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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Letture sopra la mitologia vedica - -Author: Angelo De Gubernatis - -Release Date: August 30, 2019 [EBook #60201] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LETTURE SOPRA LA MITOLOGIA VEDICA *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - LETTURE - SOPRA LA - MITOLOGIA VEDICA - - - FATTE - - DAL PROF. ANGELO DE GUBERNATIS - - - ALL'ISTITUTO DI STUDII SUPERIORI DI FIRENZE. - - - - FIRENZE. - SUCCESSORI LE MONNIER. - 1874. - - - - - Proprietà letteraria. - - - - -AD ERNESTO RENAN. - - - MIO ILLUSTRE E CARO SIGNORE, - -Io non avrei bisogno di spiegare i motivi, per i quali desidero -inscritto al nome di Ernesto Renan questo mio modesto volume, quando -la gloria di un tal nome è tanta, che ogni studioso potrebbe stimarsi -lieto di raccoglierne un raggio sopra di sè, col porre sotto il -patrocinio ideale di tanto ingegno il frutto qualsiasi de' suoi -poveri studii. Ma, in verità, io debbo confessare come non vi sarebbe -altezza, alla quale, non saprei dire se per modestia o per orgoglio, -oserei rivolgermi, ove, con un sentimento di riverenza profonda, non -fosse pure penetrato nell'animo mio un sentimento più intimo, più -vivo, più personale, che mi obbliga a Voi di simpatia insieme e di -gratitudine; e da più lungo tempo che Voi non possiate credere, mio -illustre Signore. Chè, s'io debbo al vantaggio d'avervi conosciuto -di persona, presso il nostro venerato ed amatissimo Michele Amari, il -vivo piacere, che mi dura e che mi auguro durevole, di trovarmi in più -stretta corrispondenza ideale con Voi, m'eravate entrato nell'animo e -nella mente molti anni innanzi di quel giorno propizio della mia vita, -in cui ebbi la lieta ventura d'incontrarvi. Concedetemi qui pertanto di -rischiarare alquanto questo ricordo personale. - -Io debbo, non senza un po' di vergogna, confessare, come, quando -uscii dottore in lettere dall'Università di Torino, mi restava ancora -un'idea assai confusa della filologia comparata. Il Vallauri, co' suoi -fiumi sonanti di latina eloquenza, avea fatto di me un sufficiente -cultore delle latine eleganze; ma, in quanto a filologia comparata, -se essa non era più un'incognita per me, mi rimaneva tuttora, pur -troppo, una gran nebulosa. I nomi di Bopp, di Pott, di Grimm, di Kuhn, -di Schleicher, di Curtius, di Max Müller, di Weber, di Steinthal e -d'altri insigni Alemanni mi sonavano bensì negli orecchi, ma erano pur -sempre suoni vani, de' quali io non misuravo sicuramente il valore. Con -questa mediocre preparazione linguistica io fui lanciato ventenne ad -insegnar rettorica a Chieri. Chieri è una graziosa città industriale -del Piemonte, a sei miglia da Torino; l'aria vi è eccellente; operosa, -allegra, vivace la popolazione; ma, tra le città di provincia, Chieri -era, in quegli anni, non solo delle più incolte, ma delle più aliene -dagli studii; non istituti scientifici o letterarii, non convegni -geniali, non librerie; nessuna via di comunicarsi in ispirito, ove la -cura materiale urge ed invade tutta la vita. In me frattanto un bisogno -prepotente di nuovi e più larghi orizzonti, e l'impazienza di gettarmi -con impeto giovanile nella vita. Ma, come vivere? Un giovine, costretto -ventenne ad insegnare greco e latino, non ne ha il tempo ed il modo; -non ne ha quasi il diritto. Allora un'altra impazienza mi prese; poichè -non potevo più muovermi con la persona, desiderai di viaggiare lontano -in ispirito; fondai da Chieri un giornale, un'Italia letteraria, per -potere, se non vivere, almeno parlare coi lontani; e, per allontanarmi -anche più dalla noia delle cure scolastiche presenti, mi posi in -viaggio solitario alla ricerca delle origini della lingua italiana. -Ma, in questo viaggio, ad ogni passo incontravo un inciampo. Sentii -ben tosto che il mio molto latino ed il mio poco greco non bastavano -più, perch'io mi rendessi ragione di certe misteriose evoluzioni del -linguaggio; e mi nacque allora la curiosità ed il desiderio di cercare -più addentro. Un benedetto giovedì, recatomi, secondo il consueto, da -Chieri a Torino, scorrevo avidamente le vetrine de' librai, quando -lessi il titolo seguente: _Histoire des langues sémitiques_. Non -resistetti alla tentazione, ed acquistai il libro. La lettura di esso -fu per me una vera rivelazione; io vi respirai nuova luce e intravvidi -l'Oriente. Una settimana dopo, io mi poneva tra le mani una grammatica -ebraica. Ma, ritornatomi, in breve, l'amore del mio primo studio sopra -le origini della lingua italiana, m'avvidi che le lingue semitiche me -ne avrebbero allontanato di troppo; sostituii pertanto lo studio della -lingua ebraica con quello della indiana. Corsi tosto ai primi ferri che -mi vennero alle mani, egregi ferri italiani, la _Grammatica Sanscrita_ -del Flechia, il _Râmâyana_ del Gorresio e gli _Studii Orientali e -linguistici_ dell'Ascoli. Pochi mesi dopo ero a Berlino; dove il Bopp, -coi dolci e sapienti colloquii e coi libri immortali, ed il Weber coi -preziosi insegnamenti, apersero all'avida mia mente i loro tesori. -E, a Berlino ancora, Voi veniste, mio illustre Signore, a visitarmi -due volte, ed entrambe le volte, a scuotermi: la prima col saggio -di _Mitologia comparata_ del professor Max Müller da Voi, con parole -sapienti, presentato al pubblico francese e che, insieme col saggio del -Bréal sul mito di Caco, col libro del Kuhn sul fuoco e sull'ambrosia, -con gli articoli di critica mitologica del Baudry nella _Revue -Germanique_, decise, per sempre, della mia vocazione scientifica; la -seconda volta, col poema della _Vita di Gesù_. - -Divenni quindi io stesso, se felice o disgraziato non so, un -mitologo comparatore indipendente, e mi appassionai per gli studii -comparativi, per un bisogno dell'animo mio tutto espansivo, che mi -spinge naturalmente ad abbracciare quanto si conviene, e pel forte -convincimento che, aiutato dagli studii comparativi, si radicò nel mio -intelletto sopra l'unità fondamentale della vita, e sopra la necessità -di studiarla come un tutto armonico, e non come una caotica mischianza -di parti indifferenti. Perciò, come io studio comparando, così per lo -stesso istinto naturale vivo amando, abbracciando, accostando, tutto -ciò che può compararsi, combinarsi e convivere. Quando, pertanto, Voi, -mio caro Signore, gemevate allo scoppiar della guerra franco-germanica; -quando Voi, dalla Francia minacciata, facevate un nobile appello -al lontano collega Strauss, affinchè almeno gli uomini di scienza -tenessero unito ciò che i politici venivano barbaramente a dividere, -io sentii crescere fortemente il mio affetto verso di Voi. Quando, -finalmente, in giorni per la Francia dolorosi, ne' quali, per gli -equivoci della versipelle politica, Voi, vedendo raffreddarsi alquanto -le vive naturali simpatie che legavano fin qui Francesi ed Italiani, -coglievate l'occasione per dir parole piene d'affetto all'Italia, -per la nobiltà del vostro coraggio, m'entraste tutto nel cuore; e vi -rimanete, e v'assicuro che non vi state a disagio. - -Io sento aver già detto molte parole; e ben altre ancora ne direi, -se non temessi, continuando, di stancarvi con la dimostrazione di un -sentimento, del quale ho fiducia che Voi non dubitiate più. - -Dovrei ora aggiungere qualche altra parola sopra il libro che vi viene -innanzi, confidato al vostro gran nome. Ma esso deve parlare da sè, -posto che sappia parlare. Io non posi, pur troppo, nessuna cura a farne -uno scritto elegante; e non ho l'ambizione d'aver compiuto, con esso, -opera intieramente originale. Mi contenterei se si potesse dire che -non feci cosa inutile. Non presumo di offerire un trattato completo -di Mitologia vedica, nè d'illustrare tutti i miti vedici; ordino, -descrivo e tento di spiegare gli essenziali. Seguo, nell'ordine, la -storia naturale del mito: il primo mito che nasce è, specialmente, -un'immagine; il secondo è, specialmente, una persona; il terzo è, -specialmente, un'idea: il primo è una lieve figura, il secondo un -mobile eroe, il terzo diviene un nume od un idolo che sta fermo innanzi -al suo cieco adoratore; il primo è fisico, il secondo è umano, il terzo -riesce metafisico nel cielo, brutale sopra la terra. Nella descrizione, -a costo di riuscire talora alquanto monotono, mi studio di adoperare -i soli colori del linguaggio proprio degl'Inni vedici. All'ordine che -seguo, ed ai colori indiani che adopero nel rappresentare i miti, si -conforma necessariamente il mio commento. Il mio lavoro parrà forse -troppo lieve a molti eruditi, troppo grave a molti indotti; ma, se -il desiderio non m'inganna, esso ha pure il merito di dare un po' -di luce ad una materia erudita che giaceva fin qui quasi interamente -perduta e silenziosa in frammenti isolati, privi talora di senso per -quegli stessi benemeriti eruditi che l'avevano scavata, ed agl'indotti -offrirà finalmente il modo di erudirsi un poco nella Mitologia vedica -fin qui ignorata dai più, e dai pochi che ne avevano qualche notizia -superficiale, citata spesso, a sproposito, sopra fonti di autorità -sospetta. Se il metodo poi, col quale ho proceduto nella esposizione -de' miti vedici, avesse la ventura d'incontrare il suffragio de' -critici più spassionati, più sinceri e più diligenti, avrei pure -speranza che il mio tentativo fosse per giovare qualche poco ancora -all'intelligenza delle altre antiche mitologie, quando s'abbia non solo -a rappresentarle, ma sì ancora ad indagarne criticamente le origini. -In alcuna delle letture poi, quelle, per esempio, sull'Acqua, sul -Fuoco, sul Vento, su Indra, su gli Açvin, su Brahman, ho istituito -alcune nuove e speciali discussioni, sopra le quali ardisco richiamare -particolarmente l'attenzione degli studiosi. Chè, se l'opera mia -paresse tuttavia ad alcun investigatore troppo insufficiente, e lo -invogliasse a ritentarne presto una migliore, io sarei pure contento -di questo suo merito negativo; e mi parrebbe di non avere perduto il -mio tempo, quando fossi riuscito a dare una spinta, che oserei chiamare -felice, a qualche ingegno meglio nutrito e più gagliardo del mio, verso -una più matura investigazione del vero. - -E mi consolerei poi sempre per l'occasione che mi si sarebbe offerta, -mio illustre e caro Signore, di esprimervi una volta, secondo il mio -potere, in pubblico quei sentimenti di profonda osservanza e d'amicizia -devota, coi quali godo rimanere - - _Firenze, ottobre 1874._ - - Il vostro deditissimo - - ANGELO DE GUBERNATIS. - - - - -INTRODUZIONE. - - -Tra gli _Scritti minori_ di Guglielmo Wackernagel, che l'editore -Hirzel va pubblicando a Lipsia, trovasi uno _Scherzo_ che ha fatto -particolarmente fortuna. Nella prefazione al primo volume dei _Kleinere -Schriften_, Moritz Heyne lo chiama _ein frischer und feiner Scherz_, -e gli attribuisce tanta importanza da segnalarlo, in modo speciale, -all'osservazione degli studiosi; e so già di molti eruditi che vanno -pazzi per queste dodici paginette umoristiche del chiaro Germanista. -Lo scritto di Wackernagel apparve la prima volta nell'anno 1856, -presso il _Neues Schweizerisches Museum_ edito dai professori Fischer, -Schweizer-Sidler e Kiessling. Lo scrittarello reca il titolo seguente: -_Il cagnolino di Bretzwill e di Breiten, tentativo d'investigazione -mitologica_. (_Die Hündchen von Bretzwil und von Bretten, Ein Versuch -in der Mythenforschung_.) Lo scritto di Wackernagel è piaciuto tanto -in una parte erudita della Germania, che se un mitologo s'attentasse -oggi ancora di dimostrarvi che ci sono de' miti, per quanti fatti -egli potesse addurre a sostegno della sua dottrina, si sentirebbe -per unica risposta domandare: _Avete letto il cagnolino di Bretzwil -e di Bretten_? Nel secolo passato, un solo motto di Voltaire avea la -pretesa d'annientare il Cristianesimo; nel secolo nostro, la ingegnosa -buffonata di un solo erudito dovrebbe abolire tutta la mitologia. -Offenbach ha messo in canzonetta l'_Iliade_; perchè un professore -non potrebbe ora tradurre in prosa quella canzonetta? Dopo tutto, -uno scherzo si legge più volentieri e si ritiene più facilmente d'un -trattato. E chi non ha letto le molte opere dottissime di Wackernagel, -lo ricorderà invece lungamente per la sua storiella de' due cagnolini, -arma fatata, con la quale si dispenserà dal considerare molte questioni -che il ridicolo ha ornai risolute. - -Il carattere del nostro tempo è spesso la facilità; lo scibile, quando -imbarazza, si esclude. Così noi troviamo molti uomini che si credono -civili e trattano il mondo come se fosse nato ieri, e sto per dire, -quasi come se lo avessero essi stessi creato e composto ad immagine -loro. Essi non credono all'età eroica, perchè essi stessi non si -trovano più eroi; e non credono agli Dei, perchè essi hanno perduto il -sentimento del divino. Chi s'accinga loro a dimostrare lo svolgimento -successivo della natura e dell'umanità, perde l'opera; essi trattano, -per rispetto al tempo, l'uomo antico, a quel modo con cui noi società -civili, per rispetto allo spazio, trattiamo le società selvaggie. Sono -altri esseri, con altri organismi, con altra vita; nulla di quelli -più ci perviene e ci tocca; ogni secolo è un tutto vivente, da sè, per -sè, distinto da cento unità che chiamano anni. Ogni figlio che nasce -non riceve nulla alla sua radice, vegeta isolato, completo, co' suoi -vizi, con le sue virtù, e non si tramanda quasi altrimenti che per -la pecunia, eredità che i superstiti raccolgono da quelli che se ne -vanno. Molti, anzi troppi comprendono in tal modo ristretto la vita. -La storia non è un'armonia, ma una confusione di suoni. Chi s'attenta -a dimostrarne la continuità, a cercare nel presente i frammenti del -passato, a far la storia naturale del principe degli animali, si -sentirà abbaiar dietro il cagnolino di Wackernagel. - -Un mezzo secolo fa, per confondere i mitologi, un bell'ingegno avea -voluto provare come fosse anco possibile il fingere in Napoleone -I un mito solare. Alcune curiose analogie trovate tra la vita -dell'intraprendente conquistatore con le gesta più caratteristiche -dell'eroe mitico, posero in grande discredito la mitologia, come se la -somiglianza accidentale di una realtà terrena con un'altra più solenne -realtà dalla fantasia popolare figurata nel cielo dovesse distruggere -necessariamente il mito. La levità de' giudizi umani è tanta, che il -ridicolo parve allora invincibile, e nessuno si curò d'indagare se -fosse pienamente logica la conseguenza che si traeva dalle premesse. -Su che si fondava, insomma, il ragionamento? Voi dite che in cielo -l'eroe mitico vive così; io vi dimostro che Napoleone sopra la terra -ha vissuto nel modo medesimo; dunque anche Napoleone dovrebbe essere -un mito; ma un mito non può essere, perchè Napoleone io l'ho veduto, -come lo videro molti de' miei contemporanei; dunque i vostri miti non -sussistono. Vi pare che il ragionamento corra? Eppure tutti quelli che -risero ed approvarono, quando uscì quella caricatura, ragionarono alla -stessa maniera e sentenziarono però che la mitologia era morta sotto -quel ridicolo. - -Sorsero in Germania, dopo parecchi anni, a farla rivivere valorosi -mitologi tedeschi, e a dimostrarne meglio la realtà storica si valsero, -nella ricerca, di quello stesso metodo comparativo, che era stato -vittoriosamente adoperato per discoprire le affinità linguistiche -della nostra stirpe indo-europea. S'era per lungo tempo creduto che -ogni lingua ariana fosse un tutto organico completo, perfetto, isolato -per sè, senza addentellati, all'infuori di quelli con una maravigliosa -lingua primitiva, la lingua d'Adamo, che si faceva parlare ebraico. -Menagio e gli altri etimologi dello stesso valore che il motto -espressivo di Voltaire sopra l'ufficio delle consonanti e delle vocali -ha troppo bene scolpiti, dando una elasticità prodigiosa ai vocaboli -d'ogni lingua, li conducevano a miriadi a darsi battaglia sopra -un'esile radice ebraica, la quale quando, per dispero, non potesse più -sopportare il peso di tanto conflitto, si ritraeva, cedendo il campo a -qualche altra radice più arzilla, chiamata prontamente in soccorso come -cortese ausiliaria. Se la confusione delle lingue non si era dunque -fatta in Babele, si fece nel secolo decimosettimo in Parigi, dove -il Menagio teneva aperta accademia. Come le lingue, si considerarono -pure le mitologie. Esse venivano osservate come prodotti completi e -distinti della fantasia letterata de' poeti di ogni singola nazione, -e quando la pluralità degli Dei offendeva la Maestà del Dio unico -ebraico-cristiano, si cercava di comporre il dissidio interpretando -i miti greci e latini come allegorie morali. Ogni Nume, per quanto -poco edificante sia stata la sua vita, ebbe obbligo di rappresentare -simbolicamente una virtù; e così si sono potuti compilare dizionarii -e trattatelli di mitologia classica per uso della gioventù studiosa, -e un poco anche per uso di que' poeti poveri di idee e di sentimento, -i quali, quando avessero invocato il biondo Febo, o il fiero Marte, o -la lusinghiera Ciprigna, o la casta Diana, e ornato in versi qualche -aneddoto più o meno autentico dell'Olimpo ellenico, avevano esausta -tutta la loro ispirazione. - -La filologia comparata trova ancora molti increduli in Germania, e -moltissimi fra noi. Vi è tutto un popolo di eruditi che guarda sempre -compassionevolmente tutta questa gente nuova che ardisce ricercare -nuovi veri oltre quelli appresi da molti secoli in quella duplice -scienza ch'essi chiamarono sacra e profana. L'etnografia biblica durò -per essi infallibile; Japhet è Giapeto. Giapeto è un greco. Dal greco -discende il latino. Si trova la lingua etrusca? È un mistero. Ma se si -ha da dichiarare si ricorre al greco; fallita la prova del greco, deve -supplire l'ebraico. Tutto si chiude entro quel circolo erudito. Al di -fuori di esso, non vi è storia, non vi è poesia, non vi è scienza, non -vi è salute. Gl'Indiani sono selvaggi. I Germani e gli Scandinavi sono -popoli che si pascono di nebbia; lo Slavo non conta; basta il _knut_ -a rappresentarlo. Se anch'essi hanno mitologie, al più sono mitologie -mostruose. Possiamo occuparcene, per curiosità, come ora sembra che -si venga pure disegnando una mitologia ottentota. Così ragionano i -dissidenti, che vorremmo chiamare gli ignoranti, se non fossero, per -la massima parte, gente erudita e togata che siede in cattedra e parla -gravemente. - -Ma la mitologia comparata fu anche più disgraziata della filologia. -Essa non ha solamente contro di sè i pedanti dell'antica forma, ma -anche quelli della nuova. L'erudito dell'antico stampo occupavasi -della sola antichità classica; sopra la rettorica di Quintiliano esso -piantava le colonne d'Ercole. L'erudito moderno ha fatto un passo -importante. Esso ha considerato anche la letteratura medievale e la -letteratura popolare contemporanea. Con una diligenza degnissima di -lode, esso è venuto accozzando preziosi materiali, e ponendoli in luce. -Non seppe avvivarli, non seppe o non volle penetrarne l'intima essenza; -ed era nel suo diritto; non è di quello che gli manca, pur troppo, -che noi possiamo accagionarlo; anche i Reinhold Köhler hanno il loro -merito presso gli studiosi, come rendono sicuramente un buon servigio -alla letteratura i bibliografi. Ma che si direbbe di un bibliografo, -il quale s'attentasse di negare ogni diritto alla critica, per la -sola ragione ch'egli non ne ha mai fatta? Così vi sono raccoglitori -di novelline, di canti popolari, di leggende, di tradizioni, i quali -gridano l'allarme contro il critico mitologo, che ardisca cercare -l'anima di que' piccoli organismi, pel solo motivo che essi non li -hanno mai sentiti palpitare, avendo raccolte tradizioni per accrescerne -il numero nel loro museo, non già per riuscire a penetrarne l'intima -natura e rappresentarla e interpretarla come una figura vivente dello -spirito umano. Contro il mitologo che compara, oltre i vecchi pedanti -preoccupati di simmetrie grammaticali e rettoriche, stridono dunque -ancora i novissimi eruditi, intenti a far dei volumi coi racconti -che il popolo ha bene narrati, ma ch'essi non hanno bene compresi; e -aizzano però contro il mitologo il cagnolino di Wackernagel, e quando -esso _caninamente latra_, levano un applauso così festoso, che ne -arriva lo strepito fino a noi. - -Ma a che si riduce, insomma, lo _Scherzo_ di Wackernagel? Vediamolo. -Nè io di trattenervi sopra un argomento così umile vi chiedo scusa; -poichè, se, con tali armi, presumono gli avversarii nostri combatterci, -è giusto che sappiate quali armi sian quelle, per farne il conto -che meritano, e non lasciarvene sorprendere. Il ridicolo può, quando -giunge improvviso, riuscir contagioso anco agli uomini gravi; ma quando -si apprenda di che natura sia e con quali arti si mova, esso non ha -più presa su altri che sul volgo. Del resto, lo stesso Wackernagel -dovea fare una stima assai mediocre del proprio Scherzo dell'anno -1856, quando nel 1867, seguendo quello stesso metodo che egli aveva -deriso, trattava distesamente della _Thiersage_, in uno scritto che -fu compreso testè nel secondo volume de' suoi _Kleinere Schriften_, ed -ove, se con erudizione un poco superficiale si tocca delle tradizioni -epico-zoologiche orientali, si riconosce pure la necessità di -ricondurre all'Oriente le tradizioni dell'Occidente e di far risalire -all'epopea la favola. - -Ora udiamo il Wackernagel: — «Dicesi qui in Basilea di un uomo, il -quale arriva col detto o con l'opera in ritardo quando tutto è già -passato, o d'una cosa, d'un avvenimento che arriva in ultimo, quando -non c'è più tempo: «ei viene» oppure «è come il cagnolino di Bretzwil.» -Bretzwil è un villaggio nel territorio di Basilea. Presso il cagnolino -di Bretzwil se ne trova un altro, divenuto esso pure proverbiale, il -cagnolino di Bretten; Bretten è una piccola città del Palatinato. Di -quest'ultimo Heberer nella sua _Servitus Aegiptiaca_ (stampata nel 1610 -ad Heidelberga) narra la seguente storiella che subito ci colpisce: - -«Viveva in Bretten un uomo, così poveraccio, che avrebbe dovuto -morire di fame, se un cagnolino ad un tempo fedele ed accorto non -gli avesse prolungata la vita. Esso, ogni giorno, correva ora presso -l'uno, ora presso l'altro macellaio della città, sottraeva ogni volta -una salsiccia e la portava al suo padrone. I macellai, i quali per -lungo tempo non aveano avuto sentore nè del furto, nè del ladro, -si posero finalmente sopra le tracce del cagnuolo e stettero in -agguato. Alfine, sul punto in cui il cagnolino voleva afferrare una -salsiccia, il macellaio colse il cane, gli tagliò la coda e gliela -pose trasversalmente in bocca, così com'esso era solito a portar via -le involate salsicce; quindi lo lasciò correre. Il cagnuolo tornò a -casa, pose, come già la salsiccia, in mano del padrone la coda, si -buttò giù, e morì.» Heberer era egli stesso di Bretten, e dovremmo -credere ch'egli abbia fedelmente riprodotta la tradizione locale, ed -anzi esser disposti a credere che la stessa fosse letteralmente vera. -Ma si affaccia il nostro canino di Bretzwil, il quale a quello di -Bretten somiglia tanto pel suo essere bestiale e pel nome del luogo, -e pure ne differisce tanto pel nome e pel significato, da non potersi -identificare finchè si rimanga sopra il terreno storico. Quindi -la necessità di lasciare intieramente da banda il terreno storico, -lanciandosi piuttosto da Bretten del Palatinato e da Bretzwil del -territorio di Basilea nel mondo mitico-simbolico, e dalle più solide -basi ch'esso offre cercare l'idea, per la quale i due cagnolini si -ritrovano uniti.» — E qui il Wackernagel incomincia la sua caricatura. -Ne reco il principio, perchè si comprenda il tono dell'erudita -buffonata: «Il cane troviamo nella credenza e nell'uso dell'antichità -e del Medio Evo ed anche ora in parecchi senza dubbio non più intesi -e male adoperati proverbi come il costante simbolo riproducentesi -della morte. Cerberus, il _janitor Orci_, è un cane, un cane più -insigne, poichè esso ha tre, anzi cinquanta, anzi cento teste; contro -Odino, che nella Vegtamskvida cavalca verso Niflheim e ad Hel, la Dea -della Morte, abbaia un cane feroce, precipitato giù dalla casa della -Dea; naturalmente il cane, mentre infuria, lascia la porta aperta; -quindi il proverbio: _cani e villani lasciano la porta aperta_. Ed -ancora in uno de' più bei rami del grande maestro di Nürnberg questa -processione infernale: un guerriero cavalca uno splendido cavallo -superbamente tranquillo; presso di lui, sopra una misera rozza, la -Morte, fra i due corre un cane, sinistro nel suo silenzio e in ogni sua -espressione; evidentemente di nuovo il cane funebre, ed il cavaliero, -non già (codesto può credere solamente un cervello limitato) il signor -Francesco di Sickingen, ma sempre ancora il vecchio Odino in uno de' -suoi non so quanti avatar.» La buffonata si continua deplorevolmente -sopra lo stesso tono per altre dieci pagine. Sì, deplorevolmente, -poichè, nello studio di provocare il riso, il Wackernagel confonde le -cose più gravi con le più lievi, e sacrifica scientemente il vero. - -Il proverbio sopra i cani e i villani che lasciano la porta aperta, -ch'egli cita a sproposito, dopo avere ricordato il cane _janitor Orci_, -infirma forse che il cane sia spesso nel mito il messaggiero della -Morte com'è l'ostiario del regno de' morti? Certo non è il cagnolino -di Bretzwil nè quello di Bretten che ci danno un'idea precisa del cane -funebre; ma l'animale che si sacrifica pel suo signore, per quanto -Wackernagel fosse disposto a credere la storiella di Heberer indigena -del Palatinato, è sicuramente una leggenda di origine mitica, della -quale numerose leggende indo-europee avrebbero potuto offrire al dotto -Professore di Basilea le varianti, senza ch'egli s'avesse a dar tanta -briga per mettere sossopra tutte le mitologie, e rintracciarvi le più -disparate notizie tramandate da esse sopra il cane, e forzarle quindi -reciprocamente ad una unità ridicola e mostruosa. Che direste voi d'un -filologo, il quale trovando per esempio la parola _Deus_, invece di -considerarla nel suo pieno organismo vivente, la scomponesse nelle sue -quattro lettere, e poi, come gl'Indiani distinguevano nella mistica -sillaba _om_ (a-u-m), le tre persone della Trinità brâhmanica, Çiva, -Vishnu e Brahman, perchè nella prima parola entra la lettera _a_, -nella seconda la lettera _u_, nella terza la _m_, nella parola _Deus_ -vedessero, con lo stesso arbitrio analitico, i _Domini pater, filius, -spiritus_? - -Scherzo contro scherzo, io non credo che quello di Wackernagel -valga molto di più. Non so se esistesse nel 1856 un pazzo mitologo -comparatore quale il Wackernagel lo supponeva per aver buon giuoco -nel confonderlo col ridicolo. Lo _Scherzo_, al più, proverebbe come a -nulla valga la molta erudizione, senza un metodo critico che la guidi -e sostenga, e ci darebbe ragione per far voti, affinchè gli eruditi -si contentassero di raccogliere materiali, e di farne l'inventario, -senza porli in ordine, ch'è lavoro critico al di sopra del loro potere, -senza interpretarli, chè per interpretarli bisogna prima comprenderli, -e a comprendere le cose vaste occorre vastità di comprendimento. -Wackernagel non era certamente uomo di piccolo ingegno, ma, per questo -appunto ch'ei poteva pregiare l'efficacia scientifica della mitologia -comparata, ebbe torto, quando s'accinse a seppellirla col ridicolo -appena nata. Poichè lo _Scherzo_ suo è così fatto, che non colpisce -solo l'esagerazione dei singoli investigatori, ma intende ad isolare -intieramente il mondo antico mitologico rivelato dall'arte, da quello -che si conserva in modo frammentario nella tradizione popolare, e -perchè infine deride l'unità fondamentale de' miti, come altri deride -ancora l'unità de' linguaggi indo-europei. - -Nel nostro linguaggio famigliare, quando si vuole indicare una cosa che -non è reale, e che lo spazio od il tempo nasconde alla nostra vista, -si suol dire: _è un mito_. Questa singolare espressione è il primo -ostacolo che trova il mitologo, quando richiama l'attenzione degli -studiosi sopra il mondo mitico. Con l'indirizzo positivo dell'odierna -filosofia sembra stonare od avere almeno una mediocre attrattiva -qualsiasi scoperta che si presupponga non condurre direttamente a -ritrovare alcuna verità di certezza matematica. Il mito per molti non -è altro che la negazione del reale; fosse almeno l'ideale; ma neppur -questo si concede. Come il capriccio turba il movimento ordinato ed -armonico della ragione, come l'allucinazione abbaglia la vista, così -il mito distrae dal vero la poesia. Si considera il Nume come un -fantasma straordinario, che appare all'uomo, per caso, senza che l'uomo -l'abbia evocato o prodotto; un fantasma senza corpo, quantunque assuma -capricciosamente forme all'uomo ben note. E questo modo volgare di -trattare anticipatamente i miti prima di studiarne la natura, prima -di conoscerli, toglie ogni favore alla mitologia. Nessuno di noi -vuole accusare la propria ignoranza, ed incolpare il proprio difetto -d'analisi. Perciò rimane molto più vicino alla scienza l'umile volgo -che crede ancora alle sue streghe, a' suoi incantesimi, che noi, gente -di spiriti forti, che sorride e scote il capo dicendo: no, quello in -cui il volgo crede, non esiste, non ha mai esistito. - -Dunque, mi domanderete voi, dobbiamo, ritornando superstiziosi, credere -in quel soprannaturale che la ragione nostra ha rovesciato? Non è -codesta fede che io domando allo studioso; ma sì invece che esso non -cerchi la storia dell'uomo solamente ne' monumenti scritti, spesso -ingannevoli, e che tratti le credenze popolari, le superstizioni, -almeno con quella serietà con cui l'archeologo esamina i rottami -d'un antico edificio; come l'archeologo ricompone dalle rovine il suo -monumento antico, perchè non potremo noi concedere all'uomo vivente la -stessa attenzione che non neghiamo all'opera materiale dell'uomo? - -Se le streghe non ci sono più, ci è ancora la credenza nelle streghe. -Esaminiamo come questa credenza sia nata, e perchè si mantenga, invece -di deriderla; e troveremo sotto l'antica strega, in cui si crede -ancora, sebbene siasi staccata dal fondo reale, sopra il quale si -disegnò la prima volta, una realtà molto sensibile che dura ancora, -sebbene la sua forma mitica siasi ora isolata da essa ed erri perduta -ed incerta nella sola immaginazione popolare. Quelle idee che a noi -paiono false, quel pauroso sentimento del volgo dominato da una certa -mole d'idee sovrannaturali, debbono avere il loro significato, la loro -storia, la loro causa nella natura. È inutile il dire, non è, quando -si tratta solamente di vedere se quello che ora non è più, non abbia -potuto essere una volta, e se, date le condizioni morali d'una volta, -lo stesso effetto non si possa ancora riprodurre. Quando un erudito -vi dice che la parola _Befana_ è corrotta da _Epifania_, dice il vero; -quando aggiunge che la voce _Epifania_ vuol dire _apparizione_, vi dice -cosa che probabilmente sapete già, ma che può essere innocentemente -ripetuta; quando vi fa sapere che i Latini in que' giorni stessi, -ne' quali i Cristiani celebrano l'arrivo dei Re, avevano cerimonie -popolari consimili a quelle che rendono tumultuoso fra noi il giorno -della Befana, vi invita ad un raffronto, al quale non avevate forse -pensato; ma, anzi che aiutarvi a capire quello che la Befana sia, -s'egli non aggiunge altro, v'imbroglia. L'erudito cattolico non vorrà -che poniate in oblio come per _Epifania_ si intenda l'apparizione -della stella ai tre Re Magi; sebbene vi abbia già insegnato come anco -i Greci avevano le loro _Epifanie_, feste solenni, nelle quali gli -Dei si manifestavano ai mortali. L'erudito vi pone a riscontro fatti -che, se non vengono spiegati da una ragione più profonda che non sia -quella indicata dalla sola storia esterna, spesso meccanica, invece di -dichiararsi a vicenda, a vicenda si confondono. Non è qui il luogo, in -cui io possa domandare ai Cattolici perchè festeggino sul principio -dell'anno l'arrivo de' Re Magi; essi mi risponderebbero che il loro -dogma, il loro rito è infallibile, e che non giova indagare il perchè -di un mistero che bisogna credere solamente perchè ci fu rivelato. -Per quanto sia dunque grande la tentazione mia di lanciar l'indagine -anche fuori del mondo ariano, quando in tal mondo si producono fenomeni -conformi a quelli che ci occupano, nè solo vi si producono, ma ne -escono per venire a confondersi coi nostri, rispetterò le credenze -cattoliche, quando non ho un bisogno assoluto di distruggerle per la -dimostrazione del vero. Ma io vorrei sapere dall'erudito il significato -di quegli usi pagani che perdurano nella festa cristiana dell'Epifania. -Essi diranno probabilmente: la Chiesa cristiana non si curò di -rimuovere costumanze che potevano invece, mantenute, dare alle nuove -credenze una base antica. La verità è ora che le credenze cristiane -importate sul terreno latino sono quasi partite, dove le tradizioni -pagane vi si conservano tenaci. Ma perchè questa grande tenacità? -e perchè i Latini festeggiavano poi in tal forma singolare i primi -giorni dell'anno? Qualche erudito fa bene notare la corrispondenza -tra certe feste religiose e le vicende agrarie e celesti dell'anno. -Ma egli si crederebbe troppo temerario, quando tentasse di ricercare -nelle feste religiose i caratteri simbolici di quelle vicende. O quando -ardisse tanto, si limiterebbe al mondo romano, e col mondo romano -s'ingegnerebbe di spiegare ogni rito singolare. Chè, se gli accadesse -di incontrare un uso medesimo in Grecia, preparerebbe una dissertazione -per ricercare se i Greci l'abbiano tolto dai Latini, o non più tosto -questi da quelli. Quanto ai Germani, agli Slavi, agl'Indiani, se -l'erudito viene a sapere che essi ebbero od hanno usi simili ai nostri, -si contenterà di trovar curiosa tale somiglianza, ma si guarderà -bene di domandarne il perchè o d'ammettere che un perchè vi sia. -Ogni popolo d'eruditi in Grecia, in Italia ed altrove ha incominciato -col dichiarare _autoctona_ la nazione, alla quale esso apparteneva, -sebbene si rispettasse l'autorità della Bibbia che sostiene una -genesi diversa. Ora non siamo più a questo punto; ma troppi di noi, -quando, nello studio delle antichità italiche, ci troviamo confusi -innanzi a costumanze, istituzioni, tradizioni, monumenti non conformi -alle nozioni che ci rese famigliari il mondo latino, le riferiamo a -quella comoda razza pelasgica, inventata, come sembra, perchè desse -ospitalità a tutti que' popoli che la etnologia non ha ancora saputo -determinare e classificare. E con questa preoccupazione continua, -eccessiva, de' caratteri etnici, trascuriamo lo studio di quella unità -più larga e potente ch'è l'uomo nell'immediato contatto con la natura. -Ci ribelliamo all'idea di un uomo primitivo bruto e brutale, o ce ne -consoliamo, pensando che nella scala degli esseri animati l'uomo è -il più intelligente. Siamo disposti a credere, perchè non possiamo -impugnarla, all'eredità del sangue; e incominciamo ad ammettere, se non -ancora a proclamare, che si trasmette col sangue una parte dell'umano -carattere. Ma che faceva ella la intelligenza dell'uomo primitivo, -quando si trovava ancora quasi priva di idee, al contatto della viva -natura? Che poteva essa altro fare se non sopra la natura vivente -creare idee vitali? E i miti sono la figura di quelle idee elementari, -le quali s'improntarono con più forte impressione nella nostra razza, -perchè la razza nostra era la osservatrice dotata di fibre più delicate -e sensibili, e più atta pertanto a comunicare come a ricevere le -impressioni. Liberiamoci da quel cumulo immenso di idee acquisite, per -convivenza sociale, in parecchie migliaia di secoli; dimentichiamo, -se ci è possibile, le impressioni che il lungo contatto degli uomini -lasciò in noi, e ritorniamo vergini innanzi alla natura. Ritorneremo -forse ancora a creare i miti, o, per lo meno, li conserveremo meglio, -poichè ne avremo un sentimento più vivo. Perciò il popolo che è -ancora più presso di noi alla natura conserva meglio le sue credenze -superstiziose, che noi deridiamo perchè le abbiamo perdute. Molte anzi -di tali credenze superstiziose sono ancora miti trasparenti. - -E per miti trasparenti intendo quelli che sotto la figura immaginosa -del linguaggio lasciano apparire evidente il fenomeno naturale. Crede -il popolo della campagna toscana che la rugiada raccolta prima che si -levi il sole, alla vigilia di San Giovanni, abbia virtù di conservare -la vista. Noi sorridiamo alla credula ignoranza del volgo, dove -dovremmo forse ammirarne soltanto la poesia. La festa di San Giovanni -sappiam bene come cada sopra uno de' tre giorni del solstizio estivo, -ossia de' tre giorni più lunghi, de' tre giorni più luminosi dell'anno. -Se con la rugiada del giorno più luminoso si lavino gli occhi, noi -vedremo più luce, noi vedremo meglio. Che cosa di più semplice, di -più naturale, di più poetico che questa forma d'augurio? Eppure il -volgo degli ignoranti, che mantiene la poetica usanza, ha torto, ed -il nostro volgo erudito, che la disprezza, è il gran savio, al cui -giudicio dobbiamo inchinarci riverenti. E pure non intenderemo mai la -mitologia e non avremo però diritto di deriderla, se non intenderemo -prima il linguaggio ed il costume popolare. Il popolo è l'eterno e -credulo fanciullo che dopo avere creato i miti, se li conserva. I -Greci, il popolo più naturale che si sia spiegato nella vita storica, -li fecero immortali nelle loro opere d'arte; i Latini, popolo pratico -per eccellenza, li adoperarono come elementi della loro propria -costituzione; noi li ravviviamo nella poesia del nostro linguaggio e -del nostro costume. Il mito ha penetrato l'essere ariano; e, dove pare -sterile e rozzo segno di un morto passato, è invece ancora potente -elemento creativo. Dove il mito non passa, non passa quasi la poesia, -inteso il mito nel senso suo più lato, ossia una figura immaginosa -ed animata di un fenomeno naturale. Quando un poeta paragona la sua -fantasia ad un cavallo indomito e selvaggio, crea un mito in sè; -quando egli paragona il sole aurato ad un cavallo d'oro, crea il mito -nella natura esteriore. Nell'impeto della creazione ei non dice: il -cavallo è rapido corridore sopra la terra, il sole è rapido corridore, -il sole è rapido come il cavallo; dice invece, con più brevità, il -sole-cavallo, od anche, guardando il cielo, semplicemente: il cavallo. -La prima e più general forma del mito è dunque una similitudine fra una -cosa lontana, o men nota, ed una cosa più vicina, e più nota. Certo, -l'uomo dovette conoscere il cavallo, il cane, il bove, il serpente -sopra la terra prima di collocarlo nel cielo. Ma il mito elementare -nasce soltanto da questo trasporto di figure da un mondo prossimo ad -un mondo lontano. A questo scambio d'immagini fra la terra ed il cielo -potè pure concorrere, per molta parte, l'equivoco del linguaggio. -In sanscrito, il cavallo è chiamato _açva_. Etimologicamente, la -parola dovrebbe valere il _penetrante_, _il rapido_. Diminuita la -coscienza etimologica del linguaggio, e dai qualificativi formatisi -gli appellativi, molti _rapidi_ divennero cavalli. E poichè açva, in -origine, non solo significò probabilmente, come aggettivo, rapido, -ma forse pure come neutro, _la rapidità,[1] l'açvin_ che dovea -originariamente esprimere _il fornito di rapidità_, ossia il _rapido_, -poichè _açva_ riuscì solamente più il _cavallo, l'açvin_ diveniva il -cavaliere. E poichè nel cielo vi sono due corridori, il sole e la luna, -dei quali il primo è posto in relazione col crepuscolo del mattino, -il secondo con quello della sera, s'immaginarono i due cavalieri, gli -_Açvinâu_, i quali negli Inni vedici sono celebrati per avere vinta -la corsa. Il crepuscolo prenunzia il giorno e la notte; è perciò il -primo ad arrivare al segno, a toccare il limite del cielo, a vincere -la corsa. L'equivoco del linguaggio può aver qui non solo giovato a -creare il mito, ma ancora a distenderlo, con l'immagine che si produsse -del cavaliere, sopra quella preesistente, come pare, del semplice -corridore, dell'_açva_. - -La mitologia senza lo studio delle lingue antiche male si spiega; e -non è troppo grande ardimento il soggiungere che essa alla sua volta -ci spiega una parte, una piccola parte, senza dubbio, del linguaggio -figurato popolare, specialmente di quello conservato in alcuni -proverbii, ne' quali mi sembra avere riconosciuto un significato -mitico. So che ai sudanti raccoglitori di proverbii move un olimpico -riso questa invasione de' miti nella interpretazione di certi -proverbii, che, del resto, essi confessano di non sapere altrimenti -spiegare; ed alcuno di essi mi dà già voce di voler di ogni proverbio -foggiarmi un mito. E pure io era stato molto sollecito a dichiarare che -il numero de' proverbii mitici è ristrettissimo, come sono molto scarse -ne' viventi linguaggi le parole di significato mitico. - -Ma se i proverbii mitici sono pochi, que' pochi non vogliono essere -negletti, e meritano che sopra di essi si raccolga l'attenzione -degli studiosi. Nè chiamando mitico un proverbio, presumo poi -necessariamente che la sua origine sia sempre asiatica od almeno -antichissima. Poichè io non nego punto la possibilità che qualche nuova -forma mitica si manifesti ancora di tempo in tempo sporadicamente -nel linguaggio popolare. Quando il nostro diligente investigatore -delle parlate toscane, il professor Giuliani, ci fa sapere che un -contadino piemontese ed un montanino toscano, per dirgli ch'essi -contentavansi di bere acqua pura, chiamarono l'acqua _vin di -nugoli_, mi fa meglio comprendere la nuvola indiana paragonata -ad un _mostro-barile_; dal qual barile poi la tradizione popolare -leggendaria fa, per una inavvertenza dello scimunito, scorrere vino o -birra per la cantina, che la mamma improvvida gli ha data con la casa -in custodia. Io non suppongo, senza dubbio, alcuna serie progressiva -e continua che congiunga _il vin de' nugoli_ toscano e piemontese -con la _nuvola-barile_ indiana; ma, dalla somiglianza delle immagini -che raffronto, comprendo meglio la natura dei miti che mi studio -d'interpretare. Io ho detto che la nuvola è paragonata ad un mostro, -e che il mostro è talora rappresentato in forma di barile. Il mostro è -generalmente, e, sovra ogni cosa, avaro. Domanderò dunque ancora se sia -troppo strano che io abbia tosto ripensato al mito, quando, al cader -delle prime larghe goccie di pioggia, intesi un giorno una popolana -perugina uscire in questo proverbio: ohe! piove! l'avaro crepa. Che ha -da far l'avaro con la pioggia, quando l'avaro non sia qui la nuvola -che, crepando, lascia cadere la pioggia, come alla morte del mostro -vedico Ahi, lo stringitore, l'avaro dragone, si scatenano le acque? -Io potrei moltiplicare simili esempii; ma spero che questi bastino a -persuadervi come il primo campo mitico sia il cielo, le prime figure -mitiche siano i fenomeni celesti, le prime informatrici de' miti siano -le similitudini del linguaggio popolare. Messi d'accordo su questo -punto che mi pare essenziale, sarà più agevole a me l'imprendere, a voi -il seguire la esplorazione nell'Olimpo vedico, che verrò tentando. La -miniera è assai ricca; ed io non la esaurirò punto; ma sarò contento -se alcuno di voi al fine della nostra peregrinazione potrà persuadersi -che anche i miti sono stati una realtà, anzi l'unica realtà importante -e caratteristica, per cui la razza indo-europea s'inalzò alla vita -storica, con un linguaggio potente; poichè, per dirvi, oggi, l'ultima -mia eresia, io credo capaci d'ideale, ossia potenti di progresso que' -soli popoli che hanno un senso vivo della realtà, la quale è per sè -tutta poetica e vivificante, quando si comprenda nella piena e perfetta -armonia che governa la vita, quando nel ricordare il passato l'uomo -viva del presente e prepari pure l'avvenire, secondando così la natura -che non fa altro se non conservarsi svolgendosi ed ampliandosi. L'uomo -antico ha spiegata ne' suoi miti celesti la poesia ch'egli avea chiusa -come germe in sè; l'uomo moderno deve entrare in gara generosa con gli -Dei suscitati dalla immaginazione poetica de' nostri avi, e, nuovo e -stupendo artefice, mirare a produrre il divino nella vita. - - ANGELO DE GUBERNATIS. - - - - -LETTURA PRIMA. - -IL DIO E GLI DEI. - - -Il primo problema che ci si affaccia nello studio della mitologia -vedica è questo: fu prima il Dio o furono prima gli Dei? Invece di -rispondere, potremmo proseguire a rivolgerci altri problemi: fu prima -il tutto o furono prima le parti? fu prima l'astratto o fu prima -il concreto? fu prima il sovrannaturale o fu prima il naturale? -Voi comprendete che il porsi innanzi tali questioni è quasi un -risolverle, poichè il tutto suppone le parti, l'astratto il concreto, -il sovrannaturale il naturale. Come non vi è re senza popolo, così -non vi è principio senza fondamento, non vi è legge senza materia -ch'essa possa regolare, non vi è il superlativo senza i diminutivi, -non vi è il Dio ottimo, massimo, senza gli Dei minimi che concorrano -a farlo tale. Nel nostro studio, per ritrovare il Dio uno, dovremo -dunque incominciare a studiarne gli elementi divini, ossia gli -Dei. Ma qui alcun filosofo potrebbe credere, con un po' d'arguzia, -di sorprenderci in contradizione, avvertendo come logicamente, e -secondo la nostra propria dottrina, i plurali sono collettivi, e -ogni collettivo, ogni plurale, suppone il singolare; il che si può -accordare volentieri, ma chiedendo la facoltà di esaminare la natura -propria di questo singolare, che moltiplicato produce la pluralità -degli Dei. Per ritrovare il valore intimo d'un nome, bisogna farne la -storia, indagarne il suo primo valore qualificativo, ed estrarne la -radice fondamentale. Per nostra fortuna, la storia vedica della parola -che studiamo è assai trasparente. Il Dio, nella lingua vedica, ossia -nella lingua ariana, della quale siano pervenuti a noi più antichi e -più autentici documenti, è chiamato _devas_. Ognuno di voi saprebbe -trovare le analogie tra questa voce e la voce con cui si esprime ora -il nome dell'Essere supremo in parecchie lingue europee. Ma molti -di voi potrebbero pure riconoscere, l'identità radicale di _deus_ e -di _divus_; e sapendo come il _divus_ o _divum_, o _dium_ de' Latini -valga semplicemente _il cielo, il cielo aperto, il cielo luminoso,_ -e quello che i Francesi chiamano _la belle étoile_, avrebbe da questa -sicura nozione un primo avviso per ricercare nel Dio nient'altro che -il luminoso, ossia il cielo. Noi figuriamo il Dio splendido, eterno, -infinito; ma il cielo è il solo che sia per noi eternamente splendido -ed infinito. Quando il sole s'alza, abbiamo l'aria luminosa, ossia il -_dies_, il _diurnus_, il _giorno_, il _tempo luminoso_. Quando l'aria -s'imbruna e la terra si fa scura, occupata dalla notte, vi è pur sempre -qualche cosa che risplende in alto, che ha un colore, che scintilla, -che ha vita; il cielo appare sempre in veste luminosa, il luminoso -è eterno, il Dio è immortale. Perciò, come canta Ovidio, il Nume, -attraendo l'uomo a sè: - - _Os homini sublime dedit, coelumque tueri_ - _Jussit._ - -La lingua latina ha conservato nelle voci _divum, dium,_ il -primo significato della parola _deus_; ma ha perduto il verbo che -esprimeva l'idea elementare di quella parola, ricorrendo ad altre -radici per rappresentarlo. Le lingue slave hanno conservato quel -verbo, ma modificandone alquanto il significato; _divo_ in russo è -_la meraviglia_, _divitj_ vale _meravigliare_. La lingua sanscrita -ha vivacissima, mobile e flessibile nella coniugazione come nella -declinazione l'antica radice, dalla quale si svolse la parola _devas_: -le radici _dî, dîp, dîv, div, dev,_ significano tutte _splendere, -brillare, abbagliare_. Dalla radice _div_, splendere, abbiamo poi il -nome mascolino e femminino _div (dyu, dyo, dyâu)_, il neutro _divam_, -il mascolino _divasas_, il neutro _divasam_, che valgono _cielo_ -e _giorno_, come _lo splendido_ (cfr. il mascol. e neutro _dinas_, -il neutro _dinam_, che valgono giorno), i femminini _dyut, dyuti_, -i neutri _dyumnam, dyotanam_, splendore, e parecchi altri derivati -contenenti tutti l'idea medesima. Da _div_, che vale _cielo_ come -luminoso, proviene nella lingua vedica l'aggettivo _deva_, ossia -_celeste_, ossia propriamente appartenente al luminoso, e quindi -luminoso esso stesso. Dall'aggettivo _deva_, celeste, si formò quindi -il sostantivo mascolino _devas_, il celeste, il Dio. È dunque evidente -che il Dio primitivo fu un essere celeste, e che conviene perciò -ricercarlo solamente nel cielo. Tutti gli argomenti che si possano -portare contro la nostra interpretazione de' miti, non valgono a -distruggere questa verità fondamentale: il Dio primitivo fu concepito -soltanto come un essere _celeste_; anzi, fu chiamato _il celeste_. E -poichè il _cielo_ è un campo vasto, animato da molti esseri, da molti -aspetti diversi, da molti fenomeni singolari, così vi sono _molti -celesti_, ossia _molti Dei_, senza alcuna necessità assoluta che vi -sia _un solo celeste_, un _celeste_ sovrano, quando questo celeste per -eccellenza non sia il cielo stesso. E noi vedremo, per l'appunto come, -nella mitologia vedica, il celeste principale, il Dio per eccellenza -sia divenuto il cielo medesimo, col sole e la luna che si suppongono -suoi reggitori nel giorno e nella notte. Ma dall'essere, come abbiamo -veduto, il _devas_, in origine, non un sostantivo, ma un semplice -aggettivo, ne viene tolta la necessità che i molti abbiano principiato -da uno che fosse primo e sopra tutti; o, se un principale vi ebbe ad -essere, esso fu, lo ripeto, necessariamente il cielo o il celeste per -eccellenza, coi più splendidi animatori del cielo, il sole e la luna. -S'intende che noi parliamo ora della primitiva mitologia, e non di -quella che si svolse non solo nei periodi della vita brâhmanica, ma -nello stesso ultimo periodo vedico, in cui incominciano a disegnarsi, -col sistema delle caste nella società umana, per opera di riflessione, -le teogonìe e cosmogonìe celesti. - -Come sarebbe dunque temerario il giudicare tutta la mitologia -vedica dalle ultime rappresentazioni della divinità che s'incontrano -negli Inni vedici, così sarebbe ora per noi temerario non meno il -rappresentare tutti i miti vedici secondo la loro sola forma più -elementare originaria. Senza che abbiamo bisogno di ricorrere al -Brâhmanesimo per ritrovare una mitologia diversa, nella stessa -letteratura vedica è agevole lo scorgere la esistenza di parecchi -strati mitologici, sebbene il determinarli in modo preciso sia lavoro -non solo difficile, ma quasi impossibile. La loro esistenza tuttavia -non può essere messa in dubbio, come non si mettono più in dubbio, dopo -i dotti lavori de' professori Weber e Max Müller sopra la storia della -letteratura vedica, i diversi periodi percorsi da questa letteratura. -Degli Inni vedici, gli uni non sono altro se non canti di entusiasmo o -di terrore innanzi alle forze benigne o maligne della natura. In altri -inni, queste forze sono divenute vere persone poetiche, col loro dramma -e col loro carattere. In altri abbiamo il Nume ora immagine d'una -realtà poetica, ora astrazione ideale nata sopra l'immagine, invocata -dal cielo a proteggere il suo devoto, intervenendo ne' suoi sacrificii, -nelle sue opere pie, nelle sue imprese terrene. In altri finalmente -il Nume in persona od in ispirito ideale è disceso in terra, passa -nel fuoco sacrificale, nell'ostia consacrata; l'idolatria incomincia. -Perciò si può dire che la mitologia vedica può offrire armi a tutte -le dottrine, a tutte le credenze, quando si voglia ammettere che sia -lecito isolare in uno studio storico un'idea secondaria dalle cause -e dalle forme anteriori, dalle quali si svolse, per giudicare sopra -quella sola idea una civiltà molto complessa e due volte millenaria. -Ma, non potendo definire i multiformi strati mitologici dell'età -vedica, anco perchè non incomincia l'uno dove l'altro cessa, ma spesso, -invece, si frammettono, si concatenano, si confondono insieme, gioverà -solamente avvertire come la mitologia vedica si rappresenta a noi in -due larghe forme distinte, secondo che i miti sono nati o meditati. -Suolsi chiamare spontaneo il periodo inventivo, poichè il mito si crea -in esso involontariamente e quasi inconsciamente; nel secondo periodo, -invece, sebbene l'uomo segua ancora un suo istinto che lo porta a -meditare il creato, in quest'opera egli è più attivo che passivo. Sorge -in questo periodo su basi mitiche umiliate fino all'uomo un edificio -religioso, nel quale l'uomo suo autore, in parte consapevole, inalza -sè stesso e si solleva a concepire e ad operare il divino. Chè se poi -il tempio si popola di ciechi idolatri, i quali, incurvandosi, non ne -vedono più le cime, ciò basta a provarci come le religioni, al pari -delle mitologie, hanno un periodo poetico ascendente, ed un periodo -fatale di discesa, nel quale il cielo luminoso si restringe e si -chiude. Negl'inni troviamo il mito che principia e che finisce, e la -religione brâhmanica che dove questa età mitica finisce, incomincia -a disegnarsi. Ma, lo ripeto, sarebbe un errore il domandare a quel -solo momento che possiamo dir postumo, l'interpretazione di tutti -i miti vedici, come il domandare la soluzione di tutte le formole -religiose brâhmaniche ai primi idillii figurati da un popolo di pastori -nell'Olimpo vedico. - -Io vorrei dunque, in questa nostra ricerca, entrare in materia seguendo -i metodi adottati dal Preller ne' suoi eccellenti trattati di Mitologia -greca e latina, e la stessa sua distribuzione di capitoli, a fine di -rendere più agevoli a quelli di voi che volessero quindi istituire -un confronto fra le tre mitologie, i riscontri. Ma, come non si può, -almeno per ora, insegnare la lingua indiana con lo stesso ordine con -cui s'insegnano le lingue classiche, poichè la grammatica sanscrita è -retta da una fonetica bene distinta, perfettamente analitica, ordinata, -rigorosa, completa, motivo per cui questo singolare carattere di -perfezione la fece, al primo suo manifestarsi in Europa, stimare la -lingua madre di tutte le così dette indo-europee, non mi sarebbe, -all'incontro, possibile descrivervi l'Olimpo vedico, con quell'ordine, -con cui potrei rappresentarvi il greco, e, sebbene più indeterminato, -il latino; poichè, oltre i caratteri nazionali che distinguono le due -mitologie indiane, la vedica che ci occupa e la brâhmanica che potrà -occuparci un giorno, vi sono nella mitologia vedica come nella lingua -sanscrita i caratteri di un mondo che l'Ascoli chiamò _proto-ariano_, -per rintracciare i quali ci è necessario uscire da' soliti sistemi -della mitologia scolastica. I trattati di mitologia suppongono l'Olimpo -come fatto d'un solo pezzo, nel quale ogni divinità è un essere -compiuto. Vi sono Dei maggiori e Dei minori; vi sono genealogie molto -minute, sebbene, secondo le fonti, alle quali si voglia attingere, -molto spesso fra loro contradittorie; i poeti greci e latini conoscono -perfettamente le gerarchie e i cerimoniali dell'Olimpo e li cantano, e -spesso li adornano con la loro vivace fantasia; e i nostri trattatisti -pigliano talora la fantasia d'un solo poeta, greco o latino, come -sicuro indizio di una singolare forma mitologica. Nel numero di questi -non è il Preller, il quale, erudito e critico, reca ed ordina le -notizie de' miti greci e latini, secondo che le trova riferite negli -scrittori dell'antichità, ma più tosto per farci conoscere quello che -l'antichità pensasse o dicesse de' suoi miti, che per indagarne egli -stesso la vera natura o abbellirli a noi col prestigio di una eloquenza -artificiosa. È questo il pregio principale, per quanto ne pare a me, di -que' suoi dotti lavori, ed è, per questo riguardo, ch'essi mi paiono -degni d'esservi raccomandati. Ma la poesia vedica, nella quale tutta -la primitiva mitologia indiana, di cui sia a noi giunta notizia, è -contenuta, non ci permetterebbe, ripeto, un metodo conforme a quello -seguito dal Preller. La mitologia greca, per mezzo degli artisti e -poeti greci, diventò un'opera d'arte. L'Olimpo, malgrado le ire, le -gelosie, le vendette, le passioni elleniche, in somma, che dividono, -fra loro, gli Dei, presenta, per mezzo dell'arte, un carattere estetico -d'unità morale che lo governa tutto. L'Olimpo vedico manca di questo -carattere estetico, che regge invece in età posteriore, per mezzo della -teologia, l'Olimpo brâhmanico. E, con ciò, non intendo argomentare -che l'Olimpo brâhmanico sia più alto o più perfetto del vedico, ma -solamente ch'esso è più sistematico, e che si lascia perciò meglio -esporre, poichè il suo quadro essendo più limitato, per quanto vi -appaiano figure mostruosamente gigantesche, può essere minutamente -descritto in un trattato scolastico, come in un catechismo religioso. -La casta dei Brâhmani, come ne fu l'autrice, così volle essere -l'artigiana, o l'artista che si abbia a dire, della seconda mitologia -indiana. E questa si va quindi ancora insegnando nell'India; e questa -udrete spesso ancora rammentare in Europa, ove divenne popolare -la famosa indica Trinità, col suo Brahman creatore, col suo Vishnu -conservatore e proteggitore, e col suo Çiva distruggitore; e per quanto -incomplete, e in parte false, siano tali nozioni, s'accettano, si -ricordano, si divulgano, perchè chiare, facili ed assolute. - -Nell'Olimpo vedico, invece, vi è un po' d'anarchia. Il Dio più eroico, -Indra, riceve da' suoi devoti molte lodi, ma la sua potestà in cielo -non gli costituisce ancora alcuna beatitudine; egli è lodato, è grande, -quando opera, ossia quando esso è congiunto col fenomeno fisico, da -cui si svolge; ma, dov'egli non opera, il suo prestigio cessa. Nel -periodo brâhmanico invece, nel quale Indra non opera quasi più, i -poeti si occupano a descriverci il paradiso, in cui il Dio Indra, -disoccupato, siede e regna glorioso. Negl'Inni vedici i miti si fanno; -ne' poemi brâhmanici in parte si disfanno, in parte si incrostano e -determinano con formole precise; il mito diventa dogma; e il dogma, -com'è infallibile, così diviene immobile. Negl'Inni vedici non abbiamo -ancora nè formole artistiche, nè formole religiose; gli Dei vi si -muovono tanto più liberi, quanto più lieve e mobile è la persona che -assumono. Talora abbiamo il semplice fenomeno fisico nel suo aspetto -più naturale; talora il fenomeno che passa, piglia una forma personale; -passa il fenomeno, anco la persona scompare e nessuno più la ricorda, -e nessuno pensa più a venerarla, finch'essa non si ripresenta in un -modo conforme ed analogo; ed è solo nella frequenza delle sue epifanie -che si disegna una figura mitica, alla quale si dà un nome che col -tempo diviene un nume. Con tale sembianza che i miti ci danno per lo -più di sè negl'inni vedici, sarebbe egli lecito a noi fissare in modo -preciso i contorni di quegli Dei, illustrarli, colorirli, animarli, -come persone complete? Questo non ci sembra il dritto nostro. Questo fu -bene il dritto di quel popolo stesso che avea creato i miti, il quale, -associandoli fra loro, collegandoli, appassionandoli e raccontandoli, -ridusse i fatti mitici all'unità dell'epopea, e coi frammenti delle -molteplici figure assunte dal fenomeno luminoso celeste compose e -foggiò lo splendido eroe che fa cose straordinarie. Questo, se non fu -il diritto, fu almeno l'arbitrio delle caste sacerdotali, le quali, -approfittando della meraviglia del popolo che i fenomeni naturali avea -trasformati in fatti sovrannaturali animati da una potenza divina, -separò il Dio dal suo fenomeno celeste e lo sollevò più in alto come un -ente puro, salvo poi ad abbassarlo nella sembianza di un idolo sopra -gli altari. Io non ho qui autorità nè voglia di disegnarvi alcuna mia -teologia sopra gli Dei vedici; non potrò quindi offrirvi un Dio vedico -che abbia tutte le virtù teologali; nè mi dovreste perdonare, se io -per amore dell'arte e per la scienza del poi, che mi rende accorto -come le epopee popolari si svolsero dalle mitologie, nello studio che -mi farò d'esporvi la mitologia vedica, tentassi di farvi apparire -gli Dei vedici, non quali possano offrirli a noi gli antichi inni, -ma poetici e compiuti quali si trasformarono successivamente nella -fantasia popolare. Con questi avvertimenti preliminari, io intendo -dunque, indicandovi la via che terrò, premurarvi contro la noia che io -possa molto involontariamente arrecarvi nel corso di queste letture. -Noi faremo più spesso della chimica, o se più vi piace, dell'anatomia, -che della poesia. I nostri Dei sono spesso poveri moncherini, e -dovremo, per rimettere insieme qualche organismo vivente, andarne -spesso cercando qua e là i frammenti. Io ho bisogno che mi secondiate -in questa minuta indagine, poichè non avrebbe nessuna utilità lo -studio presente, se io non avessi la fortuna di vedervi pigliar parte -animata a questa ricerca. A chi poi voglia riscontrare il valore di -queste nostre indagini e non abbia modo di approfondirle da sè sopra -gli stessi testi vedici, io mi credo in debito di far noto, come -una gran parte de' materiali, de' quali io dispongo, è quella stessa -che un dottissimo indianista scozzese, il signor John Muir, recò già -fedelmente tradotta nel quinto volume della sua bella raccolta dei -_Sanscrit Texts_. Dichiarati così i nostri intendimenti, possiamo -tentare di metterci in via. - -Un inno vedico si esprime così: «Veneriamo i grandi, veneriamo i -piccoli, veneriamo i giovani, veneriamo i vecchi (Dei); agli Dei, se -è in poter nostro, sacrifichiamo.» Ora questa distinzione che si fa -già nel _Rigveda_, di Dei grandi e di Dei piccoli, di Dei giovani e di -Dei vecchi, giova pure a noi per incominciare qui ad occuparci degli -Dei meno divini, di quegli Dei anonimi, che gl'Indiani chiamavano -confusamente con un solo nome _Viçve devâs_ (_Tutti Dei_), cui facevano -un solo sacrificio in comune, come il Calendario cattolico ha destinato -nell'anno un giorno solo festivo per tutti que' Santi (_Ognissanti_), -ai quali non può concedere il privilegio di una festa speciale in -loro gloria. Quanti fossero quegli Dei è difficile determinare. -Parecchi Inni vedici, riconoscendo tre mondi, la terra, l'aria, il -cielo, quando non parlano di centinaia e di migliaia di mondi, con -metodica giustizia distributiva collocano undici Dei sopra la terra, -undici nell'aria, undici in cielo. Ma da questi trentatrè Dei anonimi -si separano talora, e si nominano quindi distintamente alcune altre -divinità maggiori; così che que' trentatrè, presi insieme, riescono -per lo più soltanto genii, spiriti, espressioni ideali senza figura, -anzichè persone mitiche, con carattere individuale spiccato. Negli -Dei poi che si suppongono presiedere ai sacrificii, non vi è neppure -più il genio, ma si adorano le parti materiali del sacrificio stesso, -come i Cattolici baciano ancora le sacre soglie, le porte sante, le -sacre colonne, i sacri altari, i sacri arredi, i sacri strumenti che -concorrono a celebrare il sacrificio divino. Lo stesso culto idolatrico -che i Cattolici prestano non solo al sacrificio, ma alle parti, delle -quali il sacrificio consta, si ritrova assai più minuto, o preciso e -rituale, nell'ultimo periodo vedico.[2] Moltiplicato così senza fine il -numero degli esseri divini, a ciascuno de' quali il _Rigveda_ attribuì -pure la sua forma femminina, ossia una Dea compagna, i devâs perdettero -pure, nel loro aspetto collettivo, ogni loro importanza, in modo che -non solo si isolarono dagli Dei massimi, ma si rappresentarono pure -come avversi ad essi. Un inno del _Rigveda_ ci fa sapere come tutti gli -Dei combatterono Indra. Nel _Yag'urveda nero_, gli Dei si rappresentano -come _abitatori della terra_, che rubano l'offerta sacrificale, che -recano danno ai sacrificatori. Nell'_Atharvaveda_, il fuoco sacrificale -è pure invitato a cacciare gli Dei. A questo punto, al quale ci -conducono gli stessi Inni vedici, in cui cioè gli Dei stanno già in -terra, e rimuovono gli uomini dalle opere pie che devono conciliar -loro la grazia de' luminosi celesti, noi vediamo staccarsi la religione -iranica dalla vedica. Il _deva_ indico diviene lo zendico _daeva_, un -vero genio maligno, mentre invece l'_asura_, lo spirito, e specialmente -lo spirito maligno, demoniaco dell'India vedica diviene lo zendico -_Ahura_, il genio buono, che entra nel nome di _Ahura-mazda_, ossia -Ormuzd. Il moltiplicarsi infinito dei _devâs_ vedici nocque dunque alla -loro gloria; poichè nel moltiplicarsi, discesi in terra, degenerarono, -e riuscirono finalmente a combattere contro la loro propria primitiva -natura. Il _deva_ non risplende se non in cielo; abbassato sulla -terra, incomincia col diventar idolo; e l'idolo diviene finalmente -mostro. Questo è l'ultimo aspetto che ci rappresentano i vedici -devâs nella fantasia popolare. Ma quasi contemporaneamente, per un -altro ordine d'idee, con l'idolo terreno, sopra il Dio reale celeste, -divenuto ideale, si produce il nume astratto dei _devâs_, che godono -nell'alto, onnipotenti, amici de' mortali ad essi devoti, che ascoltano -le preghiere, che ne appagano i desiderii, e (secondo il _Çatapatha -Brâhmana_) ne indovinano i pensieri, contro ai voti dei quali è vano -ribellarsi, che amano l'ambrosia, e perciò sono immortali (e i mortali -che si cibano di ambrosia, non solo divengono ancor essi immortali, ma -acquistano il privilegio di conoscere gli Dei). Nello studio di queste -nozioni vediche intorno agli Dei di un periodo mitico di decadenza, -fondarono evidentemente i Brâhmani la loro teologia e religione -gangetica. È questa parte, per così dire, ora brutale, ora spirituale -e metafisica della mitologia vedica, la quale si trova sparsa qua e là -negl'Inni vedici, che i Brâhmani si proposero d'illustrare e ridurre -ad unità. Perciò la letteratura di commento ai Vedi rappresentata -dai Brâhmana, dalle _Upanishad_ e dai _Sûtra_, e i sistemi filosofici -vedantini, che si mostrano indifferenti ai miti propriamente detti, -raccolgono scrupolosamente dagl'Inni vedici tutto ciò che può giovare a -costituire dommi religiosi e riti sacrificali corrispondenti. La così -detta cosmogonia vedica appartiene pure a questo periodo secondario, -e quegli _Dei, nella prima età de' quali_, secondo un inno vedico, -_dal non essere fu creato l'essere_, non sono più figure di fenomeni -fisici, ma forze arcane, ideali, già dominanti metafisicamente la -materia. Appartiene pure a questo periodo la produzione di numi come -_Prag'âpati, Brahmanaspati, Purusha, Brahman_, e simili figure astratte -del Dio, delle quali avremo, al fine del nostro studio, a considerar -la natura specifica. Intanto ho creduto mio dovere, innanzi di entrare -ne' miti vedici, accennarvi a tutto ciò che si mescolò con essi, senza -avere con essi analogia di origine e di carattere. Quando il deva -discende a terra, abbiamo veduto ch'esso perde la sua prima e propria -natura mitica; quando egli diviene nel cielo un'astrazione, e non -corrisponde quasi più ad alcuna forma fisica, incomincia la religione, -e finisce la mitologia vedica; esclusi dalla quale gli elementi che -non le sono proprii e caratteristici, il nostro studio diviene più -semplice, e, s'io non m'inganno, più efficace; e possiamo ancora -noi affacciarci la grave e consueta, ma un po' oziosa questione che -preoccupa la storia d'ogni antica religione: se cioè nell'età vedica -domini il Monoteismo od il Politeismo. Per risolvere tale questione -dobbiamo dunque semplicemente distinguere l'età vedica in tre periodi: -il più antico, assolutamente politeistico, ci offre gli Dei fisici; in -un periodo secondario, gli Dei fisici pigliano persona eroica; in un -terzo periodo, appare il Dio uno, ossia il Dio metafisico, che nasce -generalmente al di fuori degli Dei personali, sopra un nome che non -appartiene ancora o non appartiene più ad alcuno; si crea allora il Dio -per l'attributo, e non più l'attributo pel Dio. - -Ritornando, quindi, al nostro primo asserto, nel principio si adorarono -le sole forze e forme singolari e molteplici della natura; ma, se -nell'Olimpo vedico si vuol rappresentare con una sola parola tutti gli -Dei, non troviamo altro centro di unità all'infuori del cielo. Così, -nel nostro linguaggio, siamo ancora soliti ad invocare il cielo come -sommo nostro protettore. Più spesso che il nome di Dio, il quale non -può essere proferito invano, le nostre donnicciuole pregano _il cielo_, -perchè faccia le grazie da loro desiderate; il cielo rappresenta, -per esse, l'Onnipotente. Il cielo deve accompagnare gli amici che si -mettono in viaggio, e s'impreca avverso ai nemici; _per amor del cielo_ -si supplica; ed è _il cielo_ che ci deve guardare dal fare il male. -La nozione del cielo come sede del divino, passata nel primo versetto -della Orazione domenicale cristiana, è più antica del Cristianesimo. -Invocando il cielo, noi, se pensiamo a qualche cosa (il più spesso -non pensiamo a nulla), ci raffiguriamo la sola vôlta azzurra; ma, -nel nominarlo, gli attribuiamo una potenza arcana, che, per essere -incombente sopra di noi, immaginiamo a noi inevitabilmente propizia -o funesta. Il cielo è ornato di astri luminosi e armato di fulmini; -non vediamo chi li muove; ma vediamo che si muovono dal cielo; perciò -veneriamo il _cielo_ come _Dio_, parola che, in origine, come abbiamo -già detto, valeva soltanto _il celeste_. Se il _cielo_ fisico si voglia -pertanto ammettere (come, studiando i miti vedici originarii, si deve), -non solo quale equivalente del _Dio_, ma come sede di tutto ciò che -è _Dio_, ossia di tutto ciò ch'è _celeste_, e però come _Dio_ per -eccellenza, avremo pure nella primitiva mitologia vedica una forma di -Dio unico, da cui partono tutti gli Dei e al quale, come sue qualità, -forze, ornamenti, fenomeni, essi fanno universalmente capo. Ma è troppo -evidente che questo Dio fisico non ha nulla di comune col Dio supremo, -unico, universale delle teologie; e che non può giovare in alcuna -maniera a sostegno delle loro dottrine, le quali si fondano sopra il -principio che l'uomo ha sempre sentito ingenito in sè il bisogno di -adorare un Creatore supremo, un supremo Rettore dell'universo. Io non -ho qui a discutere questo principio, ma solamente a dimostrare che gli -antichi Inni vedici non ne recano traccia, come si fondano invece sopra -di esso parecchi inni dell'ultimo periodo vedico. Quali possano essere -le nostre credenze, noi dobbiamo in uno studio storico e critico, come -quello che abbiamo intrapreso, far conto di non averne alcuna, per -attribuire ad ogni età il suo proprio carattere. Ora, per conchiudere -intorno agli Dei vedici, dobbiamo, a fine d'intenderci, insistere sopra -la distinzione da noi fatta tra gli Dei fisici, eroici e metafisici; -dal non averla fatta son nate, parmi, finqui le molte oziose -discussioni sopra il carattere primordiale della religione indiana. -Nel primo periodo vedico abbiamo cose celesti e lievi persone celesti; -nel secondo periodo abbiamo il dramma eroico di queste persone; nel -terzo periodo, accanto ad idoli, idee umane elevate ed astratte in una -forma divina e quasi impersonale; si è detto che, nel mito, i nomi sono -diventati Numi; io potrei soggiungere che alla loro volta i Numi si -sono astratti in semplici nomi fatti immobili, perciò sterili, inetti -a divenir plurali, se non addizionando e moltiplicando sè stessi per -sè stessi, ossia facendosi infinito assoluto. Il mito quando discende -troppo basso, o quando sale troppo alto, si distrugge; il suo posto è -nel cielo; staccandosi dal cielo, perde la sua natura; perciò è nel -cielo che lo dobbiamo essenzialmente esaminare: vedremo pertanto, -prima di ogni cosa, come il cielo nell'età vedica fosse appellato, -quale persona mitica avesse, quali fossero i suoi caratteri divini, per -indagar quindi come fosse popolata quella scena olimpica. - - - - -LETTURA SECONDA. - -IL CIELO. - - -Il cielo appare negl'inni vedici con diversi nomi e sotto diverse -forme; ma il suo nome proprio è _Dyu_, il cui nominativo è _Dyaus_ -(Zeus) e il cui genitivo è _Divas_; importa notare questo caso, -perchè apprendiamo da esso che il cielo è il padre dell'aurora, che -il luminoso è il padre dell'ardente o brillante _Ushâ_, e che _Indra_ -come _Divaspati_ è il signore, il reggitore del cielo. Noi non abbiamo -nessun dubbio intorno all'unico significato mitologico della parola -_Dyu_; non solo esso è il _cielo_, ma il cielo nella sua forma più -semplice. Vi sono altre forme divine, e però altri nomi del cielo -negl'inni vedici, ma il cielo per eccellenza è _Dyu_. Nell'ellenico -Zeus ci si affaccia un Dio complesso, polimorfo; nel vedico _Dyaus_ -ci si offre invece un Dio elementare. Esso è il cielo tal quale nel -suo aspetto luminoso, e nella sua virtù fecondatrice. Non vediamo -ancora la persona umana del Dio; esso è un essere animato, ma la sua -forma esterna è quella che appare alla vista degli occhi, non alla -mente immaginosa. La divisione del cielo in tre cieli, di cui il primo -inferiore (_Avama_), il secondo medio[3] (_Madyama_), il terzo supremo -(_Uttama_), è già vedica. Perciò troviamo negl'Inni vedici, oltre il -_cielo_, ricordati _i cieli_ (_Dyavas_). - -Vediamo ora con quali appellativi _Dyu_ (o _Dyo_), il cielo, venga -salutato negl'Inni vedici. Egli è, sovra ogni cosa, pel suo aspetto, il -_grande_, il _vasto_, il _profondo_, il _fisso_; per i suoi effetti, il -_mellifluo_, il _lattifero_, il _ricco di semi_ e conseguentemente il -_benefico_; e, poichè il cielo opera pure sopra la terra con un certo -ordine, esso diviene l'_ordinato_ ed il _giusto_. Ma, finqui, noi non -abbiamo ancora nessuna vera e propria persona divina. Sono epiteti -naturali dati al cielo; nessun mito ancora si scolpisce. A scolpire -il mito occorre non solo l'anima, ma l'animale. Mi si potrebbe forse -opporre che vi è il mito anco in un'erba, in una fonte, in una pietra -di virtù miracolosa; nè io codesto vorrei negare punto, ma soggiungerei -come nella immaginazione popolare quell'erba, quella fonte, quella -pietra ha sempre una virtù magica, per la riposta credenza che alcun -genio o demone la possegga. L'animale poi può salire dall'infimo grado -del bruto che non ha ancora vertebre, fino al perfetto vertebrato -eroico, fino al nume metafisico che non ha più vertebre. Perchè il mito -dunque nasca, occorre l'animale; ma, perchè l'animale viva, occorre -la società. Noi abbiamo già il cielo ricco di semi; è necessario -che questo seme non cada invano, che il ricco di semi divenga padre -fecondatore, che il cielo divenga padre. Il cielo padre è il primo Dio, -il primo mito naturale. Ma dove cade il seme celeste? dove si feconda -il cielo? qual'è la sposa, qual'è la madre che il cielo feconda? - -A noi viene naturale il pensare subito alla terra, e la cosmogonìa -ellenica, e alcuni Inni vedici, ne' quali cielo e terra si trovano -evidentemente invocati insieme, l'uno come padre, l'altro come madre, -rendono non solo naturale, ma necessaria questa ipotesi. Se non che, -mentre _Dyu_ è indubbiamente _il solo cielo_, vi è dubbio che la -_Prithivî_ ossia _la larga_, ch'esso feconda, non sia sempre la sola -terra. Vi sono due inni nel quinto libro del _Rigveda_, nei quali -si parla evidentemente di una _Prithivî_ celeste. Uno di questi inni -(il cinquantesimo sesto) ci rappresenta la _Prithivî_ come _la Pluvia -rallegrante che arriva_; un altro (l'ottantesimo quarto) ce la nomina -come la luminosa che versa torrenti di pioggia sopra la terra, la -quale per distinguersi non è qui chiamata _Prithivî_, ma con l'altro -suo appellativo di _Bhûmi_.[4] Qui è evidente che _Prithivî_ è la -nuvola, come la larga, la estendentesi a segno da occupare tutto il -cielo, oppure il cielo stesso nuvoloso. Ma è raro che questa _Prithivî_ -celeste appaia esplicitamente distinta negl'inni vedici. _Dyu_ è più -spesso il fecondatore della terra, della larga terrena, sia col suo -proprio nome, sia sotto forma del _Dyu Parg'anya_ (lo slavo _Perkun_), -che è il vero Giove Pluvio, e come tale trovasi distintamente invocato -in alcuni Inni vedici. _Parg'anya_ vale propriamente _la nuvola tonante -e pluvia, la nuvola tempestosa e la pioggia, il Dio della tempesta_. -Il cielo Tonante e Pluvio, il _Dyu_ come _Parg'anya_ è il fecondatore -della terra, la quale perciò è venerata nell'_Atharvaveda_ col nome -di _sposa di Parg'anya_ (_Parg'anya-patnî_). Abbiamo veduto esservi -_il cielo_ ed _i cieli_, così _la pioggia_ e _le pioggie_, _la nuvola -pluvia_ e _le nuvole pluvie_; tuttavia come Dio, _Parg'anya_, al pari -di _Dyu_, è sempre un singolare. La voce di _Parg'anya_ sona bene -e vigorosa (_vâc'am parg'anyaçcitrâm vadati tvishîmatîm; Rigv._, V, -63). Esso versa il seme e fa germogliare le erbe; per esso il cielo -si riempie, e la terra si feconda (_pinvate svah-Parg'anya Prithivim -retasâ 'vati_). Mentre _Parg'anya_ tuttavia è rappresentato come -benefico fecondatore della terra, il poeta vedico, nel descrivere, -con molta verità d'immagini, il temporale, ci fa presente il terrore -degli uomini nell'udire i venti che fischiano, nel vedere gli alberi -atterrati, i lampi e fulmini che guizzano; tutto il creato è preso -di spavento, quando _Parg'anya_ si scatena; sebbene egli castighi -solamente i colpevoli, anche gl'innocenti ne hanno paura. E in questo -Dio, in questo _Parg'anya che tonando ammazza i cattivi_ (_Parg'anyah -stanayan hanti dushkritah; Rigv._, V, 83), noi abbiamo una prova -evidente che già esisteva nel primo periodo vedico, poichè l'inno -83º del V libro del _Rigveda_ a _Parg'anya_ ha per me un carattere -particolarmente antico, la superstizione ancora viva nel nostro popolo -che il diavolo si pigli l'anima di quelli che muoiono fulminati (dove -passa il diavolo lascia odore di zolfo; lo stesso odore lascia il -fulmine ove cade; quindi è naturale che si credano portate via dal -diavolo le anime dei fulminati). - -Abbiamo detto che _Dyu_ il cielo è lo sposo di _Prithivî_ la larga; -abbiamo aggiunto che allo sposo della terra, al fecondatore di essa -si dà pure il nome di _Parg'anya_; ma giova aggiungere come un inno -vedico (_Rigv._, VII, 102), invece di rappresentarci _Parg'anya_ come -un _alter ego_ di _Dyu_, ce lo dice apertamente suo figlio. Sotto -questo aspetto, _Dyu_ il cielo si feconderebbe in sè stesso, unendosi -con quella _Prithivî_ celeste che abbiamo sopra ricordata, ossia -la nuvola larga, per produrre la pioggia, il temporale, il Dio del -temporale, _Parg'anya_. Sebbene adunque gl'Inni vedici non ci dicano in -modo preciso che _Dyu_ feconda la _Prithivî_ celeste come feconda la -terrena, nel trovarvi appellato _Parg'anya_ figlio di _Dyu_, abbiamo -qualche ragione probabile di supporre _Dyu_ sposo della _Prithivî_ -celeste. Da prima egli si fecondò nel cielo, e poi una sua creatura, -ossia un altro sè stesso fecondò la terra. Nè solo la _Prithivî_ -celeste, ossia la vasta, la distendentesi, dovettero in origine essere -la nuvola, occupante tutto il cielo, ma ancora la tenebra notturna, la -notte e la nuvola, e l'aurora, uno de' nomi vedici della quale è pure -_Urvâçî_, ossia la _larga avanzantesi_. E, come troviamo _Dyu_ che, -oltre il cielo luminoso, significa anche _il giorno_, così interpreto -pure la _Prithivî_ celeste ora pel cielo notturno, ora per la prima e -l'ultima parte del giorno rappresentate dalle grandeggianti aurore. E -mi rappresento il vedico duale _Dyavâ Prithivî_ come un equivalente di -_Mitra_ e _Varuna_, _Mitra_ il giorno, _Varuna_ il copritore notturno, -e poi l'acquoso oceano. È solamente per mezzo di questa interpretazione -che noi possiamo intendere come _Dyu_ e _Prithivî_ siano chiamati -insieme _Devaputre_, ossia _aventi per figli gli Dei_; chè il cielo -luminoso diurno e il cielo notturno e crepuscolare, che può essere -luminoso anch'esso, sono i soli veri e proprii genitori degli Dei, -ossia dei luminosi, mentre sarebbe un assurdo il supporre la terra -madre degli Dei. Di _Bhûmideva_, o _Dio della terra_, gl'Indiani -ne conobbero uno solo, il Bramino, per decreto della stessa casta -brâhmanica, e il fuoco sacrificale sua creatura; gli altri Dei sono -tutti celesti. E, quando nell'inno vedico (_Rigv._, VI, 50) si trova -congiunto _Dyaur devebhih Prithivî samudrâih_, mi parrebbe ancora nel -primo caso di vedere il cielo luminoso popolato di Dei, nel secondo il -cielo tenebroso, o notturno, o nuvoloso, e però naturalmente acquoso, -crepuscolare, mentre mi parrebbe un non senso il rappresentare la -terra acquosa per rispetto a _Dyu_, ch'è appunto celebrato come quello -che manda giù l'acqua. Non negando dunque io in alcuna maniera che la -_Prithivî_ ricordata negl'Inni vedici non sia spesso la terra fecondata -dal cielo, credo si debba nel duale _Dyavâ Prithivî_ considerare più -spesso una _Prithivî_ celeste, della quale può esser duplice, sebbene -analoga, la natura, secondo che la si consideri nella nuvola o nella -notte tenebrosa e luminosa e, come luminosa, anche nell'aurora, che -vedemmo già chiamarsi larga. Che la nuvola sia chiamata l'ampia, -la distendentesi; che la notte sia considerata come _la distesa_ -(_âyatî_), lo rileviamo dall'inno 127º del X libro del _Rigveda_, in -cui la notte luminosa è cantata sotto il suo appellativo di _râtrî_: -essa caccia, per mezzo de' suoi occhi risplendenti, d'ogni parte le -tenebre; sul principio della notte, quando gli astri non brillano -ancora in tutto il loro splendore, appaiono i mostri tenebrosi, che -la notte luminosa deve tenere lontani; quando verso il mattino gli -astri notturni impallidiscono, ritornano i mostri tenebrosi; allora -è invitata l'aurora mattutina, la grandeggiante figlia del cielo, a -disperderli. La relazione, in cui sono poste in quest'inno fra loro -la notte e l'aurora, chiamate fra loro _sorelle_, e la somiglianza -dei loro ufficii, ci danno diritto a supporre la notte come figlia -del cielo al pari dell'aurora. Siccome vedemmo _Parg'anya_ esser -chiamato figlio di _Dyu_, dicemmo _Prithivî_ esser pure celebrata in -due inni vedici come la nuvola pluvia; niente di più naturale che il -considerare anche la _Prithivî_ celeste come figlia di _Dyu_. Come -poi l'aurora si congiunge con gli _Açvin_, i Dioscuri indiani, così, -nell'inno 132º dello stesso X libro del _Rigveda_, essi trovansi uniti -con la _Bhûmî_, noto equivalente della _Prithivî_, nuova analogia -che ci permette di ravvisare nella _Prithivî_ congiunta con _Dyu_ un -essere celeste. E questa probabilità cresce, osservando come nello -stesso inno 132º, nel quale s'incominciano a celebrare _Dyu_ e _Bhûmî_ -(altro nome di _Prithivî_), in relazione con gli _Açvin_, dei quali -l'uno è in particolare relazione col giorno, l'altro con la notte, -si cantano pure _Mitra_ e _Varuna_, dei quali il primo regge il cielo -diurno, l'altro specialmente il cielo crepuscolare e notturno. Quando -poi i due cieli, il _Dyu_ per eccellenza, il cielo diurno, e il _Dyu_ -notturno si riuniscono, abbiamo un essere supremo, che, come mascolino, -si chiama _Divaspati_ (una specie di _Diespiter_), ossia _Indra_, -e come femminino si chiama _Aditi_. _Indra_ si vede venir fuori dal -_Dyu_, dalla _Prithivî_, _dall'oceano, dal cielo nuvoloso_ (_Rigv._, -IV, 20); è evidente che in queste sedi del Dio _Indra_ si enumerano -tutti gli aspetti del cielo. Ma la parola _Dyu_, _div_, non fu solo -un mascolino, ma anche un femminino; questo femminino prese nel mito -il nome speciale di _Aditi_, ossia la infinita, indestruttibile vôlta -celeste, la luminosa insieme e la larga, la madre degli Dei luminosi, -degli _Adityas_. Essa è pure la madre di _Mitra_ e _Varuna_. Un inno -(_Rigv._, IX, 97), dopo avere invocato il padre Cielo (_Dyaushpitar_), -la madre _Prithivî_ (_Prithivî matâr_), il fratello fuoco, gli otto -_Vasavas_ luminosi reggitori del mondo, e gli eroici _Adityas_ o -figli di _Aditi_, invoca finalmente _Aditi_ come la Dea celeste -che comprende in sè sola tutti gli Dei. Come madre dei venti (_mâtâ -rudrânam_), che finalmente essa viene in un inno salutata (_Rigv._, -VIII, 90), e sorella degli _Adityâs_ e figlia dei _Vasavas_, essa non -può essere che una personificazione celeste. La _Prithivî_ pertanto -ch'essa rappresenta mi sembra ancora dover essere una figura del cielo. -Noi abbiamo già rammentati _tre mondi_, e _tre cieli_, o luminosi; -dobbiamo aggiungere che gl'Inni vedici distinguono pure tre _Prithivî_, -ossia _tre larghe_: una risponde al cielo altissimo, l'altra al cielo -medio, la terza al cielo infimo; questa terza _Prithivî_ può essere -la terra nostra, ma tuttavia ne dubito, per quanto questa _Prithivî_ -sia originaria produttrice di Dei e di miti. Chè, se accennammo come -il trimundio vedico sia già diviso in etere celeste, aria e terra, e -come in ciascuno di questi tre mondi i poeti vedici della decadenza -collocarono undici Dei, ho pure avvertito come questa enumerazione -fosse capricciosa ed arbitraria. Il terzo mondo, il terzo cielo, -la terza _Prithivî_, sono figurati per l'amore del numero tre; nato -questo terzo mondo, questo terzo cielo, questa terza _Prithivî_, era -naturale che si pensasse alla terra, come produttrice alla sua volta -di Numi. Che la terra avesse fin dalla più remota antichità vedica -carattere sacro e venerando, non può essere messo in dubbio; essa era -chiamata _matâr_. Questa parola vale propriamente _la produttrice_; ma, -significando perciò anche _la madre_, dimenticato il senso etimologico -della parola, si vide solamente più in essa _la madre_, e come madre i -poeti vedici le parlarono con quel linguaggio tenero ed affettuoso con -cui si suole parlare ad una madre. Manu ha pur detto che _la madre è -un'immagine della terra_. - -Immaginatosi quindi un terzo cielo, prossimo alla terra (forse il -cielo delle nuvole e dell'aurora, il più vicino alla terra), gli Dei di -questo terzo cielo si unirono con la _Prithivî_ loro corrispondente, -la quale suppostasi quindi essere la terra stessa, questa diventò -alla sua volta sede amata degli immortali, i quali posero pur amore -alle figlie della terra, come ce lo provano le leggende del periodo -brâhmanico. Ma la terra che raccolse alcuni Dei, non ne ha creato -alcuno vivace, nella sua forma originaria. E s'io ho tanto insistito -su questo punto e se vi insisterò ancora un altro poco, non ho bisogno -di dichiararvene il motivo, dopo il principio che abbiamo posto, tutti -gli Dei primitivi essere nati nel cielo. S'io potessi ammettere che la -_Prithivî_ del duale vedico _Dyavâ-prithivî_ è sempre la terra, dovrei, -per questa sola interpretazione, alterare tutto il carattere della -mitologia vedica. Ma quello che abbiam detto sembra darci il diritto -di distinguere negl'Inni vedici una _Prithivî_ celeste che concorre -essa stessa a produrre Numi e miti, dalla _Prithivî_ terrestre, la -terra, la quale non fa altro se non ricevere i beneficii del cielo, -e però della stessa _Prithivî_ celeste, per diventare alla sua volta -benefattrice degli uomini. Escluso pertanto dal nostro studio quello -che non appartiene propriamente al mito, vediamo ora come il cielo si -manifesti negl'inni vedici in congiunzione colla _Prithivî_ celeste. -_Dyu_ è il luminoso, _Prithivî_ è la larga; la luce si propaga nello -spazio. Senza spazio non vi è splendore; lo splendido e la larga ci -danno insieme tutto il cielo nel suo colore e nella sua estensione. -Il giorno ha bisogno per riuscir pieno di occupar tutto lo spazio -celeste; così pure la notte non è compiuta se non quando tutto il cielo -s'è popolato di stelle. Sotto questo rispetto, avremmo due luminosi -e due larghe celesti, il luminoso diurno e il luminoso notturno, la -larga diurna e la larga notturna. Noi avremmo congiunte più tosto due -qualità del cielo stesso, che due mondi diversi; la luminosa larga -diurna, la luminosa larga notturna; e le due qualità considerate come -femminine (osservo come _Dyu_ staccato da _Prithivî_ appare mascolino, -mentre _Dyavâ_ congiunto con _Prithivî_ si manifesta un femminino) -costituirebbero la Dea universale _Aditi_ (_Dyavâ-Prithivyau_ è nel -_Nighantu_ un sinonimo di _Aditi_), come le due qualità interpretate -quali mascolini ci darebbero il Dio diurno come notturno Indra, il -signore del cielo per eccellenza, nel giorno del pari che nella notte. -Noi abbiamo tuttavia fin qui proceduto anzi che per dimostrazioni -dirette, per ragione di analogia ad argomentare della natura propria -della vedica _Prithivî_ congiunta con _Dyu_ mascolino, con _Dyavâ_ -femminino. Vediamo ora più dappresso negli stessi inni del _Rigveda_ -la natura propria della mitica _Prithivî_; nell'inno 159º del I libro -del _Rigveda_, _Dyavâ-prithivî_ appaiono come due sorelle gemelle, -insieme coabitanti. Nell'inno seguente, _Dyavâ-prithivî_ sono chiamate -insieme _rodasî_, quasi due fiumi di ogni abbondanza, capolavoro del -_più operoso degli Dei_; da entrambi gl'inni non si rende tuttavia -chiaramente manifesto se la _Prithivî_ sia la terrena o la celeste. -Ma, nella prima strofa dell'inno 185º dello stesso libro, sembra già -identificarsi il duale _Dyavâ-prithivî_ col duale _ahanî_, che vale -propriamente i _due giorni_, ossia le due parti del giorno, la luce del -giorno e la luce della notte stellata lunare (o quella dell'aurora). -Come si potrebbe domandare che cosa sia stato prima fra il giorno e -la notte, il poeta vedico si esprime, rispetto a _Dyavâ-prithivî_, nel -modo seguente: «Delle due, quale è la prima, quale la seconda; come son -desse nate? o poeti, chi lo sa? esse, in verità, sostengono il tutto, -quando il giorno e la notte, come una rota, vanno girando. Le due che -non si muovono, sostengono molti che si muovono; le due non andanti -(o prive di piedi, prive di andanti) portano molti che vanno (ossia -forniti di piedi, di andanti); come sempre il figlio presso i suoi -parenti, o _Dyavâ-prithivî_, liberateci dal male.» Poco dopo si dice -che _Dyavâ-prithivî_ hanno gli Dei per figli, e che stanno entrambe fra -i due giorni divini (ossia, come aurore crepuscolari, le rive celesti, -fra il giorno e la notte). Ma la relazione fra _Dyavâ-prithivî_ e -il cielo diurno e il cielo notturno, ossia fra il giorno e la notte -che s'incontrano nel mattino e nella sera, mi sembra evidente in -quest'altro versetto: «Sempre giovani s'incontrano le due sorelle -gemelle presso i loro parenti, arrivanti al punto medio dell'universo.» -Evidentemente abbiamo qui in _Dyavâ-prithivî_ due esseri femminini, che -senza muoversi dal loro posto salgono più alto per ritrovare il supremo -polo, il _pitror upastha_: a questo supremo polo, o umbilico celeste, -non possiamo concepire ascendente la terra, mentre è naturalissimo -l'immaginare ch'esso sia il punto medio della notte come il punto -medio del giorno. Le _Dyavâ-prithivî_ a mezzogiorno e a mezzanotte -ritrovano nel cielo la _yoni_ o vulva materna, onde si svolsero gemelle -(_sayonî_) ed il _pitror upastha_, da cui furono generate. - -E ancora ritroviamo una _Prithivî_ celeste in quelle due -_Dyâvâ-prithivî_ larghe, solide, vaste, invocate per ordine, genitrici, -di bell'aspetto, che custodiscono l'ambrosia. Chè, se le leggende -posteriori brâhmaniche fanno discendere l'ambrosia, l'acqua della -vita, sopra la terra, ove gli eroi fortunati la sottraggono ai draghi -guardiani, la vera, originaria sede dell'ambrosia è il cielo. L'inno -si termina, pregando _Dyavâ-prithivî_ d'essere padre e madre, ossia -protettore completo per i loro devoti invocatori. In tutto l'inno non -abbiamo un solo indizio d'una _Prithivî_ terrena, nè un solo epiteto -che non possa convenire alla _Prithivî_ celeste. Nell'inno 40º del -II libro del _Rigveda_, _Dyu_ e _Prithivî_ sono considerati come -creature degli Dei _Soma_ e _Pûshan_, i custodi di tutto l'universo -e della divina ambrosia; nell'_amritasya nâbhi_ di _Soma_ e _Pûshan_ -è agevole il riconoscere l'_amrita_ od ambrosia, di cui vedemmo già -_Dyavâ-prithivî_ custodi, e il _nâbhi_ supremo, a cui nel loro apogeo -_Dyavâ-prithivî_ arrivano. E della natura primeva celeste degli Dei -vedici _Soma_ e _Pûshan_ non è lecito il dubitare. Nell'inno 41º del -II libro del _Rigveda_, _Dyâvâ-prithivî_ s'invocano perchè cerchino -fra gli Dei l'offerta sacrificale arrivante fino al cielo, e gli Dei -perchè si veggano fra loro; non mi par possibile qui immaginare la -terra come messaggera; e mi convien perciò supporre una _Prithivî_ -messaggera celeste. Nell'inno 55º del IV libro, _Dyavâ-bhûmî_ -equivalenti di _Dyavâ-prithivî_ s'invocano insieme coi _Vasavas_, con -_Aditi_, con _Mitra_ e _Varuna_, ossia con persone mitiche di certa -origine celeste. E, in un'altra strofa dello stesso inno, come a -definirci meglio il carattere di _Dyavâ-bhûmî_ dopo la materna _Aditi_ -si nominano i due giorni, ossia il giorno e la notte, l'aurora e la -notte (_ahanî-Ushâsânaktâ_). Nell'inno 70º del VI libro del _Rigveda_, -le _Dyavâ-prithivî_ sono le fornite di burro, le larghe, le belle, -le melliflue, le ricche di seme, tutti attributi che convenendo al -celeste _Dyu_ potrebbero pure convenire ad una _Prithivî_ celeste; -ma quegli epiteti di _ghritaçriyâ_, _ghritapric'â_, _ghritâvridhâ_, -ossia godente nel burro, saziantesi nel burro, accrescentesi nel burro, -riferiti alla terra, non si sa troppo quanto le si appropriino, mentre -si comprende come la _Prithivî_ ambrosiaca celeste (il burro, il miele -e l'ambrosia assimilandosi) possa in tal modo denominarsi. Quando -l'ultimo inno del settimo libro prega la _Prithivî_, perchè liberi dal -male che viene dalla _Prithivî_ e l'atmosfera dal male che viene dal -cielo, è possibile che si tratti della terra e dei mali che possono -all'uomo derivare dalla terra. Ma quando il Dio _Indra_, nel sesto inno -dell'ottavo libro, estende come una pelle le due _rodasî_, e come esse -sono chiamate _Dyavâ-prithivî_, in queste _rodasî_ che si distendono a -piacere di _Indra_, in queste due vesti acquose che coprono il cielo, -in questi due oceani celesti che _Indra_ allarga, in queste due rive, -spesso luminose, ch'egli supera, non possiamo riconoscere che il cielo -diurno e il cielo notturno, il cielo luminoso e il cielo tenebroso o -nuvoloso, o le due estremità luminose del cielo. La luce, la tenebra, -la nuvola, l'aurora sono elastiche, ed _Indra_, il signore del cielo, -le può a suo piacere distendere; _Indra_ che allarga la terra non -si potrebbe spiegare. È incerto, se si debba vedere la _terra_ nel -58º inno del X libro del _Rigveda_,[5] che tradurrò per intiero. È -un inno funebre, in onore del morto Subandhu: «Poichè l'anima tua se -ne andò lontano presso Yama, figlio di Vivasvant (il Dio dei morti), -perciò noi ce ne ritorniamo qua ad abitare ed a vivere. Poichè l'anima -tua se ne andò lontano nel cielo, nella _Prithivî_, nella _Bhûmî_ -dai quattro angoli, ne' quattro punti dell'orizzonte, nell'oceano -acquoso, ne' lampi,[6] nelle acque, nelle erbe, nel sole, nell'aurora, -ne' monti giganteschi, in tutto il mondo, negli estremi confini; e -poichè l'anima tua se ne andò lontano in quello che fu, in quello -che sarà (ossia, poichè non è più presente), noi ce ne ritorniamo -qua ad abitare, a vivere.» Da questo interessante inno panteistico -si comprende che l'anima del morto si disperde in tutto l'universo; -ma, poichè ogni versetto ci fa sapere che si disperde lontano, dubito -che la _Prithivî_ e la _Bhûmî_ non sia qui la terra, come le acque -e le erbe, in cui l'anima del morto passa, debbono essere le acque -e le erbe mitiche, ossia originariamente celesti e luminose. E tanto -più ne dubito, poichè gli altri Inni funebri vedici consegnano alla -terra ed al fuoco sotterraneo malefico il corpo, ma non mai l'anima, -la quale invece viaggia, e viaggia in alto, e viaggia lontano, sulla -vetta delle alte montagne, ove l'aurora si mostra, nella sfera luminosa -del sole, a traverso le stelle, nel mondo lunare, ne' quattro punti -cardinali. L'anima divien genio, e quel genio ama le forme più lievi, -le sedi più elevate; se esso penetrasse subito nella terra opaca non -potrebbe più muoversi, nè fare altri viaggi, secondo la sua mobile -natura. Io m'induco pertanto a credere che anche in quest'inno funebre -la _Prithivî_, la _Bhûmî_ lontana che l'anima del morto visita, è una -_Prithivî_, una _Bhûmî_ celeste. - -Io non so se queste prove bastino a persuadere della natura celeste -della _Prithivî_ vedica congiunta con _Dyu_ o con _Dyavâ_; ma quello -che io credo poter sicuramente affermare è, che, negl'Inni vedici, -nulla c'induce ad ammettere la personificazione di una Dea Terra. -Questa nozione venne più tardi, quando cioè la _Prithivî_ celeste si -dimenticò, ed alcune delle sue qualità furono attribuite alla terra -propriamente detta. È importante questa distinzione, non solo perchè -ogni verità ha la sua importanza per sè, ma ancora per interpretare -le leggende del ciclo eroico indiano, ove gli Dei vedici hanno preso -aspetto di eroi umani. A me non par dubbio che la _Sîtâ_ sia una -persona eroica dell'aurora mitica; ma chi lo nega, cercherà avvertire -la impossibilità di un tale ravvicinamento, poichè l'Aurora è nel -_Rigveda_ la _figlia del cielo_ (_duhitar divas_), mentre _Sîtâ_ -apparirebbe la figlia di _Prithivî_, ossia della terra. Ma quando noi -avessimo potuto provare che esistette una _Prithivî_ celeste, della -quale il padre dell'aurora appare ora sposo, ora fratello, tutto -l'edificio de' nostri contradittori cadrebbe. Ed ecco il motivo, per -cui ho tanto insistito sopra una sola minuzia; la tela d'Aracne è -entrata nella mitologia; se noi non tenessimo conto anche de' fili più -tenui, la nostra opera, per quanto industre, non approderebbe a nulla. -Il concepimento indiano della Terra madre fecondata dal Cielo padre -si riduce ad esprimere la fecondazione naturale della terra per mezzo -della pioggia celeste; i poeti vedici ed i latini hanno cantato questa -relazione tra il cielo e la terra quasi con le stesse parole, senza -che tuttavia da questa relazione poeticamente descritta si generassero -miti vivaci e fecondi. I poeti vedici non hanno a questo riguardo detto -niente più di Lucrezio, il quale, nel primo libro _De Rerum Natura_, -cantava: - - _Postremo pereunt imbres, ubi eos pater aether_ - _In gremium matris terrai praecipitavit;_ - -e nel secondo libro: - - _Denique coelesti sumus omnes semine oriundi:_ - _Omnibus ille idem pater est, unde alma liquentis_ - _Umoris guttas mater cum terra recepit,_ - _Freta parit nitidas fruges arbustaque laeta_ - _Et genus humanum._ - -Questi versi sono il miglior commento ch'io possa offrire agl'Inni -vedici per ciò che spetta la parentela fra il cielo e la terra; -il cielo è padre degli Dei, e fecondatore della terra, la quale, -fecondata, alla sua volta diviene madre degli uomini; perciò Giove potè -con ragione chiamarsi _pater hominumque deumque_. E noi non abbiamo -punto dismessi quegli antichi appellativi, quando diciamo per celia -allo scoppio del tuono che _il padre Giove_ è in collera. In Piemonte e -nel Veneto, Giove è divenuto _zio_ (_barba Giove_), ma è un appellativo -anche più carezzevole di _padre_. Il cielo fu sempre, sotto tutte le -forme, cantato come un benefattore, quantunque in esso si producano -pure forme tenebrose, demoniache ed infernali. Ma queste forme sono al -cielo stesso avverse; esso le combatte come nemiche, e, nella vittoria -sopra di esse, il Dio diviene eroico. - -Ma il cielo che è, per noi mortali, e per molte figure celesti, padre, -da chi fu creato esso stesso? - -I poeti vedici ammettevano già un creatore del cielo e della -_Prithivî_, e, nella loro ingenua ammirazione, cantavano che il Dio -loro autore, poichè poteva solamente essere un Dio, aveva dovuto essere -il più operoso operaio. Abbiamo detto che Indra abbraccia il giorno -e la notte, il cielo diurno e il cielo notturno, e che è cantato come -_Divaspati_, ossia come signore del cielo; esso è pure celebrato come -genitore del _Dyu_, e genitore della _Prithivî_ (_Rigv._, VI, 30; VIII, -36), genitore del padre e della madre ch'egli trasse dal proprio corpo -(_tanvah svâyâs_): perciò essi sono considerati ciascuno per sè come -una sola mezza parte del Dio Indra, il quale abbraccia tanto il _Dyu_ -quanto la _Prithivî_, che lo seguono, come il rotante carro segue -il cavallo (_Rigv._, VIII, 6), altro indizio che ci conferma come si -tratti qui d'una mobile figura di _Prithivî_ celeste; il giorno e la -notte seguono Indra, ossia Indra regge il cielo diurno e notturno. -Quando Indra tona, i suoi due figli ne tremano. Ma perchè in Indra -vi sono le qualità del Dio Pûshan e quelle del Dio Soma, così _Dyu_ -e _Prithivî_ si raffigurano pure come figli di _Soma_ e _Pûshan_: e -perchè Mitra (o Savitar) e Varuna sono altre due forme corrispondenti -alla duplice qualità diurna e notturna del Dio Indra, _Dyu_ e -_Prithivî_ appaiono pure figli di Mitra e di Varuna, di cui il primo -presiede al giorno, il secondo alla notte. - -Indra stesso, come artefice per eccellenza, piglia il nome di -_Tvashtar_, forma che quindi si distingue da lui per divenire -l'artefice privilegiato degli Dei, per i quali crea ogni forma celeste, -e però anche _Dyu_ e _Prithivî_. L'espressione d'Indra creatore -del cielo equivale dunque a quest'altra _il cielo crea sè stesso_, -poichè, come vedremo, l'antico Indra non fu altro se non il cielo. -Relativamente moderne consideriamo la tradizione cosmogonica dell'_uovo -d'oro_ (_Hiranyagarbha_), da cui, secondo un inno vedico (X, 121), -sarebbero venuti fuori anche _Dyu_ e _Prithivî_, e quasi brâhmanica -quella, per cui dalla testa di _Purusha_, il maschio universale, -sarebbe uscito _Dyu_, il cielo, dall'umbilico di Purusha l'aere -intermedio, dai piedi di Purusha la Bhûmî, che in questo caso appare -veramente la terra, dove, pertanto, discesi ci fermeremo, per risalire -con miglior animo, nella prossima lettura, in cielo, a conoscere la -poetica figlia di Dyu, la bellissima delle Dee, l'Aurora, la quale, -come la forma più luminosa del cielo, diede pure origine ad alcuni de' -miti più eleganti e più splendidi. - - - - -LETTURA TERZA. - -L'AURORA. - - -Gl'Inni vedici rappresentano a noi l'aurora sotto un aspetto -molteplice; ora essa è l'aurora, fenomeno luminoso puramente fisico, -quale noi lo osserviamo ancora; ora ci si mostra in forma di donna; -ora in aspetto e virtù di vaga fanciulla o di eroina; ora in figura -di dea. Questa molteplicità d'aspetti, ne' quali l'aurora vedica si -manifesta a noi, anzi che mettere in confusione la nostra mente, la -rischiara invece, dimostrandoci, in modo non meno evidente che poetico, -in qual forma il fenomeno fisico abbia preso persona, e la persona sia -diventata eroica e divina. Gl'Inni vedici all'aurora, quando si faccia -eccezione per pochi frammenti, hanno tutti un carattere di veneranda -antichità. Noi ci trasportiamo, per essi, ad una età patriarcale ed -eroica, nella quale l'uomo ariano per la prima volta sembra espandere -al di fuori di sè le sue giovani forze, con l'inno pastorale e con la -epopea guerresca. Perciò essi hanno per noi un fascino irresistibile. -Noi assistiamo al primo prorompere del poetico entusiasmo umano innanzi -agli splendori della natura, varia ed una, potente e meravigliosa. -Noi sentiamo, leggendo quegli inni, come, se l'anima nostra fosse più -ingenua, recati innanzi allo spettacolo degli stessi fenomeni naturali, -canteremmo ancora in quel modo. Gl'Inni vedici all'aurora non sono -solamente note particolari poetiche del sentimento ariano, ma ancora -più spesso espressione del sentimento universale che occupa l'uomo -innanzi alla pompa del cielo _mattutino_ e _vespertino_ (e che si -rinnova solenne al risorgere della primavera e al cadere dell'autunno). - -A tutti noi è accaduto di osservare un bel tramonto di sole, _il -rosso di sera_, che ci fa, dicesi, sperare il bel tempo pel giorno -appresso: _Rosso di sera buon tempo si spera_. Ad alcuno di noi -dev'esser pure accaduto di fantasticare sopra quel mobile quadro -luminoso che ci presenta sul fine del giorno il cielo occidentale. -Se potessimo considerare più spesso quel fenomeno, ci renderemmo più -agevolmente ragione di molte forme della primitiva mitologia ariana. -Ma, se molti di noi abbiamo contemplato un'aurora vespertina, pochi -di noi, a motivo del nostro rinchiuso vivere cittadinesco, possiamo -ricordare d'aver visto nascere l'alba e poi l'aurora del giorno, due -momenti distinti nel tempo, che il mito ha pure espresso in singolari -forme mitiche (prima il cielo d'Oriente albeggia, poi rosseggia). Io -ebbi la ventura di contemplare la magnificenza di tali spettacoli -sopra le vette alpine, e dall'impressione che essi fecero sopra di -me, posso argomentare, in parte, la ragione che fece sugli altipiani -dell'Asia centrale inneggiare con tanto ingenuo calore i primi pastori -e guerrieri ariani. Per comprendere la natura, bisogna sentirla; per -sentirla, bisogna accostarsi ad essa; gl'Inni vedici all'aurora sono -l'espressione più fedele de' sentimenti, che la natura ha svegliato nel -petto dei nostri più remoti e più immaginosi fratelli asiatici. - -Ed ora osserviamo i diversi aspetti, ne' quali dicemmo apparirci -descritta l'aurora presso gl'Inni vedici. - -1. _L'aurora come fenomeno fisico._ I suoi nomi _Ushas_ e _Ushâ_ -valgono la _brillante_; e così il maggior numero degli appellativi -vedici dell'aurora _vibhâvarî_, _bhâsvatî_, _çubhrâ_, _ahanâ_, -_dyotanâ_, _çuc'î_, _çukrâ_, _ruçatî_ hanno il medesimo significato. -Gli appellativi _çvetyâ_ e _arg'unî_ o _la bianca_, e _ghr'itapratîkâ_ -o l'_imburrata_, la _simile al burro_ (_ghritamduhânâ_, ossia -_mungenti_ o _stillanti burro_ son chiamate le aurore nell'inno -41º del VII libro del _Rigveda_), rappresentano particolarmente -_l'alba_, il giorno che si schiarisce; oltre a questo, l'aurora è -ancora chiamata _supeçasa_, ossia _la di bella forma_ (così denominata -insieme con la notte luminosa); _supratîkâ_, ossia _la ben fatta_, -_la bella_; _ranvasandr'ik_, _sudr'içîkasandr'ik_, ossia _quella dal -bell'aspetto_; _arushî_, ossia _la rosseggiante_; _arunapsu_, ossia -_quella dall'aspetto rosseggiante_; _hiranya-varnâ_, ossia _quella -dal color d'oro_; _sûnritâ_, ossia _la bene moventesi_, _l'agile_, -_la ordinata_; _yuvati_, ossia _la giovine_, _la sempre giovine_, _la -giovine immortale_; _odatî_, ossia _la umida_. Quest'ultimo appellativo -ci rappresenta l'aurora stillante rugiada, ch'è l'acqua della vita, -l'acqua dell'immortalità, l'ambrosia del giorno: l'aurora è anzi -chiamata _amr'itasya nabhih_ (_Rigv._, VIII, 90), carattere che essa -ha comune con la _Pr'ithivî_, la quale si è identificata talora con -l'aurora. L'inno 51º del IV libro del _Rigv._, dopo aver invocate le -aurore luminose figlie del cielo, invoca la grazia di Dyaus e della -divina Pr'ithivî che in parecchi Inni vedici è celebrata per la sua -facoltà di estendersi, di dilatarsi. Come Indra estende il cielo, -così l'aurora la luce, _l'aere luminoso_ (_â dyâm tanoshi raçmibhir -antariksham uru priyam ushah çukrena çocishâ; Rigv._, IV, 52). E poichè -quegli umori stillanti, quella luce diffusa, hanno virtù di avvivare -e di allegrare, l'aurora è pure chiamata _sumnâvarî_, ossia _ricca di -gioie, di beni_, poichè l'oro è emblema di ricchezza, e l'aurea aurora -discopre ogni giorno le velate ricchezze del mondo; essa è ancora, -come _maghonî_, _citrâ-maghâ_ e _dânucitrâ_, la _ricca_; e poichè le -ricchezze furono presto considerate come una fortuna, anzi come la -fortuna stessa, l'aurora vedica venne ancora salutata con l'appellativo -di _subhagâ_. - -Abbiamo detto che l'aurora è chiamata _sûnritâ_, ossia _la mobile, -l'agile, la destra_; e poichè in una mobile si videro parecchie -mobili, perciò l'aurora si chiamò pure, oltre che _sûnritâ_, anche -_sûnritâvatî_, _sûnritâvarî_, ossia _la fornita, l'accompagnata con le -mobili, con le agili_. Non discostiamoci, di grazia, trattandosi di -miti elementari, dal senso etimologico delle parole; e ci renderemo -ragione più pronta della loro probabile formazione. _Sunritâ_ vale -_la mobile_; la parola _go_ (_gau_) esprime _l'andante_ (dalla radice -_gam_, _gâ_ andare) e _la sonante_ o _muggente_ da un'altra radice _gâ_ -che significò _sonare_ e _cantare_; l'aurora vedica, come _andante_, -si chiamò non solo _sûnritâ_, ma _go_; ora _go_ è il nome che si -dà alla vacca _muggente_; perciò _la mobile aurora_ e _le mobili -nell'aurora_ chiamandosi _gavas_ furono scambiate per _le vacche_; -e come la _sûnritâ_ o _mobile_ diventò _sûnritâvatî_, o _fornita di -mobili_; così la _go_ aurora, propriamente ancora _la mobile_, diventò -_gomatî_, ossia _la fornita delle mobili_. Ma poichè la parola _go_, -come _sonante_, servì poi specialmente ad esprimere la _vacca_, si -vide nella _go_ aurora (mobile) come nella _go_ nuvola (mobile insieme -e tonante) una vacca, anzi molte vacche, alle quali sono paragonati i -raggi luminosi (_prati bhadrâ adr'ikshata gavâm sargâ na raçmayah_), -onde nacque non solo l'aurora concepita come _vacca rosea_ (_vacca -innocente, eterna, Aditi_ la chiama l'inno 90º dell'VIII libro del -_Rigv._), ma l'aurora _gomatî_, ossia l'aurora _fornita di vacche._ -Ed ecco la prima personificazione dell'aurora, cagionata da un -singolare e poetico equivoco del linguaggio. Ma, se dobbiamo credere -al commentatore _Sâyana_, in alcuni Inni vedici la parola _go_ non -rappresenterebbe soltanto _la vacca_ (ossia la muggente), ma anche _il -cavallo_ (_l'andante_). Il nome proprio del cavallo, _açva_ (equus), ha -pure il significato di _andante, penetrante, veloce_. L'aurora, come -mobile, non fu solo _go_, ma anche _açvâ_ (propriamente), _veloce_; e -non solo _açvâ_, ma _açvâvatî_, ossia _fornita di celeri_ o _cavalle_, -_ricca di celeri_ o _cavalle_. Concepita per tal modo l'aurora come -ricca di vacche e di cavalle, niente più naturale che il poeta vedico -l'invocasse, come accrescitrice degli armenti, come liberale all'uomo -di cavalli e di vacche (Nû no _gomad_ vîravad _dhehî ratnam usho -açvavad_ purubhog'o asme; _Rigv._, VII, 75); e quando il poeta chiama -l'aurora con frequente appellativo _vag'înî_, ossia _fornita di cibi_, -i cibi desiderati, come ce ne assicura l'inno 81º del VII libro del -_Rigv._, non sono altro che _vacche_ (_vâg'ân_ asmabhyam _gomatah_), il -quale indizio ci proverebbe che l'età vedica non era punto pitagorica. -Nell'inno 92º del I libro s'invoca dall'Aurora il dono di cibi, ne' -quali le vacche siano la cosa principale (_usho goagrân upa mâsi -vâg'ân_). - -2. _L'aurora come persona._ L'aurora mobile e rosea, che, denominata -_go_, pigliò forma di vacca, o di un armento di vacche (l'inno 92º -del I libro del _Rigv._ invoca non un'aurora, ma molte aurore e le -chiama insieme _le madri vacche rosseggianti_), l'aurora mobile e -rapida che prese nome di _acvâ_, e assunse perciò forma di _cavalla_ (e -_rossastra come una bella cavalla_ la chiama il 30º inno del I libro, -e il 52º inno del IV libro del _Rigveda_), e le aurore, che nell'inno -41º del VII libro trovo chiamate _açvâvatîh_, al plurale, sono tema -specialissimo di quella che intitolai _Mitologia zoologica_.[7] - -Noi dobbiamo soltanto veder qui che cosa abbiano potuto divenire -nell'età vedica l'aurora _gomatî_, ossia _fornita di vacche_; l'aurora -_açvâvati_, ossia _fornita di cavalle_. L'aurora _go_ e poi _gomatî_, -ossia _fornita di vacche_, diventò una pastorella; l'aurora _açvâ_ -e poi _açvâvatî_ o _fornita di cavalle_, una guidatrice di carri e -cavalli. - -Proviamolo. - -L'inno 92º del I libro del _Rigv._ ci dice che l'aurora aperse, ossia -dissipò la tenebra, come le vacche rompono il loro recinto, ossia -escono dalla loro stalla. Nell'inno 48º e 113º dello stesso libro -l'aurora stessa è detta aprir le porte del cielo. Nell'inno 75º del -VII libro l'aurora _infrange le stalle delle vacche_ e queste _muggono -verso l'aurora_. Nell'inno 124º del I libro l'aurora è chiamata _gavâm -g'anitrî_, delle _vacche genitrice_; poco dopo, si dice ch'essa -risplendette giovane in Oriente, ove _congiunge la schiera delle -rosee vacche_ (_aveyam açvaid yuvatih purastâd yunkte gavâm arunânâm -anîkam_). Ed ecco rappresentata, con perfetta evidenza, nell'aurora, -la pastorella celeste. La _go_ diventò _gomatî_; la _gomatî_ fu -madre di vacche (_mâtâ gavâm_ la chiama pure l'inno 52º del IV libro -del _Rigv._), e custode di vacche, ossia pastora, che tiene insieme -raccolte le vacche rosseggianti (_eshâ gobhir arunebhir yug'anâ; -Rigv._, V, 80), che guida le vacche, onde il suo nome di _guidatrice -delle vacche_, datole per l'appunto da un inno vedico (_gavâm netrî; -Rigv._, VII, 75). Abbiamo avvertito come la mobile aurora sia non solo -_açvâ_ essa stessa, ossia rapida cavalla celeste, ma ancora _açvâvatî_, -ossia fornita di rapide cavalle celesti. L'appellativo _açvasûnr'itâ_, -dato all'aurora nell'inno 79º del V libro del _Rigv._, non è quindi -per me, come pel Dizionario Petropolitano, «Ushas _vom Jubel der -Rosse begleitet_,» ma molto più semplicemente «l'aurora fornita di -_agili cavalli_,» poichè come _açva_ vale _cavallo_, così _sûnr'ita_, -_agile, mobile, rapido_; onde il composto riferito all'aurora non parmi -significare altro se non _l'avente rapidi cavalli_. L'aurora è la prima -forma animata che appare sul far del giorno nel cielo orientale; essa è -la prima ad arrivare, e però la rapida; e poichè il cavallo è il rapido -od _açva_ per eccellenza, anche l'aurora, come femmina, è un'_açvâ_. E -come nell'aurora molte aurore, nella vacca luminosa si figurarono molte -vacche luminose; così, oltre la cavalla, si videro molte cavalle, si -vide l'aurora fornita di molti cavalli, l'aurora guidatrice di cavalli, -l'aurora sul carro. Gli Inni vedici ci permettono ancora di dimostrare -questo mito fino all'evidenza. - -_Brihadrathâ_, ossia _dal vasto carro_, è chiamata l'aurora nell'inno -80º del V libro del _Rigv._; nell'inno 65º del VI libro sono celebrate -al plurale le aurore _aventi carri luminosi_ (_c'andrarathâh_) che si -avanzano coi cavalli _dalle redini rosee_ (_arunayugbhir açvâih_); -_dal carro luminoso, mobile e faciente muovere_ (_c'andrarathâ, -sûnritâ, irayantî_) è chiamata l'aurora nell'inno 61º del III libro; -nell'inno 75º del VII libro leggiamo che _bei cavalli rosseggianti -apparvero portanti l'aurora luminosa_, la quale _se ne viene bella, -sopra un carro tutto illuminato_ (o forse meglio, illuminante tutto). -Nell'inno 77º del VII libro l'aurora è celebrata come _arrecante -il biondo, conducente il bel cavallo_ (s'intende il sole; _vahantî -çvetam, nayantî sudr'içîkam açvam_); nello stesso inno la ricchezza -dell'aurora dai molti doni è chiamata composta di vacche, di cavalle, -e di carro, ossia de' doni ch'essa reca sopra il suo carro (_isham c'a -no dadhatî viçvavâre gomad açvâvad rathavac' ca râdhah_); nell'inno -seguente il carro dell'aurora è chiamato _aperto, vasto, luminoso_, -ed essa sale sul carro che si attacca da sè tirato da cavalli che -si aggiogano pure da sè (_âsthad ratham svadhayâ yugyamânam â yam -açvâsah suyug'o vahanti_); nell'inno 51º del IV libro le aurore -divine con cavalli infrenati ordinatamente (o a tempo) _percorrono -sempre i mondi, sveglianti il dormiente bipede e quadrupede che vive -al moto_ (_yuyam hi devîr r'itayugbhir açvaih pariprayâtha bhuvanâni -sadyah prabodhayantîr ushasah sasantam dvipâc' catuspâc' carathâya -g'îvam_); nell'inno 61º del III libro del Rigv. si prega perchè -l'aurora _hiranyavarnâ_ (ossia _l'aurora per eccellenza, aurora dal -color d'oro_) sia portata dai cavalli _che hanno bei freni_ (o _bene -infrenati, suyamâsah_) e dalla molta forza. Nell'inno 124º del I -libro del _Rigv_. si celebra l'aurora come la _prima delle arrivanti_ -(o _delle distendentisi_) che splendette (_âyatînâm prathamoshâ vy -adyaut_). Celebrando insieme la notte e l'aurora, l'inno 123º del I -libro canta: «L'una va, l'altra viene, belle entrambe, diversamente, -insieme vanno (ossia si seguono) le due luminose; delle due dominanti -per turno, l'una la tenebra disperse, l'aurora splendette su carro -rifulgente (_çoçuc'atâ rathena_).» Nell'inno 113º del I libro si -dice che la nuova aurora segue la via delle aurore passate e succede -alla prima delle arrivanti infinite (chiamate pure fra loro stesse in -unione col nome di sorelle) e che svegliante coi cavalli rosseggianti -arriva sopra un carro bene aggiogato. Nell'inno 92º del I libro i -raggi rossi o luminosi dell'aurora chiamati _gâh_, che si aggiogano da -sè, possiamo interpretare così bene per vacche come per cavalli (_ud -apaptann aruna bhânavo vr'ithâ svâyug'o arushîr gâ ayukshata_). L'inno -49º del I libro del _Rigv_. incomincia così: «O aurora, arriva dalla -parte luminosa del cielo coi fortunati; alla casa del devoto che a te -propizia ti portino i rosseggianti; con quel bel carro di bella forma, -sul quale, o aurora, tu sei salita, con quello ora proteggi, o figlia -del cielo, _l'uomo di buona fama_ (_suçravasam ganam_).» Nell'inno 48º -del I libro traduco nel modo seguente la terza e la settima strofa: -«L'aurora già splendette e risplende ora la dea guidatrice di carri, -i quali, negli arrivi di essa, corrono come fiumi al mare (_samudre na -çravasyavah_).[8] Essa (si) aggiogò lontano dove nasce il sole; questa -propizia (o fortunata) aurora si avanza risplendente verso gli uomini -sopra cento carri.» Nell'inno 116º del I libro del Rigv. la figlia del -sole, che non può essere se non l'aurora, salendo sopra il carro dei -due Açvin (i Dioscuri indiani) arriva _alla mèta vincendo la corsa_(_â -vâm ratham duhitâ sûryasya kârshmevâtishthad arvatâ g'ayanti_). Di -questa sfida alla corsa nel cielo, vinta dagli Açvin e dall'aurora, -serba pure memoria la tradizione posteriore vedica brâhmanica. - -Così noi abbiamo sicuramente dimostrato l'aurora pastorella, e l'aurora -guidatrice di carri. - -Non dimentichiamo ora l'idea fondamentale, dalla quale siamo partiti, -cioè che nell'aurora, oltre la luminosa, la bella, vuolsi pure -osservare la mobile, per cui essa potè facilmente trasformarsi in -_go_ ed in _açvâ_. Come _açvâ_, è la prima ad arrivare, la prima ad -apparire, la più sollecita. Noi abbiamo veduto l'aurora che è ad un -tempo _go_ e conduttrice di vacche, _açvâ_ e guidatrice di cavalli. -Abbiamo detto uno degli appellativi assai frequenti dell'aurora -essere, negli Inni vedici, _sûnr'itâ_, che vuol dire _mobile, -agile, sollecita_; ma essa non è solo celebrata come _sûnr'itâ_, -ossia _agile_, ma come _netrî sûnr'itânâm_, ossia _guidatrice -delle agili_. Ed eccoci un novissimo e poetico aspetto dell'aurora, -l'aurora ballerina, l'aurora guidatrice del coro delle ballerine; -eccovi le _apsare_, eccovi le ninfe celesti, con le quali gli Dei -immortali temperano la noia dei loro ozii olimpici. Ma, perchè ogni -affermazione tenta qui aver la sua prova, cerchiamo anche di questo -poetico mito alcun esempio vedico che lo confermi. Nella quarta -strofa dell'inno 92º del I libro del _Rigv_. leggiamo che l'aurora -_si orna come una ballerina_; che _si scopre il petto come una vacca_ -(_adhi peçânsi vapate nr'itûr ivâpornute vaksha usreva barg'aham_). -Nello stesso inno essa è chiamata _splendida guidatrice delle agili_ -(_bhâsvatî netrî sûnr'itânâm_), e _per piacere, essa sorride come -un lusingatore_ (_çriyê ch'ando na smayate_). Nell'inno 113º dello -stesso libro ci ritorna la _bhâsvatî netrî sûnr'itânâm_, ossia la -_splendida conduttrice delle agili, giovane, in veste luminosa_ -(_yuvatih çukravâsâh_). Nell'inno 123º l'aurora ci è paragonata ad -una fanciulla che vezzeggia col corpo (_hanyeva tanvâ çaçadânâ_), -giovine, sorridente, splendida, che in oriente si discopre il seno -(_samsmayamânâ yuvatih purastâd âvir vakshansi vibhâtî_), e quindi -ancora viene comparata ad _una bella fanciulla adornata dalla madre -che si discopre il corpo per farlo vedere_ (_susamkâçâ mâtrimr'ishteva -yoshâvis tanvam kr'inushedriçe kam_). Nell'inno 124º traduco la terza -strofa nel modo seguente: «_L'aurora si manifesta come il seno d'una -vergine; come la vacca_ (discopre il petto) _essa discoverse a noi -le cose care_»[9] (_upo adarçi cundhyuvo na vaksho no dhâ ivâvir -akr'ita priyâni_). Quest'ultima espressione (s'io avessi avuto la -fortuna di bene interpretare il passo vedico) potrebbe essere di una -terribile ingenuità, e varrebbe ad agevolarci la via di comprendere -i misteri fallici che servirono di fondamento a tanta parte delle -antiche religioni e mitologie. E gli Inni vedici all'aurora ritornano -ancora altre volte alla stessa immagine. Nell'inno 64º del VI libro -leggiamo: «Divina aurora, tu bella lucente co' tuoi splendori ti -scopri il petto» (_âvir vakshah kr'inushe_). L'inno 76º del VII libro -chiama l'aurora ora _gavâm netrî_, ora _netrî sûnri'tânâm_, ed essa -si congiunge in tutti gli inni del VII libro con _râdhas, rayi_, la -ricchezza; nell'inno seguente si paragona ancora l'aurora a giovine -donna; nell'inno 115º del primo libro si dice che il sole va dietro -alla divina aurora lucente, _come un uomo dietro una donna_ (_Sûryo -devîm ushasam roc'amânâm maryo na yoshâm abhy eti paçcat_; in questo -inno ancora la _Pr'ithivî_ trovasi identificata con l'aurora come -quella che cresce e grandeggia nel cielo). Nell'inno 80º del V libro -l'aurora discopre ancora il corpo dalla parte d'Oriente; e appare bella -alla vista come un bel corpo che si scopre, come una donna levatasi dal -bagno (_eshâ çubhrâ na tanvo vidânordhveva snatî driçaye no asthât_). -Dopo tutte queste prove, io dovrei durar poca fatica a dimostrarvi come -la Venere sia uno degli aspetti più frequenti dell'aurora vedica. - -3. _L'aurora eroina_. Noi abbiamo, in ogni maniera, finqui la certezza -dell'aurora raffigurata come pastorella, come guidatrice di carri, -come saltatrice del cielo, come donna bellissima. Vediamo ora le sue -parentele celesti. Il suo nome più frequente è quello di _duhitar -divah_, ossia di _figlia del cielo_, chiamata perciò anche _divig'âs_, -ossia _nata nel cielo_. Ma, oltre il cielo, il _Rigveda_ ci dà pure -come padri dell'aurora, talora il Dio Indra, il sommo reggitore del -cielo, talora Sûrya, il sole. Aditi le fu madre; talora invece parrebbe -madre dell'aurora luminosa e chiara la notte scura (_çukrâ krishnâd -ag'anishta çvitîcî; Rigv_., I, 123); ma, nello stesso inno, in cui -ci si dice che la bianca è nata dalla nera, la notte vien chiamata -_sorella_; e rappresentasi ora come buona, congiunta strettamente con -l'aurora, ora come sua nemica ch'essa caccia lontano, e della quale -rimuove le tenebre. Come sorelle concordi sono chiamate insieme _ahanî_ -(_Rigv_., I, 123), _dyavâ_ (_Rigv_., I, 113), _le due splendide, le -due insieme congiunte, le due immortali, le due succedentisi_, simili -e pur diverse, che non stanno ferme e che pure non s'incontrano mai. -Abbiamo qui una forma d'indovinello vedico; altri esempii somiglianti -si potrebbero riferire dal _Rigveda_. Accennammo già come Varuna sia il -reggitore divino della notte e Mitra, l'amico sole, il reggitore del -giorno; uno dei sinonimi di Mitra è Bhaga. Come l'aurora è la sorella -della notte, così nel citato inno 123º vien ricordata quale sorella -di _Varuna_ e di _Bhaga_ (_bhagasya svasâ varunasya g'âmir_). Abbiamo -finqui dunque il sole padre dell'aurora, come quello che è supposto -mandarla fuori innanzi a sè; il sole fratello dell'aurora, come quello -che appare quasi contemporaneamente con essa: ma il sole appare ancora, -rispetto all'aurora, in due altri aspetti, come sposo e come figlio. -A Varuna essa concede solamente le sue lusinghe e gli reca danno; al -sole, a Mitra, essa invece aggiunge forza, potenza, splendore; perciò -un inno del _Rigveda_ (III, 61), forse con un po' di giuoco di parole, -la chiama _mahî mitrasya varunasya mâyâ_ (accrescitrice di Mitra,[10] -di Varuna ingannatrice.) Da quella che accresce il sole, alla madre -del sole è lieve il passo; l'inno 113º del I libro del _Rigveda_ ci fa -sapere che l'aurora generata per produrre il sole, ebbe dalla notte -la _yoni_ o _vulva_ necessaria per quella produzione (_yathâ prasûtâ -Savituh savâya eva râtrî Ushase yonim arâîk_); qui ancora abbiamo un -piccolo giuoco di parole, come chi dicesse in italiano _generata per la -generazione del generatore_. - -Così l'aurora è essa stessa generata e generatrice, figlia e madre -del sole; nè solo figlia e madre del sole, ma anche figlia e madre del -cielo luminoso, ossia della luce; _svâr g'anantî_, ossia _generante il -cielo luminoso_, l'appella perciò l'inno 61º del III libro del Rigveda. -E poichè abbiamo detto che il cielo luminoso è la sede degli Dei, non -reca meraviglia il trovar l'aurora _la generatrice del giorno che si -schiara o primo giorno_ (_g'anatî ahnah prathamasya_; _Rigv_., I, 125), -chiamata non solo l'apportatrice degli Dei, ma anche la madre degli Dei -(_mâtâ devânâm_; I, 113), che sono per noi le forme animate del cielo -luminoso. Ma, oltre il sole fratello, il sole marito, l'aurora ha pure -degli amici; questi amici suoi del cuore sono i due fratelli Açvin -(così l'Elena ellenica trovasi congiunta coi Dioscori); l'inno 52º del -IV libro del _Rigveda_ ce lo dice in termini espliciti: _l'aurora fu -la compagna_ (od _amica_) _degli Açvin_. Noi abbiamo già veduto come -gli Açvin, con atto gentile e cavalleresco, abbiano fatto salire sul -loro carro la bella aurora, perchè potesse vincere la corsa ed arrivare -prima alla mèta. Ora con questo episodio è probabile che se ne debba -congiungere un altro, vedico ancor esso. Noi vedemmo già di che sorta -lusingatrice fosse l'aurora per i poeti vedici; e quell'epiteto di -_bhuvanasya patnî o sposa del mondo_ che un inno le dà, ci fa nascere -il sospetto che il marito legittimo dell'aurora se ne sia offeso, ed -abbia preso dispetto contro la troppo lusinghiera sua consorte. L'inno -79º del V libro del _Rigveda_ invita l'aurora ad apparire, a non -distendere troppo lungamente la trama dell'opera sua, perchè non venga -il sole ad abbruciarla come si abbrucia un ladro nemico. La strofa è -molto caratteristica, per la notizia che ci dà di un uso poco civile -di quell'età primitiva; ma è importante anche, perchè ci permette di -sospettare la ragione probabile di un atto brutale commesso dal Dio -Indra nel _Rigveda_, a danno dell'aurora. Indra non fu già marito -dell'aurora; eroi del carattere d'Indra non possono pigliar moglie -stabile; ad Indra non ispiacciono punto le donne, anzi è per cagione di -esse ch'egli viene finalmente sbalzato dall'Olimpo; ma ei non si lega -con alcuna Dea o donna mortale, con patto eterno; è vago di avventure, -si compiace di belle forme, e sa anche, in qualche occasione, mostrare -un cuor tenero. Nell'inno 80º dell'VIII libro del _Rigveda_ appare in -relazione con Indra una fanciulla di nome _Apâlâ_, che io sospetto -essere la nostra aurora. L'aurora della sera si fa brutta, ossia si -oscura nella notte; è Indra che compie il miracolo di ritornarla bella, -passandoci sopra, dopo essere stato pregato da lei, dopo avere inteso -il voto della pia fanciulla discesa alla fonte per attingere acqua, -affinchè il _Soma_ od _Indu_, o l'ambrosia (lunare) in essa trovata, -scorra verso Indra sempre avidissimo del _soma_ ambrosiaco; Indra, -passando tre volte, con la ruota, col carro, col timone sopra di essa, -ossia sopra la testa, sopra il petto, sopra il basso ventre di lei, -ne leva via la pelle orrida e scura, e purificandola in tal modo, le -dà una pelle aurea (_apâlâm Indra trish pûtvy akrinoh sûryatvac'am_). -Qui Indra appare come benefattore della fanciulla aurora; ma bisogna -aggiungere ancora come questa fanciulla si mostra vergine, semplice, -pia e debole. Ma, quando l'aurora ardisce, come guidatrice di carri e -di cavalli, emulare i guerrieri, e ribellarsi forse al potere stesso -d'Indra, il guerriero per eccellenza, e contrastargli indomita, questa -prima forma d'Amazzone offende il belligero Indra, che pone, come -Teseo, come Siegfried, tutto il suo orgoglio nel vincere la fiera -virago. Indra che squarcia le tenebre, Indra che squarcia le nuvole, -non pare così potente come Indra che caccia dal cielo gli splendori -talora malefici dell'aurora, rovesciandone e spezzandone il carro. I -Greci trasportarono il mito del guidatore di carri che cade nel fiume, -dall'aurora al sole Fetonte. Nel _Rigveda_ è il carro dell'audace -aurora che, per la forza d'Indra, è precipitato. «Allora, o Indra -(canta l'inno 30º del IV libro del _Rigv_.) tu hai compiuto un atto -eroico e virile (_vîryam Indra c'akartha paunsyam_), quando colpisti -la figlia del cielo, la donna malefica; l'aurora figlia del cielo -grandeggiante tu, Indra il grande, abbattesti; dal rotto suo carro -l'aurora fuggì spaventata, quando il potente Indra lo spezzò. Quel -carro di lei giace intieramente disfatto e sconnesso; ed essa fuggì -lontano.» Un altro inno del X libro del _Rigveda_ (X, 138) ci fa sapere -che Indra compì quell'impresa col fulmine; e che l'aurora, per lo -spavento del fulmine distruggitore d'Indra, si allontanò dal proprio -carro. Qui il mito incomincia a diventare leggenda eroica; ed un mito -concatenandosi con l'altro, si disegna forse nello stesso _Rigveda_ -una specie di romanzo epico; poichè, quando gli Açvin pigliano sopra -il loro proprio carro l'aurora che ha fretta di arrivare, le usano -probabilmente quell'attenzione cortese, oltre che per naturale simpatia -ed analogia, perchè l'aurora ha perduto il proprio carro distruttole -da Indra, del quale gli Açvin come i Marut sono talora i compagni, -ma qualche volta anche gli emuli. Un inno dice che l'aurora appare, -quando gli Açvin aggiogano il loro carro. Ma, se la leggenda mitica -si complicò, l'origine del mito dev'essere stata semplicissima. Come -l'aurora, nel maggior numero de' suoi osservatori, desta un senso di -grata meraviglia, così nell'infanzia della nostra stirpe potè ad alcuni -osservatori inspirar terrore. Noi stessi, i quali diciamo per lo più -che il rosso di sera lascia sperare il bel tempo pel giorno seguente, -diciamo ancora qualche volta che il rosso di sera è segno di sangue, e -che annunzia guerra. Qual meraviglia, che nella prima età patriarcale -quell'aurora che gl'Inni vedici chiamano così spesso _grandeggiante_, -paresse voler minacciare di occupar sinistramente, come una strega -perversa, tutto il cielo? Come nell'aurora vespertina vedremo nascere -la fucina di Vulcano, così nell'aurora, specialmente nella vespertina, -si dovette vedere alcuna volta una fata maligna, una selvaggia e -sinistra virago, che, nel bisogno di pioggia, prometteva invece giorni -sempre sereni, e apportava nuova siccità sopra la terra, e benedirsi -perciò il potere d'Indra pluvio, che, fulminando, si scatenava nella -tempesta, cacciando dal cielo le troppo ardenti aurore. - -4. _L'aurora dea. L'aurora sinistra_, nata specialmente dall'aurora -vespertina, ha la sua importanza nel mito; poichè, per essa, si possono -spiegare le Elene argive, le Amazzoni, le Medee, le Crimildi, e simili -tipi di donne, belle di bellezza terribile e fatale. Ma nell'aurora -vespertina non si vide solamente la fucina del negromante, e la donna -perfida e funesta, ma ancora, come vedremo, la porta del regno de' -beati, de' morti maggiori, dove le anime de' morti cercano, morendo, -il sole; onde, con pensiero tutto gentile e poetico, un poeta vedico -(_Rigv_., VII, 76) immaginò che le anime dei poeti vedici anteriori -fossero andate a rintracciare la luce nascosta, per farla risuscitare -nell'aurora mattutina. E l'aurora alla sua volta, che abbiamo già -conosciuta come madre degli Dei, chiamati perciò _usharbudhah_, ossia -_risvegliantisi con l'aurora_, oltre le qualità ch'essa ha comune con -altre divinità come liberale, splendida, benefica, ha pure come sua -facoltà speciale quella di far muovere, quella di _risvegliare_; essa -è la _bodhayantî_, ossia la _risvegliante_ per eccellenza. E poichè -dalla radice _budh_, «risvegliare,» nacque ugualmente la _bodhayantî_, -ossia _la risvegliante_ e la _buddhi_, ossia _la intelligenza_, ecco -nell'aurora vedica mattutina (e poi, per somiglianza di fenomeni, nella -primavera) che diffonde la luce, che vede tutto, perchè scopre con la -sua luce tutto, che sveglia; ecco, io ripeto, disegnarsi vagamente, -presso la bella aurora una _Venere_, presso l'aurora eroica una -_Pallade_, e finalmente un _Athênê_ o _Minerva_ nell'aurora luminosa -e illuminante, svegliata e risvegliante, sollecitamente operosa e -ridestante dal sonno i mortali all'opera sollecita, come dice l'inno -vedico, e sospingente ciò ch'è vivo a muoversi. - - - - -LETTURA QUARTA. - -IL SOLE. - - -Quando si parla ne' giorni nostri di mitologi, voglionsi essi -rappresentare come una specie di sognatori bizzarri, aventi certa loro -idea fissa che il sole sia il Dio unico, il Dio universale, in cui si -confondono, da cui partono, a cui ritornano tutti gli Dei. Niente di -più inesatto e d'ingiusto che un tale giudizio, nato forse dall'avere -inteso come il Dupuis, in un'opera più citata che letta, sul fine del -secolo passato, interpretasse tutti i miti col sistema solare, il che -non è neppure assolutamente vero pel Dupuis, e dalla falsa credenza che -i moderni Mitologi comparatori non abbiano altro oggetto, se non quello -di dimostrare il sistema solare in tutte le mitologie, aiutati nella -comparazione dai sussidii della filologia. - -Certamente il tentativo del Dupuis non è punto dispregevole, e, per -quanto il difetto di metodo scientifico e la esagerazione sistematica, -alla quale il mitologo francese, uscito dalla scuola scettica -dell'Enciclopedia, portò il proprio sistema, abbia screditato il libro, -non si può negare al Dupuis il merito d'avere, con molto ingegno, -intuito la verità fondamentale dell'odierna scienza della mitologia, -che cioè non solo la natura fisica, ma particolarmente la celeste, -ne' suoi aspetti _animati_, abbia prodotto i miti. Ma, chi credesse -che gli odierni Mitologi comparatori derivano l'origine di tutti i -miti dal sole, commetterebbe lo stesso errore, nel quale incorsero -alcuni critici contemporanei, i quali, per aver veduto il professor -Max Müller studiare particolarmente gli Inni vedici riferentisi -all'aurora e rilevarne pertanto i miti che si riferiscono ad essa, -sentenziarono che la mitologia comparata non vede nel mito se non -aurore; per aver visto come il professor Adalberto Kuhn, secondato -dal Mannhardt, studiasse specialmente gli Inni vedici, ne' quali -si rappresentano i fenomeni naturali del cielo ventoso, nuvoloso, -tonante, fulminante, sentenziarono che la mitologia comparata vede -solamente nel mito nuvole, lampi, fulmini e tuoni. Per questo errore -di raziocinio si calunniarono i nostri studii come capricciosi, quasi -che, nella interpretazione mitologica, ciascun mitologo abbia la sua -idea ristretta, secondo la quale disfà tutto il lavoro intrapreso -da' suoi predecessori per rimettere sul telaio un'opera nuova. Senza -dubbio, ogni mitologo può avere i suoi miti prediletti, e, per tale -predilezione, lasciar loro invadere alcuna volta il campo che non -appartiene più accertatamente ad essi; ma esagerare la propria idea -simpatica non vuol già dire negare le idee ad altri simpatiche. Ora, -in questo studio, nel quale tutto ciò che si manifesta d'essenziale -presso la mitologia vedica vorrei vi fosse dimostrato, spero non -meritare l'accusa d'avere trasportato i miti molteplici fuori del loro -proprio campo, sì che vi riesca non solo possibile, ma necessario il -persuadervi come la mitologia comparata all'infuori della sua tèsi -generale che i miti primordiali s'abbiano a spiegare nel cielo, non -permette ad alcun mitologo l'arbitrio di rappresentarla tutta con un -solo ordine di rappresentazioni de' fenomeni naturali. Noi abbiamo -veduto fin qui il Dio cielo e la Dea aurora; oggi vedremo il Dio -Sole; in seguito ci appariranno il Dio Luno o la Dea Luna, il Dio -fuoco, il Dio vento, la Dea acqua, come si raffigurarono dagli antichi -nostri fratelli Arii nel cielo. Voi vedete dunque che per noi il mito -elementare, sebbene appaia sempre nel cielo, non è uno solo; che per -noi la mitologia non si spiega con un solo fatto, con un solo fenomeno -celeste, e che non siamo, per conto degli Autori dei più antichi Inni -vedici, idolatri d'alcuna forma speciale del cielo, ma che sentiamo -anche noi e ricerchiamo negli Inni vedici, espresso con poetiche -immagini, le quali divennero miti, tutto l'entusiasmo provato innanzi -alla magnificenza e varietà degli spettacoli della natura animata, e -specialmente della vôlta celeste, la quale, sfuggendo più alla nostra -analisi, dovette maggiormente accendere la nostra immaginazione. - -Ma, poichè tra le forme celesti, la più splendida, abbagliante, -animata, potente, benefica è sicuramente il sole, nessuna meraviglia -che l'aurora annunziatrice, apportatrice del sole, e il sole stesso -abbiano svegliato i primi inni lirici dell'uomo poeta. La lingua -sanscrita conosce niente meno che mille appellativi del sole, i quali -si trovano raccolti insieme in uno speciale catalogo indiano.[11] -Questa abbondanza di appellativi è una prova evidente dell'attenzione -che fu nell'India prodigata al sole; alcuni di essi confondonsi con -quelli del Dio Vishnu, ch'ebbe ancor esso, come vedremo, l'onore di -ricevere mille appellativi sanscriti. Noi non possiamo, occupandoci qui -di sola mitologia vedica, considerare singolarmente quegli appellativi; -ma ho voluto richiamare l'attenzione vostra sopra la loro ricchezza in -generale, perchè non vi rechi meraviglia l'intendere che il sole negli -Inni vedici è celebrato con parecchi nomi, ma specialmente con quelli -di _Sûrya_, il sole per eccellenza; _Savitar_, il sole generatore; -_Pûshan_, il sole nutritore; _Bhaga_, il sole benefico e venerando -(osservo, per incidente, come il corrispondente slavo di questa parola, -_bog_, servì ad esprimere il nome di _Dio_). A questi quattro nomi -solari vedici si potrebbe aggiungere ancora quello di _Mitra_, che -ora appare il cielo diurno, ora il reggitore del cielo diurno, del -giorno, ossia il sole. Altri nomi vedici del sole sono: _Aryaman, -Vivasvat, Daksha, Ança, Dhâtar, Varuna, Indras_, che rappresentano -pure il sole in momenti diversi. Tutte le forme del sole sono poi -chiamate col nome complessivo di _Âdityâs_, ossia di _figli di Aditi_, -in questo caso, il cielo; e poichè il sole o il cielo luminoso può -essere compreso secondo il vario modo di osservarlo in un numero -diverso di forme, così gli _Âdityâs_ ci appaiono negli Inni vedici ora -sei, ora sette, ora otto, ora finalmente dodici, e, come tali, furono -più tardi preposti a reggere singolarmente i singoli mesi dell'anno, -dopo avere probabilmente presieduto alle ore o stazioni del giorno. La -essenza degli _Âdityâs_ è la luce dell'Aditi celeste. Moltiplicatasi -l'Âditya per eccellenza, il cielo luminoso nei suoi diversi momenti, -per dodici, diventò pure probabilmente un genio reggitore delle ore, -come di poi certamente un genio reggitore dei mesi; ma, in origine, -l'Âditya dovette essere un solo, il cielo diurno, il sole reggitore -del cielo diurno, a cui s'oppose il cielo notturno, il reggitore del -cielo notturno: l'_Âditya_, il sole reggitore del cielo diurno, fu -chiamato _Mitra_, ossia l'amico; l'_Âditya_, reggitore speciale del -cielo notturno, fu chiamato _Varuna_. Ma _Varuna_ è propriamente una -personificazione del cielo; e perchè nella notte, sebbene il sole -si ritiri, il cielo appare sempre, risplende sempre, anche se non vi -sia la luna, Varuna è l'_indestruttibile_, ossia quello che risplende -sempre, rimanendo al suo posto. Egli fu quindi, come reggitore perenne -del cielo, assunto a personificare tra gli Dei la maestà regia, -immobile nel suo splendore; a comprendere la qual personificazione -non dobbiamo certamente figurarci l'abito disinvolto e democratico de' -nostri Re costituzionali, ma trasportarci col pensiero al cerimoniale -delle reggie orientali, nelle quali il Re, coperto di ori e di gemme, -seduto sopra il suo trono d'oro, sotto un padiglione tempestato di -gemme, si ammirava e s'ammira ancora in ragione della sua splendida -immobilità. Per questa ragione, il cielo nel suo splendore diurno e -notturno, ma specialmente notturno, in cui le stelle rappresentano le -gemme del regio paludamento, preso il nome di _Varuna_, rappresentò -la solenne maestà e potestà regia fra gli Dei immortali; e come -eternamente immobile è naturalmente Âditya, ossia figlio dell'eterna -immobile, figlio di Aditi, la vôlta celeste. Degli Âdityâs adunque -ne abbiamo due essenziali: _Mitra_, il cielo amico, l'amico, che si -riferisce particolarmente al giorno, e, come reggitore del giorno, -si confonde col sole; _Varuna_, il cielo, che persiste anche nella -notte, e che perciò si rappresenta spesso, in opposizione a Mitra, come -speciale reggitore della notte. Dal cielo il re Varuna, abbracciando -i tre mondi (la vôlta celeste fa veramente questo, nella sua forma -convessa), lancia nell'aria il sole d'oro; fa col suo alito muovere i -venti, ha la sua casa d'oro nelle acque, impera sulle acque dell'oceano -celeste, ed è chiamato egli stesso un oceano occulto e talora pure -figlio delle acque; sprigiona le acque, le quali corrono sempre al -mare e non lo riempiono mai; manda giù la pioggia, e in questa qualità -di signore del cielo concepito come oceano celeste divenne più tardi -il signore dell'oceano terrestre (fu già comparato a Varuna, l'Οὐραός -di Esiodo); fa apparire e scomparire la luna e le stelle; vede e -accompagna ogni cosa, gli uccelli nel volo, i naviganti sul mare, -il vento che spira; egli conosce i misteri e li svela nascondendoli -ai soli perversi, ossia ai mostri demoniaci; possiede mille rimedii -contro i mali, e il male allontana; castiga i cattivi; concede e ritrae -i suoi favori; prolunga o toglie la vita legando ne' suoi vincoli -i mortali, nella quale facoltà di copritore, di legatore, egli si -confonde pure col funebre Dio Yama. Nella vista de' beati Yama e Varuna -spera il moribondo, poichè entrambi sono guardiani dell'_amr'ita_, -ossia dell'ambrosia, dell'immortalità; egli attira al cielo, ossia a -sè l'anima del devoto trapassato, non permettendo ch'essa entri e si -strugga col corpo nella terra; e i messaggieri ch'esso, al pari di -Yama, manda alla terra hanno mille occhi. Queste sono le qualità e -le funzioni principali del Dio Varuna. Evidentemente noi abbiamo qui -descritte le virtù attrattive attribuite alla vôlta celeste, ben più -che non ci sia concesso di vedere una distinta persona divina. Varuna -è quasi immobile come il cielo tranquillo che rappresenta; il cielo -tonante non lo riguarda; esso è dominio particolare del Dio Indra. -Un inno ci dice ch'ei _va nelle acque_, ma il maggior numero degli -inni ce lo presenta che sta nelle acque, che le aduna, le fa muovere, -stando fermo esso stesso, qualità che lo ravvicina particolarmente -a Brahman, col quale, come vedremo, ha identica natura celeste. -Il dottissimo signor Muir osserva giustamente che gli Inni vedici -non ci presentano _Varuna_ sposo di _Pr'ithivî_, come la mitologia -ellenica ci offre Οὐραός sposo di Γαῐα. Ma la ragione è che il μεγας -Οὐραός di Esiodo è un equivalente non solo di Varuna, ma della vedica -_Pr'ithivî_, la distesa, l'ampia vôlta celeste, come _Varuna_ è -etimologicamente il velatore, il copritore. Quanto al passaggio di -_Varuna_, rappresentante del cielo, in reggitore per eccellenza, -in Re de' celesti, parmi potersi pure confermare per un equivoco -del linguaggio. Nella lingua vedica, _rag'as_ è l'aere luminoso, il -cielo lucente, dalla radice _rag'=arg'_ che vale _splendere_; come si -suppongono tre cieli luminosi, ossia tre _dyâvas_, tre _rocanâs_, così -rappresentaronsi tre _rag'ân'si_, sopra i quali il Dio Varuna impera; -e come vedemmo insieme uniti in un duale _Dyu_ e _Pr'ithivî_, così -troviamo rappresentate al duale due _rag'asî_, ossia il cielo diurno -e il cielo notturno; nel vero, la stessa lingua vedica ci offre la -parola rag'as come sinonimo della notte. _Varuna_ velatore, Varuna -signore del cielo, Varuna signore della notte, equivalgono a Varuna -_rag'aspati_ (come tale identificato pure con Indra _divaspati_, e, -per _divaspati_, necessariamente, come vedremo, col _divaspati_ per -eccellenza, che è _Brahman _ossia _Brahmanaspati_; onde potremmo -stabilire queste due proporzioni _Varuna=Dyu_; e _Divaspati_ sta a -_Dyu_ come _Brahmanaspati_ sta a _Brahman_). Ma Varuna rappresentante -il _rag'as_, ossia il cielo luminoso, e poi specialmente il cielo -notturno tempestato di stelle (_rag'anî _è uno degli appellativi più -comuni sanscriti della notte); la notte è ora chiamata la luminosa, -ora la scura; la radice _var_ che vale _coprire_, forma pure la parola -_varn'a_ che vale _colore_; e la forza espansiva delle radici _rag'_ -e _arg'_ fa sì che la parola _rag'as_ che vale _il luminoso_, valga -pure _lo scuro, il sudicio, la polvere_; così _Varuna_, il velatore -luminoso, diviene anche il velatore per mezzo della tenebra, e finisce -per confondersi col tenebroso _Yama. Yama_ significa propriamente -l'_infrenatore_, quello che raccoglie i freni, che attira a sè i -raggi luminosi del sole, che lega ne' suoi freni il mondo de' viventi; -_Varuna_ copritore e luminoso, _Varuna rag'as_, e _rag'aspati_, divenne -probabilmente ancora, per una facile confusione tra le radici _rag'_ -«splendere» e _râg'_ «reggere,» il reggitore, il Re per eccellenza, il -_rag'an_ degli Dei, dei tre mondi, beato insieme col re _Yama_, che ci -ritorna nel persiano re _Yima_. Perciò Varuna è pure fatto apparire -come Yama, verso la sera, sopra la montagna, donde esercita la sua -virtù attrattiva. Al re Yama consacreremo un'attenzione speciale. -Di Varuna toccammo passando, poichè all'infuori della sua persona -regale egli non ha una figura mitica molto distinta e caratteristica, -confondendosi egli ora con Yama, ora con Dyu e con la Prithivî, ora -con Indra. Ne toccammo qui, perch'egli ci appare per lo più negli -Inni vedici, o in opposizione o in compagnia di Mitra, figura mitica -solare che rimase alquanto pallida negli Inni vedici, ma che doveva -poi pigliare nell'iranico Mithra le proporzioni di un Dio massimo. -Come Varuna rappresenta particolarmente il cielo notturno, così Mitra -il diurno, ossia il giorno, e l'astro del giorno. Essi sono le due -forme principali della materna loro Aditi, insieme con la quale vengono -invocati per esser liberati dal male. Anche il vedico Mitra è nel 59º -inno del III libro del _Rigveda_ chiamato col nome di _Re sapiente_, e -di proprio e caratteristico che lo distingua dal suo compagno Varuna -reggitore, non ha altro se non il suo potere di evocare, eccitare -le creature al moto e di portare da sè solo tutti gli Dei (_sa devân -viçvân bibhartti_). Mitra e Varuna si associano talora un terzo Âditya, -_Aryaman_, il venerando compagno, che nelle nozze de' celesti sostiene -la parte di Procolo. Probabilmente esso è il sole invecchiato sul fine -del giorno, che si pone fra Mitra, il reggitore del giorno e Varuna, -il reggitore della notte. Egli si identifica con _Bhaga_, il venerando -benefico, che nell'_Atharvaveda_ appare pure come mediatore di amori e -di matrimonii, e il cui proprio tempo, secondo il _Taittiriyabrâhmana_, -è nelle ore dopo mezzogiorno, e secondo il _Nirukta_, precisamente -innanzi al tramonto. La benedizione dei vecchi è detto portar fortuna; -perciò il sole barbogio, il sole _Aryaman_, il sole _Bhaga_, il sole -venerando porta _fortuna_ e _benessere_. Anzi la parola _bhaga_ si dà -già nel _Nâighantuka_ tra i sinonimi di _benessere, fortuna, ricchezza_ -(_bagat _in lingua russa è il _ricco_, e _bagatsva_ la _ricchezza_). -Secondo una leggenda vedica, Bhaga fu acciecato; precisamente quello -che avviene al sole sul fine del giorno, il quale ritira i suoi raggi -luminosi e s'accieca; il biblico Sansone è pure acciecato, quando gli -vengono tagliati i capelli. E cieca si rappresenta pure la fortuna; -e però ancora l'uso di bendar gli occhi al fanciullo che deve trarre -a sorte la buona fortuna; e il giuoco fanciullesco della _mosca -cieca_, che in origine era un giuoco nuziale (la sorte, il cieco fato, -l'auspicio deve far eleggere lo sposo o la sposa), è anch'esso una cara -e preziosa reminiscenza di quel Procolo vedico, il vecchio cieco Iddio -_Aryaman_ o _Bhaga_ o _Fortunio_, che doveva farsi promotore delle -nozze celesti. - -Il sole è tuttavia più frequentemente negli Inni vedici rappresentato -nelle sue qualità di _Pûshan_ o nutritore, di _Savitar_ o generatore, -e di _Sûrya_ o sole propriamente detto, come luminoso e celeste (_svar, -svarga_ valgono il cielo splendido). - -Esaminiamo ora queste singole forme. - -_Pûshan_, il nutritore celeste, è chiamato con gli appellativi di -_paçupâ_, guardiano del bestiame, di _purûvasu _o ricchissimo, di -_vâg'in_ o fornito di cibi, di _viçvasaubhaga _o arrecante tutte -le benedizioni, di _mayobhû _o benefico, di _mantumat_ o ricco di -consigli, di _viçvavedas _o sapiente, di _çakra, tura, tavyas, -tuvig'âta_[12] o forte, potente. Un inno vedico invoca _Pûshan_ -insieme con _Bhaga_, che abbiamo già detto essere il sole prima del -tramonto; altri inni ci mostrano Pûshan congiunto con Soma, il Dio Luno -(_Soma-Pûshanau_ sono chiamati insieme al duale). _Aryaman_ e _Bhaga_ -sono i promotori del matrimonio della celeste fanciulla _Sûryâ_; -di _Pûshan _è detto nell'inno nuziale vedico ch'egli deve pigliar -per la mano e menar via la sposa _Sûryâ_, della quale in altri inni -(_Rigv_., VI, 55; VI, 58) egli è detto fratello ed amante. Ma, poichè -il _Rigveda_ stesso ci mostra _Pûshan _in congiunzione con _Bhaga_ -e ci dice che _Bhaga_ è il fratello dell'aurora, e poichè ci siamo -persuasi che _Aryaman_ e _Bhaga_ rappresentano il sole prossimo al -tramonto, dobbiamo supporre che _Pûshan_ ci rappresenti il sole stesso -nel tramonto, e che la sposa celeste, la bella fanciulla _Sûryâ_, della -quale egli appare ora fratello ed amante, ora conduttore presso il -legittimo sposo di lei, non sia altro se non l'aurora vespertina. Altri -indizii m'inducono a riconoscere in _Pûshan_ il sole nel tramonto; -tale la sua qualità specialissima di proteggitore de' viandanti, dei -viaggi, delle vie, o _pathaspati_; nell'ora del giorno che intenerisce -il cuore ai naviganti, anche i viandanti sulla terra vedono con pena -tramontare il sole; gli ultimi raggi del sole illuminano la via de' -reduci e ne fanno affrettare il passo; la preghiera che fa tuttora -verso il tramonto del sole il pastore arabo, ci può dar luce per meglio -comprendere il mito di _Pûshan_ proteggitore de' viandanti. - -E, verso sera, coi viaggiatori, rientrano pure nelle loro dimore dai -pascoli diurni i bestiami; _Pûshan_ è pure _paçupâ_, ossia _protettore -di bestiami_, è anzi egli stesso pastore, e tiene in mano uno stimolo -come i pastori; con esso, egli fa rientrare nella stalla celeste il -suo roseo bestiame rappresentato dall'aurora vespertina; quando quello -stimolo celeste appare, esso invita i mortali alla preghiera, quindi -il nome caratteristico e per noi pittoresco dato a quello stimolo -(_ârd_) di _brahmac'odâni_, ossia _risvegliante la preghiera_. Quando -il pastore celeste _Pûshan_ adoperava il proprio stimolo divino per -spingere nella stalla il suo bestiame celeste,[13] il pastore della -valle del Kaçmîra stimolava il proprio bestiame al ritorno; ma, prima -di stimolare il gregge, volgevasi indietro, verso Occidente, per -salutare il sole al tramonto, per pregare il pastore divino, affinchè -il proprio gregge, il proprio bestiame prosperasse, e perchè nella -notte paurosa non gli avvenisse alcun sinistro, il lupo ne stesse -lontano (_yo nah Pûshan agho vr'iko duhçeva âdideçati apa sma tvam -patho g'ahi; Rigv._, I, 42), ed il ladro e il bestiame e i pastori -potessero trovare una dimora: «Con Pûshan (canta un inno: _Rigv_., -VI, 54) possiamo noi trovare quelle dimore ch'egli prescrive; eccole, -egli dica soltanto.» Quanta ingenuità di poesia descrittiva in queste -poche parole! Come poi _Pûshan _stimolante il bestiame nelle stalle -celesti faciente rientrar nelle stalle i divini cavalli solari è _lo -stimolatore_ per eccellenza, gli fu dato l'appellativo di _ag'âçva_, -parola il cui significato primitivo sembrami abbia dovuto essere -quello di stimolatore, spingitor de' cavalli (nell'inno 54º del VI -libro del _Rigveda, Pûshan_ è specialmente invocato dal devoto, perchè -gli protegga, gli custodisca le vacche ed i cavalli). Nato questo -appellativo di una composizione men regolare, da riscontrarsi pel suo -significato col vedico _açvahayo rathânâm_, che occorre precisamente -in un inno a _Pûshan_ (_Rigv_., X, 26):[14] è molto probabile che, -perdutasi la prima immagine poetica, siasi interpretato il composto, -secondo il suo valore grammaticale più comune, e siasi veduto in _ag'a_ -l'agile _capra_, in _açva_ il _cavallo_, e spiegato quindi l'intero -appellativo di _Pûshan ag'âçva_ come l'avente per cavallo una capra -o capre, ossia tirato da capre. Perciò, nello stesso inno 55º del VI -libro, ove _Pûshan_ è chiamato _ag'âçva_, si ricordano sull'ultima -strofa le capre che, aggiogate al carro del Dio, lo devono portare. -Ma, per me, quest'ultima strofa è ascitizia e ha più il carattere -di un commento che di una espressione spontanea ed originale. Bastò -tuttavia forse questa sola strofa perchè ritornasse altre volte negli -Inni vedici la stessa immagine, e, nata appena, si divulgasse nella -tradizione la credenza di un Dio Pûshan tirato dalle capre. - -Ma Pûshan non ha solo l'ufficio di guidare i viandanti della terra -alla loro dimora, di far rientrare, spingendoli, i bestiami nelle -loro stalle; egli spinge l'anima del sole moribondo nel regno de' -beati: _dhî'g'avana_, ossia _Pûshan_ e _Dhiyamig'inva_ o eccitatore -dell'intelligenza presso i viventi, _Pûshan_ sostiene pure la parte -di ψυχοπομπός, come fu già avvertito dai professori Roth, Max Müller, -e riferito pure dal Muir. Una parte dell'inno 17º del X libro del -_Rigveda_ dovea, secondo il professore Max Müller, recitarsi presso il -rogo, sul quale ardeva il cadavere del devoto trapassato. Rivolto al -morto, il sacerdote celebrante diceva: «Il sapiente pastore del mondo, -dal gregge immortale, _Pûshan_ di qua ti porti via, egli ti conduca fra -que' beati maggiori, ed _Agni_ fra gli Dei benigni. Una vita longeva -ti secondi; te _Pûshan_ guidi lontano; dove i buoni stanno, dov'essi -andarono, colà ti metta il Dio _Savitar_. _Pûshan_ tutte quelle sedi -conosce, noi confidenti conduca, benefico, rifulgente, avente tutte -le virtù, vigile, previdente, vada innanzi. _Pûshan_ è nato per andar -lontano, nel lontano _Dyu_, nella lontana _Prithivî_; entrambe sono -sedi amatissimi; egli arriva da esse, egli parte per esse.» - -Il Dio _Agni_ e il Dio _Soma_, secondo l'_Atharvaveda_, fanno le strade -(_Agnîshomâ pathikr'itâ_); ma il Dio che guida per quelle strade divine -è _Pûshan_: percorrendo quelle vie, egli, invocato, spinge fuori -il reggitore del cielo notturno, C'itrabarhish, simile a pecorella -smarrita. Il re _C'itrabarhish_ era nascosto nella caverna; _Pûshan_ lo -ritrovò (_Rigv_., 1, 23). Ora questo re _C'itrabarhish_ che _Pûshan_, -il sole che tramonta, fa venir fuori dalla caverna, dove il Re s'era -nascosto, non è altro che la luna, in sanscrito quasi sempre un -mascolino, il Re del cielo notturno. - -Quanto al nome di _C'itrabarhish_ può essere tradotto in vario modo, -secondo i varii significati che si possono attribuire alla parola -_barhish_; ma, qualunque di essi vogliasi eleggere, l'appellativo -composto può sempre convenire alla luna, ossia al Dio Soma o Indu, che -regge l'astro notturno. - -Difatto, nell'inno 40º del II libro del _Rigveda_, _Soma_ e _Pûshan_ -si trovano cantati insieme, come generatori delle ricchezze, generatori -del _Dyu_, generatori della _Prithivî_, come signori di tutto il mondo, -come fonte dell'ambrosia immortale, che abbiamo già finqui trovata -nella _Pr'ithivî_ e nell'aurora, ed ora ritroviamo in _Pûshan_, il sole -moribondo che si fa guidatore delle anime, in _Soma_, il Dio Luno sede -di beati immortali. _Pûshan_ risiede particolarmente nel _Dyu_, _Soma_ -nella _Prithivî_ e nell'aria; _Soma_ genera le creature, _Pûshan_ le -protegge. - -Ma di generatori nel cielo ve ne sono due: _Soma_, la luna, nella -notte; _Savitar_, il sole, nel giorno; perciò _Pûshan_ si congiunge -pure strettamente con _Savitar_, il sole generatore, il sole nel suo -più vago splendore: esso è quello _dagli occhi d'oro (hiranydksha), -dalle mani d'oro (hiranyapâni, hiranyahasta), dalle belle e grandi -mani (supâni, prithupâni), dai capelli biondi (harikeça), dalla bella -e dolce lingua (sug'ihva, mandrag'ihva)_; ha carro d'oro, cavalli -biondi od aurei, e veste una tunica color d'oro rosseggiante, e nasce, -secondo l'_Atharvaveda_, in acque tinte del color dell'oro (le acque -dell'aurora mattutina); manda innanzi a sè il bel carro degli Açvin, e -poi egli stesso si manifesta; sale e scende; il suo carro percorrendo -le vie celesti non fa polvere, egli illumina l'universo, seguito dagli -altri Dei che per lui sono immortali, dominatore delle acque e dei -venti, signore benefico, libera dal male e fa muovere tutti i viventi. -Da queste qualità caratteristiche di _Savitar_ riesce evidente che, -sebbene egli, sul fine del giorno, si ricongiunga con _Pûshan_ per -collocare nella sede dei beati le anime dei virtuosi defunti, il suo -dominio speciale è il cielo nello splendore mattutino e diurno. Egli -è detto nel _Yag'urveda bianco_ (citato dal Muir) risplendere sopra -la via dell'aurora. L'inno 139º del X libro del _Rigveda_ ci fa sapere -ch'ei si parte dall'Oriente. Come _Savitar_ o generatore, egli feconda -e accresce sulla terra la generazione, e fornisce i mortali di cibi e -di ricchezze; i devoti ne invocano specialmente la potenza generatrice. -All'infuori di questi caratteri generali, _Savitar_ nel _Rigveda_ -non ne ha altri; la sua personificazione si limita pertanto alla sua -manifestazione sopra un carro d'oro tirato da aurei cavalli, vestito -d'oro, con capelli, occhi e mani d'oro; a cui si aggiunge la sua -qualità di onniveggente, onnisapiente (_viçvaveda_), e di contenente -in sè tutti gli Dei (_viçvadeva_). Come generatore per eccellenza, -egli genera tutti gli Dei, e genera quindi pure sè stesso, col nome -comune di _Sûrya_ o sole. _Savitar_ genera _Sûrya_, ossia il generatore -produce il luminoso celeste. Perciò, sebbene _Savitar_ rappresenti il -sole, esso rappresenta poi in modo particolare il sole del mattino, -anzi, secondo i commentatori indiani, il sole prima d'apparire, cioè -quando si vedono soltanto i suoi raggi e non ancora il suo disco, -i suoi capelli, i suoi occhi, le sue mani, i suoi cavalli, il suo -carro d'oro e non ancora il sole stesso. Tale essendo _Savitar_ al -mattino, è probabile che quando il sole tramonta, e s'è già nascosto -col suo disco, ma lancia ancora nel cielo i suoi raggi, ritorni ad -essere _Savitar_, per collocar le anime raccomandategli da _Pûshan_ -nel regno de' beati; e come collocatore delle anime nelle sedi della -beatitudine, _Savitar_ s'identifica probabilmente con _Dhâtar_, che -significa _il collocatore_, _l'ordinatore_, ec. Officio particolare di -_Dhâtar_ è quello di porre il germe della nuova vita. Si congiunge egli -pertanto coi genii femminini che presiedono alla fecondazione della -donna; si considera come fondatore del matrimonio e della famiglia, -e si associa volentieri con _Aryaman_ promotore di matrimonii, con -_Tvashtar_ artefice di tutte le forme, con _Prag'âpati_ il signor della -progenitura, con _Savitar_. Così finora abbiamo veduto gli _Âdityâs_ -divisi secondo le varie funzioni che essi hanno, come soli, nel giorno; -ci resta ora a considerare il sole stesso nella sua più generale -comprensione ed attività celeste, sotto il suo nome di _Sûrya_. - -_Sûrya_, ch'è uno degli _Âdityâs_, ossia uno dei figli della Aditi come -vôlta celeste, è pure chiamato _figlio di Dyu_, ossia del cielo (_Divas -putra_), come l'aurora è chiamata _duhitar Divas_, ossia _figlia del -cielo_. Evidentemente dunque _Sûrya_ è fratello dell'aurora, come -abbiamo già veduto esserle fratello _Bhagas_. Ma, come abbiamo già -osservato, l'aurora non appare soltanto qual sorella del sole, sì -ancora quale sposa (nessuna meraviglia adunque che il sole _Pûshan_ -essendole fratello desideri farla sua sposa nel cielo vespertino) e -qual madre. _Sûrya_ è guidato su carro d'oro da sette aurati cavalli, -o cavalle che si congiungono da sè; altri _Âdityâs_ lo precedono; e -_Pûshan_ col suo stimolo d'oro gli serve da messaggiero. Come abbiamo -veduto _Savitar_ il sole mattutino riapparire la sera, così qui vediamo -lo stimolatore _Pûshan_ vespertino riapparire col suo stimolo al -mattino, prima che _Sûrya_ appaia. - -Tra _Savitar_ e _Pûshan_ vi è qui dunque una lieve differenza, appena -percettibile. È un minuto appena che li separa: _Pûshan_ apre la via a -_Sûrya_; _Savitar_ lo fa passare. _Pûshan_ il raggio allungato del sole -fu rassomigliato ad uno stimolo d'oro; e _Savitar prithupâni_, ossia -dalle mani larghe, porta fuori _Sûrya_, ossia lo genera nel suo pieno -disco. E il disco rassomigliato ad un occhio ciclopico fece chiamare -_Sûrya, l'occhio di Mitra e di Varuna_, equivalente all'occhio del -cielo, all'occhio di _Dyu_, all'occhio divino. Come _Savitar_ contiene -e precede gli Dei, così _Sûrya_ è celebrato qual divino preposto -degli Dei, fornito di tutte le qualità divine (_viçvadevyavant_) e in -ispecie della potenza di creare ogni cosa, di artefice universale, di -_viçvakarman_, che appartiene pure ad Indra e a Tvashtar. Ma, poichè -_Sûrya_ non arrivò mai, con quel nome, a pigliare una persona mitica -importante, la sua gloria fu spesso oscurata nell'Olimpo vedico, e -quasi tutti gli Dei si diedero il merito d'averlo creato, anzi che -ammettere di essere stati creati da esso; anzi tutti insieme si vantano -d'averlo collocato nel cielo, di averlo scoperto, mentre era nascosto. -Ma vi ha di più. Vi rammenterete come l'Aurora, la poetica fanciulla -celeste, divenuta guidatrice di carri abbia provocato gli sdegni del -Dio Indra, il quale, per somma sua prodezza, si compiace d'averle fatto -in pezzi il carro. Un simile cattivo servigio rese pure il Dio Indra a -Sûrya, un vedico Fetonte, vincendogli e rompendogli una delle ruote del -suo carro. - -Ho cercato spiegare la ragione, per cui Indra pluvio non vuole più -lasciar vincere la corsa all'aurora, e le rompe col fulmine il carro; -l'aurora luminosa promette giorni ardenti, e, dove la terra ha uopo di -pioggie, appare malefica. Così il sole nella canicola sembra, all'uomo, -sinistro, come apportatore di siccità, dove i pascoli han uopo di -pioggie; Indra pluvio interviene, rallenta col fulmine il corso del -sole, rompendogli una ruota del carro. - -Altre distinte personificazioni del sole propriamente detto non -ci offrono gl'Inni vedici; e quelle che abbiamo riferite non sono -evidentemente abbastanza vive, perchè possa esserci lecito, dagli -Inni vedici al sole, disegnare i caratteri principali della mitologia -vedica. Conchiudiamo adunque che, se il sole ha fatto germogliare -alcuni miti vedici, molto più importanti sono i miti che si riferiscono -all'aurora, ne' quali s'incomincia a disegnare un principio d'epopea. - -Il sole come sole, nel suo massimo splendore diurno, il sole di -mezzogiorno non creò verun mito importante; la poesia lo canta -solamente, quando nasce misteriosamente, quando misteriosamente muore, -quando le nuvole di giorno o le tenebre della notte lo nascondono, -quando esso viaggia dalla sera al mattino, dall'Occidente all'Oriente i -mondi sotterranei ignoti; nel mistero il Dio piglia molte nuove forme -fantastiche, diviene Vivasvant, Yama, Tvashtar; il Dio si raddoppia e -una parte di esso assume aspetto demoniaco; il paradiso e l'inferno si -toccano, e in quel contrasto nasce la battaglia. Il ritorno del sole -luminoso nel cielo orientale lo fa rassomigliare ad un trionfatore, e -si festeggia però nel sole mattutino il vincitore dei mostri notturni, -il liberatore del male. Ma poichè egli sale nell'alto e non trova più -nella sua via celeste nessun ostacolo, il mito s'arresta, finchè non -si muove il Dio Indra a suscitare nel cielo il dramma delle tempeste, -a compiere nel cielo la sua battaglia, velando il sole. Allora il sole -si rianima col mito, ripiglia persona ora come nemico d'Indra che lo -avvolge di nuvole, ora come una vittima che le nuvole minacciano di -oscurare per sempre, sinchè non arriva Indra a squarciarle e liberare -il suo protetto. Il mito si crea certamente nella natura fisica, ma -esso ha bisogno per prodursi della illusione. Il sole che è alzato nel -cielo, che accompagna in silenzio l'uomo nei suoi lavori quotidiani, è -trattato dall'uomo con piena confidenza, è chiamato col nome di _Mitra_ -od _amico_; chè, se il Mithra iranico prese proporzioni solenni come -nume, ciò avvenne per aver egli servito specialmente a determinare -il sole nascente e il sole moribondo: il mistero del nascimento e -quello della morte ci fanno pensare: quanto alla vita medesima, essa -si vive; ma non si saluta se non quando essa arriva e quando si teme -di perderla. Il possesso della vita, l'ordine della vita rappresenta -l'ordinario continuo, e il mito per balzar fuori splendido ha d'uopo -dello straordinario istantaneo; legandosi, combinandosi poi tra loro -i miti nascono la leggenda mitica, l'epopea e la novellina popolare; -ma il mito per sè, nella sua prima origine, nella prima sua forma, -esprime una sola impressione rapida e fuggitiva. Quando noi studiamo il -Dio nella sua natura complessa, non abbiamo un solo mito, ma parecchi -miti che si sono ordinati ad una certa unità personale. L'arte greca -ha rappresentato con forme estetiche, perfette, queste unità; ma ogni -unità che forma il Dio armonico è preceduta dalle varie note mitiche -primitive, senza le quali non si costituisce alcun'armonia divina. -Gl'Inni vedici, ove abbiamo più spesso i miti isolati e dispersi, che -la persona divina in cui si confondono, non ci lasciano alcun dubbio -sopra l'origine primitiva degli Dei, nessuno dei quali è balzato fuori -completo in tutto il suo splendore; tutti invece si composero per il -successivo aggregarsi di molecole luminose fra loro simpatiche. Ogni -mito è per sè stesso una di queste molecole luminose. - - - - -LETTURA QUINTA. - -LA LUNA. - - -Nelle lingue di tipo greco e latino l'astro lunare divenne un -femminino; perciò le sue forme divine riuscirono Dee, secondo i varii -loro aspetti diversamente appellate, Selene, Artemis, Persefone, -Cinzia, Diana, Lucina, Proserpina. Tuttavia, presso il femminino -_Luna_ si conosce pure il mascolino _Lunus_. Nella lingua vedica -come nelle lingue di tipo slavo e germanico, la luna si rappresentò -invece specialmente come un mascolino, coi nomi di _Soma_, di _Indu_ -e di _Candra_ e forse pure di _Angiras_ e di _Manu_. Tuttavia, anche -negli Inni vedici, come dipoi frequentemente negli scritti sanscriti, -incontrasi esplicitamente la luna come un essere femminino. Questi -nomi sono _Anumati_, la propizia, una specie di Madonna delle Grazie, -la luna nella vigilia del plenilunio; _Râkâ_, la splendida, la luna -nel plenilunio; _Sinîvalî_, forse la cieca da un occhio, la luna -nella vigilia del novilunio, e _Kuhû_ o _Guñgu_ d'oscura etimologia -(quando non stia per un ipotetico _kubâhû_, al quale mi fa pensare -l'appellativo _Subâhû_ che trovo dato alla _Sinîvalî_ nel _Rigveda_; -come dubito che _guñgûr ya_ sia da correggersi nell'inno 32º del II -libro, anzi tutto in _gunguriryâ_, e _gunguris_ in _svañguris_ da -confrontarsi con _svañguris_ della strofa settima dell'inno citato). A -questi quattro femminini rappresentanti la luna è possibile che debba -pure aggiungersi l'appellativo _Aranyânî_, ossia _la silvestre, la Dea -silvestre_, che viene cantata nell'inno 146º del X libro del _Rigveda_, -e nella quale, ove l'identificazione reggesse, riuscirebbe facile il -riconoscere la Diana cacciatrice. La notte è la selva scura del mito, -piena di bestie feroci, che la luna deve con la sua luce cacciare. -L'inno vedico suona così: «O Aranyânî, o Aranyânî, che ti nascondi, -perchè non vieni nella tua dimora, poichè tu non temi? Aranyânî, -quando, al muggito del toro, il _c'ic'c'ika_ (il gufo?) risponde, come -allo strepito di timballi, correndo si avanza. Le vacche mangiano, -la casa s'illumina; nella sera Aranyânî scarica (ossia aiuta col suo -splendore a scaricare) i carri. Ecco l'uno chiama la sua vacca, ecco -l'altro spezza le legna; si crede che alcun essere abitante in Aranyânî -abbia chiamato. Aranyânî non uccide, se altri non si muova contro di -essa; dopo che s'è cibato del dolce frutto, ciascuno quindi si riposa -a suo piacere; io celebrai Aranyânî la madre delle belve, l'unica, -profumata, apportatrice di molti cibi, senza che essa abbia uopo di -arare.» - -Quando questa _Aranyânî_ madre delle belve (_mr'igânâm mâtar_) non -sia la notte selvosa, nella quale le belve si producono, essa non