche grande di
-argento, con uno cervo intero dorato; daino uno similmente
-indorato, e caprioli dui con galantina. Puoi piatelli
-come di sopra con non puocho numero de qualie e pernice
-con sapore verde; puoi furono portate torte di carne dorate
-con pere cotte. Doppo fu dato acqua a le mano, facta
-con delicati odori, ali quale seguitava pignocate in forma
-de pessi, inargentate. Puoi pani inargentati, limoni syropati,
-inargenti in taze, pesce rostito con sapore rosso, in
-scutelle d'argento, pastelli de inguilli, inargentati. Puoi piatelli
-grandi de argento furono portati con lamprede e gallatina
-inargentata, trute grande con sapore nero, e sturioni
-dui, inargentati. Inde fu portato torte grande verde, inargentate,
-mandole fresche, vino legiero, malvasia, persiche
-e diversi confecti a varie fogie<a class="tag" id="tag164" href="#note164">[164]</a>». Pare che l'usanza fosse
-allora nei conviti pomposi di collocare nel centro della gran
-mensa de' pezzi enormi, come maiali, vitelli, orsi, cervi,
-daini, sturioni interi o dorati o inargentati, ovvero rivestiti
-colla loro pelle naturale e internamente arrostiti. Pare che
-queste masse non servissero ad altro che alla vista dei commensali
-durante il convito, e che quello finito si concedessero
-da depredare festosamente al popolo. Per cibo de' commensali
-si ponevano loro davanti, all'uso monastico, dei
-piatti minori. I sapori bianco, nero, rosso, verde, citrino e
-pavonazzo, pare che fossero salse di colori e gusti diversi.
-L'usanza di coprire con foglie d'oro e di argento i cibi anche
-oggi si conserva in alcune ciambelle di monache: gli
-speziali lo fanno altresì per diminuire la nausea alle cattive
-cose che presentano da inghiottire; e nella nostra plebe rimane
-ancora il proverbio di <i>mangiare il pan d'oro</i> per
-significare una vita signorile e deliziosa. In mezzo a questa
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-stomachevole abbondanza, degna di quel tempo, in cui si
-ammirava l'accennata eloquenza del vescovo di Novara, confesseremo
-che nella eleganza di servire con acque odorose
-per lavarsi, erano quegli uomini più colti e raffinati che ora
-non lo siamo noi.
-</p>
-
-<p>
-L'ambizione di Giovanni Galeazzo non era sazia giammai,
-e voleva per ogni modo quel principe lasciare ai secoli
-venturi la fama di sè medesimo. Felici i suoi popoli s'egli
-avesse temuto la cattiva fama! Egli ordinò una compilazione
-degli statuti di Milano, la quale si pubblicò il giorno
-13 di gennaio dell'anno 1396, ed è la medesima che
-venne stampata poi l'anno 1480, in Milano, da Paolo Suardi,
-con assai bella edizione. Egli fece immaginare la genealogia
-del suo casato; e questa fu compilata nella maniera
-più grossolanamente fastosa che dir si potesse. Si creò
-allora la cronaca de' conti di Angera, celebre presso di
-molti fra i nostri autori. Si riascese nulla meno che al troiano
-Enea, il nipote di cui, per nome Anglo, si fece fondatore
-<i>d'Angleria</i>, nome latino d'una rocca del distretto del
-lago Maggiore chiamata Angera. Da Anglo se ne fanno discendere
-molti re, molti eroi e finalmente Matteo Visconti.
-Appoggiati in questa genealogia i successori di Gian Galeazzo
-ambirono poi di aggiugnere al titolo di duca di Milano
-quello ancora di conte d'Angera e talvolta semplicemente
-<i>Anglus</i>; come fra gli altri ambì di fare Lodovico
-Sforza, che nella leggenda delle sue monete per questo si
-potrebbe credere un inglese. Anche il titolo distinto di
-conte di Pavia lo aggiunsero i successori, per essere quella
-una contea separatamente infeudata; e per lo più il principe
-ereditario chiamavasi conte di Pavia. Vi bisognava
-nulla meno che una ignoranza totale della storia, per
-ispacciare seriamente la impostura dei conti d'Angera. Eppure
-il duca fu contentissimo di quella adulazione; e la
-cronaca venne accolta con riverenza e con fede. La stessa
-ambizione della immortalità portò il duca a fabbricare la
-chiesa e la magnifica Certosa presso Pavia, dotandola signorilmente,
-in guisa che era uno de' più grandiosi e ricchi
-monasteri che avesse quest'ordine. Finalmente allo
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-scopo medesimo mirò colla fabbrica del Duomo di Milano,
-immaginato ed innalzato da lui. Allora non v'era
-in Roma la superba chiesa di San Pietro, nè in Londra
-quella di San Paolo; e il tempio che disegnò Gian Galeazzo
-ed innalzò in Milano, per que' tempi, era il più
-grande, il più ardito e il più magnifico del mondo, senza
-eccettuare Santa Sofia di Costantinopoli. Se la fabbrica
-siasi cominciata nell'anno 1386, ovvero nel 1387, è un soggetto
-di controversia nel quale non entrerò. Nemmeno entrerò
-io a trattare del gusto di questa immensa mole,
-tutta caricata di minutissimi lavori di marmo, con tanta
-prodigalità e capriccio, che costano secoli e tesori gli ornati,
-le balaustrate, le guglie e i terrazzi che la coprono,
-e non sono visibili se non agli uccelli, o a que' pochi che
-hanno la curiosità di salire centottanta braccia, quant'è
-l'altezza dell'ultima guglia, per rimirarle. Il duca volle
-fare questo tempio abbandonando la simmetria degli ordini
-eleganti di architettura, e seguendo il gusto di fabbricare
-della Germania. Io non saprei a tal proposito esprimermi
-tanto bene, quanto ha fatto nell'elogio del Cavalieri
-il nostro immortale abate Paolo Frisi: «Gli architetti fatti
-allora venire dalla Germania, avendo preferita la nativa
-loro maniera di fabbricare agli ottimi modelli che sino da
-quei tempi vedevansi nella Toscana, ci lasciarono nella
-gran fabbrica del nostro Duomo un monumento della rozza
-opulenza, piuttosto che del buon gusto. Anzi il nuovo modello,
-imponendo colla sua stessa grandiosità, e confondendo
-le idee della simmetria, dell'euritmia e del bello,
-servì piuttosto a ritardare fra di noi i progressi della maestosa
-e nobile architettura»; così egli. La lunghezza del
-Duomo è di braccia duecentoquarantanove e mezzo; la
-larghezza massima della croce è braccia centoquarantotto
-e un ottavo; e la larghezza della chiesa è braccia novantasette.
-Il nostro braccio è l'estensione di un piede e dieci
-pollici di Parigi, così che sei braccia si calcolano prossimamente
-undici piedi reali di Francia<a class="tag" id="tag165" href="#note165">[165]</a>. Questo grande edificio
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-è tutto di marmo bianco ed alquanto trasparente, che
-si cava da un monte del lago Maggiore, verso Domodossola.
-Il duca arricchì questa fabbrica di assai pingue patrimonio;
-ma per innalzare la immensa mole vi vollero generose
-e moltiplicate obblazioni; ed il Corio ci racconta che,
-essendo stato nell'anno 1390 pubblicato in Roma un Giubileo,
-«dove Lombardi per le continue guerre e turbazione
-non essendogli potuto andare, Bonifacio pontefice, ad intercessione
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-de Giovanne Galeazzo Vesconte, la concesse a
-Milano ne la medesima forma che era a Roma, cioè che
-ciaschuno nel dominio dil Vesconte sì anche non fusse
-contrito ne confesso, fusse absoluto di qualunque peccato...
-offerendo al primo Tempio due parte de le tre che avrebbino
-speso ne lo andare a Roma, de la cui oblatione due
-parte dovevano essere de la fabrica dil celeberrimo Tempio,
-e la tertia parte al pontefice: a questa indulgentia li
-ultimi dui mesi gli concorse innumerabile moltitudine de
-Lombardi<a class="tag" id="tag166" href="#note166">[166]</a>». Si è temuto questo passo del Corio, che
-asserisce avere il papa accordata l'assoluzione anche ai non
-pentiti; e per ciò nelle più recenti edizioni questo pezzo
-fu ommesso. Non vi è però motivo alcuno di temere sinistra
-impressione, dappoichè l'instancabile nostro conte
-Giulini ha pubblicata la bolla medesima di Bonifacio IX,
-che ritrovasi nell'archivio Panigaroli, nel registro A, pag.
-169, in cui chiaramente si legge:<a class="tag" id="tag167" href="#note167">[167]</a> <i>Vere penitentibus et
-confessis</i><a class="tag" id="tag168" href="#note168">[168]</a>. Il Corio si è ingannato attribuendo quella
-opinione al papa. Ma non credo io ch'egli poi siasi ingannato,
-asserendo che tale opinione comunemente sì facesse
-correre per adescare in gran numero i donatori. Infatti
-già vedemmo al capitolo undecimo, come il cardinal legato
-Bertrando del Poggetto, sessantanove anni prima, aveva
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-pubblicata la Crociata per la distruzione di Matteo I, promettendo
-a chi vi si arruolava assoluzione intera,<a class="tag" id="tag169" href="#note169">[169]</a> <i>liber
-et mundus sit tam a culpa, quam a poena</i>. Questa opinione
-erronea e funesta era dipoi andata serpeggiando per
-modo, che lo stesso Bonifacio IX, in un suo breve, scrisse
-a disinganno di chi si lasciava adescare:<a class="tag" id="tag170" href="#note170">[170]</a> <i>Non veras,
-et praetensas facultates hujusmodi mendaciter simulant,
-cum etiam pro parva pecuniarum summula, non poenitentes,
-sed mala conscientia satagentes iniquitati suae
-quoddam mentitae absolutionis velamen praetendere,
-ab atrocibus delictis nulla vera contritione, nullaque
-debita praecedenti forma (ut verbis illorum utamur)
-absolvant, mala ablata, certa, et incerta, et nulla satisfactione
-praevia (quod omnibus saeculis absurdissimum
-est) remittant</i><a class="tag" id="tag171" href="#note171">[171]</a>. V'erano dunque pur troppo i comodissimi
-dottori, che, per carpire denaro, addormentavano gli
-uomini nel delitto; e non è difficile che questi venissero
-adoperati per innalzare il Duomo; nel quale il duca pensò
-di lasciare ai secoli un monumento eterno della sua grandezza.
-Da tali fatti si può concludere che allora non v'era
-idea di eloquenza; non si studiava la storia, cattivo era il
-gusto di architettura, e poco dissimile quello della mensa;
-e quel che è peggio di tutto ciò, correva una morale infame,
-per cui si credeva col denaro di cancellare qualunque
-iniquità, senza bisogno alcuno di pensare a diventar migliori.
-I lodatori de'tempi antichi, torno ancora a ripeterlo,
-non sanno la storia.
-</p>
-
-<p>
-La vendita che aveva fatta l'imperator Venceslao di tutto
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-il regno longobardo, ossia italico, al nuovo duca, mosse i
-principi della Germania a formare un partito per deporre
-quel sovrano dal trono augusto, dal quale aveva staccata
-una parte così importante. Altri motivi di doglianza avevano
-ancora contro di lui. (1401) Quindi dichiararono imperatore
-Roberto conte Palatino di Baviera, e Venceslao
-deposto; il che avvenne l'anno 1401. Il papa, i Veneziani
-ed i Fiorentini animarono il nuovo Cesare a comparire
-nell'Italia, per rivendicare le terre staccate dall'Impero; e
-gli promisero tutti i soccorsi. Il nuovo imperatore, prima
-di venire, scrisse al duca la lettera seguente, che ci ha
-conservata il Corio:<a class="tag" id="tag172" href="#note172">[172]</a> <i>Robertus de Bavaria, Dei gratia,
-Romanorum rex, et Rheni comes Palatinus. Tibi Johanni
-Galeaz, militi Mediolanensi, praecipiendo mandamus,
-quatenus omnes civitates, castra, terras, et loca
-Romano Imperio et ditioni nostrae spectantia, quae in
-Italia occupata indebite detines, Nobis, quibus Romani
-Imperii gubernatio, ex electione de nobis imperatore
-per Imperii electores canonice facta, ad me spectat et
-pertinet, restituere ac resignare debeas, alioquin ut sacri
-Imperii terrarum, et jurisdictionum invasorem, et
-nostrum hostem et rebellem diffidamus.</i> A tale intimazione
-così rispose il duca:<a class="tag" id="tag173" href="#note173">[173]</a> <i>Tibi Roberto de Bavaria
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-nos Johannes Galeaz Vicecomes, Dei et serenissimi domini
-Vincislai Romanorum et Bohemiae regis gratia,
-dux Mediolani, etc., ac Papiae et Virtutum comes. Per
-praesentes respondemus quod quascumque civitates,
-castra, terras et loca in Italia possidemus, et a prefato
-serenissimo domino Vinceslao, Romanorum rege, et
-sacri Imperii gubernacola canonice possidente, tenemus
-et possidemus, ipsasque a te, Imperii invasore atque
-praefacti domini Vincislai et nostri hoste manifesto,
-defendere prorsus intendimus, teque, ipsorum Imperii
-et dominii Vincislai regis atque Nostrum hostem manifestum,
-si nostrum territorium invadere praesumpseris,
-diffidamus</i><a class="tag" id="tag174" href="#note174">[174]</a>. L'effetto di queste bravate non fu altro,
-se non che il nuovo augusto Roberto passò le Alpi, e
-dal Tirolo venne sul Bresciano. L'armata del duca se gli
-affacciò; e il giorno 21 di ottobre dello stesso anno 1401,
-battè gl'imperiali per modo che condusse a Brescia un
-buon numero di prigionieri, due stendardi e più di mille
-cavalli; il che risulta dagli antichi registri della città sovra
-memorie contemporanee, consultate e pubblicate dal nostro
-conte Giulini<a class="tag" id="tag175" href="#note175">[175]</a>. Il conte Alberico di Cunio e di Barbiano
-ebbe gran parte dell'onore di questa vittoria<a class="tag" id="tag176" href="#note176">[176]</a>. Egli fu
-molto caro a Barnabò. Alberico fu istitutore della società
-militare di San Giorgio, che liberò l'Italia da masnadieri
-esteri. La virtù e il nome di questo illustre italiano vivono
-ne' nobilissimi suoi discendenti<a class="tag" id="tag177" href="#note177">[177]</a>. La presa di due
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-stendardi significava allora assai più che non farebbe in
-questo secolo, nel quale abbiamo moltiplicato le insegne,
-non saprei a qual altro uso, fuori di quello di attestare
-con maggior autenticità le proprie perdite quando vengon
-prese da' nemici, stipendiando a tal fine molti uomini inutili
-per la battaglia. L'apparizione del re Roberto fu momentanea,
-poichè dopo quell'incontro voltò strada, e per
-la via di Trento se ne ritornò nella Germania. (1402) A
-tale stato di prosperità era giunto Giovanni Galeazzo Visconti
-nell'anno 1402, che tutto si piegava sotto la potenza
-di lui. Altro più non gli restava se non di sottomettere
-Firenze, la quale era già cinta d'assedio dal conte Alberico;
-e fra poco la Toscana, la Romagna in buona parte, e
-la Lombardia non avrebbero avuto altro padrone fuori che
-lui. Così il Visconti aveva nuovamente radunato in un sol
-corpo l'antico dominio de' re longobardi, nè altro più gli
-mancava che il solo titolo di re. Il Corio ci attesta che il
-manto reale, il diadema, lo scettro erano già preparati
-dal duca; e per celebrare la funzione di farsi consacrare,
-aspettava soltanto l'avviso della resa di Firenze. I generali
-del duca erano i migliori di quei tempi: Jacopo dal Verme,
-Ottobuon Terzo, Facino Cane e il conte Alberico di
-Barbiano. Il duca contava il quarantanovesimo anno della
-età sua mentre aveva in faccia questa ridente e grandiosa
-scena; quando morì in Marignano, il giorno 5 di settembre
-dello stesso anno 1402; e così ogni cosa cambiò aspetto;
-e tutte le previdenze umane, e tutt'i lunghi fili tessuti per
-un avvenire sempre indipendente dagli uomini, rimasero
-troncati. Fu veramente magnifica e reale la pompa funebre
-che si celebrò in Milano per Giovanni Galeazzo I duca. Ne
-abbiamo la descrizione minuta<a class="tag" id="tag178" href="#note178">[178]</a>. Intervennero al funerale
-gli oratori di ciascuna delle città suddite; gl'inviati di tutti
-i principi esteri; e quaranta illustri consanguinei della
-agnazione Visconti. Le insegne di tutte le città e borghi
-principali del dominio, portate da duecentoquaranta uomini
-a cavallo; duemila uomini vestiti a bruno, con grosse torce
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-di cera; tutt'i vescovi sudditi; il feretro, portato dalle cariche
-di corte, sotto di un baldacchino di broccato d'oro,
-foderato d'armellini; le insegne ducali, portate dagli araldi,
-il tutto formò uno spettacolo maestoso.
-</p>
-
-<p>
-Il carattere di Giangaleazzo si manifesta bastantemente
-dalle sue azioni. Sant'Antonio lo ha dipinto con odiosissimi
-colori. Il nostro Corio lo dice prudentissimo ed astuto, che
-sfuggiva il commercio degli uomini, pigro, timido nell'avversità,
-e audace nella prospera fortuna, simulato, vano
-ed infedele alle promesse. Io dirò che egli era ambizioso,
-senza elevazione d'animo, superstizioso, senza vera religione,
-mite, senza principio di virtù. Egli non ebbe l'atrocità
-del padre e dello zio, ma nemmeno ebbe la franchezza
-del carattere del secondo. Tutto in complesso, egli però
-fu men cattivo principe di quello ch'essi furono: dal che
-non risulta gran lode. Nel suo regno vi sono de' fatti grandi;
-ma nessuno ve n'ha di nobile e generosa indole. I sudditi
-dovettero sopportare pesantissimi aggravii, com'era
-necessario di fare per supplire alle grandiose spese che
-assorbivano le armate, le pompe, le compre di Stati e di
-titoli, e tutti i maneggi che prese il duca a trattare. Il nostro
-Annalista ci scrive:<a class="tag" id="tag179" href="#note179">[179]</a> <i>Dux noster imposuit taleas,
-conventiones, et mutua intra dominium subditis suis
-ita magna et continua, quod ipsis oportebat per peregrina
-loca vagari, non valentes dicta onera sustinere,
-et fuit ululatus viduarum, et orfanorum, et aliorum
-singulorum, et maximus strepitus inferiorum, et immensae
-crudelitates. Et non valentes solvere detinebantur,
-et bona sua a stipendiariis usurpabantur</i><a class="tag" id="tag180" href="#note180">[180]</a>. Questi
-mali però in Milano si dovettero sopportar meno che altrove.
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-Una popolata capitale, che è patria del sovrano, in una
-recente signoria, sempre è rispettata. I clamori sarebbero
-troppo vicini all'orecchio del principe. Milano infatti, alcuni
-anni dopo, malgrado il disordine che dovette soffrire sotto
-il governo del secondo duca, era popolata, ricca ed animata
-colla industria. Allora in questa capitale colava il denaro
-che dovevano portarvi gli oratori delle trentaquattro città
-soggette al duca, quello che vi spendevano i ministri dei
-principi esteri, quello che vi consumava il duca per la sua
-corte e per le sue pompe, quello che si raccoglieva per
-fabbricare il Duomo dalla divozione de' cittadini delle altre
-città; e per conseguenza aveva mezzi grandi per i tributi.
-Certamente che il duca pose in opera tutti i ripieghi
-per radunare il denaro, e fra questi ricorse ad uno
-di que' metafisici ritrovati che, colla idea di tener celato
-il tributo, opprimono i popoli, più ancora di quello che
-non faccia un tributo sinceramente richiesto. L'Argellati
-ci ha pubblicata la legge monetaria, colla quale comandò
-quel principe che tutte le monete si dovessero spendere
-a maggior numero di lire; così che, da quel
-giorno in avanti, la moneta che correva per tre soldi, dovesse
-essere spesa ed accettata per quattro soldi; salvo
-però il pagamento de' tributi, che eccettuò e volle che venissero
-pagati a ragguaglio dell'antica moneta<a class="tag" id="tag181" href="#note181">[181]</a>. Con
-questa operazione quel sovrano defraudava i suoi creditori
-e stipendiati d'una quarta parte di quanto loro competeva.
-Ma tanti furono gli inconvenienti di questa indiretta operazione,
-che poco dopo la dovette rivocare, e restituire le
-monete al primiero loro corso; di che ne ha trovati i documenti
-il conte Giulini nell'archivio della città<a class="tag" id="tag182" href="#note182">[182]</a>. La superiorità
-che aveva il Visconti sopra degli altri principi
-confinanti si conosce dalle frasi che adoperava nelle lettere
-ch'egli scriveva; e ciò anche da principio, avanti che avesse
-tanto dilatato il suo dominio ed acquistata la dignità ducale.
-Il Corio<a class="tag" id="tag183" href="#note183">[183]</a> ci trascrive le lettere che Gian Galeazzo
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-scriveva ad Antonio della Scala, sovrano di Verona e di Vicenza,
-e le risposte che da quel principe riceveva. Allo
-Scaligero il Visconti scriveva nulla più che <i>Vir Magnifice</i>;
-ed esso, nella risposta al Visconti, <i>Illustris et excelse Pater
-noster praeclarissime</i>. Nel corpo della lettera il Visconti
-scriveva <i>Nobilitati, vestrae</i>, e nulla più; e lo Scaligero,
-<i>Excelsa Paternitas vestra</i>, ovvero <i>Pater Excellentissime</i>.
-Anche nel carteggio colla repubblica fiorentina si
-manifestava il superiore riguardo che avevasi per il Visconti.
-Egli scriveva <i>Magnifici fratres carissimi</i>; ed essi
-nelle risposte dicevano: <i>Magnifice et Excelse Domine,
-frater et amice carissime</i>; e nel corpo della lettera, <i>Excellentia
-vestra</i>.
-</p>
-
-<p>
-Il duca Gian Galeazzo, malgrado la severa pietà che dimostrava
-sino alla ipocrisia, lasciò, morendo, un figlio naturale,
-nato da Agnese Mantegazza. Questi aveva nome Gabriello
-Visconti; e il padre, nel suo testamento, lo fece sovrano
-di Pisa e di Crema. Nel testamento medesimo, egli
-divise a suo arbitrio lo Stato; poichè al cadetto (de' due
-figli ch'ei lasciò, nati dalla duchessa Caterina, figlia di
-Barnabò), non solamente lasciò la contea di Pavia, che
-aveva ottenuta come un feudo separato, ma vi aggiunse
-Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza,
-Feltre, Belluno e Bassano; città tutte staccate dal ducato,
-il quale doveva pure, in virtù del diploma e colla legge
-de' feudi, passare interamente nel primogenito, che era
-Giovanni Maria. Il primogenito adunque rimase duca di
-Milano; il cadetto restò conte di Pavia; s'intitolò il primo:
-<i>Johannes Maria Anglus, dux Mediolani, etc., comes
-Angleriae ac Bonomie, Pisarum, Senarum ac Perusii</i>;
-e il secondogenito prese a chiamarsi: <i>Philippus Maria,
-comes Papiae, et Veronae dominus.</i>
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap15">CAPITOLO XV.
-
-<span class="smaller"><i>Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo
-duca Visconti, Filippo Maria.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Dalla metà del secolo decimoquarto sino alla metà del
-secolo decimoquinto, per lo spazio di cento anni, la
-storia di Milano presenta come una figura colossale mal
-connessa, di cui ora si raccozzano ed ora cadono i pezzi;
-che però in nessuna parte mostra vaghezza ed eleganza,
-ma rappresenta una figura truce e deforme. Tale fu l'indole
-di que' tempi e di que' governi, nei quali della virtù
-appena si conosceva il nome; sotto a principi che considerarono
-gl'interessi loro, non solamente staccati, ma opposti
-a quelli del loro popolo, che opprimevano e saccheggiavano
-anzi che governarlo. Ad onta però dei vizi de' sovrani,
-Milano s'andò arricchendo; si animò l'agricoltura, si
-aumentò sempre la popolazione, l'industria si moltiplicò.
-Perchè la capitale d'un vasto Impero, collocata in mezzo
-d'una fertile pianura, e comandata da un sovrano (che,
-malgrado l'atrocità, predilige sempre i suoi concittadini),
-non può a meno che non cresca. Morto il duca Giovanni
-Galeazzo, cadde la gran mole dello Stato sotto il governo
-di due minori. Giovanni Maria, primogenito e nuovo duca,
-aveva appena quattordici anni, e dieci e non più ne aveva
-Filippo conte di Pavia, di lui fratello minore. Sarebbe stato
-difficile in que' tempi il conservare illesa la dominazione,
-quand'anche il ducato di Milano fosse stato un principato
-antico, consolidato dalla opinione de' popoli, e la duchessa
-vedova tutrice fosse stata d'animo bastantemente elevato
-ed energico per sostenere il peso del governo. Ma oltre i
-mali inseparabili dalla minorità, lo Stato era un recente
-aggregato di conquiste, di usurpazioni, di compre; e nessun
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-altro titolo v'era per convincere i popoli della legittimità
-della nuova dominazione, che la forza. Un diploma
-comprato da un debole e deposto imperatore, le male arti,
-le insidie e la più vergognosa mancanza di fede, questi
-erano i titoli che doveva far valere la vedova duchessa Caterina,
-donna avvilita d'animo; perchè, per lo spazio di
-ventidue anni, costretta a soffocare colla dissimulazione il
-rammarico della rovina di suo padre e de' suoi fratelli, oppressi
-da quello stesso uomo ch'ella vedeasi giacere al suo
-fianco la notte, e al quale doveva simulare stima ed affetto.
-L'orrore del suo misero stato aveva ridotta la vedova principessa
-affatto incapace di reggere alla testa di una tale
-sovranità; ed all'animo abbattuto dalla lunga ed uniforme
-sofferenza de' mali, s'aggiugneva un colpo d'apoplessia già
-sofferto, che la rendeva ancora più inetta agli affari. I due
-giovani principi non avevano alcun prossimo congiunto che
-potesse reggere lo Stato; non un Consiglio appoggiato alla
-costituzione. La loro rovina era inevitabile. La reggenza
-cominciò coll'unione di alcuni generali e di alcuni cortigiani,
-i quali pretesero di formare il Consiglio, presso cui
-stava la sovranità, sotto il nome del duca Giovanni Maria.
-Questa unione d'uomini potenti e mal assortiti, di cui ciascuno
-null'altro aveva per fine che la propria fortuna, e
-null'altro aspettava se non l'occasione per approfittarsi
-della gioventù d'un principe per il quale nessuno aveva
-alcuno zelo; questa unione, dico, colle interne rivalità, e
-col disordine ed interno scompigliamento, diede in certo
-qual modo il segnale ai sudditi d'essere giunto il momento
-opportuno per liberarsi dal giogo che era stato aggravato
-da Barnabò, da Galeazzo, e recentemente dal primo duca;
-la dispotica dominazione de' quali non era durata abbastanza
-per far dimenticare l'antica libertà, se pure è possibile
-che si dimentichi mai ogni qualvolta si soffre l'abuso
-del potere sovrano. I Rossi fecero ribellare Parma; Ugo
-Cavalcabò s'impadronì di Cremona; Giorgio Benzone si fece
-arbitro di Crema; Brescia se la prese a reggere Giovanni
-Bosone; Franchino Rusca s'eresse sovrano in Como; Giovanni
-da Vignate si pose a signoreggiare Lodi; e frattanto
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-i generali del morto duca, che avevano combattuto per lui,
-ma non sotto di lui, niente affezionati alla sua memoria,
-andavano saccheggiando lo Stato e occupandone le città
-per proprio loro conto; come fece Facino Cane, che si rese
-padrone di Piacenza, di Tortona, di Alessandria, di Novara
-e di altre terre. (1403) Le armi de' collegati scacciarono i
-Visconti dalla Romagna, e così Bologna, Perugia ed Assisi
-vennero cedute al papa il giorno 25 agosto nell'anno 1405.
-Siena anch'essa scosse il giogo; e poco dopo si dovettero
-cedere ai Veneziani Verona, Vicenza, Feltro, Belluno e Bassano
-l'anno 1404, frattanto che il marchese di Monferrato
-s'impadroniva di Casale e di Vercelli. In tale stato erano
-le cose, che, due anni dopo la morte del duca Giovanni
-Galeazzo (due anni appena dopo la real clamide disposta,
-la corona e lo scettro), i suoi figli tremavano, il primo rinchiuso
-in Milano colla duchessa sua madre nel palazzo di
-corte, custodito come un ostaggio in mezzo di una città
-che, divisa in partiti, tumultuava ogni giorno; e l'altro appiattato
-nel castello di Pavia e mal sicuro, perchè nella
-città più di lui potevano i Beccaria: ed ecco il fine di tanta
-ipocrisia, di tanti maneggi, di tanta simulazione, e di tante
-violazioni di fede!
-</p>
-
-<p>
-Il duca Giovanni Maria, mentre stavasene occulto nel
-palazzo ducale, nel tempo che i suoi Stati erano ceduti,
-invasi, saccheggiati, ovvero oppressi senza di lui saputa
-in suo nome, s'annoiò della compagnia della vedova duchessa
-sua madre, fors'anco per qualche buon ricordo che
-ella li desse. Come la cosa andasse non lo sappiamo. La
-duchessa Caterina dovette staccarsi dal duca suo figlio, e
-si ritirò a Monza, per ivi passare il resto de' tristi giorni
-suoi, i quali ben presto terminarono il giorno 17 di ottobre
-dell'anno 1404. Questa morte si attribuì, non senza
-fondamento, allo stesso duca suo figlio; e le azioni della
-sua vita ci levano pur troppo l'inquietudine di essere o
-maligni o calunniosi nel sospettarlo. I consiglieri di quell'insensato
-duca non erano sazii mai della preda, e imponevano
-tributi, prestazioni e gabelle, per fare in ogni modo un
-buon saccheggio; ma non avendo assoldate truppe bastanti,
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-nè essendo ben organizzata la macchina politica, non sapevano
-con qual mezzo forzare i sudditi a pagare i tributi
-imposti, e allora ne immaginarono uno che prova l'indole
-di quel misero governo. (1406) «E l'anno sexto sopra MCCCC,
-dice il Corio, Giovanne Maria in Milano dominante, il dicinove
-di febraro, in uno giorno de Venere, ale XII ore, fu
-per parte del principe cridato che veruna persona non se
-odesse in iudicio per infine non fusse satisfacto ala solutione
-de le taglie imposte tanto in quello anno quanto dil
-preterito, e parimente che veruno notaro non celebrasse
-istrumento nel modo come scripto». Cospirava la fisica a
-rovina del popolo per una pestilenza che uccideva più di
-seicento persone al giorno<a class="tag" id="tag184" href="#note184">[184]</a>. L'interno disordine in Milano
-giunse a tal segno, che i generali saccheggiavano le
-case de' ricchi cittadini, facevano i corsari, depredando le
-mercanzie che navigavano sul Po, e persino, impadronitisi
-del castello di Milano, scaricavano l'artiglieria sopra della
-città, nella quale pure vi stava lo stesso duca. Bastano
-questi falli per concepire una idea precisa della minorità
-di quel principe; ed io mi credo lecito di trascurare una
-immensa serie di azioni cattive, uniformi e minute, che
-nulla ci insegnano di più, e inutilmente renderebbero
-sempre più meschino il racconto storico di que' tempi. Il
-duca Giovanni Maria era un impasto di stranissima ferocia.
-La crudeltà in lui sembra che nascesse non da vendetta nè
-da impetuose passioni, ma piuttosto da mancanza di riflessione;
-come si vede ne' fanciulli, che atrocemente incrudeliscono
-contro i più deboli e timidi animali, senza avvedersene,
-poichè, nulla pensando allo spasimo d'un vivente
-sensibile, unicamente si divertono nel fenomeno che producono,
-e si consolano della loro superiorità. Tale sembra
-che fosse il carattere di Giovanni Maria, il di cui sovrano
-piacere era quello di vedere sbranare gli uomini da robusti
-mastini, ch'egli nodriva per tale oggetto, nel tempo stesso
-in cui, timido ed imbecille, obbediva con sommessione a
-qualunque de' generali, i quali a vicenda comparendogli
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-davanti colla forza, lo soggiogavano e lo rendevano pupillo,
-anche dopo terminata che fu l'età minore: sorta di principato
-pessima sopra tutte le altre, poichè le tirannie si
-commettevano senza che il vero autore nemmeno compromettesse
-il suo nome. Giunto il duca all'età di vent'anni,
-il giorno 28 di gennaio dell'anno 1408 fece sbranare da' suoi
-cani Giovanni Pusterla, castellano di Monza, calunniandolo
-per la morte della duchessa Caterina. Questo innocente e nobile
-cittadino spirò satollando colle sue membra la fame di
-que' mastini nel luogo istesso ove, sessant'otto anni prima,
-aveva terminata la vita, con altro supplizio, Francesco Pusterla,
-regnando Luchino, siccome vedemmo. Fu consigliato
-il duca di scolparsi con tal sacrificio dall'accusa d'essere parricida.
-Bertolino del Maino spirò pure squarciato dai denti
-di quei mastini. Così cominciò il suo regno il duca Giovanni,
-terminata che fu la minorità! Il signor Carlo Malatesta, sovrano
-di alcune città, aveva a lui data in moglie Antonia
-Malatesta, sua nipote. Egli voleva pure illuminare il genero
-ed insegnargli i principii per governare lo Stato, e mostrarsi
-degno di comandare agli uomini; a tal fine, dovendo
-egli partirsene da Milano per reggere i propri Stati, lasciò
-al duca alcuni ricordi, i quali tuttora si conservano nell'archivio
-della città, e furono pubblicati dal benemerito
-nostro conte Giulini<a class="tag" id="tag185" href="#note185">[185]</a>. La sostanza di questo testamento
-politico si può epilogare nel modo seguente: «La crudeltà
-è sempre indecente, sempre odiosa, e non di rado
-funesta. I popoli debbono venerare nel sovrano l'immagine
-della Divinità, protettrice della innocenza, e placabile col
-pentimento. Si guardi il principe da coloro che cercano di
-rendergli sospetti i suoi congiunti o i privati suoi domestici;
-coloro sono suoi nemici. Risolva da sè il sovrano, ma
-negli affari ascolti prima l'opinione de' suoi consiglieri;
-così non accaderà una inconsiderata risoluzione. Meglio è
-perdonare che distruggere. I tributi s'impongano per vero
-bisogno, si ripartano con giustizia, si percepiscano con economia,
-e i cortigiani dieno l'esempio agli altri col pagarli.
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-Non s'intraprendano guerre senza necessità. Non largheggi
-il principe nel donare superfluamente. Sia inviolabile nel
-mantenere la parola data, e imparziale per la giustizia. Le
-cariche si dieno al merito, non mai al prezzo. Nella scelta
-de' ministri si esamini di quale riputazione godano, e se la
-vita loro sia proba; chi non è buon marito, buon padre,
-buon padrone in sua casa, non sarà mai buon consigliere
-del sovrano. Agli stipendiati si corrisponda fedelmente la
-paga. Le antiche leggi patrie sieno venerate ed obbedite.
-Ai ribelli riconciliati si tenga d'occhio, ai pertinaci si tolga
-il potere». Questo è il trasunto di tale memoria. S'ella fu
-destinata da Carlo Malatesta per illuminare il duca, non vi
-fu mai carta più inutile di questa. Se poi egli aveva null'altro
-in veduta che di lasciare una pubblica disapprovazione
-della condotta del nipote, non poteva scrivere meglio
-di così, perchè indicò appunto tutte le massime dalle quali
-si allontanava quel principe. Andrea Biglia, nel libro secondo
-della sua storia, ci descrive la barbarie di Giovanni
-Maria:<a class="tag" id="tag186" href="#note186">[186]</a> <i>Genus illud nefandae necis quae canibus urgebatur,
-adversum plures intendit, tam ferme sanguinis
-sitiens, ut nullum fere diem per id tempus incruentum
-sineret</i><a class="tag" id="tag187" href="#note187">[187]</a>. (1409) Il Corio racconta che molti inermi
-popolari avendo gridato <i>pace, pace</i>, mentre il duca passava
-avanti della chiesa di Santo Stefano, ad istigazione di due
-perfidi suoi famigliari, ordinò quel principe alle sue guardie
-di scagliarsi colle armi <i>in quella misera ed inerme compagnia</i>,
-il che fu eseguito; e di quegli infelici «oltra a
-dugento ne occiseno: ed indi fece proclamare, che sotto
-pena de la forcha veruno più non nominasse pace ne
-guerra: anchora ordinò che gli sacerdoti ne la missa, in
-loco de pacem, dicessino tranquillitatem. Doppuoi essendo
-al prefato duca presentato avante uno figliuolo de Giovanne
-da Pusterla memorato, forse in età de XII anni, intervenne
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-questa meraviglia anzi miraculo, che, mettendo
-li cani addosso al fanciullo per squarciarlo, quello se gittò
-a terra chiamando al duca misericordia, il quale, più incrudelendo,
-se gli remisse uno ferocissimo cane, chiamato
-il guerzo, custodito per il Squarza Giramo, assai più che
-quello crudele contra il sangue humano, ed a suggestione
-dil quale lo principe molte persone per denti de suoi cani
-faceva lacerare. Questo cane adunque, per il canetero
-lassato, puoi che il fanciullo ebbe nasato, se fece a disparte.
-Ma il principe non per questo revocando la innata
-crudeltate, cominciò minaciar al Squarza che lo farebbe
-suspender per la gola; onde remettendo una crudelissima
-cagna per nome sibillina, parimente quella non
-volse molestar il fanciullo, che di continuo domandava perdono.
-Ma Giovanne Maria, più obstinato nel suo furore,
-comandò al malvagio canatero che scanasse lo innocente
-garzono, il che voluntiere exequendo, non ancora quegli
-cani volsino gustare dil suo sangue: ed in tal forma ne
-faceva morire, ed tanto in questa inaudita crudeltate se
-delectò, che sino la nocte andava per la cità con il Giramo,
-inventore de si inaudita sceleragine e favoreggiato da lui
-per tanto horrendo maleficio, caciando il sangue umano
-come li cazatori ne boschi le sevissime fere». Così il Corio<a class="tag" id="tag188" href="#note188">[188]</a>,
-il quale nella sua gioventù avrà inteso questi atrocissimi
-fatti da' vecchi che n'erano stati dolenti spettatori.
-Il Biglia poi scriveva le cose de' suoi tempi, e poteva essere
-testimonio di veduta. Ho voluto narrar questi orrori colle
-parole altrui, per risparmiare a me stesso la pena di descrivere
-cose tanto crudeli, e per togliere ogni sospetto
-sulla verità dei fatti.
-</p>
-
-<p>
-La condotta del duca Giovanni Maria era quella d'un
-vero pazzo furioso; poichè, nei mentre ch'egli insultava
-l'umanità, la giustizia, la natura istessa coi mastini, compagnia
-degna di un tal principe, egli sopportava che Facino
-Cane a suo pieno arbitro non solamente dominasse
-Alessandria, Tortona, Novara ed altre terre, ma disponesse
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-da sovrano, e in Milano ed in Pavia, ogni cosa a suo piacimento,
-per modo che il Biglia ci lasciò scritto:<a class="tag" id="tag189" href="#note189">[189]</a> <i>Nec multo
-post Facinus Mediolanum advocatur, ut nihil jam illi
-ad utriusque dominium praeter nomen deesset, omnia
-uni parebant, omnia pro illius imperio statuebant, ne
-tanto quidem ad impensas juvenum relicto quod vitae
-satisfacerent</i><a class="tag" id="tag190" href="#note190">[190]</a>. Appena i due giovani principi avevano di
-che mangiare. Il duca aveva fatta colla città di Milano una
-convenzione, la quale si trova nell'archivio della città, e
-venne pubblicata dal conte Giulini<a class="tag" id="tag191" href="#note191">[191]</a>. In vigore di tal carta
-egli si sottopose in molta parte a que' limiti che presentemente
-fissa la costituzione della Gran Brettagna al sovrano,
-almeno per riguardo al tributo. Le regalie tutte le cedette
-alla città, alla quale diede in proprietà ogni sorta di carico
-non solo, ma persino gli stessi beni suoi allodiali; e ciò a
-condizione che la città gli sborsasse sedicimila fiorini al
-mese, ossia centonovantaduemila fiorini all'anno. Il primo
-duca aveva da tutto il suo Stato un milione e duecentomila
-fiorini all'anno<a class="tag" id="tag192" href="#note192">[192]</a>; ma ora non rimaneva a questo secondo
-duca se non Milano, e non era tenue quella somma per
-que' tempi. Nè questo fu pure il limite a cui si tenne il
-duca. Volle che la città diventasse, in certo modo, anche
-amministratrice dei centonovantaduemila fiorini; e stabilì
-che per la sua persona se gli sborsassero ogni mese duemilacinquecento
-fiorini, per mantenimento della sua corte,
-cavalli, tavola e vestito: del rimanente la città doveva pagare
-ottomila fiorini di stipendio per ogni mese a cinquecento
-lance, tremila fiorini al mese per lo stipendio di mille
-fanti, mille altri fiorini al mese per la guardia del corpo,
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-e millecinquecento fiorini al mese per soldo ai consiglieri
-ed ai giudici. Questo contratto (che dava esistenza morale
-al corpo politico, creandolo legittimo percettore del tributo,
-e un essere vivente interposto fra il sovrano ed il suo popolo,
-avendo un debito fisso col primo, ed un dritto e
-una giurisdizione sul secondo) poteva essere una nobilissima
-beneficenza verso della patria in tutt'altro principe;
-ma era una stolida imbecillità in quel Giovanni Maria,
-incapace di governare. Tutto era in combustione e in disordine:<a class="tag" id="tag193" href="#note193">[193]</a>
-<i>Vulgus quidem</i>, dice il Biglia, <i>annonae copia
-delinitum; caeteri, quicunque bonorum civium
-loco essent intolerandis tributis gravabantur... Multi
-vel publica vel privata licentia interfecti.</i> I mali pubblici,
-l'odio contro l'infame duca, il profondo disprezzo che si era
-egli meritato, giunsero finalmente al colmo. (1412) I due
-fratelli Andrea e Paolo Baggi, ai quali il sovrano aveva
-fatto ammazzare un fratello chiamato Giovanni; Giovanni
-della Pusterla, nipote dell'infelice castellano di Monza sbranato
-da' cani, e cugino dell'altro disgraziato fanciullo scannato;
-Francesco e Luchino del Maino, cui il duca aveva
-fatto decapitare due fratelli, e sbranare da' cani Bertolino,
-loro parente, si collegarono, e varii altri ad essi si unirono
-per togliere dal mondo quel mostro crudele, pazzo debole,
-imbecille ferocissimo; e il giorno 16 di maggio dell'anno
-1412 lo colsero, non si sa bene se nella chiesa di San Gottardo,
-ovvero in una sala di corte mentre s'inviava alla
-chiesa, e lo lasciarono sul momento morto dalle ferite. Il
-duca Giovanni Maria così terminò la obbrobriosa sua vita,
-nell'età giovanile di ventiquattro anni non per anco compiuti,
-dopo di aver portato il nome di duca per quasi dieci
-anni. La universale detestazione contro di lui si manifestò
-con segni inusitati, poichè nemmeno si volle rendere al di
-lui cadavere il vano onore della pompa funebre: e una
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-donna della pubblica prostituzione fu la sola che diede un
-segno di pietà, gettandogli sopra un canestro di rose. L'infame
-Squarcia Giramo fu dalla plebe colto e strascinato per
-le strade, indi appeso per la gola alla sua casa.
-</p>
-
-<p>
-Alcuni de' nostri scrittori hanno preteso di farci credere
-che il duca Giovanni Maria coltivasse le belle lettere; se
-ciò mai fosse, ridonderebbe un tal fatto piuttosto in disonore
-delle lettere che in lode di quell'anima perversa; perchè
-proverebbe che si può anche da un cuore insensibile
-gustare la venustà e la grazia del Petrarca, il che però
-sembra una contraddizione. So che la filosofia, le lettere, la
-musica, la pittura, le arti tutte hanno i loro ipocriti, come
-gli ha la virtù, come gli ha la religione; ma un giovine
-dissoluto che si diverte a far lacerare gli uomini dai cani,
-non è sulla strada d'alcuna ipocrisia.
-</p>
-
-<p>
-Sarebbe un problema da esaminarsi tranquillamente da
-un uomo ragionevole e non ambizioso, se veramente Matteo
-Visconti abbia procurato un bene a sè stesso e alla sua
-casa innalzandosi al trono. Lo stesso Matteo I morì di rammarico
-per gl'interdetti e le scomuniche; Galeazzo I, suo
-figlio, cessò di vivere per i lunghi patimenti sofferti nel
-carcere; Stefano perì di veleno; Marco venne gettato da
-una finestra; Luchino fu avvelenato dalla moglie; Matteo II
-fu ucciso violentemente dai fratelli; Barnabò morì in carcere
-a Trezzo di veleno; Giovanni Maria fu trucidato. È
-una gran massa di sventure cotesta, accadute ad una famiglia
-in meno di cento anni! Nella condizione privata è
-ben difficile che ne accada altrettanto. Azzone e Giovanni
-furono i due soli principi felici, perchè sensibili, benefici
-e virtuosi, ma fu breve il loro regno. Egli è vero però che
-questo seguito di miseri casi nacque per i vizi di que' sovrani;
-quando nella serie di cinque secoli dell'augusta casa d'Austria
-non troveremo veruna traccia de' mali che in meno
-d'un secolo sopportarono i Visconti.
-</p>
-
-<p>
-Il duca Giovanni Maria non lasciò figli:<a class="tag" id="tag194" href="#note194">[194]</a> <i>Juvenem his
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-monitis imbuerunt</i>, dice il Biglia, <i>ut jam uxorem, si
-non repudiatam, certe pro dissociata haberet</i>; nè della
-duchessa Antonia, figlia di Malatesta de' Malatesti, si è inteso
-più cosa alcuna. Filippo Maria era giunto all'età di
-vent'anni. Egli era il solo avanzo che rimanesse nella discendenza
-di Gian Galeazzo; ma se ne stava nascosto e
-pauroso nel castello di Pavia; solo spazio sicuro che gli
-restava sulla terra. Pavia, Milano e tutto il rimanente dello
-Stato era occupato da piccoli sovrani. Quasi ogni città si
-era creato un conte. Il più potente fra questi nuovi divisori
-del dominio era, siccome dissi, Facino Cane, al di cui
-stipendio viveva una schiera di militi dei migliori di quei
-tempi, avvezza a vincere sotto il comando di Facino. Egli
-in fatti era il padrone di Milano, di Pavia, di Alessandria,
-di Novara, di Tortona e di altre terre; e non gli mancava
-altro che il titolo di duca. Anzi vi è tutta l'apparenza di
-credere che lo sarebbe diventato, e colle armi avrebbe ricuperato
-per sè medesimo la successione del primo duca,
-poichè fu estinto Giovanni Maria, e nessun altro rimaneva
-che il timido Filippo Maria; ostacolo di mera opinione, facile
-a togliersi colla fede e colla morale di quel secolo
-d'orrore. Ma il potere supremo dispose altrimenti, e decretò
-che nel medesimo giorno 15 di maggio dell'anno 1412
-Giovanni Maria morisse trucidato in Milano, e Facino Cane
-morisse in Pavia di natural malattia. Il momento era giunto
-al fine in cui i figli dell'oppresso Barnabò potessero far
-valere le loro ragioni. Non v'era forza che potesse far loro
-valida resistenza; e il governo civile di Milano era talmente
-sconnesso ed incerto, che nulla più doveva costare
-ad essi per impadronirsene che lo stendervi la mano. In
-fatti Estore Visconti, figlio naturale di Barnabò, nato da
-Beltramola dei Grassi, negli ultimi anni del regno del duca
-Giovanni Maria s'era impadronito di Monza; e pare che
-da colà aspettasse il momento per rendersi signore di
-Milano; e così fece spirato che fu il duca. Siccome poi
-l'origine sua poteva dar luogo a chi volesse trovare illegittima
-la sua dominazione, così Estore si associò Giovanni
-Carlo Visconti, discendente legittimo del signor Barnabò
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-perchè figlio di Carlo e di Beatrice d'Armagnac. Ebbero
-questi due (zio e nipote) un frate domenicano, chiamato
-Bartolommeo Caccia, che perorò e predicò tanto, che indusse
-il popolo di Milano a riconoscere Estore e Giovanni
-per sovrani; e tali durarono per un mese di tempo, cioè
-sino al giorno 16 di giugno dello stesso anno 1412. Questi
-apocrifi sovrani batterono moneta, in cui s'intitolarono
-bensì signori, ma non duchi di Milano; ed io ne ho nella
-mia raccolta. Tale era la situazione di Filippo Maria, che
-poteva assumere bensì il titolo di duca di Milano, ma non
-ne possedeva proprietà alcuna, e mancava d'ogni mezzo
-per deprimere gli usurpatori. Una sola via poteva aprirsegli
-per riascendere. Gli stipendiati di Facino Cane erano
-un corpo ragguardevole di bravi soldati, affezionatissimi
-al loro generale, e dopo la morte di esso alla di lui vedova
-Beatrice Tenda. Se il nuovo duca sposava questa vedova,
-da cui dipendevano alcune città e questo corpo di armati,
-era da sperarsi che quei militi, fedeli alla vedova, combattessero
-con impegno in favore del nuovo di lei marito.
-Tal consiglio provvidamente venne suggerito al duca Filippo
-Maria. Si entrò a trattar quest'affare; e quantunque
-la vedova Beatrice avesse l'età d'essere madre dello sposo
-che le veniva proposto, aderì all'offerta e sposò il giovine
-duca. Con tale atto si trovò il duca immediatamente padrone
-di Pavia, di Tortona, di Novara, di Alessandria e
-dei soldati di Facino. Il primo passo era quello di scacciare
-da Milano Estore Visconti. Quindi Filippo Maria, chiamati
-intorno di sè i fedeli stipendiati di Facino Cane, si
-incamminò da Pavia a Milano. Quei militi intrepidi riguardavano
-il duca come un figlio del loro amato padrone, e
-fecero sì bene, che Estore dovette abbandonare la città
-appunto il giorno 16 di giugno, siccome ho detto; e ritiratosi
-nel castello di Monza venne ivi assediato, e dopo
-alcuni mesi vi rimase ucciso da un colpo di spingarda
-che gli fracassò una gamba. Il cadavere di Estore Visconti
-si conserva incorrotto e visibile in un cortile di fianco alla
-chiesa di San Giovanni di Monza; e si riconosce la rottura
-della gamba. Appena fu padrone di Milano Filippo Maria,
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-terzo duca, girò per la città, e mostrò al popolo umanità
-ed accoglienza. Ma quanti potè avere dei complici della
-morte del duca Giovanni Maria, tanti morirono col supplicio,
-e taluni squartati, e le loro membra inchiodate alle
-porte della città, e le teste, conficcate in cima di lunghe
-aste, vennero piantate sul campanile della piazza de' Mercanti.
-Le case dei congiurati furono abbandonate al saccheggio;
-e così cominciò il suo regno il duca Filippo Maria.
-Fra i militi di Facino Cane vi era un soldato di fortuna,
-Francesco Carmagnola, uomo di grand'animo, che
-aveva i talenti di un buon generale, e che colla superiorità
-del suo merito aveva dato persino gelosia al suo antico
-padrone, che pure era grande uomo di guerra dei
-suoi tempi. Il duca non era fatto per comandare in persona:
-egli era timido, inerte, superstizioso, amante della
-solitudine. Egli fortunatamente ascoltò il consiglio di Beatrice
-sua moglie, e collocò nel Carmagnola il comando e
-la confidenza. Francesco Carmagnola fu dichiarato conte;
-innalzato, arricchito e beneficato dal duca. Il conte Francesco
-alloggiava in Milano nel palazzo in cui ora si radunano
-i Corpi civici. Premeva al duca di riacquistare Lodi,
-città distante appena venti miglia da Milano. Giovanni Vignate
-s'intitolava conte di Lodi, e ne era il padrone. Una
-tregua si era sottoscritta fra il duca e lui; quindi il Vignate,
-fidandosi al gius delle genti, senza alcun sospetto
-veniva qualche volta a Milano. (1416) Egli un dì non ebbe
-timore di porre piede nel castello in cui stavasene appiattato
-ed invisibile il duca; ed ivi, il giorno 19 di agosto
-dell'anno 1416, venne a tradimento arrestato, malgrado la
-tregua, e trasportato a Pavia, ove fu riposto in una gabbia
-di ferro. Contemporaneamente le truppe ducali sorpresero
-Lodi e fecero prigioniere Luigi Vignate, figlio del conte;
-il padre ed il figlio passarono nelle mani del carnefice; e
-con tal mezzo il duca s'impadronì di Lodi. Loterio Rusca,
-signore di Como, credette di fare un buon contratto cedendo
-al duca la sua sovranità per quindicimila fiorini
-d'oro. Crema ritornò in potere del duca, perchè il nipote
-del conte di Crema, Giorgio Benzone, tradì suo zio e v'introdusse
-le armi ducali.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-</p>
-
-<p>
-Stavasene il duca Filippo Maria inaccessibile nel castello
-di Milano, senza che mai fosse veduto nella città. Le strade
-di Milano, le mura istesse diroccavano, e si lasciavano
-senza riparazioni. Quel principe credeva all'astrologia; e
-questa era forse anco la sola norma della sua morale e di
-tutte le sue azioni. Quando la luna era in congiunzione
-col sole, egli s'intanava in qualche angolo del castello più
-solitario, e non voleva mai dare risposta, nè permetteva
-nemmeno che alcuno la desse per lui. Aveva una macchina
-egregiamente lavorata; quest'opera di orologeria dinotava
-il movimento dei pianeti, e quest'era l'oggetto della più
-frequente osservazione del duca. Se taluno lo interpellava
-per aver i suoi ordini nel momento che egli credesse infausto,
-o taceva, ovvero rispondeva soltanto: <i>aspetta un
-poco.</i> Egli aveva i suoi astrologi, i quali erano i più cari
-di lui consiglieri, e quelli che influivano più d'ogni altro
-nel governo dello Stato. Le forze del duca Filippo Maria
-ci vengono descritte da Andrea Biglia. Il conte Francesco
-Carmagnola era alla testa degli stipendiati ducali. Settecento
-cavalieri formavano la guardia del corpo: il Biglia
-li chiamava <i>familiares</i>. Due squadroni, ciascuno di settecento
-cavalieri, formavano due corpi di lance spezzate,
-<i>lanceas laceras</i>. Aveva altra cavalleria comune, in tutto
-quattromila cavalli. D'infanteria egli aveva allo stipendio
-mille uomini scelti, tutti coperti di lucidissime armature,
-<i>qui totis armis lucerent</i>; e il rimanente dei fantaccini,
-ben corredati, ascendeva a più di quattromila uomini<a class="tag" id="tag195" href="#note195">[195]</a>.
-Tale armata si preparava a marciare contro del marchese
-di Monferrato; il quale, per evitare la guerra, cedette al
-duca Vigevano. (1418) Così il duca, da Beatrice Tenda, ottenne
-la ricuperata sovranità di Milano, Pavia, Lodi, Como,
-Vigevano, Alessandria, Tortona e Novara; e da queste otto
-città e dall'armata ebbe i mezzi per dilatare nuovamente
-i confini dello Stato, siccome fece. Doveva il duca venerare
-la sua benefattrice più della stessa sua madre. A lei
-doveva tutto, persino l'esistenza, che gli sarebbe sicuramente
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-stata levata, se non aveva il di lei soccorso. Essa
-con tutto ciò soffri il trattamento di essere (malgrado l'età
-sua e la sua virtù) dal marito incolpata d'avergli violata
-la fede per un giovine cavaliere, nominato Michele Orombello,
-che era al di lei servizio. Questo giovine era veramente
-di amabile aspetto e di pari maniere; e talvolta la duchessa
-passava qualche ora con minore noia, facendolo suonare
-il liuto. Volle il duca che venisse imprigionata in Binasco
-l'infelice Beatrice Tenda; e il non meno disgraziato cavaliere
-fu parimenti posto nei ferri. Si fecero soffrire ventiquattro
-strappate di corda alla duchessa, come ci narra il
-Corio<a class="tag" id="tag196" href="#note196">[196]</a>. Furono condannati e l'una e l'altro a perdere la
-testa sotto la scure; il che si eseguì in Binasco nell'infausta
-notte susseguente al giorno 13 di settembre dell'anno
-1418. Il Corio ci attesta che, per liberarsi dagli strazi della
-tortura, la duchessa incolpasse sè medesima; ma poi, in
-presenza degli ecclesiastici che l'accompagnarono al patibolo,
-prima di sottoporvi il capo, chiamasse Iddio in testimonio
-dell'incolpabile sua innocenza. Ci dice il Biglia che
-il giovine Orombello, lusingato di potere sfuggire il supplicio
-calunniando la duchessa, preferisse la vita alla virtù,
-sebbene in fine perdesse e l'una e l'altra; e che la duchessa,
-avanti il patibolo, da donna forte e virtuosa, rimproverasse
-la vile colpa all'Orombello, e protestando la
-innocenza propria, chiamandone testimonio Iddio, piegasse
-il capo alla mannaia. Fosse il peso d'un troppo grande beneficio
-insopportabile all'anima del duca; fosse ambizione,
-per cui si sdegnasse d'aver per moglie una che non era
-di famiglia sovrana; fosse noia d'avere una compagna di
-una età matura; fosse l'amore ch'egli già nutriva per
-Agnese del Maino, colla quale visse poi sempre, ed a cui
-null'altro mancò se non il nome di moglie; fosse una trama
-di qualche abbietto favorito, a cui non tornava bene che
-il duca ascoltasse fedeli consigli; fosse perfine ciò prodotto
-da qualche astrologica predizione che promettesse al duca
-felicità da un tal colpo; qualunque ne fosse il motivo, tale
-fu la mercede che Filippo Maria seppe rendere ai beneficii
-<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span>
-ricevuti da quella sventurata donna. Trema la mano nello
-scrivere tali abbominazioni!
-</p>
-
-<p>
-La città di Piacenza era stata occupata da principio da
-Pacino Cane; poi se n'era preso il dominio Filippo Arcelli.
-Il fratello ed il figlio di questo signore caddero in potere
-del duca; il quale, memore di quanto col Fogliano aveva
-quarantasei anni prima fatto Barnabò, fece piantare a vista
-di Piacenza due forche, e fece intimare la resa a Filippo
-Arcelli, minacciandogli altrimenti di fare impiccare
-Bartolomeo e Giovanni, il fratello ed il figlio. Non credette
-Filippo che il duca volesse a tal segno disonorarsi, e ricusò
-di cedere la sovranità. Que' due illustri ed innocenti gentiluomini
-furono ben tosto impiccati, a vista della madre
-medesima, che da una finestra s'accorse dell'orribile sventura,
-e colle smanie accrebbe talmente l'intima desolazione
-del marito, che se ne uscì da Piacenza sconosciuto; e così
-quella città ritornò in potere del duca il giorno 13 di giugno
-dell'anno 1418. (1419) Bergamo era posseduta dai Malatesta;
-ma il conte Francesco Carmagnola la sorprese e la
-riacquistò al duca il giorno 24 di luglio l'anno 1419; il
-che vedutosi da Gabrino Fondulo, signore di Cremona, stimò
-di vendere al duca la sua sovranità per trentacinque mila
-fiorini, ossia ducati d'oro. Il marchese di Ferrara, Nicolò
-d'Este, cedette Parma al duca il giorno 28 di novembre
-l'anno 1420. Brescia da Pandolfo Malatesta fu ceduta al
-duca, il giorno 18 di marzo dell'anno 1421, per il prezzo
-di trentaquattromila fiorini d'oro. Tanto erano temute e
-fortunate le armi ducali sotto il comando dell'intrepido ed
-esperto conte Francesco Carmagnola, che portò questi l'assedio
-sotto di Genova; città che sessantotto anni prima si
-era data a Giovanni arcivescovo, e che, dopo tre anni essendosi
-sottratta, inutilmente era sempre stata adocchiata
-dal primo duca. Il valoroso conte la costrinse alla resa; e
-il giorno 2 di novembre dello stesso anno 1421 capitolò la
-città e riconobbe per suo signore il duca di Milano. Filippo
-Maria prescrisse da buon astrologo l'ora e il momento in
-cui dovevasi fare la funzione del possesso di Genova<a class="tag" id="tag197" href="#note197">[197]</a>. I
-<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span>
-Genovesi però quattordici anni dopo scossero nuovamente
-il giogo dei Visconti. (Il signor don Carlo de' marchesi
-Triulzi, cavaliere di moltissima erudizione, ha nella sua
-collezione di monete di fiorini d'oro di Genova regnandovi
-il duca Filippo Maria, ed io ho delle monete d'argento pure
-di Genova col nome e collo stemma del medesimo duca).
-Poi dal duca d'Orleans ebbe il Visconti per cessione Asti:
-città che da suo padre era stata, come dote della principessa
-Valentina, ceduta al conte di Valois trentacinque
-anni prima. Fece il duca altri acquisti nella Romagna, cioè
-Forlì, Imola, Faenza. (1424) A tale stato di grandezza era
-giunto il duca Filippo Maria l'anno 1424, che possedeva
-venti città acquistate colle nozze della infelice duchessa, e
-colla fede e col valore del conte Francesco. Le città erano
-Milano, Como, Brescia, Bergamo, Lodi, Crema, Cremona,
-Piacenza, Parma, Faenza, Imola, Forlì, Pavia, Alessandria,
-Tortona, Genova, Asti, Vercelli, Novara e Vigevano, tutte
-acquistate nel breve spazio appena di dodici anni. Avrebbe il
-duca sottomesse ancora le altre quindici città che gli mancavano
-per ricuperare lo Stato di suo padre; avrebbe fors'anco
-esteso ancora più in là i confini; se, tenendosi inaccessibile,
-invisibile e sempre attorniato da uomini da nulla, fra i
-quali il primo era certo Zanino Riccio, non avesse tagliata
-a sè medesima la mano destra col diffidare del conte Carmagnola,
-dopo le non interrotte prove del di lui animo. La
-superiorità dei talenti del conte, e la franchezza colla quale
-suggeriva i buoni consigli al suo principe, facevano tremar
-di paura gli abbietti uomini che attorniavano il duca. S'avvedevano
-ben essi che quel generale non avrebbe mai fatto
-lega nè cogli astrologhi, nè coi parassiti che deludevano il
-sovrano. Formarono quindi il progetto di alienar l'animo del
-duca dal conte Carmagnola, e mentre il conte gli sottometteva
-le città, facevano malignamente risuonare all'orecchio
-di Filippo Maria l'amore dei soldati, la riverenza dei
-popoli sempre crescente verso del Carmagnola. Quindi ogni
-dì più rendevano timido il duca appiattato, invisibile ad
-ognuno, fuori che ad essi; a tal segno ch'ei non usciva dal
-castello di Milano, se non dalla parte solitaria dei campi;
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-per di là passando al castello di Abbiategrasso, ove parimenti
-stavasene solitario ed occultato. Basta il dire ch'egli
-non venne mai in Milano, se non quella prima volta che
-ho detto. Bloccato in tal maniera il duca, nulla ei più sapeva
-degli affari, di quanto volevano dirgliene quei vili intriganti
-cortigiani. Costoro a poco a poco fecero nascere il
-pensiero nel duca di collocare il conte stabilmente al governo
-di Genova, finchè gli tolse il comando dell'armata. Il
-conte da Genova andava scrivendo al duca, illuminandolo
-sul proposito degl'interessi del suo Stato, e lagnandosi dei
-torti. Ma le lettere nemmeno giugnevano al duca. Se ne
-avvidde il conte, e lasciando Genova si portò alle porte del
-castello d'Abbiategrasso, chiedendo umilmente di essere
-ascoltato; ma gli venne risposto che esponesse le sue occorrenze
-a Zanino Riccio. Il Carmagnola alzò la voce colla
-speranza di essere inteso dal duca, e protestò che quel
-principe era attorniato da traditori e malvagi cortigiani. Le
-guardie avevano militato sotto di lui; sebbene animate ad
-arrestarlo, non l'osarono. Il conte allora, rimontato sopra
-il veloce destriero, su cui erasi ivi improvvisamente portato,
-<i>forse si pentirà</i>, disse, <i>in breve il duca di non avermi
-ascoltato</i>; e spronò il cavallo e disparve da un luogo
-dove non era stato senza pericolo; quindi per vie sicure se
-ne andò a Venezia, ove offrì i suoi servigi a quella repubblica,
-da cui vennero accettati con somma onorificenza.
-</p>
-
-<p>
-Le avventure del conte Carmagnola sono interessanti. Il
-momento in cui sconsigliatamente volle il duca disgustare
-quel benemerito generale, fu quello in cui la fortuna
-dello Stato si cambiò; e laddove sino a quell'ora sempre
-la vittoria, le conquiste o le dedizioni avevano contrassegnati
-gli anni del suo regno, da quel punto cominciò a
-contrassegnarli colle inquietudini, colle sconfitte, colle
-umiliazioni e colle perdite. Appena era partito il conte,
-che il duca stese la mano confiscatrice su tutti i poderi
-suoi, e si riprese su tutti i doni che gli aveva fatti. Tese
-varie insidie per averlo prigione; ma non gli riuscirono.
-Tentò il veleno, e certo Giovanni Liprandi, milanese, che
-aveva per moglie una Visconti, provossi a Treviso di avvelenare
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-il conte: il che verificato, perdè poi la testa a
-Venezia. A tali infami azioni s'abbassava il duca per consiglio
-di Zanino Riccio, e d'altri vigliacchi ed astrologi,
-pari a lui, mentre in vece con qualche onesto partito nulla
-sarebbe riuscito più facile che l'accomodarsi col Carmagnola,
-già affezionatissimo nel suo cuore ai Visconti, siccome
-accade sempre di esserlo, quando si sono fatti insigni
-beneficii, pei quali amiamo il beneficato come cosa
-nostra. Il conte, pagato con tanta ingratitudine, insidiato
-in così bassa ed atroce maniera, conobbe non rimanergli
-più altro partito che l'operare da nemico. Egli adunque
-consigliò ai Veneziani di legarsi coi Fiorentini. Temevano
-i primi di perdere Verona e Vicenza, occupate recentemente
-sotto l'infame governo dell'ultimo duca. I Fiorentini
-vedevano già nuovamente innoltrata nella Romagna
-quella sovranità dei Visconti, che ventiquattro anni prima
-aveva esposto all'estremo pericolo la loro repubblica;
-quindi si unirono coi Veneziani. (1426) Il re Alfonso di
-Napoli si unì colle due repubbliche; ed il conte Francesco
-Carmagnola, l'anno 1426, ricevette solennemente dalle
-mani del doge di Venezia lo stendardo di San Marco, e
-venne dalla repubblica dichiarato capitano generale dell'armata
-terrestre, coll'assegnamento, cospicuo per quei
-tempi, di dodicimila annui fiorini, ossia ducati d'oro. Ciò
-fatto, il Carmagnola si portò sul bresciano. Egli conosceva
-quel paese, poichè sei anni prima vi aveva guerreggiato
-per riacquistarlo al duca e scacciarne i Malatesti. Era celebre
-la battaglia ch'ei vinse l'anno 1420, il giorno 8 di
-ottobre; ora si trattava di acquistar Brescia ai Veneziani.
-Il conte ne scacciò l'armi del duca. Il comandante che
-Filippo Maria aveva posto alla testa delle sue armi invece
-del Carmagnola, era Guido Torello; uomo che non pareggiava
-i talenti del Carmagnola. Sotto del Torello combattevano
-Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, uomini di
-merito; ma il primo di questi due si sdegnava d'essere
-sotto il comando d'un generale ch'egli non credeva superiore
-a sè stesso; l'altro era ancor giovine, focoso ed
-inesperto. Oltre ciò, passavano fra tutti e tre quelle rivalità
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-che, tendendo a farsi reciprocamente scomparire, rovinavano
-il sovrano e lo Stato, del quale ad essi era consegnata
-la difesa. Presa Brescia, era da temersi che la
-guerra non s'avanzasse nel centro del dominio; e perciò
-dovette il duca richiamare le truppe dalla Romagna, e
-abbandonare per sempre Forlì, Imola e Faenza, che appena
-da due anni erano sue. (1427) Il conte Francesco
-Carmagnola diede una sconfitta ai ducali il giorno 11
-ottobre 1427. Quasi tutti i generali del duca, e quasi
-tutti i suoi soldati rimasero prigionieri. Oltre i già nominati
-erano nell'esercito ducale altri generali, cioè il conte
-di Cunio Alberico da Barbiano<a class="tag" id="tag198" href="#note198">[198]</a>, Cristoforo Lavello, Carlo
-Malatesta ed Angelo della Pergola; uomini che tutti avevano
-buon nome nella guerra. Conseguenza ne venne che
-Bergamo passò in potere dei Veneziani l'anno 1428. Così
-Zanino Riccio fece perdere al duca ed a' suoi successori
-non solo Vicenza e Verona, che si dovevano ricuperare,
-ma Brescia e Bergamo, e quasi tutta le terra ferma che
-possedette poi ed attualmente possede la repubblica di
-Venezia. Se il conte Carmagnola fosse stato d'animo costante,
-il duca Filippo Maria sarebbe rimaso con Zanino
-Riccio; anzi sarebbe stato abbandonato ben presto da quell'istesso
-infingardo, che non amava se non la fortuna del
-duca. Già Filippo Maria aveva dovuto cedere al duca di
-Savoia Vercelli, per contentarlo e non soffrire invasione
-anche da quella parte. Il marchese di Monferrato, i Fiorentini,
-i Veneziani ben presto gli toglievano il restante
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-de' suoi Stati. Il Carmagnola, dopo la presa insigne della
-armata ducale, non aveva più contrasto: e Cremona, Crema,
-Lodi rimanevano, se lo voleva, in potere dei Veneziani.
-Ma quando vide il conte posto il duca a mal partito, cessò
-di far la guerra con vigore; anzi non servì più con buona
-fede i Veneziani. O foss'egli allontanato, per una ripugnanza
-dell'animo, dal portare così la distruzione ad un
-principe dal quale aveva un tempo ottenuto gli onori e
-sotto del quale aveva acquistata la celebrità; ovvero fosse
-egli ancora nella fiducia che, umiliato il duca, venisse a
-fargli proposizioni di accomodamento, e gli sacrificasse i
-meschini nemici che avevano ardito di nuocergli, cioè i
-vilissimi cortigiani suoi, o qualunque ne fosse il motivo,
-il conte Francesco Carmagnola, malgrado il dissenso dei
-procuratori veneti, e malgrado la decisa loro opposizione,
-volle rimandare, disarmati bensì, ma liberi, al duca tutti i
-generali ed i soldati numerosissimi che aveva fatti prigionieri
-nella vittoria del giorno 11 ottobre 1427. Il duca in
-pochi giorni armò di nuovo e rimontò questi militi, ed è
-molto degno di osservazione questo fatto, cioè che due soli
-artefici di Milano in pochi giorni gli diedero le armature per
-quattromila cavalli e duemila fanti, sapendosi che in quei
-tempi gli uomini si coprivano tutti di ferro; il che prova
-quanto si è accennato al capitolo duodecimo sulla grandiosa
-manifattura d'usberghi, d'elmi e d'ogni lavoro di ferro
-che v'era in Milano. Anche i quattromila cavalli ben tosto
-li ritrovò il duca dalle razze del suo Stato; e così il Carmagnola
-poco dopo ebbe nuovamente di fronte quella
-stessa armata che aveva avuta inerme in suo potere. Il
-séguito delle sue imprese sempre più fece palese il suo
-animo poichè trascurò tutte le occasioni, e, lentamente
-progredendo, lasciò sempre tempo ai ducali di sostenersi.
-(1432) Insomma giunse a tale evidenza la cattiva fede del
-conte Francesco Carmagnola, che venne, dopo formale processo,
-decapitato in Venezia, il giorno 5 di maggio dell'anno
-1432, come reo di alto tradimento. Tale fu il fine che fece il
-conte Francesco; uomo che non aveva i vincoli sacri della
-patria e della famiglia, i quali ammorzarono la vendetta
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-nell'animo di Coriolano; uomo che sarebbe un eroe, se
-non avesse macchiato l'ultimo atto della sua vita colla infedeltà.
-</p>
-
-<p>
-Più ancora di quelle del Carmagnola interessano la storia
-di Milano le vicende di Francesco Sforza. Questi era
-romagnuolo. La di lui famiglia era di Cotignola. Il primo
-che s'era fatto qualche nome, era il di lui padre Giacomo
-Attendolo (tale era il vero di lui cognome); poichè, servendo
-questi sotto il comando del conte Alberico di Zagonara,
-da esso ebbe il soprannome <i>Sforza</i>, il quale passò
-nel di lui figlio Francesco, e divenne poi nome di casato.
-Francesco Sforza (che fu poi il quarto duca di Milano, e il
-più grand'uomo e il più gran principe del suo tempo)
-nacque in San Miniato il giorno 23 luglio dell'anno 1401,
-ed ebbe per madre Lucia Trezania. Niente ancora vi era
-d'illustre in lui, se non l'ardor militare, ed il nome che
-nella milizia si era fatto suo padre. Egli aveva ventiquattro
-anni, allorchè, sulla fama del valore da lui mostrato nel
-regno di Napoli, il duca lo invitò al suo stipendio, disgustato
-che ebbe il conte Carmagnola. Una delle prime imprese
-che Francesco Sforza ebbe in commissione dal duca,
-fu quella di soccorrere Genova, attaccata dai nemici; ma
-ne uscì con poca fortuna, poichè, innoltratosi imprudentemente
-e con inconsiderato impeto, fu malamente battuto
-e posto in fuga; per lo che il duca lo rilegò per due anni
-a Mortara, ove rimase privo di stipendio. Terminato il castigo,
-i cortigiani del duca, non saprei per qual motivo,
-cercarono di fargli entrare in grazia Francesco Sforza; e
-la cosa giunse a segno che, non avendo altri discendenti
-il duca, fuori che una figlia naturale chiamata Bianca Maria,
-pensò di darla a Francesco Sforza. Bianca Maria era nata
-da Agnese del Maino, colla quale viveva il duca come
-se fosse vera sua moglie. Quella donzella non aveva
-per anco finiti gli otto anni, allorchè il duca, l'anno 1432,
-il giorno 13 di febbraio, stabilì il contratto di nozze. Considerava
-in quel momento il duca di farsi per adozione un
-figlio, al quale passare il suo Stato, e quindi interessarlo
-a difenderlo: figlio tanto più caro, quanto più quel meschino
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-principe era lacerato nella solitudine da umori che
-Zanino Riccio e i suoi pari facevano nascere contro dei
-generali; i quali naturalmente non si saranno degnati mai
-di mostrare deferenza a quella feccia di uomini da cui era
-il duca attorniato. Cercavano, innalzando lo Sforza, di umiliare
-il Piccinino, il Torello e gli altri. Ma poichè lo Sforza
-fu innalzato, la di lui ombra dispiaceva a quei raggiratori,
-temendo forse un avvenire cattivo per essi. E perciò si posero
-colle arti consuete a gettare il veleno nell'animo del
-principe, loro schiavo, e a fargli nascere il pentimento e la
-diffidenza, a segno che il duca pose delle insidie persino
-alla vita del designato suo genero. Francesco Sforza se ne
-uscì dalle mani del duca, si ricoverò presso de' Fiorentini,
-nemici de' Visconti, e si pose al loro stipendio. Si collegarono
-i Fiorentini e i Veneziani a danno del duca, e il generale
-comandante delle armi collegate fu lo stesso Francesco
-Sforza. Anche il papa aveva acceduto alla lega. Io
-non descriverò, nemmeno questa volta, le minute azioni
-militari. Dirò soltanto che gli affari del duca piegavano
-assai male. Il duca era giunto all'età di cinquant'anni. Egli
-era mostruosamente pingue, e la sanità sua diventava inferma.
