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-The Project Gutenberg EBook of Letture sopra la mitologia vedica, by
-Angelo De Gubernatis
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
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-
-Title: Letture sopra la mitologia vedica
-
-Author: Angelo De Gubernatis
-
-Release Date: August 30, 2019 [EBook #60201]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LETTURE SOPRA LA MITOLOGIA VEDICA ***
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-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
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- LETTURE
- SOPRA LA
- MITOLOGIA VEDICA
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- FATTE
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- DAL PROF. ANGELO DE GUBERNATIS
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- ALL'ISTITUTO DI STUDII SUPERIORI DI FIRENZE.
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- FIRENZE.
- SUCCESSORI LE MONNIER.
- 1874.
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- Proprietà letteraria.
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-AD ERNESTO RENAN.
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- MIO ILLUSTRE E CARO SIGNORE,
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-Io non avrei bisogno di spiegare i motivi, per i quali desidero
-inscritto al nome di Ernesto Renan questo mio modesto volume, quando
-la gloria di un tal nome è tanta, che ogni studioso potrebbe stimarsi
-lieto di raccoglierne un raggio sopra di sè, col porre sotto il
-patrocinio ideale di tanto ingegno il frutto qualsiasi de' suoi
-poveri studii. Ma, in verità, io debbo confessare come non vi sarebbe
-altezza, alla quale, non saprei dire se per modestia o per orgoglio,
-oserei rivolgermi, ove, con un sentimento di riverenza profonda, non
-fosse pure penetrato nell'animo mio un sentimento più intimo, più
-vivo, più personale, che mi obbliga a Voi di simpatia insieme e di
-gratitudine; e da più lungo tempo che Voi non possiate credere, mio
-illustre Signore. Chè, s'io debbo al vantaggio d'avervi conosciuto
-di persona, presso il nostro venerato ed amatissimo Michele Amari, il
-vivo piacere, che mi dura e che mi auguro durevole, di trovarmi in più
-stretta corrispondenza ideale con Voi, m'eravate entrato nell'animo e
-nella mente molti anni innanzi di quel giorno propizio della mia vita,
-in cui ebbi la lieta ventura d'incontrarvi. Concedetemi qui pertanto di
-rischiarare alquanto questo ricordo personale.
-
-Io debbo, non senza un po' di vergogna, confessare, come, quando
-uscii dottore in lettere dall'Università di Torino, mi restava ancora
-un'idea assai confusa della filologia comparata. Il Vallauri, co' suoi
-fiumi sonanti di latina eloquenza, avea fatto di me un sufficiente
-cultore delle latine eleganze; ma, in quanto a filologia comparata,
-se essa non era più un'incognita per me, mi rimaneva tuttora, pur
-troppo, una gran nebulosa. I nomi di Bopp, di Pott, di Grimm, di Kuhn,
-di Schleicher, di Curtius, di Max Müller, di Weber, di Steinthal e
-d'altri insigni Alemanni mi sonavano bensì negli orecchi, ma erano pur
-sempre suoni vani, de' quali io non misuravo sicuramente il valore. Con
-questa mediocre preparazione linguistica io fui lanciato ventenne ad
-insegnar rettorica a Chieri. Chieri è una graziosa città industriale
-del Piemonte, a sei miglia da Torino; l'aria vi è eccellente; operosa,
-allegra, vivace la popolazione; ma, tra le città di provincia, Chieri
-era, in quegli anni, non solo delle più incolte, ma delle più aliene
-dagli studii; non istituti scientifici o letterarii, non convegni
-geniali, non librerie; nessuna via di comunicarsi in ispirito, ove la
-cura materiale urge ed invade tutta la vita. In me frattanto un bisogno
-prepotente di nuovi e più larghi orizzonti, e l'impazienza di gettarmi
-con impeto giovanile nella vita. Ma, come vivere? Un giovine, costretto
-ventenne ad insegnare greco e latino, non ne ha il tempo ed il modo;
-non ne ha quasi il diritto. Allora un'altra impazienza mi prese; poichè
-non potevo più muovermi con la persona, desiderai di viaggiare lontano
-in ispirito; fondai da Chieri un giornale, un'Italia letteraria, per
-potere, se non vivere, almeno parlare coi lontani; e, per allontanarmi
-anche più dalla noia delle cure scolastiche presenti, mi posi in
-viaggio solitario alla ricerca delle origini della lingua italiana.
-Ma, in questo viaggio, ad ogni passo incontravo un inciampo. Sentii
-ben tosto che il mio molto latino ed il mio poco greco non bastavano
-più, perch'io mi rendessi ragione di certe misteriose evoluzioni del
-linguaggio; e mi nacque allora la curiosità ed il desiderio di cercare
-più addentro. Un benedetto giovedì, recatomi, secondo il consueto, da
-Chieri a Torino, scorrevo avidamente le vetrine de' librai, quando
-lessi il titolo seguente: _Histoire des langues sémitiques_. Non
-resistetti alla tentazione, ed acquistai il libro. La lettura di esso
-fu per me una vera rivelazione; io vi respirai nuova luce e intravvidi
-l'Oriente. Una settimana dopo, io mi poneva tra le mani una grammatica
-ebraica. Ma, ritornatomi, in breve, l'amore del mio primo studio sopra
-le origini della lingua italiana, m'avvidi che le lingue semitiche me
-ne avrebbero allontanato di troppo; sostituii pertanto lo studio della
-lingua ebraica con quello della indiana. Corsi tosto ai primi ferri che
-mi vennero alle mani, egregi ferri italiani, la _Grammatica Sanscrita_
-del Flechia, il _Râmâyana_ del Gorresio e gli _Studii Orientali e
-linguistici_ dell'Ascoli. Pochi mesi dopo ero a Berlino; dove il Bopp,
-coi dolci e sapienti colloquii e coi libri immortali, ed il Weber coi
-preziosi insegnamenti, apersero all'avida mia mente i loro tesori.
-E, a Berlino ancora, Voi veniste, mio illustre Signore, a visitarmi
-due volte, ed entrambe le volte, a scuotermi: la prima col saggio
-di _Mitologia comparata_ del professor Max Müller da Voi, con parole
-sapienti, presentato al pubblico francese e che, insieme col saggio del
-Bréal sul mito di Caco, col libro del Kuhn sul fuoco e sull'ambrosia,
-con gli articoli di critica mitologica del Baudry nella _Revue
-Germanique_, decise, per sempre, della mia vocazione scientifica; la
-seconda volta, col poema della _Vita di Gesù_.
-
-Divenni quindi io stesso, se felice o disgraziato non so, un
-mitologo comparatore indipendente, e mi appassionai per gli studii
-comparativi, per un bisogno dell'animo mio tutto espansivo, che mi
-spinge naturalmente ad abbracciare quanto si conviene, e pel forte
-convincimento che, aiutato dagli studii comparativi, si radicò nel mio
-intelletto sopra l'unità fondamentale della vita, e sopra la necessità
-di studiarla come un tutto armonico, e non come una caotica mischianza
-di parti indifferenti. Perciò, come io studio comparando, così per lo
-stesso istinto naturale vivo amando, abbracciando, accostando, tutto
-ciò che può compararsi, combinarsi e convivere. Quando, pertanto, Voi,
-mio caro Signore, gemevate allo scoppiar della guerra franco-germanica;
-quando Voi, dalla Francia minacciata, facevate un nobile appello
-al lontano collega Strauss, affinchè almeno gli uomini di scienza
-tenessero unito ciò che i politici venivano barbaramente a dividere,
-io sentii crescere fortemente il mio affetto verso di Voi. Quando,
-finalmente, in giorni per la Francia dolorosi, ne' quali, per gli
-equivoci della versipelle politica, Voi, vedendo raffreddarsi alquanto
-le vive naturali simpatie che legavano fin qui Francesi ed Italiani,
-coglievate l'occasione per dir parole piene d'affetto all'Italia,
-per la nobiltà del vostro coraggio, m'entraste tutto nel cuore; e vi
-rimanete, e v'assicuro che non vi state a disagio.
-
-Io sento aver già detto molte parole; e ben altre ancora ne direi,
-se non temessi, continuando, di stancarvi con la dimostrazione di un
-sentimento, del quale ho fiducia che Voi non dubitiate più.
-
-Dovrei ora aggiungere qualche altra parola sopra il libro che vi viene
-innanzi, confidato al vostro gran nome. Ma esso deve parlare da sè,
-posto che sappia parlare. Io non posi, pur troppo, nessuna cura a farne
-uno scritto elegante; e non ho l'ambizione d'aver compiuto, con esso,
-opera intieramente originale. Mi contenterei se si potesse dire che
-non feci cosa inutile. Non presumo di offerire un trattato completo
-di Mitologia vedica, nè d'illustrare tutti i miti vedici; ordino,
-descrivo e tento di spiegare gli essenziali. Seguo, nell'ordine, la
-storia naturale del mito: il primo mito che nasce è, specialmente,
-un'immagine; il secondo è, specialmente, una persona; il terzo è,
-specialmente, un'idea: il primo è una lieve figura, il secondo un
-mobile eroe, il terzo diviene un nume od un idolo che sta fermo innanzi
-al suo cieco adoratore; il primo è fisico, il secondo è umano, il terzo
-riesce metafisico nel cielo, brutale sopra la terra. Nella descrizione,
-a costo di riuscire talora alquanto monotono, mi studio di adoperare
-i soli colori del linguaggio proprio degl'Inni vedici. All'ordine che
-seguo, ed ai colori indiani che adopero nel rappresentare i miti, si
-conforma necessariamente il mio commento. Il mio lavoro parrà forse
-troppo lieve a molti eruditi, troppo grave a molti indotti; ma, se
-il desiderio non m'inganna, esso ha pure il merito di dare un po'
-di luce ad una materia erudita che giaceva fin qui quasi interamente
-perduta e silenziosa in frammenti isolati, privi talora di senso per
-quegli stessi benemeriti eruditi che l'avevano scavata, ed agl'indotti
-offrirà finalmente il modo di erudirsi un poco nella Mitologia vedica
-fin qui ignorata dai più, e dai pochi che ne avevano qualche notizia
-superficiale, citata spesso, a sproposito, sopra fonti di autorità
-sospetta. Se il metodo poi, col quale ho proceduto nella esposizione
-de' miti vedici, avesse la ventura d'incontrare il suffragio de'
-critici più spassionati, più sinceri e più diligenti, avrei pure
-speranza che il mio tentativo fosse per giovare qualche poco ancora
-all'intelligenza delle altre antiche mitologie, quando s'abbia non solo
-a rappresentarle, ma sì ancora ad indagarne criticamente le origini.
-In alcuna delle letture poi, quelle, per esempio, sull'Acqua, sul
-Fuoco, sul Vento, su Indra, su gli Açvin, su Brahman, ho istituito
-alcune nuove e speciali discussioni, sopra le quali ardisco richiamare
-particolarmente l'attenzione degli studiosi. Chè, se l'opera mia
-paresse tuttavia ad alcun investigatore troppo insufficiente, e lo
-invogliasse a ritentarne presto una migliore, io sarei pure contento
-di questo suo merito negativo; e mi parrebbe di non avere perduto il
-mio tempo, quando fossi riuscito a dare una spinta, che oserei chiamare
-felice, a qualche ingegno meglio nutrito e più gagliardo del mio, verso
-una più matura investigazione del vero.
-
-E mi consolerei poi sempre per l'occasione che mi si sarebbe offerta,
-mio illustre e caro Signore, di esprimervi una volta, secondo il mio
-potere, in pubblico quei sentimenti di profonda osservanza e d'amicizia
-devota, coi quali godo rimanere
-
- _Firenze, ottobre 1874._
-
- Il vostro deditissimo
-
- ANGELO DE GUBERNATIS.
-
-
-
-
-INTRODUZIONE.
-
-
-Tra gli _Scritti minori_ di Guglielmo Wackernagel, che l'editore
-Hirzel va pubblicando a Lipsia, trovasi uno _Scherzo_ che ha fatto
-particolarmente fortuna. Nella prefazione al primo volume dei _Kleinere
-Schriften_, Moritz Heyne lo chiama _ein frischer und feiner Scherz_,
-e gli attribuisce tanta importanza da segnalarlo, in modo speciale,
-all'osservazione degli studiosi; e so già di molti eruditi che vanno
-pazzi per queste dodici paginette umoristiche del chiaro Germanista.
-Lo scritto di Wackernagel apparve la prima volta nell'anno 1856,
-presso il _Neues Schweizerisches Museum_ edito dai professori Fischer,
-Schweizer-Sidler e Kiessling. Lo scrittarello reca il titolo seguente:
-_Il cagnolino di Bretzwill e di Breiten, tentativo d'investigazione
-mitologica_. (_Die Hündchen von Bretzwil und von Bretten, Ein Versuch
-in der Mythenforschung_.) Lo scritto di Wackernagel è piaciuto tanto
-in una parte erudita della Germania, che se un mitologo s'attentasse
-oggi ancora di dimostrarvi che ci sono de' miti, per quanti fatti
-egli potesse addurre a sostegno della sua dottrina, si sentirebbe
-per unica risposta domandare: _Avete letto il cagnolino di Bretzwil
-e di Bretten_? Nel secolo passato, un solo motto di Voltaire avea la
-pretesa d'annientare il Cristianesimo; nel secolo nostro, la ingegnosa
-buffonata di un solo erudito dovrebbe abolire tutta la mitologia.
-Offenbach ha messo in canzonetta l'_Iliade_; perchè un professore
-non potrebbe ora tradurre in prosa quella canzonetta? Dopo tutto,
-uno scherzo si legge più volentieri e si ritiene più facilmente d'un
-trattato. E chi non ha letto le molte opere dottissime di Wackernagel,
-lo ricorderà invece lungamente per la sua storiella de' due cagnolini,
-arma fatata, con la quale si dispenserà dal considerare molte questioni
-che il ridicolo ha ornai risolute.
-
-Il carattere del nostro tempo è spesso la facilità; lo scibile, quando
-imbarazza, si esclude. Così noi troviamo molti uomini che si credono
-civili e trattano il mondo come se fosse nato ieri, e sto per dire,
-quasi come se lo avessero essi stessi creato e composto ad immagine
-loro. Essi non credono all'età eroica, perchè essi stessi non si
-trovano più eroi; e non credono agli Dei, perchè essi hanno perduto il
-sentimento del divino. Chi s'accinga loro a dimostrare lo svolgimento
-successivo della natura e dell'umanità, perde l'opera; essi trattano,
-per rispetto al tempo, l'uomo antico, a quel modo con cui noi società
-civili, per rispetto allo spazio, trattiamo le società selvaggie. Sono
-altri esseri, con altri organismi, con altra vita; nulla di quelli
-più ci perviene e ci tocca; ogni secolo è un tutto vivente, da sè, per
-sè, distinto da cento unità che chiamano anni. Ogni figlio che nasce
-non riceve nulla alla sua radice, vegeta isolato, completo, co' suoi
-vizi, con le sue virtù, e non si tramanda quasi altrimenti che per
-la pecunia, eredità che i superstiti raccolgono da quelli che se ne
-vanno. Molti, anzi troppi comprendono in tal modo ristretto la vita.
-La storia non è un'armonia, ma una confusione di suoni. Chi s'attenta
-a dimostrarne la continuità, a cercare nel presente i frammenti del
-passato, a far la storia naturale del principe degli animali, si
-sentirà abbaiar dietro il cagnolino di Wackernagel.
-
-Un mezzo secolo fa, per confondere i mitologi, un bell'ingegno avea
-voluto provare come fosse anco possibile il fingere in Napoleone
-I un mito solare. Alcune curiose analogie trovate tra la vita
-dell'intraprendente conquistatore con le gesta più caratteristiche
-dell'eroe mitico, posero in grande discredito la mitologia, come se la
-somiglianza accidentale di una realtà terrena con un'altra più solenne
-realtà dalla fantasia popolare figurata nel cielo dovesse distruggere
-necessariamente il mito. La levità de' giudizi umani è tanta, che il
-ridicolo parve allora invincibile, e nessuno si curò d'indagare se
-fosse pienamente logica la conseguenza che si traeva dalle premesse.
-Su che si fondava, insomma, il ragionamento? Voi dite che in cielo
-l'eroe mitico vive così; io vi dimostro che Napoleone sopra la terra
-ha vissuto nel modo medesimo; dunque anche Napoleone dovrebbe essere
-un mito; ma un mito non può essere, perchè Napoleone io l'ho veduto,
-come lo videro molti de' miei contemporanei; dunque i vostri miti non
-sussistono. Vi pare che il ragionamento corra? Eppure tutti quelli che
-risero ed approvarono, quando uscì quella caricatura, ragionarono alla
-stessa maniera e sentenziarono però che la mitologia era morta sotto
-quel ridicolo.
-
-Sorsero in Germania, dopo parecchi anni, a farla rivivere valorosi
-mitologi tedeschi, e a dimostrarne meglio la realtà storica si valsero,
-nella ricerca, di quello stesso metodo comparativo, che era stato
-vittoriosamente adoperato per discoprire le affinità linguistiche
-della nostra stirpe indo-europea. S'era per lungo tempo creduto che
-ogni lingua ariana fosse un tutto organico completo, perfetto, isolato
-per sè, senza addentellati, all'infuori di quelli con una maravigliosa
-lingua primitiva, la lingua d'Adamo, che si faceva parlare ebraico.
-Menagio e gli altri etimologi dello stesso valore che il motto
-espressivo di Voltaire sopra l'ufficio delle consonanti e delle vocali
-ha troppo bene scolpiti, dando una elasticità prodigiosa ai vocaboli
-d'ogni lingua, li conducevano a miriadi a darsi battaglia sopra
-un'esile radice ebraica, la quale quando, per dispero, non potesse più
-sopportare il peso di tanto conflitto, si ritraeva, cedendo il campo a
-qualche altra radice più arzilla, chiamata prontamente in soccorso come
-cortese ausiliaria. Se la confusione delle lingue non si era dunque
-fatta in Babele, si fece nel secolo decimosettimo in Parigi, dove
-il Menagio teneva aperta accademia. Come le lingue, si considerarono
-pure le mitologie. Esse venivano osservate come prodotti completi e
-distinti della fantasia letterata de' poeti di ogni singola nazione,
-e quando la pluralità degli Dei offendeva la Maestà del Dio unico
-ebraico-cristiano, si cercava di comporre il dissidio interpretando
-i miti greci e latini come allegorie morali. Ogni Nume, per quanto
-poco edificante sia stata la sua vita, ebbe obbligo di rappresentare
-simbolicamente una virtù; e così si sono potuti compilare dizionarii
-e trattatelli di mitologia classica per uso della gioventù studiosa,
-e un poco anche per uso di que' poeti poveri di idee e di sentimento,
-i quali, quando avessero invocato il biondo Febo, o il fiero Marte, o
-la lusinghiera Ciprigna, o la casta Diana, e ornato in versi qualche
-aneddoto più o meno autentico dell'Olimpo ellenico, avevano esausta
-tutta la loro ispirazione.
-
-La filologia comparata trova ancora molti increduli in Germania, e
-moltissimi fra noi. Vi è tutto un popolo di eruditi che guarda sempre
-compassionevolmente tutta questa gente nuova che ardisce ricercare
-nuovi veri oltre quelli appresi da molti secoli in quella duplice
-scienza ch'essi chiamarono sacra e profana. L'etnografia biblica durò
-per essi infallibile; Japhet è Giapeto. Giapeto è un greco. Dal greco
-discende il latino. Si trova la lingua etrusca? È un mistero. Ma se si
-ha da dichiarare si ricorre al greco; fallita la prova del greco, deve
-supplire l'ebraico. Tutto si chiude entro quel circolo erudito. Al di
-fuori di esso, non vi è storia, non vi è poesia, non vi è scienza, non
-vi è salute. Gl'Indiani sono selvaggi. I Germani e gli Scandinavi sono
-popoli che si pascono di nebbia; lo Slavo non conta; basta il _knut_
-a rappresentarlo. Se anch'essi hanno mitologie, al più sono mitologie
-mostruose. Possiamo occuparcene, per curiosità, come ora sembra che
-si venga pure disegnando una mitologia ottentota. Così ragionano i
-dissidenti, che vorremmo chiamare gli ignoranti, se non fossero, per
-la massima parte, gente erudita e togata che siede in cattedra e parla
-gravemente.
-
-Ma la mitologia comparata fu anche più disgraziata della filologia.
-Essa non ha solamente contro di sè i pedanti dell'antica forma, ma
-anche quelli della nuova. L'erudito dell'antico stampo occupavasi
-della sola antichità classica; sopra la rettorica di Quintiliano esso
-piantava le colonne d'Ercole. L'erudito moderno ha fatto un passo
-importante. Esso ha considerato anche la letteratura medievale e la
-letteratura popolare contemporanea. Con una diligenza degnissima di
-lode, esso è venuto accozzando preziosi materiali, e ponendoli in luce.
-Non seppe avvivarli, non seppe o non volle penetrarne l'intima essenza;
-ed era nel suo diritto; non è di quello che gli manca, pur troppo,
-che noi possiamo accagionarlo; anche i Reinhold Köhler hanno il loro
-merito presso gli studiosi, come rendono sicuramente un buon servigio
-alla letteratura i bibliografi. Ma che si direbbe di un bibliografo,
-il quale s'attentasse di negare ogni diritto alla critica, per la
-sola ragione ch'egli non ne ha mai fatta? Così vi sono raccoglitori
-di novelline, di canti popolari, di leggende, di tradizioni, i quali
-gridano l'allarme contro il critico mitologo, che ardisca cercare
-l'anima di que' piccoli organismi, pel solo motivo che essi non li
-hanno mai sentiti palpitare, avendo raccolte tradizioni per accrescerne
-il numero nel loro museo, non già per riuscire a penetrarne l'intima
-natura e rappresentarla e interpretarla come una figura vivente dello
-spirito umano. Contro il mitologo che compara, oltre i vecchi pedanti
-preoccupati di simmetrie grammaticali e rettoriche, stridono dunque
-ancora i novissimi eruditi, intenti a far dei volumi coi racconti
-che il popolo ha bene narrati, ma ch'essi non hanno bene compresi; e
-aizzano però contro il mitologo il cagnolino di Wackernagel, e quando
-esso _caninamente latra_, levano un applauso così festoso, che ne
-arriva lo strepito fino a noi.
-
-Ma a che si riduce, insomma, lo _Scherzo_ di Wackernagel? Vediamolo.
-Nè io di trattenervi sopra un argomento così umile vi chiedo scusa;
-poichè, se, con tali armi, presumono gli avversarii nostri combatterci,
-è giusto che sappiate quali armi sian quelle, per farne il conto
-che meritano, e non lasciarvene sorprendere. Il ridicolo può, quando
-giunge improvviso, riuscir contagioso anco agli uomini gravi; ma quando
-si apprenda di che natura sia e con quali arti si mova, esso non ha
-più presa su altri che sul volgo. Del resto, lo stesso Wackernagel
-dovea fare una stima assai mediocre del proprio Scherzo dell'anno
-1856, quando nel 1867, seguendo quello stesso metodo che egli aveva
-deriso, trattava distesamente della _Thiersage_, in uno scritto che
-fu compreso testè nel secondo volume de' suoi _Kleinere Schriften_, ed
-ove, se con erudizione un poco superficiale si tocca delle tradizioni
-epico-zoologiche orientali, si riconosce pure la necessità di
-ricondurre all'Oriente le tradizioni dell'Occidente e di far risalire
-all'epopea la favola.
-
-Ora udiamo il Wackernagel: — «Dicesi qui in Basilea di un uomo, il
-quale arriva col detto o con l'opera in ritardo quando tutto è già
-passato, o d'una cosa, d'un avvenimento che arriva in ultimo, quando
-non c'è più tempo: «ei viene» oppure «è come il cagnolino di Bretzwil.»
-Bretzwil è un villaggio nel territorio di Basilea. Presso il cagnolino
-di Bretzwil se ne trova un altro, divenuto esso pure proverbiale, il
-cagnolino di Bretten; Bretten è una piccola città del Palatinato. Di
-quest'ultimo Heberer nella sua _Servitus Aegiptiaca_ (stampata nel 1610
-ad Heidelberga) narra la seguente storiella che subito ci colpisce:
-
-«Viveva in Bretten un uomo, così poveraccio, che avrebbe dovuto
-morire di fame, se un cagnolino ad un tempo fedele ed accorto non
-gli avesse prolungata la vita. Esso, ogni giorno, correva ora presso
-l'uno, ora presso l'altro macellaio della città, sottraeva ogni volta
-una salsiccia e la portava al suo padrone. I macellai, i quali per
-lungo tempo non aveano avuto sentore nè del furto, nè del ladro,
-si posero finalmente sopra le tracce del cagnuolo e stettero in
-agguato. Alfine, sul punto in cui il cagnolino voleva afferrare una
-salsiccia, il macellaio colse il cane, gli tagliò la coda e gliela
-pose trasversalmente in bocca, così com'esso era solito a portar via
-le involate salsicce; quindi lo lasciò correre. Il cagnuolo tornò a
-casa, pose, come già la salsiccia, in mano del padrone la coda, si
-buttò giù, e morì.» Heberer era egli stesso di Bretten, e dovremmo
-credere ch'egli abbia fedelmente riprodotta la tradizione locale, ed
-anzi esser disposti a credere che la stessa fosse letteralmente vera.
-Ma si affaccia il nostro canino di Bretzwil, il quale a quello di
-Bretten somiglia tanto pel suo essere bestiale e pel nome del luogo,
-e pure ne differisce tanto pel nome e pel significato, da non potersi
-identificare finchè si rimanga sopra il terreno storico. Quindi
-la necessità di lasciare intieramente da banda il terreno storico,
-lanciandosi piuttosto da Bretten del Palatinato e da Bretzwil del
-territorio di Basilea nel mondo mitico-simbolico, e dalle più solide
-basi ch'esso offre cercare l'idea, per la quale i due cagnolini si
-ritrovano uniti.» — E qui il Wackernagel incomincia la sua caricatura.
-Ne reco il principio, perchè si comprenda il tono dell'erudita
-buffonata: «Il cane troviamo nella credenza e nell'uso dell'antichità
-e del Medio Evo ed anche ora in parecchi senza dubbio non più intesi
-e male adoperati proverbi come il costante simbolo riproducentesi
-della morte. Cerberus, il _janitor Orci_, è un cane, un cane più
-insigne, poichè esso ha tre, anzi cinquanta, anzi cento teste; contro
-Odino, che nella Vegtamskvida cavalca verso Niflheim e ad Hel, la Dea
-della Morte, abbaia un cane feroce, precipitato giù dalla casa della
-Dea; naturalmente il cane, mentre infuria, lascia la porta aperta;
-quindi il proverbio: _cani e villani lasciano la porta aperta_. Ed
-ancora in uno de' più bei rami del grande maestro di Nürnberg questa
-processione infernale: un guerriero cavalca uno splendido cavallo
-superbamente tranquillo; presso di lui, sopra una misera rozza, la
-Morte, fra i due corre un cane, sinistro nel suo silenzio e in ogni sua
-espressione; evidentemente di nuovo il cane funebre, ed il cavaliero,
-non già (codesto può credere solamente un cervello limitato) il signor
-Francesco di Sickingen, ma sempre ancora il vecchio Odino in uno de'
-suoi non so quanti avatar.» La buffonata si continua deplorevolmente
-sopra lo stesso tono per altre dieci pagine. Sì, deplorevolmente,
-poichè, nello studio di provocare il riso, il Wackernagel confonde le
-cose più gravi con le più lievi, e sacrifica scientemente il vero.
-
-Il proverbio sopra i cani e i villani che lasciano la porta aperta,
-ch'egli cita a sproposito, dopo avere ricordato il cane _janitor Orci_,
-infirma forse che il cane sia spesso nel mito il messaggiero della
-Morte com'è l'ostiario del regno de' morti? Certo non è il cagnolino
-di Bretzwil nè quello di Bretten che ci danno un'idea precisa del cane
-funebre; ma l'animale che si sacrifica pel suo signore, per quanto
-Wackernagel fosse disposto a credere la storiella di Heberer indigena
-del Palatinato, è sicuramente una leggenda di origine mitica, della
-quale numerose leggende indo-europee avrebbero potuto offrire al dotto
-Professore di Basilea le varianti, senza ch'egli s'avesse a dar tanta
-briga per mettere sossopra tutte le mitologie, e rintracciarvi le più
-disparate notizie tramandate da esse sopra il cane, e forzarle quindi
-reciprocamente ad una unità ridicola e mostruosa. Che direste voi d'un
-filologo, il quale trovando per esempio la parola _Deus_, invece di
-considerarla nel suo pieno organismo vivente, la scomponesse nelle sue
-quattro lettere, e poi, come gl'Indiani distinguevano nella mistica
-sillaba _om_ (a-u-m), le tre persone della Trinità brâhmanica, Çiva,
-Vishnu e Brahman, perchè nella prima parola entra la lettera _a_,
-nella seconda la lettera _u_, nella terza la _m_, nella parola _Deus_
-vedessero, con lo stesso arbitrio analitico, i _Domini pater, filius,
-spiritus_?
-
-Scherzo contro scherzo, io non credo che quello di Wackernagel
-valga molto di più. Non so se esistesse nel 1856 un pazzo mitologo
-comparatore quale il Wackernagel lo supponeva per aver buon giuoco
-nel confonderlo col ridicolo. Lo _Scherzo_, al più, proverebbe come a
-nulla valga la molta erudizione, senza un metodo critico che la guidi
-e sostenga, e ci darebbe ragione per far voti, affinchè gli eruditi
-si contentassero di raccogliere materiali, e di farne l'inventario,
-senza porli in ordine, ch'è lavoro critico al di sopra del loro potere,
-senza interpretarli, chè per interpretarli bisogna prima comprenderli,
-e a comprendere le cose vaste occorre vastità di comprendimento.
-Wackernagel non era certamente uomo di piccolo ingegno, ma, per questo
-appunto ch'ei poteva pregiare l'efficacia scientifica della mitologia
-comparata, ebbe torto, quando s'accinse a seppellirla col ridicolo
-appena nata. Poichè lo _Scherzo_ suo è così fatto, che non colpisce
-solo l'esagerazione dei singoli investigatori, ma intende ad isolare
-intieramente il mondo antico mitologico rivelato dall'arte, da quello
-che si conserva in modo frammentario nella tradizione popolare, e
-perchè infine deride l'unità fondamentale de' miti, come altri deride
-ancora l'unità de' linguaggi indo-europei.
-
-Nel nostro linguaggio famigliare, quando si vuole indicare una cosa che
-non è reale, e che lo spazio od il tempo nasconde alla nostra vista,
-si suol dire: _è un mito_. Questa singolare espressione è il primo
-ostacolo che trova il mitologo, quando richiama l'attenzione degli
-studiosi sopra il mondo mitico. Con l'indirizzo positivo dell'odierna
-filosofia sembra stonare od avere almeno una mediocre attrattiva
-qualsiasi scoperta che si presupponga non condurre direttamente a
-ritrovare alcuna verità di certezza matematica. Il mito per molti non
-è altro che la negazione del reale; fosse almeno l'ideale; ma neppur
-questo si concede. Come il capriccio turba il movimento ordinato ed
-armonico della ragione, come l'allucinazione abbaglia la vista, così
-il mito distrae dal vero la poesia. Si considera il Nume come un
-fantasma straordinario, che appare all'uomo, per caso, senza che l'uomo
-l'abbia evocato o prodotto; un fantasma senza corpo, quantunque assuma
-capricciosamente forme all'uomo ben note. E questo modo volgare di
-trattare anticipatamente i miti prima di studiarne la natura, prima
-di conoscerli, toglie ogni favore alla mitologia. Nessuno di noi
-vuole accusare la propria ignoranza, ed incolpare il proprio difetto
-d'analisi. Perciò rimane molto più vicino alla scienza l'umile volgo
-che crede ancora alle sue streghe, a' suoi incantesimi, che noi, gente
-di spiriti forti, che sorride e scote il capo dicendo: no, quello in
-cui il volgo crede, non esiste, non ha mai esistito.
-
-Dunque, mi domanderete voi, dobbiamo, ritornando superstiziosi, credere
-in quel soprannaturale che la ragione nostra ha rovesciato? Non è
-codesta fede che io domando allo studioso; ma sì invece che esso non
-cerchi la storia dell'uomo solamente ne' monumenti scritti, spesso
-ingannevoli, e che tratti le credenze popolari, le superstizioni,
-almeno con quella serietà con cui l'archeologo esamina i rottami
-d'un antico edificio; come l'archeologo ricompone dalle rovine il suo
-monumento antico, perchè non potremo noi concedere all'uomo vivente la
-stessa attenzione che non neghiamo all'opera materiale dell'uomo?
-
-Se le streghe non ci sono più, ci è ancora la credenza nelle streghe.
-Esaminiamo come questa credenza sia nata, e perchè si mantenga, invece
-di deriderla; e troveremo sotto l'antica strega, in cui si crede
-ancora, sebbene siasi staccata dal fondo reale, sopra il quale si
-disegnò la prima volta, una realtà molto sensibile che dura ancora,
-sebbene la sua forma mitica siasi ora isolata da essa ed erri perduta
-ed incerta nella sola immaginazione popolare. Quelle idee che a noi
-paiono false, quel pauroso sentimento del volgo dominato da una certa
-mole d'idee sovrannaturali, debbono avere il loro significato, la loro
-storia, la loro causa nella natura. È inutile il dire, non è, quando
-si tratta solamente di vedere se quello che ora non è più, non abbia
-potuto essere una volta, e se, date le condizioni morali d'una volta,
-lo stesso effetto non si possa ancora riprodurre. Quando un erudito
-vi dice che la parola _Befana_ è corrotta da _Epifania_, dice il vero;
-quando aggiunge che la voce _Epifania_ vuol dire _apparizione_, vi dice
-cosa che probabilmente sapete già, ma che può essere innocentemente
-ripetuta; quando vi fa sapere che i Latini in que' giorni stessi,
-ne' quali i Cristiani celebrano l'arrivo dei Re, avevano cerimonie
-popolari consimili a quelle che rendono tumultuoso fra noi il giorno
-della Befana, vi invita ad un raffronto, al quale non avevate forse
-pensato; ma, anzi che aiutarvi a capire quello che la Befana sia,
-s'egli non aggiunge altro, v'imbroglia. L'erudito cattolico non vorrà
-che poniate in oblio come per _Epifania_ si intenda l'apparizione
-della stella ai tre Re Magi; sebbene vi abbia già insegnato come anco
-i Greci avevano le loro _Epifanie_, feste solenni, nelle quali gli
-Dei si manifestavano ai mortali. L'erudito vi pone a riscontro fatti
-che, se non vengono spiegati da una ragione più profonda che non sia
-quella indicata dalla sola storia esterna, spesso meccanica, invece di
-dichiararsi a vicenda, a vicenda si confondono. Non è qui il luogo, in
-cui io possa domandare ai Cattolici perchè festeggino sul principio
-dell'anno l'arrivo de' Re Magi; essi mi risponderebbero che il loro
-dogma, il loro rito è infallibile, e che non giova indagare il perchè
-di un mistero che bisogna credere solamente perchè ci fu rivelato.
-Per quanto sia dunque grande la tentazione mia di lanciar l'indagine
-anche fuori del mondo ariano, quando in tal mondo si producono fenomeni
-conformi a quelli che ci occupano, nè solo vi si producono, ma ne
-escono per venire a confondersi coi nostri, rispetterò le credenze
-cattoliche, quando non ho un bisogno assoluto di distruggerle per la
-dimostrazione del vero. Ma io vorrei sapere dall'erudito il significato
-di quegli usi pagani che perdurano nella festa cristiana dell'Epifania.
-Essi diranno probabilmente: la Chiesa cristiana non si curò di
-rimuovere costumanze che potevano invece, mantenute, dare alle nuove
-credenze una base antica. La verità è ora che le credenze cristiane
-importate sul terreno latino sono quasi partite, dove le tradizioni
-pagane vi si conservano tenaci. Ma perchè questa grande tenacità?
-e perchè i Latini festeggiavano poi in tal forma singolare i primi
-giorni dell'anno? Qualche erudito fa bene notare la corrispondenza
-tra certe feste religiose e le vicende agrarie e celesti dell'anno.
-Ma egli si crederebbe troppo temerario, quando tentasse di ricercare
-nelle feste religiose i caratteri simbolici di quelle vicende. O quando
-ardisse tanto, si limiterebbe al mondo romano, e col mondo romano
-s'ingegnerebbe di spiegare ogni rito singolare. Chè, se gli accadesse
-di incontrare un uso medesimo in Grecia, preparerebbe una dissertazione
-per ricercare se i Greci l'abbiano tolto dai Latini, o non più tosto
-questi da quelli. Quanto ai Germani, agli Slavi, agl'Indiani, se
-l'erudito viene a sapere che essi ebbero od hanno usi simili ai nostri,
-si contenterà di trovar curiosa tale somiglianza, ma si guarderà
-bene di domandarne il perchè o d'ammettere che un perchè vi sia.
-Ogni popolo d'eruditi in Grecia, in Italia ed altrove ha incominciato
-col dichiarare _autoctona_ la nazione, alla quale esso apparteneva,
-sebbene si rispettasse l'autorità della Bibbia che sostiene una
-genesi diversa. Ora non siamo più a questo punto; ma troppi di noi,
-quando, nello studio delle antichità italiche, ci troviamo confusi
-innanzi a costumanze, istituzioni, tradizioni, monumenti non conformi
-alle nozioni che ci rese famigliari il mondo latino, le riferiamo a
-quella comoda razza pelasgica, inventata, come sembra, perchè desse
-ospitalità a tutti que' popoli che la etnologia non ha ancora saputo
-determinare e classificare. E con questa preoccupazione continua,
-eccessiva, de' caratteri etnici, trascuriamo lo studio di quella unità
-più larga e potente ch'è l'uomo nell'immediato contatto con la natura.
-Ci ribelliamo all'idea di un uomo primitivo bruto e brutale, o ce ne
-consoliamo, pensando che nella scala degli esseri animati l'uomo è
-il più intelligente. Siamo disposti a credere, perchè non possiamo
-impugnarla, all'eredità del sangue; e incominciamo ad ammettere, se non
-ancora a proclamare, che si trasmette col sangue una parte dell'umano
-carattere. Ma che faceva ella la intelligenza dell'uomo primitivo,
-quando si trovava ancora quasi priva di idee, al contatto della viva
-natura? Che poteva essa altro fare se non sopra la natura vivente
-creare idee vitali? E i miti sono la figura di quelle idee elementari,
-le quali s'improntarono con più forte impressione nella nostra razza,
-perchè la razza nostra era la osservatrice dotata di fibre più delicate
-e sensibili, e più atta pertanto a comunicare come a ricevere le
-impressioni. Liberiamoci da quel cumulo immenso di idee acquisite, per
-convivenza sociale, in parecchie migliaia di secoli; dimentichiamo,
-se ci è possibile, le impressioni che il lungo contatto degli uomini
-lasciò in noi, e ritorniamo vergini innanzi alla natura. Ritorneremo
-forse ancora a creare i miti, o, per lo meno, li conserveremo meglio,
-poichè ne avremo un sentimento più vivo. Perciò il popolo che è
-ancora più presso di noi alla natura conserva meglio le sue credenze
-superstiziose, che noi deridiamo perchè le abbiamo perdute. Molte anzi
-di tali credenze superstiziose sono ancora miti trasparenti.
-
-E per miti trasparenti intendo quelli che sotto la figura immaginosa
-del linguaggio lasciano apparire evidente il fenomeno naturale. Crede
-il popolo della campagna toscana che la rugiada raccolta prima che si
-levi il sole, alla vigilia di San Giovanni, abbia virtù di conservare
-la vista. Noi sorridiamo alla credula ignoranza del volgo, dove
-dovremmo forse ammirarne soltanto la poesia. La festa di San Giovanni
-sappiam bene come cada sopra uno de' tre giorni del solstizio estivo,
-ossia de' tre giorni più lunghi, de' tre giorni più luminosi dell'anno.
-Se con la rugiada del giorno più luminoso si lavino gli occhi, noi
-vedremo più luce, noi vedremo meglio. Che cosa di più semplice, di
-più naturale, di più poetico che questa forma d'augurio? Eppure il
-volgo degli ignoranti, che mantiene la poetica usanza, ha torto, ed
-il nostro volgo erudito, che la disprezza, è il gran savio, al cui
-giudicio dobbiamo inchinarci riverenti. E pure non intenderemo mai la
-mitologia e non avremo però diritto di deriderla, se non intenderemo
-prima il linguaggio ed il costume popolare. Il popolo è l'eterno e
-credulo fanciullo che dopo avere creato i miti, se li conserva. I
-Greci, il popolo più naturale che si sia spiegato nella vita storica,
-li fecero immortali nelle loro opere d'arte; i Latini, popolo pratico
-per eccellenza, li adoperarono come elementi della loro propria
-costituzione; noi li ravviviamo nella poesia del nostro linguaggio e
-del nostro costume. Il mito ha penetrato l'essere ariano; e, dove pare
-sterile e rozzo segno di un morto passato, è invece ancora potente
-elemento creativo. Dove il mito non passa, non passa quasi la poesia,
-inteso il mito nel senso suo più lato, ossia una figura immaginosa
-ed animata di un fenomeno naturale. Quando un poeta paragona la sua
-fantasia ad un cavallo indomito e selvaggio, crea un mito in sè;
-quando egli paragona il sole aurato ad un cavallo d'oro, crea il mito
-nella natura esteriore. Nell'impeto della creazione ei non dice: il
-cavallo è rapido corridore sopra la terra, il sole è rapido corridore,
-il sole è rapido come il cavallo; dice invece, con più brevità, il
-sole-cavallo, od anche, guardando il cielo, semplicemente: il cavallo.
-La prima e più general forma del mito è dunque una similitudine fra una
-cosa lontana, o men nota, ed una cosa più vicina, e più nota. Certo,
-l'uomo dovette conoscere il cavallo, il cane, il bove, il serpente
-sopra la terra prima di collocarlo nel cielo. Ma il mito elementare
-nasce soltanto da questo trasporto di figure da un mondo prossimo ad
-un mondo lontano. A questo scambio d'immagini fra la terra ed il cielo
-potè pure concorrere, per molta parte, l'equivoco del linguaggio.
-In sanscrito, il cavallo è chiamato _açva_. Etimologicamente, la
-parola dovrebbe valere il _penetrante_, _il rapido_. Diminuita la
-coscienza etimologica del linguaggio, e dai qualificativi formatisi
-gli appellativi, molti _rapidi_ divennero cavalli. E poichè açva, in
-origine, non solo significò probabilmente, come aggettivo, rapido,
-ma forse pure come neutro, _la rapidità,[1] l'açvin_ che dovea
-originariamente esprimere _il fornito di rapidità_, ossia il _rapido_,
-poichè _açva_ riuscì solamente più il _cavallo, l'açvin_ diveniva il
-cavaliere. E poichè nel cielo vi sono due corridori, il sole e la luna,
-dei quali il primo è posto in relazione col crepuscolo del mattino,
-il secondo con quello della sera, s'immaginarono i due cavalieri, gli
-_Açvinâu_, i quali negli Inni vedici sono celebrati per avere vinta
-la corsa. Il crepuscolo prenunzia il giorno e la notte; è perciò il
-primo ad arrivare al segno, a toccare il limite del cielo, a vincere
-la corsa. L'equivoco del linguaggio può aver qui non solo giovato a
-creare il mito, ma ancora a distenderlo, con l'immagine che si produsse
-del cavaliere, sopra quella preesistente, come pare, del semplice
-corridore, dell'_açva_.
-
-La mitologia senza lo studio delle lingue antiche male si spiega; e
-non è troppo grande ardimento il soggiungere che essa alla sua volta
-ci spiega una parte, una piccola parte, senza dubbio, del linguaggio
-figurato popolare, specialmente di quello conservato in alcuni
-proverbii, ne' quali mi sembra avere riconosciuto un significato
-mitico. So che ai sudanti raccoglitori di proverbii move un olimpico
-riso questa invasione de' miti nella interpretazione di certi
-proverbii, che, del resto, essi confessano di non sapere altrimenti
-spiegare; ed alcuno di essi mi dà già voce di voler di ogni proverbio
-foggiarmi un mito. E pure io era stato molto sollecito a dichiarare che
-il numero de' proverbii mitici è ristrettissimo, come sono molto scarse
-ne' viventi linguaggi le parole di significato mitico.
-
-Ma se i proverbii mitici sono pochi, que' pochi non vogliono essere
-negletti, e meritano che sopra di essi si raccolga l'attenzione
-degli studiosi. Nè chiamando mitico un proverbio, presumo poi
-necessariamente che la sua origine sia sempre asiatica od almeno
-antichissima. Poichè io non nego punto la possibilità che qualche nuova
-forma mitica si manifesti ancora di tempo in tempo sporadicamente
-nel linguaggio popolare. Quando il nostro diligente investigatore
-delle parlate toscane, il professor Giuliani, ci fa sapere che un
-contadino piemontese ed un montanino toscano, per dirgli ch'essi
-contentavansi di bere acqua pura, chiamarono l'acqua _vin di
-nugoli_, mi fa meglio comprendere la nuvola indiana paragonata
-ad un _mostro-barile_; dal qual barile poi la tradizione popolare
-leggendaria fa, per una inavvertenza dello scimunito, scorrere vino o
-birra per la cantina, che la mamma improvvida gli ha data con la casa
-in custodia. Io non suppongo, senza dubbio, alcuna serie progressiva
-e continua che congiunga _il vin de' nugoli_ toscano e piemontese
-con la _nuvola-barile_ indiana; ma, dalla somiglianza delle immagini
-che raffronto, comprendo meglio la natura dei miti che mi studio
-d'interpretare. Io ho detto che la nuvola è paragonata ad un mostro,
-e che il mostro è talora rappresentato in forma di barile. Il mostro è
-generalmente, e, sovra ogni cosa, avaro. Domanderò dunque ancora se sia
-troppo strano che io abbia tosto ripensato al mito, quando, al cader
-delle prime larghe goccie di pioggia, intesi un giorno una popolana
-perugina uscire in questo proverbio: ohe! piove! l'avaro crepa. Che ha
-da far l'avaro con la pioggia, quando l'avaro non sia qui la nuvola
-che, crepando, lascia cadere la pioggia, come alla morte del mostro
-vedico Ahi, lo stringitore, l'avaro dragone, si scatenano le acque?
-Io potrei moltiplicare simili esempii; ma spero che questi bastino a
-persuadervi come il primo campo mitico sia il cielo, le prime figure
-mitiche siano i fenomeni celesti, le prime informatrici de' miti siano
-le similitudini del linguaggio popolare. Messi d'accordo su questo
-punto che mi pare essenziale, sarà più agevole a me l'imprendere, a voi
-il seguire la esplorazione nell'Olimpo vedico, che verrò tentando. La
-miniera è assai ricca; ed io non la esaurirò punto; ma sarò contento
-se alcuno di voi al fine della nostra peregrinazione potrà persuadersi
-che anche i miti sono stati una realtà, anzi l'unica realtà importante
-e caratteristica, per cui la razza indo-europea s'inalzò alla vita
-storica, con un linguaggio potente; poichè, per dirvi, oggi, l'ultima
-mia eresia, io credo capaci d'ideale, ossia potenti di progresso que'
-soli popoli che hanno un senso vivo della realtà, la quale è per sè
-tutta poetica e vivificante, quando si comprenda nella piena e perfetta
-armonia che governa la vita, quando nel ricordare il passato l'uomo
-viva del presente e prepari pure l'avvenire, secondando così la natura
-che non fa altro se non conservarsi svolgendosi ed ampliandosi. L'uomo
-antico ha spiegata ne' suoi miti celesti la poesia ch'egli avea chiusa
-come germe in sè; l'uomo moderno deve entrare in gara generosa con gli
-Dei suscitati dalla immaginazione poetica de' nostri avi, e, nuovo e
-stupendo artefice, mirare a produrre il divino nella vita.
-
- ANGELO DE GUBERNATIS.
-
-
-
-
-LETTURA PRIMA.
-
-IL DIO E GLI DEI.
-
-
-Il primo problema che ci si affaccia nello studio della mitologia
-vedica è questo: fu prima il Dio o furono prima gli Dei? Invece di
-rispondere, potremmo proseguire a rivolgerci altri problemi: fu prima
-il tutto o furono prima le parti? fu prima l'astratto o fu prima
-il concreto? fu prima il sovrannaturale o fu prima il naturale?
-Voi comprendete che il porsi innanzi tali questioni è quasi un
-risolverle, poichè il tutto suppone le parti, l'astratto il concreto,
-il sovrannaturale il naturale. Come non vi è re senza popolo, così
-non vi è principio senza fondamento, non vi è legge senza materia
-ch'essa possa regolare, non vi è il superlativo senza i diminutivi,
-non vi è il Dio ottimo, massimo, senza gli Dei minimi che concorrano
-a farlo tale. Nel nostro studio, per ritrovare il Dio uno, dovremo
-dunque incominciare a studiarne gli elementi divini, ossia gli
-Dei. Ma qui alcun filosofo potrebbe credere, con un po' d'arguzia,
-di sorprenderci in contradizione, avvertendo come logicamente, e
-secondo la nostra propria dottrina, i plurali sono collettivi, e
-ogni collettivo, ogni plurale, suppone il singolare; il che si può
-accordare volentieri, ma chiedendo la facoltà di esaminare la natura
-propria di questo singolare, che moltiplicato produce la pluralità
-degli Dei. Per ritrovare il valore intimo d'un nome, bisogna farne la
-storia, indagarne il suo primo valore qualificativo, ed estrarne la
-radice fondamentale. Per nostra fortuna, la storia vedica della parola
-che studiamo è assai trasparente. Il Dio, nella lingua vedica, ossia
-nella lingua ariana, della quale siano pervenuti a noi più antichi e
-più autentici documenti, è chiamato _devas_. Ognuno di voi saprebbe
-trovare le analogie tra questa voce e la voce con cui si esprime ora
-il nome dell'Essere supremo in parecchie lingue europee. Ma molti
-di voi potrebbero pure riconoscere, l'identità radicale di _deus_ e
-di _divus_; e sapendo come il _divus_ o _divum_, o _dium_ de' Latini
-valga semplicemente _il cielo, il cielo aperto, il cielo luminoso,_
-e quello che i Francesi chiamano _la belle étoile_, avrebbe da questa
-sicura nozione un primo avviso per ricercare nel Dio nient'altro che
-il luminoso, ossia il cielo. Noi figuriamo il Dio splendido, eterno,
-infinito; ma il cielo è il solo che sia per noi eternamente splendido
-ed infinito. Quando il sole s'alza, abbiamo l'aria luminosa, ossia il
-_dies_, il _diurnus_, il _giorno_, il _tempo luminoso_. Quando l'aria
-s'imbruna e la terra si fa scura, occupata dalla notte, vi è pur sempre
-qualche cosa che risplende in alto, che ha un colore, che scintilla,
-che ha vita; il cielo appare sempre in veste luminosa, il luminoso
-è eterno, il Dio è immortale. Perciò, come canta Ovidio, il Nume,
-attraendo l'uomo a sè:
-
- _Os homini sublime dedit, coelumque tueri_
- _Jussit._
-
-La lingua latina ha conservato nelle voci _divum, dium,_ il
-primo significato della parola _deus_; ma ha perduto il verbo che
-esprimeva l'idea elementare di quella parola, ricorrendo ad altre
-radici per rappresentarlo. Le lingue slave hanno conservato quel
-verbo, ma modificandone alquanto il significato; _divo_ in russo è
-_la meraviglia_, _divitj_ vale _meravigliare_. La lingua sanscrita
-ha vivacissima, mobile e flessibile nella coniugazione come nella
-declinazione l'antica radice, dalla quale si svolse la parola _devas_:
-le radici _dî, dîp, dîv, div, dev,_ significano tutte _splendere,
-brillare, abbagliare_. Dalla radice _div_, splendere, abbiamo poi il
-nome mascolino e femminino _div (dyu, dyo, dyâu)_, il neutro _divam_,
-il mascolino _divasas_, il neutro _divasam_, che valgono _cielo_
-e _giorno_, come _lo splendido_ (cfr. il mascol. e neutro _dinas_,
-il neutro _dinam_, che valgono giorno), i femminini _dyut, dyuti_,
-i neutri _dyumnam, dyotanam_, splendore, e parecchi altri derivati
-contenenti tutti l'idea medesima. Da _div_, che vale _cielo_ come
-luminoso, proviene nella lingua vedica l'aggettivo _deva_, ossia
-_celeste_, ossia propriamente appartenente al luminoso, e quindi
-luminoso esso stesso. Dall'aggettivo _deva_, celeste, si formò quindi
-il sostantivo mascolino _devas_, il celeste, il Dio. È dunque evidente
-che il Dio primitivo fu un essere celeste, e che conviene perciò
-ricercarlo solamente nel cielo. Tutti gli argomenti che si possano
-portare contro la nostra interpretazione de' miti, non valgono a
-distruggere questa verità fondamentale: il Dio primitivo fu concepito
-soltanto come un essere _celeste_; anzi, fu chiamato _il celeste_. E
-poichè il _cielo_ è un campo vasto, animato da molti esseri, da molti
-aspetti diversi, da molti fenomeni singolari, così vi sono _molti
-celesti_, ossia _molti Dei_, senza alcuna necessità assoluta che vi
-sia _un solo celeste_, un _celeste_ sovrano, quando questo celeste per
-eccellenza non sia il cielo stesso. E noi vedremo, per l'appunto come,
-nella mitologia vedica, il celeste principale, il Dio per eccellenza
-sia divenuto il cielo medesimo, col sole e la luna che si suppongono
-suoi reggitori nel giorno e nella notte. Ma dall'essere, come abbiamo
-veduto, il _devas_, in origine, non un sostantivo, ma un semplice
-aggettivo, ne viene tolta la necessità che i molti abbiano principiato
-da uno che fosse primo e sopra tutti; o, se un principale vi ebbe ad
-essere, esso fu, lo ripeto, necessariamente il cielo o il celeste per
-eccellenza, coi più splendidi animatori del cielo, il sole e la luna.
-S'intende che noi parliamo ora della primitiva mitologia, e non di
-quella che si svolse non solo nei periodi della vita brâhmanica, ma
-nello stesso ultimo periodo vedico, in cui incominciano a disegnarsi,
-col sistema delle caste nella società umana, per opera di riflessione,
-le teogonìe e cosmogonìe celesti.
-
-Come sarebbe dunque temerario il giudicare tutta la mitologia
-vedica dalle ultime rappresentazioni della divinità che s'incontrano
-negli Inni vedici, così sarebbe ora per noi temerario non meno il
-rappresentare tutti i miti vedici secondo la loro sola forma più
-elementare originaria. Senza che abbiamo bisogno di ricorrere al
-Brâhmanesimo per ritrovare una mitologia diversa, nella stessa
-letteratura vedica è agevole lo scorgere la esistenza di parecchi
-strati mitologici, sebbene il determinarli in modo preciso sia lavoro
-non solo difficile, ma quasi impossibile. La loro esistenza tuttavia
-non può essere messa in dubbio, come non si mettono più in dubbio, dopo
-i dotti lavori de' professori Weber e Max Müller sopra la storia della
-letteratura vedica, i diversi periodi percorsi da questa letteratura.
-Degli Inni vedici, gli uni non sono altro se non canti di entusiasmo o
-di terrore innanzi alle forze benigne o maligne della natura. In altri
-inni, queste forze sono divenute vere persone poetiche, col loro dramma
-e col loro carattere. In altri abbiamo il Nume ora immagine d'una
-realtà poetica, ora astrazione ideale nata sopra l'immagine, invocata
-dal cielo a proteggere il suo devoto, intervenendo ne' suoi sacrificii,
-nelle sue opere pie, nelle sue imprese terrene. In altri finalmente
-il Nume in persona od in ispirito ideale è disceso in terra, passa
-nel fuoco sacrificale, nell'ostia consacrata; l'idolatria incomincia.
-Perciò si può dire che la mitologia vedica può offrire armi a tutte
-le dottrine, a tutte le credenze, quando si voglia ammettere che sia
-lecito isolare in uno studio storico un'idea secondaria dalle cause
-e dalle forme anteriori, dalle quali si svolse, per giudicare sopra
-quella sola idea una civiltà molto complessa e due volte millenaria.
-Ma, non potendo definire i multiformi strati mitologici dell'età
-vedica, anco perchè non incomincia l'uno dove l'altro cessa, ma spesso,
-invece, si frammettono, si concatenano, si confondono insieme, gioverà
-solamente avvertire come la mitologia vedica si rappresenta a noi in
-due larghe forme distinte, secondo che i miti sono nati o meditati.
-Suolsi chiamare spontaneo il periodo inventivo, poichè il mito si crea
-in esso involontariamente e quasi inconsciamente; nel secondo periodo,
-invece, sebbene l'uomo segua ancora un suo istinto che lo porta a
-meditare il creato, in quest'opera egli è più attivo che passivo. Sorge
-in questo periodo su basi mitiche umiliate fino all'uomo un edificio
-religioso, nel quale l'uomo suo autore, in parte consapevole, inalza
-sè stesso e si solleva a concepire e ad operare il divino. Chè se poi
-il tempio si popola di ciechi idolatri, i quali, incurvandosi, non ne
-vedono più le cime, ciò basta a provarci come le religioni, al pari
-delle mitologie, hanno un periodo poetico ascendente, ed un periodo
-fatale di discesa, nel quale il cielo luminoso si restringe e si
-chiude. Negl'inni troviamo il mito che principia e che finisce, e la
-religione brâhmanica che dove questa età mitica finisce, incomincia
-a disegnarsi. Ma, lo ripeto, sarebbe un errore il domandare a quel
-solo momento che possiamo dir postumo, l'interpretazione di tutti
-i miti vedici, come il domandare la soluzione di tutte le formole
-religiose brâhmaniche ai primi idillii figurati da un popolo di pastori
-nell'Olimpo vedico.
-
-Io vorrei dunque, in questa nostra ricerca, entrare in materia seguendo
-i metodi adottati dal Preller ne' suoi eccellenti trattati di Mitologia
-greca e latina, e la stessa sua distribuzione di capitoli, a fine di
-rendere più agevoli a quelli di voi che volessero quindi istituire
-un confronto fra le tre mitologie, i riscontri. Ma, come non si può,
-almeno per ora, insegnare la lingua indiana con lo stesso ordine con
-cui s'insegnano le lingue classiche, poichè la grammatica sanscrita è
-retta da una fonetica bene distinta, perfettamente analitica, ordinata,
-rigorosa, completa, motivo per cui questo singolare carattere di
-perfezione la fece, al primo suo manifestarsi in Europa, stimare la
-lingua madre di tutte le così dette indo-europee, non mi sarebbe,
-all'incontro, possibile descrivervi l'Olimpo vedico, con quell'ordine,
-con cui potrei rappresentarvi il greco, e, sebbene più indeterminato,
-il latino; poichè, oltre i caratteri nazionali che distinguono le due
-mitologie indiane, la vedica che ci occupa e la brâhmanica che potrà
-occuparci un giorno, vi sono nella mitologia vedica come nella lingua
-sanscrita i caratteri di un mondo che l'Ascoli chiamò _proto-ariano_,
-per rintracciare i quali ci è necessario uscire da' soliti sistemi
-della mitologia scolastica. I trattati di mitologia suppongono l'Olimpo
-come fatto d'un solo pezzo, nel quale ogni divinità è un essere
-compiuto. Vi sono Dei maggiori e Dei minori; vi sono genealogie molto
-minute, sebbene, secondo le fonti, alle quali si voglia attingere,
-molto spesso fra loro contradittorie; i poeti greci e latini conoscono
-perfettamente le gerarchie e i cerimoniali dell'Olimpo e li cantano, e
-spesso li adornano con la loro vivace fantasia; e i nostri trattatisti
-pigliano talora la fantasia d'un solo poeta, greco o latino, come
-sicuro indizio di una singolare forma mitologica. Nel numero di questi
-non è il Preller, il quale, erudito e critico, reca ed ordina le
-notizie de' miti greci e latini, secondo che le trova riferite negli
-scrittori dell'antichità, ma più tosto per farci conoscere quello che
-l'antichità pensasse o dicesse de' suoi miti, che per indagarne egli
-stesso la vera natura o abbellirli a noi col prestigio di una eloquenza
-artificiosa. È questo il pregio principale, per quanto ne pare a me, di
-que' suoi dotti lavori, ed è, per questo riguardo, ch'essi mi paiono
-degni d'esservi raccomandati. Ma la poesia vedica, nella quale tutta
-la primitiva mitologia indiana, di cui sia a noi giunta notizia, è
-contenuta, non ci permetterebbe, ripeto, un metodo conforme a quello
-seguito dal Preller. La mitologia greca, per mezzo degli artisti e
-poeti greci, diventò un'opera d'arte. L'Olimpo, malgrado le ire, le
-gelosie, le vendette, le passioni elleniche, in somma, che dividono,
-fra loro, gli Dei, presenta, per mezzo dell'arte, un carattere estetico
-d'unità morale che lo governa tutto. L'Olimpo vedico manca di questo
-carattere estetico, che regge invece in età posteriore, per mezzo della
-teologia, l'Olimpo brâhmanico. E, con ciò, non intendo argomentare
-che l'Olimpo brâhmanico sia più alto o più perfetto del vedico, ma
-solamente ch'esso è più sistematico, e che si lascia perciò meglio
-esporre, poichè il suo quadro essendo più limitato, per quanto vi
-appaiano figure mostruosamente gigantesche, può essere minutamente
-descritto in un trattato scolastico, come in un catechismo religioso.
-La casta dei Brâhmani, come ne fu l'autrice, così volle essere
-l'artigiana, o l'artista che si abbia a dire, della seconda mitologia
-indiana. E questa si va quindi ancora insegnando nell'India; e questa
-udrete spesso ancora rammentare in Europa, ove divenne popolare
-la famosa indica Trinità, col suo Brahman creatore, col suo Vishnu
-conservatore e proteggitore, e col suo Çiva distruggitore; e per quanto
-incomplete, e in parte false, siano tali nozioni, s'accettano, si
-ricordano, si divulgano, perchè chiare, facili ed assolute.
-
-Nell'Olimpo vedico, invece, vi è un po' d'anarchia. Il Dio più eroico,
-Indra, riceve da' suoi devoti molte lodi, ma la sua potestà in cielo
-non gli costituisce ancora alcuna beatitudine; egli è lodato, è grande,
-quando opera, ossia quando esso è congiunto col fenomeno fisico, da
-cui si svolge; ma, dov'egli non opera, il suo prestigio cessa. Nel
-periodo brâhmanico invece, nel quale Indra non opera quasi più, i
-poeti si occupano a descriverci il paradiso, in cui il Dio Indra,
-disoccupato, siede e regna glorioso. Negl'Inni vedici i miti si fanno;
-ne' poemi brâhmanici in parte si disfanno, in parte si incrostano e
-determinano con formole precise; il mito diventa dogma; e il dogma,
-com'è infallibile, così diviene immobile. Negl'Inni vedici non abbiamo
-ancora nè formole artistiche, nè formole religiose; gli Dei vi si
-muovono tanto più liberi, quanto più lieve e mobile è la persona che
-assumono. Talora abbiamo il semplice fenomeno fisico nel suo aspetto
-più naturale; talora il fenomeno che passa, piglia una forma personale;
-passa il fenomeno, anco la persona scompare e nessuno più la ricorda,
-e nessuno pensa più a venerarla, finch'essa non si ripresenta in un
-modo conforme ed analogo; ed è solo nella frequenza delle sue epifanie
-che si disegna una figura mitica, alla quale si dà un nome che col
-tempo diviene un nume. Con tale sembianza che i miti ci danno per lo
-più di sè negl'inni vedici, sarebbe egli lecito a noi fissare in modo
-preciso i contorni di quegli Dei, illustrarli, colorirli, animarli,
-come persone complete? Questo non ci sembra il dritto nostro. Questo fu
-bene il dritto di quel popolo stesso che avea creato i miti, il quale,
-associandoli fra loro, collegandoli, appassionandoli e raccontandoli,
-ridusse i fatti mitici all'unità dell'epopea, e coi frammenti delle
-molteplici figure assunte dal fenomeno luminoso celeste compose e
-foggiò lo splendido eroe che fa cose straordinarie. Questo, se non fu
-il diritto, fu almeno l'arbitrio delle caste sacerdotali, le quali,
-approfittando della meraviglia del popolo che i fenomeni naturali avea
-trasformati in fatti sovrannaturali animati da una potenza divina,
-separò il Dio dal suo fenomeno celeste e lo sollevò più in alto come un
-ente puro, salvo poi ad abbassarlo nella sembianza di un idolo sopra
-gli altari. Io non ho qui autorità nè voglia di disegnarvi alcuna mia
-teologia sopra gli Dei vedici; non potrò quindi offrirvi un Dio vedico
-che abbia tutte le virtù teologali; nè mi dovreste perdonare, se io
-per amore dell'arte e per la scienza del poi, che mi rende accorto
-come le epopee popolari si svolsero dalle mitologie, nello studio che
-mi farò d'esporvi la mitologia vedica, tentassi di farvi apparire
-gli Dei vedici, non quali possano offrirli a noi gli antichi inni,
-ma poetici e compiuti quali si trasformarono successivamente nella
-fantasia popolare. Con questi avvertimenti preliminari, io intendo
-dunque, indicandovi la via che terrò, premurarvi contro la noia che io
-possa molto involontariamente arrecarvi nel corso di queste letture.
-Noi faremo più spesso della chimica, o se più vi piace, dell'anatomia,
-che della poesia. I nostri Dei sono spesso poveri moncherini, e
-dovremo, per rimettere insieme qualche organismo vivente, andarne
-spesso cercando qua e là i frammenti. Io ho bisogno che mi secondiate
-in questa minuta indagine, poichè non avrebbe nessuna utilità lo
-studio presente, se io non avessi la fortuna di vedervi pigliar parte
-animata a questa ricerca. A chi poi voglia riscontrare il valore di
-queste nostre indagini e non abbia modo di approfondirle da sè sopra
-gli stessi testi vedici, io mi credo in debito di far noto, come
-una gran parte de' materiali, de' quali io dispongo, è quella stessa
-che un dottissimo indianista scozzese, il signor John Muir, recò già
-fedelmente tradotta nel quinto volume della sua bella raccolta dei
-_Sanscrit Texts_. Dichiarati così i nostri intendimenti, possiamo
-tentare di metterci in via.
-
-Un inno vedico si esprime così: «Veneriamo i grandi, veneriamo i
-piccoli, veneriamo i giovani, veneriamo i vecchi (Dei); agli Dei, se
-è in poter nostro, sacrifichiamo.» Ora questa distinzione che si fa
-già nel _Rigveda_, di Dei grandi e di Dei piccoli, di Dei giovani e di
-Dei vecchi, giova pure a noi per incominciare qui ad occuparci degli
-Dei meno divini, di quegli Dei anonimi, che gl'Indiani chiamavano
-confusamente con un solo nome _Viçve devâs_ (_Tutti Dei_), cui facevano
-un solo sacrificio in comune, come il Calendario cattolico ha destinato
-nell'anno un giorno solo festivo per tutti que' Santi (_Ognissanti_),
-ai quali non può concedere il privilegio di una festa speciale in
-loro gloria. Quanti fossero quegli Dei è difficile determinare.
-Parecchi Inni vedici, riconoscendo tre mondi, la terra, l'aria, il
-cielo, quando non parlano di centinaia e di migliaia di mondi, con
-metodica giustizia distributiva collocano undici Dei sopra la terra,
-undici nell'aria, undici in cielo. Ma da questi trentatrè Dei anonimi
-si separano talora, e si nominano quindi distintamente alcune altre
-divinità maggiori; così che que' trentatrè, presi insieme, riescono
-per lo più soltanto genii, spiriti, espressioni ideali senza figura,
-anzichè persone mitiche, con carattere individuale spiccato. Negli
-Dei poi che si suppongono presiedere ai sacrificii, non vi è neppure
-più il genio, ma si adorano le parti materiali del sacrificio stesso,
-come i Cattolici baciano ancora le sacre soglie, le porte sante, le
-sacre colonne, i sacri altari, i sacri arredi, i sacri strumenti che
-concorrono a celebrare il sacrificio divino. Lo stesso culto idolatrico
-che i Cattolici prestano non solo al sacrificio, ma alle parti, delle
-quali il sacrificio consta, si ritrova assai più minuto, o preciso e
-rituale, nell'ultimo periodo vedico.[2] Moltiplicato così senza fine il
-numero degli esseri divini, a ciascuno de' quali il _Rigveda_ attribuì
-pure la sua forma femminina, ossia una Dea compagna, i devâs perdettero
-pure, nel loro aspetto collettivo, ogni loro importanza, in modo che
-non solo si isolarono dagli Dei massimi, ma si rappresentarono pure
-come avversi ad essi. Un inno del _Rigveda_ ci fa sapere come tutti gli
-Dei combatterono Indra. Nel _Yag'urveda nero_, gli Dei si rappresentano
-come _abitatori della terra_, che rubano l'offerta sacrificale, che
-recano danno ai sacrificatori. Nell'_Atharvaveda_, il fuoco sacrificale
-è pure invitato a cacciare gli Dei. A questo punto, al quale ci
-conducono gli stessi Inni vedici, in cui cioè gli Dei stanno già in
-terra, e rimuovono gli uomini dalle opere pie che devono conciliar
-loro la grazia de' luminosi celesti, noi vediamo staccarsi la religione
-iranica dalla vedica. Il _deva_ indico diviene lo zendico _daeva_, un
-vero genio maligno, mentre invece l'_asura_, lo spirito, e specialmente
-lo spirito maligno, demoniaco dell'India vedica diviene lo zendico
-_Ahura_, il genio buono, che entra nel nome di _Ahura-mazda_, ossia
-Ormuzd. Il moltiplicarsi infinito dei _devâs_ vedici nocque dunque alla
-loro gloria; poichè nel moltiplicarsi, discesi in terra, degenerarono,
-e riuscirono finalmente a combattere contro la loro propria primitiva
-natura. Il _deva_ non risplende se non in cielo; abbassato sulla
-terra, incomincia col diventar idolo; e l'idolo diviene finalmente
-mostro. Questo è l'ultimo aspetto che ci rappresentano i vedici
-devâs nella fantasia popolare. Ma quasi contemporaneamente, per un
-altro ordine d'idee, con l'idolo terreno, sopra il Dio reale celeste,
-divenuto ideale, si produce il nume astratto dei _devâs_, che godono
-nell'alto, onnipotenti, amici de' mortali ad essi devoti, che ascoltano
-le preghiere, che ne appagano i desiderii, e (secondo il _Çatapatha
-Brâhmana_) ne indovinano i pensieri, contro ai voti dei quali è vano
-ribellarsi, che amano l'ambrosia, e perciò sono immortali (e i mortali
-che si cibano di ambrosia, non solo divengono ancor essi immortali, ma
-acquistano il privilegio di conoscere gli Dei). Nello studio di queste
-nozioni vediche intorno agli Dei di un periodo mitico di decadenza,
-fondarono evidentemente i Brâhmani la loro teologia e religione
-gangetica. È questa parte, per così dire, ora brutale, ora spirituale
-e metafisica della mitologia vedica, la quale si trova sparsa qua e là
-negl'Inni vedici, che i Brâhmani si proposero d'illustrare e ridurre
-ad unità. Perciò la letteratura di commento ai Vedi rappresentata
-dai Brâhmana, dalle _Upanishad_ e dai _Sûtra_, e i sistemi filosofici
-vedantini, che si mostrano indifferenti ai miti propriamente detti,
-raccolgono scrupolosamente dagl'Inni vedici tutto ciò che può giovare a
-costituire dommi religiosi e riti sacrificali corrispondenti. La così
-detta cosmogonia vedica appartiene pure a questo periodo secondario,
-e quegli _Dei, nella prima età de' quali_, secondo un inno vedico,
-_dal non essere fu creato l'essere_, non sono più figure di fenomeni
-fisici, ma forze arcane, ideali, già dominanti metafisicamente la
-materia. Appartiene pure a questo periodo la produzione di numi come
-_Prag'âpati, Brahmanaspati, Purusha, Brahman_, e simili figure astratte
-del Dio, delle quali avremo, al fine del nostro studio, a considerar
-la natura specifica. Intanto ho creduto mio dovere, innanzi di entrare
-ne' miti vedici, accennarvi a tutto ciò che si mescolò con essi, senza
-avere con essi analogia di origine e di carattere. Quando il deva
-discende a terra, abbiamo veduto ch'esso perde la sua prima e propria
-natura mitica; quando egli diviene nel cielo un'astrazione, e non
-corrisponde quasi più ad alcuna forma fisica, incomincia la religione,
-e finisce la mitologia vedica; esclusi dalla quale gli elementi che
-non le sono proprii e caratteristici, il nostro studio diviene più
-semplice, e, s'io non m'inganno, più efficace; e possiamo ancora
-noi affacciarci la grave e consueta, ma un po' oziosa questione che
-preoccupa la storia d'ogni antica religione: se cioè nell'età vedica
-domini il Monoteismo od il Politeismo. Per risolvere tale questione
-dobbiamo dunque semplicemente distinguere l'età vedica in tre periodi:
-il più antico, assolutamente politeistico, ci offre gli Dei fisici; in
-un periodo secondario, gli Dei fisici pigliano persona eroica; in un
-terzo periodo, appare il Dio uno, ossia il Dio metafisico, che nasce
-generalmente al di fuori degli Dei personali, sopra un nome che non
-appartiene ancora o non appartiene più ad alcuno; si crea allora il Dio
-per l'attributo, e non più l'attributo pel Dio.
-
-Ritornando, quindi, al nostro primo asserto, nel principio si adorarono
-le sole forze e forme singolari e molteplici della natura; ma, se
-nell'Olimpo vedico si vuol rappresentare con una sola parola tutti gli
-Dei, non troviamo altro centro di unità all'infuori del cielo. Così,
-nel nostro linguaggio, siamo ancora soliti ad invocare il cielo come
-sommo nostro protettore. Più spesso che il nome di Dio, il quale non
-può essere proferito invano, le nostre donnicciuole pregano _il cielo_,
-perchè faccia le grazie da loro desiderate; il cielo rappresenta,
-per esse, l'Onnipotente. Il cielo deve accompagnare gli amici che si
-mettono in viaggio, e s'impreca avverso ai nemici; _per amor del cielo_
-si supplica; ed è _il cielo_ che ci deve guardare dal fare il male.
-La nozione del cielo come sede del divino, passata nel primo versetto
-della Orazione domenicale cristiana, è più antica del Cristianesimo.
-Invocando il cielo, noi, se pensiamo a qualche cosa (il più spesso
-non pensiamo a nulla), ci raffiguriamo la sola vôlta azzurra; ma,
-nel nominarlo, gli attribuiamo una potenza arcana, che, per essere
-incombente sopra di noi, immaginiamo a noi inevitabilmente propizia
-o funesta. Il cielo è ornato di astri luminosi e armato di fulmini;
-non vediamo chi li muove; ma vediamo che si muovono dal cielo; perciò
-veneriamo il _cielo_ come _Dio_, parola che, in origine, come abbiamo
-già detto, valeva soltanto _il celeste_. Se il _cielo_ fisico si voglia
-pertanto ammettere (come, studiando i miti vedici originarii, si deve),
-non solo quale equivalente del _Dio_, ma come sede di tutto ciò che
-è _Dio_, ossia di tutto ciò ch'è _celeste_, e però come _Dio_ per
-eccellenza, avremo pure nella primitiva mitologia vedica una forma di
-Dio unico, da cui partono tutti gli Dei e al quale, come sue qualità,
-forze, ornamenti, fenomeni, essi fanno universalmente capo. Ma è troppo
-evidente che questo Dio fisico non ha nulla di comune col Dio supremo,
-unico, universale delle teologie; e che non può giovare in alcuna
-maniera a sostegno delle loro dottrine, le quali si fondano sopra il
-principio che l'uomo ha sempre sentito ingenito in sè il bisogno di
-adorare un Creatore supremo, un supremo Rettore dell'universo. Io non
-ho qui a discutere questo principio, ma solamente a dimostrare che gli
-antichi Inni vedici non ne recano traccia, come si fondano invece sopra
-di esso parecchi inni dell'ultimo periodo vedico. Quali possano essere
-le nostre credenze, noi dobbiamo in uno studio storico e critico, come
-quello che abbiamo intrapreso, far conto di non averne alcuna, per
-attribuire ad ogni età il suo proprio carattere. Ora, per conchiudere
-intorno agli Dei vedici, dobbiamo, a fine d'intenderci, insistere sopra
-la distinzione da noi fatta tra gli Dei fisici, eroici e metafisici;
-dal non averla fatta son nate, parmi, finqui le molte oziose
-discussioni sopra il carattere primordiale della religione indiana.
-Nel primo periodo vedico abbiamo cose celesti e lievi persone celesti;
-nel secondo periodo abbiamo il dramma eroico di queste persone; nel
-terzo periodo, accanto ad idoli, idee umane elevate ed astratte in una
-forma divina e quasi impersonale; si è detto che, nel mito, i nomi sono
-diventati Numi; io potrei soggiungere che alla loro volta i Numi si
-sono astratti in semplici nomi fatti immobili, perciò sterili, inetti
-a divenir plurali, se non addizionando e moltiplicando sè stessi per
-sè stessi, ossia facendosi infinito assoluto. Il mito quando discende
-troppo basso, o quando sale troppo alto, si distrugge; il suo posto è
-nel cielo; staccandosi dal cielo, perde la sua natura; perciò è nel
-cielo che lo dobbiamo essenzialmente esaminare: vedremo pertanto,
-prima di ogni cosa, come il cielo nell'età vedica fosse appellato,
-quale persona mitica avesse, quali fossero i suoi caratteri divini, per
-indagar quindi come fosse popolata quella scena olimpica.
-
-
-
-
-LETTURA SECONDA.
-
-IL CIELO.
-
-
-Il cielo appare negl'inni vedici con diversi nomi e sotto diverse
-forme; ma il suo nome proprio è _Dyu_, il cui nominativo è _Dyaus_
-(Zeus) e il cui genitivo è _Divas_; importa notare questo caso,
-perchè apprendiamo da esso che il cielo è il padre dell'aurora, che
-il luminoso è il padre dell'ardente o brillante _Ushâ_, e che _Indra_
-come _Divaspati_ è il signore, il reggitore del cielo. Noi non abbiamo
-nessun dubbio intorno all'unico significato mitologico della parola
-_Dyu_; non solo esso è il _cielo_, ma il cielo nella sua forma più
-semplice. Vi sono altre forme divine, e però altri nomi del cielo
-negl'inni vedici, ma il cielo per eccellenza è _Dyu_. Nell'ellenico
-Zeus ci si affaccia un Dio complesso, polimorfo; nel vedico _Dyaus_
-ci si offre invece un Dio elementare. Esso è il cielo tal quale nel
-suo aspetto luminoso, e nella sua virtù fecondatrice. Non vediamo
-ancora la persona umana del Dio; esso è un essere animato, ma la sua
-forma esterna è quella che appare alla vista degli occhi, non alla
-mente immaginosa. La divisione del cielo in tre cieli, di cui il primo
-inferiore (_Avama_), il secondo medio[3] (_Madyama_), il terzo supremo
-(_Uttama_), è già vedica. Perciò troviamo negl'Inni vedici, oltre il
-_cielo_, ricordati _i cieli_ (_Dyavas_).
-
-Vediamo ora con quali appellativi _Dyu_ (o _Dyo_), il cielo, venga
-salutato negl'Inni vedici. Egli è, sovra ogni cosa, pel suo aspetto, il
-_grande_, il _vasto_, il _profondo_, il _fisso_; per i suoi effetti, il
-_mellifluo_, il _lattifero_, il _ricco di semi_ e conseguentemente il
-_benefico_; e, poichè il cielo opera pure sopra la terra con un certo
-ordine, esso diviene l'_ordinato_ ed il _giusto_. Ma, finqui, noi non
-abbiamo ancora nessuna vera e propria persona divina. Sono epiteti
-naturali dati al cielo; nessun mito ancora si scolpisce. A scolpire
-il mito occorre non solo l'anima, ma l'animale. Mi si potrebbe forse
-opporre che vi è il mito anco in un'erba, in una fonte, in una pietra
-di virtù miracolosa; nè io codesto vorrei negare punto, ma soggiungerei
-come nella immaginazione popolare quell'erba, quella fonte, quella
-pietra ha sempre una virtù magica, per la riposta credenza che alcun
-genio o demone la possegga. L'animale poi può salire dall'infimo grado
-del bruto che non ha ancora vertebre, fino al perfetto vertebrato
-eroico, fino al nume metafisico che non ha più vertebre. Perchè il mito
-dunque nasca, occorre l'animale; ma, perchè l'animale viva, occorre
-la società. Noi abbiamo già il cielo ricco di semi; è necessario
-che questo seme non cada invano, che il ricco di semi divenga padre
-fecondatore, che il cielo divenga padre. Il cielo padre è il primo Dio,
-il primo mito naturale. Ma dove cade il seme celeste? dove si feconda
-il cielo? qual'è la sposa, qual'è la madre che il cielo feconda?
-
-A noi viene naturale il pensare subito alla terra, e la cosmogonìa
-ellenica, e alcuni Inni vedici, ne' quali cielo e terra si trovano
-evidentemente invocati insieme, l'uno come padre, l'altro come madre,
-rendono non solo naturale, ma necessaria questa ipotesi. Se non che,
-mentre _Dyu_ è indubbiamente _il solo cielo_, vi è dubbio che la
-_Prithivî_ ossia _la larga_, ch'esso feconda, non sia sempre la sola
-terra. Vi sono due inni nel quinto libro del _Rigveda_, nei quali
-si parla evidentemente di una _Prithivî_ celeste. Uno di questi inni
-(il cinquantesimo sesto) ci rappresenta la _Prithivî_ come _la Pluvia
-rallegrante che arriva_; un altro (l'ottantesimo quarto) ce la nomina
-come la luminosa che versa torrenti di pioggia sopra la terra, la
-quale per distinguersi non è qui chiamata _Prithivî_, ma con l'altro
-suo appellativo di _Bhûmi_.[4] Qui è evidente che _Prithivî_ è la
-nuvola, come la larga, la estendentesi a segno da occupare tutto il
-cielo, oppure il cielo stesso nuvoloso. Ma è raro che questa _Prithivî_
-celeste appaia esplicitamente distinta negl'inni vedici. _Dyu_ è più
-spesso il fecondatore della terra, della larga terrena, sia col suo
-proprio nome, sia sotto forma del _Dyu Parg'anya_ (lo slavo _Perkun_),
-che è il vero Giove Pluvio, e come tale trovasi distintamente invocato
-in alcuni Inni vedici. _Parg'anya_ vale propriamente _la nuvola tonante
-e pluvia, la nuvola tempestosa e la pioggia, il Dio della tempesta_.
-Il cielo Tonante e Pluvio, il _Dyu_ come _Parg'anya_ è il fecondatore
-della terra, la quale perciò è venerata nell'_Atharvaveda_ col nome
-di _sposa di Parg'anya_ (_Parg'anya-patnî_). Abbiamo veduto esservi
-_il cielo_ ed _i cieli_, così _la pioggia_ e _le pioggie_, _la nuvola
-pluvia_ e _le nuvole pluvie_; tuttavia come Dio, _Parg'anya_, al pari
-di _Dyu_, è sempre un singolare. La voce di _Parg'anya_ sona bene
-e vigorosa (_vâc'am parg'anyaçcitrâm vadati tvishîmatîm; Rigv._, V,
-63). Esso versa il seme e fa germogliare le erbe; per esso il cielo
-si riempie, e la terra si feconda (_pinvate svah-Parg'anya Prithivim
-retasâ 'vati_). Mentre _Parg'anya_ tuttavia è rappresentato come
-benefico fecondatore della terra, il poeta vedico, nel descrivere,
-con molta verità d'immagini, il temporale, ci fa presente il terrore
-degli uomini nell'udire i venti che fischiano, nel vedere gli alberi
-atterrati, i lampi e fulmini che guizzano; tutto il creato è preso
-di spavento, quando _Parg'anya_ si scatena; sebbene egli castighi
-solamente i colpevoli, anche gl'innocenti ne hanno paura. E in questo
-Dio, in questo _Parg'anya che tonando ammazza i cattivi_ (_Parg'anyah
-stanayan hanti dushkritah; Rigv._, V, 83), noi abbiamo una prova
-evidente che già esisteva nel primo periodo vedico, poichè l'inno
-83º del V libro del _Rigveda_ a _Parg'anya_ ha per me un carattere
-particolarmente antico, la superstizione ancora viva nel nostro popolo
-che il diavolo si pigli l'anima di quelli che muoiono fulminati (dove
-passa il diavolo lascia odore di zolfo; lo stesso odore lascia il
-fulmine ove cade; quindi è naturale che si credano portate via dal
-diavolo le anime dei fulminati).
-
-Abbiamo detto che _Dyu_ il cielo è lo sposo di _Prithivî_ la larga;
-abbiamo aggiunto che allo sposo della terra, al fecondatore di essa
-si dà pure il nome di _Parg'anya_; ma giova aggiungere come un inno
-vedico (_Rigv._, VII, 102), invece di rappresentarci _Parg'anya_ come
-un _alter ego_ di _Dyu_, ce lo dice apertamente suo figlio. Sotto
-questo aspetto, _Dyu_ il cielo si feconderebbe in sè stesso, unendosi
-con quella _Prithivî_ celeste che abbiamo sopra ricordata, ossia
-la nuvola larga, per produrre la pioggia, il temporale, il Dio del
-temporale, _Parg'anya_. Sebbene adunque gl'Inni vedici non ci dicano in
-modo preciso che _Dyu_ feconda la _Prithivî_ celeste come feconda la
-terrena, nel trovarvi appellato _Parg'anya_ figlio di _Dyu_, abbiamo
-qualche ragione probabile di supporre _Dyu_ sposo della _Prithivî_
-celeste. Da prima egli si fecondò nel cielo, e poi una sua creatura,
-ossia un altro sè stesso fecondò la terra. Nè solo la _Prithivî_
-celeste, ossia la vasta, la distendentesi, dovettero in origine essere
-la nuvola, occupante tutto il cielo, ma ancora la tenebra notturna, la
-notte e la nuvola, e l'aurora, uno de' nomi vedici della quale è pure
-_Urvâçî_, ossia la _larga avanzantesi_. E, come troviamo _Dyu_ che,
-oltre il cielo luminoso, significa anche _il giorno_, così interpreto
-pure la _Prithivî_ celeste ora pel cielo notturno, ora per la prima e
-l'ultima parte del giorno rappresentate dalle grandeggianti aurore. E
-mi rappresento il vedico duale _Dyavâ Prithivî_ come un equivalente di
-_Mitra_ e _Varuna_, _Mitra_ il giorno, _Varuna_ il copritore notturno,
-e poi l'acquoso oceano. È solamente per mezzo di questa interpretazione
-che noi possiamo intendere come _Dyu_ e _Prithivî_ siano chiamati
-insieme _Devaputre_, ossia _aventi per figli gli Dei_; chè il cielo
-luminoso diurno e il cielo notturno e crepuscolare, che può essere
-luminoso anch'esso, sono i soli veri e proprii genitori degli Dei,
-ossia dei luminosi, mentre sarebbe un assurdo il supporre la terra
-madre degli Dei. Di _Bhûmideva_, o _Dio della terra_, gl'Indiani
-ne conobbero uno solo, il Bramino, per decreto della stessa casta
-brâhmanica, e il fuoco sacrificale sua creatura; gli altri Dei sono
-tutti celesti. E, quando nell'inno vedico (_Rigv._, VI, 50) si trova
-congiunto _Dyaur devebhih Prithivî samudrâih_, mi parrebbe ancora nel
-primo caso di vedere il cielo luminoso popolato di Dei, nel secondo il
-cielo tenebroso, o notturno, o nuvoloso, e però naturalmente acquoso,
-crepuscolare, mentre mi parrebbe un non senso il rappresentare la
-terra acquosa per rispetto a _Dyu_, ch'è appunto celebrato come quello
-che manda giù l'acqua. Non negando dunque io in alcuna maniera che la
-_Prithivî_ ricordata negl'Inni vedici non sia spesso la terra fecondata
-dal cielo, credo si debba nel duale _Dyavâ Prithivî_ considerare più
-spesso una _Prithivî_ celeste, della quale può esser duplice, sebbene
-analoga, la natura, secondo che la si consideri nella nuvola o nella
-notte tenebrosa e luminosa e, come luminosa, anche nell'aurora, che
-vedemmo già chiamarsi larga. Che la nuvola sia chiamata l'ampia,
-la distendentesi; che la notte sia considerata come _la distesa_
-(_âyatî_), lo rileviamo dall'inno 127º del X libro del _Rigveda_, in
-cui la notte luminosa è cantata sotto il suo appellativo di _râtrî_:
-essa caccia, per mezzo de' suoi occhi risplendenti, d'ogni parte le
-tenebre; sul principio della notte, quando gli astri non brillano
-ancora in tutto il loro splendore, appaiono i mostri tenebrosi, che
-la notte luminosa deve tenere lontani; quando verso il mattino gli
-astri notturni impallidiscono, ritornano i mostri tenebrosi; allora
-è invitata l'aurora mattutina, la grandeggiante figlia del cielo, a
-disperderli. La relazione, in cui sono poste in quest'inno fra loro
-la notte e l'aurora, chiamate fra loro _sorelle_, e la somiglianza
-dei loro ufficii, ci danno diritto a supporre la notte come figlia
-del cielo al pari dell'aurora. Siccome vedemmo _Parg'anya_ esser
-chiamato figlio di _Dyu_, dicemmo _Prithivî_ esser pure celebrata in
-due inni vedici come la nuvola pluvia; niente di più naturale che il
-considerare anche la _Prithivî_ celeste come figlia di _Dyu_. Come
-poi l'aurora si congiunge con gli _Açvin_, i Dioscuri indiani, così,
-nell'inno 132º dello stesso X libro del _Rigveda_, essi trovansi uniti
-con la _Bhûmî_, noto equivalente della _Prithivî_, nuova analogia
-che ci permette di ravvisare nella _Prithivî_ congiunta con _Dyu_ un
-essere celeste. E questa probabilità cresce, osservando come nello
-stesso inno 132º, nel quale s'incominciano a celebrare _Dyu_ e _Bhûmî_
-(altro nome di _Prithivî_), in relazione con gli _Açvin_, dei quali
-l'uno è in particolare relazione col giorno, l'altro con la notte,
-si cantano pure _Mitra_ e _Varuna_, dei quali il primo regge il cielo
-diurno, l'altro specialmente il cielo crepuscolare e notturno. Quando
-poi i due cieli, il _Dyu_ per eccellenza, il cielo diurno, e il _Dyu_
-notturno si riuniscono, abbiamo un essere supremo, che, come mascolino,
-si chiama _Divaspati_ (una specie di _Diespiter_), ossia _Indra_,
-e come femminino si chiama _Aditi_. _Indra_ si vede venir fuori dal
-_Dyu_, dalla _Prithivî_, _dall'oceano, dal cielo nuvoloso_ (_Rigv._,
-IV, 20); è evidente che in queste sedi del Dio _Indra_ si enumerano
-tutti gli aspetti del cielo. Ma la parola _Dyu_, _div_, non fu solo
-un mascolino, ma anche un femminino; questo femminino prese nel mito
-il nome speciale di _Aditi_, ossia la infinita, indestruttibile vôlta
-celeste, la luminosa insieme e la larga, la madre degli Dei luminosi,
-degli _Adityas_. Essa è pure la madre di _Mitra_ e _Varuna_. Un inno
-(_Rigv._, IX, 97), dopo avere invocato il padre Cielo (_Dyaushpitar_),
-la madre _Prithivî_ (_Prithivî matâr_), il fratello fuoco, gli otto
-_Vasavas_ luminosi reggitori del mondo, e gli eroici _Adityas_ o
-figli di _Aditi_, invoca finalmente _Aditi_ come la Dea celeste
-che comprende in sè sola tutti gli Dei. Come madre dei venti (_mâtâ
-rudrânam_), che finalmente essa viene in un inno salutata (_Rigv._,
-VIII, 90), e sorella degli _Adityâs_ e figlia dei _Vasavas_, essa non
-può essere che una personificazione celeste. La _Prithivî_ pertanto
-ch'essa rappresenta mi sembra ancora dover essere una figura del cielo.
