diff options
Diffstat (limited to 'old/60201-0.txt')
| -rw-r--r-- | old/60201-0.txt | 11788 |
1 files changed, 0 insertions, 11788 deletions
diff --git a/old/60201-0.txt b/old/60201-0.txt deleted file mode 100644 index 31eb6a3..0000000 --- a/old/60201-0.txt +++ /dev/null @@ -1,11788 +0,0 @@ -The Project Gutenberg EBook of Letture sopra la mitologia vedica, by -Angelo De Gubernatis - -This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most -other parts of the world at no cost and with almost no restrictions -whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Letture sopra la mitologia vedica - -Author: Angelo De Gubernatis - -Release Date: August 30, 2019 [EBook #60201] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LETTURE SOPRA LA MITOLOGIA VEDICA *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - LETTURE - SOPRA LA - MITOLOGIA VEDICA - - - FATTE - - DAL PROF. ANGELO DE GUBERNATIS - - - ALL'ISTITUTO DI STUDII SUPERIORI DI FIRENZE. - - - - FIRENZE. - SUCCESSORI LE MONNIER. - 1874. - - - - - Proprietà letteraria. - - - - -AD ERNESTO RENAN. - - - MIO ILLUSTRE E CARO SIGNORE, - -Io non avrei bisogno di spiegare i motivi, per i quali desidero -inscritto al nome di Ernesto Renan questo mio modesto volume, quando -la gloria di un tal nome è tanta, che ogni studioso potrebbe stimarsi -lieto di raccoglierne un raggio sopra di sè, col porre sotto il -patrocinio ideale di tanto ingegno il frutto qualsiasi de' suoi -poveri studii. Ma, in verità, io debbo confessare come non vi sarebbe -altezza, alla quale, non saprei dire se per modestia o per orgoglio, -oserei rivolgermi, ove, con un sentimento di riverenza profonda, non -fosse pure penetrato nell'animo mio un sentimento più intimo, più -vivo, più personale, che mi obbliga a Voi di simpatia insieme e di -gratitudine; e da più lungo tempo che Voi non possiate credere, mio -illustre Signore. Chè, s'io debbo al vantaggio d'avervi conosciuto -di persona, presso il nostro venerato ed amatissimo Michele Amari, il -vivo piacere, che mi dura e che mi auguro durevole, di trovarmi in più -stretta corrispondenza ideale con Voi, m'eravate entrato nell'animo e -nella mente molti anni innanzi di quel giorno propizio della mia vita, -in cui ebbi la lieta ventura d'incontrarvi. Concedetemi qui pertanto di -rischiarare alquanto questo ricordo personale. - -Io debbo, non senza un po' di vergogna, confessare, come, quando -uscii dottore in lettere dall'Università di Torino, mi restava ancora -un'idea assai confusa della filologia comparata. Il Vallauri, co' suoi -fiumi sonanti di latina eloquenza, avea fatto di me un sufficiente -cultore delle latine eleganze; ma, in quanto a filologia comparata, -se essa non era più un'incognita per me, mi rimaneva tuttora, pur -troppo, una gran nebulosa. I nomi di Bopp, di Pott, di Grimm, di Kuhn, -di Schleicher, di Curtius, di Max Müller, di Weber, di Steinthal e -d'altri insigni Alemanni mi sonavano bensì negli orecchi, ma erano pur -sempre suoni vani, de' quali io non misuravo sicuramente il valore. Con -questa mediocre preparazione linguistica io fui lanciato ventenne ad -insegnar rettorica a Chieri. Chieri è una graziosa città industriale -del Piemonte, a sei miglia da Torino; l'aria vi è eccellente; operosa, -allegra, vivace la popolazione; ma, tra le città di provincia, Chieri -era, in quegli anni, non solo delle più incolte, ma delle più aliene -dagli studii; non istituti scientifici o letterarii, non convegni -geniali, non librerie; nessuna via di comunicarsi in ispirito, ove la -cura materiale urge ed invade tutta la vita. In me frattanto un bisogno -prepotente di nuovi e più larghi orizzonti, e l'impazienza di gettarmi -con impeto giovanile nella vita. Ma, come vivere? Un giovine, costretto -ventenne ad insegnare greco e latino, non ne ha il tempo ed il modo; -non ne ha quasi il diritto. Allora un'altra impazienza mi prese; poichè -non potevo più muovermi con la persona, desiderai di viaggiare lontano -in ispirito; fondai da Chieri un giornale, un'Italia letteraria, per -potere, se non vivere, almeno parlare coi lontani; e, per allontanarmi -anche più dalla noia delle cure scolastiche presenti, mi posi in -viaggio solitario alla ricerca delle origini della lingua italiana. -Ma, in questo viaggio, ad ogni passo incontravo un inciampo. Sentii -ben tosto che il mio molto latino ed il mio poco greco non bastavano -più, perch'io mi rendessi ragione di certe misteriose evoluzioni del -linguaggio; e mi nacque allora la curiosità ed il desiderio di cercare -più addentro. Un benedetto giovedì, recatomi, secondo il consueto, da -Chieri a Torino, scorrevo avidamente le vetrine de' librai, quando -lessi il titolo seguente: _Histoire des langues sémitiques_. Non -resistetti alla tentazione, ed acquistai il libro. La lettura di esso -fu per me una vera rivelazione; io vi respirai nuova luce e intravvidi -l'Oriente. Una settimana dopo, io mi poneva tra le mani una grammatica -ebraica. Ma, ritornatomi, in breve, l'amore del mio primo studio sopra -le origini della lingua italiana, m'avvidi che le lingue semitiche me -ne avrebbero allontanato di troppo; sostituii pertanto lo studio della -lingua ebraica con quello della indiana. Corsi tosto ai primi ferri che -mi vennero alle mani, egregi ferri italiani, la _Grammatica Sanscrita_ -del Flechia, il _Râmâyana_ del Gorresio e gli _Studii Orientali e -linguistici_ dell'Ascoli. Pochi mesi dopo ero a Berlino; dove il Bopp, -coi dolci e sapienti colloquii e coi libri immortali, ed il Weber coi -preziosi insegnamenti, apersero all'avida mia mente i loro tesori. -E, a Berlino ancora, Voi veniste, mio illustre Signore, a visitarmi -due volte, ed entrambe le volte, a scuotermi: la prima col saggio -di _Mitologia comparata_ del professor Max Müller da Voi, con parole -sapienti, presentato al pubblico francese e che, insieme col saggio del -Bréal sul mito di Caco, col libro del Kuhn sul fuoco e sull'ambrosia, -con gli articoli di critica mitologica del Baudry nella _Revue -Germanique_, decise, per sempre, della mia vocazione scientifica; la -seconda volta, col poema della _Vita di Gesù_. - -Divenni quindi io stesso, se felice o disgraziato non so, un -mitologo comparatore indipendente, e mi appassionai per gli studii -comparativi, per un bisogno dell'animo mio tutto espansivo, che mi -spinge naturalmente ad abbracciare quanto si conviene, e pel forte -convincimento che, aiutato dagli studii comparativi, si radicò nel mio -intelletto sopra l'unità fondamentale della vita, e sopra la necessità -di studiarla come un tutto armonico, e non come una caotica mischianza -di parti indifferenti. Perciò, come io studio comparando, così per lo -stesso istinto naturale vivo amando, abbracciando, accostando, tutto -ciò che può compararsi, combinarsi e convivere. Quando, pertanto, Voi, -mio caro Signore, gemevate allo scoppiar della guerra franco-germanica; -quando Voi, dalla Francia minacciata, facevate un nobile appello -al lontano collega Strauss, affinchè almeno gli uomini di scienza -tenessero unito ciò che i politici venivano barbaramente a dividere, -io sentii crescere fortemente il mio affetto verso di Voi. Quando, -finalmente, in giorni per la Francia dolorosi, ne' quali, per gli -equivoci della versipelle politica, Voi, vedendo raffreddarsi alquanto -le vive naturali simpatie che legavano fin qui Francesi ed Italiani, -coglievate l'occasione per dir parole piene d'affetto all'Italia, -per la nobiltà del vostro coraggio, m'entraste tutto nel cuore; e vi -rimanete, e v'assicuro che non vi state a disagio. - -Io sento aver già detto molte parole; e ben altre ancora ne direi, -se non temessi, continuando, di stancarvi con la dimostrazione di un -sentimento, del quale ho fiducia che Voi non dubitiate più. - -Dovrei ora aggiungere qualche altra parola sopra il libro che vi viene -innanzi, confidato al vostro gran nome. Ma esso deve parlare da sè, -posto che sappia parlare. Io non posi, pur troppo, nessuna cura a farne -uno scritto elegante; e non ho l'ambizione d'aver compiuto, con esso, -opera intieramente originale. Mi contenterei se si potesse dire che -non feci cosa inutile. Non presumo di offerire un trattato completo -di Mitologia vedica, nè d'illustrare tutti i miti vedici; ordino, -descrivo e tento di spiegare gli essenziali. Seguo, nell'ordine, la -storia naturale del mito: il primo mito che nasce è, specialmente, -un'immagine; il secondo è, specialmente, una persona; il terzo è, -specialmente, un'idea: il primo è una lieve figura, il secondo un -mobile eroe, il terzo diviene un nume od un idolo che sta fermo innanzi -al suo cieco adoratore; il primo è fisico, il secondo è umano, il terzo -riesce metafisico nel cielo, brutale sopra la terra. Nella descrizione, -a costo di riuscire talora alquanto monotono, mi studio di adoperare -i soli colori del linguaggio proprio degl'Inni vedici. All'ordine che -seguo, ed ai colori indiani che adopero nel rappresentare i miti, si -conforma necessariamente il mio commento. Il mio lavoro parrà forse -troppo lieve a molti eruditi, troppo grave a molti indotti; ma, se -il desiderio non m'inganna, esso ha pure il merito di dare un po' -di luce ad una materia erudita che giaceva fin qui quasi interamente -perduta e silenziosa in frammenti isolati, privi talora di senso per -quegli stessi benemeriti eruditi che l'avevano scavata, ed agl'indotti -offrirà finalmente il modo di erudirsi un poco nella Mitologia vedica -fin qui ignorata dai più, e dai pochi che ne avevano qualche notizia -superficiale, citata spesso, a sproposito, sopra fonti di autorità -sospetta. Se il metodo poi, col quale ho proceduto nella esposizione -de' miti vedici, avesse la ventura d'incontrare il suffragio de' -critici più spassionati, più sinceri e più diligenti, avrei pure -speranza che il mio tentativo fosse per giovare qualche poco ancora -all'intelligenza delle altre antiche mitologie, quando s'abbia non solo -a rappresentarle, ma sì ancora ad indagarne criticamente le origini. -In alcuna delle letture poi, quelle, per esempio, sull'Acqua, sul -Fuoco, sul Vento, su Indra, su gli Açvin, su Brahman, ho istituito -alcune nuove e speciali discussioni, sopra le quali ardisco richiamare -particolarmente l'attenzione degli studiosi. Chè, se l'opera mia -paresse tuttavia ad alcun investigatore troppo insufficiente, e lo -invogliasse a ritentarne presto una migliore, io sarei pure contento -di questo suo merito negativo; e mi parrebbe di non avere perduto il -mio tempo, quando fossi riuscito a dare una spinta, che oserei chiamare -felice, a qualche ingegno meglio nutrito e più gagliardo del mio, verso -una più matura investigazione del vero. - -E mi consolerei poi sempre per l'occasione che mi si sarebbe offerta, -mio illustre e caro Signore, di esprimervi una volta, secondo il mio -potere, in pubblico quei sentimenti di profonda osservanza e d'amicizia -devota, coi quali godo rimanere - - _Firenze, ottobre 1874._ - - Il vostro deditissimo - - ANGELO DE GUBERNATIS. - - - - -INTRODUZIONE. - - -Tra gli _Scritti minori_ di Guglielmo Wackernagel, che l'editore -Hirzel va pubblicando a Lipsia, trovasi uno _Scherzo_ che ha fatto -particolarmente fortuna. Nella prefazione al primo volume dei _Kleinere -Schriften_, Moritz Heyne lo chiama _ein frischer und feiner Scherz_, -e gli attribuisce tanta importanza da segnalarlo, in modo speciale, -all'osservazione degli studiosi; e so già di molti eruditi che vanno -pazzi per queste dodici paginette umoristiche del chiaro Germanista. -Lo scritto di Wackernagel apparve la prima volta nell'anno 1856, -presso il _Neues Schweizerisches Museum_ edito dai professori Fischer, -Schweizer-Sidler e Kiessling. Lo scrittarello reca il titolo seguente: -_Il cagnolino di Bretzwill e di Breiten, tentativo d'investigazione -mitologica_. (_Die Hündchen von Bretzwil und von Bretten, Ein Versuch -in der Mythenforschung_.) Lo scritto di Wackernagel è piaciuto tanto -in una parte erudita della Germania, che se un mitologo s'attentasse -oggi ancora di dimostrarvi che ci sono de' miti, per quanti fatti -egli potesse addurre a sostegno della sua dottrina, si sentirebbe -per unica risposta domandare: _Avete letto il cagnolino di Bretzwil -e di Bretten_? Nel secolo passato, un solo motto di Voltaire avea la -pretesa d'annientare il Cristianesimo; nel secolo nostro, la ingegnosa -buffonata di un solo erudito dovrebbe abolire tutta la mitologia. -Offenbach ha messo in canzonetta l'_Iliade_; perchè un professore -non potrebbe ora tradurre in prosa quella canzonetta? Dopo tutto, -uno scherzo si legge più volentieri e si ritiene più facilmente d'un -trattato. E chi non ha letto le molte opere dottissime di Wackernagel, -lo ricorderà invece lungamente per la sua storiella de' due cagnolini, -arma fatata, con la quale si dispenserà dal considerare molte questioni -che il ridicolo ha ornai risolute. - -Il carattere del nostro tempo è spesso la facilità; lo scibile, quando -imbarazza, si esclude. Così noi troviamo molti uomini che si credono -civili e trattano il mondo come se fosse nato ieri, e sto per dire, -quasi come se lo avessero essi stessi creato e composto ad immagine -loro. Essi non credono all'età eroica, perchè essi stessi non si -trovano più eroi; e non credono agli Dei, perchè essi hanno perduto il -sentimento del divino. Chi s'accinga loro a dimostrare lo svolgimento -successivo della natura e dell'umanità, perde l'opera; essi trattano, -per rispetto al tempo, l'uomo antico, a quel modo con cui noi società -civili, per rispetto allo spazio, trattiamo le società selvaggie. Sono -altri esseri, con altri organismi, con altra vita; nulla di quelli -più ci perviene e ci tocca; ogni secolo è un tutto vivente, da sè, per -sè, distinto da cento unità che chiamano anni. Ogni figlio che nasce -non riceve nulla alla sua radice, vegeta isolato, completo, co' suoi -vizi, con le sue virtù, e non si tramanda quasi altrimenti che per -la pecunia, eredità che i superstiti raccolgono da quelli che se ne -vanno. Molti, anzi troppi comprendono in tal modo ristretto la vita. -La storia non è un'armonia, ma una confusione di suoni. Chi s'attenta -a dimostrarne la continuità, a cercare nel presente i frammenti del -passato, a far la storia naturale del principe degli animali, si -sentirà abbaiar dietro il cagnolino di Wackernagel. - -Un mezzo secolo fa, per confondere i mitologi, un bell'ingegno avea -voluto provare come fosse anco possibile il fingere in Napoleone -I un mito solare. Alcune curiose analogie trovate tra la vita -dell'intraprendente conquistatore con le gesta più caratteristiche -dell'eroe mitico, posero in grande discredito la mitologia, come se la -somiglianza accidentale di una realtà terrena con un'altra più solenne -realtà dalla fantasia popolare figurata nel cielo dovesse distruggere -necessariamente il mito. La levità de' giudizi umani è tanta, che il -ridicolo parve allora invincibile, e nessuno si curò d'indagare se -fosse pienamente logica la conseguenza che si traeva dalle premesse. -Su che si fondava, insomma, il ragionamento? Voi dite che in cielo -l'eroe mitico vive così; io vi dimostro che Napoleone sopra la terra -ha vissuto nel modo medesimo; dunque anche Napoleone dovrebbe essere -un mito; ma un mito non può essere, perchè Napoleone io l'ho veduto, -come lo videro molti de' miei contemporanei; dunque i vostri miti non -sussistono. Vi pare che il ragionamento corra? Eppure tutti quelli che -risero ed approvarono, quando uscì quella caricatura, ragionarono alla -stessa maniera e sentenziarono però che la mitologia era morta sotto -quel ridicolo. - -Sorsero in Germania, dopo parecchi anni, a farla rivivere valorosi -mitologi tedeschi, e a dimostrarne meglio la realtà storica si valsero, -nella ricerca, di quello stesso metodo comparativo, che era stato -vittoriosamente adoperato per discoprire le affinità linguistiche -della nostra stirpe indo-europea. S'era per lungo tempo creduto che -ogni lingua ariana fosse un tutto organico completo, perfetto, isolato -per sè, senza addentellati, all'infuori di quelli con una maravigliosa -lingua primitiva, la lingua d'Adamo, che si faceva parlare ebraico. -Menagio e gli altri etimologi dello stesso valore che il motto -espressivo di Voltaire sopra l'ufficio delle consonanti e delle vocali -ha troppo bene scolpiti, dando una elasticità prodigiosa ai vocaboli -d'ogni lingua, li conducevano a miriadi a darsi battaglia sopra -un'esile radice ebraica, la quale quando, per dispero, non potesse più -sopportare il peso di tanto conflitto, si ritraeva, cedendo il campo a -qualche altra radice più arzilla, chiamata prontamente in soccorso come -cortese ausiliaria. Se la confusione delle lingue non si era dunque -fatta in Babele, si fece nel secolo decimosettimo in Parigi, dove -il Menagio teneva aperta accademia. Come le lingue, si considerarono -pure le mitologie. Esse venivano osservate come prodotti completi e -distinti della fantasia letterata de' poeti di ogni singola nazione, -e quando la pluralità degli Dei offendeva la Maestà del Dio unico -ebraico-cristiano, si cercava di comporre il dissidio interpretando -i miti greci e latini come allegorie morali. Ogni Nume, per quanto -poco edificante sia stata la sua vita, ebbe obbligo di rappresentare -simbolicamente una virtù; e così si sono potuti compilare dizionarii -e trattatelli di mitologia classica per uso della gioventù studiosa, -e un poco anche per uso di que' poeti poveri di idee e di sentimento, -i quali, quando avessero invocato il biondo Febo, o il fiero Marte, o -la lusinghiera Ciprigna, o la casta Diana, e ornato in versi qualche -aneddoto più o meno autentico dell'Olimpo ellenico, avevano esausta -tutta la loro ispirazione. - -La filologia comparata trova ancora molti increduli in Germania, e -moltissimi fra noi. Vi è tutto un popolo di eruditi che guarda sempre -compassionevolmente tutta questa gente nuova che ardisce ricercare -nuovi veri oltre quelli appresi da molti secoli in quella duplice -scienza ch'essi chiamarono sacra e profana. L'etnografia biblica durò -per essi infallibile; Japhet è Giapeto. Giapeto è un greco. Dal greco -discende il latino. Si trova la lingua etrusca? È un mistero. Ma se si -ha da dichiarare si ricorre al greco; fallita la prova del greco, deve -supplire l'ebraico. Tutto si chiude entro quel circolo erudito. Al di -fuori di esso, non vi è storia, non vi è poesia, non vi è scienza, non -vi è salute. Gl'Indiani sono selvaggi. I Germani e gli Scandinavi sono -popoli che si pascono di nebbia; lo Slavo non conta; basta il _knut_ -a rappresentarlo. Se anch'essi hanno mitologie, al più sono mitologie -mostruose. Possiamo occuparcene, per curiosità, come ora sembra che -si venga pure disegnando una mitologia ottentota. Così ragionano i -dissidenti, che vorremmo chiamare gli ignoranti, se non fossero, per -la massima parte, gente erudita e togata che siede in cattedra e parla -gravemente. - -Ma la mitologia comparata fu anche più disgraziata della filologia. -Essa non ha solamente contro di sè i pedanti dell'antica forma, ma -anche quelli della nuova. L'erudito dell'antico stampo occupavasi -della sola antichità classica; sopra la rettorica di Quintiliano esso -piantava le colonne d'Ercole. L'erudito moderno ha fatto un passo -importante. Esso ha considerato anche la letteratura medievale e la -letteratura popolare contemporanea. Con una diligenza degnissima di -lode, esso è venuto accozzando preziosi materiali, e ponendoli in luce. -Non seppe avvivarli, non seppe o non volle penetrarne l'intima essenza; -ed era nel suo diritto; non è di quello che gli manca, pur troppo, -che noi possiamo accagionarlo; anche i Reinhold Köhler hanno il loro -merito presso gli studiosi, come rendono sicuramente un buon servigio -alla letteratura i bibliografi. Ma che si direbbe di un bibliografo, -il quale s'attentasse di negare ogni diritto alla critica, per la -sola ragione ch'egli non ne ha mai fatta? Così vi sono raccoglitori -di novelline, di canti popolari, di leggende, di tradizioni, i quali -gridano l'allarme contro il critico mitologo, che ardisca cercare -l'anima di que' piccoli organismi, pel solo motivo che essi non li -hanno mai sentiti palpitare, avendo raccolte tradizioni per accrescerne -il numero nel loro museo, non già per riuscire a penetrarne l'intima -natura e rappresentarla e interpretarla come una figura vivente dello -spirito umano. Contro il mitologo che compara, oltre i vecchi pedanti -preoccupati di simmetrie grammaticali e rettoriche, stridono dunque -ancora i novissimi eruditi, intenti a far dei volumi coi racconti -che il popolo ha bene narrati, ma ch'essi non hanno bene compresi; e -aizzano però contro il mitologo il cagnolino di Wackernagel, e quando -esso _caninamente latra_, levano un applauso così festoso, che ne -arriva lo strepito fino a noi. - -Ma a che si riduce, insomma, lo _Scherzo_ di Wackernagel? Vediamolo. -Nè io di trattenervi sopra un argomento così umile vi chiedo scusa; -poichè, se, con tali armi, presumono gli avversarii nostri combatterci, -è giusto che sappiate quali armi sian quelle, per farne il conto -che meritano, e non lasciarvene sorprendere. Il ridicolo può, quando -giunge improvviso, riuscir contagioso anco agli uomini gravi; ma quando -si apprenda di che natura sia e con quali arti si mova, esso non ha -più presa su altri che sul volgo. Del resto, lo stesso Wackernagel -dovea fare una stima assai mediocre del proprio Scherzo dell'anno -1856, quando nel 1867, seguendo quello stesso metodo che egli aveva -deriso, trattava distesamente della _Thiersage_, in uno scritto che -fu compreso testè nel secondo volume de' suoi _Kleinere Schriften_, ed -ove, se con erudizione un poco superficiale si tocca delle tradizioni -epico-zoologiche orientali, si riconosce pure la necessità di -ricondurre all'Oriente le tradizioni dell'Occidente e di far risalire -all'epopea la favola. - -Ora udiamo il Wackernagel: — «Dicesi qui in Basilea di un uomo, il -quale arriva col detto o con l'opera in ritardo quando tutto è già -passato, o d'una cosa, d'un avvenimento che arriva in ultimo, quando -non c'è più tempo: «ei viene» oppure «è come il cagnolino di Bretzwil.» -Bretzwil è un villaggio nel territorio di Basilea. Presso il cagnolino -di Bretzwil se ne trova un altro, divenuto esso pure proverbiale, il -cagnolino di Bretten; Bretten è una piccola città del Palatinato. Di -quest'ultimo Heberer nella sua _Servitus Aegiptiaca_ (stampata nel 1610 -ad Heidelberga) narra la seguente storiella che subito ci colpisce: - -«Viveva in Bretten un uomo, così poveraccio, che avrebbe dovuto -morire di fame, se un cagnolino ad un tempo fedele ed accorto non -gli avesse prolungata la vita. Esso, ogni giorno, correva ora presso -l'uno, ora presso l'altro macellaio della città, sottraeva ogni volta -una salsiccia e la portava al suo padrone. I macellai, i quali per -lungo tempo non aveano avuto sentore nè del furto, nè del ladro, -si posero finalmente sopra le tracce del cagnuolo e stettero in -agguato. Alfine, sul punto in cui il cagnolino voleva afferrare una -salsiccia, il macellaio colse il cane, gli tagliò la coda e gliela -pose trasversalmente in bocca, così com'esso era solito a portar via -le involate salsicce; quindi lo lasciò correre. Il cagnuolo tornò a -casa, pose, come già la salsiccia, in mano del padrone la coda, si -buttò giù, e morì.» Heberer era egli stesso di Bretten, e dovremmo -credere ch'egli abbia fedelmente riprodotta la tradizione locale, ed -anzi esser disposti a credere che la stessa fosse letteralmente vera. -Ma si affaccia il nostro canino di Bretzwil, il quale a quello di -Bretten somiglia tanto pel suo essere bestiale e pel nome del luogo, -e pure ne differisce tanto pel nome e pel significato, da non potersi -identificare finchè si rimanga sopra il terreno storico. Quindi -la necessità di lasciare intieramente da banda il terreno storico, -lanciandosi piuttosto da Bretten del Palatinato e da Bretzwil del -territorio di Basilea nel mondo mitico-simbolico, e dalle più solide -basi ch'esso offre cercare l'idea, per la quale i due cagnolini si -ritrovano uniti.» — E qui il Wackernagel incomincia la sua caricatura. -Ne reco il principio, perchè si comprenda il tono dell'erudita -buffonata: «Il cane troviamo nella credenza e nell'uso dell'antichità -e del Medio Evo ed anche ora in parecchi senza dubbio non più intesi -e male adoperati proverbi come il costante simbolo riproducentesi -della morte. Cerberus, il _janitor Orci_, è un cane, un cane più -insigne, poichè esso ha tre, anzi cinquanta, anzi cento teste; contro -Odino, che nella Vegtamskvida cavalca verso Niflheim e ad Hel, la Dea -della Morte, abbaia un cane feroce, precipitato giù dalla casa della -Dea; naturalmente il cane, mentre infuria, lascia la porta aperta; -quindi il proverbio: _cani e villani lasciano la porta aperta_. Ed -ancora in uno de' più bei rami del grande maestro di Nürnberg questa -processione infernale: un guerriero cavalca uno splendido cavallo -superbamente tranquillo; presso di lui, sopra una misera rozza, la -Morte, fra i due corre un cane, sinistro nel suo silenzio e in ogni sua -espressione; evidentemente di nuovo il cane funebre, ed il cavaliero, -non già (codesto può credere solamente un cervello limitato) il signor -Francesco di Sickingen, ma sempre ancora il vecchio Odino in uno de' -suoi non so quanti avatar.» La buffonata si continua deplorevolmente -sopra lo stesso tono per altre dieci pagine. Sì, deplorevolmente, -poichè, nello studio di provocare il riso, il Wackernagel confonde le -cose più gravi con le più lievi, e sacrifica scientemente il vero. - -Il proverbio sopra i cani e i villani che lasciano la porta aperta, -ch'egli cita a sproposito, dopo avere ricordato il cane _janitor Orci_, -infirma forse che il cane sia spesso nel mito il messaggiero della -Morte com'è l'ostiario del regno de' morti? Certo non è il cagnolino -di Bretzwil nè quello di Bretten che ci danno un'idea precisa del cane -funebre; ma l'animale che si sacrifica pel suo signore, per quanto -Wackernagel fosse disposto a credere la storiella di Heberer indigena -del Palatinato, è sicuramente una leggenda di origine mitica, della -quale numerose leggende indo-europee avrebbero potuto offrire al dotto -Professore di Basilea le varianti, senza ch'egli s'avesse a dar tanta -briga per mettere sossopra tutte le mitologie, e rintracciarvi le più -disparate notizie tramandate da esse sopra il cane, e forzarle quindi -reciprocamente ad una unità ridicola e mostruosa. Che direste voi d'un -filologo, il quale trovando per esempio la parola _Deus_, invece di -considerarla nel suo pieno organismo vivente, la scomponesse nelle sue -quattro lettere, e poi, come gl'Indiani distinguevano nella mistica -sillaba _om_ (a-u-m), le tre persone della Trinità brâhmanica, Çiva, -Vishnu e Brahman, perchè nella prima parola entra la lettera _a_, -nella seconda la lettera _u_, nella terza la _m_, nella parola _Deus_ -vedessero, con lo stesso arbitrio analitico, i _Domini pater, filius, -spiritus_? - -Scherzo contro scherzo, io non credo che quello di Wackernagel -valga molto di più. Non so se esistesse nel 1856 un pazzo mitologo -comparatore quale il Wackernagel lo supponeva per aver buon giuoco -nel confonderlo col ridicolo. Lo _Scherzo_, al più, proverebbe come a -nulla valga la molta erudizione, senza un metodo critico che la guidi -e sostenga, e ci darebbe ragione per far voti, affinchè gli eruditi -si contentassero di raccogliere materiali, e di farne l'inventario, -senza porli in ordine, ch'è lavoro critico al di sopra del loro potere, -senza interpretarli, chè per interpretarli bisogna prima comprenderli, -e a comprendere le cose vaste occorre vastità di comprendimento. -Wackernagel non era certamente uomo di piccolo ingegno, ma, per questo -appunto ch'ei poteva pregiare l'efficacia scientifica della mitologia -comparata, ebbe torto, quando s'accinse a seppellirla col ridicolo -appena nata. Poichè lo _Scherzo_ suo è così fatto, che non colpisce -solo l'esagerazione dei singoli investigatori, ma intende ad isolare -intieramente il mondo antico mitologico rivelato dall'arte, da quello -che si conserva in modo frammentario nella tradizione popolare, e -perchè infine deride l'unità fondamentale de' miti, come altri deride -ancora l'unità de' linguaggi indo-europei. - -Nel nostro linguaggio famigliare, quando si vuole indicare una cosa che -non è reale, e che lo spazio od il tempo nasconde alla nostra vista, -si suol dire: _è un mito_. Questa singolare espressione è il primo -ostacolo che trova il mitologo, quando richiama l'attenzione degli -studiosi sopra il mondo mitico. Con l'indirizzo positivo dell'odierna -filosofia sembra stonare od avere almeno una mediocre attrattiva -qualsiasi scoperta che si presupponga non condurre direttamente a -ritrovare alcuna verità di certezza matematica. Il mito per molti non -è altro che la negazione del reale; fosse almeno l'ideale; ma neppur -questo si concede. Come il capriccio turba il movimento ordinato ed -armonico della ragione, come l'allucinazione abbaglia la vista, così -il mito distrae dal vero la poesia. Si considera il Nume come un -fantasma straordinario, che appare all'uomo, per caso, senza che l'uomo -l'abbia evocato o prodotto; un fantasma senza corpo, quantunque assuma -capricciosamente forme all'uomo ben note. E questo modo volgare di -trattare anticipatamente i miti prima di studiarne la natura, prima -di conoscerli, toglie ogni favore alla mitologia. Nessuno di noi -vuole accusare la propria ignoranza, ed incolpare il proprio difetto -d'analisi. Perciò rimane molto più vicino alla scienza l'umile volgo -che crede ancora alle sue streghe, a' suoi incantesimi, che noi, gente -di spiriti forti, che sorride e scote il capo dicendo: no, quello in -cui il volgo crede, non esiste, non ha mai esistito. - -Dunque, mi domanderete voi, dobbiamo, ritornando superstiziosi, credere -in quel soprannaturale che la ragione nostra ha rovesciato? Non è -codesta fede che io domando allo studioso; ma sì invece che esso non -cerchi la storia dell'uomo solamente ne' monumenti scritti, spesso -ingannevoli, e che tratti le credenze popolari, le superstizioni, -almeno con quella serietà con cui l'archeologo esamina i rottami -d'un antico edificio; come l'archeologo ricompone dalle rovine il suo -monumento antico, perchè non potremo noi concedere all'uomo vivente la -stessa attenzione che non neghiamo all'opera materiale dell'uomo? - -Se le streghe non ci sono più, ci è ancora la credenza nelle streghe. -Esaminiamo come questa credenza sia nata, e perchè si mantenga, invece -di deriderla; e troveremo sotto l'antica strega, in cui si crede -ancora, sebbene siasi staccata dal fondo reale, sopra il quale si -disegnò la prima volta, una realtà molto sensibile che dura ancora, -sebbene la sua forma mitica siasi ora isolata da essa ed erri perduta -ed incerta nella sola immaginazione popolare. Quelle idee che a noi -paiono false, quel pauroso sentimento del volgo dominato da una certa -mole d'idee sovrannaturali, debbono avere il loro significato, la loro -storia, la loro causa nella natura. È inutile il dire, non è, quando -si tratta solamente di vedere se quello che ora non è più, non abbia -potuto essere una volta, e se, date le condizioni morali d'una volta, -lo stesso effetto non si possa ancora riprodurre. Quando un erudito -vi dice che la parola _Befana_ è corrotta da _Epifania_, dice il vero; -quando aggiunge che la voce _Epifania_ vuol dire _apparizione_, vi dice -cosa che probabilmente sapete già, ma che può essere innocentemente -ripetuta; quando vi fa sapere che i Latini in que' giorni stessi, -ne' quali i Cristiani celebrano l'arrivo dei Re, avevano cerimonie -popolari consimili a quelle che rendono tumultuoso fra noi il giorno -della Befana, vi invita ad un raffronto, al quale non avevate forse -pensato; ma, anzi che aiutarvi a capire quello che la Befana sia, -s'egli non aggiunge altro, v'imbroglia. L'erudito cattolico non vorrà -che poniate in oblio come per _Epifania_ si intenda l'apparizione -della stella ai tre Re Magi; sebbene vi abbia già insegnato come anco -i Greci avevano le loro _Epifanie_, feste solenni, nelle quali gli -Dei si manifestavano ai mortali. L'erudito vi pone a riscontro fatti -che, se non vengono spiegati da una ragione più profonda che non sia -quella indicata dalla sola storia esterna, spesso meccanica, invece di -dichiararsi a vicenda, a vicenda si confondono. Non è qui il luogo, in -cui io possa domandare ai Cattolici perchè festeggino sul principio -dell'anno l'arrivo de' Re Magi; essi mi risponderebbero che il loro -dogma, il loro rito è infallibile, e che non giova indagare il perchè -di un mistero che bisogna credere solamente perchè ci fu rivelato. -Per quanto sia dunque grande la tentazione mia di lanciar l'indagine -anche fuori del mondo ariano, quando in tal mondo si producono fenomeni -conformi a quelli che ci occupano, nè solo vi si producono, ma ne -escono per venire a confondersi coi nostri, rispetterò le credenze -cattoliche, quando non ho un bisogno assoluto di distruggerle per la -dimostrazione del vero. Ma io vorrei sapere dall'erudito il significato -di quegli usi pagani che perdurano nella festa cristiana dell'Epifania. -Essi diranno probabilmente: la Chiesa cristiana non si curò di -rimuovere costumanze che potevano invece, mantenute, dare alle nuove -credenze una base antica. La verità è ora che le credenze cristiane -importate sul terreno latino sono quasi partite, dove le tradizioni -pagane vi si conservano tenaci. Ma perchè questa grande tenacità? -e perchè i Latini festeggiavano poi in tal forma singolare i primi -giorni dell'anno? Qualche erudito fa bene notare la corrispondenza -tra certe feste religiose e le vicende agrarie e celesti dell'anno. -Ma egli si crederebbe troppo temerario, quando tentasse di ricercare -nelle feste religiose i caratteri simbolici di quelle vicende. O quando -ardisse tanto, si limiterebbe al mondo romano, e col mondo romano -s'ingegnerebbe di spiegare ogni rito singolare. Chè, se gli accadesse -di incontrare un uso medesimo in Grecia, preparerebbe una dissertazione -per ricercare se i Greci l'abbiano tolto dai Latini, o non più tosto -questi da quelli. Quanto ai Germani, agli Slavi, agl'Indiani, se -l'erudito viene a sapere che essi ebbero od hanno usi simili ai nostri, -si contenterà di trovar curiosa tale somiglianza, ma si guarderà -bene di domandarne il perchè o d'ammettere che un perchè vi sia. -Ogni popolo d'eruditi in Grecia, in Italia ed altrove ha incominciato -col dichiarare _autoctona_ la nazione, alla quale esso apparteneva, -sebbene si rispettasse l'autorità della Bibbia che sostiene una -genesi diversa. Ora non siamo più a questo punto; ma troppi di noi, -quando, nello studio delle antichità italiche, ci troviamo confusi -innanzi a costumanze, istituzioni, tradizioni, monumenti non conformi -alle nozioni che ci rese famigliari il mondo latino, le riferiamo a -quella comoda razza pelasgica, inventata, come sembra, perchè desse -ospitalità a tutti que' popoli che la etnologia non ha ancora saputo -determinare e classificare. E con questa preoccupazione continua, -eccessiva, de' caratteri etnici, trascuriamo lo studio di quella unità -più larga e potente ch'è l'uomo nell'immediato contatto con la natura. -Ci ribelliamo all'idea di un uomo primitivo bruto e brutale, o ce ne -consoliamo, pensando che nella scala degli esseri animati l'uomo è -il più intelligente. Siamo disposti a credere, perchè non possiamo -impugnarla, all'eredità del sangue; e incominciamo ad ammettere, se non -ancora a proclamare, che si trasmette col sangue una parte dell'umano -carattere. Ma che faceva ella la intelligenza dell'uomo primitivo, -quando si trovava ancora quasi priva di idee, al contatto della viva -natura? Che poteva essa altro fare se non sopra la natura vivente -creare idee vitali? E i miti sono la figura di quelle idee elementari, -le quali s'improntarono con più forte impressione nella nostra razza, -perchè la razza nostra era la osservatrice dotata di fibre più delicate -e sensibili, e più atta pertanto a comunicare come a ricevere le -impressioni. Liberiamoci da quel cumulo immenso di idee acquisite, per -convivenza sociale, in parecchie migliaia di secoli; dimentichiamo, -se ci è possibile, le impressioni che il lungo contatto degli uomini -lasciò in noi, e ritorniamo vergini innanzi alla natura. Ritorneremo -forse ancora a creare i miti, o, per lo meno, li conserveremo meglio, -poichè ne avremo un sentimento più vivo. Perciò il popolo che è -ancora più presso di noi alla natura conserva meglio le sue credenze -superstiziose, che noi deridiamo perchè le abbiamo perdute. Molte anzi -di tali credenze superstiziose sono ancora miti trasparenti. - -E per miti trasparenti intendo quelli che sotto la figura immaginosa -del linguaggio lasciano apparire evidente il fenomeno naturale. Crede -il popolo della campagna toscana che la rugiada raccolta prima che si -levi il sole, alla vigilia di San Giovanni, abbia virtù di conservare -la vista. Noi sorridiamo alla credula ignoranza del volgo, dove -dovremmo forse ammirarne soltanto la poesia. La festa di San Giovanni -sappiam bene come cada sopra uno de' tre giorni del solstizio estivo, -ossia de' tre giorni più lunghi, de' tre giorni più luminosi dell'anno. -Se con la rugiada del giorno più luminoso si lavino gli occhi, noi -vedremo più luce, noi vedremo meglio. Che cosa di più semplice, di -più naturale, di più poetico che questa forma d'augurio? Eppure il -volgo degli ignoranti, che mantiene la poetica usanza, ha torto, ed -il nostro volgo erudito, che la disprezza, è il gran savio, al cui -giudicio dobbiamo inchinarci riverenti. E pure non intenderemo mai la -mitologia e non avremo però diritto di deriderla, se non intenderemo -prima il linguaggio ed il costume popolare. Il popolo è l'eterno e -credulo fanciullo che dopo avere creato i miti, se li conserva. I -Greci, il popolo più naturale che si sia spiegato nella vita storica, -li fecero immortali nelle loro opere d'arte; i Latini, popolo pratico -per eccellenza, li adoperarono come elementi della loro propria -costituzione; noi li ravviviamo nella poesia del nostro linguaggio e -del nostro costume. Il mito ha penetrato l'essere ariano; e, dove pare -sterile e rozzo segno di un morto passato, è invece ancora potente -elemento creativo. Dove il mito non passa, non passa quasi la poesia, -inteso il mito nel senso suo più lato, ossia una figura immaginosa -ed animata di un fenomeno naturale. Quando un poeta paragona la sua -fantasia ad un cavallo indomito e selvaggio, crea un mito in sè; -quando egli paragona il sole aurato ad un cavallo d'oro, crea il mito -nella natura esteriore. Nell'impeto della creazione ei non dice: il -cavallo è rapido corridore sopra la terra, il sole è rapido corridore, -il sole è rapido come il cavallo; dice invece, con più brevità, il -sole-cavallo, od anche, guardando il cielo, semplicemente: il cavallo. -La prima e più general forma del mito è dunque una similitudine fra una -cosa lontana, o men nota, ed una cosa più vicina, e più nota. Certo, -l'uomo dovette conoscere il cavallo, il cane, il bove, il serpente -sopra la terra prima di collocarlo nel cielo. Ma il mito elementare -nasce soltanto da questo trasporto di figure da un mondo prossimo ad -un mondo lontano. A questo scambio d'immagini fra la terra ed il cielo -potè pure concorrere, per molta parte, l'equivoco del linguaggio. -In sanscrito, il cavallo è chiamato _açva_. Etimologicamente, la -parola dovrebbe valere il _penetrante_, _il rapido_. Diminuita la -coscienza etimologica del linguaggio, e dai qualificativi formatisi -gli appellativi, molti _rapidi_ divennero cavalli. E poichè açva, in -origine, non solo significò probabilmente, come aggettivo, rapido, -ma forse pure come neutro, _la rapidità,[1] l'açvin_ che dovea -originariamente esprimere _il fornito di rapidità_, ossia il _rapido_, -poichè _açva_ riuscì solamente più il _cavallo, l'açvin_ diveniva il -cavaliere. E poichè nel cielo vi sono due corridori, il sole e la luna, -dei quali il primo è posto in relazione col crepuscolo del mattino, -il secondo con quello della sera, s'immaginarono i due cavalieri, gli -_Açvinâu_, i quali negli Inni vedici sono celebrati per avere vinta -la corsa. Il crepuscolo prenunzia il giorno e la notte; è perciò il -primo ad arrivare al segno, a toccare il limite del cielo, a vincere -la corsa. L'equivoco del linguaggio può aver qui non solo giovato a -creare il mito, ma ancora a distenderlo, con l'immagine che si produsse -del cavaliere, sopra quella preesistente, come pare, del semplice -corridore, dell'_açva_. - -La mitologia senza lo studio delle lingue antiche male si spiega; e -non è troppo grande ardimento il soggiungere che essa alla sua volta -ci spiega una parte, una piccola parte, senza dubbio, del linguaggio -figurato popolare, specialmente di quello conservato in alcuni -proverbii, ne' quali mi sembra avere riconosciuto un significato -mitico. So che ai sudanti raccoglitori di proverbii move un olimpico -riso questa invasione de' miti nella interpretazione di certi -proverbii, che, del resto, essi confessano di non sapere altrimenti -spiegare; ed alcuno di essi mi dà già voce di voler di ogni proverbio -foggiarmi un mito. E pure io era stato molto sollecito a dichiarare che -il numero de' proverbii mitici è ristrettissimo, come sono molto scarse -ne' viventi linguaggi le parole di significato mitico. - -Ma se i proverbii mitici sono pochi, que' pochi non vogliono essere -negletti, e meritano che sopra di essi si raccolga l'attenzione -degli studiosi. Nè chiamando mitico un proverbio, presumo poi -necessariamente che la sua origine sia sempre asiatica od almeno -antichissima. Poichè io non nego punto la possibilità che qualche nuova -forma mitica si manifesti ancora di tempo in tempo sporadicamente -nel linguaggio popolare. Quando il nostro diligente investigatore -delle parlate toscane, il professor Giuliani, ci fa sapere che un -contadino piemontese ed un montanino toscano, per dirgli ch'essi -contentavansi di bere acqua pura, chiamarono l'acqua _vin di -nugoli_, mi fa meglio comprendere la nuvola indiana paragonata -ad un _mostro-barile_; dal qual barile poi la tradizione popolare -leggendaria fa, per una inavvertenza dello scimunito, scorrere vino o -birra per la cantina, che la mamma improvvida gli ha data con la casa -in custodia. Io non suppongo, senza dubbio, alcuna serie progressiva -e continua che congiunga _il vin de' nugoli_ toscano e piemontese -con la _nuvola-barile_ indiana; ma, dalla somiglianza delle immagini -che raffronto, comprendo meglio la natura dei miti che mi studio -d'interpretare. Io ho detto che la nuvola è paragonata ad un mostro, -e che il mostro è talora rappresentato in forma di barile. Il mostro è -generalmente, e, sovra ogni cosa, avaro. Domanderò dunque ancora se sia -troppo strano che io abbia tosto ripensato al mito, quando, al cader -delle prime larghe goccie di pioggia, intesi un giorno una popolana -perugina uscire in questo proverbio: ohe! piove! l'avaro crepa. Che ha -da far l'avaro con la pioggia, quando l'avaro non sia qui la nuvola -che, crepando, lascia cadere la pioggia, come alla morte del mostro -vedico Ahi, lo stringitore, l'avaro dragone, si scatenano le acque? -Io potrei moltiplicare simili esempii; ma spero che questi bastino a -persuadervi come il primo campo mitico sia il cielo, le prime figure -mitiche siano i fenomeni celesti, le prime informatrici de' miti siano -le similitudini del linguaggio popolare. Messi d'accordo su questo -punto che mi pare essenziale, sarà più agevole a me l'imprendere, a voi -il seguire la esplorazione nell'Olimpo vedico, che verrò tentando. La -miniera è assai ricca; ed io non la esaurirò punto; ma sarò contento -se alcuno di voi al fine della nostra peregrinazione potrà persuadersi -che anche i miti sono stati una realtà, anzi l'unica realtà importante -e caratteristica, per cui la razza indo-europea s'inalzò alla vita -storica, con un linguaggio potente; poichè, per dirvi, oggi, l'ultima -mia eresia, io credo capaci d'ideale, ossia potenti di progresso que' -soli popoli che hanno un senso vivo della realtà, la quale è per sè -tutta poetica e vivificante, quando si comprenda nella piena e perfetta -armonia che governa la vita, quando nel ricordare il passato l'uomo -viva del presente e prepari pure l'avvenire, secondando così la natura -che non fa altro se non conservarsi svolgendosi ed ampliandosi. L'uomo -antico ha spiegata ne' suoi miti celesti la poesia ch'egli avea chiusa -come germe in sè; l'uomo moderno deve entrare in gara generosa con gli -Dei suscitati dalla immaginazione poetica de' nostri avi, e, nuovo e -stupendo artefice, mirare a produrre il divino nella vita. - - ANGELO DE GUBERNATIS. - - - - -LETTURA PRIMA. - -IL DIO E GLI DEI. - - -Il primo problema che ci si affaccia nello studio della mitologia -vedica è questo: fu prima il Dio o furono prima gli Dei? Invece di -rispondere, potremmo proseguire a rivolgerci altri problemi: fu prima -il tutto o furono prima le parti? fu prima l'astratto o fu prima -il concreto? fu prima il sovrannaturale o fu prima il naturale? -Voi comprendete che il porsi innanzi tali questioni è quasi un -risolverle, poichè il tutto suppone le parti, l'astratto il concreto, -il sovrannaturale il naturale. Come non vi è re senza popolo, così -non vi è principio senza fondamento, non vi è legge senza materia -ch'essa possa regolare, non vi è il superlativo senza i diminutivi, -non vi è il Dio ottimo, massimo, senza gli Dei minimi che concorrano -a farlo tale. Nel nostro studio, per ritrovare il Dio uno, dovremo -dunque incominciare a studiarne gli elementi divini, ossia gli -Dei. Ma qui alcun filosofo potrebbe credere, con un po' d'arguzia, -di sorprenderci in contradizione, avvertendo come logicamente, e -secondo la nostra propria dottrina, i plurali sono collettivi, e -ogni collettivo, ogni plurale, suppone il singolare; il che si può -accordare volentieri, ma chiedendo la facoltà di esaminare la natura -propria di questo singolare, che moltiplicato produce la pluralità -degli Dei. Per ritrovare il valore intimo d'un nome, bisogna farne la -storia, indagarne il suo primo valore qualificativo, ed estrarne la -radice fondamentale. Per nostra fortuna, la storia vedica della parola -che studiamo è assai trasparente. Il Dio, nella lingua vedica, ossia -nella lingua ariana, della quale siano pervenuti a noi più antichi e -più autentici documenti, è chiamato _devas_. Ognuno di voi saprebbe -trovare le analogie tra questa voce e la voce con cui si esprime ora -il nome dell'Essere supremo in parecchie lingue europee. Ma molti -di voi potrebbero pure riconoscere, l'identità radicale di _deus_ e -di _divus_; e sapendo come il _divus_ o _divum_, o _dium_ de' Latini -valga semplicemente _il cielo, il cielo aperto, il cielo luminoso,_ -e quello che i Francesi chiamano _la belle étoile_, avrebbe da questa -sicura nozione un primo avviso per ricercare nel Dio nient'altro che -il luminoso, ossia il cielo. Noi figuriamo il Dio splendido, eterno, -infinito; ma il cielo è il solo che sia per noi eternamente splendido -ed infinito. Quando il sole s'alza, abbiamo l'aria luminosa, ossia il -_dies_, il _diurnus_, il _giorno_, il _tempo luminoso_. Quando l'aria -s'imbruna e la terra si fa scura, occupata dalla notte, vi è pur sempre -qualche cosa che risplende in alto, che ha un colore, che scintilla, -che ha vita; il cielo appare sempre in veste luminosa, il luminoso -è eterno, il Dio è immortale. Perciò, come canta Ovidio, il Nume, -attraendo l'uomo a sè: - - _Os homini sublime dedit, coelumque tueri_ - _Jussit._ - -La lingua latina ha conservato nelle voci _divum, dium,_ il -primo significato della parola _deus_; ma ha perduto il verbo che -esprimeva l'idea elementare di quella parola, ricorrendo ad altre -radici per rappresentarlo. Le lingue slave hanno conservato quel -verbo, ma modificandone alquanto il significato; _divo_ in russo è -_la meraviglia_, _divitj_ vale _meravigliare_. La lingua sanscrita -ha vivacissima, mobile e flessibile nella coniugazione come nella -declinazione l'antica radice, dalla quale si svolse la parola _devas_: -le radici _dî, dîp, dîv, div, dev,_ significano tutte _splendere, -brillare, abbagliare_. Dalla radice _div_, splendere, abbiamo poi il -nome mascolino e femminino _div (dyu, dyo, dyâu)_, il neutro _divam_, -il mascolino _divasas_, il neutro _divasam_, che valgono _cielo_ -e _giorno_, come _lo splendido_ (cfr. il mascol. e neutro _dinas_, -il neutro _dinam_, che valgono giorno), i femminini _dyut, dyuti_, -i neutri _dyumnam, dyotanam_, splendore, e parecchi altri derivati -contenenti tutti l'idea medesima. Da _div_, che vale _cielo_ come -luminoso, proviene nella lingua vedica l'aggettivo _deva_, ossia -_celeste_, ossia propriamente appartenente al luminoso, e quindi -luminoso esso stesso. Dall'aggettivo _deva_, celeste, si formò quindi -il sostantivo mascolino _devas_, il celeste, il Dio. È dunque evidente -che il Dio primitivo fu un essere celeste, e che conviene perciò -ricercarlo solamente nel cielo. Tutti gli argomenti che si possano -portare contro la nostra interpretazione de' miti, non valgono a -distruggere questa verità fondamentale: il Dio primitivo fu concepito -soltanto come un essere _celeste_; anzi, fu chiamato _il celeste_. E -poichè il _cielo_ è un campo vasto, animato da molti esseri, da molti -aspetti diversi, da molti fenomeni singolari, così vi sono _molti -celesti_, ossia _molti Dei_, senza alcuna necessità assoluta che vi -sia _un solo celeste_, un _celeste_ sovrano, quando questo celeste per -eccellenza non sia il cielo stesso. E noi vedremo, per l'appunto come, -nella mitologia vedica, il celeste principale, il Dio per eccellenza -sia divenuto il cielo medesimo, col sole e la luna che si suppongono -suoi reggitori nel giorno e nella notte. Ma dall'essere, come abbiamo -veduto, il _devas_, in origine, non un sostantivo, ma un semplice -aggettivo, ne viene tolta la necessità che i molti abbiano principiato -da uno che fosse primo e sopra tutti; o, se un principale vi ebbe ad -essere, esso fu, lo ripeto, necessariamente il cielo o il celeste per -eccellenza, coi più splendidi animatori del cielo, il sole e la luna. -S'intende che noi parliamo ora della primitiva mitologia, e non di -quella che si svolse non solo nei periodi della vita brâhmanica, ma -nello stesso ultimo periodo vedico, in cui incominciano a disegnarsi, -col sistema delle caste nella società umana, per opera di riflessione, -le teogonìe e cosmogonìe celesti. - -Come sarebbe dunque temerario il giudicare tutta la mitologia -vedica dalle ultime rappresentazioni della divinità che s'incontrano -negli Inni vedici, così sarebbe ora per noi temerario non meno il -rappresentare tutti i miti vedici secondo la loro sola forma più -elementare originaria. Senza che abbiamo bisogno di ricorrere al -Brâhmanesimo per ritrovare una mitologia diversa, nella stessa -letteratura vedica è agevole lo scorgere la esistenza di parecchi -strati mitologici, sebbene il determinarli in modo preciso sia lavoro -non solo difficile, ma quasi impossibile. La loro esistenza tuttavia -non può essere messa in dubbio, come non si mettono più in dubbio, dopo -i dotti lavori de' professori Weber e Max Müller sopra la storia della -letteratura vedica, i diversi periodi percorsi da questa letteratura. -Degli Inni vedici, gli uni non sono altro se non canti di entusiasmo o -di terrore innanzi alle forze benigne o maligne della natura. In altri -inni, queste forze sono divenute vere persone poetiche, col loro dramma -e col loro carattere. In altri abbiamo il Nume ora immagine d'una -realtà poetica, ora astrazione ideale nata sopra l'immagine, invocata -dal cielo a proteggere il suo devoto, intervenendo ne' suoi sacrificii, -nelle sue opere pie, nelle sue imprese terrene. In altri finalmente -il Nume in persona od in ispirito ideale è disceso in terra, passa -nel fuoco sacrificale, nell'ostia consacrata; l'idolatria incomincia. -Perciò si può dire che la mitologia vedica può offrire armi a tutte -le dottrine, a tutte le credenze, quando si voglia ammettere che sia -lecito isolare in uno studio storico un'idea secondaria dalle cause -e dalle forme anteriori, dalle quali si svolse, per giudicare sopra -quella sola idea una civiltà molto complessa e due volte millenaria. -Ma, non potendo definire i multiformi strati mitologici dell'età -vedica, anco perchè non incomincia l'uno dove l'altro cessa, ma spesso, -invece, si frammettono, si concatenano, si confondono insieme, gioverà -solamente avvertire come la mitologia vedica si rappresenta a noi in -due larghe forme distinte, secondo che i miti sono nati o meditati. -Suolsi chiamare spontaneo il periodo inventivo, poichè il mito si crea -in esso involontariamente e quasi inconsciamente; nel secondo periodo, -invece, sebbene l'uomo segua ancora un suo istinto che lo porta a -meditare il creato, in quest'opera egli è più attivo che passivo. Sorge -in questo periodo su basi mitiche umiliate fino all'uomo un edificio -religioso, nel quale l'uomo suo autore, in parte consapevole, inalza -sè stesso e si solleva a concepire e ad operare il divino. Chè se poi -il tempio si popola di ciechi idolatri, i quali, incurvandosi, non ne -vedono più le cime, ciò basta a provarci come le religioni, al pari -delle mitologie, hanno un periodo poetico ascendente, ed un periodo -fatale di discesa, nel quale il cielo luminoso si restringe e si -chiude. Negl'inni troviamo il mito che principia e che finisce, e la -religione brâhmanica che dove questa età mitica finisce, incomincia -a disegnarsi. Ma, lo ripeto, sarebbe un errore il domandare a quel -solo momento che possiamo dir postumo, l'interpretazione di tutti -i miti vedici, come il domandare la soluzione di tutte le formole -religiose brâhmaniche ai primi idillii figurati da un popolo di pastori -nell'Olimpo vedico. - -Io vorrei dunque, in questa nostra ricerca, entrare in materia seguendo -i metodi adottati dal Preller ne' suoi eccellenti trattati di Mitologia -greca e latina, e la stessa sua distribuzione di capitoli, a fine di -rendere più agevoli a quelli di voi che volessero quindi istituire -un confronto fra le tre mitologie, i riscontri. Ma, come non si può, -almeno per ora, insegnare la lingua indiana con lo stesso ordine con -cui s'insegnano le lingue classiche, poichè la grammatica sanscrita è -retta da una fonetica bene distinta, perfettamente analitica, ordinata, -rigorosa, completa, motivo per cui questo singolare carattere di -perfezione la fece, al primo suo manifestarsi in Europa, stimare la -lingua madre di tutte le così dette indo-europee, non mi sarebbe, -all'incontro, possibile descrivervi l'Olimpo vedico, con quell'ordine, -con cui potrei rappresentarvi il greco, e, sebbene più indeterminato, -il latino; poichè, oltre i caratteri nazionali che distinguono le due -mitologie indiane, la vedica che ci occupa e la brâhmanica che potrà -occuparci un giorno, vi sono nella mitologia vedica come nella lingua -sanscrita i caratteri di un mondo che l'Ascoli chiamò _proto-ariano_, -per rintracciare i quali ci è necessario uscire da' soliti sistemi -della mitologia scolastica. I trattati di mitologia suppongono l'Olimpo -come fatto d'un solo pezzo, nel quale ogni divinità è un essere -compiuto. Vi sono Dei maggiori e Dei minori; vi sono genealogie molto -minute, sebbene, secondo le fonti, alle quali si voglia attingere, -molto spesso fra loro contradittorie; i poeti greci e latini conoscono -perfettamente le gerarchie e i cerimoniali dell'Olimpo e li cantano, e -spesso li adornano con la loro vivace fantasia; e i nostri trattatisti -pigliano talora la fantasia d'un solo poeta, greco o latino, come -sicuro indizio di una singolare forma mitologica. Nel numero di questi -non è il Preller, il quale, erudito e critico, reca ed ordina le -notizie de' miti greci e latini, secondo che le trova riferite negli -scrittori dell'antichità, ma più tosto per farci conoscere quello che -l'antichità pensasse o dicesse de' suoi miti, che per indagarne egli -stesso la vera natura o abbellirli a noi col prestigio di una eloquenza -artificiosa. È questo il pregio principale, per quanto ne pare a me, di -que' suoi dotti lavori, ed è, per questo riguardo, ch'essi mi paiono -degni d'esservi raccomandati. Ma la poesia vedica, nella quale tutta -la primitiva mitologia indiana, di cui sia a noi giunta notizia, è -contenuta, non ci permetterebbe, ripeto, un metodo conforme a quello -seguito dal Preller. La mitologia greca, per mezzo degli artisti e -poeti greci, diventò un'opera d'arte. L'Olimpo, malgrado le ire, le -gelosie, le vendette, le passioni elleniche, in somma, che dividono, -fra loro, gli Dei, presenta, per mezzo dell'arte, un carattere estetico -d'unità morale che lo governa tutto. L'Olimpo vedico manca di questo -carattere estetico, che regge invece in età posteriore, per mezzo della -teologia, l'Olimpo brâhmanico. E, con ciò, non intendo argomentare -che l'Olimpo brâhmanico sia più alto o più perfetto del vedico, ma -solamente ch'esso è più sistematico, e che si lascia perciò meglio -esporre, poichè il suo quadro essendo più limitato, per quanto vi -appaiano figure mostruosamente gigantesche, può essere minutamente -descritto in un trattato scolastico, come in un catechismo religioso. -La casta dei Brâhmani, come ne fu l'autrice, così volle essere -l'artigiana, o l'artista che si abbia a dire, della seconda mitologia -indiana. E questa si va quindi ancora insegnando nell'India; e questa -udrete spesso ancora rammentare in Europa, ove divenne popolare -la famosa indica Trinità, col suo Brahman creatore, col suo Vishnu -conservatore e proteggitore, e col suo Çiva distruggitore; e per quanto -incomplete, e in parte false, siano tali nozioni, s'accettano, si -ricordano, si divulgano, perchè chiare, facili ed assolute. - -Nell'Olimpo vedico, invece, vi è un po' d'anarchia. Il Dio più eroico, -Indra, riceve da' suoi devoti molte lodi, ma la sua potestà in cielo -non gli costituisce ancora alcuna beatitudine; egli è lodato, è grande, -quando opera, ossia quando esso è congiunto col fenomeno fisico, da -cui si svolge; ma, dov'egli non opera, il suo prestigio cessa. Nel -periodo brâhmanico invece, nel quale Indra non opera quasi più, i -poeti si occupano a descriverci il paradiso, in cui il Dio Indra, -disoccupato, siede e regna glorioso. Negl'Inni vedici i miti si fanno; -ne' poemi brâhmanici in parte si disfanno, in parte si incrostano e -determinano con formole precise; il mito diventa dogma; e il dogma, -com'è infallibile, così diviene immobile. Negl'Inni vedici non abbiamo -ancora nè formole artistiche, nè formole religiose; gli Dei vi si -muovono tanto più liberi, quanto più lieve e mobile è la persona che -assumono. Talora abbiamo il semplice fenomeno fisico nel suo aspetto -più naturale; talora il fenomeno che passa, piglia una forma personale; -passa il fenomeno, anco la persona scompare e nessuno più la ricorda, -e nessuno pensa più a venerarla, finch'essa non si ripresenta in un -modo conforme ed analogo; ed è solo nella frequenza delle sue epifanie -che si disegna una figura mitica, alla quale si dà un nome che col -tempo diviene un nume. Con tale sembianza che i miti ci danno per lo -più di sè negl'inni vedici, sarebbe egli lecito a noi fissare in modo -preciso i contorni di quegli Dei, illustrarli, colorirli, animarli, -come persone complete? Questo non ci sembra il dritto nostro. Questo fu -bene il dritto di quel popolo stesso che avea creato i miti, il quale, -associandoli fra loro, collegandoli, appassionandoli e raccontandoli, -ridusse i fatti mitici all'unità dell'epopea, e coi frammenti delle -molteplici figure assunte dal fenomeno luminoso celeste compose e -foggiò lo splendido eroe che fa cose straordinarie. Questo, se non fu -il diritto, fu almeno l'arbitrio delle caste sacerdotali, le quali, -approfittando della meraviglia del popolo che i fenomeni naturali avea -trasformati in fatti sovrannaturali animati da una potenza divina, -separò il Dio dal suo fenomeno celeste e lo sollevò più in alto come un -ente puro, salvo poi ad abbassarlo nella sembianza di un idolo sopra -gli altari. Io non ho qui autorità nè voglia di disegnarvi alcuna mia -teologia sopra gli Dei vedici; non potrò quindi offrirvi un Dio vedico -che abbia tutte le virtù teologali; nè mi dovreste perdonare, se io -per amore dell'arte e per la scienza del poi, che mi rende accorto -come le epopee popolari si svolsero dalle mitologie, nello studio che -mi farò d'esporvi la mitologia vedica, tentassi di farvi apparire -gli Dei vedici, non quali possano offrirli a noi gli antichi inni, -ma poetici e compiuti quali si trasformarono successivamente nella -fantasia popolare. Con questi avvertimenti preliminari, io intendo -dunque, indicandovi la via che terrò, premurarvi contro la noia che io -possa molto involontariamente arrecarvi nel corso di queste letture. -Noi faremo più spesso della chimica, o se più vi piace, dell'anatomia, -che della poesia. I nostri Dei sono spesso poveri moncherini, e -dovremo, per rimettere insieme qualche organismo vivente, andarne -spesso cercando qua e là i frammenti. Io ho bisogno che mi secondiate -in questa minuta indagine, poichè non avrebbe nessuna utilità lo -studio presente, se io non avessi la fortuna di vedervi pigliar parte -animata a questa ricerca. A chi poi voglia riscontrare il valore di -queste nostre indagini e non abbia modo di approfondirle da sè sopra -gli stessi testi vedici, io mi credo in debito di far noto, come -una gran parte de' materiali, de' quali io dispongo, è quella stessa -che un dottissimo indianista scozzese, il signor John Muir, recò già -fedelmente tradotta nel quinto volume della sua bella raccolta dei -_Sanscrit Texts_. Dichiarati così i nostri intendimenti, possiamo -tentare di metterci in via. - -Un inno vedico si esprime così: «Veneriamo i grandi, veneriamo i -piccoli, veneriamo i giovani, veneriamo i vecchi (Dei); agli Dei, se -è in poter nostro, sacrifichiamo.» Ora questa distinzione che si fa -già nel _Rigveda_, di Dei grandi e di Dei piccoli, di Dei giovani e di -Dei vecchi, giova pure a noi per incominciare qui ad occuparci degli -Dei meno divini, di quegli Dei anonimi, che gl'Indiani chiamavano -confusamente con un solo nome _Viçve devâs_ (_Tutti Dei_), cui facevano -un solo sacrificio in comune, come il Calendario cattolico ha destinato -nell'anno un giorno solo festivo per tutti que' Santi (_Ognissanti_), -ai quali non può concedere il privilegio di una festa speciale in -loro gloria. Quanti fossero quegli Dei è difficile determinare. -Parecchi Inni vedici, riconoscendo tre mondi, la terra, l'aria, il -cielo, quando non parlano di centinaia e di migliaia di mondi, con -metodica giustizia distributiva collocano undici Dei sopra la terra, -undici nell'aria, undici in cielo. Ma da questi trentatrè Dei anonimi -si separano talora, e si nominano quindi distintamente alcune altre -divinità maggiori; così che que' trentatrè, presi insieme, riescono -per lo più soltanto genii, spiriti, espressioni ideali senza figura, -anzichè persone mitiche, con carattere individuale spiccato. Negli -Dei poi che si suppongono presiedere ai sacrificii, non vi è neppure -più il genio, ma si adorano le parti materiali del sacrificio stesso, -come i Cattolici baciano ancora le sacre soglie, le porte sante, le -sacre colonne, i sacri altari, i sacri arredi, i sacri strumenti che -concorrono a celebrare il sacrificio divino. Lo stesso culto idolatrico -che i Cattolici prestano non solo al sacrificio, ma alle parti, delle -quali il sacrificio consta, si ritrova assai più minuto, o preciso e -rituale, nell'ultimo periodo vedico.[2] Moltiplicato così senza fine il -numero degli esseri divini, a ciascuno de' quali il _Rigveda_ attribuì -pure la sua forma femminina, ossia una Dea compagna, i devâs perdettero -pure, nel loro aspetto collettivo, ogni loro importanza, in modo che -non solo si isolarono dagli Dei massimi, ma si rappresentarono pure -come avversi ad essi. Un inno del _Rigveda_ ci fa sapere come tutti gli -Dei combatterono Indra. Nel _Yag'urveda nero_, gli Dei si rappresentano -come _abitatori della terra_, che rubano l'offerta sacrificale, che -recano danno ai sacrificatori. Nell'_Atharvaveda_, il fuoco sacrificale -è pure invitato a cacciare gli Dei. A questo punto, al quale ci -conducono gli stessi Inni vedici, in cui cioè gli Dei stanno già in -terra, e rimuovono gli uomini dalle opere pie che devono conciliar -loro la grazia de' luminosi celesti, noi vediamo staccarsi la religione -iranica dalla vedica. Il _deva_ indico diviene lo zendico _daeva_, un -vero genio maligno, mentre invece l'_asura_, lo spirito, e specialmente -lo spirito maligno, demoniaco dell'India vedica diviene lo zendico -_Ahura_, il genio buono, che entra nel nome di _Ahura-mazda_, ossia -Ormuzd. Il moltiplicarsi infinito dei _devâs_ vedici nocque dunque alla -loro gloria; poichè nel moltiplicarsi, discesi in terra, degenerarono, -e riuscirono finalmente a combattere contro la loro propria primitiva -natura. Il _deva_ non risplende se non in cielo; abbassato sulla -terra, incomincia col diventar idolo; e l'idolo diviene finalmente -mostro. Questo è l'ultimo aspetto che ci rappresentano i vedici -devâs nella fantasia popolare. Ma quasi contemporaneamente, per un -altro ordine d'idee, con l'idolo terreno, sopra il Dio reale celeste, -divenuto ideale, si produce il nume astratto dei _devâs_, che godono -nell'alto, onnipotenti, amici de' mortali ad essi devoti, che ascoltano -le preghiere, che ne appagano i desiderii, e (secondo il _Çatapatha -Brâhmana_) ne indovinano i pensieri, contro ai voti dei quali è vano -ribellarsi, che amano l'ambrosia, e perciò sono immortali (e i mortali -che si cibano di ambrosia, non solo divengono ancor essi immortali, ma -acquistano il privilegio di conoscere gli Dei). Nello studio di queste -nozioni vediche intorno agli Dei di un periodo mitico di decadenza, -fondarono evidentemente i Brâhmani la loro teologia e religione -gangetica. È questa parte, per così dire, ora brutale, ora spirituale -e metafisica della mitologia vedica, la quale si trova sparsa qua e là -negl'Inni vedici, che i Brâhmani si proposero d'illustrare e ridurre -ad unità. Perciò la letteratura di commento ai Vedi rappresentata -dai Brâhmana, dalle _Upanishad_ e dai _Sûtra_, e i sistemi filosofici -vedantini, che si mostrano indifferenti ai miti propriamente detti, -raccolgono scrupolosamente dagl'Inni vedici tutto ciò che può giovare a -costituire dommi religiosi e riti sacrificali corrispondenti. La così -detta cosmogonia vedica appartiene pure a questo periodo secondario, -e quegli _Dei, nella prima età de' quali_, secondo un inno vedico, -_dal non essere fu creato l'essere_, non sono più figure di fenomeni -fisici, ma forze arcane, ideali, già dominanti metafisicamente la -materia. Appartiene pure a questo periodo la produzione di numi come -_Prag'âpati, Brahmanaspati, Purusha, Brahman_, e simili figure astratte -del Dio, delle quali avremo, al fine del nostro studio, a considerar -la natura specifica. Intanto ho creduto mio dovere, innanzi di entrare -ne' miti vedici, accennarvi a tutto ciò che si mescolò con essi, senza -avere con essi analogia di origine e di carattere. Quando il deva -discende a terra, abbiamo veduto ch'esso perde la sua prima e propria -natura mitica; quando egli diviene nel cielo un'astrazione, e non -corrisponde quasi più ad alcuna forma fisica, incomincia la religione, -e finisce la mitologia vedica; esclusi dalla quale gli elementi che -non le sono proprii e caratteristici, il nostro studio diviene più -semplice, e, s'io non m'inganno, più efficace; e possiamo ancora -noi affacciarci la grave e consueta, ma un po' oziosa questione che -preoccupa la storia d'ogni antica religione: se cioè nell'età vedica -domini il Monoteismo od il Politeismo. Per risolvere tale questione -dobbiamo dunque semplicemente distinguere l'età vedica in tre periodi: -il più antico, assolutamente politeistico, ci offre gli Dei fisici; in -un periodo secondario, gli Dei fisici pigliano persona eroica; in un -terzo periodo, appare il Dio uno, ossia il Dio metafisico, che nasce -generalmente al di fuori degli Dei personali, sopra un nome che non -appartiene ancora o non appartiene più ad alcuno; si crea allora il Dio -per l'attributo, e non più l'attributo pel Dio. - -Ritornando, quindi, al nostro primo asserto, nel principio si adorarono -le sole forze e forme singolari e molteplici della natura; ma, se -nell'Olimpo vedico si vuol rappresentare con una sola parola tutti gli -Dei, non troviamo altro centro di unità all'infuori del cielo. Così, -nel nostro linguaggio, siamo ancora soliti ad invocare il cielo come -sommo nostro protettore. Più spesso che il nome di Dio, il quale non -può essere proferito invano, le nostre donnicciuole pregano _il cielo_, -perchè faccia le grazie da loro desiderate; il cielo rappresenta, -per esse, l'Onnipotente. Il cielo deve accompagnare gli amici che si -mettono in viaggio, e s'impreca avverso ai nemici; _per amor del cielo_ -si supplica; ed è _il cielo_ che ci deve guardare dal fare il male. -La nozione del cielo come sede del divino, passata nel primo versetto -della Orazione domenicale cristiana, è più antica del Cristianesimo. -Invocando il cielo, noi, se pensiamo a qualche cosa (il più spesso -non pensiamo a nulla), ci raffiguriamo la sola vôlta azzurra; ma, -nel nominarlo, gli attribuiamo una potenza arcana, che, per essere -incombente sopra di noi, immaginiamo a noi inevitabilmente propizia -o funesta. Il cielo è ornato di astri luminosi e armato di fulmini; -non vediamo chi li muove; ma vediamo che si muovono dal cielo; perciò -veneriamo il _cielo_ come _Dio_, parola che, in origine, come abbiamo -già detto, valeva soltanto _il celeste_. Se il _cielo_ fisico si voglia -pertanto ammettere (come, studiando i miti vedici originarii, si deve), -non solo quale equivalente del _Dio_, ma come sede di tutto ciò che -è _Dio_, ossia di tutto ciò ch'è _celeste_, e però come _Dio_ per -eccellenza, avremo pure nella primitiva mitologia vedica una forma di -Dio unico, da cui partono tutti gli Dei e al quale, come sue qualità, -forze, ornamenti, fenomeni, essi fanno universalmente capo. Ma è troppo -evidente che questo Dio fisico non ha nulla di comune col Dio supremo, -unico, universale delle teologie; e che non può giovare in alcuna -maniera a sostegno delle loro dottrine, le quali si fondano sopra il -principio che l'uomo ha sempre sentito ingenito in sè il bisogno di -adorare un Creatore supremo, un supremo Rettore dell'universo. Io non -ho qui a discutere questo principio, ma solamente a dimostrare che gli -antichi Inni vedici non ne recano traccia, come si fondano invece sopra -di esso parecchi inni dell'ultimo periodo vedico. Quali possano essere -le nostre credenze, noi dobbiamo in uno studio storico e critico, come -quello che abbiamo intrapreso, far conto di non averne alcuna, per -attribuire ad ogni età il suo proprio carattere. Ora, per conchiudere -intorno agli Dei vedici, dobbiamo, a fine d'intenderci, insistere sopra -la distinzione da noi fatta tra gli Dei fisici, eroici e metafisici; -dal non averla fatta son nate, parmi, finqui le molte oziose -discussioni sopra il carattere primordiale della religione indiana. -Nel primo periodo vedico abbiamo cose celesti e lievi persone celesti; -nel secondo periodo abbiamo il dramma eroico di queste persone; nel -terzo periodo, accanto ad idoli, idee umane elevate ed astratte in una -forma divina e quasi impersonale; si è detto che, nel mito, i nomi sono -diventati Numi; io potrei soggiungere che alla loro volta i Numi si -sono astratti in semplici nomi fatti immobili, perciò sterili, inetti -a divenir plurali, se non addizionando e moltiplicando sè stessi per -sè stessi, ossia facendosi infinito assoluto. Il mito quando discende -troppo basso, o quando sale troppo alto, si distrugge; il suo posto è -nel cielo; staccandosi dal cielo, perde la sua natura; perciò è nel -cielo che lo dobbiamo essenzialmente esaminare: vedremo pertanto, -prima di ogni cosa, come il cielo nell'età vedica fosse appellato, -quale persona mitica avesse, quali fossero i suoi caratteri divini, per -indagar quindi come fosse popolata quella scena olimpica. - - - - -LETTURA SECONDA. - -IL CIELO. - - -Il cielo appare negl'inni vedici con diversi nomi e sotto diverse -forme; ma il suo nome proprio è _Dyu_, il cui nominativo è _Dyaus_ -(Zeus) e il cui genitivo è _Divas_; importa notare questo caso, -perchè apprendiamo da esso che il cielo è il padre dell'aurora, che -il luminoso è il padre dell'ardente o brillante _Ushâ_, e che _Indra_ -come _Divaspati_ è il signore, il reggitore del cielo. Noi non abbiamo -nessun dubbio intorno all'unico significato mitologico della parola -_Dyu_; non solo esso è il _cielo_, ma il cielo nella sua forma più -semplice. Vi sono altre forme divine, e però altri nomi del cielo -negl'inni vedici, ma il cielo per eccellenza è _Dyu_. Nell'ellenico -Zeus ci si affaccia un Dio complesso, polimorfo; nel vedico _Dyaus_ -ci si offre invece un Dio elementare. Esso è il cielo tal quale nel -suo aspetto luminoso, e nella sua virtù fecondatrice. Non vediamo -ancora la persona umana del Dio; esso è un essere animato, ma la sua -forma esterna è quella che appare alla vista degli occhi, non alla -mente immaginosa. La divisione del cielo in tre cieli, di cui il primo -inferiore (_Avama_), il secondo medio[3] (_Madyama_), il terzo supremo -(_Uttama_), è già vedica. Perciò troviamo negl'Inni vedici, oltre il -_cielo_, ricordati _i cieli_ (_Dyavas_). - -Vediamo ora con quali appellativi _Dyu_ (o _Dyo_), il cielo, venga -salutato negl'Inni vedici. Egli è, sovra ogni cosa, pel suo aspetto, il -_grande_, il _vasto_, il _profondo_, il _fisso_; per i suoi effetti, il -_mellifluo_, il _lattifero_, il _ricco di semi_ e conseguentemente il -_benefico_; e, poichè il cielo opera pure sopra la terra con un certo -ordine, esso diviene l'_ordinato_ ed il _giusto_. Ma, finqui, noi non -abbiamo ancora nessuna vera e propria persona divina. Sono epiteti -naturali dati al cielo; nessun mito ancora si scolpisce. A scolpire -il mito occorre non solo l'anima, ma l'animale. Mi si potrebbe forse -opporre che vi è il mito anco in un'erba, in una fonte, in una pietra -di virtù miracolosa; nè io codesto vorrei negare punto, ma soggiungerei -come nella immaginazione popolare quell'erba, quella fonte, quella -pietra ha sempre una virtù magica, per la riposta credenza che alcun -genio o demone la possegga. L'animale poi può salire dall'infimo grado -del bruto che non ha ancora vertebre, fino al perfetto vertebrato -eroico, fino al nume metafisico che non ha più vertebre. Perchè il mito -dunque nasca, occorre l'animale; ma, perchè l'animale viva, occorre -la società. Noi abbiamo già il cielo ricco di semi; è necessario -che questo seme non cada invano, che il ricco di semi divenga padre -fecondatore, che il cielo divenga padre. Il cielo padre è il primo Dio, -il primo mito naturale. Ma dove cade il seme celeste? dove si feconda -il cielo? qual'è la sposa, qual'è la madre che il cielo feconda? - -A noi viene naturale il pensare subito alla terra, e la cosmogonìa -ellenica, e alcuni Inni vedici, ne' quali cielo e terra si trovano -evidentemente invocati insieme, l'uno come padre, l'altro come madre, -rendono non solo naturale, ma necessaria questa ipotesi. Se non che, -mentre _Dyu_ è indubbiamente _il solo cielo_, vi è dubbio che la -_Prithivî_ ossia _la larga_, ch'esso feconda, non sia sempre la sola -terra. Vi sono due inni nel quinto libro del _Rigveda_, nei quali -si parla evidentemente di una _Prithivî_ celeste. Uno di questi inni -(il cinquantesimo sesto) ci rappresenta la _Prithivî_ come _la Pluvia -rallegrante che arriva_; un altro (l'ottantesimo quarto) ce la nomina -come la luminosa che versa torrenti di pioggia sopra la terra, la -quale per distinguersi non è qui chiamata _Prithivî_, ma con l'altro -suo appellativo di _Bhûmi_.