può -essere se non la luna, la quale in sanscrito trovasi pure chiamata col -nome di _mr'igapiplu_, ossia _bestia rossa_, ed anche _mr'igarâg'a_, o -_il Re degli animali_, il biondo leone, e ancora _mr'igarâg'adhârin_ -e _mrigarâg'alakshman_, ossia _portante per insegna il leone_, o -semplicemente _mrigânka_, ossia _segnato con la belva_. Questi e -somiglianti appellativi sanscriti della luna ci rappresenterebbero la -luna come signora della selva notturna e delle fiere che la popolano, e -giustificherebbero il riscontro da noi fatto fra essa e l'invocata _Dea -silvestre_ o _Aranyânî_ vedica, la quale tuttavia, lo ripeto, potrebbe -aver pure rappresentato la notte scura. - -Ma, se ci resta qualche dubbio intorno all'_Aranyânî_, non ci è lecito -conservarne alcuno sopra le altre quattro Dee già nominate, _Anumati_ -e _Râkâ_, le due lune del plenilunio, _Sinîvâlî_ e la supposta _Kuhû_ -o _Guñgu_, le due lune del novilunio: _Sinîvâlî_ è particolarmente -invocata per _porre il germe generativo_ (_garbham dhehi Sinîvâlî_; -_Rigv._, X, 154), e chiamasi perciò _bahusûvarî_, ossia _molto -generativa_. I suoi appellativi di _subâhu_, _svañguri_ (che io -dubito siansi sostituiti, per un eufemismo del poeta lirico coi più -antichi probabili e più caratteristici appellativi della nuova luna -_kubâhû, kvañguri,_ onde si foggiò, a senso mio, per corruzione del -linguaggio una Dea fittizia lunare, chiamata ora _Kuhû_, ora _Guñgu_), -sono molto curiosi. Poichè sia che supponiamo, secondo la ipotesi che -tento per la prima volta e che, per quanto ardita, oso raccomandare -agli studiosi, invece degli epiteti dati alla _Sinîvâlî_ che ci -conserva il testo attuale del _Rigveda_, gli aggettivi _kubâhû_, ossia -_dalle piccole braccia_, e _kvañguri_, ossia _dalle piccole dita_, -attribuiti alla luna nuova che mostra appena i suoi cornetti, sia che -leggiamo col testo attuale _subâhu_, ossia _dalle belle braccia_, e -_svañguri_, ossia _dalle belle dita_, noi abbiamo qui un principio di -personificazione femminina nella nuova luna. _Sinîvâlî_ ha dunque, come -nuova luna, _braccia_ e _dita_, e, com'io credo, _piccole braccia_ e -_piccole dita_ convertite poi _in braccia_ e _dita belline_. Ma che -cosa deve fare _Sinîvâlî_ nel cielo, con quelle braccia, con quelle -dita? Essa prepara il germe. Nelle novelline russe abbiamo mani e dita -meravigliose di fate che fanno un fanciullino nano di pasta e poi vi -soffiano la vita, e ne nasce un piccolo eroe, come abbiamo il pisello -miracoloso che cade a terra, e fa nascere un fanciullo eroe, una delle -prime prodezze del quale è quella di salire al cielo. La luna, non -rechi meraviglia l'intenderlo, è ancora quel pisello celeste; la luna, -tra i suoi molti appellativi sanscriti, ha pure quello di _hari_, -parola che vale ora _verde_, ora _giallo_. Nelle novelline popolari -avrete trovato che ora è un vecchio, ora un fanciullo quello che vola -al cielo sopra un legume (ora un fagiuolo, ora un pisello, ora un -cavolo, ora altro legume del rito funebre). Quel legume è sempre la -luna. L'eroe che sale al cielo ne cade sempre; il sole e la luna, dopo -essere saliti al cielo, discendono a terra, ossia tramontano. È la loro -eterna vicenda. Io non posso qui darvi altro che un breve accenno; ma -sarei infinito, se io volessi farvi tutta la storia delle vicende del -mito lunare nella tradizione popolare: vi basti che il _formaggio_, che -la volpe rapisce, ossia fa cadere dalla bocca del corvo, è la luna che -l'aurora mattutina fa cadere sul fine della notte; vi basti che la luna -cece o fagiuolo è il viatico mitico de' morti, di cui l'uso funebre -indo-europeo ha conservato numerose traccie; vi basti che l'obolo, -che il morto dà a Caronte per passare il fiume Stige dell'inferno, è -ancora la luna, mercè la quale l'eroe solare può attraversare l'oceano -notturno. Nelle novelline russe il buono operaio vede galleggiare -fuori delle acque una monetina, una _kapeika_, la quale basta a -portargli fortuna. Troverete ancora molti critici pronti a deridere -simili riscontri; ma coi loro scherni non impediranno alla verità -di camminare. Io non posso qui insistere sopra alcuna comparazione, -perchè a costo di riuscire aridissimo mi sono proposto di tenermi -stretto all'argomento. Volli tuttavia accennarvi di passo, come le -nostre indagini possano riuscir feconde; e ripiglio il mio tèma con più -dimesso stile. - -_Sinîvâlî_ dunque, la luna nuova, nel cielo vedico, ha braccia e dita, -e con esse prepara il nuovo germe. Questo germe, che deve nascere, -è evidentemente, nel cielo, il sole mattutino. Ma, raffigurata la -luna come una madre essa stessa celeste, essa divenne, per questa e -per altre ragioni che accenneremo, la proteggitrice dei parti e de' -matrimonii. Secondo l'uso nuziale indo-europeo, i matrimonii devono -essere sempre celebrati, per buon augurio, nella quindicina luminosa -della luna, quando la luna è veramente _luna_ o _lucina_ o _luminosa_, -ossia fra il novilunio ed il plenilunio, tempo che si crede propizio, -per eccellenza, alla fecondità, nè solo alla fecondità del germe -animale, ma anche del germe vegetale ne' campi, onde le numerose -superstizioni popolari agricole che si riferiscono agli influssi -lunari, influssi che del resto la scienza non nega assolutamente, -sebbene ne riduca il potere. Ma, se la vedica _Sinîvâlî_ ci dà indizii -preziosi, anche più importante è quello che l'inno vedico 32º del II -libro del _Rigveda_ ci fa sapere di _Râkâ_, la nuova luna. Noi troviamo -spesso nelle novelline popolari la strega che alla figlia non sua, -alla bella (l'aurora vespertina), impone un lavoro straordinario al -di sopra del potere della fanciulla; la povera fanciulla si dispera e -si raccomanda alla Madonna, della quale talora pettina con grazia il -crine, dicendo che vi trova perle (le stelle); la Madonna è contenta -della pia fanciulla e compie per essa l'opera impostale dalla strega. -Invece della Madonna trovasi talora una meravigliosa bambolina, o -fanciulla di legno (una specie di _Aranyânî_), la quale ha piccolissime -dita, e può con esse preparare una camicia o un abito così fine che -passi nella cruna dell'ago, o possa star chiuso entro un guscio di -nocciòla. Noi abbiamo già visto la luna _Sinîvâlî_ dalle belle e forse -dalle piccole dita. - -Ora incontriamo la luna _Râkâ_, la quale con quelle stesse dita, -e per di più con _un ago che non si rompe, cuce l'opera;_ ossia, -nel cielo, il velo d'oro che l'aurora mattutina reca allo sposo; -il velo, l'abito, la veste del giovine sole, la tela d'Aracne, che -si distrugge al mattino, la tela che Penelope prepara allo sposo -Ulisse. Infatti, subito dopo aver nominato l'opera che _Râkâ _deve -cucire, si aggiunge, _dia a noi l'eroe dai cento doni, degno di esser -celebrato_. Evidentemente qui si trattò, in origine, dell'eroe solare -celeste; ma poi la strofa divenne sacra, passò nel rituale dell'uso -domestico, e, per ogni figlio nascituro sopra la terra, si ripetè la -stessa invocazione. Chè, se rechi meraviglia il sentire come la luna, -cucendo l'opera, produce un figlio, può scemar questa meraviglia, -quando si pensi al probabile equivoco di linguaggio nato tra le -radici _siv, syu, sû=cucire_ (confr. pure il vedico _sùcî=ago_), -onde _sûtra=filo_ ed il latino _suere_, e la radice _sû_ «generare,» -onde _sûta, sûnu_ «il figlio.» Il cucire è un mettere insieme, un -aggiungere, e la creazione si fa appunto aggregando. Ma oltre i nomi -femminini e divini di _Sinîvâlî _e di _Râkâ_, dicemmo che la luna -piena ha pure quello di Anumati. La parola vale, nel suo significato -storico, _mente bene disposta, mente propizia, benevolenza, grazia_, -e quindi _la graziosa, la benigna_. La invocavano nel periodo vedico -gli amanti e le partorienti; un inno dell'_Atharvaveda_, dopo avere -propiziato ad Anumati, canta: _gli Dei sveglino l'amore_ (o _la -memoria_); _abbia egli compassione di me_. Ora questa _Anumati _che -deve ridestare lo _smara_, o la memoria nello smemorato amante, o pure -destar l'amore d'un indifferente, quest'_Anumati_, nominando la quale -i poeti dell'_Atharvaveda _fanno per lo più un giuoco di parole sopra -la sua etimologia (_Anumate manyasva = Anumate anu hi mansase nah_), -questa _anu-mati_ che vale al tempo stesso _la mente verso_, ossia -_la mente bene disposta_, e _la mente dopo_, ossia _il ricordo, la -memoria,_ ci spiega la ragione, per cui _Râkâ, Sinivâlî_ e _Anumati_ -stessa vengano negli Inni vedici nominate come tre sorelle, figlie di -_Angiras_ il mobile, che si confonde col luminoso, e della _Smr'iti_ -ch'è ad un tempo stesso, per sapiente e poetico connubio, _amore_ e -_memoria_. Probabilmente nel mito son nate prima le figlie dei loro -parenti; tuttavia, poichè il divino padre _Angiras_ e la divina madre -_Smr'iti_ sono già persone vediche, giova qui considerarne alquanto -la natura. Talora, invece di _Smr'iti_, troviamo nominata come madre -la _Çraddhâ_, ossia _la fede_, ch'è anch'essa una specie di memoria, -e che si rappresenta nel _Tâittiriya Brâhmana_ qual madre di _Kâma_ -l'amore, e, più tardi, il Dio dell'amore. _Çraddhâ_ stessa è chiamata -nel _Çatapatha Brâhmana_, figlia di _Sûrya_ il sole; il che ci fa -pensare, innanzi d'essere la fede, la _Çraddhâ _fosse altro. La fede -è, ad un tempo, quella che unisce, quella che rallegra (dalla radice -_çrath_ che vale _rallegrare_ ed _unire_). _Angiras_ appare ora sposo -della _Smr'iti_ (Amore-memoria), ora della _Çraddhâ_ (Fede, come quella -che unisce e rallegra). Tanto fa pure l'_Anumati _loro figlia, che -sappiamo già rappresentare con _Râkâ_ la luna piena. Ma _Anumati, Râkâ, -Sinîvâlî_, fasi lunari divenute Dee liberali, benefiche, fecondatrici, -operaie divine, saranno esse figlie della luna stessa, o pure _Angiras_ -e la _Çraddhâ_ appartengono ai fenomeni luminosi del sole vespertino? -Noi abbiamo già veduto il sole _Pûshan_ messo in relazione con _Soma_, -col suo stimolo svegliar la preghiera, indicar l'ora della preghiera -vespertina. _Angiras_, padre delle tre sorelle lunari, è egli ancora -il sole vespertino, o è desso già la luna? _Çraddhâ_, la figlia del -sole, è dessa l'aurora vespertina o pure la luna? Nel _Taittiriya -Brâhmana_, il Dio _Soma_, ossia il Dio Luno, si mostra innamorato di -_Sîtâ Sâvitrî_, ossia di _Sîtâ_ figlia di _Savitar_ (il sole, come -dicemmo), mentre _Çraddhâ_ è innamorata di lui e si raccomanda al Dio -_Prag'âpati_, perchè faccia innamorare _Soma_ di lei. Qui evidentemente -_Çraddhâ_ non dev'essere soltanto una personificazione lunare; tuttavia -io non m'arrischierei a rappresentarla, come suppongo ch'ella sia, una -forma dell'aurora vespertina, rispondente[15] al vespertino _Pûshan_, -risvegliator della preghiera, nel trovare presso il _Yag'urveda nero_ -(citato dal Muir) che il Dio _Prag'âpati _aveva trentatrè figlie, le -quali divennero tutte spose di Soma. Come distinguere l'essenza mitica -di ciascuna di esse? Tuttavia, facendoci il _Taittiriya Brâhmana_ -conoscere che, con l'aiuto di _Prag'âpati, Çraddhâ_ conquistò l'amore -di _Soma_, dobbiamo supporre ch'essa, come _Rohinî_ (propriamente la -_crescente_), sia stata una delle spose predilette del Dio Luno, di -_Soma_. E tanto più lo dobbiamo pensare, poichè _Çraddhâ_ è la figlia -del sole, e gli Inni vedici descrivono a noi in modo così solenne le -nozze del Dio _Soma_ con _Sûryâ_, ossia l'appartenente a _Sûryâ_ il -sole, la figlia del sole, che quell'inno mitico diede poi le formole -rituali all'uso nuziale indiano. _Sûryâ_ è per me l'aurora vespertina, -sorella del Dio _Pûshan_, che appare pure come suo sposo; egli è geloso -del Dio _Soma_ a cagione di _Sûryâ_. Questa gelosia celeste fra il sole -e la luna, innamorati ad un tempo dell'aurora, diede origine a molti -miti, i quali si svolsero finalmente in numerose e ricche leggende. -Nell'inno 85º del X libro v'è un passo, nel quale parrebbe che _Pûshan_ -si identificasse con _Soma_ lo sposo divino di _Sûryâ_. Vi si dice, -infatti: «_Soma_ era lo sposo; i due _Açvin_ (una forma poetica del -crepuscolo solare e del lunare, ossia ancora del sole e della luna -considerati come gemelli) assistevano entrambi come paraninfi, quando -_Savitar_ contento nell'animo diede _Sûryâ_ allo sposo. Quando, o -_Açvin_, veniste col triplice carro per menar via _Sûryâ_, tutti gli -Dei acconsentirono, _Pûshan_ vi elesse come figlio per suoi proprii -parenti.» Ma in questo passo non si può interpretare soltanto che -_Pûshan_ è lo sposo, ma che _Pûshan_ è il fratellino della sposa, il -quale vien perciò carezzato e protetto dagli _Açvin_, che ora amano -l'aurora come amanti, ora la proteggono come fratelli maggiori. - -Da questi lievi indizii è facile il vedere come agevolmente abbiano -potuto confondersi i caratteri del sole vespertino con quelli della -luna, che appare quando il sole cade, quando caduto il sole vespertino -rimane ancora il cielo occidentale rosato, ossia l'aurora vespertina. - -Quindi la difficoltà di dichiarare, in modo preciso, l'essenza -fisica d'alcuni miti che occuparono pure grandemente la primitiva -immaginazione ariana. Noi non abbiamo nessun dubbio intorno all'essere -esclusivamente lunare di _Râkâ_ e _Sinîvâlî_; ma, giunti ad _Anumati_, -se per un verso essa ci rappresenta la luna piena, per l'altro, come -_la grazia, la benevolenza_, può riferirsi non meno all'aurora che -alla luna; in entrambi i casi poi essa ci aiuta a spiegarci la Madonna -protettrice, la buona fata delle tradizioni popolari. Il professor -Max Müller ha già nell'_ahanâ, dahanâ_, aurora mattutina vedica, -riconosciuta l'_Athene_; così dicasi della _Minerva_, degna di essere -paragonata alla nostra _Anumati_, e più ancora ad una vedica _Aramati_, -che il Dizionario Petropolitano spiega per _arammati_, ossia avente -la _mente pronta_, che ci richiama alla nostra aurora sollecita, -risvegliata e risvegliatrice. Quest'_Aramati_ è nel _Rigveda_ chiamata -_tessente_ (_vayantî_); quando la notte arriva, cessa dall'opera, o la -continua in segreto, con l'aiuto e per opera della luna; quando sta per -arrivare, al mattino, il divino _Savitar_, essa ripiglia il suo tessuto -abbandonato la sera. - -Qui evidentemente abbiamo sempre l'aurora, vespertina e mattutina, -vigile e destra all'opera, senza intervento della luna, che, in -altri momenti, appare invece a cucir l'opera, ossia a preparare il -tessuto allo sposo dell'aurora, ossia a dar l'aurora al sole, il sole -all'aurora, come proteggitrice de' matrimonii. - -Avendo questa relazione intima il sole e la luna, così intima che si -possano talora identificare (il sole che perde i suoi raggi e il sole -che non li mette ancora fuori rassomiglia all'astro notturno; tanto -che, chi, sull'albeggiare d'un giorno estivo, in tempo di luna piena, -contempli il cielo, veda i due astri l'uno al cospetto dell'altro, alle -due estremità della vôlta celeste, e, se non si orizzonti, non sappia -subito bene distinguerli l'uno dall'altro; io cito qui una mia propria -impressione), alternandosi l'un l'altro, alcune delle loro qualità, -e perciò delle loro forme divine, sono divenute comuni, così che ora -poterono riferirsi al giorno, ora alla notte. Noi vedemmo già, infatti, -il sole _Savitar_, ossia il sole generatore; la luna come _Soma_ (dalla -stessa radice _sû, so, sav_ che serve per formare la voce _Savitar_) -è un equivalente, esprime cioè la luna nella sua virtù fecondatrice. E -noi la vedemmo già finqui presiedere ai matrimonii ed ai parti. Il sole -divide i giorni (ed il sole vespertino _Bhagas_ può avere avuto, oltre -gli altri suoi significati, quello proprio etimologico di _spartitore_, -di _distributore_) e divide i mesi. Ma ciò fa pure la luna. Anzi la -luna ha fatto anche più. L'antico anno indiano era regolato dalle -lunazioni; la lunazione costituì il mese; _messéts_ è il nome comune -che si dà tuttora in lingua russa al _mese_ e alla _luna_. La parola -_mese, mensis_, vale propriamente _la misura_. La radice sanscrita -_mâ_ vale _misurare_; le parole _mâs, mâsâ_, valgono in lingua vedica -_luna_ e _misura_. La lunazione ed il mese equivalendosi, la luna -diventò, oltre la regola, anche la regolatrice per eccellenza, in ogni -ordine delle cose naturali. Nè è meraviglia che, corrispondendo il -_r'itu_ lunare al _r'itu_ muliebre, poichè la luna pigliava pure il -nome dal proprio _r'itu_ periodico, essa fosse particolarmente invocata -dalle donne e ad esse cara, come quella che, mantenendo i segni della -generazione, prometteva la desiderata fecondità, senza la quale l'uomo -primitivo disprezzava la propria donna, ed aveva diritto di rifiutarla. -La radice _mâ_, che vale _misurare_, nel suo primo significato -dovette esprimere l'idea di _estendersi_; ma l'_estendersi_ è un -_moltiplicarsi_: ecco in qual modo la radice mâ, che vale _misurare_, -creò la parola _mâtra_ o _metro, misura_, e _mâsa_ che vale ancora il -medesimo, e la radice _mâ_ che vale _produrre_, creò la parola _mâtar_, -la produttrice, la creatrice per eccellenza, la madre. - -Ho detto che il primo significato della radice _mâ_, onde si svolsero -i significati secondarii di _misurare_ e _produrre_, fu quello di -_estendersi_. Vi è un'altra radice che dobbiamo qui esaminare. Questa -radice è _man_ stretta parente di _mâ_, come il latino _mensis_ è -stretto parente, anzi equivalente di _mâsa_, come il tedesco _mond_ -luna, _monat_ mese e l'inglese _moon_, ci richiamano ad un ipotetico -primitivo _manas_ che, secondo l'analogia di _mâsa_, dovette pure in -origine significare _misura_, e forse _mese_. Ma lasciamo l'ipotesi -e consideriamo il fatto. Tra i nomi sanscriti della luna troviamo -quello di _manasig'a_, parola che varrebbe _nato nel manas_; tra gli -appellativi del Dio _Soma_, ossia del Dio _Luno_ nel _Rigveda_ troviamo -quello di _signore del manas_, ossia _manaspati_, che ci riaccosta alla -nostra luna _anumati_. Ma il _manas_ è l'animo; che cosa è l'animo? -_anemos_, quello che si muove; così dovette essere il _manas_, nella -sua prima espressione, _il moto_, e poi _il moto misura, il moto -regolatore, il moto particolare interno_, che anima e regola, muove e -contiene il pensiero e l'affetto dell'uomo, il desiderio, l'amore, e -il divino agitarsi dell'intelletto. Ecco pertanto spiegato, s'io non -erro, il perchè la luna _Sinîvâlî, Râkâ_ ed _Anumati_, essendo nata -nel _manas_, e muovendo e regolando il _manas_ fu immaginata figlia -dell'_Angiras_ mobile luminoso, e della _Smr'iti_ o _Çraddhâ_, che -sono tutte forme del mobile _manas_. Ecco perchè la luna anch'essa -può riuscire, come la vegliatrice mattutina, una _Minerva_, ossia -un'_ammonitrice_, una _direttrice_ degli umani consigli; ecco, infine, -la ragione, per cui, trovando associata l'_Angiras_ con _Manu_, presso -il quale Indra in un inno vedico viene a bere il _Soma_, in _Manu_ -ravvisiamo così il sole come la luna. Per noi, _Manu_ prima che _il -pensatore_, come sarebbe troppo consolante il credere, considerando -che negli Inni vedici è chiamato _Manu_ anche l'uomo, dovette -essere _il mobile_, e quindi _il motore_ e _il regolatore celeste_. -Chiamatisi _manavas_ anche gli uomini, nel loro essere mortale, essi -considerarono come il primo de' mortali, come il padre di tutti i -mortali, come il solo scampato dal diluvio universale, il _Manu_ -celeste, onde chiamarono pure sè stessi _manug'âs_ o _figli di Manu_, -di quello stesso _Manu Prag'âpati_, dal quale, secondo le genealogie -brâhmaniche, sono discesi tutti gli Dei. Ma in quel _Manu_ celeste essi -non tardarono a ravvisare _il pensante_, ossia _il sapiente_, e quindi -il primo sapiente, l'inventor dei riti sacrificali; e, finalmente, nel -periodo brâhmanico, _il pensiero stesso, la formula della sapienza_, -il primo legislatore indiano, il primo regolatore, distributore della -giustizia, nel quale carattere ritorna _Manu_ a identificarsi col sole -moribondo _Yama_, e, in tale incontro, con _Minos_, il primo re di -Creta, progenitore di razza, che discende all'inferno per amministrarvi -la giustizia. Ma, poichè nello scuro inferno è la luna che governa e -regge e giudica, quello stesso _Manu_ che parve confondersi con Yama, -scomparso il sole dall'orizzonte non si perde affatto, ma, come ho -già avvertito, lascia una sua forma per pigliarne un'altra. Di Yama e -di Manu, in quanto gli somiglia, avremo tuttavia a tenere particolare -discorso. - -Per ora basterà il ritenere come anche nelle sue forme femminine -la luna vedica abbia preso persona di Dea, e come in questa persona -prevalga la virtù di fecondatrice attribuita alla luna; e finalmente, -come quella che desta l'uomo alla vita materiale, per l'istinto -idealissimo della nostra stirpe, sia pure divenuta la eccitatrice de' -nostri pensieri. E per avere anzi creduto che li eccitasse troppo, -nacque la credenza che i maniaci siano dominati da sinistri influssi -lunari. - -Ci resterebbe a considerare la luna sotto i suoi nomi mascolini -di _C'andra, C'andramas_ (ossia _il luminoso_, e _il mese_ o _il -misuratore luminoso_), che non ci presenta negli Inni vedici nessuna -distinta persona poetica, di _Indu_ nel suo significato primitivo, -probabilmente il mobile, poi il movente, lo stillante, e quindi la -luna stillante, e ciò che la luna stilla; e di _Soma_, propriamente il -generatore, ma anche lo spremitore, il traente il succo, e poi il succo -stesso. Quindi, quando leggiamo che gli Dei vengono a bere ora _Indu_, -ora _Soma_, intendasi che vengono a bere il succo ambrosiaco che -stilla dalla luna. Noi abbiamo già veduto l'_Aditi_, la _Pr'ithivî_, e -l'aurora che posseggono l'ambrosia; ma, per l'equivoco nato tra _Indu_ -e _Soma_ stillanti il succo, e le parole _indu_ e _soma_ che vennero -ad esprimere il succo, è nella luna specialmente che gli Dei vanno a -cercare l'ambrosia, l'amrita, la bevanda immortale. Noi abbiamo già -riferita la leggenda vedica del Dio _Indra_ che concede la bellezza -alla fanciulla brutta, lebbrosa _Apalâ_, l'aurora vespertina (che -nella notte diviene brutta), perchè questa, discendendo alla sera dalla -montagna per attingere acqua, trovò nella fonte il _soma_ (la luna nel -pozzo); e sapendo quanto _Indra_ fosse avido del _soma_, lo pregò di -scorrere verso di lui, ossia di errare nel cielo, del quale _Indra_ -è signore. Fu già paragonato il culto dionisiaco ellenico al culto -del _Soma_ vedico. Come _Soma_ è al tempo stesso abbondante di umori -inesauribili e generatore eterno, così il suo culto si congiunse quindi -nell'India con quello del _Çiva_ fallico, accompagnato da libazioni -d'un _soma_ terrestre, un liquore inebbriante, che il professore -Haug ebbe nell'India il raro privilegio di gustare, e che trovò di -un sapore disgustosissimo; nella Grecia abbondanti libazioni di vino -accompagnavano le feste falliche dionisiache. Ma gli Dei che discendono -sopra la terra, non sono l'oggetto del nostro studio presente. - -Nel vedico _Soma_ noi abbiamo espressa, ora l'ambrosia che può -risiedere in più parti, ora la luna che contiene, porta, custodisce -l'ambrosia, e la somministra agli Dei, i quali, bevendola, divengono -immortali, robusti e vittoriosi nelle loro celesti battaglie contro -i mostri; il _soma_ non è solo ambrosia, ma acqua della giovinezza, -acqua della salute, acqua della forza; e però si rappresenta esso -stesso come guerriero sempre vittorioso; la pioggia è _soma_, la -rugiada dell'aurora è _soma_, ma più spesso ancora il _soma_ è la -pianta lunare, è il succo della luna, l'erba luminosa celeste, è la -luna stessa; in compagnia di esso, il Dio _Indra_ scaccia dal cielo i -mostri; la luna cresce a misura che i Numi vanno a dissetarsi presso -di lei, ossia, poichè la luna genera gli Dei, a misura che gli Dei -luminosi le si appressano, essa cresce. - - - - -LETTURA SESTA. - -IL FUOCO. - - -Il fuoco, _Agni_ (che ritorna nel russo _Agonj_, nel latino _ignis_), -quantunque, dopo Indra, sia il Nume vedico più invocato, è uno degli -Dei meno personali dell'Olimpo vedico, la cui sede è più instabile, la -cui forma è meno determinata. Per lo più s'invoca Agni come elemento -fuoco, senza dargli persona; ma, anche quand'esso non assume una -persona distinta, ha sempre un carattere sacro. Sia che s'accenda nel -cielo come sole, come luna, come stella, come aurora, come fulmine, -sia che dalla terra, come vulcano ch'erompe, o dal legno, come -foco domestico e sacrificale, Agni o il fuoco presenta sempre alla -nostra immaginazione un carattere misterioso, che, se può ancora far -qualche impressione sopra di noi avvezzi dal lungo uso della vita a -trascurare i fenomeni più frequenti della natura, dovette riempir di -una profonda maraviglia mista col terrore l'animo innocente de' padri -nostri. Trasportiamoci col pensiero ad un'età, nella quale a produrre -il fuoco domestico non si conosceva altra industria all'infuori di -quella che ricavava scintille dal confregamento di due legni, chiamati -insieme _aranî_ (per la stessa analogia, per cui _bois_ in francese -è il _bosco_, e ad un tempo stesso il _legno_). L'uno de' legni si -poneva sotto, l'altro sopra; l'uno era il maschio, l'altro la femmina; -il fuoco simile a fanciullo nasceva dall'_arani_ inferiore. Ce lo -dice molto chiaramente un inno vedico ad Agni (_Rigveda_, III, 29): -«È questo lo scotimento sopra; è questa la generazione; apportiamo -questa signora delle genti (l'_arani_ inferiore, madre del fuoco, e -la genitrice per eccellenza); agitiamo Agni come una volta. Agni, il -ricco per sè, giace ne' due legni, come il feto ben collocato nelle -donne incinte. Agni è da celebrarsi ogni giorno dagli uomini con laudi -e sacrificii. Poni giù (l'_arani_ superiore) sopra la larga che giace -(l'_arani_ inferiore); essa, subito fecondata, generò il forte Agni.» -Questa immagine materiale di Agni generato come un figlio da due pezzi -di legno, padre e madre, fra loro confricati, ritorna spesso negli -Inni vedici; e nella sua materialità essa è sommamente istruttiva -per la storia delle credenze popolari. Poichè dal fuoco figlio delle -legna (_sûnum vanaspatînâm_), considerandosi il fuoco vitale come -il generato e quindi generatore per eccellenza, s'immaginò che anche -gli uomini fossero nati dal legno. In Piemonte si dice di fanciulli -ch'essi sono stati trovati in un bosco, sotto una ceppaia, la quale -ritorna nel ceppo e nell'albero di Natale, da cui si fa, con innesto -di elementi cristiani e pagani, nascere, con l'allungarsi dei giorni, -dopo il solstizio d'inverno, il bambino Gesù;[16] l'inno vedico 68º -del libro I del _Rigveda_ ci fa sapere come Agni, ossia _il fuoco_, -è nato come creatura vivente dal legno secco.[17] Questo legno secco, -da cui nasce il piccolo Agni come fanciullo, risponde bene al nostro -ceppo natalizio.[18] Immaginati i due legni come padre e madre, ed il -fuoco che distrugge il legno, dal quale si sprigiona, era naturale -la rappresentazione di Agni come un figlio parricida e matricida. -Il poeta vedico inorridisce a questo delitto, ed esclama nell'inno -79º del X libro del _Rigveda_: «O cielo, o terra, questa verità io -dico a voi, appena nato, il fanciullo mangia i suoi due parenti.» E -quindi, con una ingenuità tutta vedica, ricordandosi che Agni è un Dio, -s'umilia confessando: «io, mortale, non posso comprendere un Dio.» Il -parricidio è un delitto continuo nella natura; senza la morte de' padri -non potrebbero sussistere i figli; Adamo è condannato a morire, dal -giorno in cui egli diviene padre. Gli uomini primitivi fermarono spesso -la loro attenzione sopra questa legge fatale di natura. E, in quanto -il parricidio sia involontario, stabilirono la dottrina del peccato -originale, che divenne poi dogma religioso; stabilirono l'onnipotenza -del fato, per cui il vecchio Giove è spodestato dal nuovo, per cui -Ciro, Edipo, Romolo divengono inevitabilmente parricidi. L'arte -intervenne ora per giustificare l'enormità del parricidio incolpando -il fato, ora ad immaginare i vecchi parenti come crudeli, feroci, -persecutori della gioventù fiorente. Sotto quest'aspetto, il parricida -divenne un liberatore, un salvatore; l'antico apparve cattivo, il -giovine buono; il giovine che atterra l'antico compie un'impresa -gloriosa. Secondo una credenza brâhmanica, il nascimento d'un figlio -in una casa ha il merito di liberare il padre da futuri nascimenti, -pigliando egli sopra di sè, ed espiando egli stesso la colpa originaria -che il padre aveva ereditata. Secondo una tale credenza, la vita era -un male, ogni nuovo nascimento che obbligasse l'essere ad entrare in -un corpo, come in una prigione, si considerava come una sventura. -Finchè non nasceva un figliuolo in una casa, non solo il padre era -minacciato, morendo, di rinascere, ma le anime dei trapassati erravano -senza sedi certe, col pericolo di entrare in qualche corpo non solo -d'uomo, ma di bruto. Nella parola sanscrita _putra_, che vale _figlio_, -avvicinata a _punya_ che vale _bello, puro_ (come _pûta_), si vide -etimologicamente _il purificatore_ (la vera etimologia della parola -è tuttora dubbia). Ma il _Mahâbhârata_ ci offre ancora della voce -_putra_, scritta spesso _puttra_, una etimologia singolare. _Put_ è un -appellativo dato ad uno degli inferni indiani; il suffisso _tra_ dà -alla parola il valore di liberatore; onde _puttra_ figlio si spiega -come _il liberatore dall'inferno Put_. «Poichè il nuovo nato libera -il padre dall'inferno chiamato Put, perciò si chiama _Putra_.» Nè -solo, secondo il _Mahâbhârata_, il figlio salva il padre, ma anche _i -morti maggiori_ (_pûrvapretân pitâmahân_). Il figlio che impedisce al -padre di rinascere ad una vita mortale, considerata come una pena, è -un liberatore; il figlio che viene a pigliare il posto del padre, a -liberare sè ed il mondo dal vecchio padre divenuto insopportabile, è -un parricida. Entrato nel mito il concetto mostruoso di un parricidio, -si tentò abbellirlo sempre più col rappresentare padre e figlio quali -nemici fra loro, de' quali il figlio rappresenta il bene, il padre il -male. - -Noi abbiamo fin qui veduto generalmente il mito discendere dal cielo -in terra. Ma, a rappresentarlo nel cielo, concorsero, senza dubbio, -immagini della vita terrena. Così, quando troviamo padri e figli nel -cielo, bisogna ammettere che furono dapprima conosciuti i padri e i -figli sopra la terra; quando troviamo nel cielo matrimonii divini, -convien supporre che fossero già conosciuti i matrimonii della -terra; quando ci si rappresenta l'aurora come una ballerina, o come -una bagnante, convien dire che si fossero già vedute sopra la terra -danzatrici e donne bagnanti. Così la nozione di un padre crudele, di -una madre cattiva nel cielo, suppone la probabile conoscenza di padri -crudeli e di madri perverse sopra la terra. Ogni _nome_ che nasce, -suppone necessariamente la _conoscenza_ della cosa che esso deve -esprimere; anzi la parola _nome_ significa, secondo l'etimologia, -_nozione, conoscenza_ (_nâman_ proviene, com'è noto, da _g'nâman_). -Perciò, quando diciamo che i miti sono nati nel cielo, dobbiamo -soggiungere che vi si produssero per lo più con elementi umani o -terreni già noti all'uomo. Al cielo, al sole, alla luna, all'aurora si -attribuirono qualità proprie di persone umane. Ma il cielo, il sole, la -luna, l'aurora essendo fenomeni soltanto celesti, non si può supporre -che dalla conoscenza d'un cielo, d'un sole, d'una luna, d'un'aurora -terrena siasi raffigurato quindi il cielo nel cielo propriamente detto, -il sole, la luna, l'aurora celesti. Ma il cielo coppa si immagina dopo -aver conosciuta alcuna coppa terrena, l'aurora pastora si immagina -sopra la conoscenza di una pastorella della terra. Il fenomeno è -celeste, ma l'immagine che lo rappresenta, con persona mitica, trae -la sua origine da una nozione della vita umana. Ma, per quanto si -riferisce al fuoco, producendosi il fuoco non meno sopra la terra che -nel cielo, anche senza l'immagine mitica il campo riuscì duplice; la -terra come il cielo è sua sede; tuttavia, per quella tendenza naturale -dello spirito umano a far provenire ogni creazione dal cielo, e a -far salire al cielo ogni creatura, anche il fuoco si suppose disceso -sulla terra dal cielo, ora in forma di raggio solare, ora in forma di -fulmine, sebbene formatosi nel cielo in un modo conforme a quello, con -cui solevano gli uomini produrlo sulla terra. - -Nel 5º inno del X libro del _Rigveda_ si dice che, in origine, Agni -ossia _il fuoco_ era e non esisteva ancora; e ch'esso fu il primo -nato nell'età primordiale, Toro ad un tempo e Vacca. Il fuoco vitale -si considerò ora come _nato per sè_, ora come la prima creazione, -contenente per ciò in sè il maschio e la femmina, necessarii per -generare le altre creature. Ma in che modo il fuoco, quando non si -considerò _nato per sè_, si è esso generato nel cielo? I creatori -del mito non potevano immaginare per l'origine del fuoco celeste -modi diversi da quelli, con cui si produceva già il fuoco sopra la -terra. Se essi avessero potuto immaginare altri modi, li avrebbero -adoperati ne' loro usi terreni, ove uno dei più solenni pensieri della -vita era quello di trovare il fuoco, e, trovatolo, di conservarlo, -onde si capisce perfettamente l'ufficio solenne che, nell'antichità, -avevano le Vestali guardiane del fuoco sacro. In terra il fuoco si era -visto produrre per mezzo di confregamento. Il confregamento de' corpi -accresceva il calore animale; il confregamento dell'asse della ruota -del carro contro la ruota stessa aveva talora prodotto l'incendio della -ruota ne' carri della terra (e figuratosi il sole come un carro d'oro -anche dalle sue ruote giranti si svolse l'incendio); il confregarsi -nella stagione estiva di un ramo secco d'albero resinoso contro un -altro ramo inaridito aveva provocato l'incendio delle foreste;[19] -del pari due pietre battute l'una contro l'altra avevano sprigionato -scintille e destato il fuoco. Acquistata sopra la terra dagli uomini -ariani l'esperienza de' modi, coi quali si poteva produrre il fuoco, -s'immaginò miticamente che il fuoco si producesse nel cielo in modi -conformi. Nel vedere pertanto come i fulmini nascessero nel cielo -nuvoloso, rappresentatesi le nuvole quali rupi o montagne o alberi -grandeggianti, per l'equivoco delle parole _adri, parvata, açman_, che -significarono tutte non solo _l'albero, la roccia_ e _la montagna_, -ma anche _la nuvola_, con fantasia gigantesca s'immaginò che Indra -muovesse, l'una contro l'altra, due montagne, e nel confregarle l'una -contro l'altra facesse saltar fuori il fuoco ossia il fulmine, e -che il tuono fosse lo strepito prodotto dall'urtarsi delle montagne -celesti spinte da Indra. Perciò mi spiego le parole del 1º inno del II -libro del _Rigveda_, ove si canta che Indra _generò il fuoco fra le -due pietre o roccie_ (_yo açmanov antar agnim g'ag'âna_). Negli inni -del X libro del _Rigveda_, ove Agni si identifica talora col sole, -vediamo Indra vincere il sole; in altri inni Indra rompe una ruota -al carro del sole. È probabile ancora che il fulmine del Dio Indra -siasi pure immaginato come svolto dall'arsione d'una ruota del carro -solare. Rappresentossi pure _Agni_ come figlio di _Tvashtar_, il fabbro -dell'Olimpo vedico, come vedremo; e, come fabbro, dovea adoperare lo -stesso modo nel produrre il fuoco in cielo che adoperavano i fabbri -umani a destare il fuoco sopra la terra. Altri Dei son dati come -padri ad Agni, ed egli stesso è chiamato Padre degli Dei: ma questa -qualità non gli è specifica, trovandosi attribuita a parecchi altri -Numi. Apparendo come infuocati il sole, la luna, le stelle, il lampo, -il fulmine, tutto ciò che risplende nel cielo del colore del fuoco, -e il sole in ispecie prese nome di _Agni_, il fuoco per eccellenza, -che sta sopra tutti gli altri fuochi, con ciascuno de' quali può -identificarsi e pigliar singolare persona. Così ancora il rosso di -sera, ossia l'aurora vespertina, piglia nell'_Aitareya Brâhmana_ nome e -persona di Agni, dicendosi che _il sole al tramonto scompare entrando -in Agni_. Gli _Agni_ son quindi molteplici come i fuochi; ed hanno -quindi com'essi diverse sedi, onde l'appellativo di _Bhûrig'anma_, -ossia _dai molti nascimenti_ dato al Dio Agni nel _Rigveda_. La terra -ed il cielo sono le sue sedi principali; ma, come gli stessi Inni -vedici c'insegnano, Agni apparve dapprima nel cielo; disceso dal cielo, -i _Bhr'igu_ lo comunicarono agli uomini; le forme di questa discesa si -trovano ampiamente illustrate in un celebre libro del professor Kuhn -(_Die Herabkunft des Feuers_), al quale rinvio lo studioso. Disceso -dal cielo, la tendenza maggiore del fuoco fu poi quella di risalire -al cielo, e, sia come fuoco domestico, sia come fuoco sacrificale, -sia come fuoco di rogo funebre, di portare in alto, al cielo, fra -gli Dei, le preghiere, i voti, le offerte degli uomini, e le anime -dei trapassati. Il _Rigveda_ ha consacrato il maggior numero de' suoi -inni all'Agni de' sacrificii, rappresentato non solo come messaggiere -tra gli uomini e gli Dei, ma come invitatore degli Dei a ricevere -le oblazioni. In questa parte speciale di invitatore, di invocatore, -di _hotar_, Agni presiedette ai sacrificii vedici, e fu egli stesso -chiamato, nel primo versetto del _Rigveda, sommo sacerdote, divino -ordinatore del sacrificio, invocatore, sommo apportatore di ricchezze_. -Non si dimentichi che l'Agni sacrificale si ridestava col giorno, -ossia col riapparir della luce, ufficio della quale è scoprir tutte le -ricchezze, manifestare gli Dei, ossia i luminosi. Nessuna meraviglia -pertanto che l'Agni sacrificale sul far del giorno si celebri non -solo come invocatore, ma come apportatore degli Dei; così che, nel -tempo stesso, in cui egli è messaggiere degli uomini agli Dei, riesce -messaggiere degli Dei agli uomini. _Agni_ è il Dio meno personale, -ma il più famigliare dell'età vedica; tutti lo conoscono, tutti lo -custodiscono nella casa, come loro _atithi_ od _ospite_, tutti lo -svegliano di giorno in giorno. - -A lui si raccomandano gli uomini per ottenere i favori degli Dei; lo -trattano bene per conservarselo amico. Lo nutrono di burro, poichè la -sua nutrice (l'arani) non può dargli latte, come dice un inno vedico; -al suo apparire, il cielo, la terra, le acque, le piante si rallegrano -nell'amicizia di esso; e lo temono nemico. Poichè, quanto ai devoti è -benefico, tanto, nell'ira, egli può riuscir terribile; esso mugge come -toro, rugge come leone, strepita come le onde del mare, incute spavento -come un esercito scatenato; portato dal vento, divora e consuma ogni -cosa, e, dov'è passato, lascia il nero; ha mille occhi, ha mille corna, -artigli aguzzi (onde vien spesso paragonato a falco), aguzzi denti di -ferro, barba e capelli d'oro. Un inno tuttavia lo dice privo di piedi -e privo di testa (_apâd açirshâ; Rigveda_, IV, 1); _viçvarûpa_, ossia -_onniforme_, è pure uno de' suoi nomi, e come _onniforme_, ossia capace -di pigliare qualsiasi forma a suo piacere, si comprende con quale -specie di religioso terrore da un popolo ingenuo e primitivo dovesse -esser venerato. Tutto l'_Atharvaveda_, ossia il _Veda di Atharvan_ -ch'è uno de' nomi del fuoco, è inteso ad onorare il fuoco terreno, e -specialmente il fuoco domestico. Si considera l'_Atharvaveda_ come il -_Veda_ più umile, il quarto Veda, il Veda, per così dire, delle donne, -le più tenaci nel conservare memoria degli usi, dei riti domestici, -delle tradizioni, delle superstizioni popolari, e delle formole -relative. - -Avendo molta cura del fuoco sacrificale e funebre, il devoto s'assicura -non solo i beni di questa vita, ma, per quanto apprendiamo da una -leggenda del _Çatapatha_ _Brâhmana_ riferita dal Muir, anche quelli -dell'altra. Secondo la leggenda, Agni appena creato da _Prag'âpati_, -incominciò a bruciare ed a perturbare ogni cosa. Allora tutte le -creature esistenti si mossero per distruggerlo. Agni ricorse ad un -uomo, e gli domandò che lo lasciasse entrare in esso, dicendogli: «Dopo -avermi generato, alimentami; se tu farai codesto per me nel mondo di -qua, io farò lo stesso per te nel mondo di là.» - -Ritorniamo adunque a quel mondo di là, al quale l'Agni del rogo guida -gli uomini, diverso da quel fuoco sotterraneo, il cui solo ufficio è -la consumazione del cadavere celato nella terra. Vi è un Agni vitale -creatore, padre; e vi è un Agni empio, mostruoso, distruggitore. Vi -è un Agni divino. Vi è un Agni demoniaco; l'Agni divino è sapiente, -luminoso ed illuminante, poichè ora precede l'aurora, e sorge con essa -(onde il suo appellativo di _Usharbudh_); quest'Agni è spesso chiamato -_rakshohan_, ossia _uccisore del mostro; tamohan_, ossia _distruggitore -della tenebra_. Il fuoco che si tiene tuttora acceso la notte in alcune -stalle, per cacciare una specie di demonio che si teme venga nelle -tenebre ad occupare il bestiame, è una reminiscenza del vedico Agni -_rakshohan_ e _tamohan_. Il mostro ama le tenebre; lo spauracchio de' -bambini discende dalla nera cappa del camino, quando il fuoco è spento; -ma il fuoco che si svolge da' cimiteri nelle notti estive, il fuoco -vulcanico, ed altre emanazioni del fuoco sotterraneo son considerate -come forme fantastiche infernali. Il fuoco sotterraneo è sempre -sinistro, come l'inferno si figura sotterra, e sotterra si distende il -regno de' serpenti, ove impera il diavolo, il gran serpente. - -L'Agni sacrificale apporta al devoto le splendide gioie del giorno; -l'Agni del rogo guida la parte immortale (_ag'o bhaga_; seguo qui -evidentemente l'interpretazione del Müller e del Muir) del trapassato, -di cui esso, nutrendo sè stesso, consuma le carni, all'eternità degli -splendori celesti; perciò l'_Aitareya Brâhmana_ chiama Agni col nome -di _filo, ponte_ e _via, per la quale si va agli Dei_ (_tvam nas tantur -uta setur Agne; tvam panthâh bhavasi devayânah_); per esso possono gli -uomini _arrivare al cielo, e rallegrarsi in gaudio comune con gli Dei_ -(_tvayâ Agne prishtham vayam âruhema; atha devaih sadhamâdam madema_). - -Egli non è solo desiderato dagli uomini, ma anche dagli Dei; ma mentre -gli uomini cercano Agni nel legno, gli Dei lo vanno a cercare nelle -acque, dove Agni sta nascosto. Questa nozione mitica intorno all'Agni -celeste, che abbiamo detto identificarsi spesso nel _Rigveda_ col sole, -è di una importanza capitale. Noi entriamo qui in un mondo intieramente -favoloso. Sappiamo già come nell'età vedica si producesse il fuoco; -e abbiamo veduto che Indra lo trasse fuori dal cielo nuvoloso nella -stessa guisa, con cui lo destavano i padri nostri sulla terra, ossia -per confricazione. L'uso terrestre ci ha giovato per dichiarare il -mito celeste. Ma, come immaginare, con la sola analogia de' fenomeni -osservati sulla terra, il fuoco figlio delle acque, il fuoco nascosto -nelle acque, il fuoco uscente dalle acque, quando sappiamo che -ufficio naturale dell'acqua è quello di spegnere, ma non di destare -il fuoco? Ed eccoci pertanto di nuovo richiamati esclusivamente ad -un Agni celeste; poichè paragonandosi il cielo nuvoloso e la notte -tenebrosa ad un oceano, il fulmine che si sprigiona dalle nuvole, ed -il sole che vien fuori ora dalle nuvole, ora dalla tenebra notturna, -ci rappresentano ad evidenza una forma di Agni, ossia di fuoco che -esce dalle acque, di Agni figlio delle acque, immagine che sulla -terra, presso l'Himalaya, non si poteva in alcuna maniera riprodurre. -Come adunque abbiamo un Agni terreno (che si fece esso pure derivare -dal cielo), venerato particolarmente dagli uomini, così abbiamo un -Agni celeste specialmente caro agli Dei che lo vanno a cercare nelle -acque, ov'egli s'era nascosto, per timore di subire le stesse sorti -dei suoi fratelli maggiori, i quali, secondo la leggenda vedica, erano -morti prima di lui. Ora questo minor fratello Agni più accorto de' -suoi fratelli maggiori che per scampare da morte si nasconde nelle -acque, che scampa nelle acque, ossia dalle acque, ci compie un mito -importante. Noi abbiamo già la nozione di un Agni fatalmente parricida -che distrugge il legno, da cui è nato; così l'Agni celeste chiamato ora -figlio, ora nipote delle acque (_apâm napât_), distrugge la materna -notte, ossia il paterno oceano tenebroso o nuvoloso, da cui vien -fuori in forma di sole. Agni è dunque parricida nel cielo come nella -terra; ma, per attenerci alla sola nozione vedica, Agni sta nascosto -nelle acque, per timore, se vien fuori, d'esser messo a morte, come -i suoi fratelli maggiori, ossia soli vespertini e autunnali che hanno -preceduto i nuovi soli mattutini e primaverili, figurati come fratelli -minori; gli Dei gli assicurano l'immortalità ed egli si manifesta, -uccidendo mostri d'ogni maniera. - -Io non ho bisogno d'indicarvi come l'Agni parricida, riunito con -quest'Agni fanciullo nascosto nelle acque per scampare dalla morte, -debba aiutarci a dichiarare le numerose leggende mitiche ed epiche -riprodotte in più umile forma nelle novelline popolari, nelle quali -il vecchio re, destinato dal fato a perire per mano del figlio o del -nipote, cerca di perderlo appena nato; e lo fa esporre sulle acque, -dalle quali il fanciullo si salva sempre in modo miracoloso, si -chiami Krishna o Karna, si chiami Ciro, si chiami Paride, si chiami -Romolo, ed io oserei ancora aggiungere, si chiami Mosè, si chiami -Gesù. Poichè, nella leggenda biblica di Mosè esposto nel Nilo, salvato -dalla figlia di un vecchio Faraone che un giorno, per cagione di Mosè, -si perderà nel mare, si rappresenta, per quanto vaga, una forma del -mitico parricida. Nella leggenda di Gesù, il re Erode ordina la strage -degl'innocenti; uno solo si salva, Gesù, che tra i suoi miracoli dovrà -più tardi camminare a piedi asciutti sul mare, e che, per recarsi in -Egitto bambino avrà probabilmente rinnovato il miracolo di Mosè che, -dopo essersi salvato dal Nilo, si salvò dal Mar Rosso. Gli elementi -mitici appaiono spostati, ma la loro origine fu probabilmente una -sola.[20] - -Ma, per tornare ai nostri soli miti vedici, l'Agni celeste serba pure -alcuni di que' caratteri bellicosi, che sono proprii di quell'eroe -mitico solare, a cui lo avvicinammo. Finch'egli si trova nascosto nelle -acque, gli Dei temono; quando egli appare, viene a liberarli di pena: -distrugge, come dicemmo, i mostri nemici (onde il suo appellativo di -_sahasrag'it_ o _vincente mille_) e distrugge le nemiche città (onde -il suo appellativo di _purandara_). Per l'aiuto che Agni ha dato nel -cielo agli Dei, acquistò pure fama di protettore de' guerrieri che -combattevano sopra la terra, e lo invocavano nelle battaglie: assistiti -da Agni, i guerrieri divenivano invincibili; esso doveva bruciare i -nemici come aride legna. Tuttavia Agni non è specialmente nel cielo -un guerriero; lo diviene talora come sole, e somministra come fulmine -armi agli Dei; e, s'io accennai alla sua figura di guerriero, lo feci -perchè in alcuni Inni vedici essa veramente ci appare, e perchè da essa -si giustifica meglio l'interpretazione che abbiamo qui data al mito -di Agni fanciullo nascosto nelle acque per scampare da morte, ossia di -un essere divino che nelle acque scampa miracolosamente da morte, uno -de' miti fondamentali nella mitologia che si congiunge col gran mito -cosmogonico del diluvio, dal quale l'eroe indiano, babilonese[21] ed -ebraico scampano in un modo conforme. - -Ma, poichè Agni nel cielo può identificarsi con parecchi altri Dei, la -sua figura mitica non potè riuscire distinta e costante; un versetto -dell'_Atharvaveda_ ci fa sapere come Agni nella sera diviene Varuna, -nel mattino Mitra; muovendo nell'aria, diviene Savitar; splendendo nel -mezzo del cielo, diviene Indra. Questo versetto è molto importante non -solo per quanto ci dice di Agni, ma per la caratteristica speciale -che esso ci dà di altre quattro persone divine del cielo vedico. -Con Indra specialmente Agni si congiunge spesso e viene invocato; -essi vanno a bere insieme; essi cavalcano insieme come Açvinâu; essi -insieme uccidono il mostro Vritra e distruggono città; talora Agni solo -usurpa questi ufficii proprii del Dio Indra, col quale evidentemente -s'identifica. Le specie di Agni son dunque molte; ma la sua natura -generica è quella di fuoco, e come tale viene spesso celebrato nel -cielo, e sempre nella terra. In questo suo aspetto più modesto, ma -continuamente efficace, il poeta vedico lo adora e gli attribuisce -pure essere divino. Agni è col _soma_ sacrificale il solo Dio che il -mortale ha la ventura di poter vedere, toccare, ed anzi creare a sua -posta. Lo vede nascere, lo fa nascere, lo alimenta, lo colma di cure -e di carezze, poichè sente quanta virtù benefica esso abbia nella -vita, come quello che libera l'uomo dal terrore, dalla tenebra, dai -mostri maligni, dal male, porta la luce, la salute, la sapienza nelle -case, il calore ne' corpi, la fecondità nel suolo, la ricchezza, la -gioia presso tutti i buoni. Un Dio così benefico, e, nel tempo stesso, -così trattabile, dovea permettere a' suoi devoti un linguaggio più -confidenziale, più famigliare che essi non potessero usar con gli altri -Dei, men noti, e men facili a lasciarsi accostare. Perciò in due inni -dell'VIII libro del _Rigveda_ si trovano due versetti di una curiosa -ingenuità. Il poeta dice ad Agni: «O Agni, se tu fossi un mortale, e -se io fossi un immortale avente potere d'arricchire un amico, o figlio -invocato della potenza, io non ti abbandonerei all'imprecazione ed alla -miseria; o Agni, il mio inneggiatore non sarebbe povero, in cattivo -stato, miserabile.» E altrove: «O Agni, se io fossi in te, e se tu -fossi in me, i tuoi desiderii sarebbero soddisfatti.» Le preghiere -che si fanno dalle nostre pinzochere, le quali, picchiandosi il petto, -senza farsi male, domandano a Dio, in un'età nella quale non possono -più commetterne, il perdono di tutti i vecchi loro peccati, e per -di più, l'eterna beatitudine del Paradiso, non sono forse più così -ingenue, ma, per compenso, mi sembrano un poco più indiscrete. - - - - -LETTURA SETTIMA. - -L'ACQUA. - - -Noi abbiamo veduto il Dio fuoco, il Dio Agni, il Dio generatore, -il fuoco vitale uscire dalle acque; così, nella cosmogonia biblica, -_spiritus Dei ferebatur super aquas_. Agni dicemmo pure identificarsi -col sole generatore, ed un inno cosmogonico del _Rigveda_ (X, 72) ci -rappresenta pure il sole che gli Dei fanno nascere dall'Oceano, in -cui stava nascosto (_atra samudre âgûlham â sûryam ag'abharttana_). -Nella cosmogonia dell'inno 121º del X libro del Rigveda, dedicato -ad _Hiranyagarbha_ o _Germe d'oro_, leggiamo: «Quando le vaste acque -penetravano il mondo, contenenti il _garbha_ (il germe, Hiranyagarbha), -generanti Agni, allora si svolse l'unico alito vitale degli Dei.» Il -commentatore del _Çatapatha Brâhmana_ Mahîdara[22] dichiara: «Nel -principio questo mondo era tutto acque, solamente acqua.»[23] Un -versetto dell'_Atharvaveda_ compie la rappresentazione cosmogonica -con le seguenti parole: «Le acque generanti un figlio fecero, nel -principio, uscire un germe; di quello appena nato fu aureo il guscio.» -Questo germe nato nelle acque prese pure il nome di _Prag'âpati_ o -_signore della generazione_, che divenne uno degli appellativi del Dio -Brahman, onde nella cosmogonia brâhmanica, il _Brahmânda_ od _uovo di -Brahman_ nato dalle acque corrispose perfettamente all'_Hiranyagarbha_ -o _Germe d'oro_ della cosmogonia vedica. Questo uovo d'oro era, senza -dubbio, nel primo concepimento, il sole. Ma la posteriore cosmogonia -ne fece l'uovo cosmico, universale, in cui si comprende, da cui emerge -l'universo, diviso in due parti, cielo e terra, sebbene gli stessi -Commentatori indiani si trovino quindi imbarazzati a riconoscere la -seconda metà dell'uovo nella terra, il cui colore non è d'oro, mentre -l'uovo primo nato è tutto d'oro. Questo imbarazzo de' Commentatori -ci giova per riconoscere nell'uovo primordiale un fenomeno celeste, -l'Agni solare primo generato e primo generatore. Il concepimento di -un cosmico uovo d'oro uscente dalle acque fu poi naturalissimo. Il -caos si rappresenta come tenebroso. La tenebra si rappresenta come un -mare. Dalla tenebra vien fuori la luce, dal mare tenebroso celeste vien -fuori l'uovo d'oro. Quando, in Piemonte, i fanciulli, al cader della -prima pioggia primaverile vanno intorno gridando: _pieuv, pieuv, la -galina fa l'oeuv (piove, piove, la gallina fa l'uovo)_, si saluta in -quell'uovo della gallina celeste la risurrezione del sole. Quando, al -risorgere del sole primaverile, ossia nella Pasqua di Resurrezione, -si mangiano le uova di Pasqua, noi festeggiamo ancora l'uovo d'oro -celeste che ritorna. L'uovo inaugura e fonda la vita; perciò, nell'uso -popolare, ai giovani sposi, il giorno dopo il matrimonio, soglionsi -offrire uova, per ridar loro, come si dice, le forze perdute; è ancora -questo un augurio simbolico per la generazione. L'uovo divenne pure -simbolo del bene. Con l'uovo incominciavano le antiche famiglie romane -i loro banchetti (l'uso è pure rimasto in alcune odierne famiglie -italiane), e poichè terminavano con la mela, nella loro esclamazione: -_ab ovo ad malum_, l'uovo con cui si principiava rappresentava il -bene, il _malum_, ossia la mela, venne talora a rappresentare il -male. Dall'essersi immaginato come prima creazione l'uovo d'oro, -dall'incominciarsi il giorno con l'apparire dell'aureo sole e -dell'aurora si figurò molto naturalmente come prima età l'età dell'oro. -Come la primavera è la gioventù dell'anno, così l'aurora od aurea è -la prima età del giorno; e poichè, col levarsi del giorno e dell'anno -tutto rifiorisce, tutto si ravviva, all'età dell'oro fatta discendere -in terra si fece corrispondere un paradiso terrestre. Il giorno -incomincia e finisce con un'aurora; e l'uomo trovando la prima luce in -Oriente, l'ultima in Occidente, immaginò in Oriente, ossia al principio -della vita, un paradiso, ed al fine della vita in Occidente, ove il -sol muore, il giardino dell'Esperidi, ove si trovano le mele d'oro, un -paradiso di beatitudine, ove anco le nostre nonne cattoliche ci hanno -fatto sperare che troveremmo i pomi d'oro. Il melo delle Esperidi, come -l'acqua della vita, si trova custodito da un drago; Atlante, una specie -di Dio dell'oceano, è, come il vedico Varuna, reggitore del mondo; -per i buoni ufficii di Atlante, Ercole, nella leggenda ellenica, può -portar via dal giardino delle Esperidi, ossia delle occidentali, che -hanno sede nell'Oceano occidentale, le tre mele richieste da Euristeo, -il quale, come il solito re leggendario che ritorna nelle novelline -popolari, spinge il giovine eroe ad imprese straordinarie, nella -speranza di perderlo. Così da questa breve digressione, la quale ha -per iscopo di mostrare non tanto l'affinità de' miti ellenici con gli -indiani, che non può oramai più esser messa in dubbio, ma altra verità -non meno schietta, che pure si dura ancora molta fatica ad ammettere, -la presenza ne' miti greco-latini della maggior parte dei motivi che -formano tuttora il fondo delle nostre novelline popolari, ci riconduce -all'acqua mitica, dalla quale il sole Agni (chiamato pure _apâm -garbah_, ossia _germe delle acque_; l'_Agni Savitar_ è chiamato _apâm -napat_) esce nel mattino, e nella quale il sole Agni si nasconde la -sera. Abbiamo già avvertito come lo stesso oceano mitico si riproduce -nel cielo nuvoloso, dal quale Agni il fuoco esce ora in forma di raggio -solare o di sole, ed ora in forma di fulmine. - -Le _acque_ sono, per lo più, celebrate negli Inni vedici al plurale. -Dove il Dio si manifesta come plurale, si comprende come la sua -persona mitica non si possa manifestare viva e distinta. Il carattere -è qualche cosa di singolare che spicca in quanto esso appartenga ai -singoli; dov'esso si estende ai più, perde del suo splendore. Nel -plurale i caratteri singolari non si distinguono, ed i caratteri -generali, i quali soli vi si rivelano, non permettono al mito di balzar -fuori vivace, colorito e potente. Per la stessa ragione rimasero nel -_Rigveda_ alquanto pallide le figure delle _Haritas_, nelle quali -si riconobbero le _Charites_, le Grazie elleniche, degli _Angiras -_, forme dell'Agni celeste, messaggieri, luminosi, delle _Apsarâs_ e -dei _Gandharvâs_ che oggi esamineremo, dei _Mârutas_ che studieremo -nella Lettura seguente, dei _Ribhavas_ che ci occuperanno, quando -toccheremo del Dio _Tvashtar_, e di alcuni altri collettivi divini. -Egli è solamente quando alcuno di questi plurali si fece singolare -e si distinse isolato, che si venne a noi disegnando una figura -caratteristica. Nel 9º inno del X libro del _Rigveda_ dedicato alle -_acque_, esse vengono salutate come _amorose madri_ e come _dee_; -quindi si dice: «Il Dio Soma mi ha detto: trovarsi nelle acque tutti -i rimedii ed il fuoco che porta salute a tutti. O acque, arrecate il -rimedio per la guarigione del mio corpo, e perchè io possa vedere -lungamente il sole. E quello che in me possa esservi di malato, -o acque, portate via.» Da un inno del II libro dell'_Atharvaveda_ -apprendiamo come nel preparare un balsamo per le ferite s'invocava -l'acqua della fonte che vien giù dalla montagna; e insieme con le -acque le erbe, aventi esse pure virtù salutifere. Nello stesso inno -si ricordano le _upag'îkâs_, come quelle che recano un rimedio dal -mare; il professor Weber[24] avvicinò alla parola _upag'îkâ_, con -molta verosimiglianza, la voce _upadîkâ_, che denomina una specie di -formiche. Dico con verosimiglianza, poichè il Dio Pluvio Indra ci si -rappresenta egli stesso negli Inni vedici come formica, e, nel citato -inno dell'_Atharvaveda_, dopo essersi ricordate le acque e le piante -salutifere, si celebra per l'appunto il fulmine d'Indra che caccia -via i mostri. La formica, nel mito, penetra nella tana del serpente -guardiano delle acque, lo morde e lo costringe ad uscire; quando -il serpente si muove, ed esce fuori della propria caverna, le acque -vitali e salutifere si sprigionano. Secondo le nozioni indiane, quando -le formiche mettono insieme le uova, viene la pioggia; e quando si -trovano formicolai, è segno sicuro che l'acqua sta vicina. Quest'acqua -non può essere l'acqua della terra, come il mare, da cui le formiche -devono arrecare il rimedio, non può essere l'oceano terrestre. Qui -ancora, osservandosi come l'adunarsi delle uova di formiche sopra la -terra risponda al tempo delle prime pioggie primaverili, si vide nel -Dio Pluvio Indra una formica celeste: i fulmini d'Indra penetrarono -come formiche nella tana del serpente celeste, che teneva chiuse le -acque, lo ferirono e lo fecero uscire, scatenando le acque. Così, per -aver osservato che il canto del cuculo annunzia la primavera, il primo -scoppio del tuono in primavera si paragonò in Grecia ed in Roma al -canto del cuculo; e Giove Pluvio si rappresentò esso stesso in forma -di cuculo, nella qual forma egli visita secretamente Giunone; ossia -il luminoso, nella scura veste di cuculo canoro, come Dio tonante, si -nasconde nel cielo. - -Le acque e le erbe sono, come dicemmo, invocate insieme; entrambe -appaiono salutifere; l'erba e la pianta contengono umori salutari; si -celebra pertanto l'erba medicinale come l'acqua della salute. L'inno -17º del X libro del _Rigveda_ canta con un solo versetto, insieme, -le erbe lattifere ed il latte delle acque. Il cielo nuvoloso (come -l'oceano luminoso mattutino) si rappresenta ora come vacca lattifera, -ora come fiume che porta latte, ora come erba od albero stillante -latte, e purificante. _Payasvatî_, ossia _lattifera_, è chiamata -l'_oshadhi_, ossia _l'erba_; _payasvatî_ è pure uno degli appellativi -dato alla _riviera_. E come tale gli corrisponde perfettamente la -_Sarasvatî_ ossia _la fornita di umore, l'acquosa_, della quale pure -si fece una dea. La _Sarasvatî_ rappresentò particolarmente il _fiume -celeste_; ed al plurale _i fiumi celesti_. Ma de' fiumi celesti la -sede è varia: nella notte si ha particolarmente un Oceano, ma talora -un fiume scuro, infernale; nel mattino e nella sera un fiume dalle -onde luminose; nel cielo nuvoloso ora un oceano, ora molti fiumi. Il -_fiume celeste_ per eccellenza si chiamò ora _sindhu_, ora _sarasvatî_; -le due parole non valgono altro che _il fiume_. Mentre adunque gli -Ariani del Peng'ab occidentale che si trovavano presso il fiume Indo, -non conoscendo ancora altro fiume più vasto, lo chiamarono _Sindhu_, -ossia semplicemente _il fiume_, gli Ariani del Peng'ab occidentale -denominavano un altro gran fiume col nome di _Sarasvatî_, ossia ancora -semplicemente _il fiume_. Ma nel cielo il _Sindhu_ e la _Sarasvatî_, -così al plurale come al singolare, espressero in origine la stessa -cosa, la riviera, il fiume celeste, ossia la fiumana notturna, -mattutina e vespertina, e quella che tra i fulmini si rovescia dal -cielo sopra la terra in torrenti di pioggia.[25] Dato un carattere -divino ai fiumi del cielo, anche i fiumi della terra, con quegli stessi -nomi che ritornavano nel mito, divennero sacri. E come nel cielo è un -mostro, un drago che trattiene le acque, finchè il Dio Pluvio non lo -fulmina, così si suppose sopra la terra che alla guardia delle sorgenti -de' fiumi stia un vecchio dragone. Come le acque celesti son celebrate -negli Inni vedici quali divine purificatrici, così la _Sarasvatî_ e -la _Gangâ_ divennero nell'India fiumi, ne' quali chi fosse disceso a -bagnarsi non si mondava soltanto il corpo, ma anche l'anima. Perciò -in un inno funebre dell'_Atharvaveda_ (VIII, 2) s'invocavano come -propizie le acque celesti. Le acque sono, come il fuoco, fecondatrici; -dicemmo nella Lettura precedente del figlio considerato nella credenza -indiana come il liberatore del padre; così l'inno 61º del VI libro del -_Rigveda_ ci rappresenta un devoto Vadhryaçva, il privo di cavallo -(ossia, possibilmente ancora, l'azzoppato, lo zoppo che non può più -andare), il vecchio sole carico di debiti, a cui Sarasvatî dà un figlio -di nome Divodâsa (il sole mattutino) che lo libera dai debiti. La via -che Sarasvatî percorre è detta aurea (come quella dell'aurora e della -nuvola aurea solcata dai fulmini); perciò essa lascia sopra le sue -traccie dell'oro, onde ancora il suo appellativo di _hiranyavarttini_; -in essa sono tutti i poteri vitali, ed essa viene perciò invocata, -affinchè _ponga il germe_ (_garbham dhehi Sarasvatî; Rigveda_, X, -184); nè solo dà forza e vigore vitale agli uomini, ma agli stessi -Dei, ad Indra, nella quale facoltà essa appare, presso il _Yag'urveda_ -_bianco_, come medichessa celeste (al pari dell'aurora) insieme coi -due medici celesti e con gli Açvinâu, dei quali anzi (come l'aurora) -è detta sposa, e con Varuna, reggitor delle acque (_apsu râg'â_), -col quale concorre a generare Indra. Nella estrema mitologia vedica, -Sarasvatî fu poi identificata con _Vac'_,[26] _la parola_, e quindi -_la parola sacra, la preghiera_, per un facile equivoco di linguaggio. -La parola _saras_, che entra a formare l'appellativo _sarasvatî_, -non significò soltanto _acqua_, ma _suono, voce_, considerandosi, -per comune etimologia, tanto la _voce_ quanto l'_acqua_, come _la -scorrevole_. La _sarasvatî_ o _fornita di scorrevolezza_ valse per lo -più _l'acquosa_, ma talora dovette valer pure _la vocale, la sonante: -nâdî_ o _la sonante_ è il nome più comune che si dà in sanscrito alla -riviera. E tanto più dovette l'equivoco mantenersi, contemplandosi -la Sarasvatî celeste, ossia la nuvola che versa torrenti di pioggia, -ma preceduta dal tuono. Venuta la tonante Sarasvatî a significare la -parola sacra, la preghiera, l'immaginazione brâhmanica lavorò quindi -sopra questa astrazione e l'isolò per modo dalla sua prima natura, che -l'artificiale Sarasvatî brâhmanica non ha quasi più nulla di comune -con la naturale Sarasvatî vedica. Lo stesso equivoco tra il Sindhu -celeste ed il Sindhu terrestre ci si presenta nell'inno 75º del X libro -del _Rigveda_; ma il _Sindhu_ conserva almeno sempre la sua natura -di fiume. Riconosco ancora in esso il fiume celeste, quando esso ci -si rappresenta come aggiogato ad un bel carro tirato da cavalli, ed -accrescente forza agli eroi nella battaglia. I fiumi celesti, ossia -le acque dell'Oceano celeste, le stesse che danno il nascimento ad -Agni, il quale non solo nasce dalle acque, ma le protegge (_Rigveda_, -VII, 47), accrescono forza ad Indra ed agli altri Dei guerrieri. -L'onda celeste è perciò chiamata _Indrapâna_ o _bevanda d'Indra_. -Quanto al bel carro, a cui s'aggiogano, esso è indubbiamente il carro -solare. Al quale proposito giova ripetere come le acque celesti non -appaiono soltanto nell'oceano notturno e nell'oceano nuvoloso, ma -ancora nell'oceano di luce, nel roseo ed aureo cielo che si presenta -il mattino ad Oriente, la sera ad Occidente. L'inno 47º del VII libro -del _Rigveda_ ci fa sapere che il sole co' suoi raggi stende le acque, -alle quali Indra apre una vasta corrente (_Rigveda_, VII, 47), le quali -il toro o l'eccellente Indra fulminante divide (_Rigveda_, VII, 49). -Qui abbiamo il cielo nuvoloso. Ma quando apprendiamo che nelle acque -si rallegrano il reggitore Varuna, Soma, Agni e tutti gli Dei, ci -conviene allargare il dominio delle acque nuvolose, sopra le quali il -Dio fulminante impera. Varuna ci conduce perciò al cielo vespertino, -Soma al cielo notturno; Agni Vâiçvânara ci rappresenta più tosto il -cielo mattutino; esso trovasi perciò invocato, nell'_Atharvaveda_, -come sole, ed invitato _a purificare co' suoi raggi_. Così quel figlio -delle onde, il quale appare nel cielo come un uccello rosso, dalle -belle piume, che s'accende senza combustibile, non può essere altro -che il sole mattutino. Il figlio delle acque è chiamato per lo più -_Agni_; nell'inno 30º del X libro, esso appare col nome di _Soma_ -(che s'identifica ora con la Luna, ora col Sole), e si rallegra con -le onde come un uomo insieme con belle giovani. «Le giovani (canta -l'inno) s'inchinano al giovane, quando desideroso esso si accosta alle -desiderose.» - -Noi vediamo qui, dunque, le acque muoversi in forma di fanciulle -verso un Dio. Questa prima immagine creò nel cielo tutto un ordine di -esseri, che divennero popolari nella mitologia vedica e brâhmanica -col nome di _apsarâs_, e nella mitologia greco-latina col nome -di _ninfe_. Ma, oltre le ninfe, la mitologia greco-latina conosce -centauri, fauni, satiri, che vanno, per lo più, in compagnia delle -ninfe; così la mitologia vedica e brâhmanica dà alle apsare come loro -sposi i _gandharvâs_. La parola _apsarâ_ parrebbe valere _la scorrente -sopra le acque_, ossia _l'andante sulle acque_, etimologia che ci -richiamerebbe alla nuvola scorrente sopra le acque, acquosa; la ninfa -e la linfa avrebbero così fra loro molta analogia. Non debbo tuttavia -tacere come il professor Weber[27] mantenga sempre per la voce _apsarâ_ -la etimologia da lui data nel primo suo saggio, cioè di _priva di -forma_ o _psaras_, _la informe_; altre etimologie furono proposte, -secondo le quali l'_apsarâ_ potrebbe valere _la insaziabile_, e quella -_dalle belle gote_. Noi preferiamo la prima etimologia, _ap-sarâ_, -ossia _l'acquosa, l'andante nelle acque_, come nella voce _gandharva_ -vediamo _l'andante nei profumi_, e poichè la parola _arva_ (dalla -radice _r'i_, _ar_, «andare») valse quindi ad esprimere il _cavallo_, -anche il _gandharva_, il centauro, prese forma ora d'ippocentauro, ora -di onocentauro.[28] Contro l'etimologia dottamente grammaticale del -professor Weber l'obiezione principale parmi possa esser questa: la -forma femminina più luminosa, più bella dell'Olimpo vedico, quella che -dovea meritare l'onore d'esser celebrata come la sposa, qual ballerina -celeste, come la bella del Dio (l'aurora è anch'essa un'_apsarâ_), -non potea chiamarsi _l'informe_. Noi abbiamo già veduto la bella -aurora saltatrice, danzatrice; così, poco sopra, vedemmo accennate -le onde quali giovani piegantisi innanzi al giovane. Abbiamo qui -dunque un primo elementare indizio delle ninfe celesti, delle _apsare_ -saltellanti sulle acque, delle ballerine dell'Olimpo, che doveano poi -assumere tanto splendore nella mitologia eroica del periodo brâhmanico. -Tutto c'induce dunque a supporre non solo per le apsare brâhmaniche, -ma ancora per le vediche, una forma molto corporea. La natura sensuale -del Dio Indra fu la cagione principale della sua rovina dall'Olimpo -vedico: così di tutti gli Dei l'_Atharvaveda_ ci fa sapere ch'essi -hanno primi insegnato agli uomini i commercii carnali: «Gli Dei -dapprima frequentarono le loro spose toccando i corpi coi corpi.» Anzi -un poeta dell'_Atharvaveda_ fa carico ai divini _Gandharvâs_ di venir -talora sulla terra (come gli Angeli della leggenda biblica) a sedurre -le figlie de' mortali, mentre essi stessi hanno per loro proprie spose -nel cielo le apsare. «Fattosi bello alla vista, il gandharva segue la -donna: noi lo allontaniamo di qua con la sacra formola potente: Vostre -spose sono le apsare, o Gandharvi, voi siete gli sposi; essendo voi -immortali, non dovete andar dietro a donne mortali.» (_Atharvaveda_, -IV, 37.) - -Come qui appaiono i gandharvi quali seduttori delle donne mortali, -così, nelle leggende brâhmaniche, appaiono spesso le apsare, come -mandate dagli Dei sopra la terra per distrarre dalla penitenza, con -le loro seduzioni, i devoti. Esse sono, per lo più, le rallegranti; -ma alcuna volta non solo rallegrano, ma inebbriano, e nella ebbrezza -ammolliscono. La loro natura è acquosa (il fuoco è un mascolino, -l'acqua un femminino). Il loro soggiorno prolungato nel cielo porta -l'umidità sopra la terra; onde comprendiamo il motivo, per cui -nell'_Atharvaveda_ si trovano pure scongiuri contro di esse, come -quelle che possono portare l'uomo all'imbecillità, ossia turbarne la -mente, onde il loro appellativo di _manomuhas_; quando questo non venga -loro dato per la loro relazione intima col gandharva lunare, e però il -turbamento dell'intelletto non sia da attribuirsi all'influsso della -luna sulla pazzia. Un altro degli appellativi vedici delle apsare è -_akshakâmâs_, ossia _amiche dei dadi_. Esse, in cielo, danzano, cantano -e giuocano; perciò in un inno dell'_Atharvaveda_,[29] il _gandharva_ -che ha la pelle color del sole, e l'_apsarâ_, sono insieme invocati -a proteggere _il giuoco dei dadi_. Noi abbiamo sopra veduto come -le giovani onde si piegano innanzi al giovine Soma. Questo _Soma_ -s'identifica col re de' Gandharvi, con lo sposo delle apsare, col -gandharva _Viçvâvasû_, genio particolarmente lunare, guardiano del -_Soma_, reggitore della pubertà e virginità delle donne, che deve -perciò allontanarsi, quando questa si perde; poichè il _gandharva_ ama, -protegge, custodisce, tiene gelosamente nascosta, la sola _anavadyâ_ o -_l'innocente_. - -Quanto all'_apsarâ_, nell'_Atharvaveda_ essa è chiamata _nuvolosa, -lampeggiante_ e _stellata_. Qui abbiamo dunque una ninfa nella -nuvola, ed una ninfa nella notte, ma vi è ancora un'apsarâ aurora, -che mi pare indicata in quelle parole dell'inno 109º del VII libro -dell'_Atharvaveda_; onde apprendiamo che le apsare si rallegrano nel -tempo che passa fra l'offerta sacrificale e l'apparire del sole. Questo -tempo è, per l'appunto, quello dell'aurora; l'inno stesso invita il -fuoco a portare burro per le apsare. Ma il burro ed il fuoco, prima -che manifestarsi nel sacrificio, si manifestarono nel cielo, il quale -nel mattino incominciò ad apparire imburrato con l'alba, e quindi -infuocato con l'aurora; il burro liquefatto dell'alba alimenta il -fuoco dell'aurora, che il legno della selva notturna, distrutto dal -fuoco stesso, non avrebbe più bastato ad alimentare. Per mezzo del -burro si produce il fuoco, il ricco; come pertanto le acque, madri del -fuoco, sono invocate per ottenere un figlio che liberi il padre dai -debiti, così un poeta dell'_Atharvaveda_ invita le apsare ad ungergli -le mani _con burro_, affinchè egli possa, nel giuoco, vincere il -suo avversario; in un altro inno dell'_Atharvaveda_[30] s'invitano -le apsare _Ugrampaçya_ ed _Ugrag'it_ a riparare ai debiti che il -giuocatore ha fatti coi dadi. L'_apsarâ_ detta _payasvatî_ (come la -_sarasvatî_) vien chiamata essa stessa _sadhûdevinî_, ossia _bene -giuocante_; danza coi dadi; coi dadi si procura dei beni, per mezzo -della sua magia. Noi abbiamo qui la mobile, luminosa, danzante aurora, -fornita di ricchezze, che diffonde la luce e la ricchezza nel mondo. -A far poi apparire questa apsarâ come una giuocatrice celeste dovette -pure concorrere, per molta parte, l'equivoco tra la radice _div_, -«splendere» e la radice _div_, «giuocare» (cfr. _jucundus, juvenis_, -presso _jocus_). L'aurora _divo duhitar_ e l'_apsarâ sadhûdevinî_, -ossia _bene giuocante_, riuscirono una persona sola, con la quale -si congiunge intimamente quel _divodâsa_, in cui io riconosco il -sole mattutino, che, per grazia di _Sarasvatî_ (l'_ap-sarâ_ aurora -_payasvatî, sadhûdevinî_), libera il padre da' suoi debiti fatti -probabilmente nel giuoco, ossia nella gara luminosa, nella gara de' -raggi celesti, che fu il primo di tutti i giuochi, ossia di tutte le -opere luminose; il _gioco_ è _gioia_; la _gioia brilla_. E _brillo_ -chiamasi tuttora l'uomo vivamente _allegro_. In Toscana, d'uomo -contento dicesi ch'_ei brilla_; la gioia è splendida, il dolore è -scuro. Il sole vespertino perde al giuoco luminoso il suo cavallo, -diviene _Vadhryaçva_; nel _giuoco_ de' suoi raggi egli rimane perdente; -il sole mattutino _Divodâsa_, suo figlio, aiutato dalla giuocatrice o -luminosa ninfa Sarasvatî, dall'aurora, guadagna quello che il padre -avea perduto. La parola _divodâsa_, vale propriamente _il servo del -cielo_, come _duhitar divas_ (l'aurora) vale _la figlia del cielo_. -L'aurora è protetta da Indra e dagli _Açvin_; così _Divodâsa_ è -protetto da Indra e dagli _Açvin_, che distruggono per lui le città -demoniache celesti, ossia le tenebre mostruose della notte. Il padre -di lui, che egli libera dai debiti, si chiama _Vadhryaçva_, o _privo -di cavallo_; ma prima di divenire _Vadhryaçva_, chiamavasi invece -_Bahvaçva_, ossia _avente molti cavalli_ (ossia, possibilmente ancora, -_il molto celere_, ossia _il potente corridore_ od _açva_), ch'egli -doveva pure essere abilissimo a guidare. Il figlio _Divodâsa_, come -_servo del cielo_, protetto dagli Dei, deve avere servito specialmente -(come quasi sempre l'eroe nel periodo, in cui rimane nascosto) in -qualità di _stalliere_ divino (Ercole spazza la stalla al re Augias); -verso il mattino una fanciulla divina, un'_apsarâ_ di nome _Sarasvatî_, -lo rende felice, facendolo vincere al giuoco, e intendiamo al -giuoco dei raggi solari; l'_aksha_ divenne poi _il dado_, ma, prima -di riuscire un dado, fu certamente _la ruota, l'asse, l'occhio_ e -probabilmente _il raggio luminoso_ dell'occhio, _il raggio penetrante_. -Il re Nala che perde, al giuoco dei dadi, il regno, che abbandona la -sua bella sposa di notte nella selva piena di tigri e serpenti, che nel -tempo della sua miseria si fa auriga, ossia guidator di cavalli, che -riguadagna, al giuoco, il regno perduto e la sposa smarrita, ci offre -una stupenda variante brâhmanica del mito vedico di Divodâsa figlio di -Bahvaçva, divenuto, nel giuoco, _Vadhryaçva_, che riguadagna quello che -_Bahvaçva_ avea perduto. - -Ma una variante mitica della poetica leggenda della sposa perduta si -trova nel _Rigveda_ stesso; ove l'inno 95º del X libro ci presenta un -contrasto fra la ninfa Urvaçî e l'eroe divino Purûravas, _il molto -sonante_ (il vedico Gandharva, _l'andante ne' profumi_,[31] appare -nel periodo brâhmanico presso il paradiso d'Indra, insieme con le -apsare ballerine, come _un musico celeste_, a quel modo con cui la -ninfa acquosa Sarasvatî riesce la sonante e poi la Dea della parola, -dell'eloquenza; Purûravas, il tonante sposo dell'apsarâ Urvaçî, -è l'anello che congiunge il concepimento vedico col concepimento -brâhmanico de' Gandharvi). La ninfa od apsarâ Urvaçî, _la larga -che s'avanza_, una specie di _Pr'ithivî_, dice di sè stessa, nel -secondo versetto dell'inno 95º del X libro del _Rigveda: io arrivai -come la prima delle aurore (prâkramisham ushasâm agriyeva)_; nel -quarto versetto lo sposo suo Purûravas la chiama _aurora_, come nel -primo versetto l'ha chiamata _femmina crudele_, perchè gli sfugge; e -vorrebbe trattenerla, e la prega perchè s'arresti nella sua dimora, -dove notte e giorno sarà colpita dal _vaitasa_ (uno de' nomi vedici -del _phallos_). Urvaçî gli fa osservare ch'ei l'ha visitata tre volte -nel giorno; ch'egli è il padrone del suo corpo. Egli (un _gandharva_, -come avvertimmo) si lagna che le fanciulle aurore si allontanino come -_cavalle_ attaccate ad un carro. Purûravas si rivolge a lei con parole -conformi a quelle, con cui i devoti sopra la terra invocano l'aurora: -Urvaçî cerca di consolarlo, egli si dispera; essa gli promette un -figlio di nome _Vasishtha_ (uno de' nomi di Agni e del Sole), e, per -merito de' sacrificii del figlio, Purûravas può salire nel cielo e -rallegrarvisi beato (_prag'â te devân havishâ yag'ati svarga y tvam api -mâdayâse_). - -Il mito della ninfa Urvaçî si svolse quindi largamente nelle leggende -indiane, ed ebbe in Europa la fortuna di trovare un luminoso e geniale -interprete nel professore Max Müller, che lo studiò in parecchie belle -pagine degli _Oxford Essays_.[32] È evidente che l'inno vedico ci -presenta solamente alcuni frammenti mitici; gli elementi del mito non -vi furono tutti raccolti; ecco ora in qual modo esso si è compiuto nel -_Çatapatha Brâhmana_, in parte con nuovi elementi mitici non penetrati -nell'inno vedico, ma persistenti nella tradizione orale, in parte -per l'industria un po' arbitraria del Commentatore dell'inno vedico, -che s'ingegnava di spiegarne i passi rimasti oscuri. — Un'apsarâ -chiamata Urvaçî amò Purûravas figlio d'_Idâ_, e, trovandolo, gli disse: -«Abbracciami tre volte al giorno, ma non mai contro il mio volere, -e ch'io non ti vegga mai senza le tue vesti reali.» Così ella visse -a lungo con lui. Allora i suoi primi amici, i Gandharvâs, dissero: -«Quella Urvaçî da lungo tempo rimane fra i mortali; facciamola tornare. -Dove Urvaçî e Purûravas giacevano, vi era una pecora con due agnelli, -ed i Gandharvâs ne rapirono uno.» Urvaçî disse: «Essi mi pigliano -il mio caro, come se io vivessi dove non c'è un eroe, e nemmeno un -uomo.» I Gandharvâs rapirono anche il secondo, ed essa ne fece ancora -rimprovero allo sposo. Allora Purûravas guardò e disse: «Come mai -il luogo ove io abito può esser privo d'un eroe o d'un uomo?» E, -per non perdere tempo, nel cercare i proprii abiti, si alzò ignudo. -Allora i Gandharvâs fecero splendere un raggio, e per quel raggio, -come se fosse di giorno, Urvaçî vide suo marito ignudo. Allora essa -scomparve: «ritornerò» disse, ed andò via. Allora egli pianse la sua -amica perduta, e si recò presso il Kurukshetra. Trovasi colà un lago -chiamato _Anyatahplaksha_ pieno di ninfe, e mentre il re passeggiava -sopra le sue rive, le ninfe scherzavano nell'acqua in forma d'uccelli -(probabilmente cigni). Urvaçî scorse il re, e disse: «Ecco l'uomo, -con cui ho abitato per tanto tempo.» Allora le compagne le dissero: -«Mostriamoci ad esso.» Essa consentì, e le apsare si manifestarono.[33] -Allora il re la riconobbe e disse: «Oh! sposa! resta, crudele; -parliamo un poco. I nostri segreti, se noi non li riveliamo ora, non -ci porteranno più tardi fortuna.» Essa gli rispose: «A che parlarmi? -Io sono arrivata come la prima delle aurore. Purûravas ritorna nella -tua dimora. Io sono difficile come il vento ad essere raggiunta.» Egli -rispose dolorosamente: «Se è così, il tuo antico amico cada ora per -non più ridestarsi; se ne vada egli lontano, lontano; egli cada come -corpo morto, gli avidi lupi vengano a divorarlo.» Essa gli rispose: -«Purûravas, non morire, non cadere, non ti divorino i lupi....» Ella -alfine s'intenerì, e disse: «Vien da me l'ultima notte dell'anno; tu -abiterai con me una notte, ed un figlio ti nascerà.» L'ultima notte -dell'anno egli si recò alle auree sedi, e quando ei vi fu salito, gli -mandarono Urvaçî. Allora essa disse: «I Gandharvâs ti permettono di -fare un voto, ch'essi adempieranno; scegli.» Purûravas disse: «Scegli -tu per me.» Ed ella: «Allora di' ai Gandharvâs: permettetemi di essere -uno di voi.» Il giorno dopo, per tempo, i Gandharvâs gli accordarono un -dono; ma quando egli ebbe detto: «Ch'io possa essere uno di voi,» essi -risposero: «Il fuoco sacrificale, per grazia del quale l'uomo potrebbe -divenir uno di noi, non gli è noto ancora.» Allora essi iniziarono -Purûravas ai misteri del sacrificio; quando ei l'ebbe compiuto, -divenne uno dei Gandharvâs. — Così la leggenda finisce come avrebbe -potuto incominciare; cioè con un tonante _Purûravas gandharvas_ (ossia -_camminante nelle profumate acque celesti_), naturale amico e sposo di -un'_apsarâ_ (ossia _di una scorrente sulle acque del cielo_), di una -ninfa celeste, la sede della quale ripetiamo essere stata triplice nel -cielo, come è triplice la sede delle acque celesti, acque dell'oceano -aureo luminoso, dell'aurora, acque dell'oceano nuvoloso, acque -dell'oceano tenebroso. - - - - -LETTURA OTTAVA. - -IL VENTO. - - -_Difficile a raggiungersi come il vento, vâyuvega_ o _celere come il -vento_, è una similitudine non infrequente in sanscrito; e come il -vento è difficile a raggiungersi, così difficilmente si può la natura -di esso determinare. Quando l'inno cosmogonico vedico (_Rigv._, X, 90) -ci fa sapere che _Vâyu_ è nato dall'alito di Purusha, noi ne sappiamo -ancora poco, poichè Purusha, il maschio universale, appare, per lo -più, un'astrazione. Un inno del X libro del _Rigveda_ (168º) dedicato -a _Vâta_ (il vento) mostra ancora maggiore incertezza sull'origine -del vento: «Ora la potenza del carro di Vata; esso va stroncando (ogni -cosa); lo strepito ch'esso fa è assordante. Esso, toccando il cielo, -s'avanza, producendo le (nuvole) rosseggianti, e vien cacciando la -polvere della terra. Le mobili (acque) vanno dietro il vento; insieme -con esso vanno simili a donne; il Dio, re di tutto quest'universo, -se ne viene con esse congiunte col proprio carro. Andante per le vie -dell'aria, esso non si trattiene neppure per un giorno; delle acque -compagno, primo nato, acquoso, dove è nato, donde provenne? anima -degli Dei, germe del mondo, questo Dio va dove vuole; lo strepito di -esso fu inteso, ma la sua forma nessuno mai vide.» Il poeta vedico -non sapeva dunque onde il vento venisse. Ma l'inno citato ha per noi -grande importanza, per quattro nozioni ch'esso ci dà: la prima del -vento congiunto con le (nuvole) rosseggianti, la seconda del vento -congiunto con le acque, la terza del vento congiunto con le donne, la -quarta del vento generatore. Consideriamo bene questi quattro caratteri -del Dio Vento vedico, e dovremo rimanere colpiti di viva meraviglia -nel ritrovarli tutti nello _Spirito Santo_ cristiano, ossia l'alito -sacro, che si manifesta con le lingue di fuoco, che aleggia sopra le -acque del Giordano nel battesimo del Cristo (però si rappresenta per lo -più nei Battisteri) e che feconda la Vergine (un sarcofago lateranense -rappresenta la Trinità intenta invece a creare Eva, ossia la prima -donna). San Paolino, descrivendo un disegno della Trinità ch'era nella -chiesa di San Felice di Nola, si esprimeva nel modo seguente: - - _Toto coruscat Trinitas misterio,_ - _Stat Christus amne, vox Patris coelo tonat,_ - _Et per columbam Spiritus Sanctus fluit._ - -Questo cristiano padre che tona dal cielo è ancora una forma del Dio -tonante od Indra, col quale il vedico _Vâyu_ trovasi, per lo più, -congiunto. Il vento congiunto con le donne, il vento amico delle -donne, è una nozione molto diffusa nella tradizione popolare; anche -nell'_Eneide_ virgiliana, Giunone non trova miglior modo di amicarsi -Eolo il Dio de' venti, perchè susciti nel mare la tempesta, che -promettendogli delle ninfe. Ma delle ninfe conosciamo già la natura -acquosa, e spesso nuvolosa. Le mobili ninfe spose del vento son le -nuvole che apportano la pioggia. La tradizione popolare rappresenta -come stretti parenti fra loro Messer Vento e Madonna Pioggia. Quanto -al cristiano Spirito Santo (colomba) non ci sembra recare verun grave -imbarazzo. Si volle fare della colomba l'emblema della castità; -io credo che sia una nozione intieramente falsa: la colomba è uno -degli uccelli più salaci, com'è de' più fecondi; se lo Spirito Santo -si trasformò pertanto in colomba, ciò avvenne certamente per altra -ragione che non sia quella della purità dei costumi della colomba; -probabilmente questa metamorfosi si compì in Grecia e non in Giudea. -Qual'è del vento la qualità che ha più colpito l'immaginazione -popolare? La sua rapidità che ne fece una specie di messaggiero -celeste. Era naturale adunque che si eleggesse come sua figura un -essere alato, e tra gli uccelli uno de' più rapidi al volo. Nelle -leggende indiane troviamo il falco, l'_accipiter_ (ossia quello delle -ali rapide) che insegue la _colomba_; è, in certo modo, una gara alla -corsa fra due uccelli rapidissimi. Qual meraviglia pertanto che, come -il fulmine, nel mito vedico, fu raffigurato qual falco, il vento abbia -potuto trasformarsi in colomba? Ma il vento non è solo il rapido, -ma anche il forte, il generatore, l'amico delle donne; perciò, come -nell'antichità ellenica troviamo il colombo ed il passero sacri ad -Aphrodite, così non ci deve sorprendere che lo Spirito Santo abbia -pure, nella leggenda cristiana, in forma di colomba, visitato e -fecondato la Vergine. Di una vergine che concepisca in modo illegale, -suolsi ancora dire con maliziosa indulgenza: Sarà stato il vento, -oppure: Sarà stato lo Spirito Santo. - -Noi abbiamo già parlato del fuoco generatore. Dicemmo che, nel Natale, -il fuoco che si sprigiona dal ceppo dell'albero, ossia l'Albero di -Natale illuminato, è simbolo del nascimento del sole, che si fa cadere -nel solstizio d'inverno, ossia ne' giorni ne' quali la luce incomincia -a protrarsi. Nei presepii cattolici uno de' primi doni che i pastori -portano al neonato bambino, sono i piccioni simbolici. Ma il sole ebbe -più di un natalizio; noi incominciamo l'anno col primo di gennaio, -ossia press'a poco coi giorni natalizii cristiani; ma gli antichi -Romani lo incominciavano invece col marzo ventoso, ossia press'a poco -verso il ritorno della primavera, il che torna a dire presso alla -Pasqua di Resurrezione, nella quale il sole risorge, preceduto, per -lo più, da qualche scoppio di tuono. Il vento di marzo e le pioggie -d'aprile (mese sacro a Venere primaverile) si succedono. Il vento -annuncia la pioggia. Il sole risorge fra il vento e la pioggia; -il sole ritorna ad emergere luminoso. Dal cielo nuvoloso, tonante, -lampeggiante, vien fuori nuovamente il sole in tutto il suo splendore. -La leggenda evangelica ci mostra lo Spirito Santo in forma di colomba -con le lingue di fuoco. Ho detto che, talora, nel concepimento vedico -i fulmini si svolgevano dalla ruota dell'astro solare chiuso nella -nuvola. Poichè, quando il sole è potente, ossia nella stagione calda, -il cielo tona, si suppose una natura sola ai raggi solari, ai lampi -ed ai fulmini. Siano raggi solari, sian fulmini, quelle lingue di -fuoco, con le quali lo Spirito Santo si rivela, appaiono soltanto nella -stagione calda e luminosa, diurna, primaverile od estiva. Quindi tutte -le forme di fuochi sacri conservate nell'uso popolare rappresentano -il fuoco celeste del tempo luminoso nel giorno o nell'anno. Quando si -arde la vecchia strega nelle novelline popolari, quella vecchia ora -è la notte che si consuma nel fuoco mattutino dell'aurora, ora è la -stagione tenebrosa dell'anno che finisce; quando si brucia a Natale, -all'Epifania, al fin di Quaresima, la brutta vecchia, è segno che il -sole ritorna pure a trionfare nel cielo; e i tonanti fuochi d'artifizio -che sull'ora di mezzogiorno nel Sabato santo, fra il Battistero e il -Duomo di Firenze, la colombina di Casa Pazzi viene tuttora ad accendere -alla presenza de' contadini, che si radunano a pigliarne gli augurii -per sapere se essi avranno buona raccolta, mostrandoci, in forma -d'uccello chiaro, lo Spirito od alito santo, sacro vento, congiunto -col fuoco e coi tuoni, ci rappresentano ancora la risurrezione del -sole primaverile fra venti e scoppi di tuono, i quali abbiamo già -detto essere considerati come nunzii, messaggieri del bel tempo. Così -i fuochi che s'accendono ancora in più luoghi d'Italia nella vigilia -del giorno di San Giovanni, ossia precisamente ne' giorni di solstizio -di estate, serbano immagine del trionfo massimo del sole, arrivato, -per mezzo dell'Ascensione, ed a traverso le lingue di fuoco della -Pentecoste, al suo apogeo. - -Noi troviamo dunque lo Spirito Santo congiunto col fuoco. Ma come -il fuoco ha virtù generativa, così il vento. In sanscrito, le parole -_vento_ e _fuoco_, cioè _anila_ ed _anala_, hanno una sola ed identica -radice, cioè _an_ che vale _soffiare, spirare_; il caldo, il fuoco, la -sacra fiamma è vita; il soffio, lo spiro è ancora la vita: perciò, come -abbiamo, nel citato inno vedico, il Dio _Vâta_ o _Vento, primo nato_ -e _compagno delle acque_ al pari del fuoco, ed anzi _anima (âtman)_ -degli _Dei_ (spiritus Dei) e _germe (garbha)_ fecondatore del mondo; -così ancora troviamo una strettissima relazione fra la voce greca -_anemos_ (vento) e la voce latina _anima_; così ancora nelle antiche -iscrizioni cristiane la parola _spiritus sanctus_ è adoperata come -semplice equivalente di _anima_: di un certo _Leopardus_ si dice che -_reddidit Deo spiritum sanctum_. La parte più mobile di noi che s'agita -e ci scalda, apparve anche prima che si manifestasse lo Spirito Santo -cristiano, come un Dio chiuso in noi: - - _Est Deus in nobis; agitante, calescimus, illo._ - -Ma proseguiamo la nostra analisi del Dio _Vento_ vedico. Esso non -solo ha il potere di dare la vita, ma, come Agni, anche quello di -prolungarla. I venti _Marutas_ sono invocati a portare i rimedii ai -devoti. Nell'inno 186º del X libro si canta: «Spiri il Vento a noi un -rimedio salutare, al nostro cuore piacevole; le nostre vite protragga. -E tu, o Vento, sei nostro padre, nostro fratello, amico nostro; -adoprati per la nostra vita. Poichè, o Vento, là nella tua casa si -trova l'ambrosia, danne perciò a noi perchè viviamo.» - -_Vâyu_, altro appellativo indiano del vento, ha caratteri analoghi a -quelli di _Vâta_; ma in _Vâyu_ si specifica anco meglio la sua qualità -di _vento della tempesta_, perciò strettamente congiunto col tonante -Dio Indra. _Vâyu_, che un inno cosmogonico dice uscito dall'alito del -Purusha, appare, nell'inno 26º dell'VIII libro del _Rigveda_, genero -di _Tvashtar_, il Dio artigiano vedico, fabbro e falegname celeste; -in altri inni il genero di _Tvashtar_ appare, come vedremo, col nome -di _Vivasvant_. Non è forse intanto senza importanza, per i riscontri -comparativi, il ritenere come negli Inni vedici il divino Vâyu o -vento, o alito fecondatore, è ricevuto in casa del fabbro o falegname -_Tvashtar_ come sposo della sua vergine figlia _Saranyû_, dalle quali -nozze nasce poi _Yama_, il sapientissimo degli Dei, che muore primo -per mostrare agli uomini la via dell'immortalità e della beatitudine; -un inno del _Rigveda_ ci fa sapere che Yama nacque da un _gandharva_ -(i _gandharvâs_ o _andanti nei profumi_, sono anch'essi una figura dei -venti, che scuotono i profumi dai fiori e li diffondono per l'aria) e -da un'_apsarâ_ o ninfa; le ninfe sono le amiche del vento, ed una delle -loro virtù è quella di rimaner sempre belle, sempre giovani, sempre -pure. - -Il Dio _Vâyu_ è pure celebrato nel cielo tempestoso, come bello, -sapiente, dai molti occhi, mostrantesi sopra un carro luminoso, tirato -insieme col fulminante Indra da molti cavalli rossi, gran bevitore -di ambrosia come il suo compagno, e scortato dai proprii figli, i -_Marutas_, che dobbiamo ora studiare. Qui evidentemente si tratta -del solo vento nella tempesta; sotto il quale aspetto generalmente -fu il vento celebrato negli Inni vedici. Ma, quanto al Vâyu genero di -Tvashtar, sposo di Saranyû, padre di Yama, equivalente di Vivasvant, -non potremmo interpretarlo come il vento tempestoso. È ancora sempre il -vento, ma parrebbe il venticello mattutino e vespertino, congiunto con -l'aurora mattutina e vespertina, un vento erotico per eccellenza, uno -zeffiro; ond'è che ora Vivasvant il sole mattutino, e Saranyû la ninfa -aurora, appaiono insieme a generar Yama, il sole vespertino, il sole -moribondo, il Dio che muore per noi; ora a generare i due _Açvinau_ che -rappresentano le due luci crepuscolari. _Vâyu_ ha per radice _vâ_; ma -la radice _vâ_ si confonde con la radice _van_ (e con _ven_), che vale -specialmente _amare, desiderare, appetire, raggiungere_ (e ritorna in -_Venus, venustus_). Il vento penetra dappertutto; l'amore ha la stessa -potenza invaditrice: del resto, a dimostrare la parentela delle radici -_vâ_ e _van_ basta l'analogia del nostro vento presso l'indiano _vâta_; -presso _Vâyu_, «vento,» il linguaggio vedico ci dà l'aggettivo _vâyu_, -«appetente» (che ci permette di supporre presso la forma _vâyu_ quella -di _vanyu_). L'equivoco del linguaggio potè pure aiutare lo svolgimento -del mito del vento erotico; come l'equivoco tra le voci _vayas, -vâyasas_, «uccelli,» _vâyavas_, «venti,» potè rendere più frequente la -rappresentazione dei venti sotto la figura di uccelli. - -Ma la più frequente rappresentazione vedica del _Vento_ è nel suo -numero plurale. _Vâyu_ divenne come Eolo il vento per eccellenza, il -padre, il re, il Dio dei venti; i venti, che stanno sotto il potere di -esso, pigliano il nome speciale di _Marutas_. Agni Marut è un vento. -Nella voce _marut_ si vide una variante della voce _garut_ che vale -_ala_; il nostro linguaggio poetico ricorda pure frequentemente le -_ali dei venti_. Come Vâyu è l'_atman_ od _anima degli Dei_, ossia -_l'anima divina_, lo _Spirito Santo_, come abbiamo veduto l'anima -del cristiano, che uscendo dal corpo sale a Dio, chiamarsi _Spiritus -Sanctus_; così, secondo il professore Benfey, i _Marutas_ o _venti_, -o figli del vento, rappresentano le anime dei morti. Se ricordiamo che -Yama si rappresenta pure come figlio di Vâyu, non troveremo in questa -interpretazione nulla d'impossibile: tuttavia giova osservare come non -è questo il carattere proprio dei _Marutas_, i quali appaiono invece -piuttosto come i rapidi, forti, sonanti e brillanti, come _i Maschi del -cielo_ (_divo maryâs_) e come _maschio_ valse _virile_, così il vero -_forte_, il vero _eroe_, il _vîra_ per eccellenza nell'Olimpo vedico è -il _Marut_; come nel _Râmâyana_ le grandi prodezze che fanno a _Râma_ -vincere le battaglie sono compiute da _Hanumant_, figlio del vento -_Marut_; come nel _Mahâbhârata_, dei cinque fratelli Pânduidi il più -poderoso che combatte per gli altri, che sopporta tutte le fatiche, è -Bhîma, figlio di _Vâyu_, il Dio del vento e di Kuntî; come l'uccello -_Garudas_ è quello che rende invincibile il Dio Vishnu. Gli Inni -vedici rappresentano diversamente il numero dei _Marutas_; per lo più -essi appaiono come _tre volte sette_, ossia come _ventuno_; ma talora -anche sette, e forse ne' loro tre nomi di _Vâyu_, di _Rudra_ e di -_Marut_ si manifestarono pure come una sacra trinità, essendo i numeri -_tre_ e _sette_ considerati sacri. Ma talora furono rappresentati -tanti _Marutas_ o venti, quanti sono i giorni del mese lunare, ossia -_ventisette_, o tanti quanti sono i giorni della metà dell'anno, in -cui dominano specialmente i venti, ossia _tre volte sessanta_, cioè -_cento ottanta_. I _Marutas_ son chiamati _gomâtarâs_, ossia _aventi -per madre una_ go, ossia _la nuvola mobile_, e la nuvola o la tenebra -rappresentata come variegata (_priçnî_) vacca lattifera. Perciò il -_Yag'urveda nero_ dice che i _Marutas_ sono nati dal latte di _Priçni_, -ossia dalla variegata, ch'essi considerano come loro madre. Ma, perchè -abbiamo già veduto il cielo nuvoloso e il tenebroso celebrato quale -oceano, così come i _Marutas_ sono appellati _gomatâras_ o _figli della -vacca_, così ancora si chiamano _sindhumâtarâs_ o _figli dell'oceano_. -Un altro loro nome vedico è quello di _divas putrâsas_, ossia _figli -del cielo_; il cielo comprende qui evidentemente insieme la _go_ ed il -_sindhu_, ossia comprende le due forme mitiche, sotto le quali esso -si manifesta nella tenebra notturna e nella nuvola tempestosa. Il -nome di _divas putra_ è pure dato a Parg'anya, il temporale e il Dio -del temporale, nella quale caratteristica _Parg'anya_ ed i _Marutas_ -si trovano pertanto invocati insieme, perchè diano la pioggia; così -troviamo congiunti insieme come duali ora _Parg'anya_ e _Vâta_, ora -_Vâta_ e _Parg'anya_, in quel modo stesso con cui vanno ancora insieme -Messer Vento e Madonna Pioggia. E poichè il Dio tonante e fulminante -nel temporale piglia nome d'_Indra_, i _Marutas_ sono chiamati -_Indravantas_, ossia _accompagnati da Indra_, ed _Indra_ stesso è -denominato _Marutvan_, ossia _accompagnato dai Marutas_. In questa -relazione col cielo nuvoloso, burrascoso, lampeggiante, tonante, -pluvio, i _Marutas_ sono celebrati come fiammeggianti, rosseggianti, -aurei, splendidamente vestiti con vesti d'oro, aventi nelle mani lancie -fulminee, anelli ai piedi, luminosi pendagli sul petto, e ciuffi d'oro -sul capo. La natura di guerrieri, nel cielo tonante, è evidente, quando -li udiamo chiamare _vagrahastâs_, ossia _aventi nelle mani i fulmini_; -ma la loro propria natura è sempre quella di _venti_ anche quando -si congiungano, come lo Spirito Santo, con le lingue di fuoco; onde -li vediamo nell'inno 78º del X libro del _Rigveda, risplendere quali -vatâsas o venti furiosi impetuosi, come le lingue dei fuochi (agnînâm -na g'ihvah virokinas)_. Nell'_Atharvaveda_ (IV, 27) i _Marutas portano -nel cielo le acque dal mare, e dal cielo le versano sopra la terra_; -nel 38º inno del I libro del _Rigveda_ essi _oscurano il cielo per -mezzo della burrasca acquosa_, e ne inondano la terra; ed _aprono_ -quindi nuovamente _al sole_ chiuso nella nuvola la sua via celeste. Il -vento aduna le nuvole; il vento, insieme coi fulmini, le risolve in -pioggia e le dissipa. Tuttociò è un fenomeno naturale, che la poesia -potè cantare senza aver bisogno d'immagini mitiche. Ma il mito, anzi il -massimo de' miti, si creò per l'appunto nel cielo tonante; e il vento, -che muove le nuvole e scatena la tempesta, divenne uno de' principali -collaboratori del mito. Il cielo mattutino e vespertino diede occasione -a molti idillii e a molti drammi celesti; la grande epopea divina è -nata nel cielo tonante, e specialmente nel cielo tonante di primavera. -Indra, Zeus, Jupiter, Perkun, Odino trionfano fulminando e tonando. E, -poichè i fenomeni della primavera presentano molta analogia con quelli -dell'aurora mattutina, de' molti miti che si riferiscono all'aurora, -una parte si riscontrò pure ne' fenomeni del cielo tempestoso. -Dall'aurora, come dalla nuvola, vien fuori il sole; il sole caccia, -disperde, uccide il mostro tenebroso notturno; il sole fulminante -atterra il mostro che copriva il cielo, che tratteneva le acque, la -pioggia, il nemico _Vritra_ copritore, trattenitore. La somiglianza de' -fenomeni che si riferiscono al sole uscente dalla notte con quelli che -si riferiscono al sole uscente dalla nuvola, fece sì che una parte de' -miti del cielo nuvoloso si trasferisse nel cielo notturno; e Indra si -trovi dominante in entrambi i cieli; ma, mentre nella sua lotta contro -i mostri tenebrosi della notte Indra ha per suoi principali compagni -gli _Açvinâu_, nella sua lotta contro il mostro tenebroso della nuvola, -i principali compagni d'Indra appaiono i _Marutas_. - -L'alato Eros rappresenta ancora una forma del venticello mattutino, che -si unisce con la vergine aurora per generare il sole. L'Eros è chiamato -nell'India col nome di _Kâma_, ossia _l'Amore, il Dio d'amore_. Il -vento dicemmo negli Inni vedici farsi nascere ora dall'oceano, ora dal -latte della vacca celeste; il venticello mattutino spira con l'alba, -l'aurora viene fuori dall'alba, come Aphrodite vien fuori dalla spuma -del mare. - -Una delle qualità del vento, celebrate dal _Rigveda_, è quella di -andar come vuole: _questo Dio va come vuole (yathâvaçam c'arati devah -eshah)_. Ho già avvicinato l'aggettivo _vâyu_, «desiderante,» con -l'appellativo _vâyu_, «vento,» accostando le radici _vâ_ e _van_ -(_amare_, onde _Venus_); questo _Vâyu_ appetente, questo _Vâyu_ -desiderante riesce quindi un perfetto equivalente di _Kâma, l'amante, -l'amore, e il Dio d'amore_. Come pertanto nell'inno cosmogonico vedico -(_Rigv._, X, 90) abbiamo il _Vento_ qual primo nato dall'alito del -_maschio_ universale (vedemmo pure i _Marutas_ denominati _maryâs_, -ossia _maschi_), così nell'inno cosmogonico 129º del X libro del -_Rigveda_ ci si rappresenta come prima creazione _Kâma_, ossia _il -Desiderio, l'Appetito, l'Amore_. «Kâma nacque primo, che fu il primo -seme generatore dell'anima.» Così l'Eros di Esiodo fu il primo nato -dal caos. _Anima degli Dei, germe del mondo_, vedemmo chiamarsi -vedicamente _il vento_; la natura dello Spirito Santo e quella d'amore -sono identiche. Il vento mattutino congiunto con la vergine aurora fa -uscire il sole; così la colombina di Casa Pazzi annunzia in primavera -il sole risorto; così Tertulliano dice della colomba (che vedemmo -già essere sacra nell'antichità ellenica alla Venere Aphrodite, una -forma ad un tempo dell'aurora e della primavera, l'aurora dell'anno) -ch'essa era: _in summa Christum demonstrare solita_, come figura -dello Spirito Santo, l'Eros cristiano. Il mito ellenico d'Amore e -Psiche è la forma più poetica che abbia assunta la rappresentazione -degli amori del venticello con la vergine. L'amore al pari del vento -si rappresenta alato; il pensiero e l'affetto volano; perciò l'inno -85º del I libro del _Rigveda_ ci rappresenta i corsieri dei _Marutas_ -o _venti rapidi come il pensiero (manog'uvas)_. Il vedico _Kâma_ ci -si rappresenta come figlio della _Çraddhâ_, che poi divenne la fede; -così nel nostro dogma, prima appare la Fede, poi la Speranza, terza la -Carità. Dalla fede provengono la speranza e la carità infiammate. In -un lungo inno dell'_Atharvaveda_, riferito dal Muir,[34] troviamo il -Dio _Kâma_, ossia _l'Amore_, come terza persona di una trinità, nella -quale appare primo _Indra_ e secondo _Agni_: tutti tre salgono sopra -lo stesso carro, e cacciano lontano le tenebre maligne. _Kâma_ piglia -in quest'inno aspetto di un Dio guerriero, e si unisce al battagliero -Indra contro i demoni notturni, come i venti _Marutas_ si uniscono -specialmente col battagliero Indra contro i mostri della nuvola. Nel -quale carattere _Kâma_ tiene della natura di Ares e _Marte_ (Mamers) -Gradivo fratello ed amante di Venere, che corrisponde pure all'indiano -vento _Marut_, guerriero per eccellenza; Marte come i Marutas è un -guerriero per passione, ama la guerra per la guerra, è violento, -impetuoso, e con tutto ciò, come il vento, tenero per le donne. Il -Dio della guerra della tradizione brâhmanica _Kârttikeya_ è figlio di -Agni, il Dio del fuoco, uno degli appellativi del quale è pure _Kâma_; -l'_Eros_ ellenico si raffigura come figlio di Marte, _Ares_. - -Nel citato inno dell'_Atharvaveda_ si nomina primo _Indra_, il _divas -pati_, il _Zeus_ ellenico; secondo Agni, terzo Kâma. Agni e Kâma sono -vicini tra loro come il Figliolo e lo Spirito Santo; ad Agni, figlio -delle acque, s'accosta, nella sua forma di spirito alato, l'Amore, -che combatte e dissipa la tenebra. Nelle prime rappresentazioni -della Trinità cristiana occorre il Padre che esce da una nuvola -(Indra, Zeus), il Figlio che sta nell'acqua (Cristo), lo Spirito -Santo che gli aleggia sopra. _Indra_, _Agni, Kâma_, del citato inno -dell'_Atharvaveda_, ci rappresentano una trinità analoga. Ma più spesso -gli Inni vedici raffigurano uniti insieme _Indra_ e _Vâyu, Indra_ e i -_Marutas; Kâma_ essendo un equivalente del vento, _Kâma_ battagliero -trovasi pure intento con Indra a cacciare i malvagi nemici; l'ellenico -_Ares_, figlio di _Zeus_ e fratello di Venere, è ancora una forma -di questo vedico _Kâma_, che ha insieme le qualità di un guerriero e -quelle di un amante. E come Dio d'Amore si rappresenta non solo alato, -ma belligero; non solo in forma di rapida amorosa colomba, ma veloce, -impetuoso uccello, _Garuda_ o _Garutmant, Garutvant_; ed il _Marut_ -e il Marte rappresentano, ad un tempo, la forma dell'amore violento -ed il guerriero; il guerriero è un amante e l'amante un guerriero. -La parola indiana che esprime l'odio è _dvish_; or bene _dvish_ non è -altro che un _desiderio violento_; la radice _ish_ ha due significati -analoghi: l'uno è quello di _arrivare, penetrare, spingere_; l'altro è -quello di _desiderare, volere_. Il desiderio è il moto verso una cosa -amata; assalendo con violenza l'oggetto, ossia quando _l'appetito_ -diviene _impeto_, _l'appetente impetuoso_, l'amatore riesce un -guerriero. Per questa stessa associazione d'idee, le parole greche -_Ares, Eros, Eris_, poterono avere una radice comune ar analoga di -_Var_.[35] _Vara_ è in lingua indiana, come _Kâma, il Desiderio_, e -quindi _lo sposo desiderato, l'amore della sposa, l'oggetto de' suoi -amori, il bello, il prediletto_, dalla radice _var_, «desiderare, -volere, amare» (cfr. _Varya_ che si dà pure come un appellativo del -Dio d'amore), e, certamente, nel suo senso primitivo _spingersi verso, -penetrare_, per la stretta analogia che passa tra le radici _ar_ e -_var_, cui è da aggiungersi ancora _tvar_, che vale _affrettarsi, -andare in fretta verso_, identica a quella che abbiamo notata fra -_ish_, «penetrare» ed _ish_, «desiderare.» Io avevo ritenuto fin qui -che la parola indiana _dvish_, che esprime l'odio, valesse propriamente -_il desiderio in due_, e che nella parola _duellum_, da cui nacque -_bellum_, fosse contenuta la stessa idea di un _velle in due_. Ma, -per quanto una simile etimologia possa illudere, uno studio meglio -approfondito mi obbliga a rifiutare questa illusione etimologica, ed -a considerare il latino _duellum_ come parola corrispondente della -radice _tvar_, «andar con impeto,» da raffrontarsi con _var_ e _ar_ -(per la mediazione di _dvar_), ed il sanscrito _dvish_, «odio,» come -un equivalente originario di _tvish_, che vale nel linguaggio vedico, -_impeto, furia_. La guerra è una furia, una Erinni; _Tvaritâ_ è un -appellativo della furia indiana _Durgâ_. _Eris_ e la _Erinni_ sono -_le impetuose, le furenti; Ares_ è _l'impetuoso, il furioso; Arai_ -chiama Eschilo le Erinni; e non è per noi quindi nessuna meraviglia -che il vedico guerriero _Vâyu_ il vento abbia sposato la rapida, -ossia violenta _Saranyû_, in cui Max Müller riconosce l'aurora, ed -il Kuhn il fulmine, l'uno l'Elena, l'altro la Erinni, e tutti e due -i dotti con molta ragione. Il loro torto, se torto vi ha da essere, -incomincia solamente, per quanto mi pare, nell'isolare come essi fanno -le loro ragioni reciproche invece di porle d'accordo. _Saranyû_ vale -_la rapida_; le radici _ar, sar_ ebbero significato comune; il vedico -_ara_ vale _veloce_, e _sarat_ ha lo stesso senso; _Saranyû_ valse -forse _la corrente velocemente_ o _la corrente dietro il veloce_, -e s'interpetrò forse per _la corrente via dal veloce_; la leggenda -vedica rappresenta _Saranyû_ che fugge via, in forma di cavalla, per -non essere raggiunta dallo sposo che le fu destinato dal padre, e che -piglia nome ora di _Vâyu_ ora di _Vivasvant_, ma con cui finisce pure -con l'unirsi per generare ora Yama, ora i due Açvinâu. Certamente vi -sono tra la leggenda vedica di Saranyû e la ellenica di Elena molti -più caratteri affini che non si trovino tra essa ed il mito delle -Erinni. Ma è un solo punto che divide un mito dall'altro. Quello che -qui importa notare è che come nel linguaggio vedico, presso _ara, -penetrante, veloce_, troviamo _ari il violento_ e quindi _il nemico_, -così presso l'_Eros_ ellenico troviamo l'_Eris_, le _Erinni_ od _Arai_ -ed _Ares_; così nel sanscrito, presso _ish il desiderio_, troviamo -_ishira il fuoco, ishu la saetta_; presso _ishma_ equivalente di _Kâma -desiderio_, troviamo _Ishma_ equivalente di _Kama_ o _Kandarpa_ il Dio -d'amore, _ishvâsa arco_ ed _arciere_. Il Dio amante, il Dio penetrante -si trasforma così in Dio saettatore; il veloce, l'ardente, l'alato -si fa guerriero. Un inno dell'_Atharvaveda_ (III, 25) ci rappresenta -già il _Dio Kâma che con un dardo aguzzo e formidabile ferisce il -cuore_.[36] Kâma raccoglie dunque in sè le qualità erotiche ed eroiche -dell'Eros che distinguono il Dio Ares e Marte greco-romano, e che -si trovano già riunite nei vedici _Marutas_ e nel figlio di Marut -Hanumant, il prediletto di Sita presso il _Râmâyana_, premiato con -amore riconoscente qual suo liberatore; nel figlio del vento _Bhîma_, -nel quale, presso il _Mahâbhârata_, confida specialmente la sposa -dei fratelli Pânduidi _Drâupadi_, e cui si elegge come proprio sposo -la sorella del mostro Hidimba. Nella figura di _Kâma_ e di _Eros_ -prevale l'amatore; nella figura dei _Marutas_ e di _Ares_ e _Marte_, -il guerriero; Kâma è piuttosto idillico, i Marutas sono specialmente -eroici; ma i loro caratteri tuttavia s'incontrano talora, a motivo -della loro prima materia mitica comune, ch'è il vento: abbiamo già -detto che nella mitologia ellenica _Eros_ appare figlio di _Ares_, -ossia _Amore di Marte_. In Roma le feste di Marte si celebravano nel -mese di marzo, ossia nel noto mese dei venti; e i giuochi, coi quali -si celebravano, chiamavansi _equiria_, dalle corse de' cavalli. Così -sono spesso celebrati negli Inni vedici i cavalli dei _venti_, dei -guerrieri _Marutas_, rossi, aurei, macchiettati (scambiatisi talora -con macchiettate antilopi). I Marutas combattono con le lancie, come -il Marte latino si manifesta congiunto con _Quirinus_, il Dio armato -di lancia. Nel _Rigveda_ la loro forza, il loro valore, la loro -onnipotenza si celebra dai poeti in modo che il loro sommo duce, il Dio -Indra, ne piglia dispetto e gelosia. Di questa gelosia tra Indra ed i -Marutas troviamo parecchi indizii negli Inni vedici; Indra si sdegna -delle lodi e delle oblazioni che i devoti offrono ai Marutas, porta via -ad essi i tori ch'erano loro stati offerti, e minaccia di annientarli; -allora il devoto pone, per timore d'Indra, da parte le oblazioni -destinate ai soli Marutas; il saggio Agastya interviene a pacificare -gli Dei fra loro, e si risolve di non offrir più tori ai Marutas, senza -offrirne pure nel tempo stesso ad Indra. Queste nozioni leggendarie, -che si formano sopra il mito, provano solamente la stretta relazione -che hanno i Marutas col cielo tonante e fulminante; quando i Marutas ed -Indra si separano e sono in discordia, ossia quando i venti appaiono -isolati, senza i fulmini ed i tuoni, fuori del cielo tempestoso, -pèrdono della loro grandezza eroica; il vento diviene un personaggio -epico nel solo cielo tenebroso e tempestoso, ma in quest'ultimo -specialmente; perciò si spiega la stretta relazione di Indra tonante e -pluvio coi Marutas, di Zeus con Ares e con Marte, di Odino con Thor e -con Thunar. - - - - -LETTURA NONA. - -TVASHTAR IL FABBRO DEGLI DEI. - - -Noi siamo presso che giunti a mezza via, e non abbiamo fin qui -incontrato ancora alcun Dio, il cui appellativo non sia al tempo stesso -un nome comune. Noi discorremmo, nel vero, del Cielo, dell'Aurora, del -Sole, della Luna, del Fuoco, dell'Acqua, del Vento, ed abbiamo potuto -persuaderci come non solo gli Dei che descrivemmo siano congiunti con -que' fenomeni e con quegli elementi della natura celeste, ma come, -senza di essi, non sarebbero nati e non avrebbero potuto sussistere -in alcun modo. Chè, se non ci accadde nè pure fin qui di trovarci -di fronte alcun Dio, con persona viva bene spiccata e distinta (se -bene in ciascuno di essi ci sia stato possibile il riconoscere alcuni -caratteri specifici), di questo, se così posso chiamarlo, difetto -nella personale evidenza del mito, la ragione è la stessa origine -fisica del mito, della quale gli antichi creatori di miti dovean -serbare viva la coscienza. Il fenomeno fisico è talora cantato negli -Inni vedici come tale, talora rappresentato con una immagine animata -od animale. Questa immagine può scomparire per ritornare; ma ritorna -sempre in fenomeni somiglianti: essa serba cioè sempre alcuna traccia -della sua prima origine, non solo celeste, ma congiunta con un ordine -speciale di fenomeni e di relazioni celesti. Così dicemmo, che, -per la loro conforme capacità d'allargarsi, la _Prithivî_ celeste -è ora la nuvola, ora la tenebra, ora l'aurora; per la loro comune -mobilità, l'aurora come la nuvola piglia il nome di _go_, e, con -questo appellativo, poichè _go_ è chiamata la _vacca_, si immaginò la -vacca aurora, la vacca nuvola. Il mito primitivo ha sempre dunque le -sue radici in un terreno fisico che gli è proprio, ossia si produce -in un ordine di fenomeni fisici celesti, che si può presentare con -parecchie varietà, ma in ciascuna delle quali si conservano alcuni -di que' caratteri particolarmente geniali ad una particolare famiglia -mitica. De' miti che nascono, gli uni cadono senza vegetare sopra lo -stesso terreno che li produce; gli altri germogliano in modo che si -vede solamente la pianta, e non si può più, se non per una diligente -investigazione, ritrovarne le radici fondamentali. De' nomi, alcuni -hanno una scarsa virtù etimologica, altri recano invece una viva -potenza scultoria; quelli che esprimono troppo poco, e quelli che -scolpiscono molto vivamente, sono efficaci operatori di miti: l'_açu_, -che diviene _açva_, ossia ancora il rapido, poichè _açva_ è pure il -cavallo, genera il _Dio cavallo_; l'_urvâçi_ vale propriamente _la -vasta penetrante_, _la vasta avanzantesi_, e potremmo aggiungere _la -vasta rapida_; nella leggenda di _Urvâçî_ abbiamo veduto che essa è -l'aurora celebrata come la prima ad arrivare, non solo, ma ch'essa -fugge da Purûravas, il quale la insegue. Io non ho bisogno d'avvertire -la stretta parentela mitica fra questa _Urvâçî_, che passa fuggente -dal proprio sposo e _Saranyû_, figlia di _Tvashtar_, la quale in forma -di _açvâ_, ossia di _rapida_, fugge dallo sposo Vivasvant destinatole -dal padre. Ma _açvâ_, oltre la _rapida_, significò pure _la cavalla_; -quindi da un equivoco nato sopra una parola di potente significato -etimologico, il mito mostruoso della Dea aurora rappresentata come -_açvâ_ o _cavalla_, e del sole che si fa _açva_ rapido, ossia cavallo -per inseguirla, e per congiungersi con lei. Presso queste parole -di una singolare potenza etimologica, ve ne sono altre che non ne -hanno quasi più alcuna; tale, per esempio, _Brahman_, che servì poi a -denominare il Dio supremo dell'Olimpo brâhmanico. Non rappresentando -questo nome, in modo espressivo, nulla di specifico, potè adoperarsi, -per qualche ideale concepimento, a significare il nume universale, -quando, popolatosi il cielo di numi, si sentì il bisogno di dar loro -un reggitore, quando, scemato nell'uomo il sentimento della propria -energia, si sentì il bisogno di adorare e d'invocare, con un sol nome, -tutte le forze della natura sovrastanti all'uomo. Ma, tra un periodo -e l'altro di creazione mitica, quello con cui i miti principiano e -quello con cui essi finiscono, vi è un periodo intermedio, nel quale -i miti si svolgono, ne' quali si vede distinta una persona divina, e -non si scorge quasi più il fenomeno fisico che la muove. A studiar -questo periodo siamo ora pervenuti nella nostra peregrinazione a -traverso l'Olimpo vedico. Noi arriviamo ad un momento, nel quale il Dio -incomincia ad essere qualche cosa, qualche persona vivente per sè; esso -si estrinseca artisticamente col suo appellativo dalla immediata realtà -fisica, per divenire specialmente un carattere drammatico. Vedemmo già -staccarsi l'eroina dall'aurora, l'eroe dal vento, dal fuoco, dal sole, -dai fenomeni del cielo tenebroso e tempestoso; ma il loro carattere -eroico o ci apparve mobile ed incostante, o si confuse intieramente -col carattere del fenomeno fisico. I Marutas ci conservarono più -fedelmente il loro tipo eroico, e però li studiammo sul punto di -passare a considerar di proposito il mondo eroico vedico; ma dicemmo -pure che, come il loro nome, così le loro opere lasciano trasparire la -loro propria natura di Venti. Ora passiamo invece a studiar numi, gli -appellativi de' quali non ci rivelano punto il loro speciale carattere -fisico celeste. — _Tvashtar_ dice _il fabbro; Indra,_ come vedremo, -_l'intermedio; Açvin, il cavaliero; Yama, l'infrenatore_: evidentemente -questi quattro appellativi non lasciano a noi trasparire alcun fenomeno -fisico immediato; e pure, fra tutti gli Dei vedici, essi son quelli che -hanno carattere più spiccato e costante; anzi, se si aggiunga a questi -quattro numi l'_Aurora_ ed i _Marutas_, si può dire d'avere in essi -rappresentato tutto ciò che l'Olimpo vedico può offrirci d'essenziale. - -Il nome del nume non basta dunque più a tradirci la sua natura fisica. -Ma ciò non toglie tuttavia che questa non possa venir rintracciata, e -che non ci sia concesso di determinare in modo probabile l'ora ed il -campo celeste, nel quale il Dio si manifesta. - -A me verrebbe, anzi ogni cosa, la tentazione di domandarvi se non vi è -mai accaduto di fantasticare, in solitudine montana o campestre, con -l'occhio rivolto ad un bel tramonto di sole; e, posta questa prima -domanda, vorrei sapere da voi se non siete stati colpiti di viva -meraviglia nell'osservare le mille foggie fantastiche che piglia il -cielo ad Occidente, ora rosso color fuoco come una fucina ardente, -ora oscurantesi come per fumo improvviso che ingombri la vasta fucina -celeste. E perchè io suppongo la immaginazione vostra non meno vivace -della mia, vi racconterei che una sera d'estate (le feste _vulcanalia_ -celebravano i Latini il 25 agosto) dai colli di Signa io considerava -un tramonto di sole straordinario. Il sole avea già ritirato i suoi -raggi, ed il cielo occidentale ardeva in una forma di meravigliosa -architettura; pareva tutto un tempio illuminato, con archi e colonne -d'oro, con uno sfondo scuro, dal quale vedevansi, di tratto in tratto, -come avviene nella stagione estiva, balenar lampi; a un tratto vedonsi -le ignee colonne crollare, il tempio precipitare, il fantastico -edificio svanire, ed io esclamo involontariamente: _Ecco Sansone!_ -Sì, Sansone che perde la forza, nella sera della sua vita, quando -gli tagliano i capelli, come il sole quando perde la sua chioma. E -sapete voi chi è la Dalila, la bella traditrice? L'aurora vespertina -che attira nelle sue lusinghe il sole, e lo accieca, ossia lo toglie -alla vista, e lo spoglia dell'ornamento della sua chioma, ossia gli -toglie la forza. Ma l'acciecato Sansone si vendica, facendo crollare il -tempio, ove si festeggia, sopra il capo de' festeggianti suoi nemici, i -compagni della Dalila. Più spesso ancora m'è accaduto di osservare nel -cielo vespertino la magica fucina ardente, ed il sole che s'era chiuso -in essa, non meno che il sole chiuso nella nuvola, mi rappresentava ora -lo stregone, ora il famoso Ciclope, il fiero monoculo, di cui si trovò -poi l'equivalente sulla terra nel cratere vulcanico, lo spaventoso -occhio ciclopico. E, dalle frequenti osservazioni del cielo vespertino, -non mi rimase più alcun dubbio che il fabbro mitico non sia da -ricercarsi in esso come nel cielo nuvoloso lampeggiante. Ma io non sono -un autore, sì bene un espositore di miti; e voi non vi contentereste -sicuramente delle mie illusioni mitiche; ed avreste ragione di non -contentarvi, ove non si potesse pur dimostrare come ne' miti del -mostruoso vedico Tvashtar, dello zoppo ellenico Hephaistos, dello zoppo -latino Vulcano, tre rappresentanti bene determinati del fabbro celeste, -che diviene poi il mago delle novelline, il diavolo zoppo della -leggenda popolare cristiana, tutto concordi con quelle immagini che si -rinnovano al rinnovarsi d'un antico fenomeno, ossia del chiudersi del -sole nella notte, passando per le fiamme del cielo vespertino, e del -chiudersi del sole nella nuvola, onde si manifesta col guizzare dei -lampi. - -Ed ora esaminiamo la natura del Dio vedico _Tvashtar_. - -Incominciamo dall'etimologia della parola. _Tvashtar_ vale vedicamente -_il fabbro, il falegname, l'artefice,_ dalla radice _tvaksh_, come in -sanscrito han lo stesso significato le parole _takshitar, takshaka, -taksha,_ dalla radice _taksh_. Ma il _fabbro_, il _falegname_, -propriamente, non crea dal nulla; esso _forma_ soltanto, ossia _dà una -forma, una veste_: il senso primitivo della radice _tvaksh_ fu quello -di _coprire, vestire_ (come abbiamo presso la radice _tvish_, la radice -_vish_, così è forse lecito presso _tvaksh_, «coprire,» ricordare -_tvac'_, «pelle» e la radice _vas_, «coprire, vestire;» il passaggio -della palatale sibilante in cerebrale innanzi alla _t_ dentale iniziale -di suffisso che diviene quindi anch'essa una cerebrale, è ovvio nella -fonetica sanscrita). _Tvashtar_, prima del _fabbro, formatore,_ dovette -essere _il copritore, il velatore_; ora questa coperta, questo velo, -questa veste, questa pelle celeste può essere scura nel cielo tenebroso -notturno, luminosa nell'aurora mattutina e vespertina, varia nel cielo -nuvoloso. Perciò il sole che si chiude nella notte, il sole avvolto -dalle luminose aurore, il sole chiuso nella nuvola, se non è egli -stesso il copritore, il velatore, dà origine ad un suo _alter-ego_, -che piglia nome ed ufficio di Tvashtar o Dio copritore, Dio formatore. -Ma un Dio che abbia il potere di rendersi a suo piacere invisibile, -di porsi sotto una cappa od un cappello invisibile, ossia di crear -tali forme che lo rendano invisibile, di crearsi qualsiasi forma, di -divenir _viçvarûpa_, ossia _onniforme_, non può operare che per arte -magica; e _l'arte magica_ ch'egli conosce è appunto quella, per cui -Tvashtar riesce nell'Olimpo vedico _il più operoso degli operai divini -(Tvashtâ mâyâh ved apasâm apastamah; Rigv._, X, 53). Nel suo potere -magico di creare qualsiasi forma, Tvashtar diviene in cielo l'artefice -universale, del male come del bene; egli foggia, per esempio, armi -fatate, armi di ferro dalle mille punte, fulmini d'oro ad Indra, ed -egli stesso genera il nemico d'Indra, il mostro dalle tre teste, -dalle sette corna, onniforme o Viçvarûpa come il padre, cui Indra -ucciderà; poich'egli, divenuto fabbro, assunse pure anticipatamente -le forme del creatore Brahman (Brahmanaspati si dà pure come creatura -di Tvashtar, il quale gli appresta una scure di ferro). Noi diciamo -del diavolo ch'esso non è poi tanto brutto quanto lo fanno. E nelle -novelline popolari troviamo ora il buon mago, ora il diavolo benefico -che ce lo provano. Ma il solo mito può dichiararci il senso di questa -eresia. Per un ortodosso il diavolo non può essere altrimenti che -brutto. Ma, quando ci possiamo persuadere che il diavolo mitico non -è altro, insomma, se non il Dio, ossia il luminoso nascosto, non ci -meraviglieremo di trovare presso il mostro, che conosce tutto il male, -il sapiente che possiede tutte le malizie, e che può quindi fare il -bene non meno che il male. Voi avrete inteso sicuramente raccontare -qualche storiella popolare intorno al fanciullo creduto scimunito che -va all'inferno, apprende dal diavolo ogni segreto, e torna alla casa -paterna ricco e sapiente. Non vi rechi meraviglia l'intendere che gli -Inni vedici ci offrono già i germi di questa storiella. Tvashtar, il -fabbro per eccellenza, dalle buone opere (_svapas, sukr'it_), dalle -ottime mani (_supâni_), il creatore, che può creare, a suo piacere, -forme d'uomini, di donne, d'animali, ed ogni magìa, che conosce tutte -le vie segrete, il sapientissimo, è pure il ricchissimo, invocato -perciò dal devoto per esserne arricchito. La ricchezza e la sapienza -sono pure il dono dell'ellenico Plutone e del diavolo della tradizione -popolare cristiana. Ma il diavolo non è solo. Tvashtar ha in sua -compagnia ora gli Angirasas, specie di messaggieri, di angeli, ora le -donne _gnâs, g'anâyas_; ed anche qui dovette accadere un equivoco del -linguaggio, per la confusione della radice _g'nâ_, «conoscere,» con la -radice _g'an_, «generare.» Delle donne si dice che ne sanno un punto -più del diavolo: quando l'eroe mitico è tradito, a tradirlo interviene -sempre una donna; quando è tradito il mostro, è la sua sposa o figlia -innamorata del giovine eroe mitico che salva l'eroe minacciato di -morte; la sorella del mostro Hidimba, nel _Mahâbhârata_, per amore -dei giovani Panduidi, è cagione della morte del proprio fratello; nel -_Râmâyana_, se Râma consentisse ad amare la sorella di Râvana, Râvana -sarebbe perduto, senza che fosse necessaria la guerra micidiale che lo -sposo di Sìtà imprende contro il re di Lañka. Le _gnâs_ o _donne_ sono -quelle, con le quali, secondo gli Inni vedici, _Tvashtar_ (una forma -iniziale di diavolo vedico) esercita specialmente il proprio potere; -perciò un devoto, nell'inno 35º del VII libro del _Rigveda_, lo invoca -_propizio insieme con le donne (Çam nas tvashtâ gnâbhir iha çrinotu)_. - -Ma il diavolo non solo ha con sè buona compagnia, ma piglia pure -allievi per istruirli; e, per lo più, avviene che l'alunno venga -a superare il maestro, che il diavolo nuovo vinca l'antico, il che -torna quanto a dire che il Dio vinca il Demonio, dopo essere stato -nella casa del demonio; ossia lo stesso essere mitico entrando nella -tenebra si duplica e moltiplica pel duplicarsi e moltiplicarsi di -un'espressione mitica o più tosto per l'incontrarsi di una serie -duplice di espressioni mitiche. Si disse probabilmente da prima: -Il sole è entrato nella tenebra; il vecchio sole è entrato nella -tenebra; il sole imbecillito, il sole impoverito, ossia il povero -imbecille è entrato nel regno tenebroso; ossia il povero inesperto, -lo sciocco, o il finto sciocco, è andato all'inferno. — E si disse -ancora: Il luminoso, aureo, ricco sole fu coperto dalla tenebra; la -tenebra copre, nasconde i tesori luminosi; ossia la ricchezza, la luce -sono nascoste dal demonio della tenebra. — Ed infine si conchiuse: -Il povero imbecille entrato nel regno della tenebra trovò il signore -del regno tenebroso o infernale, e gli sottrasse la scienza, ossia la -luce, la ricchezza, i tesori, ossia l'aurora, l'aureo sole. In altre -parole, il sole mattutino vien fuori luminoso, ossia sapiente, aureo, -ossia ricco dalla tenebra infernale. La casa del diavolo nel mito -incomincia nel cielo vespertino (o nell'autunno) e finisce a traverso -la notte scura (o l'inverno), nel cielo mattutino (o nella primavera), -il luogo in cui accadono le nozze dei due giovani sposi (il nuovo -sole e l'aurora o la primavera) insieme col bruciamento della vecchia -strega (la notte, la stagione invernale che avea incominciato le sue -malìe nel cielo vespertino ed autunnale, cercando di precipitare nel -pozzo la bella fanciulla, e di perdere l'eroe solare). La casa del -diavolo si riproduce poi ancora per fenomeni fisici conformi nel cielo -nuvoloso, lampeggiante, tonante, fulminante. Il vecchio sole, che -si chiude nell'aurora vespertina (o nell'autunno) e poi si nasconde -nella notte (o nella stagione invernale), nella selva notturna, nella -caverna notturna, appare un mago, un demonio. Ma poichè al vecchio -sole della sera (o dell'autunno) succede il giovine sole del mattino -(o della primavera), questo appare ora suo allievo, ora suo figlio -adottivo, ora suo genero, come Vivasvant, che sposa Saranyû figlia -di Tvashtar (abbiamo pur già detto che, invece di Vivasvant, appare -talora come sposo di Saranyû il Dio Vâyu, il vento erotico che diviene -quindi eroico, la brezza crepuscolare, lo zefiro primaverile che si -trasforma nelle imprese mitiche in un vento gagliardo, che porta le -montagne celesti, ossia le nuvole, come Hanumant, il figlio del Vento, -trasporta nell'aria intiere montagne per fabbricare un ponte sul -mare). Noi conosciamo, nella leggenda cristiana, il fanciullo Gesù, -figlio adottivo del falegname, che nel tempo in cui sta nascosto, in -cui impara l'arte del falegname ed altre cose mirabili, acquista, in -breve, tanta sapienza che il buon falegname Giuseppe ne rimane confuso. -La quaresima che precede la primavera è simbolo terreno della stagione -tenebrosa annua o notturna. Paragonata la stagione invernale (e la -notte) ad una selva notturna, il taglialegna, il falegname diviene -l'abitatore naturale di quella selva; il vecchio sole nascosto nella -selva notturna e invernale (e poi anche nella nuvola tenebrosa) è il -falegname celeste. Ma, perchè da esso vien fuori il nuovo sole, questo -si suppone figlio adottivo del falegname. Così dalla quaresima risorge -il nuovo sole primaverile. Il punto medio della notte, il punto medio -della stagione tenebrosa, della selva, del bosco mitico, dev'essere -il tempo trionfale del falegname, ossia del taglialegna nella selva -oscura; così si festeggia ancora dai Cristiani la mezza quaresima, col -simbolo di una sega, la sega di San Giuseppe,[37] il cui giorno cade -per lo più verso la metà di quaresima, e che ha ufficio di dividere, di -segare la quaresima per metà. La vecchia pignatta, che in Francia e in -Piemonte e in Toscana (ove la chiamano _pentolaccia_) si rompe a mezza -quaresima, è pure simbolo della brutta vecchia, della brutta stagione -che se ne va. Così ancora suolsi dai fanciulli piemontesi, invece -di una sega, figurar talora una testa di diavolo, il Dio del tempo -tenebroso, e gettarla sopra le spalle dell'improvvido compagno, con le -parole: _L'asino è carico e nessuno lo sa._ Quest'asino carico non è -altro che l'asino di San Giuseppe, il quale salva dall'ira del perverso -Erode il Dio neonato Gesù nell'_Aigyptos_, la regione nera, la regione -scura, come dice l'etimologia della parola, ove, nella tradizione -dorica, la rapita sposa di Menelao, Elena, si nasconde. (È mirabile -la somiglianza in questo punto della leggenda dell'antico Giuseppe -perseguitato che sta nascosto in Egitto, con quella di Giuseppe e Gesù -fuggitivo in Egitto; il viaggio di San Giuseppe, nella tradizione -cristiana è preceduto da sogni come l'andata in Egitto di Giuseppe -l'antico; l'antico Giuseppe rivela la sua sapienza in Egitto, cioè nel -paese scuro, così il figlio trafugato di Giuseppe nel tempo in cui sta -nascosto, s'istruisce.) Nel tempo in cui Gesù sta nascosto, acquista la -massima sua sapienza; uscendo dal suo nascondiglio, esso appare invece -luminoso ed illuminante. Questo stesso carattere ha l'eroe mitico. Nel -tempo, in cui i cinque fratelli Panduidi, presso il _Mahâbhârata_, -fuggiti nelle selve stanno nascosti per sfuggire alle persecuzioni -del perverso Duryodhana, ciascuno di essi apprende ed esercita un'arte -speciale, e vi riesce insuperabile. La leggenda vedica dei _R'ibhavas_, -artisti ospitati nella stagione scura, ci rappresenta lo stesso mito. - -Tvashtar è ora fabbro falegname, ora fabbro ferraio. Ma abbiamo veduto -ch'esso non ha solo il potere di fabbricar cose, ma altresì forme -animate, animali e uomini. Un inno del _Yag'urveda bianco_ (XXIX, 9) -ci fa sapere che il rapido cavallo (_âçur açvah_) nacque da Tvashtar; -un inno del _Rigveda_ (X, 184) ci dice che Vishnu prepara la _yoni_ -(vulva) e Tvashtar foggia in essa le forme; un inno dell'_Atharvaveda_ -(IX, 4) celebra Tvashtar come _generatore delle forme degli animali_; -e non solo Tvashtar crea le forme, ma le crea con qualità perfette, -ond'egli è pure celebrato nel _Yag'urveda_ e nell'_Atharvaveda_ per -aver posta l'agilità ne' piedi del cavallo celeste. E non solo crea -esso stesso delle forme, ma aiuta altri a crearne; dall'_Atharvaveda_ -s'apprende come la Dea Aditi, quando ebbe desiderio d'ottener figli, -portò, come amuleto, un certo braccialetto (_parihastam_, certo il -disco lunare, o il disco solare, essendo la luna come il sole celebrati -quali generatori per eccellenza); Tvashtar, volendo aiutare una donna a -partorire un figlio, le legò al braccio quello stesso braccialetto che -Aditi genitrice celeste avea portato. - -Quando Tvashtar comunica, nel cielo, l'arte sua ai _R'ibhavas_, questi -suoi discepoli diventano, alla loro volta, immortali, ossia Dei. E -della natura celeste dei R'ibhavas non si può avere alcun dubbio, -quando intendiamo ch'essi, _colla loro industria operaia, hanno -fabbricato il carro bene rotante ed i cavalli d'Indra,_ e ch'essi -hanno dato _la giovinezza ai padri loro_. Il vecchio sole della sera -e dell'autunno si ringiovanisce al mattino ed alla primavera. Questa -nozione mitica si spiegò così: Il vecchio sole è ringiovanito dal -giovine sole; ossia il giovine sole restituisce la gioventù al vecchio -sole che lo generò, al vecchio suo padre od al vecchio sole che lo -ammaestrò, al suo vecchio maestro. L'uno identico, considerato ne' -suoi due aspetti divenne due, de' quali il primo è ora il padre, ora -il suocero, ora il padrone, ora il maestro; il secondo è ora il figlio, -ora il genero, ora il servitore, ora il discepolo. Abbiamo già toccato -del Dio Indra, il quale dona la bellezza alla pia fanciulla che gli -ha recato a bere l'ambrosia, e che era divenuta brutta all'accostarsi -della notte; in grazia di quell'ambrosia, la pelle ispida, scura -della fanciulla Apalâ, diviene luminosa del color del sole. Così come -Tvashtar ha il potere di coprire con una pelle (_tvac'_), i R'ibhavas, -_discepoli di Tvashtar (Tvashtuh çiçyâh)_, fanno luminosa la pelle -ai padri loro, ossia restituiscono ad essi la perduta gioventù. E -poichè trovasi pure identificato _Tvashtar_ con _Savitar_ ch'è il -sole, bisogna dire che il ringiovanito dai R'ibhavas è lo stesso loro -maestro Tvashtar, ossia il vecchio sole, il Titone antico, che morrebbe -nella notte e nell'inverno, se non venisse ringiovanito, risuscitato -più luminoso al mattino ed in primavera. Così pure, lo ripetiamo, -poterono confondersi nella leggenda cristiana il biblico Giuseppe, -il sognatore, fanciullo perseguitato, che in Egitto, ossia nel paese -scuro, acquista la ricchezza, la potenza, la ricchezza, col vecchio -Giuseppe, sognatore anch'esso, che, per aver visto un sogno, trafuga il -fanciullo perseguitato in Egitto. Il vecchio sole che si nasconde nella -tenebra notturna od invernale, prepara la via del giovine Dio solare, -mattutino e primaverile. Nel _Rigveda_ (X, 70) _Tvashtar_ è celebrato -come _il previdente che prepara le vie degli Dei (devânâm pâthah upa -pra vidvân uçan yakshi)_, sotto questo aspetto _Tvashtar_ ha natura -benigna; così pure nella sua qualità di foggiatore d'armi fatate pel -Dio Indra, e di istitutore degli artisti divini, i _R'ibhavas_. Ma, -poichè Tvashtar esiste solamente in quanto il sole sta coperto, quando -il sole si scopre, quando il sole emerge dalla tenebra e dalla nuvola, -quando Indra col fulmine squarcia la tenebra, l'opera di Tvashtar si -distrugge, e Tvashtar piglia perciò in odio quello stesso Dio ch'egli -ha armato per le battaglie, quello stesso artista ch'egli nella tenebra -ha fatto luminoso, ossia ammaestrato, quello stesso sole fanciullo -ch'esso protesse ed allevò, e che diviene, appena fatto potente, -nemico di Tvashtar, mercè il quale si salvò, raggiunse la bellezza, -la sapienza, la ricchezza, la potenza. Nelle novelline popolari l'eroe -fanciullo, che fu in casa del diavolo per imparare la scienza, si serve -di questa scienza medesima per ingannare, tradire il diavolo, rubargli -la figlia, portargli via il tesoro, fuggire da esso; il diavolo o -mago lo insegue rapidissimo, ma il fanciullo, che gli ha menato via -il cavallo, ossia il rapido, ossia che vien fuori egli stesso in -forma di rapido corridore, corre più veloce, e, per qualche malizia, -si trasforma in modo che o sfugge alle persecuzioni del diavolo, o -assume tale carattere, che in quel carattere si trova superiore al -diavolo o stregone, e lo uccide. Evidentemente non è il senso morale -quello che predomina in tali novelline; poichè, per quanto sembri -bello ogni dispetto fatto al diavolo, l'ingratitudine è cosa assai più -mostruosa che il diavolo non sia. Ma noi non ci dobbiamo occupar qui -della morale dei miti, sì bene soltanto della loro realtà fisica, per -la quale dai mostri fisici emergono mostri morali. Figurata la notte o -la stagione invernale, come un mostro deforme, proteiforme, onniforme, -come un drago che butta fiamme ora dalla testa, ora dalla coda (le due -estremità del cielo infiammate nella sera e nel mattino, nell'autunno -e nella primavera), immaginatosi che quel drago mostruoso inghiotte -ed attira nella sua spelonca per divorarlo l'eroe solare, nel veder -riuscire, risalire vittorioso quest'ultimo al mattino o alla primavera, -dalla parte opposta del cielo, dalla quale s'era visto tramontare -nell'autunno e nella sera, s'immaginò che, ospitato nel seno della -notte il sole vecchio, il sole rimbambito, il sole ritornato bambino -(di sapientissimo ch'era), nell'ospitalità notturna s'ammaestri, -s'erudisca a spese di quel mostro medesimo che lo trattiene presso -di sè, per avere un servitore intelligente di più, o col proposito -di perderlo alla prima occasione. Il mago, il diavolo, s'accorge -in breve che il discepolo ha tanta malizia che sta per divenirgli -superiore; nella seconda parte della notte e della stagione tenebrosa -dell'anno il sole s'avvia verso il suo nuovo trionfo celeste. Allora -come nella prima metà della notte e della stagione fredda, tenebrosa, -il diavolo, sentendosi superiore, non nascondeva i segreti dell'arte -sua all'ospite; nella seconda invece s'insospettisce, incominciandosi -ad accorgere che l'eroe ospitato sta per pigliargli il disopra: da -quel punto, nell'animo del mostro sorge l'invidia e il disegno di -perdere il suo giovine e potente rivale: ma oramai questo, a misura -che s'avanza, cresce in potenza, come invece il diavolo, a misura che -lo insegue, sente venir meno le proprie forze; perciò il fine della -notte, il fine della stagione invernale, il fine della tempesta, -annunzia la morte del vecchio _Tvashtar_ (propriamente _il copritore_, -da _tvash=tvac'+tar_), ossia dell'opera propria, chiamata com'esso -_Viçvarûpa_, onniforme, o _Tvâshtra_ (appartenente a Tvashtar), o con -altro nome, perfetto equivalente ideologico, _Vr'itra (il copritore)_, -che appare negli Inni vedici come il figlio di _Tvashtar_. È un punto -appena quello che divide il Dio _Tvashtar_ dal Dio pluvio e tonante -Indra e dal suo nemico. Quando gli Inni vedici ci dicono che _Tvashtar -il copritore e il foggiatore di forme_ prepara le armi ad Indra Dio -pluvio e tonante, ciò val quanto dire che, senza il copritore, ossia -senza cielo copritore, non vi sarebbe il Dio fulminante e tonante, -ossia che Indra trova i suoi fulmini nel cielo coperto, che i fulmini -si trovano nel cielo coperto e non fuori di esso. Tvashtar copre il -cielo; il Dio fulminante e tonante trova le proprie armi in quel cielo -coperto; e se ne serve per distruggere _Vr'itra il mostro copritore_, -ossia quel cielo stesso nuvoloso, senza il quale Indra non potrebbe -essere un eroe, anzi l'eroe più meraviglioso dell'Olimpo. Tvashtar ama -la propria forma tenebrosa, e desidera conservarla; Indra, sebbene sia -nato in essa, sebbene senza di essa la sua potenza si distrugga, ama -distruggerla, per far del bene, liberando le acque, le vacche, le donne -che Tvashtar, ossia il suo equivalente _Vr'itra_, tiene prigioniere, -per liberare l'eroe o l'eroina solare che sta chiusa nella nuvola, -per ritornare quindi egli stesso a splendere come cielo luminoso, come -sommo signore del cielo. Gl'inni e le leggende del periodo vedico ci -presentano però già Indra e Tvashtar come nemici. Di questa inimicizia -essi ci recano come principal ragione la seguente: _Indra bevette -l'ambrosia nella casa di Tvashtar_,[38] nelle coppe di _Tvasthar_, -uccidendo il figlio di Tvashtar, ossia Vr'itra Viçvarûpa. L'oceano -celeste si rasciuga, ora perchè Indra ne beve le acque ambrosiache, -ora perchè, fulminando, le fa scorrere, e vuota così il barile celeste -che conteneva il _soma_. Il _Çatapatha Brahmana_, interpretando la -contesa fra Indra e Tvashtar per il _soma_, ci racconta la seguente -storiella: «Tvashtar aveva un figlio dalle tre teste, dalle tre bocche -e dai sei occhi, chiamato perciò _Viçvarûpa_. Una delle sue bocche -beveva l'ambrosia (_soma_), un'altra beveva vino (o bevanda spiritosa, -_surâ_), un'altra era per le rimanenti cose da mangiare e da bere. -Indra odiava quel Viçvarûpa, e gli tagliò le tre teste: da una bocca -uscì l'uccello francolino, ch'è di color bruno come il re Soma; -dall'altra uscì uno sparviere, e però quest'uccello grida con la voce -rauca, con cui parla un briaco che ha bevuto liquori inebbrianti; dalla -terza bocca uscì una pernice, dai colori screziati, poichè sembra che -nelle sue ali siano gocciate stille di burro liquefatto e di miele; da -tal bocca Viçvarûpa riceveva ogni maniera di cibi. Tvashtar s'accese -d'ira, e dicendo: _M'uccise il figlio_, egli offerse ambrosia agli -Dei, Indra eccettuato. Indra pensò: _Mi allontanano dall'ambrosia_; e, -come un forte adopra verso un debole, anche non invitato, si cibò del -_soma_ purificato che era nel vaso. Ma questo gli fece danno: esso gli -uscì tutto dalla bocca, e dalle altre parti vane del corpo. E Tvashtar -salì in collera, dicendo: _Chi, non invitato, si cibò del mio soma?_ -egli stesso interruppe il proprio sacrificio; e quel resto di _soma_, -ch'era rimasto nel vaso, adoperò (per accompagnare con un sacro rito -l'imprecazione), dicendo: _Cresci Indra-nemico (Indraçatruh)_, così -disse. E poichè disse _Indra-nemico cresci_, perciò Indra lo uccise; -ma se invece egli gli avesse detto: _D'Indra nemico (Indrasya satruh), -cresci_, egli avrebbe potuto uccidere Indra.» - -Questa leggenda è ancora di formazione vedica, e, sebbene relativamente -moderna, serve pure ad indicarci la forza che s'attribuiva nell'età -vedica alle imprecazioni, per cui anche un semplice _lapsus linguae_ -dell'imprecatore poteva rivolgere sopra di sè gli effetti di -quell'imprecazione ch'egli scagliava sopra il suo nemico. In questo -_Tvashtar imprecatore_ noi abbiamo poi una specie di Dio Brahman, -il quale combinerebbe col nome di _Brahmanaspati_ o _signor della -preghiera_, dato pure in alcuni Inni vedici al figlio di Tvashtar. E, -poichè ben presto l'uccidere un Brâhmano divenne il massimo delitto -sociale indiano, Indra uccisore di un Brâhmano nel cielo cadde in -disgrazia, divenne odioso alla casta brâhmanica, che gli sostituì -invece Brahman nel principato dell'Olimpo, mentre Indra rimase solo -più il Dio della casta guerriera, la quale nel fine del periodo vedico -e nelle leggende brâhmaniche troviamo spesso in fiero contrasto con la -casta de' Brâhmani. - -Uno dei nomi vedici di Indra come uccisore del mostro, del tricipite -Viçvarûpa, è _Trita Aptya_, il quale conoscendo le armi paterne -combatte, taglia le tre teste delle sette corna del figlio di Tvashtar, -libera le vacche. La parola _Trita_ vale propriamente _terzo_; suoi -fratelli sono _Ekata_ che val _primo_, e _Dvita_ che val _secondo_. -Come, nelle novelline popolari, il terzo fratello è sempre il più -valoroso, così la grande impresa mitica celeste è compiuta da _Indra_ -come _Trita_, ossia come _terzo_.[39] Trita troviamo identificato ora -con Indra, ora con Marut, Vâta, Vâyu; così nel _Mahâbhârata_, Arg'una -figlio d'Indra e Bhîma figlio del Vento fanno prodezze insieme. Bhîma -precipitato, per insidia, nel regno de' serpenti, vi beve l'acqua della -forza, come il vedico Trita è calato nel pozzo, come Indra trova nel -pozzo il _soma_, ossia la bevanda ambrosiaca, dalla quale egli trae la -sua forza; in una leggenda del _Mahâbhârata_ si narra che Trita nel -pozzo appresta il _soma_. Il sole che si tuffa nella nuvola e nella -notte tenebrosa, nell'acquosa stagione invernale, retta specialmente -dalla luna (Soma), come il giorno e l'estate dal sole, vi acquista la -sua forza, e ne vien fuori. Indra pluvio e tonante primaverile, Indra -pluvio e tonante estivo, e Trita che piglia forza nelle acque, che -sconfigge il mostro trattenitore delle acque, che uccide il figlio -di Tvashtar, hanno natura comune. Ma in quali relazioni di parentela -stanno Trita ed Indra con Tvashtar? Tvashtar identificandosi con -_Prag'âpati_, con _Dhâtar_, con _Savitar_, con _Pûshan_, appare un -Dio creatore. Dicemmo già ch'esso diede _vigore ad Indra_. Trita si dà -nella leggenda brâhmanica come figlio di _Prag'âpatî_. Ma _Prag'âpati_, -o _signor delle creature_, è un termine troppo generico, ed ogni -creatura si può considerare come opera di _Prag'âpati_. Tvashtar -riproduce, invece, particolarmente il carattere del vecchio padre, del -vecchio suocero, che accoglie, per volere del fato, inconsciamente, -incautamente quello che lo dovrà perdere. Indra e Trita devono tutto -il secreto dell'arte loro a Tvashtar, ma di esso si valgono appunto -per distruggerlo. Indra e Trita sono in alcun modo figli adottivi, -figli inconsapevoli del padre Tvashtar inconsciente che prepara il suo -danno senza saperlo. Egli ha un proprio figlio simile a sè, Triçiras, -ed una figlia Saranyû; sposa la figlia a Vâyu, e secondo una nozione -più frequente a Vivasvant. Ma Vâyu s'identifica con Trita, e Trita -con Indra. Perciò Trita od Indra ci dovrebbe apparire al pari di -Vâyu come genero di Tvashtar, accolto da lui come figlio, ospitato, -nutrito, ammaestrato nell'arte sua, fortificato a tutto suo detrimento. -La leggenda cristiana ha fatto di Giuseppe il legnaiuolo lo sposo -impotente della Vergine, che lo Spirito Santo viene a fecondare; la -leggenda vedica ci dà il vecchio legnaiuolo Tvashtar, il quale sposa la -vergine sua figlia Saranyû ora a Vâyu, il sacro vento, ora a Vivasvant, -uno de' nomi del giovine sole. La leggenda del _Mahâbhârata_ ci offre -il sole che visita in segreto nella casa paterna di lei la vergine -Kuntî, si unisce con essa, le dà un figlio, ma l'assicura che rimarrà, -dopo il parto, sempre pura; lo zefiro ed il sole s'uniscono ogni -giorno con l'aurora mattutina, e questa riappare ogni giorno vergine, -o _sempre giovane_, come dice l'inno vedico, quantunque _antica_. -L'aurora, quantunque _antica_, è sempre capace d'essere fecondata; -quindi se, nella Bibbia, la vecchia Sara, al passare degli angeli, -si feconda, se la madre di Sansone, dopo l'annunzio di un angelo, -quantunque creduta sterile, si feconda dell'eroe, la cui forza è nella -chioma; noi abbiamo sempre lo stesso fenomeno dell'aurora o della -primavera, che, quantunque antica, quando zefiro spira, quando il nuovo -sole si mostra, ci appare giovine, pura, e si rifeconda. Interpretati -coi fenomeni naturali, i miti pèrdono il loro carattere mostruoso. Così -ancora, quando il _Mahâbhârata_ ci racconta che _Pându, il pallido_, -è impotente a generar figli nel seno della sua sposa _Kuntî_, la -quale, consenziente lo sposo, riceve la visita degli Dei Yama, Vâyu -ed Indra che vengono a fecondarla; noi abbiamo ancora un mito che ci -rappresenta il fecondarsi dell'aurora e della primavera, a cui non -bastando _Pându, il pallido, l'imbelle_ sole invernale, perchè divenga -viva ne' figli e nelle opere, s'inviano il sole luminoso o sapiente -Yama, il vento vigoroso Vâyu, il tonante, fulminante, pluvio ed agile -Indra primaverile a fecondarla. Ma, per tornare agli Inni vedici, non -è dubbio che abbiamo in essi un divino falegname _Tvashtar_ che sposa -la propria figlia a Vâyu o Vivasvant, de' quali Indra e Trita appaiono -equivalenti. Indra e Trita si mostrano quindi nemici di Tvashtar, ma -prima essi furono beneficati da esso, avendo essi da Tvashtar appreso -l'arte, per cui riescono invincibili. Indra o Trita è l'artista che -supera il suo maestro. E come Indra s'identifica con _Trita_, così -tre si rappresentano i _R'ibhavas_ od artefici celesti, discepoli di -Tvashtar; Indra è il _R'ibhu_ per eccellenza; perciò i _R'ibhavas_ -appaiono per lo più congiunti con Indra; ed è il terzo _R'ibhu_ quello -che fa il gran miracolo, il miracolo più bello, pel quale Tvashtar -stesso ne piglia invidia. Essi aveano già fabbricato con l'arte loro -appresa da Tvashtar de' carri, col loro attacco, cioè vacche e cavalli, -e altre cose mirabili; essi aveano pure la virtù di ringiovanire i loro -genitori (_Sudhanvan_ è il nome vedico dato al padre dei _R'ibhavas_); -ma tutto ciò all'ingenuità del poeta vedico pareva ancora poco: esso -riserbava invece tutta la sua meraviglia per i _R'ibhavas_, i quali -da una sola coppa sacrificale ne aveano, abilissimi prestidigiatori, -formate quattro. E questo portento lo compie il più giovine de' tre -fratelli. Tvashtar, il loro maestro, in alcuni inni, appare soddisfatto -di quella meraviglia d'arte; in altri, invece, lo vediamo vergognoso. -Egli avea fatto quella coppa che i _R'ibhavas_ aveano moltiplicata -per quattro; vedendo alterata l'opera sua, e certamente migliorata, -egli va a nascondersi confuso tra le sue donne (_gnâsu_), ove si -sdegna e si prepara ad uccidere i suoi rivali. Tvashtar disse così: -_Uccidiamo quelli, i quali hanno profanata la coppa, nella quale gli -Dei venivano a bere_. Poichè tra que' profanatori si trovava il Dio -Indra in persona, il cui potere è appunto quello di estendere il cielo -celeste, si comprende come sia avvenuto l'espandimento della coppa -di Tvashtar, e come (una specie di _Secchia rapita_ celeste), dopo -quell'espandimento dell'opera di Tvashtar, Indra ed i R'ibhavas si -separino da esso, e la guerra s'accenda nel cielo per cagione della -coppa, in cui si beve, come poco innanzi abbiamo veduto Tvashtar -guastarsi con Indra per cagione della bevanda divina, che egli era -venuto a bere, per propria forza, senza essere stato invitato dal -guardiano del _soma_ alla libazione. Vedremo nella prossima Lettura -qual Dio sia stato negli Inni vedici questo Indra, che qui ci appare -già indicato come un artista meraviglioso, come un bevitore potente, e -come un guerriero di forze straordinarie. - - - - -LETTURA DECIMA. - -INDRA.[40] - - -Fra tutti gli Dei dell'Olimpo vedico, Indra è il più potente, il -più caratteristico, il più frequentemente invocato. E non s'invoca -solamente perchè si ama, ma spesso ancora perchè si teme. Tutta la -scienza magica, che ha le sue radici nelle superstiziose credenze -popolari, si fonda sopra una continua evocazione delle forze di un -dèmone occulto che si suppone occupar tutta la natura. Cicerone, nel -secondo libro _De Divinatione_, lasciò scritto: «Nonne perspicuum -est ex prima admiratione hominum, quod tonitrua, jactusque fulminum -extimuissent, credidisse ea efficere rerum omnium praepotentem jovem?» -Il tono ci rende _attoniti_ ed _intontiti_, come si dice in Toscana, -che vale quanto _istupiditi_, per la stessa analogia onde dal verbo -_stupire_ è nato l'aggettivo _stupido_. Il massimo degli Dei, il Dio -tonante, per suo supremo effetto, istupidisce il suo devoto ammiratore; -dove lo stupore non ha limiti, s'accoglie pure la stupidità; e -cessa questa, dove allo stupore sottentra la curiosità della ricerca -scientifica. I primi pastori vedici rimasero sotto il fascino tremendo -del cielo tonante, e accordarono pertanto al Dio che lo reggeva gli -onori supremi. Io ho già indicata la grande somiglianza che hanno fra -loro il vedico _Tvasthar_ che prepara ad Indra i fulmini, e Indra -stesso che brandisce il fulmine per lanciarlo; come Tvashtar prese -pertanto aspetto demoniaco, così Indra, il sommo degli Dei, ebbe pure -talora aspetti formidabili e demoniaci, e fu poi finalmente nella -mitologia brâhmanica rappresentato e perseguitato come Demonio. Come -ogni medaglia ha il suo rovescio, così non vi è Dio, di cui non si -potrebbe trovare il corrispondente demoniaco, fisico e morale; onde si -potrebbe dire egualmente che il Dio è un Demonio rovesciato o scoperto, -o pure che il Dio rovesciato e coperto diviene un Demonio. - -Il bello ed il brutto, il bene ed il male, non sono distinti in natura: -l'uno rientra nell'altro, l'uno esce dall'altro, ed essi si confondono -in una lotta perenne. L'opera può esser buona o cattiva, ma l'operaio -medesimo può essere autore dell'una come dell'altra. Un inno del -_Rigveda_ (VIII, 86) canta: «O fulminante, per timore di te, tutte le -cose create, il cielo e la terra tremano.» In altri inni consigliati -dalla paura,[41] il devoto assicura Indra ch'egli serba fede al -violento Indra (_tvishimate Indrâya_), quando egli ferisce col fulmine -(_Rigv._, I, 55); e lo prega perciò di non distruggere la gioia o la -salute, o il nutrimento vitale che sia, del devoto (_mâ antarâm bhug'am -â ririsho nas; Rigv._, I, 104); un altro poeta con singolare insolenza -canta, rivolgendosi ad Indra (_Rigv._, VIII, 45): «Io ho inteso poco di -quello che un tuo pari ha fatto sopra la terra; mostra l'animo tuo, o -Indra. Crederò vere quelle tue prodezze, meritate le lodi che si fanno -di te, se ti mostrerai propizio a noi. O eroe, non fulminarci nè per un -peccato, nè per due, nè per tre, nè per molti. Io ho avuto paura di un -terribile, lacerante, distruggente offensore tuo pari.» Il devoto qui -diviene ribelle; e si sente in questa antica protesta dell'uomo contro -una forza soverchiante della natura, adorata come divina, fremere -l'anima di un Prometeo.[42] Il tonante apparve potente, il potente -prepotente o tiranno, e contro il tiranno arbitrario, capriccioso, -violento, i devoti meno persuasi della divinità d'Indra si sollevano -sdegnati. Mentre adunque molti devoti salutano Indra per lo più col -nome di _padre (Jupiter)_ e lo colmano di tutte le carezze che il -linguaggio poetico può immaginare per raffigurare un nume prediletto, -dal quale s'attendono ogni maniera di favori, vacche, cavalli, cibi, -ricchezze, la vittoria ne' combattimenti, la felicità, la gloria, altri -dubitano ancora della sua esistenza, e da questo dubbio alla ribellione -contro la sua presenza che si rivela quindi in modo terribile, -formidato, è agevole il passo. Un poeta dice (_Rigv._, VI, 18): «Sei -tu forte, o Indra, o non lo sei? móstrati nel tuo vero aspetto.» Ma, -poco dopo, sentendolo probabilmente tonare, s'affretta esclamando: «Io -credo, o potentissimo, reale la forza di te nato potente.» Ed un altro -poeta (_Rigv._, VIII, 89): «Se Indra esiste veramente, offriamogli un -vero e proprio inno, domandandogli degli alimenti.» Ma alcuno dice: -«Indra non esiste; chi l'ha veduto? e (se nessuno l'ha veduto) a -chi inneggieremo noi?» (Ma Indra si fa ben presto sentire, dicendo): -«Eccomi, o devoto; ravvisami: per la grandezza, io sto sopra tutte le -creature.» Noi vediamo qui dapprima un dubbio intorno alla presenza -dell'Indra fisico; quindi si venne a dubitar pure del suo carattere -divino. Vi sono alcuna volta nel cielo lampi e toni che non portano -alcun effetto sopra la terra, che non menano e non accompagnano alcuna -tempesta; allora il poeta si domanda se Indra ci sia o non ci sia, se -quel tonante celeste sia il vero Indra, od una mistificazione di esso. - -In questa domanda noi abbiamo indicato il carattere più generale, più -frequente dell'Indra vedico. La sua qualità di tonante e pluvio lo rese -eminente tra gli Dei eroici. Ma non è probabile che questo sia stato -il carattere primitivo d'Indra come non è stato l'ultimo. Nel periodo -brâhmanico Indra ritorna ad essere quello che sembrami sia stato -nel primo periodo vedico, cioè il cielo e specialmente poi il cielo -azzurro, stellato, notturno. L'_Indraloka_ o _il mondo_ o _paradiso -d'Indra_, vale per me semplicemente _il cielo_, come lo _svargaloka_, -che vale _il mondo celeste_ ed _il paradiso_. Perciò troviamo -Indra chiamato _sahasrâksha_ o _milloculo_, e poichè il _pavone_ si -distingue per le sue penne gemmate ed occhiute, la leggenda indiana ci -rappresenta Indra in forma di pavone, e il mito indo-europeo il corvo, -ossia il nero, la notte scura, che si veste delle penne del pavone, -ossia che s'ingemma d'occhi. Perciò ancora il pavone era dedicato alla -_Dea Giunone (D)junon_ il cielo femminino, come _Dyu, Dyaus, Zeus, -(D)jupiter_ o _(D)iespiter_ è il cielo mascolino. Abbiamo un cielo -concepito come mascolino _Dyu_, e un cielo concepito come femminino -_Div (Pr'ithivî_ «la larga» abbiamo già detto corrispondergli); così la -parola dies in latino è comune al mascolino ed al femminino. Concepito -_Div_ come un femminino, il suo mascolino è o _Dyu (Dyâus, Zeus)_, -oppure _lo sposo_, _il signore (pati o pitar)_ di _Div_, chiamato -_Divaspati_ in lingua vedica, e _(D)jupiter, (D)iespiter_ in lingua -latina (il vedico _Dyaush_). Giunone è dunque la sposa legittima di -Giove, poichè Giove è il cielo, e il signore del cielo, e Giunone è il -cielo stesso. _Divaspati_ è uno de' più antichi appellativi che assume -negli Inni vedici il Dio _Indra_, il quale pertanto fu, anzi ogni cosa, -semplicemente il cielo, e poi il padrone, il reggitore del cielo; ma, -divenuto il signore del cielo, poichè nel cielo non si manifesta alcun -fenomeno più meraviglioso e più formidabile del fulmine, il fulmine fu -posto nelle mani di quel _Divaspati_ o _signore del cielo_. - -S'è molto disputato fin qui intorno all'etimologia del nome _Indra_, ed -invano. La parola _Indra_ non ci offre alcun derivato, nè alcuna radice -indiana che valga a dichiararla; ed è alquanto curioso che non si possa -in una lingua tutta trasparente come quella che ci occupa, ritrovare -il senso intimo dell'appellativo del Dio supremo vedico; mentre poi -questo pronto sottrarsi della parola all'analisi etimologica potè -forse servire a far d'Indra una potenza più venerabile, per essersi -perduta la coscienza del primitivo significato del suo nome. Tuttavia, -come ogni avvocato non ama dichiarar perduta una causa importante, -finch'ei non s'è provato alla sua volta a difenderla, pare a me d'aver -finalmente trovato la prima forma ed il primo senso del nome di quel -Dio, con cui mi sono accostato[43] la prima volta agli studii di -mitologia indiana, nel proposito di penetrarne, secondo il mio potere, -l'intima natura. - -Io suppongo, per l'analogia del nome zendo d'_Indra_, che è _Andra_, -essersi assimilata la sorda dentale innanzi alla sonora semivocale, -dopo la metatesi, e dopo la perdita della media vocale _a_, e -restituisco pertanto il nome _Indra_ (per _Andra_) ad _Antar_ o -_Antara_, che valse la regione di mezzo, come _Antari-ksha_ (secondo -la probabile spartizione della parola, proposta dal professor Weber) -vale la regione di mezzo, il cielo di mezzo, quel cielo appunto, -nel quale si adunano le tempeste, il cielo delle tempeste, che si -rappresentò quindi particolarmente come pluvio e tonante. Quando -diciamo dunque _Indra_, diciamo ancora _il cielo_, diciamo _Dyu_, -diciamo _Divaspati_, ma quel _Divaspati_ specialmente, nel cui -esclusivo dominio succedono le tempeste. La verità fisica viene in -sostegno della nostra etimologia; poichè è solamente nell'_antar_ -od _antara_ od _antariksha_, o cielo di mezzo, che si raccolgono le -nuvole, che guizzano i lampi, che _Indra_ od _Andra_ tona. E di questa -verità naturale i pastori che parlavano la lingua vedica avevano dovuto -essere frequenti spettatori dall'alto delle montagne dell'Himâlaya, -come potremmo rendercene ancora capaci noi stessi, salendo ne' mesi -estivi sopra le vette del nostro Appennino o delle nostre Alpi, -onde assisteremmo al meraviglioso spettacolo di un mare di nuvole -solcate dai fulmini, e fragoroso per frequenti scoppi di tuono, onde -sentiremmo sotto i nostri piedi traballare la montagna. L'_antar, -antara_, o _Andra_ od _Indra_ tonante, accompagnato dai _Marutas_ o -_venti_, incominciò dunque, per quanto ne pare a me, a rappresentare -l'_atmosfera_, o regione de' venti, o regione delle tempeste, de' toni, -de' fulmini, e quindi si trasformò nel Dio che regge le tempeste, a -quel modo stesso con cui _Dyu_ «il cielo» divenne _Divaspati_ «il -reggitore del cielo.» E questa etimologia che io ardisco proporre -con qualche fiducia, per la parola _Indra_, non solo non obbliga ad -alcuno sforzo di derivazione, non solo combina perfettamente coi -fenomeni fisici che _Dyu_, divenuto _Divaspati_ e poi _Indra_, fu -chiamato a rappresentare, ma con tutta la nozione che la mitologia -vedica ci può dare del primitivo Indra posto in relazione strettissima -con _Varuna_, il copritore celeste, che, secondo il professore Roth, -fu venerato prima del Dio Indra, e con Dyaus, di cui i professori -Benfey e Brèal hanno fatto il predecessore del nostro Dio. Nessuna -meraviglia invero che Indra o Divaspati, Dyaus e Varuna, avendo in -origine rappresentato solamente il cielo, i tre numi abbiano pure un -loro antico uniforme carattere. Solamente col tempo ciascuno de' tre -Dei prese una sua caratteristica speciale: Dyaus riuscì particolarmente -il cielo luminoso, Varuna il cielo acquoso, tenebroso, Indra il cielo -pluvio e tonante; dall'uno identico si staccarono tre varietà, le quali -presero persona, ma ogni persona conservò pure e tradì spesso alcuno -de' comuni caratteri generici, alcuno dei segni dell'antica parentela. -L'antico _antara_ o _medio_[44] divenuto _Andra_ e poi _Indra_, con -questo appellativo, il nume scambiò poi alcuna delle sue qualità con -quelle di un Dio di nome analogo _Indu_, il Dio Luno, rappresentato -come particolar reggitore della stagione acquosa, invernale; ed Indra -che si chiude nella nuvola, ossia il cielo che si copre di nuvole, si -rappresenta come un gran bevitore d'_Indu_ e di _Soma_, voci che, oltre -la luna, dicemmo rappresentare l'ambrosia. L'ambrosia d'Indra pluvio -è l'acqua della nuvola, nella quale egli si disseta, s'inebria, piglia -forza nel marzo e in estate (come la perde nell'aprile e nell'autunno), -quindi fulmina e tona, uccidendo il mostro che trattiene le acque. -Siccome poi il sole fa il medesimo che il cielo, cioè si chiude, si -nasconde nella nuvola, e il sole è chiamato signore del cielo non -meno di Indra, lo stesso Indra che, nella sua qualità di pluvio si -confonde con l'umido Indu, il Dio Luno, ci si rappresenta ancora con -alcuni caratteri conformi a quelli proprii del sole. Ma, per quanto -elastica possa essere la natura del sommo degli Dei, il quale è pure -in parte tale, perchè si associa alcuni attributi proprii degli altri -Dei, si può ritenere come cosa certa che il primo carattere generale -d'Indra fu quello di _cielo_, il suo carattere specifico eroico divenne -quello di _cielo fulminante e tonante_. Un inno vedico (_Rigv._, -VI, 82) ci fa sapere che Mitra (il sole) va specialmente dietro a -Varuna, e che il terribile Indra se ne va risplendendo in compagnia -de' Marutas; un altro inno (VII, 83) canta che il piacere d'Indra è -quello d'uccidere i nemici in battaglia, mentre Varuna mantiene sempre -e difende le vie del cielo. Varuna rimase il cielo tranquillo, Indra -divenne il cielo animato nella tempesta, e specialmente, ripeto, il -cielo dell'atmosfera, il cielo _antara_ od _antariksha_. L'inno 12º -del II libro del _Rigveda_ definisce anzi Indra «quello che formò -l'atmosfera, e quello che stabilì il cielo» (_yo antarikshâni vimame -varîyo yo dyâm astabhnât sa g'anâsah Indra_). In questa importante -definizione noi troviamo accennata la natura specifica e la natura -generica del Dio Indra, cioè il cielo medio, agitato, tempestoso, ed -il cielo in generale. Ed è specificandosi che Indra divenne popolare, -e prese una spiccata fisionomia poetica ed eroica, e potè quindi -dominare tutto l'Olimpo vedico, ed una parte del brâhmanico, chè, -quando Strabone c'informa come gl'indiani del suo tempo adoravano il -Dio o Giove pluvio (τὸν σμβριον Δὶα), convien credere che, presso -i popoli del Pa'n'c'anâda, fosse rimasta alcuna viva reminiscenza -dell'antico culto vedico, sebbene nell'India brâhmanica il sommo -potere regio, che negli Inni vedici trovasi diviso fra Indra e Varuna -chiamati insieme _colleghi nel regno (samrâg'â)_, sia stato diviso fra -Yama e Brahman, la potenza formidabile d'Indra fulminante vittorioso -sia stata trasferita particolarmente nel Dio Vishnu, e Indra stesso -sia divenuto il solo vago cielo azzurro, e specialmente l'azzurro -stellato. Vishnu negli Inni vedici appare come un compagno, un amico -d'Indra; e il _Çatapatha Brâhmana_ ce lo rappresenta come suo seguace, -in una leggenda, nella quale il nemico d'Indra, il mostro Vritra, -riappare come un personaggio sacro, la cui propria essenza sono i -tre primi Vedi. Secondo quella leggenda, adunque, era egli stesso il -_Rigveda_, il _Yag'urveda_, il _Sâmaveda_ insieme riuniti; Indra ne -piglia dispetto, ed avendo per suo compagno Vishnu, volenteroso di -lanciare il proprio fulmine contro Vritra, dice a Vishnu: «Io vorrei -scagliare il fulmine contro Vritra.» Dice Vishnu: «Sta bene; io ti -starò dietro; scaglia.» Allora Indra levò contro di lui il fulmine: -Vritra a quel fulmine levato ebbe paura; egli però disse: «Io ho questa -forza; io do questa a te; e tu non voler più scagliare,» e consegnò -ad Indra il _Yag'urveda_. Allora Indra levò sopra di lui un secondo -fulmine, e Vritra: «È mia quest'altra forza; voglio cederla a te; ma -tu non voler più scagliare;» così disse, e gli consegnò il _Rigveda_. -Ed Indra levò fuori un terzo fulmine. Allora Vritra: «Ho _ancora_ -quest'_ultima_ forza; te la do; ma tu non voler scagliare,» e gli -consegnò il _Sâmaveda_. Ma Indra, che s'è divertito a quel giuoco, -continua a puntare contro il suo nemico, e Vishnu gli sta sempre -dietro. Nel periodo brâhmanico Vritra, come abbiamo già avvertito, fece -poi le sue vendette, poichè, raffiguratosi in esso un brâhmano, anzi -il brâhmano per eccellenza, in lui si identificò, col trionfo della -casta brâhmanica sopra la guerriera, il sommo Brahman, ed Indra venne -precipitato ignominiosamente dall'Olimpo, come brahmanicida, e, per -giunta, infamato come un Dio donnaiolo, condannato a giacere nascosto -nell'acqua, per la vergogna ch'egli avea di mostrarsi, dopo che -maledetto da un Brâhmano, di cui egli avea sedotto la moglie Ahalyâ, -il suo corpo si trovò coperto di mille vulve, onde gli fu dato dai -Brâhmani il nome infame di _Sahasrayoni_, variandosi così l'appellativo -proprio d'Indra come cielo stellato ch'era _Sahasrâksha_, ossia _dai -mille occhi_, che avea convertito Indra in una specie di Argo. Nel -_Râmâyana_ un poema fatto per i guerrieri, dove tuttavia si tradiscono -spesso preoccupazioni settarie brâhmaniche, Indra si scusa presso gli -Dei di aver sedotta Ahalyâ, la sposa del penitente Gâutama per metterlo -in collera, e così fargli, con nemesia vendetta, perdere il frutto -della sua penitenza, la quale, quando fosse stata spinta più oltre, -avrebbe potuto far tremare l'Olimpo, e pregiudicare gli Dei, creando -sopra la terra un uomo, cui la santità del costume avrebbe reso non -simile soltanto, ma più forte e formidabile di tutti gli Dei. Onde, -convertito evidentemente in una specie di dèmone tentatore,[45] Indra -si aspetta lode dagli Dei per la sua prodezza erotica, come nell'Olimpo -vedico ne aveva avuta per le sue prodezze eroiche. Con lo stesso -intendimento, nelle leggende brâhmaniche, il Dio Indra manda spesso -dal cielo in terra le sue Ninfe od _Apsarâs_, per invitarle a sedurre -con la nudità delle loro forme i santi Anacoreti, intenti a macerare la -carne ed a mortificarsi; i santi ora cedono, ora si mettono in collera, -ed in entrambi i casi recano danno a sè stessi, pèrdono in un giorno -il frutto delle loro penitenze protratte, secondo i mostruosi calcoli -brâhmanici, per centinaia e migliaia d'anni. - -Nello stesso _Râmâyana_, ove Indra appare come seduttore di Ahalyâ, -Ahalyâ, che prima era lodata per l'unica bella donna che fosse nel -mondo, e altrove viene celebrata come la prima donna creata da Brahman, -l'Eva indiana, diviene brutta e vien cacciata dal sacro eremo, in cui -viveva felice; ma si scusa che si lasciò sedurre, perchè Indra avea -preso le forme ingannevoli di suo marito Gâutama. Essa tuttavia ritorna -pura, ricupera la sua bellezza, per la sola visione di Vishnu incarnato -in Râma, e Indra alla sua volta si purga del suo peccato d'adulterio -facendo un sacrificio a Vishnu; così le parti si trovano invertite fra -l'Indra e Vishnu vedici e il Vishnu ed Indra brâhmanici. I Brâhmani, -volendo pur accordare un proprio loro Dio ai guerrieri, foggiarono di -Vishnu, il vedico seguace d'Indra, il supremo Dio delle battaglie, -ed Indra fu collocato a riposo; nel suo riposo troppo prolungato, -stravizia e riempie il cielo di scandali. Quanta differenza dal vedico -Indra, di cui l'antico poeta cantava (_Rigv._, IV, 30): «Non vi è -alcuno più alto di te, o Indra, nessuno superiore a te; o uccisore di -Vritra, nessuno simile a te.» (_Rigv._, VI, 30): «È vero questo, non -vi è altri, o Indra, Dio o mortale, superiore a te.» (_Rigv._, VIII, -67): «Indra è insuperabile, invincibile; egli ode, egli vede ogni -cosa.» (_Rigv._, VIII, 77): «Tu combatti, e vinci tutte le creature -in potenza, in vigore, in energia, in forza.» (_Rigv._, VIII, 59): -«O Indra, se tu avessi cento cieli, cento terre, non i cieli, non le -terre, non cento soli, non alcuna cosa creata arriverebbe alla tua -grandezza.» (_Rigv._, VIII, 87): «O Indra, tu sei potentissimo; tu hai -fatto risplendere il sole; tu sei grande artefice dell'universo, tu sei -il Dio dell'universo.» - -Vedremo, in breve, quali siano state le imprese eroiche del Dio -Indra nel _Rigveda_. Intanto ho voluto tratteggiarne i caratteri più -generali, mostrandovi come dal primo aspetto di cielo siasi passato -a quello di cielo atmosferico, pluvio, fulminante, tonante, e come -nel periodo brâhmanico siasi ritornati a rappresentare Indra nel suo -carattere celeste, conservandogli una parte della sua natura acquosa. -La leggenda indiana ci mostra Indra, per aver sedotto Ahalyâ, punito e -costretto a rimaner sepolto nelle acque; il mito greco ci rappresenta -Giove tonante che, in forma di cuculo, visita segretamente Giunone; -e abbiamo già detto che il tono di marzo fu paragonato al canto del -cuculo nunzio della primavera. - -Dopo che il cuculo ha cantato, dopo che Giove, in forma di cuculo, -ha visitato Giunone in segreto come un adultero, dopo i primi toni -e lampi di marzo accompagnati da zefiri erotici e da venti marziali -nunzii della primavera, il seduttore, l'amante, il guerriero inebriato -si perde; Eros ed Aphrodite abbracciati si trasformano in pesci e si -gettano in mare; viene l'aprile con le pioggie inondatrici; viene il -mese del pesce; Indra adultero nell'acqua ed il pesce erotico, che -si mangia nel venerdì, ossia nel giorno di Venere, l'Eros, guerriero -erotico che divien pesce, il pesce, anzi i due pesci (Amore ed -Afrodite, Indra ed Ahalyâ) che aprono il mese d'aprile, e coi quali, -pel loro significato fallico, è tempo che la nostra società civile -cessi di scherzare, sono perfetti corrispondenti mitici. - -Dopo aver così determinato il campo mitico speciale d'Indra, studiamo -ora com'egli vi nasca, quale battaglia, e con quali alleati, e contro -quali nemici egli vi conduca.