-La vita inerte che menava, ed i sospetti continui
-fra quali veniva tenuto dagli officiosi nemici che aveva intorno,
-affrettavano la di lui morte; egli s'accorgeva della
-propria decadenza. I generali di questo invisibile sovrano
-(che non si era mai presentato una sol volta in vita al nemico,
-che dava e toglieva il favore a norma de' pianeti non
-solo, il che sarebbe a caso, ma dei maligni interessi di
-quei poltroni che gli stavano intorno), cominciarono a fare
-un accordo fra di loro per dividersi la sovranità. Il Piccinino
-divisava d'avere per sè Piacenza; il Sanseverino, Novara;
-Luigi dal Verme, Tortona; il Fogliano, Alessandria;
-altri, altro distretto. Insomma il duca si trovò sotto di un
-cielo coperto da nubi procellose, che minacciavano da ogni
-parte. Il solo uomo capace di liberarlo nell'estrema angustia
-era Francesco Sforza. Rivolse i trattati a lui, e ben vedendo
-che troppo instabile appoggio sarebbe stato l'offerire
-al genero eletto il suo pentimento, gli offri la sovranità
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-del Cremonese e di Cremona sino da quel momento, pronte
-a dichiararlo conte e sovrano di essa, e a celebrare lo sposalizio
-di Bianca Maria. Accettò la proposizione Francesco
-Sforza, ma non si fidò di venire a Milano. (1441) Ma poichè
-consegnata gli venne la sovranità di Cremona, e poi ch'ivi
-fu sicuro, in Cremona stessa sposò Bianca Maria, il giorno
-28 di ottobre dell'anno 1441. La sposa aveva diciassette
-anni, e lo sposo ne aveva quaranta. Il duca Filippo, sempre
-divorato da sospetti e dominato dall'astrologia, tornò a detestare
-lo Sforza a segno che fece uccidere da' suoi sicari
-Eusebio Caimo che aveva maneggiate le nozze di Bianca
-Maria; (1444) e quell'infelice cavaliere venne scannato in
-Duomo mentre pregava avanti l'altare di Santa Giulitta, il
-giorno 8 di aprile, l'anno 1444<a class="tag" id="tag199" href="#note199">[199]</a>. Tentò poi il duca di
-rapire colle armi Cremona, quantunque l'avesse data in
-dote a sua figlia; e buona parte di quel contado era già
-in potere delle sue armi. Il conte Sforza fu costretto d'impetrare
-l'aiuto de' Veneziani, i quali mandarono forze tali,
-che non solamente liberarono il Cremonese e lo restituirono
-al suo legittimo nuovo signore, ma tolsero al duca
-Treviglio, Caravaggio, Cassano ed altre terre, e si presentarono
-persino sotto le mure di Milano l'anno 1446. Il duca
-tremava nel suo castello di Milano, invocava persino con
-vili sommissioni la pietà del genero, e lo lusingava della
-eredità dello Stato. Francesco si mosse; lo difese: ma perdette
-Casalmaggiore, Soncino, Romanengo ed altre terre,
-che i Veneziani tolsero al conte, il quale loro non era stato
-fedele. Ogni minuta circostanza è interessante nel conte
-Sforza, che fu poi il quarto duca di Milano, non per testamento
-di Filippo Maria, ma per altre combinazioni, come
-vedremo più avanti, e fu lo stipite della seconda dinastia
-de' duchi di Milano.
-</p>
-
-<p>
-Il Sassi<a class="tag" id="tag200" href="#note200">[200]</a> e l'Argellati<a class="tag" id="tag201" href="#note201">[201]</a> pretendono che il duca Filippo
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-Maria amasse e proteggesse le lettere. Il Decembrio, che
-tanto minutamente ha scritta la di lui vita, e che fu testimonio
-delle azioni di lui, ci assicura diversamente:<a class="tag" id="tag202" href="#note202">[202]</a> <i>Humanitatis
-ac litterarum studiis imbutos neque contempsit,
-neque in honore praetioque habuit, magisque
-admiratus est eorum doctrinam, quam coluit</i><a class="tag" id="tag203" href="#note203">[203]</a>. Ci racconta
-lo stesso autore che Antonio Raudense aveva tradotte
-in italiano a Filippo Maria alcune vite degli uomini
-illustri, senza che il duca lo avesse mai nella sua grazia;
-sebbene quel traduttore gli rendesse intelligibili quei monumenti
-che il primo non poteva capire nella loro lingua
-originale. Francesco Barbula, poeta greco di qualche merito,
-rifugiatosi a Milano, non potè ottenere dal duca nemmeno
-il viatico per portarsi altrove. Ciriaco Anconitano,
-uomo di lettere, fu scacciato dalla corte del duca. Tutta la
-vita di quel principe ci dimostra ch'egli non era capace di
-sentire alcuna stima. Questa emozione non la provano se
-non le anime che la meritano.
-</p>
-
-<p>
-Ci rimane un testimonio autentico della rozza imperizia
-di quel principe nelle monete battute durante il suo governo,
-nelle quali per lo più è scolpito il nome <i>Filipus</i>
-con due errori nel suo medesimo nome. Un altro solenne
-monumento ne abbiamo nella barbara poesia sotto la statua
-di Martino V, giacchè sotto di un principe colto non si
-sarebbero posti i versi seguenti:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Cerne, viator, ave, hic stat imago simillima papae</i></p>
-<p class="i01"><i>Qui bonus Ecclesiam Martinus in ordine quintus</i></p>
-<p class="i01"><i>Pastor alit tibi, Roma, etc...</i></p>
-<p class="i01"><i>Carminis est Bripius Joseph, ordinarius, auctor,</i></p>
-<p class="i01"><i>Doctor canonici juris, sacraeque magister.</i></p>
-<p class="i01"><i>Teologiae, etc.,</i><a class="tag" id="tag204" href="#note204">[204]</a></p>
-</div></div>
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-come più diffusamente può vedersi nel Duomo, ove in segno
-d'onore venne collocata sopra la barbara iscrizione
-la non meno barbara statua, di cui si legge:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">... <i>Ast hic praestantis imaginis auctor</i></p>
-<p class="i01"><i>De Tradate fuit Jacobinus, in arte profundus,</i></p>
-<p class="i01"><i>Nec Prasitele minor, sed major farier auxim.</i><a class="tag" id="tag205" href="#note205">[205]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Non posso perdonare a taluno dei nostri autori storici,
-l'aver voluto paragonare ad Augusto il meschinissimo Filippo
-Maria, e farlo un protettore delle lettere e dei letterati.
-Egli era, convien dirlo, un principe da nulla. È
-vero che alcune epoche del regno di questo duca hanno
-un aspetto grandioso e brillante, nè sembrano volgari.
-Quando le truppe ducali sotto del Carmagnola fecero prigioniere
-il comandante istesso nemico, Lodovico Migliorati,
-fu questi condotto a Milano, indi accolto dal duca con magnifica
-generosità; e poi da lui rilasciato onorevolmente
-libero e colmo di regali. Più illustre riuscì il fatto seguente.
-Il duca aveva preso parte in favore dei Francesi,
-che disputavano agli Spagnuoli il regno di Napoli. Ei fece
-uscire dal porto di Genova una flotta in aiuto dei Francesi,
-o, come allora dicevasi, degli Angioini contro degli Aragonesi.
-La flotta genovese fece sì bene, che prese i due
-re di Navarra e di Aragona; e con essi rientrò nel porto
-di Genova, togliendo i competitori alla casa d'Angiò. Il
-duca ordinò che questi illustri prigionieri venissero scortati
-a Milano, e il giorno 15 di settembre dell'anno 1435
-Filippo Maria fu per questo insolito caso visibile, ed ammise
-alla sua udienza nel castello di Milano Alfonso, re
-d'Aragona; indi, il giorno 23 dello stesso mese, fece lo stesso
-al re Giovanni di Navarra. I Genovesi, avendo acquistato
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-quei due preziosi pegni, si aspettavano un riscatto proporzionato;
-ma il duca, dopo tre mesi, nei quali e la corte
-e i più ricchi signori di Milano gareggiarono per onorare
-splendidamente i due monarchi, generosamente, il giorno
-8 di ottobre dello stesso anno, li lasciò partire liberi. Tale
-atto fu tanto inaspettato e discaro ai Genovesi, che ben
-tosto si sottrassero dalla obbedienza del duca. Questi due
-fatti sembrano dinotare elevazione d'animo e generosità
-verso i vinti. Se mai però i consigli di Zanino Riccio, comprato
-da questi prigionieri, avessero cagionato tali determinazioni,
-si collocherebbero queste tranquillamente nella
-classe delle altre azioni volgari di Filippo Maria. Io credo
-anzi probabile che così accadesse; perchè un uomo ed anche
-un principe può bensì non avere nel corso della sua
-vita che una sola occasione per far cose grandi, ma non
-può in due sole occasioni mostrare l'anima grande; la
-quale, quando v'è, in ogni giorno, in ogni fatto dà indizio
-di sè medesima, abbellisce ogni azione, e persino nei vizii
-istessi porta un non so che di maestose e di sublime. Parmi
-probabile ancora che l'orrore della morte di Beatrice Tenda
-sia nato, piuttosto che da animo atroce, dalla solita docilità
-ai consigli di Zanino Riccio e de' suoi simili. Il pinguissimo
-solitario duca non era sanguinario nè violento;
-e quei manigoldi astuti che volevano regnare col nome
-del duca, dovevano togliergli dintorno una moglie saggia
-ed avveduta. La selvatichezza di questo principe giunse a
-tal segno, che sembra quasi incredibile. Egli invitò l'imperatore
-Sigismondo a ricevere la corona in Milano, dove,
-il giorno 23 di novembre dell'anno 1431, nella chiesa di
-Sant'Ambrogio fece la funzione l'arcivescovo Bartolomeo
-Capra. La cerimonia si eseguì tre ore prima dell'aurora,
-e non saprei per qual motivo non si celebrasse solennemente
-di giorno. Il duca destinò venti cortigiani a servire
-quell'augusto, e lo fece magnificamente trattare a spese
-sue per quasi un mese in cui dimorò in Milano; ma non
-visitò mai l'imperatore, nè volle giammai concedere che
-l'imperatore lo visitasse, siccome desiderava. Il duca s'era
-occultato nel castello di Abbiate, e fu invisibile al solito.
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-Nè ciò può attribuirsi a verun rancore politico, perchè
-anzi dell'imperatore istesso aveva il duca motivo di chiamarsi
-contento; mentre pochi anni prima, avendogli spedito
-Guarnerio Castiglione nell'Ungheria, per impetrare la
-conferma del diploma di Venceslao, venne esaudito; e con
-nuovo diploma, nella diocesi di Strigonia, in data del primo
-di luglio dell'anno 1426, Filippo Maria venne da quell'augusto
-riconosciuto duca e signore di tutto il paese concessogli
-già da Venceslao. Anzi nel tempo medesimo in cui
-Sigismondo era in Milano, aveva fatto marciare i suoi Ungheresi
-nel Friuli, per fare una diversione in favore del
-duca, ed ivi chiamare le forze dei Veneziani. È vero però
-che nella prima venuta fatta in Italia da Sigismondo, non
-v'era fra esso ed il duca buona corrispondenza; per lo
-che quell'augusto non s'arrischiò di entrare in Milano,
-sebbene avesse tenuta la strada di Bellinzona e di Como
-per discendere le Alpi. È celebre il fatto che allora accadde,
-e fu l'anno 1414, quando, portatosi l'imperatore a
-Cremona per abboccarsi col papa Giovanni XXIII, mentre
-Gabrino Fondulo era padrone di quel distretto, ascesero
-l'imperatore ed il papa sulla rinomata altissima torre di
-quella città, e Gabrino poscia si mostrò pentito di non
-averli gettati da quella sommità, non per altro, se non per
-la fama che ciò gli avrebbe dato nella storia. Fu più umana
-l'ambizione di Erostrato, poichè almeno non distrusse che
-un tempio, ma fu meno perniciosa quella di Gabrino Fondulo,
-poichè nulla più cagionò fuori che un desiderio. Il
-duca Filippo Maria fece, durante il suo governo, una operazione
-di Finanza, a mio parere assai bella, utile e semplice,
-e tale che fa maraviglia come siasi in quei tempi
-immaginata. Abolì un buon numero di minute gabelle,
-incomode a percepirsi, e rovinose per il popolo; svincolò
-i poveri, sopra dei quali cadevano singolarmente tai pesi;
-e per compensare il suo erario, senza apertamente imporre
-nuovo carico, accrebbe l'intrinseca bontà delle monete;
-e così lutti i tributi essendogli pagati colle nuove
-monete, venne a incassare tanto valore quanto bastò a
-compensargli le abolite gabelle. Il decreto è del giorno 24
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-di ottobre dell'anno 1436, e ce lo ba pubblicato il conte
-Giulini<a class="tag" id="tag206" href="#note206">[206]</a>. Questa operazione ha qualche analogia coll'altra
-che quarantacinque anni prima aveva tentata il conte
-di Virtù, siccome nel capitolo precedente si è osservato;
-ma in questa non si fece ingiustizia ai creditori, nè si
-trattò d'una mera addizione sul tributo, ma bensì della
-sostituzione d'un modo semplice e meno gravoso di quello
-che contemporaneamente veniva abolito. Il Decembrio, che
-ci ha descritta la vita del duca Filippo Maria, ci racconta,
-come un tratto di sublime accortezza, che il duca mischiava
-ne' suoi consigli uomini buoni e cattivi.<a class="tag" id="tag207" href="#note207">[207]</a> <i>In eligendis
-consultoribus, quos, consiliarios vocant, mira astutia
-utebatur: Nam viros probos et scientia praeclaros eligebat,
-hisque impuros quosdam, et vita turpes collegas
-dabat; ut nec illi justitia inniti, nec hi perfidia grassari
-possent, sed, continua inter eos dissensione, praesciret
-omnia</i><a class="tag" id="tag208" href="#note208">[208]</a>. Se il consiglio ducale fosse un parlamento
-formato dalla costituzione per porre un limite alla
-autorità del duca, allora certamente sarebbe stata accortezza
-l'organizzarlo in modo che la interna dissensione lo
-distraesse dal travagliare al suo fine: ma il consiglio era
-formato per obbedire al duca e servire agli interessi di
-lui, ed era ben infelice l'astuzia di comporlo in modo che,
-gli uni attraversando gli altri, diventasse inoperoso. Tristo
-colui che teme la virtù, e crede di doverla temperare
-col vizio!
-</p>
-
-<p>
-Il regno di Filippo Maria durò per trentacinque anni di
-guerra quasi continua. Giammai i trattati di pace furono
-tanto insignificanti come allora; poichè il giorno dopo si
-violavano se conveniva, e la fede pubblica si considerò
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-una parola senza alcuna idea. Non bo voluto fare la storia
-di molte marziali vicende troppo uniformi, la minuta notizia
-delle quali sarebbe un peso inutilissimo alla memoria,
-poichè nessun lume somministrerebbe, o per meglio
-conoscere lo stato de' tempi, o per l'arte militare medesima.
-Avrei pur bramato di trovare qualche germe almeno
-di virtù in que' tempi; ma l'ho cercato invano. Le fisionomie
-degli uomini ch'ebbero parte negli affari pubblici,
-mi si presentarono tutte bieche ed odiose. La fede e la
-probità erano celate allora nell'oscurità di qualche famiglia,
-e nel magazzino dei negozianti. La virtù nasconde e
-copre la sua esistenza nell'asilo della privata fortuna per
-essere sicura contro i colpi del vizio, quand'egli è armato
-e trionfante come in que' tempi. Non può incolparsi a malignità
-di messer Niccolò Macchiavello s'egli ha dato per
-norma ai principi una pessima morale. Egli era un pittore
-che fedelmente ci rappresentava gli oggetti quali erano allora;
-la colpa sua è quella di non aver osato di esaminare
-la fallacia della politica che generalmente si praticava: io
-ne do la colpa alla mente, piuttosto che al cuore di quell'autore.
-Per vedere anche in piccolo la fede di que' tempi,
-aggiungo un fatto solo. Già dissi che il duca, l'anno 1419,
-aveva comprato da Gabrino Fondulo la città di Cremona,
-collo sborso di trentacinquemila ducati. Gabrino si era però
-riservato per sè Castelleone, luogo forte del Cremonese,
-ove tranquillamente da sei anni dimorava. Volle il duca
-possedere anche quella fortezza, la quale difficilmente
-avrebbe superata colle armi. Fu scelto Oldrado Lampugnano,
-amico di Gabrino, per tradirlo; e vi si prestò benissimo
-Oldrado. Si portò egli sul Cremonese con alcuni armati,
-mostrando commissione di visitare le terre del duca; e,
-fatto posa avanti Castelleone, spedì un uomo entro della
-fortezza, chiedendo un maniscalco per ferrare un cavallo,
-e frattanto lo incaricò di salutare il suo amico Gabrino, e
-dirgli che verrebbe ad abbracciarlo, se la fretta di proseguire
-il cammino non glielo vietasse. Gabrino Fondulo, disarmato
-e senza alcun sospetto, immediatamente uscì per
-salutare anche per un momento il creduto amico. Oldrado
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-Lampugnano lo arrestò e lo tradusse a Milano: la famiglia
-del Fondulo fu posta nei ferri; il suo tesoro, nel quale si
-trovò anche una prodigiosa quantità di perle, fu confiscato;
-e Gabrino fu decapitato in Milano il giorno 21 di febbraio
-del 1428. Due anni dopo Oldrado Lampugnano, che
-aveva sacrificato la virtù e l'onore per ottenere la grazia
-del duca, perdette anche quella, e rimase colla esecrazione
-di sè medesimo.
-</p>
-
-<p>
-(1447) Il duca Filippo Maria morì il giorno 13 di agosto
-l'anno 1447, nel castello di Milano, dopo una settimana di
-malattia, nella quale non permise mai che alcun medico
-gli toccasse il polso. Egli morì con molta indifferenza. Corpulento
-sino alla deformità, da alcuni anni sentivasi opprimere
-dal peso proprio. La fortuna, da che aveva perduto
-il Carmagnola, eragli stata quasi sempre nemica; s'aggiungeva
-a questi mali la cecità, che da più mesi era in lui totale,
-sebbene simulasse di vedere:<a class="tag" id="tag209" href="#note209">[209]</a> <i>Caecitatem sie erubuit,
-ut visum simularet, cubicularibus clamculum eum
-admonentibus</i>, dice il Decembrio<a class="tag" id="tag210" href="#note210">[210]</a>: onde, sebbene non
-oltrepassasse il cinquantesimoquinto anno, era ridotto come
-un vecchio decrepito. Io non ho accennato ancora le seconde
-nozze contratte dal duca colla principessa Maria di
-Savoia; poichè ella non ottenne se non il nome di duchessa,
-e l'amica del duca fu sempre Agnese del Maino, madre
-di Bianca Maria; e si leggono in un antico messale che si
-conserva nella cospicua raccolta del signor don Carlo dei
-marchesi Trivulzi, le orazioni che allora si recitavano nella
-messa per quella compagna del duca, quasi ella fosse tale
-colla sanzione de' sacri riti<a class="tag" id="tag211" href="#note211">[211]</a>. Il duca, senza eredi, senza
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-prossimi parenti, così morì. Fu seppellito tumultuariamente
-nel Duomo. Se vivesse allora Zanino Riccio, nol so. L'erario
-del duca venne saccheggiato da' suoi famigliari, i quali si
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-divisero diciassettemila ducati d'oro. Francesco Sforza era
-nella Romagna, nè poteva allegare titolo alcuno per il dominio
-di Milano. Innocenzo Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio
-Lampugnano, Antonio Trivulzi e Bartolommeo Moroni furono
-i capi dei Milanesi che progettarono di ricusare la signoria
-d'un solo come una <i>pessima pestilentia</i>, dice il
-Corio; ed avevano ben ragione di così risguardarla, poichè
-avevano provato che in dodici principi, due soli erano stati
-buoni, Azzone e Giovanni arcivescovo, tollerabili quattro,
-cioè l'arcivescovo Ottone, Matteo I, Galeazzo I e Luchino;
-e gli ultimi sei che finalmente erano succeduti, non presentarono
-che i vizi e detestabili tirannie. La città adottò
-quel partito. Si demolì il castello di Milano, e molte città
-dello Stato imitarono quell'esempio, come vedremo nel seguito
-della storia. Così terminò la sovranità della casa Visconti
-e la discendenza di Matteo, la quale ebbe, senza interruzione,
-la signoria di Milano pel corso di centotrentasei
-anni, ed erano già trentaquattro anni da che grandeggiava
-per averla, quando l'ottenne.
-</p>
-
-<p>
-Prima di terminar questo capitolo convien dare un'idea
-dello stato in cui trovossi Milano ne' tempi ultimi de' quali
-ho scritto. Le città possono talvolta crescere ed ingrandirsi
-anche sotto un odioso e viziato governo; purchè i vizi di
-quello direttamente non offendano i principii e le cagioni
-della prosperità del popolo. Non furono vessati i sudditi
-con eccessivi tributi sotto Filippo Maria; la proprietà dei
-cittadini non fu violata; le guerre si fecero al di fuori, e
-la città non ebbe a soffrirne; la pestilenza, che andava girando,
-e più d'una volta, non lungi da Milano, non vi penetrò.
-Crebbe quindi la popolazione; si ammassarono le
-ricchezze in questa capitale d'un vasto dominio; si rivolsero
-i cittadini all'industria del commercio; giacchè sotto
-di quel governo nessun uomo di mente poteva ambire altra
-carriera; e così Milano diventò una tanto poderosa città, sì
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-che nacque il proverbio poi, che conveniva distruggere Milano
-per rinvigorire l'Italia, come ci annunziò un autore
-imparziale:<a class="tag" id="tag212" href="#note212">[212]</a> <i>Quid dicam de Mediolano, potentissima Italiae
-civitate, Galliaeque Cisalpinae metropoli; in qua
-tam multa, tamque diversa artificum genera, tantaque
-frequentia, ut inde vulgo sit natum proverbium, qui
-Italiam reficere velit, eum destruere Mediolanum debere</i><a class="tag" id="tag213" href="#note213">[213]</a>.
-Andrea Biglia, scrittore di quel tempo, ci dà idea
-della popolazione di Milano:<a class="tag" id="tag214" href="#note214">[214]</a> <i>Nempe ut facile existiment
-posse in ea civitate super triginta hominum millia
-armari</i><a class="tag" id="tag215" href="#note215">[215]</a>; e non sarebbe esagerazione il supporre
-che il solo dieci per cento della popolazione fosse atto alla
-milizia. Immenso fu il popolo che uscì incontro a papa
-Martino V, che venne da Costanza a Milano nell'ottobre
-del 1418. Il duca Filippo ebbe l'onore di avere a suoi
-ospiti in Milano un papa, un imperatore e due re, e questi
-due ultimi suoi prigionieri. Lo stesso Biglia ci dà una prova,
-ancora più precisa, delle forze della città di Milano in quel
-tempo. L'anno 1427, il Carmagnola, alla testa delle armi
-venete, aveva angustiato lo Stato del duca, il quale pensava
-ai mezzi per la difesa. Ho già detto come due soli
-artefici in pochi giorni somministrarono le armature per
-quattromila cavalli e ottomila fanti; ora, appoggiato al
-Biglia, dirò che la città di Milano si esibì di mantenere stabilmente
-diecimila uomini a cavallo e diecimila uomini a
-piedi, con questa sola condizione che il duca lasciasse alla
-città medesima la percezione di tutte le gabelle, e tributi
-di Milano e suo distretto, e che i tributi delle altre città
-tutte egli liberamente li percepisse per arricchire sè stesso,
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-o chi più gli fosse piaciuto. Oggidì, quand'anche si volesse
-fare un massimo sforzo, non si troverebbe il modo di mantenere
-la metà di quest'armata; e oggidì tanto un cavaliere,
-quanto un fantaccino costano meno assai di quello
-che allor si pagavano. Il Biglia perciò aggiugne:<a class="tag" id="tag216" href="#note216">[216]</a> <i>Mirum
-dictu hoc solos Mediolanenses ausos polliceri, quod
-Florentia ac Venetiae aegre hac aetate praestarent fecissentque:
-tanta est hoc tempore unius urbis gens,
-tanta domi et apud exteros negotiandi consuetudo.</i> Il
-nostro commercio solo con Venezia era grandiosissimo in
-quel torno. Tutto il commercio colle Indie Orientali si faceva
-dagl'Italiani in quei tempi, anteriori alla scoperta
-del Capo di Buona Speranza. Venezia, Genova, Pisa, Firenze,
-Amalfi ed Ancona avevano l'impero de' mari, e quasi
-esse sole giravano non solamente il Mediterraneo, ma
-l'Oceano, e portavano le loro merci persino al Baltico;
-così che tutto il commercio dell'Europa era presso gl'Italiani.
-Le leggi amalfitane erano la base del gius marittimo.
-Venezia sola manteneva trentaseimila marinari<a class="tag" id="tag217" href="#note217">[217]</a>; numero
-sterminato per quel secolo, nel quale non s'intraprendevano
-viaggi di lungo corso, e la nautica non era ridotta
-alla perfezione attuale. Milano trasmetteva a Venezia i pannilani
-che da noi si fabbricavano, e riceveva da Venezia cotone,
-lana, drappi d'oro e di seta, droghe, legni da tingere,
-sapone, sali ed altre mercanzie. Queste mercanzie, che ricevevamo
-da Venezia, in gran parte le spedivamo alla
-Francia, agli Svizzeri ed all'Impero, unitamente alle armature
-ed altri lavori. Il nerbo principale della nostra
-industria consisteva nella fabbrica de' pannilani e degli
-usberghi, scudi, lance, ec. Abbiamo un prezioso documento
-su tal proposito che merita esame, e questo è lo scritto di
-Marino Sanuto, che il Muratori nostro maestro, ha tratto
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-dalla biblioteca Estense e dato in luce<a class="tag" id="tag218" href="#note218">[218]</a>. Il Sanuto scrisse
-le vite di alcuni dogi di Venezia, e riferisce l'aringa fatta
-nel gran consiglio dal doge Tommaso Mocenigo. Quello
-scrittore era posteriore di poco, ma asserì di avere trascritto
-i fatti, «dal libro dell'illustre messer Tommaso Mocenigo,
-doge di Venezia, d'alcuni aringhi fatti per dar risposta
-agli ambasciatori de' Fiorentini, che richiedevano di far
-lega colla signoria contro il duca Filippo Maria di Milano
-nel 1420». Il doge opinava che non convenisse ai Veneziani
-di rompere la pace col duca; ed in prova dimostrava l'utilità
-esimia che ridondava al commercio di Venezia dalla
-corrispondenza con Milano. Ser Francesco Foscari, procuratore,
-opinava l'opposto. Se vi è documento nella storia
-che meriti fede, certamente è questo; poichè l'occasione,
-il luogo, le persone ci debbono far credere che non
-avranno allegati che fatti costanti e sicuri. Asserì il doge
-che ogni anno da Milano si spedivano a Venezia quattro
-mila pezze di panno, del valore di trenta ducati ciascuna,
-e di più si spedivano novantamila ducati d'oro, così che la
-somma in tutto ascendeva a duecentodiecimila ducati. Ciò
-appartiene alla sola città; poichè Monza separatamente ivi
-è registrata pel valore di centoquarantaduemila ducati di
-roba e denari che spediva ogni anno a Venezia. Allora
-Milano e Monza, colla sola Venezia facevano la stessa parte
-del commercio che ora fanno Milano, il contado e le cinque
-città e provincie dello Stato; ed è notabile <i>colla sola Venezia</i>,
-poichè l'esteso commercio con Genova, colla Francia
-e colla Germania che allora avevamo, non entrava in
-quella somma. Dico la stessa parte, e dovrei dire molto
-più, se considerassi che il ducato allora era un pezzo di
-metallo assai più raro e più pregevole, come più volte ho
-ricordato. Questo basta per conoscere che verosimilmente
-v'era in Milano una popolazione di trecentomila abitanti;
-che v'erano sessanta fabbriche di lanificio; e che moltissima
-era tra noi l'industria e la ricchezza; come ci confermano
-tutti gli scritti posteriori, ricordando que' tempi della
-opulenza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non sarà forse discaro a' miei lettori ch'io aggiunga alcune
-osservazioni a quel bilancio del commercio fatto dal
-Sanuto. Da Venezia ci si trasmettevano i cotoni: il valore
-de' cotoni allora era otto volte maggiore che non lo è di
-presente: le strade del commercio oggidì sono aperte, e
-ciascuna nazione procura, per vendere presto, di contentarsi
-d'un minor guadagno; allora i pochi che lo possedevano
-erano arbitri del prezzo. Ho pure osservato che allora
-noi prendevamo appena la metà del cotone che adesso
-ci spediscono gli esteri; poichè le fabbriche delle bombagine
-e fustagni allora non esistevano presso di noi, e questa
-manifattura era de' Cremonesi. Questa odierna manifattura
-ci porterà più di settantamila gigliati per la vendita
-di trentamila pezze, che attualmente ne facciamo agli
-esteri. La seconda osservazione cade sul lanificio. La lana
-ce la vendevano i Veneziani allora più a buon mercato,
-cioè circa il sessanta per cento meno che non vale presentemente.
-È probabile che molte pecore si alimentassero
-su i nostri prati; e che la lana fina non ci venisse da Venezia.
-Lo stato intero di Milano spediva allora a Venezia
-cinquantamila pezze di panni. Ora le cose sono cambiate.
-Il lanificio, preso tutto insieme, costa allo Stato l'uscita di
-dugentocinquantamila zecchini ogni anno; i soli pannilani
-dobbiamo comprarli dagli esteri per settantamila gigliati.
-La terza osservazione risguarda la seta e suoi lavori;
-allora ne ricevevamo da Venezia di seta e drappi di
-oro pel valore cospicuo di ducati duecentocinquantamila;
-naturalmente una buona porzione si sarà rivenduta. Oggidì
-però l'articolo della seta, computato tutto, darà invece
-l'utilità d'un milione di ducati, ossia zecchini, ed è la principale
-ricchezza delle nostre terre. La quarta osservazione
-appartiene alle droghe; e per esempio di pepe e di cannella
-allora se ne introduceva assai più che non facciamo
-al dì d'oggi; e di questi capi allora nelle mense v'era maggiore
-consumo, e ciò oltre il commercio secondario che
-da noi se ne faceva col rivenderli. Oggidì consumiamo appena
-ottantamila libbre di pepe; il che ci fa pagare agli
-esteri ottomila ducati, ossia gigliati, ed allora ne compravano
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-per ducati trecentomila, cioè si spendeva allora in
-un anno per questo articolo quanto si spende appena in
-trentasei anni a' nostri giorni. Della cannella dico lo stesso;
-allora spendevasi il quadruplo in paragone de' tempi nostri,
-poichè ventimila libbre, che costano circa sedicimila
-zecchini, sono presso poco la quantità annua che oggidì
-ne consumiamo. In quinto luogo ho osservato che dello
-zucchero invece ne abbiamo notabilmente ampliato il consumo,
-giacchè allora seimila centinaia ne ricevevamo, ed
-ora ne consumiamo sedicimila centinaia. Il prezzo altresì
-dello zucchero è notabilmente scemato in paragone di
-quello ch'era allora, poichè seimila centinaia valevano ducati
-novantacinquemila, ed ora sedicimila centinaia si comprano
-con settantamila ducati. L'uso del mele era comune
-in quei tempi, e vi si è poi sostituito lo zucchero, dappoichè
-le navigazioni alle Indie Orientali, e le copiose piantagioni
-d'America l'hanno reso una droga più comune. Cade
-la sesta osservazione sul sapone, per acquistare il quale
-allora spendevasi ducentocinquantamila ducati, cioè il decuplo
-di quello che ora spendiamo, ricevendone dagli esteri
-non più di circa quarantamila rubbi: ma allora ne facevamo
-rivendita, e forse non v'erano alcune fabbriche nel
-paese che ora ne ha. L'ultima osservazione cade sopra un
-legno da tintura chiamato verzino, che allora era enormemente
-caro, e costava seicento volte più che ora non vale:
-ne ricevevamo allora migliaia quattro, valutate ducati centoventimila;
-ora ne riceviamo più di venti migliaia, le
-quali ci costano mille ducati d'oro; ma il Capo di buona
-Speranza non fu scoperto se non l'anno 1497 da Vasco de
-Gama, sotto il re Emanuele IV di Portogallo, e l'America
-non fu scoperta dal Colombo che l'anno 1491.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap16">CAPITOLO XVI.
-
-<span class="smaller"><i>Repubblica di Milano, che termina colla dedizione
-a Francesco Sforza.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Prima ch'io narri gli avvenimenti della repubblica di
-Milano, vuolsi esaminare brevemente in quale stato trovavansi
-le potenze che avrebbero voluto signoreggiare sopra
-di noi. (1447) Colla morte del duca Filippo Maria era
-terminata la discendenza maschile di Giovanni Galeazzo Visconti,
-infeudata dall'imperatore Venceslao; e perciò il
-ducato (considerandolo come un podere) era devoluto all'imperatore.
-Se il destino delle città dipendesse dal solo
-diritto di proprietà ereditaria, l'imperatore solo, sulla
-base della pace di Costanza, avrebbe dovuto decidere di
-noi, o creando un nuovo duca, o nominando un vicario
-imperiale, ovvero, sotto quella denominazione che più gli
-fosse stata in grado, ponendo chi esercitasse la suprema
-dominazione dell'Impero su questa parte dell'Impero medesimo.
-Ma lo scettro imperiale era nelle deboli mani di
-Federico III, principe timido, indolente e minore della sua
-dignità; il quale nemmeno avrebbe potuto far valere le
-sue ragioni sull'Italia, oppresso, come egli era, dalle armate
-del re d'Ungheria. Il lungo regno di questo cesare
-lasciò dimenticato nel milanese il nome dell'Impero per
-più di quarant'anni dopo morto l'ultimo duca. La casa
-d'Orleans possedeva la città di Asti, portatale in dote
-dalla principessa Valentina, figlia del primo duca, conte
-di Virtù. V'era un piccolo presidio francese in quella
-città: ma la casa d'Orleans non regnava. Cinquantadue
-anni dopo ella ascese sul trono di Francia; e colle armi
-sostenne le sue pretensioni sul ducato di Milano, appunto
-come discendente dalla Valentina Visconti. Frattanto il re
-<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span>
-di Francia Carlo VII, occupato nel combattere contro gli
-Inglesi, che avevano conquistate alcune province del suo
-regno, non aveva nè mezzi, nè pensiero di rivolgersi a
-questa parte d'Italia in favore di suo cugino. Il papa Niccolò
-V, di carattere sacerdotale, non conosceva l'ambizione;
-e l'antipapa Felice V e il non affatto disciolto concilio
-di Basilea occupavano interamente la corte di Roma.
-Il trono di Napoli era incerto e disputato. I Veneziani e
-il duca di Savoia avevano formato il progetto di profittare
-dell'occasione; ed erano e finitimi e potenti e sagaci. La
-vedova duchessa di Milano, Maria di Savoia, era in Milano,
-e cercava di guadagnare un partito al duca di Savoia, di
-lei padre. I Veneziani avevano in Milano i loro fautori, e
-colle immense ricchezze possedevano i mezzi di sostenerli
-e secondarli colle armi. Il conte Francesco Sforza pareva
-che nemmeno dovesse porre in vista le insussistenti pretensioni
-della moglie e del suo primogenito, esclusi per
-la investitura imperiale dalla successione nel ducato. La
-condizione del conte era anche più degradata di quella
-del duca d'Orleans, attesa la viziata origine della Bianca
-Maria. Egli possedeva Cremona, recatagli in dote; comandava
-un possente numero d'armati; aveva il nome più illustre
-di ogni altro nella milizia di quei tempi. Ma un romagnuolo,
-nato in Samminiato da Lucia Trezania, senza
-parenti illustri, e che non ebbe fra suoi antenati un nome
-degno di memoria, trattone suo padre (a cui il conte Alberico
-di Barbiano, sotto del quale militava, diede il soprannome
-<i>Sforza</i>), non pareva posto in condizione da disputare
-con alcuno la signoria di Milano, meno poi di
-prevalere. In questa situazione si trovò la città di Milano,
-quando, nel 1447, morì l'ultimo duca, ed ella intraprese
-a governarsi a modo di repubblica.
-</p>
-
-<p>
-Appena aveva cessato di vivere Filippo Maria, che incominciarono
-a comparire nuove leggi e regolamenti sotto
-il nome dei <i>capitani e difensori della libertà di Milano</i>.
-Il primo proclama col quale annunziarono la loro dignità
-e il loro titolo, fu del giorno 14 agosto 1447, cioè il primo
-dopo la morte del duca. In esso questi <i>capitani e difensori
-<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span>
-della libertà di Milano</i> confermano per sei mesi
-prossimi a venire il generoso Manfredo da Rivarolo dei
-conti di San Martino nella carica di podestà della città e
-ducato<a class="tag" id="tag219" href="#note219">[219]</a>. Questi nuovi magistrati però non pretesero di
-invadere tutta l'amministrazione della città; anzi lasciarono
-che i maestri delle entrate dirigessero le finanze e le possessioni
-che erano state del duca; e lasciarono pure che
-il tribunale di Provvisione regolasse la panizzazione, le
-adunanze civiche, l'annona e gli altri oggetti di sua pertinenza.
-I capitani e difensori, considerandosi investiti della
-autorità sovrana, riserbate al loro arbitrio le cose veramente
-di Stato, col dare, quand'occorreva, ordini al podestà,
-al capitano di giustizia, al tribunale di Provvisione, ec.
-pei casi straordinarii, lasciarono a ciascun magistrato la
-cura di provvedere, secondo i metodi consueti e regolari,
-a quanto soleva appartenere alla di lui giurisdizione<a class="tag" id="tag220" href="#note220">[220]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-Questi capitani e difensori della libertà non avevano però
-ragione alcuna per comandare agli altri cittadini. S'erano
-immaginato un titolo, creata una carica, attribuita una
-autorità, addossata una rappresentanza tumultuariamente,
-per usurpazione e sorpresa, non mai per libera scelta della
-città. Se un virtuoso entusiasmo di gloria e di libertà
-avesse animati coloro ad ascendere alla pericolosa rappresentanza
-del sovrano, potevano, annientato ogni privato
-interesse, primeggiando il solo pubblico bene, andare cospiranti
-e unanimi, e adoperare così la forza pubblica col
-maggiore effetto per la pubblica salvezza. Ma come sperare
-che si accozzasse un collegio di eroi casualmente, in
-una città oppressa da una serie di sei pessimi sovrani?
-Mancava a questo corpo resosi sovrano e la opinione di
-chi doveva ubbidire, e la coesione delle parti di lui medesimo;
-nè era riserbato nemmeno ai più accorti il prevedere
-la poca solidità e durata di un tal sistema, manifestamente
-vacillante. Già nel capitolo antecedente nominai
-i fautori principali del governo repubblicano, cioè Innocenzo
-Cotta, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnano, Antonio
-Trivulzi e Bartolomeo Morone. Non era probabile che
-le altre città della Lombardia superassero il ribrezzo di
-farsi suddite di una città metropoli, governata a caso e
-senza una costituzione politica. Infatti due sole città, cioè
-Alessandria e Novara, si dichiararono di essere fedeli a Milano;
-le altre o progettarono di voler governarsi a modo
-di repubblica indipendente, o posero in deliberazione a
-qual principe sarebbe stato meglio di offerirsi. In Pavia
-sola vi erano ben sette partiti: gli uni volevano Carlo re
-di Francia; altri, Luigi il Delfino; altri, il duca di Savoia;
-altri, Giovanni marchese di Monferrato; altri, Lionello marchese
-di Ferrara; altri, i Veneziani; altri, il conte di Cremona
-Francesco Sforza. Il Corio, che ciò racconta, non fa
-menzione dell'ottavo partito, che sarebbe stato quello di
-reggersi da sè e collegarsi in una confederazione di città
-libere, o meglio ancora unirsi in una sola massa e formare
-un governo comune. Nè ciò pure terminava la serie
-dei mali del sistema. I banditi ritornavano alle città loro,
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-occupavano i loro antichi beni, già venduti dal fisco ducale,
-e ne spogliavano gli innocenti possessori. La rapina
-era dilatata per modo, che nessuno era più sicuro di possedere
-qualche cosa di proprio; la vita era in pericolo non
-meno di quello che lo erano le sostanze; il disordine era
-generale e uniforme; il che doveva accadere in una numerosa
-e ricca popolazione, rimasta priva del sistema politico,
-mentre con incerte mire tentava di accozzarne un
-nuovo. Il castello di Milano non poteva torreggiare sopra
-di una città che voleva essere libera e temeva un invasore;
-perciò con pubblico proclama si posero in vendita i materiali
-di quella rocca<a class="tag" id="tag221" href="#note221">[221]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il conte Francesco Sforza, appena ebbe l'annunzio della
-morte del duca, s'incamminò diligentemente verso Milano,
-abbandonando la Romagna, ove si trovava. I Veneziani
-erano nella circostanza la più favorevole per impadronirsi
-del milanese. Lodi, Piacenza ed altre città desideravano di
-vivere sotto la repubblica veneta. Francesco Sforza vedeva
-che i Veneziani erano i più potenti ad invadere e conquistare
-questo ducato, ch'egli aveva in mente di far suo,
-sebbene le circostanze non gli fossero per anco favorevoli
-a segno di palesarlo. Le forze dei Veneti già si trovavano
-nel milanese prima che il duca morisse. Il che accennai
-nel capitolo antecedente. E come pochi mesi prima s'erano
-essi presentati sotto le mura di Milano, e avevano devastato
-il monte di Brianza, così v'era ragionevole motivo
-per cui i Milanesi temessero l'imminente pericolo. Appena
-venti giorni erano trascorsi dopo la morte di Filippo Maria,
-che la repubblica milanese dovette eleggere un comandante
-capace di opporsi alle forze venete e salvarla;
-e questa scelta cadde nel conte Francesco Sforza, dichiarato
-capitano delle nostre armate<a class="tag" id="tag222" href="#note222">[222]</a>. I denari dei Milanesi
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-erano necessari per mantenere un corpo numeroso
-di soldati, e ai Milanesi era necessario un gran capitano,
-la cui mente e valore, opportunamente dirigendo la forza,
-li preservassero dall'invasione dei Veneti. Questi bisogni
-vicendevolmente unirono da principio lo Sforza e i repubblicani
-nascenti, se pure il nome di repubblica poteva
-convenire a una illegale adunanza, che governava senza
-autorità e senza principii.
-</p>
-
-<p>
-Una prova della incertezza di quel governo la leggiamo
-nel proclama che i <i>capitani e difensori della libertà</i>
-pubblicarono in data 21 settembre 1447. Per ordine di
-questi vennero pubblicamente consegnati alle fiamme i
-catastri che servivano alla distribuzione dei carichi, affine
-di rallegrare il popolo:<a class="tag" id="tag223" href="#note223">[223]</a> <i>Capitanei et defensores libertatis
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-illustris et excelsae Comunitatis Mediolani. — Prudentes
-concives carissimi nostri. Posteaquam omnipotens
-Deus noster, per transmigrationem de praesenti
-saeculo illustrissimi bonae memoriae principis ac domini
-nostri domini Filippi Mariae gratiam libertatis
-nobis venditando condonavit quod retinere et conservare
-omnibus modis et firma scientia statuimus, deliberavimus
-comuni consensu in adurendis libris, extractibus,
-quaternis, filzis, et scripturis inventariorum, taxarum,
-talearum, focorum, buccarum, onerisque salis, et aliorum
-quorumvis onerum signum dare, quo populus et
-plebs intelligant se post hac futuros immunes et exemptos
-ab angariis et gravaminibus ejusmodi. Indegne bonam
-spem de statu ipsius libertatis et hujus nostre reipublicae
-percipientes, gaudeant gratulenturque et debitas
-gratias agant proinde ipsi omnipotenti Deo nostro. Nec
-minus animum firment et disponant velle, quod olim
-inviti et coacti fatiebant, nunc sponte atque perlibenter
-fatiere, in exponendis videlizet, videlizet et exhibendis,
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-juxta facultates, pecuniis, tum pro formando et conplendo
-thexauro gloriosissimi S. Ambrosii, patroni et
-protectoris nostri, tum pro expeditionibus genzium armigerarum
-Comunitatis praelibitae, quibus mediantibus
-non tantum libertatem nostram, ut caepta est, retinere
-conservareque valeamus, verum etiam rempublicam confirmares,
-locupletari, augere, et in dies melius ampliare
-atque dilatare, in confusionem eorum omnium qui satagunt
-huic inclitae Civitati omni conato suo, suisque
-omnibus insidiis aemulari. Volumus igitur quatenus,
-facta electione statim duorum ex vobis, ordinetis quod
-ii duo simul, cujus infra nominatis, inquirant et sibi
-exiberi faciant quoscumque libros, extractus, quaternos,
-filzas, et scripturas omnes inventariorum, taxarum, talearum,
-focorum, oneris salis, et aliorum onerum cujusvis
-generis, spetiei, ac materiei fuerint. Et his bene
-ac iterum revolutis visisque ac diligentissime examinatis,
-retinendo eos dumtaxat duibus videatur aliqua utilitas
-camerae prefatae Comunitatis, et territorio et singularium
-etiam aliquarum personarum, reliquos omnes
-ex predictis igni palam et pubblice cremandos dari et
-committi faciatis, quo veluti spectaculo populus ipse
-pariter et plebs, voluptatem inde assumentes peringentem,
-exaltare jubilareque possint, laudesque dare sancto
-memorato. Qui inclitam hanc urbem in felici et
-fausto statu semper servet atque tueatur.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Data Mediolani, die XXI septembris MCCCCXLVII.</i>
-</p>
-
-<p>
-<i>Johannes de Mantegaxis — Stefanus de Gambaloytis — Cabriolus
-de Comite — Federicus de Comite — Johannes
-de Fossato — Francius de Figino — Johannes
-de Gluxiano — Jacobus de Cambiago Raphael. — A tergo
-Nobilibus et prudentibus concivibus carissimis nostris
-duodecim Provisionum excelsae comunitatis Mediolani.</i>
-Registro civico A, foglio 47. — Si credette fondo bastante per
-le spese pubbliche la spontanea generosità di ciascun cittadino.
-Appena due settimane dopo si dovette pensare al
-rimedio; e fu quello che i medesimi capitani e difensori
-arbitrariamente tassassero i cittadini a un forzoso imprestito<a class="tag" id="tag224" href="#note224">[224]</a>.
-Si obbligarono poi i sudditi a notificare quanto
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-possedevano, sotto pena della confisca, invitando gli accusatori
-col premio; e ciò per formare nuovi catastri per
-ripartire i carichi<a class="tag" id="tag225" href="#note225">[225]</a>. Cercavano questi incerti capitani e
-difensori l'opinione favorevole del popolo con mezzi rovinosi,
-e vi rimediavano poi con ingiusti e odiosi ripieghi.
-Alcune delle leggi che proclamarono, poichè danno una
-precisa idea dello spirito di quel governo e della condizione
-di quei tempi, non sarà discaro al lettore ch'io qui
-trascriva. Nei primi momenti della inferma repubblica,
-incerti della loro autorità, privi di legale sanzione, in una
-città divisa in partiti, attorniata da città che non eranle
-amiche, coll'armata veneta che invadeva le sue terre, coi
-Savoiardi e Francesi, che minacciavano d'occuparlene dalla
-parte opposta, costretta a confidarsi al pericoloso partito
-di collocare nelle mani del conte Sforza il poter militare
-in così importante e seria situazione, pubblicarono un ordine
-il 18 ottobre 1447, rinnovando irremissibilmente la
-pena del fuoco ai pederasti:<a class="tag" id="tag226" href="#note226">[226]</a> <i>Capitanei et defensores
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-libertatis illustris et excelsae communitatis Mediolani.
-Dilecte noster. Ad solidandum, angendum, ornandum
-hujus nostrae caeptae libertatis optabilem statum, non
-magis conveniens quam necessarium arbitramur virtutum
-coli decentiam, abbominari vitiorum sordes; ita n.
-et suscepti a Deo muneris grati videbimur, et accumulatiores
-ab ejus omnipotentia gratiarum sperare poterimus
-largitiones. Animadvertentes igitur quam foedissimum
-et detestandum, quam horrendum sit innominabile
-Sodomiae crimen, existimantesque quod impunitas
-incentivum parit, deliquendique etiam malos efficere deteriores
-solet deliberavimus, et mente nostra decreto
-stabili firmavimus hoc execrabile exitium nullatenus tollerare.
-Quamquam igitur ad detrahendos ab hoc scelestissimo
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-crimine qui in eo maculati sunt, ad faciendum
-ne de caetero in tale crimen incidant posse satis et debere
-sufficere videntur constituta per sanctissimas leges
-ac statuta hujus civitatis, quam ita vulgarissimam ignorare
-quidem non debent, ignis poena, ut tamen eorum
-infamis turpitudo reddatur prorsus inexcusabilis, volumus
-et tibi mandamus, quatenus, his receptis, patenter
-ac pubblice, voce praeconis, divulgari per solita hujus
-civitatis loca facias, quod amodo quisquis cujusvis
-status et conditionis existat, sive terrigena, sive forensis,
-aut stipendiarius vel provisionatus, et generalite,
-quisquis se ab eo penitus caveat et abstineat crimine,
-nec illud committere audeat quoquomodo; sciens et ex
-certo tenens, quod si dehinc illud incidisse comperietur,
-irremmissibili profecto, juxta legum sanctiones, punietur
-ignis poena. Tuque deinde ad investigandum et
-inquirendum de hujusmodi sceleratis et diligentiam
-omnem, studium et curam adhibeas, et contra quoscumque
-quos amodo id crimen perpetrasse comperies, debite
-procedas, eos; jure justitiaque mediante, puniendo.
-In qua quidem re, quo magis vigil magisque diligens
-fueris, eo magis honori debitoque servies et nostrae
-menti vehementissime complacebis. Et ut ab ejusmodi
-delictis malefactores se abstineant, volumus quod accusatoribus,
-seu denuntiatioribus ipsorum delictorum, cum
-bonis tamen inditiis, salis fiat pro qualibet vice, et teneantur
-secreti, de ducatis decem auri, ex et de bonis
-delinquentis, quam satisfactionem volumus per te et successores
-tuos fieri debere, omni exceptione et contradictione
-cessante. Scribimus etiam super hoc d, Bartolomeo
-Cacciae, capitaneo justitiae hujus civitatis, cumquo
-volumus habeas intelligentiam in fieri facendis proclamationibus
-praedictis. — Mediolani, die XVIII oct.
-1447.</i> — Gli uomini nei più pressanti disastri cercano l'aiuto
-della Divinità colla maggiore istanza, e a tal uopo credonsi
-di ottenerlo persino col sacrificio d'umane vittime. I Greci
-cercavano i venti col sangue d'Ifigenia; i Romani placavano
-il cielo seppellendo uomini vivi; i nostri, bruciando i peccatori.
-Le pazzie e le atrocità di un secolo si assomigliano alle
-pazzie e atrocità d'un altro, a meno che la cultura e la ragione,
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-diffondendosi largamente, non indeboliscano i germi del
-fanatismo inerente all'uomo; e questa coltura, questa filosofia,
-contro la quale ancora v'è chi declama, formano appunto
-l'unica superiorità dei tempi presenti. Oggidì un
-popolo che aspiri a diventar libero e combatta per sottrarsi
-dall'imminente giogo, non pubblicherà certo una
-legge per proibire ai barbieri di far la barba nei giorni
-festivi. Ha ben altro che fare chi si trova al timone della
-Repubblica fra la tempesta, che vegliare su di questi meschini
-e indifferenti oggetti; eppure allora si proclamò
-un bando cosiffatto:<a class="tag" id="tag227" href="#note227">[227]</a> <i>Capitanei et defensores libertatis
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-illustris et excelsae civitatis Mediolani — Visa requisitione
-barbitonsorum inclitae Urbis hujus pro confirmatione
-cujusdam eorum statuti et ordinis tenoris infrascripti,
-<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span>
-videlizet. Magnifici et excelsi domini hujus
-inclitae civitatis; barbitonsorus, tum recta conscientia
-ducti, tum praesertim a religiosis confessoribus et animarum
-suarum consultoribus admoniti, deliberant ad
-celebrandum festivos dies et vocandam ab opere temporibus
-illicitis cum vestrae magnificentiae licentia, et assensu,
-statutum ordinem et edictum quod est tenoris infrascripti.
-Reverenter ideo supplicantes ut, ad ipsum,
-quod quidem salutiferum et commendabile videtur, auctoritatem
-vestram interponentes, dignemini statutum hoc
-et ordinationem patentibus literis confermare, validare,
-servarique et excutioni mandari jubere, mandando etiam
-quibuslibet jusdicenti et offitialibus Mediolani, ad quos
-inde recursus habeatur, quatenus ad omnem requisitionem
-abatis Paratici dictorum barbitonsorum circa ipsius
-statuti observantiam et excutionem, praestent omne juvamen,
-auxilium et favorem opportunum. Item statuerunt
-et ordinarunt quod non liceat alicui magistro de
-dicta arte, habitanti in civitate vel suburgiis Mediolani,
-laborare, nec laborari facere de arte ipsa nec in apotecha
-seu domo habitationis suae nec extra, die aliquo festivo
-per sanctae matris ecclesiae tam Romane quam Ambrosianae
-istitutiones celebrari ordinato nec etiam in ipsorum
-festorum vigiliis ubi vigiliae institutae reperiantur nec
-diebus sabati post horam vigesimam quartam ipsius vigiliae
-vel sabati, sub poena librarum duarum nuperiorum
-qualibet vice qua fuerit contrafactum, eamdemque
-poenam incidat quilibet famulus seu laborator de dicta
-arte qui sine licentia et contra voluntatem magistri sui
-laboraret contrafatiendo praesenti statuto, talisque, famulus
-aut laborator de dicta arte non debeat nec possit
-de dicta arte aliqualiter laborare in civitate ipsa
-nec suburgiis nisi prius condemnationem ipsam solverit,
-et ante solutionem hujusmodi non debeat aliquis
-magister ipsius artis illi dare aliquod adjutorium nec
-aliquem favorem sub eadem poena, si tamen evenerit
-<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span>
-quod ad horam vigesimam quartam dicti sabati aut vigiliae
-ut supra quispiam magister aut laborator inter
-manus aliquem haberet ante horam ipsam jam acceptum;
-eo casu tali prius accepto possit impune caeptam
-operam prosequi et finire, nec pro eo poenam incurrat;
-harumque omnium poenarum medietas applicetur
-fabricae majoris ecclesiae Mediolani et alterius medietati
-duae partes dentur Paratico ipsorum barbitonsorum
-et reliqua tertia pars accusatori qui talem contrafactionem
-denuntiaret. Possunt quoque abbas dictae artis
-et sui offitiales qui per tempora erunt, defitientibus
-in praemissis opportunis probationibus; pro habenda in
-hiis veritate artare quemlibet magistrum et laboratorem
-ad juramentum si et prout viderit expedire. Et considerata
-in hoc devota et laudabili dispositione dictorum
-barbitonsorum, vum statutum ipsum, quod etiam per
-spectabiles dominos consiliarios justitiae prefatae comunitatis
-diligenter examinari fecimus et honestum et ad
-observantiam orthodoxae fidei nostrae atque mandatorum
-ecclesiae videatur tendere, ipsorum requisitioni
-praedictorum benigne volentes annuere praesentium tenore,
-etiam ex certa scientia, statutum ipsum, quod in
-volumine etiam aliorum statutorum et ordinamentorum
-comunis Mediolani inseri et conscribi mandamus et volumus,
-gratum habentes, approbamus et confirmamus;
-mandantes propterea vicario et XII Provixionum ac
-aliis offitialibus antedictae comunitatis praesentibus et
-futuris, ad quos spectat et spectare possit et pro dicti
-statuti observatione recursum fuerit; quatenus ipsum
-statutum et ejus dispositionem inviolabiliter observare
-fatiant et ad omnem abatis Paratici ipsorum barbitonsorum
-requisitionem pro hujus statuti observantia et in
-contrafatientes debita executione omne prestent juvamen,
-auxilium et favorem opportunum, et hoc dummodo nichil
-exinde contra aliorum praefacte comunitatis statutorum
-et ordinamentorum dispositionem et in eorum
-detrimentum fiat vel sequatur. In quorum testimonium
-praesentes fieri registrarique jussimus, sigillique praefatae
-comunitatis munimine roborari. Dat. Mediolani,
-die sexto decimo aprilis MCCCCXLVII. Sign. Ambrosius.</i>
-Il citato registro A, foglio 51, tergo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-</p>
-
-<p>
-Anco un'altra legge ho riscontrata in quei tempi, la
-quale merita d'essere ricordata, perchè ci fa conoscere alcuni
-ripieghi politici, i quali volgarmente si credono d'invenzione
-di questi ultimi tempi, non erano punto sconosciuti
-negli Stati d'Italia alla metà del secolo decimoquinto, cioè
-le pubbliche lotterie. Nel capitolo nono accennai come sino
-dall'anno 1240 s'era posta in uso da noi la circolazione
-della carta in luogo del denaro, e a tal proposito si facessero
-leggi assai opportune<a class="tag" id="tag228" href="#note228">[228]</a>; ora dall'editto del 9 gennaio
-1448 verrà assicurato il lettore dell'antichità delle
-lotterie, ossia tontine, di quei tributi spontanei in somma
-ai quali si adescano i cittadini colla lusinga di arricchirli<a class="tag" id="tag229" href="#note229">[229]</a>.
-Colle note potrà il lettore dalla sorgente istessa conoscere
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-da quai principii fosse regolato quel governo, a qual
-grado fosse la coltura, a quale elevazione si trovasse la
-politica; nè sulla asserzione mera dello storico dovrà persuadersi
-della infelicità di quei tempi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ora conviene ch'io ponga sott'occhio una fedele immagine
-del nuovo comandante delle armi milanesi Francesco
-Sforza. Sì tosto che il conte Francesco fu creato capitano
-generale della repubblica di Milano, e che l'armata di esso
-conte venne allo stipendio de' Milanesi, ei si trovò alla
-testa di forze valevoli a preservare lo Stato e dai Veneziani,
-e da ogni altro pretendente. Se egli avesse rivoltata allora
-per assoggettare a sè il ducato di Milano, avrebbe dovuto superare
-ad un tempo medesimo e le forze venete, e le savoiarde,
-e le francesi, e l'entusiasmo della nascente libertà
-de' popoli, non per anco stancati dai disordini dell'anarchia.
-I suoi soldati avrebbero ragionato fors'anco del tradimento
-che si faceva ai Milanesi, della illegalità delle pretensioni
-sue alla successione nel ducato; si doveva temere o la
-defezione o la svogliatezza. Il conte conosceva i tempi, gli
-uomini e gli affari. Egli era venerato come il più gran
-generale del suo tempo. Sapeva farsi adorare da' suoi soldati,
-che egli, con una prodigiosa memoria, soleva quasi
-tutti chiamare col loro nome. Nella azione si esponeva con
-mirabile indifferenza e intrepidezza, e con voce militare
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-animava nella mischia i combattenti. Padrone assoluto dei
-propri moti, sapeva celare le cose che gli dispiacevano con
-mirabile superiorità d'animo. Accortissimo conoscitore dei
-pensieri altrui, antivedeva le risoluzioni de' nemici, che lo
-trovavano preparato mentre s'immaginava di sorprenderlo.
-La reputazione dello Sforza era tale, che, venendo da' Veneziani
-attaccato un drappello de' suoi che egli aveva postati
-a Montebarro, vi giunse il conte Francesco nel punto
-in cui i nemici vincevano pienamente. Al solo avviso della
-inaspettata sua presenza si posero in fuga i vincitori;
-anzi innoltrandosi egli incautamente ad inseguirli, si trovò
-come attorniato e preso da essi; ma invece di farlo prigioniere,
-i nemici deposero le armi, e scopertisi il capo,
-riverentemente lo salutarono, «e qualunque poteva, con
-ogni reverentia li tochava la mano perchè lo riputavano
-patre de la militia ed ornamento di quella»; così il Corio.
-Sin dalla sua gioventù egli ispirava rispetto per la nobile
-e dignitosa figura, e più per la saviezza, prudenza, costumatezza
-ed eleganza nel parlare, onde l'istesso Filippo Maria<a class="tag" id="tag230" href="#note230">[230]</a>
-<i>admirabatur enim magis atque magis guotidie
-tum illius prudentiam, facundiam egregiosque mores,
-tum formae praestantiam, vultus gestusque dignitatem</i><a class="tag" id="tag231" href="#note231">[231]</a>.
-Un fatto raccontatoci dallo storico Giovanni Simonetta,
-che viveva in que' tempi, mostra l'indole generosa del
-conte Francesco, e la singolare di lui prudenza nel fiore
-degli anni suoi. Sforza suo padre, mentre guerreggiava nell'Abruzzo,
-aveva affidato a Francesco un corpo. Ivi guerreggiavano
-i due partiti francesi e spagnuolo, ossia gli Angioini
-e gli Aragonesi. Si formò una trama segreta fra i
-soldati sottoposti a Francesco Sforza; e improvvisamente
-una gran parte di essi tradì la fede, e, abbandonando il
-giovine Francesco, passò al nemico. Francesco co' pochi rimastigli
-fedeli si ricoverò in luogo munito. Appena ottenuto
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-dal padre nuovo soccorso, si scagliò contro i nemici,
-e fece prigionieri tutti i traditori. Ne spedì la novella a
-Sforza di lui padre, chiedendo i suoi comandi sul trattamento
-da farsi a questi prigionieri. Sforza gli mandò il
-comando di farli, tutti quanti erano, impiccare. Al ricevere
-un tal riscontro rimase pensieroso il giovane Francesco, e
-dopo qualche taciturnità interpellò il messaggiero: «Dimmi,
-con quale aspetto parlò mio padre, che t'incaricò
-di quest'ordine?» Il messaggere rispose ch'egli era assai
-incollerito. «Non lo comanda adunque mio padre, disse
-Francesco: questo è l'impeto di un uomo sdegnato, e mio
-padre a quest'ora è pentito di aver detto così»: indi, fatti
-condurre alla sua presenza i prigionieri: «Poichè mio padre,
-diss'egli, vi perdona, io pure vi perdono. Siete liberi;
-se volete restare al nostro stipendio, vi accetto come prima;
-se volete partire, fatelo». La sorpresa di que' soldati, che
-si aspettavano il supplizio, fu tale che, lacrimando e singhiozzando,
-giurarono fede alle insegne sforzesche, e in
-ogni incontro poi se gli mostrarono affezionatissimi e valorosi.
-Quando Sforza intese il fatto, confessò che Francesco
-era stato più prudente di sè stesso<a class="tag" id="tag232" href="#note232">[232]</a>. Questo avvenimento
-ci fa risovvenire delle Forche Caudine: lo Sforza fu
-assai più avveduto che non si mostrò Ponzio. Francesco
-amava e venerava suo padre, e con ragione. Mentre appunto
-nel regno di Napoli Francesco stava alle mani coi nemici,
-vennegli il crudele annunzio che, poco discosto, Sforza suo
-padre, volendo soccorrere un suo paggio, erasi miseramente
-affogato nel fiume che stavano passando. Questa
-era la massima prova che potesse dare della padronanza
-di sè medesimo. Francesco, soffocando l'immenso dolore, e
-dirigendo la battaglia con mente e faccia serena, come
-fece<a class="tag" id="tag233" href="#note233">[233]</a>. Questi fatti bastano per darci idea di questo illustre
-italiano, che diventò poi nostro principe.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-</p>
-
-<p>
-Agnese del Maino s'era ricoverata nella rocca di Pavia,
-dove ella ebbe influenza bastante per rendere preponderante
-il partito di coloro che scelsero per loro principe il conte
-Francesco genero di lei. Se il conte avesse accettata questa
-sovranità mentre era allo stipendio de' Milanesi, senza l'assenso
-loro, avrebbe mancato al dovere. Pavia era, ed è una
-parte dello Stato di Milano vicina ed importante. Il conte
-Francesco però fece conoscere che, attesa l'antica avversione,
-non sarebbe stato mai possibile di ottenere una sincera
-sommessione di Pavia ai Milanesi, che frattanto ella si offriva
-al duca di Savoia, ovvero ai Veneziani; e sarebbe stata
-impresa difficile lo sloggiarli da quella città munita, e
-pericoloso il lasciarveli: che non era possibile sbrattare il
-Po dalle navi venete, e sgombrarne lo Stato esposto alle
-invasioni, se non possedendo Pavia, ove trovavansi gli attrezzi
-per quella navigazione. Insomma persuase che l'interesse
-di Milano era dover Pavia cadere piuttosto nelle
-sue mani che di alcun altro principe. Per tal modo, coll'assenso
-dei Milanesi, il conte Francesco diventò signore di
-Pavia; e così due città principali del ducato, Cremona e
-Pavia, una per dote, l'altra per dedizione, furono del
-conte Francesco.
-</p>
-
-<p>
-Non sì tosto ebbe il conte acquistata Pavia, che s'innoltrò
-colle sue armi sotto Piacenza, occupata da' Veneziani,
-e se ne impadronì il giorno 16 dicembre 1447. Così, appena
-trascorsi quattro mesi dalla morte del duca, il conte
-s'era già reso padrone del corso del Po; padronanza la
-quale indirettamente lo rendeva arbitro di Milano, che
-non ha altro sale per i bisogni della vita, se non di mare,
-che conseguentemente deve navigare il Po. Frattanto i
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-Francesi, che stavano al presidio di Asti, tentarono di occupare
-Alessandria e Tortona; ma vennero rispinti da
-Bartolomeo Coleoni, spedito loro incontro dal conte Francesco.
-Così, al terminare dell'anno in cui era morto Filippo
-Maria, il conte possedeva già una importante porzione del
-ducato.
-</p>
-
-<p>
-I repubblicani, o, per nominarli con maggior proprietà,
-gli oligarchi milanesi conoscevano la loro situazione e il
-pericolo imminente di ricadere sotto la dominazione d'un
-uomo solo, cosa generalmente detestata; per ciò si rivolse
-secretamente a fare proposizioni di accomodamento coi
-Veneziani: anzi si progettò una confederazione fra le due
-repubbliche per la difesa reciproca della loro libertà e
-signorie, offerendo a' Veneziani il dominio di Lodi, oltre
-quei di Bergamo e Brescia, che le armi venete avevano
-già conquistato sotto il regno dell'ultimo duca. Niente poteva
-accadere di peggio per attraversare la fortuna del
-conte. Quindi i partigiani di lui che trovavansi in Milano,
-mossero la plebe, rappresentando che non v'era più sicurezza
-se a venti miglia di Milano si collocavano i Veneziani;
-che quanto meno ce lo saremmo aspettato, una sorpresa
-rendeva Milano suddita di San Marco e città provinciale
-e squallida; che non v'era più una sola notte tranquilla
-pe' Milanesi, se una così vergognosa cessione si facesse.
-La plebaglia, mossa da ciò, andava per le strade urlando:
-guerra, guerra contro de' Veneziani! e così vennero
-forzati gli usurpatori del governo, i capitani e difensori
-a lasciarne ogni pensiero in disparte. Frattanto il conte
-Francesco, sempre vittorioso, con molti e piccoli fatti d'arme
-avendo fatto sloggiare i Veneti dalle rive del Po, stava risoluto
-di movere sotto Brescia, e toglierla ai Veneti, che
-da ventidue anni la possedevano per conquista fattane dal
-Carmagnola, siccome vedemmo nel capitolo precedente. Presa
-una volta Brescia, non potevano più i Veneziani conservare
-Bergamo nè Lodi, nè altra parte delle loro conquiste.
-I nostri repubblicani allora cominciarono più che mai a temere,
-forse più de' nemici, il loro capitano generale; il
-quale se riusciva, come era probabile, di rendersi padrone
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-di Brescia, l'avrebbe acquistata per se medesimo,
-siccome aveva fatto di Piacenza; e per tal modo cerchiando
-Milano, l'avrebbe costretta, non che a rendersi, a impetrare
-la di lui dominazione. Si spedirono adunque ordini
-al conte comandandogli che non altrimenti s'innoltrasse
-a Brescia, ma si portasse a Caravaggio e facesse sloggiare
-i Veneti da quel borgo. Il conte ubbidì. Nella sua
-armata eravi il Piccinino, generale emulo e nemico del
-conte: le operazioni militari o s'eseguirono lentamente,
-ovvero venivano attraversate: si lasciava penuriare il campo
-dello Sforza d'ogni sorta di foraggi e di viveri: l'armata
-veneziana che stavagli di fronte, era dodicimila e cinquecento
-cavalli, oltre i fantaccini. Con tanti disavvantaggi egli
-venne a una giornata, che rese memorabile il 14 settembre
-1448; poichè nei contorni di Mozzanica, venne il conte
-colto dai Veneziani talmente all'improvviso, che nemmeno
-ebbe tempo di armarsi compiutamente; onde si pose a comandare
-e diresse l'azione mancandogli i bracciali. L'insidiosa
-emulazione fu quella che rese inoperosi i drappelli
-di osservazione che egli aveva postati verso del nemico, il
-quale perciò potè cadere con sorpresa sull'armata del conte.
-V'erano, siccome dissi, il Piccinino ed altri sotto i di lui ordini,
-generale di cattivo animo. Il conte, mezzo disarmato,
-espose più volte sè stesso al più forte della mischia, riconducendo
-i fuggitivi all'attacco, animando colla voce e
-coll'esempio i soldati; insomma tanto gloriosa fu quella
-giornata pel conte Francesco, che interamente disfece i
-Veneti, e tanto furono i prigionieri che ei fece, che fu
-costretto a congedargli per mancanza di vettovaglia. Vennero
-portate in Milano con una specie di trionfo le insegne
-di San Marco tolte ai nemici; e Luigi Bosso e Pietro Cotta,
-che erano al campo dello Sforza commissari, entrarono in
-Milano colle medesime, conducendo i più illustri prigionieri,
-fra i quali un Dandolo ed un Rangone.
-</p>
-
-<p>
-Questa vittoria di Mozzanica dava sempre maggior motivo
-di temere lo Sforza; e il Piccinino, generale di credito,
-nemico del conte, cercava di accrescere il popolar timore,
-fors'anco sulla speranza di acquistare per sè medesimo
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-poi quella sovranità che ora faceva comparire esosa ed
-esecranda<a class="tag" id="tag234" href="#note234">[234]</a>. Giorgio Lampugnano era, fra i più accreditati
-Milanesi, quegli che non si stancava di tenere animata
-la plebe contro del conte, rammentando i mali sofferti
-sotto i duchi, le gravezze imposte da' principi, le violenze
-esercitate dai cortigiani e favoriti. Ricordava la demolizione
-del castello di Milano, come un motivo per cui il conte
-avrebbe esercitata la vendetta su quanti vi ebbero parte;
-anzi come una cagione di nuovi aggravi, obbligandoci a
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-riedificarlo con dispendio e scorno, ponendoci in bocca il
-freno, dopo che ci avesse fatti sudare nella fucina a formarlo.
-Proponeva il conte l'impresa di Brescia, la quale,
-dopo un tal fatto, era senza difesa, e così ripigliare ai Veneti
-quella parte del ducato che s'erano presa; ma non lo
-vollero i capitani e difensori della libertà. Tutte le proposizioni
-dello Sforza erano contraddette; i soccorsi d'ogni
-specie ritardati; le militari disposizioni attraversate. Il Piccinino
-primeggiava. Carlo Gonzaga aveva in Milano un poderoso
-partito, ed adocchiava il trono. Con Giorgio Lampugnano
-e Teodoro Bosso, primarii fautori della libertà, si
-univa Vitaliano Borromeo, signore di somma significazione,
-perchè, oltre la grandiosa opulenza del casato, possedeva
-in dominio quasi tutte le fortezze del lago Maggiore. Questi
-tre rivali partiti si univano contro l'imminente fortuna
-del conte; il quale, posto in tale condizione, ascoltò le
-proposizioni della repubblica veneta, e segretamente stipulò
-un trattato per cui egli si obbligò a restituire, non
-solamente quel che aveva invaso nel Bresciano e Bergamasco,
-ma Crema e il suo contado ai Veneziani; e che i Veneziani,
-in compenso, a fine di ottenere al conte il dominio
-di tutte le altre città che aveva possedute Filippo Maria,
-gli avrebbero stipendiati quattromila cavalli e duemila
-fanti, sborsandogli tredicimila fiorini d'oro al mese, sin
-tanto ch'egli non si fosse impadronito di Milano. Poichè il
-trattato fu concluso, il conte lo pubblicò nel suo esercito.
-Sì tosto che i Milanesi ebbero notizia di tale accordo, concluso
-fra il conte Sforza e i Veneziani, spedirono al di lui
-campo alcuni primarii cittadini, cercando con modi rispettosi
-di giustificare le cose passate, anzi offrendo ogni soddisfazione,
-salva sempre la repubblica. Ma il conte aveva
-già presa palesemente la sua determinazione; e, senza mistero
-espose ad essi le ragioni ch'egli asseriva competere
-e a Bianca Maria, di lui moglie, e a sè medesimo e a' figli
-suoi, per la successione nel dominio di Filippo Maria, suo
-suocero: sè essere determinato a farle valere ad ogni costo.
-Che se i Milanesi, deposta la chimerica pretensione di
-erigersi in repubblica, di buon grado riconoscevano lui per
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-sovrano, egli avrebbe avuta cura della salvezza e felicità
-di ciascuno; che se all'incontro si fossero ostinati a sostenere
-una illusione di libertà, che, in sostanza, era una
-rovinosa oligarchia, doveano attribuire a loro stessi i mali
-che avrebbero sofferti, obbligandolo, suo malgrado, ad
-usare contro di essi la forza. Furono con tal risposta congedati
-i legali Giacomo Cusano, Giorgio Lampugnano e
-Pietro Cotta; e, mentre con tristezza s'incamminavano a
-recare questo poco favorevole riscontro alla loro patria,
-vennero dileggiati non solo, ma insultati e svaligiati dalla
-licenza militare di alcuni soldati sforzeschi. Intese ciò con
-isdegno il conte, e, prontamente rintracciati i malvagi soldati,
-convinti del delitto, immantinente furono impiccati; la
-roba al momento venne spedita ai legati, a' quali di più
-aggiunse il conte altri regali, per riparare quanto poteva
-il danno sofferto da essi. La nobile generosità del conte
-Francesco sorprese i legati.