[4] Qui è evidente che _Prithivî_ è la -nuvola, come la larga, la estendentesi a segno da occupare tutto il -cielo, oppure il cielo stesso nuvoloso. Ma è raro che questa _Prithivî_ -celeste appaia esplicitamente distinta negl'inni vedici. _Dyu_ è più -spesso il fecondatore della terra, della larga terrena, sia col suo -proprio nome, sia sotto forma del _Dyu Parg'anya_ (lo slavo _Perkun_), -che è il vero Giove Pluvio, e come tale trovasi distintamente invocato -in alcuni Inni vedici. _Parg'anya_ vale propriamente _la nuvola tonante -e pluvia, la nuvola tempestosa e la pioggia, il Dio della tempesta_. -Il cielo Tonante e Pluvio, il _Dyu_ come _Parg'anya_ è il fecondatore -della terra, la quale perciò è venerata nell'_Atharvaveda_ col nome -di _sposa di Parg'anya_ (_Parg'anya-patnî_). Abbiamo veduto esservi -_il cielo_ ed _i cieli_, così _la pioggia_ e _le pioggie_, _la nuvola -pluvia_ e _le nuvole pluvie_; tuttavia come Dio, _Parg'anya_, al pari -di _Dyu_, è sempre un singolare. La voce di _Parg'anya_ sona bene -e vigorosa (_vâc'am parg'anyaçcitrâm vadati tvishîmatîm; Rigv._, V, -63). Esso versa il seme e fa germogliare le erbe; per esso il cielo -si riempie, e la terra si feconda (_pinvate svah-Parg'anya Prithivim -retasâ 'vati_). Mentre _Parg'anya_ tuttavia è rappresentato come -benefico fecondatore della terra, il poeta vedico, nel descrivere, -con molta verità d'immagini, il temporale, ci fa presente il terrore -degli uomini nell'udire i venti che fischiano, nel vedere gli alberi -atterrati, i lampi e fulmini che guizzano; tutto il creato è preso -di spavento, quando _Parg'anya_ si scatena; sebbene egli castighi -solamente i colpevoli, anche gl'innocenti ne hanno paura. E in questo -Dio, in questo _Parg'anya che tonando ammazza i cattivi_ (_Parg'anyah -stanayan hanti dushkritah; Rigv._, V, 83), noi abbiamo una prova -evidente che già esisteva nel primo periodo vedico, poichè l'inno -83º del V libro del _Rigveda_ a _Parg'anya_ ha per me un carattere -particolarmente antico, la superstizione ancora viva nel nostro popolo -che il diavolo si pigli l'anima di quelli che muoiono fulminati (dove -passa il diavolo lascia odore di zolfo; lo stesso odore lascia il -fulmine ove cade; quindi è naturale che si credano portate via dal -diavolo le anime dei fulminati). - -Abbiamo detto che _Dyu_ il cielo è lo sposo di _Prithivî_ la larga; -abbiamo aggiunto che allo sposo della terra, al fecondatore di essa -si dà pure il nome di _Parg'anya_; ma giova aggiungere come un inno -vedico (_Rigv._, VII, 102), invece di rappresentarci _Parg'anya_ come -un _alter ego_ di _Dyu_, ce lo dice apertamente suo figlio. Sotto -questo aspetto, _Dyu_ il cielo si feconderebbe in sè stesso, unendosi -con quella _Prithivî_ celeste che abbiamo sopra ricordata, ossia -la nuvola larga, per produrre la pioggia, il temporale, il Dio del -temporale, _Parg'anya_. Sebbene adunque gl'Inni vedici non ci dicano in -modo preciso che _Dyu_ feconda la _Prithivî_ celeste come feconda la -terrena, nel trovarvi appellato _Parg'anya_ figlio di _Dyu_, abbiamo -qualche ragione probabile di supporre _Dyu_ sposo della _Prithivî_ -celeste. Da prima egli si fecondò nel cielo, e poi una sua creatura, -ossia un altro sè stesso fecondò la terra. Nè solo la _Prithivî_ -celeste, ossia la vasta, la distendentesi, dovettero in origine essere -la nuvola, occupante tutto il cielo, ma ancora la tenebra notturna, la -notte e la nuvola, e l'aurora, uno de' nomi vedici della quale è pure -_Urvâçî_, ossia la _larga avanzantesi_. E, come troviamo _Dyu_ che, -oltre il cielo luminoso, significa anche _il giorno_, così interpreto -pure la _Prithivî_ celeste ora pel cielo notturno, ora per la prima e -l'ultima parte del giorno rappresentate dalle grandeggianti aurore. E -mi rappresento il vedico duale _Dyavâ Prithivî_ come un equivalente di -_Mitra_ e _Varuna_, _Mitra_ il giorno, _Varuna_ il copritore notturno, -e poi l'acquoso oceano. È solamente per mezzo di questa interpretazione -che noi possiamo intendere come _Dyu_ e _Prithivî_ siano chiamati -insieme _Devaputre_, ossia _aventi per figli gli Dei_; chè il cielo -luminoso diurno e il cielo notturno e crepuscolare, che può essere -luminoso anch'esso, sono i soli veri e proprii genitori degli Dei, -ossia dei luminosi, mentre sarebbe un assurdo il supporre la terra -madre degli Dei. Di _Bhûmideva_, o _Dio della terra_, gl'Indiani -ne conobbero uno solo, il Bramino, per decreto della stessa casta -brâhmanica, e il fuoco sacrificale sua creatura; gli altri Dei sono -tutti celesti. E, quando nell'inno vedico (_Rigv._, VI, 50) si trova -congiunto _Dyaur devebhih Prithivî samudrâih_, mi parrebbe ancora nel -primo caso di vedere il cielo luminoso popolato di Dei, nel secondo il -cielo tenebroso, o notturno, o nuvoloso, e però naturalmente acquoso, -crepuscolare, mentre mi parrebbe un non senso il rappresentare la -terra acquosa per rispetto a _Dyu_, ch'è appunto celebrato come quello -che manda giù l'acqua. Non negando dunque io in alcuna maniera che la -_Prithivî_ ricordata negl'Inni vedici non sia spesso la terra fecondata -dal cielo, credo si debba nel duale _Dyavâ Prithivî_ considerare più -spesso una _Prithivî_ celeste, della quale può esser duplice, sebbene -analoga, la natura, secondo che la si consideri nella nuvola o nella -notte tenebrosa e luminosa e, come luminosa, anche nell'aurora, che -vedemmo già chiamarsi larga. Che la nuvola sia chiamata l'ampia, -la distendentesi; che la notte sia considerata come _la distesa_ -(_âyatî_), lo rileviamo dall'inno 127º del X libro del _Rigveda_, in -cui la notte luminosa è cantata sotto il suo appellativo di _râtrî_: -essa caccia, per mezzo de' suoi occhi risplendenti, d'ogni parte le -tenebre; sul principio della notte, quando gli astri non brillano -ancora in tutto il loro splendore, appaiono i mostri tenebrosi, che -la notte luminosa deve tenere lontani; quando verso il mattino gli -astri notturni impallidiscono, ritornano i mostri tenebrosi; allora -è invitata l'aurora mattutina, la grandeggiante figlia del cielo, a -disperderli. La relazione, in cui sono poste in quest'inno fra loro -la notte e l'aurora, chiamate fra loro _sorelle_, e la somiglianza -dei loro ufficii, ci danno diritto a supporre la notte come figlia -del cielo al pari dell'aurora. Siccome vedemmo _Parg'anya_ esser -chiamato figlio di _Dyu_, dicemmo _Prithivî_ esser pure celebrata in -due inni vedici come la nuvola pluvia; niente di più naturale che il -considerare anche la _Prithivî_ celeste come figlia di _Dyu_. Come -poi l'aurora si congiunge con gli _Açvin_, i Dioscuri indiani, così, -nell'inno 132º dello stesso X libro del _Rigveda_, essi trovansi uniti -con la _Bhûmî_, noto equivalente della _Prithivî_, nuova analogia -che ci permette di ravvisare nella _Prithivî_ congiunta con _Dyu_ un -essere celeste. E questa probabilità cresce, osservando come nello -stesso inno 132º, nel quale s'incominciano a celebrare _Dyu_ e _Bhûmî_ -(altro nome di _Prithivî_), in relazione con gli _Açvin_, dei quali -l'uno è in particolare relazione col giorno, l'altro con la notte, -si cantano pure _Mitra_ e _Varuna_, dei quali il primo regge il cielo -diurno, l'altro specialmente il cielo crepuscolare e notturno. Quando -poi i due cieli, il _Dyu_ per eccellenza, il cielo diurno, e il _Dyu_ -notturno si riuniscono, abbiamo un essere supremo, che, come mascolino, -si chiama _Divaspati_ (una specie di _Diespiter_), ossia _Indra_, -e come femminino si chiama _Aditi_. _Indra_ si vede venir fuori dal -_Dyu_, dalla _Prithivî_, _dall'oceano, dal cielo nuvoloso_ (_Rigv._, -IV, 20); è evidente che in queste sedi del Dio _Indra_ si enumerano -tutti gli aspetti del cielo. Ma la parola _Dyu_, _div_, non fu solo -un mascolino, ma anche un femminino; questo femminino prese nel mito -il nome speciale di _Aditi_, ossia la infinita, indestruttibile vôlta -celeste, la luminosa insieme e la larga, la madre degli Dei luminosi, -degli _Adityas_. Essa è pure la madre di _Mitra_ e _Varuna_. Un inno -(_Rigv._, IX, 97), dopo avere invocato il padre Cielo (_Dyaushpitar_), -la madre _Prithivî_ (_Prithivî matâr_), il fratello fuoco, gli otto -_Vasavas_ luminosi reggitori del mondo, e gli eroici _Adityas_ o -figli di _Aditi_, invoca finalmente _Aditi_ come la Dea celeste -che comprende in sè sola tutti gli Dei. Come madre dei venti (_mâtâ -rudrânam_), che finalmente essa viene in un inno salutata (_Rigv._, -VIII, 90), e sorella degli _Adityâs_ e figlia dei _Vasavas_, essa non -può essere che una personificazione celeste. La _Prithivî_ pertanto -ch'essa rappresenta mi sembra ancora dover essere una figura del cielo. -Noi abbiamo già rammentati _tre mondi_, e _tre cieli_, o luminosi; -dobbiamo aggiungere che gl'Inni vedici distinguono pure tre _Prithivî_, -ossia _tre larghe_: una risponde al cielo altissimo, l'altra al cielo -medio, la terza al cielo infimo; questa terza _Prithivî_ può essere -la terra nostra, ma tuttavia ne dubito, per quanto questa _Prithivî_ -sia originaria produttrice di Dei e di miti. Chè, se accennammo come -il trimundio vedico sia già diviso in etere celeste, aria e terra, e -come in ciascuno di questi tre mondi i poeti vedici della decadenza -collocarono undici Dei, ho pure avvertito come questa enumerazione -fosse capricciosa ed arbitraria. Il terzo mondo, il terzo cielo, -la terza _Prithivî_, sono figurati per l'amore del numero tre; nato -questo terzo mondo, questo terzo cielo, questa terza _Prithivî_, era -naturale che si pensasse alla terra, come produttrice alla sua volta -di Numi. Che la terra avesse fin dalla più remota antichità vedica -carattere sacro e venerando, non può essere messo in dubbio; essa era -chiamata _matâr_. Questa parola vale propriamente _la produttrice_; ma, -significando perciò anche _la madre_, dimenticato il senso etimologico -della parola, si vide solamente più in essa _la madre_, e come madre i -poeti vedici le parlarono con quel linguaggio tenero ed affettuoso con -cui si suole parlare ad una madre. Manu ha pur detto che _la madre è -un'immagine della terra_. - -Immaginatosi quindi un terzo cielo, prossimo alla terra (forse il -cielo delle nuvole e dell'aurora, il più vicino alla terra), gli Dei di -questo terzo cielo si unirono con la _Prithivî_ loro corrispondente, -la quale suppostasi quindi essere la terra stessa, questa diventò -alla sua volta sede amata degli immortali, i quali posero pur amore -alle figlie della terra, come ce lo provano le leggende del periodo -brâhmanico. Ma la terra che raccolse alcuni Dei, non ne ha creato -alcuno vivace, nella sua forma originaria. E s'io ho tanto insistito -su questo punto e se vi insisterò ancora un altro poco, non ho bisogno -di dichiararvene il motivo, dopo il principio che abbiamo posto, tutti -gli Dei primitivi essere nati nel cielo. S'io potessi ammettere che la -_Prithivî_ del duale vedico _Dyavâ-prithivî_ è sempre la terra, dovrei, -per questa sola interpretazione, alterare tutto il carattere della -mitologia vedica. Ma quello che abbiam detto sembra darci il diritto -di distinguere negl'Inni vedici una _Prithivî_ celeste che concorre -essa stessa a produrre Numi e miti, dalla _Prithivî_ terrestre, la -terra, la quale non fa altro se non ricevere i beneficii del cielo, -e però della stessa _Prithivî_ celeste, per diventare alla sua volta -benefattrice degli uomini. Escluso pertanto dal nostro studio quello -che non appartiene propriamente al mito, vediamo ora come il cielo si -manifesti negl'inni vedici in congiunzione colla _Prithivî_ celeste. -_Dyu_ è il luminoso, _Prithivî_ è la larga; la luce si propaga nello -spazio. Senza spazio non vi è splendore; lo splendido e la larga ci -danno insieme tutto il cielo nel suo colore e nella sua estensione. -Il giorno ha bisogno per riuscir pieno di occupar tutto lo spazio -celeste; così pure la notte non è compiuta se non quando tutto il cielo -s'è popolato di stelle. Sotto questo rispetto, avremmo due luminosi -e due larghe celesti, il luminoso diurno e il luminoso notturno, la -larga diurna e la larga notturna. Noi avremmo congiunte più tosto due -qualità del cielo stesso, che due mondi diversi; la luminosa larga -diurna, la luminosa larga notturna; e le due qualità considerate come -femminine (osservo come _Dyu_ staccato da _Prithivî_ appare mascolino, -mentre _Dyavâ_ congiunto con _Prithivî_ si manifesta un femminino) -costituirebbero la Dea universale _Aditi_ (_Dyavâ-Prithivyau_ è nel -_Nighantu_ un sinonimo di _Aditi_), come le due qualità interpretate -quali mascolini ci darebbero il Dio diurno come notturno Indra, il -signore del cielo per eccellenza, nel giorno del pari che nella notte. -Noi abbiamo tuttavia fin qui proceduto anzi che per dimostrazioni -dirette, per ragione di analogia ad argomentare della natura propria -della vedica _Prithivî_ congiunta con _Dyu_ mascolino, con _Dyavâ_ -femminino. Vediamo ora più dappresso negli stessi inni del _Rigveda_ -la natura propria della mitica _Prithivî_; nell'inno 159º del I libro -del _Rigveda_, _Dyavâ-prithivî_ appaiono come due sorelle gemelle, -insieme coabitanti. Nell'inno seguente, _Dyavâ-prithivî_ sono chiamate -insieme _rodasî_, quasi due fiumi di ogni abbondanza, capolavoro del -_più operoso degli Dei_; da entrambi gl'inni non si rende tuttavia -chiaramente manifesto se la _Prithivî_ sia la terrena o la celeste. -Ma, nella prima strofa dell'inno 185º dello stesso libro, sembra già -identificarsi il duale _Dyavâ-prithivî_ col duale _ahanî_, che vale -propriamente i _due giorni_, ossia le due parti del giorno, la luce del -giorno e la luce della notte stellata lunare (o quella dell'aurora). -Come si potrebbe domandare che cosa sia stato prima fra il giorno e -la notte, il poeta vedico si esprime, rispetto a _Dyavâ-prithivî_, nel -modo seguente: «Delle due, quale è la prima, quale la seconda; come son -desse nate? o poeti, chi lo sa? esse, in verità, sostengono il tutto, -quando il giorno e la notte, come una rota, vanno girando. Le due che -non si muovono, sostengono molti che si muovono; le due non andanti -(o prive di piedi, prive di andanti) portano molti che vanno (ossia -forniti di piedi, di andanti); come sempre il figlio presso i suoi -parenti, o _Dyavâ-prithivî_, liberateci dal male.» Poco dopo si dice -che _Dyavâ-prithivî_ hanno gli Dei per figli, e che stanno entrambe fra -i due giorni divini (ossia, come aurore crepuscolari, le rive celesti, -fra il giorno e la notte). Ma la relazione fra _Dyavâ-prithivî_ e -il cielo diurno e il cielo notturno, ossia fra il giorno e la notte -che s'incontrano nel mattino e nella sera, mi sembra evidente in -quest'altro versetto: «Sempre giovani s'incontrano le due sorelle -gemelle presso i loro parenti, arrivanti al punto medio dell'universo.» -Evidentemente abbiamo qui in _Dyavâ-prithivî_ due esseri femminini, che -senza muoversi dal loro posto salgono più alto per ritrovare il supremo -polo, il _pitror upastha_: a questo supremo polo, o umbilico celeste, -non possiamo concepire ascendente la terra, mentre è naturalissimo -l'immaginare ch'esso sia il punto medio della notte come il punto -medio del giorno. Le _Dyavâ-prithivî_ a mezzogiorno e a mezzanotte -ritrovano nel cielo la _yoni_ o vulva materna, onde si svolsero gemelle -(_sayonî_) ed il _pitror upastha_, da cui furono generate. - -E ancora ritroviamo una _Prithivî_ celeste in quelle due -_Dyâvâ-prithivî_ larghe, solide, vaste, invocate per ordine, genitrici, -di bell'aspetto, che custodiscono l'ambrosia. Chè, se le leggende -posteriori brâhmaniche fanno discendere l'ambrosia, l'acqua della -vita, sopra la terra, ove gli eroi fortunati la sottraggono ai draghi -guardiani, la vera, originaria sede dell'ambrosia è il cielo. L'inno -si termina, pregando _Dyavâ-prithivî_ d'essere padre e madre, ossia -protettore completo per i loro devoti invocatori. In tutto l'inno non -abbiamo un solo indizio d'una _Prithivî_ terrena, nè un solo epiteto -che non possa convenire alla _Prithivî_ celeste. Nell'inno 40º del -II libro del _Rigveda_, _Dyu_ e _Prithivî_ sono considerati come -creature degli Dei _Soma_ e _Pûshan_, i custodi di tutto l'universo -e della divina ambrosia; nell'_amritasya nâbhi_ di _Soma_ e _Pûshan_ -è agevole il riconoscere l'_amrita_ od ambrosia, di cui vedemmo già -_Dyavâ-prithivî_ custodi, e il _nâbhi_ supremo, a cui nel loro apogeo -_Dyavâ-prithivî_ arrivano. E della natura primeva celeste degli Dei -vedici _Soma_ e _Pûshan_ non è lecito il dubitare. Nell'inno 41º del -II libro del _Rigveda_, _Dyâvâ-prithivî_ s'invocano perchè cerchino -fra gli Dei l'offerta sacrificale arrivante fino al cielo, e gli Dei -perchè si veggano fra loro; non mi par possibile qui immaginare la -terra come messaggera; e mi convien perciò supporre una _Prithivî_ -messaggera celeste. Nell'inno 55º del IV libro, _Dyavâ-bhûmî_ -equivalenti di _Dyavâ-prithivî_ s'invocano insieme coi _Vasavas_, con -_Aditi_, con _Mitra_ e _Varuna_, ossia con persone mitiche di certa -origine celeste. E, in un'altra strofa dello stesso inno, come a -definirci meglio il carattere di _Dyavâ-bhûmî_ dopo la materna _Aditi_ -si nominano i due giorni, ossia il giorno e la notte, l'aurora e la -notte (_ahanî-Ushâsânaktâ_). Nell'inno 70º del VI libro del _Rigveda_, -le _Dyavâ-prithivî_ sono le fornite di burro, le larghe, le belle, -le melliflue, le ricche di seme, tutti attributi che convenendo al -celeste _Dyu_ potrebbero pure convenire ad una _Prithivî_ celeste; -ma quegli epiteti di _ghritaçriyâ_, _ghritapric'â_, _ghritâvridhâ_, -ossia godente nel burro, saziantesi nel burro, accrescentesi nel burro, -riferiti alla terra, non si sa troppo quanto le si appropriino, mentre -si comprende come la _Prithivî_ ambrosiaca celeste (il burro, il miele -e l'ambrosia assimilandosi) possa in tal modo denominarsi. Quando -l'ultimo inno del settimo libro prega la _Prithivî_, perchè liberi dal -male che viene dalla _Prithivî_ e l'atmosfera dal male che viene dal -cielo, è possibile che si tratti della terra e dei mali che possono -all'uomo derivare dalla terra. Ma quando il Dio _Indra_, nel sesto inno -dell'ottavo libro, estende come una pelle le due _rodasî_, e come esse -sono chiamate _Dyavâ-prithivî_, in queste _rodasî_ che si distendono a -piacere di _Indra_, in queste due vesti acquose che coprono il cielo, -in questi due oceani celesti che _Indra_ allarga, in queste due rive, -spesso luminose, ch'egli supera, non possiamo riconoscere che il cielo -diurno e il cielo notturno, il cielo luminoso e il cielo tenebroso o -nuvoloso, o le due estremità luminose del cielo. La luce, la tenebra, -la nuvola, l'aurora sono elastiche, ed _Indra_, il signore del cielo, -le può a suo piacere distendere; _Indra_ che allarga la terra non -si potrebbe spiegare. È incerto, se si debba vedere la _terra_ nel -58º inno del X libro del _Rigveda_,[5] che tradurrò per intiero. È -un inno funebre, in onore del morto Subandhu: «Poichè l'anima tua se -ne andò lontano presso Yama, figlio di Vivasvant (il Dio dei morti), -perciò noi ce ne ritorniamo qua ad abitare ed a vivere. Poichè l'anima -tua se ne andò lontano nel cielo, nella _Prithivî_, nella _Bhûmî_ -dai quattro angoli, ne' quattro punti dell'orizzonte, nell'oceano -acquoso, ne' lampi,[6] nelle acque, nelle erbe, nel sole, nell'aurora, -ne' monti giganteschi, in tutto il mondo, negli estremi confini; e -poichè l'anima tua se ne andò lontano in quello che fu, in quello -che sarà (ossia, poichè non è più presente), noi ce ne ritorniamo -qua ad abitare, a vivere.» Da questo interessante inno panteistico -si comprende che l'anima del morto si disperde in tutto l'universo; -ma, poichè ogni versetto ci fa sapere che si disperde lontano, dubito -che la _Prithivî_ e la _Bhûmî_ non sia qui la terra, come le acque -e le erbe, in cui l'anima del morto passa, debbono essere le acque -e le erbe mitiche, ossia originariamente celesti e luminose. E tanto -più ne dubito, poichè gli altri Inni funebri vedici consegnano alla -terra ed al fuoco sotterraneo malefico il corpo, ma non mai l'anima, -la quale invece viaggia, e viaggia in alto, e viaggia lontano, sulla -vetta delle alte montagne, ove l'aurora si mostra, nella sfera luminosa -del sole, a traverso le stelle, nel mondo lunare, ne' quattro punti -cardinali. L'anima divien genio, e quel genio ama le forme più lievi, -le sedi più elevate; se esso penetrasse subito nella terra opaca non -potrebbe più muoversi, nè fare altri viaggi, secondo la sua mobile -natura. Io m'induco pertanto a credere che anche in quest'inno funebre -la _Prithivî_, la _Bhûmî_ lontana che l'anima del morto visita, è una -_Prithivî_, una _Bhûmî_ celeste. - -Io non so se queste prove bastino a persuadere della natura celeste -della _Prithivî_ vedica congiunta con _Dyu_ o con _Dyavâ_; ma quello -che io credo poter sicuramente affermare è, che, negl'Inni vedici, -nulla c'induce ad ammettere la personificazione di una Dea Terra. -Questa nozione venne più tardi, quando cioè la _Prithivî_ celeste si -dimenticò, ed alcune delle sue qualità furono attribuite alla terra -propriamente detta. È importante questa distinzione, non solo perchè -ogni verità ha la sua importanza per sè, ma ancora per interpretare -le leggende del ciclo eroico indiano, ove gli Dei vedici hanno preso -aspetto di eroi umani. A me non par dubbio che la _Sîtâ_ sia una -persona eroica dell'aurora mitica; ma chi lo nega, cercherà avvertire -la impossibilità di un tale ravvicinamento, poichè l'Aurora è nel -_Rigveda_ la _figlia del cielo_ (_duhitar divas_), mentre _Sîtâ_ -apparirebbe la figlia di _Prithivî_, ossia della terra. Ma quando noi -avessimo potuto provare che esistette una _Prithivî_ celeste, della -quale il padre dell'aurora appare ora sposo, ora fratello, tutto -l'edificio de' nostri contradittori cadrebbe. Ed ecco il motivo, per -cui ho tanto insistito sopra una sola minuzia; la tela d'Aracne è -entrata nella mitologia; se noi non tenessimo conto anche de' fili più -tenui, la nostra opera, per quanto industre, non approderebbe a nulla. -Il concepimento indiano della Terra madre fecondata dal Cielo padre -si riduce ad esprimere la fecondazione naturale della terra per mezzo -della pioggia celeste; i poeti vedici ed i latini hanno cantato questa -relazione tra il cielo e la terra quasi con le stesse parole, senza -che tuttavia da questa relazione poeticamente descritta si generassero -miti vivaci e fecondi. I poeti vedici non hanno a questo riguardo detto -niente più di Lucrezio, il quale, nel primo libro _De Rerum Natura_, -cantava: - - _Postremo pereunt imbres, ubi eos pater aether_ - _In gremium matris terrai praecipitavit;_ - -e nel secondo libro: - - _Denique coelesti sumus omnes semine oriundi:_ - _Omnibus ille idem pater est, unde alma liquentis_ - _Umoris guttas mater cum terra recepit,_ - _Freta parit nitidas fruges arbustaque laeta_ - _Et genus humanum._ - -Questi versi sono il miglior commento ch'io possa offrire agl'Inni -vedici per ciò che spetta la parentela fra il cielo e la terra; -il cielo è padre degli Dei, e fecondatore della terra, la quale, -fecondata, alla sua volta diviene madre degli uomini; perciò Giove potè -con ragione chiamarsi _pater hominumque deumque_. E noi non abbiamo -punto dismessi quegli antichi appellativi, quando diciamo per celia -allo scoppio del tuono che _il padre Giove_ è in collera. In Piemonte e -nel Veneto, Giove è divenuto _zio_ (_barba Giove_), ma è un appellativo -anche più carezzevole di _padre_. Il cielo fu sempre, sotto tutte le -forme, cantato come un benefattore, quantunque in esso si producano -pure forme tenebrose, demoniache ed infernali. Ma queste forme sono al -cielo stesso avverse; esso le combatte come nemiche, e, nella vittoria -sopra di esse, il Dio diviene eroico. - -Ma il cielo che è, per noi mortali, e per molte figure celesti, padre, -da chi fu creato esso stesso? - -I poeti vedici ammettevano già un creatore del cielo e della -_Prithivî_, e, nella loro ingenua ammirazione, cantavano che il Dio -loro autore, poichè poteva solamente essere un Dio, aveva dovuto essere -il più operoso operaio. Abbiamo detto che Indra abbraccia il giorno -e la notte, il cielo diurno e il cielo notturno, e che è cantato come -_Divaspati_, ossia come signore del cielo; esso è pure celebrato come -genitore del _Dyu_, e genitore della _Prithivî_ (_Rigv._, VI, 30; VIII, -36), genitore del padre e della madre ch'egli trasse dal proprio corpo -(_tanvah svâyâs_): perciò essi sono considerati ciascuno per sè come -una sola mezza parte del Dio Indra, il quale abbraccia tanto il _Dyu_ -quanto la _Prithivî_, che lo seguono, come il rotante carro segue -il cavallo (_Rigv._, VIII, 6), altro indizio che ci conferma come si -tratti qui d'una mobile figura di _Prithivî_ celeste; il giorno e la -notte seguono Indra, ossia Indra regge il cielo diurno e notturno. -Quando Indra tona, i suoi due figli ne tremano. Ma perchè in Indra -vi sono le qualità del Dio Pûshan e quelle del Dio Soma, così _Dyu_ -e _Prithivî_ si raffigurano pure come figli di _Soma_ e _Pûshan_: e -perchè Mitra (o Savitar) e Varuna sono altre due forme corrispondenti -alla duplice qualità diurna e notturna del Dio Indra, _Dyu_ e -_Prithivî_ appaiono pure figli di Mitra e di Varuna, di cui il primo -presiede al giorno, il secondo alla notte. - -Indra stesso, come artefice per eccellenza, piglia il nome di -_Tvashtar_, forma che quindi si distingue da lui per divenire -l'artefice privilegiato degli Dei, per i quali crea ogni forma celeste, -e però anche _Dyu_ e _Prithivî_. L'espressione d'Indra creatore -del cielo equivale dunque a quest'altra _il cielo crea sè stesso_, -poichè, come vedremo, l'antico Indra non fu altro se non il cielo. -Relativamente moderne consideriamo la tradizione cosmogonica dell'_uovo -d'oro_ (_Hiranyagarbha_), da cui, secondo un inno vedico (X, 121), -sarebbero venuti fuori anche _Dyu_ e _Prithivî_, e quasi brâhmanica -quella, per cui dalla testa di _Purusha_, il maschio universale, -sarebbe uscito _Dyu_, il cielo, dall'umbilico di Purusha l'aere -intermedio, dai piedi di Purusha la Bhûmî, che in questo caso appare -veramente la terra, dove, pertanto, discesi ci fermeremo, per risalire -con miglior animo, nella prossima lettura, in cielo, a conoscere la -poetica figlia di Dyu, la bellissima delle Dee, l'Aurora, la quale, -come la forma più luminosa del cielo, diede pure origine ad alcuni de' -miti più eleganti e più splendidi. - - - - -LETTURA TERZA. - -L'AURORA. - - -Gl'Inni vedici rappresentano a noi l'aurora sotto un aspetto -molteplice; ora essa è l'aurora, fenomeno luminoso puramente fisico, -quale noi lo osserviamo ancora; ora ci si mostra in forma di donna; -ora in aspetto e virtù di vaga fanciulla o di eroina; ora in figura -di dea. Questa molteplicità d'aspetti, ne' quali l'aurora vedica si -manifesta a noi, anzi che mettere in confusione la nostra mente, la -rischiara invece, dimostrandoci, in modo non meno evidente che poetico, -in qual forma il fenomeno fisico abbia preso persona, e la persona sia -diventata eroica e divina. Gl'Inni vedici all'aurora, quando si faccia -eccezione per pochi frammenti, hanno tutti un carattere di veneranda -antichità. Noi ci trasportiamo, per essi, ad una età patriarcale ed -eroica, nella quale l'uomo ariano per la prima volta sembra espandere -al di fuori di sè le sue giovani forze, con l'inno pastorale e con la -epopea guerresca. Perciò essi hanno per noi un fascino irresistibile. -Noi assistiamo al primo prorompere del poetico entusiasmo umano innanzi -agli splendori della natura, varia ed una, potente e meravigliosa. -Noi sentiamo, leggendo quegli inni, come, se l'anima nostra fosse più -ingenua, recati innanzi allo spettacolo degli stessi fenomeni naturali, -canteremmo ancora in quel modo. Gl'Inni vedici all'aurora non sono -solamente note particolari poetiche del sentimento ariano, ma ancora -più spesso espressione del sentimento universale che occupa l'uomo -innanzi alla pompa del cielo _mattutino_ e _vespertino_ (e che si -rinnova solenne al risorgere della primavera e al cadere dell'autunno). - -A tutti noi è accaduto di osservare un bel tramonto di sole, _il -rosso di sera_, che ci fa, dicesi, sperare il bel tempo pel giorno -appresso: _Rosso di sera buon tempo si spera_. Ad alcuno di noi -dev'esser pure accaduto di fantasticare sopra quel mobile quadro -luminoso che ci presenta sul fine del giorno il cielo occidentale. -Se potessimo considerare più spesso quel fenomeno, ci renderemmo più -agevolmente ragione di molte forme della primitiva mitologia ariana. -Ma, se molti di noi abbiamo contemplato un'aurora vespertina, pochi -di noi, a motivo del nostro rinchiuso vivere cittadinesco, possiamo -ricordare d'aver visto nascere l'alba e poi l'aurora del giorno, due -momenti distinti nel tempo, che il mito ha pure espresso in singolari -forme mitiche (prima il cielo d'Oriente albeggia, poi rosseggia). Io -ebbi la ventura di contemplare la magnificenza di tali spettacoli -sopra le vette alpine, e dall'impressione che essi fecero sopra di -me, posso argomentare, in parte, la ragione che fece sugli altipiani -dell'Asia centrale inneggiare con tanto ingenuo calore i primi pastori -e guerrieri ariani. Per comprendere la natura, bisogna sentirla; per -sentirla, bisogna accostarsi ad essa; gl'Inni vedici all'aurora sono -l'espressione più fedele de' sentimenti, che la natura ha svegliato nel -petto dei nostri più remoti e più immaginosi fratelli asiatici. - -Ed ora osserviamo i diversi aspetti, ne' quali dicemmo apparirci -descritta l'aurora presso gl'Inni vedici. - -1. _L'aurora come fenomeno fisico._ I suoi nomi _Ushas_ e _Ushâ_ -valgono la _brillante_; e così il maggior numero degli appellativi -vedici dell'aurora _vibhâvarî_, _bhâsvatî_, _çubhrâ_, _ahanâ_, -_dyotanâ_, _çuc'î_, _çukrâ_, _ruçatî_ hanno il medesimo significato. -Gli appellativi _çvetyâ_ e _arg'unî_ o _la bianca_, e _ghr'itapratîkâ_ -o l'_imburrata_, la _simile al burro_ (_ghritamduhânâ_, ossia -_mungenti_ o _stillanti burro_ son chiamate le aurore nell'inno -41º del VII libro del _Rigveda_), rappresentano particolarmente -_l'alba_, il giorno che si schiarisce; oltre a questo, l'aurora è -ancora chiamata _supeçasa_, ossia _la di bella forma_ (così denominata -insieme con la notte luminosa); _supratîkâ_, ossia _la ben fatta_, -_la bella_; _ranvasandr'ik_, _sudr'içîkasandr'ik_, ossia _quella dal -bell'aspetto_; _arushî_, ossia _la rosseggiante_; _arunapsu_, ossia -_quella dall'aspetto rosseggiante_; _hiranya-varnâ_, ossia _quella -dal color d'oro_; _sûnritâ_, ossia _la bene moventesi_, _l'agile_, -_la ordinata_; _yuvati_, ossia _la giovine_, _la sempre giovine_, _la -giovine immortale_; _odatî_, ossia _la umida_. Quest'ultimo appellativo -ci rappresenta l'aurora stillante rugiada, ch'è l'acqua della vita, -l'acqua dell'immortalità, l'ambrosia del giorno: l'aurora è anzi -chiamata _amr'itasya nabhih_ (_Rigv._, VIII, 90), carattere che essa -ha comune con la _Pr'ithivî_, la quale si è identificata talora con -l'aurora. L'inno 51º del IV libro del _Rigv._, dopo aver invocate le -aurore luminose figlie del cielo, invoca la grazia di Dyaus e della -divina Pr'ithivî che in parecchi Inni vedici è celebrata per la sua -facoltà di estendersi, di dilatarsi. Come Indra estende il cielo, -così l'aurora la luce, _l'aere luminoso_ (_â dyâm tanoshi raçmibhir -antariksham uru priyam ushah çukrena çocishâ; Rigv._, IV, 52). E poichè -quegli umori stillanti, quella luce diffusa, hanno virtù di avvivare -e di allegrare, l'aurora è pure chiamata _sumnâvarî_, ossia _ricca di -gioie, di beni_, poichè l'oro è emblema di ricchezza, e l'aurea aurora -discopre ogni giorno le velate ricchezze del mondo; essa è ancora, -come _maghonî_, _citrâ-maghâ_ e _dânucitrâ_, la _ricca_; e poichè le -ricchezze furono presto considerate come una fortuna, anzi come la -fortuna stessa, l'aurora vedica venne ancora salutata con l'appellativo -di _subhagâ_. - -Abbiamo detto che l'aurora è chiamata _sûnritâ_, ossia _la mobile, -l'agile, la destra_; e poichè in una mobile si videro parecchie -mobili, perciò l'aurora si chiamò pure, oltre che _sûnritâ_, anche -_sûnritâvatî_, _sûnritâvarî_, ossia _la fornita, l'accompagnata con le -mobili, con le agili_. Non discostiamoci, di grazia, trattandosi di -miti elementari, dal senso etimologico delle parole; e ci renderemo -ragione più pronta della loro probabile formazione. _Sunritâ_ vale -_la mobile_; la parola _go_ (_gau_) esprime _l'andante_ (dalla radice -_gam_, _gâ_ andare) e _la sonante_ o _muggente_ da un'altra radice _gâ_ -che significò _sonare_ e _cantare_; l'aurora vedica, come _andante_, -si chiamò non solo _sûnritâ_, ma _go_; ora _go_ è il nome che si -dà alla vacca _muggente_; perciò _la mobile aurora_ e _le mobili -nell'aurora_ chiamandosi _gavas_ furono scambiate per _le vacche_; -e come la _sûnritâ_ o _mobile_ diventò _sûnritâvatî_, o _fornita di -mobili_; così la _go_ aurora, propriamente ancora _la mobile_, diventò -_gomatî_, ossia _la fornita delle mobili_. Ma poichè la parola _go_, -come _sonante_, servì poi specialmente ad esprimere la _vacca_, si -vide nella _go_ aurora (mobile) come nella _go_ nuvola (mobile insieme -e tonante) una vacca, anzi molte vacche, alle quali sono paragonati i -raggi luminosi (_prati bhadrâ adr'ikshata gavâm sargâ na raçmayah_), -onde nacque non solo l'aurora concepita come _vacca rosea_ (_vacca -innocente, eterna, Aditi_ la chiama l'inno 90º dell'VIII libro del -_Rigv._), ma l'aurora _gomatî_, ossia l'aurora _fornita di vacche._ -Ed ecco la prima personificazione dell'aurora, cagionata da un -singolare e poetico equivoco del linguaggio. Ma, se dobbiamo credere -al commentatore _Sâyana_, in alcuni Inni vedici la parola _go_ non -rappresenterebbe soltanto _la vacca_ (ossia la muggente), ma anche _il -cavallo_ (_l'andante_). Il nome proprio del cavallo, _açva_ (equus), ha -pure il significato di _andante, penetrante, veloce_. L'aurora, come -mobile, non fu solo _go_, ma anche _açvâ_ (propriamente), _veloce_; e -non solo _açvâ_, ma _açvâvatî_, ossia _fornita di celeri_ o _cavalle_, -_ricca di celeri_ o _cavalle_. Concepita per tal modo l'aurora come -ricca di vacche e di cavalle, niente più naturale che il poeta vedico -l'invocasse, come accrescitrice degli armenti, come liberale all'uomo -di cavalli e di vacche (Nû no _gomad_ vîravad _dhehî ratnam usho -açvavad_ purubhog'o asme; _Rigv._, VII, 75); e quando il poeta chiama -l'aurora con frequente appellativo _vag'înî_, ossia _fornita di cibi_, -i cibi desiderati, come ce ne assicura l'inno 81º del VII libro del -_Rigv._, non sono altro che _vacche_ (_vâg'ân_ asmabhyam _gomatah_), il -quale indizio ci proverebbe che l'età vedica non era punto pitagorica. -Nell'inno 92º del I libro s'invoca dall'Aurora il dono di cibi, ne' -quali le vacche siano la cosa principale (_usho goagrân upa mâsi -vâg'ân_). - -2. _L'aurora come persona._ L'aurora mobile e rosea, che, denominata -_go_, pigliò forma di vacca, o di un armento di vacche (l'inno 92º -del I libro del _Rigv._ invoca non un'aurora, ma molte aurore e le -chiama insieme _le madri vacche rosseggianti_), l'aurora mobile e -rapida che prese nome di _acvâ_, e assunse perciò forma di _cavalla_ (e -_rossastra come una bella cavalla_ la chiama il 30º inno del I libro, -e il 52º inno del IV libro del _Rigveda_), e le aurore, che nell'inno -41º del VII libro trovo chiamate _açvâvatîh_, al plurale, sono tema -specialissimo di quella che intitolai _Mitologia zoologica_.[7] - -Noi dobbiamo soltanto veder qui che cosa abbiano potuto divenire -nell'età vedica l'aurora _gomatî_, ossia _fornita di vacche_; l'aurora -_açvâvati_, ossia _fornita di cavalle_. L'aurora _go_ e poi _gomatî_, -ossia _fornita di vacche_, diventò una pastorella; l'aurora _açvâ_ -e poi _açvâvatî_ o _fornita di cavalle_, una guidatrice di carri e -cavalli. - -Proviamolo. - -L'inno 92º del I libro del _Rigv._ ci dice che l'aurora aperse, ossia -dissipò la tenebra, come le vacche rompono il loro recinto, ossia -escono dalla loro stalla. Nell'inno 48º e 113º dello stesso libro -l'aurora stessa è detta aprir le porte del cielo. Nell'inno 75º del -VII libro l'aurora _infrange le stalle delle vacche_ e queste _muggono -verso l'aurora_. Nell'inno 124º del I libro l'aurora è chiamata _gavâm -g'anitrî_, delle _vacche genitrice_; poco dopo, si dice ch'essa -risplendette giovane in Oriente, ove _congiunge la schiera delle -rosee vacche_ (_aveyam açvaid yuvatih purastâd yunkte gavâm arunânâm -anîkam_). Ed ecco rappresentata, con perfetta evidenza, nell'aurora, -la pastorella celeste. La _go_ diventò _gomatî_; la _gomatî_ fu -madre di vacche (_mâtâ gavâm_ la chiama pure l'inno 52º del IV libro -del _Rigv._), e custode di vacche, ossia pastora, che tiene insieme -raccolte le vacche rosseggianti (_eshâ gobhir arunebhir yug'anâ; -Rigv._, V, 80), che guida le vacche, onde il suo nome di _guidatrice -delle vacche_, datole per l'appunto da un inno vedico (_gavâm netrî; -Rigv._, VII, 75). Abbiamo avvertito come la mobile aurora sia non solo -_açvâ_ essa stessa, ossia rapida cavalla celeste, ma ancora _açvâvatî_, -ossia fornita di rapide cavalle celesti. L'appellativo _açvasûnr'itâ_, -dato all'aurora nell'inno 79º del V libro del _Rigv._, non è quindi -per me, come pel Dizionario Petropolitano, «Ushas _vom Jubel der -Rosse begleitet_,» ma molto più semplicemente «l'aurora fornita di -_agili cavalli_,» poichè come _açva_ vale _cavallo_, così _sûnr'ita_, -_agile, mobile, rapido_; onde il composto riferito all'aurora non parmi -significare altro se non _l'avente rapidi cavalli_. L'aurora è la prima -forma animata che appare sul far del giorno nel cielo orientale; essa è -la prima ad arrivare, e però la rapida; e poichè il cavallo è il rapido -od _açva_ per eccellenza, anche l'aurora, come femmina, è un'_açvâ_. E -come nell'aurora molte aurore, nella vacca luminosa si figurarono molte -vacche luminose; così, oltre la cavalla, si videro molte cavalle, si -vide l'aurora fornita di molti cavalli, l'aurora guidatrice di cavalli, -l'aurora sul carro. Gli Inni vedici ci permettono ancora di dimostrare -questo mito fino all'evidenza. - -_Brihadrathâ_, ossia _dal vasto carro_, è chiamata l'aurora nell'inno -80º del V libro del _Rigv._; nell'inno 65º del VI libro sono celebrate -al plurale le aurore _aventi carri luminosi_ (_c'andrarathâh_) che si -avanzano coi cavalli _dalle redini rosee_ (_arunayugbhir açvâih_); -_dal carro luminoso, mobile e faciente muovere_ (_c'andrarathâ, -sûnritâ, irayantî_) è chiamata l'aurora nell'inno 61º del III libro; -nell'inno 75º del VII libro leggiamo che _bei cavalli rosseggianti -apparvero portanti l'aurora luminosa_, la quale _se ne viene bella, -sopra un carro tutto illuminato_ (o forse meglio, illuminante tutto). -Nell'inno 77º del VII libro l'aurora è celebrata come _arrecante -il biondo, conducente il bel cavallo_ (s'intende il sole; _vahantî -çvetam, nayantî sudr'içîkam açvam_); nello stesso inno la ricchezza -dell'aurora dai molti doni è chiamata composta di vacche, di cavalle, -e di carro, ossia de' doni ch'essa reca sopra il suo carro (_isham c'a -no dadhatî viçvavâre gomad açvâvad rathavac' ca râdhah_); nell'inno -seguente il carro dell'aurora è chiamato _aperto, vasto, luminoso_, -ed essa sale sul carro che si attacca da sè tirato da cavalli che -si aggiogano pure da sè (_âsthad ratham svadhayâ yugyamânam â yam -açvâsah suyug'o vahanti_); nell'inno 51º del IV libro le aurore -divine con cavalli infrenati ordinatamente (o a tempo) _percorrono -sempre i mondi, sveglianti il dormiente bipede e quadrupede che vive -al moto_ (_yuyam hi devîr r'itayugbhir açvaih pariprayâtha bhuvanâni -sadyah prabodhayantîr ushasah sasantam dvipâc' catuspâc' carathâya -g'îvam_); nell'inno 61º del III libro del Rigv. si prega perchè -l'aurora _hiranyavarnâ_ (ossia _l'aurora per eccellenza, aurora dal -color d'oro_) sia portata dai cavalli _che hanno bei freni_ (o _bene -infrenati, suyamâsah_) e dalla molta forza. Nell'inno 124º del I -libro del _Rigv_. si celebra l'aurora come la _prima delle arrivanti_ -(o _delle distendentisi_) che splendette (_âyatînâm prathamoshâ vy -adyaut_). Celebrando insieme la notte e l'aurora, l'inno 123º del I -libro canta: «L'una va, l'altra viene, belle entrambe, diversamente, -insieme vanno (ossia si seguono) le due luminose; delle due dominanti -per turno, l'una la tenebra disperse, l'aurora splendette su carro -rifulgente (_çoçuc'atâ rathena_).» Nell'inno 113º del I libro si -dice che la nuova aurora segue la via delle aurore passate e succede -alla prima delle arrivanti infinite (chiamate pure fra loro stesse in -unione col nome di sorelle) e che svegliante coi cavalli rosseggianti -arriva sopra un carro bene aggiogato. Nell'inno 92º del I libro i -raggi rossi o luminosi dell'aurora chiamati _gâh_, che si aggiogano da -sè, possiamo interpretare così bene per vacche come per cavalli (_ud -apaptann aruna bhânavo vr'ithâ svâyug'o arushîr gâ ayukshata_). L'inno -49º del I libro del _Rigv_. incomincia così: «O aurora, arriva dalla -parte luminosa del cielo coi fortunati; alla casa del devoto che a te -propizia ti portino i rosseggianti; con quel bel carro di bella forma, -sul quale, o aurora, tu sei salita, con quello ora proteggi, o figlia -del cielo, _l'uomo di buona fama_ (_suçravasam ganam_).» Nell'inno 48º -del I libro traduco nel modo seguente la terza e la settima strofa: -«L'aurora già splendette e risplende ora la dea guidatrice di carri, -i quali, negli arrivi di essa, corrono come fiumi al mare (_samudre na -çravasyavah_).[8] Essa (si) aggiogò lontano dove nasce il sole; questa -propizia (o fortunata) aurora si avanza risplendente verso gli uomini -sopra cento carri.» Nell'inno 116º del I libro del Rigv. la figlia del -sole, che non può essere se non l'aurora, salendo sopra il carro dei -due Açvin (i Dioscuri indiani) arriva _alla mèta vincendo la corsa_(_â -vâm ratham duhitâ sûryasya kârshmevâtishthad arvatâ g'ayanti_). Di -questa sfida alla corsa nel cielo, vinta dagli Açvin e dall'aurora, -serba pure memoria la tradizione posteriore vedica brâhmanica. - -Così noi abbiamo sicuramente dimostrato l'aurora pastorella, e l'aurora -guidatrice di carri. - -Non dimentichiamo ora l'idea fondamentale, dalla quale siamo partiti, -cioè che nell'aurora, oltre la luminosa, la bella, vuolsi pure -osservare la mobile, per cui essa potè facilmente trasformarsi in -_go_ ed in _açvâ_. Come _açvâ_, è la prima ad arrivare, la prima ad -apparire, la più sollecita. Noi abbiamo veduto l'aurora che è ad un -tempo _go_ e conduttrice di vacche, _açvâ_ e guidatrice di cavalli. -Abbiamo detto uno degli appellativi assai frequenti dell'aurora -essere, negli Inni vedici, _sûnr'itâ_, che vuol dire _mobile, -agile, sollecita_; ma essa non è solo celebrata come _sûnr'itâ_, -ossia _agile_, ma come _netrî sûnr'itânâm_, ossia _guidatrice -delle agili_. Ed eccoci un novissimo e poetico aspetto dell'aurora, -l'aurora ballerina, l'aurora guidatrice del coro delle ballerine; -eccovi le _apsare_, eccovi le ninfe celesti, con le quali gli Dei -immortali temperano la noia dei loro ozii olimpici. Ma, perchè ogni -affermazione tenta qui aver la sua prova, cerchiamo anche di questo -poetico mito alcun esempio vedico che lo confermi. Nella quarta -strofa dell'inno 92º del I libro del _Rigv_. leggiamo che l'aurora -_si orna come una ballerina_; che _si scopre il petto come una vacca_ -(_adhi peçânsi vapate nr'itûr ivâpornute vaksha usreva barg'aham_). -Nello stesso inno essa è chiamata _splendida guidatrice delle agili_ -(_bhâsvatî netrî sûnr'itânâm_), e _per piacere, essa sorride come -un lusingatore_ (_çriyê ch'ando na smayate_). Nell'inno 113º dello -stesso libro ci ritorna la _bhâsvatî netrî sûnr'itânâm_, ossia la -_splendida conduttrice delle agili, giovane, in veste luminosa_ -(_yuvatih çukravâsâh_). Nell'inno 123º l'aurora ci è paragonata ad -una fanciulla che vezzeggia col corpo (_hanyeva tanvâ çaçadânâ_), -giovine, sorridente, splendida, che in oriente si discopre il seno -(_samsmayamânâ yuvatih purastâd âvir vakshansi vibhâtî_), e quindi -ancora viene comparata ad _una bella fanciulla adornata dalla madre -che si discopre il corpo per farlo vedere_ (_susamkâçâ mâtrimr'ishteva -yoshâvis tanvam kr'inushedriçe kam_). Nell'inno 124º traduco la terza -strofa nel modo seguente: «_L'aurora si manifesta come il seno d'una -vergine; come la vacca_ (discopre il petto) _essa discoverse a noi -le cose care_»[9] (_upo adarçi cundhyuvo na vaksho no dhâ ivâvir -akr'ita priyâni_). Quest'ultima espressione (s'io avessi avuto la -fortuna di bene interpretare il passo vedico) potrebbe essere di una -terribile ingenuità, e varrebbe ad agevolarci la via di comprendere -i misteri fallici che servirono di fondamento a tanta parte delle -antiche religioni e mitologie. E gli Inni vedici all'aurora ritornano -ancora altre volte alla stessa immagine. Nell'inno 64º del VI libro -leggiamo: «Divina aurora, tu bella lucente co' tuoi splendori ti -scopri il petto» (_âvir vakshah kr'inushe_). L'inno 76º del VII libro -chiama l'aurora ora _gavâm netrî_, ora _netrî sûnri'tânâm_, ed essa -si congiunge in tutti gli inni del VII libro con _râdhas, rayi_, la -ricchezza; nell'inno seguente si paragona ancora l'aurora a giovine -donna; nell'inno 115º del primo libro si dice che il sole va dietro -alla divina aurora lucente, _come un uomo dietro una donna_ (_Sûryo -devîm ushasam roc'amânâm maryo na yoshâm abhy eti paçcat_; in questo -inno ancora la _Pr'ithivî_ trovasi identificata con l'aurora come -quella che cresce e grandeggia nel cielo). Nell'inno 80º del V libro -l'aurora discopre ancora il corpo dalla parte d'Oriente; e appare bella -alla vista come un bel corpo che si scopre, come una donna levatasi dal -bagno (_eshâ çubhrâ na tanvo vidânordhveva snatî driçaye no asthât_). -Dopo tutte queste prove, io dovrei durar poca fatica a dimostrarvi come -la Venere sia uno degli aspetti più frequenti dell'aurora vedica. - -3. _L'aurora eroina_. Noi abbiamo, in ogni maniera, finqui la certezza -dell'aurora raffigurata come pastorella, come guidatrice di carri, -come saltatrice del cielo, come donna bellissima. Vediamo ora le sue -parentele celesti. Il suo nome più frequente è quello di _duhitar -divah_, ossia di _figlia del cielo_, chiamata perciò anche _divig'âs_, -ossia _nata nel cielo_. Ma, oltre il cielo, il _Rigveda_ ci dà pure -come padri dell'aurora, talora il Dio Indra, il sommo reggitore del -cielo, talora Sûrya, il sole. Aditi le fu madre; talora invece parrebbe -madre dell'aurora luminosa e chiara la notte scura (_çukrâ krishnâd -ag'anishta çvitîcî; Rigv_., I, 123); ma, nello stesso inno, in cui -ci si dice che la bianca è nata dalla nera, la notte vien chiamata -_sorella_; e rappresentasi ora come buona, congiunta strettamente con -l'aurora, ora come sua nemica ch'essa caccia lontano, e della quale -rimuove le tenebre. Come sorelle concordi sono chiamate insieme _ahanî_ -(_Rigv_., I, 123), _dyavâ_ (_Rigv_., I, 113), _le due splendide, le -due insieme congiunte, le due immortali, le due succedentisi_, simili -e pur diverse, che non stanno ferme e che pure non s'incontrano mai. -Abbiamo qui una forma d'indovinello vedico; altri esempii somiglianti -si potrebbero riferire dal _Rigveda_. Accennammo già come Varuna sia il -reggitore divino della notte e Mitra, l'amico sole, il reggitore del -giorno; uno dei sinonimi di Mitra è Bhaga. Come l'aurora è la sorella -della notte, così nel citato inno 123º vien ricordata quale sorella -di _Varuna_ e di _Bhaga_ (_bhagasya svasâ varunasya g'âmir_). Abbiamo -finqui dunque il sole padre dell'aurora, come quello che è supposto -mandarla fuori innanzi a sè; il sole fratello dell'aurora, come quello -che appare quasi contemporaneamente con essa: ma il sole appare ancora, -rispetto all'aurora, in due altri aspetti, come sposo e come figlio. -A Varuna essa concede solamente le sue lusinghe e gli reca danno; al -sole, a Mitra, essa invece aggiunge forza, potenza, splendore; perciò -un inno del _Rigveda_ (III, 61), forse con un po' di giuoco di parole, -la chiama _mahî mitrasya varunasya mâyâ_ (accrescitrice di Mitra,[10] -di Varuna ingannatrice.) Da quella che accresce il sole, alla madre -del sole è lieve il passo; l'inno 113º del I libro del _Rigveda_ ci fa -sapere che l'aurora generata per produrre il sole, ebbe dalla notte -la _yoni_ o _vulva_ necessaria per quella produzione (_yathâ prasûtâ -Savituh savâya eva râtrî Ushase yonim arâîk_); qui ancora abbiamo un -piccolo giuoco di parole, come chi dicesse in italiano _generata per la -generazione del generatore_. - -Così l'aurora è essa stessa generata e generatrice, figlia e madre -del sole; nè solo figlia e madre del sole, ma anche figlia e madre del -cielo luminoso, ossia della luce; _svâr g'anantî_, ossia _generante il -cielo luminoso_, l'appella perciò l'inno 61º del III libro del Rigveda. -E poichè abbiamo detto che il cielo luminoso è la sede degli Dei, non -reca meraviglia il trovar l'aurora _la generatrice del giorno che si -schiara o primo giorno_ (_g'anatî ahnah prathamasya_; _Rigv_., I, 125), -chiamata non solo l'apportatrice degli Dei, ma anche la madre degli Dei -(_mâtâ devânâm_; I, 113), che sono per noi le forme animate del cielo -luminoso. Ma, oltre il sole fratello, il sole marito, l'aurora ha pure -degli amici; questi amici suoi del cuore sono i due fratelli Açvin -(così l'Elena ellenica trovasi congiunta coi Dioscori); l'inno 52º del -IV libro del _Rigveda_ ce lo dice in termini espliciti: _l'aurora fu -la compagna_ (od _amica_) _degli Açvin_. Noi abbiamo già veduto come -gli Açvin, con atto gentile e cavalleresco, abbiano fatto salire sul -loro carro la bella aurora, perchè potesse vincere la corsa ed arrivare -prima alla mèta. Ora con questo episodio è probabile che se ne debba -congiungere un altro, vedico ancor esso. Noi vedemmo già di che sorta -lusingatrice fosse l'aurora per i poeti vedici; e quell'epiteto di -_bhuvanasya patnî o sposa del mondo_ che un inno le dà, ci fa nascere -il sospetto che il marito legittimo dell'aurora se ne sia offeso, ed -abbia preso dispetto contro la troppo lusinghiera sua consorte. L'inno -79º del V libro del _Rigveda_ invita l'aurora ad apparire, a non -distendere troppo lungamente la trama dell'opera sua, perchè non venga -il sole ad abbruciarla come si abbrucia un ladro nemico. La strofa è -molto caratteristica, per la notizia che ci dà di un uso poco civile -di quell'età primitiva; ma è importante anche, perchè ci permette di -sospettare la ragione probabile di un atto brutale commesso dal Dio -Indra nel _Rigveda_, a danno dell'aurora. Indra non fu già marito -dell'aurora; eroi del carattere d'Indra non possono pigliar moglie -stabile; ad Indra non ispiacciono punto le donne, anzi è per cagione di -esse ch'egli viene finalmente sbalzato dall'Olimpo; ma ei non si lega -con alcuna Dea o donna mortale, con patto eterno; è vago di avventure, -si compiace di belle forme, e sa anche, in qualche occasione, mostrare -un cuor tenero. Nell'inno 80º dell'VIII libro del _Rigveda_ appare in -relazione con Indra una fanciulla di nome _Apâlâ_, che io sospetto -essere la nostra aurora. L'aurora della sera si fa brutta, ossia si -oscura nella notte; è Indra che compie il miracolo di ritornarla bella, -passandoci sopra, dopo essere stato pregato da lei, dopo avere inteso -il voto della pia fanciulla discesa alla fonte per attingere acqua, -affinchè il _Soma_ od _Indu_, o l'ambrosia (lunare) in essa trovata, -scorra verso Indra sempre avidissimo del _soma_ ambrosiaco; Indra, -passando tre volte, con la ruota, col carro, col timone sopra di essa, -ossia sopra la testa, sopra il petto, sopra il basso ventre di lei, -ne leva via la pelle orrida e scura, e purificandola in tal modo, le -dà una pelle aurea (_apâlâm Indra trish pûtvy akrinoh sûryatvac'am_). -Qui Indra appare come benefattore della fanciulla aurora; ma bisogna -aggiungere ancora come questa fanciulla si mostra vergine, semplice, -pia e debole. Ma, quando l'aurora ardisce, come guidatrice di carri e -di cavalli, emulare i guerrieri, e ribellarsi forse al potere stesso -d'Indra, il guerriero per eccellenza, e contrastargli indomita, questa -prima forma d'Amazzone offende il belligero Indra, che pone, come -Teseo, come Siegfried, tutto il suo orgoglio nel vincere la fiera -virago. Indra che squarcia le tenebre, Indra che squarcia le nuvole, -non pare così potente come Indra che caccia dal cielo gli splendori -talora malefici dell'aurora, rovesciandone e spezzandone il carro. I -Greci trasportarono il mito del guidatore di carri che cade nel fiume, -dall'aurora al sole Fetonte. Nel _Rigveda_ è il carro dell'audace -aurora che, per la forza d'Indra, è precipitato. «Allora, o Indra -(canta l'inno 30º del IV libro del _Rigv_.) tu hai compiuto un atto -eroico e virile (_vîryam Indra c'akartha paunsyam_), quando colpisti -la figlia del cielo, la donna malefica; l'aurora figlia del cielo -grandeggiante tu, Indra il grande, abbattesti; dal rotto suo carro -l'aurora fuggì spaventata, quando il potente Indra lo spezzò. Quel -carro di lei giace intieramente disfatto e sconnesso; ed essa fuggì -lontano.» Un altro inno del X libro del _Rigveda_ (X, 138) ci fa sapere -che Indra compì quell'impresa col fulmine; e che l'aurora, per lo -spavento del fulmine distruggitore d'Indra, si allontanò dal proprio -carro. Qui il mito incomincia a diventare leggenda eroica; ed un mito -concatenandosi con l'altro, si disegna forse nello stesso _Rigveda_ -una specie di romanzo epico; poichè, quando gli Açvin pigliano sopra -il loro proprio carro l'aurora che ha fretta di arrivare, le usano -probabilmente quell'attenzione cortese, oltre che per naturale simpatia -ed analogia, perchè l'aurora ha perduto il proprio carro distruttole -da Indra, del quale gli Açvin come i Marut sono talora i compagni, -ma qualche volta anche gli emuli. Un inno dice che l'aurora appare, -quando gli Açvin aggiogano il loro carro. Ma, se la leggenda mitica -si complicò, l'origine del mito dev'essere stata semplicissima. Come -l'aurora, nel maggior numero de' suoi osservatori, desta un senso di -grata meraviglia, così nell'infanzia della nostra stirpe potè ad alcuni -osservatori inspirar terrore. Noi stessi, i quali diciamo per lo più -che il rosso di sera lascia sperare il bel tempo pel giorno seguente, -diciamo ancora qualche volta che il rosso di sera è segno di sangue, e -che annunzia guerra. Qual meraviglia, che nella prima età patriarcale -quell'aurora che gl'Inni vedici chiamano così spesso _grandeggiante_, -paresse voler minacciare di occupar sinistramente, come una strega -perversa, tutto il cielo? Come nell'aurora vespertina vedremo nascere -la fucina di Vulcano, così nell'aurora, specialmente nella vespertina, -si dovette vedere alcuna volta una fata maligna, una selvaggia e -sinistra virago, che, nel bisogno di pioggia, prometteva invece giorni -sempre sereni, e apportava nuova siccità sopra la terra, e benedirsi -perciò il potere d'Indra pluvio, che, fulminando, si scatenava nella -tempesta, cacciando dal cielo le troppo ardenti aurore. - -4. _L'aurora dea. L'aurora sinistra_, nata specialmente dall'aurora -vespertina, ha la sua importanza nel mito; poichè, per essa, si possono -spiegare le Elene argive, le Amazzoni, le Medee, le Crimildi, e simili -tipi di donne, belle di bellezza terribile e fatale. Ma nell'aurora -vespertina non si vide solamente la fucina del negromante, e la donna -perfida e funesta, ma ancora, come vedremo, la porta del regno de' -beati, de' morti maggiori, dove le anime de' morti cercano, morendo, -il sole; onde, con pensiero tutto gentile e poetico, un poeta vedico -(_Rigv_., VII, 76) immaginò che le anime dei poeti vedici anteriori -fossero andate a rintracciare la luce nascosta, per farla risuscitare -nell'aurora mattutina. E l'aurora alla sua volta, che abbiamo già -conosciuta come madre degli Dei, chiamati perciò _usharbudhah_, ossia -_risvegliantisi con l'aurora_, oltre le qualità ch'essa ha comune con -altre divinità come liberale, splendida, benefica, ha pure come sua -facoltà speciale quella di far muovere, quella di _risvegliare_; essa -è la _bodhayantî_, ossia la _risvegliante_ per eccellenza. E poichè -dalla radice _budh_, «risvegliare,» nacque ugualmente la _bodhayantî_, -ossia _la risvegliante_ e la _buddhi_, ossia _la intelligenza_, ecco -nell'aurora vedica mattutina (e poi, per somiglianza di fenomeni, nella -primavera) che diffonde la luce, che vede tutto, perchè scopre con la -sua luce tutto, che sveglia; ecco, io ripeto, disegnarsi vagamente, -presso la bella aurora una _Venere_, presso l'aurora eroica una -_Pallade_, e finalmente un _Athênê_ o _Minerva_ nell'aurora luminosa -e illuminante, svegliata e risvegliante, sollecitamente operosa e -ridestante dal sonno i mortali all'opera sollecita, come dice l'inno -vedico, e sospingente ciò ch'è vivo a muoversi. - - - - -LETTURA QUARTA. - -IL SOLE. - - -Quando si parla ne' giorni nostri di mitologi, voglionsi essi -rappresentare come una specie di sognatori bizzarri, aventi certa loro -idea fissa che il sole sia il Dio unico, il Dio universale, in cui si -confondono, da cui partono, a cui ritornano tutti gli Dei. Niente di -più inesatto e d'ingiusto che un tale giudizio, nato forse dall'avere -inteso come il Dupuis, in un'opera più citata che letta, sul fine del -secolo passato, interpretasse tutti i miti col sistema solare, il che -non è neppure assolutamente vero pel Dupuis, e dalla falsa credenza che -i moderni Mitologi comparatori non abbiano altro oggetto, se non quello -di dimostrare il sistema solare in tutte le mitologie, aiutati nella -comparazione dai sussidii della filologia. - -Certamente il tentativo del Dupuis non è punto dispregevole, e, per -quanto il difetto di metodo scientifico e la esagerazione sistematica, -alla quale il mitologo francese, uscito dalla scuola scettica -dell'Enciclopedia, portò il proprio sistema, abbia screditato il libro, -non si può negare al Dupuis il merito d'avere, con molto ingegno, -intuito la verità fondamentale dell'odierna scienza della mitologia, -che cioè non solo la natura fisica, ma particolarmente la celeste, -ne' suoi aspetti _animati_, abbia prodotto i miti. Ma, chi credesse -che gli odierni Mitologi comparatori derivano l'origine di tutti i -miti dal sole, commetterebbe lo stesso errore, nel quale incorsero -alcuni critici contemporanei, i quali, per aver veduto il professor -Max Müller studiare particolarmente gli Inni vedici riferentisi -all'aurora e rilevarne pertanto i miti che si riferiscono ad essa, -sentenziarono che la mitologia comparata non vede nel mito se non -aurore; per aver visto come il professor Adalberto Kuhn, secondato -dal Mannhardt, studiasse specialmente gli Inni vedici, ne' quali -si rappresentano i fenomeni naturali del cielo ventoso, nuvoloso, -tonante, fulminante, sentenziarono che la mitologia comparata vede -solamente nel mito nuvole, lampi, fulmini e tuoni. Per questo errore -di raziocinio si calunniarono i nostri studii come capricciosi, quasi -che, nella interpretazione mitologica, ciascun mitologo abbia la sua -idea ristretta, secondo la quale disfà tutto il lavoro intrapreso -da' suoi predecessori per rimettere sul telaio un'opera nuova. Senza -dubbio, ogni mitologo può avere i suoi miti prediletti, e, per tale -predilezione, lasciar loro invadere alcuna volta il campo che non -appartiene più accertatamente ad essi; ma esagerare la propria idea -simpatica non vuol già dire negare le idee ad altri simpatiche. Ora, -in questo studio, nel quale tutto ciò che si manifesta d'essenziale -presso la mitologia vedica vorrei vi fosse dimostrato, spero non -meritare l'accusa d'avere trasportato i miti molteplici fuori del loro -proprio campo, sì che vi riesca non solo possibile, ma necessario il -persuadervi come la mitologia comparata all'infuori della sua tèsi -generale che i miti primordiali s'abbiano a spiegare nel cielo, non -permette ad alcun mitologo l'arbitrio di rappresentarla tutta con un -solo ordine di rappresentazioni de' fenomeni naturali. Noi abbiamo -veduto fin qui il Dio cielo e la Dea aurora; oggi vedremo il Dio -Sole; in seguito ci appariranno il Dio Luno o la Dea Luna, il Dio -fuoco, il Dio vento, la Dea acqua, come si raffigurarono dagli antichi -nostri fratelli Arii nel cielo. Voi vedete dunque che per noi il mito -elementare, sebbene appaia sempre nel cielo, non è uno solo; che per -noi la mitologia non si spiega con un solo fatto, con un solo fenomeno -celeste, e che non siamo, per conto degli Autori dei più antichi Inni -vedici, idolatri d'alcuna forma speciale del cielo, ma che sentiamo -anche noi e ricerchiamo negli Inni vedici, espresso con poetiche -immagini, le quali divennero miti, tutto l'entusiasmo provato innanzi -alla magnificenza e varietà degli spettacoli della natura animata, e -specialmente della vôlta celeste, la quale, sfuggendo più alla nostra -analisi, dovette maggiormente accendere la nostra immaginazione. - -Ma, poichè tra le forme celesti, la più splendida, abbagliante, -animata, potente, benefica è sicuramente il sole, nessuna meraviglia -che l'aurora annunziatrice, apportatrice del sole, e il sole stesso -abbiano svegliato i primi inni lirici dell'uomo poeta. La lingua -sanscrita conosce niente meno che mille appellativi del sole, i quali -si trovano raccolti insieme in uno speciale catalogo indiano.[11] -Questa abbondanza di appellativi è una prova evidente dell'attenzione -che fu nell'India prodigata al sole; alcuni di essi confondonsi con -quelli del Dio Vishnu, ch'ebbe ancor esso, come vedremo, l'onore di -ricevere mille appellativi sanscriti. Noi non possiamo, occupandoci qui -di sola mitologia vedica, considerare singolarmente quegli appellativi; -ma ho voluto richiamare l'attenzione vostra sopra la loro ricchezza in -generale, perchè non vi rechi meraviglia l'intendere che il sole negli -Inni vedici è celebrato con parecchi nomi, ma specialmente con quelli -di _Sûrya_, il sole per eccellenza; _Savitar_, il sole generatore; -_Pûshan_, il sole nutritore; _Bhaga_, il sole benefico e venerando -(osservo, per incidente, come il corrispondente slavo di questa parola, -_bog_, servì ad esprimere il nome di _Dio_). A questi quattro nomi -solari vedici si potrebbe aggiungere ancora quello di _Mitra_, che -ora appare il cielo diurno, ora il reggitore del cielo diurno, del -giorno, ossia il sole. Altri nomi vedici del sole sono: _Aryaman, -Vivasvat, Daksha, Ança, Dhâtar, Varuna, Indras_, che rappresentano -pure il sole in momenti diversi. Tutte le forme del sole sono poi -chiamate col nome complessivo di _Âdityâs_, ossia di _figli di Aditi_, -in questo caso, il cielo; e poichè il sole o il cielo luminoso può -essere compreso secondo il vario modo di osservarlo in un numero -diverso di forme, così gli _Âdityâs_ ci appaiono negli Inni vedici ora -sei, ora sette, ora otto, ora finalmente dodici, e, come tali, furono -più tardi preposti a reggere singolarmente i singoli mesi dell'anno, -dopo avere probabilmente presieduto alle ore o stazioni del giorno. La -essenza degli _Âdityâs_ è la luce dell'Aditi celeste. Moltiplicatasi -l'Âditya per eccellenza, il cielo luminoso nei suoi diversi momenti, -per dodici, diventò pure probabilmente un genio reggitore delle ore, -come di poi certamente un genio reggitore dei mesi; ma, in origine, -l'Âditya dovette essere un solo, il cielo diurno, il sole reggitore -del cielo diurno, a cui s'oppose il cielo notturno, il reggitore del -cielo notturno: l'_Âditya_, il sole reggitore del cielo diurno, fu -chiamato _Mitra_, ossia l'amico; l'_Âditya_, reggitore speciale del -cielo notturno, fu chiamato _Varuna_. Ma _Varuna_ è propriamente una -personificazione del cielo; e perchè nella notte, sebbene il sole -si ritiri, il cielo appare sempre, risplende sempre, anche se non vi -sia la luna, Varuna è l'_indestruttibile_, ossia quello che risplende -sempre, rimanendo al suo posto. Egli fu quindi, come reggitore perenne -del cielo, assunto a personificare tra gli Dei la maestà regia, -immobile nel suo splendore; a comprendere la qual personificazione -non dobbiamo certamente figurarci l'abito disinvolto e democratico de' -nostri Re costituzionali, ma trasportarci col pensiero al cerimoniale -delle reggie orientali, nelle quali il Re, coperto di ori e di gemme, -seduto sopra il suo trono d'oro, sotto un padiglione tempestato di -gemme, si ammirava e s'ammira ancora in ragione della sua splendida -immobilità. Per questa ragione, il cielo nel suo splendore diurno e -notturno, ma specialmente notturno, in cui le stelle rappresentano le -gemme del regio paludamento, preso il nome di _Varuna_, rappresentò -la solenne maestà e potestà regia fra gli Dei immortali; e come -eternamente immobile è naturalmente Âditya, ossia figlio dell'eterna -immobile, figlio di Aditi, la vôlta celeste. Degli Âdityâs adunque -ne abbiamo due essenziali: _Mitra_, il cielo amico, l'amico, che si -riferisce particolarmente al giorno, e, come reggitore del giorno, -si confonde col sole; _Varuna_, il cielo, che persiste anche nella -notte, e che perciò si rappresenta spesso, in opposizione a Mitra, come -speciale reggitore della notte. Dal cielo il re Varuna, abbracciando -i tre mondi (la vôlta celeste fa veramente questo, nella sua forma -convessa), lancia nell'aria il sole d'oro; fa col suo alito muovere i -venti, ha la sua casa d'oro nelle acque, impera sulle acque dell'oceano -celeste, ed è chiamato egli stesso un oceano occulto e talora pure -figlio delle acque; sprigiona le acque, le quali corrono sempre al -mare e non lo riempiono mai; manda giù la pioggia, e in questa qualità -di signore del cielo concepito come oceano celeste divenne più tardi -il signore dell'oceano terrestre (fu già comparato a Varuna, l'Οὐραός -di Esiodo); fa apparire e scomparire la luna e le stelle; vede e -accompagna ogni cosa, gli uccelli nel volo, i naviganti sul mare, -il vento che spira; egli conosce i misteri e li svela nascondendoli -ai soli perversi, ossia ai mostri demoniaci; possiede mille rimedii -contro i mali, e il male allontana; castiga i cattivi; concede e ritrae -i suoi favori; prolunga o toglie la vita legando ne' suoi vincoli -i mortali, nella quale facoltà di copritore, di legatore, egli si -confonde pure col funebre Dio Yama. Nella vista de' beati Yama e Varuna -spera il moribondo, poichè entrambi sono guardiani dell'_amr'ita_, -ossia dell'ambrosia, dell'immortalità; egli attira al cielo, ossia a -sè l'anima del devoto trapassato, non permettendo ch'essa entri e si -strugga col corpo nella terra; e i messaggieri ch'esso, al pari di -Yama, manda alla terra hanno mille occhi. Queste sono le qualità e -le funzioni principali del Dio Varuna. Evidentemente noi abbiamo qui -descritte le virtù attrattive attribuite alla vôlta celeste, ben più -che non ci sia concesso di vedere una distinta persona divina. Varuna -è quasi immobile come il cielo tranquillo che rappresenta; il cielo -tonante non lo riguarda; esso è dominio particolare del Dio Indra. -Un inno ci dice ch'ei _va nelle acque_, ma il maggior numero degli -inni ce lo presenta che sta nelle acque, che le aduna, le fa muovere, -stando fermo esso stesso, qualità che lo ravvicina particolarmente -a Brahman, col quale, come vedremo, ha identica natura celeste. -Il dottissimo signor Muir osserva giustamente che gli Inni vedici -non ci presentano _Varuna_ sposo di _Pr'ithivî_, come la mitologia -ellenica ci offre Οὐραός sposo di Γαῐα. Ma la ragione è che il μεγας -Οὐραός di Esiodo è un equivalente non solo di Varuna, ma della vedica -_Pr'ithivî_, la distesa, l'ampia vôlta celeste, come _Varuna_ è -etimologicamente il velatore, il copritore. Quanto al passaggio di -_Varuna_, rappresentante del cielo, in reggitore per eccellenza, -in Re de' celesti, parmi potersi pure confermare per un equivoco -del linguaggio. Nella lingua vedica, _rag'as_ è l'aere luminoso, il -cielo lucente, dalla radice _rag'=arg'_ che vale _splendere_; come si -suppongono tre cieli luminosi, ossia tre _dyâvas_, tre _rocanâs_, così -rappresentaronsi tre _rag'ân'si_, sopra i quali il Dio Varuna impera; -e come vedemmo insieme uniti in un duale _Dyu_ e _Pr'ithivî_, così -troviamo rappresentate al duale due _rag'asî_, ossia il cielo diurno -e il cielo notturno; nel vero, la stessa lingua vedica ci offre la -parola rag'as come sinonimo della notte. _Varuna_ velatore, Varuna -signore del cielo, Varuna signore della notte, equivalgono a Varuna -_rag'aspati_ (come tale identificato pure con Indra _divaspati_, e, -per _divaspati_, necessariamente, come vedremo, col _divaspati_ per -eccellenza, che è _Brahman _ossia _Brahmanaspati_; onde potremmo -stabilire queste due proporzioni _Varuna=Dyu_; e _Divaspati_ sta a -_Dyu_ come _Brahmanaspati_ sta a _Brahman_). Ma Varuna rappresentante -il _rag'as_, ossia il cielo luminoso, e poi specialmente il cielo -notturno tempestato di stelle (_rag'anî _è uno degli appellativi più -comuni sanscriti della notte); la notte è ora chiamata la luminosa, -ora la scura; la radice _var_ che vale _coprire_, forma pure la parola -_varn'a_ che vale _colore_; e la forza espansiva delle radici _rag'_ -e _arg'_ fa sì che la parola _rag'as_ che vale _il luminoso_, valga -pure _lo scuro, il sudicio, la polvere_; così _Varuna_, il velatore -luminoso, diviene anche il velatore per mezzo della tenebra, e finisce -per confondersi col tenebroso _Yama. Yama_ significa propriamente -l'_infrenatore_, quello che raccoglie i freni, che attira a sè i -raggi luminosi del sole, che lega ne' suoi freni il mondo de' viventi; -_Varuna_ copritore e luminoso, _Varuna rag'as_, e _rag'aspati_, divenne -probabilmente ancora, per una facile confusione tra le radici _rag'_ -«splendere» e _râg'_ «reggere,» il reggitore, il Re per eccellenza, il -_rag'an_ degli Dei, dei tre mondi, beato insieme col re _Yama_, che ci -ritorna nel persiano re _Yima_. Perciò Varuna è pure fatto apparire -come Yama, verso la sera, sopra la montagna, donde esercita la sua -virtù attrattiva. Al re Yama consacreremo un'attenzione speciale. -Di Varuna toccammo passando, poichè all'infuori della sua persona -regale egli non ha una figura mitica molto distinta e caratteristica, -confondendosi egli ora con Yama, ora con Dyu e con la Prithivî, ora -con Indra. Ne toccammo qui, perch'egli ci appare per lo più negli -Inni vedici, o in opposizione o in compagnia di Mitra, figura mitica -solare che rimase alquanto pallida negli Inni vedici, ma che doveva -poi pigliare nell'iranico Mithra le proporzioni di un Dio massimo. -Come Varuna rappresenta particolarmente il cielo notturno, così Mitra -il diurno, ossia il giorno, e l'astro del giorno. Essi sono le due -forme principali della materna loro Aditi, insieme con la quale vengono -invocati per esser liberati dal male. Anche il vedico Mitra è nel 59º -inno del III libro del _Rigveda_ chiamato col nome di _Re sapiente_, e -di proprio e caratteristico che lo distingua dal suo compagno Varuna -reggitore, non ha altro se non il suo potere di evocare, eccitare -le creature al moto e di portare da sè solo tutti gli Dei (_sa devân -viçvân bibhartti_). Mitra e Varuna si associano talora un terzo Âditya, -_Aryaman_, il venerando compagno, che nelle nozze de' celesti sostiene -la parte di Procolo. Probabilmente esso è il sole invecchiato sul fine -del giorno, che si pone fra Mitra, il reggitore del giorno e Varuna, -il reggitore della notte. Egli si identifica con _Bhaga_, il venerando -benefico, che nell'_Atharvaveda_ appare pure come mediatore di amori e -di matrimonii, e il cui proprio tempo, secondo il _Taittiriyabrâhmana_, -è nelle ore dopo mezzogiorno, e secondo il _Nirukta_, precisamente -innanzi al tramonto. La benedizione dei vecchi è detto portar fortuna; -perciò il sole barbogio, il sole _Aryaman_, il sole _Bhaga_, il sole -venerando porta _fortuna_ e _benessere_. Anzi la parola _bhaga_ si dà -già nel _Nâighantuka_ tra i sinonimi di _benessere, fortuna, ricchezza_ -(_bagat _in lingua russa è il _ricco_, e _bagatsva_ la _ricchezza_). -Secondo una leggenda vedica, Bhaga fu acciecato; precisamente quello -che avviene al sole sul fine del giorno, il quale ritira i suoi raggi -luminosi e s'accieca; il biblico Sansone è pure acciecato, quando gli -vengono tagliati i capelli. E cieca si rappresenta pure la fortuna; -e però ancora l'uso di bendar gli occhi al fanciullo che deve trarre -a sorte la buona fortuna; e il giuoco fanciullesco della _mosca -cieca_, che in origine era un giuoco nuziale (la sorte, il cieco fato, -l'auspicio deve far eleggere lo sposo o la sposa), è anch'esso una cara -e preziosa reminiscenza di quel Procolo vedico, il vecchio cieco Iddio -_Aryaman_ o _Bhaga_ o _Fortunio_, che doveva farsi promotore delle -nozze celesti. - -Il sole è tuttavia più frequentemente negli Inni vedici rappresentato -nelle sue qualità di _Pûshan_ o nutritore, di _Savitar_ o generatore, -e di _Sûrya_ o sole propriamente detto, come luminoso e celeste (_svar, -svarga_ valgono il cielo splendido). - -Esaminiamo ora queste singole forme. - -_Pûshan_, il nutritore celeste, è chiamato con gli appellativi di -_paçupâ_, guardiano del bestiame, di _purûvasu _o ricchissimo, di -_vâg'in_ o fornito di cibi, di _viçvasaubhaga _o arrecante tutte -le benedizioni, di _mayobhû _o benefico, di _mantumat_ o ricco di -consigli, di _viçvavedas _o sapiente, di _çakra, tura, tavyas, -tuvig'âta_[12] o forte, potente. Un inno vedico invoca _Pûshan_ -insieme con _Bhaga_, che abbiamo già detto essere il sole prima del -tramonto; altri inni ci mostrano Pûshan congiunto con Soma, il Dio Luno -(_Soma-Pûshanau_ sono chiamati insieme al duale). _Aryaman_ e _Bhaga_ -sono i promotori del matrimonio della celeste fanciulla _Sûryâ_; -di _Pûshan _è detto nell'inno nuziale vedico ch'egli deve pigliar -per la mano e menar via la sposa _Sûryâ_, della quale in altri inni -(_Rigv_., VI, 55; VI, 58) egli è detto fratello ed amante. Ma, poichè -il _Rigveda_ stesso ci mostra _Pûshan _in congiunzione con _Bhaga_ -e ci dice che _Bhaga_ è il fratello dell'aurora, e poichè ci siamo -persuasi che _Aryaman_ e _Bhaga_ rappresentano il sole prossimo al -tramonto, dobbiamo supporre che _Pûshan_ ci rappresenti il sole stesso -nel tramonto, e che la sposa celeste, la bella fanciulla _Sûryâ_, della -quale egli appare ora fratello ed amante, ora conduttore presso il -legittimo sposo di lei, non sia altro se non l'aurora vespertina. Altri -indizii m'inducono a riconoscere in _Pûshan_ il sole nel tramonto; -tale la sua qualità specialissima di proteggitore de' viandanti, dei -viaggi, delle vie, o _pathaspati_; nell'ora del giorno che intenerisce -il cuore ai naviganti, anche i viandanti sulla terra vedono con pena -tramontare il sole; gli ultimi raggi del sole illuminano la via de' -reduci e ne fanno affrettare il passo; la preghiera che fa tuttora -verso il tramonto del sole il pastore arabo, ci può dar luce per meglio -comprendere il mito di _Pûshan_ proteggitore de' viandanti. - -E, verso sera, coi viaggiatori, rientrano pure nelle loro dimore dai -pascoli diurni i bestiami; _Pûshan_ è pure _paçupâ_, ossia _protettore -di bestiami_, è anzi egli stesso pastore, e tiene in mano uno stimolo -come i pastori; con esso, egli fa rientrare nella stalla celeste il -suo roseo bestiame rappresentato dall'aurora vespertina; quando quello -stimolo celeste appare, esso invita i mortali alla preghiera, quindi -il nome caratteristico e per noi pittoresco dato a quello stimolo -(_ârd_) di _brahmac'odâni_, ossia _risvegliante la preghiera_. Quando -il pastore celeste _Pûshan_ adoperava il proprio stimolo divino per -spingere nella stalla il suo bestiame celeste,[13] il pastore della -valle del Kaçmîra stimolava il proprio bestiame al ritorno; ma, prima -di stimolare il gregge, volgevasi indietro, verso Occidente, per -salutare il sole al tramonto, per pregare il pastore divino, affinchè -il proprio gregge, il proprio bestiame prosperasse, e perchè nella -notte paurosa non gli avvenisse alcun sinistro, il lupo ne stesse -lontano (_yo nah Pûshan agho vr'iko duhçeva âdideçati apa sma tvam -patho g'ahi; Rigv._, I, 42), ed il ladro e il bestiame e i pastori -potessero trovare una dimora: «Con Pûshan (canta un inno: _Rigv_., -VI, 54) possiamo noi trovare quelle dimore ch'egli prescrive; eccole, -egli dica soltanto.» Quanta ingenuità di poesia descrittiva in queste -poche parole! Come poi _Pûshan _stimolante il bestiame nelle stalle -celesti faciente rientrar nelle stalle i divini cavalli solari è _lo -stimolatore_ per eccellenza, gli fu dato l'appellativo di _ag'âçva_, -parola il cui significato primitivo sembrami abbia dovuto essere -quello di stimolatore, spingitor de' cavalli (nell'inno 54º del VI -libro del _Rigveda, Pûshan_ è specialmente invocato dal devoto, perchè -gli protegga, gli custodisca le vacche ed i cavalli). Nato questo -appellativo di una composizione men regolare, da riscontrarsi pel suo -significato col vedico _açvahayo rathânâm_, che occorre precisamente -in un inno a _Pûshan_ (_Rigv_., X, 26):[14] è molto probabile che, -perdutasi la prima immagine poetica, siasi interpretato il composto, -secondo il suo valore grammaticale più comune, e siasi veduto in _ag'a_ -l'agile _capra_, in _açva_ il _cavallo_, e spiegato quindi l'intero -appellativo di _Pûshan ag'âçva_ come l'avente per cavallo una capra -o capre, ossia tirato da capre. Perciò, nello stesso inno 55º del VI -libro, ove _Pûshan_ è chiamato _ag'âçva_, si ricordano sull'ultima -strofa le capre che, aggiogate al carro del Dio, lo devono portare. -Ma, per me, quest'ultima strofa è ascitizia e ha più il carattere -di un commento che di una espressione spontanea ed originale. Bastò -tuttavia forse questa sola strofa perchè ritornasse altre volte negli -Inni vedici la stessa immagine, e, nata appena, si divulgasse nella -tradizione la credenza di un Dio Pûshan tirato dalle capre. - -Ma Pûshan non ha solo l'ufficio di guidare i viandanti della terra -alla loro dimora, di far rientrare, spingendoli, i bestiami nelle -loro stalle; egli spinge l'anima del sole moribondo nel regno de' -beati: _dhî'g'avana_, ossia _Pûshan_ e _Dhiyamig'inva_ o eccitatore -dell'intelligenza presso i viventi, _Pûshan_ sostiene pure la parte -di ψυχοπομπός, come fu già avvertito dai professori Roth, Max Müller, -e riferito pure dal Muir. Una parte dell'inno 17º del X libro del -_Rigveda_ dovea, secondo il professore Max Müller, recitarsi presso il -rogo, sul quale ardeva il cadavere del devoto trapassato. Rivolto al -morto, il sacerdote celebrante diceva: «Il sapiente pastore del mondo, -dal gregge immortale, _Pûshan_ di qua ti porti via, egli ti conduca fra -que' beati maggiori, ed _Agni_ fra gli Dei benigni. Una vita longeva -ti secondi; te _Pûshan_ guidi lontano; dove i buoni stanno, dov'essi -andarono, colà ti metta il Dio _Savitar_. _Pûshan_ tutte quelle sedi -conosce, noi confidenti conduca, benefico, rifulgente, avente tutte -le virtù, vigile, previdente, vada innanzi. _Pûshan_ è nato per andar -lontano, nel lontano _Dyu_, nella lontana _Prithivî_; entrambe sono -sedi amatissimi; egli arriva da esse, egli parte per esse.» - -Il Dio _Agni_ e il Dio _Soma_, secondo l'_Atharvaveda_, fanno le strade -(_Agnîshomâ pathikr'itâ_); ma il Dio che guida per quelle strade divine -è _Pûshan_: percorrendo quelle vie, egli, invocato, spinge fuori -il reggitore del cielo notturno, C'itrabarhish, simile a pecorella -smarrita. Il re _C'itrabarhish_ era nascosto nella caverna; _Pûshan_ lo -ritrovò (_Rigv_., 1, 23). Ora questo re _C'itrabarhish_ che _Pûshan_, -il sole che tramonta, fa venir fuori dalla caverna, dove il Re s'era -nascosto, non è altro che la luna, in sanscrito quasi sempre un -mascolino, il Re del cielo notturno. - -Quanto al nome di _C'itrabarhish_ può essere tradotto in vario modo, -secondo i varii significati che si possono attribuire alla parola -_barhish_; ma, qualunque di essi vogliasi eleggere, l'appellativo -composto può sempre convenire alla luna, ossia al Dio Soma o Indu, che -regge l'astro notturno. - -Difatto, nell'inno 40º del II libro del _Rigveda_, _Soma_ e _Pûshan_ -si trovano cantati insieme, come generatori delle ricchezze, generatori -del _Dyu_, generatori della _Prithivî_, come signori di tutto il mondo, -come fonte dell'ambrosia immortale, che abbiamo già finqui trovata -nella _Pr'ithivî_ e nell'aurora, ed ora ritroviamo in _Pûshan_, il sole -moribondo che si fa guidatore delle anime, in _Soma_, il Dio Luno sede -di beati immortali. _Pûshan_ risiede particolarmente nel _Dyu_, _Soma_ -nella _Prithivî_ e nell'aria; _Soma_ genera le creature, _Pûshan_ le -protegge. - -Ma di generatori nel cielo ve ne sono due: _Soma_, la luna, nella -notte; _Savitar_, il sole, nel giorno; perciò _Pûshan_ si congiunge -pure strettamente con _Savitar_, il sole generatore, il sole nel suo -più vago splendore: esso è quello _dagli occhi d'oro (hiranydksha), -dalle mani d'oro (hiranyapâni, hiranyahasta), dalle belle e grandi -mani (supâni, prithupâni), dai capelli biondi (harikeça), dalla bella -e dolce lingua (sug'ihva, mandrag'ihva)_; ha carro d'oro, cavalli -biondi od aurei, e veste una tunica color d'oro rosseggiante, e nasce, -secondo l'_Atharvaveda_, in acque tinte del color dell'oro (le acque -dell'aurora mattutina); manda innanzi a sè il bel carro degli Açvin, e -poi egli stesso si manifesta; sale e scende; il suo carro percorrendo -le vie celesti non fa polvere, egli illumina l'universo, seguito dagli -altri Dei che per lui sono immortali, dominatore delle acque e dei -venti, signore benefico, libera dal male e fa muovere tutti i viventi. -Da queste qualità caratteristiche di _Savitar_ riesce evidente che, -sebbene egli, sul fine del giorno, si ricongiunga con _Pûshan_ per -collocare nella sede dei beati le anime dei virtuosi defunti, il suo -dominio speciale è il cielo nello splendore mattutino e diurno. Egli -è detto nel _Yag'urveda bianco_ (citato dal Muir) risplendere sopra -la via dell'aurora. L'inno 139º del X libro del _Rigveda_ ci fa sapere -ch'ei si parte dall'Oriente. Come _Savitar_ o generatore, egli feconda -e accresce sulla terra la generazione, e fornisce i mortali di cibi e -di ricchezze; i devoti ne invocano specialmente la potenza generatrice. -All'infuori di questi caratteri generali, _Savitar_ nel _Rigveda_ -non ne ha altri; la sua personificazione si limita pertanto alla sua -manifestazione sopra un carro d'oro tirato da aurei cavalli, vestito -d'oro, con capelli, occhi e mani d'oro; a cui si aggiunge la sua -qualità di onniveggente, onnisapiente (_viçvaveda_), e di contenente -in sè tutti gli Dei (_viçvadeva_). Come generatore per eccellenza, -egli genera tutti gli Dei, e genera quindi pure sè stesso, col nome -comune di _Sûrya_ o sole. _Savitar_ genera _Sûrya_, ossia il generatore -produce il luminoso celeste. Perciò, sebbene _Savitar_ rappresenti il -sole, esso rappresenta poi in modo particolare il sole del mattino, -anzi, secondo i commentatori indiani, il sole prima d'apparire, cioè -quando si vedono soltanto i suoi raggi e non ancora il suo disco, -i suoi capelli, i suoi occhi, le sue mani, i suoi cavalli, il suo -carro d'oro e non ancora il sole stesso. Tale essendo _Savitar_ al -mattino, è probabile che quando il sole tramonta, e s'è già nascosto -col suo disco, ma lancia ancora nel cielo i suoi raggi, ritorni ad -essere _Savitar_, per collocar le anime raccomandategli da _Pûshan_ -nel regno de' beati; e come collocatore delle anime nelle sedi della -beatitudine, _Savitar_ s'identifica probabilmente con _Dhâtar_, che -significa _il collocatore_, _l'ordinatore_, ec. Officio particolare di -_Dhâtar_ è quello di porre il germe della nuova vita. Si congiunge egli -pertanto coi genii femminini che presiedono alla fecondazione della -donna; si considera come fondatore del matrimonio e della famiglia, -e si associa volentieri con _Aryaman_ promotore di matrimonii, con -_Tvashtar_ artefice di tutte le forme, con _Prag'âpati_ il signor della -progenitura, con _Savitar_. Così finora abbiamo veduto gli _Âdityâs_ -divisi secondo le varie funzioni che essi hanno, come soli, nel giorno; -ci resta ora a considerare il sole stesso nella sua più generale -comprensione ed attività celeste, sotto il suo nome di _Sûrya_. - -_Sûrya_, ch'è uno degli _Âdityâs_, ossia uno dei figli della Aditi come -vôlta celeste, è pure chiamato _figlio di Dyu_, ossia del cielo (_Divas -putra_), come l'aurora è chiamata _duhitar Divas_, ossia _figlia del -cielo_. Evidentemente dunque _Sûrya_ è fratello dell'aurora, come -abbiamo già veduto esserle fratello _Bhagas_. Ma, come abbiamo già -osservato, l'aurora non appare soltanto qual sorella del sole, sì -ancora quale sposa (nessuna meraviglia adunque che il sole _Pûshan_ -essendole fratello desideri farla sua sposa nel cielo vespertino) e -qual madre. _Sûrya_ è guidato su carro d'oro da sette aurati cavalli, -o cavalle che si congiungono da sè; altri _Âdityâs_ lo precedono; e -_Pûshan_ col suo stimolo d'oro gli serve da messaggiero. Come abbiamo -veduto _Savitar_ il sole mattutino riapparire la sera, così qui vediamo -lo stimolatore _Pûshan_ vespertino riapparire col suo stimolo al -mattino, prima che _Sûrya_ appaia. - -Tra _Savitar_ e _Pûshan_ vi è qui dunque una lieve differenza, appena -percettibile. È un minuto appena che li separa: _Pûshan_ apre la via a -_Sûrya_; _Savitar_ lo fa passare. _Pûshan_ il raggio allungato del sole -fu rassomigliato ad uno stimolo d'oro; e _Savitar prithupâni_, ossia -dalle mani larghe, porta fuori _Sûrya_, ossia lo genera nel suo pieno -disco. E il disco rassomigliato ad un occhio ciclopico fece chiamare -_Sûrya, l'occhio di Mitra e di Varuna_, equivalente all'occhio del -cielo, all'occhio di _Dyu_, all'occhio divino. Come _Savitar_ contiene -e precede gli Dei, così _Sûrya_ è celebrato qual divino preposto -degli Dei, fornito di tutte le qualità divine (_viçvadevyavant_) e in -ispecie della potenza di creare ogni cosa, di artefice universale, di -_viçvakarman_, che appartiene pure ad Indra e a Tvashtar. Ma, poichè -_Sûrya_ non arrivò mai, con quel nome, a pigliare una persona mitica -importante, la sua gloria fu spesso oscurata nell'Olimpo vedico, e -quasi tutti gli Dei si diedero il merito d'averlo creato, anzi che -ammettere di essere stati creati da esso; anzi tutti insieme si vantano -d'averlo collocato nel cielo, di averlo scoperto, mentre era nascosto. -Ma vi ha di più. Vi rammenterete come l'Aurora, la poetica fanciulla -celeste, divenuta guidatrice di carri abbia provocato gli sdegni del -Dio Indra, il quale, per somma sua prodezza, si compiace d'averle fatto -in pezzi il carro. Un simile cattivo servigio rese pure il Dio Indra a -Sûrya, un vedico Fetonte, vincendogli e rompendogli una delle ruote del -suo carro. - -Ho cercato spiegare la ragione, per cui Indra pluvio non vuole più -lasciar vincere la corsa all'aurora, e le rompe col fulmine il carro; -l'aurora luminosa promette giorni ardenti, e, dove la terra ha uopo di -pioggie, appare malefica. Così il sole nella canicola sembra, all'uomo, -sinistro, come apportatore di siccità, dove i pascoli han uopo di -pioggie; Indra pluvio interviene, rallenta col fulmine il corso del -sole, rompendogli una ruota del carro. - -Altre distinte personificazioni del sole propriamente detto non -ci offrono gl'Inni vedici; e quelle che abbiamo riferite non sono -evidentemente abbastanza vive, perchè possa esserci lecito, dagli -Inni vedici al sole, disegnare i caratteri principali della mitologia -vedica. Conchiudiamo adunque che, se il sole ha fatto germogliare -alcuni miti vedici, molto più importanti sono i miti che si riferiscono -all'aurora, ne' quali s'incomincia a disegnare un principio d'epopea. - -Il sole come sole, nel suo massimo splendore diurno, il sole di -mezzogiorno non creò verun mito importante; la poesia lo canta -solamente, quando nasce misteriosamente, quando misteriosamente muore, -quando le nuvole di giorno o le tenebre della notte lo nascondono, -quando esso viaggia dalla sera al mattino, dall'Occidente all'Oriente i -mondi sotterranei ignoti; nel mistero il Dio piglia molte nuove forme -fantastiche, diviene Vivasvant, Yama, Tvashtar; il Dio si raddoppia e -una parte di esso assume aspetto demoniaco; il paradiso e l'inferno si -toccano, e in quel contrasto nasce la battaglia. Il ritorno del sole -luminoso nel cielo orientale lo fa rassomigliare ad un trionfatore, e -si festeggia però nel sole mattutino il vincitore dei mostri notturni, -il liberatore del male. Ma poichè egli sale nell'alto e non trova più -nella sua via celeste nessun ostacolo, il mito s'arresta, finchè non -si muove il Dio Indra a suscitare nel cielo il dramma delle tempeste, -a compiere nel cielo la sua battaglia, velando il sole. Allora il sole -si rianima col mito, ripiglia persona ora come nemico d'Indra che lo -avvolge di nuvole, ora come una vittima che le nuvole minacciano di -oscurare per sempre, sinchè non arriva Indra a squarciarle e liberare -il suo protetto. Il mito si crea certamente nella natura fisica, ma -esso ha bisogno per prodursi della illusione. Il sole che è alzato nel -cielo, che accompagna in silenzio l'uomo nei suoi lavori quotidiani, è -trattato dall'uomo con piena confidenza, è chiamato col nome di _Mitra_ -od _amico_; chè, se il Mithra iranico prese proporzioni solenni come -nume, ciò avvenne per aver egli servito specialmente a determinare -il sole nascente e il sole moribondo: il mistero del nascimento e -quello della morte ci fanno pensare: quanto alla vita medesima, essa -si vive; ma non si saluta se non quando essa arriva e quando si teme -di perderla. Il possesso della vita, l'ordine della vita rappresenta -l'ordinario continuo, e il mito per balzar fuori splendido ha d'uopo -dello straordinario istantaneo; legandosi, combinandosi poi tra loro -i miti nascono la leggenda mitica, l'epopea e la novellina popolare; -ma il mito per sè, nella sua prima origine, nella prima sua forma, -esprime una sola impressione rapida e fuggitiva. Quando noi studiamo il -Dio nella sua natura complessa, non abbiamo un solo mito, ma parecchi -miti che si sono ordinati ad una certa unità personale. L'arte greca -ha rappresentato con forme estetiche, perfette, queste unità; ma ogni -unità che forma il Dio armonico è preceduta dalle varie note mitiche -primitive, senza le quali non si costituisce alcun'armonia divina. -Gl'Inni vedici, ove abbiamo più spesso i miti isolati e dispersi, che -la persona divina in cui si confondono, non ci lasciano alcun dubbio -sopra l'origine primitiva degli Dei, nessuno dei quali è balzato fuori -completo in tutto il suo splendore; tutti invece si composero per il -successivo aggregarsi di molecole luminose fra loro simpatiche. Ogni -mito è per sè stesso una di queste molecole luminose. - - - - -LETTURA QUINTA. - -LA LUNA. - - -Nelle lingue di tipo greco e latino l'astro lunare divenne un -femminino; perciò le sue forme divine riuscirono Dee, secondo i varii -loro aspetti diversamente appellate, Selene, Artemis, Persefone, -Cinzia, Diana, Lucina, Proserpina. Tuttavia, presso il femminino -_Luna_ si conosce pure il mascolino _Lunus_. Nella lingua vedica -come nelle lingue di tipo slavo e germanico, la luna si rappresentò -invece specialmente come un mascolino, coi nomi di _Soma_, di _Indu_ -e di _Candra_ e forse pure di _Angiras_ e di _Manu_. Tuttavia, anche -negli Inni vedici, come dipoi frequentemente negli scritti sanscriti, -incontrasi esplicitamente la luna come un essere femminino. Questi -nomi sono _Anumati_, la propizia, una specie di Madonna delle Grazie, -la luna nella vigilia del plenilunio; _Râkâ_, la splendida, la luna -nel plenilunio; _Sinîvalî_, forse la cieca da un occhio, la luna -nella vigilia del novilunio, e _Kuhû_ o _Guñgu_ d'oscura etimologia -(quando non stia per un ipotetico _kubâhû_, al quale mi fa pensare -l'appellativo _Subâhû_ che trovo dato alla _Sinîvalî_ nel _Rigveda_; -come dubito che _guñgûr ya_ sia da correggersi nell'inno 32º del II -libro, anzi tutto in _gunguriryâ_, e _gunguris_ in _svañguris_ da -confrontarsi con _svañguris_ della strofa settima dell'inno citato). A -questi quattro femminini rappresentanti la luna è possibile che debba -pure aggiungersi l'appellativo _Aranyânî_, ossia _la silvestre, la Dea -silvestre_, che viene cantata nell'inno 146º del X libro del _Rigveda_, -e nella quale, ove l'identificazione reggesse, riuscirebbe facile il -riconoscere la Diana cacciatrice. La notte è la selva scura del mito, -piena di bestie feroci, che la luna deve con la sua luce cacciare. -L'inno vedico suona così: «O Aranyânî, o Aranyânî, che ti nascondi, -perchè non vieni nella tua dimora, poichè tu non temi? Aranyânî, -quando, al muggito del toro, il _c'ic'c'ika_ (il gufo?) risponde, come -allo strepito di timballi, correndo si avanza. Le vacche mangiano, -la casa s'illumina; nella sera Aranyânî scarica (ossia aiuta col suo -splendore a scaricare) i carri. Ecco l'uno chiama la sua vacca, ecco -l'altro spezza le legna; si crede che alcun essere abitante in Aranyânî -abbia chiamato. Aranyânî non uccide, se altri non si muova contro di -essa; dopo che s'è cibato del dolce frutto, ciascuno quindi si riposa -a suo piacere; io celebrai Aranyânî la madre delle belve, l'unica, -profumata, apportatrice di molti cibi, senza che essa abbia uopo di -arare.» - -Quando questa _Aranyânî_ madre delle belve (_mr'igânâm mâtar_) non -sia la notte selvosa, nella quale le belve si producono, essa non può -essere se non la luna, la quale in sanscrito trovasi pure chiamata col -nome di _mr'igapiplu_, ossia _bestia rossa_, ed anche _mr'igarâg'a_, o -_il Re degli animali_, il biondo leone, e ancora _mr'igarâg'adhârin_ -e _mrigarâg'alakshman_, ossia _portante per insegna il leone_, o -semplicemente _mrigânka_, ossia _segnato con la belva_. Questi e -somiglianti appellativi sanscriti della luna ci rappresenterebbero la -luna come signora della selva notturna e delle fiere che la popolano, e -giustificherebbero il riscontro da noi fatto fra essa e l'invocata _Dea -silvestre_ o _Aranyânî_ vedica, la quale tuttavia, lo ripeto, potrebbe -aver pure rappresentato la notte scura. - -Ma, se ci resta qualche dubbio intorno all'_Aranyânî_, non ci è lecito -conservarne alcuno sopra le altre quattro Dee già nominate, _Anumati_ -e _Râkâ_, le due lune del plenilunio, _Sinîvâlî_ e la supposta _Kuhû_ -o _Guñgu_, le due lune del novilunio: _Sinîvâlî_ è particolarmente -invocata per _porre il germe generativo_ (_garbham dhehi Sinîvâlî_; -_Rigv._, X, 154), e chiamasi perciò _bahusûvarî_, ossia _molto -generativa_. I suoi appellativi di _subâhu_, _svañguri_ (che io -dubito siansi sostituiti, per un eufemismo del poeta lirico coi più -antichi probabili e più caratteristici appellativi della nuova luna -_kubâhû, kvañguri,_ onde si foggiò, a senso mio, per corruzione del -linguaggio una Dea fittizia lunare, chiamata ora _Kuhû_, ora _Guñgu_), -sono molto curiosi. Poichè sia che supponiamo, secondo la ipotesi che -tento per la prima volta e che, per quanto ardita, oso raccomandare -agli studiosi, invece degli epiteti dati alla _Sinîvâlî_ che ci -conserva il testo attuale del _Rigveda_, gli aggettivi _kubâhû_, ossia -_dalle piccole braccia_, e _kvañguri_, ossia _dalle piccole dita_, -attribuiti alla luna nuova che mostra appena i suoi cornetti, sia che -leggiamo col testo attuale _subâhu_, ossia _dalle belle braccia_, e -_svañguri_, ossia _dalle belle dita_, noi abbiamo qui un principio di -personificazione femminina nella nuova luna. _Sinîvâlî_ ha dunque, come -nuova luna, _braccia_ e _dita_, e, com'io credo, _piccole braccia_ e -_piccole dita_ convertite poi _in braccia_ e _dita belline_. Ma che -cosa deve fare _Sinîvâlî_ nel cielo, con quelle braccia, con quelle -dita? Essa prepara il germe. Nelle novelline russe abbiamo mani e dita -meravigliose di fate che fanno un fanciullino nano di pasta e poi vi -soffiano la vita, e ne nasce un piccolo eroe, come abbiamo il pisello -miracoloso che cade a terra, e fa nascere un fanciullo eroe, una delle -prime prodezze del quale è quella di salire al cielo. La luna, non -rechi meraviglia l'intenderlo, è ancora quel pisello celeste; la luna, -tra i suoi molti appellativi sanscriti, ha pure quello di _hari_, -parola che vale ora _verde_, ora _giallo_. Nelle novelline popolari -avrete trovato che ora è un vecchio, ora un fanciullo quello che vola -al cielo sopra un legume (ora un fagiuolo, ora un pisello, ora un -cavolo, ora altro legume del rito funebre). Quel legume è sempre la -luna. L'eroe che sale al cielo ne cade sempre; il sole e la luna, dopo -essere saliti al cielo, discendono a terra, ossia tramontano. È la loro -eterna vicenda. Io non posso qui darvi altro che un breve accenno; ma -sarei infinito, se io volessi farvi tutta la storia delle vicende del -mito lunare nella tradizione popolare: vi basti che il _formaggio_, che -la volpe rapisce, ossia fa cadere dalla bocca del corvo, è la luna che -l'aurora mattutina fa cadere sul fine della notte; vi basti che la luna -cece o fagiuolo è il viatico mitico de' morti, di cui l'uso funebre -indo-europeo ha conservato numerose traccie; vi basti che l'obolo, -che il morto dà a Caronte per passare il fiume Stige dell'inferno, è -ancora la luna, mercè la quale l'eroe solare può attraversare l'oceano -notturno. Nelle novelline russe il buono operaio vede galleggiare -fuori delle acque una monetina, una _kapeika_, la quale basta a -portargli fortuna. Troverete ancora molti critici pronti a deridere -simili riscontri; ma coi loro scherni non impediranno alla verità -di camminare. Io non posso qui insistere sopra alcuna comparazione, -perchè a costo di riuscire aridissimo mi sono proposto di tenermi -stretto all'argomento. Volli tuttavia accennarvi di passo, come le -nostre indagini possano riuscir feconde; e ripiglio il mio tèma con più -dimesso stile. - -_Sinîvâlî_ dunque, la luna nuova, nel cielo vedico, ha braccia e dita, -e con esse prepara il nuovo germe. Questo germe, che deve nascere, -è evidentemente, nel cielo, il sole mattutino. Ma, raffigurata la -luna come una madre essa stessa celeste, essa divenne, per questa e -per altre ragioni che accenneremo, la proteggitrice dei parti e de' -matrimonii. Secondo l'uso nuziale indo-europeo, i matrimonii devono -essere sempre celebrati, per buon augurio, nella quindicina luminosa -della luna, quando la luna è veramente _luna_ o _lucina_ o _luminosa_, -ossia fra il novilunio ed il plenilunio, tempo che si crede propizio, -per eccellenza, alla fecondità, nè solo alla fecondità del germe -animale, ma anche del germe vegetale ne' campi, onde le numerose -superstizioni popolari agricole che si riferiscono agli influssi -lunari, influssi che del resto la scienza non nega assolutamente, -sebbene ne riduca il potere. Ma, se la vedica _Sinîvâlî_ ci dà indizii -preziosi, anche più importante è quello che l'inno vedico 32º del II -libro del _Rigveda_ ci fa sapere di _Râkâ_, la nuova luna. Noi troviamo -spesso nelle novelline popolari la strega che alla figlia non sua, -alla bella (l'aurora vespertina), impone un lavoro straordinario al -di sopra del potere della fanciulla; la povera fanciulla si dispera e -si raccomanda alla Madonna, della quale talora pettina con grazia il -crine, dicendo che vi trova perle (le stelle); la Madonna è contenta -della pia fanciulla e compie per essa l'opera impostale dalla strega. -Invece della Madonna trovasi talora una meravigliosa bambolina, o -fanciulla di legno (una specie di _Aranyânî_), la quale ha piccolissime -dita, e può con esse preparare una camicia o un abito così fine che -passi nella cruna dell'ago, o possa star chiuso entro un guscio di -nocciòla. Noi abbiamo già visto la luna _Sinîvâlî_ dalle belle e forse -dalle piccole dita. - -Ora incontriamo la luna _Râkâ_, la quale con quelle stesse dita, -e per di più con _un ago che non si rompe, cuce l'opera;_ ossia, -nel cielo, il velo d'oro che l'aurora mattutina reca allo sposo; -il velo, l'abito, la veste del giovine sole, la tela d'Aracne, che -si distrugge al mattino, la tela che Penelope prepara allo sposo -Ulisse. Infatti, subito dopo aver nominato l'opera che _Râkâ _deve -cucire, si aggiunge, _dia a noi l'eroe dai cento doni, degno di esser -celebrato_. Evidentemente qui si trattò, in origine, dell'eroe solare -celeste; ma poi la strofa divenne sacra, passò nel rituale dell'uso -domestico, e, per ogni figlio nascituro sopra la terra, si ripetè la -stessa invocazione. Chè, se rechi meraviglia il sentire come la luna, -cucendo l'opera, produce un figlio, può scemar questa meraviglia, -quando si pensi al probabile equivoco di linguaggio nato tra le -radici _siv, syu, sû=cucire_ (confr. pure il vedico _sùcî=ago_), -onde _sûtra=filo_ ed il latino _suere_, e la radice _sû_ «generare,» -onde _sûta, sûnu_ «il figlio.» Il cucire è un mettere insieme, un -aggiungere, e la creazione si fa appunto aggregando. Ma oltre i nomi -femminini e divini di _Sinîvâlî _e di _Râkâ_, dicemmo che la luna -piena ha pure quello di Anumati. La parola vale, nel suo significato -storico, _mente bene disposta, mente propizia, benevolenza, grazia_, -e quindi _la graziosa, la benigna_. La invocavano nel periodo vedico -gli amanti e le partorienti; un inno dell'_Atharvaveda_, dopo avere -propiziato ad Anumati, canta: _gli Dei sveglino l'amore_ (o _la -memoria_); _abbia egli compassione di me_. Ora questa _Anumati _che -deve ridestare lo _smara_, o la memoria nello smemorato amante, o pure -destar l'amore d'un indifferente, quest'_Anumati_, nominando la quale -i poeti dell'_Atharvaveda _fanno per lo più un giuoco di parole sopra -la sua etimologia (_Anumate manyasva = Anumate anu hi mansase nah_), -questa _anu-mati_ che vale al tempo stesso _la mente verso_, ossia -_la mente bene disposta_, e _la mente dopo_, ossia _il ricordo, la -memoria,_ ci spiega la ragione, per cui _Râkâ, Sinivâlî_ e _Anumati_ -stessa vengano negli Inni vedici nominate come tre sorelle, figlie di -_Angiras_ il mobile, che si confonde col luminoso, e della _Smr'iti_ -ch'è ad un tempo stesso, per sapiente e poetico connubio, _amore_ e -_memoria_. Probabilmente nel mito son nate prima le figlie dei loro -parenti; tuttavia, poichè il divino padre _Angiras_ e la divina madre -_Smr'iti_ sono già persone vediche, giova qui considerarne alquanto -la natura. Talora, invece di _Smr'iti_, troviamo nominata come madre -la _Çraddhâ_, ossia _la fede_, ch'è anch'essa una specie di memoria, -e che si rappresenta nel _Tâittiriya Brâhmana_ qual madre di _Kâma_ -l'amore, e, più tardi, il Dio dell'amore. _Çraddhâ_ stessa è chiamata -nel _Çatapatha Brâhmana_, figlia di _Sûrya_ il sole; il che ci fa -pensare, innanzi d'essere la fede, la _Çraddhâ _fosse altro. La fede -è, ad un tempo, quella che unisce, quella che rallegra (dalla radice -_çrath_ che vale _rallegrare_ ed _unire_). _Angiras_ appare ora sposo -della _Smr'iti_ (Amore-memoria), ora della _Çraddhâ_ (Fede, come quella -che unisce e rallegra). Tanto fa pure l'_Anumati _loro figlia, che -sappiamo già rappresentare con _Râkâ_ la luna piena. Ma _Anumati, Râkâ, -Sinîvâlî_, fasi lunari divenute Dee liberali, benefiche, fecondatrici, -operaie divine, saranno esse figlie della luna stessa, o pure _Angiras_ -e la _Çraddhâ_ appartengono ai fenomeni luminosi del sole vespertino? -Noi abbiamo già veduto il sole _Pûshan_ messo in relazione con _Soma_, -col suo stimolo svegliar la preghiera, indicar l'ora della preghiera -vespertina. _Angiras_, padre delle tre sorelle lunari, è egli ancora -il sole vespertino, o è desso già la luna? _Çraddhâ_, la figlia del -sole, è dessa l'aurora vespertina o pure la luna? Nel _Taittiriya -Brâhmana_, il Dio _Soma_, ossia il Dio Luno, si mostra innamorato di -_Sîtâ Sâvitrî_, ossia di _Sîtâ_ figlia di _Savitar_ (il sole, come -dicemmo), mentre _Çraddhâ_ è innamorata di lui e si raccomanda al Dio -_Prag'âpati_, perchè faccia innamorare _Soma_ di lei. Qui evidentemente -_Çraddhâ_ non dev'essere soltanto una personificazione lunare; tuttavia -io non m'arrischierei a rappresentarla, come suppongo ch'ella sia, una -forma dell'aurora vespertina, rispondente[15] al vespertino _Pûshan_, -risvegliator della preghiera, nel trovare presso il _Yag'urveda nero_ -(citato dal Muir) che il Dio _Prag'âpati _aveva trentatrè figlie, le -quali divennero tutte spose di Soma. Come distinguere l'essenza mitica -di ciascuna di esse? Tuttavia, facendoci il _Taittiriya Brâhmana_ -conoscere che, con l'aiuto di _Prag'âpati, Çraddhâ_ conquistò l'amore -di _Soma_, dobbiamo supporre ch'essa, come _Rohinî_ (propriamente la -_crescente_), sia stata una delle spose predilette del Dio Luno, di -_Soma_. E tanto più lo dobbiamo pensare, poichè _Çraddhâ_ è la figlia -del sole, e gli Inni vedici descrivono a noi in modo così solenne le -nozze del Dio _Soma_ con _Sûryâ_, ossia l'appartenente a _Sûryâ_ il -sole, la figlia del sole, che quell'inno mitico diede poi le formole -rituali all'uso nuziale indiano. _Sûryâ_ è per me l'aurora vespertina, -sorella del Dio _Pûshan_, che appare pure come suo sposo; egli è geloso -del Dio _Soma_ a cagione di _Sûryâ_. Questa gelosia celeste fra il sole -e la luna, innamorati ad un tempo dell'aurora, diede origine a molti -miti, i quali si svolsero finalmente in numerose e ricche leggende. -Nell'inno 85º del X libro v'è un passo, nel quale parrebbe che _Pûshan_ -si identificasse con _Soma_ lo sposo divino di _Sûryâ_. Vi si dice, -infatti: «_Soma_ era lo sposo; i due _Açvin_ (una forma poetica del -crepuscolo solare e del lunare, ossia ancora del sole e della luna -considerati come gemelli) assistevano entrambi come paraninfi, quando -_Savitar_ contento nell'animo diede _Sûryâ_ allo sposo. Quando, o -_Açvin_, veniste col triplice carro per menar via _Sûryâ_, tutti gli -Dei acconsentirono, _Pûshan_ vi elesse come figlio per suoi proprii -parenti.» Ma in questo passo non si può interpretare soltanto che -_Pûshan_ è lo sposo, ma che _Pûshan_ è il fratellino della sposa, il -quale vien perciò carezzato e protetto dagli _Açvin_, che ora amano -l'aurora come amanti, ora la proteggono come fratelli maggiori. - -Da questi lievi indizii è facile il vedere come agevolmente abbiano -potuto confondersi i caratteri del sole vespertino con quelli della -luna, che appare quando il sole cade, quando caduto il sole vespertino -rimane ancora il cielo occidentale rosato, ossia l'aurora vespertina. - -Quindi la difficoltà di dichiarare, in modo preciso, l'essenza -fisica d'alcuni miti che occuparono pure grandemente la primitiva -immaginazione ariana. Noi non abbiamo nessun dubbio intorno all'essere -esclusivamente lunare di _Râkâ_ e _Sinîvâlî_; ma, giunti ad _Anumati_, -se per un verso essa ci rappresenta la luna piena, per l'altro, come -_la grazia, la benevolenza_, può riferirsi non meno all'aurora che -alla luna; in entrambi i casi poi essa ci aiuta a spiegarci la Madonna -protettrice, la buona fata delle tradizioni popolari. Il professor -Max Müller ha già nell'_ahanâ, dahanâ_, aurora mattutina vedica, -riconosciuta l'_Athene_; così dicasi della _Minerva_, degna di essere -paragonata alla nostra _Anumati_, e più ancora ad una vedica _Aramati_, -che il Dizionario Petropolitano spiega per _arammati_, ossia avente -la _mente pronta_, che ci richiama alla nostra aurora sollecita, -risvegliata e risvegliatrice. Quest'_Aramati_ è nel _Rigveda_ chiamata -_tessente_ (_vayantî_); quando la notte arriva, cessa dall'opera, o la -continua in segreto, con l'aiuto e per opera della luna; quando sta per -arrivare, al mattino, il divino _Savitar_, essa ripiglia il suo tessuto -abbandonato la sera. - -Qui evidentemente abbiamo sempre l'aurora, vespertina e mattutina, -vigile e destra all'opera, senza intervento della luna, che, in -altri momenti, appare invece a cucir l'opera, ossia a preparare il -tessuto allo sposo dell'aurora, ossia a dar l'aurora al sole, il sole -all'aurora, come proteggitrice de' matrimonii. - -Avendo questa relazione intima il sole e la luna, così intima che si -possano talora identificare (il sole che perde i suoi raggi e il sole -che non li mette ancora fuori rassomiglia all'astro notturno; tanto -che, chi, sull'albeggiare d'un giorno estivo, in tempo di luna piena, -contempli il cielo, veda i due astri l'uno al cospetto dell'altro, alle -due estremità della vôlta celeste, e, se non si orizzonti, non sappia -subito bene distinguerli l'uno dall'altro; io cito qui una mia propria -impressione), alternandosi l'un l'altro, alcune delle loro qualità, -e perciò delle loro forme divine, sono divenute comuni, così che ora -poterono riferirsi al giorno, ora alla notte. Noi vedemmo già, infatti, -il sole _Savitar_, ossia il sole generatore; la luna come _Soma_ (dalla -stessa radice _sû, so, sav_ che serve per formare la voce _Savitar_) -è un equivalente, esprime cioè la luna nella sua virtù fecondatrice. E -noi la vedemmo già finqui presiedere ai matrimonii ed ai parti. Il sole -divide i giorni (ed il sole vespertino _Bhagas_ può avere avuto, oltre -gli altri suoi significati, quello proprio etimologico di _spartitore_, -di _distributore_) e divide i mesi. Ma ciò fa pure la luna. Anzi la -luna ha fatto anche più. L'antico anno indiano era regolato dalle -lunazioni; la lunazione costituì il mese; _messéts_ è il nome comune -che si dà tuttora in lingua russa al _mese_ e alla _luna_. La parola -_mese, mensis_, vale propriamente _la misura_. La radice sanscrita -_mâ_ vale _misurare_; le parole _mâs, mâsâ_, valgono in lingua vedica -_luna_ e _misura_. La lunazione ed il mese equivalendosi, la luna -diventò, oltre la regola, anche la regolatrice per eccellenza, in ogni -ordine delle cose naturali. Nè è meraviglia che, corrispondendo il -_r'itu_ lunare al _r'itu_ muliebre, poichè la luna pigliava pure il -nome dal proprio _r'itu_ periodico, essa fosse particolarmente invocata -dalle donne e ad esse cara, come quella che, mantenendo i segni della -generazione, prometteva la desiderata fecondità, senza la quale l'uomo -primitivo disprezzava la propria donna, ed aveva diritto di rifiutarla. -La radice _mâ_, che vale _misurare_, nel suo primo significato -dovette esprimere l'idea di _estendersi_; ma l'_estendersi_ è un -_moltiplicarsi_: ecco in qual modo la radice mâ, che vale _misurare_, -creò la parola _mâtra_ o _metro, misura_, e _mâsa_ che vale ancora il -medesimo, e la radice _mâ_ che vale _produrre_, creò la parola _mâtar_, -la produttrice, la creatrice per eccellenza, la madre. - -Ho detto che il primo significato della radice _mâ_, onde si svolsero -i significati secondarii di _misurare_ e _produrre_, fu quello di -_estendersi_. Vi è un'altra radice che dobbiamo qui esaminare. Questa -radice è _man_ stretta parente di _mâ_, come il latino _mensis_ è -stretto parente, anzi equivalente di _mâsa_, come il tedesco _mond_ -luna, _monat_ mese e l'inglese _moon_, ci richiamano ad un ipotetico -primitivo _manas_ che, secondo l'analogia di _mâsa_, dovette pure in -origine significare _misura_, e forse _mese_. Ma lasciamo l'ipotesi -e consideriamo il fatto. Tra i nomi sanscriti della luna troviamo -quello di _manasig'a_, parola che varrebbe _nato nel manas_; tra gli -appellativi del Dio _Soma_, ossia del Dio _Luno_ nel _Rigveda_ troviamo -quello di _signore del manas_, ossia _manaspati_, che ci riaccosta alla -nostra luna _anumati_. Ma il _manas_ è l'animo; che cosa è l'animo? -_anemos_, quello che si muove; così dovette essere il _manas_, nella -sua prima espressione, _il moto_, e poi _il moto misura, il moto -regolatore, il moto particolare interno_, che anima e regola, muove e -contiene il pensiero e l'affetto dell'uomo, il desiderio, l'amore, e -il divino agitarsi dell'intelletto. Ecco pertanto spiegato, s'io non -erro, il perchè la luna _Sinîvâlî, Râkâ_ ed _Anumati_, essendo nata -nel _manas_, e muovendo e regolando il _manas_ fu immaginata figlia -dell'_Angiras_ mobile luminoso, e della _Smr'iti_ o _Çraddhâ_, che -sono tutte forme del mobile _manas_. Ecco perchè la luna anch'essa -può riuscire, come la vegliatrice mattutina, una _Minerva_, ossia -un'_ammonitrice_, una _direttrice_ degli umani consigli; ecco, infine, -la ragione, per cui, trovando associata l'_Angiras_ con _Manu_, presso -il quale Indra in un inno vedico viene a bere il _Soma_, in _Manu_ -ravvisiamo così il sole come la luna. Per noi, _Manu_ prima che _il -pensatore_, come sarebbe troppo consolante il credere, considerando -che negli Inni vedici è chiamato _Manu_ anche l'uomo, dovette -essere _il mobile_, e quindi _il motore_ e _il regolatore celeste_. -Chiamatisi _manavas_ anche gli uomini, nel loro essere mortale, essi -considerarono come il primo de' mortali, come il padre di tutti i -mortali, come il solo scampato dal diluvio universale, il _Manu_ -celeste, onde chiamarono pure sè stessi _manug'âs_ o _figli di Manu_, -di quello stesso _Manu Prag'âpati_, dal quale, secondo le genealogie -brâhmaniche, sono discesi tutti gli Dei. Ma in quel _Manu_ celeste essi -non tardarono a ravvisare _il pensante_, ossia _il sapiente_, e quindi -il primo sapiente, l'inventor dei riti sacrificali; e, finalmente, nel -periodo brâhmanico, _il pensiero stesso, la formula della sapienza_, -il primo legislatore indiano, il primo regolatore, distributore della -giustizia, nel quale carattere ritorna _Manu_ a identificarsi col sole -moribondo _Yama_, e, in tale incontro, con _Minos_, il primo re di -Creta, progenitore di razza, che discende all'inferno per amministrarvi -la giustizia. Ma, poichè nello scuro inferno è la luna che governa e -regge e giudica, quello stesso _Manu_ che parve confondersi con Yama, -scomparso il sole dall'orizzonte non si perde affatto, ma, come ho -già avvertito, lascia una sua forma per pigliarne un'altra. Di Yama e -di Manu, in quanto gli somiglia, avremo tuttavia a tenere particolare -discorso. - -Per ora basterà il ritenere come anche nelle sue forme femminine -la luna vedica abbia preso persona di Dea, e come in questa persona -prevalga la virtù di fecondatrice attribuita alla luna; e finalmente, -come quella che desta l'uomo alla vita materiale, per l'istinto -idealissimo della nostra stirpe, sia pure divenuta la eccitatrice de' -nostri pensieri. E per avere anzi creduto che li eccitasse troppo, -nacque la credenza che i maniaci siano dominati da sinistri influssi -lunari. - -Ci resterebbe a considerare la luna sotto i suoi nomi mascolini -di _C'andra, C'andramas_ (ossia _il luminoso_, e _il mese_ o _il -misuratore luminoso_), che non ci presenta negli Inni vedici nessuna -distinta persona poetica, di _Indu_ nel suo significato primitivo, -probabilmente il mobile, poi il movente, lo stillante, e quindi la -luna stillante, e ciò che la luna stilla; e di _Soma_, propriamente il -generatore, ma anche lo spremitore, il traente il succo, e poi il succo -stesso. Quindi, quando leggiamo che gli Dei vengono a bere ora _Indu_, -ora _Soma_, intendasi che vengono a bere il succo ambrosiaco che -stilla dalla luna. Noi abbiamo già veduto l'_Aditi_, la _Pr'ithivî_, e -l'aurora che posseggono l'ambrosia; ma, per l'equivoco nato tra _Indu_ -e _Soma_ stillanti il succo, e le parole _indu_ e _soma_ che vennero -ad esprimere il succo, è nella luna specialmente che gli Dei vanno a -cercare l'ambrosia, l'amrita, la bevanda immortale. Noi abbiamo già -riferita la leggenda vedica del Dio _Indra_ che concede la bellezza -alla fanciulla brutta, lebbrosa _Apalâ_, l'aurora vespertina (che -nella notte diviene brutta), perchè questa, discendendo alla sera dalla -montagna per attingere acqua, trovò nella fonte il _soma_ (la luna nel -pozzo); e sapendo quanto _Indra_ fosse avido del _soma_, lo pregò di -scorrere verso di lui, ossia di errare nel cielo, del quale _Indra_ -è signore. Fu già paragonato il culto dionisiaco ellenico al culto -del _Soma_ vedico. Come _Soma_ è al tempo stesso abbondante di umori -inesauribili e generatore eterno, così il suo culto si congiunse quindi -nell'India con quello del _Çiva_ fallico, accompagnato da libazioni -d'un _soma_ terrestre, un liquore inebbriante, che il professore -Haug ebbe nell'India il raro privilegio di gustare, e che trovò di -un sapore disgustosissimo; nella Grecia abbondanti libazioni di vino -accompagnavano le feste falliche dionisiache. Ma gli Dei che discendono -sopra la terra, non sono l'oggetto del nostro studio presente. - -Nel vedico _Soma_ noi abbiamo espressa, ora l'ambrosia che può -risiedere in più parti, ora la luna che contiene, porta, custodisce -l'ambrosia, e la somministra agli Dei, i quali, bevendola, divengono -immortali, robusti e vittoriosi nelle loro celesti battaglie contro -i mostri; il _soma_ non è solo ambrosia, ma acqua della giovinezza, -acqua della salute, acqua della forza; e però si rappresenta esso -stesso come guerriero sempre vittorioso; la pioggia è _soma_, la -rugiada dell'aurora è _soma_, ma più spesso ancora il _soma_ è la -pianta lunare, è il succo della luna, l'erba luminosa celeste, è la -luna stessa; in compagnia di esso, il Dio _Indra_ scaccia dal cielo i -mostri; la luna cresce a misura che i Numi vanno a dissetarsi presso -di lei, ossia, poichè la luna genera gli Dei, a misura che gli Dei -luminosi le si appressano, essa cresce. - - - - -LETTURA SESTA. - -IL FUOCO. - - -Il fuoco, _Agni_ (che ritorna nel russo _Agonj_, nel latino _ignis_), -quantunque, dopo Indra, sia il Nume vedico più invocato, è uno degli -Dei meno personali dell'Olimpo vedico, la cui sede è più instabile, la -cui forma è meno determinata. Per lo più s'invoca Agni come elemento -fuoco, senza dargli persona; ma, anche quand'esso non assume una -persona distinta, ha sempre un carattere sacro. Sia che s'accenda nel -cielo come sole, come luna, come stella, come aurora, come fulmine, -sia che dalla terra, come vulcano ch'erompe, o dal legno, come -foco domestico e sacrificale, Agni o il fuoco presenta sempre alla -nostra immaginazione un carattere misterioso, che, se può ancora far -qualche impressione sopra di noi avvezzi dal lungo uso della vita a -trascurare i fenomeni più frequenti della natura, dovette riempir di -una profonda maraviglia mista col terrore l'animo innocente de' padri -nostri. Trasportiamoci col pensiero ad un'età, nella quale a produrre -il fuoco domestico non si conosceva altra industria all'infuori di -quella che ricavava scintille dal confregamento di due legni, chiamati -insieme _aranî_ (per la stessa analogia, per cui _bois_ in francese -è il _bosco_, e ad un tempo stesso il _legno_). L'uno de' legni si -poneva sotto, l'altro sopra; l'uno era il maschio, l'altro la femmina; -il fuoco simile a fanciullo nasceva dall'_arani_ inferiore. Ce lo -dice molto chiaramente un inno vedico ad Agni (_Rigveda_, III, 29): -«È questo lo scotimento sopra; è questa la generazione; apportiamo -questa signora delle genti (l'_arani_ inferiore, madre del fuoco, e -la genitrice per eccellenza); agitiamo Agni come una volta. Agni, il -ricco per sè, giace ne' due legni, come il feto ben collocato nelle -donne incinte. Agni è da celebrarsi ogni giorno dagli uomini con laudi -e sacrificii. Poni giù (l'_arani_ superiore) sopra la larga che giace -(l'_arani_ inferiore); essa, subito fecondata, generò il forte Agni.» -Questa immagine materiale di Agni generato come un figlio da due pezzi -di legno, padre e madre, fra loro confricati, ritorna spesso negli -Inni vedici; e nella sua materialità essa è sommamente istruttiva -per la storia delle credenze popolari. Poichè dal fuoco figlio delle -legna (_sûnum vanaspatînâm_), considerandosi il fuoco vitale come -il generato e quindi generatore per eccellenza, s'immaginò che anche -gli uomini fossero nati dal legno. In Piemonte si dice di fanciulli -ch'essi sono stati trovati in un bosco, sotto una ceppaia, la quale -ritorna nel ceppo e nell'albero di Natale, da cui si fa, con innesto -di elementi cristiani e pagani, nascere, con l'allungarsi dei giorni, -dopo il solstizio d'inverno, il bambino Gesù;[16] l'inno vedico 68º -del libro I del _Rigveda_ ci fa sapere come Agni, ossia _il fuoco_, -è nato come creatura vivente dal legno secco.[17] Questo legno secco, -da cui nasce il piccolo Agni come fanciullo, risponde bene al nostro -ceppo natalizio.[18] Immaginati i due legni come padre e madre, ed il -fuoco che distrugge il legno, dal quale si sprigiona, era naturale -la rappresentazione di Agni come un figlio parricida e matricida. -Il poeta vedico inorridisce a questo delitto, ed esclama nell'inno -79º del X libro del _Rigveda_: «O cielo, o terra, questa verità io -dico a voi, appena nato, il fanciullo mangia i suoi due parenti.» E -quindi, con una ingenuità tutta vedica, ricordandosi che Agni è un Dio, -s'umilia confessando: «io, mortale, non posso comprendere un Dio.» Il -parricidio è un delitto continuo nella natura; senza la morte de' padri -non potrebbero sussistere i figli; Adamo è condannato a morire, dal -giorno in cui egli diviene padre. Gli uomini primitivi fermarono spesso -la loro attenzione sopra questa legge fatale di natura. E, in quanto -il parricidio sia involontario, stabilirono la dottrina del peccato -originale, che divenne poi dogma religioso; stabilirono l'onnipotenza -del fato, per cui il vecchio Giove è spodestato dal nuovo, per cui -Ciro, Edipo, Romolo divengono inevitabilmente parricidi. L'arte -intervenne ora per giustificare l'enormità del parricidio incolpando -il fato, ora ad immaginare i vecchi parenti come crudeli, feroci, -persecutori della gioventù fiorente. Sotto quest'aspetto, il parricida -divenne un liberatore, un salvatore; l'antico apparve cattivo, il -giovine buono; il giovine che atterra l'antico compie un'impresa -gloriosa. Secondo una credenza brâhmanica, il nascimento d'un figlio -in una casa ha il merito di liberare il padre da futuri nascimenti, -pigliando egli sopra di sè, ed espiando egli stesso la colpa originaria -che il padre aveva ereditata. Secondo una tale credenza, la vita era -un male, ogni nuovo nascimento che obbligasse l'essere ad entrare in -un corpo, come in una prigione, si considerava come una sventura. -Finchè non nasceva un figliuolo in una casa, non solo il padre era -minacciato, morendo, di rinascere, ma le anime dei trapassati erravano -senza sedi certe, col pericolo di entrare in qualche corpo non solo -d'uomo, ma di bruto. Nella parola sanscrita _putra_, che vale _figlio_, -avvicinata a _punya_ che vale _bello, puro_ (come _pûta_), si vide -etimologicamente _il purificatore_ (la vera etimologia della parola -è tuttora dubbia). Ma il _Mahâbhârata_ ci offre ancora della voce -_putra_, scritta spesso _puttra_, una etimologia singolare. _Put_ è un -appellativo dato ad uno degli inferni indiani; il suffisso _tra_ dà -alla parola il valore di liberatore; onde _puttra_ figlio si spiega -come _il liberatore dall'inferno Put_. «Poichè il nuovo nato libera -il padre dall'inferno chiamato Put, perciò si chiama _Putra_.» Nè -solo, secondo il _Mahâbhârata_, il figlio salva il padre, ma anche _i -morti maggiori_ (_pûrvapretân pitâmahân_). Il figlio che impedisce al -padre di rinascere ad una vita mortale, considerata come una pena, è -un liberatore; il figlio che viene a pigliare il posto del padre, a -liberare sè ed il mondo dal vecchio padre divenuto insopportabile, è -un parricida. Entrato nel mito il concetto mostruoso di un parricidio, -si tentò abbellirlo sempre più col rappresentare padre e figlio quali -nemici fra loro, de' quali il figlio rappresenta il bene, il padre il -male. - -Noi abbiamo fin qui veduto generalmente il mito discendere dal cielo -in terra. Ma, a rappresentarlo nel cielo, concorsero, senza dubbio, -immagini della vita terrena. Così, quando troviamo padri e figli nel -cielo, bisogna ammettere che furono dapprima conosciuti i padri e i -figli sopra la terra; quando troviamo nel cielo matrimonii divini, -convien supporre che fossero già conosciuti i matrimonii della -terra; quando ci si rappresenta l'aurora come una ballerina, o come -una bagnante, convien dire che si fossero già vedute sopra la terra -danzatrici e donne bagnanti. Così la nozione di un padre crudele, di -una madre cattiva nel cielo, suppone la probabile conoscenza di padri -crudeli e di madri perverse sopra la terra. Ogni _nome_ che nasce, -suppone necessariamente la _conoscenza_ della cosa che esso deve -esprimere; anzi la parola _nome_ significa, secondo l'etimologia, -_nozione, conoscenza_ (_nâman_ proviene, com'è noto, da _g'nâman_). -Perciò, quando diciamo che i miti sono nati nel cielo, dobbiamo -soggiungere che vi si produssero per lo più con elementi umani o -terreni già noti all'uomo. Al cielo, al sole, alla luna, all'aurora si -attribuirono qualità proprie di persone umane. Ma il cielo, il sole, la -luna, l'aurora essendo fenomeni soltanto celesti, non si può supporre -che dalla conoscenza d'un cielo, d'un sole, d'una luna, d'un'aurora -terrena siasi raffigurato quindi il cielo nel cielo propriamente detto, -il sole, la luna, l'aurora celesti. Ma il cielo coppa si immagina dopo -aver conosciuta alcuna coppa terrena, l'aurora pastora si immagina -sopra la conoscenza di una pastorella della terra. Il fenomeno è -celeste, ma l'immagine che lo rappresenta, con persona mitica, trae -la sua origine da una nozione della vita umana. Ma, per quanto si -riferisce al fuoco, producendosi il fuoco non meno sopra la terra che -nel cielo, anche senza l'immagine mitica il campo riuscì duplice; la -terra come il cielo è sua sede; tuttavia, per quella tendenza naturale -dello spirito umano a far provenire ogni creazione dal cielo, e a -far salire al cielo ogni creatura, anche il fuoco si suppose disceso -sulla terra dal cielo, ora in forma di raggio solare, ora in forma di -fulmine, sebbene formatosi nel cielo in un modo conforme a quello, con -cui solevano gli uomini produrlo sulla terra. - -Nel 5º inno del X libro del _Rigveda_ si dice che, in origine, Agni -ossia _il fuoco_ era e non esisteva ancora; e ch'esso fu il primo -nato nell'età primordiale, Toro ad un tempo e Vacca. Il fuoco vitale -si considerò ora come _nato per sè_, ora come la prima creazione, -contenente per ciò in sè il maschio e la femmina, necessarii per -generare le altre creature. Ma in che modo il fuoco, quando non si -considerò _nato per sè_, si è esso generato nel cielo? I creatori -del mito non potevano immaginare per l'origine del fuoco celeste -modi diversi da quelli, con cui si produceva già il fuoco sopra la -terra. Se essi avessero potuto immaginare altri modi, li avrebbero -adoperati ne' loro usi terreni, ove uno dei più solenni pensieri della -vita era quello di trovare il fuoco, e, trovatolo, di conservarlo, -onde si capisce perfettamente l'ufficio solenne che, nell'antichità, -avevano le Vestali guardiane del fuoco sacro. In terra il fuoco si era -visto produrre per mezzo di confregamento. Il confregamento de' corpi -accresceva il calore animale; il confregamento dell'asse della ruota -del carro contro la ruota stessa aveva talora prodotto l'incendio della -ruota ne' carri della terra (e figuratosi il sole come un carro d'oro -anche dalle sue ruote giranti si svolse l'incendio); il confregarsi -nella stagione estiva di un ramo secco d'albero resinoso contro un -altro ramo inaridito aveva provocato l'incendio delle foreste;[19] -del pari due pietre battute l'una contro l'altra avevano sprigionato -scintille e destato il fuoco. Acquistata sopra la terra dagli uomini -ariani l'esperienza de' modi, coi quali si poteva produrre il fuoco, -s'immaginò miticamente che il fuoco si producesse nel cielo in modi -conformi. Nel vedere pertanto come i fulmini nascessero nel cielo -nuvoloso, rappresentatesi le nuvole quali rupi o montagne o alberi -grandeggianti, per l'equivoco delle parole _adri, parvata, açman_, che -significarono tutte non solo _l'albero, la roccia_ e _la montagna_, -ma anche _la nuvola_, con fantasia gigantesca s'immaginò che Indra -muovesse, l'una contro l'altra, due montagne, e nel confregarle l'una -contro l'altra facesse saltar fuori il fuoco ossia il fulmine, e -che il tuono fosse lo strepito prodotto dall'urtarsi delle montagne -celesti spinte da Indra. Perciò mi spiego le parole del 1º inno del II -libro del _Rigveda_, ove si canta che Indra _generò il fuoco fra le -due pietre o roccie_ (_yo açmanov antar agnim g'ag'âna_). Negli inni -del X libro del _Rigveda_, ove Agni si identifica talora col sole, -vediamo Indra vincere il sole; in altri inni Indra rompe una ruota -al carro del sole. È probabile ancora che il fulmine del Dio Indra -siasi pure immaginato come svolto dall'arsione d'una ruota del carro -solare. Rappresentossi pure _Agni_ come figlio di _Tvashtar_, il fabbro -dell'Olimpo vedico, come vedremo; e, come fabbro, dovea adoperare lo -stesso modo nel produrre il fuoco in cielo che adoperavano i fabbri -umani a destare il fuoco sopra la terra. Altri Dei son dati come -padri ad Agni, ed egli stesso è chiamato Padre degli Dei: ma questa -qualità non gli è specifica, trovandosi attribuita a parecchi altri -Numi. Apparendo come infuocati il sole, la luna, le stelle, il lampo, -il fulmine, tutto ciò che risplende nel cielo del colore del fuoco, -e il sole in ispecie prese nome di _Agni_, il fuoco per eccellenza, -che sta sopra tutti gli altri fuochi, con ciascuno de' quali può -identificarsi e pigliar singolare persona. Così ancora il rosso di -sera, ossia l'aurora vespertina, piglia nell'_Aitareya Brâhmana_ nome e -persona di Agni, dicendosi che _il sole al tramonto scompare entrando -in Agni_. Gli _Agni_ son quindi molteplici come i fuochi; ed hanno -quindi com'essi diverse sedi, onde l'appellativo di _Bhûrig'anma_, -ossia _dai molti nascimenti_ dato al Dio Agni nel _Rigveda_. La terra -ed il cielo sono le sue sedi principali; ma, come gli stessi Inni -vedici c'insegnano, Agni apparve dapprima nel cielo; disceso dal cielo, -i _Bhr'igu_ lo comunicarono agli uomini; le forme di questa discesa si -trovano ampiamente illustrate in un celebre libro del professor Kuhn -(_Die Herabkunft des Feuers_), al quale rinvio lo studioso. Disceso -dal cielo, la tendenza maggiore del fuoco fu poi quella di risalire -al cielo, e, sia come fuoco domestico, sia come fuoco sacrificale, -sia come fuoco di rogo funebre, di portare in alto, al cielo, fra -gli Dei, le preghiere, i voti, le offerte degli uomini, e le anime -dei trapassati. Il _Rigveda_ ha consacrato il maggior numero de' suoi -inni all'Agni de' sacrificii, rappresentato non solo come messaggiere -tra gli uomini e gli Dei, ma come invitatore degli Dei a ricevere -le oblazioni. In questa parte speciale di invitatore, di invocatore, -di _hotar_, Agni presiedette ai sacrificii vedici, e fu egli stesso -chiamato, nel primo versetto del _Rigveda, sommo sacerdote, divino -ordinatore del sacrificio, invocatore, sommo apportatore di ricchezze_. -Non si dimentichi che l'Agni sacrificale si ridestava col giorno, -ossia col riapparir della luce, ufficio della quale è scoprir tutte le -ricchezze, manifestare gli Dei, ossia i luminosi. Nessuna meraviglia -pertanto che l'Agni sacrificale sul far del giorno si celebri non -solo come invocatore, ma come apportatore degli Dei; così che, nel -tempo stesso, in cui egli è messaggiere degli uomini agli Dei, riesce -messaggiere degli Dei agli uomini. _Agni_ è il Dio meno personale, -ma il più famigliare dell'età vedica; tutti lo conoscono, tutti lo -custodiscono nella casa, come loro _atithi_ od _ospite_, tutti lo -svegliano di giorno in giorno. - -A lui si raccomandano gli uomini per ottenere i favori degli Dei; lo -trattano bene per conservarselo amico. Lo nutrono di burro, poichè la -sua nutrice (l'arani) non può dargli latte, come dice un inno vedico; -al suo apparire, il cielo, la terra, le acque, le piante si rallegrano -nell'amicizia di esso; e lo temono nemico. Poichè, quanto ai devoti è -benefico, tanto, nell'ira, egli può riuscir terribile; esso mugge come -toro, rugge come leone, strepita come le onde del mare, incute spavento -come un esercito scatenato; portato dal vento, divora e consuma ogni -cosa, e, dov'è passato, lascia il nero; ha mille occhi, ha mille corna, -artigli aguzzi (onde vien spesso paragonato a falco), aguzzi denti di -ferro, barba e capelli d'oro. Un inno tuttavia lo dice privo di piedi -e privo di testa (_apâd açirshâ; Rigveda_, IV, 1); _viçvarûpa_, ossia -_onniforme_, è pure uno de' suoi nomi, e come _onniforme_, ossia capace -di pigliare qualsiasi forma a suo piacere, si comprende con quale -specie di religioso terrore da un popolo ingenuo e primitivo dovesse -esser venerato. Tutto l'_Atharvaveda_, ossia il _Veda di Atharvan_ -ch'è uno de' nomi del fuoco, è inteso ad onorare il fuoco terreno, e -specialmente il fuoco domestico. Si considera l'_Atharvaveda_ come il -_Veda_ più umile, il quarto Veda, il Veda, per così dire, delle donne, -le più tenaci nel conservare memoria degli usi, dei riti domestici, -delle tradizioni, delle superstizioni popolari, e delle formole -relative. - -Avendo molta cura del fuoco sacrificale e funebre, il devoto s'assicura -non solo i beni di questa vita, ma, per quanto apprendiamo da una -leggenda del _Çatapatha_ _Brâhmana_ riferita dal Muir, anche quelli -dell'altra. Secondo la leggenda, Agni appena creato da _Prag'âpati_, -incominciò a bruciare ed a perturbare ogni cosa. Allora tutte le -creature esistenti si mossero per distruggerlo. Agni ricorse ad un -uomo, e gli domandò che lo lasciasse entrare in esso, dicendogli: «Dopo -avermi generato, alimentami; se tu farai codesto per me nel mondo di -qua, io farò lo stesso per te nel mondo di là.» - -Ritorniamo adunque a quel mondo di là, al quale l'Agni del rogo guida -gli uomini, diverso da quel fuoco sotterraneo, il cui solo ufficio è -la consumazione del cadavere celato nella terra. Vi è un Agni vitale -creatore, padre; e vi è un Agni empio, mostruoso, distruggitore. Vi -è un Agni divino. Vi è un Agni demoniaco; l'Agni divino è sapiente, -luminoso ed illuminante, poichè ora precede l'aurora, e sorge con essa -(onde il suo appellativo di _Usharbudh_); quest'Agni è spesso chiamato -_rakshohan_, ossia _uccisore del mostro; tamohan_, ossia _distruggitore -della tenebra_. Il fuoco che si tiene tuttora acceso la notte in alcune -stalle, per cacciare una specie di demonio che si teme venga nelle -tenebre ad occupare il bestiame, è una reminiscenza del vedico Agni -_rakshohan_ e _tamohan_. Il mostro ama le tenebre; lo spauracchio de' -bambini discende dalla nera cappa del camino, quando il fuoco è spento; -ma il fuoco che si svolge da' cimiteri nelle notti estive, il fuoco -vulcanico, ed altre emanazioni del fuoco sotterraneo son considerate -come forme fantastiche infernali. Il fuoco sotterraneo è sempre -sinistro, come l'inferno si figura sotterra, e sotterra si distende il -regno de' serpenti, ove impera il diavolo, il gran serpente. - -L'Agni sacrificale apporta al devoto le splendide gioie del giorno; -l'Agni del rogo guida la parte immortale (_ag'o bhaga_; seguo qui -evidentemente l'interpretazione del Müller e del Muir) del trapassato, -di cui esso, nutrendo sè stesso, consuma le carni, all'eternità degli -splendori celesti; perciò l'_Aitareya Brâhmana_ chiama Agni col nome -di _filo, ponte_ e _via, per la quale si va agli Dei_ (_tvam nas tantur -uta setur Agne; tvam panthâh bhavasi devayânah_); per esso possono gli -uomini _arrivare al cielo, e rallegrarsi in gaudio comune con gli Dei_ -(_tvayâ Agne prishtham vayam âruhema; atha devaih sadhamâdam madema_). - -Egli non è solo desiderato dagli uomini, ma anche dagli Dei; ma mentre -gli uomini cercano Agni nel legno, gli Dei lo vanno a cercare nelle -acque, dove Agni sta nascosto. Questa nozione mitica intorno all'Agni -celeste, che abbiamo detto identificarsi spesso nel _Rigveda_ col sole, -è di una importanza capitale. Noi entriamo qui in un mondo intieramente -favoloso. Sappiamo già come nell'età vedica si producesse il fuoco; -e abbiamo veduto che Indra lo trasse fuori dal cielo nuvoloso nella -stessa guisa, con cui lo destavano i padri nostri sulla terra, ossia -per confricazione. L'uso terrestre ci ha giovato per dichiarare il -mito celeste. Ma, come immaginare, con la sola analogia de' fenomeni -osservati sulla terra, il fuoco figlio delle acque, il fuoco nascosto -nelle acque, il fuoco uscente dalle acque, quando sappiamo che -ufficio naturale dell'acqua è quello di spegnere, ma non di destare -il fuoco? Ed eccoci pertanto di nuovo richiamati esclusivamente ad -un Agni celeste; poichè paragonandosi il cielo nuvoloso e la notte -tenebrosa ad un oceano, il fulmine che si sprigiona dalle nuvole, ed -il sole che vien fuori ora dalle nuvole, ora dalla tenebra notturna, -ci rappresentano ad evidenza una forma di Agni, ossia di fuoco che -esce dalle acque, di Agni figlio delle acque, immagine che sulla -terra, presso l'Himalaya, non si poteva in alcuna maniera riprodurre. -Come adunque abbiamo un Agni terreno (che si fece esso pure derivare -dal cielo), venerato particolarmente dagli uomini, così abbiamo un -Agni celeste specialmente caro agli Dei che lo vanno a cercare nelle -acque, ov'egli s'era nascosto, per timore di subire le stesse sorti -dei suoi fratelli maggiori, i quali, secondo la leggenda vedica, erano -morti prima di lui. Ora questo minor fratello Agni più accorto de' -suoi fratelli maggiori che per scampare da morte si nasconde nelle -acque, che scampa nelle acque, ossia dalle acque, ci compie un mito -importante. Noi abbiamo già la nozione di un Agni fatalmente parricida -che distrugge il legno, da cui è nato; così l'Agni celeste chiamato ora -figlio, ora nipote delle acque (_apâm napât_), distrugge la materna -notte, ossia il paterno oceano tenebroso o nuvoloso, da cui vien -fuori in forma di sole. Agni è dunque parricida nel cielo come nella -terra; ma, per attenerci alla sola nozione vedica, Agni sta nascosto -nelle acque, per timore, se vien fuori, d'esser messo a morte, come -i suoi fratelli maggiori, ossia soli vespertini e autunnali che hanno -preceduto i nuovi soli mattutini e primaverili, figurati come fratelli -minori; gli Dei gli assicurano l'immortalità ed egli si manifesta, -uccidendo mostri d'ogni maniera. - -Io non ho bisogno d'indicarvi come l'Agni parricida, riunito con -quest'Agni fanciullo nascosto nelle acque per scampare dalla morte, -debba aiutarci a dichiarare le numerose leggende mitiche ed epiche -riprodotte in più umile forma nelle novelline popolari, nelle quali -il vecchio re, destinato dal fato a perire per mano del figlio o del -nipote, cerca di perderlo appena nato; e lo fa esporre sulle acque, -dalle quali il fanciullo si salva sempre in modo miracoloso, si -chiami Krishna o Karna, si chiami Ciro, si chiami Paride, si chiami -Romolo, ed io oserei ancora aggiungere, si chiami Mosè, si chiami -Gesù. Poichè, nella leggenda biblica di Mosè esposto nel Nilo, salvato -dalla figlia di un vecchio Faraone che un giorno, per cagione di Mosè, -si perderà nel mare, si rappresenta, per quanto vaga, una forma del -mitico parricida. Nella leggenda di Gesù, il re Erode ordina la strage -degl'innocenti; uno solo si salva, Gesù, che tra i suoi miracoli dovrà -più tardi camminare a piedi asciutti sul mare, e che, per recarsi in -Egitto bambino avrà probabilmente rinnovato il miracolo di Mosè che, -dopo essersi salvato dal Nilo, si salvò dal Mar Rosso. Gli elementi -mitici appaiono spostati, ma la loro origine fu probabilmente una -sola.[20] - -Ma, per tornare ai nostri soli miti vedici, l'Agni celeste serba pure -alcuni di que' caratteri bellicosi, che sono proprii di quell'eroe -mitico solare, a cui lo avvicinammo. Finch'egli si trova nascosto nelle -acque, gli Dei temono; quando egli appare, viene a liberarli di pena: -distrugge, come dicemmo, i mostri nemici (onde il suo appellativo di -_sahasrag'it_ o _vincente mille_) e distrugge le nemiche città (onde -il suo appellativo di _purandara_). Per l'aiuto che Agni ha dato nel -cielo agli Dei, acquistò pure fama di protettore de' guerrieri che -combattevano sopra la terra, e lo invocavano nelle battaglie: assistiti -da Agni, i guerrieri divenivano invincibili; esso doveva bruciare i -nemici come aride legna. Tuttavia Agni non è specialmente nel cielo -un guerriero; lo diviene talora come sole, e somministra come fulmine -armi agli Dei; e, s'io accennai alla sua figura di guerriero, lo feci -perchè in alcuni Inni vedici essa veramente ci appare, e perchè da essa -si giustifica meglio l'interpretazione che abbiamo qui data al mito -di Agni fanciullo nascosto nelle acque per scampare da morte, ossia di -un essere divino che nelle acque scampa miracolosamente da morte, uno -de' miti fondamentali nella mitologia che si congiunge col gran mito -cosmogonico del diluvio, dal quale l'eroe indiano, babilonese[21] ed -ebraico scampano in un modo conforme. - -Ma, poichè Agni nel cielo può identificarsi con parecchi altri Dei, la -sua figura mitica non potè riuscire distinta e costante; un versetto -dell'_Atharvaveda_ ci fa sapere come Agni nella sera diviene Varuna, -nel mattino Mitra; muovendo nell'aria, diviene Savitar; splendendo nel -mezzo del cielo, diviene Indra. Questo versetto è molto importante non -solo per quanto ci dice di Agni, ma per la caratteristica speciale -che esso ci dà di altre quattro persone divine del cielo vedico. -Con Indra specialmente Agni si congiunge spesso e viene invocato; -essi vanno a bere insieme; essi cavalcano insieme come Açvinâu; essi -insieme uccidono il mostro Vritra e distruggono città; talora Agni solo -usurpa questi ufficii proprii del Dio Indra, col quale evidentemente -s'identifica. Le specie di Agni son dunque molte; ma la sua natura -generica è quella di fuoco, e come tale viene spesso celebrato nel -cielo, e sempre nella terra. In questo suo aspetto più modesto, ma -continuamente efficace, il poeta vedico lo adora e gli attribuisce -pure essere divino. Agni è col _soma_ sacrificale il solo Dio che il -mortale ha la ventura di poter vedere, toccare, ed anzi creare a sua -posta. Lo vede nascere, lo fa nascere, lo alimenta, lo colma di cure -e di carezze, poichè sente quanta virtù benefica esso abbia nella -vita, come quello che libera l'uomo dal terrore, dalla tenebra, dai -mostri maligni, dal male, porta la luce, la salute, la sapienza nelle -case, il calore ne' corpi, la fecondità nel suolo, la ricchezza, la -gioia presso tutti i buoni. Un Dio così benefico, e, nel tempo stesso, -così trattabile, dovea permettere a' suoi devoti un linguaggio più -confidenziale, più famigliare che essi non potessero usar con gli altri -Dei, men noti, e men facili a lasciarsi accostare. Perciò in due inni -dell'VIII libro del _Rigveda_ si trovano due versetti di una curiosa -ingenuità. Il poeta dice ad Agni: «O Agni, se tu fossi un mortale, e -se io fossi un immortale avente potere d'arricchire un amico, o figlio -invocato della potenza, io non ti abbandonerei all'imprecazione ed alla -miseria; o Agni, il mio inneggiatore non sarebbe povero, in cattivo -stato, miserabile.» E altrove: «O Agni, se io fossi in te, e se tu -fossi in me, i tuoi desiderii sarebbero soddisfatti.» Le preghiere -che si fanno dalle nostre pinzochere, le quali, picchiandosi il petto, -senza farsi male, domandano a Dio, in un'età nella quale non possono -più commetterne, il perdono di tutti i vecchi loro peccati, e per -di più, l'eterna beatitudine del Paradiso, non sono forse più così -ingenue, ma, per compenso, mi sembrano un poco più indiscrete. - - - - -LETTURA SETTIMA. - -L'ACQUA. - - -Noi abbiamo veduto il Dio fuoco, il Dio Agni, il Dio generatore, -il fuoco vitale uscire dalle acque; così, nella cosmogonia biblica, -_spiritus Dei ferebatur super aquas_. Agni dicemmo pure identificarsi -col sole generatore, ed un inno cosmogonico del _Rigveda_ (X, 72) ci -rappresenta pure il sole che gli Dei fanno nascere dall'Oceano, in -cui stava nascosto (_atra samudre âgûlham â sûryam ag'abharttana_). -Nella cosmogonia dell'inno 121º del X libro del Rigveda, dedicato -ad _Hiranyagarbha_ o _Germe d'oro_, leggiamo: «Quando le vaste acque -penetravano il mondo, contenenti il _garbha_ (il germe, Hiranyagarbha), -generanti Agni, allora si svolse l'unico alito vitale degli Dei.» Il -commentatore del _Çatapatha Brâhmana_ Mahîdara[22] dichiara: «Nel -principio questo mondo era tutto acque, solamente acqua.»[23] Un -versetto dell'_Atharvaveda_ compie la rappresentazione cosmogonica -con le seguenti parole: «Le acque generanti un figlio fecero, nel -principio, uscire un germe; di quello appena nato fu aureo il guscio.» -Questo germe nato nelle acque prese pure il nome di _Prag'âpati_ o -_signore della generazione_, che divenne uno degli appellativi del Dio -Brahman, onde nella cosmogonia brâhmanica, il _Brahmânda_ od _uovo di -Brahman_ nato dalle acque corrispose perfettamente all'_Hiranyagarbha_ -o _Germe d'oro_ della cosmogonia vedica. Questo uovo d'oro era, senza -dubbio, nel primo concepimento, il sole. Ma la posteriore cosmogonia -ne fece l'uovo cosmico, universale, in cui si comprende, da cui emerge -l'universo, diviso in due parti, cielo e terra, sebbene gli stessi -Commentatori indiani si trovino quindi imbarazzati a riconoscere la -seconda metà dell'uovo nella terra, il cui colore non è d'oro, mentre -l'uovo primo nato è tutto d'oro. Questo imbarazzo de' Commentatori -ci giova per riconoscere nell'uovo primordiale un fenomeno celeste, -l'Agni solare primo generato e primo generatore. Il concepimento di -un cosmico uovo d'oro uscente dalle acque fu poi naturalissimo. Il -caos si rappresenta come tenebroso. La tenebra si rappresenta come un -mare. Dalla tenebra vien fuori la luce, dal mare tenebroso celeste vien -fuori l'uovo d'oro. Quando, in Piemonte, i fanciulli, al cader della -prima pioggia primaverile vanno intorno gridando: _pieuv, pieuv, la -galina fa l'oeuv (piove, piove, la gallina fa l'uovo)_, si saluta in -quell'uovo della gallina celeste la risurrezione del sole. Quando, al -risorgere del sole primaverile, ossia nella Pasqua di Resurrezione, -si mangiano le uova di Pasqua, noi festeggiamo ancora l'uovo d'oro -celeste che ritorna. L'uovo inaugura e fonda la vita; perciò, nell'uso -popolare, ai giovani sposi, il giorno dopo il matrimonio, soglionsi -offrire uova, per ridar loro, come si dice, le forze perdute; è ancora -questo un augurio simbolico per la generazione. L'uovo divenne pure -simbolo del bene. Con l'uovo incominciavano le antiche famiglie romane -i loro banchetti (l'uso è pure rimasto in alcune odierne famiglie -italiane), e poichè terminavano con la mela, nella loro esclamazione: -_ab ovo ad malum_, l'uovo con cui si principiava rappresentava il -bene, il _malum_, ossia la mela, venne talora a rappresentare il -male. Dall'essersi immaginato come prima creazione l'uovo d'oro, -dall'incominciarsi il giorno con l'apparire dell'aureo sole e -dell'aurora si figurò molto naturalmente come prima età l'età dell'oro. -Come la primavera è la gioventù dell'anno, così l'aurora od aurea è -la prima età del giorno; e poichè, col levarsi del giorno e dell'anno -tutto rifiorisce, tutto si ravviva, all'età dell'oro fatta discendere -in terra si fece corrispondere un paradiso terrestre. Il giorno -incomincia e finisce con un'aurora; e l'uomo trovando la prima luce in -Oriente, l'ultima in Occidente, immaginò in Oriente, ossia al principio -della vita, un paradiso, ed al fine della vita in Occidente, ove il -sol muore, il giardino dell'Esperidi, ove si trovano le mele d'oro, un -paradiso di beatitudine, ove anco le nostre nonne cattoliche ci hanno -fatto sperare che troveremmo i pomi d'oro. Il melo delle Esperidi, come -l'acqua della vita, si trova custodito da un drago; Atlante, una specie -di Dio dell'oceano, è, come il vedico Varuna, reggitore del mondo; -per i buoni ufficii di Atlante, Ercole, nella leggenda ellenica, può -portar via dal giardino delle Esperidi, ossia delle occidentali, che -hanno sede nell'Oceano occidentale, le tre mele richieste da Euristeo, -il quale, come il solito re leggendario che ritorna nelle novelline -popolari, spinge il giovine eroe ad imprese straordinarie, nella -speranza di perderlo. Così da questa breve digressione, la quale ha -per iscopo di mostrare non tanto l'affinità de' miti ellenici con gli -indiani, che non può oramai più esser messa in dubbio, ma altra verità -non meno schietta, che pure si dura ancora molta fatica ad ammettere, -la presenza ne' miti greco-latini della maggior parte dei motivi che -formano tuttora il fondo delle nostre novelline popolari, ci riconduce -all'acqua mitica, dalla quale il sole Agni (chiamato pure _apâm -garbah_, ossia _germe delle acque_; l'_Agni Savitar_ è chiamato _apâm -napat_) esce nel mattino, e nella quale il sole Agni si nasconde la -sera. Abbiamo già avvertito come lo stesso oceano mitico si riproduce -nel cielo nuvoloso, dal quale Agni il fuoco esce ora in forma di raggio -solare o di sole, ed ora in forma di fulmine. - -Le _acque_ sono, per lo più, celebrate negli Inni vedici al plurale. -Dove il Dio si manifesta come plurale, si comprende come la sua -persona mitica non si possa manifestare viva e distinta. Il carattere -è qualche cosa di singolare che spicca in quanto esso appartenga ai -singoli; dov'esso si estende ai più, perde del suo splendore. Nel -plurale i caratteri singolari non si distinguono, ed i caratteri -generali, i quali soli vi si rivelano, non permettono al mito di balzar -fuori vivace, colorito e potente. Per la stessa ragione rimasero nel -_Rigveda_ alquanto pallide le figure delle _Haritas_, nelle quali -si riconobbero le _Charites_, le Grazie elleniche, degli _Angiras -_, forme dell'Agni celeste, messaggieri, luminosi, delle _Apsarâs_ e -dei _Gandharvâs_ che oggi esamineremo, dei _Mârutas_ che studieremo -nella Lettura seguente, dei _Ribhavas_ che ci occuperanno, quando -toccheremo del Dio _Tvashtar_, e di alcuni altri collettivi divini. -Egli è solamente quando alcuno di questi plurali si fece singolare -e si distinse isolato, che si venne a noi disegnando una figura -caratteristica. Nel 9º inno del X libro del _Rigveda_ dedicato alle -_acque_, esse vengono salutate come _amorose madri_ e come _dee_; -quindi si dice: «Il Dio Soma mi ha detto: trovarsi nelle acque tutti -i rimedii ed il fuoco che porta salute a tutti. O acque, arrecate il -rimedio per la guarigione del mio corpo, e perchè io possa vedere -lungamente il sole. E quello che in me possa esservi di malato, -o acque, portate via.» Da un inno del II libro dell'_Atharvaveda_ -apprendiamo come nel preparare un balsamo per le ferite s'invocava -l'acqua della fonte che vien giù dalla montagna; e insieme con le -acque le erbe, aventi esse pure virtù salutifere. Nello stesso inno -si ricordano le _upag'îkâs_, come quelle che recano un rimedio dal -mare; il professor Weber[24] avvicinò alla parola _upag'îkâ_, con -molta verosimiglianza, la voce _upadîkâ_, che denomina una specie di -formiche. Dico con verosimiglianza, poichè il Dio Pluvio Indra ci si -rappresenta egli stesso negli Inni vedici come formica, e, nel citato -inno dell'_Atharvaveda_, dopo essersi ricordate le acque e le piante -salutifere, si celebra per l'appunto il fulmine d'Indra che caccia -via i mostri. La formica, nel mito, penetra nella tana del serpente -guardiano delle acque, lo morde e lo costringe ad uscire; quando -il serpente si muove, ed esce fuori della propria caverna, le acque -vitali e salutifere si sprigionano. Secondo le nozioni indiane, quando -le formiche mettono insieme le uova, viene la pioggia; e quando si -trovano formicolai, è segno sicuro che l'acqua sta vicina. Quest'acqua -non può essere l'acqua della terra, come il mare, da cui le formiche -devono arrecare il rimedio, non può essere l'oceano terrestre. Qui -ancora, osservandosi come l'adunarsi delle uova di formiche sopra la -terra risponda al tempo delle prime pioggie primaverili, si vide nel -Dio Pluvio Indra una formica celeste: i fulmini d'Indra penetrarono -come formiche nella tana del serpente celeste, che teneva chiuse le -acque, lo ferirono e lo fecero uscire, scatenando le acque. Così, per -aver osservato che il canto del cuculo annunzia la primavera, il primo -scoppio del tuono in primavera si paragonò in Grecia ed in Roma al -canto del cuculo; e Giove Pluvio si rappresentò esso stesso in forma -di cuculo, nella qual forma egli visita secretamente Giunone; ossia -il luminoso, nella scura veste di cuculo canoro, come Dio tonante, si -nasconde nel cielo. - -Le acque e le erbe sono, come dicemmo, invocate insieme; entrambe -appaiono salutifere; l'erba e la pianta contengono umori salutari; si -celebra pertanto l'erba medicinale come l'acqua della salute. L'inno -17º del X libro del _Rigveda_ canta con un solo versetto, insieme, -le erbe lattifere ed il latte delle acque. Il cielo nuvoloso (come -l'oceano luminoso mattutino) si rappresenta ora come vacca lattifera, -ora come fiume che porta latte, ora come erba od albero stillante -latte, e purificante. _Payasvatî_, ossia _lattifera_, è chiamata -l'_oshadhi_, ossia _l'erba_; _payasvatî_ è pure uno degli appellativi -dato alla _riviera_. E come tale gli corrisponde perfettamente la -_Sarasvatî_ ossia _la fornita di umore, l'acquosa_, della quale pure -si fece una dea. La _Sarasvatî_ rappresentò particolarmente il _fiume -celeste_; ed al plurale _i fiumi celesti_. Ma de' fiumi celesti la -sede è varia: nella notte si ha particolarmente un Oceano, ma talora -un fiume scuro, infernale; nel mattino e nella sera un fiume dalle -onde luminose; nel cielo nuvoloso ora un oceano, ora molti fiumi. Il -_fiume celeste_ per eccellenza si chiamò ora _sindhu_, ora _sarasvatî_; -le due parole non valgono altro che _il fiume_. Mentre adunque gli -Ariani del Peng'ab occidentale che si trovavano presso il fiume Indo, -non conoscendo ancora altro fiume più vasto, lo chiamarono _Sindhu_, -ossia semplicemente _il fiume_, gli Ariani del Peng'ab occidentale -denominavano un altro gran fiume col nome di _Sarasvatî_, ossia ancora -semplicemente _il fiume_. Ma nel cielo il _Sindhu_ e la _Sarasvatî_, -così al plurale come al singolare, espressero in origine la stessa -cosa, la riviera, il fiume celeste, ossia la fiumana notturna, -mattutina e vespertina, e quella che tra i fulmini si rovescia dal -cielo sopra la terra in torrenti di pioggia.[25] Dato un carattere -divino ai fiumi del cielo, anche i fiumi della terra, con quegli stessi -nomi che ritornavano nel mito, divennero sacri. E come nel cielo è un -mostro, un drago che trattiene le acque, finchè il Dio Pluvio non lo -fulmina, così si suppose sopra la terra che alla guardia delle sorgenti -de' fiumi stia un vecchio dragone. Come le acque celesti son celebrate -negli Inni vedici quali divine purificatrici, così la _Sarasvatî_ e -la _Gangâ_ divennero nell'India fiumi, ne' quali chi fosse disceso a -bagnarsi non si mondava soltanto il corpo, ma anche l'anima. Perciò -in un inno funebre dell'_Atharvaveda_ (VIII, 2) s'invocavano come -propizie le acque celesti. Le acque sono, come il fuoco, fecondatrici; -dicemmo nella Lettura precedente del figlio considerato nella credenza -indiana come il liberatore del padre; così l'inno 61º del VI libro del -_Rigveda_ ci rappresenta un devoto Vadhryaçva, il privo di cavallo -(ossia, possibilmente ancora, l'azzoppato, lo zoppo che non può più -andare), il vecchio sole carico di debiti, a cui Sarasvatî dà un figlio -di nome Divodâsa (il sole mattutino) che lo libera dai debiti. La via -che Sarasvatî percorre è detta aurea (come quella dell'aurora e della -nuvola aurea solcata dai fulmini); perciò essa lascia sopra le sue -traccie dell'oro, onde ancora il suo appellativo di _hiranyavarttini_; -in essa sono tutti i poteri vitali, ed essa viene perciò invocata, -affinchè _ponga il germe_ (_garbham dhehi Sarasvatî; Rigveda_, X, -184); nè solo dà forza e vigore vitale agli uomini, ma agli stessi -Dei, ad Indra, nella quale facoltà essa appare, presso il _Yag'urveda_ -_bianco_, come medichessa celeste (al pari dell'aurora) insieme coi -due medici celesti e con gli Açvinâu, dei quali anzi (come l'aurora) -è detta sposa, e con Varuna, reggitor delle acque (_apsu râg'â_), -col quale concorre a generare Indra. Nella estrema mitologia vedica, -Sarasvatî fu poi identificata con _Vac'_,[26] _la parola_, e quindi -_la parola sacra, la preghiera_, per un facile equivoco di linguaggio. -La parola _saras_, che entra a formare l'appellativo _sarasvatî_, -non significò soltanto _acqua_, ma _suono, voce_, considerandosi, -per comune etimologia, tanto la _voce_ quanto l'_acqua_, come _la -scorrevole_. La _sarasvatî_ o _fornita di scorrevolezza_ valse per lo -più _l'acquosa_, ma talora dovette valer pure _la vocale, la sonante: -nâdî_ o _la sonante_ è il nome più comune che si dà in sanscrito alla -riviera. E tanto più dovette l'equivoco mantenersi, contemplandosi -la Sarasvatî celeste, ossia la nuvola che versa torrenti di pioggia, -ma preceduta dal tuono. Venuta la tonante Sarasvatî a significare la -parola sacra, la preghiera, l'immaginazione brâhmanica lavorò quindi -sopra questa astrazione e l'isolò per modo dalla sua prima natura, che -l'artificiale Sarasvatî brâhmanica non ha quasi più nulla di comune -con la naturale Sarasvatî vedica. Lo stesso equivoco tra il Sindhu -celeste ed il Sindhu terrestre ci si presenta nell'inno 75º del X libro -del _Rigveda_; ma il _Sindhu_ conserva almeno sempre la sua natura -di fiume. Riconosco ancora in esso il fiume celeste, quando esso ci -si rappresenta come aggiogato ad un bel carro tirato da cavalli, ed -accrescente forza agli eroi nella battaglia. I fiumi celesti, ossia -le acque dell'Oceano celeste, le stesse che danno il nascimento ad -Agni, il quale non solo nasce dalle acque, ma le protegge (_Rigveda_, -VII, 47), accrescono forza ad Indra ed agli altri Dei guerrieri. -L'onda celeste è perciò chiamata _Indrapâna_ o _bevanda d'Indra_. -Quanto al bel carro, a cui s'aggiogano, esso è indubbiamente il carro -solare. Al quale proposito giova ripetere come le acque celesti non -appaiono soltanto nell'oceano notturno e nell'oceano nuvoloso, ma -ancora nell'oceano di luce, nel roseo ed aureo cielo che si presenta -il mattino ad Oriente, la sera ad Occidente. L'inno 47º del VII libro -del _Rigveda_ ci fa sapere che il sole co' suoi raggi stende le acque, -alle quali Indra apre una vasta corrente (_Rigveda_, VII, 47), le quali -il toro o l'eccellente Indra fulminante divide (_Rigveda_, VII, 49). -Qui abbiamo il cielo nuvoloso. Ma quando apprendiamo che nelle acque -si rallegrano il reggitore Varuna, Soma, Agni e tutti gli Dei, ci -conviene allargare il dominio delle acque nuvolose, sopra le quali il -Dio fulminante impera. Varuna ci conduce perciò al cielo vespertino, -Soma al cielo notturno; Agni Vâiçvânara ci rappresenta più tosto il -cielo mattutino; esso trovasi perciò invocato, nell'_Atharvaveda_, -come sole, ed invitato _a purificare co' suoi raggi_. Così quel figlio -delle onde, il quale appare nel cielo come un uccello rosso, dalle -belle piume, che s'accende senza combustibile, non può essere altro -che il sole mattutino. Il figlio delle acque è chiamato per lo più -_Agni_; nell'inno 30º del X libro, esso appare col nome di _Soma_ -(che s'identifica ora con la Luna, ora col Sole), e si rallegra con -le onde come un uomo insieme con belle giovani. «Le giovani (canta -l'inno) s'inchinano al giovane, quando desideroso esso si accosta alle -desiderose.» - -Noi vediamo qui, dunque, le acque muoversi in forma di fanciulle -verso un Dio. Questa prima immagine creò nel cielo tutto un ordine di -esseri, che divennero popolari nella mitologia vedica e brâhmanica -col nome di _apsarâs_, e nella mitologia greco-latina col nome -di _ninfe_. Ma, oltre le ninfe, la mitologia greco-latina conosce -centauri, fauni, satiri, che vanno, per lo più, in compagnia delle -ninfe; così la mitologia vedica e brâhmanica dà alle apsare come loro -sposi i _gandharvâs_. La parola _apsarâ_ parrebbe valere _la scorrente -sopra le acque_, ossia _l'andante sulle acque_, etimologia che ci -richiamerebbe alla nuvola scorrente sopra le acque, acquosa; la ninfa -e la linfa avrebbero così fra loro molta analogia. Non debbo tuttavia -tacere come il professor Weber[27] mantenga sempre per la voce _apsarâ_ -la etimologia da lui data nel primo suo saggio, cioè di _priva di -forma_ o _psaras_, _la informe_; altre etimologie furono proposte, -secondo le quali l'_apsarâ_ potrebbe valere _la insaziabile_, e quella -_dalle belle gote_. Noi preferiamo la prima etimologia, _ap-sarâ_, -ossia _l'acquosa, l'andante nelle acque_, come nella voce _gandharva_ -vediamo _l'andante nei profumi_, e poichè la parola _arva_ (dalla -radice _r'i_, _ar_, «andare») valse quindi ad esprimere il _cavallo_, -anche il _gandharva_, il centauro, prese forma ora d'ippocentauro, ora -di onocentauro.[28] Contro l'etimologia dottamente grammaticale del -professor Weber l'obiezione principale parmi possa esser questa: la -forma femminina più luminosa, più bella dell'Olimpo vedico, quella che -dovea meritare l'onore d'esser celebrata come la sposa, qual ballerina -celeste, come la bella del Dio (l'aurora è anch'essa un'_apsarâ_), -non potea chiamarsi _l'informe_. Noi abbiamo già veduto la bella -aurora saltatrice, danzatrice; così, poco sopra, vedemmo accennate -le onde quali giovani piegantisi innanzi al giovane. Abbiamo qui -dunque un primo elementare indizio delle ninfe celesti, delle _apsare_ -saltellanti sulle acque, delle ballerine dell'Olimpo, che doveano poi -assumere tanto splendore nella mitologia eroica del periodo brâhmanico. -Tutto c'induce dunque a supporre non solo per le apsare brâhmaniche, -ma ancora per le vediche, una forma molto corporea. La natura sensuale -del Dio Indra fu la cagione principale della sua rovina dall'Olimpo -vedico: così di tutti gli Dei l'_Atharvaveda_ ci fa sapere ch'essi -hanno primi insegnato agli uomini i commercii carnali: «Gli Dei -dapprima frequentarono le loro spose toccando i corpi coi corpi.» Anzi -un poeta dell'_Atharvaveda_ fa carico ai divini _Gandharvâs_ di venir -talora sulla terra (come gli Angeli della leggenda biblica) a sedurre -le figlie de' mortali, mentre essi stessi hanno per loro proprie spose -nel cielo le apsare. «Fattosi bello alla vista, il gandharva segue la -donna: noi lo allontaniamo di qua con la sacra formola potente: Vostre -spose sono le apsare, o Gandharvi, voi siete gli sposi; essendo voi -immortali, non dovete andar dietro a donne mortali.» (_Atharvaveda_, -IV, 37.) - -Come qui appaiono i gandharvi quali seduttori delle donne mortali, -così, nelle leggende brâhmaniche, appaiono spesso le apsare, come -mandate dagli Dei sopra la terra per distrarre dalla penitenza, con -le loro seduzioni, i devoti. Esse sono, per lo più, le rallegranti; -ma alcuna volta non solo rallegrano, ma inebbriano, e nella ebbrezza -ammolliscono. La loro natura è acquosa (il fuoco è un mascolino, -l'acqua un femminino). Il loro soggiorno prolungato nel cielo porta -l'umidità sopra la terra; onde comprendiamo il motivo, per cui -nell'_Atharvaveda_ si trovano pure scongiuri contro di esse, come -quelle che possono portare l'uomo all'imbecillità, ossia turbarne la -mente, onde il loro appellativo di _manomuhas_; quando questo non venga -loro dato per la loro relazione intima col gandharva lunare, e però il -turbamento dell'intelletto non sia da attribuirsi all'influsso della -luna sulla pazzia. Un altro degli appellativi vedici delle apsare è -_akshakâmâs_, ossia _amiche dei dadi_. Esse, in cielo, danzano, cantano -e giuocano; perciò in un inno dell'_Atharvaveda_,[29] il _gandharva_ -che ha la pelle color del sole, e l'_apsarâ_, sono insieme invocati -a proteggere _il giuoco dei dadi_. Noi abbiamo sopra veduto come -le giovani onde si piegano innanzi al giovine Soma. Questo _Soma_ -s'identifica col re de' Gandharvi, con lo sposo delle apsare, col -gandharva _Viçvâvasû_, genio particolarmente lunare, guardiano del -_Soma_, reggitore della pubertà e virginità delle donne, che deve -perciò allontanarsi, quando questa si perde; poichè il _gandharva_ ama, -protegge, custodisce, tiene gelosamente nascosta, la sola _anavadyâ_ o -_l'innocente_. - -Quanto all'_apsarâ_, nell'_Atharvaveda_ essa è chiamata _nuvolosa, -lampeggiante_ e _stellata_. Qui abbiamo dunque una ninfa nella -nuvola, ed una ninfa nella notte, ma vi è ancora un'apsarâ aurora, -che mi pare indicata in quelle parole dell'inno 109º del VII libro -dell'_Atharvaveda_; onde apprendiamo che le apsare si rallegrano nel -tempo che passa fra l'offerta sacrificale e l'apparire del sole. Questo -tempo è, per l'appunto, quello dell'aurora; l'inno stesso invita il -fuoco a portare burro per le apsare. Ma il burro ed il fuoco, prima -che manifestarsi nel sacrificio, si manifestarono nel cielo, il quale -nel mattino incominciò ad apparire imburrato con l'alba, e quindi -infuocato con l'aurora; il burro liquefatto dell'alba alimenta il -fuoco dell'aurora, che il legno della selva notturna, distrutto dal -fuoco stesso, non avrebbe più bastato ad alimentare. Per mezzo del -burro si produce il fuoco, il ricco; come pertanto le acque, madri del -fuoco, sono invocate per ottenere un figlio che liberi il padre dai -debiti, così un poeta dell'_Atharvaveda_ invita le apsare ad ungergli -le mani _con burro_, affinchè egli possa, nel giuoco, vincere il -suo avversario; in un altro inno dell'_Atharvaveda_[30] s'invitano -le apsare _Ugrampaçya_ ed _Ugrag'it_ a riparare ai debiti che il -giuocatore ha fatti coi dadi. L'_apsarâ_ detta _payasvatî_ (come la -_sarasvatî_) vien chiamata essa stessa _sadhûdevinî_, ossia _bene -giuocante_; danza coi dadi; coi dadi si procura dei beni, per mezzo -della sua magia. Noi abbiamo qui la mobile, luminosa, danzante aurora, -fornita di ricchezze, che diffonde la luce e la ricchezza nel mondo. -A far poi apparire questa apsarâ come una giuocatrice celeste dovette -pure concorrere, per molta parte, l'equivoco tra la radice _div_, -«splendere» e la radice _div_, «giuocare» (cfr. _jucundus, juvenis_, -presso _jocus_). L'aurora _divo duhitar_ e l'_apsarâ sadhûdevinî_, -ossia _bene giuocante_, riuscirono una persona sola, con la quale -si congiunge intimamente quel _divodâsa_, in cui io riconosco il -sole mattutino, che, per grazia di _Sarasvatî_ (l'_ap-sarâ_ aurora -_payasvatî, sadhûdevinî_), libera il padre da' suoi debiti fatti -probabilmente nel giuoco, ossia nella gara luminosa, nella gara de' -raggi celesti, che fu il primo di tutti i giuochi, ossia di tutte le -opere luminose; il _gioco_ è _gioia_; la _gioia brilla_. E _brillo_ -chiamasi tuttora l'uomo vivamente _allegro_. In Toscana, d'uomo -contento dicesi ch'_ei brilla_; la gioia è splendida, il dolore è -scuro. Il sole vespertino perde al giuoco luminoso il suo cavallo, -diviene _Vadhryaçva_; nel _giuoco_ de' suoi raggi egli rimane perdente; -il sole mattutino _Divodâsa_, suo figlio, aiutato dalla giuocatrice o -luminosa ninfa Sarasvatî, dall'aurora, guadagna quello che il padre -avea perduto. La parola _divodâsa_, vale propriamente _il servo del -cielo_, come _duhitar divas_ (l'aurora) vale _la figlia del cielo_. -L'aurora è protetta da Indra e dagli _Açvin_; così _Divodâsa_ è -protetto da Indra e dagli _Açvin_, che distruggono per lui le città -demoniache celesti, ossia le tenebre mostruose della notte. Il padre -di lui, che egli libera dai debiti, si chiama _Vadhryaçva_, o _privo -di cavallo_; ma prima di divenire _Vadhryaçva_, chiamavasi invece -_Bahvaçva_, ossia _avente molti cavalli_ (ossia, possibilmente ancora, -_il molto celere_, ossia _il potente corridore_ od _açva_), ch'egli -doveva pure essere abilissimo a guidare. Il figlio _Divodâsa_, come -_servo del cielo_, protetto dagli Dei, deve avere servito specialmente -(come quasi sempre l'eroe nel periodo, in cui rimane nascosto) in -qualità di _stalliere_ divino (Ercole spazza la stalla al re Augias); -verso il mattino una fanciulla divina, un'_apsarâ_ di nome _Sarasvatî_, -lo rende felice, facendolo vincere al giuoco, e intendiamo al -giuoco dei raggi solari; l'_aksha_ divenne poi _il dado_, ma, prima -di riuscire un dado, fu certamente _la ruota, l'asse, l'occhio_ e -probabilmente _il raggio luminoso_ dell'occhio, _il raggio penetrante_. -Il re Nala che perde, al giuoco dei dadi, il regno, che abbandona la -sua bella sposa di notte nella selva piena di tigri e serpenti, che nel -tempo della sua miseria si fa auriga, ossia guidator di cavalli, che -riguadagna, al giuoco, il regno perduto e la sposa smarrita, ci offre -una stupenda variante brâhmanica del mito vedico di Divodâsa figlio di -Bahvaçva, divenuto, nel giuoco, _Vadhryaçva_, che riguadagna quello che -_Bahvaçva_ avea perduto. - -Ma una variante mitica della poetica leggenda della sposa perduta si -trova nel _Rigveda_ stesso; ove l'inno 95º del X libro ci presenta un -contrasto fra la ninfa Urvaçî e l'eroe divino Purûravas, _il molto -sonante_ (il vedico Gandharva, _l'andante ne' profumi_,[31] appare -nel periodo brâhmanico presso il paradiso d'Indra, insieme con le -apsare ballerine, come _un musico celeste_, a quel modo con cui la -ninfa acquosa Sarasvatî riesce la sonante e poi la Dea della parola, -dell'eloquenza; Purûravas, il tonante sposo dell'apsarâ Urvaçî, -è l'anello che congiunge il concepimento vedico col concepimento -brâhmanico de' Gandharvi). La ninfa od apsarâ Urvaçî, _la larga -che s'avanza_, una specie di _Pr'ithivî_, dice di sè stessa, nel -secondo versetto dell'inno 95º del X libro del _Rigveda: io arrivai -come la prima delle aurore (prâkramisham ushasâm agriyeva)_; nel -quarto versetto lo sposo suo Purûravas la chiama _aurora_, come nel -primo versetto l'ha chiamata _femmina crudele_, perchè gli sfugge; e -vorrebbe trattenerla, e la prega perchè s'arresti nella sua dimora, -dove notte e giorno sarà colpita dal _vaitasa_ (uno de' nomi vedici -del _phallos_). Urvaçî gli fa osservare ch'ei l'ha visitata tre volte -nel giorno; ch'egli è il padrone del suo corpo. Egli (un _gandharva_, -come avvertimmo) si lagna che le fanciulle aurore si allontanino come -_cavalle_ attaccate ad un carro. Purûravas si rivolge a lei con parole -conformi a quelle, con cui i devoti sopra la terra invocano l'aurora: -Urvaçî cerca di consolarlo, egli si dispera; essa gli promette un -figlio di nome _Vasishtha_ (uno de' nomi di Agni e del Sole), e, per -merito de' sacrificii del figlio, Purûravas può salire nel cielo e -rallegrarvisi beato (_prag'â te devân havishâ yag'ati svarga y tvam api -mâdayâse_). - -Il mito della ninfa Urvaçî si svolse quindi largamente nelle leggende -indiane, ed ebbe in Europa la fortuna di trovare un luminoso e geniale -interprete nel professore Max Müller, che lo studiò in parecchie belle -pagine degli _Oxford Essays_.