[46] - -Indra essendo il più eroico degli Dei, la creazione più maravigliosa -del cielo dovette esser quella d'Indra. L'inno 18º del IV libro del -_Rigveda_ ci rappresenta il Dio Indra come il figlio di una vedova. -Il poeta domanda ad Indra: «Chi ha fatto vedova tua madre?» E, appena -egli è nato, vi è alcuno (senza dubbio, lo stesso che uccise ad Indra -il padre) che tenta pure di uccidere il figlio, onde lo stesso poeta -domanda ad Indra: «Chi è colui che desidera di ucciderti, sia che tu -rimanga a piacere, sia che tu cammini?» La madre d'Indra è salutata -con gli appellativi di _fortunata (Bhadrâ)_ e _divina (devî)_ e -_nârî_, ossia _donna forte_. La madre d'Indra è chiamata, in un inno, -_Nishtigrî_; e _Nishtigrî_ appare come un sinonimo di _Aditi_, uno -dei nomi dati alla volta celeste. Onde Indra, il cui nome è pure -_Divaspati_, apparirebbe, non solo _signore del cielo_, ma ancora -figlio del cielo, come Parg'anya, come l'Aurora, come, in somma, -tutti i Celesti, tutti gli Dei luminosi, tutti gli _Adityâs_ figli -di Aditi. Un altro de' nomi della madre d'Indra è, nell'_Atharvaveda, -Ekâshtakâ_, parola che significa propriamente «la prima ottava parte -dell'anno;» la quale dovrebbe corrispondere ai mesi di marzo ed aprile, -il tempo, in cui il Dio tonante e pluvio si manifesta. L'_Atharvaveda_ -avverte tuttavia come, per sola virtù di penitenza, Ekâshtakâ generò -il glorioso Indra. Così Indra fu creato per virtù di penitenza, secondo -una leggenda del _Tâittiriya Brâhmana_ riferita dal Muir (volume cit.): - -— Prag'âpati aveva creato i Devâs e gli Asurâs; ma non aveva ancora -creato Indra. Gli Dei dissero a lui: «Genera Indra per noi;» egli -disse: «Come io ho creato voi per mezzo della penitenza, così generate -voi Indra.» Allora essi fecero penitenza: videro Indra in sè; onde essi -gli dissero: «Nasci.» Allora egli disse: «Per qual destino nascerò io?» -Gli Dei e gli Asuri lo destinarono allora a proteggere le stagioni, -gli anni, la prole, gli armenti, i mondi. — È evidente come, in questa -teogonia d'origine brâhmanica, si cerca già d'umiliare la grandezza -del Dio Indra, poichè, mentre gli altri Dei si rappresentano come -dirette creature del sommo Dio Prag'âpati, Indra appare invece una -creatura secondaria degli Dei; perciò non è meraviglia se, nello stesso -_Brâhmana_, gli Dei si vantino ad Indra d'essergli superiori, mentre -invece reca meraviglia il vedere come, offeso per quel vanto, Indra ne -porti lagno al tribunale supremo di quello stesso Prag'âpati che aveva -già disdegnato di crearlo, ed al quale, per divenire il re degli Dei, -Indra domanda lo splendore che risiede in lui. Ma il _Rigveda_ stesso -ci presenta già la nozione di un Indra generato dagli Dei. Nel _Purusha -Sûkta_ poi Indra appare uscente con Agni dalla bocca del Purusha o -maschio universale. - -Ma nè gli Dei, in genere, nè il maschio Purusha possono valere come -il proprio padre d'Indra, la cui madre rimane vedovata. Come la madre -Aditi dicemmo rappresentare il cielo femmina, così il padre d'Indra -(quando Indra non si concepisca come un figlio illegittimo, ossia nato -per miracolo da una vedova, come altri Eroi son nati per miracolo da -una vergine, o da una donna vecchia o da una donna sterile) non può -essere stato altro che il cielo maschio, ossia Dyu, Dyaus, il nome -antico d'Indra. Ed esso è nel vero nominato come proprio padre d'Indra -nell'inno 17º del IV libro del _Rigveda_: «Fortissimo fu giudicato -il tuo genitore Dyaus; d'Indra il creatore fu un abilissimo operaio.» -(_Suvîras te g'anitâ manyata. Dyaur Indrasya karttâ svapastamo 'bhût_.) -Questa nozione vedica è importante. - -Il cielo come infinito, indestruttibile, è Aditi; come luminoso, -è Dyaus; quando il Dio pluvio e tonante copre il cielo, la vôlta -infinita, la madre Aditi esiste ancora, ma il luminoso Dyaus è -scomparso. Il nascimento d'Indra pluvio e tonante porta la morte del -luminoso Dyaus; così, nella mitologia ellenica, uno Zeus rovesciò -l'altro, ossia lo Zeus pluvio e tonante distrugge l'antico Zeus -luminoso. Indra, la cui madre diviene vedova, quando egli nasce, è -ancor esso un'antica forma del mitico parricida, o di figlio nato in -modo eccezionale. - -Appena Indra nasce, appare forte: «Appena nascesti, o Indra, per -ottenere la forza, hai bevuto il soma; e la madre proclamò la tua -grandezza.» (_Rigveda_, VII, 98.) Un altro inno canta: «Appena nato, -Indra, l'uccisore di Vritra, afferrò il dardo, e domandò alla madre: -Dove sono quelli che vengono celebrati come guerrieri terribili?» Ecco -qui ancora uno de' caratteri proprii dell'eroe epico e leggendario, il -quale, essendo ancora fanciullo, dà già prove singolari del suo valore. -Ognuno di voi ricorda Ciro, Ercole, Sansone fanciulli; e, ne' futuri -raffronti, converrà forse ancora soggiungere Cristo, il quale, presso -l'importante, quantunque apocrifo, Vangelo ambrosiano,[47] nella prima -sua infanzia, mentre egli sta in Egitto, ossia nella regione nera, -vede muovere incontro a sè dragoni spaventosi; Giuseppe e la madre ne -pigliano terrore; il fanciullo Gesù invece corre loro incontra e li -doma. - -Indra deriva la sua forza dal _soma_. Il _soma_ è per lui l'acqua della -forza. Come l'eroe epico e leggendario beve quell'acqua, Indra se ne -disseta largamente; perciò negli Inni vedici, non solo egli viene -chiamato _somapâs_, ossia _bevitore di soma_, ma l'_ekah somapâs_, -ossia _l'unico bevitore di soma_, e _somapâtamas_, ossia _il più gran -bevitore di soma_; un inno del _Rigveda_ ci dice che l'anima, la mente -d'Indra consiste tutta nel desiderio del soma (_somakâmam hi te manach; -Rigv._, VIII 50); uno de' nomi d'Indra perciò è pure _somakâmas_, -ossia _amante del soma_. E non solo il bere il soma è nella natura -d'Indra, ma una delle sue prodezze, per la quantità sterminata ch'egli -ne può bere ad un tratto; nella mitologia slava e scandinava l'eroe si -distingue spesso per la sua potenza nel bere più d'ogni altro, senza -alcuno sforzo. Indra con un solo sorso rasciuga bevendo trenta laghi -di _soma_: e quanto più egli beve, tanto più s'afforza; onde lo stesso -devoto, perchè si spieghi quindi e toni e fulmini un vero Indra, e non -un simulacro di esso, invita Indra a ber bene. L'eroe, essenzialmente, -deve saper bere; il più forte de' Panduidi, il figlio del Vento, -_Bhîma_ «il terribile,» acquista la sua forza invincibile dopochè, -gettato nel Gange, discende nel regno de' serpenti a bere l'acqua -della forza. Ma poichè l'eroe beve molto, si suppose, per analogia, -ch'egli mangiasse del pari; perciò Indra è ancora celebrato come una -specie di Milone Crotoniate che si mangiava un bove per ogni pasto. -Indra mangia, secondo un inno vedico, un bove; secondo un altro inno, -cento; secondo un terzo inno, trecento bovi per volta. Ma sulla potenza -d'Indra nel mangiare il poeta vedico non insiste molto, mentre quasi -ogni inno vedico a lui dedicato fa cenno del _soma_, che il Dio Indra -beve. Vi è un inno singolare nel X libro del _Rigveda_ (119); in esso -Indra celebra le proprie lodi; secondo il commentatore indiano Sâyana, -Indra canta quell'inno, in forma di quaglia, dopo aver bevuto il soma, -appena si accorge della presenza di un _rishi_. Che può significare -questa leggenda? La quaglia è animale che dorme di giorno e veglia di -notte, eccitato specialmente nelle notti, nelle quali la luna, ossia -Soma, appare nel cielo. La notte dell'anno è l'inverno, di cui la luna -vien considerata il principale reggente; è in relazione specialmente -col Soma ambrosiaco, col Soma apportatore delle pioggie primaverili, -che il Dio tonante e pluvio ritrova nel cielo la sua forza. L'inno -vedico suona così: «La mia mente è quella di dare la vacca (l'aurora -o la primavera) ed il cavallo (il sole); perciò io ho molto bevuto. Le -bevande mi sospinsero come venti gagliardi; perciò io ho molto bevuto. -Le bevande mi eccitarono come rapidi cavalli portano via un carro; -perciò io ho molto bevuto. Il soma[48] scorse verso di me, come una -vacca si affretta verso il caro figlio; perciò io ho bevuto il soma. -Intorno al cuore io mi circondo di soma, come un falegname si circonda -di carri. Le cinque classi d'uomini non appaiono alla mia grandezza -neppure come un atomo; perciò ho bevuto il soma. I due mondi non sono -neppure uguali alla metà di me; perciò ho bevuto il soma. Io oltrepasso -in grandezza il cielo e la terra; perciò ho bevuto il soma, ec.» - -Si direbbe quasi che Indra tema di essere preso dai devoti per -un briaco, e che canti l'inno apologetico, per scusarsi dell'aver -bevuto oltre la misura ordinaria. Indra parrebbe voler mostrare che -il bere non lo eccitò altrimenti che _il forte inebriato_ biblico -e manzoniano. Ma Indra non è solo forte per sè; la sua forza è pure -nelle proprie armi, ossia nel fulmine apprestatogli da Tvashtar, e -ne' proprii alleati, tra i quali si celebrano per la loro potenza, -e per la loro fedeltà ad Indra, i Marutas. Nelle novelline russe, -una delle prove eroiche fra l'eroe ed il suo nemico consiste nella -gara a chi fischia più forte. Anche il nemico d'Indra, il copritore -Vritra si distingue come soffiatore, ossia come fischiatore; Indra in -questa prova è assistito dai venti Marutas. Sâyana riferisce, nel suo -commento, questa leggenda: — Indra, volendo uccidere Vritra, disse -a tutti gli Dei: «Seguitemi, aiutatemi.» Essi dissero: «Sta bene;» -e corsero per ammazzare. Vritra pensò: «Essi corrono per ammazzarmi; -io farò loro paura;» e contro di essi soffiò un vento poderoso; tutti -gli Dei scapparono frettolosi per quel fischio di lui; i soli Marutas -non abbandonarono Indra. Essi stettero presso di lui, dicendo questo: -«Uccidi, o Dio, uccidi il forte.» Vedendo questo, Indra pensò: «Ecco i -miei alleati; essi mi amano: essi devono aver la loro parte in questo -inno;» così disse Indra. — Dar loro parte nell'inno, non vuol dire -dargli il primo posto, ed io ho già avvertito come sia nata nell'Olimpo -vedico una forte gelosia tra il Dio Indra e i suoi compagni Marutas. -Questi sono i compagni del Dio, nel forte della battaglia; altri -alleati conta Indra nel cielo, e tra questi la Sarasvatî e i simpatici -Açvinâu, che lo aiutano specialmente a fare opere buone ed anzi a -liberare lo stesso Indra dal pericolo, quando il mostro Namuc'i viene a -bere il soma, ossia la forza d'Indra. - -Nel _Çatapatha Brâhmana_ si trova una leggenda, della quale il senso è -questo: - -— Il mostro Namuc'i portò via la forza d'Indra, il soma, col liquore -inebriante. Indra accorre per aiuto agli Açvinâu ed alla Sarasvatî, -dicendo: «Io aveva giurato a Namuc'i che non l'avrei mai ammazzato nè -di notte, nè di giorno, nè con la mazza, nè con l'arco, e neppure con -la palma della mano distesa, o col pugno stretto, non con la siccità, -non con la umidità; ed egli ha portato via la mia forza; chi me la -ricupera?» Gli Açvinâu e la Sarasvatî domandano ad Indra che permetta -loro di goderne una parte, e ch'egli riavrà la sua forza. Indra dice: -«Essa deve esser comune fra noi tutti; perciò, ricuperatela.» Allora -gli Açvinâu e la Sarasvatî unsero il fulmine, dicendo: «Esso non è -nè secco nè umido.» Con questo Indra colpi Namuc'i nella testa, nel -punto in cui la notte stava per passar nell'aurora, e ne venne fuori -il soma, insieme col sangue di Namuc'i. — Il sangue di Namuc'i ucciso -verso l'aurora non può essere che il rosso dell'aurora stessa. Ma nelle -imprese gagliarde il più utile concorso Indra lo riceve certamente dai -Marutas, e dalle proprie armi fulminee. Vishnu gli è pure compagno e -seguace fedele, ma lo segue più come servo devoto che come cooperatore -magnanimo. - -Così, se i nemici d'Indra sono molti, se tutti i _krishnâs_ -innumerevoli, ossia tutti i neri, tutti i mostri sono i suoi nemici, -chiamati col nome generico di _Dânavas_ o figli di _Dânu_, di -_Daittyâs_ o figli di _Diti_, creata in opposizione all'Aditi, di -_Asurâs_, raffigurati come nemici dei suri, gli Eroi divini, se tra -i nemici d'Indra appaiono _Namuc'i_ «quello che non lascia andare,» -_Sushna_ «il disseccatore,» _Pipru_ «il riempitore,» _Çambara_, di -cui sono celebrate le cento forti città celesti, nelle quali egli -si chiude, Kuyava, Varc'in, Urana, Arbuda ed altri più, i due nomi -che piglia più spesso il nemico d'Indra sono _Vritra_, propriamente -_il copritore_, figlio di Tvashtar, ed _Ahi_, «lo stringitore, il -serpente,» il gran drago celeste. Tutta la lotta epica consiste nella -lotta contro il mostro, contro il drago; e la grande impresa eroica -del Dio Indra nel _Rigveda_ è, per l'appunto, l'uccisione del mostro -Vritra, l'uccisione del serpente Ahi, per la morte del quale si -scatenano le acque, e si precipitano in vasti torrenti sopra la terra; -il fenomeno naturale e la figura mitica si collegano intimamente. Il -sole ritorna dopo la battaglia a splendere nel cielo, gli uomini e -gli animali per la vittoria d'Indra si rallegrano; le spose degli Dei -liberate, ossia le acque sprigionate, cantano inni di gioia al loro -liberatore. Questa battaglia d'Indra è descritta in modo vivace e -potente in un gran numero d'inni, ne' quali vediamo Indra in perfetto -costume di guerriero, armato di armi divine, che lancia contro il suo -nemico ogni maniera di armi, mazze, aste, dardi, fulmini. Tra queste -armi troviamo pure celebrata la pietra: açman. Che può significar -questa pietra? Ci dovrebbe essa richiamar col pensiero all'età della -pietra, e riportarci perciò alla prima più elementare mitologia, -o, con più verosimiglianza, questa pietra non è essa altro che la -roccia, la nuvola montagna, sotto la quale il nemico è oppresso -da Indra, precursore degli eroi poderosi che aiutano l'impresa di -Râma nel _Râmâyana_, scagliando contro i Racsasi intiere montagne? -Noi ammiriamo la immaginazione gigantesca degl'Indiani, leggendo la -descrizione delle battaglie del _Râmâyana_; ma il principal fondamento -di quelle immagini gigantesche è nel cielo mitico, ove, raffigurata -la nuvola come enorme montagna, divenne naturale il concepire l'eroe -divino Indra, il quale muovendo le nuvole muove le montagne mitiche e -schiaccia con esse i suoi nemici. Io non indugerò ora nella descrizione -delle battaglie celesti del Dio Indra. Mi basterà avervi mostrato -come in questo Dio si accennino già tutti i caratteri principali, -proprii dell'eroe epico-leggendario indo-europeo.[49] Mi basterà che -rimaniate, come spero, persuasi che l'eroe epico è nato naturalmente -e necessariamente sopra il Dio, e che il Dio è una persona sempre -celeste. Se gli altri Dei ci lasciarono fin qui incerti sopra la -identità originaria dell'epopea o della mitologia, il Dio Indra non -ce ne può lasciare alcun dubbio. Egli non è meno eroe che Dio; e il -Dio raffigura ad evidenza il fenomeno naturale. Ma una delle imprese -principali dell'eroe leggendario, mi direte, è quella di conquistare e -liberare la donna, senza la donna non vi sarebbe epopea. Ebbene, quelle -vacche che Indra libera dalla spelonca del mostro che le ha, simile -a Caco, rapite,[50] in altri inni appaiono col nome di donne. Indra è -liberatore delle acque chiuse nella nuvola, delle aurore chiuse nella -notte, delle primavere chiuse nella scura terra; è liberatore delle -spose degli Dei; è liberatore delle donne, e le libera perchè le ama, -e perchè le ama troppo, la mitologia brâhmanica rappresenta poi il -trono d'Indra circondato dalle Ninfe _Apsarâs_; e, per cagione della -sua eccessiva tenerezza per le donne, il Dio Indra si perde. Alla sposa -d'Indra furono dati parecchi nomi diversi, fra gli altri: _Çac'î_, -«la forza;» _Indrânî_, «la forza d'Indra:» ma è troppo evidente che -questi nomi sono semplici astrazioni di una qualità del Dio, e non -possono pigliare persona viva, e tanto meno svegliare il Dio sensuale. -Ma, quando Indra si innamora dell'aurora umida e luminosa, delle acque -lucenti, questi esseri femminini possono pigliare una figura poetica, -la quale attrae il Dio Indra, il celeste _Çiprin_, «il vago, il -bello.» E le rappresentazioni dell'Olimpo brâhmanico ci rappresentano -però Indra in forma di bellissimo giovine, agile, elegante, col corpo -tempestato di occhi luminosi, ossia di stelle. Il guerriero ha ceduto -il campo all'amante, il quale combatte perchè ama, e, dopo aver -combattuto, raccoglie nell'amore il frutto della sua vittoria. - - - - -LETTURA UNDECIMA. - -GLI AÇVIN. - - -Di tutte le figure mitiche che l'Olimpo vedico ci presenta, la più -simpatica è, senza dubbio, quella degli _Açvin_; se i nostri primi -padri ariani non avessero creati altri miti, questo solo basterebbe -a persuaderci com'essi siansi nella più remota antichità affacciati -alla storia con un ideale poetico. Qualunque sia stata l'origine -fisica del mito, la sola facoltà di creare due persone mitiche -cavalleresche come gli Açvin, è già prova di una singolare eccellenza -morale nella nostra razza. Chi attribuisce al Cristianesimo tutto -il merito della cavalleria, dovrebbe soltanto meditare sopra la -mitologia vedica e la ellenica, e sopra le epopee che ne derivarono -naturalmente, per avvedersi del proprio errore. L'uomo ariano apparve -nella vita storica con un sentimento cavalleresco, e però creò pure -sollecito nel suo olimpo l'eroe cavaliere. Già nelle figure d'Indra -e dei Marutas, e in quella dell'eroina aurora, ravvisammo numi -cavallereschi, protettori dell'innocenza, della virtù perseguitata. -Ma il protettore, per eccellenza, il perfetto cavaliere è l'_Açvin_: -anzi la parola _açvin_ venne a significar precisamente _il cavaliere_, -e, come due sono gli ellenici Dioskuri, così due sono i cavalieri -vedici od _Açvin_. Ma, poichè non ci è bastato fin qui l'indicare come -gli Dei vedici siano rappresentati, ma tentammo pur sempre, quando -ci fu possibile, d'esaminare com'essi siano nati; così, innanzi di -descrivere la figura e le opere degli Açvin, indugieremo per poco -a ricercarne la natura specifica originaria. Abbiamo, dunque, nel -cielo due _Açvin_, che interpretiamo per due _cavalieri_; ma ho già -accennato nella Introduzione di queste letture, come la parola _açvin_ -significhi propriamente il fornito di _açva_, e la parola _açva_ -valga _il rapido_ (e al neutro forse _la rapidità_); i due divenuti -_cavalieri_, furono, dunque, in origine, _i rapidi, i solleciti_, al -pari dell'aurora, che vedemmo esser la prima ad arrivare: un primo -equivoco di linguaggio trasformò _il rapido_ in un _cavallo_;[51] un -secondo equivoco, _il fornito di rapido_, in un _fornito di cavallo_ -e in un _cavaliere_. Ma, perchè due rapidi celesti? quali fenomeni, -quali esseri celesti si raffigurano in que' due rapidi? Come l'aurora -mattutina è la prima a vincere la corsa al mattino, così il sole è il -rapido che appare primo sull'orizzonte. Ma vi è un altro rapido nel -cielo, l'astro che primo arriva sull'orizzonte alla sera, la luna; -il sole e la luna sono i due rapidi celesti, i due fratelli rapidi, i -due fratelli cavalieri, i quali si scambiano, si aiutano l'un l'altro, -e soccorrono coi loro aiuti potenti i mortali bisognosi. E perchè la -luna è preceduta dal crepuscolo della sera, e il sole dal crepuscolo -del mattino, i crepuscoli annunziano pure i due fratelli Açvin, che -s'identificano anzi, spesso, con essi; e poichè la luna, oltre la -notte, regge specialmente la stagione fredda dell'anno, e il sole, -oltre il giorno, regge specialmente la stagione calda dell'anno, gli -equinozii d'autunno e di primavera ebbero pure il loro crepuscolo -lunare e solare, dominati dai due fratelli Açvin. Di più, come il -giorno è preceduto da due fenomeni luminosi, l'uno biancheggiante, -_l'alba_, l'altro rosseggiante, _l'aurora_, gli Açvin furono pure -particolarmente considerati in relazione con questi due fenomeni, ossia -con questi due crepuscoli mattutini: l'uno passa dal nero al grigio, -o al bianco pallido dell'alba; l'altro dal grigio al roseo od aureo -dell'aurora. Il grigio o biancastro che appare nella sera, fra l'aurora -vespertina e la tenebra, e, al mattino, fra la tenebra e l'aurora -mattutina, corrisponde a quel tempo che i Francesi chiamano _entre -chien et loup_, cioè, di sera, quando non è più giorno e non è ancora -notte; di mattino, quando non è più notte e non ancora giorno: questo -Açvin è in particolare relazione con la luna, e l'altro più luminoso in -particolare relazione col sole: nessuna meraviglia quindi se troviamo -identificati i due Açvin con la luna e col sole, e strettamente -congiunti con l'aurora, ora loro protetta, ora loro compagna, ora loro -amica, ora loro sorella; ond'essi vengono al pari di lei, della _divo -duhitar_, chiamati _figli del cielo (divo napâtâ)_, e, quando essa -appare o sta per apparire, vengono invocati ed adorati, poichè in quel -tempo si compiono pure le loro imprese eroiche. - -L'antico commentatore vedico Yâska sembra ancora avere alcuna coscienza -del primo valore etimologico della voce _açvin_, ossia _rapido, -sollecito_, quando dice: _Açvinâu yad vy açnuvâte sarvam rasena anyo, -g'yotishâ anyah (Açvin_, son così detti, poichè penetrano tutto, -l'uno con l'umore, l'altro con la luce). Qui abbiamo evidentemente -indicato un _açvin_ lunare ambrosiaco, ed un _açvin_ solare rifulgente. -L'_açvin_, «penetrante,» ci appare parente dell'aurora _Urvâçî_, «la -vasta penetrante.» Il crepuscolo penetra, si distende, pervade il -cielo come l'aurora; ma poichè _il penetrare_ è un _andar innanzi_, un -_arrivar prima_, l'_açva_, «il penetrante,» riuscì pure un _rapido_, un -_corsiero_, un _cavallo_. - -Perciò il commentatore vedico Aurnabhâva, citato da Yâska, deriva già -il nome degli _Açvin_ dai cavalli (_Açvair açvinav ity Aurnabhâvah_). -Quindi Yâska si domanda: «Che sono i due Açvin?» E risponde: «Secondo -gli uni, i due Dyu o le due Prithivî (oppure Dyu e Prithivî); secondo -altri, il giorno e la notte; secondo altri, il sole e la luna; secondo -i narratori di leggende (_aitihâsikâh_), furono due santi re. Il loro -tempo è prima e dopo la notte, prossimo al manifestarsi della luce; il -tempo che sta in mezzo a loro è tenebroso; il tempo luminoso appartiene -al sole; il loro tempo è al levarsi e al tramontare del sole.»[52] -Secondo questa interpretazione, dovremmo cercare gli _Açvin_ così -nel crepuscolo vespertino, come nel mattutino, ossia sempre congiunto -con un fenomeno luminoso, sia che lo presenti il sole nascente, sia -che lo produca il sole moribondo. Tuttavia conviene avvertire come la -più costante rappresentazione de' due fratelli Açvin, presso gli Inni -vedici, appare nel cielo mattutino, ove arrivano quali forieri della -luce. L'uno di essi è il forte che combatte e vince (_g'ishnuh_), onde -fu paragonato ad Indra, l'altro è il ricco (_subhagah_; inno 181º -del primo libro del _Rigv_.), e fu identificato col sole luminoso -che trionfa. Da questa nozione elementare di due fratelli celesti, -de' quali l'uno forte, l'altro ricco, si svolsero poi numerosi miti -ed ampie leggende. Il fratello ricco divien superbo, e viene punito -tornando povero, mentre il fratello forte e sapiente, ossia virtuoso, -ha sempre con sè il mezzo di procurarsi, se l'ambisca, la ricchezza. -Ecco un aspetto. Il fratello glorioso diviene infelice; il fratello -forte ne piglia pietà e affronta ogni pericolo per liberarlo; va -per esso all'inferno, sostiene ogni maniera di fatiche per amore di -esso. Ecco un altro aspetto più simpatico che il mito assume. I due -fratelli si mostrano gelosi l'uno dell'altro e disputano pel possesso -d'una donna; ecco un terzo aspetto frequente con cui si mostrano i due -fratelli mitici. Ma non è qui luogo di svolgere le numerose forme che -il mito de' due fratelli assunse nella tradizione indo-europea, sì bene -soltanto di mostrare come essi ci appaiano negl'Inni vedici. - -Ripeto dunque che l'aspetto vedico degli Açvin è sempre simpatico. I -due fratelli non solo vanno sempre insieme, ma si mostrano pur sempre -concordi nel volere il bene. - -Come la loro sorella, quantunque antica, è cantata negl'Inni vedici -come _sempre giovine_, ossia come una vergine immortale, così gli Açvin -vengono, quantunque antichi (_pratnâ_), salutati come i più giovani -degli Dei. Essi hanno la giovinezza, essi sono giovani (_yuvânâ_); -uno de' loro miracoli più belli sarà quello di ridare la giovinezza -ai vecchi: essi sono belli (_valgû_); un altro loro splendido miracolo -sarà quello di ridare la bellezza a chi non l'ha; sono agili, rapidi, -arrivano _con la rapidità d'un giovine falcone_; essi hanno quindi pure -il potere di fare arrivar presto i loro protetti, o col dar loro altre -gambe, o un celere cavallo, o col pigliarli sul loro proprio carro; -sono forti, e assistono nelle pugne i combattenti, assicurando loro la -vittoria; sono ricchi, e il loro vasto carro, luminoso ed alato, porta -seco e spande l'abbondanza; essi amano, e però assistono gli amanti, -servendo loro come amabili mediatori e come paraninfi; sono sani e -restituiscono la salute agl'infermi; sono sapienti e danno la sapienza -agli stolti; benefattori instancabili degli umani e de' celesti. - -La più beneficata delle Dee è la figlia del sole, senza dubbio, -l'aurora, alla quale gli Açvin, nell'importante inno 117º del primo -libro del _Rigveda_, fanno vincere la corsa, col permetterle di salire -sopra il loro carro. Il commentatore Sâyana reca una variante notevole -a questo mito. Non è, in essa, la figlia del sole che corre, ma sì -essa appare quale premio che il sole ha destinato al vincitore della -corsa, ossia a quelli che arriveranno più presto presso di lei: primi -ad arrivare, col loro carro volante, sono gli Açvin, i quali perciò -ottengono come sposa conquistata la figlia del sole, e la fanno perciò -salire sopra il loro carro. Di queste corse d'eroi per conquistare la -mano della figlia del re sono piene le novelline popolari indo-europee. -Ma, nell'inno nuziale vedico, gli Açvin appaiono soltanto come i -paraninfi della bella sposa celeste, i quali portano la sposa allo -sposo. Così, negli inni 116º e 117º del primo libro del _Rigveda_, essi -portano sopra il loro carro la sposa Kamadyû al giovine sposo Vimada. -Nell'inno 117º dello stesso libro gli Açvin danno uno sposo a _Ghoshâ_ -che invecchiava nella casa paterna, e probabilmente, prima di sposarla, -la ringiovanirono, ossia la liberarono dalla lebbra, la vecchiaia -essendo appunto la lebbra incurabile, quando non s'abbia il potere di -far ringiovanire; perciò, ne' racconti e misteri popolari medievali, -i medici, con scellerato consiglio, ai re affetti di lebbra, ossia di -vecchiaia, raccomandano di pigliare un bagno nel sangue di fanciullo; -nè mancavano medici infami ed ingordi che facessero rapire fanciulli -per adoperarli al mostruoso ufficio. Il commentatore Sâyana ci fa -sapere che la invecchiante Ghoshâ ringiovanita e fatta sposare dagli -Açvin era appunto affetta dalla lebbra; il qual particolare ci permette -d'avvicinarla alla fanciulla Apalâ dalla brutta pelle oscurata, cui, -per la pietà di lei, il Dio Indra rese bella, dandole una pelle color -del sole. È evidente che questo miracolo fatto da Indra e dagli Açvin -si riferisce sempre all'aurora che la sera si oscura o divien brutta -e vecchia nella notte, per schiarirsi, ringiovanirsi, rimbellirsi di -nuovo al mattino, aiutata dagli Açvin crepuscolari. Negli inni 112º -e 116º del primo libro del Rigveda, si ricorda che gli Açvin diedero -una gamba di ferro a Viçpalâ, a cui in battaglia era stata tagliata -la propria; l'aurora amazzone abbiamo già veduto, e udimmo pure come -Indra ne abbia fatto in pezzi il carro; gli Açvin che pigliano sul -loro carro l'aurora perchè possa, correndo, vincere la corsa, fanno -un miracolo simile a quello ch'essi compiono con _Viçpalâ_, alle gambe -della quale sostituiscono gambe ferrate, ossia le proprie, o le ruote -del proprio carro. La parola _viçpalâ_ vale propriamente _protettrice -delle genti_, appellativo convenientissimo all'aurora, a quel modo -stesso con cui nell'inno 182º del primo libro del _Rigveda_ sono -chiamati Viçpalâvasû i due Açvin (ossia _i due esseri protettori delle -genti viçpalâu-asû_).[53] Un miracolo conforme a quello che essi fecero -con Viçpalâ lo rinnovano gli Açvin con _Vadhrimatî_, propriamente -_la fornita di un moncherino_,[54] invece del quale le regalano una -_mano d'oro_, ossia _hiranyahasta_, di cui si fa quindi un figlio di -Vadhrimatî, un figlio _avente mani d'oro_. - -Ma qui non finiscono le opere benefiche degli Açvin celebrate negli -Inni vedici. La vacca di Çayu che non dava più latte, essi resero -nuovamente lattifera; al privo di cavalli essi diedero un cavallo; a -Pedu procacciarono un tale cavallo così forte, così rapido, che, con -l'aiuto di esso, egli potè vincere tutti i suoi nemici ed arricchirsi -delle loro spoglie; fecero andare e vedere Parâvrig' ch'era zoppo e -cieco; restituirono gli occhi a Rig'raçva (ossia quello _dal cavallo -rosso_, o _il cavallo rosso_), a cui il padre feroce li aveva tolti; -ad Atri Saptavadhri, chiuso nella fornace ardente, temprarono il -calore e gli recarono nutrimento, alfine lo liberarono; trovarono a -Viçvaka il figlio perduto Vishnâpû; diedero la sapienza a Kakshîvant; -salvarono Vandana dalla vecchiaia; ringiovanirono il vecchio C'yavana -e gli diedero una giovine sposa. Ed eccoci al mito ellenico di Titone. -Compiuto dai medici celesti, dagli Açvin, il miracolo, anche la -medicina umana s'affannò in cerca di rimedii, di acque di lunga vita, -di acque della giovinezza, che potessero richiamare la freschezza e le -forze della gioventù sul volto e nelle membra de' vecchi decrepiti; -e, non potendosi nella realtà riprodurre il miracolo, si volle -almeno riempirne con la immaginazione i racconti popolari, ne' quali -la ricerca dell'acqua dell'immortalità ritorna come uno de' motivi -favoriti. Ma noi sappiamo che cosa significano i miracoli celesti, e -quando il taumaturgo è un vero Dio, ossia una vera persona celeste, -noi siamo dispostissimi ad accettare e ad ammirare il miracolo. Ogni -sera il cavallo solare, l'eroe solare celeste, s'accieca o s'azzoppa; -e quando esso s'accieca e s'azzoppa, non solo non brilla più, non -solo non cammina più, ma impedisce anche a noi di vedere e di andare; -noi diventiamo, al pari di esso, ciechi e zoppi. Ma, per fortuna -sua e nostra, v'è nel cielo un salvatore, un taumaturgo, che dà la -vista ai ciechi e fa camminare gli zoppi; al mattino il sole, o mercè -sua, o per aiuti celesti, ritorna a splendere ed a correre le vie -del cielo, e noi torniamo sulla terra a brillare ed a muoverci con -esso; il sole risorto ha ridonato la vista ai ciechi, e rimette in -moto la gente zoppa. Il cieco e lo zoppo compagni nella notte, fra le -tenebre, s'aiutano e ritrovano nell'orizzonte la loro antica dimora. -Il cielo piglia nella sera e nel mattino l'aspetto di una fornace -ardente; spira la brezza vespertina e mattutina e ne tempra l'ardore; -il sole si libera dalla fornace che minacciava consumarlo, e ritorna a -splendere libero e puro per l'orizzonte. Il sole ogni sera invecchia, -e diviene impotente a nuove nozze; nella notte si rinvigorisce, e -riappare, al mattino, come un giovine sposo, ripieno di vigore. Non -ci dicono gli Inni vedici che gli Açvin abbiano pure risuscitato de' -Lazzari, ma il sole moribondo è l'eterno Lazzaro celeste, che ogni -giorno ed ogni anno muore e risuscita. Chè, se il miracolo celeste -si suppose poi rinnovato da migliaia di taumaturghi sopra la terra, -ciò non può recar meraviglia, quando si pensi come lo stesso bel -mito vedico di C'yavana, indubbiamente celeste, si fosse già umiliato -sopra la terra, nel tempo della redazione del _Çatapatha Brâhmana_, -il che vorrà dir sempre oltre quattro secoli innanzi l'êra volgare. -Gli Açvin vi appaiono già incarnati sopra la terra, per esercitarvi -la medicina fra gli uomini; s'abbattono in _Sukanyâ_, propriamente _la -bella fanciulla_, e se ne innamorano; ma essa è già sposa del vecchio -_C'yavana_, al quale vuole serbarsi fedele; essa narra anzi al marito -che gli Açvin voleano sedurla, ed egli: «Se ti rivolgono ancora una -simile domanda, tu devi dir loro: Voi non siete nè completi nè perfetti -(parole con le quali sembra indicarsi la natura incerta e quasi amorfa -dei crepuscoli); e se essi vorranno sapere in che cosa siano incompleti -ed imperfetti, allora soggiungi: Fate ritornar giovine mio marito, -ed io ve lo dirò.» Nel vero, gli Açvin, per la curiosità di sapere -in che cosa fossero incompleti ed imperfetti, indicarono a C'yavana -uno stagno, dal quale egli avrebbe potuto uscire con quell'età che -gli fosse meglio piaciuto, e quindi tornarono ad interrogare Sukanyâ. -Allora C'yavana rispose per lei: «Gli altri Dei stanno celebrando nel -Kurukshetra un sacrificio, e vi escludono da esso: ecco dunque perchè -siete incompleti ed imperfetti.» Gli Açvin s'affrettano al sacrificio, -e domandano di farne parte; ma gli Dei rispondono: «Noi non vogliamo -invitarvi, poichè voi avete errato confidentemente fra gli uomini, -in qualità di medici.» Allora gli Açvin osservano che il sacrificio -non è completo, perchè vi manca la testa del sacrificio, ossia la -testa di Makha, che gli Açvin ritrovano, a patto di essere ammessi al -sacrificio. Gli Dei consentono. Nella _Tâittiriya Samhitâ_[55] si dice -che avendo gli Dei qualificati come impuri gli Açvin, perchè aveano -frequentati gli uomini in qualità di medici, per questa ragione nessun -Brâhmano deve esercitare la medicina, poichè chi esercita la medicina è -impuro e però non adatto a celebrare il sacrificio. Ecco in qual modo -la superstizione religiosa può di uno stupendo e poetico mito celeste -fare una meschina e volgare parodia. Il salvatore del mondo diviene un -medico degli uomini, ed il medico un essere impuro, a cui il cielo si -chiude. A questo punto si chiude pure l'Olimpo, ed il mito deturpato -svanisce nelle aberrazioni di maliziosi commentatori. Indra pluvio -primaverile, apportatore del bel tempo, l'Aurora e gli Açvin arrecanti -la luce diurna, quando il culto della natura e della famiglia era -l'unica religione e l'unica poesia della vita, avevano invocazioni non -solo frequenti, ma tènere ed affettuose. Gli Dei amavano gli uomini, -perchè gli uomini amavano gli Dei; e gli uomini amavano i loro Iddii, -perchè li vedevano, li seguivano, sentivano il beneficio della luce che -pioveva dal cielo, ed il terrore malefico della tenebra e del verno -che portavano la morte nella natura. I ridestatori quotidiani della -vita erano pertanto benedetti ogni giorno; il crepuscolo era atteso con -impazienza, poichè annunziava l'aurora, e l'aurora salendo sul carro -degli Açvin, ossia de' solleciti, de' primi ad arrivare, risplendeva -a rianimare d'un tratto il mondo. Quando il sole saliva in alto, gli -uomini si trovavano già tutti intenti alle cure della vita; ma il -momento solenne era quello, in cui il vecchio sole dovea risorgere -ringiovanito; rinascerà esso? ecco la questione paurosa che doveano -porsi ogni sera i padri nostri, nel salutare oranti il vecchio sole -moribondo. Esso è passato a traverso la fornace ardente, s'è acciecato, -non cammina più, è scomparso; lo ritroveremo noi ancora? Noi abbiamo -veduto come gli Açvin ridonassero la vista al cieco, l'andare spedito -allo zoppo, il figlio perduto (e forse prodigo) al padre, lo sposo alla -fanciulla, la gioventù al vecchio, e beneficassero ancora in altre -forme l'eroe celeste; ma vi è ancora un'altra impresa degli Açvin, -che merita d'essere distintamente esaminata per la sua importanza. -L'eroe solare scompare la sera, in più modi, secondo la immaginazione -popolare. Ho già detto come la tenebra sia spesso stata paragonata ad -un mare; il sole vespertino che si perde nella tenebra s'immaginò pure -caduto nell'acqua, ed è da quest'acqua che gli Açvin verranno invocati -a liberare il loro divino protetto. - -Nel discorrere dell'acqua mitica, accennammo come le antiche cosmogonie -si mostrassero quasi concordi nell'ammettere che il mondo fosse -nato dalle acque. L'uovo cosmico, il fuoco ed il vento, nell'India, -si figuravano usciti dalle acque, e l'afflato divino biblico, come -avvertimmo, vien portato anch'esso sopra le acque, nel principio -della creazione. Il signor Francesco Lenormant, in uno studio largo ed -originale da lui fatto sopra la leggenda babilonese del Diluvio,[56] vi -ha scoperto un _Nuah_ «signore delle acque, signore de' fiumi, signore -del mare, re, capo, signore, reggitore delle acque (e soggiunge) come -spirito _che si muove sopra le acque_; i monumenti dell'arte assira -e babilonese lo rappresentano spesso portato sopra le onde del mare -cosmico, nella forma di uomo-pesce, coperto il capo della tiara regia. -Nel vero, presso il lungo Catalogo de' suoi appellativi che fornisce -una delle tavolette mitologiche del Museo Britannico, noi troviamo -quelli di _pesce dell'abisso, pesce benefico, pesce salvatore_; nello -stesso documento ed in altri ancora, la Dea Davkina sua compagna si -denomina _la grande sposa del pesce_. Così nelle tavolette astrologiche -si fa spesso menzione di una costellazione chiamata _il pesce di -Nuah_. Non vi è dubbio che non sia l'intiera costellazione de' pesci, -od almeno quella de' due pesci collocata esattamente nella fascia -dello Zodiaco; poichè, nella singolare tavoletta che registra i dodici -nomi dati al pianeta Mercurio ne' singoli mesi dell'anno, noi vediamo -quest'astro prendere il nome di _pesce di Nuah_, nel mese di _adar_, -l'ultimo dell'anno (febbraio), cioè nel tempo preciso, in cui Mercurio, -accompagnando sempre molto dappresso il sole, si trova con esso -nel segno de' pesci, o, come dicono gli Astronomi babilonesi, nella -costellazione del _pesce di Nuah_.» - -Ho voluto recare questo intiero passo del Lenormant, poichè -mi pare assai importante la nozione che ne deriva, cioè della -natura conforme di due tradizioni che si sono quindi distinte, la -cosmogonica e quella del diluvio. Nella tradizione cosmogonica, il -mondo vien fuori dall'oceano acquoso; nella tradizione del diluvio, -le acque minaccerebbero distruggere il mondo, ma un uomo si salva -miracolosamente che ripopola il mondo; il diluvio ci presenta una -seconda cosmogonia. Il Nuah babilonese, nel riscontrarsi col Noè, -presenta pure l'aspetto d'un primo Dio che s'agita sopra le acque. -Io ho già avvertito come le recenti scoperte delle scienze naturali -concordino perfettamente con la nozione cosmogonica d'un mondo venuto -fuori delle acque; e la priorità della fauna acquatica sulla fauna -terrestre ci mostra pure come potesse conservarsi la tradizione di -un primo creatore acquatico, di un Dio creatore in forma di pesce. -Quando la terra non era ancora scoperta, quando le acque ravvolgevano -ancora, il pesce esisteva già; il pesce ha preceduto l'uomo. Quando -s'immagina, nella leggenda del diluvio, una seconda sommersione della -terra, il pesce non solo sopravvive, ma, amico dell'uomo, lo salva -dalla inondazione. Amore ed Afrodite, prese forme mitiche mattutine e -primaverili, si tuffano nel mare in forma di pesci e rinnovano l'anno; -il nuovo anno solare si apre in febbraio ed in aprile coi pesci; e coi -pesci rinasce la vita nella natura; il pesce generatore, che rinnova -la vita, è un salvatore; nella bocca del pesce evangelico si trova la -moneta d'oro (e in altre leggende indo-europee l'anello fatato, ossia -il disco solare, il Cristo, il crestato); gli Apostoli del Cristo -dovevano perciò essere naturalmente pescatori. Per virtù del pesce, -il Cristo ha il potere di camminare sopra le acque senza annegarsi; -e Cristo stesso fa il miracolo di moltiplicare i due pesci alla folla -affamata, e di riempire di pesci la rete de' pescatori che pescavano -invano. Perciò, tra le rappresentazioni simboliche del Cristo, ne' -primi secoli della Chiesa cristiana, ossia prima di Costantino, la -più frequente è quella del pesce, la quale raffìguravasi specialmente -sopra le tombe e sopra gli anelli. La parola greca ἴχθυς, _pesce_, -divenuta simbolica del Cristo, i Padri della Chiesa, volendo poi -interpretarla al volgo, trovarono composta delle parole greche Ιησοῦς, -Χριστός, Φεου υιὸς, Σωτήρ, ossia _Gesù Cristo di Dio figlio Salvatore_. -Apparso nella tradizione il Cristo come pesce, ossia con una delle -forme zoologiche più umili, tentarono gli esegeti trarne profitto per -celebrare l'umiltà divina del Cristo; onde Gregorio Magno scriveva: -_Ipse enim latere dignatus est in aquis generis humani_; ed Origene -avverte che Cristo ha voluto che la moneta si trovasse nella bocca -del pesce, poichè egli stesso era pesce, e chiamavasi propriamente _il -pesce (tropice piscis appellatur)_. I primi Commentatori, non volendo -dare un significato mitico al Cristo, e, per altra parte, trovando -nella leggenda di esso particolari che offendevano il loro buon gusto -e la loro pietà, si sforzarono d'interpretarli per via d'allegorie; -ma queste allegorie tradiscono solamente il loro imbarazzo: così, -quando il Cristo, presso il mare di Tiberiade, offre pesci fritti a' -suoi discepoli, San Gregorio, assimilandolo a pesce fritto, dichiara -che lo stesso Cristo fu _quasi tribulatione assatus tempore passionis -suae_. E Sant'Agostino: _piscis assus Christus est_; e il venerabile -Beda: _piscis assus, Christus est passus_. Ma, per accostarci al nostro -proprio argomento, giova ricordare un'antica pietra anulare cristiana -già posseduta dal Foggini, nella quale «sarebbe rappresentata la -promessa di un Salvatore fatta ad Adamo ed Eva dopo il loro peccato. -Il serpente seduttore si mostra col fatale pomo nella bocca, e i nostri -primi parenti stanno inginocchiati in umile atto. Un personaggio molto -inclinato stende verso di essi le proprie mani, come per rialzarli. -Questo personaggio sembra essere il Verbo divino, e riposando i suoi -piedi sopra un pesce, indica in tal forma la natura ch'esso piglierà -nella pienezza de' tempi. E poichè la sua incarnazione doveva portare -la salvezza al mondo sommerso nell'errore e nel peccato, gli si -collocò presso l'arca di Noè con la colomba ed un'àncora, indicante -la sicurezza che sarebbe data in tal modo a quelli che navigano nel -mare tempestoso del mondo.» Questa descrizione non è mia; me la offre -invece uno scrittore ortodosso, l'abate Martigny nel suo _Dictionnaire -des antiquités chrétiennes_. Io metterò qui di mio una sola domanda: -Vi sembra egli lecito, dopo tutto ciò, l'avvertire come la leggenda -evangelica non è altro se non una nuova forma dell'antica leggenda del -diluvio, nella quale il Salvatore appare in forma di pesce, come nella -leggenda babilonese e nella indiana? E poichè il _Christus passus_ -combina col pesce afrodisiaco d'aprile, ed il sole incomincia in aprile -ad ardere, ossia il pesce a friggere, qual meraviglia che il _Christus -passus_ e il _piscis assus_ siansi identificati; qual meraviglia -se, come la colomba (negli Inni vedici, i due Açvin sono talora -rappresentati in forma di due _Cigni_[57]) è nella leggenda di Noè (cui -Filone ebreo[58] chiama l'autore e il principio della rigenerazione -degli uomini e salvatore) la messaggiera del bel tempo rigenerato, lo -Spirito Santo in forma di colomba annunzii il Redentore e la colombina -di Casa Pazzi accenda in Firenze i fuochi d'artifizio, a mezzogiorno -del Sabato santo, ed annunzii il Cristo (che dopo essere stato pesce -risorge), il rinato sole primaverile uscito dalle acque invernali? Il -pesce allora si frigge, si sacrifica, poichè il sole venuto fuori delle -acque s'infuoca, e le acque sono scomparse; il Cristo sale al cielo; il -sole ascende l'orizzonte, e manda poi verso il giugno dal cielo le sue -lingue di fuoco, con le quali il mondo s'illumina; il grasso del pesce -trovato dal giovine Tobiolo ridona la vista al vecchio Tobia. Io non -posso qui darvi se non un accenno del mito biblico evangelico. Ma io -prego quelli de' miei uditori, ai quali la ricerca del vero non mette -sgomento, di approfondire questa ricerca, nella fiducia che tutti gli -studii, fatti col corredo di un'ampia erudizione, alla dimostrazione -della tèsi mitica che si svolge dal Vangelo, confermeranno nelle sue -parti essenziali la interpretazione ch'io vi propongo, per quanto -essa possa apparirvi insolita e, a primo aspetto, disgustosa. In -ogni modo deve rimanere per voi accertato che esiste nelle prime -tradizioni cristiane la nozione di un pesce salvatore, presso il quale -appare un'àncora; questo pesce (talora, invece di un pesce, se ne -rappresentano due) e quest'àncora ci conducono naturalmente a cercar -notizia del diluvio indiano e del vedico, il quale ci occupa ora in -modo speciale. - -Ma, innanzi di passare alla descrizione del mito vedico, giova -osservare ancora qual sia propriamente il pesce o animale acquatico -che nelle antiche rappresentazioni cristiane figura più spesso come -salvatore, e specialmente come salvatore d'un fanciullo. Non è senza -una viva meraviglia, che, come nelle antiche tradizioni elleniche, il -salvatore di fanciulli è il delfino (onde Solino scriveva: «exempla -narrantur delphini puerum ardenti amore depereuntis, colludentis et -dorso suo medio mari gestantis, ac fideliter referentis ad litus»), nei -più antichi anelli cristiani il Salvatore appare in forma di delfino -congiunto con un'àncora. Sulla tomba d'una cristiana chiamata Redenta -appare un delfino, congiunto con una colomba, celebrata, com'è noto, -per la sua rapidità, affrettantesi verso un'anfora, ch'è il segno -zodiacale del mese di gennaio, come i pesci corrispondono al mese di -febbraio, e ritornano all'aprile. Così del delfino i Naturalisti sopra -tutte le altre qualità celebrano la prestezza;[59] presso i Romani -rappresentavansi delfini sopra colonne, e se ne pigliava augurio per -future nozze; il che si rileva da quel verso della sesta satira di -Giovenale: - - _Consulit ante phalas delphinorumque columnas_ - _An saga vendenti nubat caupone relicto._ - -Sopra una pietra anulare cristiana descritta da Montfauçon appare -inciso un delfino col motto: _Pignus amoris habes_; così nelle tombe -cristiane si rappresentano i delfini al pari delle colombe, come -simboli d'amore. Ma v'è di più: come la colomba vien fuori dalle acque, -messaggiera del bel tempo; come il delfino salva il fanciullo dalle -acque nel mito ellenico, e si riproduce con l'àncora come una forma -del Cristo salvatore, e che salva pure sè stesso; come le antiche -rappresentazioni elleniche ci offrono il fanciullo sopra un delfino; -così il Martigny ricorda un geroglifico battesimale cristiano, nel -quale appare un fanciullo seduto sopra un pesce. E Orientius vescovo -del quinto secolo afferma: _Piscis natus aquis, auctor baptismatis -ipse est_. Quindi l'uso di rappresentare de' pesci ne' battisteri e -ne' battezzatoi. Tertulliano paragona i Cristiani a pesciolini, poichè -nascono nell'acqua come il pesce Gesù Cristo; e soggiunge che, come -per il pesce fuori dell'acqua non vi è salute, così non vi può essere -pel cristiano fuori dell'acqua battesimale. A Parenzo, nell'Istria, si -osserva ancora una vasca di marmo del sesto secolo, già appartenente -al Battistero della città, la quale presenta una croce scolpita -fra due colombe e fra due pesci. Come poi troviamo il delfino pesce -salvatore cristiano congiunto con l'àncora, così ne' battisteri, tra -le figure simboliche del Salvatore, appare pure il cervo,[60] il quale -va a specchiarsi nel fonte, desideroso dell'acqua come il catecumeno, -onde San Girolamo, paragonando ne' _Salmi_ il catecumeno al cervo, -soggiunge: «Desiderat venire ad Christum in quo est fons luminis; ut -ablutus baptismo, accipiat donum remissionis.» Da questi esempi e da -altri infiniti che si potrebbero addurre, par lecito il conchiudere: -_la leggenda cristiana non essere nata altrimenti che pel foggiarsi di -una magnifica allegoria morale sopra un'antica ricchissima mitologia -ellenico-orientale._ - -Riassumendo ora quello che riguarda il mito del diluvio nella -tradizione biblico-cristiana, vi troviamo nelle acque il pesce-delfino, -rapido, sollecito salvatore del fanciullo, ossia rigeneratore della -vita nelle acque; ai pesci quaresimali di febbraio, congiunti con la -colomba messaggiera come a zefiri di marzo della primavera, succedono -nello Zodiaco il montone ed il toro (due _versatori_, due _fecondatori_ -mitici per eccellenza); al pesce d'aprile della tradizione popolare, -il _piscis assus_, succedono i due gemelli di maggio. Vedremo ora come -siansi pure scambiati nella tradizione indiana i due gemelli Açvin -con forme animali identiche a quelle che appaiono nel mito ellenico, e -nella tradizione biblico-cristiana. - -È nota la leggenda epica del diluvio indiano. Il Dio Brahman si fa -piccolo pesce, e prega il Dio Manu di salvarlo dai pesci grossi; Manu -lo depone in un vaso che risplende come la luna; il pesce cresce: -Manu, pregato dal pesce, lo trasporta in un ampio stagno, poi di là -nel Gange, infine nel mare; il pesce, contento, prenunzia che l'oceano -un giorno salirà ad inondare tutta la terra, lo invita a costrurre -una nave e a munirla d'una fune; quando il diluvio arriverà, pensi al -pesce da lui beneficato, ed il pesce accorrerà prontamente munito d'un -corno, al quale si legherà la fune della nave; così Manu, insieme con -sette sapienti e con ogni maniera di semi, entrato nella nave tirata -dal pesce, salva sè stesso e salva o rigenera, a traverso le acque, il -mondo. - -La conoscenza della sola tradizione epica e puranica del diluvio -indiano aveva indotto l'illustre Eugenio Burnouf ad ammettere che la -tradizione indiana fosse derivata dalla biblica; ma, come il Weber ha, -nel primo volume de' suoi _Indische Studien_, illustrato fin dall'anno -1850 la tradizione vedica del diluvio contenuta nel _Çatapatha -Brâhmana_, io spererei aver trovato negli stessi Inni del _Rigveda_ la -prova che la tradizione del diluvio appartenne non solo al periodo, nel -quale i popoli della stirpe aria non erano ancora divisi, ma sì ancora -a quello, in cui se la razza semitica e la turanica non formavano più -una razza sola con l'ariana, erano, per lo meno, ancora intimamente -congiunte con essa. Secondo la tradizione raccolta nel _Çatapatha -Brâhmana_, ossia in un'opera, la cui redazione rimonta sicuramente -oltre il quarto secolo innanzi l'êra volgare, si racconta che Manu -si lavava, quando gli apparve un pesce e gli disse: «Salvami, io ti -salverò;» Manu piglia la stessa cura di lui che ci viene descritta nel -racconto epico; quando il diluvio arriva, al corno del pesce si lega -la fune della nave, e la nave viene tirata sulla cima d'un monte e -legata sovr'esso ad un albero. Cessato il diluvio, Manu, per mezzo del -sacrificio, della penitenza e della preghiera, crea una figlia, e con -essa rigenera quindi il mondo de' viventi. La figlia di Manu si chiama -Idâ, e la parola _idâ_ vale _la libazione, la preghiera, la parola -sacra_, che ci richiama al verbo rigeneratore, al _logos che era nel -principio, e da cui furono fatte tutte le cose_, secondo il Vangelo -di San Giovanni. La leggenda cosmogonica, la leggenda del diluvio e -la leggenda del sacro battesimo rigeneratore presentano fra loro una -strettissima analogia. - -Ma è tempo oramai che stringiamo più dappresso il mito vedico. -Nell'inno 116º del primo libro del _Rigveda_ ci si rappresenta il -giovinetto Bhug'yu, figlio di Tugra,[61] smarrito nella nuvola acquosa -(_udameghe_), nell'oceano (_samudre_); intervengono i due Açvin, i -quali sopra una nave _dai cento remi_ lo portano alla riva açvinâ -yad ûhathur Bhug'yum astam çatâritrâm nâvam âtasthivân'sam. Questa -nave, in altro versetto, figura al plurale; e le navi alla loro volta -si trasformano in tre carri volanti, dai cento piedi, ossia dalle -cento ruote, tirati da sei cavalli, in tre giorni e in tre notti; ma -qui evidentemente vuolsi ritenere la variante come prodotta per solo -amore del numero tre; i sei cavalli in tre notti formano due cavalli -per notte; i due Açvin rapidi salvatori, e i due cavalli tiratori del -carro, in cui si salva l'eroe Bhug'yu dalle acque, s'identificano -perfettamente. Nell'inno 117º ritorna lo stesso motivo mitico; il -figlio di Tugra, _dal mare inondante_ (_arnasah samudrâd_), avendo -invocato gli Açvin, viene salvato, per mezzo di volanti cavalli, sopra -un carro rapido come il pensiero. Nell'inno 182º lo stesso figlio di -Tugra, _tuffato nelle acque, nella profonda tenebra_, vien liberato -dagli Açvin sopra navi. L'inno 68º del settimo libro ci mostra -finalmente la stretta relazione della storia dell'eroe rimasto nel -pozzo, per l'invidia de' suoi compagni, con la leggenda dell'eroe che -minaccia di perdersi in una inondazione universale; dicendoci esso come -Bhug'yu sia stato abbandonato nel mezzo del mare, non più dal padre, il -perverso Tugra, ma da' suoi malvagi compagni. - -Ma in altri inni (_Rigv_., I, 112, 116, 117, 118, 119) egli, invece di -Bhug'yu, piglia il nome di _Rebha_ e chiuso nelle acque in un pozzo, -per l'opera di maligni, invocando gli Açvin, viene liberato; io ho già -mostrato altrove[62] l'identità di questo _Rebha_ col Trita acquoso, il -terzo fratello valente e perseguitato, e la sua probabile parentela con -uno dei tre fratelli _R'ibhavas_, de' quali il più giovane si mostra -il più esperto. In ogni modo, qui il mito ci offre chiaramente un eroe -fanciullo che si salva dalle acque, per mezzo di una nave miracolosa, -volante, dai cento remi; e dalla leggenda del _Çatapatha Brâhmana_ ed -epica apprendiamo come Manu si salva dall'inondazione sopra una nave -legata al corno d'un pesce. Questo pesce salvatore, cornuto, attaccato -alla nave (che ci ricorda la nave con l'àncora, il pesce o i pesci con -l'àncora della rappresentazione cristiana), occorre pure presso gli -Inni vedici, ove gli Açvin appaiono ora in forma di _nave dai cento -remi_, ora in forma di carro dalle cento ruote, ora in forma di cavalli -volanti tiranti il carro, ora in forma di cigni, ora in forma di pesci -rapidissimi tiranti la nave. - -Nella leggenda puranica il Dio salvatore, invece di Brahman, appare -Vishnu in forma di pesce. Questo pesce, in cui Vishnu s'incarna, -ora appare una _çaphari_ (il _cyprinus sophore_), ora un _çiçumâras_ -o _çinçumâras_. _Çiçumâras_ è il nome dato, in lingua indiana, ora -al _riccio di mare_, ora al _delfino_. L'inno 116º del primo libro -del _Rigveda_ ci fa sapere che il carro ripieno di ricchezze degli -Açvin è tirato da un _Vrishabhas_ o _toro_, e da un _çinçumâras_, -che vale tanto _il riccio di mare_ quanto _il delfino_. Dicemmo -che la nave degli Açvin, nella quale è salvato dall'inondazione il -giovine _Bhug'yu_,[63] è chiamata _dai cento remi_, ed è interessante -l'apprendere ciò che dalla Sicilia mi scrive Giuseppe Pitrè, cioè che -i fanciulli siciliani, dopo aver pescato il riccio di mare, spandono -sopra di esso un po' di sale, e lo invitano a navigare, chiamandolo -_quello dai cento remi_. - -Ma il _Çiçumâra_ non è solo, in lingua indiana, il riccio di mare, il -_Delphinus Gangeticus_, ma il vero delfino, e poi il delfino celeste, -che si colloca nella parte più stellata del cielo. Dei due Açvin, -adunque, che accorrono a liberare il figlio del mostro Tugra, ossia il -giovine Bhug'yu dalle onde, l'uno si fa pesce, l'altro toro, come il -pesce apre il mese d'aprile, ossia il mese del pluvio toro fecondatore, -e, cadute le pioggie d'aprile, fritto il pesce, il sole primaverile, -il celeste fanciullo s'avanza vigoroso e potente per le vie del -cielo, dopo essersi battezzato nelle acque, che gli diedero forza, e -dalle quali scampò per aiuto del pesce, e specialmente del delfino, -che la grossolana scienza popolare ha sempre figurato come pesce. Da -questi esempi ch'io ho accostati parmi non resti dubbio intorno ad -alcuni fatti essenziali: 1º che una forma elementare della leggenda -del diluvio è già contenuta negl'inni vedici; 2º che la leggenda -vedica presenta riuniti in germe i caratteri che si trovano sparsi -e divisi nella leggenda biblica e nelle tradizioni cristiane; 3º che -il delfino è il pesce liberatore del fanciullo divino, come il pesce -cristiano porta figurato sopra di sè un fanciullo, come il fanciullo -Eros ellenico è figurato sopra un delfino, l'amico dei fanciulli, come -il delfino Cristo, il pesce Cristo lascia venire a sè i fanciulli. -Ma, per qual ragione, fra tutti gli animali acquatici fu preferito -il delfino, come salvatore dal diluvio, destinato a purgare, come le -onde battesimali, il mondo dal peccato, ossia a liberare dal male, -a salvare l'innocente? In Grecia il delfino era sacro ad Apollo, per -averne salvato dal naufragio il figlio Icadio, il quale giunto a terra -edificò, per riconoscenza, un tempio dedicato ad Apollo, per memoria -del delfino, chiamato Delfo. Noi siamo qui in piena mitologia solare; -il delfino salva il giovine figlio del sole, ossia il nuovo sole dalle -acque. La Grecia ricordava numerose varianti di questo racconto; e -sempre, in esso, il naufrago salvato è un fanciullo, e il salvatore è -un delfino. - -Quando il mare minaccia tempesta, i delfini si mostrano alla superficie -del mare, e così avvertono i naviganti, nel tempo stesso che offrono -aspetto di una nave galleggiante. Ma, per qual ragione, essi danno la -loro preferenza ai fanciulli? Nel cielo mitico, il delfino, il pesce -rostrato, il pesce dalla testa grossa, il pesce cornuto, il pesce -con l'àncora, o la nave dai cento remi, il riccio dai cento remi che -tira fuori l'eroe solare perduto nelle acque, è, per lo più, l'astro -cornuto lunare, il quale domina particolarmente la stagione notturna -invernale e pluvia, che nell'oceano notturno ed invernale emerge solo -dai flutti, e cede quindi il posto al mattino ed alla primavera, al -giovine sole, al sole fanciullo. Ma di questa sua predilezione per -i fanciulli vi è pure una ragione ne' suoi appellativi. Solino ci fa -sapere che _simones_ amavano essere chiamati dai pescatori i _delfini_, -a motivo del loro muso depresso, e che chiamati in tal modo accorrevano -subito, non meno obbedienti dell'apostolo Simone, il più sollecito -seguace del Cristo, il crestato salvatore del mondo, che salva primo sè -stesso traverso le acque, e nel battesimo. Presso Plauto e Terenzio, -il _simo_ appare una maschera di vecchio anzichè di fanciullo; ma il -delfino è pesce celebrato ancora per la sua prestezza nel crescere, -nel farsi grande di piccolo che era; gli si attribuisce pure una grande -longevità, dicendosi ch'ei possa vivere fino a trecento anni. Per tutte -queste qualità, il delfino doveva apparire ben degno di dar forma ad -uno di quegli Açvin, che hanno il potere di concedere la immortalità, -l'acqua della lunga vita, ossia la giovinezza ai vecchi, e poteva pure -raffigurar Vishnu, il Dio nano, che, facendosi a un tratto gigante, -misurava in tre passi il mondo. Le leggende epiche e brâhmaniche del -diluvio ci presentano dapprima piccolissimo il pesce salvatore, e poi -di tale grandezza ch'esso possa solamente più agitarsi nell'Oceano. -Ora è interessante conoscere come le voci _çiçuka_, _çiçumaras_, che -denominano _il delfino_ (ond'è, senza dubbio, derivato l'equivalente -zingarico, il delfino _simôrus_), contengano, come idea principale, -quella di _çiçu_ che vale _piccolo fanciullo_, e presentino una stretta -analogia con la parola _kumâra_ che vale per l'appunto _fanciullo_, -anzi _il fanciullo per eccellenza_, _il fanciullo reale_, _il principe -ereditario_, che gli Spagnuoli chiamarono _infante_, ed i Francesi, per -una singolare coincidenza storica, _Dauphin_, in memoria d'un giovine -principe ereditario del secolo decimosecondo, che prese, per quanto si -narra, come sua insegna _il delfino_. Il nome del _delfino_ e quello -del _fanciullo_ furono, in lingua indiana, equivalenti; quando perciò -il delfino vedico unito col toro salva il giovine Bhug'yu, salva un -_Kumâra_, e il valore del prefisso _ku_ e quello dell'aggettivo _çiçu_ -essendo analogo salva, per simpatia, un simile a sè stesso; l'astro -lunare salva l'astro solare, ossia ringiovanisce il vecchio sole. -La luna cede il posto al sole, la luna trae fuori il sole che s'era -perduto nelle acque della tenebra notturna ed invernale; un Dioscuro -salva l'altro. Il Dio Luno, al pari del sole, si rappresenta ora come -il vecchio per eccellenza, onnipossente, che scopre tutti i segreti, -ora come un nano che ha tutte le malizie; la luna cresce per fasi; il -fanciullo mitico prevede tutto ed il vecchio mitico ha tutto veduto; -perciò il delfino, il pesce salvatore, chiamato _çiçumâra_ o piccolo, -appare dapprima piccolo e debole, e finisce _col _diventare immenso ed -onnipotente; così _Kumâra_, «il fanciullo,» divenne in sanscrito un -appellativo del terribile Skanda, il Dio della guerra; il giovinetto -Eros, come abbiamo già notato, ed Ares s'identificarono. Il delfino -porta, ossia salva, Eros; il _çiçumâras_ o delfino vedico e puranico -trascina e salva il _kumâra Bhug'yu_, il figlio reale dalle acque, -ossia il nuovo sole progenitore, il reale infante celeste, dalla -tenebra notturna ed invernale. Ogni giorno ed ogni anno si rinnova nel -cielo la leggenda cosmogonica e del diluvio: ogni giorno ed ogni anno, -l'antico Manu, l'antico Noè, ed il Cristo, dopo essere divenuto pesce -nelle acque dell'oceano notturno ed invernale; dopo avere ritrovato, in -forma di pesce, la moneta d'oro, l'anello, la gemma, il disco solare, -ossia sè stesso; dopo essere entrato come Giona ed Hanumant nel ventre -del pesce, e avere così attraversato incolume l'Oceano; dopo essersi -chiuso nella nave tirata dall'animale cornuto celeste; il delfino -dalla testa grossa, o il toro, vien fuori ringiovanito e potente in -tutto il suo splendore. È possibile che alcuni particolari del mito -da me qui esposto possano ancora dichiararsi altrimenti da quello che -ho fatto; ma non mi sembra che la natura mitica del diluvio possa più -essere messa in dubbio, come neppure la necessità di associare oramai -gli studii di mitologia biblico-cristiana con quelli della mitologia -comparata indo-europea. - - - - -LETTURA DODICESIMA. - -IL DIO YAMA. - - -Noi conosciamo già il Dio che si salva dalle acque e che diviene il -salvatore per mezzo dell'acqua. Ma, perchè il Dio si salvi, bisogna -prima che corra pericolo, che si sacrifichi. Il Dio che risuscita -deve prima necessariamente morire, se pure la sua morte non abbia ad -essere che apparente. Noi diciamo del sole che alla sera è andato _a -coricarsi_ e che al mattino _si leva_; i Francesi chiamano _coucher -et lever du soleil_ lo scomparire del sole dal l'orizzonte e il suo -riapparirvi. Dunque, nella notte, il sole dorme. Ma questo sonno del -sole parve talora uno stato di morte, dopo avere attraversato un mare -tenebroso. L'anima del morto celeste non sta ferma, ma viaggia occulta -per un mondo misterioso, per ricongiungersi al mattino con la sua forma -corporea; così, ne' sogni, l'anima nostra alata, mentre il nostro corpo -giace come morto, visita mondi insoliti. Presso la _Katha Upanishad_ -citata dal Weber negli _Indische Studien_ si paragona il mondo dei Mani -al mondo che si visita nei sogni. - -Il sole, nei tre tempi della notte, nei tre giorni del solstizio -d'inverno, nei tre giorni dell'equinozio di primavera, par morto; pare, -ed invece esso viaggia da una parte all'altra dell'orizzonte; dopo tre -giorni, Lazzaro vien fuori; Cristo rompe il suo sepolcro dopo aver -visitato il Limbo dei Santi Padri e liberate e guidate al Regno dei -Beati le anime loro. Il vedico Yama ci offre una somiglianza mirabile -con quella forma peculiare di Cristo legato che si sacrifica pel bene -degli uomini, che guida le anime de' trapassati, e poi risuscita. Il -sole muore la sera e rinasce al mattino, muore in autunno per nascere -a Natale come fanciullo e rinascere adulto in primavera, dopo essersi -battezzato nelle acque benedette, nelle acque sacre, nelle acque -d'aprile che ravvivano. Noi assistiamo ogni sera ed ogni autunno allo -spettacolo del sole moribondo. Yama, il Dio de' morti, non rappresentò -in origine altro che il sole moribondo vespertino. La parola _Yama_ -vale propriamente _il legato_ e _l'infrenante sè stesso_, ossia -_il legato_, _l'infrenato_; così il vecchio Sansone legato perde la -sua chioma, ossia la sua forza, e s'accieca; il sole ritira i suoi -raggi, perde la sua chioma luminosa e s'accieca nella scura notte; il -Cristo, il crestato, legato come malfattore, alla sua aureola luminosa -sostituisce una corona di spine, e muore. Io potrei proseguire, -stringendo più ancora simili raffronti; ma, poichè comparazioni così -fatte non saranno ammesse se non dopo lunga discussione, io debbo -tenermi pago ad accennarvi una via larghissima, feconda di belle -scoperte per lo studioso che la percorra senz'altra ambizione che -quella di trovare il vero e di propagarlo. Intanto cercheremo qui -di rappresentare la figura del Dio Yama, quale ce la offrono gl'inni -vedici. - -_Yama_, _il legato_, _l'infrenato_, propriamente _il legante_, -_l'infrenante sè stesso_, dell'età vedica, che diviene poi nell'età -brâhmanica il legatore, l'infrenatore, quello che getta il collare -funebre sopra i moribondi, che li lega con la sua fune per trascinarli -all'inferno, si rappresenta come figlio di Vivasvant, al pari di Manu. -Dunque Yama e Manu sono equivalenti mitici. Nella leggenda del diluvio, -Manu figlio di Vivasvant si salva dalle acque del diluvio universale -per la sua pietà; negl'Inni vedici, l'eroe è salvato dal naufragio -per l'intervento degli Açvin; ma uno degli appellativi degli Açvin è -pure _Yamau_, ossia propriamente _i due congiungentisi_, _i due legati -insieme_, _i due gemelli_, rappresentati essi pure nell'inno 17º del -decimo libro del _Rigveda_ come figli di Vivasvant. Manu figlio di -Vivasvant rinnova il vedico Yama figlio di Vivasvant; Manu figlio -di Vivasvant esce dalle acque come l'eroe vedico, salvato dai Yamau, -ossia dai Dioscuri. Abbiamo un gemello che va all'inferno per liberar -l'altro gemello; nel mito cristiano, il Cristo scende all'inferno -per liberare i morti prima; nel mito vedico dei due Açvin, liberatori -dell'eroe solare, dopo la rappresentazione che abbiamo fatto di essi, -è evidente che l'uno de' due Açvin si trova specialmente congiunto -col sole, l'altro specialmente con la luna; la luna libera il sole, un -gemello libera l'altro gemello; un _Yama_ è liberato dall'altro _Yama_; -i due Yama si liberano l'un l'altro; e come il Yama legato, o legante -sè, divenne il Yama legatore, così il Yama liberato, o liberante sè, -divenne il liberatore, per la stessa analogia, per cui vedemmo che -il Cristo, il quale si salva dalle acque, a traverso le acque, per -mezzo delle acque, divenne l'istitutore del battesimo, il salvatore -per mezzo dell'acqua battesimale che libera dal male. Così miti -apparentemente diversi trovansi, per un filo sottilissimo, congiunti. -_Come l'aggettivo nel divenire appellativo creò gran numero di persone -mitiche; così il passivo, per mezzo del medio, divenendo attivo, diede -occasione a parecchie gesta mitiche_; l'equivoco del linguaggio ebbe -qui ancora larghissimo potere. La vittima sacrificata o sacrificantesi -diviene eroica; l'eroe che si salva è un salvatore di sè stesso; e il -salvatore di sè stesso riesce quindi semplicemente un salvatore, ed -il salvatore per eccellenza. Ed il linguaggio, nel compiere una tale -evoluzione, seconda pure la serie de' ragionamenti che doveva fare -naturalmente l'uomo primitivo nell'osservare i fenomeni della natura -e specialmente i fenomeni solari. È necessario in cielo come in terra -che uno muoia per tutti; guai se il sole non tramontasse mai, la terra -sarebbe tutta un incendio. Il sole tramonta, il sole muore, e, morendo -come risuscitando, ci salva da morte. Egli ama tutti, e muore per -tutti. Il primo de' mortali è il sole, ed egli è al tempo stesso il -primo di quelli che si salvano, ossia il primo de' salvatori. - -Ma il primo de' mortali dovette pure essere il primo de' nati; e, pel -solito frequente naturale equivoco tra il passivo, il medio e l'attivo, -il primo de' generati, il primo che si genera riuscì pure il primo -de' generatori. Come nella genealogia biblica Adamo è il primo dei -nati e il primo destinato alla morte, così il vedico Yama appare il -primo mortale. Come poi la genealogia biblica incomincia con un uomo -ed una donna, ossia con due forme gemelle, figlie del creatore, delle -quali l'una maschio, l'altra femmina; così, negl'Inni vedici, presso -il Dio Yama, ci occorrono i due gemelli _Yamau_ identificati con gli -_Açvin_, e poi i due gemelli, de' quali l'uno maschio, l'altro femmina, -_Yama_ e _Yamî_. De' due gemelli, in natura, l'uno è, per lo più, -forte, l'altro debole; dei due fratelli mitici l'uno soccorre l'altro, -e il soccorritore non è sempre il più forte; un debole fanciullo, un -impotente, un imbecille appare spesso come liberatore; il passivo -soccorre l'attivo; la donna tiene il posto del gemello debole. Per -cagione della donna l'eroe mitico si perde, talora si salva. Eva -appare come peccatrice che perde l'uomo; Dalila tradisce Sansone; -la Vergine Maria appare, invece, come la salvatrice degli uomini. In -Yama ed in Yamî si videro il giorno e la notte; ma niente c'induce a -riconoscere la notte nella Yamî, mentre Yama appare indubbiamente il -sole; come, pertanto, vedemmo già l'aurora strettamente congiunta coi -due Açvin, ossia coi due Yama, il Yama vespertino e il Yama mattutino, -e rappresentarsi come loro sorella, non mi par dubbio che la _Yamî_, -gemella di Yama, non sia altro che l'aurora gemella del sole e della -luna. Adamo ed Eva son creature dello stesso padre, e però fratello e -sorella; si uniscono, ed il loro peccato si sconta con la morte; dopo -una vita dolorosa, Eva partorirà con dolore; Adamo lavorerà per la sua -famiglia: la leggenda del Cristo, che con la morte sconta il peccato -originale, si congiunge intimamente con la leggenda di Adamo, del -quale esso appare una splendida variante mitica. Gli Inni vedici non ci -rappresentano ancora la pena, ma raffigurano la colpa dell'unione d'un -fratello con una sorella, la quale deve essere evitata come incestuosa. -L'inno 10º del decimo libro del _Rigveda_ ci offre un dialogo singolare -tra il mortale Yama e Yamî, tra il fratello e la sorella. Come nel -racconto biblico la donna fa da seduttrice, Yamî invita Yama ad unirsi -con lei. Essa dice al fratello: «Gli immortali desiderano questo: un -discendente di te, unico mortale; poni l'animo tuo nell'animo mio; come -sposo, entra nel corpo della sposa.» Yama risponde che non vuol fare -quello che finora non ha mai fatto, e che vuol conformare le opere alle -parole oneste. Ma Yamî insiste, avvertendo come lo stesso Dio creatore -Tvashtar onniforme li abbia creati in un solo germe, per essere marito -e moglie (_dampatî_). Yama si rifiuta sempre, e tratta la sorella come -una donna impudica; ma essa diviene provocante, avverte come in cielo -ed in terra i due gemelli sono uniti e dovrebbero però girare insieme -le ruote del carro, come se non fossero fratello e sorella. Yama invita -Yamî a cercarsi un altro marito. Essa rimprovera il fratello di non -esser buon fratello (_Bhrâtar-fratello_ e _Bhartar-marito_ sono due -noti equivalenti che significano _il sostentatore_), poichè non viene -in aiuto alla sorella e la lascia andare in disperazione, mentre essa -è tormentata dall'amore. Yama risponde: «Io non potrei accostare il mio -corpo al tuo; un peccatore chiamarono colui, il quale si unì con la sua -sorella; con altri, all'infuori di me, pigliati piacere; il fratello -tuo, o bella, non può desiderare codesto.» Yamî irritata risponde: -«Oh tu sei un uomo da nulla, o Yama; noi non vediamo in te nè animo nè -cuore; ed un'altra donna t'abbraccierà stretto, come ghirlanda, o come -una liana l'albero.» - -Come gli Açvin, che amano la loro sorella aurora, anzichè unirsi con -essa, finirono per trovarle uno sposo e le servono da paraninfi; -così Yama termina con l'augurio che Yamî possa trovare uno sposo, -che la faccia felice. Quest'inno, di cui una variante trovasi pure -nell'_Atharvaveda_, rivelasi di una composizione relativamente moderna, -poichè ci richiama ad un tempo, in cui l'adagio popolare, la _vox -populi_, sta per diventare _vox Dei_, ossia legge sacra: _dissero -peccatore_, esclama il poeta, l'uomo che s'unisce con la propria -sorella; la sentenza popolare consegnata nell'inno vedico diventerà, -in breve, autorità religiosa, inviolabile. Ma l'inno stesso tradisce -tuttavia la presenza di una tradizione, secondo la quale il primo -uomo e la prima donna erano stati fratello e sorella, e la donna -avea tentato l'uomo. È notevole come nell'inno vedico si faccia da -Yamî l'augurio, perchè Yama ottenga un figlio, ossia dia al padre un -nipotino, _dopo avere attraversato il vasto oceano_ (_tirah puru c'id -arnavam g'aganvan_). - -In questo carattere il mito di Yama si congiunge anco più intimamente -con quello degli Açvin liberatori dalle acque, e con quello del -loro proprio _alter ego_, Manu Vàivasvata, il liberato dal diluvio -universale, che, uscendo dalle acque, rigenera, dopo aver fatta molta -penitenza, il mondo. - -Nel sesto libro dell'_Atharvaveda_ (citato dal Muir), _Yama_, -identificato con _Mr'ityu_, «la Morte,» appare il primo che arrivò al -fiume. Questo è fiume ad un tempo di perdizione e di purificazione. -Nell'inno 14º del decimo libro del _Rigveda_ son pure ricordati i vasti -fiumi, ai quali arriva il re Yama, figlio di Vivasvant, ed esplora -la via (_panthâm_) per i molti (che la dovranno percorrere). È nota -l'analogia che passa tra le voci _pons_ e _pontus_. Il mare, i fiumi -diedero sembianza di vie; solamente, invece di percorrersi sui carri -rotanti, si solcavano sulle barche remeggianti. - -È singolare qui ancora la corrispondenza delle credenze vediche con -le elleniche: _Yama_ arriva primo al mare, al fiume, lo attraversa, -esplora la via, la insegna agli altri; al regno de' morti, secondo il -concepimento ellenico, si arrivava attraversando l'onda del fiume o -della palude infernale. L'inno vedico afferma esplicitamente che Yama -fu _quello che morì primo, che de' mortali partì primo pel mondo di là_ -(propriamente, _per quel mondo_); _il primo che trovò la via per noi, -dalla quale non possiamo discostarci_. Le anime de' morti s'incontrano, -partendo, in Yama e Varuna; Yama concede a quelle che gli appartengono, -una dimora luminosa ed acquosa; le difende dai due cani nati di Saramâ, -dai quattro occhi, macchiettati, insaziabili, dalle vaste narici, -che stanno a guardia della via (_pathirakshî_), altro carattere -di somiglianza tra il Regno de' morti vedico e il Tartaro ellenico -guardato dal tricipite Cerbero. I due cani errano fra gli uomini, -come messaggieri del Dio Yama, ossia della Morte (messaggiero di Yama -nel _Rigveda_ è pure un uccello funebre). E, come si adora il Diavolo -perchè stia lontano, così si pregano i due cani di Yama, perchè lascino -ancora rivedere il sole al devoto, perchè gli diano ancora in terra -una esistenza felice. Ma Yama è specialmente invocato ne' funerali, -perchè dia una lunga vita al devoto fra gli Dei. Evidentemente il -vedico Yama si disegna già in un duplice aspetto, l'uno paradisiaco, -l'altro infernale. Esso ha i suoi protetti, e quelli che caddero nella -sua disgrazia; i protetti saranno beati, e quelli ch'egli non ama, -erreranno incerti o dannati. - -La virtù di Yama come quella de' suoi cani consiste particolarmente, -a quanto pare, nella sua virtù visiva; egli guida per vie inesplorate -le anime de' morti, ed i suoi cani hanno quattro occhi. Ma come mai -può Yama avere conservato la vista, s'egli personifica specialmente -il sole moribondo che s'accieca? Come può essere egli la guida de' -morti, se, morendo, secondo la credenza vedica, dal Muir dottamente -riscontrata con le credenze elleniche, perfettamente analoghe, l'occhio -del trapassato va a perdersi nel sole, da cui è nato,[64] ed il sole -vespertino si estingue? Qual è l'occhio di Yama guidatore de' morti? -Gli Inni vedici non c'istruiscono su questo punto; ma vi è un Dio -brâhmanico che ha stretta affinità col Dio Yama, e di cui occupa i due -ufficii, quello di beato paradisiaco e quello di distruggitore; esso è -Çiva che si rappresenta con la luna in fronte. - -Noi diciamo ancora _il mondo della luna_ per indicare _il mondo di là_; -come il sole, il primo mortale, si scambia colla luna, così il mondo -lunare allieta le anime dei morti e le fa quindi risorgere, coi loro -corpi, dopo averle probabilmente fatte passare per l'ambrosia della -via lattea. La luna guardiana delle vie è probabilmente l'occhio, per -cui Yama viaggia esso stesso, e conduce i viandanti trapassati; noi -abbiamo già veduto come Manu Vâivasvata si salva dalle acque mercè il -corno del pesce delfino che emerge dalle acque, il quale tira la nave -sopra la cima di un'alta montagna. Questo corno salvatore è la luna -cornuta; così la luna fa da guidatore all'eroe solare nella tenebra -notturna. La stretta relazione che passa fra Lucina (Lucna, Luna) e -la infernale Proserpina o Persefone dominatrice del regno de' morti, -moglie di Plutone il re de' morti, rende ancora più probabile la -relazione che supponiamo nel mito vedico fra Yama Dio de' morti, e Soma -il Dio Luno, il Dio ambrosiaco, che lo guida, lo ristora e lo salva. -Yama è rappresentato nell'inno 135º del decimo libro del _Rigveda_ -come bevente insieme con gli Dei presso un albero dalle belle foglie, -il noto albero paradisiaco; quello è sicuramente il luogo luminoso, in -cui nel consorzio dei devoti, dei beati, Yama si trattiene, facendo -festa con essi, dopo averli guidati per la via delle stelle[65] alla -dimora dei loro padri, ove giunti nessuno ha più desiderio di rinascere -nella vita mortale, poichè quella è la vita perfetta. Nel _Çatapatha -Brâhmana_ si dice, in vero, che l'uomo nasce tre volte: la prima -quando il padre lo genera, la seconda quando si purifica per mezzo de' -sacrificii (noi diremmo, dopo aver preso i sacramenti del Battesimo e -della Cresima), la terza quando muore; poichè, dopo che il cadavere fu -arso, Yama conduce l'anima, ossia, come dicemmo già, la parte innata -(_ag'o bhâgah_) del trapassato nel terzo cielo, al cielo _pradyaus_, -forse la via lattea; o al regno de' beati, ov'è gioia e luce eterna, -adempimento completo di tutti i desiderii, nella vista degli Dei, dopo -avere attraversata una regione scura, la quale, come dicemmo, si figura -acquosa. - -Yama trovasi ora identificato con Sûrya il sole, ora con Agni il fuoco, -ora con Vâyu il vento, che vedemmo far spesso da messaggiero. Esso -è il portato o portante sè, ed il _portitor_; la brezza vespertina e -mattutina, la brezza autunnale e primaverile è messaggiera; essa porta -l'anima del morto sole nel regno de' beati; essa dal regno de' beati la -riporta nel mattino e nella primavera alla vita. Yama s'identifica col -suo proprio messaggiero; così, come troviamo presso Yama, i _Yamau_, -i due rapidi Açvin, i due suoi cani messaggieri _Sarameyau_, ossia -appartenenti alla _Saramâ_ (ed è noto come il Kuhn abbia avvicinato ai -vedici messaggieri _Sarameyau_ ed a _Saramâ_ l'ellenico messaggiero -_Hermeîas_), è importante il riscontrare, presso il nostro Yama, -guidatore delle anime de' morti e signore de' due cani _Sarameyau_, -l'ellenico _Hermeîas psychopompos_. - -Yama apparirebbe esso stesso una forma di _Hermeîas_, con cui forse ha -pure qualche attinenza etimologica, quando si voglia tener conto del -facile scambio che poté accadere fra le voci _Sayamâ_ e _Saramâ_; onde -la _Sayamâ_ riuscirebbe una equivalente della _Yamî_. Ma non vogliamo -insistere sopra una semplice ipotesi. Ciò che invece non resta dubbio è -la presenza nel periodo vedico di un Dio che primo muore, e che mostra -agli altri la via della salute, per arrivare all'eterna beatitudine, -e che questo Dio benefattore, chiamato Yama, è un Dio solare. Noi -possiamo, di più, già trovare negl'Inni vedici indizii d'una vaga -credenza nel paradiso e nell'inferno, e però in un Dio che premia e -castiga. - -Abbiamo già detto come, secondo la credenza degli antichi Indiani, -le anime dei trapassati, ossia dei _Pitaras_, de' padri, de' morti -maggiori, i Mani, si trovassero per lo più in una condizione simile a -quella, in cui l'anima nostra si trova quando si sogna. Essa, prima -di fermarsi nella sua sede beata, più tosto che incorporea, piglia -un corpo a piacere, diviene alata, vola, percorre liberamente gli -spazii, è capace di dolore e di gioia. Quest'anima viaggiatrice, -secondo gli Inni vedici, senza aver più un proprio corpo materiale, -dava una forma più luminosa alle proprie sembianze individuali. Secondo -l'_Atharvaveda_, i _Pitaras_ riuniscono invece tutte le membra e tutti -gli spiriti del trapassato, mostrandosi così di credere ad una completa -risurrezione de' corpi simile a quella ch'è promessa o minacciata a noi -nella valle di Giosafatte. - -Dei _Pitaras_ ve ne sono di varie condizioni: i soli che il devoto -invoca sono quelli che arrivarono al sommo cielo, ossia alla somma -beatitudine, i quali, partiti prima, come Yama, il primo de' morti, -possono venire in aiuto de' nuovi arrivati, siccome quelli che godono -già dell'ambrosia immortale insieme con gli Dei, con Indra, e possono -farne partecipi i loro discendenti. Come gli Angeli e i Santi del -Paradiso cattolico sono invitati a pregare e intercedere per noi -peccatori; così il poeta vedico, nell'inno 15º del decimo libro del -_Rigveda_, rivolgendosi ai beati Pitaras, diceva le sue litanie: _Essi -arrivino, essi ascoltino, essi parlino per noi, essi ci proteggano_; -ed aggiungeva: _Non fateci danno, o padri, se noi per umana debolezza -abbiamo potuto peccare contro di voi._ Il danno maggiore che potevan -fare loro i _Pitaras_ era sicuramente quello di negare l'ospitalità -nel sommo cielo, al quale ogni anima di trapassato, bruciato il corpo, -tendeva di salire, serbando, come ci assicura il _Tâittiriya Brâhmana_, -piena coscienza di sè stessa. «Ognuno, — esso dice, — partendo da -questo mondo, conobbe sè stesso, dicendo: Io son pur io;» precisamente -come le ombre di Luciano, e come avviene ne' sogni, dai quali, senza -dubbio, si regolavano i Brâhmani per definire la grave questione della -immortalità dell'anima. - -Il morto teme che tutti gli offesi in vita da lui si levino a vendetta; -perciò, consumandosi il corpo nel rogo, si supplica dagli astanti il -fuoco Gârhapatya di liberare l'estinto dal danno che gli può venire -per le offese da lui fatte alla terra, all'aria, al cielo, alla madre, -al padre, per poter salire al mondo de' giusti. La terra potrebbe -trattenerlo quaggiù, l'aria impedirgli la via, il cielo non lasciarlo -entrare, il padre e la madre, che siedono beati fra i Pitaras, -cacciarli dall'eliso; perciò è necessario, ne' sacrificii funebri, -far dimenticare tutte le offese. Ma, mentre si prega perchè il morto -arrivi presto in cielo, con la stessa sollecitudine il superstite -orante supplica d'essere lasciato vivere lungamente sopra la terra, -il che prova come, nel periodo vedico, se era grande la speranza di -rivivere dopo morte, era più forte il desiderio di conservare la vita -come un bene provato e sicuro; e la stessa speranza nell'immortalità è -una prova del vivo desiderio che l'uomo ha di vivere, del grande amore -ch'esso porta alla vita. - -Ma non è dubbio che gl'Indiani del periodo vedico hanno creduto -nell'immortalità dell'anima, nella vita dopo la morte. La vita mortale -è sempre amata; la morte è temuta e scongiurata; prima d'arrivare -al concepimento buddhistico del dissolvimento completo come suprema -beatitudine, il pensiero indiano dovette dunque passare per una lenta -e lunga evoluzione; ma a questa evoluzione dovette pure preparar la -via la stessa consolazione vedica nella speranza d'un'altra vita -spirituale, beata, al sopraggiungere della morte. Ripeto che il -desiderio intenso della vita dovette essere la principale ragione che -alimentò l'antica fede nella sovresistenza spirituale dell'uomo dopo -la morte; ma è certo che questo bisogno di sopravvivere alla vita -mortale diede presto origine ad una credenza vivace nella vita in un -mondo di là, come fu chiamato fino dall'età vedica il mondo, ove si -suppose che i morti si recassero. Quando poi si radicò profondamente -nell'animo degl'Indiani la credenza nella metempsicosi, la vita mortale -fu considerata come una vera sventura, la morte come una liberatrice, e -il regno de' beati apparve il mondo, in cui cessa ogni sensazione della -vita. Ma negl'Inni vedici e ne' loro commentarii immediati l'uomo ama -ancora la vita, e la prolunga nell'immortalità. Si negò la presenza -dell'inferno presso il mondo vedico; ma dove abbiamo una pena, un -castigo, abbiamo pure l'inferno. Già dicemmo come Yama ed i Pitaras -accolgano nel loro mondo paradisiaco i soli trapassati che furono pii; -è un premio; l'esclusione da un tal premio è il primo castigo.[66] Ma -vi ha di più. - -Nel _Çatapatha Brâhmana_, ci si disegna già una forma del cristiano -arcangelo San Michele, il pesatore delle anime. Il male ed il bene -di ciascuno viene pesato sopra una bilancia; e secondo che il bene -od il male ha il di sopra, si avrà bene o male nella vita futura. -E il bene, secondo lo stesso _Çatapatha Brâhmana_, già interpretato -dal professor Weber, è, nell'età vedica, non solo l'immortalità, ma, -secondo che abbiamo già accennato, per un indizio dell'_Atharvaveda_, -l'immortalità col proprio corpo; onde con ragione osserva il Muir -che in relazione con tale credenza, è la cura posta dagli astanti, -nella cremazione de' morti per raccogliere le ossa del trapassato, le -quali dovranno servire a ricostituirne il corpo; la carne è materia -che si può perdere e riacquistare; le ossa invece sono il tronco -ed i rami, sopra i quali si estende e si propaga la vita.[67] Per -questo riguardo è assoluto il contrasto fra le dottrine vediche e le -dottrine brâhmanico-buddhistiche. Nel periodo vedico si considera come -un bene la vita, si prega il fuoco sotterraneo di non distruggere il -corpo del devoto seppellito e s'augura che i _Pitaras_, ricomponendo -le membra del morto, lo raccolgano nella loro beatitudine; l'anima è -troppo stretta al corpo per potersene lungamente disgiungere; l'anima -dell'uomo, disgiunta dal corpo, secondo il pensiero vedico, erra -incerta, finchè s'annienta, o pure, secondo un concepimento posteriore, -nasce in altra vita terrena assai peggiore della precedente. Ma questo -annientamento, ch'è la pena de' dannati vedici, non ha niente di comune -con l'annientamento buddhistico, il quale nel sopprimere presso l'uomo -devoto il corpo sensibile e le sensazioni d'ogni maniera, lo santifica -e gli prepara un'ascendente beatitudine divina. Nel mondo vedico, -i soli Dei hanno il privilegio di poter vivere immortali, non senza -forma, chè assumono anch'essi sempre or l'una or l'altra forma, ma -senza un loro proprio corpo immutabile. I devoti mortali del periodo -vedico non ambirono punto una forma d'immortalità incorporea; e come -ai nostri bambini cattolici si promettono tuttora le mele d'oro del -paradiso, così ai bambini vedici si prometteva il latte, il miele, -l'ambrosia nel regno dei _Pitaras_, nel cielo _pradyaus_, distante -dalla terra _per mille giorni di viaggio a cavallo_ (secondo una -nozione dell'_Aitareya Brâhmana_). Il paradiso vedico, non dissimile -dal cristiano, non è privo di sensualità; perciò il devoto desidera -di salirvi col proprio corpo, come vi sale, in premio delle proprie -penitenze, il devoto Mudgala, presso il _Mahâbhârata_. Il regno de' -beati prese perciò in sanscrito l'appellativo di _Nandana_, ossia -_luogo di delizia_. Non è qui il luogo di considerare il paradiso -indiano, secondo le rappresentazioni brâhmaniche; ma voleva pure -essere accennato come, nel periodo vedico, la beatitudine paradisiaca -riducevasi già alla perfetta soddisfazione con la presenza del corpo, -il che lascia naturalmente supporre che si trattasse, insomma, di una -suprema soddisfazione de' sensi, insieme con la continuazione degli -altri piaceri più puri che rendevano lieta la vita terrena: così, -nell'_Atharvaveda_, il devoto invoca il nume, perchè lo lasci salire -al cielo eternamente luminoso e vivere in esso, privo d'ogni malanno, -con la propria sposa, coi proprii figli e con gli amici virtuosi, ed -ottenere il conseguimento di tutti i desiderii; e i desiderii devono -essere essenzialmente sensuali, poichè una delle prime preghiere -rivolte, nell'_Atharvaveda_, al fuoco del rogo che consuma il cadavere, -è ch'ei non gli consumi l'organo della generazione (_çiçnam_). Come gli -Dei vedici son dediti a piaceri carnali, così i _Pitaras_, e i loro pii -discendenti che vanno a raggiungerli nel mondo di là. - -I dannati, invece, non potendo salire nella regione luminosa, vanno, -secondo gli Inni del _Rigveda_, perduti _nelle tenebre dell'abisso più -profondo_, specie d'Inferno vedico che ci richiama al Tartaro ellenico; -nell'_Atharvaveda_ l'inferno stesso si trova già nominato col suo nome -ordinario di _Nâraka-loka_, e considerato come sede riserbata agli -empii ed ai malvagi. - - - - -LETTURA TREDICESIMA. - -I DEMONII. - - -Per la stessa ragione, per cui nel mondo vedico originario non troviamo -ancora distintamente indicato il Dio unico assoluto, e ci appaiono -invece molti Dei proteiformi, il pastore vedico non concepiva ancora -il Diavolo come un essere singolare, unico, potente, rivale di Dio. -Vi sono Demonii come vi sono Dei; ma non vi è il Demonio unico come -non v'è l'unico Dio. Quando il monoteismo appare, si manifesta pure, -se così può chiamarsi, il monodemonismo; e a quel punto la religione -iranica si stacca dalla indiana: l'India, nel vero, non ci offre nessun -antagonismo così deciso e spiccato come quello che ci presentano i -libri zendici nella lotta fra Ahura Mazda e Anhro Mainyu, l'uno genio -di luce che crea le cose buone, l'altro genio tenebroso che suscita -tutte le forme del male. Nell'India, invece, nel tempo stesso in -cui Brahman vi assume dignità di nume supremo, esso non ha contro di -sè una sola forma di demonio: com'egli non è solo nell'Olimpo, ove, -prima di lui, altri numi potenti, più che imperare, operavano cose -mirabili, ed ove più tardi vengono a dividere con esso il supremo -potere altri due numi, Vishnu e Çiva; così i demonii mutano nomi e -forme non solo secondo che mutano gli Dei, ma secondo che il Dio si -trasforma: Satana e Anhro Mainyu sono sempre conformi a sè stessi, -e mantengono costante il loro carattere maligno. I demonii vedici e -brâhmanici, invece, partecipano di tutta la mobilità degli Dei, e, -come il Dio si muove dalla forma luminosa e termina nella tenebrosa, -così accade che il Demonio si muova dalla forma tenebrosa e riesca -alla luminosa; il Paradiso e l'Inferno confinano fra loro; agitandosi, -l'uno passa nell'altro; così il Dio e il Demonio scambiano le loro -parti. L'appellativo più frequente dato al demonio vedico e brâhmanico -è quello di _Viçvarûpa_ od _onniforme_, e _Kâmarûpa_, ossia _mutante -forma a piacere_: simili appellativi assumono pure talora gli Dei; -ora si comprende come il Dio, potendo pigliare ogni forma, possa pure -assumere vesti demoniache, e il Demonio del pari, nella sua capacità -di trasformarsi senza fine riesca pure ad appropriarsi le forme -luminose divine. Gli Dei come i Demonii sono nati insieme, e, secondo -la mitologia vedica, da uno stesso padre, dal fabbro universale celeste -Tvashtar. - -Noi troviamo dunque perciò ordinariamente accennati al plurale i -demonii vedici, o, quando essi appaiono al singolare, il loro nome è -generico, indistinto, come _rakshas_ che vuol dire _mostro_, oppure -specifico di specie molteplici e differenti. - -Uno degli appellativi plurali de' demonii vedici è _Dânavas_. La parola -_Dânavas_ è il plurale di _Dânu_ e si dà come equivalente di figli di -_Dânu_, uno de' nomi attribuiti alla moglie del mostro Vritra, ucciso -da Indra, nell'inno 32º del primo libro del _Rigveda_, oppure di -_Danu_, che appare come figlia di Daksha e sposa di Kaçyapa presso il -_Çatapatha Brâhmana_. _Dânu_, al neutro, vale, presso gli Inni vedici, -_rugiada_, _stilla_, _goccia_; onde i _Dânavas_ apparirebbero _gli -umidi_, nel loro primitivo aspetto. Ma, perdutosi l'antico originario -significato della parola, in breve i Dânavas divennero i mostri -demoniaci, i nemici degli Dei in genere, e tra questi mostri generici -potè quindi trovar posto lo stesso _Çushna, secco_ e _disseccatore_, -il quale trovasi in una delle _upanishad_ definito come un _dânava. -Dânunaspatî_, o signori del _Dânu_, ossia dell'umore ambrosiaco, sono -chiamati in alcuni Inni vedici i due bellissimi Açvin; in quanto i -fenomeni rugiadosi dell'aurora mattutina e della primavera si rinnovino -nel cielo pluvio, lo stillante divino può diventare un umido demoniaco; -e quindi si può forse spiegare la leggenda epica indiana di un figlio -della Dea della bellezza, _Çrî_, la Venere indiana, convertito nel -mostruoso _Dânava_ o demonio _Kabandha_ presso il _Râmâyana_. La -parola _Kabandha_ vale propriamente _barile_; il _mostro-barile_ o -_Kabandha_ del _Râmâyana_ ha la sua origine nella _nuvola kabandha_, -ossia nella _nuvola-barile_ degli Inni vedici. Il figlio della -Venere ambrosiaca, il figlio di Çrî, che diviene demonio Kabandha, -sembra farci assistere particolarmente al fenomeno del cielo pluvio -primaverile. E non solo Kabandha è figlio di Çrî, ma tutti i Dânavas -sono posti sotto la particolare protezione dell'astro di Venere, del -quale si mostrano particolarmente devoti, onde poi gli appellativi di -_dânavaguru_ o _maestro dei Dânavas_ e di _dânavapûg'ita_ o _venerato -dai Dânavas_, dati presso l'astronomo Varâhamihira al pianeta _Çukra_ -o Venere. Il numero dei _Dânavas_ appare infinito negli scritti -brâhmanici; nell'inno 120º del decimo libro del _Rigveda_ se ne -rammentano soli sette: così da Sâyana, in nota all'inno 114º del primo -libro, si danno anche gli _Asurâs_ come figli di Diti, e si narra che -Indra li distrusse in germe nell'utero materno, nel numero di sette. -L'appellativo sanscrito di _Dâittyâs_, o _Dâiteyâs_, o _Ditig'âs_, -dato, negli scritti brâhmanici, ai demonii, come _figli di Diti_, -immaginata, come dicemmo in opposizione alla veneranda _Aditi_, madre -de' divini Adityâs, non si trova ancora negli scritti vedici. Tuttavia, -come da _danu_ o _dânu_ si ebbero i _dânavas_, si potrebbe nella parola -_diti_ riconoscere la stessa radice _dâ_ o _dî (di)_, che occorre in -_danu_ o _dânu_; onde i _dâityas_ sarebbero _gli umidi goccianti_ come -i _dânavas_, di cui uno pigliò, come dicemmo, forma di _nuvola-barile_. - -Ma vi sono ancora altri appellativi generici de' demonii negli -Inni vedici: i principali sono quelli di _dâsâs_, di _dasyavas_, di -_asurâs_, di _krishnâs_, di _pânayas_, oltre a quello più comune di -_rakshasâs_ o _mostri_. Nelle parole _dâsa, dasyu_, parrebbe ancora -potersi ritrovare la stessa radice _dâ_, che occorre in _danu_ e -in _diti_ e _dâitya_; e come vedemmo gli Açvin signori del _dânu_ -ambrosiaco, così, presso gli appellativi dei demonii _dasyu, dâsa_, -troviamo quello degli Açvin _dasrâu_, quello d'Indra e di Agni -_dasma_. Ma, nelle voci _dâsa, dasyu_, si videro poi particolarmente i -distruggitori malefici, i nemici, le persone volgari. Nè solo i demonii -combattuti da Indra, come, per esempio, Çambara, Çushna, C'umuri, ec., -pigliano il nome di _dasyu_ negl'inni vedici, ma ancora le anime de' -morti, alle quali non è concesso di salire alle sedi beate; e però -esse errano simili alle _larvæ_ de' Latini, in una forma demoniaca, -a disturbare l'opera de' devoti. Il nome di _dasyu_ è quindi pur dato -agli empii nemici degli Arii, ai ladri, ai barbari irreligiosi. Così -_dâsa_, l'appellativo generico di parecchi demonii vinti da Indra, -come, oltre Çambara, Namuc'i, Pipru, Varc'in, venne poi a significare -lo schiavo, il servo, la persona vile. Nel cielo, i _Dâsâs_ o _demonii_ -hanno spose o diavolesse, chiamate _Dâsapatnis_. Questo appellativo -è dato particolarmente alle _âpas_ od _acque_ nel citato inno 32º -del primo libro del _Rigveda_; una nuova analogia che ci dovrebbe -confermare nel ravvicinamento etimologico fra _dâsa_ o _dasyu_ e -_dâitya_ (da _diti_) e _dânu_. Ma, in altri Inni vedici, il _dasyu_ -appare più tosto come un genio tenebroso notturno; il 5º inno del -settimo libro del _Rigveda_ ci fa sapere che Agni _cacciò dalla casa i -demonii_ (_dasyûn_), _generando la vasta luce pel devoto_ (_âryaya_). -Qui il _dasyu_ appare una specie di fantasma notturno, di larva, di -spirito, dissipato dalla luce del mattino; perciò ancora nell'inno 117º -del primo libro, a dissipare i _Dasyu_ appaiono i due Açvin, per mezzo -del _bakura_ (o _vakura_) che io interpreterei per _carro_[68] (dalla -radice vedica _vak_, che nello stesso _Rigveda_, VII, 21, trovasi -adoperata per esprimere il roteare del carro d'Indra comparato al -muggito di vacca, _tvad vavakre rathyo na dhenâ_). E l'_ârya varna_ che -Indra porta innanzi, distruggendo i _dasyu_, nell'inno 34º del terzo -libro (quantunque il _dâsa_, il _dasyu vedico_, appaia talora il nemico -terreno degli Aryâs), non mi pare potersi interpretare il colore degli -Arii, in opposizione al colore dei non Arii, ma semplicemente il bel -colore, lo splendido colore, la luce mattutina, che, distruggendo i -notturni tenebrosi Dasyu, Indra riporta nel cielo. - -Il senso ambiguo che ha la parola _spirito_ nell'Occidente latino ebbe -già nell'Oriente indiano la voce _asura_, propriamente _l'essere_ (cfr. -_asu_, «alito vitale, spirito»). E come _gli spiriti_ servirono poi -particolarmente a significare _i genii maligni_, così gli _asurâs_, -posti in opposizione coi _devâs_, rappresentarono particolarmente -_i demonii_. E come _lo spirito_ divenne _Spiritus Sanctus_, come -l'_asura_, in zendo _ahura_, divenne _Ahuramazda _, il sommo nume -dell'Iran, così, nell'India vedica, Varuna, il sommo reggitore del -cielo, il cielo stesso, apparve col nome di _asuras_, ossia _di sommo -spirito_, _di spirito per eccellenza_, _di spirito onnisapiente_ -(_asura Viçvavedâs_; _Rigveda_, VIII, 42). Ma, per lo più, l'_asura_ -o _spirito_ rappresentò _lo spirito maligno_, e al plurale _gli -spiriti maligni_, _la schiera de' demonii_, retta secondo il -_Çatapatha Brâhmana_ da _Asita Dhânva_ (forse _il nero del deserto_, -ossia _la nuvola scura del cielo_), secondo il _Mahâbhârata_ da -_Baka_ o _Vaka_, secondo il _Râmâyana_ da _Bali Vairoc'ani_, secondo -il _Kathâsaritsâgara_ da _Mâyadhâra_, nome che ci richiama agli -_Asurâs mâyinas_ o _Demonii magici_ dell'_Atharvaveda_ e alla _magìa -demoniaca_ o _degli spiriti_, ossia _asuramâyâ_ dell'_Atharvaveda_ e -del _Çatapatha Brâhmana_. Ma, mentre, nell'India vedica, l'_asuratva_ -e l'_asurya_, più che _l'essere demoniaco_ rappresentano _l'essere -spirituale_, _l'essere divino_, _la divinità_, dopo che le leggende -brâhmaniche rappresentarono gli _asurâs_ in guerra co' _devàs_, per -cagione specialmente dell'ambrosia, l'_asura_ finì col prendere -nell'India brâhmanica un aspetto intieramente demoniaco; nè ciò -soltanto, ma esistendo l'_asura_ come nemico dei _devâs_ (nell'inno -85º dell'ottavo libro del _Rigveda_ gli _asurâs_ sono anzi chiamati -_adevâs_), si dimenticò l'etimologia della parola (da _as_ «soffiare, -spirare, essere»), e si vide nell'_a_ iniziale un privativo, un nemico -del _Sura_, che valse a significare il Dio, come già di _Aditi_, -nati gli _Adityâs_, nei _Dâityâs_ non si videro già degli esseri -originariamente forse non punto demoniaci, ma dei figli di una _Diti_ -nemica della divina _Aditi_. Così, per un duplice equivoco etimologico, -sarebbe nata tutta una serie di _Dei_ o _Surâs_, per un verso, e di -tutta una serie di _Demonii_ o _Dâityâs_ per l'altro. - -Ma, dal sin qui detto, parmi poter constare abbastanza, come, in -origine, a quel modo stesso con cui non esisteva ancora un Dio -distinto, così non esisteva neppure un distinto Demonio. Il _dânu_ o -_danu_, il _dâsa_ o _dasyu_, l'_asura_, non furono originariamente -appellativi di figure distinte demoniache; essi, da principio, -erano comuni alle forme luminose celesti e alle tenebrose; ma, per -essersi quindi con qualche maggiore insistenza attribuiti ai fenomeni -tenebrosi, e per successive combinazioni mitiche e per sopravvenuti -equivoci di linguaggio, servirono particolarmente a denominare le forme -demoniache. - -Ma come i _devâs_ e gli _asurâs_ appaiono quali creature d'uno stesso -padre (ora Tvashtar, ora Prag'âpati), così, presso il _Yag'urveda -nero_, essi si mostrano uguali in potenza e in dignità, e dediti -entrambi alla preghiera (_brahmanvantas_). - -Il _Tâittiriya Brâhmana_, ci fa sapere che la terra in principio era -degli _asurâs (asurânâm vai iyam agre âsit)_, ma che, avendo gli Dei -chiesto loro un po' più di posto per sè stessi, ne ottennero tanto -quanti essi avrebbero potuto circondarne. Essi si posero ai quattro -angoli della terra e l'avvolsero tutta.[69] Lo stesso _Brâhmana_ ci -dice che i _devâs_ e gli _asurâs_ non si distinguevano gli uni dagli -altri. Queste sono pel mitologo nozioni preziose. Una leggenda del -_Çatapatha Brâhmana_[70] spiega in un modo infantile, ma moralmente -interessante, il passaggio che fecero i Devâs e gli Asurâs ad uno -stato di intiera opposizione. — I _devâs_ e gli _asurâs_ creature di -Prag'âpati ottennero in sorte dal loro padre Prag'âpati la parola, il -vero ed il falso; gli uni e gli altri pertanto parlavano ora il vero, -ora il falso; parlanti allo stesso modo, erano uguali. I _devâs_, -lasciando la menzogna, elessero quindi la verità; gli _asurâs_, -lasciando la verità, adottarono la menzogna. Allora la verità che -rimaneva presso gli _asurâs_ comprese: «Gli Dei, abbandonando la -menzogna, hanno scelta la verità; ch'io vada dunque a congiungermi con -essa;» e così recossi presso gli Dei. La menzogna che rimaneva presso -gli Dei comprese: «Gli _asurâs_, lasciando la verità, hanno prescelta -la menzogna; io voglio dunque riunirmi con essa;» così dicendo, essa -si recò presso gli _asurâs_. Allora gli Dei dicevano tutta la verità -e gli _asurâs_ tutta la menzogna. Dicendo intieramente il vero, gli -Dei divennero come deboli e poveri. Perciò colui che dice solamente -il vero diviene debole e povero; ma al fine egli riesce, come, al -fine, riuscirono gli Dei. E gli _asurâs_, dicendo unicamente il falso, -divennero prosperi e ricchi come l'aurora;[71] perciò colui che dice -unicamente il falso prospera e s'arricchisce come l'aurora, ma, al -fine, si rovina, poichè gli _asurâs_, al fine, si rovinarono. Quello -ch'è vero è la triplice scienza (_contenuta nei tre Vedi_); gli Dei -dissero: «Sacrificando, celebriamo questa verità.» — Gli Asurâs, dopo -di ciò, volendo disturbare i sacrificii divini, vengono maledetti. Ma è -agevole intendere come tutte queste spiegazioni leggendarie brâhmaniche -siano il prodotto non più di una mitologia, ma di una filosofia -scolastica; e, se noi possiamo dare ad esse alcuna importanza in -questo studio, non è tanto per le conclusioni, quanto per le premesse -che pongono, le quali confermano una gran verità essenziale, secondo -la quale il mito vedico antico non ci presenterebbe ancora un Dio -ed un Demonio spiccati, distinti ed in guerra fra loro, ma sì invece -indeterminati, affini, quasi necessarii l'uno all'altro; poichè gli -elementi della materia che combinandosi crea la vita non si presentano -in dissidio, in lotta fra loro, ma sì invece intenti a comporsi in -nuove armonie fisiche, le quali potranno divenire più tardi armonie -morali. L'uomo primitivo ha, di certo, sentito momenti di terrore -innanzi all'accostarsi delle tenebre della notte o tra il fragore -spaventevole di una bufera sugli altipiani dell'Asia centrale; ma il -più spesso egli vide e comprese come dalla tenebra vien fuori la luce, -dalla morte la vita, e fu sollecito a riconoscere in quella vicenda -naturale una tremenda insieme e poetica necessità della vita. - -Quando poi si determinò con formole religiose, prima domestiche e poi -sociali, l'entusiasmo per la luce e il terrore della tenebra, ogni -fenomeno luminoso apparve divino, ogni fenomeno tenebroso demoniaco; -e quando, finalmente, sopra le mitologie essendo nate le religioni, -si fondarono sopra queste religioni le Chiese, queste, sollecitamente -operose come nell'Iran e nella Palestina, rovesciando l'edificio -mitico, stabilirono il monoteismo, o, per dir meglio, il dualismo, -ove un sommo Dio d'ogni perfezione combatte contro un Demonio, autore -d'ogni male. Nell'India la liturgia della casta brâhmanica arrivò, -quando i miti erano già stati consegnati alla storia negli Inni -vedici, prima popolari e poi, perchè popolari, in virtù della stessa -prudenza brâhmanica, divenuti sacri, e quando infinite leggende mitiche -correvano già di famiglia in famiglia, impossibili ad estirparsi. Il -Brâhmanesimo non risale come istituzione civile oltre il quinto secolo -innanzi l'êra volgare, e, prima di quel secolo, l'India aveva già -percorso tutto un ciclo della sua vita storica; la casta brâhmanica si -trovò innanzi ad un popolo non più giovane, anzi quasi vecchio, e con -materiali leggendarii di una mole prodigiosa, sopra i quali potè bene -combinare nuovi sistemi teologici e filosofici più o meno mostruosi, ma -non creare sopra di essi alcun nuovo mito veramente vitale. Rivoltasi -invece la religione a diventar strumento politico per costituire -l'onnipotenza di una casta privilegiata, essa perdette ogni naturalezza -e, come l'edera s'inalza gigante a usurpare le mura delle dimore -indiane, sopra le quali si abbarbica, così, sopra la mitologia vedica -che non poteva distruggere, il Brâhmanesimo s'inalzò per coprirla, -e per adoperarla come fondamento della sua ragione di Stato; presso -a poco quello che il Cristianesimo, ma con intento morale assai più -alto e benefico, operò sopra i miti ed usi pagani, de' quali si nutrì -come di sostanza vitale. Caduta, o per lo meno indebolita gravemente, -l'azione morale del Cristianesimo, esso, dispogliato del suo prestigio, -ci si ripresenta ora nella sua nudità, ossia nelle sua forma embrionale -pagana. Così, nell'India, tolto tutto ciò che le Chiese e scuole -brâhmaniche hanno aggiunto di parassito all'antica mitologia vedica, -noi ci ritroviamo nel cospetto di miti naturali, così semplici, che -la loro stessa semplicità potrebbe far disperare un interprete, -il quale si proponesse di rappresentare gli Dei indiani non già -com'essi nacquero, ma come si vorrebbero vedere, se un artista greco -avesse ricevuto l'incarico di finirli e di condurli, come si dice, a -pulimento. Perciò, come io non ho potuto rappresentarvi alcun Dio in -un solo unico, vivace, compiuto aspetto caratteristico, così e, tanto -meno, potrei rappresentarvi in una sola forma i demonii vedici; e dico, -tanto meno, poichè se il Dio che riproduce un fenomeno generalmente -luminoso può talora lasciarsi sfuggire la sua natura specifica, tanto -minore evidenza può avere per noi il Demonio che rappresenta, per lo -più, un fenomeno tenebroso e una negazione. - -Il campo degli Dei e quello dei Demonii è il medesimo; solamente gli -uni finiscono col prevalere in una parte, gli altri nell'altra di quel -campo. Secondo l'_Aitareya Brâhmana_, gli Dei avrebbero avuto vittoria -sopra un solo punto, come il San Martino della leggenda cristiana per -un solo punto perderà poi la sua cavalcatura demoniaca.[72] Gli Dei e -gli Asuri combattono fra loro nell'Est, nel Sud, nell'Ovest e nel Nord, -e sempre gli Asuri rimangono vittoriosi, ma v'è una regione intermedia, -fra il Nord e l'Est, nella quale gli Dei trionfano; essa viene perciò -chiamata _la regione invitta_ (_sâ eshâ dig aparâg'itâ_). Accortisi -della loro debolezza sopra gli altri punti, gli Dei si eleggono per -loro re l'ambrosiaco Soma, e allora la piena vittoria sopra gli Asuri -viene ad essi assicurata; poichè la gran lotta fra gli Dei e i Demonii -si riduce essenzialmente ad una gara pel possesso dell'ambrosia, ora -trattenuta dagli uni, ora dagli altri, secondo che il cielo, sede -dell'ambrosia, è occupato dalla luce o dalla tenebra. E si capisce -come quando il Dio Ambrosio in persona regge l'Olimpo degli Dei, i -Demonii si trovano inferiori nella prova; ed il loro stato riesce -simile a quello di morte, finch'essi, con arte magica, non rientreranno -in possesso dell'ambrosia desiderata e perduta; l'_amr'ita_ dà -naturalmente l'immortalità a chi la possiede; perciò, in un inno -dell'_Atharvaveda_, non solo il Dio possessore dell'ambrosia vince gli -Asuri, ma riesce pure a distruggerli il penitente o _brahmac'ârin_, il -quale diviene, con la virtù delle sue penitenze, un germe nella vulva -dell'_amr'ita_, ossia diviene Indra (_garbho bhûtvâ amr'itasya yonâv -Indro ha bhûtvâ asurâns tatarda_), ossia acquista l'amuleto stesso, -col quale Indra stesso uccise Vritra, superò gli Asuri e conquistò -cielo e terra e le quattro regioni. In una leggenda cosmogonica del -_Çatapatha Brâhmana_ si narra che in origine tutto il mondo era acqua, -solamente acqua; le acque fanno penitenza, e nasce in mezzo ad esse un -uovo d'oro. L'uovo erra un anno sopra le acque, e poi si schiude e ne -vien fuori il _purusha_, il maschio universale, il creatore Prag'àpati. -Poichè Prag'àpati pose un anno a nascere, così i figli mortali stanno -un anno nel ventre materno. Dopo un anno Prag'àpati incomincia a -parlare, perchè nascano la terra, l'atmosfera, il cielo; perciò anche -i bambini incominciano a parlare dopo un anno. Egli è nato per un -millenio, e s'accinge in esso a creare l'universo. Coi proprii occhi -crea gli Dei nel cielo, quindi nasce la luce; con l'alito inferiore -crea gli _asurâs_ (_atha yo 'yam avâñ prânas asurân asr'ig'ata_), e -ne nasce la tenebra; con la tenebra vien fuori il male. L'_asura_ si -identifica qui col genio della tenebra, col genio scuro, interpretato -come cattivo; ma non sempre lo scuro valse il cattivo: così vedemmo -già Varuna, il copritore del cielo, la vôlta celeste, specialmente la -vôlta celeste notturna, assumere la qualità di supremo divino _Asura_: -una leggenda del _Çatapatha Brâhmana_ ci fa sapere come gli _Asurâs_ -perdettero la loro superiorità sopra gli Dei per sola colpa della -loro eccessiva arroganza od opinione di sè stessi (_te'timânena eva -parâbabhûvus_). - -La nozione più generale che possiamo dunque ricavare dagli scritti -vedici e brâhmanici intorno alla prima essenza degli _Asurâs_ è questa: -ch'essi in origine non furono dissimili dagli Dei; e che, se più tardi, -come scuri, tenebrosi divennero specialmente demoniaci, originariamente -non furono tanto i malefici, quanto i misteriosi nascondenti nella -loro veste scura alcun segreto luminoso, e però genii comuni tanto -de' fenomeni luminosi aperti, quanto de' fenomeni luminosi celati e -coperti. Indra stesso, che appare quindi come il più formidabile Dio, -sconfiggitore di mostri tenebrosi e malefici, partecipa delle due -nature celesti, luminosa e scura; ed ora avvolgendosi di tenebre o di -nuvole prepara la luce e apporta la pioggia; ora, invece di avvolgersi -con vesti tenebrose e nuvolose, le squarcia, ed in simile atto appare -qual nemico della tenebra e della nuvola. A far poi degenerare il -genio scuro in genio demoniaco valse non poco uno de' più frequenti e -dai mitologi non forse abbastanza avvertiti equivoci del linguaggio, -io voglio dire gli equivoci nati sopra i nomi de' colori. Nella mia -_Mitologia zoologica_ ebbi frequente occasione di notare parecchi -miti indiani nati pel solo equivoco fra le voci _hari_ e _harit_, che -denominano _l'aureo_, _il biondo_, _il giallo_, _il verde_; ma l'aureo -del fuoco è ancora chiamato _arusha_, _aruna_, _rohit_, _rohita_, che -vale poi specialmente _rosso_, _rossastro_; così dalla voce indiana -_kr'imi-karmi_ che vale _verme_ (_k-vermis_), lituano _kirminis_, -nacque il colore _cremisino_, e dalla parola _verme_ poi il nostro -colore _vermiglio_; al _vermiglio_ è affine il colore _pavonazzo_, -e il color _violaceo_ o _pavonazzo_ è chiamato in indiano _nîla_; -_nîlakantha_ vien denominato _il pavone_, ossia _dal collo nîla_, che -vale poi specialmente _azzurro_, _scuro_, _nero_; _nîla_ chiamasi -perciò l'_indigo_, e _nîlapatra_, _nîlapadma_, _nîlotpala_, ec., -_il fior di loto azzurro_. Così da un solo colore, per gradazione di -tinte, passiamo a tutti gli altri. Confusisi in una omonimia costante -nell'India, il nero e l'azzurro, l'azzurro celeste diventò facilmente -il nero, e il nero un colore demoniaco. I demonii combattuti da -Indra pigliano talora insieme il nome di _Kr'ishnâs_, propriamente -_i neri_; ma la voce _kr'ishna_ servì pure in sanscrito a denominare -_la pianta dell'indigo_ e _il vetriolo azzurro_. Indra si raffigura -nella tradizione posteriore brâhmanica come milloculo, con un corpo -azzurro tempestato di occhi, ossia come cielo azzurro tempestato di -stelle. Indra, come vedemmo, fu in origine semplicemente (al pari di -Varuna e di Dyu) il cielo azzurro, come lo Zeus ellenico, il Jupiter -latino, sposo di Giunone; Giove in forma di cuculo visita segretamente -la moglie Giunone: _kr'ishna_ è pure uno degli appellativi indiani -del cuculo; e indica altresì il tempo, in cui la luna sta nascosta, -ossia la quindicina scura che passa tra il plenilunio e il novilunio, -ossia il tempo in cui il cielo notturno si mostra del colore di -un azzurro cupo, scuro, e che si confonde perciò col nero. Ma, per -terminare la nomenclatura indiana de' colori, mentre per un verso il -_kr'ishna_ o _scuro_ si accosta all'_arusha_ o rosso scuro, la stessa -analogia sembra presentarsi nella lingua russa fra il _c'ornoye_ o -_nero_ (da _c'orni_), e il _krâçnoye_ o _rosso_ (da _kraçni_), nel -ritrovare, presso il _Mahâbhârata_, stretti intimamente fra loro -_Kr'ishna_, _il nero_, ed il figlio d'Indra _Arg'una_, propriamente -_il bianco_, _argentino_ (Indra stesso è chiamato _Arg'una_ nel -_Çatapatha Brâhmana_, che dice esser quello il nome segreto del Dio; -perciò Arg'una intraprende nel _Mahâbhârata_ un viaggio al cielo -paradisiaco di suo padre Indra, che lo fa rallegrare dalle Ninfe -divine), dobbiamo intendere che il bianco è solamente un nero stinto; -e l'alba mattutina non è altrimenti prodotta che per l'indebolirsi -delle ombre scure, innanzi al primo riflesso de' raggi solari. Come -in uno specchio, come nell'onda, come nell'arcobaleno si rifrangono -tutti i colori dell'iride, ossia come da un solo punto per un solo -raggio di luce balzano fuori tutti i colori; così nel linguaggio, il -quale non è propriamente altro che una gradazione successiva di suoni -o di colori vocali che rivestono il pensiero, per minime deviazioni -di riflessi ideali, con parole omonime, si vennero a rappresentare i -colori apparentemente più opposti, e che l'analisi chimica può invece -restituire alla loro semplicità e conformità elementare. Il colore -argentino delle acque (_çvetî_ o _bianca_ è il nome vedico dato ad -una riviera) si trasformò più spesso in colore scuro; assimilato -il cielo ad un fiume, ad un oceano, quelle acque ora apparvero -azzurre, verdastre, scure, ora argentee; perciò, ripeto, possiamo -trovare strettamente congiunti fra loro Kr'ishna, _il nereggiante_ (e -ancora _l'azzurreggiante_ e forse pure _il rosseggiante_) e Arg'una, -_l'albeggiante_, che si loda particolarmente pel suo piè veloce, per -la sua agilità, prontezza, sollecitudine, come l'alba è la prima ad -apparire il mattino nel cielo orientale. Anzi Kr'ishna ed Arg'una sono -così vicini, che nel quarto libro del _Mahâbhârata_ Arg'una appare col -nome di _Kr'ishna_; e il duale _Kr'ishnâu_, rappresentandoci _Kr'ishna_ -ed _Arg'una_, ci lascia pensare ch'essi siano una nuova forma epica -dei due fratelli Açvin, l'uno de' quali è in particolare relazione -colla luna, l'altro col sole; l'uno col giorno, l'altro colla notte. -Arg'una compagno di Kr'ishna, e Arg'una figlio d'Indra, e simile ad -Indra, ci presentano poi come affini Indra e Kr'ishna, quasi due forme -germane d'uno stesso Dio. Ma, come nella leggenda de' due fratelli, -l'un fratello, per gelosia, si rivolge contro l'altro, onde nasce fra -loro odio mortale e guerra infinita; così, mentre, negli Inni vedici, -vediamo Indra che combatte e vince i _Kr'ishnâs_ o _neri_, ed il -mostro nero, più tardi _Kr'ishna_, diviene Dio esso stesso pastorale e -guerriero, s'identifica con Vishnu, combatte contro un Indra decaduto -e quasi demoniaco, e lo vince. Le parti de' due fratelli, de' due -compagni, de' due rivali si scambiano: Kr'ishna diviene luminoso; -Indra tenebroso. Nel quinto libro del _Mahâbhârata_ si tenta di dare -una spiegazione del nome di _Kr'ishna_, e non se ne trova altra dal -brâhmano etimologo intento a predicare penitenza, se non questa: -_Kr'ishi_ vale «terra,» _na_ «non;» _la non terra_, _la rinuncia alla -terra_, e ai beni mondani. La ridicolezza di una simile etimologia è -troppo evidente per sè, perchè sia ancora necessario insistervi. Lo -stesso _Mahâbhârata_, nel suo primo libro, ha un'altra etimologia non -più seria, ma certamente più interessante. Identificato _Kr'ishna_ con -_Hari_, _il biondo_, _l'aureo_ Vishnu, si racconta che Hari si levò due -capelli, l'uno bianco, l'altro nero (_keçau_, Harir _udvavarha çuklam -ekam aparam c'âpi kr'ishnam_); i due capelli penetrarono nel corpo -di due donne, Devakî e Rohinî. Il capello bianco generò Baladeva; il -capello (_keça_) nero diventò Keçava, che è un appellativo di Kr'ishna. -Ma _Keçava_ vale propriamente _il capelluto_, _il chiomato_, onde -Kr'ishna appare anch'esso come una figura solare, ossia di crestato, di -Cristo; ed è assai probabile che a questo scambio abbia contribuito la -conoscenza del Cristo ellenico, con cui la vita del Kr'ishna brâhmanico -presenta curiose analogie. Ma io non posso discostarmi dall'opinione -che da gran tempo ha manifestato il professor Weber, il quale attribuì -alla conoscenza del Cristianesimo lo svolgimento nell'India brâhmanica -di una gran parte del mito di Kr'ishna, il quale nel periodo vedico -appare invece intieramente insignificante, anzi un mito vedico intorno -a Kr'ishna propriamente non esiste; Kr'ishna come Arg'una appare più -tosto un attributo, una forma d'Indra, che un demonio ben definito; -i _Kr'ishnâs_ o _neri Demonii_ sconfitti da Indra sono semplici -appellativi dei nemici celesti in genere. Lo stesso scetticismo che -mostrano, presso il _Mahâbhârata_, i Kuruidi intorno alla divinità di -Kr'ishna, possono avvertirci come una parte di questa figura dovea -essere fittizia e di recente e ancora screditata genesi, formata -sopra frammenti antichi molto scarsi e insufficienti, completati -perciò con invenzioni scolastiche, e con probabili nozioni tolte dal -Cristianesimo, sia detto con buona pace del credulo sognatore signor -Jacolliot. - -Ma, se gl'Inni vedici non ci permettono di argomentare una figura -di demonio ben delineata e costante, non si vuol credere ch'essi -non rechino numerosi indizii d'una credenza in esseri mostruosi, -soprannaturali, malefici. Solamente, per essere appunto concepiti -come mostri informi o difformi, la loro forma sfugge e mal si può -definire. La stessa parola _rakshas_, con la quale è chiamato il mostro -vedico, non sembra ancora spiegata in modo definitivo. La etimologia -proposta dal _Dizionario Petropolitano_ non m'assicura; essa suppone -una radice _raksh_, che interpreta _offendere_, sopra un solo esempio -dell'_Atharvaveda_ (_ma no rakshîrdakshinâm niyamânâm_); ma niente ci -vieterebbe di interpretare qui _raksh_ per _trattenere_, _impedire_. - -Il guardiano e il trattenitore o stringitore parrebbero confondersi; il -_rakshas_ sarebbe un _rapitore_, un _arpagone_, un _mostro arpia_, che, -dopo aver rapito come _ladro_ o _pâni_, trattiene, non lascia sfuggire; -la sua forma corporea è mobile, come mobile è il vedico _yaksham_ o -_spirito_ che si agita, in cui, come nelle larve, passano le anime de' -morti escluse dal regno dei beati, e il vedico _yâtudhâna_, il quale ha -la facoltà di penetrare in tutti i corpi, e di possederli. - -Il _rakshas_ vedico viene specialmente a disturbare i sacrificii -domestici, a spegnere il fuoco, non dissimile, per sua natura, dallo -spirito folletto delle nostre credenze popolari; e ogni forma mostruosa -che spaventi, assume forma e nome di _rakshas_. L'ufficio di uccidere -il _rakshas_ o i _Rakshasi_ appartiene, negli Inni vedici, specialmente -ad Indra, ad Agni, agli Açvin ed all'Aurora, come quelli che dissipano -la tenebra notturna, e per Indra poi, oltre la tenebra notturna, il -mostro che sta chiuso nella nuvola. - -Oltre i nomi generici di demonii da noi fin qui esaminati, il _Rigveda_ -ci mostra poi, in opposizione particolarmente ad Indra, alcuni demonii -di forma speciale, i più formidabili de' quali sono Vr'itra, _il -copritore_ o _trattenitore_, ed Ahi, _il serpente_; seguono Namuc'i, -Çambara, Râuhin, Varc'in, Pipru, Urana, Çushna, Kuyava, ec. _Vr'itra, -il copritore_, offre alcuna analogia col _Kr'ishna, lo scuro, il nero_; -come Kr'ishna s'identifica con Hari, _il biondo_, così nel _Çatapatha -Brâhmana_ Vr'itra viene identificato con la Luna (_Hari_); come per la -uccisione di Vr'itra figlio di Brâhmano, e però Brâhmano esso stesso, -Indra viene perseguitato e precipitato, così il devoto, il pio Kr'ishna -finisce per trionfare d'Indra suo rivale. Il mito vedico di Indra -e Vr'itra servì di probabile fondamento ad una parte della leggenda -brâhmanica di Kr'ishna. Indra azzurro, Indra pavone, Indra _çiprin_, -Indra col _pennacchio_ cede il campo a Kr'ishna Keçava, al nero od -azzurro chiomato. - -Così, invece di una forma distinta demoniaca, abbiamo qui due forme -divine analoghe, le quali diventano forme rivali; l'una succede -all'altra, e la forma vinta, decaduta, abbandonata, appare forma -demoniaca: nel _Rigveda_ il Demonio si chiamava _nero_ o _Kr'ishna_, -_copritore_ o _Vr'itra_; nelle leggende puraniche dell'India -brâhmanica, Indra subisce tutte le conseguenze della sua parte di -vinto. E, nello stesso _Râmâyana_, il cui eroe, com'è noto, muove -alla distruzione dei Rakshasi, nell'ultimo libro, pare, nella massima -parte, inteso a magnificare la grandezza, la potenza, la virtù, la -religiosità dei Rakshasi, singolarmente privilegiati dal Dio Brahman. -Mettiamo pure che, a rovesciare così le basi dell'Olimpo vedico nel -periodo brâhmanico, abbiano potuto valere, in gran parte, le ragioni -di casta, le quali, dopo aver messo in seconda linea Indra il Dio de' -guerrieri, per inalzare Brahman alla prima potenza, doveano pur porre -qualche cura ad accrescere la dignità dei nemici d'Indra, e, come oggi -si dice, a riabilitarli; ma, se ciò fu possibile, bisogna pur dire che -nello stesso Olimpo vedico le figure demoniache come le divine fossero -trovate, per la loro mobilità, capaci di alterarsi ancora e di subire -nuove fantastiche trasformazioni non più per opera fatale del popolo, -ma per la rettorica astuta dei teologi brâhmani. - - - - -LETTURA QUATTORDICESIMA. - -PRAG'ÂPATI E PURUSHA. - - -Noi assistemmo fin qui alla rappresentazione vedica di esseri mitici, -la natura fisica de' quali si lasciò sempre rintracciare. Ma gl'Inni -vedici di più recente composizione ci presentano pure alcuni numi -metafisici, sopra i quali essenzialmente si basò poi la teologia -brâhmanica, e per i quali soltanto i Vedi furono dai sacerdoti indiani -santificati e raccomandati come autorità suprema. Già commenti e -trattati vedici, quali il _Brâhmana_, e la _Upanishad_, più che ai -numi idillici ed eroici, quali sarebbero l'Aurora, gli Açvin, Indra ed -i Marutas, rivolsero una speciale attenzione ai numi vedici di ultima -formazione, alcuni de' quali furono anzi immaginati pel solo commento; -onde non siamo liberi da ogni sospetto che una parte degl'Inni del -_Rigveda_, specialmente dei filosofici, teologici, rituali, compresi -negli ultimi libri, sia stata contemporanea ai commentarii, ossia -non risalga molto più in là del quarto o quinto secolo innanzi l'êra -volgare. È noto[73] come il _Çatapatha Brâhmana_ abbia foggiato una -nuova forma del Dio Prag'âpati, scambiando, o per ignoranza, o per -mala fede sacerdotale, con un divino appellativo _Ka_ l'interrogativo -_Ka_, con cui nel ritornello dell'inno cosmogonico 121º del decimo -libro del _Rigveda_ il devoto si domanda a qual Dio creatore si debba -sacrificare; questo preteso Dio _Ka_ venne poi ancora identificato -con Kaçyapa, con Brahman, con Vishnu, con Yama, con Kâma, col Vento, -col Fuoco! L'inno vedico dice semplicemente: _a qual Dio dobbiamo noi -sacrificare?_ (KASMAI _devâya havishâ vidhema;_) l'antico commentatore -vedico interpretò: al Dio _Ka_ noi dobbiamo sacrificare. - -Ma, se questo _Ka_ è un nume intieramente fittizio, e di cui non si -può tener conto se non per avvertire di che sorta di mostruosità può, -consapevole od inconsapevole, farsi gravida la teologia, non è dubbio -che gl'Indiani si posero, innanzi di conoscere la filosofia greca, la -questione delle origini del mondo, e si domandarono quale fosse stato -il creatore; il problema posto implicava la necessità di ammettere la -esistenza di un Dio creatore; ed, ammessa questa ipotesi, ne veniva -naturale il tentativo d'immaginare in qualche modo questo creatore -universale, questo _Prag'âpati_ o _signore della generazione_. Ma -ognuno di voi comprende come qui l'osservazione de' fenomeni naturali -deve avere una parte infima, e che il Dio dev'essere dalla sola -immaginazione creato _ex nihilo_; arduo cómpito, e disperato. I poeti -metafisici dell'ultimo periodo vedico e i loro immediati commentatori -tormentarono singolarmente il loro ingegno, per ricercare il primo -perchè delle cose; ma è evidente che il Dio venuto fuori da quella -indagine spirituale non debba aver quasi più nulla di comune con la -mitologia propriamente detta, ed entri invece più tosto nel dominio -della filosofia e della religione. Che anco i commentarii vedici -considerassero come un Dio di formazione recente il creatore Prag'âpati -(Prag'âpati come Dio distinto appare soltanto nel decimo libro del -_Rigveda_, ove furono accolti, per la massima parte, gl'inni più -recenti), si può ricavare da una notizia del _Çatapatha Brâhmana_, ove, -nominatisi i trentatrè Dei vedici, si aggiunge come trentesimoquarto -Prag'âpati; sebbene da altri passi dal _Çatapatha Brâhmana_ Prag'âpati -appaia creatore degli Dei, non esclusi i principalissimi Indra, Agni, -Soma, ec., e quello che assicurò agli Dei la immortalità, per mezzo de' -sacrificii che vengono loro offerti. Gli antichi Inni vedici ci offrono -già un sole _Savitar_, e abbiamo già detto che la voce _savitar_ -vale _il generatore_, come _g'anakas_, uno degli appellativi solari; -gli antichi poeti vedici adorarono dunque ancor essi il loro Dio -_creatore_, ma questo _creatore_ era per essi semplicemente il sole, -che ridesta alla vita erbe ed animali, che porta la vita nel mondo. -Ma gli antichi poeti vedici non erano metafisici; nel sole creatore -vedevano e ammiravano il generatore della vita ad essi presente; ma -essi non staccavano ancora dal sole la persona di un sole creatore -universale del cosmo. Se anche Savitar mena seco i Devâs, noi sappiamo -già qual valore originario avesse per gli antichi poeti vedici la -parola _deva_; che essa, cioè, esprimeva il luminoso celeste; niente -quindi di più naturale che il concepire gli Dei uscenti fuori col -sole. Ma da questa espressione poetica al concetto cosmogonico del -_Prag'âpati_ e poi tanto più del creatore Brahman corsero parecchi -secoli; e la loro distanza o differenza perciò è immensa. - -Il sole _Savitar_ è chiamato negli Inni vedici anche esso _Prag'âpati_, -ch'è il perfetto suo equivalente; _Savitar prag'âpati_ vai quanto -_il generatore signore della generazione_; ma qui _prag'âpati_ è un -semplice appellativo ed attributo solare, non è ancora una persona -divina, astratta dal sole. Nel _Taittiriya Brâhmana_ l'antica -espressione vedica è già frantesa; e, per spiegare il sole generatore, -ossia _il generatore signore della generazione, Savitar prag'âpati_, -si crea una leggenda, si suppone esistente come essere supremo il Dio -creatore, il Dio Prag'âpati, e si narra che questo Dio si personificò -in Savitar, per creare tutte le creature. Con questi equivoci, de' -quali, al solito, un po' di mala fede e un poco d'ignoranza fanno le -spese, si diminuisce il valore mitico del vedico Savitar e s'accresce -la dignità del nuovo venuto Dio supremo brâhmanico, del sommo -Prag'âpati, il quale come fa dimenticare il sole, così fa dimenticare -il fabbro divino vedico, l'artefice che compone tutte le forme nel -cielo mitico, Tvashtar Viçvakarman e Viçvarûpa. Ma Tvashtar era persona -mitica rispondente a fenomeni fisici; Prag'âpati invece vuol essere -uno spirito dell'alto cielo, il genio Dyu[74] creatore, inspiratore -supremo dei Veda, quantunque molte delle leggende che si riferiscono -ad esso lo dimostrino spesso compiaciuto in godimenti assai materiali. -Ma accanto ad esse se ne trovano altre, le quali ci offrono un curioso -riscontro col dogma cristiano del Dio che per bene degli uomini si -sacrifica, sacrificio di cui la Messa è un simbolo quotidiano. Io ho -già avvertito come nel cielo mitico stesso il Dio solare si sacrifichi, -giornalmente e annualmente pel bene degli uomini; ma, come son nati -Dei astratti o metafisici, sopra Dei concreti o fisici, così il mito -del sacrificio solare passò nel dogma di Prag'âpati, del quale nel -_Çatapatha Brâhmana_ si narra: «Prag'âpati diede sè stesso agli Dei, e -divenne la loro vittima sacrificale (_yag'n'as_), poichè il sacrificio -è il cibo degli Dei. Egli, dando sè stesso agli Dei, creò il sacrificio -a sembianza di sè medesimo; perciò dissero: Prag'âpati è il sacrificio, -poichè lo creò a sua similitudine.» Qual meraviglia che, con simili -precedenti mitici, e poi teologici, siansi quindi nell'India svolte -numerose leggende di carattere buddhistico, nelle quali vediamo Dei -e penitenti sacrificarsi intieramente, per arrivare alla suprema -beatitudine, ossia per identificarsi con Prag'âpati? chè, al pari -del Dio Prag'âpati (secondo la nozione del _Çatapatha Brâhmana_), _il -sacrificio è l'anima di tutte le cose e di tutti gli Dei_ (_sarveshâm -vai esha bhûtânâm sarveshâm devânâm âtmâ yad yag'n'ah_). - -Ma, più che quello di sacrificarsi, ossia di spirare per mezzo del -proprio sacrificio, o della penitenza, come Brahman,[75] la vita -nell'universo, l'ufficio proprio e costante di Prag'âpati è quello -di creare, dando forma e qualità alle cose _g'anma_ (o _rûpam_) e -(_g'_)_nâma_, generazione e nome, di creare il genere e la specie, -l'universo, ch'ei pone sopra l'enorme _Skambha_ (una forma di -Brahman con ufficio di Atlante) tutte le creature, ed, in proprio, -trentatrè figlie che sono forse i trentatrè mondi ch'egli suscita -dall'oblazione di riso bollito, presso l'_Atharvaveda_. Una sola -creatura è eccettuata, nata da un appellativo forse più recente di -quello di Prag'âpati; quest'unica creatura, presso il _Çatapatha -Brâhmana_, appare Brahman. Come vedemmo il 34º Dio, ossia l'ultimo, -Prag'âpati sovrapporsi agli Dei a motivo dei suo nome, come creatore -universale; così Brahman, che succede a Prag'âpati come Dio supremo -e supremo creatore, non appare già figlio di Prag'âpati, ma, a -motivo del suo comodo appellativo di _Svayambhû_ o _esistente_ per -sè, suo padre immediato, ad esempio di Prag'âpati, appare qual padre -immediato di _Tura Kâvasheya_ (_Tura_ è un appellativo dato spesso -ad _Indra_ e ai _Marutas_: vale _il forte_; ed io sospetto che possa -essere un equivalente dell'alito, o vento primigenio, il _prâna_, -che trovasi pure identificato con Parg'anya, il Dio della tempesta, -nella quale soffiano i potenti _Marutas; Kâvasheya_ proviene da -_kavasha, tonante_; onde la prima creazione di Prag'âpati sarebbe -stata il vento tonante; presso l'_Atharvaveda_, Prag'âpati trovasi -identificato col _prâna_). Tuttavia, nel _Yag'urveda bianco_, lo -stesso Prag'âpati, al pari di Brahman, è ricordato come increato -(_ag'ayâmâna_), che, recipiente d'ogni cosa, fornito di vulva, si crea -in più forme (_bahudhâ vig'âyate_); ma, non potendosi concepire l'idea -dell'eternità del Dio creatore, si ammise pure il _Tempo_ o _Kâlas_ -(che ci richiama all'ellenico _Kronos_), come un Dio, e si rappresentò, -presso l'_Atharvaveda_, Prag'âpati come figlio di Kâla, ossia del -Tempo immortale, motore del passato e del futuro. Ma l'espressione del -tempo padre di Prag'âpati equivale a quest'altra: _il tempo generò le -creature_; nel vero, queste due espressioni equivalenti si trovano -riunite nell'inno dell'_Atharvaveda_ che celebra Kâla od il Tempo -(_Kâlah prag'âh asr'ig'ata; Kâlo' gre Prag'âpatim_). L'inno aggiunge, -identificando perciò Prag'âpati con Kaçyapa e con la penitenza: Dal -tempo si generò _Kaçyapa_, «l'esistente per sè» (_Svayambhû_, come -Brahman), dal tempo la penitenza (_tapah_, propriamente _il calore_). -Vedemmo poco sopra associarsi, identificarsi Prag'âpati, ossia il Dio -creatore con Prâna e con Tura Kâvasheya, ossia, come interpretammo, -col vento tonante; invece di questo vento che sona, trovasi, pure -congiunto con Prag'âpati, il divino _flatus oris_, «la voce, la sacra -parola, la _Vâc'_;» perciò si narra nel _Kâthaka _del _Yag'urveda_:[76] -«Prag'âpati era questo mondo; seconda a lui seguì la parola (la _vâc'_, -«il verbo»); egli s'accoppiò ad essa; essa s'ingravidò; si allontanò -da lui; e produsse queste creature; quindi rientrò in Prag'âpati.» -Quest'ultimo particolare combina con la nozione del _Pan'c'avinça -Brâhmana_, che fa uscire la parola da Prag'âpati: «Il solo Prag'âpati -era questo mondo; egli aveva in proprio la parola; essa era a lui -seconda; egli pensò: voglio lasciar andare questa _Vac'_; essa vuol -distinguere tutto questo universo; e lasciò uscire la _Vac'_; essa andò -distinguendo questo universo.» Il mondo biblico si crea in sei giorni, -nel settimo il creatore si riposa, ossia cessa; Prag'âpati impiega -mille anni solo per far penitenza, prima della creazione. Secondo -il _Çatapatha Brâhmana_, esso aveva occhi, orecchi, bocca, poichè -dall'occhio crea il cavallo, dall'alito la vacca, dall'orecchio la -pecora, dalla voce la capra;[77] l'uomo lo crea dal _manas_ o _animo_, -che contiene in sè tutti gli aliti vitali (_mano vai sarve prânâh_); -ma la forma di Prag'âpati non è immortale; essa si può distruggere; il -solo che non muoia è il suo alito, il suo spirito. Così nella _Maitrî -Upanishad_, si dice che «in Brahman coesistono due forme, la corporea e -la incorporea; la corporea è fallace (_asatyam_), la incorporea salda -(o sincera, _satyam_).»[78] Così ancora avviene che, dopo aver creato -il mondo, Prag'âpati possa, presso il _Çatapatha Brâhmana_, farsene -il sostentatore, ossia alimentarne la vita (_Prag'âpatir vai bharatah -sa hi idam sarvam bibharti_). Quindi finalmente comprendiamo come, -nella leggenda dello stesso _Brâhmana_, quando gli Dei abbandonano -Prag'âpati divenuto debole e piangente, rimanga solo fedele presso -di lui a consolarlo, a raccoglierne le lacrime, il Dio _Manyu_, il -sentimento, e in ispecie, un sentimento violento, il quale degenera -poi in violenza aperta, in collera furente. Il pio _Manyu_, sopra il -quale cadono le lacrime di Prag'âpati derelitto, diviene Rudra, il -terribile Rudra, una forma del Çiva distruggitore. Ed ecco come sulla -persona divina di Prag'âpati, parecchi secoli innanzi al Cristianesimo, -dal Dio creatore che fa penitenza, si sacrifica e crea, si svolge -inconsciamente e non ancora teologicamente una Trimûrtti; Prag'âpati -è egli stesso creatore, e poi _bharata_ o _bhartar_ o _sostentatore_, -e genera con le sue lacrime Rudra o Çiva distruggitore. Egli è -evidentemente uno e trino come il Dio cristiano. La conoscenza poi -della Trinità cristiana potè accrescere favore nell'India al concetto -della _Trimûrtti_; ma, se esso potè trovare nei tempi moderni così -largo svolgimento, e tanto credito, e se i Missionarii cattolici non -trovarono gran difficoltà a provare agl'Indiani che le due trinità si -somigliavano, nella speranza di far quindi prevalere la superiorità -della dottrina cristiana, convien dire che esistesse una base fisica -del dogma, la quale ci sembra potersi rintracciare nella figura del -_misterioso_[79] Dio Prag'âpati increato, che col Verbo crea; che, -col sacrificio di sè stesso, salva le altre creature; che, dopo avere -creato, conserva il mondo, e che si prepara, unito col fuoco, ossia con -Agni, Çiva, Rudra distruggitore, a consumarlo. Come creatore, per virtù -del sacro Verbo primogenito, del triplice Veda (considerandosi dai -devoti il quarto Veda come apocrifo), secondo la leggenda cosmogonica -del _Çatapatha Brâhmana, Prag'âpati_ potè poi anche più facilmente -fornire gli elementi per costituire il Dio trino ed uno. Ritorna poi, -nella leggenda cosmogonica del _Çatapatha_, ove compare Prag'âpati, una -nozione che ci richiama al pesce fallico, primo generatore, che dicemmo -essere pure penetrata nella cosmogonia biblica e cristiana. Secondo la -leggenda (che incomincia con le parole: Da principio questo mondo non -era esistente: «_Asad vai idam agre âsît;_» ma vi erano sette spiriti, -aliti o venti «_prânâh;_» [lo spirito di mezzo si chiama Indra: «_sa yo -'yam madhye prânah esha evendrah;_» altra analogia che conferma in modo -evidente la etimologia da me proposta per la parola _Indra-antara_]), i -sette spiriti, i sette maschi, per riuscire più potenti si riuniscono -per formare un solo gran maschio, un solo _purusha_, quattro di essi -formano il gran _purusha_, che sarà Prag'âpati, l'_âtman_, ossia qui la -parte sostanziale, il nerbo, l'anima del _phallos_, e gli altri tre le -due alette (qui, come sembra probabile, i due testicoli, quasi la parte -piumata, pennuta, alata del _phallos_) e la coda (la coda del purusha -non può essere altro che il _phallos_ stesso; ho già avvertito come il -pesce, primo degli animali apparsi nel cosmos involto dalle acque ed il -_phallos_ cosmogonico siansi identificati; e dopo il _phallos_ vedremo -sorgere l'_uovo_, nuotante nelle acque). Nato il gran _purusha_, questo -gran maschio desidera di diventar _Prag'âpati_, ossia di moltiplicarsi: -come i Principi delle leggende epiche, quando vogliono aver figli, -vivono per lungo tempo nell'astinenza, come Manu, dopo il diluvio, per -ripopolare il mondo, fa grande penitenza; così Prag'âpati, volendo -creare, fa grande penitenza (_tapo 'tapyata_), e, come frutto di -tale penitenza, acquista la triplice scienza, che inspirerà poi i tre -Vedi; allora ei fa uscire dallo spazio le acque e la parola; la parola -s'aggiunse a lui; essa creò questo universo; Prag'âpati desiderò essere -riprodotto per mezzo delle acque; ed entrò con la triplice _Vidyâ_ -(_la scienza_, quella che trova, quella che vede, quella che conosce; -qui parrebbe l'arte di trovare, di scoprire, di vedere); e venne fuori -un uovo; egli lo toccò, e ne fece nascere _brahman_, la preghiera, -l'essenza della triplice scienza, l'essenza dei Vedi. - -È evidente che una simile mostruosa leggenda consta di elementi di -natura assai diversa, cioè di nozioni cosmogoniche mitiche e di -sillogismi teologici, con l'intento d'inalzare a suprema dignità -il Brâhmanesimo. Ma ciò che per noi importa qui aver dimostrato, è -la forma primitiva del così detto Dio creatore, la quale non potè -da prima essere concepita se non in un modo fisico e materiale, -che ravvicina _Prag'âpati_ all'appellativo del sole generatore del -_Rigveda_, malgrado le aggiunte teologiche che convertono il primo -creatore _ardente_ e _luminoso_ in un primo _penitente_ e _parlante_, -ed al vento o _prâna_ primigenio. Così, nella leggenda dello stesso -_Çatapatha_, ove si descrivono gli amori incestuosi di Prag'âpati con -sua figlia, sebbene l'Autore del _Brâhmana_ tenti distruggere tutto -l'orrore del delitto con una sola finale confessione: «_Prag'âpati_ è -questo sacrificio,» è evidente che si tratta ancora di un Dio solare, -e, in ogni modo, celeste, poichè lo stesso narratore della leggenda, -nel dirci che Prag'âpati ama sua figlia, si mostra incerto nel definire -se questa figlia, che gli Dei chiamano loro sorella, sia l'aurora od il -cielo. - -La interpretazione mitica del sole padre che si unisce con la figlia -aurora, non offende punto la morale; poteva offenderla invece l'Autore -della leggenda e più il suo malizioso commentatore indiano, mostrando -l'Olimpo pieno di scandalo per tale delitto, e Rudra, per incarico -degli Dei, intento a ferire Prag'âpati (probabilmente negli organi -della generazione), così che il suo seme cadesse a terra per metà, in -conformità del terribile precetto derivato da un inno del _Rigveda_, e -che getterebbe una luce sinistra sopra una parte della vita patriarcale -indiana (non troppo dissimile da quella biblica, che ci rappresenta -gli amori di Loth con le sue figlie); ma l'inno diceva semplicemente: -«Quando il padre s'uni con la propria figlia, il seme di lui cadde -sopra la terra» (_Pitâ yat svâm duhitaram adhishkan kshmayâ retah -san'g'agmâno nishin'c'ad_). Nel mito questo accoppiamento è poetico, -poichè il seme che cade dal cielo sopra la terra è la rugiada o la -pioggia; unendosi il sole con l'aurora, con la figlia del cielo, oppure -con la nuvola pluvia, il seme del sole padre dell'aurora o del signore -del cielo cade, in forma di rugiada o di pioggia, sopra la terra; ma, -volendo pigliare alla lettera i miti e cavarne dogmi religiosi, si -corre rischio di dare alla religione una morale scellerata. L'inno -vedico (_Rigveda_, X, 61), quantunque non puro, nel suo linguaggio -allegorico, si può spiegare tutto miticamente; l'interpretazione -scorretta che si dà invece ad essa nel _Çatapatha_ è mostruosa, poichè -si converte un precedente mitico in una specie di diritto e di dovere -nella regola della vita, facendosi del passato allegorico un presente -reale. - -Ma, tornando alla cosmogonia vedica, per quanto sia diverso il modo, -con cui ci rappresenta l'ordine della creazione, ciò che v'ha di certo -è che le acque ed il vento si considerarono come primi elementi, -e che il primo creatore o Prag'âpati fu un maschio o _purusha_, il -quale, dopo aver parlato, come il Jehovah biblico, dopo avere detto -il _fiat_, creò.[80] Anzi è singolarissimo il trovare nel _Çatapatha -Brâhmana_, ossia in un monumento letterario che risale oltre il quarto -secolo innanzi l'êra volgare, come prima parola detta da Prag'âpati, -desideroso di parlare per creare, la voce _bhûs_ che tradurremmo per -_fias_, e che, significando pure _terra_, fu cagione perchè, appena -detta quella parola, la terra fosse creata: la seconda parola detta -da Prag'âpati fu _bhuvas_, che vale ancora _fias_, ma significa -pure _firmamento_; perciò, detta quella parola, nacque tosto il -firmamento: nella terza parola non vi è più lo stesso equivoco, ma non -è impossibile che qui siasi alterato il passo e che, invece di _svar_, -vi s'abbia a leggere vedicamente _asas_ (_asa iti_), che avrebbe ancora -lo stesso valore di _fias_ e che ritornerebbe nell'_asau_ (_dyaur_) -che segue. Ma il primo esempio, in ogni modo, basta per mostrarci la -singolare analogia che presentano fra loro la leggenda cosmogonica -indiana e la biblica, anco ne' più minuti e caratteristici particolari. -È indiana, invece, esclusivamente indiana, la rappresentazione del -_Çatapatha_ di Prag'âpati in forma di testuggine, animale che nella -mia _Mitologia zoologica_[81] ho già tentato di mostrare[82] come -trovisi strettamente congiunto col _phallos_ cosmogonico. Prag'âpati -che diviene sostenitore del mondo, che, appena creato, domanda un -punto d'appoggio nelle acque, che appoggia poi l'universo sopra -Skambha, Prag'âpati che s'identifica con Kaçyapa, e, per esso, -con la testuggine, prepara gli elementi della leggenda cosmogonica -posteriore, nella quale i Devi e gli Asuri si accingono a creare il -mondo, a produrre l'_ambrosia_ o agitando l'oceano con un monte o -enorme bastone, sostenuto in fondo alle acque da una testuggine. Nella -mitologia brâhmanica la testuggine è un'incarnazione di Vishnu; ma noi -abbiamo già indicato come nel Prag'âpati si contengano in germe le tre -persone di una Trinità indiana. Viceversa, nella _Mundaka Upanishad_, -la qualità di conservatore del mondo (_bhuvanasya goptâ_) viene assunta -da Brahman, e, nello stesso _Çatapatha_, Nârâyana, ch'è poi uno de' -nomi principali di Vishnu, appare come _Purusha_, ossia assume la -qualità principale di _Prag'âpati_ (col quale appare pure in contrasto) -e del _Brahman_ creatore. E, come vedemmo al sole vedico attribuirsi -la qualità di Prag'âpati, e poi questa qualità staccarsi, astrarsi -in una persona divina distinta, intorno alla quale si aggrupparono le -varie leggende cosmogoniche esistenti e alcuni nuovi dogmi teologici; -così la qualità essenziale di Prag'âpati, ossia il _Purusha, il maschio -universale_, trovasi già nello stesso _Rigveda_, e specialmente in un -inno panteistico del decimo libro (intitolato da esso, _Purusha Sûkta_, -ossia _inno di Purusha_), distinta da Prag'âpati, col quale lo troviamo -così spesso identificato. Questo _Purusha_ riceve già una parte di -quel carattere mostruoso e gigantesco che distingue i concepimenti -brâhmanici, e, secondo ogni probabilità, non è nato in riva all'Indo, -ma nell'India gangetica; difatto vi si fa già una menzione evidente -delle quattro caste: esso ha mille teste, mille occhi, mille piedi; -avvolge d'ogni parte la terra; egli è tutto, il passato ed il futuro; -egli è l'eterno alimentatore. Il creato che esiste è solamente una -piccola parte di lui; il sacrificio che gli Dei fecero a lui durò -un anno; il burro liquefatto era la stessa primavera; l'estate il -combustibile, la libazione il pluvio autunno; dalla sua bocca uscì -il Brâhmano, dalle braccia il guerriero (_râg'anya_), dalle coscie -l'agricoltore (_vaiçya_), dai piedi il servo artigiano (_çudra_), dalla -sua anima (_manas_) la luna, dal suo occhio il sole, dalla sua bocca -Indra ed Agni, dal suo alito il vento, dal suo umbilico l'atmosfera, -dalla sua testa il cielo, da' suoi piedi la terra, da' suoi orecchi -le quattro parti dell'orizzonte. Ma il fine dell'inno ci tradisce la -intenzione tutta brâhmanica del poeta, e ci mostra come, staccandosi -da Prag'âpati, di cui non parea abbastanza determinata la santità, -il _Purusha_ sia passato in Brahman. I Brâhmani non fanno altro che -raccomandar la preghiera (_brahma_) accompagnata da sacrificii con -oblazioni; per offrirne un esempio, l'inno termina identificando -il _Purusha_ col sacrificio, col Dio che si offre come vittima in -sacrificio a quegli stessi Dei che sacrificano a lui. Il maschio -universale così purificato, e inalzato in una regione più spirituale, -s'identifica con Brahman, che dovrà quindi riuscire il sommo nume non -tanto dell'Olimpo indiano, quanto della fede brâhmanica. Il _Purusha_ -panteistico si sacrifica disperdendosi, emanando nell'universo, -come fa per l'appunto Brahman, il Brahman che, nel _Purusha Sûkta_ -dell'_Atharvaveda_, appare creatore del _Purusha_. - - - - -LETTURA QUINDICESIMA. - -BRAHMAN, SKAMBHA, BR'IHASPATI E BRAHMANASPATI. - - -Sebbene talora il supremo potere, nella triade indiana, secondo le -preoccupazioni settarie, sia occupato da Vishnu (chiamato perciò nel -vishnuitico _Mahâbhârata_ un Brahman superiore), e alcuna volta anche -da Çiva, il Dio Brahman è il più universalmente venerato come principe -della indiana _Trimûrtti, qual Dio_ essenzialmente creatore, quale -_Prag'âpati_, uscito ancor esso dall'uovo cosmico, chiamato perciò -spesso _uovo di Brahman (Brahmânda)_. - -Vediamo pertanto come questa fortuna mitologica di Brahman si venga -svolgendo ne' Vedi. - -Una delle qualità essenziali dell'antico Dio vedico, del primevo Indra, -è quella di estendere, di allargare il cielo; il vasto cielo si suppone -disteso da un Dio che lo governa. La _Pr'ithivî_ o _larga_ è la forma -femminina di questo estenditore del cielo; la _Pr'ithivî_ si confonde -con la _Sarasvatî_, e la _Sarasvatî_ s'identifica con la _vac'_, -dapprima _la parola_, e poi _la sacra parola_. La parola _brahman_ ha -seguito vicende analoghe a quelle della voce _pr'ithivî_. La parola -risale ad una radice _barh_, che vale _accrescere, estendere_; perciò -essa espresse ad un tempo, come mascolino, il Dio creatore, il Dio -accrescitore, e poi l'accrescitore per mezzo della _preghiera_, della -_parola sacra_, ch'è il significato principale del neutro _brahman_. -Un Dio che si fonda sopra un neutro, ed anzi che con questo neutro -si confonde, poichè il Brahman essere supremo e il Brahman Dio -supremo riescono al medesimo, può avere una persona poco spiccata e -vivace, ed è condannato a rimanere un'astrazione immobile. Chè, se -anche col nome di Brahman si congiunge un gran numero di leggende, -o queste leggende sentono lo sforzo di una composizione scolastica, -o pure non appartengono in proprio a Brahman e gli furono attribuite -capricciosamente, modificandone, con lievi tocchi, il contenuto e la -forma. E questa è pure la ragione, per cui, sebbene nella gerarchia -teologica della religione brâhmanica il Dio Brahman occupi il grado -supremo, non abbia nell'India idolatri settarii quanti ne ottennero -Vishnu e Çiva; a quel modo stesso con cui, nel Cristianesimo, il -Figliuolo e lo Spirito preoccupano essi soli tutto il culto, e al -Padre Eterno non è consacrato neppure un giorno del calendario festivo. -L'immaterialità, l'idealità di Brahman sfugge all'idolatria; Brahman il -Dio della preghiera che accresce, della devozione che porta felicità, -è egli stesso il mezzo più che l'oggetto della purificazione. Senza di -esso nessun'opera umana o divina può avere efficacia: chi s'assorbe -nella preghiera, s'assorbe in Brahman; chi è assorto nella devozione -brâhmanica, rinuncia ai piaceri sensuali, ai beni della terra, e si -mostra liberale de' suoi doni ai diretti interpreti del sommo Brahman, -ai Brâhmani, con l'aiuto de' quali si può conseguire ogni beatitudine. -Brahman ch'è detto nel _Taittiriya Brâhmana_ essere, per sua natura, un -Brâhmano, è naturalmente il Dio particolare de' Brâhmani, come Vishnu -quello de' guerrieri, e Çiva delle caste inferiori, sebbene Vishnu e -Çiva appaiano anch'essi molto onorati dai Brâhmani. Ma i Brâhmani fanno -sacrificii solenni e dispendiosi, per conto altrui; a Brahman essi -sacrificano con l'esercizio della penitenza e con la preghiera; ossia -la preghiera diviene efficace pregando; il Brâhmano, per l'efficacia -della preghiera, ossia per la virtù di Brahman, può fare ottenere -ai devoti liberali dai singoli Dei ch'essi invocano i beneficii -desiderati. E la virtù della preghiera si ritenne essere tanta, che il -neutro _brahman_ valse pure _la formola magica_, e l'_Atharvaveda_, che -contiene il maggior numero di formole magiche, si chiamò pure pertanto -_Brahmaveda_, ossia _il Veda delle formole magiche_; onde il Brâhmano, -il quale adopera il _Brahman_, assunse pure autorità e prestigio di -mago; e l'arma magica viene ne' poemi epici chiamata arma di Brahman; -arco di Brahman (_brahmâstra_), secondo ogni probabilità, l'arma del -cielo, il fulmine, arma fatata per eccellenza, come il cielo è la sede -suprema delle magie. - -Brahman divenne poi un'astrazione; tuttavia una personificazione mitica -di esso, per quanto mostruosa e mal determinata, esiste pure nella -mitologia vedica e brâhmanica, e serve a spiegarci la prima natura del -mito. Abbiamo detto valere la voce _brahman_ propriamente _il vasto_, -e _quello che s'allarga_, e quindi _quello che allarga_; dicemmo pure -una simile qualità attribuirsi pure ad Indra, che etimologicamente e -ideologicamente abbiamo già, nella sua forma primigenia, identificato -col cielo. Il cielo supremo, come immobile, tranquillo, infinito, -eterno, dà l'idea del Padre Eterno, come l'idea del Paradiso celeste. -Quindi il cielo o Paradiso celeste indiano ora è chiamato _Indraloka_, -ora _Brahmaloka_; chè, secondo la diversa qualità de' devoti e la -regione più o meno elevata, esso fu diversamente concepito, tanto che -trovarono posto nel primo le lascive ballerine dell'epopea brâhmanica -(quasi all'eroe si promettesse come premio delle battaglie mortali -gli amori immortali delle celesti Apsare), nel secondo gl'immobili, -assorti, spiritualissimi penitenti brâhmani ed _arhant_ buddhistici. -Il cielo, ora fisso, azzurro, tranquillo, sereno, raccolse alla -meditazione grave e solenne i penitenti; ora animato da fenomeni -diversi diede aspetto d'una vita olimpica mobile, variata, tempestosa. -Indra parve dominare specialmente in un paradiso sensuale, in un cielo -animato; Brahman, come Varuna, in uno spirituale, ossia in un cielo -tranquillo; ma la natura propria come la sede d'entrambi, più o meno -elevata, è il cielo. - -Quando pertanto si parlò dapprima dell'unione finale del devoto con -Brahman, con questa espressione non si dovette intendere altro se non -la sua andata nel cielo, dove siedono i beati; ch'è sopra le stelle. -Il _Çatapatha Brâhmana_ sembra dichiararcelo apertamente, quand'esso -ci dice che s'arriva a Brahman passando per sei porte o vie, il fuoco, -il vento, l'acqua, il fulmine, la luna, il sole; pel fuoco del rogo, -l'anima portata dal vento arriva alle altre porte, che la introdurranno -a Brahman, nel mondo del quale essa vivrà (_so 'gnina Brâhmano dvârena -pratipadya Brahmanah sâyug'yam salokatâm g'ayati_). Qui Brahman appare -evidentemente come il cielo supremo, e quello che da noi si chiama -il terzo o settimo cielo. Lo stesso _Brâhmana_ avverte come l'anima -del devoto che muore, liberata da ulteriori nascimenti, si assimila -con Brahman, ossia ne assume la natura, una nozione panteistica che -prepara la dottrina dell'assorbimento buddistico. Questo Brahman, in -cui s'annienta beato il devoto, è sicuramente ancora il cielo, come -nell'_Aitareya Brâhmana_ il devoto che muore sapiente è detto unirsi, -dopo morte, col sole a partecipare della natura di esso e abitare nello -stesso suo mondo. - -Il Dio Brahman appare dunque originariamente come un essere fisico, -anzi come la forma fisica più costante e però immortale. Chè, se, -nell'_Indraloka_, o, come abbiamo spiegato, cielo medio (_antara_), -cielo delle tempeste, vi sono ancora battaglie e passioni, nel -_Brahmaloka_, nel cielo supremo, regna l'impassibilità, carattere -massimo di Brahman. Chi corregge le sue passioni, doma i suoi sensi, -diviene insensibile, impassibile, nella vita terrena, partecipa -pertanto della natura di Brahman, e merita, perciò, dopo la morte, di -venire assimilato con esso, l'immobile assoluto. E si capisce ancora -come da quell'immobile assoluto celeste siasi potuto immaginare il -primo increato creatore, dal cui albero o dalla foresta del quale, -secondo l'inno 81º del decimo libro del _Rigveda_ commentato dal -_Taittiriya Brâhmana_, sarebbero poi nati il cielo luminoso e la -terra. In un inno cosmogonico dell'_Atharvaveda_, ove si dà della -parola _Purusha_, _il maschio_, una strana etimologia (dalla parola -_pur_, _città_ per eccellenza, la città di Brahman immortale; il -poeta dice che Brahman e i Brahmidi danno la vita, l'alito vitale -e la prole a quelli che conosceranno questa etimologia misteriosa: -_yo vai tâm Brâhmano veda amr'itenavr'i tâm puram tasmai Brahma c'a -brâhma c'a c'akshuh prânam prag'âm daduh_); di tutte le creazioni -del _Purusha_ o _maschio universale_ è fatto principal merito al -neutro _Brahman_, il quale pose la terra sotto, e sopra di esso il -cielo, e fra il cielo e la terra l'atmosfera. Con questo Brahman -vuole, senza dubbio, essere identificato il Dio supremo _Skambha_ -dell'_Atharvaveda_, figurato ancor esso come albero; del quale gli Dei -sarebbero i rami, che contiene in sè l'intiero Indra, ossia, ciò ch'è -dentro, l'_antara_, il contenuto de' mondi, _Indra_, il quale, alla -sua volta, comprende in sè i mondi, la penitenza (ossia il calore) e -il cerimoniale. Come Prag'âpati e Brahman creano per effetto di lunga -penitenza (una delle forme predilette, della quale sappiamo essere il -mantenersi per lungo tempo immobile allo stesso posto), così _Skambha_ -che contiene in sè Indra (ossia, come suppongo, l'interno, il medio, e -qui il contenuto), il quale accoglie in sè stesso la penitenza (ossia -il calore), incomincia a creare. Come Brahman si rappresenta in una -forma colossale, così, per venir fuori, la luna attraversa il gran -membro (o corpo, _angam_; la voce _Skambha_ vale _pilastro_; esso -serve, pertanto, come di _asse_ al mondo) del vedico Atlante Skambha, -da cui ogni cosa dipende, a cui ogni cosa tende, sopra il quale, come -sopra una leva, Prag'âpati il creatore fonda ed appoggia pertanto -tutti i suoi mondi, un _phallos_ o tronco d'albero, che ad un tempo -crea il mondo e lo regge occupando le quattro regioni celesti. L'inno -stesso ci fa sapere che chi conosce il gran mistero divino: Brahma -esser contenuto in Purusha, o Prag'âpati, conosce pure Skambha. Come -poi si diede a questo Brahman universale un corpo colossale umano -con testa, membra, ec., onde il mondo si crea; così nello _Skambha_ -dell'_Atharvaveda_ ci appare un corpo umano colossale, la testa del -quale è il fuoco Vaiçvânara, gli occhi sono i luminosi Angirasi, la -bocca è la preghiera (_brahma_), le membra sono i Yâtavas (più sotto è -detto che i trentatrè trovarono i loro corpi nelle membra di Skambha), -la lingua è la verga del miele (_madhukaçâ_, ec). - -Come Prag'âpati, come Brahman ora appare creato dall'uovo, ora increato -creante l'uovo cosmico, così di Skambha si dice nell'inno ch'esso -nel principio creò l'oro (_hiranyam_) nel mondo medio (_loke antare_, -ossia _nel mondo d'Indra_, che, com'è detto, contiene tutte le cose), -ossia l'_Hiranyagarbha_, «il germe d'oro, l'uovo d'oro,» sommo, -insuperabile. L'inno quindi invita ad onorare questo Brahman anziano -(_tasmai g'yeshthâya Brahmane_), di cui la terra è la base, l'atmosfera -il ventre, il cielo la testa, Agni la bocca, il vento l'alito, -gli Angirasi gli occhi; e a cui tutti gli Dei prestano omaggio; il -misterioso creatore Prag'âpati si manifesta quando nell'acqua trova -l'aureo bastone,[83] ossia, secondo il senso vedico della parola -vetasa, l'aureo phallos (_yo vetasam hiranyayam tishantam salile -veda sa vai guhyah Prag'âpati_). Riassumendo adunque queste nozioni -cosmogoniche, in principio esiste l'immobile Brahman; esso trova nel -mezzo un pilastro, o fulcro, o _phallos_, Skambha, contenente Indra, e -diviene da quel momento Prag'âpati o creatore; il _phallos_ d'oro che -sta nelle acque si trasforma in uovo d'oro che erra sopra le acque; -trovato il _phallos_, Prag'âpati crea, ossia, come si dice, esso fondò -la creazione sopra Skambha. - -Così dal cielo supremo immobile, dall'impassibile Brahman si passò -all'idea di un solido sostenitore dell'universo; questo asse, di -forma fallica, movendosi nelle acque del caos s'illumina; le idee -di luce e di suono sono espresse da parole di radice comune; il -Prag'âpati luminoso parla; l'uovo d'oro, il _phallos_ d'oro e la parola -generatrice si producono insieme. Skambha tiene pertanto della natura -spirituale di Brahman e del carattere fallico di Purusha. In un altro -inno dell'_Atharvaveda_, in onore di Skambha, il più anziano Brahman, -si dice che colui, il quale sappia in che modo si produce il fuoco -da due legni (_arani_) confricati insieme, e distingua quale de' due -legni maschio e femmina è il superiore, conoscerà pure il supremo -mistero celeste, cioè l'essere supremo, il supremo maschio creatore -dell'universo (per opera, senza dubbio, di fregamento contro un essere -inferiore, femminino; il _phallos_ d'oro nelle acque ci mostra uniti -il principio maschio rappresentato dal fuoco, e il principio femmina -rappresentato dall'acqua; le scienze naturali non si oppongono punto -ad una simile spiegazione cosmogonica). _Filo del filo_ (_sûtram -sûtrasya_) è chiamato nell'inno medesimo il primo creatore, ossia il -primo principio creatore, l'essenza degli esseri. Brahman, secondo -l'_Atharvaveda_, contiene in sè tutti gli Dei, come una stalla, le -vacche (_sarvâh hi agmin devatâh gâvo goshthe ivâsate_). Un inno vedico -citato dal _Çatapatha Brâhmana_ incominciava con le parole: (Il sempre) -_esistito e futuro, grande, unico Brahman indestruttibile io celebro_ -(_Bhûtam bhavishyat prastaumi mahad Brahmaikam aksharam_). Un altro -passo interessante del _Çatapatha Brâhmana_ citato e tradotto dal -Muir,[84] ci dà la notizia che Brahman si recò nelle regioni più alte -del cielo per dare nome e forma alle cose. Un passo del _Taittiriya -Brâhmana_ ci rappresenta così la grandezza di Brahman: «Brahma generò -gli Dei, Brahma questo intiero mondo, lo Kshattriya (o guerriero) -fu foggiato da Brahman: _ma_ Brahman è per sua propria essenza un -Brâhmano; entro di lui consistono questi mondi, entro di lui tutto -questo universo. Brahma è il più antico degli esseri (_bhûtânâm_, -propriamente _degli esistiti_): perciò chi è degno di stargli a -confronto? In Brahman i trentatrè Dei, in Brahman Indra e Prag'âpati, -in Brahman tutti gli esseri sono raccolti, come entro una nave.» Egli -è padre, madre e figlio a sè stesso, egli è l'uccello d'oro, che fa -ardere il sole (_hiranmayah çakunir Brahma nâma yena sûryas tapati -teg'aseddhah_), egli è la foresta e l'albero, onde si fabbricarono -tutte le cose e il fondamento, come Skambha, dell'universo creato. -L'_Atharvaveda_, volendo spiegare la virtù creativa di Brahman, gli -dà come antecessore un divino _Brahmac'ârin_, ossia _penitente devoto -alla preghiera_, che generato nel seno dell'immortalità, già fornito di -scienza, per virtù del _tapas_ (_caldo_ e _penitenza_) crea il divino -mistero o _brâhmana_ e l'antichissimo Brahman. Uno stesso ordine d'idee -religiose e di preoccupazioni brâhmaniche, presso il _Brahmac'ârin_, -una specie di precursore, che prepara l'avvento di Brahman, e che ha la -virtù di Prag'âpati, fece sorgere ad alta dignità, nell'ultimo periodo -vedico, il Dio _Brahmanaspati_ come _signor della preghiera_, che dà -alla preghiera tutto il potere e il prestigio desiderato. - -Nè essendo ancora decaduto Indra, anzi continuandosi esso ad invocarsi -come nume privilegiato e a propiziarsi col sacrificio, per dare una -persona mitica popolare al nuovo Dio, e forse ancora per trasformare -Indra in un Dio più spirituale, la qualità di _Brahmanaspati_ fu -attribuita specialmente al Dio Indra, e sotto questo aspetto il -sommo Nume vedico trovasi negli ultimi Inni vedici invocato; alla -quale applicazione del nuovo mito, dovette, come parmi, concorrere -in parte l'originaria identità da me accennata fra il primitivo Indra -e il primitivo Brahman come _cielo_. Brahman, valendo il cielo, come -_vasto_, ed Indra (di cui persisto a riconoscere probabile l'etimologia -che avanzai, sebbene io sappia già che alcuni uomini dottissimi -la rifiutano; cfr., presso _antara_, _antra_, e, presso _mandra_, -_manthara_ = _mandara_ [radice primitiva comune ad entrambe le parole -è _man_], che si dà pure come un nome di _cielo_ e di _un albero -del paradiso d'Indra_, ossia l'albero celeste, l'albero di mezzo, -l'asse celeste), essendo chiamato spesso _Divaspati_ o _signore del -cielo_, l'appellativo _Brahmanaspati_, antico, perfetto equivalente -di _Divaspati_, dovea naturalmente attribuirsi ad Indra. Questa -argomentazione mi sembra poi tanto più probabile, se consideriamo non -solamente le qualità comuni d'Indra Divaspati e d'Indra Brahmanaspati, -di cui si dice, nel _Rigveda_, che risplende color dell'oro, e -che ha per sua voce il tuono, ma che si trovano insieme celebrati -_Brahmanaspati_ e _Br'ihaspati_ o _Vr'ihaspati_. _Br'ih_ vale _la -vasta_; _Br'ihaspati_ vale _il signore della vasta_, ossia della -_Pr'ithivî_ celeste.[85] _Brahman_ viene dalla stessa radice _barh_, -onde abbiamo _br'ih_; _Brahman_ è _il vasto_ (cielo), _Br'ih_ è _la -vasta_ come la _Pr'ithivî_; _Br'ih_ e _Brahman_ sono due equivalenti; -ed equivalenti sono perciò pure _Br'ihaspati_, il signore della _Br'ih_ -e _Brahmanaspati_, il signore del _Brahman_. - -E come s'invoca Indra con Divaspati e Brahmanaspati, così s'invoca -con Br'ihaspati; e come Brahman e Brahmanaspati assumono le funzioni -di _Prag'âpati_, e quindi presiedono alla preghiera come quella -che si estende, si eleva, e poi che eleva, estende, accresce; così -Br'ihaspati, invocato con Indra e con Prag'âpati, e reggitore -dell'astro di Giove, divenne anch'esso Dio della preghiera, -intercessore degli uomini presso gli Dei, pontefice massimo o -_purohita_ degli Dei. Nel mito di _Brahman_, _Brahmanaspati_ e -_Br'ihaspati_, noi dobbiamo dunque considerare due stadii, de' quali -l'uno antico, in cui essi non rappresentavano altro che il cielo; il -cielo ebbe quindi due aspetti essenziali e distinti, come creatore e -come tonante. Brahman (_il vasto_) ed Indra (_Antara_) rappresentavano -entrambi il cielo; ma Brahman specialmente il cielo supremo, Indra -specialmente il cielo del centro (il cielo ove si trova Skambha, -l'asse, il _manthara_ o _mandara_, leva o fallo che agita l'universo), -e poi il cielo medio che diviene pluvio e tonante: Brahman riuscì -specialmente il cielo creatore, Indra specialmente il cielo tonante. -Ma, nel suo nome di _Divaspati_ o _signore del cielo_, e in parecchi -altri indizii, conservò traccia del suo essere primitivo celeste. Così -nell'arma fatata da Brahman concessa agli Eroi delle leggende epiche, -Brahman viene ad assumere gli ufficii d'Indra fulminatore. A Divaspati -rispondevano, in parte, etimologicamente e, del tutto, ideologicamente -Br'ihaspati e Brahmanaspati; quindi si spiega l'analogia del loro mito -con quello d'Indra Divaspati tonante; ma, poichè la loro affinità di -nome e perciò la loro parentela mitica è maggiore con Brahman che con -Divaspati (ossia con Indra), divenuto Brahman, espressione particolare -non più del vasto, alto cielo, ma della preghiera che sale, si distende -e che accresce, alcune delle più recenti qualità assunte da Brahman -si attribuirono necessariamente a _Br'ihaspati_ e _Brahmanaspati_, -due Dei congiunti insieme, in ciascuno de' quali abbiamo due persone -mitiche distinte: l'una antica, essenzialmente fisica; l'altra moderna, -essenzialmente ascetica. Tenendo conto di questa duplice genesi del -mito, non mi pare che possa più presentare alcuna grave difficoltà -il dichiarare il carattere particolare di queste due divinità, il -posto che esse occupano nell'Olimpo vedico, e il vederle ora confuse, -per loro ufficio, col Dio Indra, ora col Dio Brahman, e, nella loro -qualità di _purohita_ e distruggitore delle tenebre, con Agni, -celebrato nel primo inno del _Rigveda_ come divino _Purohita_, e -spesso invocato con Indra come _Rakshohan_ od _uccisore del mostro_. -Ma l'identificazione loro più costante è quella con Indra e Brahman -per le analogie che abbiamo sopra dichiarate.