-Noi abbiamo già rammentati _tre mondi_, e _tre cieli_, o luminosi;
-dobbiamo aggiungere che gl'Inni vedici distinguono pure tre _Prithivî_,
-ossia _tre larghe_: una risponde al cielo altissimo, l'altra al cielo
-medio, la terza al cielo infimo; questa terza _Prithivî_ può essere
-la terra nostra, ma tuttavia ne dubito, per quanto questa _Prithivî_
-sia originaria produttrice di Dei e di miti. Chè, se accennammo come
-il trimundio vedico sia già diviso in etere celeste, aria e terra, e
-come in ciascuno di questi tre mondi i poeti vedici della decadenza
-collocarono undici Dei, ho pure avvertito come questa enumerazione
-fosse capricciosa ed arbitraria. Il terzo mondo, il terzo cielo,
-la terza _Prithivî_, sono figurati per l'amore del numero tre; nato
-questo terzo mondo, questo terzo cielo, questa terza _Prithivî_, era
-naturale che si pensasse alla terra, come produttrice alla sua volta
-di Numi. Che la terra avesse fin dalla più remota antichità vedica
-carattere sacro e venerando, non può essere messo in dubbio; essa era
-chiamata _matâr_. Questa parola vale propriamente _la produttrice_; ma,
-significando perciò anche _la madre_, dimenticato il senso etimologico
-della parola, si vide solamente più in essa _la madre_, e come madre i
-poeti vedici le parlarono con quel linguaggio tenero ed affettuoso con
-cui si suole parlare ad una madre. Manu ha pur detto che _la madre è
-un'immagine della terra_.
-
-Immaginatosi quindi un terzo cielo, prossimo alla terra (forse il
-cielo delle nuvole e dell'aurora, il più vicino alla terra), gli Dei di
-questo terzo cielo si unirono con la _Prithivî_ loro corrispondente,
-la quale suppostasi quindi essere la terra stessa, questa diventò
-alla sua volta sede amata degli immortali, i quali posero pur amore
-alle figlie della terra, come ce lo provano le leggende del periodo
-brâhmanico. Ma la terra che raccolse alcuni Dei, non ne ha creato
-alcuno vivace, nella sua forma originaria. E s'io ho tanto insistito
-su questo punto e se vi insisterò ancora un altro poco, non ho bisogno
-di dichiararvene il motivo, dopo il principio che abbiamo posto, tutti
-gli Dei primitivi essere nati nel cielo. S'io potessi ammettere che la
-_Prithivî_ del duale vedico _Dyavâ-prithivî_ è sempre la terra, dovrei,
-per questa sola interpretazione, alterare tutto il carattere della
-mitologia vedica. Ma quello che abbiam detto sembra darci il diritto
-di distinguere negl'Inni vedici una _Prithivî_ celeste che concorre
-essa stessa a produrre Numi e miti, dalla _Prithivî_ terrestre, la
-terra, la quale non fa altro se non ricevere i beneficii del cielo,
-e però della stessa _Prithivî_ celeste, per diventare alla sua volta
-benefattrice degli uomini. Escluso pertanto dal nostro studio quello
-che non appartiene propriamente al mito, vediamo ora come il cielo si
-manifesti negl'inni vedici in congiunzione colla _Prithivî_ celeste.
-_Dyu_ è il luminoso, _Prithivî_ è la larga; la luce si propaga nello
-spazio. Senza spazio non vi è splendore; lo splendido e la larga ci
-danno insieme tutto il cielo nel suo colore e nella sua estensione.
-Il giorno ha bisogno per riuscir pieno di occupar tutto lo spazio
-celeste; così pure la notte non è compiuta se non quando tutto il cielo
-s'è popolato di stelle. Sotto questo rispetto, avremmo due luminosi
-e due larghe celesti, il luminoso diurno e il luminoso notturno, la
-larga diurna e la larga notturna. Noi avremmo congiunte più tosto due
-qualità del cielo stesso, che due mondi diversi; la luminosa larga
-diurna, la luminosa larga notturna; e le due qualità considerate come
-femminine (osservo come _Dyu_ staccato da _Prithivî_ appare mascolino,
-mentre _Dyavâ_ congiunto con _Prithivî_ si manifesta un femminino)
-costituirebbero la Dea universale _Aditi_ (_Dyavâ-Prithivyau_ è nel
-_Nighantu_ un sinonimo di _Aditi_), come le due qualità interpretate
-quali mascolini ci darebbero il Dio diurno come notturno Indra, il
-signore del cielo per eccellenza, nel giorno del pari che nella notte.
-Noi abbiamo tuttavia fin qui proceduto anzi che per dimostrazioni
-dirette, per ragione di analogia ad argomentare della natura propria
-della vedica _Prithivî_ congiunta con _Dyu_ mascolino, con _Dyavâ_
-femminino. Vediamo ora più dappresso negli stessi inni del _Rigveda_
-la natura propria della mitica _Prithivî_; nell'inno 159º del I libro
-del _Rigveda_, _Dyavâ-prithivî_ appaiono come due sorelle gemelle,
-insieme coabitanti. Nell'inno seguente, _Dyavâ-prithivî_ sono chiamate
-insieme _rodasî_, quasi due fiumi di ogni abbondanza, capolavoro del
-_più operoso degli Dei_; da entrambi gl'inni non si rende tuttavia
-chiaramente manifesto se la _Prithivî_ sia la terrena o la celeste.
-Ma, nella prima strofa dell'inno 185º dello stesso libro, sembra già
-identificarsi il duale _Dyavâ-prithivî_ col duale _ahanî_, che vale
-propriamente i _due giorni_, ossia le due parti del giorno, la luce del
-giorno e la luce della notte stellata lunare (o quella dell'aurora).
-Come si potrebbe domandare che cosa sia stato prima fra il giorno e
-la notte, il poeta vedico si esprime, rispetto a _Dyavâ-prithivî_, nel
-modo seguente: «Delle due, quale è la prima, quale la seconda; come son
-desse nate? o poeti, chi lo sa? esse, in verità, sostengono il tutto,
-quando il giorno e la notte, come una rota, vanno girando. Le due che
-non si muovono, sostengono molti che si muovono; le due non andanti
-(o prive di piedi, prive di andanti) portano molti che vanno (ossia
-forniti di piedi, di andanti); come sempre il figlio presso i suoi
-parenti, o _Dyavâ-prithivî_, liberateci dal male.» Poco dopo si dice
-che _Dyavâ-prithivî_ hanno gli Dei per figli, e che stanno entrambe fra
-i due giorni divini (ossia, come aurore crepuscolari, le rive celesti,
-fra il giorno e la notte). Ma la relazione fra _Dyavâ-prithivî_ e
-il cielo diurno e il cielo notturno, ossia fra il giorno e la notte
-che s'incontrano nel mattino e nella sera, mi sembra evidente in
-quest'altro versetto: «Sempre giovani s'incontrano le due sorelle
-gemelle presso i loro parenti, arrivanti al punto medio dell'universo.»
-Evidentemente abbiamo qui in _Dyavâ-prithivî_ due esseri femminini, che
-senza muoversi dal loro posto salgono più alto per ritrovare il supremo
-polo, il _pitror upastha_: a questo supremo polo, o umbilico celeste,
-non possiamo concepire ascendente la terra, mentre è naturalissimo
-l'immaginare ch'esso sia il punto medio della notte come il punto
-medio del giorno. Le _Dyavâ-prithivî_ a mezzogiorno e a mezzanotte
-ritrovano nel cielo la _yoni_ o vulva materna, onde si svolsero gemelle
-(_sayonî_) ed il _pitror upastha_, da cui furono generate.
-
-E ancora ritroviamo una _Prithivî_ celeste in quelle due
-_Dyâvâ-prithivî_ larghe, solide, vaste, invocate per ordine, genitrici,
-di bell'aspetto, che custodiscono l'ambrosia. Chè, se le leggende
-posteriori brâhmaniche fanno discendere l'ambrosia, l'acqua della
-vita, sopra la terra, ove gli eroi fortunati la sottraggono ai draghi
-guardiani, la vera, originaria sede dell'ambrosia è il cielo. L'inno
-si termina, pregando _Dyavâ-prithivî_ d'essere padre e madre, ossia
-protettore completo per i loro devoti invocatori. In tutto l'inno non
-abbiamo un solo indizio d'una _Prithivî_ terrena, nè un solo epiteto
-che non possa convenire alla _Prithivî_ celeste. Nell'inno 40º del
-II libro del _Rigveda_, _Dyu_ e _Prithivî_ sono considerati come
-creature degli Dei _Soma_ e _Pûshan_, i custodi di tutto l'universo
-e della divina ambrosia; nell'_amritasya nâbhi_ di _Soma_ e _Pûshan_
-è agevole il riconoscere l'_amrita_ od ambrosia, di cui vedemmo già
-_Dyavâ-prithivî_ custodi, e il _nâbhi_ supremo, a cui nel loro apogeo
-_Dyavâ-prithivî_ arrivano. E della natura primeva celeste degli Dei
-vedici _Soma_ e _Pûshan_ non è lecito il dubitare. Nell'inno 41º del
-II libro del _Rigveda_, _Dyâvâ-prithivî_ s'invocano perchè cerchino
-fra gli Dei l'offerta sacrificale arrivante fino al cielo, e gli Dei
-perchè si veggano fra loro; non mi par possibile qui immaginare la
-terra come messaggera; e mi convien perciò supporre una _Prithivî_
-messaggera celeste. Nell'inno 55º del IV libro, _Dyavâ-bhûmî_
-equivalenti di _Dyavâ-prithivî_ s'invocano insieme coi _Vasavas_, con
-_Aditi_, con _Mitra_ e _Varuna_, ossia con persone mitiche di certa
-origine celeste. E, in un'altra strofa dello stesso inno, come a
-definirci meglio il carattere di _Dyavâ-bhûmî_ dopo la materna _Aditi_
-si nominano i due giorni, ossia il giorno e la notte, l'aurora e la
-notte (_ahanî-Ushâsânaktâ_). Nell'inno 70º del VI libro del _Rigveda_,
-le _Dyavâ-prithivî_ sono le fornite di burro, le larghe, le belle,
-le melliflue, le ricche di seme, tutti attributi che convenendo al
-celeste _Dyu_ potrebbero pure convenire ad una _Prithivî_ celeste;
-ma quegli epiteti di _ghritaçriyâ_, _ghritapric'â_, _ghritâvridhâ_,
-ossia godente nel burro, saziantesi nel burro, accrescentesi nel burro,
-riferiti alla terra, non si sa troppo quanto le si appropriino, mentre
-si comprende come la _Prithivî_ ambrosiaca celeste (il burro, il miele
-e l'ambrosia assimilandosi) possa in tal modo denominarsi. Quando
-l'ultimo inno del settimo libro prega la _Prithivî_, perchè liberi dal
-male che viene dalla _Prithivî_ e l'atmosfera dal male che viene dal
-cielo, è possibile che si tratti della terra e dei mali che possono
-all'uomo derivare dalla terra. Ma quando il Dio _Indra_, nel sesto inno
-dell'ottavo libro, estende come una pelle le due _rodasî_, e come esse
-sono chiamate _Dyavâ-prithivî_, in queste _rodasî_ che si distendono a
-piacere di _Indra_, in queste due vesti acquose che coprono il cielo,
-in questi due oceani celesti che _Indra_ allarga, in queste due rive,
-spesso luminose, ch'egli supera, non possiamo riconoscere che il cielo
-diurno e il cielo notturno, il cielo luminoso e il cielo tenebroso o
-nuvoloso, o le due estremità luminose del cielo. La luce, la tenebra,
-la nuvola, l'aurora sono elastiche, ed _Indra_, il signore del cielo,
-le può a suo piacere distendere; _Indra_ che allarga la terra non
-si potrebbe spiegare. È incerto, se si debba vedere la _terra_ nel
-58º inno del X libro del _Rigveda_,[5] che tradurrò per intiero. È
-un inno funebre, in onore del morto Subandhu: «Poichè l'anima tua se
-ne andò lontano presso Yama, figlio di Vivasvant (il Dio dei morti),
-perciò noi ce ne ritorniamo qua ad abitare ed a vivere. Poichè l'anima
-tua se ne andò lontano nel cielo, nella _Prithivî_, nella _Bhûmî_
-dai quattro angoli, ne' quattro punti dell'orizzonte, nell'oceano
-acquoso, ne' lampi,[6] nelle acque, nelle erbe, nel sole, nell'aurora,
-ne' monti giganteschi, in tutto il mondo, negli estremi confini; e
-poichè l'anima tua se ne andò lontano in quello che fu, in quello
-che sarà (ossia, poichè non è più presente), noi ce ne ritorniamo
-qua ad abitare, a vivere.» Da questo interessante inno panteistico
-si comprende che l'anima del morto si disperde in tutto l'universo;
-ma, poichè ogni versetto ci fa sapere che si disperde lontano, dubito
-che la _Prithivî_ e la _Bhûmî_ non sia qui la terra, come le acque
-e le erbe, in cui l'anima del morto passa, debbono essere le acque
-e le erbe mitiche, ossia originariamente celesti e luminose. E tanto
-più ne dubito, poichè gli altri Inni funebri vedici consegnano alla
-terra ed al fuoco sotterraneo malefico il corpo, ma non mai l'anima,
-la quale invece viaggia, e viaggia in alto, e viaggia lontano, sulla
-vetta delle alte montagne, ove l'aurora si mostra, nella sfera luminosa
-del sole, a traverso le stelle, nel mondo lunare, ne' quattro punti
-cardinali. L'anima divien genio, e quel genio ama le forme più lievi,
-le sedi più elevate; se esso penetrasse subito nella terra opaca non
-potrebbe più muoversi, nè fare altri viaggi, secondo la sua mobile
-natura. Io m'induco pertanto a credere che anche in quest'inno funebre
-la _Prithivî_, la _Bhûmî_ lontana che l'anima del morto visita, è una
-_Prithivî_, una _Bhûmî_ celeste.
-
-Io non so se queste prove bastino a persuadere della natura celeste
-della _Prithivî_ vedica congiunta con _Dyu_ o con _Dyavâ_; ma quello
-che io credo poter sicuramente affermare è, che, negl'Inni vedici,
-nulla c'induce ad ammettere la personificazione di una Dea Terra.
-Questa nozione venne più tardi, quando cioè la _Prithivî_ celeste si
-dimenticò, ed alcune delle sue qualità furono attribuite alla terra
-propriamente detta. È importante questa distinzione, non solo perchè
-ogni verità ha la sua importanza per sè, ma ancora per interpretare
-le leggende del ciclo eroico indiano, ove gli Dei vedici hanno preso
-aspetto di eroi umani. A me non par dubbio che la _Sîtâ_ sia una
-persona eroica dell'aurora mitica; ma chi lo nega, cercherà avvertire
-la impossibilità di un tale ravvicinamento, poichè l'Aurora è nel
-_Rigveda_ la _figlia del cielo_ (_duhitar divas_), mentre _Sîtâ_
-apparirebbe la figlia di _Prithivî_, ossia della terra. Ma quando noi
-avessimo potuto provare che esistette una _Prithivî_ celeste, della
-quale il padre dell'aurora appare ora sposo, ora fratello, tutto
-l'edificio de' nostri contradittori cadrebbe. Ed ecco il motivo, per
-cui ho tanto insistito sopra una sola minuzia; la tela d'Aracne è
-entrata nella mitologia; se noi non tenessimo conto anche de' fili più
-tenui, la nostra opera, per quanto industre, non approderebbe a nulla.
-Il concepimento indiano della Terra madre fecondata dal Cielo padre
-si riduce ad esprimere la fecondazione naturale della terra per mezzo
-della pioggia celeste; i poeti vedici ed i latini hanno cantato questa
-relazione tra il cielo e la terra quasi con le stesse parole, senza
-che tuttavia da questa relazione poeticamente descritta si generassero
-miti vivaci e fecondi. I poeti vedici non hanno a questo riguardo detto
-niente più di Lucrezio, il quale, nel primo libro _De Rerum Natura_,
-cantava:
-
- _Postremo pereunt imbres, ubi eos pater aether_
- _In gremium matris terrai praecipitavit;_
-
-e nel secondo libro:
-
- _Denique coelesti sumus omnes semine oriundi:_
- _Omnibus ille idem pater est, unde alma liquentis_
- _Umoris guttas mater cum terra recepit,_
- _Freta parit nitidas fruges arbustaque laeta_
- _Et genus humanum._
-
-Questi versi sono il miglior commento ch'io possa offrire agl'Inni
-vedici per ciò che spetta la parentela fra il cielo e la terra;
-il cielo è padre degli Dei, e fecondatore della terra, la quale,
-fecondata, alla sua volta diviene madre degli uomini; perciò Giove potè
-con ragione chiamarsi _pater hominumque deumque_. E noi non abbiamo
-punto dismessi quegli antichi appellativi, quando diciamo per celia
-allo scoppio del tuono che _il padre Giove_ è in collera. In Piemonte e
-nel Veneto, Giove è divenuto _zio_ (_barba Giove_), ma è un appellativo
-anche più carezzevole di _padre_. Il cielo fu sempre, sotto tutte le
-forme, cantato come un benefattore, quantunque in esso si producano
-pure forme tenebrose, demoniache ed infernali. Ma queste forme sono al
-cielo stesso avverse; esso le combatte come nemiche, e, nella vittoria
-sopra di esse, il Dio diviene eroico.
-
-Ma il cielo che è, per noi mortali, e per molte figure celesti, padre,
-da chi fu creato esso stesso?
-
-I poeti vedici ammettevano già un creatore del cielo e della
-_Prithivî_, e, nella loro ingenua ammirazione, cantavano che il Dio
-loro autore, poichè poteva solamente essere un Dio, aveva dovuto essere
-il più operoso operaio. Abbiamo detto che Indra abbraccia il giorno
-e la notte, il cielo diurno e il cielo notturno, e che è cantato come
-_Divaspati_, ossia come signore del cielo; esso è pure celebrato come
-genitore del _Dyu_, e genitore della _Prithivî_ (_Rigv._, VI, 30; VIII,
-36), genitore del padre e della madre ch'egli trasse dal proprio corpo
-(_tanvah svâyâs_): perciò essi sono considerati ciascuno per sè come
-una sola mezza parte del Dio Indra, il quale abbraccia tanto il _Dyu_
-quanto la _Prithivî_, che lo seguono, come il rotante carro segue
-il cavallo (_Rigv._, VIII, 6), altro indizio che ci conferma come si
-tratti qui d'una mobile figura di _Prithivî_ celeste; il giorno e la
-notte seguono Indra, ossia Indra regge il cielo diurno e notturno.
-Quando Indra tona, i suoi due figli ne tremano. Ma perchè in Indra
-vi sono le qualità del Dio Pûshan e quelle del Dio Soma, così _Dyu_
-e _Prithivî_ si raffigurano pure come figli di _Soma_ e _Pûshan_: e
-perchè Mitra (o Savitar) e Varuna sono altre due forme corrispondenti
-alla duplice qualità diurna e notturna del Dio Indra, _Dyu_ e
-_Prithivî_ appaiono pure figli di Mitra e di Varuna, di cui il primo
-presiede al giorno, il secondo alla notte.
-
-Indra stesso, come artefice per eccellenza, piglia il nome di
-_Tvashtar_, forma che quindi si distingue da lui per divenire
-l'artefice privilegiato degli Dei, per i quali crea ogni forma celeste,
-e però anche _Dyu_ e _Prithivî_. L'espressione d'Indra creatore
-del cielo equivale dunque a quest'altra _il cielo crea sè stesso_,
-poichè, come vedremo, l'antico Indra non fu altro se non il cielo.
-Relativamente moderne consideriamo la tradizione cosmogonica dell'_uovo
-d'oro_ (_Hiranyagarbha_), da cui, secondo un inno vedico (X, 121),
-sarebbero venuti fuori anche _Dyu_ e _Prithivî_, e quasi brâhmanica
-quella, per cui dalla testa di _Purusha_, il maschio universale,
-sarebbe uscito _Dyu_, il cielo, dall'umbilico di Purusha l'aere
-intermedio, dai piedi di Purusha la Bhûmî, che in questo caso appare
-veramente la terra, dove, pertanto, discesi ci fermeremo, per risalire
-con miglior animo, nella prossima lettura, in cielo, a conoscere la
-poetica figlia di Dyu, la bellissima delle Dee, l'Aurora, la quale,
-come la forma più luminosa del cielo, diede pure origine ad alcuni de'
-miti più eleganti e più splendidi.
-
-
-
-
-LETTURA TERZA.
-
-L'AURORA.
-
-
-Gl'Inni vedici rappresentano a noi l'aurora sotto un aspetto
-molteplice; ora essa è l'aurora, fenomeno luminoso puramente fisico,
-quale noi lo osserviamo ancora; ora ci si mostra in forma di donna;
-ora in aspetto e virtù di vaga fanciulla o di eroina; ora in figura
-di dea. Questa molteplicità d'aspetti, ne' quali l'aurora vedica si
-manifesta a noi, anzi che mettere in confusione la nostra mente, la
-rischiara invece, dimostrandoci, in modo non meno evidente che poetico,
-in qual forma il fenomeno fisico abbia preso persona, e la persona sia
-diventata eroica e divina. Gl'Inni vedici all'aurora, quando si faccia
-eccezione per pochi frammenti, hanno tutti un carattere di veneranda
-antichità. Noi ci trasportiamo, per essi, ad una età patriarcale ed
-eroica, nella quale l'uomo ariano per la prima volta sembra espandere
-al di fuori di sè le sue giovani forze, con l'inno pastorale e con la
-epopea guerresca. Perciò essi hanno per noi un fascino irresistibile.
-Noi assistiamo al primo prorompere del poetico entusiasmo umano innanzi
-agli splendori della natura, varia ed una, potente e meravigliosa.
-Noi sentiamo, leggendo quegli inni, come, se l'anima nostra fosse più
-ingenua, recati innanzi allo spettacolo degli stessi fenomeni naturali,
-canteremmo ancora in quel modo. Gl'Inni vedici all'aurora non sono
-solamente note particolari poetiche del sentimento ariano, ma ancora
-più spesso espressione del sentimento universale che occupa l'uomo
-innanzi alla pompa del cielo _mattutino_ e _vespertino_ (e che si
-rinnova solenne al risorgere della primavera e al cadere dell'autunno).
-
-A tutti noi è accaduto di osservare un bel tramonto di sole, _il
-rosso di sera_, che ci fa, dicesi, sperare il bel tempo pel giorno
-appresso: _Rosso di sera buon tempo si spera_. Ad alcuno di noi
-dev'esser pure accaduto di fantasticare sopra quel mobile quadro
-luminoso che ci presenta sul fine del giorno il cielo occidentale.
-Se potessimo considerare più spesso quel fenomeno, ci renderemmo più
-agevolmente ragione di molte forme della primitiva mitologia ariana.
-Ma, se molti di noi abbiamo contemplato un'aurora vespertina, pochi
-di noi, a motivo del nostro rinchiuso vivere cittadinesco, possiamo
-ricordare d'aver visto nascere l'alba e poi l'aurora del giorno, due
-momenti distinti nel tempo, che il mito ha pure espresso in singolari
-forme mitiche (prima il cielo d'Oriente albeggia, poi rosseggia). Io
-ebbi la ventura di contemplare la magnificenza di tali spettacoli
-sopra le vette alpine, e dall'impressione che essi fecero sopra di
-me, posso argomentare, in parte, la ragione che fece sugli altipiani
-dell'Asia centrale inneggiare con tanto ingenuo calore i primi pastori
-e guerrieri ariani. Per comprendere la natura, bisogna sentirla; per
-sentirla, bisogna accostarsi ad essa; gl'Inni vedici all'aurora sono
-l'espressione più fedele de' sentimenti, che la natura ha svegliato nel
-petto dei nostri più remoti e più immaginosi fratelli asiatici.
-
-Ed ora osserviamo i diversi aspetti, ne' quali dicemmo apparirci
-descritta l'aurora presso gl'Inni vedici.
-
-1. _L'aurora come fenomeno fisico._ I suoi nomi _Ushas_ e _Ushâ_
-valgono la _brillante_; e così il maggior numero degli appellativi
-vedici dell'aurora _vibhâvarî_, _bhâsvatî_, _çubhrâ_, _ahanâ_,
-_dyotanâ_, _çuc'î_, _çukrâ_, _ruçatî_ hanno il medesimo significato.
-Gli appellativi _çvetyâ_ e _arg'unî_ o _la bianca_, e _ghr'itapratîkâ_
-o l'_imburrata_, la _simile al burro_ (_ghritamduhânâ_, ossia
-_mungenti_ o _stillanti burro_ son chiamate le aurore nell'inno
-41º del VII libro del _Rigveda_), rappresentano particolarmente
-_l'alba_, il giorno che si schiarisce; oltre a questo, l'aurora è
-ancora chiamata _supeçasa_, ossia _la di bella forma_ (così denominata
-insieme con la notte luminosa); _supratîkâ_, ossia _la ben fatta_,
-_la bella_; _ranvasandr'ik_, _sudr'içîkasandr'ik_, ossia _quella dal
-bell'aspetto_; _arushî_, ossia _la rosseggiante_; _arunapsu_, ossia
-_quella dall'aspetto rosseggiante_; _hiranya-varnâ_, ossia _quella
-dal color d'oro_; _sûnritâ_, ossia _la bene moventesi_, _l'agile_,
-_la ordinata_; _yuvati_, ossia _la giovine_, _la sempre giovine_, _la
-giovine immortale_; _odatî_, ossia _la umida_. Quest'ultimo appellativo
-ci rappresenta l'aurora stillante rugiada, ch'è l'acqua della vita,
-l'acqua dell'immortalità, l'ambrosia del giorno: l'aurora è anzi
-chiamata _amr'itasya nabhih_ (_Rigv._, VIII, 90), carattere che essa
-ha comune con la _Pr'ithivî_, la quale si è identificata talora con
-l'aurora. L'inno 51º del IV libro del _Rigv._, dopo aver invocate le
-aurore luminose figlie del cielo, invoca la grazia di Dyaus e della
-divina Pr'ithivî che in parecchi Inni vedici è celebrata per la sua
-facoltà di estendersi, di dilatarsi. Come Indra estende il cielo,
-così l'aurora la luce, _l'aere luminoso_ (_â dyâm tanoshi raçmibhir
-antariksham uru priyam ushah çukrena çocishâ; Rigv._, IV, 52). E poichè
-quegli umori stillanti, quella luce diffusa, hanno virtù di avvivare
-e di allegrare, l'aurora è pure chiamata _sumnâvarî_, ossia _ricca di
-gioie, di beni_, poichè l'oro è emblema di ricchezza, e l'aurea aurora
-discopre ogni giorno le velate ricchezze del mondo; essa è ancora,
-come _maghonî_, _citrâ-maghâ_ e _dânucitrâ_, la _ricca_; e poichè le
-ricchezze furono presto considerate come una fortuna, anzi come la
-fortuna stessa, l'aurora vedica venne ancora salutata con l'appellativo
-di _subhagâ_.
-
-Abbiamo detto che l'aurora è chiamata _sûnritâ_, ossia _la mobile,
-l'agile, la destra_; e poichè in una mobile si videro parecchie
-mobili, perciò l'aurora si chiamò pure, oltre che _sûnritâ_, anche
-_sûnritâvatî_, _sûnritâvarî_, ossia _la fornita, l'accompagnata con le
-mobili, con le agili_. Non discostiamoci, di grazia, trattandosi di
-miti elementari, dal senso etimologico delle parole; e ci renderemo
-ragione più pronta della loro probabile formazione. _Sunritâ_ vale
-_la mobile_; la parola _go_ (_gau_) esprime _l'andante_ (dalla radice
-_gam_, _gâ_ andare) e _la sonante_ o _muggente_ da un'altra radice _gâ_
-che significò _sonare_ e _cantare_; l'aurora vedica, come _andante_,
-si chiamò non solo _sûnritâ_, ma _go_; ora _go_ è il nome che si
-dà alla vacca _muggente_; perciò _la mobile aurora_ e _le mobili
-nell'aurora_ chiamandosi _gavas_ furono scambiate per _le vacche_;
-e come la _sûnritâ_ o _mobile_ diventò _sûnritâvatî_, o _fornita di
-mobili_; così la _go_ aurora, propriamente ancora _la mobile_, diventò
-_gomatî_, ossia _la fornita delle mobili_. Ma poichè la parola _go_,
-come _sonante_, servì poi specialmente ad esprimere la _vacca_, si
-vide nella _go_ aurora (mobile) come nella _go_ nuvola (mobile insieme
-e tonante) una vacca, anzi molte vacche, alle quali sono paragonati i
-raggi luminosi (_prati bhadrâ adr'ikshata gavâm sargâ na raçmayah_),
-onde nacque non solo l'aurora concepita come _vacca rosea_ (_vacca
-innocente, eterna, Aditi_ la chiama l'inno 90º dell'VIII libro del
-_Rigv._), ma l'aurora _gomatî_, ossia l'aurora _fornita di vacche._
-Ed ecco la prima personificazione dell'aurora, cagionata da un
-singolare e poetico equivoco del linguaggio. Ma, se dobbiamo credere
-al commentatore _Sâyana_, in alcuni Inni vedici la parola _go_ non
-rappresenterebbe soltanto _la vacca_ (ossia la muggente), ma anche _il
-cavallo_ (_l'andante_). Il nome proprio del cavallo, _açva_ (equus), ha
-pure il significato di _andante, penetrante, veloce_. L'aurora, come
-mobile, non fu solo _go_, ma anche _açvâ_ (propriamente), _veloce_; e
-non solo _açvâ_, ma _açvâvatî_, ossia _fornita di celeri_ o _cavalle_,
-_ricca di celeri_ o _cavalle_. Concepita per tal modo l'aurora come
-ricca di vacche e di cavalle, niente più naturale che il poeta vedico
-l'invocasse, come accrescitrice degli armenti, come liberale all'uomo
-di cavalli e di vacche (Nû no _gomad_ vîravad _dhehî ratnam usho
-açvavad_ purubhog'o asme; _Rigv._, VII, 75); e quando il poeta chiama
-l'aurora con frequente appellativo _vag'înî_, ossia _fornita di cibi_,
-i cibi desiderati, come ce ne assicura l'inno 81º del VII libro del
-_Rigv._, non sono altro che _vacche_ (_vâg'ân_ asmabhyam _gomatah_), il
-quale indizio ci proverebbe che l'età vedica non era punto pitagorica.
-Nell'inno 92º del I libro s'invoca dall'Aurora il dono di cibi, ne'
-quali le vacche siano la cosa principale (_usho goagrân upa mâsi
-vâg'ân_).
-
-2. _L'aurora come persona._ L'aurora mobile e rosea, che, denominata
-_go_, pigliò forma di vacca, o di un armento di vacche (l'inno 92º
-del I libro del _Rigv._ invoca non un'aurora, ma molte aurore e le
-chiama insieme _le madri vacche rosseggianti_), l'aurora mobile e
-rapida che prese nome di _acvâ_, e assunse perciò forma di _cavalla_ (e
-_rossastra come una bella cavalla_ la chiama il 30º inno del I libro,
-e il 52º inno del IV libro del _Rigveda_), e le aurore, che nell'inno
-41º del VII libro trovo chiamate _açvâvatîh_, al plurale, sono tema
-specialissimo di quella che intitolai _Mitologia zoologica_.[7]
-
-Noi dobbiamo soltanto veder qui che cosa abbiano potuto divenire
-nell'età vedica l'aurora _gomatî_, ossia _fornita di vacche_; l'aurora
-_açvâvati_, ossia _fornita di cavalle_. L'aurora _go_ e poi _gomatî_,
-ossia _fornita di vacche_, diventò una pastorella; l'aurora _açvâ_
-e poi _açvâvatî_ o _fornita di cavalle_, una guidatrice di carri e
-cavalli.
-
-Proviamolo.
-
-L'inno 92º del I libro del _Rigv._ ci dice che l'aurora aperse, ossia
-dissipò la tenebra, come le vacche rompono il loro recinto, ossia
-escono dalla loro stalla. Nell'inno 48º e 113º dello stesso libro
-l'aurora stessa è detta aprir le porte del cielo. Nell'inno 75º del
-VII libro l'aurora _infrange le stalle delle vacche_ e queste _muggono
-verso l'aurora_. Nell'inno 124º del I libro l'aurora è chiamata _gavâm
-g'anitrî_, delle _vacche genitrice_; poco dopo, si dice ch'essa
-risplendette giovane in Oriente, ove _congiunge la schiera delle
-rosee vacche_ (_aveyam açvaid yuvatih purastâd yunkte gavâm arunânâm
-anîkam_). Ed ecco rappresentata, con perfetta evidenza, nell'aurora,
-la pastorella celeste. La _go_ diventò _gomatî_; la _gomatî_ fu
-madre di vacche (_mâtâ gavâm_ la chiama pure l'inno 52º del IV libro
-del _Rigv._), e custode di vacche, ossia pastora, che tiene insieme
-raccolte le vacche rosseggianti (_eshâ gobhir arunebhir yug'anâ;
-Rigv._, V, 80), che guida le vacche, onde il suo nome di _guidatrice
-delle vacche_, datole per l'appunto da un inno vedico (_gavâm netrî;
-Rigv._, VII, 75). Abbiamo avvertito come la mobile aurora sia non solo
-_açvâ_ essa stessa, ossia rapida cavalla celeste, ma ancora _açvâvatî_,
-ossia fornita di rapide cavalle celesti. L'appellativo _açvasûnr'itâ_,
-dato all'aurora nell'inno 79º del V libro del _Rigv._, non è quindi
-per me, come pel Dizionario Petropolitano, «Ushas _vom Jubel der
-Rosse begleitet_,» ma molto più semplicemente «l'aurora fornita di
-_agili cavalli_,» poichè come _açva_ vale _cavallo_, così _sûnr'ita_,
-_agile, mobile, rapido_; onde il composto riferito all'aurora non parmi
-significare altro se non _l'avente rapidi cavalli_. L'aurora è la prima
-forma animata che appare sul far del giorno nel cielo orientale; essa è
-la prima ad arrivare, e però la rapida; e poichè il cavallo è il rapido
-od _açva_ per eccellenza, anche l'aurora, come femmina, è un'_açvâ_. E
-come nell'aurora molte aurore, nella vacca luminosa si figurarono molte
-vacche luminose; così, oltre la cavalla, si videro molte cavalle, si
-vide l'aurora fornita di molti cavalli, l'aurora guidatrice di cavalli,
-l'aurora sul carro. Gli Inni vedici ci permettono ancora di dimostrare
-questo mito fino all'evidenza.
-
-_Brihadrathâ_, ossia _dal vasto carro_, è chiamata l'aurora nell'inno
-80º del V libro del _Rigv._; nell'inno 65º del VI libro sono celebrate
-al plurale le aurore _aventi carri luminosi_ (_c'andrarathâh_) che si
-avanzano coi cavalli _dalle redini rosee_ (_arunayugbhir açvâih_);
-_dal carro luminoso, mobile e faciente muovere_ (_c'andrarathâ,
-sûnritâ, irayantî_) è chiamata l'aurora nell'inno 61º del III libro;
-nell'inno 75º del VII libro leggiamo che _bei cavalli rosseggianti
-apparvero portanti l'aurora luminosa_, la quale _se ne viene bella,
-sopra un carro tutto illuminato_ (o forse meglio, illuminante tutto).
-Nell'inno 77º del VII libro l'aurora è celebrata come _arrecante
-il biondo, conducente il bel cavallo_ (s'intende il sole; _vahantî
-çvetam, nayantî sudr'içîkam açvam_); nello stesso inno la ricchezza
-dell'aurora dai molti doni è chiamata composta di vacche, di cavalle,
-e di carro, ossia de' doni ch'essa reca sopra il suo carro (_isham c'a
-no dadhatî viçvavâre gomad açvâvad rathavac' ca râdhah_); nell'inno
-seguente il carro dell'aurora è chiamato _aperto, vasto, luminoso_,
-ed essa sale sul carro che si attacca da sè tirato da cavalli che
-si aggiogano pure da sè (_âsthad ratham svadhayâ yugyamânam â yam
-açvâsah suyug'o vahanti_); nell'inno 51º del IV libro le aurore
-divine con cavalli infrenati ordinatamente (o a tempo) _percorrono
-sempre i mondi, sveglianti il dormiente bipede e quadrupede che vive
-al moto_ (_yuyam hi devîr r'itayugbhir açvaih pariprayâtha bhuvanâni
-sadyah prabodhayantîr ushasah sasantam dvipâc' catuspâc' carathâya
-g'îvam_); nell'inno 61º del III libro del Rigv. si prega perchè
-l'aurora _hiranyavarnâ_ (ossia _l'aurora per eccellenza, aurora dal
-color d'oro_) sia portata dai cavalli _che hanno bei freni_ (o _bene
-infrenati, suyamâsah_) e dalla molta forza. Nell'inno 124º del I
-libro del _Rigv_. si celebra l'aurora come la _prima delle arrivanti_
-(o _delle distendentisi_) che splendette (_âyatînâm prathamoshâ vy
-adyaut_). Celebrando insieme la notte e l'aurora, l'inno 123º del I
-libro canta: «L'una va, l'altra viene, belle entrambe, diversamente,
-insieme vanno (ossia si seguono) le due luminose; delle due dominanti
-per turno, l'una la tenebra disperse, l'aurora splendette su carro
-rifulgente (_çoçuc'atâ rathena_).» Nell'inno 113º del I libro si
-dice che la nuova aurora segue la via delle aurore passate e succede
-alla prima delle arrivanti infinite (chiamate pure fra loro stesse in
-unione col nome di sorelle) e che svegliante coi cavalli rosseggianti
-arriva sopra un carro bene aggiogato. Nell'inno 92º del I libro i
-raggi rossi o luminosi dell'aurora chiamati _gâh_, che si aggiogano da
-sè, possiamo interpretare così bene per vacche come per cavalli (_ud
-apaptann aruna bhânavo vr'ithâ svâyug'o arushîr gâ ayukshata_). L'inno
-49º del I libro del _Rigv_. incomincia così: «O aurora, arriva dalla
-parte luminosa del cielo coi fortunati; alla casa del devoto che a te
-propizia ti portino i rosseggianti; con quel bel carro di bella forma,
-sul quale, o aurora, tu sei salita, con quello ora proteggi, o figlia
-del cielo, _l'uomo di buona fama_ (_suçravasam ganam_).» Nell'inno 48º
-del I libro traduco nel modo seguente la terza e la settima strofa:
-«L'aurora già splendette e risplende ora la dea guidatrice di carri,
-i quali, negli arrivi di essa, corrono come fiumi al mare (_samudre na
-çravasyavah_).[8] Essa (si) aggiogò lontano dove nasce il sole; questa
-propizia (o fortunata) aurora si avanza risplendente verso gli uomini
-sopra cento carri.» Nell'inno 116º del I libro del Rigv. la figlia del
-sole, che non può essere se non l'aurora, salendo sopra il carro dei
-due Açvin (i Dioscuri indiani) arriva _alla mèta vincendo la corsa_(_â
-vâm ratham duhitâ sûryasya kârshmevâtishthad arvatâ g'ayanti_). Di
-questa sfida alla corsa nel cielo, vinta dagli Açvin e dall'aurora,
-serba pure memoria la tradizione posteriore vedica brâhmanica.
-
-Così noi abbiamo sicuramente dimostrato l'aurora pastorella, e l'aurora
-guidatrice di carri.
-
-Non dimentichiamo ora l'idea fondamentale, dalla quale siamo partiti,
-cioè che nell'aurora, oltre la luminosa, la bella, vuolsi pure
-osservare la mobile, per cui essa potè facilmente trasformarsi in
-_go_ ed in _açvâ_. Come _açvâ_, è la prima ad arrivare, la prima ad
-apparire, la più sollecita. Noi abbiamo veduto l'aurora che è ad un
-tempo _go_ e conduttrice di vacche, _açvâ_ e guidatrice di cavalli.
-Abbiamo detto uno degli appellativi assai frequenti dell'aurora
-essere, negli Inni vedici, _sûnr'itâ_, che vuol dire _mobile,
-agile, sollecita_; ma essa non è solo celebrata come _sûnr'itâ_,
-ossia _agile_, ma come _netrî sûnr'itânâm_, ossia _guidatrice
-delle agili_. Ed eccoci un novissimo e poetico aspetto dell'aurora,
-l'aurora ballerina, l'aurora guidatrice del coro delle ballerine;
-eccovi le _apsare_, eccovi le ninfe celesti, con le quali gli Dei
-immortali temperano la noia dei loro ozii olimpici. Ma, perchè ogni
-affermazione tenta qui aver la sua prova, cerchiamo anche di questo
-poetico mito alcun esempio vedico che lo confermi. Nella quarta
-strofa dell'inno 92º del I libro del _Rigv_. leggiamo che l'aurora
-_si orna come una ballerina_; che _si scopre il petto come una vacca_
-(_adhi peçânsi vapate nr'itûr ivâpornute vaksha usreva barg'aham_).
-Nello stesso inno essa è chiamata _splendida guidatrice delle agili_
-(_bhâsvatî netrî sûnr'itânâm_), e _per piacere, essa sorride come
-un lusingatore_ (_çriyê ch'ando na smayate_). Nell'inno 113º dello
-stesso libro ci ritorna la _bhâsvatî netrî sûnr'itânâm_, ossia la
-_splendida conduttrice delle agili, giovane, in veste luminosa_
-(_yuvatih çukravâsâh_). Nell'inno 123º l'aurora ci è paragonata ad
-una fanciulla che vezzeggia col corpo (_hanyeva tanvâ çaçadânâ_),
-giovine, sorridente, splendida, che in oriente si discopre il seno
-(_samsmayamânâ yuvatih purastâd âvir vakshansi vibhâtî_), e quindi
-ancora viene comparata ad _una bella fanciulla adornata dalla madre
-che si discopre il corpo per farlo vedere_ (_susamkâçâ mâtrimr'ishteva
-yoshâvis tanvam kr'inushedriçe kam_). Nell'inno 124º traduco la terza
-strofa nel modo seguente: «_L'aurora si manifesta come il seno d'una
-vergine; come la vacca_ (discopre il petto) _essa discoverse a noi
-le cose care_»[9] (_upo adarçi cundhyuvo na vaksho no dhâ ivâvir
-akr'ita priyâni_). Quest'ultima espressione (s'io avessi avuto la
-fortuna di bene interpretare il passo vedico) potrebbe essere di una
-terribile ingenuità, e varrebbe ad agevolarci la via di comprendere
-i misteri fallici che servirono di fondamento a tanta parte delle
-antiche religioni e mitologie. E gli Inni vedici all'aurora ritornano
-ancora altre volte alla stessa immagine. Nell'inno 64º del VI libro
-leggiamo: «Divina aurora, tu bella lucente co' tuoi splendori ti
-scopri il petto» (_âvir vakshah kr'inushe_). L'inno 76º del VII libro
-chiama l'aurora ora _gavâm netrî_, ora _netrî sûnri'tânâm_, ed essa
-si congiunge in tutti gli inni del VII libro con _râdhas, rayi_, la
-ricchezza; nell'inno seguente si paragona ancora l'aurora a giovine
-donna; nell'inno 115º del primo libro si dice che il sole va dietro
-alla divina aurora lucente, _come un uomo dietro una donna_ (_Sûryo
-devîm ushasam roc'amânâm maryo na yoshâm abhy eti paçcat_; in questo
-inno ancora la _Pr'ithivî_ trovasi identificata con l'aurora come
-quella che cresce e grandeggia nel cielo). Nell'inno 80º del V libro
-l'aurora discopre ancora il corpo dalla parte d'Oriente; e appare bella
-alla vista come un bel corpo che si scopre, come una donna levatasi dal
-bagno (_eshâ çubhrâ na tanvo vidânordhveva snatî driçaye no asthât_).
-Dopo tutte queste prove, io dovrei durar poca fatica a dimostrarvi come
-la Venere sia uno degli aspetti più frequenti dell'aurora vedica.
-
-3. _L'aurora eroina_. Noi abbiamo, in ogni maniera, finqui la certezza
-dell'aurora raffigurata come pastorella, come guidatrice di carri,
-come saltatrice del cielo, come donna bellissima. Vediamo ora le sue
-parentele celesti. Il suo nome più frequente è quello di _duhitar
-divah_, ossia di _figlia del cielo_, chiamata perciò anche _divig'âs_,
-ossia _nata nel cielo_. Ma, oltre il cielo, il _Rigveda_ ci dà pure
-come padri dell'aurora, talora il Dio Indra, il sommo reggitore del
-cielo, talora Sûrya, il sole. Aditi le fu madre; talora invece parrebbe
-madre dell'aurora luminosa e chiara la notte scura (_çukrâ krishnâd
-ag'anishta çvitîcî; Rigv_., I, 123); ma, nello stesso inno, in cui
-ci si dice che la bianca è nata dalla nera, la notte vien chiamata
-_sorella_; e rappresentasi ora come buona, congiunta strettamente con
-l'aurora, ora come sua nemica ch'essa caccia lontano, e della quale
-rimuove le tenebre. Come sorelle concordi sono chiamate insieme _ahanî_
-(_Rigv_., I, 123), _dyavâ_ (_Rigv_., I, 113), _le due splendide, le
-due insieme congiunte, le due immortali, le due succedentisi_, simili
-e pur diverse, che non stanno ferme e che pure non s'incontrano mai.
-Abbiamo qui una forma d'indovinello vedico; altri esempii somiglianti
-si potrebbero riferire dal _Rigveda_. Accennammo già come Varuna sia il
-reggitore divino della notte e Mitra, l'amico sole, il reggitore del
-giorno; uno dei sinonimi di Mitra è Bhaga. Come l'aurora è la sorella
-della notte, così nel citato inno 123º vien ricordata quale sorella
-di _Varuna_ e di _Bhaga_ (_bhagasya svasâ varunasya g'âmir_). Abbiamo
-finqui dunque il sole padre dell'aurora, come quello che è supposto
-mandarla fuori innanzi a sè; il sole fratello dell'aurora, come quello
-che appare quasi contemporaneamente con essa: ma il sole appare ancora,
-rispetto all'aurora, in due altri aspetti, come sposo e come figlio.
-A Varuna essa concede solamente le sue lusinghe e gli reca danno; al
-sole, a Mitra, essa invece aggiunge forza, potenza, splendore; perciò
-un inno del _Rigveda_ (III, 61), forse con un po' di giuoco di parole,
-la chiama _mahî mitrasya varunasya mâyâ_ (accrescitrice di Mitra,[10]
-di Varuna ingannatrice.) Da quella che accresce il sole, alla madre
-del sole è lieve il passo; l'inno 113º del I libro del _Rigveda_ ci fa
-sapere che l'aurora generata per produrre il sole, ebbe dalla notte
-la _yoni_ o _vulva_ necessaria per quella produzione (_yathâ prasûtâ
-Savituh savâya eva râtrî Ushase yonim arâîk_); qui ancora abbiamo un
-piccolo giuoco di parole, come chi dicesse in italiano _generata per la
-generazione del generatore_.
-
-Così l'aurora è essa stessa generata e generatrice, figlia e madre
-del sole; nè solo figlia e madre del sole, ma anche figlia e madre del
-cielo luminoso, ossia della luce; _svâr g'anantî_, ossia _generante il
-cielo luminoso_, l'appella perciò l'inno 61º del III libro del Rigveda.
-E poichè abbiamo detto che il cielo luminoso è la sede degli Dei, non
-reca meraviglia il trovar l'aurora _la generatrice del giorno che si
-schiara o primo giorno_ (_g'anatî ahnah prathamasya_; _Rigv_., I, 125),
-chiamata non solo l'apportatrice degli Dei, ma anche la madre degli Dei
-(_mâtâ devânâm_; I, 113), che sono per noi le forme animate del cielo
-luminoso. Ma, oltre il sole fratello, il sole marito, l'aurora ha pure
-degli amici; questi amici suoi del cuore sono i due fratelli Açvin
-(così l'Elena ellenica trovasi congiunta coi Dioscori); l'inno 52º del
-IV libro del _Rigveda_ ce lo dice in termini espliciti: _l'aurora fu
-la compagna_ (od _amica_) _degli Açvin_. Noi abbiamo già veduto come
-gli Açvin, con atto gentile e cavalleresco, abbiano fatto salire sul
-loro carro la bella aurora, perchè potesse vincere la corsa ed arrivare
-prima alla mèta. Ora con questo episodio è probabile che se ne debba
-congiungere un altro, vedico ancor esso. Noi vedemmo già di che sorta
-lusingatrice fosse l'aurora per i poeti vedici; e quell'epiteto di
-_bhuvanasya patnî o sposa del mondo_ che un inno le dà, ci fa nascere
-il sospetto che il marito legittimo dell'aurora se ne sia offeso, ed
-abbia preso dispetto contro la troppo lusinghiera sua consorte. L'inno
-79º del V libro del _Rigveda_ invita l'aurora ad apparire, a non
-distendere troppo lungamente la trama dell'opera sua, perchè non venga
-il sole ad abbruciarla come si abbrucia un ladro nemico. La strofa è
-molto caratteristica, per la notizia che ci dà di un uso poco civile
-di quell'età primitiva; ma è importante anche, perchè ci permette di
-sospettare la ragione probabile di un atto brutale commesso dal Dio
-Indra nel _Rigveda_, a danno dell'aurora. Indra non fu già marito
-dell'aurora; eroi del carattere d'Indra non possono pigliar moglie
-stabile; ad Indra non ispiacciono punto le donne, anzi è per cagione di
-esse ch'egli viene finalmente sbalzato dall'Olimpo; ma ei non si lega
-con alcuna Dea o donna mortale, con patto eterno; è vago di avventure,
-si compiace di belle forme, e sa anche, in qualche occasione, mostrare
-un cuor tenero. Nell'inno 80º dell'VIII libro del _Rigveda_ appare in
-relazione con Indra una fanciulla di nome _Apâlâ_, che io sospetto
-essere la nostra aurora. L'aurora della sera si fa brutta, ossia si
-oscura nella notte; è Indra che compie il miracolo di ritornarla bella,
-passandoci sopra, dopo essere stato pregato da lei, dopo avere inteso
-il voto della pia fanciulla discesa alla fonte per attingere acqua,
-affinchè il _Soma_ od _Indu_, o l'ambrosia (lunare) in essa trovata,
-scorra verso Indra sempre avidissimo del _soma_ ambrosiaco; Indra,
-passando tre volte, con la ruota, col carro, col timone sopra di essa,
-ossia sopra la testa, sopra il petto, sopra il basso ventre di lei,
-ne leva via la pelle orrida e scura, e purificandola in tal modo, le
-dà una pelle aurea (_apâlâm Indra trish pûtvy akrinoh sûryatvac'am_).
-Qui Indra appare come benefattore della fanciulla aurora; ma bisogna
-aggiungere ancora come questa fanciulla si mostra vergine, semplice,
-pia e debole. Ma, quando l'aurora ardisce, come guidatrice di carri e
-di cavalli, emulare i guerrieri, e ribellarsi forse al potere stesso
-d'Indra, il guerriero per eccellenza, e contrastargli indomita, questa
-prima forma d'Amazzone offende il belligero Indra, che pone, come
-Teseo, come Siegfried, tutto il suo orgoglio nel vincere la fiera
-virago. Indra che squarcia le tenebre, Indra che squarcia le nuvole,
-non pare così potente come Indra che caccia dal cielo gli splendori
-talora malefici dell'aurora, rovesciandone e spezzandone il carro. I
-Greci trasportarono il mito del guidatore di carri che cade nel fiume,
-dall'aurora al sole Fetonte. Nel _Rigveda_ è il carro dell'audace
-aurora che, per la forza d'Indra, è precipitato. «Allora, o Indra
-(canta l'inno 30º del IV libro del _Rigv_.) tu hai compiuto un atto
-eroico e virile (_vîryam Indra c'akartha paunsyam_), quando colpisti
-la figlia del cielo, la donna malefica; l'aurora figlia del cielo
-grandeggiante tu, Indra il grande, abbattesti; dal rotto suo carro
-l'aurora fuggì spaventata, quando il potente Indra lo spezzò. Quel
-carro di lei giace intieramente disfatto e sconnesso; ed essa fuggì
-lontano.» Un altro inno del X libro del _Rigveda_ (X, 138) ci fa sapere
-che Indra compì quell'impresa col fulmine; e che l'aurora, per lo
-spavento del fulmine distruggitore d'Indra, si allontanò dal proprio
-carro. Qui il mito incomincia a diventare leggenda eroica; ed un mito
-concatenandosi con l'altro, si disegna forse nello stesso _Rigveda_
-una specie di romanzo epico; poichè, quando gli Açvin pigliano sopra
-il loro proprio carro l'aurora che ha fretta di arrivare, le usano
-probabilmente quell'attenzione cortese, oltre che per naturale simpatia
-ed analogia, perchè l'aurora ha perduto il proprio carro distruttole
-da Indra, del quale gli Açvin come i Marut sono talora i compagni,
-ma qualche volta anche gli emuli. Un inno dice che l'aurora appare,
-quando gli Açvin aggiogano il loro carro. Ma, se la leggenda mitica
-si complicò, l'origine del mito dev'essere stata semplicissima. Come
-l'aurora, nel maggior numero de' suoi osservatori, desta un senso di
-grata meraviglia, così nell'infanzia della nostra stirpe potè ad alcuni
-osservatori inspirar terrore. Noi stessi, i quali diciamo per lo più
-che il rosso di sera lascia sperare il bel tempo pel giorno seguente,
-diciamo ancora qualche volta che il rosso di sera è segno di sangue, e
-che annunzia guerra. Qual meraviglia, che nella prima età patriarcale
-quell'aurora che gl'Inni vedici chiamano così spesso _grandeggiante_,
-paresse voler minacciare di occupar sinistramente, come una strega
-perversa, tutto il cielo? Come nell'aurora vespertina vedremo nascere
-la fucina di Vulcano, così nell'aurora, specialmente nella vespertina,
-si dovette vedere alcuna volta una fata maligna, una selvaggia e
-sinistra virago, che, nel bisogno di pioggia, prometteva invece giorni
-sempre sereni, e apportava nuova siccità sopra la terra, e benedirsi
-perciò il potere d'Indra pluvio, che, fulminando, si scatenava nella
-tempesta, cacciando dal cielo le troppo ardenti aurore.
-
-4. _L'aurora dea. L'aurora sinistra_, nata specialmente dall'aurora
-vespertina, ha la sua importanza nel mito; poichè, per essa, si possono
-spiegare le Elene argive, le Amazzoni, le Medee, le Crimildi, e simili
-tipi di donne, belle di bellezza terribile e fatale. Ma nell'aurora
-vespertina non si vide solamente la fucina del negromante, e la donna
-perfida e funesta, ma ancora, come vedremo, la porta del regno de'
-beati, de' morti maggiori, dove le anime de' morti cercano, morendo,
-il sole; onde, con pensiero tutto gentile e poetico, un poeta vedico
-(_Rigv_., VII, 76) immaginò che le anime dei poeti vedici anteriori
-fossero andate a rintracciare la luce nascosta, per farla risuscitare
-nell'aurora mattutina. E l'aurora alla sua volta, che abbiamo già
-conosciuta come madre degli Dei, chiamati perciò _usharbudhah_, ossia
-_risvegliantisi con l'aurora_, oltre le qualità ch'essa ha comune con
-altre divinità come liberale, splendida, benefica, ha pure come sua
-facoltà speciale quella di far muovere, quella di _risvegliare_; essa
-è la _bodhayantî_, ossia la _risvegliante_ per eccellenza. E poichè
-dalla radice _budh_, «risvegliare,» nacque ugualmente la _bodhayantî_,
-ossia _la risvegliante_ e la _buddhi_, ossia _la intelligenza_, ecco
-nell'aurora vedica mattutina (e poi, per somiglianza di fenomeni, nella
-primavera) che diffonde la luce, che vede tutto, perchè scopre con la
-sua luce tutto, che sveglia; ecco, io ripeto, disegnarsi vagamente,
-presso la bella aurora una _Venere_, presso l'aurora eroica una
-_Pallade_, e finalmente un _Athênê_ o _Minerva_ nell'aurora luminosa
-e illuminante, svegliata e risvegliante, sollecitamente operosa e
-ridestante dal sonno i mortali all'opera sollecita, come dice l'inno
-vedico, e sospingente ciò ch'è vivo a muoversi.
-
-
-
-
-LETTURA QUARTA.
-
-IL SOLE.
-
-
-Quando si parla ne' giorni nostri di mitologi, voglionsi essi
-rappresentare come una specie di sognatori bizzarri, aventi certa loro
-idea fissa che il sole sia il Dio unico, il Dio universale, in cui si
-confondono, da cui partono, a cui ritornano tutti gli Dei. Niente di
-più inesatto e d'ingiusto che un tale giudizio, nato forse dall'avere
-inteso come il Dupuis, in un'opera più citata che letta, sul fine del
-secolo passato, interpretasse tutti i miti col sistema solare, il che
-non è neppure assolutamente vero pel Dupuis, e dalla falsa credenza che
-i moderni Mitologi comparatori non abbiano altro oggetto, se non quello
-di dimostrare il sistema solare in tutte le mitologie, aiutati nella
-comparazione dai sussidii della filologia.
-
-Certamente il tentativo del Dupuis non è punto dispregevole, e, per
-quanto il difetto di metodo scientifico e la esagerazione sistematica,
-alla quale il mitologo francese, uscito dalla scuola scettica
-dell'Enciclopedia, portò il proprio sistema, abbia screditato il libro,
-non si può negare al Dupuis il merito d'avere, con molto ingegno,
-intuito la verità fondamentale dell'odierna scienza della mitologia,
-che cioè non solo la natura fisica, ma particolarmente la celeste,
-ne' suoi aspetti _animati_, abbia prodotto i miti. Ma, chi credesse
-che gli odierni Mitologi comparatori derivano l'origine di tutti i
-miti dal sole, commetterebbe lo stesso errore, nel quale incorsero
-alcuni critici contemporanei, i quali, per aver veduto il professor
-Max Müller studiare particolarmente gli Inni vedici riferentisi
-all'aurora e rilevarne pertanto i miti che si riferiscono ad essa,
-sentenziarono che la mitologia comparata non vede nel mito se non
-aurore; per aver visto come il professor Adalberto Kuhn, secondato
-dal Mannhardt, studiasse specialmente gli Inni vedici, ne' quali
-si rappresentano i fenomeni naturali del cielo ventoso, nuvoloso,
-tonante, fulminante, sentenziarono che la mitologia comparata vede
-solamente nel mito nuvole, lampi, fulmini e tuoni. Per questo errore
-di raziocinio si calunniarono i nostri studii come capricciosi, quasi
-che, nella interpretazione mitologica, ciascun mitologo abbia la sua
-idea ristretta, secondo la quale disfà tutto il lavoro intrapreso
-da' suoi predecessori per rimettere sul telaio un'opera nuova. Senza
-dubbio, ogni mitologo può avere i suoi miti prediletti, e, per tale
-predilezione, lasciar loro invadere alcuna volta il campo che non
-appartiene più accertatamente ad essi; ma esagerare la propria idea
-simpatica non vuol già dire negare le idee ad altri simpatiche. Ora,
-in questo studio, nel quale tutto ciò che si manifesta d'essenziale
-presso la mitologia vedica vorrei vi fosse dimostrato, spero non
-meritare l'accusa d'avere trasportato i miti molteplici fuori del loro
-proprio campo, sì che vi riesca non solo possibile, ma necessario il
-persuadervi come la mitologia comparata all'infuori della sua tèsi
-generale che i miti primordiali s'abbiano a spiegare nel cielo, non
-permette ad alcun mitologo l'arbitrio di rappresentarla tutta con un
-solo ordine di rappresentazioni de' fenomeni naturali. Noi abbiamo
-veduto fin qui il Dio cielo e la Dea aurora; oggi vedremo il Dio
-Sole; in seguito ci appariranno il Dio Luno o la Dea Luna, il Dio
-fuoco, il Dio vento, la Dea acqua, come si raffigurarono dagli antichi
-nostri fratelli Arii nel cielo. Voi vedete dunque che per noi il mito
-elementare, sebbene appaia sempre nel cielo, non è uno solo; che per
-noi la mitologia non si spiega con un solo fatto, con un solo fenomeno
-celeste, e che non siamo, per conto degli Autori dei più antichi Inni
-vedici, idolatri d'alcuna forma speciale del cielo, ma che sentiamo
-anche noi e ricerchiamo negli Inni vedici, espresso con poetiche
-immagini, le quali divennero miti, tutto l'entusiasmo provato innanzi
-alla magnificenza e varietà degli spettacoli della natura animata, e
-specialmente della vôlta celeste, la quale, sfuggendo più alla nostra
-analisi, dovette maggiormente accendere la nostra immaginazione.
-
-Ma, poichè tra le forme celesti, la più splendida, abbagliante,
-animata, potente, benefica è sicuramente il sole, nessuna meraviglia
-che l'aurora annunziatrice, apportatrice del sole, e il sole stesso
-abbiano svegliato i primi inni lirici dell'uomo poeta. La lingua
-sanscrita conosce niente meno che mille appellativi del sole, i quali
-si trovano raccolti insieme in uno speciale catalogo indiano.[11]
-Questa abbondanza di appellativi è una prova evidente dell'attenzione
-che fu nell'India prodigata al sole; alcuni di essi confondonsi con
-quelli del Dio Vishnu, ch'ebbe ancor esso, come vedremo, l'onore di
-ricevere mille appellativi sanscriti. Noi non possiamo, occupandoci qui
-di sola mitologia vedica, considerare singolarmente quegli appellativi;
-ma ho voluto richiamare l'attenzione vostra sopra la loro ricchezza in
-generale, perchè non vi rechi meraviglia l'intendere che il sole negli
-Inni vedici è celebrato con parecchi nomi, ma specialmente con quelli
-di _Sûrya_, il sole per eccellenza; _Savitar_, il sole generatore;
-_Pûshan_, il sole nutritore; _Bhaga_, il sole benefico e venerando
-(osservo, per incidente, come il corrispondente slavo di questa parola,
-_bog_, servì ad esprimere il nome di _Dio_). A questi quattro nomi
-solari vedici si potrebbe aggiungere ancora quello di _Mitra_, che
-ora appare il cielo diurno, ora il reggitore del cielo diurno, del
-giorno, ossia il sole. Altri nomi vedici del sole sono: _Aryaman,
-Vivasvat, Daksha, Ança, Dhâtar, Varuna, Indras_, che rappresentano
-pure il sole in momenti diversi. Tutte le forme del sole sono poi
-chiamate col nome complessivo di _Âdityâs_, ossia di _figli di Aditi_,
-in questo caso, il cielo; e poichè il sole o il cielo luminoso può
-essere compreso secondo il vario modo di osservarlo in un numero
-diverso di forme, così gli _Âdityâs_ ci appaiono negli Inni vedici ora
-sei, ora sette, ora otto, ora finalmente dodici, e, come tali, furono
-più tardi preposti a reggere singolarmente i singoli mesi dell'anno,
-dopo avere probabilmente presieduto alle ore o stazioni del giorno. La
-essenza degli _Âdityâs_ è la luce dell'Aditi celeste. Moltiplicatasi
-l'Âditya per eccellenza, il cielo luminoso nei suoi diversi momenti,
-per dodici, diventò pure probabilmente un genio reggitore delle ore,
-come di poi certamente un genio reggitore dei mesi; ma, in origine,
-l'Âditya dovette essere un solo, il cielo diurno, il sole reggitore
-del cielo diurno, a cui s'oppose il cielo notturno, il reggitore del
-cielo notturno: l'_Âditya_, il sole reggitore del cielo diurno, fu
-chiamato _Mitra_, ossia l'amico; l'_Âditya_, reggitore speciale del
-cielo notturno, fu chiamato _Varuna_. Ma _Varuna_ è propriamente una
-personificazione del cielo; e perchè nella notte, sebbene il sole
-si ritiri, il cielo appare sempre, risplende sempre, anche se non vi
-sia la luna, Varuna è l'_indestruttibile_, ossia quello che risplende
-sempre, rimanendo al suo posto. Egli fu quindi, come reggitore perenne
-del cielo, assunto a personificare tra gli Dei la maestà regia,
-immobile nel suo splendore; a comprendere la qual personificazione
-non dobbiamo certamente figurarci l'abito disinvolto e democratico de'
-nostri Re costituzionali, ma trasportarci col pensiero al cerimoniale
-delle reggie orientali, nelle quali il Re, coperto di ori e di gemme,
-seduto sopra il suo trono d'oro, sotto un padiglione tempestato di
-gemme, si ammirava e s'ammira ancora in ragione della sua splendida
-immobilità. Per questa ragione, il cielo nel suo splendore diurno e
-notturno, ma specialmente notturno, in cui le stelle rappresentano le
-gemme del regio paludamento, preso il nome di _Varuna_, rappresentò
-la solenne maestà e potestà regia fra gli Dei immortali; e come
-eternamente immobile è naturalmente Âditya, ossia figlio dell'eterna
-immobile, figlio di Aditi, la vôlta celeste. Degli Âdityâs adunque
-ne abbiamo due essenziali: _Mitra_, il cielo amico, l'amico, che si
-riferisce particolarmente al giorno, e, come reggitore del giorno,
-si confonde col sole; _Varuna_, il cielo, che persiste anche nella
-notte, e che perciò si rappresenta spesso, in opposizione a Mitra, come
-speciale reggitore della notte. Dal cielo il re Varuna, abbracciando
-i tre mondi (la vôlta celeste fa veramente questo, nella sua forma
-convessa), lancia nell'aria il sole d'oro; fa col suo alito muovere i
-venti, ha la sua casa d'oro nelle acque, impera sulle acque dell'oceano
-celeste, ed è chiamato egli stesso un oceano occulto e talora pure
-figlio delle acque; sprigiona le acque, le quali corrono sempre al
-mare e non lo riempiono mai; manda giù la pioggia, e in questa qualità
-di signore del cielo concepito come oceano celeste divenne più tardi
-il signore dell'oceano terrestre (fu già comparato a Varuna, l'Οὐραός
-di Esiodo); fa apparire e scomparire la luna e le stelle; vede e
-accompagna ogni cosa, gli uccelli nel volo, i naviganti sul mare,
-il vento che spira; egli conosce i misteri e li svela nascondendoli
-ai soli perversi, ossia ai mostri demoniaci; possiede mille rimedii
-contro i mali, e il male allontana; castiga i cattivi; concede e ritrae
-i suoi favori; prolunga o toglie la vita legando ne' suoi vincoli
-i mortali, nella quale facoltà di copritore, di legatore, egli si
-confonde pure col funebre Dio Yama. Nella vista de' beati Yama e Varuna
-spera il moribondo, poichè entrambi sono guardiani dell'_amr'ita_,
-ossia dell'ambrosia, dell'immortalità; egli attira al cielo, ossia a
-sè l'anima del devoto trapassato, non permettendo ch'essa entri e si
-strugga col corpo nella terra; e i messaggieri ch'esso, al pari di
-Yama, manda alla terra hanno mille occhi. Queste sono le qualità e
-le funzioni principali del Dio Varuna. Evidentemente noi abbiamo qui
-descritte le virtù attrattive attribuite alla vôlta celeste, ben più
-che non ci sia concesso di vedere una distinta persona divina. Varuna
-è quasi immobile come il cielo tranquillo che rappresenta; il cielo
-tonante non lo riguarda; esso è dominio particolare del Dio Indra.
-Un inno ci dice ch'ei _va nelle acque_, ma il maggior numero degli
-inni ce lo presenta che sta nelle acque, che le aduna, le fa muovere,
-stando fermo esso stesso, qualità che lo ravvicina particolarmente
-a Brahman, col quale, come vedremo, ha identica natura celeste.
-Il dottissimo signor Muir osserva giustamente che gli Inni vedici
-non ci presentano _Varuna_ sposo di _Pr'ithivî_, come la mitologia
-ellenica ci offre Οὐραός sposo di Γαῐα. Ma la ragione è che il μεγας
-Οὐραός di Esiodo è un equivalente non solo di Varuna, ma della vedica
-_Pr'ithivî_, la distesa, l'ampia vôlta celeste, come _Varuna_ è
-etimologicamente il velatore, il copritore. Quanto al passaggio di
-_Varuna_, rappresentante del cielo, in reggitore per eccellenza,
-in Re de' celesti, parmi potersi pure confermare per un equivoco
-del linguaggio. Nella lingua vedica, _rag'as_ è l'aere luminoso, il
-cielo lucente, dalla radice _rag'=arg'_ che vale _splendere_; come si
-suppongono tre cieli luminosi, ossia tre _dyâvas_, tre _rocanâs_, così
-rappresentaronsi tre _rag'ân'si_, sopra i quali il Dio Varuna impera;
-e come vedemmo insieme uniti in un duale _Dyu_ e _Pr'ithivî_, così
-troviamo rappresentate al duale due _rag'asî_, ossia il cielo diurno
-e il cielo notturno; nel vero, la stessa lingua vedica ci offre la
-parola rag'as come sinonimo della notte. _Varuna_ velatore, Varuna
-signore del cielo, Varuna signore della notte, equivalgono a Varuna
-_rag'aspati_ (come tale identificato pure con Indra _divaspati_, e,
-per _divaspati_, necessariamente, come vedremo, col _divaspati_ per
-eccellenza, che è _Brahman _ossia _Brahmanaspati_; onde potremmo
-stabilire queste due proporzioni _Varuna=Dyu_; e _Divaspati_ sta a
-_Dyu_ come _Brahmanaspati_ sta a _Brahman_). Ma Varuna rappresentante
-il _rag'as_, ossia il cielo luminoso, e poi specialmente il cielo
-notturno tempestato di stelle (_rag'anî _è uno degli appellativi più
-comuni sanscriti della notte); la notte è ora chiamata la luminosa,
-ora la scura; la radice _var_ che vale _coprire_, forma pure la parola
-_varn'a_ che vale _colore_; e la forza espansiva delle radici _rag'_
-e _arg'_ fa sì che la parola _rag'as_ che vale _il luminoso_, valga
-pure _lo scuro, il sudicio, la polvere_; così _Varuna_, il velatore
-luminoso, diviene anche il velatore per mezzo della tenebra, e finisce
-per confondersi col tenebroso _Yama. Yama_ significa propriamente
-l'_infrenatore_, quello che raccoglie i freni, che attira a sè i
-raggi luminosi del sole, che lega ne' suoi freni il mondo de' viventi;
-_Varuna_ copritore e luminoso, _Varuna rag'as_, e _rag'aspati_, divenne
-probabilmente ancora, per una facile confusione tra le radici _rag'_
-«splendere» e _râg'_ «reggere,» il reggitore, il Re per eccellenza, il
-_rag'an_ degli Dei, dei tre mondi, beato insieme col re _Yama_, che ci
-ritorna nel persiano re _Yima_. Perciò Varuna è pure fatto apparire
-come Yama, verso la sera, sopra la montagna, donde esercita la sua
-virtù attrattiva. Al re Yama consacreremo un'attenzione speciale.
-Di Varuna toccammo passando, poichè all'infuori della sua persona
-regale egli non ha una figura mitica molto distinta e caratteristica,
-confondendosi egli ora con Yama, ora con Dyu e con la Prithivî, ora
-con Indra. Ne toccammo qui, perch'egli ci appare per lo più negli
-Inni vedici, o in opposizione o in compagnia di Mitra, figura mitica
-solare che rimase alquanto pallida negli Inni vedici, ma che doveva
-poi pigliare nell'iranico Mithra le proporzioni di un Dio massimo.
-Come Varuna rappresenta particolarmente il cielo notturno, così Mitra
-il diurno, ossia il giorno, e l'astro del giorno. Essi sono le due
-forme principali della materna loro Aditi, insieme con la quale vengono
-invocati per esser liberati dal male. Anche il vedico Mitra è nel 59º
-inno del III libro del _Rigveda_ chiamato col nome di _Re sapiente_, e
-di proprio e caratteristico che lo distingua dal suo compagno Varuna
-reggitore, non ha altro se non il suo potere di evocare, eccitare
-le creature al moto e di portare da sè solo tutti gli Dei (_sa devân
-viçvân bibhartti_). Mitra e Varuna si associano talora un terzo Âditya,
-_Aryaman_, il venerando compagno, che nelle nozze de' celesti sostiene
-la parte di Procolo. Probabilmente esso è il sole invecchiato sul fine
-del giorno, che si pone fra Mitra, il reggitore del giorno e Varuna,
-il reggitore della notte. Egli si identifica con _Bhaga_, il venerando
-benefico, che nell'_Atharvaveda_ appare pure come mediatore di amori e
-di matrimonii, e il cui proprio tempo, secondo il _Taittiriyabrâhmana_,
-è nelle ore dopo mezzogiorno, e secondo il _Nirukta_, precisamente
-innanzi al tramonto. La benedizione dei vecchi è detto portar fortuna;
-perciò il sole barbogio, il sole _Aryaman_, il sole _Bhaga_, il sole
-venerando porta _fortuna_ e _benessere_. Anzi la parola _bhaga_ si dà
-già nel _Nâighantuka_ tra i sinonimi di _benessere, fortuna, ricchezza_
-(_bagat _in lingua russa è il _ricco_, e _bagatsva_ la _ricchezza_).
-Secondo una leggenda vedica, Bhaga fu acciecato; precisamente quello
-che avviene al sole sul fine del giorno, il quale ritira i suoi raggi
-luminosi e s'accieca; il biblico Sansone è pure acciecato, quando gli
-vengono tagliati i capelli. E cieca si rappresenta pure la fortuna;
-e però ancora l'uso di bendar gli occhi al fanciullo che deve trarre
-a sorte la buona fortuna; e il giuoco fanciullesco della _mosca
-cieca_, che in origine era un giuoco nuziale (la sorte, il cieco fato,
-l'auspicio deve far eleggere lo sposo o la sposa), è anch'esso una cara
-e preziosa reminiscenza di quel Procolo vedico, il vecchio cieco Iddio
-_Aryaman_ o _Bhaga_ o _Fortunio_, che doveva farsi promotore delle
-nozze celesti.
-
-Il sole è tuttavia più frequentemente negli Inni vedici rappresentato
-nelle sue qualità di _Pûshan_ o nutritore, di _Savitar_ o generatore,
-e di _Sûrya_ o sole propriamente detto, come luminoso e celeste (_svar,
-svarga_ valgono il cielo splendido).
-
-Esaminiamo ora queste singole forme.
-
-_Pûshan_, il nutritore celeste, è chiamato con gli appellativi di
-_paçupâ_, guardiano del bestiame, di _purûvasu _o ricchissimo, di
-_vâg'in_ o fornito di cibi, di _viçvasaubhaga _o arrecante tutte
-le benedizioni, di _mayobhû _o benefico, di _mantumat_ o ricco di
-consigli, di _viçvavedas _o sapiente, di _çakra, tura, tavyas,
-tuvig'âta_[12] o forte, potente. Un inno vedico invoca _Pûshan_
-insieme con _Bhaga_, che abbiamo già detto essere il sole prima del
-tramonto; altri inni ci mostrano Pûshan congiunto con Soma, il Dio Luno
-(_Soma-Pûshanau_ sono chiamati insieme al duale). _Aryaman_ e _Bhaga_
-sono i promotori del matrimonio della celeste fanciulla _Sûryâ_;
-di _Pûshan _è detto nell'inno nuziale vedico ch'egli deve pigliar
-per la mano e menar via la sposa _Sûryâ_, della quale in altri inni
-(_Rigv_., VI, 55; VI, 58) egli è detto fratello ed amante. Ma, poichè
-il _Rigveda_ stesso ci mostra _Pûshan _in congiunzione con _Bhaga_
-e ci dice che _Bhaga_ è il fratello dell'aurora, e poichè ci siamo
-persuasi che _Aryaman_ e _Bhaga_ rappresentano il sole prossimo al
-tramonto, dobbiamo supporre che _Pûshan_ ci rappresenti il sole stesso
-nel tramonto, e che la sposa celeste, la bella fanciulla _Sûryâ_, della
-quale egli appare ora fratello ed amante, ora conduttore presso il
-legittimo sposo di lei, non sia altro se non l'aurora vespertina. Altri
-indizii m'inducono a riconoscere in _Pûshan_ il sole nel tramonto;
-tale la sua qualità specialissima di proteggitore de' viandanti, dei
-viaggi, delle vie, o _pathaspati_; nell'ora del giorno che intenerisce
-il cuore ai naviganti, anche i viandanti sulla terra vedono con pena
-tramontare il sole; gli ultimi raggi del sole illuminano la via de'
-reduci e ne fanno affrettare il passo; la preghiera che fa tuttora
-verso il tramonto del sole il pastore arabo, ci può dar luce per meglio
-comprendere il mito di _Pûshan_ proteggitore de' viandanti.
-
-E, verso sera, coi viaggiatori, rientrano pure nelle loro dimore dai
-pascoli diurni i bestiami; _Pûshan_ è pure _paçupâ_, ossia _protettore
-di bestiami_, è anzi egli stesso pastore, e tiene in mano uno stimolo
-come i pastori; con esso, egli fa rientrare nella stalla celeste il
-suo roseo bestiame rappresentato dall'aurora vespertina; quando quello
-stimolo celeste appare, esso invita i mortali alla preghiera, quindi
-il nome caratteristico e per noi pittoresco dato a quello stimolo
-(_ârd_) di _brahmac'odâni_, ossia _risvegliante la preghiera_. Quando
-il pastore celeste _Pûshan_ adoperava il proprio stimolo divino per
-spingere nella stalla il suo bestiame celeste,[13] il pastore della
-valle del Kaçmîra stimolava il proprio bestiame al ritorno; ma, prima
-di stimolare il gregge, volgevasi indietro, verso Occidente, per
-salutare il sole al tramonto, per pregare il pastore divino, affinchè
-il proprio gregge, il proprio bestiame prosperasse, e perchè nella
-notte paurosa non gli avvenisse alcun sinistro, il lupo ne stesse
-lontano (_yo nah Pûshan agho vr'iko duhçeva âdideçati apa sma tvam
-patho g'ahi; Rigv._, I, 42), ed il ladro e il bestiame e i pastori
-potessero trovare una dimora: «Con Pûshan (canta un inno: _Rigv_.,
-VI, 54) possiamo noi trovare quelle dimore ch'egli prescrive; eccole,
-egli dica soltanto.» Quanta ingenuità di poesia descrittiva in queste
-poche parole! Come poi _Pûshan _stimolante il bestiame nelle stalle
-celesti faciente rientrar nelle stalle i divini cavalli solari è _lo
-stimolatore_ per eccellenza, gli fu dato l'appellativo di _ag'âçva_,
-parola il cui significato primitivo sembrami abbia dovuto essere
-quello di stimolatore, spingitor de' cavalli (nell'inno 54º del VI
-libro del _Rigveda, Pûshan_ è specialmente invocato dal devoto, perchè
-gli protegga, gli custodisca le vacche ed i cavalli). Nato questo
-appellativo di una composizione men regolare, da riscontrarsi pel suo
-significato col vedico _açvahayo rathânâm_, che occorre precisamente
-in un inno a _Pûshan_ (_Rigv_., X, 26):[14] è molto probabile che,
-perdutasi la prima immagine poetica, siasi interpretato il composto,
-secondo il suo valore grammaticale più comune, e siasi veduto in _ag'a_
-l'agile _capra_, in _açva_ il _cavallo_, e spiegato quindi l'intero
-appellativo di _Pûshan ag'âçva_ come l'avente per cavallo una capra
-o capre, ossia tirato da capre. Perciò, nello stesso inno 55º del VI
-libro, ove _Pûshan_ è chiamato _ag'âçva_, si ricordano sull'ultima
-strofa le capre che, aggiogate al carro del Dio, lo devono portare.
-Ma, per me, quest'ultima strofa è ascitizia e ha più il carattere
-di un commento che di una espressione spontanea ed originale. Bastò
-tuttavia forse questa sola strofa perchè ritornasse altre volte negli
-Inni vedici la stessa immagine, e, nata appena, si divulgasse nella
-tradizione la credenza di un Dio Pûshan tirato dalle capre.
-
-Ma Pûshan non ha solo l'ufficio di guidare i viandanti della terra
-alla loro dimora, di far rientrare, spingendoli, i bestiami nelle
-loro stalle; egli spinge l'anima del sole moribondo nel regno de'
-beati: _dhî'g'avana_, ossia _Pûshan_ e _Dhiyamig'inva_ o eccitatore
-dell'intelligenza presso i viventi, _Pûshan_ sostiene pure la parte
-di ψυχοπομπός, come fu già avvertito dai professori Roth, Max Müller,
-e riferito pure dal Muir. Una parte dell'inno 17º del X libro del
-_Rigveda_ dovea, secondo il professore Max Müller, recitarsi presso il
-rogo, sul quale ardeva il cadavere del devoto trapassato. Rivolto al
-morto, il sacerdote celebrante diceva: «Il sapiente pastore del mondo,
-dal gregge immortale, _Pûshan_ di qua ti porti via, egli ti conduca fra
-que' beati maggiori, ed _Agni_ fra gli Dei benigni. Una vita longeva
-ti secondi; te _Pûshan_ guidi lontano; dove i buoni stanno, dov'essi
-andarono, colà ti metta il Dio _Savitar_. _Pûshan_ tutte quelle sedi
-conosce, noi confidenti conduca, benefico, rifulgente, avente tutte
-le virtù, vigile, previdente, vada innanzi. _Pûshan_ è nato per andar
-lontano, nel lontano _Dyu_, nella lontana _Prithivî_; entrambe sono
-sedi amatissimi; egli arriva da esse, egli parte per esse.»
-
-Il Dio _Agni_ e il Dio _Soma_, secondo l'_Atharvaveda_, fanno le strade
-(_Agnîshomâ pathikr'itâ_); ma il Dio che guida per quelle strade divine
-è _Pûshan_: percorrendo quelle vie, egli, invocato, spinge fuori
-il reggitore del cielo notturno, C'itrabarhish, simile a pecorella
-smarrita. Il re _C'itrabarhish_ era nascosto nella caverna; _Pûshan_ lo
-ritrovò (_Rigv_., 1, 23). Ora questo re _C'itrabarhish_ che _Pûshan_,
-il sole che tramonta, fa venir fuori dalla caverna, dove il Re s'era
-nascosto, non è altro che la luna, in sanscrito quasi sempre un
-mascolino, il Re del cielo notturno.
-
-Quanto al nome di _C'itrabarhish_ può essere tradotto in vario modo,
-secondo i varii significati che si possono attribuire alla parola
-_barhish_; ma, qualunque di essi vogliasi eleggere, l'appellativo
-composto può sempre convenire alla luna, ossia al Dio Soma o Indu, che
-regge l'astro notturno.
-
-Difatto, nell'inno 40º del II libro del _Rigveda_, _Soma_ e _Pûshan_
-si trovano cantati insieme, come generatori delle ricchezze, generatori
-del _Dyu_, generatori della _Prithivî_, come signori di tutto il mondo,
-come fonte dell'ambrosia immortale, che abbiamo già finqui trovata
-nella _Pr'ithivî_ e nell'aurora, ed ora ritroviamo in _Pûshan_, il sole
-moribondo che si fa guidatore delle anime, in _Soma_, il Dio Luno sede
-di beati immortali. _Pûshan_ risiede particolarmente nel _Dyu_, _Soma_
-nella _Prithivî_ e nell'aria; _Soma_ genera le creature, _Pûshan_ le
-protegge.
-
-Ma di generatori nel cielo ve ne sono due: _Soma_, la luna, nella
-notte; _Savitar_, il sole, nel giorno; perciò _Pûshan_ si congiunge
-pure strettamente con _Savitar_, il sole generatore, il sole nel suo
-più vago splendore: esso è quello _dagli occhi d'oro (hiranydksha),
-dalle mani d'oro (hiranyapâni, hiranyahasta), dalle belle e grandi
-mani (supâni, prithupâni), dai capelli biondi (harikeça), dalla bella
-e dolce lingua (sug'ihva, mandrag'ihva)_; ha carro d'oro, cavalli
-biondi od aurei, e veste una tunica color d'oro rosseggiante, e nasce,
-secondo l'_Atharvaveda_, in acque tinte del color dell'oro (le acque
-dell'aurora mattutina); manda innanzi a sè il bel carro degli Açvin, e
-poi egli stesso si manifesta; sale e scende; il suo carro percorrendo
-le vie celesti non fa polvere, egli illumina l'universo, seguito dagli
-altri Dei che per lui sono immortali, dominatore delle acque e dei
-venti, signore benefico, libera dal male e fa muovere tutti i viventi.
-Da queste qualità caratteristiche di _Savitar_ riesce evidente che,
-sebbene egli, sul fine del giorno, si ricongiunga con _Pûshan_ per
-collocare nella sede dei beati le anime dei virtuosi defunti, il suo
-dominio speciale è il cielo nello splendore mattutino e diurno. Egli
-è detto nel _Yag'urveda bianco_ (citato dal Muir) risplendere sopra
-la via dell'aurora. L'inno 139º del X libro del _Rigveda_ ci fa sapere
-ch'ei si parte dall'Oriente. Come _Savitar_ o generatore, egli feconda
-e accresce sulla terra la generazione, e fornisce i mortali di cibi e
-di ricchezze; i devoti ne invocano specialmente la potenza generatrice.
-All'infuori di questi caratteri generali, _Savitar_ nel _Rigveda_
-non ne ha altri; la sua personificazione si limita pertanto alla sua
-manifestazione sopra un carro d'oro tirato da aurei cavalli, vestito
-d'oro, con capelli, occhi e mani d'oro; a cui si aggiunge la sua
-qualità di onniveggente, onnisapiente (_viçvaveda_), e di contenente
-in sè tutti gli Dei (_viçvadeva_). Come generatore per eccellenza,
-egli genera tutti gli Dei, e genera quindi pure sè stesso, col nome
-comune di _Sûrya_ o sole. _Savitar_ genera _Sûrya_, ossia il generatore
-produce il luminoso celeste. Perciò, sebbene _Savitar_ rappresenti il
-sole, esso rappresenta poi in modo particolare il sole del mattino,
-anzi, secondo i commentatori indiani, il sole prima d'apparire, cioè
-quando si vedono soltanto i suoi raggi e non ancora il suo disco,
-i suoi capelli, i suoi occhi, le sue mani, i suoi cavalli, il suo
-carro d'oro e non ancora il sole stesso. Tale essendo _Savitar_ al
-mattino, è probabile che quando il sole tramonta, e s'è già nascosto
-col suo disco, ma lancia ancora nel cielo i suoi raggi, ritorni ad
-essere _Savitar_, per collocar le anime raccomandategli da _Pûshan_
-nel regno de' beati; e come collocatore delle anime nelle sedi della
-beatitudine, _Savitar_ s'identifica probabilmente con _Dhâtar_, che
-significa _il collocatore_, _l'ordinatore_, ec. Officio particolare di
-_Dhâtar_ è quello di porre il germe della nuova vita. Si congiunge egli
-pertanto coi genii femminini che presiedono alla fecondazione della
-donna; si considera come fondatore del matrimonio e della famiglia,
-e si associa volentieri con _Aryaman_ promotore di matrimonii, con
-_Tvashtar_ artefice di tutte le forme, con _Prag'âpati_ il signor della
-progenitura, con _Savitar_. Così finora abbiamo veduto gli _Âdityâs_
-divisi secondo le varie funzioni che essi hanno, come soli, nel giorno;
-ci resta ora a considerare il sole stesso nella sua più generale
-comprensione ed attività celeste, sotto il suo nome di _Sûrya_.
-
-_Sûrya_, ch'è uno degli _Âdityâs_, ossia uno dei figli della Aditi come
-vôlta celeste, è pure chiamato _figlio di Dyu_, ossia del cielo (_Divas
-putra_), come l'aurora è chiamata _duhitar Divas_, ossia _figlia del
-cielo_. Evidentemente dunque _Sûrya_ è fratello dell'aurora, come
-abbiamo già veduto esserle fratello _Bhagas_. Ma, come abbiamo già
-osservato, l'aurora non appare soltanto qual sorella del sole, sì
-ancora quale sposa (nessuna meraviglia adunque che il sole _Pûshan_
-essendole fratello desideri farla sua sposa nel cielo vespertino) e
-qual madre. _Sûrya_ è guidato su carro d'oro da sette aurati cavalli,
-o cavalle che si congiungono da sè; altri _Âdityâs_ lo precedono; e
-_Pûshan_ col suo stimolo d'oro gli serve da messaggiero. Come abbiamo
-veduto _Savitar_ il sole mattutino riapparire la sera, così qui vediamo
-lo stimolatore _Pûshan_ vespertino riapparire col suo stimolo al
-mattino, prima che _Sûrya_ appaia.
-
-Tra _Savitar_ e _Pûshan_ vi è qui dunque una lieve differenza, appena
-percettibile. È un minuto appena che li separa: _Pûshan_ apre la via a
-_Sûrya_; _Savitar_ lo fa passare. _Pûshan_ il raggio allungato del sole
-fu rassomigliato ad uno stimolo d'oro; e _Savitar prithupâni_, ossia
-dalle mani larghe, porta fuori _Sûrya_, ossia lo genera nel suo pieno
-disco. E il disco rassomigliato ad un occhio ciclopico fece chiamare
-_Sûrya, l'occhio di Mitra e di Varuna_, equivalente all'occhio del
-cielo, all'occhio di _Dyu_, all'occhio divino. Come _Savitar_ contiene
-e precede gli Dei, così _Sûrya_ è celebrato qual divino preposto
-degli Dei, fornito di tutte le qualità divine (_viçvadevyavant_) e in
-ispecie della potenza di creare ogni cosa, di artefice universale, di
-_viçvakarman_, che appartiene pure ad Indra e a Tvashtar. Ma, poichè
-_Sûrya_ non arrivò mai, con quel nome, a pigliare una persona mitica
-importante, la sua gloria fu spesso oscurata nell'Olimpo vedico, e
-quasi tutti gli Dei si diedero il merito d'averlo creato, anzi che
-ammettere di essere stati creati da esso; anzi tutti insieme si vantano
-d'averlo collocato nel cielo, di averlo scoperto, mentre era nascosto.
-Ma vi ha di più. Vi rammenterete come l'Aurora, la poetica fanciulla
-celeste, divenuta guidatrice di carri abbia provocato gli sdegni del
-Dio Indra, il quale, per somma sua prodezza, si compiace d'averle fatto
-in pezzi il carro. Un simile cattivo servigio rese pure il Dio Indra a
-Sûrya, un vedico Fetonte, vincendogli e rompendogli una delle ruote del
-suo carro.
-
-Ho cercato spiegare la ragione, per cui Indra pluvio non vuole più
-lasciar vincere la corsa all'aurora, e le rompe col fulmine il carro;
-l'aurora luminosa promette giorni ardenti, e, dove la terra ha uopo di
-pioggie, appare malefica. Così il sole nella canicola sembra, all'uomo,
-sinistro, come apportatore di siccità, dove i pascoli han uopo di
-pioggie; Indra pluvio interviene, rallenta col fulmine il corso del
-sole, rompendogli una ruota del carro.
-
-Altre distinte personificazioni del sole propriamente detto non
-ci offrono gl'Inni vedici; e quelle che abbiamo riferite non sono
-evidentemente abbastanza vive, perchè possa esserci lecito, dagli
-Inni vedici al sole, disegnare i caratteri principali della mitologia
-vedica. Conchiudiamo adunque che, se il sole ha fatto germogliare
-alcuni miti vedici, molto più importanti sono i miti che si riferiscono
-all'aurora, ne' quali s'incomincia a disegnare un principio d'epopea.