[32] È evidente che l'inno vedico ci -presenta solamente alcuni frammenti mitici; gli elementi del mito non -vi furono tutti raccolti; ecco ora in qual modo esso si è compiuto nel -_Çatapatha Brâhmana_, in parte con nuovi elementi mitici non penetrati -nell'inno vedico, ma persistenti nella tradizione orale, in parte -per l'industria un po' arbitraria del Commentatore dell'inno vedico, -che s'ingegnava di spiegarne i passi rimasti oscuri. — Un'apsarâ -chiamata Urvaçî amò Purûravas figlio d'_Idâ_, e, trovandolo, gli disse: -«Abbracciami tre volte al giorno, ma non mai contro il mio volere, -e ch'io non ti vegga mai senza le tue vesti reali.» Così ella visse -a lungo con lui. Allora i suoi primi amici, i Gandharvâs, dissero: -«Quella Urvaçî da lungo tempo rimane fra i mortali; facciamola tornare. -Dove Urvaçî e Purûravas giacevano, vi era una pecora con due agnelli, -ed i Gandharvâs ne rapirono uno.» Urvaçî disse: «Essi mi pigliano -il mio caro, come se io vivessi dove non c'è un eroe, e nemmeno un -uomo.» I Gandharvâs rapirono anche il secondo, ed essa ne fece ancora -rimprovero allo sposo. Allora Purûravas guardò e disse: «Come mai -il luogo ove io abito può esser privo d'un eroe o d'un uomo?» E, -per non perdere tempo, nel cercare i proprii abiti, si alzò ignudo. -Allora i Gandharvâs fecero splendere un raggio, e per quel raggio, -come se fosse di giorno, Urvaçî vide suo marito ignudo. Allora essa -scomparve: «ritornerò» disse, ed andò via. Allora egli pianse la sua -amica perduta, e si recò presso il Kurukshetra. Trovasi colà un lago -chiamato _Anyatahplaksha_ pieno di ninfe, e mentre il re passeggiava -sopra le sue rive, le ninfe scherzavano nell'acqua in forma d'uccelli -(probabilmente cigni). Urvaçî scorse il re, e disse: «Ecco l'uomo, -con cui ho abitato per tanto tempo.» Allora le compagne le dissero: -«Mostriamoci ad esso.» Essa consentì, e le apsare si manifestarono.[33] -Allora il re la riconobbe e disse: «Oh! sposa! resta, crudele; -parliamo un poco. I nostri segreti, se noi non li riveliamo ora, non -ci porteranno più tardi fortuna.» Essa gli rispose: «A che parlarmi? -Io sono arrivata come la prima delle aurore. Purûravas ritorna nella -tua dimora. Io sono difficile come il vento ad essere raggiunta.» Egli -rispose dolorosamente: «Se è così, il tuo antico amico cada ora per -non più ridestarsi; se ne vada egli lontano, lontano; egli cada come -corpo morto, gli avidi lupi vengano a divorarlo.» Essa gli rispose: -«Purûravas, non morire, non cadere, non ti divorino i lupi....» Ella -alfine s'intenerì, e disse: «Vien da me l'ultima notte dell'anno; tu -abiterai con me una notte, ed un figlio ti nascerà.» L'ultima notte -dell'anno egli si recò alle auree sedi, e quando ei vi fu salito, gli -mandarono Urvaçî. Allora essa disse: «I Gandharvâs ti permettono di -fare un voto, ch'essi adempieranno; scegli.» Purûravas disse: «Scegli -tu per me.» Ed ella: «Allora di' ai Gandharvâs: permettetemi di essere -uno di voi.» Il giorno dopo, per tempo, i Gandharvâs gli accordarono un -dono; ma quando egli ebbe detto: «Ch'io possa essere uno di voi,» essi -risposero: «Il fuoco sacrificale, per grazia del quale l'uomo potrebbe -divenir uno di noi, non gli è noto ancora.» Allora essi iniziarono -Purûravas ai misteri del sacrificio; quando ei l'ebbe compiuto, -divenne uno dei Gandharvâs. — Così la leggenda finisce come avrebbe -potuto incominciare; cioè con un tonante _Purûravas gandharvas_ (ossia -_camminante nelle profumate acque celesti_), naturale amico e sposo di -un'_apsarâ_ (ossia _di una scorrente sulle acque del cielo_), di una -ninfa celeste, la sede della quale ripetiamo essere stata triplice nel -cielo, come è triplice la sede delle acque celesti, acque dell'oceano -aureo luminoso, dell'aurora, acque dell'oceano nuvoloso, acque -dell'oceano tenebroso. - - - - -LETTURA OTTAVA. - -IL VENTO. - - -_Difficile a raggiungersi come il vento, vâyuvega_ o _celere come il -vento_, è una similitudine non infrequente in sanscrito; e come il -vento è difficile a raggiungersi, così difficilmente si può la natura -di esso determinare. Quando l'inno cosmogonico vedico (_Rigv._, X, 90) -ci fa sapere che _Vâyu_ è nato dall'alito di Purusha, noi ne sappiamo -ancora poco, poichè Purusha, il maschio universale, appare, per lo -più, un'astrazione. Un inno del X libro del _Rigveda_ (168º) dedicato -a _Vâta_ (il vento) mostra ancora maggiore incertezza sull'origine -del vento: «Ora la potenza del carro di Vata; esso va stroncando (ogni -cosa); lo strepito ch'esso fa è assordante. Esso, toccando il cielo, -s'avanza, producendo le (nuvole) rosseggianti, e vien cacciando la -polvere della terra. Le mobili (acque) vanno dietro il vento; insieme -con esso vanno simili a donne; il Dio, re di tutto quest'universo, -se ne viene con esse congiunte col proprio carro. Andante per le vie -dell'aria, esso non si trattiene neppure per un giorno; delle acque -compagno, primo nato, acquoso, dove è nato, donde provenne? anima -degli Dei, germe del mondo, questo Dio va dove vuole; lo strepito di -esso fu inteso, ma la sua forma nessuno mai vide.» Il poeta vedico -non sapeva dunque onde il vento venisse. Ma l'inno citato ha per noi -grande importanza, per quattro nozioni ch'esso ci dà: la prima del -vento congiunto con le (nuvole) rosseggianti, la seconda del vento -congiunto con le acque, la terza del vento congiunto con le donne, la -quarta del vento generatore. Consideriamo bene questi quattro caratteri -del Dio Vento vedico, e dovremo rimanere colpiti di viva meraviglia -nel ritrovarli tutti nello _Spirito Santo_ cristiano, ossia l'alito -sacro, che si manifesta con le lingue di fuoco, che aleggia sopra le -acque del Giordano nel battesimo del Cristo (però si rappresenta per lo -più nei Battisteri) e che feconda la Vergine (un sarcofago lateranense -rappresenta la Trinità intenta invece a creare Eva, ossia la prima -donna). San Paolino, descrivendo un disegno della Trinità ch'era nella -chiesa di San Felice di Nola, si esprimeva nel modo seguente: - - _Toto coruscat Trinitas misterio,_ - _Stat Christus amne, vox Patris coelo tonat,_ - _Et per columbam Spiritus Sanctus fluit._ - -Questo cristiano padre che tona dal cielo è ancora una forma del Dio -tonante od Indra, col quale il vedico _Vâyu_ trovasi, per lo più, -congiunto. Il vento congiunto con le donne, il vento amico delle -donne, è una nozione molto diffusa nella tradizione popolare; anche -nell'_Eneide_ virgiliana, Giunone non trova miglior modo di amicarsi -Eolo il Dio de' venti, perchè susciti nel mare la tempesta, che -promettendogli delle ninfe. Ma delle ninfe conosciamo già la natura -acquosa, e spesso nuvolosa. Le mobili ninfe spose del vento son le -nuvole che apportano la pioggia. La tradizione popolare rappresenta -come stretti parenti fra loro Messer Vento e Madonna Pioggia. Quanto -al cristiano Spirito Santo (colomba) non ci sembra recare verun grave -imbarazzo. Si volle fare della colomba l'emblema della castità; -io credo che sia una nozione intieramente falsa: la colomba è uno -degli uccelli più salaci, com'è de' più fecondi; se lo Spirito Santo -si trasformò pertanto in colomba, ciò avvenne certamente per altra -ragione che non sia quella della purità dei costumi della colomba; -probabilmente questa metamorfosi si compì in Grecia e non in Giudea. -Qual'è del vento la qualità che ha più colpito l'immaginazione -popolare? La sua rapidità che ne fece una specie di messaggiero -celeste. Era naturale adunque che si eleggesse come sua figura un -essere alato, e tra gli uccelli uno de' più rapidi al volo. Nelle -leggende indiane troviamo il falco, l'_accipiter_ (ossia quello delle -ali rapide) che insegue la _colomba_; è, in certo modo, una gara alla -corsa fra due uccelli rapidissimi. Qual meraviglia pertanto che, come -il fulmine, nel mito vedico, fu raffigurato qual falco, il vento abbia -potuto trasformarsi in colomba? Ma il vento non è solo il rapido, -ma anche il forte, il generatore, l'amico delle donne; perciò, come -nell'antichità ellenica troviamo il colombo ed il passero sacri ad -Aphrodite, così non ci deve sorprendere che lo Spirito Santo abbia -pure, nella leggenda cristiana, in forma di colomba, visitato e -fecondato la Vergine. Di una vergine che concepisca in modo illegale, -suolsi ancora dire con maliziosa indulgenza: Sarà stato il vento, -oppure: Sarà stato lo Spirito Santo. - -Noi abbiamo già parlato del fuoco generatore. Dicemmo che, nel Natale, -il fuoco che si sprigiona dal ceppo dell'albero, ossia l'Albero di -Natale illuminato, è simbolo del nascimento del sole, che si fa cadere -nel solstizio d'inverno, ossia ne' giorni ne' quali la luce incomincia -a protrarsi. Nei presepii cattolici uno de' primi doni che i pastori -portano al neonato bambino, sono i piccioni simbolici. Ma il sole ebbe -più di un natalizio; noi incominciamo l'anno col primo di gennaio, -ossia press'a poco coi giorni natalizii cristiani; ma gli antichi -Romani lo incominciavano invece col marzo ventoso, ossia press'a poco -verso il ritorno della primavera, il che torna a dire presso alla -Pasqua di Resurrezione, nella quale il sole risorge, preceduto, per -lo più, da qualche scoppio di tuono. Il vento di marzo e le pioggie -d'aprile (mese sacro a Venere primaverile) si succedono. Il vento -annuncia la pioggia. Il sole risorge fra il vento e la pioggia; -il sole ritorna ad emergere luminoso. Dal cielo nuvoloso, tonante, -lampeggiante, vien fuori nuovamente il sole in tutto il suo splendore. -La leggenda evangelica ci mostra lo Spirito Santo in forma di colomba -con le lingue di fuoco. Ho detto che, talora, nel concepimento vedico -i fulmini si svolgevano dalla ruota dell'astro solare chiuso nella -nuvola. Poichè, quando il sole è potente, ossia nella stagione calda, -il cielo tona, si suppose una natura sola ai raggi solari, ai lampi -ed ai fulmini. Siano raggi solari, sian fulmini, quelle lingue di -fuoco, con le quali lo Spirito Santo si rivela, appaiono soltanto nella -stagione calda e luminosa, diurna, primaverile od estiva. Quindi tutte -le forme di fuochi sacri conservate nell'uso popolare rappresentano -il fuoco celeste del tempo luminoso nel giorno o nell'anno. Quando si -arde la vecchia strega nelle novelline popolari, quella vecchia ora -è la notte che si consuma nel fuoco mattutino dell'aurora, ora è la -stagione tenebrosa dell'anno che finisce; quando si brucia a Natale, -all'Epifania, al fin di Quaresima, la brutta vecchia, è segno che il -sole ritorna pure a trionfare nel cielo; e i tonanti fuochi d'artifizio -che sull'ora di mezzogiorno nel Sabato santo, fra il Battistero e il -Duomo di Firenze, la colombina di Casa Pazzi viene tuttora ad accendere -alla presenza de' contadini, che si radunano a pigliarne gli augurii -per sapere se essi avranno buona raccolta, mostrandoci, in forma -d'uccello chiaro, lo Spirito od alito santo, sacro vento, congiunto -col fuoco e coi tuoni, ci rappresentano ancora la risurrezione del -sole primaverile fra venti e scoppi di tuono, i quali abbiamo già -detto essere considerati come nunzii, messaggieri del bel tempo. Così -i fuochi che s'accendono ancora in più luoghi d'Italia nella vigilia -del giorno di San Giovanni, ossia precisamente ne' giorni di solstizio -di estate, serbano immagine del trionfo massimo del sole, arrivato, -per mezzo dell'Ascensione, ed a traverso le lingue di fuoco della -Pentecoste, al suo apogeo. - -Noi troviamo dunque lo Spirito Santo congiunto col fuoco. Ma come -il fuoco ha virtù generativa, così il vento. In sanscrito, le parole -_vento_ e _fuoco_, cioè _anila_ ed _anala_, hanno una sola ed identica -radice, cioè _an_ che vale _soffiare, spirare_; il caldo, il fuoco, la -sacra fiamma è vita; il soffio, lo spiro è ancora la vita: perciò, come -abbiamo, nel citato inno vedico, il Dio _Vâta_ o _Vento, primo nato_ -e _compagno delle acque_ al pari del fuoco, ed anzi _anima (âtman)_ -degli _Dei_ (spiritus Dei) e _germe (garbha)_ fecondatore del mondo; -così ancora troviamo una strettissima relazione fra la voce greca -_anemos_ (vento) e la voce latina _anima_; così ancora nelle antiche -iscrizioni cristiane la parola _spiritus sanctus_ è adoperata come -semplice equivalente di _anima_: di un certo _Leopardus_ si dice che -_reddidit Deo spiritum sanctum_. La parte più mobile di noi che s'agita -e ci scalda, apparve anche prima che si manifestasse lo Spirito Santo -cristiano, come un Dio chiuso in noi: - - _Est Deus in nobis; agitante, calescimus, illo._ - -Ma proseguiamo la nostra analisi del Dio _Vento_ vedico. Esso non -solo ha il potere di dare la vita, ma, come Agni, anche quello di -prolungarla. I venti _Marutas_ sono invocati a portare i rimedii ai -devoti. Nell'inno 186º del X libro si canta: «Spiri il Vento a noi un -rimedio salutare, al nostro cuore piacevole; le nostre vite protragga. -E tu, o Vento, sei nostro padre, nostro fratello, amico nostro; -adoprati per la nostra vita. Poichè, o Vento, là nella tua casa si -trova l'ambrosia, danne perciò a noi perchè viviamo.» - -_Vâyu_, altro appellativo indiano del vento, ha caratteri analoghi a -quelli di _Vâta_; ma in _Vâyu_ si specifica anco meglio la sua qualità -di _vento della tempesta_, perciò strettamente congiunto col tonante -Dio Indra. _Vâyu_, che un inno cosmogonico dice uscito dall'alito del -Purusha, appare, nell'inno 26º dell'VIII libro del _Rigveda_, genero -di _Tvashtar_, il Dio artigiano vedico, fabbro e falegname celeste; -in altri inni il genero di _Tvashtar_ appare, come vedremo, col nome -di _Vivasvant_. Non è forse intanto senza importanza, per i riscontri -comparativi, il ritenere come negli Inni vedici il divino Vâyu o -vento, o alito fecondatore, è ricevuto in casa del fabbro o falegname -_Tvashtar_ come sposo della sua vergine figlia _Saranyû_, dalle quali -nozze nasce poi _Yama_, il sapientissimo degli Dei, che muore primo -per mostrare agli uomini la via dell'immortalità e della beatitudine; -un inno del _Rigveda_ ci fa sapere che Yama nacque da un _gandharva_ -(i _gandharvâs_ o _andanti nei profumi_, sono anch'essi una figura dei -venti, che scuotono i profumi dai fiori e li diffondono per l'aria) e -da un'_apsarâ_ o ninfa; le ninfe sono le amiche del vento, ed una delle -loro virtù è quella di rimaner sempre belle, sempre giovani, sempre -pure. - -Il Dio _Vâyu_ è pure celebrato nel cielo tempestoso, come bello, -sapiente, dai molti occhi, mostrantesi sopra un carro luminoso, tirato -insieme col fulminante Indra da molti cavalli rossi, gran bevitore -di ambrosia come il suo compagno, e scortato dai proprii figli, i -_Marutas_, che dobbiamo ora studiare. Qui evidentemente si tratta -del solo vento nella tempesta; sotto il quale aspetto generalmente -fu il vento celebrato negli Inni vedici. Ma, quanto al Vâyu genero di -Tvashtar, sposo di Saranyû, padre di Yama, equivalente di Vivasvant, -non potremmo interpretarlo come il vento tempestoso. È ancora sempre il -vento, ma parrebbe il venticello mattutino e vespertino, congiunto con -l'aurora mattutina e vespertina, un vento erotico per eccellenza, uno -zeffiro; ond'è che ora Vivasvant il sole mattutino, e Saranyû la ninfa -aurora, appaiono insieme a generar Yama, il sole vespertino, il sole -moribondo, il Dio che muore per noi; ora a generare i due _Açvinau_ che -rappresentano le due luci crepuscolari. _Vâyu_ ha per radice _vâ_; ma -la radice _vâ_ si confonde con la radice _van_ (e con _ven_), che vale -specialmente _amare, desiderare, appetire, raggiungere_ (e ritorna in -_Venus, venustus_). Il vento penetra dappertutto; l'amore ha la stessa -potenza invaditrice: del resto, a dimostrare la parentela delle radici -_vâ_ e _van_ basta l'analogia del nostro vento presso l'indiano _vâta_; -presso _Vâyu_, «vento,» il linguaggio vedico ci dà l'aggettivo _vâyu_, -«appetente» (che ci permette di supporre presso la forma _vâyu_ quella -di _vanyu_). L'equivoco del linguaggio potè pure aiutare lo svolgimento -del mito del vento erotico; come l'equivoco tra le voci _vayas, -vâyasas_, «uccelli,» _vâyavas_, «venti,» potè rendere più frequente la -rappresentazione dei venti sotto la figura di uccelli. - -Ma la più frequente rappresentazione vedica del _Vento_ è nel suo -numero plurale. _Vâyu_ divenne come Eolo il vento per eccellenza, il -padre, il re, il Dio dei venti; i venti, che stanno sotto il potere di -esso, pigliano il nome speciale di _Marutas_. Agni Marut è un vento. -Nella voce _marut_ si vide una variante della voce _garut_ che vale -_ala_; il nostro linguaggio poetico ricorda pure frequentemente le -_ali dei venti_. Come Vâyu è l'_atman_ od _anima degli Dei_, ossia -_l'anima divina_, lo _Spirito Santo_, come abbiamo veduto l'anima -del cristiano, che uscendo dal corpo sale a Dio, chiamarsi _Spiritus -Sanctus_; così, secondo il professore Benfey, i _Marutas_ o _venti_, -o figli del vento, rappresentano le anime dei morti. Se ricordiamo che -Yama si rappresenta pure come figlio di Vâyu, non troveremo in questa -interpretazione nulla d'impossibile: tuttavia giova osservare come non -è questo il carattere proprio dei _Marutas_, i quali appaiono invece -piuttosto come i rapidi, forti, sonanti e brillanti, come _i Maschi del -cielo_ (_divo maryâs_) e come _maschio_ valse _virile_, così il vero -_forte_, il vero _eroe_, il _vîra_ per eccellenza nell'Olimpo vedico è -il _Marut_; come nel _Râmâyana_ le grandi prodezze che fanno a _Râma_ -vincere le battaglie sono compiute da _Hanumant_, figlio del vento -_Marut_; come nel _Mahâbhârata_, dei cinque fratelli Pânduidi il più -poderoso che combatte per gli altri, che sopporta tutte le fatiche, è -Bhîma, figlio di _Vâyu_, il Dio del vento e di Kuntî; come l'uccello -_Garudas_ è quello che rende invincibile il Dio Vishnu. Gli Inni -vedici rappresentano diversamente il numero dei _Marutas_; per lo più -essi appaiono come _tre volte sette_, ossia come _ventuno_; ma talora -anche sette, e forse ne' loro tre nomi di _Vâyu_, di _Rudra_ e di -_Marut_ si manifestarono pure come una sacra trinità, essendo i numeri -_tre_ e _sette_ considerati sacri. Ma talora furono rappresentati -tanti _Marutas_ o venti, quanti sono i giorni del mese lunare, ossia -_ventisette_, o tanti quanti sono i giorni della metà dell'anno, in -cui dominano specialmente i venti, ossia _tre volte sessanta_, cioè -_cento ottanta_. I _Marutas_ son chiamati _gomâtarâs_, ossia _aventi -per madre una_ go, ossia _la nuvola mobile_, e la nuvola o la tenebra -rappresentata come variegata (_priçnî_) vacca lattifera. Perciò il -_Yag'urveda nero_ dice che i _Marutas_ sono nati dal latte di _Priçni_, -ossia dalla variegata, ch'essi considerano come loro madre. Ma, perchè -abbiamo già veduto il cielo nuvoloso e il tenebroso celebrato quale -oceano, così come i _Marutas_ sono appellati _gomatâras_ o _figli della -vacca_, così ancora si chiamano _sindhumâtarâs_ o _figli dell'oceano_. -Un altro loro nome vedico è quello di _divas putrâsas_, ossia _figli -del cielo_; il cielo comprende qui evidentemente insieme la _go_ ed il -_sindhu_, ossia comprende le due forme mitiche, sotto le quali esso -si manifesta nella tenebra notturna e nella nuvola tempestosa. Il -nome di _divas putra_ è pure dato a Parg'anya, il temporale e il Dio -del temporale, nella quale caratteristica _Parg'anya_ ed i _Marutas_ -si trovano pertanto invocati insieme, perchè diano la pioggia; così -troviamo congiunti insieme come duali ora _Parg'anya_ e _Vâta_, ora -_Vâta_ e _Parg'anya_, in quel modo stesso con cui vanno ancora insieme -Messer Vento e Madonna Pioggia. E poichè il Dio tonante e fulminante -nel temporale piglia nome d'_Indra_, i _Marutas_ sono chiamati -_Indravantas_, ossia _accompagnati da Indra_, ed _Indra_ stesso è -denominato _Marutvan_, ossia _accompagnato dai Marutas_. In questa -relazione col cielo nuvoloso, burrascoso, lampeggiante, tonante, -pluvio, i _Marutas_ sono celebrati come fiammeggianti, rosseggianti, -aurei, splendidamente vestiti con vesti d'oro, aventi nelle mani lancie -fulminee, anelli ai piedi, luminosi pendagli sul petto, e ciuffi d'oro -sul capo. La natura di guerrieri, nel cielo tonante, è evidente, quando -li udiamo chiamare _vagrahastâs_, ossia _aventi nelle mani i fulmini_; -ma la loro propria natura è sempre quella di _venti_ anche quando -si congiungano, come lo Spirito Santo, con le lingue di fuoco; onde -li vediamo nell'inno 78º del X libro del _Rigveda, risplendere quali -vatâsas o venti furiosi impetuosi, come le lingue dei fuochi (agnînâm -na g'ihvah virokinas)_. Nell'_Atharvaveda_ (IV, 27) i _Marutas portano -nel cielo le acque dal mare, e dal cielo le versano sopra la terra_; -nel 38º inno del I libro del _Rigveda_ essi _oscurano il cielo per -mezzo della burrasca acquosa_, e ne inondano la terra; ed _aprono_ -quindi nuovamente _al sole_ chiuso nella nuvola la sua via celeste. Il -vento aduna le nuvole; il vento, insieme coi fulmini, le risolve in -pioggia e le dissipa. Tuttociò è un fenomeno naturale, che la poesia -potè cantare senza aver bisogno d'immagini mitiche. Ma il mito, anzi il -massimo de' miti, si creò per l'appunto nel cielo tonante; e il vento, -che muove le nuvole e scatena la tempesta, divenne uno de' principali -collaboratori del mito. Il cielo mattutino e vespertino diede occasione -a molti idillii e a molti drammi celesti; la grande epopea divina è -nata nel cielo tonante, e specialmente nel cielo tonante di primavera. -Indra, Zeus, Jupiter, Perkun, Odino trionfano fulminando e tonando. E, -poichè i fenomeni della primavera presentano molta analogia con quelli -dell'aurora mattutina, de' molti miti che si riferiscono all'aurora, -una parte si riscontrò pure ne' fenomeni del cielo tempestoso. -Dall'aurora, come dalla nuvola, vien fuori il sole; il sole caccia, -disperde, uccide il mostro tenebroso notturno; il sole fulminante -atterra il mostro che copriva il cielo, che tratteneva le acque, la -pioggia, il nemico _Vritra_ copritore, trattenitore. La somiglianza de' -fenomeni che si riferiscono al sole uscente dalla notte con quelli che -si riferiscono al sole uscente dalla nuvola, fece sì che una parte de' -miti del cielo nuvoloso si trasferisse nel cielo notturno; e Indra si -trovi dominante in entrambi i cieli; ma, mentre nella sua lotta contro -i mostri tenebrosi della notte Indra ha per suoi principali compagni -gli _Açvinâu_, nella sua lotta contro il mostro tenebroso della nuvola, -i principali compagni d'Indra appaiono i _Marutas_. - -L'alato Eros rappresenta ancora una forma del venticello mattutino, che -si unisce con la vergine aurora per generare il sole. L'Eros è chiamato -nell'India col nome di _Kâma_, ossia _l'Amore, il Dio d'amore_. Il -vento dicemmo negli Inni vedici farsi nascere ora dall'oceano, ora dal -latte della vacca celeste; il venticello mattutino spira con l'alba, -l'aurora viene fuori dall'alba, come Aphrodite vien fuori dalla spuma -del mare. - -Una delle qualità del vento, celebrate dal _Rigveda_, è quella di -andar come vuole: _questo Dio va come vuole (yathâvaçam c'arati devah -eshah)_. Ho già avvicinato l'aggettivo _vâyu_, «desiderante,» con -l'appellativo _vâyu_, «vento,» accostando le radici _vâ_ e _van_ -(_amare_, onde _Venus_); questo _Vâyu_ appetente, questo _Vâyu_ -desiderante riesce quindi un perfetto equivalente di _Kâma, l'amante, -l'amore, e il Dio d'amore_. Come pertanto nell'inno cosmogonico vedico -(_Rigv._, X, 90) abbiamo il _Vento_ qual primo nato dall'alito del -_maschio_ universale (vedemmo pure i _Marutas_ denominati _maryâs_, -ossia _maschi_), così nell'inno cosmogonico 129º del X libro del -_Rigveda_ ci si rappresenta come prima creazione _Kâma_, ossia _il -Desiderio, l'Appetito, l'Amore_. «Kâma nacque primo, che fu il primo -seme generatore dell'anima.» Così l'Eros di Esiodo fu il primo nato -dal caos. _Anima degli Dei, germe del mondo_, vedemmo chiamarsi -vedicamente _il vento_; la natura dello Spirito Santo e quella d'amore -sono identiche. Il vento mattutino congiunto con la vergine aurora fa -uscire il sole; così la colombina di Casa Pazzi annunzia in primavera -il sole risorto; così Tertulliano dice della colomba (che vedemmo -già essere sacra nell'antichità ellenica alla Venere Aphrodite, una -forma ad un tempo dell'aurora e della primavera, l'aurora dell'anno) -ch'essa era: _in summa Christum demonstrare solita_, come figura -dello Spirito Santo, l'Eros cristiano. Il mito ellenico d'Amore e -Psiche è la forma più poetica che abbia assunta la rappresentazione -degli amori del venticello con la vergine. L'amore al pari del vento -si rappresenta alato; il pensiero e l'affetto volano; perciò l'inno -85º del I libro del _Rigveda_ ci rappresenta i corsieri dei _Marutas_ -o _venti rapidi come il pensiero (manog'uvas)_. Il vedico _Kâma_ ci -si rappresenta come figlio della _Çraddhâ_, che poi divenne la fede; -così nel nostro dogma, prima appare la Fede, poi la Speranza, terza la -Carità. Dalla fede provengono la speranza e la carità infiammate. In -un lungo inno dell'_Atharvaveda_, riferito dal Muir,[34] troviamo il -Dio _Kâma_, ossia _l'Amore_, come terza persona di una trinità, nella -quale appare primo _Indra_ e secondo _Agni_: tutti tre salgono sopra -lo stesso carro, e cacciano lontano le tenebre maligne. _Kâma_ piglia -in quest'inno aspetto di un Dio guerriero, e si unisce al battagliero -Indra contro i demoni notturni, come i venti _Marutas_ si uniscono -specialmente col battagliero Indra contro i mostri della nuvola. Nel -quale carattere _Kâma_ tiene della natura di Ares e _Marte_ (Mamers) -Gradivo fratello ed amante di Venere, che corrisponde pure all'indiano -vento _Marut_, guerriero per eccellenza; Marte come i Marutas è un -guerriero per passione, ama la guerra per la guerra, è violento, -impetuoso, e con tutto ciò, come il vento, tenero per le donne. Il -Dio della guerra della tradizione brâhmanica _Kârttikeya_ è figlio di -Agni, il Dio del fuoco, uno degli appellativi del quale è pure _Kâma_; -l'_Eros_ ellenico si raffigura come figlio di Marte, _Ares_. - -Nel citato inno dell'_Atharvaveda_ si nomina primo _Indra_, il _divas -pati_, il _Zeus_ ellenico; secondo Agni, terzo Kâma. Agni e Kâma sono -vicini tra loro come il Figliolo e lo Spirito Santo; ad Agni, figlio -delle acque, s'accosta, nella sua forma di spirito alato, l'Amore, -che combatte e dissipa la tenebra. Nelle prime rappresentazioni -della Trinità cristiana occorre il Padre che esce da una nuvola -(Indra, Zeus), il Figlio che sta nell'acqua (Cristo), lo Spirito -Santo che gli aleggia sopra. _Indra_, _Agni, Kâma_, del citato inno -dell'_Atharvaveda_, ci rappresentano una trinità analoga. Ma più spesso -gli Inni vedici raffigurano uniti insieme _Indra_ e _Vâyu, Indra_ e i -_Marutas; Kâma_ essendo un equivalente del vento, _Kâma_ battagliero -trovasi pure intento con Indra a cacciare i malvagi nemici; l'ellenico -_Ares_, figlio di _Zeus_ e fratello di Venere, è ancora una forma -di questo vedico _Kâma_, che ha insieme le qualità di un guerriero e -quelle di un amante. E come Dio d'Amore si rappresenta non solo alato, -ma belligero; non solo in forma di rapida amorosa colomba, ma veloce, -impetuoso uccello, _Garuda_ o _Garutmant, Garutvant_; ed il _Marut_ -e il Marte rappresentano, ad un tempo, la forma dell'amore violento -ed il guerriero; il guerriero è un amante e l'amante un guerriero. -La parola indiana che esprime l'odio è _dvish_; or bene _dvish_ non è -altro che un _desiderio violento_; la radice _ish_ ha due significati -analoghi: l'uno è quello di _arrivare, penetrare, spingere_; l'altro è -quello di _desiderare, volere_. Il desiderio è il moto verso una cosa -amata; assalendo con violenza l'oggetto, ossia quando _l'appetito_ -diviene _impeto_, _l'appetente impetuoso_, l'amatore riesce un -guerriero. Per questa stessa associazione d'idee, le parole greche -_Ares, Eros, Eris_, poterono avere una radice comune ar analoga di -_Var_.[35] _Vara_ è in lingua indiana, come _Kâma, il Desiderio_, e -quindi _lo sposo desiderato, l'amore della sposa, l'oggetto de' suoi -amori, il bello, il prediletto_, dalla radice _var_, «desiderare, -volere, amare» (cfr. _Varya_ che si dà pure come un appellativo del -Dio d'amore), e, certamente, nel suo senso primitivo _spingersi verso, -penetrare_, per la stretta analogia che passa tra le radici _ar_ e -_var_, cui è da aggiungersi ancora _tvar_, che vale _affrettarsi, -andare in fretta verso_, identica a quella che abbiamo notata fra -_ish_, «penetrare» ed _ish_, «desiderare.» Io avevo ritenuto fin qui -che la parola indiana _dvish_, che esprime l'odio, valesse propriamente -_il desiderio in due_, e che nella parola _duellum_, da cui nacque -_bellum_, fosse contenuta la stessa idea di un _velle in due_. Ma, -per quanto una simile etimologia possa illudere, uno studio meglio -approfondito mi obbliga a rifiutare questa illusione etimologica, ed -a considerare il latino _duellum_ come parola corrispondente della -radice _tvar_, «andar con impeto,» da raffrontarsi con _var_ e _ar_ -(per la mediazione di _dvar_), ed il sanscrito _dvish_, «odio,» come -un equivalente originario di _tvish_, che vale nel linguaggio vedico, -_impeto, furia_. La guerra è una furia, una Erinni; _Tvaritâ_ è un -appellativo della furia indiana _Durgâ_. _Eris_ e la _Erinni_ sono -_le impetuose, le furenti; Ares_ è _l'impetuoso, il furioso; Arai_ -chiama Eschilo le Erinni; e non è per noi quindi nessuna meraviglia -che il vedico guerriero _Vâyu_ il vento abbia sposato la rapida, -ossia violenta _Saranyû_, in cui Max Müller riconosce l'aurora, ed -il Kuhn il fulmine, l'uno l'Elena, l'altro la Erinni, e tutti e due -i dotti con molta ragione. Il loro torto, se torto vi ha da essere, -incomincia solamente, per quanto mi pare, nell'isolare come essi fanno -le loro ragioni reciproche invece di porle d'accordo. _Saranyû_ vale -_la rapida_; le radici _ar, sar_ ebbero significato comune; il vedico -_ara_ vale _veloce_, e _sarat_ ha lo stesso senso; _Saranyû_ valse -forse _la corrente velocemente_ o _la corrente dietro il veloce_, -e s'interpetrò forse per _la corrente via dal veloce_; la leggenda -vedica rappresenta _Saranyû_ che fugge via, in forma di cavalla, per -non essere raggiunta dallo sposo che le fu destinato dal padre, e che -piglia nome ora di _Vâyu_ ora di _Vivasvant_, ma con cui finisce pure -con l'unirsi per generare ora Yama, ora i due Açvinâu. Certamente vi -sono tra la leggenda vedica di Saranyû e la ellenica di Elena molti -più caratteri affini che non si trovino tra essa ed il mito delle -Erinni. Ma è un solo punto che divide un mito dall'altro. Quello che -qui importa notare è che come nel linguaggio vedico, presso _ara, -penetrante, veloce_, troviamo _ari il violento_ e quindi _il nemico_, -così presso l'_Eros_ ellenico troviamo l'_Eris_, le _Erinni_ od _Arai_ -ed _Ares_; così nel sanscrito, presso _ish il desiderio_, troviamo -_ishira il fuoco, ishu la saetta_; presso _ishma_ equivalente di _Kâma -desiderio_, troviamo _Ishma_ equivalente di _Kama_ o _Kandarpa_ il Dio -d'amore, _ishvâsa arco_ ed _arciere_. Il Dio amante, il Dio penetrante -si trasforma così in Dio saettatore; il veloce, l'ardente, l'alato -si fa guerriero. Un inno dell'_Atharvaveda_ (III, 25) ci rappresenta -già il _Dio Kâma che con un dardo aguzzo e formidabile ferisce il -cuore_.[36] Kâma raccoglie dunque in sè le qualità erotiche ed eroiche -dell'Eros che distinguono il Dio Ares e Marte greco-romano, e che -si trovano già riunite nei vedici _Marutas_ e nel figlio di Marut -Hanumant, il prediletto di Sita presso il _Râmâyana_, premiato con -amore riconoscente qual suo liberatore; nel figlio del vento _Bhîma_, -nel quale, presso il _Mahâbhârata_, confida specialmente la sposa -dei fratelli Pânduidi _Drâupadi_, e cui si elegge come proprio sposo -la sorella del mostro Hidimba. Nella figura di _Kâma_ e di _Eros_ -prevale l'amatore; nella figura dei _Marutas_ e di _Ares_ e _Marte_, -il guerriero; Kâma è piuttosto idillico, i Marutas sono specialmente -eroici; ma i loro caratteri tuttavia s'incontrano talora, a motivo -della loro prima materia mitica comune, ch'è il vento: abbiamo già -detto che nella mitologia ellenica _Eros_ appare figlio di _Ares_, -ossia _Amore di Marte_. In Roma le feste di Marte si celebravano nel -mese di marzo, ossia nel noto mese dei venti; e i giuochi, coi quali -si celebravano, chiamavansi _equiria_, dalle corse de' cavalli. Così -sono spesso celebrati negli Inni vedici i cavalli dei _venti_, dei -guerrieri _Marutas_, rossi, aurei, macchiettati (scambiatisi talora -con macchiettate antilopi). I Marutas combattono con le lancie, come -il Marte latino si manifesta congiunto con _Quirinus_, il Dio armato -di lancia. Nel _Rigveda_ la loro forza, il loro valore, la loro -onnipotenza si celebra dai poeti in modo che il loro sommo duce, il Dio -Indra, ne piglia dispetto e gelosia. Di questa gelosia tra Indra ed i -Marutas troviamo parecchi indizii negli Inni vedici; Indra si sdegna -delle lodi e delle oblazioni che i devoti offrono ai Marutas, porta via -ad essi i tori ch'erano loro stati offerti, e minaccia di annientarli; -allora il devoto pone, per timore d'Indra, da parte le oblazioni -destinate ai soli Marutas; il saggio Agastya interviene a pacificare -gli Dei fra loro, e si risolve di non offrir più tori ai Marutas, senza -offrirne pure nel tempo stesso ad Indra. Queste nozioni leggendarie, -che si formano sopra il mito, provano solamente la stretta relazione -che hanno i Marutas col cielo tonante e fulminante; quando i Marutas ed -Indra si separano e sono in discordia, ossia quando i venti appaiono -isolati, senza i fulmini ed i tuoni, fuori del cielo tempestoso, -pèrdono della loro grandezza eroica; il vento diviene un personaggio -epico nel solo cielo tenebroso e tempestoso, ma in quest'ultimo -specialmente; perciò si spiega la stretta relazione di Indra tonante e -pluvio coi Marutas, di Zeus con Ares e con Marte, di Odino con Thor e -con Thunar. - - - - -LETTURA NONA. - -TVASHTAR IL FABBRO DEGLI DEI. - - -Noi siamo presso che giunti a mezza via, e non abbiamo fin qui -incontrato ancora alcun Dio, il cui appellativo non sia al tempo stesso -un nome comune. Noi discorremmo, nel vero, del Cielo, dell'Aurora, del -Sole, della Luna, del Fuoco, dell'Acqua, del Vento, ed abbiamo potuto -persuaderci come non solo gli Dei che descrivemmo siano congiunti con -que' fenomeni e con quegli elementi della natura celeste, ma come, -senza di essi, non sarebbero nati e non avrebbero potuto sussistere -in alcun modo. Chè, se non ci accadde nè pure fin qui di trovarci -di fronte alcun Dio, con persona viva bene spiccata e distinta (se -bene in ciascuno di essi ci sia stato possibile il riconoscere alcuni -caratteri specifici), di questo, se così posso chiamarlo, difetto -nella personale evidenza del mito, la ragione è la stessa origine -fisica del mito, della quale gli antichi creatori di miti dovean -serbare viva la coscienza. Il fenomeno fisico è talora cantato negli -Inni vedici come tale, talora rappresentato con una immagine animata -od animale. Questa immagine può scomparire per ritornare; ma ritorna -sempre in fenomeni somiglianti: essa serba cioè sempre alcuna traccia -della sua prima origine, non solo celeste, ma congiunta con un ordine -speciale di fenomeni e di relazioni celesti. Così dicemmo, che, -per la loro conforme capacità d'allargarsi, la _Prithivî_ celeste -è ora la nuvola, ora la tenebra, ora l'aurora; per la loro comune -mobilità, l'aurora come la nuvola piglia il nome di _go_, e, con -questo appellativo, poichè _go_ è chiamata la _vacca_, si immaginò la -vacca aurora, la vacca nuvola. Il mito primitivo ha sempre dunque le -sue radici in un terreno fisico che gli è proprio, ossia si produce -in un ordine di fenomeni fisici celesti, che si può presentare con -parecchie varietà, ma in ciascuna delle quali si conservano alcuni -di que' caratteri particolarmente geniali ad una particolare famiglia -mitica. De' miti che nascono, gli uni cadono senza vegetare sopra lo -stesso terreno che li produce; gli altri germogliano in modo che si -vede solamente la pianta, e non si può più, se non per una diligente -investigazione, ritrovarne le radici fondamentali. De' nomi, alcuni -hanno una scarsa virtù etimologica, altri recano invece una viva -potenza scultoria; quelli che esprimono troppo poco, e quelli che -scolpiscono molto vivamente, sono efficaci operatori di miti: l'_açu_, -che diviene _açva_, ossia ancora il rapido, poichè _açva_ è pure il -cavallo, genera il _Dio cavallo_; l'_urvâçi_ vale propriamente _la -vasta penetrante_, _la vasta avanzantesi_, e potremmo aggiungere _la -vasta rapida_; nella leggenda di _Urvâçî_ abbiamo veduto che essa è -l'aurora celebrata come la prima ad arrivare, non solo, ma ch'essa -fugge da Purûravas, il quale la insegue. Io non ho bisogno d'avvertire -la stretta parentela mitica fra questa _Urvâçî_, che passa fuggente -dal proprio sposo e _Saranyû_, figlia di _Tvashtar_, la quale in forma -di _açvâ_, ossia di _rapida_, fugge dallo sposo Vivasvant destinatole -dal padre. Ma _açvâ_, oltre la _rapida_, significò pure _la cavalla_; -quindi da un equivoco nato sopra una parola di potente significato -etimologico, il mito mostruoso della Dea aurora rappresentata come -_açvâ_ o _cavalla_, e del sole che si fa _açva_ rapido, ossia cavallo -per inseguirla, e per congiungersi con lei. Presso queste parole -di una singolare potenza etimologica, ve ne sono altre che non ne -hanno quasi più alcuna; tale, per esempio, _Brahman_, che servì poi a -denominare il Dio supremo dell'Olimpo brâhmanico. Non rappresentando -questo nome, in modo espressivo, nulla di specifico, potè adoperarsi, -per qualche ideale concepimento, a significare il nume universale, -quando, popolatosi il cielo di numi, si sentì il bisogno di dar loro -un reggitore, quando, scemato nell'uomo il sentimento della propria -energia, si sentì il bisogno di adorare e d'invocare, con un sol nome, -tutte le forze della natura sovrastanti all'uomo. Ma, tra un periodo -e l'altro di creazione mitica, quello con cui i miti principiano e -quello con cui essi finiscono, vi è un periodo intermedio, nel quale -i miti si svolgono, ne' quali si vede distinta una persona divina, e -non si scorge quasi più il fenomeno fisico che la muove. A studiar -questo periodo siamo ora pervenuti nella nostra peregrinazione a -traverso l'Olimpo vedico. Noi arriviamo ad un momento, nel quale il Dio -incomincia ad essere qualche cosa, qualche persona vivente per sè; esso -si estrinseca artisticamente col suo appellativo dalla immediata realtà -fisica, per divenire specialmente un carattere drammatico. Vedemmo già -staccarsi l'eroina dall'aurora, l'eroe dal vento, dal fuoco, dal sole, -dai fenomeni del cielo tenebroso e tempestoso; ma il loro carattere -eroico o ci apparve mobile ed incostante, o si confuse intieramente -col carattere del fenomeno fisico. I Marutas ci conservarono più -fedelmente il loro tipo eroico, e però li studiammo sul punto di -passare a considerar di proposito il mondo eroico vedico; ma dicemmo -pure che, come il loro nome, così le loro opere lasciano trasparire la -loro propria natura di Venti. Ora passiamo invece a studiar numi, gli -appellativi de' quali non ci rivelano punto il loro speciale carattere -fisico celeste. — _Tvashtar_ dice _il fabbro; Indra,_ come vedremo, -_l'intermedio; Açvin, il cavaliero; Yama, l'infrenatore_: evidentemente -questi quattro appellativi non lasciano a noi trasparire alcun fenomeno -fisico immediato; e pure, fra tutti gli Dei vedici, essi son quelli che -hanno carattere più spiccato e costante; anzi, se si aggiunga a questi -quattro numi l'_Aurora_ ed i _Marutas_, si può dire d'avere in essi -rappresentato tutto ciò che l'Olimpo vedico può offrirci d'essenziale. - -Il nome del nume non basta dunque più a tradirci la sua natura fisica. -Ma ciò non toglie tuttavia che questa non possa venir rintracciata, e -che non ci sia concesso di determinare in modo probabile l'ora ed il -campo celeste, nel quale il Dio si manifesta. - -A me verrebbe, anzi ogni cosa, la tentazione di domandarvi se non vi è -mai accaduto di fantasticare, in solitudine montana o campestre, con -l'occhio rivolto ad un bel tramonto di sole; e, posta questa prima -domanda, vorrei sapere da voi se non siete stati colpiti di viva -meraviglia nell'osservare le mille foggie fantastiche che piglia il -cielo ad Occidente, ora rosso color fuoco come una fucina ardente, -ora oscurantesi come per fumo improvviso che ingombri la vasta fucina -celeste. E perchè io suppongo la immaginazione vostra non meno vivace -della mia, vi racconterei che una sera d'estate (le feste _vulcanalia_ -celebravano i Latini il 25 agosto) dai colli di Signa io considerava -un tramonto di sole straordinario. Il sole avea già ritirato i suoi -raggi, ed il cielo occidentale ardeva in una forma di meravigliosa -architettura; pareva tutto un tempio illuminato, con archi e colonne -d'oro, con uno sfondo scuro, dal quale vedevansi, di tratto in tratto, -come avviene nella stagione estiva, balenar lampi; a un tratto vedonsi -le ignee colonne crollare, il tempio precipitare, il fantastico -edificio svanire, ed io esclamo involontariamente: _Ecco Sansone!_ -Sì, Sansone che perde la forza, nella sera della sua vita, quando -gli tagliano i capelli, come il sole quando perde la sua chioma. E -sapete voi chi è la Dalila, la bella traditrice? L'aurora vespertina -che attira nelle sue lusinghe il sole, e lo accieca, ossia lo toglie -alla vista, e lo spoglia dell'ornamento della sua chioma, ossia gli -toglie la forza. Ma l'acciecato Sansone si vendica, facendo crollare il -tempio, ove si festeggia, sopra il capo de' festeggianti suoi nemici, i -compagni della Dalila. Più spesso ancora m'è accaduto di osservare nel -cielo vespertino la magica fucina ardente, ed il sole che s'era chiuso -in essa, non meno che il sole chiuso nella nuvola, mi rappresentava ora -lo stregone, ora il famoso Ciclope, il fiero monoculo, di cui si trovò -poi l'equivalente sulla terra nel cratere vulcanico, lo spaventoso -occhio ciclopico. E, dalle frequenti osservazioni del cielo vespertino, -non mi rimase più alcun dubbio che il fabbro mitico non sia da -ricercarsi in esso come nel cielo nuvoloso lampeggiante. Ma io non sono -un autore, sì bene un espositore di miti; e voi non vi contentereste -sicuramente delle mie illusioni mitiche; ed avreste ragione di non -contentarvi, ove non si potesse pur dimostrare come ne' miti del -mostruoso vedico Tvashtar, dello zoppo ellenico Hephaistos, dello zoppo -latino Vulcano, tre rappresentanti bene determinati del fabbro celeste, -che diviene poi il mago delle novelline, il diavolo zoppo della -leggenda popolare cristiana, tutto concordi con quelle immagini che si -rinnovano al rinnovarsi d'un antico fenomeno, ossia del chiudersi del -sole nella notte, passando per le fiamme del cielo vespertino, e del -chiudersi del sole nella nuvola, onde si manifesta col guizzare dei -lampi. - -Ed ora esaminiamo la natura del Dio vedico _Tvashtar_. - -Incominciamo dall'etimologia della parola. _Tvashtar_ vale vedicamente -_il fabbro, il falegname, l'artefice,_ dalla radice _tvaksh_, come in -sanscrito han lo stesso significato le parole _takshitar, takshaka, -taksha,_ dalla radice _taksh_. Ma il _fabbro_, il _falegname_, -propriamente, non crea dal nulla; esso _forma_ soltanto, ossia _dà una -forma, una veste_: il senso primitivo della radice _tvaksh_ fu quello -di _coprire, vestire_ (come abbiamo presso la radice _tvish_, la radice -_vish_, così è forse lecito presso _tvaksh_, «coprire,» ricordare -_tvac'_, «pelle» e la radice _vas_, «coprire, vestire;» il passaggio -della palatale sibilante in cerebrale innanzi alla _t_ dentale iniziale -di suffisso che diviene quindi anch'essa una cerebrale, è ovvio nella -fonetica sanscrita). _Tvashtar_, prima del _fabbro, formatore,_ dovette -essere _il copritore, il velatore_; ora questa coperta, questo velo, -questa veste, questa pelle celeste può essere scura nel cielo tenebroso -notturno, luminosa nell'aurora mattutina e vespertina, varia nel cielo -nuvoloso. Perciò il sole che si chiude nella notte, il sole avvolto -dalle luminose aurore, il sole chiuso nella nuvola, se non è egli -stesso il copritore, il velatore, dà origine ad un suo _alter-ego_, -che piglia nome ed ufficio di Tvashtar o Dio copritore, Dio formatore. -Ma un Dio che abbia il potere di rendersi a suo piacere invisibile, -di porsi sotto una cappa od un cappello invisibile, ossia di crear -tali forme che lo rendano invisibile, di crearsi qualsiasi forma, di -divenir _viçvarûpa_, ossia _onniforme_, non può operare che per arte -magica; e _l'arte magica_ ch'egli conosce è appunto quella, per cui -Tvashtar riesce nell'Olimpo vedico _il più operoso degli operai divini -(Tvashtâ mâyâh ved apasâm apastamah; Rigv._, X, 53). Nel suo potere -magico di creare qualsiasi forma, Tvashtar diviene in cielo l'artefice -universale, del male come del bene; egli foggia, per esempio, armi -fatate, armi di ferro dalle mille punte, fulmini d'oro ad Indra, ed -egli stesso genera il nemico d'Indra, il mostro dalle tre teste, -dalle sette corna, onniforme o Viçvarûpa come il padre, cui Indra -ucciderà; poich'egli, divenuto fabbro, assunse pure anticipatamente -le forme del creatore Brahman (Brahmanaspati si dà pure come creatura -di Tvashtar, il quale gli appresta una scure di ferro). Noi diciamo -del diavolo ch'esso non è poi tanto brutto quanto lo fanno. E nelle -novelline popolari troviamo ora il buon mago, ora il diavolo benefico -che ce lo provano. Ma il solo mito può dichiararci il senso di questa -eresia. Per un ortodosso il diavolo non può essere altrimenti che -brutto. Ma, quando ci possiamo persuadere che il diavolo mitico non -è altro, insomma, se non il Dio, ossia il luminoso nascosto, non ci -meraviglieremo di trovare presso il mostro, che conosce tutto il male, -il sapiente che possiede tutte le malizie, e che può quindi fare il -bene non meno che il male. Voi avrete inteso sicuramente raccontare -qualche storiella popolare intorno al fanciullo creduto scimunito che -va all'inferno, apprende dal diavolo ogni segreto, e torna alla casa -paterna ricco e sapiente. Non vi rechi meraviglia l'intendere che gli -Inni vedici ci offrono già i germi di questa storiella. Tvashtar, il -fabbro per eccellenza, dalle buone opere (_svapas, sukr'it_), dalle -ottime mani (_supâni_), il creatore, che può creare, a suo piacere, -forme d'uomini, di donne, d'animali, ed ogni magìa, che conosce tutte -le vie segrete, il sapientissimo, è pure il ricchissimo, invocato -perciò dal devoto per esserne arricchito. La ricchezza e la sapienza -sono pure il dono dell'ellenico Plutone e del diavolo della tradizione -popolare cristiana. Ma il diavolo non è solo. Tvashtar ha in sua -compagnia ora gli Angirasas, specie di messaggieri, di angeli, ora le -donne _gnâs, g'anâyas_; ed anche qui dovette accadere un equivoco del -linguaggio, per la confusione della radice _g'nâ_, «conoscere,» con la -radice _g'an_, «generare.» Delle donne si dice che ne sanno un punto -più del diavolo: quando l'eroe mitico è tradito, a tradirlo interviene -sempre una donna; quando è tradito il mostro, è la sua sposa o figlia -innamorata del giovine eroe mitico che salva l'eroe minacciato di -morte; la sorella del mostro Hidimba, nel _Mahâbhârata_, per amore -dei giovani Panduidi, è cagione della morte del proprio fratello; nel -_Râmâyana_, se Râma consentisse ad amare la sorella di Râvana, Râvana -sarebbe perduto, senza che fosse necessaria la guerra micidiale che lo -sposo di Sìtà imprende contro il re di Lañka. Le _gnâs_ o _donne_ sono -quelle, con le quali, secondo gli Inni vedici, _Tvashtar_ (una forma -iniziale di diavolo vedico) esercita specialmente il proprio potere; -perciò un devoto, nell'inno 35º del VII libro del _Rigveda_, lo invoca -_propizio insieme con le donne (Çam nas tvashtâ gnâbhir iha çrinotu)_. - -Ma il diavolo non solo ha con sè buona compagnia, ma piglia pure -allievi per istruirli; e, per lo più, avviene che l'alunno venga -a superare il maestro, che il diavolo nuovo vinca l'antico, il che -torna quanto a dire che il Dio vinca il Demonio, dopo essere stato -nella casa del demonio; ossia lo stesso essere mitico entrando nella -tenebra si duplica e moltiplica pel duplicarsi e moltiplicarsi di -un'espressione mitica o più tosto per l'incontrarsi di una serie -duplice di espressioni mitiche. Si disse probabilmente da prima: -Il sole è entrato nella tenebra; il vecchio sole è entrato nella -tenebra; il sole imbecillito, il sole impoverito, ossia il povero -imbecille è entrato nel regno tenebroso; ossia il povero inesperto, -lo sciocco, o il finto sciocco, è andato all'inferno. — E si disse -ancora: Il luminoso, aureo, ricco sole fu coperto dalla tenebra; la -tenebra copre, nasconde i tesori luminosi; ossia la ricchezza, la luce -sono nascoste dal demonio della tenebra. — Ed infine si conchiuse: -Il povero imbecille entrato nel regno della tenebra trovò il signore -del regno tenebroso o infernale, e gli sottrasse la scienza, ossia la -luce, la ricchezza, i tesori, ossia l'aurora, l'aureo sole. In altre -parole, il sole mattutino vien fuori luminoso, ossia sapiente, aureo, -ossia ricco dalla tenebra infernale. La casa del diavolo nel mito -incomincia nel cielo vespertino (o nell'autunno) e finisce a traverso -la notte scura (o l'inverno), nel cielo mattutino (o nella primavera), -il luogo in cui accadono le nozze dei due giovani sposi (il nuovo -sole e l'aurora o la primavera) insieme col bruciamento della vecchia -strega (la notte, la stagione invernale che avea incominciato le sue -malìe nel cielo vespertino ed autunnale, cercando di precipitare nel -pozzo la bella fanciulla, e di perdere l'eroe solare). La casa del -diavolo si riproduce poi ancora per fenomeni fisici conformi nel cielo -nuvoloso, lampeggiante, tonante, fulminante. Il vecchio sole, che -si chiude nell'aurora vespertina (o nell'autunno) e poi si nasconde -nella notte (o nella stagione invernale), nella selva notturna, nella -caverna notturna, appare un mago, un demonio. Ma poichè al vecchio -sole della sera (o dell'autunno) succede il giovine sole del mattino -(o della primavera), questo appare ora suo allievo, ora suo figlio -adottivo, ora suo genero, come Vivasvant, che sposa Saranyû figlia -di Tvashtar (abbiamo pur già detto che, invece di Vivasvant, appare -talora come sposo di Saranyû il Dio Vâyu, il vento erotico che diviene -quindi eroico, la brezza crepuscolare, lo zefiro primaverile che si -trasforma nelle imprese mitiche in un vento gagliardo, che porta le -montagne celesti, ossia le nuvole, come Hanumant, il figlio del Vento, -trasporta nell'aria intiere montagne per fabbricare un ponte sul -mare). Noi conosciamo, nella leggenda cristiana, il fanciullo Gesù, -figlio adottivo del falegname, che nel tempo in cui sta nascosto, in -cui impara l'arte del falegname ed altre cose mirabili, acquista, in -breve, tanta sapienza che il buon falegname Giuseppe ne rimane confuso. -La quaresima che precede la primavera è simbolo terreno della stagione -tenebrosa annua o notturna. Paragonata la stagione invernale (e la -notte) ad una selva notturna, il taglialegna, il falegname diviene -l'abitatore naturale di quella selva; il vecchio sole nascosto nella -selva notturna e invernale (e poi anche nella nuvola tenebrosa) è il -falegname celeste. Ma, perchè da esso vien fuori il nuovo sole, questo -si suppone figlio adottivo del falegname. Così dalla quaresima risorge -il nuovo sole primaverile. Il punto medio della notte, il punto medio -della stagione tenebrosa, della selva, del bosco mitico, dev'essere -il tempo trionfale del falegname, ossia del taglialegna nella selva -oscura; così si festeggia ancora dai Cristiani la mezza quaresima, col -simbolo di una sega, la sega di San Giuseppe,[37] il cui giorno cade -per lo più verso la metà di quaresima, e che ha ufficio di dividere, di -segare la quaresima per metà. La vecchia pignatta, che in Francia e in -Piemonte e in Toscana (ove la chiamano _pentolaccia_) si rompe a mezza -quaresima, è pure simbolo della brutta vecchia, della brutta stagione -che se ne va. Così ancora suolsi dai fanciulli piemontesi, invece -di una sega, figurar talora una testa di diavolo, il Dio del tempo -tenebroso, e gettarla sopra le spalle dell'improvvido compagno, con le -parole: _L'asino è carico e nessuno lo sa._ Quest'asino carico non è -altro che l'asino di San Giuseppe, il quale salva dall'ira del perverso -Erode il Dio neonato Gesù nell'_Aigyptos_, la regione nera, la regione -scura, come dice l'etimologia della parola, ove, nella tradizione -dorica, la rapita sposa di Menelao, Elena, si nasconde. (È mirabile -la somiglianza in questo punto della leggenda dell'antico Giuseppe -perseguitato che sta nascosto in Egitto, con quella di Giuseppe e Gesù -fuggitivo in Egitto; il viaggio di San Giuseppe, nella tradizione -cristiana è preceduto da sogni come l'andata in Egitto di Giuseppe -l'antico; l'antico Giuseppe rivela la sua sapienza in Egitto, cioè nel -paese scuro, così il figlio trafugato di Giuseppe nel tempo in cui sta -nascosto, s'istruisce.) Nel tempo in cui Gesù sta nascosto, acquista la -massima sua sapienza; uscendo dal suo nascondiglio, esso appare invece -luminoso ed illuminante. Questo stesso carattere ha l'eroe mitico. Nel -tempo, in cui i cinque fratelli Panduidi, presso il _Mahâbhârata_, -fuggiti nelle selve stanno nascosti per sfuggire alle persecuzioni -del perverso Duryodhana, ciascuno di essi apprende ed esercita un'arte -speciale, e vi riesce insuperabile. La leggenda vedica dei _R'ibhavas_, -artisti ospitati nella stagione scura, ci rappresenta lo stesso mito. - -Tvashtar è ora fabbro falegname, ora fabbro ferraio. Ma abbiamo veduto -ch'esso non ha solo il potere di fabbricar cose, ma altresì forme -animate, animali e uomini. Un inno del _Yag'urveda bianco_ (XXIX, 9) -ci fa sapere che il rapido cavallo (_âçur açvah_) nacque da Tvashtar; -un inno del _Rigveda_ (X, 184) ci dice che Vishnu prepara la _yoni_ -(vulva) e Tvashtar foggia in essa le forme; un inno dell'_Atharvaveda_ -(IX, 4) celebra Tvashtar come _generatore delle forme degli animali_; -e non solo Tvashtar crea le forme, ma le crea con qualità perfette, -ond'egli è pure celebrato nel _Yag'urveda_ e nell'_Atharvaveda_ per -aver posta l'agilità ne' piedi del cavallo celeste. E non solo crea -esso stesso delle forme, ma aiuta altri a crearne; dall'_Atharvaveda_ -s'apprende come la Dea Aditi, quando ebbe desiderio d'ottener figli, -portò, come amuleto, un certo braccialetto (_parihastam_, certo il -disco lunare, o il disco solare, essendo la luna come il sole celebrati -quali generatori per eccellenza); Tvashtar, volendo aiutare una donna a -partorire un figlio, le legò al braccio quello stesso braccialetto che -Aditi genitrice celeste avea portato. - -Quando Tvashtar comunica, nel cielo, l'arte sua ai _R'ibhavas_, questi -suoi discepoli diventano, alla loro volta, immortali, ossia Dei. E -della natura celeste dei R'ibhavas non si può avere alcun dubbio, -quando intendiamo ch'essi, _colla loro industria operaia, hanno -fabbricato il carro bene rotante ed i cavalli d'Indra,_ e ch'essi -hanno dato _la giovinezza ai padri loro_. Il vecchio sole della sera -e dell'autunno si ringiovanisce al mattino ed alla primavera. Questa -nozione mitica si spiegò così: Il vecchio sole è ringiovanito dal -giovine sole; ossia il giovine sole restituisce la gioventù al vecchio -sole che lo generò, al vecchio suo padre od al vecchio sole che lo -ammaestrò, al suo vecchio maestro. L'uno identico, considerato ne' -suoi due aspetti divenne due, de' quali il primo è ora il padre, ora -il suocero, ora il padrone, ora il maestro; il secondo è ora il figlio, -ora il genero, ora il servitore, ora il discepolo. Abbiamo già toccato -del Dio Indra, il quale dona la bellezza alla pia fanciulla che gli -ha recato a bere l'ambrosia, e che era divenuta brutta all'accostarsi -della notte; in grazia di quell'ambrosia, la pelle ispida, scura -della fanciulla Apalâ, diviene luminosa del color del sole. Così come -Tvashtar ha il potere di coprire con una pelle (_tvac'_), i R'ibhavas, -_discepoli di Tvashtar (Tvashtuh çiçyâh)_, fanno luminosa la pelle -ai padri loro, ossia restituiscono ad essi la perduta gioventù. E -poichè trovasi pure identificato _Tvashtar_ con _Savitar_ ch'è il -sole, bisogna dire che il ringiovanito dai R'ibhavas è lo stesso loro -maestro Tvashtar, ossia il vecchio sole, il Titone antico, che morrebbe -nella notte e nell'inverno, se non venisse ringiovanito, risuscitato -più luminoso al mattino ed in primavera. Così pure, lo ripetiamo, -poterono confondersi nella leggenda cristiana il biblico Giuseppe, -il sognatore, fanciullo perseguitato, che in Egitto, ossia nel paese -scuro, acquista la ricchezza, la potenza, la ricchezza, col vecchio -Giuseppe, sognatore anch'esso, che, per aver visto un sogno, trafuga il -fanciullo perseguitato in Egitto. Il vecchio sole che si nasconde nella -tenebra notturna od invernale, prepara la via del giovine Dio solare, -mattutino e primaverile. Nel _Rigveda_ (X, 70) _Tvashtar_ è celebrato -come _il previdente che prepara le vie degli Dei (devânâm pâthah upa -pra vidvân uçan yakshi)_, sotto questo aspetto _Tvashtar_ ha natura -benigna; così pure nella sua qualità di foggiatore d'armi fatate pel -Dio Indra, e di istitutore degli artisti divini, i _R'ibhavas_. Ma, -poichè Tvashtar esiste solamente in quanto il sole sta coperto, quando -il sole si scopre, quando il sole emerge dalla tenebra e dalla nuvola, -quando Indra col fulmine squarcia la tenebra, l'opera di Tvashtar si -distrugge, e Tvashtar piglia perciò in odio quello stesso Dio ch'egli -ha armato per le battaglie, quello stesso artista ch'egli nella tenebra -ha fatto luminoso, ossia ammaestrato, quello stesso sole fanciullo -ch'esso protesse ed allevò, e che diviene, appena fatto potente, -nemico di Tvashtar, mercè il quale si salvò, raggiunse la bellezza, -la sapienza, la ricchezza, la potenza. Nelle novelline popolari l'eroe -fanciullo, che fu in casa del diavolo per imparare la scienza, si serve -di questa scienza medesima per ingannare, tradire il diavolo, rubargli -la figlia, portargli via il tesoro, fuggire da esso; il diavolo o -mago lo insegue rapidissimo, ma il fanciullo, che gli ha menato via -il cavallo, ossia il rapido, ossia che vien fuori egli stesso in -forma di rapido corridore, corre più veloce, e, per qualche malizia, -si trasforma in modo che o sfugge alle persecuzioni del diavolo, o -assume tale carattere, che in quel carattere si trova superiore al -diavolo o stregone, e lo uccide. Evidentemente non è il senso morale -quello che predomina in tali novelline; poichè, per quanto sembri -bello ogni dispetto fatto al diavolo, l'ingratitudine è cosa assai più -mostruosa che il diavolo non sia. Ma noi non ci dobbiamo occupar qui -della morale dei miti, sì bene soltanto della loro realtà fisica, per -la quale dai mostri fisici emergono mostri morali. Figurata la notte o -la stagione invernale, come un mostro deforme, proteiforme, onniforme, -come un drago che butta fiamme ora dalla testa, ora dalla coda (le due -estremità del cielo infiammate nella sera e nel mattino, nell'autunno -e nella primavera), immaginatosi che quel drago mostruoso inghiotte -ed attira nella sua spelonca per divorarlo l'eroe solare, nel veder -riuscire, risalire vittorioso quest'ultimo al mattino o alla primavera, -dalla parte opposta del cielo, dalla quale s'era visto tramontare -nell'autunno e nella sera, s'immaginò che, ospitato nel seno della -notte il sole vecchio, il sole rimbambito, il sole ritornato bambino -(di sapientissimo ch'era), nell'ospitalità notturna s'ammaestri, -s'erudisca a spese di quel mostro medesimo che lo trattiene presso -di sè, per avere un servitore intelligente di più, o col proposito -di perderlo alla prima occasione. Il mago, il diavolo, s'accorge -in breve che il discepolo ha tanta malizia che sta per divenirgli -superiore; nella seconda parte della notte e della stagione tenebrosa -dell'anno il sole s'avvia verso il suo nuovo trionfo celeste. Allora -come nella prima metà della notte e della stagione fredda, tenebrosa, -il diavolo, sentendosi superiore, non nascondeva i segreti dell'arte -sua all'ospite; nella seconda invece s'insospettisce, incominciandosi -ad accorgere che l'eroe ospitato sta per pigliargli il disopra: da -quel punto, nell'animo del mostro sorge l'invidia e il disegno di -perdere il suo giovine e potente rivale: ma oramai questo, a misura -che s'avanza, cresce in potenza, come invece il diavolo, a misura che -lo insegue, sente venir meno le proprie forze; perciò il fine della -notte, il fine della stagione invernale, il fine della tempesta, -annunzia la morte del vecchio _Tvashtar_ (propriamente _il copritore_, -da _tvash=tvac'+tar_), ossia dell'opera propria, chiamata com'esso -_Viçvarûpa_, onniforme, o _Tvâshtra_ (appartenente a Tvashtar), o con -altro nome, perfetto equivalente ideologico, _Vr'itra (il copritore)_, -che appare negli Inni vedici come il figlio di _Tvashtar_. È un punto -appena quello che divide il Dio _Tvashtar_ dal Dio pluvio e tonante -Indra e dal suo nemico. Quando gli Inni vedici ci dicono che _Tvashtar -il copritore e il foggiatore di forme_ prepara le armi ad Indra Dio -pluvio e tonante, ciò val quanto dire che, senza il copritore, ossia -senza cielo copritore, non vi sarebbe il Dio fulminante e tonante, -ossia che Indra trova i suoi fulmini nel cielo coperto, che i fulmini -si trovano nel cielo coperto e non fuori di esso. Tvashtar copre il -cielo; il Dio fulminante e tonante trova le proprie armi in quel cielo -coperto; e se ne serve per distruggere _Vr'itra il mostro copritore_, -ossia quel cielo stesso nuvoloso, senza il quale Indra non potrebbe -essere un eroe, anzi l'eroe più meraviglioso dell'Olimpo. Tvashtar ama -la propria forma tenebrosa, e desidera conservarla; Indra, sebbene sia -nato in essa, sebbene senza di essa la sua potenza si distrugga, ama -distruggerla, per far del bene, liberando le acque, le vacche, le donne -che Tvashtar, ossia il suo equivalente _Vr'itra_, tiene prigioniere, -per liberare l'eroe o l'eroina solare che sta chiusa nella nuvola, -per ritornare quindi egli stesso a splendere come cielo luminoso, come -sommo signore del cielo. Gl'inni e le leggende del periodo vedico ci -presentano però già Indra e Tvashtar come nemici. Di questa inimicizia -essi ci recano come principal ragione la seguente: _Indra bevette -l'ambrosia nella casa di Tvashtar_,[38] nelle coppe di _Tvasthar_, -uccidendo il figlio di Tvashtar, ossia Vr'itra Viçvarûpa. L'oceano -celeste si rasciuga, ora perchè Indra ne beve le acque ambrosiache, -ora perchè, fulminando, le fa scorrere, e vuota così il barile celeste -che conteneva il _soma_. Il _Çatapatha Brahmana_, interpretando la -contesa fra Indra e Tvashtar per il _soma_, ci racconta la seguente -storiella: «Tvashtar aveva un figlio dalle tre teste, dalle tre bocche -e dai sei occhi, chiamato perciò _Viçvarûpa_. Una delle sue bocche -beveva l'ambrosia (_soma_), un'altra beveva vino (o bevanda spiritosa, -_surâ_), un'altra era per le rimanenti cose da mangiare e da bere. -Indra odiava quel Viçvarûpa, e gli tagliò le tre teste: da una bocca -uscì l'uccello francolino, ch'è di color bruno come il re Soma; -dall'altra uscì uno sparviere, e però quest'uccello grida con la voce -rauca, con cui parla un briaco che ha bevuto liquori inebbrianti; dalla -terza bocca uscì una pernice, dai colori screziati, poichè sembra che -nelle sue ali siano gocciate stille di burro liquefatto e di miele; da -tal bocca Viçvarûpa riceveva ogni maniera di cibi. Tvashtar s'accese -d'ira, e dicendo: _M'uccise il figlio_, egli offerse ambrosia agli -Dei, Indra eccettuato. Indra pensò: _Mi allontanano dall'ambrosia_; e, -come un forte adopra verso un debole, anche non invitato, si cibò del -_soma_ purificato che era nel vaso. Ma questo gli fece danno: esso gli -uscì tutto dalla bocca, e dalle altre parti vane del corpo. E Tvashtar -salì in collera, dicendo: _Chi, non invitato, si cibò del mio soma?_ -egli stesso interruppe il proprio sacrificio; e quel resto di _soma_, -ch'era rimasto nel vaso, adoperò (per accompagnare con un sacro rito -l'imprecazione), dicendo: _Cresci Indra-nemico (Indraçatruh)_, così -disse. E poichè disse _Indra-nemico cresci_, perciò Indra lo uccise; -ma se invece egli gli avesse detto: _D'Indra nemico (Indrasya satruh), -cresci_, egli avrebbe potuto uccidere Indra.» - -Questa leggenda è ancora di formazione vedica, e, sebbene relativamente -moderna, serve pure ad indicarci la forza che s'attribuiva nell'età -vedica alle imprecazioni, per cui anche un semplice _lapsus linguae_ -dell'imprecatore poteva rivolgere sopra di sè gli effetti di -quell'imprecazione ch'egli scagliava sopra il suo nemico. In questo -_Tvashtar imprecatore_ noi abbiamo poi una specie di Dio Brahman, -il quale combinerebbe col nome di _Brahmanaspati_ o _signor della -preghiera_, dato pure in alcuni Inni vedici al figlio di Tvashtar. E, -poichè ben presto l'uccidere un Brâhmano divenne il massimo delitto -sociale indiano, Indra uccisore di un Brâhmano nel cielo cadde in -disgrazia, divenne odioso alla casta brâhmanica, che gli sostituì -invece Brahman nel principato dell'Olimpo, mentre Indra rimase solo -più il Dio della casta guerriera, la quale nel fine del periodo vedico -e nelle leggende brâhmaniche troviamo spesso in fiero contrasto con la -casta de' Brâhmani. - -Uno dei nomi vedici di Indra come uccisore del mostro, del tricipite -Viçvarûpa, è _Trita Aptya_, il quale conoscendo le armi paterne -combatte, taglia le tre teste delle sette corna del figlio di Tvashtar, -libera le vacche. La parola _Trita_ vale propriamente _terzo_; suoi -fratelli sono _Ekata_ che val _primo_, e _Dvita_ che val _secondo_. -Come, nelle novelline popolari, il terzo fratello è sempre il più -valoroso, così la grande impresa mitica celeste è compiuta da _Indra_ -come _Trita_, ossia come _terzo_.[39] Trita troviamo identificato ora -con Indra, ora con Marut, Vâta, Vâyu; così nel _Mahâbhârata_, Arg'una -figlio d'Indra e Bhîma figlio del Vento fanno prodezze insieme. Bhîma -precipitato, per insidia, nel regno de' serpenti, vi beve l'acqua della -forza, come il vedico Trita è calato nel pozzo, come Indra trova nel -pozzo il _soma_, ossia la bevanda ambrosiaca, dalla quale egli trae la -sua forza; in una leggenda del _Mahâbhârata_ si narra che Trita nel -pozzo appresta il _soma_. Il sole che si tuffa nella nuvola e nella -notte tenebrosa, nell'acquosa stagione invernale, retta specialmente -dalla luna (Soma), come il giorno e l'estate dal sole, vi acquista la -sua forza, e ne vien fuori. Indra pluvio e tonante primaverile, Indra -pluvio e tonante estivo, e Trita che piglia forza nelle acque, che -sconfigge il mostro trattenitore delle acque, che uccide il figlio -di Tvashtar, hanno natura comune. Ma in quali relazioni di parentela -stanno Trita ed Indra con Tvashtar? Tvashtar identificandosi con -_Prag'âpati_, con _Dhâtar_, con _Savitar_, con _Pûshan_, appare un -Dio creatore. Dicemmo già ch'esso diede _vigore ad Indra_. Trita si dà -nella leggenda brâhmanica come figlio di _Prag'âpatî_. Ma _Prag'âpati_, -o _signor delle creature_, è un termine troppo generico, ed ogni -creatura si può considerare come opera di _Prag'âpati_. Tvashtar -riproduce, invece, particolarmente il carattere del vecchio padre, del -vecchio suocero, che accoglie, per volere del fato, inconsciamente, -incautamente quello che lo dovrà perdere. Indra e Trita devono tutto -il secreto dell'arte loro a Tvashtar, ma di esso si valgono appunto -per distruggerlo. Indra e Trita sono in alcun modo figli adottivi, -figli inconsapevoli del padre Tvashtar inconsciente che prepara il suo -danno senza saperlo. Egli ha un proprio figlio simile a sè, Triçiras, -ed una figlia Saranyû; sposa la figlia a Vâyu, e secondo una nozione -più frequente a Vivasvant. Ma Vâyu s'identifica con Trita, e Trita -con Indra. Perciò Trita od Indra ci dovrebbe apparire al pari di -Vâyu come genero di Tvashtar, accolto da lui come figlio, ospitato, -nutrito, ammaestrato nell'arte sua, fortificato a tutto suo detrimento. -La leggenda cristiana ha fatto di Giuseppe il legnaiuolo lo sposo -impotente della Vergine, che lo Spirito Santo viene a fecondare; la -leggenda vedica ci dà il vecchio legnaiuolo Tvashtar, il quale sposa la -vergine sua figlia Saranyû ora a Vâyu, il sacro vento, ora a Vivasvant, -uno de' nomi del giovine sole. La leggenda del _Mahâbhârata_ ci offre -il sole che visita in segreto nella casa paterna di lei la vergine -Kuntî, si unisce con essa, le dà un figlio, ma l'assicura che rimarrà, -dopo il parto, sempre pura; lo zefiro ed il sole s'uniscono ogni -giorno con l'aurora mattutina, e questa riappare ogni giorno vergine, -o _sempre giovane_, come dice l'inno vedico, quantunque _antica_. -L'aurora, quantunque _antica_, è sempre capace d'essere fecondata; -quindi se, nella Bibbia, la vecchia Sara, al passare degli angeli, -si feconda, se la madre di Sansone, dopo l'annunzio di un angelo, -quantunque creduta sterile, si feconda dell'eroe, la cui forza è nella -chioma; noi abbiamo sempre lo stesso fenomeno dell'aurora o della -primavera, che, quantunque antica, quando zefiro spira, quando il nuovo -sole si mostra, ci appare giovine, pura, e si rifeconda. Interpretati -coi fenomeni naturali, i miti pèrdono il loro carattere mostruoso. Così -ancora, quando il _Mahâbhârata_ ci racconta che _Pându, il pallido_, -è impotente a generar figli nel seno della sua sposa _Kuntî_, la -quale, consenziente lo sposo, riceve la visita degli Dei Yama, Vâyu -ed Indra che vengono a fecondarla; noi abbiamo ancora un mito che ci -rappresenta il fecondarsi dell'aurora e della primavera, a cui non -bastando _Pându, il pallido, l'imbelle_ sole invernale, perchè divenga -viva ne' figli e nelle opere, s'inviano il sole luminoso o sapiente -Yama, il vento vigoroso Vâyu, il tonante, fulminante, pluvio ed agile -Indra primaverile a fecondarla. Ma, per tornare agli Inni vedici, non -è dubbio che abbiamo in essi un divino falegname _Tvashtar_ che sposa -la propria figlia a Vâyu o Vivasvant, de' quali Indra e Trita appaiono -equivalenti. Indra e Trita si mostrano quindi nemici di Tvashtar, ma -prima essi furono beneficati da esso, avendo essi da Tvashtar appreso -l'arte, per cui riescono invincibili. Indra o Trita è l'artista che -supera il suo maestro. E come Indra s'identifica con _Trita_, così -tre si rappresentano i _R'ibhavas_ od artefici celesti, discepoli di -Tvashtar; Indra è il _R'ibhu_ per eccellenza; perciò i _R'ibhavas_ -appaiono per lo più congiunti con Indra; ed è il terzo _R'ibhu_ quello -che fa il gran miracolo, il miracolo più bello, pel quale Tvashtar -stesso ne piglia invidia. Essi aveano già fabbricato con l'arte loro -appresa da Tvashtar de' carri, col loro attacco, cioè vacche e cavalli, -e altre cose mirabili; essi aveano pure la virtù di ringiovanire i loro -genitori (_Sudhanvan_ è il nome vedico dato al padre dei _R'ibhavas_); -ma tutto ciò all'ingenuità del poeta vedico pareva ancora poco: esso -riserbava invece tutta la sua meraviglia per i _R'ibhavas_, i quali -da una sola coppa sacrificale ne aveano, abilissimi prestidigiatori, -formate quattro. E questo portento lo compie il più giovine de' tre -fratelli. Tvashtar, il loro maestro, in alcuni inni, appare soddisfatto -di quella meraviglia d'arte; in altri, invece, lo vediamo vergognoso. -Egli avea fatto quella coppa che i _R'ibhavas_ aveano moltiplicata -per quattro; vedendo alterata l'opera sua, e certamente migliorata, -egli va a nascondersi confuso tra le sue donne (_gnâsu_), ove si -sdegna e si prepara ad uccidere i suoi rivali. Tvashtar disse così: -_Uccidiamo quelli, i quali hanno profanata la coppa, nella quale gli -Dei venivano a bere_. Poichè tra que' profanatori si trovava il Dio -Indra in persona, il cui potere è appunto quello di estendere il cielo -celeste, si comprende come sia avvenuto l'espandimento della coppa -di Tvashtar, e come (una specie di _Secchia rapita_ celeste), dopo -quell'espandimento dell'opera di Tvashtar, Indra ed i R'ibhavas si -separino da esso, e la guerra s'accenda nel cielo per cagione della -coppa, in cui si beve, come poco innanzi abbiamo veduto Tvashtar -guastarsi con Indra per cagione della bevanda divina, che egli era -venuto a bere, per propria forza, senza essere stato invitato dal -guardiano del _soma_ alla libazione. Vedremo nella prossima Lettura -qual Dio sia stato negli Inni vedici questo Indra, che qui ci appare -già indicato come un artista meraviglioso, come un bevitore potente, e -come un guerriero di forze straordinarie. - - - - -LETTURA DECIMA. - -INDRA.[40] - - -Fra tutti gli Dei dell'Olimpo vedico, Indra è il più potente, il -più caratteristico, il più frequentemente invocato. E non s'invoca -solamente perchè si ama, ma spesso ancora perchè si teme. Tutta la -scienza magica, che ha le sue radici nelle superstiziose credenze -popolari, si fonda sopra una continua evocazione delle forze di un -dèmone occulto che si suppone occupar tutta la natura. Cicerone, nel -secondo libro _De Divinatione_, lasciò scritto: «Nonne perspicuum -est ex prima admiratione hominum, quod tonitrua, jactusque fulminum -extimuissent, credidisse ea efficere rerum omnium praepotentem jovem?» -Il tono ci rende _attoniti_ ed _intontiti_, come si dice in Toscana, -che vale quanto _istupiditi_, per la stessa analogia onde dal verbo -_stupire_ è nato l'aggettivo _stupido_. Il massimo degli Dei, il Dio -tonante, per suo supremo effetto, istupidisce il suo devoto ammiratore; -dove lo stupore non ha limiti, s'accoglie pure la stupidità; e -cessa questa, dove allo stupore sottentra la curiosità della ricerca -scientifica. I primi pastori vedici rimasero sotto il fascino tremendo -del cielo tonante, e accordarono pertanto al Dio che lo reggeva gli -onori supremi. Io ho già indicata la grande somiglianza che hanno fra -loro il vedico _Tvasthar_ che prepara ad Indra i fulmini, e Indra -stesso che brandisce il fulmine per lanciarlo; come Tvashtar prese -pertanto aspetto demoniaco, così Indra, il sommo degli Dei, ebbe pure -talora aspetti formidabili e demoniaci, e fu poi finalmente nella -mitologia brâhmanica rappresentato e perseguitato come Demonio. Come -ogni medaglia ha il suo rovescio, così non vi è Dio, di cui non si -potrebbe trovare il corrispondente demoniaco, fisico e morale; onde si -potrebbe dire egualmente che il Dio è un Demonio rovesciato o scoperto, -o pure che il Dio rovesciato e coperto diviene un Demonio. - -Il bello ed il brutto, il bene ed il male, non sono distinti in natura: -l'uno rientra nell'altro, l'uno esce dall'altro, ed essi si confondono -in una lotta perenne. L'opera può esser buona o cattiva, ma l'operaio -medesimo può essere autore dell'una come dell'altra. Un inno del -_Rigveda_ (VIII, 86) canta: «O fulminante, per timore di te, tutte le -cose create, il cielo e la terra tremano.» In altri inni consigliati -dalla paura,[41] il devoto assicura Indra ch'egli serba fede al -violento Indra (_tvishimate Indrâya_), quando egli ferisce col fulmine -(_Rigv._, I, 55); e lo prega perciò di non distruggere la gioia o la -salute, o il nutrimento vitale che sia, del devoto (_mâ antarâm bhug'am -â ririsho nas; Rigv._, I, 104); un altro poeta con singolare insolenza -canta, rivolgendosi ad Indra (_Rigv._, VIII, 45): «Io ho inteso poco di -quello che un tuo pari ha fatto sopra la terra; mostra l'animo tuo, o -Indra. Crederò vere quelle tue prodezze, meritate le lodi che si fanno -di te, se ti mostrerai propizio a noi. O eroe, non fulminarci nè per un -peccato, nè per due, nè per tre, nè per molti. Io ho avuto paura di un -terribile, lacerante, distruggente offensore tuo pari.» Il devoto qui -diviene ribelle; e si sente in questa antica protesta dell'uomo contro -una forza soverchiante della natura, adorata come divina, fremere -l'anima di un Prometeo.