[86] E la comparsa di -queste due insigni divinità nell'Olimpo vedico è per noi di sommo -interesse, pel riscontro ch'esso ci offre col modo, con cui la teologia -brâhmanica tentò poi di sbarazzarsi intieramente del Dio Indra e di -perseguitarlo. Nel periodo vedico le caste incominciano a disegnarsi, -ma non sono ancora bene distinte, e in ogni modo non si trovano -ancora fra loro in diretta opposizione. I sacerdoti sacrificatori -riconoscono ancora tutta la potenza del Dio Indra; esso è il massimo -Iddio, ma Dio battagliero; i sacerdoti, non potendo distruggerlo, -tentano farlo pio; attribuiscono pertanto gran parte delle sue vittorie -celesti alla sua qualità eminente di _Brahmanaspati_, interpretato -non più come signore del vasto cielo, ma come Dio della preghiera. Le -religioni ne' loro principii tengono sempre gran conto degli elementi -che offre la tradizione popolare; così fece pure il Brâhmanesimo, -valendosi d'Indra per costituire la potenza di Brahmanaspati, e del -trionfo di Brahmanaspati giovandosi per inalzare la dignità del Dio -Brahman nel cielo, e della preghiera o _brahman_ sopra la terra, e -quindi l'autorità della casta che rivendicò a sè il privilegio della -preghiera, _mercede pacta_. - -L'ultimo periodo vedico ci offre parecchi anelli, pei quali possiamo -congiungere il Brâhmanesimo col Naturalismo vedico, e spiegarne -la derivazione. Indra cielo riuscì Indra Divaspati o signore del -cielo; Indra Divaspati si scambiò con Indra Br'ihaspati e con Indra -Brahmanaspati. Brahmanaspati, che, secondo l'inno 72º del decimo -libro del _Rigveda_, nella prima età degli Dei, quando dal non essere -nacque l'essere, foggiò tutte queste cose che esistono come un fabbro -(_karmâras_) mentre, nella sua qualità di fabbro, si univa con Indra -(strettamente congiunto col fabbro divino Tvashtar), nella sua qualità -di creatore associavasi particolarmente a Brahman, che, con le spoglie -d'Indra, potè quindi maggiormente grandeggiare; l'espressione: _tvam -brahmâ rayivid Brahmanaspate_ (Rigv., II, 1), spiegata per: _tu un -Brâhmano ricco o Brahmanaspati_, potrebbe ancora interpretarsi: _tu -il ricco Brahman o Brahmanaspati_. E il merito maggiore del ricco -Brahman o Brahmanaspati fu quindi per i suoi devoti la virtù, della -quale egli fece prova sacrificandosi. Il _Çatapatha Brâhmana_ racconta: -«Brahma Svayambhu (ossia _esistente per sè_) faceva penitenza; egli -comprese; nella penitenza non vi è infinità; orsù, ch'io sacrifichi -me stesso nelle creature e le creature in me; perciò in tutte le -creature sè stesso avendo sacrificato e le creature in sè, acquistò -eccellenza suprema, dominio di sè stesso, predominio universale; così -colui che nel _Sarvamedha_ sacrifichi tutto ciò ch'ei può sacrificare, -tutte le creature, consegue eccellenza suprema, dominio di sè stesso, -predominio universale.» Il Dio che si sacrifica era già una nozione -dell'antica mitologia vedica, figurato nel tramonto del sole e nel -principio elementare cosmico, che si distrugge, ossia si scompone per -moltiplicarsi. Sostituitosi al Dio reale, concreto, fisico, un Dio, -originariamente fisico anch'esso, ma divenuto a poco a poco una pura -astrazione, anche il sacrificio divino, per quanto apparentemente -grandioso (poichè in Brahman è l'universo stesso, il macrocosmo, che si -sacrifica per rinascere disperso in nuove forme individuali del creato, -e morire o sacrificarsi infinitamente nelle parti), perdendo della sua -poetica individualità, riesce solamente più un mistero religioso, che i -devoti devono venerare senza comprendere, per sacrificare i loro beni a -beneficio degli interpreti terreni del sommo Brahman. - - - - -LETTURA SEDICESIMA. - -VISHNU. - - -Si è voluto ricercare la Trinità brâhmanica nell'Olimpo vedico; io -non nego punto l'esistenza di una trinità fisica, ma, salvo l'accenno -fatto, nel ragionar di Kâma e Prag'âpati, a tre Dei nominati insieme, -aggruppamento che potrebbe pur essere avvenuto per caso, o per -amore del numero tre, non trovo espressa una trinità teologica negli -antichi Inni vedici. Il concepimento di una trinità nel cielo è ovvio -e naturale; il cielo si compone apparentemente di tre persone, il -cielo stesso, che, quando sta immobile, inanimato, è cielo padre, -è padre eterno, è Brahman, e, quando si muove a tonare e fulminare -nelle tempeste, è Indra nella sua qualità battagliera di pluvio e -tonante; il sole e la luna. Cielo, sole, luna formano tre persone -in una, strette intimamente fra loro con vincoli necessarii. Talora, -invece, con altro concepimento, il cielo si rappresenta come un vasto -antichissimo oceano; il Padre Eterno, il Dio primevo esce dalle acque, -e con lui si agitano il vento ed il fuoco; ecco un'altra trinità, con -carattere specialmente cosmogonico, nella quale il Padre, il Figlio -e lo Spirito si trovano rappresentati. L'aria o vento, il fuoco e -l'acqua, formano una trinità. Ma, io lo ripeto, se gli antichi Inni -vedici ci riducono essenzialmente la sostanza divina a quella di -queste tre persone fisiche, o, per dir meglio, a questi tre fisici -elementi, se gli antichi Dei vedici non si possono, sottoposti ad una -rigorosa analisi, ritrovare e spiegare al di fuori di questi elementi -essenziali e costitutivi, sarebbe cosa vana il supporre che gli antichi -poeti dell'India vedica abbiano già concepita la divinità come una -suprema astrazione una e triplice, secondo il concetto brâhmanico -e cristiano. Dallo studio che abbiamo fatto fin qui, mi sembra che -risulti abbastanza chiaro come fosse ancora piena presso que' poeti -la coscienza del fenomeno fisico che il nome divino rappresentava; un -principio di astrazione si disegna con l'apparire dei nomi di Brahman, -di Vishnu e di Rudra Çiva; ma, come abbiamo dimostrato, ci sembra, con -qualche sicurezza, che i poeti vedici più antichi, nominando Brahman, -sapevano di nominare il cielo; così spero di potervi ancora provare -come, sotto i nomi di Vishnu e Çiva, si nascondevano per i poeti -vedici, non di rado, il sole e la luna. - -La lingua sanscrita conosce mille appellativi di Vishnu, come mille -appellativi del sole; e parecchi di questi appellativi sono fra loro -comuni. Ma non è dalla letteratura sanscrita, sì bene dalla vedica -che noi dobbiamo cercare le prove del nostro asserto, poichè Vishnu e -Çiva nel periodo brâhmanico subirono tali trasformazioni, che rendono -spesso troppo malagevole il rintracciarne il primitivo carattere; non -già perchè tra loro vengono talora a confondersi; chè il mito stesso -ci spiega e giustifica una simile confusione, mostrandoci frequente -lo scambio fra il sole e la luna, come due forme gemelle che si -alternano, si succedono e creano talora nel cielo l'illusione che si -tratti sempre del medesimo astro; ma perchè le sètte religiose indiane -hanno sovraccaricato la leggenda de' due numi di qualità particolari -arbitrarie, che loro non appartengono in proprio. - -Noi abbiamo già veduto che gli Dei si producono solamente nel cielo -luminoso; ossia un Dio, un luminoso, mena seco gli altri luminosi o -gli altri Dei. Conosciamo quindi già l'appellativo dato agli Dei come -risvegliantisi con l'aurora; coll'aurora mattutina si svegliano gli Dei -solari del giorno, coll'aurora vespertina gli Dei lunari della notte. A -questa duplice generazione di Dei solari o diurni, lunari o notturni, -si riferisce e ci richiama pure la duplice generazione di Eroi nella -tradizione indiana, risalendo gli uni ad una dinastia solare, gli altri -ad una dinastia lunare, secondo che le gesta mitiche degli antichi -Eroi ci riproducono sulla terra fenomeni celesti del cielo notturno o -diurno; _Soma_, _la luna_, e _Savitar_, _il sole_, sono entrambi due -_generatori_. Qual è ora, secondo la nozione vedica, il cielo proprio -di Vishnu? è esso un essere diurno o notturno? Io oserei dire che -egli non è esclusivamente nè l'uno nè l'altro, ma, per lo più, il sole -e, talora, la luna; Vishnu è più spesso certamente il sole, ma egli, -all'accostarsi della notte, invece di morire, si trasforma, s'incarna -in nuove forme mitiche, assume aspetti particolarmente lunari, erra -nella notte, pigliando quel carattere di salvatore, che, nel mito, si -attribuisce frequentemente al vecchio Luno, alla vecchia Luna, alla -vecchia Madonna, alla buona Fata celeste. La natura di Vishnu è per -lo più solare; quand'egli trionfa, è il sole; secondo il _Çatapatha -Brahmana_, tagliata la testa a Vishnu, questa testa passa nel sole; -il che vuol dire che, dalla sua forma notturna lunare, Vishnu ritorna -alla sua propria natura solare. L'astronomia indiana chiama col nome -di _Vishnutithi_ o _fase_, _costellazione di Vishnu_, il giorno 11º -o 12º lunare, onde si spiega pure il nome di _sposa di Vishnu_ dato -nell'_Atharvaveda_ alla _Sinîvalî_, ossia alla vigilia del novilunio; -nel _Yag'urveda nero_, invece, il nome di _Vishnupatnî_ o _sposa di -Vishnu_, è dato alla Dea _Aditi_, la vôlta celeste; _Aditi_ è pure -chiamata _madre di Vishnu_ nano presso il _Mahâbhârata_ e presso il -_Bhâgavata Purâna_, e, in un altro passo citato dal Muir,[87] essa -trovasi rappresentata come madre del sole _Vivasvant_; Vishnu sarebbe, -secondo il _Mahâbhârata_, il dodicesimo _Âditya_, e il più potente -e virtuoso di tutti (_sarveshâm âdityânâm gunâdhikah_); secondo -il _Nirukta_, Vishnu è l'_Âditya_ per eccellenza. Vishnu è ancora -rappresentato come compagno, seguace, fratello minore d'Indra, col -quale va a bere il _soma_, col quale combatte, presso il _Rigveda_, -il demonio serpente _Ahi_, onde si rappresenta poi sopra il demonio -serpente _Çesha_, e a cavallo dell'uccello solare, dell'uccello di -rapina _Garuda_, il più formidabile nemico dei serpenti; ed ancora, -per la sua somiglianza con Çiva, sposo della Venere e madre d'amore -indiana. I suoi dieci Avatâri sono famosi nella tradizione brâhmanica; -se ne contano fino a ventidue; ma le sue trasformazioni hanno già -incominciato negli Inni vedici; la nozione di Vishnu nano è già -una nozione vedica; anzi l'impresa eroica di Vishnu nel _Rigveda_ è -precisamente l'avere in tre soli passi misurato l'intiero spazio del -cielo con grande meraviglia de' Celesti, Devi e Demonii. È certamente -ancora in una forma gemella vishnuitica che il Dio Indra, passando -in tre tempi, in tre volte, in tre luoghi sopra il corpo della brutta -fanciulla, di brutta e scura ch'ella era la fa ritornar bella; è questo -un miracolo che si fa tutte le notti e tutti gli inverni sopra il -cielo e sopra la terra, che dalla tenebra ritornano alla luce; ma il -Dio nano, percorrendo lo spazio del cielo in tre tempi, compie questo -prodigio nel giorno come nella notte, e gli Dei, canta il _Rigveda_ -(VIII, 29), _si rallegrano inebbriati_ (_madanti_), dove Vishnu dai -lunghi passi percorse i tre stadii. In un altro inno del _Rigveda _(IV -18), si dice: «Allora Indra per uccidere Vr'itra (disse): _O compagno -Vishnu, estenditi_.» In una leggenda del _Çatapatha Brâhmana_, che -abbiamo già ricordata, il più impaziente d'uccidere Vr'itra appare -Vishnu, nella sua qualità di seguace, o _compagno strettamente -congiunto d'Indra_ (_Indrasya yug'yo sakhâ; Rigv._, I, 22); nell'inno -89º dell'ottavo libro del _Rigveda_ Indra dice all'amico Vishnu di -estendersi, e quindi si aggiunge: «o cielo Dyaus, dà spazio al fulmine -perchè discenda.» Parrebbe di qui che dal sole Vishnu Indra tolga -i suoi fulmini e quindi li lanci pel cielo. Nel cielo tenebroso e -notturno il sole appare chiuso; in esso il cielo, ossia il luminoso, -si chiude: Indra estende l'uno e l'altro. In un altro passo vedico -il Dio si distende sopra la terra e nel distendersi segnala agli -uomini la terra come loro campo di conquista, il che fa veramente ogni -mattino ed ogni primavera il sole, illuminando la terra e ridestando -gli uomini al lavoro dei campi. Presso il _Mahâbhârata_ (V, 2560) -spiegandosi da _Sang'aya_ alcuni de' più illustri nomi mitici assunti -da Vishnu, si dice chiamarsi _G'ishnu_ da _g'ayana, la vittoria,_ quasi -_il vittorioso, Ananta_ come _eterno, infinito, Govinda_ dal _vedâna -gavâm, il ritrovamento_ e _possesso delle vacche_ (l'appellativo di -_Kr'ishna_, «pastore»), e _Vishnu_ dal _Vikramana_, ossia _dalla sua -facoltà di estendersi_; l'etimologia è, senza dubbio, falsa, e pure -essa conserva la coscienza del vero e proprio significato di _Vishnu_, -che è il _penetrante_, _il pervadente_, e forse pure il vestiente -il cielo di luce. Questo penetrante, questo pervadente può essere -la luna, come per lo più appare il sole, e la polvere, nella quale, -coi suoi tre passi, Vishnu involge il mondo, secondo il 22º inno del -primo libro del _Rigveda_, può essere tanto l'ambrosia luminosa del -raggio lunare, quanto la polvere d'oro dei raggi solari. I tre passi, -secondo il commentatore vedico Aurnavâbha, citato dal _Nirukta_, sono -fatti nel cielo, cioè, com'esso si esprime, «nel luogo in cui nasce, -nell'altezza meridiana o zenith (_Vishnupada_ per eccellenza) e nel -luogo in cui si corica.» Secondo Çâkapûni, altro commentatore vedico, i -tre luoghi, invece, sarebbero la terra, l'aria, il cielo. Si comprende -facilmente come, in questa sua qualità di penetrante tutto l'universo, -e specialmente di saliente allo zenith, all'altezza suprema de' cieli -o al _Vishnupada_, il Dio Vishnu abbia pur potuto identificarsi con -Brahman, che è salito all'alto de' cieli e che lo occupa tutto, e -come Vishnu occupante l'_antariksha_ siasi congiunto intimamente con -l'_antara_ o Indra, e come, finalmente, in qualità di moribondo che si -corica alla montagna, Vishnu s'identifichi specialmente con Çiva e si -ritrovi con l'astro lunare. Vishnu compie forse pure tre passi nella -notte come luna, ma, certamente, opera, presso il _Rigveda_, questo -miracolo nel giorno come sole: ossia si parte dalla montagna, dalla -terra, e, per la regione intermedia, il cielo d'Indra, l'_antariksha_ -sale nell'alto de' cieli, nel cielo di Brahman, per ritornar quindi -a coricarsi alla montagna. Il genio solare che fa ogni giorno questo -bel miracolo fu particolarmente celebrato col nome di _Vishnu_, e, -secondo le regioni che esso visita, gli spazii che percorre, gli Dei -che incontra nel suo viaggio celeste, assume pure una parte della -loro natura. Si capisce tuttavia che la qualità eminente di Vishnu, -il suo momento trionfale dev'essere quello, in cui arriva nell'alto -cielo, che si considera come la sede propria non solo di Brahman, ma -ancora di _Sûrya_ il sole; motivo per cui Vishnu fu poi considerato -specialmente come una splendida figura solare, e come tale spiegato -particolarmente dai commentatori indiani ed europei e venerato -nell'India dai devoti. Il commentatore del _Yag'urveda bianco_, -citato dal Muir,[88] identifica il Dio Vishnu nel suo primo stadio -con Agni il fuoco, come quello che esce dalla terra; nel secondo, -come quello che vola per l'aria, con Vâyu il vento; nel terzo, con -Sûrya il sole. Torna qui la forma embrionale d'una trinità. Così -Vishnu che, nell'inno 61º del primo libro del _Rigveda_, ferisce il -cinghiale, appare una manifestazione dell'astro solare, che attraversa -la scura montagna celeste della notte e ne vien fuori luminoso; nella -tradizione brâhmanica poi, nella sua qualità di penetrante, Vishnu -stesso si personifica col cinghiale dalle acute zanne, a motivo degli -sporgenti suoi raggi o denti che sbranano il demonio della tenebra. -Così, quando Agni, nel _Rigveda_, dice di sè ch'egli è l'_arkas -tridhâtu_,[89] misuratore del mondo, s'identifica al tempo stesso con -Vishnu e col sole _Arkas_, che in tre tempi misura il mondo; lo stesso -appellativo di misuratore de' mondi vien dato, presso il _Rigveda_, -al sole _Savitar_. L'inno 156º del primo libro del _Rigveda_ ci -presenta il Dio Vishnu con qualità così rassomiglianti a quelle del -Dio Indra, che si direbbe con esso una sola persona; e ciò non deve -far meraviglia dopo quello che abbiamo detto intorno alla diversità -delle sedi di Vishnu corrispondenti alle varie sedi solari, ossia alle -varie stanze celesti. Nell'atmosfera, nel cielo nuvoloso, e nel cielo -notturno, Vishnu s'incontra necessariamente con Indra, una proprietà -del quale è pur quella di estendere, ossia di estendersi. Perciò -troviamo ancora Vishnu onorato da Varuna e dagli Açvin, e circondato -dai Marut; abbiamo già detto, che, secondo la interpretazione indiana, -Vishnu, nel suo secondo stadio, ossia nell'atmosfera, la regione -de' Venti, s'identifica pure col Dio del vento, ossia con _Vâyu_, -e necessariamente con Indra che ha per principali compagni eroici -i Venti. Così Vishnu s'identifica con Brahman creatore, ossia con -Prag'âpati come signore che appare, nell'inno 164º dello stesso libro, -dei sette piccoli germi che contengono in sè il seme del mondo, ossia -di tutte le cose. Chi fu questo primo generatore? Fu il sole? Fu la -luna? Il sole e la luna sembrano generarsi a vicenda l'un l'altro; -presso l'inno 22º del secondo libro del _Rigveda_ ci appaiono Vishnu -che genera il _Soma_ (l'ambrosia lunare) e Indra che lo beve; in un -altro inno vedico, invece (_Rigveda_, II, 40), _Soma_ appare come -produttore, creatore di tutti i mondi (l'inno 96º del IX libro fa di -_Soma_ il generatore del sole e di Vishnu); e il sole _Pûshan_, invece, -va proteggendo, ossia osservando e conservando il mondo. Si direbbe -qui già accennato in germe il carattere di _conservatore del mondo_ -che Vishnu dovrà assumere più tardi nella brâhmanica _Trimûrtti_; -così nell'inno 36º del VII libro del _Rigveda_ si celebra Vishnu come -_Nishiktapâs_ o _guardiano de' semi_; nel 55º del terzo libro Vishnu -è chiamato col nome di _Gopâs_, «signore o guardiano, o protettore,» -il quale custodisce, difende, ossia regge la suprema regione celeste, -guardiano _delle care regioni immortali_, ed ecco un nuovo carattere, -per cui _il conservatore del mondo_ parrebbe congiungersi col Çiva -paradisiaco. Il carattere del vedico Vishnu è dunque evidentemente -tutto benefico, oltre che singolarmente modesto; Vishnu si presta per -gli altri Dei e specialmente per Indra, di cui assicura la vittoria, -e non raccoglie verun profitto. Questo carattere di particolare -generosità, che ci presenta nel solare Vishnu il solito Dio che si -sacrifica, dovea essere così sentito nell'età vedica, che, perduto il -senso etimologico dell'appellativo vedico _Tridhâtu_, ossia _quello -de' tre elementi_ dato a Vishnu, la _Taittiriya Samhitâ_ compone già -una leggenda etimologica, secondo la quale il nome _Tridhâtu_ varrebbe -quello _che si è dato tre volte_. Si narra cioè che Indra, volendo -uccidere Vr'itra, ordinò al fabbro Tvashtar di preparargli il fulmine; -Tvashtar si mise all'opera, e, per mezzo del _tapas_ (parola che [si -noti bene, per spiegare l'equivoco mitico della generazione per mezzo -della penitenza, che vuol dire, per mezzo del calore; senza il calore -non si genera] vale _calore_ e _penitenza_), riuscì a farne uno; Indra -si provò ad alzarlo, ma come avviene spesso agli eroi poco destri delle -novelline popolari russe, i quali non possono alzare il bastone di -ferro preparato dal mago nella fucina, Indra non può alzare il fulmine -forse troppo massiccio ed ardente preparatogli da Tvashtar. Noi abbiamo -già veduto Vishnu identificarsi, secondo la sede che egli occupa, con -Agni il fuoco, con Vâyu il vento, e con Sûrya il sole. Il fuoco deve -aver la forza di bruciare, il vento quella di volare, il sole co' suoi -raggi quella di penetrare. Vishnu, per compiacere Indra, che ha bisogno -d'un fulmine formidabile, ma che si possa lanciare a traverso gli -spazii, consente a farsi in tre pezzi, coi quali tre pezzi di sè stesso -il fulmine d'Indra si crea, e il Dio fulminante consegue la vittoria, -per merito singolare di Vishnu, che ha dato al fulmine il potere di -volare, trovandosi, come già abbiamo avvertito, nella sua seconda sede, -il sole circondato dai Marut, coi quali trovasi anzi invocato nell'inno -87º del quinto libro del _Rigveda_. Un'altra delle qualità peculiari -di Vishnu, che, oltre al rivelarne la sua speciale natura solare, -ardente, alla sua potenza nel _tapas_, ne rivelano l'indole benigna e -servizievole, è quella di cuoco celeste. Egli, in unione con Pûshan, -cuoce per Indra cento bufali, certamente per mezzo del suo fuoco -solare; nel vero, in un altro inno (V, 29), è detto che Agni, ossia -il fuoco, ha cotto trecento bufali per Indra, il quale, dopo averli -mangiati, e aver bevuto tre laghi di _soma_, ossia d'ambrosia, combattè -con Vr'itra e l'uccise. Secondo un inno del _Rigveda_ (VI, 69), una -parte di quel _soma_ sarebbe stato pure bevuto da Vishnu, invocato -insieme con Indra, Vishnu vi fa il solito miracolo di estendersi pel -cielo, ossia di estendere il cielo. Secondo l'_Aitareya Brâhmana_, in -quello spazio disteso da Vishnu gli Dei fabbricano i mondi luminosi, i -Vedi e la parola, che rimangono loro proprietà. Quello che rimane fuori -di tale spazio appartiene agli _Asurâs_, il che val quanto a dire che -tutto ciò ch'è fuori della luce è del dominio dei demonii. - -Tutto il regno luminoso percorso da Vishnu è sede, ossia dominio degli -Dei; e della regione percorsa da Vishnu, ossia della sua grandezza, -dice un inno vedico (_Rigveda_, VII, 99), nessuno conosce il confine; -in questo inno di composizione probabilmente moderna, ove Vishnu ed -Indra tendono evidentemente già ad astrarsi, un versetto, col dirci -ch'essi producono il sole, l'aurora ed il fuoco, sembra già distinguere -Vishnu dal sole; ma la natura solare di esso ci pare tuttavia scolpita -nel versetto che precede, il quale ci dice che Vishnu, da ogni parte, -involge la terra co' suoi raggi di luce. - -L'inno seguente attribuisce a Vishnu parecchi degli attributi solari; -esso ha cento raggi, è rapido, fornito di cavalli, ricco, benefico. -Nello stesso inno Vishnu è ancora chiamato col nome di _Çipivishta_, -parola che vale propriamente _fornito di raggi_; ma sopra la quale, -frantesa, nacque ben presto un equivoco grossolano, che i commentatori -s'ingegnarono di spiegare con le più strane leggende. Vishnu chiama -nell'inno sè stesso _Çipivishta_; ma la parola, che vale propriamente -_il fornito di raggi_, può ancora interpretarsi _coperto di raggi_, -ossia i cui raggi lo nascondono; ma, fatto del sole una persona, i -suoi raggi divennero i suoi capelli; il sole con la sua chioma, il -sole capelluto (Sansone), è chiamato _Çipivishta_, appellativo dato -non solo a Vishnu, ma a Çiva nel suo carattere di sole moribondo, -rappresentato sempre con una vasta chioma. Ora pare che il nome di -_Çipivishta_ siasi pure dato per tempo al _phallos_, come _coperto di -peli_, e quindi _oscurato, nascosto_. Il poeta vedico allude certamente -a quel senso ignominioso che deve avere avuto la parola _çipivishta_, -quando, scambiando il senso nobile col senso ignobile della parola, -domanda a Vishnu: «Che cosa avevi tu da rimproverarti, o Vishnu, quando -hai detto: _Io sono Çipivishta_? non celare a noi questa tua forma -assunta, quando nella battaglia ti sei trasformato.» Noi sappiamo come -Çiva divenne quindi il Dio fallico per eccellenza, anzi che il fallo -stesso lo rappresentava; il nome di _Çipivishta_, che vien pure dato -a Çiva, basta ad assicurarci che, nell'inno vedico, ove appare Vishnu -come _Çipivistha_, si è preso equivoco tra il sole chiomato ed il -fallo coperto di peli, e che Vishnu usurpa anticipatamente uno degli -attributi, che saranno quindi proprii del Dio Çiva. E che non vi sia -dubbio sopra la interpretazione che propongo al passo vedico, ce lo -dichiara apertamente l'antico commentatore Yâska, il quale, parlando -del nome di _Çipivishta_ dato a Vishnu, come di un mistero da non -rivelarsi, fa che Vishnu si confronti da sè stesso al fallo; se non -che, interpretandosi ancora altrimenti la parola _çipivishta_, con -uno strano e capriccioso sforzo etimologico, Vishnu dice di sè stesso -ch'egli è un _çepa_ o _fallo svestito_ (che può interpretarsi come -_sprepuziato_, o come _privo di peli_), e Yâska, accettando, senza -dubbio, la seconda interpretazione, aggiunse, interpretando il mito: -_privo di raggi_. Ma questo errore de' commentatori indiani e quindi, -se non erro io, degli interpreti europei, è nato dall'aver ammesso che -il _nirveshtita_ di Yâska equivalga al _vishta_ del _Rigveda_, il che -non mi pare possibile in alcuna maniera; chè non solo sono sinonimi, -ma contrarii, _çipivishta_ valendo _fornito, vestito di raggi_ (e poi -_vestito di capelli, capelluto_, e infine _fornito, vestito di peli_); -mentre invece il _çepah nirveshtita_ non vale altro se non _il membro -spogliato_, qualità, con la quale si potè quindi raffigurare il Dio -fallico Luno, come privo di raggi o di peli, o calvo, od anche eunuco. -Ecco in qual probabile maniera un appellativo poetico semplicissimo -del Dio, male interpretato fin dall'età vedica, introdusse nel mito di -Vishnu un mistero, al quale il primo poeta, che aveva salutato il sole -con quel nome, non avea sicuramente pensato; chè il nome di _vish-ta_ -deve essere stato piuttosto suggerito all'antichissimo _rishi_ vedico -dall'analogia che gli offriva la stessa voce _vish-nu_, la quale -non aveva sicuramente nessun significato vergognoso nell'età vedica. -Vishnu, lo ripeto, negli Inni vedici, non ha il posto primario, anzi -figura più tosto come un servitore che come un amico d'Indra, ma la sua -vita è pura, la sua storia vedica è priva di scandali; il mescolarlo -come il suo compagno Indra, anch'esso chiamato _çipivishta_ che appare -come un sinonimo di _çiprin_, in un mistero fallico, è una calunnia -nata da un antico malizioso equivoco, quantunque appaia ancor esso -nella qualità di generatore primevo, anteriore a Prag'âpati: l'inno -184º del decimo libro del _Rigveda_ canta che Vishnu foggiò la vulva -dell'universo, Tvashtar ne apprestò le forme, Prag'âpati versò il seme -genitale, Dhâtar posò è costituì il germe. Perciò vedemmo sopra Vishnu -come signore de' sette germi cosmici, e, presso l'inno 154º del primo -libro del _Rigveda_, non solo quello che pervade tutto l'universo, -ma quello che lo contiene tutto in sè. Il _viç-va_ e il _vish-nu_ -provengono dalla stessa radice _viç_. Quando pertanto dal culto del -Dio concreto specifico si passò a venerare particolarmente il Dio -astratto generico; quando Indra come Divaspati cedette il campo a' suoi -antichi originarii equivalenti Brahman e Brahmanaspati, esprimenti il -cielo; si sostituì pure ad Indra grandeggiante nel cielo, distendente -il cielo, sopra gli altari del sacrificio, Vishnu il collega d'Indra, -che pervade ed occupa tutto l'universo, col quale evidentemente -s'identifica. Quando poi si divulgarono le leggende brâhmaniche, nelle -quali apparivano forme strane, divine, eroiche, umane, bestiali, sotto -le quali il Dio compieva miracoli, i settarii di Vishnu supposero -che ciascuna di quelle forme antiche, moderne o rinnovate, fosse una -incarnazione panteistica del loro Iddio prediletto; e così, dopo avere -creato, sopra il sole Vishnu, un Dio metafisico analogo a Brahman, -tornarono a decomporlo in numerose sacre particole, ciascuna delle -quali conteneva intiero il loro Dio; sotto questo rispetto, Vishnu -si poteva dunque, nell'età brâhmanica, considerare come un vero Dio -universale, poichè in tutte le antiche manifestazioni degli Dei, -raccontate con nuove varianti brâhmaniche della setta vishnuitica, egli -appariva come l'inevitabile _Deus ex machina_. - - - - -LETTURA DICIASSETTESIMA. - -RUDRA-ÇIVA.[90] - - -Noi abbiamo già accostato Indra _Çiprin_ con Vishnu _Çipivishta_, -e notammo come _çipivishta_ fosse pure un appellativo dato a -_Rudra-Çiva_. _Rudra-Çiva_ raffigura specialmente il sole moribondo; -ma, poichè questo s'incontra con l'_astro_ lunare, lo stesso Dio solare -prese ben presto alcuno de' caratteri essenziali lunari, e specialmente -quello di generatore fallico, o di _phallos spogliato_, secondo il -senso che si diede alla parola _çipivishta_. Qui ancora è probabile che -a far di _Çiva_ un Dio fallico abbia, in parte, contribuito un equivoco -di linguaggio. Come Indra _çikhin_ o _çiprin_ prese pure nome nella -letteratura brâhmanica di _Çibi_ o _Çivi_, come Yâska prendeva equivoco -tra le voci vediche _çipi_, «raggio,» e _çepa_, «fallo, coda;» così non -mi pare improbabile che alla parola _çiva_ scambiatasi, per l'analogia -offerta dalla parola _çipivishta_, in _çipa-çepa_, siasi, sotto -l'influsso delle parlate prâcritiche, attribuito un senso intieramente -fallico, innanzi che altre occasioni esterne venissero a determinare -e svolgere maggiormente nell'Indra il culto del _phallos_ nella figura -del Dio Çiva. Ma _Çiva-Çipa_, che si riscontra per un verso con _çepa_, -per l'altro si accosta, per la mediazione naturale di _Çipivishta_ o -_fornito di çipi_, all'equivalente _çiprin_ (_fornito di çipra_ ch'è -_il ciuffo_); Indra _Çiprin_ è il Dio _col ciuffo_: Indra _Çiprin_ e -Vishnu _Çipivishta_ si rappresentano entrambi circondati dai Marut; ora -i Marut, il padre de' quali è Rudra, sono chiamati _hiranya-çiprâs_, -ossia _aventi un aureo ciuffo_. Ecco un primo carattere, per cui in -_Rudra-Çiva_ o _Rudra-Çiprin_ sembra indicarsi _il sole moribondo_, -ossia il sole col ciuffo. L'inno 43º del primo libro del _Rigveda_ -ci fa sapere che Rudra splende come il sole e come oro; Pûshan, in -cui ravvisammo già il sole moribondo, è spesso chiamato nel _Rigveda_ -con l'appellativo di _Kapardin_, e Kapardin, _dai capelli ispidi_, -dai capelli che vanno in su (a uso de' penitenti), è un appellativo -vedico e brâhmanico di Rudra e di Çiva. L'inno 114º del primo libro del -_Rigveda_, ove Rudra parrebbe identificarsi con quello stesso Vishnu -che, dopo aver negl'Inni vedici distrutto il cinghiale, apparirà esso -stesso, in una delle sue incarnazioni, nella forma d'un formidabile -cinghiale, il Dio Rudra circondato, come Indra, come Vishnu, dai -Marutas, si rappresenta qual rosso cinghiale celeste dall'ispido -pelo (_divo varâham arusham kapardimam_), ed è pregato perciò di -risparmiare i devoti mortali, e i loro figli, e i loro bestiami, e di -non distruggerli nell'ira sua. Nel primo inno del secondo libro del -_Rigveda_, Rudra, chiamato _asuro maho divas_, ossia _grande spirito -del cielo_, un equivalente di _Mahâdeva_ appellativo del Dio Çiva, -s'identifica esplicitamente con Agni e con Pûshan, onde si pare che la -sua propria natura è il fuoco del sole moribondo. Nell'inno 33º dello -stesso libro è pregato Rudra di non allontanare il sole dalla vista -degli uomini, altra prova evidente che si tratta d'un genio o Dio del -sole moribondo. Anch'esso, come il sole, sale sopra un carro; nell'inno -74º del sesto libro Rudra si trova invocato insieme col Dio Luno o -Soma, affinchè caccino insieme tutti i mali, mettano ne' corpi umani -tutti i rimedii, purifichino, allontanino la sventura (_Nirr'iti_), -liberino dal laccio mortale di Varuna, che è simile a quello di Yama. -Anche in quest'inno noi ci persuadiamo che il Dio dovea essere invocato -all'accostarsi della notte, quando la tenebra sembra farsi apportatrice -d'ogni male sopra la terra; si teme che Rudra sia complice di Varuna -o di Yama, e lo si scongiura; egli è supposto padrone di tutti gli -Dei, e il medico de' medici divini. L'inno 22º dell'ottavo libro -celebra gli Açvin, come numi splendidi, adorati il mattino e la sera, -che percorrono le vie di _Rudra_, ond'essi stessi vengono appellati -_Rudrau_ (_i due Rudra_, o _i due terribili_). - -Dalla nozione adunque che, presso il _Rigveda_, si ricava intorno a -Rudra, non par dubbia non solo la sua natura solare, ma in ispecie -quella di sole moribondo, che conviene pure, come già vedemmo, a Yama, -col quale Rudra-Çiva presenta parecchi caratteri simili, essendo -divenuto, com'esso, terribile e beato, infernale e paradisiaco, -distruggitore e riproduttore della vita. - -La nozione degli altri Vedi non distrugge punto, anzi conferma -eloquentemente questa impressione. Quando il _Yag'urveda bianco_ ci -dà come sorella di Rudra Ambikâ, e il suo _Brâhmana_ ci assicura che -Ambikâ è l'autunno, noi troviamo, come al solito, trasferiti al cielo -autunnale ed invernale i fenomeni del cielo vespertino e notturno. -Presso il _Çatarudriya_ dello stesso Veda Rudra appare, come Çiva, -nella qualità di _giriçanta_ o _abitante sui monti_, di _giritra_ o -_montanaro guardiano de' monti_, che è propria del sole al tramonto; -come _nîlagrîvo vilohitah_, ossia _rossastro dalla nuca azzurra_, -ossia la cui testa rossastra posa sul cielo azzurro; come _kapardin_ -o _dagli ispidi capelli arricciati_; come _harikeça_ o _dalla chioma -d'oro_; come _ushnishin_ o _fornito di diadema_; come _çipivishta_, -come _hiranyabâhu_ o _dalle braccia d'oro_; come _rohitah shtâpati_ -o _rosso artefice_, appellativo che ci richiama alla fucina del sole -che tramonta, ove siedono Tvashtar e Vulcano; come _stenânâm pati_ -o _signore dei ladri_ (i quali rubano, per lo più, sull'imbrunire, -quando il sole non illumina più, e la luna non illumina ancora la -terra; del resto, anche la luna è chiamata protettrice de' ladri, e -con essa si può confondere Rudra, in tale qualità, come si confonde -nella sua qualità di signore di tutti i rimedii, di tutte le erbe, -di tutte le piante, e delle foreste); come Pûshan (il sole moribondo) -guida il viandante verso la sua dimora, e custodisce le strade, così -la luna rischiara le vie, erra nella selva notturna, ed errandovi -la illumina; essa è il lumicino delle novelline popolari che guida -l'eroe o l'eroina, che si smarrì nella foresta, al palazzo incantato; -come ladro, e ingannatore egli stesso (aspetto che, nella Mitologia -zoologica, piglia specialmente la volpe che rappresenta il sole -moribondo, ossia l'aurora vespertina); come nano e come gigante; -come primo ed ultimo nato; come vecchio e come giovine, propizio -e terribile; fornito di rapidi carri, munito di dardi formidabili; -come compagno di Soma, col quale protegge le case, come _Paçupati_ -o _guardiano del bestiame_ (due qualità, con le quali Rudra torna -ad assimilarsi con Pûshan); come _çañkâra_ e _çiva_ o _propizio_, -due appellativi che distinsero quindi particolarmente il Dio Rudra; -e, al tempo stesso, come distruggitore e tormentatore (qualità che -distinse quindi, nella brâhmanica Trimûrtti, particolarmente il Dio -Çiva, ed ancora il Dio della guerra ch'è della stessa natura di questo -Rudra; ho già detto che il rosso di sera, nella superstizione popolare -subalpina, annunzia guerra); ad esso pertanto i devoti recitatori -del _Çatarudriya_, cioè al suo dente mortifero (come quello di Yama), -raccomandano e consegnano i loro nemici ch'essi odiano e dai quali sono -odiati. - -Parmi evidente che, per i poeti del _Yag'urveda_, sotto il nome del Dio -Rudra si raffiguri ancora il sole moribondo vespertino ed autunnale, -il Yama che di paradisiaco diviene infernale, il Yama che di primo de' -nati diventerà il primo de' morti e il Dio terribile che fa morire; -all'autunno, oltre il nome di Ambikâ sorella di Yama, ci richiama -il _Çatarudrya_, dicendoci che la pioggia è dardeggiata da Rudra. E -questo trasferimento di Rudra dal cielo vespertino al cielo autunnale -ci è pure confermato, oltre che dalla sorella di Rudra, Ambikâ, la -pluvia stagione autunnale, dalla moglie di lui Priçnî, la vôlta celeste -macchiettata, e, sovra tutto, dai figli di lui i Marut, i venti, i -quali come si levano la sera, quando il sole tramonta e spirano le -gelide brezze notturne, così ancora più formidabili si scatenano negli -aquiloni autunnali, nunzii ed apportatori terribili della tempesta -invernale, per tornare poi nel marzo nunzii di buon tempo: invocati per -la distruzione de' nemici, mentre, secondo un inno dell'_Atharvaveda_, -Dundubbi o il Dio tamburo tona per far loro paura. - -Per questa relazione strettissima che Rudra ha con l'oceano notturno e -con la stagione pluvia autunnale (esso è detto, presso il _Yag'urveda_ -e presso l'_Atharvaveda_, aver sede non meno nell'acqua che nel -fuoco; l'acqua dà poi il succo medicinale, salutifero alle erbe, -delle quali Indra è pure signore), e poi Rudra regna dappertutto; -onde si spiega pure il suo appellativo di _Çarva_, col quale esso -viene particolarmente celebrato nell'_Atharvaveda _. Così come Vishnu -risalì al _viçvam_, all'universo, e divenne Dio universale; così Rudra -si trasformò in Çarva, e come tale, scambiato _Çarva_ con _Sarva_, -ch'è pure uno de nomi di _Vishnu_ e di _Çiva_ (lo scambio fra _Çarva_ -e _Sarva_ appartiene già all'età vedica), si confermò e s'inalzò la -sua qualità di _Mahâdeva_, d'_Ica_, d'_Içvara_, di _Parameçvara_, -le quali riconosciute, _Rudra-Çiva_ dovea necessariamente pigliar -posto nella Trimûrtti, i componenti della quale si distinguono dagli -altri Dei minori specialmente pel loro carattere d'universalità; ma -poichè _Çarva_ non è già propriamente _il tutto_ (_Sarva_), ma _il -distruggitore_, il mahâdeva Rudra-Çiva rimase poi particolarmente -nella Trimûrtti col suo carattere di universale distruggitore, e -viene già scongiurato negli Inni vedici, affinchè non distrugga. _Ugra -terribile_ è uno degli appellativi, coi quali è invocato Rudra-Çarva -nell'_Atharvaveda_. Egli vi è celebrato come _çikhandin_ o _crestato_, -_fornito di ciuffo_, e munito di un arco del color dell'oro, col quale -_colpisce mille, uccide cento_; ed è pregato di tener lontano dalla -dimora dei devoti sciacalli, cani sinistri[91] e calve streghe; di -lanciare sopra altri che sopra i suoi devoti la sua arma terribile; di -non consumarli, di non ucciderli nè col veleno nè col fuoco, poich'esso -è padrone di tutte le erbe, ossia di tutte le acque che danno il succo -alle erbe, e di mettersi in collera contro di essi; di rivolgersi -contro gli animali mostruosi, contro i quali esso può liberamente -tirare; di scagliare altrove il fulmine (_Vidyut_). In questa qualità -di fulminante, Rudra padre dei Marut si identifica evidentemente con -Indra fulminante circondato dai Marut, il sole, chiuso nella nuvola -della tempesta, è egli stesso il fulminatore, mentre, secondo un altro -concepimento vedico, Indra trae dal sole o da Vishnu (avvolto ancor -esso dai Marut) il fulmine, per scagliarlo poi egli stesso. Avremmo -qui dunque in Rudra, non tanto il sole moribondo vespertino, quanto il -sole entrato nella stagione autunnale, che nelle tempeste dell'autunno, -circondato dai venti suoi figli, fulmina e tona, usurpando il supremo -ufficio di Indra, come altri ufficii vedemmo già essere stati ad Indra -disputati da Brahman e da Vishnu. È con le spoglie degli Dei vedici che -si rivestirono gli Dei brâhmanici, ogni nuovo Dio grandeggia a spese -degli Dei che l'hanno preceduto; e di questo divino travestimento gli -stessi Inni vedici ci lascian rintracciare le occasioni e le ragioni -celesti. Un inno dell'_Atharvaveda_, in cui Rudra è esplicitamente -identificato con _Mahâdeva_ e con _Içâna_, ossia con Çiva, ci avverte -come Rudra, per consenso di tutti gli Dei, fu convertito in arciere -celeste, qualità propria d'Indra, e poi di suo figlio Arg'una, ma che -s'attribuì quindi, come parmi, tanto più facilmente a _Çiva_, per -l'equivoco che dovette nascere tra le parole _Ìçvara_, che divenne -poi _il signore_ (ma che, in origine, significò _il penetrante, il -forte, il potente_), appellativo di Çiva, ed _Ishvâsa_ che vale -_l'arciere_. In una singolare leggenda del _Çatapatha Brâhmana_, -presso la quale si cerca dar ragione de' varii nomi di Rudra, figurato -come figlio dell'anno e di un'Ushas figlia di Ushas, ossia _Aushasî_ -(la primavera risponde all'aurora mattutina, l'autunno all'aurora -vespertina; l'_Aushasî_ madre di Rudra sembra identica alla _Priçnî_ -che gli è moglie, all'Ambikâ che gli è sorella), e che domanda gli si -dia un nome (poichè il neonato fanciullo indiano, secondo il vedico -_Çatapatha Brâhmana_, finchè non riceve un nome, non può essere -liberato dal male, credenza che ci richiama al dogma cristiano del -peccato originale portato via dalla cerimonia del Battesimo, nella -quale si dà al neonato fanciullo cristiano un nome che si spera possa -portargli fortuna), tra le forme che gli dovranno procacciare un nuovo -nome, troviamo pure indicata quella di _Parg'anya_, ch'è _il temporale_ -e _il Dio del temporale_, armato del fulmine, ossia della _vidyut_, -_della lampeggiante_. E poichè la stagione autunnale, invernale, -e la notturna, ossia la stagione umida, acquosa, è particolarmente -retta dalla luna, la leggenda del _Çatapatha Brâhmana_, tra le forme -di Rudra, ci offre pur quella di _C'andramas_, ossia del Dio Luno; -e poichè il Dio Luno si raffigura come un Prag'âpati o conservatore -per eccellenza _della progenie_, Rudra è anch'esso un Prag'âpati, -qualità che abbiamo già veduto appartenere a Brahman ed a Vishnu; -nella Trinità brâhmanica poi, Brahman è il _Prag'âpati_ procreatore, -Vishnu il _Prag'âpati_ conservatore della progenie; nella qualità di -_C'andramas Prag'âpati_, Rudra-Çiva piglia ancor esso il carattere del -Dio creatore universale, come pure in quella di _îçâna_ che lo stesso -_Brâhmana_ spiega come _sole_, poichè il sole regge l'universo e forse -in _îça_, _îçâna_, _îçvara_, appellativi di Rudra, la radice _îç_ è -stretta parente di _viç_ che entra in Vishnu, com'è certo la stessa -che occorre in _Ishma_, _il Desiderio_, e poi il Dio del Desiderio, -l'Amore, il Dio d'Amore, che, come violento, diviene poi il Dio della -Guerra; e _Kumâra_ uno degli appellativi del terribile Karttikeya -o Dio della guerra indiano, nel periodo brâhmanico, chiamato nel -_Mahâbhârata_ figlio di Rudra, è pure uno degli appellativi di Rudra -attribuitigli dalla leggenda del _Çatapatha _, il quale, pigliando -equivoco fra il nome di _çarva_ o _distruggitore_ e _sarva_ o _tutto_, -considera pure Rudra nella sua forma di _Sarva_, e la spiega, nel modo -seguente, ove l'imposizione del nome e il battesimo con l'acqua si -trovano accostati. Dopo aver dichiarato che _Rudra_ si chiama così, -da _rud_ «piangere,» poichè il fanciullo neonato piangeva, essendo -travagliato dal male, per non avere ancora ricevuto alcun nome che -glielo portasse via; dopo aver soggiunto che il neonato Rudra passò -nella forma di Agni, ossia del fuoco, perchè il fuoco è un _Rudra_, -ossia _uno che piange_, la leggenda continua: — Il fanciullo disse: «Io -sono più grande di tutto ciò che esiste; imponimi un nome.» Prag'âpati -rispose: «Tu sei Sarva.» Poichè egli ricevette, un tal nome, le acque -divennero la sua forma; chè Sarva si chiamano le acque (per l'equivoco -nato sopra la radice _sar_, onde _Sara_, _l'acqua_; il _Sarva_ poi -si congiunge etimologicamente col _Sarpa_; onde si spiega ancor -meglio come _Sarva_ sia un appellativo di Vishnu e di Çiva, come Dei -universali, e che Vishnu appaia pure più tardi nella forma di _Sarpa -Ananta_ spiegato per _serpe infinito_, ma scambiato probabilmente col -_Sarva Ananta_, ossia _con l'universo infinito_, di cui Vishnu è il -reggitore, il conservatore; _Vishnu ananta_, ossia _il tutto infinito_, -si rappresenta seduto sopra il _çesha_ che propriamente rappresenta -la parte), e le acque si chiamano _sarva_, perchè da esse nasce -ogni forma. — I nomi di _Paçupati_, o, com'è spiegato, _signore del -pascolo_, di _Ugra_ il «terribile,» di _Vâyu_ «il vento,» di _Açani_ -«il fulmine,» ec., che la leggenda attribuisce a Rudra, sono tutte -qualità speciali, caratteristiche date al Dio universale; la riunione -di esse costituì il carattere di _mahâdeva_ o _gran Dio_ Rudra-Çiva; -della sua qualità vedica di _distruggitore_ o _çarva_, nell'età -brâhmanica, si conserva frequente reminiscenza nel nome di _Sarva_, -che ha sostituito il _Çarva_, con significato di _universo_. In una -leggenda del _Çânkhâyana Brâhmana_ riferita per intiero dal Muir nel -quarto volume de' suoi _Sanskrit Texts_, il nascimento e l'imposizione -de' nomi a Rudra sono riferiti nel modo seguente: — Prag'âpati ha una -figlia di nome Ushas; questa si trasforma in una ninfa; Prag'âpati -la vede, e lascia cadere il suo seme genitale; quindi ei lo raccoglie -in un vaso d'oro, e ne nasce una creatura dai mille occhi, dai mille -piedi, dalle mille braccia[92] (oppure dalle mille saette fissate sulla -corda dell'arco). Il neonato si reca presso Prag'âpati e gli dichiara -ch'ei non toccherà cibo, finchè non riceverà un nome. Prag'âpati lo -chiama _Bhava_ od _essenza_, poichè Bhava od essenza sono le acque; -Rudra non è pago, e vuole un secondo nome; allora Prag'âpati: «Tu sei -_Çarva_,» poichè Agni (il fuoco) è _Çarva_ (ossia _struggitore_); il -terzo nome ricevuto da Rûdra è _Paçupati_ o _il signore del pascolo_, -perchè Vâyu o _il vento_ è Paçupati; il quarto nome è _Ugradeva_, -poichè Ugradeva o _il Dio terribile_ sono le erbe e le piante (qui è -evidentemente avvenuto uno scambio per errore del commentatore, poichè -_Ugradeva_ è il nome che conviene a Vâyu, e _Paçupati_, o _signore del -pascolo_, è invece il nome che conviene alle erbe ed alle piante); il -quinto nome è _Mahâdeva_ o _gran Dio_, perchè _gran Dio_ è _Âditya_ -(ossia _il sole_, Vishnu); il sesto nome è _Rudra_, perchè Rudra è pure -_la luna_ (_C'andramas_); il settimo nome è _Îçâna_, poichè Îçâna è il -cibo (_annam_, per l'equivoco probabile nato fra _îçâna_ ed _açana_, -ch'è _il cibo_); l'ottavo nome è _Açani, il fulmine_, perchè Açani -(come Dio fulminante) è Indra. — Nel _Yag'urveda nero _Agni-Rudra è -già paragonato al tigre vorace, che divorerebbe il sacrificatore, se -questo non lo placasse con le oblazioni; il fuoco sacrificale è quel -tigre vorace sulla terra; e il sole moribondo sulla montagna, che -attira a sè, è il tigre celeste, che troviamo quindi rappresentato, nel -periodo brâhmanico, presso Çiva e Parvatî. Tuttavia l'insegna propria -di Rudra-Çiva tra gli animali è particolarmente il toro, emblema -essenzialmente lunare, onde Çiva viene pure rappresentato con la luna -in fronte; e questo suo associarsi e quindi identificarsi con l'astro -lunare dovette poi concorrere, in gran parte, a convertire Rudra-Çiva -in un Dio fallico, che offre un singolare contrasto con la qualità di -distruggitore rappresentata nella Trinità brâhmanica da Çiva. Il vedico -Rudra non ha ancora caratteri paradisiaci; egli è essenzialmente un -violento, un terribile armato, che gli uomini temono, quanto amano -invece Indra. La grandezza d'Indra spiegasi particolarmente nel -cielo primaverile, in cui si mostra circondato dai venti di marzo; le -tempeste di primavera, nelle quali Indra fulmina e tona, annunziano il -ritorno del bel tempo; gli Açvinau, i due gemelli, i due pesci, sono -compagni propizii d'Indra. Gli stessi Açvinau accompagnano Rudra, ma -essi sono gli Açvin autunnali (_Rudrau_), dai quali, anzi, un mese -dell'autunno s'intitola _Âçvina_; e i Marut dell'autunno non hanno -più la stessa natura dei venti di marzo; essi sono aquiloni funesti, -infernali; il loro potere perciò è temuto, come quello di Rudra loro -padre, il quale, congiungendosi nella notte e nell'inverno con l'oceano -acquoso, in esso trova poi ogni maniera d'umori, i salutiferi ed i -velenosi, onde esso può pure far concorrenza agli Açvin, come supremo -medico, ossia medico de' medici. È nel suo incontro con l'ambrosiaco o -dionisiaco Soma, con l'astro lunare, che Rudra acquista natura benigna, -fallica insieme e paradisiaca, offrendo in sè quello stesso duplice -carattere, che abbiamo già avvertito in Yama, Dio al tempo stesso -de' beati e de' dannati, infernale e paradisiaco. Ma la letteratura -vedica ci presenta Yama sotto un aspetto _particolarmente propizio_, -come Rudra sotto un aspetto _specialmente formidabile_; si direbbe -che dalla riunione di queste due persone vediche siasi formato, in -gran parte, per l'occasione di un equivoco nato sulla parola çiva, il -duplice Çiva brâhmanico (il cui carattere propizio è essenzialmente -fallico), come vedemmo già che dallo scambio sicuro di _Çarva_ con -_Sarva_, e forse quello d'Îç-a con Vish-nu, si costituì la grandezza -di Mahâdeva, che assunse anch'esso il carattere di fallo universale. La -_Çvetâçvatara Upanishad_ rappresenta Rudra come _signore dell'universo_ -(_viçvâdhipa_), generatore del primo _germe d'oro_ (_Hiranyagarbha_) -increato esso stesso, quantunque altre volte si rappresenti al pari -di Yama qual primo de' nati e primo de' morti, o pure come figlio -di Prag'âpati e di una forma di Ushas. Nell'_Atharvaçiras Upanishad_ -Rudra è celebrato come il Dio universale, eterno e non eterno, eterno e -primevo, visibile ed invisibile, maschio e femmina, principio e fine; -così si combinano le sue due nature di creatore e di distruggitore, -poich'egli è tutto e dappertutto; _nel tempo del fine_ (_antakâle_), -dice la _Upanishad_, egli distrugge tutti i mondi. Con simile carattere -universale è chiaro che Rudra possa raccogliere in sè solo gli aspetti -di tutti gli Dei. La _Kaivalya Upanishad_, secondo l'estratto che ne -diede il professor Weber negli _Indische Studien_, c'insegna che Rudra -è lo sposo di Umâ, è Brahman, è Çiva, è Indra, è Vishnu, è lo Spirito -(_Prâna_), è l'anima, è _Parameçvara_, ossia il _supremo Signore_. -Da tutti questi indizii vedici, e da quegli altri più copiosi che -lo studioso può trovare diligentemente raccolti nel IV volume dei -_Sanskrit Texts_ del Muir, a quale conclusione si può egli arrivare -intorno alla propria natura di Rudra-Çiva? — A nessuna affermazione -esclusiva ed assoluta. - -Quando si parla di Çiva, vuolsi concepire sotto molteplici forme; la -più antica è quella del violento vedico Rudra generatore dei venti, -che nel cielo vespertino e autunnale, e, più di rado, mattutino e -primaverile, appare ora malefico, ora propizio, ora promettitore di -bel tempo, ora di tempo malvagio; come vi sono due Açvin, come vi -sono due Yama, così vi sono due Rudra, l'uno _Çarva o distruggitore_, -l'altro _Çiva_ o _felice_. Ma il _Çarva_ divenuto _Sarva_ (_universo_) -prese aspetto d'un Dio universale simile al Creatore Brahman; e -_Çiva_, confusosi forse col _Çepa_ o _Çipivishta_, converti facilmente -il Dio universale Creatore in un Dio fallico. Il Çiva del periodo -brâhmanico conservò alcune delle qualità del terribile Rudra-Çarva; -ma, per i contatti con le popolazioni dravidiche, quasi a liberarsi -dai maleficii del Çiva distruggitore, gli indigeni finirono poi col -venerare specialmente il Dio fallico, il _liñga_, che dovea mantenere -la generazione, e impedire così che il _Sarva_ fosse distrutto dal -_Çarva_, ossia che il Mahâdeva creatore annientasse l'opera propria. -Ed ora, per proseguire, dovremmo entrare, alla nostra volta, nella -regione della metafisica, ai confini della quale ho, invece, desiderato -arrestarmi. Se io l'ho pur tuttavia, in qualche maniera, sfiorata, -siami di scusa la stessa classificazione da noi fatta degli Dei -vedici, i quali tutti, senza eccezione, hanno bensì una base fisica, -ma non sì che alcuni di essi non accennino già ad una imminente -trasformazione della loro natura mitica in natura teologica, anzi -non dimostrino ad evidenza che la trasformazione è già incominciata; -e, contemporaneamente al Dio teologico, ossia all'astrazione suprema -dalla realtà, nasce nel culto il grossolano idolo fallico. Fra il mondo -teologico e il mondo della materia inconsciente, che sembrano assai -lontani e pure si toccano, sta il mondo mitico, ossia il mondo ideale, -il mondo poetico, il mondo delle realtà luminose che si agitano perenni -nella vita dello spirito. - - - - -LETTURA DICIOTTESIMA. - -CONCLUSIONE. - - -Noi siamo giunti al fine della nostra breve peregrinazione a traverso -l'Olimpo vedico, contemplando la figura di Rudra-Çiva. Noi abbiamo -considerato il primo aspetto del Dio; per studiare, nella sua -interezza, il secondo, dovemmo mutare d'ambiente storico, e però -necessariamente d'ambiente mitico. Poichè, ammesso ciò che non si nega -più da ogni mitologo intelligente, risultare il mito dal linguaggio -insieme e dalle idee che quel linguaggio esprime, ossia dalle immagini -figurate ed animate del linguaggio, poichè le idee si trasformano -insieme con le parole, anche le mitologie passano necessariamente -per stadii diversi. Così nell'India abbiamo collegate fra loro e pure -distinte due mitologie, la vedica e la brâhmanica, come abbiamo due -civiltà, e due lingue fra loro collegate e pure distinte, la vedica -e la brâhmanica; a queste due lingue, civiltà e mitologie, se ne -potrebbe ancora, nell'India, aggiungere una terza, ch'è la lingua -sacra, la civiltà, la mitologia buddhistica. E, col trasformarsi delle -mitologie, anche le religioni che posano sopra di esse, si modificano. -La mitologia vedica s'accompagna con un culto religioso de' fenomeni -più splendidi e delle forze più temute della natura; la mitologia -brâhmanica che ingigantisce gli Dei senza farli più luminosi e più -venerabili, si accompagna con una idolatria mostruosa; la leggenda -mitica spirituale del Buddha porta alla sua suprema esagerazione -l'ascetismo. Ogni età storica ha un suo carattere particolare; se vi -è capacità morale in una razza di creare il mito, e se questa razza -può contare più di una età storica, essa muterà necessariamente di -mitologia e di religione col mutarsi di civiltà e di linguaggio. Ma, -come nessun linguaggio è così distinto dal suo predecessore da farlo -dimenticare, così nessuna nuova mitologia fa intieramente dimenticare -l'antica, da cui si è svolta. Accade nella successione mitologica -quello che si osserva nella successione ereditaria di padre in figlio. -Certamente l'eredità che il figlio riceve dal padre o dagli avi, è -gran parte del suo organismo; ma, poichè l'educazione di questo nuovo -organismo è inevitabilmente diversa da quella che ricevette l'organismo -precedente, poichè i mezzi, coi quali il figlio vive e l'ambiente -storico, in cui si agita, sono diversi da quelli, coi quali visse -e in cui s'agitò il padre, per questa sola diversità d'educazione, -di mezzi e d'ambiente si produce un nuovo carattere morale. Così il -carattere mitologico appare diverso secondo le età storiche, nelle -quali si manifesta. Ebbe quindi ragione il professor Adalberto Kuhn, -uno de' fondatori illustri della Mitologia comparata, in un recente -suo notevole discorso letto all'Accademia delle scienze di Berlino -(_Ueber Entwicklungsstufen der Mythenbildung_), di negare l'esistenza -di un solo periodo mitico. Tuttavia, se si devono ammettere parecchi -periodi di creazione mitica, chè, negandoli, si negherebbero all'uomo -moderno intieramente quelle facoltà poetiche, ideali, inventive, che -si riconoscono all'uomo primitivo, non bisogna poi dimenticare le -ragioni, per le quali l'uomo primitivo era più atto dell'uomo civile a -creare il mito, e le ragioni, per le quali un mito elementare che si -lasciava creare da un uomo primitivo, non si potrebbe più inventare -da un uomo incivilito. Per crear miti è necessaria molta ingenuità, -e la molta ingenuità s'accompagna per lo più con la molta ignoranza; -l'entusiasmo poetico che si sente innanzi alla natura è ancor esso una -illusione creata da una specie d'ignoranza; il poeta vede nell'aurora -la fanciulla che sparge rose, che apre con rosee dita la finestra -d'oriente; lo scienziato considera attentamente il fenomeno, lo -sottopone ad una fredda analisi, calcola la distanza ed i riflessi de' -raggi solari sopra un cielo simile ad una vôlta azzurra, ma che non -è in realtà nè azzurro nè vôlta, e si mostra solo con quel colore, -con quella forma alla nostra vista ingannata; e, arrivato a quella -conoscenza, lo scienziato non solo non crea più alcun mito sopra -l'aurora, ma non lo lascia più creare. Perciò mi convien ripetere -quello che ho già affermato nell'aprire queste letture; se si creano -ancora miti, il solo che li crea è il popolo, perchè più ingenuo e -più prossimo alla natura; i poeti cittadini possono guastare i miti, -con la pretesa di abbellirli, di ornarli, come fece Ovidio con le -sue _Metamorfosi_, ma non già creare alcun mito vivace. Se vi furono -dunque parecchi periodi storici, ne' quali si crearono ordini diversi -di miti, convien pur sempre ritenere che nessun terreno, nessun tempo, -nessun linguaggio tra quelli che conosciamo fu più propizio alla -creazione dei miti, che il terreno, il tempo, il linguaggio vedico. -Noi siamo richiamati ad una regione, nella quale i fenomeni naturali -si manifestano più ricchi e più grandiosi, ad un'età patriarcale, -ad un linguaggio particolarmente agile, vivace e trasparente. Io ho -detto esser necessaria molta ingenuità per creare i miti, ma s'intende -che questa qualità negativa non basterebbe da sola a produrre altro -che facili e volgari idolatrie; ma il popolo che cantava gl'Inni -vedici aveva ancora un sentimento vivacissimo, ed una immaginazione -ardente, due qualità necessarie a produrre l'entusiasmo poetico, -primo artefice di miti. Dico primo e non unico. Poichè, come ho già -avvertito più volte, e, come spero aver dimostrato con un sufficiente -numero di esempi, un gran numero di miti nacque sopra un solo equivoco -di linguaggio. Quando noi tra le opere indiane ne troviamo una che -ci reca i mille appellativi di Vishnu, un'altra che ci offre i mille -appellativi del Sole, da questa ricchezza d'appellativi attribuiti ad -un solo essere mitico comprendiamo insieme tre cose: 1ª che quella -ricchezza d'appellativi è prova della potenza immaginativa, ossia -poetica, del popolo che sapeva inventarli; 2ª che, diventando quegli -appellativi figure mitiche distinte, un solo Dio poteva moltiplicarsi -e trasformarsi tante volte, quanti erano i suoi appellativi poetici; -3ª che scambiandosi l'uno con l'altro gli appellativi di uno stesso -Dio, o, come più spesso avvenne, l'appellativo d'un Dio con quello d'un -altro, essendo impossibile che alcuno degli appellativi dati in gran -numero ad un solo Dio non ritornasse come appellativo proprio d'alcun -altro Dio, da questo scambio nasceva un equivoco, e da questo equivoco -molte volte un intiero ordine di miti. E gli equivoci possono essere -diversi secondo le età; vi sono, per esempio, equivoci spontanei, -come quello che nasce fra la nuvola e la montagna, fra i due Krishna, -il vedico ed il brâhmanico, fra la Pr'ithivî celeste e la Pr'ithivî -terrestre; vi sono equivoci per ignoranza mista ad un po' di malizia, -come abbiamo veduto essere quello nato tra gli stessi poeti vedici -sopra la parola _çipivishta_; vi sono finalmente equivoci originati -dalla ignoranza de' commentatori, e questi, come sono della peggiore -specie, così alimentano una mitologia grottesca, massiccia, che vive -alle spese della credulità del volgo, ma non contiene in sè stessa -alcun germe vitale. Ma, se gli equivoci d'un'età sono diversi da quelli -d'un'altra, la tendenza a crear miti per mezzo di equivoci è un fatto -antico e costante. Nuovi miti possono certamente apparire nella storia, -e vi sono alcuni miti recenti, come ve ne sono moltissimi antichi. Il -voler pertanto spiegare ogni mito col richiamarlo, come a sua prima -fonte immediata, ai miti vedici, sarebbe sicuramente impresa temeraria; -poichè il nostro linguaggio non rimase inerte dall'età, in cui si -produsse nelle sue primitive forme ariane, convien supporre che esso, -svolgendosi, abbia pure creato la sua parte di miti caratteristici. Ma -ciò che importa a noi, quando accostiamo un mito occidentale ad un mito -orientale, non è già il mostrare la provenienza di quello da questo, -sebbene, per parecchi miti europei, sia necessario il riconoscere -la loro provenienza asiatica, non essendo possibile l'ammettere che -gli Europei togliessero dall'Asia il loro linguaggio privo di ogni -contenuto mitico, che vorrebbe dire privo d'immagini poetiche, ma sì di -ritrovare una sola legge costante nella generazione di miti conformi. - -De' miti gli uni sono antichi ed ereditarii, gli altri sono moderni -e nostri; degli ereditarii gli uni sono di origine orientale, gli -altri nazionali. Come confrontiamo gli antichi nostri miti con gli -orientali, così è utile il confrontare anche i moderni, fondati sopra -lo stesso principio di produzione mitica. Io ho già citato il _vin -di nuvoli _del linguaggio popolare toscano e piemontese, con cui si -esprime l'acqua piovana; ecco un mito moderno, che ho creduto di poter -riscontrare nel mito indiano equivalente di _Kabandha_, ossia della -nuvola barile, sebbene certamente il contadino toscano e piemontese non -abbiano avuto bisogno d'alcuna nozione tradizionale per immaginare il -loro mito. Così, quando in Piemonte piove da molti giorni, suolsi dire: -_tempo di Dio seguita_; quando una tale espressione non sia derivata -dalla tradizione biblica del Diluvio, quel _Dio_ fatto sinonimo di -pluvio ci richiama al cielo, ossia al Giove pluvio, e questi alla -sua volta si ricongiunge col vedico _Dyu, Dyaus_, col cielo medio, -che, sotto il nome d'_Indra_, diviene pluvio. Ecco una foggia di mito -ereditario, il quale può essere nato sul suolo italiano, come derivato -dal suolo asiatico; ma qualunque sia la sua antichità, la espressione -del linguaggio piemontese vuol essere considerata come un vero mito, -ed un tal mito è della stessa natura di quelli che i poeti vedici ci -hanno descritti; e merita pertanto che il psicologo comparatore se ne -occupi. Quando il dotto mitologo Mannhardt, nel suo bel saggio _Sui -demonii del grano_, mi fa conoscere che il popolo tedesco conosce -pure un demonio delle patate, sono lontano, non ignorando come sia -moderna la coltura di questa pianta in Europa, dal voler inferire che -bisogna ricercare ne' miti primitivi un demonio delle patate; bensì, -invece, argomento che un'antica nozione mitica, secondo la quale -gli esseri demoniaci penetravano nelle piante per mandarle a male, -mantenutasi viva nella tradizione popolare tedesca, prese una nuova -forma speciale sopra un nuovo oggetto; e non commetto quindi nessun -arbitrio, quando ricerco pure nel demonio delle patate una prova della -persistenza che hanno i miti ariani nella loro stessa varietà. Egli -era, per lo stesso principio critico, che, or sono ben sei anni, da -questa stessa cattedra, discorrendo del ciclo epico Carolingio, io, -pure nell'ammettere il concorso occasionale di nuovi elementi storici -francesi alla formazione dell'epopea Carolingia, osai riscontrare -i nuovi eroi medioevali coi loro antichi fratelli mitici indiani. -Lasciate che critici di mala fede vengano a provocare le risa del volgo -con la stolida accusa che tutte le tradizioni popolari odierne siano da -noi spiegate coi soli miti vedici, dai quali, secondo essi, li facciamo -immediatamente discendere; con avversarii di tal natura sarebbe sterile -ogni lotta; ma, questo m'importa bene che fermiate nella mente: che -se vi sono degli stadii diversi di forme mitologiche, vi è continuità -e identità di principio che le governa e ne determina lo svolgimento. -La difficoltà maggiore sta, senza dubbio, nel determinare se un -fatto mitico sia antico o moderno, indigeno od importato; e, in tale -ricerca, spesso l'acume dello storico delle mitologie non basta, poichè -mancano ancora a questa storia segreta del genere umano, contenuta -ne' miti, troppi documenti; ma, se non si può sempre determinare la -provenienza d'un fatto mitico, la sua sostanza mitica non può essere -contestata se non dalla molta mala fede o dalla molta ignoranza degli -ostinati oppositori della Mitologia comparata. Accettando, pertanto, -in massima il principio stabilito dal professor Kuhn nella sua dotta -dissertazione, per temperare l'opinione che gli parve un poco troppo -assoluta del professor Max Müller, il quale poneva l'origine de' miti -nella sola sede originaria asiatica della stirpe indo-europea, parmi -che convenga, anzi tutto, fare una distinzione molto viva tra i miti -primarii ed i miti secondarii; i miti primarii, o espliciti od in -germe, furono portati tutti dalle sedi asiatiche in Occidente; inoltre, -nello stadio de' miti secondarii, per quanto lontani ed isolati, vuolsi -riconoscere sempre una stessa legge o meglio un complesso di leggi, -di formazione mitica, legge o complesso di leggi, in cui trova la -sua ragione scientifica la Mitologia comparata, e senza la quale essa -riuscirebbe ad uno studio vano e capriccioso. - -Con tale opinione ch'io sono venuto formandomi intorno alla scienza -che qui ci occupa, io non vi renderò altra ragione del metodo che, -in questo primo corso di Mitologia vedica, mi è sembrato di dover -seguire. La mitologia vedica somiglia tuttora ad un vasto mosaico senza -disegno composto di pietre preziose. Io ho tentato di dare una prima -distribuzione critica alla materia, classificando, in letture distinte, -gli Dei più eminenti dell'Olimpo vedico. Incominciai col dimostrarvi -come, da prima, le sole forze della natura fossero cantate col loro -proprio nome, come dalla poesia che le cantava siasi naturalmente -disegnata la prima mitologia, ossia come sopra i fenomeni celesti siano -nati gli Eroi divini. Tentai quindi indicare quale fosse il principale -fenomeno rappresentato dal Dio eroico, e come da questa figura divina, -per un concepimento più largo, più grandioso, più universale della -totalità de' fenomeni celesti, sia sorto, dopo il Dio eroico, il Dio -astratto o metafisico; ma di questo stesso Dio metafisico tentai pure -determinare il limite fisico probabile, sopra il quale s'innalzò; così -che per noi rimarrebbe, dalla caratteristica che abbiamo data agli -Dei vedici, persuaso che tutta la mitologia vedica ne' suoi tre stadii -ha un solo fondamento fisico, e che la fisica, la quale muove gli Dei -vedici, è la sola fisica celeste. Nella brevità de' limiti concessi a -queste mie letture, io non potei recare nè molte nozioni nuove, e nè -pure tutte le nozioni già aperte agli studiosi vedisti intorno agli Dei -dell'Olimpo vedico; ma spero bene aver fatto abbastanza per rilevare -e stabilire di ciascun Dio il suo carattere eminente, come desidero -non essermi ingannato in quelle nuove interpretazioni che ho cercato -proporvi di certi nomi e fatti mitici. S'io avessi inteso a divertirvi -con una pomposa descrizione dell'Olimpo vedico, l'India non mi avrebbe -negato i suoi colori per farvene una splendida rappresentazione. -Ma, se mi lusingherei che m'avreste prestato più fida e più animata -attenzione, sentirei vergogna di me stesso, ove, per raccogliere -fugacemente un vantaggio artistico, fossi venuto a tradire un mio -grave dovere come studioso. Un poeta potrebbe certamente con gli Dei -del _Rigveda_ comporre un panteon glorioso, e riempirlo d'armonia e -di luce; ma pel critico, che attraversa gl'Inni vedici, questa luce -e quest'armonia non appaiono punto costanti; vi sono sprazzi di luce, -vi sono momenti di serena tranquillità; ma, al di fuori dell'idillio -degli Açvin e dell'Aurora, e delle battaglie d'Indra, nessuna impresa -mitica si trova illuminata nel _Rigveda_ di piena luce, onde, facendo -parlare il solo testo, vi possiate appassionare per quegli Dei; alla -lirica vedica mancò il suo epico Omero; e tra i poeti vedici e gli -ellenici corre questa differenza, che i primi sono in atto di creare i -loro Dei, i secondi già intenti ad ornarli; se il mondo vedico si fosse -potuto continuare, in modo immediato, nell'India gangetica, forse que' -stessi poeti che scrissero il _Râmâyana _ed il _Mahâbhârata_ sarebbero -riusciti, con la loro mirabile potenza artistica, a completarci in modo -più grandioso e poetico la figura degli Dei vedici; ma questo secondo -periodo di elaborazione mitologica per mezzo dell'arte mancò all'India; -fra il periodo lirico delle tribù e il periodo epico delle caste corre -uno spazio di tempo enorme, nel quale i miti vedici o si pèrdono o si -corrompono; quando il _Râmâyana_ ed il _Mahâbhârata_ furono scritti, -alla società patriarcale vedica era già sottentrata la società castale -brâhmanica, e coi moncherini degli Dei vedici s'erano già fabbricati e -collocati molto visibilmente, in forme strane, grottesche ed immobili, -sopra la terra, idoli giganteschi e mostruosi. La mitologia vedica può -quindi constare di soli bei frammenti; mia industria presente fu di -dare a tali frammenti qualche ordine logico, e di argomentare a quale -intiero organismo divino un tal frammento possa ricongiungersi nella -storia de' miti, ossia in quale famiglia mitica abbia trovato il suo -più probabile svolgimento. Fu lavoro delicato e, lo confesso, pieno -di pericoli; ma non sarà, io spero, di vergogna a me l'averlo tentato, -nè d'intiero perditempo a voi l'aver tenuto dietro a queste indagini, -sopra un terreno ancora tutto ingombro di sassi e di spine, ma dove non -vi è viaggiatore volonteroso che non possa incontrar qualche fiore. - - - FINE. - - - - -INDICE ALFABETICO - -de' Nomi e delle Cose principali che si contengono nelle presenti -Letture. - - -A - -Ab-ovo, pag. 127. - -Acciecato (il sole Bhaga), 81, 165, 212, 213, 215, 220. - -Accipiter, 145. - -Acqua, 46, 48, 49, 75, 78, 119, 120, 121, 122, 125-143, 144, 176, 203, -212, 216, 232, 233, 235, 238, 239, 252, 280, 281, 292, 299, 321, 322, -323. - -Adamo, 111, 219, 236, 237. - -Aditi, 43, 46, 48, 66, 76, 77, 80, 87, 106, 172, 195, 196, 197, 201, -252, 254, 302. - -Âdityâs, 43, 76, 87, 195, 252, 254, 302, 322. - -Adri, 115. - -Afrodite, 145, 153, 154, 194, 218. - -Agastya, 159. - -Ag'a, 275. - -Agni, 84, 85, 109, 124, 125, 128 (correggasi garbhah), 133, 134, 140, -148, 150, 154, 155, 196, 242, 266, 271, 276, 295, 305, 314, 321, 323. - -Ago meraviglioso, 98. - -Ag'o Bhaga, 119. - -Agonj, 109. - -Ahanî, 46, 48, 66. - -Ahalyâ, 192, 193, 194. - -Ahi mostro trattenitore, e l'avaro dell'adagio popolare italiano, 18, -201, 202, 266. - -Ahuramazda, 249, 254. - -Aksha, 139. (Cfr. quello che si dice nell'_Indice_, pag. 344, sotto -la voce _Div_, intorno al valore di _lusingare cogli occhi_, che ha in -russo questa radice.) - -Akshakâmâs, pag. 136. - -Alba, 57, 207. - -Albero di Natale, 110, 145; fuoco nato dalla punta degli alberi, 111, -114, 115. - -Albero paradisiaco e cosmogonico, 241, 289, 292. - -Ali dei venti, 150. - -Allievo del diavolo, 169, 172, 173, 174. - -Amari Michele citato, _Dedica_, iii. - -Amazzone vedica, 68, 69, 70. - -Ambikâ, 315, 317, 319. - -Ambrosia, 47, 48, 57, 68, 106, 107, 129, 173, 176, 177, 178, 182, 190, -198, 199, 200, 241, 251 (umore ambrosiaco), 259, 260, 281. - -Amore, 98, 99, 100, 104, 153-158, 194, 218, 305, 308, 320. - -Amuleto, 172. - -An, anala ed anila, 147; anemos, 147; anima, 147; immortalità -dell'anima, 244-247. - -Ananta, 303, 321. - -Anavadyâ, 137. - -Ancora, 219, 221, 222. - -Andra, 188, 189. - -Añga, 290. - -Angeli, 136, 243. - -Añgiras, 93, 99, 104, 129, 168, 290, 291, 296. - -Anhro Mainyu, 249, 250. - -Animali mitici, 38, 94, 117, 161. - -Ança, 76. - -Antakâla, 324. - -Antar, Antara, Antari-ksha, 188, 189, 190, 277, 289, 295, 304. - -Anumati, 93, 95, 98, 99, 101, 104. - -Anyatahplaksha, 141. - -Apâd açirshâ, 117. - -Apâlâ, 68, 106, 173, 199, 211. - -Apâm napât, 120. - -Apollo, 228. - -Apsarâs, 64, 129, 134-143, 148, 193, 203, 288. - -Ar, 156, 157. - -Ara, 157. - -Ârâ, 83. - -Aracne (Tela d') nella mitologia, 51, 98. - -Arai, pag. 156, 157. - -Aramati, 101, 102. - -Aranî, 109, 110, 117, 291. - -Aranyânî, 94, 95, 97. - -Arbuda, 201. - -Arco ed arciere, 157, 319. - -Ares, 154-159, 230. - -Arg', 79. - -Argo, 192. - -Arg'una, 178, 262, 263, 265, 319. - -Arhant, 288. - -Ari, 157. - -Arkatridhâtu, 305, 307. - -Armonia divina, 91, correggasi alla quinta linea: invece di _secondo le -quali_, leggasi _senza le quali_. - -Arpia, 265. - -Artemis, 93. - -Artisti vedici, 172, 174. - -Aruna-Arusha, 261. - -Arva, 135, 139. - -Aryaman, 76, 80, 81, 82, 87. - -Açani, 321, 322. - -Açman, 115, 202. - -Açu, 162. - -Açva: mobilità di questa voce, 16, 59, 60, 61, 62, 162, 163, 172, 206. - -Açvahayo rathânâm, 83. - -Açvina, 323. - -Açvin, 43, 63, 67, 70, 86, 101, 122, 132, 138, 153, 157, 164, 200, 201, -205-232, 235, 236, 238, 239, 252, 263, 266, 269, 306, 315, 323. - -Asamati, 49. - -Ascetismo, 295, 298. - -Ascoli G. I. citato, _Dedica_, vi, 26, 281. - -Asino, 135, 171, 259. - -Asmodeo, 225. - -Asura ed Ahura, 32, 249, 314. - -Asurâs, 197, 201, 251-269, 308. - -Asuratva, 254. - -Atman, 147, 150, 277. - -Atmosfera, 188. - -Atri Saptavadhri, 212. - -Atlante, pag. 127, 128, 273, 290. - -Attonito, 183. - -Atharvan, 117. - -Athênê, 71, 101. - -Atithi, 117. - -Aurora, 42, 43, 48, 50, 53, 55-72, 74, 75, 87, 88, 89, 98, 100, 102, -116, 127, 137, 138, 140-143, 152, 153, 154, 162, 164, 165, 169, 180, -195, 201, 206, 207, 209, 211, 214, 215, 238, 266, 269, 279, 294, 319, -322. - -Aurnabhava, 208. - -Aushasî, 319. - -Autunno, 317, 319. - -Avaro che crepa: adagio mitico italiano, 18. - - -B - -Bagat, 81. - -Bagnante (La), 65. - -Bahvaçva, 138, 139. - -Baka o Vaka, 254. - -Bakura o Vakura, 253. - -Bali Vairoc'ani, 254. - -Ballo e ballerine celesti, 64, 135, 136. - -Barh, 285. - -Bastone mitico, 281, 291. - -Battesimo e Diluvio, 225-232; Battesimo e Cresima, 241, 242; battesimo -e imposizione del nome, 320; porta via il male, 321. - -Baudry Fed. citato, _Dedica_, VI, 60, 188. - -Beda, 219. - -Befana, 12, 13. - -Bellum, 156. - -Benedizione dei vecchi, 81. - -Benfey Teodoro citato, 63, 150, 189, 253. - -Bhadiâ, 195. - -Bhaga, 66, 76, 80, 81, 82, 88, 102, 227. - -Bhag'ya, 227. - -Bhava, 322. - -Bhîma, 150, 158, 178, 198. - -Bhrâtar e Bhartar, 238. - -Bhug'yu, 225, 226, 227, 230. - -Bhr'igu, 156. - -Bhûmî, pag. 39, 43, 50; il Bhûmideva, 41, 49, 50, 53. - -Bhûrig'anma, 116. - -Bhûs, 280. - -Bhuvas, 280. - -Bilancia funebre, 245. - -Bodhayantî, 71. - -Bog, 76. - -Bopp Francesco citato, _Dedica_, iv, vi. - -Bosco, 109. - -Bois, 109. - -Brahma, 282. - -Brahmac'ârin, 260, 293. - -Brahmac'odânî, 83. - -Brahmaloka, Indraloka, 287. - -Brahman, 33, 78, 126, 163, 167, 178, 191, 192, 193, 223, 226, 249, 267, -270, 271, 273-298, 299, 304, 305, 306, 311, 319, 320, 324, 325. - -Brahmanaspati, 33, 79, 167, 178, 285-300, 311. - -Brahmânda, 126, 285. - -Brahmanvantas, 255 (nel suo significato primitivo, la parola potè -esprimere tanto i vasti, quanto i celesti). - -Brahmâstra, 287. - -Bréal Michele citato, _Dedica_, vi, 189, 203. - -Brutta (La) divien bella, 68, 69. - -Br'ih, 294. - -Br'ihadrathâ, 61. - -Br'ihaspati, 285-300. - -Buddha, 328. - -Buddhi, 71. - -Buddhismo in opposizione alle credenze vediche, 246. - -Buffalo, 308. - -Burnouf Eugenio citato, 224. - -Burro, 48, 57, 137, 282. - -Busslaieff Teodoro citato, _Indice_, alla pag. 344, sotto la voce _Div_. - - -C - -Caco, 203. - -Cagnolino di Bretzwill e di Bretten, scherzo discusso in tutta -l'_Introduzione_, 1-10. - -Calore e moto: la luce si distende, 45, 278. - -Calvo, pag. 309, 310, 318. - -C'andra, 93 (non _Candra_), 105, 106. - -C'andramas, 105, 320, 322. - -Cani di Yama, 239, 240, 242; cani ululanti, 318. - -Capre invece di _cavalli_, 83, 84, 275. - -Capelli (del sole), 309 (nella notte il capelluto diviene privo di -capelli, ossia calvo; il sole cedè il posto alla luna; e datosi alla -parola çipi il valore di organo della generazione, il _Çipivishta -_riuscì non solo il calvo, ma l'eunuco), 314, 315, 316. - -Carro degli Açvin, 63, 67, 68, 70, 101, 210, 232. - -Carro dell'Aurora, 61, 62, 63, 68, 69, 89. - -Carro del Sole, 86, 88, 89. - -Carro del Vento, 143. - -Caste, 282. - -Cavallo, 16, 59, 60, 61, 62, 84, 133, 140, 157, 158, 162, 172, 199, -203-232, 273. - -Cavalieri vedici, 63, 67, 68, 70, 205-232. - -Ceppo natalizio, 110, 111. - -Cerbero, 239. - -Ceriani (Abate) citato, 197. - -Cervo, 222. - -Charites, 128. - -Chieri città, _Dedica_, IV. - -Cicerone citato, 183. - -Cieco (vedi _Acciecato_). - -Cielo equivale _Dio_, 34; tutta la seconda Lettura, 37-54, 74, 75, 76, -77, 78; il Re del cielo, 79, 80, 163, 187, 188, 194, 195, 247, 279, -288, 289, 292, 293, 294, 299, 314. - -Cigni, 141, 220. - -Cinzia, 93. - -Cinghiale, 314. - -Ciro, 111, 121, 197. - -Città celesti, 121, 122, 138. - -Citrabarhish, 85. - -Ciuffo, 314, 318. - -Colomba, 145, 146, 154, 219, 222. - -Colombina di Casa Pazzi, 146, 147, 153, 220. - -Colori mitici, 96. - -Colori: unità e varietà de' colori nell'iride e nel linguaggio, 261-265. - -Coppe mitiche, 176, 181. - -Corsa mitica, 61, 62, 63, 210. - -C'ornoje, pag. 262. - -Corvo, 186. - -Cosmogonie, il fuoco primo nato, 114; cosmogonia biblica e vedica, 125, -132, 153, 216-232, 260, 270-298. - -Cox G. W. citato, _Indice_, alla pag. 346, sotto la voce _Euristeo_. - -Creazione, 275, 282. - -Credenze popolari e superstiziose: loro valore scientifico, 11. - -Cremisino, 261. - -Crimilde, 70. - -Cristo, 144, 154, 197, 218-224, 226, 230, 234, 235, 264. - -Cuculo, 130. (Cfr. su questo animale mitico la _Zoological Mythology_, -e inoltre un dotto articolo che il barone O. Reinsberg von Düringsfeld -inserì nel primo supplemento della _Vossische Zeitung_ del 9 e 16 -agosto 1874, intitolato: _Der Kukuk_.) - -C'umuri, 252. - -Cuoco celeste, 308. - -Curtius G. citato, _Dedica_, iv. - -C'yavana, 212, 213, 214. - -Cyprinus, 227. - - -D - -Dâ, dî, 252. - -Dadi, 136. - -Daksha, 76. - -Dalila, 165, 236. - -Dampatî, 237. - -Dânu, Dânavas, 201, 250-269. - -Dânunaspati, 251. - -Dâsa, 252, 253. - -Dasyu, 252, 253. - -Debiti e crediti celesti, 132, 137, 138, 139. - -Dei, 21-35; gli Dei vedici sono stretti al fenomeno celeste, 28; -gli Dei vedici sono spesso moncherini, 29, 30; Dei grandi e piccoli, -30; pluralità degli Dei vedici, 31, 32, 271; loro diverso carattere, -32, 33; nati in cielo, 45; generati dall'aurora, 67; svegliantisi con -l'aurora, 71; si manifestano con la luna, 107; generati e genitori, -115; come collettivo plurale non hanno persona mitica distinta, 128; -sensuali, 135, 136; Dei fisici, 161; gli Dei e i Demonii, 249-269; Dei -brâhmanici, 319. - -Delfo, 228. - -Delfino, pag. 221-232, 241. - -Dêmêtêr, 39. - -Demonii, 154, 167, 168, 169, 171, 174, 175, 183, 184, 240, 249-269, 332. - -Desiderio, 154-158, 320. - -Deva, 22, 23-30; il _Deva_ diventa Demonio, 31, 184; diverse sue -stazioni divine, 33; i _Devaputre_, 41; Devâs ed Asurâs, 196, 250-269, -308. - -Dhâ, 64, 65. - -Dhâtar, 76, 87, 179. - -Dhîg'avana, 84. - -Dhiyamg'inva (correggasi _dhiyamig'inva_), 84. - -Diana, 93, 94. - -Dio, 21-35, 163, 272, 332. - -Dioscuri, 63, 67, 205-232, 235. - -Dita di fata, 95, 97. - -Diti, Daitiyâs, 201, 230-269. - -Diluvio, 126, 216-232, 239, 278. - -Distanza fra il cielo e la terra, 247. - -Dies, 187. - -Diespiter, 187. - -Div, storia di questa radice, 22, 23 (alla pag. 23, riscontro col -vedico div «brillare,» il russo _divitj_ «meravigliarsi;» l'illustre -cattedratico dell'Università di Mosca, Teodoro Busslaieff, storico -della lingua russa, al quale, nel suo recente passaggio per Firenze, -diedi a leggere sulle stampe la pag. 23, non solo si degnò d'approvare, -con l'autorità che gli compete, il mio raffronto, ma soggiunse che -_divitj_ ha ancora in russo il significato di guardare nell'espressione -_nie diví na nievó_, che equivale a _nie smatrì na nievó_, ossia: -non guardarlo, non occuparti di lui, e quello di _guardare con -lusinga_, dicendosi delle fanciulle che incominciano a fare all'amore. -Questo senso che la radice _div_ ha di _brillare_ in sanscrito, e -di _meravigliare_, _guardare con lusinga_, ed anche, semplicemente, -_guardare_, in russo, mi fa supporre l'identità originaria delle -radici _div_ e _vid_ composte con gli stessi elementi e di analogo -significato), 138. - -Divaspati, 37, 43, 52, 79, 187, 188, 189, 195, 293, 294, 295, 311. - -Divodâsa, 132, 138. - -Donne e il vento, 143, 144; donne fatidiche, 168; donne liberate, 176, -202, 203; demoniache, 181, 252. - -Draupadî, 158. - -Duellum, pag. 156. - -Dupuis citato, 73. - -Durgâ, 156. - -Duryodhana, 171. - -Dvar, 156. - -Dvish, 155, 156. - -Dvita, 178. - -Dyavâ-Bhûmî, 48. - -Dyavà-Pr'ithivî, 46, 47, 48. - -Dyu e Dyaus, 37-54, 57, 79, 80, 85, 186, 187, 189, 196, 197, 208, 262, -272, 303, 332. - - -E - -Ea, 216. - -Edipo, 111. - -Egitto, 171, 173, 197. - -Ekâshtakâ, 195. - -Ekata, 178. - -Elena, 67, 70, 156, 157, 171. - -Eolo, 144, 149. (A proposito del vento erotico mattutino congiunto con -l'aurora, non si trascuri la stretta parentela ideale ed etimologica -fra _Eôs_ ed _Eôlos_, che valgono _aurora_ e _mattutino_, ossia -riferentesi all'aurora.) - -Epifanie, la festa dell'Epifania, 12, 13. - -Epopea carolingia, 332. - -Epopee brâhmaniche, 335. - -Equiria, 158. - -Equivoci, 234, 269, 313, 319, 324, 330. - -Erbe mitiche, 38, 49, 129, 130, 318, 322. - -Ercole, 128, 197. - -Eredità mitica, 14. - -Erinni, 156, 157. - -Eris, 156, 157. - -Erode, 121, 171. - -Eroi mitici, 163, 197, 203. - -Eros, 153, 154, 155, 156, 157, 158, 194, 228, 230. - -Eruditi bibliografi, 5. - -Eschilo, 156, 185. - -Esiodo, 78. - -Esperidi, 127, 128. - -Età dell'oro, pag. 127. - -Etimologie bizzarre, 4, 9, 254, 264, 289; etimologie del nome di Indra, -187, 188, 189. - -Eunuco, 309, 310. - -Euristeo, 128. (Per questo, come per gli altri miti ellenici comparati -con gli ariani, lo studioso può attinger molta luce dal bel libro del -signor G. W. Cox, intitolato: _Mythology of the Arian Nations_.) - -Eva indiana, 193; Adamo ed Eva, 219, 236, 237. - - -F - -Fabbro, falegname mitico, 148, 161-183, 297, 316. - -Falco, 117, 145, 177. - -Fallico (Culto), 106, 247, 277, 291, 309-311, 313-327. - -Fanciulla di legno, 97. - -Fanciulli eroici scampati dalle acque, 121, 122, 197, 221-232. - -Fanciullo reale, infante, delfino, 229, 230. - -Faraone, 121. - -Fede, 100, 101; Fede, Speranza e Carità, 154. - -Fenice vedica, 134, 292. - -_Fiat_ biblico e vedico, 280. - -Fidius, 227. - -Figlia del cielo, 35, 50, 66, 87. - -Figlia del sole, 63, 100, 210. - -Figli del cielo, 151, 207. - -Figlio del falegname, 170. - -Figlio del vento, 170, 198. - -Figlio della vedova, 195, 196. - -Figlio delle acque, 120. - -Figlio delle legna, 110. - -Figlio liberatore del padre, 112. - -Filo, 119. - -Filologia comparata, 4, 5. - -Filone citato, 220; Ecco le sue proprie parole, secondo l'antica -versione di Pierre Bellier, Paris, 1588: «Noé donc ayant esté -réputé digne non seulement d'estre exempt de la misère et affliction -commune, mais aussi d'estre l'autheur et le commencement de la seconde -génération des hommes, etc.» - -Fine del mondo, 324. - -Fiumi celesti, 131, 133. - -Fiumi infernali, pag. 239. - -Flechia Giovanni citato, _Dedica_, VI. - -Foggini citato, 219. - -Fontane mitiche, 38, 129. - -Formaggio mitico, 96. - -Formica, 129, 130. - -Forte inebbriato, 198. - -Fortunio, 81. - -Francolino, 177. - -Fratelli mitici, 120, 181, 205-232, 235, 236, 237, 238, 263, 264. - -Fucina celeste, 70, 71, 164, 165. - -Fulmine: i fulminati, 40; fulmine d'Indra, 69, 129, 130, 174, 176, -183-205, 307; generatore del fuoco, 114; in che modo si suppone sia -nato, 115; fulmini dei Marut, 151; fulmine Saranyû, 156; fulmine di -Brahman, 287; fulmine di Rudra, 318, 322. - -Fuoco, 75, 84, 85, 109-124, 125, 144, 146, 147, 152, 220, 244, 270, -291, 292, 299, 305, 307, 321, 323. - - -G - -Gamba di ferro, 211. - -Gandharvâs, 129, 134-143, 148. - -Gañgâ, 131. - -G'anaka, 271. - -Gardabha, 135. - -Garuda, 150, 155 (correggasi _Garuda_ o _Garutmant_), 302. - -Garut, 150. - -Gârhapatya, 244. - -Gaupâyanàs, 49. - -Gaur mâtar, 39. - -Gautama, 192, 193. - -Gemelli, 236, 237, 238. - -Generazione, 110, 291, 322. - -Germani, 5. - -Gesù bambino, 110; si salva attraverso le acque, 121; fanciullo, 170, -171, 197. - -Ghoshâ, 210, 211. - -Ghritaçriyâ, Ghritapric'â, Ghritâvridhâ, 48. - -Giapeto, 5. - -Giona, 230. - -Giordano, 144. - -Giove (padre, zio), pag. 51; Giove parricida, 111; Giove cuculo, 130, -194, 262; pluvio, 191, 227. - -Giovenale citato, 222. - -Giovinezza (Acqua della), 214. - -Giritra e Giriçanta, 315. - -G'ishnu, 303. - -Giuliani G. B. citato, 17, 111. - -Giunone, 130, 144, 186, 187, 194, 262. - -Giuochi celesti, 136, 137, 138, 139; gioco-gioia, giocare, brillare, -138. - -Giuseppe, 170, 171, 179, 197. - -Gnâs, g'n'â, g'an, 168, 181. - -Go, 39, 58, 59, 60, 151, 162. - -Goldstücker professore citato, 208. - -Gomâtarâs, 151. - -Gopâs, 306. - -Gorresio Gaspare citato, _Dedica_, VI. - -Govinda, 303. - -Gradivo, 154. - -Grazie, 128. - -Grimm Jacob citato, _Dedica_, IV. - -Grünow F. W. editore citato, 60. - -Guerra (Il Dio della), 154. - -Guerrieri ed amanti, 154-159. - -Guidatore delle anime, il sole moribondo, 84, 86, 239, 240, 241. - -Guidatrice di carri e di cavalli, 60, 61, 62. - -Guhya, 276. - -Guñgu: si spiega questa parola, 93, 95. - -Guñguri, 93. - - -H - -Haeckel citato, 126. - -Hanumant, 150, 157, 170, 230. - -Hari: equivoci nati sopra questa voce, 96, 261; Harit, 261, 266. - -Harikeça, 316. - -Haritas, 128. - -Hartmann citato, 60. - -Heberer citato, 7. - -Hephaistos, 165. - -Hermeias, 242. - -Heyne Moritz citato, 1. - -Hidimba, pag. 158, 168. - -Hiranya, 290. - -Hiranyabâhu, 316. - -Hiranyaçiprâs, 314. - -Hiranyagarbha, 53, 125, 126, 127, 290, 324. - -Hiranyahasta, 212. - -Hiranyavarttini, 132. - -Hirzel editore citato, 1. - -Hotar, 116. - -Hovelacque citato, 281. - - -I - -Icadio, 228. - -Îç e viç, 320. - -Îça il Signore, 318, 324. - -Îçâna il Signore, 310, 320, 322. - -Îçvara il Signore, 318, 320. - -Idâ, 141, 224. - -Idolatrie, 25, 26, 31. - -Ignis, 109. - -Immortali, 246 (vedi _Anima_). - -Immobile assoluto, 289 (questo immobile forma singolare contrasto col -_primo mobile_ cosmogonico, e col proprio nome di Brahman), 290. - -Imprecazioni, 177, 178. - -Incendio cosmico, 118. - -Incesti mitici, 237, 279. - -Indraloka, Brahmaloka, 287, 289. - -Indiani, 5. - -Indovinelli mitici, 46, 62, 66, 201. - -Indra, 28, 37, 43, 48, 49, 52, 53, 57, 66, 68, 69, 70, 76, 77, 78, -80, 88, 89, 90, 106, 107, 115 (invece di: il _Dio Indra_, leggasi: _il -fulmine del Dio Indra_), 119, 122, 129, 130, 132, 133, 135, 138, 139, -144, 148, 149, 151, 152, 153, 154, 155, 158, 159, 164, 167, 172, 173, -174, 175, 176, 177, 178, 179, 180, 181, 182, 183-205, 208, 209, 215, -255, 260, 262, 263, 264, 265, 269, 271, 276, 285, 287, 300, 302, 303, -304, 305, 306, 307, 308, 311, 313, 314, 319, 323, 324. - -Indrânî, 203. - -Indrapâna, 133. - -Indraçatru, pag. 177. - -Indravantas, 151. - -Indu, 68, 93, 105, 106, 189, 190. - -Inferno, 245-249, 250. - -Intontito, 183. - -Ish, 155, 156, 157. - -Ishira, 157. - -Ishma, 157, 320. - -Ishu, 157. - -Ishvâsa, 157, 319. - - -J - -Jacolliot L. citato, 265 (correggasi _credulo_ invece di _creduto_.) - -Japhet, 5. - -Johnston citato, 221. - -Jupiter, 152, 185, 186, 187. - - -K - -Ka, 269, 270. - -Kabandha, 251, 331. - -Kakdarpa, 157. - -Kakshîvant, 212. - -Kâla, 274. - -Kâma, 153-158, 270, 299. - -Kâmadyû (la risplendente a suo piacere, l'aurora), 210. - -Kâmarûpa, 250. - -Kapardin, 314, 316. - -Kapeika, 96. - -Karmâra, 297. - -Karna, 121. - -Kàrttikeya, 154, 320. - -Kaçyapa, 270, 274, 281, 291. - -Keçava, 264, 266. - -Kiessling professore citato, 1. - -Koehler Reinhold citato, 5. - -Kr'imi, 261. - -Kr'ishna, 121, 201, 252, 262-269, 303, 330. - -Kronos, 274. - -Kubâhû, 93, 95. - -Kuhn Adalberto citato, _Dedica_, pag. IV, VI, 74, 116 (leggasi -_feuers_), 156, 185, 242, 328, 333. - -Kuhû, spiegato per _Kubâhû_, 93, 95 (male stampato _Kuhñ_ e _Kukû_ -invece di _Kuhû_). - -Kumâra, 277-231, 320. - -Kuntî, 150, 181. - -Kurukshetra, 141, 214. - -Kuyava, 201, 266. - -Kvanguri, 95. - - -L - -Ladri (Dio dei), 316. - -Lañkâ, 168. - -Larvæ, 252, 253. - -Latte celeste, 130. - -Lazzaro, 213, 234. - -Lebbra mitica, 211. - -Legami funebri, 234, 235. - -Legumi mitici, 96. - -Lenormant Fr. citato, 121, 122, 216, 217. - -Leone, 117. - -Letourneau citato, 126. - -Liñga, 325. - -Lingua d'Adamo, 4; linguaggio confidenziale adoperato col Dio Agni, 123. - -Logos: analogie cosmogoniche vediche e bibliche, 132. - -Loth, 279. - -Luciano citato, 244. - -Lucina, 93, 97, 241. - -Lucrezio citato, 51, 185. - -Luna, 75, 85, 86, 93-108, 134, 189, 206, 207, 228, 229, 235, 241, 266, -299, 300, 301, 303, 304, 306, 310, 313, 314, 315, 316, 320, 323, 324. - -Lunatici o maniaci, 105; la manìa è il turbamento del _manas_, del -quale Luno è signore o _Manaspati_. - -Lupo scongiurato, 83. - - -M - -Mâ, man, mâs, mâsa, 103, 104. - -Madhukaça, 290. - -Madonna delle Grazie, pag. 93, 97, 98, 99, 301. - -Madre d'Indra, 195. - -Madre dei venti, 43. - -Maestà regia in Oriente, 77. - -Mago, 165, 167, 174, 254, 287. - -Mahâdeva, 314-327. - -Makha, 214. - -Mamers, 154. - -Manas, Manasig'a, Manaspati, 104. - -Mani (I), 242. - -Mani d'oro, 212. - -Maniaci o lunatici, 105. - -Mannhardt citato, 74, 332. - -Manu, 44, 93, 104, 105, 223, 224, 226, 230, 231, 235, 239, 241, 278; - -Manavas, Manug'âs?, 104. - -Manyu, 276. - -Mar Rosso, 121. - -Marte, 154-159. - -Martino, 259. - -Martins citato, 126. - -Martigny citato, 170, 219, 222. - -Marut, 70, 129 (a pag. 150 per errore _Mrâutas_ invece di _Marutas_), -143-161, 163, 164, 178, 188, 190, 200, 201, 205, 269, 306, 307, 314, -317, 319, 323. - -Marzo, mese ventoso, sacro a Marte, 158. - -Maschio, 150, 153, 196, 260, 277, 282, 289, 292. - -Matrimonii, 76, 80, 81, 82, 87, 97. - -Max Müller citato, _Dedica_, IV, VI, 24, 49, 74, 84, 101, 119, 140, -156, 270, 333. - -Mâyâdhara, 254. - -Mâyinas, 254. - -Medea, 70. - -Medici celesti, 132. - -Medicina, 214, 215, 315, 323. - -Melo, 127; le tre mele, 128; mele paradisiache, 247. - -Memoria, 98, 99. - -Menagio citato, 4. - -Menelao, 171. - -Mensis, mese, misura, 103, 104. - -Mercurio, 217. - -Messaggieri celesti, 48, 116, 117, 118, 119, 240, 242. - -Messets, pag. 103. - -Metempsicosi, 245. - -Metodo seguito, 334. - -Miele, 48. - -Milone, 198. - -Minerva, 71, 101, 104. - -Minos, 105. - -Miracoli, 213. - -Misteri fallici, 290, 291, 292, 309, 310, 311. - -Miti, loro ordine cronologico naturale, _Dedica_, VIII; loro realtà, -10, 11, 18, 19; il popolo, creatore di miti, continua a crearne, -11, 15, 17, 18; modo diverso con cui foggiarono i miti i Greci, i -Latini, gl'Italiani, gl'Indiani, 15, 24, 25, 26, 27, 28; miti nati da -similitudini, 16; i miti primitivi si hanno a studiare nel cielo, 35; -molteplicità degli oggetti mitici, 75; essenza primitiva dei miti, 91 -(vedasi la correzione indicata in quest'Indice, sotto la voce _Armonia -divina_); elementi del mito, 112; l'etimologia nei miti, 162; periodi -mitici, 163, 327 e seguenti; sede relativa del mondo mitico, 326; nuovi -miti, 329 e seguenti. - -Mitologi (Vecchi), 4. - -Mitologia biblica e cristiana da studiarsi come l'ariana, 121, 223, 231. - -Mitologia brâhmanica, suo carattere speciale, 27, 28, 29, 257, 258, 327 -e seguenti. - -Mitologia buddhistica, 327. - -Mitologia comparata, 3, 5, 74, 328. - -Mitologia scolastica, 4, 26, 27. - -Mitologia slava, 198. - -Mitologia solare, 73, 74. - -Mitologia vedica: suoi varii stadii, 24, 25, 33, 35, 327 e seguenti; -suo carattere speciale, 26, 27, 28, 29; larghezza con la quale vuol -essere studiata, 74. - -Mitra, 41, 43, 48, 52, 66, 67, 76, 77, 80, 88, 122, 190. - -Mond, 103. - -Mondo di là, 241; - -Moneta mitica, 96. - -Monoteismo e Politeismo, 33, 34, 35, 257, 258, 259. - -Montagne mitiche, 115, 281. - -Montanaro (Dio), 315. - -Montone, 223. - -Montfaucon citato, 222. - -Moon, pag. 103. - -Moralità o immoralità dei miti, a seconda degli interpreti, 279. - -Mosca-cieca, 81. - -Mosè, 121. - -Mostri, 42, 105, 118, 121, 122, 131, 152, 153, 154, 158, 167, 168, 174, -200, 202, 225, 250-269. - -Moto, 45, 104. - -Mudgala, 247. - -Muir John citato, pag. 30, 39, 78, 119, 208, 246, e quindi molte altre -volte nel corso dell'opera. - -Mr'ityu o la Morte, 239. - - -N - -Nala (Il giuoco di), 139. - -Nâman da g'n'aman, 113; imposizione del nome al fanciullo, 320. - -Namuc'i, 200, 201, 252, 266. - -Nandana, 247. - -Nano, 229, 302. - -Napoleone I un mito, 3. - -Nâraka, 248. - -Nârâyana, 281. - -Nârî, 195. - -Nascimento triplice, 241. - -Nave dai cento remi, 226; arca e nave, 230, 231, 292. - -Nîla, 261. - -Nîlagrîva, 315. - -Nilo, 121. - -Ninfe, 134-143, 144, 148, 193, 203, 262. - -Nirr'iti, 315. - -Nirveshtita, 310. - -Nishiktapâs, 306. - -Nishtigri, 195. - -Nodhas, 65. - -Noè, 217, 219, 220, 230. - -Nomi che diventan Numi, e Numi che diventan nomi, 35. - -Nonio citato, 227. - -Notte, 42, 48, 62, 66, 67, 77, 79, 80, 94, 170, 171, 174, 175, 216, -236, 260, 302, 316. - -Novelline popolari, 5, 6, 120, 128, 141, 165. (167, 174, 176, 200, 212, -307, 316. Nella novellina popolare boema, togliendo tre capelli d'oro -al vecchio _Vsieveda_, od _onnipossente_, il giovine eroe piglia ogni -forza contro il suo persecutore.) - -Nozioni terrestri che presuppone la creazione di un mito celeste, pag. -112. - -Nozze (Tempo di), 97; nozze celesti, 100, 101. - -Nuah, 216, 217. - -Numeri mitici, 150. - -Nuvola-barile, mito antico e moderno, 17, 18, 251, 253, 331; il mostro -della nuvola è un avaro: adagio italiano, 18; nuvole-montagne, alberi, -115; nuvola-riviera, fiume, oceano, 119; nuvole-ninfe, 137, 144. - - -O - -Occhio ciclopico, 88, 165. - -Occhio del trapassato va nel sole, 240. - -Odino, 152. - -Offenbach citato, 2. - -Ognissanti ed Ognidei, 30. - -Om: etimologia indiana di questa sillaba, 9. - -Oppiano citato, 221. - -Orienzio citato, 222. - -Oro prima creazione, 290. - -Ossa (Culto delle), 246. - -Ouranós, 78. - -Ovidio citato, 329. - - -P - -Padre Eterno, 286. - -Pallade, 71. - -Pându, 180. - -Pâni, 252, 265. - -Paradiso celeste, 243-249; sua sensualità, 247, 250, 262. - -Paradiso terrestre, 127. - -Parameçvara, il supremo Signore, 318, 324. - -Paraninfi, 101, 210. - -Parâvr'ig, 212. - -Parg'anya, 39-43, 151, 182, 195, 274, 320. - -Paride, 121. - -Parihastam, 172. - -Parricidio mitico, pag. 111, 112, 120, 121, 195. - -Parti (La proteggitrice de'), 97. - -Parola (vedi _Verbo_). - -Parvati, 323. - -Passi (di Vishnu), 304, 305. - -Pastore celeste, 82, 83, 316. - -Pastorella celeste, 60. - -Paçupati, 316, 321, 322. - -Pathirakshî, 239. - -Patate (Demonio delle), 332. - -Pavone, 186. - -Payasvatî, 130, 137. - -Peccato originale, 111, 236, 321. - -Pecora, 141, 275. - -Pedanti vecchi e nuovi, 4, 5, 6. - -Pedone Lauriel editore citato, 60. - -Pedu, 212. - -Pelasgi, 14. - -Pelle, 166, 173. - -Penitenza, Tapas, calore, 192, 193, 195, 196, 247, 273, 274, 278, 286, -289, 290, 293, 307. - -Pentolaccia, 171. - -Perkun, 39, 152. - -Pernice, 177. - -Persefone, 93, 241. - -Pescatori (gli Apostoli), 218. - -Pesce mitico, 216-232, 323. - -Pietre mitiche, 38, 115, 202. - -Pignatta, 171. - -Pipru, 201, 252, 266. - -Pisello mitico, 95, 96. - -Pitaras, 243, 244, 245, 246, 247. - -Pitrè Giuseppe citato, 227. - -Pitror upastha, 47. - -Plutone, 168, 241. - -Politeismo vedico, 33, 34, 35, 257, 258, 259. - -Pons, pontus, 239. - -Ponte, 119. - -Porte del cielo di Brahman, 288. - -Portitor, 242. - -Pradyaus, 242, 247. - -Prag'âpati, pag. 33, 87, 100, 105, 118, 126, 179, 196, 255, 256, 260, -269, 284, 289, 300, 311, 320, 321, 322, 324. - -Prâna, 274, 275, 324. - -Pratna, 209. - -Preghiera vespertina, 83; il Re de' preganti, 100; Brahman e la -preghiera, 285-300. - -Preller citato, 26, 27. - -Pr'içnî, 151, 317, 319. - -Pr'ithivî terrena e celeste; la vasta terrena e la vasta celeste, -39-54, 57, 78, 79, 80, 85, 140, 162, 208, 285, 294. - -Primavera, 152, 154, 180, 194, 220, 282, 319. - -Primo mortale, 236, 239. - -Priyâni, 65. - -Procolo vedico, 80, 87. - -Profumi, 135, 139. - -Prometeo, 185. - -Proserpina, 93, 241. - -Psiche, 154. - -Psychopompós, 84, 242. - -Pur, 289. - -Puramdara, 121. - -Purohita, 295. - -Pururavas, 139-143, 163. - -Purusha, 33, 53, 148, 196, 260, 269-283, 289, 290. - -Pûshan, 47, 48, 52, 76, 81, 82, 83, 84, 85, 86, 88, 100, 101, 179, 306, -308, 314, 316. - -Puttra o Putra, 112; Pûta, 112. - - -Q - -Quaglia, 199. - -Quaresima, 170, 171. - -Quintiliano, 5. - -Quirinus, 158. - - -R - -Rag', rag'as, rag'asî, rag'an, 79, 80. - -Rag'anî, 79. - -Rag'aspati, Divaspati e Brahmanaspati, 79. - -Râkâ, 93, 95, 97, 98, 99, 101, 104. - -Rakshas, pag. 202, 250, 269. - -Rakshohan, 118, 296. - -Râma, 150, 168, 202. - -Râvana, 168. - -Rebha, 226. - -Regnaud Paul citato, 60. - -Reinsberg O. citato, _Indice_, sotto la voce _Cuculo_. - -Renan Ernesto, _Dedica_, I-IX. - -R'ibhavas, 129, 172, 173, 174, 181, 182, 226. - -Ribellione vedica, 185. - -Riccio di mare, 227. - -Ricchezze dell'aurora, 58, 61, 62, 65. - -Risurrezione dei corpi, 243. - -Rochholtz, 246. - -Rodasî, 46, 48, 49. - -Rohinî, 100. - -Rohilah Sthâpati, 316. - -Romolo, 111, 121. - -Rosso di sera, 56, 70, 116, 164, 317. - -Roth R. citato, 84, 189. - -Rudra, 43, 150, 276, 277, 279, 300, 313-327. - -Rudrau-Açvinau, 315, 323. - - -S - -Çac'î, 203. - -Sacrificio del Dio, 233-237, 272, 273, 282, 298. - -Sadhûdevinî, 137. - -Sahasrâksha, 186. - -Sahasrayoni, 192. - -Sale, 256. - -Çambara, 201, 252, 266. - -Santi, 243. - -San Giovanni (rugiada di), 45; (fuochi di), 147. - -San Girolamo citato, 223. - -San Giuseppe, 170, 171. - -San Gregorio citato, 219. - -San Michele (Arcangelo), 245. - -San Paolino, 144. - -Sansone, 81, 165, 180, 197, 234, 236, 309. - -Sant'Agostino citato, 219. - -San'g'aya, pag. 303. - -Çañkâra, 316. - -Çapharî, 227. - -Sar, 157, 321. - -Sara, 180, 321. - -Saramâ, 239, 242. - -Sarameyau, 239, 242. - -Saranyû, 148, 156, 157, 162, 170, 179, 180. - -Saras, 132. - -Sarasvatî, 130, 131, 132, 133, 137, 138, 139, 200, 201, 285. - -Sarat, 157. - -Sarpa, 321. - -Sarva e Çarva, 317, 318, 321, 322, 324, 325. - -Satana, 250. - -Savitar, 52, 76, 81, 85, 86, 87, 88, 100, 101, 102, 122, 128, 173, 179, -271, 272, 301, 305. - -Sâvitrî, 100. - -Sayamâ, 242. - -Sâyana, 63, 199, 200, 210, 211, 251. - -Sayonî, 47. - -Çayu, 212. - -Scandinavi, 5. - -Schleicher Augusto citato, _Dedica_, IV. - -Schweizer-Sidler professore citato, 1. - -Sciacallo, 318. - -Secchia rapita, 181. - -Sega, 170, 171. - -Selene, 93. - -Selva celeste, 94, 170, 171, 316. - -Sentimento dell'antico e del divino nell'età nostra, 2. - -Çepa, 309, 310, 313-327. - -Serpente, 129, 130, 178, 201, 202, 225, 302. - -Çesha, 302, 321. - -Shelley citato, 185. - -Siegfried, 69. - -Signa, 164. - -Çikhandin, 318. - -Çikhin, 313. - -Similitudini mitiche, 16. - -Simo, Simone, 229. - -Simorus, 229. - -Sindhu, pag. 131, 133, 151. - -Sindhumâtarâs, 151. - -Sinîvâlî, 93, 95, 97, 99, 104, 302. - -Çipi, Çibi, Çivi, 313. - -Çipivishta, 308-311, 313-327, 330. - -Çiprin, 204, 266, 310, 313, 314. - -Çipra, 314. - -Çiçna, 247. - -Çiçuka, 229. - -Çiçumâra, Çinçumâra, 227-231. - -Sîlâ, 50, 101, 157, 168. - -Çiva, 106, 240, 249, 276, 277, 285, 286, 300, 302, 306, 309, 313-327. - -Skambha, 273-299. - -Skanda, 230. - -Slavi, 5. - -Smara e Smr'itî, 98, 99, 104. - -Sogni (Mondo dei), 233, 244. - -Sole, 63, 66, 67, 68, 69, 73, 92, 102, 114, 115, 126, 127, 132, 134, -140, 152, 169, 170, 172, 173, 175, 179, 190, 206, 207, 209, 213, 215, -228, 233, 234, 235, 236, 240, 242, 271, 272, 278, 281, 288, 292, 299, -300, 301, 303, 304, 305, 306, 307, 308, 309, 313, 314, 315, 316, 320. - -Solino citato, 229. - -Soma, 47, 48, 52, 68, 82, 85, 93-108, 123, 129, 134, 136, 176, 177, -178, 179, 182, 190, 197, 198, 199, 200, 201, 241, 259, 270, 301, 305, -306, 308, 316, 324. - -Sorelle mitiche, 42, 46, 66, 209, 236, 237, 238. - -Sparviere, 177. - -Spiritus Dei, Spiritus Sanctus, 125, 144, 145, 146, 147, 150, 153, 154, -155, 179, 220, 253, 254, 275, 277. - -Çraddhâ, 99, 100, 154. - -Çravasyu, nuova interpretazione, 63. - -Çrî, 251. - -Stalliere celeste, 139. - -Steinthal H. citato, _Dedica_, IV. - -Strabone citato, 191. - -Strauss citato, _Dedica_, VII. - -Streghe, 11, 146, 169; strega vedica, 70, 318. - -Stupire, stupido, 183. (Osservisi nel _Re Lear_ di Shakespeare: la -demenza di Lear incomincia, quando la condotta delle sue figlie desta -in lui stupore.) - -Sû, Siv, Syu, pag. 98, 102. - -Subandhu, 49. - -Sudhanvan, 181. - -Sukanyâ, 214. - -Çukra, 251. - -Sukr'it, supâni, svapas, 167. - -Sûnritâ, 58, 61, 64. - -Surâ, 177. - -Surâs, 254. - -Sûrya, 66, 76, 81, 82, 87, 88, 242, 304, 305. - -Sûryâ, 100, 101. - -Çushna, 201, 251 (correggasi _umore ambrosiaco_), 252, 266. - -Sûtra, Sûnu, Sûta, 98. - -Svañguri, 95. - -Svarga, 186. - -Svasarasya putrî (possibile errore d'amanuense), 67. - -Svayambhû, 274, 298. - -Çvetî, 263. - - -T - -Taksh, Tvaksh, Tvac', 166, 176. - -Tamohan, 118. - -Tapas, calore e penitenza, 278, 307, 308. - -Tartaro, 239. - -Tela d'Aracne, di Penelope, 98. - -Terra, 39-54; la madre terra, 44, 51; non ha tuttavia generato gli Dei, -45; la terra negli Inni vedici non è Dea, 50. - -Tertulliano, 154, 222. - -Teseo, 69. - -Tessitrici, 98, 102. - -Thor e Thunar, 159. - -Tigre, 323. - -Titone, 173, 212. - -Tobia e Tobiolo, 220. - -Torreblanca Fr. citato, 225. - -Toro, 114, 117, 133, 223, 227, 230, 323. - -Tramonto, 164, 233. - -Trezza Gaetano citato, 185. - -Trimundio, 44. - -Trimûrtti, 276, 285, 306, 316, 318. - -Trinità cristiana, pag. 144, 276, 286, 299. - -Trinità indiana, 28, 154, 155, 276, 277, 281, 285, 299, 300, 301, 305, -316, 318, 320. - -Triçiras, 179. - -Trita, 178, 179, 180, 191, 226, 296. - -Trübner N. citato, 60. - -Tugarin, 225. - -Tugra, 225, 226, 227. - -Tura Kâvasheya, 274 (non _Kûvasheya_), 275. - -Turtle, tortoise, testuggine, 280, 281. - -Tvar, 156. - -Tvaritâ, 156. - -Tvashtar, 53, 87, 88, 90, 115, 129, 148, 149, 161-183, 184, 200, 250, -255, 272, 296, 297, 307, 316. - -Tvish, 156, 166. - - -U - -Ugra, 318, 321. - -Ugradeva, 327. - -Ugrag'it, Ugrampaçya, 137. - -Ulisse, 98. - -Umâ, 324. - -Umbilico celeste, 47, 48. - -Uomo (Creazione dell'), 275. - -Uovo cosmico, 53, 125, 126, 127, 216, 260, 276, 277, 280, 285, 290, 291. - -Uovo della Pasqua di Risurrezione, ch'è una rigenerazione, 127. - -Uovo simbolo di generazione, 127. - -Upag'îka, Upadîka, 129. - -Urana, 201, 266. - -Urvâçî, 41, 139, 143, 162, 207. - -Ushâ, Ushas, 37, 57, 61, 319, 322, 324. - -Usharbudh (Agni), 118. - -Usharbudbas, 71. - -Ushnîshin, 316. - - -V - -Vac', 132, 275, 285. - -Vacca, 58, 59, 60, 114, 151, 153, 162, 176, 199, 203, 212, 275, 303. - -Wackernagel Gugl., si discute il suo Scherzo sul cagnolino di Bretzwill -e di Bretten, pag. 1-10. - -Vadhryaçva, 132, 138, 139. - -Vadhrimatî, 212. - -Vag'rahastâs, 151. - -Vaiçvânara, 290. - -Vaitâsa, 140. - -Vâ-van, 149, 153. - -Vallauri Tommaso citato, _Dedica_, IV. - -Valgu, 209. - -Vandana, 212. - -Vanyu, 149. - -Var, 79; Vara, Varya, 156. - -Varâhamihira citato, 251. - -Varc'in, 201, 252, 266. - -Varrone citato, 227. - -Varuna, 41, 43, 48, 52, 66, 67, 76, 77, 78, 79, 88, 122, 128, 132, 134, -189, 191, 239, 254, 260, 262, 288, 306, 315. - -Vasavas, 43, 44, 48. - -Vasishta, 140. - -Vâta, 143-161, 178. - -Vayantî, 102. - -Vâyasas, 149. - -Vâyu, 143, 161, 178, 179, 180, 242, 305, 306, 307, 321, 322. - -Weber Alberto citato, _Dedica_, IV, VI, 24, 129, 134, 135, 136, 224, -246, 264, 324. - -Velo d'oro, 98. - -Venere, 55, 71, 153, 154, 155, 194, 251, 302. - -Vento, 43, 75, 142, 143-164, 170, 178, 188, 194, 198, 242, 270, 280, -305, 306, 307, 317, 323. - -Verbo sacro, 132, 133, 219, 224, 256, 271, 275, 317. - -Vergine, 144, 145, 148, 153, 179, 180, 246. - -Veritâ e menzogna, 256. - -Vermiglio, 261. - -Vetasa, 291. - -Via, 119. - -Viaggio funebre delle anime, 49, 50, 240-249, 288. - -Vidyâ, 278. - -Vidyut, 318, 320. - -Vikramana, 303. - -Wilson X. citato, 63. - -Vimada, pag. 210. - -Vino, 176, 177. - -Vîra, 150. - -Vischer professore citato, 1. - -Vish, 166. - -Vishnâpû, 212 - -Vishnupatnî, 302. - -Vishnutithi, 301. - -Vishnu, 75, 172, 191, 192, 193, 201, 226, 227, 229, 249, 255, 264, 270, -281, 286, 299-312, 313, 314, 317, 318, 319, 320, 321, 322, 324, 330. - -Vishta, 310. - -Viçpalâ, 211. - -Viçpalâvasû, 211. - -Viçva, 311, 317, 318. - -Viçvadeva, 30, 87, 296. - -Viçvadevyavant, 88. - -Viçvâdhipa, 324. - -Viçvaka, 212. - -Viçvakarman, 88, 272. - -Viçvarûpa, 117, 166, 167, 175, 176, 177, 178, 251, 272. - -Viçvâvasû, 137. - -Viçvaveda, 87, 254. - -Vita (Amor della), 244, 247. - -Vita: sua unità fondamentale, _Dedica_, VII. - -Vivasvant, 49, 76, 89, 148, 149, 157, 162, 169, 170, 179, 180, 234. - -Volpe mitica, 96. - -Voltaire citato, 1, 4. - -Vr'ishabha, 227. - -Vr'itra, 122, 152, 175, 176, 191, 192, 193, 197, 200, 201, 202, -250-269, 303, 307. - -Vulcano, 70, 164-183; vulcanalia, 164, 316. - - -Y - -Yaksha, 265. - -Yama, 49, 78, 79, 80, 90, 105, 148, 149, 150, 157, 164, 180, 191, -233-249, 270, 229, 299, 315, 317, 324. - -Yamau, 235. - -Yamî, 236-239, 242. - -Yâtavas, 290. - -Yâtudhâna, pag. 266. - -Yima, 80. - -Yoni, 47, 67, 172. - -Yuvana, 209. - - -Z - -Zeus e Dyaus, 37, 152, 155, 159, 197. Zoppo, 165; zoppo e cieco, 212, -213, 215. - - - - -INDICE DELLE LETTURE. - - - DEDICA Pag. I - INTRODUZIONE 1 - - Lettura I. Il Dio e gli Dei 21 - » II. Il Cielo 37 - » III. L'Aurora 55 - » IV. Il Sole 73 - » V. La Luna 93 - » VI. Il Fuoco 109 - » VII. L'Acqua 125 - » VIII. Il Vento 143 - » IX. Tvashtar il fabbro degli Dei 161 - » X. Indra 183 - » XI. Gli Açvin 205 - » XII. Il Dio Yama 233 - » XIII. I Demonii 249 - » XIV. Prag'âpati e Purusha 269 - » XV. Brahman, Skambha, Br'ihaspati e - Brahmanaspati 285 - » XVI. Vishnu 299 - » XVII. Rudra-Çiva 313 - » XVIII. Conclusione 327 - - Indice alfabetico de' Nomi e delle Cose 337 - - - - -NOTE: - - -[1] Cfr. nel Dizionario petropolitano le voci: _açan, açani, açva_. - -[2] Veggasi, tra gli altri scritti sull'argomento, l'erudito lavoro -pubblicato dal prof. Weber nella sua preziosa raccolta degli _Indische -Studien_, sotto il titolo: _Zur Kenntniss des vedischen Opferrituals_. - -[3] Cfr. intorno al valore del cielo medio la discussione sul nome -d'_Indra_, nella decima lettura di questo volume. - -[4] Uno de' suoi nomi è pure _go_ (= _gam_, propriamente _l'andante, -la larga, la vasta_), a proposito del quale gioverà allo studioso -conoscere il seguente riscontro del Muir, _Sanskrit Texts_, V, pag. -33-34: «The word _Prithivî_, which in most parts of the Rig-Veda is -used for Earth, has no connection with any Greek word of the same -meaning. It seems however originally to have been merely an epithet, -meaning _broad_; and may have supplanted the older word _gau_ which -(with _gmâ_ and _g'mâ_) stands at the head of the earliest Indian -vocabulary, the Nighantu, as one of the synonyms of _Prithivî_ (earth) -and which closely resembles the Greek Γαῐα or Γἤ. In this way, Gaur -Mâtar may possibly have once corresponded to the Γἤ μήτηρ or Δημήτηρ of -the Greeks.» Ma qui si deve ancora aggiungere come la vedica go è molto -più spesso rappresentata in cielo che in terra. - -[5] Cfr. _The hymns of the Gaupâyanâs and the legend of King Asamâti_ -by prof. Max Müller. Il Müller tuttavia traduce egli pure: «Thy soul -which went far away to heaven and to the earth, we turn it back, here -to dwell and to live.» - -[6] Il prof. Max Müller: «to the onward rays.» - -[7] Cfr. il primo volume, 1º e 2º cap. della mia _Mitologia zoologica_ -(London, Trübner, 1872, ediz. originale; Leipzig, Grünow, 1873, -traduzione tedesca del signor Hartmann; Paris, Durand Pedone Lauriel, -1874, traduzione francese del signor Regnaud, con introduzione di Fr. -Baudry). - -[8] Mi discosto qui evidentemente da' dotti interpreti miei -predecessori: _Çravasyu_ non può qui valer altro che _desideroso di -scorrere_, ossia _scorrevole_, o _scorrente_, _corrente_, _fiume_; -_come i fiumi si precipitano al mare_ è una similitudine facile ed -ovvia, mentre il tradurre con Sâyana, Wilson, Muir, Benfey «desirous of -wealth, wealth seekers» parmi imbrogliare e forzare alquanto il senso. - -[9] Mi discosto qui ancora da tutte le interpretazioni precedenti, -sebbene nessun Dizionario ci offra la voce _dhâ_ come appellativo di -_vacca_, ma il senso di _succhiare_ che hanno le radici vediche dhâ, -dhe (onde le parole _dhena_ acqua da bere, e _dhenu_ vacca da mungere), -l'analogia della similitudine che si trova nel passo citato dall'inno -92º, e lo sforzo che bisogna fare per ammettere che in quella strofa -sia nominato un sapiente di nome Nodhas, mi obbligano a sottoporre, con -animo riverente, la mia interpretazione alla critica de' dotti Vedisti. - -[10] Anche il vedico _svasarasya putrî_, dell'inno 61º del libro III, -sembra un errore di amanuense, da correggersi in _sûryasya putrî_; come -l'inno 75º del libro VII chiama l'aurora _sûryasya yoshâ_ o _donna del -sole_. - -[11] _Sûryasahasranâma_. - -[12] Cfr. Muir, _Sanscrit Texts_, vol. V, sect. V. - -[13] Per tutti gli altri appellativi di _Pûshan_, confrontisi la citata -opera del Muir, che, nel capitolo relativo a _Pûshan_, ha raccolto -e tradotto tutti i brani notevoli del _Rigveda_ che si riferiscono a -quella divinità solare. - -[14] Cfr. IX, 96, 2, dove se non si tratta dei cavalli di _Pûshan_ in -particolare, si parla tuttavia de' cavalli solari. - -[15] È da riscontrarsi con questo carattere di _Pûshan_ il nome di -_brâhmanânâm râg'â_, ossia _Re de' preganti_ dato al Dio _Soma_. — Così -Soma guida il viandante nelle strade, come _Pûshan_. Il sole moribondo -e la luna nascente confondono i loro ufficii. - -[16] Ho tentato d'illustrare di proposito l'uso dell'Albero di Natale, -con riscontri relativi, in un articolo che s'è pubblicato nella -_Rivista Europea_ del gennaio 1871, pag. 292-300, al quale ardisco -rimandare lo studioso, finchè io non possa porgli sott'occhi completo -il mio _Dizionario comparato di Mitologia botanica_, sopra il quale -intentamente lavoro. - -[17] Mi discosto alquanto nell'interpretazione di questo passo vedico, -da quella che ne diede il dotto Muir: «a living being, should spring -out of dry wood.» Il senso di tutta la strofa parmi questo: «tutti gli -Dei si rallegrano dell'opera tua, poichè, o Dio, sei nato vivente dal -legno secco.» - -[18] Il prof. G. B. Giuliani mi fa noto che sopra la Montagna pistoiese -suolsi dire che il fuoco nasce dalla punta degli alberi. - -[19] Richiamo qui ancora il detto pistoiese, poco innanzi citato, -intorno all'origine del fuoco. - -[20] Tali raffronti parranno per ora, talvolta, arditi, poichè non ci -siamo ancora avvezzati a studiare criticamente la mitologia biblica, -come andiamo studiando l'ariana. Ma verrà tempo, io spero, in cui ci -persuaderemo com'anche la Bibbia possa offrire materiali preziosi agli -studii di mitologia comparata. Intanto ci rallegriamo nel vedere come i -bei lavori del Lenormant sopra l'intermedia mitologia assira e caldea -incomincino a diminuire considerevolmente le distanze che separano il -mondo mitico ariano dal mondo mitico de' Semiti. - -[21] Cfr. l'importante studio di F. Lenormant sopra la leggenda -babilonese del Diluvio nel II volume della sua opera: _Les premières -civilisations_ (Paris, Maisonneuve, 1874). - -[22] Citato dal Muir. - -[23] Si potrebbe qui domandare se nella concordia delle cosmogonie -nel far nascere il mondo dalle acque, oltre alle ragioni mitiche -non vi sia pure stata negli antichi una reminiscenza ereditaria del -carattere primitivo della creazione, secondo che le scienze naturali lo -vengono oggi dimostrando, presentandoci la fauna marina come la prima -delle creature animali che apparvero alla vita. Cfr. la bell'opera -del Haeckel, con la prefazione di Charles Martins, nella traduzione -francese, fattane dal dottor Letourneau: _Histoire de la création des -êtres organisés d'après les lois naturelles_ (Paris, Reinwald, 1874). -Quanto alla leggenda del Diluvio, essa è per me semplicemente una -variante cosmogonica dell'uovo uscito dalle acque; invece dell'uovo -di Brahman, ci si presenta Brahman in forma di pesce, che salva, ossia -trae fuori dalle acque. Cfr. la Lettura decima. - -[24] _Indische Studien_, XIII, 138, 139, ed il capitolo relativo alla -formica, nella mia _Mitologia zoologica_, edizioni tedesca e francese. - -[25] Tradurrei per _lampo_ il _ketus_ (del 3º inno del _Rigveda_), pel -quale _Sarasvatî svolge il gran torrente e illumina tutti_. Essa è pure -chiamata _pâvîravî kanyâ_, ossia _figlia del fulmine_. - -[26] Anch'essa, _Vac'_ (la parola sacra), fu poi come _Sarasvatî_ -considerata quale generatrice. È sorprendente l'analogia di questa -concezione vedica brâhmanica con la biblico-evangelica: la Bibbia ci dà -le acque generatrici dello spirito divino; il Vangelo ci presenta come -variante: _In principio erat Verbum_. La _Vac'_ indiana e il _Verbum_ -o _Logos_ hanno la stessa funzione e lo stesso carattere di produzione -immediatamente secondaria a quella che si fa per mezzo delle acque. - -[27] _Indische Studien_, XIII, 135, 136. - -[28] Veggasi nella mia _Mitologia zoologica_ il capitolo consacrato -all'asino _gardabha_; la parola _gardabha_ vale _asino_ e _profumo_, -per l'equivoco avvenuto tra le parole _gandha_ e _gardabha_. - -[29] Cfr. Weber, _Indische Studien_, XIII, 133-138. - -[30] Cfr. Muir, _Sanskrit Texts_, V, 430. - -[31] Presso il primo libro del _Mahâbhârata_ troviamo una _gandharvî_ -figlia di Surabhi, ossia _il profumo_ e _madre de' cavalli_. L'_arva_ -è il cavallo come _l'andante_. Questa nozione leggendaria si fonda -certamente sopra la etimologia della parola, e conferma intanto -l'etimologia da noi proposta, onde _gandharva_ varrebbe _andante ne' -profumi_, come l'_apsarâ_ sua sposa vale _l'andante nelle acque_. - -[32] Anno 1858. - -[33] Cigni che diventano fanciulle, e fanciulle che diventano cigni -troviamo spesso nelle novelline popolari: cfr. la mia _Mitologia -zoologica_. - -[34] _Sanskrit Text_, V, 403-406. - -[35] Così, alla radice _var_, «coprire, impedire,» corrisponde con -lo stesso duplice valore una radice sanscrita _dvar_: cfr. il latino -_in-duere_. - -[36] Cfr. Weber, _Indische Studien_, V. - -[37] Cfr. Martigny, _Dictionnaire des antiquités chrétiennes_, sotto -l'articolo _Joseph_: «Il est d'un âge mûr, tantôt chauve, tantôt la -tête couverte d'une épaisse chevelure; il est ordinairement vêtu de -la tunique et de _pallium_; mais s'il est figuré avec quelqu'un des -attributs de sa profession, qui, selon l'opinion commune, était celle -de charpentier, par exemple, avec la scie, comme dans un diptyque de la -Cathédrale de Milan, ou avec la hache, comme sur le sarcophage de Saint -Celse de la même ville, alors il porte le costume des travailleurs, -cheveux courts, tunique à une seule manche.» - -[38] Così il creduto sciocco nelle novelline popolari, non veduto dal -padre e dalla madre, discende nella cantina per berne il vino, e fa -scorrere invece il vino per tutta la cantina, onde, tornando la madre a -casa, si sdegna. - -[39] Ho già riscontrato, nella mia _Mitologia zoologica_, la leggenda -indiana di Trita chiuso nel pozzo da' suoi due fratelli Ekata e Dvita, -con le novelline numerose, ove il giovine fratello che ha compiuto un -atto eroico, discendendo nel pozzo, ov'è il drago, viene chiuso nel -pozzo dai fratelli invidiosi. - -[40] Cfr. quello che s'è osservato nella seconda Lettura, pag. 40, -intorno al Dio Parganya. - -[41] Cfr. la citata preziosa opera del Muir, ove il paragrafo riferente -i passi vedici risguardanti Indra si può quasi considerare completo, ed -è, in ogni modo, ricchissimo. - -[42] Sulla leggenda di Prometeo (dal vedico _Pramantha_ illustrato -dal Kuhn e dal Baudry, al dramma di Eschilo, al poema di Lucrezio, al -poema drammatico di Shelley) il professor Trezza faceva nella sera -del 19 marzo 1874 una splendida ed eloquente conferenza nel Circolo -Filologico di Firenze. Colgo pure l'occasione per raccomandare la -lettura di due bei capitoli intitolati _La critica della Natura_ ed -_I miti_, nell'opera recentissima dello stesso critico, intitolata _La -Critica moderna_, ove si riassumono, in una forma, spesso, luminosa e -scultoria, i principali veri scoperti dai moderni mitologi. - -[43] Nel mio Saggio intitolato: _La vita ed i miracoli del Dio Indra -nel_ RIGVEDA. Firenze, 1866. - -[44] Così _indrya_ «il senso intimo» spiegherei ancora per _antarya_ -(od _antariya_), che vale, per l'appunto, _intimo, interno_. Una -leggenda cosmogonica del _Çatapatha Brâhmana_ sembra conservare alcuna -reminiscenza della etimologia che io propongo per la parola _Indra_ -(da _Andra, Antara_), quando ci dice: l'alito nel mezzo è _Indra_; egli -per la sua forza _indrijaca_ (o mediana) produce nel mezzo gli spiriti -(le anime interiori, gli spiriti mediani, i sensi): _Sayo 'yan madhye -pranah esha evêndrah tân esha prânân madhyatah indriyena indha_. - -[45] Cfr. la prima Lettura, pag. 31. - -[46] Cfr. il mio libretto: _La vita ed i miracoli del Dio Indra nel_ -RIGVEDA. Firenze, 1866. - -[47] Pubblicato nello scorso anno dal dotto bibliotecario Ceriani, coi -relativi antichi disegni. - -[48] Scompongo: non _upa mâ matir_, ma _upa mâ (a)matir_. _Indu_ che -scorre verso _Indra_, abbiamo nel noto inno degli amori di Indra ed -Apatâ; così più sotto leggo: _hridâ (a)matim_ e non _hridâ matim_. - -[49] Fin dall'anno 1867, ne' miei studii _Sulle Fonti vediche -dell'Epopea_ e _Sull'Epopea indiana_ ho tentato dimostrare, con gli -esempi indiani, come le origini dell'epopea siano da ricercarsi nel -cielo mitico. - -[50] Cfr. il bel Saggio di Michele Bréal: _Sul mito di Ercole e Caco_. - -[51] Cfr. il secondo capitolo del primo libro della mia _Zoological -Mythology_. - -[52] Interpreto qui evidentemente il fine del disputato passo -di Yâska, in modo diverso da quello seguìto dagli altri dotti -interpreti miei predecessori. Il passo di Yâska suona così: _Tayoh -kâlah ûrdhvarâtrât prakâçibhâvasya anavisht'ambham anu; tamobhâgo hi -madhyamo g'yotirbhâgah âdityah; tayoh kâlah sûryodayaparyantah_. — Il -Muir interpreta: «Their time is subsequent to midnight, whilst the -manifestation of light is delayed (and ends with the rising of the -sun). The dark portion (of this time) denotes the intermediate (god -Indra?), the light portion Aditya (the Sun).» — E il prof. Goldstucker: -«Their time is after the (latter) half of the night when the (space's) -becoming light is resisted (by darkness); for the middlemost Açvin -(between darkness and light) shares in darkness, whilst (the other) who -is of a solar nature (_âditya_) shares in light.» - -[53] Ricuso evidentemente la sforzata interpretazione di Sâyana citata -dal _Dizionario Petropolitano_. - -[54] Qui ancora mi allontano dall'interpretazione del _Dizionario -Petropolitano_, per attenermi strettamente all'etimologia e -all'analogia che vi dev'essere fra il moncherino e la mano d'oro; -mentre non parmi naturale e logico che gli Açvin avessero a dare un -figlio _dalle mani d'oro_ ad una moglie, il cui marito è un eunuco -impotente. - -[55] Cfr. Muir, _Sanskrit Texts_, IV e V vol. - -[56] Deposto nel ricchissimo suo lavoro, intitolato: _Les premières -civilisations_, études d'histoire et d'archéologie, par François -Lenormant, II vol. Paris, Maisonneuve, 1874. — Cfr. ancora dello stesso -Autore _La Magie chez les Chaldéens et les origines accadiennes_: -Paris, Maisonneuve, 1874, ove, ragionandosi ampiamente del Dio _Ea_ -accadico e del Dio _Nuah_ caldeo-babilonese, si descrive l'acqua come -fonte di tutta la generazione. - -[57] Cfr. la mia _Zoological Mythology_. - -[58] Nel secondo libro della _Vita di Mosè_. - -[59] «Delphinis tam acutus est visus, ut piscem etiam in caverna -abditum cernant: _Oppian_. tanta celeritas ut plenam velo ventisque -secundis iniectam navim, velocitate ab iis victam, _Bellonii_ dederit -observatio. Causam quidam in pinnas conjiciunt in pondus corporum -nonnulli. Membrana inter cornua extensa velorum loco uti, Clariss. -Baudartius existimat.» Joh. Johnstoni, _Thaumatographia naturalis_. -Amstelodami, 1660, pag. 442. - -[60] Cfr. intorno al mito del cervo la mia _Zoological mythology_. -London, Trübner, 1872. - -[61] _Tugra_ è il nome di un demonio vedico combattuto da Indra; il -padre Tugra precipita il figlio Bhug'yu nelle acque, e gli Açvin lo -salvano. Nelle novelline russe il mostro-serpente piglia talora il nome -di _Tugarin_. Non mi sembra improbabile che i due nomi, come le due -figure mitiche, si corrispondano. — Nel trattato De Magia di Francesco -Torreblanca da Cordova, Lione, 1678, pag. 341, leggo: «Legimus piscis -hepar super prunas assum fugasse Asmodaeum, qui septem viros, Sarrae -necarat, Tob. c. 6: _Cordis eius particulam si super carbones imponas, -fumus eius extricat omne genus daemoniorum_.» Cristo, come _piscis -assus_, fa lo stesso miracolo, ossia fuga il demonio, ossia fa il -miracolo che il sole rinnova ogni mattina ed ogni primavera. - -[62] _Zoological Mythology_. London, Trübner, 1872. - -[63] Dubito che il latino _Fidius_, figlio di Giove, sia pure da -richiamarsi qui etimologicamente. Varrone, presso Nonio, ci dice: -«Domi ritus nostri, qui per Deum Fidium iurare vult prodire solet in -compluvium.» _Bhug'yu_ appare una forma equivalente di _bhag'ya_; Bhaga -è il sole. - -Cfr. il capitolo sopra i pesci nella mia _Zoological Mythology._ - -[64] Il Goethe espresse la credenza ionica e socratica in una -bella strofa che l'Aufrecht ed il Muir hanno raccolta dalla sua -_Farbenlehre_: - - «Wär' nicht das Auge sonnenhaft, - Wie könnten wir das Licht erblicken? - Lebt'nicht in uns des Gottes eigne Kraft - Wie könnt' uns Göttliches entzücken?» - -[65] Così nell'inno 68º del IX libro del _Rigveda_ è detto che i -_Pitaras_ hanno adornato il cielo di stelle (_nakshatrebhih pitaro dyâm -apin'çan_). - -[66] Perciò dicevasi già sul fine del periodo vedico che _ogni uomo -nasce in quel mondo ch'egli stesso s'è fatto_: cfr. Muir, op. cit., -pag. 317, in nota. - -[67] Per le credenze popolari germaniche sopra le ossa, veggasi nel -primo volume dell'opera di Rochholtz: _Deutscher Glaube und Brauch -im Spiegel der heidnischen Vorzeit_ (Berlin, 1867), l'intero libro -consacrato al _Knochencultus_ (pag. 217-297). - -[68] Secondo il _Nirukta_ seguìto dal Benfey e dal Muir, _bakura_ -sarebbe _il fulmine_; il _Dizionario Petropolitano_ riconoscerebbe -piuttosto nel _bakura_ uno strumento da fiato guerresco. - -[69] Secondo una variante leggendaria dello stesso Veda, Indra, in -forma di sciacallo, ottiene dagli Asuri tanta terra quanta ne può -misurare con tre passi. Indra, anticipando il miracolo del nano gigante -Vishnu, con soli tre piedi misura tutta la terra. - -[70] Cfr. Muir, _Original Sanskrit Texts_, vol. IV. London, 1873, pag. -59 e seg. - -[71] Il Muir e il _Dizionario Petropolitano_ spiegano _ûshas_ per -_saline earth, salzige erde_, interpretazione, che in questo passo mi -parrebbe meno conveniente; l'aurora ricca e datrice di ricchezza è una -nozione vedica famigliare, mentre la terra salina indica piuttosto un -luogo sterile; quando non voglia intendersi nella terra salina un luogo -che brilla, un monte che s'accresce, ma che poi non riesce in alcuna -maniera fecondo. - -[72] «Per un punto Martin perdette l'Asino.» Veggasi sul carattere -demoniaco dell'Asino mitico il capitolo relativo nella mia _Mitologia -zoologica_. - -[73] Cfr. in proposito la _Storia dell'antica letteratura indiana_ del -prof. Max Müller, ove, per la prima volta, s'io non erro, fu osservato -lo strano equivoco. - -[74] Pel cielo Dyu creatore o _Prag'âpati_ potremmo ripetere la -stessa osservazione che abbiamo già fatta pel sole _Prag'âpati_; -nell'antico periodo vedico il _Prag'âpati_ era l'attributo di un essere -intieramente fisico; col tempo, la persona fisica primitiva scomparve, -l'antico attributo divenne un'astrazione, un Dio universale, al quale -poi s'immagina pure una nuova persona mostruosa corrispondente. E in -tal modo sono nati tutti i Padri Eterni. - -[75] Anche _Prag'âpati_ è detto nell'XI libro dell'_Atharvaveda_ essere -stato generato dal _Brahmac'ârin_ o penitente dedito alla preghiera. -L'intiero inno si trova tradotto nel V volume dei _Sanskrit Texts_ del -Muir. - -[76] Cfr. Weber, _Indische Studien_, IX, 477, e Muir, _Sanskrit Texts_, -V, 392. - -[77] _Ag'am_: in un altro passo del _Çatapatha Brâhmana, Prag'âpati_ -crea dalla sua bocca non _Ag'a_, «la capra,» ma _Agni_, «il fuoco.» - -[78] Cfr. la leggenda riferita nel capitolo precedente intorno alla -verità e alla menzogna degli Dei e de' Demonii. - -[79] _Guhya_ è chiamato _Prag'âpati_, in un inno dell'_Atharvaveda_, -ove sembra celebrarsi pel suo merito d'avere conosciuto, ossia trovato -(_veda_) l'uovo cosmico che errava nelle acque, e dal quale, secondo -un'altra abbastanza frequente nozione, egli stesso sarebbe uscito. - -[80] Tutte le altre questioni sono secondarie: per esempio, quella di -sapere se _Prag'âpati_ abbia creato l'uovo, o viceversa; ossia chi sia -venuto prima, l'uovo o la gallina. Chi desideri trovarsi pienamente -istrutto su questo argomento, ricorra al quarto volume dei _Sanskrit -Texts_ del Muir, che fornisce tutta la serie delle relative leggende -cosmogoniche vedico-brâhmaniche. - -[81] Nelle edizioni francese e tedesca di quest'opera, per un -lieve e facilissimo equivoco d'interpretazione della voce ambigua -inglese _turtle_ (che significa _tortora_ e _testuggine_), presso -l'Introduzione, i due egregi traduttori s'accordarono a tradurre per -_tortora_, mentre invece vi si tratta della _tortoise_ o _testuggine_. -Colgo quest'occasione per rettificare questo curioso e naturalissimo -sbaglio occorso in traduzioni che si raccomandano, del resto, entrambe -per fedeltà ed eleganza. - -[82] Debbo tuttavia soggiungere come contro uno de' miei argomenti -parziali, per identificare le parole _Kaçyapa_ e _Kac'ch'apa_, mi -oppose ragioni di grave peso il professor Ascoli nella _Revue de -Linguistique_ dell'Hovelacque (ottobre 1873); esse non infirmano la -interpretazione generale, ma di certo, in parte, la danneggiano; tutti -sanno oramai come gli argomenti linguistici del professor Ascoli, per -la sicurezza del suo genio analitico, siano pressapoco invincibili. - -[83] Qui si riconferma con un altro testo evidente la mia -identificazione della testuggine fallica che sostiene il mondo col -fallico bastone, e si giustificherebbe per analogia l'ipotesi da me -avanzata di una relazione intima supposta in antico fra le parole -_Kaçyapa_ e _Kac'chapa_. - -[84] _Sanskrit Texts_, V, 388. - -[85] Prag'âpati e Brahman e Brahmanaspati e Br'ihaspati s'identificano; -la _Prithivî_ celeste dicemmo essere, per lo più, ora il cielo, -ora l'aurora; dicemmo che la figlia di Prag'âpati fu spiegata -dai commentatori indiani ora come _cielo_, ora come _aurora_. -Il _Br'ihaspati_ o _sposo della larga_ equivale perfettamente al -Prag'âpati che s'unisce con la figlia e versa il seme, ossia pioggia o -rugiada, sulla terra. - -[86] Il dottor Muir ha raccolte le nozioni del _Rigveda_ intorno agli -attributi di _Br'ihaspati_ e di _Brahmanaspati_, in un paragrafo del -quinto volume dei _Sanscrit Texts_; credo opportuno il riprodurre -l'intiero paragrafo, a persuadere lo studioso intorno alla loro -duplice identità col Brahman creatore supremo e supremo penitente, e, -in ispecie, con l'Indra tonante signore del cielo: «Brahmanaspati, or -Br'ihaspati, appears to be described in VII, 97, 8, as the offspring -of the two worlds, who magnified him by their power: whilst in II, -23, 17, he is said to have been generated by Tvashtr'i. He is called a -priest X, 141, 3; is associated with the Rikvans or singers (VII, 10, -4; X, 14, 3; compare X, 36, 5; X, 64, 4); is denominated an Angirasa -(IV, 40, 1; VI, 73, 1; X, 47, 6); is the generator, the utterer, the -lord, the inspirer of prayer (I, 40, 5; II, 23, 1, 2; X, 98, 7), who by -prayer accomplishes his designs (II, 24, 3), and mounting the shining -and awful chariot of the ceremonial, proceeds to conquer the enemies -of prayer and of the gods (II, 23, 3-8). He is the guide, patron and -protector of the pious, who are saved by him with wealth and prosperity -(Ib., 9). He is styled the father of the gods (II, 26, 3); is said -to have blown forth the births of the gods like a blacksmith; to be -possessed of all divine attributes, _viçvadevya_ or _viçvadeva_ (III, -62, 4; IV, 50, 6); bright, _çuc'i_ (III, 62, 5; VII, 97, 7); pure, -_çundhyu_ (VII, 97, 7); omniforn, _viçvarûpa_ (III, 62, 6); possessed -of all desirable things, _viçvavâra_ (VII, 10, 4; VII, 97, 4); to -have a hundred wings, _çatapatra_ (VII, 97, 7); to carry a golden -spear, _hiranyavaçi_ (ib.; compare II, 24, 8, where a bow and arrows -are assigned to him); to be a devourer of enemies; _vr'îtrakhâda_ (X, -65, 10; compare VI, 73, 3); a leader of armies along with Indra etc. -(X, 103, 8) and armed with an iron axe, which Tvashtr'i sharpens (X, -53, 9); clearvoiced (VII, 97, 5); a prolonger of life (X, 100, 5); a -remover of disease (I, 18, 2); opulent; an increaser of the means of -subsistence (I, 18, 2). Plants are said to spring from him (X, 97, -15). He is said to have heard the cries of Trita who had been thrown -into a well and was calling on the gods, and to have rescued him from -his perilous position (I, 105, 7). He is further described as holding -asunder the ends of the earth.» - -[87] _Sanskrit Texts_, III, 230. - -[88] _Sanskrit Texts_, IV, 56. - -[89] Nell'_Atharvaveda_ si dice esplicitamente che il sole ha natura di -Fuoco (o d'Agni), la luna d'Ambrosia (o di Soma). - -[90] Tutti i testi indiani di qualche importanza intorno a Rudra -furono diligentemente raccolti dal Muir nel IV volume de' suoi preziosi -_Sanskrit Texts_. - -[91] In Toscana ed in altre provincie italiane si dice del cane -ululante ch'esso fa il lupo; egli è secondo la superstizione toscana -nunzio di morte; pare che la stessa superstizione esistesse già -nell'India vedica. — _Abhibhâ_ dal _Dizionario Petropolitano_ e dal -Muir s'interpreta come sostantivo: _malaugurio_; io lo interpreterei -qui come aggettivo. - -[92] Il Muir _sahasrena pratihitâbhih_ «with a thousand arrows on the -string;» nel _Çatapatha_, _Rudra_ è rappresentato con cento _ishudhi_ -che sarebbero _cento turcassi_, ma qui ancora si potrebbe forse -interpretare con _cento braccia_, o _con cento mani_, siccome quelle -che tengono, che lanciano l'_ishu_. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come -le numerose grafie alternative, correggendo senza annotazione minimi -errori tipografici. - -Le correzioni contenute nell'Indice alfabetico sono state riportate nel testo. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Letture sopra la mitologia vedica, by -Angelo De Gubernatis - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LETTURE SOPRA LA MITOLOGIA VEDICA *** - -***** This file should be named 60201-0.txt or 60201-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/2/0/60201/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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You may copy it, give it away or re-use it under the terms of -the Project Gutenberg License included with this eBook or online at -www.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: Letture sopra la mitologia vedica - -Author: Angelo De Gubernatis - -Release Date: August 30, 2019 [EBook #60201] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LETTURE SOPRA LA MITOLOGIA VEDICA *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - -</pre> - - -<div class="booktitle"> -<h1> -LETTURE<br /> -SOPRA LA MITOLOGIA VEDICA. -</h1> -</div> - -<hr class="silver" /> - -<div class="titlepage"> -<p class="main-t"> -<span class="small">LETTURE</span><br /> -<span class="xx-small">SOPRA LA</span><br /> -MITOLOGIA VEDICA -</p> - -<p class="pad2 small"> -FATTE -</p> - -<p class="pad1 x-large"> -DAL PROF. ANGELO DE GUBERNATIS -</p> - -<p> -ALL'ISTITUTO DI STUDII SUPERIORI DI FIRENZE. -</p> - -<p class="pad4"> -<span class="large">FIRENZE.</span><br /> -SUCCESSORI LE MONNIER.<br /> -—<br /> -<span class="small">1874.</span> -</p> -</div> - -<div class="verso"> -<hr class="mid" /> -<p> -Proprietà letteraria. -</p> -<hr class="mid" /> -</div> - -<div class="somm"> -<hr /> -<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p> -<hr /> -</div> - -<div class="chapter"> -<h2 id="dedica">AD ERNESTO RENAN.</h2> -</div> - -<p class="indl"> -<span class="smcap">Mio illustre e caro Signore</span>, -</p> - -<p class="pad2"> -Io non avrei bisogno di spiegare i motivi, per -i quali desidero inscritto al nome di Ernesto Renan -questo mio modesto volume, quando la gloria di -un tal nome è tanta, che ogni studioso potrebbe -stimarsi lieto di raccoglierne un raggio sopra di sè, -col porre sotto il patrocinio ideale di tanto ingegno -il frutto qualsiasi de' suoi poveri studii. Ma, in verità, -io debbo confessare come non vi sarebbe altezza, -alla quale, non saprei dire se per modestia o per -orgoglio, oserei rivolgermi, ove, con un sentimento -di riverenza profonda, non fosse pure penetrato nell'animo -mio un sentimento più intimo, più vivo, -più personale, che mi obbliga a Voi di simpatia insieme -e di gratitudine; e da più lungo tempo che Voi -non possiate credere, mio illustre Signore. Chè, s'io -debbo al vantaggio d'avervi conosciuto di persona, -presso il nostro venerato ed amatissimo Michele -Amari, il vivo piacere, che mi dura e che mi auguro -durevole, di trovarmi in più stretta corrispondenza -ideale con Voi, m'eravate entrato nell'animo -<span class="pagenum" id="Page_iv">[iv]</span> -e nella mente molti anni innanzi di quel giorno -propizio della mia vita, in cui ebbi la lieta ventura -d'incontrarvi. Concedetemi qui pertanto di rischiarare -alquanto questo ricordo personale. -</p> - -<p> -Io debbo, non senza un po' di vergogna, confessare, -come, quando uscii dottore in lettere dall'Università -di Torino, mi restava ancora un'idea -assai confusa della filologia comparata. Il Vallauri, -co' suoi fiumi sonanti di latina eloquenza, avea fatto -di me un sufficiente cultore delle latine eleganze; -ma, in quanto a filologia comparata, se essa non -era più un'incognita per me, mi rimaneva tuttora, -pur troppo, una gran nebulosa. I nomi di Bopp, di -Pott, di Grimm, di Kuhn, di Schleicher, di Curtius, -di Max Müller, di Weber, di Steinthal e d'altri -insigni Alemanni mi sonavano bensì negli orecchi, -ma erano pur sempre suoni vani, de' quali io -non misuravo sicuramente il valore. Con questa mediocre -preparazione linguistica io fui lanciato ventenne -ad insegnar rettorica a Chieri. Chieri è una -graziosa città industriale del Piemonte, a sei miglia -da Torino; l'aria vi è eccellente; operosa, allegra, -vivace la popolazione; ma, tra le città di provincia, -Chieri era, in quegli anni, non solo delle più incolte, -ma delle più aliene dagli studii; non istituti scientifici -o letterarii, non convegni geniali, non librerie; -nessuna via di comunicarsi in ispirito, ove la cura -materiale urge ed invade tutta la vita. In me frattanto -<span class="pagenum" id="Page_v">[v]</span> -un bisogno prepotente di nuovi e più larghi orizzonti, -e l'impazienza di gettarmi con impeto giovanile -nella vita. Ma, come vivere? Un giovine, costretto -ventenne ad insegnare greco e latino, non ne ha il -tempo ed il modo; non ne ha quasi il diritto. Allora -un'altra impazienza mi prese; poichè non potevo -più muovermi con la persona, desiderai di viaggiare -lontano in ispirito; fondai da Chieri un giornale, -un'Italia letteraria, per potere, se non vivere, almeno -parlare coi lontani; e, per allontanarmi anche -più dalla noia delle cure scolastiche presenti, mi -posi in viaggio solitario alla ricerca delle origini della -lingua italiana. Ma, in questo viaggio, ad ogni passo -incontravo un inciampo. Sentii ben tosto che il mio -molto latino ed il mio poco greco non bastavano -più, perch'io mi rendessi ragione di certe misteriose -evoluzioni del linguaggio; e mi nacque allora la -curiosità ed il desiderio di cercare più addentro. -Un benedetto giovedì, recatomi, secondo il consueto, -da Chieri a Torino, scorrevo avidamente le -vetrine de' librai, quando lessi il titolo seguente: -<i>Histoire des langues sémitiques</i>. Non resistetti alla -tentazione, ed acquistai il libro. La lettura di esso -fu per me una vera rivelazione; io vi respirai nuova -luce e intravvidi l'Oriente. Una settimana dopo, io -mi poneva tra le mani una grammatica ebraica. Ma, -ritornatomi, in breve, l'amore del mio primo studio -sopra le origini della lingua italiana, m'avvidi -<span class="pagenum" id="Page_vi">[vi]</span> -che le lingue semitiche me ne avrebbero allontanato -di troppo; sostituii pertanto lo studio della lingua -ebraica con quello della indiana. Corsi tosto ai -primi ferri che mi vennero alle mani, egregi ferri -italiani, la <i>Grammatica Sanscrita</i> del Flechia, il -<i>Râmâyana</i> del Gorresio e gli <i>Studii Orientali e -linguistici</i> dell'Ascoli. Pochi mesi dopo ero a Berlino; -dove il Bopp, coi dolci e sapienti colloquii e -coi libri immortali, ed il Weber coi preziosi insegnamenti, -apersero all'avida mia mente i loro -tesori. E, a Berlino ancora, Voi veniste, mio illustre -Signore, a visitarmi due volte, ed entrambe le -volte, a scuotermi: la prima col saggio di <i>Mitologia -comparata</i> del professor Max Müller da Voi, con -parole sapienti, presentato al pubblico francese e -che, insieme col saggio del Bréal sul mito di Caco, -col libro del Kuhn sul fuoco e sull'ambrosia, con -gli articoli di critica mitologica del Baudry nella -<i>Revue Germanique</i>, decise, per sempre, della mia -vocazione scientifica; la seconda volta, col poema -della <i>Vita di Gesù</i>. -</p> - -<p> -Divenni quindi io stesso, se felice o disgraziato -non so, un mitologo comparatore indipendente, e -mi appassionai per gli studii comparativi, per un -bisogno dell'animo mio tutto espansivo, che mi -spinge naturalmente ad abbracciare quanto si conviene, -e pel forte convincimento che, aiutato dagli -studii comparativi, si radicò nel mio intelletto sopra -<span class="pagenum" id="Page_vii">[vii]</span> -l'unità fondamentale della vita, e sopra la necessità -di studiarla come un tutto armonico, e non come -una caotica mischianza di parti indifferenti. Perciò, -come io studio comparando, così per lo stesso -istinto naturale vivo amando, abbracciando, accostando, -tutto ciò che può compararsi, combinarsi -e convivere. Quando, pertanto, Voi, mio caro Signore, -gemevate allo scoppiar della guerra franco-germanica; -quando Voi, dalla Francia minacciata, -facevate un nobile appello al lontano collega Strauss, -affinchè almeno gli uomini di scienza tenessero -unito ciò che i politici venivano barbaramente a -dividere, io sentii crescere fortemente il mio affetto -verso di Voi. Quando, finalmente, in giorni -per la Francia dolorosi, ne' quali, per gli equivoci -della versipelle politica, Voi, vedendo raffreddarsi -alquanto le vive naturali simpatie che legavano fin -qui Francesi ed Italiani, coglievate l'occasione per -dir parole piene d'affetto all'Italia, per la nobiltà -del vostro coraggio, m'entraste tutto nel cuore; e -vi rimanete, e v'assicuro che non vi state a disagio. -</p> - -<p> -Io sento aver già detto molte parole; e ben -altre ancora ne direi, se non temessi, continuando, -di stancarvi con la dimostrazione di un sentimento, -del quale ho fiducia che Voi non dubitiate -più. -</p> - -<p> -Dovrei ora aggiungere qualche altra parola sopra -il libro che vi viene innanzi, confidato al vostro -<span class="pagenum" id="Page_viii">[viii]</span> -gran nome. Ma esso deve parlare da sè, posto che -sappia parlare. Io non posi, pur troppo, nessuna cura -a farne uno scritto elegante; e non ho l'ambizione -d'aver compiuto, con esso, opera intieramente originale. -Mi contenterei se si potesse dire che non -feci cosa inutile. Non presumo di offerire un trattato -completo di Mitologia vedica, nè d'illustrare -tutti i miti vedici; ordino, descrivo e tento di -spiegare gli essenziali. Seguo, nell'ordine, la storia -naturale del mito: il primo mito che nasce -è, specialmente, un'immagine; il secondo è, specialmente, -una persona; il terzo è, specialmente, -un'idea: il primo è una lieve figura, il secondo un -mobile eroe, il terzo diviene un nume od un idolo -che sta fermo innanzi al suo cieco adoratore; il -primo è fisico, il secondo è umano, il terzo riesce -metafisico nel cielo, brutale sopra la terra. Nella -descrizione, a costo di riuscire talora alquanto monotono, -mi studio di adoperare i soli colori del linguaggio -proprio degl'Inni vedici. All'ordine che -seguo, ed ai colori indiani che adopero nel rappresentare -i miti, si conforma necessariamente il mio -commento. Il mio lavoro parrà forse troppo lieve a -molti eruditi, troppo grave a molti indotti; ma, se -il desiderio non m'inganna, esso ha pure il merito -di dare un po' di luce ad una materia erudita che -giaceva fin qui quasi interamente perduta e silenziosa -in frammenti isolati, privi talora di senso per -<span class="pagenum" id="Page_ix">[ix]</span> -quegli stessi benemeriti eruditi che l'avevano scavata, -ed agl'indotti offrirà finalmente il modo di erudirsi -un poco nella Mitologia vedica fin qui ignorata -dai più, e dai pochi che ne avevano qualche notizia -superficiale, citata spesso, a sproposito, sopra fonti -di autorità sospetta. Se il metodo poi, col quale ho -proceduto nella esposizione de' miti vedici, avesse -la ventura d'incontrare il suffragio de' critici più -spassionati, più sinceri e più diligenti, avrei -pure speranza che il mio tentativo fosse per giovare -qualche poco ancora all'intelligenza delle altre antiche -mitologie, quando s'abbia non solo a rappresentarle, -ma sì ancora ad indagarne criticamente -le origini. In alcuna delle letture poi, quelle, per -esempio, sull'Acqua, sul Fuoco, sul Vento, su Indra, -su gli Açvin, su Brahman, ho istituito alcune -nuove e speciali discussioni, sopra le quali ardisco -richiamare particolarmente l'attenzione degli studiosi. -Chè, se l'opera mia paresse tuttavia ad alcun -investigatore troppo insufficiente, e lo invogliasse -a ritentarne presto una migliore, io sarei pure contento -di questo suo merito negativo; e mi parrebbe -di non avere perduto il mio tempo, quando fossi riuscito -a dare una spinta, che oserei chiamare felice, -a qualche ingegno meglio nutrito e più gagliardo -del mio, verso una più matura investigazione del -vero. -</p> - -<p> -E mi consolerei poi sempre per l'occasione che -<span class="pagenum" id="Page_x">[x]</span> -mi si sarebbe offerta, mio illustre e caro Signore, -di esprimervi una volta, secondo il mio potere, in -pubblico quei sentimenti di profonda osservanza e -d'amicizia devota, coi quali godo rimanere -</p> - -<p class="indl"> -<i>Firenze, ottobre 1874.</i> -</p> - -<p class="indr1"> -Il vostro deditissimo -</p> - -<p class="indr"> -<span class="smcap">Angelo De Gubernatis.</span> -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span> -</p> - -<h2 id="introduzione">INTRODUZIONE.</h2> -</div> - -<p> -Tra gli <i>Scritti minori</i> di Guglielmo Wackernagel, -che l'editore Hirzel va pubblicando a Lipsia, trovasi uno -<i>Scherzo</i> che ha fatto particolarmente fortuna. Nella prefazione -al primo volume dei <i>Kleinere Schriften</i>, Moritz -Heyne lo chiama <i>ein frischer und feiner Scherz</i>, e gli -attribuisce tanta importanza da segnalarlo, in modo speciale, -all'osservazione degli studiosi; e so già di molti -eruditi che vanno pazzi per queste dodici paginette umoristiche -del chiaro Germanista. Lo scritto di Wackernagel -apparve la prima volta nell'anno 1856, presso il -<i>Neues Schweizerisches Museum</i> edito dai professori Fischer, -Schweizer-Sidler e Kiessling. Lo scrittarello reca -il titolo seguente: <i>Il cagnolino di Bretzwill e di Breiten, -tentativo d'investigazione mitologica</i>. (<i>Die Hündchen -von Bretzwil und von Bretten, Ein Versuch in der -Mythenforschung</i>.) Lo scritto di Wackernagel è piaciuto -tanto in una parte erudita della Germania, che se un -mitologo s'attentasse oggi ancora di dimostrarvi che ci -sono de' miti, per quanti fatti egli potesse addurre a -sostegno della sua dottrina, si sentirebbe per unica risposta -domandare: <i>Avete letto il cagnolino di Bretzwil -e di Bretten</i>? Nel secolo passato, un solo motto di Voltaire -avea la pretesa d'annientare il Cristianesimo; nel -<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span> -secolo nostro, la ingegnosa buffonata di un solo erudito -dovrebbe abolire tutta la mitologia. Offenbach ha messo -in canzonetta l'<i>Iliade</i>; perchè un professore non potrebbe -ora tradurre in prosa quella canzonetta? Dopo -tutto, uno scherzo si legge più volentieri e si ritiene più -facilmente d'un trattato. E chi non ha letto le molte -opere dottissime di Wackernagel, lo ricorderà invece -lungamente per la sua storiella de' due cagnolini, arma -fatata, con la quale si dispenserà dal considerare molte -questioni che il ridicolo ha ornai risolute. -</p> - -<p> -Il carattere del nostro tempo è spesso la facilità; lo -scibile, quando imbarazza, si esclude. Così noi troviamo -molti uomini che si credono civili e trattano il mondo -come se fosse nato ieri, e sto per dire, quasi come se lo -avessero essi stessi creato e composto ad immagine loro. -Essi non credono all'età eroica, perchè essi stessi non si -trovano più eroi; e non credono agli Dei, perchè essi -hanno perduto il sentimento del divino. Chi s'accinga -loro a dimostrare lo svolgimento successivo della natura -e dell'umanità, perde l'opera; essi trattano, per rispetto -al tempo, l'uomo antico, a quel modo con cui noi società -civili, per rispetto allo spazio, trattiamo le società -selvaggie. Sono altri esseri, con altri organismi, con -altra vita; nulla di quelli più ci perviene e ci tocca; -ogni secolo è un tutto vivente, da sè, per sè, distinto -da cento unità che chiamano anni. Ogni figlio che nasce -non riceve nulla alla sua radice, vegeta isolato, completo, -co' suoi vizi, con le sue virtù, e non si tramanda quasi altrimenti -che per la pecunia, eredità che i superstiti raccolgono -da quelli che se ne vanno. Molti, anzi troppi comprendono -in tal modo ristretto la vita. La storia non è -un'armonia, ma una confusione di suoni. Chi s'attenta a -dimostrarne la continuità, a cercare nel presente i frammenti -del passato, a far la storia naturale del principe -<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span> -degli animali, si sentirà abbaiar dietro il cagnolino di -Wackernagel. -</p> - -<p> -Un mezzo secolo fa, per confondere i mitologi, -un bell'ingegno avea voluto provare come fosse anco -possibile il fingere in Napoleone I un mito solare. Alcune -curiose analogie trovate tra la vita dell'intraprendente -conquistatore con le gesta più caratteristiche -dell'eroe mitico, posero in grande discredito la mitologia, -come se la somiglianza accidentale di una realtà -terrena con un'altra più solenne realtà dalla fantasia popolare -figurata nel cielo dovesse distruggere necessariamente -il mito. La levità de' giudizi umani è tanta, che il -ridicolo parve allora invincibile, e nessuno si curò d'indagare -se fosse pienamente logica la conseguenza che si -traeva dalle premesse. Su che si fondava, insomma, il ragionamento? -Voi dite che in cielo l'eroe mitico vive così; -io vi dimostro che Napoleone sopra la terra ha vissuto -nel modo medesimo; dunque anche Napoleone dovrebbe -essere un mito; ma un mito non può essere, perchè Napoleone -io l'ho veduto, come lo videro molti de' miei -contemporanei; dunque i vostri miti non sussistono. Vi -pare che il ragionamento corra? Eppure tutti quelli che -risero ed approvarono, quando uscì quella caricatura, -ragionarono alla stessa maniera e sentenziarono però che -la mitologia era morta sotto quel ridicolo. -</p> - -<p> -Sorsero in Germania, dopo parecchi anni, a farla -rivivere valorosi mitologi tedeschi, e a dimostrarne meglio -la realtà storica si valsero, nella ricerca, di quello -stesso metodo comparativo, che era stato vittoriosamente -adoperato per discoprire le affinità linguistiche della -nostra stirpe indo-europea. S'era per lungo tempo -creduto che ogni lingua ariana fosse un tutto organico -completo, perfetto, isolato per sè, senza addentellati, -all'infuori di quelli con una maravigliosa lingua primitiva, -<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span> -la lingua d'Adamo, che si faceva parlare ebraico. -Menagio e gli altri etimologi dello stesso valore che il -motto espressivo di Voltaire sopra l'ufficio delle consonanti -e delle vocali ha troppo bene scolpiti, dando una -elasticità prodigiosa ai vocaboli d'ogni lingua, li conducevano -a miriadi a darsi battaglia sopra un'esile radice -ebraica, la quale quando, per dispero, non potesse più -sopportare il peso di tanto conflitto, si ritraeva, cedendo il -campo a qualche altra radice più arzilla, chiamata prontamente -in soccorso come cortese ausiliaria. Se la confusione -delle lingue non si era dunque fatta in Babele, -si fece nel secolo decimosettimo in Parigi, dove il Menagio -teneva aperta accademia. Come le lingue, si considerarono -pure le mitologie. Esse venivano osservate -come prodotti completi e distinti della fantasia letterata -de' poeti di ogni singola nazione, e quando la pluralità -degli Dei offendeva la Maestà del Dio unico ebraico-cristiano, -si cercava di comporre il dissidio interpretando -i miti greci e latini come allegorie morali. Ogni Nume, -per quanto poco edificante sia stata la sua vita, ebbe -obbligo di rappresentare simbolicamente una virtù; e -così si sono potuti compilare dizionarii e trattatelli di -mitologia classica per uso della gioventù studiosa, e un -poco anche per uso di que' poeti poveri di idee e di sentimento, -i quali, quando avessero invocato il biondo -Febo, o il fiero Marte, o la lusinghiera Ciprigna, o la -casta Diana, e ornato in versi qualche aneddoto più o -meno autentico dell'Olimpo ellenico, avevano esausta -tutta la loro ispirazione. -</p> - -<p> -La filologia comparata trova ancora molti increduli in -Germania, e moltissimi fra noi. Vi è tutto un popolo di -eruditi che guarda sempre compassionevolmente tutta -questa gente nuova che ardisce ricercare nuovi veri oltre -quelli appresi da molti secoli in quella duplice scienza -<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span> -ch'essi chiamarono sacra e profana. L'etnografia biblica -durò per essi infallibile; Japhet è Giapeto. Giapeto è un -greco. Dal greco discende il latino. Si trova la lingua -etrusca? È un mistero. Ma se si ha da dichiarare si ricorre -al greco; fallita la prova del greco, deve supplire -l'ebraico. Tutto si chiude entro quel circolo erudito. Al -di fuori di esso, non vi è storia, non vi è poesia, non vi -è scienza, non vi è salute. Gl'Indiani sono selvaggi. I -Germani e gli Scandinavi sono popoli che si pascono di -nebbia; lo Slavo non conta; basta il <i>knut</i> a rappresentarlo. -Se anch'essi hanno mitologie, al più sono mitologie -mostruose. Possiamo occuparcene, per curiosità, -come ora sembra che si venga pure disegnando una mitologia -ottentota. Così ragionano i dissidenti, che vorremmo -chiamare gli ignoranti, se non fossero, per la -massima parte, gente erudita e togata che siede in cattedra -e parla gravemente. -</p> - -<p> -Ma la mitologia comparata fu anche più disgraziata -della filologia. Essa non ha solamente contro di sè i -pedanti dell'antica forma, ma anche quelli della nuova. -L'erudito dell'antico stampo occupavasi della sola antichità -classica; sopra la rettorica di Quintiliano esso piantava -le colonne d'Ercole. L'erudito moderno ha fatto un -passo importante. Esso ha considerato anche la letteratura -medievale e la letteratura popolare contemporanea. -Con una diligenza degnissima di lode, esso è venuto accozzando -preziosi materiali, e ponendoli in luce. Non -seppe avvivarli, non seppe o non volle penetrarne l'intima -essenza; ed era nel suo diritto; non è di quello -che gli manca, pur troppo, che noi possiamo accagionarlo; -anche i Reinhold Köhler hanno il loro merito -presso gli studiosi, come rendono sicuramente un buon -servigio alla letteratura i bibliografi. Ma che si direbbe -di un bibliografo, il quale s'attentasse di negare ogni diritto -<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span> -alla critica, per la sola ragione ch'egli non ne ha -mai fatta? Così vi sono raccoglitori di novelline, di canti -popolari, di leggende, di tradizioni, i quali gridano -l'allarme contro il critico mitologo, che ardisca cercare -l'anima di que' piccoli organismi, pel solo motivo che -essi non li hanno mai sentiti palpitare, avendo raccolte -tradizioni per accrescerne il numero nel loro museo, -non già per riuscire a penetrarne l'intima natura e rappresentarla -e interpretarla come una figura vivente dello -spirito umano. Contro il mitologo che compara, oltre i -vecchi pedanti preoccupati di simmetrie grammaticali -e rettoriche, stridono dunque ancora i novissimi eruditi, -intenti a far dei volumi coi racconti che il popolo -ha bene narrati, ma ch'essi non hanno bene compresi; -e aizzano però contro il mitologo il cagnolino di Wackernagel, -e quando esso <i>caninamente latra</i>, levano un -applauso così festoso, che ne arriva lo strepito fino -a noi. -</p> - -<p> -Ma a che si riduce, insomma, lo <i>Scherzo</i> di Wackernagel? -Vediamolo. Nè io di trattenervi sopra un argomento -così umile vi chiedo scusa; poichè, se, con -tali armi, presumono gli avversarii nostri combatterci, -è giusto che sappiate quali armi sian quelle, per farne -il conto che meritano, e non lasciarvene sorprendere. -Il ridicolo può, quando giunge improvviso, riuscir contagioso -anco agli uomini gravi; ma quando si apprenda -di che natura sia e con quali arti si mova, esso non -ha più presa su altri che sul volgo. Del resto, lo stesso -Wackernagel dovea fare una stima assai mediocre del -proprio Scherzo dell'anno 1856, quando nel 1867, seguendo -quello stesso metodo che egli aveva deriso, -trattava distesamente della <i>Thiersage</i>, in uno scritto -che fu compreso testè nel secondo volume de' suoi -<i>Kleinere Schriften</i>, ed ove, se con erudizione un poco -<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span> -superficiale si tocca delle tradizioni epico-zoologiche -orientali, si riconosce pure la necessità di ricondurre -all'Oriente le tradizioni dell'Occidente e di far risalire -all'epopea la favola. -</p> - -<p> -Ora udiamo il Wackernagel: — «Dicesi qui in Basilea -di un uomo, il quale arriva col detto o con l'opera -in ritardo quando tutto è già passato, o d'una cosa, d'un -avvenimento che arriva in ultimo, quando non c'è più -tempo: «ei viene» oppure «è come il cagnolino di Bretzwil.» -Bretzwil è un villaggio nel territorio di Basilea. -Presso il cagnolino di Bretzwil se ne trova un altro, divenuto -esso pure proverbiale, il cagnolino di Bretten; -Bretten è una piccola città del Palatinato. Di quest'ultimo -Heberer nella sua <i>Servitus Aegiptiaca</i> (stampata -nel 1610 ad Heidelberga) narra la seguente storiella -che subito ci colpisce: -</p> - -<p> -«Viveva in Bretten un uomo, così poveraccio, che -avrebbe dovuto morire di fame, se un cagnolino ad un -tempo fedele ed accorto non gli avesse prolungata la vita. -Esso, ogni giorno, correva ora presso l'uno, ora presso -l'altro macellaio della città, sottraeva ogni volta una -salsiccia e la portava al suo padrone. I macellai, i quali -per lungo tempo non aveano avuto sentore nè del furto, -nè del ladro, si posero finalmente sopra le tracce del -cagnuolo e stettero in agguato. Alfine, sul punto in cui -il cagnolino voleva afferrare una salsiccia, il macellaio -colse il cane, gli tagliò la coda e gliela pose trasversalmente -in bocca, così com'esso era solito a portar via le -involate salsicce; quindi lo lasciò correre. Il cagnuolo -tornò a casa, pose, come già la salsiccia, in mano del -padrone la coda, si buttò giù, e morì.» Heberer era egli -stesso di Bretten, e dovremmo credere ch'egli abbia -fedelmente riprodotta la tradizione locale, ed anzi esser -disposti a credere che la stessa fosse letteralmente vera. -<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span> -Ma si affaccia il nostro canino di Bretzwil, il quale a -quello di Bretten somiglia tanto pel suo essere bestiale -e pel nome del luogo, e pure ne differisce tanto pel -nome e pel significato, da non potersi identificare finchè -si rimanga sopra il terreno storico. Quindi la necessità -di lasciare intieramente da banda il terreno storico, -lanciandosi piuttosto da Bretten del Palatinato e da Bretzwil -del territorio di Basilea nel mondo mitico-simbolico, -e dalle più solide basi ch'esso offre cercare l'idea, per -la quale i due cagnolini si ritrovano uniti.» — E qui il -Wackernagel incomincia la sua caricatura. Ne reco il -principio, perchè si comprenda il tono dell'erudita buffonata: -«Il cane troviamo nella credenza e nell'uso -dell'antichità e del Medio Evo ed anche ora in parecchi -senza dubbio non più intesi e male adoperati proverbi -come il costante simbolo riproducentesi della morte. -Cerberus, il <i>janitor Orci</i>, è un cane, un cane più insigne, -poichè esso ha tre, anzi cinquanta, anzi cento -teste; contro Odino, che nella Vegtamskvida cavalca -verso Niflheim e ad Hel, la Dea della Morte, abbaia un -cane feroce, precipitato giù dalla casa della Dea; naturalmente -il cane, mentre infuria, lascia la porta aperta; -quindi il proverbio: <i>cani e villani lasciano la porta -aperta</i>. Ed ancora in uno de' più bei rami del grande -maestro di Nürnberg questa processione infernale: un -guerriero cavalca uno splendido cavallo superbamente -tranquillo; presso di lui, sopra una misera rozza, la -Morte, fra i due corre un cane, sinistro nel suo silenzio -e in ogni sua espressione; evidentemente di nuovo il -cane funebre, ed il cavaliero, non già (codesto può credere -solamente un cervello limitato) il signor Francesco di -Sickingen, ma sempre ancora il vecchio Odino in uno -de' suoi non so quanti avatar.» La buffonata si continua -deplorevolmente sopra lo stesso tono per altre dieci pagine. -<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span> -Sì, deplorevolmente, poichè, nello studio di provocare -il riso, il Wackernagel confonde le cose più gravi -con le più lievi, e sacrifica scientemente il vero. -</p> - -<p> -Il proverbio sopra i cani e i villani che lasciano la -porta aperta, ch'egli cita a sproposito, dopo avere ricordato -il cane <i>janitor Orci</i>, infirma forse che il cane -sia spesso nel mito il messaggiero della Morte com'è -l'ostiario del regno de' morti? Certo non è il cagnolino -di Bretzwil nè quello di Bretten che ci danno un'idea -precisa del cane funebre; ma l'animale che si sacrifica -pel suo signore, per quanto Wackernagel fosse disposto -a credere la storiella di Heberer indigena del Palatinato, -è sicuramente una leggenda di origine mitica, della quale -numerose leggende indo-europee avrebbero potuto offrire -al dotto Professore di Basilea le varianti, senza ch'egli -s'avesse a dar tanta briga per mettere sossopra tutte le -mitologie, e rintracciarvi le più disparate notizie tramandate -da esse sopra il cane, e forzarle quindi reciprocamente -ad una unità ridicola e mostruosa. Che direste -voi d'un filologo, il quale trovando per esempio la parola -<i>Deus</i>, invece di considerarla nel suo pieno organismo -vivente, la scomponesse nelle sue quattro lettere, e poi, -come gl'Indiani distinguevano nella mistica sillaba <i>om</i> -(a-u-m), le tre persone della Trinità brâhmanica, Çiva, -Vishnu e Brahman, perchè nella prima parola entra la -lettera <i>a</i>, nella seconda la lettera <i>u</i>, nella terza la <i>m</i>, -nella parola <i>Deus</i> vedessero, con lo stesso arbitrio analitico, -i <i>Domini pater, filius, spiritus</i>? -</p> - -<p> -Scherzo contro scherzo, io non credo che quello di -Wackernagel valga molto di più. Non so se esistesse -nel 1856 un pazzo mitologo comparatore quale il Wackernagel -lo supponeva per aver buon giuoco nel confonderlo -col ridicolo. Lo <i>Scherzo</i>, al più, proverebbe -come a nulla valga la molta erudizione, senza un metodo -<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span> -critico che la guidi e sostenga, e ci darebbe ragione -per far voti, affinchè gli eruditi si contentassero -di raccogliere materiali, e di farne l'inventario, senza -porli in ordine, ch'è lavoro critico al di sopra del loro -potere, senza interpretarli, chè per interpretarli bisogna -prima comprenderli, e a comprendere le cose vaste occorre -vastità di comprendimento. Wackernagel non era -certamente uomo di piccolo ingegno, ma, per questo -appunto ch'ei poteva pregiare l'efficacia scientifica della -mitologia comparata, ebbe torto, quando s'accinse a seppellirla -col ridicolo appena nata. Poichè lo <i>Scherzo</i> suo è -così fatto, che non colpisce solo l'esagerazione dei singoli -investigatori, ma intende ad isolare intieramente il mondo -antico mitologico rivelato dall'arte, da quello che si conserva -in modo frammentario nella tradizione popolare, e -perchè infine deride l'unità fondamentale de' miti, come -altri deride ancora l'unità de' linguaggi indo-europei. -</p> - -<p> -Nel nostro linguaggio famigliare, quando si vuole -indicare una cosa che non è reale, e che lo spazio od il -tempo nasconde alla nostra vista, si suol dire: <i>è un -mito</i>. Questa singolare espressione è il primo ostacolo -che trova il mitologo, quando richiama l'attenzione degli -studiosi sopra il mondo mitico. Con l'indirizzo positivo -dell'odierna filosofia sembra stonare od avere almeno -una mediocre attrattiva qualsiasi scoperta che si presupponga -non condurre direttamente a ritrovare alcuna -verità di certezza matematica. Il mito per molti non è -altro che la negazione del reale; fosse almeno l'ideale; -ma neppur questo si concede. Come il capriccio turba il -movimento ordinato ed armonico della ragione, come -l'allucinazione abbaglia la vista, così il mito distrae dal -vero la poesia. Si considera il Nume come un fantasma -straordinario, che appare all'uomo, per caso, senza -che l'uomo l'abbia evocato o prodotto; un fantasma -<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span> -senza corpo, quantunque assuma capricciosamente forme -all'uomo ben note. E questo modo volgare di trattare -anticipatamente i miti prima di studiarne la natura, -prima di conoscerli, toglie ogni favore alla mitologia. -Nessuno di noi vuole accusare la propria ignoranza, -ed incolpare il proprio difetto d'analisi. Perciò rimane -molto più vicino alla scienza l'umile volgo che crede -ancora alle sue streghe, a' suoi incantesimi, che noi, -gente di spiriti forti, che sorride e scote il capo dicendo: -no, quello in cui il volgo crede, non esiste, non -ha mai esistito. -</p> - -<p> -Dunque, mi domanderete voi, dobbiamo, ritornando -superstiziosi, credere in quel soprannaturale che -la ragione nostra ha rovesciato? Non è codesta fede -che io domando allo studioso; ma sì invece che esso -non cerchi la storia dell'uomo solamente ne' monumenti -scritti, spesso ingannevoli, e che tratti le credenze popolari, -le superstizioni, almeno con quella serietà con cui -l'archeologo esamina i rottami d'un antico edificio; -come l'archeologo ricompone dalle rovine il suo monumento -antico, perchè non potremo noi concedere all'uomo -vivente la stessa attenzione che non neghiamo -all'opera materiale dell'uomo? -</p> - -<p> -Se le streghe non ci sono più, ci è ancora la credenza -nelle streghe. Esaminiamo come questa credenza -sia nata, e perchè si mantenga, invece di deriderla; e -troveremo sotto l'antica strega, in cui si crede ancora, -sebbene siasi staccata dal fondo reale, sopra il quale si -disegnò la prima volta, una realtà molto sensibile che -dura ancora, sebbene la sua forma mitica siasi ora isolata -da essa ed erri perduta ed incerta nella sola immaginazione -popolare. Quelle idee che a noi paiono false, -quel pauroso sentimento del volgo dominato da una -certa mole d'idee sovrannaturali, debbono avere il loro -<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span> -significato, la loro storia, la loro causa nella natura. È -inutile il dire, non è, quando si tratta solamente di vedere -se quello che ora non è più, non abbia potuto essere -una volta, e se, date le condizioni morali d'una -volta, lo stesso effetto non si possa ancora riprodurre. -Quando un erudito vi dice che la parola <i>Befana</i> è corrotta -da <i>Epifania</i>, dice il vero; quando aggiunge che la -voce <i>Epifania</i> vuol dire <i>apparizione</i>, vi dice cosa che -probabilmente sapete già, ma che può essere innocentemente -ripetuta; quando vi fa sapere che i Latini in -que' giorni stessi, ne' quali i Cristiani celebrano l'arrivo dei -Re, avevano cerimonie popolari consimili a quelle che rendono -tumultuoso fra noi il giorno della Befana, vi invita -ad un raffronto, al quale non avevate forse pensato; ma, -anzi che aiutarvi a capire quello che la Befana sia, -s'egli non aggiunge altro, v'imbroglia. L'erudito cattolico -non vorrà che poniate in oblio come per <i>Epifania</i> si -intenda l'apparizione della stella ai tre Re Magi; sebbene -vi abbia già insegnato come anco i Greci avevano -le loro <i>Epifanie</i>, feste solenni, nelle quali gli Dei si -manifestavano ai mortali. L'erudito vi pone a riscontro -fatti che, se non vengono spiegati da una ragione più -profonda che non sia quella indicata dalla sola storia -esterna, spesso meccanica, invece di dichiararsi a vicenda, -a vicenda si confondono. Non è qui il luogo, in -cui io possa domandare ai Cattolici perchè festeggino -sul principio dell'anno l'arrivo de' Re Magi; essi mi -risponderebbero che il loro dogma, il loro rito è infallibile, -e che non giova indagare il perchè di un mistero -che bisogna credere solamente perchè ci fu rivelato. Per -quanto sia dunque grande la tentazione mia di lanciar -l'indagine anche fuori del mondo ariano, quando in tal -mondo si producono fenomeni conformi a quelli che ci -occupano, nè solo vi si producono, ma ne escono per -<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span> -venire a confondersi coi nostri, rispetterò le credenze -cattoliche, quando non ho un bisogno assoluto di distruggerle -per la dimostrazione del vero. Ma io vorrei -sapere dall'erudito il significato di quegli usi pagani che -perdurano nella festa cristiana dell'Epifania. Essi diranno -probabilmente: la Chiesa cristiana non si curò di -rimuovere costumanze che potevano invece, mantenute, -dare alle nuove credenze una base antica. La verità è -ora che le credenze cristiane importate sul terreno latino -sono quasi partite, dove le tradizioni pagane vi si -conservano tenaci. Ma perchè questa grande tenacità? -e perchè i Latini festeggiavano poi in tal forma singolare -i primi giorni dell'anno? Qualche erudito fa bene notare -la corrispondenza tra certe feste religiose e le vicende -agrarie e celesti dell'anno. Ma egli si crederebbe troppo -temerario, quando tentasse di ricercare nelle feste religiose -i caratteri simbolici di quelle vicende. O quando -ardisse tanto, si limiterebbe al mondo romano, e col -mondo romano s'ingegnerebbe di spiegare ogni rito singolare. -Chè, se gli accadesse di incontrare un uso medesimo -in Grecia, preparerebbe una dissertazione per -ricercare se i Greci l'abbiano tolto dai Latini, o non più -tosto questi da quelli. Quanto ai Germani, agli Slavi, -agl'Indiani, se l'erudito viene a sapere che essi ebbero -od hanno usi simili ai nostri, si contenterà di trovar -curiosa tale somiglianza, ma si guarderà bene di domandarne -il perchè o d'ammettere che un perchè vi sia. -Ogni popolo d'eruditi in Grecia, in Italia ed altrove ha -incominciato col dichiarare <i>autoctona</i> la nazione, alla -quale esso apparteneva, sebbene si rispettasse l'autorità -della Bibbia che sostiene una genesi diversa. Ora non -siamo più a questo punto; ma troppi di noi, quando, -nello studio delle antichità italiche, ci troviamo confusi -innanzi a costumanze, istituzioni, tradizioni, monumenti -<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span> -non conformi alle nozioni che ci rese famigliari il mondo -latino, le riferiamo a quella comoda razza pelasgica, -inventata, come sembra, perchè desse ospitalità a tutti -que' popoli che la etnologia non ha ancora saputo determinare -e classificare. E con questa preoccupazione continua, -eccessiva, de' caratteri etnici, trascuriamo lo studio -di quella unità più larga e potente ch'è l'uomo nell'immediato -contatto con la natura. Ci ribelliamo all'idea di -un uomo primitivo bruto e brutale, o ce ne consoliamo, -pensando che nella scala degli esseri animati l'uomo è -il più intelligente. Siamo disposti a credere, perchè non -possiamo impugnarla, all'eredità del sangue; e incominciamo -ad ammettere, se non ancora a proclamare, che -si trasmette col sangue una parte dell'umano carattere. Ma -che faceva ella la intelligenza dell'uomo primitivo, quando -si trovava ancora quasi priva di idee, al contatto della -viva natura? Che poteva essa altro fare se non sopra la -natura vivente creare idee vitali? E i miti sono la figura -di quelle idee elementari, le quali s'improntarono con -più forte impressione nella nostra razza, perchè la razza -nostra era la osservatrice dotata di fibre più delicate e -sensibili, e più atta pertanto a comunicare come a ricevere -le impressioni. Liberiamoci da quel cumulo -immenso di idee acquisite, per convivenza sociale, in -parecchie migliaia di secoli; dimentichiamo, se ci è possibile, -le impressioni che il lungo contatto degli uomini -lasciò in noi, e ritorniamo vergini innanzi alla natura. -Ritorneremo forse ancora a creare i miti, o, per lo -meno, li conserveremo meglio, poichè ne avremo un -sentimento più vivo. Perciò il popolo che è ancora più -presso di noi alla natura conserva meglio le sue credenze -superstiziose, che noi deridiamo perchè le abbiamo perdute. -Molte anzi di tali credenze superstiziose sono ancora -miti trasparenti. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span> -</p> - -<p> -E per miti trasparenti intendo quelli che sotto la -figura immaginosa del linguaggio lasciano apparire evidente -il fenomeno naturale. Crede il popolo della campagna -toscana che la rugiada raccolta prima che si levi -il sole, alla vigilia di San Giovanni, abbia virtù di conservare -la vista. Noi sorridiamo alla credula ignoranza -del volgo, dove dovremmo forse ammirarne soltanto la -poesia. La festa di San Giovanni sappiam bene come cada -sopra uno de' tre giorni del solstizio estivo, ossia de' tre -giorni più lunghi, de' tre giorni più luminosi dell'anno. -Se con la rugiada del giorno più luminoso si lavino gli -occhi, noi vedremo più luce, noi vedremo meglio. Che -cosa di più semplice, di più naturale, di più poetico che -questa forma d'augurio? Eppure il volgo degli ignoranti, -che mantiene la poetica usanza, ha torto, ed il nostro -volgo erudito, che la disprezza, è il gran savio, al cui giudicio -dobbiamo inchinarci riverenti. E pure non intenderemo -mai la mitologia e non avremo però diritto di -deriderla, se non intenderemo prima il linguaggio ed il -costume popolare. Il popolo è l'eterno e credulo fanciullo -che dopo avere creato i miti, se li conserva. I Greci, -il popolo più naturale che si sia spiegato nella vita storica, -li fecero immortali nelle loro opere d'arte; i Latini, popolo -pratico per eccellenza, li adoperarono come elementi -della loro propria costituzione; noi li ravviviamo nella -poesia del nostro linguaggio e del nostro costume. Il mito -ha penetrato l'essere ariano; e, dove pare sterile e rozzo -segno di un morto passato, è invece ancora potente elemento -creativo. Dove il mito non passa, non passa quasi -la poesia, inteso il mito nel senso suo più lato, ossia una -figura immaginosa ed animata di un fenomeno naturale. -Quando un poeta paragona la sua fantasia ad un cavallo -indomito e selvaggio, crea un mito in sè; quando egli -paragona il sole aurato ad un cavallo d'oro, crea il mito -<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span> -nella natura esteriore. Nell'impeto della creazione ei -non dice: il cavallo è rapido corridore sopra la terra, -il sole è rapido corridore, il sole è rapido come il cavallo; -dice invece, con più brevità, il sole-cavallo, od -anche, guardando il cielo, semplicemente: il cavallo. La -prima e più general forma del mito è dunque una similitudine -fra una cosa lontana, o men nota, ed una cosa -più vicina, e più nota. Certo, l'uomo dovette conoscere -il cavallo, il cane, il bove, il serpente sopra la terra -prima di collocarlo nel cielo. Ma il mito elementare nasce -soltanto da questo trasporto di figure da un mondo -prossimo ad un mondo lontano. A questo scambio d'immagini -fra la terra ed il cielo potè pure concorrere, per -molta parte, l'equivoco del linguaggio. In sanscrito, il -cavallo è chiamato <i>açva</i>. Etimologicamente, la parola dovrebbe -valere il <i>penetrante</i>, <i>il rapido</i>. Diminuita la coscienza -etimologica del linguaggio, e dai qualificativi formatisi -gli appellativi, molti <i>rapidi</i> divennero cavalli. E -poichè açva, in origine, non solo significò probabilmente, -come aggettivo, rapido, ma forse pure come neutro, -<i>la -rapidità,<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a> l'açvin</i> che dovea originariamente esprimere -<i>il fornito di rapidità</i>, ossia il <i>rapido</i>, poichè <i>açva</i> riuscì -solamente più il <i>cavallo, l'açvin</i> diveniva il cavaliere. -E poichè nel cielo vi sono due corridori, il sole e la -luna, dei quali il primo è posto in relazione col crepuscolo -del mattino, il secondo con quello della sera, s'immaginarono -i due cavalieri, gli <i>Açvinâu</i>, i quali negli -Inni vedici sono celebrati per avere vinta la corsa. Il -crepuscolo prenunzia il giorno e la notte; è perciò il -primo ad arrivare al segno, a toccare il limite del cielo, -a vincere la corsa. L'equivoco del linguaggio può aver -qui non solo giovato a creare il mito, ma ancora a distenderlo, -<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span> -con l'immagine che si produsse del cavaliere, -sopra quella preesistente, come pare, del semplice corridore, -dell'<i>açva</i>. -</p> - -<p> -La mitologia senza lo studio delle lingue antiche -male si spiega; e non è troppo grande ardimento il soggiungere -che essa alla sua volta ci spiega una parte, una -piccola parte, senza dubbio, del linguaggio figurato popolare, -specialmente di quello conservato in alcuni proverbii, -ne' quali mi sembra avere riconosciuto un significato -mitico. So che ai sudanti raccoglitori di proverbii -move un olimpico riso questa invasione de' miti nella -interpretazione di certi proverbii, che, del resto, essi -confessano di non sapere altrimenti spiegare; ed alcuno -di essi mi dà già voce di voler di ogni proverbio foggiarmi -un mito. E pure io era stato molto sollecito a -dichiarare che il numero de' proverbii mitici è ristrettissimo, -come sono molto scarse ne' viventi linguaggi le -parole di significato mitico. -</p> - -<p> -Ma se i proverbii mitici sono pochi, que' pochi non -vogliono essere negletti, e meritano che sopra di essi si -raccolga l'attenzione degli studiosi. Nè chiamando mitico -un proverbio, presumo poi necessariamente che la -sua origine sia sempre asiatica od almeno antichissima. -Poichè io non nego punto la possibilità che qualche -nuova forma mitica si manifesti ancora di tempo in -tempo sporadicamente nel linguaggio popolare. Quando -il nostro diligente investigatore delle parlate toscane, il -professor Giuliani, ci fa sapere che un contadino piemontese -ed un montanino toscano, per dirgli ch'essi contentavansi -di bere acqua pura, chiamarono l'acqua <i>vin -di nugoli</i>, mi fa meglio comprendere la nuvola indiana -paragonata ad un <i>mostro-barile</i>; dal qual barile poi la -tradizione popolare leggendaria fa, per una inavvertenza -dello scimunito, scorrere vino o birra per la cantina, che -<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span> -la mamma improvvida gli ha data con la casa in custodia. -Io non suppongo, senza dubbio, alcuna serie progressiva -e continua che congiunga <i>il vin de' nugoli</i> toscano e -piemontese con la <i>nuvola-barile</i> indiana; ma, dalla somiglianza -delle immagini che raffronto, comprendo meglio -la natura dei miti che mi studio d'interpretare. Io -ho detto che la nuvola è paragonata ad un mostro, e che -il mostro è talora rappresentato in forma di barile. Il -mostro è generalmente, e, sovra ogni cosa, avaro. Domanderò -dunque ancora se sia troppo strano che io abbia -tosto ripensato al mito, quando, al cader delle prime -larghe goccie di pioggia, intesi un giorno una popolana -perugina uscire in questo proverbio: ohe! piove! l'avaro -crepa. Che ha da far l'avaro con la pioggia, quando -l'avaro non sia qui la nuvola che, crepando, lascia cadere -la pioggia, come alla morte del mostro vedico Ahi, lo -stringitore, l'avaro dragone, si scatenano le acque? Io -potrei moltiplicare simili esempii; ma spero che questi -bastino a persuadervi come il primo campo mitico sia il -cielo, le prime figure mitiche siano i fenomeni celesti, -le prime informatrici de' miti siano le similitudini del -linguaggio popolare. Messi d'accordo su questo punto che -mi pare essenziale, sarà più agevole a me l'imprendere, -a voi il seguire la esplorazione nell'Olimpo vedico, che -verrò tentando. La miniera è assai ricca; ed io non la -esaurirò punto; ma sarò contento se alcuno di voi al fine -della nostra peregrinazione potrà persuadersi che anche i -miti sono stati una realtà, anzi l'unica realtà importante -e caratteristica, per cui la razza indo-europea s'inalzò alla -vita storica, con un linguaggio potente; poichè, per dirvi, -oggi, l'ultima mia eresia, io credo capaci d'ideale, -ossia potenti di progresso que' soli popoli che hanno un -senso vivo della realtà, la quale è per sè tutta poetica -e vivificante, quando si comprenda nella piena e perfetta -<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span> -armonia che governa la vita, quando nel ricordare -il passato l'uomo viva del presente e prepari pure l'avvenire, -secondando così la natura che non fa altro se -non conservarsi svolgendosi ed ampliandosi. L'uomo antico -ha spiegata ne' suoi miti celesti la poesia ch'egli -avea chiusa come germe in sè; l'uomo moderno deve -entrare in gara generosa con gli Dei suscitati dalla immaginazione -poetica de' nostri avi, e, nuovo e stupendo -artefice, mirare a produrre il divino nella vita. -</p> - -<p class="indr"> -<span class="smcap">Angelo De Gubernatis</span>. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span> -</p> - -<h2 id="lett1">LETTURA PRIMA. -<span class="smaller">IL DIO E GLI DEI.</span></h2> -</div> - -<p> -Il primo problema che ci si affaccia nello studio -della mitologia vedica è questo: fu prima il Dio o furono -prima gli Dei? Invece di rispondere, potremmo -proseguire a rivolgerci altri problemi: fu prima il tutto -o furono prima le parti? fu prima l'astratto o fu prima -il concreto? fu prima il sovrannaturale o fu prima il -naturale? Voi comprendete che il porsi innanzi tali questioni -è quasi un risolverle, poichè il tutto suppone le -parti, l'astratto il concreto, il sovrannaturale il naturale. -Come non vi è re senza popolo, così non vi è principio -senza fondamento, non vi è legge senza materia -ch'essa possa regolare, non vi è il superlativo senza i -diminutivi, non vi è il Dio ottimo, massimo, senza gli -Dei minimi che concorrano a farlo tale. Nel nostro -studio, per ritrovare il Dio uno, dovremo dunque incominciare -a studiarne gli elementi divini, ossia gli Dei. -Ma qui alcun filosofo potrebbe credere, con un po' d'arguzia, -di sorprenderci in contradizione, avvertendo come -logicamente, e secondo la nostra propria dottrina, i -plurali sono collettivi, e ogni collettivo, ogni plurale, -<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span> -suppone il singolare; il che si può accordare volentieri, -ma chiedendo la facoltà di esaminare la natura propria -di questo singolare, che moltiplicato produce la pluralità -degli Dei. Per ritrovare il valore intimo d'un nome, bisogna -farne la storia, indagarne il suo primo valore -qualificativo, ed estrarne la radice fondamentale. Per -nostra fortuna, la storia vedica della parola che studiamo -è assai trasparente. Il Dio, nella lingua vedica, -ossia nella lingua ariana, della quale siano pervenuti a -noi più antichi e più autentici documenti, è chiamato -<i>devas</i>. Ognuno di voi saprebbe trovare le analogie tra -questa voce e la voce con cui si esprime ora il nome -dell'Essere supremo in parecchie lingue europee. Ma -molti di voi potrebbero pure riconoscere, l'identità radicale -di <i>deus</i> e di <i>divus</i>; e sapendo come il <i>divus</i> o -<i>divum</i>, o <i>dium</i> de' Latini valga semplicemente <i>il cielo, -il cielo aperto, il cielo luminoso,</i> e quello che i Francesi -chiamano <i>la belle étoile</i>, avrebbe da questa sicura -nozione un primo avviso per ricercare nel Dio nient'altro -che il luminoso, ossia il cielo. Noi figuriamo il Dio -splendido, eterno, infinito; ma il cielo è il solo che sia -per noi eternamente splendido ed infinito. Quando il sole -s'alza, abbiamo l'aria luminosa, ossia il <i>dies</i>, il <i>diurnus</i>, -il <i>giorno</i>, il <i>tempo luminoso</i>. Quando l'aria s'imbruna -e la terra si fa scura, occupata dalla notte, vi è -pur sempre qualche cosa che risplende in alto, che ha -un colore, che scintilla, che ha vita; il cielo appare -sempre in veste luminosa, il luminoso è eterno, il Dio -è immortale. Perciò, come canta Ovidio, il Nume, attraendo -l'uomo a sè: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Os homini sublime dedit, coelumque tueri</i></p> -<p><i>Jussit.</i></p> -</div> - -<p> -La lingua latina ha conservato nelle voci <i>divum, dium,</i> -<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span> -il primo significato della parola <i>deus</i>; ma ha perduto il -verbo che esprimeva l'idea elementare di quella parola, -ricorrendo ad altre radici per rappresentarlo. Le -lingue slave hanno conservato quel verbo, ma modificandone -alquanto il significato; <i>divo</i> in russo è <i>la meraviglia</i>, -<i>divitj</i> vale <i>meravigliare</i>. La lingua sanscrita -ha vivacissima, mobile e flessibile nella coniugazione -come nella declinazione l'antica radice, dalla quale si -svolse la parola <i>devas</i>: le radici <i>dî, dîp, dîv, div, dev,</i> -significano tutte <i>splendere, brillare, abbagliare</i>. Dalla -radice <i>div</i>, splendere, abbiamo poi il nome mascolino e -femminino <i>div (dyu, dyo, dyâu)</i>, il neutro <i>divam</i>, il -mascolino <i>divasas</i>, il neutro <i>divasam</i>, che valgono <i>cielo</i> -e <i>giorno</i>, come <i>lo splendido</i> (cfr. il mascol. e neutro <i>dinas</i>, -il neutro <i>dinam</i>, che valgono giorno), i femminini -<i>dyut, dyuti</i>, i neutri <i>dyumnam, dyotanam</i>, splendore, -e parecchi altri derivati contenenti tutti l'idea medesima. -Da <i>div</i>, che vale <i>cielo</i> come luminoso, proviene nella -lingua vedica l'aggettivo <i>deva</i>, ossia <i>celeste</i>, ossia propriamente -appartenente al luminoso, e quindi luminoso -esso stesso. Dall'aggettivo <i>deva</i>, celeste, si formò quindi -il sostantivo mascolino <i>devas</i>, il celeste, il Dio. È dunque -evidente che il Dio primitivo fu un essere celeste, -e che conviene perciò ricercarlo solamente nel cielo. -Tutti gli argomenti che si possano portare contro la nostra -interpretazione de' miti, non valgono a distruggere -questa verità fondamentale: il Dio primitivo fu concepito -soltanto come un essere <i>celeste</i>; anzi, fu chiamato <i>il -celeste</i>. E poichè il <i>cielo</i> è un campo vasto, animato da -molti esseri, da molti aspetti diversi, da molti fenomeni -singolari, così vi sono <i>molti celesti</i>, ossia <i>molti -Dei</i>, senza alcuna necessità assoluta che vi sia <i>un solo -celeste</i>, un <i>celeste</i> sovrano, quando questo celeste per -eccellenza non sia il cielo stesso. E noi vedremo, per -<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span> -l'appunto come, nella mitologia vedica, il celeste principale, -il Dio per eccellenza sia divenuto il cielo medesimo, -col sole e la luna che si suppongono suoi reggitori -nel giorno e nella notte. Ma dall'essere, come abbiamo -veduto, il <i>devas</i>, in origine, non un sostantivo, ma un -semplice aggettivo, ne viene tolta la necessità che i -molti abbiano principiato da uno che fosse primo e sopra -tutti; o, se un principale vi ebbe ad essere, esso fu, -lo ripeto, necessariamente il cielo o il celeste per eccellenza, -coi più splendidi animatori del cielo, il sole e la -luna. S'intende che noi parliamo ora della primitiva -mitologia, e non di quella che si svolse non solo nei -periodi della vita brâhmanica, ma nello stesso ultimo -periodo vedico, in cui incominciano a disegnarsi, col -sistema delle caste nella società umana, per opera di -riflessione, le teogonìe e cosmogonìe celesti. -</p> - -<p> -Come sarebbe dunque temerario il giudicare tutta -la mitologia vedica dalle ultime rappresentazioni della -divinità che s'incontrano negli Inni vedici, così sarebbe -ora per noi temerario non meno il rappresentare tutti i -miti vedici secondo la loro sola forma più elementare -originaria. Senza che abbiamo bisogno di ricorrere al -Brâhmanesimo per ritrovare una mitologia diversa, nella -stessa letteratura vedica è agevole lo scorgere la esistenza -di parecchi strati mitologici, sebbene il determinarli -in modo preciso sia lavoro non solo difficile, ma -quasi impossibile. La loro esistenza tuttavia non può -essere messa in dubbio, come non si mettono più in -dubbio, dopo i dotti lavori de' professori Weber e Max -Müller sopra la storia della letteratura vedica, i diversi -periodi percorsi da questa letteratura. Degli Inni vedici, -gli uni non sono altro se non canti di entusiasmo o di -terrore innanzi alle forze benigne o maligne della natura. -In altri inni, queste forze sono divenute vere persone -<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span> -poetiche, col loro dramma e col loro carattere. -In altri abbiamo il Nume ora immagine d'una realtà -poetica, ora astrazione ideale nata sopra l'immagine, invocata -dal cielo a proteggere il suo devoto, intervenendo -ne' suoi sacrificii, nelle sue opere pie, nelle sue imprese -terrene. In altri finalmente il Nume in persona od in ispirito -ideale è disceso in terra, passa nel fuoco sacrificale, -nell'ostia consacrata; l'idolatria incomincia. Perciò si -può dire che la mitologia vedica può offrire armi a tutte -le dottrine, a tutte le credenze, quando si voglia ammettere -che sia lecito isolare in uno studio storico -un'idea secondaria dalle cause e dalle forme anteriori, -dalle quali si svolse, per giudicare sopra quella sola -idea una civiltà molto complessa e due volte millenaria. -Ma, non potendo definire i multiformi strati mitologici -dell'età vedica, anco perchè non incomincia l'uno dove -l'altro cessa, ma spesso, invece, si frammettono, si concatenano, -si confondono insieme, gioverà solamente avvertire -come la mitologia vedica si rappresenta a noi in -due larghe forme distinte, secondo che i miti sono -nati o meditati. Suolsi chiamare spontaneo il periodo -inventivo, poichè il mito si crea in esso involontariamente -e quasi inconsciamente; nel secondo periodo, -invece, sebbene l'uomo segua ancora un suo istinto -che lo porta a meditare il creato, in quest'opera egli è -più attivo che passivo. Sorge in questo periodo su basi -mitiche umiliate fino all'uomo un edificio religioso, -nel quale l'uomo suo autore, in parte consapevole, -inalza sè stesso e si solleva a concepire e ad operare il -divino. Chè se poi il tempio si popola di ciechi idolatri, -i quali, incurvandosi, non ne vedono più le cime, ciò -basta a provarci come le religioni, al pari delle mitologie, -hanno un periodo poetico ascendente, ed un periodo -fatale di discesa, nel quale il cielo luminoso si restringe -<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span> -e si chiude. Negl'inni troviamo il mito che principia e -che finisce, e la religione brâhmanica che dove questa -età mitica finisce, incomincia a disegnarsi. Ma, lo ripeto, -sarebbe un errore il domandare a quel solo momento -che possiamo dir postumo, l'interpretazione di -tutti i miti vedici, come il domandare la soluzione di -tutte le formole religiose brâhmaniche ai primi idillii -figurati da un popolo di pastori nell'Olimpo vedico. -</p> - -<p> -Io vorrei dunque, in questa nostra ricerca, entrare -in materia seguendo i metodi adottati dal Preller -ne' suoi eccellenti trattati di Mitologia greca e latina, -e la stessa sua distribuzione di capitoli, a fine di rendere -più agevoli a quelli di voi che volessero quindi istituire -un confronto fra le tre mitologie, i riscontri. Ma, -come non si può, almeno per ora, insegnare la lingua -indiana con lo stesso ordine con cui s'insegnano le lingue -classiche, poichè la grammatica sanscrita è retta da una -fonetica bene distinta, perfettamente analitica, ordinata, -rigorosa, completa, motivo per cui questo singolare carattere -di perfezione la fece, al primo suo manifestarsi in -Europa, stimare la lingua madre di tutte le così dette -indo-europee, non mi sarebbe, all'incontro, possibile -descrivervi l'Olimpo vedico, con quell'ordine, con cui -potrei rappresentarvi il greco, e, sebbene più indeterminato, -il latino; poichè, oltre i caratteri nazionali che -distinguono le due mitologie indiane, la vedica che ci occupa -e la brâhmanica che potrà occuparci un giorno, vi -sono nella mitologia vedica come nella lingua sanscrita i -caratteri di un mondo che l'Ascoli chiamò <i>proto-ariano</i>, -per rintracciare i quali ci è necessario uscire da' soliti -sistemi della mitologia scolastica. I trattati di mitologia -suppongono l'Olimpo come fatto d'un solo pezzo, nel -quale ogni divinità è un essere compiuto. Vi sono Dei -maggiori e Dei minori; vi sono genealogie molto minute, -<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span> -sebbene, secondo le fonti, alle quali si voglia attingere, -molto spesso fra loro contradittorie; i poeti greci e latini -conoscono perfettamente le gerarchie e i cerimoniali -dell'Olimpo e li cantano, e spesso li adornano con la -loro vivace fantasia; e i nostri trattatisti pigliano talora -la fantasia d'un solo poeta, greco o latino, come sicuro -indizio di una singolare forma mitologica. Nel numero -di questi non è il Preller, il quale, erudito e critico, -reca ed ordina le notizie de' miti greci e latini, secondo -che le trova riferite negli scrittori dell'antichità, ma -più tosto per farci conoscere quello che l'antichità pensasse -o dicesse de' suoi miti, che per indagarne egli -stesso la vera natura o abbellirli a noi col prestigio di -una eloquenza artificiosa. È questo il pregio principale, -per quanto ne pare a me, di que' suoi dotti lavori, -ed è, per questo riguardo, ch'essi mi paiono degni -d'esservi raccomandati. Ma la poesia vedica, nella quale -tutta la primitiva mitologia indiana, di cui sia a noi -giunta notizia, è contenuta, non ci permetterebbe, ripeto, -un metodo conforme a quello seguito dal Preller. -La mitologia greca, per mezzo degli artisti e poeti greci, -diventò un'opera d'arte. L'Olimpo, malgrado le ire, le -gelosie, le vendette, le passioni elleniche, in somma, che -dividono, fra loro, gli Dei, presenta, per mezzo dell'arte, -un carattere estetico d'unità morale che lo governa -tutto. L'Olimpo vedico manca di questo carattere estetico, -che regge invece in età posteriore, per mezzo -della teologia, l'Olimpo brâhmanico. E, con ciò, non -intendo argomentare che l'Olimpo brâhmanico sia più -alto o più perfetto del vedico, ma solamente ch'esso è -più sistematico, e che si lascia perciò meglio esporre, -poichè il suo quadro essendo più limitato, per quanto vi -appaiano figure mostruosamente gigantesche, può essere -minutamente descritto in un trattato scolastico, -<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span> -come in un catechismo religioso. La casta dei Brâhmani, -come ne fu l'autrice, così volle essere l'artigiana, o l'artista -che si abbia a dire, della seconda mitologia indiana. -E questa si va quindi ancora insegnando nell'India; e -questa udrete spesso ancora rammentare in Europa, ove -divenne popolare la famosa indica Trinità, col suo Brahman -creatore, col suo Vishnu conservatore e proteggitore, -e col suo Çiva distruggitore; e per quanto incomplete, -e in parte false, siano tali nozioni, s'accettano, si ricordano, -si divulgano, perchè chiare, facili ed assolute. -</p> - -<p> -Nell'Olimpo vedico, invece, vi è un po' d'anarchia. -Il Dio più eroico, Indra, riceve da' suoi devoti molte -lodi, ma la sua potestà in cielo non gli costituisce ancora -alcuna beatitudine; egli è lodato, è grande, quando -opera, ossia quando esso è congiunto col fenomeno -fisico, da cui si svolge; ma, dov'egli non opera, il suo -prestigio cessa. Nel periodo brâhmanico invece, nel -quale Indra non opera quasi più, i poeti si occupano -a descriverci il paradiso, in cui il Dio Indra, disoccupato, -siede e regna glorioso. Negl'Inni vedici i miti -si fanno; ne' poemi brâhmanici in parte si disfanno, -in parte si incrostano e determinano con formole precise; -il mito diventa dogma; e il dogma, com'è infallibile, -così diviene immobile. Negl'Inni vedici non abbiamo -ancora nè formole artistiche, nè formole religiose; -gli Dei vi si muovono tanto più liberi, quanto più lieve -e mobile è la persona che assumono. Talora abbiamo il -semplice fenomeno fisico nel suo aspetto più naturale; -talora il fenomeno che passa, piglia una forma personale; -passa il fenomeno, anco la persona scompare e -nessuno più la ricorda, e nessuno pensa più a venerarla, -finch'essa non si ripresenta in un modo conforme -ed analogo; ed è solo nella frequenza delle sue -epifanie che si disegna una figura mitica, alla quale si -<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span> -dà un nome che col tempo diviene un nume. Con tale -sembianza che i miti ci danno per lo più di sè negl'inni -vedici, sarebbe egli lecito a noi fissare in modo preciso -i contorni di quegli Dei, illustrarli, colorirli, animarli, -come persone complete? Questo non ci sembra il dritto -nostro. Questo fu bene il dritto di quel popolo stesso -che avea creato i miti, il quale, associandoli fra loro, -collegandoli, appassionandoli e raccontandoli, ridusse i -fatti mitici all'unità dell'epopea, e coi frammenti delle -molteplici figure assunte dal fenomeno luminoso celeste -compose e foggiò lo splendido eroe che fa cose straordinarie. -Questo, se non fu il diritto, fu almeno l'arbitrio -delle caste sacerdotali, le quali, approfittando della -meraviglia del popolo che i fenomeni naturali avea trasformati -in fatti sovrannaturali animati da una potenza -divina, separò il Dio dal suo fenomeno celeste e lo sollevò -più in alto come un ente puro, salvo poi ad abbassarlo -nella sembianza di un idolo sopra gli altari. Io -non ho qui autorità nè voglia di disegnarvi alcuna mia -teologia sopra gli Dei vedici; non potrò quindi offrirvi -un Dio vedico che abbia tutte le virtù teologali; nè mi -dovreste perdonare, se io per amore dell'arte e per la -scienza del poi, che mi rende accorto come le epopee -popolari si svolsero dalle mitologie, nello studio che mi -farò d'esporvi la mitologia vedica, tentassi di farvi apparire -gli Dei vedici, non quali possano offrirli a noi -gli antichi inni, ma poetici e compiuti quali si trasformarono -successivamente nella fantasia popolare. Con questi -avvertimenti preliminari, io intendo dunque, indicandovi -la via che terrò, premurarvi contro la noia che io -possa molto involontariamente arrecarvi nel corso di -queste letture. Noi faremo più spesso della chimica, o -se più vi piace, dell'anatomia, che della poesia. I nostri -Dei sono spesso poveri moncherini, e dovremo, per rimettere -<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span> -insieme qualche organismo vivente, andarne -spesso cercando qua e là i frammenti. Io ho bisogno che -mi secondiate in questa minuta indagine, poichè non -avrebbe nessuna utilità lo studio presente, se io non -avessi la fortuna di vedervi pigliar parte animata a questa -ricerca. A chi poi voglia riscontrare il valore di -queste nostre indagini e non abbia modo di approfondirle -da sè sopra gli stessi testi vedici, io mi credo in -debito di far noto, come una gran parte de' materiali, -de' quali io dispongo, è quella stessa che un dottissimo -indianista scozzese, il signor John Muir, recò già fedelmente -tradotta nel quinto volume della sua bella raccolta -dei <i>Sanscrit Texts</i>. Dichiarati così i nostri intendimenti, -possiamo tentare di metterci in via. -</p> - -<p> -Un inno vedico si esprime così: «Veneriamo i -grandi, veneriamo i piccoli, veneriamo i giovani, veneriamo -i vecchi (Dei); agli Dei, se è in poter nostro, -sacrifichiamo.» Ora questa distinzione che si fa già nel -<i>Rigveda</i>, di Dei grandi e di Dei piccoli, di Dei giovani -e di Dei vecchi, giova pure a noi per incominciare qui -ad occuparci degli Dei meno divini, di quegli Dei anonimi, -che gl'Indiani chiamavano confusamente con un -solo nome <i>Viçve devâs</i> (<i>Tutti Dei</i>), cui facevano un solo -sacrificio in comune, come il Calendario cattolico ha -destinato nell'anno un giorno solo festivo per tutti -que' Santi (<i>Ognissanti</i>), ai quali non può concedere il -privilegio di una festa speciale in loro gloria. Quanti -fossero quegli Dei è difficile determinare. Parecchi -Inni vedici, riconoscendo tre mondi, la terra, l'aria, il -cielo, quando non parlano di centinaia e di migliaia di -mondi, con metodica giustizia distributiva collocano -undici Dei sopra la terra, undici nell'aria, undici in -cielo. Ma da questi trentatrè Dei anonimi si separano -talora, e si nominano quindi distintamente alcune altre -<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span> -divinità maggiori; così che que' trentatrè, presi insieme, -riescono per lo più soltanto genii, spiriti, espressioni -ideali senza figura, anzichè persone mitiche, con carattere -individuale spiccato. Negli Dei poi che si suppongono -presiedere ai sacrificii, non vi è neppure più -il genio, ma si adorano le parti materiali del sacrificio -stesso, come i Cattolici baciano ancora le sacre soglie, -le porte sante, le sacre colonne, i sacri altari, i sacri -arredi, i sacri strumenti che concorrono a celebrare il -sacrificio divino. Lo stesso culto idolatrico che i Cattolici -prestano non solo al sacrificio, ma alle parti, delle -quali il sacrificio consta, si ritrova assai più minuto, o -preciso e rituale, nell'ultimo periodo vedico.<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a> Moltiplicato -così senza fine il numero degli esseri divini, a ciascuno -de' quali il <i>Rigveda</i> attribuì pure la sua forma -femminina, ossia una Dea compagna, i devâs perdettero -pure, nel loro aspetto collettivo, ogni loro importanza, -in modo che non solo si isolarono dagli Dei massimi, -ma si rappresentarono pure come avversi ad essi. -Un inno del <i>Rigveda</i> ci fa sapere come tutti gli Dei -combatterono Indra. Nel <i>Yag'urveda nero</i>, gli Dei -si rappresentano come <i>abitatori della terra</i>, che rubano -l'offerta sacrificale, che recano danno ai sacrificatori. -Nell'<i>Atharvaveda</i>, il fuoco sacrificale è pure invitato -a cacciare gli Dei. A questo punto, al quale ci -conducono gli stessi Inni vedici, in cui cioè gli Dei -stanno già in terra, e rimuovono gli uomini dalle opere -pie che devono conciliar loro la grazia de' luminosi celesti, -noi vediamo staccarsi la religione iranica dalla -vedica. Il <i>deva</i> indico diviene lo zendico <i>daeva</i>, un -<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span> -vero genio maligno, mentre invece l'<i>asura</i>, lo spirito, -e specialmente lo spirito maligno, demoniaco dell'India -vedica diviene lo zendico <i>Ahura</i>, il genio buono, -che entra nel nome di <i>Ahura-mazda</i>, ossia Ormuzd. -Il moltiplicarsi infinito dei <i>devâs</i> vedici nocque dunque -alla loro gloria; poichè nel moltiplicarsi, discesi in terra, -degenerarono, e riuscirono finalmente a combattere -contro la loro propria primitiva natura. Il <i>deva</i> non risplende -se non in cielo; abbassato sulla terra, incomincia -col diventar idolo; e l'idolo diviene finalmente mostro. -Questo è l'ultimo aspetto che ci rappresentano i -vedici devâs nella fantasia popolare. Ma quasi contemporaneamente, -per un altro ordine d'idee, con l'idolo -terreno, sopra il Dio reale celeste, divenuto ideale, -si produce il nume astratto dei <i>devâs</i>, che godono nell'alto, -onnipotenti, amici de' mortali ad essi devoti, -che ascoltano le preghiere, che ne appagano i desiderii, -e (secondo il <i>Çatapatha Brâhmana</i>) ne indovinano i -pensieri, contro ai voti dei quali è vano ribellarsi, che -amano l'ambrosia, e perciò sono immortali (e i mortali -che si cibano di ambrosia, non solo divengono ancor essi -immortali, ma acquistano il privilegio di conoscere gli -Dei). Nello studio di queste nozioni vediche intorno agli -Dei di un periodo mitico di decadenza, fondarono evidentemente -i Brâhmani la loro teologia e religione gangetica. -È questa parte, per così dire, ora brutale, ora -spirituale e metafisica della mitologia vedica, la quale si -trova sparsa qua e là negl'Inni vedici, che i Brâhmani -si proposero d'illustrare e ridurre ad unità. Perciò la -letteratura di commento ai Vedi rappresentata dai Brâhmana, -dalle <i>Upanishad</i> e dai <i>Sûtra</i>, e i sistemi filosofici -vedantini, che si mostrano indifferenti ai miti propriamente -detti, raccolgono scrupolosamente dagl'Inni vedici -tutto ciò che può giovare a costituire dommi religiosi e -<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span> -riti sacrificali corrispondenti. La così detta cosmogonia -vedica appartiene pure a questo periodo secondario, e -quegli <i>Dei, nella prima età de' quali</i>, secondo un inno -vedico, <i>dal non essere fu creato l'essere</i>, non sono più -figure di fenomeni fisici, ma forze arcane, ideali, già dominanti -metafisicamente la materia. Appartiene pure a -questo periodo la produzione di numi come <i>Prag'âpati, -Brahmanaspati, Purusha, Brahman</i>, e simili figure -astratte del Dio, delle quali avremo, al fine del nostro -studio, a considerar la natura specifica. Intanto ho creduto -mio dovere, innanzi di entrare ne' miti vedici, accennarvi -a tutto ciò che si mescolò con essi, senza avere -con essi analogia di origine e di carattere. Quando il -deva discende a terra, abbiamo veduto ch'esso perde la -sua prima e propria natura mitica; quando egli diviene -nel cielo un'astrazione, e non corrisponde quasi più ad -alcuna forma fisica, incomincia la religione, e finisce la -mitologia vedica; esclusi dalla quale gli elementi che non -le sono proprii e caratteristici, il nostro studio diviene -più semplice, e, s'io non m'inganno, più efficace; e -possiamo ancora noi affacciarci la grave e consueta, ma -un po' oziosa questione che preoccupa la storia d'ogni -antica religione: se cioè nell'età vedica domini il Monoteismo -od il Politeismo. Per risolvere tale questione -dobbiamo dunque semplicemente distinguere l'età vedica -in tre periodi: il più antico, assolutamente politeistico, -ci offre gli Dei fisici; in un periodo secondario, -gli Dei fisici pigliano persona eroica; in un terzo periodo, -appare il Dio uno, ossia il Dio metafisico, che nasce -generalmente al di fuori degli Dei personali, sopra un -nome che non appartiene ancora o non appartiene più -ad alcuno; si crea allora il Dio per l'attributo, e non -più l'attributo pel Dio. -</p> - -<p> -Ritornando, quindi, al nostro primo asserto, nel -<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span> -principio si adorarono le sole forze e forme singolari e -molteplici della natura; ma, se nell'Olimpo vedico si -vuol rappresentare con una sola parola tutti gli Dei, non -troviamo altro centro di unità all'infuori del cielo. Così, -nel nostro linguaggio, siamo ancora soliti ad invocare -il cielo come sommo nostro protettore. Più spesso che -il nome di Dio, il quale non può essere proferito invano, -le nostre donnicciuole pregano <i>il cielo</i>, perchè -faccia le grazie da loro desiderate; il cielo rappresenta, -per esse, l'Onnipotente. Il cielo deve accompagnare gli -amici che si mettono in viaggio, e s'impreca avverso ai -nemici; <i>per amor del cielo</i> si supplica; ed è <i>il cielo</i> che ci -deve guardare dal fare il male. La nozione del cielo come -sede del divino, passata nel primo versetto della Orazione -domenicale cristiana, è più antica del Cristianesimo. Invocando -il cielo, noi, se pensiamo a qualche cosa (il più -spesso non pensiamo a nulla), ci raffiguriamo la sola vôlta -azzurra; ma, nel nominarlo, gli attribuiamo una potenza -arcana, che, per essere incombente sopra di noi, immaginiamo -a noi inevitabilmente propizia o funesta. Il cielo -è ornato di astri luminosi e armato di fulmini; non vediamo -chi li muove; ma vediamo che si muovono dal -cielo; perciò veneriamo il <i>cielo</i> come <i>Dio</i>, parola che, -in origine, come abbiamo già detto, valeva soltanto <i>il -celeste</i>. Se il <i>cielo</i> fisico si voglia pertanto ammettere -(come, studiando i miti vedici originarii, si deve), non solo -quale equivalente del <i>Dio</i>, ma come sede di tutto ciò -che è <i>Dio</i>, ossia di tutto ciò ch'è <i>celeste</i>, e però come -<i>Dio</i> per eccellenza, avremo pure nella primitiva mitologia -vedica una forma di Dio unico, da cui partono -tutti gli Dei e al quale, come sue qualità, forze, ornamenti, -fenomeni, essi fanno universalmente capo. Ma è -troppo evidente che questo Dio fisico non ha nulla di comune -col Dio supremo, unico, universale delle teologie; -<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span> -e che non può giovare in alcuna maniera a sostegno delle -loro dottrine, le quali si fondano sopra il principio che -l'uomo ha sempre sentito ingenito in sè il bisogno di -adorare un Creatore supremo, un supremo Rettore dell'universo. -Io non ho qui a discutere questo principio, -ma solamente a dimostrare che gli antichi Inni vedici -non ne recano traccia, come si fondano invece sopra -di esso parecchi inni dell'ultimo periodo vedico. Quali -possano essere le nostre credenze, noi dobbiamo in uno -studio storico e critico, come quello che abbiamo intrapreso, -far conto di non averne alcuna, per attribuire ad -ogni età il suo proprio carattere. Ora, per conchiudere -intorno agli Dei vedici, dobbiamo, a fine d'intenderci, -insistere sopra la distinzione da noi fatta tra gli Dei -fisici, eroici e metafisici; dal non averla fatta son nate, -parmi, finqui le molte oziose discussioni sopra il carattere -primordiale della religione indiana. Nel primo periodo -vedico abbiamo cose celesti e lievi persone celesti; nel secondo -periodo abbiamo il dramma eroico di queste persone; -nel terzo periodo, accanto ad idoli, idee umane -elevate ed astratte in una forma divina e quasi impersonale; -si è detto che, nel mito, i nomi sono diventati -Numi; io potrei soggiungere che alla loro volta i Numi si -sono astratti in semplici nomi fatti immobili, perciò sterili, -inetti a divenir plurali, se non addizionando e moltiplicando -sè stessi per sè stessi, ossia facendosi infinito -assoluto. Il mito quando discende troppo basso, o quando -sale troppo alto, si distrugge; il suo posto è nel cielo; -staccandosi dal cielo, perde la sua natura; perciò è nel -cielo che lo dobbiamo essenzialmente esaminare: vedremo -pertanto, prima di ogni cosa, come il cielo nell'età vedica -fosse appellato, quale persona mitica avesse, quali -fossero i suoi caratteri divini, per indagar quindi come -fosse popolata quella scena olimpica. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span> -</p> - -<h2 id="lett2">LETTURA SECONDA. -<span class="smaller">IL CIELO.</span></h2> -</div> - -<p> -Il cielo appare negl'inni vedici con diversi nomi -e sotto diverse forme; ma il suo nome proprio è <i>Dyu</i>, -il cui nominativo è <i>Dyaus</i> (Zeus) e il cui genitivo è -<i>Divas</i>; importa notare questo caso, perchè apprendiamo -da esso che il cielo è il padre dell'aurora, che il luminoso -è il padre dell'ardente o brillante <i>Ushâ</i>, e che <i>Indra</i> -come <i>Divaspati</i> è il signore, il reggitore del cielo. Noi -non abbiamo nessun dubbio intorno all'unico significato -mitologico della parola <i>Dyu</i>; non solo esso è il <i>cielo</i>, -ma il cielo nella sua forma più semplice. Vi sono altre -forme divine, e però altri nomi del cielo negl'inni vedici, -ma il cielo per eccellenza è <i>Dyu</i>. Nell'ellenico -Zeus ci si affaccia un Dio complesso, polimorfo; nel vedico -<i>Dyaus</i> ci si offre invece un Dio elementare. Esso è il -cielo tal quale nel suo aspetto luminoso, e nella sua -virtù fecondatrice. Non vediamo ancora la persona umana -del Dio; esso è un essere animato, ma la sua forma -esterna è quella che appare alla vista degli occhi, non -alla mente immaginosa. La divisione del cielo in tre cieli, -di cui il primo inferiore (<i>Avama</i>), il secondo medio<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a> -<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span> -(<i>Madyama</i>), il terzo supremo (<i>Uttama</i>), è già vedica. -Perciò troviamo negl'Inni vedici, oltre il <i>cielo</i>, ricordati -<i>i cieli</i> (<i>Dyavas</i>). -</p> - -<p> -Vediamo ora con quali appellativi <i>Dyu</i> (o <i>Dyo</i>), il -cielo, venga salutato negl'Inni vedici. Egli è, sovra -ogni cosa, pel suo aspetto, il <i>grande</i>, il <i>vasto</i>, il <i>profondo</i>, -il <i>fisso</i>; per i suoi effetti, il <i>mellifluo</i>, il <i>lattifero</i>, -il <i>ricco di semi</i> e conseguentemente il <i>benefico</i>; e, -poichè il cielo opera pure sopra la terra con un certo -ordine, esso diviene l'<i>ordinato</i> ed il <i>giusto</i>. Ma, finqui, -noi non abbiamo ancora nessuna vera e propria persona -divina. Sono epiteti naturali dati al cielo; nessun mito -ancora si scolpisce. A scolpire il mito occorre non solo -l'anima, ma l'animale. Mi si potrebbe forse opporre che -vi è il mito anco in un'erba, in una fonte, in una pietra -di virtù miracolosa; nè io codesto vorrei negare -punto, ma soggiungerei come nella immaginazione popolare -quell'erba, quella fonte, quella pietra ha sempre -una virtù magica, per la riposta credenza che alcun -genio o demone la possegga. L'animale poi può salire -dall'infimo grado del bruto che non ha ancora vertebre, -fino al perfetto vertebrato eroico, fino al nume metafisico -che non ha più vertebre. Perchè il mito dunque nasca, -occorre l'animale; ma, perchè l'animale viva, occorre -la società. Noi abbiamo già il cielo ricco di semi; è necessario -che questo seme non cada invano, che il ricco -di semi divenga padre fecondatore, che il cielo divenga -padre. Il cielo padre è il primo Dio, il primo mito naturale. -Ma dove cade il seme celeste? dove si feconda il -cielo? qual'è la sposa, qual'è la madre che il cielo feconda? -</p> - -<p> -A noi viene naturale il pensare subito alla terra, e -la cosmogonìa ellenica, e alcuni Inni vedici, ne' quali -cielo e terra si trovano evidentemente invocati insieme, -<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span> -l'uno come padre, l'altro come madre, rendono non -solo naturale, ma necessaria questa ipotesi. Se non che, -mentre <i>Dyu</i> è indubbiamente <i>il solo cielo</i>, vi è dubbio -che la <i>Prithivî</i> ossia <i>la larga</i>, ch'esso feconda, non -sia sempre la sola terra. Vi sono due inni nel quinto libro -del <i>Rigveda</i>, nei quali si parla evidentemente di una -<i>Prithivî</i> celeste. Uno di questi inni (il cinquantesimo -sesto) ci rappresenta la <i>Prithivî</i> come <i>la Pluvia rallegrante -che arriva</i>; un altro (l'ottantesimo quarto) ce la -nomina come la luminosa che versa torrenti di pioggia sopra -la terra, la quale per distinguersi non è qui chiamata -<i>Prithivî</i>, ma con l'altro suo appellativo di <i>Bhûmi</i>.<a class="tag" id="tag4" href="#note4">[4]</a> Qui -è evidente che <i>Prithivî</i> è la nuvola, come la larga, la -estendentesi a segno da occupare tutto il cielo, oppure il -cielo stesso nuvoloso. Ma è raro che questa <i>Prithivî</i> celeste -appaia esplicitamente distinta negl'inni vedici. <i>Dyu</i> è -più spesso il fecondatore della terra, della larga terrena, -sia col suo proprio nome, sia sotto forma del <i>Dyu Parg'anya</i> -(lo slavo <i>Perkun</i>), che è il vero Giove Pluvio, e -come tale trovasi distintamente invocato in alcuni Inni -vedici. <i>Parg'anya</i> vale propriamente <i>la nuvola tonante -e pluvia, la nuvola tempestosa e la pioggia, il Dio -della tempesta</i>. Il cielo Tonante e Pluvio, il <i>Dyu</i> come -<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span> -<i>Parg'anya</i> è il fecondatore della terra, la quale perciò -è venerata nell'<i>Atharvaveda</i> col nome di <i>sposa di -Parg'anya</i> (<i>Parg'anya-patnî</i>). Abbiamo veduto esservi -<i>il cielo</i> ed <i>i cieli</i>, così <i>la pioggia</i> e <i>le pioggie</i>, <i>la nuvola -pluvia</i> e <i>le nuvole pluvie</i>; tuttavia come Dio, <i>Parg'anya</i>, -al pari di <i>Dyu</i>, è sempre un singolare. La voce di <i>Parg'anya</i> -sona bene e vigorosa (<i>vâc'am parg'anyaçcitrâm -vadati tvishîmatîm; Rigv.</i>, V, 63). Esso versa il seme -e fa germogliare le erbe; per esso il cielo si riempie, e -la terra si feconda (<i>pinvate svah-Parg'anya Prithivim -retasâ 'vati</i>). Mentre <i>Parg'anya</i> tuttavia è rappresentato -come benefico fecondatore della terra, il poeta vedico, nel -descrivere, con molta verità d'immagini, il temporale, ci -fa presente il terrore degli uomini nell'udire i venti che -fischiano, nel vedere gli alberi atterrati, i lampi e fulmini -che guizzano; tutto il creato è preso di spavento, -quando <i>Parg'anya</i> si scatena; sebbene egli castighi solamente -i colpevoli, anche gl'innocenti ne hanno paura. -E in questo Dio, in questo <i>Parg'anya che tonando ammazza -i cattivi</i> (<i>Parg'anyah stanayan hanti dushkritah; -Rigv.</i>, V, 83), noi abbiamo una prova evidente che già -esisteva nel primo periodo vedico, poichè l'inno 83º del -V libro del <i>Rigveda</i> a <i>Parg'anya</i> ha per me un carattere -particolarmente antico, la superstizione ancora viva -nel nostro popolo che il diavolo si pigli l'anima di quelli -che muoiono fulminati (dove passa il diavolo lascia odore -di zolfo; lo stesso odore lascia il fulmine ove cade; -quindi è naturale che si credano portate via dal diavolo -le anime dei fulminati). -</p> - -<p> -Abbiamo detto che <i>Dyu</i> il cielo è lo sposo di <i>Prithivî</i> -la larga; abbiamo aggiunto che allo sposo della terra, al -fecondatore di essa si dà pure il nome di <i>Parg'anya</i>; ma -giova aggiungere come un inno vedico (<i>Rigv.</i>, VII, 102), -invece di rappresentarci <i>Parg'anya</i> come un <i>alter ego</i> -<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span> -di <i>Dyu</i>, ce lo dice apertamente suo figlio. Sotto questo -aspetto, <i>Dyu</i> il cielo si feconderebbe in sè stesso, -unendosi con quella <i>Prithivî</i> celeste che abbiamo sopra -ricordata, ossia la nuvola larga, per produrre la pioggia, -il temporale, il Dio del temporale, <i>Parg'anya</i>. Sebbene -adunque gl'Inni vedici non ci dicano in modo preciso che -<i>Dyu</i> feconda la <i>Prithivî</i> celeste come feconda la terrena, -nel trovarvi appellato <i>Parg'anya</i> figlio di <i>Dyu</i>, abbiamo -qualche ragione probabile di supporre <i>Dyu</i> sposo della -<i>Prithivî</i> celeste. Da prima egli si fecondò nel cielo, e -poi una sua creatura, ossia un altro sè stesso fecondò -la terra. Nè solo la <i>Prithivî</i> celeste, ossia la vasta, la -distendentesi, dovettero in origine essere la nuvola, occupante -tutto il cielo, ma ancora la tenebra notturna, -la notte e la nuvola, e l'aurora, uno de' nomi vedici della -quale è pure <i>Urvâçî</i>, ossia la <i>larga avanzantesi</i>. E, -come troviamo <i>Dyu</i> che, oltre il cielo luminoso, significa -anche <i>il giorno</i>, così interpreto pure la <i>Prithivî</i> -celeste ora pel cielo notturno, ora per la prima e l'ultima -parte del giorno rappresentate dalle grandeggianti aurore. -E mi rappresento il vedico duale <i>Dyavâ Prithivî</i> -come un equivalente di <i>Mitra</i> e <i>Varuna</i>, <i>Mitra</i> il -giorno, <i>Varuna</i> il copritore notturno, e poi l'acquoso -oceano. È solamente per mezzo di questa interpretazione -che noi possiamo intendere come <i>Dyu</i> e <i>Prithivî</i> -siano chiamati insieme <i>Devaputre</i>, ossia <i>aventi per -figli gli Dei</i>; chè il cielo luminoso diurno e il cielo -notturno e crepuscolare, che può essere luminoso anch'esso, -sono i soli veri e proprii genitori degli Dei, ossia -dei luminosi, mentre sarebbe un assurdo il supporre la -terra madre degli Dei. Di <i>Bhûmideva</i>, o <i>Dio della -terra</i>, gl'Indiani ne conobbero uno solo, il Bramino, -per decreto della stessa casta brâhmanica, e il fuoco -sacrificale sua creatura; gli altri Dei sono tutti celesti. -<span class="pagenum" id="Page_42">[42]</span> -E, quando nell'inno vedico (<i>Rigv.</i>, VI, 50) si trova congiunto -<i>Dyaur devebhih Prithivî samudrâih</i>, mi parrebbe -ancora nel primo caso di vedere il cielo luminoso -popolato di Dei, nel secondo il cielo tenebroso, o notturno, -o nuvoloso, e però naturalmente acquoso, crepuscolare, -mentre mi parrebbe un non senso il rappresentare -la terra acquosa per rispetto a <i>Dyu</i>, ch'è -appunto celebrato come quello che manda giù l'acqua. -Non negando dunque io in alcuna maniera che la -<i>Prithivî</i> ricordata negl'Inni vedici non sia spesso la -terra fecondata dal cielo, credo si debba nel duale -<i>Dyavâ Prithivî</i> considerare più spesso una <i>Prithivî</i> -celeste, della quale può esser duplice, sebbene analoga, -la natura, secondo che la si consideri nella nuvola -o nella notte tenebrosa e luminosa e, come luminosa, -anche nell'aurora, che vedemmo già chiamarsi larga. -Che la nuvola sia chiamata l'ampia, la distendentesi; -che la notte sia considerata come <i>la distesa</i> (<i>âyatî</i>), lo -rileviamo dall'inno 127º del X libro del <i>Rigveda</i>, in -cui la notte luminosa è cantata sotto il suo appellativo -di <i>râtrî</i>: essa caccia, per mezzo de' suoi occhi risplendenti, -d'ogni parte le tenebre; sul principio della notte, -quando gli astri non brillano ancora in tutto il loro -splendore, appaiono i mostri tenebrosi, che la notte luminosa -deve tenere lontani; quando verso il mattino gli -astri notturni impallidiscono, ritornano i mostri tenebrosi; -allora è invitata l'aurora mattutina, la grandeggiante -figlia del cielo, a disperderli. La relazione, in cui sono poste -in quest'inno fra loro la notte e l'aurora, chiamate -fra loro <i>sorelle</i>, e la somiglianza dei loro ufficii, ci danno -diritto a supporre la notte come figlia del cielo al pari -dell'aurora. Siccome vedemmo <i>Parg'anya</i> esser chiamato -figlio di <i>Dyu</i>, dicemmo <i>Prithivî</i> esser pure celebrata in -due inni vedici come la nuvola pluvia; niente di più naturale -<span class="pagenum" id="Page_43">[43]</span> -che il considerare anche la <i>Prithivî</i> celeste come -figlia di <i>Dyu</i>. Come poi l'aurora si congiunge con gli -<i>Açvin</i>, i Dioscuri indiani, così, nell'inno 132º dello stesso -X libro del <i>Rigveda</i>, essi trovansi uniti con la <i>Bhûmî</i>, -noto equivalente della <i>Prithivî</i>, nuova analogia che ci -permette di ravvisare nella <i>Prithivî</i> congiunta con <i>Dyu</i> -un essere celeste. E questa probabilità cresce, osservando -come nello stesso inno 132º, nel quale s'incominciano -a celebrare <i>Dyu</i> e <i>Bhûmî</i> (altro nome di <i>Prithivî</i>), -in relazione con gli <i>Açvin</i>, dei quali l'uno è in -particolare relazione col giorno, l'altro con la notte, -si cantano pure <i>Mitra</i> e <i>Varuna</i>, dei quali il primo -regge il cielo diurno, l'altro specialmente il cielo crepuscolare -e notturno. Quando poi i due cieli, il <i>Dyu</i> -per eccellenza, il cielo diurno, e il <i>Dyu</i> notturno si -riuniscono, abbiamo un essere supremo, che, come -mascolino, si chiama <i>Divaspati</i> (una specie di <i>Diespiter</i>), -ossia <i>Indra</i>, e come femminino si chiama -<i>Aditi</i>. <i>Indra</i> si vede venir fuori dal <i>Dyu</i>, dalla <i>Prithivî</i>, -<i>dall'oceano, dal cielo nuvoloso</i> (<i>Rigv.</i>, IV, 20); -è evidente che in queste sedi del Dio <i>Indra</i> si enumerano -tutti gli aspetti del cielo. Ma la parola <i>Dyu</i>, -<i>div</i>, non fu solo un mascolino, ma anche un femminino; -questo femminino prese nel mito il nome speciale di -<i>Aditi</i>, ossia la infinita, indestruttibile vôlta celeste, la luminosa -insieme e la larga, la madre degli Dei luminosi, -degli <i>Adityas</i>. Essa è pure la madre di <i>Mitra</i> e <i>Varuna</i>. -Un inno (<i>Rigv.</i>, IX, 97), dopo avere invocato il padre -Cielo (<i>Dyaushpitar</i>), la madre <i>Prithivî</i> (<i>Prithivî matâr</i>), -il fratello fuoco, gli otto <i>Vasavas</i> luminosi reggitori del -mondo, e gli eroici <i>Adityas</i> o figli di <i>Aditi</i>, invoca -finalmente <i>Aditi</i> come la Dea celeste che comprende in -sè sola tutti gli Dei. Come madre dei venti (<i>mâtâ rudrânam</i>), -che finalmente essa viene in un inno salutata -<span class="pagenum" id="Page_44">[44]</span> -(<i>Rigv.</i>, VIII, 90), e sorella degli <i>Adityâs</i> e figlia dei -<i>Vasavas</i>, essa non può essere che una personificazione -celeste. La <i>Prithivî</i> pertanto ch'essa rappresenta mi -sembra ancora dover essere una figura del cielo. Noi abbiamo -già rammentati <i>tre mondi</i>, e <i>tre cieli</i>, o luminosi; -dobbiamo aggiungere che gl'Inni vedici distinguono pure -tre <i>Prithivî</i>, ossia <i>tre larghe</i>: una risponde al cielo altissimo, -l'altra al cielo medio, la terza al cielo infimo; -questa terza <i>Prithivî</i> può essere la terra nostra, ma tuttavia -ne dubito, per quanto questa <i>Prithivî</i> sia originaria -produttrice di Dei e di miti. Chè, se accennammo -come il trimundio vedico sia già diviso in etere celeste, -aria e terra, e come in ciascuno di questi tre mondi i -poeti vedici della decadenza collocarono undici Dei, ho -pure avvertito come questa enumerazione fosse capricciosa -ed arbitraria. Il terzo mondo, il terzo cielo, la terza -<i>Prithivî</i>, sono figurati per l'amore del numero tre; nato -questo terzo mondo, questo terzo cielo, questa terza -<i>Prithivî</i>, era naturale che si pensasse alla terra, come -produttrice alla sua volta di Numi. Che la terra avesse -fin dalla più remota antichità vedica carattere sacro e -venerando, non può essere messo in dubbio; essa era -chiamata <i>matâr</i>. Questa parola vale propriamente <i>la produttrice</i>; -ma, significando perciò anche <i>la madre</i>, dimenticato -il senso etimologico della parola, si vide solamente -più in essa <i>la madre</i>, e come madre i poeti -vedici le parlarono con quel linguaggio tenero ed affettuoso -con cui si suole parlare ad una madre. Manu ha -pur detto che <i>la madre è un'immagine della terra</i>. -</p> - -<p> -Immaginatosi quindi un terzo cielo, prossimo alla -terra (forse il cielo delle nuvole e dell'aurora, il più -vicino alla terra), gli Dei di questo terzo cielo si unirono -con la <i>Prithivî</i> loro corrispondente, la quale suppostasi -quindi essere la terra stessa, questa diventò alla sua volta -<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span> -sede amata degli immortali, i quali posero pur amore alle -figlie della terra, come ce lo provano le leggende del periodo -brâhmanico. Ma la terra che raccolse alcuni Dei, -non ne ha creato alcuno vivace, nella sua forma originaria. -E s'io ho tanto insistito su questo punto e se vi insisterò -ancora un altro poco, non ho bisogno di dichiararvene -il motivo, dopo il principio che abbiamo posto, tutti -gli Dei primitivi essere nati nel cielo. S'io potessi ammettere -che la <i>Prithivî</i> del duale vedico <i>Dyavâ-prithivî</i> è -sempre la terra, dovrei, per questa sola interpretazione, -alterare tutto il carattere della mitologia vedica. Ma -quello che abbiam detto sembra darci il diritto di distinguere -negl'Inni vedici una <i>Prithivî</i> celeste che concorre -essa stessa a produrre Numi e miti, dalla <i>Prithivî</i> terrestre, -la terra, la quale non fa altro se non ricevere i -beneficii del cielo, e però della stessa <i>Prithivî</i> celeste, -per diventare alla sua volta benefattrice degli uomini. -Escluso pertanto dal nostro studio quello che non appartiene -propriamente al mito, vediamo ora come il cielo si -manifesti negl'inni vedici in congiunzione colla <i>Prithivî</i> -celeste. <i>Dyu</i> è il luminoso, <i>Prithivî</i> è la larga; la luce -si propaga nello spazio. Senza spazio non vi è splendore; -lo splendido e la larga ci danno insieme tutto il cielo -nel suo colore e nella sua estensione. Il giorno ha bisogno -per riuscir pieno di occupar tutto lo spazio celeste; -così pure la notte non è compiuta se non quando tutto -il cielo s'è popolato di stelle. Sotto questo rispetto, -avremmo due luminosi e due larghe celesti, il luminoso -diurno e il luminoso notturno, la larga diurna e la -larga notturna. Noi avremmo congiunte più tosto due -qualità del cielo stesso, che due mondi diversi; la luminosa -larga diurna, la luminosa larga notturna; e le -due qualità considerate come femminine (osservo come -<i>Dyu</i> staccato da <i>Prithivî</i> appare mascolino, mentre -<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span> -<i>Dyavâ</i> congiunto con <i>Prithivî</i> si manifesta un femminino) -costituirebbero la Dea universale <i>Aditi</i> (<i>Dyavâ-Prithivyau</i> -è nel <i>Nighantu</i> un sinonimo di <i>Aditi</i>), come le -due qualità interpretate quali mascolini ci darebbero il -Dio diurno come notturno Indra, il signore del cielo -per eccellenza, nel giorno del pari che nella notte. Noi -abbiamo tuttavia fin qui proceduto anzi che per dimostrazioni -dirette, per ragione di analogia ad argomentare -della natura propria della vedica <i>Prithivî</i> congiunta -con <i>Dyu</i> mascolino, con <i>Dyavâ</i> femminino. Vediamo ora -più dappresso negli stessi inni del <i>Rigveda</i> la natura -propria della mitica <i>Prithivî</i>; nell'inno 159º del I libro -del <i>Rigveda</i>, <i>Dyavâ-prithivî</i> appaiono come due sorelle -gemelle, insieme coabitanti. Nell'inno seguente, -<i>Dyavâ-prithivî</i> sono chiamate insieme <i>rodasî</i>, quasi due -fiumi di ogni abbondanza, capolavoro del <i>più operoso -degli Dei</i>; da entrambi gl'inni non si rende tuttavia -chiaramente manifesto se la <i>Prithivî</i> sia la terrena o la -celeste. Ma, nella prima strofa dell'inno 185º dello stesso -libro, sembra già identificarsi il duale <i>Dyavâ-prithivî</i> -col duale <i>ahanî</i>, che vale propriamente i <i>due giorni</i>, ossia -le due parti del giorno, la luce del giorno e la luce -della notte stellata lunare (o quella dell'aurora). Come -si potrebbe domandare che cosa sia stato prima fra il -giorno e la notte, il poeta vedico si esprime, rispetto a -<i>Dyavâ-prithivî</i>, nel modo seguente: «Delle due, quale -è la prima, quale la seconda; come son desse nate? o -poeti, chi lo sa? esse, in verità, sostengono il tutto, -quando il giorno e la notte, come una rota, vanno girando. -Le due che non si muovono, sostengono molti -che si muovono; le due non andanti (o prive di piedi, -prive di andanti) portano molti che vanno (ossia forniti -di piedi, di andanti); come sempre il figlio presso i suoi -parenti, o <i>Dyavâ-prithivî</i>, liberateci dal male.» Poco -<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span> -dopo si dice che <i>Dyavâ-prithivî</i> hanno gli Dei per -figli, e che stanno entrambe fra i due giorni divini (ossia, -come aurore crepuscolari, le rive celesti, fra il -giorno e la notte). Ma la relazione fra <i>Dyavâ-prithivî</i> e -il cielo diurno e il cielo notturno, ossia fra il giorno e -la notte che s'incontrano nel mattino e nella sera, mi -sembra evidente in quest'altro versetto: «Sempre giovani -s'incontrano le due sorelle gemelle presso i loro -parenti, arrivanti al punto medio dell'universo.» Evidentemente -abbiamo qui in <i>Dyavâ-prithivî</i> due esseri -femminini, che senza muoversi dal loro posto salgono -più alto per ritrovare il supremo polo, il <i>pitror upastha</i>: -a questo supremo polo, o umbilico celeste, non possiamo -concepire ascendente la terra, mentre è naturalissimo -l'immaginare ch'esso sia il punto medio della notte -come il punto medio del giorno. Le <i>Dyavâ-prithivî</i> a -mezzogiorno e a mezzanotte ritrovano nel cielo la <i>yoni</i> o -vulva materna, onde si svolsero gemelle (<i>sayonî</i>) ed il -<i>pitror upastha</i>, da cui furono generate. -</p> - -<p> -E ancora ritroviamo una <i>Prithivî</i> celeste in quelle -due <i>Dyâvâ-prithivî</i> larghe, solide, vaste, invocate per -ordine, genitrici, di bell'aspetto, che custodiscono l'ambrosia. -Chè, se le leggende posteriori brâhmaniche fanno -discendere l'ambrosia, l'acqua della vita, sopra la terra, -ove gli eroi fortunati la sottraggono ai draghi guardiani, -la vera, originaria sede dell'ambrosia è il cielo. L'inno -si termina, pregando <i>Dyavâ-prithivî</i> d'essere padre e -madre, ossia protettore completo per i loro devoti invocatori. -In tutto l'inno non abbiamo un solo indizio d'una -<i>Prithivî</i> terrena, nè un solo epiteto che non possa convenire -alla <i>Prithivî</i> celeste. Nell'inno 40º del II libro -del <i>Rigveda</i>, <i>Dyu</i> e <i>Prithivî</i> sono considerati come creature -degli Dei <i>Soma</i> e <i>Pûshan</i>, i custodi di tutto l'universo -e della divina ambrosia; nell'<i>amritasya nâbhi</i> -<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span> -di <i>Soma</i> e <i>Pûshan</i> è agevole il riconoscere l'<i>amrita</i> od -ambrosia, di cui vedemmo già <i>Dyavâ-prithivî</i> custodi, -e il <i>nâbhi</i> supremo, a cui nel loro apogeo <i>Dyavâ-prithivî</i> -arrivano. E della natura primeva celeste degli Dei vedici -<i>Soma</i> e <i>Pûshan</i> non è lecito il dubitare. Nell'inno 41º del -II libro del <i>Rigveda</i>, <i>Dyâvâ-prithivî</i> s'invocano perchè -cerchino fra gli Dei l'offerta sacrificale arrivante fino -al cielo, e gli Dei perchè si veggano fra loro; non mi -par possibile qui immaginare la terra come messaggera; -e mi convien perciò supporre una <i>Prithivî</i> messaggera -celeste. Nell'inno 55º del IV libro, <i>Dyavâ-bhûmî</i> -equivalenti di <i>Dyavâ-prithivî</i> s'invocano insieme coi -<i>Vasavas</i>, con <i>Aditi</i>, con <i>Mitra</i> e <i>Varuna</i>, ossia con -persone mitiche di certa origine celeste. E, in un'altra -strofa dello stesso inno, come a definirci meglio il carattere -di <i>Dyavâ-bhûmî</i> dopo la materna <i>Aditi</i> si nominano -i due giorni, ossia il giorno e la notte, l'aurora e -la notte (<i>ahanî-Ushâsânaktâ</i>). Nell'inno 70º del VI libro -del <i>Rigveda</i>, le <i>Dyavâ-prithivî</i> sono le fornite di burro, -le larghe, le belle, le melliflue, le ricche di seme, -tutti attributi che convenendo al celeste <i>Dyu</i> potrebbero -pure convenire ad una <i>Prithivî</i> celeste; ma quegli epiteti -di <i>ghritaçriyâ</i>, <i>ghritapric'â</i>, <i>ghritâvridhâ</i>, ossia godente -nel burro, saziantesi nel burro, accrescentesi nel -burro, riferiti alla terra, non si sa troppo quanto le si -appropriino, mentre si comprende come la <i>Prithivî</i> ambrosiaca -celeste (il burro, il miele e l'ambrosia assimilandosi) -possa in tal modo denominarsi. Quando l'ultimo -inno del settimo libro prega la <i>Prithivî</i>, perchè liberi -dal male che viene dalla <i>Prithivî</i> e l'atmosfera dal male -che viene dal cielo, è possibile che si tratti della terra -e dei mali che possono all'uomo derivare dalla terra. -Ma quando il Dio <i>Indra</i>, nel sesto inno dell'ottavo libro, -estende come una pelle le due <i>rodasî</i>, e come esse -<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span> -sono chiamate <i>Dyavâ-prithivî</i>, in queste <i>rodasî</i> che si -distendono a piacere di <i>Indra</i>, in queste due vesti acquose -che coprono il cielo, in questi due oceani celesti che <i>Indra</i> -allarga, in queste due rive, spesso luminose, ch'egli -supera, non possiamo riconoscere che il cielo diurno e -il cielo notturno, il cielo luminoso e il cielo tenebroso -o nuvoloso, o le due estremità luminose del cielo. La luce, -la tenebra, la nuvola, l'aurora sono elastiche, ed -<i>Indra</i>, il signore del cielo, le può a suo piacere distendere; -<i>Indra</i> che allarga la terra non si potrebbe -spiegare. È incerto, se si debba vedere la <i>terra</i> nel -58º inno del X libro del <i>Rigveda</i>,<a class="tag" id="tag5" href="#note5">[5]</a> che tradurrò per -intiero. È un inno funebre, in onore del morto Subandhu: -«Poichè l'anima tua se ne andò lontano presso -Yama, figlio di Vivasvant (il Dio dei morti), perciò noi -ce ne ritorniamo qua ad abitare ed a vivere. Poichè -l'anima tua se ne andò lontano nel cielo, nella <i>Prithivî</i>, -nella <i>Bhûmî</i> dai quattro angoli, ne' quattro punti -dell'orizzonte, nell'oceano acquoso, ne' lampi,<a class="tag" id="tag6" href="#note6">[6]</a> nelle -acque, nelle erbe, nel sole, nell'aurora, ne' monti giganteschi, -in tutto il mondo, negli estremi confini; e -poichè l'anima tua se ne andò lontano in quello che fu, -in quello che sarà (ossia, poichè non è più presente), noi -ce ne ritorniamo qua ad abitare, a vivere.» Da questo -interessante inno panteistico si comprende che l'anima -del morto si disperde in tutto l'universo; ma, poichè -ogni versetto ci fa sapere che si disperde lontano, dubito -che la <i>Prithivî</i> e la <i>Bhûmî</i> non sia qui la terra, come le -acque e le erbe, in cui l'anima del morto passa, debbono -<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span> -essere le acque e le erbe mitiche, ossia originariamente -celesti e luminose. E tanto più ne dubito, poichè -gli altri Inni funebri vedici consegnano alla terra ed al -fuoco sotterraneo malefico il corpo, ma non mai l'anima, -la quale invece viaggia, e viaggia in alto, e viaggia -lontano, sulla vetta delle alte montagne, ove l'aurora -si mostra, nella sfera luminosa del sole, a traverso le -stelle, nel mondo lunare, ne' quattro punti cardinali. -L'anima divien genio, e quel genio ama le forme più -lievi, le sedi più elevate; se esso penetrasse subito nella -terra opaca non potrebbe più muoversi, nè fare altri -viaggi, secondo la sua mobile natura. Io m'induco pertanto -a credere che anche in quest'inno funebre la <i>Prithivî</i>, -la <i>Bhûmî</i> lontana che l'anima del morto visita, è -una <i>Prithivî</i>, una <i>Bhûmî</i> celeste. -</p> - -<p> -Io non so se queste prove bastino a persuadere -della natura celeste della <i>Prithivî</i> vedica congiunta con -<i>Dyu</i> o con <i>Dyavâ</i>; ma quello che io credo poter sicuramente -affermare è, che, negl'Inni vedici, nulla c'induce -ad ammettere la personificazione di una Dea Terra. -Questa nozione venne più tardi, quando cioè la <i>Prithivî</i> -celeste si dimenticò, ed alcune delle sue qualità furono -attribuite alla terra propriamente detta. È importante -questa distinzione, non solo perchè ogni verità ha la sua -importanza per sè, ma ancora per interpretare le leggende -del ciclo eroico indiano, ove gli Dei vedici hanno -preso aspetto di eroi umani. A me non par dubbio che -la <i>Sîtâ</i> sia una persona eroica dell'aurora mitica; ma -chi lo nega, cercherà avvertire la impossibilità di un -tale ravvicinamento, poichè l'Aurora è nel <i>Rigveda</i> la -<i>figlia del cielo</i> (<i>duhitar divas</i>), mentre <i>Sîtâ</i> apparirebbe -la figlia di <i>Prithivî</i>, ossia della terra. Ma quando -noi avessimo potuto provare che esistette una <i>Prithivî</i> -celeste, della quale il padre dell'aurora appare ora -<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span> -sposo, ora fratello, tutto l'edificio de' nostri contradittori -cadrebbe. Ed ecco il motivo, per cui ho tanto -insistito sopra una sola minuzia; la tela d'Aracne è -entrata nella mitologia; se noi non tenessimo conto -anche de' fili più tenui, la nostra opera, per quanto industre, -non approderebbe a nulla. Il concepimento indiano -della Terra madre fecondata dal Cielo padre si riduce -ad esprimere la fecondazione naturale della terra -per mezzo della pioggia celeste; i poeti vedici ed i latini -hanno cantato questa relazione tra il cielo e la terra -quasi con le stesse parole, senza che tuttavia da questa -relazione poeticamente descritta si generassero miti vivaci -e fecondi. I poeti vedici non hanno a questo riguardo -detto niente più di Lucrezio, il quale, nel primo libro -<i>De Rerum Natura</i>, cantava: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Postremo pereunt imbres, ubi eos pater aether</i></p> -<p><i>In gremium matris terrai praecipitavit;</i></p> -</div> - -<p> -e nel secondo libro: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Denique coelesti sumus omnes semine oriundi:</i></p> -<p><i>Omnibus ille idem pater est, unde alma liquentis</i></p> -<p><i>Umoris guttas mater cum terra recepit,</i></p> -<p><i>Freta parit nitidas fruges arbustaque laeta</i></p> -<p><i>Et genus humanum.</i></p> -</div> - -<p> -Questi versi sono il miglior commento ch'io possa -offrire agl'Inni vedici per ciò che spetta la parentela -fra il cielo e la terra; il cielo è padre degli Dei, e fecondatore -della terra, la quale, fecondata, alla sua volta -diviene madre degli uomini; perciò Giove potè con ragione -chiamarsi <i>pater hominumque deumque</i>. E noi -non abbiamo punto dismessi quegli antichi appellativi, -quando diciamo per celia allo scoppio del tuono che <i>il -padre Giove</i> è in collera. In Piemonte e nel Veneto, Giove -è divenuto <i>zio</i> (<i>barba Giove</i>), ma è un appellativo anche -<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span> -più carezzevole di <i>padre</i>. Il cielo fu sempre, sotto -tutte le forme, cantato come un benefattore, quantunque -in esso si producano pure forme tenebrose, demoniache -ed infernali. Ma queste forme sono al cielo stesso avverse; -esso le combatte come nemiche, e, nella vittoria -sopra di esse, il Dio diviene eroico. -</p> - -<p> -Ma il cielo che è, per noi mortali, e per molte -figure celesti, padre, da chi fu creato esso stesso? -</p> - -<p> -I poeti vedici ammettevano già un creatore del -cielo e della <i>Prithivî</i>, e, nella loro ingenua ammirazione, -cantavano che il Dio loro autore, poichè poteva solamente -essere un Dio, aveva dovuto essere il più operoso operaio. -Abbiamo detto che Indra abbraccia il giorno e la -notte, il cielo diurno e il cielo notturno, e che è cantato -come <i>Divaspati</i>, ossia come signore del cielo; esso -è pure celebrato come genitore del <i>Dyu</i>, e genitore -della <i>Prithivî</i> (<i>Rigv.</i>, VI, 30; VIII, 36), genitore del -padre e della madre ch'egli trasse dal proprio corpo -(<i>tanvah svâyâs</i>): perciò essi sono considerati ciascuno -per sè come una sola mezza parte del Dio Indra, il -quale abbraccia tanto il <i>Dyu</i> quanto la <i>Prithivî</i>, che -lo seguono, come il rotante carro segue il cavallo -(<i>Rigv.</i>, VIII, 6), altro indizio che ci conferma come -si tratti qui d'una mobile figura di <i>Prithivî</i> celeste; -il giorno e la notte seguono Indra, ossia Indra regge il -cielo diurno e notturno. Quando Indra tona, i suoi -due figli ne tremano. Ma perchè in Indra vi sono le -qualità del Dio Pûshan e quelle del Dio Soma, così -<i>Dyu</i> e <i>Prithivî</i> si raffigurano pure come figli di <i>Soma</i> -e <i>Pûshan</i>: e perchè Mitra (o Savitar) e Varuna sono altre -due forme corrispondenti alla duplice qualità diurna -e notturna del Dio Indra, <i>Dyu</i> e <i>Prithivî</i> appaiono pure -figli di Mitra e di Varuna, di cui il primo presiede al -giorno, il secondo alla notte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span> -</p> - -<p> -Indra stesso, come artefice per eccellenza, piglia il -nome di <i>Tvashtar</i>, forma che quindi si distingue da lui -per divenire l'artefice privilegiato degli Dei, per i quali -crea ogni forma celeste, e però anche <i>Dyu</i> e <i>Prithivî</i>. -L'espressione d'Indra creatore del cielo equivale dunque -a quest'altra <i>il cielo crea sè stesso</i>, poichè, come -vedremo, l'antico Indra non fu altro se non il cielo. Relativamente -moderne consideriamo la tradizione cosmogonica -dell'<i>uovo d'oro</i> (<i>Hiranyagarbha</i>), da cui, secondo -un inno vedico (X, 121), sarebbero venuti fuori anche -<i>Dyu</i> e <i>Prithivî</i>, e quasi brâhmanica quella, per cui dalla -testa di <i>Purusha</i>, il maschio universale, sarebbe uscito -<i>Dyu</i>, il cielo, dall'umbilico di Purusha l'aere intermedio, -dai piedi di Purusha la Bhûmî, che in questo -caso appare veramente la terra, dove, pertanto, discesi -ci fermeremo, per risalire con miglior animo, nella -prossima lettura, in cielo, a conoscere la poetica figlia di -Dyu, la bellissima delle Dee, l'Aurora, la quale, come -la forma più luminosa del cielo, diede pure origine ad -alcuni de' miti più eleganti e più splendidi. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span> -</p> - -<h2 id="lett3">LETTURA TERZA. -<span class="smaller">L'AURORA.</span></h2> -</div> - -<p> -Gl'Inni vedici rappresentano a noi l'aurora sotto -un aspetto molteplice; ora essa è l'aurora, fenomeno -luminoso puramente fisico, quale noi lo osserviamo ancora; -ora ci si mostra in forma di donna; ora in aspetto -e virtù di vaga fanciulla o di eroina; ora in figura di -dea. Questa molteplicità d'aspetti, ne' quali l'aurora vedica -si manifesta a noi, anzi che mettere in confusione -la nostra mente, la rischiara invece, dimostrandoci, in -modo non meno evidente che poetico, in qual forma il -fenomeno fisico abbia preso persona, e la persona sia diventata -eroica e divina. Gl'Inni vedici all'aurora, quando -si faccia eccezione per pochi frammenti, hanno tutti un -carattere di veneranda antichità. Noi ci trasportiamo, per -essi, ad una età patriarcale ed eroica, nella quale l'uomo -ariano per la prima volta sembra espandere al di fuori -di sè le sue giovani forze, con l'inno pastorale e con la -epopea guerresca. Perciò essi hanno per noi un fascino -irresistibile. Noi assistiamo al primo prorompere del -poetico entusiasmo umano innanzi agli splendori della -natura, varia ed una, potente e meravigliosa. Noi sentiamo, -leggendo quegli inni, come, se l'anima nostra -fosse più ingenua, recati innanzi allo spettacolo degli -<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span> -stessi fenomeni naturali, canteremmo ancora in quel -modo. Gl'Inni vedici all'aurora non sono solamente note -particolari poetiche del sentimento ariano, ma ancora -più spesso espressione del sentimento universale che -occupa l'uomo innanzi alla pompa del cielo <i>mattutino</i> e -<i>vespertino</i> (e che si rinnova solenne al risorgere della -primavera e al cadere dell'autunno). -</p> - -<p> -A tutti noi è accaduto di osservare un bel tramonto -di sole, <i>il rosso di sera</i>, che ci fa, dicesi, sperare il bel -tempo pel giorno appresso: <i>Rosso di sera buon tempo si -spera</i>. Ad alcuno di noi dev'esser pure accaduto di fantasticare -sopra quel mobile quadro luminoso che ci presenta -sul fine del giorno il cielo occidentale. Se potessimo considerare -più spesso quel fenomeno, ci renderemmo più agevolmente -ragione di molte forme della primitiva mitologia -ariana. Ma, se molti di noi abbiamo contemplato -un'aurora vespertina, pochi di noi, a motivo del nostro -rinchiuso vivere cittadinesco, possiamo ricordare d'aver -visto nascere l'alba e poi l'aurora del giorno, due momenti -distinti nel tempo, che il mito ha pure espresso -in singolari forme mitiche (prima il cielo d'Oriente albeggia, -poi rosseggia). Io ebbi la ventura di contemplare -la magnificenza di tali spettacoli sopra le vette alpine, e -dall'impressione che essi fecero sopra di me, posso argomentare, -in parte, la ragione che fece sugli altipiani dell'Asia -centrale inneggiare con tanto ingenuo calore i primi -pastori e guerrieri ariani. Per comprendere la natura, bisogna -sentirla; per sentirla, bisogna accostarsi ad essa; -gl'Inni vedici all'aurora sono l'espressione più fedele -de' sentimenti, che la natura ha svegliato nel petto dei -nostri più remoti e più immaginosi fratelli asiatici. -</p> - -<p> -Ed ora osserviamo i diversi aspetti, ne' quali dicemmo -apparirci descritta l'aurora presso gl'Inni vedici. -</p> - -<p> -1. <i>L'aurora come fenomeno fisico.</i> I suoi nomi -<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span> -<i>Ushas</i> e <i>Ushâ</i> valgono la <i>brillante</i>; e così il maggior -numero degli appellativi vedici dell'aurora <i>vibhâvarî</i>, -<i>bhâsvatî</i>, <i>çubhrâ</i>, <i>ahanâ</i>, <i>dyotanâ</i>, <i>çuc'î</i>, <i>çukrâ</i>, <i>ruçatî</i> -hanno il medesimo significato. Gli appellativi <i>çvetyâ</i> e -<i>arg'unî</i> o <i>la bianca</i>, e <i>ghr'itapratîkâ</i> o l'<i>imburrata</i>, -la <i>simile al burro</i> (<i>ghritamduhânâ</i>, ossia <i>mungenti</i> -o <i>stillanti burro</i> son chiamate le aurore nell'inno 41º -del VII libro del <i>Rigveda</i>), rappresentano particolarmente -<i>l'alba</i>, il giorno che si schiarisce; oltre a -questo, l'aurora è ancora chiamata <i>supeçasa</i>, ossia -<i>la di bella forma</i> (così denominata insieme con la notte -luminosa); <i>supratîkâ</i>, ossia <i>la ben fatta</i>, <i>la bella</i>; -<i>ranvasandr'ik</i>, <i>sudr'içîkasandr'ik</i>, ossia <i>quella dal bell'aspetto</i>; -<i>arushî</i>, ossia <i>la rosseggiante</i>; <i>arunapsu</i>, ossia -<i>quella dall'aspetto rosseggiante</i>; <i>hiranya-varnâ</i>, ossia -<i>quella dal color d'oro</i>; <i>sûnritâ</i>, ossia <i>la bene moventesi</i>, -<i>l'agile</i>, <i>la ordinata</i>; <i>yuvati</i>, ossia <i>la giovine</i>, <i>la -sempre giovine</i>, <i>la giovine immortale</i>; <i>odatî</i>, ossia <i>la -umida</i>. Quest'ultimo appellativo ci rappresenta l'aurora -stillante rugiada, ch'è l'acqua della vita, l'acqua dell'immortalità, -l'ambrosia del giorno: l'aurora è anzi -chiamata <i>amr'itasya nabhih</i> (<i>Rigv.</i>, VIII, 90), carattere -che essa ha comune con la <i>Pr'ithivî</i>, la quale si -è identificata talora con l'aurora. L'inno 51º del IV libro -del <i>Rigv.</i>, dopo aver invocate le aurore luminose -figlie del cielo, invoca la grazia di Dyaus e della divina -Pr'ithivî che in parecchi Inni vedici è celebrata per la sua -facoltà di estendersi, di dilatarsi. Come Indra estende -il cielo, così l'aurora la luce, <i>l'aere luminoso</i> (<i>â dyâm -tanoshi raçmibhir antariksham uru priyam ushah çukrena -çocishâ; Rigv.</i>, IV, 52). E poichè quegli umori -stillanti, quella luce diffusa, hanno virtù di avvivare -e di allegrare, l'aurora è pure chiamata <i>sumnâvarî</i>, -ossia <i>ricca di gioie, di beni</i>, poichè l'oro è emblema -<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span> -di ricchezza, e l'aurea aurora discopre ogni giorno le -velate ricchezze del mondo; essa è ancora, come <i>maghonî</i>, -<i>citrâ-maghâ</i> e <i>dânucitrâ</i>, la <i>ricca</i>; e poichè le -ricchezze furono presto considerate come una fortuna, -anzi come la fortuna stessa, l'aurora vedica venne ancora -salutata con l'appellativo di <i>subhagâ</i>. -</p> - -<p> -Abbiamo detto che l'aurora è chiamata <i>sûnritâ</i>, ossia -<i>la mobile, l'agile, la destra</i>; e poichè in una mobile si -videro parecchie mobili, perciò l'aurora si chiamò pure, -oltre che <i>sûnritâ</i>, anche <i>sûnritâvatî</i>, <i>sûnritâvarî</i>, ossia -<i>la fornita, l'accompagnata con le mobili, con le agili</i>. -Non discostiamoci, di grazia, trattandosi di miti elementari, -dal senso etimologico delle parole; e ci renderemo -ragione più pronta della loro probabile formazione. <i>Sunritâ</i> -vale <i>la mobile</i>; la parola <i>go</i> (<i>gau</i>) esprime <i>l'andante</i> -(dalla radice <i>gam</i>, <i>gâ</i> andare) e <i>la sonante</i> o <i>muggente</i> -da un'altra radice <i>gâ</i> che significò <i>sonare</i> e <i>cantare</i>; -l'aurora vedica, come <i>andante</i>, si chiamò non solo <i>sûnritâ</i>, -ma <i>go</i>; ora <i>go</i> è il nome che si dà alla vacca <i>muggente</i>; -perciò <i>la mobile aurora</i> e <i>le mobili nell'aurora</i> -chiamandosi <i>gavas</i> furono scambiate per <i>le vacche</i>; e -come la <i>sûnritâ</i> o <i>mobile</i> diventò <i>sûnritâvatî</i>, o <i>fornita -di mobili</i>; così la <i>go</i> aurora, propriamente ancora <i>la -mobile</i>, diventò <i>gomatî</i>, ossia <i>la fornita delle mobili</i>. -Ma poichè la parola <i>go</i>, come <i>sonante</i>, servì poi specialmente -ad esprimere la <i>vacca</i>, si vide nella <i>go</i> aurora -(mobile) come nella <i>go</i> nuvola (mobile insieme e -tonante) una vacca, anzi molte vacche, alle quali sono -paragonati i raggi luminosi (<i>prati bhadrâ adr'ikshata -gavâm sargâ na raçmayah</i>), onde nacque non solo -l'aurora concepita come <i>vacca rosea</i> (<i>vacca innocente, -eterna, Aditi</i> la chiama l'inno 90º dell'VIII libro del -<i>Rigv.</i>), ma l'aurora <i>gomatî</i>, ossia l'aurora <i>fornita di -vacche.</i> Ed ecco la prima personificazione dell'aurora, -<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span> -cagionata da un singolare e poetico equivoco del linguaggio. -Ma, se dobbiamo credere al commentatore <i>Sâyana</i>, -in alcuni Inni vedici la parola <i>go</i> non rappresenterebbe -soltanto <i>la vacca</i> (ossia la muggente), ma anche <i>il cavallo</i> -(<i>l'andante</i>). Il nome proprio del cavallo, <i>açva</i> (equus), -ha pure il significato di <i>andante, penetrante, veloce</i>. -L'aurora, come mobile, non fu solo <i>go</i>, ma anche <i>açvâ</i> -(propriamente), <i>veloce</i>; e non solo <i>açvâ</i>, ma <i>açvâvatî</i>, ossia -<i>fornita di celeri</i> o <i>cavalle</i>, <i>ricca di celeri</i> o <i>cavalle</i>. -Concepita per tal modo l'aurora come ricca di vacche e di -cavalle, niente più naturale che il poeta vedico l'invocasse, -come accrescitrice degli armenti, come liberale all'uomo -di cavalli e di vacche (Nû no <i>gomad</i> vîravad <i>dhehî ratnam -usho açvavad</i> purubhog'o asme; <i>Rigv.</i>, VII, 75); e -quando il poeta chiama l'aurora con frequente appellativo -<i>vag'înî</i>, ossia <i>fornita di cibi</i>, i cibi desiderati, come -ce ne assicura l'inno 81º del VII libro del <i>Rigv.</i>, non -sono altro che <i>vacche</i> (<i>vâg'ân</i> asmabhyam <i>gomatah</i>), il -quale indizio ci proverebbe che l'età vedica non era -punto pitagorica. Nell'inno 92º del I libro s'invoca -dall'Aurora il dono di cibi, ne' quali le vacche siano la -cosa principale (<i>usho goagrân upa mâsi vâg'ân</i>). -</p> - -<p> -2. <i>L'aurora come persona.</i> L'aurora mobile e rosea, -che, denominata <i>go</i>, pigliò forma di vacca, o di un -armento di vacche (l'inno 92º del I libro del <i>Rigv.</i> invoca -non un'aurora, ma molte aurore e le chiama insieme -<i>le madri vacche rosseggianti</i>), l'aurora mobile e -rapida che prese nome di <i>acvâ</i>, e assunse perciò forma -di <i>cavalla</i> (e <i>rossastra come una bella cavalla</i> la chiama -il 30º inno del I libro, e il 52º inno del IV libro del -<i>Rigveda</i>), e le aurore, che nell'inno 41º del VII libro -trovo chiamate <i>açvâvatîh</i>, al plurale, sono tema specialissimo -di quella che intitolai <i>Mitologia zoologica</i>.<a class="tag" id="tag7" href="#note7">[7]</a> -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span> -</p> - -<p> -Noi dobbiamo soltanto veder qui che cosa abbiano -potuto divenire nell'età vedica l'aurora <i>gomatî</i>, ossia -<i>fornita di vacche</i>; l'aurora <i>açvâvati</i>, ossia <i>fornita di -cavalle</i>. L'aurora <i>go</i> e poi <i>gomatî</i>, ossia <i>fornita di vacche</i>, -diventò una pastorella; l'aurora <i>açvâ</i> e poi <i>açvâvatî</i> o -<i>fornita di cavalle</i>, una guidatrice di carri e cavalli. -</p> - -<p> -Proviamolo. -</p> - -<p> -L'inno 92º del I libro del <i>Rigv.</i> ci dice che l'aurora -aperse, ossia dissipò la tenebra, come le vacche -rompono il loro recinto, ossia escono dalla loro stalla. -Nell'inno 48º e 113º dello stesso libro l'aurora stessa è -detta aprir le porte del cielo. Nell'inno 75º del VII libro -l'aurora <i>infrange le stalle delle vacche</i> e queste <i>muggono -verso l'aurora</i>. Nell'inno 124º del I libro l'aurora -è chiamata <i>gavâm g'anitrî</i>, delle <i>vacche genitrice</i>; -poco dopo, si dice ch'essa risplendette giovane in Oriente, -ove <i>congiunge la schiera delle rosee vacche</i> (<i>aveyam -açvaid yuvatih purastâd yunkte gavâm arunânâm anîkam</i>). -Ed ecco rappresentata, con perfetta evidenza, -nell'aurora, la pastorella celeste. La <i>go</i> diventò <i>gomatî</i>; -la <i>gomatî</i> fu madre di vacche (<i>mâtâ gavâm</i> la chiama -pure l'inno 52º del IV libro del <i>Rigv.</i>), e custode di vacche, -ossia pastora, che tiene insieme raccolte le vacche -rosseggianti (<i>eshâ gobhir arunebhir yug'anâ; Rigv.</i>, V, -80), che guida le vacche, onde il suo nome di <i>guidatrice -delle vacche</i>, datole per l'appunto da un inno vedico -(<i>gavâm netrî; Rigv.</i>, VII, 75). Abbiamo avvertito come -la mobile aurora sia non solo <i>açvâ</i> essa stessa, ossia -rapida cavalla celeste, ma ancora <i>açvâvatî</i>, ossia fornita -di rapide cavalle celesti. L'appellativo <i>açvasûnr'itâ</i>, dato -<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span> -all'aurora nell'inno 79º del V libro del <i>Rigv.</i>, non è -quindi per me, come pel Dizionario Petropolitano, «Ushas -<i>vom Jubel der Rosse begleitet</i>,» ma molto più semplicemente -«l'aurora fornita di <i>agili cavalli</i>,» poichè come -<i>açva</i> vale <i>cavallo</i>, così <i>sûnr'ita</i>, <i>agile, mobile, rapido</i>; -onde il composto riferito all'aurora non parmi significare -altro se non <i>l'avente rapidi cavalli</i>. L'aurora è la -prima forma animata che appare sul far del giorno nel -cielo orientale; essa è la prima ad arrivare, e però la -rapida; e poichè il cavallo è il rapido od <i>açva</i> per eccellenza, -anche l'aurora, come femmina, è un'<i>açvâ</i>. E come -nell'aurora molte aurore, nella vacca luminosa si figurarono -molte vacche luminose; così, oltre la cavalla, si -videro molte cavalle, si vide l'aurora fornita di molti -cavalli, l'aurora guidatrice di cavalli, l'aurora sul carro. -Gli Inni vedici ci permettono ancora di dimostrare -questo mito fino all'evidenza. -</p> - -<p> -<i>Brihadrathâ</i>, ossia <i>dal vasto carro</i>, è chiamata l'aurora -nell'inno 80º del V libro del <i>Rigv.</i>; nell'inno 65º -del VI libro sono celebrate al plurale le aurore <i>aventi -carri luminosi</i> (<i>c'andrarathâh</i>) che si avanzano coi cavalli -<i>dalle redini rosee</i> (<i>arunayugbhir açvâih</i>); <i>dal carro luminoso, -mobile e faciente muovere</i> (<i>c'andrarathâ, sûnritâ, -irayantî</i>) è chiamata l'aurora nell'inno 61º del -III libro; nell'inno 75º del VII libro leggiamo che <i>bei -cavalli rosseggianti apparvero portanti l'aurora luminosa</i>, -la quale <i>se ne viene bella, sopra un carro tutto -illuminato</i> (o forse meglio, illuminante tutto). Nell'inno -77º del VII libro l'aurora è celebrata come <i>arrecante il -biondo, conducente il bel cavallo</i> (s'intende il sole; -<i>vahantî çvetam, nayantî sudr'içîkam açvam</i>); nello -stesso inno la ricchezza dell'aurora dai molti doni è -chiamata composta di vacche, di cavalle, e di carro, -ossia de' doni ch'essa reca sopra il suo carro (<i>isham -<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span> -c'a no dadhatî viçvavâre gomad açvâvad rathavac' ca -râdhah</i>); nell'inno seguente il carro dell'aurora è chiamato -<i>aperto, vasto, luminoso</i>, ed essa sale sul carro che -si attacca da sè tirato da cavalli che si aggiogano pure -da sè (<i>âsthad ratham svadhayâ yugyamânam â yam -açvâsah suyug'o vahanti</i>); nell'inno 51º del IV libro -le aurore divine con cavalli infrenati ordinatamente (o -a tempo) <i>percorrono sempre i mondi, sveglianti il dormiente -bipede e quadrupede che vive al moto</i> (<i>yuyam -hi devîr r'itayugbhir açvaih pariprayâtha bhuvanâni -sadyah prabodhayantîr ushasah sasantam dvipâc' catuspâc' -carathâya g'îvam</i>); nell'inno 61º del III libro -del Rigv. si prega perchè l'aurora <i>hiranyavarnâ</i> (ossia -<i>l'aurora per eccellenza, aurora dal color d'oro</i>) sia -portata dai cavalli <i>che hanno bei freni</i> (o <i>bene infrenati, -suyamâsah</i>) e dalla molta forza. Nell'inno 124º del -I libro del <i>Rigv</i>. si celebra l'aurora come la <i>prima delle -arrivanti</i> (o <i>delle distendentisi</i>) che splendette (<i>âyatînâm -prathamoshâ vy adyaut</i>). Celebrando insieme la notte e -l'aurora, l'inno 123º del I libro canta: «L'una va, l'altra -viene, belle entrambe, diversamente, insieme vanno (ossia -si seguono) le due luminose; delle due dominanti per -turno, l'una la tenebra disperse, l'aurora splendette su -carro rifulgente (<i>çoçuc'atâ rathena</i>).» Nell'inno 113º del -I libro si dice che la nuova aurora segue la via delle aurore -passate e succede alla prima delle arrivanti infinite (chiamate -pure fra loro stesse in unione col nome di sorelle) -e che svegliante coi cavalli rosseggianti arriva sopra un -carro bene aggiogato. Nell'inno 92º del I libro i raggi -rossi o luminosi dell'aurora chiamati <i>gâh</i>, che si aggiogano -da sè, possiamo interpretare così bene per vacche -come per cavalli (<i>ud apaptann aruna bhânavo vr'ithâ -svâyug'o arushîr gâ ayukshata</i>). L'inno 49º del I libro -del <i>Rigv</i>. incomincia così: «O aurora, arriva dalla parte -<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span> -luminosa del cielo coi fortunati; alla casa del devoto che -a te propizia ti portino i rosseggianti; con quel bel carro -di bella forma, sul quale, o aurora, tu sei salita, con -quello ora proteggi, o figlia del cielo, <i>l'uomo di buona -fama</i> (<i>suçravasam ganam</i>).» Nell'inno 48º del I libro -traduco nel modo seguente la terza e la settima strofa: -«L'aurora già splendette e risplende ora la dea guidatrice -di carri, i quali, negli arrivi di essa, corrono come -fiumi al mare (<i>samudre na çravasyavah</i>).<a class="tag" id="tag8" href="#note8">[8]</a> Essa (si) aggiogò -lontano dove nasce il sole; questa propizia (o fortunata) -aurora si avanza risplendente verso gli uomini -sopra cento carri.» Nell'inno 116º del I libro del Rigv. -la figlia del sole, che non può essere se non l'aurora, -salendo sopra il carro dei due Açvin (i Dioscuri indiani) -arriva <i>alla mèta vincendo la corsa</i>(<i>â vâm ratham duhitâ -sûryasya kârshmevâtishthad arvatâ g'ayanti</i>). Di questa -sfida alla corsa nel cielo, vinta dagli Açvin e dall'aurora, -serba pure memoria la tradizione posteriore vedica -brâhmanica. -</p> - -<p> -Così noi abbiamo sicuramente dimostrato l'aurora -pastorella, e l'aurora guidatrice di carri. -</p> - -<p> -Non dimentichiamo ora l'idea fondamentale, dalla -quale siamo partiti, cioè che nell'aurora, oltre la luminosa, -la bella, vuolsi pure osservare la mobile, per cui -essa potè facilmente trasformarsi in <i>go</i> ed in <i>açvâ</i>. Come -<i>açvâ</i>, è la prima ad arrivare, la prima ad apparire, la -più sollecita. Noi abbiamo veduto l'aurora che è ad un -tempo <i>go</i> e conduttrice di vacche, <i>açvâ</i> e guidatrice di -cavalli. Abbiamo detto uno degli appellativi assai frequenti -<span class="pagenum" id="Page_64">[64]</span> -dell'aurora essere, negli Inni vedici, <i>sûnr'itâ</i>, -che vuol dire <i>mobile, agile, sollecita</i>; ma essa non -è solo celebrata come <i>sûnr'itâ</i>, ossia <i>agile</i>, ma come <i>netrî -sûnr'itânâm</i>, ossia <i>guidatrice delle agili</i>. Ed eccoci -un novissimo e poetico aspetto dell'aurora, l'aurora -ballerina, l'aurora guidatrice del coro delle ballerine; -eccovi le <i>apsare</i>, eccovi le ninfe celesti, con le quali gli -Dei immortali temperano la noia dei loro ozii olimpici. -Ma, perchè ogni affermazione tenta qui aver la sua prova, -cerchiamo anche di questo poetico mito alcun esempio -vedico che lo confermi. Nella quarta strofa dell'inno -92º del I libro del <i>Rigv</i>. leggiamo che l'aurora <i>si orna -come una ballerina</i>; che <i>si scopre il petto come una -vacca</i> (<i>adhi peçânsi vapate nr'itûr ivâpornute vaksha -usreva barg'aham</i>). Nello stesso inno essa è chiamata -<i>splendida guidatrice delle agili</i> (<i>bhâsvatî netrî sûnr'itânâm</i>), -e <i>per piacere, essa sorride come un lusingatore</i> -(<i>çriyê ch'ando na smayate</i>). Nell'inno 113º dello stesso libro -ci ritorna la <i>bhâsvatî netrî sûnr'itânâm</i>, ossia la <i>splendida -conduttrice delle agili, giovane, in veste luminosa</i> -(<i>yuvatih çukravâsâh</i>). Nell'inno 123º l'aurora ci è paragonata -ad una fanciulla che vezzeggia col corpo (<i>hanyeva -tanvâ çaçadânâ</i>), giovine, sorridente, splendida, che in -oriente si discopre il seno (<i>samsmayamânâ yuvatih -purastâd âvir vakshansi vibhâtî</i>), e quindi ancora viene -comparata ad <i>una bella fanciulla adornata dalla madre -che si discopre il corpo per farlo vedere</i> (<i>susamkâçâ mâtrimr'ishteva -yoshâvis tanvam kr'inushedriçe kam</i>). -Nell'inno 124º traduco la terza strofa nel modo seguente: -«<i>L'aurora si manifesta come il seno d'una vergine; -come la vacca</i> (discopre il petto) <i>essa discoverse a noi -le cose care</i>»<a class="tag" id="tag9" href="#note9">[9]</a> (<i>upo adarçi cundhyuvo na vaksho no dhâ -<span class="pagenum" id="Page_65">[65]</span> -ivâvir akr'ita priyâni</i>). Quest'ultima espressione (s'io -avessi avuto la fortuna di bene interpretare il passo -vedico) potrebbe essere di una terribile ingenuità, e -varrebbe ad agevolarci la via di comprendere i misteri -fallici che servirono di fondamento a tanta parte delle -antiche religioni e mitologie. E gli Inni vedici all'aurora -ritornano ancora altre volte alla stessa immagine. -Nell'inno 64º del VI libro leggiamo: «Divina aurora, tu -bella lucente co' tuoi splendori ti scopri il petto» (<i>âvir -vakshah kr'inushe</i>). L'inno 76º del VII libro chiama l'aurora -ora <i>gavâm netrî</i>, ora <i>netrî sûnri'tânâm</i>, ed essa si -congiunge in tutti gli inni del VII libro con <i>râdhas, -rayi</i>, la ricchezza; nell'inno seguente si paragona ancora -l'aurora a giovine donna; nell'inno 115º del primo -libro si dice che il sole va dietro alla divina aurora -lucente, <i>come un uomo dietro una donna</i> (<i>Sûryo devîm -ushasam roc'amânâm maryo na yoshâm abhy eti -paçcat</i>; in questo inno ancora la <i>Pr'ithivî</i> trovasi identificata -con l'aurora come quella che cresce e grandeggia -nel cielo). Nell'inno 80º del V libro l'aurora discopre -ancora il corpo dalla parte d'Oriente; e appare bella -alla vista come un bel corpo che si scopre, come una -donna levatasi dal bagno (<i>eshâ çubhrâ na tanvo vidânordhveva -snatî driçaye no asthât</i>). Dopo tutte queste -prove, io dovrei durar poca fatica a dimostrarvi come -la Venere sia uno degli aspetti più frequenti dell'aurora -vedica. -</p> - -<p> -3. <i>L'aurora eroina</i>. Noi abbiamo, in ogni maniera, -<span class="pagenum" id="Page_66">[66]</span> -finqui la certezza dell'aurora raffigurata come pastorella, -come guidatrice di carri, come saltatrice del -cielo, come donna bellissima. Vediamo ora le sue parentele -celesti. Il suo nome più frequente è quello di <i>duhitar -divah</i>, ossia di <i>figlia del cielo</i>, chiamata perciò -anche <i>divig'âs</i>, ossia <i>nata nel cielo</i>. Ma, oltre il cielo, il -<i>Rigveda</i> ci dà pure come padri dell'aurora, talora il -Dio Indra, il sommo reggitore del cielo, talora Sûrya, -il sole. Aditi le fu madre; talora invece parrebbe madre -dell'aurora luminosa e chiara la notte scura (<i>çukrâ -krishnâd ag'anishta çvitîcî; Rigv</i>., I, 123); ma, nello -stesso inno, in cui ci si dice che la bianca è nata dalla -nera, la notte vien chiamata <i>sorella</i>; e rappresentasi ora -come buona, congiunta strettamente con l'aurora, ora -come sua nemica ch'essa caccia lontano, e della quale -rimuove le tenebre. Come sorelle concordi sono chiamate -insieme <i>ahanî</i> (<i>Rigv</i>., I, 123), <i>dyavâ</i> (<i>Rigv</i>., I, 113), -<i>le due splendide, le due insieme congiunte, le due immortali, -le due succedentisi</i>, simili e pur diverse, che -non stanno ferme e che pure non s'incontrano mai. -Abbiamo qui una forma d'indovinello vedico; altri esempii -somiglianti si potrebbero riferire dal <i>Rigveda</i>. Accennammo -già come Varuna sia il reggitore divino della -notte e Mitra, l'amico sole, il reggitore del giorno; uno -dei sinonimi di Mitra è Bhaga. Come l'aurora è la sorella -della notte, così nel citato inno 123º vien ricordata -quale sorella di <i>Varuna</i> e di <i>Bhaga</i> (<i>bhagasya svasâ -varunasya g'âmir</i>). Abbiamo finqui dunque il sole padre -dell'aurora, come quello che è supposto mandarla fuori -innanzi a sè; il sole fratello dell'aurora, come quello -che appare quasi contemporaneamente con essa: ma il -sole appare ancora, rispetto all'aurora, in due altri -aspetti, come sposo e come figlio. A Varuna essa concede -solamente le sue lusinghe e gli reca danno; al sole, -<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span> -a Mitra, essa invece aggiunge forza, potenza, splendore; -perciò un inno del <i>Rigveda</i> (III, 61), forse con -un po' di giuoco di parole, la chiama <i>mahî mitrasya -varunasya mâyâ</i> (accrescitrice di Mitra,<a class="tag" id="tag10" href="#note10">[10]</a> di Varuna ingannatrice.) -Da quella che accresce il sole, alla madre -del sole è lieve il passo; l'inno 113º del I libro del -<i>Rigveda</i> ci fa sapere che l'aurora generata per produrre -il sole, ebbe dalla notte la <i>yoni</i> o <i>vulva</i> necessaria per -quella produzione (<i>yathâ prasûtâ Savituh savâya eva -râtrî Ushase yonim arâîk</i>); qui ancora abbiamo un piccolo -giuoco di parole, come chi dicesse in italiano <i>generata -per la generazione del generatore</i>. -</p> - -<p> -Così l'aurora è essa stessa generata e generatrice, -figlia e madre del sole; nè solo figlia e madre del sole, -ma anche figlia e madre del cielo luminoso, ossia della -luce; <i>svâr g'anantî</i>, ossia <i>generante il cielo luminoso</i>, -l'appella perciò l'inno 61º del III libro del Rigveda. E -poichè abbiamo detto che il cielo luminoso è la sede degli -Dei, non reca meraviglia il trovar l'aurora <i>la generatrice -del giorno che si schiara o primo giorno</i> (<i>g'anatî -ahnah prathamasya</i>; <i>Rigv</i>., I, 125), chiamata non -solo l'apportatrice degli Dei, ma anche la madre degli -Dei (<i>mâtâ devânâm</i>; I, 113), che sono per noi le forme -animate del cielo luminoso. Ma, oltre il sole fratello, il -sole marito, l'aurora ha pure degli amici; questi amici -suoi del cuore sono i due fratelli Açvin (così l'Elena -ellenica trovasi congiunta coi Dioscori); l'inno 52º del -IV libro del <i>Rigveda</i> ce lo dice in termini espliciti: -<i>l'aurora fu la compagna</i> (od <i>amica</i>) <i>degli Açvin</i>. Noi -abbiamo già veduto come gli Açvin, con atto gentile e -<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span> -cavalleresco, abbiano fatto salire sul loro carro la bella -aurora, perchè potesse vincere la corsa ed arrivare -prima alla mèta. Ora con questo episodio è probabile -che se ne debba congiungere un altro, vedico ancor esso. -Noi vedemmo già di che sorta lusingatrice fosse l'aurora -per i poeti vedici; e quell'epiteto di <i>bhuvanasya -patnî o sposa del mondo</i> che un inno le dà, ci fa nascere -il sospetto che il marito legittimo dell'aurora se ne sia -offeso, ed abbia preso dispetto contro la troppo lusinghiera -sua consorte. L'inno 79º del V libro del <i>Rigveda</i> -invita l'aurora ad apparire, a non distendere troppo lungamente -la trama dell'opera sua, perchè non venga il -sole ad abbruciarla come si abbrucia un ladro nemico. -La strofa è molto caratteristica, per la notizia che ci dà -di un uso poco civile di quell'età primitiva; ma è importante -anche, perchè ci permette di sospettare la ragione -probabile di un atto brutale commesso dal Dio Indra -nel <i>Rigveda</i>, a danno dell'aurora. Indra non fu già -marito dell'aurora; eroi del carattere d'Indra non possono -pigliar moglie stabile; ad Indra non ispiacciono -punto le donne, anzi è per cagione di esse ch'egli viene -finalmente sbalzato dall'Olimpo; ma ei non si lega con -alcuna Dea o donna mortale, con patto eterno; è vago di -avventure, si compiace di belle forme, e sa anche, in -qualche occasione, mostrare un cuor tenero. Nell'inno 80º -dell'VIII libro del <i>Rigveda</i> appare in relazione con Indra -una fanciulla di nome <i>Apâlâ</i>, che io sospetto essere -la nostra aurora. L'aurora della sera si fa brutta, ossia -si oscura nella notte; è Indra che compie il miracolo di -ritornarla bella, passandoci sopra, dopo essere stato -pregato da lei, dopo avere inteso il voto della pia fanciulla -discesa alla fonte per attingere acqua, affinchè il -<i>Soma</i> od <i>Indu</i>, o l'ambrosia (lunare) in essa trovata, -scorra verso Indra sempre avidissimo del <i>soma</i> ambrosiaco; -<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span> -Indra, passando tre volte, con la ruota, col carro, -col timone sopra di essa, ossia sopra la testa, sopra il petto, -sopra il basso ventre di lei, ne leva via la pelle orrida -e scura, e purificandola in tal modo, le dà una pelle -aurea (<i>apâlâm Indra trish pûtvy akrinoh sûryatvac'am</i>). -Qui Indra appare come benefattore della fanciulla aurora; -ma bisogna aggiungere ancora come questa fanciulla -si mostra vergine, semplice, pia e debole. Ma, quando -l'aurora ardisce, come guidatrice di carri e di cavalli, -emulare i guerrieri, e ribellarsi forse al potere stesso -d'Indra, il guerriero per eccellenza, e contrastargli indomita, -questa prima forma d'Amazzone offende il belligero -Indra, che pone, come Teseo, come Siegfried, -tutto il suo orgoglio nel vincere la fiera virago. Indra che -squarcia le tenebre, Indra che squarcia le nuvole, non -pare così potente come Indra che caccia dal cielo gli -splendori talora malefici dell'aurora, rovesciandone e -spezzandone il carro. I Greci trasportarono il mito del -guidatore di carri che cade nel fiume, dall'aurora al sole -Fetonte. Nel <i>Rigveda</i> è il carro dell'audace aurora che, -per la forza d'Indra, è precipitato. «Allora, o Indra -(canta l'inno 30º del IV libro del <i>Rigv</i>.) tu hai compiuto -un atto eroico e virile (<i>vîryam Indra c'akartha paunsyam</i>), -quando colpisti la figlia del cielo, la donna -malefica; l'aurora figlia del cielo grandeggiante tu, Indra -il grande, abbattesti; dal rotto suo carro l'aurora -fuggì spaventata, quando il potente Indra lo spezzò. -Quel carro di lei giace intieramente disfatto e sconnesso; -ed essa fuggì lontano.» Un altro inno del X libro del -<i>Rigveda</i> (X, 138) ci fa sapere che Indra compì quell'impresa -col fulmine; e che l'aurora, per lo spavento del -fulmine distruggitore d'Indra, si allontanò dal proprio -carro. Qui il mito incomincia a diventare leggenda eroica; -ed un mito concatenandosi con l'altro, si disegna -<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span> -forse nello stesso <i>Rigveda</i> una specie di romanzo epico; -poichè, quando gli Açvin pigliano sopra il loro proprio -carro l'aurora che ha fretta di arrivare, le usano probabilmente -quell'attenzione cortese, oltre che per naturale -simpatia ed analogia, perchè l'aurora ha perduto il -proprio carro distruttole da Indra, del quale gli Açvin -come i Marut sono talora i compagni, ma qualche volta -anche gli emuli. Un inno dice che l'aurora appare, -quando gli Açvin aggiogano il loro carro. Ma, se la leggenda -mitica si complicò, l'origine del mito dev'essere -stata semplicissima. Come l'aurora, nel maggior numero -de' suoi osservatori, desta un senso di grata meraviglia, -così nell'infanzia della nostra stirpe potè ad -alcuni osservatori inspirar terrore. Noi stessi, i quali diciamo -per lo più che il rosso di sera lascia sperare il -bel tempo pel giorno seguente, diciamo ancora qualche -volta che il rosso di sera è segno di sangue, e che annunzia -guerra. Qual meraviglia, che nella prima età patriarcale -quell'aurora che gl'Inni vedici chiamano così -spesso <i>grandeggiante</i>, paresse voler minacciare di occupar -sinistramente, come una strega perversa, tutto il -cielo? Come nell'aurora vespertina vedremo nascere la -fucina di Vulcano, così nell'aurora, specialmente nella -vespertina, si dovette vedere alcuna volta una fata maligna, -una selvaggia e sinistra virago, che, nel bisogno -di pioggia, prometteva invece giorni sempre sereni, e -apportava nuova siccità sopra la terra, e benedirsi perciò -il potere d'Indra pluvio, che, fulminando, si scatenava -nella tempesta, cacciando dal cielo le troppo ardenti -aurore. -</p> - -<p> -4. <i>L'aurora dea. L'aurora sinistra</i>, nata specialmente -dall'aurora vespertina, ha la sua importanza nel -mito; poichè, per essa, si possono spiegare le Elene argive, -le Amazzoni, le Medee, le Crimildi, e simili tipi -<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span> -di donne, belle di bellezza terribile e fatale. Ma nell'aurora -vespertina non si vide solamente la fucina del -negromante, e la donna perfida e funesta, ma ancora, -come vedremo, la porta del regno de' beati, de' morti -maggiori, dove le anime de' morti cercano, morendo, il -sole; onde, con pensiero tutto gentile e poetico, un poeta -vedico (<i>Rigv</i>., VII, 76) immaginò che le anime dei poeti -vedici anteriori fossero andate a rintracciare la luce nascosta, -per farla risuscitare nell'aurora mattutina. E -l'aurora alla sua volta, che abbiamo già conosciuta come -madre degli Dei, chiamati perciò <i>usharbudhah</i>, ossia -<i>risvegliantisi con l'aurora</i>, oltre le qualità ch'essa ha -comune con altre divinità come liberale, splendida, benefica, -ha pure come sua facoltà speciale quella di far muovere, -quella di <i>risvegliare</i>; essa è la <i>bodhayantî</i>, ossia -la <i>risvegliante</i> per eccellenza. E poichè dalla radice <i>budh</i>, -«risvegliare,» nacque ugualmente la <i>bodhayantî</i>, ossia -<i>la risvegliante</i> e la <i>buddhi</i>, ossia <i>la intelligenza</i>, ecco -nell'aurora vedica mattutina (e poi, per somiglianza di -fenomeni, nella primavera) che diffonde la luce, che -vede tutto, perchè scopre con la sua luce tutto, che sveglia; -ecco, io ripeto, disegnarsi vagamente, presso la -bella aurora una <i>Venere</i>, presso l'aurora eroica una -<i>Pallade</i>, e finalmente un <i>Athênê</i> o <i>Minerva</i> nell'aurora -luminosa e illuminante, svegliata e risvegliante, sollecitamente -operosa e ridestante dal sonno i mortali all'opera -sollecita, come dice l'inno vedico, e sospingente -ciò ch'è vivo a muoversi. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span> -</p> - -<h2 id="lett4">LETTURA QUARTA. -<span class="smaller">IL SOLE.</span></h2> -</div> - -<p> -Quando si parla ne' giorni nostri di mitologi, voglionsi -essi rappresentare come una specie di sognatori -bizzarri, aventi certa loro idea fissa che il sole sia il Dio -unico, il Dio universale, in cui si confondono, da cui -partono, a cui ritornano tutti gli Dei. Niente di più inesatto -e d'ingiusto che un tale giudizio, nato forse dall'avere -inteso come il Dupuis, in un'opera più citata che -letta, sul fine del secolo passato, interpretasse tutti i miti -col sistema solare, il che non è neppure assolutamente -vero pel Dupuis, e dalla falsa credenza che i moderni -Mitologi comparatori non abbiano altro oggetto, se non -quello di dimostrare il sistema solare in tutte le mitologie, -aiutati nella comparazione dai sussidii della filologia. -</p> - -<p> -Certamente il tentativo del Dupuis non è punto dispregevole, -e, per quanto il difetto di metodo scientifico -e la esagerazione sistematica, alla quale il mitologo francese, -uscito dalla scuola scettica dell'Enciclopedia, portò -il proprio sistema, abbia screditato il libro, non si può -negare al Dupuis il merito d'avere, con molto ingegno, -intuito la verità fondamentale dell'odierna scienza della -mitologia, che cioè non solo la natura fisica, ma particolarmente -la celeste, ne' suoi aspetti <i>animati</i>, abbia prodotto -<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span> -i miti. Ma, chi credesse che gli odierni Mitologi -comparatori derivano l'origine di tutti i miti dal sole, -commetterebbe lo stesso errore, nel quale incorsero alcuni -critici contemporanei, i quali, per aver veduto il -professor Max Müller studiare particolarmente gli Inni -vedici riferentisi all'aurora e rilevarne pertanto i miti -che si riferiscono ad essa, sentenziarono che la mitologia -comparata non vede nel mito se non aurore; per -aver visto come il professor Adalberto Kuhn, secondato -dal Mannhardt, studiasse specialmente gli Inni vedici, -ne' quali si rappresentano i fenomeni naturali del cielo -ventoso, nuvoloso, tonante, fulminante, sentenziarono -che la mitologia comparata vede solamente nel mito -nuvole, lampi, fulmini e tuoni. Per questo errore di -raziocinio si calunniarono i nostri studii come capricciosi, -quasi che, nella interpretazione mitologica, ciascun -mitologo abbia la sua idea ristretta, secondo la quale -disfà tutto il lavoro intrapreso da' suoi predecessori -per rimettere sul telaio un'opera nuova. Senza dubbio, -ogni mitologo può avere i suoi miti prediletti, e, per -tale predilezione, lasciar loro invadere alcuna volta il -campo che non appartiene più accertatamente ad essi; -ma esagerare la propria idea simpatica non vuol già -dire negare le idee ad altri simpatiche. Ora, in questo -studio, nel quale tutto ciò che si manifesta d'essenziale -presso la mitologia vedica vorrei vi fosse dimostrato, -spero non meritare l'accusa d'avere trasportato i miti -molteplici fuori del loro proprio campo, sì che vi riesca -non solo possibile, ma necessario il persuadervi come -la mitologia comparata all'infuori della sua tèsi generale -che i miti primordiali s'abbiano a spiegare nel cielo, -non permette ad alcun mitologo l'arbitrio di rappresentarla -tutta con un solo ordine di rappresentazioni de' fenomeni -naturali. Noi abbiamo veduto fin qui il Dio cielo e -<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span> -la Dea aurora; oggi vedremo il Dio Sole; in seguito ci -appariranno il Dio Luno o la Dea Luna, il Dio fuoco, -il Dio vento, la Dea acqua, come si raffigurarono dagli -antichi nostri fratelli Arii nel cielo. Voi vedete dunque -che per noi il mito elementare, sebbene appaia sempre -nel cielo, non è uno solo; che per noi la mitologia non -si spiega con un solo fatto, con un solo fenomeno celeste, -e che non siamo, per conto degli Autori dei più antichi -Inni vedici, idolatri d'alcuna forma speciale del cielo, -ma che sentiamo anche noi e ricerchiamo negli Inni vedici, -espresso con poetiche immagini, le quali divennero -miti, tutto l'entusiasmo provato innanzi alla magnificenza -e varietà degli spettacoli della natura animata, e -specialmente della vôlta celeste, la quale, sfuggendo più -alla nostra analisi, dovette maggiormente accendere la -nostra immaginazione. -</p> - -<p> -Ma, poichè tra le forme celesti, la più splendida, -abbagliante, animata, potente, benefica è sicuramente -il sole, nessuna meraviglia che l'aurora annunziatrice, -apportatrice del sole, e il sole stesso abbiano svegliato i -primi inni lirici dell'uomo poeta. La lingua sanscrita -conosce niente meno che mille appellativi del sole, i -quali si trovano raccolti insieme in uno speciale catalogo -indiano.<a class="tag" id="tag11" href="#note11">[11]</a> Questa abbondanza di appellativi è una prova -evidente dell'attenzione che fu nell'India prodigata al -sole; alcuni di essi confondonsi con quelli del Dio Vishnu, -ch'ebbe ancor esso, come vedremo, l'onore di ricevere -mille appellativi sanscriti. Noi non possiamo, occupandoci -qui di sola mitologia vedica, considerare singolarmente -quegli appellativi; ma ho voluto richiamare l'attenzione -vostra sopra la loro ricchezza in generale, -perchè non vi rechi meraviglia l'intendere che il sole -<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span> -negli Inni vedici è celebrato con parecchi nomi, ma specialmente -con quelli di <i>Sûrya</i>, il sole per eccellenza; -<i>Savitar</i>, il sole generatore; <i>Pûshan</i>, il sole nutritore; -<i>Bhaga</i>, il sole benefico e venerando (osservo, per incidente, -come il corrispondente slavo di questa parola, -<i>bog</i>, servì ad esprimere il nome di <i>Dio</i>). A questi quattro -nomi solari vedici si potrebbe aggiungere ancora -quello di <i>Mitra</i>, che ora appare il cielo diurno, ora il -reggitore del cielo diurno, del giorno, ossia il sole. Altri -nomi vedici del sole sono: <i>Aryaman, Vivasvat, Daksha, -Ança, Dhâtar, Varuna, Indras</i>, che rappresentano -pure il sole in momenti diversi. Tutte le forme del sole -sono poi chiamate col nome complessivo di <i>Âdityâs</i>, -ossia di <i>figli di Aditi</i>, in questo caso, il cielo; e poichè il -sole o il cielo luminoso può essere compreso secondo il -vario modo di osservarlo in un numero diverso di forme, -così gli <i>Âdityâs</i> ci appaiono negli Inni vedici ora sei, -ora sette, ora otto, ora finalmente dodici, e, come tali, -furono più tardi preposti a reggere singolarmente i singoli -mesi dell'anno, dopo avere probabilmente presieduto -alle ore o stazioni del giorno. La essenza degli <i>Âdityâs</i> -è la luce dell'Aditi celeste. Moltiplicatasi l'Âditya per -eccellenza, il cielo luminoso nei suoi diversi momenti, -per dodici, diventò pure probabilmente un genio reggitore -delle ore, come di poi certamente un genio reggitore -dei mesi; ma, in origine, l'Âditya dovette essere un -solo, il cielo diurno, il sole reggitore del cielo diurno, -a cui s'oppose il cielo notturno, il reggitore del cielo -notturno: l'<i>Âditya</i>, il sole reggitore del cielo diurno, fu -chiamato <i>Mitra</i>, ossia l'amico; l'<i>Âditya</i>, reggitore speciale -del cielo notturno, fu chiamato <i>Varuna</i>. Ma <i>Varuna</i> -è propriamente una personificazione del cielo; e perchè -nella notte, sebbene il sole si ritiri, il cielo appare -sempre, risplende sempre, anche se non vi sia la luna, -<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span> -Varuna è l'<i>indestruttibile</i>, ossia quello che risplende -sempre, rimanendo al suo posto. Egli fu quindi, come -reggitore perenne del cielo, assunto a personificare tra -gli Dei la maestà regia, immobile nel suo splendore; a -comprendere la qual personificazione non dobbiamo certamente -figurarci l'abito disinvolto e democratico de' nostri -Re costituzionali, ma trasportarci col pensiero al -cerimoniale delle reggie orientali, nelle quali il Re, coperto -di ori e di gemme, seduto sopra il suo trono d'oro, -sotto un padiglione tempestato di gemme, si ammirava -e s'ammira ancora in ragione della sua splendida immobilità. -Per questa ragione, il cielo nel suo splendore -diurno e notturno, ma specialmente notturno, in cui le -stelle rappresentano le gemme del regio paludamento, -preso il nome di <i>Varuna</i>, rappresentò la solenne maestà -e potestà regia fra gli Dei immortali; e come eternamente -immobile è naturalmente Âditya, ossia figlio dell'eterna -immobile, figlio di Aditi, la vôlta celeste. Degli -Âdityâs adunque ne abbiamo due essenziali: <i>Mitra</i>, -il cielo amico, l'amico, che si riferisce particolarmente -al giorno, e, come reggitore del giorno, si confonde -col sole; <i>Varuna</i>, il cielo, che persiste anche nella -notte, e che perciò si rappresenta spesso, in opposizione -a Mitra, come speciale reggitore della notte. Dal cielo -il re Varuna, abbracciando i tre mondi (la vôlta celeste -fa veramente questo, nella sua forma convessa), lancia -nell'aria il sole d'oro; fa col suo alito muovere i venti, -ha la sua casa d'oro nelle acque, impera sulle acque -dell'oceano celeste, ed è chiamato egli stesso un oceano -occulto e talora pure figlio delle acque; sprigiona le -acque, le quali corrono sempre al mare e non lo riempiono -mai; manda giù la pioggia, e in questa qualità di -signore del cielo concepito come oceano celeste divenne -più tardi il signore dell'oceano terrestre (fu già comparato -<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span> -a Varuna, l'Οὐραός di Esiodo); fa apparire e -scomparire la luna e le stelle; vede e accompagna ogni -cosa, gli uccelli nel volo, i naviganti sul mare, il vento -che spira; egli conosce i misteri e li svela nascondendoli -ai soli perversi, ossia ai mostri demoniaci; possiede mille -rimedii contro i mali, e il male allontana; castiga i cattivi; -concede e ritrae i suoi favori; prolunga o toglie la -vita legando ne' suoi vincoli i mortali, nella quale facoltà -di copritore, di legatore, egli si confonde pure col funebre -Dio Yama. Nella vista de' beati Yama e Varuna spera il -moribondo, poichè entrambi sono guardiani dell'<i>amr'ita</i>, -ossia dell'ambrosia, dell'immortalità; egli attira al cielo, -ossia a sè l'anima del devoto trapassato, non permettendo -ch'essa entri e si strugga col corpo nella terra; e i -messaggieri ch'esso, al pari di Yama, manda alla terra -hanno mille occhi. Queste sono le qualità e le funzioni -principali del Dio Varuna. Evidentemente noi abbiamo -qui descritte le virtù attrattive attribuite alla vôlta celeste, -ben più che non ci sia concesso di vedere una distinta -persona divina. Varuna è quasi immobile come -il cielo tranquillo che rappresenta; il cielo tonante non -lo riguarda; esso è dominio particolare del Dio Indra. -Un inno ci dice ch'ei <i>va nelle acque</i>, ma il maggior numero -degli inni ce lo presenta che sta nelle acque, che -le aduna, le fa muovere, stando fermo esso stesso, -qualità che lo ravvicina particolarmente a Brahman, col -quale, come vedremo, ha identica natura celeste. Il -dottissimo signor Muir osserva giustamente che gli Inni -vedici non ci presentano <i>Varuna</i> sposo di <i>Pr'ithivî</i>, come -la mitologia ellenica ci offre Οὐραός sposo di Γαῐα. Ma -la ragione è che il μεγας Οὐραός di Esiodo è un equivalente -non solo di Varuna, ma della vedica <i>Pr'ithivî</i>, la -distesa, l'ampia vôlta celeste, come <i>Varuna</i> è etimologicamente -il velatore, il copritore. Quanto al passaggio -<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span> -di <i>Varuna</i>, rappresentante del cielo, in reggitore per eccellenza, -in Re de' celesti, parmi potersi pure confermare -per un equivoco del linguaggio. Nella lingua vedica, -<i>rag'as</i> è l'aere luminoso, il cielo lucente, dalla -radice <i>rag'=arg'</i> che vale <i>splendere</i>; come si suppongono -tre cieli luminosi, ossia tre <i>dyâvas</i>, tre <i>rocanâs</i>, -così rappresentaronsi tre <i>rag'ân'si</i>, sopra i quali il Dio -Varuna impera; e come vedemmo insieme uniti in un -duale <i>Dyu</i> e <i>Pr'ithivî</i>, così troviamo rappresentate al -duale due <i>rag'asî</i>, ossia il cielo diurno e il cielo notturno; -nel vero, la stessa lingua vedica ci offre la parola -rag'as come sinonimo della notte. <i>Varuna</i> velatore, Varuna -signore del cielo, Varuna signore della notte, equivalgono -a Varuna <i>rag'aspati</i> (come tale identificato pure -con Indra <i>divaspati</i>, e, per <i>divaspati</i>, necessariamente, -come vedremo, col <i>divaspati</i> per eccellenza, che è <i>Brahman -</i>ossia <i>Brahmanaspati</i>; onde potremmo stabilire -queste due proporzioni <i>Varuna=Dyu</i>; e <i>Divaspati</i> sta a -<i>Dyu</i> come <i>Brahmanaspati</i> sta a <i>Brahman</i>). Ma Varuna -rappresentante il <i>rag'as</i>, ossia il cielo luminoso, e poi -specialmente il cielo notturno tempestato di stelle (<i>rag'anî -</i>è uno degli appellativi più comuni sanscriti della notte); la -notte è ora chiamata la luminosa, ora la scura; la radice -<i>var</i> che vale <i>coprire</i>, forma pure la parola <i>varn'a</i> che vale -<i>colore</i>; e la forza espansiva delle radici <i>rag'</i> e <i>arg'</i> fa -sì che la parola <i>rag'as</i> che vale <i>il luminoso</i>, valga pure <i>lo -scuro, il sudicio, la polvere</i>; così <i>Varuna</i>, il velatore luminoso, -diviene anche il velatore per mezzo della tenebra, -e finisce per confondersi col tenebroso <i>Yama. Yama</i> -significa propriamente l'<i>infrenatore</i>, quello che raccoglie -i freni, che attira a sè i raggi luminosi del sole, che -lega ne' suoi freni il mondo de' viventi; <i>Varuna</i> copritore -e luminoso, <i>Varuna rag'as</i>, e <i>rag'aspati</i>, divenne -probabilmente ancora, per una facile confusione tra le -<span class="pagenum" id="Page_80">[80]</span> -radici <i>rag'</i> «splendere» e <i>râg'</i> «reggere,» il reggitore, -il Re per eccellenza, il <i>rag'an</i> degli Dei, dei tre mondi, -beato insieme col re <i>Yama</i>, che ci ritorna nel persiano re -<i>Yima</i>. Perciò Varuna è pure fatto apparire come Yama, -verso la sera, sopra la montagna, donde esercita la sua -virtù attrattiva. Al re Yama consacreremo un'attenzione -speciale. Di Varuna toccammo passando, poichè all'infuori -della sua persona regale egli non ha una figura -mitica molto distinta e caratteristica, confondendosi egli -ora con Yama, ora con Dyu e con la Prithivî, ora con -Indra. Ne toccammo qui, perch'egli ci appare per lo -più negli Inni vedici, o in opposizione o in compagnia -di Mitra, figura mitica solare che rimase alquanto pallida -negli Inni vedici, ma che doveva poi pigliare nell'iranico -Mithra le proporzioni di un Dio massimo. Come -Varuna rappresenta particolarmente il cielo notturno, -così Mitra il diurno, ossia il giorno, e l'astro del giorno. -Essi sono le due forme principali della materna loro -Aditi, insieme con la quale vengono invocati per esser -liberati dal male. Anche il vedico Mitra è nel 59º inno -del III libro del <i>Rigveda</i> chiamato col nome di <i>Re sapiente</i>, -e di proprio e caratteristico che lo distingua dal -suo compagno Varuna reggitore, non ha altro se non il -suo potere di evocare, eccitare le creature al moto e di -portare da sè solo tutti gli Dei (<i>sa devân viçvân bibhartti</i>). -Mitra e Varuna si associano talora un terzo Âditya, -<i>Aryaman</i>, il venerando compagno, che nelle nozze -de' celesti sostiene la parte di Procolo. Probabilmente -esso è il sole invecchiato sul fine del giorno, che si -pone fra Mitra, il reggitore del giorno e Varuna, il reggitore -della notte. Egli si identifica con <i>Bhaga</i>, il venerando -benefico, che nell'<i>Atharvaveda</i> appare pure -come mediatore di amori e di matrimonii, e il cui proprio -tempo, secondo il <i>Taittiriyabrâhmana</i>, è nelle ore -<span class="pagenum" id="Page_81">[81]</span> -dopo mezzogiorno, e secondo il <i>Nirukta</i>, precisamente -innanzi al tramonto. La benedizione dei vecchi è detto -portar fortuna; perciò il sole barbogio, il sole <i>Aryaman</i>, -il sole <i>Bhaga</i>, il sole venerando porta <i>fortuna</i> e <i>benessere</i>. -Anzi la parola <i>bhaga</i> si dà già nel <i>Nâighantuka</i> -tra i sinonimi di <i>benessere, fortuna, ricchezza</i> (<i>bagat -</i>in lingua russa è il <i>ricco</i>, e <i>bagatsva</i> la <i>ricchezza</i>). Secondo -una leggenda vedica, Bhaga fu acciecato; precisamente -quello che avviene al sole sul fine del giorno, -il quale ritira i suoi raggi luminosi e s'accieca; il biblico -Sansone è pure acciecato, quando gli vengono tagliati i -capelli. E cieca si rappresenta pure la fortuna; e però -ancora l'uso di bendar gli occhi al fanciullo che deve -trarre a sorte la buona fortuna; e il giuoco fanciullesco -della <i>mosca cieca</i>, che in origine era un giuoco nuziale -(la sorte, il cieco fato, l'auspicio deve far eleggere lo -sposo o la sposa), è anch'esso una cara e preziosa reminiscenza -di quel Procolo vedico, il vecchio cieco Iddio -<i>Aryaman</i> o <i>Bhaga</i> o <i>Fortunio</i>, che doveva farsi promotore -delle nozze celesti. -</p> - -<p> -Il sole è tuttavia più frequentemente negli Inni vedici -rappresentato nelle sue qualità di <i>Pûshan</i> o nutritore, -di <i>Savitar</i> o generatore, e di <i>Sûrya</i> o sole propriamente -detto, come luminoso e celeste (<i>svar, svarga</i> -valgono il cielo splendido). -</p> - -<p> -Esaminiamo ora queste singole forme. -</p> - -<p> -<i>Pûshan</i>, il nutritore celeste, è chiamato con gli appellativi -di <i>paçupâ</i>, guardiano del bestiame, di <i>purûvasu -</i>o ricchissimo, di <i>vâg'in</i> o fornito di cibi, di <i>viçvasaubhaga -</i>o arrecante tutte le benedizioni, di <i>mayobhû -</i>o benefico, di <i>mantumat</i> o ricco di consigli, di <i>viçvavedas -</i>o sapiente, di <i>çakra, tura, tavyas, tuvig'âta</i><a class="tag" id="tag12" href="#note12">[12]</a> o -<span class="pagenum" id="Page_82">[82]</span> -forte, potente. Un inno vedico invoca <i>Pûshan</i> insieme -con <i>Bhaga</i>, che abbiamo già detto essere il sole prima -del tramonto; altri inni ci mostrano Pûshan congiunto -con Soma, il Dio Luno (<i>Soma-Pûshanau</i> sono chiamati -insieme al duale). <i>Aryaman</i> e <i>Bhaga</i> sono i promotori -del matrimonio della celeste fanciulla <i>Sûryâ</i>; di <i>Pûshan -</i>è detto nell'inno nuziale vedico ch'egli deve pigliar per -la mano e menar via la sposa <i>Sûryâ</i>, della quale in altri -inni (<i>Rigv</i>., VI, 55; VI, 58) egli è detto fratello ed -amante. Ma, poichè il <i>Rigveda</i> stesso ci mostra <i>Pûshan -</i>in congiunzione con <i>Bhaga</i> e ci dice che <i>Bhaga</i> è il -fratello dell'aurora, e poichè ci siamo persuasi che -<i>Aryaman</i> e <i>Bhaga</i> rappresentano il sole prossimo al tramonto, -dobbiamo supporre che <i>Pûshan</i> ci rappresenti -il sole stesso nel tramonto, e che la sposa celeste, la -bella fanciulla <i>Sûryâ</i>, della quale egli appare ora fratello -ed amante, ora conduttore presso il legittimo sposo di -lei, non sia altro se non l'aurora vespertina. Altri indizii -m'inducono a riconoscere in <i>Pûshan</i> il sole nel tramonto; -tale la sua qualità specialissima di proteggitore de' viandanti, -dei viaggi, delle vie, o <i>pathaspati</i>; nell'ora del -giorno che intenerisce il cuore ai naviganti, anche i -viandanti sulla terra vedono con pena tramontare il sole; -gli ultimi raggi del sole illuminano la via de' reduci e -ne fanno affrettare il passo; la preghiera che fa tuttora -verso il tramonto del sole il pastore arabo, ci può dar -luce per meglio comprendere il mito di <i>Pûshan</i> proteggitore -de' viandanti. -</p> - -<p> -E, verso sera, coi viaggiatori, rientrano pure nelle -loro dimore dai pascoli diurni i bestiami; <i>Pûshan</i> è pure -<i>paçupâ</i>, ossia <i>protettore di bestiami</i>, è anzi egli stesso -pastore, e tiene in mano uno stimolo come i pastori; -con esso, egli fa rientrare nella stalla celeste il suo roseo -bestiame rappresentato dall'aurora vespertina; quando -<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span> -quello stimolo celeste appare, esso invita i mortali alla -preghiera, quindi il nome caratteristico e per noi pittoresco -dato a quello stimolo (<i>ârd</i>) di <i>brahmac'odâni</i>, -ossia <i>risvegliante la preghiera</i>. Quando il pastore celeste -<i>Pûshan</i> adoperava il proprio stimolo divino per -spingere nella stalla il suo bestiame celeste,<a class="tag" id="tag13" href="#note13">[13]</a> il pastore -della valle del Kaçmîra stimolava il proprio bestiame al -ritorno; ma, prima di stimolare il gregge, volgevasi indietro, -verso Occidente, per salutare il sole al tramonto, -per pregare il pastore divino, affinchè il proprio gregge, -il proprio bestiame prosperasse, e perchè nella notte -paurosa non gli avvenisse alcun sinistro, il lupo ne -stesse lontano (<i>yo nah Pûshan agho vr'iko duhçeva âdideçati -apa sma tvam patho g'ahi; Rigv.</i>, I, 42), ed il -ladro e il bestiame e i pastori potessero trovare una -dimora: «Con Pûshan (canta un inno: <i>Rigv</i>., VI, 54) -possiamo noi trovare quelle dimore ch'egli prescrive; -eccole, egli dica soltanto.» Quanta ingenuità di poesia -descrittiva in queste poche parole! Come poi <i>Pûshan -</i>stimolante il bestiame nelle stalle celesti faciente rientrar -nelle stalle i divini cavalli solari è <i>lo stimolatore</i> per -eccellenza, gli fu dato l'appellativo di <i>ag'âçva</i>, parola il -cui significato primitivo sembrami abbia dovuto essere -quello di stimolatore, spingitor de' cavalli (nell'inno 54º -del VI libro del <i>Rigveda, Pûshan</i> è specialmente invocato -dal devoto, perchè gli protegga, gli custodisca le -vacche ed i cavalli). Nato questo appellativo di una composizione -men regolare, da riscontrarsi pel suo significato -col vedico <i>açvahayo rathânâm</i>, che occorre precisamente -<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span> -in un inno a <i>Pûshan</i> (<i>Rigv</i>., X, 26):<a class="tag" id="tag14" href="#note14">[14]</a> è molto -probabile che, perdutasi la prima immagine poetica, siasi -interpretato il composto, secondo il suo valore grammaticale -più comune, e siasi veduto in <i>ag'a</i> l'agile <i>capra</i>, -in <i>açva</i> il <i>cavallo</i>, e spiegato quindi l'intero appellativo -di <i>Pûshan ag'âçva</i> come l'avente per cavallo una capra -o capre, ossia tirato da capre. Perciò, nello stesso inno 55º -del VI libro, ove <i>Pûshan</i> è chiamato <i>ag'âçva</i>, si ricordano -sull'ultima strofa le capre che, aggiogate al carro -del Dio, lo devono portare. Ma, per me, quest'ultima -strofa è ascitizia e ha più il carattere di un commento -che di una espressione spontanea ed originale. Bastò tuttavia -forse questa sola strofa perchè ritornasse altre volte -negli Inni vedici la stessa immagine, e, nata appena, si -divulgasse nella tradizione la credenza di un Dio Pûshan -tirato dalle capre. -</p> - -<p> -Ma Pûshan non ha solo l'ufficio di guidare i viandanti -della terra alla loro dimora, di far rientrare, spingendoli, -i bestiami nelle loro stalle; egli spinge l'anima -del sole moribondo nel regno de' beati: <i>dhî'g'avana</i>, ossia -<i>Pûshan</i> e <i>Dhiyamig'inva</i> o eccitatore dell'intelligenza -presso i viventi, <i>Pûshan</i> sostiene pure la parte di ψυχοπομπός, -come fu già avvertito dai professori Roth, Max -Müller, e riferito pure dal Muir. Una parte dell'inno 17º -del X libro del <i>Rigveda</i> dovea, secondo il professore -Max Müller, recitarsi presso il rogo, sul quale ardeva -il cadavere del devoto trapassato. Rivolto al morto, il -sacerdote celebrante diceva: «Il sapiente pastore del -mondo, dal gregge immortale, <i>Pûshan</i> di qua ti porti -via, egli ti conduca fra que' beati maggiori, ed <i>Agni</i> fra -gli Dei benigni. Una vita longeva ti secondi; te <i>Pûshan</i> -<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span> -guidi lontano; dove i buoni stanno, dov'essi andarono, -colà ti metta il Dio <i>Savitar</i>. <i>Pûshan</i> tutte quelle sedi -conosce, noi confidenti conduca, benefico, rifulgente, -avente tutte le virtù, vigile, previdente, vada innanzi. -<i>Pûshan</i> è nato per andar lontano, nel lontano <i>Dyu</i>, nella -lontana <i>Prithivî</i>; entrambe sono sedi amatissimi; egli -arriva da esse, egli parte per esse.» -</p> - -<p> -Il Dio <i>Agni</i> e il Dio <i>Soma</i>, secondo l'<i>Atharvaveda</i>, -fanno le strade (<i>Agnîshomâ pathikr'itâ</i>); ma il Dio che -guida per quelle strade divine è <i>Pûshan</i>: percorrendo -quelle vie, egli, invocato, spinge fuori il reggitore del -cielo notturno, C'itrabarhish, simile a pecorella smarrita. -Il re <i>C'itrabarhish</i> era nascosto nella caverna; <i>Pûshan</i> -lo ritrovò (<i>Rigv</i>., 1, 23). Ora questo re <i>C'itrabarhish</i> -che <i>Pûshan</i>, il sole che tramonta, fa venir fuori dalla -caverna, dove il Re s'era nascosto, non è altro che la -luna, in sanscrito quasi sempre un mascolino, il Re del -cielo notturno. -</p> - -<p> -Quanto al nome di <i>C'itrabarhish</i> può essere tradotto -in vario modo, secondo i varii significati che si -possono attribuire alla parola <i>barhish</i>; ma, qualunque di -essi vogliasi eleggere, l'appellativo composto può sempre -convenire alla luna, ossia al Dio Soma o Indu, che -regge l'astro notturno. -</p> - -<p> -Difatto, nell'inno 40º del II libro del <i>Rigveda</i>, <i>Soma</i> -e <i>Pûshan</i> si trovano cantati insieme, come generatori -delle ricchezze, generatori del <i>Dyu</i>, generatori della -<i>Prithivî</i>, come signori di tutto il mondo, come fonte -dell'ambrosia immortale, che abbiamo già finqui trovata -nella <i>Pr'ithivî</i> e nell'aurora, ed ora ritroviamo in <i>Pûshan</i>, -il sole moribondo che si fa guidatore delle anime, in -<i>Soma</i>, il Dio Luno sede di beati immortali. <i>Pûshan</i> risiede -particolarmente nel <i>Dyu</i>, <i>Soma</i> nella <i>Prithivî</i> e -nell'aria; <i>Soma</i> genera le creature, <i>Pûshan</i> le protegge. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span> -</p> - -<p> -Ma di generatori nel cielo ve ne sono due: <i>Soma</i>, -la luna, nella notte; <i>Savitar</i>, il sole, nel giorno; perciò -<i>Pûshan</i> si congiunge pure strettamente con <i>Savitar</i>, -il sole generatore, il sole nel suo più vago splendore: -esso è quello <i>dagli occhi d'oro (hiranydksha), dalle -mani d'oro (hiranyapâni, hiranyahasta), dalle belle e -grandi mani (supâni, prithupâni), dai capelli biondi -(harikeça), dalla bella e dolce lingua (sug'ihva, mandrag'ihva)</i>; -ha carro d'oro, cavalli biondi od aurei, e -veste una tunica color d'oro rosseggiante, e nasce, secondo -l'<i>Atharvaveda</i>, in acque tinte del color dell'oro -(le acque dell'aurora mattutina); manda innanzi a sè -il bel carro degli Açvin, e poi egli stesso si manifesta; -sale e scende; il suo carro percorrendo le vie celesti -non fa polvere, egli illumina l'universo, seguito dagli -altri Dei che per lui sono immortali, dominatore delle -acque e dei venti, signore benefico, libera dal male e -fa muovere tutti i viventi. Da queste qualità caratteristiche -di <i>Savitar</i> riesce evidente che, sebbene egli, sul -fine del giorno, si ricongiunga con <i>Pûshan</i> per collocare -nella sede dei beati le anime dei virtuosi defunti, -il suo dominio speciale è il cielo nello splendore mattutino -e diurno. Egli è detto nel <i>Yag'urveda bianco</i> (citato -dal Muir) risplendere sopra la via dell'aurora. L'inno -139º del X libro del <i>Rigveda</i> ci fa sapere ch'ei si parte -dall'Oriente. Come <i>Savitar</i> o generatore, egli feconda -e accresce sulla terra la generazione, e fornisce i mortali -di cibi e di ricchezze; i devoti ne invocano specialmente -la potenza generatrice. All'infuori di questi caratteri -generali, <i>Savitar</i> nel <i>Rigveda</i> non ne ha altri; la -sua personificazione si limita pertanto alla sua manifestazione -sopra un carro d'oro tirato da aurei cavalli, -vestito d'oro, con capelli, occhi e mani d'oro; a cui si -aggiunge la sua qualità di onniveggente, onnisapiente -<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span> -(<i>viçvaveda</i>), e di contenente in sè tutti gli Dei (<i>viçvadeva</i>). -Come generatore per eccellenza, egli genera tutti -gli Dei, e genera quindi pure sè stesso, col nome comune -di <i>Sûrya</i> o sole. <i>Savitar</i> genera <i>Sûrya</i>, ossia il -generatore produce il luminoso celeste. Perciò, sebbene -<i>Savitar</i> rappresenti il sole, esso rappresenta poi in -modo particolare il sole del mattino, anzi, secondo i -commentatori indiani, il sole prima d'apparire, cioè -quando si vedono soltanto i suoi raggi e non ancora il -suo disco, i suoi capelli, i suoi occhi, le sue mani, i -suoi cavalli, il suo carro d'oro e non ancora il sole -stesso. Tale essendo <i>Savitar</i> al mattino, è probabile -che quando il sole tramonta, e s'è già nascosto col suo -disco, ma lancia ancora nel cielo i suoi raggi, ritorni ad -essere <i>Savitar</i>, per collocar le anime raccomandategli -da <i>Pûshan</i> nel regno de' beati; e come collocatore delle -anime nelle sedi della beatitudine, <i>Savitar</i> s'identifica -probabilmente con <i>Dhâtar</i>, che significa <i>il collocatore</i>, -<i>l'ordinatore</i>, ec. Officio particolare di <i>Dhâtar</i> è quello di -porre il germe della nuova vita. Si congiunge egli pertanto -coi genii femminini che presiedono alla fecondazione -della donna; si considera come fondatore del -matrimonio e della famiglia, e si associa volentieri con -<i>Aryaman</i> promotore di matrimonii, con <i>Tvashtar</i> -artefice di tutte le forme, con <i>Prag'âpati</i> il signor -della progenitura, con <i>Savitar</i>. Così finora abbiamo -veduto gli <i>Âdityâs</i> divisi secondo le varie funzioni che -essi hanno, come soli, nel giorno; ci resta ora a considerare -il sole stesso nella sua più generale comprensione -ed attività celeste, sotto il suo nome di <i>Sûrya</i>. -</p> - -<p> -<i>Sûrya</i>, ch'è uno degli <i>Âdityâs</i>, ossia uno dei figli -della Aditi come vôlta celeste, è pure chiamato <i>figlio -di Dyu</i>, ossia del cielo (<i>Divas putra</i>), come l'aurora -è chiamata <i>duhitar Divas</i>, ossia <i>figlia del cielo</i>. Evidentemente -<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span> -dunque <i>Sûrya</i> è fratello dell'aurora, come -abbiamo già veduto esserle fratello <i>Bhagas</i>. Ma, come -abbiamo già osservato, l'aurora non appare soltanto -qual sorella del sole, sì ancora quale sposa (nessuna -meraviglia adunque che il sole <i>Pûshan</i> essendole fratello -desideri farla sua sposa nel cielo vespertino) e -qual madre. <i>Sûrya</i> è guidato su carro d'oro da sette -aurati cavalli, o cavalle che si congiungono da sè; -altri <i>Âdityâs</i> lo precedono; e <i>Pûshan</i> col suo stimolo -d'oro gli serve da messaggiero. Come abbiamo veduto -<i>Savitar</i> il sole mattutino riapparire la sera, così qui -vediamo lo stimolatore <i>Pûshan</i> vespertino riapparire -col suo stimolo al mattino, prima che <i>Sûrya</i> appaia. -</p> - -<p> -Tra <i>Savitar</i> e <i>Pûshan</i> vi è qui dunque una lieve -differenza, appena percettibile. È un minuto appena che -li separa: <i>Pûshan</i> apre la via a <i>Sûrya</i>; <i>Savitar</i> lo fa -passare. <i>Pûshan</i> il raggio allungato del sole fu rassomigliato -ad uno stimolo d'oro; e <i>Savitar prithupâni</i>, -ossia dalle mani larghe, porta fuori <i>Sûrya</i>, ossia -lo genera nel suo pieno disco. E il disco rassomigliato -ad un occhio ciclopico fece chiamare <i>Sûrya, -l'occhio di Mitra e di Varuna</i>, equivalente all'occhio -del cielo, all'occhio di <i>Dyu</i>, all'occhio divino. Come -<i>Savitar</i> contiene e precede gli Dei, così <i>Sûrya</i> è celebrato -qual divino preposto degli Dei, fornito di tutte -le qualità divine (<i>viçvadevyavant</i>) e in ispecie della -potenza di creare ogni cosa, di artefice universale, -di <i>viçvakarman</i>, che appartiene pure ad Indra e -a Tvashtar. Ma, poichè <i>Sûrya</i> non arrivò mai, con -quel nome, a pigliare una persona mitica importante, -la sua gloria fu spesso oscurata nell'Olimpo vedico, e -quasi tutti gli Dei si diedero il merito d'averlo creato, -anzi che ammettere di essere stati creati da esso; anzi -tutti insieme si vantano d'averlo collocato nel cielo, di -<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span> -averlo scoperto, mentre era nascosto. Ma vi ha di più. -Vi rammenterete come l'Aurora, la poetica fanciulla -celeste, divenuta guidatrice di carri abbia provocato gli -sdegni del Dio Indra, il quale, per somma sua prodezza, -si compiace d'averle fatto in pezzi il carro. Un simile -cattivo servigio rese pure il Dio Indra a Sûrya, un vedico -Fetonte, vincendogli e rompendogli una delle ruote -del suo carro. -</p> - -<p> -Ho cercato spiegare la ragione, per cui Indra pluvio -non vuole più lasciar vincere la corsa all'aurora, e le -rompe col fulmine il carro; l'aurora luminosa promette -giorni ardenti, e, dove la terra ha uopo di pioggie, -appare malefica. Così il sole nella canicola sembra, all'uomo, -sinistro, come apportatore di siccità, dove i pascoli -han uopo di pioggie; Indra pluvio interviene, rallenta -col fulmine il corso del sole, rompendogli una ruota -del carro. -</p> - -<p> -Altre distinte personificazioni del sole propriamente -detto non ci offrono gl'Inni vedici; e quelle che abbiamo -riferite non sono evidentemente abbastanza vive, perchè -possa esserci lecito, dagli Inni vedici al sole, disegnare i -caratteri principali della mitologia vedica. Conchiudiamo -adunque che, se il sole ha fatto germogliare alcuni miti -vedici, molto più importanti sono i miti che si riferiscono -all'aurora, ne' quali s'incomincia a disegnare un -principio d'epopea. -</p> - -<p> -Il sole come sole, nel suo massimo splendore diurno, -il sole di mezzogiorno non creò verun mito importante; -la poesia lo canta solamente, quando nasce misteriosamente, -quando misteriosamente muore, quando le nuvole -di giorno o le tenebre della notte lo nascondono, -quando esso viaggia dalla sera al mattino, dall'Occidente -all'Oriente i mondi sotterranei ignoti; nel mistero il Dio -piglia molte nuove forme fantastiche, diviene Vivasvant, -<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span> -Yama, Tvashtar; il Dio si raddoppia e una parte di -esso assume aspetto demoniaco; il paradiso e l'inferno -si toccano, e in quel contrasto nasce la battaglia. Il ritorno -del sole luminoso nel cielo orientale lo fa rassomigliare -ad un trionfatore, e si festeggia però nel sole mattutino -il vincitore dei mostri notturni, il liberatore del -male. Ma poichè egli sale nell'alto e non trova più nella -sua via celeste nessun ostacolo, il mito s'arresta, finchè -non si muove il Dio Indra a suscitare nel cielo il dramma -delle tempeste, a compiere nel cielo la sua battaglia, -velando il sole. Allora il sole si rianima col mito, ripiglia -persona ora come nemico d'Indra che lo avvolge -di nuvole, ora come una vittima che le nuvole minacciano -di oscurare per sempre, sinchè non arriva Indra -a squarciarle e liberare il suo protetto. Il mito si crea -certamente nella natura fisica, ma esso ha bisogno per -prodursi della illusione. Il sole che è alzato nel cielo, -che accompagna in silenzio l'uomo nei suoi lavori quotidiani, -è trattato dall'uomo con piena confidenza, è -chiamato col nome di <i>Mitra</i> od <i>amico</i>; chè, se il Mithra -iranico prese proporzioni solenni come nume, ciò avvenne -per aver egli servito specialmente a determinare il -sole nascente e il sole moribondo: il mistero del nascimento -e quello della morte ci fanno pensare: quanto -alla vita medesima, essa si vive; ma non si saluta se -non quando essa arriva e quando si teme di perderla. -Il possesso della vita, l'ordine della vita rappresenta -l'ordinario continuo, e il mito per balzar fuori splendido -ha d'uopo dello straordinario istantaneo; legandosi, -combinandosi poi tra loro i miti nascono la leggenda -mitica, l'epopea e la novellina popolare; ma il mito -per sè, nella sua prima origine, nella prima sua forma, -esprime una sola impressione rapida e fuggitiva. Quando -noi studiamo il Dio nella sua natura complessa, non abbiamo -<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span> -un solo mito, ma parecchi miti che si sono ordinati -ad una certa unità personale. L'arte greca ha rappresentato -con forme estetiche, perfette, queste unità; ma -ogni unità che forma il Dio armonico è preceduta dalle -varie note mitiche primitive, senza le quali non si costituisce -alcun'armonia divina. Gl'Inni vedici, ove abbiamo -più spesso i miti isolati e dispersi, che la persona -divina in cui si confondono, non ci lasciano alcun dubbio -sopra l'origine primitiva degli Dei, nessuno dei -quali è balzato fuori completo in tutto il suo splendore; -tutti invece si composero per il successivo aggregarsi -di molecole luminose fra loro simpatiche. Ogni mito è -per sè stesso una di queste molecole luminose. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span> -</p> - -<h2 id="lett5">LETTURA QUINTA. -<span class="smaller">LA LUNA.</span></h2> -</div> - -<p> -Nelle lingue di tipo greco e latino l'astro lunare -divenne un femminino; perciò le sue forme divine riuscirono -Dee, secondo i varii loro aspetti diversamente -appellate, Selene, Artemis, Persefone, Cinzia, Diana, -Lucina, Proserpina. Tuttavia, presso il femminino <i>Luna</i> -si conosce pure il mascolino <i>Lunus</i>. Nella lingua vedica -come nelle lingue di tipo slavo e germanico, la luna si -rappresentò invece specialmente come un mascolino, coi -nomi di <i>Soma</i>, di <i>Indu</i> e di <i>Candra</i> e forse pure di -<i>Angiras</i> e di <i>Manu</i>. Tuttavia, anche negli Inni vedici, -come dipoi frequentemente negli scritti sanscriti, incontrasi -esplicitamente la luna come un essere femminino. -Questi nomi sono <i>Anumati</i>, la propizia, una specie di -Madonna delle Grazie, la luna nella vigilia del plenilunio; -<i>Râkâ</i>, la splendida, la luna nel plenilunio; <i>Sinîvalî</i>, forse -la cieca da un occhio, la luna nella vigilia del novilunio, -e <i>Kuhû</i> o <i>Guñgu</i> d'oscura etimologia (quando non stia per -un ipotetico <i>kubâhû</i>, al quale mi fa pensare l'appellativo -<i>Subâhû</i> che trovo dato alla <i>Sinîvalî</i> nel <i>Rigveda</i>; come -dubito che <i>guñgûr ya</i> sia da correggersi nell'inno 32º -del II libro, anzi tutto in <i>gunguriryâ</i>, e <i>gunguris</i> in -<i>svañguris</i> da confrontarsi con <i>svañguris</i> della strofa -<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span> -settima dell'inno citato). A questi quattro femminini rappresentanti -la luna è possibile che debba pure aggiungersi -l'appellativo <i>Aranyânî</i>, ossia <i>la silvestre, la Dea -silvestre</i>, che viene cantata nell'inno 146º del X libro -del <i>Rigveda</i>, e nella quale, ove l'identificazione reggesse, -riuscirebbe facile il riconoscere la Diana cacciatrice. -La notte è la selva scura del mito, piena di bestie -feroci, che la luna deve con la sua luce cacciare. L'inno -vedico suona così: «O Aranyânî, o Aranyânî, che ti -nascondi, perchè non vieni nella tua dimora, poichè tu -non temi? Aranyânî, quando, al muggito del toro, il -<i>c'ic'c'ika</i> (il gufo?) risponde, come allo strepito di timballi, -correndo si avanza. Le vacche mangiano, la casa -s'illumina; nella sera Aranyânî scarica (ossia aiuta col -suo splendore a scaricare) i carri. Ecco l'uno chiama la -sua vacca, ecco l'altro spezza le legna; si crede che alcun -essere abitante in Aranyânî abbia chiamato. Aranyânî -non uccide, se altri non si muova contro di essa; -dopo che s'è cibato del dolce frutto, ciascuno quindi si -riposa a suo piacere; io celebrai Aranyânî la madre -delle belve, l'unica, profumata, apportatrice di molti -cibi, senza che essa abbia uopo di arare.» -</p> - -<p> -Quando questa <i>Aranyânî</i> madre delle belve (<i>mr'igânâm -mâtar</i>) non sia la notte selvosa, nella quale le -belve si producono, essa non può essere se non la luna, -la quale in sanscrito trovasi pure chiamata col nome di -<i>mr'igapiplu</i>, ossia <i>bestia rossa</i>, ed anche <i>mr'igarâg'a</i>, o -<i>il Re degli animali</i>, il biondo leone, e ancora <i>mr'igarâg'adhârin</i> -e <i>mrigarâg'alakshman</i>, ossia <i>portante per -insegna il leone</i>, o semplicemente <i>mrigânka</i>, ossia <i>segnato -con la belva</i>. Questi e somiglianti appellativi sanscriti -della luna ci rappresenterebbero la luna come -signora della selva notturna e delle fiere che la popolano, -e giustificherebbero il riscontro da noi fatto fra -<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span> -essa e l'invocata <i>Dea silvestre</i> o <i>Aranyânî</i> vedica, la -quale tuttavia, lo ripeto, potrebbe aver pure rappresentato -la notte scura. -</p> - -<p> -Ma, se ci resta qualche dubbio intorno all'<i>Aranyânî</i>, -non ci è lecito conservarne alcuno sopra le altre -quattro Dee già nominate, <i>Anumati</i> e <i>Râkâ</i>, le due -lune del plenilunio, <i>Sinîvâlî</i> e la supposta <i>Kuhû</i> o <i>Guñgu</i>, -le due lune del novilunio: <i>Sinîvâlî</i> è particolarmente -invocata per <i>porre il germe generativo</i> (<i>garbham dhehi -Sinîvâlî</i>; <i>Rigv.</i>, X, 154), e chiamasi perciò <i>bahusûvarî</i>, -ossia <i>molto generativa</i>. I suoi appellativi di <i>subâhu</i>, -<i>svañguri</i> (che io dubito siansi sostituiti, per un eufemismo -del poeta lirico coi più antichi probabili e più -caratteristici appellativi della nuova luna <i>kubâhû, kvañguri,</i> -onde si foggiò, a senso mio, per corruzione del -linguaggio una Dea fittizia lunare, chiamata ora <i>Kuhû</i>, -ora <i>Guñgu</i>), sono molto curiosi. Poichè sia che supponiamo, -secondo la ipotesi che tento per la prima volta -e che, per quanto ardita, oso raccomandare agli studiosi, -invece degli epiteti dati alla <i>Sinîvâlî</i> che ci conserva il -testo attuale del <i>Rigveda</i>, gli aggettivi <i>kubâhû</i>, ossia <i>dalle -piccole braccia</i>, e <i>kvañguri</i>, ossia <i>dalle piccole dita</i>, attribuiti -alla luna nuova che mostra appena i suoi cornetti, -sia che leggiamo col testo attuale <i>subâhu</i>, ossia <i>dalle -belle braccia</i>, e <i>svañguri</i>, ossia <i>dalle belle dita</i>, noi -abbiamo qui un principio di personificazione femminina -nella nuova luna. <i>Sinîvâlî</i> ha dunque, come nuova luna, -<i>braccia</i> e <i>dita</i>, e, com'io credo, <i>piccole braccia</i> e <i>piccole -dita</i> convertite poi <i>in braccia</i> e <i>dita belline</i>. Ma -che cosa deve fare <i>Sinîvâlî</i> nel cielo, con quelle braccia, -con quelle dita? Essa prepara il germe. Nelle novelline -russe abbiamo mani e dita meravigliose di fate che fanno -un fanciullino nano di pasta e poi vi soffiano la vita, -e ne nasce un piccolo eroe, come abbiamo il pisello miracoloso -<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span> -che cade a terra, e fa nascere un fanciullo eroe, -una delle prime prodezze del quale è quella di salire al -cielo. La luna, non rechi meraviglia l'intenderlo, è ancora -quel pisello celeste; la luna, tra i suoi molti appellativi -sanscriti, ha pure quello di <i>hari</i>, parola che vale -ora <i>verde</i>, ora <i>giallo</i>. Nelle novelline popolari avrete -trovato che ora è un vecchio, ora un fanciullo quello che -vola al cielo sopra un legume (ora un fagiuolo, ora un -pisello, ora un cavolo, ora altro legume del rito funebre). -Quel legume è sempre la luna. L'eroe che sale al cielo -ne cade sempre; il sole e la luna, dopo essere saliti al -cielo, discendono a terra, ossia tramontano. È la loro -eterna vicenda. Io non posso qui darvi altro che un breve -accenno; ma sarei infinito, se io volessi farvi tutta la storia -delle vicende del mito lunare nella tradizione popolare: -vi basti che il <i>formaggio</i>, che la volpe rapisce, -ossia fa cadere dalla bocca del corvo, è la luna che l'aurora -mattutina fa cadere sul fine della notte; vi basti -che la luna cece o fagiuolo è il viatico mitico de' morti, -di cui l'uso funebre indo-europeo ha conservato numerose -traccie; vi basti che l'obolo, che il morto dà a Caronte -per passare il fiume Stige dell'inferno, è ancora -la luna, mercè la quale l'eroe solare può attraversare -l'oceano notturno. Nelle novelline russe il buono operaio -vede galleggiare fuori delle acque una monetina, -una <i>kapeika</i>, la quale basta a portargli fortuna. Troverete -ancora molti critici pronti a deridere simili riscontri; -ma coi loro scherni non impediranno alla verità di -camminare. Io non posso qui insistere sopra alcuna comparazione, -perchè a costo di riuscire aridissimo mi sono -proposto di tenermi stretto all'argomento. Volli tuttavia -accennarvi di passo, come le nostre indagini possano -riuscir feconde; e ripiglio il mio tèma con più -dimesso stile. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span> -</p> - -<p> -<i>Sinîvâlî</i> dunque, la luna nuova, nel cielo vedico, -ha braccia e dita, e con esse prepara il nuovo germe. -Questo germe, che deve nascere, è evidentemente, nel -cielo, il sole mattutino. Ma, raffigurata la luna come -una madre essa stessa celeste, essa divenne, per questa -e per altre ragioni che accenneremo, la proteggitrice dei -parti e de' matrimonii. Secondo l'uso nuziale indo-europeo, -i matrimonii devono essere sempre celebrati, per -buon augurio, nella quindicina luminosa della luna, -quando la luna è veramente <i>luna</i> o <i>lucina</i> o <i>luminosa</i>, -ossia fra il novilunio ed il plenilunio, tempo che si crede -propizio, per eccellenza, alla fecondità, nè solo alla -fecondità del germe animale, ma anche del germe vegetale -ne' campi, onde le numerose superstizioni popolari -agricole che si riferiscono agli influssi lunari, influssi -che del resto la scienza non nega assolutamente, sebbene -ne riduca il potere. Ma, se la vedica <i>Sinîvâlî</i> ci -dà indizii preziosi, anche più importante è quello che -l'inno vedico 32º del II libro del <i>Rigveda</i> ci fa sapere -di <i>Râkâ</i>, la nuova luna. Noi troviamo spesso nelle -novelline popolari la strega che alla figlia non sua, alla -bella (l'aurora vespertina), impone un lavoro straordinario -al di sopra del potere della fanciulla; la povera -fanciulla si dispera e si raccomanda alla Madonna, della -quale talora pettina con grazia il crine, dicendo che vi -trova perle (le stelle); la Madonna è contenta della pia -fanciulla e compie per essa l'opera impostale dalla strega. -Invece della Madonna trovasi talora una meravigliosa -bambolina, o fanciulla di legno (una specie di <i>Aranyânî</i>), -la quale ha piccolissime dita, e può con esse preparare -una camicia o un abito così fine che passi nella cruna -dell'ago, o possa star chiuso entro un guscio di nocciòla. -Noi abbiamo già visto la luna <i>Sinîvâlî</i> dalle belle e -forse dalle piccole dita. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span> -</p> - -<p> -Ora incontriamo la luna <i>Râkâ</i>, la quale con quelle -stesse dita, e per di più con <i>un ago che non si rompe, -cuce l'opera;</i> ossia, nel cielo, il velo d'oro che l'aurora -mattutina reca allo sposo; il velo, l'abito, la veste del -giovine sole, la tela d'Aracne, che si distrugge al mattino, -la tela che Penelope prepara allo sposo Ulisse. -Infatti, subito dopo aver nominato l'opera che <i>Râkâ -</i>deve cucire, si aggiunge, <i>dia a noi l'eroe dai cento -doni, degno di esser celebrato</i>. Evidentemente qui si -trattò, in origine, dell'eroe solare celeste; ma poi la -strofa divenne sacra, passò nel rituale dell'uso domestico, -e, per ogni figlio nascituro sopra la terra, si ripetè -la stessa invocazione. Chè, se rechi meraviglia il -sentire come la luna, cucendo l'opera, produce un -figlio, può scemar questa meraviglia, quando si pensi -al probabile equivoco di linguaggio nato tra le radici <i>siv, -syu, sû=cucire</i> (confr. pure il vedico <i>sùcî=ago</i>), onde -<i>sûtra=filo</i> ed il latino <i>suere</i>, e la radice <i>sû</i> «generare,» -onde <i>sûta, sûnu</i> «il figlio.» Il cucire è un mettere insieme, -un aggiungere, e la creazione si fa appunto aggregando. -Ma oltre i nomi femminini e divini di <i>Sinîvâlî -</i>e di <i>Râkâ</i>, dicemmo che la luna piena ha pure quello -di Anumati. La parola vale, nel suo significato storico, -<i>mente bene disposta, mente propizia, benevolenza, -grazia</i>, e quindi <i>la graziosa, la benigna</i>. La invocavano -nel periodo vedico gli amanti e le partorienti; un -inno dell'<i>Atharvaveda</i>, dopo avere propiziato ad Anumati, -canta: <i>gli Dei sveglino l'amore</i> (o <i>la memoria</i>); -<i>abbia egli compassione di me</i>. Ora questa <i>Anumati -</i>che deve ridestare lo <i>smara</i>, o la memoria nello smemorato -amante, o pure destar l'amore d'un indifferente, -quest'<i>Anumati</i>, nominando la quale i poeti dell'<i>Atharvaveda -</i>fanno per lo più un giuoco di parole sopra la -sua etimologia (<i>Anumate manyasva = Anumate anu hi -<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span> -mansase nah</i>), questa <i>anu-mati</i> che vale al tempo stesso -<i>la mente verso</i>, ossia <i>la mente bene disposta</i>, e <i>la mente -dopo</i>, ossia <i>il ricordo, la memoria,</i> ci spiega la ragione, -per cui <i>Râkâ, Sinivâlî</i> e <i>Anumati</i> stessa vengano negli -Inni vedici nominate come tre sorelle, figlie di <i>Angiras</i> -il mobile, che si confonde col luminoso, e della <i>Smr'iti</i> -ch'è ad un tempo stesso, per sapiente e poetico connubio, -<i>amore</i> e <i>memoria</i>. Probabilmente nel mito son -nate prima le figlie dei loro parenti; tuttavia, poichè il -divino padre <i>Angiras</i> e la divina madre <i>Smr'iti</i> sono -già persone vediche, giova qui considerarne alquanto -la natura. Talora, invece di <i>Smr'iti</i>, troviamo nominata -come madre la <i>Çraddhâ</i>, ossia <i>la fede</i>, ch'è anch'essa -una specie di memoria, e che si rappresenta nel <i>Tâittiriya -Brâhmana</i> qual madre di <i>Kâma</i> l'amore, e, -più tardi, il Dio dell'amore. <i>Çraddhâ</i> stessa è chiamata -nel <i>Çatapatha Brâhmana</i>, figlia di <i>Sûrya</i> il sole; il -che ci fa pensare, innanzi d'essere la fede, la <i>Çraddhâ -</i>fosse altro. La fede è, ad un tempo, quella che -unisce, quella che rallegra (dalla radice <i>çrath</i> che vale -<i>rallegrare</i> ed <i>unire</i>). <i>Angiras</i> appare ora sposo della -<i>Smr'iti</i> (Amore-memoria), ora della <i>Çraddhâ</i> (Fede, -come quella che unisce e rallegra). Tanto fa pure l'<i>Anumati -</i>loro figlia, che sappiamo già rappresentare con -<i>Râkâ</i> la luna piena. Ma <i>Anumati, Râkâ, Sinîvâlî</i>, fasi -lunari divenute Dee liberali, benefiche, fecondatrici, -operaie divine, saranno esse figlie della luna stessa, o -pure <i>Angiras</i> e la <i>Çraddhâ</i> appartengono ai fenomeni -luminosi del sole vespertino? Noi abbiamo già veduto il -sole <i>Pûshan</i> messo in relazione con <i>Soma</i>, col suo stimolo -svegliar la preghiera, indicar l'ora della preghiera -vespertina. <i>Angiras</i>, padre delle tre sorelle lunari, è -egli ancora il sole vespertino, o è desso già la luna? -<i>Çraddhâ</i>, la figlia del sole, è dessa l'aurora vespertina -<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span> -o pure la luna? Nel <i>Taittiriya Brâhmana</i>, il Dio <i>Soma</i>, -ossia il Dio Luno, si mostra innamorato di <i>Sîtâ Sâvitrî</i>, -ossia di <i>Sîtâ</i> figlia di <i>Savitar</i> (il sole, come dicemmo), -mentre <i>Çraddhâ</i> è innamorata di lui e si raccomanda al -Dio <i>Prag'âpati</i>, perchè faccia innamorare <i>Soma</i> di lei. -Qui evidentemente <i>Çraddhâ</i> non dev'essere soltanto una -personificazione lunare; tuttavia io non m'arrischierei -a rappresentarla, come suppongo ch'ella sia, una forma -dell'aurora vespertina, rispondente<a class="tag" id="tag15" href="#note15">[15]</a> al vespertino <i>Pûshan</i>, -risvegliator della preghiera, nel trovare presso il -<i>Yag'urveda nero</i> (citato dal Muir) che il Dio <i>Prag'âpati -</i>aveva trentatrè figlie, le quali divennero tutte spose di -Soma. Come distinguere l'essenza mitica di ciascuna -di esse? Tuttavia, facendoci il <i>Taittiriya Brâhmana</i> -conoscere che, con l'aiuto di <i>Prag'âpati, Çraddhâ</i> conquistò -l'amore di <i>Soma</i>, dobbiamo supporre ch'essa, -come <i>Rohinî</i> (propriamente la <i>crescente</i>), sia stata una -delle spose predilette del Dio Luno, di <i>Soma</i>. E tanto -più lo dobbiamo pensare, poichè <i>Çraddhâ</i> è la figlia -del sole, e gli Inni vedici descrivono a noi in modo così -solenne le nozze del Dio <i>Soma</i> con <i>Sûryâ</i>, ossia l'appartenente -a <i>Sûryâ</i> il sole, la figlia del sole, che quell'inno -mitico diede poi le formole rituali all'uso nuziale -indiano. <i>Sûryâ</i> è per me l'aurora vespertina, sorella -del Dio <i>Pûshan</i>, che appare pure come suo sposo; egli -è geloso del Dio <i>Soma</i> a cagione di <i>Sûryâ</i>. Questa gelosia -celeste fra il sole e la luna, innamorati ad un tempo -dell'aurora, diede origine a molti miti, i quali si svolsero -finalmente in numerose e ricche leggende. Nell'inno -85º del X libro v'è un passo, nel quale parrebbe -<span class="pagenum" id="Page_101">[101]</span> -che <i>Pûshan</i> si identificasse con <i>Soma</i> lo sposo divino di -<i>Sûryâ</i>. Vi si dice, infatti: «<i>Soma</i> era lo sposo; i due -<i>Açvin</i> (una forma poetica del crepuscolo solare e del lunare, -ossia ancora del sole e della luna considerati come -gemelli) assistevano entrambi come paraninfi, quando -<i>Savitar</i> contento nell'animo diede <i>Sûryâ</i> allo sposo. -Quando, o <i>Açvin</i>, veniste col triplice carro per menar -via <i>Sûryâ</i>, tutti gli Dei acconsentirono, <i>Pûshan</i> vi elesse -come figlio per suoi proprii parenti.» Ma in questo -passo non si può interpretare soltanto che <i>Pûshan</i> è lo -sposo, ma che <i>Pûshan</i> è il fratellino della sposa, il -quale vien perciò carezzato e protetto dagli <i>Açvin</i>, che -ora amano l'aurora come amanti, ora la proteggono -come fratelli maggiori. -</p> - -<p> -Da questi lievi indizii è facile il vedere come agevolmente -abbiano potuto confondersi i caratteri del -sole vespertino con quelli della luna, che appare quando -il sole cade, quando caduto il sole vespertino rimane -ancora il cielo occidentale rosato, ossia l'aurora vespertina. -</p> - -<p> -Quindi la difficoltà di dichiarare, in modo preciso, -l'essenza fisica d'alcuni miti che occuparono pure grandemente -la primitiva immaginazione ariana. Noi non -abbiamo nessun dubbio intorno all'essere esclusivamente -lunare di <i>Râkâ</i> e <i>Sinîvâlî</i>; ma, giunti ad <i>Anumati</i>, -se per un verso essa ci rappresenta la luna piena, -per l'altro, come <i>la grazia, la benevolenza</i>, può -riferirsi non meno all'aurora che alla luna; in entrambi -i casi poi essa ci aiuta a spiegarci la Madonna protettrice, -la buona fata delle tradizioni popolari. Il professor -Max Müller ha già nell'<i>ahanâ, dahanâ</i>, aurora mattutina -vedica, riconosciuta l'<i>Athene</i>; così dicasi della <i>Minerva</i>, -degna di essere paragonata alla nostra <i>Anumati</i>, -e più ancora ad una vedica <i>Aramati</i>, che il Dizionario -<span class="pagenum" id="Page_102">[102]</span> -Petropolitano spiega per <i>arammati</i>, ossia avente la -<i>mente pronta</i>, che ci richiama alla nostra aurora sollecita, -risvegliata e risvegliatrice. Quest'<i>Aramati</i> è nel -<i>Rigveda</i> chiamata <i>tessente</i> (<i>vayantî</i>); quando la notte -arriva, cessa dall'opera, o la continua in segreto, con -l'aiuto e per opera della luna; quando sta per arrivare, -al mattino, il divino <i>Savitar</i>, essa ripiglia il suo tessuto -abbandonato la sera. -</p> - -<p> -Qui evidentemente abbiamo sempre l'aurora, vespertina -e mattutina, vigile e destra all'opera, senza -intervento della luna, che, in altri momenti, appare -invece a cucir l'opera, ossia a preparare il tessuto allo -sposo dell'aurora, ossia a dar l'aurora al sole, il sole -all'aurora, come proteggitrice de' matrimonii. -</p> - -<p> -Avendo questa relazione intima il sole e la luna, -così intima che si possano talora identificare (il sole che -perde i suoi raggi e il sole che non li mette ancora fuori -rassomiglia all'astro notturno; tanto che, chi, sull'albeggiare -d'un giorno estivo, in tempo di luna piena, -contempli il cielo, veda i due astri l'uno al cospetto -dell'altro, alle due estremità della vôlta celeste, e, se -non si orizzonti, non sappia subito bene distinguerli -l'uno dall'altro; io cito qui una mia propria impressione), -alternandosi l'un l'altro, alcune delle loro qualità, -e perciò delle loro forme divine, sono divenute comuni, -così che ora poterono riferirsi al giorno, ora alla -notte. Noi vedemmo già, infatti, il sole <i>Savitar</i>, ossia -il sole generatore; la luna come <i>Soma</i> (dalla stessa -radice <i>sû, so, sav</i> che serve per formare la voce <i>Savitar</i>) -è un equivalente, esprime cioè la luna nella sua virtù -fecondatrice. E noi la vedemmo già finqui presiedere -ai matrimonii ed ai parti. Il sole divide i giorni (ed il -sole vespertino <i>Bhagas</i> può avere avuto, oltre gli altri -suoi significati, quello proprio etimologico di <i>spartitore</i>, -<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span> -di <i>distributore</i>) e divide i mesi. Ma ciò fa pure la luna. -Anzi la luna ha fatto anche più. L'antico anno indiano -era regolato dalle lunazioni; la lunazione costituì il -mese; <i>messéts</i> è il nome comune che si dà tuttora in -lingua russa al <i>mese</i> e alla <i>luna</i>. La parola <i>mese, mensis</i>, -vale propriamente <i>la misura</i>. La radice sanscrita <i>mâ</i> -vale <i>misurare</i>; le parole <i>mâs, mâsâ</i>, valgono in lingua -vedica <i>luna</i> e <i>misura</i>. La lunazione ed il mese equivalendosi, -la luna diventò, oltre la regola, anche la regolatrice -per eccellenza, in ogni ordine delle cose naturali. -Nè è meraviglia che, corrispondendo il <i>r'itu</i> lunare al -<i>r'itu</i> muliebre, poichè la luna pigliava pure il nome dal -proprio <i>r'itu</i> periodico, essa fosse particolarmente invocata -dalle donne e ad esse cara, come quella che, mantenendo -i segni della generazione, prometteva la desiderata -fecondità, senza la quale l'uomo primitivo disprezzava -la propria donna, ed aveva diritto di rifiutarla. La radice -<i>mâ</i>, che vale <i>misurare</i>, nel suo primo significato dovette -esprimere l'idea di <i>estendersi</i>; ma l'<i>estendersi</i> -è un <i>moltiplicarsi</i>: ecco in qual modo la radice mâ, che -vale <i>misurare</i>, creò la parola <i>mâtra</i> o <i>metro, misura</i>, e -<i>mâsa</i> che vale ancora il medesimo, e la radice <i>mâ</i> che -vale <i>produrre</i>, creò la parola <i>mâtar</i>, la produttrice, la -creatrice per eccellenza, la madre. -</p> - -<p> -Ho detto che il primo significato della radice <i>mâ</i>, -onde si svolsero i significati secondarii di <i>misurare</i> e -<i>produrre</i>, fu quello di <i>estendersi</i>. Vi è un'altra radice -che dobbiamo qui esaminare. Questa radice è <i>man</i> stretta -parente di <i>mâ</i>, come il latino <i>mensis</i> è stretto parente, -anzi equivalente di <i>mâsa</i>, come il tedesco <i>mond</i> luna, -<i>monat</i> mese e l'inglese <i>moon</i>, ci richiamano ad un ipotetico -primitivo <i>manas</i> che, secondo l'analogia di <i>mâsa</i>, -dovette pure in origine significare <i>misura</i>, e forse <i>mese</i>. -Ma lasciamo l'ipotesi e consideriamo il fatto. Tra i -<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span> -nomi sanscriti della luna troviamo quello di <i>manasig'a</i>, -parola che varrebbe <i>nato nel manas</i>; tra gli appellativi -del Dio <i>Soma</i>, ossia del Dio <i>Luno</i> nel <i>Rigveda</i> troviamo -quello di <i>signore del manas</i>, ossia <i>manaspati</i>, -che ci riaccosta alla nostra luna <i>anumati</i>. Ma il <i>manas</i> -è l'animo; che cosa è l'animo? <i>anemos</i>, quello che si -muove; così dovette essere il <i>manas</i>, nella sua prima -espressione, <i>il moto</i>, e poi <i>il moto misura, il moto regolatore, -il moto particolare interno</i>, che anima e regola, -muove e contiene il pensiero e l'affetto dell'uomo, -il desiderio, l'amore, e il divino agitarsi dell'intelletto. -Ecco pertanto spiegato, s'io non erro, il perchè la luna -<i>Sinîvâlî, Râkâ</i> ed <i>Anumati</i>, essendo nata nel <i>manas</i>, -e muovendo e regolando il <i>manas</i> fu immaginata figlia -dell'<i>Angiras</i> mobile luminoso, e della <i>Smr'iti</i> o <i>Çraddhâ</i>, -che sono tutte forme del mobile <i>manas</i>. Ecco perchè la -luna anch'essa può riuscire, come la vegliatrice mattutina, -una <i>Minerva</i>, ossia un'<i>ammonitrice</i>, una <i>direttrice</i> -degli umani consigli; ecco, infine, la ragione, per -cui, trovando associata l'<i>Angiras</i> con <i>Manu</i>, presso il -quale Indra in un inno vedico viene a bere il <i>Soma</i>, in -<i>Manu</i> ravvisiamo così il sole come la luna. Per noi, -<i>Manu</i> prima che <i>il pensatore</i>, come sarebbe troppo consolante -il credere, considerando che negli Inni vedici è -chiamato <i>Manu</i> anche l'uomo, dovette essere <i>il mobile</i>, -e quindi <i>il motore</i> e <i>il regolatore celeste</i>. Chiamatisi -<i>manavas</i> anche gli uomini, nel loro essere mortale, -essi considerarono come il primo de' mortali, come il -padre di tutti i mortali, come il solo scampato dal diluvio -universale, il <i>Manu</i> celeste, onde chiamarono pure -sè stessi <i>manug'âs</i> o <i>figli di Manu</i>, di quello stesso -<i>Manu Prag'âpati</i>, dal quale, secondo le genealogie brâhmaniche, -sono discesi tutti gli Dei. Ma in quel <i>Manu</i> celeste -essi non tardarono a ravvisare <i>il pensante</i>, ossia -<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span> -<i>il sapiente</i>, e quindi il primo sapiente, l'inventor dei -riti sacrificali; e, finalmente, nel periodo brâhmanico, -<i>il pensiero stesso, la formula della sapienza</i>, il primo -legislatore indiano, il primo regolatore, distributore -della giustizia, nel quale carattere ritorna <i>Manu</i> a identificarsi -col sole moribondo <i>Yama</i>, e, in tale incontro, -con <i>Minos</i>, il primo re di Creta, progenitore di razza, -che discende all'inferno per amministrarvi la giustizia. -Ma, poichè nello scuro inferno è la luna che governa -e regge e giudica, quello stesso <i>Manu</i> che parve confondersi -con Yama, scomparso il sole dall'orizzonte non -si perde affatto, ma, come ho già avvertito, lascia una -sua forma per pigliarne un'altra. Di Yama e di Manu, in -quanto gli somiglia, avremo tuttavia a tenere particolare -discorso. -</p> - -<p> -Per ora basterà il ritenere come anche nelle sue -forme femminine la luna vedica abbia preso persona di -Dea, e come in questa persona prevalga la virtù di fecondatrice -attribuita alla luna; e finalmente, come quella -che desta l'uomo alla vita materiale, per l'istinto idealissimo -della nostra stirpe, sia pure divenuta la eccitatrice -de' nostri pensieri. E per avere anzi creduto che li -eccitasse troppo, nacque la credenza che i maniaci siano -dominati da sinistri influssi lunari. -</p> - -<p> -Ci resterebbe a considerare la luna sotto i suoi nomi -mascolini di <i>C'andra, C'andramas</i> (ossia <i>il luminoso</i>, -e <i>il mese</i> o <i>il misuratore luminoso</i>), che non ci presenta -negli Inni vedici nessuna distinta persona poetica, -di <i>Indu</i> nel suo significato primitivo, probabilmente il -mobile, poi il movente, lo stillante, e quindi la luna -stillante, e ciò che la luna stilla; e di <i>Soma</i>, propriamente -il generatore, ma anche lo spremitore, il traente -il succo, e poi il succo stesso. Quindi, quando leggiamo -che gli Dei vengono a bere ora <i>Indu</i>, ora <i>Soma</i>, intendasi -<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span> -che vengono a bere il succo ambrosiaco che stilla -dalla luna. Noi abbiamo già veduto l'<i>Aditi</i>, la <i>Pr'ithivî</i>, -e l'aurora che posseggono l'ambrosia; ma, per l'equivoco -nato tra <i>Indu</i> e <i>Soma</i> stillanti il succo, e le parole -<i>indu</i> e <i>soma</i> che vennero ad esprimere il succo, è -nella luna specialmente che gli Dei vanno a cercare -l'ambrosia, l'amrita, la bevanda immortale. Noi abbiamo -già riferita la leggenda vedica del Dio <i>Indra</i> che -concede la bellezza alla fanciulla brutta, lebbrosa <i>Apalâ</i>, -l'aurora vespertina (che nella notte diviene brutta), -perchè questa, discendendo alla sera dalla montagna -per attingere acqua, trovò nella fonte il <i>soma</i> (la luna -nel pozzo); e sapendo quanto <i>Indra</i> fosse avido del -<i>soma</i>, lo pregò di scorrere verso di lui, ossia di errare -nel cielo, del quale <i>Indra</i> è signore. Fu già paragonato -il culto dionisiaco ellenico al culto del <i>Soma</i> -vedico. Come <i>Soma</i> è al tempo stesso abbondante di -umori inesauribili e generatore eterno, così il suo culto -si congiunse quindi nell'India con quello del <i>Çiva</i> fallico, -accompagnato da libazioni d'un <i>soma</i> terrestre, -un liquore inebbriante, che il professore Haug ebbe -nell'India il raro privilegio di gustare, e che trovò di -un sapore disgustosissimo; nella Grecia abbondanti libazioni -di vino accompagnavano le feste falliche dionisiache. -Ma gli Dei che discendono sopra la terra, non sono -l'oggetto del nostro studio presente. -</p> - -<p> -Nel vedico <i>Soma</i> noi abbiamo espressa, ora l'ambrosia -che può risiedere in più parti, ora la luna che -contiene, porta, custodisce l'ambrosia, e la somministra -agli Dei, i quali, bevendola, divengono immortali, robusti -e vittoriosi nelle loro celesti battaglie contro i mostri; -il <i>soma</i> non è solo ambrosia, ma acqua della giovinezza, -acqua della salute, acqua della forza; e però -si rappresenta esso stesso come guerriero sempre vittorioso; -<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span> -la pioggia è <i>soma</i>, la rugiada dell'aurora è -<i>soma</i>, ma più spesso ancora il <i>soma</i> è la pianta lunare, -è il succo della luna, l'erba luminosa celeste, è -la luna stessa; in compagnia di esso, il Dio <i>Indra</i> scaccia -dal cielo i mostri; la luna cresce a misura che i Numi -vanno a dissetarsi presso di lei, ossia, poichè la luna -genera gli Dei, a misura che gli Dei luminosi le si appressano, -essa cresce. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span> -</p> - -<h2 id="lett6">LETTURA SESTA. -<span class="smaller">IL FUOCO.</span></h2> -</div> - -<p> -Il fuoco, <i>Agni</i> (che ritorna nel russo <i>Agonj</i>, nel latino -<i>ignis</i>), quantunque, dopo Indra, sia il Nume vedico -più invocato, è uno degli Dei meno personali dell'Olimpo -vedico, la cui sede è più instabile, la cui -forma è meno determinata. Per lo più s'invoca Agni -come elemento fuoco, senza dargli persona; ma, anche -quand'esso non assume una persona distinta, ha sempre -un carattere sacro. Sia che s'accenda nel cielo -come sole, come luna, come stella, come aurora, come -fulmine, sia che dalla terra, come vulcano ch'erompe, -o dal legno, come foco domestico e sacrificale, Agni o -il fuoco presenta sempre alla nostra immaginazione un -carattere misterioso, che, se può ancora far qualche impressione -sopra di noi avvezzi dal lungo uso della vita a -trascurare i fenomeni più frequenti della natura, dovette -riempir di una profonda maraviglia mista col terrore -l'animo innocente de' padri nostri. Trasportiamoci -col pensiero ad un'età, nella quale a produrre il fuoco -domestico non si conosceva altra industria all'infuori di -quella che ricavava scintille dal confregamento di due -legni, chiamati insieme <i>aranî</i> (per la stessa analogia, -per cui <i>bois</i> in francese è il <i>bosco</i>, e ad un tempo stesso -<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span> -il <i>legno</i>). L'uno de' legni si poneva sotto, l'altro sopra; -l'uno era il maschio, l'altro la femmina; il fuoco simile -a fanciullo nasceva dall'<i>arani</i> inferiore. Ce lo dice -molto chiaramente un inno vedico ad Agni (<i>Rigveda</i>, -III, 29): «È questo lo scotimento sopra; è questa la generazione; -apportiamo questa signora delle genti (l'<i>arani</i> -inferiore, madre del fuoco, e la genitrice per eccellenza); -agitiamo Agni come una volta. Agni, il ricco per sè, -giace ne' due legni, come il feto ben collocato nelle -donne incinte. Agni è da celebrarsi ogni giorno dagli -uomini con laudi e sacrificii. Poni giù (l'<i>arani</i> superiore) -sopra la larga che giace (l'<i>arani</i> inferiore); essa, -subito fecondata, generò il forte Agni.» Questa immagine -materiale di Agni generato come un figlio da due -pezzi di legno, padre e madre, fra loro confricati, ritorna -spesso negli Inni vedici; e nella sua materialità -essa è sommamente istruttiva per la storia delle credenze -popolari. Poichè dal fuoco figlio delle legna (<i>sûnum vanaspatînâm</i>), -considerandosi il fuoco vitale come il generato -e quindi generatore per eccellenza, s'immaginò -che anche gli uomini fossero nati dal legno. In Piemonte -si dice di fanciulli ch'essi sono stati trovati in un -bosco, sotto una ceppaia, la quale ritorna nel ceppo e -nell'albero di Natale, da cui si fa, con innesto di elementi -cristiani e pagani, nascere, con l'allungarsi dei -giorni, dopo il solstizio d'inverno, il bambino Gesù;<a class="tag" id="tag16" href="#note16">[16]</a> -l'inno vedico 68º del libro I del <i>Rigveda</i> ci fa sapere -come Agni, ossia <i>il fuoco</i>, è nato come creatura vivente -<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span> -dal legno secco.<a class="tag" id="tag17" href="#note17">[17]</a> Questo legno secco, da cui nasce -il piccolo Agni come fanciullo, risponde bene al nostro -ceppo natalizio.<a class="tag" id="tag18" href="#note18">[18]</a> Immaginati i due legni come padre -e madre, ed il fuoco che distrugge il legno, dal quale -si sprigiona, era naturale la rappresentazione di Agni -come un figlio parricida e matricida. Il poeta vedico -inorridisce a questo delitto, ed esclama nell'inno 79º -del X libro del <i>Rigveda</i>: «O cielo, o terra, questa verità -io dico a voi, appena nato, il fanciullo mangia i suoi -due parenti.» E quindi, con una ingenuità tutta vedica, -ricordandosi che Agni è un Dio, s'umilia confessando: -«io, mortale, non posso comprendere un Dio.» Il -parricidio è un delitto continuo nella natura; senza la -morte de' padri non potrebbero sussistere i figli; Adamo -è condannato a morire, dal giorno in cui egli diviene -padre. Gli uomini primitivi fermarono spesso la loro -attenzione sopra questa legge fatale di natura. E, in -quanto il parricidio sia involontario, stabilirono la dottrina -del peccato originale, che divenne poi dogma religioso; -stabilirono l'onnipotenza del fato, per cui il -vecchio Giove è spodestato dal nuovo, per cui Ciro, -Edipo, Romolo divengono inevitabilmente parricidi. -L'arte intervenne ora per giustificare l'enormità del -parricidio incolpando il fato, ora ad immaginare i vecchi -parenti come crudeli, feroci, persecutori della gioventù -fiorente. Sotto quest'aspetto, il parricida divenne -un liberatore, un salvatore; l'antico apparve cattivo, il -giovine buono; il giovine che atterra l'antico compie -<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span> -un'impresa gloriosa. Secondo una credenza brâhmanica, -il nascimento d'un figlio in una casa ha il merito -di liberare il padre da futuri nascimenti, pigliando egli -sopra di sè, ed espiando egli stesso la colpa originaria -che il padre aveva ereditata. Secondo una tale credenza, -la vita era un male, ogni nuovo nascimento che obbligasse -l'essere ad entrare in un corpo, come in una -prigione, si considerava come una sventura. Finchè non -nasceva un figliuolo in una casa, non solo il padre era -minacciato, morendo, di rinascere, ma le anime dei -trapassati erravano senza sedi certe, col pericolo di entrare -in qualche corpo non solo d'uomo, ma di bruto. -Nella parola sanscrita <i>putra</i>, che vale <i>figlio</i>, avvicinata -a <i>punya</i> che vale <i>bello, puro</i> (come <i>pûta</i>), si vide etimologicamente -<i>il purificatore</i> (la vera etimologia della -parola è tuttora dubbia). Ma il <i>Mahâbhârata</i> ci offre -ancora della voce <i>putra</i>, scritta spesso <i>puttra</i>, una etimologia -singolare. <i>Put</i> è un appellativo dato ad uno degli -inferni indiani; il suffisso <i>tra</i> dà alla parola il valore -di liberatore; onde <i>puttra</i> figlio si spiega come <i>il liberatore -dall'inferno Put</i>. «Poichè il nuovo nato libera -il padre dall'inferno chiamato Put, perciò si chiama -<i>Putra</i>.» Nè solo, secondo il <i>Mahâbhârata</i>, il figlio salva -il padre, ma anche <i>i morti maggiori</i> (<i>pûrvapretân pitâmahân</i>). -Il figlio che impedisce al padre di rinascere ad -una vita mortale, considerata come una pena, è un liberatore; -il figlio che viene a pigliare il posto del padre, -a liberare sè ed il mondo dal vecchio padre divenuto insopportabile, -è un parricida. Entrato nel mito il concetto -mostruoso di un parricidio, si tentò abbellirlo sempre -più col rappresentare padre e figlio quali nemici fra loro, -de' quali il figlio rappresenta il bene, il padre il male. -</p> - -<p> -Noi abbiamo fin qui veduto generalmente il mito discendere -dal cielo in terra. Ma, a rappresentarlo nel cielo, -<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span> -concorsero, senza dubbio, immagini della vita terrena. -Così, quando troviamo padri e figli nel cielo, bisogna -ammettere che furono dapprima conosciuti i padri e i -figli sopra la terra; quando troviamo nel cielo matrimonii -divini, convien supporre che fossero già conosciuti -i matrimonii della terra; quando ci si rappresenta l'aurora -come una ballerina, o come una bagnante, convien -dire che si fossero già vedute sopra la terra danzatrici -e donne bagnanti. Così la nozione di un padre crudele, -di una madre cattiva nel cielo, suppone la probabile conoscenza -di padri crudeli e di madri perverse sopra la -terra. Ogni <i>nome</i> che nasce, suppone necessariamente la -<i>conoscenza</i> della cosa che esso deve esprimere; anzi la -parola <i>nome</i> significa, secondo l'etimologia, <i>nozione, -conoscenza</i> (<i>nâman</i> proviene, com'è noto, da <i>g'nâman</i>). -Perciò, quando diciamo che i miti sono nati nel cielo, -dobbiamo soggiungere che vi si produssero per lo più -con elementi umani o terreni già noti all'uomo. Al -cielo, al sole, alla luna, all'aurora si attribuirono qualità -proprie di persone umane. Ma il cielo, il sole, la -luna, l'aurora essendo fenomeni soltanto celesti, non si -può supporre che dalla conoscenza d'un cielo, d'un -sole, d'una luna, d'un'aurora terrena siasi raffigurato -quindi il cielo nel cielo propriamente detto, il sole, la -luna, l'aurora celesti. Ma il cielo coppa si immagina -dopo aver conosciuta alcuna coppa terrena, l'aurora -pastora si immagina sopra la conoscenza di una pastorella -della terra. Il fenomeno è celeste, ma l'immagine -che lo rappresenta, con persona mitica, trae la sua origine -da una nozione della vita umana. Ma, per quanto -si riferisce al fuoco, producendosi il fuoco non meno -sopra la terra che nel cielo, anche senza l'immagine -mitica il campo riuscì duplice; la terra come il cielo è -sua sede; tuttavia, per quella tendenza naturale dello -<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span> -spirito umano a far provenire ogni creazione dal cielo, -e a far salire al cielo ogni creatura, anche il fuoco si -suppose disceso sulla terra dal cielo, ora in forma di -raggio solare, ora in forma di fulmine, sebbene formatosi -nel cielo in un modo conforme a quello, con cui solevano -gli uomini produrlo sulla terra. -</p> - -<p> -Nel 5º inno del X libro del <i>Rigveda</i> si dice che, -in origine, Agni ossia <i>il fuoco</i> era e non esisteva ancora; -e ch'esso fu il primo nato nell'età primordiale, -Toro ad un tempo e Vacca. Il fuoco vitale si considerò -ora come <i>nato per sè</i>, ora come la prima creazione, -contenente per ciò in sè il maschio e la femmina, necessarii -per generare le altre creature. Ma in che modo -il fuoco, quando non si considerò <i>nato per sè</i>, si è esso -generato nel cielo? I creatori del mito non potevano -immaginare per l'origine del fuoco celeste modi diversi -da quelli, con cui si produceva già il fuoco sopra -la terra. Se essi avessero potuto immaginare altri modi, -li avrebbero adoperati ne' loro usi terreni, ove uno dei -più solenni pensieri della vita era quello di trovare il -fuoco, e, trovatolo, di conservarlo, onde si capisce perfettamente -l'ufficio solenne che, nell'antichità, avevano -le Vestali guardiane del fuoco sacro. In terra il fuoco si -era visto produrre per mezzo di confregamento. Il confregamento -de' corpi accresceva il calore animale; il -confregamento dell'asse della ruota del carro contro la -ruota stessa aveva talora prodotto l'incendio della ruota -ne' carri della terra (e figuratosi il sole come un carro -d'oro anche dalle sue ruote giranti si svolse l'incendio); -il confregarsi nella stagione estiva di un ramo secco -d'albero resinoso contro un altro ramo inaridito aveva -provocato l'incendio delle foreste;<a class="tag" id="tag19" href="#note19">[19]</a> del pari due pietre -<span class="pagenum" id="Page_115">[115]</span> -battute l'una contro l'altra avevano sprigionato scintille -e destato il fuoco. Acquistata sopra la terra dagli uomini -ariani l'esperienza de' modi, coi quali si poteva produrre -il fuoco, s'immaginò miticamente che il fuoco si producesse -nel cielo in modi conformi. Nel vedere pertanto -come i fulmini nascessero nel cielo nuvoloso, rappresentatesi -le nuvole quali rupi o montagne o alberi grandeggianti, -per l'equivoco delle parole <i>adri, parvata, açman</i>, -che significarono tutte non solo <i>l'albero, la roccia</i> e <i>la -montagna</i>, ma anche <i>la nuvola</i>, con fantasia gigantesca -s'immaginò che Indra muovesse, l'una contro l'altra, -due montagne, e nel confregarle l'una contro l'altra facesse -saltar fuori il fuoco ossia il fulmine, e che il tuono -fosse lo strepito prodotto dall'urtarsi delle montagne -celesti spinte da Indra. Perciò mi spiego le parole del -1º inno del II libro del <i>Rigveda</i>, ove si canta che Indra -<i>generò il fuoco fra le due pietre o roccie</i> (<i>yo -açmanov antar agnim g'ag'âna</i>). Negli inni del X libro -del <i>Rigveda</i>, ove Agni si identifica talora col sole, -vediamo Indra vincere il sole; in altri inni Indra rompe -una ruota al carro del sole. È probabile ancora che il fulmine del Dio -Indra siasi pure immaginato come svolto dall'arsione -d'una ruota del carro solare. Rappresentossi pure <i>Agni</i> -come figlio di <i>Tvashtar</i>, il fabbro dell'Olimpo vedico, -come vedremo; e, come fabbro, dovea adoperare lo -stesso modo nel produrre il fuoco in cielo che adoperavano -i fabbri umani a destare il fuoco sopra la terra. -Altri Dei son dati come padri ad Agni, ed egli stesso è -chiamato Padre degli Dei: ma questa qualità non gli è -specifica, trovandosi attribuita a parecchi altri Numi. -Apparendo come infuocati il sole, la luna, le stelle, il -lampo, il fulmine, tutto ciò che risplende nel cielo del -colore del fuoco, e il sole in ispecie prese nome di -<i>Agni</i>, il fuoco per eccellenza, che sta sopra tutti gli -<span class="pagenum" id="Page_116">[116]</span> -altri fuochi, con ciascuno de' quali può identificarsi e -pigliar singolare persona. Così ancora il rosso di sera, -ossia l'aurora vespertina, piglia nell'<i>Aitareya Brâhmana</i> -nome e persona di Agni, dicendosi che <i>il sole al tramonto -scompare entrando in Agni</i>. Gli <i>Agni</i> son quindi -molteplici come i fuochi; ed hanno quindi com'essi -diverse sedi, onde l'appellativo di <i>Bhûrig'anma</i>, ossia -<i>dai molti nascimenti</i> dato al Dio Agni nel <i>Rigveda</i>. -La terra ed il cielo sono le sue sedi principali; ma, -come gli stessi Inni vedici c'insegnano, Agni apparve -dapprima nel cielo; disceso dal cielo, i <i>Bhr'igu</i> lo comunicarono -agli uomini; le forme di questa discesa -si trovano ampiamente illustrate in un celebre libro -del professor Kuhn (<i>Die Herabkunft des Feuers</i>), al -quale rinvio lo studioso. Disceso dal cielo, la tendenza -maggiore del fuoco fu poi quella di risalire al cielo, e, -sia come fuoco domestico, sia come fuoco sacrificale, -sia come fuoco di rogo funebre, di portare in alto, al -cielo, fra gli Dei, le preghiere, i voti, le offerte degli -uomini, e le anime dei trapassati. Il <i>Rigveda</i> ha consacrato -il maggior numero de' suoi inni all'Agni de' sacrificii, -rappresentato non solo come messaggiere tra -gli uomini e gli Dei, ma come invitatore degli Dei a ricevere -le oblazioni. In questa parte speciale di invitatore, -di invocatore, di <i>hotar</i>, Agni presiedette ai sacrificii -vedici, e fu egli stesso chiamato, nel primo versetto del -<i>Rigveda, sommo sacerdote, divino ordinatore del sacrificio, -invocatore, sommo apportatore di ricchezze</i>. Non -si dimentichi che l'Agni sacrificale si ridestava col giorno, -ossia col riapparir della luce, ufficio della quale è scoprir -tutte le ricchezze, manifestare gli Dei, ossia i luminosi. -Nessuna meraviglia pertanto che l'Agni sacrificale -sul far del giorno si celebri non solo come invocatore, -ma come apportatore degli Dei; così che, nel tempo -<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span> -stesso, in cui egli è messaggiere degli uomini agli Dei, -riesce messaggiere degli Dei agli uomini. <i>Agni</i> è il Dio -meno personale, ma il più famigliare dell'età vedica; -tutti lo conoscono, tutti lo custodiscono nella casa, come -loro <i>atithi</i> od <i>ospite</i>, tutti lo svegliano di giorno -in giorno. -</p> - -<p> -A lui si raccomandano gli uomini per ottenere i -favori degli Dei; lo trattano bene per conservarselo -amico. Lo nutrono di burro, poichè la sua nutrice -(l'arani) non può dargli latte, come dice un inno vedico; -al suo apparire, il cielo, la terra, le acque, le -piante si rallegrano nell'amicizia di esso; e lo temono -nemico. Poichè, quanto ai devoti è benefico, tanto, nell'ira, -egli può riuscir terribile; esso mugge come toro, -rugge come leone, strepita come le onde del mare, incute -spavento come un esercito scatenato; portato dal -vento, divora e consuma ogni cosa, e, dov'è passato, lascia -il nero; ha mille occhi, ha mille corna, artigli -aguzzi (onde vien spesso paragonato a falco), aguzzi denti -di ferro, barba e capelli d'oro. Un inno tuttavia lo dice -privo di piedi e privo di testa (<i>apâd açirshâ; Rigveda</i>, -IV, 1); <i>viçvarûpa</i>, ossia <i>onniforme</i>, è pure uno de' suoi -nomi, e come <i>onniforme</i>, ossia capace di pigliare qualsiasi -forma a suo piacere, si comprende con quale specie -di religioso terrore da un popolo ingenuo e primitivo -dovesse esser venerato. Tutto l'<i>Atharvaveda</i>, ossia il -<i>Veda di Atharvan</i> ch'è uno de' nomi del fuoco, è inteso -ad onorare il fuoco terreno, e specialmente il fuoco domestico. -Si considera l'<i>Atharvaveda</i> come il <i>Veda</i> più -umile, il quarto Veda, il Veda, per così dire, delle -donne, le più tenaci nel conservare memoria degli usi, -dei riti domestici, delle tradizioni, delle superstizioni popolari, -e delle formole relative. -</p> - -<p> -Avendo molta cura del fuoco sacrificale e funebre, -<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span> -il devoto s'assicura non solo i beni di questa vita, ma, -per quanto apprendiamo da una leggenda del <i>Çatapatha</i> -<i>Brâhmana</i> riferita dal Muir, anche quelli dell'altra. -Secondo la leggenda, Agni appena creato da <i>Prag'âpati</i>, -incominciò a bruciare ed a perturbare ogni cosa. Allora -tutte le creature esistenti si mossero per distruggerlo. -Agni ricorse ad un uomo, e gli domandò che lo lasciasse -entrare in esso, dicendogli: «Dopo avermi generato, alimentami; -se tu farai codesto per me nel mondo di qua, -io farò lo stesso per te nel mondo di là.» -</p> - -<p> -Ritorniamo adunque a quel mondo di là, al quale -l'Agni del rogo guida gli uomini, diverso da quel fuoco -sotterraneo, il cui solo ufficio è la consumazione del -cadavere celato nella terra. Vi è un Agni vitale creatore, -padre; e vi è un Agni empio, mostruoso, distruggitore. -Vi è un Agni divino. Vi è un Agni demoniaco; -l'Agni divino è sapiente, luminoso ed illuminante, poichè -ora precede l'aurora, e sorge con essa (onde il suo -appellativo di <i>Usharbudh</i>); quest'Agni è spesso chiamato -<i>rakshohan</i>, ossia <i>uccisore del mostro; tamohan</i>, -ossia <i>distruggitore della tenebra</i>. Il fuoco che si tiene -tuttora acceso la notte in alcune stalle, per cacciare una -specie di demonio che si teme venga nelle tenebre ad -occupare il bestiame, è una reminiscenza del vedico Agni -<i>rakshohan</i> e <i>tamohan</i>. Il mostro ama le tenebre; lo -spauracchio de' bambini discende dalla nera cappa del -camino, quando il fuoco è spento; ma il fuoco che si -svolge da' cimiteri nelle notti estive, il fuoco vulcanico, -ed altre emanazioni del fuoco sotterraneo son considerate -come forme fantastiche infernali. Il fuoco sotterraneo -è sempre sinistro, come l'inferno si figura sotterra, -e sotterra si distende il regno de' serpenti, ove impera -il diavolo, il gran serpente. -</p> - -<p> -L'Agni sacrificale apporta al devoto le splendide -<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span> -gioie del giorno; l'Agni del rogo guida la parte immortale -(<i>ag'o bhaga</i>; seguo qui evidentemente l'interpretazione -del Müller e del Muir) del trapassato, di cui -esso, nutrendo sè stesso, consuma le carni, all'eternità -degli splendori celesti; perciò l'<i>Aitareya Brâhmana</i> -chiama Agni col nome di <i>filo, ponte</i> e <i>via, per la quale -si va agli Dei</i> (<i>tvam nas tantur uta setur Agne; tvam -panthâh bhavasi devayânah</i>); per esso possono gli uomini -<i>arrivare al cielo, e rallegrarsi in gaudio comune -con gli Dei</i> (<i>tvayâ Agne prishtham vayam âruhema; -atha devaih sadhamâdam madema</i>). -</p> - -<p> -Egli non è solo desiderato dagli uomini, ma anche -dagli Dei; ma mentre gli uomini cercano Agni nel legno, -gli Dei lo vanno a cercare nelle acque, dove Agni -sta nascosto. Questa nozione mitica intorno all'Agni celeste, -che abbiamo detto identificarsi spesso nel <i>Rigveda</i> -col sole, è di una importanza capitale. Noi entriamo -qui in un mondo intieramente favoloso. Sappiamo già -come nell'età vedica si producesse il fuoco; e abbiamo -veduto che Indra lo trasse fuori dal cielo nuvoloso nella -stessa guisa, con cui lo destavano i padri nostri sulla -terra, ossia per confricazione. L'uso terrestre ci ha giovato -per dichiarare il mito celeste. Ma, come immaginare, -con la sola analogia de' fenomeni osservati sulla -terra, il fuoco figlio delle acque, il fuoco nascosto nelle -acque, il fuoco uscente dalle acque, quando sappiamo -che ufficio naturale dell'acqua è quello di spegnere, ma -non di destare il fuoco? Ed eccoci pertanto di nuovo richiamati -esclusivamente ad un Agni celeste; poichè paragonandosi -il cielo nuvoloso e la notte tenebrosa ad un -oceano, il fulmine che si sprigiona dalle nuvole, ed il -sole che vien fuori ora dalle nuvole, ora dalla tenebra -notturna, ci rappresentano ad evidenza una forma di -Agni, ossia di fuoco che esce dalle acque, di Agni figlio -<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span> -delle acque, immagine che sulla terra, presso l'Himalaya, -non si poteva in alcuna maniera riprodurre. Come -adunque abbiamo un Agni terreno (che si fece esso -pure derivare dal cielo), venerato particolarmente dagli -uomini, così abbiamo un Agni celeste specialmente caro -agli Dei che lo vanno a cercare nelle acque, ov'egli -s'era nascosto, per timore di subire le stesse sorti dei -suoi fratelli maggiori, i quali, secondo la leggenda vedica, -erano morti prima di lui. Ora questo minor fratello -Agni più accorto de' suoi fratelli maggiori che per scampare -da morte si nasconde nelle acque, che scampa -nelle acque, ossia dalle acque, ci compie un mito importante. -Noi abbiamo già la nozione di un Agni fatalmente -parricida che distrugge il legno, da cui è nato; così -l'Agni celeste chiamato ora figlio, ora nipote delle acque -(<i>apâm napât</i>), distrugge la materna notte, ossia il paterno -oceano tenebroso o nuvoloso, da cui vien fuori in -forma di sole. Agni è dunque parricida nel cielo come -nella terra; ma, per attenerci alla sola nozione vedica, -Agni sta nascosto nelle acque, per timore, se vien -fuori, d'esser messo a morte, come i suoi fratelli maggiori, -ossia soli vespertini e autunnali che hanno preceduto -i nuovi soli mattutini e primaverili, figurati -come fratelli minori; gli Dei gli assicurano l'immortalità -ed egli si manifesta, uccidendo mostri d'ogni maniera. -</p> - -<p> -Io non ho bisogno d'indicarvi come l'Agni parricida, -riunito con quest'Agni fanciullo nascosto nelle -acque per scampare dalla morte, debba aiutarci a dichiarare -le numerose leggende mitiche ed epiche riprodotte -in più umile forma nelle novelline popolari, nelle -quali il vecchio re, destinato dal fato a perire per mano -del figlio o del nipote, cerca di perderlo appena nato; -e lo fa esporre sulle acque, dalle quali il fanciullo si -<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span> -salva sempre in modo miracoloso, si chiami Krishna o -Karna, si chiami Ciro, si chiami Paride, si chiami Romolo, -ed io oserei ancora aggiungere, si chiami Mosè, si -chiami Gesù. Poichè, nella leggenda biblica di Mosè esposto -nel Nilo, salvato dalla figlia di un vecchio Faraone -che un giorno, per cagione di Mosè, si perderà nel mare, -si rappresenta, per quanto vaga, una forma del mitico -parricida. Nella leggenda di Gesù, il re Erode ordina -la strage degl'innocenti; uno solo si salva, Gesù, che -tra i suoi miracoli dovrà più tardi camminare a piedi -asciutti sul mare, e che, per recarsi in Egitto bambino -avrà probabilmente rinnovato il miracolo di Mosè che, -dopo essersi salvato dal Nilo, si salvò dal Mar Rosso. -Gli elementi mitici appaiono spostati, ma la loro origine -fu probabilmente una sola.<a class="tag" id="tag20" href="#note20">[20]</a> -</p> - -<p> -Ma, per tornare ai nostri soli miti vedici, l'Agni -celeste serba pure alcuni di que' caratteri bellicosi, che -sono proprii di quell'eroe mitico solare, a cui lo avvicinammo. -Finch'egli si trova nascosto nelle acque, gli -Dei temono; quando egli appare, viene a liberarli di -pena: distrugge, come dicemmo, i mostri nemici (onde -il suo appellativo di <i>sahasrag'it</i> o <i>vincente mille</i>) e distrugge -le nemiche città (onde il suo appellativo di <i>purandara</i>). -Per l'aiuto che Agni ha dato nel cielo agli -Dei, acquistò pure fama di protettore de' guerrieri che -combattevano sopra la terra, e lo invocavano nelle battaglie: -<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span> -assistiti da Agni, i guerrieri divenivano invincibili; -esso doveva bruciare i nemici come aride legna. -Tuttavia Agni non è specialmente nel cielo un guerriero; -lo diviene talora come sole, e somministra come -fulmine armi agli Dei; e, s'io accennai alla sua figura di -guerriero, lo feci perchè in alcuni Inni vedici essa veramente -ci appare, e perchè da essa si giustifica meglio -l'interpretazione che abbiamo qui data al mito di Agni -fanciullo nascosto nelle acque per scampare da morte, -ossia di un essere divino che nelle acque scampa miracolosamente -da morte, uno de' miti fondamentali nella -mitologia che si congiunge col gran mito cosmogonico -del diluvio, dal quale l'eroe indiano, babilonese<a class="tag" id="tag21" href="#note21">[21]</a> ed -ebraico scampano in un modo conforme. -</p> - -<p> -Ma, poichè Agni nel cielo può identificarsi con parecchi -altri Dei, la sua figura mitica non potè riuscire -distinta e costante; un versetto dell'<i>Atharvaveda</i> ci fa -sapere come Agni nella sera diviene Varuna, nel mattino -Mitra; muovendo nell'aria, diviene Savitar; splendendo -nel mezzo del cielo, diviene Indra. Questo versetto -è molto importante non solo per quanto ci dice di -Agni, ma per la caratteristica speciale che esso ci dà di -altre quattro persone divine del cielo vedico. Con Indra -specialmente Agni si congiunge spesso e viene invocato; -essi vanno a bere insieme; essi cavalcano insieme come -Açvinâu; essi insieme uccidono il mostro Vritra e distruggono -città; talora Agni solo usurpa questi ufficii -proprii del Dio Indra, col quale evidentemente s'identifica. -Le specie di Agni son dunque molte; ma la sua -natura generica è quella di fuoco, e come tale viene -spesso celebrato nel cielo, e sempre nella terra. In questo -<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span> -suo aspetto più modesto, ma continuamente efficace, -il poeta vedico lo adora e gli attribuisce pure essere divino. -Agni è col <i>soma</i> sacrificale il solo Dio che il mortale -ha la ventura di poter vedere, toccare, ed anzi -creare a sua posta. Lo vede nascere, lo fa nascere, lo -alimenta, lo colma di cure e di carezze, poichè sente -quanta virtù benefica esso abbia nella vita, come quello -che libera l'uomo dal terrore, dalla tenebra, dai mostri -maligni, dal male, porta la luce, la salute, la sapienza -nelle case, il calore ne' corpi, la fecondità nel suolo, -la ricchezza, la gioia presso tutti i buoni. Un Dio così -benefico, e, nel tempo stesso, così trattabile, dovea permettere -a' suoi devoti un linguaggio più confidenziale, -più famigliare che essi non potessero usar con gli altri -Dei, men noti, e men facili a lasciarsi accostare. Perciò -in due inni dell'VIII libro del <i>Rigveda</i> si trovano -due versetti di una curiosa ingenuità. Il poeta dice ad -Agni: «O Agni, se tu fossi un mortale, e se io fossi un -immortale avente potere d'arricchire un amico, o figlio -invocato della potenza, io non ti abbandonerei all'imprecazione -ed alla miseria; o Agni, il mio inneggiatore -non sarebbe povero, in cattivo stato, miserabile.» E altrove: -«O Agni, se io fossi in te, e se tu fossi in me, i -tuoi desiderii sarebbero soddisfatti.» Le preghiere che -si fanno dalle nostre pinzochere, le quali, picchiandosi -il petto, senza farsi male, domandano a Dio, in un'età -nella quale non possono più commetterne, il perdono -di tutti i vecchi loro peccati, e per di più, l'eterna -beatitudine del Paradiso, non sono forse più così ingenue, -ma, per compenso, mi sembrano un poco più -indiscrete. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span> -</p> - -<h2 id="lett7">LETTURA SETTIMA. -<span class="smaller">L'ACQUA.</span></h2> -</div> - -<p> -Noi abbiamo veduto il Dio fuoco, il Dio Agni, il -Dio generatore, il fuoco vitale uscire dalle acque; così, -nella cosmogonia biblica, <i>spiritus Dei ferebatur super -aquas</i>. Agni dicemmo pure identificarsi col sole generatore, -ed un inno cosmogonico del <i>Rigveda</i> (X, 72) ci -rappresenta pure il sole che gli Dei fanno nascere dall'Oceano, -in cui stava nascosto (<i>atra samudre âgûlham -â sûryam ag'abharttana</i>). Nella cosmogonia dell'inno -121º del X libro del Rigveda, dedicato ad <i>Hiranyagarbha</i> -o <i>Germe d'oro</i>, leggiamo: «Quando le vaste -acque penetravano il mondo, contenenti il <i>garbha</i> (il -germe, Hiranyagarbha), generanti Agni, allora si svolse -l'unico alito vitale degli Dei.» Il commentatore del -<i>Çatapatha Brâhmana</i> Mahîdara<a class="tag" id="tag22" href="#note22">[22]</a> dichiara: «Nel principio -questo mondo era tutto acque, solamente acqua.»<a class="tag" id="tag23" href="#note23">[23]</a> -<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span> -Un versetto dell'<i>Atharvaveda</i> compie la rappresentazione -cosmogonica con le seguenti parole: «Le acque -generanti un figlio fecero, nel principio, uscire un -germe; di quello appena nato fu aureo il guscio.» Questo -germe nato nelle acque prese pure il nome di -<i>Prag'âpati</i> o <i>signore della generazione</i>, che divenne uno -degli appellativi del Dio Brahman, onde nella cosmogonia -brâhmanica, il <i>Brahmânda</i> od <i>uovo di Brahman</i> -nato dalle acque corrispose perfettamente all'<i>Hiranyagarbha</i> -o <i>Germe d'oro</i> della cosmogonia vedica. Questo -uovo d'oro era, senza dubbio, nel primo concepimento, -il sole. Ma la posteriore cosmogonia ne fece l'uovo cosmico, -universale, in cui si comprende, da cui emerge -l'universo, diviso in due parti, cielo e terra, sebbene -gli stessi Commentatori indiani si trovino quindi imbarazzati -a riconoscere la seconda metà dell'uovo nella -terra, il cui colore non è d'oro, mentre l'uovo primo -nato è tutto d'oro. Questo imbarazzo de' Commentatori -ci giova per riconoscere nell'uovo primordiale un fenomeno -celeste, l'Agni solare primo generato e primo -generatore. Il concepimento di un cosmico uovo d'oro -uscente dalle acque fu poi naturalissimo. Il caos si rappresenta -come tenebroso. La tenebra si rappresenta -come un mare. Dalla tenebra vien fuori la luce, dal -mare tenebroso celeste vien fuori l'uovo d'oro. Quando, -in Piemonte, i fanciulli, al cader della prima pioggia primaverile -vanno intorno gridando: <i>pieuv, pieuv, la galina -<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span> -fa l'oeuv (piove, piove, la gallina fa l'uovo)</i>, si -saluta in quell'uovo della gallina celeste la risurrezione -del sole. Quando, al risorgere del sole primaverile, ossia -nella Pasqua di Resurrezione, si mangiano le uova -di Pasqua, noi festeggiamo ancora l'uovo d'oro celeste -che ritorna. L'uovo inaugura e fonda la vita; perciò, -nell'uso popolare, ai giovani sposi, il giorno dopo il -matrimonio, soglionsi offrire uova, per ridar loro, come -si dice, le forze perdute; è ancora questo un augurio -simbolico per la generazione. L'uovo divenne pure simbolo -del bene. Con l'uovo incominciavano le antiche -famiglie romane i loro banchetti (l'uso è pure rimasto -in alcune odierne famiglie italiane), e poichè terminavano -con la mela, nella loro esclamazione: <i>ab ovo ad -malum</i>, l'uovo con cui si principiava rappresentava il -bene, il <i>malum</i>, ossia la mela, venne talora a rappresentare -il male. Dall'essersi immaginato come prima -creazione l'uovo d'oro, dall'incominciarsi il giorno con -l'apparire dell'aureo sole e dell'aurora si figurò molto -naturalmente come prima età l'età dell'oro. Come la -primavera è la gioventù dell'anno, così l'aurora od -aurea è la prima età del giorno; e poichè, col levarsi -del giorno e dell'anno tutto rifiorisce, tutto si ravviva, -all'età dell'oro fatta discendere in terra si fece corrispondere -un paradiso terrestre. Il giorno incomincia e -finisce con un'aurora; e l'uomo trovando la prima luce -in Oriente, l'ultima in Occidente, immaginò in Oriente, -ossia al principio della vita, un paradiso, ed al fine della -vita in Occidente, ove il sol muore, il giardino dell'Esperidi, -ove si trovano le mele d'oro, un paradiso di beatitudine, -ove anco le nostre nonne cattoliche ci hanno -fatto sperare che troveremmo i pomi d'oro. Il melo delle -Esperidi, come l'acqua della vita, si trova custodito da -un drago; Atlante, una specie di Dio dell'oceano, è, -<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span> -come il vedico Varuna, reggitore del mondo; per i -buoni ufficii di Atlante, Ercole, nella leggenda ellenica, -può portar via dal giardino delle Esperidi, ossia delle -occidentali, che hanno sede nell'Oceano occidentale, le -tre mele richieste da Euristeo, il quale, come il solito -re leggendario che ritorna nelle novelline popolari, -spinge il giovine eroe ad imprese straordinarie, nella -speranza di perderlo. Così da questa breve digressione, -la quale ha per iscopo di mostrare non tanto l'affinità -de' miti ellenici con gli indiani, che non può oramai più -esser messa in dubbio, ma altra verità non meno schietta, -che pure si dura ancora molta fatica ad ammettere, la -presenza ne' miti greco-latini della maggior parte dei -motivi che formano tuttora il fondo delle nostre novelline -popolari, ci riconduce all'acqua mitica, dalla quale -il sole Agni (chiamato pure <i>apâm garbah</i>, ossia <i>germe -delle acque</i>; l'<i>Agni Savitar</i> è chiamato <i>apâm napat</i>) -esce nel mattino, e nella quale il sole Agni si nasconde -la sera. Abbiamo già avvertito come lo stesso oceano -mitico si riproduce nel cielo nuvoloso, dal quale Agni -il fuoco esce ora in forma di raggio solare o di sole, ed -ora in forma di fulmine. -</p> - -<p> -Le <i>acque</i> sono, per lo più, celebrate negli Inni vedici -al plurale. Dove il Dio si manifesta come plurale, -si comprende come la sua persona mitica non si possa -manifestare viva e distinta. Il carattere è qualche cosa -di singolare che spicca in quanto esso appartenga ai singoli; -dov'esso si estende ai più, perde del suo splendore. -Nel plurale i caratteri singolari non si distinguono, -ed i caratteri generali, i quali soli vi si rivelano, -non permettono al mito di balzar fuori vivace, colorito -e potente. Per la stessa ragione rimasero nel <i>Rigveda</i> -alquanto pallide le figure delle <i>Haritas</i>, nelle quali si -riconobbero le <i>Charites</i>, le Grazie elleniche, degli <i>Angiras </i>, -<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span> -forme dell'Agni celeste, messaggieri, luminosi, -delle <i>Apsarâs</i> e dei <i>Gandharvâs</i> che oggi esamineremo, -dei <i>Mârutas</i> che studieremo nella Lettura seguente, dei -<i>Ribhavas</i> che ci occuperanno, quando toccheremo del -Dio <i>Tvashtar</i>, e di alcuni altri collettivi divini. Egli è -solamente quando alcuno di questi plurali si fece singolare -e si distinse isolato, che si venne a noi disegnando -una figura caratteristica. Nel 9º inno del X -libro del <i>Rigveda</i> dedicato alle <i>acque</i>, esse vengono -salutate come <i>amorose madri</i> e come <i>dee</i>; quindi si -dice: «Il Dio Soma mi ha detto: trovarsi nelle acque -tutti i rimedii ed il fuoco che porta salute a tutti. O -acque, arrecate il rimedio per la guarigione del mio -corpo, e perchè io possa vedere lungamente il sole. E -quello che in me possa esservi di malato, o acque, portate -via.» Da un inno del II libro dell'<i>Atharvaveda</i> -apprendiamo come nel preparare un balsamo per le ferite -s'invocava l'acqua della fonte che vien giù dalla -montagna; e insieme con le acque le erbe, aventi -esse pure virtù salutifere. Nello stesso inno si ricordano -le <i>upag'îkâs</i>, come quelle che recano un rimedio dal -mare; il professor Weber<a class="tag" id="tag24" href="#note24">[24]</a> avvicinò alla parola <i>upag'îkâ</i>, -con molta verosimiglianza, la voce <i>upadîkâ</i>, che denomina -una specie di formiche. Dico con verosimiglianza, -poichè il Dio Pluvio Indra ci si rappresenta egli stesso -negli Inni vedici come formica, e, nel citato inno dell'<i>Atharvaveda</i>, -dopo essersi ricordate le acque e le -piante salutifere, si celebra per l'appunto il fulmine -d'Indra che caccia via i mostri. La formica, nel mito, -penetra nella tana del serpente guardiano delle acque, -lo morde e lo costringe ad uscire; quando il serpente -si muove, ed esce fuori della propria caverna, le acque -<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span> -vitali e salutifere si sprigionano. Secondo le nozioni indiane, -quando le formiche mettono insieme le uova, -viene la pioggia; e quando si trovano formicolai, è segno -sicuro che l'acqua sta vicina. Quest'acqua non può essere -l'acqua della terra, come il mare, da cui le formiche -devono arrecare il rimedio, non può essere l'oceano -terrestre. Qui ancora, osservandosi come l'adunarsi -delle uova di formiche sopra la terra risponda al tempo -delle prime pioggie primaverili, si vide nel Dio Pluvio -Indra una formica celeste: i fulmini d'Indra penetrarono -come formiche nella tana del serpente celeste, che -teneva chiuse le acque, lo ferirono e lo fecero uscire, -scatenando le acque. Così, per aver osservato che il -canto del cuculo annunzia la primavera, il primo scoppio -del tuono in primavera si paragonò in Grecia ed in -Roma al canto del cuculo; e Giove Pluvio si rappresentò -esso stesso in forma di cuculo, nella qual forma -egli visita secretamente Giunone; ossia il luminoso, -nella scura veste di cuculo canoro, come Dio tonante, -si nasconde nel cielo. -</p> - -<p> -Le acque e le erbe sono, come dicemmo, invocate -insieme; entrambe appaiono salutifere; l'erba e la -pianta contengono umori salutari; si celebra pertanto -l'erba medicinale come l'acqua della salute. L'inno 17º -del X libro del <i>Rigveda</i> canta con un solo versetto, -insieme, le erbe lattifere ed il latte delle acque. Il cielo -nuvoloso (come l'oceano luminoso mattutino) si rappresenta -ora come vacca lattifera, ora come fiume che -porta latte, ora come erba od albero stillante latte, e -purificante. <i>Payasvatî</i>, ossia <i>lattifera</i>, è chiamata l'<i>oshadhi</i>, -ossia <i>l'erba</i>; <i>payasvatî</i> è pure uno degli appellativi -dato alla <i>riviera</i>. E come tale gli corrisponde perfettamente -la <i>Sarasvatî</i> ossia <i>la fornita di umore, -l'acquosa</i>, della quale pure si fece una dea. La <i>Sarasvatî</i> -<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span> -rappresentò particolarmente il <i>fiume celeste</i>; ed al plurale -<i>i fiumi celesti</i>. Ma de' fiumi celesti la sede è varia: -nella notte si ha particolarmente un Oceano, ma talora -un fiume scuro, infernale; nel mattino e nella sera un -fiume dalle onde luminose; nel cielo nuvoloso ora un -oceano, ora molti fiumi. Il <i>fiume celeste</i> per eccellenza -si chiamò ora <i>sindhu</i>, ora <i>sarasvatî</i>; le due parole non -valgono altro che <i>il fiume</i>. Mentre adunque gli Ariani -del Peng'ab occidentale che si trovavano presso il fiume -Indo, non conoscendo ancora altro fiume più vasto, lo -chiamarono <i>Sindhu</i>, ossia semplicemente <i>il fiume</i>, gli -Ariani del Peng'ab occidentale denominavano un altro -gran fiume col nome di <i>Sarasvatî</i>, ossia ancora semplicemente -<i>il fiume</i>. Ma nel cielo il <i>Sindhu</i> e la <i>Sarasvatî</i>, -così al plurale come al singolare, espressero in origine -la stessa cosa, la riviera, il fiume celeste, ossia la fiumana -notturna, mattutina e vespertina, e quella che tra i -fulmini si rovescia dal cielo sopra la terra in torrenti di -pioggia.<a class="tag" id="tag25" href="#note25">[25]</a> Dato un carattere divino ai fiumi del cielo, -anche i fiumi della terra, con quegli stessi nomi che ritornavano -nel mito, divennero sacri. E come nel cielo -è un mostro, un drago che trattiene le acque, finchè -il Dio Pluvio non lo fulmina, così si suppose sopra la -terra che alla guardia delle sorgenti de' fiumi stia un -vecchio dragone. Come le acque celesti son celebrate -negli Inni vedici quali divine purificatrici, così la <i>Sarasvatî</i> -e la <i>Gangâ</i> divennero nell'India fiumi, ne' quali -chi fosse disceso a bagnarsi non si mondava soltanto il -corpo, ma anche l'anima. Perciò in un inno funebre -dell'<i>Atharvaveda</i> (VIII, 2) s'invocavano come propizie -le acque celesti. Le acque sono, come il fuoco, fecondatrici; -<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span> -dicemmo nella Lettura precedente del figlio considerato -nella credenza indiana come il liberatore del -padre; così l'inno 61º del VI libro del <i>Rigveda</i> ci -rappresenta un devoto Vadhryaçva, il privo di cavallo -(ossia, possibilmente ancora, l'azzoppato, lo zoppo che -non può più andare), il vecchio sole carico di debiti, a -cui Sarasvatî dà un figlio di nome Divodâsa (il sole mattutino) -che lo libera dai debiti. La via che Sarasvatî -percorre è detta aurea (come quella dell'aurora e della -nuvola aurea solcata dai fulmini); perciò essa lascia sopra -le sue traccie dell'oro, onde ancora il suo appellativo di -<i>hiranyavarttini</i>; in essa sono tutti i poteri vitali, ed essa -viene perciò invocata, affinchè <i>ponga il germe</i> (<i>garbham -dhehi Sarasvatî; Rigveda</i>, X, 184); nè solo dà forza e -vigore vitale agli uomini, ma agli stessi Dei, ad Indra, -nella quale facoltà essa appare, presso il <i>Yag'urveda</i> -<i>bianco</i>, come medichessa celeste (al pari dell'aurora) -insieme coi due medici celesti e con gli Açvinâu, dei -quali anzi (come l'aurora) è detta sposa, e con Varuna, -reggitor delle acque (<i>apsu râg'â</i>), col quale concorre a -generare Indra. Nella estrema mitologia vedica, Sarasvatî -fu poi identificata con <i>Vac'</i>,<a class="tag" id="tag26" href="#note26">[26]</a> <i>la parola</i>, e quindi <i>la -parola sacra, la preghiera</i>, per un facile equivoco di -linguaggio. La parola <i>saras</i>, che entra a formare l'appellativo -<i>sarasvatî</i>, non significò soltanto <i>acqua</i>, ma -<i>suono, voce</i>, considerandosi, per comune etimologia, -tanto la <i>voce</i> quanto l'<i>acqua</i>, come <i>la scorrevole</i>. La -<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span> -<i>sarasvatî</i> o <i>fornita di scorrevolezza</i> valse per lo più -<i>l'acquosa</i>, ma talora dovette valer pure <i>la vocale, la sonante: -nâdî</i> o <i>la sonante</i> è il nome più comune che si -dà in sanscrito alla riviera. E tanto più dovette l'equivoco -mantenersi, contemplandosi la Sarasvatî celeste, ossia -la nuvola che versa torrenti di pioggia, ma preceduta -dal tuono. Venuta la tonante Sarasvatî a significare la -parola sacra, la preghiera, l'immaginazione brâhmanica -lavorò quindi sopra questa astrazione e l'isolò per -modo dalla sua prima natura, che l'artificiale Sarasvatî -brâhmanica non ha quasi più nulla di comune con la -naturale Sarasvatî vedica. Lo stesso equivoco tra il Sindhu -celeste ed il Sindhu terrestre ci si presenta nell'inno -75º del X libro del <i>Rigveda</i>; ma il <i>Sindhu</i> -conserva almeno sempre la sua natura di fiume. Riconosco -ancora in esso il fiume celeste, quando esso ci si -rappresenta come aggiogato ad un bel carro tirato da -cavalli, ed accrescente forza agli eroi nella battaglia. I -fiumi celesti, ossia le acque dell'Oceano celeste, le stesse -che danno il nascimento ad Agni, il quale non solo nasce -dalle acque, ma le protegge (<i>Rigveda</i>, VII, 47), -accrescono forza ad Indra ed agli altri Dei guerrieri. -L'onda celeste è perciò chiamata <i>Indrapâna</i> o <i>bevanda -d'Indra</i>. Quanto al bel carro, a cui s'aggiogano, esso è -indubbiamente il carro solare. Al quale proposito giova -ripetere come le acque celesti non appaiono soltanto -nell'oceano notturno e nell'oceano nuvoloso, ma ancora -nell'oceano di luce, nel roseo ed aureo cielo che -si presenta il mattino ad Oriente, la sera ad Occidente. -L'inno 47º del VII libro del <i>Rigveda</i> ci fa sapere -che il sole co' suoi raggi stende le acque, alle quali Indra -apre una vasta corrente (<i>Rigveda</i>, VII, 47), le quali -il toro o l'eccellente Indra fulminante divide (<i>Rigveda</i>, -VII, 49). Qui abbiamo il cielo nuvoloso. Ma quando apprendiamo -<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span> -che nelle acque si rallegrano il reggitore -Varuna, Soma, Agni e tutti gli Dei, ci conviene allargare -il dominio delle acque nuvolose, sopra le quali -il Dio fulminante impera. Varuna ci conduce perciò al -cielo vespertino, Soma al cielo notturno; Agni Vâiçvânara -ci rappresenta più tosto il cielo mattutino; esso -trovasi perciò invocato, nell'<i>Atharvaveda</i>, come sole, -ed invitato <i>a purificare co' suoi raggi</i>. Così quel figlio -delle onde, il quale appare nel cielo come un uccello -rosso, dalle belle piume, che s'accende senza -combustibile, non può essere altro che il sole mattutino. -Il figlio delle acque è chiamato per lo più <i>Agni</i>; nell'inno -30º del X libro, esso appare col nome di <i>Soma</i> -(che s'identifica ora con la Luna, ora col Sole), e -si rallegra con le onde come un uomo insieme con -belle giovani. «Le giovani (canta l'inno) s'inchinano al -giovane, quando desideroso esso si accosta alle desiderose.» -</p> - -<p> -Noi vediamo qui, dunque, le acque muoversi in -forma di fanciulle verso un Dio. Questa prima immagine -creò nel cielo tutto un ordine di esseri, che divennero -popolari nella mitologia vedica e brâhmanica col -nome di <i>apsarâs</i>, e nella mitologia greco-latina col -nome di <i>ninfe</i>. Ma, oltre le ninfe, la mitologia greco-latina -conosce centauri, fauni, satiri, che vanno, per lo -più, in compagnia delle ninfe; così la mitologia vedica -e brâhmanica dà alle apsare come loro sposi i <i>gandharvâs</i>. -La parola <i>apsarâ</i> parrebbe valere <i>la scorrente sopra -le acque</i>, ossia <i>l'andante sulle acque</i>, etimologia che ci -richiamerebbe alla nuvola scorrente sopra le acque, -acquosa; la ninfa e la linfa avrebbero così fra loro -molta analogia. Non debbo tuttavia tacere come il professor -Weber<a class="tag" id="tag27" href="#note27">[27]</a> mantenga sempre per la voce <i>apsarâ</i> -<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span> -la etimologia da lui data nel primo suo saggio, cioè -di <i>priva di forma</i> o <i>psaras</i>, <i>la informe</i>; altre etimologie -furono proposte, secondo le quali l'<i>apsarâ</i> potrebbe -valere <i>la insaziabile</i>, e quella <i>dalle belle gote</i>. Noi preferiamo -la prima etimologia, <i>ap-sarâ</i>, ossia <i>l'acquosa, -l'andante nelle acque</i>, come nella voce <i>gandharva</i> vediamo -<i>l'andante nei profumi</i>, e poichè la parola <i>arva</i> -(dalla radice <i>r'i</i>, <i>ar</i>, «andare») valse quindi ad esprimere -il <i>cavallo</i>, anche il <i>gandharva</i>, il centauro, prese forma -ora d'ippocentauro, ora di onocentauro.<a class="tag" id="tag28" href="#note28">[28]</a> Contro l'etimologia -dottamente grammaticale del professor Weber -l'obiezione principale parmi possa esser questa: la forma -femminina più luminosa, più bella dell'Olimpo vedico, -quella che dovea meritare l'onore d'esser celebrata come -la sposa, qual ballerina celeste, come la bella del Dio -(l'aurora è anch'essa un'<i>apsarâ</i>), non potea chiamarsi -<i>l'informe</i>. Noi abbiamo già veduto la bella aurora saltatrice, -danzatrice; così, poco sopra, vedemmo accennate -le onde quali giovani piegantisi innanzi al giovane. -Abbiamo qui dunque un primo elementare indizio delle -ninfe celesti, delle <i>apsare</i> saltellanti sulle acque, delle -ballerine dell'Olimpo, che doveano poi assumere tanto -splendore nella mitologia eroica del periodo brâhmanico. -Tutto c'induce dunque a supporre non solo per le apsare -brâhmaniche, ma ancora per le vediche, una forma -molto corporea. La natura sensuale del Dio Indra fu la -cagione principale della sua rovina dall'Olimpo vedico: -così di tutti gli Dei l'<i>Atharvaveda</i> ci fa sapere ch'essi -hanno primi insegnato agli uomini i commercii carnali: -«Gli Dei dapprima frequentarono le loro spose toccando -i corpi coi corpi.» Anzi un poeta dell'<i>Atharvaveda</i> fa -<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span> -carico ai divini <i>Gandharvâs</i> di venir talora sulla terra -(come gli Angeli della leggenda biblica) a sedurre le -figlie de' mortali, mentre essi stessi hanno per loro proprie -spose nel cielo le apsare. «Fattosi bello alla vista, -il gandharva segue la donna: noi lo allontaniamo di qua -con la sacra formola potente: Vostre spose sono le apsare, -o Gandharvi, voi siete gli sposi; essendo voi immortali, -non dovete andar dietro a donne mortali.» (<i>Atharvaveda</i>, -IV, 37.) -</p> - -<p> -Come qui appaiono i gandharvi quali seduttori delle -donne mortali, così, nelle leggende brâhmaniche, appaiono -spesso le apsare, come mandate dagli Dei sopra -la terra per distrarre dalla penitenza, con le loro -seduzioni, i devoti. Esse sono, per lo più, le rallegranti; -ma alcuna volta non solo rallegrano, ma inebbriano, e -nella ebbrezza ammolliscono. La loro natura è acquosa -(il fuoco è un mascolino, l'acqua un femminino). Il -loro soggiorno prolungato nel cielo porta l'umidità sopra -la terra; onde comprendiamo il motivo, per cui -nell'<i>Atharvaveda</i> si trovano pure scongiuri contro di -esse, come quelle che possono portare l'uomo all'imbecillità, -ossia turbarne la mente, onde il loro appellativo -di <i>manomuhas</i>; quando questo non venga loro dato per -la loro relazione intima col gandharva lunare, e però il -turbamento dell'intelletto non sia da attribuirsi all'influsso -della luna sulla pazzia. Un altro degli appellativi -vedici delle apsare è <i>akshakâmâs</i>, ossia <i>amiche dei dadi</i>. -Esse, in cielo, danzano, cantano e giuocano; perciò in -un inno dell'<i>Atharvaveda</i>,<a class="tag" id="tag29" href="#note29">[29]</a> il <i>gandharva</i> che ha la -pelle color del sole, e l'<i>apsarâ</i>, sono insieme invocati a -proteggere <i>il giuoco dei dadi</i>. Noi abbiamo sopra veduto -come le giovani onde si piegano innanzi al giovine -Soma. Questo <i>Soma</i> s'identifica col re de' Gandharvi, -<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span> -con lo sposo delle apsare, col gandharva <i>Viçvâvasû</i>, -genio particolarmente lunare, guardiano del <i>Soma</i>, reggitore -della pubertà e virginità delle donne, che deve -perciò allontanarsi, quando questa si perde; poichè il -<i>gandharva</i> ama, protegge, custodisce, tiene gelosamente -nascosta, la sola <i>anavadyâ</i> o <i>l'innocente</i>. -</p> - -<p> -Quanto all'<i>apsarâ</i>, nell'<i>Atharvaveda</i> essa è chiamata -<i>nuvolosa, lampeggiante</i> e <i>stellata</i>. Qui abbiamo -dunque una ninfa nella nuvola, ed una ninfa nella notte, -ma vi è ancora un'apsarâ aurora, che mi pare indicata -in quelle parole dell'inno 109º del VII libro dell'<i>Atharvaveda</i>; -onde apprendiamo che le apsare si rallegrano -nel tempo che passa fra l'offerta sacrificale e -l'apparire del sole. Questo tempo è, per l'appunto, -quello dell'aurora; l'inno stesso invita il fuoco a portare -burro per le apsare. Ma il burro ed il fuoco, prima -che manifestarsi nel sacrificio, si manifestarono nel cielo, -il quale nel mattino incominciò ad apparire imburrato -con l'alba, e quindi infuocato con l'aurora; il burro liquefatto -dell'alba alimenta il fuoco dell'aurora, che il -legno della selva notturna, distrutto dal fuoco stesso, -non avrebbe più bastato ad alimentare. Per mezzo del -burro si produce il fuoco, il ricco; come pertanto le -acque, madri del fuoco, sono invocate per ottenere un -figlio che liberi il padre dai debiti, così un poeta dell'<i>Atharvaveda</i> -invita le apsare ad ungergli le mani <i>con -burro</i>, affinchè egli possa, nel giuoco, vincere il suo -avversario; in un altro inno dell'<i>Atharvaveda</i><a class="tag" id="tag30" href="#note30">[30]</a> s'invitano -le apsare <i>Ugrampaçya</i> ed <i>Ugrag'it</i> a riparare -ai debiti che il giuocatore ha fatti coi dadi. L'<i>apsarâ</i> -detta <i>payasvatî</i> (come la <i>sarasvatî</i>) vien chiamata essa -stessa <i>sadhûdevinî</i>, ossia <i>bene giuocante</i>; danza coi -dadi; coi dadi si procura dei beni, per mezzo della -<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span> -sua magia. Noi abbiamo qui la mobile, luminosa, danzante -aurora, fornita di ricchezze, che diffonde la luce -e la ricchezza nel mondo. A far poi apparire questa -apsarâ come una giuocatrice celeste dovette pure concorrere, -per molta parte, l'equivoco tra la radice <i>div</i>, -«splendere» e la radice <i>div</i>, «giuocare» (cfr. <i>jucundus, -juvenis</i>, presso <i>jocus</i>). L'aurora <i>divo duhitar</i> e l'<i>apsarâ -sadhûdevinî</i>, ossia <i>bene giuocante</i>, riuscirono una persona -sola, con la quale si congiunge intimamente quel -<i>divodâsa</i>, in cui io riconosco il sole mattutino, che, -per grazia di <i>Sarasvatî</i> (l'<i>ap-sarâ</i> aurora <i>payasvatî, -sadhûdevinî</i>), libera il padre da' suoi debiti fatti probabilmente -nel giuoco, ossia nella gara luminosa, nella -gara de' raggi celesti, che fu il primo di tutti i giuochi, ossia -di tutte le opere luminose; il <i>gioco</i> è <i>gioia</i>; la <i>gioia -brilla</i>. E <i>brillo</i> chiamasi tuttora l'uomo vivamente <i>allegro</i>. -In Toscana, d'uomo contento dicesi ch'<i>ei brilla</i>; la -gioia è splendida, il dolore è scuro. Il sole vespertino perde -al giuoco luminoso il suo cavallo, diviene <i>Vadhryaçva</i>; -nel <i>giuoco</i> de' suoi raggi egli rimane perdente; il sole -mattutino <i>Divodâsa</i>, suo figlio, aiutato dalla giuocatrice -o luminosa ninfa Sarasvatî, dall'aurora, guadagna quello -che il padre avea perduto. La parola <i>divodâsa</i>, vale propriamente -<i>il servo del cielo</i>, come <i>duhitar divas</i> (l'aurora) -vale <i>la figlia del cielo</i>. L'aurora è protetta da Indra -e dagli <i>Açvin</i>; così <i>Divodâsa</i> è protetto da Indra e dagli -<i>Açvin</i>, che distruggono per lui le città demoniache celesti, -ossia le tenebre mostruose della notte. Il padre di -lui, che egli libera dai debiti, si chiama <i>Vadhryaçva</i>, o -<i>privo di cavallo</i>; ma prima di divenire <i>Vadhryaçva</i>, chiamavasi -invece <i>Bahvaçva</i>, ossia <i>avente molti cavalli</i> (ossia, -possibilmente ancora, <i>il molto celere</i>, ossia <i>il potente -corridore</i> od <i>açva</i>), ch'egli doveva pure essere abilissimo -a guidare. Il figlio <i>Divodâsa</i>, come <i>servo del cielo</i>, protetto -<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span> -dagli Dei, deve avere servito specialmente (come -quasi sempre l'eroe nel periodo, in cui rimane nascosto) -in qualità di <i>stalliere</i> divino (Ercole spazza la stalla al re -Augias); verso il mattino una fanciulla divina, un'<i>apsarâ</i> -di nome <i>Sarasvatî</i>, lo rende felice, facendolo vincere al -giuoco, e intendiamo al giuoco dei raggi solari; l'<i>aksha</i> -divenne poi <i>il dado</i>, ma, prima di riuscire un dado, fu -certamente <i>la ruota, l'asse, l'occhio</i> e probabilmente <i>il -raggio luminoso</i> dell'occhio, <i>il raggio penetrante</i>. Il re -Nala che perde, al giuoco dei dadi, il regno, che abbandona -la sua bella sposa di notte nella selva piena di tigri -e serpenti, che nel tempo della sua miseria si fa auriga, -ossia guidator di cavalli, che riguadagna, al giuoco, il -regno perduto e la sposa smarrita, ci offre una stupenda -variante brâhmanica del mito vedico di Divodâsa figlio -di Bahvaçva, divenuto, nel giuoco, <i>Vadhryaçva</i>, che -riguadagna quello che <i>Bahvaçva</i> avea perduto. -</p> - -<p> -Ma una variante mitica della poetica leggenda della -sposa perduta si trova nel <i>Rigveda</i> stesso; ove l'inno 95º -del X libro ci presenta un contrasto fra la ninfa Urvaçî -e l'eroe divino Purûravas, <i>il molto sonante</i> (il vedico -Gandharva, <i>l'andante ne' profumi</i>,<a class="tag" id="tag31" href="#note31">[31]</a> appare nel periodo -brâhmanico presso il paradiso d'Indra, insieme con le -apsare ballerine, come <i>un musico celeste</i>, a quel modo -con cui la ninfa acquosa Sarasvatî riesce la sonante e -poi la Dea della parola, dell'eloquenza; Purûravas, il -tonante sposo dell'apsarâ Urvaçî, è l'anello che congiunge -il concepimento vedico col concepimento brâhmanico -<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span> -de' Gandharvi). La ninfa od apsarâ Urvaçî, <i>la larga che -s'avanza</i>, una specie di <i>Pr'ithivî</i>, dice di sè stessa, nel -secondo versetto dell'inno 95º del X libro del <i>Rigveda: -io arrivai come la prima delle aurore (prâkramisham -ushasâm agriyeva)</i>; nel quarto versetto lo sposo -suo Purûravas la chiama <i>aurora</i>, come nel primo versetto -l'ha chiamata <i>femmina crudele</i>, perchè gli sfugge; -e vorrebbe trattenerla, e la prega perchè s'arresti nella -sua dimora, dove notte e giorno sarà colpita dal <i>vaitasa</i> -(uno de' nomi vedici del <i>phallos</i>). Urvaçî gli fa osservare -ch'ei l'ha visitata tre volte nel giorno; ch'egli è il padrone -del suo corpo. Egli (un <i>gandharva</i>, come avvertimmo) -si lagna che le fanciulle aurore si allontanino -come <i>cavalle</i> attaccate ad un carro. Purûravas si rivolge -a lei con parole conformi a quelle, con cui i devoti sopra -la terra invocano l'aurora: Urvaçî cerca di consolarlo, -egli si dispera; essa gli promette un figlio di nome <i>Vasishtha</i> -(uno de' nomi di Agni e del Sole), e, per merito -de' sacrificii del figlio, Purûravas può salire nel cielo e -rallegrarvisi beato (<i>prag'â te devân havishâ yag'ati -svarga y tvam api mâdayâse</i>). -</p> - -<p> -Il mito della ninfa Urvaçî si svolse quindi largamente -nelle leggende indiane, ed ebbe in Europa la fortuna -di trovare un luminoso e geniale interprete nel professore -Max Müller, che lo studiò in parecchie belle -pagine degli <i>Oxford Essays</i>.<a class="tag" id="tag32" href="#note32">[32]</a> È evidente che l'inno vedico -ci presenta solamente alcuni frammenti mitici; gli -elementi del mito non vi furono tutti raccolti; ecco ora -in qual modo esso si è compiuto nel <i>Çatapatha Brâhmana</i>, -in parte con nuovi elementi mitici non penetrati -nell'inno vedico, ma persistenti nella tradizione orale, -in parte per l'industria un po' arbitraria del Commentatore -dell'inno vedico, che s'ingegnava di spiegarne i passi -<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span> -rimasti oscuri. — Un'apsarâ chiamata Urvaçî amò Purûravas -figlio d'<i>Idâ</i>, e, trovandolo, gli disse: «Abbracciami tre -volte al giorno, ma non mai contro il mio volere, e ch'io -non ti vegga mai senza le tue vesti reali.» Così ella visse -a lungo con lui. Allora i suoi primi amici, i Gandharvâs, -dissero: «Quella Urvaçî da lungo tempo rimane fra -i mortali; facciamola tornare. Dove Urvaçî e Purûravas -giacevano, vi era una pecora con due agnelli, ed i Gandharvâs -ne rapirono uno.» Urvaçî disse: «Essi mi pigliano -il mio caro, come se io vivessi dove non c'è un eroe, e -nemmeno un uomo.» I Gandharvâs rapirono anche il -secondo, ed essa ne fece ancora rimprovero allo sposo. -Allora Purûravas guardò e disse: «Come mai il luogo -ove io abito può esser privo d'un eroe o d'un uomo?» -E, per non perdere tempo, nel cercare i proprii abiti, -si alzò ignudo. Allora i Gandharvâs fecero splendere un -raggio, e per quel raggio, come se fosse di giorno, Urvaçî -vide suo marito ignudo. Allora essa scomparve: -«ritornerò» disse, ed andò via. Allora egli pianse la sua -amica perduta, e si recò presso il Kurukshetra. Trovasi -colà un lago chiamato <i>Anyatahplaksha</i> pieno di ninfe, e -mentre il re passeggiava sopra le sue rive, le ninfe scherzavano -nell'acqua in forma d'uccelli (probabilmente cigni). -Urvaçî scorse il re, e disse: «Ecco l'uomo, con -cui ho abitato per tanto tempo.» Allora le compagne le -dissero: «Mostriamoci ad esso.» Essa consentì, e le -apsare si manifestarono.<a class="tag" id="tag33" href="#note33">[33]</a> Allora il re la riconobbe e -disse: «Oh! sposa! resta, crudele; parliamo un poco. -I nostri segreti, se noi non li riveliamo ora, non ci porteranno -più tardi fortuna.» Essa gli rispose: «A che -parlarmi? Io sono arrivata come la prima delle aurore. -<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span> -Purûravas ritorna nella tua dimora. Io sono difficile come -il vento ad essere raggiunta.» Egli rispose dolorosamente: -«Se è così, il tuo antico amico cada ora per non -più ridestarsi; se ne vada egli lontano, lontano; egli -cada come corpo morto, gli avidi lupi vengano a divorarlo.» -Essa gli rispose: «Purûravas, non morire, non -cadere, non ti divorino i lupi....» Ella alfine s'intenerì, -e disse: «Vien da me l'ultima notte dell'anno; tu abiterai -con me una notte, ed un figlio ti nascerà.» L'ultima -notte dell'anno egli si recò alle auree sedi, e quando -ei vi fu salito, gli mandarono Urvaçî. Allora essa disse: -«I Gandharvâs ti permettono di fare un voto, ch'essi -adempieranno; scegli.» Purûravas disse: «Scegli tu per -me.» Ed ella: «Allora di' ai Gandharvâs: permettetemi di -essere uno di voi.» Il giorno dopo, per tempo, i Gandharvâs -gli accordarono un dono; ma quando egli ebbe -detto: «Ch'io possa essere uno di voi,» essi risposero: -«Il fuoco sacrificale, per grazia del quale l'uomo potrebbe -divenir uno di noi, non gli è noto ancora.» Allora -essi iniziarono Purûravas ai misteri del sacrificio; -quando ei l'ebbe compiuto, divenne uno dei Gandharvâs. — Così -la leggenda finisce come avrebbe potuto incominciare; -cioè con un tonante <i>Purûravas gandharvas</i> -(ossia <i>camminante nelle profumate acque celesti</i>), naturale -amico e sposo di un'<i>apsarâ</i> (ossia <i>di una scorrente -sulle acque del cielo</i>), di una ninfa celeste, la sede della -quale ripetiamo essere stata triplice nel cielo, come è -triplice la sede delle acque celesti, acque dell'oceano aureo -luminoso, dell'aurora, acque dell'oceano nuvoloso, -acque dell'oceano tenebroso. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span> -</p> - -<h2 id="lett8">LETTURA OTTAVA. -<span class="smaller">IL VENTO.</span></h2> -</div> - -<p> -<i>Difficile a raggiungersi come il vento, vâyuvega</i> o -<i>celere come il vento</i>, è una similitudine non infrequente -in sanscrito; e come il vento è difficile a raggiungersi, -così difficilmente si può la natura di esso determinare. -Quando l'inno cosmogonico vedico (<i>Rigv.</i>, X, 90) ci fa -sapere che <i>Vâyu</i> è nato dall'alito di Purusha, noi ne -sappiamo ancora poco, poichè Purusha, il maschio universale, -appare, per lo più, un'astrazione. Un inno del -X libro del <i>Rigveda</i> (168º) dedicato a <i>Vâta</i> (il vento) -mostra ancora maggiore incertezza sull'origine del vento: -«Ora la potenza del carro di Vata; esso va stroncando -(ogni cosa); lo strepito ch'esso fa è assordante. Esso, -toccando il cielo, s'avanza, producendo le (nuvole) rosseggianti, -e vien cacciando la polvere della terra. Le -mobili (acque) vanno dietro il vento; insieme con esso -vanno simili a donne; il Dio, re di tutto quest'universo, -se ne viene con esse congiunte col proprio carro. Andante -per le vie dell'aria, esso non si trattiene neppure -per un giorno; delle acque compagno, primo nato, -acquoso, dove è nato, donde provenne? anima degli -Dei, germe del mondo, questo Dio va dove vuole; lo -strepito di esso fu inteso, ma la sua forma nessuno -<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span> -mai vide.» Il poeta vedico non sapeva dunque onde il -vento venisse. Ma l'inno citato ha per noi grande importanza, -per quattro nozioni ch'esso ci dà: la prima del -vento congiunto con le (nuvole) rosseggianti, la seconda -del vento congiunto con le acque, la terza del vento -congiunto con le donne, la quarta del vento generatore. -Consideriamo bene questi quattro caratteri del Dio Vento -vedico, e dovremo rimanere colpiti di viva meraviglia -nel ritrovarli tutti nello <i>Spirito Santo</i> cristiano, ossia -l'alito sacro, che si manifesta con le lingue di fuoco, -che aleggia sopra le acque del Giordano nel battesimo -del Cristo (però si rappresenta per lo più nei Battisteri) -e che feconda la Vergine (un sarcofago lateranense -rappresenta la Trinità intenta invece a creare Eva, ossia -la prima donna). San Paolino, descrivendo un disegno -della Trinità ch'era nella chiesa di San Felice di Nola, -si esprimeva nel modo seguente: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Toto coruscat Trinitas misterio,</i></p> -<p><i>Stat Christus amne, vox Patris coelo tonat,</i></p> -<p><i>Et per columbam Spiritus Sanctus fluit.</i></p> -</div> - -<p> -Questo cristiano padre che tona dal cielo è ancora -una forma del Dio tonante od Indra, col quale il vedico -<i>Vâyu</i> trovasi, per lo più, congiunto. Il vento congiunto -con le donne, il vento amico delle donne, è una -nozione molto diffusa nella tradizione popolare; anche -nell'<i>Eneide</i> virgiliana, Giunone non trova miglior -modo di amicarsi Eolo il Dio de' venti, perchè susciti -nel mare la tempesta, che promettendogli delle ninfe. -Ma delle ninfe conosciamo già la natura acquosa, e -spesso nuvolosa. Le mobili ninfe spose del vento son le -nuvole che apportano la pioggia. La tradizione popolare -rappresenta come stretti parenti fra loro Messer Vento -e Madonna Pioggia. Quanto al cristiano Spirito Santo -<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span> -(colomba) non ci sembra recare verun grave imbarazzo. -Si volle fare della colomba l'emblema della castità; io -credo che sia una nozione intieramente falsa: la colomba -è uno degli uccelli più salaci, com'è de' più fecondi; -se lo Spirito Santo si trasformò pertanto in colomba, -ciò avvenne certamente per altra ragione che non sia -quella della purità dei costumi della colomba; probabilmente -questa metamorfosi si compì in Grecia e non in -Giudea. Qual'è del vento la qualità che ha più colpito -l'immaginazione popolare? La sua rapidità che ne fece -una specie di messaggiero celeste. Era naturale adunque -che si eleggesse come sua figura un essere alato, e tra gli -uccelli uno de' più rapidi al volo. Nelle leggende indiane -troviamo il falco, l'<i>accipiter</i> (ossia quello delle ali rapide) -che insegue la <i>colomba</i>; è, in certo modo, una gara alla -corsa fra due uccelli rapidissimi. Qual meraviglia pertanto -che, come il fulmine, nel mito vedico, fu raffigurato -qual falco, il vento abbia potuto trasformarsi in -colomba? Ma il vento non è solo il rapido, ma anche il -forte, il generatore, l'amico delle donne; perciò, come -nell'antichità ellenica troviamo il colombo ed il passero -sacri ad Aphrodite, così non ci deve sorprendere che lo -Spirito Santo abbia pure, nella leggenda cristiana, in -forma di colomba, visitato e fecondato la Vergine. Di -una vergine che concepisca in modo illegale, suolsi ancora -dire con maliziosa indulgenza: Sarà stato il vento, -oppure: Sarà stato lo Spirito Santo. -</p> - -<p> -Noi abbiamo già parlato del fuoco generatore. Dicemmo -che, nel Natale, il fuoco che si sprigiona dal -ceppo dell'albero, ossia l'Albero di Natale illuminato, -è simbolo del nascimento del sole, che si fa cadere nel -solstizio d'inverno, ossia ne' giorni ne' quali la luce incomincia -a protrarsi. Nei presepii cattolici uno de' primi -doni che i pastori portano al neonato bambino, sono i -<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span> -piccioni simbolici. Ma il sole ebbe più di un natalizio; -noi incominciamo l'anno col primo di gennaio, ossia -press'a poco coi giorni natalizii cristiani; ma gli antichi -Romani lo incominciavano invece col marzo ventoso, -ossia press'a poco verso il ritorno della primavera, il -che torna a dire presso alla Pasqua di Resurrezione, -nella quale il sole risorge, preceduto, per lo più, da -qualche scoppio di tuono. Il vento di marzo e le pioggie -d'aprile (mese sacro a Venere primaverile) si succedono. -Il vento annuncia la pioggia. Il sole risorge -fra il vento e la pioggia; il sole ritorna ad emergere -luminoso. Dal cielo nuvoloso, tonante, lampeggiante, -vien fuori nuovamente il sole in tutto il suo splendore. -La leggenda evangelica ci mostra lo Spirito Santo -in forma di colomba con le lingue di fuoco. Ho detto -che, talora, nel concepimento vedico i fulmini si svolgevano -dalla ruota dell'astro solare chiuso nella nuvola. -Poichè, quando il sole è potente, ossia nella stagione -calda, il cielo tona, si suppose una natura sola ai raggi -solari, ai lampi ed ai fulmini. Siano raggi solari, sian -fulmini, quelle lingue di fuoco, con le quali lo Spirito -Santo si rivela, appaiono soltanto nella stagione calda e -luminosa, diurna, primaverile od estiva. Quindi tutte le -forme di fuochi sacri conservate nell'uso popolare rappresentano -il fuoco celeste del tempo luminoso nel -giorno o nell'anno. Quando si arde la vecchia strega -nelle novelline popolari, quella vecchia ora è la notte -che si consuma nel fuoco mattutino dell'aurora, ora è -la stagione tenebrosa dell'anno che finisce; quando si -brucia a Natale, all'Epifania, al fin di Quaresima, la -brutta vecchia, è segno che il sole ritorna pure a trionfare -nel cielo; e i tonanti fuochi d'artifizio che sull'ora -di mezzogiorno nel Sabato santo, fra il Battistero e il -Duomo di Firenze, la colombina di Casa Pazzi viene tuttora -<span class="pagenum" id="Page_147">[147]</span> -ad accendere alla presenza de' contadini, che si -radunano a pigliarne gli augurii per sapere se essi -avranno buona raccolta, mostrandoci, in forma d'uccello -chiaro, lo Spirito od alito santo, sacro vento, congiunto -col fuoco e coi tuoni, ci rappresentano ancora la risurrezione -del sole primaverile fra venti e scoppi di tuono, -i quali abbiamo già detto essere considerati come nunzii, -messaggieri del bel tempo. Così i fuochi che s'accendono -ancora in più luoghi d'Italia nella vigilia del giorno di -San Giovanni, ossia precisamente ne' giorni di solstizio -di estate, serbano immagine del trionfo massimo del -sole, arrivato, per mezzo dell'Ascensione, ed a traverso -le lingue di fuoco della Pentecoste, al suo apogeo. -</p> - -<p> -Noi troviamo dunque lo Spirito Santo congiunto col -fuoco. Ma come il fuoco ha virtù generativa, così il -vento. In sanscrito, le parole <i>vento</i> e <i>fuoco</i>, cioè <i>anila</i> -ed <i>anala</i>, hanno una sola ed identica radice, cioè <i>an</i> -che vale <i>soffiare, spirare</i>; il caldo, il fuoco, la sacra -fiamma è vita; il soffio, lo spiro è ancora la vita: perciò, -come abbiamo, nel citato inno vedico, il Dio <i>Vâta</i> o -<i>Vento, primo nato</i> e <i>compagno delle acque</i> al pari del -fuoco, ed anzi <i>anima (âtman)</i> degli <i>Dei</i> (spiritus Dei) -e <i>germe (garbha)</i> fecondatore del mondo; così ancora -troviamo una strettissima relazione fra la voce greca -<i>anemos</i> (vento) e la voce latina <i>anima</i>; così ancora -nelle antiche iscrizioni cristiane la parola <i>spiritus sanctus</i> -è adoperata come semplice equivalente di <i>anima</i>: -di un certo <i>Leopardus</i> si dice che <i>reddidit Deo spiritum -sanctum</i>. La parte più mobile di noi che s'agita e -ci scalda, apparve anche prima che si manifestasse lo -Spirito Santo cristiano, come un Dio chiuso in noi: -</p> - -<div class="poem"> -<p> -<i>Est Deus in nobis; agitante, calescimus, illo.</i> -</p> -</div> - -<p> -Ma proseguiamo la nostra analisi del Dio <i>Vento</i> vedico. -<span class="pagenum" id="Page_148">[148]</span> -Esso non solo ha il potere di dare la vita, ma, -come Agni, anche quello di prolungarla. I venti <i>Marutas</i> -sono invocati a portare i rimedii ai devoti. Nell'inno -186º del X libro si canta: «Spiri il Vento a noi un -rimedio salutare, al nostro cuore piacevole; le nostre -vite protragga. E tu, o Vento, sei nostro padre, nostro -fratello, amico nostro; adoprati per la nostra vita. -Poichè, o Vento, là nella tua casa si trova l'ambrosia, -danne perciò a noi perchè viviamo.» -</p> - -<p> -<i>Vâyu</i>, altro appellativo indiano del vento, ha caratteri -analoghi a quelli di <i>Vâta</i>; ma in <i>Vâyu</i> si specifica anco -meglio la sua qualità di <i>vento della tempesta</i>, perciò -strettamente congiunto col tonante Dio Indra. <i>Vâyu</i>, che -un inno cosmogonico dice uscito dall'alito del Purusha, -appare, nell'inno 26º dell'VIII libro del <i>Rigveda</i>, genero -di <i>Tvashtar</i>, il Dio artigiano vedico, fabbro e falegname -celeste; in altri inni il genero di <i>Tvashtar</i> appare, come -vedremo, col nome di <i>Vivasvant</i>. Non è forse intanto -senza importanza, per i riscontri comparativi, il ritenere -come negli Inni vedici il divino Vâyu o vento, o alito -fecondatore, è ricevuto in casa del fabbro o falegname -<i>Tvashtar</i> come sposo della sua vergine figlia <i>Saranyû</i>, -dalle quali nozze nasce poi <i>Yama</i>, il sapientissimo degli -Dei, che muore primo per mostrare agli uomini la via -dell'immortalità e della beatitudine; un inno del <i>Rigveda</i> -ci fa sapere che Yama nacque da un <i>gandharva</i> -(i <i>gandharvâs</i> o <i>andanti nei profumi</i>, sono anch'essi -una figura dei venti, che scuotono i profumi dai fiori e -li diffondono per l'aria) e da un'<i>apsarâ</i> o ninfa; le -ninfe sono le amiche del vento, ed una delle loro virtù -è quella di rimaner sempre belle, sempre giovani, sempre -pure. -</p> - -<p> -Il Dio <i>Vâyu</i> è pure celebrato nel cielo tempestoso, -come bello, sapiente, dai molti occhi, mostrantesi sopra -<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span> -un carro luminoso, tirato insieme col fulminante Indra -da molti cavalli rossi, gran bevitore di ambrosia come -il suo compagno, e scortato dai proprii figli, i <i>Marutas</i>, -che dobbiamo ora studiare. Qui evidentemente si tratta -del solo vento nella tempesta; sotto il quale aspetto generalmente -fu il vento celebrato negli Inni vedici. Ma, -quanto al Vâyu genero di Tvashtar, sposo di Saranyû, -padre di Yama, equivalente di Vivasvant, non potremmo -interpretarlo come il vento tempestoso. È ancora sempre -il vento, ma parrebbe il venticello mattutino e vespertino, -congiunto con l'aurora mattutina e vespertina, un vento -erotico per eccellenza, uno zeffiro; ond'è che ora Vivasvant -il sole mattutino, e Saranyû la ninfa aurora, appaiono -insieme a generar Yama, il sole vespertino, il sole -moribondo, il Dio che muore per noi; ora a generare i -due <i>Açvinau</i> che rappresentano le due luci crepuscolari. -<i>Vâyu</i> ha per radice <i>vâ</i>; ma la radice <i>vâ</i> si confonde -con la radice <i>van</i> (e con <i>ven</i>), che vale specialmente -<i>amare, desiderare, appetire, raggiungere</i> (e ritorna in -<i>Venus, venustus</i>). Il vento penetra dappertutto; l'amore -ha la stessa potenza invaditrice: del resto, a dimostrare -la parentela delle radici <i>vâ</i> e <i>van</i> basta l'analogia del -nostro vento presso l'indiano <i>vâta</i>; presso <i>Vâyu</i>, «vento,» -il linguaggio vedico ci dà l'aggettivo <i>vâyu</i>, «appetente» -(che ci permette di supporre presso la forma <i>vâyu</i> -quella di <i>vanyu</i>). L'equivoco del linguaggio potè pure -aiutare lo svolgimento del mito del vento erotico; come -l'equivoco tra le voci <i>vayas, vâyasas</i>, «uccelli,» <i>vâyavas</i>, -«venti,» potè rendere più frequente la rappresentazione -dei venti sotto la figura di uccelli. -</p> - -<p> -Ma la più frequente rappresentazione vedica del -<i>Vento</i> è nel suo numero plurale. <i>Vâyu</i> divenne come -Eolo il vento per eccellenza, il padre, il re, il Dio dei -venti; i venti, che stanno sotto il potere di esso, pigliano -<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span> -il nome speciale di <i>Marutas</i>. Agni Marut è un vento. -Nella voce <i>marut</i> si vide una variante della voce <i>garut</i> -che vale <i>ala</i>; il nostro linguaggio poetico ricorda pure -frequentemente le <i>ali dei venti</i>. Come Vâyu è l'<i>atman</i> -od <i>anima degli Dei</i>, ossia <i>l'anima divina</i>, lo <i>Spirito -Santo</i>, come abbiamo veduto l'anima del cristiano, che -uscendo dal corpo sale a Dio, chiamarsi <i>Spiritus Sanctus</i>; -così, secondo il professore Benfey, i <i>Marutas</i> o -<i>venti</i>, o figli del vento, rappresentano le anime dei -morti. Se ricordiamo che Yama si rappresenta pure come -figlio di Vâyu, non troveremo in questa interpretazione -nulla d'impossibile: tuttavia giova osservare -come non è questo il carattere proprio dei <i>Marutas</i>, i -quali appaiono invece piuttosto come i rapidi, forti, sonanti -e brillanti, come <i>i Maschi del cielo</i> (<i>divo maryâs</i>) -e come <i>maschio</i> valse <i>virile</i>, così il vero <i>forte</i>, il vero -<i>eroe</i>, il <i>vîra</i> per eccellenza nell'Olimpo vedico è il <i>Marut</i>; -come nel <i>Râmâyana</i> le grandi prodezze che fanno -a <i>Râma</i> vincere le battaglie sono compiute da <i>Hanumant</i>, -figlio del vento <i>Marut</i>; come nel <i>Mahâbhârata</i>, -dei cinque fratelli Pânduidi il più poderoso che combatte -per gli altri, che sopporta tutte le fatiche, è Bhîma, -figlio di <i>Vâyu</i>, il Dio del vento e di Kuntî; come l'uccello -<i>Garudas</i> è quello che rende invincibile il Dio -Vishnu. Gli Inni vedici rappresentano diversamente il numero -dei <i>Marutas</i>; per lo più essi appaiono come <i>tre -volte sette</i>, ossia come <i>ventuno</i>; ma talora anche sette, -e forse ne' loro tre nomi di <i>Vâyu</i>, di <i>Rudra</i> e di <i>Marut</i> -si manifestarono pure come una sacra trinità, essendo -i numeri <i>tre</i> e <i>sette</i> considerati sacri. Ma talora furono -rappresentati tanti <i>Marutas</i> o venti, quanti sono i giorni -del mese lunare, ossia <i>ventisette</i>, o tanti quanti sono i -giorni della metà dell'anno, in cui dominano specialmente -i venti, ossia <i>tre volte sessanta</i>, cioè <i>cento ottanta</i>. -<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span> -I <i>Marutas</i> son chiamati <i>gomâtarâs</i>, ossia <i>aventi -per madre una</i> go, ossia <i>la nuvola mobile</i>, e la nuvola -o la tenebra rappresentata come variegata (<i>priçnî</i>) vacca -lattifera. Perciò il <i>Yag'urveda nero</i> dice che i <i>Marutas</i> -sono nati dal latte di <i>Priçni</i>, ossia dalla variegata, ch'essi -considerano come loro madre. Ma, perchè abbiamo già -veduto il cielo nuvoloso e il tenebroso celebrato quale -oceano, così come i <i>Marutas</i> sono appellati <i>gomatâras</i> -o <i>figli della vacca</i>, così ancora si chiamano <i>sindhumâtarâs</i> -o <i>figli dell'oceano</i>. Un altro loro nome vedico è -quello di <i>divas putrâsas</i>, ossia <i>figli del cielo</i>; il cielo -comprende qui evidentemente insieme la <i>go</i> ed il <i>sindhu</i>, -ossia comprende le due forme mitiche, sotto le quali -esso si manifesta nella tenebra notturna e nella nuvola -tempestosa. Il nome di <i>divas putra</i> è pure dato a Parg'anya, -il temporale e il Dio del temporale, nella quale -caratteristica <i>Parg'anya</i> ed i <i>Marutas</i> si trovano pertanto -invocati insieme, perchè diano la pioggia; così troviamo -congiunti insieme come duali ora <i>Parg'anya</i> e -<i>Vâta</i>, ora <i>Vâta</i> e <i>Parg'anya</i>, in quel modo stesso con -cui vanno ancora insieme Messer Vento e Madonna -Pioggia. E poichè il Dio tonante e fulminante nel temporale -piglia nome d'<i>Indra</i>, i <i>Marutas</i> sono chiamati -<i>Indravantas</i>, ossia <i>accompagnati da Indra</i>, ed <i>Indra</i> -stesso è denominato <i>Marutvan</i>, ossia <i>accompagnato dai -Marutas</i>. In questa relazione col cielo nuvoloso, burrascoso, -lampeggiante, tonante, pluvio, i <i>Marutas</i> sono -celebrati come fiammeggianti, rosseggianti, aurei, splendidamente -vestiti con vesti d'oro, aventi nelle mani -lancie fulminee, anelli ai piedi, luminosi pendagli sul -petto, e ciuffi d'oro sul capo. La natura di guerrieri, -nel cielo tonante, è evidente, quando li udiamo chiamare -<i>vagrahastâs</i>, ossia <i>aventi nelle mani i fulmini</i>; ma la -loro propria natura è sempre quella di <i>venti</i> anche -<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span> -quando si congiungano, come lo Spirito Santo, con le -lingue di fuoco; onde li vediamo nell'inno 78º del X -libro del <i>Rigveda, risplendere quali vatâsas o venti -furiosi impetuosi, come le lingue dei fuochi (agnînâm -na g'ihvah virokinas)</i>. Nell'<i>Atharvaveda</i> (IV, 27) i -<i>Marutas portano nel cielo le acque dal mare, e dal -cielo le versano sopra la terra</i>; nel 38º inno del I -libro del <i>Rigveda</i> essi <i>oscurano il cielo per mezzo della -burrasca acquosa</i>, e ne inondano la terra; ed <i>aprono</i> -quindi nuovamente <i>al sole</i> chiuso nella nuvola la sua -via celeste. Il vento aduna le nuvole; il vento, insieme -coi fulmini, le risolve in pioggia e le dissipa. Tuttociò -è un fenomeno naturale, che la poesia potè cantare -senza aver bisogno d'immagini mitiche. Ma il mito, -anzi il massimo de' miti, si creò per l'appunto nel cielo -tonante; e il vento, che muove le nuvole e scatena la -tempesta, divenne uno de' principali collaboratori del -mito. Il cielo mattutino e vespertino diede occasione a -molti idillii e a molti drammi celesti; la grande epopea -divina è nata nel cielo tonante, e specialmente nel cielo -tonante di primavera. Indra, Zeus, Jupiter, Perkun, -Odino trionfano fulminando e tonando. E, poichè i fenomeni -della primavera presentano molta analogia con -quelli dell'aurora mattutina, de' molti miti che si riferiscono -all'aurora, una parte si riscontrò pure ne' fenomeni -del cielo tempestoso. Dall'aurora, come dalla nuvola, -vien fuori il sole; il sole caccia, disperde, uccide -il mostro tenebroso notturno; il sole fulminante atterra -il mostro che copriva il cielo, che tratteneva le acque, -la pioggia, il nemico <i>Vritra</i> copritore, trattenitore. La somiglianza -de' fenomeni che si riferiscono al sole uscente -dalla notte con quelli che si riferiscono al sole uscente -dalla nuvola, fece sì che una parte de' miti del cielo nuvoloso -si trasferisse nel cielo notturno; e Indra si trovi -<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span> -dominante in entrambi i cieli; ma, mentre nella sua -lotta contro i mostri tenebrosi della notte Indra ha per -suoi principali compagni gli <i>Açvinâu</i>, nella sua lotta -contro il mostro tenebroso della nuvola, i principali -compagni d'Indra appaiono i <i>Marutas</i>. -</p> - -<p> -L'alato Eros rappresenta ancora una forma del venticello -mattutino, che si unisce con la vergine aurora -per generare il sole. L'Eros è chiamato nell'India col -nome di <i>Kâma</i>, ossia <i>l'Amore, il Dio d'amore</i>. Il -vento dicemmo negli Inni vedici farsi nascere ora dall'oceano, -ora dal latte della vacca celeste; il venticello -mattutino spira con l'alba, l'aurora viene fuori dall'alba, -come Aphrodite vien fuori dalla spuma del mare. -</p> - -<p> -Una delle qualità del vento, celebrate dal <i>Rigveda</i>, -è quella di andar come vuole: <i>questo Dio va come vuole -(yathâvaçam c'arati devah eshah)</i>. Ho già avvicinato l'aggettivo -<i>vâyu</i>, «desiderante,» con l'appellativo <i>vâyu</i>, -«vento,» accostando le radici <i>vâ</i> e <i>van</i> (<i>amare</i>, onde -<i>Venus</i>); questo <i>Vâyu</i> appetente, questo <i>Vâyu</i> desiderante -riesce quindi un perfetto equivalente di <i>Kâma, l'amante, -l'amore, e il Dio d'amore</i>. Come pertanto nell'inno -cosmogonico vedico (<i>Rigv.</i>, X, 90) abbiamo il <i>Vento</i> -qual primo nato dall'alito del <i>maschio</i> universale (vedemmo -pure i <i>Marutas</i> denominati <i>maryâs</i>, ossia <i>maschi</i>), -così nell'inno cosmogonico 129º del X libro -del <i>Rigveda</i> ci si rappresenta come prima creazione -<i>Kâma</i>, ossia <i>il Desiderio, l'Appetito, l'Amore</i>. «Kâma -nacque primo, che fu il primo seme generatore dell'anima.» -Così l'Eros di Esiodo fu il primo nato dal caos. -<i>Anima degli Dei, germe del mondo</i>, vedemmo chiamarsi -vedicamente <i>il vento</i>; la natura dello Spirito -Santo e quella d'amore sono identiche. Il vento mattutino -congiunto con la vergine aurora fa uscire il sole; così -la colombina di Casa Pazzi annunzia in primavera il sole -<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span> -risorto; così Tertulliano dice della colomba (che vedemmo -già essere sacra nell'antichità ellenica alla Venere -Aphrodite, una forma ad un tempo dell'aurora e della -primavera, l'aurora dell'anno) ch'essa era: <i>in summa -Christum demonstrare solita</i>, come figura dello Spirito -Santo, l'Eros cristiano. Il mito ellenico d'Amore e Psiche -è la forma più poetica che abbia assunta la rappresentazione -degli amori del venticello con la vergine. L'amore -al pari del vento si rappresenta alato; il pensiero e l'affetto -volano; perciò l'inno 85º del I libro del <i>Rigveda</i> -ci rappresenta i corsieri dei <i>Marutas</i> o <i>venti rapidi come -il pensiero (manog'uvas)</i>. Il vedico <i>Kâma</i> ci si rappresenta -come figlio della <i>Çraddhâ</i>, che poi divenne la -fede; così nel nostro dogma, prima appare la Fede, poi -la Speranza, terza la Carità. Dalla fede provengono la -speranza e la carità infiammate. In un lungo inno dell'<i>Atharvaveda</i>, -riferito dal Muir,<a class="tag" id="tag34" href="#note34">[34]</a> troviamo il Dio <i>Kâma</i>, -ossia <i>l'Amore</i>, come terza persona di una trinità, nella -quale appare primo <i>Indra</i> e secondo <i>Agni</i>: tutti tre salgono -sopra lo stesso carro, e cacciano lontano le tenebre -maligne. <i>Kâma</i> piglia in quest'inno aspetto di un -Dio guerriero, e si unisce al battagliero Indra contro i -demoni notturni, come i venti <i>Marutas</i> si uniscono specialmente -col battagliero Indra contro i mostri della nuvola. -Nel quale carattere <i>Kâma</i> tiene della natura di -Ares e <i>Marte</i> (Mamers) Gradivo fratello ed amante di -Venere, che corrisponde pure all'indiano vento <i>Marut</i>, -guerriero per eccellenza; Marte come i Marutas è un -guerriero per passione, ama la guerra per la guerra, è -violento, impetuoso, e con tutto ciò, come il vento, tenero -per le donne. Il Dio della guerra della tradizione -brâhmanica <i>Kârttikeya</i> è figlio di Agni, il Dio del fuoco, -<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span> -uno degli appellativi del quale è pure <i>Kâma</i>; l'<i>Eros</i> -ellenico si raffigura come figlio di Marte, <i>Ares</i>. -</p> - -<p> -Nel citato inno dell'<i>Atharvaveda</i> si nomina primo -<i>Indra</i>, il <i>divas pati</i>, il <i>Zeus</i> ellenico; secondo Agni, terzo -Kâma. Agni e Kâma sono vicini tra loro come il Figliolo -e lo Spirito Santo; ad Agni, figlio delle acque, s'accosta, -nella sua forma di spirito alato, l'Amore, che -combatte e dissipa la tenebra. Nelle prime rappresentazioni -della Trinità cristiana occorre il Padre che esce -da una nuvola (Indra, Zeus), il Figlio che sta nell'acqua -(Cristo), lo Spirito Santo che gli aleggia sopra. <i>Indra</i>, -<i>Agni, Kâma</i>, del citato inno dell'<i>Atharvaveda</i>, ci rappresentano -una trinità analoga. Ma più spesso gli Inni -vedici raffigurano uniti insieme <i>Indra</i> e <i>Vâyu, Indra</i> e -i <i>Marutas; Kâma</i> essendo un equivalente del vento, -<i>Kâma</i> battagliero trovasi pure intento con Indra a cacciare -i malvagi nemici; l'ellenico <i>Ares</i>, figlio di <i>Zeus</i> e -fratello di Venere, è ancora una forma di questo vedico -<i>Kâma</i>, che ha insieme le qualità di un guerriero e -quelle di un amante. E come Dio d'Amore si rappresenta -non solo alato, ma belligero; non solo in forma -di rapida amorosa colomba, ma veloce, impetuoso uccello, -<i>Garuda</i> o <i>Garutmant, Garutvant</i>; ed il <i>Marut</i> e il -Marte rappresentano, ad un tempo, la forma dell'amore -violento ed il guerriero; il guerriero è un amante e -l'amante un guerriero. La parola indiana che esprime -l'odio è <i>dvish</i>; or bene <i>dvish</i> non è altro che un <i>desiderio -violento</i>; la radice <i>ish</i> ha due significati analoghi: -l'uno è quello di <i>arrivare, penetrare, spingere</i>; l'altro -è quello di <i>desiderare, volere</i>. Il desiderio è il moto -verso una cosa amata; assalendo con violenza l'oggetto, -ossia quando <i>l'appetito</i> diviene <i>impeto</i>, <i>l'appetente -impetuoso</i>, l'amatore riesce un guerriero. Per questa -stessa associazione d'idee, le parole greche <i>Ares, Eros, -<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span> -Eris</i>, poterono avere una radice comune ar analoga di -<i>Var</i>.<a class="tag" id="tag35" href="#note35">[35]</a> <i>Vara</i> è in lingua indiana, come <i>Kâma, il Desiderio</i>, -e quindi <i>lo sposo desiderato, l'amore della sposa, -l'oggetto de' suoi amori, il bello, il prediletto</i>, dalla -radice <i>var</i>, «desiderare, volere, amare» (cfr. <i>Varya</i> che -si dà pure come un appellativo del Dio d'amore), e, -certamente, nel suo senso primitivo <i>spingersi verso, -penetrare</i>, per la stretta analogia che passa tra le radici -<i>ar</i> e <i>var</i>, cui è da aggiungersi ancora <i>tvar</i>, che vale -<i>affrettarsi, andare in fretta verso</i>, identica a quella che -abbiamo notata fra <i>ish</i>, «penetrare» ed <i>ish</i>, «desiderare.» -Io avevo ritenuto fin qui che la parola indiana <i>dvish</i>, -che esprime l'odio, valesse propriamente <i>il desiderio in -due</i>, e che nella parola <i>duellum</i>, da cui nacque <i>bellum</i>, -fosse contenuta la stessa idea di un <i>velle in due</i>. Ma, -per quanto una simile etimologia possa illudere, uno -studio meglio approfondito mi obbliga a rifiutare questa -illusione etimologica, ed a considerare il latino <i>duellum</i> -come parola corrispondente della radice <i>tvar</i>, «andar con -impeto,» da raffrontarsi con <i>var</i> e <i>ar</i> (per la mediazione di -<i>dvar</i>), ed il sanscrito <i>dvish</i>, «odio,» come un equivalente -originario di <i>tvish</i>, che vale nel linguaggio vedico, <i>impeto, -furia</i>. La guerra è una furia, una Erinni; <i>Tvaritâ</i> è un -appellativo della furia indiana <i>Durgâ</i>. <i>Eris</i> e la <i>Erinni</i> -sono <i>le impetuose, le furenti; Ares</i> è <i>l'impetuoso, il -furioso; Arai</i> chiama Eschilo le Erinni; e non è per -noi quindi nessuna meraviglia che il vedico guerriero -<i>Vâyu</i> il vento abbia sposato la rapida, ossia violenta -<i>Saranyû</i>, in cui Max Müller riconosce l'aurora, ed il -Kuhn il fulmine, l'uno l'Elena, l'altro la Erinni, e tutti -e due i dotti con molta ragione. Il loro torto, se torto -<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span> -vi ha da essere, incomincia solamente, per quanto mi -pare, nell'isolare come essi fanno le loro ragioni reciproche -invece di porle d'accordo. <i>Saranyû</i> vale <i>la -rapida</i>; le radici <i>ar, sar</i> ebbero significato comune; -il vedico <i>ara</i> vale <i>veloce</i>, e <i>sarat</i> ha lo stesso senso; -<i>Saranyû</i> valse forse <i>la corrente velocemente</i> o <i>la corrente -dietro il veloce</i>, e s'interpetrò forse per <i>la corrente -via dal veloce</i>; la leggenda vedica rappresenta -<i>Saranyû</i> che fugge via, in forma di cavalla, per non essere -raggiunta dallo sposo che le fu destinato dal padre, -e che piglia nome ora di <i>Vâyu</i> ora di <i>Vivasvant</i>, ma -con cui finisce pure con l'unirsi per generare ora Yama, -ora i due Açvinâu. Certamente vi sono tra la leggenda vedica -di Saranyû e la ellenica di Elena molti più caratteri -affini che non si trovino tra essa ed il mito delle Erinni. -Ma è un solo punto che divide un mito dall'altro. Quello -che qui importa notare è che come nel linguaggio vedico, -presso <i>ara, penetrante, veloce</i>, troviamo <i>ari il violento</i> -e quindi <i>il nemico</i>, così presso l'<i>Eros</i> ellenico -troviamo l'<i>Eris</i>, le <i>Erinni</i> od <i>Arai</i> ed <i>Ares</i>; così nel -sanscrito, presso <i>ish il desiderio</i>, troviamo <i>ishira il -fuoco, ishu la saetta</i>; presso <i>ishma</i> equivalente di -<i>Kâma desiderio</i>, troviamo <i>Ishma</i> equivalente di <i>Kama</i> -o <i>Kandarpa</i> il Dio d'amore, <i>ishvâsa arco</i> ed <i>arciere</i>. -Il Dio amante, il Dio penetrante si trasforma così in -Dio saettatore; il veloce, l'ardente, l'alato si fa guerriero. -Un inno dell'<i>Atharvaveda</i> (III, 25) ci rappresenta -già il <i>Dio Kâma che con un dardo aguzzo e formidabile -ferisce il cuore</i>.<a class="tag" id="tag36" href="#note36">[36]</a> Kâma raccoglie dunque in -sè le qualità erotiche ed eroiche dell'Eros che distinguono -il Dio Ares e Marte greco-romano, e che si trovano -già riunite nei vedici <i>Marutas</i> e nel figlio di Marut -Hanumant, il prediletto di Sita presso il <i>Râmâyana</i>, -<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span> -premiato con amore riconoscente qual suo liberatore; nel -figlio del vento <i>Bhîma</i>, nel quale, presso il <i>Mahâbhârata</i>, -confida specialmente la sposa dei fratelli Pânduidi -<i>Drâupadi</i>, e cui si elegge come proprio sposo la sorella -del mostro Hidimba. Nella figura di <i>Kâma</i> e di -<i>Eros</i> prevale l'amatore; nella figura dei <i>Marutas</i> e di -<i>Ares</i> e <i>Marte</i>, il guerriero; Kâma è piuttosto idillico, i -Marutas sono specialmente eroici; ma i loro caratteri -tuttavia s'incontrano talora, a motivo della loro prima -materia mitica comune, ch'è il vento: abbiamo già -detto che nella mitologia ellenica <i>Eros</i> appare figlio di -<i>Ares</i>, ossia <i>Amore di Marte</i>. In Roma le feste di Marte -si celebravano nel mese di marzo, ossia nel noto mese -dei venti; e i giuochi, coi quali si celebravano, chiamavansi -<i>equiria</i>, dalle corse de' cavalli. Così sono spesso -celebrati negli Inni vedici i cavalli dei <i>venti</i>, dei guerrieri -<i>Marutas</i>, rossi, aurei, macchiettati (scambiatisi talora -con macchiettate antilopi). I Marutas combattono -con le lancie, come il Marte latino si manifesta congiunto -con <i>Quirinus</i>, il Dio armato di lancia. Nel <i>Rigveda</i> -la loro forza, il loro valore, la loro onnipotenza -si celebra dai poeti in modo che il loro sommo duce, il -Dio Indra, ne piglia dispetto e gelosia. Di questa gelosia -tra Indra ed i Marutas troviamo parecchi indizii negli -Inni vedici; Indra si sdegna delle lodi e delle oblazioni -che i devoti offrono ai Marutas, porta via ad essi i tori -ch'erano loro stati offerti, e minaccia di annientarli; allora -il devoto pone, per timore d'Indra, da parte le oblazioni -destinate ai soli Marutas; il saggio Agastya interviene -a pacificare gli Dei fra loro, e si risolve di non -offrir più tori ai Marutas, senza offrirne pure nel tempo -stesso ad Indra. Queste nozioni leggendarie, che si formano -sopra il mito, provano solamente la stretta relazione -che hanno i Marutas col cielo tonante e fulminante; -<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span> -quando i Marutas ed Indra si separano e sono -in discordia, ossia quando i venti appaiono isolati, senza -i fulmini ed i tuoni, fuori del cielo tempestoso, pèrdono -della loro grandezza eroica; il vento diviene un personaggio -epico nel solo cielo tenebroso e tempestoso, ma -in quest'ultimo specialmente; perciò si spiega la stretta -relazione di Indra tonante e pluvio coi Marutas, di Zeus -con Ares e con Marte, di Odino con Thor e con Thunar. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span> -</p> - -<h2 id="lett9">LETTURA NONA. -<span class="smaller">TVASHTAR IL FABBRO DEGLI DEI.</span></h2> -</div> - -<p> -Noi siamo presso che giunti a mezza via, e non -abbiamo fin qui incontrato ancora alcun Dio, il cui appellativo -non sia al tempo stesso un nome comune. Noi -discorremmo, nel vero, del Cielo, dell'Aurora, del Sole, -della Luna, del Fuoco, dell'Acqua, del Vento, ed abbiamo -potuto persuaderci come non solo gli Dei che descrivemmo -siano congiunti con que' fenomeni e con quegli -elementi della natura celeste, ma come, senza di essi, -non sarebbero nati e non avrebbero potuto sussistere -in alcun modo. Chè, se non ci accadde nè pure fin qui -di trovarci di fronte alcun Dio, con persona viva bene -spiccata e distinta (se bene in ciascuno di essi ci sia -stato possibile il riconoscere alcuni caratteri specifici), -di questo, se così posso chiamarlo, difetto nella personale -evidenza del mito, la ragione è la stessa origine -fisica del mito, della quale gli antichi creatori di miti -dovean serbare viva la coscienza. Il fenomeno fisico è -talora cantato negli Inni vedici come tale, talora rappresentato -con una immagine animata od animale. Questa -immagine può scomparire per ritornare; ma ritorna -sempre in fenomeni somiglianti: essa serba cioè sempre -alcuna traccia della sua prima origine, non solo celeste, -<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span> -ma congiunta con un ordine speciale di fenomeni e di -relazioni celesti. Così dicemmo, che, per la loro conforme -capacità d'allargarsi, la <i>Prithivî</i> celeste è ora la -nuvola, ora la tenebra, ora l'aurora; per la loro comune -mobilità, l'aurora come la nuvola piglia il nome -di <i>go</i>, e, con questo appellativo, poichè <i>go</i> è chiamata -la <i>vacca</i>, si immaginò la vacca aurora, la vacca nuvola. -Il mito primitivo ha sempre dunque le sue radici in -un terreno fisico che gli è proprio, ossia si produce in -un ordine di fenomeni fisici celesti, che si può presentare -con parecchie varietà, ma in ciascuna delle quali si -conservano alcuni di que' caratteri particolarmente geniali -ad una particolare famiglia mitica. De' miti che -nascono, gli uni cadono senza vegetare sopra lo stesso -terreno che li produce; gli altri germogliano in modo -che si vede solamente la pianta, e non si può più, se -non per una diligente investigazione, ritrovarne le radici -fondamentali. De' nomi, alcuni hanno una scarsa -virtù etimologica, altri recano invece una viva potenza -scultoria; quelli che esprimono troppo poco, e quelli -che scolpiscono molto vivamente, sono efficaci operatori -di miti: l'<i>açu</i>, che diviene <i>açva</i>, ossia ancora il rapido, -poichè <i>açva</i> è pure il cavallo, genera il <i>Dio cavallo</i>; -l'<i>urvâçi</i> vale propriamente <i>la vasta penetrante</i>, <i>la -vasta avanzantesi</i>, e potremmo aggiungere <i>la vasta -rapida</i>; nella leggenda di <i>Urvâçî</i> abbiamo veduto che -essa è l'aurora celebrata come la prima ad arrivare, non -solo, ma ch'essa fugge da Purûravas, il quale la insegue. -Io non ho bisogno d'avvertire la stretta parentela -mitica fra questa <i>Urvâçî</i>, che passa fuggente dal proprio -sposo e <i>Saranyû</i>, figlia di <i>Tvashtar</i>, la quale in forma -di <i>açvâ</i>, ossia di <i>rapida</i>, fugge dallo sposo Vivasvant -destinatole dal padre. Ma <i>açvâ</i>, oltre la <i>rapida</i>, significò -pure <i>la cavalla</i>; quindi da un equivoco nato sopra -<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span> -una parola di potente significato etimologico, il mito -mostruoso della Dea aurora rappresentata come <i>açvâ</i> o -<i>cavalla</i>, e del sole che si fa <i>açva</i> rapido, ossia cavallo -per inseguirla, e per congiungersi con lei. Presso queste -parole di una singolare potenza etimologica, ve ne sono -altre che non ne hanno quasi più alcuna; tale, per esempio, -<i>Brahman</i>, che servì poi a denominare il Dio supremo -dell'Olimpo brâhmanico. Non rappresentando -questo nome, in modo espressivo, nulla di specifico, -potè adoperarsi, per qualche ideale concepimento, a -significare il nume universale, quando, popolatosi il -cielo di numi, si sentì il bisogno di dar loro un reggitore, -quando, scemato nell'uomo il sentimento della -propria energia, si sentì il bisogno di adorare e d'invocare, -con un sol nome, tutte le forze della natura -sovrastanti all'uomo. Ma, tra un periodo e l'altro di -creazione mitica, quello con cui i miti principiano e -quello con cui essi finiscono, vi è un periodo intermedio, -nel quale i miti si svolgono, ne' quali si vede distinta -una persona divina, e non si scorge quasi più il -fenomeno fisico che la muove. A studiar questo periodo -siamo ora pervenuti nella nostra peregrinazione a traverso -l'Olimpo vedico. Noi arriviamo ad un momento, -nel quale il Dio incomincia ad essere qualche cosa, -qualche persona vivente per sè; esso si estrinseca artisticamente -col suo appellativo dalla immediata realtà -fisica, per divenire specialmente un carattere drammatico. -Vedemmo già staccarsi l'eroina dall'aurora, l'eroe -dal vento, dal fuoco, dal sole, dai fenomeni del cielo tenebroso -e tempestoso; ma il loro carattere eroico o ci -apparve mobile ed incostante, o si confuse intieramente -col carattere del fenomeno fisico. I Marutas ci conservarono -più fedelmente il loro tipo eroico, e però li studiammo -sul punto di passare a considerar di proposito -<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span> -il mondo eroico vedico; ma dicemmo pure che, come -il loro nome, così le loro opere lasciano trasparire la -loro propria natura di Venti. Ora passiamo invece a -studiar numi, gli appellativi de' quali non ci rivelano -punto il loro speciale carattere fisico celeste. — <i>Tvashtar</i> -dice <i>il fabbro; Indra,</i> come vedremo, <i>l'intermedio; -Açvin, il cavaliero; Yama, l'infrenatore</i>: evidentemente -questi quattro appellativi non lasciano a noi trasparire -alcun fenomeno fisico immediato; e pure, fra -tutti gli Dei vedici, essi son quelli che hanno carattere -più spiccato e costante; anzi, se si aggiunga a questi quattro -numi l'<i>Aurora</i> ed i <i>Marutas</i>, si può dire d'avere -in essi rappresentato tutto ciò che l'Olimpo vedico può -offrirci d'essenziale. -</p> - -<p> -Il nome del nume non basta dunque più a tradirci -la sua natura fisica. Ma ciò non toglie tuttavia che questa -non possa venir rintracciata, e che non ci sia concesso -di determinare in modo probabile l'ora ed il campo celeste, -nel quale il Dio si manifesta. -</p> - -<p> -A me verrebbe, anzi ogni cosa, la tentazione di -domandarvi se non vi è mai accaduto di fantasticare, in -solitudine montana o campestre, con l'occhio rivolto ad -un bel tramonto di sole; e, posta questa prima domanda, -vorrei sapere da voi se non siete stati colpiti di -viva meraviglia nell'osservare le mille foggie fantastiche -che piglia il cielo ad Occidente, ora rosso color -fuoco come una fucina ardente, ora oscurantesi come -per fumo improvviso che ingombri la vasta fucina celeste. -E perchè io suppongo la immaginazione vostra non -meno vivace della mia, vi racconterei che una sera -d'estate (le feste <i>vulcanalia</i> celebravano i Latini il -25 agosto) dai colli di Signa io considerava un tramonto -di sole straordinario. Il sole avea già ritirato i suoi raggi, -ed il cielo occidentale ardeva in una forma di meravigliosa -<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span> -architettura; pareva tutto un tempio illuminato, -con archi e colonne d'oro, con uno sfondo scuro, -dal quale vedevansi, di tratto in tratto, come avviene -nella stagione estiva, balenar lampi; a un tratto vedonsi -le ignee colonne crollare, il tempio precipitare, il fantastico -edificio svanire, ed io esclamo involontariamente: -<i>Ecco Sansone!</i> Sì, Sansone che perde la forza, -nella sera della sua vita, quando gli tagliano i capelli, -come il sole quando perde la sua chioma. E sapete voi -chi è la Dalila, la bella traditrice? L'aurora vespertina -che attira nelle sue lusinghe il sole, e lo accieca, ossia -lo toglie alla vista, e lo spoglia dell'ornamento della -sua chioma, ossia gli toglie la forza. Ma l'acciecato Sansone -si vendica, facendo crollare il tempio, ove si festeggia, -sopra il capo de' festeggianti suoi nemici, i compagni -della Dalila. Più spesso ancora m'è accaduto di -osservare nel cielo vespertino la magica fucina ardente, -ed il sole che s'era chiuso in essa, non meno che il -sole chiuso nella nuvola, mi rappresentava ora lo stregone, -ora il famoso Ciclope, il fiero monoculo, di cui -si trovò poi l'equivalente sulla terra nel cratere vulcanico, -lo spaventoso occhio ciclopico. E, dalle frequenti osservazioni -del cielo vespertino, non mi rimase più alcun dubbio -che il fabbro mitico non sia da ricercarsi in esso come nel -cielo nuvoloso lampeggiante. Ma io non sono un autore, -sì bene un espositore di miti; e voi non vi contentereste -sicuramente delle mie illusioni mitiche; ed avreste ragione -di non contentarvi, ove non si potesse pur dimostrare -come ne' miti del mostruoso vedico Tvashtar, -dello zoppo ellenico Hephaistos, dello zoppo latino Vulcano, -tre rappresentanti bene determinati del fabbro -celeste, che diviene poi il mago delle novelline, il diavolo -zoppo della leggenda popolare cristiana, tutto concordi -con quelle immagini che si rinnovano al rinnovarsi -<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span> -d'un antico fenomeno, ossia del chiudersi del sole -nella notte, passando per le fiamme del cielo vespertino, -e del chiudersi del sole nella nuvola, onde si manifesta -col guizzare dei lampi. -</p> - -<p> -Ed ora esaminiamo la natura del Dio vedico <i>Tvashtar</i>. -</p> - -<p> -Incominciamo dall'etimologia della parola. <i>Tvashtar</i> -vale vedicamente <i>il fabbro, il falegname, l'artefice,</i> -dalla radice <i>tvaksh</i>, come in sanscrito han lo stesso -significato le parole <i>takshitar, takshaka, taksha,</i> dalla -radice <i>taksh</i>. Ma il <i>fabbro</i>, il <i>falegname</i>, propriamente, -non crea dal nulla; esso <i>forma</i> soltanto, ossia <i>dà una -forma, una veste</i>: il senso primitivo della radice <i>tvaksh</i> -fu quello di <i>coprire, vestire</i> (come abbiamo presso la -radice <i>tvish</i>, la radice <i>vish</i>, così è forse lecito presso -<i>tvaksh</i>, «coprire,» ricordare <i>tvac'</i>, «pelle» e la radice -<i>vas</i>, «coprire, vestire;» il passaggio della palatale sibilante -in cerebrale innanzi alla <i>t</i> dentale iniziale di suffisso -che diviene quindi anch'essa una cerebrale, è ovvio nella -fonetica sanscrita). <i>Tvashtar</i>, prima del <i>fabbro, formatore,</i> -dovette essere <i>il copritore, il velatore</i>; ora questa -coperta, questo velo, questa veste, questa pelle celeste -può essere scura nel cielo tenebroso notturno, luminosa -nell'aurora mattutina e vespertina, varia nel cielo -nuvoloso. Perciò il sole che si chiude nella notte, il -sole avvolto dalle luminose aurore, il sole chiuso nella -nuvola, se non è egli stesso il copritore, il velatore, -dà origine ad un suo <i>alter-ego</i>, che piglia nome ed -ufficio di Tvashtar o Dio copritore, Dio formatore. Ma -un Dio che abbia il potere di rendersi a suo piacere -invisibile, di porsi sotto una cappa od un cappello invisibile, -ossia di crear tali forme che lo rendano invisibile, -di crearsi qualsiasi forma, di divenir <i>viçvarûpa</i>, -ossia <i>onniforme</i>, non può operare che per arte magica; -<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span> -e <i>l'arte magica</i> ch'egli conosce è appunto quella, per -cui Tvashtar riesce nell'Olimpo vedico <i>il più operoso -degli operai divini (Tvashtâ mâyâh ved apasâm apastamah; -Rigv.</i>, X, 53). Nel suo potere magico di -creare qualsiasi forma, Tvashtar diviene in cielo l'artefice -universale, del male come del bene; egli foggia, -per esempio, armi fatate, armi di ferro dalle -mille punte, fulmini d'oro ad Indra, ed egli stesso genera -il nemico d'Indra, il mostro dalle tre teste, dalle -sette corna, onniforme o Viçvarûpa come il padre, cui -Indra ucciderà; poich'egli, divenuto fabbro, assunse -pure anticipatamente le forme del creatore Brahman -(Brahmanaspati si dà pure come creatura di Tvashtar, -il quale gli appresta una scure di ferro). Noi diciamo -del diavolo ch'esso non è poi tanto brutto quanto lo -fanno. E nelle novelline popolari troviamo ora il buon -mago, ora il diavolo benefico che ce lo provano. Ma il -solo mito può dichiararci il senso di questa eresia. Per -un ortodosso il diavolo non può essere altrimenti che -brutto. Ma, quando ci possiamo persuadere che il diavolo -mitico non è altro, insomma, se non il Dio, ossia -il luminoso nascosto, non ci meraviglieremo di trovare -presso il mostro, che conosce tutto il male, il sapiente -che possiede tutte le malizie, e che può quindi fare il -bene non meno che il male. Voi avrete inteso sicuramente -raccontare qualche storiella popolare intorno al -fanciullo creduto scimunito che va all'inferno, apprende -dal diavolo ogni segreto, e torna alla casa paterna -ricco e sapiente. Non vi rechi meraviglia l'intendere -che gli Inni vedici ci offrono già i germi di questa storiella. -Tvashtar, il fabbro per eccellenza, dalle buone -opere (<i>svapas, sukr'it</i>), dalle ottime mani (<i>supâni</i>), il -creatore, che può creare, a suo piacere, forme d'uomini, -di donne, d'animali, ed ogni magìa, che conosce tutte -<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span> -le vie segrete, il sapientissimo, è pure il ricchissimo, -invocato perciò dal devoto per esserne arricchito. La -ricchezza e la sapienza sono pure il dono dell'ellenico -Plutone e del diavolo della tradizione popolare cristiana. -Ma il diavolo non è solo. Tvashtar ha in sua compagnia -ora gli Angirasas, specie di messaggieri, di -angeli, ora le donne <i>gnâs, g'anâyas</i>; ed anche qui dovette -accadere un equivoco del linguaggio, per la confusione -della radice <i>g'nâ</i>, «conoscere,» con la radice -<i>g'an</i>, «generare.» Delle donne si dice che ne sanno un -punto più del diavolo: quando l'eroe mitico è tradito, a -tradirlo interviene sempre una donna; quando è tradito il -mostro, è la sua sposa o figlia innamorata del giovine -eroe mitico che salva l'eroe minacciato di morte; la -sorella del mostro Hidimba, nel <i>Mahâbhârata</i>, per amore -dei giovani Panduidi, è cagione della morte del proprio -fratello; nel <i>Râmâyana</i>, se Râma consentisse ad amare -la sorella di Râvana, Râvana sarebbe perduto, senza che -fosse necessaria la guerra micidiale che lo sposo di Sìtà -imprende contro il re di Lañka. Le <i>gnâs</i> o <i>donne</i> sono -quelle, con le quali, secondo gli Inni vedici, <i>Tvashtar</i> -(una forma iniziale di diavolo vedico) esercita specialmente -il proprio potere; perciò un devoto, nell'inno -35º del VII libro del <i>Rigveda</i>, lo invoca <i>propizio -insieme con le donne (Çam nas tvashtâ gnâbhir iha -çrinotu)</i>. -</p> - -<p> -Ma il diavolo non solo ha con sè buona compagnia, -ma piglia pure allievi per istruirli; e, per lo più, avviene -che l'alunno venga a superare il maestro, che il diavolo -nuovo vinca l'antico, il che torna quanto a dire che il -Dio vinca il Demonio, dopo essere stato nella casa del -demonio; ossia lo stesso essere mitico entrando nella -tenebra si duplica e moltiplica pel duplicarsi e moltiplicarsi -di un'espressione mitica o più tosto per l'incontrarsi -<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span> -di una serie duplice di espressioni mitiche. Si -disse probabilmente da prima: Il sole è entrato nella -tenebra; il vecchio sole è entrato nella tenebra; il sole -imbecillito, il sole impoverito, ossia il povero imbecille -è entrato nel regno tenebroso; ossia il povero inesperto, -lo sciocco, o il finto sciocco, è andato all'inferno. — E -si disse ancora: Il luminoso, aureo, ricco sole fu coperto -dalla tenebra; la tenebra copre, nasconde i tesori luminosi; -ossia la ricchezza, la luce sono nascoste dal -demonio della tenebra. — Ed infine si conchiuse: Il -povero imbecille entrato nel regno della tenebra trovò -il signore del regno tenebroso o infernale, e gli sottrasse -la scienza, ossia la luce, la ricchezza, i tesori, ossia l'aurora, -l'aureo sole. In altre parole, il sole mattutino vien -fuori luminoso, ossia sapiente, aureo, ossia ricco dalla tenebra -infernale. La casa del diavolo nel mito incomincia -nel cielo vespertino (o nell'autunno) e finisce a traverso la -notte scura (o l'inverno), nel cielo mattutino (o nella primavera), -il luogo in cui accadono le nozze dei due giovani -sposi (il nuovo sole e l'aurora o la primavera) insieme -col bruciamento della vecchia strega (la notte, la -stagione invernale che avea incominciato le sue malìe -nel cielo vespertino ed autunnale, cercando di precipitare -nel pozzo la bella fanciulla, e di perdere l'eroe -solare). La casa del diavolo si riproduce poi ancora per -fenomeni fisici conformi nel cielo nuvoloso, lampeggiante, -tonante, fulminante. Il vecchio sole, che si chiude nell'aurora -vespertina (o nell'autunno) e poi si nasconde -nella notte (o nella stagione invernale), nella selva notturna, -nella caverna notturna, appare un mago, un demonio. -Ma poichè al vecchio sole della sera (o dell'autunno) -succede il giovine sole del mattino (o della -primavera), questo appare ora suo allievo, ora suo figlio -adottivo, ora suo genero, come Vivasvant, che sposa -<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span> -Saranyû figlia di Tvashtar (abbiamo pur già detto che, -invece di Vivasvant, appare talora come sposo di Saranyû -il Dio Vâyu, il vento erotico che diviene quindi -eroico, la brezza crepuscolare, lo zefiro primaverile che -si trasforma nelle imprese mitiche in un vento gagliardo, -che porta le montagne celesti, ossia le nuvole, -come Hanumant, il figlio del Vento, trasporta nell'aria -intiere montagne per fabbricare un ponte sul mare). -Noi conosciamo, nella leggenda cristiana, il fanciullo -Gesù, figlio adottivo del falegname, che nel tempo in -cui sta nascosto, in cui impara l'arte del falegname ed -altre cose mirabili, acquista, in breve, tanta sapienza -che il buon falegname Giuseppe ne rimane confuso. La -quaresima che precede la primavera è simbolo terreno -della stagione tenebrosa annua o notturna. Paragonata -la stagione invernale (e la notte) ad una selva notturna, -il taglialegna, il falegname diviene l'abitatore naturale -di quella selva; il vecchio sole nascosto nella selva notturna -e invernale (e poi anche nella nuvola tenebrosa) è -il falegname celeste. Ma, perchè da esso vien fuori il -nuovo sole, questo si suppone figlio adottivo del falegname. -Così dalla quaresima risorge il nuovo sole primaverile. -Il punto medio della notte, il punto medio -della stagione tenebrosa, della selva, del bosco mitico, -dev'essere il tempo trionfale del falegname, ossia del -taglialegna nella selva oscura; così si festeggia ancora -dai Cristiani la mezza quaresima, col simbolo di una -sega, la sega di San Giuseppe,<a class="tag" id="tag37" href="#note37">[37]</a> il cui giorno cade -<span class="pagenum" id="Page_171">[171]</span> -per lo più verso la metà di quaresima, e che ha ufficio -di dividere, di segare la quaresima per metà. La vecchia -pignatta, che in Francia e in Piemonte e in Toscana -(ove la chiamano <i>pentolaccia</i>) si rompe a mezza -quaresima, è pure simbolo della brutta vecchia, della -brutta stagione che se ne va. Così ancora suolsi dai fanciulli -piemontesi, invece di una sega, figurar talora una -testa di diavolo, il Dio del tempo tenebroso, e gettarla -sopra le spalle dell'improvvido compagno, con le parole: -<i>L'asino è carico e nessuno lo sa.</i> Quest'asino carico -non è altro che l'asino di San Giuseppe, il quale -salva dall'ira del perverso Erode il Dio neonato Gesù -nell'<i>Aigyptos</i>, la regione nera, la regione scura, come -dice l'etimologia della parola, ove, nella tradizione dorica, -la rapita sposa di Menelao, Elena, si nasconde. -(È mirabile la somiglianza in questo punto della leggenda -dell'antico Giuseppe perseguitato che sta nascosto in -Egitto, con quella di Giuseppe e Gesù fuggitivo in Egitto; -il viaggio di San Giuseppe, nella tradizione cristiana è -preceduto da sogni come l'andata in Egitto di Giuseppe -l'antico; l'antico Giuseppe rivela la sua sapienza in Egitto, -cioè nel paese scuro, così il figlio trafugato di Giuseppe -nel tempo in cui sta nascosto, s'istruisce.) Nel tempo -in cui Gesù sta nascosto, acquista la massima sua sapienza; -uscendo dal suo nascondiglio, esso appare invece -luminoso ed illuminante. Questo stesso carattere ha -l'eroe mitico. Nel tempo, in cui i cinque fratelli Panduidi, -presso il <i>Mahâbhârata</i>, fuggiti nelle selve stanno -nascosti per sfuggire alle persecuzioni del perverso Duryodhana, -ciascuno di essi apprende ed esercita un'arte -<span class="pagenum" id="Page_172">[172]</span> -speciale, e vi riesce insuperabile. La leggenda vedica -dei <i>R'ibhavas</i>, artisti ospitati nella stagione scura, ci -rappresenta lo stesso mito. -</p> - -<p> -Tvashtar è ora fabbro falegname, ora fabbro ferraio. -Ma abbiamo veduto ch'esso non ha solo il potere -di fabbricar cose, ma altresì forme animate, animali e -uomini. Un inno del <i>Yag'urveda bianco</i> (XXIX, 9) ci -fa sapere che il rapido cavallo (<i>âçur açvah</i>) nacque da -Tvashtar; un inno del <i>Rigveda</i> (X, 184) ci dice che Vishnu -prepara la <i>yoni</i> (vulva) e Tvashtar foggia in essa le forme; -un inno dell'<i>Atharvaveda</i> (IX, 4) celebra Tvashtar come -<i>generatore delle forme degli animali</i>; e non solo Tvashtar -crea le forme, ma le crea con qualità perfette, -ond'egli è pure celebrato nel <i>Yag'urveda</i> e nell'<i>Atharvaveda</i> -per aver posta l'agilità ne' piedi del cavallo celeste. -E non solo crea esso stesso delle forme, ma aiuta -altri a crearne; dall'<i>Atharvaveda</i> s'apprende come la -Dea Aditi, quando ebbe desiderio d'ottener figli, portò, -come amuleto, un certo braccialetto (<i>parihastam</i>, certo -il disco lunare, o il disco solare, essendo la luna come -il sole celebrati quali generatori per eccellenza); Tvashtar, -volendo aiutare una donna a partorire un figlio, -le legò al braccio quello stesso braccialetto che Aditi -genitrice celeste avea portato. -</p> - -<p> -Quando Tvashtar comunica, nel cielo, l'arte sua -ai <i>R'ibhavas</i>, questi suoi discepoli diventano, alla loro -volta, immortali, ossia Dei. E della natura celeste dei -R'ibhavas non si può avere alcun dubbio, quando intendiamo -ch'essi, <i>colla loro industria operaia, hanno -fabbricato il carro bene rotante ed i cavalli d'Indra,</i> -e ch'essi hanno dato <i>la giovinezza ai padri loro</i>. Il -vecchio sole della sera e dell'autunno si ringiovanisce -al mattino ed alla primavera. Questa nozione mitica si -spiegò così: Il vecchio sole è ringiovanito dal giovine -<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span> -sole; ossia il giovine sole restituisce la gioventù al vecchio -sole che lo generò, al vecchio suo padre od al -vecchio sole che lo ammaestrò, al suo vecchio maestro. -L'uno identico, considerato ne' suoi due aspetti divenne -due, de' quali il primo è ora il padre, ora il suocero, -ora il padrone, ora il maestro; il secondo è ora il figlio, -ora il genero, ora il servitore, ora il discepolo. Abbiamo -già toccato del Dio Indra, il quale dona la bellezza alla -pia fanciulla che gli ha recato a bere l'ambrosia, e che -era divenuta brutta all'accostarsi della notte; in grazia -di quell'ambrosia, la pelle ispida, scura della fanciulla -Apalâ, diviene luminosa del color del sole. Così come -Tvashtar ha il potere di coprire con una pelle (<i>tvac'</i>), i -R'ibhavas, <i>discepoli di Tvashtar (Tvashtuh çiçyâh)</i>, -fanno luminosa la pelle ai padri loro, ossia restituiscono -ad essi la perduta gioventù. E poichè trovasi pure identificato -<i>Tvashtar</i> con <i>Savitar</i> ch'è il sole, bisogna dire -che il ringiovanito dai R'ibhavas è lo stesso loro maestro -Tvashtar, ossia il vecchio sole, il Titone antico, che -morrebbe nella notte e nell'inverno, se non venisse -ringiovanito, risuscitato più luminoso al mattino ed in -primavera. Così pure, lo ripetiamo, poterono confondersi -nella leggenda cristiana il biblico Giuseppe, il sognatore, -fanciullo perseguitato, che in Egitto, ossia nel -paese scuro, acquista la ricchezza, la potenza, la ricchezza, -col vecchio Giuseppe, sognatore anch'esso, che, per -aver visto un sogno, trafuga il fanciullo perseguitato in -Egitto. Il vecchio sole che si nasconde nella tenebra notturna -od invernale, prepara la via del giovine Dio solare, -mattutino e primaverile. Nel <i>Rigveda</i> (X, 70) <i>Tvashtar</i> è -celebrato come <i>il previdente che prepara le vie degli Dei -(devânâm pâthah upa pra vidvân uçan yakshi)</i>, sotto -questo aspetto <i>Tvashtar</i> ha natura benigna; così pure -nella sua qualità di foggiatore d'armi fatate pel Dio Indra, -<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span> -e di istitutore degli artisti divini, i <i>R'ibhavas</i>. Ma, -poichè Tvashtar esiste solamente in quanto il sole sta -coperto, quando il sole si scopre, quando il sole emerge -dalla tenebra e dalla nuvola, quando Indra col fulmine -squarcia la tenebra, l'opera di Tvashtar si distrugge, e -Tvashtar piglia perciò in odio quello stesso Dio ch'egli -ha armato per le battaglie, quello stesso artista ch'egli -nella tenebra ha fatto luminoso, ossia ammaestrato, -quello stesso sole fanciullo ch'esso protesse ed allevò, -e che diviene, appena fatto potente, nemico di Tvashtar, -mercè il quale si salvò, raggiunse la bellezza, la sapienza, -la ricchezza, la potenza. Nelle novelline popolari -l'eroe fanciullo, che fu in casa del diavolo per imparare -la scienza, si serve di questa scienza medesima -per ingannare, tradire il diavolo, rubargli la figlia, portargli -via il tesoro, fuggire da esso; il diavolo o mago -lo insegue rapidissimo, ma il fanciullo, che gli ha menato -via il cavallo, ossia il rapido, ossia che vien fuori -egli stesso in forma di rapido corridore, corre più veloce, -e, per qualche malizia, si trasforma in modo che o sfugge -alle persecuzioni del diavolo, o assume tale carattere, che -in quel carattere si trova superiore al diavolo o stregone, -e lo uccide. Evidentemente non è il senso morale quello -che predomina in tali novelline; poichè, per quanto -sembri bello ogni dispetto fatto al diavolo, l'ingratitudine -è cosa assai più mostruosa che il diavolo non sia. -Ma noi non ci dobbiamo occupar qui della morale dei -miti, sì bene soltanto della loro realtà fisica, per la -quale dai mostri fisici emergono mostri morali. Figurata -la notte o la stagione invernale, come un mostro -deforme, proteiforme, onniforme, come un drago che -butta fiamme ora dalla testa, ora dalla coda (le due -estremità del cielo infiammate nella sera e nel mattino, -nell'autunno e nella primavera), immaginatosi che quel -<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span> -drago mostruoso inghiotte ed attira nella sua spelonca -per divorarlo l'eroe solare, nel veder riuscire, risalire -vittorioso quest'ultimo al mattino o alla primavera, dalla -parte opposta del cielo, dalla quale s'era visto tramontare -nell'autunno e nella sera, s'immaginò che, ospitato nel -seno della notte il sole vecchio, il sole rimbambito, il -sole ritornato bambino (di sapientissimo ch'era), nell'ospitalità -notturna s'ammaestri, s'erudisca a spese di -quel mostro medesimo che lo trattiene presso di sè, -per avere un servitore intelligente di più, o col proposito -di perderlo alla prima occasione. Il mago, il diavolo, -s'accorge in breve che il discepolo ha tanta malizia che -sta per divenirgli superiore; nella seconda parte della -notte e della stagione tenebrosa dell'anno il sole s'avvia -verso il suo nuovo trionfo celeste. Allora come nella -prima metà della notte e della stagione fredda, tenebrosa, -il diavolo, sentendosi superiore, non nascondeva -i segreti dell'arte sua all'ospite; nella seconda invece -s'insospettisce, incominciandosi ad accorgere che l'eroe -ospitato sta per pigliargli il disopra: da quel punto, nell'animo -del mostro sorge l'invidia e il disegno di perdere -il suo giovine e potente rivale: ma oramai questo, -a misura che s'avanza, cresce in potenza, come invece -il diavolo, a misura che lo insegue, sente venir meno -le proprie forze; perciò il fine della notte, il fine della -stagione invernale, il fine della tempesta, annunzia la -morte del vecchio <i>Tvashtar</i> (propriamente <i>il copritore</i>, -da <i>tvash=tvac'+tar</i>), ossia dell'opera propria, chiamata -com'esso <i>Viçvarûpa</i>, onniforme, o <i>Tvâshtra</i> (appartenente -a Tvashtar), o con altro nome, perfetto equivalente -ideologico, <i>Vr'itra (il copritore)</i>, che appare -negli Inni vedici come il figlio di <i>Tvashtar</i>. È un punto -appena quello che divide il Dio <i>Tvashtar</i> dal Dio pluvio -e tonante Indra e dal suo nemico. Quando gli Inni vedici -<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span> -ci dicono che <i>Tvashtar il copritore e il foggiatore di forme</i> -prepara le armi ad Indra Dio pluvio e tonante, ciò val -quanto dire che, senza il copritore, ossia senza cielo copritore, -non vi sarebbe il Dio fulminante e tonante, ossia -che Indra trova i suoi fulmini nel cielo coperto, che i -fulmini si trovano nel cielo coperto e non fuori di esso. -Tvashtar copre il cielo; il Dio fulminante e tonante trova -le proprie armi in quel cielo coperto; e se ne serve per -distruggere <i>Vr'itra il mostro copritore</i>, ossia quel cielo -stesso nuvoloso, senza il quale Indra non potrebbe essere -un eroe, anzi l'eroe più meraviglioso dell'Olimpo. -Tvashtar ama la propria forma tenebrosa, e desidera -conservarla; Indra, sebbene sia nato in essa, sebbene -senza di essa la sua potenza si distrugga, ama distruggerla, -per far del bene, liberando le acque, le vacche, -le donne che Tvashtar, ossia il suo equivalente <i>Vr'itra</i>, -tiene prigioniere, per liberare l'eroe o l'eroina solare -che sta chiusa nella nuvola, per ritornare quindi egli -stesso a splendere come cielo luminoso, come sommo -signore del cielo. Gl'inni e le leggende del periodo vedico -ci presentano però già Indra e Tvashtar come nemici. -Di questa inimicizia essi ci recano come principal -ragione la seguente: <i>Indra bevette l'ambrosia nella casa -di Tvashtar</i>,<a class="tag" id="tag38" href="#note38">[38]</a> nelle coppe di <i>Tvasthar</i>, uccidendo il figlio -di Tvashtar, ossia Vr'itra Viçvarûpa. L'oceano celeste si -rasciuga, ora perchè Indra ne beve le acque ambrosiache, -ora perchè, fulminando, le fa scorrere, e vuota così il -barile celeste che conteneva il <i>soma</i>. Il <i>Çatapatha Brahmana</i>, -interpretando la contesa fra Indra e Tvashtar per -il <i>soma</i>, ci racconta la seguente storiella: «Tvashtar -<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span> -aveva un figlio dalle tre teste, dalle tre bocche e dai -sei occhi, chiamato perciò <i>Viçvarûpa</i>. Una delle sue bocche -beveva l'ambrosia (<i>soma</i>), un'altra beveva vino -(o bevanda spiritosa, <i>surâ</i>), un'altra era per le rimanenti -cose da mangiare e da bere. Indra odiava quel -Viçvarûpa, e gli tagliò le tre teste: da una bocca uscì -l'uccello francolino, ch'è di color bruno come il re -Soma; dall'altra uscì uno sparviere, e però quest'uccello -grida con la voce rauca, con cui parla un briaco -che ha bevuto liquori inebbrianti; dalla terza bocca uscì -una pernice, dai colori screziati, poichè sembra che -nelle sue ali siano gocciate stille di burro liquefatto e -di miele; da tal bocca Viçvarûpa riceveva ogni maniera -di cibi. Tvashtar s'accese d'ira, e dicendo: <i>M'uccise -il figlio</i>, egli offerse ambrosia agli Dei, Indra eccettuato. -Indra pensò: <i>Mi allontanano dall'ambrosia</i>; e, -come un forte adopra verso un debole, anche non invitato, -si cibò del <i>soma</i> purificato che era nel vaso. Ma -questo gli fece danno: esso gli uscì tutto dalla bocca, -e dalle altre parti vane del corpo. E Tvashtar salì in -collera, dicendo: <i>Chi, non invitato, si cibò del mio -soma?</i> egli stesso interruppe il proprio sacrificio; e -quel resto di <i>soma</i>, ch'era rimasto nel vaso, adoperò -(per accompagnare con un sacro rito l'imprecazione), -dicendo: <i>Cresci Indra-nemico (Indraçatruh)</i>, così disse. -E poichè disse <i>Indra-nemico cresci</i>, perciò Indra lo -uccise; ma se invece egli gli avesse detto: <i>D'Indra nemico -(Indrasya satruh), cresci</i>, egli avrebbe potuto uccidere -Indra.» -</p> - -<p> -Questa leggenda è ancora di formazione vedica, e, -sebbene relativamente moderna, serve pure ad indicarci -la forza che s'attribuiva nell'età vedica alle imprecazioni, -per cui anche un semplice <i>lapsus linguae</i> dell'imprecatore -poteva rivolgere sopra di sè gli effetti di -<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span> -quell'imprecazione ch'egli scagliava sopra il suo nemico. -In questo <i>Tvashtar imprecatore</i> noi abbiamo poi una -specie di Dio Brahman, il quale combinerebbe col -nome di <i>Brahmanaspati</i> o <i>signor della preghiera</i>, dato -pure in alcuni Inni vedici al figlio di Tvashtar. E, poichè -ben presto l'uccidere un Brâhmano divenne il massimo -delitto sociale indiano, Indra uccisore di un Brâhmano -nel cielo cadde in disgrazia, divenne odioso alla casta -brâhmanica, che gli sostituì invece Brahman nel principato -dell'Olimpo, mentre Indra rimase solo più il Dio -della casta guerriera, la quale nel fine del periodo vedico -e nelle leggende brâhmaniche troviamo spesso in -fiero contrasto con la casta de' Brâhmani. -</p> - -<p> -Uno dei nomi vedici di Indra come uccisore del -mostro, del tricipite Viçvarûpa, è <i>Trita Aptya</i>, il quale -conoscendo le armi paterne combatte, taglia le tre teste -delle sette corna del figlio di Tvashtar, libera le vacche. -La parola <i>Trita</i> vale propriamente <i>terzo</i>; suoi fratelli -sono <i>Ekata</i> che val <i>primo</i>, e <i>Dvita</i> che val <i>secondo</i>. -Come, nelle novelline popolari, il terzo fratello è sempre -il più valoroso, così la grande impresa mitica celeste è -compiuta da <i>Indra</i> come <i>Trita</i>, ossia come <i>terzo</i>.<a class="tag" id="tag39" href="#note39">[39]</a> Trita -troviamo identificato ora con Indra, ora con Marut, -Vâta, Vâyu; così nel <i>Mahâbhârata</i>, Arg'una figlio d'Indra -e Bhîma figlio del Vento fanno prodezze insieme. -Bhîma precipitato, per insidia, nel regno de' serpenti, -vi beve l'acqua della forza, come il vedico Trita è calato -nel pozzo, come Indra trova nel pozzo il <i>soma</i>, ossia la -bevanda ambrosiaca, dalla quale egli trae la sua forza; -<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span> -in una leggenda del <i>Mahâbhârata</i> si narra che Trita -nel pozzo appresta il <i>soma</i>. Il sole che si tuffa nella -nuvola e nella notte tenebrosa, nell'acquosa stagione -invernale, retta specialmente dalla luna (Soma), come il -giorno e l'estate dal sole, vi acquista la sua forza, e ne -vien fuori. Indra pluvio e tonante primaverile, Indra -pluvio e tonante estivo, e Trita che piglia forza nelle -acque, che sconfigge il mostro trattenitore delle acque, -che uccide il figlio di Tvashtar, hanno natura comune. -Ma in quali relazioni di parentela stanno Trita ed Indra -con Tvashtar? Tvashtar identificandosi con <i>Prag'âpati</i>, -con <i>Dhâtar</i>, con <i>Savitar</i>, con <i>Pûshan</i>, appare un Dio -creatore. Dicemmo già ch'esso diede <i>vigore ad Indra</i>. -Trita si dà nella leggenda brâhmanica come figlio di -<i>Prag'âpatî</i>. Ma <i>Prag'âpati</i>, o <i>signor delle creature</i>, è -un termine troppo generico, ed ogni creatura si può considerare -come opera di <i>Prag'âpati</i>. Tvashtar riproduce, -invece, particolarmente il carattere del vecchio padre, -del vecchio suocero, che accoglie, per volere del fato, -inconsciamente, incautamente quello che lo dovrà perdere. -Indra e Trita devono tutto il secreto dell'arte -loro a Tvashtar, ma di esso si valgono appunto per -distruggerlo. Indra e Trita sono in alcun modo figli -adottivi, figli inconsapevoli del padre Tvashtar inconsciente -che prepara il suo danno senza saperlo. Egli ha -un proprio figlio simile a sè, Triçiras, ed una figlia Saranyû; -sposa la figlia a Vâyu, e secondo una nozione più -frequente a Vivasvant. Ma Vâyu s'identifica con Trita, -e Trita con Indra. Perciò Trita od Indra ci dovrebbe -apparire al pari di Vâyu come genero di Tvashtar, accolto -da lui come figlio, ospitato, nutrito, ammaestrato -nell'arte sua, fortificato a tutto suo detrimento. La leggenda -cristiana ha fatto di Giuseppe il legnaiuolo lo -sposo impotente della Vergine, che lo Spirito Santo -<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span> -viene a fecondare; la leggenda vedica ci dà il vecchio -legnaiuolo Tvashtar, il quale sposa la vergine sua figlia -Saranyû ora a Vâyu, il sacro vento, ora a Vivasvant, uno -de' nomi del giovine sole. La leggenda del <i>Mahâbhârata</i> -ci offre il sole che visita in segreto nella casa paterna -di lei la vergine Kuntî, si unisce con essa, le dà un -figlio, ma l'assicura che rimarrà, dopo il parto, sempre -pura; lo zefiro ed il sole s'uniscono ogni giorno con -l'aurora mattutina, e questa riappare ogni giorno vergine, -o <i>sempre giovane</i>, come dice l'inno vedico, quantunque -<i>antica</i>. L'aurora, quantunque <i>antica</i>, è sempre -capace d'essere fecondata; quindi se, nella Bibbia, la -vecchia Sara, al passare degli angeli, si feconda, se la -madre di Sansone, dopo l'annunzio di un angelo, quantunque -creduta sterile, si feconda dell'eroe, la cui forza -è nella chioma; noi abbiamo sempre lo stesso fenomeno -dell'aurora o della primavera, che, quantunque antica, -quando zefiro spira, quando il nuovo sole si mostra, ci -appare giovine, pura, e si rifeconda. Interpretati coi -fenomeni naturali, i miti pèrdono il loro carattere mostruoso. -Così ancora, quando il <i>Mahâbhârata</i> ci racconta -che <i>Pându, il pallido</i>, è impotente a generar figli nel -seno della sua sposa <i>Kuntî</i>, la quale, consenziente lo -sposo, riceve la visita degli Dei Yama, Vâyu ed Indra -che vengono a fecondarla; noi abbiamo ancora un mito -che ci rappresenta il fecondarsi dell'aurora e della primavera, -a cui non bastando <i>Pându, il pallido, l'imbelle</i> -sole invernale, perchè divenga viva ne' figli e nelle -opere, s'inviano il sole luminoso o sapiente Yama, il -vento vigoroso Vâyu, il tonante, fulminante, pluvio ed -agile Indra primaverile a fecondarla. Ma, per tornare agli -Inni vedici, non è dubbio che abbiamo in essi un divino -falegname <i>Tvashtar</i> che sposa la propria figlia a Vâyu o -Vivasvant, de' quali Indra e Trita appaiono equivalenti. -<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span> -Indra e Trita si mostrano quindi nemici di Tvashtar, -ma prima essi furono beneficati da esso, avendo essi da -Tvashtar appreso l'arte, per cui riescono invincibili. Indra -o Trita è l'artista che supera il suo maestro. E come -Indra s'identifica con <i>Trita</i>, così tre si rappresentano -i <i>R'ibhavas</i> od artefici celesti, discepoli di Tvashtar; -Indra è il <i>R'ibhu</i> per eccellenza; perciò i <i>R'ibhavas</i> appaiono -per lo più congiunti con Indra; ed è il terzo -<i>R'ibhu</i> quello che fa il gran miracolo, il miracolo più -bello, pel quale Tvashtar stesso ne piglia invidia. Essi -aveano già fabbricato con l'arte loro appresa da Tvashtar -de' carri, col loro attacco, cioè vacche e cavalli, -e altre cose mirabili; essi aveano pure la virtù di ringiovanire -i loro genitori (<i>Sudhanvan</i> è il nome vedico -dato al padre dei <i>R'ibhavas</i>); ma tutto ciò all'ingenuità -del poeta vedico pareva ancora poco: esso riserbava invece -tutta la sua meraviglia per i <i>R'ibhavas</i>, i quali da -una sola coppa sacrificale ne aveano, abilissimi prestidigiatori, -formate quattro. E questo portento lo compie -il più giovine de' tre fratelli. Tvashtar, il loro maestro, -in alcuni inni, appare soddisfatto di quella meraviglia -d'arte; in altri, invece, lo vediamo vergognoso. Egli -avea fatto quella coppa che i <i>R'ibhavas</i> aveano moltiplicata -per quattro; vedendo alterata l'opera sua, e certamente -migliorata, egli va a nascondersi confuso tra -le sue donne (<i>gnâsu</i>), ove si sdegna e si prepara ad -uccidere i suoi rivali. Tvashtar disse così: <i>Uccidiamo -quelli, i quali hanno profanata la coppa, nella -quale gli Dei venivano a bere</i>. Poichè tra que' profanatori -si trovava il Dio Indra in persona, il cui potere -è appunto quello di estendere il cielo celeste, si comprende -come sia avvenuto l'espandimento della coppa -di Tvashtar, e come (una specie di <i>Secchia rapita</i> celeste), -dopo quell'espandimento dell'opera di Tvashtar, -<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span> -Indra ed i R'ibhavas si separino da esso, e la -guerra s'accenda nel cielo per cagione della coppa, in -cui si beve, come poco innanzi abbiamo veduto Tvashtar -guastarsi con Indra per cagione della bevanda -divina, che egli era venuto a bere, per propria forza, -senza essere stato invitato dal guardiano del <i>soma</i> alla -libazione. Vedremo nella prossima Lettura qual Dio sia -stato negli Inni vedici questo Indra, che qui ci appare -già indicato come un artista meraviglioso, come un bevitore -potente, e come un guerriero di forze straordinarie. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_183">[183]</span> -</p> - -<h2 id="lett10">LETTURA DECIMA. -<span class="smaller">INDRA.<a class="tag" id="tag40" href="#note40">[40]</a></span></h2> -</div> - -<p> -Fra tutti gli Dei dell'Olimpo vedico, Indra è il più -potente, il più caratteristico, il più frequentemente invocato. -E non s'invoca solamente perchè si ama, ma -spesso ancora perchè si teme. Tutta la scienza magica, -che ha le sue radici nelle superstiziose credenze popolari, -si fonda sopra una continua evocazione delle forze -di un dèmone occulto che si suppone occupar tutta la natura. -Cicerone, nel secondo libro <i>De Divinatione</i>, lasciò -scritto: «Nonne perspicuum est ex prima admiratione -hominum, quod tonitrua, jactusque fulminum extimuissent, -credidisse ea efficere rerum omnium praepotentem -jovem?» Il tono ci rende <i>attoniti</i> ed <i>intontiti</i>, come -si dice in Toscana, che vale quanto <i>istupiditi</i>, per la -stessa analogia onde dal verbo <i>stupire</i> è nato l'aggettivo -<i>stupido</i>. Il massimo degli Dei, il Dio tonante, per -suo supremo effetto, istupidisce il suo devoto ammiratore; -dove lo stupore non ha limiti, s'accoglie pure la -stupidità; e cessa questa, dove allo stupore sottentra la -curiosità della ricerca scientifica. I primi pastori vedici -rimasero sotto il fascino tremendo del cielo tonante, e -<span class="pagenum" id="Page_184">[184]</span> -accordarono pertanto al Dio che lo reggeva gli onori -supremi. Io ho già indicata la grande somiglianza che -hanno fra loro il vedico <i>Tvasthar</i> che prepara ad Indra -i fulmini, e Indra stesso che brandisce il fulmine per -lanciarlo; come Tvashtar prese pertanto aspetto demoniaco, -così Indra, il sommo degli Dei, ebbe pure talora -aspetti formidabili e demoniaci, e fu poi finalmente nella -mitologia brâhmanica rappresentato e perseguitato come -Demonio. Come ogni medaglia ha il suo rovescio, così -non vi è Dio, di cui non si potrebbe trovare il corrispondente -demoniaco, fisico e morale; onde si potrebbe -dire egualmente che il Dio è un Demonio rovesciato o -scoperto, o pure che il Dio rovesciato e coperto diviene -un Demonio. -</p> - -<p> -Il bello ed il brutto, il bene ed il male, non sono -distinti in natura: l'uno rientra nell'altro, l'uno esce -dall'altro, ed essi si confondono in una lotta perenne. -L'opera può esser buona o cattiva, ma l'operaio medesimo -può essere autore dell'una come dell'altra. Un -inno del <i>Rigveda</i> (VIII, 86) canta: «O fulminante, -per timore di te, tutte le cose create, il cielo e la terra -tremano.» In altri inni consigliati dalla paura,<a class="tag" id="tag41" href="#note41">[41]</a> il devoto -assicura Indra ch'egli serba fede al violento Indra -(<i>tvishimate Indrâya</i>), quando egli ferisce col fulmine -(<i>Rigv.</i>, I, 55); e lo prega perciò di non distruggere la -gioia o la salute, o il nutrimento vitale che sia, del devoto -(<i>mâ antarâm bhug'am â ririsho nas; Rigv.</i>, I, 104); -un altro poeta con singolare insolenza canta, rivolgendosi -ad Indra (<i>Rigv.</i>, VIII, 45): «Io ho inteso poco di -quello che un tuo pari ha fatto sopra la terra; mostra -l'animo tuo, o Indra. Crederò vere quelle tue prodezze, -<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span> -meritate le lodi che si fanno di te, se ti mostrerai propizio -a noi. O eroe, non fulminarci nè per un peccato, -nè per due, nè per tre, nè per molti. Io ho avuto paura -di un terribile, lacerante, distruggente offensore tuo -pari.» Il devoto qui diviene ribelle; e si sente in questa -antica protesta dell'uomo contro una forza soverchiante -della natura, adorata come divina, fremere -l'anima di un Prometeo.<a class="tag" id="tag42" href="#note42">[42]</a> Il tonante apparve potente, -il potente prepotente o tiranno, e contro il tiranno arbitrario, -capriccioso, violento, i devoti meno persuasi -della divinità d'Indra si sollevano sdegnati. Mentre -adunque molti devoti salutano Indra per lo più col -nome di <i>padre (Jupiter)</i> e lo colmano di tutte le carezze -che il linguaggio poetico può immaginare per raffigurare -un nume prediletto, dal quale s'attendono ogni -maniera di favori, vacche, cavalli, cibi, ricchezze, la -vittoria ne' combattimenti, la felicità, la gloria, altri -dubitano ancora della sua esistenza, e da questo dubbio -alla ribellione contro la sua presenza che si rivela quindi -in modo terribile, formidato, è agevole il passo. Un poeta -dice (<i>Rigv.</i>, VI, 18): «Sei tu forte, o Indra, o non lo sei? -móstrati nel tuo vero aspetto.» Ma, poco dopo, sentendolo -probabilmente tonare, s'affretta esclamando: «Io -credo, o potentissimo, reale la forza di te nato potente.» -Ed un altro poeta (<i>Rigv.</i>, VIII, 89): «Se Indra esiste -veramente, offriamogli un vero e proprio inno, domandandogli -<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span> -degli alimenti.» Ma alcuno dice: «Indra non -esiste; chi l'ha veduto? e (se nessuno l'ha veduto) a -chi inneggieremo noi?» (Ma Indra si fa ben presto -sentire, dicendo): «Eccomi, o devoto; ravvisami: per -la grandezza, io sto sopra tutte le creature.» Noi vediamo -qui dapprima un dubbio intorno alla presenza -dell'Indra fisico; quindi si venne a dubitar pure del -suo carattere divino. Vi sono alcuna volta nel cielo lampi -e toni che non portano alcun effetto sopra la terra, che -non menano e non accompagnano alcuna tempesta; allora -il poeta si domanda se Indra ci sia o non ci sia, -se quel tonante celeste sia il vero Indra, od una mistificazione -di esso. -</p> - -<p> -In questa domanda noi abbiamo indicato il carattere -più generale, più frequente dell'Indra vedico. La -sua qualità di tonante e pluvio lo rese eminente tra gli -Dei eroici. Ma non è probabile che questo sia stato il -carattere primitivo d'Indra come non è stato l'ultimo. -Nel periodo brâhmanico Indra ritorna ad essere quello -che sembrami sia stato nel primo periodo vedico, cioè il -cielo e specialmente poi il cielo azzurro, stellato, notturno. -L'<i>Indraloka</i> o <i>il mondo</i> o <i>paradiso d'Indra</i>, vale per me -semplicemente <i>il cielo</i>, come lo <i>svargaloka</i>, che vale <i>il -mondo celeste</i> ed <i>il paradiso</i>. Perciò troviamo Indra chiamato -<i>sahasrâksha</i> o <i>milloculo</i>, e poichè il <i>pavone</i> si distingue -per le sue penne gemmate ed occhiute, la leggenda -indiana ci rappresenta Indra in forma di pavone, -e il mito indo-europeo il corvo, ossia il nero, la notte -scura, che si veste delle penne del pavone, ossia che -s'ingemma d'occhi. Perciò ancora il pavone era dedicato -alla <i>Dea Giunone (D)junon</i> il cielo femminino, -come <i>Dyu, Dyaus, Zeus, (D)jupiter</i> o <i>(D)iespiter</i> è -il cielo mascolino. Abbiamo un cielo concepito come -mascolino <i>Dyu</i>, e un cielo concepito come femminino -<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span> -<i>Div (Pr'ithivî</i> «la larga» abbiamo già detto corrispondergli); -così la parola dies in latino è comune al mascolino -ed al femminino. Concepito <i>Div</i> come un femminino, -il suo mascolino è o <i>Dyu (Dyâus, Zeus)</i>, oppure <i>lo sposo</i>, -<i>il signore (pati o pitar)</i> di <i>Div</i>, chiamato <i>Divaspati</i> in -lingua vedica, e <i>(D)jupiter, (D)iespiter</i> in lingua latina -(il vedico <i>Dyaush</i>). Giunone è dunque la sposa legittima -di Giove, poichè Giove è il cielo, e il signore del cielo, -e Giunone è il cielo stesso. <i>Divaspati</i> è uno de' più antichi -appellativi che assume negli Inni vedici il Dio <i>Indra</i>, -il quale pertanto fu, anzi ogni cosa, semplicemente -il cielo, e poi il padrone, il reggitore del cielo; -ma, divenuto il signore del cielo, poichè nel cielo non -si manifesta alcun fenomeno più meraviglioso e più formidabile -del fulmine, il fulmine fu posto nelle mani di -quel <i>Divaspati</i> o <i>signore del cielo</i>. -</p> - -<p> -S'è molto disputato fin qui intorno all'etimologia del -nome <i>Indra</i>, ed invano. La parola <i>Indra</i> non ci offre -alcun derivato, nè alcuna radice indiana che valga a dichiararla; -ed è alquanto curioso che non si possa in -una lingua tutta trasparente come quella che ci occupa, -ritrovare il senso intimo dell'appellativo del Dio supremo -vedico; mentre poi questo pronto sottrarsi della -parola all'analisi etimologica potè forse servire a far d'Indra -una potenza più venerabile, per essersi perduta la -coscienza del primitivo significato del suo nome. Tuttavia, -come ogni avvocato non ama dichiarar perduta una -causa importante, finch'ei non s'è provato alla sua volta -a difenderla, pare a me d'aver finalmente trovato la -prima forma ed il primo senso del nome di quel Dio, -con cui mi sono accostato<a class="tag" id="tag43" href="#note43">[43]</a> la prima volta agli studii di -<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span> -mitologia indiana, nel proposito di penetrarne, secondo -il mio potere, l'intima natura. -</p> - -<p> -Io suppongo, per l'analogia del nome zendo d'<i>Indra</i>, -che è <i>Andra</i>, essersi assimilata la sorda dentale -innanzi alla sonora semivocale, dopo la metatesi, e dopo -la perdita della media vocale <i>a</i>, e restituisco pertanto -il nome <i>Indra</i> (per <i>Andra</i>) ad <i>Antar</i> o <i>Antara</i>, che -valse la regione di mezzo, come <i>Antari-ksha</i> (secondo -la probabile spartizione della parola, proposta dal professor -Weber) vale la regione di mezzo, il cielo di -mezzo, quel cielo appunto, nel quale si adunano le tempeste, -il cielo delle tempeste, che si rappresentò quindi -particolarmente come pluvio e tonante. Quando diciamo -dunque <i>Indra</i>, diciamo ancora <i>il cielo</i>, diciamo <i>Dyu</i>, -diciamo <i>Divaspati</i>, ma quel <i>Divaspati</i> specialmente, nel -cui esclusivo dominio succedono le tempeste. La verità -fisica viene in sostegno della nostra etimologia; poichè -è solamente nell'<i>antar</i> od <i>antara</i> od <i>antariksha</i>, o -cielo di mezzo, che si raccolgono le nuvole, che guizzano -i lampi, che <i>Indra</i> od <i>Andra</i> tona. E di questa -verità naturale i pastori che parlavano la lingua vedica -avevano dovuto essere frequenti spettatori dall'alto delle -montagne dell'Himâlaya, come potremmo rendercene -ancora capaci noi stessi, salendo ne' mesi estivi sopra -le vette del nostro Appennino o delle nostre Alpi, onde -assisteremmo al meraviglioso spettacolo di un mare di -nuvole solcate dai fulmini, e fragoroso per frequenti -scoppi di tuono, onde sentiremmo sotto i nostri piedi -traballare la montagna. L'<i>antar, antara</i>, o <i>Andra</i> od -<i>Indra</i> tonante, accompagnato dai <i>Marutas</i> o <i>venti</i>, incominciò -dunque, per quanto ne pare a me, a rappresentare -l'<i>atmosfera</i>, o regione de' venti, o regione delle -tempeste, de' toni, de' fulmini, e quindi si trasformò nel -Dio che regge le tempeste, a quel modo stesso con cui -<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span> -<i>Dyu</i> «il cielo» divenne <i>Divaspati</i> «il reggitore del cielo.» -E questa etimologia che io ardisco proporre con qualche -fiducia, per la parola <i>Indra</i>, non solo non obbliga ad -alcuno sforzo di derivazione, non solo combina perfettamente -coi fenomeni fisici che <i>Dyu</i>, divenuto <i>Divaspati</i> e -poi <i>Indra</i>, fu chiamato a rappresentare, ma con tutta la -nozione che la mitologia vedica ci può dare del primitivo -Indra posto in relazione strettissima con <i>Varuna</i>, -il copritore celeste, che, secondo il professore Roth, fu -venerato prima del Dio Indra, e con Dyaus, di cui i professori -Benfey e Brèal hanno fatto il predecessore del -nostro Dio. Nessuna meraviglia invero che Indra o Divaspati, -Dyaus e Varuna, avendo in origine rappresentato -solamente il cielo, i tre numi abbiano pure un loro -antico uniforme carattere. Solamente col tempo ciascuno -de' tre Dei prese una sua caratteristica speciale: -Dyaus riuscì particolarmente il cielo luminoso, Varuna -il cielo acquoso, tenebroso, Indra il cielo pluvio e tonante; -dall'uno identico si staccarono tre varietà, le -quali presero persona, ma ogni persona conservò pure -e tradì spesso alcuno de' comuni caratteri generici, alcuno -dei segni dell'antica parentela. L'antico <i>antara</i> -o <i>medio</i><a class="tag" id="tag44" href="#note44">[44]</a> divenuto <i>Andra</i> e poi <i>Indra</i>, con questo appellativo, -il nume scambiò poi alcuna delle sue qualità -con quelle di un Dio di nome analogo <i>Indu</i>, il Dio Luno, -rappresentato come particolar reggitore della stagione -<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span> -acquosa, invernale; ed Indra che si chiude nella nuvola, -ossia il cielo che si copre di nuvole, si rappresenta -come un gran bevitore d'<i>Indu</i> e di <i>Soma</i>, voci -che, oltre la luna, dicemmo rappresentare l'ambrosia. -L'ambrosia d'Indra pluvio è l'acqua della nuvola, nella -quale egli si disseta, s'inebria, piglia forza nel marzo e -in estate (come la perde nell'aprile e nell'autunno), -quindi fulmina e tona, uccidendo il mostro che trattiene -le acque. Siccome poi il sole fa il medesimo che il cielo, -cioè si chiude, si nasconde nella nuvola, e il sole è -chiamato signore del cielo non meno di Indra, lo stesso -Indra che, nella sua qualità di pluvio si confonde con -l'umido Indu, il Dio Luno, ci si rappresenta ancora con -alcuni caratteri conformi a quelli proprii del sole. Ma, -per quanto elastica possa essere la natura del sommo -degli Dei, il quale è pure in parte tale, perchè si associa -alcuni attributi proprii degli altri Dei, si può ritenere -come cosa certa che il primo carattere generale -d'Indra fu quello di <i>cielo</i>, il suo carattere specifico -eroico divenne quello di <i>cielo fulminante e tonante</i>. Un -inno vedico (<i>Rigv.</i>, VI, 82) ci fa sapere che Mitra (il -sole) va specialmente dietro a Varuna, e che il terribile -Indra se ne va risplendendo in compagnia de' Marutas; -un altro inno (VII, 83) canta che il piacere d'Indra -è quello d'uccidere i nemici in battaglia, mentre Varuna -mantiene sempre e difende le vie del cielo. Varuna -rimase il cielo tranquillo, Indra divenne il cielo animato -nella tempesta, e specialmente, ripeto, il cielo -dell'atmosfera, il cielo <i>antara</i> od <i>antariksha</i>. L'inno -12º del II libro del <i>Rigveda</i> definisce anzi Indra «quello -che formò l'atmosfera, e quello che stabilì il cielo» -(<i>yo antarikshâni vimame varîyo yo dyâm astabhnât -sa g'anâsah Indra</i>). In questa importante definizione -noi troviamo accennata la natura specifica e la natura -<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span> -generica del Dio Indra, cioè il cielo medio, agitato, -tempestoso, ed il cielo in generale. Ed è specificandosi -che Indra divenne popolare, e prese una -spiccata fisionomia poetica ed eroica, e potè quindi dominare -tutto l'Olimpo vedico, ed una parte del brâhmanico, -chè, quando Strabone c'informa come gl'indiani -del suo tempo adoravano il Dio o Giove pluvio (τὸν σμβριον Δὶα), convien credere che, presso i popoli del -Pa'n'c'anâda, fosse rimasta alcuna viva reminiscenza dell'antico -culto vedico, sebbene nell'India brâhmanica il -sommo potere regio, che negli Inni vedici trovasi diviso -fra Indra e Varuna chiamati insieme <i>colleghi nel regno -(samrâg'â)</i>, sia stato diviso fra Yama e Brahman, la potenza -formidabile d'Indra fulminante vittorioso sia stata -trasferita particolarmente nel Dio Vishnu, e Indra stesso -sia divenuto il solo vago cielo azzurro, e specialmente -l'azzurro stellato. Vishnu negli Inni vedici appare come -un compagno, un amico d'Indra; e il <i>Çatapatha Brâhmana</i> -ce lo rappresenta come suo seguace, in una leggenda, -nella quale il nemico d'Indra, il mostro Vritra, -riappare come un personaggio sacro, la cui propria essenza -sono i tre primi Vedi. Secondo quella leggenda, -adunque, era egli stesso il <i>Rigveda</i>, il <i>Yag'urveda</i>, il -<i>Sâmaveda</i> insieme riuniti; Indra ne piglia dispetto, ed -avendo per suo compagno Vishnu, volenteroso di lanciare -il proprio fulmine contro Vritra, dice a Vishnu: «Io -vorrei scagliare il fulmine contro Vritra.» Dice Vishnu: -«Sta bene; io ti starò dietro; scaglia.» Allora Indra levò -contro di lui il fulmine: Vritra a quel fulmine levato -ebbe paura; egli però disse: «Io ho questa forza; io do -questa a te; e tu non voler più scagliare,» e consegnò -ad Indra il <i>Yag'urveda</i>. Allora Indra levò sopra di lui -un secondo fulmine, e Vritra: «È mia quest'altra forza; -voglio cederla a te; ma tu non voler più scagliare;» così -<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span> -disse, e gli consegnò il <i>Rigveda</i>. Ed Indra levò fuori un -terzo fulmine. Allora Vritra: «Ho <i>ancora</i> quest'<i>ultima</i> -forza; te la do; ma tu non voler scagliare,» e gli consegnò -il <i>Sâmaveda</i>. Ma Indra, che s'è divertito a quel -giuoco, continua a puntare contro il suo nemico, e -Vishnu gli sta sempre dietro. Nel periodo brâhmanico -Vritra, come abbiamo già avvertito, fece poi le sue vendette, -poichè, raffiguratosi in esso un brâhmano, anzi il -brâhmano per eccellenza, in lui si identificò, col trionfo -della casta brâhmanica sopra la guerriera, il sommo -Brahman, ed Indra venne precipitato ignominiosamente -dall'Olimpo, come brahmanicida, e, per giunta, infamato -come un Dio donnaiolo, condannato a giacere nascosto -nell'acqua, per la vergogna ch'egli avea di mostrarsi, -dopo che maledetto da un Brâhmano, di cui egli -avea sedotto la moglie Ahalyâ, il suo corpo si trovò coperto -di mille vulve, onde gli fu dato dai Brâhmani il -nome infame di <i>Sahasrayoni</i>, variandosi così l'appellativo -proprio d'Indra come cielo stellato ch'era <i>Sahasrâksha</i>, -ossia <i>dai mille occhi</i>, che avea convertito Indra -in una specie di Argo. Nel <i>Râmâyana</i> un poema fatto -per i guerrieri, dove tuttavia si tradiscono spesso preoccupazioni -settarie brâhmaniche, Indra si scusa presso -gli Dei di aver sedotta Ahalyâ, la sposa del penitente -Gâutama per metterlo in collera, e così fargli, con nemesia -vendetta, perdere il frutto della sua penitenza, -la quale, quando fosse stata spinta più oltre, avrebbe -potuto far tremare l'Olimpo, e pregiudicare gli Dei, -creando sopra la terra un uomo, cui la santità del costume -avrebbe reso non simile soltanto, ma più forte -e formidabile di tutti gli Dei. Onde, convertito evidentemente -in una specie di dèmone tentatore,<a class="tag" id="tag45" href="#note45">[45]</a> Indra -si aspetta lode dagli Dei per la sua prodezza erotica, -<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span> -come nell'Olimpo vedico ne aveva avuta per le sue -prodezze eroiche. Con lo stesso intendimento, nelle -leggende brâhmaniche, il Dio Indra manda spesso dal -cielo in terra le sue Ninfe od <i>Apsarâs</i>, per invitarle a -sedurre con la nudità delle loro forme i santi Anacoreti, -intenti a macerare la carne ed a mortificarsi; i -santi ora cedono, ora si mettono in collera, ed in entrambi -i casi recano danno a sè stessi, pèrdono in un -giorno il frutto delle loro penitenze protratte, secondo -i mostruosi calcoli brâhmanici, per centinaia e migliaia -d'anni. -</p> - -<p> -Nello stesso <i>Râmâyana</i>, ove Indra appare come -seduttore di Ahalyâ, Ahalyâ, che prima era lodata per -l'unica bella donna che fosse nel mondo, e altrove viene -celebrata come la prima donna creata da Brahman, -l'Eva indiana, diviene brutta e vien cacciata dal sacro -eremo, in cui viveva felice; ma si scusa che si lasciò -sedurre, perchè Indra avea preso le forme ingannevoli -di suo marito Gâutama. Essa tuttavia ritorna pura, ricupera -la sua bellezza, per la sola visione di Vishnu incarnato -in Râma, e Indra alla sua volta si purga del suo -peccato d'adulterio facendo un sacrificio a Vishnu; così -le parti si trovano invertite fra l'Indra e Vishnu vedici -e il Vishnu ed Indra brâhmanici. I Brâhmani, volendo -pur accordare un proprio loro Dio ai guerrieri, foggiarono -di Vishnu, il vedico seguace d'Indra, il supremo -Dio delle battaglie, ed Indra fu collocato a riposo; nel -suo riposo troppo prolungato, stravizia e riempie il cielo -di scandali. Quanta differenza dal vedico Indra, di cui -l'antico poeta cantava (<i>Rigv.</i>, IV, 30): «Non vi è alcuno -più alto di te, o Indra, nessuno superiore a te; o uccisore -di Vritra, nessuno simile a te.» (<i>Rigv.</i>, VI, 30): «È -vero questo, non vi è altri, o Indra, Dio o mortale, superiore -a te.» (<i>Rigv.</i>, VIII, 67): «Indra è insuperabile, invincibile; -<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span> -egli ode, egli vede ogni cosa.» (<i>Rigv.</i>, VIII, 77): -«Tu combatti, e vinci tutte le creature in potenza, in vigore, -in energia, in forza.» (<i>Rigv.</i>, VIII, 59): «O Indra, -se tu avessi cento cieli, cento terre, non i cieli, non le -terre, non cento soli, non alcuna cosa creata arriverebbe -alla tua grandezza.» (<i>Rigv.</i>, VIII, 87): «O Indra, tu -sei potentissimo; tu hai fatto risplendere il sole; tu sei -grande artefice dell'universo, tu sei il Dio dell'universo.» -</p> - -<p> -Vedremo, in breve, quali siano state le imprese -eroiche del Dio Indra nel <i>Rigveda</i>. Intanto ho voluto -tratteggiarne i caratteri più generali, mostrandovi come -dal primo aspetto di cielo siasi passato a quello di cielo -atmosferico, pluvio, fulminante, tonante, e come nel -periodo brâhmanico siasi ritornati a rappresentare Indra -nel suo carattere celeste, conservandogli una parte -della sua natura acquosa. La leggenda indiana ci mostra -Indra, per aver sedotto Ahalyâ, punito e costretto a rimaner -sepolto nelle acque; il mito greco ci rappresenta -Giove tonante che, in forma di cuculo, visita segretamente -Giunone; e abbiamo già detto che il tono di marzo -fu paragonato al canto del cuculo nunzio della primavera. -</p> - -<p> -Dopo che il cuculo ha cantato, dopo che Giove, in -forma di cuculo, ha visitato Giunone in segreto come un -adultero, dopo i primi toni e lampi di marzo accompagnati -da zefiri erotici e da venti marziali nunzii della -primavera, il seduttore, l'amante, il guerriero inebriato -si perde; Eros ed Aphrodite abbracciati si trasformano -in pesci e si gettano in mare; viene l'aprile con -le pioggie inondatrici; viene il mese del pesce; Indra -adultero nell'acqua ed il pesce erotico, che si mangia -nel venerdì, ossia nel giorno di Venere, l'Eros, guerriero -erotico che divien pesce, il pesce, anzi i due pesci -(Amore ed Afrodite, Indra ed Ahalyâ) che aprono -il mese d'aprile, e coi quali, pel loro significato fallico, -<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span> -è tempo che la nostra società civile cessi di scherzare, -sono perfetti corrispondenti mitici. -</p> - -<p> -Dopo aver così determinato il campo mitico speciale -d'Indra, studiamo ora com'egli vi nasca, quale battaglia, -e con quali alleati, e contro quali nemici egli vi conduca.<a class="tag" id="tag46" href="#note46">[46]</a> -</p> - -<p> -Indra essendo il più eroico degli Dei, la creazione -più maravigliosa del cielo dovette esser quella d'Indra. -L'inno 18º del IV libro del <i>Rigveda</i> ci rappresenta -il Dio Indra come il figlio di una vedova. Il poeta domanda -ad Indra: «Chi ha fatto vedova tua madre?» -E, appena egli è nato, vi è alcuno (senza dubbio, lo -stesso che uccise ad Indra il padre) che tenta pure di -uccidere il figlio, onde lo stesso poeta domanda ad Indra: -«Chi è colui che desidera di ucciderti, sia che tu rimanga -a piacere, sia che tu cammini?» La madre d'Indra è -salutata con gli appellativi di <i>fortunata (Bhadrâ)</i> e <i>divina -(devî)</i> e <i>nârî</i>, ossia <i>donna forte</i>. La madre d'Indra è -chiamata, in un inno, <i>Nishtigrî</i>; e <i>Nishtigrî</i> appare -come un sinonimo di <i>Aditi</i>, uno dei nomi dati alla volta -celeste. Onde Indra, il cui nome è pure <i>Divaspati</i>, apparirebbe, -non solo <i>signore del cielo</i>, ma ancora figlio -del cielo, come Parg'anya, come l'Aurora, come, in -somma, tutti i Celesti, tutti gli Dei luminosi, tutti gli -<i>Adityâs</i> figli di Aditi. Un altro de' nomi della madre d'Indra -è, nell'<i>Atharvaveda, Ekâshtakâ</i>, parola che significa -propriamente «la prima ottava parte dell'anno;» la quale -dovrebbe corrispondere ai mesi di marzo ed aprile, il -tempo, in cui il Dio tonante e pluvio si manifesta. L'<i>Atharvaveda</i> -avverte tuttavia come, per sola virtù di penitenza, -Ekâshtakâ generò il glorioso Indra. Così Indra fu -creato per virtù di penitenza, secondo una leggenda del -<i>Tâittiriya Brâhmana</i> riferita dal Muir (volume cit.): -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_196">[196]</span> -</p> - -<p> -— Prag'âpati aveva creato i Devâs e gli Asurâs; ma non -aveva ancora creato Indra. Gli Dei dissero a lui: «Genera -Indra per noi;» egli disse: «Come io ho creato voi -per mezzo della penitenza, così generate voi Indra.» -Allora essi fecero penitenza: videro Indra in sè; onde -essi gli dissero: «Nasci.» Allora egli disse: «Per qual -destino nascerò io?» Gli Dei e gli Asuri lo destinarono -allora a proteggere le stagioni, gli anni, la prole, gli -armenti, i mondi. — È evidente come, in questa teogonia -d'origine brâhmanica, si cerca già d'umiliare la -grandezza del Dio Indra, poichè, mentre gli altri Dei si -rappresentano come dirette creature del sommo Dio -Prag'âpati, Indra appare invece una creatura secondaria -degli Dei; perciò non è meraviglia se, nello stesso <i>Brâhmana</i>, -gli Dei si vantino ad Indra d'essergli superiori, -mentre invece reca meraviglia il vedere come, offeso per -quel vanto, Indra ne porti lagno al tribunale supremo -di quello stesso Prag'âpati che aveva già disdegnato di -crearlo, ed al quale, per divenire il re degli Dei, Indra -domanda lo splendore che risiede in lui. Ma il <i>Rigveda</i> -stesso ci presenta già la nozione di un Indra generato -dagli Dei. Nel <i>Purusha Sûkta</i> poi Indra appare uscente -con Agni dalla bocca del Purusha o maschio universale. -</p> - -<p> -Ma nè gli Dei, in genere, nè il maschio Purusha -possono valere come il proprio padre d'Indra, la cui -madre rimane vedovata. Come la madre Aditi dicemmo -rappresentare il cielo femmina, così il padre d'Indra -(quando Indra non si concepisca come un figlio illegittimo, -ossia nato per miracolo da una vedova, come altri -Eroi son nati per miracolo da una vergine, o da una -donna vecchia o da una donna sterile) non può essere -stato altro che il cielo maschio, ossia Dyu, Dyaus, il -nome antico d'Indra. Ed esso è nel vero nominato come -proprio padre d'Indra nell'inno 17º del IV libro del -<span class="pagenum" id="Page_197">[197]</span> -<i>Rigveda</i>: «Fortissimo fu giudicato il tuo genitore -Dyaus; d'Indra il creatore fu un abilissimo operaio.» -(<i>Suvîras te g'anitâ manyata. Dyaur Indrasya karttâ -svapastamo 'bhût</i>.) Questa nozione vedica è importante. -</p> - -<p> -Il cielo come infinito, indestruttibile, è Aditi; come -luminoso, è Dyaus; quando il Dio pluvio e tonante -copre il cielo, la vôlta infinita, la madre Aditi esiste ancora, -ma il luminoso Dyaus è scomparso. Il nascimento -d'Indra pluvio e tonante porta la morte del luminoso -Dyaus; così, nella mitologia ellenica, uno Zeus rovesciò -l'altro, ossia lo Zeus pluvio e tonante distrugge l'antico -Zeus luminoso. Indra, la cui madre diviene vedova, -quando egli nasce, è ancor esso un'antica forma del mitico -parricida, o di figlio nato in modo eccezionale. -</p> - -<p> -Appena Indra nasce, appare forte: «Appena nascesti, -o Indra, per ottenere la forza, hai bevuto il soma; -e la madre proclamò la tua grandezza.» (<i>Rigveda</i>, VII, 98.) -Un altro inno canta: «Appena nato, Indra, l'uccisore -di Vritra, afferrò il dardo, e domandò alla madre: Dove -sono quelli che vengono celebrati come guerrieri terribili?» -Ecco qui ancora uno de' caratteri proprii dell'eroe -epico e leggendario, il quale, essendo ancora fanciullo, -dà già prove singolari del suo valore. Ognuno di voi ricorda -Ciro, Ercole, Sansone fanciulli; e, ne' futuri raffronti, -converrà forse ancora soggiungere Cristo, il quale, -presso l'importante, quantunque apocrifo, Vangelo ambrosiano,<a class="tag" id="tag47" href="#note47">[47]</a> -nella prima sua infanzia, mentre egli sta in -Egitto, ossia nella regione nera, vede muovere incontro -a sè dragoni spaventosi; Giuseppe e la madre ne pigliano -terrore; il fanciullo Gesù invece corre loro incontra -e li doma. -</p> - -<p> -Indra deriva la sua forza dal <i>soma</i>. Il <i>soma</i> è per -<span class="pagenum" id="Page_198">[198]</span> -lui l'acqua della forza. Come l'eroe epico e leggendario -beve quell'acqua, Indra se ne disseta largamente; perciò -negli Inni vedici, non solo egli viene chiamato <i>somapâs</i>, -ossia <i>bevitore di soma</i>, ma l'<i>ekah somapâs</i>, ossia -<i>l'unico bevitore di soma</i>, e <i>somapâtamas</i>, ossia <i>il più -gran bevitore di soma</i>; un inno del <i>Rigveda</i> ci dice -che l'anima, la mente d'Indra consiste tutta nel desiderio -del soma (<i>somakâmam hi te manach; Rigv.