-</p>
-
-<p>
-I Veneziani spedirono le loro truppe a servire come ausiliarie
-al conte. La repubblica fiorentina, poichè vide svelato
-il mistero, e apertamente inalberate le pretensioni del
-conte, inviogli i suoi legati, promettendogli amicizia. Il
-conte Francesco, reso per tal modo sicuro dalla parte di
-Venezia, immediatamente si mosse a circondare sempre più
-Milano. Da Pavia spinse le forze al castello d'Abbiategrasso,
-e lo costrinse ben tosto alla resa. È memorabile il fatto che,
-mentre il conte Francesco conteneva i suoi, vietando loro
-il sacco della terra, a tradimento dalle mura vennegli
-scoppiata un'archibugiata. Gli Sforzeschi correvano per
-vendicarsi. Il conte illeso, placidamente impedì che si facesse
-male a veruno. Fattosi padrone d'Abbiategrasso,
-prese a sviare l'acqua del Naviglio, e per tal modo rese
-inoperosi i mulini di Milano. S'innoltrò a Novara, e se ne
-impadronì<a class="tag" id="tag236" href="#note236">[236]</a>. I Tortonesi spontaneamente si diedero al
-<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span>
-conte. Vigevano pure spontaneamente lo volle per suo sovrano,
-discacciando i Savoiardi che l'occupavano; Alessandria
-fece lo stesso; Parma si assoggettò. Mentre le cose erano
-a tal segno, i Milanesi scelsero per loro comandante Carlo
-Gonzaga<a class="tag" id="tag237" href="#note237">[237]</a>. Allora il Piccinino, che forse aveva adocchiata
-la signoria di Milano, vedendosi preferito il marchese Gonzaga,
-<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span>
-anzi che servire sotto di lui, passò ad offrirsi al conte
-Francesco Sforza. Egli era stato sempre, siccome dissi,
-emulo non solo, ma nemico e atroce nemico del conte; ciò
-nondimeno il conte lo accettò per suo generale, e gli accordò
-un onorevole stipendio. Due uomini volgarmente zelanti,
-certo Barile e certo Frasco, andavano animando il
-conte perchè lo facesse uccidere, o per lo meno lo imprigionasse
-come irreconciliabile nemico, che, per necessità,
-simulava in quel momento, e che poi, al primo lampo di
-speranza di nuocergli, se gli avrebbe nuovamente avventato
-contro. Il conte Francesco rispose loro che vorrebbe
-piuttosto morire, anzi che violare la fede verso chi s'era
-abbandonato al suo potere. Infatti il Piccinino desertò poi
-con tremila cavalli e mille fanti; ma il tradimento non
-produsse altro effetto, che una macchia di più alla di lui
-fama, e un contraposto sempre più glorioso pel conte
-Francesco.
-</p>
-
-<p>
-Giorgio Lampugnano e Teodoro Bosso, grandi fautori
-dapprincipio per la libertà, s'erano cambiati ed erano diventati
-fautori del conte Sforza, o fosse ciò accaduto perchè
-l'esperienza gli avesse convinti della impossibilità di
-adattare stabilmente alla nazione degradata un politico sistema,
-o fosse che la fortuna militare e le virtù grandi
-del conte, e le speranze sotto la sovranità di lui avessero
-mutate le loro opinioni. Carlo Gonzaga, che, sotto nome di
-capitano della repubblica, era animato dalla probabile ambizione
-di cingere la corona ducale di Milano, considerava
-i due primari partigiani dello Sforza come i primi nemici
-da spegnere. Intercettaronsi delle lettere in cifra, che Lampugnano
-e Bosso scrivevano al conte Francesco; s'interpretarono;
-si conobbe la trama di aprirgli le porte della
-città, e si destinò di consegnarli come ribelli al supplizio.
-La difficoltà consisteva nel trovare il modo per riuscirvi;
-poichè i magistrati non avevano forze tali da contenere
-questi nobili, e si ricorse alla insidia. Si elessero il Lampugnano
-e il Bosso come oratori di Milano all'imperatore,
-per implorare il suo aiuto nelle angustie nelle quali la
-città era posta. Essi cercavano di procrastinare la partenza
-<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span>
-per essere mal sicure le strade; ma Carlo Gonzaga seppe
-sì bene fingere, che, apprestata loro una buona scorta di
-armati, vennero indotti a portarsi a Como, dove assicurogli
-che sarebbesi sborzata loro una conveniente somma di danaro
-per inoltrarsi nella Germania e fare la commissione.
-Adescati così, caddero nell'insidia. Usciti appena dalla città,
-furono costretti dai soldati del Gonzaga a passare a Monza,
-ove Giorgio Lampugnano venne subito decapitato, e la sua
-testa, portata a Milano, fu esposta al pubblico. Indi, a forza
-di torture, Teodoro Bosso in Monza fu costretto a nominare
-i complici, a' quali tutti fu troncata la testa alla piazza dei
-Mercanti, e furono Giacomo Bosso, Ambrogio Crivello, Giovanni
-Caimo, Marco Stampa, Giobbe Ombrello e Florio da
-Castelnovato. Vitaliano Burromeo, il di cui nome pure trovavasi
-fra i proscritti, potè uscire dalla città e salvarsi.
-</p>
-
-<p>
-Oppressi per tal modo i primari del partito nobile, del
-quale poco si fidava il Gonzaga, e sollevata la plebe ad
-ambire il comando della repubblica, il disordine e lo scompiglio
-divennero generali nell'interno della città. Artigiani,
-giornalieri, plebaglia la più sfrenata arrogantemente
-cominciarono a disporre della vita e delle fortune altrui a
-loro piacimento. Giovanni da Ossona e Giovanni da Appiano
-si segnalarono colle tirannie, usurpandosi una dittatoria
-facoltà e il dominio della repubblica. Il Corio li
-chiama <i>uomini iniquissimi e scellerati</i>. Saccheggiare i
-granai de' proprietari delle terre; sforzare di notte con
-mano armata l'asilo delle private famiglie, rubando le
-gioie, gli argenti, e quanto v'era di meglio; costringere
-colla minaccia dell'oppressione i nobili agiati a manifestare
-e consegnare i denari che possedevano; quest'era la
-forma colla quale costoro percepivano il tributo col pretesto
-di mantenere l'armata a salvamento della repubblica.
-Si pubblicò pena di morte a chiunque nominasse
-Francesco Sforza se non per dispregio, e si andava gridando
-che, piuttosto che a lui, si darebbero al turco o al
-diavolo. I cittadini ragionevoli non ardivano nemmeno di
-uscire dalle case loro sotto di un sì atroce governo. Per
-rimediare al disordine, Guarnerio Castiglione, Pietro Pusterla
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-e Galeotto Toscano formarono un triumvirato, e si
-posero alla testa della città. Chiusero in carcere l'Ossona
-e l'Appiano. La plebaglia liberò dal carcere costoro; indi
-a furore insurgendo contro i triumviri, Galeotto Toscano
-venne scannato sulla piazza del palazzo ducale; i due altri
-si sottrassero colla fuga. Altri furono trucidati, uomini
-di virtù e di merito. Le case de' migliori cittadini vennero
-saccheggiate: insomma la misera patria divenne orrendo
-teatro di sciagure.
-</p>
-
-<p>
-In mezzo alle vicende e alle angustie della città stavasene
-in Milano la vedova duchessa, sposa un tempo di Filippo
-Maria, la quale, cogliendo l'opportunità, sparse la
-speranza che il duca di Savoia, di lui padre, venisse a dare
-soccorso ai Milanesi. Infatti il duca Lodovico di Savoia si
-affacciò a Novara per discacciarne gli Sforzeschi, ma con
-esito infelice. Il Piccinino, allorchè vide comparire questo
-nuovo nemico al conte Sforza, abbandonollo, seco traendo,
-siccome vedemmo, tremila cavalli e mille fanti, e alcune
-terre occupò, sorprendendone gli Sforzeschi. Il conte allora
-spedì un suo inviato a Milano a fine di persuadere i rettori
-a non avventurare una città bella, grande e ricca alla inevitabile
-sciagura d'un assalto; ma l'inviato non potè parlare
-se non a quei capi che non volevano abbandonare la
-loro chimerica sovranità. Il marchese Gonzaga, vedendo
-però le forze del conte, la posizione decisiva di lui, che
-possedeva quasi tutte le città del contorno, l'ascendente del
-valor suo e della scienza militare, pensò ai casi propri, e
-a trarre qualche profitto dalla conciliazione, prima che la
-necessità lo costringesse a perdere la carica di capitano
-dei Milanesi senza verun compenso. Trattò col conte Francesco;
-e fu convenuto ch'egli passerebbe allo stipendio del
-conte.
-</p>
-
-<p>
-I Milanesi, attorniati dallo Sforza, già padrone di Cremona,
-Parma, Piacenza, Pavia, Novara, Vigevano, e de' borghi
-e terre ancora più vicine, vedendosi abbandonati dal Gonzaga;
-non potendosi fidare sul Piccinino; nessuna speranza
-loro rimanendo nel duca di Savoia; in mezzo ai disordini,
-al saccheggio, alla licenza popolare; devastati, oppressi dai
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-propri magistrati, non avendo un uomo solo di qualche
-merito nelle cariche, usurpate da' più violenti, e da cui
-meno conosceva l'arte di reggere una città, e meno forse
-degli altri si curava della felicità della patria; in tale misero
-stato si pensò da alcuni a conciliare la repubblica veneta
-colla nascente repubblica di Milano: il che, sebbene
-recentemente si foss'ella collegata col conte, non mancò,
-del suo effetto. Stava domiciliato in Venezia Arrigo Panigarola,
-milanese, avendovi casa di negozio: costui venne
-incaricato d'invocare il senato veneto, amatore della libertà
-in favore della patria. Fu ammesso il Panigarola a trattare.
-Egli con eloquenza mosse gli animi, descrivendo lo stato a
-cui erano ridotti i Milanesi, non per altro, se non perchè
-ricusavano essi un giogo ingiusto e illegale, e volevano
-reggersi da sè con una libera costituzione. Turpe cosa,
-diss'egli, che i Veneziani, illustri difensori della libertà,
-si colleghino con un usurpatore, per porre i ceppi agli
-italiani, loro confratelli. Assicurò che se la repubblica
-cessava di far loro guerra, se stendeva una mano adiutrice
-a questa nascente repubblica, dopo un tal beneficio, i Milanesi
-avrebbero amalo e venerato i Veneziani come loro
-padri e dei tutelari; che da una generazione all'altra ne
-sarebbe passata ai secoli la divozione e la gratitudine. Il
-discorso del Panigarola commosse gli animi, ma più ancora
-erano commosse le menti del senato dalle lettere
-che andava scrivendo il nobil uomo Marcello, il quale, per
-commissione della repubblica, stava al fianco del conte.
-Testimonio della prudenza e del grand'animo del conte
-Sforza, ammiratore della imperturbabile fermezza di lui
-negli avvenimenti prosperi e avversi, vedendo la benevolenza
-somma che avevano per lui i soldati, non meno che
-i suoi sudditi, colpito continuamente dalla superiorità dei
-talenti suoi nel mestiere dell'armi, andava esso Marcello
-colle sue lettere intimorendo il senato, parendogli facil
-cosa che, poichè lo Sforza avesse acquistato Milano, pensasse
-poi a riunire le membra del ducato, e ricuperando
-Brescia, Vicenza e fors'anche Padova, ritornasse ad occupare
-quanto settantadue anni prima era soggetto al conte
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-di Virtù, primo duca. Queste circostanze produssero l'effetto
-che: primieramente, i Veneziani trascurarono di spedire
-i convenuti soccorsi al conte, e gli stipendiari loro,
-che servivano nell'armata di lui, cambiando costume, più
-non volevano concorrere od esporsi: indi, senz'altro abbandonarono
-il campo. Non faceva mestieri di tanto, perchè
-il conte s'avvedesse del cambiamento de' Veneziani; i
-quali, per mezzo di Pasquale Malipiero, fecergli noto avere
-la loro repubblica fatta la pace coi Milanesi. Le condizioni
-erano, che tutto lo spazio compreso fra l'Adda, il Ticino e
-il Po rimanesse della repubblica di Milano, trattane Pavia,
-che si sarebbe lasciata al conte; e il rimanente dello Stato
-posseduto dal duca Filippo Maria passasse al conte Francesco
-Sforza. I Veneziani poi, oltre Brescia, Bergamo e
-Crema, rimanevano padroni di Treviglio, Caravaggio, Rivolta
-e altre terre del ducato.
-</p>
-
-<p>
-Un tal partito non poteva convenire al conte, giacchè la
-maggior parte del ducato e la capitale medesima venivagli
-sottratta, e se gli assegnava una sovranità di tante membra
-quasi staccate, estesa per lungo spazio, difficile a custodire.
-Si rivolse egli adunque ad accomodarsi col duca di Savoia,
-e colla cessione di alcune terre sull'Alessandrino e sul
-Novarese, si assicurò da quella parte. Indi, rivolgendosi ai
-Milanesi e Veneti, si pose a disputare con essi il ducato di
-Milano. Io non entrerò a descrivere i fatti d'arme; inutile
-materia per uno storico, a cui preme di conoscere lo spirito
-dei tempi, l'indole degli uomini, lo stato della società,
-e non di stendere i materiali per una tattica di poco profitto,
-atteso il cambiamento accaduto nella maniera di guerreggiare:
-basta dire che il conte Sforza in ogni parte si
-presentò abilissimo generale nel postare il suo campo,
-nel prevenire il nemico, nelle marce giudiziosamente condotte,
-nel cogliere il momento per attaccare, nel dirigere
-la battaglia, nel provvedere di tutto l'armata propria e
-impedire la sussistenza al nemico, nel conservare la militar
-disciplina, risparmiare quanto era possibile la miseria
-dei popoli, e nel tempo stesso conservarsi l'amore dei soldati,
-che giugneva sino all'entusiasmo. (1449) Con tai superiori
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-talenti, con virtù tale ei circondò sì bene la città
-di Milano, che in breve tempo si manifestò lo squallore
-della carestia. Egli non volle spargere il sangue de' cittadini,
-nè diroccare con macchine Milano; ma costringerla
-per la fame a darsi a lui. Insomma egli concepì quel progetto
-medesimo sopra Milano, che il grande Enrico IV
-fece poi con Parigi; e molta somiglianza troverebbesi fra
-l'uno e l'altro di questi grandi uomini, se venissero al paragone.
-Le traversie che l'uno e l'altro dovettero soffrire
-ne' primi anni; i pericoli della vita che corsero per le insidie
-delle corti, nelle quali dovevano regnare poi; l'umanità,
-la popolarità, il valore, la perizia militare dell'uno
-e dell'altro sono degne di confronto. A Francesco Sforza
-mancò un più grande teatro sul quale mostrarsi, e spettatori
-più illuminati. Enrico ebbe per campo il regno di
-Francia, e per testimonio un secolo più colto<a class="tag" id="tag238" href="#note238">[238]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-</p>
-
-<p>
-La carestia fece nascere un generale disordine. Non vi
-era più chi volesse ubbidire. Quei che si erano arrogate
-le magistrature e il comando della città, erano considerati
-come buffoni del popolo. Il consiglio generale era stato
-composto da essi, scegliendo maliziosamente ad arte uomini
-inetti o del partito. Per dare apparenza al popolo che
-si vegliava al bene della città, i rettori fecero radunare il
-consiglio generale nella demolita chiesa di Santa Maria
-della Scala. Pietro Cotta e Cristoforo Pagani erano sulla
-strada in quel contorno: cominciarono questi a mormorare
-cogli astanti sulla spensierata condotta de' rettori e sulla
-dappoccaggine de' consiglieri. A misura che passavano i cittadini,
-si trattenevano; e cominciò a formarsi un'unione
-di popolari malcontenti. Ben tosto corse il grido per i quartieri
-della città, come vicino alla Scala vi fosse unione di
-malcontenti, e da ogni parte concorsero nuovi popolari, in
-modo che i rettori e consiglieri si trovavano assai inquieti.
-Laonde spedirono Lampugnino da Birago, loro collega, per
-aringare il popolo, e, colle buone, pacificarlo, promettendo
-ogni bene. Ma Lampugnino ebbe pena a salvarsi. Comparve
-il capitano di giustizia Domenico da Pesaro, scortato
-da buon numero di cavalleria, e facendo mostrare al popolo
-i capestri; ma il popolo li pose tutti in fuga. La moltitudine
-de' malcontenti si creò due capi: Gasparo da Vimercato
-e il soprannominato Pietro Cotta. Altri signori
-spalleggiarono i malcontenti, come Giovanni Stampa, Francesco
-da Trivulzio, Cristoforo Pagano suddetto, Marchionne
-da Marliano. Vi fu del sangue sparso; vennero espulsi i
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-magistrati, occupato il palazzo, e distrutta l'organizzazione
-civile; se ne formò una tumultuariamente. I primarii cittadini,
-il giorno seguente, si radunarono nella stessa chiesa
-della Scala per deliberare qual partito si dovesse prendere.
-Alcuni volevano rimaner liberi e non ubbidire a verun
-principe. Altri, conoscendo l'impossibilità di formare
-una repubblica in mezzo a tanti e sì appassionati partiti,
-in una città nella quale le voci di patria e di ben pubblico
-non bastavano ad ammorzare le private mire, volevano un
-principe. Tutti però concordemente ricusavano i Veneziani.
-Si proponeva dagli uni il papa; da altri il re Alfonso; altri
-suggeriva il duca di Savoia; Gasparo da Vimercato propose
-il conte Francese Sforza. Egli nel suo discorso fece
-vedere che la fame minacciava a giorni la morte; che nè
-il papa nè il re Alfonso nè il duca di Savoia avevano mezzi
-per salvarci al momento, come chiedeva l'urgente necessità;
-che non rimaneva altro partito da scegliere che o i
-Veneziani o il conte. Sudditi de' Veneziani, non potevamo
-aspettarci se non che il destino d'una città secondaria e
-provinciale, sotto una dominazione che avrebbe temuta la
-nostra prosperità. Sotto del conte, valoroso, umano, benefico,
-nostro concittadino per la moglie, non dovevamo aspettarci
-un signore, ma un padre saggio, provvido, amoroso,
-da cui sarebbe posto rimedio a' nostri mali. (1450) Il partito
-per il conte prevalse per acclamazione, e si spedì
-tosto ad avvisarlo<a class="tag" id="tag239" href="#note239">[239]</a>. Due mesi prima che la città si rendesse
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-allo Sforza, si pubblicò in Milano un proclama col
-premio di diecimila zecchini a chi avesse ammazzato il conte
-Sforza, o mortalmente ferito<a class="tag" id="tag241" href="#note241">[241]</a>. Così gl'imbecilli nostri
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-legislatori si mostravano insensibili alla virtù, ignoranti
-della ragion delle genti, indegni per ogni modo di comandare
-agli uomini. Il conte Francesco Sforza teneva in tanta
-disciplina le sue truppe che vietò loro di non offendere
-per niun modo le terre o le persone de' Milanesi, come si
-scorge dagli archivi di città<a class="tag" id="tag242" href="#note242">[242]</a>. Ma i nostri capitani e difensori,
-l'istesse armi che avean rivolte contro dello Sforza
-le adoperavano ancora verso altri. Leggesi ne' registri di
-città la taglia di duemila ducati d'oro a chi condurrà a Milano
-Antonio e Ugolino fratelli Crivelli, i quali avevan ceduta
-la fortezza di Pizzighettone al conte Sforza<a class="tag" id="tag243" href="#note243">[243]</a>. Leggesi
-la taglia di mille ducati a chi consegnerà Francesco
-Borro, che aveva ceduta allo Sforza la fortezza di Lodi.
-</p>
-
-<p>
-Era circondata la città di Milano dai soldati dello Sforza,
-e custodita con tanta esattezza che egli era impossibile di
-vere alimento veruno. Un moggio di grano si vendeva a
-venti zecchini. S'eran vendute pubblicamente e mangiate
-le carni dei cavalli, degli asini, de' cani, de' gatti e persino
-de' sorci. Morivano sulle pubbliche strade alcuni cittadini
-di fame. In queste estremità, cioè tre giorni prima che
-Francesco Sforza diventasse padrone di Milano, i capitani
-e difensori della libertà pubblicarono un editto per la pudicizia
-e morigeratezza pubblica<a class="tag" id="tag244" href="#note244">[244]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-</p>
-
-<p>
-Oltre il Corio, che minutamente descrive la desolazione
-di que' tempi, e la miseria di quel governo, anche il Decembrio
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-ce ne dà un'idea colle parole seguenti:<a class="tag" id="tag245" href="#note245">[245]</a> <i>Mediolanensium
-res in deterius labi caepere. Nam duce destituti,
-dissidentibus inter se civibus, deteriora prioribus
-in dias pullulabant. Non pubblica munera a populo
-rite gubernari; non divites onera conferre; non jussa
-quisquam exsequi poterat; sed veluti tempestate disjecta
-classis, inundante pelago, inc inde ferebatur.
-Si qua in residuis militibus spes affulserat, Caroli
-Gonzagae ambitione turbabatur, qui ad populi dominatum
-improbe aspirans, longa suspicione cuncta detinebat.
-Qua ex desperatione et pavore squallebant omnia.
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-Conjurationes ad haec a quibusdam perpetratae
-majorem adhuc sollicitudinem singulis injecerant. Capti
-siquidem plerique nobilissimi Cives, et supplicio affecti
-sunt: Sed nec ullorum caede mali atrocitas leniri poterat...
-Boni praeterea, officiis exuti, nec sibi aut aliis
-prodesse utiles, silentio languebant; plebs vero, inter
-spem metunque conjecta, onus tolerabat, dominatus
-dumtaxat nomine exsultans</i><a class="tag" id="tag246" href="#note246">[246]</a>. Questo veramente è uno
-de' tratti più compassionevoli e umilianti della nostra storia:
-vorrei poterla nobilitare esponendola, ma lo storico
-consecrato all'augusta verità, benchè contro sua voglia, la
-scrive. Qual differenza mai fra Milano assediata dall'imperator
-Federico, e Milano bloccata da Francesco Sforza!
-Contro l'imperatore e contro tutt'i principi della Germania
-Milano si difende. Escono con valore i Milanesi dalle
-loro mura; si cimentano; piegano alfin traditi, soverchiati;
-e terminano con gloria, assicurando lo Stato della loro limitata
-libertà. Contro lo Sforza non v'è un tratto solo
-di vigore, non un lampo di civile prudenza. Uno spirito,
-ora cenobitico, ora insidiosamente timido e atroce, detta
-le leggi, dirige le azioni. Erano i nostri, tre secoli prima,
-agresti, rozzi, ma generosi, guerrieri e affezionati alla patria.
-I loro discendenti, degradati nella servitù di cattivi
-principi, sembrano un'altra nazione; e perciò il Secretario
-fiorentino ebbe a dire: «Per tanto dico che nessuno accidente
-(benchè grave e violento) potrebbe ridurre mai Milano
-o Napoli libere per essere quelle membra tutte corrotte.
-Il che si vide dopo la morte di Filippo Visconti, che
-volendosi ridurre Milano alla libertà non potette e non
-seppe mantenerla<a class="tag" id="tag247" href="#note247">[247]</a>». La città, colla mediazione di Gaspare
-da Vimercato, si rese a Francesco Sforza dopo trenta mesi
-e mezzo di anarchia, ossia d'un atroce disordine chiamato
-<i>Repubblica</i>. Le monete d'oro e d'argento battute in Milano
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-in que' tempi hanno da una parte sant'Ambrogio, e dall'altra
-la Croce e la lettera M, colla leggenda <i>Comunitas
-Mediolani</i>, e lo stemma della città. Francesco Sforza entrò
-in Milano il giorno 26 di febbraio del 1450<a class="tag" id="tag248" href="#note248">[248]</a>. Coloro
-che si lagnano de' tempi presenti, ed esaltano la felicità
-de' maggiori, torno a dirlo e lo dirò pure altra volta, non
-sanno la storia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap17">CAPITOLO XVII.
-
-<span class="smaller"><i>Francesco I Sforza, duca di Milano.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Appena il conte ebbe notizia che per quasi unanime
-voto degli affamati cittadini milanesi egli veniva proclamato
-signor loro e duca, volle cogliere il momento e senza
-dimora alcuna entrare nella città; giacchè l'indugio non
-poteva essere di utilità se non ai Veneziani, ai quali fors'anco,
-per l'instabilità della moltitudine, avrebbero potuto
-ricorrere, qualora avesse egli tardato a soccorrerli
-di vittovaglia nella estremità della fame a cui erano ridotti.
-Postò egli adunque di contro alle schiere venete un
-corpo di armati valevole a contenerle, e immediatamente
-egli da Vimercato incamminossi a Milano alla testa d'un altro
-corpo di fedeli soldati, i quali, oltre le solite armi,
-vennero caricati sulle spalle e nelle tasche di quanto pane
-ciascuno poteva portare, con ordine di lasciarsi saccheggiare
-allegramente dalle affamate turbe milanesi. La strada
-da Vimercato a Milano era popolata da <i>infinita turba</i>,
-dice il Corio, singolarmente nelle dieci miglia vicine alla
-città. Fu uno spettacolo degno di un cuore sensibile quella
-pompa, nella quale non già primeggiava il fasto o l'alterigia
-d'un irritato vincitore, ma bensì l'affabile umanità di
-Francesco Sforza, che amichevolmente accoglieva le grida
-di allegrezza del popolo, nominava e salutava le conoscenze
-che aveva fatto sino da' suoi primi anni in questa
-quasi sua patria, ordinava ai valorosi soldati suoi di abbandonare
-ogni contegno militare e imponente, e fatti concittadini,
-di lasciarsi svaligiare dall'affamata moltitudine, che
-avidamente si satollava col loro pane; e fra le consolanti
-risa che faceva nascere l'inusitata mischia, fra le grida
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-gioiose de' popoli che andavano esclamando:<a class="tag" id="tag249" href="#note249">[249]</a> <i>haec est
-dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea</i>,
-andò accostandosi alla città e vi entrò per porta Nuova.
-Malgrado lo sterminato numero de' cittadini uscitogli incontro,
-dice il Corio, «benchè grande era stata la moltitudine
-che di fuori l'haveva salutato, molto maggiore era
-quella di dentro l'aspettava». Ognuno procurava di giungere
-a toccar la mano al conte nuovo duca; e tanta e tanto
-strettamente la moltitudine lo circondava, che il cavallo
-di lui parve portato sulle spalle de' cittadini. Andossene
-egli direttamente al Duomo per rendere alla Divinità il
-primo omaggio d'un avvenimento sì fausto per lui; ma
-non fu possibile ch'egli scendesse dal cavallo, e dovette
-così entrarvi e così orare: tanto era la immensità della
-turba e tanto era l'entusiasmo de' nuovi suoi sudditi! Dispose
-poscia il nuovo duca che da Pavia, da Cremona e da altri
-luoghi venisse portato quanto occorreva al vitto e ai comodi,
-e in tre giorni l'abbondanza comparve nella città.
-Tutto venne ordinato dal duca con paterna previdenza: pose
-al governo della città uomini probi e illuminati; intimò la
-pace, la sicurezza, il gaudio a ciascun milanese; distribuì
-ai poveri larghi soccorsi di frumento; poi tornò al campo
-contro i Veneziani, i quali si ritirarono a quartiere, e così
-fece egli pure de' suoi. Ricevette l'omaggio di Bellinzona,
-Como e Monza, suddite de' Milanesi. Spedì i suoi ministri
-alle corti estere per dar loro avviso della nuova sua condizione.
-L'imperatore Federico III e Carlo re di Francia ricusarono
-di trattarlo qual duca, perchè il primo non doveva
-riconoscere rivestito di quella dignità se non un
-discendente maschio legittimo de' Visconti investiti; e l'altro
-pretendeva dovuto il ducato ai discendenti della principessa
-Valentina. Gli altri principi lo riconobbero. Gli uomini
-più turbolenti e sediziosi, quei che avevano tiranneggiato
-il popolo nel tempo dell'interregno, vennero con
-umanità relegati nelle città vicine.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-</p>
-
-<p>
-Non voleva il nuovo duca sgomentare i sudditi dominando
-sopra di essi con un potere illimitato, nè che essi lo considerassero
-come un dispotico conquistatore. Sarebbe stato
-troppo repentino il passaggio dalla licenza alla servitù, e
-questo violento cambiamento avrebbe potuto facilmente
-cagionar poi de' pentimenti e de' moti nel popolo, nel qual
-caso un principe vi perde sempre, quand'anche giunga
-colla forza a reprimere ed a punire. Ciò conosceva ottimamente
-il saggio duca; e perciò volle che alla nuova dominazione
-di lui servisse di base un contratto, e che i sudditi
-lo considerassero sovrano e non despota. Questa prudente
-politica diresse il solenne contratto di dedizione, celebrato
-il giorno 3 di marzo 1450, nella villa del conte Giovanni
-Corio in Vimercato, essendone rogato il notaio Damiano
-Marliano; in vigore del qual atto venne concordato che le
-gabelle sarebbero state moderato, riducendosi la macina a
-soldi 12, il dazio del vino a soldi 4, e stabilendosi che non
-s'imporrebbero in avvenire nuove gabelle, anzi si abolirebbe
-quella del fieno; che il nuovo duca avrebbe fatto
-residenza in Milano, almeno per due terze parti dell'anno;
-che i tribunali avrebbero sempre in Milano la loro sede;
-che il prezzo del sale sarebbe stato lire tre per ogni staio,
-che non si sarebbe imposto verun carico straordinario, eccetto
-quello di somministrar carri e guastatori per gli usi
-militari; che il solo podestà di Milano sarebbe stato forestiere,
-ma tutti gli altri uffici sarebbero confidati a' Milanesi;
-e alla vacanza di ogni carica la città avrebbe presentata
-la nomina di sei, fra i quali il duca avrebbe fatto
-la scelta, salvo però l'arbitrio a lui, in casi speciali, di scegliere
-anche altrimenti; che il duca avrebbe mantenuta
-la fede ai creditori di Filippo Maria; che si osserverebbero
-gli statuti civili e criminali e quei de' mercanti; che non si
-sarebbero impetrati privilegi dal papa nè dall'imperatore
-senza il beneplacito del duca; che i soldati a piedi, a cavallo,
-saccomanni, uomini d'armi sarebbero partiti dalla
-città, dovendo essa restare immune dall'alloggiamento militare,
-eccettuati i contestabili alle porte; il duca però in
-casi speciali potrà deviare da questa regola. Questi sono
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-i più importanti articoli del solenne contratto<a class="tag" id="tag250" href="#note250">[250]</a>: indi il
-nuovo duca fece il pubblico ingresso dalla porta Ticinese,
-il giorno 25 di marzo 1450<a class="tag" id="tag251" href="#note251">[251]</a>. Il nuovo duca era colla sua
-sposa Bianca Maria e col primogenito Galeazzo Maria. Un
-numero grande di matrone andarongli incontro pomposamente.
-Gli oratori delle città suddite, i nobili milanesi
-tutti sfoggiarono per rendere magnifico quell'ingresso. Erasi
-preparato un maestoso carro e un baldacchino; ma un tal
-fasto non piacque a Francesco Sforza, che amava la gloria
-e non le apparenze teatrali; e, ricusandolo, disse: ch'egli
-in quell'ingresso s'incamminava al tempio per rendere
-omaggio al padrone dell'universo, avanti del quale gli uomini
-sono tutti eguali. Cavalcò egli adunque. La folla immensa
-del popolo, i ricchi arredi de' nobili, la magnifica
-parata degli uomini d'armi che precedevano, tutti coperti
-d'usberghi lucidissimi, il lusso de' loro illustri condottieri,
-tutto ciò formò uno spettacolo sorprendente. La cerimonia
-si fece al Duomo, ove smontato, il duca si pose una candida
-sopraveste: indi colle solennità de' sacri riti la duchessa
-e il duca vennero ornati col manto ducale fra gli applausi
-e i viva del popolo. Poi dagli eletti di ciascun quartiere
-ricevette il giuramento di fedeltà. Essi a lui consegnarono
-lo scettro, la spada, il vessillo, il sigillo ducale e le chiavi
-della città. Fatto ciò, il duca fece proclamare conte di Pavia
-il primogenito Galeazzo. Terminossi per tal modo la
-funzione in Duomo, seguendosi il rito de' duchi antecessori.
-Indi per cinque giorni volle il duca che la città vivesse in
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-mezzo alle feste ed alle allegrie. Danze, giostre, tornei di
-varie sorta, musica, spettacoli teatrali, lautissimi pranzi,
-tutto venne così giudiziosamente distribuito e con tal previdenza
-ed ordine eseguito, che si mostrò il duca la delizia
-della buona società e l'anima dei divertimenti. Egli
-creò molti cavalieri, scegliendo quei che più meritavano
-quest'onore, e tutti li regalò nobilmente. Insomma Francesco
-Sforza, invincibile alla testa di un'armata, si mostrò
-il più giudizioso direttore delle feste, come si fece conoscere
-il principe più umano, giusto e benefico, reggendo
-in pace lo Stato.
-</p>
-
-<p>
-Il papa Nicolò V, i Fiorentini, i Genovesi, i Lucchesi, gli
-Anconitani, i Sanesi, e varii altri Stati e principi d'Italia
-spedirono tosto i loro ministri per una onorevole ricognizione
-al nuovo duca. Il primo pensiero di questo principe
-fu di rialzare il castello di porta Giovia, demolito due
-anni prima, siccome dissi. Questa fortezza, fabbricata da
-Galeazzo II, era necessaria per la sicurezza del duca, il
-quale in una città piena di partiti, recentemente riscaldata
-dal nome di libertà, rendeva sempre pericolosa la
-residenza del nuovo principe, sprovveduto infatti di legali
-fondamenti per succedere nel ducato. Ma nemmeno conveniva
-alla prudente accortezza del nuovo signore di palesare
-la inquietudine sua, nè di lasciar conoscere al popolo
-apertamente una tale diffidenza; essendo cosa naturale
-alla moltitudine il non accorgersi delle forze proprie,
-se non pel timore altrui. Propose egli adunque alla città,
-come ostinandosi tuttavia i Veneziani nella guerra contro
-di lui e contro lo Stato, trovandosi Milano allora mal difesa
-dalle mura della circonvallazione, non convenendo di
-acquartierare l'armata nella città, resa esente dall'alloggio
-militare, non eravi modo alcuno di preservare la metropoli
-dai pericoli d'un assalto, se non ricoverando in luogo
-munito e forte un corpo di armati, in guisa da allontanare
-il nemico da simili tentativi. Propose quindi alla deliberazione
-della città medesima il determinare, se dovesse per
-tutela di lei riedificarsi il castello, assicurando nel tempo
-medesimo la città che vi sarebbe stato collocato per castellano
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-non mai altri che un nobile milanese per tutti i
-tempi avvenire. Questa moderazione di cercare l'assenso
-per una cosa ch'egli avrebbe potuto da sè medesimo fare
-immediatamente; le maniere umanissime e nobilissime
-del duca; tante virtù militari e civili riunite in questo
-grand'uomo impegnarono i primari cittadini ad ottenergli
-la pubblica acclamazione per rialzare la demolita fortezza.
-Si fecero le adunanze del popolo in ciascuna parrocchia
-per deliberare su tale inchiesta. La storia ci ha conservato
-un discorso tenuto in tale occasione da Giorgio Piatto allora
-celebre giureconsulto. Egli era nell'adunanza della
-parrocchia di San Giorgio al Palazzo<a class="tag" id="tag252" href="#note252">[252]</a>. Questi parlò così:
-«Se il virtuosissimo principe Francesco Sforza fosse immortale,
-come immortale ne sarà la sua gloria; io, il primo
-fra i cittadini milanesi, vorrei caricare sulle mie spalle le
-pietre e portarle al sito ove si propone d'innalzare il castello.
-Una fortezza sotto il felice governo d'un così provvido
-sovrano serve a ornamento della città, a tutela e sicurezza
-di ciascuno di noi. Ma, cittadini miei, verrà quel
-giorno in cui il nobilissimo duca Francesco piegherà sotto
-la universal condizione. I sovrani sono soggetti al destino
-dell'umanità; muoiono, e dopo un principe umano, benefico,
-provvido, siamo noi certi che vi succeda un altro principe
-erede di sue virtù? Una rocca inespugnabile, che, torreggiando
-sulle case nostre, può incendiarle e distruggerle,
-in potere di un malvagio principe, lo rende arbitro assoluto
-di noi, di tutto il nostro. Appiattato in quel forte, qual
-limite aver potranno le violenze, le estorsioni, la tirannia?
-Se innalziamo quella fortezza, noi imponiamo al collo dei
-nostri discendenti, come a tanti buoi, il giogo della servitù.
-I nostri figli malediranno un giorno noi, la nostra spensieratezza,
-la cecità nostra. Noi decretiamo la sciagura
-della patria, e rendiamo i nomi nostri esecrandi a nostri
-discendenti. Che bisogno ha mai Francesco Sforza di una
-fortezza? I nostri cuori, i nostri petti gli offrono una più
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-grande, più solida munizione di qualunque altra. Egli non
-ha bisogno di castelli per difendere la signoria. Infin che
-un solo di noi sarà in vita, combatterà contro chi tentasse
-di frastornarla. Cittadini miei, badatemi, parlo per me,
-parlo per ciascuno di voi; uniformatevi al mio suggerimento,
-e siate certi che per tal modo avremo sempre una
-delle due buone, o un principe retto o la libertà. I nostri
-nipoti ci benediranno, e vivranno lieti e felici, siccome lo
-siamo ora noi sotto il governo del clementissimo duca».
-così parlò Giorgio Piatto, e non persuase veruno. Egli era
-uno dei pochi cittadini che avrebbero potuto reggere lo
-Stato nel tempo della repubblica, e che giacquero oscuri
-e inoperosi. L'unanime consenso della città concluse di
-pregare il duca di voler riedificare il castello, quale internamente
-scorgesi anco oggidì, cioè un vasto edificio quadrato
-con quattro poderose torri, ossia torrioni agli angoli<a class="tag" id="tag253" href="#note253">[253]</a>;
-fortissimi ripari che, sostenendo grossi pezzi di
-artiglieria, possono far volare le palle al disopra della
-città. Questo rialzamento della fortezza costò più d'un milione
-di ducati, ossia di zecchini.
-</p>
-
-<p>
-Il regno di Francesco Sforza fu breve, poichè durò sedici
-anni e non più. Egli non visse mai in pace, nè potè
-pienamente rivolger l'animo alla parte del legislatore ed
-alla riforma politica della nazione. Sarebbe troppo noioso
-il racconto delle minute azioni di queste guerre. Sopra
-tutto i Veneziani continuarono a muover le armi contro
-del nuovo duca. (1481) Pretendeva egli Bergamo e Brescia,
-possedute dai Visconti, e per solo diritto di conquista
-usurpate durante il dominio di Filippo Maria. Pretendeva
-Verona e Vicenza, come il retaggio della casa Scaligera,
-terminata nell'ava di sua moglie, cioè nella duchessa Caterina.
-Per lo contrario i Veneziani pretendevano di portare
-il loro confine all'Adda. Sedicimila cavalieri stavano
-in campo per la repubblica di Venezia, e diciottomila ne
-presentava all'opposto il duca Francesco. (1482) I Fiorentini
-erano collegati col duca, i Savoiardi colla repubblica
-<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span>
-veneta. Le ostilità non cessarono ancora per quattro anni
-da quella parte. (1453) Finalmente, innoltrandosi i Turchi,
-padroni di Costantinopoli, verso la Grecia e verso la Dalmazia,
-i Veneziani ricorsero alla mediazione di papa Nicolò
-V, affine di ottenere la pace col duca, onde poter rivolgere
-tutte le forze in loro difesa contro del Turco;
-(1454) il duca piegossi ai paterni uffici del sommo sacerdote,
-e, coll'opera del nobil uomo Paolo Balbo, ai 9
-d'aprile del 1454, fu sottoscritta la pace di Lodi, celebre
-per noi, poichè oltre le ragioni della casa della Scala, alle
-quali rinunziò il duca, cedette pure i suoi diritti sopra
-Brescia e sopra Bergamo, anzi abdicò dal ducato la città
-di Crema e suo territorio, trasferendone il dominio nella
-repubblica veneta, che la possedette dappoi. Alle guerre
-in séguito che il duca ebbe coi Savoiardi, si pose termine
-con una pace che fissò il fiume Sesia per limite ai due
-Stati. Le città che formarono lo Stato sotto il dominio del
-conte Francesco primo duca Sforza, e quarto duca di Milano,
-furono quindici, cioè Milano, Pavia, Cremona, Lodi,
-Como, Novara, Alessandria, Tortona, Valenza, Bobbio, Piacenza,
-Parma, Vigevano, Genova e Savona. Queste due ultime
-città le acquistò lo Sforza nel 1464 per la cessione
-che gliene fece Lodovico re di Francia; il che non bastando,
-colle armi sottomise Genova al suo potere. Come
-poi il re di Francia, Lodovico XI, avesse fatta questa cessione,
-dopo che il di lui padre Carlo VII aveva ricusato
-di riconoscerlo per duca, e come a questo segno pregiasse
-egli l'aiuto e l'amicizia dello Sforza, ce lo insegnano più
-autori. La Francia era immersa nella guerra civile; il re
-aveva collegati contro di lui il duca di Calabria, il duca
-di Borbone, il duca di Bretagna, il duca di Bari, il duca
-di Namur, i conti di Charolois, Dunois, Armagnac, Dammartin;
-e questa lega, formata contro del re cristianissimo,
-si qualificava la <i>Lega del ben pubblico</i>. Il re Luigi sommamente
-onorava Francesco Sforza, a tale che interamente
-si reggeva a norma dei consigli di lui. Il signor Gaillard,
-uno dei più accreditati scrittori francesi, dice a tal proposito. — <i>Les
-talens politiques de Sforce égaloient ses
-<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span>
-vertus guerrières. Louis XI, qui se connoissoit en hommes
-habiles, le consultoit comme un sage. Ce fut François
-Sforce qui lui traça le plan qu'il suivit pour dissiper
-la ligue du bien public: aussi Louis XI ne souffrit-il
-jamais que la maison d'Orléans, qu'il haïssot,
-troubiât Sforce dans la possession du Milanez</i><a class="tag" id="tag254" href="#note254">[254]</a>. Il
-Corio dice che «il re pregò Francesco Sforza, duca di Milano,
-che gli sporgesse adiuto»; per lo che il duca preparò
-un valido esercito, e lo spedì nella Francia sotto il
-comando di Galeazzo Maria, conte di Pavia, di lui primogenito.
-In quell'esercito servivano da generali Gaspare Vimercato,
-Giovanni Pallavicino, Pier Francesco Visconti e
-Donato da Milano. Il duca di Savoia accordò il passaggio
-a quest'armata; la quale dal Delfinato passò nel Lionese,
-s'impadronì di Pierancisa, vi pose comandante Vercellino
-Visconti, indi, passato il Rodano, postossi sul Borbonese e
-servì il re con tanta fermezza e valore che «Sforzeschi
-più che huomini erano extimati», dice il Corio, e vennero
-costretti i collegati a sottomettersi al re; per lo che quel
-monarca, l'anno 1466, mandò al duca una solenne ambasciata
-<i>per ringraziarlo di tanto beneficio</i>: sono parole
-del Corio. Per tai motivi il re di Francia cedette al duca
-tutti i diritti suoi sopra Genova e Savona.
-</p>
-
-<p>
-Ma Genova, siccome dissi, fu di mestieri sottometterla
-colle armi comandate dallo stesso Gaspare Vimercato che
-introdusse lo Sforza in Milano e fu nella spedizione di
-Francia. I Genovesi, assoggettati, spedirono a Milano ventiquattro
-oratori, accompagnati da più di dugento loro cittadini,
-e il duca accolse onorevolmente l'omaggio loro, spesandoli
-e alloggiandoli signorilmente<a class="tag" id="tag255" href="#note255">[255]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Nè soltanto co' Veneti, co' Savoiardi, colla Lega e co' Genovesi
-<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span>
-fu costretto a guerreggiare per mezzo de' suoi generali
-il nuovo duca; ma ben anco nel regno di Napoli,
-come ausiliario di Renato d'Angiò, mantenne le sue schiere.
-Renato pretendeva quel regno come figlio adottivo della
-regina Giovanna II, ed aveva seduto sul trono di Napoli,
-come re, sintanto che il più fortunato di lui, Alfonso d'Aragona,
-ne lo scacciò, e si pose in suo luogo. Venne a Milano
-il re Renato, e lo accolsero il duca e la duchessa Bianca
-Maria colla dovuta magnificenza. Egli condusse una squadra
-di francesi, i quali si unirono cogli sforzeschi. Il padre
-della duchessa, diciotto anni prima aveva pure in Milano
-alloggiato il re Alfonso d'Aragona, rivale di lui; ma Alfonso
-vi dimorò come prigioniero, Renato come amico ed
-alleato. (1455) Le avventure poi del regno di Napoli terminarono
-facendo lo Sforza la pace col re Alfonso; e questa
-pace fu convalidata con due nodi di parentela. Alfonso
-duca di Calabria, nipote del re Alfonso e figlio di Ferdinando,
-sposò la principessa Ippolita, figlia del duca Francesco;
-e la principessa Leonora, figlia pure di Ferdinando,
-fu data in moglie a Sforza Maria, terzogenito del duca.
-</p>
-
-<p>
-Frammezzo a' pensieri militari per difendere lo Stato,
-rivendicarne le usurpate membra, il duca Francesco non
-dimenticò mai le cure d'un padre benefico de' suoi popoli.
-Abbellì, ristorò e rese più vasto il palazzo ducale, fabbricato
-da Matteo I, ornato poscia da Azzone, rifabbricato da
-Galeazzo II, e cadente e quasi abbandonato allorchè il duca
-Francesco divenne signore di Milano; poichè Filippo Maria,
-come vedemmo, non mai vi alloggiò. Riedificò maestosamente
-il castello di porta Giovia, che tuttora è in piedi,
-sebbene cinto al di fuori di fortificazioni fattevi durante il
-governo della Spagna. (1456) Intraprese e condusse a fine
-la fabbrica dell'Ospedal maggiore, aperto indistintamente
-a sollievo dell'egra umanità, senza risguardo a patria nè
-a religione. Il turco, l'ebreo, il cattolico, l'acattolico, purchè
-siano ammalati e poveri, ivi trovano ricetto e assistenza.
-Intraprese infine e condusse pure al suo termine
-la grand'opera del canale, ossia <i>Navilio</i>, che da Trezzo
-conduce a Milano le acque dell'Adda. Il Decembrio così ci
-<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span>
-assicura: —<a class="tag" id="tag256" href="#note256">[256]</a><i>Conversus deinde ad excolendam urbem,
-vicis arena latereque constratis, Arcem Portae Jovis;
-populi tumultu antea disjectam, e fundamentis erigi
-magnificentissime curavit. Curiam etiam priscorum
-Ducum, vetustate fatiscentem, non solam restituit, sed
-ampliavit, ornavitque. Acquaeductum quoque ex Abdua,
-defosso solo, per viginti milliaria deduci jussit,
-quo agri finitimi irrigarentur, populo que necessariae
-copiae suppeterent</i><a class="tag" id="tag257" href="#note257">[257]</a>. (1457) Questo canale, che chiamasi
-tra noi <i>Naviglio della Martesana</i><a class="tag" id="tag258" href="#note258">[258]</a>, fu progettato
-l'anno 1457. Bertola da Novate fu l'ingegnere cui Francesco
-Sforza trascelse per quest'opera: egli era nostro cittadino
-milanese. Fu condotto a termine l'anno 1460<a class="tag" id="tag259" href="#note259">[259]</a>.
-<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span>
-«Le principali difficoltà del progetto erano di derivare un
-ramo perenne d'acqua dall'Adda in un luogo di corso assai
-rapido, di continuare per alcune miglia il nuovo cavo in
-una costa sassosa, e di attraversare con esso il torrente
-Molgora e il fiume Lambro<a class="tag" id="tag261" href="#note261">[261]</a>». Questo canale è sostenuto
-dapprincipio da un argine grandioso di pietra sino all'altezza
-di 40 braccia sopra il fondo dell'Adda. La lunghezza
-del canale è circa di 24 miglia. Il torrente Molgora vi passa
-sotto con un ponte di tre archi di pietra. Il Lambro vi
-sbocca dentro ad angolo retto, ed a foce aperta con tutte
-le piene, e si scarica dalla parte opposta. Il canale, quale
-fu fatto dal duca Francesco, era più ristretto di quello che
-ora noi lo veggiamo, e venne adattato a questa più comoda
-guisa l'anno 1573. Il naviglio sfogavasi per l'alveo
-<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span>
-del torrente Seveso, nè entrava allora nella fossa della
-città, siccome per opera di Lionardo da Vinci si eseguì con
-somma maestria l'anno 1497, introducendovi sei sostegni,
-ossia <i>conche</i>, invenzione allora nuovissima, e per mezzo
-di cui le barche ebbero il passaggio dal nuovo canale all'antico<a class="tag" id="tag262" href="#note262">[262]</a>.
-Nondimeno, porzione dell'acqua cavata dall'Adda
-e condotta nel nuovo canale, entrava in Milano ad
-altri usi, come si prova da memorie conservate ne' registri
-della città<a class="tag" id="tag263" href="#note263">[263]</a>. Così nello spazio di sedici anni, in mezzo a
-guerre continue, malgrado la devastatrice pestilenza, la
-quale cominciò appunto colla di lui signoria l'anno 1450,
-e in Milano estinse trentamila abitatori, Francesco Sforza
-ci lasciò un canale navigabile, un grandioso e ricco spedale,
-due magnifiche fabbriche, il castello e la corte ducale, e
-le vie della città riattate.
-</p>
-
-<p>
-Questi sono i pubblici monumenti che ci rimangono del
-nostro buon duca Francesco Sforza; ma la storia ci ha conservato
-de' tratti di lui che più intimamente ancora ci palesano
-la di lui anima. Il Corio ce lo rappresenta così:
-«Fu questo principe liberalissimo, pieno de humanitate,
-e mai veruno di mala voglia se partiva da lui; e singolarmente
-honorava li homini virtuosi e docti: contra gli homini
-semplici non exercitava alcuna inimicizia. Ma haveva
-<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span>
-in summo hodio li versuti e maliciosi. In nissuno fu maggiore
-observantia di fede: amò sempre la justizia e fu
-amatore de la religione: Ebbe eloquenza naturale, e nulla
-extimava gli astrologhi». La figura del duca era sommamente
-dignitosa. Negli atteggiamenti era elegante e nobile
-senza studio alcuno. La statura era più grande della comune
-degli uomini, e guardandolo alla fisonomia sola del
-volto, ognuno ravvisava in lui un uomo nato per comandare.
-Non vi fu chi lo superasse, mentre fu giovine, nella
-robustezza, ovvero nella agilità. Fu pazientissimo d'ogni
-disagio, caldo, freddo, fame, sete: tutto sopportava con
-volto sereno. In faccia al nemico non palesò mai, non che
-timore, ma nemmeno inquietudine; nè mai si mostrò dolente
-per le ferite che riportò. Abitualmente visse sobrio
-in ogni cosa, moderato alla mensa, sempre semplice e frugale.
-Amava di pranzare in compagnia, ed oltre ai commensali,
-lasciava a moltissimi la libertà di visitarlo mentre
-era a mensa, ed ascoltava quanto ciascuno voleva esporgli
-con pazienza e bontà. Poco dormiva, ma quel poco non
-mai lo perdè, nè per animo turbato, nè per rumore alcuno:
-dormiva in mezzo a qualunque strepito. Egli era
-dotato di un ingegno penetrante e di una esimia prudenza,
-per modo che niente intraprendeva se prima diligentemente
-non l'avesse esaminato, ma poich'era deciso, con mirabile
-magnanimità e celerità incredibile l'eseguiva. Malgrado la
-scostumatezza di quei tempi egli fu sempre alieno dal disordine,
-nè si lasciò sedurre alla lascivia. La virtù signoreggiollo
-per modo, che negli avversi casi non s'avvilì
-giammai, e quanto più gli venne prospera la fortuna, tanto
-più modesto mostrossi ed incapace di usar contumelia ai
-nemici, anzi nel corso intero di sua vita non si vendicò
-mai<a class="tag" id="tag264" href="#note264">[264]</a>. Testimonio ne fu il conte Onofrio Anguissola,
-<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span>
-piacentino, il quale, capo della sedizione di Piacenza, colle
-armi del duca fu preso. Il duca lo fece custodire bensì,
-come era necessario, ma la custodia fu il solo male ch'ei
-dovette soffrire. Il Simonetta diffusamente ci informa del
-suo militare talento e della mirabile provvisione di lui anche
-nei dubbi eventi della guerra, e de' ritrovati impensati
-e opportuni che venivangli in mente per superare
-le difficoltà, e della liberalità e beneficenza sua abituale e
-quasi organica e di temperamento. Umano e clemente fu
-sempre questo grand'uomo: pronto alla collera, tosto si
-conteneva, siccome è l'indole dei generosi, e colui al quale
-avesse fatto danno o con parole o altrimenti, non occorreva
-che chiedesse cosa alcuna, che il buon principe coi
-beneficii lo risarciva spontaneamente. Non amava i lodatori,
-e conosceva che questa è la maschera seducente colla
-<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span>
-quale il vizio insidiosamente si accosta al soglio. Non vi
-era cosa più sicura che la fede e la parola di Francesco.
-Così ce lo descrive il citato Simonetta, che termina con
-queste parole:<a class="tag" id="tag266" href="#note266">[266]</a> <i>Sed illud certe ausim affirmare, post
-Cajum Julium Caesarem neminem fere habuisse Italiam
-reperies, quem jure possis cum uno Francisco
-Sfortia conferre. Qui quidem, cum vicisset semper, et
-victus fuisset numquam, ita diem obiit ut omnibus de
-se non minus desiderium, quam fletum relinqueret</i><a class="tag" id="tag267" href="#note267">[267]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Già da due anni era stato idropico il duca, e sebbene ei
-nell'aspetto sembrasse ristabilito, soffriva nelle gambe, le
-quali anche talora si gonfiavano. Egli tentò qualche rimedio
-per ridurle alla loro figura di prima; e v'è chi attribuisce
-a tal cagione la quasi improvvisa di lui morte, accaduta
-con due soli giorni di malattia. (1466) Il giorno 8
-di marzo dell'anno 1466, all'età di sessantacinque anni,
-dopo sedici anni di signoria, morì il duca Francesco Sforza.
-Tutta la città rimase squallida e desolata a tale inaspettata
-disgrazia: «Stimando ogniuno, dice il Corio, non solo havere
-perduto uno duca, ma uno colendissimo patre». La
-duchessa Bianca Maria, sebben colpita da questo impensato
-fulmine, s'era addottrinata coll'esempio del marito ad affrontare
-e sostenere l'avversa fortuna. Il figlio primogenito,
-Galeazzo Maria, in quel punto era nella Francia. Se
-la duchessa si abbandonava al femminil dolore, la casa
-Sforza perdeva la sovranità, alla quale mancava la sanzione
-imperiale. Ella si mostrò degna di essere stata moglie amatissima
-di Francesco Sforza: compresse il dolore; pensò a
-salvare i figli. Con animo virile, la notte medesima, appena
-spirato il duca, convocò un consiglio dei primari signori
-milanesi. Con poche, ma gravi e accomodate parole raccomandò
-<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span>
-loro l'ordine pubblico, la fede verso il sangue del
-duca. Scrisse immediatamente a tutti i principi d'Italia la
-perdita fatta, e richiese il favore di ciascun d'essi a pro
-del conte di Pavia, Galeazzo, suo primogenito. Poichè ebbe
-così adempiuti con magnanimità i doveri di sovrana e di
-madre, si pose ad eseguire quei di moglie, secondo l'usanza
-di que' tempi. Il cadavere del duca nel palazzo ducale
-si espose; e la vedova mai non si dipartì dal suo fianco,
-dando segni, come dice il Corio, <i>d'incredibile amore</i>. Il
-terzo giorno poi, ornato con tutte le insegne ducali, <i>e
-cinto di quella spada la quale fortissimamente in tutte
-le victorie aveva usato</i><a class="tag" id="tag268" href="#note268">[268]</a>, venne con magnifica pompa tumulato
-in Duomo.
-</p>
-
-<p>
-Mentre l'imperatore Federico III venne di qua dall'Alpi,
-e si fece incoronare in Roma dal papa, egli non toccò
-nemmeno le terre soggette allo Sforza, non volendo pregiudicare
-alle ragioni dell'Impero col riconoscere per legittimo
-sovrano e duca l'usurpatore d'un feudo imperiale,
-ch'ei non aveva forze per difendere. Era questo un oggetto
-importante assai per la dominazione della casa sforzesca,
-di cui era mancato il sostegno e lo splendore. Galeazzo
-Maria, in marzo del 1466, allorchè morì suo padre, era,
-siccome già dissi, nella Francia, comandando nel Delfinato
-l'armata che il duca aveva allestita in soccorso del re contro
-la Lega. Appena ricevè l'avviso che spedigli la madre
-Bianca Maria, del cambiamento accaduto nella famiglia,
-confidò tosto il comando a Giovanni Scipione; e, travestitosi
-come un famigliare di Antonio da Piacenza mercatante,
-s'incamminò per la Savoia alla volta di Milano. Il giovine
-Galeazzo aveva ventidue anni; temeva le insidie del duca
-di Savoia, il quale sulla dominazione della casa Sforza
-pensava di ampliare il suo Stato. Se riusciva di acquistare
-Galeazzo Maria per ostaggio, potevasegli far comperare
-la libertà e il ducato con qualche notabile sacrificio.
-Malgrado il cambiamento del vestito e della condizione,
-convien credere che egli venisse riconosciuto, poichè, attorniato
-<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span>
-da una turba di persone, appena ei potè ricoverarsi
-nell'asilo di una chiesa, ed ivi dovette starsene tre
-giorni interi; e la seguente notte poi, mercè la cura di un
-fedele suo domestico, potè sottrarsi colla fuga, e proseguendo
-il suo cammino per dirupi e balze non frequentate,
-potè finalmente ridursi in salvo. Pare impossibile che, malgrado
-il ritardo de' tre giorni dell'asilo, Galeazzo Maria
-fosse in Milano dodici giorni dopo la morte del duca: ma
-io credo che sino d'allora vi fossero stazioni regolate pel
-cambio de' cavalli; tanto più che non si sarebbero potuti
-altrimenti trasmettere sollecitamente gli avvisi dell'armata
-che era nel Delfinato. Il nuovo duca Galeazzo Maria fece
-la solenne entrata per porta Ticinese il giorno 20 di marzo
-del 1466. Tutto lo Stato di Francesco Sforza, composto di
-quindici città nominate disopra, passò al nuovo duca Galeazzo
-Maria Sforza. (1467) I sovrani lo riconobbero. Il
-duca di Savoia, poichè vide il duca Galeazzo assicurato sul
-trono, pensò a stringere non solamente amicizia, ma parentela
-con esso lui. (1468) Si conchiusero le nozze; e il
-duca Galeazzo Maria sposò la principessa Bona di Savoia,
-il giorno 6 di luglio dell'anno 1468. Una sorella della duchessa
-Bona era sul trono di Francia; e per tal guisa Galeazzo
-Maria Sforza, nato in Fermo nella Romagna, il di
-cui avo cinquant'anni prima era un avventuriere, divenne
-cognato del re di Francia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap18">CAPITOLO XVIII.
-
-<span class="smaller"><i>Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza,
-e della minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria,
-sesto duca.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Quando uno Stato, anche vasto, sia accozzato insieme
-con male arti, con sorprese, con insidie, con tradimento,
-al morire del sovrano cessa il timore ne' sudditi e ne' vicini;
-e per poco che il successore sia debole o mancante
-d'artificio, si scompone, siccome avvenne della signoria
-che radunò il primo duca Giovanni Galeazzo. Ma quando
-per lo contrario la dominazione s'acquisti col valore personale,
-e si innalzi colla generosità della virtù del sovrano,
-e siavi stato tempo bastante per imprimere nel cuore degli
-uomini la riverenza e l'amore che l'eroismo fa nascere,
-ancora dopo spento l'eroe, l'ammirazione e l'affezione dei
-popoli aiutano il figlio, come parte viva di lui, e malgrado
-i difetti e la poca somiglianza che egli abbia col padre, lo
-coprono colla di lui gloria. Così accadde al nuovo duca
-Galeazzo Maria, il quale poco imitò il magnanimo suo padre.
-Uno de' primi fatti di Galeazzo lo svela. La duchessa
-Bianca Maria, di lui madre, si era sempre dimostrata ottima
-moglie, ottima madre, donna di senno, di cuore e di
-mente non comune. Il duca Francesco perciò l'aveva onorata
-ed amata sommamente. Galeazzo doveva doppiamente
-il ducato di Milano a lei, e per nascita, e per l'accorgimento
-col quale aveva dirette le cose alla morte del duca
-Francesco; giacchè, qualora non vi fosse stata alla testa
-della signoria una donna del merito di lei, difficilmente
-Galeazzo Sforza, assente, avrebbe trovata aperta la via del
-trono, dove potè placidamente collocarsi. La Bianca Maria
-co' saggi consigli e colla autorità regolava lo Stato unitamente
-<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span>
-al duca, quasi come correggente<a class="tag" id="tag269" href="#note269">[269]</a>. L'ambizione,
-la seduzione di consiglieri malvagi fecero nascere la gelosia
-del comando; indi la visibile freddezza, finalmente la
-discordia palese tra il figlio ed una madre tanto benemerita.
-La vedova duchessa preferì la pace e il riposo ad ogni
-altra cosa, e divisò di portarsi a Cremona, città sua, perchè
-recata da lei in dote, siccome vedemmo; ed ivi, lontana
-dalle contese, passare il rimanente de' giorni suoi,
-non avendo ella allora che quarantadue anni. Abbandonò
-la corte burrascosa di Milano; ma a Marignano con breve
-malattia terminò di vivere il giorno 23 ottobre 1468; e il
-Corio a tal passo soggiugne: «se disse più de veneno che
-de naturale egritudine». Temeva il duca che, collocatasi a
-Cremona, ella potesse collegarsi co' Veneziani a danno di
-lui. Simili orrori non sogliono avere molti testimonii, e lo
-scrittore contemporaneo non può trasmettere ai posteri se
-non la pubblica opinione. Talvolta una maligna voglia di
-penetrare ne' misteri della politica segreta forma imputazioni
-calunniose alla fama altrui. Egli è però certo che
-tali nere vociferazioni non si spargono se non sopra di
-un principe di carattere non buono. Assolvasi Galeazzo dal
-parricidio, egli è sempre un ingrato verso di sua madre.
-Appena un anno dopo cessò di vivere Agnese del Maino,
-di lei madre ed ava del duca<a class="tag" id="tag270" href="#note270">[270]</a>.
-</p>
-
-<p>
-(1469-1470) Il duca Galeazzo amava la pubblica magnificenza,
-e a tal fine comandò che si lastricassero le vie di
-Milano: «il che non fu puoca gravezza, ma quasi intollerabile
-danno», dice il Corio<a class="tag" id="tag271" href="#note271">[271]</a>. Francesco di lui padre
-le fece riattare. Sarà stata una saggia provvidenza quella
-di lastricarle solidamente: ma tal riforme di lusso si fanno
-giudiziosamente e per gradi. (1471) La pompa del duca si
-palesò singolarmente nel maestoso viaggio ch'ei fece colla
-duchessa a Firenze l'anno 1471. Condusse egli un tal corredo,
-<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span>
-che oggidì nessuno de' monarchi d'Europa penserebbe
-nemmeno a simile teatrale rappresentazione. Il Corio
-ce la descrive minutamente; ed io la racconterò, perchè
-simili oggetti danno idea del modo di pensare di quei
-tempi. I principali feudatari del duca ed i consiglieri gli
-fecero corte, accompagnandolo nel viaggio con vestiti carichi
-d'oro e d'argento; ciascun di essi aveva un buon numero
-di domestici splendidamente ornati. Gli stipendiari
-ducali tutti erano coperti di velluto. Quaranta camerieri
-erano decorati con superbe collane d'oro. Altri camerieri
-aveano gli abiti ricamati. Gli staffieri del duca avevano la
-livrea di seta, ornata d'argento. Cinquanta corsieri con
-selle di drappo d'oro e stalle dorate; cento uomini di armi,
-ciascuno con tale magnificenza, come se fosse capitano;
-cinquecento soldati a piedi, scelti; cento mule coperte di
-ricchissimi drappi d'oro ricamati; cinquanta paggi pomposamente
-vestiti; dodici carri coperti di superbi drappi di
-oro e d'argento; duemila altri cavalli e duecento muli coperti
-uniformemente di damasco per l'equipaggio de' cortigiani.
-Tutta questa strabocchevole pompa andava in seguito
-del duca; ed acciocchè non rimanesse nulla da bramare,
-v'erano persino cinquecento paia di cani da caccia, v'erano
-sparvieri, falconi, trombettieri, musici, istrioni. Tale fu il
-fasto di quel memorando viaggio, che doveva recare incomodo
-ed ai sudditi del viaggiatore, ed agli ospiti. Questa
-superba comitiva nell'accostarsi a Firenze venne accolta
-con somma festa e onore da quel senato. I nobili e i primari
-della città si affacciarono i primi: indi molte compagnie
-di giovani in varie foggie uscirono ad incontrare il
-duca; poi comparvero le matrone; poi le giovani pulcelle,
-«cantando versi in laude de lo excellentissimo principe»,
-dice il Corio. Indi, accostandosi alla città, ricevettero gli
-ossequi de' magistrati, finalmente gli accolse il senato, che
-presentò al duca le chiavi della città. Entrò il duca con
-una sorta di trionfo, e venne collocato nel palazzo di Pietro
-dei Medici, figlio di Cosimo. Non accadde altra cosa degna
-d'essere raccontata; basti osservare che non poteva
-verun altro monarca essere onorato di più di quello che
-<span class="pagenum" id="Page_232">[232]</span>
-furono Galeazzo e la Bona in Firenze. Da Firenze passarono
-questi principi a Lucca; ore pure vennero accolti
-con somma pompa: anzi vollero i Lucchesi perfino aprire
-una nuova porta nelle mura della loro città, onde trasmettere
-ai tempi a venire memoria di questo magnifico ingresso.
-Da Genova poi ritornarono Galeazzo e la Bona a
-Milano. Oggidì, che i sovrani hanno nelle mani il potere
-per mezzo della milizia stabilmente stipendiata, non si
-curano più di abbagliare i popoli.
-</p>
-
-<p>
-(1472) Poichè ritornò dal viaggio, il duca pensò a dare
-una moglie al di lui figlio primogenito Giovanni Galeazzo,
-bambino ancora di quattro anni. Questa fu Isabella d'Aragona,
-figlia del duca di Calabria Alfonso e d'Ippolita Sforza,
-conseguentemente germana cugina dello sposo. Queste
-nozze si pubblicarono l'anno 1472. Il duca era strettamente
-collegato col cardinale di San Sisto, nipote ed assoluto padrone
-di papa Sisto IV: l'oggetto della reciproca unione
-era la loro fortuna. Il duca doveva adoperarsi per fare
-papa il cardinale colla rinunzia dello zio. Il cardinale,
-asceso al sommo pontificato, doveva innalzare lo Sforza incoronandolo
-re d'Italia, ed aiutandolo a ricuperare tutte
-le città già possedute dal primo duca. I Veneziani non potevano
-essere contenti di un tal progetto che loro toglieva
-tutta la terra ferma. Malgrado lo studio di celare questa
-trama politica, convien credere ch'essi ne avessero qualche
-contezza. Il cardinale, ch'era stato magnificamente accolto
-in Milano, bramò di vedere Venezia; e quantunque cercasse
-di dissuadernelo il duca, egli volle insistere e passarvi.
-(1473) A tale proposito dice il Corio: «Da quello
-senato fu grandemente honorato, e per la intrinseca amicizia
-quale enteseno Veneziani avere lui con Galeazzo
-Sforza fu affirmato havergli dato il veneno; impero che in
-termine de puochi giorni, pervenuto a Roma, abbandonò
-la vita<a class="tag" id="tag272" href="#note272">[272]</a>». Io non sono mallevadore de' sospetti di quei
-tempi: bastano però per far conoscere qual fede e quanta
-umanità regnassero, se così si giudicava dei governi. (1474)
-<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span>
-In mezzo ai sospetti di veleno, in mezzo alle asiatiche
-pompe, in mezzo ai gemiti de' popoli, oppressi dalla mole
-di tributi corrispondenti a quelle, l'anno 1474, il 15 marzo,
-venne a Milano il re d'Ungheria e di Boemia, Mattia I.
-Egli s'era reso padrone dell'Ungheria, scacciandone Casimiro,
-figlio del re di Polonia, e s'era impadronito della
-Boemia, scacciandone Giorgio Podiebrad. Egli era stato in
-pellegrinaggio a San Giacomo di Galizia, e passava di ritorno
-a Milano. Galeazzo, che stipendiava cento cortigiani
-e cento camerieri, e pomposamente vestivagli, alloggiò l'ospite
-nel palazzo ducale colla magnificenza e profusione
-degna di lui. Mostrò a quel re il suo tesoro, valutato due
-milioni d'oro, oltre le gioie, le quali valevano circa un altro
-milione. Il re Mattia chiese un prestito dal duca: ed
-egli gli fe' consegnare diecimila ducati, ossia zecchini.
-Dopo lautissimo ed onorevolissimo trattamento prese commiato
-il re, e poi ch'egli fu nell'Ungheria, si lusingò il
-duca ch'egli avrebbegli concesso di comprarvi dei cavalli.
-(1475) A tal fine spedì nell'Ungheria Bernardino Missaglia,
-suo famigliare, con molta somma di denaro. Il re fece imprigionare
-il Missaglia, e tolsegli i denari confidategli dal
-duca; a stento finalmente gli permise di ritornarsene a
-Milano: così narra il Corio<a class="tag" id="tag273" href="#note273">[273]</a>. (1476) La fama della casa
-Sforza era giunta a segno, che persino il soldano d'Egitto
-spedì al duca ambasciatori; e questi vennero a Milano nell'ottobre
-del 1476, accolti, alloggiati, regalati splendidamente
-dal duca. Il duca Carlo di Borgogna tentava d'impadronirsi
-della Savoia. Nè alla Francia piaceva questo, nè
-al duca Galeazzo; una bellicosa e potente nazione vicina
-non conveniva; e Galeazzo aveva di più per moglie Bona,
-principessa di Savoia. Il duca Galeazzo si collegò col re di
-Francia, indi spinse l'armata contro de' Borghignoni; e felicemente
-<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span>
-gli sforzeschi fecero ritirare i nemici fino alle
-Alpi. Il rigido inverno non permise di portare più oltre
-l'impresa; onde il duca Galeazzo ridusse a quartiere i soldati,
-aspettando la primavera per ripigliare la guerra e discacciare
-affatto dall'usurpato paese i Borgognoni, e ritornossene
-a Milano, ove di lì a poco morì.
-</p>
-
-<p>
-Le circostanze della morte del duca Galeazzo Maria
-Sforza ci sono minutamente trasmesse dagli scrittori di
-quel tempo; e siccome sono feconde nelle loro conseguenze,
-io non le ometterò. Gli storici di quel tempo ci hanno
-lasciata memoria degli auguri sinistri pe' quali credettero
-presagita la sciagura di quel sovrano. Mentre il duca Galeazzo
-Maria trovavasi in Abbiategrasso, comparve una cometa,
-e questo è il primo infausto presagio. Il secondo fu
-che in Milano il fuoco prese nella stanza in cui egli soleva
-abitare. Ciò inteso, Galeazzo quasi più non voleva riveder
-Milano; pure vi s'incamminò, e mentre da Abbiategrasso
-cavalcava verso la città, tre corvi lentamente passarongli
-sul capo gracchiando, il che cagionogli tanto
-ribrezzo, che, poste le mani sull'arcione, rimase fermo;
-poi volle superarsi, e proseguendo venne a Milano. Così
-allora si pensava; e tali pusillanimità cadevano anche in
-uomini di coraggio militare, come era il duca. Conciossiachè
-l'uomo ardisce di affrontare un pericolo conosciuto, e
-cimentarsi contro altri uomini; ma contro potenze invisibili
-ed invulnerabili il sentimento delle proprie forze lo
-abbandona. Ai soli progressi della ragione siamo debitori
-noi viventi della superiorità nostra. Per lei siamo liberati
-da una inesauribile sorgente d'inquietudini; per lei finalmente
-sappiamo che la nebbia impenetrabile entro cui sta
-celato il nostro avvenire, è un benefizio della Divinità; e
-sappiamo per lei che la sommissione rispettosa ai decreti
-della Provvidenza, è il più saggio ed utile sentimento dell'uomo.
-</p>
-
-<p>
-La vigilia di Natale, verso sera, il duca, secondo l'usanza,
-scese nella gran sala inferiore del castello, dove stava
-d'alloggio; ed a suono di trombe e con stupendissimo apparato
-vi scese colla duchessa Bona e co' suoi figli. I due
-<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span>
-fratelli del duca, Filippo ed Ottaviano, portarono il così
-detto <i>zocco</i> e lo collocarono sul fuoco. Gli altri tre fratelli
-del duca erano assenti. Ascanio in Roma; e Lodovico e Sforza,
-duca di Bari, erano rilegati da Galeazzo nella Francia.
-Così si soleva in que' tempi radunare la famiglia al Natale.
-Il giorno vegnente poi nuovamente radunossi con varii cortigiani,
-e il duca in circolo parlò della casa Sforza; e noverando
-i fratelli suoi, i cugini, i figli in numero di dieciotto,
-tutti di età fresca, osservò che per secoli non sarebbe
-finita. Pranzò in pubblico. Il giorno poi di santo
-Stefano dal castello s'incamminò a cavallo con tutto il
-corteggio per ascoltare la messa nella chiesa collegiata di
-detto santo, ove, giunto, da tre nobili giovani venne con
-più pugnalate ucciso al momento. I congiurati furono Giovanni
-Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconti.
-I due primi erano cortigiani del duca. Giovanni
-Andrea finse di volere far largo al duca; ed avventandosegli
-pel primo, lo ferì nel ventre, e gl'immerse nuovamente
-il coltello nella gola. Frattanto Girolamo lo trafisse
-alla mammella sinistra, poi nella gola, indi nelle tempie.
-Carlo, nel tempo stesso, nella schiena e nella spalla lo
-colpì con due ferite pure mortali. Il duca appena potè
-esclamare: <i>Oh nostra Donna!</i> e cadde all'istante là nella
-chiesa. Così terminò la sua vita il duca Giovanni Galeazzo
-il giorno 29 dicembre del 1476, dopo dieci anni di sovranità,
-all'età di trentadue anni. La serie di questa congiura
-è nota, e si è anche più conosciuta col dramma: la <i>Congiura
-contro di Galeazzo Sforza</i>; tragedia di sentimenti
-grandi, arditi, liberi; piena di lezioni utili ai principi,
-utili ai sudditi; che ci rappresenta la tirannia co' suoi
-tratti odiosi, il fanatismo pericoloso, quando anche nasca
-da nobili principii; che interessa e sviluppa un'azione che
-è la sola della nostra storia posta sul teatro, e la presenta
-col costume de' tempi; tragedia che sgomenta le anime
-gracili, e scuote deliziosamente le energiche. La storia è
-adunque che in Milano eravi un uomo d'ingegno, erudito,
-eloquente e di sentimenti arditi, che aveva nome <i>Cola
-<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span>
-Montano</i>: si dice ch'ei fosse bolognese<a class="tag" id="tag274" href="#note274">[274]</a>. Egli viveva col
-mestiere delle lettere, ed era un rinomato maestro, alla
-scuola di cui varii giovani nobili andavano per istruirsi.
-Taluno, assai versato negli aneddoti, mi asserì che questo
-Colo Montano fosse stato dileggiato dal duca Galeazzo Maria.
-Concordemente la storia c'insegna che Montano ne'
-suoi precetti sempre instillava nel cuore de' suoi nobili
-alunni l'odio contro la tirannia, la gloria delle azioni ardite,
-la immortalità che ottiene chi rompe i ferri alla patria,
-e la rende libera e felice. Egli animava gli alunni
-suoi a mostrare una virile fermezza, ad amare la vigorosa
-virtù, a cercar fama con fatti preclari. Poichè co' discorsi
-e cogli esempi della virtù romana ebbe trasfuso il fanatismo
-nelle vene bollenti degli scolari, egli coglieva l'occasione
-che il duca colla pompa accostumata passasse davanti
-la scuola; e trascegliendo i più ardenti ed audaci,
-mostrava loro un Tarquinio nel duca ed una mandra di
-schiavi, buffoni effeminati ne' suoi magnifici cortigiani,
-veri sostegni della tirannia e pubblici nemici. Confrontavali
-co' Cartaginesi, co' Greci, co' Metelli, co' Scipioni romani.