[42] Il tonante apparve potente, il potente -prepotente o tiranno, e contro il tiranno arbitrario, capriccioso, -violento, i devoti meno persuasi della divinità d'Indra si sollevano -sdegnati. Mentre adunque molti devoti salutano Indra per lo più col -nome di _padre (Jupiter)_ e lo colmano di tutte le carezze che il -linguaggio poetico può immaginare per raffigurare un nume prediletto, -dal quale s'attendono ogni maniera di favori, vacche, cavalli, cibi, -ricchezze, la vittoria ne' combattimenti, la felicità, la gloria, altri -dubitano ancora della sua esistenza, e da questo dubbio alla ribellione -contro la sua presenza che si rivela quindi in modo terribile, -formidato, è agevole il passo. Un poeta dice (_Rigv._, VI, 18): «Sei -tu forte, o Indra, o non lo sei? móstrati nel tuo vero aspetto.» Ma, -poco dopo, sentendolo probabilmente tonare, s'affretta esclamando: «Io -credo, o potentissimo, reale la forza di te nato potente.» Ed un altro -poeta (_Rigv._, VIII, 89): «Se Indra esiste veramente, offriamogli un -vero e proprio inno, domandandogli degli alimenti.» Ma alcuno dice: -«Indra non esiste; chi l'ha veduto? e (se nessuno l'ha veduto) a -chi inneggieremo noi?» (Ma Indra si fa ben presto sentire, dicendo): -«Eccomi, o devoto; ravvisami: per la grandezza, io sto sopra tutte le -creature.» Noi vediamo qui dapprima un dubbio intorno alla presenza -dell'Indra fisico; quindi si venne a dubitar pure del suo carattere -divino. Vi sono alcuna volta nel cielo lampi e toni che non portano -alcun effetto sopra la terra, che non menano e non accompagnano alcuna -tempesta; allora il poeta si domanda se Indra ci sia o non ci sia, se -quel tonante celeste sia il vero Indra, od una mistificazione di esso. - -In questa domanda noi abbiamo indicato il carattere più generale, più -frequente dell'Indra vedico. La sua qualità di tonante e pluvio lo rese -eminente tra gli Dei eroici. Ma non è probabile che questo sia stato -il carattere primitivo d'Indra come non è stato l'ultimo. Nel periodo -brâhmanico Indra ritorna ad essere quello che sembrami sia stato -nel primo periodo vedico, cioè il cielo e specialmente poi il cielo -azzurro, stellato, notturno. L'_Indraloka_ o _il mondo_ o _paradiso -d'Indra_, vale per me semplicemente _il cielo_, come lo _svargaloka_, -che vale _il mondo celeste_ ed _il paradiso_. Perciò troviamo -Indra chiamato _sahasrâksha_ o _milloculo_, e poichè il _pavone_ si -distingue per le sue penne gemmate ed occhiute, la leggenda indiana ci -rappresenta Indra in forma di pavone, e il mito indo-europeo il corvo, -ossia il nero, la notte scura, che si veste delle penne del pavone, -ossia che s'ingemma d'occhi. Perciò ancora il pavone era dedicato alla -_Dea Giunone (D)junon_ il cielo femminino, come _Dyu, Dyaus, Zeus, -(D)jupiter_ o _(D)iespiter_ è il cielo mascolino. Abbiamo un cielo -concepito come mascolino _Dyu_, e un cielo concepito come femminino -_Div (Pr'ithivî_ «la larga» abbiamo già detto corrispondergli); così la -parola dies in latino è comune al mascolino ed al femminino. Concepito -_Div_ come un femminino, il suo mascolino è o _Dyu (Dyâus, Zeus)_, -oppure _lo sposo_, _il signore (pati o pitar)_ di _Div_, chiamato -_Divaspati_ in lingua vedica, e _(D)jupiter, (D)iespiter_ in lingua -latina (il vedico _Dyaush_). Giunone è dunque la sposa legittima di -Giove, poichè Giove è il cielo, e il signore del cielo, e Giunone è il -cielo stesso. _Divaspati_ è uno de' più antichi appellativi che assume -negli Inni vedici il Dio _Indra_, il quale pertanto fu, anzi ogni cosa, -semplicemente il cielo, e poi il padrone, il reggitore del cielo; ma, -divenuto il signore del cielo, poichè nel cielo non si manifesta alcun -fenomeno più meraviglioso e più formidabile del fulmine, il fulmine fu -posto nelle mani di quel _Divaspati_ o _signore del cielo_. - -S'è molto disputato fin qui intorno all'etimologia del nome _Indra_, ed -invano. La parola _Indra_ non ci offre alcun derivato, nè alcuna radice -indiana che valga a dichiararla; ed è alquanto curioso che non si possa -in una lingua tutta trasparente come quella che ci occupa, ritrovare -il senso intimo dell'appellativo del Dio supremo vedico; mentre poi -questo pronto sottrarsi della parola all'analisi etimologica potè -forse servire a far d'Indra una potenza più venerabile, per essersi -perduta la coscienza del primitivo significato del suo nome. Tuttavia, -come ogni avvocato non ama dichiarar perduta una causa importante, -finch'ei non s'è provato alla sua volta a difenderla, pare a me d'aver -finalmente trovato la prima forma ed il primo senso del nome di quel -Dio, con cui mi sono accostato[43] la prima volta agli studii di -mitologia indiana, nel proposito di penetrarne, secondo il mio potere, -l'intima natura. - -Io suppongo, per l'analogia del nome zendo d'_Indra_, che è _Andra_, -essersi assimilata la sorda dentale innanzi alla sonora semivocale, -dopo la metatesi, e dopo la perdita della media vocale _a_, e -restituisco pertanto il nome _Indra_ (per _Andra_) ad _Antar_ o -_Antara_, che valse la regione di mezzo, come _Antari-ksha_ (secondo -la probabile spartizione della parola, proposta dal professor Weber) -vale la regione di mezzo, il cielo di mezzo, quel cielo appunto, -nel quale si adunano le tempeste, il cielo delle tempeste, che si -rappresentò quindi particolarmente come pluvio e tonante. Quando -diciamo dunque _Indra_, diciamo ancora _il cielo_, diciamo _Dyu_, -diciamo _Divaspati_, ma quel _Divaspati_ specialmente, nel cui -esclusivo dominio succedono le tempeste. La verità fisica viene in -sostegno della nostra etimologia; poichè è solamente nell'_antar_ -od _antara_ od _antariksha_, o cielo di mezzo, che si raccolgono le -nuvole, che guizzano i lampi, che _Indra_ od _Andra_ tona. E di questa -verità naturale i pastori che parlavano la lingua vedica avevano dovuto -essere frequenti spettatori dall'alto delle montagne dell'Himâlaya, -come potremmo rendercene ancora capaci noi stessi, salendo ne' mesi -estivi sopra le vette del nostro Appennino o delle nostre Alpi, -onde assisteremmo al meraviglioso spettacolo di un mare di nuvole -solcate dai fulmini, e fragoroso per frequenti scoppi di tuono, onde -sentiremmo sotto i nostri piedi traballare la montagna. L'_antar, -antara_, o _Andra_ od _Indra_ tonante, accompagnato dai _Marutas_ o -_venti_, incominciò dunque, per quanto ne pare a me, a rappresentare -l'_atmosfera_, o regione de' venti, o regione delle tempeste, de' toni, -de' fulmini, e quindi si trasformò nel Dio che regge le tempeste, a -quel modo stesso con cui _Dyu_ «il cielo» divenne _Divaspati_ «il -reggitore del cielo.» E questa etimologia che io ardisco proporre -con qualche fiducia, per la parola _Indra_, non solo non obbliga ad -alcuno sforzo di derivazione, non solo combina perfettamente coi -fenomeni fisici che _Dyu_, divenuto _Divaspati_ e poi _Indra_, fu -chiamato a rappresentare, ma con tutta la nozione che la mitologia -vedica ci può dare del primitivo Indra posto in relazione strettissima -con _Varuna_, il copritore celeste, che, secondo il professore Roth, -fu venerato prima del Dio Indra, e con Dyaus, di cui i professori -Benfey e Brèal hanno fatto il predecessore del nostro Dio. Nessuna -meraviglia invero che Indra o Divaspati, Dyaus e Varuna, avendo in -origine rappresentato solamente il cielo, i tre numi abbiano pure un -loro antico uniforme carattere. Solamente col tempo ciascuno de' tre -Dei prese una sua caratteristica speciale: Dyaus riuscì particolarmente -il cielo luminoso, Varuna il cielo acquoso, tenebroso, Indra il cielo -pluvio e tonante; dall'uno identico si staccarono tre varietà, le quali -presero persona, ma ogni persona conservò pure e tradì spesso alcuno -de' comuni caratteri generici, alcuno dei segni dell'antica parentela. -L'antico _antara_ o _medio_[44] divenuto _Andra_ e poi _Indra_, con -questo appellativo, il nume scambiò poi alcuna delle sue qualità con -quelle di un Dio di nome analogo _Indu_, il Dio Luno, rappresentato -come particolar reggitore della stagione acquosa, invernale; ed Indra -che si chiude nella nuvola, ossia il cielo che si copre di nuvole, si -rappresenta come un gran bevitore d'_Indu_ e di _Soma_, voci che, oltre -la luna, dicemmo rappresentare l'ambrosia. L'ambrosia d'Indra pluvio -è l'acqua della nuvola, nella quale egli si disseta, s'inebria, piglia -forza nel marzo e in estate (come la perde nell'aprile e nell'autunno), -quindi fulmina e tona, uccidendo il mostro che trattiene le acque. -Siccome poi il sole fa il medesimo che il cielo, cioè si chiude, si -nasconde nella nuvola, e il sole è chiamato signore del cielo non -meno di Indra, lo stesso Indra che, nella sua qualità di pluvio si -confonde con l'umido Indu, il Dio Luno, ci si rappresenta ancora con -alcuni caratteri conformi a quelli proprii del sole. Ma, per quanto -elastica possa essere la natura del sommo degli Dei, il quale è pure -in parte tale, perchè si associa alcuni attributi proprii degli altri -Dei, si può ritenere come cosa certa che il primo carattere generale -d'Indra fu quello di _cielo_, il suo carattere specifico eroico divenne -quello di _cielo fulminante e tonante_. Un inno vedico (_Rigv._, -VI, 82) ci fa sapere che Mitra (il sole) va specialmente dietro a -Varuna, e che il terribile Indra se ne va risplendendo in compagnia -de' Marutas; un altro inno (VII, 83) canta che il piacere d'Indra è -quello d'uccidere i nemici in battaglia, mentre Varuna mantiene sempre -e difende le vie del cielo. Varuna rimase il cielo tranquillo, Indra -divenne il cielo animato nella tempesta, e specialmente, ripeto, il -cielo dell'atmosfera, il cielo _antara_ od _antariksha_. L'inno 12º -del II libro del _Rigveda_ definisce anzi Indra «quello che formò -l'atmosfera, e quello che stabilì il cielo» (_yo antarikshâni vimame -varîyo yo dyâm astabhnât sa g'anâsah Indra_). In questa importante -definizione noi troviamo accennata la natura specifica e la natura -generica del Dio Indra, cioè il cielo medio, agitato, tempestoso, ed -il cielo in generale. Ed è specificandosi che Indra divenne popolare, -e prese una spiccata fisionomia poetica ed eroica, e potè quindi -dominare tutto l'Olimpo vedico, ed una parte del brâhmanico, chè, -quando Strabone c'informa come gl'indiani del suo tempo adoravano il -Dio o Giove pluvio (τὸν σμβριον Δὶα), convien credere che, presso -i popoli del Pa'n'c'anâda, fosse rimasta alcuna viva reminiscenza -dell'antico culto vedico, sebbene nell'India brâhmanica il sommo -potere regio, che negli Inni vedici trovasi diviso fra Indra e Varuna -chiamati insieme _colleghi nel regno (samrâg'â)_, sia stato diviso fra -Yama e Brahman, la potenza formidabile d'Indra fulminante vittorioso -sia stata trasferita particolarmente nel Dio Vishnu, e Indra stesso -sia divenuto il solo vago cielo azzurro, e specialmente l'azzurro -stellato. Vishnu negli Inni vedici appare come un compagno, un amico -d'Indra; e il _Çatapatha Brâhmana_ ce lo rappresenta come suo seguace, -in una leggenda, nella quale il nemico d'Indra, il mostro Vritra, -riappare come un personaggio sacro, la cui propria essenza sono i -tre primi Vedi. Secondo quella leggenda, adunque, era egli stesso il -_Rigveda_, il _Yag'urveda_, il _Sâmaveda_ insieme riuniti; Indra ne -piglia dispetto, ed avendo per suo compagno Vishnu, volenteroso di -lanciare il proprio fulmine contro Vritra, dice a Vishnu: «Io vorrei -scagliare il fulmine contro Vritra.» Dice Vishnu: «Sta bene; io ti -starò dietro; scaglia.» Allora Indra levò contro di lui il fulmine: -Vritra a quel fulmine levato ebbe paura; egli però disse: «Io ho questa -forza; io do questa a te; e tu non voler più scagliare,» e consegnò -ad Indra il _Yag'urveda_. Allora Indra levò sopra di lui un secondo -fulmine, e Vritra: «È mia quest'altra forza; voglio cederla a te; ma -tu non voler più scagliare;» così disse, e gli consegnò il _Rigveda_. -Ed Indra levò fuori un terzo fulmine. Allora Vritra: «Ho _ancora_ -quest'_ultima_ forza; te la do; ma tu non voler scagliare,» e gli -consegnò il _Sâmaveda_. Ma Indra, che s'è divertito a quel giuoco, -continua a puntare contro il suo nemico, e Vishnu gli sta sempre -dietro. Nel periodo brâhmanico Vritra, come abbiamo già avvertito, fece -poi le sue vendette, poichè, raffiguratosi in esso un brâhmano, anzi -il brâhmano per eccellenza, in lui si identificò, col trionfo della -casta brâhmanica sopra la guerriera, il sommo Brahman, ed Indra venne -precipitato ignominiosamente dall'Olimpo, come brahmanicida, e, per -giunta, infamato come un Dio donnaiolo, condannato a giacere nascosto -nell'acqua, per la vergogna ch'egli avea di mostrarsi, dopo che -maledetto da un Brâhmano, di cui egli avea sedotto la moglie Ahalyâ, -il suo corpo si trovò coperto di mille vulve, onde gli fu dato dai -Brâhmani il nome infame di _Sahasrayoni_, variandosi così l'appellativo -proprio d'Indra come cielo stellato ch'era _Sahasrâksha_, ossia _dai -mille occhi_, che avea convertito Indra in una specie di Argo. Nel -_Râmâyana_ un poema fatto per i guerrieri, dove tuttavia si tradiscono -spesso preoccupazioni settarie brâhmaniche, Indra si scusa presso gli -Dei di aver sedotta Ahalyâ, la sposa del penitente Gâutama per metterlo -in collera, e così fargli, con nemesia vendetta, perdere il frutto -della sua penitenza, la quale, quando fosse stata spinta più oltre, -avrebbe potuto far tremare l'Olimpo, e pregiudicare gli Dei, creando -sopra la terra un uomo, cui la santità del costume avrebbe reso non -simile soltanto, ma più forte e formidabile di tutti gli Dei. Onde, -convertito evidentemente in una specie di dèmone tentatore,[45] Indra -si aspetta lode dagli Dei per la sua prodezza erotica, come nell'Olimpo -vedico ne aveva avuta per le sue prodezze eroiche. Con lo stesso -intendimento, nelle leggende brâhmaniche, il Dio Indra manda spesso -dal cielo in terra le sue Ninfe od _Apsarâs_, per invitarle a sedurre -con la nudità delle loro forme i santi Anacoreti, intenti a macerare la -carne ed a mortificarsi; i santi ora cedono, ora si mettono in collera, -ed in entrambi i casi recano danno a sè stessi, pèrdono in un giorno -il frutto delle loro penitenze protratte, secondo i mostruosi calcoli -brâhmanici, per centinaia e migliaia d'anni. - -Nello stesso _Râmâyana_, ove Indra appare come seduttore di Ahalyâ, -Ahalyâ, che prima era lodata per l'unica bella donna che fosse nel -mondo, e altrove viene celebrata come la prima donna creata da Brahman, -l'Eva indiana, diviene brutta e vien cacciata dal sacro eremo, in cui -viveva felice; ma si scusa che si lasciò sedurre, perchè Indra avea -preso le forme ingannevoli di suo marito Gâutama. Essa tuttavia ritorna -pura, ricupera la sua bellezza, per la sola visione di Vishnu incarnato -in Râma, e Indra alla sua volta si purga del suo peccato d'adulterio -facendo un sacrificio a Vishnu; così le parti si trovano invertite fra -l'Indra e Vishnu vedici e il Vishnu ed Indra brâhmanici. I Brâhmani, -volendo pur accordare un proprio loro Dio ai guerrieri, foggiarono di -Vishnu, il vedico seguace d'Indra, il supremo Dio delle battaglie, -ed Indra fu collocato a riposo; nel suo riposo troppo prolungato, -stravizia e riempie il cielo di scandali. Quanta differenza dal vedico -Indra, di cui l'antico poeta cantava (_Rigv._, IV, 30): «Non vi è -alcuno più alto di te, o Indra, nessuno superiore a te; o uccisore di -Vritra, nessuno simile a te.» (_Rigv._, VI, 30): «È vero questo, non -vi è altri, o Indra, Dio o mortale, superiore a te.» (_Rigv._, VIII, -67): «Indra è insuperabile, invincibile; egli ode, egli vede ogni -cosa.» (_Rigv._, VIII, 77): «Tu combatti, e vinci tutte le creature -in potenza, in vigore, in energia, in forza.» (_Rigv._, VIII, 59): -«O Indra, se tu avessi cento cieli, cento terre, non i cieli, non le -terre, non cento soli, non alcuna cosa creata arriverebbe alla tua -grandezza.» (_Rigv._, VIII, 87): «O Indra, tu sei potentissimo; tu hai -fatto risplendere il sole; tu sei grande artefice dell'universo, tu sei -il Dio dell'universo.» - -Vedremo, in breve, quali siano state le imprese eroiche del Dio -Indra nel _Rigveda_. Intanto ho voluto tratteggiarne i caratteri più -generali, mostrandovi come dal primo aspetto di cielo siasi passato -a quello di cielo atmosferico, pluvio, fulminante, tonante, e come -nel periodo brâhmanico siasi ritornati a rappresentare Indra nel suo -carattere celeste, conservandogli una parte della sua natura acquosa. -La leggenda indiana ci mostra Indra, per aver sedotto Ahalyâ, punito e -costretto a rimaner sepolto nelle acque; il mito greco ci rappresenta -Giove tonante che, in forma di cuculo, visita segretamente Giunone; -e abbiamo già detto che il tono di marzo fu paragonato al canto del -cuculo nunzio della primavera. - -Dopo che il cuculo ha cantato, dopo che Giove, in forma di cuculo, -ha visitato Giunone in segreto come un adultero, dopo i primi toni -e lampi di marzo accompagnati da zefiri erotici e da venti marziali -nunzii della primavera, il seduttore, l'amante, il guerriero inebriato -si perde; Eros ed Aphrodite abbracciati si trasformano in pesci e si -gettano in mare; viene l'aprile con le pioggie inondatrici; viene il -mese del pesce; Indra adultero nell'acqua ed il pesce erotico, che -si mangia nel venerdì, ossia nel giorno di Venere, l'Eros, guerriero -erotico che divien pesce, il pesce, anzi i due pesci (Amore ed -Afrodite, Indra ed Ahalyâ) che aprono il mese d'aprile, e coi quali, -pel loro significato fallico, è tempo che la nostra società civile -cessi di scherzare, sono perfetti corrispondenti mitici. - -Dopo aver così determinato il campo mitico speciale d'Indra, studiamo -ora com'egli vi nasca, quale battaglia, e con quali alleati, e contro -quali nemici egli vi conduca.[46] - -Indra essendo il più eroico degli Dei, la creazione più maravigliosa -del cielo dovette esser quella d'Indra. L'inno 18º del IV libro del -_Rigveda_ ci rappresenta il Dio Indra come il figlio di una vedova. -Il poeta domanda ad Indra: «Chi ha fatto vedova tua madre?» E, appena -egli è nato, vi è alcuno (senza dubbio, lo stesso che uccise ad Indra -il padre) che tenta pure di uccidere il figlio, onde lo stesso poeta -domanda ad Indra: «Chi è colui che desidera di ucciderti, sia che tu -rimanga a piacere, sia che tu cammini?» La madre d'Indra è salutata -con gli appellativi di _fortunata (Bhadrâ)_ e _divina (devî)_ e -_nârî_, ossia _donna forte_. La madre d'Indra è chiamata, in un inno, -_Nishtigrî_; e _Nishtigrî_ appare come un sinonimo di _Aditi_, uno -dei nomi dati alla volta celeste. Onde Indra, il cui nome è pure -_Divaspati_, apparirebbe, non solo _signore del cielo_, ma ancora -figlio del cielo, come Parg'anya, come l'Aurora, come, in somma, -tutti i Celesti, tutti gli Dei luminosi, tutti gli _Adityâs_ figli -di Aditi. Un altro de' nomi della madre d'Indra è, nell'_Atharvaveda, -Ekâshtakâ_, parola che significa propriamente «la prima ottava parte -dell'anno;» la quale dovrebbe corrispondere ai mesi di marzo ed aprile, -il tempo, in cui il Dio tonante e pluvio si manifesta. L'_Atharvaveda_ -avverte tuttavia come, per sola virtù di penitenza, Ekâshtakâ generò -il glorioso Indra. Così Indra fu creato per virtù di penitenza, secondo -una leggenda del _Tâittiriya Brâhmana_ riferita dal Muir (volume cit.): - -— Prag'âpati aveva creato i Devâs e gli Asurâs; ma non aveva ancora -creato Indra. Gli Dei dissero a lui: «Genera Indra per noi;» egli -disse: «Come io ho creato voi per mezzo della penitenza, così generate -voi Indra.» Allora essi fecero penitenza: videro Indra in sè; onde essi -gli dissero: «Nasci.» Allora egli disse: «Per qual destino nascerò io?» -Gli Dei e gli Asuri lo destinarono allora a proteggere le stagioni, -gli anni, la prole, gli armenti, i mondi. — È evidente come, in questa -teogonia d'origine brâhmanica, si cerca già d'umiliare la grandezza -del Dio Indra, poichè, mentre gli altri Dei si rappresentano come -dirette creature del sommo Dio Prag'âpati, Indra appare invece una -creatura secondaria degli Dei; perciò non è meraviglia se, nello stesso -_Brâhmana_, gli Dei si vantino ad Indra d'essergli superiori, mentre -invece reca meraviglia il vedere come, offeso per quel vanto, Indra ne -porti lagno al tribunale supremo di quello stesso Prag'âpati che aveva -già disdegnato di crearlo, ed al quale, per divenire il re degli Dei, -Indra domanda lo splendore che risiede in lui. Ma il _Rigveda_ stesso -ci presenta già la nozione di un Indra generato dagli Dei. Nel _Purusha -Sûkta_ poi Indra appare uscente con Agni dalla bocca del Purusha o -maschio universale. - -Ma nè gli Dei, in genere, nè il maschio Purusha possono valere come -il proprio padre d'Indra, la cui madre rimane vedovata. Come la madre -Aditi dicemmo rappresentare il cielo femmina, così il padre d'Indra -(quando Indra non si concepisca come un figlio illegittimo, ossia nato -per miracolo da una vedova, come altri Eroi son nati per miracolo da -una vergine, o da una donna vecchia o da una donna sterile) non può -essere stato altro che il cielo maschio, ossia Dyu, Dyaus, il nome -antico d'Indra. Ed esso è nel vero nominato come proprio padre d'Indra -nell'inno 17º del IV libro del _Rigveda_: «Fortissimo fu giudicato -il tuo genitore Dyaus; d'Indra il creatore fu un abilissimo operaio.» -(_Suvîras te g'anitâ manyata. Dyaur Indrasya karttâ svapastamo 'bhût_.) -Questa nozione vedica è importante. - -Il cielo come infinito, indestruttibile, è Aditi; come luminoso, -è Dyaus; quando il Dio pluvio e tonante copre il cielo, la vôlta -infinita, la madre Aditi esiste ancora, ma il luminoso Dyaus è -scomparso. Il nascimento d'Indra pluvio e tonante porta la morte del -luminoso Dyaus; così, nella mitologia ellenica, uno Zeus rovesciò -l'altro, ossia lo Zeus pluvio e tonante distrugge l'antico Zeus -luminoso. Indra, la cui madre diviene vedova, quando egli nasce, è -ancor esso un'antica forma del mitico parricida, o di figlio nato in -modo eccezionale. - -Appena Indra nasce, appare forte: «Appena nascesti, o Indra, per -ottenere la forza, hai bevuto il soma; e la madre proclamò la tua -grandezza.» (_Rigveda_, VII, 98.) Un altro inno canta: «Appena nato, -Indra, l'uccisore di Vritra, afferrò il dardo, e domandò alla madre: -Dove sono quelli che vengono celebrati come guerrieri terribili?» Ecco -qui ancora uno de' caratteri proprii dell'eroe epico e leggendario, il -quale, essendo ancora fanciullo, dà già prove singolari del suo valore. -Ognuno di voi ricorda Ciro, Ercole, Sansone fanciulli; e, ne' futuri -raffronti, converrà forse ancora soggiungere Cristo, il quale, presso -l'importante, quantunque apocrifo, Vangelo ambrosiano,[47] nella prima -sua infanzia, mentre egli sta in Egitto, ossia nella regione nera, -vede muovere incontro a sè dragoni spaventosi; Giuseppe e la madre ne -pigliano terrore; il fanciullo Gesù invece corre loro incontra e li -doma. - -Indra deriva la sua forza dal _soma_. Il _soma_ è per lui l'acqua della -forza. Come l'eroe epico e leggendario beve quell'acqua, Indra se ne -disseta largamente; perciò negli Inni vedici, non solo egli viene -chiamato _somapâs_, ossia _bevitore di soma_, ma l'_ekah somapâs_, -ossia _l'unico bevitore di soma_, e _somapâtamas_, ossia _il più gran -bevitore di soma_; un inno del _Rigveda_ ci dice che l'anima, la mente -d'Indra consiste tutta nel desiderio del soma (_somakâmam hi te manach; -Rigv._, VIII 50); uno de' nomi d'Indra perciò è pure _somakâmas_, -ossia _amante del soma_. E non solo il bere il soma è nella natura -d'Indra, ma una delle sue prodezze, per la quantità sterminata ch'egli -ne può bere ad un tratto; nella mitologia slava e scandinava l'eroe si -distingue spesso per la sua potenza nel bere più d'ogni altro, senza -alcuno sforzo. Indra con un solo sorso rasciuga bevendo trenta laghi -di _soma_: e quanto più egli beve, tanto più s'afforza; onde lo stesso -devoto, perchè si spieghi quindi e toni e fulmini un vero Indra, e non -un simulacro di esso, invita Indra a ber bene. L'eroe, essenzialmente, -deve saper bere; il più forte de' Panduidi, il figlio del Vento, -_Bhîma_ «il terribile,» acquista la sua forza invincibile dopochè, -gettato nel Gange, discende nel regno de' serpenti a bere l'acqua -della forza. Ma poichè l'eroe beve molto, si suppose, per analogia, -ch'egli mangiasse del pari; perciò Indra è ancora celebrato come una -specie di Milone Crotoniate che si mangiava un bove per ogni pasto. -Indra mangia, secondo un inno vedico, un bove; secondo un altro inno, -cento; secondo un terzo inno, trecento bovi per volta. Ma sulla potenza -d'Indra nel mangiare il poeta vedico non insiste molto, mentre quasi -ogni inno vedico a lui dedicato fa cenno del _soma_, che il Dio Indra -beve. Vi è un inno singolare nel X libro del _Rigveda_ (119); in esso -Indra celebra le proprie lodi; secondo il commentatore indiano Sâyana, -Indra canta quell'inno, in forma di quaglia, dopo aver bevuto il soma, -appena si accorge della presenza di un _rishi_. Che può significare -questa leggenda? La quaglia è animale che dorme di giorno e veglia di -notte, eccitato specialmente nelle notti, nelle quali la luna, ossia -Soma, appare nel cielo. La notte dell'anno è l'inverno, di cui la luna -vien considerata il principale reggente; è in relazione specialmente -col Soma ambrosiaco, col Soma apportatore delle pioggie primaverili, -che il Dio tonante e pluvio ritrova nel cielo la sua forza. L'inno -vedico suona così: «La mia mente è quella di dare la vacca (l'aurora -o la primavera) ed il cavallo (il sole); perciò io ho molto bevuto. Le -bevande mi sospinsero come venti gagliardi; perciò io ho molto bevuto. -Le bevande mi eccitarono come rapidi cavalli portano via un carro; -perciò io ho molto bevuto. Il soma[48] scorse verso di me, come una -vacca si affretta verso il caro figlio; perciò io ho bevuto il soma. -Intorno al cuore io mi circondo di soma, come un falegname si circonda -di carri. Le cinque classi d'uomini non appaiono alla mia grandezza -neppure come un atomo; perciò ho bevuto il soma. I due mondi non sono -neppure uguali alla metà di me; perciò ho bevuto il soma. Io oltrepasso -in grandezza il cielo e la terra; perciò ho bevuto il soma, ec.» - -Si direbbe quasi che Indra tema di essere preso dai devoti per -un briaco, e che canti l'inno apologetico, per scusarsi dell'aver -bevuto oltre la misura ordinaria. Indra parrebbe voler mostrare che -il bere non lo eccitò altrimenti che _il forte inebriato_ biblico -e manzoniano. Ma Indra non è solo forte per sè; la sua forza è pure -nelle proprie armi, ossia nel fulmine apprestatogli da Tvashtar, e -ne' proprii alleati, tra i quali si celebrano per la loro potenza, -e per la loro fedeltà ad Indra, i Marutas. Nelle novelline russe, -una delle prove eroiche fra l'eroe ed il suo nemico consiste nella -gara a chi fischia più forte. Anche il nemico d'Indra, il copritore -Vritra si distingue come soffiatore, ossia come fischiatore; Indra in -questa prova è assistito dai venti Marutas. Sâyana riferisce, nel suo -commento, questa leggenda: — Indra, volendo uccidere Vritra, disse -a tutti gli Dei: «Seguitemi, aiutatemi.» Essi dissero: «Sta bene;» -e corsero per ammazzare. Vritra pensò: «Essi corrono per ammazzarmi; -io farò loro paura;» e contro di essi soffiò un vento poderoso; tutti -gli Dei scapparono frettolosi per quel fischio di lui; i soli Marutas -non abbandonarono Indra. Essi stettero presso di lui, dicendo questo: -«Uccidi, o Dio, uccidi il forte.» Vedendo questo, Indra pensò: «Ecco i -miei alleati; essi mi amano: essi devono aver la loro parte in questo -inno;» così disse Indra. — Dar loro parte nell'inno, non vuol dire -dargli il primo posto, ed io ho già avvertito come sia nata nell'Olimpo -vedico una forte gelosia tra il Dio Indra e i suoi compagni Marutas. -Questi sono i compagni del Dio, nel forte della battaglia; altri -alleati conta Indra nel cielo, e tra questi la Sarasvatî e i simpatici -Açvinâu, che lo aiutano specialmente a fare opere buone ed anzi a -liberare lo stesso Indra dal pericolo, quando il mostro Namuc'i viene a -bere il soma, ossia la forza d'Indra. - -Nel _Çatapatha Brâhmana_ si trova una leggenda, della quale il senso è -questo: - -— Il mostro Namuc'i portò via la forza d'Indra, il soma, col liquore -inebriante. Indra accorre per aiuto agli Açvinâu ed alla Sarasvatî, -dicendo: «Io aveva giurato a Namuc'i che non l'avrei mai ammazzato nè -di notte, nè di giorno, nè con la mazza, nè con l'arco, e neppure con -la palma della mano distesa, o col pugno stretto, non con la siccità, -non con la umidità; ed egli ha portato via la mia forza; chi me la -ricupera?» Gli Açvinâu e la Sarasvatî domandano ad Indra che permetta -loro di goderne una parte, e ch'egli riavrà la sua forza. Indra dice: -«Essa deve esser comune fra noi tutti; perciò, ricuperatela.» Allora -gli Açvinâu e la Sarasvatî unsero il fulmine, dicendo: «Esso non è -nè secco nè umido.» Con questo Indra colpi Namuc'i nella testa, nel -punto in cui la notte stava per passar nell'aurora, e ne venne fuori -il soma, insieme col sangue di Namuc'i. — Il sangue di Namuc'i ucciso -verso l'aurora non può essere che il rosso dell'aurora stessa. Ma nelle -imprese gagliarde il più utile concorso Indra lo riceve certamente dai -Marutas, e dalle proprie armi fulminee. Vishnu gli è pure compagno e -seguace fedele, ma lo segue più come servo devoto che come cooperatore -magnanimo. - -Così, se i nemici d'Indra sono molti, se tutti i _krishnâs_ -innumerevoli, ossia tutti i neri, tutti i mostri sono i suoi nemici, -chiamati col nome generico di _Dânavas_ o figli di _Dânu_, di -_Daittyâs_ o figli di _Diti_, creata in opposizione all'Aditi, di -_Asurâs_, raffigurati come nemici dei suri, gli Eroi divini, se tra -i nemici d'Indra appaiono _Namuc'i_ «quello che non lascia andare,» -_Sushna_ «il disseccatore,» _Pipru_ «il riempitore,» _Çambara_, di -cui sono celebrate le cento forti città celesti, nelle quali egli -si chiude, Kuyava, Varc'in, Urana, Arbuda ed altri più, i due nomi -che piglia più spesso il nemico d'Indra sono _Vritra_, propriamente -_il copritore_, figlio di Tvashtar, ed _Ahi_, «lo stringitore, il -serpente,» il gran drago celeste. Tutta la lotta epica consiste nella -lotta contro il mostro, contro il drago; e la grande impresa eroica -del Dio Indra nel _Rigveda_ è, per l'appunto, l'uccisione del mostro -Vritra, l'uccisione del serpente Ahi, per la morte del quale si -scatenano le acque, e si precipitano in vasti torrenti sopra la terra; -il fenomeno naturale e la figura mitica si collegano intimamente. Il -sole ritorna dopo la battaglia a splendere nel cielo, gli uomini e -gli animali per la vittoria d'Indra si rallegrano; le spose degli Dei -liberate, ossia le acque sprigionate, cantano inni di gioia al loro -liberatore. Questa battaglia d'Indra è descritta in modo vivace e -potente in un gran numero d'inni, ne' quali vediamo Indra in perfetto -costume di guerriero, armato di armi divine, che lancia contro il suo -nemico ogni maniera di armi, mazze, aste, dardi, fulmini. Tra queste -armi troviamo pure celebrata la pietra: açman. Che può significar -questa pietra? Ci dovrebbe essa richiamar col pensiero all'età della -pietra, e riportarci perciò alla prima più elementare mitologia, -o, con più verosimiglianza, questa pietra non è essa altro che la -roccia, la nuvola montagna, sotto la quale il nemico è oppresso -da Indra, precursore degli eroi poderosi che aiutano l'impresa di -Râma nel _Râmâyana_, scagliando contro i Racsasi intiere montagne? -Noi ammiriamo la immaginazione gigantesca degl'Indiani, leggendo la -descrizione delle battaglie del _Râmâyana_; ma il principal fondamento -di quelle immagini gigantesche è nel cielo mitico, ove, raffigurata -la nuvola come enorme montagna, divenne naturale il concepire l'eroe -divino Indra, il quale muovendo le nuvole muove le montagne mitiche e -schiaccia con esse i suoi nemici. Io non indugerò ora nella descrizione -delle battaglie celesti del Dio Indra. Mi basterà avervi mostrato -come in questo Dio si accennino già tutti i caratteri principali, -proprii dell'eroe epico-leggendario indo-europeo.[49] Mi basterà che -rimaniate, come spero, persuasi che l'eroe epico è nato naturalmente -e necessariamente sopra il Dio, e che il Dio è una persona sempre -celeste. Se gli altri Dei ci lasciarono fin qui incerti sopra la -identità originaria dell'epopea o della mitologia, il Dio Indra non -ce ne può lasciare alcun dubbio. Egli non è meno eroe che Dio; e il -Dio raffigura ad evidenza il fenomeno naturale. Ma una delle imprese -principali dell'eroe leggendario, mi direte, è quella di conquistare e -liberare la donna, senza la donna non vi sarebbe epopea. Ebbene, quelle -vacche che Indra libera dalla spelonca del mostro che le ha, simile -a Caco, rapite,[50] in altri inni appaiono col nome di donne. Indra è -liberatore delle acque chiuse nella nuvola, delle aurore chiuse nella -notte, delle primavere chiuse nella scura terra; è liberatore delle -spose degli Dei; è liberatore delle donne, e le libera perchè le ama, -e perchè le ama troppo, la mitologia brâhmanica rappresenta poi il -trono d'Indra circondato dalle Ninfe _Apsarâs_; e, per cagione della -sua eccessiva tenerezza per le donne, il Dio Indra si perde. Alla sposa -d'Indra furono dati parecchi nomi diversi, fra gli altri: _Çac'î_, -«la forza;» _Indrânî_, «la forza d'Indra:» ma è troppo evidente che -questi nomi sono semplici astrazioni di una qualità del Dio, e non -possono pigliare persona viva, e tanto meno svegliare il Dio sensuale. -Ma, quando Indra si innamora dell'aurora umida e luminosa, delle acque -lucenti, questi esseri femminini possono pigliare una figura poetica, -la quale attrae il Dio Indra, il celeste _Çiprin_, «il vago, il -bello.» E le rappresentazioni dell'Olimpo brâhmanico ci rappresentano -però Indra in forma di bellissimo giovine, agile, elegante, col corpo -tempestato di occhi luminosi, ossia di stelle. Il guerriero ha ceduto -il campo all'amante, il quale combatte perchè ama, e, dopo aver -combattuto, raccoglie nell'amore il frutto della sua vittoria. - - - - -LETTURA UNDECIMA. - -GLI AÇVIN. - - -Di tutte le figure mitiche che l'Olimpo vedico ci presenta, la più -simpatica è, senza dubbio, quella degli _Açvin_; se i nostri primi -padri ariani non avessero creati altri miti, questo solo basterebbe -a persuaderci com'essi siansi nella più remota antichità affacciati -alla storia con un ideale poetico. Qualunque sia stata l'origine -fisica del mito, la sola facoltà di creare due persone mitiche -cavalleresche come gli Açvin, è già prova di una singolare eccellenza -morale nella nostra razza. Chi attribuisce al Cristianesimo tutto -il merito della cavalleria, dovrebbe soltanto meditare sopra la -mitologia vedica e la ellenica, e sopra le epopee che ne derivarono -naturalmente, per avvedersi del proprio errore. L'uomo ariano apparve -nella vita storica con un sentimento cavalleresco, e però creò pure -sollecito nel suo olimpo l'eroe cavaliere. Già nelle figure d'Indra -e dei Marutas, e in quella dell'eroina aurora, ravvisammo numi -cavallereschi, protettori dell'innocenza, della virtù perseguitata. -Ma il protettore, per eccellenza, il perfetto cavaliere è l'_Açvin_: -anzi la parola _açvin_ venne a significar precisamente _il cavaliere_, -e, come due sono gli ellenici Dioskuri, così due sono i cavalieri -vedici od _Açvin_. Ma, poichè non ci è bastato fin qui l'indicare come -gli Dei vedici siano rappresentati, ma tentammo pur sempre, quando -ci fu possibile, d'esaminare com'essi siano nati; così, innanzi di -descrivere la figura e le opere degli Açvin, indugieremo per poco -a ricercarne la natura specifica originaria. Abbiamo, dunque, nel -cielo due _Açvin_, che interpretiamo per due _cavalieri_; ma ho già -accennato nella Introduzione di queste letture, come la parola _açvin_ -significhi propriamente il fornito di _açva_, e la parola _açva_ -valga _il rapido_ (e al neutro forse _la rapidità_); i due divenuti -_cavalieri_, furono, dunque, in origine, _i rapidi, i solleciti_, al -pari dell'aurora, che vedemmo esser la prima ad arrivare: un primo -equivoco di linguaggio trasformò _il rapido_ in un _cavallo_;[51] un -secondo equivoco, _il fornito di rapido_, in un _fornito di cavallo_ -e in un _cavaliere_. Ma, perchè due rapidi celesti? quali fenomeni, -quali esseri celesti si raffigurano in que' due rapidi? Come l'aurora -mattutina è la prima a vincere la corsa al mattino, così il sole è il -rapido che appare primo sull'orizzonte. Ma vi è un altro rapido nel -cielo, l'astro che primo arriva sull'orizzonte alla sera, la luna; -il sole e la luna sono i due rapidi celesti, i due fratelli rapidi, i -due fratelli cavalieri, i quali si scambiano, si aiutano l'un l'altro, -e soccorrono coi loro aiuti potenti i mortali bisognosi. E perchè la -luna è preceduta dal crepuscolo della sera, e il sole dal crepuscolo -del mattino, i crepuscoli annunziano pure i due fratelli Açvin, che -s'identificano anzi, spesso, con essi; e poichè la luna, oltre la -notte, regge specialmente la stagione fredda dell'anno, e il sole, -oltre il giorno, regge specialmente la stagione calda dell'anno, gli -equinozii d'autunno e di primavera ebbero pure il loro crepuscolo -lunare e solare, dominati dai due fratelli Açvin. Di più, come il -giorno è preceduto da due fenomeni luminosi, l'uno biancheggiante, -_l'alba_, l'altro rosseggiante, _l'aurora_, gli Açvin furono pure -particolarmente considerati in relazione con questi due fenomeni, ossia -con questi due crepuscoli mattutini: l'uno passa dal nero al grigio, -o al bianco pallido dell'alba; l'altro dal grigio al roseo od aureo -dell'aurora. Il grigio o biancastro che appare nella sera, fra l'aurora -vespertina e la tenebra, e, al mattino, fra la tenebra e l'aurora -mattutina, corrisponde a quel tempo che i Francesi chiamano _entre -chien et loup_, cioè, di sera, quando non è più giorno e non è ancora -notte; di mattino, quando non è più notte e non ancora giorno: questo -Açvin è in particolare relazione con la luna, e l'altro più luminoso in -particolare relazione col sole: nessuna meraviglia quindi se troviamo -identificati i due Açvin con la luna e col sole, e strettamente -congiunti con l'aurora, ora loro protetta, ora loro compagna, ora loro -amica, ora loro sorella; ond'essi vengono al pari di lei, della _divo -duhitar_, chiamati _figli del cielo (divo napâtâ)_, e, quando essa -appare o sta per apparire, vengono invocati ed adorati, poichè in quel -tempo si compiono pure le loro imprese eroiche. - -L'antico commentatore vedico Yâska sembra ancora avere alcuna coscienza -del primo valore etimologico della voce _açvin_, ossia _rapido, -sollecito_, quando dice: _Açvinâu yad vy açnuvâte sarvam rasena anyo, -g'yotishâ anyah (Açvin_, son così detti, poichè penetrano tutto, -l'uno con l'umore, l'altro con la luce). Qui abbiamo evidentemente -indicato un _açvin_ lunare ambrosiaco, ed un _açvin_ solare rifulgente. -L'_açvin_, «penetrante,» ci appare parente dell'aurora _Urvâçî_, «la -vasta penetrante.» Il crepuscolo penetra, si distende, pervade il -cielo come l'aurora; ma poichè _il penetrare_ è un _andar innanzi_, un -_arrivar prima_, l'_açva_, «il penetrante,» riuscì pure un _rapido_, un -_corsiero_, un _cavallo_. - -Perciò il commentatore vedico Aurnabhâva, citato da Yâska, deriva già -il nome degli _Açvin_ dai cavalli (_Açvair açvinav ity Aurnabhâvah_). -Quindi Yâska si domanda: «Che sono i due Açvin?» E risponde: «Secondo -gli uni, i due Dyu o le due Prithivî (oppure Dyu e Prithivî); secondo -altri, il giorno e la notte; secondo altri, il sole e la luna; secondo -i narratori di leggende (_aitihâsikâh_), furono due santi re. Il loro -tempo è prima e dopo la notte, prossimo al manifestarsi della luce; il -tempo che sta in mezzo a loro è tenebroso; il tempo luminoso appartiene -al sole; il loro tempo è al levarsi e al tramontare del sole.»[52] -Secondo questa interpretazione, dovremmo cercare gli _Açvin_ così -nel crepuscolo vespertino, come nel mattutino, ossia sempre congiunto -con un fenomeno luminoso, sia che lo presenti il sole nascente, sia -che lo produca il sole moribondo. Tuttavia conviene avvertire come la -più costante rappresentazione de' due fratelli Açvin, presso gli Inni -vedici, appare nel cielo mattutino, ove arrivano quali forieri della -luce. L'uno di essi è il forte che combatte e vince (_g'ishnuh_), onde -fu paragonato ad Indra, l'altro è il ricco (_subhagah_; inno 181º -del primo libro del _Rigv_.), e fu identificato col sole luminoso -che trionfa. Da questa nozione elementare di due fratelli celesti, -de' quali l'uno forte, l'altro ricco, si svolsero poi numerosi miti -ed ampie leggende. Il fratello ricco divien superbo, e viene punito -tornando povero, mentre il fratello forte e sapiente, ossia virtuoso, -ha sempre con sè il mezzo di procurarsi, se l'ambisca, la ricchezza. -Ecco un aspetto. Il fratello glorioso diviene infelice; il fratello -forte ne piglia pietà e affronta ogni pericolo per liberarlo; va -per esso all'inferno, sostiene ogni maniera di fatiche per amore di -esso. Ecco un altro aspetto più simpatico che il mito assume. I due -fratelli si mostrano gelosi l'uno dell'altro e disputano pel possesso -d'una donna; ecco un terzo aspetto frequente con cui si mostrano i due -fratelli mitici. Ma non è qui luogo di svolgere le numerose forme che -il mito de' due fratelli assunse nella tradizione indo-europea, sì bene -soltanto di mostrare come essi ci appaiano negl'Inni vedici. - -Ripeto dunque che l'aspetto vedico degli Açvin è sempre simpatico. I -due fratelli non solo vanno sempre insieme, ma si mostrano pur sempre -concordi nel volere il bene. - -Come la loro sorella, quantunque antica, è cantata negl'Inni vedici -come _sempre giovine_, ossia come una vergine immortale, così gli Açvin -vengono, quantunque antichi (_pratnâ_), salutati come i più giovani -degli Dei. Essi hanno la giovinezza, essi sono giovani (_yuvânâ_); -uno de' loro miracoli più belli sarà quello di ridare la giovinezza -ai vecchi: essi sono belli (_valgû_); un altro loro splendido miracolo -sarà quello di ridare la bellezza a chi non l'ha; sono agili, rapidi, -arrivano _con la rapidità d'un giovine falcone_; essi hanno quindi pure -il potere di fare arrivar presto i loro protetti, o col dar loro altre -gambe, o un celere cavallo, o col pigliarli sul loro proprio carro; -sono forti, e assistono nelle pugne i combattenti, assicurando loro la -vittoria; sono ricchi, e il loro vasto carro, luminoso ed alato, porta -seco e spande l'abbondanza; essi amano, e però assistono gli amanti, -servendo loro come amabili mediatori e come paraninfi; sono sani e -restituiscono la salute agl'infermi; sono sapienti e danno la sapienza -agli stolti; benefattori instancabili degli umani e de' celesti. - -La più beneficata delle Dee è la figlia del sole, senza dubbio, -l'aurora, alla quale gli Açvin, nell'importante inno 117º del primo -libro del _Rigveda_, fanno vincere la corsa, col permetterle di salire -sopra il loro carro. Il commentatore Sâyana reca una variante notevole -a questo mito. Non è, in essa, la figlia del sole che corre, ma sì -essa appare quale premio che il sole ha destinato al vincitore della -corsa, ossia a quelli che arriveranno più presto presso di lei: primi -ad arrivare, col loro carro volante, sono gli Açvin, i quali perciò -ottengono come sposa conquistata la figlia del sole, e la fanno perciò -salire sopra il loro carro. Di queste corse d'eroi per conquistare la -mano della figlia del re sono piene le novelline popolari indo-europee. -Ma, nell'inno nuziale vedico, gli Açvin appaiono soltanto come i -paraninfi della bella sposa celeste, i quali portano la sposa allo -sposo. Così, negli inni 116º e 117º del primo libro del _Rigveda_, essi -portano sopra il loro carro la sposa Kamadyû al giovine sposo Vimada. -Nell'inno 117º dello stesso libro gli Açvin danno uno sposo a _Ghoshâ_ -che invecchiava nella casa paterna, e probabilmente, prima di sposarla, -la ringiovanirono, ossia la liberarono dalla lebbra, la vecchiaia -essendo appunto la lebbra incurabile, quando non s'abbia il potere di -far ringiovanire; perciò, ne' racconti e misteri popolari medievali, -i medici, con scellerato consiglio, ai re affetti di lebbra, ossia di -vecchiaia, raccomandano di pigliare un bagno nel sangue di fanciullo; -nè mancavano medici infami ed ingordi che facessero rapire fanciulli -per adoperarli al mostruoso ufficio. Il commentatore Sâyana ci fa -sapere che la invecchiante Ghoshâ ringiovanita e fatta sposare dagli -Açvin era appunto affetta dalla lebbra; il qual particolare ci permette -d'avvicinarla alla fanciulla Apalâ dalla brutta pelle oscurata, cui, -per la pietà di lei, il Dio Indra rese bella, dandole una pelle color -del sole. È evidente che questo miracolo fatto da Indra e dagli Açvin -si riferisce sempre all'aurora che la sera si oscura o divien brutta -e vecchia nella notte, per schiarirsi, ringiovanirsi, rimbellirsi di -nuovo al mattino, aiutata dagli Açvin crepuscolari. Negli inni 112º -e 116º del primo libro del Rigveda, si ricorda che gli Açvin diedero -una gamba di ferro a Viçpalâ, a cui in battaglia era stata tagliata -la propria; l'aurora amazzone abbiamo già veduto, e udimmo pure come -Indra ne abbia fatto in pezzi il carro; gli Açvin che pigliano sul -loro carro l'aurora perchè possa, correndo, vincere la corsa, fanno -un miracolo simile a quello ch'essi compiono con _Viçpalâ_, alle gambe -della quale sostituiscono gambe ferrate, ossia le proprie, o le ruote -del proprio carro. La parola _viçpalâ_ vale propriamente _protettrice -delle genti_, appellativo convenientissimo all'aurora, a quel modo -stesso con cui nell'inno 182º del primo libro del _Rigveda_ sono -chiamati Viçpalâvasû i due Açvin (ossia _i due esseri protettori delle -genti viçpalâu-asû_).[53] Un miracolo conforme a quello che essi fecero -con Viçpalâ lo rinnovano gli Açvin con _Vadhrimatî_, propriamente -_la fornita di un moncherino_,[54] invece del quale le regalano una -_mano d'oro_, ossia _hiranyahasta_, di cui si fa quindi un figlio di -Vadhrimatî, un figlio _avente mani d'oro_. - -Ma qui non finiscono le opere benefiche degli Açvin celebrate negli -Inni vedici. La vacca di Çayu che non dava più latte, essi resero -nuovamente lattifera; al privo di cavalli essi diedero un cavallo; a -Pedu procacciarono un tale cavallo così forte, così rapido, che, con -l'aiuto di esso, egli potè vincere tutti i suoi nemici ed arricchirsi -delle loro spoglie; fecero andare e vedere Parâvrig' ch'era zoppo e -cieco; restituirono gli occhi a Rig'raçva (ossia quello _dal cavallo -rosso_, o _il cavallo rosso_), a cui il padre feroce li aveva tolti; -ad Atri Saptavadhri, chiuso nella fornace ardente, temprarono il -calore e gli recarono nutrimento, alfine lo liberarono; trovarono a -Viçvaka il figlio perduto Vishnâpû; diedero la sapienza a Kakshîvant; -salvarono Vandana dalla vecchiaia; ringiovanirono il vecchio C'yavana -e gli diedero una giovine sposa. Ed eccoci al mito ellenico di Titone. -Compiuto dai medici celesti, dagli Açvin, il miracolo, anche la -medicina umana s'affannò in cerca di rimedii, di acque di lunga vita, -di acque della giovinezza, che potessero richiamare la freschezza e le -forze della gioventù sul volto e nelle membra de' vecchi decrepiti; -e, non potendosi nella realtà riprodurre il miracolo, si volle -almeno riempirne con la immaginazione i racconti popolari, ne' quali -la ricerca dell'acqua dell'immortalità ritorna come uno de' motivi -favoriti. Ma noi sappiamo che cosa significano i miracoli celesti, e -quando il taumaturgo è un vero Dio, ossia una vera persona celeste, -noi siamo dispostissimi ad accettare e ad ammirare il miracolo. Ogni -sera il cavallo solare, l'eroe solare celeste, s'accieca o s'azzoppa; -e quando esso s'accieca e s'azzoppa, non solo non brilla più, non -solo non cammina più, ma impedisce anche a noi di vedere e di andare; -noi diventiamo, al pari di esso, ciechi e zoppi. Ma, per fortuna -sua e nostra, v'è nel cielo un salvatore, un taumaturgo, che dà la -vista ai ciechi e fa camminare gli zoppi; al mattino il sole, o mercè -sua, o per aiuti celesti, ritorna a splendere ed a correre le vie -del cielo, e noi torniamo sulla terra a brillare ed a muoverci con -esso; il sole risorto ha ridonato la vista ai ciechi, e rimette in -moto la gente zoppa. Il cieco e lo zoppo compagni nella notte, fra le -tenebre, s'aiutano e ritrovano nell'orizzonte la loro antica dimora. -Il cielo piglia nella sera e nel mattino l'aspetto di una fornace -ardente; spira la brezza vespertina e mattutina e ne tempra l'ardore; -il sole si libera dalla fornace che minacciava consumarlo, e ritorna a -splendere libero e puro per l'orizzonte. Il sole ogni sera invecchia, -e diviene impotente a nuove nozze; nella notte si rinvigorisce, e -riappare, al mattino, come un giovine sposo, ripieno di vigore. Non -ci dicono gli Inni vedici che gli Açvin abbiano pure risuscitato de' -Lazzari, ma il sole moribondo è l'eterno Lazzaro celeste, che ogni -giorno ed ogni anno muore e risuscita. Chè, se il miracolo celeste -si suppose poi rinnovato da migliaia di taumaturghi sopra la terra, -ciò non può recar meraviglia, quando si pensi come lo stesso bel -mito vedico di C'yavana, indubbiamente celeste, si fosse già umiliato -sopra la terra, nel tempo della redazione del _Çatapatha Brâhmana_, -il che vorrà dir sempre oltre quattro secoli innanzi l'êra volgare. -Gli Açvin vi appaiono già incarnati sopra la terra, per esercitarvi -la medicina fra gli uomini; s'abbattono in _Sukanyâ_, propriamente _la -bella fanciulla_, e se ne innamorano; ma essa è già sposa del vecchio -_C'yavana_, al quale vuole serbarsi fedele; essa narra anzi al marito -che gli Açvin voleano sedurla, ed egli: «Se ti rivolgono ancora una -simile domanda, tu devi dir loro: Voi non siete nè completi nè perfetti -(parole con le quali sembra indicarsi la natura incerta e quasi amorfa -dei crepuscoli); e se essi vorranno sapere in che cosa siano incompleti -ed imperfetti, allora soggiungi: Fate ritornar giovine mio marito, -ed io ve lo dirò.» Nel vero, gli Açvin, per la curiosità di sapere -in che cosa fossero incompleti ed imperfetti, indicarono a C'yavana -uno stagno, dal quale egli avrebbe potuto uscire con quell'età che -gli fosse meglio piaciuto, e quindi tornarono ad interrogare Sukanyâ. -Allora C'yavana rispose per lei: «Gli altri Dei stanno celebrando nel -Kurukshetra un sacrificio, e vi escludono da esso: ecco dunque perchè -siete incompleti ed imperfetti.» Gli Açvin s'affrettano al sacrificio, -e domandano di farne parte; ma gli Dei rispondono: «Noi non vogliamo -invitarvi, poichè voi avete errato confidentemente fra gli uomini, -in qualità di medici.» Allora gli Açvin osservano che il sacrificio -non è completo, perchè vi manca la testa del sacrificio, ossia la -testa di Makha, che gli Açvin ritrovano, a patto di essere ammessi al -sacrificio. Gli Dei consentono. Nella _Tâittiriya Samhitâ_[55] si dice -che avendo gli Dei qualificati come impuri gli Açvin, perchè aveano -frequentati gli uomini in qualità di medici, per questa ragione nessun -Brâhmano deve esercitare la medicina, poichè chi esercita la medicina è -impuro e però non adatto a celebrare il sacrificio. Ecco in qual modo -la superstizione religiosa può di uno stupendo e poetico mito celeste -fare una meschina e volgare parodia. Il salvatore del mondo diviene un -medico degli uomini, ed il medico un essere impuro, a cui il cielo si -chiude. A questo punto si chiude pure l'Olimpo, ed il mito deturpato -svanisce nelle aberrazioni di maliziosi commentatori. Indra pluvio -primaverile, apportatore del bel tempo, l'Aurora e gli Açvin arrecanti -la luce diurna, quando il culto della natura e della famiglia era -l'unica religione e l'unica poesia della vita, avevano invocazioni non -solo frequenti, ma tènere ed affettuose. Gli Dei amavano gli uomini, -perchè gli uomini amavano gli Dei; e gli uomini amavano i loro Iddii, -perchè li vedevano, li seguivano, sentivano il beneficio della luce che -pioveva dal cielo, ed il terrore malefico della tenebra e del verno -che portavano la morte nella natura. I ridestatori quotidiani della -vita erano pertanto benedetti ogni giorno; il crepuscolo era atteso con -impazienza, poichè annunziava l'aurora, e l'aurora salendo sul carro -degli Açvin, ossia de' solleciti, de' primi ad arrivare, risplendeva -a rianimare d'un tratto il mondo. Quando il sole saliva in alto, gli -uomini si trovavano già tutti intenti alle cure della vita; ma il -momento solenne era quello, in cui il vecchio sole dovea risorgere -ringiovanito; rinascerà esso? ecco la questione paurosa che doveano -porsi ogni sera i padri nostri, nel salutare oranti il vecchio sole -moribondo. Esso è passato a traverso la fornace ardente, s'è acciecato, -non cammina più, è scomparso; lo ritroveremo noi ancora? Noi abbiamo -veduto come gli Açvin ridonassero la vista al cieco, l'andare spedito -allo zoppo, il figlio perduto (e forse prodigo) al padre, lo sposo alla -fanciulla, la gioventù al vecchio, e beneficassero ancora in altre -forme l'eroe celeste; ma vi è ancora un'altra impresa degli Açvin, -che merita d'essere distintamente esaminata per la sua importanza. -L'eroe solare scompare la sera, in più modi, secondo la immaginazione -popolare. Ho già detto come la tenebra sia spesso stata paragonata ad -un mare; il sole vespertino che si perde nella tenebra s'immaginò pure -caduto nell'acqua, ed è da quest'acqua che gli Açvin verranno invocati -a liberare il loro divino protetto. - -Nel discorrere dell'acqua mitica, accennammo come le antiche cosmogonie -si mostrassero quasi concordi nell'ammettere che il mondo fosse -nato dalle acque. L'uovo cosmico, il fuoco ed il vento, nell'India, -si figuravano usciti dalle acque, e l'afflato divino biblico, come -avvertimmo, vien portato anch'esso sopra le acque, nel principio -della creazione. Il signor Francesco Lenormant, in uno studio largo ed -originale da lui fatto sopra la leggenda babilonese del Diluvio,[56] vi -ha scoperto un _Nuah_ «signore delle acque, signore de' fiumi, signore -del mare, re, capo, signore, reggitore delle acque (e soggiunge) come -spirito _che si muove sopra le acque_; i monumenti dell'arte assira -e babilonese lo rappresentano spesso portato sopra le onde del mare -cosmico, nella forma di uomo-pesce, coperto il capo della tiara regia. -Nel vero, presso il lungo Catalogo de' suoi appellativi che fornisce -una delle tavolette mitologiche del Museo Britannico, noi troviamo -quelli di _pesce dell'abisso, pesce benefico, pesce salvatore_; nello -stesso documento ed in altri ancora, la Dea Davkina sua compagna si -denomina _la grande sposa del pesce_. Così nelle tavolette astrologiche -si fa spesso menzione di una costellazione chiamata _il pesce di -Nuah_. Non vi è dubbio che non sia l'intiera costellazione de' pesci, -od almeno quella de' due pesci collocata esattamente nella fascia -dello Zodiaco; poichè, nella singolare tavoletta che registra i dodici -nomi dati al pianeta Mercurio ne' singoli mesi dell'anno, noi vediamo -quest'astro prendere il nome di _pesce di Nuah_, nel mese di _adar_, -l'ultimo dell'anno (febbraio), cioè nel tempo preciso, in cui Mercurio, -accompagnando sempre molto dappresso il sole, si trova con esso -nel segno de' pesci, o, come dicono gli Astronomi babilonesi, nella -costellazione del _pesce di Nuah_.» - -Ho voluto recare questo intiero passo del Lenormant, poichè -mi pare assai importante la nozione che ne deriva, cioè della -natura conforme di due tradizioni che si sono quindi distinte, la -cosmogonica e quella del diluvio. Nella tradizione cosmogonica, il -mondo vien fuori dall'oceano acquoso; nella tradizione del diluvio, -le acque minaccerebbero distruggere il mondo, ma un uomo si salva -miracolosamente che ripopola il mondo; il diluvio ci presenta una -seconda cosmogonia. Il Nuah babilonese, nel riscontrarsi col Noè, -presenta pure l'aspetto d'un primo Dio che s'agita sopra le acque. -Io ho già avvertito come le recenti scoperte delle scienze naturali -concordino perfettamente con la nozione cosmogonica d'un mondo venuto -fuori delle acque; e la priorità della fauna acquatica sulla fauna -terrestre ci mostra pure come potesse conservarsi la tradizione di -un primo creatore acquatico, di un Dio creatore in forma di pesce. -Quando la terra non era ancora scoperta, quando le acque ravvolgevano -ancora, il pesce esisteva già; il pesce ha preceduto l'uomo. Quando -s'immagina, nella leggenda del diluvio, una seconda sommersione della -terra, il pesce non solo sopravvive, ma, amico dell'uomo, lo salva -dalla inondazione. Amore ed Afrodite, prese forme mitiche mattutine e -primaverili, si tuffano nel mare in forma di pesci e rinnovano l'anno; -il nuovo anno solare si apre in febbraio ed in aprile coi pesci; e coi -pesci rinasce la vita nella natura; il pesce generatore, che rinnova -la vita, è un salvatore; nella bocca del pesce evangelico si trova la -moneta d'oro (e in altre leggende indo-europee l'anello fatato, ossia -il disco solare, il Cristo, il crestato); gli Apostoli del Cristo -dovevano perciò essere naturalmente pescatori. Per virtù del pesce, -il Cristo ha il potere di camminare sopra le acque senza annegarsi; -e Cristo stesso fa il miracolo di moltiplicare i due pesci alla folla -affamata, e di riempire di pesci la rete de' pescatori che pescavano -invano. Perciò, tra le rappresentazioni simboliche del Cristo, ne' -primi secoli della Chiesa cristiana, ossia prima di Costantino, la -più frequente è quella del pesce, la quale raffìguravasi specialmente -sopra le tombe e sopra gli anelli. La parola greca ἴχθυς, _pesce_, -divenuta simbolica del Cristo, i Padri della Chiesa, volendo poi -interpretarla al volgo, trovarono composta delle parole greche Ιησοῦς, -Χριστός, Φεου υιὸς, Σωτήρ, ossia _Gesù Cristo di Dio figlio Salvatore_. -Apparso nella tradizione il Cristo come pesce, ossia con una delle -forme zoologiche più umili, tentarono gli esegeti trarne profitto per -celebrare l'umiltà divina del Cristo; onde Gregorio Magno scriveva: -_Ipse enim latere dignatus est in aquis generis humani_; ed Origene -avverte che Cristo ha voluto che la moneta si trovasse nella bocca -del pesce, poichè egli stesso era pesce, e chiamavasi propriamente _il -pesce (tropice piscis appellatur)_. I primi Commentatori, non volendo -dare un significato mitico al Cristo, e, per altra parte, trovando -nella leggenda di esso particolari che offendevano il loro buon gusto -e la loro pietà, si sforzarono d'interpretarli per via d'allegorie; -ma queste allegorie tradiscono solamente il loro imbarazzo: così, -quando il Cristo, presso il mare di Tiberiade, offre pesci fritti a' -suoi discepoli, San Gregorio, assimilandolo a pesce fritto, dichiara -che lo stesso Cristo fu _quasi tribulatione assatus tempore passionis -suae_. E Sant'Agostino: _piscis assus Christus est_; e il venerabile -Beda: _piscis assus, Christus est passus_. Ma, per accostarci al nostro -proprio argomento, giova ricordare un'antica pietra anulare cristiana -già posseduta dal Foggini, nella quale «sarebbe rappresentata la -promessa di un Salvatore fatta ad Adamo ed Eva dopo il loro peccato. -Il serpente seduttore si mostra col fatale pomo nella bocca, e i nostri -primi parenti stanno inginocchiati in umile atto. Un personaggio molto -inclinato stende verso di essi le proprie mani, come per rialzarli. -Questo personaggio sembra essere il Verbo divino, e riposando i suoi -piedi sopra un pesce, indica in tal forma la natura ch'esso piglierà -nella pienezza de' tempi. E poichè la sua incarnazione doveva portare -la salvezza al mondo sommerso nell'errore e nel peccato, gli si -collocò presso l'arca di Noè con la colomba ed un'àncora, indicante -la sicurezza che sarebbe data in tal modo a quelli che navigano nel -mare tempestoso del mondo.» Questa descrizione non è mia; me la offre -invece uno scrittore ortodosso, l'abate Martigny nel suo _Dictionnaire -des antiquités chrétiennes_. Io metterò qui di mio una sola domanda: -Vi sembra egli lecito, dopo tutto ciò, l'avvertire come la leggenda -evangelica non è altro se non una nuova forma dell'antica leggenda del -diluvio, nella quale il Salvatore appare in forma di pesce, come nella -leggenda babilonese e nella indiana? E poichè il _Christus passus_ -combina col pesce afrodisiaco d'aprile, ed il sole incomincia in aprile -ad ardere, ossia il pesce a friggere, qual meraviglia che il _Christus -passus_ e il _piscis assus_ siansi identificati; qual meraviglia -se, come la colomba (negli Inni vedici, i due Açvin sono talora -rappresentati in forma di due _Cigni_[57]) è nella leggenda di Noè (cui -Filone ebreo[58] chiama l'autore e il principio della rigenerazione -degli uomini e salvatore) la messaggiera del bel tempo rigenerato, lo -Spirito Santo in forma di colomba annunzii il Redentore e la colombina -di Casa Pazzi accenda in Firenze i fuochi d'artifizio, a mezzogiorno -del Sabato santo, ed annunzii il Cristo (che dopo essere stato pesce -risorge), il rinato sole primaverile uscito dalle acque invernali? Il -pesce allora si frigge, si sacrifica, poichè il sole venuto fuori delle -acque s'infuoca, e le acque sono scomparse; il Cristo sale al cielo; il -sole ascende l'orizzonte, e manda poi verso il giugno dal cielo le sue -lingue di fuoco, con le quali il mondo s'illumina; il grasso del pesce -trovato dal giovine Tobiolo ridona la vista al vecchio Tobia. Io non -posso qui darvi se non un accenno del mito biblico evangelico. Ma io -prego quelli de' miei uditori, ai quali la ricerca del vero non mette -sgomento, di approfondire questa ricerca, nella fiducia che tutti gli -studii, fatti col corredo di un'ampia erudizione, alla dimostrazione -della tèsi mitica che si svolge dal Vangelo, confermeranno nelle sue -parti essenziali la interpretazione ch'io vi propongo, per quanto -essa possa apparirvi insolita e, a primo aspetto, disgustosa. In -ogni modo deve rimanere per voi accertato che esiste nelle prime -tradizioni cristiane la nozione di un pesce salvatore, presso il quale -appare un'àncora; questo pesce (talora, invece di un pesce, se ne -rappresentano due) e quest'àncora ci conducono naturalmente a cercar -notizia del diluvio indiano e del vedico, il quale ci occupa ora in -modo speciale. - -Ma, innanzi di passare alla descrizione del mito vedico, giova -osservare ancora qual sia propriamente il pesce o animale acquatico -che nelle antiche rappresentazioni cristiane figura più spesso come -salvatore, e specialmente come salvatore d'un fanciullo. Non è senza -una viva meraviglia, che, come nelle antiche tradizioni elleniche, il -salvatore di fanciulli è il delfino (onde Solino scriveva: «exempla -narrantur delphini puerum ardenti amore depereuntis, colludentis et -dorso suo medio mari gestantis, ac fideliter referentis ad litus»), nei -più antichi anelli cristiani il Salvatore appare in forma di delfino -congiunto con un'àncora. Sulla tomba d'una cristiana chiamata Redenta -appare un delfino, congiunto con una colomba, celebrata, com'è noto, -per la sua rapidità, affrettantesi verso un'anfora, ch'è il segno -zodiacale del mese di gennaio, come i pesci corrispondono al mese di -febbraio, e ritornano all'aprile. Così del delfino i Naturalisti sopra -tutte le altre qualità celebrano la prestezza;[59] presso i Romani -rappresentavansi delfini sopra colonne, e se ne pigliava augurio per -future nozze; il che si rileva da quel verso della sesta satira di -Giovenale: - - _Consulit ante phalas delphinorumque columnas_ - _An saga vendenti nubat caupone relicto._ - -Sopra una pietra anulare cristiana descritta da Montfauçon appare -inciso un delfino col motto: _Pignus amoris habes_; così nelle tombe -cristiane si rappresentano i delfini al pari delle colombe, come -simboli d'amore. Ma v'è di più: come la colomba vien fuori dalle acque, -messaggiera del bel tempo; come il delfino salva il fanciullo dalle -acque nel mito ellenico, e si riproduce con l'àncora come una forma -del Cristo salvatore, e che salva pure sè stesso; come le antiche -rappresentazioni elleniche ci offrono il fanciullo sopra un delfino; -così il Martigny ricorda un geroglifico battesimale cristiano, nel -quale appare un fanciullo seduto sopra un pesce. E Orientius vescovo -del quinto secolo afferma: _Piscis natus aquis, auctor baptismatis -ipse est_. Quindi l'uso di rappresentare de' pesci ne' battisteri e -ne' battezzatoi. Tertulliano paragona i Cristiani a pesciolini, poichè -nascono nell'acqua come il pesce Gesù Cristo; e soggiunge che, come -per il pesce fuori dell'acqua non vi è salute, così non vi può essere -pel cristiano fuori dell'acqua battesimale. A Parenzo, nell'Istria, si -osserva ancora una vasca di marmo del sesto secolo, già appartenente -al Battistero della città, la quale presenta una croce scolpita -fra due colombe e fra due pesci. Come poi troviamo il delfino pesce -salvatore cristiano congiunto con l'àncora, così ne' battisteri, tra -le figure simboliche del Salvatore, appare pure il cervo,[60] il quale -va a specchiarsi nel fonte, desideroso dell'acqua come il catecumeno, -onde San Girolamo, paragonando ne' _Salmi_ il catecumeno al cervo, -soggiunge: «Desiderat venire ad Christum in quo est fons luminis; ut -ablutus baptismo, accipiat donum remissionis.» Da questi esempi e da -altri infiniti che si potrebbero addurre, par lecito il conchiudere: -_la leggenda cristiana non essere nata altrimenti che pel foggiarsi di -una magnifica allegoria morale sopra un'antica ricchissima mitologia -ellenico-orientale._ - -Riassumendo ora quello che riguarda il mito del diluvio nella -tradizione biblico-cristiana, vi troviamo nelle acque il pesce-delfino, -rapido, sollecito salvatore del fanciullo, ossia rigeneratore della -vita nelle acque; ai pesci quaresimali di febbraio, congiunti con la -colomba messaggiera come a zefiri di marzo della primavera, succedono -nello Zodiaco il montone ed il toro (due _versatori_, due _fecondatori_ -mitici per eccellenza); al pesce d'aprile della tradizione popolare, -il _piscis assus_, succedono i due gemelli di maggio. Vedremo ora come -siansi pure scambiati nella tradizione indiana i due gemelli Açvin -con forme animali identiche a quelle che appaiono nel mito ellenico, e -nella tradizione biblico-cristiana. - -È nota la leggenda epica del diluvio indiano. Il Dio Brahman si fa -piccolo pesce, e prega il Dio Manu di salvarlo dai pesci grossi; Manu -lo depone in un vaso che risplende come la luna; il pesce cresce: -Manu, pregato dal pesce, lo trasporta in un ampio stagno, poi di là -nel Gange, infine nel mare; il pesce, contento, prenunzia che l'oceano -un giorno salirà ad inondare tutta la terra, lo invita a costrurre -una nave e a munirla d'una fune; quando il diluvio arriverà, pensi al -pesce da lui beneficato, ed il pesce accorrerà prontamente munito d'un -corno, al quale si legherà la fune della nave; così Manu, insieme con -sette sapienti e con ogni maniera di semi, entrato nella nave tirata -dal pesce, salva sè stesso e salva o rigenera, a traverso le acque, il -mondo. - -La conoscenza della sola tradizione epica e puranica del diluvio -indiano aveva indotto l'illustre Eugenio Burnouf ad ammettere che la -tradizione indiana fosse derivata dalla biblica; ma, come il Weber ha, -nel primo volume de' suoi _Indische Studien_, illustrato fin dall'anno -1850 la tradizione vedica del diluvio contenuta nel _Çatapatha -Brâhmana_, io spererei aver trovato negli stessi Inni del _Rigveda_ la -prova che la tradizione del diluvio appartenne non solo al periodo, nel -quale i popoli della stirpe aria non erano ancora divisi, ma sì ancora -a quello, in cui se la razza semitica e la turanica non formavano più -una razza sola con l'ariana, erano, per lo meno, ancora intimamente -congiunte con essa. Secondo la tradizione raccolta nel _Çatapatha -Brâhmana_, ossia in un'opera, la cui redazione rimonta sicuramente -oltre il quarto secolo innanzi l'êra volgare, si racconta che Manu -si lavava, quando gli apparve un pesce e gli disse: «Salvami, io ti -salverò;» Manu piglia la stessa cura di lui che ci viene descritta nel -racconto epico; quando il diluvio arriva, al corno del pesce si lega -la fune della nave, e la nave viene tirata sulla cima d'un monte e -legata sovr'esso ad un albero. Cessato il diluvio, Manu, per mezzo del -sacrificio, della penitenza e della preghiera, crea una figlia, e con -essa rigenera quindi il mondo de' viventi. La figlia di Manu si chiama -Idâ, e la parola _idâ_ vale _la libazione, la preghiera, la parola -sacra_, che ci richiama al verbo rigeneratore, al _logos che era nel -principio, e da cui furono fatte tutte le cose_, secondo il Vangelo -di San Giovanni. La leggenda cosmogonica, la leggenda del diluvio e -la leggenda del sacro battesimo rigeneratore presentano fra loro una -strettissima analogia. - -Ma è tempo oramai che stringiamo più dappresso il mito vedico. -Nell'inno 116º del primo libro del _Rigveda_ ci si rappresenta il -giovinetto Bhug'yu, figlio di Tugra,[61] smarrito nella nuvola acquosa -(_udameghe_), nell'oceano (_samudre_); intervengono i due Açvin, i -quali sopra una nave _dai cento remi_ lo portano alla riva açvinâ -yad ûhathur Bhug'yum astam çatâritrâm nâvam âtasthivân'sam. Questa -nave, in altro versetto, figura al plurale; e le navi alla loro volta -si trasformano in tre carri volanti, dai cento piedi, ossia dalle -cento ruote, tirati da sei cavalli, in tre giorni e in tre notti; ma -qui evidentemente vuolsi ritenere la variante come prodotta per solo -amore del numero tre; i sei cavalli in tre notti formano due cavalli -per notte; i due Açvin rapidi salvatori, e i due cavalli tiratori del -carro, in cui si salva l'eroe Bhug'yu dalle acque, s'identificano -perfettamente. Nell'inno 117º ritorna lo stesso motivo mitico; il -figlio di Tugra, _dal mare inondante_ (_arnasah samudrâd_), avendo -invocato gli Açvin, viene salvato, per mezzo di volanti cavalli, sopra -un carro rapido come il pensiero. Nell'inno 182º lo stesso figlio di -Tugra, _tuffato nelle acque, nella profonda tenebra_, vien liberato -dagli Açvin sopra navi. L'inno 68º del settimo libro ci mostra -finalmente la stretta relazione della storia dell'eroe rimasto nel -pozzo, per l'invidia de' suoi compagni, con la leggenda dell'eroe che -minaccia di perdersi in una inondazione universale; dicendoci esso come -Bhug'yu sia stato abbandonato nel mezzo del mare, non più dal padre, il -perverso Tugra, ma da' suoi malvagi compagni. - -Ma in altri inni (_Rigv_., I, 112, 116, 117, 118, 119) egli, invece di -Bhug'yu, piglia il nome di _Rebha_ e chiuso nelle acque in un pozzo, -per l'opera di maligni, invocando gli Açvin, viene liberato; io ho già -mostrato altrove[62] l'identità di questo _Rebha_ col Trita acquoso, il -terzo fratello valente e perseguitato, e la sua probabile parentela con -uno dei tre fratelli _R'ibhavas_, de' quali il più giovane si mostra -il più esperto. In ogni modo, qui il mito ci offre chiaramente un eroe -fanciullo che si salva dalle acque, per mezzo di una nave miracolosa, -volante, dai cento remi; e dalla leggenda del _Çatapatha Brâhmana_ ed -epica apprendiamo come Manu si salva dall'inondazione sopra una nave -legata al corno d'un pesce. Questo pesce salvatore, cornuto, attaccato -alla nave (che ci ricorda la nave con l'àncora, il pesce o i pesci con -l'àncora della rappresentazione cristiana), occorre pure presso gli -Inni vedici, ove gli Açvin appaiono ora in forma di _nave dai cento -remi_, ora in forma di carro dalle cento ruote, ora in forma di cavalli -volanti tiranti il carro, ora in forma di cigni, ora in forma di pesci -rapidissimi tiranti la nave. - -Nella leggenda puranica il Dio salvatore, invece di Brahman, appare -Vishnu in forma di pesce. Questo pesce, in cui Vishnu s'incarna, -ora appare una _çaphari_ (il _cyprinus sophore_), ora un _çiçumâras_ -o _çinçumâras_. _Çiçumâras_ è il nome dato, in lingua indiana, ora -al _riccio di mare_, ora al _delfino_. L'inno 116º del primo libro -del _Rigveda_ ci fa sapere che il carro ripieno di ricchezze degli -Açvin è tirato da un _Vrishabhas_ o _toro_, e da un _çinçumâras_, -che vale tanto _il riccio di mare_ quanto _il delfino_. Dicemmo -che la nave degli Açvin, nella quale è salvato dall'inondazione il -giovine _Bhug'yu_,[63] è chiamata _dai cento remi_, ed è interessante -l'apprendere ciò che dalla Sicilia mi scrive Giuseppe Pitrè, cioè che -i fanciulli siciliani, dopo aver pescato il riccio di mare, spandono -sopra di esso un po' di sale, e lo invitano a navigare, chiamandolo -_quello dai cento remi_. - -Ma il _Çiçumâra_ non è solo, in lingua indiana, il riccio di mare, il -_Delphinus Gangeticus_, ma il vero delfino, e poi il delfino celeste, -che si colloca nella parte più stellata del cielo. Dei due Açvin, -adunque, che accorrono a liberare il figlio del mostro Tugra, ossia il -giovine Bhug'yu dalle onde, l'uno si fa pesce, l'altro toro, come il -pesce apre il mese d'aprile, ossia il mese del pluvio toro fecondatore, -e, cadute le pioggie d'aprile, fritto il pesce, il sole primaverile, -il celeste fanciullo s'avanza vigoroso e potente per le vie del -cielo, dopo essersi battezzato nelle acque, che gli diedero forza, e -dalle quali scampò per aiuto del pesce, e specialmente del delfino, -che la grossolana scienza popolare ha sempre figurato come pesce. Da -questi esempi ch'io ho accostati parmi non resti dubbio intorno ad -alcuni fatti essenziali: 1º che una forma elementare della leggenda -del diluvio è già contenuta negl'inni vedici; 2º che la leggenda -vedica presenta riuniti in germe i caratteri che si trovano sparsi -e divisi nella leggenda biblica e nelle tradizioni cristiane; 3º che -il delfino è il pesce liberatore del fanciullo divino, come il pesce -cristiano porta figurato sopra di sè un fanciullo, come il fanciullo -Eros ellenico è figurato sopra un delfino, l'amico dei fanciulli, come -il delfino Cristo, il pesce Cristo lascia venire a sè i fanciulli. -Ma, per qual ragione, fra tutti gli animali acquatici fu preferito -il delfino, come salvatore dal diluvio, destinato a purgare, come le -onde battesimali, il mondo dal peccato, ossia a liberare dal male, -a salvare l'innocente? In Grecia il delfino era sacro ad Apollo, per -averne salvato dal naufragio il figlio Icadio, il quale giunto a terra -edificò, per riconoscenza, un tempio dedicato ad Apollo, per memoria -del delfino, chiamato Delfo. Noi siamo qui in piena mitologia solare; -il delfino salva il giovine figlio del sole, ossia il nuovo sole dalle -acque. La Grecia ricordava numerose varianti di questo racconto; e -sempre, in esso, il naufrago salvato è un fanciullo, e il salvatore è -un delfino. - -Quando il mare minaccia tempesta, i delfini si mostrano alla superficie -del mare, e così avvertono i naviganti, nel tempo stesso che offrono -aspetto di una nave galleggiante. Ma, per qual ragione, essi danno la -loro preferenza ai fanciulli? Nel cielo mitico, il delfino, il pesce -rostrato, il pesce dalla testa grossa, il pesce cornuto, il pesce -con l'àncora, o la nave dai cento remi, il riccio dai cento remi che -tira fuori l'eroe solare perduto nelle acque, è, per lo più, l'astro -cornuto lunare, il quale domina particolarmente la stagione notturna -invernale e pluvia, che nell'oceano notturno ed invernale emerge solo -dai flutti, e cede quindi il posto al mattino ed alla primavera, al -giovine sole, al sole fanciullo. Ma di questa sua predilezione per -i fanciulli vi è pure una ragione ne' suoi appellativi. Solino ci fa -sapere che _simones_ amavano essere chiamati dai pescatori i _delfini_, -a motivo del loro muso depresso, e che chiamati in tal modo accorrevano -subito, non meno obbedienti dell'apostolo Simone, il più sollecito -seguace del Cristo, il crestato salvatore del mondo, che salva primo sè -stesso traverso le acque, e nel battesimo. Presso Plauto e Terenzio, -il _simo_ appare una maschera di vecchio anzichè di fanciullo; ma il -delfino è pesce celebrato ancora per la sua prestezza nel crescere, -nel farsi grande di piccolo che era; gli si attribuisce pure una grande -longevità, dicendosi ch'ei possa vivere fino a trecento anni. Per tutte -queste qualità, il delfino doveva apparire ben degno di dar forma ad -uno di quegli Açvin, che hanno il potere di concedere la immortalità, -l'acqua della lunga vita, ossia la giovinezza ai vecchi, e poteva pure -raffigurar Vishnu, il Dio nano, che, facendosi a un tratto gigante, -misurava in tre passi il mondo. Le leggende epiche e brâhmaniche del -diluvio ci presentano dapprima piccolissimo il pesce salvatore, e poi -di tale grandezza ch'esso possa solamente più agitarsi nell'Oceano. -Ora è interessante conoscere come le voci _çiçuka_, _çiçumaras_, che -denominano _il delfino_ (ond'è, senza dubbio, derivato l'equivalente -zingarico, il delfino _simôrus_), contengano, come idea principale, -quella di _çiçu_ che vale _piccolo fanciullo_, e presentino una stretta -analogia con la parola _kumâra_ che vale per l'appunto _fanciullo_, -anzi _il fanciullo per eccellenza_, _il fanciullo reale_, _il principe -ereditario_, che gli Spagnuoli chiamarono _infante_, ed i Francesi, per -una singolare coincidenza storica, _Dauphin_, in memoria d'un giovine -principe ereditario del secolo decimosecondo, che prese, per quanto si -narra, come sua insegna _il delfino_. Il nome del _delfino_ e quello -del _fanciullo_ furono, in lingua indiana, equivalenti; quando perciò -il delfino vedico unito col toro salva il giovine Bhug'yu, salva un -_Kumâra_, e il valore del prefisso _ku_ e quello dell'aggettivo _çiçu_ -essendo analogo salva, per simpatia, un simile a sè stesso; l'astro -lunare salva l'astro solare, ossia ringiovanisce il vecchio sole. -La luna cede il posto al sole, la luna trae fuori il sole che s'era -perduto nelle acque della tenebra notturna ed invernale; un Dioscuro -salva l'altro. Il Dio Luno, al pari del sole, si rappresenta ora come -il vecchio per eccellenza, onnipossente, che scopre tutti i segreti, -ora come un nano che ha tutte le malizie; la luna cresce per fasi; il -fanciullo mitico prevede tutto ed il vecchio mitico ha tutto veduto; -perciò il delfino, il pesce salvatore, chiamato _çiçumâra_ o piccolo, -appare dapprima piccolo e debole, e finisce _col _diventare immenso ed -onnipotente; così _Kumâra_, «il fanciullo,» divenne in sanscrito un -appellativo del terribile Skanda, il Dio della guerra; il giovinetto -Eros, come abbiamo già notato, ed Ares s'identificarono. Il delfino -porta, ossia salva, Eros; il _çiçumâras_ o delfino vedico e puranico -trascina e salva il _kumâra Bhug'yu_, il figlio reale dalle acque, -ossia il nuovo sole progenitore, il reale infante celeste, dalla -tenebra notturna ed invernale. Ogni giorno ed ogni anno si rinnova nel -cielo la leggenda cosmogonica e del diluvio: ogni giorno ed ogni anno, -l'antico Manu, l'antico Noè, ed il Cristo, dopo essere divenuto pesce -nelle acque dell'oceano notturno ed invernale; dopo avere ritrovato, in -forma di pesce, la moneta d'oro, l'anello, la gemma, il disco solare, -ossia sè stesso; dopo essere entrato come Giona ed Hanumant nel ventre -del pesce, e avere così attraversato incolume l'Oceano; dopo essersi -chiuso nella nave tirata dall'animale cornuto celeste; il delfino -dalla testa grossa, o il toro, vien fuori ringiovanito e potente in -tutto il suo splendore. È possibile che alcuni particolari del mito -da me qui esposto possano ancora dichiararsi altrimenti da quello che -ho fatto; ma non mi sembra che la natura mitica del diluvio possa più -essere messa in dubbio, come neppure la necessità di associare oramai -gli studii di mitologia biblico-cristiana con quelli della mitologia -comparata indo-europea. - - - - -LETTURA DODICESIMA. - -IL DIO YAMA. - - -Noi conosciamo già il Dio che si salva dalle acque e che diviene il -salvatore per mezzo dell'acqua. Ma, perchè il Dio si salvi, bisogna -prima che corra pericolo, che si sacrifichi. Il Dio che risuscita -deve prima necessariamente morire, se pure la sua morte non abbia ad -essere che apparente. Noi diciamo del sole che alla sera è andato _a -coricarsi_ e che al mattino _si leva_; i Francesi chiamano _coucher -et lever du soleil_ lo scomparire del sole dal l'orizzonte e il suo -riapparirvi. Dunque, nella notte, il sole dorme. Ma questo sonno del -sole parve talora uno stato di morte, dopo avere attraversato un mare -tenebroso. L'anima del morto celeste non sta ferma, ma viaggia occulta -per un mondo misterioso, per ricongiungersi al mattino con la sua forma -corporea; così, ne' sogni, l'anima nostra alata, mentre il nostro corpo -giace come morto, visita mondi insoliti. Presso la _Katha Upanishad_ -citata dal Weber negli _Indische Studien_ si paragona il mondo dei Mani -al mondo che si visita nei sogni. - -Il sole, nei tre tempi della notte, nei tre giorni del solstizio -d'inverno, nei tre giorni dell'equinozio di primavera, par morto; pare, -ed invece esso viaggia da una parte all'altra dell'orizzonte; dopo tre -giorni, Lazzaro vien fuori; Cristo rompe il suo sepolcro dopo aver -visitato il Limbo dei Santi Padri e liberate e guidate al Regno dei -Beati le anime loro. Il vedico Yama ci offre una somiglianza mirabile -con quella forma peculiare di Cristo legato che si sacrifica pel bene -degli uomini, che guida le anime de' trapassati, e poi risuscita. Il -sole muore la sera e rinasce al mattino, muore in autunno per nascere -a Natale come fanciullo e rinascere adulto in primavera, dopo essersi -battezzato nelle acque benedette, nelle acque sacre, nelle acque -d'aprile che ravvivano. Noi assistiamo ogni sera ed ogni autunno allo -spettacolo del sole moribondo. Yama, il Dio de' morti, non rappresentò -in origine altro che il sole moribondo vespertino. La parola _Yama_ -vale propriamente _il legato_ e _l'infrenante sè stesso_, ossia -_il legato_, _l'infrenato_; così il vecchio Sansone legato perde la -sua chioma, ossia la sua forza, e s'accieca; il sole ritira i suoi -raggi, perde la sua chioma luminosa e s'accieca nella scura notte; il -Cristo, il crestato, legato come malfattore, alla sua aureola luminosa -sostituisce una corona di spine, e muore. Io potrei proseguire, -stringendo più ancora simili raffronti; ma, poichè comparazioni così -fatte non saranno ammesse se non dopo lunga discussione, io debbo -tenermi pago ad accennarvi una via larghissima, feconda di belle -scoperte