</i>, VIII -50); uno de' nomi d'Indra perciò è pure <i>somakâmas</i>, -ossia <i>amante del soma</i>. E non solo il bere il soma è -nella natura d'Indra, ma una delle sue prodezze, per -la quantità sterminata ch'egli ne può bere ad un tratto; -nella mitologia slava e scandinava l'eroe si distingue -spesso per la sua potenza nel bere più d'ogni altro, -senza alcuno sforzo. Indra con un solo sorso rasciuga -bevendo trenta laghi di <i>soma</i>: e quanto più egli beve, -tanto più s'afforza; onde lo stesso devoto, perchè si -spieghi quindi e toni e fulmini un vero Indra, e non -un simulacro di esso, invita Indra a ber bene. L'eroe, -essenzialmente, deve saper bere; il più forte de' Panduidi, -il figlio del Vento, <i>Bhîma</i> «il terribile,» acquista -la sua forza invincibile dopochè, gettato nel Gange, discende -nel regno de' serpenti a bere l'acqua della forza. -Ma poichè l'eroe beve molto, si suppose, per analogia, -ch'egli mangiasse del pari; perciò Indra è ancora celebrato -come una specie di Milone Crotoniate che si mangiava -un bove per ogni pasto. Indra mangia, secondo -un inno vedico, un bove; secondo un altro inno, cento; -secondo un terzo inno, trecento bovi per volta. Ma sulla -potenza d'Indra nel mangiare il poeta vedico non insiste -molto, mentre quasi ogni inno vedico a lui dedicato fa -cenno del <i>soma</i>, che il Dio Indra beve. Vi è un inno -singolare nel X libro del <i>Rigveda</i> (119); in esso Indra -celebra le proprie lodi; secondo il commentatore indiano -<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span> -Sâyana, Indra canta quell'inno, in forma di -quaglia, dopo aver bevuto il soma, appena si accorge -della presenza di un <i>rishi</i>. Che può significare questa -leggenda? La quaglia è animale che dorme di giorno e -veglia di notte, eccitato specialmente nelle notti, nelle -quali la luna, ossia Soma, appare nel cielo. La notte dell'anno -è l'inverno, di cui la luna vien considerata il -principale reggente; è in relazione specialmente col -Soma ambrosiaco, col Soma apportatore delle pioggie -primaverili, che il Dio tonante e pluvio ritrova nel cielo -la sua forza. L'inno vedico suona così: «La mia mente -è quella di dare la vacca (l'aurora o la primavera) ed -il cavallo (il sole); perciò io ho molto bevuto. Le bevande -mi sospinsero come venti gagliardi; perciò io ho -molto bevuto. Le bevande mi eccitarono come rapidi -cavalli portano via un carro; perciò io ho molto bevuto. -Il soma<a class="tag" id="tag48" href="#note48">[48]</a> scorse verso di me, come una vacca si affretta -verso il caro figlio; perciò io ho bevuto il soma. Intorno -al cuore io mi circondo di soma, come un falegname si -circonda di carri. Le cinque classi d'uomini non appaiono -alla mia grandezza neppure come un atomo; -perciò ho bevuto il soma. I due mondi non sono neppure -uguali alla metà di me; perciò ho bevuto il soma. -Io oltrepasso in grandezza il cielo e la terra; perciò ho -bevuto il soma, ec.» -</p> - -<p> -Si direbbe quasi che Indra tema di essere preso -dai devoti per un briaco, e che canti l'inno apologetico, -per scusarsi dell'aver bevuto oltre la misura ordinaria. -Indra parrebbe voler mostrare che il bere non -lo eccitò altrimenti che <i>il forte inebriato</i> biblico e manzoniano. -<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span> -Ma Indra non è solo forte per sè; la sua -forza è pure nelle proprie armi, ossia nel fulmine apprestatogli -da Tvashtar, e ne' proprii alleati, tra i quali -si celebrano per la loro potenza, e per la loro fedeltà -ad Indra, i Marutas. Nelle novelline russe, una delle -prove eroiche fra l'eroe ed il suo nemico consiste nella -gara a chi fischia più forte. Anche il nemico d'Indra, -il copritore Vritra si distingue come soffiatore, ossia -come fischiatore; Indra in questa prova è assistito dai -venti Marutas. Sâyana riferisce, nel suo commento, -questa leggenda: — Indra, volendo uccidere Vritra, -disse a tutti gli Dei: «Seguitemi, aiutatemi.» Essi dissero: -«Sta bene;» e corsero per ammazzare. Vritra -pensò: «Essi corrono per ammazzarmi; io farò loro -paura;» e contro di essi soffiò un vento poderoso; -tutti gli Dei scapparono frettolosi per quel fischio di lui; -i soli Marutas non abbandonarono Indra. Essi stettero -presso di lui, dicendo questo: «Uccidi, o Dio, uccidi -il forte.» Vedendo questo, Indra pensò: «Ecco i miei -alleati; essi mi amano: essi devono aver la loro parte -in questo inno;» così disse Indra. — Dar loro parte -nell'inno, non vuol dire dargli il primo posto, ed io ho -già avvertito come sia nata nell'Olimpo vedico una forte -gelosia tra il Dio Indra e i suoi compagni Marutas. -Questi sono i compagni del Dio, nel forte della battaglia; -altri alleati conta Indra nel cielo, e tra questi la -Sarasvatî e i simpatici Açvinâu, che lo aiutano specialmente -a fare opere buone ed anzi a liberare lo stesso -Indra dal pericolo, quando il mostro Namuc'i viene a -bere il soma, ossia la forza d'Indra. -</p> - -<p> -Nel <i>Çatapatha Brâhmana</i> si trova una leggenda, -della quale il senso è questo: -</p> - -<p> -— Il mostro Namuc'i portò via la forza d'Indra, il -soma, col liquore inebriante. Indra accorre per aiuto -<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span> -agli Açvinâu ed alla Sarasvatî, dicendo: «Io aveva giurato -a Namuc'i che non l'avrei mai ammazzato nè di -notte, nè di giorno, nè con la mazza, nè con l'arco, e -neppure con la palma della mano distesa, o col pugno -stretto, non con la siccità, non con la umidità; ed egli -ha portato via la mia forza; chi me la ricupera?» Gli -Açvinâu e la Sarasvatî domandano ad Indra che permetta -loro di goderne una parte, e ch'egli riavrà la -sua forza. Indra dice: «Essa deve esser comune fra noi -tutti; perciò, ricuperatela.» Allora gli Açvinâu e la Sarasvatî -unsero il fulmine, dicendo: «Esso non è nè secco -nè umido.» Con questo Indra colpi Namuc'i nella testa, -nel punto in cui la notte stava per passar nell'aurora, -e ne venne fuori il soma, insieme col sangue di Namuc'i. — Il -sangue di Namuc'i ucciso verso l'aurora -non può essere che il rosso dell'aurora stessa. Ma nelle -imprese gagliarde il più utile concorso Indra lo riceve -certamente dai Marutas, e dalle proprie armi fulminee. -Vishnu gli è pure compagno e seguace fedele, ma lo -segue più come servo devoto che come cooperatore magnanimo. -</p> - -<p> -Così, se i nemici d'Indra sono molti, se tutti i <i>krishnâs</i> -innumerevoli, ossia tutti i neri, tutti i mostri sono -i suoi nemici, chiamati col nome generico di <i>Dânavas</i> -o figli di <i>Dânu</i>, di <i>Daittyâs</i> o figli di <i>Diti</i>, creata in -opposizione all'Aditi, di <i>Asurâs</i>, raffigurati come nemici -dei suri, gli Eroi divini, se tra i nemici d'Indra appaiono -<i>Namuc'i</i> «quello che non lascia andare,» <i>Sushna</i> -«il disseccatore,» <i>Pipru</i> «il riempitore,» <i>Çambara</i>, di -cui sono celebrate le cento forti città celesti, nelle quali -egli si chiude, Kuyava, Varc'in, Urana, Arbuda ed altri -più, i due nomi che piglia più spesso il nemico -d'Indra sono <i>Vritra</i>, propriamente <i>il copritore</i>, figlio -di Tvashtar, ed <i>Ahi</i>, «lo stringitore, il serpente,» il gran -<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span> -drago celeste. Tutta la lotta epica consiste nella lotta -contro il mostro, contro il drago; e la grande impresa -eroica del Dio Indra nel <i>Rigveda</i> è, per l'appunto, -l'uccisione del mostro Vritra, l'uccisione del serpente -Ahi, per la morte del quale si scatenano le acque, e si -precipitano in vasti torrenti sopra la terra; il fenomeno -naturale e la figura mitica si collegano intimamente. Il -sole ritorna dopo la battaglia a splendere nel cielo, gli -uomini e gli animali per la vittoria d'Indra si rallegrano; -le spose degli Dei liberate, ossia le acque sprigionate, -cantano inni di gioia al loro liberatore. Questa -battaglia d'Indra è descritta in modo vivace e potente -in un gran numero d'inni, ne' quali vediamo Indra in -perfetto costume di guerriero, armato di armi divine, -che lancia contro il suo nemico ogni maniera di armi, -mazze, aste, dardi, fulmini. Tra queste armi troviamo -pure celebrata la pietra: açman. Che può significar questa -pietra? Ci dovrebbe essa richiamar col pensiero all'età -della pietra, e riportarci perciò alla prima più elementare -mitologia, o, con più verosimiglianza, questa pietra -non è essa altro che la roccia, la nuvola montagna, sotto -la quale il nemico è oppresso da Indra, precursore degli -eroi poderosi che aiutano l'impresa di Râma nel <i>Râmâyana</i>, -scagliando contro i Racsasi intiere montagne? -Noi ammiriamo la immaginazione gigantesca degl'Indiani, -leggendo la descrizione delle battaglie del <i>Râmâyana</i>; -ma il principal fondamento di quelle immagini -gigantesche è nel cielo mitico, ove, raffigurata la nuvola -come enorme montagna, divenne naturale il concepire -l'eroe divino Indra, il quale muovendo le nuvole -muove le montagne mitiche e schiaccia con esse -i suoi nemici. Io non indugerò ora nella descrizione -delle battaglie celesti del Dio Indra. Mi basterà avervi -mostrato come in questo Dio si accennino già tutti i -<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span> -caratteri principali, proprii dell'eroe epico-leggendario -indo-europeo.<a class="tag" id="tag49" href="#note49">[49]</a> Mi basterà che rimaniate, come spero, -persuasi che l'eroe epico è nato naturalmente e necessariamente -sopra il Dio, e che il Dio è una persona -sempre celeste. Se gli altri Dei ci lasciarono fin qui -incerti sopra la identità originaria dell'epopea o della -mitologia, il Dio Indra non ce ne può lasciare alcun -dubbio. Egli non è meno eroe che Dio; e il Dio raffigura -ad evidenza il fenomeno naturale. Ma una delle -imprese principali dell'eroe leggendario, mi direte, -è quella di conquistare e liberare la donna, senza la -donna non vi sarebbe epopea. Ebbene, quelle vacche -che Indra libera dalla spelonca del mostro che le ha, -simile a Caco, rapite,<a class="tag" id="tag50" href="#note50">[50]</a> in altri inni appaiono col nome -di donne. Indra è liberatore delle acque chiuse nella -nuvola, delle aurore chiuse nella notte, delle primavere -chiuse nella scura terra; è liberatore delle spose degli -Dei; è liberatore delle donne, e le libera perchè le ama, -e perchè le ama troppo, la mitologia brâhmanica rappresenta -poi il trono d'Indra circondato dalle Ninfe -<i>Apsarâs</i>; e, per cagione della sua eccessiva tenerezza -per le donne, il Dio Indra si perde. Alla sposa d'Indra -furono dati parecchi nomi diversi, fra gli altri: <i>Çac'î</i>, «la -forza;» <i>Indrânî</i>, «la forza d'Indra:» ma è troppo evidente -che questi nomi sono semplici astrazioni di una -qualità del Dio, e non possono pigliare persona viva, e -tanto meno svegliare il Dio sensuale. Ma, quando Indra -si innamora dell'aurora umida e luminosa, delle acque -lucenti, questi esseri femminini possono pigliare una -<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span> -figura poetica, la quale attrae il Dio Indra, il celeste -<i>Çiprin</i>, «il vago, il bello.» E le rappresentazioni dell'Olimpo -brâhmanico ci rappresentano però Indra in forma -di bellissimo giovine, agile, elegante, col corpo tempestato -di occhi luminosi, ossia di stelle. Il guerriero -ha ceduto il campo all'amante, il quale combatte perchè -ama, e, dopo aver combattuto, raccoglie nell'amore -il frutto della sua vittoria. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span> -</p> - -<h2 id="lett11">LETTURA UNDECIMA. -<span class="smaller">GLI AÇVIN.</span></h2> -</div> - -<p> -Di tutte le figure mitiche che l'Olimpo vedico ci presenta, -la più simpatica è, senza dubbio, quella degli -<i>Açvin</i>; se i nostri primi padri ariani non avessero -creati altri miti, questo solo basterebbe a persuaderci -com'essi siansi nella più remota antichità affacciati alla -storia con un ideale poetico. Qualunque sia stata l'origine -fisica del mito, la sola facoltà di creare due persone -mitiche cavalleresche come gli Açvin, è già prova di -una singolare eccellenza morale nella nostra razza. Chi -attribuisce al Cristianesimo tutto il merito della cavalleria, -dovrebbe soltanto meditare sopra la mitologia vedica -e la ellenica, e sopra le epopee che ne derivarono naturalmente, -per avvedersi del proprio errore. L'uomo -ariano apparve nella vita storica con un sentimento cavalleresco, -e però creò pure sollecito nel suo olimpo -l'eroe cavaliere. Già nelle figure d'Indra e dei Marutas, -e in quella dell'eroina aurora, ravvisammo numi cavallereschi, -protettori dell'innocenza, della virtù perseguitata. -Ma il protettore, per eccellenza, il perfetto cavaliere -è l'<i>Açvin</i>: anzi la parola <i>açvin</i> venne a significar -precisamente <i>il cavaliere</i>, e, come due sono gli ellenici -Dioskuri, così due sono i cavalieri vedici od <i>Açvin</i>. -<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span> -Ma, poichè non ci è bastato fin qui l'indicare come gli -Dei vedici siano rappresentati, ma tentammo pur sempre, -quando ci fu possibile, d'esaminare com'essi siano -nati; così, innanzi di descrivere la figura e le opere degli -Açvin, indugieremo per poco a ricercarne la natura -specifica originaria. Abbiamo, dunque, nel cielo due -<i>Açvin</i>, che interpretiamo per due <i>cavalieri</i>; ma ho già -accennato nella Introduzione di queste letture, come la -parola <i>açvin</i> significhi propriamente il fornito di <i>açva</i>, -e la parola <i>açva</i> valga <i>il rapido</i> (e al neutro forse <i>la -rapidità</i>); i due divenuti <i>cavalieri</i>, furono, dunque, in -origine, <i>i rapidi, i solleciti</i>, al pari dell'aurora, che -vedemmo esser la prima ad arrivare: un primo equivoco -di linguaggio trasformò <i>il rapido</i> in un <i>cavallo</i>;<a class="tag" id="tag51" href="#note51">[51]</a> un -secondo equivoco, <i>il fornito di rapido</i>, in un <i>fornito -di cavallo</i> e in un <i>cavaliere</i>. Ma, perchè due rapidi celesti? -quali fenomeni, quali esseri celesti si raffigurano -in que' due rapidi? Come l'aurora mattutina è la prima -a vincere la corsa al mattino, così il sole è il rapido che -appare primo sull'orizzonte. Ma vi è un altro rapido nel -cielo, l'astro che primo arriva sull'orizzonte alla sera, -la luna; il sole e la luna sono i due rapidi celesti, i due -fratelli rapidi, i due fratelli cavalieri, i quali si scambiano, -si aiutano l'un l'altro, e soccorrono coi loro aiuti -potenti i mortali bisognosi. E perchè la luna è preceduta -dal crepuscolo della sera, e il sole dal crepuscolo del -mattino, i crepuscoli annunziano pure i due fratelli -Açvin, che s'identificano anzi, spesso, con essi; e poichè -la luna, oltre la notte, regge specialmente la stagione -fredda dell'anno, e il sole, oltre il giorno, regge -specialmente la stagione calda dell'anno, gli equinozii -<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span> -d'autunno e di primavera ebbero pure il loro crepuscolo -lunare e solare, dominati dai due fratelli Açvin. -Di più, come il giorno è preceduto da due fenomeni -luminosi, l'uno biancheggiante, <i>l'alba</i>, l'altro rosseggiante, -<i>l'aurora</i>, gli Açvin furono pure particolarmente -considerati in relazione con questi due fenomeni, -ossia con questi due crepuscoli mattutini: l'uno passa -dal nero al grigio, o al bianco pallido dell'alba; l'altro -dal grigio al roseo od aureo dell'aurora. Il grigio o biancastro -che appare nella sera, fra l'aurora vespertina e -la tenebra, e, al mattino, fra la tenebra e l'aurora mattutina, -corrisponde a quel tempo che i Francesi chiamano -<i>entre chien et loup</i>, cioè, di sera, quando non è più -giorno e non è ancora notte; di mattino, quando non è -più notte e non ancora giorno: questo Açvin è in particolare -relazione con la luna, e l'altro più luminoso in -particolare relazione col sole: nessuna meraviglia quindi -se troviamo identificati i due Açvin con la luna e col -sole, e strettamente congiunti con l'aurora, ora loro -protetta, ora loro compagna, ora loro amica, ora loro -sorella; ond'essi vengono al pari di lei, della <i>divo duhitar</i>, -chiamati <i>figli del cielo (divo napâtâ)</i>, e, quando -essa appare o sta per apparire, vengono invocati ed adorati, -poichè in quel tempo si compiono pure le loro imprese -eroiche. -</p> - -<p> -L'antico commentatore vedico Yâska sembra ancora -avere alcuna coscienza del primo valore etimologico della -voce <i>açvin</i>, ossia <i>rapido, sollecito</i>, quando dice: <i>Açvinâu -yad vy açnuvâte sarvam rasena anyo, g'yotishâ anyah -(Açvin</i>, son così detti, poichè penetrano tutto, l'uno con -l'umore, l'altro con la luce). Qui abbiamo evidentemente -indicato un <i>açvin</i> lunare ambrosiaco, ed un <i>açvin</i> -solare rifulgente. L'<i>açvin</i>, «penetrante,» ci appare parente -dell'aurora <i>Urvâçî</i>, «la vasta penetrante.» Il crepuscolo -<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span> -penetra, si distende, pervade il cielo come l'aurora; -ma poichè <i>il penetrare</i> è un <i>andar innanzi</i>, un -<i>arrivar prima</i>, l'<i>açva</i>, «il penetrante,» riuscì pure un -<i>rapido</i>, un <i>corsiero</i>, un <i>cavallo</i>. -</p> - -<p> -Perciò il commentatore vedico Aurnabhâva, citato -da Yâska, deriva già il nome degli <i>Açvin</i> dai cavalli -(<i>Açvair açvinav ity Aurnabhâvah</i>). Quindi Yâska si domanda: -«Che sono i due Açvin?» E risponde: «Secondo -gli uni, i due Dyu o le due Prithivî (oppure Dyu e Prithivî); -secondo altri, il giorno e la notte; secondo altri, -il sole e la luna; secondo i narratori di leggende (<i>aitihâsikâh</i>), -furono due santi re. Il loro tempo è prima e -dopo la notte, prossimo al manifestarsi della luce; il -tempo che sta in mezzo a loro è tenebroso; il tempo -luminoso appartiene al sole; il loro tempo è al levarsi e -al tramontare del sole.»<a class="tag" id="tag52" href="#note52">[52]</a> Secondo questa interpretazione, -dovremmo cercare gli <i>Açvin</i> così nel crepuscolo -vespertino, come nel mattutino, ossia sempre congiunto -con un fenomeno luminoso, sia che lo presenti il sole -nascente, sia che lo produca il sole moribondo. Tuttavia -conviene avvertire come la più costante rappresentazione -de' due fratelli Açvin, presso gli Inni vedici, appare nel -<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span> -cielo mattutino, ove arrivano quali forieri della luce. -L'uno di essi è il forte che combatte e vince (<i>g'ishnuh</i>), -onde fu paragonato ad Indra, l'altro è il ricco (<i>subhagah</i>; -inno 181º del primo libro del <i>Rigv</i>.), e fu identificato -col sole luminoso che trionfa. Da questa nozione -elementare di due fratelli celesti, de' quali l'uno forte, -l'altro ricco, si svolsero poi numerosi miti ed ampie leggende. -Il fratello ricco divien superbo, e viene punito -tornando povero, mentre il fratello forte e sapiente, ossia -virtuoso, ha sempre con sè il mezzo di procurarsi, se -l'ambisca, la ricchezza. Ecco un aspetto. Il fratello glorioso -diviene infelice; il fratello forte ne piglia pietà e -affronta ogni pericolo per liberarlo; va per esso all'inferno, -sostiene ogni maniera di fatiche per amore di -esso. Ecco un altro aspetto più simpatico che il mito -assume. I due fratelli si mostrano gelosi l'uno dell'altro -e disputano pel possesso d'una donna; ecco un terzo -aspetto frequente con cui si mostrano i due fratelli mitici. -Ma non è qui luogo di svolgere le numerose forme -che il mito de' due fratelli assunse nella tradizione indo-europea, -sì bene soltanto di mostrare come essi ci appaiano -negl'Inni vedici. -</p> - -<p> -Ripeto dunque che l'aspetto vedico degli Açvin è -sempre simpatico. I due fratelli non solo vanno sempre -insieme, ma si mostrano pur sempre concordi nel volere -il bene. -</p> - -<p> -Come la loro sorella, quantunque antica, è cantata -negl'Inni vedici come <i>sempre giovine</i>, ossia come una -vergine immortale, così gli Açvin vengono, quantunque -antichi (<i>pratnâ</i>), salutati come i più giovani degli Dei. -Essi hanno la giovinezza, essi sono giovani (<i>yuvânâ</i>); -uno de' loro miracoli più belli sarà quello di ridare la -giovinezza ai vecchi: essi sono belli (<i>valgû</i>); un altro -loro splendido miracolo sarà quello di ridare la bellezza -<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span> -a chi non l'ha; sono agili, rapidi, arrivano <i>con la rapidità -d'un giovine falcone</i>; essi hanno quindi pure il -potere di fare arrivar presto i loro protetti, o col dar -loro altre gambe, o un celere cavallo, o col pigliarli -sul loro proprio carro; sono forti, e assistono nelle pugne -i combattenti, assicurando loro la vittoria; sono ricchi, -e il loro vasto carro, luminoso ed alato, porta seco -e spande l'abbondanza; essi amano, e però assistono gli -amanti, servendo loro come amabili mediatori e come -paraninfi; sono sani e restituiscono la salute agl'infermi; -sono sapienti e danno la sapienza agli stolti; benefattori -instancabili degli umani e de' celesti. -</p> - -<p> -La più beneficata delle Dee è la figlia del sole, -senza dubbio, l'aurora, alla quale gli Açvin, nell'importante -inno 117º del primo libro del <i>Rigveda</i>, fanno -vincere la corsa, col permetterle di salire sopra il loro -carro. Il commentatore Sâyana reca una variante notevole -a questo mito. Non è, in essa, la figlia del sole che -corre, ma sì essa appare quale premio che il sole ha -destinato al vincitore della corsa, ossia a quelli che arriveranno -più presto presso di lei: primi ad arrivare, col -loro carro volante, sono gli Açvin, i quali perciò ottengono -come sposa conquistata la figlia del sole, e la fanno -perciò salire sopra il loro carro. Di queste corse d'eroi -per conquistare la mano della figlia del re sono piene le -novelline popolari indo-europee. Ma, nell'inno nuziale -vedico, gli Açvin appaiono soltanto come i paraninfi -della bella sposa celeste, i quali portano la sposa allo -sposo. Così, negli inni 116º e 117º del primo libro del -<i>Rigveda</i>, essi portano sopra il loro carro la sposa -Kamadyû al giovine sposo Vimada. Nell'inno 117º dello -stesso libro gli Açvin danno uno sposo a <i>Ghoshâ</i> che -invecchiava nella casa paterna, e probabilmente, prima -di sposarla, la ringiovanirono, ossia la liberarono dalla -<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span> -lebbra, la vecchiaia essendo appunto la lebbra incurabile, -quando non s'abbia il potere di far ringiovanire; -perciò, ne' racconti e misteri popolari medievali, i medici, -con scellerato consiglio, ai re affetti di lebbra, ossia -di vecchiaia, raccomandano di pigliare un bagno nel -sangue di fanciullo; nè mancavano medici infami ed -ingordi che facessero rapire fanciulli per adoperarli al -mostruoso ufficio. Il commentatore Sâyana ci fa sapere -che la invecchiante Ghoshâ ringiovanita e fatta sposare -dagli Açvin era appunto affetta dalla lebbra; il qual -particolare ci permette d'avvicinarla alla fanciulla Apalâ -dalla brutta pelle oscurata, cui, per la pietà di lei, il Dio -Indra rese bella, dandole una pelle color del sole. È -evidente che questo miracolo fatto da Indra e dagli -Açvin si riferisce sempre all'aurora che la sera si oscura -o divien brutta e vecchia nella notte, per schiarirsi, ringiovanirsi, -rimbellirsi di nuovo al mattino, aiutata dagli -Açvin crepuscolari. Negli inni 112º e 116º del primo libro -del Rigveda, si ricorda che gli Açvin diedero una gamba -di ferro a Viçpalâ, a cui in battaglia era stata tagliata -la propria; l'aurora amazzone abbiamo già veduto, e -udimmo pure come Indra ne abbia fatto in pezzi il carro; -gli Açvin che pigliano sul loro carro l'aurora perchè -possa, correndo, vincere la corsa, fanno un miracolo -simile a quello ch'essi compiono con <i>Viçpalâ</i>, alle gambe -della quale sostituiscono gambe ferrate, ossia le proprie, -o le ruote del proprio carro. La parola <i>viçpalâ</i> vale -propriamente <i>protettrice delle genti</i>, appellativo convenientissimo -all'aurora, a quel modo stesso con cui nell'inno -182º del primo libro del <i>Rigveda</i> sono chiamati -Viçpalâvasû i due Açvin (ossia <i>i due esseri protettori -delle genti viçpalâu-asû</i>).<a class="tag" id="tag53" href="#note53">[53]</a> Un miracolo conforme a -<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span> -quello che essi fecero con Viçpalâ lo rinnovano gli Açvin -con <i>Vadhrimatî</i>, propriamente <i>la fornita di un moncherino</i>,<a class="tag" id="tag54" href="#note54">[54]</a> -invece del quale le regalano una <i>mano d'oro</i>, -ossia <i>hiranyahasta</i>, di cui si fa quindi un figlio di Vadhrimatî, -un figlio <i>avente mani d'oro</i>. -</p> - -<p> -Ma qui non finiscono le opere benefiche degli Açvin -celebrate negli Inni vedici. La vacca di Çayu che non -dava più latte, essi resero nuovamente lattifera; al privo -di cavalli essi diedero un cavallo; a Pedu procacciarono -un tale cavallo così forte, così rapido, che, con l'aiuto -di esso, egli potè vincere tutti i suoi nemici ed arricchirsi -delle loro spoglie; fecero andare e vedere Parâvrig' -ch'era zoppo e cieco; restituirono gli occhi a Rig'raçva -(ossia quello <i>dal cavallo rosso</i>, o <i>il cavallo rosso</i>), a cui il -padre feroce li aveva tolti; ad Atri Saptavadhri, chiuso -nella fornace ardente, temprarono il calore e gli recarono -nutrimento, alfine lo liberarono; trovarono a Viçvaka il -figlio perduto Vishnâpû; diedero la sapienza a Kakshîvant; -salvarono Vandana dalla vecchiaia; ringiovanirono il vecchio -C'yavana e gli diedero una giovine sposa. Ed eccoci -al mito ellenico di Titone. Compiuto dai medici celesti, -dagli Açvin, il miracolo, anche la medicina umana s'affannò -in cerca di rimedii, di acque di lunga vita, di -acque della giovinezza, che potessero richiamare la freschezza -e le forze della gioventù sul volto e nelle membra -de' vecchi decrepiti; e, non potendosi nella realtà -riprodurre il miracolo, si volle almeno riempirne con la -immaginazione i racconti popolari, ne' quali la ricerca -dell'acqua dell'immortalità ritorna come uno de' motivi -<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span> -favoriti. Ma noi sappiamo che cosa significano i miracoli -celesti, e quando il taumaturgo è un vero Dio, ossia una -vera persona celeste, noi siamo dispostissimi ad accettare -e ad ammirare il miracolo. Ogni sera il cavallo solare, -l'eroe solare celeste, s'accieca o s'azzoppa; e -quando esso s'accieca e s'azzoppa, non solo non brilla -più, non solo non cammina più, ma impedisce anche a -noi di vedere e di andare; noi diventiamo, al pari di -esso, ciechi e zoppi. Ma, per fortuna sua e nostra, v'è -nel cielo un salvatore, un taumaturgo, che dà la vista ai -ciechi e fa camminare gli zoppi; al mattino il sole, o -mercè sua, o per aiuti celesti, ritorna a splendere ed a -correre le vie del cielo, e noi torniamo sulla terra a -brillare ed a muoverci con esso; il sole risorto ha ridonato -la vista ai ciechi, e rimette in moto la gente zoppa. -Il cieco e lo zoppo compagni nella notte, fra le tenebre, -s'aiutano e ritrovano nell'orizzonte la loro antica dimora. -Il cielo piglia nella sera e nel mattino l'aspetto -di una fornace ardente; spira la brezza vespertina e -mattutina e ne tempra l'ardore; il sole si libera dalla -fornace che minacciava consumarlo, e ritorna a splendere -libero e puro per l'orizzonte. Il sole ogni sera invecchia, -e diviene impotente a nuove nozze; nella notte -si rinvigorisce, e riappare, al mattino, come un giovine -sposo, ripieno di vigore. Non ci dicono gli Inni vedici -che gli Açvin abbiano pure risuscitato de' Lazzari, ma -il sole moribondo è l'eterno Lazzaro celeste, che ogni -giorno ed ogni anno muore e risuscita. Chè, se il miracolo -celeste si suppose poi rinnovato da migliaia di taumaturghi -sopra la terra, ciò non può recar meraviglia, -quando si pensi come lo stesso bel mito vedico di C'yavana, -indubbiamente celeste, si fosse già umiliato sopra -la terra, nel tempo della redazione del <i>Çatapatha Brâhmana</i>, -il che vorrà dir sempre oltre quattro secoli innanzi -<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span> -l'êra volgare. Gli Açvin vi appaiono già incarnati -sopra la terra, per esercitarvi la medicina fra gli uomini; -s'abbattono in <i>Sukanyâ</i>, propriamente <i>la bella -fanciulla</i>, e se ne innamorano; ma essa è già sposa del -vecchio <i>C'yavana</i>, al quale vuole serbarsi fedele; essa -narra anzi al marito che gli Açvin voleano sedurla, ed -egli: «Se ti rivolgono ancora una simile domanda, tu -devi dir loro: Voi non siete nè completi nè perfetti (parole -con le quali sembra indicarsi la natura incerta -e quasi amorfa dei crepuscoli); e se essi vorranno sapere -in che cosa siano incompleti ed imperfetti, allora -soggiungi: Fate ritornar giovine mio marito, ed io ve -lo dirò.» Nel vero, gli Açvin, per la curiosità di sapere -in che cosa fossero incompleti ed imperfetti, indicarono -a C'yavana uno stagno, dal quale egli avrebbe -potuto uscire con quell'età che gli fosse meglio piaciuto, -e quindi tornarono ad interrogare Sukanyâ. Allora -C'yavana rispose per lei: «Gli altri Dei stanno -celebrando nel Kurukshetra un sacrificio, e vi escludono -da esso: ecco dunque perchè siete incompleti -ed imperfetti.» Gli Açvin s'affrettano al sacrificio, e -domandano di farne parte; ma gli Dei rispondono: -«Noi non vogliamo invitarvi, poichè voi avete errato -confidentemente fra gli uomini, in qualità di medici.» -Allora gli Açvin osservano che il sacrificio non è completo, -perchè vi manca la testa del sacrificio, ossia -la testa di Makha, che gli Açvin ritrovano, a patto di -essere ammessi al sacrificio. Gli Dei consentono. Nella -<i>Tâittiriya Samhitâ</i><a class="tag" id="tag55" href="#note55">[55]</a> si dice che avendo gli Dei qualificati -come impuri gli Açvin, perchè aveano frequentati -gli uomini in qualità di medici, per questa ragione -nessun Brâhmano deve esercitare la medicina, poichè -<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span> -chi esercita la medicina è impuro e però non adatto a -celebrare il sacrificio. Ecco in qual modo la superstizione -religiosa può di uno stupendo e poetico mito celeste -fare una meschina e volgare parodia. Il salvatore -del mondo diviene un medico degli uomini, ed il medico -un essere impuro, a cui il cielo si chiude. A questo -punto si chiude pure l'Olimpo, ed il mito deturpato -svanisce nelle aberrazioni di maliziosi commentatori. Indra -pluvio primaverile, apportatore del bel tempo, l'Aurora -e gli Açvin arrecanti la luce diurna, quando il -culto della natura e della famiglia era l'unica religione -e l'unica poesia della vita, avevano invocazioni non -solo frequenti, ma tènere ed affettuose. Gli Dei amavano -gli uomini, perchè gli uomini amavano gli Dei; e -gli uomini amavano i loro Iddii, perchè li vedevano, li -seguivano, sentivano il beneficio della luce che pioveva -dal cielo, ed il terrore malefico della tenebra e del -verno che portavano la morte nella natura. I ridestatori -quotidiani della vita erano pertanto benedetti ogni -giorno; il crepuscolo era atteso con impazienza, poichè -annunziava l'aurora, e l'aurora salendo sul carro degli -Açvin, ossia de' solleciti, de' primi ad arrivare, risplendeva -a rianimare d'un tratto il mondo. Quando il sole -saliva in alto, gli uomini si trovavano già tutti intenti -alle cure della vita; ma il momento solenne era quello, -in cui il vecchio sole dovea risorgere ringiovanito; rinascerà -esso? ecco la questione paurosa che doveano -porsi ogni sera i padri nostri, nel salutare oranti il -vecchio sole moribondo. Esso è passato a traverso la -fornace ardente, s'è acciecato, non cammina più, è -scomparso; lo ritroveremo noi ancora? Noi abbiamo -veduto come gli Açvin ridonassero la vista al cieco, -l'andare spedito allo zoppo, il figlio perduto (e forse -prodigo) al padre, lo sposo alla fanciulla, la gioventù -<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span> -al vecchio, e beneficassero ancora in altre forme l'eroe -celeste; ma vi è ancora un'altra impresa degli Açvin, -che merita d'essere distintamente esaminata per la sua -importanza. L'eroe solare scompare la sera, in più -modi, secondo la immaginazione popolare. Ho già detto -come la tenebra sia spesso stata paragonata ad un mare; -il sole vespertino che si perde nella tenebra s'immaginò -pure caduto nell'acqua, ed è da quest'acqua che gli -Açvin verranno invocati a liberare il loro divino protetto. -</p> - -<p> -Nel discorrere dell'acqua mitica, accennammo -come le antiche cosmogonie si mostrassero quasi concordi -nell'ammettere che il mondo fosse nato dalle -acque. L'uovo cosmico, il fuoco ed il vento, nell'India, -si figuravano usciti dalle acque, e l'afflato divino -biblico, come avvertimmo, vien portato anch'esso sopra -le acque, nel principio della creazione. Il signor -Francesco Lenormant, in uno studio largo ed originale -da lui fatto sopra la leggenda babilonese del Diluvio,<a class="tag" id="tag56" href="#note56">[56]</a> -vi ha scoperto un <i>Nuah</i> «signore delle acque, signore -de' fiumi, signore del mare, re, capo, signore, reggitore -delle acque (e soggiunge) come spirito <i>che si -muove sopra le acque</i>; i monumenti dell'arte assira e -babilonese lo rappresentano spesso portato sopra le onde -del mare cosmico, nella forma di uomo-pesce, coperto il -capo della tiara regia. Nel vero, presso il lungo Catalogo -de' suoi appellativi che fornisce una delle tavolette -<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span> -mitologiche del Museo Britannico, noi troviamo quelli -di <i>pesce dell'abisso, pesce benefico, pesce salvatore</i>; -nello stesso documento ed in altri ancora, la Dea Davkina -sua compagna si denomina <i>la grande sposa del -pesce</i>. Così nelle tavolette astrologiche si fa spesso menzione -di una costellazione chiamata <i>il pesce di Nuah</i>. -Non vi è dubbio che non sia l'intiera costellazione -de' pesci, od almeno quella de' due pesci collocata esattamente -nella fascia dello Zodiaco; poichè, nella singolare -tavoletta che registra i dodici nomi dati al pianeta -Mercurio ne' singoli mesi dell'anno, noi vediamo quest'astro -prendere il nome di <i>pesce di Nuah</i>, nel mese -di <i>adar</i>, l'ultimo dell'anno (febbraio), cioè nel tempo -preciso, in cui Mercurio, accompagnando sempre molto -dappresso il sole, si trova con esso nel segno de' pesci, -o, come dicono gli Astronomi babilonesi, nella costellazione -del <i>pesce di Nuah</i>.» -</p> - -<p> -Ho voluto recare questo intiero passo del Lenormant, -poichè mi pare assai importante la nozione che -ne deriva, cioè della natura conforme di due tradizioni -che si sono quindi distinte, la cosmogonica e quella del -diluvio. Nella tradizione cosmogonica, il mondo vien -fuori dall'oceano acquoso; nella tradizione del diluvio, -le acque minaccerebbero distruggere il mondo, ma un -uomo si salva miracolosamente che ripopola il mondo; -il diluvio ci presenta una seconda cosmogonia. Il Nuah -babilonese, nel riscontrarsi col Noè, presenta pure -l'aspetto d'un primo Dio che s'agita sopra le acque. -Io ho già avvertito come le recenti scoperte delle scienze -naturali concordino perfettamente con la nozione cosmogonica -d'un mondo venuto fuori delle acque; e la priorità -della fauna acquatica sulla fauna terrestre ci mostra -pure come potesse conservarsi la tradizione di un primo -creatore acquatico, di un Dio creatore in forma di pesce. -<span class="pagenum" id="Page_218">[218]</span> -Quando la terra non era ancora scoperta, quando le -acque ravvolgevano ancora, il pesce esisteva già; il -pesce ha preceduto l'uomo. Quando s'immagina, nella -leggenda del diluvio, una seconda sommersione della -terra, il pesce non solo sopravvive, ma, amico dell'uomo, -lo salva dalla inondazione. Amore ed Afrodite, -prese forme mitiche mattutine e primaverili, si tuffano -nel mare in forma di pesci e rinnovano l'anno; il nuovo -anno solare si apre in febbraio ed in aprile coi pesci; -e coi pesci rinasce la vita nella natura; il pesce generatore, -che rinnova la vita, è un salvatore; nella bocca -del pesce evangelico si trova la moneta d'oro (e in altre -leggende indo-europee l'anello fatato, ossia il disco -solare, il Cristo, il crestato); gli Apostoli del Cristo dovevano -perciò essere naturalmente pescatori. Per virtù -del pesce, il Cristo ha il potere di camminare sopra -le acque senza annegarsi; e Cristo stesso fa il miracolo -di moltiplicare i due pesci alla folla affamata, e di -riempire di pesci la rete de' pescatori che pescavano -invano. Perciò, tra le rappresentazioni simboliche del -Cristo, ne' primi secoli della Chiesa cristiana, ossia -prima di Costantino, la più frequente è quella del pesce, -la quale raffìguravasi specialmente sopra le tombe -e sopra gli anelli. La parola greca ἴχθυς, <i>pesce</i>, divenuta -simbolica del Cristo, i Padri della Chiesa, volendo -poi interpretarla al volgo, trovarono composta delle parole -greche Ιησοῦς, Χριστός, Φεου υιὸς, Σωτήρ, ossia -<i>Gesù Cristo di Dio figlio Salvatore</i>. Apparso nella tradizione -il Cristo come pesce, ossia con una delle forme -zoologiche più umili, tentarono gli esegeti trarne profitto -per celebrare l'umiltà divina del Cristo; onde Gregorio -Magno scriveva: <i>Ipse enim latere dignatus est in -aquis generis humani</i>; ed Origene avverte che Cristo -ha voluto che la moneta si trovasse nella bocca del pesce, -<span class="pagenum" id="Page_219">[219]</span> -poichè egli stesso era pesce, e chiamavasi propriamente -<i>il pesce (tropice piscis appellatur)</i>. I primi Commentatori, -non volendo dare un significato mitico al -Cristo, e, per altra parte, trovando nella leggenda di -esso particolari che offendevano il loro buon gusto e la -loro pietà, si sforzarono d'interpretarli per via d'allegorie; -ma queste allegorie tradiscono solamente il loro -imbarazzo: così, quando il Cristo, presso il mare di Tiberiade, -offre pesci fritti a' suoi discepoli, San Gregorio, -assimilandolo a pesce fritto, dichiara che lo stesso -Cristo fu <i>quasi tribulatione assatus tempore passionis -suae</i>. E Sant'Agostino: <i>piscis assus Christus est</i>; e il -venerabile Beda: <i>piscis assus, Christus est passus</i>. Ma, -per accostarci al nostro proprio argomento, giova ricordare -un'antica pietra anulare cristiana già posseduta dal -Foggini, nella quale «sarebbe rappresentata la promessa -di un Salvatore fatta ad Adamo ed Eva dopo il loro peccato. -Il serpente seduttore si mostra col fatale pomo -nella bocca, e i nostri primi parenti stanno inginocchiati -in umile atto. Un personaggio molto inclinato stende -verso di essi le proprie mani, come per rialzarli. Questo -personaggio sembra essere il Verbo divino, e riposando -i suoi piedi sopra un pesce, indica in tal forma la natura -ch'esso piglierà nella pienezza de' tempi. E poichè -la sua incarnazione doveva portare la salvezza al mondo -sommerso nell'errore e nel peccato, gli si collocò presso -l'arca di Noè con la colomba ed un'àncora, indicante -la sicurezza che sarebbe data in tal modo a quelli che -navigano nel mare tempestoso del mondo.» Questa descrizione -non è mia; me la offre invece uno scrittore -ortodosso, l'abate Martigny nel suo <i>Dictionnaire des -antiquités chrétiennes</i>. Io metterò qui di mio una sola -domanda: Vi sembra egli lecito, dopo tutto ciò, l'avvertire -come la leggenda evangelica non è altro se non -<span class="pagenum" id="Page_220">[220]</span> -una nuova forma dell'antica leggenda del diluvio, nella -quale il Salvatore appare in forma di pesce, come nella -leggenda babilonese e nella indiana? E poichè il <i>Christus -passus</i> combina col pesce afrodisiaco d'aprile, ed il -sole incomincia in aprile ad ardere, ossia il pesce a -friggere, qual meraviglia che il <i>Christus passus</i> e il -<i>piscis assus</i> siansi identificati; qual meraviglia se, come -la colomba (negli Inni vedici, i due Açvin sono talora -rappresentati in forma di due <i>Cigni</i><a class="tag" id="tag57" href="#note57">[57]</a>) è nella leggenda -di Noè (cui Filone ebreo<a class="tag" id="tag58" href="#note58">[58]</a> chiama l'autore e il principio -della rigenerazione degli uomini e salvatore) la messaggiera -del bel tempo rigenerato, lo Spirito Santo in forma -di colomba annunzii il Redentore e la colombina di -Casa Pazzi accenda in Firenze i fuochi d'artifizio, a mezzogiorno -del Sabato santo, ed annunzii il Cristo (che -dopo essere stato pesce risorge), il rinato sole primaverile -uscito dalle acque invernali? Il pesce allora si -frigge, si sacrifica, poichè il sole venuto fuori delle -acque s'infuoca, e le acque sono scomparse; il Cristo -sale al cielo; il sole ascende l'orizzonte, e manda poi -verso il giugno dal cielo le sue lingue di fuoco, con le -quali il mondo s'illumina; il grasso del pesce trovato -dal giovine Tobiolo ridona la vista al vecchio Tobia. Io -non posso qui darvi se non un accenno del mito biblico -evangelico. Ma io prego quelli de' miei uditori, ai -quali la ricerca del vero non mette sgomento, di approfondire -questa ricerca, nella fiducia che tutti gli studii, -fatti col corredo di un'ampia erudizione, alla dimostrazione -della tèsi mitica che si svolge dal Vangelo, -confermeranno nelle sue parti essenziali la interpretazione -ch'io vi propongo, per quanto essa possa apparirvi -<span class="pagenum" id="Page_221">[221]</span> -insolita e, a primo aspetto, disgustosa. In ogni -modo deve rimanere per voi accertato che esiste nelle -prime tradizioni cristiane la nozione di un pesce salvatore, -presso il quale appare un'àncora; questo pesce -(talora, invece di un pesce, se ne rappresentano due) e -quest'àncora ci conducono naturalmente a cercar notizia -del diluvio indiano e del vedico, il quale ci occupa -ora in modo speciale. -</p> - -<p> -Ma, innanzi di passare alla descrizione del mito vedico, -giova osservare ancora qual sia propriamente il pesce -o animale acquatico che nelle antiche rappresentazioni -cristiane figura più spesso come salvatore, e specialmente -come salvatore d'un fanciullo. Non è senza una viva meraviglia, -che, come nelle antiche tradizioni elleniche, il -salvatore di fanciulli è il delfino (onde Solino scriveva: -«exempla narrantur delphini puerum ardenti amore depereuntis, -colludentis et dorso suo medio mari gestantis, -ac fideliter referentis ad litus»), nei più antichi -anelli cristiani il Salvatore appare in forma di delfino -congiunto con un'àncora. Sulla tomba d'una cristiana -chiamata Redenta appare un delfino, congiunto con una -colomba, celebrata, com'è noto, per la sua rapidità, affrettantesi -verso un'anfora, ch'è il segno zodiacale del -mese di gennaio, come i pesci corrispondono al mese -di febbraio, e ritornano all'aprile. Così del delfino i Naturalisti -sopra tutte le altre qualità celebrano la prestezza;<a class="tag" id="tag59" href="#note59">[59]</a> -presso i Romani rappresentavansi delfini sopra -<span class="pagenum" id="Page_222">[222]</span> -colonne, e se ne pigliava augurio per future nozze; il -che si rileva da quel verso della sesta satira di Giovenale: -</p> - -<div class="poem"> -<p><i>Consulit ante phalas delphinorumque columnas</i></p> -<p><i>An saga vendenti nubat caupone relicto.</i></p> -</div> - -<p> -Sopra una pietra anulare cristiana descritta da Montfauçon -appare inciso un delfino col motto: <i>Pignus amoris -habes</i>; così nelle tombe cristiane si rappresentano i -delfini al pari delle colombe, come simboli d'amore. -Ma v'è di più: come la colomba vien fuori dalle acque, -messaggiera del bel tempo; come il delfino salva il fanciullo -dalle acque nel mito ellenico, e si riproduce con -l'àncora come una forma del Cristo salvatore, e che -salva pure sè stesso; come le antiche rappresentazioni -elleniche ci offrono il fanciullo sopra un delfino; così il -Martigny ricorda un geroglifico battesimale cristiano, nel -quale appare un fanciullo seduto sopra un pesce. E -Orientius vescovo del quinto secolo afferma: <i>Piscis natus -aquis, auctor baptismatis ipse est</i>. Quindi l'uso di -rappresentare de' pesci ne' battisteri e ne' battezzatoi. -Tertulliano paragona i Cristiani a pesciolini, poichè nascono -nell'acqua come il pesce Gesù Cristo; e soggiunge -che, come per il pesce fuori dell'acqua non vi -è salute, così non vi può essere pel cristiano fuori dell'acqua -battesimale. A Parenzo, nell'Istria, si osserva -ancora una vasca di marmo del sesto secolo, già appartenente -al Battistero della città, la quale presenta una -croce scolpita fra due colombe e fra due pesci. Come -poi troviamo il delfino pesce salvatore cristiano congiunto -con l'àncora, così ne' battisteri, tra le figure -simboliche del Salvatore, appare pure il cervo,<a class="tag" id="tag60" href="#note60">[60]</a> il quale -<span class="pagenum" id="Page_223">[223]</span> -va a specchiarsi nel fonte, desideroso dell'acqua come il -catecumeno, onde San Girolamo, paragonando ne' <i>Salmi</i> -il catecumeno al cervo, soggiunge: «Desiderat venire -ad Christum in quo est fons luminis; ut ablutus baptismo, -accipiat donum remissionis.» Da questi esempi -e da altri infiniti che si potrebbero addurre, par lecito il -conchiudere: <i>la leggenda cristiana non essere nata altrimenti -che pel foggiarsi di una magnifica allegoria -morale sopra un'antica ricchissima mitologia ellenico-orientale.</i> -</p> - -<p> -Riassumendo ora quello che riguarda il mito del -diluvio nella tradizione biblico-cristiana, vi troviamo -nelle acque il pesce-delfino, rapido, sollecito salvatore -del fanciullo, ossia rigeneratore della vita nelle acque; -ai pesci quaresimali di febbraio, congiunti con la colomba -messaggiera come a zefiri di marzo della primavera, -succedono nello Zodiaco il montone ed il toro (due -<i>versatori</i>, due <i>fecondatori</i> mitici per eccellenza); al -pesce d'aprile della tradizione popolare, il <i>piscis assus</i>, -succedono i due gemelli di maggio. Vedremo ora come -siansi pure scambiati nella tradizione indiana i due gemelli -Açvin con forme animali identiche a quelle che -appaiono nel mito ellenico, e nella tradizione biblico-cristiana. -</p> - -<p> -È nota la leggenda epica del diluvio indiano. Il -Dio Brahman si fa piccolo pesce, e prega il Dio Manu -di salvarlo dai pesci grossi; Manu lo depone in un vaso -che risplende come la luna; il pesce cresce: Manu, pregato -dal pesce, lo trasporta in un ampio stagno, poi di -là nel Gange, infine nel mare; il pesce, contento, prenunzia -che l'oceano un giorno salirà ad inondare tutta -la terra, lo invita a costrurre una nave e a munirla -d'una fune; quando il diluvio arriverà, pensi al pesce -da lui beneficato, ed il pesce accorrerà prontamente -<span class="pagenum" id="Page_224">[224]</span> -munito d'un corno, al quale si legherà la fune della -nave; così Manu, insieme con sette sapienti e con ogni -maniera di semi, entrato nella nave tirata dal pesce, -salva sè stesso e salva o rigenera, a traverso le acque, -il mondo. -</p> - -<p> -La conoscenza della sola tradizione epica e puranica -del diluvio indiano aveva indotto l'illustre Eugenio -Burnouf ad ammettere che la tradizione indiana fosse -derivata dalla biblica; ma, come il Weber ha, nel primo -volume de' suoi <i>Indische Studien</i>, illustrato fin dall'anno -1850 la tradizione vedica del diluvio contenuta -nel <i>Çatapatha Brâhmana</i>, io spererei aver trovato negli -stessi Inni del <i>Rigveda</i> la prova che la tradizione del diluvio -appartenne non solo al periodo, nel quale i popoli -della stirpe aria non erano ancora divisi, ma sì ancora -a quello, in cui se la razza semitica e la turanica non -formavano più una razza sola con l'ariana, erano, per -lo meno, ancora intimamente congiunte con essa. Secondo -la tradizione raccolta nel <i>Çatapatha Brâhmana</i>, -ossia in un'opera, la cui redazione rimonta sicuramente -oltre il quarto secolo innanzi l'êra volgare, si racconta -che Manu si lavava, quando gli apparve un pesce e gli -disse: «Salvami, io ti salverò;» Manu piglia la stessa cura -di lui che ci viene descritta nel racconto epico; quando -il diluvio arriva, al corno del pesce si lega la fune della -nave, e la nave viene tirata sulla cima d'un monte e -legata sovr'esso ad un albero. Cessato il diluvio, Manu, -per mezzo del sacrificio, della penitenza e della preghiera, -crea una figlia, e con essa rigenera quindi il -mondo de' viventi. La figlia di Manu si chiama Idâ, e la -parola <i>idâ</i> vale <i>la libazione, la preghiera, la parola -sacra</i>, che ci richiama al verbo rigeneratore, al <i>logos che -era nel principio, e da cui furono fatte tutte le cose</i>, -secondo il Vangelo di San Giovanni. La leggenda cosmogonica, -<span class="pagenum" id="Page_225">[225]</span> -la leggenda del diluvio e la leggenda del -sacro battesimo rigeneratore presentano fra loro una -strettissima analogia. -</p> - -<p> -Ma è tempo oramai che stringiamo più dappresso -il mito vedico. Nell'inno 116º del primo libro del <i>Rigveda</i> -ci si rappresenta il giovinetto Bhug'yu, figlio di -Tugra,<a class="tag" id="tag61" href="#note61">[61]</a> smarrito nella nuvola acquosa (<i>udameghe</i>), -nell'oceano (<i>samudre</i>); intervengono i due Açvin, i quali -sopra una nave <i>dai cento remi</i> lo portano alla riva -açvinâ yad ûhathur Bhug'yum astam çatâritrâm nâvam -âtasthivân'sam. Questa nave, in altro versetto, figura -al plurale; e le navi alla loro volta si trasformano in tre -carri volanti, dai cento piedi, ossia dalle cento ruote, -tirati da sei cavalli, in tre giorni e in tre notti; ma qui -evidentemente vuolsi ritenere la variante come prodotta -per solo amore del numero tre; i sei cavalli in tre notti -formano due cavalli per notte; i due Açvin rapidi salvatori, -e i due cavalli tiratori del carro, in cui si salva -l'eroe Bhug'yu dalle acque, s'identificano perfettamente. -Nell'inno 117º ritorna lo stesso motivo mitico; il figlio -di Tugra, <i>dal mare inondante</i> (<i>arnasah samudrâd</i>), -avendo invocato gli Açvin, viene salvato, per mezzo di -volanti cavalli, sopra un carro rapido come il pensiero. -<span class="pagenum" id="Page_226">[226]</span> -Nell'inno 182º lo stesso figlio di Tugra, <i>tuffato nelle -acque, nella profonda tenebra</i>, vien liberato dagli Açvin -sopra navi. L'inno 68º del settimo libro ci mostra finalmente -la stretta relazione della storia dell'eroe rimasto -nel pozzo, per l'invidia de' suoi compagni, con la leggenda -dell'eroe che minaccia di perdersi in una inondazione -universale; dicendoci esso come Bhug'yu sia stato -abbandonato nel mezzo del mare, non più dal padre, il -perverso Tugra, ma da' suoi malvagi compagni. -</p> - -<p> -Ma in altri inni (<i>Rigv</i>., I, 112, 116, 117, 118, 119) -egli, invece di Bhug'yu, piglia il nome di <i>Rebha</i> e chiuso -nelle acque in un pozzo, per l'opera di maligni, invocando -gli Açvin, viene liberato; io ho già mostrato altrove<a class="tag" id="tag62" href="#note62">[62]</a> -l'identità di questo <i>Rebha</i> col Trita acquoso, il -terzo fratello valente e perseguitato, e la sua probabile -parentela con uno dei tre fratelli <i>R'ibhavas</i>, de' quali il -più giovane si mostra il più esperto. In ogni modo, qui -il mito ci offre chiaramente un eroe fanciullo che si -salva dalle acque, per mezzo di una nave miracolosa, -volante, dai cento remi; e dalla leggenda del <i>Çatapatha -Brâhmana</i> ed epica apprendiamo come Manu si salva -dall'inondazione sopra una nave legata al corno d'un -pesce. Questo pesce salvatore, cornuto, attaccato alla -nave (che ci ricorda la nave con l'àncora, il pesce o i -pesci con l'àncora della rappresentazione cristiana), occorre -pure presso gli Inni vedici, ove gli Açvin appaiono -ora in forma di <i>nave dai cento remi</i>, ora in forma di -carro dalle cento ruote, ora in forma di cavalli volanti -tiranti il carro, ora in forma di cigni, ora in forma di -pesci rapidissimi tiranti la nave. -</p> - -<p> -Nella leggenda puranica il Dio salvatore, invece di -Brahman, appare Vishnu in forma di pesce. Questo pesce, -<span class="pagenum" id="Page_227">[227]</span> -in cui Vishnu s'incarna, ora appare una <i>çaphari</i> -(il <i>cyprinus sophore</i>), ora un <i>çiçumâras</i> o <i>çinçumâras</i>. -<i>Çiçumâras</i> è il nome dato, in lingua indiana, ora al -<i>riccio di mare</i>, ora al <i>delfino</i>. L'inno 116º del primo -libro del <i>Rigveda</i> ci fa sapere che il carro ripieno di -ricchezze degli Açvin è tirato da un <i>Vrishabhas</i> o <i>toro</i>, -e da un <i>çinçumâras</i>, che vale tanto <i>il riccio di mare</i> -quanto <i>il delfino</i>. Dicemmo che la nave degli Açvin, -nella quale è salvato dall'inondazione il giovine <i>Bhug'yu</i>,<a class="tag" id="tag63" href="#note63">[63]</a> -è chiamata <i>dai cento remi</i>, ed è interessante -l'apprendere ciò che dalla Sicilia mi scrive Giuseppe -Pitrè, cioè che i fanciulli siciliani, dopo aver pescato il -riccio di mare, spandono sopra di esso un po' di sale, -e lo invitano a navigare, chiamandolo <i>quello dai cento -remi</i>. -</p> - -<p> -Ma il <i>Çiçumâra</i> non è solo, in lingua indiana, il -riccio di mare, il <i>Delphinus Gangeticus</i>, ma il vero -delfino, e poi il delfino celeste, che si colloca nella parte -più stellata del cielo. Dei due Açvin, adunque, che accorrono -a liberare il figlio del mostro Tugra, ossia il -giovine Bhug'yu dalle onde, l'uno si fa pesce, l'altro toro, -come il pesce apre il mese d'aprile, ossia il mese del pluvio -toro fecondatore, e, cadute le pioggie d'aprile, fritto -il pesce, il sole primaverile, il celeste fanciullo s'avanza -vigoroso e potente per le vie del cielo, dopo essersi battezzato -nelle acque, che gli diedero forza, e dalle quali -scampò per aiuto del pesce, e specialmente del delfino, -che la grossolana scienza popolare ha sempre figurato -<span class="pagenum" id="Page_228">[228]</span> -come pesce. Da questi esempi ch'io ho accostati parmi -non resti dubbio intorno ad alcuni fatti essenziali: 1º che -una forma elementare della leggenda del diluvio è già -contenuta negl'inni vedici; 2º che la leggenda vedica -presenta riuniti in germe i caratteri che si trovano sparsi -e divisi nella leggenda biblica e nelle tradizioni cristiane; -3º che il delfino è il pesce liberatore del fanciullo divino, -come il pesce cristiano porta figurato sopra di sè -un fanciullo, come il fanciullo Eros ellenico è figurato -sopra un delfino, l'amico dei fanciulli, come il delfino -Cristo, il pesce Cristo lascia venire a sè i fanciulli. Ma, -per qual ragione, fra tutti gli animali acquatici fu preferito -il delfino, come salvatore dal diluvio, destinato a purgare, -come le onde battesimali, il mondo dal peccato, -ossia a liberare dal male, a salvare l'innocente? In Grecia -il delfino era sacro ad Apollo, per averne salvato -dal naufragio il figlio Icadio, il quale giunto a terra -edificò, per riconoscenza, un tempio dedicato ad Apollo, -per memoria del delfino, chiamato Delfo. Noi siamo qui -in piena mitologia solare; il delfino salva il giovine figlio -del sole, ossia il nuovo sole dalle acque. La Grecia ricordava -numerose varianti di questo racconto; e sempre, -in esso, il naufrago salvato è un fanciullo, e il salvatore -è un delfino. -</p> - -<p> -Quando il mare minaccia tempesta, i delfini si mostrano -alla superficie del mare, e così avvertono i naviganti, -nel tempo stesso che offrono aspetto di una nave -galleggiante. Ma, per qual ragione, essi danno la loro -preferenza ai fanciulli? Nel cielo mitico, il delfino, il -pesce rostrato, il pesce dalla testa grossa, il pesce cornuto, -il pesce con l'àncora, o la nave dai cento remi, -il riccio dai cento remi che tira fuori l'eroe solare perduto -nelle acque, è, per lo più, l'astro cornuto lunare, -il quale domina particolarmente la stagione notturna invernale -<span class="pagenum" id="Page_229">[229]</span> -e pluvia, che nell'oceano notturno ed invernale -emerge solo dai flutti, e cede quindi il posto al mattino -ed alla primavera, al giovine sole, al sole fanciullo. Ma -di questa sua predilezione per i fanciulli vi è pure una -ragione ne' suoi appellativi. Solino ci fa sapere che <i>simones</i> -amavano essere chiamati dai pescatori i <i>delfini</i>, a -motivo del loro muso depresso, e che chiamati in tal modo -accorrevano subito, non meno obbedienti dell'apostolo -Simone, il più sollecito seguace del Cristo, il crestato -salvatore del mondo, che salva primo sè stesso traverso le -acque, e nel battesimo. Presso Plauto e Terenzio, il <i>simo</i> -appare una maschera di vecchio anzichè di fanciullo; ma -il delfino è pesce celebrato ancora per la sua prestezza -nel crescere, nel farsi grande di piccolo che era; gli si -attribuisce pure una grande longevità, dicendosi ch'ei -possa vivere fino a trecento anni. Per tutte queste qualità, -il delfino doveva apparire ben degno di dar forma -ad uno di quegli Açvin, che hanno il potere di concedere -la immortalità, l'acqua della lunga vita, ossia la giovinezza -ai vecchi, e poteva pure raffigurar Vishnu, il Dio -nano, che, facendosi a un tratto gigante, misurava in -tre passi il mondo. Le leggende epiche e brâhmaniche -del diluvio ci presentano dapprima piccolissimo il pesce -salvatore, e poi di tale grandezza ch'esso possa solamente -più agitarsi nell'Oceano. Ora è interessante conoscere -come le voci <i>çiçuka</i>, <i>çiçumaras</i>, che denominano <i>il delfino</i> -(ond'è, senza dubbio, derivato l'equivalente zingarico, -il delfino <i>simôrus</i>), contengano, come idea principale, -quella di <i>çiçu</i> che vale <i>piccolo fanciullo</i>, e presentino -una stretta analogia con la parola <i>kumâra</i> che vale per -l'appunto <i>fanciullo</i>, anzi <i>il fanciullo per eccellenza</i>, -<i>il fanciullo reale</i>, <i>il principe ereditario</i>, che gli Spagnuoli -chiamarono <i>infante</i>, ed i Francesi, per una singolare -coincidenza storica, <i>Dauphin</i>, in memoria d'un -<span class="pagenum" id="Page_230">[230]</span> -giovine principe ereditario del secolo decimosecondo, -che prese, per quanto si narra, come sua insegna <i>il -delfino</i>. Il nome del <i>delfino</i> e quello del <i>fanciullo</i> furono, -in lingua indiana, equivalenti; quando perciò il delfino -vedico unito col toro salva il giovine Bhug'yu, salva un -<i>Kumâra</i>, e il valore del prefisso <i>ku</i> e quello dell'aggettivo -<i>çiçu</i> essendo analogo salva, per simpatia, un simile -a sè stesso; l'astro lunare salva l'astro solare, ossia -ringiovanisce il vecchio sole. La luna cede il posto al -sole, la luna trae fuori il sole che s'era perduto nelle -acque della tenebra notturna ed invernale; un Dioscuro -salva l'altro. Il Dio Luno, al pari del sole, si rappresenta -ora come il vecchio per eccellenza, onnipossente, che -scopre tutti i segreti, ora come un nano che ha tutte le -malizie; la luna cresce per fasi; il fanciullo mitico prevede -tutto ed il vecchio mitico ha tutto veduto; perciò -il delfino, il pesce salvatore, chiamato <i>çiçumâra</i> o piccolo, -appare dapprima piccolo e debole, e finisce <i>col -</i>diventare immenso ed onnipotente; così <i>Kumâra</i>, «il -fanciullo,» divenne in sanscrito un appellativo del terribile -Skanda, il Dio della guerra; il giovinetto Eros, -come abbiamo già notato, ed Ares s'identificarono. Il -delfino porta, ossia salva, Eros; il <i>çiçumâras</i> o delfino -vedico e puranico trascina e salva il <i>kumâra Bhug'yu</i>, -il figlio reale dalle acque, ossia il nuovo sole progenitore, -il reale infante celeste, dalla tenebra notturna ed -invernale. Ogni giorno ed ogni anno si rinnova nel cielo -la leggenda cosmogonica e del diluvio: ogni giorno ed -ogni anno, l'antico Manu, l'antico Noè, ed il Cristo, -dopo essere divenuto pesce nelle acque dell'oceano notturno -ed invernale; dopo avere ritrovato, in forma di -pesce, la moneta d'oro, l'anello, la gemma, il disco -solare, ossia sè stesso; dopo essere entrato come Giona -ed Hanumant nel ventre del pesce, e avere così attraversato -<span class="pagenum" id="Page_231">[231]</span> -incolume l'Oceano; dopo essersi chiuso nella -nave tirata dall'animale cornuto celeste; il delfino dalla -testa grossa, o il toro, vien fuori ringiovanito e potente -in tutto il suo splendore. È possibile che alcuni particolari -del mito da me qui esposto possano ancora dichiararsi -altrimenti da quello che ho fatto; ma non mi sembra -che la natura mitica del diluvio possa più essere -messa in dubbio, come neppure la necessità di associare -oramai gli studii di mitologia biblico-cristiana con quelli -della mitologia comparata indo-europea. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_233">[233]</span> -</p> - -<h2 id="lett12">LETTURA DODICESIMA. -<span class="smaller">IL DIO YAMA.</span></h2> -</div> - -<p> -Noi conosciamo già il Dio che si salva dalle acque e -che diviene il salvatore per mezzo dell'acqua. Ma, perchè -il Dio si salvi, bisogna prima che corra pericolo, -che si sacrifichi. Il Dio che risuscita deve prima necessariamente -morire, se pure la sua morte non abbia ad -essere che apparente. Noi diciamo del sole che alla sera -è andato <i>a coricarsi</i> e che al mattino <i>si leva</i>; i Francesi -chiamano <i>coucher et lever du soleil</i> lo scomparire del -sole dal l'orizzonte e il suo riapparirvi. Dunque, nella -notte, il sole dorme. Ma questo sonno del sole parve -talora uno stato di morte, dopo avere attraversato un -mare tenebroso. L'anima del morto celeste non sta -ferma, ma viaggia occulta per un mondo misterioso, per -ricongiungersi al mattino con la sua forma corporea; -così, ne' sogni, l'anima nostra alata, mentre il nostro -corpo giace come morto, visita mondi insoliti. Presso la -<i>Katha Upanishad</i> citata dal Weber negli <i>Indische Studien</i> -si paragona il mondo dei Mani al mondo che si visita -nei sogni. -</p> - -<p> -Il sole, nei tre tempi della notte, nei tre giorni del -solstizio d'inverno, nei tre giorni dell'equinozio di primavera, -par morto; pare, ed invece esso viaggia da una -parte all'altra dell'orizzonte; dopo tre giorni, Lazzaro -<span class="pagenum" id="Page_234">[234]</span> -vien fuori; Cristo rompe il suo sepolcro dopo aver visitato -il Limbo dei Santi Padri e liberate e guidate al Regno dei -Beati le anime loro. Il vedico Yama ci offre una somiglianza -mirabile con quella forma peculiare di Cristo legato -che si sacrifica pel bene degli uomini, che guida le -anime de' trapassati, e poi risuscita. Il sole muore la -sera e rinasce al mattino, muore in autunno per nascere -a Natale come fanciullo e rinascere adulto in primavera, -dopo essersi battezzato nelle acque benedette, -nelle acque sacre, nelle acque d'aprile che ravvivano. -Noi assistiamo ogni sera ed ogni autunno allo spettacolo -del sole moribondo. Yama, il Dio de' morti, non rappresentò -in origine altro che il sole moribondo vespertino. -La parola <i>Yama</i> vale propriamente <i>il legato</i> e <i>l'infrenante -sè stesso</i>, ossia <i>il legato</i>, <i>l'infrenato</i>; così il vecchio -Sansone legato perde la sua chioma, ossia la sua -forza, e s'accieca; il sole ritira i suoi raggi, perde la sua -chioma luminosa e s'accieca nella scura notte; il Cristo, -il crestato, legato come malfattore, alla sua aureola luminosa -sostituisce una corona di spine, e muore. Io -potrei proseguire, stringendo più ancora simili raffronti; -ma, poichè comparazioni così fatte non saranno ammesse -se non dopo lunga discussione, io debbo tenermi -pago ad accennarvi una via larghissima, feconda di belle -scoperte per lo studioso che la percorra senz'altra ambizione -che quella di trovare il vero e di propagarlo. Intanto -cercheremo qui di rappresentare la figura del Dio -Yama, quale ce la offrono gl'inni vedici. -</p> - -<p> -<i>Yama</i>, <i>il legato</i>, <i>l'infrenato</i>, propriamente <i>il legante</i>, -<i>l'infrenante sè stesso</i>, dell'età vedica, che diviene poi -nell'età brâhmanica il legatore, l'infrenatore, quello che -getta il collare funebre sopra i moribondi, che li lega -con la sua fune per trascinarli all'inferno, si rappresenta -come figlio di Vivasvant, al pari di Manu. Dunque -<span class="pagenum" id="Page_235">[235]</span> -Yama e Manu sono equivalenti mitici. Nella leggenda -del diluvio, Manu figlio di Vivasvant si salva dalle acque -del diluvio universale per la sua pietà; negl'Inni vedici, -l'eroe è salvato dal naufragio per l'intervento degli Açvin; -ma uno degli appellativi degli Açvin è pure <i>Yamau</i>, ossia -propriamente <i>i due congiungentisi</i>, <i>i due legati insieme</i>, -<i>i due gemelli</i>, rappresentati essi pure nell'inno 17º del -decimo libro del <i>Rigveda</i> come figli di Vivasvant. Manu -figlio di Vivasvant rinnova il vedico Yama figlio di Vivasvant; -Manu figlio di Vivasvant esce dalle acque come -l'eroe vedico, salvato dai Yamau, ossia dai Dioscuri. -Abbiamo un gemello che va all'inferno per liberar l'altro -gemello; nel mito cristiano, il Cristo scende all'inferno -per liberare i morti prima; nel mito vedico dei -due Açvin, liberatori dell'eroe solare, dopo la rappresentazione -che abbiamo fatto di essi, è evidente che l'uno -de' due Açvin si trova specialmente congiunto col sole, -l'altro specialmente con la luna; la luna libera il sole, -un gemello libera l'altro gemello; un <i>Yama</i> è liberato -dall'altro <i>Yama</i>; i due Yama si liberano l'un l'altro; e -come il Yama legato, o legante sè, divenne il Yama legatore, -così il Yama liberato, o liberante sè, divenne il -liberatore, per la stessa analogia, per cui vedemmo che -il Cristo, il quale si salva dalle acque, a traverso le -acque, per mezzo delle acque, divenne l'istitutore del -battesimo, il salvatore per mezzo dell'acqua battesimale -che libera dal male. Così miti apparentemente diversi -trovansi, per un filo sottilissimo, congiunti. <i>Come l'aggettivo -nel divenire appellativo creò gran numero di -persone mitiche; così il passivo, per mezzo del medio, -divenendo attivo, diede occasione a parecchie gesta mitiche</i>; -l'equivoco del linguaggio ebbe qui ancora larghissimo -potere. La vittima sacrificata o sacrificantesi diviene -eroica; l'eroe che si salva è un salvatore di sè -<span class="pagenum" id="Page_236">[236]</span> -stesso; e il salvatore di sè stesso riesce quindi semplicemente -un salvatore, ed il salvatore per eccellenza. Ed -il linguaggio, nel compiere una tale evoluzione, seconda -pure la serie de' ragionamenti che doveva fare naturalmente -l'uomo primitivo nell'osservare i fenomeni della -natura e specialmente i fenomeni solari. È necessario -in cielo come in terra che uno muoia per tutti; guai se -il sole non tramontasse mai, la terra sarebbe tutta un -incendio. Il sole tramonta, il sole muore, e, morendo -come risuscitando, ci salva da morte. Egli ama tutti, e -muore per tutti. Il primo de' mortali è il sole, ed egli è -al tempo stesso il primo di quelli che si salvano, ossia -il primo de' salvatori. -</p> - -<p> -Ma il primo de' mortali dovette pure essere il primo -de' nati; e, pel solito frequente naturale equivoco -tra il passivo, il medio e l'attivo, il primo de' generati, -il primo che si genera riuscì pure il primo de' generatori. -Come nella genealogia biblica Adamo è il primo dei -nati e il primo destinato alla morte, così il vedico Yama -appare il primo mortale. Come poi la genealogia biblica -incomincia con un uomo ed una donna, ossia con due -forme gemelle, figlie del creatore, delle quali l'una maschio, -l'altra femmina; così, negl'Inni vedici, presso il -Dio Yama, ci occorrono i due gemelli <i>Yamau</i> identificati -con gli <i>Açvin</i>, e poi i due gemelli, de' quali l'uno maschio, -l'altro femmina, <i>Yama</i> e <i>Yamî</i>. De' due gemelli, -in natura, l'uno è, per lo più, forte, l'altro debole; dei -due fratelli mitici l'uno soccorre l'altro, e il soccorritore -non è sempre il più forte; un debole fanciullo, un -impotente, un imbecille appare spesso come liberatore; -il passivo soccorre l'attivo; la donna tiene il posto del -gemello debole. Per cagione della donna l'eroe mitico -si perde, talora si salva. Eva appare come peccatrice che -perde l'uomo; Dalila tradisce Sansone; la Vergine Maria -<span class="pagenum" id="Page_237">[237]</span> -appare, invece, come la salvatrice degli uomini. In Yama -ed in Yamî si videro il giorno e la notte; ma niente c'induce -a riconoscere la notte nella Yamî, mentre Yama -appare indubbiamente il sole; come, pertanto, vedemmo -già l'aurora strettamente congiunta coi due Açvin, ossia -coi due Yama, il Yama vespertino e il Yama mattutino, -e rappresentarsi come loro sorella, non mi par dubbio -che la <i>Yamî</i>, gemella di Yama, non sia altro che l'aurora -gemella del sole e della luna. Adamo ed Eva son creature -dello stesso padre, e però fratello e sorella; si uniscono, -ed il loro peccato si sconta con la morte; dopo -una vita dolorosa, Eva partorirà con dolore; Adamo lavorerà -per la sua famiglia: la leggenda del Cristo, che -con la morte sconta il peccato originale, si congiunge -intimamente con la leggenda di Adamo, del quale esso -appare una splendida variante mitica. Gli Inni vedici non -ci rappresentano ancora la pena, ma raffigurano la colpa -dell'unione d'un fratello con una sorella, la quale deve -essere evitata come incestuosa. L'inno 10º del decimo -libro del <i>Rigveda</i> ci offre un dialogo singolare tra il -mortale Yama e Yamî, tra il fratello e la sorella. Come -nel racconto biblico la donna fa da seduttrice, Yamî invita -Yama ad unirsi con lei. Essa dice al fratello: «Gli -immortali desiderano questo: un discendente di te, unico -mortale; poni l'animo tuo nell'animo mio; come sposo, -entra nel corpo della sposa.» Yama risponde che non -vuol fare quello che finora non ha mai fatto, e che vuol -conformare le opere alle parole oneste. Ma Yamî insiste, -avvertendo come lo stesso Dio creatore Tvashtar -onniforme li abbia creati in un solo germe, per essere -marito e moglie (<i>dampatî</i>). Yama si rifiuta sempre, e -tratta la sorella come una donna impudica; ma essa -diviene provocante, avverte come in cielo ed in terra -i due gemelli sono uniti e dovrebbero però girare insieme -<span class="pagenum" id="Page_238">[238]</span> -le ruote del carro, come se non fossero fratello e -sorella. Yama invita Yamî a cercarsi un altro marito. -Essa rimprovera il fratello di non esser buon fratello -(<i>Bhrâtar-fratello</i> e <i>Bhartar-marito</i> sono due noti equivalenti -che significano <i>il sostentatore</i>), poichè non viene -in aiuto alla sorella e la lascia andare in disperazione, -mentre essa è tormentata dall'amore. Yama risponde: -«Io non potrei accostare il mio corpo al tuo; un peccatore -chiamarono colui, il quale si unì con la sua sorella; -con altri, all'infuori di me, pigliati piacere; il -fratello tuo, o bella, non può desiderare codesto.» -Yamî irritata risponde: «Oh tu sei un uomo da nulla, -o Yama; noi non vediamo in te nè animo nè cuore; ed -un'altra donna t'abbraccierà stretto, come ghirlanda, -o come una liana l'albero.» -</p> - -<p> -Come gli Açvin, che amano la loro sorella aurora, -anzichè unirsi con essa, finirono per trovarle uno -sposo e le servono da paraninfi; così Yama termina con -l'augurio che Yamî possa trovare uno sposo, che la faccia -felice. Quest'inno, di cui una variante trovasi pure -nell'<i>Atharvaveda</i>, rivelasi di una composizione relativamente -moderna, poichè ci richiama ad un tempo, in -cui l'adagio popolare, la <i>vox populi</i>, sta per diventare -<i>vox Dei</i>, ossia legge sacra: <i>dissero peccatore</i>, esclama -il poeta, l'uomo che s'unisce con la propria sorella; la -sentenza popolare consegnata nell'inno vedico diventerà, -in breve, autorità religiosa, inviolabile. Ma l'inno stesso -tradisce tuttavia la presenza di una tradizione, secondo -la quale il primo uomo e la prima donna erano stati -fratello e sorella, e la donna avea tentato l'uomo. È notevole -come nell'inno vedico si faccia da Yamî l'augurio, -perchè Yama ottenga un figlio, ossia dia al padre -un nipotino, <i>dopo avere attraversato il vasto oceano</i> -(<i>tirah puru c'id arnavam g'aganvan</i>). -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_239">[239]</span> -</p> - -<p> -In questo carattere il mito di Yama si congiunge -anco più intimamente con quello degli Açvin liberatori -dalle acque, e con quello del loro proprio <i>alter ego</i>, -Manu Vàivasvata, il liberato dal diluvio universale, che, -uscendo dalle acque, rigenera, dopo aver fatta molta -penitenza, il mondo. -</p> - -<p> -Nel sesto libro dell'<i>Atharvaveda</i> (citato dal Muir), -<i>Yama</i>, identificato con <i>Mr'ityu</i>, «la Morte,» appare il -primo che arrivò al fiume. Questo è fiume ad un tempo -di perdizione e di purificazione. Nell'inno 14º del decimo -libro del <i>Rigveda</i> son pure ricordati i vasti fiumi, ai -quali arriva il re Yama, figlio di Vivasvant, ed esplora -la via (<i>panthâm</i>) per i molti (che la dovranno percorrere). -È nota l'analogia che passa tra le voci <i>pons</i> e -<i>pontus</i>. Il mare, i fiumi diedero sembianza di vie; solamente, -invece di percorrersi sui carri rotanti, si solcavano -sulle barche remeggianti. -</p> - -<p> -È singolare qui ancora la corrispondenza delle credenze -vediche con le elleniche: <i>Yama</i> arriva primo al mare, -al fiume, lo attraversa, esplora la via, la insegna agli -altri; al regno de' morti, secondo il concepimento ellenico, -si arrivava attraversando l'onda del fiume o della -palude infernale. L'inno vedico afferma esplicitamente -che Yama fu <i>quello che morì primo, che de' mortali -partì primo pel mondo di là</i> (propriamente, <i>per quel -mondo</i>); <i>il primo che trovò la via per noi, dalla quale -non possiamo discostarci</i>. Le anime de' morti s'incontrano, -partendo, in Yama e Varuna; Yama concede a -quelle che gli appartengono, una dimora luminosa ed -acquosa; le difende dai due cani nati di Saramâ, dai quattro -occhi, macchiettati, insaziabili, dalle vaste narici, che -stanno a guardia della via (<i>pathirakshî</i>), altro carattere -di somiglianza tra il Regno de' morti vedico e il Tartaro -ellenico guardato dal tricipite Cerbero. I due cani errano -<span class="pagenum" id="Page_240">[240]</span> -fra gli uomini, come messaggieri del Dio Yama, -ossia della Morte (messaggiero di Yama nel <i>Rigveda</i> è -pure un uccello funebre). E, come si adora il Diavolo perchè -stia lontano, così si pregano i due cani di Yama, perchè -lascino ancora rivedere il sole al devoto, perchè gli -diano ancora in terra una esistenza felice. Ma Yama è -specialmente invocato ne' funerali, perchè dia una lunga -vita al devoto fra gli Dei. Evidentemente il vedico Yama -si disegna già in un duplice aspetto, l'uno paradisiaco, -l'altro infernale. Esso ha i suoi protetti, e quelli che -caddero nella sua disgrazia; i protetti saranno beati, e -quelli ch'egli non ama, erreranno incerti o dannati. -</p> - -<p> -La virtù di Yama come quella de' suoi cani consiste -particolarmente, a quanto pare, nella sua virtù visiva; egli -guida per vie inesplorate le anime de' morti, ed i suoi -cani hanno quattro occhi. Ma come mai può Yama avere -conservato la vista, s'egli personifica specialmente il sole -moribondo che s'accieca? Come può essere egli la guida -de' morti, se, morendo, secondo la credenza vedica, -dal Muir dottamente riscontrata con le credenze elleniche, -perfettamente analoghe, l'occhio del trapassato va -a perdersi nel sole, da cui è nato,<a class="tag" id="tag64" href="#note64">[64]</a> ed il sole vespertino -si estingue? Qual è l'occhio di Yama guidatore de' morti? -Gli Inni vedici non c'istruiscono su questo punto; ma -vi è un Dio brâhmanico che ha stretta affinità col Dio -Yama, e di cui occupa i due ufficii, quello di beato paradisiaco -e quello di distruggitore; esso è Çiva che si -rappresenta con la luna in fronte. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_241">[241]</span> -</p> - -<p> -Noi diciamo ancora <i>il mondo della luna</i> per indicare -<i>il mondo di là</i>; come il sole, il primo mortale, si -scambia colla luna, così il mondo lunare allieta le anime -dei morti e le fa quindi risorgere, coi loro corpi, dopo -averle probabilmente fatte passare per l'ambrosia della -via lattea. La luna guardiana delle vie è probabilmente -l'occhio, per cui Yama viaggia esso stesso, e conduce i -viandanti trapassati; noi abbiamo già veduto come Manu -Vâivasvata si salva dalle acque mercè il corno del pesce -delfino che emerge dalle acque, il quale tira la nave -sopra la cima di un'alta montagna. Questo corno salvatore -è la luna cornuta; così la luna fa da guidatore all'eroe -solare nella tenebra notturna. La stretta relazione -che passa fra Lucina (Lucna, Luna) e la infernale Proserpina -o Persefone dominatrice del regno de' morti, -moglie di Plutone il re de' morti, rende ancora più probabile -la relazione che supponiamo nel mito vedico fra -Yama Dio de' morti, e Soma il Dio Luno, il Dio ambrosiaco, -che lo guida, lo ristora e lo salva. Yama è -rappresentato nell'inno 135º del decimo libro del <i>Rigveda</i> -come bevente insieme con gli Dei presso un albero -dalle belle foglie, il noto albero paradisiaco; quello è sicuramente -il luogo luminoso, in cui nel consorzio dei devoti, -dei beati, Yama si trattiene, facendo festa con essi, -dopo averli guidati per la via delle stelle<a class="tag" id="tag65" href="#note65">[65]</a> alla dimora -dei loro padri, ove giunti nessuno ha più desiderio di rinascere -nella vita mortale, poichè quella è la vita perfetta. -Nel <i>Çatapatha Brâhmana</i> si dice, in vero, che l'uomo -nasce tre volte: la prima quando il padre lo genera, la -seconda quando si purifica per mezzo de' sacrificii (noi -diremmo, dopo aver preso i sacramenti del Battesimo e -<span class="pagenum" id="Page_242">[242]</span> -della Cresima), la terza quando muore; poichè, dopo -che il cadavere fu arso, Yama conduce l'anima, ossia, -come dicemmo già, la parte innata (<i>ag'o bhâgah</i>) del trapassato -nel terzo cielo, al cielo <i>pradyaus</i>, forse la via -lattea; o al regno de' beati, ov'è gioia e luce eterna, -adempimento completo di tutti i desiderii, nella vista -degli Dei, dopo avere attraversata una regione scura, la -quale, come dicemmo, si figura acquosa. -</p> - -<p> -Yama trovasi ora identificato con Sûrya il sole, ora -con Agni il fuoco, ora con Vâyu il vento, che vedemmo -far spesso da messaggiero. Esso è il portato o portante -sè, ed il <i>portitor</i>; la brezza vespertina e mattutina, la -brezza autunnale e primaverile è messaggiera; essa porta -l'anima del morto sole nel regno de' beati; essa dal regno -de' beati la riporta nel mattino e nella primavera -alla vita. Yama s'identifica col suo proprio messaggiero; -così, come troviamo presso Yama, i <i>Yamau</i>, i due -rapidi Açvin, i due suoi cani messaggieri <i>Sarameyau</i>, -ossia appartenenti alla <i>Saramâ</i> (ed è noto come il -Kuhn abbia avvicinato ai vedici messaggieri <i>Sarameyau</i> -ed a <i>Saramâ</i> l'ellenico messaggiero <i>Hermeîas</i>), è importante -il riscontrare, presso il nostro Yama, guidatore -delle anime de' morti e signore de' due cani <i>Sarameyau</i>, -l'ellenico <i>Hermeîas psychopompos</i>. -</p> - -<p> -Yama apparirebbe esso stesso una forma di <i>Hermeîas</i>, -con cui forse ha pure qualche attinenza etimologica, -quando si voglia tener conto del facile scambio che poté -accadere fra le voci <i>Sayamâ</i> e <i>Saramâ</i>; onde la <i>Sayamâ</i> -riuscirebbe una equivalente della <i>Yamî</i>. Ma non vogliamo -insistere sopra una semplice ipotesi. Ciò che invece -non resta dubbio è la presenza nel periodo vedico -di un Dio che primo muore, e che mostra agli altri la -via della salute, per arrivare all'eterna beatitudine, e -che questo Dio benefattore, chiamato Yama, è un Dio -<span class="pagenum" id="Page_243">[243]</span> -solare. Noi possiamo, di più, già trovare negl'Inni vedici -indizii d'una vaga credenza nel paradiso e nell'inferno, -e però in un Dio che premia e castiga. -</p> - -<p> -Abbiamo già detto come, secondo la credenza degli -antichi Indiani, le anime dei trapassati, ossia dei -<i>Pitaras</i>, de' padri, de' morti maggiori, i Mani, si trovassero -per lo più in una condizione simile a quella, in -cui l'anima nostra si trova quando si sogna. Essa, prima -di fermarsi nella sua sede beata, più tosto che incorporea, -piglia un corpo a piacere, diviene alata, vola, percorre -liberamente gli spazii, è capace di dolore e di -gioia. Quest'anima viaggiatrice, secondo gli Inni vedici, -senza aver più un proprio corpo materiale, dava una forma -più luminosa alle proprie sembianze individuali. Secondo -l'<i>Atharvaveda</i>, i <i>Pitaras</i> riuniscono invece tutte -le membra e tutti gli spiriti del trapassato, mostrandosi -così di credere ad una completa risurrezione de' corpi -simile a quella ch'è promessa o minacciata a noi nella -valle di Giosafatte. -</p> - -<p> -Dei <i>Pitaras</i> ve ne sono di varie condizioni: i soli -che il devoto invoca sono quelli che arrivarono al sommo -cielo, ossia alla somma beatitudine, i quali, partiti -prima, come Yama, il primo de' morti, possono venire -in aiuto de' nuovi arrivati, siccome quelli che godono -già dell'ambrosia immortale insieme con gli Dei, con -Indra, e possono farne partecipi i loro discendenti. Come -gli Angeli e i Santi del Paradiso cattolico sono invitati a -pregare e intercedere per noi peccatori; così il poeta -vedico, nell'inno 15º del decimo libro del <i>Rigveda</i>, rivolgendosi -ai beati Pitaras, diceva le sue litanie: <i>Essi -arrivino, essi ascoltino, essi parlino per noi, essi ci -proteggano</i>; ed aggiungeva: <i>Non fateci danno, o padri, -se noi per umana debolezza abbiamo potuto peccare -contro di voi.</i> Il danno maggiore che potevan fare -<span class="pagenum" id="Page_244">[244]</span> -loro i <i>Pitaras</i> era sicuramente quello di negare l'ospitalità -nel sommo cielo, al quale ogni anima di trapassato, -bruciato il corpo, tendeva di salire, serbando, come -ci assicura il <i>Tâittiriya Brâhmana</i>, piena coscienza -di sè stessa. «Ognuno, — esso dice, — partendo da -questo mondo, conobbe sè stesso, dicendo: Io son pur -io;» precisamente come le ombre di Luciano, e come -avviene ne' sogni, dai quali, senza dubbio, si regolavano -i Brâhmani per definire la grave questione della immortalità -dell'anima. -</p> - -<p> -Il morto teme che tutti gli offesi in vita da lui si -levino a vendetta; perciò, consumandosi il corpo nel -rogo, si supplica dagli astanti il fuoco Gârhapatya di -liberare l'estinto dal danno che gli può venire per le -offese da lui fatte alla terra, all'aria, al cielo, alla madre, -al padre, per poter salire al mondo de' giusti. La -terra potrebbe trattenerlo quaggiù, l'aria impedirgli la -via, il cielo non lasciarlo entrare, il padre e la madre, -che siedono beati fra i Pitaras, cacciarli dall'eliso; perciò -è necessario, ne' sacrificii funebri, far dimenticare -tutte le offese. Ma, mentre si prega perchè il morto -arrivi presto in cielo, con la stessa sollecitudine il superstite -orante supplica d'essere lasciato vivere lungamente -sopra la terra, il che prova come, nel periodo vedico, -se era grande la speranza di rivivere dopo morte, -era più forte il desiderio di conservare la vita come un -bene provato e sicuro; e la stessa speranza nell'immortalità -è una prova del vivo desiderio che l'uomo ha di -vivere, del grande amore ch'esso porta alla vita. -</p> - -<p> -Ma non è dubbio che gl'Indiani del periodo vedico -hanno creduto nell'immortalità dell'anima, nella vita -dopo la morte. La vita mortale è sempre amata; la morte -è temuta e scongiurata; prima d'arrivare al concepimento -buddhistico del dissolvimento completo come suprema -<span class="pagenum" id="Page_245">[245]</span> -beatitudine, il pensiero indiano dovette dunque -passare per una lenta e lunga evoluzione; ma a questa -evoluzione dovette pure preparar la via la stessa consolazione -vedica nella speranza d'un'altra vita spirituale, -beata, al sopraggiungere della morte. Ripeto che il desiderio -intenso della vita dovette essere la principale -ragione che alimentò l'antica fede nella sovresistenza -spirituale dell'uomo dopo la morte; ma è certo che questo -bisogno di sopravvivere alla vita mortale diede presto -origine ad una credenza vivace nella vita in un -mondo di là, come fu chiamato fino dall'età vedica il -mondo, ove si suppose che i morti si recassero. Quando -poi si radicò profondamente nell'animo degl'Indiani la -credenza nella metempsicosi, la vita mortale fu considerata -come una vera sventura, la morte come una liberatrice, -e il regno de' beati apparve il mondo, in cui -cessa ogni sensazione della vita. Ma negl'Inni vedici e -ne' loro commentarii immediati l'uomo ama ancora la -vita, e la prolunga nell'immortalità. Si negò la presenza -dell'inferno presso il mondo vedico; ma dove abbiamo -una pena, un castigo, abbiamo pure l'inferno. Già dicemmo -come Yama ed i Pitaras accolgano nel loro -mondo paradisiaco i soli trapassati che furono pii; è un -premio; l'esclusione da un tal premio è il primo castigo.<a class="tag" id="tag66" href="#note66">[66]</a> -Ma vi ha di più. -</p> - -<p> -Nel <i>Çatapatha Brâhmana</i>, ci si disegna già una -forma del cristiano arcangelo San Michele, il pesatore -delle anime. Il male ed il bene di ciascuno viene pesato -sopra una bilancia; e secondo che il bene od il male -ha il di sopra, si avrà bene o male nella vita futura. -<span class="pagenum" id="Page_246">[246]</span> -E il bene, secondo lo stesso <i>Çatapatha Brâhmana</i>, già -interpretato dal professor Weber, è, nell'età vedica, non -solo l'immortalità, ma, secondo che abbiamo già accennato, -per un indizio dell'<i>Atharvaveda</i>, l'immortalità col -proprio corpo; onde con ragione osserva il Muir che -in relazione con tale credenza, è la cura posta dagli -astanti, nella cremazione de' morti per raccogliere le -ossa del trapassato, le quali dovranno servire a ricostituirne -il corpo; la carne è materia che si può perdere -e riacquistare; le ossa invece sono il tronco ed i rami, -sopra i quali si estende e si propaga la vita.<a class="tag" id="tag67" href="#note67">[67]</a> Per questo -riguardo è assoluto il contrasto fra le dottrine vediche e -le dottrine brâhmanico-buddhistiche. Nel periodo vedico -si considera come un bene la vita, si prega il fuoco -sotterraneo di non distruggere il corpo del devoto seppellito -e s'augura che i <i>Pitaras</i>, ricomponendo le membra -del morto, lo raccolgano nella loro beatitudine; -l'anima è troppo stretta al corpo per potersene lungamente -disgiungere; l'anima dell'uomo, disgiunta dal -corpo, secondo il pensiero vedico, erra incerta, finchè -s'annienta, o pure, secondo un concepimento posteriore, -nasce in altra vita terrena assai peggiore della precedente. -Ma questo annientamento, ch'è la pena de' dannati -vedici, non ha niente di comune con l'annientamento -buddhistico, il quale nel sopprimere presso l'uomo -devoto il corpo sensibile e le sensazioni d'ogni maniera, -lo santifica e gli prepara un'ascendente beatitudine divina. -Nel mondo vedico, i soli Dei hanno il privilegio -di poter vivere immortali, non senza forma, chè assumono -anch'essi sempre or l'una or l'altra forma, ma -<span class="pagenum" id="Page_247">[247]</span> -senza un loro proprio corpo immutabile. I devoti mortali -del periodo vedico non ambirono punto una forma d'immortalità -incorporea; e come ai nostri bambini cattolici -si promettono tuttora le mele d'oro del paradiso, così -ai bambini vedici si prometteva il latte, il miele, l'ambrosia -nel regno dei <i>Pitaras</i>, nel cielo <i>pradyaus</i>, distante -dalla terra <i>per mille giorni di viaggio a cavallo</i> -(secondo una nozione dell'<i>Aitareya Brâhmana</i>). Il paradiso -vedico, non dissimile dal cristiano, non è privo di -sensualità; perciò il devoto desidera di salirvi col proprio -corpo, come vi sale, in premio delle proprie penitenze, -il devoto Mudgala, presso il <i>Mahâbhârata</i>. Il -regno de' beati prese perciò in sanscrito l'appellativo -di <i>Nandana</i>, ossia <i>luogo di delizia</i>. Non è qui il luogo -di considerare il paradiso indiano, secondo le rappresentazioni -brâhmaniche; ma voleva pure essere accennato -come, nel periodo vedico, la beatitudine paradisiaca -riducevasi già alla perfetta soddisfazione con la presenza -del corpo, il che lascia naturalmente supporre che si trattasse, -insomma, di una suprema soddisfazione de' sensi, -insieme con la continuazione degli altri piaceri più puri -che rendevano lieta la vita terrena: così, nell'<i>Atharvaveda</i>, -il devoto invoca il nume, perchè lo lasci salire al -cielo eternamente luminoso e vivere in esso, privo d'ogni -malanno, con la propria sposa, coi proprii figli e con -gli amici virtuosi, ed ottenere il conseguimento di tutti -i desiderii; e i desiderii devono essere essenzialmente -sensuali, poichè una delle prime preghiere rivolte, nell'<i>Atharvaveda</i>, -al fuoco del rogo che consuma il cadavere, -è ch'ei non gli consumi l'organo della generazione -(<i>çiçnam</i>). Come gli Dei vedici son dediti a piaceri carnali, -così i <i>Pitaras</i>, e i loro pii discendenti che vanno a -raggiungerli nel mondo di là. -</p> - -<p> -I dannati, invece, non potendo salire nella regione -<span class="pagenum" id="Page_248">[248]</span> -luminosa, vanno, secondo gli Inni del <i>Rigveda</i>, perduti -<i>nelle tenebre dell'abisso più profondo</i>, specie d'Inferno -vedico che ci richiama al Tartaro ellenico; nell'<i>Atharvaveda</i> -l'inferno stesso si trova già nominato col suo -nome ordinario di <i>Nâraka-loka</i>, e considerato come -sede riserbata agli empii ed ai malvagi. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_249">[249]</span> -</p> - -<h2 id="lett13">LETTURA TREDICESIMA. -<span class="smaller">I DEMONII.</span></h2> -</div> - -<p> -Per la stessa ragione, per cui nel mondo vedico -originario non troviamo ancora distintamente indicato il -Dio unico assoluto, e ci appaiono invece molti Dei proteiformi, -il pastore vedico non concepiva ancora il Diavolo -come un essere singolare, unico, potente, rivale -di Dio. Vi sono Demonii come vi sono Dei; ma non vi è -il Demonio unico come non v'è l'unico Dio. Quando il -monoteismo appare, si manifesta pure, se così può chiamarsi, -il monodemonismo; e a quel punto la religione -iranica si stacca dalla indiana: l'India, nel vero, non -ci offre nessun antagonismo così deciso e spiccato come -quello che ci presentano i libri zendici nella lotta fra -Ahura Mazda e Anhro Mainyu, l'uno genio di luce che -crea le cose buone, l'altro genio tenebroso che suscita -tutte le forme del male. Nell'India, invece, nel tempo -stesso in cui Brahman vi assume dignità di nume supremo, -esso non ha contro di sè una sola forma di demonio: -com'egli non è solo nell'Olimpo, ove, prima di -lui, altri numi potenti, più che imperare, operavano -cose mirabili, ed ove più tardi vengono a dividere con -esso il supremo potere altri due numi, Vishnu e Çiva; -così i demonii mutano nomi e forme non solo secondo -<span class="pagenum" id="Page_250">[250]</span> -che mutano gli Dei, ma secondo che il Dio si trasforma: -Satana e Anhro Mainyu sono sempre conformi a sè -stessi, e mantengono costante il loro carattere maligno. -I demonii vedici e brâhmanici, invece, partecipano di -tutta la mobilità degli Dei, e, come il Dio si muove dalla -forma luminosa e termina nella tenebrosa, così accade -che il Demonio si muova dalla forma tenebrosa e riesca -alla luminosa; il Paradiso e l'Inferno confinano fra loro; -agitandosi, l'uno passa nell'altro; così il Dio e il Demonio -scambiano le loro parti. L'appellativo più frequente -dato al demonio vedico e brâhmanico è quello di <i>Viçvarûpa</i> -od <i>onniforme</i>, e <i>Kâmarûpa</i>, ossia <i>mutante forma -a piacere</i>: simili appellativi assumono pure talora gli Dei; -ora si comprende come il Dio, potendo pigliare ogni -forma, possa pure assumere vesti demoniache, e il Demonio -del pari, nella sua capacità di trasformarsi senza -fine riesca pure ad appropriarsi le forme luminose divine. -Gli Dei come i Demonii sono nati insieme, e, secondo -la mitologia vedica, da uno stesso padre, dal fabbro -universale celeste Tvashtar. -</p> - -<p> -Noi troviamo dunque perciò ordinariamente accennati -al plurale i demonii vedici, o, quando essi appaiono -al singolare, il loro nome è generico, indistinto, come -<i>rakshas</i> che vuol dire <i>mostro</i>, oppure specifico di specie -molteplici e differenti. -</p> - -<p> -Uno degli appellativi plurali de' demonii vedici è -<i>Dânavas</i>. La parola <i>Dânavas</i> è il plurale di <i>Dânu</i> e si -dà come equivalente di figli di <i>Dânu</i>, uno de' nomi attribuiti -alla moglie del mostro Vritra, ucciso da Indra, nell'inno -32º del primo libro del <i>Rigveda</i>, oppure di <i>Danu</i>, -che appare come figlia di Daksha e sposa di Kaçyapa -presso il <i>Çatapatha Brâhmana</i>. <i>Dânu</i>, al neutro, vale, -presso gli Inni vedici, <i>rugiada</i>, <i>stilla</i>, <i>goccia</i>; onde i <i>Dânavas</i> -apparirebbero <i>gli umidi</i>, nel loro primitivo aspetto. -<span class="pagenum" id="Page_251">[251]</span> -Ma, perdutosi l'antico originario significato della parola, -in breve i Dânavas divennero i mostri demoniaci, i nemici -degli Dei in genere, e tra questi mostri generici -potè quindi trovar posto lo stesso <i>Çushna, secco</i> e <i>disseccatore</i>, -il quale trovasi in una delle <i>upanishad</i> definito -come un <i>dânava. Dânunaspatî</i>, o signori del <i>Dânu</i>, -ossia dell'umore ambrosiaco, sono chiamati in alcuni -Inni vedici i due bellissimi Açvin; in quanto i fenomeni -rugiadosi dell'aurora mattutina e della primavera si -rinnovino nel cielo pluvio, lo stillante divino può diventare -un umido demoniaco; e quindi si può forse spiegare -la leggenda epica indiana di un figlio della Dea della -bellezza, <i>Çrî</i>, la Venere indiana, convertito nel mostruoso -<i>Dânava</i> o demonio <i>Kabandha</i> presso il <i>Râmâyana</i>. -La parola <i>Kabandha</i> vale propriamente <i>barile</i>; -il <i>mostro-barile</i> o <i>Kabandha</i> del <i>Râmâyana</i> ha la sua -origine nella <i>nuvola kabandha</i>, ossia nella <i>nuvola-barile</i> -degli Inni vedici. Il figlio della Venere ambrosiaca, il -figlio di Çrî, che diviene demonio Kabandha, sembra -farci assistere particolarmente al fenomeno del cielo -pluvio primaverile. E non solo Kabandha è figlio di Çrî, -ma tutti i Dânavas sono posti sotto la particolare protezione -dell'astro di Venere, del quale si mostrano -particolarmente devoti, onde poi gli appellativi di <i>dânavaguru</i> -o <i>maestro dei Dânavas</i> e di <i>dânavapûg'ita</i> -o <i>venerato dai Dânavas</i>, dati presso l'astronomo Varâhamihira -al pianeta <i>Çukra</i> o Venere. Il numero dei -<i>Dânavas</i> appare infinito negli scritti brâhmanici; nell'inno -120º del decimo libro del <i>Rigveda</i> se ne rammentano -soli sette: così da Sâyana, in nota all'inno -114º del primo libro, si danno anche gli <i>Asurâs</i> come -figli di Diti, e si narra che Indra li distrusse in germe -nell'utero materno, nel numero di sette. L'appellativo -sanscrito di <i>Dâittyâs</i>, o <i>Dâiteyâs</i>, o <i>Ditig'âs</i>, dato, negli -<span class="pagenum" id="Page_252">[252]</span> -scritti brâhmanici, ai demonii, come <i>figli di Diti</i>, immaginata, -come dicemmo in opposizione alla veneranda -<i>Aditi</i>, madre de' divini Adityâs, non si trova ancora negli -scritti vedici. Tuttavia, come da <i>danu</i> o <i>dânu</i> si ebbero -i <i>dânavas</i>, si potrebbe nella parola <i>diti</i> riconoscere la -stessa radice <i>dâ</i> o <i>dî (di)</i>, che occorre in <i>danu</i> o <i>dânu</i>; -onde i <i>dâityas</i> sarebbero <i>gli umidi goccianti</i> come i -<i>dânavas</i>, di cui uno pigliò, come dicemmo, forma di -<i>nuvola-barile</i>. -</p> - -<p> -Ma vi sono ancora altri appellativi generici de' demonii -negli Inni vedici: i principali sono quelli di <i>dâsâs</i>, -di <i>dasyavas</i>, di <i>asurâs</i>, di <i>krishnâs</i>, di <i>pânayas</i>, oltre a -quello più comune di <i>rakshasâs</i> o <i>mostri</i>. Nelle parole -<i>dâsa, dasyu</i>, parrebbe ancora potersi ritrovare la stessa -radice <i>dâ</i>, che occorre in <i>danu</i> e in <i>diti</i> e <i>dâitya</i>; e -come vedemmo gli Açvin signori del <i>dânu</i> ambrosiaco, -così, presso gli appellativi dei demonii <i>dasyu, dâsa</i>, troviamo -quello degli Açvin <i>dasrâu</i>, quello d'Indra e di -Agni <i>dasma</i>. Ma, nelle voci <i>dâsa, dasyu</i>, si videro poi -particolarmente i distruggitori malefici, i nemici, le persone -volgari. Nè solo i demonii combattuti da Indra, -come, per esempio, Çambara, Çushna, C'umuri, ec., pigliano -il nome di <i>dasyu</i> negl'inni vedici, ma ancora le -anime de' morti, alle quali non è concesso di salire alle -sedi beate; e però esse errano simili alle <i>larvæ</i> de' Latini, -in una forma demoniaca, a disturbare l'opera de' devoti. -Il nome di <i>dasyu</i> è quindi pur dato agli empii nemici -degli Arii, ai ladri, ai barbari irreligiosi. Così <i>dâsa</i>, -l'appellativo generico di parecchi demonii vinti da Indra, -come, oltre Çambara, Namuc'i, Pipru, Varc'in, venne -poi a significare lo schiavo, il servo, la persona vile. Nel -cielo, i <i>Dâsâs</i> o <i>demonii</i> hanno spose o diavolesse, chiamate -<i>Dâsapatnis</i>. Questo appellativo è dato particolarmente -alle <i>âpas</i> od <i>acque</i> nel citato inno 32º del primo -<span class="pagenum" id="Page_253">[253]</span> -libro del <i>Rigveda</i>; una nuova analogia che ci dovrebbe -confermare nel ravvicinamento etimologico fra <i>dâsa</i> o -<i>dasyu</i> e <i>dâitya</i> (da <i>diti</i>) e <i>dânu</i>. Ma, in altri Inni vedici, -il <i>dasyu</i> appare più tosto come un genio tenebroso -notturno; il 5º inno del settimo libro del <i>Rigveda</i> ci fa -sapere che Agni <i>cacciò dalla casa i demonii</i> (<i>dasyûn</i>), -<i>generando la vasta luce pel devoto</i> (<i>âryaya</i>). Qui il -<i>dasyu</i> appare una specie di fantasma notturno, di larva, -di spirito, dissipato dalla luce del mattino; perciò ancora -nell'inno 117º del primo libro, a dissipare i <i>Dasyu</i> -appaiono i due Açvin, per mezzo del <i>bakura</i> (o <i>vakura</i>) -che io interpreterei per <i>carro</i><a class="tag" id="tag68" href="#note68">[68]</a> (dalla radice vedica <i>vak</i>, -che nello stesso <i>Rigveda</i>, VII, 21, trovasi adoperata per -esprimere il roteare del carro d'Indra comparato al -muggito di vacca, <i>tvad vavakre rathyo na dhenâ</i>). E -l'<i>ârya varna</i> che Indra porta innanzi, distruggendo i -<i>dasyu</i>, nell'inno 34º del terzo libro (quantunque il -<i>dâsa</i>, il <i>dasyu vedico</i>, appaia talora il nemico terreno -degli Aryâs), non mi pare potersi interpretare il colore -degli Arii, in opposizione al colore dei non Arii, ma -semplicemente il bel colore, lo splendido colore, la luce -mattutina, che, distruggendo i notturni tenebrosi Dasyu, -Indra riporta nel cielo. -</p> - -<p> -Il senso ambiguo che ha la parola <i>spirito</i> nell'Occidente -latino ebbe già nell'Oriente indiano la voce -<i>asura</i>, propriamente <i>l'essere</i> (cfr. <i>asu</i>, «alito vitale, spirito»). -E come <i>gli spiriti</i> servirono poi particolarmente -a significare <i>i genii maligni</i>, così gli <i>asurâs</i>, posti in -opposizione coi <i>devâs</i>, rappresentarono particolarmente -<i>i demonii</i>. E come <i>lo spirito</i> divenne <i>Spiritus Sanctus</i>, -come l'<i>asura</i>, in zendo <i>ahura</i>, divenne <i>Ahuramazda </i>, -<span class="pagenum" id="Page_254">[254]</span> -il sommo nume dell'Iran, così, nell'India vedica, -Varuna, il sommo reggitore del cielo, il cielo -stesso, apparve col nome di <i>asuras</i>, ossia <i>di sommo spirito</i>, -<i>di spirito per eccellenza</i>, <i>di spirito onnisapiente</i> -(<i>asura Viçvavedâs</i>; <i>Rigveda</i>, VIII, 42). Ma, per lo -più, l'<i>asura</i> o <i>spirito</i> rappresentò <i>lo spirito maligno</i>, e -al plurale <i>gli spiriti maligni</i>, <i>la schiera de' demonii</i>, -retta secondo il <i>Çatapatha Brâhmana</i> da <i>Asita Dhânva</i> -(forse <i>il nero del deserto</i>, ossia <i>la nuvola scura del -cielo</i>), secondo il <i>Mahâbhârata</i> da <i>Baka</i> o <i>Vaka</i>, secondo -il <i>Râmâyana</i> da <i>Bali Vairoc'ani</i>, secondo il -<i>Kathâsaritsâgara</i> da <i>Mâyadhâra</i>, nome che ci richiama -agli <i>Asurâs mâyinas</i> o <i>Demonii magici</i> dell'<i>Atharvaveda</i> -e alla <i>magìa demoniaca</i> o <i>degli spiriti</i>, ossia -<i>asuramâyâ</i> dell'<i>Atharvaveda</i> e del <i>Çatapatha Brâhmana</i>. -Ma, mentre, nell'India vedica, l'<i>asuratva</i> e -l'<i>asurya</i>, più che <i>l'essere demoniaco</i> rappresentano -<i>l'essere spirituale</i>, <i>l'essere divino</i>, <i>la divinità</i>, dopo -che le leggende brâhmaniche rappresentarono gli <i>asurâs</i> -in guerra co' <i>devàs</i>, per cagione specialmente dell'ambrosia, -l'<i>asura</i> finì col prendere nell'India brâhmanica -un aspetto intieramente demoniaco; nè ciò soltanto, -ma esistendo l'<i>asura</i> come nemico dei <i>devâs</i> (nell'inno -85º dell'ottavo libro del <i>Rigveda</i> gli <i>asurâs</i> sono -anzi chiamati <i>adevâs</i>), si dimenticò l'etimologia della parola -(da <i>as</i> «soffiare, spirare, essere»), e si vide nell'<i>a</i> -iniziale un privativo, un nemico del <i>Sura</i>, che valse a -significare il Dio, come già di <i>Aditi</i>, nati gli <i>Adityâs</i>, -nei <i>Dâityâs</i> non si videro già degli esseri originariamente -forse non punto demoniaci, ma dei figli di una <i>Diti</i> -nemica della divina <i>Aditi</i>. Così, per un duplice equivoco -etimologico, sarebbe nata tutta una serie di <i>Dei</i> o -<i>Surâs</i>, per un verso, e di tutta una serie di <i>Demonii</i> -o <i>Dâityâs</i> per l'altro. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_255">[255]</span> -</p> - -<p> -Ma, dal sin qui detto, parmi poter constare abbastanza, -come, in origine, a quel modo stesso con cui non -esisteva ancora un Dio distinto, così non esisteva neppure -un distinto Demonio. Il <i>dânu</i> o <i>danu</i>, il <i>dâsa</i> o -<i>dasyu</i>, l'<i>asura</i>, non furono originariamente appellativi di -figure distinte demoniache; essi, da principio, erano comuni -alle forme luminose celesti e alle tenebrose; ma, -per essersi quindi con qualche maggiore insistenza attribuiti -ai fenomeni tenebrosi, e per successive combinazioni -mitiche e per sopravvenuti equivoci di linguaggio, -servirono particolarmente a denominare le forme demoniache. -</p> - -<p> -Ma come i <i>devâs</i> e gli <i>asurâs</i> appaiono quali creature -d'uno stesso padre (ora Tvashtar, ora Prag'âpati), così, -presso il <i>Yag'urveda nero</i>, essi si mostrano uguali in -potenza e in dignità, e dediti entrambi alla preghiera -(<i>brahmanvantas</i>). -</p> - -<p> -Il <i>Tâittiriya Brâhmana</i>, ci fa sapere che la terra in -principio era degli <i>asurâs (asurânâm vai iyam agre -âsit)</i>, ma che, avendo gli Dei chiesto loro un po' più di -posto per sè stessi, ne ottennero tanto quanti essi avrebbero -potuto circondarne. Essi si posero ai quattro angoli -della terra e l'avvolsero tutta.<a class="tag" id="tag69" href="#note69">[69]</a> Lo stesso <i>Brâhmana</i> ci -dice che i <i>devâs</i> e gli <i>asurâs</i> non si distinguevano gli uni -dagli altri. Queste sono pel mitologo nozioni preziose. -Una leggenda del <i>Çatapatha Brâhmana</i><a class="tag" id="tag70" href="#note70">[70]</a> spiega in un -modo infantile, ma moralmente interessante, il passaggio -che fecero i Devâs e gli Asurâs ad uno stato di intiera -<span class="pagenum" id="Page_256">[256]</span> -opposizione. — I <i>devâs</i> e gli <i>asurâs</i> creature di Prag'âpati ottennero -in sorte dal loro padre Prag'âpati la parola, il vero -ed il falso; gli uni e gli altri pertanto parlavano ora il vero, -ora il falso; parlanti allo stesso modo, erano uguali. I <i>devâs</i>, -lasciando la menzogna, elessero quindi la verità; gli -<i>asurâs</i>, lasciando la verità, adottarono la menzogna. Allora -la verità che rimaneva presso gli <i>asurâs</i> comprese: -«Gli Dei, abbandonando la menzogna, hanno scelta la verità; -ch'io vada dunque a congiungermi con essa;» e così -recossi presso gli Dei. La menzogna che rimaneva presso -gli Dei comprese: «Gli <i>asurâs</i>, lasciando la verità, hanno -prescelta la menzogna; io voglio dunque riunirmi con -essa;» così dicendo, essa si recò presso gli <i>asurâs</i>. Allora -gli Dei dicevano tutta la verità e gli <i>asurâs</i> tutta la -menzogna. Dicendo intieramente il vero, gli Dei divennero -come deboli e poveri. Perciò colui che dice solamente -il vero diviene debole e povero; ma al fine egli -riesce, come, al fine, riuscirono gli Dei. E gli <i>asurâs</i>, -dicendo unicamente il falso, divennero prosperi e ricchi -come l'aurora;<a class="tag" id="tag71" href="#note71">[71]</a> perciò colui che dice unicamente il falso -prospera e s'arricchisce come l'aurora, ma, al fine, si -rovina, poichè gli <i>asurâs</i>, al fine, si rovinarono. Quello -ch'è vero è la triplice scienza (<i>contenuta nei tre Vedi</i>); -gli Dei dissero: «Sacrificando, celebriamo questa verità.» — Gli -Asurâs, dopo di ciò, volendo disturbare i sacrificii -divini, vengono maledetti. Ma è agevole intendere -come tutte queste spiegazioni leggendarie brâhmaniche -<span class="pagenum" id="Page_257">[257]</span> -siano il prodotto non più di una mitologia, ma di una -filosofia scolastica; e, se noi possiamo dare ad esse alcuna -importanza in questo studio, non è tanto per le -conclusioni, quanto per le premesse che pongono, le -quali confermano una gran verità essenziale, secondo la -quale il mito vedico antico non ci presenterebbe ancora -un Dio ed un Demonio spiccati, distinti ed in guerra fra -loro, ma sì invece indeterminati, affini, quasi necessarii -l'uno all'altro; poichè gli elementi della materia che -combinandosi crea la vita non si presentano in dissidio, -in lotta fra loro, ma sì invece intenti a comporsi in nuove -armonie fisiche, le quali potranno divenire più tardi -armonie morali. L'uomo primitivo ha, di certo, sentito -momenti di terrore innanzi all'accostarsi delle tenebre -della notte o tra il fragore spaventevole di una bufera -sugli altipiani dell'Asia centrale; ma il più spesso egli -vide e comprese come dalla tenebra vien fuori la luce, -dalla morte la vita, e fu sollecito a riconoscere in quella -vicenda naturale una tremenda insieme e poetica necessità -della vita. -</p> - -<p> -Quando poi si determinò con formole religiose, -prima domestiche e poi sociali, l'entusiasmo per la luce -e il terrore della tenebra, ogni fenomeno luminoso apparve -divino, ogni fenomeno tenebroso demoniaco; e -quando, finalmente, sopra le mitologie essendo nate le -religioni, si fondarono sopra queste religioni le Chiese, -queste, sollecitamente operose come nell'Iran e nella -Palestina, rovesciando l'edificio mitico, stabilirono il -monoteismo, o, per dir meglio, il dualismo, ove un -sommo Dio d'ogni perfezione combatte contro un Demonio, -autore d'ogni male. Nell'India la liturgia della -casta brâhmanica arrivò, quando i miti erano già stati -consegnati alla storia negli Inni vedici, prima popolari -e poi, perchè popolari, in virtù della stessa prudenza -<span class="pagenum" id="Page_258">[258]</span> -brâhmanica, divenuti sacri, e quando infinite leggende -mitiche correvano già di famiglia in famiglia, impossibili -ad estirparsi. Il Brâhmanesimo non risale come istituzione -civile oltre il quinto secolo innanzi l'êra volgare, -e, prima di quel secolo, l'India aveva già percorso tutto -un ciclo della sua vita storica; la casta brâhmanica si -trovò innanzi ad un popolo non più giovane, anzi quasi -vecchio, e con materiali leggendarii di una mole prodigiosa, -sopra i quali potè bene combinare nuovi sistemi -teologici e filosofici più o meno mostruosi, ma -non creare sopra di essi alcun nuovo mito veramente -vitale. Rivoltasi invece la religione a diventar strumento -politico per costituire l'onnipotenza di una casta privilegiata, -essa perdette ogni naturalezza e, come l'edera -s'inalza gigante a usurpare le mura delle dimore indiane, -sopra le quali si abbarbica, così, sopra la mitologia -vedica che non poteva distruggere, il Brâhmanesimo -s'inalzò per coprirla, e per adoperarla come fondamento -della sua ragione di Stato; presso a poco quello che il -Cristianesimo, ma con intento morale assai più alto e -benefico, operò sopra i miti ed usi pagani, de' quali si -nutrì come di sostanza vitale. Caduta, o per lo meno indebolita -gravemente, l'azione morale del Cristianesimo, -esso, dispogliato del suo prestigio, ci si ripresenta ora -nella sua nudità, ossia nelle sua forma embrionale pagana. -Così, nell'India, tolto tutto ciò che le Chiese e -scuole brâhmaniche hanno aggiunto di parassito all'antica -mitologia vedica, noi ci ritroviamo nel cospetto di -miti naturali, così semplici, che la loro stessa semplicità -potrebbe far disperare un interprete, il quale si -proponesse di rappresentare gli Dei indiani non già -com'essi nacquero, ma come si vorrebbero vedere, se -un artista greco avesse ricevuto l'incarico di finirli e di -condurli, come si dice, a pulimento. Perciò, come io -<span class="pagenum" id="Page_259">[259]</span> -non ho potuto rappresentarvi alcun Dio in un solo unico, -vivace, compiuto aspetto caratteristico, così e, tanto -meno, potrei rappresentarvi in una sola forma i demonii -vedici; e dico, tanto meno, poichè se il Dio che riproduce -un fenomeno generalmente luminoso può talora -lasciarsi sfuggire la sua natura specifica, tanto minore -evidenza può avere per noi il Demonio che rappresenta, -per lo più, un fenomeno tenebroso e una negazione. -</p> - -<p> -Il campo degli Dei e quello dei Demonii è il medesimo; -solamente gli uni finiscono col prevalere in una -parte, gli altri nell'altra di quel campo. Secondo l'<i>Aitareya -Brâhmana</i>, gli Dei avrebbero avuto vittoria sopra -un solo punto, come il San Martino della leggenda -cristiana per un solo punto perderà poi la sua cavalcatura -demoniaca.<a class="tag" id="tag72" href="#note72">[72]</a> Gli Dei e gli Asuri combattono fra loro -nell'Est, nel Sud, nell'Ovest e nel Nord, e sempre gli -Asuri rimangono vittoriosi, ma v'è una regione intermedia, -fra il Nord e l'Est, nella quale gli Dei trionfano; -essa viene perciò chiamata <i>la regione invitta</i> (<i>sâ eshâ -dig aparâg'itâ</i>). Accortisi della loro debolezza sopra gli -altri punti, gli Dei si eleggono per loro re l'ambrosiaco -Soma, e allora la piena vittoria sopra gli Asuri viene ad -essi assicurata; poichè la gran lotta fra gli Dei e i Demonii -si riduce essenzialmente ad una gara pel possesso -dell'ambrosia, ora trattenuta dagli uni, ora dagli altri, -secondo che il cielo, sede dell'ambrosia, è occupato dalla -luce o dalla tenebra. E si capisce come quando il Dio Ambrosio -in persona regge l'Olimpo degli Dei, i Demonii si -trovano inferiori nella prova; ed il loro stato riesce simile -a quello di morte, finch'essi, con arte magica, non -rientreranno in possesso dell'ambrosia desiderata e perduta; -<span class="pagenum" id="Page_260">[260]</span> -l'<i>amr'ita</i> dà naturalmente l'immortalità a chi la -possiede; perciò, in un inno dell'<i>Atharvaveda</i>, non solo -il Dio possessore dell'ambrosia vince gli Asuri, ma riesce -pure a distruggerli il penitente o <i>brahmac'ârin</i>, il -quale diviene, con la virtù delle sue penitenze, un germe -nella vulva dell'<i>amr'ita</i>, ossia diviene Indra (<i>garbho -bhûtvâ amr'itasya yonâv Indro ha bhûtvâ asurâns tatarda</i>), -ossia acquista l'amuleto stesso, col quale Indra -stesso uccise Vritra, superò gli Asuri e conquistò cielo e -terra e le quattro regioni. In una leggenda cosmogonica -del <i>Çatapatha Brâhmana</i> si narra che in origine tutto -il mondo era acqua, solamente acqua; le acque fanno penitenza, -e nasce in mezzo ad esse un uovo d'oro. L'uovo -erra un anno sopra le acque, e poi si schiude e ne vien -fuori il <i>purusha</i>, il maschio universale, il creatore Prag'àpati. -Poichè Prag'àpati pose un anno a nascere, così i figli -mortali stanno un anno nel ventre materno. Dopo un -anno Prag'àpati incomincia a parlare, perchè nascano -la terra, l'atmosfera, il cielo; perciò anche i bambini -incominciano a parlare dopo un anno. Egli è nato per -un millenio, e s'accinge in esso a creare l'universo. Coi -proprii occhi crea gli Dei nel cielo, quindi nasce la -luce; con l'alito inferiore crea gli <i>asurâs</i> (<i>atha yo 'yam -avâñ prânas asurân asr'ig'ata</i>), e ne nasce la tenebra; -con la tenebra vien fuori il male. L'<i>asura</i> si identifica -qui col genio della tenebra, col genio scuro, interpretato -come cattivo; ma non sempre lo scuro valse -il cattivo: così vedemmo già Varuna, il copritore del -cielo, la vôlta celeste, specialmente la vôlta celeste notturna, -assumere la qualità di supremo divino <i>Asura</i>: -una leggenda del <i>Çatapatha Brâhmana</i> ci fa sapere -come gli <i>Asurâs</i> perdettero la loro superiorità sopra gli -Dei per sola colpa della loro eccessiva arroganza od opinione -di sè stessi (<i>te'timânena eva parâbabhûvus</i>). -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_261">[261]</span> -</p> - -<p> -La nozione più generale che possiamo dunque ricavare -dagli scritti vedici e brâhmanici intorno alla prima -essenza degli <i>Asurâs</i> è questa: ch'essi in origine non -furono dissimili dagli Dei; e che, se più tardi, come scuri, -tenebrosi divennero specialmente demoniaci, originariamente -non furono tanto i malefici, quanto i misteriosi -nascondenti nella loro veste scura alcun segreto luminoso, -e però genii comuni tanto de' fenomeni luminosi -aperti, quanto de' fenomeni luminosi celati e coperti. -Indra stesso, che appare quindi come il più formidabile -Dio, sconfiggitore di mostri tenebrosi e malefici, partecipa -delle due nature celesti, luminosa e scura; ed -ora avvolgendosi di tenebre o di nuvole prepara la luce -e apporta la pioggia; ora, invece di avvolgersi con vesti -tenebrose e nuvolose, le squarcia, ed in simile atto -appare qual nemico della tenebra e della nuvola. A far -poi degenerare il genio scuro in genio demoniaco valse -non poco uno de' più frequenti e dai mitologi non forse -abbastanza avvertiti equivoci del linguaggio, io voglio dire -gli equivoci nati sopra i nomi de' colori. Nella mia <i>Mitologia -zoologica</i> ebbi frequente occasione di notare parecchi -miti indiani nati pel solo equivoco fra le voci <i>hari</i> e -<i>harit</i>, che denominano <i>l'aureo</i>, <i>il biondo</i>, <i>il giallo</i>, <i>il -verde</i>; ma l'aureo del fuoco è ancora chiamato <i>arusha</i>, -<i>aruna</i>, <i>rohit</i>, <i>rohita</i>, che vale poi specialmente <i>rosso</i>, -<i>rossastro</i>; così dalla voce indiana <i>kr'imi-karmi</i> che -vale <i>verme</i> (<i>k-vermis</i>), lituano <i>kirminis</i>, nacque il colore -<i>cremisino</i>, e dalla parola <i>verme</i> poi il nostro colore <i>vermiglio</i>; -al <i>vermiglio</i> è affine il colore <i>pavonazzo</i>, e il -color <i>violaceo</i> o <i>pavonazzo</i> è chiamato in indiano <i>nîla</i>; -<i>nîlakantha</i> vien denominato <i>il pavone</i>, ossia <i>dal collo nîla</i>, -che vale poi specialmente <i>azzurro</i>, <i>scuro</i>, <i>nero</i>; <i>nîla</i> -chiamasi perciò l'<i>indigo</i>, e <i>nîlapatra</i>, <i>nîlapadma</i>, <i>nîlotpala</i>, -ec., <i>il fior di loto azzurro</i>. Così da un solo colore, -<span class="pagenum" id="Page_262">[262]</span> -per gradazione di tinte, passiamo a tutti gli altri. -Confusisi in una omonimia costante nell'India, il nero -e l'azzurro, l'azzurro celeste diventò facilmente il nero, -e il nero un colore demoniaco. I demonii combattuti da -Indra pigliano talora insieme il nome di <i>Kr'ishnâs</i>, propriamente -<i>i neri</i>; ma la voce <i>kr'ishna</i> servì pure in sanscrito -a denominare <i>la pianta dell'indigo</i> e <i>il vetriolo -azzurro</i>. Indra si raffigura nella tradizione posteriore -brâhmanica come milloculo, con un corpo azzurro tempestato -di occhi, ossia come cielo azzurro tempestato di -stelle. Indra, come vedemmo, fu in origine semplicemente -(al pari di Varuna e di Dyu) il cielo azzurro, -come lo Zeus ellenico, il Jupiter latino, sposo di Giunone; -Giove in forma di cuculo visita segretamente la -moglie Giunone: <i>kr'ishna</i> è pure uno degli appellativi -indiani del cuculo; e indica altresì il tempo, in cui la -luna sta nascosta, ossia la quindicina scura che passa -tra il plenilunio e il novilunio, ossia il tempo in cui -il cielo notturno si mostra del colore di un azzurro cupo, -scuro, e che si confonde perciò col nero. Ma, per terminare -la nomenclatura indiana de' colori, mentre per un -verso il <i>kr'ishna</i> o <i>scuro</i> si accosta all'<i>arusha</i> o rosso -scuro, la stessa analogia sembra presentarsi nella lingua -russa fra il <i>c'ornoye</i> o <i>nero</i> (da <i>c'orni</i>), e il <i>krâçnoye</i> o -<i>rosso</i> (da <i>kraçni</i>), nel ritrovare, presso il <i>Mahâbhârata</i>, -stretti intimamente fra loro <i>Kr'ishna</i>, <i>il nero</i>, ed il figlio -d'Indra <i>Arg'una</i>, propriamente <i>il bianco</i>, <i>argentino</i> (Indra -stesso è chiamato <i>Arg'una</i> nel <i>Çatapatha Brâhmana</i>, -che dice esser quello il nome segreto del Dio; -perciò Arg'una intraprende nel <i>Mahâbhârata</i> un viaggio -al cielo paradisiaco di suo padre Indra, che lo fa rallegrare -dalle Ninfe divine), dobbiamo intendere che il -bianco è solamente un nero stinto; e l'alba mattutina non -è altrimenti prodotta che per l'indebolirsi delle ombre -<span class="pagenum" id="Page_263">[263]</span> -scure, innanzi al primo riflesso de' raggi solari. Come -in uno specchio, come nell'onda, come nell'arcobaleno -si rifrangono tutti i colori dell'iride, ossia come da un -solo punto per un solo raggio di luce balzano fuori -tutti i colori; così nel linguaggio, il quale non è propriamente -altro che una gradazione successiva di suoni -o di colori vocali che rivestono il pensiero, per minime -deviazioni di riflessi ideali, con parole omonime, si vennero -a rappresentare i colori apparentemente più opposti, -e che l'analisi chimica può invece restituire alla loro -semplicità e conformità elementare. Il colore argentino -delle acque (<i>çvetî</i> o <i>bianca</i> è il nome vedico dato ad una -riviera) si trasformò più spesso in colore scuro; assimilato -il cielo ad un fiume, ad un oceano, quelle acque -ora apparvero azzurre, verdastre, scure, ora argentee; -perciò, ripeto, possiamo trovare strettamente congiunti -fra loro Kr'ishna, <i>il nereggiante</i> (e ancora <i>l'azzurreggiante</i> -e forse pure <i>il rosseggiante</i>) e Arg'una, <i>l'albeggiante</i>, -che si loda particolarmente pel suo piè veloce, -per la sua agilità, prontezza, sollecitudine, come l'alba -è la prima ad apparire il mattino nel cielo orientale. Anzi -Kr'ishna ed Arg'una sono così vicini, che nel quarto libro -del <i>Mahâbhârata</i> Arg'una appare col nome di <i>Kr'ishna</i>; -e il duale <i>Kr'ishnâu</i>, rappresentandoci <i>Kr'ishna</i> ed -<i>Arg'una</i>, ci lascia pensare ch'essi siano una nuova forma -epica dei due fratelli Açvin, l'uno de' quali è in particolare -relazione colla luna, l'altro col sole; l'uno col -giorno, l'altro colla notte. Arg'una compagno di Kr'ishna, -e Arg'una figlio d'Indra, e simile ad Indra, ci -presentano poi come affini Indra e Kr'ishna, quasi due -forme germane d'uno stesso Dio. Ma, come nella leggenda -de' due fratelli, l'un fratello, per gelosia, si rivolge contro -l'altro, onde nasce fra loro odio mortale e guerra -infinita; così, mentre, negli Inni vedici, vediamo Indra -<span class="pagenum" id="Page_264">[264]</span> -che combatte e vince i <i>Kr'ishnâs</i> o <i>neri</i>, ed il mostro -nero, più tardi <i>Kr'ishna</i>, diviene Dio esso stesso pastorale -e guerriero, s'identifica con Vishnu, combatte contro -un Indra decaduto e quasi demoniaco, e lo vince. -Le parti de' due fratelli, de' due compagni, de' due rivali -si scambiano: Kr'ishna diviene luminoso; Indra -tenebroso. Nel quinto libro del <i>Mahâbhârata</i> si tenta di -dare una spiegazione del nome di <i>Kr'ishna</i>, e non se -ne trova altra dal brâhmano etimologo intento a predicare -penitenza, se non questa: <i>Kr'ishi</i> vale «terra,» <i>na</i> -«non;» <i>la non terra</i>, <i>la rinuncia alla terra</i>, e ai beni -mondani. La ridicolezza di una simile etimologia è troppo -evidente per sè, perchè sia ancora necessario insistervi. -Lo stesso <i>Mahâbhârata</i>, nel suo primo libro, ha un'altra -etimologia non più seria, ma certamente più interessante. -Identificato <i>Kr'ishna</i> con <i>Hari</i>, <i>il biondo</i>, -<i>l'aureo</i> Vishnu, si racconta che Hari si levò due capelli, -l'uno bianco, l'altro nero (<i>keçau</i>, Harir <i>udvavarha -çuklam ekam aparam c'âpi kr'ishnam</i>); i due capelli -penetrarono nel corpo di due donne, Devakî e Rohinî. -Il capello bianco generò Baladeva; il capello (<i>keça</i>) -nero diventò Keçava, che è un appellativo di Kr'ishna. -Ma <i>Keçava</i> vale propriamente <i>il capelluto</i>, <i>il chiomato</i>, -onde Kr'ishna appare anch'esso come una figura solare, -ossia di crestato, di Cristo; ed è assai probabile che a -questo scambio abbia contribuito la conoscenza del Cristo -ellenico, con cui la vita del Kr'ishna brâhmanico -presenta curiose analogie. Ma io non posso discostarmi -dall'opinione che da gran tempo ha manifestato il professor -Weber, il quale attribuì alla conoscenza del Cristianesimo -lo svolgimento nell'India brâhmanica di una -gran parte del mito di Kr'ishna, il quale nel periodo vedico -appare invece intieramente insignificante, anzi un -mito vedico intorno a Kr'ishna propriamente non esiste; -<span class="pagenum" id="Page_265">[265]</span> -Kr'ishna come Arg'una appare più tosto un attributo, -una forma d'Indra, che un demonio ben definito; i -<i>Kr'ishnâs</i> o <i>neri Demonii</i> sconfitti da Indra sono semplici -appellativi dei nemici celesti in genere. Lo stesso -scetticismo che mostrano, presso il <i>Mahâbhârata</i>, i Kuruidi -intorno alla divinità di Kr'ishna, possono avvertirci -come una parte di questa figura dovea essere fittizia e -di recente e ancora screditata genesi, formata sopra -frammenti antichi molto scarsi e insufficienti, completati -perciò con invenzioni scolastiche, e con probabili nozioni -tolte dal Cristianesimo, sia detto con buona pace -del credulo sognatore signor Jacolliot. -</p> - -<p> -Ma, se gl'Inni vedici non ci permettono di argomentare -una figura di demonio ben delineata e costante, -non si vuol credere ch'essi non rechino numerosi -indizii d'una credenza in esseri mostruosi, soprannaturali, -malefici. Solamente, per essere appunto concepiti -come mostri informi o difformi, la loro forma -sfugge e mal si può definire. La stessa parola <i>rakshas</i>, -con la quale è chiamato il mostro vedico, non sembra -ancora spiegata in modo definitivo. La etimologia proposta -dal <i>Dizionario Petropolitano</i> non m'assicura; -essa suppone una radice <i>raksh</i>, che interpreta <i>offendere</i>, -sopra un solo esempio dell'<i>Atharvaveda</i> (<i>ma -no rakshîrdakshinâm niyamânâm</i>); ma niente ci vieterebbe -di interpretare qui <i>raksh</i> per <i>trattenere</i>, <i>impedire</i>. -</p> - -<p> -Il guardiano e il trattenitore o stringitore parrebbero -confondersi; il <i>rakshas</i> sarebbe un <i>rapitore</i>, un -<i>arpagone</i>, un <i>mostro arpia</i>, che, dopo aver rapito -come <i>ladro</i> o <i>pâni</i>, trattiene, non lascia sfuggire; la -sua forma corporea è mobile, come mobile è il vedico -<i>yaksham</i> o <i>spirito</i> che si agita, in cui, come nelle larve, -passano le anime de' morti escluse dal regno dei beati, -<span class="pagenum" id="Page_266">[266]</span> -e il vedico <i>yâtudhâna</i>, il quale ha la facoltà di penetrare -in tutti i corpi, e di possederli. -</p> - -<p> -Il <i>rakshas</i> vedico viene specialmente a disturbare i -sacrificii domestici, a spegnere il fuoco, non dissimile, -per sua natura, dallo spirito folletto delle nostre credenze -popolari; e ogni forma mostruosa che spaventi, -assume forma e nome di <i>rakshas</i>. L'ufficio di uccidere -il <i>rakshas</i> o i <i>Rakshasi</i> appartiene, negli Inni vedici, specialmente -ad Indra, ad Agni, agli Açvin ed all'Aurora, -come quelli che dissipano la tenebra notturna, e per -Indra poi, oltre la tenebra notturna, il mostro che sta -chiuso nella nuvola. -</p> - -<p> -Oltre i nomi generici di demonii da noi fin qui esaminati, -il <i>Rigveda</i> ci mostra poi, in opposizione particolarmente -ad Indra, alcuni demonii di forma speciale, -i più formidabili de' quali sono Vr'itra, <i>il copritore</i> o -<i>trattenitore</i>, ed Ahi, <i>il serpente</i>; seguono Namuc'i, -Çambara, Râuhin, Varc'in, Pipru, Urana, Çushna, -Kuyava, ec. <i>Vr'itra, il copritore</i>, offre alcuna analogia -col <i>Kr'ishna, lo scuro, il nero</i>; come Kr'ishna s'identifica -con Hari, <i>il biondo</i>, così nel <i>Çatapatha Brâhmana</i> -Vr'itra viene identificato con la Luna (<i>Hari</i>); come per -la uccisione di Vr'itra figlio di Brâhmano, e però Brâhmano -esso stesso, Indra viene perseguitato e precipitato, -così il devoto, il pio Kr'ishna finisce per trionfare -d'Indra suo rivale. Il mito vedico di Indra e Vr'itra -servì di probabile fondamento ad una parte della leggenda -brâhmanica di Kr'ishna. Indra azzurro, Indra pavone, -Indra <i>çiprin</i>, Indra col <i>pennacchio</i> cede il campo -a Kr'ishna Keçava, al nero od azzurro chiomato. -</p> - -<p> -Così, invece di una forma distinta demoniaca, abbiamo -qui due forme divine analoghe, le quali diventano -forme rivali; l'una succede all'altra, e la forma -vinta, decaduta, abbandonata, appare forma demoniaca: -<span class="pagenum" id="Page_267">[267]</span> -nel <i>Rigveda</i> il Demonio si chiamava <i>nero</i> o <i>Kr'ishna</i>, -<i>copritore</i> o <i>Vr'itra</i>; nelle leggende puraniche dell'India -brâhmanica, Indra subisce tutte le conseguenze della -sua parte di vinto. E, nello stesso <i>Râmâyana</i>, il cui eroe, -com'è noto, muove alla distruzione dei Rakshasi, nell'ultimo -libro, pare, nella massima parte, inteso a magnificare -la grandezza, la potenza, la virtù, la religiosità dei -Rakshasi, singolarmente privilegiati dal Dio Brahman. -Mettiamo pure che, a rovesciare così le basi dell'Olimpo -vedico nel periodo brâhmanico, abbiano potuto valere, -in gran parte, le ragioni di casta, le quali, dopo aver -messo in seconda linea Indra il Dio de' guerrieri, per -inalzare Brahman alla prima potenza, doveano pur porre -qualche cura ad accrescere la dignità dei nemici d'Indra, -e, come oggi si dice, a riabilitarli; ma, se ciò fu -possibile, bisogna pur dire che nello stesso Olimpo vedico -le figure demoniache come le divine fossero trovate, -per la loro mobilità, capaci di alterarsi ancora e -di subire nuove fantastiche trasformazioni non più per -opera fatale del popolo, ma per la rettorica astuta dei -teologi brâhmani. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_269">[269]</span> -</p> - -<h2 id="lett14">LETTURA QUATTORDICESIMA. -<span class="smaller">PRAG'ÂPATI E PURUSHA.</span></h2> -</div> - -<p> -Noi assistemmo fin qui alla rappresentazione vedica -di esseri mitici, la natura fisica de' quali si lasciò sempre -rintracciare. Ma gl'Inni vedici di più recente composizione -ci presentano pure alcuni numi metafisici, -sopra i quali essenzialmente si basò poi la teologia brâhmanica, -e per i quali soltanto i Vedi furono dai sacerdoti -indiani santificati e raccomandati come autorità suprema. -Già commenti e trattati vedici, quali il <i>Brâhmana</i>, -e la <i>Upanishad</i>, più che ai numi idillici ed eroici, quali -sarebbero l'Aurora, gli Açvin, Indra ed i Marutas, rivolsero -una speciale attenzione ai numi vedici di ultima -formazione, alcuni de' quali furono anzi immaginati pel -solo commento; onde non siamo liberi da ogni sospetto -che una parte degl'Inni del <i>Rigveda</i>, specialmente dei -filosofici, teologici, rituali, compresi negli ultimi libri, -sia stata contemporanea ai commentarii, ossia non risalga -molto più in là del quarto o quinto secolo innanzi l'êra -volgare. È noto<a class="tag" id="tag73" href="#note73">[73]</a> come il <i>Çatapatha Brâhmana</i> abbia -<span class="pagenum" id="Page_270">[270]</span> -foggiato una nuova forma del Dio Prag'âpati, scambiando, -o per ignoranza, o per mala fede sacerdotale, con un -divino appellativo <i>Ka</i> l'interrogativo <i>Ka</i>, con cui nel ritornello -dell'inno cosmogonico 121º del decimo libro -del <i>Rigveda</i> il devoto si domanda a qual Dio creatore si -debba sacrificare; questo preteso Dio <i>Ka</i> venne poi ancora -identificato con Kaçyapa, con Brahman, con Vishnu, -con Yama, con Kâma, col Vento, col Fuoco! L'inno -vedico dice semplicemente: <i>a qual Dio dobbiamo noi -sacrificare?</i> (<span class="smcap">Kasmai</span> <i>devâya havishâ vidhema;</i>) l'antico -commentatore vedico interpretò: al Dio <i>Ka</i> noi -dobbiamo sacrificare. -</p> - -<p> -Ma, se questo <i>Ka</i> è un nume intieramente fittizio, e -di cui non si può tener conto se non per avvertire di che -sorta di mostruosità può, consapevole od inconsapevole, -farsi gravida la teologia, non è dubbio che gl'Indiani -si posero, innanzi di conoscere la filosofia greca, la -questione delle origini del mondo, e si domandarono -quale fosse stato il creatore; il problema posto implicava -la necessità di ammettere la esistenza di un Dio -creatore; ed, ammessa questa ipotesi, ne veniva naturale -il tentativo d'immaginare in qualche modo questo -creatore universale, questo <i>Prag'âpati</i> o <i>signore della -generazione</i>. Ma ognuno di voi comprende come qui -l'osservazione de' fenomeni naturali deve avere una parte -infima, e che il Dio dev'essere dalla sola immaginazione -creato <i>ex nihilo</i>; arduo cómpito, e disperato. I poeti -metafisici dell'ultimo periodo vedico e i loro immediati -commentatori tormentarono singolarmente il loro ingegno, -per ricercare il primo perchè delle cose; ma è evidente -che il Dio venuto fuori da quella indagine spirituale -non debba aver quasi più nulla di comune con la -mitologia propriamente detta, ed entri invece più tosto -nel dominio della filosofia e della religione. Che anco i -<span class="pagenum" id="Page_271">[271]</span> -commentarii vedici considerassero come un Dio di formazione -recente il creatore Prag'âpati (Prag'âpati come -Dio distinto appare soltanto nel decimo libro del <i>Rigveda</i>, -ove furono accolti, per la massima parte, gl'inni più -recenti), si può ricavare da una notizia del <i>Çatapatha -Brâhmana</i>, ove, nominatisi i trentatrè Dei vedici, si aggiunge -come trentesimoquarto Prag'âpati; sebbene da altri -passi dal <i>Çatapatha Brâhmana</i> Prag'âpati appaia creatore -degli Dei, non esclusi i principalissimi Indra, Agni, -Soma, ec., e quello che assicurò agli Dei la immortalità, -per mezzo de' sacrificii che vengono loro offerti. -Gli antichi Inni vedici ci offrono già un sole <i>Savitar</i>, e -abbiamo già detto che la voce <i>savitar</i> vale <i>il generatore</i>, -come <i>g'anakas</i>, uno degli appellativi solari; gli antichi -poeti vedici adorarono dunque ancor essi il loro Dio -<i>creatore</i>, ma questo <i>creatore</i> era per essi semplicemente -il sole, che ridesta alla vita erbe ed animali, che porta -la vita nel mondo. Ma gli antichi poeti vedici non erano -metafisici; nel sole creatore vedevano e ammiravano il -generatore della vita ad essi presente; ma essi non -staccavano ancora dal sole la persona di un sole creatore -universale del cosmo. Se anche Savitar mena seco i -Devâs, noi sappiamo già qual valore originario avesse -per gli antichi poeti vedici la parola <i>deva</i>; che essa, cioè, -esprimeva il luminoso celeste; niente quindi di più naturale -che il concepire gli Dei uscenti fuori col sole. Ma -da questa espressione poetica al concetto cosmogonico -del <i>Prag'âpati</i> e poi tanto più del creatore Brahman -corsero parecchi secoli; e la loro distanza o differenza -perciò è immensa. -</p> - -<p> -Il sole <i>Savitar</i> è chiamato negli Inni vedici anche -esso <i>Prag'âpati</i>, ch'è il perfetto suo equivalente; <i>Savitar -prag'âpati</i> vai quanto <i>il generatore signore della -generazione</i>; ma qui <i>prag'âpati</i> è un semplice appellativo -<span class="pagenum" id="Page_272">[272]</span> -ed attributo solare, non è ancora una persona divina, -astratta dal sole. Nel <i>Taittiriya Brâhmana</i> l'antica -espressione vedica è già frantesa; e, per spiegare il sole -generatore, ossia <i>il generatore signore della generazione, -Savitar prag'âpati</i>, si crea una leggenda, si suppone -esistente come essere supremo il Dio creatore, il Dio -Prag'âpati, e si narra che questo Dio si personificò in -Savitar, per creare tutte le creature. Con questi equivoci, -de' quali, al solito, un po' di mala fede e un poco -d'ignoranza fanno le spese, si diminuisce il valore mitico -del vedico Savitar e s'accresce la dignità del nuovo -venuto Dio supremo brâhmanico, del sommo Prag'âpati, -il quale come fa dimenticare il sole, così fa dimenticare -il fabbro divino vedico, l'artefice che compone -tutte le forme nel cielo mitico, Tvashtar Viçvakarman e -Viçvarûpa. Ma Tvashtar era persona mitica rispondente -a fenomeni fisici; Prag'âpati invece vuol essere uno spirito -dell'alto cielo, il genio Dyu<a class="tag" id="tag74" href="#note74">[74]</a> creatore, inspiratore -supremo dei Veda, quantunque molte delle leggende che -si riferiscono ad esso lo dimostrino spesso compiaciuto -in godimenti assai materiali. Ma accanto ad esse se ne -trovano altre, le quali ci offrono un curioso riscontro col -dogma cristiano del Dio che per bene degli uomini si -sacrifica, sacrificio di cui la Messa è un simbolo quotidiano. -Io ho già avvertito come nel cielo mitico stesso -il Dio solare si sacrifichi, giornalmente e annualmente -pel bene degli uomini; ma, come son nati Dei astratti o -<span class="pagenum" id="Page_273">[273]</span> -metafisici, sopra Dei concreti o fisici, così il mito del -sacrificio solare passò nel dogma di Prag'âpati, del quale -nel <i>Çatapatha Brâhmana</i> si narra: «Prag'âpati diede -sè stesso agli Dei, e divenne la loro vittima sacrificale -(<i>yag'n'as</i>), poichè il sacrificio è il cibo degli Dei. Egli, -dando sè stesso agli Dei, creò il sacrificio a sembianza -di sè medesimo; perciò dissero: Prag'âpati è il sacrificio, -poichè lo creò a sua similitudine.» Qual meraviglia -che, con simili precedenti mitici, e poi teologici, -siansi quindi nell'India svolte numerose leggende di carattere -buddhistico, nelle quali vediamo Dei e penitenti -sacrificarsi intieramente, per arrivare alla suprema beatitudine, -ossia per identificarsi con Prag'âpati? chè, al -pari del Dio Prag'âpati (secondo la nozione del <i>Çatapatha -Brâhmana</i>), <i>il sacrificio è l'anima di tutte le cose -e di tutti gli Dei</i> (<i>sarveshâm vai esha bhûtânâm sarveshâm -devânâm âtmâ yad yag'n'ah</i>). -</p> - -<p> -Ma, più che quello di sacrificarsi, ossia di spirare -per mezzo del proprio sacrificio, o della penitenza, come -Brahman,<a class="tag" id="tag75" href="#note75">[75]</a> la vita nell'universo, l'ufficio proprio e -costante di Prag'âpati è quello di creare, dando forma -e qualità alle cose <i>g'anma</i> (o <i>rûpam</i>) e (<i>g'</i>)<i>nâma</i>, generazione -e nome, di creare il genere e la specie, l'universo, -ch'ei pone sopra l'enorme <i>Skambha</i> (una forma -di Brahman con ufficio di Atlante) tutte le creature, -ed, in proprio, trentatrè figlie che sono forse i trentatrè -mondi ch'egli suscita dall'oblazione di riso bollito, -presso l'<i>Atharvaveda</i>. Una sola creatura è eccettuata, -nata da un appellativo forse più recente di quello di -Prag'âpati; quest'unica creatura, presso il <i>Çatapatha -<span class="pagenum" id="Page_274">[274]</span> -Brâhmana</i>, appare Brahman. Come vedemmo il 34º Dio, -ossia l'ultimo, Prag'âpati sovrapporsi agli Dei a motivo -dei suo nome, come creatore universale; così Brahman, -che succede a Prag'âpati come Dio supremo e supremo -creatore, non appare già figlio di Prag'âpati, ma, a motivo -del suo comodo appellativo di <i>Svayambhû</i> o <i>esistente</i> per -sè, suo padre immediato, ad esempio di Prag'âpati, appare -qual padre immediato di <i>Tura Kâvasheya</i> (<i>Tura</i> è -un appellativo dato spesso ad <i>Indra</i> e ai <i>Marutas</i>: vale <i>il -forte</i>; ed io sospetto che possa essere un equivalente dell'alito, -o vento primigenio, il <i>prâna</i>, che trovasi pure -identificato con Parg'anya, il Dio della tempesta, nella -quale soffiano i potenti <i>Marutas; Kâvasheya</i> proviene da -<i>kavasha, tonante</i>; onde la prima creazione di Prag'âpati -sarebbe stata il vento tonante; presso l'<i>Atharvaveda</i>, -Prag'âpati trovasi identificato col <i>prâna</i>). Tuttavia, nel -<i>Yag'urveda bianco</i>, lo stesso Prag'âpati, al pari di Brahman, -è ricordato come increato (<i>ag'ayâmâna</i>), che, recipiente -d'ogni cosa, fornito di vulva, si crea in più -forme (<i>bahudhâ vig'âyate</i>); ma, non potendosi concepire -l'idea dell'eternità del Dio creatore, si ammise pure il -<i>Tempo</i> o <i>Kâlas</i> (che ci richiama all'ellenico <i>Kronos</i>), -come un Dio, e si rappresentò, presso l'<i>Atharvaveda</i>, -Prag'âpati come figlio di Kâla, ossia del Tempo immortale, -motore del passato e del futuro. Ma l'espressione del -tempo padre di Prag'âpati equivale a quest'altra: <i>il tempo -generò le creature</i>; nel vero, queste due espressioni -equivalenti si trovano riunite nell'inno dell'<i>Atharvaveda</i> -che celebra Kâla od il Tempo (<i>Kâlah prag'âh asr'ig'ata; -Kâlo' gre Prag'âpatim</i>). L'inno aggiunge, identificando -perciò Prag'âpati con Kaçyapa e con la penitenza: Dal -tempo si generò <i>Kaçyapa</i>, «l'esistente per sè» (<i>Svayambhû</i>, -come Brahman), dal tempo la penitenza (<i>tapah</i>, propriamente -<i>il calore</i>). Vedemmo poco sopra associarsi, -<span class="pagenum" id="Page_275">[275]</span> -identificarsi Prag'âpati, ossia il Dio creatore con Prâna e -con Tura Kâvasheya, ossia, come interpretammo, col -vento tonante; invece di questo vento che sona, trovasi, -pure congiunto con Prag'âpati, il divino <i>flatus oris</i>, «la -voce, la sacra parola, la <i>Vâc'</i>;» perciò si narra nel <i>Kâthaka -</i>del <i>Yag'urveda</i>:<a class="tag" id="tag76" href="#note76">[76]</a> «Prag'âpati era questo mondo; -seconda a lui seguì la parola (la <i>vâc'</i>, «il verbo»); egli -s'accoppiò ad essa; essa s'ingravidò; si allontanò da lui; e -produsse queste creature; quindi rientrò in Prag'âpati.» -Quest'ultimo particolare combina con la nozione del <i>Pan'c'avinça -Brâhmana</i>, che fa uscire la parola da Prag'âpati: -«Il solo Prag'âpati era questo mondo; egli aveva in proprio -la parola; essa era a lui seconda; egli pensò: voglio -lasciar andare questa <i>Vac'</i>; essa vuol distinguere tutto -questo universo; e lasciò uscire la <i>Vac'</i>; essa andò distinguendo -questo universo.» Il mondo biblico si crea -in sei giorni, nel settimo il creatore si riposa, ossia -cessa; Prag'âpati impiega mille anni solo per far penitenza, -prima della creazione. Secondo il <i>Çatapatha -Brâhmana</i>, esso aveva occhi, orecchi, bocca, poichè -dall'occhio crea il cavallo, dall'alito la vacca, dall'orecchio -la pecora, dalla voce la capra;<a class="tag" id="tag77" href="#note77">[77]</a> l'uomo lo crea dal -<i>manas</i> o <i>animo</i>, che contiene in sè tutti gli aliti vitali -(<i>mano vai sarve prânâh</i>); ma la forma di Prag'âpati -non è immortale; essa si può distruggere; il solo che -non muoia è il suo alito, il suo spirito. Così nella -<i>Maitrî Upanishad</i>, si dice che «in Brahman coesistono -due forme, la corporea e la incorporea; la corporea è -fallace (<i>asatyam</i>), la incorporea salda (o sincera, -<span class="pagenum" id="Page_276">[276]</span> -<i>satyam</i>).»<a class="tag" id="tag78" href="#note78">[78]</a> Così ancora avviene che, dopo aver creato -il mondo, Prag'âpati possa, presso il <i>Çatapatha Brâhmana</i>, -farsene il sostentatore, ossia alimentarne la vita -(<i>Prag'âpatir vai bharatah sa hi idam sarvam bibharti</i>). -Quindi finalmente comprendiamo come, nella leggenda -dello stesso <i>Brâhmana</i>, quando gli Dei abbandonano -Prag'âpati divenuto debole e piangente, rimanga solo -fedele presso di lui a consolarlo, a raccoglierne le lacrime, -il Dio <i>Manyu</i>, il sentimento, e in ispecie, un sentimento -violento, il quale degenera poi in violenza aperta, -in collera furente. Il pio <i>Manyu</i>, sopra il quale cadono -le lacrime di Prag'âpati derelitto, diviene Rudra, il terribile -Rudra, una forma del Çiva distruggitore. Ed ecco -come sulla persona divina di Prag'âpati, parecchi secoli -innanzi al Cristianesimo, dal Dio creatore che fa penitenza, -si sacrifica e crea, si svolge inconsciamente e non ancora -teologicamente una Trimûrtti; Prag'âpati è egli stesso -creatore, e poi <i>bharata</i> o <i>bhartar</i> o <i>sostentatore</i>, e genera -con le sue lacrime Rudra o Çiva distruggitore. Egli è -evidentemente uno e trino come il Dio cristiano. La conoscenza -poi della Trinità cristiana potè accrescere favore -nell'India al concetto della <i>Trimûrtti</i>; ma, se esso potè -trovare nei tempi moderni così largo svolgimento, e tanto -credito, e se i Missionarii cattolici non trovarono gran -difficoltà a provare agl'Indiani che le due trinità si somigliavano, -nella speranza di far quindi prevalere la superiorità -della dottrina cristiana, convien dire che esistesse una -base fisica del dogma, la quale ci sembra potersi rintracciare -nella figura del <i>misterioso</i><a class="tag" id="tag79" href="#note79">[79]</a> Dio Prag'âpati increato, -<span class="pagenum" id="Page_277">[277]</span> -che col Verbo crea; che, col sacrificio di sè -stesso, salva le altre creature; che, dopo avere creato, -conserva il mondo, e che si prepara, unito col fuoco, -ossia con Agni, Çiva, Rudra distruggitore, a consumarlo. -Come creatore, per virtù del sacro Verbo primogenito, -del triplice Veda (considerandosi dai devoti il quarto Veda -come apocrifo), secondo la leggenda cosmogonica del <i>Çatapatha -Brâhmana, Prag'âpati</i> potè poi anche più facilmente -fornire gli elementi per costituire il Dio trino ed -uno. Ritorna poi, nella leggenda cosmogonica del <i>Çatapatha</i>, -ove compare Prag'âpati, una nozione che ci richiama -al pesce fallico, primo generatore, che dicemmo -essere pure penetrata nella cosmogonia biblica e cristiana. -Secondo la leggenda (che incomincia con le parole: -Da principio questo mondo non era esistente: «<i>Asad -vai idam agre âsît;</i>» ma vi erano sette spiriti, aliti o -venti «<i>prânâh;</i>» [lo spirito di mezzo si chiama Indra: -«<i>sa yo 'yam madhye prânah esha evendrah;</i>» altra -analogia che conferma in modo evidente la etimologia da -me proposta per la parola <i>Indra-antara</i>]), i sette spiriti, -i sette maschi, per riuscire più potenti si riuniscono per -formare un solo gran maschio, un solo <i>purusha</i>, quattro -di essi formano il gran <i>purusha</i>, che sarà Prag'âpati, -l'<i>âtman</i>, ossia qui la parte sostanziale, il nerbo, l'anima -del <i>phallos</i>, e gli altri tre le due alette (qui, come -sembra probabile, i due testicoli, quasi la parte piumata, -pennuta, alata del <i>phallos</i>) e la coda (la coda del purusha -non può essere altro che il <i>phallos</i> stesso; ho già -avvertito come il pesce, primo degli animali apparsi nel -cosmos involto dalle acque ed il <i>phallos</i> cosmogonico siansi -identificati; e dopo il <i>phallos</i> vedremo sorgere l'<i>uovo</i>, -nuotante nelle acque). Nato il gran <i>purusha</i>, questo gran -<span class="pagenum" id="Page_278">[278]</span> -maschio desidera di diventar <i>Prag'âpati</i>, ossia di moltiplicarsi: -come i Principi delle leggende epiche, quando -vogliono aver figli, vivono per lungo tempo nell'astinenza, -come Manu, dopo il diluvio, per ripopolare il mondo, -fa grande penitenza; così Prag'âpati, volendo creare, fa -grande penitenza (<i>tapo 'tapyata</i>), e, come frutto di tale -penitenza, acquista la triplice scienza, che inspirerà poi -i tre Vedi; allora ei fa uscire dallo spazio le acque e la -parola; la parola s'aggiunse a lui; essa creò questo universo; -Prag'âpati desiderò essere riprodotto per mezzo -delle acque; ed entrò con la triplice <i>Vidyâ</i> (<i>la scienza</i>, -quella che trova, quella che vede, quella che conosce; -qui parrebbe l'arte di trovare, di scoprire, di vedere); -e venne fuori un uovo; egli lo toccò, e ne fece nascere -<i>brahman</i>, la preghiera, l'essenza della triplice scienza, -l'essenza dei Vedi. -</p> - -<p> -È evidente che una simile mostruosa leggenda consta -di elementi di natura assai diversa, cioè di nozioni cosmogoniche -mitiche e di sillogismi teologici, con l'intento -d'inalzare a suprema dignità il Brâhmanesimo. Ma ciò che -per noi importa qui aver dimostrato, è la forma primitiva -del così detto Dio creatore, la quale non potè da prima -essere concepita se non in un modo fisico e materiale, -che ravvicina <i>Prag'âpati</i> all'appellativo del sole generatore -del <i>Rigveda</i>, malgrado le aggiunte teologiche che -convertono il primo creatore <i>ardente</i> e <i>luminoso</i> in un -primo <i>penitente</i> e <i>parlante</i>, ed al vento o <i>prâna</i> primigenio. -Così, nella leggenda dello stesso <i>Çatapatha</i>, -ove si descrivono gli amori incestuosi di Prag'âpati con -sua figlia, sebbene l'Autore del <i>Brâhmana</i> tenti distruggere -tutto l'orrore del delitto con una sola finale confessione: -«<i>Prag'âpati</i> è questo sacrificio,» è evidente -che si tratta ancora di un Dio solare, e, in ogni modo, -celeste, poichè lo stesso narratore della leggenda, nel -<span class="pagenum" id="Page_279">[279]</span> -dirci che Prag'âpati ama sua figlia, si mostra incerto nel -definire se questa figlia, che gli Dei chiamano loro sorella, -sia l'aurora od il cielo. -</p> - -<p> -La interpretazione mitica del sole padre che si unisce -con la figlia aurora, non offende punto la morale; -poteva offenderla invece l'Autore della leggenda e più il -suo malizioso commentatore indiano, mostrando l'Olimpo -pieno di scandalo per tale delitto, e Rudra, per incarico -degli Dei, intento a ferire Prag'âpati (probabilmente -negli organi della generazione), così che il suo -seme cadesse a terra per metà, in conformità del terribile -precetto derivato da un inno del <i>Rigveda</i>, e che -getterebbe una luce sinistra sopra una parte della vita -patriarcale indiana (non troppo dissimile da quella biblica, -che ci rappresenta gli amori di Loth con le sue -figlie); ma l'inno diceva semplicemente: «Quando il padre -s'uni con la propria figlia, il seme di lui cadde sopra la -terra» (<i>Pitâ yat svâm duhitaram adhishkan kshmayâ -retah san'g'agmâno nishin'c'ad</i>). Nel mito questo accoppiamento -è poetico, poichè il seme che cade dal cielo sopra -la terra è la rugiada o la pioggia; unendosi il sole -con l'aurora, con la figlia del cielo, oppure con la nuvola -pluvia, il seme del sole padre dell'aurora o del signore -del cielo cade, in forma di rugiada o di pioggia, sopra -la terra; ma, volendo pigliare alla lettera i miti e cavarne -dogmi religiosi, si corre rischio di dare alla religione -una morale scellerata. L'inno vedico (<i>Rigveda</i>, X, 61), -quantunque non puro, nel suo linguaggio allegorico, si -può spiegare tutto miticamente; l'interpretazione scorretta -che si dà invece ad essa nel <i>Çatapatha</i> è mostruosa, -poichè si converte un precedente mitico in una -specie di diritto e di dovere nella regola della vita, facendosi -del passato allegorico un presente reale. -</p> - -<p> -Ma, tornando alla cosmogonia vedica, per quanto -<span class="pagenum" id="Page_280">[280]</span> -sia diverso il modo, con cui ci rappresenta l'ordine della -creazione, ciò che v'ha di certo è che le acque ed il -vento si considerarono come primi elementi, e che il -primo creatore o Prag'âpati fu un maschio o <i>purusha</i>, il -quale, dopo aver parlato, come il Jehovah biblico, dopo -avere detto il <i>fiat</i>, creò.<a class="tag" id="tag80" href="#note80">[80]</a> Anzi è singolarissimo il trovare -nel <i>Çatapatha Brâhmana</i>, ossia in un monumento -letterario che risale oltre il quarto secolo innanzi l'êra -volgare, come prima parola detta da Prag'âpati, desideroso -di parlare per creare, la voce <i>bhûs</i> che tradurremmo -per <i>fias</i>, e che, significando pure <i>terra</i>, fu cagione perchè, -appena detta quella parola, la terra fosse creata: la -seconda parola detta da Prag'âpati fu <i>bhuvas</i>, che vale -ancora <i>fias</i>, ma significa pure <i>firmamento</i>; perciò, detta -quella parola, nacque tosto il firmamento: nella terza -parola non vi è più lo stesso equivoco, ma non è impossibile -che qui siasi alterato il passo e che, invece di -<i>svar</i>, vi s'abbia a leggere vedicamente <i>asas</i> (<i>asa iti</i>), che -avrebbe ancora lo stesso valore di <i>fias</i> e che ritornerebbe -nell'<i>asau</i> (<i>dyaur</i>) che segue. Ma il primo esempio, -in ogni modo, basta per mostrarci la singolare analogia -che presentano fra loro la leggenda cosmogonica indiana -e la biblica, anco ne' più minuti e caratteristici particolari. -È indiana, invece, esclusivamente indiana, la rappresentazione -del <i>Çatapatha</i> di Prag'âpati in forma di testuggine, -animale che nella mia <i>Mitologia zoologica</i><a class="tag" id="tag81" href="#note81">[81]</a> ho -<span class="pagenum" id="Page_281">[281]</span> -già tentato di mostrare<a class="tag" id="tag82" href="#note82">[82]</a> come trovisi strettamente congiunto -col <i>phallos</i> cosmogonico. Prag'âpati che diviene -sostenitore del mondo, che, appena creato, domanda un -punto d'appoggio nelle acque, che appoggia poi l'universo -sopra Skambha, Prag'âpati che s'identifica con Kaçyapa, -e, per esso, con la testuggine, prepara gli elementi -della leggenda cosmogonica posteriore, nella quale i Devi -e gli Asuri si accingono a creare il mondo, a produrre -l'<i>ambrosia</i> o agitando l'oceano con un monte o enorme -bastone, sostenuto in fondo alle acque da una testuggine. -Nella mitologia brâhmanica la testuggine è un'incarnazione -di Vishnu; ma noi abbiamo già indicato come -nel Prag'âpati si contengano in germe le tre persone -di una Trinità indiana. Viceversa, nella <i>Mundaka Upanishad</i>, -la qualità di conservatore del mondo (<i>bhuvanasya -goptâ</i>) viene assunta da Brahman, e, nello stesso <i>Çatapatha</i>, -Nârâyana, ch'è poi uno de' nomi principali di -Vishnu, appare come <i>Purusha</i>, ossia assume la qualità -principale di <i>Prag'âpati</i> (col quale appare pure in contrasto) -e del <i>Brahman</i> creatore. E, come vedemmo al -sole vedico attribuirsi la qualità di Prag'âpati, e poi -questa qualità staccarsi, astrarsi in una persona divina -distinta, intorno alla quale si aggrupparono le varie -<span class="pagenum" id="Page_282">[282]</span> -leggende cosmogoniche esistenti e alcuni nuovi dogmi -teologici; così la qualità essenziale di Prag'âpati, ossia il -<i>Purusha, il maschio universale</i>, trovasi già nello stesso -<i>Rigveda</i>, e specialmente in un inno panteistico del decimo -libro (intitolato da esso, <i>Purusha Sûkta</i>, ossia <i>inno -di Purusha</i>), distinta da Prag'âpati, col quale lo troviamo -così spesso identificato. Questo <i>Purusha</i> riceve già una -parte di quel carattere mostruoso e gigantesco che distingue -i concepimenti brâhmanici, e, secondo ogni probabilità, -non è nato in riva all'Indo, ma nell'India gangetica; -difatto vi si fa già una menzione evidente delle -quattro caste: esso ha mille teste, mille occhi, mille -piedi; avvolge d'ogni parte la terra; egli è tutto, il passato -ed il futuro; egli è l'eterno alimentatore. Il creato -che esiste è solamente una piccola parte di lui; il sacrificio -che gli Dei fecero a lui durò un anno; il burro liquefatto -era la stessa primavera; l'estate il combustibile, -la libazione il pluvio autunno; dalla sua bocca uscì il -Brâhmano, dalle braccia il guerriero (<i>râg'anya</i>), dalle -coscie l'agricoltore (<i>vaiçya</i>), dai piedi il servo artigiano -(<i>çudra</i>), dalla sua anima (<i>manas</i>) la luna, dal suo occhio -il sole, dalla sua bocca Indra ed Agni, dal suo -alito il vento, dal suo umbilico l'atmosfera, dalla sua -testa il cielo, da' suoi piedi la terra, da' suoi orecchi le -quattro parti dell'orizzonte. Ma il fine dell'inno ci tradisce -la intenzione tutta brâhmanica del poeta, e ci mostra -come, staccandosi da Prag'âpati, di cui non parea -abbastanza determinata la santità, il <i>Purusha</i> sia passato -in Brahman. I Brâhmani non fanno altro che raccomandar -la preghiera (<i>brahma</i>) accompagnata da sacrificii -con oblazioni; per offrirne un esempio, l'inno termina -identificando il <i>Purusha</i> col sacrificio, col Dio che si offre -come vittima in sacrificio a quegli stessi Dei che sacrificano -a lui. Il maschio universale così purificato, e -<span class="pagenum" id="Page_283">[283]</span> -inalzato in una regione più spirituale, s'identifica con -Brahman, che dovrà quindi riuscire il sommo nume non -tanto dell'Olimpo indiano, quanto della fede brâhmanica. -Il <i>Purusha</i> panteistico si sacrifica disperdendosi, emanando -nell'universo, come fa per l'appunto Brahman, -il Brahman che, nel <i>Purusha Sûkta</i> dell'<i>Atharvaveda</i>, -appare creatore del <i>Purusha</i>. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_285">[285]</span> -</p> - -<h2 id="lett15">LETTURA QUINDICESIMA. -<span class="smaller">BRAHMAN, SKAMBHA, BR'IHASPATI -E BRAHMANASPATI.</span></h2> -</div> - -<p> -Sebbene talora il supremo potere, nella triade indiana, -secondo le preoccupazioni settarie, sia occupato -da Vishnu (chiamato perciò nel vishnuitico <i>Mahâbhârata</i> -un Brahman superiore), e alcuna volta anche da Çiva, -il Dio Brahman è il più universalmente venerato come -principe della indiana <i>Trimûrtti, qual Dio</i> essenzialmente -creatore, quale <i>Prag'âpati</i>, uscito ancor esso dall'uovo -cosmico, chiamato perciò spesso <i>uovo di Brahman -(Brahmânda)</i>. -</p> - -<p> -Vediamo pertanto come questa fortuna mitologica -di Brahman si venga svolgendo ne' Vedi. -</p> - -<p> -Una delle qualità essenziali dell'antico Dio vedico, -del primevo Indra, è quella di estendere, di allargare il -cielo; il vasto cielo si suppone disteso da un Dio che lo -governa. La <i>Pr'ithivî</i> o <i>larga</i> è la forma femminina di -questo estenditore del cielo; la <i>Pr'ithivî</i> si confonde con -la <i>Sarasvatî</i>, e la <i>Sarasvatî</i> s'identifica con la <i>vac'</i>, dapprima -<i>la parola</i>, e poi <i>la sacra parola</i>. La parola <i>brahman</i> -ha seguito vicende analoghe a quelle della voce -<i>pr'ithivî</i>. La parola risale ad una radice <i>barh</i>, che vale -<i>accrescere, estendere</i>; perciò essa espresse ad un tempo, -come mascolino, il Dio creatore, il Dio accrescitore, e poi -<span class="pagenum" id="Page_286">[286]</span> -l'accrescitore per mezzo della <i>preghiera</i>, della <i>parola sacra</i>, -ch'è il significato principale del neutro <i>brahman</i>. Un -Dio che si fonda sopra un neutro, ed anzi che con questo -neutro si confonde, poichè il Brahman essere supremo -e il Brahman Dio supremo riescono al medesimo, può -avere una persona poco spiccata e vivace, ed è condannato -a rimanere un'astrazione immobile. Chè, se anche -col nome di Brahman si congiunge un gran numero di -leggende, o queste leggende sentono lo sforzo di una composizione -scolastica, o pure non appartengono in proprio -a Brahman e gli furono attribuite capricciosamente, modificandone, -con lievi tocchi, il contenuto e la forma. -E questa è pure la ragione, per cui, sebbene nella gerarchia -teologica della religione brâhmanica il Dio Brahman -occupi il grado supremo, non abbia nell'India idolatri -settarii quanti ne ottennero Vishnu e Çiva; a quel -modo stesso con cui, nel Cristianesimo, il Figliuolo e lo -Spirito preoccupano essi soli tutto il culto, e al Padre -Eterno non è consacrato neppure un giorno del calendario -festivo. L'immaterialità, l'idealità di Brahman -sfugge all'idolatria; Brahman il Dio della preghiera -che accresce, della devozione che porta felicità, è egli -stesso il mezzo più che l'oggetto della purificazione. -Senza di esso nessun'opera umana o divina può avere -efficacia: chi s'assorbe nella preghiera, s'assorbe in -Brahman; chi è assorto nella devozione brâhmanica, -rinuncia ai piaceri sensuali, ai beni della terra, e si -mostra liberale de' suoi doni ai diretti interpreti del -sommo Brahman, ai Brâhmani, con l'aiuto de' quali si -può conseguire ogni beatitudine. Brahman ch'è detto nel -<i>Taittiriya Brâhmana</i> essere, per sua natura, un Brâhmano, -è naturalmente il Dio particolare de' Brâhmani, -come Vishnu quello de' guerrieri, e Çiva delle caste inferiori, -sebbene Vishnu e Çiva appaiano anch'essi molto -<span class="pagenum" id="Page_287">[287]</span> -onorati dai Brâhmani. Ma i Brâhmani fanno sacrificii -solenni e dispendiosi, per conto altrui; a Brahman -essi sacrificano con l'esercizio della penitenza e con -la preghiera; ossia la preghiera diviene efficace pregando; -il Brâhmano, per l'efficacia della preghiera, -ossia per la virtù di Brahman, può fare ottenere ai -devoti liberali dai singoli Dei ch'essi invocano i beneficii -desiderati. E la virtù della preghiera si ritenne -essere tanta, che il neutro <i>brahman</i> valse pure <i>la -formola magica</i>, e l'<i>Atharvaveda</i>, che contiene il maggior -numero di formole magiche, si chiamò pure pertanto -<i>Brahmaveda</i>, ossia <i>il Veda delle formole magiche</i>; -onde il Brâhmano, il quale adopera il <i>Brahman</i>, -assunse pure autorità e prestigio di mago; e l'arma magica -viene ne' poemi epici chiamata arma di Brahman; -arco di Brahman (<i>brahmâstra</i>), secondo ogni probabilità, -l'arma del cielo, il fulmine, arma fatata per eccellenza, -come il cielo è la sede suprema delle magie. -</p> - -<p> -Brahman divenne poi un'astrazione; tuttavia una personificazione -mitica di esso, per quanto mostruosa e mal -determinata, esiste pure nella mitologia vedica e brâhmanica, -e serve a spiegarci la prima natura del mito. -Abbiamo detto valere la voce <i>brahman</i> propriamente <i>il -vasto</i>, e <i>quello che s'allarga</i>, e quindi <i>quello che allarga</i>; -dicemmo pure una simile qualità attribuirsi pure -ad Indra, che etimologicamente e ideologicamente abbiamo -già, nella sua forma primigenia, identificato col -cielo. Il cielo supremo, come immobile, tranquillo, infinito, -eterno, dà l'idea del Padre Eterno, come l'idea del -Paradiso celeste. Quindi il cielo o Paradiso celeste indiano -ora è chiamato <i>Indraloka</i>, ora <i>Brahmaloka</i>; chè, -secondo la diversa qualità de' devoti e la regione più o -meno elevata, esso fu diversamente concepito, tanto che -trovarono posto nel primo le lascive ballerine dell'epopea -<span class="pagenum" id="Page_288">[288]</span> -brâhmanica (quasi all'eroe si promettesse come premio -delle battaglie mortali gli amori immortali delle -celesti Apsare), nel secondo gl'immobili, assorti, spiritualissimi -penitenti brâhmani ed <i>arhant</i> buddhistici. Il -cielo, ora fisso, azzurro, tranquillo, sereno, raccolse -alla meditazione grave e solenne i penitenti; ora animato -da fenomeni diversi diede aspetto d'una vita olimpica -mobile, variata, tempestosa. Indra parve dominare -specialmente in un paradiso sensuale, in un cielo animato; -Brahman, come Varuna, in uno spirituale, ossia -in un cielo tranquillo; ma la natura propria come la -sede d'entrambi, più o meno elevata, è il cielo. -</p> - -<p> -Quando pertanto si parlò dapprima dell'unione -finale del devoto con Brahman, con questa espressione -non si dovette intendere altro se non la sua andata nel -cielo, dove siedono i beati; ch'è sopra le stelle. Il <i>Çatapatha -Brâhmana</i> sembra dichiararcelo apertamente, quand'esso -ci dice che s'arriva a Brahman passando per sei -porte o vie, il fuoco, il vento, l'acqua, il fulmine, la -luna, il sole; pel fuoco del rogo, l'anima portata dal -vento arriva alle altre porte, che la introdurranno a -Brahman, nel mondo del quale essa vivrà (<i>so 'gnina -Brâhmano dvârena pratipadya Brahmanah sâyug'yam -salokatâm g'ayati</i>). Qui Brahman appare evidentemente -come il cielo supremo, e quello che da noi si chiama -il terzo o settimo cielo. Lo stesso <i>Brâhmana</i> avverte come -l'anima del devoto che muore, liberata da ulteriori nascimenti, -si assimila con Brahman, ossia ne assume la -natura, una nozione panteistica che prepara la dottrina -dell'assorbimento buddistico. Questo Brahman, in cui -s'annienta beato il devoto, è sicuramente ancora il cielo, -come nell'<i>Aitareya Brâhmana</i> il devoto che muore sapiente -è detto unirsi, dopo morte, col sole a partecipare -della natura di esso e abitare nello stesso suo mondo. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_289">[289]</span> -</p> - -<p> -Il Dio Brahman appare dunque originariamente -come un essere fisico, anzi come la forma fisica più costante -e però immortale. Chè, se, nell'<i>Indraloka</i>, o, -come abbiamo spiegato, cielo medio (<i>antara</i>), cielo delle -tempeste, vi sono ancora battaglie e passioni, nel <i>Brahmaloka</i>, -nel cielo supremo, regna l'impassibilità, carattere -massimo di Brahman. Chi corregge le sue passioni, -doma i suoi sensi, diviene insensibile, impassibile, nella -vita terrena, partecipa pertanto della natura di Brahman, -e merita, perciò, dopo la morte, di venire assimilato -con esso, l'immobile assoluto. E si capisce ancora come -da quell'immobile assoluto celeste siasi potuto immaginare -il primo increato creatore, dal cui albero o dalla -foresta del quale, secondo l'inno 81º del decimo libro del -<i>Rigveda</i> commentato dal <i>Taittiriya Brâhmana</i>, sarebbero -poi nati il cielo luminoso e la terra. In un inno cosmogonico -dell'<i>Atharvaveda</i>, ove si dà della parola <i>Purusha</i>, -<i>il maschio</i>, una strana etimologia (dalla parola <i>pur</i>, <i>città</i> -per eccellenza, la città di Brahman immortale; il poeta -dice che Brahman e i Brahmidi danno la vita, l'alito vitale -e la prole a quelli che conosceranno questa etimologia misteriosa: -<i>yo vai tâm Brâhmano veda amr'itenavr'i tâm -puram tasmai Brahma c'a brâhma c'a c'akshuh prânam -prag'âm daduh</i>); di tutte le creazioni del <i>Purusha</i> -o <i>maschio universale</i> è fatto principal merito al neutro -<i>Brahman</i>, il quale pose la terra sotto, e sopra di esso -il cielo, e fra il cielo e la terra l'atmosfera. Con questo -Brahman vuole, senza dubbio, essere identificato il Dio -supremo <i>Skambha</i> dell'<i>Atharvaveda</i>, figurato ancor -esso come albero; del quale gli Dei sarebbero i rami, -che contiene in sè l'intiero Indra, ossia, ciò ch'è dentro, -l'<i>antara</i>, il contenuto de' mondi, <i>Indra</i>, il quale, alla -sua volta, comprende in sè i mondi, la penitenza (ossia il -calore) e il cerimoniale. Come Prag'âpati e Brahman -<span class="pagenum" id="Page_290">[290]</span> -creano per effetto di lunga penitenza (una delle forme -predilette, della quale sappiamo essere il mantenersi per -lungo tempo immobile allo stesso posto), così <i>Skambha</i> -che contiene in sè Indra (ossia, come suppongo, l'interno, -il medio, e qui il contenuto), il quale accoglie in sè stesso -la penitenza (ossia il calore), incomincia a creare. Come -Brahman si rappresenta in una forma colossale, così, -per venir fuori, la luna attraversa il gran membro (o -corpo, <i>angam</i>; la voce <i>Skambha</i> vale <i>pilastro</i>; esso serve, -pertanto, come di <i>asse</i> al mondo) del vedico Atlante -Skambha, da cui ogni cosa dipende, a cui ogni cosa -tende, sopra il quale, come sopra una leva, Prag'âpati -il creatore fonda ed appoggia pertanto tutti i suoi mondi, -un <i>phallos</i> o tronco d'albero, che ad un tempo crea il -mondo e lo regge occupando le quattro regioni celesti. -L'inno stesso ci fa sapere che chi conosce il gran mistero -divino: Brahma esser contenuto in Purusha, o -Prag'âpati, conosce pure Skambha. Come poi si diede a -questo Brahman universale un corpo colossale umano -con testa, membra, ec., onde il mondo si crea; così nello -<i>Skambha</i> dell'<i>Atharvaveda</i> ci appare un corpo umano -colossale, la testa del quale è il fuoco Vaiçvânara, gli -occhi sono i luminosi Angirasi, la bocca è la preghiera -(<i>brahma</i>), le membra sono i Yâtavas (più sotto è detto -che i trentatrè trovarono i loro corpi nelle membra di -Skambha), la lingua è la verga del miele (<i>madhukaçâ</i>, ec). -</p> - -<p> -Come Prag'âpati, come Brahman ora appare creato -dall'uovo, ora increato creante l'uovo cosmico, così di -Skambha si dice nell'inno ch'esso nel principio creò -l'oro (<i>hiranyam</i>) nel mondo medio (<i>loke antare</i>, ossia -<i>nel mondo d'Indra</i>, che, com'è detto, contiene tutte -le cose), ossia l'<i>Hiranyagarbha</i>, «il germe d'oro, l'uovo -d'oro,» sommo, insuperabile. L'inno quindi invita ad -onorare questo Brahman anziano (<i>tasmai g'yeshthâya -<span class="pagenum" id="Page_291">[291]</span> -Brahmane</i>), di cui la terra è la base, l'atmosfera il ventre, -il cielo la testa, Agni la bocca, il vento l'alito, gli Angirasi -gli occhi; e a cui tutti gli Dei prestano omaggio; il misterioso -creatore Prag'âpati si manifesta quando nell'acqua -trova l'aureo bastone,<a class="tag" id="tag83" href="#note83">[83]</a> ossia, secondo il senso vedico della -parola vetasa, l'aureo phallos (<i>yo vetasam hiranyayam -tishantam salile veda sa vai guhyah Prag'âpati</i>). Riassumendo -adunque queste nozioni cosmogoniche, in principio -esiste l'immobile Brahman; esso trova nel mezzo -un pilastro, o fulcro, o <i>phallos</i>, Skambha, contenente -Indra, e diviene da quel momento Prag'âpati o creatore; -il <i>phallos</i> d'oro che sta nelle acque si trasforma in uovo -d'oro che erra sopra le acque; trovato il <i>phallos</i>, Prag'âpati -crea, ossia, come si dice, esso fondò la creazione -sopra Skambha. -</p> - -<p> -Così dal cielo supremo immobile, dall'impassibile -Brahman si passò all'idea di un solido sostenitore dell'universo; -questo asse, di forma fallica, movendosi nelle -acque del caos s'illumina; le idee di luce e di suono -sono espresse da parole di radice comune; il Prag'âpati -luminoso parla; l'uovo d'oro, il <i>phallos</i> d'oro e la parola -generatrice si producono insieme. Skambha tiene -pertanto della natura spirituale di Brahman e del carattere -fallico di Purusha. In un altro inno dell'<i>Atharvaveda</i>, -in onore di Skambha, il più anziano Brahman, si dice -che colui, il quale sappia in che modo si produce il fuoco -da due legni (<i>arani</i>) confricati insieme, e distingua quale -de' due legni maschio e femmina è il superiore, conoscerà -pure il supremo mistero celeste, cioè l'essere supremo, -<span class="pagenum" id="Page_292">[292]</span> -il supremo maschio creatore dell'universo (per -opera, senza dubbio, di fregamento contro un essere -inferiore, femminino; il <i>phallos</i> d'oro nelle acque ci -mostra uniti il principio maschio rappresentato dal fuoco, -e il principio femmina rappresentato dall'acqua; le -scienze naturali non si oppongono punto ad una simile -spiegazione cosmogonica). <i>Filo del filo</i> (<i>sûtram sûtrasya</i>) -è chiamato nell'inno medesimo il primo creatore, ossia -il primo principio creatore, l'essenza degli esseri. Brahman, -secondo l'<i>Atharvaveda</i>, contiene in sè tutti gli -Dei, come una stalla, le vacche (<i>sarvâh hi agmin devatâh -gâvo goshthe ivâsate</i>). Un inno vedico citato dal -<i>Çatapatha Brâhmana</i> incominciava con le parole: (Il -sempre) <i>esistito e futuro, grande, unico Brahman indestruttibile -io celebro</i> (<i>Bhûtam bhavishyat prastaumi -mahad Brahmaikam aksharam</i>). Un altro passo interessante -del <i>Çatapatha Brâhmana</i> citato e tradotto dal -Muir,<a class="tag" id="tag84" href="#note84">[84]</a> ci dà la notizia che Brahman si recò nelle regioni -più alte del cielo per dare nome e forma alle cose. Un -passo del <i>Taittiriya Brâhmana</i> ci rappresenta così la -grandezza di Brahman: «Brahma generò gli Dei, Brahma -questo intiero mondo, lo Kshattriya (o guerriero) -fu foggiato da Brahman: <i>ma</i> Brahman è per sua propria -essenza un Brâhmano; entro di lui consistono questi -mondi, entro di lui tutto questo universo. Brahma è il -più antico degli esseri (<i>bhûtânâm</i>, propriamente <i>degli -esistiti</i>): perciò chi è degno di stargli a confronto? In -Brahman i trentatrè Dei, in Brahman Indra e Prag'âpati, -in Brahman tutti gli esseri sono raccolti, come -entro una nave.» Egli è padre, madre e figlio a sè -stesso, egli è l'uccello d'oro, che fa ardere il sole (<i>hiranmayah -çakunir Brahma nâma yena sûryas tapati -teg'aseddhah</i>), egli è la foresta e l'albero, onde si fabbricarono -<span class="pagenum" id="Page_293">[293]</span> -tutte le cose e il fondamento, come Skambha, -dell'universo creato. L'<i>Atharvaveda</i>, volendo spiegare la -virtù creativa di Brahman, gli dà come antecessore un -divino <i>Brahmac'ârin</i>, ossia <i>penitente devoto alla preghiera</i>, -che generato nel seno dell'immortalità, già fornito -di scienza, per virtù del <i>tapas</i> (<i>caldo</i> e <i>penitenza</i>) -crea il divino mistero o <i>brâhmana</i> e l'antichissimo -Brahman. Uno stesso ordine d'idee religiose e di preoccupazioni -brâhmaniche, presso il <i>Brahmac'ârin</i>, una -specie di precursore, che prepara l'avvento di Brahman, -e che ha la virtù di Prag'âpati, fece sorgere ad -alta dignità, nell'ultimo periodo vedico, il Dio <i>Brahmanaspati</i> -come <i>signor della preghiera</i>, che dà alla preghiera -tutto il potere e il prestigio desiderato. -</p> - -<p> -Nè essendo ancora decaduto Indra, anzi continuandosi -esso ad invocarsi come nume privilegiato e a propiziarsi -col sacrificio, per dare una persona mitica popolare -al nuovo Dio, e forse ancora per trasformare -Indra in un Dio più spirituale, la qualità di <i>Brahmanaspati</i> -fu attribuita specialmente al Dio Indra, e sotto -questo aspetto il sommo Nume vedico trovasi negli ultimi -Inni vedici invocato; alla quale applicazione del -nuovo mito, dovette, come parmi, concorrere in parte -l'originaria identità da me accennata fra il primitivo Indra -e il primitivo Brahman come <i>cielo</i>. Brahman, valendo -il cielo, come <i>vasto</i>, ed Indra (di cui persisto a -riconoscere probabile l'etimologia che avanzai, sebbene -io sappia già che alcuni uomini dottissimi la rifiutano; -cfr., presso <i>antara</i>, <i>antra</i>, e, presso <i>mandra</i>, <i>manthara</i> -= <i>mandara</i> [radice primitiva comune ad entrambe -le parole è <i>man</i>], che si dà pure come un nome di <i>cielo</i> -e di <i>un albero del paradiso d'Indra</i>, ossia l'albero celeste, -l'albero di mezzo, l'asse celeste), essendo chiamato -spesso <i>Divaspati</i> o <i>signore del cielo</i>, l'appellativo -<span class="pagenum" id="Page_294">[294]</span> -<i>Brahmanaspati</i>, antico, perfetto equivalente di <i>Divaspati</i>, -dovea naturalmente attribuirsi ad Indra. Questa -argomentazione mi sembra poi tanto più probabile, se -consideriamo non solamente le qualità comuni d'Indra -Divaspati e d'Indra Brahmanaspati, di cui si dice, nel -<i>Rigveda</i>, che risplende color dell'oro, e che ha per sua -voce il tuono, ma che si trovano insieme celebrati <i>Brahmanaspati</i> -e <i>Br'ihaspati</i> o <i>Vr'ihaspati</i>. <i>Br'ih</i> vale <i>la -vasta</i>; <i>Br'ihaspati</i> vale <i>il signore della vasta</i>, ossia della -<i>Pr'ithivî</i> celeste.