-Giunti al grado del fervore al quale cercò di ridarli,
-collocò alcuni di essi al mestiere delle armi sotto Bartolomeo
-Coleoni, acciocchè imparassero a conoscere i pericoli,
-ad affrontarli, a ravvisare le proprie loro forze<a class="tag" id="tag275" href="#note275">[275]</a>. Condotta
-la trama al suo termine, finalmente furono trascelti
-quei che egli giudicò più adattati; e furono appunto Giovanni
-Andrea Lampugnano, Girolamo Olgiato e Carlo Visconti.
-Si pensò con un colpo ardito di liberare la patria, mostrando
-quanto sarebbe facile l'impresa, purchè i cittadini
-si ricordassero soltanto d'essere uomini. Avanti la
-<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span>
-statua di sant'Ambrogio venne congiurata la morte del tiranno
-Galeazzo Maria, usurpatore del trono, oppressore
-della libertà che pur godevasi ventisei anni prima, nimico
-della patria, impoverita colle enormi gabelle ed insultata
-col lusso di un principe malvagio. Così formossi segretamente
-la trama, che scoppiò prima che alcuno ne sospettasse.
-Giovanni Andrea Lampugnano, appena fatto il colpo,
-cadde poco lontano dal duca, ucciso da un domestico ducale.
-Girolamo Olgiato, che aveva ventitre anni, si sottrasse
-col favore della confusione, e ricoveratosi presso di
-un buon prete, aspettava di ascoltar per le vie della città
-gli applausi per l'ottenuta libertà, ed impaziente attendeva
-il momento per mostrarsi come liberatore della patria.
-Ma udendo invece gli urli e lo schiamazzo della plebe
-che ignominiosamente strascinava per le strade il cadavere
-del Lampugnano, s'avvide troppo tardi dell'error suo,
-perdè ogni lusinga, e venne imprigionato. Dal processo
-che se gli fece, si seppe la trama. Non mi è noto qual
-fosse il fine di Cola Montano. L'Olgiato morì nelle mani
-del carnefice con sommo coraggio. Il ferro che colui adoperava
-era poco tagliente; ma egli animò il carnefice, e lo
-s'intese pronunziare queste parole:<a class="tag" id="tag276" href="#note276">[276]</a> <i>Stabit vetus memoria
-facti.</i> Bruto, Cromwel, Olgiato hanno fatto a un
-dipresso la stessa azione. Il primo viene spacciato per un
-modello di virtù gentilesca: il secondo ha la celebrità di
-un atroce ambizioso: il terzo non ha nome nella storia. Le
-circostanze decidono della fama, singolarmente nelle azioni
-violente, le quali si biasimano, ovvero si lodano a misura
-del male, o del bene che produssero poi. Il Corio, che ci
-lasciò descritto il fatto, era testimonio di veduta; e come
-cameriere ducale, era nel séguito del suo sovrano, quando
-venne ucciso. Ei ci racconta i vizj del duca, anzi i suoi delitti.
-Galeazzo interpellò un povero prete che faceva l'astrologo,
-per sapere quanto tempo avrebbe regnato. Il
-prete diedegli in riscontro ch'ei non sarebbe giunto all'anno
-undecimo. Galeazzo lo condannò a morir di fame.
-<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span>
-Egli per gelosia fece tagliare le mani a Pietro da Castello,
-calunniandolo come falsificatore di lettere. Egli fece inchiodare
-vivo entro di una cassa Pietro Drego, che così
-venne seppellito. Egli scherzava con un giovine veronese,
-suo favorito, e lo scherzo giunse a tale di farlo mutilare.
-Un contadino che aveva ucciso un lepre contro il divieto
-della caccia, venne costretto ad inghiottirlo crudo colla
-pelle, onde miseramente morì. Travaglino, barbiere del
-duca, soffrì quattro tratti di corda per di lui comando, e
-dopo continuò quel principe a farsi radere dal medesimo.
-Egli avea un orrendo piacere rimirando ne' sepolcri i cadaveri.
-Univa a tutte queste atrocità una sfrenata libidine,
-anzi una professione palese di scostumatezza, costringendo
-a prostituirsi anche a' suoi favoriti quelle che cedevano
-alle brame di lui. Avidissimo di smungere danaro ai sudditi,
-gli opprimeva colle gabelle, non mai bastanti alle
-profusioni del di lui fasto. Oltre la splendidissima corte,
-teneva il duca Galeazzo Maria duemila lance e quattromila
-fanti stabilmente al di lui soldo. Il Corio dice ch'egli
-amasse gli uomini probi e colti, e fosse sensibile alle
-belle arti: io non trovo che tali inclinazioni sieno combinabili
-colle antecedenti, e sicuramente nessun vestigio ne
-è rimasto del suo regno. Egli fu ben diverso dal buon
-Francesco di lui padre! I fratelli Baggi, Pusterla e del
-Maino aveano ucciso Giovanni Maria Visconti, duca di Milano,
-in San Gottardo, e vennero applauditi. Il destino del
-Lampugnano e dell'Olgiato fu opposto. Credo che la gloria
-del duca Francesco, la prudenza della duchessa Bianca
-Maria, l'eccesso del fasto di Galeazzo, e la memoria delle
-miserie sofferte nell'interregno della repubblica sieno
-state le cagioni della diversità. Sì l'uno che l'altro attentato
-furono commessi nella chiesa; come nella chiesa, anzi
-nel più sacro momento del rito, un anno dopo a Firenze,
-Giuliano de' Medici ebbe il medesimo destino.
-</p>
-
-<p>
-Il merito principale nell'aver conservata la città tranquilla
-in mezzo a tale scossa improvvisa, l'ebbe Francesco
-Simonetta, che si chiamava <i>Cicho</i> Simonetta. Egli
-era stato il primo ministro e l'amico del duca Francesco;
-<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span>
-uomo di Stato e di molta virtù, e tale che, allorchè Gaspare
-Vimercato, a cui Francesco in parte doveva e Milano e Genova,
-ardì parlargliene svantaggiosamente, il duca freddamente
-risposegli: essere tanto necessario a lui ed allo Stato
-Cicho, che s'ei morisse, ne avrebbe fatto fabbricare uno di
-cera. La vedova duchessa Bona lasciò che Cicho disponesse
-ogni cosa. Egli si servì del conte Giovanni Borromeo per
-tenere in calma la città. Il Borromeo possedeva la fiducia
-di ognuno, e il Corio dice che questo <i>perhumanissimo
-conte</i> era tanto abituato alla buona fede, che il pretendere
-da lui cosa alcuna contro la ragione, o contro la virtù, sarebbe
-stato lo stesso che volere strappar dalle mani d'Ercole
-la clava, suo malgrado. Fu tumulato Galeazzo Maria
-coll'ordinaria pompa ducale. La vedova lo fe' vestire col
-manto d'oro; e fece chiudere nel sarcofago tre preziose
-gemme. Il figlio primogenito Giovanni Galeazzo venne proclamato
-duca, sebbene nell'età di sei anni. Simonetta abolì
-tutte le gabelle imposte recentemente. Confermò gli stipendiati.
-Fece compra di grano, e ne fece largizioni alla
-plebe, che penuriava; e ciò sotto nome della duchessa Bona,
-dichiarata tutrice del nuovo duca. Simonetta reggeva tutto
-come segretario di Stato.
-</p>
-
-<p>
-V'erano due supremi consigli. Quello di Stato si radunava
-nel castello avanti al sovrano o la tutrice; quello di
-giustizia si radunava nella corte ducale di Milano. Lodovico
-e Sforza, fratelli del defunto duca, immediatamente dalla
-Francia, ove tenevali rilegati il fratello Galeazzo, volarono
-a Milano; lusingandosi, come zii del duca, di prendere le
-redini del comando. Simonetta li destinò con onore a presedere
-al consiglio supremo di giustizia. Fremevano vedendosi
-così delusi; ma il marchese di Mantova e il legato
-pontificio, venuti per ufficio alla corte di Milano, tentarono
-di calmare i loro animi; e restò concluso che si pagassero
-ogni anno dodicimila e cinquecento ducati a ciascuno degli
-zii del duca, e che si assegnasse a ciascuno un palazzo in
-Milano, e così uscissero dal castello. I fratelli del duca Galeazzo,
-zii del vivente, erano cinque, cioè Sforza, Filippo,
-Lodovico, Ascanio e Ottaviano.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span>
-</p>
-
-<p>
-(1477) Genova si ribellò. Dodicimila uomini vennero
-spediti per sottometterla. Se ne confidò il comando a Lodovico
-ed Ottaviano, fors'anco per allontanarli. L'impresa
-riuscì bene, poichè, malgrado la vigorosa resistenza de' Genovesi,
-gli sforzeschi se ne impadronirono; e il giorno 9
-di maggio 1477 resero i Genovesi nuovamente omaggio al
-duca<a class="tag" id="tag277" href="#note277">[277]</a>, ritornarono a Milano Lodovico ed Ottaviano colla
-benemerenza di tale vittoria. Simonetta teneva l'occhio sopra
-di essi. Venne imprigionato un confidente di questi due
-principi, da cui seppe le trame che ordivano contro lo
-Stato. I due fratelli pretesero che il loro confidente venisse
-liberato; e ciò non ottenendo, posero mani all'armi, e sollevarono
-più di seimila persone in Milano. La duchessa e Simonetta
-stavansene nel castello; e in esso, dalla parte esterna,
-fecero entrare tutte le genti d'armi vicino a Milano, il che
-bastò per far deporre le spade. Ottaviano non volle fidarsi
-del promesso perdono, e se ne fuggì; e, giunto a Spino,
-vicino a Lodi, temendo di essere arrestato, si avventurò a
-passar l'Adda, e vi si affogò cadendo da cavallo, il che avvenne
-l'anno 1477. Egli aveva 18 anni; il di lui cadavere
-si ritrovò poi, e venne tumulato in Duomo. Simonetta fece
-formare un processo della sedizione, e risultò che gli zii
-del duca aveano tramato di togliergli lo Stato. Indi vennero
-relegati, Sforza, duca di Bari, nel regno di Napoli, Lodovico
-a Pisa ed Ascanio a Perugia.
-</p>
-
-<p>
-Sforza, trovandosi nel regno di Napoli, mosse il re
-Ferdinando in favor suo e de' fratelli; e naturalmente la
-principessa Ippolita, sorella de' relegati, vi avrà contribuito.
-Il re Ferdinando di Napoli animò i Genovesi a sottrarsi
-e prendere il partito degli esuli fratelli; animò gli
-Svizzeri a fare delle incursioni nel milanese; Sforza, duca
-di Bari, malgrado la relegazione, da Napoli passò nel Genovesato,
-ed ivi morì. (1479) Il ducato di Bari dal re di
-Napoli venne infeudato a Lodovico Sforza, detto il <i>Moro</i>,
-il quale con ottomila combattenti da Genova s'innoltrò nel
-<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span>
-milanese, ed occuponne tutta la porzione sino al Po. Ciò
-accadde l'anno 1479. Lodovico però faceva dovunque gridare:
-<i>Viva il duca Giovanni Galeazzo</i>, e protestava di
-aver mosse le armi in soccorso del nipote per liberarlo
-dalla tirannia del Simonetta e da' cattivi consiglieri. Il duca
-era fanciullo di dieci anni. La duchessa Bona era una bella
-principessa, e non per anco avea passata l'età della debolezza,
-ed era più donna che sovrana. Eravi alla corte certo
-Antonio Trassino, ferrarese, uomo di bassi natali, e stipendiato
-come scalco; giovane però di ornata ed elegante figura,
-al quale la duchessa senza riserva confidava tutto ciò
-che si faceva dal Simonetta e nel consiglio. Il Simonetta,
-sendosene avveduto, trascurava quell'indegno favorito; ma
-non osava di più. Trassino, che si vedeva rispettato da
-ognuno e dal solo Simonetta disprezzato, lo abborriva. Questo
-Trassino fu il mezzo per cui Lodovico segretamente si riconciliò
-colla duchessa. Improvvisamente Lodovico staccossi
-dal suo esercito, e comparve nel castello di Milano il giorno 7
-di settembre 1479; il che sorprese il Simonetta. La duchessa
-e il duca lo accolsero come un cognato ed uno zio
-amico, e venne alloggiato nel castello. Cicho Simonetta
-venne accolto da Lodovico con apparente amicizia e stima,
-come un vecchio ministro benemerito; ma egli non si lasciò
-ingannare, e nel momento in cui potè abboccarsi colla
-duchessa, le disse: <i>Signora, io perderò la testa e voi lo
-Stato.</i> (1480) E infatti il giorno 30 di ottobre del 1480, a
-Pavia, gli venne troncata la testa all'età di settant'anni;
-al quale destino, sebbene ingiusto, si piegò colla costanza
-e magnanimità che doveva coronare la virtuosa di lui vita.
-Cicho era fratello di Giovanni Simonetta, autore della storia
-sforzesca, e in vita e in morte Cicho si mostrò degno
-di essere stato l'amico di Francesco Sforza. Si fecero allora
-i quattro versi seguenti:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Dum fidus servare volo patriamque ducemque,</i></p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span></p>
-<p class="i02"> <i>Multorum insidiis proditus, interii.</i></p>
-<p class="i01"><i>Ille sed immensa celebrari laude meretur,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Qui mavult vita, quam caruisse fide.</i><a class="tag" id="tag278" href="#note278">[278]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Come poi venisse abbandonato a così indegno destino un
-ministro tanto illibato ed illustre, ce lo dice il Corio; cioè
-per la fazione de' nemici, i quali giunsero a prendere le
-armi contra lo stesso Lodovico, avendo alla testa Federico
-marchese di Mantova, Guglielmo marchese di Monferrato,
-Giovanni Bentivoglio ed altri illustri personaggi, i quali
-obbligarono Lodovico a far imprigionare il Simonetta, che,
-malgrado la protezione e gli uffici di altri principi, venne
-abbandonato alla vendetta de' nemici che gli avea conciliati
-la passata fortuna, e fors'anco la stessa sua virtù.
-</p>
-
-<p>
-Poco tardò a verificarsi il rimanente del vaticinio del Simonetta.
-(1481) Il favorito della duchessa Trassino, accecato,
-siccome avviene alle anime basse, dalla prospera fortuna,
-mancando ai riguardi ch'egli dovea verso Lodovico, venne
-scacciato nel 1481, e portò seco a Venezia un tesoro di
-gioie e di denaro. La duchessa si avvilì talmente, che rinunziò
-a Lodovico la tutela con un atto solenne<a class="tag" id="tag279" href="#note279">[279]</a>, sperando
-con ciò di rimaner libera, ed uscendo dallo Stato rivedere
-il favorito: ma il primo uso che Lodovico fece del
-potere confidatogli, fu d'impedirle l'uscita dello Stato, e
-ad Abbiategrasso venne arrestata. Così Antonio Trassino,
-senza saperlo, fu quegli per cui la casa Sforza poi perdette
-lo Stato: i Francesi occuparono il ducato, gl'Imperiali gli
-scacciarono; e si formò un nuovo ordine di cose per tutta
-l'Italia, come in appresso vedremo. Le debolezze di una
-donna, e la bella figura di uno scalco fecero maggior rivoluzione
-nel destino d'Italia, di quello che non avrebbe fatto
-un gran monarca od un conquistatore.
-</p>
-
-<p>
-(1482) L'Italia si pose in armi l'anno 1482, e per due
-anni ne sopportò i mali. Il re di Napoli Ferdinando e i Fiorentini
-erano collegati cogli Spagnuoli. I Veneziani, il Papa
-e i Genovesi erano riuniti nel contrario partito. Il Papa
-abbandonò poscia i Veneziani e si unì agli sforzeschi. Non
-nuoce punto l'ignoranza di questi minuti avvenimenti
-<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span>
-guerreschi; anzi la scienza di essi è atta soltanto a caricare
-confusamente la memoria, a scapito degli avvenimenti
-degni della nostra attenzione. V'era in Milano un partito
-contrario a Lodovico il Moro; alcuni per compassione della
-duchessa Bona, altri per avversione al carattere ambizioso
-di Lodovico, altri per vendicare le ceneri del virtuoso Simonetta,
-altri infine per la naturale lusinga di viver meglio.
-(1485) Venne cospirato di togliere dal mondo Lodovico
-Sforza; e fu concertato che il giorno 7 di dicembre l'anno
-1485, venendo egli, secondo il costume, alla chiesa di
-Sant'Ambrogio, quivi fosse trucidato. Il colpo andò a vuoto;
-atteso ch'egli vi fu bensì, ma entrovvi per una porta alla
-quale non eranvi le insidie. Se ciò non accadeva, egli spirava
-trafitto come il fratello, come il duca Giovanni Maria,
-come Giuliano, fratello di Lorenzo de' Medici. Non credo
-che i Gentili abusassero a tal segno de' sacri tempii.
-</p>
-
-<p>
-(1489) Il duca di Bari, Lodovico il Moro, poichè Giovanni
-Galeazzo, suo nipote, duca di Milano, giunse all'età di venti
-anni nel 1489, pensò di accompagnarlo colla principessa
-Isabella di Aragona, a cui era già stato promesso dal defunto
-duca. Ermes Sforza e il conte Gian Francesco Sanseverino
-furono destinati ambasciatori alla corte di Napoli
-per tal solenne inchiesta. Il Calco ce ne rappresenta la
-pompa. Erano questi accompagnati da trentasei giovani nobili
-milanesi. Fra essi vi fu una gara maravigliosa nel
-cambiare vestiti magnifici; chi dieci, chi dodici e chi sedici
-domestici conduceva seco, nobilmente vestiti di seta, con
-gemme e perle all'armilla del braccio sinistro. L'usanza
-di queste armille, ossia braccialetti gemmati, costava assai;
-poichè i padroni ne avevano al loro braccio del valore
-di settemila fiorini d'oro, ossia zecchini. Il Calco dice
-che veramente sembravano tanti sovrani, e portavano collane
-pesantissime d'oro della grossezza di un pollice.
-Questa comitiva giunse a Napoli, ed era composta di circa
-quattrocento persone. Tutto ciò che mostra il costume dei
-rispettivi tempi, debbe aver luogo nella storia<a class="tag" id="tag280" href="#note280">[280]</a>. Perciò
-<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span>
-riferirò il magnifico pranzo che si presentò in Tortona alla
-sposa, a guisa di un'accademia poetica. Ogni piatto era
-presentato da una persona vestita poeticamente, e l'abito
-era relativo alla cosa che presentava. Giasone compariva
-portando il velo d'oro rapito in Colco. Febo offeriva il vitello
-rapito dalla mandra di Admeto. Diana poneva sulla
-mensa Atteone trasformato in cervo; e come la dea avea
-cambiato un uomo in un animale, augurava che questi si
-trasformasse in un uomo nel seno d'Isabella. Orfeo presentò
-diversi uccelli, ch'ei diceva essergli volati intorno per l'armonia
-della sua cetra or ora, mentre sull'Appennino cantava
-le divine sue nozze. Atalanta portava il cignale caledonio,
-da tanti secoli custodito, offrendo volentieri a sì illustre
-principessa quel trionfo, riportato in faccia di tutta
-la gioventù della Grecia. Iride venne poi offrendo un pavone
-tolto dal carro di Giunone, e rammentò il destino di
-Argo. Ebe, figlia di Giove e ministra di néttare ed ambrosia
-tolta dalla cena de' Numi, porse i vini più pregiati.
-Apicio dagli Elisii portò i raffinamenti del gusto, formati
-di zucchero. I pastori d'Arcadia presentarono varie cose di
-latte, giuncate, ricotte, caci, ec. Vertuno e Pomona posero
-sulla mensa frutti rarissimi, e perchè era inverno. Poi le
-Najadi, dee dei fonti, portarono pesci. Glauco portò frutti
-e pesci marini. Il Po, l'Adda, Silvano offerirono i pesci dei
-fiumi e laghi maggiori. Terminata la mensa, proseguì uno
-spettacolo composto degli attori medesimi, allusivo alle
-nozze. I costumi erano allora, come si scorge, ingentiliti
-e quasi troppo ricercati e rimoti dalla natura. Però si conosce
-che generalmente doveva essere colta la nobiltà del
-paese, e sapere la favola e gustare la poesia. La maggior
-parte di questi personaggi presentò le vivande cantando
-versi appropriati. Ciò basti dal Calco. La sposa da Vigevano
-venne al castello di Abbiategrasso; d'onde sul canale detto
-<i>Naviglio grande</i> passò a Milano il giorno primo di febbraio
-del 1489, accompagnata dalla duchessa Bona, dal
-duca di Bari Lodovico, da don Fernando d'Este e da molti
-altri signori e matrone della più illustre nascita, e dagli
-oratori di quasi tutt'i principi d'Italia. Il giorno 2 febbraio
-<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span>
-uscirono gli sposi dal castello in abito bianco; ed
-alle staffe eranvi il conte Giovanni Borromeo e Gianfrancesco
-Pallavicino, primari vassalli. Lodovico il Moro cavalcava
-in séguito alla testa dei principali ministri. Le vie
-erano tutte coperte dal castello al Duomo di parati magnifici.
-Così celebraronsi le nozze del sesto duca Giovanni
-Galeazzo Sforza. Queste nozze ci fanno dubitare che allora
-forse Lodovico non avesse in mente il progetto di usurparsi
-il ducato di Milano.
-</p>
-
-<p>
-Lodovico reggeva lo Stato come governatore a nome del
-duca, e nelle monete eravi da una parte l'immagine del
-duca: <i>Johannes Galeaz Maria Sfortia Vicecomes Dux
-Mediolani Sextus</i>, e dall'altra l'immagine di Lodovico
-colla leggenda: <i>Ludovico Patruo gubernante</i>. Ma questo
-governatore sotto varii pretesti rimosse dalle fortezze i
-castellani affezionati al duca, e sostituì uomini interamente
-dipendenti da esso Lodovico. (1491) Poi pensò ad ammogliarsi:
-e l'anno 1491, al 31 gennaio, condusse a Milano
-la sua sposa, la principessa Beatrice d'Este. Ella aveva diecisette
-anni, Ludovico contava il quarantesimo<a class="tag" id="tag281" href="#note281">[281]</a>. Si fecero
-pompe grandissime per queste nozze, e il Calco le
-descrive. Allora l'abito de' dottori collegiati era più allegro
-di quello che ora lo sia:<a class="tag" id="tag282" href="#note282">[282]</a> <i>Purpureis vel coccineis togis
-fulgentes</i> comparvero in quelle feste; e gli abiti delle matrone
-erano<a class="tag" id="tag283" href="#note283">[283]</a> <i>falcatis infra ubera pectoribus, ac pallio,
-ritu gabino, dextro ab humero laevum in latus
-subducto</i>. Avevano le matrone un lungo strascico, ed era
-pomposo, elegante e grave il loro vestito, in guisa che ballavano
-con graziosa lentezza:<a class="tag" id="tag284" href="#note284">[284]</a> <i>Modicè et venuste</i>, dice
-il Calco. Per questi sponsali si fecero pure magnifiche
-giostre: «ed il pretio de sì illustrata giostra per egregia
-virtute hebbe Galeazzo Sanseverino e Giberto Borromeo».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span>
-</p>
-
-<p>
-Poste a convivere insieme le due principesse, cioè la
-duchessa Isabella e la principessa Beatrice, duchessa di
-Bari, nacquero de' dissapori. Isabella, come moglie del
-duca regnante, pretendeva d'essere sola sovrana; e che
-Beatrice fosse considerata suddita. Isabella era figlia di un
-re. Beatrice, moglie del tutore del duca, considerava la duchessa
-come la pupilla. L'avo d'Isabella era Ferdinando
-nato da illegittima unione. Le meschine vicende della casa
-di Aragona nel regno di Napoli erano argomenti di cronologia
-contraposti all'illustre sangue estense<a class="tag" id="tag285" href="#note285">[285]</a>. (1492) Il
-fatto di tai domestici partiti fu che Lodovico il Moro si rese
-padrone dell'erario, e passò a disporre il tutto da sè. Promoveva
-alle cariche, faceva le grazie, appena lasciava al
-nipote il nome di duca. Il duca Giovanni Galeazzo e la duchessa
-Isabella scarsamente erano alimentati e penuriavano
-d'ogni cosa, sebbene fosse già feconda la duchessa d'un
-bambino, nato in febbraio 1491. Posta in tale angustia la
-Isabella, trovò modo di renderne informato Alfonso, di lei
-padre. Il re di Napoli spedì a Lodovico il Moro i suoi oratori,
-i quali, con somme lodi innalzando quanto come tutore
-aveva fatto, conclusero chiedendogli che abbandonasse
-il governo dello Stato al duca Giovanni Galeazzo, che già
-contava il vigesimo terzo anno dell'età sua. Lodovico trattò
-con onorificenza gli oratori del re Ferdinando, avo della
-duchessa; ma sul proposito di rinunziare al governo non
-diè risposta alcuna.
-</p>
-
-<p>
-(1493) Dopo di ciò Lodovico il Moro attentamente osservava
-i movimenti del re di Napoli. Seppe che si allestiva
-un'armata contro di lui, e si preparava una flotta a cui
-<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span>
-doveva comandare Alfonso, padre della duchessa, principe
-valoroso e prudente. A un tal nembo avrebbe potuto resistere
-Lodovico colle forze proprie, se avesse potuto fidarsi
-de' sudditi che governava. In ogni governo vi è sempre un
-buon numero di malcontenti, essendo le voglie de' popoli
-sempre maggiori del potere sovrano; e questi malcontenti
-avrebbero abbracciato il partito del loro sovrano, l'oppresso
-duca Giovanni Galeazzo, di cui la condizione moveva
-a pietà, sì tosto che si fosse avvicinata un'armata a
-sostenerlo. Conveniva suscitare un potente nemico all'aragonese
-re di Napoli, e distoglierlo così dal pensiero degli
-Stati altrui, per difendere il proprio. Carlo VIII, re cristianissimo,
-era nel bollore dell'età; aveva ventiquattro anni;
-amava le imprese grandi; era capace di riscaldarsi l'animo.
-Lodovico, che aveva vissuto alcuni anni nella Francia e conosceva
-la nazione, formò il progetto di far prendere le
-armi al re Carlo, per ricuperare il regno di Napoli. Spedigli
-come ambasciadore Carlo Barbiano, conte di Belgioioso,
-il quale lo animò a scacciare da Napoli gli usurpatori
-aragonesi, e rivendicando le ragioni della casa d'Angiò,
-unire quel regno alla corona di Francia. Il re aveva già in
-mente di frenare i Turchi, che minacciavano la cristianità;
-e nessun paese era a ciò più vantaggioso, quanto il napoletano.
-Oltre a ciò si rappresentò al re Carlo, che il denaro
-di Lodovico, le sue milizie erano agli ordini suoi, i desiderii
-de' Napoletani erano per lui; i principi d'Italia, il
-papa, i Fiorentini, i Veneziani, tutti avrebbero favorita la
-impresa. Così offerivasi a Carlo VIII di rinnovare nell'Italia
-la memoria di Carlo Magno. Già i Turchi minacciavano la
-Dalmazia e l'Ungheria. La gloria di salvare i regni cristiani
-era riserbata al primogenito fra i cristiani, il re di
-Francia. In tal guisa il conte di Belgioioso destramente
-persuase il re. Vinse colle maniere accorte e col denaro
-di Lodovico alcuni primari favoriti. L'impresa venne decisa,
-e il re, convocati gli Stati a Tours, pubblicò la guerra
-pel regno di Napoli; ed ivi anticipatamente distribuì i feudi
-di quel regno, e si appropriò il titolo di re di Gerusalemme
-e di Sicilia, oltre quello di re di Francia. Alcuni ministri
-<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span>
-francesi, per comandare più liberamente colla lontananza
-del re, applaudirono. Vi era chi conosceva non essere facile
-l'impresa; essere il re Ferdinando avveduto; essere
-valoroso Alfonso di lui figlio; aver essi il fiore della milizia
-al loro stipendio; essere tuttora dubbioso qual partito
-prenderebbero il papa, i Fiorentini e i Veneziani; doversi
-temere l'imperatore Massimiliano e il re di Spagna Ferdinando,
-pronti forse ad invadere la Francia, se ella rimaneva
-sprovveduta.
-</p>
-
-<p>
-Lodovico si adoperò per togliere le dissensioni fra Massimiliano
-imperatore e Carlo VIII. Senza di ciò poteva il
-re cristianissimo venir costretto a retrocedere per difendere
-la Francia. Massimiliano era animato contro il re Carlo,
-che gli aveva ripudiata la figlia, e tolta la sposa ed una
-provincia. Lodovico cominciò a dar timore a Massimiliano,
-che Carlo VIII in Roma non si facesse incoronar dal papa
-imperatore; giacchè quell'augusto non per anco avea fatta
-cotesta cerimonia. Indusse il re Carlo ad usare tutti gli
-ossequi all'imperatore. Finalmente Lodovico coll'imperator
-Massimiliano concluse di dargli in moglie la principessa
-Bianca Maria di lui nipote, figlia del duca Galeazzo. Concertò,
-coll'imperatore di essere egli dichiarato duca di Milano;
-e quattrocentomila fiorini d'oro, ossia zecchini, vennero
-pagati all'imperatore. Le nozze della Bianca Maria
-seguirono nel Duomo di Milano il giorno 1º dicembre 1493,
-avendo qua spediti i suoi procuratori Massimiliano. Così
-Lodovico liberò il re Carlo dal timore di una sorpresa dei
-cesarei. Colla Spagna pure segui l'accordo; per cui si cedettero
-a Ferdinando ed Isabella Perpignano e Roncilione.
-Assicuratosi per tal modo Carlo VIII la quiete interna, si
-dispose a passar le Alpi. Lodovico il Moro era un usurpatore,
-ma lo era grandiosamente. Egli si era sottratto alla
-morale, ed erasi scelta per giudice quella funesta ragion
-di Stato, che suol preferire i misfatti illustri alla oscura
-virtù. Arbitro fra l'imperatore e il re di Francia, dà una
-nipote per moglie al primo; fa passare il re nell'Italia.
-La scena ch'ei rappresentò sul teatro di Europa, è da monarca
-assai superiore alla condizione di un semplice duca
-<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span>
-di Milano. Poichè il re Ferdinando di Napoli vide il fulmine
-che stavagli imminente, spedì a Lodovico il Moro Camillo
-Pandone, pregandolo acciocchè volesse allontanare il re
-Carlo dalla impresa, e promettendogli di essere pronto dal
-canto suo a guarentire a Lodovico tutto quello che più gli
-fosse piaciuto pel Milanese. Il conte Carlo di Belgioioso da
-Parigi volò in cinque soli giorni nella Lombardia<a class="tag" id="tag286" href="#note286">[286]</a>, e a
-nome del re di Francia venne a proporre a Lodovico una
-perpetua confederazione, offerendogli anche il principato
-di Taranto. Ma il saggio conte, da ministro fedele, cercò
-di sconsigliare Lodovico, mostrandogli l'incertezza della
-impresa e il pericolo dell'Italia e suo, qualora mai riuscisse.
-Lodovico, accettando i consigli del conte e le offerte
-del re Ferdinando, avrebbe potuto gloriosamente usurpare
-il dominio; egli volle nondimeno persistere nel primo impegno.
-Perchè poi ricusasse quell'ottimo partito e preferisse
-una guerra pericolosa al godimento tranquillo dello
-Stato, non lo dice la storia. Forse egli non si fidò del re
-Ferdinando, nè dalle forzate offerte di lui; finchè, passato
-il timore, non dovesse nuovamente vederselo nemico. Forse
-egli ascoltò le personali passioni più che non si conviene
-ad un sovrano; e l'odio contro la casa di Aragona, o la
-benevolenza verso gli amabili francesi, presso i quali era
-vissuto, prevalsero ai sentimenti che doveva adottare come
-uomo di Stato. Il vero motivo non si sa: unicamente ci è
-noto che Lodovico promise al re Carlo di Francia cinquecento
-uomini d'armi, quattro navi, dodici galere, il suo
-erario e la sua persona. (1494) Inutilmente il papa Alessandro
-VI spedì emissari nella Francia per frastornare la
-venuta del re. Lodovico se ne avvide, ed animò il re Carlo
-a non differire, acciocchè i Napoletani, il papa ed Fiorentini
-non avessero tempo di radunare un'armata e disputargli
-i difficili passi degli Appennini. Il re Carlo VIII si
-<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span>
-ritrovò in Asti il giorno 11 settembre 1494. Poi, il giorno
-14 ottobre, nel castello di Pavia, venne magnificamente accolto
-da Lodovico il Moro. Ivi il re visitò il duca Giovanni
-Galeazzo, ammalato di consunzione, <i>e non senza qualche
-suspecto</i>, dice il Corio; l'infermo raccomandò alla pietà del
-re Francesco suo figlio e la duchessa sua moglie; e fra
-pochi giorni terminò la sua vita al 22 ottobre nella età di
-venticinque anni<a class="tag" id="tag287" href="#note287">[287]</a>. Il di lui figlio Francesco poi visse
-nella Francia e fu abate di Marmoutiers. Lodovico somministrò
-al re non poca somma di denaro. Corio dice della
-morte del duca, che parve ad ognuno «crudele cosa che
-non attingendo anche il vigesimo quinto anno di sua
-etate, come immaculato agnello, senza veruna causa fusse
-spinto dal numero de' viventi». Il re di Francia si mostrò
-sensibile a tal morte. Volle in Piacenza, ove lo seppe, onorare
-il defunto con funerali, e vestì gran numero di poveri
-col danaro suo; il che fu forse cagione onde fosse da
-Lodovico fatto trasportare in Milano e tumulare in Duomo
-colle cerimonie consuete l'infelice nipote, che fu il sesto
-duca di Milano, non perchè abbiavi comandato giammai,
-ma perchè ne portò il titolo; e le monete coniate ed i diplomi
-spediti furono in di lui nome e colla di lui effige.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap19">CAPITOLO XIX.
-
-<span class="smaller"><i>Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano,
-e della venuta del re di Francia Lodovico XII.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Lodovico aveva il diploma imperiale che lo dichiarava
-duca di Milano; ma lo teneva nascosto. Già vedemmo che l'imperatore
-Federigo non concesse mai il ducato di Milano nè a
-Francesco Sforza, nè a Galeazzo Maria. Giunto alla suprema
-dignità dell'Impero Massimiliano I, ei ne conferì il ducato
-non già al primogenito dell'ucciso Galeazzo, ma al tutore
-di esso, Lodovico il Moro. Il diploma venne spedito in Anversa
-il giorno 5 settembre 1494. In esso diploma dichiara
-quell'augusto che preferiva Lodovico, perchè esso fu generato
-da Francesco Sforza mentre possedeva il ducato; il
-che non poteva dirsi di Galeazzo. Pare che avrebbe dovuto
-l'estensore del diploma omettere questa cavillazione, superflua
-presso l'imperatore, che non riconosceva altri duchi
-di Milano, se non i nominati ne' cesarei diplomi. Con
-altro diploma 8 ottobre 1494, dato pure in Anversa, l'imperatore
-dichiara che Lodovico gli facesse istanza per ottenere
-l'investitura del ducato in favore di Giovanni Galeazzo;
-ma che l'imperatore Federigo, suo padre, ed egli
-lo aveano ricusato, perchè<a class="tag" id="tag288" href="#note288">[288]</a> <i>praefactus Joannes Galeaz
-ipsum ducatum et comitatum a populo Mediolanensi recognovit,
-quod quidem fuit in maximum Imperii praejudicium;
-et quia est de consuetudine sacri Romani
-<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span>
-Imperii neminem unquam investire de aliquo statu sibi
-subjecto, si eum de facto sibi usurpavit, vel ab alio recognoverit</i><a class="tag" id="tag289" href="#note289">[289]</a>.
-Lodovico, mentre in segreto possedeva questi
-diplomi imperiali, convocò nel castello i primari dello
-Stato; e notificando la morte seguita del duca Giovanni
-Galeazzo, propose loro d'acclamare per duca Francesco,
-bambino primogenito del defunto. Il presidente della camera,
-Antonio Landriano, vi si oppose, attesa l'età del fanciullo:
-e ricordando le inquietudini della minorità passata,
-lo stato d'Italia col re Carlo alla testa d'un'armata, i pericoli
-imminenti, propose che Lodovico medesimo fosse da
-riconoscersi duca, come quel solo che nelle procelle attuali
-poteva difendere lo Stato. Nessuno ardì di uniformarsi alla
-proposta di Lodovico; e il voto del Landriano venne secondato
-da tutti. Ben tosto, uscendo dal consiglio, lo proclamarono
-duca nel mentre appunto che nel Duomo, allo spettacolo
-dell'estinto Giovanni Galeazzo, esposto colla pompa
-funebre allo sguardo di ognuno, si versavano lagrime di
-compassione sul misero di lui fato. La vedova duchessa Isabella,
-coi poveri bambini suoi, stavasene in Pavia, rinchiusa
-entro una stanza, ricusando la luce del giorno, giacendo
-per tristezza sulla nuda terra, in mezzo a lugubri abbigliamenti,
-ivi inteso una tale proclamazione, che toglieva la
-sovranità anche ai meschini avanzi del giovane suo sposo,
-e poneva il colmo al trionfo della rivale duchessa Beatrice.
-(1495) Quando il popolo invidia la condizione de' signori
-grandi, ha egli sempre ragione? Due ministri imperiali
-vennero a Milano per conferire la dignità ducale a Lodovico;
-ed era appunto allora che si compieva il secolo in
-cui la stessa cerimonia erasi fatta per il primo duca. Il
-giorno 26 di maggio del 1495, alla porta del Duomo, <i>con
-stupende cerimonie</i>, dice il Corio, ornarono Lodovico del
-manto, berretta e scettro ducale, sopra un eminente trono.
-Giassone del Maino, celebre legista, pronunziò l'orazione;
-poscia si andò a Sant'Ambrogio; «d'unde in castello, dove
-furono celebrati li stupendi triumphi quanto a nostro secolo
-fussino d'altri»; così il Corio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span>
-</p>
-
-<p>
-Stacchiamo lo sguardo, almen per poco, dai tristi avvenimenti
-della politica, e rimiriamo oggetti più ameni, cioè
-i progressi che la coltura fece presso di noi sotto il governo
-di Lodovico il Moro. Lodovico dapprincipio fabbricò
-il vastissimo claustro del Lazzaretto secondo l'uso di quei
-tempi; ma in appresso egli pose all'architettura per maestro
-il Bramante da Urbino, alla pittura Leonardo da Vinci.
-Questi grandi uomini erano cari a Lodovico. Sotto la scuola
-di quest'ultimo si formarono Polidoro da Caravaggio, Cesaro
-da Sesto, Bernardo Luino, Paolo Lomazzi, Antonio Boltrasio
-ed altri, dai quali ebbe vita ed onore la scuola milanese.
-L'architettura era ne' primi anni sotto Lodovico resa
-elegante bensì, ma conservava capricciosi ornamenti, siccome
-scorgevasi nella facciata della casa de' signori conti
-Marliani<a class="tag" id="tag290" href="#note290">[290]</a>. Poi s'innalzò il magnifico tempio della Madonna
-di San Celso; si eresse la facciata del palazzo arcivescovile;
-si fabbricò il chiostro, veramente nobile e grandioso,
-dell'imperial monastero di Sant'Ambrogio<a class="tag" id="tag291" href="#note291">[291]</a>; e
-così si esposero allo sguardo pubblico modelli di bella architettura.
-Lodovico grandiosamente stipendiava gli abili
-artisti e gli uomini d'ingegno; accordava loro piena immunità
-da ogni carico; animava i progressi della coltura.
-Demetrio Calcondita, Giorgio Merula, Alessandro Minuziano,
-Giulio Emilio erano fra noi gli illustri letterati protetti e
-<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span>
-beneficati dal Moro. Bartolomeo Calco, segretario di Stato
-ed uomo colto, per secondare il genio del suo principe,
-instituì le scuole pubbliche, le quali sino ai giorni nostri
-ne portano il nome. Tommaso Grassi eresse e dottò altre
-scuole per gratuita istituzione della gioventù; e queste
-pure conservano il nome del loro fondatore. Tommaso
-Piatti, che sommamente era in favore presso Lodovico,
-instituì pubbliche cattedre di astronomia, geometria, logica,
-lingua greca ed aritmetica. Con tali beneficenze pubbliche
-si otteneva l'amicizia di Lodovico; il che certamente fa sommo
-onore alla memoria di lui. Non è dunque da meravigliarsi
-se di que' tempi le belle lettere venissero in fiore, e se da
-quella scuola uscissero poi Girolamo Morone, di cui accaderà
-in breve ch'io parli, Andrea Alciato e Girolamo Cardano.
-Scrivevano allora la storia patria Tristano Calco, memorabile
-per l'elegante suo stile latino, e per la molta accuratezza;
-Bernardino Corio, inelegante scrittore bensì, e
-creduto compilatore delle antiche favole, ma accurato e
-fedele espositore delle cose de' tempi più vicini. Allora la
-poesia, la musica, tutte le belle arti ebbero vita e onore.
-Il cavaliere Gaspare Visconti in quella età scriveva rime
-degne di leggersi<a class="tag" id="tag292" href="#note292">[292]</a>. Ecco quasi per saggio tre sonetti di
-lui fra i molti che ho esaminati. Il primo, singolarmente
-nei due quaderni, mi pare assai robusto e poetico.
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Rotta è l'aspra catena e il fiero nodo</p>
-<p class="i02"> Che l'alma iniquamente già mi avvinse;</p>
-<p class="i02"> Rotto è il gruppo crudel che il cor mi strinse,</p>
-<p class="i02"> Onde mia sorte ne ringrazio e lodo.</p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i01">Fuor del pensiero ho l'amoroso chiodo,</p>
-<p class="i02"> Che poco meno a morir mi sospinse;</p>
-<p class="i02"> E il volto che nel petto amor mi pinse,</p>
-<p class="i02"> Lì dentro è casso, e senza affanni or godo.</p>
-<p class="i01"><span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span></p>
-<p class="i01">Ringrazio il cielo, il qual m'ha liberato</p>
-<p class="i02"> Dalla cieca prigion, piena d'orrore,</p>
-<p class="i02"> Dove gran tempo vissi disperato.</p>
-<p class="i01">E quando a sè pur mi rivolgi amore,</p>
-<p class="i02"> Me leghi a un cuor che sia fedele e grato,</p>
-<p class="i02"> Ch'io servirò per fino all'ultim'ore».</p>
-</div></div>
-
-<p>
-L'altro sonetto seguente parmi assai leggiadro, e ci fa
-vedere che l'allegria e la sociabilità erano conosciute da
-que' nostri antenati. Anco un'altra osservazione sul costume
-ci si presenta; ed è che, usando allora le gentildonne
-abiti pesantissimi di broccato, non potevano altrimenti
-ballare vivacemente come ora si costuma; ma unicamente
-potevano moversi con graziosa lentezza, <i>modice
-et venuste</i>, siccome nel capitolo precedente vedemmo<a class="tag" id="tag293" href="#note293">[293]</a>:
-perciò Gaspare Visconti nel seguente sonetto, fra i pregi
-delle ballerine, annovera il mover <i>lenti lenti</i> i piedi. Ecco
-il sonetto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Io vidi belle, adorne e gentil dame</p>
-<p class="i02"> Al suon di soavissimi concenti</p>
-<p class="i02"> Co' loro amanti mover lenti lenti</p>
-<p class="i02"> I piedi snelli, accese in dolci brame.</p>
-<p class="i01">E vidi mormorar sotto velame</p>
-<p class="i02"> Alcun degli amorosi suoi tormenti,</p>
-<p class="i02"> Dividersi, e tornare al suono intenti,</p>
-<p class="i02"> E cibar d'occhi l'avida sua fame;</p>
-<p class="i01">Vidi stringer le mani, e lasciar l'orme</p>
-<p class="i02"> Dolcemente stampate in lor non poco,</p>
-<p class="i02"> E trovarsi in due cor desio conforme.</p>
-<p class="i01">Nè mirar posso così lieto giuoco,</p>
-<p class="i02"> Ch'a pensier lieto alcun possa disporme</p>
-<p class="i02"> Senza colei che notte e giorno invoco».</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span>
-</p>
-
-<p>
-D'un altro genere, men elevato sì, ma pregevole per la
-facilità, è il sonetto seguente ch'ei scrisse a messer Antoniotto
-Fregoso, da cui veniva avvisato che una indiscreta
-vecchia non cessava d'infamarlo. Così rispose:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Omai, Fregoso, io son come il cavallo</p>
-<p class="i02"> Che porta il tuon delle pannonie schiere,</p>
-<p class="i02"> O come quel qual usa il schioppettere,</p>
-<p class="i02"> Che al bombo del schioppetto ha fatto il callo.</p>
-<p class="i01">Riprenda pur la plebe ogni mio fallo,</p>
-<p class="i02"> Che tanto fa il suo dir quanto il tacere,</p>
-<p class="i02"> Qual son l'opere mie, quale il volere,</p>
-<p class="i02"> Chi il vero intende, apertamente sallo.</p>
-<p class="i01">Che diavol sarà poi con questa femmina,</p>
-<p class="i02"> La qual non altra cosa che zizania</p>
-<p class="i02"> Nel steril orto del rio volgo semina!</p>
-<p class="i01">Sola sè stessa infin, non altri lania;</p>
-<p class="i02"> E quanto più suo pazzo error s'ingemina,</p>
-<p class="i02"> Tanto a chi sa, dimostra più sua insania.»</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Dal fine d'un sonetto ch'egli scrisse alla Beatrice d'Este,
-si conosce qual ascendente quella principessa avesse
-sull'animo di Lodovico:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Donna beata, e spirito pudico,</p>
-<p class="i02"> Deh, fa benigna a questa mia richiesta</p>
-<p class="i02"> La voglia del tuo sposo Lodovico.</p>
-<p class="i03"> Io so ben quel che dico:</p>
-<p class="i02"> Tanta è la tua virtù, che ciò che vuoi</p>
-<p class="i02"> Dello invitto suo cor disponer puoi<a class="tag" id="tag294" href="#note294">[294]</a>».</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Di questo magnifico e generoso cavaliere aurato, Gaspare
-<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span>
-Visconti, consigliere ducale, evvi pure un poema
-stampato <i>per magistro Philippo Mantegatio dicto et
-Cassano, in la excellentissima cittade de Milano, nell'anno</i>
-<span class="smcap">Mcccclxxxxv</span>, <i>a dì primo de aprile</i>. Questo poema
-ha per titolo: <i>Paulo e Daria amanti</i>. Non v'è traccia che
-meriti di seguirne la lettura. Vi sono però alcune ottave
-passabili, come:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Messer Luchino in segno di letizia</p>
-<p class="i02"> Fece ordinar un bel torneamento,</p>
-<p class="i02"> E de' compagni della sua milizia</p>
-<p class="i02"> Ne scelse appunto al numero duecento;</p>
-<p class="i02"> Ciascun de' quali ha forza e gran divizia;</p>
-<p class="i02"> Milanese ciascun, pien d'ardimento;</p>
-<p class="i02"> Che allor Milano al marzial negozio</p>
-<p class="i02"> Molto era intento e non marciava in ozio.</p>
-<p class="i01">Giunto era il giorno al tornear proposto</p>
-<p class="i02"> Da Luchin di Milan, signor e padre,</p>
-<p class="i02"> Qual credo fosse a' quindici d'agosto.</p>
-<p class="i02"> Quando vennero in campo ambe le squadre</p>
-<p class="i02"> Ognun quanto più può, fa del disposto,</p>
-<p class="i02"> Con sopraveste e fogge alte e leggiadre,</p>
-<p class="i02"> All'uso pur di quel buon tempo prisco,</p>
-<p class="i02"> Ch'ogni ornamento suo pagava el fisco.</p>
-<p class="i01">La compagnia d'Éstor tutta ross'era;</p>
-<p class="i02"> L'altra di Dario candida si vede,</p>
-<p class="i02"> Che de' Visconti la divisa vera</p>
-<p class="i02"> Bianca e rossa è, se al ver si presta fede, ec.</p>
-<p class="i10"> Canto II<a class="tag" id="tag295" href="#note295">[295]</a>».</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Il Corio ci descrive l'urbanità, l'opulenza, il raffinamento
-e il lusso della corte di Lodovico, prima che sventuratamente
-promovesse l'invasione dei Francesi. Spettacoli,
-giostre, tornei, occupavano l'ozio felice di que' tempi,
-ne' quali quel signore compariva il più rispettato principe
-<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span>
-d'Italia. L'ambasciator veneto Ermolao Barbaro, spettatore
-di que' tornei, compose i seguenti versi conservatici
-dal Corio:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Cum modo constratos armato milite campos</i></p>
-<p class="i02"> <i>Cerneret, expavit pax, Ludovice, tua.</i></p>
-<p class="i01"><i>Et mihi: surge inquit, circum sonat undique ferrum.</i></p>
-<p class="i02"> <i>Me meus ejecta Conditor arma parat.</i></p>
-<p class="i01"><i>Te rogo per Veneti sanctissima jura Senatus,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Occurre ingenti, si potes, exitio.</i></p>
-<p class="i01"><i>Tunc ego: pone metum, Dea; te Lodovicus adorat.</i></p>
-<p class="i02"> <i>Numine plus gaudet, quam Jovis, ille tuo.</i></p>
-<p class="i01"><i>Nec tu bella time, simulacra et ludrica sunt haec;</i></p>
-<p class="i02"> <i>Misceri hoc tantum convenit arma loco.</i></p>
-<p class="i01"><i>I nunc, et coelo terras cote, Diva, relicto;</i></p>
-<p class="i02"> <i>Sin minus, hic pro te sufficit, alta pete,</i></p>
-<p class="i01"><i>Sforciadasque tuos terra defende marique,</i></p>
-<p class="i02"> <i>Et belli et pacis artibus egregios.</i><a class="tag" id="tag296" href="#note296">[296]</a></p>
-</div></div>
-
-<p>
-Frutto di questa universale coltura promossa dal duca
-e dalla giudiziosa scelta ch'egli sapeva fare degli uomini
-<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span>
-di merito, fu la riunione del canale della Martesana con
-l'altro antico cavato del Tesino. Lionardo da Vinci, siccome
-ho accennato al capitolo decimosettimo, con sei sostegni
-superò la differenza del livello di circa tredici braccia,
-e rese la navigazione comunicante dal Tesino all'Adda.
-«L'invenzione dei sostegni a gradino era appunto di quel
-tempo; e i primi modelli in questo genere si sono veduti
-nei navigli di Bologna e di Milano». Così dice il sullodato
-Paolo Frisi<a class="tag" id="tag297" href="#note297">[297]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Il sistema del governo allora era questo. Lodovico aveva
-quattro segretari. Bartolomeo Calco era alla testa degli affari
-di Stato; egli apriva le lettere dei principi esteri; disponeva
-le risposte; dirigeva il carteggio co' ministri alle
-corti estere; trattava coi ministri forestieri residenti in
-Milano. Aveva sotto di sè varii cancellieri, uno per Francia,
-uno per Germania, uno per Venezia, e così dicendo.
-Il reverendo Jacopo Antiquario era segretario per le cose
-ecclesiastiche, per le spedizioni de' benefizii e cause dipendenti.
-Giovanni da Bellinzona era segretario per gli affari
-di giustizia, e singolarmente criminali. Giovanni Jacopo
-Terufio aveva gli affari della camera, e fissava la lista delle
-spese de' salariati ed altre costanti, spedendole ai <i>Magistri
-delle entrate</i>, ossia a quel corpo che oggidì chiamasi
-<i>Magistrato</i>, acciocchè ne facesse seguire alle scadenze i
-pagamenti. Questi quattro segretari avevano i loro dipartimenti
-nel castello, ordinaria residenza del duca<a class="tag" id="tag298" href="#note298">[298]</a>. Le
-<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span>
-entrate del duca ascendevano, tutto compreso, a seicentomila
-annui zecchini<a class="tag" id="tag299" href="#note299">[299]</a>. Delle gioie da monarca che Lodovico
-il Moro possedeva, le quali diede in pegno per averne
-danari, quattro pezzi sol bastano per darcene idea. Da un
-manoscritto antico conservato nella grandiosa collezione
-del signor principe di Belgioioso d'Este<a class="tag" id="tag300" href="#note300">[300]</a>, ciò ho rilevato.
-La carta si intitola: «Zoye impegnate che erino dell'illustrissimo
-signor Lodovico Sforza — El balasso chiamato el
-spino, estimato ducati venticinquemille. El rubino grosso
-con la insegna del caduceo, de carati 22, con una perla de
-carati 29, estimati ducati venticinquemille. La punta grossa
-di diamante, estimata ducati venticinquemille. La perla
-grossa pesa con l'oro den. 6, gra. 9, vale ducati diecimille».
-Il Corio ci descrive Lodovico Sforza come uomo
-di molto ingegno, d'aspetto veramente maestoso, di contegno
-nobile, e singolarmente pacato mai sempre, anche
-nelle occasioni nelle quali è più difficile il conservarsi
-tale. Le immagini che ci rimangono di lui, ci rappresentano
-appunto una fisonomia corrispondente, ed anche nel
-conio delle monete di allora si conosce la eleganza e maestria
-d'ogni bell'arte.
-</p>
-
-<p>
-Ripigliamo il filo della storia. I Francesi, entrati nell'Italia
-sotto il loro re Carlo VIII, la trascorsero come un
-fulmine dalle Alpi sino al regno di Napoli, di cui quasi
-senza contrasto s'impadronirono. Nessun riguardo usarono
-<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span>
-sulle terre del duca; anzi a Pontremoli uccisero varii del
-paese, ed alcuni degli stipendiati del duca. Cominciò allora,
-ma tardo, ad accorgersi Lodovico del vortice pericoloso in
-cui si era voluto immergere. Il duca d'Orleans in Asti
-non dissimulava punto d'essere quella l'occasione opportuna
-per far valere le ragioni della principessa Valentina,
-di lui ava, sul ducato di Milano. Il re Carlo si presenta a
-Firenze, e senza ostacolo se gli aprono le porte. Passa a
-Roma; indi, in tredici giorni, scaccia da Napoli e dal regno
-gli Aragonesi, ai quali appena erano rimaste alcune città
-marittime. Questo fatto veramente memorando e romanzesco,
-benchè verissimo, sbigottì tutti gli Stati d'Italia. Ma
-il tempo lasciò loro ripigliar animo. L'armata francese, insolentita
-per tanta fortuna, disprezzava troppo gli abitatori
-del paese. Non avevano limite alcuno le violenze di ogni
-genere. La rapina era senza nemmeno un velo di pudore.
-La virtù e la bellezza si credevano un prezzo giusto della
-conquista. Nessun asilo era sicuro contro della scostumatezza
-del vincitore. Il nome francese in pochi giorni divenne
-odioso a tutto il regno; ed il re Carlo trovossi mal
-sicuro e incerto di avere la comunicazione libera colla
-Francia. Il duca di Orleans mosse le sue genti dalla città
-di Asti verso Novara, e inaspettatamente la occupò, spiegandosi
-senza mistero di prendere egli per sè il milanese,
-come discendente dalla Valentina. Lodovico Sforza, costernato
-per tal rovescio, mal sicuro dei sudditi (presso i quali
-la morte dell'innocente duca Giovanni Galeazzo, la depressione
-della misera duchessa Isabella, il supplizio del Simonetta,
-l'usurpato dominio e la comperata investitura erano
-argomenti di avversione, malgrado le altre molte sue eccellenti
-qualità), Lodovico Sforza adunque in tal condizione
-si abbandonò d'animo a segno, che divisò di ricoverarsi
-in Aragona, ed ivi privatamente finire i giorni suoi, di
-che tenne discorso col ministro di Spagna residente in Milano.
-Ma Beatrice d'Este lo rianimò, s'intromise e lo costrinse
-a pensar da sovrano. Si formò una nuova lega fra
-il papa, i Veneziani e il duca di Milano. Sollecitamente
-riunirono le loro milizie per la comune salvezza dell'Italia.
-<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span>
-Le forze si postarono verso gli Appennini, attraverso dei
-quali dovevano passare i Francesi. Il re immediatamente
-partì da Napoli, lasciando in quel regno varii presidii nelle
-fortezze, e conducendo seco circa quindicimila uomini. Il
-papa si ricoverò in Ancona. Passò il re dalla Romagna e
-dalla Toscana, e giunto fralle angustie de' monti a Val di
-Taro, ivi ritrovò circa dodicimila soldati della nuova lega.
-Per un araldo il re fece significare ai collegati di maravigliarsi,
-trovando impedito il passaggio, non cercando egli
-se non di ritornarsene in Francia, pagando col suo denaro
-i viveri. Risposero i collegati che non lo avrebbero permesso,
-se prima non si restituiva Novara, indebitamente
-sorpresa. Ritornò l'araldo dicendo, che il re intendeva di
-passare senza condizione veruna; e che in caso di rifiuto
-ei si sarebbe fatta la strada sopra i cadaveri degl'Italiani.
-Questi risposero al re Carlo, che non si sarebbe egli spianata
-la via così facilmente, come gli era accaduto a Napoli
-e che lo aspettavano alla prova. Seguì poscia un'azione
-sanguinosa da ambe le parti, in cui però nessuna ebbe
-compiuta vittoria. Il re non si aprì l'uscita, nè rimase oppresso.
-Conobbe però il re Carlo che l'impresa non era
-sì facile, quanto se l'era immaginato. Spedì un araldo
-chiedendo tregua per tre giorni, onde seppellire i cadaveri,
-e i collegati l'accordarono soltanto per un giorno e mezzo.
-In sì fatto labirinto trovavasi il re cristianissimo, donde
-ne uscì il giorno 8 di luglio del 1495, fingendo di attaccare
-l'armata della lega, e frattanto ponendosi in marcia
-per uno stretto mal custodito dalla parte della Trebbia, e
-così ritornossene nel suo regno con poca gloria: poichè il
-re aragonese di Napoli, il quale erasi ricoverato nell'isola
-d'Ischia, ben tosto ricomparve nella sua capitale, dove fu
-con applauso e festa ricevuto; ed i presidii francesi, mancando
-di soccorso, attorniati da un popolo nemico, dovettero
-un dopo l'altro abbassar le armi e rendersi. Lo storico
-Voltaire si è lasciato sedurre dall'amor nazionale a segno
-di essere ingiusto cogl'Italiani in raccontando questa spedizione
-del suo re; quasi che, effeminati, molli, degradati,
-non vi fosse più fra di noi nè coraggio nè valor militare.
-<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span>
-Gli storici contemporanei d'Italia sono una manifesta prova
-dei traviamenti dell'autore francese nella decantata sua
-opera sulla storia generale; traviamenti che io appunto ho
-notati, perchè in moltissimi altri luoghi, riscontrandolo,
-hollo trovato tanto vero ed esatto, quanto elegante pensatore.
-</p>
-
-<p>
-(1496) Il duca Lodovico, quantunque liberato dall'imminente
-pericolo, non avea peranco riacquistato quel robusto
-vigor d'animo, senza di cui non si preserva lo Stato negli
-eventi contrari. Fortunatamente la duchessa Beatrice potè
-far le sue veci. Si raccolsero i confederati a scacciare il
-duca d'Orleans da Novara. Ivi la Beatrice d'Este vedeva
-schierarsi gli armati <i>al suo conspecto</i>, dice il Corio. Novara
-ritornò al duca. I Francesi abbandonarono il paese.
-La pace venne sottoscritta. Così in un anno cominciò e finì
-la rapidissima spedizione di Carlo VIII, senza verun frutto
-pei Francesi, anzi con loro danno e con danno dell'Italia.
-Cessato appena il pericolo dei Francesi, nacquero le solite
-rivalità fra gli Stati d'Italia. I Fiorentini volevano assoggettar
-Pisa. I Pisani si offersero al duca Lodovico, il quale
-per non offendere i Fiorentini, non volle accettarli. I Pisani
-si esibirono ai Veneziani, e questi, sebbene formalmente
-non li accettassero, destramente posero in Pisa un presidio.
-Lodovico, signore di Genova, e dell'isola di Corsica,
-da Genova dipendente, non mirò con indifferenza tal fatto,
-per cui le forze marittime venete potevano acquistare nuovi
-appoggi nel mar Tirreno. Pisa era considerata città imperiale.
-Il duca spedì all'imperatore Massimiliano Marchesino
-Stanga, animandolo a passare nell'Italia e soccorrere Pisa.
-Poi, nell'anno medesimo 1496, egli e la duchessa Beatrice
-sua moglie per Bormio si portarono incontro a quell'augusto
-a Malsio, e seco lungamente concertarono la spedizione.
-Per lo che l'imperatore per la Valtelina sen venne
-a Como; indi a Meda venne accolto dal duca e dalla duchessa
-Beatrice con pompa conveniente. Ivi concorsero gli
-oratori di quasi tutt'i principi d'Italia. Perchè l'imperatore
-non volesse veder Milano non lo so. Egli per Abbiategrasso,
-Vigevano e Tortona passò a Genova, d'onde per mare passò
-<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span>
-a Pisa, e festosamente vi fu accolto. Nessun altro frutto
-nacque da tale comparsa. L'imperatore ritornossene in
-Germania. Così il duca Lodovico fece comparire inutilmente
-nell'Italia il re di Francia prima, poi l'imperatore. (1497)
-Al cominciar dell'anno 1497 accadde al duca Lodovico Sforza
-la maggior disgrazia; e fu che li 2 di gennaio la duchessa
-Beatrice d'Este morì di parto, lasciandogli due figli, Massimiliano
-di cinque anni, e Francesco di quattro. La duchessa
-morì nell'età di 23 anni. Donna di animo virile;
-l'ascendente di cui reggeva la volontà del marito. Lodovico,
-dopo un caso sì funesto, non visse che in mezzo alle disgrazie,
-siccome vedremo, e non ne dimenticò mai la memoria.
-Vennero celebrate le solenni pompe funebri alla
-duchessa nella chiesa delle Grazie, dove fu tumulata: «et
-quivi fine al septimo giorno con la nocte, senza interposizione
-pur de un quarto d'hora, si celebrarono messe e
-divini officii, il che veramente fu cosa di non puocha admirazione»,
-dice il Corio. Il mausoleo di marmo colla statua
-di lei costò più di quindici mila ducati d'oro. Quella
-statua giacente scorgesi oggidì nella chiesa della Certosa
-presso Pavia, a canto ad una simile del di lei marito Lodovico,
-come si è accennato più sopra. L'anno del lutto fu
-tristissimo per l'infelice vedovo duca, privato della cara
-amica, unica confidente e reggitrice de' suoi pensieri. L'uso
-sin d'allora era di stendere i parati neri su tutti gli addobbi
-di corte. Terminato appena l'anno, l'inaspettata
-morte del re di Francia Carlo VIII, che non lasciava figli
-maschi, fe' passar la corona sul capo del duca d'Orleans
-Lodovico XII, primo principe del sangue, discendente del
-re Carlo V. L'ava di Lodovico XII fu appunto la Valentina
-Visconti, figlia del primo duca di Milano Giovanni Galeazzo.
-Il re nuovo di Francia pretendeva que' diritti che non poteva
-allegare Carlo VIII, che da lei non discendeva; ed il
-nuovo re aveva chiaramente già palesata co' fatti la volontà
-di farli valere. Il re aveva trentasei anni; e come duca
-d'Orleans assumeva il titolo di duca di Milano.
-</p>
-
-<p>
-I Veneziani, il papa Alessandro VI e il nuovo re di Francia
-Lodovico XII si collegarono. I Veneziani pretendevano
-<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span>
-il Cremonese e la Gera d'Adda; per modo che i confini loro
-si stabilissero quaranta braccia lontani dalla sponda sinistra
-dell'Adda, rimanendo il fiume colle due sponde al ducato
-di Milano. Il papa pretendeva Imola, Forlì, Pesaro e
-Faenza, per formare uno Stato al duca di Valentinois Cesare
-Borgia, suo figlio. Il re di Francia pretendeva il regno
-di Napoli e il milanese. (1498) Si collegarono promettendosi
-vicendevole assistenza; ed il trattato si sottoscrisse in
-Blois il giorno 25 di marzo dell'anno 1498<a class="tag" id="tag301" href="#note301">[301]</a>. Il re di
-Francia aveva ottenuto dal papa Alessandro VI di ripudiare
-Giovanna, duchessa di Berrì, figlia di Luigi XI, re di Francia,
-che da ventitre anni eragli moglie; e così potè sposare
-la vedova di Carlo VIII, Anna di Bretagna, che gli recava
-la Bretagna in dote. Per tal benemerenza Cesare Borgia
-fu creato duca di Valentinois, e furongli promesse le città
-della Romagna, che possedevansi dai signori della Rovere.
-Soprastava un tal nembo sul capo del già abbattuto duca
-Lodovico, quando per parte del re di Francia gli venne
-fatta proposizione di lasciargli godere il ducato sin ch'ei
-fosse vissuto, e per due anni ancora lo godessero dopo sua
-morte i di lui figli, a condizione che frattanto egli sborsasse
-ducentomila ducati d'oro al re di Francia. V'era di
-più la condizione che qualora Lodovico XII non avesse figli,
-non si turbasse il dominio dei successori dello Sforza. L'affare
-venne proposto nel consiglio del duca. Il tesoriere ducale
-Landriano<a class="tag" id="tag302" href="#note302">[302]</a> altamente opinò, che mai non si dovesse
-accettare un tale progetto, poichè con ducentomila ducati
-ve n'era abbastanza, a parer suo, per far la guerra per
-ducent'anni al re di Francia. La bravata era senza fondamento;
-pure il duca vi si uniformò. Quando poscia ne venne
-in seguito la eversione totale dello Stato, un gentiluomo
-milanese, che nominavasi Simone Rigoni, affrontò l'adulatore
-<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span>
-Landriano, per cui lo Stato e la patria erano in rovina,
-e lo uccise<a class="tag" id="tag303" href="#note303">[303]</a>. (1451) I francesi aveano un punto di appoggio
-di qua dalle Alpi nella città di Asti; ed ivi il re
-Lodovico XII fece passare un grosso esercito, e ne diede
-il comando a Gian Giacomo Trivulzio, valoroso soldato, illustre
-milanese, nemico personale del duca Lodovico Sforza,
-da cui gli erano stati confiscati i beni. Questo comandante
-aveva la cognizione del paese, un partito, una passione sua
-propria per abbattere il duca; avea servito già nella spedizione
-di Carlo VIII; era insomma il più opportuno generale
-che il re di Francia potesse scegliere a questa impresa.
-Il duca non poteva fidarsi nè delle forze proprie, nè
-della volontà dei sudditi, per le ragioni già accennate. I
-soccorsi da Napoli o da Firenze erano incerti e remoti.
-L'imperatore Massimiliano, nipote del duca, era di buona
-fede e impegnato per lui; ma il pericolo sovrastava a giorni.
-Il duca scelse il partito di abbandonare lo Stato e seco
-condurre nel Tirolo i figli, ricorrendo a quell'augusto. I
-Veneziani s'avanzavano dalla parte d'Oriente; dall'opposta
-s'innoltravano i Francesi sotto del Trivulzio: non v'era
-tempo a consigli. In quel punto venne presentata al duca
-una lista di quindici primari signori del paese che tramavano
-contro di lui, e tenevano segreta corrispondenza col
-nemico. I fatti erano avverati. Il duca non volle far male
-alcuno a coloro che avea beneficati ed amava. Prima di abbandonare
-Milano egli portossi dalla duchessa Isabella, le
-cedette il ducato di Bari, le chiese il di lei figlio Francesco
-per salvarlo e condurlo seco nella Germania; ma la duchessa
-no 'l consentì. Pensò Lodovico il Moro di confidare
-il castello di Milano ad un uomo di provata fede, giacchè
-dalla difesa di esso dipendeva la sovranità. Nel castello era
-riposto l'archivio ducale, vi erano tutte le preziose suppellettili
-della duchessa Beatrice e degli antecessori, valutate
-centocinquantamila ducati. V'era un presidio di duemila
-ottocento fanti, mille ottocento pezzi d'artiglieria, e abbondantissime
-<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span>
-vittovaglie e munizioni da guerra. Lodovico divisò
-di affidarne il comando a Bernardino da Corte. Il cardinale
-Ascanio Sforza, fratello, e il Sanseverino l'avvertirono
-di non fidarsi di colui. (1499) Ma il duca non badò
-loro, e fattolo a sè chiamare, lo dichiarò castellano; indi,
-umanissimamente abbracciandolo, gli disse: Io vi confido
-la più preziosa fortezza del mio Stato, difendetela per soli
-tre mesi, e se dentro questo spazio non vi manderò soccorso,
-disponetene come giudicherete a proposito; il che
-accadde nel giorno memorabile 2 settembre 1499. Ciò fatto,
-il duca verso sera uscissene dal castello, e diè congedo ai
-molti signori ch'erano disposti ad accompagnarlo. Altra
-cura aveva nell'animo, suggerita dall'intimo del cuore, la
-quale non poteva essere che frastornata dai vani omaggi
-de' sudditi. Non poteva allontanarsi da Milano senza sentire
-che si allontanava dall'amata spoglia della Beatrice, a cui
-destinò l'ultima visita. Cavalcò alle Grazie; volle rivedere
-la tomba e l'effigie della perduta sposa. I sentimenti di natura
-si rinvigoriscono a proporzione che dileguansi le larve
-della fortuna. Non poteva staccarsene, e costretto pure a
-partirsene, più volte si rivolse a mirare il monumento
-della sua tenerezza e del dolor suo. Immediatamente di là
-s'incamminò a Como, d'onde pel lago passò nella Valtellina,
-indi per Morbegno, Sondrio, Tirano, Bormio, Bolzano
-e Brixen passò ad Inspruck, residenza dell'imperatore Massimiliano.
-Prima però d'imbarcarsi sul lago di Como, il
-duca, da una loggia in Como, si presentò al popolo, e fece
-da quel luogo pubblicamente noti i sentimenti suoi, dicendo:
-«Che la fortuna avversa l'aveva ridotto a quel duro
-passo di abbandonare lo Stato, senza ch'egli avesse luogo
-a rimproverarsi imprudenza o spiensieratezza alcuna. Che
-l'unico motivo di tale ingrato destino egli doveva riconoscerlo
-dalla perfidia di coloro ne' quali sventuratamente
-aveva riposta la più sincera fidanza. Egli confessava di essersi
-ingannato nella scelta, e di essersi con troppo buona
-fede lasciato sedurre da que' visi mascherati i quali attorniano
-i sovrani. Il male era fatto. In quel punto egli andava
-co' suoi figli a ricovrarsi presso dell'augusto Massimiliano;
-<span class="pagenum" id="Page_268">[268]</span>
-giacchè s'egli avesse preteso in quel punto di opporsi alla
-prepotente armata de' Francesi invasori, avrebbe fatto versare
-il sangue umano senza probabilità veruna di preservare
-lo Stato dalla inevitabile occupazione. Ch'egli dall'imperatore
-si prometteva ogni soccorso, e pei stretti vincoli
-di sangue che lo univano a quel monarca, e per la giustizia
-della sua causa, che interessava l'Impero in favore di
-sè, come feudatario del medesimo. Che gli onori già concessigli
-dalla cesarea maestà erano una caparra del buon
-successo; sicchè sperava fra poco di rivedere la patria con
-una armata bastante a liberarla dall'usurpazione del re di
-Francia. Raccomandò ai sudditi di accomodarsi ai tempi,
-di non eccitare con intempestivo zelo la vendetta de' Francesi,
-onde al suo ritorno potessero accoglierlo come loro
-padre, giacchè egli li considerava tutti come suoi figli».
-La presenza di spirito di parlare in pubblico, e di parlarvi
-in tanto angustiosa occasione, e sì acconciamente, fanno
-conoscere che l'amore di Lodovico per le lettere e le belle
-arti non era una principesca vanità, ma sentimento di un
-uomo colto e d'ingegno. Mentre ancora stava il duca parlando
-dalla loggia ai Comaschi, erano già penetrati i Francesi
-nei sobborghi di Como, con animo di farlo prigioniero;
-ma per buona sorte avvisato, appena ebbe il tempo di balzare
-in una barca e recarsi a Bellagio.
-</p>
-
-<p>
-Gian Giacomo Trivulzi, che da alcuni anni era esule
-dalla patria, entrò in Milano come generalissimo dell'armata
-francese il giorno 6 di settembre, quattro giorni dopo
-che il duca l'aveva abbandonata. Egli si portò solennemente
-al Duomo a ringraziare l'Arbitro delle cose, di un
-avvenimento gloriosissimo per esso lui. Tre giorni dopo
-l'armata francese venne in Milano; e furono collocate le
-truppe a San Francesco, a Sant'Ambrogio, all'Incoronata.
-La licenza militare de' giovani soldati francesi era somma
-in ogni genere; e il Trivulzio pensò di contenerla con
-fermo rigore nella disciplina. Il Corio ci racconta che per
-un pane violentemente rapito, due soldati guasconi vennero
-tosto appiccati a due piante fuori della porta Ticinese;
-che un altro francese, per aver rubata una gallina,
-<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span>
-venne immediatamente appeso; che al Pontevetro sul momento
-venne appeso un francese che aveva rubato un
-mantello; e che ivi pure, senza riguardo nè indugio, fu
-fatto appiccare un cavalier francese, monsieur Valgis, che
-aveva poste le mani violentemente sopra di una zitella.
-Ciò serviva ad impedire quei disordini che avevan reso
-odioso il nome francese nel regno di Napoli quattr'anni
-prima; e serviva pure a conciliare la benevolenza de' nazionali
-verso del comandante. Ma il posseder Milano, mentre
-una fortezza, quale era il castello, era presidiata validamente
-dagli sforzeschi, era un pericolo anzi che un
-vantaggio. Una vigorosa uscita degli sforzeschi poteva essere
-funesta ai Francesi sparsi ne' conventi. Pensò dunque
-il Trivulzio di corrompere Bernardino da Corte, castellano,
-giacchè la strada di un formale assedio doveva esser
-lunga, di evento dubbioso, di molto dispendio e diminuzione
-delle forze francesi. Il vilissimo Bernardino da Corte,
-senza nemmeno aspettare un apparente assedio cominciato,
-pattuì il prezzo del suo tradimento, e si divisero le ricchezze
-depositate nel castello fra il Trivulzio, il Corte e
-varii altri complici. Il Corio ci racconta che tal novella arrivasse
-all'orecchio dell'infelice duca mentre egli cavalcava
-fra i Grigioni prima di giungere nel Tirolo; ma siccome
-il tradimento si eseguì e manifestò il giorno diecisette
-di settembre del 1499, cioè quattordici giorni dopo
-che Lodovico era già partito da Como, mi pare più verisimile
-la cronaca del Grumello che dice: «Et ritrovandosi
-epso Ludovico in la cita di Insprucho in sua camera, assentato
-sopra il suo lecto, parlando co' suoi gentilhomini
-di riacquistar el stato suo di Milano, hebe nuova del perduto
-castello suo di porta Giobia. Leggendo le lettere recepute,
-intendendo nuova pessima, stando sopra di sè, non
-parlando come fusse muto, alciando gli occhi al cielo, disse
-queste poche parole: Da Juda in qua non fu mai il maggior
-traditore de Bernardino Curzio; et per quello giorno
-non mosse altre parole<a class="tag" id="tag304" href="#note304">[304]</a>».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span>
-</p>
-
-<p>
-Resasi per tal modo l'armata francese padrona in un
-baleno del ducato di Milano, il re Lodovico XII immediatamente
-scese dalle Alpi; il 21 settembre fu a Vercelli,
-il 23 a Novara, il 26 a Vigevano, che egli eresse in marchesato
-e lo conferì al Trivulzio, che assunse il titolo di
-marchese di Vigevano, e vi battè moneta. Questo marchesato
-gli fu dal re dato in compenso dell'artiglieria del castello
-di Milano, che doveva essere per metà del Trivulzio.