per lo studioso che la percorra senz'altra ambizione che -quella di trovare il vero e di propagarlo. Intanto cercheremo qui -di rappresentare la figura del Dio Yama, quale ce la offrono gl'inni -vedici. - -_Yama_, _il legato_, _l'infrenato_, propriamente _il legante_, -_l'infrenante sè stesso_, dell'età vedica, che diviene poi nell'età -brâhmanica il legatore, l'infrenatore, quello che getta il collare -funebre sopra i moribondi, che li lega con la sua fune per trascinarli -all'inferno, si rappresenta come figlio di Vivasvant, al pari di Manu. -Dunque Yama e Manu sono equivalenti mitici. Nella leggenda del diluvio, -Manu figlio di Vivasvant si salva dalle acque del diluvio universale -per la sua pietà; negl'Inni vedici, l'eroe è salvato dal naufragio -per l'intervento degli Açvin; ma uno degli appellativi degli Açvin è -pure _Yamau_, ossia propriamente _i due congiungentisi_, _i due legati -insieme_, _i due gemelli_, rappresentati essi pure nell'inno 17º del -decimo libro del _Rigveda_ come figli di Vivasvant. Manu figlio di -Vivasvant rinnova il vedico Yama figlio di Vivasvant; Manu figlio -di Vivasvant esce dalle acque come l'eroe vedico, salvato dai Yamau, -ossia dai Dioscuri. Abbiamo un gemello che va all'inferno per liberar -l'altro gemello; nel mito cristiano, il Cristo scende all'inferno -per liberare i morti prima; nel mito vedico dei due Açvin, liberatori -dell'eroe solare, dopo la rappresentazione che abbiamo fatto di essi, -è evidente che l'uno de' due Açvin si trova specialmente congiunto -col sole, l'altro specialmente con la luna; la luna libera il sole, un -gemello libera l'altro gemello; un _Yama_ è liberato dall'altro _Yama_; -i due Yama si liberano l'un l'altro; e come il Yama legato, o legante -sè, divenne il Yama legatore, così il Yama liberato, o liberante sè, -divenne il liberatore, per la stessa analogia, per cui vedemmo che -il Cristo, il quale si salva dalle acque, a traverso le acque, per -mezzo delle acque, divenne l'istitutore del battesimo, il salvatore -per mezzo dell'acqua battesimale che libera dal male. Così miti -apparentemente diversi trovansi, per un filo sottilissimo, congiunti. -_Come l'aggettivo nel divenire appellativo creò gran numero di persone -mitiche; così il passivo, per mezzo del medio, divenendo attivo, diede -occasione a parecchie gesta mitiche_; l'equivoco del linguaggio ebbe -qui ancora larghissimo potere. La vittima sacrificata o sacrificantesi -diviene eroica; l'eroe che si salva è un salvatore di sè stesso; e il -salvatore di sè stesso riesce quindi semplicemente un salvatore, ed -il salvatore per eccellenza. Ed il linguaggio, nel compiere una tale -evoluzione, seconda pure la serie de' ragionamenti che doveva fare -naturalmente l'uomo primitivo nell'osservare i fenomeni della natura -e specialmente i fenomeni solari. È necessario in cielo come in terra -che uno muoia per tutti; guai se il sole non tramontasse mai, la terra -sarebbe tutta un incendio. Il sole tramonta, il sole muore, e, morendo -come risuscitando, ci salva da morte. Egli ama tutti, e muore per -tutti. Il primo de' mortali è il sole, ed egli è al tempo stesso il -primo di quelli che si salvano, ossia il primo de' salvatori. - -Ma il primo de' mortali dovette pure essere il primo de' nati; e, pel -solito frequente naturale equivoco tra il passivo, il medio e l'attivo, -il primo de' generati, il primo che si genera riuscì pure il primo -de' generatori. Come nella genealogia biblica Adamo è il primo dei -nati e il primo destinato alla morte, così il vedico Yama appare il -primo mortale. Come poi la genealogia biblica incomincia con un uomo -ed una donna, ossia con due forme gemelle, figlie del creatore, delle -quali l'una maschio, l'altra femmina; così, negl'Inni vedici, presso -il Dio Yama, ci occorrono i due gemelli _Yamau_ identificati con gli -_Açvin_, e poi i due gemelli, de' quali l'uno maschio, l'altro femmina, -_Yama_ e _Yamî_. De' due gemelli, in natura, l'uno è, per lo più, -forte, l'altro debole; dei due fratelli mitici l'uno soccorre l'altro, -e il soccorritore non è sempre il più forte; un debole fanciullo, un -impotente, un imbecille appare spesso come liberatore; il passivo -soccorre l'attivo; la donna tiene il posto del gemello debole. Per -cagione della donna l'eroe mitico si perde, talora si salva. Eva -appare come peccatrice che perde l'uomo; Dalila tradisce Sansone; -la Vergine Maria appare, invece, come la salvatrice degli uomini. In -Yama ed in Yamî si videro il giorno e la notte; ma niente c'induce a -riconoscere la notte nella Yamî, mentre Yama appare indubbiamente il -sole; come, pertanto, vedemmo già l'aurora strettamente congiunta coi -due Açvin, ossia coi due Yama, il Yama vespertino e il Yama mattutino, -e rappresentarsi come loro sorella, non mi par dubbio che la _Yamî_, -gemella di Yama, non sia altro che l'aurora gemella del sole e della -luna. Adamo ed Eva son creature dello stesso padre, e però fratello e -sorella; si uniscono, ed il loro peccato si sconta con la morte; dopo -una vita dolorosa, Eva partorirà con dolore; Adamo lavorerà per la sua -famiglia: la leggenda del Cristo, che con la morte sconta il peccato -originale, si congiunge intimamente con la leggenda di Adamo, del -quale esso appare una splendida variante mitica. Gli Inni vedici non ci -rappresentano ancora la pena, ma raffigurano la colpa dell'unione d'un -fratello con una sorella, la quale deve essere evitata come incestuosa. -L'inno 10º del decimo libro del _Rigveda_ ci offre un dialogo singolare -tra il mortale Yama e Yamî, tra il fratello e la sorella. Come nel -racconto biblico la donna fa da seduttrice, Yamî invita Yama ad unirsi -con lei. Essa dice al fratello: «Gli immortali desiderano questo: un -discendente di te, unico mortale; poni l'animo tuo nell'animo mio; come -sposo, entra nel corpo della sposa.» Yama risponde che non vuol fare -quello che finora non ha mai fatto, e che vuol conformare le opere alle -parole oneste. Ma Yamî insiste, avvertendo come lo stesso Dio creatore -Tvashtar onniforme li abbia creati in un solo germe, per essere marito -e moglie (_dampatî_). Yama si rifiuta sempre, e tratta la sorella come -una donna impudica; ma essa diviene provocante, avverte come in cielo -ed in terra i due gemelli sono uniti e dovrebbero però girare insieme -le ruote del carro, come se non fossero fratello e sorella. Yama invita -Yamî a cercarsi un altro marito. Essa rimprovera il fratello di non -esser buon fratello (_Bhrâtar-fratello_ e _Bhartar-marito_ sono due -noti equivalenti che significano _il sostentatore_), poichè non viene -in aiuto alla sorella e la lascia andare in disperazione, mentre essa -è tormentata dall'amore. Yama risponde: «Io non potrei accostare il mio -corpo al tuo; un peccatore chiamarono colui, il quale si unì con la sua -sorella; con altri, all'infuori di me, pigliati piacere; il fratello -tuo, o bella, non può desiderare codesto.» Yamî irritata risponde: -«Oh tu sei un uomo da nulla, o Yama; noi non vediamo in te nè animo nè -cuore; ed un'altra donna t'abbraccierà stretto, come ghirlanda, o come -una liana l'albero.» - -Come gli Açvin, che amano la loro sorella aurora, anzichè unirsi con -essa, finirono per trovarle uno sposo e le servono da paraninfi; -così Yama termina con l'augurio che Yamî possa trovare uno sposo, -che la faccia felice. Quest'inno, di cui una variante trovasi pure -nell'_Atharvaveda_, rivelasi di una composizione relativamente moderna, -poichè ci richiama ad un tempo, in cui l'adagio popolare, la _vox -populi_, sta per diventare _vox Dei_, ossia legge sacra: _dissero -peccatore_, esclama il poeta, l'uomo che s'unisce con la propria -sorella; la sentenza popolare consegnata nell'inno vedico diventerà, -in breve, autorità religiosa, inviolabile. Ma l'inno stesso tradisce -tuttavia la presenza di una tradizione, secondo la quale il primo -uomo e la prima donna erano stati fratello e sorella, e la donna -avea tentato l'uomo. È notevole come nell'inno vedico si faccia da -Yamî l'augurio, perchè Yama ottenga un figlio, ossia dia al padre un -nipotino, _dopo avere attraversato il vasto oceano_ (_tirah puru c'id -arnavam g'aganvan_). - -In questo carattere il mito di Yama si congiunge anco più intimamente -con quello degli Açvin liberatori dalle acque, e con quello del -loro proprio _alter ego_, Manu Vàivasvata, il liberato dal diluvio -universale, che, uscendo dalle acque, rigenera, dopo aver fatta molta -penitenza, il mondo. - -Nel sesto libro dell'_Atharvaveda_ (citato dal Muir), _Yama_, -identificato con _Mr'ityu_, «la Morte,» appare il primo che arrivò al -fiume. Questo è fiume ad un tempo di perdizione e di purificazione. -Nell'inno 14º del decimo libro del _Rigveda_ son pure ricordati i vasti -fiumi, ai quali arriva il re Yama, figlio di Vivasvant, ed esplora -la via (_panthâm_) per i molti (che la dovranno percorrere). È nota -l'analogia che passa tra le voci _pons_ e _pontus_. Il mare, i fiumi -diedero sembianza di vie; solamente, invece di percorrersi sui carri -rotanti, si solcavano sulle barche remeggianti. - -È singolare qui ancora la corrispondenza delle credenze vediche con -le elleniche: _Yama_ arriva primo al mare, al fiume, lo attraversa, -esplora la via, la insegna agli altri; al regno de' morti, secondo il -concepimento ellenico, si arrivava attraversando l'onda del fiume o -della palude infernale. L'inno vedico afferma esplicitamente che Yama -fu _quello che morì primo, che de' mortali partì primo pel mondo di là_ -(propriamente, _per quel mondo_); _il primo che trovò la via per noi, -dalla quale non possiamo discostarci_. Le anime de' morti s'incontrano, -partendo, in Yama e Varuna; Yama concede a quelle che gli appartengono, -una dimora luminosa ed acquosa; le difende dai due cani nati di Saramâ, -dai quattro occhi, macchiettati, insaziabili, dalle vaste narici, -che stanno a guardia della via (_pathirakshî_), altro carattere -di somiglianza tra il Regno de' morti vedico e il Tartaro ellenico -guardato dal tricipite Cerbero. I due cani errano fra gli uomini, -come messaggieri del Dio Yama, ossia della Morte (messaggiero di Yama -nel _Rigveda_ è pure un uccello funebre). E, come si adora il Diavolo -perchè stia lontano, così si pregano i due cani di Yama, perchè lascino -ancora rivedere il sole al devoto, perchè gli diano ancora in terra -una esistenza felice. Ma Yama è specialmente invocato ne' funerali, -perchè dia una lunga vita al devoto fra gli Dei. Evidentemente il -vedico Yama si disegna già in un duplice aspetto, l'uno paradisiaco, -l'altro infernale. Esso ha i suoi protetti, e quelli che caddero nella -sua disgrazia; i protetti saranno beati, e quelli ch'egli non ama, -erreranno incerti o dannati. - -La virtù di Yama come quella de' suoi cani consiste particolarmente, -a quanto pare, nella sua virtù visiva; egli guida per vie inesplorate -le anime de' morti, ed i suoi cani hanno quattro occhi. Ma come mai -può Yama avere conservato la vista, s'egli personifica specialmente -il sole moribondo che s'accieca? Come può essere egli la guida de' -morti, se, morendo, secondo la credenza vedica, dal Muir dottamente -riscontrata con le credenze elleniche, perfettamente analoghe, l'occhio -del trapassato va a perdersi nel sole, da cui è nato,[64] ed il sole -vespertino si estingue? Qual è l'occhio di Yama guidatore de' morti? -Gli Inni vedici non c'istruiscono su questo punto; ma vi è un Dio -brâhmanico che ha stretta affinità col Dio Yama, e di cui occupa i due -ufficii, quello di beato paradisiaco e quello di distruggitore; esso è -Çiva che si rappresenta con la luna in fronte. - -Noi diciamo ancora _il mondo della luna_ per indicare _il mondo di là_; -come il sole, il primo mortale, si scambia colla luna, così il mondo -lunare allieta le anime dei morti e le fa quindi risorgere, coi loro -corpi, dopo averle probabilmente fatte passare per l'ambrosia della -via lattea. La luna guardiana delle vie è probabilmente l'occhio, per -cui Yama viaggia esso stesso, e conduce i viandanti trapassati; noi -abbiamo già veduto come Manu Vâivasvata si salva dalle acque mercè il -corno del pesce delfino che emerge dalle acque, il quale tira la nave -sopra la cima di un'alta montagna. Questo corno salvatore è la luna -cornuta; così la luna fa da guidatore all'eroe solare nella tenebra -notturna. La stretta relazione che passa fra Lucina (Lucna, Luna) e -la infernale Proserpina o Persefone dominatrice del regno de' morti, -moglie di Plutone il re de' morti, rende ancora più probabile la -relazione che supponiamo nel mito vedico fra Yama Dio de' morti, e Soma -il Dio Luno, il Dio ambrosiaco, che lo guida, lo ristora e lo salva. -Yama è rappresentato nell'inno 135º del decimo libro del _Rigveda_ -come bevente insieme con gli Dei presso un albero dalle belle foglie, -il noto albero paradisiaco; quello è sicuramente il luogo luminoso, in -cui nel consorzio dei devoti, dei beati, Yama si trattiene, facendo -festa con essi, dopo averli guidati per la via delle stelle[65] alla -dimora dei loro padri, ove giunti nessuno ha più desiderio di rinascere -nella vita mortale, poichè quella è la vita perfetta. Nel _Çatapatha -Brâhmana_ si dice, in vero, che l'uomo nasce tre volte: la prima -quando il padre lo genera, la seconda quando si purifica per mezzo de' -sacrificii (noi diremmo, dopo aver preso i sacramenti del Battesimo e -della Cresima), la terza quando muore; poichè, dopo che il cadavere fu -arso, Yama conduce l'anima, ossia, come dicemmo già, la parte innata -(_ag'o bhâgah_) del trapassato nel terzo cielo, al cielo _pradyaus_, -forse la via lattea; o al regno de' beati, ov'è gioia e luce eterna, -adempimento completo di tutti i desiderii, nella vista degli Dei, dopo -avere attraversata una regione scura, la quale, come dicemmo, si figura -acquosa. - -Yama trovasi ora identificato con Sûrya il sole, ora con Agni il fuoco, -ora con Vâyu il vento, che vedemmo far spesso da messaggiero. Esso -è il portato o portante sè, ed il _portitor_; la brezza vespertina e -mattutina, la brezza autunnale e primaverile è messaggiera; essa porta -l'anima del morto sole nel regno de' beati; essa dal regno de' beati la -riporta nel mattino e nella primavera alla vita. Yama s'identifica col -suo proprio messaggiero; così, come troviamo presso Yama, i _Yamau_, -i due rapidi Açvin, i due suoi cani messaggieri _Sarameyau_, ossia -appartenenti alla _Saramâ_ (ed è noto come il Kuhn abbia avvicinato ai -vedici messaggieri _Sarameyau_ ed a _Saramâ_ l'ellenico messaggiero -_Hermeîas_), è importante il riscontrare, presso il nostro Yama, -guidatore delle anime de' morti e signore de' due cani _Sarameyau_, -l'ellenico _Hermeîas psychopompos_. - -Yama apparirebbe esso stesso una forma di _Hermeîas_, con cui forse ha -pure qualche attinenza etimologica, quando si voglia tener conto del -facile scambio che poté accadere fra le voci _Sayamâ_ e _Saramâ_; onde -la _Sayamâ_ riuscirebbe una equivalente della _Yamî_. Ma non vogliamo -insistere sopra una semplice ipotesi. Ciò che invece non resta dubbio è -la presenza nel periodo vedico di un Dio che primo muore, e che mostra -agli altri la via della salute, per arrivare all'eterna beatitudine, -e che questo Dio benefattore, chiamato Yama, è un Dio solare. Noi -possiamo, di più, già trovare negl'Inni vedici indizii d'una vaga -credenza nel paradiso e nell'inferno, e però in un Dio che premia e -castiga. - -Abbiamo già detto come, secondo la credenza degli antichi Indiani, -le anime dei trapassati, ossia dei _Pitaras_, de' padri, de' morti -maggiori, i Mani, si trovassero per lo più in una condizione simile a -quella, in cui l'anima nostra si trova quando si sogna. Essa, prima -di fermarsi nella sua sede beata, più tosto che incorporea, piglia -un corpo a piacere, diviene alata, vola, percorre liberamente gli -spazii, è capace di dolore e di gioia. Quest'anima viaggiatrice, -secondo gli Inni vedici, senza aver più un proprio corpo materiale, -dava una forma più luminosa alle proprie sembianze individuali. Secondo -l'_Atharvaveda_, i _Pitaras_ riuniscono invece tutte le membra e tutti -gli spiriti del trapassato, mostrandosi così di credere ad una completa -risurrezione de' corpi simile a quella ch'è promessa o minacciata a noi -nella valle di Giosafatte. - -Dei _Pitaras_ ve ne sono di varie condizioni: i soli che il devoto -invoca sono quelli che arrivarono al sommo cielo, ossia alla somma -beatitudine, i quali, partiti prima, come Yama, il primo de' morti, -possono venire in aiuto de' nuovi arrivati, siccome quelli che godono -già dell'ambrosia immortale insieme con gli Dei, con Indra, e possono -farne partecipi i loro discendenti. Come gli Angeli e i Santi del -Paradiso cattolico sono invitati a pregare e intercedere per noi -peccatori; così il poeta vedico, nell'inno 15º del decimo libro del -_Rigveda_, rivolgendosi ai beati Pitaras, diceva le sue litanie: _Essi -arrivino, essi ascoltino, essi parlino per noi, essi ci proteggano_; -ed aggiungeva: _Non fateci danno, o padri, se noi per umana debolezza -abbiamo potuto peccare contro di voi._ Il danno maggiore che potevan -fare loro i _Pitaras_ era sicuramente quello di negare l'ospitalità -nel sommo cielo, al quale ogni anima di trapassato, bruciato il corpo, -tendeva di salire, serbando, come ci assicura il _Tâittiriya Brâhmana_, -piena coscienza di sè stessa. «Ognuno, — esso dice, — partendo da -questo mondo, conobbe sè stesso, dicendo: Io son pur io;» precisamente -come le ombre di Luciano, e come avviene ne' sogni, dai quali, senza -dubbio, si regolavano i Brâhmani per definire la grave questione della -immortalità dell'anima. - -Il morto teme che tutti gli offesi in vita da lui si levino a vendetta; -perciò, consumandosi il corpo nel rogo, si supplica dagli astanti il -fuoco Gârhapatya di liberare l'estinto dal danno che gli può venire -per le offese da lui fatte alla terra, all'aria, al cielo, alla madre, -al padre, per poter salire al mondo de' giusti. La terra potrebbe -trattenerlo quaggiù, l'aria impedirgli la via, il cielo non lasciarlo -entrare, il padre e la madre, che siedono beati fra i Pitaras, -cacciarli dall'eliso; perciò è necessario, ne' sacrificii funebri, -far dimenticare tutte le offese. Ma, mentre si prega perchè il morto -arrivi presto in cielo, con la stessa sollecitudine il superstite -orante supplica d'essere lasciato vivere lungamente sopra la terra, -il che prova come, nel periodo vedico, se era grande la speranza di -rivivere dopo morte, era più forte il desiderio di conservare la vita -come un bene provato e sicuro; e la stessa speranza nell'immortalità è -una prova del vivo desiderio che l'uomo ha di vivere, del grande amore -ch'esso porta alla vita. - -Ma non è dubbio che gl'Indiani del periodo vedico hanno creduto -nell'immortalità dell'anima, nella vita dopo la morte. La vita mortale -è sempre amata; la morte è temuta e scongiurata; prima d'arrivare -al concepimento buddhistico del dissolvimento completo come suprema -beatitudine, il pensiero indiano dovette dunque passare per una lenta -e lunga evoluzione; ma a questa evoluzione dovette pure preparar la -via la stessa consolazione vedica nella speranza d'un'altra vita -spirituale, beata, al sopraggiungere della morte. Ripeto che il -desiderio intenso della vita dovette essere la principale ragione che -alimentò l'antica fede nella sovresistenza spirituale dell'uomo dopo -la morte; ma è certo che questo bisogno di sopravvivere alla vita -mortale diede presto origine ad una credenza vivace nella vita in un -mondo di là, come fu chiamato fino dall'età vedica il mondo, ove si -suppose che i morti si recassero. Quando poi si radicò profondamente -nell'animo degl'Indiani la credenza nella metempsicosi, la vita mortale -fu considerata come una vera sventura, la morte come una liberatrice, e -il regno de' beati apparve il mondo, in cui cessa ogni sensazione della -vita. Ma negl'Inni vedici e ne' loro commentarii immediati l'uomo ama -ancora la vita, e la prolunga nell'immortalità. Si negò la presenza -dell'inferno presso il mondo vedico; ma dove abbiamo una pena, un -castigo, abbiamo pure l'inferno. Già dicemmo come Yama ed i Pitaras -accolgano nel loro mondo paradisiaco i soli trapassati che furono pii; -è un premio; l'esclusione da un tal premio è il primo castigo.[66] Ma -vi ha di più. - -Nel _Çatapatha Brâhmana_, ci si disegna già una forma del cristiano -arcangelo San Michele, il pesatore delle anime. Il male ed il bene -di ciascuno viene pesato sopra una bilancia; e secondo che il bene -od il male ha il di sopra, si avrà bene o male nella vita futura. -E il bene, secondo lo stesso _Çatapatha Brâhmana_, già interpretato -dal professor Weber, è, nell'età vedica, non solo l'immortalità, ma, -secondo che abbiamo già accennato, per un indizio dell'_Atharvaveda_, -l'immortalità col proprio corpo; onde con ragione osserva il Muir -che in relazione con tale credenza, è la cura posta dagli astanti, -nella cremazione de' morti per raccogliere le ossa del trapassato, le -quali dovranno servire a ricostituirne il corpo; la carne è materia -che si può perdere e riacquistare; le ossa invece sono il tronco -ed i rami, sopra i quali si estende e si propaga la vita.[67] Per -questo riguardo è assoluto il contrasto fra le dottrine vediche e le -dottrine brâhmanico-buddhistiche. Nel periodo vedico si considera come -un bene la vita, si prega il fuoco sotterraneo di non distruggere il -corpo del devoto seppellito e s'augura che i _Pitaras_, ricomponendo -le membra del morto, lo raccolgano nella loro beatitudine; l'anima è -troppo stretta al corpo per potersene lungamente disgiungere; l'anima -dell'uomo, disgiunta dal corpo, secondo il pensiero vedico, erra -incerta, finchè s'annienta, o pure, secondo un concepimento posteriore, -nasce in altra vita terrena assai peggiore della precedente. Ma questo -annientamento, ch'è la pena de' dannati vedici, non ha niente di comune -con l'annientamento buddhistico, il quale nel sopprimere presso l'uomo -devoto il corpo sensibile e le sensazioni d'ogni maniera, lo santifica -e gli prepara un'ascendente beatitudine divina. Nel mondo vedico, -i soli Dei hanno il privilegio di poter vivere immortali, non senza -forma, chè assumono anch'essi sempre or l'una or l'altra forma, ma -senza un loro proprio corpo immutabile. I devoti mortali del periodo -vedico non ambirono punto una forma d'immortalità incorporea; e come -ai nostri bambini cattolici si promettono tuttora le mele d'oro del -paradiso, così ai bambini vedici si prometteva il latte, il miele, -l'ambrosia nel regno dei _Pitaras_, nel cielo _pradyaus_, distante -dalla terra _per mille giorni di viaggio a cavallo_ (secondo una -nozione dell'_Aitareya Brâhmana_). Il paradiso vedico, non dissimile -dal cristiano, non è privo di sensualità; perciò il devoto desidera -di salirvi col proprio corpo, come vi sale, in premio delle proprie -penitenze, il devoto Mudgala, presso il _Mahâbhârata_. Il regno de' -beati prese perciò in sanscrito l'appellativo di _Nandana_, ossia -_luogo di delizia_. Non è qui il luogo di considerare il paradiso -indiano, secondo le rappresentazioni brâhmaniche; ma voleva pure -essere accennato come, nel periodo vedico, la beatitudine paradisiaca -riducevasi già alla perfetta soddisfazione con la presenza del corpo, -il che lascia naturalmente supporre che si trattasse, insomma, di una -suprema soddisfazione de' sensi, insieme con la continuazione degli -altri piaceri più puri che rendevano lieta la vita terrena: così, -nell'_Atharvaveda_, il devoto invoca il nume, perchè lo lasci salire -al cielo eternamente luminoso e vivere in esso, privo d'ogni malanno, -con la propria sposa, coi proprii figli e con gli amici virtuosi, ed -ottenere il conseguimento di tutti i desiderii; e i desiderii devono -essere essenzialmente sensuali, poichè una delle prime preghiere -rivolte, nell'_Atharvaveda_, al fuoco del rogo che consuma il cadavere, -è ch'ei non gli consumi l'organo della generazione (_çiçnam_). Come gli -Dei vedici son dediti a piaceri carnali, così i _Pitaras_, e i loro pii -discendenti che vanno a raggiungerli nel mondo di là. - -I dannati, invece, non potendo salire nella regione luminosa, vanno, -secondo gli Inni del _Rigveda_, perduti _nelle tenebre dell'abisso più -profondo_, specie d'Inferno vedico che ci richiama al Tartaro ellenico; -nell'_Atharvaveda_ l'inferno stesso si trova già nominato col suo nome -ordinario di _Nâraka-loka_, e considerato come sede riserbata agli -empii ed ai malvagi. - - - - -LETTURA TREDICESIMA. - -I DEMONII. - - -Per la stessa ragione, per cui nel mondo vedico originario non troviamo -ancora distintamente indicato il Dio unico assoluto, e ci appaiono -invece molti Dei proteiformi, il pastore vedico non concepiva ancora -il Diavolo come un essere singolare, unico, potente, rivale di Dio. -Vi sono Demonii come vi sono Dei; ma non vi è il Demonio unico come -non v'è l'unico Dio. Quando il monoteismo appare, si manifesta pure, -se così può chiamarsi, il monodemonismo; e a quel punto la religione -iranica si stacca dalla indiana: l'India, nel vero, non ci offre nessun -antagonismo così deciso e spiccato come quello che ci presentano i -libri zendici nella lotta fra Ahura Mazda e Anhro Mainyu, l'uno genio -di luce che crea le cose buone, l'altro genio tenebroso che suscita -tutte le forme del male. Nell'India, invece, nel tempo stesso in -cui Brahman vi assume dignità di nume supremo, esso non ha contro di -sè una sola forma di demonio: com'egli non è solo nell'Olimpo, ove, -prima di lui, altri numi potenti, più che imperare, operavano cose -mirabili, ed ove più tardi vengono a dividere con esso il supremo -potere altri due numi, Vishnu e Çiva; così i demonii mutano nomi e -forme non solo secondo che mutano gli Dei, ma secondo che il Dio si -trasforma: Satana e Anhro Mainyu sono sempre conformi a sè stessi, -e mantengono costante il loro carattere maligno. I demonii vedici e -brâhmanici, invece, partecipano di tutta la mobilità degli Dei, e, -come il Dio si muove dalla forma luminosa e termina nella tenebrosa, -così accade che il Demonio si muova dalla forma tenebrosa e riesca -alla luminosa; il Paradiso e l'Inferno confinano fra loro; agitandosi, -l'uno passa nell'altro; così il Dio e il Demonio scambiano le loro -parti. L'appellativo più frequente dato al demonio vedico e brâhmanico -è quello di _Viçvarûpa_ od _onniforme_, e _Kâmarûpa_, ossia _mutante -forma a piacere_: simili appellativi assumono pure talora gli Dei; -ora si comprende come il Dio, potendo pigliare ogni forma, possa pure -assumere vesti demoniache, e il Demonio del pari, nella sua capacità -di trasformarsi senza fine riesca pure ad appropriarsi le forme -luminose divine. Gli Dei come i Demonii sono nati insieme, e, secondo -la mitologia vedica, da uno stesso padre, dal fabbro universale celeste -Tvashtar. - -Noi troviamo dunque perciò ordinariamente accennati al plurale i -demonii vedici, o, quando essi appaiono al singolare, il loro nome è -generico, indistinto, come _rakshas_ che vuol dire _mostro_, oppure -specifico di specie molteplici e differenti. - -Uno degli appellativi plurali de' demonii vedici è _Dânavas_. La parola -_Dânavas_ è il plurale di _Dânu_ e si dà come equivalente di figli di -_Dânu_, uno de' nomi attribuiti alla moglie del mostro Vritra, ucciso -da Indra, nell'inno 32º del primo libro del _Rigveda_, oppure di -_Danu_, che appare come figlia di Daksha e sposa di Kaçyapa presso il -_Çatapatha Brâhmana_. _Dânu_, al neutro, vale, presso gli Inni vedici, -_rugiada_, _stilla_, _goccia_; onde i _Dânavas_ apparirebbero _gli -umidi_, nel loro primitivo aspetto. Ma, perdutosi l'antico originario -significato della parola, in breve i Dânavas divennero i mostri -demoniaci, i nemici degli Dei in genere, e tra questi mostri generici -potè quindi trovar posto lo stesso _Çushna, secco_ e _disseccatore_, -il quale trovasi in una delle _upanishad_ definito come un _dânava. -Dânunaspatî_, o signori del _Dânu_, ossia dell'umore ambrosiaco, sono -chiamati in alcuni Inni vedici i due bellissimi Açvin; in quanto i -fenomeni rugiadosi dell'aurora mattutina e della primavera si rinnovino -nel cielo pluvio, lo stillante divino può diventare un umido demoniaco; -e quindi si può forse spiegare la leggenda epica indiana di un figlio -della Dea della bellezza, _Çrî_, la Venere indiana, convertito nel -mostruoso _Dânava_ o demonio _Kabandha_ presso il _Râmâyana_. La -parola _Kabandha_ vale propriamente _barile_; il _mostro-barile_ o -_Kabandha_ del _Râmâyana_ ha la sua origine nella _nuvola kabandha_, -ossia nella _nuvola-barile_ degli Inni vedici. Il figlio della -Venere ambrosiaca, il figlio di Çrî, che diviene demonio Kabandha, -sembra farci assistere particolarmente al fenomeno del cielo pluvio -primaverile. E non solo Kabandha è figlio di Çrî, ma tutti i Dânavas -sono posti sotto la particolare protezione dell'astro di Venere, del -quale si mostrano particolarmente devoti, onde poi gli appellativi di -_dânavaguru_ o _maestro dei Dânavas_ e di _dânavapûg'ita_ o _venerato -dai Dânavas_, dati presso l'astronomo Varâhamihira al pianeta _Çukra_ -o Venere. Il numero dei _Dânavas_ appare infinito negli scritti -brâhmanici; nell'inno 120º del decimo libro del _Rigveda_ se ne -rammentano soli sette: così da Sâyana, in nota all'inno 114º del primo -libro, si danno anche gli _Asurâs_ come figli di Diti, e si narra che -Indra li distrusse in germe nell'utero materno, nel numero di sette. -L'appellativo sanscrito di _Dâittyâs_, o _Dâiteyâs_, o _Ditig'âs_, -dato, negli scritti brâhmanici, ai demonii, come _figli di Diti_, -immaginata, come dicemmo in opposizione alla veneranda _Aditi_, madre -de' divini Adityâs, non si trova ancora negli scritti vedici. Tuttavia, -come da _danu_ o _dânu_ si ebbero i _dânavas_, si potrebbe nella parola -_diti_ riconoscere la stessa radice _dâ_ o _dî (di)_, che occorre in -_danu_ o _dânu_; onde i _dâityas_ sarebbero _gli umidi goccianti_ come -i _dânavas_, di cui uno pigliò, come dicemmo, forma di _nuvola-barile_. - -Ma vi sono ancora altri appellativi generici de' demonii negli -Inni vedici: i principali sono quelli di _dâsâs_, di _dasyavas_, di -_asurâs_, di _krishnâs_, di _pânayas_, oltre a quello più comune di -_rakshasâs_ o _mostri_. Nelle parole _dâsa, dasyu_, parrebbe ancora -potersi ritrovare la stessa radice _dâ_, che occorre in _danu_ e -in _diti_ e _dâitya_; e come vedemmo gli Açvin signori del _dânu_ -ambrosiaco, così, presso gli appellativi dei demonii _dasyu, dâsa_, -troviamo quello degli Açvin _dasrâu_, quello d'Indra e di Agni -_dasma_. Ma, nelle voci _dâsa, dasyu_, si videro poi particolarmente i -distruggitori malefici, i nemici, le persone volgari. Nè solo i demonii -combattuti da Indra, come, per esempio, Çambara, Çushna, C'umuri, ec., -pigliano il nome di _dasyu_ negl'inni vedici, ma ancora le anime de' -morti, alle quali non è concesso di salire alle sedi beate; e però -esse errano simili alle _larvæ_ de' Latini, in una forma demoniaca, -a disturbare l'opera de' devoti. Il nome di _dasyu_ è quindi pur dato -agli empii nemici degli Arii, ai ladri, ai barbari irreligiosi. Così -_dâsa_, l'appellativo generico di parecchi demonii vinti da Indra, -come, oltre Çambara, Namuc'i, Pipru, Varc'in, venne poi a significare -lo schiavo, il servo, la persona vile. Nel cielo, i _Dâsâs_ o _demonii_ -hanno spose o diavolesse, chiamate _Dâsapatnis_. Questo appellativo -è dato particolarmente alle _âpas_ od _acque_ nel citato inno 32º -del primo libro del _Rigveda_; una nuova analogia che ci dovrebbe -confermare nel ravvicinamento etimologico fra _dâsa_ o _dasyu_ e -_dâitya_ (da _diti_) e _dânu_. Ma, in altri Inni vedici, il _dasyu_ -appare più tosto come un genio tenebroso notturno; il 5º inno del -settimo libro del _Rigveda_ ci fa sapere che Agni _cacciò dalla casa i -demonii_ (_dasyûn_), _generando la vasta luce pel devoto_ (_âryaya_). -Qui il _dasyu_ appare una specie di fantasma notturno, di larva, di -spirito, dissipato dalla luce del mattino; perciò ancora nell'inno 117º -del primo libro, a dissipare i _Dasyu_ appaiono i due Açvin, per mezzo -del _bakura_ (o _vakura_) che io interpreterei per _carro_[68] (dalla -radice vedica _vak_, che nello stesso _Rigveda_, VII, 21, trovasi -adoperata per esprimere il roteare del carro d'Indra comparato al -muggito di vacca, _tvad vavakre rathyo na dhenâ_). E l'_ârya varna_ che -Indra porta innanzi, distruggendo i _dasyu_, nell'inno 34º del terzo -libro (quantunque il _dâsa_, il _dasyu vedico_, appaia talora il nemico -terreno degli Aryâs), non mi pare potersi interpretare il colore degli -Arii, in opposizione al colore dei non Arii, ma semplicemente il bel -colore, lo splendido colore, la luce mattutina, che, distruggendo i -notturni tenebrosi Dasyu, Indra riporta nel cielo. - -Il senso ambiguo che ha la parola _spirito_ nell'Occidente latino ebbe -già nell'Oriente indiano la voce _asura_, propriamente _l'essere_ (cfr. -_asu_, «alito vitale, spirito»). E come _gli spiriti_ servirono poi -particolarmente a significare _i genii maligni_, così gli _asurâs_, -posti in opposizione coi _devâs_, rappresentarono particolarmente -_i demonii_. E come _lo spirito_ divenne _Spiritus Sanctus_, come -l'_asura_, in zendo _ahura_, divenne _Ahuramazda _, il sommo nume -dell'Iran, così, nell'India vedica, Varuna, il sommo reggitore del -cielo, il cielo stesso, apparve col nome di _asuras_, ossia _di sommo -spirito_, _di spirito per eccellenza_, _di spirito onnisapiente_ -(_asura Viçvavedâs_; _Rigveda_, VIII, 42). Ma, per lo più, l'_asura_ -o _spirito_ rappresentò _lo spirito maligno_, e al plurale _gli -spiriti maligni_, _la schiera de' demonii_, retta secondo il -_Çatapatha Brâhmana_ da _Asita Dhânva_ (forse _il nero del deserto_, -ossia _la nuvola scura del cielo_), secondo il _Mahâbhârata_ da -_Baka_ o _Vaka_, secondo il _Râmâyana_ da _Bali Vairoc'ani_, secondo -il _Kathâsaritsâgara_ da _Mâyadhâra_, nome che ci richiama agli -_Asurâs mâyinas_ o _Demonii magici_ dell'_Atharvaveda_ e alla _magìa -demoniaca_ o _degli spiriti_, ossia _asuramâyâ_ dell'_Atharvaveda_ e -del _Çatapatha Brâhmana_. Ma, mentre, nell'India vedica, l'_asuratva_ -e l'_asurya_, più che _l'essere demoniaco_ rappresentano _l'essere -spirituale_, _l'essere divino_, _la divinità_, dopo che le leggende -brâhmaniche rappresentarono gli _asurâs_ in guerra co' _devàs_, per -cagione specialmente dell'ambrosia, l'_asura_ finì col prendere -nell'India brâhmanica un aspetto intieramente demoniaco; nè ciò -soltanto, ma esistendo l'_asura_ come nemico dei _devâs_ (nell'inno -85º dell'ottavo libro del _Rigveda_ gli _asurâs_ sono anzi chiamati -_adevâs_), si dimenticò l'etimologia della parola (da _as_ «soffiare, -spirare, essere»), e si vide nell'_a_ iniziale un privativo, un nemico -del _Sura_, che valse a significare il Dio, come già di _Aditi_, -nati gli _Adityâs_, nei _Dâityâs_ non si videro già degli esseri -originariamente forse non punto demoniaci, ma dei figli di una _Diti_ -nemica della divina _Aditi_. Così, per un duplice equivoco etimologico, -sarebbe nata tutta una serie di _Dei_ o _Surâs_, per un verso, e di -tutta una serie di _Demonii_ o _Dâityâs_ per l'altro. - -Ma, dal sin qui detto, parmi poter constare abbastanza, come, in -origine, a quel modo stesso con cui non esisteva ancora un Dio -distinto, così non esisteva neppure un distinto Demonio. Il _dânu_ o -_danu_, il _dâsa_ o _dasyu_, l'_asura_, non furono originariamente -appellativi di figure distinte demoniache; essi, da principio, -erano comuni alle forme luminose celesti e alle tenebrose; ma, per -essersi quindi con qualche maggiore insistenza attribuiti ai fenomeni -tenebrosi, e per successive combinazioni mitiche e per sopravvenuti -equivoci di linguaggio, servirono particolarmente a denominare le forme -demoniache. - -Ma come i _devâs_ e gli _asurâs_ appaiono quali creature d'uno stesso -padre (ora Tvashtar, ora Prag'âpati), così, presso il _Yag'urveda -nero_, essi si mostrano uguali in potenza e in dignità, e dediti -entrambi alla preghiera (_brahmanvantas_). - -Il _Tâittiriya Brâhmana_, ci fa sapere che la terra in principio era -degli _asurâs (asurânâm vai iyam agre âsit)_, ma che, avendo gli Dei -chiesto loro un po' più di posto per sè stessi, ne ottennero tanto -quanti essi avrebbero potuto circondarne. Essi si posero ai quattro -angoli della terra e l'avvolsero tutta.[69] Lo stesso _Brâhmana_ ci -dice che i _devâs_ e gli _asurâs_ non si distinguevano gli uni dagli -altri. Queste sono pel mitologo nozioni preziose. Una leggenda del -_Çatapatha Brâhmana_[70] spiega in un modo infantile, ma moralmente -interessante, il passaggio che fecero i Devâs e gli Asurâs ad uno -stato di intiera opposizione. — I _devâs_ e gli _asurâs_ creature di -Prag'âpati ottennero in sorte dal loro padre Prag'âpati la parola, il -vero ed il falso; gli uni e gli altri pertanto parlavano ora il vero, -ora il falso; parlanti allo stesso modo, erano uguali. I _devâs_, -lasciando la menzogna, elessero quindi la verità; gli _asurâs_, -lasciando la verità, adottarono la menzogna. Allora la verità che -rimaneva presso gli _asurâs_ comprese: «Gli Dei, abbandonando la -menzogna, hanno scelta la verità; ch'io vada dunque a congiungermi con -essa;» e così recossi presso gli Dei. La menzogna che rimaneva presso -gli Dei comprese: «Gli _asurâs_, lasciando la verità, hanno prescelta -la menzogna; io voglio dunque riunirmi con essa;» così dicendo, essa -si recò presso gli _asurâs_. Allora gli Dei dicevano tutta la verità -e gli _asurâs_ tutta la menzogna. Dicendo intieramente il vero, gli -Dei divennero come deboli e poveri. Perciò colui che dice solamente -il vero diviene debole e povero; ma al fine egli riesce, come, al -fine, riuscirono gli Dei. E gli _asurâs_, dicendo unicamente il falso, -divennero prosperi e ricchi come l'aurora;[71] perciò colui che dice -unicamente il falso prospera e s'arricchisce come l'aurora, ma, al -fine, si rovina, poichè gli _asurâs_, al fine, si rovinarono. Quello -ch'è vero è la triplice scienza (_contenuta nei tre Vedi_); gli Dei -dissero: «Sacrificando, celebriamo questa verità.» — Gli Asurâs, dopo -di ciò, volendo disturbare i sacrificii divini, vengono maledetti. Ma è -agevole intendere come tutte queste spiegazioni leggendarie brâhmaniche -siano il prodotto non più di una mitologia, ma di una filosofia -scolastica; e, se noi possiamo dare ad esse alcuna importanza in -questo studio, non è tanto per le conclusioni, quanto per le premesse -che pongono, le quali confermano una gran verità essenziale, secondo -la quale il mito vedico antico non ci presenterebbe ancora un Dio -ed un Demonio spiccati, distinti ed in guerra fra loro, ma sì invece -indeterminati, affini, quasi necessarii l'uno all'altro; poichè gli -elementi della materia che combinandosi crea la vita non si presentano -in dissidio, in lotta fra loro, ma sì invece intenti a comporsi in -nuove armonie fisiche, le quali potranno divenire più tardi armonie -morali. L'uomo primitivo ha, di certo, sentito momenti di terrore -innanzi all'accostarsi delle tenebre della notte o tra il fragore -spaventevole di una bufera sugli altipiani dell'Asia centrale; ma il -più spesso egli vide e comprese come dalla tenebra vien fuori la luce, -dalla morte la vita, e fu sollecito a riconoscere in quella vicenda -naturale una tremenda insieme e poetica necessità della vita. - -Quando poi si determinò con formole religiose, prima domestiche e poi -sociali, l'entusiasmo per la luce e il terrore della tenebra, ogni -fenomeno luminoso apparve divino, ogni fenomeno tenebroso demoniaco; -e quando, finalmente, sopra le mitologie essendo nate le religioni, -si fondarono sopra queste religioni le Chiese, queste, sollecitamente -operose come nell'Iran e nella Palestina, rovesciando l'edificio -mitico, stabilirono il monoteismo, o, per dir meglio, il dualismo, -ove un sommo Dio d'ogni perfezione combatte contro un Demonio, autore -d'ogni male. Nell'India la liturgia della casta brâhmanica arrivò, -quando i miti erano già stati consegnati alla storia negli Inni -vedici, prima popolari e poi, perchè popolari, in virtù della stessa -prudenza brâhmanica, divenuti sacri, e quando infinite leggende mitiche -correvano già di famiglia in famiglia, impossibili ad estirparsi. Il -Brâhmanesimo non risale come istituzione civile oltre il quinto secolo -innanzi l'êra volgare, e, prima di quel secolo, l'India aveva già -percorso tutto un ciclo della sua vita storica; la casta brâhmanica si -trovò innanzi ad un popolo non più giovane, anzi quasi vecchio, e con -materiali leggendarii di una mole prodigiosa, sopra i quali potè bene -combinare nuovi sistemi teologici e filosofici più o meno mostruosi, ma -non creare sopra di essi alcun nuovo mito veramente vitale. Rivoltasi -invece la religione a diventar strumento politico per costituire -l'onnipotenza di una casta privilegiata, essa perdette ogni naturalezza -e, come l'edera s'inalza gigante a usurpare le mura delle dimore -indiane, sopra le quali si abbarbica, così, sopra la mitologia vedica -che non poteva distruggere, il Brâhmanesimo s'inalzò per coprirla, -e per adoperarla come fondamento della sua ragione di Stato; presso -a poco quello che il Cristianesimo, ma con intento morale assai più -alto e benefico, operò sopra i miti ed usi pagani, de' quali si nutrì -come di sostanza vitale. Caduta, o per lo meno indebolita gravemente, -l'azione morale del Cristianesimo, esso, dispogliato del suo prestigio, -ci si ripresenta ora nella sua nudità, ossia nelle sua forma embrionale -pagana. Così, nell'India, tolto tutto ciò che le Chiese e scuole -brâhmaniche hanno aggiunto di parassito all'antica mitologia vedica, -noi ci ritroviamo nel cospetto di miti naturali, così semplici, che -la loro stessa semplicità potrebbe far disperare un interprete, -il quale si proponesse di rappresentare gli Dei indiani non già -com'essi nacquero, ma come si vorrebbero vedere, se un artista greco -avesse ricevuto l'incarico di finirli e di condurli, come si dice, a -pulimento. Perciò, come io non ho potuto rappresentarvi alcun Dio in -un solo unico, vivace, compiuto aspetto caratteristico, così e, tanto -meno, potrei rappresentarvi in una sola forma i demonii vedici; e dico, -tanto meno, poichè se il Dio che riproduce un fenomeno generalmente -luminoso può talora lasciarsi sfuggire la sua natura specifica, tanto -minore evidenza può avere per noi il Demonio che rappresenta, per lo -più, un fenomeno tenebroso e una negazione. - -Il campo degli Dei e quello dei Demonii è il medesimo; solamente gli -uni finiscono col prevalere in una parte, gli altri nell'altra di quel -campo. Secondo l'_Aitareya Brâhmana_, gli Dei avrebbero avuto vittoria -sopra un solo punto, come il San Martino della leggenda cristiana per -un solo punto perderà poi la sua cavalcatura demoniaca.[72] Gli Dei e -gli Asuri combattono fra loro nell'Est, nel Sud, nell'Ovest e nel Nord, -e sempre gli Asuri rimangono vittoriosi, ma v'è una regione intermedia, -fra il Nord e l'Est, nella quale gli Dei trionfano; essa viene perciò -chiamata _la regione invitta_ (_sâ eshâ dig aparâg'itâ_). Accortisi -della loro debolezza sopra gli altri punti, gli Dei si eleggono per -loro re l'ambrosiaco Soma, e allora la piena vittoria sopra gli Asuri -viene ad essi assicurata; poichè la gran lotta fra gli Dei e i Demonii -si riduce essenzialmente ad una gara pel possesso dell'ambrosia, ora -trattenuta dagli uni, ora dagli altri, secondo che il cielo, sede -dell'ambrosia, è occupato dalla luce o dalla tenebra. E si capisce -come quando il Dio Ambrosio in persona regge l'Olimpo degli Dei, i -Demonii si trovano inferiori nella prova; ed il loro stato riesce -simile a quello di morte, finch'essi, con arte magica, non rientreranno -in possesso dell'ambrosia desiderata e perduta; l'_amr'ita_ dà -naturalmente l'immortalità a chi la possiede; perciò, in un inno -dell'_Atharvaveda_, non solo il Dio possessore dell'ambrosia vince gli -Asuri, ma riesce pure a distruggerli il penitente o _brahmac'ârin_, il -quale diviene, con la virtù delle sue penitenze, un germe nella vulva -dell'_amr'ita_, ossia diviene Indra (_garbho bhûtvâ amr'itasya yonâv -Indro ha bhûtvâ asurâns tatarda_), ossia acquista l'amuleto stesso, -col quale Indra stesso uccise Vritra, superò gli Asuri e conquistò -cielo e terra e le quattro regioni. In una leggenda cosmogonica del -_Çatapatha Brâhmana_ si narra che in origine tutto il mondo era acqua, -solamente acqua; le acque fanno penitenza, e nasce in mezzo ad esse un -uovo d'oro. L'uovo erra un anno sopra le acque, e poi si schiude e ne -vien fuori il _purusha_, il maschio universale, il creatore Prag'àpati. -Poichè Prag'àpati pose un anno a nascere, così i figli mortali stanno -un anno nel ventre materno. Dopo un anno Prag'àpati incomincia a -parlare, perchè nascano la terra, l'atmosfera, il cielo; perciò anche -i bambini incominciano a parlare dopo un anno. Egli è nato per un -millenio, e s'accinge in esso a creare l'universo. Coi proprii occhi -crea gli Dei nel cielo, quindi nasce la luce; con l'alito inferiore -crea gli _asurâs_ (_atha yo 'yam avâñ prânas asurân asr'ig'ata_), e -ne nasce la tenebra; con la tenebra vien fuori il male. L'_asura_ si -identifica qui col genio della tenebra, col genio scuro, interpretato -come cattivo; ma non sempre lo scuro valse il cattivo: così vedemmo -già Varuna, il copritore del cielo, la vôlta celeste, specialmente la -vôlta celeste notturna, assumere la qualità di supremo divino _Asura_: -una leggenda del _Çatapatha Brâhmana_ ci fa sapere come gli _Asurâs_ -perdettero la loro superiorità sopra gli Dei per sola colpa della -loro eccessiva arroganza od opinione di sè stessi (_te'timânena eva -parâbabhûvus_). - -La nozione più generale che possiamo dunque ricavare dagli scritti -vedici e brâhmanici intorno alla prima essenza degli _Asurâs_ è questa: -ch'essi in origine non furono dissimili dagli Dei; e che, se più tardi, -come scuri, tenebrosi divennero specialmente demoniaci, originariamente -non furono tanto i malefici, quanto i misteriosi nascondenti nella -loro veste scura alcun segreto luminoso, e però genii comuni tanto -de' fenomeni luminosi aperti, quanto de' fenomeni luminosi celati e -coperti. Indra stesso, che appare quindi come il più formidabile Dio, -sconfiggitore di mostri tenebrosi e malefici, partecipa delle due -nature celesti, luminosa e scura; ed ora avvolgendosi di tenebre o di -nuvole prepara la luce e apporta la pioggia; ora, invece di avvolgersi -con vesti tenebrose e nuvolose, le squarcia, ed in simile atto appare -qual nemico della tenebra e della nuvola. A far poi degenerare il -genio scuro in genio demoniaco valse non poco uno de' più frequenti e -dai mitologi non forse abbastanza avvertiti equivoci del linguaggio, -io voglio dire gli equivoci nati sopra i nomi de' colori. Nella mia -_Mitologia zoologica_ ebbi frequente occasione di notare parecchi -miti indiani nati pel solo equivoco fra le voci _hari_ e _harit_, che -denominano _l'aureo_, _il biondo_, _il giallo_, _il verde_; ma l'aureo -del fuoco è ancora chiamato _arusha_, _aruna_, _rohit_, _rohita_, che -vale poi specialmente _rosso_, _rossastro_; così dalla voce indiana -_kr'imi-karmi_ che vale _verme_ (_k-vermis_), lituano _kirminis_, -nacque il colore _cremisino_, e dalla parola _verme_ poi il nostro -colore _vermiglio_; al _vermiglio_ è affine il colore _pavonazzo_, -e il color _violaceo_ o _pavonazzo_ è chiamato in indiano _nîla_; -_nîlakantha_ vien denominato _il pavone_, ossia _dal collo nîla_, che -vale poi specialmente _azzurro_, _scuro_, _nero_; _nîla_ chiamasi -perciò l'_indigo_, e _nîlapatra_, _nîlapadma_, _nîlotpala_, ec., -_il fior di loto azzurro_. Così da un solo colore, per gradazione di -tinte, passiamo a tutti gli altri. Confusisi in una omonimia costante -nell'India, il nero e l'azzurro, l'azzurro celeste diventò facilmente -il nero, e il nero un colore demoniaco. I demonii combattuti da -Indra pigliano talora insieme il nome di _Kr'ishnâs_, propriamente -_i neri_; ma la voce _kr'ishna_ servì pure in sanscrito a denominare -_la pianta dell'indigo_ e _il vetriolo azzurro_. Indra si raffigura -nella tradizione posteriore brâhmanica come milloculo, con un corpo -azzurro tempestato di occhi, ossia come cielo azzurro tempestato di -stelle. Indra, come vedemmo, fu in origine semplicemente (al pari di -Varuna e di Dyu) il cielo azzurro, come lo Zeus ellenico, il Jupiter -latino, sposo di Giunone; Giove in forma di cuculo visita segretamente -la moglie Giunone: _kr'ishna_ è pure uno degli appellativi indiani -del cuculo; e indica altresì il tempo, in cui la luna sta nascosta, -ossia la quindicina scura che passa tra il plenilunio e il novilunio, -ossia il tempo in cui il cielo notturno si mostra del colore di -un azzurro cupo, scuro, e che si confonde perciò col nero. Ma, per -terminare la nomenclatura indiana de' colori, mentre per un verso il -_kr'ishna_ o _scuro_ si accosta all'_arusha_ o rosso scuro, la stessa -analogia sembra presentarsi nella lingua russa fra il _c'ornoye_ o -_nero_ (da _c'orni_), e il _krâçnoye_ o _rosso_ (da _kraçni_), nel -ritrovare, presso il _Mahâbhârata_, stretti intimamente fra loro -_Kr'ishna_, _il nero_, ed il figlio d'Indra _Arg'una_, propriamente -_il bianco_, _argentino_ (Indra stesso è chiamato _Arg'una_ nel -_Çatapatha Brâhmana_, che dice esser quello il nome segreto del Dio; -perciò Arg'una intraprende nel _Mahâbhârata_ un viaggio al cielo -paradisiaco di suo padre Indra, che lo fa rallegrare dalle Ninfe -divine), dobbiamo intendere che il bianco è solamente un nero stinto; -e l'alba mattutina non è altrimenti prodotta che per l'indebolirsi -delle ombre scure, innanzi al primo riflesso de' raggi solari. Come -in uno specchio, come nell'onda, come nell'arcobaleno si rifrangono -tutti i colori dell'iride, ossia come da un solo punto per un solo -raggio di luce balzano fuori tutti i colori; così nel linguaggio, il -quale non è propriamente altro che una gradazione successiva di suoni -o di colori vocali che rivestono il pensiero, per minime deviazioni -di riflessi ideali, con parole omonime, si vennero a rappresentare i -colori apparentemente più opposti, e che l'analisi chimica può invece -restituire alla loro semplicità e conformità elementare. Il colore -argentino delle acque (_çvetî_ o _bianca_ è il nome vedico dato ad -una riviera) si trasformò più spesso in colore scuro; assimilato -il cielo ad un fiume, ad un oceano, quelle acque ora apparvero -azzurre, verdastre, scure, ora argentee; perciò, ripeto, possiamo -trovare strettamente congiunti fra loro Kr'ishna, _il nereggiante_ (e -ancora _l'azzurreggiante_ e forse pure _il rosseggiante_) e Arg'una, -_l'albeggiante_, che si loda particolarmente pel suo piè veloce, per -la sua agilità, prontezza, sollecitudine, come l'alba è la prima ad -apparire il mattino nel cielo orientale. Anzi Kr'ishna ed Arg'una sono -così vicini, che nel quarto libro del _Mahâbhârata_ Arg'una appare col -nome di _Kr'ishna_; e il duale _Kr'ishnâu_, rappresentandoci _Kr'ishna_ -ed _Arg'una_, ci lascia pensare ch'essi siano una nuova forma epica -dei due fratelli Açvin, l'uno de' quali è in particolare relazione -colla luna, l'altro col sole; l'uno col giorno, l'altro colla notte. -Arg'una compagno di Kr'ishna, e Arg'una figlio d'Indra, e simile ad -Indra, ci presentano poi come affini Indra e Kr'ishna, quasi due forme -germane d'uno stesso Dio. Ma, come nella leggenda de' due fratelli, -l'un fratello, per gelosia, si rivolge contro l'altro, onde nasce fra -loro odio mortale e guerra infinita; così, mentre, negli Inni vedici, -vediamo Indra che combatte e vince i _Kr'ishnâs_ o _neri_, ed il -mostro nero, più tardi _Kr'ishna_, diviene Dio esso stesso pastorale e -guerriero, s'identifica con Vishnu, combatte contro un Indra decaduto -e quasi demoniaco, e lo vince. Le parti de' due fratelli, de' due -compagni, de' due rivali si scambiano: Kr'ishna diviene luminoso; -Indra tenebroso. Nel quinto libro del _Mahâbhârata_ si tenta di dare -una spiegazione del nome di _Kr'ishna_, e non se ne trova altra dal -brâhmano etimologo intento a predicare penitenza, se non questa: -_Kr'ishi_ vale «terra,» _na_ «non;» _la non terra_, _la rinuncia alla -terra_, e ai beni mondani. La ridicolezza di una simile etimologia è -troppo evidente per sè, perchè sia ancora necessario insistervi. Lo -stesso _Mahâbhârata_, nel suo primo libro, ha un'altra etimologia non -più seria, ma certamente più interessante. Identificato _Kr'ishna_ con -_Hari_, _il biondo_, _l'aureo_ Vishnu, si racconta che Hari si levò due -capelli, l'uno bianco, l'altro nero (_keçau_, Harir _udvavarha çuklam -ekam aparam c'âpi kr'ishnam_); i due capelli penetrarono nel corpo -di due donne, Devakî e Rohinî. Il capello bianco generò Baladeva; il -capello (_keça_) nero diventò Keçava, che è un appellativo di Kr'ishna. -Ma _Keçava_ vale propriamente _il capelluto_, _il chiomato_, onde -Kr'ishna appare anch'esso come una figura solare, ossia di crestato, di -Cristo; ed è assai probabile che a questo scambio abbia contribuito la -conoscenza del Cristo ellenico, con cui la vita del Kr'ishna brâhmanico -presenta curiose analogie. Ma io non posso discostarmi dall'opinione -che da gran tempo ha manifestato il professor Weber, il quale attribuì -alla conoscenza del Cristianesimo lo svolgimento nell'India brâhmanica -di una gran parte del mito di Kr'ishna, il quale nel periodo vedico -appare invece intieramente insignificante, anzi un mito vedico intorno -a Kr'ishna propriamente non esiste; Kr'ishna come Arg'una appare più -tosto un attributo, una forma d'Indra, che un demonio ben definito; -i _Kr'ishnâs_ o _neri Demonii_ sconfitti da Indra sono semplici -appellativi dei nemici celesti in genere. Lo stesso scetticismo che -mostrano, presso il _Mahâbhârata_, i Kuruidi intorno alla divinità di -Kr'ishna, possono avvertirci come una parte di questa figura dovea -essere fittizia e di recente e ancora screditata genesi, formata -sopra frammenti antichi molto scarsi e insufficienti, completati -perciò con invenzioni scolastiche, e con probabili nozioni tolte dal -Cristianesimo, sia detto con buona pace del credulo sognatore signor -Jacolliot. - -Ma, se gl'Inni vedici non ci permettono di argomentare una figura -di demonio ben delineata e costante, non si vuol credere ch'essi -non rechino numerosi indizii d'una credenza in esseri mostruosi, -soprannaturali, malefici. Solamente, per essere appunto concepiti -come mostri informi o difformi, la loro forma sfugge e mal si può -definire. La stessa parola _rakshas_, con la quale è chiamato il mostro -vedico, non sembra ancora spiegata in modo definitivo. La etimologia -proposta dal _Dizionario Petropolitano_ non m'assicura; essa suppone -una radice _raksh_, che interpreta _offendere_, sopra un solo esempio -dell'_Atharvaveda_ (_ma no rakshîrdakshinâm niyamânâm_); ma niente ci -vieterebbe di interpretare qui _raksh_ per _trattenere_, _impedire_. - -Il guardiano e il trattenitore o stringitore parrebbero confondersi; il -_rakshas_ sarebbe un _rapitore_, un _arpagone_, un _mostro arpia_, che, -dopo aver rapito come _ladro_ o _pâni_, trattiene, non lascia sfuggire; -la sua forma corporea è mobile, come mobile è il vedico _yaksham_ o -_spirito_ che si agita, in cui, come nelle larve, passano le anime de' -morti escluse dal regno dei beati, e il vedico _yâtudhâna_, il quale ha -la facoltà di penetrare in tutti i corpi, e di possederli. - -Il _rakshas_ vedico viene specialmente a disturbare i sacrificii -domestici, a spegnere il fuoco, non dissimile, per sua natura, dallo -spirito folletto delle nostre credenze popolari; e ogni forma mostruosa -che spaventi, assume forma e nome di _rakshas_. L'ufficio di uccidere -il _rakshas_ o i _Rakshasi_ appartiene, negli Inni vedici, specialmente -ad Indra, ad Agni, agli Açvin ed all'Aurora, come quelli che dissipano -la tenebra notturna, e per Indra poi, oltre la tenebra notturna, il -mostro che sta chiuso nella nuvola. - -Oltre i nomi generici di demonii da noi fin qui esaminati, il _Rigveda_ -ci mostra poi, in opposizione particolarmente ad Indra, alcuni demonii -di forma speciale, i più formidabili de' quali sono Vr'itra, _il -copritore_ o _trattenitore_, ed Ahi, _il serpente_; seguono Namuc'i, -Çambara, Râuhin, Varc'in, Pipru, Urana, Çushna, Kuyava, ec. _Vr'itra, -il copritore_, offre alcuna analogia col _Kr'ishna, lo scuro, il nero_; -come Kr'ishna s'identifica con Hari, _il biondo_, così nel _Çatapatha -Brâhmana_ Vr'itra viene identificato con la Luna (_Hari_); come per la -uccisione di Vr'itra figlio di Brâhmano, e però Brâhmano esso stesso, -Indra viene perseguitato e precipitato, così il devoto, il pio Kr'ishna -finisce per trionfare d'Indra suo rivale. Il mito vedico di Indra -e Vr'itra servì di probabile fondamento ad una parte della leggenda -brâhmanica di Kr'ishna. Indra azzurro, Indra pavone, Indra _çiprin_, -Indra col _pennacchio_ cede il campo a Kr'ishna Keçava, al nero od -azzurro chiomato. - -Così, invece di una forma distinta demoniaca, abbiamo qui due forme -divine analoghe, le quali diventano forme rivali; l'una succede -all'altra, e la forma vinta, decaduta, abbandonata, appare forma -demoniaca: nel _Rigveda_ il Demonio si chiamava _nero_ o _Kr'ishna_, -_copritore_ o _Vr'itra_; nelle leggende puraniche dell'India -brâhmanica, Indra subisce tutte le conseguenze della sua parte di -vinto. E, nello stesso _Râmâyana_, il cui eroe, com'è noto, muove -alla distruzione dei Rakshasi, nell'ultimo libro, pare, nella massima -parte, inteso a magnificare la grandezza, la potenza, la virtù, la -religiosità dei Rakshasi, singolarmente privilegiati dal Dio Brahman. -Mettiamo pure che, a rovesciare così le basi dell'Olimpo vedico nel -periodo brâhmanico, abbiano potuto valere, in gran parte, le ragioni -di casta, le quali, dopo aver messo in seconda linea Indra il Dio de' -guerrieri, per inalzare Brahman alla prima potenza, doveano pur porre -qualche cura ad accrescere la dignità dei nemici d'Indra, e, come oggi -si dice, a riabilitarli; ma, se ciò fu possibile, bisogna pur dire che -nello stesso Olimpo vedico le figure demoniache come le divine fossero -trovate, per la loro mobilità, capaci di alterarsi ancora e di subire -nuove fantastiche trasformazioni non più per opera fatale del popolo, -ma per la rettorica astuta dei teologi brâhmani. - - - - -LETTURA QUATTORDICESIMA. - -PRAG'ÂPATI E PURUSHA. - - -Noi assistemmo fin qui alla rappresentazione vedica di esseri mitici, -la natura fisica de' quali si lasciò sempre rintracciare. Ma gl'Inni -vedici di più recente composizione ci presentano pure alcuni numi -metafisici, sopra i quali essenzialmente si basò poi la teologia -brâhmanica, e per i quali soltanto i Vedi furono dai sacerdoti indiani -santificati e raccomandati come autorità suprema. Già commenti e -trattati vedici, quali il _Brâhmana_, e la _Upanishad_, più che ai -numi idillici ed eroici, quali sarebbero l'Aurora, gli Açvin, Indra ed -i Marutas, rivolsero una speciale attenzione ai numi vedici di ultima -formazione, alcuni de' quali furono anzi immaginati pel solo commento; -onde non siamo liberi da ogni sospetto che una parte degl'Inni del -_Rigveda_, specialmente dei filosofici, teologici, rituali, compresi -negli ultimi libri, sia stata contemporanea ai commentarii, ossia -non risalga molto più in là del quarto o quinto secolo innanzi l'êra -volgare. È noto[73] come il _Çatapatha Brâhmana_ abbia foggiato una -nuova forma del Dio Prag'âpati, scambiando, o per ignoranza, o per -mala fede sacerdotale, con un divino appellativo _Ka_ l'interrogativo -_Ka_, con cui nel ritornello dell'inno cosmogonico 121º del decimo -libro del _Rigveda_ il devoto si domanda a qual Dio creatore si debba -sacrificare; questo preteso Dio _Ka_ venne poi ancora identificato -con Kaçyapa, con Brahman, con Vishnu, con Yama, con Kâma, col Vento, -col Fuoco! L'inno vedico dice semplicemente: _a qual Dio dobbiamo noi -sacrificare?_ (KASMAI _devâya havishâ vidhema;_) l'antico commentatore -vedico interpretò: al Dio _Ka_ noi dobbiamo sacrificare. - -Ma, se questo _Ka_ è un nume intieramente fittizio, e di cui non si -può tener conto se non per avvertire di che sorta di mostruosità può, -consapevole od inconsapevole, farsi gravida la teologia, non è dubbio -che gl'Indiani si posero, innanzi di conoscere la filosofia greca, la -questione delle origini del mondo, e si domandarono quale fosse stato -il creatore; il problema posto implicava la necessità di ammettere la -esistenza di un Dio creatore; ed, ammessa questa ipotesi, ne veniva -naturale il tentativo d'immaginare in qualche modo questo creatore -universale, questo _Prag'âpati_ o _signore della generazione_. Ma -ognuno di voi comprende come qui l'osservazione de' fenomeni naturali -deve avere una parte infima, e che il Dio dev'essere dalla sola -immaginazione creato _ex nihilo_; arduo cómpito, e disperato. I poeti -metafisici dell'ultimo periodo vedico e i loro immediati commentatori -tormentarono singolarmente il loro ingegno, per ricercare il primo -perchè delle cose; ma è evidente che il Dio venuto fuori da quella -indagine spirituale non debba aver quasi più nulla di comune con la -mitologia propriamente detta, ed entri invece più tosto nel dominio -della filosofia e della religione. Che anco i commentarii vedici -considerassero come un Dio di formazione recente il creatore Prag'âpati -(Prag'âpati come Dio distinto appare soltanto nel decimo libro del -_Rigveda_, ove furono accolti, per la massima parte, gl'inni più -recenti), si può ricavare da una notizia del _Çatapatha Brâhmana_, ove, -nominatisi i trentatrè Dei vedici, si aggiunge come trentesimoquarto -Prag'âpati; sebbene da altri passi dal _Çatapatha Brâhmana_ Prag'âpati -appaia creatore degli Dei, non esclusi i principalissimi Indra, Agni, -Soma, ec., e quello che assicurò agli Dei la immortalità, per mezzo de' -sacrificii che vengono loro offerti. Gli antichi Inni vedici ci offrono -già un sole _Savitar_, e abbiamo già detto che la voce _savitar_ -vale _il generatore_, come _g'anakas_, uno degli appellativi solari; -gli antichi poeti vedici adorarono dunque ancor essi il loro Dio -_creatore_, ma questo _creatore_ era per essi semplicemente il sole, -che ridesta alla vita erbe ed animali, che porta la vita nel mondo. -Ma gli antichi poeti vedici non erano metafisici; nel sole creatore -vedevano e ammiravano il generatore della vita ad essi presente; ma -essi non staccavano ancora dal sole la persona di un sole creatore -universale del cosmo. Se anche Savitar mena seco i Devâs, noi sappiamo -già qual valore originario avesse per gli antichi poeti vedici la -parola _deva_; che essa, cioè, esprimeva il luminoso celeste; niente -quindi di più naturale che il concepire gli Dei uscenti fuori col -sole. Ma da questa espressione poetica al concetto cosmogonico del -_Prag'âpati_ e poi tanto più del creatore Brahman corsero parecchi -secoli; e la loro distanza o differenza perciò è immensa. - -Il sole _Savitar_ è chiamato negli Inni vedici anche esso _Prag'âpati_, -ch'è il perfetto suo equivalente; _Savitar prag'âpati_ vai quanto -_il generatore signore della generazione_; ma qui _prag'âpati_ è un -semplice appellativo ed attributo solare, non è ancora una persona -divina, astratta dal sole. Nel _Taittiriya Brâhmana_ l'antica -espressione vedica è già frantesa; e, per spiegare il sole generatore, -ossia _il generatore signore della generazione, Savitar prag'âpati_, -si crea una leggenda, si suppone esistente come essere supremo il Dio -creatore, il Dio Prag'âpati, e si narra che questo Dio si personificò -in Savitar, per creare tutte le creature. Con questi equivoci, de' -quali, al solito, un po' di mala fede e un poco d'ignoranza fanno le -spese, si diminuisce il valore mitico del vedico Savitar e s'accresce -la dignità del nuovo venuto Dio supremo brâhmanico, del sommo -Prag'âpati, il quale come fa dimenticare il sole, così fa dimenticare -il fabbro divino vedico, l'artefice che compone tutte le forme nel -cielo mitico, Tvashtar Viçvakarman e Viçvarûpa. Ma Tvashtar era persona -mitica rispondente a fenomeni fisici; Prag'âpati invece vuol essere -uno spirito dell'alto cielo, il genio Dyu[74] creatore, inspiratore -supremo dei Veda, quantunque molte delle leggende che si riferiscono -ad esso lo dimostrino spesso compiaciuto in godimenti assai materiali. -Ma accanto ad esse se ne trovano altre, le quali ci offrono un curioso -riscontro col dogma cristiano del Dio che per bene degli uomini si -sacrifica, sacrificio di cui la Messa è un simbolo quotidiano. Io ho -già avvertito come nel cielo mitico stesso il Dio solare si sacrifichi, -giornalmente e annualmente pel bene degli uomini; ma, come son nati -Dei astratti o metafisici, sopra Dei concreti o fisici, così il mito -del sacrificio solare passò nel dogma di Prag'âpati, del quale nel -_Çatapatha Brâhmana_ si narra: «Prag'âpati diede sè stesso agli Dei, e -divenne la loro vittima sacrificale (_yag'n'as_), poichè il sacrificio -è il cibo degli Dei. Egli, dando sè stesso agli Dei, creò il sacrificio -a sembianza di sè medesimo; perciò dissero: Prag'âpati è il sacrificio, -poichè lo creò a sua similitudine.» Qual meraviglia che, con simili -precedenti mitici, e poi teologici, siansi quindi nell'India svolte -numerose leggende di carattere buddhistico, nelle quali vediamo Dei -e penitenti sacrificarsi intieramente, per arrivare alla suprema -beatitudine, ossia per identificarsi con Prag'âpati? chè, al pari -del Dio Prag'âpati (secondo la nozione del _Çatapatha Brâhmana_), _il -sacrificio è l'anima di tutte le cose e di tutti gli Dei_ (_sarveshâm -vai esha bhûtânâm sarveshâm devânâm âtmâ yad yag'n'ah_). - -Ma, più che quello di sacrificarsi, ossia di spirare per mezzo del -proprio sacrificio, o della penitenza, come Brahman,[75] la vita -nell'universo, l'ufficio proprio e costante di Prag'âpati è quello -di creare, dando forma e qualità alle cose _g'anma_ (o _rûpam_) e -(_g'_)_nâma_, generazione e nome, di creare il genere e la specie, -l'universo, ch'ei pone sopra l'enorme _Skambha_ (una forma di -Brahman con ufficio di Atlante) tutte le creature, ed, in proprio, -trentatrè figlie che sono forse i trentatrè mondi ch'egli suscita -dall'oblazione di riso bollito, presso l'_Atharvaveda_. Una sola -creatura è eccettuata, nata da un appellativo forse più recente di -quello di Prag'âpati; quest'unica creatura, presso il _Çatapatha -Brâhmana_, appare Brahman. Come vedemmo il 34º Dio, ossia l'ultimo, -Prag'âpati sovrapporsi agli Dei a motivo dei suo nome, come creatore -universale; così Brahman, che succede a Prag'âpati come Dio supremo -e supremo creatore, non appare già figlio di Prag'âpati, ma, a -motivo del suo comodo appellativo di _Svayambhû_ o _esistente_ per -sè, suo padre immediato, ad esempio di Prag'âpati, appare qual padre -immediato di _Tura Kâvasheya_ (_Tura_ è un appellativo dato spesso -ad _Indra_ e ai _Marutas_: vale _il forte_; ed io sospetto che possa -essere un equivalente dell'alito, o vento primigenio, il _prâna_, -che trovasi pure identificato con Parg'anya, il Dio della tempesta, -nella quale soffiano i potenti _Marutas; Kâvasheya_ proviene da -_kavasha, tonante_; onde la prima creazione di Prag'âpati sarebbe -stata il vento tonante; presso l'_Atharvaveda_, Prag'âpati trovasi -identificato col _prâna_). Tuttavia, nel _Yag'urveda bianco_, lo -stesso Prag'âpati, al pari di Brahman, è ricordato come increato -(_ag'ayâmâna_), che, recipiente d'ogni cosa, fornito di vulva, si crea -in più forme (_bahudhâ vig'âyate_); ma, non potendosi concepire l'idea -dell'eternità del Dio creatore, si ammise pure il _Tempo_ o _Kâlas_ -(che ci richiama all'ellenico _Kronos_), come un Dio, e si rappresentò, -presso l'_Atharvaveda_, Prag'âpati come figlio di Kâla, ossia del -Tempo immortale, motore del passato e del futuro. Ma l'espressione del -tempo padre di Prag'âpati equivale a quest'altra: _il tempo generò le -creature_; nel vero, queste due espressioni equivalenti si trovano -riunite nell'inno dell'_Atharvaveda_ che celebra Kâla od il Tempo -(_Kâlah prag'âh asr'ig'ata; Kâlo' gre Prag'âpatim_). L'inno aggiunge, -identificando perciò Prag'âpati con Kaçyapa e con la penitenza: Dal -tempo si generò _Kaçyapa_, «l'esistente per sè» (_Svayambhû_, come -Brahman), dal tempo la penitenza (_tapah_, propriamente _il calore_). -Vedemmo poco sopra associarsi, identificarsi Prag'âpati, ossia il Dio -creatore con Prâna e con Tura Kâvasheya, ossia, come interpretammo, -col vento tonante; invece di questo vento che sona, trovasi, pure -congiunto con Prag'âpati, il divino _flatus oris_, «la voce, la sacra -parola, la _Vâc'_;» perciò si narra nel _Kâthaka _del _Yag'urveda_:[76] -«Prag'âpati era questo mondo; seconda a lui seguì la parola (la _vâc'_, -«il verbo»); egli s'accoppiò ad essa; essa s'ingravidò; si allontanò -da lui; e produsse queste creature; quindi rientrò in Prag'âpati.» -Quest'ultimo particolare combina con la nozione del _Pan'c'avinça -Brâhmana_, che fa uscire la parola da Prag'âpati: «Il solo Prag'âpati -era questo mondo; egli aveva in proprio la parola; essa era a lui -seconda; egli pensò: voglio lasciar andare questa _Vac'_; essa vuol -distinguere tutto questo universo; e lasciò uscire la _Vac'_; essa andò -distinguendo questo universo.» Il mondo biblico si crea in sei giorni, -nel settimo il creatore si riposa, ossia cessa; Prag'âpati impiega -mille anni solo per far penitenza, prima della creazione. Secondo -il _Çatapatha Brâhmana_, esso aveva occhi, orecchi, bocca, poichè -dall'occhio crea il cavallo, dall'alito la vacca, dall'orecchio la -pecora, dalla voce la capra;[77] l'uomo lo crea dal _manas_ o _animo_, -che contiene in sè tutti gli aliti vitali (_mano vai sarve prânâh_); -ma la forma di Prag'âpati non è immortale; essa si può distruggere; il -solo che non muoia è il suo alito, il suo spirito. Così nella _Maitrî -Upanishad_, si dice che «in Brahman coesistono due forme, la corporea e -la incorporea; la corporea è fallace (_asatyam_), la incorporea salda -(o sincera, _satyam_).»[78] Così ancora avviene che, dopo aver creato -il mondo, Prag'âpati possa, presso il _Çatapatha Brâhmana_, farsene -il sostentatore, ossia alimentarne la vita (_Prag'âpatir vai bharatah -sa hi idam sarvam bibharti_). Quindi finalmente comprendiamo come, -nella leggenda dello stesso _Brâhmana_, quando gli Dei abbandonano -Prag'âpati divenuto debole e piangente, rimanga solo fedele presso -di lui a consolarlo, a raccoglierne le lacrime, il Dio _Manyu_, il -sentimento, e in ispecie, un sentimento violento, il quale degenera -poi in violenza aperta, in collera furente. Il pio _Manyu_, sopra il -quale cadono le lacrime di Prag'âpati derelitto, diviene Rudra, il -terribile Rudra, una forma del Çiva distruggitore. Ed ecco come sulla -persona divina di Prag'âpati, parecchi secoli innanzi al Cristianesimo, -dal Dio creatore che fa penitenza, si sacrifica e crea, si svolge -inconsciamente e non ancora teologicamente una Trimûrtti; Prag'âpati -è egli stesso creatore, e poi _bharata_ o _bhartar_ o _sostentatore_, -e genera con le sue lacrime Rudra o Çiva distruggitore. Egli è -evidentemente uno e trino come il Dio cristiano. La conoscenza poi -della Trinità cristiana potè accrescere favore nell'India al concetto -della _Trimûrtti_; ma, se esso potè trovare nei tempi moderni così -largo svolgimento, e tanto credito, e se i Missionarii cattolici non -trovarono gran difficoltà a provare agl'Indiani che le due trinità si -somigliavano, nella speranza di far quindi prevalere la superiorità -della dottrina cristiana, convien dire che esistesse una base fisica -del dogma, la quale ci sembra potersi rintracciare nella figura del -_misterioso_[79] Dio Prag'âpati increato, che col Verbo crea; che, -col sacrificio di sè stesso, salva le altre creature; che, dopo avere -creato, conserva il mondo, e che si prepara, unito col fuoco, ossia con -Agni, Çiva, Rudra distruggitore, a consumarlo. Come creatore, per virtù -del sacro Verbo primogenito, del triplice Veda (considerandosi dai -devoti il quarto Veda come apocrifo), secondo la leggenda cosmogonica -del _Çatapatha Brâhmana, Prag'âpati_ potè poi anche più facilmente -fornire gli elementi per costituire il Dio trino ed uno. Ritorna poi, -nella leggenda cosmogonica del _Çatapatha_, ove compare Prag'âpati, una -nozione che ci richiama al pesce fallico, primo generatore, che dicemmo -essere pure penetrata nella cosmogonia biblica e cristiana. Secondo la -leggenda (che incomincia con le parole: Da principio questo mondo non -era esistente: «_Asad vai idam agre âsît;_» ma vi erano sette spiriti, -aliti o venti «_prânâh;_» [lo spirito di mezzo si chiama Indra: «_sa yo -'yam madhye prânah esha evendrah;_» altra analogia che conferma in modo -evidente la etimologia da me proposta per la parola _Indra-antara_]), i -sette spiriti, i sette maschi, per riuscire più potenti si riuniscono -per formare un solo gran maschio, un solo _purusha_, quattro di essi -formano il gran _purusha_, che sarà Prag'âpati, l'_âtman_, ossia qui la -parte sostanziale, il nerbo, l'anima del _phallos_, e gli altri tre le -due alette (qui, come sembra probabile, i due testicoli, quasi la parte -piumata, pennuta, alata del _phallos_) e la coda (la coda del purusha -non può essere altro che il _phallos_ stesso; ho già avvertito come il -pesce, primo degli animali apparsi nel cosmos involto dalle acque ed il -_phallos_ cosmogonico siansi identificati; e dopo il _phallos_ vedremo -sorgere l'_uovo_, nuotante nelle acque). Nato il gran _purusha_, questo -gran maschio desidera di diventar _Prag'âpati_, ossia di moltiplicarsi: -come i Principi delle leggende epiche, quando vogliono aver figli, -vivono per lungo tempo nell'astinenza, come Manu, dopo il diluvio, per -ripopolare il mondo, fa grande penitenza; così Prag'âpati, volendo -creare, fa grande penitenza (_tapo 'tapyata_), e, come frutto di -tale penitenza, acquista la triplice scienza, che inspirerà poi i tre -Vedi; allora ei fa uscire dallo spazio le acque e la parola; la parola -s'aggiunse a lui; essa creò questo universo; Prag'âpati desiderò essere -riprodotto per mezzo delle acque; ed entrò con la triplice _Vidyâ_ -(_la scienza_, quella che trova, quella che vede, quella che conosce; -qui parrebbe l'arte di trovare, di scoprire, di vedere); e venne fuori -un uovo; egli lo toccò, e ne fece nascere _brahman_, la preghiera, -l'essenza della triplice scienza, l'essenza dei Vedi. - -È evidente che una simile mostruosa leggenda consta di elementi di -natura assai diversa, cioè di nozioni cosmogoniche mitiche e di -sillogismi teologici, con l'intento d'inalzare a suprema dignità -il Brâhmanesimo. Ma ciò che per noi importa qui aver dimostrato, è -la forma primitiva del così detto Dio creatore, la quale non potè -da prima essere concepita se non in un modo fisico e materiale, -che ravvicina _Prag'âpati_ all'appellativo del sole generatore del -_Rigveda_, malgrado le aggiunte teologiche che convertono il primo -creatore _ardente_ e _luminoso_ in un primo _penitente_ e _parlante_, -ed al vento o _prâna_ primigenio. Così, nella leggenda dello stesso -_Çatapatha_, ove si descrivono gli amori incestuosi di Prag'âpati con -sua figlia, sebbene l'Autore del _Brâhmana_ tenti distruggere tutto -l'orrore del delitto con una sola finale confessione: «_Prag'âpati_ è -questo sacrificio,» è evidente che si tratta ancora di un Dio solare, -e, in ogni modo, celeste, poichè lo stesso narratore della leggenda, -nel dirci che Prag'âpati ama sua figlia, si mostra incerto nel definire -se questa figlia, che gli Dei chiamano loro sorella, sia l'aurora od il -cielo. - -La interpretazione mitica del sole padre che si unisce con la figlia -aurora, non offende punto la morale; poteva offenderla invece l'Autore -della leggenda e più il suo malizioso commentatore indiano, mostrando -l'Olimpo pieno di scandalo per tale delitto, e Rudra, per incarico -degli Dei, intento a ferire Prag'âpati (probabilmente negli organi -della generazione), così che il suo seme cadesse a terra per metà, in -conformità del terribile precetto derivato da un inno del _Rigveda_, e -che getterebbe una luce sinistra sopra una parte della vita patriarcale -indiana (non troppo dissimile da quella biblica, che ci rappresenta -gli amori di Loth con le sue figlie); ma l'inno diceva semplicemente: -«Quando il padre s'uni con la propria figlia, il seme di lui cadde -sopra la terra» (_Pitâ yat svâm duhitaram adhishkan kshmayâ retah -san'g'agmâno nishin'c'ad_). Nel mito questo accoppiamento è poetico, -poichè il seme che cade dal cielo sopra la terra è la rugiada o la -pioggia; unendosi il sole con l'aurora, con la figlia del cielo, oppure -con la nuvola pluvia, il seme del sole padre dell'aurora o del signore -del cielo cade, in forma di rugiada o di pioggia, sopra la terra; ma, -volendo pigliare alla lettera i miti e cavarne dogmi religiosi, si -corre rischio di dare alla religione una morale scellerata. L'inno -vedico (_Rigveda_, X, 61), quantunque non puro, nel suo linguaggio -allegorico, si può spiegare tutto miticamente; l'interpretazione -scorretta che si dà invece ad essa nel _Çatapatha_ è mostruosa, poichè -si converte un precedente mitico in una specie di diritto e di dovere -nella regola della vita, facendosi del passato allegorico un presente -reale. - -Ma, tornando alla cosmogonia vedica, per quanto sia diverso il modo, -con cui ci rappresenta l'ordine della creazione, ciò che v'ha di certo -è che le acque ed il vento si considerarono come primi elementi, -e che il primo creatore o Prag'âpati fu un maschio o _purusha_, il -quale, dopo aver parlato, come il Jehovah biblico, dopo avere detto -il _fiat_, creò.