-
-Il sole come sole, nel suo massimo splendore diurno, il sole di
-mezzogiorno non creò verun mito importante; la poesia lo canta
-solamente, quando nasce misteriosamente, quando misteriosamente muore,
-quando le nuvole di giorno o le tenebre della notte lo nascondono,
-quando esso viaggia dalla sera al mattino, dall'Occidente all'Oriente i
-mondi sotterranei ignoti; nel mistero il Dio piglia molte nuove forme
-fantastiche, diviene Vivasvant, Yama, Tvashtar; il Dio si raddoppia e
-una parte di esso assume aspetto demoniaco; il paradiso e l'inferno si
-toccano, e in quel contrasto nasce la battaglia. Il ritorno del sole
-luminoso nel cielo orientale lo fa rassomigliare ad un trionfatore, e
-si festeggia però nel sole mattutino il vincitore dei mostri notturni,
-il liberatore del male. Ma poichè egli sale nell'alto e non trova più
-nella sua via celeste nessun ostacolo, il mito s'arresta, finchè non
-si muove il Dio Indra a suscitare nel cielo il dramma delle tempeste,
-a compiere nel cielo la sua battaglia, velando il sole. Allora il sole
-si rianima col mito, ripiglia persona ora come nemico d'Indra che lo
-avvolge di nuvole, ora come una vittima che le nuvole minacciano di
-oscurare per sempre, sinchè non arriva Indra a squarciarle e liberare
-il suo protetto. Il mito si crea certamente nella natura fisica, ma
-esso ha bisogno per prodursi della illusione. Il sole che è alzato nel
-cielo, che accompagna in silenzio l'uomo nei suoi lavori quotidiani, è
-trattato dall'uomo con piena confidenza, è chiamato col nome di _Mitra_
-od _amico_; chè, se il Mithra iranico prese proporzioni solenni come
-nume, ciò avvenne per aver egli servito specialmente a determinare
-il sole nascente e il sole moribondo: il mistero del nascimento e
-quello della morte ci fanno pensare: quanto alla vita medesima, essa
-si vive; ma non si saluta se non quando essa arriva e quando si teme
-di perderla. Il possesso della vita, l'ordine della vita rappresenta
-l'ordinario continuo, e il mito per balzar fuori splendido ha d'uopo
-dello straordinario istantaneo; legandosi, combinandosi poi tra loro
-i miti nascono la leggenda mitica, l'epopea e la novellina popolare;
-ma il mito per sè, nella sua prima origine, nella prima sua forma,
-esprime una sola impressione rapida e fuggitiva. Quando noi studiamo il
-Dio nella sua natura complessa, non abbiamo un solo mito, ma parecchi
-miti che si sono ordinati ad una certa unità personale. L'arte greca
-ha rappresentato con forme estetiche, perfette, queste unità; ma ogni
-unità che forma il Dio armonico è preceduta dalle varie note mitiche
-primitive, senza le quali non si costituisce alcun'armonia divina.
-Gl'Inni vedici, ove abbiamo più spesso i miti isolati e dispersi, che
-la persona divina in cui si confondono, non ci lasciano alcun dubbio
-sopra l'origine primitiva degli Dei, nessuno dei quali è balzato fuori
-completo in tutto il suo splendore; tutti invece si composero per il
-successivo aggregarsi di molecole luminose fra loro simpatiche. Ogni
-mito è per sè stesso una di queste molecole luminose.
-
-
-
-
-LETTURA QUINTA.
-
-LA LUNA.
-
-
-Nelle lingue di tipo greco e latino l'astro lunare divenne un
-femminino; perciò le sue forme divine riuscirono Dee, secondo i varii
-loro aspetti diversamente appellate, Selene, Artemis, Persefone,
-Cinzia, Diana, Lucina, Proserpina. Tuttavia, presso il femminino
-_Luna_ si conosce pure il mascolino _Lunus_. Nella lingua vedica
-come nelle lingue di tipo slavo e germanico, la luna si rappresentò
-invece specialmente come un mascolino, coi nomi di _Soma_, di _Indu_
-e di _Candra_ e forse pure di _Angiras_ e di _Manu_. Tuttavia, anche
-negli Inni vedici, come dipoi frequentemente negli scritti sanscriti,
-incontrasi esplicitamente la luna come un essere femminino. Questi
-nomi sono _Anumati_, la propizia, una specie di Madonna delle Grazie,
-la luna nella vigilia del plenilunio; _Râkâ_, la splendida, la luna
-nel plenilunio; _Sinîvalî_, forse la cieca da un occhio, la luna
-nella vigilia del novilunio, e _Kuhû_ o _Guñgu_ d'oscura etimologia
-(quando non stia per un ipotetico _kubâhû_, al quale mi fa pensare
-l'appellativo _Subâhû_ che trovo dato alla _Sinîvalî_ nel _Rigveda_;
-come dubito che _guñgûr ya_ sia da correggersi nell'inno 32º del II
-libro, anzi tutto in _gunguriryâ_, e _gunguris_ in _svañguris_ da
-confrontarsi con _svañguris_ della strofa settima dell'inno citato). A
-questi quattro femminini rappresentanti la luna è possibile che debba
-pure aggiungersi l'appellativo _Aranyânî_, ossia _la silvestre, la Dea
-silvestre_, che viene cantata nell'inno 146º del X libro del _Rigveda_,
-e nella quale, ove l'identificazione reggesse, riuscirebbe facile il
-riconoscere la Diana cacciatrice. La notte è la selva scura del mito,
-piena di bestie feroci, che la luna deve con la sua luce cacciare.
-L'inno vedico suona così: «O Aranyânî, o Aranyânî, che ti nascondi,
-perchè non vieni nella tua dimora, poichè tu non temi? Aranyânî,
-quando, al muggito del toro, il _c'ic'c'ika_ (il gufo?) risponde, come
-allo strepito di timballi, correndo si avanza. Le vacche mangiano,
-la casa s'illumina; nella sera Aranyânî scarica (ossia aiuta col suo
-splendore a scaricare) i carri. Ecco l'uno chiama la sua vacca, ecco
-l'altro spezza le legna; si crede che alcun essere abitante in Aranyânî
-abbia chiamato. Aranyânî non uccide, se altri non si muova contro di
-essa; dopo che s'è cibato del dolce frutto, ciascuno quindi si riposa
-a suo piacere; io celebrai Aranyânî la madre delle belve, l'unica,
-profumata, apportatrice di molti cibi, senza che essa abbia uopo di
-arare.»
-
-Quando questa _Aranyânî_ madre delle belve (_mr'igânâm mâtar_) non
-sia la notte selvosa, nella quale le belve si producono, essa non può
-essere se non la luna, la quale in sanscrito trovasi pure chiamata col
-nome di _mr'igapiplu_, ossia _bestia rossa_, ed anche _mr'igarâg'a_, o
-_il Re degli animali_, il biondo leone, e ancora _mr'igarâg'adhârin_
-e _mrigarâg'alakshman_, ossia _portante per insegna il leone_, o
-semplicemente _mrigânka_, ossia _segnato con la belva_. Questi e
-somiglianti appellativi sanscriti della luna ci rappresenterebbero la
-luna come signora della selva notturna e delle fiere che la popolano, e
-giustificherebbero il riscontro da noi fatto fra essa e l'invocata _Dea
-silvestre_ o _Aranyânî_ vedica, la quale tuttavia, lo ripeto, potrebbe
-aver pure rappresentato la notte scura.
-
-Ma, se ci resta qualche dubbio intorno all'_Aranyânî_, non ci è lecito
-conservarne alcuno sopra le altre quattro Dee già nominate, _Anumati_
-e _Râkâ_, le due lune del plenilunio, _Sinîvâlî_ e la supposta _Kuhû_
-o _Guñgu_, le due lune del novilunio: _Sinîvâlî_ è particolarmente
-invocata per _porre il germe generativo_ (_garbham dhehi Sinîvâlî_;
-_Rigv._, X, 154), e chiamasi perciò _bahusûvarî_, ossia _molto
-generativa_. I suoi appellativi di _subâhu_, _svañguri_ (che io
-dubito siansi sostituiti, per un eufemismo del poeta lirico coi più
-antichi probabili e più caratteristici appellativi della nuova luna
-_kubâhû, kvañguri,_ onde si foggiò, a senso mio, per corruzione del
-linguaggio una Dea fittizia lunare, chiamata ora _Kuhû_, ora _Guñgu_),
-sono molto curiosi. Poichè sia che supponiamo, secondo la ipotesi che
-tento per la prima volta e che, per quanto ardita, oso raccomandare
-agli studiosi, invece degli epiteti dati alla _Sinîvâlî_ che ci
-conserva il testo attuale del _Rigveda_, gli aggettivi _kubâhû_, ossia
-_dalle piccole braccia_, e _kvañguri_, ossia _dalle piccole dita_,
-attribuiti alla luna nuova che mostra appena i suoi cornetti, sia che
-leggiamo col testo attuale _subâhu_, ossia _dalle belle braccia_, e
-_svañguri_, ossia _dalle belle dita_, noi abbiamo qui un principio di
-personificazione femminina nella nuova luna. _Sinîvâlî_ ha dunque, come
-nuova luna, _braccia_ e _dita_, e, com'io credo, _piccole braccia_ e
-_piccole dita_ convertite poi _in braccia_ e _dita belline_. Ma che
-cosa deve fare _Sinîvâlî_ nel cielo, con quelle braccia, con quelle
-dita? Essa prepara il germe. Nelle novelline russe abbiamo mani e dita
-meravigliose di fate che fanno un fanciullino nano di pasta e poi vi
-soffiano la vita, e ne nasce un piccolo eroe, come abbiamo il pisello
-miracoloso che cade a terra, e fa nascere un fanciullo eroe, una delle
-prime prodezze del quale è quella di salire al cielo. La luna, non
-rechi meraviglia l'intenderlo, è ancora quel pisello celeste; la luna,
-tra i suoi molti appellativi sanscriti, ha pure quello di _hari_,
-parola che vale ora _verde_, ora _giallo_. Nelle novelline popolari
-avrete trovato che ora è un vecchio, ora un fanciullo quello che vola
-al cielo sopra un legume (ora un fagiuolo, ora un pisello, ora un
-cavolo, ora altro legume del rito funebre). Quel legume è sempre la
-luna. L'eroe che sale al cielo ne cade sempre; il sole e la luna, dopo
-essere saliti al cielo, discendono a terra, ossia tramontano. È la loro
-eterna vicenda. Io non posso qui darvi altro che un breve accenno; ma
-sarei infinito, se io volessi farvi tutta la storia delle vicende del
-mito lunare nella tradizione popolare: vi basti che il _formaggio_, che
-la volpe rapisce, ossia fa cadere dalla bocca del corvo, è la luna che
-l'aurora mattutina fa cadere sul fine della notte; vi basti che la luna
-cece o fagiuolo è il viatico mitico de' morti, di cui l'uso funebre
-indo-europeo ha conservato numerose traccie; vi basti che l'obolo,
-che il morto dà a Caronte per passare il fiume Stige dell'inferno, è
-ancora la luna, mercè la quale l'eroe solare può attraversare l'oceano
-notturno. Nelle novelline russe il buono operaio vede galleggiare
-fuori delle acque una monetina, una _kapeika_, la quale basta a
-portargli fortuna. Troverete ancora molti critici pronti a deridere
-simili riscontri; ma coi loro scherni non impediranno alla verità
-di camminare. Io non posso qui insistere sopra alcuna comparazione,
-perchè a costo di riuscire aridissimo mi sono proposto di tenermi
-stretto all'argomento. Volli tuttavia accennarvi di passo, come le
-nostre indagini possano riuscir feconde; e ripiglio il mio tèma con più
-dimesso stile.
-
-_Sinîvâlî_ dunque, la luna nuova, nel cielo vedico, ha braccia e dita,
-e con esse prepara il nuovo germe. Questo germe, che deve nascere,
-è evidentemente, nel cielo, il sole mattutino. Ma, raffigurata la
-luna come una madre essa stessa celeste, essa divenne, per questa e
-per altre ragioni che accenneremo, la proteggitrice dei parti e de'
-matrimonii. Secondo l'uso nuziale indo-europeo, i matrimonii devono
-essere sempre celebrati, per buon augurio, nella quindicina luminosa
-della luna, quando la luna è veramente _luna_ o _lucina_ o _luminosa_,
-ossia fra il novilunio ed il plenilunio, tempo che si crede propizio,
-per eccellenza, alla fecondità, nè solo alla fecondità del germe
-animale, ma anche del germe vegetale ne' campi, onde le numerose
-superstizioni popolari agricole che si riferiscono agli influssi
-lunari, influssi che del resto la scienza non nega assolutamente,
-sebbene ne riduca il potere. Ma, se la vedica _Sinîvâlî_ ci dà indizii
-preziosi, anche più importante è quello che l'inno vedico 32º del II
-libro del _Rigveda_ ci fa sapere di _Râkâ_, la nuova luna. Noi troviamo
-spesso nelle novelline popolari la strega che alla figlia non sua,
-alla bella (l'aurora vespertina), impone un lavoro straordinario al
-di sopra del potere della fanciulla; la povera fanciulla si dispera e
-si raccomanda alla Madonna, della quale talora pettina con grazia il
-crine, dicendo che vi trova perle (le stelle); la Madonna è contenta
-della pia fanciulla e compie per essa l'opera impostale dalla strega.
-Invece della Madonna trovasi talora una meravigliosa bambolina, o
-fanciulla di legno (una specie di _Aranyânî_), la quale ha piccolissime
-dita, e può con esse preparare una camicia o un abito così fine che
-passi nella cruna dell'ago, o possa star chiuso entro un guscio di
-nocciòla. Noi abbiamo già visto la luna _Sinîvâlî_ dalle belle e forse
-dalle piccole dita.
-
-Ora incontriamo la luna _Râkâ_, la quale con quelle stesse dita,
-e per di più con _un ago che non si rompe, cuce l'opera;_ ossia,
-nel cielo, il velo d'oro che l'aurora mattutina reca allo sposo;
-il velo, l'abito, la veste del giovine sole, la tela d'Aracne, che
-si distrugge al mattino, la tela che Penelope prepara allo sposo
-Ulisse. Infatti, subito dopo aver nominato l'opera che _Râkâ _deve
-cucire, si aggiunge, _dia a noi l'eroe dai cento doni, degno di esser
-celebrato_. Evidentemente qui si trattò, in origine, dell'eroe solare
-celeste; ma poi la strofa divenne sacra, passò nel rituale dell'uso
-domestico, e, per ogni figlio nascituro sopra la terra, si ripetè la
-stessa invocazione. Chè, se rechi meraviglia il sentire come la luna,
-cucendo l'opera, produce un figlio, può scemar questa meraviglia,
-quando si pensi al probabile equivoco di linguaggio nato tra le
-radici _siv, syu, sû=cucire_ (confr. pure il vedico _sùcî=ago_),
-onde _sûtra=filo_ ed il latino _suere_, e la radice _sû_ «generare,»
-onde _sûta, sûnu_ «il figlio.» Il cucire è un mettere insieme, un
-aggiungere, e la creazione si fa appunto aggregando. Ma oltre i nomi
-femminini e divini di _Sinîvâlî _e di _Râkâ_, dicemmo che la luna
-piena ha pure quello di Anumati. La parola vale, nel suo significato
-storico, _mente bene disposta, mente propizia, benevolenza, grazia_,
-e quindi _la graziosa, la benigna_. La invocavano nel periodo vedico
-gli amanti e le partorienti; un inno dell'_Atharvaveda_, dopo avere
-propiziato ad Anumati, canta: _gli Dei sveglino l'amore_ (o _la
-memoria_); _abbia egli compassione di me_. Ora questa _Anumati _che
-deve ridestare lo _smara_, o la memoria nello smemorato amante, o pure
-destar l'amore d'un indifferente, quest'_Anumati_, nominando la quale
-i poeti dell'_Atharvaveda _fanno per lo più un giuoco di parole sopra
-la sua etimologia (_Anumate manyasva = Anumate anu hi mansase nah_),
-questa _anu-mati_ che vale al tempo stesso _la mente verso_, ossia
-_la mente bene disposta_, e _la mente dopo_, ossia _il ricordo, la
-memoria,_ ci spiega la ragione, per cui _Râkâ, Sinivâlî_ e _Anumati_
-stessa vengano negli Inni vedici nominate come tre sorelle, figlie di
-_Angiras_ il mobile, che si confonde col luminoso, e della _Smr'iti_
-ch'è ad un tempo stesso, per sapiente e poetico connubio, _amore_ e
-_memoria_. Probabilmente nel mito son nate prima le figlie dei loro
-parenti; tuttavia, poichè il divino padre _Angiras_ e la divina madre
-_Smr'iti_ sono già persone vediche, giova qui considerarne alquanto
-la natura. Talora, invece di _Smr'iti_, troviamo nominata come madre
-la _Çraddhâ_, ossia _la fede_, ch'è anch'essa una specie di memoria,
-e che si rappresenta nel _Tâittiriya Brâhmana_ qual madre di _Kâma_
-l'amore, e, più tardi, il Dio dell'amore. _Çraddhâ_ stessa è chiamata
-nel _Çatapatha Brâhmana_, figlia di _Sûrya_ il sole; il che ci fa
-pensare, innanzi d'essere la fede, la _Çraddhâ _fosse altro. La fede
-è, ad un tempo, quella che unisce, quella che rallegra (dalla radice
-_çrath_ che vale _rallegrare_ ed _unire_). _Angiras_ appare ora sposo
-della _Smr'iti_ (Amore-memoria), ora della _Çraddhâ_ (Fede, come quella
-che unisce e rallegra). Tanto fa pure l'_Anumati _loro figlia, che
-sappiamo già rappresentare con _Râkâ_ la luna piena. Ma _Anumati, Râkâ,
-Sinîvâlî_, fasi lunari divenute Dee liberali, benefiche, fecondatrici,
-operaie divine, saranno esse figlie della luna stessa, o pure _Angiras_
-e la _Çraddhâ_ appartengono ai fenomeni luminosi del sole vespertino?
-Noi abbiamo già veduto il sole _Pûshan_ messo in relazione con _Soma_,
-col suo stimolo svegliar la preghiera, indicar l'ora della preghiera
-vespertina. _Angiras_, padre delle tre sorelle lunari, è egli ancora
-il sole vespertino, o è desso già la luna? _Çraddhâ_, la figlia del
-sole, è dessa l'aurora vespertina o pure la luna? Nel _Taittiriya
-Brâhmana_, il Dio _Soma_, ossia il Dio Luno, si mostra innamorato di
-_Sîtâ Sâvitrî_, ossia di _Sîtâ_ figlia di _Savitar_ (il sole, come
-dicemmo), mentre _Çraddhâ_ è innamorata di lui e si raccomanda al Dio
-_Prag'âpati_, perchè faccia innamorare _Soma_ di lei. Qui evidentemente
-_Çraddhâ_ non dev'essere soltanto una personificazione lunare; tuttavia
-io non m'arrischierei a rappresentarla, come suppongo ch'ella sia, una
-forma dell'aurora vespertina, rispondente[15] al vespertino _Pûshan_,
-risvegliator della preghiera, nel trovare presso il _Yag'urveda nero_
-(citato dal Muir) che il Dio _Prag'âpati _aveva trentatrè figlie, le
-quali divennero tutte spose di Soma. Come distinguere l'essenza mitica
-di ciascuna di esse? Tuttavia, facendoci il _Taittiriya Brâhmana_
-conoscere che, con l'aiuto di _Prag'âpati, Çraddhâ_ conquistò l'amore
-di _Soma_, dobbiamo supporre ch'essa, come _Rohinî_ (propriamente la
-_crescente_), sia stata una delle spose predilette del Dio Luno, di
-_Soma_. E tanto più lo dobbiamo pensare, poichè _Çraddhâ_ è la figlia
-del sole, e gli Inni vedici descrivono a noi in modo così solenne le
-nozze del Dio _Soma_ con _Sûryâ_, ossia l'appartenente a _Sûryâ_ il
-sole, la figlia del sole, che quell'inno mitico diede poi le formole
-rituali all'uso nuziale indiano. _Sûryâ_ è per me l'aurora vespertina,
-sorella del Dio _Pûshan_, che appare pure come suo sposo; egli è geloso
-del Dio _Soma_ a cagione di _Sûryâ_. Questa gelosia celeste fra il sole
-e la luna, innamorati ad un tempo dell'aurora, diede origine a molti
-miti, i quali si svolsero finalmente in numerose e ricche leggende.
-Nell'inno 85º del X libro v'è un passo, nel quale parrebbe che _Pûshan_
-si identificasse con _Soma_ lo sposo divino di _Sûryâ_. Vi si dice,
-infatti: «_Soma_ era lo sposo; i due _Açvin_ (una forma poetica del
-crepuscolo solare e del lunare, ossia ancora del sole e della luna
-considerati come gemelli) assistevano entrambi come paraninfi, quando
-_Savitar_ contento nell'animo diede _Sûryâ_ allo sposo. Quando, o
-_Açvin_, veniste col triplice carro per menar via _Sûryâ_, tutti gli
-Dei acconsentirono, _Pûshan_ vi elesse come figlio per suoi proprii
-parenti.» Ma in questo passo non si può interpretare soltanto che
-_Pûshan_ è lo sposo, ma che _Pûshan_ è il fratellino della sposa, il
-quale vien perciò carezzato e protetto dagli _Açvin_, che ora amano
-l'aurora come amanti, ora la proteggono come fratelli maggiori.
-
-Da questi lievi indizii è facile il vedere come agevolmente abbiano
-potuto confondersi i caratteri del sole vespertino con quelli della
-luna, che appare quando il sole cade, quando caduto il sole vespertino
-rimane ancora il cielo occidentale rosato, ossia l'aurora vespertina.
-
-Quindi la difficoltà di dichiarare, in modo preciso, l'essenza
-fisica d'alcuni miti che occuparono pure grandemente la primitiva
-immaginazione ariana. Noi non abbiamo nessun dubbio intorno all'essere
-esclusivamente lunare di _Râkâ_ e _Sinîvâlî_; ma, giunti ad _Anumati_,
-se per un verso essa ci rappresenta la luna piena, per l'altro, come
-_la grazia, la benevolenza_, può riferirsi non meno all'aurora che
-alla luna; in entrambi i casi poi essa ci aiuta a spiegarci la Madonna
-protettrice, la buona fata delle tradizioni popolari. Il professor
-Max Müller ha già nell'_ahanâ, dahanâ_, aurora mattutina vedica,
-riconosciuta l'_Athene_; così dicasi della _Minerva_, degna di essere
-paragonata alla nostra _Anumati_, e più ancora ad una vedica _Aramati_,
-che il Dizionario Petropolitano spiega per _arammati_, ossia avente
-la _mente pronta_, che ci richiama alla nostra aurora sollecita,
-risvegliata e risvegliatrice. Quest'_Aramati_ è nel _Rigveda_ chiamata
-_tessente_ (_vayantî_); quando la notte arriva, cessa dall'opera, o la
-continua in segreto, con l'aiuto e per opera della luna; quando sta per
-arrivare, al mattino, il divino _Savitar_, essa ripiglia il suo tessuto
-abbandonato la sera.
-
-Qui evidentemente abbiamo sempre l'aurora, vespertina e mattutina,
-vigile e destra all'opera, senza intervento della luna, che, in
-altri momenti, appare invece a cucir l'opera, ossia a preparare il
-tessuto allo sposo dell'aurora, ossia a dar l'aurora al sole, il sole
-all'aurora, come proteggitrice de' matrimonii.
-
-Avendo questa relazione intima il sole e la luna, così intima che si
-possano talora identificare (il sole che perde i suoi raggi e il sole
-che non li mette ancora fuori rassomiglia all'astro notturno; tanto
-che, chi, sull'albeggiare d'un giorno estivo, in tempo di luna piena,
-contempli il cielo, veda i due astri l'uno al cospetto dell'altro, alle
-due estremità della vôlta celeste, e, se non si orizzonti, non sappia
-subito bene distinguerli l'uno dall'altro; io cito qui una mia propria
-impressione), alternandosi l'un l'altro, alcune delle loro qualità,
-e perciò delle loro forme divine, sono divenute comuni, così che ora
-poterono riferirsi al giorno, ora alla notte. Noi vedemmo già, infatti,
-il sole _Savitar_, ossia il sole generatore; la luna come _Soma_ (dalla
-stessa radice _sû, so, sav_ che serve per formare la voce _Savitar_)
-è un equivalente, esprime cioè la luna nella sua virtù fecondatrice. E
-noi la vedemmo già finqui presiedere ai matrimonii ed ai parti. Il sole
-divide i giorni (ed il sole vespertino _Bhagas_ può avere avuto, oltre
-gli altri suoi significati, quello proprio etimologico di _spartitore_,
-di _distributore_) e divide i mesi. Ma ciò fa pure la luna. Anzi la
-luna ha fatto anche più. L'antico anno indiano era regolato dalle
-lunazioni; la lunazione costituì il mese; _messéts_ è il nome comune
-che si dà tuttora in lingua russa al _mese_ e alla _luna_. La parola
-_mese, mensis_, vale propriamente _la misura_. La radice sanscrita
-_mâ_ vale _misurare_; le parole _mâs, mâsâ_, valgono in lingua vedica
-_luna_ e _misura_. La lunazione ed il mese equivalendosi, la luna
-diventò, oltre la regola, anche la regolatrice per eccellenza, in ogni
-ordine delle cose naturali. Nè è meraviglia che, corrispondendo il
-_r'itu_ lunare al _r'itu_ muliebre, poichè la luna pigliava pure il
-nome dal proprio _r'itu_ periodico, essa fosse particolarmente invocata
-dalle donne e ad esse cara, come quella che, mantenendo i segni della
-generazione, prometteva la desiderata fecondità, senza la quale l'uomo
-primitivo disprezzava la propria donna, ed aveva diritto di rifiutarla.
-La radice _mâ_, che vale _misurare_, nel suo primo significato
-dovette esprimere l'idea di _estendersi_; ma l'_estendersi_ è un
-_moltiplicarsi_: ecco in qual modo la radice mâ, che vale _misurare_,
-creò la parola _mâtra_ o _metro, misura_, e _mâsa_ che vale ancora il
-medesimo, e la radice _mâ_ che vale _produrre_, creò la parola _mâtar_,
-la produttrice, la creatrice per eccellenza, la madre.
-
-Ho detto che il primo significato della radice _mâ_, onde si svolsero
-i significati secondarii di _misurare_ e _produrre_, fu quello di
-_estendersi_. Vi è un'altra radice che dobbiamo qui esaminare. Questa
-radice è _man_ stretta parente di _mâ_, come il latino _mensis_ è
-stretto parente, anzi equivalente di _mâsa_, come il tedesco _mond_
-luna, _monat_ mese e l'inglese _moon_, ci richiamano ad un ipotetico
-primitivo _manas_ che, secondo l'analogia di _mâsa_, dovette pure in
-origine significare _misura_, e forse _mese_. Ma lasciamo l'ipotesi
-e consideriamo il fatto. Tra i nomi sanscriti della luna troviamo
-quello di _manasig'a_, parola che varrebbe _nato nel manas_; tra gli
-appellativi del Dio _Soma_, ossia del Dio _Luno_ nel _Rigveda_ troviamo
-quello di _signore del manas_, ossia _manaspati_, che ci riaccosta alla
-nostra luna _anumati_. Ma il _manas_ è l'animo; che cosa è l'animo?
-_anemos_, quello che si muove; così dovette essere il _manas_, nella
-sua prima espressione, _il moto_, e poi _il moto misura, il moto
-regolatore, il moto particolare interno_, che anima e regola, muove e
-contiene il pensiero e l'affetto dell'uomo, il desiderio, l'amore, e
-il divino agitarsi dell'intelletto. Ecco pertanto spiegato, s'io non
-erro, il perchè la luna _Sinîvâlî, Râkâ_ ed _Anumati_, essendo nata
-nel _manas_, e muovendo e regolando il _manas_ fu immaginata figlia
-dell'_Angiras_ mobile luminoso, e della _Smr'iti_ o _Çraddhâ_, che
-sono tutte forme del mobile _manas_. Ecco perchè la luna anch'essa
-può riuscire, come la vegliatrice mattutina, una _Minerva_, ossia
-un'_ammonitrice_, una _direttrice_ degli umani consigli; ecco, infine,
-la ragione, per cui, trovando associata l'_Angiras_ con _Manu_, presso
-il quale Indra in un inno vedico viene a bere il _Soma_, in _Manu_
-ravvisiamo così il sole come la luna. Per noi, _Manu_ prima che _il
-pensatore_, come sarebbe troppo consolante il credere, considerando
-che negli Inni vedici è chiamato _Manu_ anche l'uomo, dovette
-essere _il mobile_, e quindi _il motore_ e _il regolatore celeste_.
-Chiamatisi _manavas_ anche gli uomini, nel loro essere mortale, essi
-considerarono come il primo de' mortali, come il padre di tutti i
-mortali, come il solo scampato dal diluvio universale, il _Manu_
-celeste, onde chiamarono pure sè stessi _manug'âs_ o _figli di Manu_,
-di quello stesso _Manu Prag'âpati_, dal quale, secondo le genealogie
-brâhmaniche, sono discesi tutti gli Dei. Ma in quel _Manu_ celeste essi
-non tardarono a ravvisare _il pensante_, ossia _il sapiente_, e quindi
-il primo sapiente, l'inventor dei riti sacrificali; e, finalmente, nel
-periodo brâhmanico, _il pensiero stesso, la formula della sapienza_,
-il primo legislatore indiano, il primo regolatore, distributore della
-giustizia, nel quale carattere ritorna _Manu_ a identificarsi col sole
-moribondo _Yama_, e, in tale incontro, con _Minos_, il primo re di
-Creta, progenitore di razza, che discende all'inferno per amministrarvi
-la giustizia. Ma, poichè nello scuro inferno è la luna che governa e
-regge e giudica, quello stesso _Manu_ che parve confondersi con Yama,
-scomparso il sole dall'orizzonte non si perde affatto, ma, come ho
-già avvertito, lascia una sua forma per pigliarne un'altra. Di Yama e
-di Manu, in quanto gli somiglia, avremo tuttavia a tenere particolare
-discorso.
-
-Per ora basterà il ritenere come anche nelle sue forme femminine
-la luna vedica abbia preso persona di Dea, e come in questa persona
-prevalga la virtù di fecondatrice attribuita alla luna; e finalmente,
-come quella che desta l'uomo alla vita materiale, per l'istinto
-idealissimo della nostra stirpe, sia pure divenuta la eccitatrice de'
-nostri pensieri. E per avere anzi creduto che li eccitasse troppo,
-nacque la credenza che i maniaci siano dominati da sinistri influssi
-lunari.
-
-Ci resterebbe a considerare la luna sotto i suoi nomi mascolini
-di _C'andra, C'andramas_ (ossia _il luminoso_, e _il mese_ o _il
-misuratore luminoso_), che non ci presenta negli Inni vedici nessuna
-distinta persona poetica, di _Indu_ nel suo significato primitivo,
-probabilmente il mobile, poi il movente, lo stillante, e quindi la
-luna stillante, e ciò che la luna stilla; e di _Soma_, propriamente il
-generatore, ma anche lo spremitore, il traente il succo, e poi il succo
-stesso. Quindi, quando leggiamo che gli Dei vengono a bere ora _Indu_,
-ora _Soma_, intendasi che vengono a bere il succo ambrosiaco che
-stilla dalla luna. Noi abbiamo già veduto l'_Aditi_, la _Pr'ithivî_, e
-l'aurora che posseggono l'ambrosia; ma, per l'equivoco nato tra _Indu_
-e _Soma_ stillanti il succo, e le parole _indu_ e _soma_ che vennero
-ad esprimere il succo, è nella luna specialmente che gli Dei vanno a
-cercare l'ambrosia, l'amrita, la bevanda immortale. Noi abbiamo già
-riferita la leggenda vedica del Dio _Indra_ che concede la bellezza
-alla fanciulla brutta, lebbrosa _Apalâ_, l'aurora vespertina (che
-nella notte diviene brutta), perchè questa, discendendo alla sera dalla
-montagna per attingere acqua, trovò nella fonte il _soma_ (la luna nel
-pozzo); e sapendo quanto _Indra_ fosse avido del _soma_, lo pregò di
-scorrere verso di lui, ossia di errare nel cielo, del quale _Indra_
-è signore. Fu già paragonato il culto dionisiaco ellenico al culto
-del _Soma_ vedico. Come _Soma_ è al tempo stesso abbondante di umori
-inesauribili e generatore eterno, così il suo culto si congiunse quindi
-nell'India con quello del _Çiva_ fallico, accompagnato da libazioni
-d'un _soma_ terrestre, un liquore inebbriante, che il professore
-Haug ebbe nell'India il raro privilegio di gustare, e che trovò di
-un sapore disgustosissimo; nella Grecia abbondanti libazioni di vino
-accompagnavano le feste falliche dionisiache. Ma gli Dei che discendono
-sopra la terra, non sono l'oggetto del nostro studio presente.
-
-Nel vedico _Soma_ noi abbiamo espressa, ora l'ambrosia che può
-risiedere in più parti, ora la luna che contiene, porta, custodisce
-l'ambrosia, e la somministra agli Dei, i quali, bevendola, divengono
-immortali, robusti e vittoriosi nelle loro celesti battaglie contro
-i mostri; il _soma_ non è solo ambrosia, ma acqua della giovinezza,
-acqua della salute, acqua della forza; e però si rappresenta esso
-stesso come guerriero sempre vittorioso; la pioggia è _soma_, la
-rugiada dell'aurora è _soma_, ma più spesso ancora il _soma_ è la
-pianta lunare, è il succo della luna, l'erba luminosa celeste, è la
-luna stessa; in compagnia di esso, il Dio _Indra_ scaccia dal cielo i
-mostri; la luna cresce a misura che i Numi vanno a dissetarsi presso
-di lei, ossia, poichè la luna genera gli Dei, a misura che gli Dei
-luminosi le si appressano, essa cresce.
-
-
-
-
-LETTURA SESTA.
-
-IL FUOCO.
-
-
-Il fuoco, _Agni_ (che ritorna nel russo _Agonj_, nel latino _ignis_),
-quantunque, dopo Indra, sia il Nume vedico più invocato, è uno degli
-Dei meno personali dell'Olimpo vedico, la cui sede è più instabile, la
-cui forma è meno determinata. Per lo più s'invoca Agni come elemento
-fuoco, senza dargli persona; ma, anche quand'esso non assume una
-persona distinta, ha sempre un carattere sacro. Sia che s'accenda nel
-cielo come sole, come luna, come stella, come aurora, come fulmine,
-sia che dalla terra, come vulcano ch'erompe, o dal legno, come
-foco domestico e sacrificale, Agni o il fuoco presenta sempre alla
-nostra immaginazione un carattere misterioso, che, se può ancora far
-qualche impressione sopra di noi avvezzi dal lungo uso della vita a
-trascurare i fenomeni più frequenti della natura, dovette riempir di
-una profonda maraviglia mista col terrore l'animo innocente de' padri
-nostri. Trasportiamoci col pensiero ad un'età, nella quale a produrre
-il fuoco domestico non si conosceva altra industria all'infuori di
-quella che ricavava scintille dal confregamento di due legni, chiamati
-insieme _aranî_ (per la stessa analogia, per cui _bois_ in francese
-è il _bosco_, e ad un tempo stesso il _legno_). L'uno de' legni si
-poneva sotto, l'altro sopra; l'uno era il maschio, l'altro la femmina;
-il fuoco simile a fanciullo nasceva dall'_arani_ inferiore. Ce lo
-dice molto chiaramente un inno vedico ad Agni (_Rigveda_, III, 29):
-«È questo lo scotimento sopra; è questa la generazione; apportiamo
-questa signora delle genti (l'_arani_ inferiore, madre del fuoco, e
-la genitrice per eccellenza); agitiamo Agni come una volta. Agni, il
-ricco per sè, giace ne' due legni, come il feto ben collocato nelle
-donne incinte. Agni è da celebrarsi ogni giorno dagli uomini con laudi
-e sacrificii. Poni giù (l'_arani_ superiore) sopra la larga che giace
-(l'_arani_ inferiore); essa, subito fecondata, generò il forte Agni.»
-Questa immagine materiale di Agni generato come un figlio da due pezzi
-di legno, padre e madre, fra loro confricati, ritorna spesso negli
-Inni vedici; e nella sua materialità essa è sommamente istruttiva
-per la storia delle credenze popolari. Poichè dal fuoco figlio delle
-legna (_sûnum vanaspatînâm_), considerandosi il fuoco vitale come
-il generato e quindi generatore per eccellenza, s'immaginò che anche
-gli uomini fossero nati dal legno. In Piemonte si dice di fanciulli
-ch'essi sono stati trovati in un bosco, sotto una ceppaia, la quale
-ritorna nel ceppo e nell'albero di Natale, da cui si fa, con innesto
-di elementi cristiani e pagani, nascere, con l'allungarsi dei giorni,
-dopo il solstizio d'inverno, il bambino Gesù;[16] l'inno vedico 68º
-del libro I del _Rigveda_ ci fa sapere come Agni, ossia _il fuoco_,
-è nato come creatura vivente dal legno secco.[17] Questo legno secco,
-da cui nasce il piccolo Agni come fanciullo, risponde bene al nostro
-ceppo natalizio.[18] Immaginati i due legni come padre e madre, ed il
-fuoco che distrugge il legno, dal quale si sprigiona, era naturale
-la rappresentazione di Agni come un figlio parricida e matricida.
-Il poeta vedico inorridisce a questo delitto, ed esclama nell'inno
-79º del X libro del _Rigveda_: «O cielo, o terra, questa verità io
-dico a voi, appena nato, il fanciullo mangia i suoi due parenti.» E
-quindi, con una ingenuità tutta vedica, ricordandosi che Agni è un Dio,
-s'umilia confessando: «io, mortale, non posso comprendere un Dio.» Il
-parricidio è un delitto continuo nella natura; senza la morte de' padri
-non potrebbero sussistere i figli; Adamo è condannato a morire, dal
-giorno in cui egli diviene padre. Gli uomini primitivi fermarono spesso
-la loro attenzione sopra questa legge fatale di natura. E, in quanto
-il parricidio sia involontario, stabilirono la dottrina del peccato
-originale, che divenne poi dogma religioso; stabilirono l'onnipotenza
-del fato, per cui il vecchio Giove è spodestato dal nuovo, per cui
-Ciro, Edipo, Romolo divengono inevitabilmente parricidi. L'arte
-intervenne ora per giustificare l'enormità del parricidio incolpando
-il fato, ora ad immaginare i vecchi parenti come crudeli, feroci,
-persecutori della gioventù fiorente. Sotto quest'aspetto, il parricida
-divenne un liberatore, un salvatore; l'antico apparve cattivo, il
-giovine buono; il giovine che atterra l'antico compie un'impresa
-gloriosa. Secondo una credenza brâhmanica, il nascimento d'un figlio
-in una casa ha il merito di liberare il padre da futuri nascimenti,
-pigliando egli sopra di sè, ed espiando egli stesso la colpa originaria
-che il padre aveva ereditata. Secondo una tale credenza, la vita era
-un male, ogni nuovo nascimento che obbligasse l'essere ad entrare in
-un corpo, come in una prigione, si considerava come una sventura.
-Finchè non nasceva un figliuolo in una casa, non solo il padre era
-minacciato, morendo, di rinascere, ma le anime dei trapassati erravano
-senza sedi certe, col pericolo di entrare in qualche corpo non solo
-d'uomo, ma di bruto. Nella parola sanscrita _putra_, che vale _figlio_,
-avvicinata a _punya_ che vale _bello, puro_ (come _pûta_), si vide
-etimologicamente _il purificatore_ (la vera etimologia della parola
-è tuttora dubbia). Ma il _Mahâbhârata_ ci offre ancora della voce
-_putra_, scritta spesso _puttra_, una etimologia singolare. _Put_ è un
-appellativo dato ad uno degli inferni indiani; il suffisso _tra_ dà
-alla parola il valore di liberatore; onde _puttra_ figlio si spiega
-come _il liberatore dall'inferno Put_. «Poichè il nuovo nato libera
-il padre dall'inferno chiamato Put, perciò si chiama _Putra_.» Nè
-solo, secondo il _Mahâbhârata_, il figlio salva il padre, ma anche _i
-morti maggiori_ (_pûrvapretân pitâmahân_). Il figlio che impedisce al
-padre di rinascere ad una vita mortale, considerata come una pena, è
-un liberatore; il figlio che viene a pigliare il posto del padre, a
-liberare sè ed il mondo dal vecchio padre divenuto insopportabile, è
-un parricida. Entrato nel mito il concetto mostruoso di un parricidio,
-si tentò abbellirlo sempre più col rappresentare padre e figlio quali
-nemici fra loro, de' quali il figlio rappresenta il bene, il padre il
-male.
-
-Noi abbiamo fin qui veduto generalmente il mito discendere dal cielo
-in terra. Ma, a rappresentarlo nel cielo, concorsero, senza dubbio,
-immagini della vita terrena. Così, quando troviamo padri e figli nel
-cielo, bisogna ammettere che furono dapprima conosciuti i padri e i
-figli sopra la terra; quando troviamo nel cielo matrimonii divini,
-convien supporre che fossero già conosciuti i matrimonii della
-terra; quando ci si rappresenta l'aurora come una ballerina, o come
-una bagnante, convien dire che si fossero già vedute sopra la terra
-danzatrici e donne bagnanti. Così la nozione di un padre crudele, di
-una madre cattiva nel cielo, suppone la probabile conoscenza di padri
-crudeli e di madri perverse sopra la terra. Ogni _nome_ che nasce,
-suppone necessariamente la _conoscenza_ della cosa che esso deve
-esprimere; anzi la parola _nome_ significa, secondo l'etimologia,
-_nozione, conoscenza_ (_nâman_ proviene, com'è noto, da _g'nâman_).
-Perciò, quando diciamo che i miti sono nati nel cielo, dobbiamo
-soggiungere che vi si produssero per lo più con elementi umani o
-terreni già noti all'uomo. Al cielo, al sole, alla luna, all'aurora si
-attribuirono qualità proprie di persone umane. Ma il cielo, il sole, la
-luna, l'aurora essendo fenomeni soltanto celesti, non si può supporre
-che dalla conoscenza d'un cielo, d'un sole, d'una luna, d'un'aurora
-terrena siasi raffigurato quindi il cielo nel cielo propriamente detto,
-il sole, la luna, l'aurora celesti. Ma il cielo coppa si immagina dopo
-aver conosciuta alcuna coppa terrena, l'aurora pastora si immagina
-sopra la conoscenza di una pastorella della terra. Il fenomeno è
-celeste, ma l'immagine che lo rappresenta, con persona mitica, trae
-la sua origine da una nozione della vita umana. Ma, per quanto si
-riferisce al fuoco, producendosi il fuoco non meno sopra la terra che
-nel cielo, anche senza l'immagine mitica il campo riuscì duplice; la
-terra come il cielo è sua sede; tuttavia, per quella tendenza naturale
-dello spirito umano a far provenire ogni creazione dal cielo, e a
-far salire al cielo ogni creatura, anche il fuoco si suppose disceso
-sulla terra dal cielo, ora in forma di raggio solare, ora in forma di
-fulmine, sebbene formatosi nel cielo in un modo conforme a quello, con
-cui solevano gli uomini produrlo sulla terra.
-
-Nel 5º inno del X libro del _Rigveda_ si dice che, in origine, Agni
-ossia _il fuoco_ era e non esisteva ancora; e ch'esso fu il primo
-nato nell'età primordiale, Toro ad un tempo e Vacca. Il fuoco vitale
-si considerò ora come _nato per sè_, ora come la prima creazione,
-contenente per ciò in sè il maschio e la femmina, necessarii per
-generare le altre creature. Ma in che modo il fuoco, quando non si
-considerò _nato per sè_, si è esso generato nel cielo? I creatori
-del mito non potevano immaginare per l'origine del fuoco celeste
-modi diversi da quelli, con cui si produceva già il fuoco sopra la
-terra. Se essi avessero potuto immaginare altri modi, li avrebbero
-adoperati ne' loro usi terreni, ove uno dei più solenni pensieri della
-vita era quello di trovare il fuoco, e, trovatolo, di conservarlo,
-onde si capisce perfettamente l'ufficio solenne che, nell'antichità,
-avevano le Vestali guardiane del fuoco sacro. In terra il fuoco si era
-visto produrre per mezzo di confregamento. Il confregamento de' corpi
-accresceva il calore animale; il confregamento dell'asse della ruota
-del carro contro la ruota stessa aveva talora prodotto l'incendio della
-ruota ne' carri della terra (e figuratosi il sole come un carro d'oro
-anche dalle sue ruote giranti si svolse l'incendio); il confregarsi
-nella stagione estiva di un ramo secco d'albero resinoso contro un
-altro ramo inaridito aveva provocato l'incendio delle foreste;[19]
-del pari due pietre battute l'una contro l'altra avevano sprigionato
-scintille e destato il fuoco. Acquistata sopra la terra dagli uomini
-ariani l'esperienza de' modi, coi quali si poteva produrre il fuoco,
-s'immaginò miticamente che il fuoco si producesse nel cielo in modi
-conformi. Nel vedere pertanto come i fulmini nascessero nel cielo
-nuvoloso, rappresentatesi le nuvole quali rupi o montagne o alberi
-grandeggianti, per l'equivoco delle parole _adri, parvata, açman_, che
-significarono tutte non solo _l'albero, la roccia_ e _la montagna_,
-ma anche _la nuvola_, con fantasia gigantesca s'immaginò che Indra
-muovesse, l'una contro l'altra, due montagne, e nel confregarle l'una
-contro l'altra facesse saltar fuori il fuoco ossia il fulmine, e
-che il tuono fosse lo strepito prodotto dall'urtarsi delle montagne
-celesti spinte da Indra. Perciò mi spiego le parole del 1º inno del II
-libro del _Rigveda_, ove si canta che Indra _generò il fuoco fra le
-due pietre o roccie_ (_yo açmanov antar agnim g'ag'âna_). Negli inni
-del X libro del _Rigveda_, ove Agni si identifica talora col sole,
-vediamo Indra vincere il sole; in altri inni Indra rompe una ruota
-al carro del sole. È probabile ancora che il fulmine del Dio Indra
-siasi pure immaginato come svolto dall'arsione d'una ruota del carro
-solare. Rappresentossi pure _Agni_ come figlio di _Tvashtar_, il fabbro
-dell'Olimpo vedico, come vedremo; e, come fabbro, dovea adoperare lo
-stesso modo nel produrre il fuoco in cielo che adoperavano i fabbri
-umani a destare il fuoco sopra la terra. Altri Dei son dati come
-padri ad Agni, ed egli stesso è chiamato Padre degli Dei: ma questa
-qualità non gli è specifica, trovandosi attribuita a parecchi altri
-Numi. Apparendo come infuocati il sole, la luna, le stelle, il lampo,
-il fulmine, tutto ciò che risplende nel cielo del colore del fuoco,
-e il sole in ispecie prese nome di _Agni_, il fuoco per eccellenza,
-che sta sopra tutti gli altri fuochi, con ciascuno de' quali può
-identificarsi e pigliar singolare persona. Così ancora il rosso di
-sera, ossia l'aurora vespertina, piglia nell'_Aitareya Brâhmana_ nome e
-persona di Agni, dicendosi che _il sole al tramonto scompare entrando
-in Agni_. Gli _Agni_ son quindi molteplici come i fuochi; ed hanno
-quindi com'essi diverse sedi, onde l'appellativo di _Bhûrig'anma_,
-ossia _dai molti nascimenti_ dato al Dio Agni nel _Rigveda_. La terra
-ed il cielo sono le sue sedi principali; ma, come gli stessi Inni
-vedici c'insegnano, Agni apparve dapprima nel cielo; disceso dal cielo,
-i _Bhr'igu_ lo comunicarono agli uomini; le forme di questa discesa si
-trovano ampiamente illustrate in un celebre libro del professor Kuhn
-(_Die Herabkunft des Feuers_), al quale rinvio lo studioso. Disceso
-dal cielo, la tendenza maggiore del fuoco fu poi quella di risalire
-al cielo, e, sia come fuoco domestico, sia come fuoco sacrificale,
-sia come fuoco di rogo funebre, di portare in alto, al cielo, fra
-gli Dei, le preghiere, i voti, le offerte degli uomini, e le anime
-dei trapassati. Il _Rigveda_ ha consacrato il maggior numero de' suoi
-inni all'Agni de' sacrificii, rappresentato non solo come messaggiere
-tra gli uomini e gli Dei, ma come invitatore degli Dei a ricevere
-le oblazioni. In questa parte speciale di invitatore, di invocatore,
-di _hotar_, Agni presiedette ai sacrificii vedici, e fu egli stesso
-chiamato, nel primo versetto del _Rigveda, sommo sacerdote, divino
-ordinatore del sacrificio, invocatore, sommo apportatore di ricchezze_.
-Non si dimentichi che l'Agni sacrificale si ridestava col giorno,
-ossia col riapparir della luce, ufficio della quale è scoprir tutte le
-ricchezze, manifestare gli Dei, ossia i luminosi. Nessuna meraviglia
-pertanto che l'Agni sacrificale sul far del giorno si celebri non
-solo come invocatore, ma come apportatore degli Dei; così che, nel
-tempo stesso, in cui egli è messaggiere degli uomini agli Dei, riesce
-messaggiere degli Dei agli uomini. _Agni_ è il Dio meno personale,
-ma il più famigliare dell'età vedica; tutti lo conoscono, tutti lo
-custodiscono nella casa, come loro _atithi_ od _ospite_, tutti lo
-svegliano di giorno in giorno.
-
-A lui si raccomandano gli uomini per ottenere i favori degli Dei; lo
-trattano bene per conservarselo amico. Lo nutrono di burro, poichè la
-sua nutrice (l'arani) non può dargli latte, come dice un inno vedico;
-al suo apparire, il cielo, la terra, le acque, le piante si rallegrano
-nell'amicizia di esso; e lo temono nemico. Poichè, quanto ai devoti è
-benefico, tanto, nell'ira, egli può riuscir terribile; esso mugge come
-toro, rugge come leone, strepita come le onde del mare, incute spavento
-come un esercito scatenato; portato dal vento, divora e consuma ogni
-cosa, e, dov'è passato, lascia il nero; ha mille occhi, ha mille corna,
-artigli aguzzi (onde vien spesso paragonato a falco), aguzzi denti di
-ferro, barba e capelli d'oro. Un inno tuttavia lo dice privo di piedi
-e privo di testa (_apâd açirshâ; Rigveda_, IV, 1); _viçvarûpa_, ossia
-_onniforme_, è pure uno de' suoi nomi, e come _onniforme_, ossia capace
-di pigliare qualsiasi forma a suo piacere, si comprende con quale
-specie di religioso terrore da un popolo ingenuo e primitivo dovesse
-esser venerato. Tutto l'_Atharvaveda_, ossia il _Veda di Atharvan_
-ch'è uno de' nomi del fuoco, è inteso ad onorare il fuoco terreno, e
-specialmente il fuoco domestico. Si considera l'_Atharvaveda_ come il
-_Veda_ più umile, il quarto Veda, il Veda, per così dire, delle donne,
-le più tenaci nel conservare memoria degli usi, dei riti domestici,
-delle tradizioni, delle superstizioni popolari, e delle formole
-relative.
-
-Avendo molta cura del fuoco sacrificale e funebre, il devoto s'assicura
-non solo i beni di questa vita, ma, per quanto apprendiamo da una
-leggenda del _Çatapatha_ _Brâhmana_ riferita dal Muir, anche quelli
-dell'altra. Secondo la leggenda, Agni appena creato da _Prag'âpati_,
-incominciò a bruciare ed a perturbare ogni cosa. Allora tutte le
-creature esistenti si mossero per distruggerlo. Agni ricorse ad un
-uomo, e gli domandò che lo lasciasse entrare in esso, dicendogli: «Dopo
-avermi generato, alimentami; se tu farai codesto per me nel mondo di
-qua, io farò lo stesso per te nel mondo di là.»
-
-Ritorniamo adunque a quel mondo di là, al quale l'Agni del rogo guida
-gli uomini, diverso da quel fuoco sotterraneo, il cui solo ufficio è
-la consumazione del cadavere celato nella terra. Vi è un Agni vitale
-creatore, padre; e vi è un Agni empio, mostruoso, distruggitore. Vi
-è un Agni divino. Vi è un Agni demoniaco; l'Agni divino è sapiente,
-luminoso ed illuminante, poichè ora precede l'aurora, e sorge con essa
-(onde il suo appellativo di _Usharbudh_); quest'Agni è spesso chiamato
-_rakshohan_, ossia _uccisore del mostro; tamohan_, ossia _distruggitore
-della tenebra_. Il fuoco che si tiene tuttora acceso la notte in alcune
-stalle, per cacciare una specie di demonio che si teme venga nelle
-tenebre ad occupare il bestiame, è una reminiscenza del vedico Agni
-_rakshohan_ e _tamohan_. Il mostro ama le tenebre; lo spauracchio de'
-bambini discende dalla nera cappa del camino, quando il fuoco è spento;
-ma il fuoco che si svolge da' cimiteri nelle notti estive, il fuoco
-vulcanico, ed altre emanazioni del fuoco sotterraneo son considerate
-come forme fantastiche infernali. Il fuoco sotterraneo è sempre
-sinistro, come l'inferno si figura sotterra, e sotterra si distende il
-regno de' serpenti, ove impera il diavolo, il gran serpente.
-
-L'Agni sacrificale apporta al devoto le splendide gioie del giorno;
-l'Agni del rogo guida la parte immortale (_ag'o bhaga_; seguo qui
-evidentemente l'interpretazione del Müller e del Muir) del trapassato,
-di cui esso, nutrendo sè stesso, consuma le carni, all'eternità degli
-splendori celesti; perciò l'_Aitareya Brâhmana_ chiama Agni col nome
-di _filo, ponte_ e _via, per la quale si va agli Dei_ (_tvam nas tantur
-uta setur Agne; tvam panthâh bhavasi devayânah_); per esso possono gli
-uomini _arrivare al cielo, e rallegrarsi in gaudio comune con gli Dei_
-(_tvayâ Agne prishtham vayam âruhema; atha devaih sadhamâdam madema_).
-
-Egli non è solo desiderato dagli uomini, ma anche dagli Dei; ma mentre
-gli uomini cercano Agni nel legno, gli Dei lo vanno a cercare nelle
-acque, dove Agni sta nascosto. Questa nozione mitica intorno all'Agni
-celeste, che abbiamo detto identificarsi spesso nel _Rigveda_ col sole,
-è di una importanza capitale. Noi entriamo qui in un mondo intieramente
-favoloso. Sappiamo già come nell'età vedica si producesse il fuoco;
-e abbiamo veduto che Indra lo trasse fuori dal cielo nuvoloso nella
-stessa guisa, con cui lo destavano i padri nostri sulla terra, ossia
-per confricazione. L'uso terrestre ci ha giovato per dichiarare il
-mito celeste. Ma, come immaginare, con la sola analogia de' fenomeni
-osservati sulla terra, il fuoco figlio delle acque, il fuoco nascosto
-nelle acque, il fuoco uscente dalle acque, quando sappiamo che
-ufficio naturale dell'acqua è quello di spegnere, ma non di destare
-il fuoco? Ed eccoci pertanto di nuovo richiamati esclusivamente ad
-un Agni celeste; poichè paragonandosi il cielo nuvoloso e la notte
-tenebrosa ad un oceano, il fulmine che si sprigiona dalle nuvole, ed
-il sole che vien fuori ora dalle nuvole, ora dalla tenebra notturna,
-ci rappresentano ad evidenza una forma di Agni, ossia di fuoco che
-esce dalle acque, di Agni figlio delle acque, immagine che sulla
-terra, presso l'Himalaya, non si poteva in alcuna maniera riprodurre.
-Come adunque abbiamo un Agni terreno (che si fece esso pure derivare
-dal cielo), venerato particolarmente dagli uomini, così abbiamo un
-Agni celeste specialmente caro agli Dei che lo vanno a cercare nelle
-acque, ov'egli s'era nascosto, per timore di subire le stesse sorti
-dei suoi fratelli maggiori, i quali, secondo la leggenda vedica, erano
-morti prima di lui. Ora questo minor fratello Agni più accorto de'
-suoi fratelli maggiori che per scampare da morte si nasconde nelle
-acque, che scampa nelle acque, ossia dalle acque, ci compie un mito
-importante. Noi abbiamo già la nozione di un Agni fatalmente parricida
-che distrugge il legno, da cui è nato; così l'Agni celeste chiamato ora
-figlio, ora nipote delle acque (_apâm napât_), distrugge la materna
-notte, ossia il paterno oceano tenebroso o nuvoloso, da cui vien
-fuori in forma di sole. Agni è dunque parricida nel cielo come nella
-terra; ma, per attenerci alla sola nozione vedica, Agni sta nascosto
-nelle acque, per timore, se vien fuori, d'esser messo a morte, come
-i suoi fratelli maggiori, ossia soli vespertini e autunnali che hanno
-preceduto i nuovi soli mattutini e primaverili, figurati come fratelli
-minori; gli Dei gli assicurano l'immortalità ed egli si manifesta,
-uccidendo mostri d'ogni maniera.
-
-Io non ho bisogno d'indicarvi come l'Agni parricida, riunito con
-quest'Agni fanciullo nascosto nelle acque per scampare dalla morte,
-debba aiutarci a dichiarare le numerose leggende mitiche ed epiche
-riprodotte in più umile forma nelle novelline popolari, nelle quali
-il vecchio re, destinato dal fato a perire per mano del figlio o del
-nipote, cerca di perderlo appena nato; e lo fa esporre sulle acque,
-dalle quali il fanciullo si salva sempre in modo miracoloso, si
-chiami Krishna o Karna, si chiami Ciro, si chiami Paride, si chiami
-Romolo, ed io oserei ancora aggiungere, si chiami Mosè, si chiami
-Gesù. Poichè, nella leggenda biblica di Mosè esposto nel Nilo, salvato
-dalla figlia di un vecchio Faraone che un giorno, per cagione di Mosè,
-si perderà nel mare, si rappresenta, per quanto vaga, una forma del
-mitico parricida. Nella leggenda di Gesù, il re Erode ordina la strage
-degl'innocenti; uno solo si salva, Gesù, che tra i suoi miracoli dovrà
-più tardi camminare a piedi asciutti sul mare, e che, per recarsi in
-Egitto bambino avrà probabilmente rinnovato il miracolo di Mosè che,
-dopo essersi salvato dal Nilo, si salvò dal Mar Rosso. Gli elementi
-mitici appaiono spostati, ma la loro origine fu probabilmente una
-sola.[20]
-
-Ma, per tornare ai nostri soli miti vedici, l'Agni celeste serba pure
-alcuni di que' caratteri bellicosi, che sono proprii di quell'eroe
-mitico solare, a cui lo avvicinammo. Finch'egli si trova nascosto nelle
-acque, gli Dei temono; quando egli appare, viene a liberarli di pena:
-distrugge, come dicemmo, i mostri nemici (onde il suo appellativo di
-_sahasrag'it_ o _vincente mille_) e distrugge le nemiche città (onde
-il suo appellativo di _purandara_). Per l'aiuto che Agni ha dato nel
-cielo agli Dei, acquistò pure fama di protettore de' guerrieri che
-combattevano sopra la terra, e lo invocavano nelle battaglie: assistiti
-da Agni, i guerrieri divenivano invincibili; esso doveva bruciare i
-nemici come aride legna. Tuttavia Agni non è specialmente nel cielo
-un guerriero; lo diviene talora come sole, e somministra come fulmine
-armi agli Dei; e, s'io accennai alla sua figura di guerriero, lo feci
-perchè in alcuni Inni vedici essa veramente ci appare, e perchè da essa
-si giustifica meglio l'interpretazione che abbiamo qui data al mito
-di Agni fanciullo nascosto nelle acque per scampare da morte, ossia di
-un essere divino che nelle acque scampa miracolosamente da morte, uno
-de' miti fondamentali nella mitologia che si congiunge col gran mito
-cosmogonico del diluvio, dal quale l'eroe indiano, babilonese[21] ed
-ebraico scampano in un modo conforme.
-
-Ma, poichè Agni nel cielo può identificarsi con parecchi altri Dei, la
-sua figura mitica non potè riuscire distinta e costante; un versetto
-dell'_Atharvaveda_ ci fa sapere come Agni nella sera diviene Varuna,
-nel mattino Mitra; muovendo nell'aria, diviene Savitar; splendendo nel
-mezzo del cielo, diviene Indra. Questo versetto è molto importante non
-solo per quanto ci dice di Agni, ma per la caratteristica speciale
-che esso ci dà di altre quattro persone divine del cielo vedico.
-Con Indra specialmente Agni si congiunge spesso e viene invocato;
-essi vanno a bere insieme; essi cavalcano insieme come Açvinâu; essi
-insieme uccidono il mostro Vritra e distruggono città; talora Agni solo
-usurpa questi ufficii proprii del Dio Indra, col quale evidentemente
-s'identifica. Le specie di Agni son dunque molte; ma la sua natura
-generica è quella di fuoco, e come tale viene spesso celebrato nel
-cielo, e sempre nella terra. In questo suo aspetto più modesto, ma
-continuamente efficace, il poeta vedico lo adora e gli attribuisce
-pure essere divino. Agni è col _soma_ sacrificale il solo Dio che il
-mortale ha la ventura di poter vedere, toccare, ed anzi creare a sua
-posta. Lo vede nascere, lo fa nascere, lo alimenta, lo colma di cure
-e di carezze, poichè sente quanta virtù benefica esso abbia nella
-vita, come quello che libera l'uomo dal terrore, dalla tenebra, dai
-mostri maligni, dal male, porta la luce, la salute, la sapienza nelle
-case, il calore ne' corpi, la fecondità nel suolo, la ricchezza, la
-gioia presso tutti i buoni. Un Dio così benefico, e, nel tempo stesso,
-così trattabile, dovea permettere a' suoi devoti un linguaggio più
-confidenziale, più famigliare che essi non potessero usar con gli altri
-Dei, men noti, e men facili a lasciarsi accostare. Perciò in due inni
-dell'VIII libro del _Rigveda_ si trovano due versetti di una curiosa
-ingenuità. Il poeta dice ad Agni: «O Agni, se tu fossi un mortale, e
-se io fossi un immortale avente potere d'arricchire un amico, o figlio
-invocato della potenza, io non ti abbandonerei all'imprecazione ed alla
-miseria; o Agni, il mio inneggiatore non sarebbe povero, in cattivo
-stato, miserabile.» E altrove: «O Agni, se io fossi in te, e se tu
-fossi in me, i tuoi desiderii sarebbero soddisfatti.» Le preghiere
-che si fanno dalle nostre pinzochere, le quali, picchiandosi il petto,
-senza farsi male, domandano a Dio, in un'età nella quale non possono
-più commetterne, il perdono di tutti i vecchi loro peccati, e per
-di più, l'eterna beatitudine del Paradiso, non sono forse più così
-ingenue, ma, per compenso, mi sembrano un poco più indiscrete.
-
-
-
-
-LETTURA SETTIMA.
-
-L'ACQUA.
-
-
-Noi abbiamo veduto il Dio fuoco, il Dio Agni, il Dio generatore,
-il fuoco vitale uscire dalle acque; così, nella cosmogonia biblica,
-_spiritus Dei ferebatur super aquas_. Agni dicemmo pure identificarsi
-col sole generatore, ed un inno cosmogonico del _Rigveda_ (X, 72) ci
-rappresenta pure il sole che gli Dei fanno nascere dall'Oceano, in
-cui stava nascosto (_atra samudre âgûlham â sûryam ag'abharttana_).
-Nella cosmogonia dell'inno 121º del X libro del Rigveda, dedicato
-ad _Hiranyagarbha_ o _Germe d'oro_, leggiamo: «Quando le vaste acque
-penetravano il mondo, contenenti il _garbha_ (il germe, Hiranyagarbha),
-generanti Agni, allora si svolse l'unico alito vitale degli Dei.» Il
-commentatore del _Çatapatha Brâhmana_ Mahîdara[22] dichiara: «Nel
-principio questo mondo era tutto acque, solamente acqua.»[23] Un
-versetto dell'_Atharvaveda_ compie la rappresentazione cosmogonica
-con le seguenti parole: «Le acque generanti un figlio fecero, nel
-principio, uscire un germe; di quello appena nato fu aureo il guscio.»
-Questo germe nato nelle acque prese pure il nome di _Prag'âpati_ o
-_signore della generazione_, che divenne uno degli appellativi del Dio
-Brahman, onde nella cosmogonia brâhmanica, il _Brahmânda_ od _uovo di
-Brahman_ nato dalle acque corrispose perfettamente all'_Hiranyagarbha_
-o _Germe d'oro_ della cosmogonia vedica. Questo uovo d'oro era, senza
-dubbio, nel primo concepimento, il sole. Ma la posteriore cosmogonia
-ne fece l'uovo cosmico, universale, in cui si comprende, da cui emerge
-l'universo, diviso in due parti, cielo e terra, sebbene gli stessi
-Commentatori indiani si trovino quindi imbarazzati a riconoscere la
-seconda metà dell'uovo nella terra, il cui colore non è d'oro, mentre
-l'uovo primo nato è tutto d'oro. Questo imbarazzo de' Commentatori
-ci giova per riconoscere nell'uovo primordiale un fenomeno celeste,
-l'Agni solare primo generato e primo generatore. Il concepimento di
-un cosmico uovo d'oro uscente dalle acque fu poi naturalissimo. Il
-caos si rappresenta come tenebroso. La tenebra si rappresenta come un
-mare. Dalla tenebra vien fuori la luce, dal mare tenebroso celeste vien
-fuori l'uovo d'oro. Quando, in Piemonte, i fanciulli, al cader della
-prima pioggia primaverile vanno intorno gridando: _pieuv, pieuv, la
-galina fa l'oeuv (piove, piove, la gallina fa l'uovo)_, si saluta in
-quell'uovo della gallina celeste la risurrezione del sole. Quando, al
-risorgere del sole primaverile, ossia nella Pasqua di Resurrezione,
-si mangiano le uova di Pasqua, noi festeggiamo ancora l'uovo d'oro
-celeste che ritorna. L'uovo inaugura e fonda la vita; perciò, nell'uso
-popolare, ai giovani sposi, il giorno dopo il matrimonio, soglionsi
-offrire uova, per ridar loro, come si dice, le forze perdute; è ancora
-questo un augurio simbolico per la generazione. L'uovo divenne pure
-simbolo del bene. Con l'uovo incominciavano le antiche famiglie romane
-i loro banchetti (l'uso è pure rimasto in alcune odierne famiglie
-italiane), e poichè terminavano con la mela, nella loro esclamazione:
-_ab ovo ad malum_, l'uovo con cui si principiava rappresentava il
-bene, il _malum_, ossia la mela, venne talora a rappresentare il
-male. Dall'essersi immaginato come prima creazione l'uovo d'oro,
-dall'incominciarsi il giorno con l'apparire dell'aureo sole e
-dell'aurora si figurò molto naturalmente come prima età l'età dell'oro.
-Come la primavera è la gioventù dell'anno, così l'aurora od aurea è
-la prima età del giorno; e poichè, col levarsi del giorno e dell'anno
-tutto rifiorisce, tutto si ravviva, all'età dell'oro fatta discendere
-in terra si fece corrispondere un paradiso terrestre. Il giorno
-incomincia e finisce con un'aurora; e l'uomo trovando la prima luce in
-Oriente, l'ultima in Occidente, immaginò in Oriente, ossia al principio
-della vita, un paradiso, ed al fine della vita in Occidente, ove il
-sol muore, il giardino dell'Esperidi, ove si trovano le mele d'oro, un
-paradiso di beatitudine, ove anco le nostre nonne cattoliche ci hanno
-fatto sperare che troveremmo i pomi d'oro. Il melo delle Esperidi, come
-l'acqua della vita, si trova custodito da un drago; Atlante, una specie
-di Dio dell'oceano, è, come il vedico Varuna, reggitore del mondo;
-per i buoni ufficii di Atlante, Ercole, nella leggenda ellenica, può
-portar via dal giardino delle Esperidi, ossia delle occidentali, che
-hanno sede nell'Oceano occidentale, le tre mele richieste da Euristeo,
-il quale, come il solito re leggendario che ritorna nelle novelline
-popolari, spinge il giovine eroe ad imprese straordinarie, nella
-speranza di perderlo. Così da questa breve digressione, la quale ha
-per iscopo di mostrare non tanto l'affinità de' miti ellenici con gli
-indiani, che non può oramai più esser messa in dubbio, ma altra verità
-non meno schietta, che pure si dura ancora molta fatica ad ammettere,
-la presenza ne' miti greco-latini della maggior parte dei motivi che
-formano tuttora il fondo delle nostre novelline popolari, ci riconduce
-all'acqua mitica, dalla quale il sole Agni (chiamato pure _apâm
-garbah_, ossia _germe delle acque_; l'_Agni Savitar_ è chiamato _apâm
-napat_) esce nel mattino, e nella quale il sole Agni si nasconde la
-sera. Abbiamo già avvertito come lo stesso oceano mitico si riproduce
-nel cielo nuvoloso, dal quale Agni il fuoco esce ora in forma di raggio
-solare o di sole, ed ora in forma di fulmine.
-
-Le _acque_ sono, per lo più, celebrate negli Inni vedici al plurale.
-Dove il Dio si manifesta come plurale, si comprende come la sua
-persona mitica non si possa manifestare viva e distinta. Il carattere
-è qualche cosa di singolare che spicca in quanto esso appartenga ai
-singoli; dov'esso si estende ai più, perde del suo splendore. Nel
-plurale i caratteri singolari non si distinguono, ed i caratteri
-generali, i quali soli vi si rivelano, non permettono al mito di balzar
-fuori vivace, colorito e potente. Per la stessa ragione rimasero nel
-_Rigveda_ alquanto pallide le figure delle _Haritas_, nelle quali
-si riconobbero le _Charites_, le Grazie elleniche, degli _Angiras
-_, forme dell'Agni celeste, messaggieri, luminosi, delle _Apsarâs_ e
-dei _Gandharvâs_ che oggi esamineremo, dei _Mârutas_ che studieremo
-nella Lettura seguente, dei _Ribhavas_ che ci occuperanno, quando
-toccheremo del Dio _Tvashtar_, e di alcuni altri collettivi divini.
-Egli è solamente quando alcuno di questi plurali si fece singolare
-e si distinse isolato, che si venne a noi disegnando una figura
-caratteristica. Nel 9º inno del X libro del _Rigveda_ dedicato alle
-_acque_, esse vengono salutate come _amorose madri_ e come _dee_;
-quindi si dice: «Il Dio Soma mi ha detto: trovarsi nelle acque tutti
-i rimedii ed il fuoco che porta salute a tutti. O acque, arrecate il
-rimedio per la guarigione del mio corpo, e perchè io possa vedere
-lungamente il sole. E quello che in me possa esservi di malato,
-o acque, portate via.» Da un inno del II libro dell'_Atharvaveda_
-apprendiamo come nel preparare un balsamo per le ferite s'invocava
-l'acqua della fonte che vien giù dalla montagna; e insieme con le
-acque le erbe, aventi esse pure virtù salutifere. Nello stesso inno
-si ricordano le _upag'îkâs_, come quelle che recano un rimedio dal
-mare; il professor Weber[24] avvicinò alla parola _upag'îkâ_, con
-molta verosimiglianza, la voce _upadîkâ_, che denomina una specie di
-formiche. Dico con verosimiglianza, poichè il Dio Pluvio Indra ci si
-rappresenta egli stesso negli Inni vedici come formica, e, nel citato
-inno dell'_Atharvaveda_, dopo essersi ricordate le acque e le piante
-salutifere, si celebra per l'appunto il fulmine d'Indra che caccia
-via i mostri. La formica, nel mito, penetra nella tana del serpente
-guardiano delle acque, lo morde e lo costringe ad uscire; quando
-il serpente si muove, ed esce fuori della propria caverna, le acque
-vitali e salutifere si sprigionano. Secondo le nozioni indiane, quando
-le formiche mettono insieme le uova, viene la pioggia; e quando si
-trovano formicolai, è segno sicuro che l'acqua sta vicina. Quest'acqua
-non può essere l'acqua della terra, come il mare, da cui le formiche
-devono arrecare il rimedio, non può essere l'oceano terrestre. Qui
-ancora, osservandosi come l'adunarsi delle uova di formiche sopra la
-terra risponda al tempo delle prime pioggie primaverili, si vide nel
-Dio Pluvio Indra una formica celeste: i fulmini d'Indra penetrarono
-come formiche nella tana del serpente celeste, che teneva chiuse le
-acque, lo ferirono e lo fecero uscire, scatenando le acque. Così, per
-aver osservato che il canto del cuculo annunzia la primavera, il primo
-scoppio del tuono in primavera si paragonò in Grecia ed in Roma al
-canto del cuculo; e Giove Pluvio si rappresentò esso stesso in forma
-di cuculo, nella qual forma egli visita secretamente Giunone; ossia
-il luminoso, nella scura veste di cuculo canoro, come Dio tonante, si
-nasconde nel cielo.
-
-Le acque e le erbe sono, come dicemmo, invocate insieme; entrambe
-appaiono salutifere; l'erba e la pianta contengono umori salutari; si
-celebra pertanto l'erba medicinale come l'acqua della salute. L'inno
-17º del X libro del _Rigveda_ canta con un solo versetto, insieme,
-le erbe lattifere ed il latte delle acque. Il cielo nuvoloso (come
-l'oceano luminoso mattutino) si rappresenta ora come vacca lattifera,
-ora come fiume che porta latte, ora come erba od albero stillante
-latte, e purificante. _Payasvatî_, ossia _lattifera_, è chiamata
-l'_oshadhi_, ossia _l'erba_; _payasvatî_ è pure uno degli appellativi
-dato alla _riviera_. E come tale gli corrisponde perfettamente la
-_Sarasvatî_ ossia _la fornita di umore, l'acquosa_, della quale pure
-si fece una dea. La _Sarasvatî_ rappresentò particolarmente il _fiume
-celeste_; ed al plurale _i fiumi celesti_. Ma de' fiumi celesti la
-sede è varia: nella notte si ha particolarmente un Oceano, ma talora
-un fiume scuro, infernale; nel mattino e nella sera un fiume dalle
-onde luminose; nel cielo nuvoloso ora un oceano, ora molti fiumi. Il
-_fiume celeste_ per eccellenza si chiamò ora _sindhu_, ora _sarasvatî_;
-le due parole non valgono altro che _il fiume_. Mentre adunque gli
-Ariani del Peng'ab occidentale che si trovavano presso il fiume Indo,
-non conoscendo ancora altro fiume più vasto, lo chiamarono _Sindhu_,
-ossia semplicemente _il fiume_, gli Ariani del Peng'ab occidentale
-denominavano un altro gran fiume col nome di _Sarasvatî_, ossia ancora
-semplicemente _il fiume_. Ma nel cielo il _Sindhu_ e la _Sarasvatî_,
-così al plurale come al singolare, espressero in origine la stessa
-cosa, la riviera, il fiume celeste, ossia la fiumana notturna,
-mattutina e vespertina, e quella che tra i fulmini si rovescia dal
-cielo sopra la terra in torrenti di pioggia.[25] Dato un carattere
-divino ai fiumi del cielo, anche i fiumi della terra, con quegli stessi
-nomi che ritornavano nel mito, divennero sacri. E come nel cielo è un
-mostro, un drago che trattiene le acque, finchè il Dio Pluvio non lo
-fulmina, così si suppose sopra la terra che alla guardia delle sorgenti
-de' fiumi stia un vecchio dragone. Come le acque celesti son celebrate
-negli Inni vedici quali divine purificatrici, così la _Sarasvatî_ e
-la _Gangâ_ divennero nell'India fiumi, ne' quali chi fosse disceso a
-bagnarsi non si mondava soltanto il corpo, ma anche l'anima. Perciò
-in un inno funebre dell'_Atharvaveda_ (VIII, 2) s'invocavano come
-propizie le acque celesti. Le acque sono, come il fuoco, fecondatrici;
-dicemmo nella Lettura precedente del figlio considerato nella credenza
-indiana come il liberatore del padre; così l'inno 61º del VI libro del
-_Rigveda_ ci rappresenta un devoto Vadhryaçva, il privo di cavallo
-(ossia, possibilmente ancora, l'azzoppato, lo zoppo che non può più
-andare), il vecchio sole carico di debiti, a cui Sarasvatî dà un figlio
-di nome Divodâsa (il sole mattutino) che lo libera dai debiti. La via
-che Sarasvatî percorre è detta aurea (come quella dell'aurora e della
-nuvola aurea solcata dai fulmini); perciò essa lascia sopra le sue
-traccie dell'oro, onde ancora il suo appellativo di _hiranyavarttini_;
-in essa sono tutti i poteri vitali, ed essa viene perciò invocata,
-affinchè _ponga il germe_ (_garbham dhehi Sarasvatî; Rigveda_, X,
-184); nè solo dà forza e vigore vitale agli uomini, ma agli stessi
-Dei, ad Indra, nella quale facoltà essa appare, presso il _Yag'urveda_
-_bianco_, come medichessa celeste (al pari dell'aurora) insieme coi
-due medici celesti e con gli Açvinâu, dei quali anzi (come l'aurora)
-è detta sposa, e con Varuna, reggitor delle acque (_apsu râg'â_),
-col quale concorre a generare Indra. Nella estrema mitologia vedica,
-Sarasvatî fu poi identificata con _Vac'_,[26] _la parola_, e quindi
-_la parola sacra, la preghiera_, per un facile equivoco di linguaggio.
-La parola _saras_, che entra a formare l'appellativo _sarasvatî_,
-non significò soltanto _acqua_, ma _suono, voce_, considerandosi,
-per comune etimologia, tanto la _voce_ quanto l'_acqua_, come _la
-scorrevole_. La _sarasvatî_ o _fornita di scorrevolezza_ valse per lo
-più _l'acquosa_, ma talora dovette valer pure _la vocale, la sonante:
-nâdî_ o _la sonante_ è il nome più comune che si dà in sanscrito alla
-riviera. E tanto più dovette l'equivoco mantenersi, contemplandosi
-la Sarasvatî celeste, ossia la nuvola che versa torrenti di pioggia,
-ma preceduta dal tuono. Venuta la tonante Sarasvatî a significare la
-parola sacra, la preghiera, l'immaginazione brâhmanica lavorò quindi
-sopra questa astrazione e l'isolò per modo dalla sua prima natura, che
-l'artificiale Sarasvatî brâhmanica non ha quasi più nulla di comune
-con la naturale Sarasvatî vedica. Lo stesso equivoco tra il Sindhu
-celeste ed il Sindhu terrestre ci si presenta nell'inno 75º del X libro
-del _Rigveda_; ma il _Sindhu_ conserva almeno sempre la sua natura
-di fiume. Riconosco ancora in esso il fiume celeste, quando esso ci
-si rappresenta come aggiogato ad un bel carro tirato da cavalli, ed
-accrescente forza agli eroi nella battaglia. I fiumi celesti, ossia
-le acque dell'Oceano celeste, le stesse che danno il nascimento ad
-Agni, il quale non solo nasce dalle acque, ma le protegge (_Rigveda_,
-VII, 47), accrescono forza ad Indra ed agli altri Dei guerrieri.
-L'onda celeste è perciò chiamata _Indrapâna_ o _bevanda d'Indra_.
-Quanto al bel carro, a cui s'aggiogano, esso è indubbiamente il carro
-solare. Al quale proposito giova ripetere come le acque celesti non
-appaiono soltanto nell'oceano notturno e nell'oceano nuvoloso, ma
-ancora nell'oceano di luce, nel roseo ed aureo cielo che si presenta
-il mattino ad Oriente, la sera ad Occidente. L'inno 47º del VII libro
-del _Rigveda_ ci fa sapere che il sole co' suoi raggi stende le acque,
-alle quali Indra apre una vasta corrente (_Rigveda_, VII, 47), le quali
-il toro o l'eccellente Indra fulminante divide (_Rigveda_, VII, 49).
-Qui abbiamo il cielo nuvoloso. Ma quando apprendiamo che nelle acque
-si rallegrano il reggitore Varuna, Soma, Agni e tutti gli Dei, ci
-conviene allargare il dominio delle acque nuvolose, sopra le quali il
-Dio fulminante impera. Varuna ci conduce perciò al cielo vespertino,
-Soma al cielo notturno; Agni Vâiçvânara ci rappresenta più tosto il
-cielo mattutino; esso trovasi perciò invocato, nell'_Atharvaveda_,
-come sole, ed invitato _a purificare co' suoi raggi_. Così quel figlio
-delle onde, il quale appare nel cielo come un uccello rosso, dalle
-belle piume, che s'accende senza combustibile, non può essere altro
-che il sole mattutino. Il figlio delle acque è chiamato per lo più
-_Agni_; nell'inno 30º del X libro, esso appare col nome di _Soma_
-(che s'identifica ora con la Luna, ora col Sole), e si rallegra con
-le onde come un uomo insieme con belle giovani. «Le giovani (canta
-l'inno) s'inchinano al giovane, quando desideroso esso si accosta alle
-desiderose.»
-
-Noi vediamo qui, dunque, le acque muoversi in forma di fanciulle
-verso un Dio. Questa prima immagine creò nel cielo tutto un ordine di
-esseri, che divennero popolari nella mitologia vedica e brâhmanica
-col nome di _apsarâs_, e nella mitologia greco-latina col nome
-di _ninfe_. Ma, oltre le ninfe, la mitologia greco-latina conosce
-centauri, fauni, satiri, che vanno, per lo più, in compagnia delle
-ninfe; così la mitologia vedica e brâhmanica dà alle apsare come loro
-sposi i _gandharvâs_. La parola _apsarâ_ parrebbe valere _la scorrente
-sopra le acque_, ossia _l'andante sulle acque_, etimologia che ci
-richiamerebbe alla nuvola scorrente sopra le acque, acquosa; la ninfa
-e la linfa avrebbero così fra loro molta analogia. Non debbo tuttavia
-tacere come il professor Weber[27] mantenga sempre per la voce _apsarâ_
-la etimologia da lui data nel primo suo saggio, cioè di _priva di
-forma_ o _psaras_, _la informe_; altre etimologie furono proposte,
-secondo le quali l'_apsarâ_ potrebbe valere _la insaziabile_, e quella
-_dalle belle gote_. Noi preferiamo la prima etimologia, _ap-sarâ_,
-ossia _l'acquosa, l'andante nelle acque_, come nella voce _gandharva_
-vediamo _l'andante nei profumi_, e poichè la parola _arva_ (dalla
-radice _r'i_, _ar_, «andare») valse quindi ad esprimere il _cavallo_,
-anche il _gandharva_, il centauro, prese forma ora d'ippocentauro, ora
-di onocentauro.[28] Contro l'etimologia dottamente grammaticale del
-professor Weber l'obiezione principale parmi possa esser questa: la
-forma femminina più luminosa, più bella dell'Olimpo vedico, quella che
-dovea meritare l'onore d'esser celebrata come la sposa, qual ballerina
-celeste, come la bella del Dio (l'aurora è anch'essa un'_apsarâ_),
-non potea chiamarsi _l'informe_. Noi abbiamo già veduto la bella
-aurora saltatrice, danzatrice; così, poco sopra, vedemmo accennate
-le onde quali giovani piegantisi innanzi al giovane. Abbiamo qui
-dunque un primo elementare indizio delle ninfe celesti, delle _apsare_
-saltellanti sulle acque, delle ballerine dell'Olimpo, che doveano poi
-assumere tanto splendore nella mitologia eroica del periodo brâhmanico.
-Tutto c'induce dunque a supporre non solo per le apsare brâhmaniche,
-ma ancora per le vediche, una forma molto corporea. La natura sensuale
-del Dio Indra fu la cagione principale della sua rovina dall'Olimpo
-vedico: così di tutti gli Dei l'_Atharvaveda_ ci fa sapere ch'essi
-hanno primi insegnato agli uomini i commercii carnali: «Gli Dei
-dapprima frequentarono le loro spose toccando i corpi coi corpi.» Anzi
-un poeta dell'_Atharvaveda_ fa carico ai divini _Gandharvâs_ di venir
-talora sulla terra (come gli Angeli della leggenda biblica) a sedurre
-le figlie de' mortali, mentre essi stessi hanno per loro proprie spose
-nel cielo le apsare. «Fattosi bello alla vista, il gandharva segue la
-donna: noi lo allontaniamo di qua con la sacra formola potente: Vostre
-spose sono le apsare, o Gandharvi, voi siete gli sposi; essendo voi
-immortali, non dovete andar dietro a donne mortali.» (_Atharvaveda_,
-IV, 37.)
-
-Come qui appaiono i gandharvi quali seduttori delle donne mortali,
-così, nelle leggende brâhmaniche, appaiono spesso le apsare, come
-mandate dagli Dei sopra la terra per distrarre dalla penitenza, con
-le loro seduzioni, i devoti. Esse sono, per lo più, le rallegranti;
-ma alcuna volta non solo rallegrano, ma inebbriano, e nella ebbrezza
-ammolliscono. La loro natura è acquosa (il fuoco è un mascolino,
-l'acqua un femminino). Il loro soggiorno prolungato nel cielo porta
-l'umidità sopra la terra; onde comprendiamo il motivo, per cui
-nell'_Atharvaveda_ si trovano pure scongiuri contro di esse, come
-quelle che possono portare l'uomo all'imbecillità, ossia turbarne la
-mente, onde il loro appellativo di _manomuhas_; quando questo non venga
-loro dato per la loro relazione intima col gandharva lunare, e però il
-turbamento dell'intelletto non sia da attribuirsi all'influsso della
-luna sulla pazzia. Un altro degli appellativi vedici delle apsare è
-_akshakâmâs_, ossia _amiche dei dadi_. Esse, in cielo, danzano, cantano
-e giuocano; perciò in un inno dell'_Atharvaveda_,[29] il _gandharva_
-che ha la pelle color del sole, e l'_apsarâ_, sono insieme invocati
-a proteggere _il giuoco dei dadi_. Noi abbiamo sopra veduto come
-le giovani onde si piegano innanzi al giovine Soma. Questo _Soma_
-s'identifica col re de' Gandharvi, con lo sposo delle apsare, col
-gandharva _Viçvâvasû_, genio particolarmente lunare, guardiano del
-_Soma_, reggitore della pubertà e virginità delle donne, che deve
-perciò allontanarsi, quando questa si perde; poichè il _gandharva_ ama,
-protegge, custodisce, tiene gelosamente nascosta, la sola _anavadyâ_ o
-_l'innocente_.
-
-Quanto all'_apsarâ_, nell'_Atharvaveda_ essa è chiamata _nuvolosa,
-lampeggiante_ e _stellata_. Qui abbiamo dunque una ninfa nella
-nuvola, ed una ninfa nella notte, ma vi è ancora un'apsarâ aurora,
-che mi pare indicata in quelle parole dell'inno 109º del VII libro
-dell'_Atharvaveda_; onde apprendiamo che le apsare si rallegrano nel
-tempo che passa fra l'offerta sacrificale e l'apparire del sole. Questo
-tempo è, per l'appunto, quello dell'aurora; l'inno stesso invita il
-fuoco a portare burro per le apsare. Ma il burro ed il fuoco, prima
-che manifestarsi nel sacrificio, si manifestarono nel cielo, il quale
-nel mattino incominciò ad apparire imburrato con l'alba, e quindi
-infuocato con l'aurora; il burro liquefatto dell'alba alimenta il
-fuoco dell'aurora, che il legno della selva notturna, distrutto dal
-fuoco stesso, non avrebbe più bastato ad alimentare. Per mezzo del
-burro si produce il fuoco, il ricco; come pertanto le acque, madri del
-fuoco, sono invocate per ottenere un figlio che liberi il padre dai
-debiti, così un poeta dell'_Atharvaveda_ invita le apsare ad ungergli
-le mani _con burro_, affinchè egli possa, nel giuoco, vincere il
-suo avversario; in un altro inno dell'_Atharvaveda_[30] s'invitano
-le apsare _Ugrampaçya_ ed _Ugrag'it_ a riparare ai debiti che il
-giuocatore ha fatti coi dadi. L'_apsarâ_ detta _payasvatî_ (come la
-_sarasvatî_) vien chiamata essa stessa _sadhûdevinî_, ossia _bene
-giuocante_; danza coi dadi; coi dadi si procura dei beni, per mezzo
-della sua magia. Noi abbiamo qui la mobile, luminosa, danzante aurora,
-fornita di ricchezze, che diffonde la luce e la ricchezza nel mondo.
-A far poi apparire questa apsarâ come una giuocatrice celeste dovette
-pure concorrere, per molta parte, l'equivoco tra la radice _div_,
-«splendere» e la radice _div_, «giuocare» (cfr. _jucundus, juvenis_,
-presso _jocus_). L'aurora _divo duhitar_ e l'_apsarâ sadhûdevinî_,
-ossia _bene giuocante_, riuscirono una persona sola, con la quale
-si congiunge intimamente quel _divodâsa_, in cui io riconosco il
-sole mattutino, che, per grazia di _Sarasvatî_ (l'_ap-sarâ_ aurora
-_payasvatî, sadhûdevinî_), libera il padre da' suoi debiti fatti
-probabilmente nel giuoco, ossia nella gara luminosa, nella gara de'
-raggi celesti, che fu il primo di tutti i giuochi, ossia di tutte le
-opere luminose; il _gioco_ è _gioia_; la _gioia brilla_. E _brillo_
-chiamasi tuttora l'uomo vivamente _allegro_. In Toscana, d'uomo
-contento dicesi ch'_ei brilla_; la gioia è splendida, il dolore è
-scuro. Il sole vespertino perde al giuoco luminoso il suo cavallo,
-diviene _Vadhryaçva_; nel _giuoco_ de' suoi raggi egli rimane perdente;
-il sole mattutino _Divodâsa_, suo figlio, aiutato dalla giuocatrice o
-luminosa ninfa Sarasvatî, dall'aurora, guadagna quello che il padre
-avea perduto. La parola _divodâsa_, vale propriamente _il servo del
-cielo_, come _duhitar divas_ (l'aurora) vale _la figlia del cielo_.
-L'aurora è protetta da Indra e dagli _Açvin_; così _Divodâsa_ è
-protetto da Indra e dagli _Açvin_, che distruggono per lui le città
-demoniache celesti, ossia le tenebre mostruose della notte. Il padre
-di lui, che egli libera dai debiti, si chiama _Vadhryaçva_, o _privo
-di cavallo_; ma prima di divenire _Vadhryaçva_, chiamavasi invece
-_Bahvaçva_, ossia _avente molti cavalli_ (ossia, possibilmente ancora,
-_il molto celere_, ossia _il potente corridore_ od _açva_), ch'egli
-doveva pure essere abilissimo a guidare. Il figlio _Divodâsa_, come
-_servo del cielo_, protetto dagli Dei, deve avere servito specialmente
-(come quasi sempre l'eroe nel periodo, in cui rimane nascosto) in
-qualità di _stalliere_ divino (Ercole spazza la stalla al re Augias);
-verso il mattino una fanciulla divina, un'_apsarâ_ di nome _Sarasvatî_,
-lo rende felice, facendolo vincere al giuoco, e intendiamo al
-giuoco dei raggi solari; l'_aksha_ divenne poi _il dado_, ma, prima
-di riuscire un dado, fu certamente _la ruota, l'asse, l'occhio_ e
-probabilmente _il raggio luminoso_ dell'occhio, _il raggio penetrante_.
-Il re Nala che perde, al giuoco dei dadi, il regno, che abbandona la
-sua bella sposa di notte nella selva piena di tigri e serpenti, che nel
-tempo della sua miseria si fa auriga, ossia guidator di cavalli, che
-riguadagna, al giuoco, il regno perduto e la sposa smarrita, ci offre
-una stupenda variante brâhmanica del mito vedico di Divodâsa figlio di
-Bahvaçva, divenuto, nel giuoco, _Vadhryaçva_, che riguadagna quello che
-_Bahvaçva_ avea perduto.