-Lodovico XII entrò solennemente in Pavia il giorno 2 di
-ottobre, e il giorno 6 dello stesso mese fece il suo pomposo
-ingresso in Milano per porta Ticinese. Gli ambasciatori
-dei Veneziani, Fiorentini, Bolognesi, di Siena, di Pisa
-e di Genova conducevano seco loro un séguito di seicento
-cavalli, e andarono incontro al re. Il re aveva seco il duca
-di Savoia, il marchese di Monferrato, il cardinale di San
-Pietro in Vincola. Tutto il clero in abiti pontificali precedeva.
-Poi venivano i carriaggi, riccamente coperti, trenta
-del duca di Savoia, quarantadue del cardinale anzidetto,
-sessantaquattro del re. Moltissimi altri carriaggi, coperti
-d'oro e di seta, di altri distinti personaggi. Poi cento
-suonatori di trombe con altri musici. Quindi venivano i
-paggi, otto di Savoia, quattro del duca di Valentinois,
-dodici del re, magnificamente corredati, con arnesi d'argento
-anche sotto i piedi de' cavalli. Poi quattrocento
-fanti reali, in uniforme giallo e rosso, armati di picche.
-Poscia il capitano della guardia a cavallo, alla testa di
-mille e venti cavalieri, che avevano tutti uniforme verde
-e rosso, e sul petto ricamato l'<i>Istrice</i>, divisa che Lodovico
-aveva assunta. Questi mille e venti uomini a cavallo erano
-tutti di statura stragrande. Appresso venivano ducento gentiluomini
-a cavallo, armati e vestiti superbissimamente. Da
-ultimo veniva il re sopra di un bellissimo destriero. Il re
-era vestito di bianco, coi contorni di pelliccia, e portava in
-capo la berretta ducale di Milano. Egli marciava sotto di
-un baldacchino di broccato d'oro e bianco, preceduto dal
-generale Gian Giacomo Trivulzio col bastone dorato in
-mano. Il baldacchino era portato da otto dottori e fisici di
-collegio, vestiti di scarlatto, col bavero di pelli di vaio.
-<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span>
-Giunto il re al ponte vicino alle colonne di San Lorenzo,
-dove era in allora la porta della città, ricevette le chiavi
-che gli presentò il contestabile di quella porta. Il contestabile
-s'inginocchiò; ed il re, toccandolo sopra le spalle
-collo scettro che avea nella destra, lo creò cavaliere. Il
-contestabile baciò lo scettro, e continuò il re il suo cammino
-processionalmente sino al Duomo. Seguivano il re i
-cardinali di Burges, San Pietro in Vincula e di Rohan, e
-gli ambasciatori di Napoli, Savoia, Estensi, Mantovani, e
-i disopra nominati. Il giorno seguente, cioè al 7 di ottobre,
-il re volle assistere ad una solenne messa dello Spirito
-Santo in Sant'Ambrogio; indi si pose a conversare co'
-nobili milanesi più da gentile signor forestiere, che da
-monarca. Lodovico XII allora viveva come farebbe un buon
-sovrano ai tempi nostri. Egli fu a godere di balli e pranzi
-presso molti de' nostri. Il giorno 15 ottobre fu ad una
-magnifica festa di ballo e cena da messer Francesco Bernardino
-Visconte in porta Romana. Il giorno 18, messer
-Francesco Trivulzio, commendatore di Sant'Antonio, gli
-diede un pranzo<a class="tag" id="tag305" href="#note305">[305]</a>. Il giorno 20, a nome della città di
-Milano, fugli imbandito un pranzo nella corte vicina al
-Duomo. Le pareti della gran sala erano coperte di drappo
-celeste, ricamato a gigli d'oro; vi si trovarono convitate
-quaranta damigelle<a class="tag" id="tag306" href="#note306">[306]</a>; v'intervennero molti ambasciatori,
-illustri personaggi e principi, fra i quali il duca di Valentinois
-e il duca di Savoia, i marchesi di Monferrato e
-di Saluzzo, il cardinale Orsini. Una festa di ballo terminò
-quella giornata. Il re, sempre cortese ed affabile, accettò
-di levare al sacro fonte un bambino del conte Lodovico
-Borromeo; andò a visitare la contessa Bona Borromeo, partoriente,
-al di lei giardino fuori di porta Tosa; volle darle
-in dono una collana d'oro del prezzo di cinquecento ducati,
-e volle cenare da lei. Lodovico XII alloggiò nel castello,
-e si trattenne per tal modo in Milano ventisette
-<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span>
-giorni, essendone partito il 3 di novembre del 1499<a class="tag" id="tag307" href="#note307">[307]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Giunto a Vigevano, il re Lodovico, prima di ripassar le
-Alpi e rivedere il suo regno, volle piantare un nuovo sistema
-politico nel milanese. Quindi, in data del giorno 11
-novembre 1499, in Vigevano, volle pubblicare un editto
-perpetuo<a class="tag" id="tag308" href="#note308">[308]</a>. Primieramente stabilisce che nella città di
-Milano risieda un governatore suo luogotenente, nobile,
-cospicuo e militare, da cui dipenda tutto ciò che concerne
-la guerra, e che abbia la plenaria podestà sulle città, borghi
-e terre, per la loro conservazione, come se fosse il re.
-Secondariamente stabilì che vi fosse un gran cancelliere
-forastiero e custode del sigillo, e nel tempo stesso presidente
-del senato. In terzo luogo che non vi fossero più
-due consigli, uno di Stato, l'altro di giustizia; ma un solo
-supremo consiglio col nome di <i>Senato</i>, sotto la presidenza
-dell'anzidetto gran cancelliere. Volle che i senatori fossero
-di professioni diverse, cioè due prelati, quattro militari, e
-il rimanente dottori, de' quali alcuni volle che fossero
-forestieri. Queste cariche furono dichiarate perpetue e indipendenti
-dal governatore; anzi stabilì il re che il solo
-senato dovesse giudicare de' casi ne' quali un senatore
-avesse meritato il congedo. Concesse al senato la facoltà
-di confermare o infirmare i decreti del re; di accordare
-ogni dispensa; e che tutte le grazie, donativi, privilegi o
-editti di giustizia e di polizia emanati dal trono, fossero di
-nessun valore, se non venivano <i>interinati</i> dal senato. Comandò
-che qualunque sentenza del senato si eseguisse, e
-che gli atti fossero in nome del re<a class="tag" id="tag309" href="#note309">[309]</a>. Al senato medesimo
-<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span>
-affidò la scelta de' professori dell'università di Pavia. Finalmente
-creò due nuove cariche, un avvocato fiscale e un
-procurator fiscale. Nominò poi governatore e suo luogotenente
-Gian Giacomo Trivulzio, marchese di Vigevano e
-maresciallo di Francia; gran cancelliere il vescovo di Luçon,
-Pietro di Saverges; senatori, Antonio Trivulzio, vescovo
-di Como, Girolamo Pallavicino, vescovo di Novara; i
-militi Pietro Gallarate, Francesco Bernardino Visconte, conte
-Giberto Borromeo ed Erasmo Trivulzio; i dottori Claudio
-Leistel, consigliere del parlamento di Tolosa, Gian Francesco
-Marliano, Michele Riccio, Gian Francesco Corte, Gioffredo
-Caroli, consigliere del parlamento del Delfinato,
-Giovanni Stefano Castiglione, Girolamo Cusano, Antonio
-Caccia. L'avvocato fiscale fu Girolamo Morone, uomo di cui
-più volte avrò in seguito a far menzione; ed il procurator
-fiscale fu Giovanni Birago. Ciò fatto, il re ripassò le Alpi
-conducendo seco il conte Francesco Sforza, figlio dell'estinto
-duca, fanciullo di otto anni, il quale dappoi sempre visse
-in Francia tranquillamente ed agiatamente come un ricco
-gentiluomo, godendo l'abbazia di Marmontiers. La duchessa
-Isabella si staccò in tal guisa per sempre dal figlio; ed
-ella pure partissene da Milano, e visse a Bari nel regno di
-Napoli, seco conducendo le due figlie Bona ed Ippolita; la
-prima delle quali poi fu sposata da Sigismondo re di Polonia,
-l'anno 1518. Così terminò la discendenza dell'infelice
-sesto duca Giovanni Galeazzo Sforza.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span>
-</p>
-
-<p>
-La condotta del re Lodovico XII non poteva essere più
-giudiziosa per rendersi affezionati i nuovi sudditi. Egli affidò
-la suprema autorità alle mani di un nazionale. Visse
-colla maggior affabilità, quasi da privato conversando. Stabilì
-un senato colle facoltà da me ricordate. Con tal sistema
-la forza militare rimase unicamente in potere del luogotenente,
-e così sciolta e pronta senza alcuna formalità alla
-difesa dello Stato. La vita e la libertà e le sostanze dei
-sudditi rimasero all'ombra di una moderata monarchia, dipendenti
-da quel senato, composto di molti senatori, di
-stato differente; per modo che non era da temersi che la
-violenza entrasse a prendere giammai il nome della giustizia.
-La pietà degli ecclesiastici, l'onore dei militari, l'accurata
-ponderatezza dei dottori, vicendevolmente doveano
-contenere i privati affetti. Il gran cancelliere, senza il sigillo
-del quale non valeva alcun decreto, poteva riferire
-nel senato, indipendentemente dal governatore, que' tentativi
-che per avventura il governatore proponesse a danno
-della civile libertà di alcuno, e così eluderli. Il governatore,
-non potendo da sè punire i senatori, dovea però vegliare
-sopra di essi, e col diretto carteggio alla corte dovea prevenire
-l'abuso che mai o il senato o gli individui di esso
-facessero della autorità. Per una provincia rimota, alla testa
-di cui si voglia porre un suddito, non pare possibile
-l'architettare un sistema più ragionevole di questo, e convien
-dire che tale ei fosse, se malgrado le variazioni che
-vi si fecero guastandolo, pure, anche sotto diverse dominazioni,
-si sostenne poi per secoli.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap20">CAPITOLO XX.
-
-<span class="smaller"><i>Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e
-governo del re di Francia Lodovico XII, fino alla
-lega di Cambrai.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-(1500) Poichè il re Lodovico XII ebbe abbandonato Milano
-per ritornarsene nel suo regno, una porzione dell'armata
-francese s'incamminò verso della Romagna per togliere
-Imola e le altre città promesse al duca di Valentinois,
-dalle mani del conte Girolamo della Rovere. Il duca
-di Valentinois era figlio di Alessandro VI, il conte Girolamo
-era figlio di Sisto IV. È facile l'immaginarsi quai dovessero
-essere i costami di quei tempi, se tali esempi diedero
-anche i poscia graduati al sommo sacerdozio. Doveva
-quindi quel corpo di francesi innoltrarsi ad occupare il regno
-di Napoli. Divenne così meno imponente nella Lombardia
-la nuova forza conquistatrice. Il governatore maresciallo
-Trivulzio stabilì la sua residenza nella corte vicino
-al Duomo, avendovi una guardia di trecento tedeschi. Malgrado
-la severità della disciplina usata dal Trivulzio, siccome
-accennai, non era possibile il prevenire ogni disordine.
-Un francese pose violentemente le mani sopra di una
-contadina che portava il pane a cuocere al pubblico forno
-in Lardirago, terra lontana da Pavia cinque miglia. La contadina
-si difese robustamente. Il francese non voleva desistere.
-Accorse il di lei padre con un bastone. Il francese lo stese
-morto. Varii contadini si scagliarono sull'uccisore, che dovette
-soccombere. Un corpo di francesi postato nel contorno sopravenne;
-saccheggiò la terra, bruciò le case, impiccò varii.
-In Milano pure si cominciarono a vedere delle tumultuarie
-adunanze di malcontenti. La plebe in porta Ticinese
-si attruppò e gettò a terra i banchi ai quali si riscuotevano
-<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span>
-le gabelle. Il governatore Trivulzio vi si recò; e
-dopo di avere inutilmente procurato che badassero alle di
-lui parole, diè mano alla spada, e, secondato da' suoi domestici,
-uccise alcuni e molti altri rimasero assai mal conci.
-L'affare non terminava così, se messer Francesco Bernardino
-Visconte, signore sommamente autorevole, non vi accorreva.
-Si abolirono alcune gabelle, venne sedato quel
-disordine; ma non perciò rimase quieta la città. Frate Girolamo
-Landriano, generale degli Umiliati, messer Leonardo
-Visconte, e messer Alessandro Crivello, proposto di San
-Pietro all'Olmo, animavano la plebe contro del nuovo governatore
-Trivulzio. Lodovico il Moro, accostatosi a Como,
-col favore dei cittadini v'era rientrato, ed eransi espulsi i
-Francesi. Ivi s'andavano radunando Tedeschi e Svizzeri
-allo stipendio sforzesco. Il giorno 27 di gennaio 1500 si
-cominciò a conoscere nella città un'inquietudine che minacciava
-la sedizione. Il Trivulzio pose dell'artiglieria sulla
-torre che allora sosteneva le campane del Duomo, e si premunì
-in corte; ma trovandosi ivi mal collocato, e nel centro
-di una città mal contenta, pensò di ricoverarsi nel castello.
-Il popolo violentemente se gli oppose; giacchè temevasi
-che, giuntovi, non adoperasse quell'artiglieria sulla
-città. Il Trivulzio parlò al popolo, lagnandosi di non essere
-profeta nella sua patria. Mostrò essere pazzia l'ostinarsi a
-voler essere piuttosto sudditi di un piccolo principe, ramingo,
-bisognoso, e che smunga i popoli colle gabelle,
-anzi che ubbidire ad un monarca generoso, potente, ricco....
-Le grida insultanti del popolo non gli permisero
-di continuare il discorso, e non senza pericolo; sicchè appena
-gli riuscì di ricoverarsi nuovamente in corte. Poco
-dopo il popolo pose le barricate alle imboccature delle
-strade, e tutte le finestre ebbero provvisioni di sassi ed
-altre materie, per offendere i Francesi. Fra le lettere di
-Girolamo Morone una ve n'è del 4 marzo 1500, in cui, descrivendo
-a Girolamo Varadeo quest'incontro, dice del Trivulzio:
-che<a class="tag" id="tag310" href="#note310">[310]</a> <i>in tanto prorupit iracundiam, ut prudentiam
-<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span>
-omnem abjecisse videretur.... seroque cognovit
-humanitatem et mansuetudinem, saeviente populo, magis
-quam vim et arrogantiam proficere.</i> Vi fu chi rimproverogli
-di aver tre faccie, come ne portava lo stemma<a class="tag" id="tag311" href="#note311">[311]</a>;
-fugli rinfacciato di essere egli ribelle al suo sovrano<a class="tag" id="tag312" href="#note312">[312]</a>,
-subdolo, traditor della patria, e dovette soffrire tutto ciò
-da una moltitudine di seimila persone armate, il che si scorge
-nella citata lettera. A tale stato si ridussero gli affari dei
-Francesi poco dopo partito il re.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto Lodovico il Moro (che in Inspruck era stato accolto
-umanamente e con sensibilità dall'imperator Massimiliano)
-non avea omessa cosa alcuna affine di accelerare
-il suo ritorno nella patria. Vero è che nell'avversa fortuna
-quel principe non seppe mostrare quel vigor d'animo e
-quella serenità di mente, che solo possono farci reggere
-fralle sventure e superarle. Egli da Inspruck spedì Ambrogio
-Bugiardo per Bari, e Martino Casale per Pesaro, colle
-istruzioni a ciascuno di portarsi a Costantinopoli. Questa
-commissione In data a due, e per vie separate, acciocchè
-uno almeno potesse eseguirla. Voleva che a di lui nome
-animassero il Turco a passare nell'Italia ed aiutarlo a ricuperare
-Genova, promettendo di unirglisi per far la guerra
-ai Veneziani. Parrebbe incredibile questo partito, se il Corio
-non ci avesse stampate le istruzioni dalle quali furono
-accompagnati que' due ministri<a class="tag" id="tag313" href="#note313">[313]</a>. Ma la protezione dell'imperatore
-procurò allo Sforza soccorsi più reali e solleciti; essendosi
-per ordine suo radunato un valente corpo di Svizzeri
-e di Tedeschi. Questi l'aspettavano ne' confini; e trovandosi,
-<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span>
-siccome accennai, diminuite le forze dei Francesi, pel corpo
-di milizia spedito all'impresa d'Imola sotto il comando dell'Allegre,
-riuscì facil cosa al duca di nuovamente presentarsi,
-e le inquietudini del popolo ne furono opportuna
-occasione. Messer Sanseverino comandava quattromila fanti
-svizzeri. All'accostarsi di questi, il Trivulzio abbandonò Milano.
-Il giorno 4 di febbraio 1500 il duca Lodovico rientrò
-in Milano per porta Nuova, cinque mesi e due giorni dopo
-che l'ebbe abbandonata. Tutti i corpi politici gli andarono
-incontro. Mentre il duca Lodovico passava verso la Scala,
-dove oggidì è il teatro, venne avvisato che i Francesi, padroni
-del castello, facevano una sortita; il che alquanto lo
-sconcertò. Nulladimeno vi si pose ordine, ed egli proseguì
-l'intrapreso cammino al Duomo, d'onde passò ad alloggiare
-nella corte, su cui l'artiglieria del castello, sebbene operasse,
-non potè far danno, per esserne premuniti i tetti.
-Un giorno solo rimase Lodovico in Milano: egli passò a Pavia,
-lasciando al governo di Milano il cardinale Ascanio suo
-fratello.
-</p>
-
-<p>
-Gli sforzeschi saccheggiarono le case del castellano traditore
-Bernardino Corte e de' Trivulzi<a class="tag" id="tag314" href="#note314">[314]</a>. Messer Erasmo
-Trivulzio si avventurò di presentarsi al duca, chiedendogli
-perdono. Il duca, inasprito dalle vicende, lo condannò ad
-esser chiuso nel forno di Monza, cioè nel carcere orrendo
-fabbricato e sofferto da Galeazzo I<a class="tag" id="tag315" href="#note315">[315]</a>. Ma il cardinale Ascanio,
-più saggio, persuase al duca di non usare la vendetta.
-Il tempo era quello che più che mai di acquistarsi gli animi
-colla benignità e col perdono.
-</p>
-
-<p>
-Dee cagionar meraviglia il vedere come senza spargersi
-quasi sangue umano, ritornassero gli sforzeschi ad impadronirsi
-<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span>
-di Milano, e ne scacciassero i Francesi. Vero è,
-com'è notato più sopra, che l'armata francese erasi indebolita
-per la spedizione dell'Allegre; vero pure è che sedicimila
-svizzeri e mille corazzieri tedeschi s'erano uniti
-allo stipendio del duca Lodovico; che non mancava il duca
-nè d'artiglieria, nè di corrispondenti munizioni: ma pure
-potevasi disporre colle truppe francesi un campo e disputare
-almeno l'ingresso nel milanese allo Sforza. Ciò non si
-fece per le rivalità consuete fra i primi generali e ministri.
-Gian Giacomo Trivulzio era, come si è detto, luogotenente
-del re e governatore. Ma i primari francesi, mal sofferendolo,
-attraversavanlo in ogni cosa. Il conte di Lignì, uomo
-di somma autorità nella guerra, disponeva le cose per modo
-che appena lasciava al Trivulzio il titolo di governatore. Il
-vescovo di Luçon, gran cancelliere e presidente del senato,
-bramava non meno dell'altro la rovina del Trivulzio. Si voleva
-che gli affari andassero male a segno che il re fosse
-costretto di togliere al Trivulzio la dignità. Di ciò scrive
-minutamente Girolamo Morone a Girolamo Varadeo, in data
-del 31 dicembre 1499<a class="tag" id="tag316" href="#note316">[316]</a>. Questo illustre nostro cittadino
-<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span>
-Morone in seguito ebbe molta parte negli avvenimenti pubblici
-del Milanese e dell'Italia, come vedremo. Fu veramente
-uomo grande, di un giudizio esatto, di penetrante
-<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span>
-ingegno, e tale che in ogni secolo, e presso qualunque nazione
-avrebbe potuto primeggiare; il che non si può dire
-di molti. Lodovico XII nel nuovo piano politico aveva creato
-un avvocato fiscale, il quale per ufficio avesse cura e tutela
-delle ragioni del principe, sì per gl'interessi camerali, che
-per la giurisdizione rispetto a' feudi, alla corte di Roma e
-ad ogni altra competenza. Questo avvocato del principe
-aveva la facoltà d'intervenire a qualunque adunanza in cui
-potesse avere interesse la giurisdizione sovrana; nè potevasi
-dai tribunali determinare, se prima su tai punti non
-avesse esposte le sue ragioni l'avvocato del re. A questa carica
-volle Lodovico XII promovere un nobile milanese che
-ne avesse il talento; e scelse il giovane Girolamo Morone,
-mosso dalla buona fama che correva di lui, senza ch'ei lo
-sognasse nemmeno. Tant'egli era alieno dal pensarlo, che
-vennegli l'annunzio per parte del re, mentre egli, ritirato
-in una villa, stavasene lontano dalla tumultuosa rivoluzione
-che cagionava nella città la venuta de' Francesi. Morone
-nelle sue lettere descrive il fatto. Egli eseguì assai bene il
-proprio ufficio finchè dominarono i Francesi. Partiti questi,
-<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span>
-egli rimase in Milano senza inquietudine, perchè senza
-colpa. Il duca Lodovico lo chiamò, e lo accolse con somma
-cortesia. Gli propose di volerlo spedire a Roma ed a Napoli
-per ricercare soccorsi contro de' Francesi; e lo avvisò
-di prepararsi ad eseguire questa commissione. Il Morone
-ringraziò il duca dell'onore che voleva fargli; ma considerandosi
-ancora assai giovine ed imperito per affari di Stato,
-supplicò per essere dispensato da una commissione che difficilmente
-sarebbe riuscita con buon servigio del duca e con
-onore di lei. Il duca Lodovico graziosamente replicò che il
-senno del Moroni era virile se l'età era fresca, e che sperava
-sarebbe ottimamente riuscito. Il Moroni soggiunse al duca che
-nè il papa, nè il re di Napoli si sarebbero fidati di lui attesochè
-dai Francesi era stato beneficato, e che questo solo bastava a
-renderlo un negoziatore infelice. Nemmeno a ciò s'arrese il
-duca, replicando che la confidenza ch'egli mostrava di avere
-in esso lui, avrebbe convinti e il papa e il re per modo che
-avrebbero liberamente trattato seco. Vedendo il Morone deluso
-ogni sotterfugio, con sommessione dichiarò ch'egli
-avrebbe data la vita pel servigio del suo natural principe;
-ma che egli sentiva una ripugnanza invincibile a far cosa
-alcuna in danno de' Francesi, dai quali era stato favorito.
-Lodovico lodò la virtù del Morone, lo congedò, ma si conobbe
-che non ne rimase contento:<a class="tag" id="tag317" href="#note317">[317]</a> <i>Profecto rationis
-efficacia victus, manum dedit; attamen, dum ne dimisit,
-eum mihi subiratum dignovi, quoniam, ut scis,
-principes quod volunt, nimium velle solent, et ut plurimum
-quod juvat magis, quam quod decet, cogitant</i><a class="tag" id="tag318" href="#note318">[318]</a>.
-Le lettere del nostro Moroni si trovano nella biblioteca del
-fu conte di Firmian, e meriterebbero di veder la luce, poichè
-sono l'opera di un uomo di Stato che ebbe fralle mani
-i principali affari d'Italia de' tempi suoi; e conseguentemente
-servono di molto aiuto per la storia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span>
-</p>
-
-<p>
-Lodovico il Moro stette per due settimane a Pavia per
-ivi radunare le sue soldatesche, le quali s'andavano ogni
-dì aumentando, mercè gli Svizzeri e Tedeschi che scendevano
-dalle Alpi e si ponevano allo stipendio di lui. Milano
-frattanto era inquietata dalle scorrerie che tentavano i Francesi
-acquartierati nel castello, malgrado la custodia del cardinale
-Ascanio; volavano di tempo in tempo le palle sulla
-città: avvenimento che cinquant'anni prima avea preveduto
-il buon Giorgio Piatto. Il duca, avendo più di sedicimila
-svizzeri, mille corazzieri tedeschi e molta cavalleria italiana,
-forz'era che tentasse qualche azione. Egli mancava di denaro,
-nè potea lungamente mantenere al suo stipendio
-quest'armata. I Francesi dell'Allegre da Imola ritornarono
-per unirsi ai compagni. Dalla Francia era spedito nuovo
-rinforzo sotto il comando del duca della Tremouille; non
-v'era speranza pel Moro, se non nella rapidità di approfittare
-dell'occasione favorevole. Dispose adunque d'impadronirsi
-di Vigevano, e da Pavia partitosi ai 20 di febbraio 1500,
-il giorno 25 se ne rese padrone. Per animare i suoi egli
-aveva loro promesso il saccheggio di quella città, e gli Svizzeri
-avevano raddoppiati con tal mercede i loro sforzi. Ma
-il duca amava quel luogo, e non ebbe cuore di vedere eseguita
-la rovina di que' cittadini. Fece distribuire a ciascun
-soldato un ducato d'oro, di che rimasero tutti assai malcontenti.
-Poi Lodovico Sforza co' suoi si inoltrò verso Mortara,
-otto miglia distante da Vigevano, e collocò le tende
-in faccia del Trivulzio. I Francesi erano alquanto sbigottiti
-dai prosperi eventi dello Sforza; gli sforzeschi per questi
-medesimi erano animosi. Francesco Sanseverino, uomo che
-avea un nome nella milizia, animava il duca a cogliere l'occasione
-e venire tosto a giornata, prima che un nuovo corpo
-di Svizzeri e il duca de la Tremouille rendessero formidabile
-il nemico; ma il duca, sempre incerto e mancante di
-energia, rispondeva esser meglio il vincere temporeggiando,
-che tentare l'incerta fortuna di una battaglia; la qual massima
-non poteva essere più fuori di luogo che in bocca di
-un principe gli Stati di cui sieno occupati da un nemico potente,
-e che non avea per liberarsene altro mezzo che una
-<span class="pagenum" id="Page_284">[284]</span>
-momentanea armata, senza un erario con cui tenerla quanto
-occorresse allo stipendio; giacchè il cardinale Ascanio, per
-raccogliere danaro, era ridotto a far coniare moneta cogli
-argenti delle chiese di Chiaravalle, del Duomo, di Sant'Eustorgio,
-di San Francesco e di San Marco. Ma il duca Lodovico
-non aveva ereditati i talenti militari del duca Francesco
-suo padre. Egli era un principe colto bensì, ma non
-un eroe; principe di vaste idee anzi che di grandi e solide,
-snervato dall'avversa fortuna, privato della duchessa, abbandonato
-a consigli vacillanti. Avrebbe dovuto cimentarsi
-coll'armata francese; ma invece levò le tende e trasportò
-il suo campo sotto Novara, che era in poter de' Francesi
-sotto il comando del conte di Musocco, figlio del maresciallo
-Trivulzio. Il duca promise il sacco di Novara; il che era in
-que' tempi un diritto militare, allorchè per assalto e senza
-capitolazione veniva presa una città. Alcuni cittadini novaresi
-segretamente intrapresero a concertare col Moro per
-introdurlo nella città. Novara era assai ben munita, nè facil
-cosa era l'impadronirsene. La prima condizione che i cittadini
-vollero, fu quella di aver salve le cose loro. Il duca,
-contentissimo per sì inaspettato mezzo, che spianava ogni
-ostacolo, a tal condizione aderì, e così entrarono gli sforzeschi
-in Novara, sicchè a stento potè appena per la porta
-opposta correre a salvamento quel presidio. Ciò accadde il
-giorno 20 di marzo 1500. I soldati si posero a saccheggiare
-a norma della parola datane loro dal duca; ma egli nuovamente
-lo proibì; il che sempre più alienò da lui l'animo
-di quell'armata, composta di soldati che non aveano legame
-veruno col duca; gente collettizia, radunata allora allora
-per la speranza di far bottino, e che vedevasi delusa
-e quasi schernita dal duca, malgrado la sua parola, e malgrado
-anche i loro diritti militari.
-</p>
-
-<p>
-Mentre Lodovico Sforza stavasene co' suoi entro Novara, il
-di cui castello tuttavia era in mano dei Francesi, il ministro
-del re di Francia alla dieta del corpo elvetico, Antonio Brissey,
-maneggiava il colpo decisivo, per cui il suo re, senza
-contrasto, rimanesse duca di Milano. Gli scrittori sinora
-hanno rappresentata la prigionia del Moro come un tradimento
-<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span>
-degli Svizzeri; ed hanno offeso con ciò, non solamente
-il carattere de' fedeli ed onorati Elvezii, ma la verità
-e il buon senso, che non permetterebbe mai di credere
-che sedicimila uomini si unissero per tradire chi li paga<a class="tag" id="tag319" href="#note319">[319]</a>.
-Le lettere del Morone ci svelano come seguisse il fatto<a class="tag" id="tag320" href="#note320">[320]</a>.
-Poichè fu Lodovico in Novara, i Francesi s'accrebbero; e
-molta gente venne dalla Svizzera sotto le loro bandiere.
-S'avvide allora il duca del male che avea fatto non ascoltando
-i consigli del Sanseverino; e, come dice il Morone<a class="tag" id="tag321" href="#note321">[321]</a>:
-<i>Se ipsum arguere, propriamque vecordiam accusare non
-cessabat, nec quid consilii caperet satis intelligebat.</i>
-Galeazzo Visconti era il ministro del duca alla dieta elvetica,
-ed ivi non cessava di animare quella sovranità a cogliere
-l'onorevole occasione di far la pace alla Lombardia.
-Solo che la dieta lo volesse, doveano cessare al momento
-le ostilità; giacchè le forze principali dei due eserciti consistevano
-negli Svizzeri, che avevano bensì la libertà di
-vendere i loro militari servigi alla potenza che più era in
-grado a ciascuno; ma conservavano sempre il carattere di
-sudditi della dieta, alla quale non avrebbero potuto mancare,
-se non sacrificando l'onore, la patria, i parenti e i
-loro poderi. Bastava un ordine supremo agli Svizzeri dei
-due eserciti, per cui si vietasse loro di combattere, che la
-sospensione d'armi era al momento fatta. Bastava spedire
-abili negoziatori che, a nome della sovranità elvetica frapponendosi,
-conciliassero la pace; e per necessità doveano
-l'una e l'altra parte piegarsi e ricevere in certo modo la
-legge. Il progetto era nobile, umano e grande. Fu aggradito.
-Si spedirono gli ordini sovrani per due corrieri alle due
-armate. Si trascelsero dodici deputati, i quali venissero a
-dar la pace. Assicurato di ciò il duca, si collocò in Novara.
-Ma il destrissimo Antonio Brissey corruppe il corriere che
-portava il decreto all'armata francese, per modo ch'ei si
-<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span>
-appiattò in un villaggio per più giorni, mentre l'altro corriere
-spedito al Moro diligentemente accelerava il suo cammino.
-Così doveva accadere che gli Svizzeri sforzeschi ricevessero
-il comando di non combattere, ed i Francesi non
-lo ricevessero. Di ciò venne sollecitamente avvisato il Trivulzio.
-Qualche notizia ne ebbe anche il Moro, leggendosi
-nella cronaca del Grumello: «Essendo una sera Ludovico
-Sforcia in camera sua, <i>in Novara, poco prima di essere
-preso</i>, giocando a scacho con Fracasso Sanseverino; et essendo
-in epsa camera Almodoro, suo favorito astrologo, et
-Jo. Stephano Grimello co' suoi fratelli, giunse una spia a
-lui, quale li parlò in le orechie uno poco di tempo, che
-niuno intendere poteva. Giochando epso Ludovico Sforcia
-alzando gli occhi a lo Almodoro astrologo, disse queste parole: — Almodoro,
-Johane Jacobo Trivulcio ha dicto che,
-avanti passino giorni quindici, sero prigione del gallico
-re; che dicesi da voi? Dette risposta Almodoro che il Trivulcio
-non diceva vero, perchè non si ritrovava alcuno pianeto
-per il qual si potesse coniecturar tal cosa che sua Signoria
-havesse ad esser prigione, anzi victoriosissimo».
-Giunse agli Svizzeri sforzeschi il divieto sovrano che proibiva
-loro il battersi. L'armata francese, il giorno 4 di aprile,
-si pose in marcia e si collocò un miglio distante da Novara,
-in modo da impedire al duca ogni soccorso di viveri. I
-francesi gli presentarono la battaglia; e il duca non sapeva
-comprendere come ciò fosse, poichè, dal decreto recato
-agli Svizzeri suoi, vedevasi che un consimile ordine contemporaneamente
-si spediva agli Svizzeri nemici. Tentò varie
-strade per far notificare agli Svizzeri della Francia l'ordine
-dei loro sovrani, ma la vigilanza de' Francesi lo impedì.
-Non aveva provvisione di viveri in Novara; e forza era
-sloggiare i Francesi, per non perirvi di fame. Invano il duca
-chiese agli Svizzeri il loro aiuto, che no 'l potevano prestare
-senza fellonia. Essi soltanto si offersero a schierarsi bensì
-in ordine di battaglia, acciocchè egli co' Tedeschi e cogli
-Italiani che aveva staccato, si potesse, volendolo, aprirsi
-vigorosamente una strada e ricoverarsi in Milano, dove il
-cardinale Ascanio teneva cinto il castello con dodici mila
-<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span>
-uomini, ed erano vicini nuovi soccorsi dell'imperatore. I
-Tedeschi e gl'Italiani, che il Moro seco aveva in Novara,
-erano ottomila uomini, picciolo corpo bensì a fronte della
-armata francese, ma bastante per una impetuosa incursione
-che lo ponesse in salvamento. Così venne stabilito. Ma usciti
-appena gli Svizzeri da Novara e trovatisi a fronte dei nemici,
-nemmeno sostennero quell'apparenza; ed improvvisamente
-piegando le loro bandiere e riponendole nel sacco,
-abbandonarono il posto; il che pose il tal disordine gli
-ottomila Tedeschi e Italiani, che, sorpresi, volsero le spalle,
-e, disordinatamente fuggendo, si ricovrarono di bel
-nuovo entro le mura di Novara, dove fu costretto di ricoverarsi
-frettolosamente il duca. Mancavano i viveri pel
-giorno seguente. La notte si trattò fra il Ligny e il duca,
-e si concertò una capitolazione. Il giorno vegnente, cioè
-il memorando giorno 10 aprile 1500, il Trivulzio la disdisse
-e dichiarò nulla, pretendendo che mancasse nel generale
-francese la facoltà di concertarla. Un onorato capitano
-albanese, che trovavasi nell'armata del duca, lo consigliò
-di montare sul di lui cavallo barbero, di prodigiosa
-fortezza e velocità, sul quale sicuramente si sarebbe portato
-a Milano; ma il duca, timido, avvilito, non seppe risolversi.
-Si rivolse invece a pregar gli Svizzeri che lo vestissero
-come uno de' loro fantaccini, acciocchè sconosciuto,
-potesse evitare la prigionia. Capitolarono gli Svizzeri sforzeschi
-co' nemici, ed ottennero di liberamente tornarsene
-al loro paese. Mentre uscivano da Novara gli Svizzeri, e
-con essi il duca travestito, un araldo a nome del duca uscì
-da Novara, e si portò dal generale Ligny per confermare
-la capitolazione. Sperava il Moro con tale astuzia di occupare
-frattanto i generali francesi e distorgli dal sospettare
-la fuga di lui. Lodovico, attorniato da sedicimila Svizzeri, era
-già fuori della città, e consolavasi credendosi in salvo,
-senza avere con veruna capitolazione abdicate le sue ragioni.
-Il cardinale di Rohan comandò all'armata francese di
-porsi in ordine di battaglia, acciocchè gli Svizzeri dovessero
-sfilare due a due attraverso. V'è chi crede che lo stesso
-comandante svizzero sforzesco avesse tradito il duca, avvisandone
-<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span>
-il cardinale. La faccia dei sovrani è nota, e corre
-sulle loro monete. Il Moro venne scoperto, tanto più facilmente,
-quanto che egli per la statura eccedeva la comune,
-e pel fosco colore del volto ebbe per sopranome <i>il Moro</i>.
-Nella lettera il Moroni dice:<a class="tag" id="tag322" href="#note322">[322]</a> <i>Infelix Ludovicus, qui
-non oris, non majestatis quam in vultu semper habuit,
-non proceritatis habitum mutare potuerat, licet vestes
-commutasset, agnitus apprehensusque fuit</i>. Quel drappello
-di cavalleria sforzesca che trovavasi in Novara, còlto
-il momento in cui i Francesi ebbero preso il duca<a class="tag" id="tag323" href="#note323">[323]</a>, <i>facta
-statim eruptione</i>, si salvò attraversando l'armata francese;
-il che mostra qual fosse il partito che avrebbe dovuto prendere
-il duca.
-</p>
-
-<p>
-Appena fu il duca nelle mani de' Francesi, che, in quel
-medesimo umiliante arnese da fanticcino svizzero, fu condotto
-alla presenza del comandante Gian Giacomo Trivulzio.
-Pareva che la presenza di quel principe, già suo sovrano,
-ora suo prigioniero, dovesse eccitare nell'animo del
-Trivulzio, non già la collera, ma la compassione. La perduta
-sovranità, e l'abbiezione presente, la prigionia dovevano
-eccitar in un cuor generoso la brama di alleggerire i
-mali del suo avverso destino, non di aggravarli. Convien
-dire che non fosse mosso da questi principii l'animo del
-maresciallo Trivulzio, poichè duramente allora gli rinfacciò
-il bando che gli aveva dato. Passò il duca in custodia del
-duca de la Tremouille, il quale, rispettando la sventura
-di lui, lo provvide di abiti e di quanto conveniva alla di
-lui condizione<a class="tag" id="tag324" href="#note324">[324]</a>. Il giorno 17 aprile, che fu un venerdì
-<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span>
-Santo, partì da Novara per la Francia, abbandonando per
-sempre l'Italia. Il duca de la Tremouille con trecento cavalli
-lo scortava. Passando per Asti, lo sventurato Lodovico
-dovette ascoltare mille ingiurie dal popolaccio affollato,
-che gli avrebbe fatto insulti anche maggiori, se la nobile
-generosità francese non l'avesse impedito. Arrossiva il disgraziato
-principe, cadevangli amare ed inutili lagrime,
-scoppiavagli il cuore, onde a Susa cadde in tal languore,
-che convenne sospendere per qualche giorno il cammino,
-che poi ripigliossi. Onde, passate le Alpi e condotto in
-Francia, fu dapprima collocato nella torre dei Gigli di San
-Giorgio nel Berry. Ivi potè corrompere poi i custodi, e,
-nascosto sotto il fieno d'un carro, usci dalla ròcca: ma,
-al suo solito, mancando pure di ardimento in quella occasione,
-si smarrì ne' boschi vicini, e fu nuovamente raggiunto.
-Quindi in più stretta custodia collocato nel castello di Loches,
-finì i suoi giorni nel 1508, ai 27 di maggio, nell'anno
-cinquantesimosettimo di sua vita. Principe a cui furono
-rimproverate le morti del duca Giovanni Galeazzo, e dell'onorato
-e venerato Cicho Simonetta; ma che nel rimanente
-fu un sovrano sincero, generoso, liberale, amico del merito,
-conoscitore dei talenti, promotore della coltura in ogni genere,
-tenero marito, padre affettuoso, principe capace di
-amicizia e di benevolenza, e tale insomma che probabilmente
-venne spinto dal predominio altrui a macchiarsi
-contro sua voglia. Come politico poi, o come militare, convien
-confessare ch'ei mancava intieramente di talento, e
-che non mostrò nemmeno di aver condotta alcuna. Fluttuante,
-incerto, pare che i soli casi momentanei determinassero
-le sue azioni, senza aver un costante principio; il
-che rese gli ultimi fatti suoi meschini agli occhi di ognuno.
-Così terminò lo splendore della casa Sforza, che durò cinquant'anni
-e non più; giacchè, come vedremo, assai breve
-e povera comparsa fecero dappoi i due figli di Lodovico,
-Massimiliano e Francesco, ch'ei lasciò ricoverati nella Germania
-presso dell'imperatore. Il cardinale Ascanio fu preso
-e condotto parimenti nella Francia. Gli stipendiati sforzeschi
-che rimanevano in Milano, si sbandarono. Sulla prigionia
-<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span>
-del duca Lodovico si coniò la medaglia in cui, al rovescio
-della testa del maresciallo Trivulzio, leggesi<a class="tag" id="tag325" href="#note325">[325]</a>: <i>Expugnata
-Alexandria, delecto exercitu, Ludovicum Sfortiam
-ducem expellit, reversam apud Novariam sternit,
-capit</i><a class="tag" id="tag326" href="#note326">[326]</a>. Il maresciallo Trivulzio aveva, siccome vedemmo,
-molti nemici. Il tumulto accaduto in Milano sotto il governo
-di lui doveva condurre il re Lodovico XII a confidare in altra
-mano la suprema dignità, siccome fece, dichiarando
-suo luogotenente e governatore il cardinale di Rohan, che si
-chiamava il cardinale d'Amboise. Nemmeno per tre mesi il
-Trivulzio durò governatore. Per pochi mesi pure tenne
-questa carica il cardinale, a cui fu successore, nell'anno
-medesimo 1500, il signore du Benin. Entrò in Milano il
-Trivulzio il giorno 15 aprile, e andossene ad alloggiare in
-sua casa<a class="tag" id="tag327" href="#note327">[327]</a>, non più in corte. Il cardinale, il giorno 17 di
-<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span>
-aprile, entrò come governatore. È facile l'immaginarci
-quale fosse l'inquietudine dei Milanesi in tale rivoluzione,
-disperando di più rivedere il loro natural principe, e temendo
-la vendetta de' Francesi, offesi nell'ultima rivoluzione.
-In fatti, il cardinale pretendeva dalla città ottocentomila
-scudi, ossia dodici mila marche d'oro, in rifacimento
-delle spese fattesi per ricuperare lo Stato. La pena fu poi
-ridotta a soli trecentomila scudi, e nemmeno di quest'ultima
-somma se ne portò tutto il carico, poichè, trattine centosettantamila
-scudi effettivamente pagati, mercè di un regalo
-di gioie del valore di ottomila scudi d'oro fatto alla regina
-Anna di Bretagna, moglie del re Lodovico XII, ella impetrò
-dal sovrano suo sposo il dono del rimanente.
-</p>
-
-<p>
-Dalla presa del duca Lodovico sino al 1507, poco o nulla
-accadde nel milanese che meriti luogo nella storia, fuori
-che gli Svizzeri si resero padroni di Bellinzona, ed il re
-di Francia accondiscese a lasciarne loro il dominio. Negli
-anni 1502 e 1503 la pestilenza venne a Milano da Roma e
-fece strage. Quest'era la undicesima volta, dal nono secolo
-in poi, in cui Milano fu esposta a tal miseria; avendo io
-osservate memorie di pestilenza negli anni 883, 964, 1005,
-1244, 1259, 1361, 1373, 1400, 1406 e 1485. Nel secolo XVI,
-del quale ora scrivo, più volte vi penetrò, come vedremo.
-(1507) L'anno 1507, il giorno 24 di maggio, Lodovico XII,
-per la seconda volta, venne in Milano. Egli si era impadronito
-di Genova, e fece il solenne ingresso, andandogli incontro,
-oltre il clero e i corpi pubblici, ducento giovani
-vestiti di drappo di seta celeste, ricamato in gigli d'oro.
-Il re entrò per porta Ticinese sotto diversi archi trionfali,
-essendo le vie tutte coperte di tela, magnificamente parate.
-Così erano le vie sino al castello, dove terminò l'entrata.
-Erano in seguito de' carri dorati, a foggia de' trionfi dei
-Romani antichi. Il re stava sotto a baldacchino di drappo
-d'oro, con corteggio immenso di principi, marchesi, conti,
-sei cardinali, e quattro altri ne vennero il giorno seguente,
-in tutto dieci cardinali. Il re visse in Milano coll'affabilità
-istessa dell'altra volta; andava ai pranzi, e fu da Galeazzo
-Visconti, da messer Antonio Maria Pallavicino; e sopra
-<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span>
-ogni altro si ricorda il festino veramente magnifico che
-diede Gian Giacomo Trivulzio al re ed alla corte, in cui
-sedettero più di ducento gentiluomini, cinque cardinali e
-centoventi damigelle milanesi. Inoltre vi furono tavole imbandite
-per quattrocento arcieri reali, ed altrettanti domestici
-e cortigiani; onde più di mille convitati sedettero alle
-mense del Trivulzio: e ciò, essendo la stagione favorevole,
-seguì il 27 di maggio, sotto sale posticcie, piantate lungo
-il corso di porta Romana. Indi vi si ballò e s'ebbe il divertimento
-delle maschere. Al re singolarmente piacque
-una bellissima giovine, Caterina di San Celso, che cantava,
-suonava e ballava sorprendentemente, ed aveva somma
-grazia, ingegno e vanità di conquiste.
-</p>
-
-<p>
-Fra i varii spettacoli che in quella occasione si videro,
-uno ve n'ebbe il quale minacciò di cagionare degli inconvenienti.
-Il giorno 14 giugno 1507 fu destinato ad una rappresentazione
-militare. Il giorno precedente cadeva la solennità
-del Corpus Domini, ed il re, con sette cardinali,
-col duca di Savoia, e i marchesi di Monferrato e Mantova,
-e una schiera di ministri esteri, aveva decorata la solita processione.
-La comparsa militare consisteva nel mostrare l'attacco
-di una fortezza. Erasi accomodato a foggia di una
-ròcca, a quest'oggetto, il palazzo dove soleva dimorare il
-governatore, ch'era Carlo, gran maestro d'Amboise, succeduto
-al cardinale di Rohan<a class="tag" id="tag328" href="#note328">[328]</a>. A difendere il forte, stavano
-esso governatore, il marchese di Mantova e il maresciallo
-Trivulzio, con cento uomini d'armi. L'attacco si faceva con
-forti bastoni, e tanto fu l'ardore, che alcuni vi rimasero
-morti, molti feriti; e la cosa era talmente impegnata, non
-volendo alcuna delle due parti cedere, che, per evitare una
-funesta scena, dovette il re in persona porsi di mezzo. Un
-mese e mezzo dimorò il re Lodovico questa seconda volta
-in Milano, d'onde partissene il giorno 11 luglio alla volta
-di Savona, per abboccarsi al re di Spagna, e concertar il
-matrimonio della sorella del duca di Nemours con quel
-<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span>
-re. I Veneziani, vedendo che il re Lodovico XII si era con
-facilità impadronito di Genova, cominciarono a temere questo
-potentissimo vicino, che aveano incautamente invitato
-ed assistito. Mossero delle pratiche per animare l'imperator
-Massimiliano, il quale avea alla sua corte i due esuli
-principi Massimiliano e Francesco, figli del duca prigioniero.
-Non poteva il capo dell'Impero considerare mai come legittima
-invasione fatta dal re di Francia nel milanese. Il
-feudo non passava nelle femmine, e quindi era viziato il
-titolo su cui fondavasi il re. Veramente ancora più viziato
-era quello che poteva mostrare Francesco Sforza; poichè
-la Bianca Maria, nella sua origine, aveva una macchia, della
-quale era immune la Valentina. Ma appunto per questo,
-quell'augusto avea, con nuova investitura, costituito Lodovico
-secondogenito, acciocchè l'investitura mostrasse l'arbitrio
-cesareo nella scelta. Oltre poi l'augusta maestà dell'Impero,
-nel cuore di Massimiliano parlavano i moti del
-sangue in favore dei due giovani principi oppressi. (1508)
-Lusingato adunque Massimiliano del favore de' Veneziani,
-si presentò ai difficili passi dell'Adige per discendere dal
-Tirolo nella Lombardia; e, col pretesto di passar poi a
-Roma per farsi incoronare, scacciar prima i Francesi dal
-ducato di Milano. Ma trovò opposizione tale de' Veneziani,
-che dovette tornarsene. Egli mosse le armi contro i Veneti,
-ed essi occuparono le terre imperiali di Gorizia e Trieste.
-Questi furono gli ultimi motivi che determinarono la famosa
-lega di Cambrai l'anno 1509; lega in cui il papa,
-l'imperatore, il re di Francia, il re di Spagna e varii altri
-minori principi Gonzaghi, Estensi, ec., si unirono a danno
-della prepotente repubblica veneta lega, per cui Venezia fu
-nel punto di perire, e per cui ricevette un colpo siffatto,
-che più non le fu possibile riascendere alla primiera grandezza.
-Era meglio per Venezia l'avere per confinante un
-principe di forze moderate, come lo Sforza, ovvero un re
-di Francia? Sulla casa Sforza essa acquistò Brescia, Bergamo
-e Cremona. Il tempo cambia i principi, e le repubbliche
-immortali seguitano sempre la stessa politica. Un
-successore debole sul trono di Milano accresceva nuove
-<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span>
-spoglie ai Veneti; Cremona, la Gera d'Adda terminarono
-in mano de' Veneti.... Quantunque, era forse un bene
-per Venezia l'accrescere tanto lo Stato suo? E se, invece
-di farsi delle città suddite, ella ne avesse fatte altrettante
-alleate e partecipi della veneta libertà, dando la cittadinanza
-veneta ai vinti, come i Romani.... forse rinasceva Roma
-nel seno dell'Adriatico. Mi si perdoni questa digressione.
-Facil cosa è giudicare dagli effetti, siccome fa lo storico;
-ma gli uomini di Stato, costretti ad antivedere, sono dalle
-apparenze sedotti facilmente. L'oggetto di questa unione si
-era che il papa togliesse alla repubblica le città marittime
-della Romagna; l'imperatore acquistasse Verona, Vicenza
-e Padova; il re di Francia riunisse al milanese Crema, Bergamo
-e Brescia. Gli altri principi tutti avevano concertata
-la porzione che lor dovea appartenere dello spoglio del
-Veneziani.
-</p>
-
-<p>
-I Veneziani radunarono un esercito di sessantamila uomini;
-e ne confidarono il comando al conte Bartolomeo
-d'Alviano. Si presentarono i Veneti all'Adda. Di contro comparve
-il governatore di Milano, gran maestro Carlo d'Amboise,
-con una men forte armata. I Veneziani posero il
-fuoco a Treviglio; il loro comandante voleva prendere Lodi
-e Milano, od almeno tentarlo prima che giugnesse il re di
-Francia, il quale con nuovi armati passava le Alpi; ma i
-provveditori veneti no 'l permisero. (1509) Comparve Lodovico
-XII in Milano il giorno 1.º di maggio del 1509, e fu
-questa la terza volta. Vi dimorò otto giorni; indi co' suoi s'incamminò
-alla volta di Cassano. Egli avea al suo seguito
-da cento de' primi gentiluomini milanesi, che seco conducevano
-più di mille cavalli corredati con maravigliosa magnificenza;
-e questi combattevano a proprie spese senza
-stipendio; su di che il Prato: «al vedere quelle cavalcanti
-compagnie sì di francesi come di milanesi, con i saioni quasi
-tutti di broccato d'oro sopra le fulgenti armi, avendo il re,
-vestito di bianco, nel mezzo, era veramente uno obstupescere
-l'occhio del risguardante». Giunse il re a Cassano;
-si pose di fronte ai marcheseschi. I Veneziani erano vantaggiosamente
-accampati alla sinistra riva dell'Adda, e
-<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span>
-scorreva avanti al lor campo. Voleva il re arditamente
-passare il fiume ed attaccarli, ma Giovan Giacomo Trivulzio
-lo sconsigliò da questo temerario partito a fronte
-di una numerosa armata, provveduta di molta artiglieria.
-Il re fece dei ponti, e su di essi passarono i Francesi; ciò
-accadde il 10 maggio 1509. V'erano il Trivulzio, La Palisse,
-il duca di Courbon. Il conte Bartolomeo d'Alviano voleva
-attaccare i Francesi al momento in cui stavano passando il
-fiume; e si lagnò de' provveditori veneti, che gli strappavano
-dalle mani la vittoria e lo esponevano poi alla rovina.
-Non permisero i provveditori che scendesse dal suo campo
-trincerato. Il re pose il suo accampamento sul fiume alle
-spalle e fece rompere i ponti, acciocchè i soldati sapessero
-che non rimaneva scampo alcuno colla fuga. I Veneziani
-si ritirarono verso Caravaggio. Il 14 maggio 1509 si posero
-in marcia i Francesi. I Veneziani avevano circa ventimila
-fanti e mille uomini d'armi. Fra i primi nell'attaccare furono
-i nostri milanesi. Il fatto seguì fra Agnadello e Mirabello.
-Rimasero sul campo sedicimila persone. Alcuni
-dissero persino ventimila. L'Alviano fu ferito. Ventitre
-pezzi di grossa artiglieria vennero in potere de' Francesi.
-Molti veneziani rimasero prigionieri. Il poco che rimase
-dell'armata marchesesca fuggì verso Brescia. Dopo questa
-insigne sconfitta d'Agnadello, del 14 maggio, i Francesi presero
-Caravaggio il 16; il giorno 18 maggio Bergamo si sottomise
-al re; e il giorno 23 maggio Brescia pure conobbe
-il re di Francia per suo signore. Crema nel mese istesso
-si sottomise. Tale fu l'impressione che fece la vittoria di
-Agnadello, che Verona, Vicenza e Padova portarono al re
-le chiavi, e il re le fece consegnare agli ambasciatori del
-re de' Romani, come città a lui appartenenti.
-</p>
-
-<p>
-Dopo un così rapido corso di vittorie il re Lodovico XII,
-il giorno 1.º di luglio, entrò in Milano con una sorta di
-trionfo. Girò da San Dionigi dietro la fossa per entrare solennemente
-da porta Romana, che allora era al ponte; e
-da porta Romana al castello erano le case coperte <i>di panni
-di razza, con li padiglioni sopra</i>; come dice il Prato,
-che descrive la pompa essere stata tale, che ardiva paragonarla
-<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span>
-ai trionfi de' Romani antichi. Vi erano quattro archi
-trionfali, e l'ultimo sulla piazza del castello, «il quale,
-fra gli altri belli, era bellissimo, d'altezza di più di cinquanta
-braccia, disopra avendo di rilievo la imagine del re,
-sopra un cavallo tutto messo a oro, di maravigliosa grandezza,
-con due giganti a canto, e tutte le commesse battaglie
-intagliate e dipinte, che era una bellezza a vedere, e
-più superba cosa saria stato, se la súbita venuta del re non
-avesse il mezzo dell'opera intercisa»; così il Prato. Il re
-era preceduto da carri dorati, e rappresentavano le città
-sottomesse, alla foggia de' trionfi romani. S'era preparato
-un magnifico carro trionfale, tutto dorato e condotto da
-quattro cavalli bianchi, coperti superbamente di ricamo, e
-scortato da ventiquattro pomposi custodi; ma il re non volle
-ascendervi e rimase a cavallo, corteggiato da gran numero
-di principi, conti e marchesi, ducento gentiluomini francesi,
-e molti gentiluomini milanesi <i>sì superbamente vestiti
-che il domestico abito era semplice broccato</i>; così il
-Prato. Il re poco dopo tornò in Francia<a class="tag" id="tag329" href="#note329">[329]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Mentre i Francesi riunivano al ducato di Milano, Brescia,
-Bergamo e Como, l'imperatore possedeva Verona, Vicenza
-e Padova; e il papa s'era reso padrone di Ravenna, Cervia,
-Imola, Faenza, Forlì, Rimini e Cesena. Ma, come accadde
-sempre alle forze collegate, che i separati interessi de' soci
-le scompongono ben tosto, così riuscì ai Veneziani di riprendere
-Padova. Poco dopo, segretamente il papa fece la
-pace co' Veneziani, ed ottenne la signoria delle città che
-aveva conquistate nella Romagna, con di più il patto che
-la repubblica non mai occupasse Ferrara. Così mancando
-il papa di fede alla Lega, questa cessò, e ciascuno si rivolse
-a provvedere a' casi suoi.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap21">CAPITOLO XXI.
-
-<span class="smaller"><i>Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è
-riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Dopo la vittoria di Agnadello, il re di Francia Lodovico XII
-aveva ottenuta dall'imperatore Massimiliano l'investitura
-del ducato di Milano collo sborso di centocinquantacinquemila
-scudi d'oro<a class="tag" id="tag330" href="#note330">[330]</a>. Così quell'augusto parve che sagrificasse
-i due suoi cugini germani, Massimiliano e Francesco
-Sforza, spogliandoli di quel diritto ch'ei medesimo aveva
-dato ad essi nell'investitura di Lodovico il Moro, loro padre.
-Ma se le circostanze momentanee consigliarono un tal
-partito, in forza della lega di Cambray, considerata per un
-mostro politico; cambiate queste, ben tosto gl'interessi di
-ciascun potentato ripigliarono il loro vigore; e nello Sforza
-preferì cesare un principe stretto parente e protetto da lui,
-ad un rivale formidabile, quale era il re di Francia. (1510)
-Il papa Giulio II, staccatosi dalla lega, unitosi co' Veneziani,
-teneva segrete pratiche cogli Svizzeri, a fine di scacciare dal
-Milanese i Francesi, o d'inquietarli per lo meno. Quella nazione
-bellicosa e confinante, cinta da montagne altissime,
-poteva con improvvise incursioni sorprendere, e, rispinta,
-ancora ricoverarsi fralle rupi native fuori da ogni pericolo
-di offesa. Dopo di avere gli Svizzeri occupata Bellinzona
-nella rivoluzione in cui Lodovico il Moro fu preso, resi padroni
-di quella rôcca, in addietro posseduta dai duchi di
-Milano, non solamente si videro arbitri di invadere la sottoposta
-pianura del Milanese, ma formarono disegno di occuparne
-una porzione. Il papa, che aveva già l'animo rivolto
-a Parma e Piacenza, città state sempre unite al ducato
-di Milano, a fine di staccarle ed appropriarsele come
-città comprese anticamente nell'esarcato di Ravenna, e nella
-<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span>
-donazione che la contessa Matilde aveva fatta alla Santa
-Sede, adescò gli Svizzeri a staccare altresì dal ducato medesimo
-Lugano, Locarno e Mendrisio, tre distretti i più vicini
-alle Alpi. Animò i Grigioni ad acquistar Bormio e la
-Valtellina. Il principal motore presso gli Svizzeri fu Matteo
-Scheiner, uomo di nascita plebea, dapprincipio maestro di
-scuola, indi curato, poi canonico di Sion, piccola città del
-Vallese, uomo di una impetuosa eloquenza e di un carattere
-violento, ostinato ed appassionatamente nemico dei
-Francesi, fatto per le armate più che pel sacerdozio, il
-quale, per testimonianza di Varilas, sforzò col ferro alla
-mano il suo capitolo a nominarlo coadiutore; e fatto indi
-vescovo di Sion, rese celebre il suo nome per le imprese
-militari e per la somma influenza che ebbe presso gli Svizzeri,
-e conseguentemente negli affari di que' tempi, nei
-quali gli Svizzeri avevano moltissima parte; uomo perfine,
-che dal papa, per sempre più rendersi amici gli Svizzeri,
-fu creato cardinale, e dagli scrittori chiamasi <i>il cardinale
-di Sion</i>. Nel mese di settembre del 1510 gli Svizzeri fecero
-una incursione dal ponte della Tresa a Varese. I Francesi
-erano sparsi nei presidii di Brescia, Peschiera e altre fortezze,
-che ora sono dello Stato veneto. Cinquecento lance
-stavano a fronte dell'esercito veneziano. Altre cento lance
-francesi erano passate ausiliarie del duca di Ferrara, minacciato
-dal papa, il quale aveva accordato co' Veneziani
-ch'essi non gl'impedirebbero d'impadronirsi di quella città,
-togliendola agli Estensi. Il qual progetto non riuscì allora
-a Giulio II; ma ottantasette anni dopo, cioè nel 1597, Clemente
-VIII Aldobrandino lo ridusse a compimento. I Francesi
-non aveano quindi forze bastanti per impedire simili
-scorrerie degli Svizzeri; i quali, dopo di avere saccheggiate
-le terre, si ricoverarono prima dell'inverno sulle loro Alpi.
-(1511) Ma l'anno seguente, cioè 1511, sedicimila, secondo
-il Guicciardini, o venticinquemila Svizzeri, secondo il Prato,
-scesero dalle loro montagne, occuparono di bel nuovo Varese,
-s'innoltrarono a Gallarate, a Rho, e si presentarono
-fin sotto le mura di Milano il giorno 14 dicembre 1511. Ma
-non avendo costoro artiglieria, non passarono più oltre; anzi,
-<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span>
-incamminatisi verso la loro patria, lasciarono devastate od
-arse le terre di Bresso, Affori, Niguarda, Cinisello, Desio, Barlassina,
-Meda ed altre. Queste incursioni rendevano sempre
-più deboli le intraprese de' Francesi contro i Veneziani e contro
-del papa, che già consideravasi come aperto nemico del re
-di Francia. Quai fossero i pensieri di papa Giulio II in quest'affare,
-si vede nel Guicciardini<a class="tag" id="tag331" href="#note331">[331]</a>. «Aveva il pontefice,
-dice egli, propostosi nell'animo, e in questo fermati ostinatamente
-tutti i pensieri suoi non solo di reintegrare la
-Chiesa di molti Stati, i quali pretendeva appartenersegli,
-ma oltre a questo, di cacciare il re di Francia di tutto quello
-possedeva in Italia, movendolo la occulta ed antica inimicizia
-che avesse contro lui, o perchè il sospetto avuto tanti
-anni si fosse convertito in odio potentissimo, o la cupidità
-della gloria di essere stato, come diceva poi, liberatore d'Italia
-dai barbari». I Francesi non aveano nell'Italia se non
-mille e trecento lance e ducento gentiluomini<a class="tag" id="tag332" href="#note332">[332]</a>, parte a
-Brescia, parte a Bologna, parte a Faenza.
-</p>
-
-<p>
-Il governatore di Milano e comandante delle armate francesi
-nell'Italia era il gran maestro Carlo d'Amboise di
-Chaumont, il quale, nel 1505, era succeduto al signore Du
-Benin; e questi aveva avuti due altri prima di lui, il maresciallo
-Trivulzio o il cardinale di Rohan. Questo quarto
-governatore morì di malattia in Coreggio il 10 marzo 1511,
-e venne trasportato solennemente in Milano il 31 di esso
-mese. Il Prato ci descrive quel corredo funebre. Due cavalli
-coperti di velluto nero, ricamato d'oro, portavano il
-sarcofago, similmente coperto, con sopra la collana d'oro di
-San Michele. Precedevano cinque cavalli coperti sino a terra
-di velluto nero. Sul primo eravi un paggio con in mano la
-lancia: sul secondo, altro paggio portando un bastone dorato;
-sul terzo, un simile con mazza dorata; sul quarto il
-paggio aveva sul capo l'elmo dorato, e nella mano lo stocco;
-il quinto cavallo era a sella vuota, collo stocco pendente
-dall'arcione, ed era condotto a mano. Veniva poi la cassa di
-<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span>
-piombo, portata e coperta come ho scritto; seguitavanla i
-soldati e cortigiani, tutti in lutto con abiti sino a terra, e
-con certi cappucci in capo, con cui <i>quasi elefanti mi sembravano</i>,
-dice il Prato. Indi seguivano quattromila poveri,
-vestiti di nuovo, con torce nere in mano; poi quanti preti
-e frati v'erano in Milano, venivangli dietro con torce in
-mano. Il Duomo, ove la pompa finì, era tutto coperto di
-panni funebri, ed ornato di torce in sì gran numero, che
-una non era più di due braccia discosta dalle altre. Stavano
-alle porte alcuni che gettavano denaro ai poveri. La
-funzione fu magnifica. Il cadavere poi privatamente fa trasportato
-in Francia. Tali singolarità meritano luogo nella
-storia, perchè ci rappresentano i costumi ed il lusso dei
-tempi. L'onorare le ceneri de' trapassati sembra cosa quasi
-naturale all'uomo, poichè sino da' più rimoti secoli se ne
-scorgono lo tracce; e le nazioni selvagge eziandio ne hanno
-dato esempio; l'estinguere questo pietoso sentimento sarebbe
-difficilissimo e forse un cattivo progetto. Il limitare
-la profusione di tai pompe sembra conforme ad una saggia
-legislazione. Se questo affetto poi di preservare la spoglia
-e perpetuar la memoria delle persone che ci furono care,
-si rivolga in favor delle belle arti, animando la scultura,
-merita incoraggiamento e lode. Nel secolo XVI cominciò
-tra noi una severa e poca avveduta vigilanza contra siffatti
-monumenti, e se ciò non fosse stato, avremmo assai più
-ornati i nostri sacri templi di riconoscenti memorie dei
-cittadini e del progresso delle belle arti, che non abbiamo.
-</p>
-
-<p>
-Poichè Giulio II ebbe mancato di fede al re di Francia,
-staccandosi dalla lega ed unendosi coi Veneziani, movendo
-gli Svizzeri, ed accostandosi agli Spagnuoli, alcuni cardinali,
-o partitanti della Francia, o malcontenti per la vita
-assai più militare che ecclesiastica del sommo pontefice, si
-radunarono in Pisa, ove si andava formando un concilio per
-deporlo, e dichiarar vacante la Santa Sede. In Pisa non si
-credendo eglino bastevolmente sicuri, passarono alcuni cardinali
-a Milano colla idea di quivi congregare il concilio.
-Come fossero accolti, lo scrive il Guicciardini<a class="tag" id="tag333" href="#note333">[333]</a>. «Ma a Milano
-<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span>
-i cardinali, seguitandoli per tutto il dispregio e l'odio
-dei popoli, avrebbero avute le medesime o maggiori difficoltà;
-perchè il clero milanese, come se in quella città fossero
-entrati, non cardinali della chiesa romana, soliti a essere
-onorati e quasi adorati per tutto, ma persone profane
-ed esecrabili, si astenne subitamente da sè stesso dal celebrare
-gli uffizi divini, e la moltitudine, quando apparivano
-in pubblico, gli malediceva, gli scherniva palesemente con
-parole e gesti obbrobriosi, e sopra gli altri il cardinale di
-Santa Croce, riputato autore di questa cosa». Il cardinale
-Santa Croce, spagnuolo, era uno dei primi autori di tale
-scisma. I nostri ecclesiastici, immediatamente dopo la loro
-venuta, cessarono di celebrare le sacre funzioni, considerando
-come soggetta all'interdetto la terra ove abitavano
-questi prelati. Il governo comandò loro di continuare nel
-solito ministero, ed il Prato ci avvisa che i monaci Benedettini,
-Cisterciensi e Lateranesi, per non aver voluto ubbidire,
-ebbero i militari posti ad alloggiare sulle loro terre.
-(1512) Il giorno 4 gennaio 1512 si radunò nel Duomo questo
-concilio. Il cardinale di Santa Croce cantò la messa pontificale:
-il cardinale Sanseverino ed un altro cardinal francese
-servivano da diacono e suddiacono; v'erano altri due
-cardinali assistenti, e ventisette colle mitre bianche in testa,
-altri vescovi, ed altri abbati. Trattossi di portare giudizio
-su papa Giulio; ed eravi per notaio, che scriveva gli
-atti del concilio, un messer Ambrogio Bolfraffo. Tenne varie
-sessioni questo concilio, ed in una del giorno 21 d'aprile
-venne dichiarato il sommo pontefice sospeso dalla sua dignità
-papale. Di tutto ciò fa menzione il Prato.
-</p>
-
-<p>
-Nè già i pericoli che stavano d'intorno a Giulio II limitavansi
-a questa scarsa e dispregiata congregazione, già dal
-papa scomunicata e resa obbrobriosa o ridicola ai popoli. Il
-pericolo assai maggiore stava risposto nel valor militare
-del duca di Nemours Gastone di Foix, nipote per parte di
-madre del re Luigi XII, fatto governatore e capitano generale
-dopo la morte del gran maestro di Amboise. Questo
-giovine eroe, all'età di soli ventidue anni, mostrò i talenti
-di un gran generale. Dal Milanese vola a soccorrere Bologna,
-<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span>
-assediata da don Pietro di Navarra e la sorprende
-prima ch'egli abbia nemmeno notizia ch'ei marciasse a
-quella vòlta; lo pone in fuga, batte la retroguardia di lui;
-rende libera Bologna. Coglie il momento di questa impresa
-il conte Luigi Avogadro, e, profittando della assenza dei
-Francesi, apre le porte di Brescia a' Veneziani, i quali occupano
-Bergamo e s'innoltrano sino al Mincio. Al momento
-parte Gastone dal Bolognese, si affronta al Mincio coi nemici,
-che gliene disputano il passo, e li disperde; si presenta a
-Bergamo e la prende; si presenta a Brescia, e se ne rende
-padrone; e tutta questa maravigliosa serie di fatti si eseguisce
-in pochi giorni. Il 29 febbraio prese Bergamo, il 1.º di
-marzo prese Brescia; al qual proposito il Guicciardini scrive<a class="tag" id="tag334" href="#note334">[334]</a>.
-«Fu celebrato per queste cose per tutta la Cristianità
-con somma gloria il nome di Fois che con la ferocia e
-celerità sua avesse in tempo di quindici dì costretto l'esercito
-ecclesiastico e spagnuolo a partirsi dalle mura di Bologna,
-rotto alla campagna Giampagolo Baglione con parte
-delle genti dei Veneziani, ricuperata Brescia con tanta strage
-de' soldati e del popolo, di maniera che, per universale giudizio,
-si confermava non avere già parecchi secoli veduta
-Italia nelle opere militari una cosa somigliante».
-</p>
-
-<p>
-Questa presa di Brescia servì di argomento al signor di
-Belloy per la tragedia che intitolò: <i>Gaston et Bayard</i>,
-nella quale l'Avogadro apparisce come un ribelle del suo
-legittimo sovrano e traditore della patria, e gl'italiani vi
-figurano miseramente il personaggio di gente senza virtù
-alcuna. I Bresciani da ottantatre anni vivevano sudditi
-della repubblica veneta: quando nel 1509, furono assoggettati
-alla forza dell'armi francesi. Il conte Avogadro
-tentò di liberare sè stesso e la patria da un giogo straniero,
-e riconsegnarsi al nativo suo principe. Il governo poi
-che i Francesi facevano della di lui patria, suggeriva di liberarla
-da quella infelicità<a class="tag" id="tag335" href="#note335">[335]</a>. Il grado di longitudine sotto
-cui siamo nati su questa sferoide, non dovrebbe cagionare
-<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span>
-diversità di partiti: l'uomo virtuoso e dabbene è patriota
-de' suoi simili sparsi per ogni clima, ed è forestiere al suo
-vicino malvagio e vizioso. L'infelice conte Avogadro terminò
-miseramente i suoi giorni sul patibolo, ed i suoi figli,
-tradotti a Milano, per mano del carnefice finirono pure la
-vita. V'è chi incolpa Gastone di Foix di avere voluto contemplare
-la morte di questi infelici che avrebbero un
-nome glorioso, qualora avessero avuta la fortuna delle armi,
-e sarebbero stati coronati da quella gloria medesima
-che ottennero di que' tempi alcuni Francesi scacciando
-gl'Inglesi che avevano occupate le province della Francia.
-Il saccheggio di Brescia recò poi a Milano la pestilenza,
-che per due anni vi restò.
-</p>
-
-<p>
-Dopo ch'ebbe di volo sottomesse le città di Bergamo e
-Brescia, il duca di Nemours Gastone di Foix passò per Milano;
-indi rapidamente marciò a Ravenna. È celebre la
-battaglia che vi si diè il 11 d'aprile, che in quell'anno fu
-il giorno di Pasqua, cioè quaranta giorni dopo la presa di
-Brescia; ed è notissima non meno la morte che vi trovò
-Gastone, dopo di avere riportata una compiuta vittoria; nè
-appartiene alla storia ch'io mi son limitato a scrivere, la
-precisa narrazione di tai fatti. Marc'Antonio Colonna comandava
-nella città di Ravenna; il vicerè di Napoli Pietro
-di Navarra aveva il comando degli Spagnuoli; sotto di lui
-serviva Fabrizio Colonna. I collegati pontificii erano millesettecento
-uomini di armi e quattordicimila fanti. Usarono
-allora i pontificii de' carri falcati<a class="tag" id="tag336" href="#note336">[336]</a>. I Francesi avevano,
-sotto il comando del duca di Nemours, il marchese di Ferrara
-e il cardinale Sanseverino. Oltre il duca di Foix, che
-vi fu ucciso, rimasero sul campo il signor d'Allegre con
-suo figlio, il signor Molard, sei capitani tedeschi, il capitano
-Maugiron, il barone di Grammont, e più di duecento
-gentiluomini di nascita distinta. Se tale sciagura non veniva
-a rovesciare tutt'i disegni de' Francesi, il papa Giulio
-II correva rischio grande di perdere lo Stato, e di ubbidire
-al sinodo tenutosi in Milano. Ma una giornata cambiò
-<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span>
-totalmente l'aspetto degli affari, e il languente comando
-de' Francesi passò nelle mani del signor De la Palisse, che
-può essere collocato nella serie de' governatori di Milano,
-ed è il sesto. La spoglia del duca di Nemours venne trasportata
-a Milano e sospesa entro di un sarcofago di piombo
-fra una colonna e l'altra nel Duomo, siccome eranlo i duchi
-di Milano. La cassa venne coperta come lo erano le
-altre pure, con uno strato magnifico di broccato soprarizzo,
-dice il Prato: eranvi ricamati i gigli d'oro; pendeva la
-spada pontificia col fodero d'oro acquistata a Ravenna;
-v'erano collocati all'intorno il vessillo del papa e quindici
-altre bandiere prese in quella battaglia. Ma lo spirito feroce
-di partito e la superstizione non lasciarono tranquille
-le ceneri di questo giovine eroe; gli Svizzeri, i quali,
-come or ora vedremo, s'impadronirono in breve di Milano,
-entrati nel Duomo, sormontandosi l'un l'altro, scomposero,
-rovesciarono quel monumento, e le spoglie vennero disperse.
-Cambiatasi poi nuovamente la fortuna, e ritornati i
-Francesi, fu innalzato un mausoleo magnifico di marmo
-alla memoria di questo principe, e collocato nella chiesa
-delle monache di Santa Marta. Di questo mausoleo ora non
-ne rimane che la statua, sotto della quale si legge l'iscrizione
-seguente:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span>
-</p>
-
-<p class="center">
-SIMVLACRVM GASTONIS FOXII<br />
-GALLICARVM COPIARVM DVCTORI<br />
-QVI IN RAVENNATE PRAELIO CECIDIT ANNO<br />
-MDXII<br />
-CVM IN AEDE MARTAE RESTITVENDA<br />
-EIVS TVMVLVS DIRVTVS SIT<br />
-HVIVSCE COENOBII VIRGINES<br />
-AD TANTI DVCIS IMMORTALITATEM<br />
-HOC IN LOCO COLLOCANDVM CVRAVERE<br />
-ANNO MDLXXIV<a class="tag" id="tag337" href="#note337">[337]</a>
-</p>
-
-<p>
-I bassirilievi che adornavano la tomba, vennero, non saprei
-per qual destino, rotti e divisi; alcuni se ne veggono
-nella deliziosa villa di Castellazzo, altri sono presso alcuni
-privati. Sempre più si conosce che un buon libro è il solo
-monumento durevole, col quale un uomo sia sicuro di
-tramandare ai secoli venturi la memoria di sè medesimo:
-i marmi, gli edifizi, le pubbliche fondazioni, tutto si scompone
-e disperde; ma Orazio aveva ragione di scrivere,
-ch'egli s'innalzava un monumento co' versi suoi più durevole
-de' bronzi<a class="tag" id="tag338" href="#note338">[338]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span>
-</p>
-
-<p>
-Dopo la battaglia di Ravenna, in cui si disse che rimanessero
-morti sul campo ottomila fanti e mille cavalieri
-pontificii, e prigionieri il vicerè di Napoli don Pietro di
-Navarra, il cardinale dei Medici, il marchese di Pescara,
-Fabrizio Colonna, il marchese di Padule, il figlio del principe
-di Melfi, don Giovanni Cardona ed altri; l'armata
-francese, sebbene vincitrice, si trovò totalmente rovinata,
-che il cavaliere Bayard, nella lettera citata, assicura<a class="tag" id="tag339" href="#note339">[339]</a>
-che in cento anni di tempo la Francia non poteva risarcire
-la perdita che aveva fatta. Dopo questa tal battaglia, il
-papa Giulio II sempre più si strinse co' Veneziani per discacciare
-i Francesi, i quali a nome del concilio avevano
-cercato di occupar la Romagna. L'interesse dei Veneziani
-consigliavali a dar mano alla rovina dei Francesi per
-ricuperare Brescia e il restante della terra-ferma, e collocar
-sul trono di Milano un principe da cui non dovessero
-temere invasione. Innoltrò il papa i suoi maneggi coll'imperatore
-Massimiliano per restituire il ducato di Milano a
-Massimiliano Sforza, cugino dell'imperatore medesimo.