[80] Anzi è singolarissimo il trovare nel _Çatapatha -Brâhmana_, ossia in un monumento letterario che risale oltre il quarto -secolo innanzi l'êra volgare, come prima parola detta da Prag'âpati, -desideroso di parlare per creare, la voce _bhûs_ che tradurremmo per -_fias_, e che, significando pure _terra_, fu cagione perchè, appena -detta quella parola, la terra fosse creata: la seconda parola detta -da Prag'âpati fu _bhuvas_, che vale ancora _fias_, ma significa -pure _firmamento_; perciò, detta quella parola, nacque tosto il -firmamento: nella terza parola non vi è più lo stesso equivoco, ma non -è impossibile che qui siasi alterato il passo e che, invece di _svar_, -vi s'abbia a leggere vedicamente _asas_ (_asa iti_), che avrebbe ancora -lo stesso valore di _fias_ e che ritornerebbe nell'_asau_ (_dyaur_) -che segue. Ma il primo esempio, in ogni modo, basta per mostrarci la -singolare analogia che presentano fra loro la leggenda cosmogonica -indiana e la biblica, anco ne' più minuti e caratteristici particolari. -È indiana, invece, esclusivamente indiana, la rappresentazione del -_Çatapatha_ di Prag'âpati in forma di testuggine, animale che nella -mia _Mitologia zoologica_[81] ho già tentato di mostrare[82] come -trovisi strettamente congiunto col _phallos_ cosmogonico. Prag'âpati -che diviene sostenitore del mondo, che, appena creato, domanda un -punto d'appoggio nelle acque, che appoggia poi l'universo sopra -Skambha, Prag'âpati che s'identifica con Kaçyapa, e, per esso, -con la testuggine, prepara gli elementi della leggenda cosmogonica -posteriore, nella quale i Devi e gli Asuri si accingono a creare il -mondo, a produrre l'_ambrosia_ o agitando l'oceano con un monte o -enorme bastone, sostenuto in fondo alle acque da una testuggine. Nella -mitologia brâhmanica la testuggine è un'incarnazione di Vishnu; ma noi -abbiamo già indicato come nel Prag'âpati si contengano in germe le tre -persone di una Trinità indiana. Viceversa, nella _Mundaka Upanishad_, -la qualità di conservatore del mondo (_bhuvanasya goptâ_) viene assunta -da Brahman, e, nello stesso _Çatapatha_, Nârâyana, ch'è poi uno de' -nomi principali di Vishnu, appare come _Purusha_, ossia assume la -qualità principale di _Prag'âpati_ (col quale appare pure in contrasto) -e del _Brahman_ creatore. E, come vedemmo al sole vedico attribuirsi -la qualità di Prag'âpati, e poi questa qualità staccarsi, astrarsi -in una persona divina distinta, intorno alla quale si aggrupparono le -varie leggende cosmogoniche esistenti e alcuni nuovi dogmi teologici; -così la qualità essenziale di Prag'âpati, ossia il _Purusha, il maschio -universale_, trovasi già nello stesso _Rigveda_, e specialmente in un -inno panteistico del decimo libro (intitolato da esso, _Purusha Sûkta_, -ossia _inno di Purusha_), distinta da Prag'âpati, col quale lo troviamo -così spesso identificato. Questo _Purusha_ riceve già una parte di -quel carattere mostruoso e gigantesco che distingue i concepimenti -brâhmanici, e, secondo ogni probabilità, non è nato in riva all'Indo, -ma nell'India gangetica; difatto vi si fa già una menzione evidente -delle quattro caste: esso ha mille teste, mille occhi, mille piedi; -avvolge d'ogni parte la terra; egli è tutto, il passato ed il futuro; -egli è l'eterno alimentatore. Il creato che esiste è solamente una -piccola parte di lui; il sacrificio che gli Dei fecero a lui durò -un anno; il burro liquefatto era la stessa primavera; l'estate il -combustibile, la libazione il pluvio autunno; dalla sua bocca uscì -il Brâhmano, dalle braccia il guerriero (_râg'anya_), dalle coscie -l'agricoltore (_vaiçya_), dai piedi il servo artigiano (_çudra_), dalla -sua anima (_manas_) la luna, dal suo occhio il sole, dalla sua bocca -Indra ed Agni, dal suo alito il vento, dal suo umbilico l'atmosfera, -dalla sua testa il cielo, da' suoi piedi la terra, da' suoi orecchi -le quattro parti dell'orizzonte. Ma il fine dell'inno ci tradisce la -intenzione tutta brâhmanica del poeta, e ci mostra come, staccandosi -da Prag'âpati, di cui non parea abbastanza determinata la santità, -il _Purusha_ sia passato in Brahman. I Brâhmani non fanno altro che -raccomandar la preghiera (_brahma_) accompagnata da sacrificii con -oblazioni; per offrirne un esempio, l'inno termina identificando -il _Purusha_ col sacrificio, col Dio che si offre come vittima in -sacrificio a quegli stessi Dei che sacrificano a lui. Il maschio -universale così purificato, e inalzato in una regione più spirituale, -s'identifica con Brahman, che dovrà quindi riuscire il sommo nume non -tanto dell'Olimpo indiano, quanto della fede brâhmanica. Il _Purusha_ -panteistico si sacrifica disperdendosi, emanando nell'universo, -come fa per l'appunto Brahman, il Brahman che, nel _Purusha Sûkta_ -dell'_Atharvaveda_, appare creatore del _Purusha_. - - - - -LETTURA QUINDICESIMA. - -BRAHMAN, SKAMBHA, BR'IHASPATI E BRAHMANASPATI. - - -Sebbene talora il supremo potere, nella triade indiana, secondo le -preoccupazioni settarie, sia occupato da Vishnu (chiamato perciò nel -vishnuitico _Mahâbhârata_ un Brahman superiore), e alcuna volta anche -da Çiva, il Dio Brahman è il più universalmente venerato come principe -della indiana _Trimûrtti, qual Dio_ essenzialmente creatore, quale -_Prag'âpati_, uscito ancor esso dall'uovo cosmico, chiamato perciò -spesso _uovo di Brahman (Brahmânda)_. - -Vediamo pertanto come questa fortuna mitologica di Brahman si venga -svolgendo ne' Vedi. - -Una delle qualità essenziali dell'antico Dio vedico, del primevo Indra, -è quella di estendere, di allargare il cielo; il vasto cielo si suppone -disteso da un Dio che lo governa. La _Pr'ithivî_ o _larga_ è la forma -femminina di questo estenditore del cielo; la _Pr'ithivî_ si confonde -con la _Sarasvatî_, e la _Sarasvatî_ s'identifica con la _vac'_, -dapprima _la parola_, e poi _la sacra parola_. La parola _brahman_ ha -seguito vicende analoghe a quelle della voce _pr'ithivî_. La parola -risale ad una radice _barh_, che vale _accrescere, estendere_; perciò -essa espresse ad un tempo, come mascolino, il Dio creatore, il Dio -accrescitore, e poi l'accrescitore per mezzo della _preghiera_, della -_parola sacra_, ch'è il significato principale del neutro _brahman_. -Un Dio che si fonda sopra un neutro, ed anzi che con questo neutro -si confonde, poichè il Brahman essere supremo e il Brahman Dio -supremo riescono al medesimo, può avere una persona poco spiccata e -vivace, ed è condannato a rimanere un'astrazione immobile. Chè, se -anche col nome di Brahman si congiunge un gran numero di leggende, -o queste leggende sentono lo sforzo di una composizione scolastica, -o pure non appartengono in proprio a Brahman e gli furono attribuite -capricciosamente, modificandone, con lievi tocchi, il contenuto e la -forma. E questa è pure la ragione, per cui, sebbene nella gerarchia -teologica della religione brâhmanica il Dio Brahman occupi il grado -supremo, non abbia nell'India idolatri settarii quanti ne ottennero -Vishnu e Çiva; a quel modo stesso con cui, nel Cristianesimo, il -Figliuolo e lo Spirito preoccupano essi soli tutto il culto, e al -Padre Eterno non è consacrato neppure un giorno del calendario festivo. -L'immaterialità, l'idealità di Brahman sfugge all'idolatria; Brahman il -Dio della preghiera che accresce, della devozione che porta felicità, -è egli stesso il mezzo più che l'oggetto della purificazione. Senza di -esso nessun'opera umana o divina può avere efficacia: chi s'assorbe -nella preghiera, s'assorbe in Brahman; chi è assorto nella devozione -brâhmanica, rinuncia ai piaceri sensuali, ai beni della terra, e si -mostra liberale de' suoi doni ai diretti interpreti del sommo Brahman, -ai Brâhmani, con l'aiuto de' quali si può conseguire ogni beatitudine. -Brahman ch'è detto nel _Taittiriya Brâhmana_ essere, per sua natura, un -Brâhmano, è naturalmente il Dio particolare de' Brâhmani, come Vishnu -quello de' guerrieri, e Çiva delle caste inferiori, sebbene Vishnu e -Çiva appaiano anch'essi molto onorati dai Brâhmani. Ma i Brâhmani fanno -sacrificii solenni e dispendiosi, per conto altrui; a Brahman essi -sacrificano con l'esercizio della penitenza e con la preghiera; ossia -la preghiera diviene efficace pregando; il Brâhmano, per l'efficacia -della preghiera, ossia per la virtù di Brahman, può fare ottenere -ai devoti liberali dai singoli Dei ch'essi invocano i beneficii -desiderati. E la virtù della preghiera si ritenne essere tanta, che il -neutro _brahman_ valse pure _la formola magica_, e l'_Atharvaveda_, che -contiene il maggior numero di formole magiche, si chiamò pure pertanto -_Brahmaveda_, ossia _il Veda delle formole magiche_; onde il Brâhmano, -il quale adopera il _Brahman_, assunse pure autorità e prestigio di -mago; e l'arma magica viene ne' poemi epici chiamata arma di Brahman; -arco di Brahman (_brahmâstra_), secondo ogni probabilità, l'arma del -cielo, il fulmine, arma fatata per eccellenza, come il cielo è la sede -suprema delle magie. - -Brahman divenne poi un'astrazione; tuttavia una personificazione mitica -di esso, per quanto mostruosa e mal determinata, esiste pure nella -mitologia vedica e brâhmanica, e serve a spiegarci la prima natura del -mito. Abbiamo detto valere la voce _brahman_ propriamente _il vasto_, -e _quello che s'allarga_, e quindi _quello che allarga_; dicemmo pure -una simile qualità attribuirsi pure ad Indra, che etimologicamente e -ideologicamente abbiamo già, nella sua forma primigenia, identificato -col cielo. Il cielo supremo, come immobile, tranquillo, infinito, -eterno, dà l'idea del Padre Eterno, come l'idea del Paradiso celeste. -Quindi il cielo o Paradiso celeste indiano ora è chiamato _Indraloka_, -ora _Brahmaloka_; chè, secondo la diversa qualità de' devoti e la -regione più o meno elevata, esso fu diversamente concepito, tanto che -trovarono posto nel primo le lascive ballerine dell'epopea brâhmanica -(quasi all'eroe si promettesse come premio delle battaglie mortali -gli amori immortali delle celesti Apsare), nel secondo gl'immobili, -assorti, spiritualissimi penitenti brâhmani ed _arhant_ buddhistici. -Il cielo, ora fisso, azzurro, tranquillo, sereno, raccolse alla -meditazione grave e solenne i penitenti; ora animato da fenomeni -diversi diede aspetto d'una vita olimpica mobile, variata, tempestosa. -Indra parve dominare specialmente in un paradiso sensuale, in un cielo -animato; Brahman, come Varuna, in uno spirituale, ossia in un cielo -tranquillo; ma la natura propria come la sede d'entrambi, più o meno -elevata, è il cielo. - -Quando pertanto si parlò dapprima dell'unione finale del devoto con -Brahman, con questa espressione non si dovette intendere altro se non -la sua andata nel cielo, dove siedono i beati; ch'è sopra le stelle. -Il _Çatapatha Brâhmana_ sembra dichiararcelo apertamente, quand'esso -ci dice che s'arriva a Brahman passando per sei porte o vie, il fuoco, -il vento, l'acqua, il fulmine, la luna, il sole; pel fuoco del rogo, -l'anima portata dal vento arriva alle altre porte, che la introdurranno -a Brahman, nel mondo del quale essa vivrà (_so 'gnina Brâhmano dvârena -pratipadya Brahmanah sâyug'yam salokatâm g'ayati_). Qui Brahman appare -evidentemente come il cielo supremo, e quello che da noi si chiama -il terzo o settimo cielo. Lo stesso _Brâhmana_ avverte come l'anima -del devoto che muore, liberata da ulteriori nascimenti, si assimila -con Brahman, ossia ne assume la natura, una nozione panteistica che -prepara la dottrina dell'assorbimento buddistico. Questo Brahman, in -cui s'annienta beato il devoto, è sicuramente ancora il cielo, come -nell'_Aitareya Brâhmana_ il devoto che muore sapiente è detto unirsi, -dopo morte, col sole a partecipare della natura di esso e abitare nello -stesso suo mondo. - -Il Dio Brahman appare dunque originariamente come un essere fisico, -anzi come la forma fisica più costante e però immortale. Chè, se, -nell'_Indraloka_, o, come abbiamo spiegato, cielo medio (_antara_), -cielo delle tempeste, vi sono ancora battaglie e passioni, nel -_Brahmaloka_, nel cielo supremo, regna l'impassibilità, carattere -massimo di Brahman. Chi corregge le sue passioni, doma i suoi sensi, -diviene insensibile, impassibile, nella vita terrena, partecipa -pertanto della natura di Brahman, e merita, perciò, dopo la morte, di -venire assimilato con esso, l'immobile assoluto. E si capisce ancora -come da quell'immobile assoluto celeste siasi potuto immaginare il -primo increato creatore, dal cui albero o dalla foresta del quale, -secondo l'inno 81º del decimo libro del _Rigveda_ commentato dal -_Taittiriya Brâhmana_, sarebbero poi nati il cielo luminoso e la -terra. In un inno cosmogonico dell'_Atharvaveda_, ove si dà della -parola _Purusha_, _il maschio_, una strana etimologia (dalla parola -_pur_, _città_ per eccellenza, la città di Brahman immortale; il -poeta dice che Brahman e i Brahmidi danno la vita, l'alito vitale -e la prole a quelli che conosceranno questa etimologia misteriosa: -_yo vai tâm Brâhmano veda amr'itenavr'i tâm puram tasmai Brahma c'a -brâhma c'a c'akshuh prânam prag'âm daduh_); di tutte le creazioni -del _Purusha_ o _maschio universale_ è fatto principal merito al -neutro _Brahman_, il quale pose la terra sotto, e sopra di esso il -cielo, e fra il cielo e la terra l'atmosfera. Con questo Brahman -vuole, senza dubbio, essere identificato il Dio supremo _Skambha_ -dell'_Atharvaveda_, figurato ancor esso come albero; del quale gli Dei -sarebbero i rami, che contiene in sè l'intiero Indra, ossia, ciò ch'è -dentro, l'_antara_, il contenuto de' mondi, _Indra_, il quale, alla -sua volta, comprende in sè i mondi, la penitenza (ossia il calore) e -il cerimoniale. Come Prag'âpati e Brahman creano per effetto di lunga -penitenza (una delle forme predilette, della quale sappiamo essere il -mantenersi per lungo tempo immobile allo stesso posto), così _Skambha_ -che contiene in sè Indra (ossia, come suppongo, l'interno, il medio, e -qui il contenuto), il quale accoglie in sè stesso la penitenza (ossia -il calore), incomincia a creare. Come Brahman si rappresenta in una -forma colossale, così, per venir fuori, la luna attraversa il gran -membro (o corpo, _angam_; la voce _Skambha_ vale _pilastro_; esso -serve, pertanto, come di _asse_ al mondo) del vedico Atlante Skambha, -da cui ogni cosa dipende, a cui ogni cosa tende, sopra il quale, come -sopra una leva, Prag'âpati il creatore fonda ed appoggia pertanto -tutti i suoi mondi, un _phallos_ o tronco d'albero, che ad un tempo -crea il mondo e lo regge occupando le quattro regioni celesti. L'inno -stesso ci fa sapere che chi conosce il gran mistero divino: Brahma -esser contenuto in Purusha, o Prag'âpati, conosce pure Skambha. Come -poi si diede a questo Brahman universale un corpo colossale umano -con testa, membra, ec., onde il mondo si crea; così nello _Skambha_ -dell'_Atharvaveda_ ci appare un corpo umano colossale, la testa del -quale è il fuoco Vaiçvânara, gli occhi sono i luminosi Angirasi, la -bocca è la preghiera (_brahma_), le membra sono i Yâtavas (più sotto è -detto che i trentatrè trovarono i loro corpi nelle membra di Skambha), -la lingua è la verga del miele (_madhukaçâ_, ec). - -Come Prag'âpati, come Brahman ora appare creato dall'uovo, ora increato -creante l'uovo cosmico, così di Skambha si dice nell'inno ch'esso -nel principio creò l'oro (_hiranyam_) nel mondo medio (_loke antare_, -ossia _nel mondo d'Indra_, che, com'è detto, contiene tutte le cose), -ossia l'_Hiranyagarbha_, «il germe d'oro, l'uovo d'oro,» sommo, -insuperabile. L'inno quindi invita ad onorare questo Brahman anziano -(_tasmai g'yeshthâya Brahmane_), di cui la terra è la base, l'atmosfera -il ventre, il cielo la testa, Agni la bocca, il vento l'alito, -gli Angirasi gli occhi; e a cui tutti gli Dei prestano omaggio; il -misterioso creatore Prag'âpati si manifesta quando nell'acqua trova -l'aureo bastone,[83] ossia, secondo il senso vedico della parola -vetasa, l'aureo phallos (_yo vetasam hiranyayam tishantam salile -veda sa vai guhyah Prag'âpati_). Riassumendo adunque queste nozioni -cosmogoniche, in principio esiste l'immobile Brahman; esso trova nel -mezzo un pilastro, o fulcro, o _phallos_, Skambha, contenente Indra, e -diviene da quel momento Prag'âpati o creatore; il _phallos_ d'oro che -sta nelle acque si trasforma in uovo d'oro che erra sopra le acque; -trovato il _phallos_, Prag'âpati crea, ossia, come si dice, esso fondò -la creazione sopra Skambha. - -Così dal cielo supremo immobile, dall'impassibile Brahman si passò -all'idea di un solido sostenitore dell'universo; questo asse, di -forma fallica, movendosi nelle acque del caos s'illumina; le idee -di luce e di suono sono espresse da parole di radice comune; il -Prag'âpati luminoso parla; l'uovo d'oro, il _phallos_ d'oro e la parola -generatrice si producono insieme. Skambha tiene pertanto della natura -spirituale di Brahman e del carattere fallico di Purusha. In un altro -inno dell'_Atharvaveda_, in onore di Skambha, il più anziano Brahman, -si dice che colui, il quale sappia in che modo si produce il fuoco -da due legni (_arani_) confricati insieme, e distingua quale de' due -legni maschio e femmina è il superiore, conoscerà pure il supremo -mistero celeste, cioè l'essere supremo, il supremo maschio creatore -dell'universo (per opera, senza dubbio, di fregamento contro un essere -inferiore, femminino; il _phallos_ d'oro nelle acque ci mostra uniti -il principio maschio rappresentato dal fuoco, e il principio femmina -rappresentato dall'acqua; le scienze naturali non si oppongono punto -ad una simile spiegazione cosmogonica). _Filo del filo_ (_sûtram -sûtrasya_) è chiamato nell'inno medesimo il primo creatore, ossia il -primo principio creatore, l'essenza degli esseri. Brahman, secondo -l'_Atharvaveda_, contiene in sè tutti gli Dei, come una stalla, le -vacche (_sarvâh hi agmin devatâh gâvo goshthe ivâsate_). Un inno vedico -citato dal _Çatapatha Brâhmana_ incominciava con le parole: (Il sempre) -_esistito e futuro, grande, unico Brahman indestruttibile io celebro_ -(_Bhûtam bhavishyat prastaumi mahad Brahmaikam aksharam_). Un altro -passo interessante del _Çatapatha Brâhmana_ citato e tradotto dal -Muir,[84] ci dà la notizia che Brahman si recò nelle regioni più alte -del cielo per dare nome e forma alle cose. Un passo del _Taittiriya -Brâhmana_ ci rappresenta così la grandezza di Brahman: «Brahma generò -gli Dei, Brahma questo intiero mondo, lo Kshattriya (o guerriero) -fu foggiato da Brahman: _ma_ Brahman è per sua propria essenza un -Brâhmano; entro di lui consistono questi mondi, entro di lui tutto -questo universo. Brahma è il più antico degli esseri (_bhûtânâm_, -propriamente _degli esistiti_): perciò chi è degno di stargli a -confronto? In Brahman i trentatrè Dei, in Brahman Indra e Prag'âpati, -in Brahman tutti gli esseri sono raccolti, come entro una nave.» Egli -è padre, madre e figlio a sè stesso, egli è l'uccello d'oro, che fa -ardere il sole (_hiranmayah çakunir Brahma nâma yena sûryas tapati -teg'aseddhah_), egli è la foresta e l'albero, onde si fabbricarono -tutte le cose e il fondamento, come Skambha, dell'universo creato. -L'_Atharvaveda_, volendo spiegare la virtù creativa di Brahman, gli -dà come antecessore un divino _Brahmac'ârin_, ossia _penitente devoto -alla preghiera_, che generato nel seno dell'immortalità, già fornito di -scienza, per virtù del _tapas_ (_caldo_ e _penitenza_) crea il divino -mistero o _brâhmana_ e l'antichissimo Brahman. Uno stesso ordine d'idee -religiose e di preoccupazioni brâhmaniche, presso il _Brahmac'ârin_, -una specie di precursore, che prepara l'avvento di Brahman, e che ha la -virtù di Prag'âpati, fece sorgere ad alta dignità, nell'ultimo periodo -vedico, il Dio _Brahmanaspati_ come _signor della preghiera_, che dà -alla preghiera tutto il potere e il prestigio desiderato. - -Nè essendo ancora decaduto Indra, anzi continuandosi esso ad invocarsi -come nume privilegiato e a propiziarsi col sacrificio, per dare una -persona mitica popolare al nuovo Dio, e forse ancora per trasformare -Indra in un Dio più spirituale, la qualità di _Brahmanaspati_ fu -attribuita specialmente al Dio Indra, e sotto questo aspetto il -sommo Nume vedico trovasi negli ultimi Inni vedici invocato; alla -quale applicazione del nuovo mito, dovette, come parmi, concorrere -in parte l'originaria identità da me accennata fra il primitivo Indra -e il primitivo Brahman come _cielo_. Brahman, valendo il cielo, come -_vasto_, ed Indra (di cui persisto a riconoscere probabile l'etimologia -che avanzai, sebbene io sappia già che alcuni uomini dottissimi -la rifiutano; cfr., presso _antara_, _antra_, e, presso _mandra_, -_manthara_ = _mandara_ [radice primitiva comune ad entrambe le parole -è _man_], che si dà pure come un nome di _cielo_ e di _un albero -del paradiso d'Indra_, ossia l'albero celeste, l'albero di mezzo, -l'asse celeste), essendo chiamato spesso _Divaspati_ o _signore del -cielo_, l'appellativo _Brahmanaspati_, antico, perfetto equivalente -di _Divaspati_, dovea naturalmente attribuirsi ad Indra. Questa -argomentazione mi sembra poi tanto più probabile, se consideriamo non -solamente le qualità comuni d'Indra Divaspati e d'Indra Brahmanaspati, -di cui si dice, nel _Rigveda_, che risplende color dell'oro, e -che ha per sua voce il tuono, ma che si trovano insieme celebrati -_Brahmanaspati_ e _Br'ihaspati_ o _Vr'ihaspati_. _Br'ih_ vale _la -vasta_; _Br'ihaspati_ vale _il signore della vasta_, ossia della -_Pr'ithivî_ celeste.[85] _Brahman_ viene dalla stessa radice _barh_, -onde abbiamo _br'ih_; _Brahman_ è _il vasto_ (cielo), _Br'ih_ è _la -vasta_ come la _Pr'ithivî_; _Br'ih_ e _Brahman_ sono due equivalenti; -ed equivalenti sono perciò pure _Br'ihaspati_, il signore della _Br'ih_ -e _Brahmanaspati_, il signore del _Brahman_. - -E come s'invoca Indra con Divaspati e Brahmanaspati, così s'invoca -con Br'ihaspati; e come Brahman e Brahmanaspati assumono le funzioni -di _Prag'âpati_, e quindi presiedono alla preghiera come quella -che si estende, si eleva, e poi che eleva, estende, accresce; così -Br'ihaspati, invocato con Indra e con Prag'âpati, e reggitore -dell'astro di Giove, divenne anch'esso Dio della preghiera, -intercessore degli uomini presso gli Dei, pontefice massimo o -_purohita_ degli Dei. Nel mito di _Brahman_, _Brahmanaspati_ e -_Br'ihaspati_, noi dobbiamo dunque considerare due stadii, de' quali -l'uno antico, in cui essi non rappresentavano altro che il cielo; il -cielo ebbe quindi due aspetti essenziali e distinti, come creatore e -come tonante. Brahman (_il vasto_) ed Indra (_Antara_) rappresentavano -entrambi il cielo; ma Brahman specialmente il cielo supremo, Indra -specialmente il cielo del centro (il cielo ove si trova Skambha, -l'asse, il _manthara_ o _mandara_, leva o fallo che agita l'universo), -e poi il cielo medio che diviene pluvio e tonante: Brahman riuscì -specialmente il cielo creatore, Indra specialmente il cielo tonante. -Ma, nel suo nome di _Divaspati_ o _signore del cielo_, e in parecchi -altri indizii, conservò traccia del suo essere primitivo celeste. Così -nell'arma fatata da Brahman concessa agli Eroi delle leggende epiche, -Brahman viene ad assumere gli ufficii d'Indra fulminatore. A Divaspati -rispondevano, in parte, etimologicamente e, del tutto, ideologicamente -Br'ihaspati e Brahmanaspati; quindi si spiega l'analogia del loro mito -con quello d'Indra Divaspati tonante; ma, poichè la loro affinità di -nome e perciò la loro parentela mitica è maggiore con Brahman che con -Divaspati (ossia con Indra), divenuto Brahman, espressione particolare -non più del vasto, alto cielo, ma della preghiera che sale, si distende -e che accresce, alcune delle più recenti qualità assunte da Brahman -si attribuirono necessariamente a _Br'ihaspati_ e _Brahmanaspati_, -due Dei congiunti insieme, in ciascuno de' quali abbiamo due persone -mitiche distinte: l'una antica, essenzialmente fisica; l'altra moderna, -essenzialmente ascetica. Tenendo conto di questa duplice genesi del -mito, non mi pare che possa più presentare alcuna grave difficoltà -il dichiarare il carattere particolare di queste due divinità, il -posto che esse occupano nell'Olimpo vedico, e il vederle ora confuse, -per loro ufficio, col Dio Indra, ora col Dio Brahman, e, nella loro -qualità di _purohita_ e distruggitore delle tenebre, con Agni, -celebrato nel primo inno del _Rigveda_ come divino _Purohita_, e -spesso invocato con Indra come _Rakshohan_ od _uccisore del mostro_. -Ma l'identificazione loro più costante è quella con Indra e Brahman -per le analogie che abbiamo sopra dichiarate.[86] E la comparsa di -queste due insigni divinità nell'Olimpo vedico è per noi di sommo -interesse, pel riscontro ch'esso ci offre col modo, con cui la teologia -brâhmanica tentò poi di sbarazzarsi intieramente del Dio Indra e di -perseguitarlo. Nel periodo vedico le caste incominciano a disegnarsi, -ma non sono ancora bene distinte, e in ogni modo non si trovano -ancora fra loro in diretta opposizione. I sacerdoti sacrificatori -riconoscono ancora tutta la potenza del Dio Indra; esso è il massimo -Iddio, ma Dio battagliero; i sacerdoti, non potendo distruggerlo, -tentano farlo pio; attribuiscono pertanto gran parte delle sue vittorie -celesti alla sua qualità eminente di _Brahmanaspati_, interpretato -non più come signore del vasto cielo, ma come Dio della preghiera. Le -religioni ne' loro principii tengono sempre gran conto degli elementi -che offre la tradizione popolare; così fece pure il Brâhmanesimo, -valendosi d'Indra per costituire la potenza di Brahmanaspati, e del -trionfo di Brahmanaspati giovandosi per inalzare la dignità del Dio -Brahman nel cielo, e della preghiera o _brahman_ sopra la terra, e -quindi l'autorità della casta che rivendicò a sè il privilegio della -preghiera, _mercede pacta_. - -L'ultimo periodo vedico ci offre parecchi anelli, pei quali possiamo -congiungere il Brâhmanesimo col Naturalismo vedico, e spiegarne -la derivazione. Indra cielo riuscì Indra Divaspati o signore del -cielo; Indra Divaspati si scambiò con Indra Br'ihaspati e con Indra -Brahmanaspati. Brahmanaspati, che, secondo l'inno 72º del decimo -libro del _Rigveda_, nella prima età degli Dei, quando dal non essere -nacque l'essere, foggiò tutte queste cose che esistono come un fabbro -(_karmâras_) mentre, nella sua qualità di fabbro, si univa con Indra -(strettamente congiunto col fabbro divino Tvashtar), nella sua qualità -di creatore associavasi particolarmente a Brahman, che, con le spoglie -d'Indra, potè quindi maggiormente grandeggiare; l'espressione: _tvam -brahmâ rayivid Brahmanaspate_ (Rigv., II, 1), spiegata per: _tu un -Brâhmano ricco o Brahmanaspati_, potrebbe ancora interpretarsi: _tu -il ricco Brahman o Brahmanaspati_. E il merito maggiore del ricco -Brahman o Brahmanaspati fu quindi per i suoi devoti la virtù, della -quale egli fece prova sacrificandosi. Il _Çatapatha Brâhmana_ racconta: -«Brahma Svayambhu (ossia _esistente per sè_) faceva penitenza; egli -comprese; nella penitenza non vi è infinità; orsù, ch'io sacrifichi -me stesso nelle creature e le creature in me; perciò in tutte le -creature sè stesso avendo sacrificato e le creature in sè, acquistò -eccellenza suprema, dominio di sè stesso, predominio universale; così -colui che nel _Sarvamedha_ sacrifichi tutto ciò ch'ei può sacrificare, -tutte le creature, consegue eccellenza suprema, dominio di sè stesso, -predominio universale.» Il Dio che si sacrifica era già una nozione -dell'antica mitologia vedica, figurato nel tramonto del sole e nel -principio elementare cosmico, che si distrugge, ossia si scompone per -moltiplicarsi. Sostituitosi al Dio reale, concreto, fisico, un Dio, -originariamente fisico anch'esso, ma divenuto a poco a poco una pura -astrazione, anche il sacrificio divino, per quanto apparentemente -grandioso (poichè in Brahman è l'universo stesso, il macrocosmo, che si -sacrifica per rinascere disperso in nuove forme individuali del creato, -e morire o sacrificarsi infinitamente nelle parti), perdendo della sua -poetica individualità, riesce solamente più un mistero religioso, che i -devoti devono venerare senza comprendere, per sacrificare i loro beni a -beneficio degli interpreti terreni del sommo Brahman. - - - - -LETTURA SEDICESIMA. - -VISHNU. - - -Si è voluto ricercare la Trinità brâhmanica nell'Olimpo vedico; io -non nego punto l'esistenza di una trinità fisica, ma, salvo l'accenno -fatto, nel ragionar di Kâma e Prag'âpati, a tre Dei nominati insieme, -aggruppamento che potrebbe pur essere avvenuto per caso, o per -amore del numero tre, non trovo espressa una trinità teologica negli -antichi Inni vedici. Il concepimento di una trinità nel cielo è ovvio -e naturale; il cielo si compone apparentemente di tre persone, il -cielo stesso, che, quando sta immobile, inanimato, è cielo padre, -è padre eterno, è Brahman, e, quando si muove a tonare e fulminare -nelle tempeste, è Indra nella sua qualità battagliera di pluvio e -tonante; il sole e la luna. Cielo, sole, luna formano tre persone -in una, strette intimamente fra loro con vincoli necessarii. Talora, -invece, con altro concepimento, il cielo si rappresenta come un vasto -antichissimo oceano; il Padre Eterno, il Dio primevo esce dalle acque, -e con lui si agitano il vento ed il fuoco; ecco un'altra trinità, con -carattere specialmente cosmogonico, nella quale il Padre, il Figlio -e lo Spirito si trovano rappresentati. L'aria o vento, il fuoco e -l'acqua, formano una trinità. Ma, io lo ripeto, se gli antichi Inni -vedici ci riducono essenzialmente la sostanza divina a quella di -queste tre persone fisiche, o, per dir meglio, a questi tre fisici -elementi, se gli antichi Dei vedici non si possono, sottoposti ad una -rigorosa analisi, ritrovare e spiegare al di fuori di questi elementi -essenziali e costitutivi, sarebbe cosa vana il supporre che gli antichi -poeti dell'India vedica abbiano già concepita la divinità come una -suprema astrazione una e triplice, secondo il concetto brâhmanico -e cristiano. Dallo studio che abbiamo fatto fin qui, mi sembra che -risulti abbastanza chiaro come fosse ancora piena presso que' poeti -la coscienza del fenomeno fisico che il nome divino rappresentava; un -principio di astrazione si disegna con l'apparire dei nomi di Brahman, -di Vishnu e di Rudra Çiva; ma, come abbiamo dimostrato, ci sembra, con -qualche sicurezza, che i poeti vedici più antichi, nominando Brahman, -sapevano di nominare il cielo; così spero di potervi ancora provare -come, sotto i nomi di Vishnu e Çiva, si nascondevano per i poeti -vedici, non di rado, il sole e la luna. - -La lingua sanscrita conosce mille appellativi di Vishnu, come mille -appellativi del sole; e parecchi di questi appellativi sono fra loro -comuni. Ma non è dalla letteratura sanscrita, sì bene dalla vedica -che noi dobbiamo cercare le prove del nostro asserto, poichè Vishnu e -Çiva nel periodo brâhmanico subirono tali trasformazioni, che rendono -spesso troppo malagevole il rintracciarne il primitivo carattere; non -già perchè tra loro vengono talora a confondersi; chè il mito stesso -ci spiega e giustifica una simile confusione, mostrandoci frequente -lo scambio fra il sole e la luna, come due forme gemelle che si -alternano, si succedono e creano talora nel cielo l'illusione che si -tratti sempre del medesimo astro; ma perchè le sètte religiose indiane -hanno sovraccaricato la leggenda de' due numi di qualità particolari -arbitrarie, che loro non appartengono in proprio. - -Noi abbiamo già veduto che gli Dei si producono solamente nel cielo -luminoso; ossia un Dio, un luminoso, mena seco gli altri luminosi o -gli altri Dei. Conosciamo quindi già l'appellativo dato agli Dei come -risvegliantisi con l'aurora; coll'aurora mattutina si svegliano gli Dei -solari del giorno, coll'aurora vespertina gli Dei lunari della notte. A -questa duplice generazione di Dei solari o diurni, lunari o notturni, -si riferisce e ci richiama pure la duplice generazione di Eroi nella -tradizione indiana, risalendo gli uni ad una dinastia solare, gli altri -ad una dinastia lunare, secondo che le gesta mitiche degli antichi -Eroi ci riproducono sulla terra fenomeni celesti del cielo notturno o -diurno; _Soma_, _la luna_, e _Savitar_, _il sole_, sono entrambi due -_generatori_. Qual è ora, secondo la nozione vedica, il cielo proprio -di Vishnu? è esso un essere diurno o notturno? Io oserei dire che -egli non è esclusivamente nè l'uno nè l'altro, ma, per lo più, il sole -e, talora, la luna; Vishnu è più spesso certamente il sole, ma egli, -all'accostarsi della notte, invece di morire, si trasforma, s'incarna -in nuove forme mitiche, assume aspetti particolarmente lunari, erra -nella notte, pigliando quel carattere di salvatore, che, nel mito, si -attribuisce frequentemente al vecchio Luno, alla vecchia Luna, alla -vecchia Madonna, alla buona Fata celeste. La natura di Vishnu è per -lo più solare; quand'egli trionfa, è il sole; secondo il _Çatapatha -Brahmana_, tagliata la testa a Vishnu, questa testa passa nel sole; -il che vuol dire che, dalla sua forma notturna lunare, Vishnu ritorna -alla sua propria natura solare. L'astronomia indiana chiama col nome -di _Vishnutithi_ o _fase_, _costellazione di Vishnu_, il giorno 11º -o 12º lunare, onde si spiega pure il nome di _sposa di Vishnu_ dato -nell'_Atharvaveda_ alla _Sinîvalî_, ossia alla vigilia del novilunio; -nel _Yag'urveda nero_, invece, il nome di _Vishnupatnî_ o _sposa di -Vishnu_, è dato alla Dea _Aditi_, la vôlta celeste; _Aditi_ è pure -chiamata _madre di Vishnu_ nano presso il _Mahâbhârata_ e presso il -_Bhâgavata Purâna_, e, in un altro passo citato dal Muir,[87] essa -trovasi rappresentata come madre del sole _Vivasvant_; Vishnu sarebbe, -secondo il _Mahâbhârata_, il dodicesimo _Âditya_, e il più potente -e virtuoso di tutti (_sarveshâm âdityânâm gunâdhikah_); secondo -il _Nirukta_, Vishnu è l'_Âditya_ per eccellenza. Vishnu è ancora -rappresentato come compagno, seguace, fratello minore d'Indra, col -quale va a bere il _soma_, col quale combatte, presso il _Rigveda_, -il demonio serpente _Ahi_, onde si rappresenta poi sopra il demonio -serpente _Çesha_, e a cavallo dell'uccello solare, dell'uccello di -rapina _Garuda_, il più formidabile nemico dei serpenti; ed ancora, -per la sua somiglianza con Çiva, sposo della Venere e madre d'amore -indiana. I suoi dieci Avatâri sono famosi nella tradizione brâhmanica; -se ne contano fino a ventidue; ma le sue trasformazioni hanno già -incominciato negli Inni vedici; la nozione di Vishnu nano è già -una nozione vedica; anzi l'impresa eroica di Vishnu nel _Rigveda_ è -precisamente l'avere in tre soli passi misurato l'intiero spazio del -cielo con grande meraviglia de' Celesti, Devi e Demonii. È certamente -ancora in una forma gemella vishnuitica che il Dio Indra, passando -in tre tempi, in tre volte, in tre luoghi sopra il corpo della brutta -fanciulla, di brutta e scura ch'ella era la fa ritornar bella; è questo -un miracolo che si fa tutte le notti e tutti gli inverni sopra il -cielo e sopra la terra, che dalla tenebra ritornano alla luce; ma il -Dio nano, percorrendo lo spazio del cielo in tre tempi, compie questo -prodigio nel giorno come nella notte, e gli Dei, canta il _Rigveda_ -(VIII, 29), _si rallegrano inebbriati_ (_madanti_), dove Vishnu dai -lunghi passi percorse i tre stadii. In un altro inno del _Rigveda _(IV -18), si dice: «Allora Indra per uccidere Vr'itra (disse): _O compagno -Vishnu, estenditi_.» In una leggenda del _Çatapatha Brâhmana_, che -abbiamo già ricordata, il più impaziente d'uccidere Vr'itra appare -Vishnu, nella sua qualità di seguace, o _compagno strettamente -congiunto d'Indra_ (_Indrasya yug'yo sakhâ; Rigv._, I, 22); nell'inno -89º dell'ottavo libro del _Rigveda_ Indra dice all'amico Vishnu di -estendersi, e quindi si aggiunge: «o cielo Dyaus, dà spazio al fulmine -perchè discenda.» Parrebbe di qui che dal sole Vishnu Indra tolga -i suoi fulmini e quindi li lanci pel cielo. Nel cielo tenebroso e -notturno il sole appare chiuso; in esso il cielo, ossia il luminoso, -si chiude: Indra estende l'uno e l'altro. In un altro passo vedico -il Dio si distende sopra la terra e nel distendersi segnala agli -uomini la terra come loro campo di conquista, il che fa veramente ogni -mattino ed ogni primavera il sole, illuminando la terra e ridestando -gli uomini al lavoro dei campi. Presso il _Mahâbhârata_ (V, 2560) -spiegandosi da _Sang'aya_ alcuni de' più illustri nomi mitici assunti -da Vishnu, si dice chiamarsi _G'ishnu_ da _g'ayana, la vittoria,_ quasi -_il vittorioso, Ananta_ come _eterno, infinito, Govinda_ dal _vedâna -gavâm, il ritrovamento_ e _possesso delle vacche_ (l'appellativo di -_Kr'ishna_, «pastore»), e _Vishnu_ dal _Vikramana_, ossia _dalla sua -facoltà di estendersi_; l'etimologia è, senza dubbio, falsa, e pure -essa conserva la coscienza del vero e proprio significato di _Vishnu_, -che è il _penetrante_, _il pervadente_, e forse pure il vestiente -il cielo di luce. Questo penetrante, questo pervadente può essere -la luna, come per lo più appare il sole, e la polvere, nella quale, -coi suoi tre passi, Vishnu involge il mondo, secondo il 22º inno del -primo libro del _Rigveda_, può essere tanto l'ambrosia luminosa del -raggio lunare, quanto la polvere d'oro dei raggi solari. I tre passi, -secondo il commentatore vedico Aurnavâbha, citato dal _Nirukta_, sono -fatti nel cielo, cioè, com'esso si esprime, «nel luogo in cui nasce, -nell'altezza meridiana o zenith (_Vishnupada_ per eccellenza) e nel -luogo in cui si corica.» Secondo Çâkapûni, altro commentatore vedico, i -tre luoghi, invece, sarebbero la terra, l'aria, il cielo. Si comprende -facilmente come, in questa sua qualità di penetrante tutto l'universo, -e specialmente di saliente allo zenith, all'altezza suprema de' cieli -o al _Vishnupada_, il Dio Vishnu abbia pur potuto identificarsi con -Brahman, che è salito all'alto de' cieli e che lo occupa tutto, e -come Vishnu occupante l'_antariksha_ siasi congiunto intimamente con -l'_antara_ o Indra, e come, finalmente, in qualità di moribondo che si -corica alla montagna, Vishnu s'identifichi specialmente con Çiva e si -ritrovi con l'astro lunare. Vishnu compie forse pure tre passi nella -notte come luna, ma, certamente, opera, presso il _Rigveda_, questo -miracolo nel giorno come sole: ossia si parte dalla montagna, dalla -terra, e, per la regione intermedia, il cielo d'Indra, l'_antariksha_ -sale nell'alto de' cieli, nel cielo di Brahman, per ritornar quindi -a coricarsi alla montagna. Il genio solare che fa ogni giorno questo -bel miracolo fu particolarmente celebrato col nome di _Vishnu_, e, -secondo le regioni che esso visita, gli spazii che percorre, gli Dei -che incontra nel suo viaggio celeste, assume pure una parte della -loro natura. Si capisce tuttavia che la qualità eminente di Vishnu, -il suo momento trionfale dev'essere quello, in cui arriva nell'alto -cielo, che si considera come la sede propria non solo di Brahman, ma -ancora di _Sûrya_ il sole; motivo per cui Vishnu fu poi considerato -specialmente come una splendida figura solare, e come tale spiegato -particolarmente dai commentatori indiani ed europei e venerato -nell'India dai devoti. Il commentatore del _Yag'urveda bianco_, -citato dal Muir,[88] identifica il Dio Vishnu nel suo primo stadio -con Agni il fuoco, come quello che esce dalla terra; nel secondo, -come quello che vola per l'aria, con Vâyu il vento; nel terzo, con -Sûrya il sole. Torna qui la forma embrionale d'una trinità. Così -Vishnu che, nell'inno 61º del primo libro del _Rigveda_, ferisce il -cinghiale, appare una manifestazione dell'astro solare, che attraversa -la scura montagna celeste della notte e ne vien fuori luminoso; nella -tradizione brâhmanica poi, nella sua qualità di penetrante, Vishnu -stesso si personifica col cinghiale dalle acute zanne, a motivo degli -sporgenti suoi raggi o denti che sbranano il demonio della tenebra. -Così, quando Agni, nel _Rigveda_, dice di sè ch'egli è l'_arkas -tridhâtu_,[89] misuratore del mondo, s'identifica al tempo stesso con -Vishnu e col sole _Arkas_, che in tre tempi misura il mondo; lo stesso -appellativo di misuratore de' mondi vien dato, presso il _Rigveda_, -al sole _Savitar_. L'inno 156º del primo libro del _Rigveda_ ci -presenta il Dio Vishnu con qualità così rassomiglianti a quelle del -Dio Indra, che si direbbe con esso una sola persona; e ciò non deve -far meraviglia dopo quello che abbiamo detto intorno alla diversità -delle sedi di Vishnu corrispondenti alle varie sedi solari, ossia alle -varie stanze celesti. Nell'atmosfera, nel cielo nuvoloso, e nel cielo -notturno, Vishnu s'incontra necessariamente con Indra, una proprietà -del quale è pur quella di estendere, ossia di estendersi. Perciò -troviamo ancora Vishnu onorato da Varuna e dagli Açvin, e circondato -dai Marut; abbiamo già detto, che, secondo la interpretazione indiana, -Vishnu, nel suo secondo stadio, ossia nell'atmosfera, la regione -de' Venti, s'identifica pure col Dio del vento, ossia con _Vâyu_, -e necessariamente con Indra che ha per principali compagni eroici -i Venti. Così Vishnu s'identifica con Brahman creatore, ossia con -Prag'âpati come signore che appare, nell'inno 164º dello stesso libro, -dei sette piccoli germi che contengono in sè il seme del mondo, ossia -di tutte le cose. Chi fu questo primo generatore? Fu il sole? Fu la -luna? Il sole e la luna sembrano generarsi a vicenda l'un l'altro; -presso l'inno 22º del secondo libro del _Rigveda_ ci appaiono Vishnu -che genera il _Soma_ (l'ambrosia lunare) e Indra che lo beve; in un -altro inno vedico, invece (_Rigveda_, II, 40), _Soma_ appare come -produttore, creatore di tutti i mondi (l'inno 96º del IX libro fa di -_Soma_ il generatore del sole e di Vishnu); e il sole _Pûshan_, invece, -va proteggendo, ossia osservando e conservando il mondo. Si direbbe -qui già accennato in germe il carattere di _conservatore del mondo_ -che Vishnu dovrà assumere più tardi nella brâhmanica _Trimûrtti_; -così nell'inno 36º del VII libro del _Rigveda_ si celebra Vishnu come -_Nishiktapâs_ o _guardiano de' semi_; nel 55º del terzo libro Vishnu -è chiamato col nome di _Gopâs_, «signore o guardiano, o protettore,» -il quale custodisce, difende, ossia regge la suprema regione celeste, -guardiano _delle care regioni immortali_, ed ecco un nuovo carattere, -per cui _il conservatore del mondo_ parrebbe congiungersi col Çiva -paradisiaco. Il carattere del vedico Vishnu è dunque evidentemente -tutto benefico, oltre che singolarmente modesto; Vishnu si presta per -gli altri Dei e specialmente per Indra, di cui assicura la vittoria, -e non raccoglie verun profitto. Questo carattere di particolare -generosità, che ci presenta nel solare Vishnu il solito Dio che si -sacrifica, dovea essere così sentito nell'età vedica, che, perduto il -senso etimologico dell'appellativo vedico _Tridhâtu_, ossia _quello -de' tre elementi_ dato a Vishnu, la _Taittiriya Samhitâ_ compone già -una leggenda etimologica, secondo la quale il nome _Tridhâtu_ varrebbe -quello _che si è dato tre volte_. Si narra cioè che Indra, volendo -uccidere Vr'itra, ordinò al fabbro Tvashtar di preparargli il fulmine; -Tvashtar si mise all'opera, e, per mezzo del _tapas_ (parola che [si -noti bene, per spiegare l'equivoco mitico della generazione per mezzo -della penitenza, che vuol dire, per mezzo del calore; senza il calore -non si genera] vale _calore_ e _penitenza_), riuscì a farne uno; Indra -si provò ad alzarlo, ma come avviene spesso agli eroi poco destri delle -novelline popolari russe, i quali non possono alzare il bastone di -ferro preparato dal mago nella fucina, Indra non può alzare il fulmine -forse troppo massiccio ed ardente preparatogli da Tvashtar. Noi abbiamo -già veduto Vishnu identificarsi, secondo la sede che egli occupa, con -Agni il fuoco, con Vâyu il vento, e con Sûrya il sole. Il fuoco deve -aver la forza di bruciare, il vento quella di volare, il sole co' suoi -raggi quella di penetrare. Vishnu, per compiacere Indra, che ha bisogno -d'un fulmine formidabile, ma che si possa lanciare a traverso gli -spazii, consente a farsi in tre pezzi, coi quali tre pezzi di sè stesso -il fulmine d'Indra si crea, e il Dio fulminante consegue la vittoria, -per merito singolare di Vishnu, che ha dato al fulmine il potere di -volare, trovandosi, come già abbiamo avvertito, nella sua seconda sede, -il sole circondato dai Marut, coi quali trovasi anzi invocato nell'inno -87º del quinto libro del _Rigveda_. Un'altra delle qualità peculiari -di Vishnu, che, oltre al rivelarne la sua speciale natura solare, -ardente, alla sua potenza nel _tapas_, ne rivelano l'indole benigna e -servizievole, è quella di cuoco celeste. Egli, in unione con Pûshan, -cuoce per Indra cento bufali, certamente per mezzo del suo fuoco -solare; nel vero, in un altro inno (V, 29), è detto che Agni, ossia -il fuoco, ha cotto trecento bufali per Indra, il quale, dopo averli -mangiati, e aver bevuto tre laghi di _soma_, ossia d'ambrosia, combattè -con Vr'itra e l'uccise. Secondo un inno del _Rigveda_ (VI, 69), una -parte di quel _soma_ sarebbe stato pure bevuto da Vishnu, invocato -insieme con Indra, Vishnu vi fa il solito miracolo di estendersi pel -cielo, ossia di estendere il cielo. Secondo l'_Aitareya Brâhmana_, in -quello spazio disteso da Vishnu gli Dei fabbricano i mondi luminosi, i -Vedi e la parola, che rimangono loro proprietà. Quello che rimane fuori -di tale spazio appartiene agli _Asurâs_, il che val quanto a dire che -tutto ciò ch'è fuori della luce è del dominio dei demonii. - -Tutto il regno luminoso percorso da Vishnu è sede, ossia dominio degli -Dei; e della regione percorsa da Vishnu, ossia della sua grandezza, -dice un inno vedico (_Rigveda_, VII, 99), nessuno conosce il confine; -in questo inno di composizione probabilmente moderna, ove Vishnu ed -Indra tendono evidentemente già ad astrarsi, un versetto, col dirci -ch'essi producono il sole, l'aurora ed il fuoco, sembra già distinguere -Vishnu dal sole; ma la natura solare di esso ci pare tuttavia scolpita -nel versetto che precede, il quale ci dice che Vishnu, da ogni parte, -involge la terra co' suoi raggi di luce. - -L'inno seguente attribuisce a Vishnu parecchi degli attributi solari; -esso ha cento raggi, è rapido, fornito di cavalli, ricco, benefico. -Nello stesso inno Vishnu è ancora chiamato col nome di _Çipivishta_, -parola che vale propriamente _fornito di raggi_; ma sopra la quale, -frantesa, nacque ben presto un equivoco grossolano, che i commentatori -s'ingegnarono di spiegare con le più strane leggende. Vishnu chiama -nell'inno sè stesso _Çipivishta_; ma la parola, che vale propriamente -_il fornito di raggi_, può ancora interpretarsi _coperto di raggi_, -ossia i cui raggi lo nascondono; ma, fatto del sole una persona, i -suoi raggi divennero i suoi capelli; il sole con la sua chioma, il -sole capelluto (Sansone), è chiamato _Çipivishta_, appellativo dato -non solo a Vishnu, ma a Çiva nel suo carattere di sole moribondo, -rappresentato sempre con una vasta chioma. Ora pare che il nome di -_Çipivishta_ siasi pure dato per tempo al _phallos_, come _coperto di -peli_, e quindi _oscurato, nascosto_. Il poeta vedico allude certamente -a quel senso ignominioso che deve avere avuto la parola _çipivishta_, -quando, scambiando il senso nobile col senso ignobile della parola, -domanda a Vishnu: «Che cosa avevi tu da rimproverarti, o Vishnu, quando -hai detto: _Io sono Çipivishta_? non celare a noi questa tua forma -assunta, quando nella battaglia ti sei trasformato.» Noi sappiamo come -Çiva divenne quindi il Dio fallico per eccellenza, anzi che il fallo -stesso lo rappresentava; il nome di _Çipivishta_, che vien pure dato -a Çiva, basta ad assicurarci che, nell'inno vedico, ove appare Vishnu -come _Çipivistha_, si è preso equivoco tra il sole chiomato ed il -fallo coperto di peli, e che Vishnu usurpa anticipatamente uno degli -attributi, che saranno quindi proprii del Dio Çiva. E che non vi sia -dubbio sopra la interpretazione che propongo al passo vedico, ce lo -dichiara apertamente l'antico commentatore Yâska, il quale, parlando -del nome di _Çipivishta_ dato a Vishnu, come di un mistero da non -rivelarsi, fa che Vishnu si confronti da sè stesso al fallo; se non -che, interpretandosi ancora altrimenti la parola _çipivishta_, con -uno strano e capriccioso sforzo etimologico, Vishnu dice di sè stesso -ch'egli è un _çepa_ o _fallo svestito_ (che può interpretarsi come -_sprepuziato_, o come _privo di peli_), e Yâska, accettando, senza -dubbio, la seconda interpretazione, aggiunse, interpretando il mito: -_privo di raggi_. Ma questo errore de' commentatori indiani e quindi, -se non erro io, degli interpreti europei, è nato dall'aver ammesso che -il _nirveshtita_ di Yâska equivalga al _vishta_ del _Rigveda_, il che -non mi pare possibile in alcuna maniera; chè non solo sono sinonimi, -ma contrarii, _çipivishta_ valendo _fornito, vestito di raggi_ (e poi -_vestito di capelli, capelluto_, e infine _fornito, vestito di peli_); -mentre invece il _çepah nirveshtita_ non vale altro se non _il membro -spogliato_, qualità, con la quale si potè quindi raffigurare il Dio -fallico Luno, come privo di raggi o di peli, o calvo, od anche eunuco. -Ecco in qual probabile maniera un appellativo poetico semplicissimo -del Dio, male interpretato fin dall'età vedica, introdusse nel mito di -Vishnu un mistero, al quale il primo poeta, che aveva salutato il sole -con quel nome, non avea sicuramente pensato; chè il nome di _vish-ta_ -deve essere stato piuttosto suggerito all'antichissimo _rishi_ vedico -dall'analogia che gli offriva la stessa voce _vish-nu_, la quale -non aveva sicuramente nessun significato vergognoso nell'età vedica. -Vishnu, lo ripeto, negli Inni vedici, non ha il posto primario, anzi -figura più tosto come un servitore che come un amico d'Indra, ma la sua -vita è pura, la sua storia vedica è priva di scandali; il mescolarlo -come il suo compagno Indra, anch'esso chiamato _çipivishta_ che appare -come un sinonimo di _çiprin_, in un mistero fallico, è una calunnia -nata da un antico malizioso equivoco, quantunque appaia ancor esso -nella qualità di generatore primevo, anteriore a Prag'âpati: l'inno -184º del decimo libro del _Rigveda_ canta che Vishnu foggiò la vulva -dell'universo, Tvashtar ne apprestò le forme, Prag'âpati versò il seme -genitale, Dhâtar posò è costituì il germe. Perciò vedemmo sopra Vishnu -come signore de' sette germi cosmici, e, presso l'inno 154º del primo -libro del _Rigveda_, non solo quello che pervade tutto l'universo, -ma quello che lo contiene tutto in sè. Il _viç-va_ e il _vish-nu_ -provengono dalla stessa radice _viç_. Quando pertanto dal culto del -Dio concreto specifico si passò a venerare particolarmente il Dio -astratto generico; quando Indra come Divaspati cedette il campo a' suoi -antichi originarii equivalenti Brahman e Brahmanaspati, esprimenti il -cielo; si sostituì pure ad Indra grandeggiante nel cielo, distendente -il cielo, sopra gli altari del sacrificio, Vishnu il collega d'Indra, -che pervade ed occupa tutto l'universo, col quale evidentemente -s'identifica. Quando poi si divulgarono le leggende brâhmaniche, nelle -quali apparivano forme strane, divine, eroiche, umane, bestiali, sotto -le quali il Dio compieva miracoli, i settarii di Vishnu supposero -che ciascuna di quelle forme antiche, moderne o rinnovate, fosse una -incarnazione panteistica del loro Iddio prediletto; e così, dopo avere -creato, sopra il sole Vishnu, un Dio metafisico analogo a Brahman, -tornarono a decomporlo in numerose sacre particole, ciascuna delle -quali conteneva intiero il loro Dio; sotto questo rispetto, Vishnu -si poteva dunque, nell'età brâhmanica, considerare come un vero Dio -universale, poichè in tutte le antiche manifestazioni degli Dei, -raccontate con nuove varianti brâhmaniche della setta vishnuitica, egli -appariva come l'inevitabile _Deus ex machina_. - - - - -LETTURA DICIASSETTESIMA. - -RUDRA-ÇIVA.[90] - - -Noi abbiamo già accostato Indra _Çiprin_ con Vishnu _Çipivishta_, -e notammo come _çipivishta_ fosse pure un appellativo dato a -_Rudra-Çiva_. _Rudra-Çiva_ raffigura specialmente il sole moribondo; -ma, poichè questo s'incontra con l'_astro_ lunare, lo stesso Dio solare -prese ben presto alcuno de' caratteri essenziali lunari, e specialmente -quello di generatore fallico, o di _phallos spogliato_, secondo il -senso che si diede alla parola _çipivishta_. Qui ancora è probabile che -a far di _Çiva_ un Dio fallico abbia, in parte, contribuito un equivoco -di linguaggio. Come Indra _çikhin_ o _çiprin_ prese pure nome nella -letteratura brâhmanica di _Çibi_ o _Çivi_, come Yâska prendeva equivoco -tra le voci vediche _çipi_, «raggio,» e _çepa_, «fallo, coda;» così non -mi pare improbabile che alla parola _çiva_ scambiatasi, per l'analogia -offerta dalla parola _çipivishta_, in _çipa-çepa_, siasi, sotto -l'influsso delle parlate prâcritiche, attribuito un senso intieramente -fallico, innanzi che altre occasioni esterne venissero a determinare -e svolgere maggiormente nell'Indra il culto del _phallos_ nella figura -del Dio Çiva. Ma _Çiva-Çipa_, che si riscontra per un verso con _çepa_, -per l'altro si accosta, per la mediazione naturale di _Çipivishta_ o -_fornito di çipi_, all'equivalente _çiprin_ (_fornito di çipra_ ch'è -_il ciuffo_); Indra _Çiprin_ è il Dio _col ciuffo_: Indra _Çiprin_ e -Vishnu _Çipivishta_ si rappresentano entrambi circondati dai Marut; ora -i Marut, il padre de' quali è Rudra, sono chiamati _hiranya-çiprâs_, -ossia _aventi un aureo ciuffo_. Ecco un primo carattere, per cui in -_Rudra-Çiva_ o _Rudra-Çiprin_ sembra indicarsi _il sole moribondo_, -ossia il sole col ciuffo. L'inno 43º del primo libro del _Rigveda_ -ci fa sapere che Rudra splende come il sole e come oro; Pûshan, in -cui ravvisammo già il sole moribondo, è spesso chiamato nel _Rigveda_ -con l'appellativo di _Kapardin_, e Kapardin, _dai capelli ispidi_, -dai capelli che vanno in su (a uso de' penitenti), è un appellativo -vedico e brâhmanico di Rudra e di Çiva. L'inno 114º del primo libro del -_Rigveda_, ove Rudra parrebbe identificarsi con quello stesso Vishnu -che, dopo aver negl'Inni vedici distrutto il cinghiale, apparirà esso -stesso, in una delle sue incarnazioni, nella forma d'un formidabile -cinghiale, il Dio Rudra circondato, come Indra, come Vishnu, dai -Marutas, si rappresenta qual rosso cinghiale celeste dall'ispido -pelo (_divo varâham arusham kapardimam_), ed è pregato perciò di -risparmiare i devoti mortali, e i loro figli, e i loro bestiami, e di -non distruggerli nell'ira sua. Nel primo inno del secondo libro del -_Rigveda_, Rudra, chiamato _asuro maho divas_, ossia _grande spirito -del cielo_, un equivalente di _Mahâdeva_ appellativo del Dio Çiva, -s'identifica esplicitamente con Agni e con Pûshan, onde si pare che la -sua propria natura è il fuoco del sole moribondo. Nell'inno 33º dello -stesso libro è pregato Rudra di non allontanare il sole dalla vista -degli uomini, altra prova evidente che si tratta d'un genio o Dio del -sole moribondo. Anch'esso, come il sole, sale sopra un carro; nell'inno -74º del sesto libro Rudra si trova invocato insieme col Dio Luno o -Soma, affinchè caccino insieme tutti i mali, mettano ne' corpi umani -tutti i rimedii, purifichino, allontanino la sventura (_Nirr'iti_), -liberino dal laccio mortale di Varuna, che è simile a quello di Yama. -Anche in quest'inno noi ci persuadiamo che il Dio dovea essere invocato -all'accostarsi della notte, quando la tenebra sembra farsi apportatrice -d'ogni male sopra la terra; si teme che Rudra sia complice di Varuna -o di Yama, e lo si scongiura; egli è supposto padrone di tutti gli -Dei, e il medico de' medici divini. L'inno 22º dell'ottavo libro -celebra gli Açvin, come numi splendidi, adorati il mattino e la sera, -che percorrono le vie di _Rudra_, ond'essi stessi vengono appellati -_Rudrau_ (_i due Rudra_, o _i due terribili_). - -Dalla nozione adunque che, presso il _Rigveda_, si ricava intorno a -Rudra, non par dubbia non solo la sua natura solare, ma in ispecie -quella di sole moribondo, che conviene pure, come già vedemmo, a Yama, -col quale Rudra-Çiva presenta parecchi caratteri simili, essendo -divenuto, com'esso, terribile e beato, infernale e paradisiaco, -distruggitore e riproduttore della vita. - -La nozione degli altri Vedi non distrugge punto, anzi conferma -eloquentemente questa impressione. Quando il _Yag'urveda bianco_ ci -dà come sorella di Rudra Ambikâ, e il suo _Brâhmana_ ci assicura che -Ambikâ è l'autunno, noi troviamo, come al solito, trasferiti al cielo -autunnale ed invernale i fenomeni del cielo vespertino e notturno. -Presso il _Çatarudriya_ dello stesso Veda Rudra appare, come Çiva, -nella qualità di _giriçanta_ o _abitante sui monti_, di _giritra_ o -_montanaro guardiano de' monti_, che è propria del sole al tramonto; -come _nîlagrîvo vilohitah_, ossia _rossastro dalla nuca azzurra_, -ossia la cui testa rossastra posa sul cielo azzurro; come _kapardin_ -o _dagli ispidi capelli arricciati_; come _harikeça_ o _dalla chioma -d'oro_; come _ushnishin_ o _fornito di diadema_; come _çipivishta_, -come _hiranyabâhu_ o _dalle braccia d'oro_; come _rohitah shtâpati_ -o _rosso artefice_, appellativo che ci richiama alla fucina del sole -che tramonta, ove siedono Tvashtar e Vulcano; come _stenânâm pati_ -o _signore dei ladri_ (i quali rubano, per lo più, sull'imbrunire, -quando il sole non illumina più, e la luna non illumina ancora la -terra; del resto, anche la luna è chiamata protettrice de' ladri, e -con essa si può confondere Rudra, in tale qualità, come si confonde -nella sua qualità di signore di tutti i rimedii, di tutte le erbe, -di tutte le piante, e delle foreste); come Pûshan (il sole moribondo) -guida il viandante verso la sua dimora, e custodisce le strade, così -la luna rischiara le vie, erra nella selva notturna, ed errandovi -la illumina; essa è il lumicino delle novelline popolari che guida -l'eroe o l'eroina, che si smarrì nella foresta, al palazzo incantato; -come ladro, e ingannatore egli stesso (aspetto che, nella Mitologia -zoologica, piglia specialmente la volpe che rappresenta il sole -moribondo, ossia l'aurora vespertina); come nano e come gigante; -come primo ed ultimo nato; come vecchio e come giovine, propizio -e terribile; fornito di rapidi carri, munito di dardi formidabili; -come compagno di Soma, col quale protegge le case, come _Paçupati_ -o _guardiano del bestiame_ (due qualità, con le quali Rudra torna -ad assimilarsi con Pûshan); come _çañkâra_ e _çiva_ o _propizio_, -due appellativi che distinsero quindi particolarmente il Dio Rudra; -e, al tempo stesso, come distruggitore e tormentatore (qualità che -distinse quindi, nella brâhmanica Trimûrtti, particolarmente il Dio -Çiva, ed ancora il Dio della guerra ch'è della stessa natura di questo -Rudra; ho già detto che il rosso di sera, nella superstizione popolare -subalpina, annunzia guerra); ad esso pertanto i devoti recitatori -del _Çatarudriya_, cioè al suo dente mortifero (come quello di Yama), -raccomandano e consegnano i loro nemici ch'essi odiano e dai quali sono -odiati. - -Parmi evidente che, per i poeti del _Yag'urveda_, sotto il nome del Dio -Rudra si raffiguri ancora il sole moribondo vespertino ed autunnale, -il Yama che di paradisiaco diviene infernale, il Yama che di primo de' -nati diventerà il primo de' morti e il Dio terribile che fa morire; -all'autunno, oltre il nome di Ambikâ sorella di Yama, ci richiama -il _Çatarudrya_, dicendoci che la pioggia è dardeggiata da Rudra. E -questo trasferimento di Rudra dal cielo vespertino al cielo autunnale -ci è pure confermato, oltre che dalla sorella di Rudra, Ambikâ, la -pluvia stagione autunnale, dalla moglie di lui Priçnî, la vôlta celeste -macchiettata, e, sovra tutto, dai figli di lui i Marut, i venti, i -quali come si levano la sera, quando il sole tramonta e spirano le -gelide brezze notturne, così ancora più formidabili si scatenano negli -aquiloni autunnali, nunzii ed apportatori terribili della tempesta -invernale, per tornare poi nel marzo nunzii di buon tempo: invocati per -la distruzione de' nemici, mentre, secondo un inno dell'_Atharvaveda_, -Dundubbi o il Dio tamburo tona per far loro paura. - -Per questa relazione strettissima che Rudra ha con l'oceano notturno e -con la stagione pluvia autunnale (esso è detto, presso il _Yag'urveda_ -e presso l'_Atharvaveda_, aver sede non meno nell'acqua che nel -fuoco; l'acqua dà poi il succo medicinale, salutifero alle erbe, -delle quali Indra è pure signore), e poi Rudra regna dappertutto; -onde si spiega pure il suo appellativo di _Çarva_, col quale esso -viene particolarmente celebrato nell'_Atharvaveda _. Così come Vishnu -risalì al _viçvam_, all'universo, e divenne Dio universale; così Rudra -si trasformò in Çarva, e come tale, scambiato _Çarva_ con _Sarva_, -ch'è pure uno de nomi di _Vishnu_ e di _Çiva_ (lo scambio fra _Çarva_ -e _Sarva_ appartiene già all'età vedica), si confermò e s'inalzò la -sua qualità di _Mahâdeva_, d'_Ica_, d'_Içvara_, di _Parameçvara_, -le quali riconosciute, _Rudra-Çiva_ dovea necessariamente pigliar -posto nella Trimûrtti, i componenti della quale si distinguono dagli -altri Dei minori specialmente pel loro carattere d'universalità; ma -poichè _Çarva_ non è già propriamente _il tutto_ (_Sarva_), ma _il -distruggitore_, il mahâdeva Rudra-Çiva rimase poi particolarmente -nella Trimûrtti col suo carattere di universale distruggitore, e -viene già scongiurato negli Inni vedici, affinchè non distrugga. _Ugra -terribile_ è uno degli appellativi, coi quali è invocato Rudra-Çarva -nell'_Atharvaveda_. Egli vi è celebrato come _çikhandin_ o _crestato_, -_fornito di ciuffo_, e munito di un arco del color dell'oro, col quale -_colpisce mille, uccide cento_; ed è pregato di tener lontano dalla -dimora dei devoti sciacalli, cani sinistri[91] e calve streghe; di -lanciare sopra altri che sopra i suoi devoti la sua arma terribile; di -non consumarli, di non ucciderli nè col veleno nè col fuoco, poich'esso -è padrone di tutte le erbe, ossia di tutte le acque che danno il succo -alle erbe, e di mettersi in collera contro di essi; di rivolgersi -contro gli animali mostruosi, contro i quali esso può liberamente -tirare; di scagliare altrove il fulmine (_Vidyut_). In questa qualità -di fulminante, Rudra padre dei Marut si identifica evidentemente con -Indra fulminante circondato dai Marut, il sole, chiuso nella nuvola -della tempesta, è egli stesso il fulminatore, mentre, secondo un altro -concepimento vedico, Indra trae dal sole o da Vishnu (avvolto ancor -esso dai Marut) il fulmine, per scagliarlo poi egli stesso. Avremmo -qui dunque in Rudra, non tanto il sole moribondo vespertino, quanto il -sole entrato nella stagione autunnale, che nelle tempeste dell'autunno, -circondato dai venti suoi figli, fulmina e tona, usurpando il supremo -ufficio di Indra, come altri ufficii vedemmo già essere stati ad Indra -disputati da Brahman e da Vishnu. È con le spoglie degli Dei vedici che -si rivestirono gli Dei brâhmanici, ogni nuovo Dio grandeggia a spese -degli Dei che l'hanno preceduto; e di questo divino travestimento gli -stessi Inni vedici ci lascian rintracciare le occasioni e le ragioni -celesti. Un inno dell'_Atharvaveda_, in cui Rudra è esplicitamente -identificato con _Mahâdeva_ e con _Içâna_, ossia con Çiva, ci avverte -come Rudra, per consenso di tutti gli Dei, fu convertito in arciere -celeste, qualità propria d'Indra, e poi di suo figlio Arg'una, ma che -s'attribuì quindi, come parmi, tanto più facilmente a _Çiva_, per -l'equivoco che dovette nascere tra le parole _Ìçvara_, che divenne -poi _il signore_ (ma che, in origine, significò _il penetrante, il -forte, il potente_), appellativo di Çiva, ed _Ishvâsa_ che vale -_l'arciere_. In una singolare leggenda del _Çatapatha Brâhmana_, -presso la quale si cerca dar ragione de' varii nomi di Rudra, figurato -come figlio dell'anno e di un'Ushas figlia di Ushas, ossia _Aushasî_ -(la primavera risponde all'aurora mattutina, l'autunno all'aurora -vespertina; l'_Aushasî_ madre di Rudra sembra identica alla _Priçnî_ -che gli è moglie, all'Ambikâ che gli è sorella), e che domanda gli si -dia un nome (poichè il neonato fanciullo indiano, secondo il vedico -_Çatapatha Brâhmana_, finchè non riceve un nome, non può essere -liberato dal male, credenza che ci richiama al dogma cristiano del -peccato originale portato via dalla cerimonia del Battesimo, nella -quale si dà al neonato fanciullo cristiano un nome che si spera possa -portargli fortuna), tra le forme che gli dovranno procacciare un nuovo -nome, troviamo pure indicata quella di _Parg'anya_, ch'è _il temporale_ -e _il Dio del temporale_, armato del fulmine, ossia della _vidyut_, -_della lampeggiante_. E poichè la stagione autunnale, invernale, -e la notturna, ossia la stagione umida, acquosa, è particolarmente -retta dalla luna, la leggenda del _Çatapatha Brâhmana_, tra le forme -di Rudra, ci offre pur quella di _C'andramas_, ossia del Dio Luno; -e poichè il Dio Luno si raffigura come un Prag'âpati o conservatore -per eccellenza _della progenie_, Rudra è anch'esso un Prag'âpati, -qualità che abbiamo già veduto appartenere a Brahman ed a Vishnu; -nella Trinità brâhmanica poi, Brahman è il _Prag'âpati_ procreatore, -Vishnu il _Prag'âpati_ conservatore della progenie; nella qualità di -_C'andramas Prag'âpati_, Rudra-Çiva piglia ancor esso il carattere del -Dio creatore universale, come pure in quella di _îçâna_ che lo stesso -_Brâhmana_ spiega come _sole_, poichè il sole regge l'universo e forse -in _îça_, _îçâna_, _îçvara_, appellativi di Rudra, la radice _îç_ è -stretta parente di _viç_ che entra in Vishnu, com'è certo la stessa -che occorre in _Ishma_, _il Desiderio_, e poi il Dio del Desiderio, -l'Amore, il Dio d'Amore, che, come violento, diviene poi il Dio della -Guerra; e _Kumâra_ uno degli appellativi del terribile Karttikeya -o Dio della guerra indiano, nel periodo brâhmanico, chiamato nel -_Mahâbhârata_ figlio di Rudra, è pure uno degli appellativi di Rudra -attribuitigli dalla leggenda del _Çatapatha _, il quale, pigliando -equivoco fra il nome di _çarva_ o _distruggitore_ e _sarva_ o _tutto_, -considera pure Rudra nella sua forma di _Sarva_, e la spiega, nel modo -seguente, ove l'imposizione del nome e il battesimo con l'acqua si -trovano accostati. Dopo aver dichiarato che _Rudra_ si chiama così, -da _rud_ «piangere,» poichè il fanciullo neonato piangeva, essendo -travagliato dal male, per non avere ancora ricevuto alcun nome che -glielo portasse via; dopo aver soggiunto che il neonato Rudra passò -nella forma di Agni, ossia del fuoco, perchè il fuoco è un _Rudra_, -ossia _uno che piange_, la leggenda continua: — Il fanciullo disse: «Io -sono più grande di tutto ciò che esiste; imponimi un nome.» Prag'âpati -rispose: «Tu sei Sarva.» Poichè egli ricevette, un tal nome, le acque -divennero la sua forma; chè Sarva si chiamano le acque (per l'equivoco -nato sopra la radice _sar_, onde _Sara_, _l'acqua_; il _Sarva_ poi -si congiunge etimologicamente col _Sarpa_; onde si spiega ancor -meglio come _Sarva_ sia un appellativo di Vishnu e di Çiva, come Dei -universali, e che Vishnu appaia pure più tardi nella forma di _Sarpa -Ananta_ spiegato per _serpe infinito_, ma scambiato probabilmente col -_Sarva Ananta_, ossia _con l'universo infinito_, di cui Vishnu è il -reggitore, il conservatore; _Vishnu ananta_, ossia _il tutto infinito_, -si rappresenta seduto sopra il _çesha_ che propriamente rappresenta -la parte), e le acque si chiamano _sarva_, perchè da esse nasce -ogni forma. — I nomi di _Paçupati_, o, com'è spiegato, _signore del -pascolo_, di _Ugra_ il «terribile,» di _Vâyu_ «il vento,» di _Açani_ -«il fulmine,» ec., che la leggenda attribuisce a Rudra, sono tutte -qualità speciali, caratteristiche date al Dio universale; la riunione -di esse costituì il carattere di _mahâdeva_ o _gran Dio_ Rudra-Çiva; -della sua qualità vedica di _distruggitore_ o _çarva_, nell'età -brâhmanica, si conserva frequente reminiscenza nel nome di _Sarva_, -che ha sostituito il _Çarva_, con significato di _universo_. In una -leggenda del _Çânkhâyana Brâhmana_ riferita per intiero dal Muir nel -quarto volume de' suoi _Sanskrit Texts_, il nascimento e l'imposizione -de' nomi a Rudra sono riferiti nel modo seguente: — Prag'âpati ha una -figlia di nome Ushas; questa si trasforma in una ninfa; Prag'âpati -la vede, e lascia cadere il suo seme genitale; quindi ei lo raccoglie -in un vaso d'oro, e ne nasce una creatura dai mille occhi, dai mille -piedi, dalle mille braccia[92] (oppure dalle mille saette fissate sulla -corda dell'arco). Il neonato si reca presso Prag'âpati e gli dichiara -ch'ei non toccherà cibo, finchè non riceverà un nome. Prag'âpati lo -chiama _Bhava_ od _essenza_, poichè Bhava od essenza sono le acque; -Rudra non è pago, e vuole un secondo nome; allora Prag'âpati: «Tu sei -_Çarva_,» poichè Agni (il fuoco) è _Çarva_ (ossia _struggitore_); il -terzo nome ricevuto da Rûdra è _Paçupati_ o _il signore del pascolo_, -perchè Vâyu o _il vento_ è Paçupati; il quarto nome è _Ugradeva_, -poichè Ugradeva o _il Dio terribile_ sono le erbe e le piante (qui è -evidentemente avvenuto uno scambio per errore del commentatore, poichè -_Ugradeva_ è il nome che conviene a Vâyu, e _Paçupati_, o _signore del -pascolo_, è invece il nome che conviene alle erbe ed alle piante); il -quinto nome è _Mahâdeva_ o _gran Dio_, perchè _gran Dio_ è _Âditya_ -(ossia _il sole_, Vishnu); il sesto nome è _Rudra_, perchè Rudra è pure -_la luna_ (_C'andramas_); il settimo nome è _Îçâna_, poichè Îçâna è il -cibo (_annam_, per l'equivoco probabile nato fra _îçâna_ ed _açana_, -ch'è _il cibo_); l'ottavo nome è _Açani, il fulmine_, perchè Açani -(come Dio fulminante) è Indra. — Nel _Yag'urveda nero _Agni-Rudra è -già paragonato al tigre vorace, che divorerebbe il sacrificatore, se -questo non lo placasse con le oblazioni; il fuoco sacrificale è quel -tigre vorace sulla terra; e il sole moribondo sulla montagna, che -attira a sè, è il tigre celeste, che troviamo quindi rappresentato, nel -periodo brâhmanico, presso Çiva e Parvatî. Tuttavia l'insegna propria -di Rudra-Çiva tra gli animali è particolarmente il toro, emblema -essenzialmente lunare, onde Çiva viene pure rappresentato con la luna -in fronte; e questo suo associarsi e quindi identificarsi con l'astro -lunare dovette poi concorrere, in gran parte, a convertire Rudra-Çiva -in un Dio fallico, che offre un singolare contrasto con la qualità di -distruggitore rappresentata nella Trinità brâhmanica da Çiva. Il vedico -Rudra non ha ancora caratteri paradisiaci; egli è essenzialmente un -violento, un terribile armato, che gli uomini temono, quanto amano -invece Indra. La grandezza d'Indra spiegasi particolarmente nel -cielo primaverile, in cui si mostra circondato dai venti di marzo; le -tempeste di primavera, nelle quali Indra fulmina e tona, annunziano il -ritorno del bel tempo; gli Açvinau, i due gemelli, i due pesci, sono -compagni propizii d'Indra. Gli stessi Açvinau accompagnano Rudra, ma -essi sono gli Açvin autunnali (_Rudrau_), dai quali, anzi, un mese -dell'autunno s'intitola _Âçvina_; e i Marut dell'autunno non hanno -più la stessa natura dei venti di marzo; essi sono aquiloni funesti, -infernali; il loro potere perciò è temuto, come quello di Rudra loro -padre, il quale, congiungendosi nella notte e nell'inverno con l'oceano -acquoso, in esso trova poi ogni maniera d'umori, i salutiferi ed i -velenosi, onde esso può pure far concorrenza agli Açvin, come supremo -medico, ossia medico de' medici. È nel suo incontro con l'ambrosiaco o -dionisiaco Soma, con l'astro lunare, che Rudra acquista natura benigna, -fallica insieme e paradisiaca, offrendo in sè quello stesso duplice -carattere, che abbiamo già avvertito in Yama, Dio al tempo stesso -de' beati e de' dannati, infernale e paradisiaco. Ma la letteratura -vedica ci presenta Yama sotto un aspetto _particolarmente propizio_, -come Rudra sotto un aspetto _specialmente formidabile_; si direbbe -che dalla riunione di queste due persone vediche siasi formato, in -gran parte, per l'occasione di un equivoco nato sulla parola çiva, il -duplice Çiva brâhmanico (il cui carattere propizio è essenzialmente -fallico), come vedemmo già che dallo scambio sicuro di _Çarva_ con -_Sarva_, e forse quello d'Îç-a con Vish-nu, si costituì la grandezza -di Mahâdeva, che assunse anch'esso il carattere di fallo universale. La -_Çvetâçvatara Upanishad_ rappresenta Rudra come _signore dell'universo_ -(_viçvâdhipa_), generatore del primo _germe d'oro_ (_Hiranyagarbha_) -increato esso stesso, quantunque altre volte si rappresenti al pari -di Yama qual primo de' nati e primo de' morti, o pure come figlio -di Prag'âpati e di una forma di Ushas. Nell'_Atharvaçiras Upanishad_ -Rudra è celebrato come il Dio universale, eterno e non eterno, eterno e -primevo, visibile ed invisibile, maschio e femmina, principio e fine; -così si combinano le sue due nature di creatore e di distruggitore, -poich'egli è tutto e dappertutto; _nel tempo del fine_ (_antakâle_), -dice la _Upanishad_, egli distrugge tutti i mondi. Con simile carattere -universale è chiaro che Rudra possa raccogliere in sè solo gli aspetti -di tutti gli Dei. La _Kaivalya Upanishad_, secondo l'estratto che ne -diede il professor Weber negli _Indische Studien_, c'insegna che Rudra -è lo sposo di Umâ, è Brahman, è Çiva, è Indra, è Vishnu, è lo Spirito -(_Prâna_), è l'anima, è _Parameçvara_, ossia il _supremo Signore_. -Da tutti questi indizii vedici, e da quegli altri più copiosi che -lo studioso può trovare diligentemente raccolti nel IV volume dei -_Sanskrit Texts_ del Muir, a quale conclusione si può egli arrivare -intorno alla propria natura di Rudra-Çiva? — A nessuna affermazione -esclusiva ed assoluta. - -Quando si parla di Çiva, vuolsi concepire sotto molteplici forme; la -più antica è quella del violento vedico Rudra generatore dei venti, -che nel cielo vespertino e autunnale, e, più di rado, mattutino e -primaverile, appare ora malefico, ora propizio, ora promettitore di -bel tempo, ora di tempo malvagio; come vi sono due Açvin, come vi -sono due Yama, così vi sono due Rudra, l'uno _Çarva o distruggitore_, -l'altro _Çiva_ o _felice_. Ma il _Çarva_ divenuto _Sarva_ (_universo_) -prese aspetto d'un Dio universale simile al Creatore Brahman; e -_Çiva_, confusosi forse col _Çepa_ o _Çipivishta_, converti facilmente -il Dio universale Creatore in un Dio fallico. Il Çiva del periodo -brâhmanico conservò alcune delle qualità del terribile Rudra-Çarva; -ma, per i contatti con le popolazioni dravidiche, quasi a liberarsi -dai maleficii del Çiva distruggitore, gli indigeni finirono poi col -venerare specialmente il Dio fallico, il _liñga_, che dovea mantenere -la generazione, e impedire così che il _Sarva_ fosse distrutto dal -_Çarva_, ossia che il Mahâdeva creatore annientasse l'opera propria. -Ed ora, per proseguire, dovremmo entrare, alla nostra volta, nella -regione della metafisica, ai confini della quale ho, invece, desiderato -arrestarmi. Se io l'ho pur tuttavia, in qualche maniera, sfiorata, -siami di scusa la stessa classificazione da noi fatta degli Dei -vedici, i quali tutti, senza eccezione, hanno bensì una base fisica, -ma non sì che alcuni di essi non accennino già ad una imminente -trasformazione della loro natura mitica in natura teologica, anzi -non dimostrino ad evidenza che la trasformazione è già incominciata; -e, contemporaneamente al Dio teologico, ossia all'astrazione suprema -dalla realtà, nasce nel culto il grossolano idolo fallico. Fra il mondo -teologico e il mondo della materia inconsciente, che sembrano assai -lontani e pure si toccano, sta il mondo mitico, ossia il mondo ideale, -il mondo poetico, il mondo delle realtà luminose che si agitano perenni -nella vita dello spirito. - - - - -LETTURA DICIOTTESIMA. - -CONCLUSIONE. - - -Noi siamo giunti al fine della nostra breve peregrinazione a traverso -l'Olimpo vedico, contemplando la figura di Rudra-Çiva. Noi abbiamo -considerato il primo aspetto del Dio; per studiare, nella sua -interezza, il secondo, dovemmo mutare d'ambiente storico, e però -necessariamente d'ambiente mitico. Poichè, ammesso ciò che non si nega -più da ogni mitologo intelligente, risultare il mito dal linguaggio -insieme e dalle idee che quel linguaggio esprime, ossia dalle immagini -figurate ed animate del linguaggio, poichè le idee si trasformano -insieme con le parole, anche le mitologie passano necessariamente -per stadii diversi. Così nell'India abbiamo collegate fra loro e pure -distinte due mitologie, la vedica e la brâhmanica, come abbiamo due -civiltà, e due lingue fra loro collegate e pure distinte, la vedica -e la brâhmanica; a queste due lingue, civiltà e mitologie, se ne -potrebbe ancora, nell'India, aggiungere una terza, ch'è la lingua -sacra, la civiltà, la mitologia buddhistica. E, col trasformarsi delle -mitologie, anche le religioni che posano sopra di esse, si modificano. -La mitologia vedica s'accompagna con un culto religioso de' fenomeni -più splendidi e delle forze più temute della natura; la mitologia -brâhmanica che ingigantisce gli Dei senza farli più luminosi e più -venerabili, si accompagna con una idolatria mostruosa; la leggenda -mitica spirituale del Buddha porta alla sua suprema esagerazione -l'ascetismo. Ogni età storica ha un suo carattere particolare; se vi -è capacità morale in una razza di creare il mito, e se questa razza -può contare più di una età storica, essa muterà necessariamente di -mitologia e di religione col mutarsi di civiltà e di linguaggio. Ma, -come nessun linguaggio è così distinto dal suo predecessore da farlo -dimenticare, così nessuna nuova mitologia fa intieramente dimenticare -l'antica, da cui si è svolta. Accade nella successione mitologica -quello che si osserva nella successione ereditaria di padre in figlio. -Certamente l'eredità che il figlio riceve dal padre o dagli avi, è -gran parte del suo organismo; ma, poichè l'educazione di questo nuovo -organismo è inevitabilmente diversa da quella che ricevette l'organismo -precedente, poichè i mezzi, coi quali il figlio vive e l'ambiente -storico, in cui si agita, sono diversi da quelli, coi quali visse -e in cui s'agitò il padre, per questa sola diversità d'educazione, -di mezzi e d'ambiente si produce un nuovo carattere morale. Così il -carattere mitologico appare diverso secondo le età storiche, nelle -quali si manifesta. Ebbe quindi ragione il professor Adalberto Kuhn, -uno de' fondatori illustri della Mitologia comparata, in un recente -suo notevole discorso letto all'Accademia delle scienze di Berlino -(_Ueber Entwicklungsstufen der Mythenbildung_), di negare l'esistenza -di un solo periodo mitico. Tuttavia, se si devono ammettere parecchi -periodi di creazione mitica, chè, negandoli, si negherebbero all'uomo -moderno intieramente quelle facoltà poetiche, ideali, inventive, che -si riconoscono all'uomo primitivo, non bisogna poi dimenticare le -ragioni, per le quali l'uomo primitivo era più atto dell'uomo civile a -creare il mito, e le ragioni, per le quali un mito elementare che si -lasciava creare da un uomo primitivo, non si potrebbe più inventare -da un uomo incivilito. Per crear miti è necessaria molta ingenuità, -e la molta ingenuità s'accompagna per lo più con la molta ignoranza; -l'entusiasmo poetico che si sente innanzi alla natura è ancor esso una -illusione creata da una specie d'ignoranza; il poeta vede nell'aurora -la fanciulla che sparge rose, che apre con rosee dita la finestra -d'oriente; lo scienziato considera attentamente il fenomeno, lo -sottopone ad una fredda analisi, calcola la distanza ed i riflessi de' -raggi solari sopra un cielo simile ad una vôlta azzurra, ma che non -è in realtà nè azzurro nè vôlta, e si mostra solo con quel colore, -con quella forma alla nostra vista ingannata; e, arrivato a quella -conoscenza, lo scienziato non solo non crea più alcun mito sopra -l'aurora, ma non lo lascia più creare. Perciò mi convien ripetere -quello che ho già affermato nell'aprire queste letture; se si creano -ancora miti, il solo che li crea è il popolo, perchè più ingenuo e -più prossimo alla natura; i poeti cittadini possono guastare i miti, -con la pretesa di abbellirli, di ornarli, come fece Ovidio con le -sue _Metamorfosi_, ma non già creare alcun mito vivace. Se vi furono -dunque parecchi periodi storici, ne' quali si crearono ordini diversi -di miti, convien pur sempre ritenere che nessun terreno, nessun tempo, -nessun linguaggio tra quelli che conosciamo fu più propizio alla -creazione dei miti, che il terreno, il tempo, il linguaggio vedico. -Noi siamo richiamati ad una regione, nella quale i fenomeni naturali -si manifestano più ricchi e più grandiosi, ad un'età patriarcale, -ad un linguaggio particolarmente agile, vivace e trasparente. Io ho -detto esser necessaria molta ingenuità per creare i miti, ma s'intende -che questa qualità negativa non basterebbe da sola a produrre altro -che facili e volgari idolatrie; ma il popolo che cantava gl'Inni -vedici aveva ancora un sentimento vivacissimo, ed una immaginazione -ardente, due qualità necessarie a produrre l'entusiasmo poetico, -primo artefice di miti. Dico primo e non unico. Poichè, come ho già -avvertito più volte, e, come spero aver dimostrato con un sufficiente -numero di esempi, un gran numero di miti nacque sopra un solo equivoco -di linguaggio. Quando noi tra le opere indiane ne troviamo una che -ci reca i mille appellativi di Vishnu, un'altra che ci offre i mille -appellativi del Sole, da questa ricchezza d'appellativi attribuiti ad -un solo essere mitico comprendiamo insieme tre cose: 1ª che quella -ricchezza d'appellativi è prova della potenza immaginativa, ossia -poetica, del popolo che sapeva inventarli; 2ª che, diventando quegli -appellativi figure mitiche distinte, un solo Dio poteva moltiplicarsi -e trasformarsi tante volte, quanti erano i suoi appellativi poetici; -3ª che scambiandosi l'uno con l'altro gli appellativi di uno stesso -Dio, o, come più spesso avvenne, l'appellativo d'un Dio con quello d'un -altro, essendo impossibile che alcuno degli appellativi dati in gran -numero ad un solo Dio non ritornasse come appellativo proprio d'alcun -altro Dio, da questo scambio nasceva un equivoco, e da questo equivoco -molte volte un intiero ordine di miti. E gli equivoci possono essere -diversi secondo le età; vi sono, per esempio, equivoci spontanei, -come quello che nasce fra la nuvola e la montagna, fra i due Krishna, -il vedico ed il brâhmanico, fra la Pr'ithivî celeste e la Pr'ithivî -terrestre; vi sono equivoci per ignoranza mista ad un po' di malizia, -come abbiamo veduto essere quello nato tra gli stessi poeti vedici -sopra la parola _çipivishta_; vi sono finalmente equivoci originati -dalla ignoranza de' commentatori, e questi, come sono della peggiore -specie, così alimentano una mitologia grottesca, massiccia, che vive -alle spese della credulità del volgo, ma non contiene in sè stessa -alcun germe vitale. Ma, se gli equivoci d'un'età sono diversi da quelli -d'un'altra, la tendenza a crear miti per mezzo di equivoci è un fatto -antico e costante. Nuovi miti possono certamente apparire nella storia, -e vi sono alcuni miti recenti, come ve ne sono moltissimi antichi. Il -voler pertanto spiegare ogni mito col richiamarlo, come a sua prima -fonte immediata, ai miti vedici, sarebbe sicuramente impresa temeraria; -poichè il nostro linguaggio non rimase inerte dall'età, in cui si -produsse nelle sue primitive forme ariane, convien supporre che esso, -svolgendosi, abbia pure creato la sua parte di miti caratteristici. Ma -ciò che importa a noi, quando accostiamo un mito occidentale ad un mito -orientale, non è già il mostrare la provenienza di quello da questo, -sebbene, per parecchi miti europei, sia necessario il riconoscere -la loro provenienza asiatica, non essendo possibile l'ammettere che -gli Europei togliessero dall'Asia il loro linguaggio privo di ogni -contenuto mitico, che vorrebbe dire privo d'immagini poetiche, ma sì di -ritrovare una sola legge costante nella generazione di miti conformi. - -De' miti gli uni