-
-Ma una variante mitica della poetica leggenda della sposa perduta si
-trova nel _Rigveda_ stesso; ove l'inno 95º del X libro ci presenta un
-contrasto fra la ninfa Urvaçî e l'eroe divino Purûravas, _il molto
-sonante_ (il vedico Gandharva, _l'andante ne' profumi_,[31] appare
-nel periodo brâhmanico presso il paradiso d'Indra, insieme con le
-apsare ballerine, come _un musico celeste_, a quel modo con cui la
-ninfa acquosa Sarasvatî riesce la sonante e poi la Dea della parola,
-dell'eloquenza; Purûravas, il tonante sposo dell'apsarâ Urvaçî,
-è l'anello che congiunge il concepimento vedico col concepimento
-brâhmanico de' Gandharvi). La ninfa od apsarâ Urvaçî, _la larga
-che s'avanza_, una specie di _Pr'ithivî_, dice di sè stessa, nel
-secondo versetto dell'inno 95º del X libro del _Rigveda: io arrivai
-come la prima delle aurore (prâkramisham ushasâm agriyeva)_; nel
-quarto versetto lo sposo suo Purûravas la chiama _aurora_, come nel
-primo versetto l'ha chiamata _femmina crudele_, perchè gli sfugge; e
-vorrebbe trattenerla, e la prega perchè s'arresti nella sua dimora,
-dove notte e giorno sarà colpita dal _vaitasa_ (uno de' nomi vedici
-del _phallos_). Urvaçî gli fa osservare ch'ei l'ha visitata tre volte
-nel giorno; ch'egli è il padrone del suo corpo. Egli (un _gandharva_,
-come avvertimmo) si lagna che le fanciulle aurore si allontanino come
-_cavalle_ attaccate ad un carro. Purûravas si rivolge a lei con parole
-conformi a quelle, con cui i devoti sopra la terra invocano l'aurora:
-Urvaçî cerca di consolarlo, egli si dispera; essa gli promette un
-figlio di nome _Vasishtha_ (uno de' nomi di Agni e del Sole), e, per
-merito de' sacrificii del figlio, Purûravas può salire nel cielo e
-rallegrarvisi beato (_prag'â te devân havishâ yag'ati svarga y tvam api
-mâdayâse_).
-
-Il mito della ninfa Urvaçî si svolse quindi largamente nelle leggende
-indiane, ed ebbe in Europa la fortuna di trovare un luminoso e geniale
-interprete nel professore Max Müller, che lo studiò in parecchie belle
-pagine degli _Oxford Essays_.[32] È evidente che l'inno vedico ci
-presenta solamente alcuni frammenti mitici; gli elementi del mito non
-vi furono tutti raccolti; ecco ora in qual modo esso si è compiuto nel
-_Çatapatha Brâhmana_, in parte con nuovi elementi mitici non penetrati
-nell'inno vedico, ma persistenti nella tradizione orale, in parte
-per l'industria un po' arbitraria del Commentatore dell'inno vedico,
-che s'ingegnava di spiegarne i passi rimasti oscuri. — Un'apsarâ
-chiamata Urvaçî amò Purûravas figlio d'_Idâ_, e, trovandolo, gli disse:
-«Abbracciami tre volte al giorno, ma non mai contro il mio volere,
-e ch'io non ti vegga mai senza le tue vesti reali.» Così ella visse
-a lungo con lui. Allora i suoi primi amici, i Gandharvâs, dissero:
-«Quella Urvaçî da lungo tempo rimane fra i mortali; facciamola tornare.
-Dove Urvaçî e Purûravas giacevano, vi era una pecora con due agnelli,
-ed i Gandharvâs ne rapirono uno.» Urvaçî disse: «Essi mi pigliano
-il mio caro, come se io vivessi dove non c'è un eroe, e nemmeno un
-uomo.» I Gandharvâs rapirono anche il secondo, ed essa ne fece ancora
-rimprovero allo sposo. Allora Purûravas guardò e disse: «Come mai
-il luogo ove io abito può esser privo d'un eroe o d'un uomo?» E,
-per non perdere tempo, nel cercare i proprii abiti, si alzò ignudo.
-Allora i Gandharvâs fecero splendere un raggio, e per quel raggio,
-come se fosse di giorno, Urvaçî vide suo marito ignudo. Allora essa
-scomparve: «ritornerò» disse, ed andò via. Allora egli pianse la sua
-amica perduta, e si recò presso il Kurukshetra. Trovasi colà un lago
-chiamato _Anyatahplaksha_ pieno di ninfe, e mentre il re passeggiava
-sopra le sue rive, le ninfe scherzavano nell'acqua in forma d'uccelli
-(probabilmente cigni). Urvaçî scorse il re, e disse: «Ecco l'uomo,
-con cui ho abitato per tanto tempo.» Allora le compagne le dissero:
-«Mostriamoci ad esso.» Essa consentì, e le apsare si manifestarono.[33]
-Allora il re la riconobbe e disse: «Oh! sposa! resta, crudele;
-parliamo un poco. I nostri segreti, se noi non li riveliamo ora, non
-ci porteranno più tardi fortuna.» Essa gli rispose: «A che parlarmi?
-Io sono arrivata come la prima delle aurore. Purûravas ritorna nella
-tua dimora. Io sono difficile come il vento ad essere raggiunta.» Egli
-rispose dolorosamente: «Se è così, il tuo antico amico cada ora per
-non più ridestarsi; se ne vada egli lontano, lontano; egli cada come
-corpo morto, gli avidi lupi vengano a divorarlo.» Essa gli rispose:
-«Purûravas, non morire, non cadere, non ti divorino i lupi....» Ella
-alfine s'intenerì, e disse: «Vien da me l'ultima notte dell'anno; tu
-abiterai con me una notte, ed un figlio ti nascerà.» L'ultima notte
-dell'anno egli si recò alle auree sedi, e quando ei vi fu salito, gli
-mandarono Urvaçî. Allora essa disse: «I Gandharvâs ti permettono di
-fare un voto, ch'essi adempieranno; scegli.» Purûravas disse: «Scegli
-tu per me.» Ed ella: «Allora di' ai Gandharvâs: permettetemi di essere
-uno di voi.» Il giorno dopo, per tempo, i Gandharvâs gli accordarono un
-dono; ma quando egli ebbe detto: «Ch'io possa essere uno di voi,» essi
-risposero: «Il fuoco sacrificale, per grazia del quale l'uomo potrebbe
-divenir uno di noi, non gli è noto ancora.» Allora essi iniziarono
-Purûravas ai misteri del sacrificio; quando ei l'ebbe compiuto,
-divenne uno dei Gandharvâs. — Così la leggenda finisce come avrebbe
-potuto incominciare; cioè con un tonante _Purûravas gandharvas_ (ossia
-_camminante nelle profumate acque celesti_), naturale amico e sposo di
-un'_apsarâ_ (ossia _di una scorrente sulle acque del cielo_), di una
-ninfa celeste, la sede della quale ripetiamo essere stata triplice nel
-cielo, come è triplice la sede delle acque celesti, acque dell'oceano
-aureo luminoso, dell'aurora, acque dell'oceano nuvoloso, acque
-dell'oceano tenebroso.
-
-
-
-
-LETTURA OTTAVA.
-
-IL VENTO.
-
-
-_Difficile a raggiungersi come il vento, vâyuvega_ o _celere come il
-vento_, è una similitudine non infrequente in sanscrito; e come il
-vento è difficile a raggiungersi, così difficilmente si può la natura
-di esso determinare. Quando l'inno cosmogonico vedico (_Rigv._, X, 90)
-ci fa sapere che _Vâyu_ è nato dall'alito di Purusha, noi ne sappiamo
-ancora poco, poichè Purusha, il maschio universale, appare, per lo
-più, un'astrazione. Un inno del X libro del _Rigveda_ (168º) dedicato
-a _Vâta_ (il vento) mostra ancora maggiore incertezza sull'origine
-del vento: «Ora la potenza del carro di Vata; esso va stroncando (ogni
-cosa); lo strepito ch'esso fa è assordante. Esso, toccando il cielo,
-s'avanza, producendo le (nuvole) rosseggianti, e vien cacciando la
-polvere della terra. Le mobili (acque) vanno dietro il vento; insieme
-con esso vanno simili a donne; il Dio, re di tutto quest'universo,
-se ne viene con esse congiunte col proprio carro. Andante per le vie
-dell'aria, esso non si trattiene neppure per un giorno; delle acque
-compagno, primo nato, acquoso, dove è nato, donde provenne? anima
-degli Dei, germe del mondo, questo Dio va dove vuole; lo strepito di
-esso fu inteso, ma la sua forma nessuno mai vide.» Il poeta vedico
-non sapeva dunque onde il vento venisse. Ma l'inno citato ha per noi
-grande importanza, per quattro nozioni ch'esso ci dà: la prima del
-vento congiunto con le (nuvole) rosseggianti, la seconda del vento
-congiunto con le acque, la terza del vento congiunto con le donne, la
-quarta del vento generatore. Consideriamo bene questi quattro caratteri
-del Dio Vento vedico, e dovremo rimanere colpiti di viva meraviglia
-nel ritrovarli tutti nello _Spirito Santo_ cristiano, ossia l'alito
-sacro, che si manifesta con le lingue di fuoco, che aleggia sopra le
-acque del Giordano nel battesimo del Cristo (però si rappresenta per lo
-più nei Battisteri) e che feconda la Vergine (un sarcofago lateranense
-rappresenta la Trinità intenta invece a creare Eva, ossia la prima
-donna). San Paolino, descrivendo un disegno della Trinità ch'era nella
-chiesa di San Felice di Nola, si esprimeva nel modo seguente:
-
- _Toto coruscat Trinitas misterio,_
- _Stat Christus amne, vox Patris coelo tonat,_
- _Et per columbam Spiritus Sanctus fluit._
-
-Questo cristiano padre che tona dal cielo è ancora una forma del Dio
-tonante od Indra, col quale il vedico _Vâyu_ trovasi, per lo più,
-congiunto. Il vento congiunto con le donne, il vento amico delle
-donne, è una nozione molto diffusa nella tradizione popolare; anche
-nell'_Eneide_ virgiliana, Giunone non trova miglior modo di amicarsi
-Eolo il Dio de' venti, perchè susciti nel mare la tempesta, che
-promettendogli delle ninfe. Ma delle ninfe conosciamo già la natura
-acquosa, e spesso nuvolosa. Le mobili ninfe spose del vento son le
-nuvole che apportano la pioggia. La tradizione popolare rappresenta
-come stretti parenti fra loro Messer Vento e Madonna Pioggia. Quanto
-al cristiano Spirito Santo (colomba) non ci sembra recare verun grave
-imbarazzo. Si volle fare della colomba l'emblema della castità;
-io credo che sia una nozione intieramente falsa: la colomba è uno
-degli uccelli più salaci, com'è de' più fecondi; se lo Spirito Santo
-si trasformò pertanto in colomba, ciò avvenne certamente per altra
-ragione che non sia quella della purità dei costumi della colomba;
-probabilmente questa metamorfosi si compì in Grecia e non in Giudea.
-Qual'è del vento la qualità che ha più colpito l'immaginazione
-popolare? La sua rapidità che ne fece una specie di messaggiero
-celeste. Era naturale adunque che si eleggesse come sua figura un
-essere alato, e tra gli uccelli uno de' più rapidi al volo. Nelle
-leggende indiane troviamo il falco, l'_accipiter_ (ossia quello delle
-ali rapide) che insegue la _colomba_; è, in certo modo, una gara alla
-corsa fra due uccelli rapidissimi. Qual meraviglia pertanto che, come
-il fulmine, nel mito vedico, fu raffigurato qual falco, il vento abbia
-potuto trasformarsi in colomba? Ma il vento non è solo il rapido,
-ma anche il forte, il generatore, l'amico delle donne; perciò, come
-nell'antichità ellenica troviamo il colombo ed il passero sacri ad
-Aphrodite, così non ci deve sorprendere che lo Spirito Santo abbia
-pure, nella leggenda cristiana, in forma di colomba, visitato e
-fecondato la Vergine. Di una vergine che concepisca in modo illegale,
-suolsi ancora dire con maliziosa indulgenza: Sarà stato il vento,
-oppure: Sarà stato lo Spirito Santo.
-
-Noi abbiamo già parlato del fuoco generatore. Dicemmo che, nel Natale,
-il fuoco che si sprigiona dal ceppo dell'albero, ossia l'Albero di
-Natale illuminato, è simbolo del nascimento del sole, che si fa cadere
-nel solstizio d'inverno, ossia ne' giorni ne' quali la luce incomincia
-a protrarsi. Nei presepii cattolici uno de' primi doni che i pastori
-portano al neonato bambino, sono i piccioni simbolici. Ma il sole ebbe
-più di un natalizio; noi incominciamo l'anno col primo di gennaio,
-ossia press'a poco coi giorni natalizii cristiani; ma gli antichi
-Romani lo incominciavano invece col marzo ventoso, ossia press'a poco
-verso il ritorno della primavera, il che torna a dire presso alla
-Pasqua di Resurrezione, nella quale il sole risorge, preceduto, per
-lo più, da qualche scoppio di tuono. Il vento di marzo e le pioggie
-d'aprile (mese sacro a Venere primaverile) si succedono. Il vento
-annuncia la pioggia. Il sole risorge fra il vento e la pioggia;
-il sole ritorna ad emergere luminoso. Dal cielo nuvoloso, tonante,
-lampeggiante, vien fuori nuovamente il sole in tutto il suo splendore.
-La leggenda evangelica ci mostra lo Spirito Santo in forma di colomba
-con le lingue di fuoco. Ho detto che, talora, nel concepimento vedico
-i fulmini si svolgevano dalla ruota dell'astro solare chiuso nella
-nuvola. Poichè, quando il sole è potente, ossia nella stagione calda,
-il cielo tona, si suppose una natura sola ai raggi solari, ai lampi
-ed ai fulmini. Siano raggi solari, sian fulmini, quelle lingue di
-fuoco, con le quali lo Spirito Santo si rivela, appaiono soltanto nella
-stagione calda e luminosa, diurna, primaverile od estiva. Quindi tutte
-le forme di fuochi sacri conservate nell'uso popolare rappresentano
-il fuoco celeste del tempo luminoso nel giorno o nell'anno. Quando si
-arde la vecchia strega nelle novelline popolari, quella vecchia ora
-è la notte che si consuma nel fuoco mattutino dell'aurora, ora è la
-stagione tenebrosa dell'anno che finisce; quando si brucia a Natale,
-all'Epifania, al fin di Quaresima, la brutta vecchia, è segno che il
-sole ritorna pure a trionfare nel cielo; e i tonanti fuochi d'artifizio
-che sull'ora di mezzogiorno nel Sabato santo, fra il Battistero e il
-Duomo di Firenze, la colombina di Casa Pazzi viene tuttora ad accendere
-alla presenza de' contadini, che si radunano a pigliarne gli augurii
-per sapere se essi avranno buona raccolta, mostrandoci, in forma
-d'uccello chiaro, lo Spirito od alito santo, sacro vento, congiunto
-col fuoco e coi tuoni, ci rappresentano ancora la risurrezione del
-sole primaverile fra venti e scoppi di tuono, i quali abbiamo già
-detto essere considerati come nunzii, messaggieri del bel tempo. Così
-i fuochi che s'accendono ancora in più luoghi d'Italia nella vigilia
-del giorno di San Giovanni, ossia precisamente ne' giorni di solstizio
-di estate, serbano immagine del trionfo massimo del sole, arrivato,
-per mezzo dell'Ascensione, ed a traverso le lingue di fuoco della
-Pentecoste, al suo apogeo.
-
-Noi troviamo dunque lo Spirito Santo congiunto col fuoco. Ma come
-il fuoco ha virtù generativa, così il vento. In sanscrito, le parole
-_vento_ e _fuoco_, cioè _anila_ ed _anala_, hanno una sola ed identica
-radice, cioè _an_ che vale _soffiare, spirare_; il caldo, il fuoco, la
-sacra fiamma è vita; il soffio, lo spiro è ancora la vita: perciò, come
-abbiamo, nel citato inno vedico, il Dio _Vâta_ o _Vento, primo nato_
-e _compagno delle acque_ al pari del fuoco, ed anzi _anima (âtman)_
-degli _Dei_ (spiritus Dei) e _germe (garbha)_ fecondatore del mondo;
-così ancora troviamo una strettissima relazione fra la voce greca
-_anemos_ (vento) e la voce latina _anima_; così ancora nelle antiche
-iscrizioni cristiane la parola _spiritus sanctus_ è adoperata come
-semplice equivalente di _anima_: di un certo _Leopardus_ si dice che
-_reddidit Deo spiritum sanctum_. La parte più mobile di noi che s'agita
-e ci scalda, apparve anche prima che si manifestasse lo Spirito Santo
-cristiano, come un Dio chiuso in noi:
-
- _Est Deus in nobis; agitante, calescimus, illo._
-
-Ma proseguiamo la nostra analisi del Dio _Vento_ vedico. Esso non
-solo ha il potere di dare la vita, ma, come Agni, anche quello di
-prolungarla. I venti _Marutas_ sono invocati a portare i rimedii ai
-devoti. Nell'inno 186º del X libro si canta: «Spiri il Vento a noi un
-rimedio salutare, al nostro cuore piacevole; le nostre vite protragga.
-E tu, o Vento, sei nostro padre, nostro fratello, amico nostro;
-adoprati per la nostra vita. Poichè, o Vento, là nella tua casa si
-trova l'ambrosia, danne perciò a noi perchè viviamo.»
-
-_Vâyu_, altro appellativo indiano del vento, ha caratteri analoghi a
-quelli di _Vâta_; ma in _Vâyu_ si specifica anco meglio la sua qualità
-di _vento della tempesta_, perciò strettamente congiunto col tonante
-Dio Indra. _Vâyu_, che un inno cosmogonico dice uscito dall'alito del
-Purusha, appare, nell'inno 26º dell'VIII libro del _Rigveda_, genero
-di _Tvashtar_, il Dio artigiano vedico, fabbro e falegname celeste;
-in altri inni il genero di _Tvashtar_ appare, come vedremo, col nome
-di _Vivasvant_. Non è forse intanto senza importanza, per i riscontri
-comparativi, il ritenere come negli Inni vedici il divino Vâyu o
-vento, o alito fecondatore, è ricevuto in casa del fabbro o falegname
-_Tvashtar_ come sposo della sua vergine figlia _Saranyû_, dalle quali
-nozze nasce poi _Yama_, il sapientissimo degli Dei, che muore primo
-per mostrare agli uomini la via dell'immortalità e della beatitudine;
-un inno del _Rigveda_ ci fa sapere che Yama nacque da un _gandharva_
-(i _gandharvâs_ o _andanti nei profumi_, sono anch'essi una figura dei
-venti, che scuotono i profumi dai fiori e li diffondono per l'aria) e
-da un'_apsarâ_ o ninfa; le ninfe sono le amiche del vento, ed una delle
-loro virtù è quella di rimaner sempre belle, sempre giovani, sempre
-pure.
-
-Il Dio _Vâyu_ è pure celebrato nel cielo tempestoso, come bello,
-sapiente, dai molti occhi, mostrantesi sopra un carro luminoso, tirato
-insieme col fulminante Indra da molti cavalli rossi, gran bevitore
-di ambrosia come il suo compagno, e scortato dai proprii figli, i
-_Marutas_, che dobbiamo ora studiare. Qui evidentemente si tratta
-del solo vento nella tempesta; sotto il quale aspetto generalmente
-fu il vento celebrato negli Inni vedici. Ma, quanto al Vâyu genero di
-Tvashtar, sposo di Saranyû, padre di Yama, equivalente di Vivasvant,
-non potremmo interpretarlo come il vento tempestoso. È ancora sempre il
-vento, ma parrebbe il venticello mattutino e vespertino, congiunto con
-l'aurora mattutina e vespertina, un vento erotico per eccellenza, uno
-zeffiro; ond'è che ora Vivasvant il sole mattutino, e Saranyû la ninfa
-aurora, appaiono insieme a generar Yama, il sole vespertino, il sole
-moribondo, il Dio che muore per noi; ora a generare i due _Açvinau_ che
-rappresentano le due luci crepuscolari. _Vâyu_ ha per radice _vâ_; ma
-la radice _vâ_ si confonde con la radice _van_ (e con _ven_), che vale
-specialmente _amare, desiderare, appetire, raggiungere_ (e ritorna in
-_Venus, venustus_). Il vento penetra dappertutto; l'amore ha la stessa
-potenza invaditrice: del resto, a dimostrare la parentela delle radici
-_vâ_ e _van_ basta l'analogia del nostro vento presso l'indiano _vâta_;
-presso _Vâyu_, «vento,» il linguaggio vedico ci dà l'aggettivo _vâyu_,
-«appetente» (che ci permette di supporre presso la forma _vâyu_ quella
-di _vanyu_). L'equivoco del linguaggio potè pure aiutare lo svolgimento
-del mito del vento erotico; come l'equivoco tra le voci _vayas,
-vâyasas_, «uccelli,» _vâyavas_, «venti,» potè rendere più frequente la
-rappresentazione dei venti sotto la figura di uccelli.
-
-Ma la più frequente rappresentazione vedica del _Vento_ è nel suo
-numero plurale. _Vâyu_ divenne come Eolo il vento per eccellenza, il
-padre, il re, il Dio dei venti; i venti, che stanno sotto il potere di
-esso, pigliano il nome speciale di _Marutas_. Agni Marut è un vento.
-Nella voce _marut_ si vide una variante della voce _garut_ che vale
-_ala_; il nostro linguaggio poetico ricorda pure frequentemente le
-_ali dei venti_. Come Vâyu è l'_atman_ od _anima degli Dei_, ossia
-_l'anima divina_, lo _Spirito Santo_, come abbiamo veduto l'anima
-del cristiano, che uscendo dal corpo sale a Dio, chiamarsi _Spiritus
-Sanctus_; così, secondo il professore Benfey, i _Marutas_ o _venti_,
-o figli del vento, rappresentano le anime dei morti. Se ricordiamo che
-Yama si rappresenta pure come figlio di Vâyu, non troveremo in questa
-interpretazione nulla d'impossibile: tuttavia giova osservare come non
-è questo il carattere proprio dei _Marutas_, i quali appaiono invece
-piuttosto come i rapidi, forti, sonanti e brillanti, come _i Maschi del
-cielo_ (_divo maryâs_) e come _maschio_ valse _virile_, così il vero
-_forte_, il vero _eroe_, il _vîra_ per eccellenza nell'Olimpo vedico è
-il _Marut_; come nel _Râmâyana_ le grandi prodezze che fanno a _Râma_
-vincere le battaglie sono compiute da _Hanumant_, figlio del vento
-_Marut_; come nel _Mahâbhârata_, dei cinque fratelli Pânduidi il più
-poderoso che combatte per gli altri, che sopporta tutte le fatiche, è
-Bhîma, figlio di _Vâyu_, il Dio del vento e di Kuntî; come l'uccello
-_Garudas_ è quello che rende invincibile il Dio Vishnu. Gli Inni
-vedici rappresentano diversamente il numero dei _Marutas_; per lo più
-essi appaiono come _tre volte sette_, ossia come _ventuno_; ma talora
-anche sette, e forse ne' loro tre nomi di _Vâyu_, di _Rudra_ e di
-_Marut_ si manifestarono pure come una sacra trinità, essendo i numeri
-_tre_ e _sette_ considerati sacri. Ma talora furono rappresentati
-tanti _Marutas_ o venti, quanti sono i giorni del mese lunare, ossia
-_ventisette_, o tanti quanti sono i giorni della metà dell'anno, in
-cui dominano specialmente i venti, ossia _tre volte sessanta_, cioè
-_cento ottanta_. I _Marutas_ son chiamati _gomâtarâs_, ossia _aventi
-per madre una_ go, ossia _la nuvola mobile_, e la nuvola o la tenebra
-rappresentata come variegata (_priçnî_) vacca lattifera. Perciò il
-_Yag'urveda nero_ dice che i _Marutas_ sono nati dal latte di _Priçni_,
-ossia dalla variegata, ch'essi considerano come loro madre. Ma, perchè
-abbiamo già veduto il cielo nuvoloso e il tenebroso celebrato quale
-oceano, così come i _Marutas_ sono appellati _gomatâras_ o _figli della
-vacca_, così ancora si chiamano _sindhumâtarâs_ o _figli dell'oceano_.
-Un altro loro nome vedico è quello di _divas putrâsas_, ossia _figli
-del cielo_; il cielo comprende qui evidentemente insieme la _go_ ed il
-_sindhu_, ossia comprende le due forme mitiche, sotto le quali esso
-si manifesta nella tenebra notturna e nella nuvola tempestosa. Il
-nome di _divas putra_ è pure dato a Parg'anya, il temporale e il Dio
-del temporale, nella quale caratteristica _Parg'anya_ ed i _Marutas_
-si trovano pertanto invocati insieme, perchè diano la pioggia; così
-troviamo congiunti insieme come duali ora _Parg'anya_ e _Vâta_, ora
-_Vâta_ e _Parg'anya_, in quel modo stesso con cui vanno ancora insieme
-Messer Vento e Madonna Pioggia. E poichè il Dio tonante e fulminante
-nel temporale piglia nome d'_Indra_, i _Marutas_ sono chiamati
-_Indravantas_, ossia _accompagnati da Indra_, ed _Indra_ stesso è
-denominato _Marutvan_, ossia _accompagnato dai Marutas_. In questa
-relazione col cielo nuvoloso, burrascoso, lampeggiante, tonante,
-pluvio, i _Marutas_ sono celebrati come fiammeggianti, rosseggianti,
-aurei, splendidamente vestiti con vesti d'oro, aventi nelle mani lancie
-fulminee, anelli ai piedi, luminosi pendagli sul petto, e ciuffi d'oro
-sul capo. La natura di guerrieri, nel cielo tonante, è evidente, quando
-li udiamo chiamare _vagrahastâs_, ossia _aventi nelle mani i fulmini_;
-ma la loro propria natura è sempre quella di _venti_ anche quando
-si congiungano, come lo Spirito Santo, con le lingue di fuoco; onde
-li vediamo nell'inno 78º del X libro del _Rigveda, risplendere quali
-vatâsas o venti furiosi impetuosi, come le lingue dei fuochi (agnînâm
-na g'ihvah virokinas)_. Nell'_Atharvaveda_ (IV, 27) i _Marutas portano
-nel cielo le acque dal mare, e dal cielo le versano sopra la terra_;
-nel 38º inno del I libro del _Rigveda_ essi _oscurano il cielo per
-mezzo della burrasca acquosa_, e ne inondano la terra; ed _aprono_
-quindi nuovamente _al sole_ chiuso nella nuvola la sua via celeste. Il
-vento aduna le nuvole; il vento, insieme coi fulmini, le risolve in
-pioggia e le dissipa. Tuttociò è un fenomeno naturale, che la poesia
-potè cantare senza aver bisogno d'immagini mitiche. Ma il mito, anzi il
-massimo de' miti, si creò per l'appunto nel cielo tonante; e il vento,
-che muove le nuvole e scatena la tempesta, divenne uno de' principali
-collaboratori del mito. Il cielo mattutino e vespertino diede occasione
-a molti idillii e a molti drammi celesti; la grande epopea divina è
-nata nel cielo tonante, e specialmente nel cielo tonante di primavera.
-Indra, Zeus, Jupiter, Perkun, Odino trionfano fulminando e tonando. E,
-poichè i fenomeni della primavera presentano molta analogia con quelli
-dell'aurora mattutina, de' molti miti che si riferiscono all'aurora,
-una parte si riscontrò pure ne' fenomeni del cielo tempestoso.
-Dall'aurora, come dalla nuvola, vien fuori il sole; il sole caccia,
-disperde, uccide il mostro tenebroso notturno; il sole fulminante
-atterra il mostro che copriva il cielo, che tratteneva le acque, la
-pioggia, il nemico _Vritra_ copritore, trattenitore. La somiglianza de'
-fenomeni che si riferiscono al sole uscente dalla notte con quelli che
-si riferiscono al sole uscente dalla nuvola, fece sì che una parte de'
-miti del cielo nuvoloso si trasferisse nel cielo notturno; e Indra si
-trovi dominante in entrambi i cieli; ma, mentre nella sua lotta contro
-i mostri tenebrosi della notte Indra ha per suoi principali compagni
-gli _Açvinâu_, nella sua lotta contro il mostro tenebroso della nuvola,
-i principali compagni d'Indra appaiono i _Marutas_.
-
-L'alato Eros rappresenta ancora una forma del venticello mattutino, che
-si unisce con la vergine aurora per generare il sole. L'Eros è chiamato
-nell'India col nome di _Kâma_, ossia _l'Amore, il Dio d'amore_. Il
-vento dicemmo negli Inni vedici farsi nascere ora dall'oceano, ora dal
-latte della vacca celeste; il venticello mattutino spira con l'alba,
-l'aurora viene fuori dall'alba, come Aphrodite vien fuori dalla spuma
-del mare.
-
-Una delle qualità del vento, celebrate dal _Rigveda_, è quella di
-andar come vuole: _questo Dio va come vuole (yathâvaçam c'arati devah
-eshah)_. Ho già avvicinato l'aggettivo _vâyu_, «desiderante,» con
-l'appellativo _vâyu_, «vento,» accostando le radici _vâ_ e _van_
-(_amare_, onde _Venus_); questo _Vâyu_ appetente, questo _Vâyu_
-desiderante riesce quindi un perfetto equivalente di _Kâma, l'amante,
-l'amore, e il Dio d'amore_. Come pertanto nell'inno cosmogonico vedico
-(_Rigv._, X, 90) abbiamo il _Vento_ qual primo nato dall'alito del
-_maschio_ universale (vedemmo pure i _Marutas_ denominati _maryâs_,
-ossia _maschi_), così nell'inno cosmogonico 129º del X libro del
-_Rigveda_ ci si rappresenta come prima creazione _Kâma_, ossia _il
-Desiderio, l'Appetito, l'Amore_. «Kâma nacque primo, che fu il primo
-seme generatore dell'anima.» Così l'Eros di Esiodo fu il primo nato
-dal caos. _Anima degli Dei, germe del mondo_, vedemmo chiamarsi
-vedicamente _il vento_; la natura dello Spirito Santo e quella d'amore
-sono identiche. Il vento mattutino congiunto con la vergine aurora fa
-uscire il sole; così la colombina di Casa Pazzi annunzia in primavera
-il sole risorto; così Tertulliano dice della colomba (che vedemmo
-già essere sacra nell'antichità ellenica alla Venere Aphrodite, una
-forma ad un tempo dell'aurora e della primavera, l'aurora dell'anno)
-ch'essa era: _in summa Christum demonstrare solita_, come figura
-dello Spirito Santo, l'Eros cristiano. Il mito ellenico d'Amore e
-Psiche è la forma più poetica che abbia assunta la rappresentazione
-degli amori del venticello con la vergine. L'amore al pari del vento
-si rappresenta alato; il pensiero e l'affetto volano; perciò l'inno
-85º del I libro del _Rigveda_ ci rappresenta i corsieri dei _Marutas_
-o _venti rapidi come il pensiero (manog'uvas)_. Il vedico _Kâma_ ci
-si rappresenta come figlio della _Çraddhâ_, che poi divenne la fede;
-così nel nostro dogma, prima appare la Fede, poi la Speranza, terza la
-Carità. Dalla fede provengono la speranza e la carità infiammate. In
-un lungo inno dell'_Atharvaveda_, riferito dal Muir,[34] troviamo il
-Dio _Kâma_, ossia _l'Amore_, come terza persona di una trinità, nella
-quale appare primo _Indra_ e secondo _Agni_: tutti tre salgono sopra
-lo stesso carro, e cacciano lontano le tenebre maligne. _Kâma_ piglia
-in quest'inno aspetto di un Dio guerriero, e si unisce al battagliero
-Indra contro i demoni notturni, come i venti _Marutas_ si uniscono
-specialmente col battagliero Indra contro i mostri della nuvola. Nel
-quale carattere _Kâma_ tiene della natura di Ares e _Marte_ (Mamers)
-Gradivo fratello ed amante di Venere, che corrisponde pure all'indiano
-vento _Marut_, guerriero per eccellenza; Marte come i Marutas è un
-guerriero per passione, ama la guerra per la guerra, è violento,
-impetuoso, e con tutto ciò, come il vento, tenero per le donne. Il
-Dio della guerra della tradizione brâhmanica _Kârttikeya_ è figlio di
-Agni, il Dio del fuoco, uno degli appellativi del quale è pure _Kâma_;
-l'_Eros_ ellenico si raffigura come figlio di Marte, _Ares_.
-
-Nel citato inno dell'_Atharvaveda_ si nomina primo _Indra_, il _divas
-pati_, il _Zeus_ ellenico; secondo Agni, terzo Kâma. Agni e Kâma sono
-vicini tra loro come il Figliolo e lo Spirito Santo; ad Agni, figlio
-delle acque, s'accosta, nella sua forma di spirito alato, l'Amore,
-che combatte e dissipa la tenebra. Nelle prime rappresentazioni
-della Trinità cristiana occorre il Padre che esce da una nuvola
-(Indra, Zeus), il Figlio che sta nell'acqua (Cristo), lo Spirito
-Santo che gli aleggia sopra. _Indra_, _Agni, Kâma_, del citato inno
-dell'_Atharvaveda_, ci rappresentano una trinità analoga. Ma più spesso
-gli Inni vedici raffigurano uniti insieme _Indra_ e _Vâyu, Indra_ e i
-_Marutas; Kâma_ essendo un equivalente del vento, _Kâma_ battagliero
-trovasi pure intento con Indra a cacciare i malvagi nemici; l'ellenico
-_Ares_, figlio di _Zeus_ e fratello di Venere, è ancora una forma
-di questo vedico _Kâma_, che ha insieme le qualità di un guerriero e
-quelle di un amante. E come Dio d'Amore si rappresenta non solo alato,
-ma belligero; non solo in forma di rapida amorosa colomba, ma veloce,
-impetuoso uccello, _Garuda_ o _Garutmant, Garutvant_; ed il _Marut_
-e il Marte rappresentano, ad un tempo, la forma dell'amore violento
-ed il guerriero; il guerriero è un amante e l'amante un guerriero.
-La parola indiana che esprime l'odio è _dvish_; or bene _dvish_ non è
-altro che un _desiderio violento_; la radice _ish_ ha due significati
-analoghi: l'uno è quello di _arrivare, penetrare, spingere_; l'altro è
-quello di _desiderare, volere_. Il desiderio è il moto verso una cosa
-amata; assalendo con violenza l'oggetto, ossia quando _l'appetito_
-diviene _impeto_, _l'appetente impetuoso_, l'amatore riesce un
-guerriero. Per questa stessa associazione d'idee, le parole greche
-_Ares, Eros, Eris_, poterono avere una radice comune ar analoga di
-_Var_.[35] _Vara_ è in lingua indiana, come _Kâma, il Desiderio_, e
-quindi _lo sposo desiderato, l'amore della sposa, l'oggetto de' suoi
-amori, il bello, il prediletto_, dalla radice _var_, «desiderare,
-volere, amare» (cfr. _Varya_ che si dà pure come un appellativo del
-Dio d'amore), e, certamente, nel suo senso primitivo _spingersi verso,
-penetrare_, per la stretta analogia che passa tra le radici _ar_ e
-_var_, cui è da aggiungersi ancora _tvar_, che vale _affrettarsi,
-andare in fretta verso_, identica a quella che abbiamo notata fra
-_ish_, «penetrare» ed _ish_, «desiderare.» Io avevo ritenuto fin qui
-che la parola indiana _dvish_, che esprime l'odio, valesse propriamente
-_il desiderio in due_, e che nella parola _duellum_, da cui nacque
-_bellum_, fosse contenuta la stessa idea di un _velle in due_. Ma,
-per quanto una simile etimologia possa illudere, uno studio meglio
-approfondito mi obbliga a rifiutare questa illusione etimologica, ed
-a considerare il latino _duellum_ come parola corrispondente della
-radice _tvar_, «andar con impeto,» da raffrontarsi con _var_ e _ar_
-(per la mediazione di _dvar_), ed il sanscrito _dvish_, «odio,» come
-un equivalente originario di _tvish_, che vale nel linguaggio vedico,
-_impeto, furia_. La guerra è una furia, una Erinni; _Tvaritâ_ è un
-appellativo della furia indiana _Durgâ_. _Eris_ e la _Erinni_ sono
-_le impetuose, le furenti; Ares_ è _l'impetuoso, il furioso; Arai_
-chiama Eschilo le Erinni; e non è per noi quindi nessuna meraviglia
-che il vedico guerriero _Vâyu_ il vento abbia sposato la rapida,
-ossia violenta _Saranyû_, in cui Max Müller riconosce l'aurora, ed
-il Kuhn il fulmine, l'uno l'Elena, l'altro la Erinni, e tutti e due
-i dotti con molta ragione. Il loro torto, se torto vi ha da essere,
-incomincia solamente, per quanto mi pare, nell'isolare come essi fanno
-le loro ragioni reciproche invece di porle d'accordo. _Saranyû_ vale
-_la rapida_; le radici _ar, sar_ ebbero significato comune; il vedico
-_ara_ vale _veloce_, e _sarat_ ha lo stesso senso; _Saranyû_ valse
-forse _la corrente velocemente_ o _la corrente dietro il veloce_,
-e s'interpetrò forse per _la corrente via dal veloce_; la leggenda
-vedica rappresenta _Saranyû_ che fugge via, in forma di cavalla, per
-non essere raggiunta dallo sposo che le fu destinato dal padre, e che
-piglia nome ora di _Vâyu_ ora di _Vivasvant_, ma con cui finisce pure
-con l'unirsi per generare ora Yama, ora i due Açvinâu. Certamente vi
-sono tra la leggenda vedica di Saranyû e la ellenica di Elena molti
-più caratteri affini che non si trovino tra essa ed il mito delle
-Erinni. Ma è un solo punto che divide un mito dall'altro. Quello che
-qui importa notare è che come nel linguaggio vedico, presso _ara,
-penetrante, veloce_, troviamo _ari il violento_ e quindi _il nemico_,
-così presso l'_Eros_ ellenico troviamo l'_Eris_, le _Erinni_ od _Arai_
-ed _Ares_; così nel sanscrito, presso _ish il desiderio_, troviamo
-_ishira il fuoco, ishu la saetta_; presso _ishma_ equivalente di _Kâma
-desiderio_, troviamo _Ishma_ equivalente di _Kama_ o _Kandarpa_ il Dio
-d'amore, _ishvâsa arco_ ed _arciere_. Il Dio amante, il Dio penetrante
-si trasforma così in Dio saettatore; il veloce, l'ardente, l'alato
-si fa guerriero. Un inno dell'_Atharvaveda_ (III, 25) ci rappresenta
-già il _Dio Kâma che con un dardo aguzzo e formidabile ferisce il
-cuore_.[36] Kâma raccoglie dunque in sè le qualità erotiche ed eroiche
-dell'Eros che distinguono il Dio Ares e Marte greco-romano, e che
-si trovano già riunite nei vedici _Marutas_ e nel figlio di Marut
-Hanumant, il prediletto di Sita presso il _Râmâyana_, premiato con
-amore riconoscente qual suo liberatore; nel figlio del vento _Bhîma_,
-nel quale, presso il _Mahâbhârata_, confida specialmente la sposa
-dei fratelli Pânduidi _Drâupadi_, e cui si elegge come proprio sposo
-la sorella del mostro Hidimba. Nella figura di _Kâma_ e di _Eros_
-prevale l'amatore; nella figura dei _Marutas_ e di _Ares_ e _Marte_,
-il guerriero; Kâma è piuttosto idillico, i Marutas sono specialmente
-eroici; ma i loro caratteri tuttavia s'incontrano talora, a motivo
-della loro prima materia mitica comune, ch'è il vento: abbiamo già
-detto che nella mitologia ellenica _Eros_ appare figlio di _Ares_,
-ossia _Amore di Marte_. In Roma le feste di Marte si celebravano nel
-mese di marzo, ossia nel noto mese dei venti; e i giuochi, coi quali
-si celebravano, chiamavansi _equiria_, dalle corse de' cavalli. Così
-sono spesso celebrati negli Inni vedici i cavalli dei _venti_, dei
-guerrieri _Marutas_, rossi, aurei, macchiettati (scambiatisi talora
-con macchiettate antilopi). I Marutas combattono con le lancie, come
-il Marte latino si manifesta congiunto con _Quirinus_, il Dio armato
-di lancia. Nel _Rigveda_ la loro forza, il loro valore, la loro
-onnipotenza si celebra dai poeti in modo che il loro sommo duce, il Dio
-Indra, ne piglia dispetto e gelosia. Di questa gelosia tra Indra ed i
-Marutas troviamo parecchi indizii negli Inni vedici; Indra si sdegna
-delle lodi e delle oblazioni che i devoti offrono ai Marutas, porta via
-ad essi i tori ch'erano loro stati offerti, e minaccia di annientarli;
-allora il devoto pone, per timore d'Indra, da parte le oblazioni
-destinate ai soli Marutas; il saggio Agastya interviene a pacificare
-gli Dei fra loro, e si risolve di non offrir più tori ai Marutas, senza
-offrirne pure nel tempo stesso ad Indra. Queste nozioni leggendarie,
-che si formano sopra il mito, provano solamente la stretta relazione
-che hanno i Marutas col cielo tonante e fulminante; quando i Marutas ed
-Indra si separano e sono in discordia, ossia quando i venti appaiono
-isolati, senza i fulmini ed i tuoni, fuori del cielo tempestoso,
-pèrdono della loro grandezza eroica; il vento diviene un personaggio
-epico nel solo cielo tenebroso e tempestoso, ma in quest'ultimo
-specialmente; perciò si spiega la stretta relazione di Indra tonante e
-pluvio coi Marutas, di Zeus con Ares e con Marte, di Odino con Thor e
-con Thunar.
-
-
-
-
-LETTURA NONA.
-
-TVASHTAR IL FABBRO DEGLI DEI.
-
-
-Noi siamo presso che giunti a mezza via, e non abbiamo fin qui
-incontrato ancora alcun Dio, il cui appellativo non sia al tempo stesso
-un nome comune. Noi discorremmo, nel vero, del Cielo, dell'Aurora, del
-Sole, della Luna, del Fuoco, dell'Acqua, del Vento, ed abbiamo potuto
-persuaderci come non solo gli Dei che descrivemmo siano congiunti con
-que' fenomeni e con quegli elementi della natura celeste, ma come,
-senza di essi, non sarebbero nati e non avrebbero potuto sussistere
-in alcun modo. Chè, se non ci accadde nè pure fin qui di trovarci
-di fronte alcun Dio, con persona viva bene spiccata e distinta (se
-bene in ciascuno di essi ci sia stato possibile il riconoscere alcuni
-caratteri specifici), di questo, se così posso chiamarlo, difetto
-nella personale evidenza del mito, la ragione è la stessa origine
-fisica del mito, della quale gli antichi creatori di miti dovean
-serbare viva la coscienza. Il fenomeno fisico è talora cantato negli
-Inni vedici come tale, talora rappresentato con una immagine animata
-od animale. Questa immagine può scomparire per ritornare; ma ritorna
-sempre in fenomeni somiglianti: essa serba cioè sempre alcuna traccia
-della sua prima origine, non solo celeste, ma congiunta con un ordine
-speciale di fenomeni e di relazioni celesti. Così dicemmo, che,
-per la loro conforme capacità d'allargarsi, la _Prithivî_ celeste
-è ora la nuvola, ora la tenebra, ora l'aurora; per la loro comune
-mobilità, l'aurora come la nuvola piglia il nome di _go_, e, con
-questo appellativo, poichè _go_ è chiamata la _vacca_, si immaginò la
-vacca aurora, la vacca nuvola. Il mito primitivo ha sempre dunque le
-sue radici in un terreno fisico che gli è proprio, ossia si produce
-in un ordine di fenomeni fisici celesti, che si può presentare con
-parecchie varietà, ma in ciascuna delle quali si conservano alcuni
-di que' caratteri particolarmente geniali ad una particolare famiglia
-mitica. De' miti che nascono, gli uni cadono senza vegetare sopra lo
-stesso terreno che li produce; gli altri germogliano in modo che si
-vede solamente la pianta, e non si può più, se non per una diligente
-investigazione, ritrovarne le radici fondamentali. De' nomi, alcuni
-hanno una scarsa virtù etimologica, altri recano invece una viva
-potenza scultoria; quelli che esprimono troppo poco, e quelli che
-scolpiscono molto vivamente, sono efficaci operatori di miti: l'_açu_,
-che diviene _açva_, ossia ancora il rapido, poichè _açva_ è pure il
-cavallo, genera il _Dio cavallo_; l'_urvâçi_ vale propriamente _la
-vasta penetrante_, _la vasta avanzantesi_, e potremmo aggiungere _la
-vasta rapida_; nella leggenda di _Urvâçî_ abbiamo veduto che essa è
-l'aurora celebrata come la prima ad arrivare, non solo, ma ch'essa
-fugge da Purûravas, il quale la insegue. Io non ho bisogno d'avvertire
-la stretta parentela mitica fra questa _Urvâçî_, che passa fuggente
-dal proprio sposo e _Saranyû_, figlia di _Tvashtar_, la quale in forma
-di _açvâ_, ossia di _rapida_, fugge dallo sposo Vivasvant destinatole
-dal padre. Ma _açvâ_, oltre la _rapida_, significò pure _la cavalla_;
-quindi da un equivoco nato sopra una parola di potente significato
-etimologico, il mito mostruoso della Dea aurora rappresentata come
-_açvâ_ o _cavalla_, e del sole che si fa _açva_ rapido, ossia cavallo
-per inseguirla, e per congiungersi con lei. Presso queste parole
-di una singolare potenza etimologica, ve ne sono altre che non ne
-hanno quasi più alcuna; tale, per esempio, _Brahman_, che servì poi a
-denominare il Dio supremo dell'Olimpo brâhmanico. Non rappresentando
-questo nome, in modo espressivo, nulla di specifico, potè adoperarsi,
-per qualche ideale concepimento, a significare il nume universale,
-quando, popolatosi il cielo di numi, si sentì il bisogno di dar loro
-un reggitore, quando, scemato nell'uomo il sentimento della propria
-energia, si sentì il bisogno di adorare e d'invocare, con un sol nome,
-tutte le forze della natura sovrastanti all'uomo. Ma, tra un periodo
-e l'altro di creazione mitica, quello con cui i miti principiano e
-quello con cui essi finiscono, vi è un periodo intermedio, nel quale
-i miti si svolgono, ne' quali si vede distinta una persona divina, e
-non si scorge quasi più il fenomeno fisico che la muove. A studiar
-questo periodo siamo ora pervenuti nella nostra peregrinazione a
-traverso l'Olimpo vedico. Noi arriviamo ad un momento, nel quale il Dio
-incomincia ad essere qualche cosa, qualche persona vivente per sè; esso
-si estrinseca artisticamente col suo appellativo dalla immediata realtà
-fisica, per divenire specialmente un carattere drammatico. Vedemmo già
-staccarsi l'eroina dall'aurora, l'eroe dal vento, dal fuoco, dal sole,
-dai fenomeni del cielo tenebroso e tempestoso; ma il loro carattere
-eroico o ci apparve mobile ed incostante, o si confuse intieramente
-col carattere del fenomeno fisico. I Marutas ci conservarono più
-fedelmente il loro tipo eroico, e però li studiammo sul punto di
-passare a considerar di proposito il mondo eroico vedico; ma dicemmo
-pure che, come il loro nome, così le loro opere lasciano trasparire la
-loro propria natura di Venti. Ora passiamo invece a studiar numi, gli
-appellativi de' quali non ci rivelano punto il loro speciale carattere
-fisico celeste. — _Tvashtar_ dice _il fabbro; Indra,_ come vedremo,
-_l'intermedio; Açvin, il cavaliero; Yama, l'infrenatore_: evidentemente
-questi quattro appellativi non lasciano a noi trasparire alcun fenomeno
-fisico immediato; e pure, fra tutti gli Dei vedici, essi son quelli che
-hanno carattere più spiccato e costante; anzi, se si aggiunga a questi
-quattro numi l'_Aurora_ ed i _Marutas_, si può dire d'avere in essi
-rappresentato tutto ciò che l'Olimpo vedico può offrirci d'essenziale.
-
-Il nome del nume non basta dunque più a tradirci la sua natura fisica.
-Ma ciò non toglie tuttavia che questa non possa venir rintracciata, e
-che non ci sia concesso di determinare in modo probabile l'ora ed il
-campo celeste, nel quale il Dio si manifesta.
-
-A me verrebbe, anzi ogni cosa, la tentazione di domandarvi se non vi è
-mai accaduto di fantasticare, in solitudine montana o campestre, con
-l'occhio rivolto ad un bel tramonto di sole; e, posta questa prima
-domanda, vorrei sapere da voi se non siete stati colpiti di viva
-meraviglia nell'osservare le mille foggie fantastiche che piglia il
-cielo ad Occidente, ora rosso color fuoco come una fucina ardente,
-ora oscurantesi come per fumo improvviso che ingombri la vasta fucina
-celeste. E perchè io suppongo la immaginazione vostra non meno vivace
-della mia, vi racconterei che una sera d'estate (le feste _vulcanalia_
-celebravano i Latini il 25 agosto) dai colli di Signa io considerava
-un tramonto di sole straordinario. Il sole avea già ritirato i suoi
-raggi, ed il cielo occidentale ardeva in una forma di meravigliosa
-architettura; pareva tutto un tempio illuminato, con archi e colonne
-d'oro, con uno sfondo scuro, dal quale vedevansi, di tratto in tratto,
-come avviene nella stagione estiva, balenar lampi; a un tratto vedonsi
-le ignee colonne crollare, il tempio precipitare, il fantastico
-edificio svanire, ed io esclamo involontariamente: _Ecco Sansone!_
-Sì, Sansone che perde la forza, nella sera della sua vita, quando
-gli tagliano i capelli, come il sole quando perde la sua chioma. E
-sapete voi chi è la Dalila, la bella traditrice? L'aurora vespertina
-che attira nelle sue lusinghe il sole, e lo accieca, ossia lo toglie
-alla vista, e lo spoglia dell'ornamento della sua chioma, ossia gli
-toglie la forza. Ma l'acciecato Sansone si vendica, facendo crollare il
-tempio, ove si festeggia, sopra il capo de' festeggianti suoi nemici, i
-compagni della Dalila. Più spesso ancora m'è accaduto di osservare nel
-cielo vespertino la magica fucina ardente, ed il sole che s'era chiuso
-in essa, non meno che il sole chiuso nella nuvola, mi rappresentava ora
-lo stregone, ora il famoso Ciclope, il fiero monoculo, di cui si trovò
-poi l'equivalente sulla terra nel cratere vulcanico, lo spaventoso
-occhio ciclopico. E, dalle frequenti osservazioni del cielo vespertino,
-non mi rimase più alcun dubbio che il fabbro mitico non sia da
-ricercarsi in esso come nel cielo nuvoloso lampeggiante. Ma io non sono
-un autore, sì bene un espositore di miti; e voi non vi contentereste
-sicuramente delle mie illusioni mitiche; ed avreste ragione di non
-contentarvi, ove non si potesse pur dimostrare come ne' miti del
-mostruoso vedico Tvashtar, dello zoppo ellenico Hephaistos, dello zoppo
-latino Vulcano, tre rappresentanti bene determinati del fabbro celeste,
-che diviene poi il mago delle novelline, il diavolo zoppo della
-leggenda popolare cristiana, tutto concordi con quelle immagini che si
-rinnovano al rinnovarsi d'un antico fenomeno, ossia del chiudersi del
-sole nella notte, passando per le fiamme del cielo vespertino, e del
-chiudersi del sole nella nuvola, onde si manifesta col guizzare dei
-lampi.
-
-Ed ora esaminiamo la natura del Dio vedico _Tvashtar_.
-
-Incominciamo dall'etimologia della parola. _Tvashtar_ vale vedicamente
-_il fabbro, il falegname, l'artefice,_ dalla radice _tvaksh_, come in
-sanscrito han lo stesso significato le parole _takshitar, takshaka,
-taksha,_ dalla radice _taksh_. Ma il _fabbro_, il _falegname_,
-propriamente, non crea dal nulla; esso _forma_ soltanto, ossia _dà una
-forma, una veste_: il senso primitivo della radice _tvaksh_ fu quello
-di _coprire, vestire_ (come abbiamo presso la radice _tvish_, la radice
-_vish_, così è forse lecito presso _tvaksh_, «coprire,» ricordare
-_tvac'_, «pelle» e la radice _vas_, «coprire, vestire;» il passaggio
-della palatale sibilante in cerebrale innanzi alla _t_ dentale iniziale
-di suffisso che diviene quindi anch'essa una cerebrale, è ovvio nella
-fonetica sanscrita). _Tvashtar_, prima del _fabbro, formatore,_ dovette
-essere _il copritore, il velatore_; ora questa coperta, questo velo,
-questa veste, questa pelle celeste può essere scura nel cielo tenebroso
-notturno, luminosa nell'aurora mattutina e vespertina, varia nel cielo
-nuvoloso. Perciò il sole che si chiude nella notte, il sole avvolto
-dalle luminose aurore, il sole chiuso nella nuvola, se non è egli
-stesso il copritore, il velatore, dà origine ad un suo _alter-ego_,
-che piglia nome ed ufficio di Tvashtar o Dio copritore, Dio formatore.
-Ma un Dio che abbia il potere di rendersi a suo piacere invisibile,
-di porsi sotto una cappa od un cappello invisibile, ossia di crear
-tali forme che lo rendano invisibile, di crearsi qualsiasi forma, di
-divenir _viçvarûpa_, ossia _onniforme_, non può operare che per arte
-magica; e _l'arte magica_ ch'egli conosce è appunto quella, per cui
-Tvashtar riesce nell'Olimpo vedico _il più operoso degli operai divini
-(Tvashtâ mâyâh ved apasâm apastamah; Rigv._, X, 53). Nel suo potere
-magico di creare qualsiasi forma, Tvashtar diviene in cielo l'artefice
-universale, del male come del bene; egli foggia, per esempio, armi
-fatate, armi di ferro dalle mille punte, fulmini d'oro ad Indra, ed
-egli stesso genera il nemico d'Indra, il mostro dalle tre teste,
-dalle sette corna, onniforme o Viçvarûpa come il padre, cui Indra
-ucciderà; poich'egli, divenuto fabbro, assunse pure anticipatamente
-le forme del creatore Brahman (Brahmanaspati si dà pure come creatura
-di Tvashtar, il quale gli appresta una scure di ferro). Noi diciamo
-del diavolo ch'esso non è poi tanto brutto quanto lo fanno. E nelle
-novelline popolari troviamo ora il buon mago, ora il diavolo benefico
-che ce lo provano. Ma il solo mito può dichiararci il senso di questa
-eresia. Per un ortodosso il diavolo non può essere altrimenti che
-brutto. Ma, quando ci possiamo persuadere che il diavolo mitico non
-è altro, insomma, se non il Dio, ossia il luminoso nascosto, non ci
-meraviglieremo di trovare presso il mostro, che conosce tutto il male,
-il sapiente che possiede tutte le malizie, e che può quindi fare il
-bene non meno che il male. Voi avrete inteso sicuramente raccontare
-qualche storiella popolare intorno al fanciullo creduto scimunito che
-va all'inferno, apprende dal diavolo ogni segreto, e torna alla casa
-paterna ricco e sapiente. Non vi rechi meraviglia l'intendere che gli
-Inni vedici ci offrono già i germi di questa storiella. Tvashtar, il
-fabbro per eccellenza, dalle buone opere (_svapas, sukr'it_), dalle
-ottime mani (_supâni_), il creatore, che può creare, a suo piacere,
-forme d'uomini, di donne, d'animali, ed ogni magìa, che conosce tutte
-le vie segrete, il sapientissimo, è pure il ricchissimo, invocato
-perciò dal devoto per esserne arricchito. La ricchezza e la sapienza
-sono pure il dono dell'ellenico Plutone e del diavolo della tradizione
-popolare cristiana. Ma il diavolo non è solo. Tvashtar ha in sua
-compagnia ora gli Angirasas, specie di messaggieri, di angeli, ora le
-donne _gnâs, g'anâyas_; ed anche qui dovette accadere un equivoco del
-linguaggio, per la confusione della radice _g'nâ_, «conoscere,» con la
-radice _g'an_, «generare.» Delle donne si dice che ne sanno un punto
-più del diavolo: quando l'eroe mitico è tradito, a tradirlo interviene
-sempre una donna; quando è tradito il mostro, è la sua sposa o figlia
-innamorata del giovine eroe mitico che salva l'eroe minacciato di
-morte; la sorella del mostro Hidimba, nel _Mahâbhârata_, per amore
-dei giovani Panduidi, è cagione della morte del proprio fratello; nel
-_Râmâyana_, se Râma consentisse ad amare la sorella di Râvana, Râvana
-sarebbe perduto, senza che fosse necessaria la guerra micidiale che lo
-sposo di Sìtà imprende contro il re di Lañka. Le _gnâs_ o _donne_ sono
-quelle, con le quali, secondo gli Inni vedici, _Tvashtar_ (una forma
-iniziale di diavolo vedico) esercita specialmente il proprio potere;
-perciò un devoto, nell'inno 35º del VII libro del _Rigveda_, lo invoca
-_propizio insieme con le donne (Çam nas tvashtâ gnâbhir iha çrinotu)_.
-
-Ma il diavolo non solo ha con sè buona compagnia, ma piglia pure
-allievi per istruirli; e, per lo più, avviene che l'alunno venga
-a superare il maestro, che il diavolo nuovo vinca l'antico, il che
-torna quanto a dire che il Dio vinca il Demonio, dopo essere stato
-nella casa del demonio; ossia lo stesso essere mitico entrando nella
-tenebra si duplica e moltiplica pel duplicarsi e moltiplicarsi di
-un'espressione mitica o più tosto per l'incontrarsi di una serie
-duplice di espressioni mitiche. Si disse probabilmente da prima:
-Il sole è entrato nella tenebra; il vecchio sole è entrato nella
-tenebra; il sole imbecillito, il sole impoverito, ossia il povero
-imbecille è entrato nel regno tenebroso; ossia il povero inesperto,
-lo sciocco, o il finto sciocco, è andato all'inferno. — E si disse
-ancora: Il luminoso, aureo, ricco sole fu coperto dalla tenebra; la
-tenebra copre, nasconde i tesori luminosi; ossia la ricchezza, la luce
-sono nascoste dal demonio della tenebra. — Ed infine si conchiuse:
-Il povero imbecille entrato nel regno della tenebra trovò il signore
-del regno tenebroso o infernale, e gli sottrasse la scienza, ossia la
-luce, la ricchezza, i tesori, ossia l'aurora, l'aureo sole. In altre
-parole, il sole mattutino vien fuori luminoso, ossia sapiente, aureo,
-ossia ricco dalla tenebra infernale. La casa del diavolo nel mito
-incomincia nel cielo vespertino (o nell'autunno) e finisce a traverso
-la notte scura (o l'inverno), nel cielo mattutino (o nella primavera),
-il luogo in cui accadono le nozze dei due giovani sposi (il nuovo
-sole e l'aurora o la primavera) insieme col bruciamento della vecchia
-strega (la notte, la stagione invernale che avea incominciato le sue
-malìe nel cielo vespertino ed autunnale, cercando di precipitare nel
-pozzo la bella fanciulla, e di perdere l'eroe solare). La casa del
-diavolo si riproduce poi ancora per fenomeni fisici conformi nel cielo
-nuvoloso, lampeggiante, tonante, fulminante. Il vecchio sole, che
-si chiude nell'aurora vespertina (o nell'autunno) e poi si nasconde
-nella notte (o nella stagione invernale), nella selva notturna, nella
-caverna notturna, appare un mago, un demonio. Ma poichè al vecchio
-sole della sera (o dell'autunno) succede il giovine sole del mattino
-(o della primavera), questo appare ora suo allievo, ora suo figlio
-adottivo, ora suo genero, come Vivasvant, che sposa Saranyû figlia
-di Tvashtar (abbiamo pur già detto che, invece di Vivasvant, appare
-talora come sposo di Saranyû il Dio Vâyu, il vento erotico che diviene
-quindi eroico, la brezza crepuscolare, lo zefiro primaverile che si
-trasforma nelle imprese mitiche in un vento gagliardo, che porta le
-montagne celesti, ossia le nuvole, come Hanumant, il figlio del Vento,
-trasporta nell'aria intiere montagne per fabbricare un ponte sul
-mare). Noi conosciamo, nella leggenda cristiana, il fanciullo Gesù,
-figlio adottivo del falegname, che nel tempo in cui sta nascosto, in
-cui impara l'arte del falegname ed altre cose mirabili, acquista, in
-breve, tanta sapienza che il buon falegname Giuseppe ne rimane confuso.
-La quaresima che precede la primavera è simbolo terreno della stagione
-tenebrosa annua o notturna. Paragonata la stagione invernale (e la
-notte) ad una selva notturna, il taglialegna, il falegname diviene
-l'abitatore naturale di quella selva; il vecchio sole nascosto nella
-selva notturna e invernale (e poi anche nella nuvola tenebrosa) è il
-falegname celeste. Ma, perchè da esso vien fuori il nuovo sole, questo
-si suppone figlio adottivo del falegname. Così dalla quaresima risorge
-il nuovo sole primaverile. Il punto medio della notte, il punto medio
-della stagione tenebrosa, della selva, del bosco mitico, dev'essere
-il tempo trionfale del falegname, ossia del taglialegna nella selva
-oscura; così si festeggia ancora dai Cristiani la mezza quaresima, col
-simbolo di una sega, la sega di San Giuseppe,[37] il cui giorno cade
-per lo più verso la metà di quaresima, e che ha ufficio di dividere, di
-segare la quaresima per metà. La vecchia pignatta, che in Francia e in
-Piemonte e in Toscana (ove la chiamano _pentolaccia_) si rompe a mezza
-quaresima, è pure simbolo della brutta vecchia, della brutta stagione
-che se ne va. Così ancora suolsi dai fanciulli piemontesi, invece
-di una sega, figurar talora una testa di diavolo, il Dio del tempo
-tenebroso, e gettarla sopra le spalle dell'improvvido compagno, con le
-parole: _L'asino è carico e nessuno lo sa._ Quest'asino carico non è
-altro che l'asino di San Giuseppe, il quale salva dall'ira del perverso
-Erode il Dio neonato Gesù nell'_Aigyptos_, la regione nera, la regione
-scura, come dice l'etimologia della parola, ove, nella tradizione
-dorica, la rapita sposa di Menelao, Elena, si nasconde. (È mirabile
-la somiglianza in questo punto della leggenda dell'antico Giuseppe
-perseguitato che sta nascosto in Egitto, con quella di Giuseppe e Gesù
-fuggitivo in Egitto; il viaggio di San Giuseppe, nella tradizione
-cristiana è preceduto da sogni come l'andata in Egitto di Giuseppe
-l'antico; l'antico Giuseppe rivela la sua sapienza in Egitto, cioè nel
-paese scuro, così il figlio trafugato di Giuseppe nel tempo in cui sta
-nascosto, s'istruisce.) Nel tempo in cui Gesù sta nascosto, acquista la
-massima sua sapienza; uscendo dal suo nascondiglio, esso appare invece
-luminoso ed illuminante. Questo stesso carattere ha l'eroe mitico. Nel
-tempo, in cui i cinque fratelli Panduidi, presso il _Mahâbhârata_,
-fuggiti nelle selve stanno nascosti per sfuggire alle persecuzioni
-del perverso Duryodhana, ciascuno di essi apprende ed esercita un'arte
-speciale, e vi riesce insuperabile. La leggenda vedica dei _R'ibhavas_,
-artisti ospitati nella stagione scura, ci rappresenta lo stesso mito.
-
-Tvashtar è ora fabbro falegname, ora fabbro ferraio. Ma abbiamo veduto
-ch'esso non ha solo il potere di fabbricar cose, ma altresì forme
-animate, animali e uomini. Un inno del _Yag'urveda bianco_ (XXIX, 9)
-ci fa sapere che il rapido cavallo (_âçur açvah_) nacque da Tvashtar;
-un inno del _Rigveda_ (X, 184) ci dice che Vishnu prepara la _yoni_
-(vulva) e Tvashtar foggia in essa le forme; un inno dell'_Atharvaveda_
-(IX, 4) celebra Tvashtar come _generatore delle forme degli animali_;
-e non solo Tvashtar crea le forme, ma le crea con qualità perfette,
-ond'egli è pure celebrato nel _Yag'urveda_ e nell'_Atharvaveda_ per
-aver posta l'agilità ne' piedi del cavallo celeste. E non solo crea
-esso stesso delle forme, ma aiuta altri a crearne; dall'_Atharvaveda_
-s'apprende come la Dea Aditi, quando ebbe desiderio d'ottener figli,
-portò, come amuleto, un certo braccialetto (_parihastam_, certo il
-disco lunare, o il disco solare, essendo la luna come il sole celebrati
-quali generatori per eccellenza); Tvashtar, volendo aiutare una donna a
-partorire un figlio, le legò al braccio quello stesso braccialetto che
-Aditi genitrice celeste avea portato.
-
-Quando Tvashtar comunica, nel cielo, l'arte sua ai _R'ibhavas_, questi
-suoi discepoli diventano, alla loro volta, immortali, ossia Dei. E
-della natura celeste dei R'ibhavas non si può avere alcun dubbio,
-quando intendiamo ch'essi, _colla loro industria operaia, hanno
-fabbricato il carro bene rotante ed i cavalli d'Indra,_ e ch'essi
-hanno dato _la giovinezza ai padri loro_. Il vecchio sole della sera
-e dell'autunno si ringiovanisce al mattino ed alla primavera. Questa
-nozione mitica si spiegò così: Il vecchio sole è ringiovanito dal
-giovine sole; ossia il giovine sole restituisce la gioventù al vecchio
-sole che lo generò, al vecchio suo padre od al vecchio sole che lo
-ammaestrò, al suo vecchio maestro. L'uno identico, considerato ne'
-suoi due aspetti divenne due, de' quali il primo è ora il padre, ora
-il suocero, ora il padrone, ora il maestro; il secondo è ora il figlio,
-ora il genero, ora il servitore, ora il discepolo. Abbiamo già toccato
-del Dio Indra, il quale dona la bellezza alla pia fanciulla che gli
-ha recato a bere l'ambrosia, e che era divenuta brutta all'accostarsi
-della notte; in grazia di quell'ambrosia, la pelle ispida, scura
-della fanciulla Apalâ, diviene luminosa del color del sole. Così come
-Tvashtar ha il potere di coprire con una pelle (_tvac'_), i R'ibhavas,
-_discepoli di Tvashtar (Tvashtuh çiçyâh)_, fanno luminosa la pelle
-ai padri loro, ossia restituiscono ad essi la perduta gioventù. E
-poichè trovasi pure identificato _Tvashtar_ con _Savitar_ ch'è il
-sole, bisogna dire che il ringiovanito dai R'ibhavas è lo stesso loro
-maestro Tvashtar, ossia il vecchio sole, il Titone antico, che morrebbe
-nella notte e nell'inverno, se non venisse ringiovanito, risuscitato
-più luminoso al mattino ed in primavera. Così pure, lo ripetiamo,
-poterono confondersi nella leggenda cristiana il biblico Giuseppe,
-il sognatore, fanciullo perseguitato, che in Egitto, ossia nel paese
-scuro, acquista la ricchezza, la potenza, la ricchezza, col vecchio
-Giuseppe, sognatore anch'esso, che, per aver visto un sogno, trafuga il
-fanciullo perseguitato in Egitto. Il vecchio sole che si nasconde nella
-tenebra notturna od invernale, prepara la via del giovine Dio solare,
-mattutino e primaverile. Nel _Rigveda_ (X, 70) _Tvashtar_ è celebrato
-come _il previdente che prepara le vie degli Dei (devânâm pâthah upa
-pra vidvân uçan yakshi)_, sotto questo aspetto _Tvashtar_ ha natura
-benigna; così pure nella sua qualità di foggiatore d'armi fatate pel
-Dio Indra, e di istitutore degli artisti divini, i _R'ibhavas_. Ma,
-poichè Tvashtar esiste solamente in quanto il sole sta coperto, quando
-il sole si scopre, quando il sole emerge dalla tenebra e dalla nuvola,
-quando Indra col fulmine squarcia la tenebra, l'opera di Tvashtar si
-distrugge, e Tvashtar piglia perciò in odio quello stesso Dio ch'egli
-ha armato per le battaglie, quello stesso artista ch'egli nella tenebra
-ha fatto luminoso, ossia ammaestrato, quello stesso sole fanciullo
-ch'esso protesse ed allevò, e che diviene, appena fatto potente,
-nemico di Tvashtar, mercè il quale si salvò, raggiunse la bellezza,
-la sapienza, la ricchezza, la potenza. Nelle novelline popolari l'eroe
-fanciullo, che fu in casa del diavolo per imparare la scienza, si serve
-di questa scienza medesima per ingannare, tradire il diavolo, rubargli
-la figlia, portargli via il tesoro, fuggire da esso; il diavolo o
-mago lo insegue rapidissimo, ma il fanciullo, che gli ha menato via
-il cavallo, ossia il rapido, ossia che vien fuori egli stesso in
-forma di rapido corridore, corre più veloce, e, per qualche malizia,
-si trasforma in modo che o sfugge alle persecuzioni del diavolo, o
-assume tale carattere, che in quel carattere si trova superiore al
-diavolo o stregone, e lo uccide. Evidentemente non è il senso morale
-quello che predomina in tali novelline; poichè, per quanto sembri
-bello ogni dispetto fatto al diavolo, l'ingratitudine è cosa assai più
-mostruosa che il diavolo non sia. Ma noi non ci dobbiamo occupar qui
-della morale dei miti, sì bene soltanto della loro realtà fisica, per
-la quale dai mostri fisici emergono mostri morali. Figurata la notte o
-la stagione invernale, come un mostro deforme, proteiforme, onniforme,
-come un drago che butta fiamme ora dalla testa, ora dalla coda (le due
-estremità del cielo infiammate nella sera e nel mattino, nell'autunno
-e nella primavera), immaginatosi che quel drago mostruoso inghiotte
-ed attira nella sua spelonca per divorarlo l'eroe solare, nel veder
-riuscire, risalire vittorioso quest'ultimo al mattino o alla primavera,
-dalla parte opposta del cielo, dalla quale s'era visto tramontare
-nell'autunno e nella sera, s'immaginò che, ospitato nel seno della
-notte il sole vecchio, il sole rimbambito, il sole ritornato bambino
-(di sapientissimo ch'era), nell'ospitalità notturna s'ammaestri,
-s'erudisca a spese di quel mostro medesimo che lo trattiene presso
-di sè, per avere un servitore intelligente di più, o col proposito
-di perderlo alla prima occasione. Il mago, il diavolo, s'accorge
-in breve che il discepolo ha tanta malizia che sta per divenirgli
-superiore; nella seconda parte della notte e della stagione tenebrosa
-dell'anno il sole s'avvia verso il suo nuovo trionfo celeste. Allora
-come nella prima metà della notte e della stagione fredda, tenebrosa,
-il diavolo, sentendosi superiore, non nascondeva i segreti dell'arte
-sua all'ospite; nella seconda invece s'insospettisce, incominciandosi
-ad accorgere che l'eroe ospitato sta per pigliargli il disopra: da
-quel punto, nell'animo del mostro sorge l'invidia e il disegno di
-perdere il suo giovine e potente rivale: ma oramai questo, a misura
-che s'avanza, cresce in potenza, come invece il diavolo, a misura che
-lo insegue, sente venir meno le proprie forze; perciò il fine della
-notte, il fine della stagione invernale, il fine della tempesta,
-annunzia la morte del vecchio _Tvashtar_ (propriamente _il copritore_,
-da _tvash=tvac'+tar_), ossia dell'opera propria, chiamata com'esso
-_Viçvarûpa_, onniforme, o _Tvâshtra_ (appartenente a Tvashtar), o con
-altro nome, perfetto equivalente ideologico, _Vr'itra (il copritore)_,
-che appare negli Inni vedici come il figlio di _Tvashtar_. È un punto
-appena quello che divide il Dio _Tvashtar_ dal Dio pluvio e tonante
-Indra e dal suo nemico. Quando gli Inni vedici ci dicono che _Tvashtar
-il copritore e il foggiatore di forme_ prepara le armi ad Indra Dio
-pluvio e tonante, ciò val quanto dire che, senza il copritore, ossia
-senza cielo copritore, non vi sarebbe il Dio fulminante e tonante,
-ossia che Indra trova i suoi fulmini nel cielo coperto, che i fulmini
-si trovano nel cielo coperto e non fuori di esso. Tvashtar copre il
-cielo; il Dio fulminante e tonante trova le proprie armi in quel cielo
-coperto; e se ne serve per distruggere _Vr'itra il mostro copritore_,
-ossia quel cielo stesso nuvoloso, senza il quale Indra non potrebbe
-essere un eroe, anzi l'eroe più meraviglioso dell'Olimpo. Tvashtar ama
-la propria forma tenebrosa, e desidera conservarla; Indra, sebbene sia
-nato in essa, sebbene senza di essa la sua potenza si distrugga, ama
-distruggerla, per far del bene, liberando le acque, le vacche, le donne
-che Tvashtar, ossia il suo equivalente _Vr'itra_, tiene prigioniere,
-per liberare l'eroe o l'eroina solare che sta chiusa nella nuvola,
-per ritornare quindi egli stesso a splendere come cielo luminoso, come
-sommo signore del cielo. Gl'inni e le leggende del periodo vedico ci
-presentano però già Indra e Tvashtar come nemici. Di questa inimicizia
-essi ci recano come principal ragione la seguente: _Indra bevette
-l'ambrosia nella casa di Tvashtar_,[38] nelle coppe di _Tvasthar_,
-uccidendo il figlio di Tvashtar, ossia Vr'itra Viçvarûpa. L'oceano
-celeste si rasciuga, ora perchè Indra ne beve le acque ambrosiache,
-ora perchè, fulminando, le fa scorrere, e vuota così il barile celeste
-che conteneva il _soma_. Il _Çatapatha Brahmana_, interpretando la
-contesa fra Indra e Tvashtar per il _soma_, ci racconta la seguente
-storiella: «Tvashtar aveva un figlio dalle tre teste, dalle tre bocche
-e dai sei occhi, chiamato perciò _Viçvarûpa_. Una delle sue bocche
-beveva l'ambrosia (_soma_), un'altra beveva vino (o bevanda spiritosa,
-_surâ_), un'altra era per le rimanenti cose da mangiare e da bere.
-Indra odiava quel Viçvarûpa, e gli tagliò le tre teste: da una bocca
-uscì l'uccello francolino, ch'è di color bruno come il re Soma;
-dall'altra uscì uno sparviere, e però quest'uccello grida con la voce
-rauca, con cui parla un briaco che ha bevuto liquori inebbrianti; dalla
-terza bocca uscì una pernice, dai colori screziati, poichè sembra che
-nelle sue ali siano gocciate stille di burro liquefatto e di miele; da
-tal bocca Viçvarûpa riceveva ogni maniera di cibi. Tvashtar s'accese
-d'ira, e dicendo: _M'uccise il figlio_, egli offerse ambrosia agli
-Dei, Indra eccettuato. Indra pensò: _Mi allontanano dall'ambrosia_; e,
-come un forte adopra verso un debole, anche non invitato, si cibò del
-_soma_ purificato che era nel vaso. Ma questo gli fece danno: esso gli
-uscì tutto dalla bocca, e dalle altre parti vane del corpo. E Tvashtar
-salì in collera, dicendo: _Chi, non invitato, si cibò del mio soma?_
-egli stesso interruppe il proprio sacrificio; e quel resto di _soma_,
-ch'era rimasto nel vaso, adoperò (per accompagnare con un sacro rito
-l'imprecazione), dicendo: _Cresci Indra-nemico (Indraçatruh)_, così
-disse. E poichè disse _Indra-nemico cresci_, perciò Indra lo uccise;
-ma se invece egli gli avesse detto: _D'Indra nemico (Indrasya satruh),
-cresci_, egli avrebbe potuto uccidere Indra.»
-
-Questa leggenda è ancora di formazione vedica, e, sebbene relativamente
-moderna, serve pure ad indicarci la forza che s'attribuiva nell'età
-vedica alle imprecazioni, per cui anche un semplice _lapsus linguae_
-dell'imprecatore poteva rivolgere sopra di sè gli effetti di
-quell'imprecazione ch'egli scagliava sopra il suo nemico. In questo
-_Tvashtar imprecatore_ noi abbiamo poi una specie di Dio Brahman,
-il quale combinerebbe col nome di _Brahmanaspati_ o _signor della
-preghiera_, dato pure in alcuni Inni vedici al figlio di Tvashtar. E,
-poichè ben presto l'uccidere un Brâhmano divenne il massimo delitto
-sociale indiano, Indra uccisore di un Brâhmano nel cielo cadde in
-disgrazia, divenne odioso alla casta brâhmanica, che gli sostituì
-invece Brahman nel principato dell'Olimpo, mentre Indra rimase solo
-più il Dio della casta guerriera, la quale nel fine del periodo vedico
-e nelle leggende brâhmaniche troviamo spesso in fiero contrasto con la
-casta de' Brâhmani.
-
-Uno dei nomi vedici di Indra come uccisore del mostro, del tricipite
-Viçvarûpa, è _Trita Aptya_, il quale conoscendo le armi paterne
-combatte, taglia le tre teste delle sette corna del figlio di Tvashtar,
-libera le vacche. La parola _Trita_ vale propriamente _terzo_; suoi
-fratelli sono _Ekata_ che val _primo_, e _Dvita_ che val _secondo_.
-Come, nelle novelline popolari, il terzo fratello è sempre il più
-valoroso, così la grande impresa mitica celeste è compiuta da _Indra_
-come _Trita_, ossia come _terzo_.[39] Trita troviamo identificato ora
-con Indra, ora con Marut, Vâta, Vâyu; così nel _Mahâbhârata_, Arg'una
-figlio d'Indra e Bhîma figlio del Vento fanno prodezze insieme. Bhîma
-precipitato, per insidia, nel regno de' serpenti, vi beve l'acqua della
-forza, come il vedico Trita è calato nel pozzo, come Indra trova nel
-pozzo il _soma_, ossia la bevanda ambrosiaca, dalla quale egli trae la
-sua forza; in una leggenda del _Mahâbhârata_ si narra che Trita nel
-pozzo appresta il _soma_. Il sole che si tuffa nella nuvola e nella
-notte tenebrosa, nell'acquosa stagione invernale, retta specialmente
-dalla luna (Soma), come il giorno e l'estate dal sole, vi acquista la
-sua forza, e ne vien fuori. Indra pluvio e tonante primaverile, Indra
-pluvio e tonante estivo, e Trita che piglia forza nelle acque, che
-sconfigge il mostro trattenitore delle acque, che uccide il figlio
-di Tvashtar, hanno natura comune. Ma in quali relazioni di parentela
-stanno Trita ed Indra con Tvashtar? Tvashtar identificandosi con
-_Prag'âpati_, con _Dhâtar_, con _Savitar_, con _Pûshan_, appare un
-Dio creatore. Dicemmo già ch'esso diede _vigore ad Indra_. Trita si dà
-nella leggenda brâhmanica come figlio di _Prag'âpatî_. Ma _Prag'âpati_,
-o _signor delle creature_, è un termine troppo generico, ed ogni
-creatura si può considerare come opera di _Prag'âpati_. Tvashtar
-riproduce, invece, particolarmente il carattere del vecchio padre, del
-vecchio suocero, che accoglie, per volere del fato, inconsciamente,
-incautamente quello che lo dovrà perdere. Indra e Trita devono tutto
-il secreto dell'arte loro a Tvashtar, ma di esso si valgono appunto
-per distruggerlo. Indra e Trita sono in alcun modo figli adottivi,
-figli inconsapevoli del padre Tvashtar inconsciente che prepara il suo
-danno senza saperlo. Egli ha un proprio figlio simile a sè, Triçiras,
-ed una figlia Saranyû; sposa la figlia a Vâyu, e secondo una nozione
-più frequente a Vivasvant. Ma Vâyu s'identifica con Trita, e Trita
-con Indra. Perciò Trita od Indra ci dovrebbe apparire al pari di
-Vâyu come genero di Tvashtar, accolto da lui come figlio, ospitato,
-nutrito, ammaestrato nell'arte sua, fortificato a tutto suo detrimento.
-La leggenda cristiana ha fatto di Giuseppe il legnaiuolo lo sposo
-impotente della Vergine, che lo Spirito Santo viene a fecondare; la
-leggenda vedica ci dà il vecchio legnaiuolo Tvashtar, il quale sposa la
-vergine sua figlia Saranyû ora a Vâyu, il sacro vento, ora a Vivasvant,
-uno de' nomi del giovine sole. La leggenda del _Mahâbhârata_ ci offre
-il sole che visita in segreto nella casa paterna di lei la vergine
-Kuntî, si unisce con essa, le dà un figlio, ma l'assicura che rimarrà,
-dopo il parto, sempre pura; lo zefiro ed il sole s'uniscono ogni
-giorno con l'aurora mattutina, e questa riappare ogni giorno vergine,
-o _sempre giovane_, come dice l'inno vedico, quantunque _antica_.
-L'aurora, quantunque _antica_, è sempre capace d'essere fecondata;
-quindi se, nella Bibbia, la vecchia Sara, al passare degli angeli,
-si feconda, se la madre di Sansone, dopo l'annunzio di un angelo,
-quantunque creduta sterile, si feconda dell'eroe, la cui forza è nella
-chioma; noi abbiamo sempre lo stesso fenomeno dell'aurora o della
-primavera, che, quantunque antica, quando zefiro spira, quando il nuovo
-sole si mostra, ci appare giovine, pura, e si rifeconda. Interpretati
-coi fenomeni naturali, i miti pèrdono il loro carattere mostruoso. Così
-ancora, quando il _Mahâbhârata_ ci racconta che _Pându, il pallido_,
-è impotente a generar figli nel seno della sua sposa _Kuntî_, la
-quale, consenziente lo sposo, riceve la visita degli Dei Yama, Vâyu
-ed Indra che vengono a fecondarla; noi abbiamo ancora un mito che ci
-rappresenta il fecondarsi dell'aurora e della primavera, a cui non
-bastando _Pându, il pallido, l'imbelle_ sole invernale, perchè divenga
-viva ne' figli e nelle opere, s'inviano il sole luminoso o sapiente
-Yama, il vento vigoroso Vâyu, il tonante, fulminante, pluvio ed agile
-Indra primaverile a fecondarla. Ma, per tornare agli Inni vedici, non
-è dubbio che abbiamo in essi un divino falegname _Tvashtar_ che sposa
-la propria figlia a Vâyu o Vivasvant, de' quali Indra e Trita appaiono
-equivalenti. Indra e Trita si mostrano quindi nemici di Tvashtar, ma
-prima essi furono beneficati da esso, avendo essi da Tvashtar appreso
-l'arte, per cui riescono invincibili. Indra o Trita è l'artista che
-supera il suo maestro. E come Indra s'identifica con _Trita_, così
-tre si rappresentano i _R'ibhavas_ od artefici celesti, discepoli di
-Tvashtar; Indra è il _R'ibhu_ per eccellenza; perciò i _R'ibhavas_
-appaiono per lo più congiunti con Indra; ed è il terzo _R'ibhu_ quello
-che fa il gran miracolo, il miracolo più bello, pel quale Tvashtar
-stesso ne piglia invidia. Essi aveano già fabbricato con l'arte loro
-appresa da Tvashtar de' carri, col loro attacco, cioè vacche e cavalli,
-e altre cose mirabili; essi aveano pure la virtù di ringiovanire i loro
-genitori (_Sudhanvan_ è il nome vedico dato al padre dei _R'ibhavas_);
-ma tutto ciò all'ingenuità del poeta vedico pareva ancora poco: esso
-riserbava invece tutta la sua meraviglia per i _R'ibhavas_, i quali
-da una sola coppa sacrificale ne aveano, abilissimi prestidigiatori,
-formate quattro. E questo portento lo compie il più giovine de' tre
-fratelli. Tvashtar, il loro maestro, in alcuni inni, appare soddisfatto
-di quella meraviglia d'arte; in altri, invece, lo vediamo vergognoso.
-Egli avea fatto quella coppa che i _R'ibhavas_ aveano moltiplicata
-per quattro; vedendo alterata l'opera sua, e certamente migliorata,
-egli va a nascondersi confuso tra le sue donne (_gnâsu_), ove si
-sdegna e si prepara ad uccidere i suoi rivali. Tvashtar disse così:
-_Uccidiamo quelli, i quali hanno profanata la coppa, nella quale gli
-Dei venivano a bere_. Poichè tra que' profanatori si trovava il Dio
-Indra in persona, il cui potere è appunto quello di estendere il cielo
-celeste, si comprende come sia avvenuto l'espandimento della coppa
-di Tvashtar, e come (una specie di _Secchia rapita_ celeste), dopo
-quell'espandimento dell'opera di Tvashtar, Indra ed i R'ibhavas si
-separino da esso, e la guerra s'accenda nel cielo per cagione della
-coppa, in cui si beve, come poco innanzi abbiamo veduto Tvashtar
-guastarsi con Indra per cagione della bevanda divina, che egli era
-venuto a bere, per propria forza, senza essere stato invitato dal
-guardiano del _soma_ alla libazione. Vedremo nella prossima Lettura
-qual Dio sia stato negli Inni vedici questo Indra, che qui ci appare
-già indicato come un artista meraviglioso, come un bevitore potente, e
-come un guerriero di forze straordinarie.
-
-
-
-
-LETTURA DECIMA.
-
-INDRA.[40]
-
-
-Fra tutti gli Dei dell'Olimpo vedico, Indra è il più potente, il
-più caratteristico, il più frequentemente invocato. E non s'invoca
-solamente perchè si ama, ma spesso ancora perchè si teme. Tutta la
-scienza magica, che ha le sue radici nelle superstiziose credenze
-popolari, si fonda sopra una continua evocazione delle forze di un
-dèmone occulto che si suppone occupar tutta la natura. Cicerone, nel
-secondo libro _De Divinatione_, lasciò scritto: «Nonne perspicuum
-est ex prima admiratione hominum, quod tonitrua, jactusque fulminum
-extimuissent, credidisse ea efficere rerum omnium praepotentem jovem?»
-Il tono ci rende _attoniti_ ed _intontiti_, come si dice in Toscana,
-che vale quanto _istupiditi_, per la stessa analogia onde dal verbo
-_stupire_ è nato l'aggettivo _stupido_. Il massimo degli Dei, il Dio
-tonante, per suo supremo effetto, istupidisce il suo devoto ammiratore;
-dove lo stupore non ha limiti, s'accoglie pure la stupidità; e
-cessa questa, dove allo stupore sottentra la curiosità della ricerca
-scientifica. I primi pastori vedici rimasero sotto il fascino tremendo
-del cielo tonante, e accordarono pertanto al Dio che lo reggeva gli
-onori supremi. Io ho già indicata la grande somiglianza che hanno fra
-loro il vedico _Tvasthar_ che prepara ad Indra i fulmini, e Indra
-stesso che brandisce il fulmine per lanciarlo; come Tvashtar prese
-pertanto aspetto demoniaco, così Indra, il sommo degli Dei, ebbe pure
-talora aspetti formidabili e demoniaci, e fu poi finalmente nella
-mitologia brâhmanica rappresentato e perseguitato come Demonio. Come
-ogni medaglia ha il suo rovescio, così non vi è Dio, di cui non si
-potrebbe trovare il corrispondente demoniaco, fisico e morale; onde si
-potrebbe dire egualmente che il Dio è un Demonio rovesciato o scoperto,
-o pure che il Dio rovesciato e coperto diviene un Demonio.
-
-Il bello ed il brutto, il bene ed il male, non sono distinti in natura:
-l'uno rientra nell'altro, l'uno esce dall'altro, ed essi si confondono
-in una lotta perenne. L'opera può esser buona o cattiva, ma l'operaio
-medesimo può essere autore dell'una come dell'altra. Un inno del
-_Rigveda_ (VIII, 86) canta: «O fulminante, per timore di te, tutte le
-cose create, il cielo e la terra tremano.» In altri inni consigliati
-dalla paura,[41] il devoto assicura Indra ch'egli serba fede al
-violento Indra (_tvishimate Indrâya_), quando egli ferisce col fulmine
-(_Rigv._, I, 55); e lo prega perciò di non distruggere la gioia o la
-salute, o il nutrimento vitale che sia, del devoto (_mâ antarâm bhug'am
-â ririsho nas; Rigv._, I, 104); un altro poeta con singolare insolenza
-canta, rivolgendosi ad Indra (_Rigv._, VIII, 45): «Io ho inteso poco di
-quello che un tuo pari ha fatto sopra la terra; mostra l'animo tuo, o
-Indra. Crederò vere quelle tue prodezze, meritate le lodi che si fanno
-di te, se ti mostrerai propizio a noi. O eroe, non fulminarci nè per un
-peccato, nè per due, nè per tre, nè per molti. Io ho avuto paura di un
-terribile, lacerante, distruggente offensore tuo pari.» Il devoto qui
-diviene ribelle; e si sente in questa antica protesta dell'uomo contro
-una forza soverchiante della natura, adorata come divina, fremere
-l'anima di un Prometeo.[42] Il tonante apparve potente, il potente
-prepotente o tiranno, e contro il tiranno arbitrario, capriccioso,
-violento, i devoti meno persuasi della divinità d'Indra si sollevano
-sdegnati. Mentre adunque molti devoti salutano Indra per lo più col
-nome di _padre (Jupiter)_ e lo colmano di tutte le carezze che il
-linguaggio poetico può immaginare per raffigurare un nume prediletto,
-dal quale s'attendono ogni maniera di favori, vacche, cavalli, cibi,
-ricchezze, la vittoria ne' combattimenti, la felicità, la gloria, altri
-dubitano ancora della sua esistenza, e da questo dubbio alla ribellione
-contro la sua presenza che si rivela quindi in modo terribile,
-formidato, è agevole il passo. Un poeta dice (_Rigv._, VI, 18): «Sei
-tu forte, o Indra, o non lo sei? móstrati nel tuo vero aspetto.» Ma,
-poco dopo, sentendolo probabilmente tonare, s'affretta esclamando: «Io
-credo, o potentissimo, reale la forza di te nato potente.» Ed un altro
-poeta (_Rigv._, VIII, 89): «Se Indra esiste veramente, offriamogli un
-vero e proprio inno, domandandogli degli alimenti.» Ma alcuno dice:
-«Indra non esiste; chi l'ha veduto? e (se nessuno l'ha veduto) a
-chi inneggieremo noi?» (Ma Indra si fa ben presto sentire, dicendo):
-«Eccomi, o devoto; ravvisami: per la grandezza, io sto sopra tutte le
-creature.» Noi vediamo qui dapprima un dubbio intorno alla presenza
-dell'Indra fisico; quindi si venne a dubitar pure del suo carattere
-divino. Vi sono alcuna volta nel cielo lampi e toni che non portano
-alcun effetto sopra la terra, che non menano e non accompagnano alcuna
-tempesta; allora il poeta si domanda se Indra ci sia o non ci sia, se
-quel tonante celeste sia il vero Indra, od una mistificazione di esso.
-
-In questa domanda noi abbiamo indicato il carattere più generale, più
-frequente dell'Indra vedico. La sua qualità di tonante e pluvio lo rese
-eminente tra gli Dei eroici. Ma non è probabile che questo sia stato
-il carattere primitivo d'Indra come non è stato l'ultimo. Nel periodo
-brâhmanico Indra ritorna ad essere quello che sembrami sia stato
-nel primo periodo vedico, cioè il cielo e specialmente poi il cielo
-azzurro, stellato, notturno. L'_Indraloka_ o _il mondo_ o _paradiso
-d'Indra_, vale per me semplicemente _il cielo_, come lo _svargaloka_,
-che vale _il mondo celeste_ ed _il paradiso_. Perciò troviamo
-Indra chiamato _sahasrâksha_ o _milloculo_, e poichè il _pavone_ si
-distingue per le sue penne gemmate ed occhiute, la leggenda indiana ci
-rappresenta Indra in forma di pavone, e il mito indo-europeo il corvo,
-ossia il nero, la notte scura, che si veste delle penne del pavone,
-ossia che s'ingemma d'occhi. Perciò ancora il pavone era dedicato alla
-_Dea Giunone (D)junon_ il cielo femminino, come _Dyu, Dyaus, Zeus,
-(D)jupiter_ o _(D)iespiter_ è il cielo mascolino. Abbiamo un cielo
-concepito come mascolino _Dyu_, e un cielo concepito come femminino
-_Div (Pr'ithivî_ «la larga» abbiamo già detto corrispondergli); così la
-parola dies in latino è comune al mascolino ed al femminino. Concepito
-_Div_ come un femminino, il suo mascolino è o _Dyu (Dyâus, Zeus)_,
-oppure _lo sposo_, _il signore (pati o pitar)_ di _Div_, chiamato
-_Divaspati_ in lingua vedica, e _(D)jupiter, (D)iespiter_ in lingua
-latina (il vedico _Dyaush_). Giunone è dunque la sposa legittima di
-Giove, poichè Giove è il cielo, e il signore del cielo, e Giunone è il
-cielo stesso. _Divaspati_ è uno de' più antichi appellativi che assume
-negli Inni vedici il Dio _Indra_, il quale pertanto fu, anzi ogni cosa,
-semplicemente il cielo, e poi il padrone, il reggitore del cielo; ma,
-divenuto il signore del cielo, poichè nel cielo non si manifesta alcun
-fenomeno più meraviglioso e più formidabile del fulmine, il fulmine fu
-posto nelle mani di quel _Divaspati_ o _signore del cielo_.