-L'imperatore, con un proclama, richiamò alla patria tutti
-i Tedeschi che militavano nell'armata francese; e questi
-abbandonando i loro stipendi, resi poco sicuri, e sempre
-più s'indebolirono le forze comandate dal signor De la Palisse.
-Dall'attività di papa Giulio II gli Svizzeri, incessantemente
-animati, scesero questi nuovamente in Italia; e
-profittando della confusione e debolezza de' Francesi, occuparono
-i tre baliaggi di Lugano, Locarno e Mendrisio, i
-quali continuarono a possedere gli Svizzeri dappoi, come
-al presente. I Grigioni s'impadronirono di Chiavenna, Bormio
-e della Valtellina, attualmente possedute da essi. Il
-papa occupò Parma e Piacenza<a class="tag" id="tag340" href="#note340">[340]</a>. In questo stato di cose
-<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span>
-il signor De la Palisse si ricoverò a Pavia, città forte, e
-abbandonò Milano. Il consiglio generale de' novecento si
-radunò per dare le ordinarie provvidenze alla città, e
-porre qualche riparo alla pestilenza che l'affliggeva. Gli
-Svizzeri, sotto il comando del cardinale di Sion, invadono
-lo Stato in nome della <i>Santa Lega</i>: occupano Cremona,
-indi Lodi: si unisce al cardinale svizzero il vescovo di Lodi
-Ottaviano Sforza, cugino di Massimiliano. Milano riconosce
-la Santa Lega il giorno 16 giugno: il giorno 20 giugno
-entra il vescovo di Lodi in Milano come luogotenente del
-duca Massimiliano. Il papa libera la città di Milano dall'interdetto,
-in cui la considerava incorsa per esservisi ricoverati
-i cardinali suoi nemici. L'assoluzione venne il giorno
-6 di luglio, e quella fu l'ottava volta in cui Milano si
-trovò in siffatta circostanza<a class="tag" id="tag341" href="#note341">[341]</a>. I Francesi, non essendo
-numerosi a segno di custodire Pavia, l'abbandonarono, e
-per la fine del 1512 non ve ne rimasero se non ne' castelli
-di Milano e di Cremona.
-</p>
-
-<p>
-Massimiliano Sforza dall'età di nove anni sino al vigesimoprimo
-era stato esule dalla patria e ricoverato sotto la protezione
-dell'imperator Massimiliano, suo cugino. Egli, scortato
-dal cardinale di Sion e dagli Svizzeri, entrò solennemente
-in Milano il giorno 29 dicembre 1512. L'ingresso si fece
-al solito da porta Ticinese con più di cento gentiluomini
-che lo precedevano, usciti ad incontrarlo con un abito uniforme,
-composto dei colori medesimi che il duca aveva
-scelti per sue livree, cioè pavonazzo, giallo e bianco. I gentiluomini
-però, oltre l'essere vestiti di seta, erano altresì
-ricamati d'oro; per lo che non si potevano confondere coi
-domestici del duca. Il duca cavalcava vestito di raso bianco
-trinato d'oro; portavangli il baldacchino i dottori di collegio.
-Cesare Sforza, fratello naturale del duca, portava immediatamente
-avanti di esso la spada ducale sguainata. Lo
-seguitavano il vescovo Valese cardinale di Sion, e i legati
-del re de' Romani, del re di Spagna e di altri sovrani. Non
-mancarono a tal funzione i soliti archi trionfali. Egli finalmente
-<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span>
-andò a risedere nella corte ducale; giacchè il castello,
-nel quale solevano alloggiare i duchi, era in potere
-de' Francesi. Il potere ducale Massimiliano lo ricevette dagli
-Svizzeri; e, come dice Guicciardini<a class="tag" id="tag342" href="#note342">[342]</a>. «Il cardinale (Sedunense
-lo chiama il Guicciardini, ed è il vescovo di Sion),
-in nome pubblico degli Svizzeri gli pose in mano le chiavi
-ed esercitò quel dì, che fu degli ultimi di dicembre, tutti
-gli atti che dimostravano Massimiliano ricevere la possessione
-da loro; il quale fu ricevuto con incredibile allegrezza
-di tutti i popoli per il desiderio ardentissimo di
-avere un principe proprio, e perchè speravano avesse a
-essere simile all'avolo o al padre, la memoria dell'uno dei
-quali per sue eccellentissime virtù era chiarissima in quello
-Stato, nell'altro il tedio degli imperi forestieri aveva convertito
-l'odio in benevolenza».
-</p>
-
-<p>
-(1513) Giulio II, il primo motore degli avvenimenti dei
-tempi suoi, quel papa che, coll'usbergo sul petto e l'elmo
-in capo, diresse l'assedio della Mirandola, e vi entrò
-per la breccia, terminò la sua vita la notte dal 20 al 21
-di febbraio del 1513. Questo colpo cambiò nuovamente le
-combinazioni politiche di Europa. I Veneziani, che tre anni
-prima, per ricuperare la terra ferma occupata da' Francesi,
-uniti coll'imperatore, avevano cedute al papa le città marittime
-della Romagna, ascoltarono le proposizioni che fece
-loro la Francia, la quale prometteva ad essi la terraferma,
-Verona, Vicenza, Brescia, Bergamo e Crema, e con tali
-condizioni si collegarono con Lodovico XII nel trattato
-di Blois 13 marzo<a class="tag" id="tag343" href="#note343">[343]</a>. Con tale nuova confederazione si
-obbligavano i Veneziani ad assistere il re per ricuperare
-il Milanese; ed il re obbligavasi ad aiutare la repubblica
-per riacquistare le terre della Romagna perdute colla lega
-di Cambray<a class="tag" id="tag344" href="#note344">[344]</a>. Contro del papa si mossero parimenti gli
-Spagnuoli; ed il vicerè di Napoli s'impadronì di Parma e
-di Piacenza, sebbene per poco, costretto a restituirle al
-<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span>
-papa<a class="tag" id="tag345" href="#note345">[345]</a>. Mentre si andava disponendo nella Francia una
-nuova invasione nel Milanese, a respingere la quale forza
-era rivolgere le spalle a' Veneziani collegati colla Francia,
-il duca Massimiliano Sforza si abbandonava alla molle lascivia,
-che appena si perdona ai principi sicuri nel loro
-Stato. Per festeggiare il soggiorno che la marchesa di Mantova
-faceva in corte col nostro duca, ad altro non pensava
-egli che a giuochi ed a pompe, quasi ch'ei fosse nel seno
-della pace. Fece fare, fra le altre cose, un torneamento; il
-che accadde il giorno 13 febbraio 1513, dimenticandosi
-che nel castello stavano i Francesi. Il duca vide, per le
-palle di cannone ch'essi gli fecero piovere sulla corte, che
-aveva inopportunamente scelto il tempo ed il luogo<a class="tag" id="tag346" href="#note346">[346]</a>.
-Questo principe non sembra che avesse alcuna energia nè
-elevazione d'animo; egli spensieratamente portava il titolo
-di duca, e in mezzo all'umiliazione propria ed alla miseria
-de' sudditi pensava a passar giocondamente il suo tempo. Donava
-feudi, donava regalie, regalava denaro, roba a tutti i suoi
-favoriti con profusione, in guisa che aveva sempre l'erario
-esausto. Donò a Girolamo Morone la contea di Lecco:
-la città di Vigevano al cardinale di Sion; Rivolta e la Ghiara
-d'Adda ad Oldrado Lampugnano. Coteste sue profusioni
-facevansi da esso lui, «come se nulla fossero» dice il
-Prato, il quale si esprime a tal proposito così: «ma poco
-delle dicte cose curandosi il duca nostro, facea, como dice
-il proverbio, manco roba, manco affanni; et solo attendeva
-a piaceri; unde essendo venuto a Milano la moglie del
-marchese di Mantova con alquante sue zitelle, o per meglio
-dire ministre di Venere, tanto piacere de conviti e de
-balli e de altri che io non scrivo, se prendeva assieme con
-lo effeminato vicerè di Spagna, che era una cosa a ogni
-sano judicio biasimevole, et non so se me dica una parola,
-tuttavia, essendo dicta da Salomone, nella Cantica, la posso
-dire anch'io».<a class="tag" id="tag347" href="#note347">[347]</a> <i>Veh tibi terra cuius rex est puer</i>; così
-<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span>
-il Prato. Ma chi è fanciullo a ventun'anni, non è giunto
-mai a diventar uomo. Questa scioperatezza dovea ricadere
-a danno dei sudditi, ai quali forza era d'imporre maggiori
-aggravii; e non osandolo fare da sè, il duca Massimiliano,
-prima di accrescere la gabella del sale di trenta soldi ogni
-staio, ne impetrò dal papa il permesso; della qual supplica
-ho letta io stesso una copia scritta di quei tempi e conservata
-nella signorile raccolta dei manoscritti nell'insigne
-archivio Belgioioso d'Este, e dice così:<a class="tag" id="tag348" href="#note348">[348]</a> <i>Beatissime
-Pater: — Manifesta est et satis nota apud S. V. immoderata
-nimium longe lateque dominandi ambitio, et
-aliena indebite usurpandi cupiditas Gallorum regis,
-adeo ut non modo principatum Mediolanensem, verum
-et universae Italiae subjugandae omnibus votis aspirare
-videatur</i>; e conclude alla fine: <i>quare ad B. V. confugere
-cogor pro re quae (sic) in evidentem totius Italiae commodum
-cedet et mihi et tam immensae pubblicae necessitati
-consulet; etiam supplicando quatenus, in praemissis
-opportune providendo, B. V. auctoritate Apostolica
-qua fungitur, motu proprio, ex certa scientia et
-de plenitudine potestatis etiam absolutae, licentiam potestatem
-et auctoritatem indulgere dignetur in universa
-ditione ducatus Mediolani imponendi praedictas additiones
-solidorum triginta pro stario salis etc.</i><a class="tag" id="tag349" href="#note349">[349]</a>. Nè ciò
-<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span>
-bastando, delegò il duca Bernardino ed Enea Crivelli per
-esigere dai feudatarii uno straordinario tributo<a class="tag" id="tag350" href="#note350">[350]</a>. Vendè
-persino i due canali navigabili, il Naviglio grande e quello
-della Martesana alla città di Milano<a class="tag" id="tag351" href="#note351">[351]</a>. In un sol mese vendette
-tante regalie, che ne incassò dugentomila ducati; alienazioni
-tutte fatte in ragione del sette per cento<a class="tag" id="tag352" href="#note352">[352]</a>. Impose
-nuovi aggravi sopra le terre irrigate<a class="tag" id="tag353" href="#note353">[353]</a>. I sudditi, al paragone
-del governo francese, conobbero quanto avessero peggiorato
-sotto di questo sventato principe naturale. Lodovico XII,
-re di Francia, ne' tredici anni che signoreggiò nel Milanese
-non impose alcuna taglia nè tributo straordinario. Fu un
-buon principe, moderato nelle spese, popolare, amante
-dell'ordine e della giustizia. Egli piantò nel Milanese quel
-sistema di governo che durò sino a' tempi nostri. Questo
-monarca, prima di regnare, era dominato dall'amore; la
-gioventù, la grazia, la bellezza lo seducevano: poichè salì
-sul trono, seppe frenarsi, e nobilmente signoreggiare sopra
-di sè medesimo. Ei meritò dai posteri il glorioso nome
-di <i>Padre del popolo</i>. Il paragone colla spensierata condotta
-del duca Massimiliano era svantaggioso pel successore.
-</p>
-
-<p>
-Non sarà discaro a' miei lettori, s'io sottopongo al loro
-sguardo lo specchio delle spese fisse che si facevano sotto
-il duca Massimiliano dall'erario ducale. Questo prezioso
-aneddoto, siccome molt'altri, fu da me tratto dall'insigne
-collezione poc'anzi ricordata<a class="tag" id="tag354" href="#note354">[354]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_312">[312]</span>
-</p>
-
-<table class="data" summary="">
- <tr>
- <td colspan="2" class="center"><i>Spese dello stato di Milano sotto il duca Massimiliano Sforza.</i></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Pensioni agli Svizzeri</td> <td class="num">ducati 100,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Alle guardie de' castelli di Milano, Cremona, Novara, guardia della corte, e capitano di giustizia</td> <td class="num">72,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Alla gente d'armi</td> <td class="num">74,600</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Alla compagnia del Bregheto, computata la provvisione sua</td> <td class="num">3,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Al signor Manfredo da Coreggio, per esso e cavalli cento</td> <td class="num">6,800</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Alla casa ducale, computata la stalla</td> <td class="num">26,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Spese delli cavallari</td> <td class="num">8,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Agli oratori e famigli cavallanti</td> <td class="num">12,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Alla munizione e lavoreri ducali</td> <td class="num">12,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Alle guardie delle fortezze, oltre le dette disopra</td> <td class="num">6,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Spese straordinarie</td> <td class="num">25,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Officiali salariati</td> <td class="num">25,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Vestiario del duca</td> <td class="num">30,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Spese di sanità</td> <td class="num">4,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Elemosine ducali</td> <td class="num">2,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Staffieri del duca</td> <td class="num">660</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Trombetti</td> <td class="num">540</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Interessi passivi di debiti</td> <td class="num">10,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Ristauri per guerra e peste</td> <td class="num">6,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Lettere e bollettini di esenzione</td> <td class="num">2,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Beneplacito del duca</td> <td class="num">5,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>A conto del signor duca di Bari</td> <td class="num">3,350</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Legna e altro per la cancelleria ducale e camera</td> <td class="num">2,000</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Al signor Giovanni e a Maddalena Lucrezia per suo vivere</td> <td class="num">1,700</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Annuali ed obblazioni</td> <td class="num">500</td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td class="num bt">Ducati 438,150</td>
- </tr>
-</table>
-
-<p>
-Le rendite poi del duca a quel tempo veggonsi nel codice
-medesimo<a class="tag" id="tag355" href="#note355">[355]</a> ascendenti a scudi d'oro del sole 499,660,
-soldi 64, denari 8. Ora computati gli scudi del sole come
-erano, una mezza doppia, e i ducati in valore di un gigliato,
-apparisce che il duca aveva ogni anno una spesa eccedente
-di più di ventiquattromila ducati, quand'anche nelle spese
-di capriccio ei non avesse ecceduto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span>
-</p>
-
-<p>
-I Francesi adunque, nel numero di dugento uomini d'armi
-e ventimila fanti, sotto il comando di Luigi De la Trémouille
-e del maresciallo Trivulzio, superate le Alpi, scesero verso lo
-stato di Milano. A tal nuova i Veneziani si accostarono e si
-resero padroni di Pizzighettone, di Martinengo e di Cremona.
-Molti fra i sudditi del duca, malcontenti del governo
-di un tal principe, bramavano di ritornare sotto il dominio
-del re Lodovico XII. Un tumulto popolare si eccitò in Pavia,
-un simile contemporaneamente comparve in Alessandria.
-Già queste due città non avevano aspettato l'arrivo dei
-Francesi per considerarsi suddite della Francia. Messer Sacramoro
-Visconti, che aveva il comando degli sforzeschi
-posti a bloccare il castello di Milano, lasciava segretamente
-che entrassero di notte le vettovaglie ai Francesi del presidio;
-il che scoperto, egli si ricoverò nella Francia, ed
-ebbe dal re la collana, pregevolissima allora, dell'ordine
-di San Michele. Insomma le cose andavano come forz'era
-pure che andassero sotto di un principe sfornito di mente
-e di cuore che lo innalzassero sugli uomini volgari, e lo
-mostrassero degno di comandare agli altri uomini. Gli
-Svizzeri però vollero sostenere questo duca, e con ciò conservarsi
-non solamente i baliaggi che avevano occupati, ma
-il dominio del Milanese, che realmente esercitavano già sotto
-il nome del duca Massimiliano. Si radunarono ne' contorni
-di Novara nel numero di diecimila, a quanto scrive il Guicciardini<a class="tag" id="tag356" href="#note356">[356]</a>,
-o settemila, come scrive il Prato; e il giorno 6
-di giugno del 1513 assalirono l'armata francese con tanto
-impeto e sì impensatamente, che, quasi per sorpresa, impadronitisi
-dell'artiglieria de' nemici, la rivoltarono contro
-dei Francesi medesimi; e questo arditissimo impeto sgomentò
-talmente i Francesi (i quali s'immaginarono essere sopraggiunta
-una nuova armata di patriotti svizzeri), che senza
-consiglio si abbandonarono alla fuga; e da un drappello di
-fantaccini, senza cavalleria, senza artiglieria, venne siffattamenie
-distrutto un corpo di armata, che si contarono rimasti
-sul campo ben diecimila de' Francesi, ed il rimanente
-con somma sollecitudine ripassò le Alpi. Così gli svizzeri
-<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span>
-in quel luogo medesimo ove tredici anni prima erano stati
-accusati di aver tradito il padre, avendo a fronte lo stesso
-Trivulzio, in quello stesso luogo, e contro del generale medesimo,
-col loro valore mantennero lo Stato al figlio Massimiliano
-Sforza, ripararono l'onore delle loro armi e della
-fedeltà loro. Il Prato attribuisce quella sciagura de' Francesi
-al disprezzo che imprudentemente essi fecero de' loro
-nemici; non supponendo possibile ch'essi ardissero di provocar
-l'armata francese. Attribuisce però singolarmente
-allo sbigottimento che ebbe colla sorpresa il comandante
-supremo La Trémouille, il poco onore che in quella giornata
-si fecero le armi francesi; e il Trivulzio, costretto a
-fuggire cogli altri, andava ripetendo, a quanto il Prato scrive:
-«Noi fuggiamo et la victoria è nostra». Nella Francia
-La Trémouille vide, «non senza carico di vituperio», cassato
-il suo nome dalla lista dei stipendiati, «la qual cosa
-non avvenne al Trivulzio; ma sia come si voglia, la fuga
-fu vituperosa»<a class="tag" id="tag357" href="#note357">[357]</a>. Gli svizzeri raccolsero in quella giornata
-un prezioso bottino, avendo perduti i Francesi tutti
-i loro attrezzi. Dopo un tal fatto i Veneziani sgombrarono
-il paese; ritornarono le cose come se nulla fosse accaduto;
-e il duca, acceso d'una passione degna del suo animo, si
-recò a stanziare nei contorni di Pavia per vagheggiare una
-mugnaia che vi stava domiciliata<a class="tag" id="tag358" href="#note358">[358]</a>.
-</p>
-
-<p>
-La gloria delle armi francesi non poteva essere riparata
-nell'Italia con nuovo esercito, poichè gl'Inglesi, avendo
-allora appunto mossa la guerra a Lodovico XII, ei doveva
-adoperare le sue forze per impedire i progressi di trentamila
-Inglesi e ventitremila Tedeschi, i quali erano spediti
-nella Francia da Enrico VIII e Massimiliano Cesare collegati.
-Quindi i pochi Francesi che stavano al presidio dei
-castelli di Milano e di Cremona, esausti di munizioni e di
-viveri, oppressi da miserie, disperando soccorso, cedettero
-le fortezze ed uscirono, salve le persone e robe loro. Il
-castello di Milano per tal modo venne in potere dello Sforza
-il giorno 19 novembre 1513, e da quel giorno non rimase
-più dominazione alcuna nell'Italia al re Lodovico XII.
-<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span>
-(1514) Ma lo Sforza altro di duca non conservò che il titolo;
-vivendo egli meschinamente come un ostaggio sotto la
-tutela degli Svizzeri, e sopra tutto del terribile Cardinale
-di Sion, il quale col nome del duca adoperava ogni mezzo
-per cavar danaro dai popoli, abbandonati ad un'anarchia
-militare; e così senza alcun memorabile avvenimento passò
-l'anno 1514. (1515) L'anno seguente 1515 incominciò colla
-morte del re Lodovico XII senza figli, e colla incoronazione
-di Francesco I, l'avo paterno del quale era zio paterno del
-defunto, anche egli discendente dalla principessa Valentina
-Visconti. Il nuovo re era nel ventesimo primo anno dell'età
-sua. Trovò la Francia in pace pel trattato seguito
-poco prima della morte di Lodovico XII. Il suo primo pensiero
-fu di ricuperare il milanese; ed a fine di radunare
-nell'erario quanto bastasse alla spedizione, pose, con esempio
-infausto, in vendita le cariche della giudicatura della
-Francia. Si collegò nuovamente co' Veneziani. Dichiarò reggente
-del governo la duchessa d'Angouleme sua madre; e
-si dispose a venire egli stesso alla testa della sua armata
-nel Milanese. Il duca prese al suo stipendio, in qualità di
-capitano delle genti d'armi, Prospero Colonna. E come
-tutto ciò che dà idea de' costumi di quei tempi deve aver
-luogo nella mia storia, così io non ometterò un magnifico
-convito che il Colonnese imbandì in quella occasione, e
-di cui ci lasciò memoria il Prato. Ciò seguì il giorno 20
-di febbraio 1515. Il duca e i cortigiani furono invitati,
-ed inoltre trentasei <i>damiselle milanesi</i>, dice il Prato.
-Fabbricò apposta un superbo salone di legno, riccamente
-dorato e dipinto, e dagli architetti fu stimato <i>cosa notandissima</i>,
-come dice il nostro scrittore. Quattro ore durò
-la mensa. Si continuava il costume di servire in piatti separati
-ciascuno degli invitati. Ognuno avea una pernice,
-un fagiano, un pavone, un pesce, ec.; contemporaneamente
-dinanzi a ciascuno si riponeva una finta pernice, un fagiano,
-un pavone, un pesce finti, o di marzapane, o d'altra
-materia, dorati, inargentati, ec., e vi furono abbondanti e
-deliziose pastiglie ed acque odorose. In fine della cena
-comparve un finto gioielliere che recava collane, braccialetti
-<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span>
-ed altri vezzi di gemme e d'oro; presentò le sue preziose
-merci alle damigelle, come se cercasse venderle; ed
-allora il Colonnese s'intromise quasi volesse rendersi mediatore
-dei contratti, e con generosa urbanità regalò ciascuno
-delle convitate senza far mostra di regalarle. Ciò
-veramente fu materia di non picciolo valore, e dice il Prato
-che venisse fatto al solo fine «per potere la sua amata
-senza biasimo d'infamia con le proprie mani presentare».
-Il che dimostra quanto venissero rispettate le damigelle e
-il costume. Cose siffatte sembrano romanzesche; ma contemplate
-saggiamente dimostrano una nazione ingentilita
-e generosa. La mattina vegnente ciascuna delle invitate ricevette
-un canestro inargentato con entro la colazione. Al
-duca fece egli recare venticinque carichi di selvaggiume.
-</p>
-
-<p>
-Poco giovava alla difesa dello Stato la scelta di un magnifico
-e galante generale; conveniva avere un'armata; e
-gli Svizzeri s'impegnarono a difenderlo colla paga di trecentomila
-ducati. Comparvero in Milano dodici commissari
-per ricevere anticipatamente la promessa paga. Il duca
-pubblicò una imposizione per riscuotere dai sudditi questa
-eccessiva tassa. Sotto il regno di Lodovico XII non s'era
-mai pagato, se non i tributi costituzionali. Un'arbitraria
-tassazione, per tal modo dispoticamente comandata, commosse
-gli animi de' cittadini. L'editto si pubblicò il giorno
-8 di giugno del 1515. Sembrò questa una vera oppressione.
-La città fece presentare le sue preghiere al cardinal di
-Sion, precipuo motore di simili risoluzioni; ma l'inflessibile
-prelato non diè orecchio a verun moderato partito. La città
-si pose in tumulto; alcuni Svizzeri furono uccisi; alcuni
-milanesi pure rimasero morti in una zuffa alla sala della
-piazza de' Mercanti. E come si avvicinavano i Francesi, ed
-il partito de' malcontenti con tale notizia si rianimava, così
-il duca fu costretto con nuovo proclama a disdire l'imposta
-taglia. Si entrò a trattare. La città di Milano comprò dal
-duca il Vicariato di provvisione, la giudicatura delle strade
-e quella delle vettovaglie collo sborso di cinquantamila
-ducati, di che stesero pubblico documento il giorno 11 di
-luglio 1515 i notai Stefano da Cremona e Paolo da Balsamo.
-<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span>
-Da quel contratto ebbe origine poi la nomina che la città
-di Milano presentava al principe od al suo luogotenente,
-di alcuni cittadini, dai quali esso trasceglieva che gli era
-in grado alle accennate cariche, che cominciarono allora
-ad essere privativamente appoggiate ai così detti patrizi milanesi.
-Con questi cinquantamila ducati, cioè colla sesta
-parte soltanto della somma loro promessa, ritornarono i
-commissari svizzeri al loro paese. Nella dieta nazionale si
-pose in deliberazione, se meglio convenisse l'accettare le
-pensioni che offeriva con molta istanza il re Francesco,
-ovvero proseguire all'impegno di mantenere Massimiliano
-Sforza duca di Milano; ed il secondo prevalse, avendo gli
-Svizzeri profittato più de' Francesi nemici colla recente
-sconfitta data loro presso Novara, di quanto ne avrebbero
-ottenuto se fossero stati loro alleati. A ciò s'aggiunse
-poi la considerazione, che, fin tanto che Massimiliano
-Sforza rappresentava il personaggio di duca di Milano,
-non sarebbe mancata occasione e mezzo di costringere la
-città allo sborso della promessa paga, e di maggiori ancora.
-In pochi giorni quarantamila Svizzeri scesero dai loro monti,
-e si radunarono verso Novara. Il cardinale di Sion tanto
-dispoticamente e con tanta atrocità comandava in Milano,
-che, sospettando egli di Ottaviano Sforza, cugino del duca
-e vescovo di Lodi, che avesse delle pratiche co' nemici,
-nulla rispettando il carattere di consanguinità col sovrano,
-nè la persona del vescovo, crudelmente per mero sospetto
-lo fece torturare con quattordici tratti di corda; il che narrato
-viene dal Prato, e dalla cronaca manoscritta di Antonio
-Grumello, pavese<a class="tag" id="tag359" href="#note359">[359]</a>. Il Prato nota persino il giorno
-<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span>
-in cui ciò avvenne, che fu il 21 di maggio 1515, e racconta
-che il vescovo spontaneamente veniva al castello
-per corteggiare il duca, quando quivi fu arrestato, rinchiuso
-nella ròcca, ed aspramente torturato a fine di chiarirsi se
-egli mai avesse tramato contro lo Stato. Dopo due settimane,
-non risultando dai processi altro che la innocenza
-del vescovo cugino del duca, fu il vescovo tradotto nella
-Germania, d'onde l'infelice prelato passò a Roma. Tali erano
-i costumi e le opinioni d'allora; tali i pensieri di un cardinale,
-di un vescovo di Sion, verso d'un figlio d'un sovrano,
-di un vescovo, di un innocente. Gli uomini presso
-a poco son sempre stati gli stessi; ma questo presso a
-poco è il vantaggio della generazione vivente. Invidii chi
-non sa la storia i tempi antichi. Benediciamo Dio, noi, di
-vivere in un secolo in cui le passioni e i vizi degli uomini
-sono (almeno in apparenta) meno atroci, e meno sfacciatamente
-insultano la virtù. Racconta il Prato che il duca
-Massimiliano, vedendo il duca di Bari Francesco (questi era
-fratello minore del duca, che regnò dopo lui; ed il titolo
-di duca di Bari alla casa Sforza era proprio del secondogenito)
-starsene pensieroso, appoggiato ad una finestra,
-improvvisamente se gli avventò dicendogli: «Monsignore,
-io so che voi mirate a farvi duca di Milano; ma cavatevelo
-dalla fantasia, che io vi prometto da leale signore che io
-vi farò morire». A tale minaccia, senza dubbio non meritata,
-rispose il fratello colla riverenza ch'ei doveva al suo
-signore; ma il duca, sospettoso, ingiusto, depresso, timido,
-violento, non meritava certo di essere sovrano.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span>
-</p>
-
-<h2 id="cap22">CAPITOLO XXII.
-
-<span class="smaller"><i>Di Francesco I, re di Francia, e suo governo
-nel ducato di Milano.</i></span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Il buon re di Francia Francesco I radunò un'armata formidabile,
-e si preparò a discendere egli stesso nell'Italia.
-Accrebbe sino a millecinquecento il corpo delle sue lance,
-numero per que' tempi esorbitante; allestì un imponente
-corredo d'artiglieria; prese al suo stipendio diecimila
-lanschinetti, seimila fanti della Gheldria; radunò diecimila
-Guasconi<a class="tag" id="tag360" href="#note360">[360]</a>: insomma, formò una terribile armata
-con quindicimila uomini d'armi, quarantamila fantaccini,
-tremila <i>pioneri</i>, ossia guastatori<a class="tag" id="tag361" href="#note361">[361]</a>, e nell'esercito si contarono
-più di ottomila persone<a class="tag" id="tag362" href="#note362">[362]</a>. Il contestabile di Bourbon
-aveva il comando della vanguardia. Il re s'era riserbato
-il comando del corpo di battaglia; al duca d'Alençon
-aveva affidata la retroguardia; Lautrech, Navarra, Gian
-Giacomo Trivulzio, la Palisse, Chabanne, d'Aubignì, Bayard,
-d'Imbercourt, Montmorenci, i più illustri che militavano
-sotto le insegne di Francia, tutti gareggiavano per combattere
-sotto del giovine e coraggioso loro re. Reso istrutto
-il duca di tai preparativi, e di forze di gran lunga superiori
-alle sue, le quali senza dimora s'andavano innoltrando,
-mentre egli aveva alle spalle i Veneziani, combinati a
-di lui danno, affidò a Prospero Colonna dugento uomini
-d'armi e quarantamila Svizzeri. Non conveniva aspettare
-nella pianura della Lombardia un esercito fortissimo, animato
-dalla presenza del re; ed era sperabile l'arrestarlo
-colle forze affidate al Colonna. Quindi, da saggio comandante,
-ei s'innoltrò nelle difficili strette delle Alpi, nei
-contorni di Susa; ed ivi, impadronitosi de' luoghi eminenti,
-<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span>
-si dispose a disputare con molto vantaggio il passo
-all'armata nemica. Egli era acquartierato a Villafranca,
-vivendo sicuro che i Francesi dovessero presentarsi a Susa.
-In fatti, due strade sole erano conosciute allora onde
-passare dal Delfinato nell'Italia; una pel monte di Ginevra,
-l'altra pel monte Cenis; e tutte due si univano a Susa.
-L'esercito francese, avvisato come in quelle angustie de'
-monti l'aspettassero i nemici, disperando di superarli, era
-in procinto di abbandonare l'impresa: ma il maresciallo
-Gian Giacomo Trivulzio, che già una volta aveva conquistato
-alla Francia il Milanese, ebbe il merito di farglielo
-acquistare anco in quella seconda occasione. Egli divisò
-una nuova strada affatto impensata; e, coll'aiuto di alcuni
-cacciatori nazionali, trovò il modo d'evitare il passo di
-Susa, e di guidare l'armata per Saluzzo. Così entrò in Italia
-l'armata francese: e Prospero Colonna, mal servito dagli
-esploratori, venne sorpreso e fatto prigioniero da que'
-Francesi ch'egli supponeva di là dai monti. Così, scesa
-nella pianura senza contrasto, si avvicinò l'armata francese
-quasi alla vista di Milano. Il duca si ricoverò nel castello.
-La città spedì i suoi deputati al re Francesco I, che
-gli accolse umanamente. La città di Milano non era disposta
-a ricevere presidio; ed il maresciallo Trivulzio,
-avendo procurato impensatamente d'introdurvene di porta
-Ticinese, la plebe si pose in armi. Il duca, consigliato da Girolamo
-Morone a giovarsi di quel movimento popolare, uscì
-con parte del presidio per sostenere il popolo; per lo che,
-conoscendo il Trivulzio che l'impresa non era tanto facile
-quanto l'aveva sperata, con qualche uccisione de' suoi, si
-ritirò all'armata ch'era accampata a Boffalora. Il duca, per
-sempre più animar la plebe, fece proclamare ch'egli voleva
-affidar le chiavi della città al suo popolo; che in avvenire
-voleva rendere immuni i cittadini da ogni aggravio,
-e che i pesi dello Stato dovevano portarli i ricchi e i nobili.
-Contemporaneamente vennero cacciati i nobili dalle
-magistrature municipali, e collocate persone le più accette
-alla plebe. L'odio ereditario contro de' nobili si manifestò
-con eccessi d'ogni sorte. La plebe, sensibile alle
-<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span>
-prepotenze ed al fasto orgoglioso de' magnati, non ebbe
-limite, dappoi che venne sciolta ad agire, anzi animata. La
-roba, la vita de' nobili non rimase più sicura; e il duca,
-arbitrariamente, esigeva esorbitanti sussidii dai facoltosi,
-usando ridire spesse fiate: <i>Essere meglio rovinare ch'essere
-rovinato.</i> Così procurò egli d'impegnare in sua difesa
-il numero maggiore e i più determinati sudditi, come
-quelli che poco hanno da perdere.
-</p>
-
-<p>
-Se dall'una parte questa imponente e vigorosa comparsa
-del re in Italia cagionava molta inquietudine al partito
-dello Sforza, non lasciava dall'altra di valutarsi il numero
-e la risolutezza degli Svizzeri, pronti a discendere,
-e l'animo de' popolani del paese che già s'era manifestato.
-Quindi in Gallarate s'erano introdotti da ambe le parti discorsi
-d'accomodamento<a class="tag" id="tag363" href="#note363">[363]</a>; anzi erasi al punto di stabilire
-la pace, collo sborso di grosse pensioni del re di Francia
-agli Svizzeri; e gli articoli principali che già sembravano
-accordati, erano: Che il Milanese fosse del re di Francia;
-che gli Svizzeri e i Grigioni restituissero al ducato le valli
-che avevano occupate, cioè Lugano, Mendrisio, Locarno,
-Valtellina, ec.; che il re assegnasse a Massimiliano Sforza
-il ducato di Nemours, ed un'annua pensione di dodicimila
-franchi; che gli concedesse una principessa del sangue
-reale in moglie, e gli desse la condotta di cinquanta lance
-al servigio della Francia<a class="tag" id="tag364" href="#note364">[364]</a>. Ma il cardinale di Sion troncò
-i discorsi di accomodamento. Egli condusse in Milano, il
-giorno 10 di settembre del 1515, un corpo di Svizzeri numeroso.
-Cotesto cardinale' compariva militarmente <i>in habito
-de bruno seculare</i>, come dice il Prato; e gli Svizzeri
-vennero eccitati a combattere colla grandiosa promessa di
-ottocentomila ducati d'oro, se vincevano. Della qual somma
-il ministro del re di Spagna, residente a Milano, ne promise
-dugentomila a nome del suo monarca, ed a nome
-del papa Leone X altri mila ne furono promessi; cosicchè
-al duca rimaneva il peso di quattrocento mila ducati. Gli
-<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span>
-Svizzeri, gloriosi per la sconfitta data due anni prima a
-Novara ai Francesi sotto il comando De la Trémouille, si
-consideravano <i>il terrore de' monarchi</i>, e tenevansi la vittoria
-sicura. Il re, vedendo inevitabile il tentar la fortuna
-delle armi, avendo consumati i viveri de' contorni di Magenta,
-Corbetta e Boffalora, marciò coll'armata prima a
-Binasco, indi passò a Pavia; finalmente pose in settembre
-il suo campo a Marignano. Le scorrerie de' Francesi venivano
-sotto le mura della città, e, non solamente da quella
-parte che risguardava la loro armata, ma persino sulla
-strada di Monza, per lo che non eravi sicurezza nell'uscire
-da Milano.
-</p>
-
-<p>
-Il giorno 14 di settembre 1515 divenne famoso nella
-storia per la <i>battaglia di Marignano</i>, da alcuni anche
-detta <i>di San Donato</i>. Il Prato ci racconta, come «venuta
-la chiarezza del dì, cominciarono essi (Svizzeri) ad uscire
-per porta Romana; et durò il loro passaggio sino alle ventidue
-ore, <i>il che prova il loro numero</i>, con animo tale,
-che non pareva già che a guerra, ma più presto a certi
-segni di vittoria andassero, et con essi era il cardinale».
-Il re di Francia aveva seco lui sei ambasciatori svizzeri, i
-quali stavano trattando della pace; per lo che l'attacco
-fu una vera sorpresa pei Francesi, e potrebbe chiamarsi
-anche un'insidia oltraggiosa al gius delle genti, se il corpo
-elvetico non fosse un aggregato di più distinte sovranità.
-I cantoni di Uri, Swit e Undervald, i quali privatamente
-possedevano Bellinzona e le province acquistate sul ducato
-di Milano, dovevano preferire il rischio della battaglia,
-anzi che cedere le loro conquiste: gli altri cantoni, dai
-quali non si cercava nella pace sagrifizio alcuno, non
-avendo che l'utilità delle pensioni della Francia promesse,
-dovevano preferire la pace ai pericoli di una giornata. In
-fatti, gli svizzeri di Berna, Soletta e Basilea ricusarono di
-marciare contro de' Francesi; ma, destramente ingannati
-coll'avviso che la vittoria era già decisa pe' loro compatriotti,
-essi, per non ritornare alle case loro colla vergogna
-di non aver partecipato alla gloria degli altri, e per
-non perdere la porzion loro del bottino, che già si tenevano
-<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span>
-sicuro, sull'esempio di quanto era loro toccato a Novara
-col La Trémouille, si unirono e marciarono a San
-Donato. Il progetto era di vincere con impeto la prima resistenza
-de' Francesi: impadronirsi, come era seguíto a
-Novara, dell'artiglieria, e adoperarla contro del re. Guicciardini,
-Gaillard, Prato vanno concordi nella descrizione
-di quanto v'è di essenziale in questo fatto, che decise totalmente
-in favore del re, e che fu una delle più ostinate e
-sanguinose battaglie che si sieno date. Cominciò la mischia
-il giorno 14 settembre, due ore prima del tramontar del
-sole<a class="tag" id="tag365" href="#note365">[365]</a>. Durò ferocemente sino alle quattro ore della
-notte, non volendo nè cedere i Francesi, nè ritirarsi gli
-Svizzeri. Le tenebre si accrebbero al segno, che fu indispensabile
-il cessare, poichè non si distinguevano più gli
-amici dai nemici. Il re profittò di quell'intervallo, spedì
-ordine all'Alviano, comandante de' Veneti, acciocchè si
-presentasse tra Milano e San Donato. Passò il re il rimanente
-della notte, animando e disponendo i suoi, e giacque
-in riposo sopra un cannone. Al comparire dell'aurora, più
-accaniti che mai, ritornarono al loro impeto gli Svizzeri,
-ed i Francesi con fermezza lo sostennero e respinsero. Si
-sparse voce fra gli Svizzeri che l'Alviano marciava per coglierli
-alle spalle. Laonde, spossati dalla enorme fatica,
-disperando di superare i Francesi comandati dal loro re,
-vedendosi in pericolo di ritrovarsi fra due fuochi, piegarono
-alla vòlta di Milano. «Affermava il consentimento comune,
-dice il Guicciardini<a class="tag" id="tag366" href="#note366">[366]</a>, di tutti gli uomini, non essere stata
-per moltissimi anni in Italia battaglia più feroce... Il re
-medesimo, stato molte volte in pericolo, aveva a riconoscere
-la salute più dalla virtù propria e dal caso, che dall'aiuto
-de' suoi... in maniera che il Triulzio, capitano che
-aveva vedute tante cose, affermava questa essere stata battaglia,
-non di uomini, ma di giganti; e che diciotto battaglie
-alle quali era intervenuto, erano state, a comparazione
-di questa, battaglie fanciullesche». Vi si contarono
-<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span>
-sul campo più di quindicimila Svizzeri e seimila Francesi.
-Il Trivulzio vi corse pericolo: ei s'era impegnato fra le alabarde
-e le aste nemiche per salvare un suo alfiere, già
-circondato dagli Svizzeri; ebbe ferito il cavallo, il suo elmo
-privato de' pennacchi; era ridotto al punto di essere oppresso
-dal numero, se non veniva un drappello de' suoi,
-che lo trasse a salvamento. Il re ebbe il cavallo ferito, e
-nella persona ricevè molte contusioni, e vi combattè come
-ogni altro soldato: vi si distinsero il contestabile di Bourbon,
-il conte di San Pol. Il conte di Guise ricevette molte
-ferite; rimase sul campo Francesco di Bourbon, fratello
-del contestabile, che aveva il titolo di duca di Castellerand;
-vi rimasero morti parimenti Bertrando di Bourbon Carenci,
-un fratello del duca di Lorena e del conte di Guise, il
-principe di Talmont, i conti di Sancerre, di Bussi, d'Amboise,
-di Roye ed altri<a class="tag" id="tag367" href="#note367">[367]</a>. Il cavaliere Bayard, quegli che
-aveva e meritava il titolo di <i>cavaliere senza tema e senza
-macchia</i>, in quella memorabile azione fece prodigi di valore,
-per modo che il re di Francia medesimo, Francesco I,
-dopo ottenuta la vittoria, volle ivi sul campo essere creato
-cavaliere per mano del valoroso Bayard. Gli Svizzeri mal
-conci, sopravissuti a quella carneficina, ritornarono a Milano;
-ed io li rappresenterò colle volgari, ma ingenue parole
-adoperate da un merciaio che allora aveva bottega
-aperta in Milano, e si chiamava Gian Marco Burigozzo:
-«Tanto che fu la rotta a questi poveri Sviceri, et se comenzorono
-a voltare, et vennero a Milano quelli pochi che
-erano avanzati, et tutti avevano bagnate le gambe, et questo
-era perchè il signor Giovan Jacopo, come astuto capitano,
-venendo gli Sviceri in campo su un certo prato, et
-lui li dette l'acqua, per modo che la fu una gran ruina a
-quelli poveri Svisceri, tanto che a Milano non se ne vedeva
-altro se non ammalati et homeni maltrattati, in modo
-che pareva che costoro fusseno stati in campo dieci anni,
-tutti polverenti dal mezzo in suso, et dal mezzo in giuxo
-bagnati, tanto che li homeni de Milano, vedento tanta
-<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span>
-desgrazia, tutti si miseno sulle porte ovver botteghe, chi
-con pane et chi con vino, a letificar li cori di questi poveri
-homini, et questo facevano a honor di Dio, et per
-tutto questo dì non cesorno de venire poveri Sviceri,
-tutti malsani, et il più sano durava fatica a star su in
-piedi<a class="tag" id="tag368" href="#note368">[368]</a>.
-</p>
-
-<p>
-Dopo la battaglia di Marignano il duca si ricoverò nel
-castello di Milano con bastante presidio. Il cardinale di
-Sion prese seco il duca di Bari Francesco, e lo condusse
-alla corte imperiale, dove era stato educato, riserbandolo
-a tempi migliori pel caso che Massimiliano rimanesse in
-potere de' Francesi, che il cardinale odiava irreconciliabilmente.
-Gli avanzi di Marignano si ricoverarono nelle loro
-montagne svizzere, e così il Milanese rimase sgombrato ed
-aperto al dominio del re, tranne i castelli di Milano e di
-Cremona. Si vociferava non per tanto della disposizione di
-cinquanta altri mila Svizzeri a venire in soccorso del duca.
-Era recente la memoria di quanto aveva saputo fare Giulio
-II; e non era da fidarsi di Leone X, che gli era succeduto
-nel sommo sacerdozio. Un regolare assedio al castello
-di Milano, ben provveduto di viveri e di munizioni, portava
-molti mesi di tempo, ne' quali i maneggi della politica potevano
-annientare i vantaggi dal valore e dal sangue francese
-ottenuti nella recente segnalatissima vittoria. Voleva
-la ragione di Stato che il re offerisse a Massimiliano Sforza
-i compensi che egli aveva saputo chiedere, purchè cedesse
-il castello di Milano, rinunziasse alle pretensioni sul ducato,
-<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span>
-e riconoscesse il re Francesco per duca di Milano. Girolamo
-Morone, che stavasene nel castello col duca, fu mediatore
-di quest'accordo. Massimiliano Sforza rinunciò al re di Francia
-il ducato di Milano, gli consegnò il castello, passò a terminar
-da privato i suoi giorni nella Francia con trentaseimila
-scudi di pensione, che assegnogli il re, il quale, oltre
-a ciò, s'obbligò di pagargli i debiti. Al Morone il re promise
-di farlo senatore e regio auditore. Il giorno 8 di ottobre
-del 1515 venne ceduto il castello ai Francesi; e non erano
-ancora compiuti i due anni da che n'erano usciti. E così
-terminò la sovranità di Massimiliano Sforza, il quale per
-poco più di tre anni rappresentò la figura dell'ottavo duca
-di Milano; principe che venne definito assai bene dal Gaillard
-nella vita di Francesco I re di Francia colle seguenti
-parole: «à juger de lui par sa conduite, il paroit que
-c'étoit un prince foible, fait pour être gouvernè. Nil politique,
-ni belliqueux, on ne l'avoit vu ni préparer sa defense
-par les intrigues du cabinet, ni commander les armées
-qui combattoient pour lui. Il sombloit que la querelle
-du Milanés lui fût étrangère. Mais il eut du moins le mérite
-d'avoir renoncé de lui même à un rang au quel il
-n'étoit point propre, et de ne l'avoir jamais regretté dans
-la suite». Egli passò nella Francia, dove sette anni prima
-era morto Lodovico suo padre; vi campò quindici anni, essendo
-poi morto a Parigi il giorno 10 di giugno del 1530.
-Il re Francesco I volle mantener la promessa data per Girolamo
-Morone, il quale forse s'aspettava d'essere fatto senatore
-del senato di Milano: ma il re temeva il talento di
-quest'uomo, e non doveva dimenticare che Francesco Sforza
-era salvo: perciò lo destinò a risedere nel parlamento della
-provincia di Bresse, la quale forma una porzione del regno
-di Francia fralla Borgogna, la Franca Contea, la Savoia
-e il Viennese: alla quale onorevole destinazione mostrò di
-ubbidire il Moroni, e fingendo d'incamminarsi al nuovo
-suo destino, strada facendo, sviò e ricoverossi nel Modonese<a class="tag" id="tag369" href="#note369">[369]</a>.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span>
-</p>
-
-<p>
-Nel tempo stesso in cui si assicurò il re di Massimiliano
-Sforza, e s'impadronì delle fortezze del Milanese, mosse
-colla maggiore sollecitudine i suoi maneggi per concertarsi
-col papa Leone X, detto prima il cardinal Giovanni de' Medici,
-che combattè a Ravenna contro dei Francesi. Sommamente
-stava a cuore al pontefice rassicurare alla sua casa
-in Firenze quella sovranità che effettivamente godeva, sebbene
-sotto apparenza di repubblica, e sempre per sè medesima
-precaria. Il re si fece garante di mantenere il governo
-di Firenze nel sistema in cui si trovava. La città di
-Bologna, e per la sua grandezza e per la situazione vantaggiosa,
-premeva al papa di possederla assai più di quello che
-dovessero interessarlo Parma e Piacenza. I Francesi avevano
-mantenuti i Bentivogli nella signoria di quella città,
-anche cogli ultimi fatti del duca di Nemours, che ne aveva
-discacciati i pontificii, i quali l'assediavano. Il re si mostrò
-disposto ad abbandonare i Bentivogli, e guarentire Bologna
-alla Santa Sede. In compenso il papa doveva riconoscere il
-re come sovrano del ducato di Milano e restituirgli Parma
-e Piacenza, come due città dipendenti dal ducato. Così
-venne concertato ed il trattato venne sottoscritto in Viterbo
-il giorno 13 di ottobre 1515.
-</p>
-
-<p>
-Quantunque i Francesi possedessero Milano sino dal giorno
-17 settembre, il re, sin che non ebbe la dedizione del castello,
-volle risedere a Pavia ed in Milano dimorava il contestabile
-di Bourbon, luogotenente e governatore a nome
-del re. Resosi poi padrone del castello, il re fece la sua solenne
-entrata in Milano il giorno 11 d'ottobre 1515. Lo
-corteggiavano il duca di Savoia, il duca di Lorena, il marchese
-di Monferrato, il marchese di Saluzzo, e varii altri
-<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span>
-signori, tutti partecipi della battaglia di San Donato. Alla
-porta Ticinese gli si presentarono i delegati della città, i quali
-gli offersero lo scettro ducale, la spada e le chiavi della
-città. Il re era a cavallo, vestito di ferro, con un manto di
-velluto celeste a gigli ricamati d'oro. Avanti se gli portava
-una spada sguainata; dodici gentiluomini milanesi lo fiancheggiavano.
-Dugento gentiluomini francesi, coperti di ferro
-e con ricchissimi manti, venivangli in séguito. Poi mille fantaccini
-tedeschi armati condotti dai loro capitani riccamente
-ornati, venivangli in seguito. Chiudeva la marcia un corpo
-di cavalleria. Giunti alla notizia dell'imperator Massimiliano
-questi avvenimenti, egli spedì a Milano un suo ambasciatore
-al re di Francia per interpellarlo con qual titolo egli
-occupasse il ducato di Milano. Il re indicogli la sua spada;
-giacchè non essendo egli discendente dell'ultimo investito,
-cioè Lodovico XII, non aveva alcun altro titolo da addurre
-fuori che l'essere discendente ei pure dalla Valentina, madre
-del di lui avo Giovanni conte d'Angoulème; il qual titolo
-non era adattato ai principii dell'Impero, nè alle leggi
-del feudo instituito da Venceslao, siccome transitorio nei
-soli discendenti maschi. Se l'interpellazione fatta da cesare
-aveva l'apparenza di un feciale spedito a intimare la guerra,
-la risposta del re aveva il significato della disposizione sua
-per difendersi. Il re, per rassodare sempre più la buona
-corrispondenza col pontefice, concertò d'abboccarsi con esso
-a Bologna; partì da Milano, dopo di esservi dimorato cinquantatre
-giorni, il 3 del mese di dicembre e il giorno 14
-dello stesso mese e dello stesso anno 1515, in Bologna,
-col papa Leone X si stabilì il concordato famoso, per cui,
-abolita nella Francia la prammatica sanzione, venne spogliato
-il corpo della chiesa Gallicana de' suoi immemorabili
-possessi, e si regalarono il re e il papa vicendevolmente la
-roba altrui. Non mai per addietro gli ecclesiastici francesi
-avevano pagate a Roma le annate, ed il re donò al papa il
-dritto di farsele pagare. Le nomine ed elezioni de' vescovadi
-erano di competenza dei rispettivi capitoli delle cattedrali
-per diritto stabilito dai canoni conciliari; ed il papa
-invece donò al re di Francia queste nomine. Inutilmente i
-<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span>
-parlamenti del regno fecero le loro rimostranze; inutilmente
-le fece il clero gallicano in corpo: poichè si volle
-ad ogni modo che il concordato fosse posto in esecuzione.
-(1516) Dopo ciò, ne' primi giorni di gennaio, il re partì
-dall'Italia, ove lasciava per la forza delle sue armi, per la
-fama della sua vittoria, e per i negoziati col papa e co' Veneziani
-una dominazione apparentemente sicura e tranquilla.
-Lasciò il duca di Bourbon suo governatore e luogotenente
-in Milano.
-</p>
-
-<p>
-Frattanto però l'ostinatissimo cardinal di Sion moveva
-ogni mezzo alla corte imperiale per determinare cesare a
-scendere nell'Italia. Varii Milanesi, avversi alla dominazion
-francese, dimoravano negli Svizzeri, e procuravano di promovere
-gl'interessi della casa Sforza, tuttora intatti nella
-persona del duca di Bari Francesco, il quale non aveva abdicato,
-come aveva fatto il maggior fratello Massimiliano, la ragione
-sua alla successione nel ducato di Milano. La fiera risposta
-data dal re alla intimazione imperiale, sembrava che
-obbligasse quell'augusto a prendere il partito suggerito dal
-cardinale. Così appunto seguì, e nel 1516 l'imperatore Massimiliano
-scese in persona dal Trentino alla testa di sedicimila
-lanschinetti, quattordicimila Svizzeri, e un nerbo poderoso
-di cavalleria. Il maresciallo di Lautrec abbandonò
-Brescia, ch'ei teneva bloccata. I Francesi, vedendo l'imperatore
-che si accostava per impadronirsi di Milano, nè potendo
-difendere i borghi, presero il partito terribile di porvi il
-fuoco. Furano inceneriti i sobborghi di porta Romana, porta
-Tosa e porta Orientale. L'imperatore, il giorno 3 di aprile
-1516, minacciò un assalto a Milano, ne intimò la resa, vantossi
-di voler rinnovare la memoria di Federico Barbarossa;
-ma il contestabile di Bourbon prese sì bene le sue misure
-temporeggiando, che l'imperatore, mancando di denaro, gli
-Svizzeri minacciarono di abbandonarlo. Il maresciallo Gian
-Giacomo Trivulzio, informato di ciò e della inquietudine
-che ne provava l'imperatore, scrisse al colonnello Staffer,
-comandante degli Svizzeri imperiali, una lettera da cui risultava
-un concerto di tradire Massimiliano cesare e consegnarlo
-al contestabile; e questa carta venne confidata ad
-<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span>
-uno, il quale appostatamente si lasciò prendere. Poiché ebbe
-letto un tal foglio, l'imperatore talmente gli prestò fede, che,
-sotto apparenza di andare a prender denaro a Trento, se
-ne partì; e la sua armata, mancando di comandante, e, ciò
-che per essa era ancora peggio, di danaro, si sbandò a saccheggiare
-Lodi e Sant'Angelo, e da' Francesi venne poi discacciata.
-Così terminò con poca gloria una impresa incominciata
-in guisa di doversene aspettare tutt'altro fine.
-Brescia fu da' Francesi tolta agl'imperiali. I Francesi operavano
-come ausiliari de' Veneziani; ma non ci fu modo di
-prendere Verona, difesa valorosamente da Marc'Antonio Colonna,
-degno nipote di Prospero. Lautrec la assediava. I
-Veneziani, collo sborso di centomila scudi, ottennero dall'imperatore
-che abbandonasse Verona; e fra l'imperatore,
-i Veneziani e i Francesi venne segnata la pace. Così i Veneziani
-riacquistarono la terra-ferma<a class="tag" id="tag370" href="#note370">[370]</a>. Si fece la pace
-fra il re e gli Svizzeri. Si accordò un perdono generale, acciocchè
-tutt'i Milanesi che avevano preso partito contro
-della Francia, ed erano esuli e confiscati, ritornassero pacificamente
-ne' loro diritti nella patria. Si impose una tassa
-straordinaria per pagare le somme promesse agli Svizzeri;
-ed il maresciallo Trivulzio obbligava i cittadini ricchi ad
-imprestar danaro al regio erario, carcerandoli se ricusavano.
-Tali conseguenze portava la mancanza di un catastro,
-sul quale ripartire i carichi delle terre. I nostri vecchi
-credevano che quella oscurità fosse un bene; quasi
-che meglio fosse un tributo arbitrariamente estorto colla
-forza militare, esercitata odiosamente sopra alcuni cittadini
-più accreditati, anzi che un proporzionato riparto sulle facoltà
-di ciascuno; e, quasi che la influenza che la difficoltà
-di riscuoterlo può avere onde evitarlo, sia paragonabile col
-disordine di tal forma di riscossione, inevitabile quando le
-urgenze pubbliche lo esigono.
-</p>
-
-<p>
-Il principio del regno di Francesco I, poi che fu in pace,
-promise un ridente avvenire ai Milanesi, e il duca di Bourbon,
-<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span>
-generoso e magnanimo principe, governatore e luogotenente
-del re, procurò di rendersi affezionati gli animi
-di questi nuovi sudditi e far loro dimenticare con un felice
-governo e i suoi naturali principi, e i mali sofferti. Il
-senato di Milano, «che tanto a dire quanto esso re» (dice
-il Prato), ordinò che venissero stimati i danni sofferti dai
-cittadini per le case incenerite ne' borghi, e sulla relazione
-degl'ingegneri commise ai tesorieri del re di risarcirli.
-Ma le angustie dell'erario non permisero che interamente
-fossero indennizzati. In oltre il contestabile di Bourbon
-donò alla città il dazio della macina, che si valutava
-allora diecinovemila ducati di annua entrata; e donò pure
-il dazio del vino minuto, d'annua rendita di settemila ducati.
-Nacque disparere fra i ventiquattro rettori della città.
-Alcuni proposero di abolire questi due aggravi, perchè
-venisse sollevato il popolo, e non si accumulasse denaro
-nella cassa pubblica, d'onde sovente, col titolo di prestito,
-i rettori medesimi lo sviavano per non più restituirlo, abolendo
-così il nome di un molesto aggravio. Tal proposizione
-era di pochi; i più si opponevano; la disputa era
-impegnata, ostentando l'uno e l'altro partito il nome di
-patria e di pubblico bene, siccome è l'uso. Nè accadde allora
-ciò che pure succede, cioè che, mentre due partiti
-cozzano e guerreggiano, entri una più scaltra o più
-potente persona di mezzo ad usurparsi la cosa disputata.
-Venne ordine in nome del re alla città di non disporre di
-tai regalie, intendendo il sovrano di conservare intiera la
-corona ducale. Invece però di que' due tributi il re assegnò
-diecimila ducati annui alla città, da convertirsi in opere di
-pubblico beneficio. L'ordine del re è in data del 7 luglio 1516,
-e contiene:<a class="tag" id="tag371" href="#note371">[371]</a> <i>Christianissimus rex, animo revolvens
-<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span>
-fidelitatem et integritatem quam cives Mediolanenses
-erga Suam Majestatem habuerunt, et damna intolerabilia,
-quae passi fuerunt, libere praedictae civitati donat
-atque concedit summam ducatorum decem milium
-annui et perpetui redditus, per manus receptoris civium
-recipiendos a mercaturae datiariis, quae quidem
-summa in commodum et utilitatem praedictae civitatis
-tantummodo et non aliter convertatur</i>. Poi passa a stabilire
-che la metà di questa somma s'impieghi ogni anno
-per formare un canale sotto la direzione del vicario e dei
-Dodici di Provvisione; ducento annui ducati si lasciano da
-distribuire all'arbitrio del vicario e Dodici suddetti, e quattromila
-e ottocento si distribuiranno chiamando col vicario
-e Dodici anche quattro dottori di collegio de' fisici, quattro
-negozianti e quattro nobili deputati dello spedale. Ogni
-anno il ricettore renderà i suoi conti al magistrato camerale,
-chiamandovi il vicario ed i fiscali<a class="tag" id="tag372" href="#note372">[372]</a>. Era vicario di
-provvisione Bernardo Crivelli<a class="tag" id="tag373" href="#note373">[373]</a>. Gli architetti idraulici
-che s'impiegarono furono Bartolomeo della Valle e Benedetto
-Missaglia. Si cercò di fare un canale che ci rendesse
-comoda la navigazione col lago di Como. Primieramente
-si esaminò la valle di Malgrate, e risultò impossibile, perchè
-conveniva scavare un canale profondo trenta braccia
-per più d'un miglio, e ciò sotto il fondo del lago di Civate,
-e protraendo il canale sino al lago di Pusiano per imboccare
-il Lambro, che ne esce, conveniva sprofondare il
-Lambro cento braccia e dieci once. Perciò abbandonarono
-quella idea, e si rivolsero ad esaminare se meglio convenisse
-cominciare il canale sotto Airuno, e trovando che
-ivi dovevasi sprofondare centosessantadue braccia per attraversare
-quella costa, ne lasciarono pure anche tale idea.
-(1517) Poi, l'anno seguente, esso Missaglia con altri ingegneri,
-Giovanni Simone della Porta e Giovanni Balestrieri,
-si posero ad osservare la Valle del Seveso, che comincia a
-<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span>
-Cavallasca, o passa per Lentate, e viene a Milano. Trovarono
-che per essa non era sperabile di condurre un canale
-per l'angustia e le alte rive che in più luoghi s'incontrano;
-e ciò quando anche vi fosse stato modo d'introdurvi le
-acque del lago di Como, cosa assai difficile e pel livello, e
-per le montagne frapposte; ed anche questo pensiero per
-tai motivi fu giudicato inutile. Visitarono una valle presso
-Chiasso, e non trovarono modo di aprirvi un emissario che
-ricevesse le acque del lago di Como. A Como presso a
-Sant'Agostino si argomentarono di potervi aprire un emissario,
-imboccando la valle del fiume Aperto e dell'Acqua
-Negra, ma calcolate le molti emergenti difficoltà, senza
-fare alcuna livellazione, riconobbero ineseguibile anche
-questo progetto. Tentarono poscia se da Porlezza a Menaggio
-si potessero unire i laghi di Lugano e di Como; la distanza
-è di sei miglia, ma conveniva discendere dal primo
-cento braccia per entrare nel lago di Como, e lo trovarono
-impossibile. La Tresa, emissario del lago di Lugano, che
-sfogasi nel lago Maggiore, fu trovata povera di acque e di
-caduta impetuosa, e giudicata perciò indomabile. Esaminarono
-a Porto ed a Cò di Lago se potessero estraersi le
-acque ed incanalarle per la Lura verso Seregno, d'indi poi
-a Milano; e ciò pure non trovarono espediente. Ritornarono
-a tentare di fare un emissario nell'Adda, visitarono se mai
-per Oggionno e Valmadrera si potesse incanalare l'acqua
-verso Rovagnate, ovvero nel Lambro; ma senza profitto,
-nè speranza, rinunciarono a quel partito. Ripigliarono l'esame
-sotto Airuno, e passata la costa, alta, come dissi,
-braccia centosessantadue, videro che si sarebbe potuto condurre
-un canale per Cernusco Lombardone, indi Usmate,
-poi ad Arcore: ma tutto con sommo dispendio. Questo fu
-il progresso per cui si determinarono il Missaglia e il della
-Valle a progettare per rendere navigabile l'Adda da Brivio
-a Trezzo. La città supplicò perchè s'impiegassero i cinquemila
-zecchini nel rendere navigabile l'Adda, invece di
-scavare di nuovo un emissario, e da ciò si prometteva abbondanza
-di calce, legna e carbone. Era riserbata quest'opera
-ai nostri giorni, mercè la protezione ed attività del
-passato governo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span>
-</p>
-
-<p>
-Queste beneficenze del re animarono la città di Milano
-a spedire a Parigi alcuni deputati con una supplica al re
-in cui proposero alcuni stabilimenti. Essa distesamente
-vien riferita nel manoscritto del Prato. Io ne esporrò quanto
-vi è di più importante. Si chiedeva dalla città di Milano
-che il governatore e luogotenente non avesse nè direttamente
-nè indirettamente ingerenza alcuna nelle cose di
-giustizia tanto civile quanto criminale; che nessuna autorità
-egli avesse negli affari delle regalie, e nemmeno facoltà
-di proclamare editti; ciò che il re non volle accordare.
-Accordò egli bensì che nessun comandante militare potesse
-nelle città di presidio o nei castelli esercitare giurisdizione
-sopra i cittadini. Si conosce da quanto trovasi in
-quella supplica, che di que' giorni i questori, i quali dovevano
-giudicare delle questioni fra gl'impresari e il popolo,
-non erano di rado soci secreti degl'impresari medesimi;
-onde essendo costoro ad un tempo giudici e parte, non vi
-era più modo agli oppressi di trovare giustizia, su di che
-la città implorò la sovrana provvidenza. Essi poi, come ministri
-camerali, all'occasione di confische (le quali in quella
-età di frequente cambiamento di dominazione, col pretesto
-di fellonia non erano rare) occupavano indistintamente
-tutto il patrimonio e del reo e de' consanguinei che vivessero
-indivisi con lui, e quindi gl'innocenti si trovavano costretti
-a dispendiosissime liti, dalle quali erano prima rovinati
-che ottenessero la loro porzione devastata. Fa poi
-ribrezzo maggiore il conoscere da quella supplica quanto
-ingiusta e crudele fosse la procedura criminale esercitata
-in quell'epoca da coloro che avevano una carica di capitano
-di giustizia. Questo supremo giudice, assistito dal suo
-vicario e da quattro fiscali, procedeva<a class="tag" id="tag374" href="#note374">[374]</a> <i>servato et non
-servato jure comuni</i>. Vi fosse o non vi fosse il corpo del
-delitto, questo non arrestava la procedura. Il primo atto
-del processo era citare formalmente il tal cittadino, acciocchè
-si presentasse all'esame. In questo esame non di rado
-veniva il cittadino posto ai tormenti, e quindi<a class="tag" id="tag375" href="#note375">[375]</a> <i>cum terrori
-<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span>
-sit omnibus officium illud</i> (dice il Prato), molti
-chiamati all'esame, per sottrarsi fuggivano, e poi si condannavano
-come contumaci anche gl'innocenti. Da questi
-aggravi chiesero i deputati che venisse liberata in avvenire
-la città; ed il re comandò al senato di proporre i rimedii.
-Se colle livellazioni fatte sulla pianura del ducato, alcuni
-uomini di quel secolo acquistarono diritto alla stima e riconoscenza
-de' loro nipoti e successori, i togati di quei
-tempi cominciarono a farci conoscere che quella loro arte
-cui definiscono:<a class="tag" id="tag376" href="#note376">[376]</a> <i>ars boni et aequi, justi atque injusti
-scientia</i>, è un'arte affatto staccata dal senso morale. Da
-quella carta istessa impariamo che allora più non si univa
-il consiglio dei novecento, ma era di centocinquanta il consiglio
-generale della città di Milano; e que'centocinquanla
-nobili rappresentavano veramente la loro patria, poichè
-da quella erano eletti a parlare e ad agire per essa. Il
-metodo della elezione era questo. Ogni parrocchia si radunava
-e nominava due sindaci. Tutti i sindaci poi di ogni
-porta si radunavano ed eleggevano quattro. Questi quattro
-eletti da ciascuna delle sei porte, ossia de' sei rioni o quartieri
-della città, si univano e formavano i ventiquattro
-elettori. Da questi poi nominavansi venticinque nobili per
-ciascuna porta, i quali formavano il consiglio della città, a
-cui era concessa la nomina dal vicario di provvisione, scelto
-dal collegio de' giureconsulti, la nomina de' due assessori,
-scelti pure dal collegio medesimo, e quella degli altri nobili
-per le giudicature della città e pel tribunale di provvisione.
-Essi tuttavia formavano la terna, e la scelta facevasi
-dal luogotenente e governatore dello Stato. Ma quella
-forma di elezione terminò due anni dopo; e per un fatto
-dispotico del governatore Lautrec, vennero da esso lui nominati
-sessanta nobili, ai quali commise di rappresentare
-il consiglio generale della città<a class="tag" id="tag377" href="#note377">[377]</a>; e così continuarono
-<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span>
-dappoi i successori nel governo a nominare, senza opera
-della città, a misura che vacavano; ed il ceto dei sessanta
-decurioni (l'adunanza de' quali dicevasi la <i>Cameretta</i>),
-durò fino all'epoca della repubblica Cisalpina.
-</p>
-
-<p>
-La plebe era superstiziosa e violenta oltremodo; e ne
-fecero la prova i monaci di San Simpliciano, i quali, nell'anno
-1517, avendo scoperte alcune urne, ed esposti i corpi
-creduti di San Simpliciano, di San Martino, di San Siro ed
-altri santi; ed essendo per disgrazia caduta in que' dì una
-grandine dalla quale vennero flagellate e devastate le nostre
-campagne; col modo di ragionar volgare attribuendosi
-il fenomeno fisico allo sdegno dei santi, i quali bramassero
-riposo ed oscurità, anzi che luce e movimento; e traducendosi
-i Benedettini siccome rei di sacrilegio e di pubblica
-sciagura; non furono essi più sicuri non solamente
-nelle piazze e per le vie della città, ma nemmeno nel loro
-monastero; e dice il Prato ch'essi furono «sì sconciamente
-battuti, che tal fu di loro, che vi lasciò non solamente la
-cappa, ma et la forma di quella». Nè la supposta empietà
-di cavare dalla tomba i santi bastava a spiegare allora la
-cagion della grandine. La inquisizione non volle starsene
-oziosa; volle trovar delle streghe colpevoli di quel turbine,
-e volendolo efficacemente, se ne trovano sempre. Alcune
-infelici donnicciuole avevano dei segni, quai fossero
-non lo sappiamo; bastarono però a farle splendidamente
-gettar nel fuoco. Si ascolti il Prato: «Anche da li segni
-le quali, judicate dalla inquisizione per strie, furono in
-quelli medesimi dì a Ornago et a Lampugnano sul monte
-di Brianza a gran splendore arse». Convien dire che anche
-nel ceto ecclesiastico allora l'ignoranza fosse grande; e
-merita di essere riferito a tal proposito un fatto singolare
-che ci vien raccontato e dal Prato e dal Burigozzo. Un uomo
-sen venne a Milano grande, sottilissimo per l'estrema magrezza,
-che, andando scalzo, vestito di rozzo panno, a capo
-scoperto, non portando camicia, vivea con pane di miglio,
-erbaggi ed acqua, e dormiva sulla nuda terra. Costui, presentatosi
-alla curia arcivescovile, chiese il permesso di predicare;
-ma siccome egli era laico e non fregiato di alcun
-<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span>
-ordine ecclesiastico, gli venne ciò negato. Malgrado ciò egli
-cominciò nel Duomo a parlare al popolo, e continuò per
-un mese a farlo ogni giorno <i>con tanta grazia di lingua,
-che tutto Milano vi concorreva</i><a class="tag" id="tag378" href="#note378">[378]</a>. Egli prese un tal
-ascendente col favor del popolo, che nessuno poteva fargli
-contrasto; e nella chiesa del Duomo disponeva come se ne
-avesse titolo. Le costui prediche versavano singolarmente
-nel rimproverare la corruttela degli ecclesiastici; i quali,
-indifferenti per la religione, col di lei manto altro non bramavano
-se non ricchezza, autorità e comodi; non mai sazi
-di onori, di latifondi, di voluttà, nimici delle sante regole
-de' lori istitutori, alieni dalla carità, dallo studio de' libri
-sacri, dalla cura del bene altrui, dalla pazienza, dalla umiltà,
-dai travagli; cose tutte che pure sono di obbligo dello
-stato a cui sono sublimati, e quindi invece di animare i
-laici alla virtù col loro esempio, sono la cagione della corruttela
-universale de' costumi. Così con veemente eloquenza
-questo uomo laico cercava di scuotere gli ecclesiastici. I
-preti non si mossero; ma i frati non furono tanto pazienti;
-e que' di Sant'Angelo l'accusarono come sedizioso, fautore
-segreto de' nimici del re. Egli, interrogato dal maresciallo
-Trivulzio e dal presidente del senato, fu trovato un uomo
-semplice, pio, ed affatto diverso da quello che era stato
-rappresentato. Insensibilmente poi questo amor popolare,
-prodotto dalla eloquenza e dalla austerità, sempre imponente,
-della vita, svanì; ed il romito, dopo sei mesi, senza
-alcun romore, se ne partì. Era costui dell'età di trent'anni,
-toscano; aveva nome Girolamo; dotto assai nelle sacre
-pagine. Tutto ciò il Prato. Di costui il Burigozzo dice che
-era di Siena, di bella persona, e nobile: «era vestito de
-panno tanè, haveva le brazza discoperte et le gambe nude
-senza niente in testa, con la barba lunga, ed haveva dissopra
-un certo mantelletto a modo de sancto Giovanni
-Battista». Se mi si permette una conghiettura, parmi che
-questa straordinaria missione fosse un avviso salutare degli
-imminenti torbidi luttuosi che nacquero pochi mesi dopo
-nella Germania contro degli ecclesiastici, e che riuscirono,
-<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span>
-come ognun sa, all'infausto dissidio dei protestanti e dei
-pretesi riformati.
-</p>
-
-<p>
-Il contestabile duca di Bourbon, governatore e luogotenente
-del re, venne richiamato per uno di quegl'intrighi,
-i quali non son rari nelle corti, quando il monarca non
-giudichi co' suoi principii, ma si lasci indurre ad abbracciare
-i partiti che destramente gl'insinuano le persone che
-se gli accostano più da vicino. La duchessa di Angoulême
-aveva molto ascendente sull'animo del re suo figlio. Non
-minor potere aveva nel cuore di quel giovine e vivace sovrano
-la contessa di Chateau-Briant, che era nel fiore dell'età,
-il fiore della bellezza e della grazia; ed era amata
-dal re<a class="tag" id="tag379" href="#note379">[379]</a>. La duchessa favoriva il duca di Bourbon, senza
-ch'egli se ne avvedesse, per inclinazione naturale; la contessa
-bramava che si desse a Lautrec, di lei fratello germano,
-il comando nell'Italia delle armi francesi. Perciò
-nel 1517 egli venne a Milano governatore, e fu il settimo.
-Odetto di Foix, signore di Lautrec, maresciallo di Francia,
-era cugino e compagno d'armi del celebre Gastone di Foix.
-Alla battaglia di Ravenna egli fu de' pochi che non l'abbandonò,
-quando, per uno sconsigliato ardimento si scagliò
-incontro alla sua morte. Si battè, lo difese quanto un
-uomo solo lo poteva contro di una folla di armati. Lautrec
-gridava agli Spagnuoli, mentre combatteva, avvisandoli che
-Gastone era il fratello della regina loro. Ferito egli pure
-in più guise, giacque creduto morto a canto a Gastone.
-Riconosciuto poi ed assistito, ripigliò Lautrec il suo vigore,
-e sotto del contestabile continuò a dar saggi del suo valor
-militare. Le ferite che Lautrec aveva ricevute sul viso nella
-battaglia di Ravenna, l'avevano reso di aspetto truce e deforme,
-nè il di lui carattere contrastava colla fisonomia<a class="tag" id="tag380" href="#note380">[380]</a>.
-(1518) Lautrec, governatore di Milano, mal sofferiva il maresciallo
-Trivulzio, il quale viveva con una magnificenza
-<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span>
-reale, ed era più considerato nella città, che non lo fosse
-Lautrec. Trivulzio era maresciallo, era stato governatore,
-aveva acquistato alla Francia il milanese, viveva indipendente.
-Il perchè venne accusato e indicato per sospetto,
-per essere egli il capo della potente fazione de' Guelfi, e per
-essersi fatto ascrivere alla naturalizzazione elvetica, e perchè
-il di lui nipote serviva i Veneti. Queste accuse del
-Lautrec vennero nell'animo del re malignamente rinforzate
-dalla contessa di Chateau-Briant, la favorita di quel
-monarca. Trivulzio, franco e sensibile, informato dell'attentato,
-al momento partì, e quantunque avesse ottant'anni,
-nel cuore dell'inverno, superate le Alpi, si presentò alla
-corte di Francia, dove però non potè avere udienza dal re.