sono antichi ed ereditarii, gli altri sono moderni -e nostri; degli ereditarii gli uni sono di origine orientale, gli -altri nazionali. Come confrontiamo gli antichi nostri miti con gli -orientali, così è utile il confrontare anche i moderni, fondati sopra -lo stesso principio di produzione mitica. Io ho già citato il _vin -di nuvoli _del linguaggio popolare toscano e piemontese, con cui si -esprime l'acqua piovana; ecco un mito moderno, che ho creduto di poter -riscontrare nel mito indiano equivalente di _Kabandha_, ossia della -nuvola barile, sebbene certamente il contadino toscano e piemontese non -abbiano avuto bisogno d'alcuna nozione tradizionale per immaginare il -loro mito. Così, quando in Piemonte piove da molti giorni, suolsi dire: -_tempo di Dio seguita_; quando una tale espressione non sia derivata -dalla tradizione biblica del Diluvio, quel _Dio_ fatto sinonimo di -pluvio ci richiama al cielo, ossia al Giove pluvio, e questi alla -sua volta si ricongiunge col vedico _Dyu, Dyaus_, col cielo medio, -che, sotto il nome d'_Indra_, diviene pluvio. Ecco una foggia di mito -ereditario, il quale può essere nato sul suolo italiano, come derivato -dal suolo asiatico; ma qualunque sia la sua antichità, la espressione -del linguaggio piemontese vuol essere considerata come un vero mito, -ed un tal mito è della stessa natura di quelli che i poeti vedici ci -hanno descritti; e merita pertanto che il psicologo comparatore se ne -occupi. Quando il dotto mitologo Mannhardt, nel suo bel saggio _Sui -demonii del grano_, mi fa conoscere che il popolo tedesco conosce -pure un demonio delle patate, sono lontano, non ignorando come sia -moderna la coltura di questa pianta in Europa, dal voler inferire che -bisogna ricercare ne' miti primitivi un demonio delle patate; bensì, -invece, argomento che un'antica nozione mitica, secondo la quale -gli esseri demoniaci penetravano nelle piante per mandarle a male, -mantenutasi viva nella tradizione popolare tedesca, prese una nuova -forma speciale sopra un nuovo oggetto; e non commetto quindi nessun -arbitrio, quando ricerco pure nel demonio delle patate una prova della -persistenza che hanno i miti ariani nella loro stessa varietà. Egli -era, per lo stesso principio critico, che, or sono ben sei anni, da -questa stessa cattedra, discorrendo del ciclo epico Carolingio, io, -pure nell'ammettere il concorso occasionale di nuovi elementi storici -francesi alla formazione dell'epopea Carolingia, osai riscontrare -i nuovi eroi medioevali coi loro antichi fratelli mitici indiani. -Lasciate che critici di mala fede vengano a provocare le risa del volgo -con la stolida accusa che tutte le tradizioni popolari odierne siano da -noi spiegate coi soli miti vedici, dai quali, secondo essi, li facciamo -immediatamente discendere; con avversarii di tal natura sarebbe sterile -ogni lotta; ma, questo m'importa bene che fermiate nella mente: che -se vi sono degli stadii diversi di forme mitologiche, vi è continuità -e identità di principio che le governa e ne determina lo svolgimento. -La difficoltà maggiore sta, senza dubbio, nel determinare se un -fatto mitico sia antico o moderno, indigeno od importato; e, in tale -ricerca, spesso l'acume dello storico delle mitologie non basta, poichè -mancano ancora a questa storia segreta del genere umano, contenuta -ne' miti, troppi documenti; ma, se non si può sempre determinare la -provenienza d'un fatto mitico, la sua sostanza mitica non può essere -contestata se non dalla molta mala fede o dalla molta ignoranza degli -ostinati oppositori della Mitologia comparata. Accettando, pertanto, -in massima il principio stabilito dal professor Kuhn nella sua dotta -dissertazione, per temperare l'opinione che gli parve un poco troppo -assoluta del professor Max Müller, il quale poneva l'origine de' miti -nella sola sede originaria asiatica della stirpe indo-europea, parmi -che convenga, anzi tutto, fare una distinzione molto viva tra i miti -primarii ed i miti secondarii; i miti primarii, o espliciti od in -germe, furono portati tutti dalle sedi asiatiche in Occidente; inoltre, -nello stadio de' miti secondarii, per quanto lontani ed isolati, vuolsi -riconoscere sempre una stessa legge o meglio un complesso di leggi, -di formazione mitica, legge o complesso di leggi, in cui trova la -sua ragione scientifica la Mitologia comparata, e senza la quale essa -riuscirebbe ad uno studio vano e capriccioso. - -Con tale opinione ch'io sono venuto formandomi intorno alla scienza -che qui ci occupa, io non vi renderò altra ragione del metodo che, -in questo primo corso di Mitologia vedica, mi è sembrato di dover -seguire. La mitologia vedica somiglia tuttora ad un vasto mosaico senza -disegno composto di pietre preziose. Io ho tentato di dare una prima -distribuzione critica alla materia, classificando, in letture distinte, -gli Dei più eminenti dell'Olimpo vedico. Incominciai col dimostrarvi -come, da prima, le sole forze della natura fossero cantate col loro -proprio nome, come dalla poesia che le cantava siasi naturalmente -disegnata la prima mitologia, ossia come sopra i fenomeni celesti siano -nati gli Eroi divini. Tentai quindi indicare quale fosse il principale -fenomeno rappresentato dal Dio eroico, e come da questa figura divina, -per un concepimento più largo, più grandioso, più universale della -totalità de' fenomeni celesti, sia sorto, dopo il Dio eroico, il Dio -astratto o metafisico; ma di questo stesso Dio metafisico tentai pure -determinare il limite fisico probabile, sopra il quale s'innalzò; così -che per noi rimarrebbe, dalla caratteristica che abbiamo data agli -Dei vedici, persuaso che tutta la mitologia vedica ne' suoi tre stadii -ha un solo fondamento fisico, e che la fisica, la quale muove gli Dei -vedici, è la sola fisica celeste. Nella brevità de' limiti concessi a -queste mie letture, io non potei recare nè molte nozioni nuove, e nè -pure tutte le nozioni già aperte agli studiosi vedisti intorno agli Dei -dell'Olimpo vedico; ma spero bene aver fatto abbastanza per rilevare -e stabilire di ciascun Dio il suo carattere eminente, come desidero -non essermi ingannato in quelle nuove interpretazioni che ho cercato -proporvi di certi nomi e fatti mitici. S'io avessi inteso a divertirvi -con una pomposa descrizione dell'Olimpo vedico, l'India non mi avrebbe -negato i suoi colori per farvene una splendida rappresentazione. -Ma, se mi lusingherei che m'avreste prestato più fida e più animata -attenzione, sentirei vergogna di me stesso, ove, per raccogliere -fugacemente un vantaggio artistico, fossi venuto a tradire un mio -grave dovere come studioso. Un poeta potrebbe certamente con gli Dei -del _Rigveda_ comporre un panteon glorioso, e riempirlo d'armonia e -di luce; ma pel critico, che attraversa gl'Inni vedici, questa luce -e quest'armonia non appaiono punto costanti; vi sono sprazzi di luce, -vi sono momenti di serena tranquillità; ma, al di fuori dell'idillio -degli Açvin e dell'Aurora, e delle battaglie d'Indra, nessuna impresa -mitica si trova illuminata nel _Rigveda_ di piena luce, onde, facendo -parlare il solo testo, vi possiate appassionare per quegli Dei; alla -lirica vedica mancò il suo epico Omero; e tra i poeti vedici e gli -ellenici corre questa differenza, che i primi sono in atto di creare i -loro Dei, i secondi già intenti ad ornarli; se il mondo vedico si fosse -potuto continuare, in modo immediato, nell'India gangetica, forse que' -stessi poeti che scrissero il _Râmâyana _ed il _Mahâbhârata_ sarebbero -riusciti, con la loro mirabile potenza artistica, a completarci in modo -più grandioso e poetico la figura degli Dei vedici; ma questo secondo -periodo di elaborazione mitologica per mezzo dell'arte mancò all'India; -fra il periodo lirico delle tribù e il periodo epico delle caste corre -uno spazio di tempo enorme, nel quale i miti vedici o si pèrdono o si -corrompono; quando il _Râmâyana_ ed il _Mahâbhârata_ furono scritti, -alla società patriarcale vedica era già sottentrata la società castale -brâhmanica, e coi moncherini degli Dei vedici s'erano già fabbricati e -collocati molto visibilmente, in forme strane, grottesche ed immobili, -sopra la terra, idoli giganteschi e mostruosi. La mitologia vedica può -quindi constare di soli bei frammenti; mia industria presente fu di -dare a tali frammenti qualche ordine logico, e di argomentare a quale -intiero organismo divino un tal frammento possa ricongiungersi nella -storia de' miti, ossia in quale famiglia mitica abbia trovato il suo -più probabile svolgimento. Fu lavoro delicato e, lo confesso, pieno -di pericoli; ma non sarà, io spero, di vergogna a me l'averlo tentato, -nè d'intiero perditempo a voi l'aver tenuto dietro a queste indagini, -sopra un terreno ancora tutto ingombro di sassi e di spine, ma dove non -vi è viaggiatore volonteroso che non possa incontrar qualche fiore. - - - FINE. - - - - -INDICE ALFABETICO - -de' Nomi e delle Cose principali che si contengono nelle presenti -Letture. - - -A - -Ab-ovo, pag. 127. - -Acciecato (il sole Bhaga), 81, 165, 212, 213, 215, 220. - -Accipiter, 145. - -Acqua, 46, 48, 49, 75, 78, 119, 120, 121, 122, 125-143, 144, 176, 203, -212, 216, 232, 233, 235, 238, 239, 252, 280, 281, 292, 299, 321, 322, -323. - -Adamo, 111, 219, 236, 237. - -Aditi, 43, 46, 48, 66, 76, 77, 80, 87, 106, 172, 195, 196, 197, 201, -252, 254, 302. - -Âdityâs, 43, 76, 87, 195, 252, 254, 302, 322. - -Adri, 115. - -Afrodite, 145, 153, 154, 194, 218. - -Agastya, 159. - -Ag'a, 275. - -Agni, 84, 85, 109, 124, 125, 128 (correggasi garbhah), 133, 134, 140, -148, 150, 154, 155, 196, 242, 266, 271, 276, 295, 305, 314, 321, 323. - -Ago meraviglioso, 98. - -Ag'o Bhaga, 119. - -Agonj, 109. - -Ahanî, 46, 48, 66. - -Ahalyâ, 192, 193, 194. - -Ahi mostro trattenitore, e l'avaro dell'adagio popolare italiano, 18, -201, 202, 266. - -Ahuramazda, 249, 254. - -Aksha, 139. (Cfr. quello che si dice nell'_Indice_, pag. 344, sotto -la voce _Div_, intorno al valore di _lusingare cogli occhi_, che ha in -russo questa radice.) - -Akshakâmâs, pag. 136. - -Alba, 57, 207. - -Albero di Natale, 110, 145; fuoco nato dalla punta degli alberi, 111, -114, 115. - -Albero paradisiaco e cosmogonico, 241, 289, 292. - -Ali dei venti, 150. - -Allievo del diavolo, 169, 172, 173, 174. - -Amari Michele citato, _Dedica_, iii. - -Amazzone vedica, 68, 69, 70. - -Ambikâ, 315, 317, 319. - -Ambrosia, 47, 48, 57, 68, 106, 107, 129, 173, 176, 177, 178, 182, 190, -198, 199, 200, 241, 251 (umore ambrosiaco), 259, 260, 281. - -Amore, 98, 99, 100, 104, 153-158, 194, 218, 305, 308, 320. - -Amuleto, 172. - -An, anala ed anila, 147; anemos, 147; anima, 147; immortalità -dell'anima, 244-247. - -Ananta, 303, 321. - -Anavadyâ, 137. - -Ancora, 219, 221, 222. - -Andra, 188, 189. - -Añga, 290. - -Angeli, 136, 243. - -Añgiras, 93, 99, 104, 129, 168, 290, 291, 296. - -Anhro Mainyu, 249, 250. - -Animali mitici, 38, 94, 117, 161. - -Ança, 76. - -Antakâla, 324. - -Antar, Antara, Antari-ksha, 188, 189, 190, 277, 289, 295, 304. - -Anumati, 93, 95, 98, 99, 101, 104. - -Anyatahplaksha, 141. - -Apâd açirshâ, 117. - -Apâlâ, 68, 106, 173, 199, 211. - -Apâm napât, 120. - -Apollo, 228. - -Apsarâs, 64, 129, 134-143, 148, 193, 203, 288. - -Ar, 156, 157. - -Ara, 157. - -Ârâ, 83. - -Aracne (Tela d') nella mitologia, 51, 98. - -Arai, pag. 156, 157. - -Aramati, 101, 102. - -Aranî, 109, 110, 117, 291. - -Aranyânî, 94, 95, 97. - -Arbuda, 201. - -Arco ed arciere, 157, 319. - -Ares, 154-159, 230. - -Arg', 79. - -Argo, 192. - -Arg'una, 178, 262, 263, 265, 319. - -Arhant, 288. - -Ari, 157. - -Arkatridhâtu, 305, 307. - -Armonia divina, 91, correggasi alla quinta linea: invece di _secondo le -quali_, leggasi _senza le quali_. - -Arpia, 265. - -Artemis, 93. - -Artisti vedici, 172, 174. - -Aruna-Arusha, 261. - -Arva, 135, 139. - -Aryaman, 76, 80, 81, 82, 87. - -Açani, 321, 322. - -Açman, 115, 202. - -Açu, 162. - -Açva: mobilità di questa voce, 16, 59, 60, 61, 62, 162, 163, 172, 206. - -Açvahayo rathânâm, 83. - -Açvina, 323. - -Açvin, 43, 63, 67, 70, 86, 101, 122, 132, 138, 153, 157, 164, 200, 201, -205-232, 235, 236, 238, 239, 252, 263, 266, 269, 306, 315, 323. - -Asamati, 49. - -Ascetismo, 295, 298. - -Ascoli G. I. citato, _Dedica_, vi, 26, 281. - -Asino, 135, 171, 259. - -Asmodeo, 225. - -Asura ed Ahura, 32, 249, 314. - -Asurâs, 197, 201, 251-269, 308. - -Asuratva, 254. - -Atman, 147, 150, 277. - -Atmosfera, 188. - -Atri Saptavadhri, 212. - -Atlante, pag. 127, 128, 273, 290. - -Attonito, 183. - -Atharvan, 117. - -Athênê, 71, 101. - -Atithi, 117. - -Aurora, 42, 43, 48, 50, 53, 55-72, 74, 75, 87, 88, 89, 98, 100, 102, -116, 127, 137, 138, 140-143, 152, 153, 154, 162, 164, 165, 169, 180, -195, 201, 206, 207, 209, 211, 214, 215, 238, 266, 269, 279, 294, 319, -322. - -Aurnabhava, 208. - -Aushasî, 319. - -Autunno, 317, 319. - -Avaro che crepa: adagio mitico italiano, 18. - - -B - -Bagat, 81. - -Bagnante (La), 65. - -Bahvaçva, 138, 139. - -Baka o Vaka, 254. - -Bakura o Vakura, 253. - -Bali Vairoc'ani, 254. - -Ballo e ballerine celesti, 64, 135, 136. - -Barh, 285. - -Bastone mitico, 281, 291. - -Battesimo e Diluvio, 225-232; Battesimo e Cresima, 241, 242; battesimo -e imposizione del nome, 320; porta via il male, 321. - -Baudry Fed. citato, _Dedica_, VI, 60, 188. - -Beda, 219. - -Befana, 12, 13. - -Bellum, 156. - -Benedizione dei vecchi, 81. - -Benfey Teodoro citato, 63, 150, 189, 253. - -Bhadiâ, 195. - -Bhaga, 66, 76, 80, 81, 82, 88, 102, 227. - -Bhag'ya, 227. - -Bhava, 322. - -Bhîma, 150, 158, 178, 198. - -Bhrâtar e Bhartar, 238. - -Bhug'yu, 225, 226, 227, 230. - -Bhr'igu, 156. - -Bhûmî, pag. 39, 43, 50; il Bhûmideva, 41, 49, 50, 53. - -Bhûrig'anma, 116. - -Bhûs, 280. - -Bhuvas, 280. - -Bilancia funebre, 245. - -Bodhayantî, 71. - -Bog, 76. - -Bopp Francesco citato, _Dedica_, iv, vi. - -Bosco, 109. - -Bois, 109. - -Brahma, 282. - -Brahmac'ârin, 260, 293. - -Brahmac'odânî, 83. - -Brahmaloka, Indraloka, 287. - -Brahman, 33, 78, 126, 163, 167, 178, 191, 192, 193, 223, 226, 249, 267, -270, 271, 273-298, 299, 304, 305, 306, 311, 319, 320, 324, 325. - -Brahmanaspati, 33, 79, 167, 178, 285-300, 311. - -Brahmânda, 126, 285. - -Brahmanvantas, 255 (nel suo significato primitivo, la parola potè -esprimere tanto i vasti, quanto i celesti). - -Brahmâstra, 287. - -Bréal Michele citato, _Dedica_, vi, 189, 203. - -Brutta (La) divien bella, 68, 69. - -Br'ih, 294. - -Br'ihadrathâ, 61. - -Br'ihaspati, 285-300. - -Buddha, 328. - -Buddhi, 71. - -Buddhismo in opposizione alle credenze vediche, 246. - -Buffalo, 308. - -Burnouf Eugenio citato, 224. - -Burro, 48, 57, 137, 282. - -Busslaieff Teodoro citato, _Indice_, alla pag. 344, sotto la voce _Div_. - - -C - -Caco, 203. - -Cagnolino di Bretzwill e di Bretten, scherzo discusso in tutta -l'_Introduzione_, 1-10. - -Calore e moto: la luce si distende, 45, 278. - -Calvo, pag. 309, 310, 318. - -C'andra, 93 (non _Candra_), 105, 106. - -C'andramas, 105, 320, 322. - -Cani di Yama, 239, 240, 242; cani ululanti, 318. - -Capre invece di _cavalli_, 83, 84, 275. - -Capelli (del sole), 309 (nella notte il capelluto diviene privo di -capelli, ossia calvo; il sole cedè il posto alla luna; e datosi alla -parola çipi il valore di organo della generazione, il _Çipivishta -_riuscì non solo il calvo, ma l'eunuco), 314, 315, 316. - -Carro degli Açvin, 63, 67, 68, 70, 101, 210, 232. - -Carro dell'Aurora, 61, 62, 63, 68, 69, 89. - -Carro del Sole, 86, 88, 89. - -Carro del Vento, 143. - -Caste, 282. - -Cavallo, 16, 59, 60, 61, 62, 84, 133, 140, 157, 158, 162, 172, 199, -203-232, 273. - -Cavalieri vedici, 63, 67, 68, 70, 205-232. - -Ceppo natalizio, 110, 111. - -Cerbero, 239. - -Ceriani (Abate) citato, 197. - -Cervo, 222. - -Charites, 128. - -Chieri città, _Dedica_, IV. - -Cicerone citato, 183. - -Cieco (vedi _Acciecato_). - -Cielo equivale _Dio_, 34; tutta la seconda Lettura, 37-54, 74, 75, 76, -77, 78; il Re del cielo, 79, 80, 163, 187, 188, 194, 195, 247, 279, -288, 289, 292, 293, 294, 299, 314. - -Cigni, 141, 220. - -Cinzia, 93. - -Cinghiale, 314. - -Ciro, 111, 121, 197. - -Città celesti, 121, 122, 138. - -Citrabarhish, 85. - -Ciuffo, 314, 318. - -Colomba, 145, 146, 154, 219, 222. - -Colombina di Casa Pazzi, 146, 147, 153, 220. - -Colori mitici, 96. - -Colori: unità e varietà de' colori nell'iride e nel linguaggio, 261-265. - -Coppe mitiche, 176, 181. - -Corsa mitica, 61, 62, 63, 210. - -C'ornoje, pag. 262. - -Corvo, 186. - -Cosmogonie, il fuoco primo nato, 114; cosmogonia biblica e vedica, 125, -132, 153, 216-232, 260, 270-298. - -Cox G. W. citato, _Indice_, alla pag. 346, sotto la voce _Euristeo_. - -Creazione, 275, 282. - -Credenze popolari e superstiziose: loro valore scientifico, 11. - -Cremisino, 261. - -Crimilde, 70. - -Cristo, 144, 154, 197, 218-224, 226, 230, 234, 235, 264. - -Cuculo, 130. (Cfr. su questo animale mitico la _Zoological Mythology_, -e inoltre un dotto articolo che il barone O. Reinsberg von Düringsfeld -inserì nel primo supplemento della _Vossische Zeitung_ del 9 e 16 -agosto 1874, intitolato: _Der Kukuk_.) - -C'umuri, 252. - -Cuoco celeste, 308. - -Curtius G. citato, _Dedica_, iv. - -C'yavana, 212, 213, 214. - -Cyprinus, 227. - - -D - -Dâ, dî, 252. - -Dadi, 136. - -Daksha, 76. - -Dalila, 165, 236. - -Dampatî, 237. - -Dânu, Dânavas, 201, 250-269. - -Dânunaspati, 251. - -Dâsa, 252, 253. - -Dasyu, 252, 253. - -Debiti e crediti celesti, 132, 137, 138, 139. - -Dei, 21-35; gli Dei vedici sono stretti al fenomeno celeste, 28; -gli Dei vedici sono spesso moncherini, 29, 30; Dei grandi e piccoli, -30; pluralità degli Dei vedici, 31, 32, 271; loro diverso carattere, -32, 33; nati in cielo, 45; generati dall'aurora, 67; svegliantisi con -l'aurora, 71; si manifestano con la luna, 107; generati e genitori, -115; come collettivo plurale non hanno persona mitica distinta, 128; -sensuali, 135, 136; Dei fisici, 161; gli Dei e i Demonii, 249-269; Dei -brâhmanici, 319. - -Delfo, 228. - -Delfino, pag. 221-232, 241. - -Dêmêtêr, 39. - -Demonii, 154, 167, 168, 169, 171, 174, 175, 183, 184, 240, 249-269, 332. - -Desiderio, 154-158, 320. - -Deva, 22, 23-30; il _Deva_ diventa Demonio, 31, 184; diverse sue -stazioni divine, 33; i _Devaputre_, 41; Devâs ed Asurâs, 196, 250-269, -308. - -Dhâ, 64, 65. - -Dhâtar, 76, 87, 179. - -Dhîg'avana, 84. - -Dhiyamg'inva (correggasi _dhiyamig'inva_), 84. - -Diana, 93, 94. - -Dio, 21-35, 163, 272, 332. - -Dioscuri, 63, 67, 205-232, 235. - -Dita di fata, 95, 97. - -Diti, Daitiyâs, 201, 230-269. - -Diluvio, 126, 216-232, 239, 278. - -Distanza fra il cielo e la terra, 247. - -Dies, 187. - -Diespiter, 187. - -Div, storia di questa radice, 22, 23 (alla pag. 23, riscontro col -vedico div «brillare,» il russo _divitj_ «meravigliarsi;» l'illustre -cattedratico dell'Università di Mosca, Teodoro Busslaieff, storico -della lingua russa, al quale, nel suo recente passaggio per Firenze, -diedi a leggere sulle stampe la pag. 23, non solo si degnò d'approvare, -con l'autorità che gli compete, il mio raffronto, ma soggiunse che -_divitj_ ha ancora in russo il significato di guardare nell'espressione -_nie diví na nievó_, che equivale a _nie smatrì na nievó_, ossia: -non guardarlo, non occuparti di lui, e quello di _guardare con -lusinga_, dicendosi delle fanciulle che incominciano a fare all'amore. -Questo senso che la radice _div_ ha di _brillare_ in sanscrito, e -di _meravigliare_, _guardare con lusinga_, ed anche, semplicemente, -_guardare_, in russo, mi fa supporre l'identità originaria delle -radici _div_ e _vid_ composte con gli stessi elementi e di analogo -significato), 138. - -Divaspati, 37, 43, 52, 79, 187, 188, 189, 195, 293, 294, 295, 311. - -Divodâsa, 132, 138. - -Donne e il vento, 143, 144; donne fatidiche, 168; donne liberate, 176, -202, 203; demoniache, 181, 252. - -Draupadî, 158. - -Duellum, pag. 156. - -Dupuis citato, 73. - -Durgâ, 156. - -Duryodhana, 171. - -Dvar, 156. - -Dvish, 155, 156. - -Dvita, 178. - -Dyavâ-Bhûmî, 48. - -Dyavà-Pr'ithivî, 46, 47, 48. - -Dyu e Dyaus, 37-54, 57, 79, 80, 85, 186, 187, 189, 196, 197, 208, 262, -272, 303, 332. - - -E - -Ea, 216. - -Edipo, 111. - -Egitto, 171, 173, 197. - -Ekâshtakâ, 195. - -Ekata, 178. - -Elena, 67, 70, 156, 157, 171. - -Eolo, 144, 149. (A proposito del vento erotico mattutino congiunto con -l'aurora, non si trascuri la stretta parentela ideale ed etimologica -fra _Eôs_ ed _Eôlos_, che valgono _aurora_ e _mattutino_, ossia -riferentesi all'aurora.) - -Epifanie, la festa dell'Epifania, 12, 13. - -Epopea carolingia, 332. - -Epopee brâhmaniche, 335. - -Equiria, 158. - -Equivoci, 234, 269, 313, 319, 324, 330. - -Erbe mitiche, 38, 49, 129, 130, 318, 322. - -Ercole, 128, 197. - -Eredità mitica, 14. - -Erinni, 156, 157. - -Eris, 156, 157. - -Erode, 121, 171. - -Eroi mitici, 163, 197, 203. - -Eros, 153, 154, 155, 156, 157, 158, 194, 228, 230. - -Eruditi bibliografi, 5. - -Eschilo, 156, 185. - -Esiodo, 78. - -Esperidi, 127, 128. - -Età dell'oro, pag. 127. - -Etimologie bizzarre, 4, 9, 254, 264, 289; etimologie del nome di Indra, -187, 188, 189. - -Eunuco, 309, 310. - -Euristeo, 128. (Per questo, come per gli altri miti ellenici comparati -con gli ariani, lo studioso può attinger molta luce dal bel libro del -signor G. W. Cox, intitolato: _Mythology of the Arian Nations_.) - -Eva indiana, 193; Adamo ed Eva, 219, 236, 237. - - -F - -Fabbro, falegname mitico, 148, 161-183, 297, 316. - -Falco, 117, 145, 177. - -Fallico (Culto), 106, 247, 277, 291, 309-311, 313-327. - -Fanciulla di legno, 97. - -Fanciulli eroici scampati dalle acque, 121, 122, 197, 221-232. - -Fanciullo reale, infante, delfino, 229, 230. - -Faraone, 121. - -Fede, 100, 101; Fede, Speranza e Carità, 154. - -Fenice vedica, 134, 292. - -_Fiat_ biblico e vedico, 280. - -Fidius, 227. - -Figlia del cielo, 35, 50, 66, 87. - -Figlia del sole, 63, 100, 210. - -Figli del cielo, 151, 207. - -Figlio del falegname, 170. - -Figlio del vento, 170, 198. - -Figlio della vedova, 195, 196. - -Figlio delle acque, 120. - -Figlio delle legna, 110. - -Figlio liberatore del padre, 112. - -Filo, 119. - -Filologia comparata, 4, 5. - -Filone citato, 220; Ecco le sue proprie parole, secondo l'antica -versione di Pierre Bellier, Paris, 1588: «Noé donc ayant esté -réputé digne non seulement d'estre exempt de la misère et affliction -commune, mais aussi d'estre l'autheur et le commencement de la seconde -génération des hommes, etc.» - -Fine del mondo, 324. - -Fiumi celesti, 131, 133. - -Fiumi infernali, pag. 239. - -Flechia Giovanni citato, _Dedica_, VI. - -Foggini citato, 219. - -Fontane mitiche, 38, 129. - -Formaggio mitico, 96. - -Formica, 129, 130. - -Forte inebbriato, 198. - -Fortunio, 81. - -Francolino, 177. - -Fratelli mitici, 120, 181, 205-232, 235, 236, 237, 238, 263, 264. - -Fucina celeste, 70, 71, 164, 165. - -Fulmine: i fulminati, 40; fulmine d'Indra, 69, 129, 130, 174, 176, -183-205, 307; generatore del fuoco, 114; in che modo si suppone sia -nato, 115; fulmini dei Marut, 151; fulmine Saranyû, 156; fulmine di -Brahman, 287; fulmine di Rudra, 318, 322. - -Fuoco, 75, 84, 85, 109-124, 125, 144, 146, 147, 152, 220, 244, 270, -291, 292, 299, 305, 307, 321, 323. - - -G - -Gamba di ferro, 211. - -Gandharvâs, 129, 134-143, 148. - -Gañgâ, 131. - -G'anaka, 271. - -Gardabha, 135. - -Garuda, 150, 155 (correggasi _Garuda_ o _Garutmant_), 302. - -Garut, 150. - -Gârhapatya, 244. - -Gaupâyanàs, 49. - -Gaur mâtar, 39. - -Gautama, 192, 193. - -Gemelli, 236, 237, 238. - -Generazione, 110, 291, 322. - -Germani, 5. - -Gesù bambino, 110; si salva attraverso le acque, 121; fanciullo, 170, -171, 197. - -Ghoshâ, 210, 211. - -Ghritaçriyâ, Ghritapric'â, Ghritâvridhâ, 48. - -Giapeto, 5. - -Giona, 230. - -Giordano, 144. - -Giove (padre, zio), pag. 51; Giove parricida, 111; Giove cuculo, 130, -194, 262; pluvio, 191, 227. - -Giovenale citato, 222. - -Giovinezza (Acqua della), 214. - -Giritra e Giriçanta, 315. - -G'ishnu, 303. - -Giuliani G. B. citato, 17, 111. - -Giunone, 130, 144, 186, 187, 194, 262. - -Giuochi celesti, 136, 137, 138, 139; gioco-gioia, giocare, brillare, -138. - -Giuseppe, 170, 171, 179, 197. - -Gnâs, g'n'â, g'an, 168, 181. - -Go, 39, 58, 59, 60, 151, 162. - -Goldstücker professore citato, 208. - -Gomâtarâs, 151. - -Gopâs, 306. - -Gorresio Gaspare citato, _Dedica_, VI. - -Govinda, 303. - -Gradivo, 154. - -Grazie, 128. - -Grimm Jacob citato, _Dedica_, IV. - -Grünow F. W. editore citato, 60. - -Guerra (Il Dio della), 154. - -Guerrieri ed amanti, 154-159. - -Guidatore delle anime, il sole moribondo, 84, 86, 239, 240, 241. - -Guidatrice di carri e di cavalli, 60, 61, 62. - -Guhya, 276. - -Guñgu: si spiega questa parola, 93, 95. - -Guñguri, 93. - - -H - -Haeckel citato, 126. - -Hanumant, 150, 157, 170, 230. - -Hari: equivoci nati sopra questa voce, 96, 261; Harit, 261, 266. - -Harikeça, 316. - -Haritas, 128. - -Hartmann citato, 60. - -Heberer citato, 7. - -Hephaistos, 165. - -Hermeias, 242. - -Heyne Moritz citato, 1. - -Hidimba, pag. 158, 168. - -Hiranya, 290. - -Hiranyabâhu, 316. - -Hiranyaçiprâs, 314. - -Hiranyagarbha, 53, 125, 126, 127, 290, 324. - -Hiranyahasta, 212. - -Hiranyavarttini, 132. - -Hirzel editore citato, 1. - -Hotar, 116. - -Hovelacque citato, 281. - - -I - -Icadio, 228. - -Îç e viç, 320. - -Îça il Signore, 318, 324. - -Îçâna il Signore, 310, 320, 322. - -Îçvara il Signore, 318, 320. - -Idâ, 141, 224. - -Idolatrie, 25, 26, 31. - -Ignis, 109. - -Immortali, 246 (vedi _Anima_). - -Immobile assoluto, 289 (questo immobile forma singolare contrasto col -_primo mobile_ cosmogonico, e col proprio nome di Brahman), 290. - -Imprecazioni, 177, 178. - -Incendio cosmico, 118. - -Incesti mitici, 237, 279. - -Indraloka, Brahmaloka, 287, 289. - -Indiani, 5. - -Indovinelli mitici, 46, 62, 66, 201. - -Indra, 28, 37, 43, 48, 49, 52, 53, 57, 66, 68, 69, 70, 76, 77, 78, -80, 88, 89, 90, 106, 107, 115 (invece di: il _Dio Indra_, leggasi: _il -fulmine del Dio Indra_), 119, 122, 129, 130, 132, 133, 135, 138, 139, -144, 148, 149, 151, 152, 153, 154, 155, 158, 159, 164, 167, 172, 173, -174, 175, 176, 177, 178, 179, 180, 181, 182, 183-205, 208, 209, 215, -255, 260, 262, 263, 264, 265, 269, 271, 276, 285, 287, 300, 302, 303, -304, 305, 306, 307, 308, 311, 313, 314, 319, 323, 324. - -Indrânî, 203. - -Indrapâna, 133. - -Indraçatru, pag. 177. - -Indravantas, 151. - -Indu, 68, 93, 105, 106, 189, 190. - -Inferno, 245-249, 250. - -Intontito, 183. - -Ish, 155, 156, 157. - -Ishira, 157. - -Ishma, 157, 320. - -Ishu, 157. - -Ishvâsa, 157, 319. - - -J - -Jacolliot L. citato, 265 (correggasi _credulo_ invece di _creduto_.) - -Japhet, 5. - -Johnston citato, 221. - -Jupiter, 152, 185, 186, 187. - - -K - -Ka, 269, 270. - -Kabandha, 251, 331. - -Kakdarpa, 157. - -Kakshîvant, 212. - -Kâla, 274. - -Kâma, 153-158, 270, 299. - -Kâmadyû (la risplendente a suo piacere, l'aurora), 210. - -Kâmarûpa, 250. - -Kapardin, 314, 316. - -Kapeika, 96. - -Karmâra, 297. - -Karna, 121. - -Kàrttikeya, 154, 320. - -Kaçyapa, 270, 274, 281, 291. - -Keçava, 264, 266. - -Kiessling professore citato, 1. - -Koehler Reinhold citato, 5. - -Kr'imi, 261. - -Kr'ishna, 121, 201, 252, 262-269, 303, 330. - -Kronos, 274. - -Kubâhû, 93, 95. - -Kuhn Adalberto citato, _Dedica_, pag. IV, VI, 74, 116 (leggasi -_feuers_), 156, 185, 242, 328, 333. - -Kuhû, spiegato per _Kubâhû_, 93, 95 (male stampato _Kuhñ_ e _Kukû_ -invece di _Kuhû_). - -Kumâra, 277-231, 320. - -Kuntî, 150, 181. - -Kurukshetra, 141, 214. - -Kuyava, 201, 266. - -Kvanguri, 95. - - -L - -Ladri (Dio dei), 316. - -Lañkâ, 168. - -Larvæ, 252, 253. - -Latte celeste, 130. - -Lazzaro, 213, 234. - -Lebbra mitica, 211. - -Legami funebri, 234, 235. - -Legumi mitici, 96. - -Lenormant Fr. citato, 121, 122, 216, 217. - -Leone, 117. - -Letourneau citato, 126. - -Liñga, 325. - -Lingua d'Adamo, 4; linguaggio confidenziale adoperato col Dio Agni, 123. - -Logos: analogie cosmogoniche vediche e bibliche, 132. - -Loth, 279. - -Luciano citato, 244. - -Lucina, 93, 97, 241. - -Lucrezio citato, 51, 185. - -Luna, 75, 85, 86, 93-108, 134, 189, 206, 207, 228, 229, 235, 241, 266, -299, 300, 301, 303, 304, 306, 310, 313, 314, 315, 316, 320, 323, 324. - -Lunatici o maniaci, 105; la manìa è il turbamento del _manas_, del -quale Luno è signore o _Manaspati_. - -Lupo scongiurato, 83. - - -M - -Mâ, man, mâs, mâsa, 103, 104. - -Madhukaça, 290. - -Madonna delle Grazie, pag. 93, 97, 98, 99, 301. - -Madre d'Indra, 195. - -Madre dei venti, 43. - -Maestà regia in Oriente, 77. - -Mago, 165, 167, 174, 254, 287. - -Mahâdeva, 314-327. - -Makha, 214. - -Mamers, 154. - -Manas, Manasig'a, Manaspati, 104. - -Mani (I), 242. - -Mani d'oro, 212. - -Maniaci o lunatici, 105. - -Mannhardt citato, 74, 332. - -Manu, 44, 93, 104, 105, 223, 224, 226, 230, 231, 235, 239, 241, 278; - -Manavas, Manug'âs?, 104. - -Manyu, 276. - -Mar Rosso, 121. - -Marte, 154-159. - -Martino, 259. - -Martins citato, 126. - -Martigny citato, 170, 219, 222. - -Marut, 70, 129 (a pag. 150 per errore _Mrâutas_ invece di _Marutas_), -143-161, 163, 164, 178, 188, 190, 200, 201, 205, 269, 306, 307, 314, -317, 319, 323. - -Marzo, mese ventoso, sacro a Marte, 158. - -Maschio, 150, 153, 196, 260, 277, 282, 289, 292. - -Matrimonii, 76, 80, 81, 82, 87, 97. - -Max Müller citato, _Dedica_, IV, VI, 24, 49, 74, 84, 101, 119, 140, -156, 270, 333. - -Mâyâdhara, 254. - -Mâyinas, 254. - -Medea, 70. - -Medici celesti, 132. - -Medicina, 214, 215, 315, 323. - -Melo, 127; le tre mele, 128; mele paradisiache, 247. - -Memoria, 98, 99. - -Menagio citato, 4. - -Menelao, 171. - -Mensis, mese, misura, 103, 104. - -Mercurio, 217. - -Messaggieri celesti, 48, 116, 117, 118, 119, 240, 242. - -Messets, pag. 103. - -Metempsicosi, 245. - -Metodo seguito, 334. - -Miele, 48. - -Milone, 198. - -Minerva, 71, 101, 104. - -Minos, 105. - -Miracoli, 213. - -Misteri fallici, 290, 291, 292, 309, 310, 311. - -Miti, loro ordine cronologico naturale, _Dedica_, VIII; loro realtà, -10, 11, 18, 19; il popolo, creatore di miti, continua a crearne, -11, 15, 17, 18; modo diverso con cui foggiarono i miti i Greci, i -Latini, gl'Italiani, gl'Indiani, 15, 24, 25, 26, 27, 28; miti nati da -similitudini, 16; i miti primitivi si hanno a studiare nel cielo, 35; -molteplicità degli oggetti mitici, 75; essenza primitiva dei miti, 91 -(vedasi la correzione indicata in quest'Indice, sotto la voce _Armonia -divina_); elementi del mito, 112; l'etimologia nei miti, 162; periodi -mitici, 163, 327 e seguenti; sede relativa del mondo mitico, 326; nuovi -miti, 329 e seguenti. - -Mitologi (Vecchi), 4. - -Mitologia biblica e cristiana da studiarsi come l'ariana, 121, 223, 231. - -Mitologia brâhmanica, suo carattere speciale, 27, 28, 29, 257, 258, 327 -e seguenti. - -Mitologia buddhistica, 327. - -Mitologia comparata, 3, 5, 74, 328. - -Mitologia scolastica, 4, 26, 27. - -Mitologia slava, 198. - -Mitologia solare, 73, 74. - -Mitologia vedica: suoi varii stadii, 24, 25, 33, 35, 327 e seguenti; -suo carattere speciale, 26, 27, 28, 29; larghezza con la quale vuol -essere studiata, 74. - -Mitra, 41, 43, 48, 52, 66, 67, 76, 77, 80, 88, 122, 190. - -Mond, 103. - -Mondo di là, 241; - -Moneta mitica, 96. - -Monoteismo e Politeismo, 33, 34, 35, 257, 258, 259. - -Montagne mitiche, 115, 281. - -Montanaro (Dio), 315. - -Montone, 223. - -Montfaucon citato, 222. - -Moon, pag. 103. - -Moralità o immoralità dei miti, a seconda degli interpreti, 279. - -Mosca-cieca, 81. - -Mosè, 121. - -Mostri, 42, 105, 118, 121, 122, 131, 152, 153, 154, 158, 167, 168, 174, -200, 202, 225, 250-269. - -Moto, 45, 104. - -Mudgala, 247. - -Muir John citato, pag. 30, 39, 78, 119, 208, 246, e quindi molte altre -volte nel corso dell'opera. - -Mr'ityu o la Morte, 239. - - -N - -Nala (Il giuoco di), 139. - -Nâman da g'n'aman, 113; imposizione del nome al fanciullo, 320. - -Namuc'i, 200, 201, 252, 266. - -Nandana, 247. - -Nano, 229, 302. - -Napoleone I un mito, 3. - -Nâraka, 248. - -Nârâyana, 281. - -Nârî, 195. - -Nascimento triplice, 241. - -Nave dai cento remi, 226; arca e nave, 230, 231, 292. - -Nîla, 261. - -Nîlagrîva, 315. - -Nilo, 121. - -Ninfe, 134-143, 144, 148, 193, 203, 262. - -Nirr'iti, 315. - -Nirveshtita, 310. - -Nishiktapâs, 306. - -Nishtigri, 195. - -Nodhas, 65. - -Noè, 217, 219, 220, 230. - -Nomi che diventan Numi, e Numi che diventan nomi, 35. - -Nonio citato, 227. - -Notte, 42, 48, 62, 66, 67, 77, 79, 80, 94, 170, 171, 174, 175, 216, -236, 260, 302, 316. - -Novelline popolari, 5, 6, 120, 128, 141, 165. (167, 174, 176, 200, 212, -307, 316. Nella novellina popolare boema, togliendo tre capelli d'oro -al vecchio _Vsieveda_, od _onnipossente_, il giovine eroe piglia ogni -forza contro il suo persecutore.) - -Nozioni terrestri che presuppone la creazione di un mito celeste, pag. -112. - -Nozze (Tempo di), 97; nozze celesti, 100, 101. - -Nuah, 216, 217. - -Numeri mitici, 150. - -Nuvola-barile, mito antico e moderno, 17, 18, 251, 253, 331; il mostro -della nuvola è un avaro: adagio italiano, 18; nuvole-montagne, alberi, -115; nuvola-riviera, fiume, oceano, 119; nuvole-ninfe, 137, 144. - - -O - -Occhio ciclopico, 88, 165. - -Occhio del trapassato va nel sole, 240. - -Odino, 152. - -Offenbach citato, 2. - -Ognissanti ed Ognidei, 30. - -Om: etimologia indiana di questa sillaba, 9. - -Oppiano citato, 221. - -Orienzio citato, 222. - -Oro prima creazione, 290. - -Ossa (Culto delle), 246. - -Ouranós, 78. - -Ovidio citato, 329. - - -P - -Padre Eterno, 286. - -Pallade, 71. - -Pându, 180. - -Pâni, 252, 265. - -Paradiso celeste, 243-249; sua sensualità, 247, 250, 262. - -Paradiso terrestre, 127. - -Parameçvara, il supremo Signore, 318, 324. - -Paraninfi, 101, 210. - -Parâvr'ig, 212. - -Parg'anya, 39-43, 151, 182, 195, 274, 320. - -Paride, 121. - -Parihastam, 172. - -Parricidio mitico, pag. 111, 112, 120, 121, 195. - -Parti (La proteggitrice de'), 97. - -Parola (vedi _Verbo_). - -Parvati, 323. - -Passi (di Vishnu), 304, 305. - -Pastore celeste, 82, 83, 316. - -Pastorella celeste, 60. - -Paçupati, 316, 321, 322. - -Pathirakshî, 239. - -Patate (Demonio delle), 332. - -Pavone, 186. - -Payasvatî, 130, 137. - -Peccato originale, 111, 236, 321. - -Pecora, 141, 275. - -Pedanti vecchi e nuovi, 4, 5, 6. - -Pedone Lauriel editore citato, 60. - -Pedu, 212. - -Pelasgi, 14. - -Pelle, 166, 173. - -Penitenza, Tapas, calore, 192, 193, 195, 196, 247, 273, 274, 278, 286, -289, 290, 293, 307. - -Pentolaccia, 171. - -Perkun, 39, 152. - -Pernice, 177. - -Persefone, 93, 241. - -Pescatori (gli Apostoli), 218. - -Pesce mitico, 216-232, 323. - -Pietre mitiche, 38, 115, 202. - -Pignatta, 171. - -Pipru, 201, 252, 266. - -Pisello mitico, 95, 96. - -Pitaras, 243, 244, 245, 246, 247. - -Pitrè Giuseppe citato, 227. - -Pitror upastha, 47. - -Plutone, 168, 241. - -Politeismo vedico, 33, 34, 35, 257, 258, 259. - -Pons, pontus, 239. - -Ponte, 119. - -Porte del cielo di Brahman, 288. - -Portitor, 242. - -Pradyaus, 242, 247. - -Prag'âpati, pag. 33, 87, 100, 105, 118, 126, 179, 196, 255, 256, 260, -269, 284, 289, 300, 311, 320, 321, 322, 324. - -Prâna, 274, 275, 324. - -Pratna, 209. - -Preghiera vespertina, 83; il Re de' preganti, 100; Brahman e la -preghiera, 285-300. - -Preller citato, 26, 27. - -Pr'içnî, 151, 317, 319. - -Pr'ithivî terrena e celeste; la vasta terrena e la vasta celeste, -39-54, 57, 78, 79, 80, 85, 140, 162, 208, 285, 294. - -Primavera, 152, 154, 180, 194, 220, 282, 319. - -Primo mortale, 236, 239. - -Priyâni, 65. - -Procolo vedico, 80, 87. - -Profumi, 135, 139. - -Prometeo, 185. - -Proserpina, 93, 241. - -Psiche, 154. - -Psychopompós, 84, 242. - -Pur, 289. - -Puramdara, 121. - -Purohita, 295. - -Pururavas, 139-143, 163. - -Purusha, 33, 53, 148, 196, 260, 269-283, 289, 290. - -Pûshan, 47, 48, 52, 76, 81, 82, 83, 84, 85, 86, 88, 100, 101, 179, 306, -308, 314, 316. - -Puttra o Putra, 112; Pûta, 112. - - -Q - -Quaglia, 199. - -Quaresima, 170, 171. - -Quintiliano, 5. - -Quirinus, 158. - - -R - -Rag', rag'as, rag'asî, rag'an, 79, 80. - -Rag'anî, 79. - -Rag'aspati, Divaspati e Brahmanaspati, 79. - -Râkâ, 93, 95, 97, 98, 99, 101, 104. - -Rakshas, pag. 202, 250, 269. - -Rakshohan, 118, 296. - -Râma, 150, 168, 202. - -Râvana, 168. - -Rebha, 226. - -Regnaud Paul citato, 60. - -Reinsberg O. citato, _Indice_, sotto la voce _Cuculo_. - -Renan Ernesto, _Dedica_, I-IX. - -R'ibhavas, 129, 172, 173, 174, 181, 182, 226. - -Ribellione vedica, 185. - -Riccio di mare, 227. - -Ricchezze dell'aurora, 58, 61, 62, 65. - -Risurrezione dei corpi, 243. - -Rochholtz, 246. - -Rodasî, 46, 48, 49. - -Rohinî, 100. - -Rohilah Sthâpati, 316. - -Romolo, 111, 121. - -Rosso di sera, 56, 70, 116, 164, 317. - -Roth R. citato, 84, 189. - -Rudra, 43, 150, 276, 277, 279, 300, 313-327. - -Rudrau-Açvinau, 315, 323. - - -S - -Çac'î, 203. - -Sacrificio del Dio, 233-237, 272, 273, 282, 298. - -Sadhûdevinî, 137. - -Sahasrâksha, 186. - -Sahasrayoni, 192. - -Sale, 256. - -Çambara, 201, 252, 266. - -Santi, 243. - -San Giovanni (rugiada di), 45; (fuochi di), 147. - -San Girolamo citato, 223. - -San Giuseppe, 170, 171. - -San Gregorio citato, 219. - -San Michele (Arcangelo), 245. - -San Paolino, 144. - -Sansone, 81, 165, 180, 197, 234, 236, 309. - -Sant'Agostino citato, 219. - -San'g'aya, pag. 303. - -Çañkâra, 316. - -Çapharî, 227. - -Sar, 157, 321. - -Sara, 180, 321. - -Saramâ, 239, 242. - -Sarameyau, 239, 242. - -Saranyû, 148, 156, 157, 162, 170, 179, 180. - -Saras, 132. - -Sarasvatî, 130, 131, 132, 133, 137, 138, 139, 200, 201, 285. - -Sarat, 157. - -Sarpa, 321. - -Sarva e Çarva, 317, 318, 321, 322, 324, 325. - -Satana, 250. - -Savitar, 52, 76, 81, 85, 86, 87, 88, 100, 101, 102, 122, 128, 173, 179, -271, 272, 301, 305. - -Sâvitrî, 100. - -Sayamâ, 242. - -Sâyana, 63, 199, 200, 210, 211, 251. - -Sayonî, 47. - -Çayu, 212. - -Scandinavi, 5. - -Schleicher Augusto citato, _Dedica_, IV. - -Schweizer-Sidler professore citato, 1. - -Sciacallo, 318. - -Secchia rapita, 181. - -Sega, 170, 171. - -Selene, 93. - -Selva celeste, 94, 170, 171, 316. - -Sentimento dell'antico e del divino nell'età nostra, 2. - -Çepa, 309, 310, 313-327. - -Serpente, 129, 130, 178, 201, 202, 225, 302. - -Çesha, 302, 321. - -Shelley citato, 185. - -Siegfried, 69. - -Signa, 164. - -Çikhandin, 318. - -Çikhin, 313. - -Similitudini mitiche, 16. - -Simo, Simone, 229. - -Simorus, 229. - -Sindhu, pag. 131, 133, 151. - -Sindhumâtarâs, 151. - -Sinîvâlî, 93, 95, 97, 99, 104, 302. - -Çipi, Çibi, Çivi, 313. - -Çipivishta, 308-311, 313-327, 330. - -Çiprin, 204, 266, 310, 313, 314. - -Çipra, 314. - -Çiçna, 247. - -Çiçuka, 229. - -Çiçumâra, Çinçumâra, 227-231. - -Sîlâ, 50, 101, 157, 168. - -Çiva, 106, 240, 249, 276, 277, 285, 286, 300, 302, 306, 309, 313-327. - -Skambha, 273-299. - -Skanda, 230. - -Slavi, 5. - -Smara e Smr'itî, 98, 99, 104. - -Sogni (Mondo dei), 233, 244. - -Sole, 63, 66, 67, 68, 69, 73, 92, 102, 114, 115, 126, 127, 132, 134, -140, 152, 169, 170, 172, 173, 175, 179, 190, 206, 207, 209, 213, 215, -228, 233, 234, 235, 236, 240, 242, 271, 272, 278, 281, 288, 292, 299, -300, 301, 303, 304, 305, 306, 307, 308, 309, 313, 314, 315, 316, 320. - -Solino citato, 229. - -Soma, 47, 48, 52, 68, 82, 85, 93-108, 123, 129, 134, 136, 176, 177, -178, 179, 182, 190, 197, 198, 199, 200, 201, 241, 259, 270, 301, 305, -306, 308, 316, 324. - -Sorelle mitiche, 42, 46, 66, 209, 236, 237, 238. - -Sparviere, 177. - -Spiritus Dei, Spiritus Sanctus, 125, 144, 145, 146, 147, 150, 153, 154, -155, 179, 220, 253, 254, 275, 277. - -Çraddhâ, 99, 100, 154. - -Çravasyu, nuova interpretazione, 63. - -Çrî, 251. - -Stalliere celeste, 139. - -Steinthal H. citato, _Dedica_, IV. - -Strabone citato, 191. - -Strauss citato, _Dedica_, VII. - -Streghe, 11, 146, 169; strega vedica, 70, 318. - -Stupire, stupido, 183. (Osservisi nel _Re Lear_ di Shakespeare: la -demenza di Lear incomincia, quando la condotta delle sue figlie desta -in lui stupore.) - -Sû, Siv, Syu, pag. 98, 102. - -Subandhu, 49. - -Sudhanvan, 181. - -Sukanyâ, 214. - -Çukra, 251. - -Sukr'it, supâni, svapas, 167. - -Sûnritâ, 58, 61, 64. - -Surâ, 177. - -Surâs, 254. - -Sûrya, 66, 76, 81, 82, 87, 88, 242, 304, 305. - -Sûryâ, 100, 101. - -Çushna, 201, 251 (correggasi _umore ambrosiaco_), 252, 266. - -Sûtra, Sûnu, Sûta, 98. - -Svañguri, 95. - -Svarga, 186. - -Svasarasya putrî (possibile errore d'amanuense), 67. - -Svayambhû, 274, 298. - -Çvetî, 263. - - -T - -Taksh, Tvaksh, Tvac', 166, 176. - -Tamohan, 118. - -Tapas, calore e penitenza, 278, 307, 308. - -Tartaro, 239. - -Tela d'Aracne, di Penelope, 98. - -Terra, 39-54; la madre terra, 44, 51; non ha tuttavia generato gli Dei, -45; la terra negli Inni vedici non è Dea, 50. - -Tertulliano, 154, 222. - -Teseo, 69. - -Tessitrici, 98, 102. - -Thor e Thunar, 159. - -Tigre, 323. - -Titone, 173, 212. - -Tobia e Tobiolo, 220. - -Torreblanca Fr. citato, 225. - -Toro, 114, 117, 133, 223, 227, 230, 323. - -Tramonto, 164, 233. - -Trezza Gaetano citato, 185. - -Trimundio, 44. - -Trimûrtti, 276, 285, 306, 316, 318. - -Trinità cristiana, pag. 144, 276, 286, 299. - -Trinità indiana, 28, 154, 155, 276, 277, 281, 285, 299, 300, 301, 305, -316, 318, 320. - -Triçiras, 179. - -Trita, 178, 179, 180, 191, 226, 296. - -Trübner N. citato, 60. - -Tugarin, 225. - -Tugra, 225, 226, 227. - -Tura Kâvasheya, 274 (non _Kûvasheya_), 275. - -Turtle, tortoise, testuggine, 280, 281. - -Tvar, 156. - -Tvaritâ, 156. - -Tvashtar, 53, 87, 88, 90, 115, 129, 148, 149, 161-183, 184, 200, 250, -255, 272, 296, 297, 307, 316. - -Tvish, 156, 166. - - -U - -Ugra, 318, 321. - -Ugradeva, 327. - -Ugrag'it, Ugrampaçya, 137. - -Ulisse, 98. - -Umâ, 324. - -Umbilico celeste, 47, 48. - -Uomo (Creazione dell'), 275. - -Uovo cosmico, 53, 125, 126, 127, 216, 260, 276, 277, 280, 285, 290, 291. - -Uovo della Pasqua di Risurrezione, ch'è una rigenerazione, 127. - -Uovo simbolo di generazione, 127. - -Upag'îka, Upadîka, 129. - -Urana, 201, 266. - -Urvâçî, 41, 139, 143, 162, 207. - -Ushâ, Ushas, 37, 57, 61, 319, 322, 324. - -Usharbudh (Agni), 118. - -Usharbudbas, 71. - -Ushnîshin, 316. - - -V - -Vac', 132, 275, 285. - -Vacca, 58, 59, 60, 114, 151, 153, 162, 176, 199, 203, 212, 275, 303. - -Wackernagel Gugl., si discute il suo Scherzo sul cagnolino di Bretzwill -e di Bretten, pag. 1-10. - -Vadhryaçva, 132, 138, 139. - -Vadhrimatî, 212. - -Vag'rahastâs, 151. - -Vaiçvânara, 290. - -Vaitâsa, 140. - -Vâ-van, 149, 153. - -Vallauri Tommaso citato, _Dedica_, IV. - -Valgu, 209. - -Vandana, 212. - -Vanyu, 149. - -Var, 79; Vara, Varya, 156. - -Varâhamihira citato, 251. - -Varc'in, 201, 252, 266. - -Varrone citato, 227. - -Varuna, 41, 43, 48, 52, 66, 67, 76, 77, 78, 79, 88, 122, 128, 132, 134, -189, 191, 239, 254, 260, 262, 288, 306, 315. - -Vasavas, 43, 44, 48. - -Vasishta, 140. - -Vâta, 143-161, 178. - -Vayantî, 102. - -Vâyasas, 149. - -Vâyu, 143, 161, 178, 179, 180, 242, 305, 306, 307, 321, 322. - -Weber Alberto citato, _Dedica_, IV, VI, 24, 129, 134, 135, 136, 224, -246, 264, 324. - -Velo d'oro, 98. - -Venere, 55, 71, 153, 154, 155, 194, 251, 302. - -Vento, 43, 75, 142, 143-164, 170, 178, 188, 194, 198, 242, 270, 280, -305, 306, 307, 317, 323. - -Verbo sacro, 132, 133, 219, 224, 256, 271, 275, 317. - -Vergine, 144, 145, 148, 153, 179, 180, 246. - -Veritâ e menzogna, 256. - -Vermiglio, 261. - -Vetasa, 291. - -Via, 119. - -Viaggio funebre delle anime, 49, 50, 240-249, 288. - -Vidyâ, 278. - -Vidyut, 318, 320. - -Vikramana, 303. - -Wilson X. citato, 63. - -Vimada, pag. 210. - -Vino, 176, 177. - -Vîra, 150. - -Vischer professore citato, 1. - -Vish, 166. - -Vishnâpû, 212 - -Vishnupatnî, 302. - -Vishnutithi, 301. - -Vishnu, 75, 172, 191, 192, 193, 201, 226, 227, 229, 249, 255, 264, 270, -281, 286, 299-312, 313, 314, 317, 318, 319, 320, 321, 322, 324, 330. - -Vishta, 310. - -Viçpalâ, 211. - -Viçpalâvasû, 211. - -Viçva, 311, 317, 318. - -Viçvadeva, 30, 87, 296. - -Viçvadevyavant, 88. - -Viçvâdhipa, 324. - -Viçvaka, 212. - -Viçvakarman, 88, 272. - -Viçvarûpa, 117, 166, 167, 175, 176, 177, 178, 251, 272. - -Viçvâvasû, 137. - -Viçvaveda, 87, 254. - -Vita (Amor della), 244, 247. - -Vita: sua unità fondamentale, _Dedica_, VII. - -Vivasvant, 49, 76, 89, 148, 149, 157, 162, 169, 170, 179, 180, 234. - -Volpe mitica, 96. - -Voltaire citato, 1, 4. - -Vr'ishabha, 227. - -Vr'itra, 122, 152, 175, 176, 191, 192, 193, 197, 200, 201, 202, -250-269, 303, 307. - -Vulcano, 70, 164-183; vulcanalia, 164, 316. - - -Y - -Yaksha, 265. - -Yama, 49, 78, 79, 80, 90, 105, 148, 149, 150, 157, 164, 180, 191, -233-249, 270, 229, 299, 315, 317, 324. - -Yamau, 235. - -Yamî, 236-239, 242. - -Yâtavas, 290. - -Yâtudhâna, pag. 266. - -Yima, 80. - -Yoni, 47, 67, 172. - -Yuvana, 209. - - -Z - -Zeus e Dyaus, 37, 152, 155, 159, 197. Zoppo, 165; zoppo e cieco, 212, -213, 215. - - - - -INDICE DELLE LETTURE. - - - DEDICA Pag. I - INTRODUZIONE 1 - - Lettura I. Il Dio e gli Dei 21 - » II. Il Cielo 37 - » III. L'Aurora 55 - » IV. Il Sole 73 - » V. La Luna 93 - » VI. Il Fuoco 109 - » VII. L'Acqua 125 - » VIII. Il Vento 143 - » IX. Tvashtar il fabbro degli Dei 161 - » X. Indra 183 - » XI. Gli Açvin 205 - » XII. Il Dio Yama 233 - » XIII. I Demonii 249 - » XIV. Prag'âpati e Purusha 269 - » XV. Brahman, Skambha, Br'ihaspati e - Brahmanaspati 285 - » XVI. Vishnu 299 - » XVII. Rudra-Çiva 313 - » XVIII. Conclusione 327 - - Indice alfabetico de' Nomi e delle Cose 337 - - - - -NOTE: - - -[1] Cfr. nel Dizionario petropolitano le voci: _açan, açani, açva_. - -[2] Veggasi, tra gli altri scritti sull'argomento, l'erudito lavoro -pubblicato dal prof. Weber nella sua preziosa raccolta degli _Indische -Studien_, sotto il titolo: _Zur Kenntniss des vedischen Opferrituals_. - -[3] Cfr. intorno al valore del cielo medio la discussione sul nome -d'_Indra_, nella decima lettura di questo volume. - -[4] Uno de' suoi nomi è pure _go_ (= _gam_, propriamente _l'andante, -la larga, la vasta_), a proposito del quale gioverà allo studioso -conoscere il seguente riscontro del Muir, _Sanskrit Texts_, V, pag. -33-34: «The word _Prithivî_, which in most parts of the Rig-Veda is -used for Earth, has no connection with any Greek word of the same -meaning. It seems however originally to have been merely an epithet, -meaning _broad_; and may have supplanted the older word _gau_ which -(with _gmâ_ and _g'mâ_) stands at the head of the earliest Indian -vocabulary, the Nighantu, as one of the synonyms of _Prithivî_ (earth) -and which closely resembles the Greek Γαῐα or Γἤ. In this way, Gaur -Mâtar may possibly have once corresponded to the Γἤ μήτηρ or Δημήτηρ of -the Greeks.» Ma qui si deve ancora aggiungere come la vedica go è molto -più spesso rappresentata in cielo che in terra. - -[5] Cfr. _The hymns of the Gaupâyanâs and the legend of King Asamâti_ -by prof. Max Müller. Il Müller tuttavia traduce egli pure: «Thy soul -which went far away to heaven and to the earth, we turn it back, here -to dwell and to live.» - -[6] Il prof. Max Müller: «to the onward rays.» - -[7] Cfr. il primo volume, 1º e 2º cap. della mia _Mitologia zoologica_ -(London, Trübner, 1872, ediz. originale; Leipzig, Grünow, 1873, -traduzione tedesca del signor Hartmann; Paris, Durand Pedone Lauriel, -1874, traduzione francese del signor Regnaud, con introduzione di Fr. -Baudry). - -[8] Mi discosto qui evidentemente da' dotti interpreti miei -predecessori: _Çravasyu_ non può qui valer altro che _desideroso di -scorrere_, ossia _scorrevole_, o _scorrente_, _corrente_, _fiume_; -_come i fiumi si precipitano al mare_ è una similitudine facile ed -ovvia, mentre il tradurre con Sâyana, Wilson, Muir, Benfey «desirous of -wealth, wealth seekers» parmi imbrogliare e forzare alquanto il senso. - -[9] Mi discosto qui ancora da tutte le interpretazioni precedenti, -sebbene nessun Dizionario ci offra la voce _dhâ_ come appellativo di -_vacca_, ma il senso di _succhiare_ che hanno le radici vediche dhâ, -dhe (onde le parole _dhena_ acqua da bere, e _dhenu_ vacca da mungere), -l'analogia della similitudine che si trova nel passo citato dall'inno -92º, e lo sforzo che bisogna fare per ammettere che in quella strofa -sia nominato un sapiente di nome Nodhas, mi obbligano a sottoporre, con -animo riverente, la mia interpretazione alla critica de' dotti Vedisti. - -[10] Anche il vedico _svasarasya putrî_, dell'inno 61º del libro III, -sembra un errore di amanuense, da correggersi in _sûryasya putrî_; come -l'inno 75º del libro VII chiama l'aurora _sûryasya yoshâ_ o _donna del -sole_. - -[11] _Sûryasahasranâma_. - -[12] Cfr. Muir, _Sanscrit Texts_, vol. V, sect. V. - -[13] Per tutti gli altri appellativi di _Pûshan_, confrontisi la citata -opera del Muir, che, nel capitolo relativo a _Pûshan_, ha raccolto -e tradotto tutti i brani notevoli del _Rigveda_ che si riferiscono a -quella divinità solare. - -[14] Cfr. IX, 96, 2, dove se non si tratta dei cavalli di _Pûshan_ in -particolare, si parla tuttavia de' cavalli solari. - -[15] È da riscontrarsi con questo carattere di _Pûshan_ il nome di -_brâhmanânâm râg'â_, ossia _Re de' preganti_ dato al Dio _Soma_. — Così -Soma guida il viandante nelle strade, come _Pûshan_. Il sole moribondo -e la luna nascente confondono i loro ufficii. - -[16] Ho tentato d'illustrare di proposito l'uso dell'Albero di Natale, -con riscontri relativi, in un articolo che s'è pubblicato nella -_Rivista Europea_ del gennaio 1871, pag. 292-300, al quale ardisco -rimandare lo studioso, finchè io non possa porgli sott'occhi completo -il mio _Dizionario comparato di Mitologia botanica_, sopra il quale -intentamente lavoro. - -[17] Mi discosto alquanto nell'interpretazione di questo passo vedico, -da quella che ne diede il dotto Muir: «a living being, should spring -out of dry wood.» Il senso di tutta la strofa parmi questo: «tutti gli -Dei si rallegrano dell'opera tua, poichè, o Dio, sei nato vivente dal -legno secco.» - -[18] Il prof. G. B. Giuliani mi fa noto che sopra la Montagna pistoiese -suolsi dire che il fuoco nasce dalla punta degli alberi. - -[19] Richiamo qui ancora il detto pistoiese, poco innanzi citato, -intorno all'origine del fuoco. - -[20] Tali raffronti parranno per ora, talvolta, arditi, poichè non ci -siamo ancora avvezzati a studiare criticamente la mitologia biblica, -come andiamo studiando l'ariana. Ma verrà tempo, io spero, in cui ci -persuaderemo com'anche la Bibbia possa offrire materiali preziosi agli -studii di mitologia comparata. Intanto ci rallegriamo nel vedere come i -bei lavori del Lenormant sopra l'intermedia mitologia assira e caldea -incomincino a diminuire considerevolmente le distanze che separano il -mondo mitico ariano dal mondo mitico de' Semiti. - -[21] Cfr. l'importante studio di F. Lenormant sopra la leggenda -babilonese del Diluvio nel II volume della sua opera: _Les premières -civilisations_ (Paris, Maisonneuve, 1874). - -[22] Citato dal Muir. - -[23] Si potrebbe qui domandare se nella concordia delle cosmogonie -nel far nascere il mondo dalle acque, oltre alle ragioni mitiche -non vi sia pure stata negli antichi una reminiscenza ereditaria del -carattere primitivo della creazione, secondo che le scienze naturali lo -vengono oggi dimostrando, presentandoci la fauna marina come la prima -delle creature animali che apparvero alla vita. Cfr. la bell'opera -del Haeckel, con la prefazione di Charles Martins, nella traduzione -francese, fattane dal dottor Letourneau: _Histoire de la création des -êtres organisés d'après les lois naturelles_ (Paris, Reinwald, 1874). -Quanto alla leggenda del Diluvio, essa è per me semplicemente una -variante cosmogonica dell'uovo uscito dalle acque; invece dell'uovo -di Brahman, ci si presenta Brahman in forma di pesce, che salva, ossia -trae fuori dalle acque. Cfr. la Lettura decima. - -[24] _Indische Studien_, XIII, 138, 139, ed il capitolo relativo alla -formica, nella mia _Mitologia zoologica_, edizioni tedesca e francese. - -[25] Tradurrei per _lampo_ il _ketus_ (del 3º inno del _Rigveda_), pel -quale _Sarasvatî svolge il gran torrente e illumina tutti_. Essa è pure -chiamata _pâvîravî kanyâ_, ossia _figlia del fulmine_. - -[26] Anch'essa, _Vac'_ (la parola sacra), fu poi come _Sarasvatî_ -considerata quale generatrice. È sorprendente l'analogia di questa -concezione vedica brâhmanica con la biblico-evangelica: la Bibbia ci dà -le acque generatrici dello spirito divino; il Vangelo ci presenta come -variante: _In principio erat Verbum_. La _Vac'_ indiana e il _Verbum_ -o _Logos_ hanno la stessa funzione e lo stesso carattere di produzione -immediatamente secondaria a quella che si fa per mezzo delle acque. - -[27] _Indische Studien_, XIII, 135, 136. - -[28] Veggasi nella mia _Mitologia zoologica_ il capitolo consacrato -all'asino _gardabha_; la parola _gardabha_ vale _asino_ e _profumo_, -per l'equivoco avvenuto tra le parole _gandha_ e _gardabha_. - -[29] Cfr. Weber, _Indische Studien_, XIII, 133-138. - -[30] Cfr. Muir, _Sanskrit Texts_, V, 430. - -[31] Presso il primo libro del _Mahâbhârata_ troviamo una _gandharvî_ -figlia di Surabhi, ossia _il profumo_ e _madre de' cavalli_. L'_arva_ -è il cavallo come _l'andante_. Questa nozione leggendaria si fonda -certamente sopra la etimologia della parola, e conferma intanto -l'etimologia da noi proposta, onde _gandharva_ varrebbe _andante ne' -profumi_, come l'_apsarâ_ sua sposa vale _l'andante nelle acque_. - -[32] Anno 1858. - -[33] Cigni che diventano fanciulle, e fanciulle che diventano cigni -troviamo spesso nelle novelline popolari: cfr. la mia _Mitologia -zoologica_. - -[34] _Sanskrit Text_, V, 403-406. - -[35] Così, alla radice _var_, «coprire, impedire,» corrisponde con -lo stesso duplice valore una radice sanscrita _dvar_: cfr. il latino -_in-duere_. - -[36] Cfr. Weber, _Indische Studien_, V. - -[37] Cfr. Martigny, _Dictionnaire des antiquités chrétiennes_, sotto -l'articolo _Joseph_: «Il est d'un âge mûr, tantôt chauve, tantôt la -tête couverte d'une épaisse chevelure; il est ordinairement vêtu de -la tunique et de _pallium_; mais s'il est figuré avec quelqu'un des -attributs de sa profession, qui, selon l'opinion commune, était celle -de charpentier, par exemple, avec la scie, comme dans un diptyque de la -Cathédrale de Milan, ou avec la hache, comme sur le sarcophage de Saint -Celse de la même ville, alors il porte le costume des travailleurs, -cheveux courts, tunique à une seule manche.» - -[38] Così il creduto sciocco nelle novelline popolari, non veduto dal -padre e dalla madre, discende nella cantina per berne il vino, e fa -scorrere invece il vino per tutta la cantina, onde, tornando la madre a -casa, si sdegna. - -[39] Ho già riscontrato, nella mia _Mitologia zoologica_, la leggenda -indiana di Trita chiuso nel pozzo da' suoi due fratelli Ekata e Dvita, -con le novelline numerose, ove il giovine fratello che ha compiuto un -atto eroico, discendendo nel pozzo, ov'è il drago, viene chiuso nel -pozzo dai fratelli invidiosi. - -[40] Cfr. quello che s'è osservato nella seconda Lettura, pag. 40, -intorno al Dio Parganya. - -[41] Cfr. la citata preziosa opera del Muir, ove il paragrafo riferente -i passi vedici risguardanti Indra si può quasi considerare completo, ed -è, in ogni modo, ricchissimo. - -[42] Sulla leggenda di Prometeo (dal vedico _Pramantha_ illustrato -dal Kuhn e dal Baudry, al dramma di Eschilo, al poema di Lucrezio, al -poema drammatico di Shelley) il professor Trezza faceva nella sera -del 19 marzo 1874 una splendida ed eloquente conferenza nel Circolo -Filologico di Firenze. Colgo pure l'occasione per raccomandare la -lettura di due bei capitoli intitolati _La critica della Natura_ ed -_I miti_, nell'opera recentissima dello stesso critico, intitolata _La -Critica moderna_, ove si riassumono, in una forma, spesso, luminosa e -scultoria, i principali veri scoperti dai moderni mitologi. - -[43] Nel mio Saggio intitolato: _La vita ed i miracoli del Dio Indra -nel_ RIGVEDA. Firenze, 1866. - -[44] Così _indrya_ «il senso intimo» spiegherei ancora per _antarya_ -(od _antariya_), che vale, per l'appunto, _intimo, interno_. Una -leggenda cosmogonica del _Çatapatha Brâhmana_ sembra conservare alcuna -reminiscenza della etimologia che io propongo per la parola _Indra_ -(da _Andra, Antara_), quando ci dice: l'alito nel mezzo è _Indra_; egli -per la sua forza _indrijaca_ (o mediana) produce nel mezzo gli spiriti -(le anime interiori, gli spiriti mediani, i sensi): _Sayo 'yan madhye -pranah esha evêndrah tân esha prânân madhyatah indriyena indha_. - -[45] Cfr. la prima Lettura, pag. 31. - -[46] Cfr. il mio libretto: _La vita ed i miracoli del Dio Indra nel_ -RIGVEDA. Firenze, 1866. - -[47] Pubblicato nello scorso anno dal dotto bibliotecario Ceriani, coi -relativi antichi disegni. - -[48] Scompongo: non _upa mâ matir_, ma _upa mâ (a)matir_. _Indu_ che -scorre verso _Indra_, abbiamo nel noto inno degli amori di Indra ed -Apatâ; così più sotto leggo: _hridâ (a)matim_ e non _hridâ matim_. - -[49] Fin dall'anno 1867, ne' miei studii _Sulle Fonti vediche -dell'Epopea_ e _Sull'Epopea indiana_ ho tentato dimostrare, con gli -esempi indiani, come le origini dell'epopea siano da ricercarsi nel -cielo mitico. - -[50] Cfr. il bel Saggio di Michele Bréal: _Sul mito di Ercole e Caco_. - -[51] Cfr. il secondo capitolo del primo libro della mia _Zoological -Mythology_. - -[52] Interpreto qui evidentemente il fine del disputato passo -di Yâska, in modo diverso da quello seguìto dagli altri dotti -interpreti miei predecessori. Il passo di Yâska suona così: _Tayoh -kâlah ûrdhvarâtrât prakâçibhâvasya anavisht'ambham anu; tamobhâgo hi -madhyamo g'yotirbhâgah âdityah; tayoh kâlah sûryodayaparyantah_. — Il -Muir interpreta: «Their time is subsequent to midnight, whilst the -manifestation of light is delayed (and ends with the rising of the -sun). The dark portion (of this time) denotes the intermediate (god -Indra?), the light portion Aditya (the Sun).» — E il prof. Goldstucker: -«Their time is after the (latter) half of the night when the (space's) -becoming light is resisted (by darkness); for the middlemost Açvin -(between darkness and light) shares in darkness, whilst (the other) who -is of a solar nature (_âditya_) shares in light.» - -[53] Ricuso evidentemente la sforzata interpretazione di Sâyana citata -dal _Dizionario Petropolitano_. - -[54] Qui ancora mi allontano dall'interpretazione del _Dizionario -Petropolitano_, per attenermi strettamente all'etimologia e -all'analogia che vi dev'essere fra il moncherino e la mano d'oro; -mentre non parmi naturale e logico che gli Açvin avessero a dare un -figlio _dalle mani d'oro_ ad una moglie, il cui marito è un eunuco -impotente. - -[55] Cfr. Muir, _Sanskrit Texts_, IV e V vol. - -[56] Deposto nel ricchissimo suo lavoro, intitolato: _Les premières -civilisations_, études d'histoire et d'archéologie, par François -Lenormant, II vol. Paris, Maisonneuve, 1874. — Cfr. ancora dello stesso -Autore _La Magie chez les Chaldéens et les origines accadiennes_: -Paris, Maisonneuve, 1874, ove, ragionandosi ampiamente del Dio _Ea_ -accadico e del Dio _Nuah_ caldeo-babilonese, si descrive l'acqua come -fonte di tutta la generazione. - -[57] Cfr. la mia _Zoological Mythology_. - -[58] Nel secondo libro della _Vita di Mosè_. - -[59] «Delphinis tam acutus est visus, ut piscem etiam in caverna -abditum cernant: _Oppian_. tanta celeritas ut plenam velo ventisque -secundis iniectam navim, velocitate ab iis victam, _Bellonii_ dederit -observatio. Causam quidam in pinnas conjiciunt in pondus corporum -nonnulli. Membrana inter cornua extensa velorum loco uti, Clariss. -Baudartius existimat.» Joh. Johnstoni, _Thaumatographia naturalis_. -Amstelodami, 1660, pag. 442. - -[60] Cfr. intorno al mito del cervo la mia _Zoological mythology_. -London, Trübner, 1872. - -[61] _Tugra_ è il nome di un demonio vedico combattuto da Indra; il -padre Tugra precipita il figlio Bhug'yu nelle acque, e gli Açvin lo -salvano. Nelle novelline russe il mostro-serpente piglia talora il nome -di _Tugarin_. Non mi sembra improbabile che i due nomi, come le due -figure mitiche, si corrispondano. — Nel trattato De Magia di Francesco -Torreblanca da Cordova, Lione, 1678, pag. 341, leggo: «Legimus piscis -hepar super prunas assum fugasse Asmodaeum, qui septem viros, Sarrae -necarat, Tob. c. 6: _Cordis eius particulam si super carbones imponas, -fumus eius extricat omne genus daemoniorum_.» Cristo, come _piscis -assus_, fa lo stesso miracolo, ossia fuga il demonio, ossia fa il -miracolo che il sole rinnova ogni mattina ed ogni primavera. - -[62] _Zoological Mythology_. London, Trübner, 1872. - -[63] Dubito che il latino _Fidius_, figlio di Giove, sia pure da -richiamarsi qui etimologicamente. Varrone, presso Nonio, ci dice: -«Domi ritus nostri, qui per Deum Fidium iurare vult prodire solet in -compluvium.» _Bhug'yu_ appare una forma equivalente di _bhag'ya_; Bhaga -è il sole. - -Cfr. il capitolo sopra i pesci nella mia _Zoological Mythology._ - -[64] Il Goethe espresse la credenza ionica e socratica in una -bella strofa che l'Aufrecht ed il Muir hanno raccolta dalla sua -_Farbenlehre_: - - «Wär' nicht das Auge sonnenhaft, - Wie könnten wir das Licht erblicken? - Lebt'nicht in uns des Gottes eigne Kraft - Wie könnt' uns Göttliches entzücken?» - -[65] Così nell'inno 68º del IX libro del _Rigveda_ è detto che i -_Pitaras_ hanno adornato il cielo di stelle (_nakshatrebhih pitaro dyâm -apin'çan_). - -[66] Perciò dicevasi già sul fine del periodo vedico che _ogni uomo -nasce in quel mondo ch'egli stesso s'è fatto_: cfr. Muir, op. cit., -pag. 317, in nota. - -[67] Per le credenze popolari germaniche sopra le ossa, veggasi nel -primo volume dell'opera di Rochholtz: _Deutscher Glaube und Brauch -im Spiegel der heidnischen Vorzeit_ (Berlin, 1867), l'intero libro -consacrato al _Knochencultus_ (pag. 217-297). - -[68] Secondo il _Nirukta_ seguìto dal Benfey e dal Muir, _bakura_ -sarebbe _il fulmine_; il _Dizionario Petropolitano_ riconoscerebbe -piuttosto nel _bakura_ uno strumento da fiato guerresco. - -[69] Secondo una variante leggendaria dello stesso Veda, Indra, in -forma di sciacallo, ottiene dagli Asuri tanta terra quanta ne può -misurare con tre passi. Indra, anticipando il miracolo del nano gigante -Vishnu, con soli tre piedi misura tutta la terra. - -[70] Cfr. Muir, _Original Sanskrit Texts_, vol. IV. London, 1873, pag. -59 e seg. - -[71] Il Muir e il _Dizionario Petropolitano_ spiegano _ûshas_ per -_saline earth, salzige erde_, interpretazione, che in questo passo mi -parrebbe meno conveniente; l'aurora ricca e datrice di ricchezza è una -nozione vedica famigliare, mentre la terra salina indica piuttosto un -luogo sterile; quando non voglia intendersi nella terra salina un luogo -che brilla, un monte che s'accresce, ma che poi non riesce in alcuna -maniera fecondo. - -[72] «Per un punto Martin perdette l'Asino.» Veggasi sul carattere -demoniaco dell'Asino mitico il capitolo relativo nella mia _Mitologia -zoologica_. - -[73] Cfr. in proposito la _Storia dell'antica letteratura indiana_ del -prof. Max Müller, ove, per la prima volta, s'io non erro, fu osservato -lo strano equivoco. - -[74] Pel cielo Dyu creatore o _Prag'âpati_ potremmo ripetere la -stessa osservazione che abbiamo già fatta pel sole _Prag'âpati_; -nell'antico periodo vedico il _Prag'âpati_ era l'attributo di un essere -intieramente fisico; col tempo, la persona fisica primitiva scomparve, -l'antico attributo divenne un'astrazione, un Dio universale, al quale -poi s'immagina pure una nuova persona mostruosa corrispondente. E in -tal modo sono nati tutti i Padri Eterni. - -[75] Anche _Prag'âpati_ è detto nell'XI libro dell'_Atharvaveda_ essere -stato generato dal _Brahmac'ârin_ o penitente dedito alla preghiera. -L'intiero inno si trova tradotto nel V volume dei _Sanskrit Texts_ del -Muir. - -[76] Cfr. Weber, _Indische Studien_, IX, 477, e Muir, _Sanskrit Texts_, -V, 392. - -[77] _Ag'am_: in un altro passo del _Çatapatha Brâhmana, Prag'âpati_ -crea dalla sua bocca non _Ag'a_, «la capra,» ma _Agni_, «il fuoco.» - -[78] Cfr. la leggenda riferita nel capitolo precedente intorno alla -verità e alla menzogna degli Dei e de' Demonii. - -[79] _Guhya_ è chiamato _Prag'âpati_, in un inno dell'_Atharvaveda_, -ove sembra celebrarsi pel suo merito d'avere conosciuto, ossia trovato -(_veda_) l'uovo cosmico che errava nelle acque, e dal quale, secondo -un'altra abbastanza frequente nozione, egli stesso sarebbe uscito. - -[80] Tutte le altre questioni sono secondarie: per esempio, quella di -sapere se _Prag'âpati_ abbia creato l'uovo, o viceversa; ossia chi sia -venuto prima, l'uovo o la gallina. Chi desideri trovarsi pienamente -istrutto su questo argomento, ricorra al quarto volume dei _Sanskrit -Texts_ del Muir, che fornisce tutta la serie delle relative leggende -cosmogoniche vedico-brâhmaniche. - -[81] Nelle edizioni francese e tedesca di quest'opera, per un -lieve e facilissimo equivoco d'interpretazione della voce ambigua -inglese _turtle_ (che significa _tortora_ e _testuggine_), presso -l'Introduzione, i due egregi traduttori s'accordarono a tradurre per -_tortora_, mentre invece vi si tratta della _tortoise_ o _testuggine_. -Colgo quest'occasione per rettificare questo curioso e naturalissimo -sbaglio occorso in traduzioni che si raccomandano, del resto, entrambe -per fedeltà ed eleganza. - -[82] Debbo tuttavia soggiungere come contro uno de' miei argomenti -parziali, per identificare le parole _Kaçyapa_ e _Kac'ch'apa_, mi -oppose ragioni di grave peso il professor Ascoli nella _Revue de -Linguistique_ dell'Hovelacque (ottobre 1873); esse non infirmano la -interpretazione generale, ma di certo, in parte, la danneggiano; tutti -sanno oramai come gli argomenti linguistici del professor Ascoli, per -la sicurezza del suo genio analitico, siano pressapoco invincibili. - -[83] Qui si riconferma con un altro testo evidente la mia -identificazione della testuggine fallica che sostiene il mondo col -fallico bastone, e si giustificherebbe per analogia l'ipotesi da me -avanzata di una relazione intima supposta in antico fra le parole -_Kaçyapa_ e _Kac'chapa_. - -[84] _Sanskrit Texts_, V, 388. - -[85] Prag'âpati e Brahman e Brahmanaspati e Br'ihaspati s'identificano; -la _Prithivî_ celeste dicemmo essere, per lo più, ora il cielo, -ora l'aurora; dicemmo che la figlia di Prag'âpati fu spiegata -dai commentatori indiani ora come _cielo_, ora come _aurora_. -Il _Br'ihaspati_ o _sposo della larga_ equivale perfettamente al -Prag'âpati che s'unisce con la figlia e versa il seme, ossia pioggia o -rugiada, sulla terra. - -[86] Il dottor Muir ha raccolte le nozioni del _Rigveda_ intorno agli -attributi di _Br'ihaspati_ e di _Brahmanaspati_, in un paragrafo del -quinto volume dei _Sanscrit Texts_; credo opportuno il riprodurre -l'intiero paragrafo, a persuadere lo studioso intorno alla loro -duplice identità col Brahman creatore supremo e supremo penitente, e, -in ispecie, con l'Indra tonante signore del cielo: «Brahmanaspati, or -Br'ihaspati, appears to be described in VII, 97, 8, as the offspring -of the two worlds, who magnified him by their power: whilst in II, -23, 17, he is said to have been generated by Tvashtr'i. He is called a -priest X, 141, 3; is associated with the Rikvans or singers (VII, 10, -4; X, 14, 3; compare X, 36, 5; X, 64, 4); is denominated an Angirasa -(IV, 40, 1; VI, 73, 1; X, 47, 6); is the generator, the utterer, the -lord, the inspirer of prayer (I, 40, 5; II, 23, 1, 2; X, 98, 7), who by -prayer accomplishes his designs (II, 24, 3), and mounting the shining -and awful chariot of the ceremonial, proceeds to conquer the enemies -of prayer and of the gods (II, 23, 3-8). He is the guide, patron and -protector of the pious, who are saved by him with wealth and prosperity -(Ib., 9). He is styled the father of the gods (II, 26, 3); is said -to have blown forth the births of the gods like a blacksmith; to be -possessed of all divine attributes, _viçvadevya_ or _viçvadeva_ (III, -62, 4; IV, 50, 6); bright, _çuc'i_ (III, 62, 5; VII, 97, 7); pure, -_çundhyu_ (VII, 97, 7); omniforn, _viçvarûpa_ (III, 62, 6); possessed -of all desirable things, _viçvavâra_ (VII, 10, 4; VII, 97, 4); to -have a hundred wings, _çatapatra_ (VII, 97, 7); to carry a golden -spear, _hiranyavaçi_ (ib.; compare II, 24, 8, where a bow and arrows -are assigned to him); to be a devourer of enemies; _vr'îtrakhâda_ (X, -65, 10; compare VI, 73, 3); a leader of armies along with Indra etc. -(X, 103, 8) and armed with an iron axe, which Tvashtr'i sharpens (X, -53, 9); clearvoiced (VII, 97, 5); a prolonger of life (X, 100, 5); a -remover of disease (I, 18, 2); opulent; an increaser of the means of -subsistence (I, 18, 2). Plants are said to spring from him (X, 97, -15). He is said to have heard the cries of Trita who had been thrown -into a well and was calling on the gods, and to have rescued him from -his perilous position (I, 105, 7). He is further described as holding -asunder the ends of the earth.» - -[87] _Sanskrit Texts_, III, 230. - -[88] _Sanskrit Texts_, IV, 56. - -[89] Nell'_Atharvaveda_ si dice esplicitamente che il sole ha natura di -Fuoco (o d'Agni), la luna d'Ambrosia (o di Soma). - -[90] Tutti i testi indiani di qualche importanza intorno a Rudra -furono diligentemente raccolti dal Muir nel IV volume de' suoi preziosi -_Sanskrit Texts_. - -[91] In Toscana ed in altre provincie italiane si dice del cane -ululante ch'esso fa il lupo; egli è secondo la superstizione toscana -nunzio di morte; pare che la stessa superstizione esistesse già -nell'India vedica. — _Abhibhâ_ dal _Dizionario Petropolitano_ e dal -Muir s'interpreta come sostantivo: _malaugurio_; io lo interpreterei -qui come aggettivo. - -[92] Il Muir _sahasrena pratihitâbhih_ «with a thousand arrows on the -string;» nel _Çatapatha_, _Rudra_ è rappresentato con cento _ishudhi_ -che sarebbero _cento turcassi_, ma qui ancora si potrebbe forse -interpretare con _cento braccia_, o _con cento mani_, siccome quelle -che tengono, che lanciano l'_ishu_. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come -le numerose grafie alternative, correggendo senza annotazione minimi -errori tipografici. - -Le correzioni contenute nell'Indice alfabetico sono state riportate nel testo. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Letture sopra la mitologia vedica, by -Angelo De Gubernatis - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LETTURE SOPRA LA MITOLOGIA VEDICA *** - -***** This file should be named 60201-0.txt or 60201-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/2/0/60201/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. Special rules, set forth in the General Terms of Use part -of this license, apply to copying and distributing Project -Gutenberg-tm electronic works to protect the PROJECT GUTENBERG-tm -concept and trademark. Project Gutenberg is a registered trademark, -and may not be used if you charge for the eBooks, unless you receive -specific permission. If you do not charge anything for copies of this -eBook, complying with the rules is very easy. You may use this eBook -for nearly any purpose such as creation of derivative works, reports, -performances and research. They may be modified and printed and given -away--you may do practically ANYTHING in the United States with eBooks -not protected by U.S. copyright law. Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or -destroy all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your -possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a -Project Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound -by the terms of this agreement, you may obtain a refund from the -person or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph -1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this -agreement and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm -electronic works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the -Foundation" or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection -of Project Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual -works in the collection are in the public domain in the United -States. If an individual work is unprotected by copyright law in the -United States and you are located in the United States, we do not -claim a right to prevent you from copying, distributing, performing, -displaying or creating derivative works based on the work as long as -all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope -that you will support the Project Gutenberg-tm mission of promoting -free access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg-tm -works in compliance with the terms of this agreement for keeping the -Project Gutenberg-tm name associated with the work. You can easily -comply with the terms of this agreement by keeping this work in the -same format with its attached full Project Gutenberg-tm License when -you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are -in a constant state of change. If you are outside the United States, -check the laws of your country in addition to the terms of this -agreement before downloading, copying, displaying, performing, -distributing or creating derivative works based on this work or any -other Project Gutenberg-tm work. The Foundation makes no -representations concerning the copyright status of any work in any -country outside the United States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other -immediate access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear -prominently whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work -on which the phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the -phrase "Project Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, -performed, viewed, copied or distributed: - - This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and - most other parts of the world at no cost and with almost no - restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it - under the terms of the Project Gutenberg License included with this - eBook or online at www.gutenberg.org. If you are not located in the - United States, you'll have to check the laws of the country where you - are located before using this ebook. - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is -derived from texts not protected by U.S. copyright law (does not -contain a notice indicating that it is posted with permission of the -copyright holder), the work can be copied and distributed to anyone in -the United States without paying any fees or charges. If you are -redistributing or providing access to a work with the phrase "Project -Gutenberg" associated with or appearing on the work, you must comply -either with the requirements of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or -obtain permission for the use of the work and the Project Gutenberg-tm -trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any -additional terms imposed by the copyright holder. Additional terms -will be linked to the Project Gutenberg-tm License for all works -posted with the permission of the copyright holder found at the -beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including -any word processing or hypertext form. However, if you provide access -to or distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format -other than "Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official -version posted on the official Project Gutenberg-tm web site -(www.gutenberg.org), you must, at no additional cost, fee or expense -to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a means -of obtaining a copy upon request, of the work in its original "Plain -Vanilla ASCII" or other form. Any alternate format must include the -full Project Gutenberg-tm License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works -provided that - -* You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed - to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he has - agreed to donate royalties under this paragraph to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid - within 60 days following each date on which you prepare (or are - legally required to prepare) your periodic tax returns. Royalty - payments should be clearly marked as such and sent to the Project - Gutenberg Literary Archive Foundation at the address specified in - Section 4, "Information about donations to the Project Gutenberg - Literary Archive Foundation." - -* You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or destroy all - copies of the works possessed in a physical medium and discontinue - all use of and all access to other copies of Project Gutenberg-tm - works. - -* You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of - any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days of - receipt of the work. - -* You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project -Gutenberg-tm electronic work or group of works on different terms than -are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing -from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and The -Project Gutenberg Trademark LLC, the owner of the Project Gutenberg-tm -trademark. Contact the Foundation as set forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -works not protected by U.S. copyright law in creating the Project -Gutenberg-tm collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm -electronic works, and the medium on which they may be stored, may -contain "Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate -or corrupt data, transcription errors, a copyright or other -intellectual property infringement, a defective or damaged disk or -other medium, a computer virus, or computer codes that damage or -cannot be read by your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium -with your written explanation. The person or entity that provided you -with the defective work may elect to provide a replacement copy in -lieu of a refund. If you received the work electronically, the person -or entity providing it to you may choose to give you a second -opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If -the second copy is also defective, you may demand a refund in writing -without further opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS', WITH NO -OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT -LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of -damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement -violates the law of the state applicable to this agreement, the -agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or -limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or -unenforceability of any provision of this agreement shall not void the -remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in -accordance with this agreement, and any volunteers associated with the -production, promotion and distribution of Project Gutenberg-tm -electronic works, harmless from all liability, costs and expenses, -including legal fees, that arise directly or indirectly from any of -the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this -or any Project Gutenberg-tm work, (b) alteration, modification, or -additions or deletions to any Project Gutenberg-tm work, and (c) any -Defect you cause. - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of -computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It -exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations -from people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future -generations. To learn more about the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation and how your efforts and donations can help, see -Sections 3 and 4 and the Foundation information page at -www.gutenberg.org - - - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Contributions to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation are tax deductible to the full extent permitted by -U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is in Fairbanks, Alaska, with the -mailing address: PO Box 750175, Fairbanks, AK 99775, but its -volunteers and employees are scattered throughout numerous -locations. Its business office is located at 809 North 1500 West, Salt -Lake City, UT 84116, (801) 596-1887. Email contact links and up to -date contact information can be found at the Foundation's web site and -official page at www.gutenberg.org/contact - -For additional contact information: - - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To SEND -DONATIONS or determine the status of compliance for any particular -state visit www.gutenberg.org/donate - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. To -donate, please visit: www.gutenberg.org/donate - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic works. - -Professor Michael S. Hart was the originator of the Project -Gutenberg-tm concept of a library of electronic works that could be -freely shared with anyone. For forty years, he produced and -distributed Project Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of -volunteer support. - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as not protected by copyright in -the U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not -necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper -edition. - -Most people start at our Web site which has the main PG search -facility: www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. - |