-
-S'è molto disputato fin qui intorno all'etimologia del nome _Indra_, ed
-invano. La parola _Indra_ non ci offre alcun derivato, nè alcuna radice
-indiana che valga a dichiararla; ed è alquanto curioso che non si possa
-in una lingua tutta trasparente come quella che ci occupa, ritrovare
-il senso intimo dell'appellativo del Dio supremo vedico; mentre poi
-questo pronto sottrarsi della parola all'analisi etimologica potè
-forse servire a far d'Indra una potenza più venerabile, per essersi
-perduta la coscienza del primitivo significato del suo nome. Tuttavia,
-come ogni avvocato non ama dichiarar perduta una causa importante,
-finch'ei non s'è provato alla sua volta a difenderla, pare a me d'aver
-finalmente trovato la prima forma ed il primo senso del nome di quel
-Dio, con cui mi sono accostato[43] la prima volta agli studii di
-mitologia indiana, nel proposito di penetrarne, secondo il mio potere,
-l'intima natura.
-
-Io suppongo, per l'analogia del nome zendo d'_Indra_, che è _Andra_,
-essersi assimilata la sorda dentale innanzi alla sonora semivocale,
-dopo la metatesi, e dopo la perdita della media vocale _a_, e
-restituisco pertanto il nome _Indra_ (per _Andra_) ad _Antar_ o
-_Antara_, che valse la regione di mezzo, come _Antari-ksha_ (secondo
-la probabile spartizione della parola, proposta dal professor Weber)
-vale la regione di mezzo, il cielo di mezzo, quel cielo appunto,
-nel quale si adunano le tempeste, il cielo delle tempeste, che si
-rappresentò quindi particolarmente come pluvio e tonante. Quando
-diciamo dunque _Indra_, diciamo ancora _il cielo_, diciamo _Dyu_,
-diciamo _Divaspati_, ma quel _Divaspati_ specialmente, nel cui
-esclusivo dominio succedono le tempeste. La verità fisica viene in
-sostegno della nostra etimologia; poichè è solamente nell'_antar_
-od _antara_ od _antariksha_, o cielo di mezzo, che si raccolgono le
-nuvole, che guizzano i lampi, che _Indra_ od _Andra_ tona. E di questa
-verità naturale i pastori che parlavano la lingua vedica avevano dovuto
-essere frequenti spettatori dall'alto delle montagne dell'Himâlaya,
-come potremmo rendercene ancora capaci noi stessi, salendo ne' mesi
-estivi sopra le vette del nostro Appennino o delle nostre Alpi,
-onde assisteremmo al meraviglioso spettacolo di un mare di nuvole
-solcate dai fulmini, e fragoroso per frequenti scoppi di tuono, onde
-sentiremmo sotto i nostri piedi traballare la montagna. L'_antar,
-antara_, o _Andra_ od _Indra_ tonante, accompagnato dai _Marutas_ o
-_venti_, incominciò dunque, per quanto ne pare a me, a rappresentare
-l'_atmosfera_, o regione de' venti, o regione delle tempeste, de' toni,
-de' fulmini, e quindi si trasformò nel Dio che regge le tempeste, a
-quel modo stesso con cui _Dyu_ «il cielo» divenne _Divaspati_ «il
-reggitore del cielo.» E questa etimologia che io ardisco proporre
-con qualche fiducia, per la parola _Indra_, non solo non obbliga ad
-alcuno sforzo di derivazione, non solo combina perfettamente coi
-fenomeni fisici che _Dyu_, divenuto _Divaspati_ e poi _Indra_, fu
-chiamato a rappresentare, ma con tutta la nozione che la mitologia
-vedica ci può dare del primitivo Indra posto in relazione strettissima
-con _Varuna_, il copritore celeste, che, secondo il professore Roth,
-fu venerato prima del Dio Indra, e con Dyaus, di cui i professori
-Benfey e Brèal hanno fatto il predecessore del nostro Dio. Nessuna
-meraviglia invero che Indra o Divaspati, Dyaus e Varuna, avendo in
-origine rappresentato solamente il cielo, i tre numi abbiano pure un
-loro antico uniforme carattere. Solamente col tempo ciascuno de' tre
-Dei prese una sua caratteristica speciale: Dyaus riuscì particolarmente
-il cielo luminoso, Varuna il cielo acquoso, tenebroso, Indra il cielo
-pluvio e tonante; dall'uno identico si staccarono tre varietà, le quali
-presero persona, ma ogni persona conservò pure e tradì spesso alcuno
-de' comuni caratteri generici, alcuno dei segni dell'antica parentela.
-L'antico _antara_ o _medio_[44] divenuto _Andra_ e poi _Indra_, con
-questo appellativo, il nume scambiò poi alcuna delle sue qualità con
-quelle di un Dio di nome analogo _Indu_, il Dio Luno, rappresentato
-come particolar reggitore della stagione acquosa, invernale; ed Indra
-che si chiude nella nuvola, ossia il cielo che si copre di nuvole, si
-rappresenta come un gran bevitore d'_Indu_ e di _Soma_, voci che, oltre
-la luna, dicemmo rappresentare l'ambrosia. L'ambrosia d'Indra pluvio
-è l'acqua della nuvola, nella quale egli si disseta, s'inebria, piglia
-forza nel marzo e in estate (come la perde nell'aprile e nell'autunno),
-quindi fulmina e tona, uccidendo il mostro che trattiene le acque.
-Siccome poi il sole fa il medesimo che il cielo, cioè si chiude, si
-nasconde nella nuvola, e il sole è chiamato signore del cielo non
-meno di Indra, lo stesso Indra che, nella sua qualità di pluvio si
-confonde con l'umido Indu, il Dio Luno, ci si rappresenta ancora con
-alcuni caratteri conformi a quelli proprii del sole. Ma, per quanto
-elastica possa essere la natura del sommo degli Dei, il quale è pure
-in parte tale, perchè si associa alcuni attributi proprii degli altri
-Dei, si può ritenere come cosa certa che il primo carattere generale
-d'Indra fu quello di _cielo_, il suo carattere specifico eroico divenne
-quello di _cielo fulminante e tonante_. Un inno vedico (_Rigv._,
-VI, 82) ci fa sapere che Mitra (il sole) va specialmente dietro a
-Varuna, e che il terribile Indra se ne va risplendendo in compagnia
-de' Marutas; un altro inno (VII, 83) canta che il piacere d'Indra è
-quello d'uccidere i nemici in battaglia, mentre Varuna mantiene sempre
-e difende le vie del cielo. Varuna rimase il cielo tranquillo, Indra
-divenne il cielo animato nella tempesta, e specialmente, ripeto, il
-cielo dell'atmosfera, il cielo _antara_ od _antariksha_. L'inno 12º
-del II libro del _Rigveda_ definisce anzi Indra «quello che formò
-l'atmosfera, e quello che stabilì il cielo» (_yo antarikshâni vimame
-varîyo yo dyâm astabhnât sa g'anâsah Indra_). In questa importante
-definizione noi troviamo accennata la natura specifica e la natura
-generica del Dio Indra, cioè il cielo medio, agitato, tempestoso, ed
-il cielo in generale. Ed è specificandosi che Indra divenne popolare,
-e prese una spiccata fisionomia poetica ed eroica, e potè quindi
-dominare tutto l'Olimpo vedico, ed una parte del brâhmanico, chè,
-quando Strabone c'informa come gl'indiani del suo tempo adoravano il
-Dio o Giove pluvio (τὸν σμβριον Δὶα), convien credere che, presso
-i popoli del Pa'n'c'anâda, fosse rimasta alcuna viva reminiscenza
-dell'antico culto vedico, sebbene nell'India brâhmanica il sommo
-potere regio, che negli Inni vedici trovasi diviso fra Indra e Varuna
-chiamati insieme _colleghi nel regno (samrâg'â)_, sia stato diviso fra
-Yama e Brahman, la potenza formidabile d'Indra fulminante vittorioso
-sia stata trasferita particolarmente nel Dio Vishnu, e Indra stesso
-sia divenuto il solo vago cielo azzurro, e specialmente l'azzurro
-stellato. Vishnu negli Inni vedici appare come un compagno, un amico
-d'Indra; e il _Çatapatha Brâhmana_ ce lo rappresenta come suo seguace,
-in una leggenda, nella quale il nemico d'Indra, il mostro Vritra,
-riappare come un personaggio sacro, la cui propria essenza sono i
-tre primi Vedi. Secondo quella leggenda, adunque, era egli stesso il
-_Rigveda_, il _Yag'urveda_, il _Sâmaveda_ insieme riuniti; Indra ne
-piglia dispetto, ed avendo per suo compagno Vishnu, volenteroso di
-lanciare il proprio fulmine contro Vritra, dice a Vishnu: «Io vorrei
-scagliare il fulmine contro Vritra.» Dice Vishnu: «Sta bene; io ti
-starò dietro; scaglia.» Allora Indra levò contro di lui il fulmine:
-Vritra a quel fulmine levato ebbe paura; egli però disse: «Io ho questa
-forza; io do questa a te; e tu non voler più scagliare,» e consegnò
-ad Indra il _Yag'urveda_. Allora Indra levò sopra di lui un secondo
-fulmine, e Vritra: «È mia quest'altra forza; voglio cederla a te; ma
-tu non voler più scagliare;» così disse, e gli consegnò il _Rigveda_.
-Ed Indra levò fuori un terzo fulmine. Allora Vritra: «Ho _ancora_
-quest'_ultima_ forza; te la do; ma tu non voler scagliare,» e gli
-consegnò il _Sâmaveda_. Ma Indra, che s'è divertito a quel giuoco,
-continua a puntare contro il suo nemico, e Vishnu gli sta sempre
-dietro. Nel periodo brâhmanico Vritra, come abbiamo già avvertito, fece
-poi le sue vendette, poichè, raffiguratosi in esso un brâhmano, anzi
-il brâhmano per eccellenza, in lui si identificò, col trionfo della
-casta brâhmanica sopra la guerriera, il sommo Brahman, ed Indra venne
-precipitato ignominiosamente dall'Olimpo, come brahmanicida, e, per
-giunta, infamato come un Dio donnaiolo, condannato a giacere nascosto
-nell'acqua, per la vergogna ch'egli avea di mostrarsi, dopo che
-maledetto da un Brâhmano, di cui egli avea sedotto la moglie Ahalyâ,
-il suo corpo si trovò coperto di mille vulve, onde gli fu dato dai
-Brâhmani il nome infame di _Sahasrayoni_, variandosi così l'appellativo
-proprio d'Indra come cielo stellato ch'era _Sahasrâksha_, ossia _dai
-mille occhi_, che avea convertito Indra in una specie di Argo. Nel
-_Râmâyana_ un poema fatto per i guerrieri, dove tuttavia si tradiscono
-spesso preoccupazioni settarie brâhmaniche, Indra si scusa presso gli
-Dei di aver sedotta Ahalyâ, la sposa del penitente Gâutama per metterlo
-in collera, e così fargli, con nemesia vendetta, perdere il frutto
-della sua penitenza, la quale, quando fosse stata spinta più oltre,
-avrebbe potuto far tremare l'Olimpo, e pregiudicare gli Dei, creando
-sopra la terra un uomo, cui la santità del costume avrebbe reso non
-simile soltanto, ma più forte e formidabile di tutti gli Dei. Onde,
-convertito evidentemente in una specie di dèmone tentatore,[45] Indra
-si aspetta lode dagli Dei per la sua prodezza erotica, come nell'Olimpo
-vedico ne aveva avuta per le sue prodezze eroiche. Con lo stesso
-intendimento, nelle leggende brâhmaniche, il Dio Indra manda spesso
-dal cielo in terra le sue Ninfe od _Apsarâs_, per invitarle a sedurre
-con la nudità delle loro forme i santi Anacoreti, intenti a macerare la
-carne ed a mortificarsi; i santi ora cedono, ora si mettono in collera,
-ed in entrambi i casi recano danno a sè stessi, pèrdono in un giorno
-il frutto delle loro penitenze protratte, secondo i mostruosi calcoli
-brâhmanici, per centinaia e migliaia d'anni.
-
-Nello stesso _Râmâyana_, ove Indra appare come seduttore di Ahalyâ,
-Ahalyâ, che prima era lodata per l'unica bella donna che fosse nel
-mondo, e altrove viene celebrata come la prima donna creata da Brahman,
-l'Eva indiana, diviene brutta e vien cacciata dal sacro eremo, in cui
-viveva felice; ma si scusa che si lasciò sedurre, perchè Indra avea
-preso le forme ingannevoli di suo marito Gâutama. Essa tuttavia ritorna
-pura, ricupera la sua bellezza, per la sola visione di Vishnu incarnato
-in Râma, e Indra alla sua volta si purga del suo peccato d'adulterio
-facendo un sacrificio a Vishnu; così le parti si trovano invertite fra
-l'Indra e Vishnu vedici e il Vishnu ed Indra brâhmanici. I Brâhmani,
-volendo pur accordare un proprio loro Dio ai guerrieri, foggiarono di
-Vishnu, il vedico seguace d'Indra, il supremo Dio delle battaglie,
-ed Indra fu collocato a riposo; nel suo riposo troppo prolungato,
-stravizia e riempie il cielo di scandali. Quanta differenza dal vedico
-Indra, di cui l'antico poeta cantava (_Rigv._, IV, 30): «Non vi è
-alcuno più alto di te, o Indra, nessuno superiore a te; o uccisore di
-Vritra, nessuno simile a te.» (_Rigv._, VI, 30): «È vero questo, non
-vi è altri, o Indra, Dio o mortale, superiore a te.» (_Rigv._, VIII,
-67): «Indra è insuperabile, invincibile; egli ode, egli vede ogni
-cosa.» (_Rigv._, VIII, 77): «Tu combatti, e vinci tutte le creature
-in potenza, in vigore, in energia, in forza.» (_Rigv._, VIII, 59):
-«O Indra, se tu avessi cento cieli, cento terre, non i cieli, non le
-terre, non cento soli, non alcuna cosa creata arriverebbe alla tua
-grandezza.» (_Rigv._, VIII, 87): «O Indra, tu sei potentissimo; tu hai
-fatto risplendere il sole; tu sei grande artefice dell'universo, tu sei
-il Dio dell'universo.»
-
-Vedremo, in breve, quali siano state le imprese eroiche del Dio
-Indra nel _Rigveda_. Intanto ho voluto tratteggiarne i caratteri più
-generali, mostrandovi come dal primo aspetto di cielo siasi passato
-a quello di cielo atmosferico, pluvio, fulminante, tonante, e come
-nel periodo brâhmanico siasi ritornati a rappresentare Indra nel suo
-carattere celeste, conservandogli una parte della sua natura acquosa.
-La leggenda indiana ci mostra Indra, per aver sedotto Ahalyâ, punito e
-costretto a rimaner sepolto nelle acque; il mito greco ci rappresenta
-Giove tonante che, in forma di cuculo, visita segretamente Giunone;
-e abbiamo già detto che il tono di marzo fu paragonato al canto del
-cuculo nunzio della primavera.
-
-Dopo che il cuculo ha cantato, dopo che Giove, in forma di cuculo,
-ha visitato Giunone in segreto come un adultero, dopo i primi toni
-e lampi di marzo accompagnati da zefiri erotici e da venti marziali
-nunzii della primavera, il seduttore, l'amante, il guerriero inebriato
-si perde; Eros ed Aphrodite abbracciati si trasformano in pesci e si
-gettano in mare; viene l'aprile con le pioggie inondatrici; viene il
-mese del pesce; Indra adultero nell'acqua ed il pesce erotico, che
-si mangia nel venerdì, ossia nel giorno di Venere, l'Eros, guerriero
-erotico che divien pesce, il pesce, anzi i due pesci (Amore ed
-Afrodite, Indra ed Ahalyâ) che aprono il mese d'aprile, e coi quali,
-pel loro significato fallico, è tempo che la nostra società civile
-cessi di scherzare, sono perfetti corrispondenti mitici.
-
-Dopo aver così determinato il campo mitico speciale d'Indra, studiamo
-ora com'egli vi nasca, quale battaglia, e con quali alleati, e contro
-quali nemici egli vi conduca.[46]
-
-Indra essendo il più eroico degli Dei, la creazione più maravigliosa
-del cielo dovette esser quella d'Indra. L'inno 18º del IV libro del
-_Rigveda_ ci rappresenta il Dio Indra come il figlio di una vedova.
-Il poeta domanda ad Indra: «Chi ha fatto vedova tua madre?» E, appena
-egli è nato, vi è alcuno (senza dubbio, lo stesso che uccise ad Indra
-il padre) che tenta pure di uccidere il figlio, onde lo stesso poeta
-domanda ad Indra: «Chi è colui che desidera di ucciderti, sia che tu
-rimanga a piacere, sia che tu cammini?» La madre d'Indra è salutata
-con gli appellativi di _fortunata (Bhadrâ)_ e _divina (devî)_ e
-_nârî_, ossia _donna forte_. La madre d'Indra è chiamata, in un inno,
-_Nishtigrî_; e _Nishtigrî_ appare come un sinonimo di _Aditi_, uno
-dei nomi dati alla volta celeste. Onde Indra, il cui nome è pure
-_Divaspati_, apparirebbe, non solo _signore del cielo_, ma ancora
-figlio del cielo, come Parg'anya, come l'Aurora, come, in somma,
-tutti i Celesti, tutti gli Dei luminosi, tutti gli _Adityâs_ figli
-di Aditi. Un altro de' nomi della madre d'Indra è, nell'_Atharvaveda,
-Ekâshtakâ_, parola che significa propriamente «la prima ottava parte
-dell'anno;» la quale dovrebbe corrispondere ai mesi di marzo ed aprile,
-il tempo, in cui il Dio tonante e pluvio si manifesta. L'_Atharvaveda_
-avverte tuttavia come, per sola virtù di penitenza, Ekâshtakâ generò
-il glorioso Indra. Così Indra fu creato per virtù di penitenza, secondo
-una leggenda del _Tâittiriya Brâhmana_ riferita dal Muir (volume cit.):
-
-— Prag'âpati aveva creato i Devâs e gli Asurâs; ma non aveva ancora
-creato Indra. Gli Dei dissero a lui: «Genera Indra per noi;» egli
-disse: «Come io ho creato voi per mezzo della penitenza, così generate
-voi Indra.» Allora essi fecero penitenza: videro Indra in sè; onde essi
-gli dissero: «Nasci.» Allora egli disse: «Per qual destino nascerò io?»
-Gli Dei e gli Asuri lo destinarono allora a proteggere le stagioni,
-gli anni, la prole, gli armenti, i mondi. — È evidente come, in questa
-teogonia d'origine brâhmanica, si cerca già d'umiliare la grandezza
-del Dio Indra, poichè, mentre gli altri Dei si rappresentano come
-dirette creature del sommo Dio Prag'âpati, Indra appare invece una
-creatura secondaria degli Dei; perciò non è meraviglia se, nello stesso
-_Brâhmana_, gli Dei si vantino ad Indra d'essergli superiori, mentre
-invece reca meraviglia il vedere come, offeso per quel vanto, Indra ne
-porti lagno al tribunale supremo di quello stesso Prag'âpati che aveva
-già disdegnato di crearlo, ed al quale, per divenire il re degli Dei,
-Indra domanda lo splendore che risiede in lui. Ma il _Rigveda_ stesso
-ci presenta già la nozione di un Indra generato dagli Dei. Nel _Purusha
-Sûkta_ poi Indra appare uscente con Agni dalla bocca del Purusha o
-maschio universale.
-
-Ma nè gli Dei, in genere, nè il maschio Purusha possono valere come
-il proprio padre d'Indra, la cui madre rimane vedovata. Come la madre
-Aditi dicemmo rappresentare il cielo femmina, così il padre d'Indra
-(quando Indra non si concepisca come un figlio illegittimo, ossia nato
-per miracolo da una vedova, come altri Eroi son nati per miracolo da
-una vergine, o da una donna vecchia o da una donna sterile) non può
-essere stato altro che il cielo maschio, ossia Dyu, Dyaus, il nome
-antico d'Indra. Ed esso è nel vero nominato come proprio padre d'Indra
-nell'inno 17º del IV libro del _Rigveda_: «Fortissimo fu giudicato
-il tuo genitore Dyaus; d'Indra il creatore fu un abilissimo operaio.»
-(_Suvîras te g'anitâ manyata. Dyaur Indrasya karttâ svapastamo 'bhût_.)
-Questa nozione vedica è importante.
-
-Il cielo come infinito, indestruttibile, è Aditi; come luminoso,
-è Dyaus; quando il Dio pluvio e tonante copre il cielo, la vôlta
-infinita, la madre Aditi esiste ancora, ma il luminoso Dyaus è
-scomparso. Il nascimento d'Indra pluvio e tonante porta la morte del
-luminoso Dyaus; così, nella mitologia ellenica, uno Zeus rovesciò
-l'altro, ossia lo Zeus pluvio e tonante distrugge l'antico Zeus
-luminoso. Indra, la cui madre diviene vedova, quando egli nasce, è
-ancor esso un'antica forma del mitico parricida, o di figlio nato in
-modo eccezionale.
-
-Appena Indra nasce, appare forte: «Appena nascesti, o Indra, per
-ottenere la forza, hai bevuto il soma; e la madre proclamò la tua
-grandezza.» (_Rigveda_, VII, 98.) Un altro inno canta: «Appena nato,
-Indra, l'uccisore di Vritra, afferrò il dardo, e domandò alla madre:
-Dove sono quelli che vengono celebrati come guerrieri terribili?» Ecco
-qui ancora uno de' caratteri proprii dell'eroe epico e leggendario, il
-quale, essendo ancora fanciullo, dà già prove singolari del suo valore.
-Ognuno di voi ricorda Ciro, Ercole, Sansone fanciulli; e, ne' futuri
-raffronti, converrà forse ancora soggiungere Cristo, il quale, presso
-l'importante, quantunque apocrifo, Vangelo ambrosiano,[47] nella prima
-sua infanzia, mentre egli sta in Egitto, ossia nella regione nera,
-vede muovere incontro a sè dragoni spaventosi; Giuseppe e la madre ne
-pigliano terrore; il fanciullo Gesù invece corre loro incontra e li
-doma.
-
-Indra deriva la sua forza dal _soma_. Il _soma_ è per lui l'acqua della
-forza. Come l'eroe epico e leggendario beve quell'acqua, Indra se ne
-disseta largamente; perciò negli Inni vedici, non solo egli viene
-chiamato _somapâs_, ossia _bevitore di soma_, ma l'_ekah somapâs_,
-ossia _l'unico bevitore di soma_, e _somapâtamas_, ossia _il più gran
-bevitore di soma_; un inno del _Rigveda_ ci dice che l'anima, la mente
-d'Indra consiste tutta nel desiderio del soma (_somakâmam hi te manach;
-Rigv._, VIII 50); uno de' nomi d'Indra perciò è pure _somakâmas_,
-ossia _amante del soma_. E non solo il bere il soma è nella natura
-d'Indra, ma una delle sue prodezze, per la quantità sterminata ch'egli
-ne può bere ad un tratto; nella mitologia slava e scandinava l'eroe si
-distingue spesso per la sua potenza nel bere più d'ogni altro, senza
-alcuno sforzo. Indra con un solo sorso rasciuga bevendo trenta laghi
-di _soma_: e quanto più egli beve, tanto più s'afforza; onde lo stesso
-devoto, perchè si spieghi quindi e toni e fulmini un vero Indra, e non
-un simulacro di esso, invita Indra a ber bene. L'eroe, essenzialmente,
-deve saper bere; il più forte de' Panduidi, il figlio del Vento,
-_Bhîma_ «il terribile,» acquista la sua forza invincibile dopochè,
-gettato nel Gange, discende nel regno de' serpenti a bere l'acqua
-della forza. Ma poichè l'eroe beve molto, si suppose, per analogia,
-ch'egli mangiasse del pari; perciò Indra è ancora celebrato come una
-specie di Milone Crotoniate che si mangiava un bove per ogni pasto.
-Indra mangia, secondo un inno vedico, un bove; secondo un altro inno,
-cento; secondo un terzo inno, trecento bovi per volta. Ma sulla potenza
-d'Indra nel mangiare il poeta vedico non insiste molto, mentre quasi
-ogni inno vedico a lui dedicato fa cenno del _soma_, che il Dio Indra
-beve. Vi è un inno singolare nel X libro del _Rigveda_ (119); in esso
-Indra celebra le proprie lodi; secondo il commentatore indiano Sâyana,
-Indra canta quell'inno, in forma di quaglia, dopo aver bevuto il soma,
-appena si accorge della presenza di un _rishi_. Che può significare
-questa leggenda? La quaglia è animale che dorme di giorno e veglia di
-notte, eccitato specialmente nelle notti, nelle quali la luna, ossia
-Soma, appare nel cielo. La notte dell'anno è l'inverno, di cui la luna
-vien considerata il principale reggente; è in relazione specialmente
-col Soma ambrosiaco, col Soma apportatore delle pioggie primaverili,
-che il Dio tonante e pluvio ritrova nel cielo la sua forza. L'inno
-vedico suona così: «La mia mente è quella di dare la vacca (l'aurora
-o la primavera) ed il cavallo (il sole); perciò io ho molto bevuto. Le
-bevande mi sospinsero come venti gagliardi; perciò io ho molto bevuto.
-Le bevande mi eccitarono come rapidi cavalli portano via un carro;
-perciò io ho molto bevuto. Il soma[48] scorse verso di me, come una
-vacca si affretta verso il caro figlio; perciò io ho bevuto il soma.
-Intorno al cuore io mi circondo di soma, come un falegname si circonda
-di carri. Le cinque classi d'uomini non appaiono alla mia grandezza
-neppure come un atomo; perciò ho bevuto il soma. I due mondi non sono
-neppure uguali alla metà di me; perciò ho bevuto il soma. Io oltrepasso
-in grandezza il cielo e la terra; perciò ho bevuto il soma, ec.»
-
-Si direbbe quasi che Indra tema di essere preso dai devoti per
-un briaco, e che canti l'inno apologetico, per scusarsi dell'aver
-bevuto oltre la misura ordinaria. Indra parrebbe voler mostrare che
-il bere non lo eccitò altrimenti che _il forte inebriato_ biblico
-e manzoniano. Ma Indra non è solo forte per sè; la sua forza è pure
-nelle proprie armi, ossia nel fulmine apprestatogli da Tvashtar, e
-ne' proprii alleati, tra i quali si celebrano per la loro potenza,
-e per la loro fedeltà ad Indra, i Marutas. Nelle novelline russe,
-una delle prove eroiche fra l'eroe ed il suo nemico consiste nella
-gara a chi fischia più forte. Anche il nemico d'Indra, il copritore
-Vritra si distingue come soffiatore, ossia come fischiatore; Indra in
-questa prova è assistito dai venti Marutas. Sâyana riferisce, nel suo
-commento, questa leggenda: — Indra, volendo uccidere Vritra, disse
-a tutti gli Dei: «Seguitemi, aiutatemi.» Essi dissero: «Sta bene;»
-e corsero per ammazzare. Vritra pensò: «Essi corrono per ammazzarmi;
-io farò loro paura;» e contro di essi soffiò un vento poderoso; tutti
-gli Dei scapparono frettolosi per quel fischio di lui; i soli Marutas
-non abbandonarono Indra. Essi stettero presso di lui, dicendo questo:
-«Uccidi, o Dio, uccidi il forte.» Vedendo questo, Indra pensò: «Ecco i
-miei alleati; essi mi amano: essi devono aver la loro parte in questo
-inno;» così disse Indra. — Dar loro parte nell'inno, non vuol dire
-dargli il primo posto, ed io ho già avvertito come sia nata nell'Olimpo
-vedico una forte gelosia tra il Dio Indra e i suoi compagni Marutas.
-Questi sono i compagni del Dio, nel forte della battaglia; altri
-alleati conta Indra nel cielo, e tra questi la Sarasvatî e i simpatici
-Açvinâu, che lo aiutano specialmente a fare opere buone ed anzi a
-liberare lo stesso Indra dal pericolo, quando il mostro Namuc'i viene a
-bere il soma, ossia la forza d'Indra.
-
-Nel _Çatapatha Brâhmana_ si trova una leggenda, della quale il senso è
-questo:
-
-— Il mostro Namuc'i portò via la forza d'Indra, il soma, col liquore
-inebriante. Indra accorre per aiuto agli Açvinâu ed alla Sarasvatî,
-dicendo: «Io aveva giurato a Namuc'i che non l'avrei mai ammazzato nè
-di notte, nè di giorno, nè con la mazza, nè con l'arco, e neppure con
-la palma della mano distesa, o col pugno stretto, non con la siccità,
-non con la umidità; ed egli ha portato via la mia forza; chi me la
-ricupera?» Gli Açvinâu e la Sarasvatî domandano ad Indra che permetta
-loro di goderne una parte, e ch'egli riavrà la sua forza. Indra dice:
-«Essa deve esser comune fra noi tutti; perciò, ricuperatela.» Allora
-gli Açvinâu e la Sarasvatî unsero il fulmine, dicendo: «Esso non è
-nè secco nè umido.» Con questo Indra colpi Namuc'i nella testa, nel
-punto in cui la notte stava per passar nell'aurora, e ne venne fuori
-il soma, insieme col sangue di Namuc'i. — Il sangue di Namuc'i ucciso
-verso l'aurora non può essere che il rosso dell'aurora stessa. Ma nelle
-imprese gagliarde il più utile concorso Indra lo riceve certamente dai
-Marutas, e dalle proprie armi fulminee. Vishnu gli è pure compagno e
-seguace fedele, ma lo segue più come servo devoto che come cooperatore
-magnanimo.
-
-Così, se i nemici d'Indra sono molti, se tutti i _krishnâs_
-innumerevoli, ossia tutti i neri, tutti i mostri sono i suoi nemici,
-chiamati col nome generico di _Dânavas_ o figli di _Dânu_, di
-_Daittyâs_ o figli di _Diti_, creata in opposizione all'Aditi, di
-_Asurâs_, raffigurati come nemici dei suri, gli Eroi divini, se tra
-i nemici d'Indra appaiono _Namuc'i_ «quello che non lascia andare,»
-_Sushna_ «il disseccatore,» _Pipru_ «il riempitore,» _Çambara_, di
-cui sono celebrate le cento forti città celesti, nelle quali egli
-si chiude, Kuyava, Varc'in, Urana, Arbuda ed altri più, i due nomi
-che piglia più spesso il nemico d'Indra sono _Vritra_, propriamente
-_il copritore_, figlio di Tvashtar, ed _Ahi_, «lo stringitore, il
-serpente,» il gran drago celeste. Tutta la lotta epica consiste nella
-lotta contro il mostro, contro il drago; e la grande impresa eroica
-del Dio Indra nel _Rigveda_ è, per l'appunto, l'uccisione del mostro
-Vritra, l'uccisione del serpente Ahi, per la morte del quale si
-scatenano le acque, e si precipitano in vasti torrenti sopra la terra;
-il fenomeno naturale e la figura mitica si collegano intimamente. Il
-sole ritorna dopo la battaglia a splendere nel cielo, gli uomini e
-gli animali per la vittoria d'Indra si rallegrano; le spose degli Dei
-liberate, ossia le acque sprigionate, cantano inni di gioia al loro
-liberatore. Questa battaglia d'Indra è descritta in modo vivace e
-potente in un gran numero d'inni, ne' quali vediamo Indra in perfetto
-costume di guerriero, armato di armi divine, che lancia contro il suo
-nemico ogni maniera di armi, mazze, aste, dardi, fulmini. Tra queste
-armi troviamo pure celebrata la pietra: açman. Che può significar
-questa pietra? Ci dovrebbe essa richiamar col pensiero all'età della
-pietra, e riportarci perciò alla prima più elementare mitologia,
-o, con più verosimiglianza, questa pietra non è essa altro che la
-roccia, la nuvola montagna, sotto la quale il nemico è oppresso
-da Indra, precursore degli eroi poderosi che aiutano l'impresa di
-Râma nel _Râmâyana_, scagliando contro i Racsasi intiere montagne?
-Noi ammiriamo la immaginazione gigantesca degl'Indiani, leggendo la
-descrizione delle battaglie del _Râmâyana_; ma il principal fondamento
-di quelle immagini gigantesche è nel cielo mitico, ove, raffigurata
-la nuvola come enorme montagna, divenne naturale il concepire l'eroe
-divino Indra, il quale muovendo le nuvole muove le montagne mitiche e
-schiaccia con esse i suoi nemici. Io non indugerò ora nella descrizione
-delle battaglie celesti del Dio Indra. Mi basterà avervi mostrato
-come in questo Dio si accennino già tutti i caratteri principali,
-proprii dell'eroe epico-leggendario indo-europeo.[49] Mi basterà che
-rimaniate, come spero, persuasi che l'eroe epico è nato naturalmente
-e necessariamente sopra il Dio, e che il Dio è una persona sempre
-celeste. Se gli altri Dei ci lasciarono fin qui incerti sopra la
-identità originaria dell'epopea o della mitologia, il Dio Indra non
-ce ne può lasciare alcun dubbio. Egli non è meno eroe che Dio; e il
-Dio raffigura ad evidenza il fenomeno naturale. Ma una delle imprese
-principali dell'eroe leggendario, mi direte, è quella di conquistare e
-liberare la donna, senza la donna non vi sarebbe epopea. Ebbene, quelle
-vacche che Indra libera dalla spelonca del mostro che le ha, simile
-a Caco, rapite,[50] in altri inni appaiono col nome di donne. Indra è
-liberatore delle acque chiuse nella nuvola, delle aurore chiuse nella
-notte, delle primavere chiuse nella scura terra; è liberatore delle
-spose degli Dei; è liberatore delle donne, e le libera perchè le ama,
-e perchè le ama troppo, la mitologia brâhmanica rappresenta poi il
-trono d'Indra circondato dalle Ninfe _Apsarâs_; e, per cagione della
-sua eccessiva tenerezza per le donne, il Dio Indra si perde. Alla sposa
-d'Indra furono dati parecchi nomi diversi, fra gli altri: _Çac'î_,
-«la forza;» _Indrânî_, «la forza d'Indra:» ma è troppo evidente che
-questi nomi sono semplici astrazioni di una qualità del Dio, e non
-possono pigliare persona viva, e tanto meno svegliare il Dio sensuale.
-Ma, quando Indra si innamora dell'aurora umida e luminosa, delle acque
-lucenti, questi esseri femminini possono pigliare una figura poetica,
-la quale attrae il Dio Indra, il celeste _Çiprin_, «il vago, il
-bello.» E le rappresentazioni dell'Olimpo brâhmanico ci rappresentano
-però Indra in forma di bellissimo giovine, agile, elegante, col corpo
-tempestato di occhi luminosi, ossia di stelle. Il guerriero ha ceduto
-il campo all'amante, il quale combatte perchè ama, e, dopo aver
-combattuto, raccoglie nell'amore il frutto della sua vittoria.
-
-
-
-
-LETTURA UNDECIMA.
-
-GLI AÇVIN.
-
-
-Di tutte le figure mitiche che l'Olimpo vedico ci presenta, la più
-simpatica è, senza dubbio, quella degli _Açvin_; se i nostri primi
-padri ariani non avessero creati altri miti, questo solo basterebbe
-a persuaderci com'essi siansi nella più remota antichità affacciati
-alla storia con un ideale poetico. Qualunque sia stata l'origine
-fisica del mito, la sola facoltà di creare due persone mitiche
-cavalleresche come gli Açvin, è già prova di una singolare eccellenza
-morale nella nostra razza. Chi attribuisce al Cristianesimo tutto
-il merito della cavalleria, dovrebbe soltanto meditare sopra la
-mitologia vedica e la ellenica, e sopra le epopee che ne derivarono
-naturalmente, per avvedersi del proprio errore. L'uomo ariano apparve
-nella vita storica con un sentimento cavalleresco, e però creò pure
-sollecito nel suo olimpo l'eroe cavaliere. Già nelle figure d'Indra
-e dei Marutas, e in quella dell'eroina aurora, ravvisammo numi
-cavallereschi, protettori dell'innocenza, della virtù perseguitata.
-Ma il protettore, per eccellenza, il perfetto cavaliere è l'_Açvin_:
-anzi la parola _açvin_ venne a significar precisamente _il cavaliere_,
-e, come due sono gli ellenici Dioskuri, così due sono i cavalieri
-vedici od _Açvin_. Ma, poichè non ci è bastato fin qui l'indicare come
-gli Dei vedici siano rappresentati, ma tentammo pur sempre, quando
-ci fu possibile, d'esaminare com'essi siano nati; così, innanzi di
-descrivere la figura e le opere degli Açvin, indugieremo per poco
-a ricercarne la natura specifica originaria. Abbiamo, dunque, nel
-cielo due _Açvin_, che interpretiamo per due _cavalieri_; ma ho già
-accennato nella Introduzione di queste letture, come la parola _açvin_
-significhi propriamente il fornito di _açva_, e la parola _açva_
-valga _il rapido_ (e al neutro forse _la rapidità_); i due divenuti
-_cavalieri_, furono, dunque, in origine, _i rapidi, i solleciti_, al
-pari dell'aurora, che vedemmo esser la prima ad arrivare: un primo
-equivoco di linguaggio trasformò _il rapido_ in un _cavallo_;[51] un
-secondo equivoco, _il fornito di rapido_, in un _fornito di cavallo_
-e in un _cavaliere_. Ma, perchè due rapidi celesti? quali fenomeni,
-quali esseri celesti si raffigurano in que' due rapidi? Come l'aurora
-mattutina è la prima a vincere la corsa al mattino, così il sole è il
-rapido che appare primo sull'orizzonte. Ma vi è un altro rapido nel
-cielo, l'astro che primo arriva sull'orizzonte alla sera, la luna;
-il sole e la luna sono i due rapidi celesti, i due fratelli rapidi, i
-due fratelli cavalieri, i quali si scambiano, si aiutano l'un l'altro,
-e soccorrono coi loro aiuti potenti i mortali bisognosi. E perchè la
-luna è preceduta dal crepuscolo della sera, e il sole dal crepuscolo
-del mattino, i crepuscoli annunziano pure i due fratelli Açvin, che
-s'identificano anzi, spesso, con essi; e poichè la luna, oltre la
-notte, regge specialmente la stagione fredda dell'anno, e il sole,
-oltre il giorno, regge specialmente la stagione calda dell'anno, gli
-equinozii d'autunno e di primavera ebbero pure il loro crepuscolo
-lunare e solare, dominati dai due fratelli Açvin. Di più, come il
-giorno è preceduto da due fenomeni luminosi, l'uno biancheggiante,
-_l'alba_, l'altro rosseggiante, _l'aurora_, gli Açvin furono pure
-particolarmente considerati in relazione con questi due fenomeni, ossia
-con questi due crepuscoli mattutini: l'uno passa dal nero al grigio,
-o al bianco pallido dell'alba; l'altro dal grigio al roseo od aureo
-dell'aurora. Il grigio o biancastro che appare nella sera, fra l'aurora
-vespertina e la tenebra, e, al mattino, fra la tenebra e l'aurora
-mattutina, corrisponde a quel tempo che i Francesi chiamano _entre
-chien et loup_, cioè, di sera, quando non è più giorno e non è ancora
-notte; di mattino, quando non è più notte e non ancora giorno: questo
-Açvin è in particolare relazione con la luna, e l'altro più luminoso in
-particolare relazione col sole: nessuna meraviglia quindi se troviamo
-identificati i due Açvin con la luna e col sole, e strettamente
-congiunti con l'aurora, ora loro protetta, ora loro compagna, ora loro
-amica, ora loro sorella; ond'essi vengono al pari di lei, della _divo
-duhitar_, chiamati _figli del cielo (divo napâtâ)_, e, quando essa
-appare o sta per apparire, vengono invocati ed adorati, poichè in quel
-tempo si compiono pure le loro imprese eroiche.
-
-L'antico commentatore vedico Yâska sembra ancora avere alcuna coscienza
-del primo valore etimologico della voce _açvin_, ossia _rapido,
-sollecito_, quando dice: _Açvinâu yad vy açnuvâte sarvam rasena anyo,
-g'yotishâ anyah (Açvin_, son così detti, poichè penetrano tutto,
-l'uno con l'umore, l'altro con la luce). Qui abbiamo evidentemente
-indicato un _açvin_ lunare ambrosiaco, ed un _açvin_ solare rifulgente.
-L'_açvin_, «penetrante,» ci appare parente dell'aurora _Urvâçî_, «la
-vasta penetrante.» Il crepuscolo penetra, si distende, pervade il
-cielo come l'aurora; ma poichè _il penetrare_ è un _andar innanzi_, un
-_arrivar prima_, l'_açva_, «il penetrante,» riuscì pure un _rapido_, un
-_corsiero_, un _cavallo_.
-
-Perciò il commentatore vedico Aurnabhâva, citato da Yâska, deriva già
-il nome degli _Açvin_ dai cavalli (_Açvair açvinav ity Aurnabhâvah_).
-Quindi Yâska si domanda: «Che sono i due Açvin?» E risponde: «Secondo
-gli uni, i due Dyu o le due Prithivî (oppure Dyu e Prithivî); secondo
-altri, il giorno e la notte; secondo altri, il sole e la luna; secondo
-i narratori di leggende (_aitihâsikâh_), furono due santi re. Il loro
-tempo è prima e dopo la notte, prossimo al manifestarsi della luce; il
-tempo che sta in mezzo a loro è tenebroso; il tempo luminoso appartiene
-al sole; il loro tempo è al levarsi e al tramontare del sole.»[52]
-Secondo questa interpretazione, dovremmo cercare gli _Açvin_ così
-nel crepuscolo vespertino, come nel mattutino, ossia sempre congiunto
-con un fenomeno luminoso, sia che lo presenti il sole nascente, sia
-che lo produca il sole moribondo. Tuttavia conviene avvertire come la
-più costante rappresentazione de' due fratelli Açvin, presso gli Inni
-vedici, appare nel cielo mattutino, ove arrivano quali forieri della
-luce. L'uno di essi è il forte che combatte e vince (_g'ishnuh_), onde
-fu paragonato ad Indra, l'altro è il ricco (_subhagah_; inno 181º
-del primo libro del _Rigv_.), e fu identificato col sole luminoso
-che trionfa. Da questa nozione elementare di due fratelli celesti,
-de' quali l'uno forte, l'altro ricco, si svolsero poi numerosi miti
-ed ampie leggende. Il fratello ricco divien superbo, e viene punito
-tornando povero, mentre il fratello forte e sapiente, ossia virtuoso,
-ha sempre con sè il mezzo di procurarsi, se l'ambisca, la ricchezza.
-Ecco un aspetto. Il fratello glorioso diviene infelice; il fratello
-forte ne piglia pietà e affronta ogni pericolo per liberarlo; va
-per esso all'inferno, sostiene ogni maniera di fatiche per amore di
-esso. Ecco un altro aspetto più simpatico che il mito assume. I due
-fratelli si mostrano gelosi l'uno dell'altro e disputano pel possesso
-d'una donna; ecco un terzo aspetto frequente con cui si mostrano i due
-fratelli mitici. Ma non è qui luogo di svolgere le numerose forme che
-il mito de' due fratelli assunse nella tradizione indo-europea, sì bene
-soltanto di mostrare come essi ci appaiano negl'Inni vedici.
-
-Ripeto dunque che l'aspetto vedico degli Açvin è sempre simpatico. I
-due fratelli non solo vanno sempre insieme, ma si mostrano pur sempre
-concordi nel volere il bene.
-
-Come la loro sorella, quantunque antica, è cantata negl'Inni vedici
-come _sempre giovine_, ossia come una vergine immortale, così gli Açvin
-vengono, quantunque antichi (_pratnâ_), salutati come i più giovani
-degli Dei. Essi hanno la giovinezza, essi sono giovani (_yuvânâ_);
-uno de' loro miracoli più belli sarà quello di ridare la giovinezza
-ai vecchi: essi sono belli (_valgû_); un altro loro splendido miracolo
-sarà quello di ridare la bellezza a chi non l'ha; sono agili, rapidi,
-arrivano _con la rapidità d'un giovine falcone_; essi hanno quindi pure
-il potere di fare arrivar presto i loro protetti, o col dar loro altre
-gambe, o un celere cavallo, o col pigliarli sul loro proprio carro;
-sono forti, e assistono nelle pugne i combattenti, assicurando loro la
-vittoria; sono ricchi, e il loro vasto carro, luminoso ed alato, porta
-seco e spande l'abbondanza; essi amano, e però assistono gli amanti,
-servendo loro come amabili mediatori e come paraninfi; sono sani e
-restituiscono la salute agl'infermi; sono sapienti e danno la sapienza
-agli stolti; benefattori instancabili degli umani e de' celesti.
-
-La più beneficata delle Dee è la figlia del sole, senza dubbio,
-l'aurora, alla quale gli Açvin, nell'importante inno 117º del primo
-libro del _Rigveda_, fanno vincere la corsa, col permetterle di salire
-sopra il loro carro. Il commentatore Sâyana reca una variante notevole
-a questo mito. Non è, in essa, la figlia del sole che corre, ma sì
-essa appare quale premio che il sole ha destinato al vincitore della
-corsa, ossia a quelli che arriveranno più presto presso di lei: primi
-ad arrivare, col loro carro volante, sono gli Açvin, i quali perciò
-ottengono come sposa conquistata la figlia del sole, e la fanno perciò
-salire sopra il loro carro. Di queste corse d'eroi per conquistare la
-mano della figlia del re sono piene le novelline popolari indo-europee.
-Ma, nell'inno nuziale vedico, gli Açvin appaiono soltanto come i
-paraninfi della bella sposa celeste, i quali portano la sposa allo
-sposo. Così, negli inni 116º e 117º del primo libro del _Rigveda_, essi
-portano sopra il loro carro la sposa Kamadyû al giovine sposo Vimada.
-Nell'inno 117º dello stesso libro gli Açvin danno uno sposo a _Ghoshâ_
-che invecchiava nella casa paterna, e probabilmente, prima di sposarla,
-la ringiovanirono, ossia la liberarono dalla lebbra, la vecchiaia
-essendo appunto la lebbra incurabile, quando non s'abbia il potere di
-far ringiovanire; perciò, ne' racconti e misteri popolari medievali,
-i medici, con scellerato consiglio, ai re affetti di lebbra, ossia di
-vecchiaia, raccomandano di pigliare un bagno nel sangue di fanciullo;
-nè mancavano medici infami ed ingordi che facessero rapire fanciulli
-per adoperarli al mostruoso ufficio. Il commentatore Sâyana ci fa
-sapere che la invecchiante Ghoshâ ringiovanita e fatta sposare dagli
-Açvin era appunto affetta dalla lebbra; il qual particolare ci permette
-d'avvicinarla alla fanciulla Apalâ dalla brutta pelle oscurata, cui,
-per la pietà di lei, il Dio Indra rese bella, dandole una pelle color
-del sole. È evidente che questo miracolo fatto da Indra e dagli Açvin
-si riferisce sempre all'aurora che la sera si oscura o divien brutta
-e vecchia nella notte, per schiarirsi, ringiovanirsi, rimbellirsi di
-nuovo al mattino, aiutata dagli Açvin crepuscolari. Negli inni 112º
-e 116º del primo libro del Rigveda, si ricorda che gli Açvin diedero
-una gamba di ferro a Viçpalâ, a cui in battaglia era stata tagliata
-la propria; l'aurora amazzone abbiamo già veduto, e udimmo pure come
-Indra ne abbia fatto in pezzi il carro; gli Açvin che pigliano sul
-loro carro l'aurora perchè possa, correndo, vincere la corsa, fanno
-un miracolo simile a quello ch'essi compiono con _Viçpalâ_, alle gambe
-della quale sostituiscono gambe ferrate, ossia le proprie, o le ruote
-del proprio carro. La parola _viçpalâ_ vale propriamente _protettrice
-delle genti_, appellativo convenientissimo all'aurora, a quel modo
-stesso con cui nell'inno 182º del primo libro del _Rigveda_ sono
-chiamati Viçpalâvasû i due Açvin (ossia _i due esseri protettori delle
-genti viçpalâu-asû_).[53] Un miracolo conforme a quello che essi fecero
-con Viçpalâ lo rinnovano gli Açvin con _Vadhrimatî_, propriamente
-_la fornita di un moncherino_,[54] invece del quale le regalano una
-_mano d'oro_, ossia _hiranyahasta_, di cui si fa quindi un figlio di
-Vadhrimatî, un figlio _avente mani d'oro_.
-
-Ma qui non finiscono le opere benefiche degli Açvin celebrate negli
-Inni vedici. La vacca di Çayu che non dava più latte, essi resero
-nuovamente lattifera; al privo di cavalli essi diedero un cavallo; a
-Pedu procacciarono un tale cavallo così forte, così rapido, che, con
-l'aiuto di esso, egli potè vincere tutti i suoi nemici ed arricchirsi
-delle loro spoglie; fecero andare e vedere Parâvrig' ch'era zoppo e
-cieco; restituirono gli occhi a Rig'raçva (ossia quello _dal cavallo
-rosso_, o _il cavallo rosso_), a cui il padre feroce li aveva tolti;
-ad Atri Saptavadhri, chiuso nella fornace ardente, temprarono il
-calore e gli recarono nutrimento, alfine lo liberarono; trovarono a
-Viçvaka il figlio perduto Vishnâpû; diedero la sapienza a Kakshîvant;
-salvarono Vandana dalla vecchiaia; ringiovanirono il vecchio C'yavana
-e gli diedero una giovine sposa. Ed eccoci al mito ellenico di Titone.
-Compiuto dai medici celesti, dagli Açvin, il miracolo, anche la
-medicina umana s'affannò in cerca di rimedii, di acque di lunga vita,
-di acque della giovinezza, che potessero richiamare la freschezza e le
-forze della gioventù sul volto e nelle membra de' vecchi decrepiti;
-e, non potendosi nella realtà riprodurre il miracolo, si volle
-almeno riempirne con la immaginazione i racconti popolari, ne' quali
-la ricerca dell'acqua dell'immortalità ritorna come uno de' motivi
-favoriti. Ma noi sappiamo che cosa significano i miracoli celesti, e
-quando il taumaturgo è un vero Dio, ossia una vera persona celeste,
-noi siamo dispostissimi ad accettare e ad ammirare il miracolo. Ogni
-sera il cavallo solare, l'eroe solare celeste, s'accieca o s'azzoppa;
-e quando esso s'accieca e s'azzoppa, non solo non brilla più, non
-solo non cammina più, ma impedisce anche a noi di vedere e di andare;
-noi diventiamo, al pari di esso, ciechi e zoppi. Ma, per fortuna
-sua e nostra, v'è nel cielo un salvatore, un taumaturgo, che dà la
-vista ai ciechi e fa camminare gli zoppi; al mattino il sole, o mercè
-sua, o per aiuti celesti, ritorna a splendere ed a correre le vie
-del cielo, e noi torniamo sulla terra a brillare ed a muoverci con
-esso; il sole risorto ha ridonato la vista ai ciechi, e rimette in
-moto la gente zoppa. Il cieco e lo zoppo compagni nella notte, fra le
-tenebre, s'aiutano e ritrovano nell'orizzonte la loro antica dimora.
-Il cielo piglia nella sera e nel mattino l'aspetto di una fornace
-ardente; spira la brezza vespertina e mattutina e ne tempra l'ardore;
-il sole si libera dalla fornace che minacciava consumarlo, e ritorna a
-splendere libero e puro per l'orizzonte. Il sole ogni sera invecchia,
-e diviene impotente a nuove nozze; nella notte si rinvigorisce, e
-riappare, al mattino, come un giovine sposo, ripieno di vigore. Non
-ci dicono gli Inni vedici che gli Açvin abbiano pure risuscitato de'
-Lazzari, ma il sole moribondo è l'eterno Lazzaro celeste, che ogni
-giorno ed ogni anno muore e risuscita. Chè, se il miracolo celeste
-si suppose poi rinnovato da migliaia di taumaturghi sopra la terra,
-ciò non può recar meraviglia, quando si pensi come lo stesso bel
-mito vedico di C'yavana, indubbiamente celeste, si fosse già umiliato
-sopra la terra, nel tempo della redazione del _Çatapatha Brâhmana_,
-il che vorrà dir sempre oltre quattro secoli innanzi l'êra volgare.
-Gli Açvin vi appaiono già incarnati sopra la terra, per esercitarvi
-la medicina fra gli uomini; s'abbattono in _Sukanyâ_, propriamente _la
-bella fanciulla_, e se ne innamorano; ma essa è già sposa del vecchio
-_C'yavana_, al quale vuole serbarsi fedele; essa narra anzi al marito
-che gli Açvin voleano sedurla, ed egli: «Se ti rivolgono ancora una
-simile domanda, tu devi dir loro: Voi non siete nè completi nè perfetti
-(parole con le quali sembra indicarsi la natura incerta e quasi amorfa
-dei crepuscoli); e se essi vorranno sapere in che cosa siano incompleti
-ed imperfetti, allora soggiungi: Fate ritornar giovine mio marito,
-ed io ve lo dirò.» Nel vero, gli Açvin, per la curiosità di sapere
-in che cosa fossero incompleti ed imperfetti, indicarono a C'yavana
-uno stagno, dal quale egli avrebbe potuto uscire con quell'età che
-gli fosse meglio piaciuto, e quindi tornarono ad interrogare Sukanyâ.
-Allora C'yavana rispose per lei: «Gli altri Dei stanno celebrando nel
-Kurukshetra un sacrificio, e vi escludono da esso: ecco dunque perchè
-siete incompleti ed imperfetti.» Gli Açvin s'affrettano al sacrificio,
-e domandano di farne parte; ma gli Dei rispondono: «Noi non vogliamo
-invitarvi, poichè voi avete errato confidentemente fra gli uomini,
-in qualità di medici.» Allora gli Açvin osservano che il sacrificio
-non è completo, perchè vi manca la testa del sacrificio, ossia la
-testa di Makha, che gli Açvin ritrovano, a patto di essere ammessi al
-sacrificio. Gli Dei consentono. Nella _Tâittiriya Samhitâ_[55] si dice
-che avendo gli Dei qualificati come impuri gli Açvin, perchè aveano
-frequentati gli uomini in qualità di medici, per questa ragione nessun
-Brâhmano deve esercitare la medicina, poichè chi esercita la medicina è
-impuro e però non adatto a celebrare il sacrificio. Ecco in qual modo
-la superstizione religiosa può di uno stupendo e poetico mito celeste
-fare una meschina e volgare parodia. Il salvatore del mondo diviene un
-medico degli uomini, ed il medico un essere impuro, a cui il cielo si
-chiude. A questo punto si chiude pure l'Olimpo, ed il mito deturpato
-svanisce nelle aberrazioni di maliziosi commentatori. Indra pluvio
-primaverile, apportatore del bel tempo, l'Aurora e gli Açvin arrecanti
-la luce diurna, quando il culto della natura e della famiglia era
-l'unica religione e l'unica poesia della vita, avevano invocazioni non
-solo frequenti, ma tènere ed affettuose. Gli Dei amavano gli uomini,
-perchè gli uomini amavano gli Dei; e gli uomini amavano i loro Iddii,
-perchè li vedevano, li seguivano, sentivano il beneficio della luce che
-pioveva dal cielo, ed il terrore malefico della tenebra e del verno
-che portavano la morte nella natura. I ridestatori quotidiani della
-vita erano pertanto benedetti ogni giorno; il crepuscolo era atteso con
-impazienza, poichè annunziava l'aurora, e l'aurora salendo sul carro
-degli Açvin, ossia de' solleciti, de' primi ad arrivare, risplendeva
-a rianimare d'un tratto il mondo. Quando il sole saliva in alto, gli
-uomini si trovavano già tutti intenti alle cure della vita; ma il
-momento solenne era quello, in cui il vecchio sole dovea risorgere
-ringiovanito; rinascerà esso? ecco la questione paurosa che doveano
-porsi ogni sera i padri nostri, nel salutare oranti il vecchio sole
-moribondo. Esso è passato a traverso la fornace ardente, s'è acciecato,
-non cammina più, è scomparso; lo ritroveremo noi ancora? Noi abbiamo
-veduto come gli Açvin ridonassero la vista al cieco, l'andare spedito
-allo zoppo, il figlio perduto (e forse prodigo) al padre, lo sposo alla
-fanciulla, la gioventù al vecchio, e beneficassero ancora in altre
-forme l'eroe celeste; ma vi è ancora un'altra impresa degli Açvin,
-che merita d'essere distintamente esaminata per la sua importanza.
-L'eroe solare scompare la sera, in più modi, secondo la immaginazione
-popolare. Ho già detto come la tenebra sia spesso stata paragonata ad
-un mare; il sole vespertino che si perde nella tenebra s'immaginò pure
-caduto nell'acqua, ed è da quest'acqua che gli Açvin verranno invocati
-a liberare il loro divino protetto.
-
-Nel discorrere dell'acqua mitica, accennammo come le antiche cosmogonie
-si mostrassero quasi concordi nell'ammettere che il mondo fosse
-nato dalle acque. L'uovo cosmico, il fuoco ed il vento, nell'India,
-si figuravano usciti dalle acque, e l'afflato divino biblico, come
-avvertimmo, vien portato anch'esso sopra le acque, nel principio
-della creazione. Il signor Francesco Lenormant, in uno studio largo ed
-originale da lui fatto sopra la leggenda babilonese del Diluvio,[56] vi
-ha scoperto un _Nuah_ «signore delle acque, signore de' fiumi, signore
-del mare, re, capo, signore, reggitore delle acque (e soggiunge) come
-spirito _che si muove sopra le acque_; i monumenti dell'arte assira
-e babilonese lo rappresentano spesso portato sopra le onde del mare
-cosmico, nella forma di uomo-pesce, coperto il capo della tiara regia.
-Nel vero, presso il lungo Catalogo de' suoi appellativi che fornisce
-una delle tavolette mitologiche del Museo Britannico, noi troviamo
-quelli di _pesce dell'abisso, pesce benefico, pesce salvatore_; nello
-stesso documento ed in altri ancora, la Dea Davkina sua compagna si
-denomina _la grande sposa del pesce_. Così nelle tavolette astrologiche
-si fa spesso menzione di una costellazione chiamata _il pesce di
-Nuah_. Non vi è dubbio che non sia l'intiera costellazione de' pesci,
-od almeno quella de' due pesci collocata esattamente nella fascia
-dello Zodiaco; poichè, nella singolare tavoletta che registra i dodici
-nomi dati al pianeta Mercurio ne' singoli mesi dell'anno, noi vediamo
-quest'astro prendere il nome di _pesce di Nuah_, nel mese di _adar_,
-l'ultimo dell'anno (febbraio), cioè nel tempo preciso, in cui Mercurio,
-accompagnando sempre molto dappresso il sole, si trova con esso
-nel segno de' pesci, o, come dicono gli Astronomi babilonesi, nella
-costellazione del _pesce di Nuah_.»
-
-Ho voluto recare questo intiero passo del Lenormant, poichè
-mi pare assai importante la nozione che ne deriva, cioè della
-natura conforme di due tradizioni che si sono quindi distinte, la
-cosmogonica e quella del diluvio. Nella tradizione cosmogonica, il
-mondo vien fuori dall'oceano acquoso; nella tradizione del diluvio,
-le acque minaccerebbero distruggere il mondo, ma un uomo si salva
-miracolosamente che ripopola il mondo; il diluvio ci presenta una
-seconda cosmogonia. Il Nuah babilonese, nel riscontrarsi col Noè,
-presenta pure l'aspetto d'un primo Dio che s'agita sopra le acque.
-Io ho già avvertito come le recenti scoperte delle scienze naturali
-concordino perfettamente con la nozione cosmogonica d'un mondo venuto
-fuori delle acque; e la priorità della fauna acquatica sulla fauna
-terrestre ci mostra pure come potesse conservarsi la tradizione di
-un primo creatore acquatico, di un Dio creatore in forma di pesce.
-Quando la terra non era ancora scoperta, quando le acque ravvolgevano
-ancora, il pesce esisteva già; il pesce ha preceduto l'uomo. Quando
-s'immagina, nella leggenda del diluvio, una seconda sommersione della
-terra, il pesce non solo sopravvive, ma, amico dell'uomo, lo salva
-dalla inondazione. Amore ed Afrodite, prese forme mitiche mattutine e
-primaverili, si tuffano nel mare in forma di pesci e rinnovano l'anno;
-il nuovo anno solare si apre in febbraio ed in aprile coi pesci; e coi
-pesci rinasce la vita nella natura; il pesce generatore, che rinnova
-la vita, è un salvatore; nella bocca del pesce evangelico si trova la
-moneta d'oro (e in altre leggende indo-europee l'anello fatato, ossia
-il disco solare, il Cristo, il crestato); gli Apostoli del Cristo
-dovevano perciò essere naturalmente pescatori. Per virtù del pesce,
-il Cristo ha il potere di camminare sopra le acque senza annegarsi;
-e Cristo stesso fa il miracolo di moltiplicare i due pesci alla folla
-affamata, e di riempire di pesci la rete de' pescatori che pescavano
-invano. Perciò, tra le rappresentazioni simboliche del Cristo, ne'
-primi secoli della Chiesa cristiana, ossia prima di Costantino, la
-più frequente è quella del pesce, la quale raffìguravasi specialmente
-sopra le tombe e sopra gli anelli. La parola greca ἴχθυς, _pesce_,
-divenuta simbolica del Cristo, i Padri della Chiesa, volendo poi
-interpretarla al volgo, trovarono composta delle parole greche Ιησοῦς,
-Χριστός, Φεου υιὸς, Σωτήρ, ossia _Gesù Cristo di Dio figlio Salvatore_.
-Apparso nella tradizione il Cristo come pesce, ossia con una delle
-forme zoologiche più umili, tentarono gli esegeti trarne profitto per
-celebrare l'umiltà divina del Cristo; onde Gregorio Magno scriveva:
-_Ipse enim latere dignatus est in aquis generis humani_; ed Origene
-avverte che Cristo ha voluto che la moneta si trovasse nella bocca
-del pesce, poichè egli stesso era pesce, e chiamavasi propriamente _il
-pesce (tropice piscis appellatur)_. I primi Commentatori, non volendo
-dare un significato mitico al Cristo, e, per altra parte, trovando
-nella leggenda di esso particolari che offendevano il loro buon gusto
-e la loro pietà, si sforzarono d'interpretarli per via d'allegorie;
-ma queste allegorie tradiscono solamente il loro imbarazzo: così,
-quando il Cristo, presso il mare di Tiberiade, offre pesci fritti a'
-suoi discepoli, San Gregorio, assimilandolo a pesce fritto, dichiara
-che lo stesso Cristo fu _quasi tribulatione assatus tempore passionis
-suae_. E Sant'Agostino: _piscis assus Christus est_; e il venerabile
-Beda: _piscis assus, Christus est passus_. Ma, per accostarci al nostro
-proprio argomento, giova ricordare un'antica pietra anulare cristiana
-già posseduta dal Foggini, nella quale «sarebbe rappresentata la
-promessa di un Salvatore fatta ad Adamo ed Eva dopo il loro peccato.
-Il serpente seduttore si mostra col fatale pomo nella bocca, e i nostri
-primi parenti stanno inginocchiati in umile atto. Un personaggio molto
-inclinato stende verso di essi le proprie mani, come per rialzarli.
-Questo personaggio sembra essere il Verbo divino, e riposando i suoi
-piedi sopra un pesce, indica in tal forma la natura ch'esso piglierà
-nella pienezza de' tempi. E poichè la sua incarnazione doveva portare
-la salvezza al mondo sommerso nell'errore e nel peccato, gli si
-collocò presso l'arca di Noè con la colomba ed un'àncora, indicante
-la sicurezza che sarebbe data in tal modo a quelli che navigano nel
-mare tempestoso del mondo.» Questa descrizione non è mia; me la offre
-invece uno scrittore ortodosso, l'abate Martigny nel suo _Dictionnaire
-des antiquités chrétiennes_. Io metterò qui di mio una sola domanda:
-Vi sembra egli lecito, dopo tutto ciò, l'avvertire come la leggenda
-evangelica non è altro se non una nuova forma dell'antica leggenda del
-diluvio, nella quale il Salvatore appare in forma di pesce, come nella
-leggenda babilonese e nella indiana? E poichè il _Christus passus_
-combina col pesce afrodisiaco d'aprile, ed il sole incomincia in aprile
-ad ardere, ossia il pesce a friggere, qual meraviglia che il _Christus
-passus_ e il _piscis assus_ siansi identificati; qual meraviglia
-se, come la colomba (negli Inni vedici, i due Açvin sono talora
-rappresentati in forma di due _Cigni_[57]) è nella leggenda di Noè (cui
-Filone ebreo[58] chiama l'autore e il principio della rigenerazione
-degli uomini e salvatore) la messaggiera del bel tempo rigenerato, lo
-Spirito Santo in forma di colomba annunzii il Redentore e la colombina
-di Casa Pazzi accenda in Firenze i fuochi d'artifizio, a mezzogiorno
-del Sabato santo, ed annunzii il Cristo (che dopo essere stato pesce
-risorge), il rinato sole primaverile uscito dalle acque invernali? Il
-pesce allora si frigge, si sacrifica, poichè il sole venuto fuori delle
-acque s'infuoca, e le acque sono scomparse; il Cristo sale al cielo; il
-sole ascende l'orizzonte, e manda poi verso il giugno dal cielo le sue
-lingue di fuoco, con le quali il mondo s'illumina; il grasso del pesce
-trovato dal giovine Tobiolo ridona la vista al vecchio Tobia. Io non
-posso qui darvi se non un accenno del mito biblico evangelico. Ma io
-prego quelli de' miei uditori, ai quali la ricerca del vero non mette
-sgomento, di approfondire questa ricerca, nella fiducia che tutti gli
-studii, fatti col corredo di un'ampia erudizione, alla dimostrazione
-della tèsi mitica che si svolge dal Vangelo, confermeranno nelle sue
-parti essenziali la interpretazione ch'io vi propongo, per quanto
-essa possa apparirvi insolita e, a primo aspetto, disgustosa. In
-ogni modo deve rimanere per voi accertato che esiste nelle prime
-tradizioni cristiane la nozione di un pesce salvatore, presso il quale
-appare un'àncora; questo pesce (talora, invece di un pesce, se ne
-rappresentano due) e quest'àncora ci conducono naturalmente a cercar
-notizia del diluvio indiano e del vedico, il quale ci occupa ora in
-modo speciale.
-
-Ma, innanzi di passare alla descrizione del mito vedico, giova
-osservare ancora qual sia propriamente il pesce o animale acquatico
-che nelle antiche rappresentazioni cristiane figura più spesso come
-salvatore, e specialmente come salvatore d'un fanciullo. Non è senza
-una viva meraviglia, che, come nelle antiche tradizioni elleniche, il
-salvatore di fanciulli è il delfino (onde Solino scriveva: «exempla
-narrantur delphini puerum ardenti amore depereuntis, colludentis et
-dorso suo medio mari gestantis, ac fideliter referentis ad litus»), nei
-più antichi anelli cristiani il Salvatore appare in forma di delfino
-congiunto con un'àncora. Sulla tomba d'una cristiana chiamata Redenta
-appare un delfino, congiunto con una colomba, celebrata, com'è noto,
-per la sua rapidità, affrettantesi verso un'anfora, ch'è il segno
-zodiacale del mese di gennaio, come i pesci corrispondono al mese di
-febbraio, e ritornano all'aprile. Così del delfino i Naturalisti sopra
-tutte le altre qualità celebrano la prestezza;[59] presso i Romani
-rappresentavansi delfini sopra colonne, e se ne pigliava augurio per
-future nozze; il che si rileva da quel verso della sesta satira di
-Giovenale:
-
- _Consulit ante phalas delphinorumque columnas_
- _An saga vendenti nubat caupone relicto._
-
-Sopra una pietra anulare cristiana descritta da Montfauçon appare
-inciso un delfino col motto: _Pignus amoris habes_; così nelle tombe
-cristiane si rappresentano i delfini al pari delle colombe, come
-simboli d'amore. Ma v'è di più: come la colomba vien fuori dalle acque,
-messaggiera del bel tempo; come il delfino salva il fanciullo dalle
-acque nel mito ellenico, e si riproduce con l'àncora come una forma
-del Cristo salvatore, e che salva pure sè stesso; come le antiche
-rappresentazioni elleniche ci offrono il fanciullo sopra un delfino;
-così il Martigny ricorda un geroglifico battesimale cristiano, nel
-quale appare un fanciullo seduto sopra un pesce. E Orientius vescovo
-del quinto secolo afferma: _Piscis natus aquis, auctor baptismatis
-ipse est_. Quindi l'uso di rappresentare de' pesci ne' battisteri e
-ne' battezzatoi. Tertulliano paragona i Cristiani a pesciolini, poichè
-nascono nell'acqua come il pesce Gesù Cristo; e soggiunge che, come
-per il pesce fuori dell'acqua non vi è salute, così non vi può essere
-pel cristiano fuori dell'acqua battesimale. A Parenzo, nell'Istria, si
-osserva ancora una vasca di marmo del sesto secolo, già appartenente
-al Battistero della città, la quale presenta una croce scolpita
-fra due colombe e fra due pesci. Come poi troviamo il delfino pesce
-salvatore cristiano congiunto con l'àncora, così ne' battisteri, tra
-le figure simboliche del Salvatore, appare pure il cervo,[60] il quale
-va a specchiarsi nel fonte, desideroso dell'acqua come il catecumeno,
-onde San Girolamo, paragonando ne' _Salmi_ il catecumeno al cervo,
-soggiunge: «Desiderat venire ad Christum in quo est fons luminis; ut
-ablutus baptismo, accipiat donum remissionis.» Da questi esempi e da
-altri infiniti che si potrebbero addurre, par lecito il conchiudere:
-_la leggenda cristiana non essere nata altrimenti che pel foggiarsi di
-una magnifica allegoria morale sopra un'antica ricchissima mitologia
-ellenico-orientale._
-
-Riassumendo ora quello che riguarda il mito del diluvio nella
-tradizione biblico-cristiana, vi troviamo nelle acque il pesce-delfino,
-rapido, sollecito salvatore del fanciullo, ossia rigeneratore della
-vita nelle acque; ai pesci quaresimali di febbraio, congiunti con la
-colomba messaggiera come a zefiri di marzo della primavera, succedono
-nello Zodiaco il montone ed il toro (due _versatori_, due _fecondatori_
-mitici per eccellenza); al pesce d'aprile della tradizione popolare,
-il _piscis assus_, succedono i due gemelli di maggio. Vedremo ora come
-siansi pure scambiati nella tradizione indiana i due gemelli Açvin
-con forme animali identiche a quelle che appaiono nel mito ellenico, e
-nella tradizione biblico-cristiana.
-
-È nota la leggenda epica del diluvio indiano. Il Dio Brahman si fa
-piccolo pesce, e prega il Dio Manu di salvarlo dai pesci grossi; Manu
-lo depone in un vaso che risplende come la luna; il pesce cresce:
-Manu, pregato dal pesce, lo trasporta in un ampio stagno, poi di là
-nel Gange, infine nel mare; il pesce, contento, prenunzia che l'oceano
-un giorno salirà ad inondare tutta la terra, lo invita a costrurre
-una nave e a munirla d'una fune; quando il diluvio arriverà, pensi al
-pesce da lui beneficato, ed il pesce accorrerà prontamente munito d'un
-corno, al quale si legherà la fune della nave; così Manu, insieme con
-sette sapienti e con ogni maniera di semi, entrato nella nave tirata
-dal pesce, salva sè stesso e salva o rigenera, a traverso le acque, il
-mondo.
-
-La conoscenza della sola tradizione epica e puranica del diluvio
-indiano aveva indotto l'illustre Eugenio Burnouf ad ammettere che la
-tradizione indiana fosse derivata dalla biblica; ma, come il Weber ha,
-nel primo volume de' suoi _Indische Studien_, illustrato fin dall'anno
-1850 la tradizione vedica del diluvio contenuta nel _Çatapatha
-Brâhmana_, io spererei aver trovato negli stessi Inni del _Rigveda_ la
-prova che la tradizione del diluvio appartenne non solo al periodo, nel
-quale i popoli della stirpe aria non erano ancora divisi, ma sì ancora
-a quello, in cui se la razza semitica e la turanica non formavano più
-una razza sola con l'ariana, erano, per lo meno, ancora intimamente
-congiunte con essa. Secondo la tradizione raccolta nel _Çatapatha
-Brâhmana_, ossia in un'opera, la cui redazione rimonta sicuramente
-oltre il quarto secolo innanzi l'êra volgare, si racconta che Manu
-si lavava, quando gli apparve un pesce e gli disse: «Salvami, io ti
-salverò;» Manu piglia la stessa cura di lui che ci viene descritta nel
-racconto epico; quando il diluvio arriva, al corno del pesce si lega
-la fune della nave, e la nave viene tirata sulla cima d'un monte e
-legata sovr'esso ad un albero. Cessato il diluvio, Manu, per mezzo del
-sacrificio, della penitenza e della preghiera, crea una figlia, e con
-essa rigenera quindi il mondo de' viventi. La figlia di Manu si chiama
-Idâ, e la parola _idâ_ vale _la libazione, la preghiera, la parola
-sacra_, che ci richiama al verbo rigeneratore, al _logos che era nel
-principio, e da cui furono fatte tutte le cose_, secondo il Vangelo
-di San Giovanni. La leggenda cosmogonica, la leggenda del diluvio e
-la leggenda del sacro battesimo rigeneratore presentano fra loro una
-strettissima analogia.
-
-Ma è tempo oramai che stringiamo più dappresso il mito vedico.
-Nell'inno 116º del primo libro del _Rigveda_ ci si rappresenta il
-giovinetto Bhug'yu, figlio di Tugra,[61] smarrito nella nuvola acquosa
-(_udameghe_), nell'oceano (_samudre_); intervengono i due Açvin, i
-quali sopra una nave _dai cento remi_ lo portano alla riva açvinâ
-yad ûhathur Bhug'yum astam çatâritrâm nâvam âtasthivân'sam. Questa
-nave, in altro versetto, figura al plurale; e le navi alla loro volta
-si trasformano in tre carri volanti, dai cento piedi, ossia dalle
-cento ruote, tirati da sei cavalli, in tre giorni e in tre notti; ma
-qui evidentemente vuolsi ritenere la variante come prodotta per solo
-amore del numero tre; i sei cavalli in tre notti formano due cavalli
-per notte; i due Açvin rapidi salvatori, e i due cavalli tiratori del
-carro, in cui si salva l'eroe Bhug'yu dalle acque, s'identificano
-perfettamente. Nell'inno 117º ritorna lo stesso motivo mitico; il
-figlio di Tugra, _dal mare inondante_ (_arnasah samudrâd_), avendo
-invocato gli Açvin, viene salvato, per mezzo di volanti cavalli, sopra
-un carro rapido come il pensiero. Nell'inno 182º lo stesso figlio di
-Tugra, _tuffato nelle acque, nella profonda tenebra_, vien liberato
-dagli Açvin sopra navi. L'inno 68º del settimo libro ci mostra
-finalmente la stretta relazione della storia dell'eroe rimasto nel
-pozzo, per l'invidia de' suoi compagni, con la leggenda dell'eroe che
-minaccia di perdersi in una inondazione universale; dicendoci esso come
-Bhug'yu sia stato abbandonato nel mezzo del mare, non più dal padre, il
-perverso Tugra, ma da' suoi malvagi compagni.
-
-Ma in altri inni (_Rigv_., I, 112, 116, 117, 118, 119) egli, invece di
-Bhug'yu, piglia il nome di _Rebha_ e chiuso nelle acque in un pozzo,
-per l'opera di maligni, invocando gli Açvin, viene liberato; io ho già
-mostrato altrove[62] l'identità di questo _Rebha_ col Trita acquoso, il
-terzo fratello valente e perseguitato, e la sua probabile parentela con
-uno dei tre fratelli _R'ibhavas_, de' quali il più giovane si mostra
-il più esperto. In ogni modo, qui il mito ci offre chiaramente un eroe
-fanciullo che si salva dalle acque, per mezzo di una nave miracolosa,
-volante, dai cento remi; e dalla leggenda del _Çatapatha Brâhmana_ ed
-epica apprendiamo come Manu si salva dall'inondazione sopra una nave
-legata al corno d'un pesce. Questo pesce salvatore, cornuto, attaccato
-alla nave (che ci ricorda la nave con l'àncora, il pesce o i pesci con
-l'àncora della rappresentazione cristiana), occorre pure presso gli
-Inni vedici, ove gli Açvin appaiono ora in forma di _nave dai cento
-remi_, ora in forma di carro dalle cento ruote, ora in forma di cavalli
-volanti tiranti il carro, ora in forma di cigni, ora in forma di pesci
-rapidissimi tiranti la nave.
-
-Nella leggenda puranica il Dio salvatore, invece di Brahman, appare
-Vishnu in forma di pesce. Questo pesce, in cui Vishnu s'incarna,
-ora appare una _çaphari_ (il _cyprinus sophore_), ora un _çiçumâras_
-o _çinçumâras_. _Çiçumâras_ è il nome dato, in lingua indiana, ora
-al _riccio di mare_, ora al _delfino_. L'inno 116º del primo libro
-del _Rigveda_ ci fa sapere che il carro ripieno di ricchezze degli
-Açvin è tirato da un _Vrishabhas_ o _toro_, e da un _çinçumâras_,
-che vale tanto _il riccio di mare_ quanto _il delfino_. Dicemmo
-che la nave degli Açvin, nella quale è salvato dall'inondazione il
-giovine _Bhug'yu_,[63] è chiamata _dai cento remi_, ed è interessante
-l'apprendere ciò che dalla Sicilia mi scrive Giuseppe Pitrè, cioè che
-i fanciulli siciliani, dopo aver pescato il riccio di mare, spandono
-sopra di esso un po' di sale, e lo invitano a navigare, chiamandolo
-_quello dai cento remi_.
-
-Ma il _Çiçumâra_ non è solo, in lingua indiana, il riccio di mare, il
-_Delphinus Gangeticus_, ma il vero delfino, e poi il delfino celeste,
-che si colloca nella parte più stellata del cielo. Dei due Açvin,
-adunque, che accorrono a liberare il figlio del mostro Tugra, ossia il
-giovine Bhug'yu dalle onde, l'uno si fa pesce, l'altro toro, come il
-pesce apre il mese d'aprile, ossia il mese del pluvio toro fecondatore,
-e, cadute le pioggie d'aprile, fritto il pesce, il sole primaverile,
-il celeste fanciullo s'avanza vigoroso e potente per le vie del
-cielo, dopo essersi battezzato nelle acque, che gli diedero forza, e
-dalle quali scampò per aiuto del pesce, e specialmente del delfino,
-che la grossolana scienza popolare ha sempre figurato come pesce. Da
-questi esempi ch'io ho accostati parmi non resti dubbio intorno ad
-alcuni fatti essenziali: 1º che una forma elementare della leggenda
-del diluvio è già contenuta negl'inni vedici; 2º che la leggenda
-vedica presenta riuniti in germe i caratteri che si trovano sparsi
-e divisi nella leggenda biblica e nelle tradizioni cristiane; 3º che
-il delfino è il pesce liberatore del fanciullo divino, come il pesce
-cristiano porta figurato sopra di sè un fanciullo, come il fanciullo
-Eros ellenico è figurato sopra un delfino, l'amico dei fanciulli, come
-il delfino Cristo, il pesce Cristo lascia venire a sè i fanciulli.
-Ma, per qual ragione, fra tutti gli animali acquatici fu preferito
-il delfino, come salvatore dal diluvio, destinato a purgare, come le
-onde battesimali, il mondo dal peccato, ossia a liberare dal male,
-a salvare l'innocente? In Grecia il delfino era sacro ad Apollo, per
-averne salvato dal naufragio il figlio Icadio, il quale giunto a terra
-edificò, per riconoscenza, un tempio dedicato ad Apollo, per memoria
-del delfino, chiamato Delfo. Noi siamo qui in piena mitologia solare;
-il delfino salva il giovine figlio del sole, ossia il nuovo sole dalle
-acque. La Grecia ricordava numerose varianti di questo racconto; e
-sempre, in esso, il naufrago salvato è un fanciullo, e il salvatore è
-un delfino.
-
-Quando il mare minaccia tempesta, i delfini si mostrano alla superficie
-del mare, e così avvertono i naviganti, nel tempo stesso che offrono
-aspetto di una nave galleggiante. Ma, per qual ragione, essi danno la
-loro preferenza ai fanciulli? Nel cielo mitico, il delfino, il pesce
-rostrato, il pesce dalla testa grossa, il pesce cornuto, il pesce
-con l'àncora, o la nave dai cento remi, il riccio dai cento remi che
-tira fuori l'eroe solare perduto nelle acque, è, per lo più, l'astro
-cornuto lunare, il quale domina particolarmente la stagione notturna
-invernale e pluvia, che nell'oceano notturno ed invernale emerge solo
-dai flutti, e cede quindi il posto al mattino ed alla primavera, al
-giovine sole, al sole fanciullo. Ma di questa sua predilezione per
-i fanciulli vi è pure una ragione ne' suoi appellativi. Solino ci fa
-sapere che _simones_ amavano essere chiamati dai pescatori i _delfini_,
-a motivo del loro muso depresso, e che chiamati in tal modo accorrevano
-subito, non meno obbedienti dell'apostolo Simone, il più sollecito
-seguace del Cristo, il crestato salvatore del mondo, che salva primo sè
-stesso traverso le acque, e nel battesimo. Presso Plauto e Terenzio,
-il _simo_ appare una maschera di vecchio anzichè di fanciullo; ma il
-delfino è pesce celebrato ancora per la sua prestezza nel crescere,
-nel farsi grande di piccolo che era; gli si attribuisce pure una grande
-longevità, dicendosi ch'ei possa vivere fino a trecento anni. Per tutte
-queste qualità, il delfino doveva apparire ben degno di dar forma ad
-uno di quegli Açvin, che hanno il potere di concedere la immortalità,
-l'acqua della lunga vita, ossia la giovinezza ai vecchi, e poteva pure
-raffigurar Vishnu, il Dio nano, che, facendosi a un tratto gigante,
-misurava in tre passi il mondo. Le leggende epiche e brâhmaniche del
-diluvio ci presentano dapprima piccolissimo il pesce salvatore, e poi
-di tale grandezza ch'esso possa solamente più agitarsi nell'Oceano.
-Ora è interessante conoscere come le voci _çiçuka_, _çiçumaras_, che
-denominano _il delfino_ (ond'è, senza dubbio, derivato l'equivalente
-zingarico, il delfino _simôrus_), contengano, come idea principale,
-quella di _çiçu_ che vale _piccolo fanciullo_, e presentino una stretta
-analogia con la parola _kumâra_ che vale per l'appunto _fanciullo_,
-anzi _il fanciullo per eccellenza_, _il fanciullo reale_, _il principe
-ereditario_, che gli Spagnuoli chiamarono _infante_, ed i Francesi, per
-una singolare coincidenza storica, _Dauphin_, in memoria d'un giovine
-principe ereditario del secolo decimosecondo, che prese, per quanto si
-narra, come sua insegna _il delfino_. Il nome del _delfino_ e quello
-del _fanciullo_ furono, in lingua indiana, equivalenti; quando perciò
-il delfino vedico unito col toro salva il giovine Bhug'yu, salva un
-_Kumâra_, e il valore del prefisso _ku_ e quello dell'aggettivo _çiçu_
-essendo analogo salva, per simpatia, un simile a sè stesso; l'astro
-lunare salva l'astro solare, ossia ringiovanisce il vecchio sole.
-La luna cede il posto al sole, la luna trae fuori il sole che s'era
-perduto nelle acque della tenebra notturna ed invernale; un Dioscuro
-salva l'altro. Il Dio Luno, al pari del sole, si rappresenta ora come
-il vecchio per eccellenza, onnipossente, che scopre tutti i segreti,
-ora come un nano che ha tutte le malizie; la luna cresce per fasi; il
-fanciullo mitico prevede tutto ed il vecchio mitico ha tutto veduto;
-perciò il delfino, il pesce salvatore, chiamato _çiçumâra_ o piccolo,
-appare dapprima piccolo e debole, e finisce _col _diventare immenso ed
-onnipotente; così _Kumâra_, «il fanciullo,» divenne in sanscrito un
-appellativo del terribile Skanda, il Dio della guerra; il giovinetto
-Eros, come abbiamo già notato, ed Ares s'identificarono. Il delfino
-porta, ossia salva, Eros; il _çiçumâras_ o delfino vedico e puranico
-trascina e salva il _kumâra Bhug'yu_, il figlio reale dalle acque,
-ossia il nuovo sole progenitore, il reale infante celeste, dalla
-tenebra notturna ed invernale. Ogni giorno ed ogni anno si rinnova nel
-cielo la leggenda cosmogonica e del diluvio: ogni giorno ed ogni anno,
-l'antico Manu, l'antico Noè, ed il Cristo, dopo essere divenuto pesce
-nelle acque dell'oceano notturno ed invernale; dopo avere ritrovato, in
-forma di pesce, la moneta d'oro, l'anello, la gemma, il disco solare,
-ossia sè stesso; dopo essere entrato come Giona ed Hanumant nel ventre
-del pesce, e avere così attraversato incolume l'Oceano; dopo essersi
-chiuso nella nave tirata dall'animale cornuto celeste; il delfino
-dalla testa grossa, o il toro, vien fuori ringiovanito e potente in
-tutto il suo splendore. È possibile che alcuni particolari del mito
-da me qui esposto possano ancora dichiararsi altrimenti da quello che
-ho fatto; ma non mi sembra che la natura mitica del diluvio possa più
-essere messa in dubbio, come neppure la necessità di associare oramai
-gli studii di mitologia biblico-cristiana con quelli della mitologia
-comparata indo-europea.
-
-
-
-
-LETTURA DODICESIMA.
-
-IL DIO YAMA.
-
-
-Noi conosciamo già il Dio che si salva dalle acque e che diviene il
-salvatore per mezzo dell'acqua. Ma, perchè il Dio si salvi, bisogna
-prima che corra pericolo, che si sacrifichi. Il Dio che risuscita
-deve prima necessariamente morire, se pure la sua morte non abbia ad
-essere che apparente. Noi diciamo del sole che alla sera è andato _a
-coricarsi_ e che al mattino _si leva_; i Francesi chiamano _coucher
-et lever du soleil_ lo scomparire del sole dal l'orizzonte e il suo
-riapparirvi. Dunque, nella notte, il sole dorme. Ma questo sonno del
-sole parve talora uno stato di morte, dopo avere attraversato un mare
-tenebroso. L'anima del morto celeste non sta ferma, ma viaggia occulta
-per un mondo misterioso, per ricongiungersi al mattino con la sua forma
-corporea; così, ne' sogni, l'anima nostra alata, mentre il nostro corpo
-giace come morto, visita mondi insoliti. Presso la _Katha Upanishad_
-citata dal Weber negli _Indische Studien_ si paragona il mondo dei Mani
-al mondo che si visita nei sogni.
-
-Il sole, nei tre tempi della notte, nei tre giorni del solstizio
-d'inverno, nei tre giorni dell'equinozio di primavera, par morto; pare,
-ed invece esso viaggia da una parte all'altra dell'orizzonte; dopo tre
-giorni, Lazzaro vien fuori; Cristo rompe il suo sepolcro dopo aver
-visitato il Limbo dei Santi Padri e liberate e guidate al Regno dei
-Beati le anime loro. Il vedico Yama ci offre una somiglianza mirabile
-con quella forma peculiare di Cristo legato che si sacrifica pel bene
-degli uomini, che guida le anime de' trapassati, e poi risuscita. Il
-sole muore la sera e rinasce al mattino, muore in autunno per nascere
-a Natale come fanciullo e rinascere adulto in primavera, dopo essersi
-battezzato nelle acque benedette, nelle acque sacre, nelle acque
-d'aprile che ravvivano. Noi assistiamo ogni sera ed ogni autunno allo
-spettacolo del sole moribondo. Yama, il Dio de' morti, non rappresentò
-in origine altro che il sole moribondo vespertino. La parola _Yama_
-vale propriamente _il legato_ e _l'infrenante sè stesso_, ossia
-_il legato_, _l'infrenato_; così il vecchio Sansone legato perde la
-sua chioma, ossia la sua forza, e s'accieca; il sole ritira i suoi
-raggi, perde la sua chioma luminosa e s'accieca nella scura notte; il
-Cristo, il crestato, legato come malfattore, alla sua aureola luminosa
-sostituisce una corona di spine, e muore. Io potrei proseguire,
-stringendo più ancora simili raffronti; ma, poichè comparazioni così
-fatte non saranno ammesse se non dopo lunga discussione, io debbo
-tenermi pago ad accennarvi una via larghissima, feconda di belle
-scoperte per lo studioso che la percorra senz'altra ambizione che
-quella di trovare il vero e di propagarlo. Intanto cercheremo qui
-di rappresentare la figura del Dio Yama, quale ce la offrono gl'inni
-vedici.
-
-_Yama_, _il legato_, _l'infrenato_, propriamente _il legante_,
-_l'infrenante sè stesso_, dell'età vedica, che diviene poi nell'età
-brâhmanica il legatore, l'infrenatore, quello che getta il collare
-funebre sopra i moribondi, che li lega con la sua fune per trascinarli
-all'inferno, si rappresenta come figlio di Vivasvant, al pari di Manu.
-Dunque Yama e Manu sono equivalenti mitici. Nella leggenda del diluvio,
-Manu figlio di Vivasvant si salva dalle acque del diluvio universale
-per la sua pietà; negl'Inni vedici, l'eroe è salvato dal naufragio
-per l'intervento degli Açvin; ma uno degli appellativi degli Açvin è
-pure _Yamau_, ossia propriamente _i due congiungentisi_, _i due legati
-insieme_, _i due gemelli_, rappresentati essi pure nell'inno 17º del
-decimo libro del _Rigveda_ come figli di Vivasvant. Manu figlio di
-Vivasvant rinnova il vedico Yama figlio di Vivasvant; Manu figlio
-di Vivasvant esce dalle acque come l'eroe vedico, salvato dai Yamau,
-ossia dai Dioscuri. Abbiamo un gemello che va all'inferno per liberar
-l'altro gemello; nel mito cristiano, il Cristo scende all'inferno
-per liberare i morti prima; nel mito vedico dei due Açvin, liberatori
-dell'eroe solare, dopo la rappresentazione che abbiamo fatto di essi,
-è evidente che l'uno de' due Açvin si trova specialmente congiunto
-col sole, l'altro specialmente con la luna; la luna libera il sole, un
-gemello libera l'altro gemello; un _Yama_ è liberato dall'altro _Yama_;
-i due Yama si liberano l'un l'altro; e come il Yama legato, o legante
-sè, divenne il Yama legatore, così il Yama liberato, o liberante sè,
-divenne il liberatore, per la stessa analogia, per cui vedemmo che
-il Cristo, il quale si salva dalle acque, a traverso le acque, per
-mezzo delle acque, divenne l'istitutore del battesimo, il salvatore
-per mezzo dell'acqua battesimale che libera dal male. Così miti
-apparentemente diversi trovansi, per un filo sottilissimo, congiunti.