-Questo rispettabile vecchio si fe' condurre in luogo per cui
-doveva passare il monarca; e poichè fu alla distanza di
-essere ascoltato, disse: «Sire, degnatevi di accordare un
-momento d'udienza ad un uomo che s'è trovato in diciotto
-battaglie al servigio vostro e dei vostri antenati». Il re,
-sorpreso, lo guarda, lo ravvisa, e passa oltre senza far
-motto. Tale fu la mercede di quarant'anni di servigi resi
-alla Francia. Trivulzio si ammalò gravemente. Il re gli
-fece fare delle scuse; ed il Trivulzio gli rispose che era
-sensibile alla bontà del re, ma che lo era stato pure ai rigori,
-ed il rimedio era tardo<a class="tag" id="tag381" href="#note381">[381]</a>. Frattanto il Lautrec profittò
-dell'assenza del Trivulzio per arrestare a Vigevano la
-vedova ed i figli del conte di Musocco, nuora e nipoti del
-Trivulzio. Il maresciallo fu sepolto a <i>Bourg de Chartres</i>,
-sotto <i>Montlehery</i>, dove aveva trovata la corte, e dove
-morì<a class="tag" id="tag382" href="#note382">[382]</a>. Burigozzo dice che ei morì il giorno 4 di dicembre
-del 1518. Nel vestibolo di San Nazaro Maggiore della
-nostra città avvi un tempio di assai grandiosa e nobile
-architettura, intorno al cui architrave veggonsi collocate in
-alto le tombe della famiglia Trivulzio; il qual edifizio
-credesi fatto fabbricare dal maresciallo, la tomba del quale
-sta nel mezzo, colle due sue mogli poste ai lati; e sta
-<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span>
-scolpito:<a class="tag" id="tag383" href="#note383">[383]</a> QVI NVNQVAM QVIEVIT HIC QVIESCIT. TACE.
-Della sconoscenza ed ingratitudine del re Francesco I ne
-scrive anche il Prato; «havendo non una, ma due et tre
-volte, dic'egli, con tanta fatica et arte in bona parte dato
-il stato di Milano a Francesi, et hora ne ha pagato di sì
-meritevole guiderdone». Il Trivulzio fu un gran soldato,
-un signore magnifico, e d'animo reale. L'ambizione sua
-però fu rivolta più a soggiogare i nemici viventi, ed a
-vendicarsene, che a procacciarsi una fama generosa presso
-la posterità. Ei non temette la voce imparziale della storia.
-È tristo quel popolo che è dominato da un ambizioso
-che non la teme! Trivulzio, con la sua ambizione, rovinò la
-patria, scaccionne i naturali suoi duchi, e la immerse nelle
-miserie che l'afflissero per più di un secolo. Egli non ha
-diritto veruno alla nostra riconoscenza.
-</p>
-
-<p>
-Dell'atrocità di que' tempi, o degli effetti dell'ignoranza
-e delle torture può esserne pure chiara testimonianza il
-fatto orribile di Isabella da Lampugnano, la quale, il giorno
-22 di luglio del 1519, sulla piazza del castello, fu arruotata
-viva ed abbruciata. Si credette che per <i>sola crudeltà</i>
-ella colle lusinghe si facesse venir in sua casa i bambini,
-e loro togliendo il sangue, gli salasse e divorasse poi. Si asserì
-che la cosa venisse a sapersi, perchè una gatta di lei fu
-osservata avere in bocca la mano d'un bambino: «Fu subito
-detenuta, dice il Prato, et stata per alcun tempo perseverante
-ne' tormenti horribili, negando sempre il vero, finalmente
-confessò il tutto». La logica non permette di credere
-che si commettano siffatti orrori <i>per sola crudeltà</i> e senza
-un fine. La cognizione del cuore umano nemmeno consente
-di crederne preferibilmente capace una donna, più sensibile
-alla compassione che non è l'uomo. La ragione e la
-sperienza ci dimostrano che questa è una prova di più, che
-coll'uso dei tormenti <i>horribili</i>, finalmente si costringe un
-innocente ad accusarsi di qualunque più chimerico delitto.
-Ci accaderà di trattarne più diffusamente, mi lusingo,
-in avanti, proseguendo la storia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span>
-</p>
-
-<p>
-La condizione de' Milanesi era assai infelice sotto il duro
-e dispotico governo del maresciallo Lautrec: aggravi indiscreti,
-indiscretamente percepiti; patiboli, confische, proscrizioni;
-quest'era l'arte colla quale colui governava. Io non
-riferirò quanto ne scrivevano gl'Italiani di quel tempo, che
-potrebbe forse anco credersi dettato dallo spirito di partito
-nazionale. Brantome così parla nella vita di Lautrec.
-«On dit qu'avant qu'il fust chassé de Milan, venoient au
-roy plusieurs nouvelles et plaintes de luy, et qu'il estoit
-trop sévère et mal propre pour un tel gouvernement....
-mais pour gouverner un état il n'y estoit bon. Madame de
-Chasteaubriant, soeur de mons. de Lautrec.... en rebatit
-tous les coups, et le remettoit tousjours en grace». E lo
-storico Gaillard, nella vita di Francesco I re di Francia, dice:
-«Le maréchal de Lautrec gouvernoit depuis lon tems le Milanés
-avec une rigueur bien contraire à la clemence de son
-maître. Les proscriptions avoient depeuplé Milan. Les bannis
-étoient en si grand nombre qu'on les voit jouer un rôle
-dans l'histoire, se rassembler, former des entreprises, et
-susciter beaucoup d'affaires aux François. On remarqua
-que la plus part de ces bannis étoient les plus riches citoyens
-da Milanés<a class="tag" id="tag384" href="#note384">[384]</a>». Fu ben diverso il regno di Lodovico
-XII da quello di Francesco I, non già per cattiva
-indole di quest'ultimo, ma perchè, sotto il nome suo spensieratamente
-lasciava in balía d'un favorito il destino dei
-sudditi. In quel torno morì il nostro celebre Bernardino
-Corio<a class="tag" id="tag385" href="#note385">[385]</a>, d'anni sessanta, e fu l'anno 1519. Quattro anni
-prima lo storico Tristano Calco lo avea preceduto.
-</p>
-
-<p class="pad2 center large">
-<span class="smcap">Fine del Tomo secondo.</span>
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE DI QUESTO TOMO</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XI.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Di Matteo I, di Galeazzo I e d'Azzone Visconti, signori di Milano</i></td> <td class="pag"><a href="#cap11">Pag. 5</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Di Luchino, di Giovanni arcivescovo, e dello stato della città sino verso la metà del secolo XIV</i></td> <td class="pag"><a href="#cap12">37</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XIII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Della signoria dei tre fratelli Matteo, Barnabò e Galeazzo Visconti</i></td> <td class="pag"><a href="#cap13">70</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XIV.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Del conte di Virtù, e della erezione del ducato di Milano</i></td> <td class="pag"><a href="#cap14">104</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XV.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Del duca Giovanni Maria, e del terzo ed ultimo duca Visconti, Filippo Maria</i></td> <td class="pag"><a href="#cap15">132</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XVI.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Repubblica di Milano, che termina colla dedizione a Francesco Sforza</i></td> <td class="pag"><a href="#cap16">170</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XVII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Francesco I Sforza, duca di Milano</i></td> <td class="pag"><a href="#cap17">211</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td><span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XVIII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Del governo del quinto duca Galeazzo Maria Sforza, e della minorità del duca Giovanni Galeazzo Maria, sesto duca</i></td> <td class="pag"><a href="#cap18">229</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XIX.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Di Lodovico il Moro, settimo duca di Milano, e della venuta del re di Francia Lodovico XII</i></td> <td class="pag"><a href="#cap19">251</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XX.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Breve ritorno del duca Sforza, fatto prigioniere; e governo del re di Francia Lodovico XII, fino alla lega di Cambrai</i></td> <td class="pag"><a href="#cap20">275</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XXI.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Lodovico XII, re di Francia, perde il Milanese, ove è riconosciuto Massimiliano Sforza, ottavo duca</i></td> <td class="pag"><a href="#cap21">297</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>&nbsp;</td>
- </tr>
- <tr>
- <td colspan="2" class="center">CAPITOLO XXII.</td>
- </tr>
- <tr>
- <td><i>Di Francesco I re di Francia, e suo governo nel ducato di Milano</i></td> <td class="pag"><a href="#cap22">319</a></td>
- </tr>
-</table>
-
-<hr />
-</div>
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cassone ecc. Agli uomini, così fossero prudenti! Matteo Visconti,
-vicario e rettore, o sia capitano, al podestà, ai sapienti ed
-anziani, ai consiglieri, ai consoli, al consiglio, al comune della città
-di Milano, e a Galeazzo, Luchino, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span>E per questo tu, Matteo Visconti, e voi altri come sopra nominati,
-se non vi emenderete delle predette cose, scomunichiamo
-in perpetuo, anatematizziamo, e priviamo di qualunque commercio
-umano, della ecclesiastica sepoltura e dei sacri ordini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio all'anno 1314.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note4">
-<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Flamma, Manipul. Fior., et Annales Mediolan. ad ann. 1317.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note5">
-<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Flamma, Manipul. Flor., ad annum. 1313.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note6">
-<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di pessimi delitti e di eresia, benchè non fosse colpevole.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note7">
-<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bonincontrus Morigia</i>, lib. 3, cap. 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note8">
-<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Villani, Ughelli e Buonincontro Morigia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note9">
-<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Raynaldus, ad an.</i> 1317, n. 8.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note10">
-<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bonincont. Morigia</i>, lib. 2, cap. 27.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note11">
-<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Raynald., num. XI, ad annum.</i> 1320.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note12">
-<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Idem, num. X, ad an.</i> 1320.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note13">
-<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. IX, cap. 108.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note14">
-<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Flamma, Manipul. flor.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note15">
-<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. X, pag. 547.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note16">
-<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tanto perchè il giudizio o la punizione del reato di sacrilegio
-spettano al foro ecclesiastico, quanto ancora perchè, nella
-vacanza dell'Imperio, come ancora al presente si riconosce vacante,
-a noi ed alla apostolica sede appartiene il reprimere l'ardire
-di questi facinorosi che nell'Imperio si trovano, il togliere di
-mezzo l'oppressione, e l'amministrare la giustizia agli offesi ed
-agli oppressi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note17">
-<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il profano ed empio autore di grandi sceleratezze e di delitti,
-Matteo Visconti di Milano, rabbioso devastatore delle parti
-della Lombardia, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note18">
-<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ughelli, Ital. Sacr.</i>, tom. IV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note19">
-<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ughelli, col. 206.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note20">
-<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fece portare il vessillo della Chiesa sopra il tetto della casa,
-e colà fu proclamato che qualunque uomo o donna seguitare volesse
-quel vessillo, affine di distruggerò il detto Matteo e i di lui
-fautori, libero e mondo sarebbe tanto da colpa quanto da pena.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note21">
-<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Chronic. Astens.</i>, cap. 103.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note22">
-<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pronunziando sentenza di scomunica, coi tesori della Chiesa
-aperti, e da qualunque parte arruolando soldati agli stipendi contra
-il predetto signor Matteo e i suoi seguaci e quelli della sua
-stirpe fino al quarto grado.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note23">
-<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Edizione in quarto. Milano, 1771, pag. 29.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note24">
-<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>.&nbsp;&nbsp;</span>All'anno 1332.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note25">
-<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Certamente consta che i censori della fede, nel condannare
-per titolo di eresia alcuni Ghibellini, indotti furono oltremodo
-dallo spirito di partito.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note26">
-<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Raynald. ad annum</i> 1341.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note27">
-<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Trovato abbiamo essere iniquamente fatti i processi e le sentenze
-suddette, per certe ragioni legittime e giuste che in essi
-abbiamo ravvisate, e col consiglio del fratelli nostri e coll'autorità
-apostolica, dichiariamo iniquamente fatti e nulli ed irriti gli
-stessi processi e i giudizi, fatti e pronunziati dai prefati arcivescovo,
-Pasio, Giordano, Onesto e Barnaba, e da ciascuno di essi
-intorno alle predette cose, in comunione o separatamente, contra
-i predetti Giovanni e Luchino (<i>erano allora que' due figli di Matteo
-signori tranquilli di dodici città</i>) e tutte le cose che sono seguite
-in forza di que' giudizi o per cagione di quelli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note28">
-<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ughelli, tom. IV, in <i>Archiep. Mediol., ubi de Johanne Vicecomit.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note29">
-<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che gli altri tutti in probità superava.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note30">
-<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 36.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note31">
-<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bonincontr. Morigia</i>, lib. III. cap. 21.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note32">
-<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>.&nbsp;&nbsp;</span>All'anno 1323.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note33">
-<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non mancavano tuttavia a Lodovico molti argomenti di ragione
-coi quali, presso il maggior numero delle persone, scusare
-si potessero le cose da esso fatte; la controversia con Federico
-austriaco intorno all'Imperio, già decisa colla spada: Milano poi
-difesa, non affine di assistere l'eretico Galeazzo, ma di rivendicare
-a sè stesso i diritti dell'Imperio, e di impedire che occupata fosse
-da Roberto re di Sicilia un'amplissima provincia dell'Imperio, che
-non mai forse si sarebbe ricuperata. Non però da que' motivi di
-ragione fu Giovanni rimosso dal meditato disegno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note34">
-<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Raynald. ad ann.</i> 1323, cap. 29 et 30.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note35">
-<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intorno alla di cui morte nulla si sa di certo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note36">
-<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 70.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note37">
-<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. III, cap. 37.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note38">
-<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Anecdot.</i>, tom. II, pag. 301.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note39">
-<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Molto dal vero si allontana.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note40">
-<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Bonincontr. Morigia, R. I.</i>, tom. XII, col. 1750 D; — e la
-cronaca d'Azario, pag. 54.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note41">
-<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>R. I.</i>, tom. X, col. 901 B. — <i>Martene, Thesaur. nov.
-Anecdot.</i>, tom. II. — <i>Cod. Italic. Lunig.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note42">
-<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pietro tornato in sè, disse: Venne l'angelo del Signore, e ci
-liberò dalle mani di Erode e di tutte le fazioni de' giudei.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note43">
-<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gio. Villani, Storia, lib. X, cap. 71. — Albertino Mussato,
-<i>R. I.</i>, tom. X, col. 774 C.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note44">
-<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Med. Æv.</i>, tom. VI, col. 186.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note45">
-<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giorno e notte gridavano a vitupero del Bavaro: O Gabrione,
-ebrione, bevi, bevi, ho, ho, Babii, Babo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note46">
-<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>R. I.</i>, tom. XII, col. 1001.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note47">
-<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Villani, cap. 289.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note48">
-<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Messale ambrosiano, stampato l'anno 1475 in Milano da Antonio
-Zarotto; e Breviario, stampato dal medesimo, l'anno 1490.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note49">
-<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. X, pag. 482.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note50">
-<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vita di Giotto, tom. I, pag. 95.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note51">
-<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ivi</i>, pag. 46.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note52">
-<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lomazzi, Arte della pittura, pag. 35.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note53">
-<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. X, pag. 332.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note54">
-<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gio. Villani, lib. XII, cap. 37.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note55">
-<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. X, pag. 410.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note56">
-<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>.&nbsp;&nbsp;</span>All'anno 1348.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note57">
-<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Aveva la predetta signora Elisabetta, di lui moglie, fatto
-voto di visitare la chiesa di San Marco in Venezia, come essa
-diceva. Al quale viaggio acconsentì il signor Luchino. E, fatta una
-comitiva di molti grandi dell'uno e dell'altro sesso, si pose in
-cammino, e come una imperatrice, e con grandissime spese e
-corte bandita, fu ricevuta dal signor <i>Mastino</i> in Verona. E compiè
-il suo viaggio, e si narra che anche la sua volontà compiesse
-intorno a carnale congiungimento, e le altre di lei compagne delle
-primarie della Lombardia fecero la cosa stessa. Per questo nacquero
-di molti scandali. Ma perchè l'amore e la tosse non si possono
-nascondere, nè tanto è occulta alcuna cosa che non si riveli,
-tornata essendo la medesima, il signor <i>Luchino</i> seppe ed
-udì quello che avvenuto era. Pure, siccome sapiente, pensò a dare
-le disposizioni per la vendetta. E perchè disse un giorno, che in
-breve era per fare in Milano la giustizia più grande che mai fatta
-avesse, con bellissimo rogo, la predetta di lui moglie ben si avvide
-che essa era l'oggetto di quella giustizia. Essa altronde, che
-ben conosceva il commesso delitto con tale persona, scusare non
-potevasi delle cose predette, siccome altra volta erasi scusata. In
-qual modo andasse quella faccenda si ignora, nè viene agli scritti
-confidato. Ma il signor <i>Luchino</i> non potè compiere quella vendetta
-per essere egli stesso mancato di vita.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note58">
-<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Petri Azarii, Notarii Novariensis, Syncroni author. Chronicon...
-Mediolani</i>, 1771, pag 93.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note59">
-<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Non nuoce aver taciuto, ma parlato».</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note60">
-<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Uomo era austero nell'aspetto e nell'opere, parco nel promettere,
-largo nell'attendere.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note61">
-<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mostrava prendersi cura di poche cose, ma di molte curavasi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note62">
-<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che il prefato magnifico ed eccelso signor <i>Giovanni</i>, figliuolo
-del fu signor <i>Matteo de' Visconti</i> di buona memoria, e dopo la
-morte di quel signor <i>Giovanni</i>, nello stesso modo, qualunque
-altro maschio discendente per linea mascolina e di legittimo matrimonio
-dal prefato fu signor <i>Matteo de' Visconti</i>, sia e sieno a
-perpetuità vero e legittimo e naturale padrone, e veri e legittimi
-e naturali padroni della città e di tutto il distretto e della diocesi
-e della giurisdizione di Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note63">
-<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Matteo Villani, lib. I, all'anno 1350.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note64">
-<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Raynald. ad ann.</i> 1330, n. VII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note65">
-<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Matteo Villani, lib. I, all'anno 1351.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note66">
-<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Georg. Stellae Ann. Genuens., ad ann. 1354.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note67">
-<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tutta poi trovo la valle del Reno abitata da coloni mandati
-da <i>Augusto</i>; questa mutazione però di sedi non cambia punto la
-patria alla quale si va, ma coloro che vanno. Adunque e i Galli
-andati nell'Asia, Asiani, e gli Italiani andati nella Frigia, Frigii, e
-questi, dopo l'eccidio di Troia tornati nell'Italia, di nuovo diventarono
-Italiani. Così i nostri, trasportati nella Gallia o nella Germania,
-s'imbevettero della natura di quelle parti e de' costumi
-barbarici, e i Milanesi, stabiliti dai Galli, e Galli una volta, ora
-come uomini dolcissimi, non serbano alcun vestigio della vetusta
-loro origine; così da forza celeste sono modificati gli umani
-ingegni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note68">
-<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Francisci Petrarchae V. C. contra cujusdam Anonymi
-Galli calumnias, ad Ugutionem de Thienis Apologia</i>, tom. II,
-pag. 1083.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note69">
-<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«O caro al cielo, e per illustre schiatta</p>
-<p class="i01">Venerato dai popoli superbi,</p>
-<p class="i01">Almo fanciullo, a te dolce la vita,</p>
-<p class="i01">E sia vivace nell'infanzia il brio!</p>
-<p class="i01">Lieto t'innoltra, o lungamente atteso,</p>
-<p class="i01">Dono alla patria, ai padri ed a noi tutti;</p>
-<p class="i01">E di vita il cammino astri felici</p>
-<p class="i01">T'additin certo tra secondi eventi!</p>
-<p class="i01">Te il Po signore attende...»</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note70">
-<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Ma all'egregio garzon, già grandicello,</p>
-<p class="i01">Questa coppa si doni, e ad essa accosti</p>
-<p class="i01">Le rosee labbra; a' piccioli conviene</p>
-<p class="i01">Picciolo dono: minimo son io;</p>
-<p class="i01">Ei massimo; ma ancor l'etade è scarsa;</p>
-<p class="i01">Appena egli apre a nuova luce gli occhi,</p>
-<p class="i01">E trepido lo sguardo al ciel rivolge.</p>
-<p class="i01">All'età s'offron, non al grado, i doni.</p>
-<p class="i01">Giuoco or farà del nitido metallo,</p>
-<p class="i01">Che altero sprezzerà d'anni più grave,</p>
-<p class="i01">Qualora ei sappia che lucente feccia</p>
-<p class="i01">Dalle profonde viscere si tragge</p>
-<p class="i01">D'alpestre terra; ma a lui forse grati</p>
-<p class="i01">Saranno allor miei carmi, e, rileggendo,</p>
-<p class="i01">Rammenterà ch'io lo levai dal fonte.</p>
-<p class="i01">Tanto onor mi concesse il genitore».</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note71">
-<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Francisci Petrarchae Florentini V. C. operum</i>, tom. III,
-pag. 113.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note72">
-<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La città di Milano, capitale dei Liguri e metropoli, sin quasi
-all'invidia ignara tuttora di queste calamità, e per la salubrità e
-dolcezza dell'aere, e per la frequenza del popolo gloriosa, nell'anno
-sessantesimoprimo deserta rimase e squallida.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note73">
-<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De Rebus Senilibus Epistolar.</i>, lib. III, epist. I <i>ad Johannem
-Bocatium.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note74">
-<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Benaglia, Del magistrato straordinario, cap. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note75">
-<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. XI, pag. 426.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note76">
-<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. VII, pag. 392.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note77">
-<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. XI, pag. 32.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note78">
-<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cioè, di pane di frumento buono e ben cotto e bianco, e di
-vino buono e puro in quantità sufficiente; e di capponi, uno cioè
-intero per ogni due persone, e di carne di bue e di porco con
-buone salse di pepe, cioè un frammento o un pezzo di carne di
-bue, competente e buona per ogni due; ed un altro frammento o
-un pezzo di porco con buone salse di pepe per ogni due; ed un
-frammento o un pezzo di carne porcina fritta o arrostita col pane
-gratuggiato per ogni due; e tutte queste cose, secondo che è convenevole,
-appresti in ciascun anno a sufficienza.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note79">
-<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. VIII, pag. 653.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note80">
-<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ora però nell'età presente, agli antichi costumi molte cose
-si sono aggiunte, come irritamenti a danno delle anime; perciocchè
-le vesti preziose sono da ogni parte coperte di superflui ornamenti:
-nelle stesse vesti, tanto degli uomini, quanto delle donne,
-si inseriscono l'oro, l'argento, le perle. Larghissimi fregi si sovrappongono
-alle vesti. Bevonsi vini forastieri e delle parti oltramarine;
-tutte le vivande sono sontuose, ed in grandissimo prezzo si tengono
-i maestri dell'arte della cucina.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note81">
-<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>R. I.</i>, tom. XII, col. 1034.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note82">
-<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che il luccicare degli specchi superavano. Perciocchè i soli
-fabbri delle corazze montano a parecchie centinaia, senza contare
-innumerabili operai ad essi subordinati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note83">
-<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Perciocchè gli stessi mercatanti scorrono la Francia, la Fiandra,
-l'Inghilterra, comperando lana fina, colla quale in questa
-città si tessono panni fini in grandissima quantità, che si tingono
-in qualunque sorta di colore e che si portano per tutta Italia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note84">
-<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>R. I.</i>, tom. XI, col. 1320.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note85">
-<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 65.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note86">
-<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. XI, pag. 149, 167, 475, 497 e 502.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note87">
-<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>.&nbsp;&nbsp;</span>MCCCLXXXVIII nel giorno XXII di luglio. Dai signori vicario
-e XII di Provvisione del comune di Milano, e dai sindaci del detto
-comune eletti furono gli infrascritti cittadini di Milano, che sono
-e s'intendono di essere il consiglio dei DCCCC del comune di Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note88">
-<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Med. Æv. Dissert.</i> 38, pag. 815.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note89">
-<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Signorol. Omodeus, Cons. XXII.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note90">
-<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. XI, pag. 514.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note91">
-<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il detto, tom. XI, pag. 119.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note92">
-<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Decreta antiqua</i>, pag. 51.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note93">
-<p><span class="label"><a href="#tag93">93</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Siccome ancora si fanno estorsioni di diversi modi dai gabellieri
-della dogana delle bestie grosse e minute del detto vostro
-contado.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note94">
-<p><span class="label"><a href="#tag94">94</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vogliamo bensì che agli impresari dei dazi del detto nostro
-comune si mantengano i loro patti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note95">
-<p><span class="label"><a href="#tag95">95</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Decreta antiqua</i>, pag. 50.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note96">
-<p><span class="label"><a href="#tag96">96</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid.</i>, pag. 173.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note97">
-<p><span class="label"><a href="#tag97">97</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. XI, pag. 118 e 557.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note98">
-<p><span class="label"><a href="#tag98">98</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cardinali della santa chiesa milanese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note99">
-<p><span class="label"><a href="#tag99">99</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. VII, pag. 196.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note100">
-<p><span class="label"><a href="#tag100">100</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Una pelliccia di coniglio, coperta di violato, ed altre
-due... cioè una di volpe, coperta di <i>scalfanio (specie di panno)</i>,
-ed altra di fianchetti, coperta di saglia bruna, e... il mio cappello
-grigio, coperto di saglia nera, ed il mio <i>copertorio</i> e la <i>sorada</i> o
-la mia veste doppia... la mia cappa turchina, la mia cappa di
-<i>mantellato</i>... cinque cucchiai d'argento, e il mio mantello foderato
-di zendado... il mio vestito violato.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Mastruca</i>, come porta l'originale, è veramente pelliccia, e
-non solamente quella de' Sardi, come opina il <i>Du Cange</i>. Trovansi
-nei codici del medio evo altre vesti e pelliccie di fianchetti,
-fatte forse di pelle dei fianchi. Il <i>mantellato</i> era pure una specie
-di veste e di panno.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note101">
-<p><span class="label"><a href="#tag101">101</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A tutti poscia i cherici proibiamo le vesti rosse o di diverso
-colore, gialle e verdi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note102">
-<p><span class="label"><a href="#tag102">102</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sormani, Gloria de' santi milanesi, pag. 211.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note103">
-<p><span class="label"><a href="#tag103">103</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vesti vergate, o bianche e nere per metà, o listate, o con
-fregi, o con bottoni d'argento o di alcun altro metallo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note104">
-<p><span class="label"><a href="#tag104">104</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non portanti cappucci alla maniera dei laici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note105">
-<p><span class="label"><a href="#tag105">105</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini tom. VIII, pag. 642 e 644.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note106">
-<p><span class="label"><a href="#tag106">106</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Conviene però sapere che il giudizio del ferro rovente nella
-città nostra non si ammette, sebbene altrimente si osserva in alcuni
-luoghi posti sotto la giurisdizione del signor arcivescovo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note107">
-<p><span class="label"><a href="#tag107">107</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. V, cap. 81.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note108">
-<p><span class="label"><a href="#tag108">108</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Raynald. ad annum</i> 1356, num. 30.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note109">
-<p><span class="label"><a href="#tag109">109</a>.&nbsp;&nbsp;</span>O monopolisti delle granaglie, o uomini nutriti del sangue
-del popolo, non aspettate il giorno del giudizio?</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note110">
-<p><span class="label"><a href="#tag110">110</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Predicando egli, dicesi che propalasse i peccati occulti di
-quelli della famiglia Beccaria, che ad esso erano stati narrati nel
-sacramento della penitenza, e specialmente del signor Castellino
-disse tali cose, che tutto il popolo sedusse ed animò all'esterminio
-di tutti i Beccaria, e della prole e discendenza loro e de' loro
-amici, e alla ruina e al saccheggio delle loro case. Ed allora tosto,
-sena premettere alcun avviso, tutte le case, abitazioni e palagi
-di essi e dei seguaci loro fece atterrare, e portar via le pietre e
-venderle, promulgando che ciascun Pavese tenere dovesse quelle
-pietre sotto il capezzale e a capo del letto, a perpetua memoria,
-delle furfanterie commesse dai Beccaria.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note111">
-<p><span class="label"><a href="#tag111">111</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Petri Azarii Chronic.</i>, pag. 237.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note112">
-<p><span class="label"><a href="#tag112">112</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Perciocchè dal carroccio, nel quale spesso era portato (e
-beato colui che poteva toccare quel carroccio, coperto di panni
-per il di lui uso!) cominciò a predicare ed a sgridare gli uomini
-e le donne, perchè dovevano evitare i lacci mondani, cioè le vesti
-lussuriose e sontuose, le masserizie d'argento e le gemme preziose,
-e gli ornamenti... e per esecutore fece eleggere un ufficiale,
-che io vidi a tagliare le grandi maniche dello guarnaccie, tessute
-con lavoro frigio, od ornate d'oro e d'argento, e a tagliare le cinture,
-se qualche cosa preziosa intorno ad esse trovavasi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note113">
-<p><span class="label"><a href="#tag113">113</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fece pubblica giustizia col taglio della testa... Vendute avendo
-adunque le cose predette, l'oro, l'argento, le gemme, i diamanti
-e le pietre preziose fino a Venezia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note114">
-<p><span class="label"><a href="#tag114">114</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che non dubitasse della mancanza delle vettovaglie, sapendo
-esso (perciocchè così asseriva) per mezzo della orazione... che
-avrebbe impetrato che la manna simile a quella data a <i>Mosè</i> nel
-deserto, sarebbe caduta in sufficiente quantità.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note115">
-<p><span class="label"><a href="#tag115">115</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Erasi pigliata cura degli altri, non di si stesso, siccome sempre
-allegava nel predicare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note116">
-<p><span class="label"><a href="#tag116">116</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi l'Azario, dalla pag. 235 sino alla pag. 241.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note117">
-<p><span class="label"><a href="#tag117">117</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Raynald. ad ann.</i> 1362, num. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note118">
-<p><span class="label"><a href="#tag118">118</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Non sai, poltrone, che io sono papa ed imperatore, e signore
-in tutte le mie terre.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note119">
-<p><span class="label"><a href="#tag119">119</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Esso signor <i>Barnabò</i> ai suoi giorni ebbe in odio gli uomini
-scienziati, laici, cherici e prelati, e qualunque uomo virtuoso; e
-sempre elevò sublimemente gli idioti, i crudeli, gli uomini vili,
-infami ed omicidi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note120">
-<p><span class="label"><a href="#tag120">120</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Annal. Mediol.</i>, pag. 799.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note121">
-<p><span class="label"><a href="#tag121">121</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Annal. Mediol.</i>, cap. 147 in fine. — Gattari, Storia padovana,
-<i>R. I.</i>, tom. XVII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note122">
-<p><span class="label"><a href="#tag122">122</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Matteo Villani, lib. XI, cap. 41.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note123">
-<p><span class="label"><a href="#tag123">123</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Perciò il Signore ti distruggerà finalmente, ti svellerà e farà
-esule te dal tuo tabernacolo, e la progenie tua dalla terra dei viventi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note124">
-<p><span class="label"><a href="#tag124">124</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Annal. Mediolanens.</i>, cap. 147 in fine.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note125">
-<p><span class="label"><a href="#tag125">125</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Raynald. ad ann.</i> 1364, § 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note126">
-<p><span class="label"><a href="#tag126">126</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Idem</i>, A. 1368, § 2.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note127">
-<p><span class="label"><a href="#tag127">127</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Raynald. ad ann.</i> 1372, num. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note128">
-<p><span class="label"><a href="#tag128">128</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Codice A, MS., nell'archivio del R. castello di Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note129">
-<p><span class="label"><a href="#tag129">129</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Azario, pag. 282.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note130">
-<p><span class="label"><a href="#tag130">130</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Considerando noi i tempi di sterilità e le calamità delle
-guerre.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note131">
-<p><span class="label"><a href="#tag131">131</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Decreta. Antiqu. Mediol. Docum.</i>, pag. 54.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note132">
-<p><span class="label"><a href="#tag132">132</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio all'anno 1374.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note133">
-<p><span class="label"><a href="#tag133">133</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Senza altra determinazione nè difesa antecedente, comandò
-che un suo famigliare partisse per espresso colle sue lettere, dirette
-al podestà di Bergamo, affinchè egli, quelle vedendo, facesse
-impiccare per la gola il detto <i>Antoniolo</i>, sotto pena di essere impiccato
-il podestà medesimo. Il quale podestà, sebbene di malavoglia,
-fece impiccare il detto <i>Antoniolo</i> nel palazzo di Bergamo,
-senza frapporre alcuna dilazione, se non finchè confessato si fosse
-al sacerdote.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note134">
-<p><span class="label"><a href="#tag134">134</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Azario, pag. 275.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note135">
-<p><span class="label"><a href="#tag135">135</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Annales Mediol., ad ann.</i> 1366.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note136">
-<p><span class="label"><a href="#tag136">136</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Idem</i>, ad ann. 1370.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note137">
-<p><span class="label"><a href="#tag137">137</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibidem</i>, ad ann. 1381.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note138">
-<p><span class="label"><a href="#tag138">138</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. XI, pag. 360 e 376. — Anche Matteo Villani nelle istorie
-<i>R. I.</i>, tom. XIV, pag. 370, scrisse <i>Come i Visconti fecione
-contro i prelati de Santa Chiesa. Avvenne in questi dì</i> (cioè
-verso il maggio del 1357) <i>che il papa mandò un valente prete in
-Lombardia a predicare la croce, guardandosi i maggiori prelati
-di non volere la grazia di quell'uffizio, e la croce si bandiva e
-si predicava, come è detto, contro al capitano di Forlì e al signore
-di Faenza; il valente sacerdote se ne andò a Milano, e,
-ivi favoreggiato dal vescovo di Parma, cominciò sollecitamente a
-fare l'ufficio che commesso gli era dalla Santa Chiesa. Come
-metter Barnabò ebbe notizia di questo servigio, senza vietarglielo
-o ammonirlo che questo fosse contro alla sua volontà, il
-fece pigliare, e ordinata per lui una graticola di ferro, tonda,
-a modo di una botte, con manichi da voltarla, dentro vi fece
-mettere il sacerdote, e accesovi sotto il fuoco, come si fa a un
-arrosto, e facendolo volgere, crudelmente il fece morire</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note139">
-<p><span class="label"><a href="#tag139">139</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'Azario, pag. 310. — <i>Annal. Mediol. R. I.</i>, tom. XVI, col.
-740. — <i>Chron. Placent., R. I.</i>, tom. eod., col. 510, E. — Veggasi
-anche la Cronaca di Bologna.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note140">
-<p><span class="label"><a href="#tag140">140</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. IV, pag. 100.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note141">
-<p><span class="label"><a href="#tag141">141</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'intenzione del signore è che dei capi traditori si incominci
-il castigo a poco a poco. Il primo dì, cinque tratti di <i>curlo</i> (<i>probabilmente
-di corda</i>); il secondo si riposi; il terzo dì, similmente cinque
-colpi di <i>curlo</i>; il quarto si riposi; il quinto giorno, similmente
-cinque colpi di <i>curlo</i>; il sesto si riposi; il settimo, similmente
-cinque colpi di <i>curlo</i>; l'ottavo si riposi; il nono si dia loro
-a bere acqua, aceto e calcina; il decimo si riposi; l'undecimo dì,
-similmente acqua, aceto e calcina; il duodecimo si riposi; il decimoterzo
-giorno si taglino due correggie di pelle sulle spalle, e
-si lasci sgocciolare sopra (<i>forse acqua od olio bollente</i>); il decimoquarto
-si riposi; il decimoquinto giorno si levi loro la pelle
-della pianta di ciascun piede, poi si facciano camminare sopra i
-ceci; il decimosesto si riposi; il decimosettimo camminino sopra
-i ceci; il decimottavo si riposi; il decimonono si pongano sopra
-il cavalletto; il vigesimo si riposi; il vigesimoprimo si pongano
-sul cavalletto; il vigesimosecondo si riposi; il vigesimoterzo giorno
-si tragga loro un occhio dal capo; il vigesimoquarto si riposi;
-il vigesimoquinto si tronchi loro il naso; il giorno vigesimosesto
-si riposi; il vigesimosettimo si recida loro una mano; il ventesimottavo
-si riposi; il ventesimonono si tagli loro l'altra mano; il
-trentesimo giorno si riposi; il trentesimoprimo si tagli loro un
-piede; il trentesimosecondo si riposi; il trentesimoterzo si tagli
-loro l'altro piede; il trentesimoquarto si riposi; il trentesimoquinto
-si recida loro un testicolo; il trentesimosesto giorno si riposi;
-il trentesimosettimo si recida loro l'altro testicolo; il trentottesimo
-si riposi; il dì trentesimonono si tagli loro il membro
-virile; il quarantesimo si riposi; il quarantesimoprimo siano attanagliati
-su di un carro, e poscia si pongano sulla ruota.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note142">
-<p><span class="label"><a href="#tag142">142</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'esecuzione di quelle pene fu compiuta riguardo a molte
-persone negli anni 1372 e 1373.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note143">
-<p><span class="label"><a href="#tag143">143</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Petri Azarii Chronicon</i>, pag. 301.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note144">
-<p><span class="label"><a href="#tag144">144</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, all'anno 1369.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note145">
-<p><span class="label"><a href="#tag145">145</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dato nel castello nostro Zoloso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note146">
-<p><span class="label"><a href="#tag146">146</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. XI, pag. 294.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note147">
-<p><span class="label"><a href="#tag147">147</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La quale casa (dice Azario), cogli ornamenti e le pitture e
-le fontane, oggi non si farebbe con trecentomila florini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note148">
-<p><span class="label"><a href="#tag148">148</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 283.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note149">
-<p><span class="label"><a href="#tag149">149</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Pag. 269.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note150">
-<p><span class="label"><a href="#tag150">150</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Siton. Monum. Vicecomit.</i>, pag. 21.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note151">
-<p><span class="label"><a href="#tag151">151</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>R. I.</i>, tom. XVII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note152">
-<p><span class="label"><a href="#tag152">152</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di questi tempi è un ducato d'oro di Siena colla biscia,
-che possedo nella mia collezione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note153">
-<p><span class="label"><a href="#tag153">153</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma certamente con vana credenza noi stessi deludendo, ci
-ingannavamo, persuadendoci che quello potesse esser fedele, che
-stato era tanto sleale nepote e genero e fratello, verso lo zio, il
-suocero e i fratelli, e del quale tante volte ed a noi e ad altri
-era stato provato non avere la fede alcuna costanza, se non che
-in questo solo che le cose promesse mai non manteneva... Noi
-però, cambiando la sorte delle cose, dichiariamo la guerra al tiranno
-della Lombardia, che cerca di farsi re, e di farsi ungere
-come tale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note154">
-<p><span class="label"><a href="#tag154">154</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lettere de' principi, stampate in Venezia, 1374.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note155">
-<p><span class="label"><a href="#tag155">155</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il detto signor conte, egli stesso a chi gli piaceva, conferiva
-tutte le dignità e i benefizi ecclesiastici dei paesi di dominio dello
-stesso signor conte che conferire dovevansi, e il detto signor papa
-confermava i detti benefizi e le dette dignità a tutti coloro che
-il detto signor conte aveva eletti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note156">
-<p><span class="label"><a href="#tag156">156</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ad annum 1381.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note157">
-<p><span class="label"><a href="#tag157">157</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Annal. Mediol. ad ann. 1398.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note158">
-<p><span class="label"><a href="#tag158">158</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Si leghi con catena di ferro ad una colonna, con un anello
-di ferro che giri all'intorno, e col quale possa girarsi all'intorno
-l'uomo medesimo, la quale catena sia quanto più potrà farsi lunga,
-cosicchè soffra una morte più dolorosa; colà tuttavia sia abbruciato
-in modo che muoia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note159">
-<p><span class="label"><a href="#tag159">159</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ad an.</i> 1395 in fine.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note160">
-<p><span class="label"><a href="#tag160">160</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ecco, testimonio ai popoli e precettore alle genti, io ho dato
-lo stesso duce. — Venerabili padri e spettabili signori miei, assai
-giustamente venerabili, tutta la patria dei Milanesi può domandarmi
-con eguale premura. — Di', te ne prego, o vescovo novarese,
-quali motivi indussero il sacro cesareo animo ad accordare
-al nostro comune l'onore sublime del ducato? — Alla quale io
-rispondo: — la quadruplice situazione delle cose; la provvida benignità
-del Re Eterno; la conformità cortese di un atto degno di
-un congiunto; la obbediente fedeltà della casa Viperea; la congruente
-utilità di tutta la plebe.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note161">
-<p><span class="label"><a href="#tag161">161</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Celebre potenza di valido vigore; nobile prosapia di fulgido
-decoro; ilare clemenza del placido donatore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note162">
-<p><span class="label"><a href="#tag162">162</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La prosapia della famigia, molto raggiante; la bellezza del
-corpo, molto speciosa; la tranquillità dell'animo, assai virtuosa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note163">
-<p><span class="label"><a href="#tag163">163</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'orazione può leggersi nella biblioteca Ambrosiana, nel codice
-MS segnato B. N., pag. 116.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note164">
-<p><span class="label"><a href="#tag164">164</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, all'anno 1395.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note165">
-<p><span class="label"><a href="#tag165">165</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le misure che io assegno al Duomo sono diverse da quelle
-che si leggono presso gli autori. Io le ho fatte verificare. Il Morigia,
-il Lattuada e il Sormani danno la lunghezza di braccia 300,
-ed errano di cinquanta braccia. Il Morigia lo fa largo braccia 145;
-il Sormani 150; il Lattuada 151. Il Torri dà la lunghezza di braccia
-260, ed erra di braccia 10&#x202f;<span class="above">1</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">2</span>. Il Bugati s'accosta più degli
-altri alla verità ed assegna lunghezza braccia 250, col piccolo errore
-di mezzo braccio; e larghezza braccia 130, la qual misura è
-prossimamente quella della croce, se si voglia ommettere lo sfondato
-delle cappelle. L'autore del <i>Distinto ragguaglio dell'ottava
-maraviglia del mondo, ossia della gran metropolitana dell'Insubria,
-volgarmente detta il Duomo di Milano</i>, malgrado l'ampollosità
-del frontispizio, fa la lunghezza minore della vera, fissandola
-a braccia 248, e la larghezza braccia 128, misura parimenti minore
-del vero. Nella pianta pubblicatasene coi funerali di Carlo VI
-augusto, risulta ancor più erronea la lunghezza stabilitavi di braccia
-243; la quale comunemente, e per tradizione, si crede la vera
-misura, anche da chi ha ingerenza nella fabbrica del Duomo, sebbene
-manchi dal vero braccia quattro e mezzo. Questa nota può
-dare un'idea della poca esattezza dei nostri scrittori, e del tedio
-che ho dovuto soffrire per rintracciare il vero in quest'opera. Non
-sarà, credo, spiacevole ai lettori il paragone fra le misure del
-Duomo e quelle di San Paolo di Londra e di San Pietro di Roma.
-Le misure di San Paolo di Londra le ho estratte del <i>The Foreigner's
-guide, or a necessary and instructive companion Both,
-for the Foreigner and native in Their Tour through the Cityes
-of London and Westminster — London — the fourth edition
-1763, pag. 73</i>. Le misure di San Pietro le ho ottenute da Roma,
-e sono fatte dall'attuale architetto di quella basilica, il signor Simonetti.
-</p>
-
-<p>
-San Paolo è lungo 500 piedi d'Inghilterra, largo piedi 249; e la
-cupola è d'altezza piedi 340; alla sommità della quale evvi la croce
-di altri 10 piedi; onde l'altezza somma è piedi 350.
-</p>
-
-<p>
-San Pietro è lungo 829&#x202f;<span class="above">1</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">2</span> palmi romani; alla croce è largo
-palmi 615; e dal pavimento sino alla sommità della croce sopra
-il lanternino, è la somma altezza palmi 593.
-</p>
-
-<p>
-Il piede inglese è once sei, punti uno, atomi otto e <span class="above">4</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">5</span> d'atomo
-del braccio nostro. Il palmo romano è quattr'once, sei punti <span class="above">33</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">100</span>
-d'un atomo del nostro braccio.
-</p>
-
-<p class="center">
-<i>Ridotto il paragone a braccio milanese</i>
-</p>
-
-<table class="mis" summary="">
- <tr>
- <td>&nbsp;</td> <td class="brc">Altezza</td> <td class="brc">Lunghezza</td> <td class="brc">Larghezza</td>
- </tr>
- <tr>
- <td></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Duomo</td> <td class="brc">180&#xfeff;—</td> <td class="brc">249&#x202f;<span class="above">1</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">2</span></td> <td class="brc">148&#x202f;<span class="above">1</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">8</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>San Paolo</td> <td class="brc">174&#xfeff;—</td> <td class="brc">236&#xfeff;—</td> <td class="brc">127&#x202f;<span class="above">1</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">2</span></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>San Pietro</td> <td class="brc">222&#x202f;<span class="above">1</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">2</span></td> <td class="brc">311&#x202f;<span class="above">1</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">3</span></td> <td class="brc">230&#x202f;<span class="above">3</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">4</span></td>
- </tr>
-</table>
-
-<p>
-Il Duomo di Milano supera San Paolo di Londra nell'altezza e
-nella larghezza; ma è 42 braccia meno alto, 61&#x202f;<span class="above">5</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">6</span> braccia meno
-lungo, e 82&#x202f;<span class="above">5</span>&#xfeff;&#8260;&#xfeff;<span class="below">8</span> braccia meno largo di San Pietro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note166">
-<p><span class="label"><a href="#tag166">166</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, all'anno 1391.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note167">
-<p><span class="label"><a href="#tag167">167</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A coloro che veramente saranno penitenti e che fatta avranno
-la loro confessione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note168">
-<p><span class="label"><a href="#tag168">168</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. XI, pag. 651.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note169">
-<p><span class="label"><a href="#tag169">169</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Libero e mondo sia tanto dalla colpa, quanto dalla pena.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note170">
-<p><span class="label"><a href="#tag170">170</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mendacemente simulano queste facoltà non vere da essi
-pretese, mentre ancora per picciolissima somma di danaro (per
-servirci delle loro parole) non già i penitenti, ma coloro che il
-velo di una mentita assoluzione studiansi di apporre con trista
-coscienza alla loro iniquità, ed egualmente assolvono dagli atroci
-delitti senza alcuna vera contrizione, e non precedendo alcuna
-debita forma, o condonano le cose mal tolte, certe ed incerte, non
-esigendo (il che assurdissimo fu in tutti i secoli) alcuna previa
-soddisfazione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note171">
-<p><span class="label"><a href="#tag171">171</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Raynald., ad ann. 1390</i>, num. I.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note172">
-<p><span class="label"><a href="#tag172">172</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Roberto</i> di Baviera, per la grazia di Dio re dei Romani e
-conte Palatino del Reno. A te, <i>Giovanni Galeazzo</i>, milite milanese,
-comandiamo in via di precetto, che tu debba restituire e riconsegnare
-a noi, cui spetta il governo dell'Imperio, per elezione
-canonicamente fatta nella persona nostra in imperatore dagli elettori
-dell'Imperio, tutte le città, i castelli, le terre e i luoghi appartenenti
-al Romano imperio ed alla nostra giurisdizione, che indebitamente
-occupati ritieni nell'Italia; altrmente ti diffidiamo
-come invasore delle terre e della giurisdizione del sacro Imperio,
-e nostro nemico e ribelle.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note173">
-<p><span class="label"><a href="#tag173">173</a>.&nbsp;&nbsp;</span>A te, <i>Roberto</i> di Baviera, noi <i>Giovanni Galeazzo Visconte</i>,
-per la grazia di Dio, e del serenissimo signor <i>Venceslao</i> re dei
-Romani e di Boemia, duca di Milano, ec., e conto di Pavia e delle
-Virtù, colle presenti rispondiamo che qualunque città, castello,
-terra o luogo possediamo in Italia, lo riteniamo e lo possediamo
-per autorità del prefato serenissimo signor <i>Venceslao</i> re dei Romani,
-e canonicamente investito del governo del sacro Imperio, e
-tutti quei luoghi intendiamo certamente difendere contra di te,
-invasore dell'Imperio, e manifesto nemico del predetto signor
-<i>Venceslao</i> e di noi, e te, manifesto nemico dello stesso Imperio
-e del signor re <i>Venceslao</i> e nostro, diffidiamo, se mai tu presumesti
-di invadere il nostro territorio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note174">
-<p><span class="label"><a href="#tag174">174</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, all'anno 1401.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note175">
-<p><span class="label"><a href="#tag175">175</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. XII, pag. 54.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note176">
-<p><span class="label"><a href="#tag176">176</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Briani, Storia d'Italia, tom. II, pag. 475, ediz. Venet.
-1623. — Morigia, Storia dell'antichità di Milano, pag. 644, ediz. Venet.
-1392.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note177">
-<p><span class="label"><a href="#tag177">177</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi il Poema del P. Enrico Barelli, <i>De Alberico VII</i>, in
-Milano presso Marelli, 1782.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note178">
-<p><span class="label"><a href="#tag178">178</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XVI, <i>colum. 1021 et sequ.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note179">
-<p><span class="label"><a href="#tag179">179</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il nostro duca impose taglie, convenzioni e prestiti così
-grandi e continui ai sudditi suoi entro il suo dominio, che forzati
-erano essi ad andare vagando in terre straniere, capaci non
-essendo a sostenere quei pesi, e si udirono gli urli delle vedove e
-degli orfani e degli altri singoli, e grande strepito degli inferiori,
-ed immense crudeltà. E coloro che pagare non potevano, ritenevansi
-prigioni, e i loro beni usurpati erano dagli stipendiati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note180">
-<p><span class="label"><a href="#tag180">180</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Annal. Mediol., ad ann. 1401.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note181">
-<p><span class="label"><a href="#tag181">181</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De Monet. Ital.</i>, tom. III, pag. 59.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note182">
-<p><span class="label"><a href="#tag182">182</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. XI, pag. 521.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note183">
-<p><span class="label"><a href="#tag183">183</a>.&nbsp;&nbsp;</span>All'anno 1387.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note184">
-<p><span class="label"><a href="#tag184">184</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Andrea Biglia, lib. 2, col. 29. — Corio, all'anno 1406.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note185">
-<p><span class="label"><a href="#tag185">185</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. VII, pag. 612.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note186">
-<p><span class="label"><a href="#tag186">186</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Contra di molti adoperò quel genere di nefanda strage che
-si eseguiva aizzando ai cani, tanto sitibondo di sangue, che, senza
-spargerlo, non lasciava un solo giorno passare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note187">
-<p><span class="label"><a href="#tag187">187</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>R. I.</i>, tom. XIX, col. 32 E.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note188">
-<p><span class="label"><a href="#tag188">188</a>.&nbsp;&nbsp;</span>All'anno 1409.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note189">
-<p><span class="label"><a href="#tag189">189</a>.&nbsp;&nbsp;</span>E non molto dopo <i>Facino</i> viene chiamato a Milano, cosicchè
-nulla più ad esso mancava al dominio dell'una e dell'altra città
-se non che il solo nome; tutti obbedivano ad un solo, le cose
-tutte a norma del di lui comando stabilivano, non lasciandoci nè
-pure per le spese dei giovani quanto bastasse al sostentamento
-della vita.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note190">
-<p><span class="label"><a href="#tag190">190</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XIX, col. 34 E., 33 A.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note191">
-<p><span class="label"><a href="#tag191">191</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giulini, tom. XII, pag. 611.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note192">
-<p><span class="label"><a href="#tag192">192</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, all'anno 1397.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note193">
-<p><span class="label"><a href="#tag193">193</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il volgo veramente (dice il Biglia) allettato era dall'abbondanza
-delle vettovaglie; ma gli altri tutti che passare potevano
-per buoni cittadini, aggravati erano da tributi intollerabili... Molti
-uccisi furono per effetto di pubblica e di privata licenza.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note194">
-<p><span class="label"><a href="#tag194">194</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Al giovane diedero questi avvertimenti (dice il Biglia), che
-la moglie, se non pure repudiata, tenesse certamente come già da
-esso separata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note195">
-<p><span class="label"><a href="#tag195">195</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XIX, col. 44 e sequ.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note196">
-<p><span class="label"><a href="#tag196">196</a>.&nbsp;&nbsp;</span>All'anno 1418.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note197">
-<p><span class="label"><a href="#tag197">197</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Decembrio, cap. 68; e Stella.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note198">
-<p><span class="label"><a href="#tag198">198</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Quest'Alberico aveva per suo avo l'altro del quale ai fece
-menzione alla pag. 127. Si era confederato col duca; e siccome
-con ciò egli esponeva le proprie terre della Romagna (come in
-fatti vennero poi conquistate dalle armi pontificie), così Filippo
-Maria gli diede la signoria e contea di Belgioioso col castello, <i>pro
-aliquali rependio</i>, come leggesi nel diploma. Per assicurarsi poi
-che i Barbiani non ricuperassero i loro Stati, il papa investì della
-contea di Lugo la casa d'Este, già dipendente pel marchesato di
-Ferrara. Chi ha considerata la concessione di Belgioioso come una
-beneficenza del duca Filippo Maria, non ha posto mente a questo
-fatto. Pur troppo è vero che il duca non beneficò mai costantemente
-un uomo di merito.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note199">
-<p><span class="label"><a href="#tag199">199</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Donato Bosso, all'anno 1444.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note200">
-<p><span class="label"><a href="#tag200">200</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>De studiis Mediol.</i>, cap. VIII, pag. 34.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note201">
-<p><span class="label"><a href="#tag201">201</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Biblioth. Script. Mediol., ubi de Philippo Maria Vicecomite.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note202">
-<p><span class="label"><a href="#tag202">202</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nè sprezzò egli, nè tenne in onore e in pregio gli uomini
-addottrinati negli studi delle lettere e delle scienze, e maggiormente
-ammirò, di quello che ei coltivasse la loro dottrina.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note203">
-<p><span class="label"><a href="#tag203">203</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Decembrio, cap. 42 et seg.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note204">
-<p><span class="label"><a href="#tag204">204</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Salve, o viaggiatore, vedi, qui sta l'imagine somigliantissima
-di quel papa <i>Martino</i>, quinto nelle serie, che, buon pastore per
-indole, resse la Chiesa a te Roma, ec... Autore di questo carme
-è <i>Giuseppe Brivio</i>, ordinario, dottore di gius canonico e maestro
-di sacra teologia, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note205">
-<p><span class="label"><a href="#tag205">205</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma l'autore di questa insigne immagine fu <i>Giacobino</i> di
-Tradate, profondo nell'arte che io ardirei dire non minore, ma
-bensì maggiore di <i>Prassitele</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note206">
-<p><span class="label"><a href="#tag206">206</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. XII, pag. 438.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note207">
-<p><span class="label"><a href="#tag207">207</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di mirabile furberia faceva uso nello scegliere i consultori
-che nominati sono consiglieri; perciocchè eleggeva uomini probi
-ed illustri per sapere; ed a questi dava per colleghi uomini scandalosi,
-affinchè nè quelli potessero appoggiarsi alla giustizia, nè
-questi sviluppare la loro perfidia, ma egli prevenuto fosse di tutto,
-per la continua discordia che tra di essi regnava.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note208">
-<p><span class="label"><a href="#tag208">208</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Decembrio, cap. 34.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note209">
-<p><span class="label"><a href="#tag209">209</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tanto arrossì della sua cecità, che fingeva di vedere chiaro,
-avvertendolo segretamente i suoi camerieri.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note210">
-<p><span class="label"><a href="#tag210">210</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cap. 36.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note211">
-<p><span class="label"><a href="#tag211">211</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Oratio super populum — Praetende, quaesumus, Domine,
-famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti dexteram coelestis
-auxilii ut te toto corde perquirant, et quod digni postulant, assequantur.
-Per etc... — Super Syndonem — Fac, quaesumus,
-Domine, famulas tuus Blancham Mariam et Agnetem toto corde
-semper ad te accurrere, et tibi subdita mente servire, tuamque
-misericordiam suppliciter implorare, et tuis jugiter beneficiis
-gratulari. Per etc... — Super Oblata — Propitiare, Domine,
-supplicationibus nostris et has oblationes famularumque tuarum
-Blanchae Mariae et Agnetis, quas tibi pro incolumitate earum
-offerimus, benignus assume, et ut nullum sit irritum votum,
-nullius vacua postulatio, praesta, quaesumus ut quod fideliter
-petimus, efficaciter consequamur. Per Dominum, etc... — Praefatio — Aeterne
-Deus, in te sperantium consolator, et subditorum
-tibi mentium custos, inclina aures misericordiae tuae
-ad praeces humilitatis nostrae, et famulabus tuis Blanchae Mariae
-et Agneti propitius adesse dignare. Veniat super eas spiritualis
-a te benedictionis ubertas, ut pietatis tuae repletae, muneribus
-in tua gratia, et in tuo nomine laete semper exultent.
-Per Christum, etc... — Post Comunionem — Da, quaesumus,
-Domine, famulabus tuis Blanchae Mariae et Agneti in tua fide,
-et sinceritate constantiam, ut in charitate divina firmatae, nullis
-tentationibus ab earum integritate evellantur. Per etc...</i>
-</p>
-
-<p>
-(Orazione sopra il popolo. — Stendi, o Signore, te ne preghiamo,
-la destra del celeste aiuto alle tue ancelle <i>Bianca Maria</i> ed
-<i>Agnese</i>, affinchè a te con tutto il loro cuore aderiscano ed ottengano
-quello che degnamente ricercano; per, ec. — Sopra la
-Sindone. — Fa, o Signore, te ne preghiamo, che le tue ancelle
-<i>Bianca Maria</i> ed <i>Agnese</i> sempre con tutto il cuore loro a te ricorrano
-e a te servano con mente devota, e la tua misericordia
-supplichevolmente implorino, e possano un giorno mostrarsi grate
-coi cuore ai tuoi benefizi; per, ec. — All'Offertorio. — Mostrati, o
-Signore, propizio alle nostre suppliche, e benigno ricevi queste
-obblazioni delle tue ancelle <i>Bianca Maria</i> ed <i>Agnese</i>, che a te
-offeriamo per la loro salvezza; ed affinchè irrito non sia alcun
-voto, nè vana la preghiera di alcuno, concedi, te ne preghiamo,
-che quello che fedelmente chiediamo, efficacemente possiamo ottenere;
-per il Signore, ec. — Prefazio. — Eterno Dio, consolatore
-di coloro che in te sperano, e custode delle menti a te devote,
-piega le orecchie della tua misericordia alle preghiere della nostra
-umiltà, e degna di mostrarti propizio alle tue ancelle <i>Bianca Maria</i>
-ed <i>Agnese</i>. Venga sopra di esse la dovizia della spirituale tua
-benedizione, affinchè, colmate dei doni della tua pietà, liete sempre
-esultino nella tua grazia e nel tuo nome; per Cristo, ec. — Dopo
-la comunione. — Accorda, o Signore, te ne preghiamo, alle
-ancelle tue <i>Bianca Maria</i> ed <i>Agnese</i> la costanza nella tua fede
-e nel sincero tuo servigio, affinchè, confermate esse nell'amore
-divino, smosse non sieno giammai per alcuna tentazione dall'integrità
-di que' proponimenti, per, ec.)</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note212">
-<p><span class="label"><a href="#tag212">212</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Che dirò di Milano, potentissima città d'Italia e metropoli
-della Gallia Cisalpina, nella quale tanto numerosi sono, e tanto
-diversi i generi degli artefici, tanto grande è la frequenza del
-popolo, che di là ebbe origine il volgare proverbio: Chi volesse
-ricomporre l'Italia, dovrebbe distruggere Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note213">
-<p><span class="label"><a href="#tag213">213</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Kloch, de Ærario</i>, lib. 2, cap. 36, pag. 598. <i>Norimbergae</i>,
-1671.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note214">
-<p><span class="label"><a href="#tag214">214</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cosicchè facilmente si reputa che in quella città possano armarsi
-più di trentamila uomini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note215">
-<p><span class="label"><a href="#tag215">215</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>R. I.</i>, tom. XIX, pag. 105.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note216">
-<p><span class="label"><a href="#tag216">216</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Meraviglioso è a dirsi che quello i soli Milanesi osarono promettere,
-che a stento in que' tempi fornito o fatto avrebbono Firenze
-e Venezia. Sì grande è in questa età la popolazione di una
-città sola, sì grande la consuetudine di trafficare nel paese e nelle
-straniere regioni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note217">
-<p><span class="label"><a href="#tag217">217</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XXII, col. 939.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note218">
-<p><span class="label"><a href="#tag218">218</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Ital.</i>, tom. XXII, col. 956.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note219">
-<p><span class="label"><a href="#tag219">219</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Archivio di città, registro A, foglio 40.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note220">
-<p><span class="label"><a href="#tag220">220</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nell'archivio di città al registro B leggonsi: 17 agosto 1447,
-ordine dei signori vicario e XII di Provvisione per adunare il consiglio
-dei novecento, onde prestino il giuramento i consiglieri che
-non aveano giurato. Foglio I, tergo. Altro dei medesimi vicario e
-XII, perchè niuno ardisca di rompere le conche sopra i navigli o
-lo steccato di Cusago, del 23 agosto 1447. Registro B, foglio 10, e
-sotto la data medesima, v'è altro editto de' suddetti sulla macina
-del grano, che proibisce a' mugnai la compra: pure il 24 agosto, altro
-simile editto del vicario e XII proibisce ai fornai di vendere a
-staio il pane di mistura; registro suddetto, foglio 2. Esso registro B
-è pieno di editti del tribunale di Provvisione, l'ultimo dei quali è al
-foglio 408, contenente una proibizione di ascendere sopra il tetto del
-Broletto, in data 10 febbraio 1450, sedici giorni prima che Francesco
-Sforza si rendesse padrone di Milano; dal che si conosce che la giurisdizione
-ordinaria del tribunale di Provvisione in quel tempo di
-repubblica, o anarchia che ella si fosse, rimase intatta e continuata.
-Lo stesso io trovo essere accaduto al magistrato Camerale, ossia ai
-<i>Maestri delle entrate</i>, che conservarono la loro giurisdizione; ed
-uno dei primi editti di quell'interregno è del 20 agosto 1447, col
-quale si comanda che ciascuno paghi il tributo sulle merci alle
-porte della città. Veggasi registro B, foglio 6. Altro del 22 detto
-per la propalazione dei beni del defunto duca. Veggasi registro B,
-foglio 8, tergo. Ne è pieno quel registro sino al giorno 7 gennaio
-1450, in cui il magistrato Camerale ordinò che si pagasse il tributo
-della dogana, come dal citato registro al foglio 402.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note221">
-<p><span class="label"><a href="#tag221">221</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Registro civico B, foglio 14, tergo, ove leggesi questa grida
-del 30 agosto 1447 per la demolizione e vendita del castello e delle
-gioie del duca.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note222">
-<p><span class="label"><a href="#tag222">222</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Registro civico B, foglio 16, tergo, ove leggesi il proclama
-dei capitani e difensori della libertà, acciocchè ogni persona atta
-a portare le armi si presenti a servire sotto il comando del signor
-conte Francesco, capitano generale, in data 3 settembre 1447.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note223">
-<p><span class="label"><a href="#tag223">223</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I capitani e difensori della liberti dell'illustre ed eccelsa comunità
-di Milano. — Prudenti concittadini nostri carissimi. Poichè
-l'Onnipotente Iddio nostro, per il passaggio da questa ad altra vita
-dell'illustrisssimo principe e signor nostro <i>Filippo Maria</i>, di buona
-memoria, la grazia della libertà a noi liberalmente accordò, che
-noi stabilito abbiamo di ritenere e conservare in tutte le maniere
-e con fermo intendimento, di comune consenso abbiamo deliberato
-di abbruciare i libri, gli estratti, i quaderni, le filze e le
-scritture dell'inventari, delle tasse, delle taglie, dei fuochi, delle
-bocche e dell'aggravio del sale e di qualsivoglia altro aggravio, e
-di dare così un segno per cui il popolo e la plebe intendano che
-quind'innanzi saranno immuni ed esenti da simili angherie e gravezze.
-E quindi concependo buona speranza dello stato della libertà
-medesima, e di questa nostra repubblica, si rallegrino e si
-congratulino, e le dovute grazie rendano per questo allo stesso Dio
-Onnipotente Signor nostro. Nè meno rafforzino l'animo loro, e dispongasi
-a volere in oggi spontaneamente e di buona voglia fare
-quello che altre volte loro malgrado e forzati facevano, cioè nel
-dar fuori, secondo le loro facoltà, il danaro, tanto per formare e
-compiere il tesoro del gloriosissimo <i>sant'Ambrogio</i>, patrono e protettore
-nostro, quanto per le spedizioni delle compagnie di armigeri
-della comunità predetta, per mezzo delle quali non solo la
-libertà nostra ritenere conservare possiamo, come è incominciata,
-ma ancora confermare, arricchire ed aumentare la repubblica, e
-sempre giornalmente in meglio ingrandirla e dilatarla, a confusione
-di tutti coloro i quali si studiano con ogni loro sforzo e con tutte
-le loro insidie di rivalizzare con questa inclita città. Vogliamo
-adunque che, fatta la elezione, a due dei vostri subito ordiniate
-che essi due insieme, dei quali si inseriranno più abbasso i nomi,
-ricerchino e si facciano consegnare tutti i libri, gli estratti, i quaderni,
-le filze e tutte le scritture degli inventari, delle tasse, delle
-taglie, dei fuochi, della gravezza del sale e di tutte le altre gravezze
-di qualunque genere, specie e materia esse fossero. E questi documenti,
-bene rivoltati una e due volte, e visti e diligentemente esaminati,
-con ritenere quelli soltanto nei quali si riconosca qualche utilità
-della camera della predetta comunità e del territorio, ed anche di
-alcune singole persone; tutti gli altri predetti documenti facciano
-palesemente e pubblicamente dare ed abbandonare al fuoco, perchè
-siano abbruciati, colla quale specie di spettacolo il popolo
-stesso parimente e la plebe pigliandone gratissimo piacere, possano
-esultare e giubilare e tributare lodi al santo rammemorato,
-il quale quest'inclita città in felice e fausto stato sempre conservi
-e difenda.
-</p>
-
-<p>
-Data a Milano, il giorno XXI settembre MCCCCXLVII. — <i>Giovanni
-dei Mantegazii</i> — <i>Stefano dei Gambaloiti</i> — <i>Cabriolo del Conte</i> — <i>Federico
-del Conte</i> — <i>Giovanni di Fossato</i> — <i>Francio di Figino</i> — <i>Giovanni
-Giussano</i> — <i>Giacomo di Cambiago Rafaele</i>. — Su
-la coperta. Ai nobili e prudenti cittadini carissimi nostri, i dodici
-delle Provvisioni dell'eccelsa comunità di Milano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note224">
-<p><span class="label"><a href="#tag224">224</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Registro civico A, foglio 44, editto del 5 ottobre 1447.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note225">
-<p><span class="label"><a href="#tag225">225</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Registro delle gride dal 1447 al 1450, nell'archivio civico,
-volume B, foglio 142, 212 e altrove, come dalle gride 30 agosto
-1448 e 21 gennaro 1449, nella seconda delle quali si ricorre a ripartire
-i carichi per focolare.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note226">
-<p><span class="label"><a href="#tag226">226</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa comunità
-di Milano. Diletto nostro. Affine di consolidare, aumentare,
-condecorare questo desiderabile stato della libertà che abbiamo
-ricevuta, reputiamo non tanto convenevole, quanto necessario,
-il coltivare il decoro delle virtù, l'abbominare le brutture dei vizi;
-perciocchè in questo modo e grati ci mostreremo a Dio del ricevuto
-donativo, e della di lui onnipotenza sperare potremo più liberale
-accumulamento di grazie. Riflettendo noi adunque quanto
-sporco e detestabile, quanto orrendo sia il delitto da non nominarsi
-della sodomia, e reputando che la impunità genera un incentivo,
-e i già infetti di quel vizio suole rendere peggiori, deliberammo
-e confermammo di nostro avviso con durevole decreto,
-di non volere più in alcun modo tollerare questo esecrabile e rovinoso
-eccesso. Sebbene adunque sembri che a ritrarre da questo
-sceleratissimo delitto coloro che macchiati ne sono, ed a fare che
-più in avvenire non cadano in simile delitto, bastare dovrebbe la
-pena del fuoco stabilita dalle leggi santissime e dagli statuti di
-questa città, che come cosa divulgatissima ignorare certamente non
-debbono; tuttavia, affinchè la loro infame turpitudine si renda totalmente
-inescusabile, vogliamo, e a te espressamente comandiamo,
-che, alla ricevuta delle presenti lettere, patentemente e pubblicamente
-colla voce del banditore tu faccia divulgare per i luoghi consueti
-di questa città: che quind'innanzi qualunque persona, di qualunque
-stato e condizione essa sia, o del territorio, o forestiera,
-o stipendiata, o godente alcuna provvigione, ed in generale chiunque
-sia, si guardi e si astenga totalmente da quel delitto, nè
-ardisca commetterlo in qualunque modo, sapendo e tenendo per
-certo che se si scoprirà che in quel delitto sia caduto, irremissibilmente
-sarà punito colla pena del fuoco, a tutto rigore di legge.
-E tu poscia dovrai adoperare ogni studio e diligenza e cura ad investigare
-e ricercare questi scelerati, e dovrai procedere contra
-qualunque tu scoprissi in avvenire avere commesso questo delitto:
-punendolo a tenore di diritto e col mezzo dello giustizia. Nella
-qual cosa quanto maggiormente sarai vigilante ed accurato, tanto
-più avrai servito al dovere ed all'onore, e meglio avrai secondato
-la nostra intenzione. Ed affinchè gl'inclinati al male da questi delitti
-si astengano, o vogliamo che agli accusatori o denunziatori di
-quegli stessi delitti, però con di buoni indizii, si accordi un premio
-per ciascuna volta, e si tengano segreti, il quale premio sarà
-di dieci ducati d'oro da levarsi su le facoltà del delinquente, la
-quale prestazione vogliamo che debba farsi da te e da' tuoi successori,
-rimossa qualunque eccezione e contraddizione. Scriviamo pure
-intorno a questo al signor <i>Bartolommeo Caccia</i>, capitano di giustizia
-di questa città, col quale vogliamo che tu proceda d'intelligenza
-nel fare eseguire le predette proclamazioni. — Milano, il
-giorno XVIII di ottobre, MCCCCXLVII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note227">
-<p><span class="label"><a href="#tag227">227</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I capitani e difensori della libertà dell'illustre ed eccelsa
-città di Milano. — Veduta la richiesta dei barbieri di quest'inclita
-città, perchè sia confermato certo loro statuto ed ordine; la quale
-petizione è del tenore seguente: Magnifici ed eccelsi signori di quest'inclita
-città; i barbieri tanto guidati dalla retta coscienza, quanto
-ammoniti principalmente dai religiosi confessori e consultori delle
-loro animi, deliberarono di celebrare i giorni festivi, e di astenersi
-dalle opere nei tempi illeciti, proponendo, con licenza e consenso della
-vostra magnificenza, l'ordine stabilito e l'editto, che è dell'infrascritto
-tenore. Riverentemente adunque supplicano che ad esso, siccome
-salutifero e commendevole, come sembra, vi degniate d'interporre
-l'autorità vostra, e di confermare, convalidare e comandare che
-osservato sia e messo ad esecuzione, con lettere patenti questo
-statuto, e la relativa ordinazione, comandando altresì a qualunque
-giusdicente e agli ufficiali di Milano, ai quali in appresso si ricorresse,
-che a qualunque richiesta dell'abate del Paratico dei detti
-barbieri intorno all'osservanza ed all'esecuzione di quello statuto,
-prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno. Così
-adunque stabilirono ed ordinarono che lecito non sia ad alcun
-maestro della detta arte, abitante nella città o nei sobborghi di
-Milano, lavorare nè far lavorare di quell'arte, nè nella bottega o
-nella casa di sua abitazione, nè al di fuori, in alcun giorno festivo,
-ordinato da celebrarsi dalle istituzioni della Santa Madre Chiesa,
-tanto Romana, quanto Ambrosiana, e nè pure nelle vigilie di quelle
-feste, qualora le vigilie trovinsi stabilite nei giorni di sabbato
-dopo l'ora vigesimaquarta di quella vigilia o del sabbato, sotto
-pena di lire due delle nuovissime (il testo dice <i>nuperiorum</i>, ma
-forse dee leggersi <i>imperialum</i>), per ciascuna volta in cui si contrafacesse,
-e nella pena medesima incorra qualunque domestico o
-lavoratore della detta arte, il quale, senza licenza e contra la volontà
-del suo maestro, lavorasse in contravvenzione a questo statuto,
-e che tale domestico o lavoratore della detta arte non debba
-nè possa in alcun modo esercitare la detta arte nella città stessa
-e nei sobborghi, se prima non avrà pagata la stessa multa, ed avanti
-quel pagamento non debba alcun maestro della stessa arte accordargli
-alcun aiuto, nè alcun favore sotto la medesima pena; se
-però avvenisse che alle ore ventiquattro del detto sabbato o di una
-vigilia come sopra, alcun maestro o lavoratore avesse tra le mani
-alcuno già ricevuto nella bottega avanti quell'ora, in quel caso
-possa proseguire sopra quell'individuo che avesse da prima ricevuto
-impunemente l'opera sua e finirla senza incorrere in alcuna
-pena; e di tutte quelle pene la metà si applichi alla fabbrica della
-chiesa maggiore di Milano, e dell'altra metà due parti se ne dieno
-al Paratico degli stessi barbieri, e l'altra terza parte all'accusatore
-che denunziata avesse la contravvenzione. Possono altresì l'abate
-della detta arte ed i suoi ufficiali che saranno a quel tempo, mancando
-nelle premesse cose le opportune prove, affine di far emergere
-nelle medesime la verità, forzare qualunque maestro e lavoratore
-al giuramento, se e come sembrerà convenevole. E avendo
-noi considerata in questo la devota e lodevole disposizione dei
-detti <i>barbieri</i>, ed avendo considerato lo statuto stesso che ancora
-facemmo diligentemente esaminare degli spettabili signori consiglieri
-di giustizia della predetta comunità, e vedendo che la richiesta
-dei petenti sembra tendere a cosa onesta ed alla osservanza
-della fede ortodossa nostra e dei comandamenti della Chiesa, volendo
-annuire benignamente alla richiesta dei predetti, col tenore
-delle presenti, anche per certa scienza, quello statuto, che comandiamo
-e vogliamo sia inserito e scritto anche nel volume degli altri
-statuti ed ordini del comune di Milano, come grato a noi riconoscendo,
-approviamo e confermiamo, comandando per questo ai
-vicari e ai XII delle provvisioni, e agli altri ufficiali della predetta
-comunità presenti e futuri, ai quali spetta o potrà spettare che,
-qualora per l'osservanza del detto statuto ad essi si ricorresse,
-facciano inviolabilmente osservare lo statuto medesimo e le sue
-disposizioni, e a qualunque richiesta dell'abate del Paratico degli
-stessi barbieri, prestino qualunque giovamento, aiuto e favore opportuno
-per l'osservanza di questo statuto, e per la dovuta esecuzione
-verso i contravventori; e questo purchè nulla si faccia o
-avvenga in conseguenza contro la disposizione degli altri statuti ed
-ordini della predetta comunità e in detrimento dei medesimi. In
-fede di che abbiamo comandato che si facessero e si registrassero
-le lettere presenti, e si confermassero col munirle del sigillo
-della predetta comunità. Dato in Milano, il giorno decimosesto
-di aprile MCCCCXLVII. Sottoscritto — <i>Ambrogio.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note228">
-<p><span class="label"><a href="#tag228">228</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tomo I, pag. 234.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note229">
-<p><span class="label"><a href="#tag229">229</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>1448 die martis nono Januarii.</i> — Notitia sia a ciascuna
-persona como li illustri capitanei et difensori della illustre ed eccelsa
-nostra libertà vogliano dare via le borse de la ventura, le
-quale borse sono septe, della quale la prima harrà dentro ducati
-trecento contanti, la seconda ducati cento, la terza settantacinque,
-la quarta cinquanta, la quinta trenta, la sesta venticinque, la settima
-venti, e vogliono darle via a la ventura in questa forma,
-cioè: ciascuna persona de qual conditione, stato e grado voglia
-se sia, tanto forestiero come cittadino o contadino, et tanto clerico
-come layco, et maschi et femine, possono portare quelli ducati
-che loro parirà o uno o due, come loro vorranno al banco
-de Xphôro figliuolo di messere Stefano Taverna banchero, quale
-è stato lo inventore di questa cossa, el qual banco è per mezzo
-li ratti fuori del Broletto, lui ne farà nota nel suo libro fatto solo
-per questo, cioè a dì tale, la tal persona ha portati tanti ducati,
-uno o duy quelli che saranno, per volere guadagnare per ciascuno
-ducato una delle sopra scritte borse, secondo che Dio li darà
-buona ventura, e così farà nota de tutti quelli che portaranno
-infina alla prima domenica di febraro prossimo, quale è il dì deputato
-a dare via le borse, in quello dì serano domandati tutti
-quelli averanno messi li denari per guadagnare le borse, et si serà
-fatto tanti scritti per ciascuno quanti ducati haranno messo, li
-quali scritti haranno suso il nome loro, e questi tal scritti serano
-messi in una corba suso una baltresca la quale sara posta su
-la piazza di Sancto Ambrosio onde è usato stare el banco di frate
-Alberto, acciocchè ciascuno persona possa vedere mettere li scritti
-tutti in la corba, e vederli voltare tutti sotto sopra per lo dicto
-Xphôro thesaurario, deputato a questo, ovvero per persona fidata
-electa per li illustri capitanei, poi sarà tolto una altra corba, nella
-quale corba saranno messi altrettanti scritti bianchi senza scrittura
-alcuna, salvi che in quelli sara sette scritti, che l'uno harrà
-scritto suxo la borsa trecento, l'altro la borsa de li ducati cento,
-e l'altro de la borsa de' ducati settantacinque, l'altro la borsa de
-li ducati cinquanta, l'altro la borsa e li ducati trenta, l'altro la
-borsa de li ducati venticinque, e l'altro la borsa de li ducati venti.