-_Come l'aggettivo nel divenire appellativo creò gran numero di persone
-mitiche; così il passivo, per mezzo del medio, divenendo attivo, diede
-occasione a parecchie gesta mitiche_; l'equivoco del linguaggio ebbe
-qui ancora larghissimo potere. La vittima sacrificata o sacrificantesi
-diviene eroica; l'eroe che si salva è un salvatore di sè stesso; e il
-salvatore di sè stesso riesce quindi semplicemente un salvatore, ed
-il salvatore per eccellenza. Ed il linguaggio, nel compiere una tale
-evoluzione, seconda pure la serie de' ragionamenti che doveva fare
-naturalmente l'uomo primitivo nell'osservare i fenomeni della natura
-e specialmente i fenomeni solari. È necessario in cielo come in terra
-che uno muoia per tutti; guai se il sole non tramontasse mai, la terra
-sarebbe tutta un incendio. Il sole tramonta, il sole muore, e, morendo
-come risuscitando, ci salva da morte. Egli ama tutti, e muore per
-tutti. Il primo de' mortali è il sole, ed egli è al tempo stesso il
-primo di quelli che si salvano, ossia il primo de' salvatori.
-
-Ma il primo de' mortali dovette pure essere il primo de' nati; e, pel
-solito frequente naturale equivoco tra il passivo, il medio e l'attivo,
-il primo de' generati, il primo che si genera riuscì pure il primo
-de' generatori. Come nella genealogia biblica Adamo è il primo dei
-nati e il primo destinato alla morte, così il vedico Yama appare il
-primo mortale. Come poi la genealogia biblica incomincia con un uomo
-ed una donna, ossia con due forme gemelle, figlie del creatore, delle
-quali l'una maschio, l'altra femmina; così, negl'Inni vedici, presso
-il Dio Yama, ci occorrono i due gemelli _Yamau_ identificati con gli
-_Açvin_, e poi i due gemelli, de' quali l'uno maschio, l'altro femmina,
-_Yama_ e _Yamî_. De' due gemelli, in natura, l'uno è, per lo più,
-forte, l'altro debole; dei due fratelli mitici l'uno soccorre l'altro,
-e il soccorritore non è sempre il più forte; un debole fanciullo, un
-impotente, un imbecille appare spesso come liberatore; il passivo
-soccorre l'attivo; la donna tiene il posto del gemello debole. Per
-cagione della donna l'eroe mitico si perde, talora si salva. Eva
-appare come peccatrice che perde l'uomo; Dalila tradisce Sansone;
-la Vergine Maria appare, invece, come la salvatrice degli uomini. In
-Yama ed in Yamî si videro il giorno e la notte; ma niente c'induce a
-riconoscere la notte nella Yamî, mentre Yama appare indubbiamente il
-sole; come, pertanto, vedemmo già l'aurora strettamente congiunta coi
-due Açvin, ossia coi due Yama, il Yama vespertino e il Yama mattutino,
-e rappresentarsi come loro sorella, non mi par dubbio che la _Yamî_,
-gemella di Yama, non sia altro che l'aurora gemella del sole e della
-luna. Adamo ed Eva son creature dello stesso padre, e però fratello e
-sorella; si uniscono, ed il loro peccato si sconta con la morte; dopo
-una vita dolorosa, Eva partorirà con dolore; Adamo lavorerà per la sua
-famiglia: la leggenda del Cristo, che con la morte sconta il peccato
-originale, si congiunge intimamente con la leggenda di Adamo, del
-quale esso appare una splendida variante mitica. Gli Inni vedici non ci
-rappresentano ancora la pena, ma raffigurano la colpa dell'unione d'un
-fratello con una sorella, la quale deve essere evitata come incestuosa.
-L'inno 10º del decimo libro del _Rigveda_ ci offre un dialogo singolare
-tra il mortale Yama e Yamî, tra il fratello e la sorella. Come nel
-racconto biblico la donna fa da seduttrice, Yamî invita Yama ad unirsi
-con lei. Essa dice al fratello: «Gli immortali desiderano questo: un
-discendente di te, unico mortale; poni l'animo tuo nell'animo mio; come
-sposo, entra nel corpo della sposa.» Yama risponde che non vuol fare
-quello che finora non ha mai fatto, e che vuol conformare le opere alle
-parole oneste. Ma Yamî insiste, avvertendo come lo stesso Dio creatore
-Tvashtar onniforme li abbia creati in un solo germe, per essere marito
-e moglie (_dampatî_). Yama si rifiuta sempre, e tratta la sorella come
-una donna impudica; ma essa diviene provocante, avverte come in cielo
-ed in terra i due gemelli sono uniti e dovrebbero però girare insieme
-le ruote del carro, come se non fossero fratello e sorella. Yama invita
-Yamî a cercarsi un altro marito. Essa rimprovera il fratello di non
-esser buon fratello (_Bhrâtar-fratello_ e _Bhartar-marito_ sono due
-noti equivalenti che significano _il sostentatore_), poichè non viene
-in aiuto alla sorella e la lascia andare in disperazione, mentre essa
-è tormentata dall'amore. Yama risponde: «Io non potrei accostare il mio
-corpo al tuo; un peccatore chiamarono colui, il quale si unì con la sua
-sorella; con altri, all'infuori di me, pigliati piacere; il fratello
-tuo, o bella, non può desiderare codesto.» Yamî irritata risponde:
-«Oh tu sei un uomo da nulla, o Yama; noi non vediamo in te nè animo nè
-cuore; ed un'altra donna t'abbraccierà stretto, come ghirlanda, o come
-una liana l'albero.»
-
-Come gli Açvin, che amano la loro sorella aurora, anzichè unirsi con
-essa, finirono per trovarle uno sposo e le servono da paraninfi;
-così Yama termina con l'augurio che Yamî possa trovare uno sposo,
-che la faccia felice. Quest'inno, di cui una variante trovasi pure
-nell'_Atharvaveda_, rivelasi di una composizione relativamente moderna,
-poichè ci richiama ad un tempo, in cui l'adagio popolare, la _vox
-populi_, sta per diventare _vox Dei_, ossia legge sacra: _dissero
-peccatore_, esclama il poeta, l'uomo che s'unisce con la propria
-sorella; la sentenza popolare consegnata nell'inno vedico diventerà,
-in breve, autorità religiosa, inviolabile. Ma l'inno stesso tradisce
-tuttavia la presenza di una tradizione, secondo la quale il primo
-uomo e la prima donna erano stati fratello e sorella, e la donna
-avea tentato l'uomo. È notevole come nell'inno vedico si faccia da
-Yamî l'augurio, perchè Yama ottenga un figlio, ossia dia al padre un
-nipotino, _dopo avere attraversato il vasto oceano_ (_tirah puru c'id
-arnavam g'aganvan_).
-
-In questo carattere il mito di Yama si congiunge anco più intimamente
-con quello degli Açvin liberatori dalle acque, e con quello del
-loro proprio _alter ego_, Manu Vàivasvata, il liberato dal diluvio
-universale, che, uscendo dalle acque, rigenera, dopo aver fatta molta
-penitenza, il mondo.
-
-Nel sesto libro dell'_Atharvaveda_ (citato dal Muir), _Yama_,
-identificato con _Mr'ityu_, «la Morte,» appare il primo che arrivò al
-fiume. Questo è fiume ad un tempo di perdizione e di purificazione.
-Nell'inno 14º del decimo libro del _Rigveda_ son pure ricordati i vasti
-fiumi, ai quali arriva il re Yama, figlio di Vivasvant, ed esplora
-la via (_panthâm_) per i molti (che la dovranno percorrere). È nota
-l'analogia che passa tra le voci _pons_ e _pontus_. Il mare, i fiumi
-diedero sembianza di vie; solamente, invece di percorrersi sui carri
-rotanti, si solcavano sulle barche remeggianti.
-
-È singolare qui ancora la corrispondenza delle credenze vediche con
-le elleniche: _Yama_ arriva primo al mare, al fiume, lo attraversa,
-esplora la via, la insegna agli altri; al regno de' morti, secondo il
-concepimento ellenico, si arrivava attraversando l'onda del fiume o
-della palude infernale. L'inno vedico afferma esplicitamente che Yama
-fu _quello che morì primo, che de' mortali partì primo pel mondo di là_
-(propriamente, _per quel mondo_); _il primo che trovò la via per noi,
-dalla quale non possiamo discostarci_. Le anime de' morti s'incontrano,
-partendo, in Yama e Varuna; Yama concede a quelle che gli appartengono,
-una dimora luminosa ed acquosa; le difende dai due cani nati di Saramâ,
-dai quattro occhi, macchiettati, insaziabili, dalle vaste narici,
-che stanno a guardia della via (_pathirakshî_), altro carattere
-di somiglianza tra il Regno de' morti vedico e il Tartaro ellenico
-guardato dal tricipite Cerbero. I due cani errano fra gli uomini,
-come messaggieri del Dio Yama, ossia della Morte (messaggiero di Yama
-nel _Rigveda_ è pure un uccello funebre). E, come si adora il Diavolo
-perchè stia lontano, così si pregano i due cani di Yama, perchè lascino
-ancora rivedere il sole al devoto, perchè gli diano ancora in terra
-una esistenza felice. Ma Yama è specialmente invocato ne' funerali,
-perchè dia una lunga vita al devoto fra gli Dei. Evidentemente il
-vedico Yama si disegna già in un duplice aspetto, l'uno paradisiaco,
-l'altro infernale. Esso ha i suoi protetti, e quelli che caddero nella
-sua disgrazia; i protetti saranno beati, e quelli ch'egli non ama,
-erreranno incerti o dannati.
-
-La virtù di Yama come quella de' suoi cani consiste particolarmente,
-a quanto pare, nella sua virtù visiva; egli guida per vie inesplorate
-le anime de' morti, ed i suoi cani hanno quattro occhi. Ma come mai
-può Yama avere conservato la vista, s'egli personifica specialmente
-il sole moribondo che s'accieca? Come può essere egli la guida de'
-morti, se, morendo, secondo la credenza vedica, dal Muir dottamente
-riscontrata con le credenze elleniche, perfettamente analoghe, l'occhio
-del trapassato va a perdersi nel sole, da cui è nato,[64] ed il sole
-vespertino si estingue? Qual è l'occhio di Yama guidatore de' morti?
-Gli Inni vedici non c'istruiscono su questo punto; ma vi è un Dio
-brâhmanico che ha stretta affinità col Dio Yama, e di cui occupa i due
-ufficii, quello di beato paradisiaco e quello di distruggitore; esso è
-Çiva che si rappresenta con la luna in fronte.
-
-Noi diciamo ancora _il mondo della luna_ per indicare _il mondo di là_;
-come il sole, il primo mortale, si scambia colla luna, così il mondo
-lunare allieta le anime dei morti e le fa quindi risorgere, coi loro
-corpi, dopo averle probabilmente fatte passare per l'ambrosia della
-via lattea. La luna guardiana delle vie è probabilmente l'occhio, per
-cui Yama viaggia esso stesso, e conduce i viandanti trapassati; noi
-abbiamo già veduto come Manu Vâivasvata si salva dalle acque mercè il
-corno del pesce delfino che emerge dalle acque, il quale tira la nave
-sopra la cima di un'alta montagna. Questo corno salvatore è la luna
-cornuta; così la luna fa da guidatore all'eroe solare nella tenebra
-notturna. La stretta relazione che passa fra Lucina (Lucna, Luna) e
-la infernale Proserpina o Persefone dominatrice del regno de' morti,
-moglie di Plutone il re de' morti, rende ancora più probabile la
-relazione che supponiamo nel mito vedico fra Yama Dio de' morti, e Soma
-il Dio Luno, il Dio ambrosiaco, che lo guida, lo ristora e lo salva.
-Yama è rappresentato nell'inno 135º del decimo libro del _Rigveda_
-come bevente insieme con gli Dei presso un albero dalle belle foglie,
-il noto albero paradisiaco; quello è sicuramente il luogo luminoso, in
-cui nel consorzio dei devoti, dei beati, Yama si trattiene, facendo
-festa con essi, dopo averli guidati per la via delle stelle[65] alla
-dimora dei loro padri, ove giunti nessuno ha più desiderio di rinascere
-nella vita mortale, poichè quella è la vita perfetta. Nel _Çatapatha
-Brâhmana_ si dice, in vero, che l'uomo nasce tre volte: la prima
-quando il padre lo genera, la seconda quando si purifica per mezzo de'
-sacrificii (noi diremmo, dopo aver preso i sacramenti del Battesimo e
-della Cresima), la terza quando muore; poichè, dopo che il cadavere fu
-arso, Yama conduce l'anima, ossia, come dicemmo già, la parte innata
-(_ag'o bhâgah_) del trapassato nel terzo cielo, al cielo _pradyaus_,
-forse la via lattea; o al regno de' beati, ov'è gioia e luce eterna,
-adempimento completo di tutti i desiderii, nella vista degli Dei, dopo
-avere attraversata una regione scura, la quale, come dicemmo, si figura
-acquosa.
-
-Yama trovasi ora identificato con Sûrya il sole, ora con Agni il fuoco,
-ora con Vâyu il vento, che vedemmo far spesso da messaggiero. Esso
-è il portato o portante sè, ed il _portitor_; la brezza vespertina e
-mattutina, la brezza autunnale e primaverile è messaggiera; essa porta
-l'anima del morto sole nel regno de' beati; essa dal regno de' beati la
-riporta nel mattino e nella primavera alla vita. Yama s'identifica col
-suo proprio messaggiero; così, come troviamo presso Yama, i _Yamau_,
-i due rapidi Açvin, i due suoi cani messaggieri _Sarameyau_, ossia
-appartenenti alla _Saramâ_ (ed è noto come il Kuhn abbia avvicinato ai
-vedici messaggieri _Sarameyau_ ed a _Saramâ_ l'ellenico messaggiero
-_Hermeîas_), è importante il riscontrare, presso il nostro Yama,
-guidatore delle anime de' morti e signore de' due cani _Sarameyau_,
-l'ellenico _Hermeîas psychopompos_.
-
-Yama apparirebbe esso stesso una forma di _Hermeîas_, con cui forse ha
-pure qualche attinenza etimologica, quando si voglia tener conto del
-facile scambio che poté accadere fra le voci _Sayamâ_ e _Saramâ_; onde
-la _Sayamâ_ riuscirebbe una equivalente della _Yamî_. Ma non vogliamo
-insistere sopra una semplice ipotesi. Ciò che invece non resta dubbio è
-la presenza nel periodo vedico di un Dio che primo muore, e che mostra
-agli altri la via della salute, per arrivare all'eterna beatitudine,
-e che questo Dio benefattore, chiamato Yama, è un Dio solare. Noi
-possiamo, di più, già trovare negl'Inni vedici indizii d'una vaga
-credenza nel paradiso e nell'inferno, e però in un Dio che premia e
-castiga.
-
-Abbiamo già detto come, secondo la credenza degli antichi Indiani,
-le anime dei trapassati, ossia dei _Pitaras_, de' padri, de' morti
-maggiori, i Mani, si trovassero per lo più in una condizione simile a
-quella, in cui l'anima nostra si trova quando si sogna. Essa, prima
-di fermarsi nella sua sede beata, più tosto che incorporea, piglia
-un corpo a piacere, diviene alata, vola, percorre liberamente gli
-spazii, è capace di dolore e di gioia. Quest'anima viaggiatrice,
-secondo gli Inni vedici, senza aver più un proprio corpo materiale,
-dava una forma più luminosa alle proprie sembianze individuali. Secondo
-l'_Atharvaveda_, i _Pitaras_ riuniscono invece tutte le membra e tutti
-gli spiriti del trapassato, mostrandosi così di credere ad una completa
-risurrezione de' corpi simile a quella ch'è promessa o minacciata a noi
-nella valle di Giosafatte.
-
-Dei _Pitaras_ ve ne sono di varie condizioni: i soli che il devoto
-invoca sono quelli che arrivarono al sommo cielo, ossia alla somma
-beatitudine, i quali, partiti prima, come Yama, il primo de' morti,
-possono venire in aiuto de' nuovi arrivati, siccome quelli che godono
-già dell'ambrosia immortale insieme con gli Dei, con Indra, e possono
-farne partecipi i loro discendenti. Come gli Angeli e i Santi del
-Paradiso cattolico sono invitati a pregare e intercedere per noi
-peccatori; così il poeta vedico, nell'inno 15º del decimo libro del
-_Rigveda_, rivolgendosi ai beati Pitaras, diceva le sue litanie: _Essi
-arrivino, essi ascoltino, essi parlino per noi, essi ci proteggano_;
-ed aggiungeva: _Non fateci danno, o padri, se noi per umana debolezza
-abbiamo potuto peccare contro di voi._ Il danno maggiore che potevan
-fare loro i _Pitaras_ era sicuramente quello di negare l'ospitalità
-nel sommo cielo, al quale ogni anima di trapassato, bruciato il corpo,
-tendeva di salire, serbando, come ci assicura il _Tâittiriya Brâhmana_,
-piena coscienza di sè stessa. «Ognuno, — esso dice, — partendo da
-questo mondo, conobbe sè stesso, dicendo: Io son pur io;» precisamente
-come le ombre di Luciano, e come avviene ne' sogni, dai quali, senza
-dubbio, si regolavano i Brâhmani per definire la grave questione della
-immortalità dell'anima.
-
-Il morto teme che tutti gli offesi in vita da lui si levino a vendetta;
-perciò, consumandosi il corpo nel rogo, si supplica dagli astanti il
-fuoco Gârhapatya di liberare l'estinto dal danno che gli può venire
-per le offese da lui fatte alla terra, all'aria, al cielo, alla madre,
-al padre, per poter salire al mondo de' giusti. La terra potrebbe
-trattenerlo quaggiù, l'aria impedirgli la via, il cielo non lasciarlo
-entrare, il padre e la madre, che siedono beati fra i Pitaras,
-cacciarli dall'eliso; perciò è necessario, ne' sacrificii funebri,
-far dimenticare tutte le offese. Ma, mentre si prega perchè il morto
-arrivi presto in cielo, con la stessa sollecitudine il superstite
-orante supplica d'essere lasciato vivere lungamente sopra la terra,
-il che prova come, nel periodo vedico, se era grande la speranza di
-rivivere dopo morte, era più forte il desiderio di conservare la vita
-come un bene provato e sicuro; e la stessa speranza nell'immortalità è
-una prova del vivo desiderio che l'uomo ha di vivere, del grande amore
-ch'esso porta alla vita.
-
-Ma non è dubbio che gl'Indiani del periodo vedico hanno creduto
-nell'immortalità dell'anima, nella vita dopo la morte. La vita mortale
-è sempre amata; la morte è temuta e scongiurata; prima d'arrivare
-al concepimento buddhistico del dissolvimento completo come suprema
-beatitudine, il pensiero indiano dovette dunque passare per una lenta
-e lunga evoluzione; ma a questa evoluzione dovette pure preparar la
-via la stessa consolazione vedica nella speranza d'un'altra vita
-spirituale, beata, al sopraggiungere della morte. Ripeto che il
-desiderio intenso della vita dovette essere la principale ragione che
-alimentò l'antica fede nella sovresistenza spirituale dell'uomo dopo
-la morte; ma è certo che questo bisogno di sopravvivere alla vita
-mortale diede presto origine ad una credenza vivace nella vita in un
-mondo di là, come fu chiamato fino dall'età vedica il mondo, ove si
-suppose che i morti si recassero. Quando poi si radicò profondamente
-nell'animo degl'Indiani la credenza nella metempsicosi, la vita mortale
-fu considerata come una vera sventura, la morte come una liberatrice, e
-il regno de' beati apparve il mondo, in cui cessa ogni sensazione della
-vita. Ma negl'Inni vedici e ne' loro commentarii immediati l'uomo ama
-ancora la vita, e la prolunga nell'immortalità. Si negò la presenza
-dell'inferno presso il mondo vedico; ma dove abbiamo una pena, un
-castigo, abbiamo pure l'inferno. Già dicemmo come Yama ed i Pitaras
-accolgano nel loro mondo paradisiaco i soli trapassati che furono pii;
-è un premio; l'esclusione da un tal premio è il primo castigo.[66] Ma
-vi ha di più.
-
-Nel _Çatapatha Brâhmana_, ci si disegna già una forma del cristiano
-arcangelo San Michele, il pesatore delle anime. Il male ed il bene
-di ciascuno viene pesato sopra una bilancia; e secondo che il bene
-od il male ha il di sopra, si avrà bene o male nella vita futura.
-E il bene, secondo lo stesso _Çatapatha Brâhmana_, già interpretato
-dal professor Weber, è, nell'età vedica, non solo l'immortalità, ma,
-secondo che abbiamo già accennato, per un indizio dell'_Atharvaveda_,
-l'immortalità col proprio corpo; onde con ragione osserva il Muir
-che in relazione con tale credenza, è la cura posta dagli astanti,
-nella cremazione de' morti per raccogliere le ossa del trapassato, le
-quali dovranno servire a ricostituirne il corpo; la carne è materia
-che si può perdere e riacquistare; le ossa invece sono il tronco
-ed i rami, sopra i quali si estende e si propaga la vita.[67] Per
-questo riguardo è assoluto il contrasto fra le dottrine vediche e le
-dottrine brâhmanico-buddhistiche. Nel periodo vedico si considera come
-un bene la vita, si prega il fuoco sotterraneo di non distruggere il
-corpo del devoto seppellito e s'augura che i _Pitaras_, ricomponendo
-le membra del morto, lo raccolgano nella loro beatitudine; l'anima è
-troppo stretta al corpo per potersene lungamente disgiungere; l'anima
-dell'uomo, disgiunta dal corpo, secondo il pensiero vedico, erra
-incerta, finchè s'annienta, o pure, secondo un concepimento posteriore,
-nasce in altra vita terrena assai peggiore della precedente. Ma questo
-annientamento, ch'è la pena de' dannati vedici, non ha niente di comune
-con l'annientamento buddhistico, il quale nel sopprimere presso l'uomo
-devoto il corpo sensibile e le sensazioni d'ogni maniera, lo santifica
-e gli prepara un'ascendente beatitudine divina. Nel mondo vedico,
-i soli Dei hanno il privilegio di poter vivere immortali, non senza
-forma, chè assumono anch'essi sempre or l'una or l'altra forma, ma
-senza un loro proprio corpo immutabile. I devoti mortali del periodo
-vedico non ambirono punto una forma d'immortalità incorporea; e come
-ai nostri bambini cattolici si promettono tuttora le mele d'oro del
-paradiso, così ai bambini vedici si prometteva il latte, il miele,
-l'ambrosia nel regno dei _Pitaras_, nel cielo _pradyaus_, distante
-dalla terra _per mille giorni di viaggio a cavallo_ (secondo una
-nozione dell'_Aitareya Brâhmana_). Il paradiso vedico, non dissimile
-dal cristiano, non è privo di sensualità; perciò il devoto desidera
-di salirvi col proprio corpo, come vi sale, in premio delle proprie
-penitenze, il devoto Mudgala, presso il _Mahâbhârata_. Il regno de'
-beati prese perciò in sanscrito l'appellativo di _Nandana_, ossia
-_luogo di delizia_. Non è qui il luogo di considerare il paradiso
-indiano, secondo le rappresentazioni brâhmaniche; ma voleva pure
-essere accennato come, nel periodo vedico, la beatitudine paradisiaca
-riducevasi già alla perfetta soddisfazione con la presenza del corpo,
-il che lascia naturalmente supporre che si trattasse, insomma, di una
-suprema soddisfazione de' sensi, insieme con la continuazione degli
-altri piaceri più puri che rendevano lieta la vita terrena: così,
-nell'_Atharvaveda_, il devoto invoca il nume, perchè lo lasci salire
-al cielo eternamente luminoso e vivere in esso, privo d'ogni malanno,
-con la propria sposa, coi proprii figli e con gli amici virtuosi, ed
-ottenere il conseguimento di tutti i desiderii; e i desiderii devono
-essere essenzialmente sensuali, poichè una delle prime preghiere
-rivolte, nell'_Atharvaveda_, al fuoco del rogo che consuma il cadavere,
-è ch'ei non gli consumi l'organo della generazione (_çiçnam_). Come gli
-Dei vedici son dediti a piaceri carnali, così i _Pitaras_, e i loro pii
-discendenti che vanno a raggiungerli nel mondo di là.
-
-I dannati, invece, non potendo salire nella regione luminosa, vanno,
-secondo gli Inni del _Rigveda_, perduti _nelle tenebre dell'abisso più
-profondo_, specie d'Inferno vedico che ci richiama al Tartaro ellenico;
-nell'_Atharvaveda_ l'inferno stesso si trova già nominato col suo nome
-ordinario di _Nâraka-loka_, e considerato come sede riserbata agli
-empii ed ai malvagi.
-
-
-
-
-LETTURA TREDICESIMA.
-
-I DEMONII.
-
-
-Per la stessa ragione, per cui nel mondo vedico originario non troviamo
-ancora distintamente indicato il Dio unico assoluto, e ci appaiono
-invece molti Dei proteiformi, il pastore vedico non concepiva ancora
-il Diavolo come un essere singolare, unico, potente, rivale di Dio.
-Vi sono Demonii come vi sono Dei; ma non vi è il Demonio unico come
-non v'è l'unico Dio. Quando il monoteismo appare, si manifesta pure,
-se così può chiamarsi, il monodemonismo; e a quel punto la religione
-iranica si stacca dalla indiana: l'India, nel vero, non ci offre nessun
-antagonismo così deciso e spiccato come quello che ci presentano i
-libri zendici nella lotta fra Ahura Mazda e Anhro Mainyu, l'uno genio
-di luce che crea le cose buone, l'altro genio tenebroso che suscita
-tutte le forme del male. Nell'India, invece, nel tempo stesso in
-cui Brahman vi assume dignità di nume supremo, esso non ha contro di
-sè una sola forma di demonio: com'egli non è solo nell'Olimpo, ove,
-prima di lui, altri numi potenti, più che imperare, operavano cose
-mirabili, ed ove più tardi vengono a dividere con esso il supremo
-potere altri due numi, Vishnu e Çiva; così i demonii mutano nomi e
-forme non solo secondo che mutano gli Dei, ma secondo che il Dio si
-trasforma: Satana e Anhro Mainyu sono sempre conformi a sè stessi,
-e mantengono costante il loro carattere maligno. I demonii vedici e
-brâhmanici, invece, partecipano di tutta la mobilità degli Dei, e,
-come il Dio si muove dalla forma luminosa e termina nella tenebrosa,
-così accade che il Demonio si muova dalla forma tenebrosa e riesca
-alla luminosa; il Paradiso e l'Inferno confinano fra loro; agitandosi,
-l'uno passa nell'altro; così il Dio e il Demonio scambiano le loro
-parti. L'appellativo più frequente dato al demonio vedico e brâhmanico
-è quello di _Viçvarûpa_ od _onniforme_, e _Kâmarûpa_, ossia _mutante
-forma a piacere_: simili appellativi assumono pure talora gli Dei;
-ora si comprende come il Dio, potendo pigliare ogni forma, possa pure
-assumere vesti demoniache, e il Demonio del pari, nella sua capacità
-di trasformarsi senza fine riesca pure ad appropriarsi le forme
-luminose divine. Gli Dei come i Demonii sono nati insieme, e, secondo
-la mitologia vedica, da uno stesso padre, dal fabbro universale celeste
-Tvashtar.
-
-Noi troviamo dunque perciò ordinariamente accennati al plurale i
-demonii vedici, o, quando essi appaiono al singolare, il loro nome è
-generico, indistinto, come _rakshas_ che vuol dire _mostro_, oppure
-specifico di specie molteplici e differenti.
-
-Uno degli appellativi plurali de' demonii vedici è _Dânavas_. La parola
-_Dânavas_ è il plurale di _Dânu_ e si dà come equivalente di figli di
-_Dânu_, uno de' nomi attribuiti alla moglie del mostro Vritra, ucciso
-da Indra, nell'inno 32º del primo libro del _Rigveda_, oppure di
-_Danu_, che appare come figlia di Daksha e sposa di Kaçyapa presso il
-_Çatapatha Brâhmana_. _Dânu_, al neutro, vale, presso gli Inni vedici,
-_rugiada_, _stilla_, _goccia_; onde i _Dânavas_ apparirebbero _gli
-umidi_, nel loro primitivo aspetto. Ma, perdutosi l'antico originario
-significato della parola, in breve i Dânavas divennero i mostri
-demoniaci, i nemici degli Dei in genere, e tra questi mostri generici
-potè quindi trovar posto lo stesso _Çushna, secco_ e _disseccatore_,
-il quale trovasi in una delle _upanishad_ definito come un _dânava.
-Dânunaspatî_, o signori del _Dânu_, ossia dell'umore ambrosiaco, sono
-chiamati in alcuni Inni vedici i due bellissimi Açvin; in quanto i
-fenomeni rugiadosi dell'aurora mattutina e della primavera si rinnovino
-nel cielo pluvio, lo stillante divino può diventare un umido demoniaco;
-e quindi si può forse spiegare la leggenda epica indiana di un figlio
-della Dea della bellezza, _Çrî_, la Venere indiana, convertito nel
-mostruoso _Dânava_ o demonio _Kabandha_ presso il _Râmâyana_. La
-parola _Kabandha_ vale propriamente _barile_; il _mostro-barile_ o
-_Kabandha_ del _Râmâyana_ ha la sua origine nella _nuvola kabandha_,
-ossia nella _nuvola-barile_ degli Inni vedici. Il figlio della
-Venere ambrosiaca, il figlio di Çrî, che diviene demonio Kabandha,
-sembra farci assistere particolarmente al fenomeno del cielo pluvio
-primaverile. E non solo Kabandha è figlio di Çrî, ma tutti i Dânavas
-sono posti sotto la particolare protezione dell'astro di Venere, del
-quale si mostrano particolarmente devoti, onde poi gli appellativi di
-_dânavaguru_ o _maestro dei Dânavas_ e di _dânavapûg'ita_ o _venerato
-dai Dânavas_, dati presso l'astronomo Varâhamihira al pianeta _Çukra_
-o Venere. Il numero dei _Dânavas_ appare infinito negli scritti
-brâhmanici; nell'inno 120º del decimo libro del _Rigveda_ se ne
-rammentano soli sette: così da Sâyana, in nota all'inno 114º del primo
-libro, si danno anche gli _Asurâs_ come figli di Diti, e si narra che
-Indra li distrusse in germe nell'utero materno, nel numero di sette.
-L'appellativo sanscrito di _Dâittyâs_, o _Dâiteyâs_, o _Ditig'âs_,
-dato, negli scritti brâhmanici, ai demonii, come _figli di Diti_,
-immaginata, come dicemmo in opposizione alla veneranda _Aditi_, madre
-de' divini Adityâs, non si trova ancora negli scritti vedici. Tuttavia,
-come da _danu_ o _dânu_ si ebbero i _dânavas_, si potrebbe nella parola
-_diti_ riconoscere la stessa radice _dâ_ o _dî (di)_, che occorre in
-_danu_ o _dânu_; onde i _dâityas_ sarebbero _gli umidi goccianti_ come
-i _dânavas_, di cui uno pigliò, come dicemmo, forma di _nuvola-barile_.
-
-Ma vi sono ancora altri appellativi generici de' demonii negli
-Inni vedici: i principali sono quelli di _dâsâs_, di _dasyavas_, di
-_asurâs_, di _krishnâs_, di _pânayas_, oltre a quello più comune di
-_rakshasâs_ o _mostri_. Nelle parole _dâsa, dasyu_, parrebbe ancora
-potersi ritrovare la stessa radice _dâ_, che occorre in _danu_ e
-in _diti_ e _dâitya_; e come vedemmo gli Açvin signori del _dânu_
-ambrosiaco, così, presso gli appellativi dei demonii _dasyu, dâsa_,
-troviamo quello degli Açvin _dasrâu_, quello d'Indra e di Agni
-_dasma_. Ma, nelle voci _dâsa, dasyu_, si videro poi particolarmente i
-distruggitori malefici, i nemici, le persone volgari. Nè solo i demonii
-combattuti da Indra, come, per esempio, Çambara, Çushna, C'umuri, ec.,
-pigliano il nome di _dasyu_ negl'inni vedici, ma ancora le anime de'
-morti, alle quali non è concesso di salire alle sedi beate; e però
-esse errano simili alle _larvæ_ de' Latini, in una forma demoniaca,
-a disturbare l'opera de' devoti. Il nome di _dasyu_ è quindi pur dato
-agli empii nemici degli Arii, ai ladri, ai barbari irreligiosi. Così
-_dâsa_, l'appellativo generico di parecchi demonii vinti da Indra,
-come, oltre Çambara, Namuc'i, Pipru, Varc'in, venne poi a significare
-lo schiavo, il servo, la persona vile. Nel cielo, i _Dâsâs_ o _demonii_
-hanno spose o diavolesse, chiamate _Dâsapatnis_. Questo appellativo
-è dato particolarmente alle _âpas_ od _acque_ nel citato inno 32º
-del primo libro del _Rigveda_; una nuova analogia che ci dovrebbe
-confermare nel ravvicinamento etimologico fra _dâsa_ o _dasyu_ e
-_dâitya_ (da _diti_) e _dânu_. Ma, in altri Inni vedici, il _dasyu_
-appare più tosto come un genio tenebroso notturno; il 5º inno del
-settimo libro del _Rigveda_ ci fa sapere che Agni _cacciò dalla casa i
-demonii_ (_dasyûn_), _generando la vasta luce pel devoto_ (_âryaya_).
-Qui il _dasyu_ appare una specie di fantasma notturno, di larva, di
-spirito, dissipato dalla luce del mattino; perciò ancora nell'inno 117º
-del primo libro, a dissipare i _Dasyu_ appaiono i due Açvin, per mezzo
-del _bakura_ (o _vakura_) che io interpreterei per _carro_[68] (dalla
-radice vedica _vak_, che nello stesso _Rigveda_, VII, 21, trovasi
-adoperata per esprimere il roteare del carro d'Indra comparato al
-muggito di vacca, _tvad vavakre rathyo na dhenâ_). E l'_ârya varna_ che
-Indra porta innanzi, distruggendo i _dasyu_, nell'inno 34º del terzo
-libro (quantunque il _dâsa_, il _dasyu vedico_, appaia talora il nemico
-terreno degli Aryâs), non mi pare potersi interpretare il colore degli
-Arii, in opposizione al colore dei non Arii, ma semplicemente il bel
-colore, lo splendido colore, la luce mattutina, che, distruggendo i
-notturni tenebrosi Dasyu, Indra riporta nel cielo.
-
-Il senso ambiguo che ha la parola _spirito_ nell'Occidente latino ebbe
-già nell'Oriente indiano la voce _asura_, propriamente _l'essere_ (cfr.
-_asu_, «alito vitale, spirito»). E come _gli spiriti_ servirono poi
-particolarmente a significare _i genii maligni_, così gli _asurâs_,
-posti in opposizione coi _devâs_, rappresentarono particolarmente
-_i demonii_. E come _lo spirito_ divenne _Spiritus Sanctus_, come
-l'_asura_, in zendo _ahura_, divenne _Ahuramazda _, il sommo nume
-dell'Iran, così, nell'India vedica, Varuna, il sommo reggitore del
-cielo, il cielo stesso, apparve col nome di _asuras_, ossia _di sommo
-spirito_, _di spirito per eccellenza_, _di spirito onnisapiente_
-(_asura Viçvavedâs_; _Rigveda_, VIII, 42). Ma, per lo più, l'_asura_
-o _spirito_ rappresentò _lo spirito maligno_, e al plurale _gli
-spiriti maligni_, _la schiera de' demonii_, retta secondo il
-_Çatapatha Brâhmana_ da _Asita Dhânva_ (forse _il nero del deserto_,
-ossia _la nuvola scura del cielo_), secondo il _Mahâbhârata_ da
-_Baka_ o _Vaka_, secondo il _Râmâyana_ da _Bali Vairoc'ani_, secondo
-il _Kathâsaritsâgara_ da _Mâyadhâra_, nome che ci richiama agli
-_Asurâs mâyinas_ o _Demonii magici_ dell'_Atharvaveda_ e alla _magìa
-demoniaca_ o _degli spiriti_, ossia _asuramâyâ_ dell'_Atharvaveda_ e
-del _Çatapatha Brâhmana_. Ma, mentre, nell'India vedica, l'_asuratva_
-e l'_asurya_, più che _l'essere demoniaco_ rappresentano _l'essere
-spirituale_, _l'essere divino_, _la divinità_, dopo che le leggende
-brâhmaniche rappresentarono gli _asurâs_ in guerra co' _devàs_, per
-cagione specialmente dell'ambrosia, l'_asura_ finì col prendere
-nell'India brâhmanica un aspetto intieramente demoniaco; nè ciò
-soltanto, ma esistendo l'_asura_ come nemico dei _devâs_ (nell'inno
-85º dell'ottavo libro del _Rigveda_ gli _asurâs_ sono anzi chiamati
-_adevâs_), si dimenticò l'etimologia della parola (da _as_ «soffiare,
-spirare, essere»), e si vide nell'_a_ iniziale un privativo, un nemico
-del _Sura_, che valse a significare il Dio, come già di _Aditi_,
-nati gli _Adityâs_, nei _Dâityâs_ non si videro già degli esseri
-originariamente forse non punto demoniaci, ma dei figli di una _Diti_
-nemica della divina _Aditi_. Così, per un duplice equivoco etimologico,
-sarebbe nata tutta una serie di _Dei_ o _Surâs_, per un verso, e di
-tutta una serie di _Demonii_ o _Dâityâs_ per l'altro.
-
-Ma, dal sin qui detto, parmi poter constare abbastanza, come, in
-origine, a quel modo stesso con cui non esisteva ancora un Dio
-distinto, così non esisteva neppure un distinto Demonio. Il _dânu_ o
-_danu_, il _dâsa_ o _dasyu_, l'_asura_, non furono originariamente
-appellativi di figure distinte demoniache; essi, da principio,
-erano comuni alle forme luminose celesti e alle tenebrose; ma, per
-essersi quindi con qualche maggiore insistenza attribuiti ai fenomeni
-tenebrosi, e per successive combinazioni mitiche e per sopravvenuti
-equivoci di linguaggio, servirono particolarmente a denominare le forme
-demoniache.
-
-Ma come i _devâs_ e gli _asurâs_ appaiono quali creature d'uno stesso
-padre (ora Tvashtar, ora Prag'âpati), così, presso il _Yag'urveda
-nero_, essi si mostrano uguali in potenza e in dignità, e dediti
-entrambi alla preghiera (_brahmanvantas_).
-
-Il _Tâittiriya Brâhmana_, ci fa sapere che la terra in principio era
-degli _asurâs (asurânâm vai iyam agre âsit)_, ma che, avendo gli Dei
-chiesto loro un po' più di posto per sè stessi, ne ottennero tanto
-quanti essi avrebbero potuto circondarne. Essi si posero ai quattro
-angoli della terra e l'avvolsero tutta.[69] Lo stesso _Brâhmana_ ci
-dice che i _devâs_ e gli _asurâs_ non si distinguevano gli uni dagli
-altri. Queste sono pel mitologo nozioni preziose. Una leggenda del
-_Çatapatha Brâhmana_[70] spiega in un modo infantile, ma moralmente
-interessante, il passaggio che fecero i Devâs e gli Asurâs ad uno
-stato di intiera opposizione. — I _devâs_ e gli _asurâs_ creature di
-Prag'âpati ottennero in sorte dal loro padre Prag'âpati la parola, il
-vero ed il falso; gli uni e gli altri pertanto parlavano ora il vero,
-ora il falso; parlanti allo stesso modo, erano uguali. I _devâs_,
-lasciando la menzogna, elessero quindi la verità; gli _asurâs_,
-lasciando la verità, adottarono la menzogna. Allora la verità che
-rimaneva presso gli _asurâs_ comprese: «Gli Dei, abbandonando la
-menzogna, hanno scelta la verità; ch'io vada dunque a congiungermi con
-essa;» e così recossi presso gli Dei. La menzogna che rimaneva presso
-gli Dei comprese: «Gli _asurâs_, lasciando la verità, hanno prescelta
-la menzogna; io voglio dunque riunirmi con essa;» così dicendo, essa
-si recò presso gli _asurâs_. Allora gli Dei dicevano tutta la verità
-e gli _asurâs_ tutta la menzogna. Dicendo intieramente il vero, gli
-Dei divennero come deboli e poveri. Perciò colui che dice solamente
-il vero diviene debole e povero; ma al fine egli riesce, come, al
-fine, riuscirono gli Dei. E gli _asurâs_, dicendo unicamente il falso,
-divennero prosperi e ricchi come l'aurora;[71] perciò colui che dice
-unicamente il falso prospera e s'arricchisce come l'aurora, ma, al
-fine, si rovina, poichè gli _asurâs_, al fine, si rovinarono. Quello
-ch'è vero è la triplice scienza (_contenuta nei tre Vedi_); gli Dei
-dissero: «Sacrificando, celebriamo questa verità.» — Gli Asurâs, dopo
-di ciò, volendo disturbare i sacrificii divini, vengono maledetti. Ma è
-agevole intendere come tutte queste spiegazioni leggendarie brâhmaniche
-siano il prodotto non più di una mitologia, ma di una filosofia
-scolastica; e, se noi possiamo dare ad esse alcuna importanza in
-questo studio, non è tanto per le conclusioni, quanto per le premesse
-che pongono, le quali confermano una gran verità essenziale, secondo
-la quale il mito vedico antico non ci presenterebbe ancora un Dio
-ed un Demonio spiccati, distinti ed in guerra fra loro, ma sì invece
-indeterminati, affini, quasi necessarii l'uno all'altro; poichè gli
-elementi della materia che combinandosi crea la vita non si presentano
-in dissidio, in lotta fra loro, ma sì invece intenti a comporsi in
-nuove armonie fisiche, le quali potranno divenire più tardi armonie
-morali. L'uomo primitivo ha, di certo, sentito momenti di terrore
-innanzi all'accostarsi delle tenebre della notte o tra il fragore
-spaventevole di una bufera sugli altipiani dell'Asia centrale; ma il
-più spesso egli vide e comprese come dalla tenebra vien fuori la luce,
-dalla morte la vita, e fu sollecito a riconoscere in quella vicenda
-naturale una tremenda insieme e poetica necessità della vita.
-
-Quando poi si determinò con formole religiose, prima domestiche e poi
-sociali, l'entusiasmo per la luce e il terrore della tenebra, ogni
-fenomeno luminoso apparve divino, ogni fenomeno tenebroso demoniaco;
-e quando, finalmente, sopra le mitologie essendo nate le religioni,
-si fondarono sopra queste religioni le Chiese, queste, sollecitamente
-operose come nell'Iran e nella Palestina, rovesciando l'edificio
-mitico, stabilirono il monoteismo, o, per dir meglio, il dualismo,
-ove un sommo Dio d'ogni perfezione combatte contro un Demonio, autore
-d'ogni male. Nell'India la liturgia della casta brâhmanica arrivò,
-quando i miti erano già stati consegnati alla storia negli Inni
-vedici, prima popolari e poi, perchè popolari, in virtù della stessa
-prudenza brâhmanica, divenuti sacri, e quando infinite leggende mitiche
-correvano già di famiglia in famiglia, impossibili ad estirparsi. Il
-Brâhmanesimo non risale come istituzione civile oltre il quinto secolo
-innanzi l'êra volgare, e, prima di quel secolo, l'India aveva già
-percorso tutto un ciclo della sua vita storica; la casta brâhmanica si
-trovò innanzi ad un popolo non più giovane, anzi quasi vecchio, e con
-materiali leggendarii di una mole prodigiosa, sopra i quali potè bene
-combinare nuovi sistemi teologici e filosofici più o meno mostruosi, ma
-non creare sopra di essi alcun nuovo mito veramente vitale. Rivoltasi
-invece la religione a diventar strumento politico per costituire
-l'onnipotenza di una casta privilegiata, essa perdette ogni naturalezza
-e, come l'edera s'inalza gigante a usurpare le mura delle dimore
-indiane, sopra le quali si abbarbica, così, sopra la mitologia vedica
-che non poteva distruggere, il Brâhmanesimo s'inalzò per coprirla,
-e per adoperarla come fondamento della sua ragione di Stato; presso
-a poco quello che il Cristianesimo, ma con intento morale assai più
-alto e benefico, operò sopra i miti ed usi pagani, de' quali si nutrì
-come di sostanza vitale. Caduta, o per lo meno indebolita gravemente,
-l'azione morale del Cristianesimo, esso, dispogliato del suo prestigio,
-ci si ripresenta ora nella sua nudità, ossia nelle sua forma embrionale
-pagana. Così, nell'India, tolto tutto ciò che le Chiese e scuole
-brâhmaniche hanno aggiunto di parassito all'antica mitologia vedica,
-noi ci ritroviamo nel cospetto di miti naturali, così semplici, che
-la loro stessa semplicità potrebbe far disperare un interprete,
-il quale si proponesse di rappresentare gli Dei indiani non già
-com'essi nacquero, ma come si vorrebbero vedere, se un artista greco
-avesse ricevuto l'incarico di finirli e di condurli, come si dice, a
-pulimento. Perciò, come io non ho potuto rappresentarvi alcun Dio in
-un solo unico, vivace, compiuto aspetto caratteristico, così e, tanto
-meno, potrei rappresentarvi in una sola forma i demonii vedici; e dico,
-tanto meno, poichè se il Dio che riproduce un fenomeno generalmente
-luminoso può talora lasciarsi sfuggire la sua natura specifica, tanto
-minore evidenza può avere per noi il Demonio che rappresenta, per lo
-più, un fenomeno tenebroso e una negazione.
-
-Il campo degli Dei e quello dei Demonii è il medesimo; solamente gli
-uni finiscono col prevalere in una parte, gli altri nell'altra di quel
-campo. Secondo l'_Aitareya Brâhmana_, gli Dei avrebbero avuto vittoria
-sopra un solo punto, come il San Martino della leggenda cristiana per
-un solo punto perderà poi la sua cavalcatura demoniaca.[72] Gli Dei e
-gli Asuri combattono fra loro nell'Est, nel Sud, nell'Ovest e nel Nord,
-e sempre gli Asuri rimangono vittoriosi, ma v'è una regione intermedia,
-fra il Nord e l'Est, nella quale gli Dei trionfano; essa viene perciò
-chiamata _la regione invitta_ (_sâ eshâ dig aparâg'itâ_). Accortisi
-della loro debolezza sopra gli altri punti, gli Dei si eleggono per
-loro re l'ambrosiaco Soma, e allora la piena vittoria sopra gli Asuri
-viene ad essi assicurata; poichè la gran lotta fra gli Dei e i Demonii
-si riduce essenzialmente ad una gara pel possesso dell'ambrosia, ora
-trattenuta dagli uni, ora dagli altri, secondo che il cielo, sede
-dell'ambrosia, è occupato dalla luce o dalla tenebra. E si capisce
-come quando il Dio Ambrosio in persona regge l'Olimpo degli Dei, i
-Demonii si trovano inferiori nella prova; ed il loro stato riesce
-simile a quello di morte, finch'essi, con arte magica, non rientreranno
-in possesso dell'ambrosia desiderata e perduta; l'_amr'ita_ dà
-naturalmente l'immortalità a chi la possiede; perciò, in un inno
-dell'_Atharvaveda_, non solo il Dio possessore dell'ambrosia vince gli
-Asuri, ma riesce pure a distruggerli il penitente o _brahmac'ârin_, il
-quale diviene, con la virtù delle sue penitenze, un germe nella vulva
-dell'_amr'ita_, ossia diviene Indra (_garbho bhûtvâ amr'itasya yonâv
-Indro ha bhûtvâ asurâns tatarda_), ossia acquista l'amuleto stesso,
-col quale Indra stesso uccise Vritra, superò gli Asuri e conquistò
-cielo e terra e le quattro regioni. In una leggenda cosmogonica del
-_Çatapatha Brâhmana_ si narra che in origine tutto il mondo era acqua,
-solamente acqua; le acque fanno penitenza, e nasce in mezzo ad esse un
-uovo d'oro. L'uovo erra un anno sopra le acque, e poi si schiude e ne
-vien fuori il _purusha_, il maschio universale, il creatore Prag'àpati.
-Poichè Prag'àpati pose un anno a nascere, così i figli mortali stanno
-un anno nel ventre materno. Dopo un anno Prag'àpati incomincia a
-parlare, perchè nascano la terra, l'atmosfera, il cielo; perciò anche
-i bambini incominciano a parlare dopo un anno. Egli è nato per un
-millenio, e s'accinge in esso a creare l'universo. Coi proprii occhi
-crea gli Dei nel cielo, quindi nasce la luce; con l'alito inferiore
-crea gli _asurâs_ (_atha yo 'yam avâñ prânas asurân asr'ig'ata_), e
-ne nasce la tenebra; con la tenebra vien fuori il male. L'_asura_ si
-identifica qui col genio della tenebra, col genio scuro, interpretato
-come cattivo; ma non sempre lo scuro valse il cattivo: così vedemmo
-già Varuna, il copritore del cielo, la vôlta celeste, specialmente la
-vôlta celeste notturna, assumere la qualità di supremo divino _Asura_:
-una leggenda del _Çatapatha Brâhmana_ ci fa sapere come gli _Asurâs_
-perdettero la loro superiorità sopra gli Dei per sola colpa della
-loro eccessiva arroganza od opinione di sè stessi (_te'timânena eva
-parâbabhûvus_).
-
-La nozione più generale che possiamo dunque ricavare dagli scritti
-vedici e brâhmanici intorno alla prima essenza degli _Asurâs_ è questa:
-ch'essi in origine non furono dissimili dagli Dei; e che, se più tardi,
-come scuri, tenebrosi divennero specialmente demoniaci, originariamente
-non furono tanto i malefici, quanto i misteriosi nascondenti nella
-loro veste scura alcun segreto luminoso, e però genii comuni tanto
-de' fenomeni luminosi aperti, quanto de' fenomeni luminosi celati e
-coperti. Indra stesso, che appare quindi come il più formidabile Dio,
-sconfiggitore di mostri tenebrosi e malefici, partecipa delle due
-nature celesti, luminosa e scura; ed ora avvolgendosi di tenebre o di
-nuvole prepara la luce e apporta la pioggia; ora, invece di avvolgersi
-con vesti tenebrose e nuvolose, le squarcia, ed in simile atto appare
-qual nemico della tenebra e della nuvola. A far poi degenerare il
-genio scuro in genio demoniaco valse non poco uno de' più frequenti e
-dai mitologi non forse abbastanza avvertiti equivoci del linguaggio,
-io voglio dire gli equivoci nati sopra i nomi de' colori. Nella mia
-_Mitologia zoologica_ ebbi frequente occasione di notare parecchi
-miti indiani nati pel solo equivoco fra le voci _hari_ e _harit_, che
-denominano _l'aureo_, _il biondo_, _il giallo_, _il verde_; ma l'aureo
-del fuoco è ancora chiamato _arusha_, _aruna_, _rohit_, _rohita_, che
-vale poi specialmente _rosso_, _rossastro_; così dalla voce indiana
-_kr'imi-karmi_ che vale _verme_ (_k-vermis_), lituano _kirminis_,
-nacque il colore _cremisino_, e dalla parola _verme_ poi il nostro
-colore _vermiglio_; al _vermiglio_ è affine il colore _pavonazzo_,
-e il color _violaceo_ o _pavonazzo_ è chiamato in indiano _nîla_;
-_nîlakantha_ vien denominato _il pavone_, ossia _dal collo nîla_, che
-vale poi specialmente _azzurro_, _scuro_, _nero_; _nîla_ chiamasi
-perciò l'_indigo_, e _nîlapatra_, _nîlapadma_, _nîlotpala_, ec.,
-_il fior di loto azzurro_. Così da un solo colore, per gradazione di
-tinte, passiamo a tutti gli altri. Confusisi in una omonimia costante
-nell'India, il nero e l'azzurro, l'azzurro celeste diventò facilmente
-il nero, e il nero un colore demoniaco. I demonii combattuti da
-Indra pigliano talora insieme il nome di _Kr'ishnâs_, propriamente
-_i neri_; ma la voce _kr'ishna_ servì pure in sanscrito a denominare
-_la pianta dell'indigo_ e _il vetriolo azzurro_. Indra si raffigura
-nella tradizione posteriore brâhmanica come milloculo, con un corpo
-azzurro tempestato di occhi, ossia come cielo azzurro tempestato di
-stelle. Indra, come vedemmo, fu in origine semplicemente (al pari di
-Varuna e di Dyu) il cielo azzurro, come lo Zeus ellenico, il Jupiter
-latino, sposo di Giunone; Giove in forma di cuculo visita segretamente
-la moglie Giunone: _kr'ishna_ è pure uno degli appellativi indiani
-del cuculo; e indica altresì il tempo, in cui la luna sta nascosta,
-ossia la quindicina scura che passa tra il plenilunio e il novilunio,
-ossia il tempo in cui il cielo notturno si mostra del colore di
-un azzurro cupo, scuro, e che si confonde perciò col nero. Ma, per
-terminare la nomenclatura indiana de' colori, mentre per un verso il
-_kr'ishna_ o _scuro_ si accosta all'_arusha_ o rosso scuro, la stessa
-analogia sembra presentarsi nella lingua russa fra il _c'ornoye_ o
-_nero_ (da _c'orni_), e il _krâçnoye_ o _rosso_ (da _kraçni_), nel
-ritrovare, presso il _Mahâbhârata_, stretti intimamente fra loro
-_Kr'ishna_, _il nero_, ed il figlio d'Indra _Arg'una_, propriamente
-_il bianco_, _argentino_ (Indra stesso è chiamato _Arg'una_ nel
-_Çatapatha Brâhmana_, che dice esser quello il nome segreto del Dio;
-perciò Arg'una intraprende nel _Mahâbhârata_ un viaggio al cielo
-paradisiaco di suo padre Indra, che lo fa rallegrare dalle Ninfe
-divine), dobbiamo intendere che il bianco è solamente un nero stinto;
-e l'alba mattutina non è altrimenti prodotta che per l'indebolirsi
-delle ombre scure, innanzi al primo riflesso de' raggi solari. Come
-in uno specchio, come nell'onda, come nell'arcobaleno si rifrangono
-tutti i colori dell'iride, ossia come da un solo punto per un solo
-raggio di luce balzano fuori tutti i colori; così nel linguaggio, il
-quale non è propriamente altro che una gradazione successiva di suoni
-o di colori vocali che rivestono il pensiero, per minime deviazioni
-di riflessi ideali, con parole omonime, si vennero a rappresentare i
-colori apparentemente più opposti, e che l'analisi chimica può invece
-restituire alla loro semplicità e conformità elementare. Il colore
-argentino delle acque (_çvetî_ o _bianca_ è il nome vedico dato ad
-una riviera) si trasformò più spesso in colore scuro; assimilato
-il cielo ad un fiume, ad un oceano, quelle acque ora apparvero
-azzurre, verdastre, scure, ora argentee; perciò, ripeto, possiamo
-trovare strettamente congiunti fra loro Kr'ishna, _il nereggiante_ (e
-ancora _l'azzurreggiante_ e forse pure _il rosseggiante_) e Arg'una,
-_l'albeggiante_, che si loda particolarmente pel suo piè veloce, per
-la sua agilità, prontezza, sollecitudine, come l'alba è la prima ad
-apparire il mattino nel cielo orientale. Anzi Kr'ishna ed Arg'una sono
-così vicini, che nel quarto libro del _Mahâbhârata_ Arg'una appare col
-nome di _Kr'ishna_; e il duale _Kr'ishnâu_, rappresentandoci _Kr'ishna_
-ed _Arg'una_, ci lascia pensare ch'essi siano una nuova forma epica
-dei due fratelli Açvin, l'uno de' quali è in particolare relazione
-colla luna, l'altro col sole; l'uno col giorno, l'altro colla notte.
-Arg'una compagno di Kr'ishna, e Arg'una figlio d'Indra, e simile ad
-Indra, ci presentano poi come affini Indra e Kr'ishna, quasi due forme
-germane d'uno stesso Dio. Ma, come nella leggenda de' due fratelli,
-l'un fratello, per gelosia, si rivolge contro l'altro, onde nasce fra
-loro odio mortale e guerra infinita; così, mentre, negli Inni vedici,
-vediamo Indra che combatte e vince i _Kr'ishnâs_ o _neri_, ed il
-mostro nero, più tardi _Kr'ishna_, diviene Dio esso stesso pastorale e
-guerriero, s'identifica con Vishnu, combatte contro un Indra decaduto
-e quasi demoniaco, e lo vince. Le parti de' due fratelli, de' due
-compagni, de' due rivali si scambiano: Kr'ishna diviene luminoso;
-Indra tenebroso. Nel quinto libro del _Mahâbhârata_ si tenta di dare
-una spiegazione del nome di _Kr'ishna_, e non se ne trova altra dal
-brâhmano etimologo intento a predicare penitenza, se non questa:
-_Kr'ishi_ vale «terra,» _na_ «non;» _la non terra_, _la rinuncia alla
-terra_, e ai beni mondani. La ridicolezza di una simile etimologia è
-troppo evidente per sè, perchè sia ancora necessario insistervi. Lo
-stesso _Mahâbhârata_, nel suo primo libro, ha un'altra etimologia non
-più seria, ma certamente più interessante. Identificato _Kr'ishna_ con
-_Hari_, _il biondo_, _l'aureo_ Vishnu, si racconta che Hari si levò due
-capelli, l'uno bianco, l'altro nero (_keçau_, Harir _udvavarha çuklam
-ekam aparam c'âpi kr'ishnam_); i due capelli penetrarono nel corpo
-di due donne, Devakî e Rohinî. Il capello bianco generò Baladeva; il
-capello (_keça_) nero diventò Keçava, che è un appellativo di Kr'ishna.
-Ma _Keçava_ vale propriamente _il capelluto_, _il chiomato_, onde
-Kr'ishna appare anch'esso come una figura solare, ossia di crestato, di
-Cristo; ed è assai probabile che a questo scambio abbia contribuito la
-conoscenza del Cristo ellenico, con cui la vita del Kr'ishna brâhmanico
-presenta curiose analogie. Ma io non posso discostarmi dall'opinione
-che da gran tempo ha manifestato il professor Weber, il quale attribuì
-alla conoscenza del Cristianesimo lo svolgimento nell'India brâhmanica
-di una gran parte del mito di Kr'ishna, il quale nel periodo vedico
-appare invece intieramente insignificante, anzi un mito vedico intorno
-a Kr'ishna propriamente non esiste; Kr'ishna come Arg'una appare più
-tosto un attributo, una forma d'Indra, che un demonio ben definito;
-i _Kr'ishnâs_ o _neri Demonii_ sconfitti da Indra sono semplici
-appellativi dei nemici celesti in genere. Lo stesso scetticismo che
-mostrano, presso il _Mahâbhârata_, i Kuruidi intorno alla divinità di
-Kr'ishna, possono avvertirci come una parte di questa figura dovea
-essere fittizia e di recente e ancora screditata genesi, formata
-sopra frammenti antichi molto scarsi e insufficienti, completati
-perciò con invenzioni scolastiche, e con probabili nozioni tolte dal
-Cristianesimo, sia detto con buona pace del credulo sognatore signor
-Jacolliot.
-
-Ma, se gl'Inni vedici non ci permettono di argomentare una figura
-di demonio ben delineata e costante, non si vuol credere ch'essi
-non rechino numerosi indizii d'una credenza in esseri mostruosi,
-soprannaturali, malefici. Solamente, per essere appunto concepiti
-come mostri informi o difformi, la loro forma sfugge e mal si può
-definire. La stessa parola _rakshas_, con la quale è chiamato il mostro
-vedico, non sembra ancora spiegata in modo definitivo. La etimologia
-proposta dal _Dizionario Petropolitano_ non m'assicura; essa suppone
-una radice _raksh_, che interpreta _offendere_, sopra un solo esempio
-dell'_Atharvaveda_ (_ma no rakshîrdakshinâm niyamânâm_); ma niente ci
-vieterebbe di interpretare qui _raksh_ per _trattenere_, _impedire_.
-
-Il guardiano e il trattenitore o stringitore parrebbero confondersi; il
-_rakshas_ sarebbe un _rapitore_, un _arpagone_, un _mostro arpia_, che,
-dopo aver rapito come _ladro_ o _pâni_, trattiene, non lascia sfuggire;
-la sua forma corporea è mobile, come mobile è il vedico _yaksham_ o
-_spirito_ che si agita, in cui, come nelle larve, passano le anime de'
-morti escluse dal regno dei beati, e il vedico _yâtudhâna_, il quale ha
-la facoltà di penetrare in tutti i corpi, e di possederli.
-
-Il _rakshas_ vedico viene specialmente a disturbare i sacrificii
-domestici, a spegnere il fuoco, non dissimile, per sua natura, dallo
-spirito folletto delle nostre credenze popolari; e ogni forma mostruosa
-che spaventi, assume forma e nome di _rakshas_. L'ufficio di uccidere
-il _rakshas_ o i _Rakshasi_ appartiene, negli Inni vedici, specialmente
-ad Indra, ad Agni, agli Açvin ed all'Aurora, come quelli che dissipano
-la tenebra notturna, e per Indra poi, oltre la tenebra notturna, il
-mostro che sta chiuso nella nuvola.
-
-Oltre i nomi generici di demonii da noi fin qui esaminati, il _Rigveda_
-ci mostra poi, in opposizione particolarmente ad Indra, alcuni demonii
-di forma speciale, i più formidabili de' quali sono Vr'itra, _il
-copritore_ o _trattenitore_, ed Ahi, _il serpente_; seguono Namuc'i,
-Çambara, Râuhin, Varc'in, Pipru, Urana, Çushna, Kuyava, ec. _Vr'itra,
-il copritore_, offre alcuna analogia col _Kr'ishna, lo scuro, il nero_;
-come Kr'ishna s'identifica con Hari, _il biondo_, così nel _Çatapatha
-Brâhmana_ Vr'itra viene identificato con la Luna (_Hari_); come per la
-uccisione di Vr'itra figlio di Brâhmano, e però Brâhmano esso stesso,
-Indra viene perseguitato e precipitato, così il devoto, il pio Kr'ishna
-finisce per trionfare d'Indra suo rivale. Il mito vedico di Indra
-e Vr'itra servì di probabile fondamento ad una parte della leggenda
-brâhmanica di Kr'ishna. Indra azzurro, Indra pavone, Indra _çiprin_,
-Indra col _pennacchio_ cede il campo a Kr'ishna Keçava, al nero od
-azzurro chiomato.
-
-Così, invece di una forma distinta demoniaca, abbiamo qui due forme
-divine analoghe, le quali diventano forme rivali; l'una succede
-all'altra, e la forma vinta, decaduta, abbandonata, appare forma
-demoniaca: nel _Rigveda_ il Demonio si chiamava _nero_ o _Kr'ishna_,
-_copritore_ o _Vr'itra_; nelle leggende puraniche dell'India
-brâhmanica, Indra subisce tutte le conseguenze della sua parte di
-vinto. E, nello stesso _Râmâyana_, il cui eroe, com'è noto, muove
-alla distruzione dei Rakshasi, nell'ultimo libro, pare, nella massima
-parte, inteso a magnificare la grandezza, la potenza, la virtù, la
-religiosità dei Rakshasi, singolarmente privilegiati dal Dio Brahman.
-Mettiamo pure che, a rovesciare così le basi dell'Olimpo vedico nel
-periodo brâhmanico, abbiano potuto valere, in gran parte, le ragioni
-di casta, le quali, dopo aver messo in seconda linea Indra il Dio de'
-guerrieri, per inalzare Brahman alla prima potenza, doveano pur porre
-qualche cura ad accrescere la dignità dei nemici d'Indra, e, come oggi
-si dice, a riabilitarli; ma, se ciò fu possibile, bisogna pur dire che
-nello stesso Olimpo vedico le figure demoniache come le divine fossero
-trovate, per la loro mobilità, capaci di alterarsi ancora e di subire
-nuove fantastiche trasformazioni non più per opera fatale del popolo,
-ma per la rettorica astuta dei teologi brâhmani.
-
-
-
-
-LETTURA QUATTORDICESIMA.
-
-PRAG'ÂPATI E PURUSHA.
-
-
-Noi assistemmo fin qui alla rappresentazione vedica di esseri mitici,
-la natura fisica de' quali si lasciò sempre rintracciare. Ma gl'Inni
-vedici di più recente composizione ci presentano pure alcuni numi
-metafisici, sopra i quali essenzialmente si basò poi la teologia
-brâhmanica, e per i quali soltanto i Vedi furono dai sacerdoti indiani
-santificati e raccomandati come autorità suprema. Già commenti e
-trattati vedici, quali il _Brâhmana_, e la _Upanishad_, più che ai
-numi idillici ed eroici, quali sarebbero l'Aurora, gli Açvin, Indra ed
-i Marutas, rivolsero una speciale attenzione ai numi vedici di ultima
-formazione, alcuni de' quali furono anzi immaginati pel solo commento;
-onde non siamo liberi da ogni sospetto che una parte degl'Inni del
-_Rigveda_, specialmente dei filosofici, teologici, rituali, compresi
-negli ultimi libri, sia stata contemporanea ai commentarii, ossia
-non risalga molto più in là del quarto o quinto secolo innanzi l'êra
-volgare. È noto[73] come il _Çatapatha Brâhmana_ abbia foggiato una
-nuova forma del Dio Prag'âpati, scambiando, o per ignoranza, o per
-mala fede sacerdotale, con un divino appellativo _Ka_ l'interrogativo
-_Ka_, con cui nel ritornello dell'inno cosmogonico 121º del decimo
-libro del _Rigveda_ il devoto si domanda a qual Dio creatore si debba
-sacrificare; questo preteso Dio _Ka_ venne poi ancora identificato
-con Kaçyapa, con Brahman, con Vishnu, con Yama, con Kâma, col Vento,
-col Fuoco! L'inno vedico dice semplicemente: _a qual Dio dobbiamo noi
-sacrificare?_ (KASMAI _devâya havishâ vidhema;_) l'antico commentatore
-vedico interpretò: al Dio _Ka_ noi dobbiamo sacrificare.
-
-Ma, se questo _Ka_ è un nume intieramente fittizio, e di cui non si
-può tener conto se non per avvertire di che sorta di mostruosità può,
-consapevole od inconsapevole, farsi gravida la teologia, non è dubbio
-che gl'Indiani si posero, innanzi di conoscere la filosofia greca, la
-questione delle origini del mondo, e si domandarono quale fosse stato
-il creatore; il problema posto implicava la necessità di ammettere la
-esistenza di un Dio creatore; ed, ammessa questa ipotesi, ne veniva
-naturale il tentativo d'immaginare in qualche modo questo creatore
-universale, questo _Prag'âpati_ o _signore della generazione_. Ma
-ognuno di voi comprende come qui l'osservazione de' fenomeni naturali
-deve avere una parte infima, e che il Dio dev'essere dalla sola
-immaginazione creato _ex nihilo_; arduo cómpito, e disperato. I poeti
-metafisici dell'ultimo periodo vedico e i loro immediati commentatori
-tormentarono singolarmente il loro ingegno, per ricercare il primo
-perchè delle cose; ma è evidente che il Dio venuto fuori da quella
-indagine spirituale non debba aver quasi più nulla di comune con la
-mitologia propriamente detta, ed entri invece più tosto nel dominio
-della filosofia e della religione. Che anco i commentarii vedici
-considerassero come un Dio di formazione recente il creatore Prag'âpati
-(Prag'âpati come Dio distinto appare soltanto nel decimo libro del
-_Rigveda_, ove furono accolti, per la massima parte, gl'inni più
-recenti), si può ricavare da una notizia del _Çatapatha Brâhmana_, ove,
-nominatisi i trentatrè Dei vedici, si aggiunge come trentesimoquarto
-Prag'âpati; sebbene da altri passi dal _Çatapatha Brâhmana_ Prag'âpati
-appaia creatore degli Dei, non esclusi i principalissimi Indra, Agni,
-Soma, ec., e quello che assicurò agli Dei la immortalità, per mezzo de'
-sacrificii che vengono loro offerti. Gli antichi Inni vedici ci offrono
-già un sole _Savitar_, e abbiamo già detto che la voce _savitar_
-vale _il generatore_, come _g'anakas_, uno degli appellativi solari;
-gli antichi poeti vedici adorarono dunque ancor essi il loro Dio
-_creatore_, ma questo _creatore_ era per essi semplicemente il sole,
-che ridesta alla vita erbe ed animali, che porta la vita nel mondo.
-Ma gli antichi poeti vedici non erano metafisici; nel sole creatore
-vedevano e ammiravano il generatore della vita ad essi presente; ma
-essi non staccavano ancora dal sole la persona di un sole creatore
-universale del cosmo. Se anche Savitar mena seco i Devâs, noi sappiamo
-già qual valore originario avesse per gli antichi poeti vedici la
-parola _deva_; che essa, cioè, esprimeva il luminoso celeste; niente
-quindi di più naturale che il concepire gli Dei uscenti fuori col
-sole. Ma da questa espressione poetica al concetto cosmogonico del
-_Prag'âpati_ e poi tanto più del creatore Brahman corsero parecchi
-secoli; e la loro distanza o differenza perciò è immensa.
-
-Il sole _Savitar_ è chiamato negli Inni vedici anche esso _Prag'âpati_,
-ch'è il perfetto suo equivalente; _Savitar prag'âpati_ vai quanto
-_il generatore signore della generazione_; ma qui _prag'âpati_ è un
-semplice appellativo ed attributo solare, non è ancora una persona
-divina, astratta dal sole. Nel _Taittiriya Brâhmana_ l'antica
-espressione vedica è già frantesa; e, per spiegare il sole generatore,
-ossia _il generatore signore della generazione, Savitar prag'âpati_,
-si crea una leggenda, si suppone esistente come essere supremo il Dio
-creatore, il Dio Prag'âpati, e si narra che questo Dio si personificò
-in Savitar, per creare tutte le creature. Con questi equivoci, de'
-quali, al solito, un po' di mala fede e un poco d'ignoranza fanno le
-spese, si diminuisce il valore mitico del vedico Savitar e s'accresce
-la dignità del nuovo venuto Dio supremo brâhmanico, del sommo
-Prag'âpati, il quale come fa dimenticare il sole, così fa dimenticare
-il fabbro divino vedico, l'artefice che compone tutte le forme nel
-cielo mitico, Tvashtar Viçvakarman e Viçvarûpa. Ma Tvashtar era persona
-mitica rispondente a fenomeni fisici; Prag'âpati invece vuol essere
-uno spirito dell'alto cielo, il genio Dyu[74] creatore, inspiratore
-supremo dei Veda, quantunque molte delle leggende che si riferiscono
-ad esso lo dimostrino spesso compiaciuto in godimenti assai materiali.
-Ma accanto ad esse se ne trovano altre, le quali ci offrono un curioso
-riscontro col dogma cristiano del Dio che per bene degli uomini si
-sacrifica, sacrificio di cui la Messa è un simbolo quotidiano. Io ho
-già avvertito come nel cielo mitico stesso il Dio solare si sacrifichi,
-giornalmente e annualmente pel bene degli uomini; ma, come son nati
-Dei astratti o metafisici, sopra Dei concreti o fisici, così il mito
-del sacrificio solare passò nel dogma di Prag'âpati, del quale nel
-_Çatapatha Brâhmana_ si narra: «Prag'âpati diede sè stesso agli Dei, e
-divenne la loro vittima sacrificale (_yag'n'as_), poichè il sacrificio
-è il cibo degli Dei. Egli, dando sè stesso agli Dei, creò il sacrificio
-a sembianza di sè medesimo; perciò dissero: Prag'âpati è il sacrificio,
-poichè lo creò a sua similitudine.» Qual meraviglia che, con simili
-precedenti mitici, e poi teologici, siansi quindi nell'India svolte
-numerose leggende di carattere buddhistico, nelle quali vediamo Dei
-e penitenti sacrificarsi intieramente, per arrivare alla suprema
-beatitudine, ossia per identificarsi con Prag'âpati? chè, al pari
-del Dio Prag'âpati (secondo la nozione del _Çatapatha Brâhmana_), _il
-sacrificio è l'anima di tutte le cose e di tutti gli Dei_ (_sarveshâm
-vai esha bhûtânâm sarveshâm devânâm âtmâ yad yag'n'ah_).
-
-Ma, più che quello di sacrificarsi, ossia di spirare per mezzo del
-proprio sacrificio, o della penitenza, come Brahman,[75] la vita
-nell'universo, l'ufficio proprio e costante di Prag'âpati è quello
-di creare, dando forma e qualità alle cose _g'anma_ (o _rûpam_) e
-(_g'_)_nâma_, generazione e nome, di creare il genere e la specie,
-l'universo, ch'ei pone sopra l'enorme _Skambha_ (una forma di
-Brahman con ufficio di Atlante) tutte le creature, ed, in proprio,
-trentatrè figlie che sono forse i trentatrè mondi ch'egli suscita
-dall'oblazione di riso bollito, presso l'_Atharvaveda_. Una sola
-creatura è eccettuata, nata da un appellativo forse più recente di
-quello di Prag'âpati; quest'unica creatura, presso il _Çatapatha
-Brâhmana_, appare Brahman. Come vedemmo il 34º Dio, ossia l'ultimo,
-Prag'âpati sovrapporsi agli Dei a motivo dei suo nome, come creatore
-universale; così Brahman, che succede a Prag'âpati come Dio supremo
-e supremo creatore, non appare già figlio di Prag'âpati, ma, a
-motivo del suo comodo appellativo di _Svayambhû_ o _esistente_ per
-sè, suo padre immediato, ad esempio di Prag'âpati, appare qual padre
-immediato di _Tura Kâvasheya_ (_Tura_ è un appellativo dato spesso
-ad _Indra_ e ai _Marutas_: vale _il forte_; ed io sospetto che possa
-essere un equivalente dell'alito, o vento primigenio, il _prâna_,
-che trovasi pure identificato con Parg'anya, il Dio della tempesta,
-nella quale soffiano i potenti _Marutas; Kâvasheya_ proviene da
-_kavasha, tonante_; onde la prima creazione di Prag'âpati sarebbe
-stata il vento tonante; presso l'_Atharvaveda_, Prag'âpati trovasi
-identificato col _prâna_). Tuttavia, nel _Yag'urveda bianco_, lo
-stesso Prag'âpati, al pari di Brahman, è ricordato come increato
-(_ag'ayâmâna_), che, recipiente d'ogni cosa, fornito di vulva, si crea
-in più forme (_bahudhâ vig'âyate_); ma, non potendosi concepire l'idea
-dell'eternità del Dio creatore, si ammise pure il _Tempo_ o _Kâlas_
-(che ci richiama all'ellenico _Kronos_), come un Dio, e si rappresentò,
-presso l'_Atharvaveda_, Prag'âpati come figlio di Kâla, ossia del
-Tempo immortale, motore del passato e del futuro. Ma l'espressione del
-tempo padre di Prag'âpati equivale a quest'altra: _il tempo generò le
-creature_; nel vero, queste due espressioni equivalenti si trovano
-riunite nell'inno dell'_Atharvaveda_ che celebra Kâla od il Tempo
-(_Kâlah prag'âh asr'ig'ata; Kâlo' gre Prag'âpatim_). L'inno aggiunge,
-identificando perciò Prag'âpati con Kaçyapa e con la penitenza: Dal
-tempo si generò _Kaçyapa_, «l'esistente per sè» (_Svayambhû_, come
-Brahman), dal tempo la penitenza (_tapah_, propriamente _il calore_).
-Vedemmo poco sopra associarsi, identificarsi Prag'âpati, ossia il Dio
-creatore con Prâna e con Tura Kâvasheya, ossia, come interpretammo,
-col vento tonante; invece di questo vento che sona, trovasi, pure
-congiunto con Prag'âpati, il divino _flatus oris_, «la voce, la sacra
-parola, la _Vâc'_;» perciò si narra nel _Kâthaka _del _Yag'urveda_:[76]
-«Prag'âpati era questo mondo; seconda a lui seguì la parola (la _vâc'_,
-«il verbo»); egli s'accoppiò ad essa; essa s'ingravidò; si allontanò
-da lui; e produsse queste creature; quindi rientrò in Prag'âpati.»
-Quest'ultimo particolare combina con la nozione del _Pan'c'avinça
-Brâhmana_, che fa uscire la parola da Prag'âpati: «Il solo Prag'âpati
-era questo mondo; egli aveva in proprio la parola; essa era a lui
-seconda; egli pensò: voglio lasciar andare questa _Vac'_; essa vuol
-distinguere tutto questo universo; e lasciò uscire la _Vac'_; essa andò
-distinguendo questo universo.» Il mondo biblico si crea in sei giorni,
-nel settimo il creatore si riposa, ossia cessa; Prag'âpati impiega
-mille anni solo per far penitenza, prima della creazione. Secondo
-il _Çatapatha Brâhmana_, esso aveva occhi, orecchi, bocca, poichè
-dall'occhio crea il cavallo, dall'alito la vacca, dall'orecchio la
-pecora, dalla voce la capra;[77] l'uomo lo crea dal _manas_ o _animo_,
-che contiene in sè tutti gli aliti vitali (_mano vai sarve prânâh_);
-ma la forma di Prag'âpati non è immortale; essa si può distruggere; il
-solo che non muoia è il suo alito, il suo spirito. Così nella _Maitrî
-Upanishad_, si dice che «in Brahman coesistono due forme, la corporea e
-la incorporea; la corporea è fallace (_asatyam_), la incorporea salda
-(o sincera, _satyam_).»[78] Così ancora avviene che, dopo aver creato
-il mondo, Prag'âpati possa, presso il _Çatapatha Brâhmana_, farsene
-il sostentatore, ossia alimentarne la vita (_Prag'âpatir vai bharatah
-sa hi idam sarvam bibharti_). Quindi finalmente comprendiamo come,
-nella leggenda dello stesso _Brâhmana_, quando gli Dei abbandonano
-Prag'âpati divenuto debole e piangente, rimanga solo fedele presso
-di lui a consolarlo, a raccoglierne le lacrime, il Dio _Manyu_, il
-sentimento, e in ispecie, un sentimento violento, il quale degenera
-poi in violenza aperta, in collera furente. Il pio _Manyu_, sopra il
-quale cadono le lacrime di Prag'âpati derelitto, diviene Rudra, il
-terribile Rudra, una forma del Çiva distruggitore. Ed ecco come sulla
-persona divina di Prag'âpati, parecchi secoli innanzi al Cristianesimo,
-dal Dio creatore che fa penitenza, si sacrifica e crea, si svolge
-inconsciamente e non ancora teologicamente una Trimûrtti; Prag'âpati
-è egli stesso creatore, e poi _bharata_ o _bhartar_ o _sostentatore_,
-e genera con le sue lacrime Rudra o Çiva distruggitore. Egli è
-evidentemente uno e trino come il Dio cristiano. La conoscenza poi
-della Trinità cristiana potè accrescere favore nell'India al concetto
-della _Trimûrtti_; ma, se esso potè trovare nei tempi moderni così
-largo svolgimento, e tanto credito, e se i Missionarii cattolici non
-trovarono gran difficoltà a provare agl'Indiani che le due trinità si
-somigliavano, nella speranza di far quindi prevalere la superiorità
-della dottrina cristiana, convien dire che esistesse una base fisica
-del dogma, la quale ci sembra potersi rintracciare nella figura del
-_misterioso_[79] Dio Prag'âpati increato, che col Verbo crea; che,
-col sacrificio di sè stesso, salva le altre creature; che, dopo avere
-creato, conserva il mondo, e che si prepara, unito col fuoco, ossia con
-Agni, Çiva, Rudra distruggitore, a consumarlo. Come creatore, per virtù
-del sacro Verbo primogenito, del triplice Veda (considerandosi dai
-devoti il quarto Veda come apocrifo), secondo la leggenda cosmogonica
-del _Çatapatha Brâhmana, Prag'âpati_ potè poi anche più facilmente
-fornire gli elementi per costituire il Dio trino ed uno. Ritorna poi,
-nella leggenda cosmogonica del _Çatapatha_, ove compare Prag'âpati, una
-nozione che ci richiama al pesce fallico, primo generatore, che dicemmo
-essere pure penetrata nella cosmogonia biblica e cristiana. Secondo la
-leggenda (che incomincia con le parole: Da principio questo mondo non
-era esistente: «_Asad vai idam agre âsît;_» ma vi erano sette spiriti,
-aliti o venti «_prânâh;_» [lo spirito di mezzo si chiama Indra: «_sa yo
-'yam madhye prânah esha evendrah;_» altra analogia che conferma in modo
-evidente la etimologia da me proposta per la parola _Indra-antara_]), i
-sette spiriti, i sette maschi, per riuscire più potenti si riuniscono
-per formare un solo gran maschio, un solo _purusha_, quattro di essi
-formano il gran _purusha_, che sarà Prag'âpati, l'_âtman_, ossia qui la
-parte sostanziale, il nerbo, l'anima del _phallos_, e gli altri tre le
-due alette (qui, come sembra probabile, i due testicoli, quasi la parte
-piumata, pennuta, alata del _phallos_) e la coda (la coda del purusha
-non può essere altro che il _phallos_ stesso; ho già avvertito come il
-pesce, primo degli animali apparsi nel cosmos involto dalle acque ed il
-_phallos_ cosmogonico siansi identificati; e dopo il _phallos_ vedremo
-sorgere l'_uovo_, nuotante nelle acque). Nato il gran _purusha_, questo
-gran maschio desidera di diventar _Prag'âpati_, ossia di moltiplicarsi:
-come i Principi delle leggende epiche, quando vogliono aver figli,
-vivono per lungo tempo nell'astinenza, come Manu, dopo il diluvio, per
-ripopolare il mondo, fa grande penitenza; così Prag'âpati, volendo
-creare, fa grande penitenza (_tapo 'tapyata_), e, come frutto di
-tale penitenza, acquista la triplice scienza, che inspirerà poi i tre
-Vedi; allora ei fa uscire dallo spazio le acque e la parola; la parola
-s'aggiunse a lui; essa creò questo universo; Prag'âpati desiderò essere
-riprodotto per mezzo delle acque; ed entrò con la triplice _Vidyâ_
-(_la scienza_, quella che trova, quella che vede, quella che conosce;
-qui parrebbe l'arte di trovare, di scoprire, di vedere); e venne fuori
-un uovo; egli lo toccò, e ne fece nascere _brahman_, la preghiera,
-l'essenza della triplice scienza, l'essenza dei Vedi.
-
-È evidente che una simile mostruosa leggenda consta di elementi di
-natura assai diversa, cioè di nozioni cosmogoniche mitiche e di
-sillogismi teologici, con l'intento d'inalzare a suprema dignità
-il Brâhmanesimo. Ma ciò che per noi importa qui aver dimostrato, è
-la forma primitiva del così detto Dio creatore, la quale non potè
-da prima essere concepita se non in un modo fisico e materiale,
-che ravvicina _Prag'âpati_ all'appellativo del sole generatore del
-_Rigveda_, malgrado le aggiunte teologiche che convertono il primo
-creatore _ardente_ e _luminoso_ in un primo _penitente_ e _parlante_,
-ed al vento o _prâna_ primigenio. Così, nella leggenda dello stesso
-_Çatapatha_, ove si descrivono gli amori incestuosi di Prag'âpati con
-sua figlia, sebbene l'Autore del _Brâhmana_ tenti distruggere tutto
-l'orrore del delitto con una sola finale confessione: «_Prag'âpati_ è
-questo sacrificio,» è evidente che si tratta ancora di un Dio solare,
-e, in ogni modo, celeste, poichè lo stesso narratore della leggenda,
-nel dirci che Prag'âpati ama sua figlia, si mostra incerto nel definire
-se questa figlia, che gli Dei chiamano loro sorella, sia l'aurora od il
-cielo.
-
-La interpretazione mitica del sole padre che si unisce con la figlia
-aurora, non offende punto la morale; poteva offenderla invece l'Autore
-della leggenda e più il suo malizioso commentatore indiano, mostrando
-l'Olimpo pieno di scandalo per tale delitto, e Rudra, per incarico
-degli Dei, intento a ferire Prag'âpati (probabilmente negli organi
-della generazione), così che il suo seme cadesse a terra per metà, in
-conformità del terribile precetto derivato da un inno del _Rigveda_, e
-che getterebbe una luce sinistra sopra una parte della vita patriarcale
-indiana (non troppo dissimile da quella biblica, che ci rappresenta
-gli amori di Loth con le sue figlie); ma l'inno diceva semplicemente:
-«Quando il padre s'uni con la propria figlia, il seme di lui cadde
-sopra la terra» (_Pitâ yat svâm duhitaram adhishkan kshmayâ retah
-san'g'agmâno nishin'c'ad_). Nel mito questo accoppiamento è poetico,
-poichè il seme che cade dal cielo sopra la terra è la rugiada o la
-pioggia; unendosi il sole con l'aurora, con la figlia del cielo, oppure
-con la nuvola pluvia, il seme del sole padre dell'aurora o del signore
-del cielo cade, in forma di rugiada o di pioggia, sopra la terra; ma,
-volendo pigliare alla lettera i miti e cavarne dogmi religiosi, si
-corre rischio di dare alla religione una morale scellerata. L'inno
-vedico (_Rigveda_, X, 61), quantunque non puro, nel suo linguaggio
-allegorico, si può spiegare tutto miticamente; l'interpretazione
-scorretta che si dà invece ad essa nel _Çatapatha_ è mostruosa, poichè
-si converte un precedente mitico in una specie di diritto e di dovere
-nella regola della vita, facendosi del passato allegorico un presente
-reale.
-
-Ma, tornando alla cosmogonia vedica, per quanto sia diverso il modo,
-con cui ci rappresenta l'ordine della creazione, ciò che v'ha di certo
-è che le acque ed il vento si considerarono come primi elementi,
-e che il primo creatore o Prag'âpati fu un maschio o _purusha_, il
-quale, dopo aver parlato, come il Jehovah biblico, dopo avere detto
-il _fiat_, creò.[80] Anzi è singolarissimo il trovare nel _Çatapatha
-Brâhmana_, ossia in un monumento letterario che risale oltre il quarto
-secolo innanzi l'êra volgare, come prima parola detta da Prag'âpati,
-desideroso di parlare per creare, la voce _bhûs_ che tradurremmo per
-_fias_, e che, significando pure _terra_, fu cagione perchè, appena
-detta quella parola, la terra fosse creata: la seconda parola detta
-da Prag'âpati fu _bhuvas_, che vale ancora _fias_, ma significa
-pure _firmamento_; perciò, detta quella parola, nacque tosto il
-firmamento: nella terza parola non vi è più lo stesso equivoco, ma non
-è impossibile che qui siasi alterato il passo e che, invece di _svar_,
-vi s'abbia a leggere vedicamente _asas_ (_asa iti_), che avrebbe ancora
-lo stesso valore di _fias_ e che ritornerebbe nell'_asau_ (_dyaur_)
-che segue. Ma il primo esempio, in ogni modo, basta per mostrarci la
-singolare analogia che presentano fra loro la leggenda cosmogonica
-indiana e la biblica, anco ne' più minuti e caratteristici particolari.
-È indiana, invece, esclusivamente indiana, la rappresentazione del
-_Çatapatha_ di Prag'âpati in forma di testuggine, animale che nella
-mia _Mitologia zoologica_[81] ho già tentato di mostrare[82] come
-trovisi strettamente congiunto col _phallos_ cosmogonico. Prag'âpati
-che diviene sostenitore del mondo, che, appena creato, domanda un
-punto d'appoggio nelle acque, che appoggia poi l'universo sopra
-Skambha, Prag'âpati che s'identifica con Kaçyapa, e, per esso,
-con la testuggine, prepara gli elementi della leggenda cosmogonica
-posteriore, nella quale i Devi e gli Asuri si accingono a creare il
-mondo, a produrre l'_ambrosia_ o agitando l'oceano con un monte o
-enorme bastone, sostenuto in fondo alle acque da una testuggine. Nella
-mitologia brâhmanica la testuggine è un'incarnazione di Vishnu; ma noi
-abbiamo già indicato come nel Prag'âpati si contengano in germe le tre
-persone di una Trinità indiana. Viceversa, nella _Mundaka Upanishad_,
-la qualità di conservatore del mondo (_bhuvanasya goptâ_) viene assunta
-da Brahman, e, nello stesso _Çatapatha_, Nârâyana, ch'è poi uno de'
-nomi principali di Vishnu, appare come _Purusha_, ossia assume la
-qualità principale di _Prag'âpati_ (col quale appare pure in contrasto)
-e del _Brahman_ creatore. E, come vedemmo al sole vedico attribuirsi
-la qualità di Prag'âpati, e poi questa qualità staccarsi, astrarsi
-in una persona divina distinta, intorno alla quale si aggrupparono le
-varie leggende cosmogoniche esistenti e alcuni nuovi dogmi teologici;
-così la qualità essenziale di Prag'âpati, ossia il _Purusha, il maschio
-universale_, trovasi già nello stesso _Rigveda_, e specialmente in un
-inno panteistico del decimo libro (intitolato da esso, _Purusha Sûkta_,
-ossia _inno di Purusha_), distinta da Prag'âpati, col quale lo troviamo
-così spesso identificato. Questo _Purusha_ riceve già una parte di
-quel carattere mostruoso e gigantesco che distingue i concepimenti
-brâhmanici, e, secondo ogni probabilità, non è nato in riva all'Indo,
-ma nell'India gangetica; difatto vi si fa già una menzione evidente
-delle quattro caste: esso ha mille teste, mille occhi, mille piedi;
-avvolge d'ogni parte la terra; egli è tutto, il passato ed il futuro;
-egli è l'eterno alimentatore. Il creato che esiste è solamente una
-piccola parte di lui; il sacrificio che gli Dei fecero a lui durò
-un anno; il burro liquefatto era la stessa primavera; l'estate il
-combustibile, la libazione il pluvio autunno; dalla sua bocca uscì
-il Brâhmano, dalle braccia il guerriero (_râg'anya_), dalle coscie
-l'agricoltore (_vaiçya_), dai piedi il servo artigiano (_çudra_), dalla
-sua anima (_manas_) la luna, dal suo occhio il sole, dalla sua bocca
-Indra ed Agni, dal suo alito il vento, dal suo umbilico l'atmosfera,
-dalla sua testa il cielo, da' suoi piedi la terra, da' suoi orecchi
-le quattro parti dell'orizzonte. Ma il fine dell'inno ci tradisce la
-intenzione tutta brâhmanica del poeta, e ci mostra come, staccandosi
-da Prag'âpati, di cui non parea abbastanza determinata la santità,
-il _Purusha_ sia passato in Brahman. I Brâhmani non fanno altro che
-raccomandar la preghiera (_brahma_) accompagnata da sacrificii con
-oblazioni; per offrirne un esempio, l'inno termina identificando
-il _Purusha_ col sacrificio, col Dio che si offre come vittima in
-sacrificio a quegli stessi Dei che sacrificano a lui. Il maschio
-universale così purificato, e inalzato in una regione più spirituale,
-s'identifica con Brahman, che dovrà quindi riuscire il sommo nume non
-tanto dell'Olimpo indiano, quanto della fede brâhmanica. Il _Purusha_
-panteistico si sacrifica disperdendosi, emanando nell'universo,
-come fa per l'appunto Brahman, il Brahman che, nel _Purusha Sûkta_
-dell'_Atharvaveda_, appare creatore del _Purusha_.
-
-
-
-
-LETTURA QUINDICESIMA.
-
-BRAHMAN, SKAMBHA, BR'IHASPATI E BRAHMANASPATI.
-
-
-Sebbene talora il supremo potere, nella triade indiana, secondo le
-preoccupazioni settarie, sia occupato da Vishnu (chiamato perciò nel
-vishnuitico _Mahâbhârata_ un Brahman superiore), e alcuna volta anche
-da Çiva, il Dio Brahman è il più universalmente venerato come principe
-della indiana _Trimûrtti, qual Dio_ essenzialmente creatore, quale
-_Prag'âpati_, uscito ancor esso dall'uovo cosmico, chiamato perciò
-spesso _uovo di Brahman (Brahmânda)_.
-
-Vediamo pertanto come questa fortuna mitologica di Brahman si venga
-svolgendo ne' Vedi.
-
-Una delle qualità essenziali dell'antico Dio vedico, del primevo Indra,
-è quella di estendere, di allargare il cielo; il vasto cielo si suppone
-disteso da un Dio che lo governa. La _Pr'ithivî_ o _larga_ è la forma
-femminina di questo estenditore del cielo; la _Pr'ithivî_ si confonde
-con la _Sarasvatî_, e la _Sarasvatî_ s'identifica con la _vac'_,
-dapprima _la parola_, e poi _la sacra parola_. La parola _brahman_ ha
-seguito vicende analoghe a quelle della voce _pr'ithivî_. La parola
-risale ad una radice _barh_, che vale _accrescere, estendere_; perciò
-essa espresse ad un tempo, come mascolino, il Dio creatore, il Dio
-accrescitore, e poi l'accrescitore per mezzo della _preghiera_, della
-_parola sacra_, ch'è il significato principale del neutro _brahman_.
-Un Dio che si fonda sopra un neutro, ed anzi che con questo neutro
-si confonde, poichè il Brahman essere supremo e il Brahman Dio
-supremo riescono al medesimo, può avere una persona poco spiccata e
-vivace, ed è condannato a rimanere un'astrazione immobile. Chè, se
-anche col nome di Brahman si congiunge un gran numero di leggende,
-o queste leggende sentono lo sforzo di una composizione scolastica,
-o pure non appartengono in proprio a Brahman e gli furono attribuite
-capricciosamente, modificandone, con lievi tocchi, il contenuto e la
-forma. E questa è pure la ragione, per cui, sebbene nella gerarchia
-teologica della religione brâhmanica il Dio Brahman occupi il grado
-supremo, non abbia nell'India idolatri settarii quanti ne ottennero
-Vishnu e Çiva; a quel modo stesso con cui, nel Cristianesimo, il
-Figliuolo e lo Spirito preoccupano essi soli tutto il culto, e al
-Padre Eterno non è consacrato neppure un giorno del calendario festivo.
-L'immaterialità, l'idealità di Brahman sfugge all'idolatria; Brahman il
-Dio della preghiera che accresce, della devozione che porta felicità,
-è egli stesso il mezzo più che l'oggetto della purificazione. Senza di
-esso nessun'opera umana o divina può avere efficacia: chi s'assorbe
-nella preghiera, s'assorbe in Brahman; chi è assorto nella devozione
-brâhmanica, rinuncia ai piaceri sensuali, ai beni della terra, e si
-mostra liberale de' suoi doni ai diretti interpreti del sommo Brahman,
-ai Brâhmani, con l'aiuto de' quali si può conseguire ogni beatitudine.
-Brahman ch'è detto nel _Taittiriya Brâhmana_ essere, per sua natura, un
-Brâhmano, è naturalmente il Dio particolare de' Brâhmani, come Vishnu
-quello de' guerrieri, e Çiva delle caste inferiori, sebbene Vishnu e
-Çiva appaiano anch'essi molto onorati dai Brâhmani. Ma i Brâhmani fanno
-sacrificii solenni e dispendiosi, per conto altrui; a Brahman essi
-sacrificano con l'esercizio della penitenza e con la preghiera; ossia
-la preghiera diviene efficace pregando; il Brâhmano, per l'efficacia
-della preghiera, ossia per la virtù di Brahman, può fare ottenere
-ai devoti liberali dai singoli Dei ch'essi invocano i beneficii
-desiderati. E la virtù della preghiera si ritenne essere tanta, che il
-neutro _brahman_ valse pure _la formola magica_, e l'_Atharvaveda_, che
-contiene il maggior numero di formole magiche, si chiamò pure pertanto
-_Brahmaveda_, ossia _il Veda delle formole magiche_; onde il Brâhmano,
-il quale adopera il _Brahman_, assunse pure autorità e prestigio di
-mago; e l'arma magica viene ne' poemi epici chiamata arma di Brahman;
-arco di Brahman (_brahmâstra_), secondo ogni probabilità, l'arma del
-cielo, il fulmine, arma fatata per eccellenza, come il cielo è la sede
-suprema delle magie.
-
-Brahman divenne poi un'astrazione; tuttavia una personificazione mitica
-di esso, per quanto mostruosa e mal determinata, esiste pure nella
-mitologia vedica e brâhmanica, e serve a spiegarci la prima natura del
-mito. Abbiamo detto valere la voce _brahman_ propriamente _il vasto_,
-e _quello che s'allarga_, e quindi _quello che allarga_; dicemmo pure
-una simile qualità attribuirsi pure ad Indra, che etimologicamente e
-ideologicamente abbiamo già, nella sua forma primigenia, identificato
-col cielo. Il cielo supremo, come immobile, tranquillo, infinito,
-eterno, dà l'idea del Padre Eterno, come l'idea del Paradiso celeste.
-Quindi il cielo o Paradiso celeste indiano ora è chiamato _Indraloka_,
-ora _Brahmaloka_; chè, secondo la diversa qualità de' devoti e la
-regione più o meno elevata, esso fu diversamente concepito, tanto che
-trovarono posto nel primo le lascive ballerine dell'epopea brâhmanica
-(quasi all'eroe si promettesse come premio delle battaglie mortali
-gli amori immortali delle celesti Apsare), nel secondo gl'immobili,
-assorti, spiritualissimi penitenti brâhmani ed _arhant_ buddhistici.
-Il cielo, ora fisso, azzurro, tranquillo, sereno, raccolse alla
-meditazione grave e solenne i penitenti; ora animato da fenomeni
-diversi diede aspetto d'una vita olimpica mobile, variata, tempestosa.
-Indra parve dominare specialmente in un paradiso sensuale, in un cielo
-animato; Brahman, come Varuna, in uno spirituale, ossia in un cielo
-tranquillo; ma la natura propria come la sede d'entrambi, più o meno
-elevata, è il cielo.
-
-Quando pertanto si parlò dapprima dell'unione finale del devoto con
-Brahman, con questa espressione non si dovette intendere altro se non
-la sua andata nel cielo, dove siedono i beati; ch'è sopra le stelle.
-Il _Çatapatha Brâhmana_ sembra dichiararcelo apertamente, quand'esso
-ci dice che s'arriva a Brahman passando per sei porte o vie, il fuoco,
-il vento, l'acqua, il fulmine, la luna, il sole; pel fuoco del rogo,
-l'anima portata dal vento arriva alle altre porte, che la introdurranno
-a Brahman, nel mondo del quale essa vivrà (_so 'gnina Brâhmano dvârena
-pratipadya Brahmanah sâyug'yam salokatâm g'ayati_). Qui Brahman appare
-evidentemente come il cielo supremo, e quello che da noi si chiama
-il terzo o settimo cielo. Lo stesso _Brâhmana_ avverte come l'anima
-del devoto che muore, liberata da ulteriori nascimenti, si assimila
-con Brahman, ossia ne assume la natura, una nozione panteistica che
-prepara la dottrina dell'assorbimento buddistico. Questo Brahman, in
-cui s'annienta beato il devoto, è sicuramente ancora il cielo, come
-nell'_Aitareya Brâhmana_ il devoto che muore sapiente è detto unirsi,
-dopo morte, col sole a partecipare della natura di esso e abitare nello
-stesso suo mondo.
-
-Il Dio Brahman appare dunque originariamente come un essere fisico,
-anzi come la forma fisica più costante e però immortale. Chè, se,
-nell'_Indraloka_, o, come abbiamo spiegato, cielo medio (_antara_),
-cielo delle tempeste, vi sono ancora battaglie e passioni, nel
-_Brahmaloka_, nel cielo supremo, regna l'impassibilità, carattere
-massimo di Brahman. Chi corregge le sue passioni, doma i suoi sensi,
-diviene insensibile, impassibile, nella vita terrena, partecipa
-pertanto della natura di Brahman, e merita, perciò, dopo la morte, di
-venire assimilato con esso, l'immobile assoluto. E si capisce ancora
-come da quell'immobile assoluto celeste siasi potuto immaginare il
-primo increato creatore, dal cui albero o dalla foresta del quale,
-secondo l'inno 81º del decimo libro del _Rigveda_ commentato dal
-_Taittiriya Brâhmana_, sarebbero poi nati il cielo luminoso e la
-terra. In un inno cosmogonico dell'_Atharvaveda_, ove si dà della
-parola _Purusha_, _il maschio_, una strana etimologia (dalla parola
-_pur_, _città_ per eccellenza, la città di Brahman immortale; il
-poeta dice che Brahman e i Brahmidi danno la vita, l'alito vitale
-e la prole a quelli che conosceranno questa etimologia misteriosa:
-_yo vai tâm Brâhmano veda amr'itenavr'i tâm puram tasmai Brahma c'a
-brâhma c'a c'akshuh prânam prag'âm daduh_); di tutte le creazioni
-del _Purusha_ o _maschio universale_ è fatto principal merito al
-neutro _Brahman_, il quale pose la terra sotto, e sopra di esso il
-cielo, e fra il cielo e la terra l'atmosfera. Con questo Brahman
-vuole, senza dubbio, essere identificato il Dio supremo _Skambha_
-dell'_Atharvaveda_, figurato ancor esso come albero; del quale gli Dei
-sarebbero i rami, che contiene in sè l'intiero Indra, ossia, ciò ch'è
-dentro, l'_antara_, il contenuto de' mondi, _Indra_, il quale, alla
-sua volta, comprende in sè i mondi, la penitenza (ossia il calore) e
-il cerimoniale. Come Prag'âpati e Brahman creano per effetto di lunga
-penitenza (una delle forme predilette, della quale sappiamo essere il
-mantenersi per lungo tempo immobile allo stesso posto), così _Skambha_
-che contiene in sè Indra (ossia, come suppongo, l'interno, il medio, e
-qui il contenuto), il quale accoglie in sè stesso la penitenza (ossia
-il calore), incomincia a creare. Come Brahman si rappresenta in una
-forma colossale, così, per venir fuori, la luna attraversa il gran
-membro (o corpo, _angam_; la voce _Skambha_ vale _pilastro_; esso
-serve, pertanto, come di _asse_ al mondo) del vedico Atlante Skambha,
-da cui ogni cosa dipende, a cui ogni cosa tende, sopra il quale, come
-sopra una leva, Prag'âpati il creatore fonda ed appoggia pertanto
-tutti i suoi mondi, un _phallos_ o tronco d'albero, che ad un tempo
-crea il mondo e lo regge occupando le quattro regioni celesti. L'inno
-stesso ci fa sapere che chi conosce il gran mistero divino: Brahma
-esser contenuto in Purusha, o Prag'âpati, conosce pure Skambha. Come
-poi si diede a questo Brahman universale un corpo colossale umano
-con testa, membra, ec., onde il mondo si crea; così nello _Skambha_
-dell'_Atharvaveda_ ci appare un corpo umano colossale, la testa del
-quale è il fuoco Vaiçvânara, gli occhi sono i luminosi Angirasi, la
-bocca è la preghiera (_brahma_), le membra sono i Yâtavas (più sotto è
-detto che i trentatrè trovarono i loro corpi nelle membra di Skambha),
-la lingua è la verga del miele (_madhukaçâ_, ec).
-
-Come Prag'âpati, come Brahman ora appare creato dall'uovo, ora increato
-creante l'uovo cosmico, così di Skambha si dice nell'inno ch'esso
-nel principio creò l'oro (_hiranyam_) nel mondo medio (_loke antare_,
-ossia _nel mondo d'Indra_, che, com'è detto, contiene tutte le cose),
-ossia l'_Hiranyagarbha_, «il germe d'oro, l'uovo d'oro,» sommo,
-insuperabile. L'inno quindi invita ad onorare questo Brahman anziano
-(_tasmai g'yeshthâya Brahmane_), di cui la terra è la base, l'atmosfera
-il ventre, il cielo la testa, Agni la bocca, il vento l'alito,
-gli Angirasi gli occhi; e a cui tutti gli Dei prestano omaggio; il
-misterioso creatore Prag'âpati si manifesta quando nell'acqua trova
-l'aureo bastone,[83] ossia, secondo il senso vedico della parola
-vetasa, l'aureo phallos (_yo vetasam hiranyayam tishantam salile
-veda sa vai guhyah Prag'âpati_). Riassumendo adunque queste nozioni
-cosmogoniche, in principio esiste l'immobile Brahman; esso trova nel
-mezzo un pilastro, o fulcro, o _phallos_, Skambha, contenente Indra, e
-diviene da quel momento Prag'âpati o creatore; il _phallos_ d'oro che
-sta nelle acque si trasforma in uovo d'oro che erra sopra le acque;
-trovato il _phallos_, Prag'âpati crea, ossia, come si dice, esso fondò
-la creazione sopra Skambha.
-
-Così dal cielo supremo immobile, dall'impassibile Brahman si passò
-all'idea di un solido sostenitore dell'universo; questo asse, di
-forma fallica, movendosi nelle acque del caos s'illumina; le idee
-di luce e di suono sono espresse da parole di radice comune; il
-Prag'âpati luminoso parla; l'uovo d'oro, il _phallos_ d'oro e la parola
-generatrice si producono insieme. Skambha tiene pertanto della natura
-spirituale di Brahman e del carattere fallico di Purusha. In un altro
-inno dell'_Atharvaveda_, in onore di Skambha, il più anziano Brahman,
-si dice che colui, il quale sappia in che modo si produce il fuoco
-da due legni (_arani_) confricati insieme, e distingua quale de' due
-legni maschio e femmina è il superiore, conoscerà pure il supremo
-mistero celeste, cioè l'essere supremo, il supremo maschio creatore
-dell'universo (per opera, senza dubbio, di fregamento contro un essere
-inferiore, femminino; il _phallos_ d'oro nelle acque ci mostra uniti
-il principio maschio rappresentato dal fuoco, e il principio femmina
-rappresentato dall'acqua; le scienze naturali non si oppongono punto
-ad una simile spiegazione cosmogonica). _Filo del filo_ (_sûtram
-sûtrasya_) è chiamato nell'inno medesimo il primo creatore, ossia il
-primo principio creatore, l'essenza degli esseri. Brahman, secondo
-l'_Atharvaveda_, contiene in sè tutti gli Dei, come una stalla, le
-vacche (_sarvâh hi agmin devatâh gâvo goshthe ivâsate_). Un inno vedico
-citato dal _Çatapatha Brâhmana_ incominciava con le parole: (Il sempre)
-_esistito e futuro, grande, unico Brahman indestruttibile io celebro_
-(_Bhûtam bhavishyat prastaumi mahad Brahmaikam aksharam_). Un altro
-passo interessante del _Çatapatha Brâhmana_ citato e tradotto dal
-Muir,[84] ci dà la notizia che Brahman si recò nelle regioni più alte
-del cielo per dare nome e forma alle cose. Un passo del _Taittiriya
-Brâhmana_ ci rappresenta così la grandezza di Brahman: «Brahma generò
-gli Dei, Brahma questo intiero mondo, lo Kshattriya (o guerriero)
-fu foggiato da Brahman: _ma_ Brahman è per sua propria essenza un
-Brâhmano; entro di lui consistono questi mondi, entro di lui tutto
-questo universo. Brahma è il più antico degli esseri (_bhûtânâm_,
-propriamente _degli esistiti_): perciò chi è degno di stargli a
-confronto? In Brahman i trentatrè Dei, in Brahman Indra e Prag'âpati,
-in Brahman tutti gli esseri sono raccolti, come entro una nave.» Egli
-è padre, madre e figlio a sè stesso, egli è l'uccello d'oro, che fa
-ardere il sole (_hiranmayah çakunir Brahma nâma yena sûryas tapati
-teg'aseddhah_), egli è la foresta e l'albero, onde si fabbricarono
-tutte le cose e il fondamento, come Skambha, dell'universo creato.
-L'_Atharvaveda_, volendo spiegare la virtù creativa di Brahman, gli
-dà come antecessore un divino _Brahmac'ârin_, ossia _penitente devoto
-alla preghiera_, che generato nel seno dell'immortalità, già fornito di
-scienza, per virtù del _tapas_ (_caldo_ e _penitenza_) crea il divino
-mistero o _brâhmana_ e l'antichissimo Brahman. Uno stesso ordine d'idee
-religiose e di preoccupazioni brâhmaniche, presso il _Brahmac'ârin_,
-una specie di precursore, che prepara l'avvento di Brahman, e che ha la
-virtù di Prag'âpati, fece sorgere ad alta dignità, nell'ultimo periodo
-vedico, il Dio _Brahmanaspati_ come _signor della preghiera_, che dà
-alla preghiera tutto il potere e il prestigio desiderato.
-
-Nè essendo ancora decaduto Indra, anzi continuandosi esso ad invocarsi
-come nume privilegiato e a propiziarsi col sacrificio, per dare una
-persona mitica popolare al nuovo Dio, e forse ancora per trasformare
-Indra in un Dio più spirituale, la qualità di _Brahmanaspati_ fu
-attribuita specialmente al Dio Indra, e sotto questo aspetto il
-sommo Nume vedico trovasi negli ultimi Inni vedici invocato; alla
-quale applicazione del nuovo mito, dovette, come parmi, concorrere
-in parte l'originaria identità da me accennata fra il primitivo Indra
-e il primitivo Brahman come _cielo_. Brahman, valendo il cielo, come
-_vasto_, ed Indra (di cui persisto a riconoscere probabile l'etimologia
-che avanzai, sebbene io sappia già che alcuni uomini dottissimi
-la rifiutano; cfr., presso _antara_, _antra_, e, presso _mandra_,
-_manthara_ = _mandara_ [radice primitiva comune ad entrambe le parole
-è _man_], che si dà pure come un nome di _cielo_ e di _un albero
-del paradiso d'Indra_, ossia l'albero celeste, l'albero di mezzo,
-l'asse celeste), essendo chiamato spesso _Divaspati_ o _signore del
-cielo_, l'appellativo _Brahmanaspati_, antico, perfetto equivalente
-di _Divaspati_, dovea naturalmente attribuirsi ad Indra. Questa
-argomentazione mi sembra poi tanto più probabile, se consideriamo non
-solamente le qualità comuni d'Indra Divaspati e d'Indra Brahmanaspati,
-di cui si dice, nel _Rigveda_, che risplende color dell'oro, e
-che ha per sua voce il tuono, ma che si trovano insieme celebrati
-_Brahmanaspati_ e _Br'ihaspati_ o _Vr'ihaspati_. _Br'ih_ vale _la
-vasta_; _Br'ihaspati_ vale _il signore della vasta_, ossia della
-_Pr'ithivî_ celeste.[85] _Brahman_ viene dalla stessa radice _barh_,
-onde abbiamo _br'ih_; _Brahman_ è _il vasto_ (cielo), _Br'ih_ è _la
-vasta_ come la _Pr'ithivî_; _Br'ih_ e _Brahman_ sono due equivalenti;
-ed equivalenti sono perciò pure _Br'ihaspati_, il signore della _Br'ih_
-e _Brahmanaspati_, il signore del _Brahman_.
-
-E come s'invoca Indra con Divaspati e Brahmanaspati, così s'invoca
-con Br'ihaspati; e come Brahman e Brahmanaspati assumono le funzioni
-di _Prag'âpati_, e quindi presiedono alla preghiera come quella
-che si estende, si eleva, e poi che eleva, estende, accresce; così
-Br'ihaspati, invocato con Indra e con Prag'âpati, e reggitore
-dell'astro di Giove, divenne anch'esso Dio della preghiera,
-intercessore degli uomini presso gli Dei, pontefice massimo o
-_purohita_ degli Dei. Nel mito di _Brahman_, _Brahmanaspati_ e
-_Br'ihaspati_, noi dobbiamo dunque considerare due stadii, de' quali
-l'uno antico, in cui essi non rappresentavano altro che il cielo; il
-cielo ebbe quindi due aspetti essenziali e distinti, come creatore e
-come tonante. Brahman (_il vasto_) ed Indra (_Antara_) rappresentavano
-entrambi il cielo; ma Brahman specialmente il cielo supremo, Indra
-specialmente il cielo del centro (il cielo ove si trova Skambha,
-l'asse, il _manthara_ o _mandara_, leva o fallo che agita l'universo),
-e poi il cielo medio che diviene pluvio e tonante: Brahman riuscì
-specialmente il cielo creatore, Indra specialmente il cielo tonante.
-Ma, nel suo nome di _Divaspati_ o _signore del cielo_, e in parecchi
-altri indizii, conservò traccia del suo essere primitivo celeste. Così
-nell'arma fatata da Brahman concessa agli Eroi delle leggende epiche,
-Brahman viene ad assumere gli ufficii d'Indra fulminatore. A Divaspati
-rispondevano, in parte, etimologicamente e, del tutto, ideologicamente
-Br'ihaspati e Brahmanaspati; quindi si spiega l'analogia del loro mito
-con quello d'Indra Divaspati tonante; ma, poichè la loro affinità di
-nome e perciò la loro parentela mitica è maggiore con Brahman che con
-Divaspati (ossia con Indra), divenuto Brahman, espressione particolare
-non più del vasto, alto cielo, ma della preghiera che sale, si distende
-e che accresce, alcune delle più recenti qualità assunte da Brahman
-si attribuirono necessariamente a _Br'ihaspati_ e _Brahmanaspati_,
-due Dei congiunti insieme, in ciascuno de' quali abbiamo due persone
-mitiche distinte: l'una antica, essenzialmente fisica; l'altra moderna,
-essenzialmente ascetica. Tenendo conto di questa duplice genesi del
-mito, non mi pare che possa più presentare alcuna grave difficoltà
-il dichiarare il carattere particolare di queste due divinità, il
-posto che esse occupano nell'Olimpo vedico, e il vederle ora confuse,
-per loro ufficio, col Dio Indra, ora col Dio Brahman, e, nella loro
-qualità di _purohita_ e distruggitore delle tenebre, con Agni,
-celebrato nel primo inno del _Rigveda_ come divino _Purohita_, e
-spesso invocato con Indra come _Rakshohan_ od _uccisore del mostro_.
-Ma l'identificazione loro più costante è quella con Indra e Brahman
-per le analogie che abbiamo sopra dichiarate.[86] E la comparsa di
-queste due insigni divinità nell'Olimpo vedico è per noi di sommo
-interesse, pel riscontro ch'esso ci offre col modo, con cui la teologia
-brâhmanica tentò poi di sbarazzarsi intieramente del Dio Indra e di
-perseguitarlo. Nel periodo vedico le caste incominciano a disegnarsi,
-ma non sono ancora bene distinte, e in ogni modo non si trovano
-ancora fra loro in diretta opposizione. I sacerdoti sacrificatori
-riconoscono ancora tutta la potenza del Dio Indra; esso è il massimo
-Iddio, ma Dio battagliero; i sacerdoti, non potendo distruggerlo,
-tentano farlo pio; attribuiscono pertanto gran parte delle sue vittorie
-celesti alla sua qualità eminente di _Brahmanaspati_, interpretato
-non più come signore del vasto cielo, ma come Dio della preghiera. Le
-religioni ne' loro principii tengono sempre gran conto degli elementi
-che offre la tradizione popolare; così fece pure il Brâhmanesimo,
-valendosi d'Indra per costituire la potenza di Brahmanaspati, e del
-trionfo di Brahmanaspati giovandosi per inalzare la dignità del Dio
-Brahman nel cielo, e della preghiera o _brahman_ sopra la terra, e
-quindi l'autorità della casta che rivendicò a sè il privilegio della
-preghiera, _mercede pacta_.
-
-L'ultimo periodo vedico ci offre parecchi anelli, pei quali possiamo
-congiungere il Brâhmanesimo col Naturalismo vedico, e spiegarne
-la derivazione. Indra cielo riuscì Indra Divaspati o signore del
-cielo; Indra Divaspati si scambiò con Indra Br'ihaspati e con Indra
-Brahmanaspati. Brahmanaspati, che, secondo l'inno 72º del decimo
-libro del _Rigveda_, nella prima età degli Dei, quando dal non essere
-nacque l'essere, foggiò tutte queste cose che esistono come un fabbro
-(_karmâras_) mentre, nella sua qualità di fabbro, si univa con Indra
-(strettamente congiunto col fabbro divino Tvashtar), nella sua qualità
-di creatore associavasi particolarmente a Brahman, che, con le spoglie
-d'Indra, potè quindi maggiormente grandeggiare; l'espressione: _tvam
-brahmâ rayivid Brahmanaspate_ (Rigv., II, 1), spiegata per: _tu un
-Brâhmano ricco o Brahmanaspati_, potrebbe ancora interpretarsi: _tu
-il ricco Brahman o Brahmanaspati_. E il merito maggiore del ricco
-Brahman o Brahmanaspati fu quindi per i suoi devoti la virtù, della
-quale egli fece prova sacrificandosi. Il _Çatapatha Brâhmana_ racconta:
-«Brahma Svayambhu (ossia _esistente per sè_) faceva penitenza; egli
-comprese; nella penitenza non vi è infinità; orsù, ch'io sacrifichi
-me stesso nelle creature e le creature in me; perciò in tutte le
-creature sè stesso avendo sacrificato e le creature in sè, acquistò
-eccellenza suprema, dominio di sè stesso, predominio universale; così
-colui che nel _Sarvamedha_ sacrifichi tutto ciò ch'ei può sacrificare,
-tutte le creature, consegue eccellenza suprema, dominio di sè stesso,
-predominio universale.» Il Dio che si sacrifica era già una nozione
-dell'antica mitologia vedica, figurato nel tramonto del sole e nel
-principio elementare cosmico, che si distrugge, ossia si scompone per
-moltiplicarsi. Sostituitosi al Dio reale, concreto, fisico, un Dio,
-originariamente fisico anch'esso, ma divenuto a poco a poco una pura
-astrazione, anche il sacrificio divino, per quanto apparentemente
-grandioso (poichè in Brahman è l'universo stesso, il macrocosmo, che si
-sacrifica per rinascere disperso in nuove forme individuali del creato,
-e morire o sacrificarsi infinitamente nelle parti), perdendo della sua
-poetica individualità, riesce solamente più un mistero religioso, che i
-devoti devono venerare senza comprendere, per sacrificare i loro beni a
-beneficio degli interpreti terreni del sommo Brahman.
-
-
-
-
-LETTURA SEDICESIMA.
-
-VISHNU.
-
-
-Si è voluto ricercare la Trinità brâhmanica nell'Olimpo vedico; io
-non nego punto l'esistenza di una trinità fisica, ma, salvo l'accenno
-fatto, nel ragionar di Kâma e Prag'âpati, a tre Dei nominati insieme,
-aggruppamento che potrebbe pur essere avvenuto per caso, o per
-amore del numero tre, non trovo espressa una trinità teologica negli
-antichi Inni vedici. Il concepimento di una trinità nel cielo è ovvio
-e naturale; il cielo si compone apparentemente di tre persone, il
-cielo stesso, che, quando sta immobile, inanimato, è cielo padre,
-è padre eterno, è Brahman, e, quando si muove a tonare e fulminare
-nelle tempeste, è Indra nella sua qualità battagliera di pluvio e
-tonante; il sole e la luna. Cielo, sole, luna formano tre persone
-in una, strette intimamente fra loro con vincoli necessarii. Talora,
-invece, con altro concepimento, il cielo si rappresenta come un vasto
-antichissimo oceano; il Padre Eterno, il Dio primevo esce dalle acque,
-e con lui si agitano il vento ed il fuoco; ecco un'altra trinità, con
-carattere specialmente cosmogonico, nella quale il Padre, il Figlio
-e lo Spirito si trovano rappresentati. L'aria o vento, il fuoco e
-l'acqua, formano una trinità. Ma, io lo ripeto, se gli antichi Inni
-vedici ci riducono essenzialmente la sostanza divina a quella di
-queste tre persone fisiche, o, per dir meglio, a questi tre fisici
-elementi, se gli antichi Dei vedici non si possono, sottoposti ad una
-rigorosa analisi, ritrovare e spiegare al di fuori di questi elementi
-essenziali e costitutivi, sarebbe cosa vana il supporre che gli antichi
-poeti dell'India vedica abbiano già concepita la divinità come una
-suprema astrazione una e triplice, secondo il concetto brâhmanico
-e cristiano. Dallo studio che abbiamo fatto fin qui, mi sembra che
-risulti abbastanza chiaro come fosse ancora piena presso que' poeti
-la coscienza del fenomeno fisico che il nome divino rappresentava; un
-principio di astrazione si disegna con l'apparire dei nomi di Brahman,
-di Vishnu e di Rudra Çiva; ma, come abbiamo dimostrato, ci sembra, con
-qualche sicurezza, che i poeti vedici più antichi, nominando Brahman,
-sapevano di nominare il cielo; così spero di potervi ancora provare
-come, sotto i nomi di Vishnu e Çiva, si nascondevano per i poeti
-vedici, non di rado, il sole e la luna.
-
-La lingua sanscrita conosce mille appellativi di Vishnu, come mille
-appellativi del sole; e parecchi di questi appellativi sono fra loro
-comuni. Ma non è dalla letteratura sanscrita, sì bene dalla vedica
-che noi dobbiamo cercare le prove del nostro asserto, poichè Vishnu e
-Çiva nel periodo brâhmanico subirono tali trasformazioni, che rendono
-spesso troppo malagevole il rintracciarne il primitivo carattere; non
-già perchè tra loro vengono talora a confondersi; chè il mito stesso
-ci spiega e giustifica una simile confusione, mostrandoci frequente
-lo scambio fra il sole e la luna, come due forme gemelle che si
-alternano, si succedono e creano talora nel cielo l'illusione che si
-tratti sempre del medesimo astro; ma perchè le sètte religiose indiane
-hanno sovraccaricato la leggenda de' due numi di qualità particolari
-arbitrarie, che loro non appartengono in proprio.
-
-Noi abbiamo già veduto che gli Dei si producono solamente nel cielo
-luminoso; ossia un Dio, un luminoso, mena seco gli altri luminosi o
-gli altri Dei. Conosciamo quindi già l'appellativo dato agli Dei come
-risvegliantisi con l'aurora; coll'aurora mattutina si svegliano gli Dei
-solari del giorno, coll'aurora vespertina gli Dei lunari della notte. A
-questa duplice generazione di Dei solari o diurni, lunari o notturni,
-si riferisce e ci richiama pure la duplice generazione di Eroi nella
-tradizione indiana, risalendo gli uni ad una dinastia solare, gli altri
-ad una dinastia lunare, secondo che le gesta mitiche degli antichi
-Eroi ci riproducono sulla terra fenomeni celesti del cielo notturno o
-diurno; _Soma_, _la luna_, e _Savitar_, _il sole_, sono entrambi due
-_generatori_. Qual è ora, secondo la nozione vedica, il cielo proprio
-di Vishnu? è esso un essere diurno o notturno? Io oserei dire che
-egli non è esclusivamente nè l'uno nè l'altro, ma, per lo più, il sole
-e, talora, la luna; Vishnu è più spesso certamente il sole, ma egli,
-all'accostarsi della notte, invece di morire, si trasforma, s'incarna
-in nuove forme mitiche, assume aspetti particolarmente lunari, erra
-nella notte, pigliando quel carattere di salvatore, che, nel mito, si
-attribuisce frequentemente al vecchio Luno, alla vecchia Luna, alla
-vecchia Madonna, alla buona Fata celeste. La natura di Vishnu è per
-lo più solare; quand'egli trionfa, è il sole; secondo il _Çatapatha
-Brahmana_, tagliata la testa a Vishnu, questa testa passa nel sole;
-il che vuol dire che, dalla sua forma notturna lunare, Vishnu ritorna
-alla sua propria natura solare. L'astronomia indiana chiama col nome
-di _Vishnutithi_ o _fase_, _costellazione di Vishnu_, il giorno 11º
-o 12º lunare, onde si spiega pure il nome di _sposa di Vishnu_ dato
-nell'_Atharvaveda_ alla _Sinîvalî_, ossia alla vigilia del novilunio;
-nel _Yag'urveda nero_, invece, il nome di _Vishnupatnî_ o _sposa di
-Vishnu_, è dato alla Dea _Aditi_, la vôlta celeste; _Aditi_ è pure
-chiamata _madre di Vishnu_ nano presso il _Mahâbhârata_ e presso il
-_Bhâgavata Purâna_, e, in un altro passo citato dal Muir,[87] essa
-trovasi rappresentata come madre del sole _Vivasvant_; Vishnu sarebbe,
-secondo il _Mahâbhârata_, il dodicesimo _Âditya_, e il più potente
-e virtuoso di tutti (_sarveshâm âdityânâm gunâdhikah_); secondo
-il _Nirukta_, Vishnu è l'_Âditya_ per eccellenza. Vishnu è ancora
-rappresentato come compagno, seguace, fratello minore d'Indra, col
-quale va a bere il _soma_, col quale combatte, presso il _Rigveda_,
-il demonio serpente _Ahi_, onde si rappresenta poi sopra il demonio
-serpente _Çesha_, e a cavallo dell'uccello solare, dell'uccello di
-rapina _Garuda_, il più formidabile nemico dei serpenti; ed ancora,
-per la sua somiglianza con Çiva, sposo della Venere e madre d'amore
-indiana. I suoi dieci Avatâri sono famosi nella tradizione brâhmanica;
-se ne contano fino a ventidue; ma le sue trasformazioni hanno già
-incominciato negli Inni vedici; la nozione di Vishnu nano è già
-una nozione vedica; anzi l'impresa eroica di Vishnu nel _Rigveda_ è
-precisamente l'avere in tre soli passi misurato l'intiero spazio del
-cielo con grande meraviglia de' Celesti, Devi e Demonii. È certamente
-ancora in una forma gemella vishnuitica che il Dio Indra, passando
-in tre tempi, in tre volte, in tre luoghi sopra il corpo della brutta
-fanciulla, di brutta e scura ch'ella era la fa ritornar bella; è questo
-un miracolo che si fa tutte le notti e tutti gli inverni sopra il
-cielo e sopra la terra, che dalla tenebra ritornano alla luce; ma il
-Dio nano, percorrendo lo spazio del cielo in tre tempi, compie questo
-prodigio nel giorno come nella notte, e gli Dei, canta il _Rigveda_
-(VIII, 29), _si rallegrano inebbriati_ (_madanti_), dove Vishnu dai
-lunghi passi percorse i tre stadii. In un altro inno del _Rigveda _(IV
-18), si dice: «Allora Indra per uccidere Vr'itra (disse): _O compagno
-Vishnu, estenditi_.» In una leggenda del _Çatapatha Brâhmana_, che
-abbiamo già ricordata, il più impaziente d'uccidere Vr'itra appare
-Vishnu, nella sua qualità di seguace, o _compagno strettamente
-congiunto d'Indra_ (_Indrasya yug'yo sakhâ; Rigv._, I, 22); nell'inno
-89º dell'ottavo libro del _Rigveda_ Indra dice all'amico Vishnu di
-estendersi, e quindi si aggiunge: «o cielo Dyaus, dà spazio al fulmine
-perchè discenda.» Parrebbe di qui che dal sole Vishnu Indra tolga
-i suoi fulmini e quindi li lanci pel cielo. Nel cielo tenebroso e
-notturno il sole appare chiuso; in esso il cielo, ossia il luminoso,
-si chiude: Indra estende l'uno e l'altro. In un altro passo vedico
-il Dio si distende sopra la terra e nel distendersi segnala agli
-uomini la terra come loro campo di conquista, il che fa veramente ogni
-mattino ed ogni primavera il sole, illuminando la terra e ridestando
-gli uomini al lavoro dei campi. Presso il _Mahâbhârata_ (V, 2560)
-spiegandosi da _Sang'aya_ alcuni de' più illustri nomi mitici assunti
-da Vishnu, si dice chiamarsi _G'ishnu_ da _g'ayana, la vittoria,_ quasi
-_il vittorioso, Ananta_ come _eterno, infinito, Govinda_ dal _vedâna
-gavâm, il ritrovamento_ e _possesso delle vacche_ (l'appellativo di
-_Kr'ishna_, «pastore»), e _Vishnu_ dal _Vikramana_, ossia _dalla sua
-facoltà di estendersi_; l'etimologia è, senza dubbio, falsa, e pure
-essa conserva la coscienza del vero e proprio significato di _Vishnu_,
-che è il _penetrante_, _il pervadente_, e forse pure il vestiente
-il cielo di luce. Questo penetrante, questo pervadente può essere
-la luna, come per lo più appare il sole, e la polvere, nella quale,
-coi suoi tre passi, Vishnu involge il mondo, secondo il 22º inno del
-primo libro del _Rigveda_, può essere tanto l'ambrosia luminosa del
-raggio lunare, quanto la polvere d'oro dei raggi solari. I tre passi,
-secondo il commentatore vedico Aurnavâbha, citato dal _Nirukta_, sono
-fatti nel cielo, cioè, com'esso si esprime, «nel luogo in cui nasce,
-nell'altezza meridiana o zenith (_Vishnupada_ per eccellenza) e nel
-luogo in cui si corica.» Secondo Çâkapûni, altro commentatore vedico, i
-tre luoghi, invece, sarebbero la terra, l'aria, il cielo. Si comprende
-facilmente come, in questa sua qualità di penetrante tutto l'universo,
-e specialmente di saliente allo zenith, all'altezza suprema de' cieli
-o al _Vishnupada_, il Dio Vishnu abbia pur potuto identificarsi con
-Brahman, che è salito all'alto de' cieli e che lo occupa tutto, e
-come Vishnu occupante l'_antariksha_ siasi congiunto intimamente con
-l'_antara_ o Indra, e come, finalmente, in qualità di moribondo che si
-corica alla montagna, Vishnu s'identifichi specialmente con Çiva e si
-ritrovi con l'astro lunare. Vishnu compie forse pure tre passi nella
-notte come luna, ma, certamente, opera, presso il _Rigveda_, questo
-miracolo nel giorno come sole: ossia si parte dalla montagna, dalla
-terra, e, per la regione intermedia, il cielo d'Indra, l'_antariksha_
-sale nell'alto de' cieli, nel cielo di Brahman, per ritornar quindi
-a coricarsi alla montagna. Il genio solare che fa ogni giorno questo
-bel miracolo fu particolarmente celebrato col nome di _Vishnu_, e,
-secondo le regioni che esso visita, gli spazii che percorre, gli Dei
-che incontra nel suo viaggio celeste, assume pure una parte della
-loro natura. Si capisce tuttavia che la qualità eminente di Vishnu,
-il suo momento trionfale dev'essere quello, in cui arriva nell'alto
-cielo, che si considera come la sede propria non solo di Brahman, ma
-ancora di _Sûrya_ il sole; motivo per cui Vishnu fu poi considerato
-specialmente come una splendida figura solare, e come tale spiegato
-particolarmente dai commentatori indiani ed europei e venerato
-nell'India dai devoti. Il commentatore del _Yag'urveda bianco_,
-citato dal Muir,[88] identifica il Dio Vishnu nel suo primo stadio
-con Agni il fuoco, come quello che esce dalla terra; nel secondo,
-come quello che vola per l'aria, con Vâyu il vento; nel terzo, con
-Sûrya il sole. Torna qui la forma embrionale d'una trinità. Così
-Vishnu che, nell'inno 61º del primo libro del _Rigveda_, ferisce il
-cinghiale, appare una manifestazione dell'astro solare, che attraversa
-la scura montagna celeste della notte e ne vien fuori luminoso; nella
-tradizione brâhmanica poi, nella sua qualità di penetrante, Vishnu
-stesso si personifica col cinghiale dalle acute zanne, a motivo degli
-sporgenti suoi raggi o denti che sbranano il demonio della tenebra.
-Così, quando Agni, nel _Rigveda_, dice di sè ch'egli è l'_arkas
-tridhâtu_,[89] misuratore del mondo, s'identifica al tempo stesso con
-Vishnu e col sole _Arkas_, che in tre tempi misura il mondo; lo stesso
-appellativo di misuratore de' mondi vien dato, presso il _Rigveda_,
-al sole _Savitar_. L'inno 156º del primo libro del _Rigveda_ ci
-presenta il Dio Vishnu con qualità così rassomiglianti a quelle del
-Dio Indra, che si direbbe con esso una sola persona; e ciò non deve
-far meraviglia dopo quello che abbiamo detto intorno alla diversità
-delle sedi di Vishnu corrispondenti alle varie sedi solari, ossia alle
-varie stanze celesti. Nell'atmosfera, nel cielo nuvoloso, e nel cielo
-notturno, Vishnu s'incontra necessariamente con Indra, una proprietà
-del quale è pur quella di estendere, ossia di estendersi. Perciò
-troviamo ancora Vishnu onorato da Varuna e dagli Açvin, e circondato
-dai Marut; abbiamo già detto, che, secondo la interpretazione indiana,
-Vishnu, nel suo secondo stadio, ossia nell'atmosfera, la regione
-de' Venti, s'identifica pure col Dio del vento, ossia con _Vâyu_,
-e necessariamente con Indra che ha per principali compagni eroici
-i Venti. Così Vishnu s'identifica con Brahman creatore, ossia con
-Prag'âpati come signore che appare, nell'inno 164º dello stesso libro,
-dei sette piccoli germi che contengono in sè il seme del mondo, ossia
-di tutte le cose. Chi fu questo primo generatore? Fu il sole? Fu la
-luna? Il sole e la luna sembrano generarsi a vicenda l'un l'altro;
-presso l'inno 22º del secondo libro del _Rigveda_ ci appaiono Vishnu
-che genera il _Soma_ (l'ambrosia lunare) e Indra che lo beve; in un
-altro inno vedico, invece (_Rigveda_, II, 40), _Soma_ appare come
-produttore, creatore di tutti i mondi (l'inno 96º del IX libro fa di
-_Soma_ il generatore del sole e di Vishnu); e il sole _Pûshan_, invece,
-va proteggendo, ossia osservando e conservando il mondo. Si direbbe
-qui già accennato in germe il carattere di _conservatore del mondo_
-che Vishnu dovrà assumere più tardi nella brâhmanica _Trimûrtti_;
-così nell'inno 36º del VII libro del _Rigveda_ si celebra Vishnu come
-_Nishiktapâs_ o _guardiano de' semi_; nel 55º del terzo libro Vishnu
-è chiamato col nome di _Gopâs_, «signore o guardiano, o protettore,»
-il quale custodisce, difende, ossia regge la suprema regione celeste,
-guardiano _delle care regioni immortali_, ed ecco un nuovo carattere,
-per cui _il conservatore del mondo_ parrebbe congiungersi col Çiva
-paradisiaco. Il carattere del vedico Vishnu è dunque evidentemente
-tutto benefico, oltre che singolarmente modesto; Vishnu si presta per
-gli altri Dei e specialmente per Indra, di cui assicura la vittoria,
-e non raccoglie verun profitto. Questo carattere di particolare
-generosità, che ci presenta nel solare Vishnu il solito Dio che si
-sacrifica, dovea essere così sentito nell'età vedica, che, perduto il
-senso etimologico dell'appellativo vedico _Tridhâtu_, ossia _quello
-de' tre elementi_ dato a Vishnu, la _Taittiriya Samhitâ_ compone già
-una leggenda etimologica, secondo la quale il nome _Tridhâtu_ varrebbe
-quello _che si è dato tre volte_. Si narra cioè che Indra, volendo
-uccidere Vr'itra, ordinò al fabbro Tvashtar di preparargli il fulmine;
-Tvashtar si mise all'opera, e, per mezzo del _tapas_ (parola che [si
-noti bene, per spiegare l'equivoco mitico della generazione per mezzo
-della penitenza, che vuol dire, per mezzo del calore; senza il calore
-non si genera] vale _calore_ e _penitenza_), riuscì a farne uno; Indra
-si provò ad alzarlo, ma come avviene spesso agli eroi poco destri delle
-novelline popolari russe, i quali non possono alzare il bastone di
-ferro preparato dal mago nella fucina, Indra non può alzare il fulmine
-forse troppo massiccio ed ardente preparatogli da Tvashtar. Noi abbiamo
-già veduto Vishnu identificarsi, secondo la sede che egli occupa, con
-Agni il fuoco, con Vâyu il vento, e con Sûrya il sole. Il fuoco deve
-aver la forza di bruciare, il vento quella di volare, il sole co' suoi
-raggi quella di penetrare. Vishnu, per compiacere Indra, che ha bisogno
-d'un fulmine formidabile, ma che si possa lanciare a traverso gli
-spazii, consente a farsi in tre pezzi, coi quali tre pezzi di sè stesso
-il fulmine d'Indra si crea, e il Dio fulminante consegue la vittoria,
-per merito singolare di Vishnu, che ha dato al fulmine il potere di
-volare, trovandosi, come già abbiamo avvertito, nella sua seconda sede,
-il sole circondato dai Marut, coi quali trovasi anzi invocato nell'inno
-87º del quinto libro del _Rigveda_. Un'altra delle qualità peculiari
-di Vishnu, che, oltre al rivelarne la sua speciale natura solare,
-ardente, alla sua potenza nel _tapas_, ne rivelano l'indole benigna e
-servizievole, è quella di cuoco celeste. Egli, in unione con Pûshan,
-cuoce per Indra cento bufali, certamente per mezzo del suo fuoco
-solare; nel vero, in un altro inno (V, 29), è detto che Agni, ossia
-il fuoco, ha cotto trecento bufali per Indra, il quale, dopo averli
-mangiati, e aver bevuto tre laghi di _soma_, ossia d'ambrosia, combattè
-con Vr'itra e l'uccise. Secondo un inno del _Rigveda_ (VI, 69), una
-parte di quel _soma_ sarebbe stato pure bevuto da Vishnu, invocato
-insieme con Indra, Vishnu vi fa il solito miracolo di estendersi pel
-cielo, ossia di estendere il cielo. Secondo l'_Aitareya Brâhmana_, in
-quello spazio disteso da Vishnu gli Dei fabbricano i mondi luminosi, i
-Vedi e la parola, che rimangono loro proprietà. Quello che rimane fuori
-di tale spazio appartiene agli _Asurâs_, il che val quanto a dire che
-tutto ciò ch'è fuori della luce è del dominio dei demonii.
-
-Tutto il regno luminoso percorso da Vishnu è sede, ossia dominio degli
-Dei; e della regione percorsa da Vishnu, ossia della sua grandezza,
-dice un inno vedico (_Rigveda_, VII, 99), nessuno conosce il confine;
-in questo inno di composizione probabilmente moderna, ove Vishnu ed
-Indra tendono evidentemente già ad astrarsi, un versetto, col dirci
-ch'essi producono il sole, l'aurora ed il fuoco, sembra già distinguere
-Vishnu dal sole; ma la natura solare di esso ci pare tuttavia scolpita
-nel versetto che precede, il quale ci dice che Vishnu, da ogni parte,
-involge la terra co' suoi raggi di luce.
-
-L'inno seguente attribuisce a Vishnu parecchi degli attributi solari;
-esso ha cento raggi, è rapido, fornito di cavalli, ricco, benefico.
-Nello stesso inno Vishnu è ancora chiamato col nome di _Çipivishta_,
-parola che vale propriamente _fornito di raggi_; ma sopra la quale,
-frantesa, nacque ben presto un equivoco grossolano, che i commentatori
-s'ingegnarono di spiegare con le più strane leggende. Vishnu chiama
-nell'inno sè stesso _Çipivishta_; ma la parola, che vale propriamente
-_il fornito di raggi_, può ancora interpretarsi _coperto di raggi_,
-ossia i cui raggi lo nascondono; ma, fatto del sole una persona, i
-suoi raggi divennero i suoi capelli; il sole con la sua chioma, il
-sole capelluto (Sansone), è chiamato _Çipivishta_, appellativo dato
-non solo a Vishnu, ma a Çiva nel suo carattere di sole moribondo,
-rappresentato sempre con una vasta chioma. Ora pare che il nome di
-_Çipivishta_ siasi pure dato per tempo al _phallos_, come _coperto di
-peli_, e quindi _oscurato, nascosto_. Il poeta vedico allude certamente
-a quel senso ignominioso che deve avere avuto la parola _çipivishta_,
-quando, scambiando il senso nobile col senso ignobile della parola,
-domanda a Vishnu: «Che cosa avevi tu da rimproverarti, o Vishnu, quando
-hai detto: _Io sono Çipivishta_? non celare a noi questa tua forma
-assunta, quando nella battaglia ti sei trasformato.» Noi sappiamo come
-Çiva divenne quindi il Dio fallico per eccellenza, anzi che il fallo
-stesso lo rappresentava; il nome di _Çipivishta_, che vien pure dato
-a Çiva, basta ad assicurarci che, nell'inno vedico, ove appare Vishnu
-come _Çipivistha_, si è preso equivoco tra il sole chiomato ed il
-fallo coperto di peli, e che Vishnu usurpa anticipatamente uno degli
-attributi, che saranno quindi proprii del Dio Çiva. E che non vi sia
-dubbio sopra la interpretazione che propongo al passo vedico, ce lo
-dichiara apertamente l'antico commentatore Yâska, il quale, parlando
-del nome di _Çipivishta_ dato a Vishnu, come di un mistero da non
-rivelarsi, fa che Vishnu si confronti da sè stesso al fallo; se non
-che, interpretandosi ancora altrimenti la parola _çipivishta_, con
-uno strano e capriccioso sforzo etimologico, Vishnu dice di sè stesso
-ch'egli è un _çepa_ o _fallo svestito_ (che può interpretarsi come
-_sprepuziato_, o come _privo di peli_), e Yâska, accettando, senza
-dubbio, la seconda interpretazione, aggiunse, interpretando il mito:
-_privo di raggi_. Ma questo errore de' commentatori indiani e quindi,
-se non erro io, degli interpreti europei, è nato dall'aver ammesso che
-il _nirveshtita_ di Yâska equivalga al _vishta_ del _Rigveda_, il che
-non mi pare possibile in alcuna maniera; chè non solo sono sinonimi,
-ma contrarii, _çipivishta_ valendo _fornito, vestito di raggi_ (e poi
-_vestito di capelli, capelluto_, e infine _fornito, vestito di peli_);
-mentre invece il _çepah nirveshtita_ non vale altro se non _il membro
-spogliato_, qualità, con la quale si potè quindi raffigurare il Dio
-fallico Luno, come privo di raggi o di peli, o calvo, od anche eunuco.
-Ecco in qual probabile maniera un appellativo poetico semplicissimo
-del Dio, male interpretato fin dall'età vedica, introdusse nel mito di
-Vishnu un mistero, al quale il primo poeta, che aveva salutato il sole
-con quel nome, non avea sicuramente pensato; chè il nome di _vish-ta_
-deve essere stato piuttosto suggerito all'antichissimo _rishi_ vedico
-dall'analogia che gli offriva la stessa voce _vish-nu_, la quale
-non aveva sicuramente nessun significato vergognoso nell'età vedica.
-Vishnu, lo ripeto, negli Inni vedici, non ha il posto primario, anzi
-figura più tosto come un servitore che come un amico d'Indra, ma la sua
-vita è pura, la sua storia vedica è priva di scandali; il mescolarlo
-come il suo compagno Indra, anch'esso chiamato _çipivishta_ che appare
-come un sinonimo di _çiprin_, in un mistero fallico, è una calunnia
-nata da un antico malizioso equivoco, quantunque appaia ancor esso
-nella qualità di generatore primevo, anteriore a Prag'âpati: l'inno
-184º del decimo libro del _Rigveda_ canta che Vishnu foggiò la vulva
-dell'universo, Tvashtar ne apprestò le forme, Prag'âpati versò il seme
-genitale, Dhâtar posò è costituì il germe. Perciò vedemmo sopra Vishnu
-come signore de' sette germi cosmici, e, presso l'inno 154º del primo
-libro del _Rigveda_, non solo quello che pervade tutto l'universo,
-ma quello che lo contiene tutto in sè. Il _viç-va_ e il _vish-nu_
-provengono dalla stessa radice _viç_. Quando pertanto dal culto del
-Dio concreto specifico si passò a venerare particolarmente il Dio
-astratto generico; quando Indra come Divaspati cedette il campo a' suoi
-antichi originarii equivalenti Brahman e Brahmanaspati, esprimenti il
-cielo; si sostituì pure ad Indra grandeggiante nel cielo, distendente
-il cielo, sopra gli altari del sacrificio, Vishnu il collega d'Indra,
-che pervade ed occupa tutto l'universo, col quale evidentemente
-s'identifica. Quando poi si divulgarono le leggende brâhmaniche, nelle
-quali apparivano forme strane, divine, eroiche, umane, bestiali, sotto
-le quali il Dio compieva miracoli, i settarii di Vishnu supposero
-che ciascuna di quelle forme antiche, moderne o rinnovate, fosse una
-incarnazione panteistica del loro Iddio prediletto; e così, dopo avere
-creato, sopra il sole Vishnu, un Dio metafisico analogo a Brahman,
-tornarono a decomporlo in numerose sacre particole, ciascuna delle
-quali conteneva intiero il loro Dio; sotto questo rispetto, Vishnu
-si poteva dunque, nell'età brâhmanica, considerare come un vero Dio
-universale, poichè in tutte le antiche manifestazioni degli Dei,
-raccontate con nuove varianti brâhmaniche della setta vishnuitica, egli
-appariva come l'inevitabile _Deus ex machina_.
-
-
-
-
-LETTURA DICIASSETTESIMA.
-
-RUDRA-ÇIVA.[90]
-
-
-Noi abbiamo già accostato Indra _Çiprin_ con Vishnu _Çipivishta_,
-e notammo come _çipivishta_ fosse pure un appellativo dato a
-_Rudra-Çiva_. _Rudra-Çiva_ raffigura specialmente il sole moribondo;
-ma, poichè questo s'incontra con l'_astro_ lunare, lo stesso Dio solare
-prese ben presto alcuno de' caratteri essenziali lunari, e specialmente
-quello di generatore fallico, o di _phallos spogliato_, secondo il
-senso che si diede alla parola _çipivishta_. Qui ancora è probabile che
-a far di _Çiva_ un Dio fallico abbia, in parte, contribuito un equivoco
-di linguaggio. Come Indra _çikhin_ o _çiprin_ prese pure nome nella
-letteratura brâhmanica di _Çibi_ o _Çivi_, come Yâska prendeva equivoco
-tra le voci vediche _çipi_, «raggio,» e _çepa_, «fallo, coda;» così non
-mi pare improbabile che alla parola _çiva_ scambiatasi, per l'analogia
-offerta dalla parola _çipivishta_, in _çipa-çepa_, siasi, sotto
-l'influsso delle parlate prâcritiche, attribuito un senso intieramente
-fallico, innanzi che altre occasioni esterne venissero a determinare
-e svolgere maggiormente nell'Indra il culto del _phallos_ nella figura
-del Dio Çiva. Ma _Çiva-Çipa_, che si riscontra per un verso con _çepa_,
-per l'altro si accosta, per la mediazione naturale di _Çipivishta_ o
-_fornito di çipi_, all'equivalente _çiprin_ (_fornito di çipra_ ch'è
-_il ciuffo_); Indra _Çiprin_ è il Dio _col ciuffo_: Indra _Çiprin_ e
-Vishnu _Çipivishta_ si rappresentano entrambi circondati dai Marut; ora
-i Marut, il padre de' quali è Rudra, sono chiamati _hiranya-çiprâs_,
-ossia _aventi un aureo ciuffo_. Ecco un primo carattere, per cui in
-_Rudra-Çiva_ o _Rudra-Çiprin_ sembra indicarsi _il sole moribondo_,
-ossia il sole col ciuffo. L'inno 43º del primo libro del _Rigveda_
-ci fa sapere che Rudra splende come il sole e come oro; Pûshan, in
-cui ravvisammo già il sole moribondo, è spesso chiamato nel _Rigveda_
-con l'appellativo di _Kapardin_, e Kapardin, _dai capelli ispidi_,
-dai capelli che vanno in su (a uso de' penitenti), è un appellativo
-vedico e brâhmanico di Rudra e di Çiva. L'inno 114º del primo libro del
-_Rigveda_, ove Rudra parrebbe identificarsi con quello stesso Vishnu
-che, dopo aver negl'Inni vedici distrutto il cinghiale, apparirà esso
-stesso, in una delle sue incarnazioni, nella forma d'un formidabile
-cinghiale, il Dio Rudra circondato, come Indra, come Vishnu, dai
-Marutas, si rappresenta qual rosso cinghiale celeste dall'ispido
-pelo (_divo varâham arusham kapardimam_), ed è pregato perciò di
-risparmiare i devoti mortali, e i loro figli, e i loro bestiami, e di
-non distruggerli nell'ira sua. Nel primo inno del secondo libro del
-_Rigveda_, Rudra, chiamato _asuro maho divas_, ossia _grande spirito
-del cielo_, un equivalente di _Mahâdeva_ appellativo del Dio Çiva,
-s'identifica esplicitamente con Agni e con Pûshan, onde si pare che la
-sua propria natura è il fuoco del sole moribondo. Nell'inno 33º dello
-stesso libro è pregato Rudra di non allontanare il sole dalla vista
-degli uomini, altra prova evidente che si tratta d'un genio o Dio del
-sole moribondo. Anch'esso, come il sole, sale sopra un carro; nell'inno
-74º del sesto libro Rudra si trova invocato insieme col Dio Luno o
-Soma, affinchè caccino insieme tutti i mali, mettano ne' corpi umani
-tutti i rimedii, purifichino, allontanino la sventura (_Nirr'iti_),
-liberino dal laccio mortale di Varuna, che è simile a quello di Yama.
-Anche in quest'inno noi ci persuadiamo che il Dio dovea essere invocato
-all'accostarsi della notte, quando la tenebra sembra farsi apportatrice
-d'ogni male sopra la terra; si teme che Rudra sia complice di Varuna
-o di Yama, e lo si scongiura; egli è supposto padrone di tutti gli
-Dei, e il medico de' medici divini. L'inno 22º dell'ottavo libro
-celebra gli Açvin, come numi splendidi, adorati il mattino e la sera,
-che percorrono le vie di _Rudra_, ond'essi stessi vengono appellati
-_Rudrau_ (_i due Rudra_, o _i due terribili_).
-
-Dalla nozione adunque che, presso il _Rigveda_, si ricava intorno a
-Rudra, non par dubbia non solo la sua natura solare, ma in ispecie
-quella di sole moribondo, che conviene pure, come già vedemmo, a Yama,
-col quale Rudra-Çiva presenta parecchi caratteri simili, essendo
-divenuto, com'esso, terribile e beato, infernale e paradisiaco,
-distruggitore e riproduttore della vita.
-
-La nozione degli altri Vedi non distrugge punto, anzi conferma
-eloquentemente questa impressione. Quando il _Yag'urveda bianco_ ci
-dà come sorella di Rudra Ambikâ, e il suo _Brâhmana_ ci assicura che
-Ambikâ è l'autunno, noi troviamo, come al solito, trasferiti al cielo
-autunnale ed invernale i fenomeni del cielo vespertino e notturno.
-Presso il _Çatarudriya_ dello stesso Veda Rudra appare, come Çiva,
-nella qualità di _giriçanta_ o _abitante sui monti_, di _giritra_ o
-_montanaro guardiano de' monti_, che è propria del sole al tramonto;
-come _nîlagrîvo vilohitah_, ossia _rossastro dalla nuca azzurra_,
-ossia la cui testa rossastra posa sul cielo azzurro; come _kapardin_
-o _dagli ispidi capelli arricciati_; come _harikeça_ o _dalla chioma
-d'oro_; come _ushnishin_ o _fornito di diadema_; come _çipivishta_,
-come _hiranyabâhu_ o _dalle braccia d'oro_; come _rohitah shtâpati_
-o _rosso artefice_, appellativo che ci richiama alla fucina del sole
-che tramonta, ove siedono Tvashtar e Vulcano; come _stenânâm pati_
-o _signore dei ladri_ (i quali rubano, per lo più, sull'imbrunire,
-quando il sole non illumina più, e la luna non illumina ancora la
-terra; del resto, anche la luna è chiamata protettrice de' ladri, e
-con essa si può confondere Rudra, in tale qualità, come si confonde
-nella sua qualità di signore di tutti i rimedii, di tutte le erbe,
-di tutte le piante, e delle foreste); come Pûshan (il sole moribondo)
-guida il viandante verso la sua dimora, e custodisce le strade, così
-la luna rischiara le vie, erra nella selva notturna, ed errandovi
-la illumina; essa è il lumicino delle novelline popolari che guida
-l'eroe o l'eroina, che si smarrì nella foresta, al palazzo incantato;
-come ladro, e ingannatore egli stesso (aspetto che, nella Mitologia
-zoologica, piglia specialmente la volpe che rappresenta il sole
-moribondo, ossia l'aurora vespertina); come nano e come gigante;
-come primo ed ultimo nato; come vecchio e come giovine, propizio
-e terribile; fornito di rapidi carri, munito di dardi formidabili;
-come compagno di Soma, col quale protegge le case, come _Paçupati_
-o _guardiano del bestiame_ (due qualità, con le quali Rudra torna
-ad assimilarsi con Pûshan); come _çañkâra_ e _çiva_ o _propizio_,
-due appellativi che distinsero quindi particolarmente il Dio Rudra;
-e, al tempo stesso, come distruggitore e tormentatore (qualità che
-distinse quindi, nella brâhmanica Trimûrtti, particolarmente il Dio
-Çiva, ed ancora il Dio della guerra ch'è della stessa natura di questo
-Rudra; ho già detto che il rosso di sera, nella superstizione popolare
-subalpina, annunzia guerra); ad esso pertanto i devoti recitatori
-del _Çatarudriya_, cioè al suo dente mortifero (come quello di Yama),
-raccomandano e consegnano i loro nemici ch'essi odiano e dai quali sono
-odiati.
-
-Parmi evidente che, per i poeti del _Yag'urveda_, sotto il nome del Dio
-Rudra si raffiguri ancora il sole moribondo vespertino ed autunnale,
-il Yama che di paradisiaco diviene infernale, il Yama che di primo de'
-nati diventerà il primo de' morti e il Dio terribile che fa morire;
-all'autunno, oltre il nome di Ambikâ sorella di Yama, ci richiama
-il _Çatarudrya_, dicendoci che la pioggia è dardeggiata da Rudra. E
-questo trasferimento di Rudra dal cielo vespertino al cielo autunnale
-ci è pure confermato, oltre che dalla sorella di Rudra, Ambikâ, la
-pluvia stagione autunnale, dalla moglie di lui Priçnî, la vôlta celeste
-macchiettata, e, sovra tutto, dai figli di lui i Marut, i venti, i
-quali come si levano la sera, quando il sole tramonta e spirano le
-gelide brezze notturne, così ancora più formidabili si scatenano negli
-aquiloni autunnali, nunzii ed apportatori terribili della tempesta
-invernale, per tornare poi nel marzo nunzii di buon tempo: invocati per
-la distruzione de' nemici, mentre, secondo un inno dell'_Atharvaveda_,
-Dundubbi o il Dio tamburo tona per far loro paura.
-
-Per questa relazione strettissima che Rudra ha con l'oceano notturno e
-con la stagione pluvia autunnale (esso è detto, presso il _Yag'urveda_
-e presso l'_Atharvaveda_, aver sede non meno nell'acqua che nel
-fuoco; l'acqua dà poi il succo medicinale, salutifero alle erbe,
-delle quali Indra è pure signore), e poi Rudra regna dappertutto;
-onde si spiega pure il suo appellativo di _Çarva_, col quale esso
-viene particolarmente celebrato nell'_Atharvaveda _. Così come Vishnu
-risalì al _viçvam_, all'universo, e divenne Dio universale; così Rudra
-si trasformò in Çarva, e come tale, scambiato _Çarva_ con _Sarva_,
-ch'è pure uno de nomi di _Vishnu_ e di _Çiva_ (lo scambio fra _Çarva_
-e _Sarva_ appartiene già all'età vedica), si confermò e s'inalzò la
-sua qualità di _Mahâdeva_, d'_Ica_, d'_Içvara_, di _Parameçvara_,
-le quali riconosciute, _Rudra-Çiva_ dovea necessariamente pigliar
-posto nella Trimûrtti, i componenti della quale si distinguono dagli
-altri Dei minori specialmente pel loro carattere d'universalità; ma
-poichè _Çarva_ non è già propriamente _il tutto_ (_Sarva_), ma _il
-distruggitore_, il mahâdeva Rudra-Çiva rimase poi particolarmente
-nella Trimûrtti col suo carattere di universale distruggitore, e
-viene già scongiurato negli Inni vedici, affinchè non distrugga. _Ugra
-terribile_ è uno degli appellativi, coi quali è invocato Rudra-Çarva
-nell'_Atharvaveda_. Egli vi è celebrato come _çikhandin_ o _crestato_,
-_fornito di ciuffo_, e munito di un arco del color dell'oro, col quale
-_colpisce mille, uccide cento_; ed è pregato di tener lontano dalla
-dimora dei devoti sciacalli, cani sinistri[91] e calve streghe; di
-lanciare sopra altri che sopra i suoi devoti la sua arma terribile; di
-non consumarli, di non ucciderli nè col veleno nè col fuoco, poich'esso
-è padrone di tutte le erbe, ossia di tutte le acque che danno il succo
-alle erbe, e di mettersi in collera contro di essi; di rivolgersi
-contro gli animali mostruosi, contro i quali esso può liberamente
-tirare; di scagliare altrove il fulmine (_Vidyut_). In questa qualità
-di fulminante, Rudra padre dei Marut si identifica evidentemente con
-Indra fulminante circondato dai Marut, il sole, chiuso nella nuvola
-della tempesta, è egli stesso il fulminatore, mentre, secondo un altro
-concepimento vedico, Indra trae dal sole o da Vishnu (avvolto ancor
-esso dai Marut) il fulmine, per scagliarlo poi egli stesso. Avremmo
-qui dunque in Rudra, non tanto il sole moribondo vespertino, quanto il
-sole entrato nella stagione autunnale, che nelle tempeste dell'autunno,
-circondato dai venti suoi figli, fulmina e tona, usurpando il supremo
-ufficio di Indra, come altri ufficii vedemmo già essere stati ad Indra
-disputati da Brahman e da Vishnu. È con le spoglie degli Dei vedici che
-si rivestirono gli Dei brâhmanici, ogni nuovo Dio grandeggia a spese
-degli Dei che l'hanno preceduto; e di questo divino travestimento gli
-stessi Inni vedici ci lascian rintracciare le occasioni e le ragioni
-celesti. Un inno dell'_Atharvaveda_, in cui Rudra è esplicitamente
-identificato con _Mahâdeva_ e con _Içâna_, ossia con Çiva, ci avverte
-come Rudra, per consenso di tutti gli Dei, fu convertito in arciere
-celeste, qualità propria d'Indra, e poi di suo figlio Arg'una, ma che
-s'attribuì quindi, come parmi, tanto più facilmente a _Çiva_, per
-l'equivoco che dovette nascere tra le parole _Ìçvara_, che divenne
-poi _il signore_ (ma che, in origine, significò _il penetrante, il
-forte, il potente_), appellativo di Çiva, ed _Ishvâsa_ che vale
-_l'arciere_. In una singolare leggenda del _Çatapatha Brâhmana_,
-presso la quale si cerca dar ragione de' varii nomi di Rudra, figurato
-come figlio dell'anno e di un'Ushas figlia di Ushas, ossia _Aushasî_
-(la primavera risponde all'aurora mattutina, l'autunno all'aurora
-vespertina; l'_Aushasî_ madre di Rudra sembra identica alla _Priçnî_
-che gli è moglie, all'Ambikâ che gli è sorella), e che domanda gli si
-dia un nome (poichè il neonato fanciullo indiano, secondo il vedico
-_Çatapatha Brâhmana_, finchè non riceve un nome, non può essere
-liberato dal male, credenza che ci richiama al dogma cristiano del
-peccato originale portato via dalla cerimonia del Battesimo, nella
-quale si dà al neonato fanciullo cristiano un nome che si spera possa
-portargli fortuna), tra le forme che gli dovranno procacciare un nuovo
-nome, troviamo pure indicata quella di _Parg'anya_, ch'è _il temporale_
-e _il Dio del temporale_, armato del fulmine, ossia della _vidyut_,
-_della lampeggiante_. E poichè la stagione autunnale, invernale,
-e la notturna, ossia la stagione umida, acquosa, è particolarmente
-retta dalla luna, la leggenda del _Çatapatha Brâhmana_, tra le forme
-di Rudra, ci offre pur quella di _C'andramas_, ossia del Dio Luno;
-e poichè il Dio Luno si raffigura come un Prag'âpati o conservatore
-per eccellenza _della progenie_, Rudra è anch'esso un Prag'âpati,
-qualità che abbiamo già veduto appartenere a Brahman ed a Vishnu;
-nella Trinità brâhmanica poi, Brahman è il _Prag'âpati_ procreatore,
-Vishnu il _Prag'âpati_ conservatore della progenie; nella qualità di
-_C'andramas Prag'âpati_, Rudra-Çiva piglia ancor esso il carattere del
-Dio creatore universale, come pure in quella di _îçâna_ che lo stesso
-_Brâhmana_ spiega come _sole_, poichè il sole regge l'universo e forse
-in _îça_, _îçâna_, _îçvara_, appellativi di Rudra, la radice _îç_ è
-stretta parente di _viç_ che entra in Vishnu, com'è certo la stessa
-che occorre in _Ishma_, _il Desiderio_, e poi il Dio del Desiderio,
-l'Amore, il Dio d'Amore, che, come violento, diviene poi il Dio della
-Guerra; e _Kumâra_ uno degli appellativi del terribile Karttikeya
-o Dio della guerra indiano, nel periodo brâhmanico, chiamato nel
-_Mahâbhârata_ figlio di Rudra, è pure uno degli appellativi di Rudra
-attribuitigli dalla leggenda del _Çatapatha _, il quale, pigliando
-equivoco fra il nome di _çarva_ o _distruggitore_ e _sarva_ o _tutto_,
-considera pure Rudra nella sua forma di _Sarva_, e la spiega, nel modo
-seguente, ove l'imposizione del nome e il battesimo con l'acqua si
-trovano accostati. Dopo aver dichiarato che _Rudra_ si chiama così,
-da _rud_ «piangere,» poichè il fanciullo neonato piangeva, essendo
-travagliato dal male, per non avere ancora ricevuto alcun nome che
-glielo portasse via; dopo aver soggiunto che il neonato Rudra passò
-nella forma di Agni, ossia del fuoco, perchè il fuoco è un _Rudra_,
-ossia _uno che piange_, la leggenda continua: — Il fanciullo disse: «Io
-sono più grande di tutto ciò che esiste; imponimi un nome.» Prag'âpati
-rispose: «Tu sei Sarva.» Poichè egli ricevette, un tal nome, le acque
-divennero la sua forma; chè Sarva si chiamano le acque (per l'equivoco
-nato sopra la radice _sar_, onde _Sara_, _l'acqua_; il _Sarva_ poi
-si congiunge etimologicamente col _Sarpa_; onde si spiega ancor
-meglio come _Sarva_ sia un appellativo di Vishnu e di Çiva, come Dei
-universali, e che Vishnu appaia pure più tardi nella forma di _Sarpa
-Ananta_ spiegato per _serpe infinito_, ma scambiato probabilmente col
-_Sarva Ananta_, ossia _con l'universo infinito_, di cui Vishnu è il
-reggitore, il conservatore; _Vishnu ananta_, ossia _il tutto infinito_,
-si rappresenta seduto sopra il _çesha_ che propriamente rappresenta
-la parte), e le acque si chiamano _sarva_, perchè da esse nasce
-ogni forma. — I nomi di _Paçupati_, o, com'è spiegato, _signore del
-pascolo_, di _Ugra_ il «terribile,» di _Vâyu_ «il vento,» di _Açani_
-«il fulmine,» ec., che la leggenda attribuisce a Rudra, sono tutte
-qualità speciali, caratteristiche date al Dio universale; la riunione
-di esse costituì il carattere di _mahâdeva_ o _gran Dio_ Rudra-Çiva;
-della sua qualità vedica di _distruggitore_ o _çarva_, nell'età
-brâhmanica, si conserva frequente reminiscenza nel nome di _Sarva_,
-che ha sostituito il _Çarva_, con significato di _universo_. In una
-leggenda del _Çânkhâyana Brâhmana_ riferita per intiero dal Muir nel
-quarto volume de' suoi _Sanskrit Texts_, il nascimento e l'imposizione
-de' nomi a Rudra sono riferiti nel modo seguente: — Prag'âpati ha una
-figlia di nome Ushas; questa si trasforma in una ninfa; Prag'âpati
-la vede, e lascia cadere il suo seme genitale; quindi ei lo raccoglie
-in un vaso d'oro, e ne nasce una creatura dai mille occhi, dai mille
-piedi, dalle mille braccia[92] (oppure dalle mille saette fissate sulla
-corda dell'arco). Il neonato si reca presso Prag'âpati e gli dichiara
-ch'ei non toccherà cibo, finchè non riceverà un nome. Prag'âpati lo
-chiama _Bhava_ od _essenza_, poichè Bhava od essenza sono le acque;
-Rudra non è pago, e vuole un secondo nome; allora Prag'âpati: «Tu sei
-_Çarva_,» poichè Agni (il fuoco) è _Çarva_ (ossia _struggitore_); il
-terzo nome ricevuto da Rûdra è _Paçupati_ o _il signore del pascolo_,
-perchè Vâyu o _il vento_ è Paçupati; il quarto nome è _Ugradeva_,
-poichè Ugradeva o _il Dio terribile_ sono le erbe e le piante (qui è
-evidentemente avvenuto uno scambio per errore del commentatore, poichè
-_Ugradeva_ è il nome che conviene a Vâyu, e _Paçupati_, o _signore del
-pascolo_, è invece il nome che conviene alle erbe ed alle piante); il
-quinto nome è _Mahâdeva_ o _gran Dio_, perchè _gran Dio_ è _Âditya_
-(ossia _il sole_, Vishnu); il sesto nome è _Rudra_, perchè Rudra è pure
-_la luna_ (_C'andramas_); il settimo nome è _Îçâna_, poichè Îçâna è il
-cibo (_annam_, per l'equivoco probabile nato fra _îçâna_ ed _açana_,
-ch'è _il cibo_); l'ottavo nome è _Açani, il fulmine_, perchè Açani
-(come Dio fulminante) è Indra. — Nel _Yag'urveda nero _Agni-Rudra è
-già paragonato al tigre vorace, che divorerebbe il sacrificatore, se
-questo non lo placasse con le oblazioni; il fuoco sacrificale è quel
-tigre vorace sulla terra; e il sole moribondo sulla montagna, che
-attira a sè, è il tigre celeste, che troviamo quindi rappresentato, nel
-periodo brâhmanico, presso Çiva e Parvatî. Tuttavia l'insegna propria
-di Rudra-Çiva tra gli animali è particolarmente il toro, emblema
-essenzialmente lunare, onde Çiva viene pure rappresentato con la luna
-in fronte; e questo suo associarsi e quindi identificarsi con l'astro
-lunare dovette poi concorrere, in gran parte, a convertire Rudra-Çiva
-in un Dio fallico, che offre un singolare contrasto con la qualità di
-distruggitore rappresentata nella Trinità brâhmanica da Çiva. Il vedico
-Rudra non ha ancora caratteri paradisiaci; egli è essenzialmente un
-violento, un terribile armato, che gli uomini temono, quanto amano
-invece Indra. La grandezza d'Indra spiegasi particolarmente nel
-cielo primaverile, in cui si mostra circondato dai venti di marzo; le
-tempeste di primavera, nelle quali Indra fulmina e tona, annunziano il
-ritorno del bel tempo; gli Açvinau, i due gemelli, i due pesci, sono
-compagni propizii d'Indra. Gli stessi Açvinau accompagnano Rudra, ma
-essi sono gli Açvin autunnali (_Rudrau_), dai quali, anzi, un mese
-dell'autunno s'intitola _Âçvina_; e i Marut dell'autunno non hanno
-più la stessa natura dei venti di marzo; essi sono aquiloni funesti,
-infernali; il loro potere perciò è temuto, come quello di Rudra loro
-padre, il quale, congiungendosi nella notte e nell'inverno con l'oceano
-acquoso, in esso trova poi ogni maniera d'umori, i salutiferi ed i
-velenosi, onde esso può pure far concorrenza agli Açvin, come supremo
-medico, ossia medico de' medici. È nel suo incontro con l'ambrosiaco o
-dionisiaco Soma, con l'astro lunare, che Rudra acquista natura benigna,
-fallica insieme e paradisiaca, offrendo in sè quello stesso duplice
-carattere, che abbiamo già avvertito in Yama, Dio al tempo stesso
-de' beati e de' dannati, infernale e paradisiaco. Ma la letteratura
-vedica ci presenta Yama sotto un aspetto _particolarmente propizio_,
-come Rudra sotto un aspetto _specialmente formidabile_; si direbbe
-che dalla riunione di queste due persone vediche siasi formato, in
-gran parte, per l'occasione di un equivoco nato sulla parola çiva, il
-duplice Çiva brâhmanico (il cui carattere propizio è essenzialmente
-fallico), come vedemmo già che dallo scambio sicuro di _Çarva_ con
-_Sarva_, e forse quello d'Îç-a con Vish-nu, si costituì la grandezza
-di Mahâdeva, che assunse anch'esso il carattere di fallo universale. La
-_Çvetâçvatara Upanishad_ rappresenta Rudra come _signore dell'universo_
-(_viçvâdhipa_), generatore del primo _germe d'oro_ (_Hiranyagarbha_)
-increato esso stesso, quantunque altre volte si rappresenti al pari
-di Yama qual primo de' nati e primo de' morti, o pure come figlio
-di Prag'âpati e di una forma di Ushas. Nell'_Atharvaçiras Upanishad_
-Rudra è celebrato come il Dio universale, eterno e non eterno, eterno e
-primevo, visibile ed invisibile, maschio e femmina, principio e fine;
-così si combinano le sue due nature di creatore e di distruggitore,
-poich'egli è tutto e dappertutto; _nel tempo del fine_ (_antakâle_),
-dice la _Upanishad_, egli distrugge tutti i mondi. Con simile carattere
-universale è chiaro che Rudra possa raccogliere in sè solo gli aspetti
-di tutti gli Dei. La _Kaivalya Upanishad_, secondo l'estratto che ne
-diede il professor Weber negli _Indische Studien_, c'insegna che Rudra
-è lo sposo di Umâ, è Brahman, è Çiva, è Indra, è Vishnu, è lo Spirito
-(_Prâna_), è l'anima, è _Parameçvara_, ossia il _supremo Signore_.
-Da tutti questi indizii vedici, e da quegli altri più copiosi che
-lo studioso può trovare diligentemente raccolti nel IV volume dei
-_Sanskrit Texts_ del Muir, a quale conclusione si può egli arrivare
-intorno alla propria natura di Rudra-Çiva? — A nessuna affermazione
-esclusiva ed assoluta.
-
-Quando si parla di Çiva, vuolsi concepire sotto molteplici forme; la
-più antica è quella del violento vedico Rudra generatore dei venti,
-che nel cielo vespertino e autunnale, e, più di rado, mattutino e
-primaverile, appare ora malefico, ora propizio, ora promettitore di
-bel tempo, ora di tempo malvagio; come vi sono due Açvin, come vi
-sono due Yama, così vi sono due Rudra, l'uno _Çarva o distruggitore_,
-l'altro _Çiva_ o _felice_. Ma il _Çarva_ divenuto _Sarva_ (_universo_)
-prese aspetto d'un Dio universale simile al Creatore Brahman; e
-_Çiva_, confusosi forse col _Çepa_ o _Çipivishta_, converti facilmente
-il Dio universale Creatore in un Dio fallico. Il Çiva del periodo
-brâhmanico conservò alcune delle qualità del terribile Rudra-Çarva;
-ma, per i contatti con le popolazioni dravidiche, quasi a liberarsi
-dai maleficii del Çiva distruggitore, gli indigeni finirono poi col
-venerare specialmente il Dio fallico, il _liñga_, che dovea mantenere
-la generazione, e impedire così che il _Sarva_ fosse distrutto dal
-_Çarva_, ossia che il Mahâdeva creatore annientasse l'opera propria.
-Ed ora, per proseguire, dovremmo entrare, alla nostra volta, nella
-regione della metafisica, ai confini della quale ho, invece, desiderato
-arrestarmi. Se io l'ho pur tuttavia, in qualche maniera, sfiorata,
-siami di scusa la stessa classificazione da noi fatta degli Dei
-vedici, i quali tutti, senza eccezione, hanno bensì una base fisica,
-ma non sì che alcuni di essi non accennino già ad una imminente
-trasformazione della loro natura mitica in natura teologica, anzi
-non dimostrino ad evidenza che la trasformazione è già incominciata;
-e, contemporaneamente al Dio teologico, ossia all'astrazione suprema
-dalla realtà, nasce nel culto il grossolano idolo fallico. Fra il mondo
-teologico e il mondo della materia inconsciente, che sembrano assai
-lontani e pure si toccano, sta il mondo mitico, ossia il mondo ideale,
-il mondo poetico, il mondo delle realtà luminose che si agitano perenni
-nella vita dello spirito.
-
-
-
-
-LETTURA DICIOTTESIMA.
-
-CONCLUSIONE.
-
-
-Noi siamo giunti al fine della nostra breve peregrinazione a traverso
-l'Olimpo vedico, contemplando la figura di Rudra-Çiva. Noi abbiamo
-considerato il primo aspetto del Dio; per studiare, nella sua
-interezza, il secondo, dovemmo mutare d'ambiente storico, e però
-necessariamente d'ambiente mitico. Poichè, ammesso ciò che non si nega
-più da ogni mitologo intelligente, risultare il mito dal linguaggio
-insieme e dalle idee che quel linguaggio esprime, ossia dalle immagini
-figurate ed animate del linguaggio, poichè le idee si trasformano
-insieme con le parole, anche le mitologie passano necessariamente
-per stadii diversi. Così nell'India abbiamo collegate fra loro e pure
-distinte due mitologie, la vedica e la brâhmanica, come abbiamo due
-civiltà, e due lingue fra loro collegate e pure distinte, la vedica
-e la brâhmanica; a queste due lingue, civiltà e mitologie, se ne
-potrebbe ancora, nell'India, aggiungere una terza, ch'è la lingua
-sacra, la civiltà, la mitologia buddhistica. E, col trasformarsi delle
-mitologie, anche le religioni che posano sopra di esse, si modificano.
-La mitologia vedica s'accompagna con un culto religioso de' fenomeni
-più splendidi e delle forze più temute della natura; la mitologia
-brâhmanica che ingigantisce gli Dei senza farli più luminosi e più
-venerabili, si accompagna con una idolatria mostruosa; la leggenda
-mitica spirituale del Buddha porta alla sua suprema esagerazione
-l'ascetismo. Ogni età storica ha un suo carattere particolare; se vi
-è capacità morale in una razza di creare il mito, e se questa razza
-può contare più di una età storica, essa muterà necessariamente di
-mitologia e di religione col mutarsi di civiltà e di linguaggio. Ma,
-come nessun linguaggio è così distinto dal suo predecessore da farlo
-dimenticare, così nessuna nuova mitologia fa intieramente dimenticare
-l'antica, da cui si è svolta. Accade nella successione mitologica
-quello che si osserva nella successione ereditaria di padre in figlio.
-Certamente l'eredità che il figlio riceve dal padre o dagli avi, è
-gran parte del suo organismo; ma, poichè l'educazione di questo nuovo
-organismo è inevitabilmente diversa da quella che ricevette l'organismo
-precedente, poichè i mezzi, coi quali il figlio vive e l'ambiente
-storico, in cui si agita, sono diversi da quelli, coi quali visse
-e in cui s'agitò il padre, per questa sola diversità d'educazione,
-di mezzi e d'ambiente si produce un nuovo carattere morale. Così il
-carattere mitologico appare diverso secondo le età storiche, nelle
-quali si manifesta. Ebbe quindi ragione il professor Adalberto Kuhn,
-uno de' fondatori illustri della Mitologia comparata, in un recente
-suo notevole discorso letto all'Accademia delle scienze di Berlino
-(_Ueber Entwicklungsstufen der Mythenbildung_), di negare l'esistenza
-di un solo periodo mitico. Tuttavia, se si devono ammettere parecchi
-periodi di creazione mitica, chè, negandoli, si negherebbero all'uomo
-moderno intieramente quelle facoltà poetiche, ideali, inventive, che
-si riconoscono all'uomo primitivo, non bisogna poi dimenticare le
-ragioni, per le quali l'uomo primitivo era più atto dell'uomo civile a
-creare il mito, e le ragioni, per le quali un mito elementare che si
-lasciava creare da un uomo primitivo, non si potrebbe più inventare
-da un uomo incivilito. Per crear miti è necessaria molta ingenuità,
-e la molta ingenuità s'accompagna per lo più con la molta ignoranza;
-l'entusiasmo poetico che si sente innanzi alla natura è ancor esso una
-illusione creata da una specie d'ignoranza; il poeta vede nell'aurora
-la fanciulla che sparge rose, che apre con rosee dita la finestra
-d'oriente; lo scienziato considera attentamente il fenomeno, lo
-sottopone ad una fredda analisi, calcola la distanza ed i riflessi de'
-raggi solari sopra un cielo simile ad una vôlta azzurra, ma che non
-è in realtà nè azzurro nè vôlta, e si mostra solo con quel colore,
-con quella forma alla nostra vista ingannata; e, arrivato a quella
-conoscenza, lo scienziato non solo non crea più alcun mito sopra
-l'aurora, ma non lo lascia più creare. Perciò mi convien ripetere
-quello che ho già affermato nell'aprire queste letture; se si creano
-ancora miti, il solo che li crea è il popolo, perchè più ingenuo e
-più prossimo alla natura; i poeti cittadini possono guastare i miti,
-con la pretesa di abbellirli, di ornarli, come fece Ovidio con le
-sue _Metamorfosi_, ma non già creare alcun mito vivace. Se vi furono
-dunque parecchi periodi storici, ne' quali si crearono ordini diversi
-di miti, convien pur sempre ritenere che nessun terreno, nessun tempo,
-nessun linguaggio tra quelli che conosciamo fu più propizio alla
-creazione dei miti, che il terreno, il tempo, il linguaggio vedico.
-Noi siamo richiamati ad una regione, nella quale i fenomeni naturali
-si manifestano più ricchi e più grandiosi, ad un'età patriarcale,
-ad un linguaggio particolarmente agile, vivace e trasparente. Io ho
-detto esser necessaria molta ingenuità per creare i miti, ma s'intende
-che questa qualità negativa non basterebbe da sola a produrre altro
-che facili e volgari idolatrie; ma il popolo che cantava gl'Inni
-vedici aveva ancora un sentimento vivacissimo, ed una immaginazione
-ardente, due qualità necessarie a produrre l'entusiasmo poetico,
-primo artefice di miti. Dico primo e non unico. Poichè, come ho già
-avvertito più volte, e, come spero aver dimostrato con un sufficiente
-numero di esempi, un gran numero di miti nacque sopra un solo equivoco
-di linguaggio. Quando noi tra le opere indiane ne troviamo una che
-ci reca i mille appellativi di Vishnu, un'altra che ci offre i mille
-appellativi del Sole, da questa ricchezza d'appellativi attribuiti ad
-un solo essere mitico comprendiamo insieme tre cose: 1ª che quella
-ricchezza d'appellativi è prova della potenza immaginativa, ossia
-poetica, del popolo che sapeva inventarli; 2ª che, diventando quegli
-appellativi figure mitiche distinte, un solo Dio poteva moltiplicarsi
-e trasformarsi tante volte, quanti erano i suoi appellativi poetici;
-3ª che scambiandosi l'uno con l'altro gli appellativi di uno stesso
-Dio, o, come più spesso avvenne, l'appellativo d'un Dio con quello d'un
-altro, essendo impossibile che alcuno degli appellativi dati in gran
-numero ad un solo Dio non ritornasse come appellativo proprio d'alcun
-altro Dio, da questo scambio nasceva un equivoco, e da questo equivoco
-molte volte un intiero ordine di miti. E gli equivoci possono essere
-diversi secondo le età; vi sono, per esempio, equivoci spontanei,
-come quello che nasce fra la nuvola e la montagna, fra i due Krishna,
-il vedico ed il brâhmanico, fra la Pr'ithivî celeste e la Pr'ithivî
-terrestre; vi sono equivoci per ignoranza mista ad un po' di malizia,
-come abbiamo veduto essere quello nato tra gli stessi poeti vedici
-sopra la parola _çipivishta_; vi sono finalmente equivoci originati
-dalla ignoranza de' commentatori, e questi, come sono della peggiore
-specie, così alimentano una mitologia grottesca, massiccia, che vive
-alle spese della credulità del volgo, ma non contiene in sè stessa
-alcun germe vitale. Ma, se gli equivoci d'un'età sono diversi da quelli
-d'un'altra, la tendenza a crear miti per mezzo di equivoci è un fatto
-antico e costante. Nuovi miti possono certamente apparire nella storia,
-e vi sono alcuni miti recenti, come ve ne sono moltissimi antichi. Il
-voler pertanto spiegare ogni mito col richiamarlo, come a sua prima
-fonte immediata, ai miti vedici, sarebbe sicuramente impresa temeraria;
-poichè il nostro linguaggio non rimase inerte dall'età, in cui si
-produsse nelle sue primitive forme ariane, convien supporre che esso,
-svolgendosi, abbia pure creato la sua parte di miti caratteristici. Ma
-ciò che importa a noi, quando accostiamo un mito occidentale ad un mito
-orientale, non è già il mostrare la provenienza di quello da questo,
-sebbene, per parecchi miti europei, sia necessario il riconoscere
-la loro provenienza asiatica, non essendo possibile l'ammettere che
-gli Europei togliessero dall'Asia il loro linguaggio privo di ogni
-contenuto mitico, che vorrebbe dire privo d'immagini poetiche, ma sì di
-ritrovare una sola legge costante nella generazione di miti conformi.
-
-De' miti gli uni sono antichi ed ereditarii, gli altri sono moderni
-e nostri; degli ereditarii gli uni sono di origine orientale, gli
-altri nazionali. Come confrontiamo gli antichi nostri miti con gli
-orientali, così è utile il confrontare anche i moderni, fondati sopra
-lo stesso principio di produzione mitica. Io ho già citato il _vin
-di nuvoli _del linguaggio popolare toscano e piemontese, con cui si
-esprime l'acqua piovana; ecco un mito moderno, che ho creduto di poter
-riscontrare nel mito indiano equivalente di _Kabandha_, ossia della
-nuvola barile, sebbene certamente il contadino toscano e piemontese non
-abbiano avuto bisogno d'alcuna nozione tradizionale per immaginare il
-loro mito. Così, quando in Piemonte piove da molti giorni, suolsi dire:
-_tempo di Dio seguita_; quando una tale espressione non sia derivata
-dalla tradizione biblica del Diluvio, quel _Dio_ fatto sinonimo di
-pluvio ci richiama al cielo, ossia al Giove pluvio, e questi alla
-sua volta si ricongiunge col vedico _Dyu, Dyaus_, col cielo medio,
-che, sotto il nome d'_Indra_, diviene pluvio. Ecco una foggia di mito
-ereditario, il quale può essere nato sul suolo italiano, come derivato
-dal suolo asiatico; ma qualunque sia la sua antichità, la espressione
-del linguaggio piemontese vuol essere considerata come un vero mito,
-ed un tal mito è della stessa natura di quelli che i poeti vedici ci
-hanno descritti; e merita pertanto che il psicologo comparatore se ne
-occupi. Quando il dotto mitologo Mannhardt, nel suo bel saggio _Sui
-demonii del grano_, mi fa conoscere che il popolo tedesco conosce
-pure un demonio delle patate, sono lontano, non ignorando come sia
-moderna la coltura di questa pianta in Europa, dal voler inferire che
-bisogna ricercare ne' miti primitivi un demonio delle patate; bensì,
-invece, argomento che un'antica nozione mitica, secondo la quale
-gli esseri demoniaci penetravano nelle piante per mandarle a male,
-mantenutasi viva nella tradizione popolare tedesca, prese una nuova
-forma speciale sopra un nuovo oggetto; e non commetto quindi nessun
-arbitrio, quando ricerco pure nel demonio delle patate una prova della
-persistenza che hanno i miti ariani nella loro stessa varietà. Egli
-era, per lo stesso principio critico, che, or sono ben sei anni, da
-questa stessa cattedra, discorrendo del ciclo epico Carolingio, io,
-pure nell'ammettere il concorso occasionale di nuovi elementi storici
-francesi alla formazione dell'epopea Carolingia, osai riscontrare
-i nuovi eroi medioevali coi loro antichi fratelli mitici indiani.