-Et questi scritti serano voltati molto bene sotto sopra tutti cum
-quelli non serano scritti. Poi el dicto Xphôro ovvero li deputati per
-l'illustri capitanei stando di sopra la baltresca, vedando ogni persona,
-domanderà un qualche bono homo, metterà la corba ne la
-quale haverà dentro li scritti de li huomini che harranno messi
-li denari de la mane dritta, e l'altra corba ne la quale serano gli
-altretanti scritti bianchi, et quelli sette de le borse metterà da la
-mane sinistra. E poi quello bono homo torrà suso alla ventura
-duy scritti, cioè l'uno fora de una corba con una mane, e uno
-fora dell'altra corba cum l'altra mane, tutti duy li scritti ad un
-tratto, e drieto a questo bono homo seranno due altre fidate persone
-electe da li illustri capitanei e non suspecte a persona alcuna
-l'uno de la mane dritta, l'altro da la inane sinistra, li quali
-torranno quelli duy scritti quali quello bono homo harà tolto suxo
-ogniuno da la sua parte, e il lezeranno, odando ogni persona
-quelli tali scritti, verbi grazia l'uno scritto dirà Gioanni da Como,
-e l'altro nagotta, o vero bianco, quello tale Gioanni da Como per
-quello scritto serà fora di ventura da havere le borse, et serà infilzato,
-quello scritto che non avrà suxo nagotta, che sera bianco,
-sera scarpato; poi quello bono homo ne torrà suxo duy altri scritti
-in quella medesima forma, et quelli duy leveranno verbi gratia
-l'uno scritto dirà Antonio da Pavia, l'altro serà bianco, similmente
-sera facto de questi duy, cioè l'uno infilzato e l'altro scarpato.
-Et così andara quello bono homo tollendo suxo duy scritti per
-volta, tanto che torrà suso uno de li scritti de le borse; verbi
-gratia avrà tolto uno scritto che dirà Petro da Lecco farè, l'altro
-dirà lo borsa di trecento ducati, quello Petro da Lecco avrà guadagnato
-quella borsa de li ducati trecento, la qual borsa subito
-in presentia de tutti sarà data per lo dicto Xphôro Taverna al
-dicto Petro da Lecco. Poi quello bono homo anderà tolendo suxo
-le scritte a duy a duy in fino che saranno tolti fora tutti quelli
-sette scritti delle borse et a chi toccarà la ventura, si sarà date
-le borse, come è dicto de la prima.
-</p>
-
-<p>
-E pertanto anche pare che a chi sia possibile da mettere uno
-ducato fuosse poco savio a non metterlo, peroche una persona
-ricca a mettere uno ducato o duy o dece poco li serà sebene no
-avesse la ventura, avendola tanto migliora una persona mezzana,
-el simile a una persona povera che in estremo non fusse miserabile
-seria piuttosto da mettere che li altri, perochè per uno ducato
-che metta serbandolo in capo dell'anno non se ne accorgerà,
-a tanto in za come in la li bisogna stentare et lavorare, et se per
-ventura Dio li presentasse la grazia che avesse una de quelle borse,
-massime la magiore, non stentereve mai più, si che chi è savio
-porterà dinari, avisando tutti che li denari che avanzeranno
-et che se haveranno saranno della comunità nostra, si che quelli
-che non avranno la ventura delle borse, potranno far rasone averne
-donati a la comunitate uno ducato, el quale se po appellare averlo
-donato a se medesimo.
-</p>
-
-<p>
-Et se fosse alcuna persona che non intenda bene vada al banco
-del dicto Xphôro Taverna tesaurario a questo, che in breve gliel
-darà ad intendere a bocca. — Innocentius Cotta Prior — fu pubblicato
-questo avviso da Antonio di Areno tubatore. — Gride dal
-1447 al 1450, volume B, foglio 65 tergo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note230">
-<p><span class="label"><a href="#tag230">230</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giornalmente sempre più ammirava tanto la di lui prudenza,
-la facondia e gli egregi costumi, quanto la bellezza della persona
-e la maestà del volto e del portamento.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note231">
-<p><span class="label"><a href="#tag231">231</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Simonetta, lib. 2, colonna 202. R. I. tom. XXI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note232">
-<p><span class="label"><a href="#tag232">232</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi Simonetta, Vita di Francesco Sforza, <i>Rer. ital.</i>, tom. XXI,
-lib. I, col. 183.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note233">
-<p><span class="label"><a href="#tag233">233</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il citato Simonetta, lib. I, col. 187, dice: <i>Quo nuntio
-Franciscus gravissime affectus, dolorem immensum per summam
-constantiam supprimit, seque a lachrymis singultibusque continet.
-Sed quod maxime expediebat, suos a pugna, rejectis hostibus,
-revocat.</i> (Dal quale avviso gravemente afflitto <i>Francesco</i>, con somma
-costanza l'immenso dolore comprime, e dalle lagrime e dai singhiozzi
-si rattiene. Ma i suoi soldati, il che era la cosa più importante,
-respinti essendo i nemici dalla pugna richiama.)</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note234">
-<p><span class="label"><a href="#tag234">234</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di quei disordini così parla il Decembrio: — <a class="tag" id="tag235" href="#note235">[235]</a><i>Interea Mediolanenses
-varie inter se fluctuabant. Quidam, victoria elati,
-Franciscum ad astra praecipuis laudibus ferebant; alii verbis
-dumtaxat libertatem praedicabant, veram impense onus curamque
-detrectabant. Erant quibus servitus libertate potior videretur
-esse... Quibus autem vivendi cum principe consuetudo inerat,
-quo in numero vir insignis Petrus Pusterla et alii fuere,
-Franciscum, veluti Philippi filium et afflictis rebus succurrere
-potentem, magnopere laudabant. E contra, quibus mercatorum
-familiaritas et usus aderat, quorum minima pars fuit, Venetos,
-ut divinos quosdam homines, praeponendos dictitabant. Nihil in
-medium consulebatur; sed, ut vulgo mos est, studia in contraria
-incerte scindebantur. Sic, confusis civium voluntatibus, plebs
-omnium ignorans, libertatis dumtaxat nomen sibi adsciverat, et
-nullo salubri consilio perducta, in optimum quemquam ferebatur,
-etc. — Rer. Italic. Script.</i>, tom. XX, <i>column.</i> 1040, cap. XXXV.
-<i>Decemb. Vita Franc. Sfortiae.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note235">
-<p><span class="label"><a href="#tag235">235</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Intanto i Milanesi variamente nei loro avvisi ondeggiavano.
-Alcuni, gonfi per la vittoria, con grandissime lodi <i>Francesco</i> agli
-astri sollevavano; altri con parole soltanto la libertà proclamavano,
-ma qualunque peso e cura avevano sommamente a schifo. Eranvi
-di quelli ai quali la servitù migliore sembrava della libertà... Coloro
-poi che consueti erano a vivere famigliarmente col principe,
-nel di cui numero erano l'insigne uomo <i>Pietro Pusterla</i> ed altri,
-<i>Francesco</i> grandemente esaltavano, siccome figliuolo di <i>Filippo</i>,
-ii solo che soccorso prestare potesse in mezzo al disordine delle
-cose pubbliche. All'incontro coloro che famigliare consuetudine ed
-uso avevano coi mercadanti, i quali formavano la minima parte,
-andavano dicendo che i Veneti, come uomini in qualche modo divini,
-preferire dovevansi. Non si trattavano gli affari in adunato
-consiglio, ma come à costume del volgo, incerti i cittadini dividevansi
-in partiti gli uni agli altri contrari. Per tal modo, confuse essendo
-la volontà dei cittadini, la plebe, che tutto ignorava, il nome
-solo della libertà adottato aveva e non guidata da alcun salutare
-consiglio, portavasi contro qualunque ottimo, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note236">
-<p><span class="label"><a href="#tag236">236</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Novariam, Parmam, Dertonam, Alexandriam, aliasque urbes
-ditioni suae subdit. — Decembr. Vita Franc. Sfortiae, Rer.
-Ital.</i>, tom. XX, <i>column.</i> 1041, cap. XXXVI.
-</p>
-
-<p>
-(Alla sua giurisdizione assoggettò Novara, Parma, Tortona, Alessandria
-ed altre città).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note237">
-<p><span class="label"><a href="#tag237">237</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il proclama è il seguente — <i>1448 dies XVI novembris.</i> (1448, il giorno XVI novembre.) — Li
-illustri signori capitanei et difensori de la libertà de la illustre
-ed excelsa comunità di Milano. Considerate le summe et excelse
-virtute, probitate et magnanimitate et firma constantia d'animo, la
-experimentata et inconcussa fede et la longa experentia de le cose
-bellice et mestiero de arme, et lo braxado amore et admirabile
-devotione che porta et ha portato et demonstrato con admirabile
-opere et experientia infinite a questa illustre et excelsa comunità
-de Milano lo illustre et magnifico messere Carlo da Conzaga cavallero
-et marchese etc. degnamente l'anno constituto deputato, et
-electo capitano del popolo de questa illustre città, e de la libertate
-nostra gloriosa, acciocchè possa provvedere et ordinare tutte
-quelle cose che siano a salute, tutela e conservazione del dicto
-populo et de la sancta libertà nostra. Il perchè si ha facta publica
-crida per parte de li prefacti signori capitani per notitia et mandamento
-a ciascheduno de quale grado, stato et conditione voglia
-se sia in la dicta città et borghi in li lochi consueti debia obedire
-a li commandamenti del prefacto messere Carlo in tutte quelle
-cose che concernano il bene, l'honore, conservazione, tutella et
-augumento de la dicta comunità de Milano, et libertà, sotto pena
-pecuniaria et personale <i>usque ad ultimum suplitium inclusive</i> (fino all'ultimo supplizio inclusivamente),
-secondo si contiene ne la lettera del dicto capitaneo ad esso messere
-Carlo concessa per li prefati signori, <i>ed ulterius</i> (ed ulteriormente), sotto
-pena all'arbitrio de li prefacti signori capitanei a chi contrafarà
-a questa soa crida et intenzione — <i>Joannes de Meltio prior — Raphael — Cridata
-ad scalus palatii et per loca solita civitatis
-per Bertolium de Forlivio trombettam, die Jovis 14 novembris,
-sono tubarum et pifferorum praemisso.</i> (<i>Giovanni di Melzo</i> priore — <i>Raffaele</i> — Promulgata alle scale
-del palazzo, e per i soliti luoghi della città, da <i>Bertolio</i> da Forlì,
-trombetta, il giorno di giovedì 14 di novembre, premesso il suono
-delle trombe e dei pifferi.) Gride dal 1447 al
-1450, vol. C, foglio 151 nell'archivio della città.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note238">
-<p><span class="label"><a href="#tag238">238</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In Milano le cose erano in cattivo stato. Non si può meglio
-conoscerle che dalle carte autentiche di quei tempi; e tale
-è la lettera di Giovanni Teruffino ai signori Rafaele e Barnaba
-Adorni, genovesi, che ritrovasi nell'archivio di città — Codice C,
-fogl. 69. — Essa così dice: <i>Magnifici Majores honorandissimi.</i> (Magnifici maggiori onorevolissimi.) — Quamvis
-altro di nuovo non me occorra, tamen acciò non
-vi maravigliate che niente scriva, scriverò poco da poi le altre lettere
-a voi scritte. Io non sono andato dalla excellentia del conte,
-tum perochè essa se lungo da qui, tum per la novitate de Francesco
-Piccinino occorse, ma avuto Maragnano, che spero con la
-gratia de Dio sera in fra pochi dì, delibero di andare a la excellentia
-sua, tam per lo compromesso de Zenovesi ad Galeotto, quam
-per altro, e sono certo che la disposizione sua sia eadem. Io desidero
-che si manda ad executione lo facto de Bosco, secundo che
-altra volta ne dicesti. Li facti di Milano breviter hanno questa conditione.
-Frumento ghe pochissimo et hanno vetato quelli signori
-che pane di frumento non se ne venda, perciocchè quello poco
-frumento lo quale gli è restato voleno per li soldati, ma non gli
-può bastare per dexe; di segale e di miglio hanno per tutto il
-mese che viene. Dapoi sette di che Francesco Piccinino e lo fratello
-andero a Milano non gli hanno dato dinari, eccetto che due
-mila ducati de molti promissi. Appropinquandosi apresso Milano la
-excellentia del conte come se bene, havuto Marliano, verosimile è
-che Milano non se tegnerà quindici dì per mancamento e de victuaglie,
-et de dinari, et de strame, e per infinita gente malcontenta. Dio
-governa la cosa in modo che questa nostra provincia habbia quiete.
-Bene valete — <i>Dat. Papiae, die XXVIII aprilis 1449. — Vester
-famulus Teruffinus — a tergo: Magnificis Majoribus honorandis
-Domini Raphaeli et Barnabae Adornis et Petro Spinulae etc.</i>
-(Dato in Pavia, il giorno XXVIII di aprile 1449. — Vostro servo
-<i>Teruffino</i>. Su la coperta: Ai magnifici maggiori onorevoli i signori
-<i>Rafaele e Barnaba Adorni</i> e <i>Pietro Spinola</i>, ec.)</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note239">
-<p><span class="label"><a href="#tag239">239</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sei giorni prima che Milano accogliesse Francesco Sforza,
-Gaspare Vimercato uscissene dalla città con apparenza di volersi abboccare
-con Pandolfo Malatesta, comandante delle truppe di Venezia,
-e probabilmente concertò in vece la dedizione al conte.
-Il passaporto che gli consegnò trovasi nel codice C, foglio 135 tergo,
-nell'archivio di città, e dice:<a class="tag" id="tag240" href="#note240">[240]</a> <i>Per illustres dominos Capitaneos
-et defensores libertatis Illustris et Excelsae Comunitatis
-Mediolani concessa est licentia strenuo Gaspari de Vimercato
-exeundi hanc Civitatem cum famulis suis ad numerum usque
-octo, suisque valixiis, bulgis, rebus et bonis, et hoc tute, libere
-et impune, omnique reali et personali impedimento prorsus amoto,
-dummodo se non conferat ad partes hostiles, et vadat ad illustrem
-dominum Sigismundum Pandulphum de Malatestis Ariminensem
-ac illustrissimi dominii Venetorum, etc. Capitaneum
-Generalem. Ambrosius Prior — Antonius, MCCCCL, die XX februarii.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note240">
-<p><span class="label"><a href="#tag240">240</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dagli illustri signori capitani e difensori della libertà della
-illustre ed eccelsa comunità di Milano viene conceduta licenza al
-valoroso <i>Gasparo di Vimercato</i> di uscire da questa città con i suoi
-domestici fino al numero di otto, e con sue valigie, bolge, cose e
-beni, e questo sicuramente, liberamente ed impunemente, rimosso
-qualunque impedimento reale e personale, purchè egli non si rechi
-alle parti dei nostri nemici, e vada dell'illustre signore <i>Pandolfo</i>
-dei <i>Malatesta</i> riminese, e capitano generale dell'illustrissimo
-dominio dei Veneti, ec. <i>Ambrogio</i> Priore. — <i>Antonio</i>, MCCCCL, il
-dì X febbraio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note241">
-<p><span class="label"><a href="#tag241">241</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>1449, die 27 mensis decembris.</i> (1449, il dì 27 del mese di dicembre.) Al nome del Omnipotente
-et Eterno Dio et del gloriosissimo nostro patrone sancto Ambrosio
-deliberando li illustri signori capitanei et difensori della libertate
-che ciascuno quale metta la persona sua a pericolo per farne uno
-relevato servitio a tutta questa nostra patria, la quale è indegnamente
-afflicta da li nostri nemici, ne abbia merito e premio qual sia certo
-grande et honorevole, fanno noto a ciascuna persona di qualunque
-stato, grado et conditione se sia, che chi ammazzerà il perfido
-conte Francesco Sforza, overo ferirà mortalmente, guadagnerà
-ducati dece millia d'oro, e dece millia in possessione, quali instantemente
-gli serano numerati cotanti, et dati; et se quella persona
-sera rebelle o bandezata sarà cavata de ribellione et de bando, et
-restituiti il soy beni, et havere li dicti premii, et se quella persona
-sera squadrero o conductero de gente d'arme o di majore
-conditione, ultra li dicti premii, gli sera duplicata la conducta. Et
-sel serà soldato di menore conditione, ultra li dicti premii, gli
-sere duplicata la conducta ut supra. Et appresso a questo se la
-cadesse alcuno mandare ad executione alcuni de li sopradicti partiti
-et per quello venisse ad esser morto, serano dati li dicti premii
-a suoi filioli o a suoi heredi indubitatamente, li quali seranno
-sempre ben veduti et ben tractati da questa prefata comunitate.
-Et sel fosse persona alcuna quale dubitasse de conseguire li dicti
-premii, o venga, o manda uno suo fidato secretamente da li prefati
-signori capitanei, gli sera facta tal chiarezza et segurezza chel
-sera ben certo e securo de conseguire li dicti premii, rimossa
-ogni minima dubitazione — <i>Petrus Prior — Cridata ad scalas
-palatii et super platea arenghi per Antonium de Arezio Tubetam,
-die sabbati 27 suprascripti mensis decembris, sono tubarum
-praemisso.</i> (<i>Pietro</i> Priore. — Promulgata alle scale del palazzo, e sopra
-la piazza dell'arringa da <i>Antonio</i> di Arezzo trombetta, il giorno
-di sabbato 27 del soprascritto mese di dicembre, premesso il suono
-delle trombe.) Gride dal 1447 al 1450, vol. C, foglio 121, archivio
-civico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note242">
-<p><span class="label"><a href="#tag242">242</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vol. C, gride dal 1447 al 1450, foglio 107.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note243">
-<p><span class="label"><a href="#tag243">243</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Codice C, foglio 113.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note244">
-<p><span class="label"><a href="#tag244">244</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>1450, die 23 febbruarii.</i> (1450, il dì 23 febbraio.) — Se in ogni tempo debbe cadauno
-voglia essere chiamato fidele e devoto cristiano guardarse da fare
-contro li comandamenti del nostro Signore Dio, molto più è necessario
-emendare la vita nel tempo della tribulazione et afflictione
-per impetrare gratia et misericordia da la divina bontà. Intendando
-aduncha li illustri signori capitanei et deffensori de la libertà nostra
-prohibire quanto sia possibile, etiam mediante le pene et punitione
-temporale, la disonestà et detestabile vita de quelli tengano
-femine a soa posta, et etiandio alcuni quali non temendo il
-juditio divino, presumano biastemare Dio e la sua gloriosa Madre
-et li suoi sancti et sancte, li quali duy gravissimi peccati grandemente
-et pubblicamente si commettono in questa città et in li
-borghi soi, non senza evidentissimo pericolo de provocare majore
-ira de Dio contra de noi tutti, denno fare crida et bando che
-niuno de qualuncha stato, grado, o conditione voglia se sia dal
-majore al più minimo ardisca ne presuma in questa città borghi
-et jurisdictione soa tenire in casa sua ne fora de casa femine o
-sia concubina a soa posta per qualuncha modo se sia, imo cadauno
-l'havesse o tenesse fra tri dì proximi li debbia avere cazate
-da se, et esse femine et concubine debiano levarsi et aut spazare la
-città, aut redurse in loco honesto et tale se intenda che facciano
-bona, et correcta vita, sotto pena irremissibile de fiorini venticinque
-a cadun uomo quale sera trovato contrafare, tante volte da
-essere pagati, quante volte contrafarà, et a cadauna femina contrafaciente,
-da essere scovata pubblicamente per tutta la città, e
-poi reducta al publico loco, o cazata fora de la città. Et similmente
-niuno, come è dicto, ardisca o presuma biastemare Dio, ne la sua
-gloriosissima Madre, ni etiandio sancto Ambrosio, nostro protectore
-et patrone, ni alcuno sancto o sancta sotto pena irremissibile, ultra
-le altre imposte altre volte, de fiorini vinti per cadauna volta
-a chi contrafarà, et a chi non potrà pagare o non pagarà la dicta
-pena infra tre dì sotto pena di sguasi tri di corda, vollero ancora
-et chiarisseno li prefati signori capitanei che cadauno non solo
-possa, ma etiandio debba accusare qualunque contrafarà li predicti
-duy casi; accusando, guadagni il quarto della dicta pena pecuniaria,
-l'altro quarto sia delli poveri de Cristo et la mità sia della comunità,
-ma chi non accuserà, et sappia chi abbia contrafacto in
-tenire et biastemare come è dicto, cada in pena per cadauna
-volta de fiorini cinque et cadauno possa questi altri accusare et
-della pena si faccia come è dicto, di sopra. Ancora perchè li prefati
-signori hanno ordinato et comandato che niuno debba zugare
-a zugo de dadi, tavole et cartexelle, ne lassare zugare in casa sua
-sotto la pena che contengono le cride fatte sopra di ciò; Adesso
-chiariscono et volleno che cadauno non solo possa, ma sia obbligato
-ad accusare qualunca contrafarà, ed accusando guadagni il
-quarto della dicta pena pecuniaria et de li altri tri quarti se dispona
-et faccia come è dicto di sopra; ma non accusando et sappiando
-chi vi abbia contrafacto, cada in pena caduna volta del
-quarto quale devria guadagnare, et cadauno possa questi altri accusare
-et della pena se faccia ut supra — <i>Ambrosius Prior — Marcolinus — Cridata
-ad scalas palatii et per loca solita civitatis
-per Matteum de Arezio tubetam, die lunae XXIII febbruarii
-suprascripti</i> (<i>Ambrogio Priore — Marcolino</i> — Promulgata alle scale del
-palazzo, e per i luoghi soliti della città da <i>Matteo</i> di Arezzo trombetta,
-il giorno di lunedì XXIII di febbraio soprascritto.) — Gride dal 1447 al 1450, vol. C., foglio 136, archivio
-civico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note245">
-<p><span class="label"><a href="#tag245">245</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Le cose dei Milanesi incominciarono ad andare al peggio. Perciocchè
-privi di duci, discordi essendo tra di loro i cittadini, giornalmente
-ripullulavano consigli peggiori dei primi. Non potevano
-le pubbliche gravezze del popolo convenevolmente governarsi; non
-potevano i ricchi sostenere i pesi; non poteva alcuno eseguire i
-comandi: ma come una flotta dispersa dalla procella, qua e là la
-plebe era portata dalle onde accavallate. Se alcun raggio di speranza
-splendeva tuttora nei soldati che rimanevano, turbato era
-dall'ambizione di <i>Carlo Gonzaga</i>, il quale dominio del popolo ingiustamente
-aspirando, tutte le cose con lungo sospettare intralciava.
-Per la qual cosa tutto era squallido per il timore e per la
-disperazione. Inoltre le congiure da alcuni tramate maggiori angustia
-ai singoli cagionata avevano. Conciossiachè presi furono ed
-al supplizio condotti molti nobilissimi cittadini. Ma nè pure colla
-morte loro raddolcire potevansi l'atrocità della sciagura... I buoni
-inoltre, privati degli uffizi, incapaci a recare giovamento a sè stessi
-e agli altri, languivano nel silenzio; la plebe poi, situata tra la
-speranza ed il timore, il peso tollerava, esultando per il nome solo
-di dominio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note246">
-<p><span class="label"><a href="#tag246">246</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Vita Franc. Sfortiae</i>, cap. XXXVII; <i>Rer. Ital.</i>, tom. XX,
-col. 1041.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note247">
-<p><span class="label"><a href="#tag247">247</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Macchiavelli, sulla prima Deca di Tit. Liv., libr. I, cap. XVII,
-pag. 87.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note248">
-<p><span class="label"><a href="#tag248">248</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nel fabbricar la casa de' signori Delfinoni vicino alla colonna
-di porta Nuova scavossi nel 1774 un sasso, su cui leggesi:
-<i>Franciscus Sfortia Vicecomes, dux, et animo invictus et corpore,
-anno MCCCCL a IIII Calend. Martias hora XX dominio urbis
-Mediolani potitus.</i> (Francesco Sforza Visconti, duca, invitto d'animo e di corpo,
-l'anno MCCCCL il giorno IV avanti le calende di marzo all'ora vigesima
-s'impadronì del dominio di Milano.)</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note249">
-<p><span class="label"><a href="#tag249">249</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo è il giorno che il Signore ci ha dato; esultiamo e
-rallegriamoci in esso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note250">
-<p><span class="label"><a href="#tag250">250</a>.&nbsp;&nbsp;</span>All'archivio pubblico può esaminarsene da chi lo voglia l'originale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note251">
-<p><span class="label"><a href="#tag251">251</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Osservando come tutti i solenni ingressi e dei duchi e dei
-governatori e degli arcivescovi si fecero sempre dalla porta Ticinese,
-mi sembra probabile che quest'usanza discenda sino dai
-tempi de' Longobardi, quando Pavia fu la capitale e la città regia;
-e forse l'arcivescovo, dopo d'essere stato riconosciuto dal sovrano
-o suo luogotenente in Pavia, di là spiccavasi per la pubblica cerimonia.
-Quando s'assoggettò la chiesa milanese a Roma, e l'elezione
-e consacrazione si trasferirono in Roma, tutto cambiossi, fuori
-che questa avvertenza non s'ebbe di farlo entrare per la porta
-Romana.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note252">
-<p><span class="label"><a href="#tag252">252</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In quei contorni trovasi una via che oggidì pure conserva
-il nome de' Piatti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note253">
-<p><span class="label"><a href="#tag253">253</a>.&nbsp;&nbsp;</span>I due soli però imminenti alla città furono perfezionati.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note254">
-<p><span class="label"><a href="#tag254">254</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Histoire de François I, roi de France, dit le grand roi
-et le père des lettres. Par M. Galliard de l'Accadémie des Inscriptions
-et Belles lettres. — A Paris, chez Saillant et Nyon,
-tome I, page 105.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note255">
-<p><span class="label"><a href="#tag255">255</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Alloggiarono nel palano altre volte del conte Carmagnola,
-ora detto il Broletto, in cui si radunano i corpi municipali.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note256">
-<p><span class="label"><a href="#tag256">256</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Rivolto essendosi quindi all'ornato pubblico della città, e con
-arena e mattoni riparate avendo le strade, volle con somma magnificenza
-che dai fondamenti si erigesse il castello della porta di Giove,
-atterrato da prima per popolare tumulto. La corte altresì dei primi
-duchi, già cadente per vecchiezza, non solo ristabilì, ampliò ed arricchì
-di ornamenti. Comandò ancora che, scavandosi il terreno,
-dall'Adda si derivasse per venti miglia un acquedotto, per mezzo
-del quale i campi vicini fossero irrigati, e al popolo non mancassero
-le derrate necessarie.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note257">
-<p><span class="label"><a href="#tag257">257</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Decembrius, Vita Franc. Sfortiae</i>, cap. XL; <i>Rer. Ital.</i>,
-tom. XX, colonn. 1046.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note258">
-<p><span class="label"><a href="#tag258">258</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dalla provincia della Martesana, per cui passa, detta forse
-anco dal dio Marte.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note259">
-<p><span class="label"><a href="#tag259">259</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi il Benaglio, Relazione istorica del magistrato, che riferisce
-il decreto del duca Francesco, che è il seguente: — <a class="tag" id="tag260" href="#note260">[260]</a><i>Franciscus
-Sfortia Vicecomes, dux Mediolani etc. Papiae Angleriaeque
-comes ac Cremonae dominus. Cum pro beneplacitis nostris
-et subditorum nostrorum comoditate fieri debere ordinaverimus
-Navigium discensarum ex Abdua ad anc inclitam Civitatem nostram
-Mediolani, deputaverimusque nobilem virum Ruffinum de
-Prioris, aulicum nostrum praeclarissimum Commissarium, qui
-cum avisamentis ac partecipatione Bertolae de Novate, dilecti
-Civis nostri Mediolani, habeat omnia expedire et expediri facere
-quod ad dicti Navigii perfectionem attineat, eligendum duximus.</i>
-Indi destina un tesoriere separato per quest'opera, a cui dalla ducal
-Camera debbasi sforzare illimitatamente qualunque somma.
-<i>Dat. Mediolani, die primo julii 1457.</i> (Date in Milano, il dì primo di luglio 1457.) Veggasi pure il Settala, Relazione
-sul navilio della Martesana, ediz. del 1603, pag. 59.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note260">
-<p><span class="label"><a href="#tag260">260</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Francesco Sforza Visconti</i>, duca di Milano, ec., conte di
-Pavia e di Angera, e signore di Cremona. Siccome per il nostro
-buon piacere e per il comodo dei nostri sudditi avevamo ordinato
-che si dovesse fare un naviglio che discendesse dall'Adda fino a
-quest'inclita città nostra di Milano, ed avevamo deputato il nobile
-<i>Ruffino dei Priori</i>, nostro illustrissimo commissario di corte, che
-col consiglio e colla partecipazione di <i>Bertola</i> di Novate, diletto
-nostro cittadino milanese, debba spedire e fare tutto quello che
-appartiene alla perfezione del detto naviglio, abbiamo giudicato di
-dover eleggere, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note261">
-<p><span class="label"><a href="#tag261">261</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così Paolo Frisi, nel secondo tomo delle sue opere stampato
-in Milano dal Galeazzi 1783, pag. 465. L'immatura perdita che abbiamo
-fatto di qust'illustre nostro concittadino, mentre era nel
-pieno vigore della sua mente, ha privato noi e i posteri di maggiori
-ammaestramenti ch'egli ci avrebbe lasciati. Cessò di vivere
-il giorno 22 novembre 1784 per una cancrena procuratagli da un
-taglio, al quale sconsigliatamente venne sottoposto. Morì colla tranquillità
-d'un'anima virtuosa, e presentò all'avversa fortuna, come
-in vita così in morte, una virile costanza. L'uomo e l'autore in lui
-furono allo stesso livello. <i>Il chiarissimo autore fece erigere a sue
-spese all'illustre matematico e filosofo <span class="upright">Frisi</span>, suo amico, un elegante
-monumento in marmo carrarese con iscrizione latina, nella
-chiesa di Sant'Alessandro de' cherici Reg. di San Paolo di questa
-città; valendosi a questo effetto dell'opera del celebre scultore
-<span class="upright">Franchi</span>.</i> (<i>Nota del Continuatore</i>).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note262">
-<p><span class="label"><a href="#tag262">262</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tutto ciò più esattamente può leggersi nell'opera del citato
-Frisi, libro terzo, capo terzo de' canali navigabili.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note263">
-<p><span class="label"><a href="#tag263">263</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nei registri civici delle lettere ducali del secolo XV, foglio
-223, leggesi la concessione fatta dal ducal magistrato il 10 decembre
-1471 di una bocca d'acqua del naviglio della Martesana da
-estraersi vicino al Redefosso, in benificio dell'Ospedal grande e dei
-consorti Ghiringhelli, Bossi e Rebecchi, essendo commissario del
-naviglio l'ingegnere Pietro da Faino del Malpaga. Altre concessioni
-poi si trovano nei libri dell'ufficio Panigarola, registro E, foglio
-265. Vedesi accordata di più l'acqua al convento de' frati di Santa
-Maria degli Angioli, l'anno 1468, per ducal concessione. Il che mostra
-come sin d'allora entrasse l'acqua del naviglio in Milano. Nell'ufficio
-degli statuti Panigarola trovasi pure il decreto di Bianca
-Maria, vedova duchessa e tutrice del duca Gio. Galeazzo, fatto il
-settembre 1467, che invita ad acquistare dalla ducal camera l'acqua
-del naviglio della Martesana.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note264">
-<p><span class="label"><a href="#tag264">264</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Simonetta, nella vita di Francesco Sforza, lib. XXXI, <i>Rer.
-Ital.</i>, tom. XXI, col. 778, così dice:<a class="tag" id="tag265" href="#note265">[265]</a> <i>Ea autem utebatur ingenii
-acrimonia, ac gravitate, prudentia, atque consilio, ut nihil neque
-in urbanis rebus iniret umquam quod minus fuisset diligentissime
-antea metitus, omnemque prospexisset eventum, et quod decreverat
-innata, quadam animi magnitudine et incredibili celeritate conficiebat.
-Mirum dictu est quam abstineret illecebris, humanisque
-voluptatibus, atque cupiditatibus: et quod rarissimum in aliis
-invenies, cum neque in rebus adversis, si qua iniquitate fortunae
-acciderunt, deprimebatur animo, ita ne secundis quidem efferebatur.
-Quin potius, sicuti in adversis non frangebatur, ita
-etiam in prospera fortuna modestissimus semper fuit; et alios ab
-omni contumelia injuriaque continebat. Et ne id quidem mirum,
-cum omnibus de se praestaret exemplum, qui cum maxime vinceret,
-ultione non utebatur.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note265">
-<p><span class="label"><a href="#tag265">265</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Era poi dotato di tale penetrazione d'ingegno, di tale gravità,
-prudenza e avvedutezza, che nulla intraprendeva giammai nelle
-cose tanto militari, quanto civili, che diligentissimamente, benchè
-fosse piccola cosa, non avesse da prima considerato, e tutto ne
-avesse pronosticato l'evento; quelle cose poi che determinato
-erasi di fare, compieva con una certa innata grandezza d'animo
-e con incredibile celerità. Mirabile è a dirsi quanto lontano si
-tenesse dalle seduzioni e dalle umane voluttà e cupidigie, a
-quello che rarissimo troverassi in altri siccome nelle avversità,
-se mai alcuna per iniquità di sorte ne incontrava, non perdevasi
-di spirito, così nè pure nelle prospere punto non insuperbivasi.
-Che anzi, siccome nelle cose avverse non si avviliva, così ancora
-nella prospera fortuna fu sempre modestissimo, e gli altri tratteneva
-da qualunque ingiuria o contumelia. Nè questo in vero è
-estrano, mentre a tutti egli stesso porgeva l'esempio, e avendo questo
-grandissima forza, d'uopo non era che facesse uso di gastighi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note266">
-<p><span class="label"><a href="#tag266">266</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Ma oserei certamente affermare che, dopo <i>Giulio Cesare</i>,
-nissun uomo troverassi avere avuto l'Italia, che a buon diritto si
-potesse col solo <i>Francesco Sforza</i> paragonare. Il quale per verità,
-vinto avendo sempre, nè mai essendo stato vinto, finì i suoi giorni
-in modo che a tutti non meno lasciò un vivo desiderio, che un
-retaggio di lagrime.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note267">
-<p><span class="label"><a href="#tag267">267</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Rer. Italic. Script.</i>, tom. XXI, col. 779.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note268">
-<p><span class="label"><a href="#tag268">268</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note269">
-<p><span class="label"><a href="#tag269">269</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella mia raccolta ho alcune monete di Milano che portano
-il nome d'entrambi.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note270">
-<p><span class="label"><a href="#tag270">270</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Francisci Cicerei Epistolar.</i>, vol. II, pag. 174, <i>Mediol.</i> 1782,
-stampa dell'Imp. Monast. di sant'Ambrogio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note271">
-<p><span class="label"><a href="#tag271">271</a>.&nbsp;&nbsp;</span>All'anno 1469.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note272">
-<p><span class="label"><a href="#tag272">272</a>.&nbsp;&nbsp;</span>All'anno 1473.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note273">
-<p><span class="label"><a href="#tag273">273</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gli scrittori oltramontani conservano una memoria favorevole
-del re Mattia I. È da essi risguardato come un principe generoso,
-guerriero, politico, religioso, amico delle belle arti, uomo
-colto; ed a lui si attribuisce la biblioteca di Buda, corredata dei
-migliori libri greci e latini. Il Corio però narra avvenimenti accaduti
-ai suoi tempi e pubblici.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note274">
-<p><span class="label"><a href="#tag274">274</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di questo Cola Montano si trova nell'archivio pubblico un
-contratto ch'ei fece l'anno 1473 il 6 d'agosto, rogato dal notaro
-Antonio Zunico. Il contratto è con uno stampatore tedesco di Ratisbona
-chiamato <i>Cristoforo</i>, ed ha per oggetto una società per
-istampare. Si vede che Cola Montano era figlio di Giacomo, ed abitava
-sotto la parrocchia di San Rafaello; ma non si dice che fosse
-bolognese.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note275">
-<p><span class="label"><a href="#tag275">275</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La duchessa Bianca Maria prudentemente gli richiamò.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note276">
-<p><span class="label"><a href="#tag276">276</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Eterna vivrà la fama di sì gloriosa impresa.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note277">
-<p><span class="label"><a href="#tag277">277</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'anno seguente si ribellarono di nuovo; poi un'altra volta
-nel 1488 si assoggettarono.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note278">
-<p><span class="label"><a href="#tag278">278</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Mentre bramo salvar la patria e il duce,</p>
-<p class="i01">Da scaltri traditor son tratto a morte.</p>
-<p class="i01">Ma celebrar lui debbe immensa lode,</p>
-<p class="i01">Che, per serbar la fe, sprezzò la vita.</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note279">
-<p><span class="label"><a href="#tag279">279</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Rogato dai notai Francesco Bolla e Candido Porro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note280">
-<p><span class="label"><a href="#tag280">280</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi Apostolo Zeno, <i>Dissertazioni Vossiane</i>, vol. II, art.
-<i>Bernardino Corio</i>. (<i>Il Continuatore</i>).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note281">
-<p><span class="label"><a href="#tag281">281</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Queste nozze erano già state concertate undici anni prima,
-cioè nel 1480, mentre la sposa, figlia d'Ercole d'Este, aveva sei anni.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note282">
-<p><span class="label"><a href="#tag282">282</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Risplendenti di toghe purpuree e di scarlatto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note283">
-<p><span class="label"><a href="#tag283">283</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Coi petti ritagliati al disotto delle mammelle, e col pallio
-alla maniera gabina, scendendo dall'omero destro al lato sinistro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note284">
-<p><span class="label"><a href="#tag284">284</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Con moderazione e venustà.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note285">
-<p><span class="label"><a href="#tag285">285</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Corio dice: <i>Lodovico Sforza, già inducto da Hercule
-Estense e da la mugliere, in tutto cominciò aspirare alo intero
-governo dil Stato</i>; all'anno 1489. Rispetto poi alle rivalità
-dice, all'anno 1491, <i>Quivi tra Isabella mogliere dil duca e Beatrice,
-per volere ciascuna de loro prevalere al altra tanto di
-loco et ornamento quanto in altra cosa, una tanta emulazione e
-sdegno cominciò tra ambe due, che finalmente, come sarà demostrato
-nella parte seguente, sono state causa de la totale eversione
-dil suo imperio</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note286">
-<p><span class="label"><a href="#tag286">286</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Corio lo attesta all'anno 1493; il che conferma quanto antecedentemente
-accennai sullo venuta di Galeazzo Maria dalla Francia
-a Milano, cioè che vi fossero stazioni regolate pel cambiamento
-de' cavalli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note287">
-<p><span class="label"><a href="#tag287">287</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Antonio Grumello, nella cronaca MS. che ritrovasi presso il
-signor principe Alberigo di Belgioioso d'Este al foglio II, disse: <i>Ritrovandosi
-il gallico re in la città de Pavia et intexo Jo. Galeaz.
-Sforzia, ducha di Milano, esser gravemente inferma di una febbre
-tossichata, vuolse sua maestà vederlo: et prelibato ducha
-umanamente salutando sua maestà, et re gallico confortandolo
-a la salute, et che sua maestà mai hera per mancharli. Vedendo
-Jo. Gz. Sfortia esser al fine di sua vita, ricomandato el suo
-unigenito figliolo Francesco Sfortia, conte di Pavia, al gallico
-re, pregando sua maestà lo voglia aceptare per suo figliolo et
-con humanissime parole fu acceptato da esso re gallico, et non
-dubitasse che mai hera per mancarli et mantenerlo in stato
-felicissimo.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note288">
-<p><span class="label"><a href="#tag288">288</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il prefato <i>Giovanni Galeazzo</i> riconobbe dal popolo milanese
-il ducato stesso e la contea, il che tornò in grandissimo pregiudizio
-dell'Impero, e perchè è di consuetudine del sacro romano
-Impero di non mai investire alcuno di qualche Stato da esso dipendente,
-se questo egli usurpò col fatto, e da altri lo abbia riconosciuto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note289">
-<p><span class="label"><a href="#tag289">289</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Corio gli dà per extensum all'anno 1494.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note290">
-<p><span class="label"><a href="#tag290">290</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Cambiata, l'anno 1783, per servire al monte di Santa Teresa,
-recentemente collocatovi. <i>E qui vuolsi notare che gli scudi in
-bianco marmo rappresentanti i duchi di Milano, che servivano
-di ornato alla facciata di questa casa, furono preservati dal nostro
-storico, e collocati in ordine nel primo cortile della sua
-casa paterna, ivi dicontro</i>. (<i>Il Continuatore</i>).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note291">
-<p><span class="label"><a href="#tag291">291</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La chiesa della Madonna di San Celso è veramente il primo
-monumento e il più antico di esatta architettura. La facciata dell'arcivescovado
-e il palazzo dell'arcivescovo si formarono dall'arcivescovo
-Guido Antonio Arcimboldi. Il claustro di Sant'Ambrogio
-si fabbricò dal cardinale Ascanio Sforza. Veggasi il Lattuada,
-<i>Descrizione di Milano</i>, tom. IV, pag. 308. Due altre chiese si fabbricarono
-in que' tempi, cioè la Rosa e la Passione, meritevoli di
-essere osservate. Anche la cupola delle Grazie è di quei tempi, e
-si assomiglia alla prima maniera della casa Marliani.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note292">
-<p><span class="label"><a href="#tag292">292</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi <i>Raccolta milanese stampata presso Antonio Anelli
-1756, 2 vol. in 4.º Nel primo volume, dal foglio 2 fino al 22,
-trovansi parecchi sonetti di messer Gaspare Visconti, con alcune
-notizie intorno all'autore</i>. (<i>Il Continuatore</i>).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note293">
-<p><span class="label"><a href="#tag293">293</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Di questi broccati pesantissimi se ne veggono tuttora in un
-vecchio paramento che conservasi presso i Domenicani delle Grazie.
-La statua di Beatrice d'Este, che è nella Certosa di Pavia, ci
-mostra la ricchezza e il peso di quei vestiti di allora. L'immagine
-di Beatrice vedesi pure in un quadro della scuola di Lionardo a
-Sant'Ambrogio Ad nemus. Ella vi è in ginocchio coi due suoi figli
-Massimiliano e Francesco, e collo sposo Lodovico il Moro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note294">
-<p><span class="label"><a href="#tag294">294</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Queste poesie furono da me copiate da un antico codice manoscritto
-originale dell'autore medesimo, il quale si custodisce fra
-molti altri manoscritti nella pregievolissima collezione del signor principe
-Alberico di Belgioioso d'Este. In esso leggonsi più centinaia di
-sonetti ad imitazione del Petrarca. Leggesi pure una commedia in
-ottava rima dello stesso Visconti; poesie, a dir vero, di poco valore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note295">
-<p><span class="label"><a href="#tag295">295</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'autore Gaspare Visconti mori all'età d'anni 38, il giorno 8
-di marzo l'anno 1499. Vedi <i>Argelati, Biblioth. Scriptor. Mediolan.</i>,
-tom. II, parte prima, col. 1604.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note296">
-<p><span class="label"><a href="#tag296">296</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">«Sparsi i campi al veder d'armi e d'armati,</p>
-<p class="i01">Scossa, tremò tua pace, o Lodovico,</p>
-<p class="i01">Sorgi, a me disse, tutt'intorno suona</p>
-<p class="i01">Il ferro ostil, e me cacciata in bando:</p>
-<p class="i01">L'armi dispon chi mi ripose in seggio.</p>
-<p class="i01">Pei santissimi dritti ora te invoco</p>
-<p class="i01">Del veneto senato, e me del sommo,</p>
-<p class="i01">Se il puoi, periglio a liberar t'appresta.</p>
-<p class="i01">Risposi allor: No, non temere, o Diva,</p>
-<p class="i01">Lodovico t'adora, e del tuo Nume,</p>
-<p class="i01">Più ancor di quel di Giove, egli gioisce.</p>
-<p class="i01">Nè già guerre temer, che ne son queste</p>
-<p class="i01">Sol le sembianze e i simulati giuochi:</p>
-<p class="i01">Nè qui armeggiar, se non a pompa, lece.</p>
-<p class="i01">Or dunque vanne, e abbandonando il cielo,</p>
-<p class="i01">Orna la terra, o almen, poichè tue veci</p>
-<p class="i01">Compier questi sol può, se in l'alte sedi</p>
-<p class="i01">Ami recarti, in terra e in mar difendi</p>
-<p class="i01">Gli Sforza fidi, in guerra e in pace egregi».</p>
-</div></div>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note297">
-<p><span class="label"><a href="#tag297">297</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tomo II, delle Opere. Milano, presso Galeazzi 1783, pag. 468.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note298">
-<p><span class="label"><a href="#tag298">298</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tutte queste notizie sono tratte dal vol. I, num. 17 della
-collezione illustre del signor principe Belgioioso d'Este. Quell'antico
-MS. contemporaneo dice di quest'ultimo segretario camerale: <i>se faceva
-per esso secretario uno quaterneto de tutti li salariati, quale
-se faceva sottoscrivere da l'excelentia del duca, insieme con un
-rotulo, che se domandava la lista grande de li salariati, in la
-quale, per via de summario, era descripto tutta la spesa del
-Stato, la quale se mandava inclusa in una lettera ducale expedita
-per el dicto secretario alli magistri de le intrate ordinarie
-et thesaurero, commettendoli che facesseno fare la expeditione
-de li pagamenti secundo era annotato in esso quaterneto et lista
-alli tempi debiti et secundo l'ordine de la corte; e così si
-faceva.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note299">
-<p><span class="label"><a href="#tag299">299</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il Prato asserisce che le entrate ducali ascendessero, nel
-1499, a ducati ossia zecchini settecento ottantamila. Il Corio, all'anno
-1492, dice seicentomila. Da un MS. gentilmente mostratomi
-dal chiarissimo signor presidente conte Carli, le ducali entrate allora
-erano zecchini 424,472; io mi sono attenuto al Corio, supponendo
-che il minor calcolo comprenda le sole entrate ordinarie.
-Paragonata poi l'estensione dello Stato d'allora, le opere grandiose
-che si intraprendevano, con seicentomila ducati, se ne dedurrà
-una nuova conferma di quello che in più luoghi ho indicato, cioè
-sul valore de' metalli nobili maggiore assai in que' tempi che non
-lo è ai giorni nostri. Un uomo con cent'once d'oro oggidì è meno
-ricco di quello che lo fosse allora uno che ne possedesse cinquanta.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note300">
-<p><span class="label"><a href="#tag300">300</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vol. I, Miscellanea, num. 14.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note301">
-<p><span class="label"><a href="#tag301">301</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Oltre il Corio, veggasi Gaillard, Histoire de François Premier. — Edizione
-seconda di Parigi, presso Saillant et Nyron 1769,
-tom. I, pag. 137.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note302">
-<p><span class="label"><a href="#tag302">302</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il tesoriere era allora il presidente della camera, e cotesto
-Landriano, che adulò il duca, fu il medesimo che nel consiglio ducale
-lo fece acclamare, ad esclusione del legittimo successore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note303">
-<p><span class="label"><a href="#tag303">303</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi la Cronaca di Antonio Grumello pavese. MS. del signor
-principe di Belgioioso d'Este, foglio 19, tergo, e foglio 20.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note304">
-<p><span class="label"><a href="#tag304">304</a>.&nbsp;&nbsp;</span>MS. di Antonio Grumello, pavese, presso il signor principe
-di Belgioioso, fogli 22 tergo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note305">
-<p><span class="label"><a href="#tag305">305</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Dove oggidì stanno i Teatini.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note306">
-<p><span class="label"><a href="#tag306">306</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Quaranta damiselle milanesi, non già dell'inferiore:</i> così
-il Prato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note307">
-<p><span class="label"><a href="#tag307">307</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Giovanni Andrea da Prato è l'autore che io scelgo per guida,
-or che il Corio cessa di raccontare. Da esso Prato, che conservo
-manoscritto, ho tratti i minuti avvenimenti che ho creduto di non
-omettere, poichè mostrano il carattere di quel buon principe.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note308">
-<p><span class="label"><a href="#tag308">308</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Perpetuo edicto et inviolabili decreto... statuimus, ordinamus,
-et lege perpetuo valitura stabilimus</i>.
-</p>
-
-<p>
-(Con perpetuo editto e decreto inviolabile... stabiliamo, ordiniamo
-e vogliamo, con legge che debba valere in perpetuo.)</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note309">
-<p><span class="label"><a href="#tag309">309</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Damus et concedimus per praesentes potestatem seu auctoritatem
-decreta nostra ducalia confirmandi, et infirmandi, dandi
-omnes quascumque dispensationes, Statutorum et ordinatorum
-confirmationes</i>, ec. E rispetto alle concessioni del re medesimo
-dice: <i>Nisi prius fuerint in dicto senatus nostro praesentatae, interitanae,
-et verificatae, nullius firmitatis, effectus vel momenti
-esse poterunt; easque, tam concessas quam concedendas, decerminus
-per praesentes irritas et inanes</i>.
-</p>
-
-<p>
-(Diamo e concediamo, colle presenti, podestà o sia autorità di
-confermare e di annullare i nostri decreti ducali, di concedere
-ogni qualunque dispensa, di confermare gli statuti e le ordinazioni,
-ec...... Se da prima non saranno nel detto senato nostro
-presentate, <i>interinate</i> e verificate, non potranno essere di alcuna
-forza, effetto e conseguenza; e colle presenti dichiariamo irrite e
-nulle, tanto le già concedute, come quelle che potessero concedersi.)</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note310">
-<p><span class="label"><a href="#tag310">310</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Proruppe in ira così grande, che sembrava avere perduta
-tutta la prudenza... E tardi conobbe che, tumultuando il popolo,
-più vantaggiosa riesce l'umanità e la mansuetudine, che l'arroganza.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note311">
-<p><span class="label"><a href="#tag311">311</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Tres vultus Trivultio.</i> — (Tre volti ha il Trivulzio).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note312">
-<p><span class="label"><a href="#tag312">312</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Egli era al servigio degli Aragonesi in Napoli, mentre essi
-minacciavano Lodovico Sforza: quando poi Carlo VIII conquistò
-quel regno, il Trivulzio si pose allo stipendio della Francia, e
-molta parte ebbe nell'aprire il varco al re nei passi di Fornuovo
-alla Val di Taro.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note313">
-<p><span class="label"><a href="#tag313">313</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Corio, all'anno 1499.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note314">
-<p><span class="label"><a href="#tag314">314</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Del Corte così scrive il Guicciardini al lib. IV, raccontando
-il prezzo ch'egli ottenne; <i>ma con tanta infamia, e con tanto odio,
-eziandio appresso ai Francesi, che, rifiutato da ognuno come di
-fiera pestifiera, e abominevole il suo commercio, e schernito per
-tutte dove arrivava con obbrobriose parole, tormentato dalla vergogna
-e dalla coscienza, potentissimo e certissimo flagello di chi
-fa male, passò non molto poi per dolore all'altra vita.</i></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note315">
-<p><span class="label"><a href="#tag315">315</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. II, pag. 22.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note316">
-<p><span class="label"><a href="#tag316">316</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Quod ad Rempublicam attinet, jam licet omnibus intueri
-quod in magno omnia ancipiti, seu potius praecipiti pendent. Sfortianos
-constat sexdecim milium peditum delectum ex Elvetiis fecisse,
-milla cataphractos ex Germania Burgandiaque contraxisse,
-tormenta aenea, machinas, pilas, pulveresque coemisse, atque comunis
-opinio est quod medio januario superatis Alpibus Gallos
-invadent, atque eos pellere aut profligare conabuntur. E contra
-comes Lignyaci, cujus in ire bellica auctoritas suprema est (licet
-proregie nomen Jo. Jacobo Trivultio datum sit) omnes cataphractos
-apud Comum cogit</i>.... E continua a spiegare le disposizioni
-per la difesa che facevasi dai Francesi; <i>cuius exitum utinam Mediolanenses
-(quae foret insolita eorum prudentia) expectarent!
-At plurimi sunt, maxime ex Gibellina factione, qui, more impatientes,
-jamjam civitatem scindere, amicos, affinesque unire, armaque
-capere non dubitant, quod dicant memoratum Trivultium
-statuisse capita ipsius Gibellinae factionis perdere, alios obsides
-in Galliam mittendo, alios proscribendo, alios in custodiis habendo;
-dicentes propterea se, armatos, vim vi repellere velle,
-hujusmodique armis non in regis perniciem aut damnum, sed
-tuitionem et salutem, si expediat, se usuros jactantes. Huic quasi
-seditioni fomentum non exiguum praestant memoratus Lignyaci
-comes et Lucionensis episcopus, Senatus Cancellarius et justitiae,
-ut ajunt, caput; qui ambo, ut sunt Trivultii aemuli, aegre ferunt
-quod apud eum remaneat illud nudum proregis nomen; sperantque
-hac ratione Regem coactum iri ut Trivultium deponat, cum intelliget,
-eo etiam solam sceptri imaginem retinente, seditionem extingui
-minime posse: iique ambo, quasi fatentes eam esse pravam et
-subdolam Trivultii mentem in Gibellinos, quam ipsi verentur,
-nec affirmantes longe alienam esse regis voluntatem, qui nullo discrimine
-omnes Gibellinos Guelfosque habet, non reprehendunt,
-sed quadam taciturnitate probant, Gibellinosque armari, ac stipari,
-seditionem in dies magis et magis augeri; quum et Trivultius
-et omnes fere Guelfi partes ejus secuti, non minus quam
-Gibellini, se muniant clientibus et armis, et vim nedum repellere,
-sed etiam inferre parent.</i> Prosiegue antivedendo i mali, che
-ne nacquero in fatti, e conclude la lettera così: <i>tunc, inquam,
-cognosceremus quanto subjectir populis salubrius sit contendendibus
-de imperio principibus, spectatores, quam auxiliatores esse.</i>
-</p>
-
-<p>
-(Per quello che spetta alla repubblica, si può ora da tutti riconoscere,
-che tutte le cose pendono in uno stato dubbioso o piuttosto
-precipitoso. Egli è certo che gli sforzeschi hanno arruolato sedicimila
-fanti tra gli Svizzeri raccolti, mille cavalli, grave armatura dalla Germania
-e dalla Borgogna, comperati cannoni di bronzo, macchine, palle
-polvere, e la comune opinione è che alla metà di gennaio, superate
-avendo le Alpi, assaliranno i Francesi, e si studieranno di cacciarli
-o di sconfiggerli. All'opposto il conte di <i>Ligny</i>, che ha il
-supremo comando nelle cose militari (benchè il nome di vice-re
-sia dato a <i>Giovan Giacomo Trivulzio</i>), tutti i suoi cavalli di pesante
-armatura riunisce presso Como...... Il di cui esito volesse
-il cielo che i Milanesi (il che sarebbe una prudenza in essi insolita),
-aspettassero! Ma moltissimi sono, massime della fazione ghibellina,
-che, impazienti di ritardo, non dubitano già a quest'ora
-di dividere la città, di riunire i loro amici e congiunti, e di pigliare
-le armi, perchè dicono che il memorato <i>Trivulzio</i> abbia
-stabilito di rovinare i capi della stessa fazione ghibellina, mandandone
-altri ostaggi in Francia, altri proscrivendo, altri ritenendo
-nelle prigioni; soggiungendo per questo che essi, armati, respingere
-vogliono la forza colla forza, e vantandosi che di queste armi
-si serviranno non già a discapito o danno del re, ma qualora occorra
-alla loro difesa e salvezza. A questa specie di sedizione prestano
-non piccolo fomento il già nominato conte di <i>Ligny</i> ed il
-vescovo di <i>Luçon</i>, cancelliere del senato, e capo, come dicono,
-della giustizia, i quali, essendo l'uno e l'altro emuli del <i>Trivulzio</i>,
-mal soffrono che presso di esso rimanga quel nome nudo di vicerè,
-e sperono che per questa ragione il re sarebbe forzato a deporre
-il <i>Trivulzio</i>, qualora venisse a sapere che, ritenendo la sola
-immagine dello scettro, la sedizione non potrebbe estinguersi, ad
-essi, quasi confessando ambidue essere quella intenzione trista e
-subdola del <i>Trivulzio</i> contra i Ghibellini, la cosa che essi temono,
-nè asserendo molto lontana da quello la volontà del re, che tutti
-i Ghibellini e i Guelfi riguarda senza alcuna differenza; non riprendono,
-ma anzi con un certo silenzio quelle mosse approvano,
-e che i Ghibellini si armino e si rafforzino, e che la sedizione giornalmente
-a maggior grado si accresca; mentre anche il <i>Trivulzio</i>
-e tutti quasi i Guelfi seguaci del di lui partito, non meno che i
-Ghibellini, si muniscono di partigiani e di armi, e non solo si preparano
-a respignere la forza, ma anche ad adoperarla....... Allora
-dissi, conosceremmo quanto più salutare sia ai popoli suggetti
-l'essere spettatori che non ausiliari dei principi che dell'imperio
-contendono).</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note317">
-<p><span class="label"><a href="#tag317">317</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vinto certamente dall'efficacia dell'argomento, prestò la mano;
-tuttavia, mentre mi congedò, conobbi che egli era quasi sdegnato;
-giacchè come tu sai, i principi quello che essi vogliono, sogliono
-volerlo di troppo, e ben sovente pongono mente piuttosto a quello
-che giova, che non a quello che conviene.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note318">
-<p><span class="label"><a href="#tag318">318</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così nella lettera 28 febbraio 1500, a Giovannangelo Selvatico.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note319">
-<p><span class="label"><a href="#tag319">319</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fra questi deve esser pure compreso l'illustre Guicciardini,
-lib. IV.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note320">
-<p><span class="label"><a href="#tag320">320</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi lettera 30 aprile 1500 a Girolamo Varadeo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note321">
-<p><span class="label"><a href="#tag321">321</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Sè stesso non cessava di rimproverare, e di accusare la propria
-pusillanimità, nè ben sapeva a quale consiglio si appigliasse.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note322">
-<p><span class="label"><a href="#tag322">322</a>.&nbsp;&nbsp;</span>L'infelice <i>Lodovico</i>, che non aveva potuto cangiare i lineamenti
-del viso, nè l'aspetto della maestà che sempre ebbe nel volto,
-nè la sua figura principesca, benchè le vesti mutate avesse, conosciuto
-fu e preso.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note323">
-<p><span class="label"><a href="#tag323">323</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Fatta all'istante un'irruzione.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note324">
-<p><span class="label"><a href="#tag324">324</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gli presentò sei vestiti, due di stoffa d'oro, due d'argento,
-due di seta con altrettanti giubboni, e paia sei calze di scarlatto,
-e dodici camisce di renso, con scarpe e berrette similmente d'oro.
-Queste minuzie, riferite dal <i>Prato</i>, danno idea del vestire di quei
-tempi, e fors'anco della cura maggiore che si aveva per l'apparenza,
-che per la mondezza, non frequentemente allora cambiandosi
-le vesti che immediatamente ci toccano.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note325">
-<p><span class="label"><a href="#tag325">325</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Espugnata avendo Alessandria, distrutto l'esercito, caccia il
-duca <i>Lodovico Sforza</i>, e tornato presso Novara, lo sconfigge e lo
-fa prigioniero.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note326">
-<p><span class="label"><a href="#tag326">326</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Avendo io fatte molte ricerche, anni sono, sulle regalie alienate
-dai sovrani di questo Stato, o donate ai sudditi, ho osservato
-che al tempo del duca Filippo Maria si cominciò a staccarle, ed
-ho trovate cinque vendite e quattordici donazioni. Quel principe,
-non avendo eredi, cominciò a largheggiare. Poi, sotto Francesco I,
-fu il più gran colpo di distacco, contandosi sedici vendite, e ben
-quarantaquattro donazioni di regalie. Anche sotto Francesco s'introdusse
-il patto di abdicare in alcune vendite di regalie, la ragione
-fiscale di ricuperarle al prezzo medesimo. Le donazioni non
-furono mai tante poi, quanto sotto Francesco, che doveva rendere
-accetta la signoria, che mancava in lui di legittima ragione; ma
-sotto Lodovico il Moro in vece grandiose furono le vendite, delle
-quali ne ho contate settantaquattro. Tutto il secolo XVI fu più
-moderato. Non è da maravigliarsi che il duca Filippo Maria, ultimo
-di sua casa, donasse largamente regalie annesse alla sovranità
-o destinate a sostenerla. Oltre quelle che, pel terminare delle
-famiglie, nel corso di tre secoli saranno rientrate nel ducale patrimonio,
-ne rimanevano tuttora in mano di privati quattordici,
-dieci anni sono. Nè vi è pure da maravigliarsi se dieci anni fa
-rimanessero ben quarantaquattro donazioni di regalie fatte da Francesco
-Sforza, che voleva appoggiare la sua donazione alla benevolenza
-ed al consenso de' popoli.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note327">
-<p><span class="label"><a href="#tag327">327</a>.&nbsp;&nbsp;</span>In porta Romana nella contrada della Ruga Bella.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note328">
-<p><span class="label"><a href="#tag328">328</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo palazzo era dove ora trovasi la casa del marchese
-Litta in porta Vercellina.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note329">
-<p><span class="label"><a href="#tag329">329</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Nella cinta del muro intorno alla chiesa di San Dionigi vi si
-pose una lapida con queste parole: <i>Lodovicus, Galliarum rex
-et Mediolani dux, parta de Venetis victoria, hic equum ascendit,
-ut in urbe triumpharet.</i> (<i>Lodovico</i>, re di Francia e duca di Milano, ottenuta avendo
-la vittoria su i Veneti, qui montò a cavallo onde nella città
-trionfasse.)</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note330">
-<p><span class="label"><a href="#tag330">330</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Murat. Annali d'Italia, A. 1509. — Du-Mont, Corp. Diplomatique.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note331">
-<p><span class="label"><a href="#tag331">331</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. IX.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note332">
-<p><span class="label"><a href="#tag332">332</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guicciard., lib. X.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note333">
-<p><span class="label"><a href="#tag333">333</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. X.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note334">
-<p><span class="label"><a href="#tag334">334</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. X.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note335">
-<p><span class="label"><a href="#tag335">335</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Leggasi l'Apologia che ne ha fatta l'abate Francesco Murocchi
-nella tragedia intitolata: L'<i>Avogadro</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note336">
-<p><span class="label"><a href="#tag336">336</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lettera del Cavalier Bayard a Lorenzo Aleman, suo zio, stampata
-in fine della tragedia del signor Belloy citata.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note337">
-<p><span class="label"><a href="#tag337">337</a>.&nbsp;&nbsp;</span></p>
-
-<p class="center">
-SIMULACRO DI GASTONE DI FOIX<br />
-CONDOTTIERO DEGLI ESERCITI FRANCESI<br />
-CADUTO NELLA BATTAGLIA DI RAVENNA NELL'ANNO<br />
-MDXII<br />
-ESSENDO NELLA RESTAURAZIONE DELLA CHIESA DI S. MARTA<br />
-DISTRUTTA LA DI LUI TOMBA<br />
-LE VERGINI DI QUESTO MONASTERO<br />
-ALLA IMMORTALITÀ DI SÌ GRANDE CAPITANO,<br />
-IN QUESTO LUOGO LO FECERO COLLOCARE<br />
-NELL'ANNO MDLXXIV.
-</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note338">
-<p><span class="label"><a href="#tag338">338</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Mathieu Skeiner, cardinal de Sion, <i>le boute-feu de la Sainte
-Ligue</i>, lui qui joua dans toutes ces guerres le véritable rôle de l'Alecto
-de Virgile; ce Prêtre sanguinaire eut la lâcheté de faire exhumer
-le Héros de la France, sous pretexte de l'absurde excommunication
-lancée contre les ennemis du pape. Les François et beaucoup
-d'Italiens, souhaitoient alors à Jules II et au cardinal Skeiner autant
-de droitur, de justice, d'honneur et de bonté, qu'en avoit
-eu le Prince, dont ils osoient ainsi damner l'ame et outrages les
-cendres. <i>Belloy</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note339">
-<p><span class="label"><a href="#tag339">339</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Et vous assure que de cent ans le royaum de France ne recouvrera
-la perte qu'il a faite.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note340">
-<p><span class="label"><a href="#tag340">340</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi Guicciardini, lib. 4. — Muratori, Annali, all'anno
-1512. — Istoria del dominio temporale della Chiesa sopra Parma
-e Piacenza, ediz. rom. pag. 122. — Du Mont, Code Diplomat.,
-T. IV, P. I, pag. 137 e 173. — Angeli, Ist. di Parma, lib. V. — Alberti,
-Descriz. d'Ital., pag. 369.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note341">
-<p><span class="label"><a href="#tag341">341</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Siccome può vedersi nel tomo II, Cap. XIII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note342">
-<p><span class="label"><a href="#tag342">342</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. XI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note343">
-<p><span class="label"><a href="#tag343">343</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gaillard, Vie de François Premier, roi de France, tomo I,
-pag. 140.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note344">
-<p><span class="label"><a href="#tag344">344</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guicciard., lib. XI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note345">
-<p><span class="label"><a href="#tag345">345</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guicciard., lib. XI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note346">
-<p><span class="label"><a href="#tag346">346</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Prato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note347">
-<p><span class="label"><a href="#tag347">347</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Misero il paese il cui re è un fanciullo!</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note348">
-<p><span class="label"><a href="#tag348">348</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Beatissimo Padre. — Manifesta ed abbastanza nota è presso
-la Santità Vostra la smoderata ed eccessiva ambizione di dominare
-in lungo e in largo, e la cupidigia di usurpare indebitamente l'altrui
-del re de' Francesi, cosicchè non solo sembra aspirare con tutti
-i suoi desiderii al principato milanese, ma anche al soggiogamento
-di tutta l'Italia; (e conclude alfine) per la qual cosa io sono forzato
-di ricorrere alla Beatitudine Vostra, per cosa che caderà ad
-evidente vantaggio di tutta l'Italia, e a me provvederà in una così
-grande pubblica calamità; supplicando altresì affinchè, provvedendo
-alle premesse cose, la Beatitudine Vostra, coll'autorità apostolica
-della quale è investita, di moto proprio, per certa scienza
-e per pienezza della podestà anche assoluta, si degni di accordare
-licenza, podestà ed autorità di imporre in tutta la giurisdizione
-del ducato di Milano le predette aggiunte di trenta soldi per ogni
-staio di sale, ec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note349">
-<p><span class="label"><a href="#tag349">349</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Miscellanea MS., vol. I, num. 9.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note350">
-<p><span class="label"><a href="#tag350">350</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Miscellan. vol. I, num. 3.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note351">
-<p><span class="label"><a href="#tag351">351</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il contratto di questa vendita, fatto il giorno 11 luglio 1515,
-trovasi nell'Archivio Civico, e si scorge che il reddito del Naviglio
-grande si considerò di non più che annue lire 1200.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note352">
-<p><span class="label"><a href="#tag352">352</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi Prato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note353">
-<p><span class="label"><a href="#tag353">353</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Ibid</i>.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note354">
-<p><span class="label"><a href="#tag354">354</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Miscellan., vol. I, num. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note355">
-<p><span class="label"><a href="#tag355">355</a>.&nbsp;&nbsp;</span>MS. Miscellanea, tom. I, num. 12.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note356">
-<p><span class="label"><a href="#tag356">356</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. XI.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note357">
-<p><span class="label"><a href="#tag357">357</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Prato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note358">
-<p><span class="label"><a href="#tag358">358</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lo stesso Prato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note359">
-<p><span class="label"><a href="#tag359">359</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Havuto nova Maximiliano Sforza ducha di Milano, ed il
-cardinale elveticho del preparato exercito gallico et del preparato
-esercito veneto</i> (dopo morto Lodovico XII) <i>per la impresa
-de lo imperio Mediolanense; facto suo consulto de resistere a
-tanto impeto unito contra esso imperio, il cardinale, per levar
-ogni suspecto qual haveva a lo epischopo laudense Sforzescho,
-qual gubernava lo imperio Mediolanense, fece prendere esso
-epischopo et condurlo prigione nel castello di porta Giobia, dove
-subito posto alla tortura li fu dato squassi quattordici di corda
-et altro non poteno havere da esso epischopo.</i> M. S. Belgioioso, fol.
-79, tergo, e 80.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note360">
-<p><span class="label"><a href="#tag360">360</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gaillard, Vie de François Premier, tom. I, pag. 214.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note361">
-<p><span class="label"><a href="#tag361">361</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Idem, ibidem</i>, pag. 224.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note362">
-<p><span class="label"><a href="#tag362">362</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Prato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note363">
-<p><span class="label"><a href="#tag363">363</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Prato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note364">
-<p><span class="label"><a href="#tag364">364</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guicciard., lib. XII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note365">
-<p><span class="label"><a href="#tag365">365</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Guicciard., lib. XII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note366">
-<p><span class="label"><a href="#tag366">366</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. XII.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note367">
-<p><span class="label"><a href="#tag367">367</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi Gaillard, tom. I, alle pag. 270, 274.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note368">
-<p><span class="label"><a href="#tag368">368</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Lib. I, f. 6. L'ingenuità di questa Cronaca appare dalla semplicità
-e barbarie medesima colla quale è scritta. L'autore era un
-merciaio, che, avendo bottega in Milano, si compiaceva di registrare
-gli avvenimenti del suo tempo. Corre manoscritta questa
-Cronaca di Gian Marco Burigozzo, e comprende gli avvenimenti
-nel 1500 al 1544. E curiosa la maniera colla quale termina: <i>come
-vedrete nella Cronica de mio filiolo, imperciocchè per la morte
-che mi è sopragiunta non posso più scrivere.</i> Queste parole verosimilmente
-vennero aggiunte dal figlio, il quale o non compose
-poscia la continuazione della Cronaca, ovvero se la compose ella
-non è giunta a mia notizia; di questa Cronaca mi accadrà più
-volle in séguito di servirmene.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note369">
-<p><span class="label"><a href="#tag369">369</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Hyeronimo Morono dette zanze al gallico re d'andar in
-la citate de Brixio senatore, secondo la mente dil re, et stato
-alquanti giorni in la città Mediolanense, fa significato ad esso
-Morono dovesse pigliar il cammino de la Gallia transalpina ed
-andar al suo offitio, dove esso Morono, charichato sei cariaggi
-de le sue tutte bone robe, pigliò il cammino di lo Apenino. Gionto
-appresso allo Apenino pigliò il cammino de le montagne de
-Genovese et poi di Modena, et in quella fece dimora per alquanti
-anni, et il gallico re fu piantato dal Morono.</i> Cronaca
-di Antonio Crumello, pavese. MS. Belgioioso, fogl. 83, tergo.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note370">
-<p><span class="label"><a href="#tag370">370</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Veggasi Giovio, lib. VI, Storia. — Gaillard, Storia di Francesco
-I re di Francia, tom. I, cap. III. — Veggasi Prato.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note371">
-<p><span class="label"><a href="#tag371">371</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Il re cristianissimo, volgendo nell'animo la fedeltà e la integrità
-che i cittadini milanesi mostrarono verso sua maestà, e i
-danni intollerabili che essi sopportarono, liberamente dona e concede
-alla predetta città la somma di diecimila ducati di rendita
-annua e perpetua, esigibili per mano del ricevitore della città dai
-gabellieri delle mercatanzie, la quale somma sia convertita soltanto
-ad utilità della città predetta, e non altrimenti.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note372">
-<p><span class="label"><a href="#tag372">372</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così nel libro di Carlo Pagano, stampato in Milano da Agostino
-Vimercato l'anno 1520, pag. 6.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note373">
-<p><span class="label"><a href="#tag373">373</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi Pagano suddetto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note374">
-<p><span class="label"><a href="#tag374">374</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Osservando e non osservando il diritto comune.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note375">
-<p><span class="label"><a href="#tag375">375</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Essendo quell'uffizio cagione a tutti di terrore.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note376">
-<p><span class="label"><a href="#tag376">376</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Arte del buono e del retto, e scienza del giusto e dell'ingiusto.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note377">
-<p><span class="label"><a href="#tag377">377</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Questo accadde per disposizione data il giorno primo di luglio
-del 1518, come scorgesi alla pag. 30 della relazione MS. che
-l'erudito ed esatto abate Lualdi, prefetto dell'Archivio della città,
-ha presentata l'anno 1784 al Consiglio Generale.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note378">
-<p><span class="label"><a href="#tag378">378</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Prato. — Burigozzo, lib. I, foglio 9 e 10.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note379">
-<p><span class="label"><a href="#tag379">379</a>.&nbsp;&nbsp;</span><i>Une très-belle et honeste dame que le roy aimoit, et faisoit
-son mary cocu</i>, di lei dice Brantome nel discorso sopra il
-maresciallo di Lautrec.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note380">
-<p><span class="label"><a href="#tag380">380</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Vedi Gaillard, tom. I, pag. 352.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note381">
-<p><span class="label"><a href="#tag381">381</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Così Gaillard, tom. I, pag. 360.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note382">
-<p><span class="label"><a href="#tag382">382</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Gaillard, tom. I, pag. 361.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note383">
-<p><span class="label"><a href="#tag383">383</a>.&nbsp;&nbsp;</span><span class="smcap lowercase">CHI MAI NON RIPOSÒ, QUI RIPOSA. TACI.</span></p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note384">
-<p><span class="label"><a href="#tag384">384</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Tom. II, pag. 202.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note385">
-<p><span class="label"><a href="#tag385">385</a>.&nbsp;&nbsp;</span>È da vedersi <i>Apostolo Zeno</i>, nelle sue dissertazioni Vossiane,
-tomo II, sul merito della storia del Corio, da molti a torto disprezzata.
-Così pure <i>Justi Vicecomitis pro Bernardino Corio Dissertatio</i>.
-Giusto Visconte è il finto nome del P. <i>Mazzucchelli</i>
-C. R. Somasco, il cui elogio trovasi nel Giornale de' Letterati di
-Italia.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Storia di Milano vol. 2, by Pietro Verri
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK STORIA DI MILANO VOL. 2 ***
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-Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
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-including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists
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-To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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-and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
-
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-Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive
-Foundation
-
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-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
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-The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
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