-Lasciate che critici di mala fede vengano a provocare le risa del volgo
-con la stolida accusa che tutte le tradizioni popolari odierne siano da
-noi spiegate coi soli miti vedici, dai quali, secondo essi, li facciamo
-immediatamente discendere; con avversarii di tal natura sarebbe sterile
-ogni lotta; ma, questo m'importa bene che fermiate nella mente: che
-se vi sono degli stadii diversi di forme mitologiche, vi è continuità
-e identità di principio che le governa e ne determina lo svolgimento.
-La difficoltà maggiore sta, senza dubbio, nel determinare se un
-fatto mitico sia antico o moderno, indigeno od importato; e, in tale
-ricerca, spesso l'acume dello storico delle mitologie non basta, poichè
-mancano ancora a questa storia segreta del genere umano, contenuta
-ne' miti, troppi documenti; ma, se non si può sempre determinare la
-provenienza d'un fatto mitico, la sua sostanza mitica non può essere
-contestata se non dalla molta mala fede o dalla molta ignoranza degli
-ostinati oppositori della Mitologia comparata. Accettando, pertanto,
-in massima il principio stabilito dal professor Kuhn nella sua dotta
-dissertazione, per temperare l'opinione che gli parve un poco troppo
-assoluta del professor Max Müller, il quale poneva l'origine de' miti
-nella sola sede originaria asiatica della stirpe indo-europea, parmi
-che convenga, anzi tutto, fare una distinzione molto viva tra i miti
-primarii ed i miti secondarii; i miti primarii, o espliciti od in
-germe, furono portati tutti dalle sedi asiatiche in Occidente; inoltre,
-nello stadio de' miti secondarii, per quanto lontani ed isolati, vuolsi
-riconoscere sempre una stessa legge o meglio un complesso di leggi,
-di formazione mitica, legge o complesso di leggi, in cui trova la
-sua ragione scientifica la Mitologia comparata, e senza la quale essa
-riuscirebbe ad uno studio vano e capriccioso.
-
-Con tale opinione ch'io sono venuto formandomi intorno alla scienza
-che qui ci occupa, io non vi renderò altra ragione del metodo che,
-in questo primo corso di Mitologia vedica, mi è sembrato di dover
-seguire. La mitologia vedica somiglia tuttora ad un vasto mosaico senza
-disegno composto di pietre preziose. Io ho tentato di dare una prima
-distribuzione critica alla materia, classificando, in letture distinte,
-gli Dei più eminenti dell'Olimpo vedico. Incominciai col dimostrarvi
-come, da prima, le sole forze della natura fossero cantate col loro
-proprio nome, come dalla poesia che le cantava siasi naturalmente
-disegnata la prima mitologia, ossia come sopra i fenomeni celesti siano
-nati gli Eroi divini. Tentai quindi indicare quale fosse il principale
-fenomeno rappresentato dal Dio eroico, e come da questa figura divina,
-per un concepimento più largo, più grandioso, più universale della
-totalità de' fenomeni celesti, sia sorto, dopo il Dio eroico, il Dio
-astratto o metafisico; ma di questo stesso Dio metafisico tentai pure
-determinare il limite fisico probabile, sopra il quale s'innalzò; così
-che per noi rimarrebbe, dalla caratteristica che abbiamo data agli
-Dei vedici, persuaso che tutta la mitologia vedica ne' suoi tre stadii
-ha un solo fondamento fisico, e che la fisica, la quale muove gli Dei
-vedici, è la sola fisica celeste. Nella brevità de' limiti concessi a
-queste mie letture, io non potei recare nè molte nozioni nuove, e nè
-pure tutte le nozioni già aperte agli studiosi vedisti intorno agli Dei
-dell'Olimpo vedico; ma spero bene aver fatto abbastanza per rilevare
-e stabilire di ciascun Dio il suo carattere eminente, come desidero
-non essermi ingannato in quelle nuove interpretazioni che ho cercato
-proporvi di certi nomi e fatti mitici. S'io avessi inteso a divertirvi
-con una pomposa descrizione dell'Olimpo vedico, l'India non mi avrebbe
-negato i suoi colori per farvene una splendida rappresentazione.
-Ma, se mi lusingherei che m'avreste prestato più fida e più animata
-attenzione, sentirei vergogna di me stesso, ove, per raccogliere
-fugacemente un vantaggio artistico, fossi venuto a tradire un mio
-grave dovere come studioso. Un poeta potrebbe certamente con gli Dei
-del _Rigveda_ comporre un panteon glorioso, e riempirlo d'armonia e
-di luce; ma pel critico, che attraversa gl'Inni vedici, questa luce
-e quest'armonia non appaiono punto costanti; vi sono sprazzi di luce,
-vi sono momenti di serena tranquillità; ma, al di fuori dell'idillio
-degli Açvin e dell'Aurora, e delle battaglie d'Indra, nessuna impresa
-mitica si trova illuminata nel _Rigveda_ di piena luce, onde, facendo
-parlare il solo testo, vi possiate appassionare per quegli Dei; alla
-lirica vedica mancò il suo epico Omero; e tra i poeti vedici e gli
-ellenici corre questa differenza, che i primi sono in atto di creare i
-loro Dei, i secondi già intenti ad ornarli; se il mondo vedico si fosse
-potuto continuare, in modo immediato, nell'India gangetica, forse que'
-stessi poeti che scrissero il _Râmâyana _ed il _Mahâbhârata_ sarebbero
-riusciti, con la loro mirabile potenza artistica, a completarci in modo
-più grandioso e poetico la figura degli Dei vedici; ma questo secondo
-periodo di elaborazione mitologica per mezzo dell'arte mancò all'India;
-fra il periodo lirico delle tribù e il periodo epico delle caste corre
-uno spazio di tempo enorme, nel quale i miti vedici o si pèrdono o si
-corrompono; quando il _Râmâyana_ ed il _Mahâbhârata_ furono scritti,
-alla società patriarcale vedica era già sottentrata la società castale
-brâhmanica, e coi moncherini degli Dei vedici s'erano già fabbricati e
-collocati molto visibilmente, in forme strane, grottesche ed immobili,
-sopra la terra, idoli giganteschi e mostruosi. La mitologia vedica può
-quindi constare di soli bei frammenti; mia industria presente fu di
-dare a tali frammenti qualche ordine logico, e di argomentare a quale
-intiero organismo divino un tal frammento possa ricongiungersi nella
-storia de' miti, ossia in quale famiglia mitica abbia trovato il suo
-più probabile svolgimento. Fu lavoro delicato e, lo confesso, pieno
-di pericoli; ma non sarà, io spero, di vergogna a me l'averlo tentato,
-nè d'intiero perditempo a voi l'aver tenuto dietro a queste indagini,
-sopra un terreno ancora tutto ingombro di sassi e di spine, ma dove non
-vi è viaggiatore volonteroso che non possa incontrar qualche fiore.
-
-
- FINE.
-
-
-
-
-INDICE ALFABETICO
-
-de' Nomi e delle Cose principali che si contengono nelle presenti
-Letture.
-
-
-A
-
-Ab-ovo, pag. 127.
-
-Acciecato (il sole Bhaga), 81, 165, 212, 213, 215, 220.
-
-Accipiter, 145.
-
-Acqua, 46, 48, 49, 75, 78, 119, 120, 121, 122, 125-143, 144, 176, 203,
-212, 216, 232, 233, 235, 238, 239, 252, 280, 281, 292, 299, 321, 322,
-323.
-
-Adamo, 111, 219, 236, 237.
-
-Aditi, 43, 46, 48, 66, 76, 77, 80, 87, 106, 172, 195, 196, 197, 201,
-252, 254, 302.
-
-Âdityâs, 43, 76, 87, 195, 252, 254, 302, 322.
-
-Adri, 115.
-
-Afrodite, 145, 153, 154, 194, 218.
-
-Agastya, 159.
-
-Ag'a, 275.
-
-Agni, 84, 85, 109, 124, 125, 128 (correggasi garbhah), 133, 134, 140,
-148, 150, 154, 155, 196, 242, 266, 271, 276, 295, 305, 314, 321, 323.
-
-Ago meraviglioso, 98.
-
-Ag'o Bhaga, 119.
-
-Agonj, 109.
-
-Ahanî, 46, 48, 66.
-
-Ahalyâ, 192, 193, 194.
-
-Ahi mostro trattenitore, e l'avaro dell'adagio popolare italiano, 18,
-201, 202, 266.
-
-Ahuramazda, 249, 254.
-
-Aksha, 139. (Cfr. quello che si dice nell'_Indice_, pag. 344, sotto
-la voce _Div_, intorno al valore di _lusingare cogli occhi_, che ha in
-russo questa radice.)
-
-Akshakâmâs, pag. 136.
-
-Alba, 57, 207.
-
-Albero di Natale, 110, 145; fuoco nato dalla punta degli alberi, 111,
-114, 115.
-
-Albero paradisiaco e cosmogonico, 241, 289, 292.
-
-Ali dei venti, 150.
-
-Allievo del diavolo, 169, 172, 173, 174.
-
-Amari Michele citato, _Dedica_, iii.
-
-Amazzone vedica, 68, 69, 70.
-
-Ambikâ, 315, 317, 319.
-
-Ambrosia, 47, 48, 57, 68, 106, 107, 129, 173, 176, 177, 178, 182, 190,
-198, 199, 200, 241, 251 (umore ambrosiaco), 259, 260, 281.
-
-Amore, 98, 99, 100, 104, 153-158, 194, 218, 305, 308, 320.
-
-Amuleto, 172.
-
-An, anala ed anila, 147; anemos, 147; anima, 147; immortalità
-dell'anima, 244-247.
-
-Ananta, 303, 321.
-
-Anavadyâ, 137.
-
-Ancora, 219, 221, 222.
-
-Andra, 188, 189.
-
-Añga, 290.
-
-Angeli, 136, 243.
-
-Añgiras, 93, 99, 104, 129, 168, 290, 291, 296.
-
-Anhro Mainyu, 249, 250.
-
-Animali mitici, 38, 94, 117, 161.
-
-Ança, 76.
-
-Antakâla, 324.
-
-Antar, Antara, Antari-ksha, 188, 189, 190, 277, 289, 295, 304.
-
-Anumati, 93, 95, 98, 99, 101, 104.
-
-Anyatahplaksha, 141.
-
-Apâd açirshâ, 117.
-
-Apâlâ, 68, 106, 173, 199, 211.
-
-Apâm napât, 120.
-
-Apollo, 228.
-
-Apsarâs, 64, 129, 134-143, 148, 193, 203, 288.
-
-Ar, 156, 157.
-
-Ara, 157.
-
-Ârâ, 83.
-
-Aracne (Tela d') nella mitologia, 51, 98.
-
-Arai, pag. 156, 157.
-
-Aramati, 101, 102.
-
-Aranî, 109, 110, 117, 291.
-
-Aranyânî, 94, 95, 97.
-
-Arbuda, 201.
-
-Arco ed arciere, 157, 319.
-
-Ares, 154-159, 230.
-
-Arg', 79.
-
-Argo, 192.
-
-Arg'una, 178, 262, 263, 265, 319.
-
-Arhant, 288.
-
-Ari, 157.
-
-Arkatridhâtu, 305, 307.
-
-Armonia divina, 91, correggasi alla quinta linea: invece di _secondo le
-quali_, leggasi _senza le quali_.
-
-Arpia, 265.
-
-Artemis, 93.
-
-Artisti vedici, 172, 174.
-
-Aruna-Arusha, 261.
-
-Arva, 135, 139.
-
-Aryaman, 76, 80, 81, 82, 87.
-
-Açani, 321, 322.
-
-Açman, 115, 202.
-
-Açu, 162.
-
-Açva: mobilità di questa voce, 16, 59, 60, 61, 62, 162, 163, 172, 206.
-
-Açvahayo rathânâm, 83.
-
-Açvina, 323.
-
-Açvin, 43, 63, 67, 70, 86, 101, 122, 132, 138, 153, 157, 164, 200, 201,
-205-232, 235, 236, 238, 239, 252, 263, 266, 269, 306, 315, 323.
-
-Asamati, 49.
-
-Ascetismo, 295, 298.
-
-Ascoli G. I. citato, _Dedica_, vi, 26, 281.
-
-Asino, 135, 171, 259.
-
-Asmodeo, 225.
-
-Asura ed Ahura, 32, 249, 314.
-
-Asurâs, 197, 201, 251-269, 308.
-
-Asuratva, 254.
-
-Atman, 147, 150, 277.
-
-Atmosfera, 188.
-
-Atri Saptavadhri, 212.
-
-Atlante, pag. 127, 128, 273, 290.
-
-Attonito, 183.
-
-Atharvan, 117.
-
-Athênê, 71, 101.
-
-Atithi, 117.
-
-Aurora, 42, 43, 48, 50, 53, 55-72, 74, 75, 87, 88, 89, 98, 100, 102,
-116, 127, 137, 138, 140-143, 152, 153, 154, 162, 164, 165, 169, 180,
-195, 201, 206, 207, 209, 211, 214, 215, 238, 266, 269, 279, 294, 319,
-322.
-
-Aurnabhava, 208.
-
-Aushasî, 319.
-
-Autunno, 317, 319.
-
-Avaro che crepa: adagio mitico italiano, 18.
-
-
-B
-
-Bagat, 81.
-
-Bagnante (La), 65.
-
-Bahvaçva, 138, 139.
-
-Baka o Vaka, 254.
-
-Bakura o Vakura, 253.
-
-Bali Vairoc'ani, 254.
-
-Ballo e ballerine celesti, 64, 135, 136.
-
-Barh, 285.
-
-Bastone mitico, 281, 291.
-
-Battesimo e Diluvio, 225-232; Battesimo e Cresima, 241, 242; battesimo
-e imposizione del nome, 320; porta via il male, 321.
-
-Baudry Fed. citato, _Dedica_, VI, 60, 188.
-
-Beda, 219.
-
-Befana, 12, 13.
-
-Bellum, 156.
-
-Benedizione dei vecchi, 81.
-
-Benfey Teodoro citato, 63, 150, 189, 253.
-
-Bhadiâ, 195.
-
-Bhaga, 66, 76, 80, 81, 82, 88, 102, 227.
-
-Bhag'ya, 227.
-
-Bhava, 322.
-
-Bhîma, 150, 158, 178, 198.
-
-Bhrâtar e Bhartar, 238.
-
-Bhug'yu, 225, 226, 227, 230.
-
-Bhr'igu, 156.
-
-Bhûmî, pag. 39, 43, 50; il Bhûmideva, 41, 49, 50, 53.
-
-Bhûrig'anma, 116.
-
-Bhûs, 280.
-
-Bhuvas, 280.
-
-Bilancia funebre, 245.
-
-Bodhayantî, 71.
-
-Bog, 76.
-
-Bopp Francesco citato, _Dedica_, iv, vi.
-
-Bosco, 109.
-
-Bois, 109.
-
-Brahma, 282.
-
-Brahmac'ârin, 260, 293.
-
-Brahmac'odânî, 83.
-
-Brahmaloka, Indraloka, 287.
-
-Brahman, 33, 78, 126, 163, 167, 178, 191, 192, 193, 223, 226, 249, 267,
-270, 271, 273-298, 299, 304, 305, 306, 311, 319, 320, 324, 325.
-
-Brahmanaspati, 33, 79, 167, 178, 285-300, 311.
-
-Brahmânda, 126, 285.
-
-Brahmanvantas, 255 (nel suo significato primitivo, la parola potè
-esprimere tanto i vasti, quanto i celesti).
-
-Brahmâstra, 287.
-
-Bréal Michele citato, _Dedica_, vi, 189, 203.
-
-Brutta (La) divien bella, 68, 69.
-
-Br'ih, 294.
-
-Br'ihadrathâ, 61.
-
-Br'ihaspati, 285-300.
-
-Buddha, 328.
-
-Buddhi, 71.
-
-Buddhismo in opposizione alle credenze vediche, 246.
-
-Buffalo, 308.
-
-Burnouf Eugenio citato, 224.
-
-Burro, 48, 57, 137, 282.
-
-Busslaieff Teodoro citato, _Indice_, alla pag. 344, sotto la voce _Div_.
-
-
-C
-
-Caco, 203.
-
-Cagnolino di Bretzwill e di Bretten, scherzo discusso in tutta
-l'_Introduzione_, 1-10.
-
-Calore e moto: la luce si distende, 45, 278.
-
-Calvo, pag. 309, 310, 318.
-
-C'andra, 93 (non _Candra_), 105, 106.
-
-C'andramas, 105, 320, 322.
-
-Cani di Yama, 239, 240, 242; cani ululanti, 318.
-
-Capre invece di _cavalli_, 83, 84, 275.
-
-Capelli (del sole), 309 (nella notte il capelluto diviene privo di
-capelli, ossia calvo; il sole cedè il posto alla luna; e datosi alla
-parola çipi il valore di organo della generazione, il _Çipivishta
-_riuscì non solo il calvo, ma l'eunuco), 314, 315, 316.
-
-Carro degli Açvin, 63, 67, 68, 70, 101, 210, 232.
-
-Carro dell'Aurora, 61, 62, 63, 68, 69, 89.
-
-Carro del Sole, 86, 88, 89.
-
-Carro del Vento, 143.
-
-Caste, 282.
-
-Cavallo, 16, 59, 60, 61, 62, 84, 133, 140, 157, 158, 162, 172, 199,
-203-232, 273.
-
-Cavalieri vedici, 63, 67, 68, 70, 205-232.
-
-Ceppo natalizio, 110, 111.
-
-Cerbero, 239.
-
-Ceriani (Abate) citato, 197.
-
-Cervo, 222.
-
-Charites, 128.
-
-Chieri città, _Dedica_, IV.
-
-Cicerone citato, 183.
-
-Cieco (vedi _Acciecato_).
-
-Cielo equivale _Dio_, 34; tutta la seconda Lettura, 37-54, 74, 75, 76,
-77, 78; il Re del cielo, 79, 80, 163, 187, 188, 194, 195, 247, 279,
-288, 289, 292, 293, 294, 299, 314.
-
-Cigni, 141, 220.
-
-Cinzia, 93.
-
-Cinghiale, 314.
-
-Ciro, 111, 121, 197.
-
-Città celesti, 121, 122, 138.
-
-Citrabarhish, 85.
-
-Ciuffo, 314, 318.
-
-Colomba, 145, 146, 154, 219, 222.
-
-Colombina di Casa Pazzi, 146, 147, 153, 220.
-
-Colori mitici, 96.
-
-Colori: unità e varietà de' colori nell'iride e nel linguaggio, 261-265.
-
-Coppe mitiche, 176, 181.
-
-Corsa mitica, 61, 62, 63, 210.
-
-C'ornoje, pag. 262.
-
-Corvo, 186.
-
-Cosmogonie, il fuoco primo nato, 114; cosmogonia biblica e vedica, 125,
-132, 153, 216-232, 260, 270-298.
-
-Cox G. W. citato, _Indice_, alla pag. 346, sotto la voce _Euristeo_.
-
-Creazione, 275, 282.
-
-Credenze popolari e superstiziose: loro valore scientifico, 11.
-
-Cremisino, 261.
-
-Crimilde, 70.
-
-Cristo, 144, 154, 197, 218-224, 226, 230, 234, 235, 264.
-
-Cuculo, 130. (Cfr. su questo animale mitico la _Zoological Mythology_,
-e inoltre un dotto articolo che il barone O. Reinsberg von Düringsfeld
-inserì nel primo supplemento della _Vossische Zeitung_ del 9 e 16
-agosto 1874, intitolato: _Der Kukuk_.)
-
-C'umuri, 252.
-
-Cuoco celeste, 308.
-
-Curtius G. citato, _Dedica_, iv.
-
-C'yavana, 212, 213, 214.
-
-Cyprinus, 227.
-
-
-D
-
-Dâ, dî, 252.
-
-Dadi, 136.
-
-Daksha, 76.
-
-Dalila, 165, 236.
-
-Dampatî, 237.
-
-Dânu, Dânavas, 201, 250-269.
-
-Dânunaspati, 251.
-
-Dâsa, 252, 253.
-
-Dasyu, 252, 253.
-
-Debiti e crediti celesti, 132, 137, 138, 139.
-
-Dei, 21-35; gli Dei vedici sono stretti al fenomeno celeste, 28;
-gli Dei vedici sono spesso moncherini, 29, 30; Dei grandi e piccoli,
-30; pluralità degli Dei vedici, 31, 32, 271; loro diverso carattere,
-32, 33; nati in cielo, 45; generati dall'aurora, 67; svegliantisi con
-l'aurora, 71; si manifestano con la luna, 107; generati e genitori,
-115; come collettivo plurale non hanno persona mitica distinta, 128;
-sensuali, 135, 136; Dei fisici, 161; gli Dei e i Demonii, 249-269; Dei
-brâhmanici, 319.
-
-Delfo, 228.
-
-Delfino, pag. 221-232, 241.
-
-Dêmêtêr, 39.
-
-Demonii, 154, 167, 168, 169, 171, 174, 175, 183, 184, 240, 249-269, 332.
-
-Desiderio, 154-158, 320.
-
-Deva, 22, 23-30; il _Deva_ diventa Demonio, 31, 184; diverse sue
-stazioni divine, 33; i _Devaputre_, 41; Devâs ed Asurâs, 196, 250-269,
-308.
-
-Dhâ, 64, 65.
-
-Dhâtar, 76, 87, 179.
-
-Dhîg'avana, 84.
-
-Dhiyamg'inva (correggasi _dhiyamig'inva_), 84.
-
-Diana, 93, 94.
-
-Dio, 21-35, 163, 272, 332.
-
-Dioscuri, 63, 67, 205-232, 235.
-
-Dita di fata, 95, 97.
-
-Diti, Daitiyâs, 201, 230-269.
-
-Diluvio, 126, 216-232, 239, 278.
-
-Distanza fra il cielo e la terra, 247.
-
-Dies, 187.
-
-Diespiter, 187.
-
-Div, storia di questa radice, 22, 23 (alla pag. 23, riscontro col
-vedico div «brillare,» il russo _divitj_ «meravigliarsi;» l'illustre
-cattedratico dell'Università di Mosca, Teodoro Busslaieff, storico
-della lingua russa, al quale, nel suo recente passaggio per Firenze,
-diedi a leggere sulle stampe la pag. 23, non solo si degnò d'approvare,
-con l'autorità che gli compete, il mio raffronto, ma soggiunse che
-_divitj_ ha ancora in russo il significato di guardare nell'espressione
-_nie diví na nievó_, che equivale a _nie smatrì na nievó_, ossia:
-non guardarlo, non occuparti di lui, e quello di _guardare con
-lusinga_, dicendosi delle fanciulle che incominciano a fare all'amore.
-Questo senso che la radice _div_ ha di _brillare_ in sanscrito, e
-di _meravigliare_, _guardare con lusinga_, ed anche, semplicemente,
-_guardare_, in russo, mi fa supporre l'identità originaria delle
-radici _div_ e _vid_ composte con gli stessi elementi e di analogo
-significato), 138.
-
-Divaspati, 37, 43, 52, 79, 187, 188, 189, 195, 293, 294, 295, 311.
-
-Divodâsa, 132, 138.
-
-Donne e il vento, 143, 144; donne fatidiche, 168; donne liberate, 176,
-202, 203; demoniache, 181, 252.
-
-Draupadî, 158.
-
-Duellum, pag. 156.
-
-Dupuis citato, 73.
-
-Durgâ, 156.
-
-Duryodhana, 171.
-
-Dvar, 156.
-
-Dvish, 155, 156.
-
-Dvita, 178.
-
-Dyavâ-Bhûmî, 48.
-
-Dyavà-Pr'ithivî, 46, 47, 48.
-
-Dyu e Dyaus, 37-54, 57, 79, 80, 85, 186, 187, 189, 196, 197, 208, 262,
-272, 303, 332.
-
-
-E
-
-Ea, 216.
-
-Edipo, 111.
-
-Egitto, 171, 173, 197.
-
-Ekâshtakâ, 195.
-
-Ekata, 178.
-
-Elena, 67, 70, 156, 157, 171.
-
-Eolo, 144, 149. (A proposito del vento erotico mattutino congiunto con
-l'aurora, non si trascuri la stretta parentela ideale ed etimologica
-fra _Eôs_ ed _Eôlos_, che valgono _aurora_ e _mattutino_, ossia
-riferentesi all'aurora.)
-
-Epifanie, la festa dell'Epifania, 12, 13.
-
-Epopea carolingia, 332.
-
-Epopee brâhmaniche, 335.
-
-Equiria, 158.
-
-Equivoci, 234, 269, 313, 319, 324, 330.
-
-Erbe mitiche, 38, 49, 129, 130, 318, 322.
-
-Ercole, 128, 197.
-
-Eredità mitica, 14.
-
-Erinni, 156, 157.
-
-Eris, 156, 157.
-
-Erode, 121, 171.
-
-Eroi mitici, 163, 197, 203.
-
-Eros, 153, 154, 155, 156, 157, 158, 194, 228, 230.
-
-Eruditi bibliografi, 5.
-
-Eschilo, 156, 185.
-
-Esiodo, 78.
-
-Esperidi, 127, 128.
-
-Età dell'oro, pag. 127.
-
-Etimologie bizzarre, 4, 9, 254, 264, 289; etimologie del nome di Indra,
-187, 188, 189.
-
-Eunuco, 309, 310.
-
-Euristeo, 128. (Per questo, come per gli altri miti ellenici comparati
-con gli ariani, lo studioso può attinger molta luce dal bel libro del
-signor G. W. Cox, intitolato: _Mythology of the Arian Nations_.)
-
-Eva indiana, 193; Adamo ed Eva, 219, 236, 237.
-
-
-F
-
-Fabbro, falegname mitico, 148, 161-183, 297, 316.
-
-Falco, 117, 145, 177.
-
-Fallico (Culto), 106, 247, 277, 291, 309-311, 313-327.
-
-Fanciulla di legno, 97.
-
-Fanciulli eroici scampati dalle acque, 121, 122, 197, 221-232.
-
-Fanciullo reale, infante, delfino, 229, 230.
-
-Faraone, 121.
-
-Fede, 100, 101; Fede, Speranza e Carità, 154.
-
-Fenice vedica, 134, 292.
-
-_Fiat_ biblico e vedico, 280.
-
-Fidius, 227.
-
-Figlia del cielo, 35, 50, 66, 87.
-
-Figlia del sole, 63, 100, 210.
-
-Figli del cielo, 151, 207.
-
-Figlio del falegname, 170.
-
-Figlio del vento, 170, 198.
-
-Figlio della vedova, 195, 196.
-
-Figlio delle acque, 120.
-
-Figlio delle legna, 110.
-
-Figlio liberatore del padre, 112.
-
-Filo, 119.
-
-Filologia comparata, 4, 5.
-
-Filone citato, 220; Ecco le sue proprie parole, secondo l'antica
-versione di Pierre Bellier, Paris, 1588: «Noé donc ayant esté
-réputé digne non seulement d'estre exempt de la misère et affliction
-commune, mais aussi d'estre l'autheur et le commencement de la seconde
-génération des hommes, etc.»
-
-Fine del mondo, 324.
-
-Fiumi celesti, 131, 133.
-
-Fiumi infernali, pag. 239.
-
-Flechia Giovanni citato, _Dedica_, VI.
-
-Foggini citato, 219.
-
-Fontane mitiche, 38, 129.
-
-Formaggio mitico, 96.
-
-Formica, 129, 130.
-
-Forte inebbriato, 198.
-
-Fortunio, 81.
-
-Francolino, 177.
-
-Fratelli mitici, 120, 181, 205-232, 235, 236, 237, 238, 263, 264.
-
-Fucina celeste, 70, 71, 164, 165.
-
-Fulmine: i fulminati, 40; fulmine d'Indra, 69, 129, 130, 174, 176,
-183-205, 307; generatore del fuoco, 114; in che modo si suppone sia
-nato, 115; fulmini dei Marut, 151; fulmine Saranyû, 156; fulmine di
-Brahman, 287; fulmine di Rudra, 318, 322.
-
-Fuoco, 75, 84, 85, 109-124, 125, 144, 146, 147, 152, 220, 244, 270,
-291, 292, 299, 305, 307, 321, 323.
-
-
-G
-
-Gamba di ferro, 211.
-
-Gandharvâs, 129, 134-143, 148.
-
-Gañgâ, 131.
-
-G'anaka, 271.
-
-Gardabha, 135.
-
-Garuda, 150, 155 (correggasi _Garuda_ o _Garutmant_), 302.
-
-Garut, 150.
-
-Gârhapatya, 244.
-
-Gaupâyanàs, 49.
-
-Gaur mâtar, 39.
-
-Gautama, 192, 193.
-
-Gemelli, 236, 237, 238.
-
-Generazione, 110, 291, 322.
-
-Germani, 5.
-
-Gesù bambino, 110; si salva attraverso le acque, 121; fanciullo, 170,
-171, 197.
-
-Ghoshâ, 210, 211.
-
-Ghritaçriyâ, Ghritapric'â, Ghritâvridhâ, 48.
-
-Giapeto, 5.
-
-Giona, 230.
-
-Giordano, 144.
-
-Giove (padre, zio), pag. 51; Giove parricida, 111; Giove cuculo, 130,
-194, 262; pluvio, 191, 227.
-
-Giovenale citato, 222.
-
-Giovinezza (Acqua della), 214.
-
-Giritra e Giriçanta, 315.
-
-G'ishnu, 303.
-
-Giuliani G. B. citato, 17, 111.
-
-Giunone, 130, 144, 186, 187, 194, 262.
-
-Giuochi celesti, 136, 137, 138, 139; gioco-gioia, giocare, brillare,
-138.
-
-Giuseppe, 170, 171, 179, 197.
-
-Gnâs, g'n'â, g'an, 168, 181.
-
-Go, 39, 58, 59, 60, 151, 162.
-
-Goldstücker professore citato, 208.
-
-Gomâtarâs, 151.
-
-Gopâs, 306.
-
-Gorresio Gaspare citato, _Dedica_, VI.
-
-Govinda, 303.
-
-Gradivo, 154.
-
-Grazie, 128.
-
-Grimm Jacob citato, _Dedica_, IV.
-
-Grünow F. W. editore citato, 60.
-
-Guerra (Il Dio della), 154.
-
-Guerrieri ed amanti, 154-159.
-
-Guidatore delle anime, il sole moribondo, 84, 86, 239, 240, 241.
-
-Guidatrice di carri e di cavalli, 60, 61, 62.
-
-Guhya, 276.
-
-Guñgu: si spiega questa parola, 93, 95.
-
-Guñguri, 93.
-
-
-H
-
-Haeckel citato, 126.
-
-Hanumant, 150, 157, 170, 230.
-
-Hari: equivoci nati sopra questa voce, 96, 261; Harit, 261, 266.
-
-Harikeça, 316.
-
-Haritas, 128.
-
-Hartmann citato, 60.
-
-Heberer citato, 7.
-
-Hephaistos, 165.
-
-Hermeias, 242.
-
-Heyne Moritz citato, 1.
-
-Hidimba, pag. 158, 168.
-
-Hiranya, 290.
-
-Hiranyabâhu, 316.
-
-Hiranyaçiprâs, 314.
-
-Hiranyagarbha, 53, 125, 126, 127, 290, 324.
-
-Hiranyahasta, 212.
-
-Hiranyavarttini, 132.
-
-Hirzel editore citato, 1.
-
-Hotar, 116.
-
-Hovelacque citato, 281.
-
-
-I
-
-Icadio, 228.
-
-Îç e viç, 320.
-
-Îça il Signore, 318, 324.
-
-Îçâna il Signore, 310, 320, 322.
-
-Îçvara il Signore, 318, 320.
-
-Idâ, 141, 224.
-
-Idolatrie, 25, 26, 31.
-
-Ignis, 109.
-
-Immortali, 246 (vedi _Anima_).
-
-Immobile assoluto, 289 (questo immobile forma singolare contrasto col
-_primo mobile_ cosmogonico, e col proprio nome di Brahman), 290.
-
-Imprecazioni, 177, 178.
-
-Incendio cosmico, 118.
-
-Incesti mitici, 237, 279.
-
-Indraloka, Brahmaloka, 287, 289.
-
-Indiani, 5.
-
-Indovinelli mitici, 46, 62, 66, 201.
-
-Indra, 28, 37, 43, 48, 49, 52, 53, 57, 66, 68, 69, 70, 76, 77, 78,
-80, 88, 89, 90, 106, 107, 115 (invece di: il _Dio Indra_, leggasi: _il
-fulmine del Dio Indra_), 119, 122, 129, 130, 132, 133, 135, 138, 139,
-144, 148, 149, 151, 152, 153, 154, 155, 158, 159, 164, 167, 172, 173,
-174, 175, 176, 177, 178, 179, 180, 181, 182, 183-205, 208, 209, 215,
-255, 260, 262, 263, 264, 265, 269, 271, 276, 285, 287, 300, 302, 303,
-304, 305, 306, 307, 308, 311, 313, 314, 319, 323, 324.
-
-Indrânî, 203.
-
-Indrapâna, 133.
-
-Indraçatru, pag. 177.
-
-Indravantas, 151.
-
-Indu, 68, 93, 105, 106, 189, 190.
-
-Inferno, 245-249, 250.
-
-Intontito, 183.
-
-Ish, 155, 156, 157.
-
-Ishira, 157.
-
-Ishma, 157, 320.
-
-Ishu, 157.
-
-Ishvâsa, 157, 319.
-
-
-J
-
-Jacolliot L. citato, 265 (correggasi _credulo_ invece di _creduto_.)
-
-Japhet, 5.
-
-Johnston citato, 221.
-
-Jupiter, 152, 185, 186, 187.
-
-
-K
-
-Ka, 269, 270.
-
-Kabandha, 251, 331.
-
-Kakdarpa, 157.
-
-Kakshîvant, 212.
-
-Kâla, 274.
-
-Kâma, 153-158, 270, 299.
-
-Kâmadyû (la risplendente a suo piacere, l'aurora), 210.
-
-Kâmarûpa, 250.
-
-Kapardin, 314, 316.
-
-Kapeika, 96.
-
-Karmâra, 297.
-
-Karna, 121.
-
-Kàrttikeya, 154, 320.
-
-Kaçyapa, 270, 274, 281, 291.
-
-Keçava, 264, 266.
-
-Kiessling professore citato, 1.
-
-Koehler Reinhold citato, 5.
-
-Kr'imi, 261.
-
-Kr'ishna, 121, 201, 252, 262-269, 303, 330.
-
-Kronos, 274.
-
-Kubâhû, 93, 95.
-
-Kuhn Adalberto citato, _Dedica_, pag. IV, VI, 74, 116 (leggasi
-_feuers_), 156, 185, 242, 328, 333.
-
-Kuhû, spiegato per _Kubâhû_, 93, 95 (male stampato _Kuhñ_ e _Kukû_
-invece di _Kuhû_).
-
-Kumâra, 277-231, 320.
-
-Kuntî, 150, 181.
-
-Kurukshetra, 141, 214.
-
-Kuyava, 201, 266.
-
-Kvanguri, 95.
-
-
-L
-
-Ladri (Dio dei), 316.
-
-Lañkâ, 168.
-
-Larvæ, 252, 253.
-
-Latte celeste, 130.
-
-Lazzaro, 213, 234.
-
-Lebbra mitica, 211.
-
-Legami funebri, 234, 235.
-
-Legumi mitici, 96.
-
-Lenormant Fr. citato, 121, 122, 216, 217.
-
-Leone, 117.
-
-Letourneau citato, 126.
-
-Liñga, 325.
-
-Lingua d'Adamo, 4; linguaggio confidenziale adoperato col Dio Agni, 123.
-
-Logos: analogie cosmogoniche vediche e bibliche, 132.
-
-Loth, 279.
-
-Luciano citato, 244.
-
-Lucina, 93, 97, 241.
-
-Lucrezio citato, 51, 185.
-
-Luna, 75, 85, 86, 93-108, 134, 189, 206, 207, 228, 229, 235, 241, 266,
-299, 300, 301, 303, 304, 306, 310, 313, 314, 315, 316, 320, 323, 324.
-
-Lunatici o maniaci, 105; la manìa è il turbamento del _manas_, del
-quale Luno è signore o _Manaspati_.
-
-Lupo scongiurato, 83.
-
-
-M
-
-Mâ, man, mâs, mâsa, 103, 104.
-
-Madhukaça, 290.
-
-Madonna delle Grazie, pag. 93, 97, 98, 99, 301.
-
-Madre d'Indra, 195.
-
-Madre dei venti, 43.
-
-Maestà regia in Oriente, 77.
-
-Mago, 165, 167, 174, 254, 287.
-
-Mahâdeva, 314-327.
-
-Makha, 214.
-
-Mamers, 154.
-
-Manas, Manasig'a, Manaspati, 104.
-
-Mani (I), 242.
-
-Mani d'oro, 212.
-
-Maniaci o lunatici, 105.
-
-Mannhardt citato, 74, 332.
-
-Manu, 44, 93, 104, 105, 223, 224, 226, 230, 231, 235, 239, 241, 278;
-
-Manavas, Manug'âs?, 104.
-
-Manyu, 276.
-
-Mar Rosso, 121.
-
-Marte, 154-159.
-
-Martino, 259.
-
-Martins citato, 126.
-
-Martigny citato, 170, 219, 222.
-
-Marut, 70, 129 (a pag. 150 per errore _Mrâutas_ invece di _Marutas_),
-143-161, 163, 164, 178, 188, 190, 200, 201, 205, 269, 306, 307, 314,
-317, 319, 323.
-
-Marzo, mese ventoso, sacro a Marte, 158.
-
-Maschio, 150, 153, 196, 260, 277, 282, 289, 292.
-
-Matrimonii, 76, 80, 81, 82, 87, 97.
-
-Max Müller citato, _Dedica_, IV, VI, 24, 49, 74, 84, 101, 119, 140,
-156, 270, 333.
-
-Mâyâdhara, 254.
-
-Mâyinas, 254.
-
-Medea, 70.
-
-Medici celesti, 132.
-
-Medicina, 214, 215, 315, 323.
-
-Melo, 127; le tre mele, 128; mele paradisiache, 247.
-
-Memoria, 98, 99.
-
-Menagio citato, 4.
-
-Menelao, 171.
-
-Mensis, mese, misura, 103, 104.
-
-Mercurio, 217.
-
-Messaggieri celesti, 48, 116, 117, 118, 119, 240, 242.
-
-Messets, pag. 103.
-
-Metempsicosi, 245.
-
-Metodo seguito, 334.
-
-Miele, 48.
-
-Milone, 198.
-
-Minerva, 71, 101, 104.
-
-Minos, 105.
-
-Miracoli, 213.
-
-Misteri fallici, 290, 291, 292, 309, 310, 311.
-
-Miti, loro ordine cronologico naturale, _Dedica_, VIII; loro realtà,
-10, 11, 18, 19; il popolo, creatore di miti, continua a crearne,
-11, 15, 17, 18; modo diverso con cui foggiarono i miti i Greci, i
-Latini, gl'Italiani, gl'Indiani, 15, 24, 25, 26, 27, 28; miti nati da
-similitudini, 16; i miti primitivi si hanno a studiare nel cielo, 35;
-molteplicità degli oggetti mitici, 75; essenza primitiva dei miti, 91
-(vedasi la correzione indicata in quest'Indice, sotto la voce _Armonia
-divina_); elementi del mito, 112; l'etimologia nei miti, 162; periodi
-mitici, 163, 327 e seguenti; sede relativa del mondo mitico, 326; nuovi
-miti, 329 e seguenti.
-
-Mitologi (Vecchi), 4.
-
-Mitologia biblica e cristiana da studiarsi come l'ariana, 121, 223, 231.
-
-Mitologia brâhmanica, suo carattere speciale, 27, 28, 29, 257, 258, 327
-e seguenti.
-
-Mitologia buddhistica, 327.
-
-Mitologia comparata, 3, 5, 74, 328.
-
-Mitologia scolastica, 4, 26, 27.
-
-Mitologia slava, 198.
-
-Mitologia solare, 73, 74.
-
-Mitologia vedica: suoi varii stadii, 24, 25, 33, 35, 327 e seguenti;
-suo carattere speciale, 26, 27, 28, 29; larghezza con la quale vuol
-essere studiata, 74.
-
-Mitra, 41, 43, 48, 52, 66, 67, 76, 77, 80, 88, 122, 190.
-
-Mond, 103.
-
-Mondo di là, 241;
-
-Moneta mitica, 96.
-
-Monoteismo e Politeismo, 33, 34, 35, 257, 258, 259.
-
-Montagne mitiche, 115, 281.
-
-Montanaro (Dio), 315.
-
-Montone, 223.
-
-Montfaucon citato, 222.
-
-Moon, pag. 103.
-
-Moralità o immoralità dei miti, a seconda degli interpreti, 279.
-
-Mosca-cieca, 81.
-
-Mosè, 121.
-
-Mostri, 42, 105, 118, 121, 122, 131, 152, 153, 154, 158, 167, 168, 174,
-200, 202, 225, 250-269.
-
-Moto, 45, 104.
-
-Mudgala, 247.
-
-Muir John citato, pag. 30, 39, 78, 119, 208, 246, e quindi molte altre
-volte nel corso dell'opera.
-
-Mr'ityu o la Morte, 239.
-
-
-N
-
-Nala (Il giuoco di), 139.
-
-Nâman da g'n'aman, 113; imposizione del nome al fanciullo, 320.
-
-Namuc'i, 200, 201, 252, 266.
-
-Nandana, 247.
-
-Nano, 229, 302.
-
-Napoleone I un mito, 3.
-
-Nâraka, 248.
-
-Nârâyana, 281.
-
-Nârî, 195.
-
-Nascimento triplice, 241.
-
-Nave dai cento remi, 226; arca e nave, 230, 231, 292.
-
-Nîla, 261.
-
-Nîlagrîva, 315.
-
-Nilo, 121.
-
-Ninfe, 134-143, 144, 148, 193, 203, 262.
-
-Nirr'iti, 315.
-
-Nirveshtita, 310.
-
-Nishiktapâs, 306.
-
-Nishtigri, 195.
-
-Nodhas, 65.
-
-Noè, 217, 219, 220, 230.
-
-Nomi che diventan Numi, e Numi che diventan nomi, 35.
-
-Nonio citato, 227.
-
-Notte, 42, 48, 62, 66, 67, 77, 79, 80, 94, 170, 171, 174, 175, 216,
-236, 260, 302, 316.
-
-Novelline popolari, 5, 6, 120, 128, 141, 165. (167, 174, 176, 200, 212,
-307, 316. Nella novellina popolare boema, togliendo tre capelli d'oro
-al vecchio _Vsieveda_, od _onnipossente_, il giovine eroe piglia ogni
-forza contro il suo persecutore.)
-
-Nozioni terrestri che presuppone la creazione di un mito celeste, pag.
-112.
-
-Nozze (Tempo di), 97; nozze celesti, 100, 101.
-
-Nuah, 216, 217.
-
-Numeri mitici, 150.
-
-Nuvola-barile, mito antico e moderno, 17, 18, 251, 253, 331; il mostro
-della nuvola è un avaro: adagio italiano, 18; nuvole-montagne, alberi,
-115; nuvola-riviera, fiume, oceano, 119; nuvole-ninfe, 137, 144.
-
-
-O
-
-Occhio ciclopico, 88, 165.
-
-Occhio del trapassato va nel sole, 240.
-
-Odino, 152.
-
-Offenbach citato, 2.
-
-Ognissanti ed Ognidei, 30.
-
-Om: etimologia indiana di questa sillaba, 9.
-
-Oppiano citato, 221.
-
-Orienzio citato, 222.
-
-Oro prima creazione, 290.
-
-Ossa (Culto delle), 246.
-
-Ouranós, 78.
-
-Ovidio citato, 329.
-
-
-P
-
-Padre Eterno, 286.
-
-Pallade, 71.
-
-Pându, 180.
-
-Pâni, 252, 265.
-
-Paradiso celeste, 243-249; sua sensualità, 247, 250, 262.
-
-Paradiso terrestre, 127.
-
-Parameçvara, il supremo Signore, 318, 324.
-
-Paraninfi, 101, 210.
-
-Parâvr'ig, 212.
-
-Parg'anya, 39-43, 151, 182, 195, 274, 320.
-
-Paride, 121.
-
-Parihastam, 172.
-
-Parricidio mitico, pag. 111, 112, 120, 121, 195.
-
-Parti (La proteggitrice de'), 97.
-
-Parola (vedi _Verbo_).
-
-Parvati, 323.
-
-Passi (di Vishnu), 304, 305.
-
-Pastore celeste, 82, 83, 316.
-
-Pastorella celeste, 60.
-
-Paçupati, 316, 321, 322.
-
-Pathirakshî, 239.
-
-Patate (Demonio delle), 332.
-
-Pavone, 186.
-
-Payasvatî, 130, 137.
-
-Peccato originale, 111, 236, 321.
-
-Pecora, 141, 275.
-
-Pedanti vecchi e nuovi, 4, 5, 6.
-
-Pedone Lauriel editore citato, 60.
-
-Pedu, 212.
-
-Pelasgi, 14.
-
-Pelle, 166, 173.
-
-Penitenza, Tapas, calore, 192, 193, 195, 196, 247, 273, 274, 278, 286,
-289, 290, 293, 307.
-
-Pentolaccia, 171.
-
-Perkun, 39, 152.
-
-Pernice, 177.
-
-Persefone, 93, 241.
-
-Pescatori (gli Apostoli), 218.
-
-Pesce mitico, 216-232, 323.
-
-Pietre mitiche, 38, 115, 202.
-
-Pignatta, 171.
-
-Pipru, 201, 252, 266.
-
-Pisello mitico, 95, 96.
-
-Pitaras, 243, 244, 245, 246, 247.
-
-Pitrè Giuseppe citato, 227.
-
-Pitror upastha, 47.
-
-Plutone, 168, 241.
-
-Politeismo vedico, 33, 34, 35, 257, 258, 259.
-
-Pons, pontus, 239.
-
-Ponte, 119.
-
-Porte del cielo di Brahman, 288.
-
-Portitor, 242.
-
-Pradyaus, 242, 247.
-
-Prag'âpati, pag. 33, 87, 100, 105, 118, 126, 179, 196, 255, 256, 260,
-269, 284, 289, 300, 311, 320, 321, 322, 324.
-
-Prâna, 274, 275, 324.
-
-Pratna, 209.
-
-Preghiera vespertina, 83; il Re de' preganti, 100; Brahman e la
-preghiera, 285-300.
-
-Preller citato, 26, 27.
-
-Pr'içnî, 151, 317, 319.
-
-Pr'ithivî terrena e celeste; la vasta terrena e la vasta celeste,
-39-54, 57, 78, 79, 80, 85, 140, 162, 208, 285, 294.
-
-Primavera, 152, 154, 180, 194, 220, 282, 319.
-
-Primo mortale, 236, 239.
-
-Priyâni, 65.
-
-Procolo vedico, 80, 87.
-
-Profumi, 135, 139.
-
-Prometeo, 185.
-
-Proserpina, 93, 241.
-
-Psiche, 154.
-
-Psychopompós, 84, 242.
-
-Pur, 289.
-
-Puramdara, 121.
-
-Purohita, 295.
-
-Pururavas, 139-143, 163.
-
-Purusha, 33, 53, 148, 196, 260, 269-283, 289, 290.
-
-Pûshan, 47, 48, 52, 76, 81, 82, 83, 84, 85, 86, 88, 100, 101, 179, 306,
-308, 314, 316.
-
-Puttra o Putra, 112; Pûta, 112.
-
-
-Q
-
-Quaglia, 199.
-
-Quaresima, 170, 171.
-
-Quintiliano, 5.
-
-Quirinus, 158.
-
-
-R
-
-Rag', rag'as, rag'asî, rag'an, 79, 80.
-
-Rag'anî, 79.
-
-Rag'aspati, Divaspati e Brahmanaspati, 79.
-
-Râkâ, 93, 95, 97, 98, 99, 101, 104.
-
-Rakshas, pag. 202, 250, 269.
-
-Rakshohan, 118, 296.
-
-Râma, 150, 168, 202.
-
-Râvana, 168.
-
-Rebha, 226.
-
-Regnaud Paul citato, 60.
-
-Reinsberg O. citato, _Indice_, sotto la voce _Cuculo_.
-
-Renan Ernesto, _Dedica_, I-IX.
-
-R'ibhavas, 129, 172, 173, 174, 181, 182, 226.
-
-Ribellione vedica, 185.
-
-Riccio di mare, 227.
-
-Ricchezze dell'aurora, 58, 61, 62, 65.
-
-Risurrezione dei corpi, 243.
-
-Rochholtz, 246.
-
-Rodasî, 46, 48, 49.
-
-Rohinî, 100.
-
-Rohilah Sthâpati, 316.
-
-Romolo, 111, 121.
-
-Rosso di sera, 56, 70, 116, 164, 317.
-
-Roth R. citato, 84, 189.
-
-Rudra, 43, 150, 276, 277, 279, 300, 313-327.
-
-Rudrau-Açvinau, 315, 323.
-
-
-S
-
-Çac'î, 203.
-
-Sacrificio del Dio, 233-237, 272, 273, 282, 298.
-
-Sadhûdevinî, 137.
-
-Sahasrâksha, 186.
-
-Sahasrayoni, 192.
-
-Sale, 256.
-
-Çambara, 201, 252, 266.
-
-Santi, 243.
-
-San Giovanni (rugiada di), 45; (fuochi di), 147.
-
-San Girolamo citato, 223.
-
-San Giuseppe, 170, 171.
-
-San Gregorio citato, 219.
-
-San Michele (Arcangelo), 245.
-
-San Paolino, 144.
-
-Sansone, 81, 165, 180, 197, 234, 236, 309.
-
-Sant'Agostino citato, 219.
-
-San'g'aya, pag. 303.
-
-Çañkâra, 316.
-
-Çapharî, 227.
-
-Sar, 157, 321.
-
-Sara, 180, 321.
-
-Saramâ, 239, 242.
-
-Sarameyau, 239, 242.
-
-Saranyû, 148, 156, 157, 162, 170, 179, 180.
-
-Saras, 132.
-
-Sarasvatî, 130, 131, 132, 133, 137, 138, 139, 200, 201, 285.
-
-Sarat, 157.
-
-Sarpa, 321.
-
-Sarva e Çarva, 317, 318, 321, 322, 324, 325.
-
-Satana, 250.
-
-Savitar, 52, 76, 81, 85, 86, 87, 88, 100, 101, 102, 122, 128, 173, 179,
-271, 272, 301, 305.
-
-Sâvitrî, 100.
-
-Sayamâ, 242.
-
-Sâyana, 63, 199, 200, 210, 211, 251.
-
-Sayonî, 47.
-
-Çayu, 212.
-
-Scandinavi, 5.
-
-Schleicher Augusto citato, _Dedica_, IV.
-
-Schweizer-Sidler professore citato, 1.
-
-Sciacallo, 318.
-
-Secchia rapita, 181.
-
-Sega, 170, 171.
-
-Selene, 93.
-
-Selva celeste, 94, 170, 171, 316.
-
-Sentimento dell'antico e del divino nell'età nostra, 2.
-
-Çepa, 309, 310, 313-327.
-
-Serpente, 129, 130, 178, 201, 202, 225, 302.
-
-Çesha, 302, 321.
-
-Shelley citato, 185.
-
-Siegfried, 69.
-
-Signa, 164.
-
-Çikhandin, 318.
-
-Çikhin, 313.
-
-Similitudini mitiche, 16.
-
-Simo, Simone, 229.
-
-Simorus, 229.
-
-Sindhu, pag. 131, 133, 151.
-
-Sindhumâtarâs, 151.
-
-Sinîvâlî, 93, 95, 97, 99, 104, 302.
-
-Çipi, Çibi, Çivi, 313.
-
-Çipivishta, 308-311, 313-327, 330.
-
-Çiprin, 204, 266, 310, 313, 314.
-
-Çipra, 314.
-
-Çiçna, 247.
-
-Çiçuka, 229.
-
-Çiçumâra, Çinçumâra, 227-231.
-
-Sîlâ, 50, 101, 157, 168.
-
-Çiva, 106, 240, 249, 276, 277, 285, 286, 300, 302, 306, 309, 313-327.
-
-Skambha, 273-299.
-
-Skanda, 230.
-
-Slavi, 5.
-
-Smara e Smr'itî, 98, 99, 104.
-
-Sogni (Mondo dei), 233, 244.
-
-Sole, 63, 66, 67, 68, 69, 73, 92, 102, 114, 115, 126, 127, 132, 134,
-140, 152, 169, 170, 172, 173, 175, 179, 190, 206, 207, 209, 213, 215,
-228, 233, 234, 235, 236, 240, 242, 271, 272, 278, 281, 288, 292, 299,
-300, 301, 303, 304, 305, 306, 307, 308, 309, 313, 314, 315, 316, 320.
-
-Solino citato, 229.
-
-Soma, 47, 48, 52, 68, 82, 85, 93-108, 123, 129, 134, 136, 176, 177,
-178, 179, 182, 190, 197, 198, 199, 200, 201, 241, 259, 270, 301, 305,
-306, 308, 316, 324.
-
-Sorelle mitiche, 42, 46, 66, 209, 236, 237, 238.
-
-Sparviere, 177.
-
-Spiritus Dei, Spiritus Sanctus, 125, 144, 145, 146, 147, 150, 153, 154,
-155, 179, 220, 253, 254, 275, 277.
-
-Çraddhâ, 99, 100, 154.
-
-Çravasyu, nuova interpretazione, 63.
-
-Çrî, 251.
-
-Stalliere celeste, 139.
-
-Steinthal H. citato, _Dedica_, IV.
-
-Strabone citato, 191.
-
-Strauss citato, _Dedica_, VII.
-
-Streghe, 11, 146, 169; strega vedica, 70, 318.
-
-Stupire, stupido, 183. (Osservisi nel _Re Lear_ di Shakespeare: la
-demenza di Lear incomincia, quando la condotta delle sue figlie desta
-in lui stupore.)
-
-Sû, Siv, Syu, pag. 98, 102.
-
-Subandhu, 49.
-
-Sudhanvan, 181.
-
-Sukanyâ, 214.
-
-Çukra, 251.
-
-Sukr'it, supâni, svapas, 167.
-
-Sûnritâ, 58, 61, 64.
-
-Surâ, 177.
-
-Surâs, 254.
-
-Sûrya, 66, 76, 81, 82, 87, 88, 242, 304, 305.
-
-Sûryâ, 100, 101.
-
-Çushna, 201, 251 (correggasi _umore ambrosiaco_), 252, 266.
-
-Sûtra, Sûnu, Sûta, 98.
-
-Svañguri, 95.
-
-Svarga, 186.
-
-Svasarasya putrî (possibile errore d'amanuense), 67.
-
-Svayambhû, 274, 298.
-
-Çvetî, 263.
-
-
-T
-
-Taksh, Tvaksh, Tvac', 166, 176.
-
-Tamohan, 118.
-
-Tapas, calore e penitenza, 278, 307, 308.
-
-Tartaro, 239.
-
-Tela d'Aracne, di Penelope, 98.
-
-Terra, 39-54; la madre terra, 44, 51; non ha tuttavia generato gli Dei,
-45; la terra negli Inni vedici non è Dea, 50.
-
-Tertulliano, 154, 222.
-
-Teseo, 69.
-
-Tessitrici, 98, 102.
-
-Thor e Thunar, 159.
-
-Tigre, 323.
-
-Titone, 173, 212.
-
-Tobia e Tobiolo, 220.
-
-Torreblanca Fr. citato, 225.
-
-Toro, 114, 117, 133, 223, 227, 230, 323.
-
-Tramonto, 164, 233.
-
-Trezza Gaetano citato, 185.
-
-Trimundio, 44.
-
-Trimûrtti, 276, 285, 306, 316, 318.
-
-Trinità cristiana, pag. 144, 276, 286, 299.
-
-Trinità indiana, 28, 154, 155, 276, 277, 281, 285, 299, 300, 301, 305,
-316, 318, 320.
-
-Triçiras, 179.
-
-Trita, 178, 179, 180, 191, 226, 296.
-
-Trübner N. citato, 60.
-
-Tugarin, 225.
-
-Tugra, 225, 226, 227.
-
-Tura Kâvasheya, 274 (non _Kûvasheya_), 275.
-
-Turtle, tortoise, testuggine, 280, 281.
-
-Tvar, 156.
-
-Tvaritâ, 156.
-
-Tvashtar, 53, 87, 88, 90, 115, 129, 148, 149, 161-183, 184, 200, 250,
-255, 272, 296, 297, 307, 316.
-
-Tvish, 156, 166.
-
-
-U
-
-Ugra, 318, 321.
-
-Ugradeva, 327.
-
-Ugrag'it, Ugrampaçya, 137.
-
-Ulisse, 98.
-
-Umâ, 324.
-
-Umbilico celeste, 47, 48.
-
-Uomo (Creazione dell'), 275.
-
-Uovo cosmico, 53, 125, 126, 127, 216, 260, 276, 277, 280, 285, 290, 291.
-
-Uovo della Pasqua di Risurrezione, ch'è una rigenerazione, 127.
-
-Uovo simbolo di generazione, 127.
-
-Upag'îka, Upadîka, 129.
-
-Urana, 201, 266.
-
-Urvâçî, 41, 139, 143, 162, 207.
-
-Ushâ, Ushas, 37, 57, 61, 319, 322, 324.
-
-Usharbudh (Agni), 118.
-
-Usharbudbas, 71.
-
-Ushnîshin, 316.
-
-
-V
-
-Vac', 132, 275, 285.
-
-Vacca, 58, 59, 60, 114, 151, 153, 162, 176, 199, 203, 212, 275, 303.
-
-Wackernagel Gugl., si discute il suo Scherzo sul cagnolino di Bretzwill
-e di Bretten, pag. 1-10.
-
-Vadhryaçva, 132, 138, 139.
-
-Vadhrimatî, 212.
-
-Vag'rahastâs, 151.
-
-Vaiçvânara, 290.
-
-Vaitâsa, 140.
-
-Vâ-van, 149, 153.
-
-Vallauri Tommaso citato, _Dedica_, IV.
-
-Valgu, 209.
-
-Vandana, 212.
-
-Vanyu, 149.
-
-Var, 79; Vara, Varya, 156.
-
-Varâhamihira citato, 251.
-
-Varc'in, 201, 252, 266.
-
-Varrone citato, 227.
-
-Varuna, 41, 43, 48, 52, 66, 67, 76, 77, 78, 79, 88, 122, 128, 132, 134,
-189, 191, 239, 254, 260, 262, 288, 306, 315.
-
-Vasavas, 43, 44, 48.
-
-Vasishta, 140.
-
-Vâta, 143-161, 178.
-
-Vayantî, 102.
-
-Vâyasas, 149.
-
-Vâyu, 143, 161, 178, 179, 180, 242, 305, 306, 307, 321, 322.
-
-Weber Alberto citato, _Dedica_, IV, VI, 24, 129, 134, 135, 136, 224,
-246, 264, 324.
-
-Velo d'oro, 98.
-
-Venere, 55, 71, 153, 154, 155, 194, 251, 302.
-
-Vento, 43, 75, 142, 143-164, 170, 178, 188, 194, 198, 242, 270, 280,
-305, 306, 307, 317, 323.
-
-Verbo sacro, 132, 133, 219, 224, 256, 271, 275, 317.
-
-Vergine, 144, 145, 148, 153, 179, 180, 246.
-
-Veritâ e menzogna, 256.
-
-Vermiglio, 261.
-
-Vetasa, 291.
-
-Via, 119.
-
-Viaggio funebre delle anime, 49, 50, 240-249, 288.
-
-Vidyâ, 278.
-
-Vidyut, 318, 320.
-
-Vikramana, 303.
-
-Wilson X. citato, 63.
-
-Vimada, pag. 210.
-
-Vino, 176, 177.
-
-Vîra, 150.
-
-Vischer professore citato, 1.
-
-Vish, 166.
-
-Vishnâpû, 212
-
-Vishnupatnî, 302.
-
-Vishnutithi, 301.
-
-Vishnu, 75, 172, 191, 192, 193, 201, 226, 227, 229, 249, 255, 264, 270,
-281, 286, 299-312, 313, 314, 317, 318, 319, 320, 321, 322, 324, 330.
-
-Vishta, 310.
-
-Viçpalâ, 211.
-
-Viçpalâvasû, 211.
-
-Viçva, 311, 317, 318.
-
-Viçvadeva, 30, 87, 296.
-
-Viçvadevyavant, 88.
-
-Viçvâdhipa, 324.
-
-Viçvaka, 212.
-
-Viçvakarman, 88, 272.
-
-Viçvarûpa, 117, 166, 167, 175, 176, 177, 178, 251, 272.
-
-Viçvâvasû, 137.
-
-Viçvaveda, 87, 254.
-
-Vita (Amor della), 244, 247.
-
-Vita: sua unità fondamentale, _Dedica_, VII.
-
-Vivasvant, 49, 76, 89, 148, 149, 157, 162, 169, 170, 179, 180, 234.
-
-Volpe mitica, 96.
-
-Voltaire citato, 1, 4.
-
-Vr'ishabha, 227.
-
-Vr'itra, 122, 152, 175, 176, 191, 192, 193, 197, 200, 201, 202,
-250-269, 303, 307.
-
-Vulcano, 70, 164-183; vulcanalia, 164, 316.
-
-
-Y
-
-Yaksha, 265.
-
-Yama, 49, 78, 79, 80, 90, 105, 148, 149, 150, 157, 164, 180, 191,
-233-249, 270, 229, 299, 315, 317, 324.
-
-Yamau, 235.
-
-Yamî, 236-239, 242.
-
-Yâtavas, 290.
-
-Yâtudhâna, pag. 266.
-
-Yima, 80.
-
-Yoni, 47, 67, 172.
-
-Yuvana, 209.
-
-
-Z
-
-Zeus e Dyaus, 37, 152, 155, 159, 197. Zoppo, 165; zoppo e cieco, 212,
-213, 215.
-
-
-
-
-INDICE DELLE LETTURE.
-
-
- DEDICA Pag. I
- INTRODUZIONE 1
-
- Lettura I. Il Dio e gli Dei 21
- » II. Il Cielo 37
- » III. L'Aurora 55
- » IV. Il Sole 73
- » V. La Luna 93
- » VI. Il Fuoco 109
- » VII. L'Acqua 125
- » VIII. Il Vento 143
- » IX. Tvashtar il fabbro degli Dei 161
- » X. Indra 183
- » XI. Gli Açvin 205
- » XII. Il Dio Yama 233
- » XIII. I Demonii 249
- » XIV. Prag'âpati e Purusha 269
- » XV. Brahman, Skambha, Br'ihaspati e
- Brahmanaspati 285
- » XVI. Vishnu 299
- » XVII. Rudra-Çiva 313
- » XVIII. Conclusione 327
-
- Indice alfabetico de' Nomi e delle Cose 337
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Cfr. nel Dizionario petropolitano le voci: _açan, açani, açva_.
-
-[2] Veggasi, tra gli altri scritti sull'argomento, l'erudito lavoro
-pubblicato dal prof. Weber nella sua preziosa raccolta degli _Indische
-Studien_, sotto il titolo: _Zur Kenntniss des vedischen Opferrituals_.
-
-[3] Cfr. intorno al valore del cielo medio la discussione sul nome
-d'_Indra_, nella decima lettura di questo volume.
-
-[4] Uno de' suoi nomi è pure _go_ (= _gam_, propriamente _l'andante,
-la larga, la vasta_), a proposito del quale gioverà allo studioso
-conoscere il seguente riscontro del Muir, _Sanskrit Texts_, V, pag.
-33-34: «The word _Prithivî_, which in most parts of the Rig-Veda is
-used for Earth, has no connection with any Greek word of the same
-meaning. It seems however originally to have been merely an epithet,
-meaning _broad_; and may have supplanted the older word _gau_ which
-(with _gmâ_ and _g'mâ_) stands at the head of the earliest Indian
-vocabulary, the Nighantu, as one of the synonyms of _Prithivî_ (earth)
-and which closely resembles the Greek Γαῐα or Γἤ. In this way, Gaur
-Mâtar may possibly have once corresponded to the Γἤ μήτηρ or Δημήτηρ of
-the Greeks.» Ma qui si deve ancora aggiungere come la vedica go è molto
-più spesso rappresentata in cielo che in terra.
-
-[5] Cfr. _The hymns of the Gaupâyanâs and the legend of King Asamâti_
-by prof. Max Müller. Il Müller tuttavia traduce egli pure: «Thy soul
-which went far away to heaven and to the earth, we turn it back, here
-to dwell and to live.»
-
-[6] Il prof. Max Müller: «to the onward rays.»
-
-[7] Cfr. il primo volume, 1º e 2º cap. della mia _Mitologia zoologica_
-(London, Trübner, 1872, ediz. originale; Leipzig, Grünow, 1873,
-traduzione tedesca del signor Hartmann; Paris, Durand Pedone Lauriel,
-1874, traduzione francese del signor Regnaud, con introduzione di Fr.
-Baudry).
-
-[8] Mi discosto qui evidentemente da' dotti interpreti miei
-predecessori: _Çravasyu_ non può qui valer altro che _desideroso di
-scorrere_, ossia _scorrevole_, o _scorrente_, _corrente_, _fiume_;
-_come i fiumi si precipitano al mare_ è una similitudine facile ed
-ovvia, mentre il tradurre con Sâyana, Wilson, Muir, Benfey «desirous of
-wealth, wealth seekers» parmi imbrogliare e forzare alquanto il senso.
-
-[9] Mi discosto qui ancora da tutte le interpretazioni precedenti,
-sebbene nessun Dizionario ci offra la voce _dhâ_ come appellativo di
-_vacca_, ma il senso di _succhiare_ che hanno le radici vediche dhâ,
-dhe (onde le parole _dhena_ acqua da bere, e _dhenu_ vacca da mungere),
-l'analogia della similitudine che si trova nel passo citato dall'inno
-92º, e lo sforzo che bisogna fare per ammettere che in quella strofa
-sia nominato un sapiente di nome Nodhas, mi obbligano a sottoporre, con
-animo riverente, la mia interpretazione alla critica de' dotti Vedisti.
-
-[10] Anche il vedico _svasarasya putrî_, dell'inno 61º del libro III,
-sembra un errore di amanuense, da correggersi in _sûryasya putrî_; come
-l'inno 75º del libro VII chiama l'aurora _sûryasya yoshâ_ o _donna del
-sole_.
-
-[11] _Sûryasahasranâma_.
-
-[12] Cfr. Muir, _Sanscrit Texts_, vol. V, sect. V.
-
-[13] Per tutti gli altri appellativi di _Pûshan_, confrontisi la citata
-opera del Muir, che, nel capitolo relativo a _Pûshan_, ha raccolto
-e tradotto tutti i brani notevoli del _Rigveda_ che si riferiscono a
-quella divinità solare.
-
-[14] Cfr. IX, 96, 2, dove se non si tratta dei cavalli di _Pûshan_ in
-particolare, si parla tuttavia de' cavalli solari.
-
-[15] È da riscontrarsi con questo carattere di _Pûshan_ il nome di
-_brâhmanânâm râg'â_, ossia _Re de' preganti_ dato al Dio _Soma_. — Così
-Soma guida il viandante nelle strade, come _Pûshan_. Il sole moribondo
-e la luna nascente confondono i loro ufficii.
-
-[16] Ho tentato d'illustrare di proposito l'uso dell'Albero di Natale,
-con riscontri relativi, in un articolo che s'è pubblicato nella
-_Rivista Europea_ del gennaio 1871, pag. 292-300, al quale ardisco
-rimandare lo studioso, finchè io non possa porgli sott'occhi completo
-il mio _Dizionario comparato di Mitologia botanica_, sopra il quale
-intentamente lavoro.
-
-[17] Mi discosto alquanto nell'interpretazione di questo passo vedico,
-da quella che ne diede il dotto Muir: «a living being, should spring
-out of dry wood.» Il senso di tutta la strofa parmi questo: «tutti gli
-Dei si rallegrano dell'opera tua, poichè, o Dio, sei nato vivente dal
-legno secco.»
-
-[18] Il prof. G. B. Giuliani mi fa noto che sopra la Montagna pistoiese
-suolsi dire che il fuoco nasce dalla punta degli alberi.
-
-[19] Richiamo qui ancora il detto pistoiese, poco innanzi citato,
-intorno all'origine del fuoco.
-
-[20] Tali raffronti parranno per ora, talvolta, arditi, poichè non ci
-siamo ancora avvezzati a studiare criticamente la mitologia biblica,
-come andiamo studiando l'ariana. Ma verrà tempo, io spero, in cui ci
-persuaderemo com'anche la Bibbia possa offrire materiali preziosi agli
-studii di mitologia comparata. Intanto ci rallegriamo nel vedere come i
-bei lavori del Lenormant sopra l'intermedia mitologia assira e caldea
-incomincino a diminuire considerevolmente le distanze che separano il
-mondo mitico ariano dal mondo mitico de' Semiti.
-
-[21] Cfr. l'importante studio di F. Lenormant sopra la leggenda
-babilonese del Diluvio nel II volume della sua opera: _Les premières
-civilisations_ (Paris, Maisonneuve, 1874).
-
-[22] Citato dal Muir.
-
-[23] Si potrebbe qui domandare se nella concordia delle cosmogonie
-nel far nascere il mondo dalle acque, oltre alle ragioni mitiche
-non vi sia pure stata negli antichi una reminiscenza ereditaria del
-carattere primitivo della creazione, secondo che le scienze naturali lo
-vengono oggi dimostrando, presentandoci la fauna marina come la prima
-delle creature animali che apparvero alla vita. Cfr. la bell'opera
-del Haeckel, con la prefazione di Charles Martins, nella traduzione
-francese, fattane dal dottor Letourneau: _Histoire de la création des
-êtres organisés d'après les lois naturelles_ (Paris, Reinwald, 1874).
-Quanto alla leggenda del Diluvio, essa è per me semplicemente una
-variante cosmogonica dell'uovo uscito dalle acque; invece dell'uovo
-di Brahman, ci si presenta Brahman in forma di pesce, che salva, ossia
-trae fuori dalle acque. Cfr. la Lettura decima.
-
-[24] _Indische Studien_, XIII, 138, 139, ed il capitolo relativo alla
-formica, nella mia _Mitologia zoologica_, edizioni tedesca e francese.
-
-[25] Tradurrei per _lampo_ il _ketus_ (del 3º inno del _Rigveda_), pel
-quale _Sarasvatî svolge il gran torrente e illumina tutti_. Essa è pure
-chiamata _pâvîravî kanyâ_, ossia _figlia del fulmine_.
-
-[26] Anch'essa, _Vac'_ (la parola sacra), fu poi come _Sarasvatî_
-considerata quale generatrice. È sorprendente l'analogia di questa
-concezione vedica brâhmanica con la biblico-evangelica: la Bibbia ci dà
-le acque generatrici dello spirito divino; il Vangelo ci presenta come
-variante: _In principio erat Verbum_. La _Vac'_ indiana e il _Verbum_
-o _Logos_ hanno la stessa funzione e lo stesso carattere di produzione
-immediatamente secondaria a quella che si fa per mezzo delle acque.
-
-[27] _Indische Studien_, XIII, 135, 136.
-
-[28] Veggasi nella mia _Mitologia zoologica_ il capitolo consacrato
-all'asino _gardabha_; la parola _gardabha_ vale _asino_ e _profumo_,
-per l'equivoco avvenuto tra le parole _gandha_ e _gardabha_.
-
-[29] Cfr. Weber, _Indische Studien_, XIII, 133-138.
-
-[30] Cfr. Muir, _Sanskrit Texts_, V, 430.
-
-[31] Presso il primo libro del _Mahâbhârata_ troviamo una _gandharvî_
-figlia di Surabhi, ossia _il profumo_ e _madre de' cavalli_. L'_arva_
-è il cavallo come _l'andante_. Questa nozione leggendaria si fonda
-certamente sopra la etimologia della parola, e conferma intanto
-l'etimologia da noi proposta, onde _gandharva_ varrebbe _andante ne'
-profumi_, come l'_apsarâ_ sua sposa vale _l'andante nelle acque_.
-
-[32] Anno 1858.
-
-[33] Cigni che diventano fanciulle, e fanciulle che diventano cigni
-troviamo spesso nelle novelline popolari: cfr. la mia _Mitologia
-zoologica_.
-
-[34] _Sanskrit Text_, V, 403-406.
-
-[35] Così, alla radice _var_, «coprire, impedire,» corrisponde con
-lo stesso duplice valore una radice sanscrita _dvar_: cfr. il latino
-_in-duere_.
-
-[36] Cfr. Weber, _Indische Studien_, V.
-
-[37] Cfr. Martigny, _Dictionnaire des antiquités chrétiennes_, sotto
-l'articolo _Joseph_: «Il est d'un âge mûr, tantôt chauve, tantôt la
-tête couverte d'une épaisse chevelure; il est ordinairement vêtu de
-la tunique et de _pallium_; mais s'il est figuré avec quelqu'un des
-attributs de sa profession, qui, selon l'opinion commune, était celle
-de charpentier, par exemple, avec la scie, comme dans un diptyque de la
-Cathédrale de Milan, ou avec la hache, comme sur le sarcophage de Saint
-Celse de la même ville, alors il porte le costume des travailleurs,
-cheveux courts, tunique à une seule manche.»
-
-[38] Così il creduto sciocco nelle novelline popolari, non veduto dal
-padre e dalla madre, discende nella cantina per berne il vino, e fa
-scorrere invece il vino per tutta la cantina, onde, tornando la madre a
-casa, si sdegna.
-
-[39] Ho già riscontrato, nella mia _Mitologia zoologica_, la leggenda
-indiana di Trita chiuso nel pozzo da' suoi due fratelli Ekata e Dvita,
-con le novelline numerose, ove il giovine fratello che ha compiuto un
-atto eroico, discendendo nel pozzo, ov'è il drago, viene chiuso nel
-pozzo dai fratelli invidiosi.
-
-[40] Cfr. quello che s'è osservato nella seconda Lettura, pag. 40,
-intorno al Dio Parganya.
-
-[41] Cfr. la citata preziosa opera del Muir, ove il paragrafo riferente
-i passi vedici risguardanti Indra si può quasi considerare completo, ed
-è, in ogni modo, ricchissimo.
-
-[42] Sulla leggenda di Prometeo (dal vedico _Pramantha_ illustrato
-dal Kuhn e dal Baudry, al dramma di Eschilo, al poema di Lucrezio, al
-poema drammatico di Shelley) il professor Trezza faceva nella sera
-del 19 marzo 1874 una splendida ed eloquente conferenza nel Circolo
-Filologico di Firenze. Colgo pure l'occasione per raccomandare la
-lettura di due bei capitoli intitolati _La critica della Natura_ ed
-_I miti_, nell'opera recentissima dello stesso critico, intitolata _La
-Critica moderna_, ove si riassumono, in una forma, spesso, luminosa e
-scultoria, i principali veri scoperti dai moderni mitologi.
-
-[43] Nel mio Saggio intitolato: _La vita ed i miracoli del Dio Indra
-nel_ RIGVEDA. Firenze, 1866.
-
-[44] Così _indrya_ «il senso intimo» spiegherei ancora per _antarya_
-(od _antariya_), che vale, per l'appunto, _intimo, interno_. Una
-leggenda cosmogonica del _Çatapatha Brâhmana_ sembra conservare alcuna
-reminiscenza della etimologia che io propongo per la parola _Indra_
-(da _Andra, Antara_), quando ci dice: l'alito nel mezzo è _Indra_; egli
-per la sua forza _indrijaca_ (o mediana) produce nel mezzo gli spiriti
-(le anime interiori, gli spiriti mediani, i sensi): _Sayo 'yan madhye
-pranah esha evêndrah tân esha prânân madhyatah indriyena indha_.
-
-[45] Cfr. la prima Lettura, pag. 31.
-
-[46] Cfr. il mio libretto: _La vita ed i miracoli del Dio Indra nel_
-RIGVEDA. Firenze, 1866.
-
-[47] Pubblicato nello scorso anno dal dotto bibliotecario Ceriani, coi
-relativi antichi disegni.
-
-[48] Scompongo: non _upa mâ matir_, ma _upa mâ (a)matir_. _Indu_ che
-scorre verso _Indra_, abbiamo nel noto inno degli amori di Indra ed
-Apatâ; così più sotto leggo: _hridâ (a)matim_ e non _hridâ matim_.
-
-[49] Fin dall'anno 1867, ne' miei studii _Sulle Fonti vediche
-dell'Epopea_ e _Sull'Epopea indiana_ ho tentato dimostrare, con gli
-esempi indiani, come le origini dell'epopea siano da ricercarsi nel
-cielo mitico.
-
-[50] Cfr. il bel Saggio di Michele Bréal: _Sul mito di Ercole e Caco_.
-
-[51] Cfr. il secondo capitolo del primo libro della mia _Zoological
-Mythology_.
-
-[52] Interpreto qui evidentemente il fine del disputato passo
-di Yâska, in modo diverso da quello seguìto dagli altri dotti
-interpreti miei predecessori. Il passo di Yâska suona così: _Tayoh
-kâlah ûrdhvarâtrât prakâçibhâvasya anavisht'ambham anu; tamobhâgo hi
-madhyamo g'yotirbhâgah âdityah; tayoh kâlah sûryodayaparyantah_. — Il
-Muir interpreta: «Their time is subsequent to midnight, whilst the
-manifestation of light is delayed (and ends with the rising of the
-sun). The dark portion (of this time) denotes the intermediate (god
-Indra?), the light portion Aditya (the Sun).» — E il prof. Goldstucker:
-«Their time is after the (latter) half of the night when the (space's)
-becoming light is resisted (by darkness); for the middlemost Açvin
-(between darkness and light) shares in darkness, whilst (the other) who
-is of a solar nature (_âditya_) shares in light.»
-
-[53] Ricuso evidentemente la sforzata interpretazione di Sâyana citata
-dal _Dizionario Petropolitano_.
-
-[54] Qui ancora mi allontano dall'interpretazione del _Dizionario
-Petropolitano_, per attenermi strettamente all'etimologia e
-all'analogia che vi dev'essere fra il moncherino e la mano d'oro;
-mentre non parmi naturale e logico che gli Açvin avessero a dare un
-figlio _dalle mani d'oro_ ad una moglie, il cui marito è un eunuco
-impotente.
-
-[55] Cfr. Muir, _Sanskrit Texts_, IV e V vol.
-
-[56] Deposto nel ricchissimo suo lavoro, intitolato: _Les premières
-civilisations_, études d'histoire et d'archéologie, par François
-Lenormant, II vol. Paris, Maisonneuve, 1874. — Cfr. ancora dello stesso
-Autore _La Magie chez les Chaldéens et les origines accadiennes_:
-Paris, Maisonneuve, 1874, ove, ragionandosi ampiamente del Dio _Ea_
-accadico e del Dio _Nuah_ caldeo-babilonese, si descrive l'acqua come
-fonte di tutta la generazione.
-
-[57] Cfr. la mia _Zoological Mythology_.
-
-[58] Nel secondo libro della _Vita di Mosè_.
-
-[59] «Delphinis tam acutus est visus, ut piscem etiam in caverna
-abditum cernant: _Oppian_. tanta celeritas ut plenam velo ventisque
-secundis iniectam navim, velocitate ab iis victam, _Bellonii_ dederit
-observatio. Causam quidam in pinnas conjiciunt in pondus corporum
-nonnulli. Membrana inter cornua extensa velorum loco uti, Clariss.
-Baudartius existimat.» Joh. Johnstoni, _Thaumatographia naturalis_.
-Amstelodami, 1660, pag. 442.
-
-[60] Cfr. intorno al mito del cervo la mia _Zoological mythology_.
-London, Trübner, 1872.
-
-[61] _Tugra_ è il nome di un demonio vedico combattuto da Indra; il
-padre Tugra precipita il figlio Bhug'yu nelle acque, e gli Açvin lo
-salvano. Nelle novelline russe il mostro-serpente piglia talora il nome
-di _Tugarin_. Non mi sembra improbabile che i due nomi, come le due
-figure mitiche, si corrispondano. — Nel trattato De Magia di Francesco
-Torreblanca da Cordova, Lione, 1678, pag. 341, leggo: «Legimus piscis
-hepar super prunas assum fugasse Asmodaeum, qui septem viros, Sarrae
-necarat, Tob. c. 6: _Cordis eius particulam si super carbones imponas,
-fumus eius extricat omne genus daemoniorum_.» Cristo, come _piscis
-assus_, fa lo stesso miracolo, ossia fuga il demonio, ossia fa il
-miracolo che il sole rinnova ogni mattina ed ogni primavera.
-
-[62] _Zoological Mythology_. London, Trübner, 1872.
-
-[63] Dubito che il latino _Fidius_, figlio di Giove, sia pure da
-richiamarsi qui etimologicamente. Varrone, presso Nonio, ci dice:
-«Domi ritus nostri, qui per Deum Fidium iurare vult prodire solet in
-compluvium.» _Bhug'yu_ appare una forma equivalente di _bhag'ya_; Bhaga
-è il sole.
-
-Cfr. il capitolo sopra i pesci nella mia _Zoological Mythology._
-
-[64] Il Goethe espresse la credenza ionica e socratica in una
-bella strofa che l'Aufrecht ed il Muir hanno raccolta dalla sua
-_Farbenlehre_:
-
- «Wär' nicht das Auge sonnenhaft,
- Wie könnten wir das Licht erblicken?
- Lebt'nicht in uns des Gottes eigne Kraft
- Wie könnt' uns Göttliches entzücken?»
-
-[65] Così nell'inno 68º del IX libro del _Rigveda_ è detto che i
-_Pitaras_ hanno adornato il cielo di stelle (_nakshatrebhih pitaro dyâm
-apin'çan_).
-
-[66] Perciò dicevasi già sul fine del periodo vedico che _ogni uomo
-nasce in quel mondo ch'egli stesso s'è fatto_: cfr. Muir, op. cit.,
-pag. 317, in nota.
-
-[67] Per le credenze popolari germaniche sopra le ossa, veggasi nel
-primo volume dell'opera di Rochholtz: _Deutscher Glaube und Brauch
-im Spiegel der heidnischen Vorzeit_ (Berlin, 1867), l'intero libro
-consacrato al _Knochencultus_ (pag. 217-297).
-
-[68] Secondo il _Nirukta_ seguìto dal Benfey e dal Muir, _bakura_
-sarebbe _il fulmine_; il _Dizionario Petropolitano_ riconoscerebbe
-piuttosto nel _bakura_ uno strumento da fiato guerresco.
-
-[69] Secondo una variante leggendaria dello stesso Veda, Indra, in
-forma di sciacallo, ottiene dagli Asuri tanta terra quanta ne può
-misurare con tre passi. Indra, anticipando il miracolo del nano gigante
-Vishnu, con soli tre piedi misura tutta la terra.
-
-[70] Cfr. Muir, _Original Sanskrit Texts_, vol. IV. London, 1873, pag.
-59 e seg.
-
-[71] Il Muir e il _Dizionario Petropolitano_ spiegano _ûshas_ per
-_saline earth, salzige erde_, interpretazione, che in questo passo mi
-parrebbe meno conveniente; l'aurora ricca e datrice di ricchezza è una
-nozione vedica famigliare, mentre la terra salina indica piuttosto un
-luogo sterile; quando non voglia intendersi nella terra salina un luogo
-che brilla, un monte che s'accresce, ma che poi non riesce in alcuna
-maniera fecondo.
-
-[72] «Per un punto Martin perdette l'Asino.» Veggasi sul carattere
-demoniaco dell'Asino mitico il capitolo relativo nella mia _Mitologia
-zoologica_.
-
-[73] Cfr. in proposito la _Storia dell'antica letteratura indiana_ del
-prof. Max Müller, ove, per la prima volta, s'io non erro, fu osservato
-lo strano equivoco.
-
-[74] Pel cielo Dyu creatore o _Prag'âpati_ potremmo ripetere la
-stessa osservazione che abbiamo già fatta pel sole _Prag'âpati_;
-nell'antico periodo vedico il _Prag'âpati_ era l'attributo di un essere
-intieramente fisico; col tempo, la persona fisica primitiva scomparve,
-l'antico attributo divenne un'astrazione, un Dio universale, al quale
-poi s'immagina pure una nuova persona mostruosa corrispondente. E in
-tal modo sono nati tutti i Padri Eterni.
-
-[75] Anche _Prag'âpati_ è detto nell'XI libro dell'_Atharvaveda_ essere
-stato generato dal _Brahmac'ârin_ o penitente dedito alla preghiera.
-L'intiero inno si trova tradotto nel V volume dei _Sanskrit Texts_ del
-Muir.
-
-[76] Cfr. Weber, _Indische Studien_, IX, 477, e Muir, _Sanskrit Texts_,
-V, 392.
-
-[77] _Ag'am_: in un altro passo del _Çatapatha Brâhmana, Prag'âpati_
-crea dalla sua bocca non _Ag'a_, «la capra,» ma _Agni_, «il fuoco.»
-
-[78] Cfr. la leggenda riferita nel capitolo precedente intorno alla
-verità e alla menzogna degli Dei e de' Demonii.
-
-[79] _Guhya_ è chiamato _Prag'âpati_, in un inno dell'_Atharvaveda_,
-ove sembra celebrarsi pel suo merito d'avere conosciuto, ossia trovato
-(_veda_) l'uovo cosmico che errava nelle acque, e dal quale, secondo
-un'altra abbastanza frequente nozione, egli stesso sarebbe uscito.
-
-[80] Tutte le altre questioni sono secondarie: per esempio, quella di
-sapere se _Prag'âpati_ abbia creato l'uovo, o viceversa; ossia chi sia
-venuto prima, l'uovo o la gallina. Chi desideri trovarsi pienamente
-istrutto su questo argomento, ricorra al quarto volume dei _Sanskrit
-Texts_ del Muir, che fornisce tutta la serie delle relative leggende
-cosmogoniche vedico-brâhmaniche.
-
-[81] Nelle edizioni francese e tedesca di quest'opera, per un
-lieve e facilissimo equivoco d'interpretazione della voce ambigua
-inglese _turtle_ (che significa _tortora_ e _testuggine_), presso
-l'Introduzione, i due egregi traduttori s'accordarono a tradurre per
-_tortora_, mentre invece vi si tratta della _tortoise_ o _testuggine_.
-Colgo quest'occasione per rettificare questo curioso e naturalissimo
-sbaglio occorso in traduzioni che si raccomandano, del resto, entrambe
-per fedeltà ed eleganza.
-
-[82] Debbo tuttavia soggiungere come contro uno de' miei argomenti
-parziali, per identificare le parole _Kaçyapa_ e _Kac'ch'apa_, mi
-oppose ragioni di grave peso il professor Ascoli nella _Revue de
-Linguistique_ dell'Hovelacque (ottobre 1873); esse non infirmano la
-interpretazione generale, ma di certo, in parte, la danneggiano; tutti
-sanno oramai come gli argomenti linguistici del professor Ascoli, per
-la sicurezza del suo genio analitico, siano pressapoco invincibili.
-
-[83] Qui si riconferma con un altro testo evidente la mia
-identificazione della testuggine fallica che sostiene il mondo col
-fallico bastone, e si giustificherebbe per analogia l'ipotesi da me
-avanzata di una relazione intima supposta in antico fra le parole
-_Kaçyapa_ e _Kac'chapa_.
-
-[84] _Sanskrit Texts_, V, 388.
-
-[85] Prag'âpati e Brahman e Brahmanaspati e Br'ihaspati s'identificano;
-la _Prithivî_ celeste dicemmo essere, per lo più, ora il cielo,
-ora l'aurora; dicemmo che la figlia di Prag'âpati fu spiegata
-dai commentatori indiani ora come _cielo_, ora come _aurora_.
-Il _Br'ihaspati_ o _sposo della larga_ equivale perfettamente al
-Prag'âpati che s'unisce con la figlia e versa il seme, ossia pioggia o
-rugiada, sulla terra.
-
-[86] Il dottor Muir ha raccolte le nozioni del _Rigveda_ intorno agli
-attributi di _Br'ihaspati_ e di _Brahmanaspati_, in un paragrafo del
-quinto volume dei _Sanscrit Texts_; credo opportuno il riprodurre
-l'intiero paragrafo, a persuadere lo studioso intorno alla loro
-duplice identità col Brahman creatore supremo e supremo penitente, e,
-in ispecie, con l'Indra tonante signore del cielo: «Brahmanaspati, or
-Br'ihaspati, appears to be described in VII, 97, 8, as the offspring
-of the two worlds, who magnified him by their power: whilst in II,
-23, 17, he is said to have been generated by Tvashtr'i. He is called a
-priest X, 141, 3; is associated with the Rikvans or singers (VII, 10,
-4; X, 14, 3; compare X, 36, 5; X, 64, 4); is denominated an Angirasa
-(IV, 40, 1; VI, 73, 1; X, 47, 6); is the generator, the utterer, the
-lord, the inspirer of prayer (I, 40, 5; II, 23, 1, 2; X, 98, 7), who by
-prayer accomplishes his designs (II, 24, 3), and mounting the shining
-and awful chariot of the ceremonial, proceeds to conquer the enemies
-of prayer and of the gods (II, 23, 3-8). He is the guide, patron and
-protector of the pious, who are saved by him with wealth and prosperity
-(Ib., 9). He is styled the father of the gods (II, 26, 3); is said
-to have blown forth the births of the gods like a blacksmith; to be
-possessed of all divine attributes, _viçvadevya_ or _viçvadeva_ (III,
-62, 4; IV, 50, 6); bright, _çuc'i_ (III, 62, 5; VII, 97, 7); pure,
-_çundhyu_ (VII, 97, 7); omniforn, _viçvarûpa_ (III, 62, 6); possessed
-of all desirable things, _viçvavâra_ (VII, 10, 4; VII, 97, 4); to
-have a hundred wings, _çatapatra_ (VII, 97, 7); to carry a golden
-spear, _hiranyavaçi_ (ib.; compare II, 24, 8, where a bow and arrows
-are assigned to him); to be a devourer of enemies; _vr'îtrakhâda_ (X,
-65, 10; compare VI, 73, 3); a leader of armies along with Indra etc.
-(X, 103, 8) and armed with an iron axe, which Tvashtr'i sharpens (X,
-53, 9); clearvoiced (VII, 97, 5); a prolonger of life (X, 100, 5); a
-remover of disease (I, 18, 2); opulent; an increaser of the means of
-subsistence (I, 18, 2). Plants are said to spring from him (X, 97,
-15). He is said to have heard the cries of Trita who had been thrown
-into a well and was calling on the gods, and to have rescued him from
-his perilous position (I, 105, 7). He is further described as holding
-asunder the ends of the earth.»
-
-[87] _Sanskrit Texts_, III, 230.
-
-[88] _Sanskrit Texts_, IV, 56.
-
-[89] Nell'_Atharvaveda_ si dice esplicitamente che il sole ha natura di
-Fuoco (o d'Agni), la luna d'Ambrosia (o di Soma).
-
-[90] Tutti i testi indiani di qualche importanza intorno a Rudra
-furono diligentemente raccolti dal Muir nel IV volume de' suoi preziosi
-_Sanskrit Texts_.
-
-[91] In Toscana ed in altre provincie italiane si dice del cane
-ululante ch'esso fa il lupo; egli è secondo la superstizione toscana
-nunzio di morte; pare che la stessa superstizione esistesse già
-nell'India vedica. — _Abhibhâ_ dal _Dizionario Petropolitano_ e dal
-Muir s'interpreta come sostantivo: _malaugurio_; io lo interpreterei
-qui come aggettivo.
-
-[92] Il Muir _sahasrena pratihitâbhih_ «with a thousand arrows on the
-string;» nel _Çatapatha_, _Rudra_ è rappresentato con cento _ishudhi_
-che sarebbero _cento turcassi_, ma qui ancora si potrebbe forse
-interpretare con _cento braccia_, o _con cento mani_, siccome quelle
-che tengono, che lanciano l'_ishu_.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
-le numerose grafie alternative, correggendo senza annotazione minimi
-errori tipografici.
-
-Le correzioni contenute nell'Indice alfabetico sono state riportate nel testo.
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