<a class="tag" id="tag85" href="#note85">[85]</a> <i>Brahman</i> viene dalla stessa radice -<i>barh</i>, onde abbiamo <i>br'ih</i>; <i>Brahman</i> è <i>il vasto</i> (cielo), -<i>Br'ih</i> è <i>la vasta</i> come la <i>Pr'ithivî</i>; <i>Br'ih</i> e <i>Brahman</i> -sono due equivalenti; ed equivalenti sono perciò pure -<i>Br'ihaspati</i>, il signore della <i>Br'ih</i> e <i>Brahmanaspati</i>, il -signore del <i>Brahman</i>. -</p> - -<p> -E come s'invoca Indra con Divaspati e Brahmanaspati, -così s'invoca con Br'ihaspati; e come Brahman -e Brahmanaspati assumono le funzioni di <i>Prag'âpati</i>, -e quindi presiedono alla preghiera come quella che si -estende, si eleva, e poi che eleva, estende, accresce; -così Br'ihaspati, invocato con Indra e con Prag'âpati, -e reggitore dell'astro di Giove, divenne anch'esso Dio -della preghiera, intercessore degli uomini presso gli Dei, -pontefice massimo o <i>purohita</i> degli Dei. Nel mito di -<i>Brahman</i>, <i>Brahmanaspati</i> e <i>Br'ihaspati</i>, noi dobbiamo -dunque considerare due stadii, de' quali l'uno antico, -in cui essi non rappresentavano altro che il cielo; il cielo -<span class="pagenum" id="Page_295">[295]</span> -ebbe quindi due aspetti essenziali e distinti, come creatore -e come tonante. Brahman (<i>il vasto</i>) ed Indra (<i>Antara</i>) -rappresentavano entrambi il cielo; ma Brahman specialmente -il cielo supremo, Indra specialmente il cielo del -centro (il cielo ove si trova Skambha, l'asse, il <i>manthara</i> -o <i>mandara</i>, leva o fallo che agita l'universo), e poi il cielo -medio che diviene pluvio e tonante: Brahman riuscì -specialmente il cielo creatore, Indra specialmente il cielo -tonante. Ma, nel suo nome di <i>Divaspati</i> o <i>signore del -cielo</i>, e in parecchi altri indizii, conservò traccia del suo -essere primitivo celeste. Così nell'arma fatata da Brahman -concessa agli Eroi delle leggende epiche, Brahman viene -ad assumere gli ufficii d'Indra fulminatore. A Divaspati -rispondevano, in parte, etimologicamente e, del tutto, ideologicamente -Br'ihaspati e Brahmanaspati; quindi si spiega -l'analogia del loro mito con quello d'Indra Divaspati tonante; -ma, poichè la loro affinità di nome e perciò la loro -parentela mitica è maggiore con Brahman che con Divaspati -(ossia con Indra), divenuto Brahman, espressione -particolare non più del vasto, alto cielo, ma della preghiera -che sale, si distende e che accresce, alcune delle -più recenti qualità assunte da Brahman si attribuirono -necessariamente a <i>Br'ihaspati</i> e <i>Brahmanaspati</i>, due -Dei congiunti insieme, in ciascuno de' quali abbiamo due -persone mitiche distinte: l'una antica, essenzialmente -fisica; l'altra moderna, essenzialmente ascetica. Tenendo -conto di questa duplice genesi del mito, non -mi pare che possa più presentare alcuna grave difficoltà -il dichiarare il carattere particolare di queste due -divinità, il posto che esse occupano nell'Olimpo vedico, -e il vederle ora confuse, per loro ufficio, col -Dio Indra, ora col Dio Brahman, e, nella loro qualità -di <i>purohita</i> e distruggitore delle tenebre, con Agni, -celebrato nel primo inno del <i>Rigveda</i> come divino -<span class="pagenum" id="Page_296">[296]</span> -<i>Purohita</i>, e spesso invocato con Indra come <i>Rakshohan</i> -od <i>uccisore del mostro</i>. Ma l'identificazione loro -più costante è quella con Indra e Brahman per le analogie -che abbiamo sopra dichiarate.<a class="tag" id="tag86" href="#note86">[86]</a> E la comparsa di -<span class="pagenum" id="Page_297">[297]</span> -queste due insigni divinità nell'Olimpo vedico è per noi -di sommo interesse, pel riscontro ch'esso ci offre col -modo, con cui la teologia brâhmanica tentò poi di sbarazzarsi -intieramente del Dio Indra e di perseguitarlo. -Nel periodo vedico le caste incominciano a disegnarsi, -ma non sono ancora bene distinte, e in ogni modo non -si trovano ancora fra loro in diretta opposizione. I sacerdoti -sacrificatori riconoscono ancora tutta la potenza -del Dio Indra; esso è il massimo Iddio, ma Dio battagliero; -i sacerdoti, non potendo distruggerlo, tentano -farlo pio; attribuiscono pertanto gran parte delle sue -vittorie celesti alla sua qualità eminente di <i>Brahmanaspati</i>, -interpretato non più come signore del vasto cielo, -ma come Dio della preghiera. Le religioni ne' loro principii -tengono sempre gran conto degli elementi che offre -la tradizione popolare; così fece pure il Brâhmanesimo, -valendosi d'Indra per costituire la potenza di -Brahmanaspati, e del trionfo di Brahmanaspati giovandosi -per inalzare la dignità del Dio Brahman nel cielo, -e della preghiera o <i>brahman</i> sopra la terra, e quindi -l'autorità della casta che rivendicò a sè il privilegio della -preghiera, <i>mercede pacta</i>. -</p> - -<p> -L'ultimo periodo vedico ci offre parecchi anelli, pei -quali possiamo congiungere il Brâhmanesimo col Naturalismo -vedico, e spiegarne la derivazione. Indra cielo -riuscì Indra Divaspati o signore del cielo; Indra Divaspati -si scambiò con Indra Br'ihaspati e con Indra Brahmanaspati. -Brahmanaspati, che, secondo l'inno 72º del decimo -libro del <i>Rigveda</i>, nella prima età degli Dei, quando dal -non essere nacque l'essere, foggiò tutte queste cose che -esistono come un fabbro (<i>karmâras</i>) mentre, nella sua -qualità di fabbro, si univa con Indra (strettamente congiunto -col fabbro divino Tvashtar), nella sua qualità di -creatore associavasi particolarmente a Brahman, che, -<span class="pagenum" id="Page_298">[298]</span> -con le spoglie d'Indra, potè quindi maggiormente grandeggiare; -l'espressione: <i>tvam brahmâ rayivid Brahmanaspate</i> -(Rigv., II, 1), spiegata per: <i>tu un Brâhmano -ricco o Brahmanaspati</i>, potrebbe ancora interpretarsi: -<i>tu il ricco Brahman o Brahmanaspati</i>. E il merito -maggiore del ricco Brahman o Brahmanaspati fu quindi -per i suoi devoti la virtù, della quale egli fece prova sacrificandosi. -Il <i>Çatapatha Brâhmana</i> racconta: «Brahma -Svayambhu (ossia <i>esistente per sè</i>) faceva penitenza; -egli comprese; nella penitenza non vi è infinità; orsù, -ch'io sacrifichi me stesso nelle creature e le creature in -me; perciò in tutte le creature sè stesso avendo sacrificato -e le creature in sè, acquistò eccellenza suprema, -dominio di sè stesso, predominio universale; così colui -che nel <i>Sarvamedha</i> sacrifichi tutto ciò ch'ei può sacrificare, -tutte le creature, consegue eccellenza suprema, -dominio di sè stesso, predominio universale.» Il Dio -che si sacrifica era già una nozione dell'antica mitologia -vedica, figurato nel tramonto del sole e nel principio -elementare cosmico, che si distrugge, ossia si scompone -per moltiplicarsi. Sostituitosi al Dio reale, concreto, -fisico, un Dio, originariamente fisico anch'esso, ma -divenuto a poco a poco una pura astrazione, anche il -sacrificio divino, per quanto apparentemente grandioso -(poichè in Brahman è l'universo stesso, il macrocosmo, -che si sacrifica per rinascere disperso in nuove forme -individuali del creato, e morire o sacrificarsi infinitamente -nelle parti), perdendo della sua poetica individualità, -riesce solamente più un mistero religioso, che -i devoti devono venerare senza comprendere, per sacrificare -i loro beni a beneficio degli interpreti terreni del -sommo Brahman. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_299">[299]</span> -</p> - -<h2 id="lett16">LETTURA SEDICESIMA. -<span class="smaller">VISHNU.</span></h2> -</div> - -<p> -Si è voluto ricercare la Trinità brâhmanica nell'Olimpo -vedico; io non nego punto l'esistenza di una -trinità fisica, ma, salvo l'accenno fatto, nel ragionar di -Kâma e Prag'âpati, a tre Dei nominati insieme, aggruppamento -che potrebbe pur essere avvenuto per caso, o -per amore del numero tre, non trovo espressa una trinità -teologica negli antichi Inni vedici. Il concepimento -di una trinità nel cielo è ovvio e naturale; il cielo si -compone apparentemente di tre persone, il cielo stesso, -che, quando sta immobile, inanimato, è cielo padre, è -padre eterno, è Brahman, e, quando si muove a tonare -e fulminare nelle tempeste, è Indra nella sua qualità battagliera -di pluvio e tonante; il sole e la luna. Cielo, sole, -luna formano tre persone in una, strette intimamente fra -loro con vincoli necessarii. Talora, invece, con altro -concepimento, il cielo si rappresenta come un vasto antichissimo -oceano; il Padre Eterno, il Dio primevo esce -dalle acque, e con lui si agitano il vento ed il fuoco; -ecco un'altra trinità, con carattere specialmente cosmogonico, -nella quale il Padre, il Figlio e lo Spirito si trovano -rappresentati. L'aria o vento, il fuoco e l'acqua, -formano una trinità. Ma, io lo ripeto, se gli antichi Inni -<span class="pagenum" id="Page_300">[300]</span> -vedici ci riducono essenzialmente la sostanza divina a -quella di queste tre persone fisiche, o, per dir meglio, -a questi tre fisici elementi, se gli antichi Dei vedici non -si possono, sottoposti ad una rigorosa analisi, ritrovare -e spiegare al di fuori di questi elementi essenziali e costitutivi, -sarebbe cosa vana il supporre che gli antichi -poeti dell'India vedica abbiano già concepita la divinità -come una suprema astrazione una e triplice, secondo -il concetto brâhmanico e cristiano. Dallo studio che abbiamo -fatto fin qui, mi sembra che risulti abbastanza -chiaro come fosse ancora piena presso que' poeti la coscienza -del fenomeno fisico che il nome divino rappresentava; -un principio di astrazione si disegna con l'apparire -dei nomi di Brahman, di Vishnu e di Rudra -Çiva; ma, come abbiamo dimostrato, ci sembra, con -qualche sicurezza, che i poeti vedici più antichi, nominando -Brahman, sapevano di nominare il cielo; così -spero di potervi ancora provare come, sotto i nomi di -Vishnu e Çiva, si nascondevano per i poeti vedici, non -di rado, il sole e la luna. -</p> - -<p> -La lingua sanscrita conosce mille appellativi di Vishnu, -come mille appellativi del sole; e parecchi di questi -appellativi sono fra loro comuni. Ma non è dalla letteratura -sanscrita, sì bene dalla vedica che noi dobbiamo -cercare le prove del nostro asserto, poichè Vishnu e -Çiva nel periodo brâhmanico subirono tali trasformazioni, -che rendono spesso troppo malagevole il rintracciarne -il primitivo carattere; non già perchè tra loro -vengono talora a confondersi; chè il mito stesso ci spiega -e giustifica una simile confusione, mostrandoci frequente -lo scambio fra il sole e la luna, come due forme gemelle -che si alternano, si succedono e creano talora nel -cielo l'illusione che si tratti sempre del medesimo astro; -ma perchè le sètte religiose indiane hanno sovraccaricato -<span class="pagenum" id="Page_301">[301]</span> -la leggenda de' due numi di qualità particolari arbitrarie, -che loro non appartengono in proprio. -</p> - -<p> -Noi abbiamo già veduto che gli Dei si producono -solamente nel cielo luminoso; ossia un Dio, un luminoso, -mena seco gli altri luminosi o gli altri Dei. Conosciamo -quindi già l'appellativo dato agli Dei come risvegliantisi -con l'aurora; coll'aurora mattutina si svegliano -gli Dei solari del giorno, coll'aurora vespertina gli Dei -lunari della notte. A questa duplice generazione di Dei -solari o diurni, lunari o notturni, si riferisce e ci richiama -pure la duplice generazione di Eroi nella tradizione indiana, -risalendo gli uni ad una dinastia solare, gli altri -ad una dinastia lunare, secondo che le gesta mitiche -degli antichi Eroi ci riproducono sulla terra fenomeni -celesti del cielo notturno o diurno; <i>Soma</i>, <i>la luna</i>, e -<i>Savitar</i>, <i>il sole</i>, sono entrambi due <i>generatori</i>. Qual è -ora, secondo la nozione vedica, il cielo proprio di Vishnu? -è esso un essere diurno o notturno? Io oserei dire che -egli non è esclusivamente nè l'uno nè l'altro, ma, per lo -più, il sole e, talora, la luna; Vishnu è più spesso certamente -il sole, ma egli, all'accostarsi della notte, invece di -morire, si trasforma, s'incarna in nuove forme mitiche, -assume aspetti particolarmente lunari, erra nella notte, -pigliando quel carattere di salvatore, che, nel mito, si -attribuisce frequentemente al vecchio Luno, alla vecchia -Luna, alla vecchia Madonna, alla buona Fata celeste. La -natura di Vishnu è per lo più solare; quand'egli trionfa, -è il sole; secondo il <i>Çatapatha Brahmana</i>, tagliata la -testa a Vishnu, questa testa passa nel sole; il che vuol -dire che, dalla sua forma notturna lunare, Vishnu ritorna -alla sua propria natura solare. L'astronomia indiana -chiama col nome di <i>Vishnutithi</i> o <i>fase</i>, <i>costellazione -di Vishnu</i>, il giorno 11º o 12º lunare, onde si -spiega pure il nome di <i>sposa di Vishnu</i> dato nell'<i>Atharvaveda</i> -<span class="pagenum" id="Page_302">[302]</span> -alla <i>Sinîvalî</i>, ossia alla vigilia del novilunio; -nel <i>Yag'urveda nero</i>, invece, il nome di <i>Vishnupatnî</i> -o <i>sposa di Vishnu</i>, è dato alla Dea <i>Aditi</i>, la vôlta celeste; -<i>Aditi</i> è pure chiamata <i>madre di Vishnu</i> nano presso il -<i>Mahâbhârata</i> e presso il <i>Bhâgavata Purâna</i>, e, in un -altro passo citato dal Muir,<a class="tag" id="tag87" href="#note87">[87]</a> essa trovasi rappresentata -come madre del sole <i>Vivasvant</i>; Vishnu sarebbe, secondo -il <i>Mahâbhârata</i>, il dodicesimo <i>Âditya</i>, e il più -potente e virtuoso di tutti (<i>sarveshâm âdityânâm gunâdhikah</i>); -secondo il <i>Nirukta</i>, Vishnu è l'<i>Âditya</i> per -eccellenza. Vishnu è ancora rappresentato come compagno, -seguace, fratello minore d'Indra, col quale va a -bere il <i>soma</i>, col quale combatte, presso il <i>Rigveda</i>, il -demonio serpente <i>Ahi</i>, onde si rappresenta poi sopra il -demonio serpente <i>Çesha</i>, e a cavallo dell'uccello solare, -dell'uccello di rapina <i>Garuda</i>, il più formidabile nemico -dei serpenti; ed ancora, per la sua somiglianza con -Çiva, sposo della Venere e madre d'amore indiana. I -suoi dieci Avatâri sono famosi nella tradizione brâhmanica; -se ne contano fino a ventidue; ma le sue trasformazioni -hanno già incominciato negli Inni vedici; la nozione -di Vishnu nano è già una nozione vedica; anzi l'impresa -eroica di Vishnu nel <i>Rigveda</i> è precisamente l'avere in -tre soli passi misurato l'intiero spazio del cielo con -grande meraviglia de' Celesti, Devi e Demonii. È certamente -ancora in una forma gemella vishnuitica che il -Dio Indra, passando in tre tempi, in tre volte, in tre -luoghi sopra il corpo della brutta fanciulla, di brutta e -scura ch'ella era la fa ritornar bella; è questo un miracolo -che si fa tutte le notti e tutti gli inverni sopra il -cielo e sopra la terra, che dalla tenebra ritornano alla -luce; ma il Dio nano, percorrendo lo spazio del cielo in -<span class="pagenum" id="Page_303">[303]</span> -tre tempi, compie questo prodigio nel giorno come nella -notte, e gli Dei, canta il <i>Rigveda</i> (VIII, 29), <i>si rallegrano -inebbriati</i> (<i>madanti</i>), dove Vishnu dai lunghi -passi percorse i tre stadii. In un altro inno del <i>Rigveda -</i>(IV 18), si dice: «Allora Indra per uccidere Vr'itra -(disse): <i>O compagno Vishnu, estenditi</i>.» In una leggenda -del <i>Çatapatha Brâhmana</i>, che abbiamo già ricordata, -il più impaziente d'uccidere Vr'itra appare Vishnu, -nella sua qualità di seguace, o <i>compagno strettamente -congiunto d'Indra</i> (<i>Indrasya yug'yo sakhâ; Rigv.</i>, I, -22); nell'inno 89º dell'ottavo libro del <i>Rigveda</i> Indra -dice all'amico Vishnu di estendersi, e quindi si aggiunge: -«o cielo Dyaus, dà spazio al fulmine perchè discenda.» -Parrebbe di qui che dal sole Vishnu Indra tolga i suoi -fulmini e quindi li lanci pel cielo. Nel cielo tenebroso e -notturno il sole appare chiuso; in esso il cielo, ossia il -luminoso, si chiude: Indra estende l'uno e l'altro. In un -altro passo vedico il Dio si distende sopra la terra e nel -distendersi segnala agli uomini la terra come loro campo -di conquista, il che fa veramente ogni mattino ed ogni -primavera il sole, illuminando la terra e ridestando gli uomini -al lavoro dei campi. Presso il <i>Mahâbhârata</i> (V, 2560) -spiegandosi da <i>Sang'aya</i> alcuni de' più illustri nomi -mitici assunti da Vishnu, si dice chiamarsi <i>G'ishnu</i> da -<i>g'ayana, la vittoria,</i> quasi <i>il vittorioso, Ananta</i> come -<i>eterno, infinito, Govinda</i> dal <i>vedâna gavâm, il ritrovamento</i> -e <i>possesso delle vacche</i> (l'appellativo di <i>Kr'ishna</i>, -«pastore»), e <i>Vishnu</i> dal <i>Vikramana</i>, ossia <i>dalla -sua facoltà di estendersi</i>; l'etimologia è, senza dubbio, -falsa, e pure essa conserva la coscienza del vero e proprio -significato di <i>Vishnu</i>, che è il <i>penetrante</i>, <i>il pervadente</i>, -e forse pure il vestiente il cielo di luce. Questo -penetrante, questo pervadente può essere la luna, come -per lo più appare il sole, e la polvere, nella quale, coi -<span class="pagenum" id="Page_304">[304]</span> -suoi tre passi, Vishnu involge il mondo, secondo il 22º -inno del primo libro del <i>Rigveda</i>, può essere tanto l'ambrosia -luminosa del raggio lunare, quanto la polvere -d'oro dei raggi solari. I tre passi, secondo il commentatore -vedico Aurnavâbha, citato dal <i>Nirukta</i>, sono fatti -nel cielo, cioè, com'esso si esprime, «nel luogo in cui -nasce, nell'altezza meridiana o zenith (<i>Vishnupada</i> per -eccellenza) e nel luogo in cui si corica.» Secondo Çâkapûni, -altro commentatore vedico, i tre luoghi, invece, -sarebbero la terra, l'aria, il cielo. Si comprende -facilmente come, in questa sua qualità di penetrante -tutto l'universo, e specialmente di saliente allo zenith, -all'altezza suprema de' cieli o al <i>Vishnupada</i>, il Dio -Vishnu abbia pur potuto identificarsi con Brahman, che -è salito all'alto de' cieli e che lo occupa tutto, e come -Vishnu occupante l'<i>antariksha</i> siasi congiunto intimamente -con l'<i>antara</i> o Indra, e come, finalmente, in -qualità di moribondo che si corica alla montagna, Vishnu -s'identifichi specialmente con Çiva e si ritrovi con -l'astro lunare. Vishnu compie forse pure tre passi nella -notte come luna, ma, certamente, opera, presso il <i>Rigveda</i>, -questo miracolo nel giorno come sole: ossia si -parte dalla montagna, dalla terra, e, per la regione -intermedia, il cielo d'Indra, l'<i>antariksha</i> sale nell'alto -de' cieli, nel cielo di Brahman, per ritornar quindi a -coricarsi alla montagna. Il genio solare che fa ogni giorno -questo bel miracolo fu particolarmente celebrato col nome -di <i>Vishnu</i>, e, secondo le regioni che esso visita, gli -spazii che percorre, gli Dei che incontra nel suo viaggio -celeste, assume pure una parte della loro natura. Si -capisce tuttavia che la qualità eminente di Vishnu, il suo -momento trionfale dev'essere quello, in cui arriva nell'alto -cielo, che si considera come la sede propria non -solo di Brahman, ma ancora di <i>Sûrya</i> il sole; motivo -<span class="pagenum" id="Page_305">[305]</span> -per cui Vishnu fu poi considerato specialmente come una -splendida figura solare, e come tale spiegato particolarmente -dai commentatori indiani ed europei e venerato -nell'India dai devoti. Il commentatore del <i>Yag'urveda -bianco</i>, citato dal Muir,<a class="tag" id="tag88" href="#note88">[88]</a> identifica il Dio Vishnu nel suo -primo stadio con Agni il fuoco, come quello che esce -dalla terra; nel secondo, come quello che vola per -l'aria, con Vâyu il vento; nel terzo, con Sûrya il sole. -Torna qui la forma embrionale d'una trinità. Così Vishnu -che, nell'inno 61º del primo libro del <i>Rigveda</i>, -ferisce il cinghiale, appare una manifestazione dell'astro -solare, che attraversa la scura montagna celeste della -notte e ne vien fuori luminoso; nella tradizione brâhmanica -poi, nella sua qualità di penetrante, Vishnu stesso -si personifica col cinghiale dalle acute zanne, a motivo -degli sporgenti suoi raggi o denti che sbranano il demonio -della tenebra. Così, quando Agni, nel <i>Rigveda</i>, dice -di sè ch'egli è l'<i>arkas tridhâtu</i>,<a class="tag" id="tag89" href="#note89">[89]</a> misuratore del mondo, -s'identifica al tempo stesso con Vishnu e col sole <i>Arkas</i>, -che in tre tempi misura il mondo; lo stesso appellativo -di misuratore de' mondi vien dato, presso il <i>Rigveda</i>, -al sole <i>Savitar</i>. L'inno 156º del primo libro del <i>Rigveda</i> -ci presenta il Dio Vishnu con qualità così rassomiglianti -a quelle del Dio Indra, che si direbbe con esso una -sola persona; e ciò non deve far meraviglia dopo quello -che abbiamo detto intorno alla diversità delle sedi di -Vishnu corrispondenti alle varie sedi solari, ossia alle -varie stanze celesti. Nell'atmosfera, nel cielo nuvoloso, -e nel cielo notturno, Vishnu s'incontra necessariamente -con Indra, una proprietà del quale è pur quella di estendere, -ossia di estendersi. Perciò troviamo ancora Vishnu -<span class="pagenum" id="Page_306">[306]</span> -onorato da Varuna e dagli Açvin, e circondato dai Marut; -abbiamo già detto, che, secondo la interpretazione indiana, -Vishnu, nel suo secondo stadio, ossia nell'atmosfera, -la regione de' Venti, s'identifica pure col Dio del -vento, ossia con <i>Vâyu</i>, e necessariamente con Indra che -ha per principali compagni eroici i Venti. Così Vishnu -s'identifica con Brahman creatore, ossia con Prag'âpati -come signore che appare, nell'inno 164º dello stesso -libro, dei sette piccoli germi che contengono in sè il -seme del mondo, ossia di tutte le cose. Chi fu questo -primo generatore? Fu il sole? Fu la luna? Il sole e la -luna sembrano generarsi a vicenda l'un l'altro; presso -l'inno 22º del secondo libro del <i>Rigveda</i> ci appaiono -Vishnu che genera il <i>Soma</i> (l'ambrosia lunare) e Indra -che lo beve; in un altro inno vedico, invece (<i>Rigveda</i>, -II, 40), <i>Soma</i> appare come produttore, creatore -di tutti i mondi (l'inno 96º del IX libro fa di <i>Soma</i> il -generatore del sole e di Vishnu); e il sole <i>Pûshan</i>, invece, -va proteggendo, ossia osservando e conservando il -mondo. Si direbbe qui già accennato in germe il carattere -di <i>conservatore del mondo</i> che Vishnu dovrà assumere -più tardi nella brâhmanica <i>Trimûrtti</i>; così nell'inno -36º del VII libro del <i>Rigveda</i> si celebra Vishnu come -<i>Nishiktapâs</i> o <i>guardiano de' semi</i>; nel 55º del terzo libro -Vishnu è chiamato col nome di <i>Gopâs</i>, «signore o guardiano, -o protettore,» il quale custodisce, difende, ossia -regge la suprema regione celeste, guardiano <i>delle -care regioni immortali</i>, ed ecco un nuovo carattere, -per cui <i>il conservatore del mondo</i> parrebbe congiungersi -col Çiva paradisiaco. Il carattere del vedico Vishnu -è dunque evidentemente tutto benefico, oltre che -singolarmente modesto; Vishnu si presta per gli altri -Dei e specialmente per Indra, di cui assicura la vittoria, -e non raccoglie verun profitto. Questo carattere -<span class="pagenum" id="Page_307">[307]</span> -di particolare generosità, che ci presenta nel solare -Vishnu il solito Dio che si sacrifica, dovea essere così -sentito nell'età vedica, che, perduto il senso etimologico -dell'appellativo vedico <i>Tridhâtu</i>, ossia <i>quello de' tre elementi</i> -dato a Vishnu, la <i>Taittiriya Samhitâ</i> compone -già una leggenda etimologica, secondo la quale il nome -<i>Tridhâtu</i> varrebbe quello <i>che si è dato tre volte</i>. Si narra -cioè che Indra, volendo uccidere Vr'itra, ordinò al fabbro -Tvashtar di preparargli il fulmine; Tvashtar si mise all'opera, -e, per mezzo del <i>tapas</i> (parola che [si noti -bene, per spiegare l'equivoco mitico della generazione -per mezzo della penitenza, che vuol dire, per mezzo -del calore; senza il calore non si genera] vale <i>calore</i> -e <i>penitenza</i>), riuscì a farne uno; Indra si provò ad -alzarlo, ma come avviene spesso agli eroi poco destri -delle novelline popolari russe, i quali non possono alzare -il bastone di ferro preparato dal mago nella fucina, -Indra non può alzare il fulmine forse troppo massiccio -ed ardente preparatogli da Tvashtar. Noi abbiamo già -veduto Vishnu identificarsi, secondo la sede che egli -occupa, con Agni il fuoco, con Vâyu il vento, e con -Sûrya il sole. Il fuoco deve aver la forza di bruciare, il -vento quella di volare, il sole co' suoi raggi quella di -penetrare. Vishnu, per compiacere Indra, che ha bisogno -d'un fulmine formidabile, ma che si possa lanciare -a traverso gli spazii, consente a farsi in tre pezzi, -coi quali tre pezzi di sè stesso il fulmine d'Indra si -crea, e il Dio fulminante consegue la vittoria, per merito -singolare di Vishnu, che ha dato al fulmine il potere -di volare, trovandosi, come già abbiamo avvertito, -nella sua seconda sede, il sole circondato dai Marut, -coi quali trovasi anzi invocato nell'inno 87º del quinto -libro del <i>Rigveda</i>. Un'altra delle qualità peculiari di -Vishnu, che, oltre al rivelarne la sua speciale natura -<span class="pagenum" id="Page_308">[308]</span> -solare, ardente, alla sua potenza nel <i>tapas</i>, ne rivelano -l'indole benigna e servizievole, è quella di cuoco celeste. -Egli, in unione con Pûshan, cuoce per Indra cento bufali, -certamente per mezzo del suo fuoco solare; nel -vero, in un altro inno (V, 29), è detto che Agni, ossia il -fuoco, ha cotto trecento bufali per Indra, il quale, dopo -averli mangiati, e aver bevuto tre laghi di <i>soma</i>, ossia -d'ambrosia, combattè con Vr'itra e l'uccise. Secondo -un inno del <i>Rigveda</i> (VI, 69), una parte di quel <i>soma</i> sarebbe -stato pure bevuto da Vishnu, invocato insieme con -Indra, Vishnu vi fa il solito miracolo di estendersi pel -cielo, ossia di estendere il cielo. Secondo l'<i>Aitareya Brâhmana</i>, -in quello spazio disteso da Vishnu gli Dei fabbricano -i mondi luminosi, i Vedi e la parola, che rimangono -loro proprietà. Quello che rimane fuori di tale -spazio appartiene agli <i>Asurâs</i>, il che val quanto a dire -che tutto ciò ch'è fuori della luce è del dominio dei -demonii. -</p> - -<p> -Tutto il regno luminoso percorso da Vishnu è sede, -ossia dominio degli Dei; e della regione percorsa da -Vishnu, ossia della sua grandezza, dice un inno vedico -(<i>Rigveda</i>, VII, 99), nessuno conosce il confine; in questo -inno di composizione probabilmente moderna, ove -Vishnu ed Indra tendono evidentemente già ad astrarsi, -un versetto, col dirci ch'essi producono il sole, l'aurora -ed il fuoco, sembra già distinguere Vishnu dal sole; -ma la natura solare di esso ci pare tuttavia scolpita nel -versetto che precede, il quale ci dice che Vishnu, da ogni -parte, involge la terra co' suoi raggi di luce. -</p> - -<p> -L'inno seguente attribuisce a Vishnu parecchi degli -attributi solari; esso ha cento raggi, è rapido, fornito di -cavalli, ricco, benefico. Nello stesso inno Vishnu è ancora -chiamato col nome di <i>Çipivishta</i>, parola che vale -propriamente <i>fornito di raggi</i>; ma sopra la quale, frantesa, -<span class="pagenum" id="Page_309">[309]</span> -nacque ben presto un equivoco grossolano, che i -commentatori s'ingegnarono di spiegare con le più strane -leggende. Vishnu chiama nell'inno sè stesso <i>Çipivishta</i>; -ma la parola, che vale propriamente <i>il fornito di raggi</i>, -può ancora interpretarsi <i>coperto di raggi</i>, ossia i cui -raggi lo nascondono; ma, fatto del sole una persona, i -suoi raggi divennero i suoi capelli; il sole con la sua -chioma, il sole capelluto (Sansone), è chiamato <i>Çipivishta</i>, -appellativo dato non solo a Vishnu, ma a Çiva nel -suo carattere di sole moribondo, rappresentato sempre -con una vasta chioma. Ora pare che il nome di <i>Çipivishta</i> -siasi pure dato per tempo al <i>phallos</i>, come <i>coperto -di peli</i>, e quindi <i>oscurato, nascosto</i>. Il poeta vedico -allude certamente a quel senso ignominioso che deve -avere avuto la parola <i>çipivishta</i>, quando, scambiando il -senso nobile col senso ignobile della parola, domanda -a Vishnu: «Che cosa avevi tu da rimproverarti, o Vishnu, -quando hai detto: <i>Io sono Çipivishta</i>? non celare -a noi questa tua forma assunta, quando nella battaglia -ti sei trasformato.» Noi sappiamo come Çiva divenne -quindi il Dio fallico per eccellenza, anzi che il fallo stesso -lo rappresentava; il nome di <i>Çipivishta</i>, che vien pure -dato a Çiva, basta ad assicurarci che, nell'inno vedico, -ove appare Vishnu come <i>Çipivistha</i>, si è preso equivoco -tra il sole chiomato ed il fallo coperto di peli, e che Vishnu -usurpa anticipatamente uno degli attributi, che -saranno quindi proprii del Dio Çiva. E che non vi sia -dubbio sopra la interpretazione che propongo al passo -vedico, ce lo dichiara apertamente l'antico commentatore -Yâska, il quale, parlando del nome di <i>Çipivishta</i> dato -a Vishnu, come di un mistero da non rivelarsi, fa che -Vishnu si confronti da sè stesso al fallo; se non che, interpretandosi -ancora altrimenti la parola <i>çipivishta</i>, con -uno strano e capriccioso sforzo etimologico, Vishnu dice -<span class="pagenum" id="Page_310">[310]</span> -di sè stesso ch'egli è un <i>çepa</i> o <i>fallo svestito</i> (che può -interpretarsi come <i>sprepuziato</i>, o come <i>privo di peli</i>), -e Yâska, accettando, senza dubbio, la seconda interpretazione, -aggiunse, interpretando il mito: <i>privo di raggi</i>. -Ma questo errore de' commentatori indiani e quindi, -se non erro io, degli interpreti europei, è nato dall'aver -ammesso che il <i>nirveshtita</i> di Yâska equivalga al <i>vishta</i> -del <i>Rigveda</i>, il che non mi pare possibile in alcuna -maniera; chè non solo sono sinonimi, ma contrarii, <i>çipivishta</i> -valendo <i>fornito, vestito di raggi</i> (e poi <i>vestito -di capelli, capelluto</i>, e infine <i>fornito, vestito di peli</i>); -mentre invece il <i>çepah nirveshtita</i> non vale altro se -non <i>il membro spogliato</i>, qualità, con la quale si -potè quindi raffigurare il Dio fallico Luno, come privo -di raggi o di peli, o calvo, od anche eunuco. Ecco in -qual probabile maniera un appellativo poetico semplicissimo -del Dio, male interpretato fin dall'età vedica, -introdusse nel mito di Vishnu un mistero, al quale -il primo poeta, che aveva salutato il sole con quel -nome, non avea sicuramente pensato; chè il nome di -<i>vish-ta</i> deve essere stato piuttosto suggerito all'antichissimo -<i>rishi</i> vedico dall'analogia che gli offriva la -stessa voce <i>vish-nu</i>, la quale non aveva sicuramente -nessun significato vergognoso nell'età vedica. Vishnu, -lo ripeto, negli Inni vedici, non ha il posto primario, -anzi figura più tosto come un servitore che come un -amico d'Indra, ma la sua vita è pura, la sua storia vedica -è priva di scandali; il mescolarlo come il suo compagno -Indra, anch'esso chiamato <i>çipivishta</i> che appare -come un sinonimo di <i>çiprin</i>, in un mistero fallico, è -una calunnia nata da un antico malizioso equivoco, -quantunque appaia ancor esso nella qualità di generatore -primevo, anteriore a Prag'âpati: l'inno 184º del -decimo libro del <i>Rigveda</i> canta che Vishnu foggiò la -<span class="pagenum" id="Page_311">[311]</span> -vulva dell'universo, Tvashtar ne apprestò le forme, -Prag'âpati versò il seme genitale, Dhâtar posò è costituì -il germe. Perciò vedemmo sopra Vishnu come signore -de' sette germi cosmici, e, presso l'inno 154º del -primo libro del <i>Rigveda</i>, non solo quello che pervade -tutto l'universo, ma quello che lo contiene tutto in sè. -Il <i>viç-va</i> e il <i>vish-nu</i> provengono dalla stessa radice <i>viç</i>. -Quando pertanto dal culto del Dio concreto specifico si -passò a venerare particolarmente il Dio astratto generico; -quando Indra come Divaspati cedette il campo a' suoi -antichi originarii equivalenti Brahman e Brahmanaspati, -esprimenti il cielo; si sostituì pure ad Indra grandeggiante -nel cielo, distendente il cielo, sopra gli altari del -sacrificio, Vishnu il collega d'Indra, che pervade ed occupa -tutto l'universo, col quale evidentemente s'identifica. -Quando poi si divulgarono le leggende brâhmaniche, -nelle quali apparivano forme strane, divine, eroiche, -umane, bestiali, sotto le quali il Dio compieva miracoli, -i settarii di Vishnu supposero che ciascuna di quelle -forme antiche, moderne o rinnovate, fosse una incarnazione -panteistica del loro Iddio prediletto; e così, dopo -avere creato, sopra il sole Vishnu, un Dio metafisico analogo -a Brahman, tornarono a decomporlo in numerose -sacre particole, ciascuna delle quali conteneva intiero il -loro Dio; sotto questo rispetto, Vishnu si poteva dunque, -nell'età brâhmanica, considerare come un vero Dio universale, -poichè in tutte le antiche manifestazioni degli -Dei, raccontate con nuove varianti brâhmaniche della -setta vishnuitica, egli appariva come l'inevitabile <i>Deus -ex machina</i>. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_313">[313]</span> -</p> - -<h2 id="lett17">LETTURA DICIASSETTESIMA. -<span class="smaller">RUDRA-ÇIVA.<a class="tag" id="tag90" href="#note90">[90]</a></span></h2> -</div> - -<p> -Noi abbiamo già accostato Indra <i>Çiprin</i> con Vishnu -<i>Çipivishta</i>, e notammo come <i>çipivishta</i> fosse pure un -appellativo dato a <i>Rudra-Çiva</i>. <i>Rudra-Çiva</i> raffigura -specialmente il sole moribondo; ma, poichè questo s'incontra -con l'<i>astro</i> lunare, lo stesso Dio solare prese ben -presto alcuno de' caratteri essenziali lunari, e specialmente -quello di generatore fallico, o di <i>phallos spogliato</i>, -secondo il senso che si diede alla parola <i>çipivishta</i>. Qui -ancora è probabile che a far di <i>Çiva</i> un Dio fallico abbia, -in parte, contribuito un equivoco di linguaggio. Come -Indra <i>çikhin</i> o <i>çiprin</i> prese pure nome nella letteratura -brâhmanica di <i>Çibi</i> o <i>Çivi</i>, come Yâska prendeva equivoco -tra le voci vediche <i>çipi</i>, «raggio,» e <i>çepa</i>, «fallo, coda;» -così non mi pare improbabile che alla parola <i>çiva</i> scambiatasi, -per l'analogia offerta dalla parola <i>çipivishta</i>, in -<i>çipa-çepa</i>, siasi, sotto l'influsso delle parlate prâcritiche, -attribuito un senso intieramente fallico, innanzi che -altre occasioni esterne venissero a determinare e svolgere -maggiormente nell'Indra il culto del <i>phallos</i> nella -<span class="pagenum" id="Page_314">[314]</span> -figura del Dio Çiva. Ma <i>Çiva-Çipa</i>, che si riscontra per -un verso con <i>çepa</i>, per l'altro si accosta, per la mediazione -naturale di <i>Çipivishta</i> o <i>fornito di çipi</i>, all'equivalente -<i>çiprin</i> (<i>fornito di çipra</i> ch'è <i>il ciuffo</i>); Indra -<i>Çiprin</i> è il Dio <i>col ciuffo</i>: Indra <i>Çiprin</i> e Vishnu <i>Çipivishta</i> -si rappresentano entrambi circondati dai Marut; -ora i Marut, il padre de' quali è Rudra, sono chiamati -<i>hiranya-çiprâs</i>, ossia <i>aventi un aureo ciuffo</i>. -Ecco un primo carattere, per cui in <i>Rudra-Çiva</i> o -<i>Rudra-Çiprin</i> sembra indicarsi <i>il sole moribondo</i>, ossia -il sole col ciuffo. L'inno 43º del primo libro del -<i>Rigveda</i> ci fa sapere che Rudra splende come il sole e -come oro; Pûshan, in cui ravvisammo già il sole moribondo, -è spesso chiamato nel <i>Rigveda</i> con l'appellativo -di <i>Kapardin</i>, e Kapardin, <i>dai capelli ispidi</i>, dai capelli -che vanno in su (a uso de' penitenti), è un appellativo -vedico e brâhmanico di Rudra e di Çiva. L'inno 114º del -primo libro del <i>Rigveda</i>, ove Rudra parrebbe identificarsi -con quello stesso Vishnu che, dopo aver negl'Inni -vedici distrutto il cinghiale, apparirà esso stesso, in una -delle sue incarnazioni, nella forma d'un formidabile -cinghiale, il Dio Rudra circondato, come Indra, come -Vishnu, dai Marutas, si rappresenta qual rosso cinghiale -celeste dall'ispido pelo (<i>divo varâham arusham kapardimam</i>), -ed è pregato perciò di risparmiare i devoti mortali, -e i loro figli, e i loro bestiami, e di non distruggerli -nell'ira sua. Nel primo inno del secondo libro del <i>Rigveda</i>, -Rudra, chiamato <i>asuro maho divas</i>, ossia <i>grande spirito -del cielo</i>, un equivalente di <i>Mahâdeva</i> appellativo -del Dio Çiva, s'identifica esplicitamente con Agni e con -Pûshan, onde si pare che la sua propria natura è il fuoco -del sole moribondo. Nell'inno 33º dello stesso libro è -pregato Rudra di non allontanare il sole dalla vista degli -uomini, altra prova evidente che si tratta d'un genio o -<span class="pagenum" id="Page_315">[315]</span> -Dio del sole moribondo. Anch'esso, come il sole, sale -sopra un carro; nell'inno 74º del sesto libro Rudra si -trova invocato insieme col Dio Luno o Soma, affinchè -caccino insieme tutti i mali, mettano ne' corpi umani tutti -i rimedii, purifichino, allontanino la sventura (<i>Nirr'iti</i>), -liberino dal laccio mortale di Varuna, che è simile a -quello di Yama. Anche in quest'inno noi ci persuadiamo -che il Dio dovea essere invocato all'accostarsi della notte, -quando la tenebra sembra farsi apportatrice d'ogni male -sopra la terra; si teme che Rudra sia complice di Varuna -o di Yama, e lo si scongiura; egli è supposto padrone -di tutti gli Dei, e il medico de' medici divini. -L'inno 22º dell'ottavo libro celebra gli Açvin, come -numi splendidi, adorati il mattino e la sera, che percorrono -le vie di <i>Rudra</i>, ond'essi stessi vengono appellati -<i>Rudrau</i> (<i>i due Rudra</i>, o <i>i due terribili</i>). -</p> - -<p> -Dalla nozione adunque che, presso il <i>Rigveda</i>, si ricava -intorno a Rudra, non par dubbia non solo la sua -natura solare, ma in ispecie quella di sole moribondo, -che conviene pure, come già vedemmo, a Yama, col -quale Rudra-Çiva presenta parecchi caratteri simili, essendo -divenuto, com'esso, terribile e beato, infernale e -paradisiaco, distruggitore e riproduttore della vita. -</p> - -<p> -La nozione degli altri Vedi non distrugge punto, anzi -conferma eloquentemente questa impressione. Quando -il <i>Yag'urveda bianco</i> ci dà come sorella di Rudra Ambikâ, -e il suo <i>Brâhmana</i> ci assicura che Ambikâ è -l'autunno, noi troviamo, come al solito, trasferiti al -cielo autunnale ed invernale i fenomeni del cielo vespertino -e notturno. Presso il <i>Çatarudriya</i> dello stesso -Veda Rudra appare, come Çiva, nella qualità di <i>giriçanta</i> -o <i>abitante sui monti</i>, di <i>giritra</i> o <i>montanaro guardiano -de' monti</i>, che è propria del sole al tramonto; -come <i>nîlagrîvo vilohitah</i>, ossia <i>rossastro dalla nuca azzurra</i>, -<span class="pagenum" id="Page_316">[316]</span> -ossia la cui testa rossastra posa sul cielo azzurro; -come <i>kapardin</i> o <i>dagli ispidi capelli arricciati</i>; come -<i>harikeça</i> o <i>dalla chioma d'oro</i>; come <i>ushnishin</i> o -<i>fornito di diadema</i>; come <i>çipivishta</i>, come <i>hiranyabâhu</i> -o <i>dalle braccia d'oro</i>; come <i>rohitah shtâpati</i> o <i>rosso -artefice</i>, appellativo che ci richiama alla fucina del sole -che tramonta, ove siedono Tvashtar e Vulcano; come -<i>stenânâm pati</i> o <i>signore dei ladri</i> (i quali rubano, per -lo più, sull'imbrunire, quando il sole non illumina più, -e la luna non illumina ancora la terra; del resto, anche -la luna è chiamata protettrice de' ladri, e con essa si -può confondere Rudra, in tale qualità, come si confonde -nella sua qualità di signore di tutti i rimedii, di tutte -le erbe, di tutte le piante, e delle foreste); come Pûshan -(il sole moribondo) guida il viandante verso la sua dimora, -e custodisce le strade, così la luna rischiara le -vie, erra nella selva notturna, ed errandovi la illumina; -essa è il lumicino delle novelline popolari che guida -l'eroe o l'eroina, che si smarrì nella foresta, al palazzo -incantato; come ladro, e ingannatore egli stesso -(aspetto che, nella Mitologia zoologica, piglia specialmente -la volpe che rappresenta il sole moribondo, ossia -l'aurora vespertina); come nano e come gigante; come -primo ed ultimo nato; come vecchio e come giovine, -propizio e terribile; fornito di rapidi carri, munito di -dardi formidabili; come compagno di Soma, col quale -protegge le case, come <i>Paçupati</i> o <i>guardiano del bestiame</i> -(due qualità, con le quali Rudra torna ad assimilarsi -con Pûshan); come <i>çañkâra</i> e <i>çiva</i> o <i>propizio</i>, due -appellativi che distinsero quindi particolarmente il Dio -Rudra; e, al tempo stesso, come distruggitore e tormentatore -(qualità che distinse quindi, nella brâhmanica -Trimûrtti, particolarmente il Dio Çiva, ed ancora -il Dio della guerra ch'è della stessa natura di questo -<span class="pagenum" id="Page_317">[317]</span> -Rudra; ho già detto che il rosso di sera, nella superstizione -popolare subalpina, annunzia guerra); ad esso -pertanto i devoti recitatori del <i>Çatarudriya</i>, cioè al suo -dente mortifero (come quello di Yama), raccomandano -e consegnano i loro nemici ch'essi odiano e dai quali -sono odiati. -</p> - -<p> -Parmi evidente che, per i poeti del <i>Yag'urveda</i>, -sotto il nome del Dio Rudra si raffiguri ancora il sole -moribondo vespertino ed autunnale, il Yama che di paradisiaco -diviene infernale, il Yama che di primo de' nati -diventerà il primo de' morti e il Dio terribile che fa morire; -all'autunno, oltre il nome di Ambikâ sorella di -Yama, ci richiama il <i>Çatarudrya</i>, dicendoci che la pioggia -è dardeggiata da Rudra. E questo trasferimento di -Rudra dal cielo vespertino al cielo autunnale ci è pure -confermato, oltre che dalla sorella di Rudra, Ambikâ, -la pluvia stagione autunnale, dalla moglie di lui Priçnî, -la vôlta celeste macchiettata, e, sovra tutto, dai figli di lui -i Marut, i venti, i quali come si levano la sera, quando -il sole tramonta e spirano le gelide brezze notturne, -così ancora più formidabili si scatenano negli aquiloni -autunnali, nunzii ed apportatori terribili della tempesta -invernale, per tornare poi nel marzo nunzii di buon -tempo: invocati per la distruzione de' nemici, mentre, -secondo un inno dell'<i>Atharvaveda</i>, Dundubbi o il -Dio tamburo tona per far loro paura. -</p> - -<p> -Per questa relazione strettissima che Rudra ha con -l'oceano notturno e con la stagione pluvia autunnale -(esso è detto, presso il <i>Yag'urveda</i> e presso l'<i>Atharvaveda</i>, -aver sede non meno nell'acqua che nel fuoco; l'acqua -dà poi il succo medicinale, salutifero alle erbe, delle quali -Indra è pure signore), e poi Rudra regna dappertutto; -onde si spiega pure il suo appellativo di <i>Çarva</i>, col -quale esso viene particolarmente celebrato nell'<i>Atharvaveda </i>. -<span class="pagenum" id="Page_318">[318]</span> -Così come Vishnu risalì al <i>viçvam</i>, all'universo, -e divenne Dio universale; così Rudra si trasformò -in Çarva, e come tale, scambiato <i>Çarva</i> con <i>Sarva</i>, -ch'è pure uno de nomi di <i>Vishnu</i> e di <i>Çiva</i> (lo scambio -fra <i>Çarva</i> e <i>Sarva</i> appartiene già all'età vedica), si -confermò e s'inalzò la sua qualità di <i>Mahâdeva</i>, d'<i>Ica</i>, -d'<i>Içvara</i>, di <i>Parameçvara</i>, le quali riconosciute, <i>Rudra-Çiva</i> -dovea necessariamente pigliar posto nella Trimûrtti, -i componenti della quale si distinguono dagli -altri Dei minori specialmente pel loro carattere d'universalità; -ma poichè <i>Çarva</i> non è già propriamente <i>il -tutto</i> (<i>Sarva</i>), ma <i>il distruggitore</i>, il mahâdeva Rudra-Çiva -rimase poi particolarmente nella Trimûrtti col suo -carattere di universale distruggitore, e viene già scongiurato -negli Inni vedici, affinchè non distrugga. <i>Ugra -terribile</i> è uno degli appellativi, coi quali è invocato Rudra-Çarva -nell'<i>Atharvaveda</i>. Egli vi è celebrato come -<i>çikhandin</i> o <i>crestato</i>, <i>fornito di ciuffo</i>, e munito di -un arco del color dell'oro, col quale <i>colpisce mille, uccide -cento</i>; ed è pregato di tener lontano dalla dimora -dei devoti sciacalli, cani sinistri<a class="tag" id="tag91" href="#note91">[91]</a> e calve streghe; di -lanciare sopra altri che sopra i suoi devoti la sua arma -terribile; di non consumarli, di non ucciderli nè col veleno -nè col fuoco, poich'esso è padrone di tutte le -erbe, ossia di tutte le acque che danno il succo alle -erbe, e di mettersi in collera contro di essi; di rivolgersi -contro gli animali mostruosi, contro i quali esso -può liberamente tirare; di scagliare altrove il fulmine -<span class="pagenum" id="Page_319">[319]</span> -(<i>Vidyut</i>). In questa qualità di fulminante, Rudra padre -dei Marut si identifica evidentemente con Indra fulminante -circondato dai Marut, il sole, chiuso nella nuvola -della tempesta, è egli stesso il fulminatore, mentre, -secondo un altro concepimento vedico, Indra trae dal -sole o da Vishnu (avvolto ancor esso dai Marut) il fulmine, -per scagliarlo poi egli stesso. Avremmo qui dunque -in Rudra, non tanto il sole moribondo vespertino, -quanto il sole entrato nella stagione autunnale, che nelle -tempeste dell'autunno, circondato dai venti suoi figli, -fulmina e tona, usurpando il supremo ufficio di Indra, -come altri ufficii vedemmo già essere stati ad Indra -disputati da Brahman e da Vishnu. È con le spoglie -degli Dei vedici che si rivestirono gli Dei brâhmanici, -ogni nuovo Dio grandeggia a spese degli Dei che l'hanno -preceduto; e di questo divino travestimento gli stessi Inni -vedici ci lascian rintracciare le occasioni e le ragioni celesti. -Un inno dell'<i>Atharvaveda</i>, in cui Rudra è esplicitamente -identificato con <i>Mahâdeva</i> e con <i>Içâna</i>, ossia con -Çiva, ci avverte come Rudra, per consenso di tutti gli -Dei, fu convertito in arciere celeste, qualità propria -d'Indra, e poi di suo figlio Arg'una, ma che s'attribuì -quindi, come parmi, tanto più facilmente a <i>Çiva</i>, per -l'equivoco che dovette nascere tra le parole <i>Ìçvara</i>, che -divenne poi <i>il signore</i> (ma che, in origine, significò <i>il -penetrante, il forte, il potente</i>), appellativo di Çiva, ed -<i>Ishvâsa</i> che vale <i>l'arciere</i>. In una singolare leggenda -del <i>Çatapatha Brâhmana</i>, presso la quale si cerca dar -ragione de' varii nomi di Rudra, figurato come figlio -dell'anno e di un'Ushas figlia di Ushas, ossia <i>Aushasî</i> -(la primavera risponde all'aurora mattutina, l'autunno -all'aurora vespertina; l'<i>Aushasî</i> madre di Rudra sembra -identica alla <i>Priçnî</i> che gli è moglie, all'Ambikâ -che gli è sorella), e che domanda gli si dia un nome -<span class="pagenum" id="Page_320">[320]</span> -(poichè il neonato fanciullo indiano, secondo il vedico -<i>Çatapatha Brâhmana</i>, finchè non riceve un nome, non -può essere liberato dal male, credenza che ci richiama -al dogma cristiano del peccato originale portato via -dalla cerimonia del Battesimo, nella quale si dà al -neonato fanciullo cristiano un nome che si spera possa -portargli fortuna), tra le forme che gli dovranno procacciare -un nuovo nome, troviamo pure indicata quella -di <i>Parg'anya</i>, ch'è <i>il temporale</i> e <i>il Dio del temporale</i>, -armato del fulmine, ossia della <i>vidyut</i>, <i>della lampeggiante</i>. -E poichè la stagione autunnale, invernale, e la -notturna, ossia la stagione umida, acquosa, è particolarmente -retta dalla luna, la leggenda del <i>Çatapatha -Brâhmana</i>, tra le forme di Rudra, ci offre pur quella -di <i>C'andramas</i>, ossia del Dio Luno; e poichè il Dio Luno -si raffigura come un Prag'âpati o conservatore per eccellenza -<i>della progenie</i>, Rudra è anch'esso un Prag'âpati, -qualità che abbiamo già veduto appartenere a -Brahman ed a Vishnu; nella Trinità brâhmanica poi, -Brahman è il <i>Prag'âpati</i> procreatore, Vishnu il <i>Prag'âpati</i> -conservatore della progenie; nella qualità di <i>C'andramas -Prag'âpati</i>, Rudra-Çiva piglia ancor esso il -carattere del Dio creatore universale, come pure in -quella di <i>îçâna</i> che lo stesso <i>Brâhmana</i> spiega come -<i>sole</i>, poichè il sole regge l'universo e forse in <i>îça</i>, -<i>îçâna</i>, <i>îçvara</i>, appellativi di Rudra, la radice <i>îç</i> è stretta -parente di <i>viç</i> che entra in Vishnu, com'è certo la -stessa che occorre in <i>Ishma</i>, <i>il Desiderio</i>, e poi il Dio -del Desiderio, l'Amore, il Dio d'Amore, che, come -violento, diviene poi il Dio della Guerra; e <i>Kumâra</i> -uno degli appellativi del terribile Karttikeya o Dio della -guerra indiano, nel periodo brâhmanico, chiamato nel -<i>Mahâbhârata</i> figlio di Rudra, è pure uno degli appellativi -di Rudra attribuitigli dalla leggenda del <i>Çatapatha </i>, -<span class="pagenum" id="Page_321">[321]</span> -il quale, pigliando equivoco fra il nome di -<i>çarva</i> o <i>distruggitore</i> e <i>sarva</i> o <i>tutto</i>, considera pure -Rudra nella sua forma di <i>Sarva</i>, e la spiega, nel modo -seguente, ove l'imposizione del nome e il battesimo con -l'acqua si trovano accostati. Dopo aver dichiarato che -<i>Rudra</i> si chiama così, da <i>rud</i> «piangere,» poichè il fanciullo -neonato piangeva, essendo travagliato dal male, -per non avere ancora ricevuto alcun nome che glielo -portasse via; dopo aver soggiunto che il neonato Rudra -passò nella forma di Agni, ossia del fuoco, perchè il -fuoco è un <i>Rudra</i>, ossia <i>uno che piange</i>, la leggenda -continua: — Il fanciullo disse: «Io sono più grande di -tutto ciò che esiste; imponimi un nome.» Prag'âpati rispose: -«Tu sei Sarva.» Poichè egli ricevette, un tal nome, -le acque divennero la sua forma; chè Sarva si chiamano -le acque (per l'equivoco nato sopra la radice <i>sar</i>, onde <i>Sara</i>, -<i>l'acqua</i>; il <i>Sarva</i> poi si congiunge etimologicamente -col <i>Sarpa</i>; onde si spiega ancor meglio come <i>Sarva</i> sia -un appellativo di Vishnu e di Çiva, come Dei universali, -e che Vishnu appaia pure più tardi nella forma di -<i>Sarpa Ananta</i> spiegato per <i>serpe infinito</i>, ma scambiato -probabilmente col <i>Sarva Ananta</i>, ossia <i>con l'universo -infinito</i>, di cui Vishnu è il reggitore, il conservatore; -<i>Vishnu ananta</i>, ossia <i>il tutto infinito</i>, si rappresenta -seduto sopra il <i>çesha</i> che propriamente rappresenta la -parte), e le acque si chiamano <i>sarva</i>, perchè da esse -nasce ogni forma. — I nomi di <i>Paçupati</i>, o, com'è spiegato, -<i>signore del pascolo</i>, di <i>Ugra</i> il «terribile,» di <i>Vâyu</i> -«il vento,» di <i>Açani</i> «il fulmine,» ec., che la leggenda -attribuisce a Rudra, sono tutte qualità speciali, caratteristiche -date al Dio universale; la riunione di esse costituì -il carattere di <i>mahâdeva</i> o <i>gran Dio</i> Rudra-Çiva; -della sua qualità vedica di <i>distruggitore</i> o <i>çarva</i>, nell'età -brâhmanica, si conserva frequente reminiscenza -<span class="pagenum" id="Page_322">[322]</span> -nel nome di <i>Sarva</i>, che ha sostituito il <i>Çarva</i>, con -significato di <i>universo</i>. In una leggenda del <i>Çânkhâyana -Brâhmana</i> riferita per intiero dal Muir nel quarto volume -de' suoi <i>Sanskrit Texts</i>, il nascimento e l'imposizione -de' nomi a Rudra sono riferiti nel modo seguente: — Prag'âpati -ha una figlia di nome Ushas; questa -si trasforma in una ninfa; Prag'âpati la vede, e lascia -cadere il suo seme genitale; quindi ei lo raccoglie -in un vaso d'oro, e ne nasce una creatura dai mille -occhi, dai mille piedi, dalle mille braccia<a class="tag" id="tag92" href="#note92">[92]</a> (oppure dalle -mille saette fissate sulla corda dell'arco). Il neonato si -reca presso Prag'âpati e gli dichiara ch'ei non toccherà -cibo, finchè non riceverà un nome. Prag'âpati lo chiama -<i>Bhava</i> od <i>essenza</i>, poichè Bhava od essenza sono le -acque; Rudra non è pago, e vuole un secondo nome; -allora Prag'âpati: «Tu sei <i>Çarva</i>,» poichè Agni (il fuoco) -è <i>Çarva</i> (ossia <i>struggitore</i>); il terzo nome ricevuto da -Rûdra è <i>Paçupati</i> o <i>il signore del pascolo</i>, perchè Vâyu -o <i>il vento</i> è Paçupati; il quarto nome è <i>Ugradeva</i>, poichè -Ugradeva o <i>il Dio terribile</i> sono le erbe e le piante -(qui è evidentemente avvenuto uno scambio per errore -del commentatore, poichè <i>Ugradeva</i> è il nome che conviene -a Vâyu, e <i>Paçupati</i>, o <i>signore del pascolo</i>, è invece -il nome che conviene alle erbe ed alle piante); il -quinto nome è <i>Mahâdeva</i> o <i>gran Dio</i>, perchè <i>gran -Dio</i> è <i>Âditya</i> (ossia <i>il sole</i>, Vishnu); il sesto nome è -<i>Rudra</i>, perchè Rudra è pure <i>la luna</i> (<i>C'andramas</i>); il -settimo nome è <i>Îçâna</i>, poichè Îçâna è il cibo (<i>annam</i>, -per l'equivoco probabile nato fra <i>îçâna</i> ed <i>açana</i>, ch'è <i>il -<span class="pagenum" id="Page_323">[323]</span> -cibo</i>); l'ottavo nome è <i>Açani, il fulmine</i>, perchè Açani -(come Dio fulminante) è Indra. — Nel <i>Yag'urveda nero -</i>Agni-Rudra è già paragonato al tigre vorace, che divorerebbe -il sacrificatore, se questo non lo placasse con -le oblazioni; il fuoco sacrificale è quel tigre vorace -sulla terra; e il sole moribondo sulla montagna, che -attira a sè, è il tigre celeste, che troviamo quindi rappresentato, -nel periodo brâhmanico, presso Çiva e Parvatî. -Tuttavia l'insegna propria di Rudra-Çiva tra gli -animali è particolarmente il toro, emblema essenzialmente -lunare, onde Çiva viene pure rappresentato con -la luna in fronte; e questo suo associarsi e quindi identificarsi -con l'astro lunare dovette poi concorrere, in -gran parte, a convertire Rudra-Çiva in un Dio fallico, -che offre un singolare contrasto con la qualità di distruggitore -rappresentata nella Trinità brâhmanica da -Çiva. Il vedico Rudra non ha ancora caratteri paradisiaci; -egli è essenzialmente un violento, un terribile -armato, che gli uomini temono, quanto amano invece -Indra. La grandezza d'Indra spiegasi particolarmente -nel cielo primaverile, in cui si mostra circondato dai -venti di marzo; le tempeste di primavera, nelle quali Indra -fulmina e tona, annunziano il ritorno del bel tempo; -gli Açvinau, i due gemelli, i due pesci, sono compagni -propizii d'Indra. Gli stessi Açvinau accompagnano Rudra, -ma essi sono gli Açvin autunnali (<i>Rudrau</i>), dai -quali, anzi, un mese dell'autunno s'intitola <i>Âçvina</i>; -e i Marut dell'autunno non hanno più la stessa natura -dei venti di marzo; essi sono aquiloni funesti, infernali; -il loro potere perciò è temuto, come quello di -Rudra loro padre, il quale, congiungendosi nella notte -e nell'inverno con l'oceano acquoso, in esso trova poi -ogni maniera d'umori, i salutiferi ed i velenosi, onde esso -può pure far concorrenza agli Açvin, come supremo medico, -<span class="pagenum" id="Page_324">[324]</span> -ossia medico de' medici. È nel suo incontro con -l'ambrosiaco o dionisiaco Soma, con l'astro lunare, che -Rudra acquista natura benigna, fallica insieme e paradisiaca, -offrendo in sè quello stesso duplice carattere, -che abbiamo già avvertito in Yama, Dio al tempo stesso -de' beati e de' dannati, infernale e paradisiaco. Ma la -letteratura vedica ci presenta Yama sotto un aspetto <i>particolarmente -propizio</i>, come Rudra sotto un aspetto <i>specialmente -formidabile</i>; si direbbe che dalla riunione di -queste due persone vediche siasi formato, in gran parte, -per l'occasione di un equivoco nato sulla parola çiva, -il duplice Çiva brâhmanico (il cui carattere propizio è -essenzialmente fallico), come vedemmo già che dallo -scambio sicuro di <i>Çarva</i> con <i>Sarva</i>, e forse quello -d'Îç-a con Vish-nu, si costituì la grandezza di Mahâdeva, -che assunse anch'esso il carattere di fallo universale. -La <i>Çvetâçvatara Upanishad</i> rappresenta Rudra -come <i>signore dell'universo</i> (<i>viçvâdhipa</i>), generatore -del primo <i>germe d'oro</i> (<i>Hiranyagarbha</i>) increato esso -stesso, quantunque altre volte si rappresenti al pari di -Yama qual primo de' nati e primo de' morti, o pure -come figlio di Prag'âpati e di una forma di Ushas. Nell'<i>Atharvaçiras -Upanishad</i> Rudra è celebrato come il -Dio universale, eterno e non eterno, eterno e primevo, -visibile ed invisibile, maschio e femmina, principio e -fine; così si combinano le sue due nature di creatore e -di distruggitore, poich'egli è tutto e dappertutto; <i>nel -tempo del fine</i> (<i>antakâle</i>), dice la <i>Upanishad</i>, egli distrugge -tutti i mondi. Con simile carattere universale è -chiaro che Rudra possa raccogliere in sè solo gli aspetti -di tutti gli Dei. La <i>Kaivalya Upanishad</i>, secondo l'estratto -che ne diede il professor Weber negli <i>Indische Studien</i>, -c'insegna che Rudra è lo sposo di Umâ, è Brahman, è -Çiva, è Indra, è Vishnu, è lo Spirito (<i>Prâna</i>), è l'anima, -<span class="pagenum" id="Page_325">[325]</span> -è <i>Parameçvara</i>, ossia il <i>supremo Signore</i>. Da tutti -questi indizii vedici, e da quegli altri più copiosi che lo -studioso può trovare diligentemente raccolti nel IV -volume dei <i>Sanskrit Texts</i> del Muir, a quale conclusione -si può egli arrivare intorno alla propria natura di -Rudra-Çiva? — A nessuna affermazione esclusiva ed assoluta. -</p> - -<p> -Quando si parla di Çiva, vuolsi concepire sotto molteplici -forme; la più antica è quella del violento vedico -Rudra generatore dei venti, che nel cielo vespertino e -autunnale, e, più di rado, mattutino e primaverile, -appare ora malefico, ora propizio, ora promettitore di -bel tempo, ora di tempo malvagio; come vi sono due -Açvin, come vi sono due Yama, così vi sono due Rudra, -l'uno <i>Çarva o distruggitore</i>, l'altro <i>Çiva</i> o <i>felice</i>. Ma il -<i>Çarva</i> divenuto <i>Sarva</i> (<i>universo</i>) prese aspetto d'un Dio -universale simile al Creatore Brahman; e <i>Çiva</i>, confusosi -forse col <i>Çepa</i> o <i>Çipivishta</i>, converti facilmente il -Dio universale Creatore in un Dio fallico. Il Çiva del -periodo brâhmanico conservò alcune delle qualità del -terribile Rudra-Çarva; ma, per i contatti con le popolazioni -dravidiche, quasi a liberarsi dai maleficii del Çiva -distruggitore, gli indigeni finirono poi col venerare specialmente -il Dio fallico, il <i>liñga</i>, che dovea mantenere la -generazione, e impedire così che il <i>Sarva</i> fosse distrutto -dal <i>Çarva</i>, ossia che il Mahâdeva creatore annientasse -l'opera propria. Ed ora, per proseguire, dovremmo entrare, -alla nostra volta, nella regione della metafisica, -ai confini della quale ho, invece, desiderato arrestarmi. -Se io l'ho pur tuttavia, in qualche maniera, sfiorata, -siami di scusa la stessa classificazione da noi fatta degli -Dei vedici, i quali tutti, senza eccezione, hanno bensì -una base fisica, ma non sì che alcuni di essi non accennino -già ad una imminente trasformazione della loro natura -<span class="pagenum" id="Page_326">[326]</span> -mitica in natura teologica, anzi non dimostrino ad -evidenza che la trasformazione è già incominciata; e, -contemporaneamente al Dio teologico, ossia all'astrazione -suprema dalla realtà, nasce nel culto il grossolano -idolo fallico. Fra il mondo teologico e il mondo -della materia inconsciente, che sembrano assai lontani -e pure si toccano, sta il mondo mitico, ossia il mondo -ideale, il mondo poetico, il mondo delle realtà luminose -che si agitano perenni nella vita dello spirito. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_327">[327]</span> -</p> - -<h2 id="lett18">LETTURA DICIOTTESIMA. -<span class="smaller">CONCLUSIONE.</span></h2> -</div> - -<p> -Noi siamo giunti al fine della nostra breve peregrinazione -a traverso l'Olimpo vedico, contemplando la -figura di Rudra-Çiva. Noi abbiamo considerato il primo -aspetto del Dio; per studiare, nella sua interezza, il -secondo, dovemmo mutare d'ambiente storico, e però -necessariamente d'ambiente mitico. Poichè, ammesso ciò -che non si nega più da ogni mitologo intelligente, risultare -il mito dal linguaggio insieme e dalle idee che quel -linguaggio esprime, ossia dalle immagini figurate ed animate -del linguaggio, poichè le idee si trasformano insieme -con le parole, anche le mitologie passano necessariamente -per stadii diversi. Così nell'India abbiamo -collegate fra loro e pure distinte due mitologie, la vedica -e la brâhmanica, come abbiamo due civiltà, e due lingue -fra loro collegate e pure distinte, la vedica e la brâhmanica; -a queste due lingue, civiltà e mitologie, se ne -potrebbe ancora, nell'India, aggiungere una terza, ch'è -la lingua sacra, la civiltà, la mitologia buddhistica. E, col -trasformarsi delle mitologie, anche le religioni che posano -sopra di esse, si modificano. La mitologia vedica s'accompagna -con un culto religioso de' fenomeni più splendidi -e delle forze più temute della natura; la mitologia brâhmanica -<span class="pagenum" id="Page_328">[328]</span> -che ingigantisce gli Dei senza farli più luminosi -e più venerabili, si accompagna con una idolatria mostruosa; -la leggenda mitica spirituale del Buddha porta -alla sua suprema esagerazione l'ascetismo. Ogni età storica -ha un suo carattere particolare; se vi è capacità morale -in una razza di creare il mito, e se questa razza può -contare più di una età storica, essa muterà necessariamente -di mitologia e di religione col mutarsi di civiltà -e di linguaggio. Ma, come nessun linguaggio è così distinto -dal suo predecessore da farlo dimenticare, così -nessuna nuova mitologia fa intieramente dimenticare -l'antica, da cui si è svolta. Accade nella successione mitologica -quello che si osserva nella successione ereditaria -di padre in figlio. Certamente l'eredità che il figlio riceve -dal padre o dagli avi, è gran parte del suo organismo; ma, -poichè l'educazione di questo nuovo organismo è inevitabilmente -diversa da quella che ricevette l'organismo -precedente, poichè i mezzi, coi quali il figlio vive e l'ambiente -storico, in cui si agita, sono diversi da quelli, coi -quali visse e in cui s'agitò il padre, per questa sola diversità -d'educazione, di mezzi e d'ambiente si produce -un nuovo carattere morale. Così il carattere mitologico -appare diverso secondo le età storiche, nelle quali si manifesta. -Ebbe quindi ragione il professor Adalberto Kuhn, -uno de' fondatori illustri della Mitologia comparata, in -un recente suo notevole discorso letto all'Accademia delle -scienze di Berlino (<i>Ueber Entwicklungsstufen der Mythenbildung</i>), -di negare l'esistenza di un solo periodo -mitico. Tuttavia, se si devono ammettere parecchi periodi -di creazione mitica, chè, negandoli, si negherebbero -all'uomo moderno intieramente quelle facoltà -poetiche, ideali, inventive, che si riconoscono all'uomo -primitivo, non bisogna poi dimenticare le ragioni, per le -quali l'uomo primitivo era più atto dell'uomo civile a -<span class="pagenum" id="Page_329">[329]</span> -creare il mito, e le ragioni, per le quali un mito elementare -che si lasciava creare da un uomo primitivo, non -si potrebbe più inventare da un uomo incivilito. Per -crear miti è necessaria molta ingenuità, e la molta ingenuità -s'accompagna per lo più con la molta ignoranza; -l'entusiasmo poetico che si sente innanzi alla natura è -ancor esso una illusione creata da una specie d'ignoranza; -il poeta vede nell'aurora la fanciulla che sparge rose, che -apre con rosee dita la finestra d'oriente; lo scienziato considera -attentamente il fenomeno, lo sottopone ad una -fredda analisi, calcola la distanza ed i riflessi de' raggi -solari sopra un cielo simile ad una vôlta azzurra, ma che -non è in realtà nè azzurro nè vôlta, e si mostra solo con -quel colore, con quella forma alla nostra vista ingannata; -e, arrivato a quella conoscenza, lo scienziato non solo non -crea più alcun mito sopra l'aurora, ma non lo lascia più -creare. Perciò mi convien ripetere quello che ho già affermato -nell'aprire queste letture; se si creano ancora -miti, il solo che li crea è il popolo, perchè più ingenuo e -più prossimo alla natura; i poeti cittadini possono guastare -i miti, con la pretesa di abbellirli, di ornarli, come fece -Ovidio con le sue <i>Metamorfosi</i>, ma non già creare alcun -mito vivace. Se vi furono dunque parecchi periodi storici, -ne' quali si crearono ordini diversi di miti, convien -pur sempre ritenere che nessun terreno, nessun tempo, -nessun linguaggio tra quelli che conosciamo fu più propizio -alla creazione dei miti, che il terreno, il tempo, -il linguaggio vedico. Noi siamo richiamati ad una regione, -nella quale i fenomeni naturali si manifestano più -ricchi e più grandiosi, ad un'età patriarcale, ad un linguaggio -particolarmente agile, vivace e trasparente. Io -ho detto esser necessaria molta ingenuità per creare i -miti, ma s'intende che questa qualità negativa non basterebbe -da sola a produrre altro che facili e volgari idolatrie; -<span class="pagenum" id="Page_330">[330]</span> -ma il popolo che cantava gl'Inni vedici aveva ancora -un sentimento vivacissimo, ed una immaginazione -ardente, due qualità necessarie a produrre l'entusiasmo -poetico, primo artefice di miti. Dico primo e non unico. -Poichè, come ho già avvertito più volte, e, come spero -aver dimostrato con un sufficiente numero di esempi, un -gran numero di miti nacque sopra un solo equivoco di -linguaggio. Quando noi tra le opere indiane ne troviamo -una che ci reca i mille appellativi di Vishnu, un'altra che -ci offre i mille appellativi del Sole, da questa ricchezza -d'appellativi attribuiti ad un solo essere mitico comprendiamo -insieme tre cose: 1ª che quella ricchezza d'appellativi -è prova della potenza immaginativa, ossia poetica, -del popolo che sapeva inventarli; 2ª che, diventando quegli -appellativi figure mitiche distinte, un solo Dio poteva -moltiplicarsi e trasformarsi tante volte, quanti erano i -suoi appellativi poetici; 3ª che scambiandosi l'uno con -l'altro gli appellativi di uno stesso Dio, o, come più -spesso avvenne, l'appellativo d'un Dio con quello d'un -altro, essendo impossibile che alcuno degli appellativi -dati in gran numero ad un solo Dio non ritornasse come -appellativo proprio d'alcun altro Dio, da questo scambio -nasceva un equivoco, e da questo equivoco molte volte -un intiero ordine di miti. E gli equivoci possono essere -diversi secondo le età; vi sono, per esempio, equivoci -spontanei, come quello che nasce fra la nuvola e la montagna, -fra i due Krishna, il vedico ed il brâhmanico, fra -la Pr'ithivî celeste e la Pr'ithivî terrestre; vi sono equivoci -per ignoranza mista ad un po' di malizia, come abbiamo -veduto essere quello nato tra gli stessi poeti vedici -sopra la parola <i>çipivishta</i>; vi sono finalmente equivoci -originati dalla ignoranza de' commentatori, e questi, come -sono della peggiore specie, così alimentano una mitologia -grottesca, massiccia, che vive alle spese della credulità -<span class="pagenum" id="Page_331">[331]</span> -del volgo, ma non contiene in sè stessa alcun germe vitale. -Ma, se gli equivoci d'un'età sono diversi da quelli -d'un'altra, la tendenza a crear miti per mezzo di equivoci -è un fatto antico e costante. Nuovi miti possono -certamente apparire nella storia, e vi sono alcuni miti recenti, -come ve ne sono moltissimi antichi. Il voler pertanto -spiegare ogni mito col richiamarlo, come a sua prima -fonte immediata, ai miti vedici, sarebbe sicuramente impresa -temeraria; poichè il nostro linguaggio non rimase -inerte dall'età, in cui si produsse nelle sue primitive forme -ariane, convien supporre che esso, svolgendosi, abbia -pure creato la sua parte di miti caratteristici. Ma ciò che -importa a noi, quando accostiamo un mito occidentale -ad un mito orientale, non è già il mostrare la provenienza -di quello da questo, sebbene, per parecchi miti -europei, sia necessario il riconoscere la loro provenienza -asiatica, non essendo possibile l'ammettere che gli Europei -togliessero dall'Asia il loro linguaggio privo di ogni -contenuto mitico, che vorrebbe dire privo d'immagini -poetiche, ma sì di ritrovare una sola legge costante nella -generazione di miti conformi. -</p> - -<p> -De' miti gli uni sono antichi ed ereditarii, gli altri -sono moderni e nostri; degli ereditarii gli uni sono di origine -orientale, gli altri nazionali. Come confrontiamo gli -antichi nostri miti con gli orientali, così è utile il confrontare -anche i moderni, fondati sopra lo stesso principio -di produzione mitica. Io ho già citato il <i>vin di nuvoli -</i>del linguaggio popolare toscano e piemontese, con cui si -esprime l'acqua piovana; ecco un mito moderno, che -ho creduto di poter riscontrare nel mito indiano equivalente -di <i>Kabandha</i>, ossia della nuvola barile, sebbene -certamente il contadino toscano e piemontese non abbiano -avuto bisogno d'alcuna nozione tradizionale per immaginare -il loro mito. Così, quando in Piemonte piove da -<span class="pagenum" id="Page_332">[332]</span> -molti giorni, suolsi dire: <i>tempo di Dio seguita</i>; quando -una tale espressione non sia derivata dalla tradizione biblica -del Diluvio, quel <i>Dio</i> fatto sinonimo di pluvio ci -richiama al cielo, ossia al Giove pluvio, e questi alla sua -volta si ricongiunge col vedico <i>Dyu, Dyaus</i>, col cielo medio, -che, sotto il nome d'<i>Indra</i>, diviene pluvio. Ecco una -foggia di mito ereditario, il quale può essere nato sul -suolo italiano, come derivato dal suolo asiatico; ma -qualunque sia la sua antichità, la espressione del linguaggio -piemontese vuol essere considerata come un -vero mito, ed un tal mito è della stessa natura di quelli -che i poeti vedici ci hanno descritti; e merita pertanto -che il psicologo comparatore se ne occupi. Quando il -dotto mitologo Mannhardt, nel suo bel saggio <i>Sui demonii -del grano</i>, mi fa conoscere che il popolo tedesco -conosce pure un demonio delle patate, sono lontano, -non ignorando come sia moderna la coltura di questa -pianta in Europa, dal voler inferire che bisogna ricercare -ne' miti primitivi un demonio delle patate; bensì, -invece, argomento che un'antica nozione mitica, secondo -la quale gli esseri demoniaci penetravano nelle -piante per mandarle a male, mantenutasi viva nella -tradizione popolare tedesca, prese una nuova forma -speciale sopra un nuovo oggetto; e non commetto quindi -nessun arbitrio, quando ricerco pure nel demonio delle -patate una prova della persistenza che hanno i miti -ariani nella loro stessa varietà. Egli era, per lo stesso -principio critico, che, or sono ben sei anni, da questa -stessa cattedra, discorrendo del ciclo epico Carolingio, -io, pure nell'ammettere il concorso occasionale di nuovi -elementi storici francesi alla formazione dell'epopea Carolingia, -osai riscontrare i nuovi eroi medioevali coi loro -antichi fratelli mitici indiani. Lasciate che critici di mala -fede vengano a provocare le risa del volgo con la stolida -<span class="pagenum" id="Page_333">[333]</span> -accusa che tutte le tradizioni popolari odierne siano da -noi spiegate coi soli miti vedici, dai quali, secondo -essi, li facciamo immediatamente discendere; con avversarii -di tal natura sarebbe sterile ogni lotta; ma, -questo m'importa bene che fermiate nella mente: che se -vi sono degli stadii diversi di forme mitologiche, vi -è continuità e identità di principio che le governa e ne -determina lo svolgimento. La difficoltà maggiore sta, -senza dubbio, nel determinare se un fatto mitico sia antico -o moderno, indigeno od importato; e, in tale ricerca, -spesso l'acume dello storico delle mitologie non basta, -poichè mancano ancora a questa storia segreta del -genere umano, contenuta ne' miti, troppi documenti; -ma, se non si può sempre determinare la provenienza -d'un fatto mitico, la sua sostanza mitica non può essere -contestata se non dalla molta mala fede o dalla molta -ignoranza degli ostinati oppositori della Mitologia comparata. -Accettando, pertanto, in massima il principio stabilito -dal professor Kuhn nella sua dotta dissertazione, -per temperare l'opinione che gli parve un poco troppo -assoluta del professor Max Müller, il quale poneva l'origine -de' miti nella sola sede originaria asiatica della stirpe -indo-europea, parmi che convenga, anzi tutto, fare una -distinzione molto viva tra i miti primarii ed i miti secondarii; -i miti primarii, o espliciti od in germe, furono portati -tutti dalle sedi asiatiche in Occidente; inoltre, nello -stadio de' miti secondarii, per quanto lontani ed isolati, -vuolsi riconoscere sempre una stessa legge o meglio un -complesso di leggi, di formazione mitica, legge o complesso -di leggi, in cui trova la sua ragione scientifica la -Mitologia comparata, e senza la quale essa riuscirebbe -ad uno studio vano e capriccioso. -</p> - -<p> -Con tale opinione ch'io sono venuto formandomi intorno -alla scienza che qui ci occupa, io non vi renderò -<span class="pagenum" id="Page_334">[334]</span> -altra ragione del metodo che, in questo primo corso di Mitologia -vedica, mi è sembrato di dover seguire. La mitologia -vedica somiglia tuttora ad un vasto mosaico senza disegno -composto di pietre preziose. Io ho tentato di dare una -prima distribuzione critica alla materia, classificando, -in letture distinte, gli Dei più eminenti dell'Olimpo vedico. -Incominciai col dimostrarvi come, da prima, le -sole forze della natura fossero cantate col loro proprio -nome, come dalla poesia che le cantava siasi naturalmente -disegnata la prima mitologia, ossia come sopra i fenomeni -celesti siano nati gli Eroi divini. Tentai quindi indicare -quale fosse il principale fenomeno rappresentato -dal Dio eroico, e come da questa figura divina, per un -concepimento più largo, più grandioso, più universale -della totalità de' fenomeni celesti, sia sorto, dopo il Dio -eroico, il Dio astratto o metafisico; ma di questo stesso -Dio metafisico tentai pure determinare il limite fisico probabile, -sopra il quale s'innalzò; così che per noi rimarrebbe, -dalla caratteristica che abbiamo data agli Dei vedici, -persuaso che tutta la mitologia vedica ne' suoi tre -stadii ha un solo fondamento fisico, e che la fisica, la -quale muove gli Dei vedici, è la sola fisica celeste. Nella -brevità de' limiti concessi a queste mie letture, io non -potei recare nè molte nozioni nuove, e nè pure tutte le -nozioni già aperte agli studiosi vedisti intorno agli Dei dell'Olimpo -vedico; ma spero bene aver fatto abbastanza per -rilevare e stabilire di ciascun Dio il suo carattere eminente, -come desidero non essermi ingannato in quelle nuove -interpretazioni che ho cercato proporvi di certi nomi e -fatti mitici. S'io avessi inteso a divertirvi con una pomposa -descrizione dell'Olimpo vedico, l'India non mi avrebbe -negato i suoi colori per farvene una splendida rappresentazione. -Ma, se mi lusingherei che m'avreste prestato -più fida e più animata attenzione, sentirei vergogna di -<span class="pagenum" id="Page_335">[335]</span> -me stesso, ove, per raccogliere fugacemente un vantaggio -artistico, fossi venuto a tradire un mio grave dovere come -studioso. Un poeta potrebbe certamente con gli Dei del -<i>Rigveda</i> comporre un panteon glorioso, e riempirlo -d'armonia e di luce; ma pel critico, che attraversa gl'Inni -vedici, questa luce e quest'armonia non appaiono punto -costanti; vi sono sprazzi di luce, vi sono momenti di serena -tranquillità; ma, al di fuori dell'idillio degli Açvin -e dell'Aurora, e delle battaglie d'Indra, nessuna impresa -mitica si trova illuminata nel <i>Rigveda</i> di piena luce, -onde, facendo parlare il solo testo, vi possiate appassionare -per quegli Dei; alla lirica vedica mancò il suo epico -Omero; e tra i poeti vedici e gli ellenici corre questa -differenza, che i primi sono in atto di creare i loro Dei, -i secondi già intenti ad ornarli; se il mondo vedico si -fosse potuto continuare, in modo immediato, nell'India -gangetica, forse que' stessi poeti che scrissero il <i>Râmâyana -</i>ed il <i>Mahâbhârata</i> sarebbero riusciti, con la loro -mirabile potenza artistica, a completarci in modo più -grandioso e poetico la figura degli Dei vedici; ma questo -secondo periodo di elaborazione mitologica per mezzo -dell'arte mancò all'India; fra il periodo lirico delle tribù -e il periodo epico delle caste corre uno spazio di tempo -enorme, nel quale i miti vedici o si pèrdono o si corrompono; -quando il <i>Râmâyana</i> ed il <i>Mahâbhârata</i> furono -scritti, alla società patriarcale vedica era già sottentrata -la società castale brâhmanica, e coi moncherini -degli Dei vedici s'erano già fabbricati e collocati molto -visibilmente, in forme strane, grottesche ed immobili, -sopra la terra, idoli giganteschi e mostruosi. La mitologia -vedica può quindi constare di soli bei frammenti; -mia industria presente fu di dare a tali frammenti qualche -ordine logico, e di argomentare a quale intiero -organismo divino un tal frammento possa ricongiungersi -<span class="pagenum" id="Page_336">[336]</span> -nella storia de' miti, ossia in quale famiglia mitica abbia -trovato il suo più probabile svolgimento. Fu lavoro delicato -e, lo confesso, pieno di pericoli; ma non sarà, -io spero, di vergogna a me l'averlo tentato, nè d'intiero -perditempo a voi l'aver tenuto dietro a queste indagini, -sopra un terreno ancora tutto ingombro di sassi -e di spine, ma dove non vi è viaggiatore volonteroso -che non possa incontrar qualche fiore. -</p> - -<p class="pad2 center large"> -FINE. -</p> - -<div class="chapter"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_337">[337]</span> -</p> - -<h2 id="indalf">INDICE ALFABETICO -<span class="smaller">de' Nomi e delle Cose principali che si contengono -nelle presenti Letture.</span></h2> -</div> - -<div class="alfab"> -<h3> -A -</h3> - -<p> -Ab-ovo, pag. <a href="#Page_127">127</a>. -</p> - -<p> -Acciecato (il sole Bhaga), <a href="#Page_81">81</a>, <a href="#Page_165">165</a>, <a href="#Page_212">212</a>, <a href="#Page_213">213</a>, <a href="#Page_215">215</a>, <a href="#Page_220">220</a>. -</p> - -<p> -Accipiter, <a href="#Page_145">145</a>. -</p> - -<p> -Acqua, <a href="#Page_46">46</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_49">49</a>, <a href="#Page_75">75</a>, <a href="#Page_78">78</a>, <a href="#Page_119">119</a>, <a href="#Page_120">120</a>, <a href="#Page_121">121</a>, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_125">125-143</a>, <a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_176">176</a>, -<a href="#Page_203">203</a>, <a href="#Page_212">212</a>, <a href="#Page_216">216</a>, <a href="#Page_231">232</a>, <a href="#Page_233">233</a>, <a href="#Page_235">235</a>, <a href="#Page_238">238</a>, <a href="#Page_239">239</a>, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_280">280</a>, <a href="#Page_281">281</a>, <a href="#Page_292">292</a>, <a href="#Page_299">299</a>, -<a href="#Page_321">321</a>, <a href="#Page_322">322</a>, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -Adamo, <a href="#Page_111">111</a>, <a href="#Page_219">219</a>, <a href="#Page_236">236</a>, <a href="#Page_237">237</a>. -</p> - -<p> -Aditi, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_46">46</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_77">77</a>, <a href="#Page_80">80</a>, <a href="#Page_87">87</a>, <a href="#Page_106">106</a>, <a href="#Page_172">172</a>, <a href="#Page_195">195</a>, <a href="#Page_196">196</a>, <a href="#Page_197">197</a>, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_252">252</a>, -<a href="#Page_254">254</a>, <a href="#Page_302">302</a>. -</p> - -<p> -Âdityâs, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_87">87</a>, <a href="#Page_195">195</a>, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_254">254</a>, <a href="#Page_302">302</a>, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -Adri, <a href="#Page_115">115</a>. -</p> - -<p> -Afrodite, <a href="#Page_145">145</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_194">194</a>, <a href="#Page_218">218</a>. -</p> - -<p> -Agastya, <a href="#Page_159">159</a>. -</p> - -<p> -Ag'a, <a href="#Page_275">275</a>. -</p> - -<p> -Agni, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_85">85</a>, <a href="#Page_109">109</a>, <a href="#Page_123">124</a>, <a href="#Page_125">125</a>, <a href="#Page_128">128</a> (correggasi garbhah), <a href="#Page_133">133</a>, <a href="#Page_134">134</a>, <a href="#Page_140">140</a>, -<a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_155">155</a>, <a href="#Page_196">196</a>, <a href="#Page_242">242</a>, <a href="#Page_266">266</a>, <a href="#Page_271">271</a>, <a href="#Page_276">276</a>, <a href="#Page_295">295</a>, <a href="#Page_305">305</a>, <a href="#Page_314">314</a>, -<a href="#Page_321">321</a>, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -Ago meraviglioso, <a href="#Page_98">98</a>. -</p> - -<p> -Ag'o Bhaga, <a href="#Page_119">119</a>. -</p> - -<p> -Agonj, <a href="#Page_109">109</a>. -</p> - -<p> -Ahanî, <a href="#Page_46">46</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_66">66</a>. -</p> - -<p> -Ahalyâ, <a href="#Page_192">192</a>, <a href="#Page_193">193</a>, <a href="#Page_194">194</a>. -</p> - -<p> -Ahi mostro trattenitore, e l'avaro dell'adagio popolare italiano, <a href="#Page_18">18</a>, -<a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_202">202</a>, <a href="#Page_266">266</a>. -</p> - -<p> -Ahuramazda, <a href="#Page_249">249</a>, <a href="#Page_254">254</a>. -</p> - -<p> -Aksha, <a href="#Page_139">139</a>. (Cfr. quello che si dice nell'<i>Indice</i>, pag. <a href="#Page_144">344</a>, sotto la -<span class="pagenum" id="Page_338">[338]</span> -voce <i>Div</i>, intorno al valore di <i>lusingare cogli occhi</i>, che ha in -russo questa radice.) -</p> - -<p> -Akshakâmâs, <a href="#Page_136">136</a>. -</p> - -<p> -Alba, <a href="#Page_57">57</a>, <a href="#Page_207">207</a>. -</p> - -<p> -Albero di Natale, <a href="#Page_110">110</a>, <a href="#Page_145">145</a>; fuoco nato dalla punta degli alberi, <a href="#Page_111">111</a>, -<a href="#Page_114">114</a>, <a href="#Page_115">115</a>. -</p> - -<p> -Albero paradisiaco e cosmogonico, <a href="#Page_241">241</a>, <a href="#Page_289">289</a>, <a href="#Page_292">292</a>. -</p> - -<p> -Ali dei venti, <a href="#Page_150">150</a>. -</p> - -<p> -Allievo del diavolo, <a href="#Page_169">169</a>, <a href="#Page_172">172</a>, <a href="#Page_173">173</a>, <a href="#Page_174">174</a>. -</p> - -<p> -Amari Michele citato, <i>Dedica</i>, <a href="#dedica">iii</a>. -</p> - -<p> -Amazzone vedica, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_69">69</a>, <a href="#Page_70">70</a>. -</p> - -<p> -Ambikâ, <a href="#Page_315">315</a>, <a href="#Page_317">317</a>, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<p> -Ambrosia, <a href="#Page_47">47</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_57">57</a>, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_106">106</a>, <a href="#Page_107">107</a>, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_173">173</a>, <a href="#Page_176">176</a>, <a href="#Page_177">177</a>, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_182">182</a>, <a href="#Page_190">190</a>, -<a href="#Page_198">198</a>, <a href="#Page_199">199</a>, <a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_241">241</a>, <a href="#Page_251">251</a> (umore ambrosiaco), <a href="#Page_259">259</a>, <a href="#Page_260">260</a>, <a href="#Page_281">281</a>. -</p> - -<p> -Amore, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_99">99</a>, <a href="#Page_100">100</a>, <a href="#Page_104">104</a>, <a href="#Page_153">153-158</a>, <a href="#Page_194">194</a>, <a href="#Page_218">218</a>, <a href="#Page_305">305</a>, <a href="#Page_308">308</a>, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Amuleto, <a href="#Page_172">172</a>. -</p> - -<p> -An, anala ed anila, <a href="#Page_147">147</a>; anemos, <a href="#Page_147">147</a>; anima, <a href="#Page_147">147</a>; immortalità dell'anima, -<a href="#Page_244">244-247</a>. -</p> - -<p> -Ananta, <a href="#Page_303">303</a>, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -Anavadyâ, <a href="#Page_137">137</a>. -</p> - -<p> -Ancora, <a href="#Page_219">219</a>, <a href="#Page_221">221</a>, <a href="#Page_222">222</a>. -</p> - -<p> -Andra, <a href="#Page_188">188</a>, <a href="#Page_189">189</a>. -</p> - -<p> -Añga, <a href="#Page_290">290</a>. -</p> - -<p> -Angeli, <a href="#Page_136">136</a>, <a href="#Page_243">243</a>. -</p> - -<p> -Añgiras, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_99">99</a>, <a href="#Page_104">104</a>, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_168">168</a>, <a href="#Page_290">290</a>, <a href="#Page_291">291</a>, <a href="#Page_296">296</a>. -</p> - -<p> -Anhro Mainyu, <a href="#Page_249">249</a>, <a href="#Page_250">250</a>. -</p> - -<p> -Animali mitici, <a href="#Page_38">38</a>, <a href="#Page_94">94</a>, <a href="#Page_117">117</a>, <a href="#Page_161">161</a>. -</p> - -<p> -Ança, <a href="#Page_76">76</a>. -</p> - -<p> -Antakâla, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Antar, Antara, Antari-ksha, <a href="#Page_188">188</a>, <a href="#Page_189">189</a>, <a href="#Page_190">190</a>, <a href="#Page_277">277</a>, <a href="#Page_289">289</a>, <a href="#Page_295">295</a>, <a href="#Page_304">304</a>. -</p> - -<p> -Anumati, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_95">95</a>, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_99">99</a>, <a href="#Page_101">101</a>, <a href="#Page_104">104</a>. -</p> - -<p> -Anyatahplaksha, <a href="#Page_141">141</a>. -</p> - -<p> -Apâd açirshâ, <a href="#Page_117">117</a>. -</p> - -<p> -Apâlâ, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_106">106</a>, <a href="#Page_173">173</a>, <a href="#Page_199">199</a>, <a href="#Page_211">211</a>. -</p> - -<p> -Apâm napât, <a href="#Page_120">120</a>. -</p> - -<p> -Apollo, <a href="#Page_228">228</a>. -</p> - -<p> -Apsarâs, <a href="#Page_64">64</a>, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_134">134-143</a>, <a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_193">193</a>, <a href="#Page_203">203</a>, <a href="#Page_288">288</a>. -</p> - -<p> -Ar, <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -Ara, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -Ârâ, <a href="#Page_83">83</a>. -</p> - -<p> -Aracne (Tela d') nella mitologia, <a href="#Page_51">51</a>, <a href="#Page_98">98</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_339">[339]</span> -</p> - -<p> -Arai, <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -Aramati, <a href="#Page_101">101</a>, <a href="#Page_102">102</a>. -</p> - -<p> -Aranî, <a href="#Page_109">109</a>, <a href="#Page_110">110</a>, <a href="#Page_117">117</a>, <a href="#Page_291">291</a>. -</p> - -<p> -Aranyânî, <a href="#Page_94">94</a>, <a href="#Page_95">95</a>, <a href="#Page_97">97</a>. -</p> - -<p> -Arbuda, <a href="#Page_201">201</a>. -</p> - -<p> -Arco ed arciere, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<p> -Ares, <a href="#Page_154">154-159</a>, <a href="#Page_230">230</a>. -</p> - -<p> -Arg', <a href="#Page_79">79</a>. -</p> - -<p> -Argo, <a href="#Page_192">192</a>. -</p> - -<p> -Arg'una, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_262">262</a>, <a href="#Page_263">263</a>, <a href="#Page_265">265</a>, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<p> -Arhant, <a href="#Page_288">288</a>. -</p> - -<p> -Ari, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -Arkatridhâtu, <a href="#Page_305">305</a>, <a href="#Page_307">307</a>. -</p> - -<p> -Armonia divina, <a href="#Page_91">91</a>, correggasi alla quinta linea: invece di <i>secondo -le quali</i>, leggasi <i>senza le quali</i>. -</p> - -<p> -Arpia, <a href="#Page_265">265</a>. -</p> - -<p> -Artemis, <a href="#Page_93">93</a>. -</p> - -<p> -Artisti vedici, <a href="#Page_172">172</a>, <a href="#Page_174">174</a>. -</p> - -<p> -Aruna-Arusha, <a href="#Page_261">261</a>. -</p> - -<p> -Arva, <a href="#Page_135">135</a>, <a href="#Page_139">139</a>. -</p> - -<p> -Aryaman, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_80">80</a>, <a href="#Page_81">81</a>, <a href="#Page_82">82</a>, <a href="#Page_87">87</a>. -</p> - -<p> -Açani, <a href="#Page_321">321</a>, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -Açman, <a href="#Page_115">115</a>, <a href="#Page_202">202</a>. -</p> - -<p> -Açu, <a href="#Page_162">162</a>. -</p> - -<p> -Açva: mobilità di questa voce, <a href="#Page_16">16</a>, <a href="#Page_59">59</a>, <a href="#Page_60">60</a>, <a href="#Page_61">61</a>, <a href="#Page_62">62</a>, <a href="#Page_162">162</a>, <a href="#Page_163">163</a>, <a href="#Page_172">172</a>, -<a href="#Page_206">206</a>. -</p> - -<p> -Açvahayo rathânâm, <a href="#Page_83">83</a>. -</p> - -<p> -Açvina, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -Açvin, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_63">63</a>, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_86">86</a>, <a href="#Page_101">101</a>, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_132">132</a>, <a href="#Page_138">138</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_164">164</a>, <a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_201">201</a>, -<a href="#Page_205">205-232</a>, <a href="#Page_235">235</a>, <a href="#Page_236">236</a>, <a href="#Page_238">238</a>, <a href="#Page_239">239</a>, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_263">263</a>, <a href="#Page_266">266</a>, <a href="#Page_269">269</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_315">315</a>, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -Asamati, <a href="#Page_49">49</a>. -</p> - -<p> -Ascetismo, <a href="#Page_295">295</a>, <a href="#Page_298">298</a>. -</p> - -<p> -Ascoli G. I. citato, <i>Dedica</i>, <a href="#dedica">vi</a>, <a href="#Page_26">26</a>, <a href="#Page_281">281</a>. -</p> - -<p> -Asino, <a href="#Page_135">135</a>, <a href="#Page_171">171</a>, <a href="#Page_259">259</a>. -</p> - -<p> -Asmodeo, <a href="#Page_225">225</a>. -</p> - -<p> -Asura ed Ahura, <a href="#Page_32">32</a>, <a href="#Page_249">249</a>, <a href="#Page_314">314</a>. -</p> - -<p> -Asurâs, <a href="#Page_197">197</a>, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_251">251-269</a>, <a href="#Page_308">308</a>. -</p> - -<p> -Asuratva, <a href="#Page_254">254</a>. -</p> - -<p> -Atman, <a href="#Page_147">147</a>, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_277">277</a>. -</p> - -<p> -Atmosfera, <a href="#Page_188">188</a>. -</p> - -<p> -Atri Saptavadhri, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_340">[340]</span> -</p> - -<p> -Atlante, <a href="#Page_127">127</a>, <a href="#Page_128">128</a>, <a href="#Page_273">273</a>, <a href="#Page_290">290</a>. -</p> - -<p> -Attonito, <a href="#Page_183">183</a>. -</p> - -<p> -Atharvan, <a href="#Page_117">117</a>. -</p> - -<p> -Athênê, <a href="#Page_71">71</a>, <a href="#Page_101">101</a>. -</p> - -<p> -Atithi, <a href="#Page_117">117</a>. -</p> - -<p> -Aurora, <a href="#Page_42">42</a>, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_50">50</a>, <a href="#Page_53">53</a>, <a href="#Page_55">55-72</a>, <a href="#Page_74">74</a>, <a href="#Page_75">75</a>, <a href="#Page_87">87</a>, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_89">89</a>, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_100">100</a>, <a href="#Page_102">102</a>, -<a href="#Page_116">116</a>, <a href="#Page_127">127</a>, <a href="#Page_137">137</a>, <a href="#Page_138">138</a>, <a href="#Page_140">140-143</a>, <a href="#Page_152">152</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_162">162</a>, <a href="#Page_164">164</a>, <a href="#Page_165">165</a>, <a href="#Page_169">169</a>, -<a href="#Page_180">180</a>, <a href="#Page_195">195</a>, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_206">206</a>, <a href="#Page_207">207</a>, <a href="#Page_209">209</a>, <a href="#Page_211">211</a>, <a href="#Page_214">214</a>, <a href="#Page_215">215</a>, <a href="#Page_238">238</a>, <a href="#Page_266">266</a>, <a href="#Page_269">269</a>, <a href="#Page_279">279</a>, -<a href="#Page_294">294</a>, <a href="#Page_319">319</a>, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -Aurnabhava, <a href="#Page_208">208</a>. -</p> - -<p> -Aushasî, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<p> -Autunno, <a href="#Page_317">317</a>, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<p> -Avaro che crepa: adagio mitico italiano, <a href="#Page_18">18</a>. -</p> - -<h3> -B -</h3> - -<p> -Bagat, <a href="#Page_81">81</a>. -</p> - -<p> -Bagnante (La), <a href="#Page_65">65</a>. -</p> - -<p> -Bahvaçva, <a href="#Page_138">138</a>, <a href="#Page_139">139</a>. -</p> - -<p> -Baka o Vaka, <a href="#Page_254">254</a>. -</p> - -<p> -Bakura o Vakura, <a href="#Page_253">253</a>. -</p> - -<p> -Bali Vairoc'ani, <a href="#Page_254">254</a>. -</p> - -<p> -Ballo e ballerine celesti, <a href="#Page_64">64</a>, <a href="#Page_135">135</a>, <a href="#Page_136">136</a>. -</p> - -<p> -Barh, <a href="#Page_285">285</a>. -</p> - -<p> -Bastone mitico, <a href="#Page_281">281</a>, <a href="#Page_291">291</a>. -</p> - -<p> -Battesimo e Diluvio, <a href="#Page_225">225-232</a>; Battesimo e Cresima, <a href="#Page_241">241</a>, <a href="#Page_242">242</a>; battesimo -e imposizione del nome, <a href="#Page_320">320</a>; porta via il male, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -Baudry Fed. citato, <i>Dedica</i>, <a href="#dedica">vi</a>, <a href="#Page_60">60</a>, <a href="#Page_188">188</a>. -</p> - -<p> -Beda, <a href="#Page_219">219</a>. -</p> - -<p> -Befana, <a href="#Page_12">12</a>, <a href="#Page_13">13</a>. -</p> - -<p> -Bellum, <a href="#Page_156">156</a>. -</p> - -<p> -Benedizione dei vecchi, <a href="#Page_81">81</a>. -</p> - -<p> -Benfey Teodoro citato, <a href="#Page_63">63</a>, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_189">189</a>, <a href="#Page_253">253</a>. -</p> - -<p> -Bhadiâ, <a href="#Page_195">195</a>. -</p> - -<p> -Bhaga, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_80">80</a>, <a href="#Page_81">81</a>, <a href="#Page_82">82</a>, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_102">102</a>, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -Bhag'ya, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -Bhava, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -Bhîma, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_158">158</a>, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_198">198</a>. -</p> - -<p> -Bhrâtar e Bhartar, <a href="#Page_238">238</a>. -</p> - -<p> -Bhug'yu, <a href="#Page_225">225</a>, <a href="#Page_226">226</a>, <a href="#Page_227">227</a>, <a href="#Page_230">230</a>. -</p> - -<p> -Bhr'igu, <a href="#Page_156">156</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_341">[341]</span> -</p> - -<p> -Bhûmî, <a href="#Page_39">39</a>, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_50">50</a>; il Bhûmideva, <a href="#Page_41">41</a>, <a href="#Page_49">49</a>, <a href="#Page_50">50</a>, <a href="#Page_53">53</a>. -</p> - -<p> -Bhûrig'anma, <a href="#Page_116">116</a>. -</p> - -<p> -Bhûs, <a href="#Page_280">280</a>. -</p> - -<p> -Bhuvas, <a href="#Page_280">280</a>. -</p> - -<p> -Bilancia funebre, <a href="#Page_245">245</a>. -</p> - -<p> -Bodhayantî, <a href="#Page_71">71</a>. -</p> - -<p> -Bog, <a href="#Page_76">76</a>. -</p> - -<p> -Bopp Francesco citato, <i>Dedica</i>, <a href="#dedica">iv</a>, <a href="#Page_vi">vi</a>. -</p> - -<p> -Bosco, <a href="#Page_109">109</a>. -</p> - -<p> -Bois, <a href="#Page_109">109</a>. -</p> - -<p> -Brahma, <a href="#Page_282">282</a>. -</p> - -<p> -Brahmac'ârin, <a href="#Page_260">260</a>, <a href="#Page_293">293</a>. -</p> - -<p> -Brahmac'odânî, <a href="#Page_83">83</a>. -</p> - -<p> -Brahmaloka, Indraloka, <a href="#Page_287">287</a>. -</p> - -<p> -Brahman, <a href="#Page_33">33</a>, <a href="#Page_78">78</a>, <a href="#Page_126">126</a>, <a href="#Page_163">163</a>, <a href="#Page_167">167</a>, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_191">191</a>, <a href="#Page_192">192</a>, <a href="#Page_193">193</a>, <a href="#Page_223">223</a>, <a href="#Page_226">226</a>, -<a href="#Page_249">249</a>, <a href="#Page_267">267</a>, <a href="#Page_270">270</a>, <a href="#Page_271">271</a>, <a href="#Page_273">273-298</a>, <a href="#Page_299">299</a>, <a href="#Page_304">304</a>, <a href="#Page_305">305</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_311">311</a>, <a href="#Page_319">319</a>, -<a href="#Page_320">320</a>, <a href="#Page_324">324</a>, <a href="#Page_325">325</a>. -</p> - -<p> -Brahmanaspati, <a href="#Page_33">33</a>, <a href="#Page_79">79</a>, <a href="#Page_167">167</a>, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_285">285-300</a>, <a href="#Page_311">311</a>. -</p> - -<p> -Brahmânda, <a href="#Page_126">126</a>, <a href="#Page_285">285</a>. -</p> - -<p> -Brahmanvantas, <a href="#Page_255">255</a> (nel suo significato primitivo, la parola potè -esprimere tanto i vasti, quanto i celesti). -</p> - -<p> -Brahmâstra, <a href="#Page_287">287</a>. -</p> - -<p> -Bréal Michele citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_vi">vi</a>, <a href="#Page_189">189</a>, <a href="#Page_203">203</a>. -</p> - -<p> -Brutta (La) divien bella, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_69">69</a>. -</p> - -<p> -Br'ih, <a href="#Page_294">294</a>. -</p> - -<p> -Br'ihadrathâ, <a href="#Page_61">61</a>. -</p> - -<p> -Br'ihaspati, <a href="#Page_285">285-300</a>. -</p> - -<p> -Buddha, <a href="#Page_328">328</a>. -</p> - -<p> -Buddhi, <a href="#Page_71">71</a>. -</p> - -<p> -Buddhismo in opposizione alle credenze vediche, <a href="#Page_246">246</a>. -</p> - -<p> -Buffalo, <a href="#Page_308">308</a>. -</p> - -<p> -Burnouf Eugenio citato, <a href="#Page_224">224</a>. -</p> - -<p> -Burro, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_57">57</a>, <a href="#Page_137">137</a>, <a href="#Page_282">282</a>. -</p> - -<p> -Busslaieff Teodoro citato, <i>Indice</i>, alla pag. <a href="#Page_344">344</a>, sotto la voce <i>Div</i>. -</p> - -<h3> -C -</h3> - -<p> -Caco, <a href="#Page_203">203</a>. -</p> - -<p> -Cagnolino di Bretzwill e di Bretten, scherzo discusso in tutta l'<i>Introduzione</i>, -<a href="#Page_1">1-10</a>. -</p> - -<p> -Calore e moto: la luce si distende, <a href="#Page_45">45</a>, <a href="#Page_278">278</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_342">[342]</span> -</p> - -<p> -Calvo, <a href="#Page_309">309</a>, <a href="#Page_310">310</a>, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -C'andra, <a href="#Page_93">93</a> (non <i>Candra</i>), <a href="#Page_105">105</a>, <a href="#Page_106">106</a>. -</p> - -<p> -C'andramas, <a href="#Page_105">105</a>, <a href="#Page_320">320</a>, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -Cani di Yama, <a href="#Page_239">239</a>, <a href="#Page_240">240</a>, <a href="#Page_242">242</a>; cani ululanti, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -Capre invece di <i>cavalli</i>, <a href="#Page_83">83</a>, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_275">275</a>. -</p> - -<p> -Capelli (del sole), <a href="#Page_309">309</a> (nella notte il capelluto diviene privo di capelli, -ossia calvo; il sole cedè il posto alla luna; e datosi alla -parola çipi il valore di organo della generazione, il <i>Çipivishta -</i>riuscì non solo il calvo, ma l'eunuco), <a href="#Page_314">314</a>, <a href="#Page_315">315</a>, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Carro degli Açvin, <a href="#Page_63">63</a>, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_101">101</a>, <a href="#Page_210">210</a>, <a href="#Page_233">232</a>. -</p> - -<p> -Carro dell'Aurora, <a href="#Page_61">61</a>, <a href="#Page_62">62</a>, <a href="#Page_63">63</a>, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_69">69</a>, <a href="#Page_89">89</a>. -</p> - -<p> -Carro del Sole, <a href="#Page_86">86</a>, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_89">89</a>. -</p> - -<p> -Carro del Vento, <a href="#Page_143">143</a>. -</p> - -<p> -Caste, <a href="#Page_282">282</a>. -</p> - -<p> -Cavallo, <a href="#Page_16">16</a>, <a href="#Page_59">59</a>, <a href="#Page_60">60</a>, <a href="#Page_61">61</a>, <a href="#Page_62">62</a>, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_133">133</a>, <a href="#Page_140">140</a>, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_158">158</a>, <a href="#Page_162">162</a>, <a href="#Page_172">172</a>, <a href="#Page_199">199</a>, <a href="#Page_203">203-232</a>, -<a href="#Page_273">273</a>. -</p> - -<p> -Cavalieri vedici, <a href="#Page_63">63</a>, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_205">205-232</a>. -</p> - -<p> -Ceppo natalizio, <a href="#Page_110">110</a>, <a href="#Page_111">111</a>. -</p> - -<p> -Cerbero, <a href="#Page_239">239</a>. -</p> - -<p> -Ceriani (Abate) citato, <a href="#Page_197">197</a>. -</p> - -<p> -Cervo, <a href="#Page_222">222</a>. -</p> - -<p> -Charites, <a href="#Page_128">128</a>. -</p> - -<p> -Chieri città, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_iv">iv</a>. -</p> - -<p> -Cicerone citato, <a href="#Page_183">183</a>. -</p> - -<p> -Cieco (vedi <i>Acciecato</i>). -</p> - -<p> -Cielo equivale <i>Dio</i>, <a href="#Page_34">34</a>; tutta la seconda Lettura, <a href="#Page_37">37-54</a>, <a href="#Page_74">74</a>, <a href="#Page_75">75</a>, <a href="#Page_76">76</a>, -<a href="#Page_77">77</a>, <a href="#Page_78">78</a>; il Re del cielo, <a href="#Page_79">79</a>, <a href="#Page_80">80</a>, <a href="#Page_163">163</a>, <a href="#Page_187">187</a>, <a href="#Page_188">188</a>, <a href="#Page_194">194</a>, <a href="#Page_195">195</a>, <a href="#Page_247">247</a>, <a href="#Page_279">279</a>, -<a href="#Page_288">288</a>, <a href="#Page_289">289</a>, <a href="#Page_292">292</a>, <a href="#Page_293">293</a>, <a href="#Page_294">294</a>, <a href="#Page_299">299</a>, <a href="#Page_314">314</a>. -</p> - -<p> -Cigni, <a href="#Page_141">141</a>, <a href="#Page_220">220</a>. -</p> - -<p> -Cinzia, <a href="#Page_93">93</a>. -</p> - -<p> -Cinghiale, <a href="#Page_314">314</a>. -</p> - -<p> -Ciro, <a href="#Page_111">111</a>, <a href="#Page_121">121</a>, <a href="#Page_197">197</a>. -</p> - -<p> -Città celesti, <a href="#Page_121">121</a>, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_138">138</a>. -</p> - -<p> -Citrabarhish, <a href="#Page_85">85</a>. -</p> - -<p> -Ciuffo, <a href="#Page_314">314</a>, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -Colomba, <a href="#Page_145">145</a>, <a href="#Page_146">146</a>, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_219">219</a>, <a href="#Page_222">222</a>. -</p> - -<p> -Colombina di Casa Pazzi, <a href="#Page_146">146</a>, <a href="#Page_147">147</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_220">220</a>. -</p> - -<p> -Colori mitici, <a href="#Page_96">96</a>. -</p> - -<p> -Colori: unità e varietà de' colori nell'iride e nel linguaggio, <a href="#Page_261">261-265</a>. -</p> - -<p> -Coppe mitiche, <a href="#Page_176">176</a>, <a href="#Page_181">181</a>. -</p> - -<p> -Corsa mitica, <a href="#Page_61">61</a>, <a href="#Page_62">62</a>, <a href="#Page_63">63</a>, <a href="#Page_210">210</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_343">[343]</span> -</p> - -<p> -C'ornoje, <a href="#Page_262">262</a>. -</p> - -<p> -Corvo, <a href="#Page_186">186</a>. -</p> - -<p> -Cosmogonie, il fuoco primo nato, <a href="#Page_114">114</a>; cosmogonia biblica e vedica, -<a href="#Page_125">125</a>, <a href="#Page_132">132</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_216">216-232</a>, <a href="#Page_260">260</a>, <a href="#Page_270">270-298</a>. -</p> - -<p> -Cox G. W. citato, <i>Indice</i>, alla pag. <a href="#Page_346">346</a>, sotto la voce <i>Euristeo</i>. -</p> - -<p> -Creazione, <a href="#Page_275">275</a>, <a href="#Page_282">282</a>. -</p> - -<p> -Credenze popolari e superstiziose: loro valore scientifico, <a href="#Page_11">11</a>. -</p> - -<p> -Cremisino, <a href="#Page_261">261</a>. -</p> - -<p> -Crimilde, <a href="#Page_70">70</a>. -</p> - -<p> -Cristo, <a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_197">197</a>, <a href="#Page_218">218-224</a>, <a href="#Page_226">226</a>, <a href="#Page_230">230</a>, <a href="#Page_234">234</a>, <a href="#Page_235">235</a>, <a href="#Page_264">264</a>. -</p> - -<p> -Cuculo, <a href="#Page_130">130</a>. (Cfr. su questo animale mitico la <i>Zoological Mythology</i>, -e inoltre un dotto articolo che il barone O. Reinsberg von -Düringsfeld inserì nel primo supplemento della <i>Vossische Zeitung</i> -del 9 e 16 agosto 1874, intitolato: <i>Der Kukuk</i>.) -</p> - -<p> -C'umuri, <a href="#Page_252">252</a>. -</p> - -<p> -Cuoco celeste, <a href="#Page_308">308</a>. -</p> - -<p> -Curtius G. citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_iv">iv</a>. -</p> - -<p> -C'yavana, <a href="#Page_212">212</a>, <a href="#Page_213">213</a>, <a href="#Page_214">214</a>. -</p> - -<p> -Cyprinus, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<h3> -D -</h3> - -<p> -Dâ, dî, <a href="#Page_252">252</a>. -</p> - -<p> -Dadi, <a href="#Page_136">136</a>. -</p> - -<p> -Daksha, <a href="#Page_76">76</a>. -</p> - -<p> -Dalila, <a href="#Page_165">165</a>, <a href="#Page_236">236</a>. -</p> - -<p> -Dampatî, <a href="#Page_237">237</a>. -</p> - -<p> -Dânu, Dânavas, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_250">250-269</a>. -</p> - -<p> -Dânunaspati, <a href="#Page_251">251</a>. -</p> - -<p> -Dâsa, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_253">253</a>. -</p> - -<p> -Dasyu, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_253">253</a>. -</p> - -<p> -Debiti e crediti celesti, <a href="#Page_132">132</a>, <a href="#Page_137">137</a>, <a href="#Page_138">138</a>, <a href="#Page_139">139</a>. -</p> - -<p> -Dei, <a href="#Page_21">21-35</a>; gli Dei vedici sono stretti al fenomeno celeste, <a href="#Page_28">28</a>; gli -Dei vedici sono spesso moncherini, <a href="#Page_29">29</a>, <a href="#Page_30">30</a>; Dei grandi e piccoli, -<a href="#Page_30">30</a>; pluralità degli Dei vedici, <a href="#Page_31">31</a>, <a href="#Page_32">32</a>, <a href="#Page_271">271</a>; loro diverso -carattere, <a href="#Page_32">32</a>, <a href="#Page_33">33</a>; nati in cielo, <a href="#Page_45">45</a>; generati dall'aurora, <a href="#Page_67">67</a>; -svegliantisi con l'aurora, <a href="#Page_71">71</a>; si manifestano con la luna, <a href="#Page_107">107</a>; -generati e genitori, <a href="#Page_115">115</a>; come collettivo plurale non hanno -persona mitica distinta, <a href="#Page_128">128</a>; sensuali, <a href="#Page_135">135</a>, <a href="#Page_136">136</a>; Dei fisici, <a href="#Page_161">161</a>; -gli Dei e i Demonii, <a href="#Page_249">249-269</a>; Dei brâhmanici, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<p> -Delfo, <a href="#Page_228">228</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_344">[344]</span> -</p> - -<p> -Delfino, <a href="#Page_221">221-232</a>, <a href="#Page_241">241</a>. -</p> - -<p> -Dêmêtêr, <a href="#Page_39">39</a>. -</p> - -<p> -Demonii, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_167">167</a>, <a href="#Page_168">168</a>, <a href="#Page_169">169</a>, <a href="#Page_171">171</a>, <a href="#Page_174">174</a>, <a href="#Page_175">175</a>, <a href="#Page_183">183</a>, <a href="#Page_184">184</a>, <a href="#Page_240">240</a>, <a href="#Page_249">249-269</a>, <a href="#Page_332">332</a>. -</p> - -<p> -Desiderio, <a href="#Page_154">154-158</a>, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Deva, <a href="#Page_22">22</a>, <a href="#Page_23">23-30</a>; il <i>Deva</i> diventa Demonio, <a href="#Page_31">31</a>, <a href="#Page_184">184</a>; diverse sue stazioni -divine, <a href="#Page_33">33</a>; i <i>Devaputre</i>, <a href="#Page_41">41</a>; Devâs ed Asurâs, <a href="#Page_196">196</a>, <a href="#Page_250">250-269</a>, -<a href="#Page_308">308</a>. -</p> - -<p> -Dhâ, <a href="#Page_64">64</a>, <a href="#Page_65">65</a>. -</p> - -<p> -Dhâtar, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_87">87</a>, <a href="#Page_179">179</a>. -</p> - -<p> -Dhîg'avana, <a href="#Page_84">84</a>. -</p> - -<p> -Dhiyamg'inva (correggasi <i>dhiyamig'inva</i>), <a href="#Page_84">84</a>. -</p> - -<p> -Diana, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_94">94</a>. -</p> - -<p> -Dio, <a href="#Page_21">21-35</a>, <a href="#Page_163">163</a>, <a href="#Page_272">272</a>, <a href="#Page_332">332</a>. -</p> - -<p> -Dioscuri, <a href="#Page_63">63</a>, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_205">205-232</a>, <a href="#Page_235">235</a>. -</p> - -<p> -Dita di fata, <a href="#Page_95">95</a>, <a href="#Page_97">97</a>. -</p> - -<p> -Diti, Daitiyâs, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_230">230-269</a>. -</p> - -<p> -Diluvio, <a href="#Page_126">126</a>, <a href="#Page_216">216-232</a>, <a href="#Page_239">239</a>, <a href="#Page_278">278</a>. -</p> - -<p> -Distanza fra il cielo e la terra, <a href="#Page_247">247</a>. -</p> - -<p> -Dies, <a href="#Page_187">187</a>. -</p> - -<p> -Diespiter, <a href="#Page_187">187</a>. -</p> - -<p> -Div, storia di questa radice, <a href="#Page_22">22</a>, <a href="#Page_23">23</a> (alla pag. 23, riscontro col vedico -div «brillare,» il russo <i>divitj</i> «meravigliarsi;» l'illustre -cattedratico dell'Università di Mosca, Teodoro Busslaieff, storico -della lingua russa, al quale, nel suo recente passaggio per -Firenze, diedi a leggere sulle stampe la pag. 23, non solo si -degnò d'approvare, con l'autorità che gli compete, il mio -raffronto, ma soggiunse che <i>divitj</i> ha ancora in russo il significato -di guardare nell'espressione <i>nie diví na nievó</i>, che equivale -a <i>nie smatrì na nievó</i>, ossia: non guardarlo, non occuparti -di lui, e quello di <i>guardare con lusinga</i>, dicendosi delle -fanciulle che incominciano a fare all'amore. Questo senso che -la radice <i>div</i> ha di <i>brillare</i> in sanscrito, e di <i>meravigliare</i>, -<i>guardare con lusinga</i>, ed anche, semplicemente, <i>guardare</i>, in -russo, mi fa supporre l'identità originaria delle radici <i>div</i> e -<i>vid</i> composte con gli stessi elementi e di analogo significato), -<a href="#Page_138">138</a>. -</p> - -<p> -Divaspati, <a href="#Page_37">37</a>, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_52">52</a>, <a href="#Page_79">79</a>, <a href="#Page_187">187</a>, <a href="#Page_188">188</a>, <a href="#Page_189">189</a>, <a href="#Page_195">195</a>, <a href="#Page_293">293</a>, <a href="#Page_294">294</a>, <a href="#Page_295">295</a>, <a href="#Page_311">311</a>. -</p> - -<p> -Divodâsa, <a href="#Page_132">132</a>, <a href="#Page_138">138</a>. -</p> - -<p> -Donne e il vento, <a href="#Page_143">143</a>, <a href="#Page_144">144</a>; donne fatidiche, <a href="#Page_168">168</a>; donne liberate, -<a href="#Page_176">176</a>, <a href="#Page_202">202</a>, <a href="#Page_203">203</a>; demoniache, <a href="#Page_181">181</a>, <a href="#Page_252">252</a>. -</p> - -<p> -Draupadî, <a href="#Page_158">158</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_345">[345]</span> -</p> - -<p> -Duellum, <a href="#Page_156">156</a>. -</p> - -<p> -Dupuis citato, <a href="#Page_73">73</a>. -</p> - -<p> -Durgâ, <a href="#Page_156">156</a>. -</p> - -<p> -Duryodhana, <a href="#Page_171">171</a>. -</p> - -<p> -Dvar, <a href="#Page_156">156</a>. -</p> - -<p> -Dvish, <a href="#Page_155">155</a>, <a href="#Page_156">156</a>. -</p> - -<p> -Dvita, <a href="#Page_178">178</a>. -</p> - -<p> -Dyavâ-Bhûmî, <a href="#Page_48">48</a>. -</p> - -<p> -Dyavà-Pr'ithivî, <a href="#Page_46">46</a>, <a href="#Page_47">47</a>, <a href="#Page_48">48</a>. -</p> - -<p> -Dyu e Dyaus, <a href="#Page_37">37-54</a>, <a href="#Page_57">57</a>, <a href="#Page_79">79</a>, <a href="#Page_80">80</a>, <a href="#Page_85">85</a>, <a href="#Page_186">186</a>, <a href="#Page_187">187</a>, <a href="#Page_189">189</a>, <a href="#Page_196">196</a>, <a href="#Page_197">197</a>, <a href="#Page_208">208</a>, -<a href="#Page_262">262</a>, <a href="#Page_272">272</a>, <a href="#Page_303">303</a>, <a href="#Page_332">332</a>. -</p> - -<h3> -E -</h3> - -<p> -Ea, <a href="#Page_216">216</a>. -</p> - -<p> -Edipo, <a href="#Page_111">111</a>. -</p> - -<p> -Egitto, <a href="#Page_171">171</a>, <a href="#Page_173">173</a>, <a href="#Page_197">197</a>. -</p> - -<p> -Ekâshtakâ, <a href="#Page_195">195</a>. -</p> - -<p> -Ekata, <a href="#Page_178">178</a>. -</p> - -<p> -Elena, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_171">171</a>. -</p> - -<p> -Eolo, <a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_149">149</a>. (A proposito del vento erotico mattutino congiunto -con l'aurora, non si trascuri la stretta parentela ideale ed -etimologica fra <i>Eôs</i> ed <i>Eôlos</i>, che valgono <i>aurora</i> e <i>mattutino</i>, -ossia riferentesi all'aurora.) -</p> - -<p> -Epifanie, la festa dell'Epifania, <a href="#Page_12">12</a>, <a href="#Page_13">13</a>. -</p> - -<p> -Epopea carolingia, <a href="#Page_332">332</a>. -</p> - -<p> -Epopee brâhmaniche, <a href="#Page_335">335</a>. -</p> - -<p> -Equiria, <a href="#Page_158">158</a>. -</p> - -<p> -Equivoci, <a href="#Page_234">234</a>, <a href="#Page_269">269</a>, <a href="#Page_313">313</a>, <a href="#Page_319">319</a>, <a href="#Page_324">324</a>, <a href="#Page_330">330</a>. -</p> - -<p> -Erbe mitiche, <a href="#Page_38">38</a>, <a href="#Page_49">49</a>, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_130">130</a>, <a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -Ercole, <a href="#Page_128">128</a>, <a href="#Page_197">197</a>. -</p> - -<p> -Eredità mitica, <a href="#Page_14">14</a>. -</p> - -<p> -Erinni, <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -Eris, <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -Erode, <a href="#Page_121">121</a>, <a href="#Page_171">171</a>. -</p> - -<p> -Eroi mitici, <a href="#Page_163">163</a>, <a href="#Page_197">197</a>, <a href="#Page_203">203</a>. -</p> - -<p> -Eros, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_155">155</a>, <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_158">158</a>, <a href="#Page_194">194</a>, <a href="#Page_228">228</a>, <a href="#Page_230">230</a>. -</p> - -<p> -Eruditi bibliografi, <a href="#Page_5">5</a>. -</p> - -<p> -Eschilo, <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_185">185</a>. -</p> - -<p> -Esiodo, <a href="#Page_78">78</a>. -</p> - -<p> -Esperidi, <a href="#Page_127">127</a>, <a href="#Page_128">128</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_346">[346]</span> -</p> - -<p> -Età dell'oro, <a href="#Page_127">127</a>. -</p> - -<p> -Etimologie bizzarre, <a href="#Page_4">4</a>, <a href="#Page_9">9</a>, <a href="#Page_254">254</a>, <a href="#Page_264">264</a>, <a href="#Page_289">289</a>; etimologie del nome di -Indra, <a href="#Page_187">187</a>, <a href="#Page_188">188</a>, <a href="#Page_189">189</a>. -</p> - -<p> -Eunuco, <a href="#Page_309">309</a>, <a href="#Page_310">310</a>. -</p> - -<p> -Euristeo, <a href="#Page_128">128</a>. (Per questo, come per gli altri miti ellenici comparati -con gli ariani, lo studioso può attinger molta luce dal bel libro -del signor G. W. Cox, intitolato: <i>Mythology of the Arian Nations</i>.) -</p> - -<p> -Eva indiana, <a href="#Page_193">193</a>; Adamo ed Eva, <a href="#Page_219">219</a>, <a href="#Page_236">236</a>, <a href="#Page_237">237</a>. -</p> - -<h3> -F -</h3> - -<p> -Fabbro, falegname mitico, <a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_161">161-183</a>, <a href="#Page_297">297</a>, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Falco, <a href="#Page_117">117</a>, <a href="#Page_145">145</a>, <a href="#Page_177">177</a>. -</p> - -<p> -Fallico (Culto), <a href="#Page_106">106</a>, <a href="#Page_247">247</a>, <a href="#Page_277">277</a>, <a href="#Page_291">291</a>, <a href="#Page_309">309-311</a>, <a href="#Page_313">313-327</a>. -</p> - -<p> -Fanciulla di legno, <a href="#Page_97">97</a>. -</p> - -<p> -Fanciulli eroici scampati dalle acque, <a href="#Page_121">121</a>, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_197">197</a>, <a href="#Page_221">221-232</a>. -</p> - -<p> -Fanciullo reale, infante, delfino, <a href="#Page_229">229</a>, <a href="#Page_230">230</a>. -</p> - -<p> -Faraone, <a href="#Page_121">121</a>. -</p> - -<p> -Fede, <a href="#Page_100">100</a>, <a href="#Page_101">101</a>; Fede, Speranza e Carità, <a href="#Page_154">154</a>. -</p> - -<p> -Fenice vedica, <a href="#Page_134">134</a>, <a href="#Page_292">292</a>. -</p> - -<p> -<i>Fiat</i> biblico e vedico, <a href="#Page_280">280</a>. -</p> - -<p> -Fidius, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -Figlia del cielo, <a href="#Page_35">35</a>, <a href="#Page_50">50</a>, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_87">87</a>. -</p> - -<p> -Figlia del sole, <a href="#Page_63">63</a>, <a href="#Page_100">100</a>, <a href="#Page_210">210</a>. -</p> - -<p> -Figli del cielo, <a href="#Page_151">151</a>, <a href="#Page_207">207</a>. -</p> - -<p> -Figlio del falegname, <a href="#Page_170">170</a>. -</p> - -<p> -Figlio del vento, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_198">198</a>. -</p> - -<p> -Figlio della vedova, <a href="#Page_195">195</a>, <a href="#Page_196">196</a>. -</p> - -<p> -Figlio delle acque, <a href="#Page_120">120</a>. -</p> - -<p> -Figlio delle legna, <a href="#Page_110">110</a>. -</p> - -<p> -Figlio liberatore del padre, <a href="#Page_112">112</a>. -</p> - -<p> -Filo, <a href="#Page_119">119</a>. -</p> - -<p> -Filologia comparata, <a href="#Page_4">4</a>, <a href="#Page_5">5</a>. -</p> - -<p> -Filone citato, <a href="#Page_220">220</a>; Ecco le sue proprie parole, secondo l'antica -versione di Pierre Bellier, Paris, 1588: «Noé donc ayant -esté réputé digne non seulement d'estre exempt de la misère -et affliction commune, mais aussi d'estre l'autheur et le -commencement de la seconde génération des hommes, etc.» -</p> - -<p> -Fine del mondo, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Fiumi celesti, <a href="#Page_131">131</a>, <a href="#Page_133">133</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_347">[347]</span> -</p> - -<p> -Fiumi infernali, <a href="#Page_239">239</a>. -</p> - -<p> -Flechia Giovanni citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_vi">vi</a>. -</p> - -<p> -Foggini citato, <a href="#Page_219">219</a>. -</p> - -<p> -Fontane mitiche, <a href="#Page_38">38</a>, <a href="#Page_129">129</a>. -</p> - -<p> -Formaggio mitico, <a href="#Page_96">96</a>. -</p> - -<p> -Formica, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_130">130</a>. -</p> - -<p> -Forte inebbriato, <a href="#Page_198">198</a>. -</p> - -<p> -Fortunio, <a href="#Page_81">81</a>. -</p> - -<p> -Francolino, <a href="#Page_177">177</a>. -</p> - -<p> -Fratelli mitici, <a href="#Page_120">120</a>, <a href="#Page_181">181</a>, <a href="#Page_205">205-232</a>, <a href="#Page_235">235</a>, <a href="#Page_236">236</a>, <a href="#Page_237">237</a>, <a href="#Page_238">238</a>, <a href="#Page_263">263</a>, <a href="#Page_264">264</a>. -</p> - -<p> -Fucina celeste, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_71">71</a>, <a href="#Page_164">164</a>, <a href="#Page_165">165</a>. -</p> - -<p> -Fulmine: i fulminati, <a href="#Page_40">40</a>; fulmine d'Indra, <a href="#Page_69">69</a>, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_130">130</a>, <a href="#Page_174">174</a>, <a href="#Page_176">176</a>, -<a href="#Page_183">183-205</a>, <a href="#Page_307">307</a>; generatore del fuoco, <a href="#Page_114">114</a>; in che modo si suppone -sia nato, <a href="#Page_115">115</a>; fulmini dei Marut, <a href="#Page_151">151</a>; fulmine Saranyû, -<a href="#Page_156">156</a>; fulmine di Brahman, <a href="#Page_287">287</a>; fulmine di Rudra, <a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -Fuoco, <a href="#Page_75">75</a>, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_85">85</a>, <a href="#Page_109">109-124</a>, <a href="#Page_125">125</a>, <a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_146">146</a>, <a href="#Page_147">147</a>, <a href="#Page_152">152</a>, <a href="#Page_220">220</a>, <a href="#Page_244">244</a>, <a href="#Page_270">270</a>, -<a href="#Page_291">291</a>, <a href="#Page_292">292</a>, <a href="#Page_299">299</a>, <a href="#Page_305">305</a>, <a href="#Page_307">307</a>, <a href="#Page_321">321</a>, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<h3> -G -</h3> - -<p> -Gamba di ferro, <a href="#Page_211">211</a>. -</p> - -<p> -Gandharvâs, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_134">134-143</a>, <a href="#Page_148">148</a>. -</p> - -<p> -Gañgâ, <a href="#Page_131">131</a>. -</p> - -<p> -G'anaka, <a href="#Page_271">271</a>. -</p> - -<p> -Gardabha, <a href="#Page_135">135</a>. -</p> - -<p> -Garuda, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_155">155</a> (correggasi <i>Garuda</i> o <i>Garutmant</i>), <a href="#Page_302">302</a>. -</p> - -<p> -Garut, <a href="#Page_150">150</a>. -</p> - -<p> -Gârhapatya, <a href="#Page_244">244</a>. -</p> - -<p> -Gaupâyanàs, <a href="#Page_49">49</a>. -</p> - -<p> -Gaur mâtar, <a href="#Page_39">39</a>. -</p> - -<p> -Gautama, <a href="#Page_192">192</a>, <a href="#Page_193">193</a>. -</p> - -<p> -Gemelli, <a href="#Page_236">236</a>, <a href="#Page_237">237</a>, <a href="#Page_238">238</a>. -</p> - -<p> -Generazione, <a href="#Page_110">110</a>, <a href="#Page_291">291</a>, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -Germani, <a href="#Page_5">5</a>. -</p> - -<p> -Gesù bambino, <a href="#Page_110">110</a>; si salva attraverso le acque, <a href="#Page_121">121</a>; fanciullo, <a href="#Page_170">170</a>, -<a href="#Page_171">171</a>, <a href="#Page_197">197</a>. -</p> - -<p> -Ghoshâ, <a href="#Page_210">210</a>, <a href="#Page_211">211</a>. -</p> - -<p> -Ghritaçriyâ, Ghritapric'â, Ghritâvridhâ, <a href="#Page_48">48</a>. -</p> - -<p> -Giapeto, <a href="#Page_5">5</a>. -</p> - -<p> -Giona, <a href="#Page_230">230</a>. -</p> - -<p> -Giordano, <a href="#Page_144">144</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_348">[348]</span> -</p> - -<p> -Giove (padre, zio), <a href="#Page_51">51</a>; Giove parricida, <a href="#Page_111">111</a>; Giove cuculo, <a href="#Page_130">130</a>, -<a href="#Page_194">194</a>, <a href="#Page_262">262</a>; pluvio, <a href="#Page_191">191</a>, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -Giovenale citato, <a href="#Page_222">222</a>. -</p> - -<p> -Giovinezza (Acqua della), <a href="#Page_214">214</a>. -</p> - -<p> -Giritra e Giriçanta, <a href="#Page_315">315</a>. -</p> - -<p> -G'ishnu, <a href="#Page_303">303</a>. -</p> - -<p> -Giuliani G. B. citato, <a href="#Page_17">17</a>, <a href="#Page_111">111</a>. -</p> - -<p> -Giunone, <a href="#Page_130">130</a>, <a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_186">186</a>, <a href="#Page_187">187</a>, <a href="#Page_194">194</a>, <a href="#Page_262">262</a>. -</p> - -<p> -Giuochi celesti, <a href="#Page_136">136</a>, <a href="#Page_137">137</a>, <a href="#Page_138">138</a>, <a href="#Page_139">139</a>; gioco-gioia, giocare, brillare, <a href="#Page_138">138</a>. -</p> - -<p> -Giuseppe, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_171">171</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_197">197</a>. -</p> - -<p> -Gnâs, g'n'â, g'an, <a href="#Page_168">168</a>, <a href="#Page_181">181</a>. -</p> - -<p> -Go, <a href="#Page_39">39</a>, <a href="#Page_58">58</a>, <a href="#Page_59">59</a>, <a href="#Page_60">60</a>, <a href="#Page_151">151</a>, <a href="#Page_162">162</a>. -</p> - -<p> -Goldstücker professore citato, <a href="#Page_208">208</a>. -</p> - -<p> -Gomâtarâs, <a href="#Page_151">151</a>. -</p> - -<p> -Gopâs, <a href="#Page_306">306</a>. -</p> - -<p> -Gorresio Gaspare citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_vi">vi</a>. -</p> - -<p> -Govinda, <a href="#Page_303">303</a>. -</p> - -<p> -Gradivo, <a href="#Page_154">154</a>. -</p> - -<p> -Grazie, <a href="#Page_128">128</a>. -</p> - -<p> -Grimm Jacob citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_iv">iv</a>. -</p> - -<p> -Grünow F. W. editore citato, <a href="#Page_60">60</a>. -</p> - -<p> -Guerra (Il Dio della), <a href="#Page_154">154</a>. -</p> - -<p> -Guerrieri ed amanti, <a href="#Page_154">154-159</a>. -</p> - -<p> -Guidatore delle anime, il sole moribondo, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_86">86</a>, <a href="#Page_239">239</a>, <a href="#Page_240">240</a>, <a href="#Page_241">241</a>. -</p> - -<p> -Guidatrice di carri e di cavalli, <a href="#Page_60">60</a>, <a href="#Page_61">61</a>, <a href="#Page_62">62</a>. -</p> - -<p> -Guhya, <a href="#Page_276">276</a>. -</p> - -<p> -Guñgu: si spiega questa parola, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_95">95</a>. -</p> - -<p> -Guñguri, <a href="#Page_93">93</a>. -</p> - -<h3> -H -</h3> - -<p> -Haeckel citato, <a href="#Page_126">126</a>. -</p> - -<p> -Hanumant, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_230">230</a>. -</p> - -<p> -Hari: equivoci nati sopra questa voce, <a href="#Page_96">96</a>, <a href="#Page_261">261</a>; Harit, <a href="#Page_261">261</a>, <a href="#Page_266">266</a>. -</p> - -<p> -Harikeça, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Haritas, <a href="#Page_128">128</a>. -</p> - -<p> -Hartmann citato, <a href="#Page_60">60</a>. -</p> - -<p> -Heberer citato, <a href="#Page_7">7</a>. -</p> - -<p> -Hephaistos, <a href="#Page_165">165</a>. -</p> - -<p> -Hermeias, <a href="#Page_242">242</a>. -</p> - -<p> -Heyne Moritz citato, <a href="#Page_1">1</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_349">[349]</span> -</p> - -<p> -Hidimba, pag. 158, <a href="#Page_168">168</a>. -</p> - -<p> -Hiranya, <a href="#Page_290">290</a>. -</p> - -<p> -Hiranyabâhu, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Hiranyaçiprâs, <a href="#Page_314">314</a>. -</p> - -<p> -Hiranyagarbha, <a href="#Page_53">53</a>, <a href="#Page_125">125</a>, <a href="#Page_126">126</a>, <a href="#Page_127">127</a>, <a href="#Page_290">290</a>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Hiranyahasta, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -Hiranyavarttini, <a href="#Page_132">132</a>. -</p> - -<p> -Hirzel editore citato, <a href="#Page_1">1</a>. -</p> - -<p> -Hotar, <a href="#Page_116">116</a>. -</p> - -<p> -Hovelacque citato, <a href="#Page_281">281</a>. -</p> - -<h3> -I -</h3> - -<p> -Icadio, <a href="#Page_228">228</a>. -</p> - -<p> -Îç e viç, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Îça il Signore, <a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Îçâna il Signore, <a href="#Page_310">310</a>, <a href="#Page_320">320</a>, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -Îçvara il Signore, <a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Idâ, <a href="#Page_141">141</a>, <a href="#Page_224">224</a>. -</p> - -<p> -Idolatrie, <a href="#Page_25">25</a>, <a href="#Page_26">26</a>, <a href="#Page_31">31</a>. -</p> - -<p> -Ignis, <a href="#Page_109">109</a>. -</p> - -<p> -Immortali, <a href="#Page_246">246</a> (vedi <i>Anima</i>). -</p> - -<p> -Immobile assoluto, <a href="#Page_289">289</a> (questo immobile forma singolare contrasto -col <i>primo mobile</i> cosmogonico, e col proprio nome di Brahman), -<a href="#Page_290">290</a>. -</p> - -<p> -Imprecazioni, <a href="#Page_177">177</a>, <a href="#Page_178">178</a>. -</p> - -<p> -Incendio cosmico, <a href="#Page_118">118</a>. -</p> - -<p> -Incesti mitici, <a href="#Page_237">237</a>, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -Indraloka, Brahmaloka, <a href="#Page_287">287</a>, <a href="#Page_289">289</a>. -</p> - -<p> -Indiani, <a href="#Page_5">5</a>. -</p> - -<p> -Indovinelli mitici, <a href="#Page_46">46</a>, <a href="#Page_62">62</a>, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_201">201</a>. -</p> - -<p> -Indra, <a href="#Page_28">28</a>, <a href="#Page_37">37</a>, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_49">49</a>, <a href="#Page_52">52</a>, <a href="#Page_53">53</a>, <a href="#Page_57">57</a>, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_69">69</a>, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_77">77</a>, <a href="#Page_78">78</a>, <a href="#Page_80">80</a>, -<a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_89">89</a>, <a href="#Page_90">90</a>, <a href="#Page_106">106</a>, <a href="#Page_107">107</a>, <a href="#Page_115">115</a> (invece di: il <i>Dio Indra</i>, leggasi: <i>il -fulmine del Dio Indra</i>), <a href="#Page_119">119</a>, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_130">130</a>, <a href="#Page_132">132</a>, <a href="#Page_133">133</a>, <a href="#Page_135">135</a>, <a href="#Page_138">138</a>, -<a href="#Page_139">139</a>, <a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_149">149</a>, <a href="#Page_151">151</a>, <a href="#Page_152">152</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_155">155</a>, <a href="#Page_158">158</a>, <a href="#Page_159">159</a>, <a href="#Page_164">164</a>, <a href="#Page_167">167</a>, -<a href="#Page_172">172</a>, <a href="#Page_173">173</a>, <a href="#Page_174">174</a>, <a href="#Page_175">175</a>, <a href="#Page_176">176</a>, <a href="#Page_177">177</a>, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_180">180</a>, <a href="#Page_181">181</a>, <a href="#Page_182">182</a>, <a href="#Page_183">183-205</a>, -<a href="#Page_208">208</a>, <a href="#Page_209">209</a>, <a href="#Page_215">215</a>, <a href="#Page_255">255</a>, <a href="#Page_260">260</a>, <a href="#Page_262">262</a>, <a href="#Page_263">263</a>, <a href="#Page_264">264</a>, <a href="#Page_265">265</a>, <a href="#Page_269">269</a>, <a href="#Page_271">271</a>, <a href="#Page_276">276</a>, <a href="#Page_285">285</a>, -<a href="#Page_287">287</a>, <a href="#Page_300">300</a>, <a href="#Page_302">302</a>, <a href="#Page_303">303</a>, <a href="#Page_304">304</a>, <a href="#Page_305">305</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_307">307</a>, <a href="#Page_308">308</a>, <a href="#Page_311">311</a>, <a href="#Page_313">313</a>, <a href="#Page_314">314</a>, <a href="#Page_319">319</a>, -<a href="#Page_323">323</a>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Indrânî, <a href="#Page_203">203</a>. -</p> - -<p> -Indrapâna, <a href="#Page_133">133</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_350">[350]</span> -</p> - -<p> -Indraçatru, <a href="#Page_177">177</a>. -</p> - -<p> -Indravantas, <a href="#Page_151">151</a>. -</p> - -<p> -Indu, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_105">105</a>, <a href="#Page_106">106</a>, <a href="#Page_189">189</a>, <a href="#Page_190">190</a>. -</p> - -<p> -Inferno, <a href="#Page_245">245-249</a>, <a href="#Page_250">250</a>. -</p> - -<p> -Intontito, <a href="#Page_183">183</a>. -</p> - -<p> -Ish, <a href="#Page_155">155</a>, <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -Ishira, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -Ishma, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Ishu, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -Ishvâsa, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<h3> -J -</h3> - -<p> -Jacolliot L. citato, <a href="#Page_265">265</a> (correggasi <i>credulo</i> invece di <i>creduto</i>.) -</p> - -<p> -Japhet, <a href="#Page_5">5</a>. -</p> - -<p> -Johnston citato, <a href="#Page_221">221</a>. -</p> - -<p> -Jupiter, <a href="#Page_152">152</a>, <a href="#Page_185">185</a>, <a href="#Page_186">186</a>, <a href="#Page_187">187</a>. -</p> - -<h3> -K -</h3> - -<p> -Ka, <a href="#Page_269">269</a>, <a href="#Page_270">270</a>. -</p> - -<p> -Kabandha, <a href="#Page_251">251</a>, <a href="#Page_331">331</a>. -</p> - -<p> -Kakdarpa, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -Kakshîvant, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -Kâla, <a href="#Page_274">274</a>. -</p> - -<p> -Kâma, <a href="#Page_153">153-158</a>, <a href="#Page_270">270</a>, <a href="#Page_299">299</a>. -</p> - -<p> -Kâmadyû (la risplendente a suo piacere, l'aurora), <a href="#Page_210">210</a>. -</p> - -<p> -Kâmarûpa, <a href="#Page_250">250</a>. -</p> - -<p> -Kapardin, <a href="#Page_314">314</a>, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Kapeika, <a href="#Page_96">96</a>. -</p> - -<p> -Karmâra, <a href="#Page_297">297</a>. -</p> - -<p> -Karna, <a href="#Page_121">121</a>. -</p> - -<p> -Kàrttikeya, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Kaçyapa, <a href="#Page_270">270</a>, <a href="#Page_274">274</a>, <a href="#Page_281">281</a>, <a href="#Page_291">291</a>. -</p> - -<p> -Keçava, <a href="#Page_264">264</a>, <a href="#Page_266">266</a>. -</p> - -<p> -Kiessling professore citato, <a href="#Page_1">1</a>. -</p> - -<p> -Koehler Reinhold citato, <a href="#Page_5">5</a>. -</p> - -<p> -Kr'imi, <a href="#Page_261">261</a>. -</p> - -<p> -Kr'ishna, <a href="#Page_121">121</a>, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_262">262-269</a>, <a href="#Page_303">303</a>, <a href="#Page_330">330</a>. -</p> - -<p> -Kronos, <a href="#Page_274">274</a>. -</p> - -<p> -Kubâhû, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_95">95</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_351">[351]</span> -</p> - -<p> -Kuhn Adalberto citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_iv">iv</a>, <a href="#Page_vi">vi</a>, <a href="#Page_74">74</a>, <a href="#Page_116">116</a> (leggasi <i>feuers</i>), -<a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_185">185</a>, <a href="#Page_242">242</a>, <a href="#Page_328">328</a>, <a href="#Page_333">333</a>. -</p> - -<p> -Kuhû, spiegato per <i>Kubâhû</i>, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_95">95</a> (male stampato <i>Kuhñ</i> e <i>Kukû</i> invece di <i>Kuhû</i>). -</p> - -<p> -Kumâra, <a href="#Page_277">277-231</a>, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Kuntî, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_181">181</a>. -</p> - -<p> -Kurukshetra, <a href="#Page_141">141</a>, <a href="#Page_214">214</a>. -</p> - -<p> -Kuyava, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_266">266</a>. -</p> - -<p> -Kvanguri, <a href="#Page_95">95</a>. -</p> - -<h3> -L -</h3> - -<p> -Ladri (Dio dei), <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Lañkâ, <a href="#Page_168">168</a>. -</p> - -<p> -Larvæ, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_253">253</a>. -</p> - -<p> -Latte celeste, <a href="#Page_130">130</a>. -</p> - -<p> -Lazzaro, <a href="#Page_213">213</a>, <a href="#Page_234">234</a>. -</p> - -<p> -Lebbra mitica, <a href="#Page_211">211</a>. -</p> - -<p> -Legami funebri, <a href="#Page_234">234</a>, <a href="#Page_235">235</a>. -</p> - -<p> -Legumi mitici, <a href="#Page_96">96</a>. -</p> - -<p> -Lenormant Fr. citato, <a href="#Page_121">121</a>, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_216">216</a>, <a href="#Page_217">217</a>. -</p> - -<p> -Leone, <a href="#Page_117">117</a>. -</p> - -<p> -Letourneau citato, <a href="#Page_126">126</a>. -</p> - -<p> -Liñga, <a href="#Page_325">325</a>. -</p> - -<p> -Lingua d'Adamo, <a href="#Page_4">4</a>; linguaggio confidenziale adoperato col Dio -Agni, <a href="#Page_123">123</a>. -</p> - -<p> -Logos: analogie cosmogoniche vediche e bibliche, <a href="#Page_132">132</a>. -</p> - -<p> -Loth, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -Luciano citato, <a href="#Page_244">244</a>. -</p> - -<p> -Lucina, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_97">97</a>, <a href="#Page_241">241</a>. -</p> - -<p> -Lucrezio citato, <a href="#Page_51">51</a>, <a href="#Page_185">185</a>. -</p> - -<p> -Luna, <a href="#Page_75">75</a>, <a href="#Page_85">85</a>, <a href="#Page_86">86</a>, <a href="#Page_93">93-108</a>, <a href="#Page_134">134</a>, <a href="#Page_189">189</a>, <a href="#Page_206">206</a>, <a href="#Page_207">207</a>, <a href="#Page_228">228</a>, <a href="#Page_229">229</a>, <a href="#Page_235">235</a>, <a href="#Page_241">241</a>, -<a href="#Page_266">266</a>, <a href="#Page_299">299</a>, <a href="#Page_300">300</a>, <a href="#Page_301">301</a>, <a href="#Page_303">303</a>, <a href="#Page_304">304</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_310">310</a>, <a href="#Page_313">313</a>, <a href="#Page_314">314</a>, <a href="#Page_315">315</a>, <a href="#Page_316">316</a>, <a href="#Page_320">320</a>, -<a href="#Page_323">323</a>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Lunatici o maniaci, <a href="#Page_105">105</a>; la manìa è il turbamento del <i>manas</i>, del -quale Luno è signore o <i>Manaspati</i>. -</p> - -<p> -Lupo scongiurato, <a href="#Page_83">83</a>. -</p> - -<h3> -M -</h3> - -<p> -Mâ, man, mâs, mâsa, <a href="#Page_103">103</a>, <a href="#Page_104">104</a>. -</p> - -<p> -Madhukaça, <a href="#Page_290">290</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_352">[352]</span> -</p> - -<p> -Madonna delle Grazie, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_97">97</a>, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_99">99</a>, <a href="#Page_301">301</a>. -</p> - -<p> -Madre d'Indra, <a href="#Page_195">195</a>. -</p> - -<p> -Madre dei venti, <a href="#Page_43">43</a>. -</p> - -<p> -Maestà regia in Oriente, <a href="#Page_77">77</a>. -</p> - -<p> -Mago, <a href="#Page_165">165</a>, <a href="#Page_167">167</a>, <a href="#Page_174">174</a>, <a href="#Page_254">254</a>, <a href="#Page_287">287</a>. -</p> - -<p> -Mahâdeva, <a href="#Page_314">314-327</a>. -</p> - -<p> -Makha, <a href="#Page_214">214</a>. -</p> - -<p> -Mamers, <a href="#Page_154">154</a>. -</p> - -<p> -Manas, Manasig'a, Manaspati, <a href="#Page_104">104</a>. -</p> - -<p> -Mani (I), <a href="#Page_242">242</a>. -</p> - -<p> -Mani d'oro, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -Maniaci o lunatici, <a href="#Page_105">105</a>. -</p> - -<p> -Mannhardt citato, <a href="#Page_74">74</a>, <a href="#Page_332">332</a>. -</p> - -<p> -Manu, <a href="#Page_44">44</a>, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_104">104</a>, <a href="#Page_105">105</a>, <a href="#Page_223">223</a>, <a href="#Page_224">224</a>, <a href="#Page_226">226</a>, <a href="#Page_230">230</a>, <a href="#Page_231">231</a>, <a href="#Page_235">235</a>, <a href="#Page_239">239</a>, <a href="#Page_241">241</a>, <a href="#Page_278">278</a>; -</p> - -<p> -Manavas, Manug'âs?, <a href="#Page_104">104</a>. -</p> - -<p> -Manyu, <a href="#Page_276">276</a>. -</p> - -<p> -Mar Rosso, <a href="#Page_121">121</a>. -</p> - -<p> -Marte, <a href="#Page_154">154-159</a>. -</p> - -<p> -Martino, <a href="#Page_259">259</a>. -</p> - -<p> -Martins citato, <a href="#Page_126">126</a>. -</p> - -<p> -Martigny citato, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_219">219</a>, <a href="#Page_222">222</a>. -</p> - -<p> -Marut, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_129">129</a> (a pag. 150 per errore <i>Mrâutas</i> invece di <i>Marutas</i>), -<a href="#Page_143">143-161</a>, <a href="#Page_163">163</a>, <a href="#Page_164">164</a>, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_188">188</a>, <a href="#Page_190">190</a>, <a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_205">205</a>, <a href="#Page_269">269</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_307">307</a>, -<a href="#Page_314">314</a>, <a href="#Page_317">317</a>, <a href="#Page_319">319</a>, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -Marzo, mese ventoso, sacro a Marte, <a href="#Page_158">158</a>. -</p> - -<p> -Maschio, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_196">196</a>, <a href="#Page_260">260</a>, <a href="#Page_277">277</a>, <a href="#Page_282">282</a>, <a href="#Page_289">289</a>, <a href="#Page_292">292</a>. -</p> - -<p> -Matrimonii, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_80">80</a>, <a href="#Page_81">81</a>, <a href="#Page_82">82</a>, <a href="#Page_87">87</a>, <a href="#Page_97">97</a>. -</p> - -<p> -Max Müller citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_iv">iv</a>, <a href="#Page_vi">vi</a>, <a href="#Page_24">24</a>, <a href="#Page_49">49</a>, <a href="#Page_74">74</a>, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_101">101</a>, <a href="#Page_119">119</a>, <a href="#Page_140">140</a>, -<a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_270">270</a>, <a href="#Page_333">333</a>. -</p> - -<p> -Mâyâdhara, <a href="#Page_254">254</a>. -</p> - -<p> -Mâyinas, <a href="#Page_254">254</a>. -</p> - -<p> -Medea, <a href="#Page_70">70</a>. -</p> - -<p> -Medici celesti, <a href="#Page_132">132</a>. -</p> - -<p> -Medicina, <a href="#Page_214">214</a>, <a href="#Page_215">215</a>, <a href="#Page_315">315</a>, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -Melo, <a href="#Page_127">127</a>; le tre mele, <a href="#Page_128">128</a>; mele paradisiache, <a href="#Page_247">247</a>. -</p> - -<p> -Memoria, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_99">99</a>. -</p> - -<p> -Menagio citato, <a href="#Page_4">4</a>. -</p> - -<p> -Menelao, <a href="#Page_171">171</a>. -</p> - -<p> -Mensis, mese, misura, <a href="#Page_103">103</a>, <a href="#Page_104">104</a>. -</p> - -<p> -Mercurio, <a href="#Page_217">217</a>. -</p> - -<p> -Messaggieri celesti, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_116">116</a>, <a href="#Page_117">117</a>, <a href="#Page_118">118</a>, <a href="#Page_119">119</a>, <a href="#Page_240">240</a>, <a href="#Page_242">242</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_353">[353]</span> -</p> - -<p> -Messets, <a href="#Page_103">103</a>. -</p> - -<p> -Metempsicosi, <a href="#Page_245">245</a>. -</p> - -<p> -Metodo seguito, <a href="#Page_334">334</a>. -</p> - -<p> -Miele, <a href="#Page_48">48</a>. -</p> - -<p> -Milone, <a href="#Page_198">198</a>. -</p> - -<p> -Minerva, <a href="#Page_71">71</a>, <a href="#Page_101">101</a>, <a href="#Page_104">104</a>. -</p> - -<p> -Minos, <a href="#Page_105">105</a>. -</p> - -<p> -Miracoli, <a href="#Page_213">213</a>. -</p> - -<p> -Misteri fallici, <a href="#Page_290">290</a>, <a href="#Page_291">291</a>, <a href="#Page_292">292</a>, <a href="#Page_309">309</a>, <a href="#Page_310">310</a>, <a href="#Page_311">311</a>. -</p> - -<p> -Miti, loro ordine cronologico naturale, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_viii">viii</a>; loro realtà, -<a href="#Page_10">10</a>, <a href="#Page_11">11</a>, <a href="#Page_18">18</a>, <a href="#Page_19">19</a>; il popolo, creatore di miti, continua a crearne, -<a href="#Page_11">11</a>, <a href="#Page_15">15</a>, <a href="#Page_17">17</a>, <a href="#Page_18">18</a>; modo diverso con cui foggiarono i miti i Greci, -i Latini, gl'Italiani, gl'Indiani, <a href="#Page_15">15</a>, <a href="#Page_24">24</a>, <a href="#Page_25">25</a>, <a href="#Page_26">26</a>, <a href="#Page_27">27</a>, <a href="#Page_28">28</a>; miti -nati da similitudini, <a href="#Page_16">16</a>; i miti primitivi si hanno a studiare nel -cielo, <a href="#Page_35">35</a>; molteplicità degli oggetti mitici, <a href="#Page_75">75</a>; essenza primitiva -dei miti, <a href="#Page_91">91</a> (vedasi la correzione indicata in quest'Indice, -sotto la voce <i>Armonia divina</i>); elementi del mito, <a href="#Page_112">112</a>; -l'etimologia nei miti, <a href="#Page_162">162</a>; periodi mitici, <a href="#Page_163">163</a>, <a href="#Page_327">327</a> e seguenti; -sede relativa del mondo mitico, <a href="#Page_326">326</a>; nuovi miti, <a href="#Page_329">329</a> e seguenti. -</p> - -<p> -Mitologi (Vecchi), <a href="#Page_4">4</a>. -</p> - -<p> -Mitologia biblica e cristiana da studiarsi come l'ariana, <a href="#Page_121">121</a>, <a href="#Page_223">223</a>, <a href="#Page_231">231</a>. -</p> - -<p> -Mitologia brâhmanica, suo carattere speciale, <a href="#Page_27">27</a>, <a href="#Page_28">28</a>, <a href="#Page_29">29</a>, <a href="#Page_257">257</a>, <a href="#Page_258">258</a>, -<a href="#Page_327">327</a> e seguenti. -</p> - -<p> -Mitologia buddhistica, <a href="#Page_327">327</a>. -</p> - -<p> -Mitologia comparata, <a href="#Page_3">3</a>, <a href="#Page_5">5</a>, <a href="#Page_74">74</a>, <a href="#Page_328">328</a>. -</p> - -<p> -Mitologia scolastica, <a href="#Page_4">4</a>, <a href="#Page_26">26</a>, <a href="#Page_27">27</a>. -</p> - -<p> -Mitologia slava, <a href="#Page_198">198</a>. -</p> - -<p> -Mitologia solare, <a href="#Page_73">73</a>, <a href="#Page_74">74</a>. -</p> - -<p> -Mitologia vedica: suoi varii stadii, <a href="#Page_24">24</a>, <a href="#Page_25">25</a>, <a href="#Page_33">33</a>, <a href="#Page_35">35</a>, <a href="#Page_327">327</a> e seguenti; suo -carattere speciale, <a href="#Page_26">26</a>, <a href="#Page_27">27</a>, <a href="#Page_28">28</a>, <a href="#Page_29">29</a>; larghezza con la quale vuol -essere studiata, <a href="#Page_74">74</a>. -</p> - -<p> -Mitra, <a href="#Page_41">41</a>, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_52">52</a>, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_77">77</a>, <a href="#Page_80">80</a>, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_190">190</a>. -</p> - -<p> -Mond, <a href="#Page_103">103</a>. -</p> - -<p> -Mondo di là, <a href="#Page_241">241</a>; -</p> - -<p> -Moneta mitica, <a href="#Page_96">96</a>. -</p> - -<p> -Monoteismo e Politeismo, <a href="#Page_33">33</a>, <a href="#Page_34">34</a>, <a href="#Page_35">35</a>, <a href="#Page_257">257</a>, <a href="#Page_258">258</a>, <a href="#Page_259">259</a>. -</p> - -<p> -Montagne mitiche, <a href="#Page_115">115</a>, <a href="#Page_281">281</a>. -</p> - -<p> -Montanaro (Dio), <a href="#Page_315">315</a>. -</p> - -<p> -Montone, <a href="#Page_223">223</a>. -</p> - -<p> -Montfaucon citato, <a href="#Page_222">222</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_354">[354]</span> -</p> - -<p> -Moon, <a href="#Page_103">103</a>. -</p> - -<p> -Moralità o immoralità dei miti, a seconda degli interpreti, <a href="#Page_279">279</a>. -</p> - -<p> -Mosca-cieca, <a href="#Page_81">81</a>. -</p> - -<p> -Mosè, <a href="#Page_121">121</a>. -</p> - -<p> -Mostri, <a href="#Page_42">42</a>, <a href="#Page_105">105</a>, <a href="#Page_118">118</a>, <a href="#Page_121">121</a>, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_131">131</a>, <a href="#Page_152">152</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_158">158</a>, <a href="#Page_167">167</a>, <a href="#Page_168">168</a>, <a href="#Page_174">174</a>, -<a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_202">202</a>, <a href="#Page_225">225</a>, <a href="#Page_250">250-269</a>. -</p> - -<p> -Moto, <a href="#Page_45">45</a>, <a href="#Page_104">104</a>. -</p> - -<p> -Mudgala, <a href="#Page_247">247</a>. -</p> - -<p> -Muir John citato, <a href="#Page_30">30</a>, <a href="#Page_39">39</a>, <a href="#Page_78">78</a>, <a href="#Page_119">119</a>, <a href="#Page_208">208</a>, <a href="#Page_246">246</a>, e quindi molte altre -volte nel corso dell'opera. -</p> - -<p> -Mr'ityu o la Morte, <a href="#Page_239">239</a>. -</p> - -<h3> -N -</h3> - -<p> -Nala (Il giuoco di), <a href="#Page_139">139</a>. -</p> - -<p> -Nâman da g'n'aman, <a href="#Page_113">113</a>; imposizione del nome al fanciullo, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Namuc'i, <a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_266">266</a>. -</p> - -<p> -Nandana, <a href="#Page_247">247</a>. -</p> - -<p> -Nano, <a href="#Page_229">229</a>, <a href="#Page_302">302</a>. -</p> - -<p> -Napoleone I un mito, <a href="#Page_3">3</a>. -</p> - -<p> -Nâraka, <a href="#Page_248">248</a>. -</p> - -<p> -Nârâyana, <a href="#Page_281">281</a>. -</p> - -<p> -Nârî, <a href="#Page_195">195</a>. -</p> - -<p> -Nascimento triplice, <a href="#Page_241">241</a>. -</p> - -<p> -Nave dai cento remi, <a href="#Page_226">226</a>; arca e nave, <a href="#Page_230">230</a>, <a href="#Page_231">231</a>, <a href="#Page_292">292</a>. -</p> - -<p> -Nîla, <a href="#Page_261">261</a>. -</p> - -<p> -Nîlagrîva, <a href="#Page_315">315</a>. -</p> - -<p> -Nilo, <a href="#Page_121">121</a>. -</p> - -<p> -Ninfe, <a href="#Page_134">134-143</a>, <a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_193">193</a>, <a href="#Page_203">203</a>, <a href="#Page_262">262</a>. -</p> - -<p> -Nirr'iti, <a href="#Page_315">315</a>. -</p> - -<p> -Nirveshtita, <a href="#Page_310">310</a>. -</p> - -<p> -Nishiktapâs, <a href="#Page_306">306</a>. -</p> - -<p> -Nishtigri, <a href="#Page_195">195</a>. -</p> - -<p> -Nodhas, <a href="#Page_65">65</a>. -</p> - -<p> -Noè, <a href="#Page_217">217</a>, <a href="#Page_219">219</a>, <a href="#Page_220">220</a>, <a href="#Page_230">230</a>. -</p> - -<p> -Nomi che diventan Numi, e Numi che diventan nomi, <a href="#Page_35">35</a>. -</p> - -<p> -Nonio citato, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -Notte, <a href="#Page_42">42</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_62">62</a>, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_77">77</a>, <a href="#Page_79">79</a>, <a href="#Page_80">80</a>, <a href="#Page_94">94</a>, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_171">171</a>, <a href="#Page_174">174</a>, <a href="#Page_175">175</a>, <a href="#Page_216">216</a>, -<a href="#Page_236">236</a>, <a href="#Page_260">260</a>, <a href="#Page_302">302</a>, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Novelline popolari, <a href="#Page_5">5</a>, <a href="#Page_6">6</a>, <a href="#Page_120">120</a>, <a href="#Page_128">128</a>, <a href="#Page_141">141</a>, <a href="#Page_165">165</a>. (167, <a href="#Page_174">174</a>, <a href="#Page_176">176</a>, <a href="#Page_200">200</a>, -<a href="#Page_212">212</a>, <a href="#Page_307">307</a>, <a href="#Page_316">316</a>. Nella novellina popolare boema, togliendo tre -<span class="pagenum" id="Page_355">[355]</span> -capelli d'oro al vecchio <i>Vsieveda</i>, od <i>onnipossente</i>, il giovine -eroe piglia ogni forza contro il suo persecutore.) -</p> - -<p> -Nozioni terrestri che presuppone la creazione di un mito celeste, -<a href="#Page_112">112</a>. -</p> - -<p> -Nozze (Tempo di), <a href="#Page_97">97</a>; nozze celesti, <a href="#Page_100">100</a>, <a href="#Page_101">101</a>. -</p> - -<p> -Nuah, <a href="#Page_216">216</a>, <a href="#Page_217">217</a>. -</p> - -<p> -Numeri mitici, <a href="#Page_150">150</a>. -</p> - -<p> -Nuvola-barile, mito antico e moderno, <a href="#Page_17">17</a>, <a href="#Page_18">18</a>, <a href="#Page_251">251</a>, <a href="#Page_253">253</a>, <a href="#Page_331">331</a>; il -mostro della nuvola è un avaro: adagio italiano, <a href="#Page_18">18</a>; nuvole-montagne, -alberi, <a href="#Page_115">115</a>; nuvola-riviera, fiume, oceano, <a href="#Page_119">119</a>; -nuvole-ninfe, <a href="#Page_137">137</a>, <a href="#Page_144">144</a>. -</p> - -<h3> -O -</h3> - -<p> -Occhio ciclopico, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_165">165</a>. -</p> - -<p> -Occhio del trapassato va nel sole, <a href="#Page_240">240</a>. -</p> - -<p> -Odino, <a href="#Page_152">152</a>. -</p> - -<p> -Offenbach citato, <a href="#Page_2">2</a>. -</p> - -<p> -Ognissanti ed Ognidei, <a href="#Page_30">30</a>. -</p> - -<p> -Om: etimologia indiana di questa sillaba, <a href="#Page_9">9</a>. -</p> - -<p> -Oppiano citato, <a href="#Page_221">221</a>. -</p> - -<p> -Orienzio citato, <a href="#Page_222">222</a>. -</p> - -<p> -Oro prima creazione, <a href="#Page_290">290</a>. -</p> - -<p> -Ossa (Culto delle), <a href="#Page_246">246</a>. -</p> - -<p> -Ouranós, <a href="#Page_78">78</a>. -</p> - -<p> -Ovidio citato, <a href="#Page_329">329</a>. -</p> - -<h3> -P -</h3> - -<p> -Padre Eterno, <a href="#Page_286">286</a>. -</p> - -<p> -Pallade, <a href="#Page_71">71</a>. -</p> - -<p> -Pându, <a href="#Page_180">180</a>. -</p> - -<p> -Pâni, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_265">265</a>. -</p> - -<p> -Paradiso celeste, <a href="#Page_243">243-249</a>; sua sensualità, <a href="#Page_247">247</a>, <a href="#Page_250">250</a>, <a href="#Page_262">262</a>. -</p> - -<p> -Paradiso terrestre, <a href="#Page_127">127</a>. -</p> - -<p> -Parameçvara, il supremo Signore, <a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Paraninfi, <a href="#Page_101">101</a>, <a href="#Page_210">210</a>. -</p> - -<p> -Parâvr'ig, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -Parg'anya, <a href="#Page_39">39-43</a>, <a href="#Page_151">151</a>, <a href="#Page_182">182</a>, <a href="#Page_195">195</a>, <a href="#Page_274">274</a>, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Paride, <a href="#Page_121">121</a>. -</p> - -<p> -Parihastam, <a href="#Page_172">172</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_356">[356]</span> -</p> - -<p> -Parricidio mitico, <a href="#Page_111">111</a>, <a href="#Page_112">112</a>, <a href="#Page_120">120</a>, <a href="#Page_121">121</a>, <a href="#Page_195">195</a>. -</p> - -<p> -Parti (La proteggitrice de'), <a href="#Page_97">97</a>. -</p> - -<p> -Parola (vedi <i>Verbo</i>). -</p> - -<p> -Parvati, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -Passi (di Vishnu), <a href="#Page_304">304</a>, <a href="#Page_305">305</a>. -</p> - -<p> -Pastore celeste, <a href="#Page_82">82</a>, <a href="#Page_83">83</a>, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Pastorella celeste, <a href="#Page_60">60</a>. -</p> - -<p> -Paçupati, <a href="#Page_316">316</a>, <a href="#Page_321">321</a>, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -Pathirakshî, <a href="#Page_239">239</a>. -</p> - -<p> -Patate (Demonio delle), <a href="#Page_332">332</a>. -</p> - -<p> -Pavone, <a href="#Page_186">186</a>. -</p> - -<p> -Payasvatî, <a href="#Page_130">130</a>, <a href="#Page_137">137</a>. -</p> - -<p> -Peccato originale, <a href="#Page_111">111</a>, <a href="#Page_236">236</a>, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -Pecora, <a href="#Page_141">141</a>, <a href="#Page_275">275</a>. -</p> - -<p> -Pedanti vecchi e nuovi, <a href="#Page_4">4</a>, <a href="#Page_5">5</a>, <a href="#Page_6">6</a>. -</p> - -<p> -Pedone Lauriel editore citato, <a href="#Page_60">60</a>. -</p> - -<p> -Pedu, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -Pelasgi, <a href="#Page_14">14</a>. -</p> - -<p> -Pelle, <a href="#Page_166">166</a>, <a href="#Page_173">173</a>. -</p> - -<p> -Penitenza, Tapas, calore, <a href="#Page_192">192</a>, <a href="#Page_193">193</a>, <a href="#Page_195">195</a>, <a href="#Page_196">196</a>, <a href="#Page_247">247</a>, <a href="#Page_273">273</a>, <a href="#Page_274">274</a>, <a href="#Page_278">278</a>, <a href="#Page_286">286</a>, -<a href="#Page_289">289</a>, <a href="#Page_290">290</a>, <a href="#Page_293">293</a>, <a href="#Page_307">307</a>. -</p> - -<p> -Pentolaccia, <a href="#Page_171">171</a>. -</p> - -<p> -Perkun, <a href="#Page_39">39</a>, <a href="#Page_152">152</a>. -</p> - -<p> -Pernice, <a href="#Page_177">177</a>. -</p> - -<p> -Persefone, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_241">241</a>. -</p> - -<p> -Pescatori (gli Apostoli), <a href="#Page_218">218</a>. -</p> - -<p> -Pesce mitico, <a href="#Page_216">216-232</a>, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -Pietre mitiche, <a href="#Page_38">38</a>, <a href="#Page_115">115</a>, <a href="#Page_202">202</a>. -</p> - -<p> -Pignatta, <a href="#Page_171">171</a>. -</p> - -<p> -Pipru, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_266">266</a>. -</p> - -<p> -Pisello mitico, <a href="#Page_95">95</a>, <a href="#Page_96">96</a>. -</p> - -<p> -Pitaras, <a href="#Page_243">243</a>, <a href="#Page_244">244</a>, <a href="#Page_245">245</a>, <a href="#Page_246">246</a>, <a href="#Page_247">247</a>. -</p> - -<p> -Pitrè Giuseppe citato, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -Pitror upastha, <a href="#Page_47">47</a>. -</p> - -<p> -Plutone, <a href="#Page_168">168</a>, <a href="#Page_241">241</a>. -</p> - -<p> -Politeismo vedico, <a href="#Page_33">33</a>, <a href="#Page_34">34</a>, <a href="#Page_35">35</a>, <a href="#Page_257">257</a>, <a href="#Page_258">258</a>, <a href="#Page_259">259</a>. -</p> - -<p> -Pons, pontus, <a href="#Page_239">239</a>. -</p> - -<p> -Ponte, <a href="#Page_119">119</a>. -</p> - -<p> -Porte del cielo di Brahman, <a href="#Page_288">288</a>. -</p> - -<p> -Portitor, <a href="#Page_242">242</a>. -</p> - -<p> -Pradyaus, <a href="#Page_242">242</a>, <a href="#Page_247">247</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_357">[357]</span> -</p> - -<p> -Prag'âpati, <a href="#Page_33">33</a>, <a href="#Page_87">87</a>, <a href="#Page_100">100</a>, <a href="#Page_105">105</a>, <a href="#Page_118">118</a>, <a href="#Page_126">126</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_196">196</a>, <a href="#Page_255">255</a>, <a href="#Page_256">256</a>, <a href="#Page_260">260</a>, -<a href="#Page_269">269</a>, <a href="#Page_283">284</a>, <a href="#Page_289">289</a>, <a href="#Page_300">300</a>, <a href="#Page_311">311</a>, <a href="#Page_320">320</a>, <a href="#Page_321">321</a>, <a href="#Page_322">322</a>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Prâna, <a href="#Page_274">274</a>, <a href="#Page_275">275</a>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Pratna, <a href="#Page_209">209</a>. -</p> - -<p> -Preghiera vespertina, <a href="#Page_83">83</a>; il Re de' preganti, <a href="#Page_100">100</a>; Brahman e la preghiera, -<a href="#Page_285">285-300</a>. -</p> - -<p> -Preller citato, <a href="#Page_26">26</a>, <a href="#Page_27">27</a>. -</p> - -<p> -Pr'içnî, <a href="#Page_151">151</a>, <a href="#Page_317">317</a>, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<p> -Pr'ithivî terrena e celeste; la vasta terrena e la vasta celeste, <a href="#Page_39">39-54</a>, -<a href="#Page_57">57</a>, <a href="#Page_78">78</a>, <a href="#Page_79">79</a>, <a href="#Page_80">80</a>, <a href="#Page_85">85</a>, <a href="#Page_140">140</a>, <a href="#Page_162">162</a>, <a href="#Page_208">208</a>, <a href="#Page_285">285</a>, <a href="#Page_294">294</a>. -</p> - -<p> -Primavera, <a href="#Page_152">152</a>, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_180">180</a>, <a href="#Page_194">194</a>, <a href="#Page_220">220</a>, <a href="#Page_282">282</a>, <a href="#Page_319">319</a>. -</p> - -<p> -Primo mortale, <a href="#Page_236">236</a>, <a href="#Page_239">239</a>. -</p> - -<p> -Priyâni, <a href="#Page_65">65</a>. -</p> - -<p> -Procolo vedico, <a href="#Page_80">80</a>, <a href="#Page_87">87</a>. -</p> - -<p> -Profumi, <a href="#Page_135">135</a>, <a href="#Page_139">139</a>. -</p> - -<p> -Prometeo, <a href="#Page_185">185</a>. -</p> - -<p> -Proserpina, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_241">241</a>. -</p> - -<p> -Psiche, <a href="#Page_154">154</a>. -</p> - -<p> -Psychopompós, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_242">242</a>. -</p> - -<p> -Pur, <a href="#Page_289">289</a>. -</p> - -<p> -Puramdara, <a href="#Page_121">121</a>. -</p> - -<p> -Purohita, <a href="#Page_295">295</a>. -</p> - -<p> -Pururavas, <a href="#Page_139">139-143</a>, <a href="#Page_163">163</a>. -</p> - -<p> -Purusha, <a href="#Page_33">33</a>, <a href="#Page_53">53</a>, <a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_196">196</a>, <a href="#Page_260">260</a>, <a href="#Page_269">269-283</a>, <a href="#Page_289">289</a>, <a href="#Page_290">290</a>. -</p> - -<p> -Pûshan, <a href="#Page_47">47</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_52">52</a>, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_81">81</a>, <a href="#Page_82">82</a>, <a href="#Page_83">83</a>, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_85">85</a>, <a href="#Page_86">86</a>, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_100">100</a>, <a href="#Page_101">101</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_306">306</a>, -<a href="#Page_308">308</a>, <a href="#Page_314">314</a>, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Puttra o Putra, <a href="#Page_112">112</a>; Pûta, <a href="#Page_112">112</a>. -</p> - -<h3> -Q -</h3> - -<p> -Quaglia, <a href="#Page_199">199</a>. -</p> - -<p> -Quaresima, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_171">171</a>. -</p> - -<p> -Quintiliano, <a href="#Page_5">5</a>. -</p> - -<p> -Quirinus, <a href="#Page_158">158</a>. -</p> - -<h3> -R -</h3> - -<p> -Rag', rag'as, rag'asî, rag'an, <a href="#Page_79">79</a>, <a href="#Page_80">80</a>. -</p> - -<p> -Rag'anî, <a href="#Page_79">79</a>. -</p> - -<p> -Rag'aspati, Divaspati e Brahmanaspati, <a href="#Page_79">79</a>. -</p> - -<p> -Râkâ, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_95">95</a>, <a href="#Page_97">97</a>, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_99">99</a>, <a href="#Page_101">101</a>, <a href="#Page_104">104</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_358">[358]</span> -</p> - -<p> -Rakshas, <a href="#Page_202">202</a>, <a href="#Page_250">250</a>, <a href="#Page_269">269</a>. -</p> - -<p> -Rakshohan, <a href="#Page_118">118</a>, <a href="#Page_296">296</a>. -</p> - -<p> -Râma, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_168">168</a>, <a href="#Page_202">202</a>. -</p> - -<p> -Râvana, <a href="#Page_168">168</a>. -</p> - -<p> -Rebha, <a href="#Page_226">226</a>. -</p> - -<p> -Regnaud Paul citato, <a href="#Page_60">60</a>. -</p> - -<p> -Reinsberg O. citato, <i>Indice</i>, sotto la voce <i>Cuculo</i>. -</p> - -<p> -Renan Ernesto, <i>Dedica</i>, <a href="#dedica">i-ix</a>. -</p> - -<p> -R'ibhavas, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_172">172</a>, <a href="#Page_173">173</a>, <a href="#Page_174">174</a>, <a href="#Page_181">181</a>, <a href="#Page_182">182</a>, <a href="#Page_226">226</a>. -</p> - -<p> -Ribellione vedica, <a href="#Page_185">185</a>. -</p> - -<p> -Riccio di mare, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -Ricchezze dell'aurora, <a href="#Page_58">58</a>, <a href="#Page_61">61</a>, <a href="#Page_62">62</a>, <a href="#Page_65">65</a>. -</p> - -<p> -Risurrezione dei corpi, <a href="#Page_243">243</a>. -</p> - -<p> -Rochholtz, <a href="#Page_246">246</a>. -</p> - -<p> -Rodasî, <a href="#Page_46">46</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_49">49</a>. -</p> - -<p> -Rohinî, <a href="#Page_100">100</a>. -</p> - -<p> -Rohilah Sthâpati, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Romolo, <a href="#Page_111">111</a>, <a href="#Page_121">121</a>. -</p> - -<p> -Rosso di sera, <a href="#Page_56">56</a>, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_116">116</a>, <a href="#Page_164">164</a>, <a href="#Page_317">317</a>. -</p> - -<p> -Roth R. citato, <a href="#Page_84">84</a>, <a href="#Page_189">189</a>. -</p> - -<p> -Rudra, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_276">276</a>, <a href="#Page_277">277</a>, <a href="#Page_279">279</a>, <a href="#Page_300">300</a>, <a href="#Page_313">313-327</a>. -</p> - -<p> -Rudrau-Açvinau, <a href="#Page_315">315</a>, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<h3> -S -</h3> - -<p> -Çac'î, <a href="#Page_203">203</a>. -</p> - -<p> -Sacrificio del Dio, <a href="#Page_233">233-237</a>, <a href="#Page_272">272</a>, <a href="#Page_273">273</a>, <a href="#Page_282">282</a>, <a href="#Page_298">298</a>. -</p> - -<p> -Sadhûdevinî, <a href="#Page_137">137</a>. -</p> - -<p> -Sahasrâksha, <a href="#Page_186">186</a>. -</p> - -<p> -Sahasrayoni, <a href="#Page_192">192</a>. -</p> - -<p> -Sale, <a href="#Page_256">256</a>. -</p> - -<p> -Çambara, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_266">266</a>. -</p> - -<p> -Santi, <a href="#Page_243">243</a>. -</p> - -<p> -San Giovanni (rugiada di), <a href="#Page_45">45</a>; (fuochi di), <a href="#Page_147">147</a>. -</p> - -<p> -San Girolamo citato, <a href="#Page_223">223</a>. -</p> - -<p> -San Giuseppe, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_171">171</a>. -</p> - -<p> -San Gregorio citato, <a href="#Page_219">219</a>. -</p> - -<p> -San Michele (Arcangelo), <a href="#Page_245">245</a>. -</p> - -<p> -San Paolino, <a href="#Page_144">144</a>. -</p> - -<p> -Sansone, <a href="#Page_81">81</a>, <a href="#Page_165">165</a>, <a href="#Page_180">180</a>, <a href="#Page_197">197</a>, <a href="#Page_234">234</a>, <a href="#Page_236">236</a>, <a href="#Page_309">309</a>. -</p> - -<p> -Sant'Agostino citato, <a href="#Page_219">219</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_359">[359]</span> -</p> - -<p> -San'g'aya, <a href="#Page_303">303</a>. -</p> - -<p> -Çañkâra, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Çapharî, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -Sar, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -Sara, <a href="#Page_180">180</a>, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -Saramâ, <a href="#Page_239">239</a>, <a href="#Page_242">242</a>. -</p> - -<p> -Sarameyau, <a href="#Page_239">239</a>, <a href="#Page_242">242</a>. -</p> - -<p> -Saranyû, <a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_162">162</a>, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_180">180</a>. -</p> - -<p> -Saras, <a href="#Page_132">132</a>. -</p> - -<p> -Sarasvatî, <a href="#Page_130">130</a>, <a href="#Page_131">131</a>, <a href="#Page_132">132</a>, <a href="#Page_133">133</a>, <a href="#Page_137">137</a>, <a href="#Page_138">138</a>, <a href="#Page_139">139</a>, <a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_285">285</a>. -</p> - -<p> -Sarat, <a href="#Page_157">157</a>. -</p> - -<p> -Sarpa, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -Sarva e Çarva, <a href="#Page_317">317</a>, <a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_321">321</a>, <a href="#Page_322">322</a>, <a href="#Page_324">324</a>, <a href="#Page_325">325</a>. -</p> - -<p> -Satana, <a href="#Page_250">250</a>. -</p> - -<p> -Savitar, <a href="#Page_52">52</a>, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_81">81</a>, <a href="#Page_85">85</a>, <a href="#Page_86">86</a>, <a href="#Page_87">87</a>, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_100">100</a>, <a href="#Page_101">101</a>, <a href="#Page_102">102</a>, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_128">128</a>, <a href="#Page_173">173</a>, <a href="#Page_179">179</a>, -<a href="#Page_271">271</a>, <a href="#Page_272">272</a>, <a href="#Page_301">301</a>, <a href="#Page_305">305</a>. -</p> - -<p> -Sâvitrî, <a href="#Page_100">100</a>. -</p> - -<p> -Sayamâ, <a href="#Page_242">242</a>. -</p> - -<p> -Sâyana, <a href="#Page_63">63</a>, <a href="#Page_199">199</a>, <a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_210">210</a>, <a href="#Page_211">211</a>, <a href="#Page_251">251</a>. -</p> - -<p> -Sayonî, <a href="#Page_47">47</a>. -</p> - -<p> -Çayu, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -Scandinavi, <a href="#Page_5">5</a>. -</p> - -<p> -Schleicher Augusto citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_iv">iv</a>. -</p> - -<p> -Schweizer-Sidler professore citato, <a href="#Page_1">1</a>. -</p> - -<p> -Sciacallo, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -Secchia rapita, <a href="#Page_181">181</a>. -</p> - -<p> -Sega, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_171">171</a>. -</p> - -<p> -Selene, <a href="#Page_93">93</a>. -</p> - -<p> -Selva celeste, <a href="#Page_94">94</a>, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_171">171</a>, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Sentimento dell'antico e del divino nell'età nostra, <a href="#Page_2">2</a>. -</p> - -<p> -Çepa, <a href="#Page_309">309</a>, <a href="#Page_310">310</a>, <a href="#Page_313">313-327</a>. -</p> - -<p> -Serpente, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_130">130</a>, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_202">202</a>, <a href="#Page_225">225</a>, <a href="#Page_302">302</a>. -</p> - -<p> -Çesha, <a href="#Page_302">302</a>, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -Shelley citato, <a href="#Page_185">185</a>. -</p> - -<p> -Siegfried, <a href="#Page_69">69</a>. -</p> - -<p> -Signa, <a href="#Page_164">164</a>. -</p> - -<p> -Çikhandin, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -Çikhin, <a href="#Page_313">313</a>. -</p> - -<p> -Similitudini mitiche, <a href="#Page_16">16</a>. -</p> - -<p> -Simo, Simone, <a href="#Page_229">229</a>. -</p> - -<p> -Simorus, <a href="#Page_229">229</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_360">[360]</span> -</p> - -<p> -Sindhu, <a href="#Page_131">131</a>, <a href="#Page_133">133</a>, <a href="#Page_151">151</a>. -</p> - -<p> -Sindhumâtarâs, <a href="#Page_151">151</a>. -</p> - -<p> -Sinîvâlî, <a href="#Page_93">93</a>, <a href="#Page_95">95</a>, <a href="#Page_97">97</a>, <a href="#Page_99">99</a>, <a href="#Page_104">104</a>, <a href="#Page_302">302</a>. -</p> - -<p> -Çipi, Çibi, Çivi, <a href="#Page_313">313</a>. -</p> - -<p> -Çipivishta, <a href="#Page_308">308-311</a>, <a href="#Page_313">313-327</a>, <a href="#Page_330">330</a>. -</p> - -<p> -Çiprin, <a href="#Page_204">204</a>, <a href="#Page_266">266</a>, <a href="#Page_310">310</a>, <a href="#Page_313">313</a>, <a href="#Page_314">314</a>. -</p> - -<p> -Çipra, <a href="#Page_314">314</a>. -</p> - -<p> -Çiçna, <a href="#Page_247">247</a>. -</p> - -<p> -Çiçuka, <a href="#Page_229">229</a>. -</p> - -<p> -Çiçumâra, Çinçumâra, <a href="#Page_227">227-231</a>. -</p> - -<p> -Sîlâ, <a href="#Page_50">50</a>, <a href="#Page_101">101</a>, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_168">168</a>. -</p> - -<p> -Çiva, <a href="#Page_106">106</a>, <a href="#Page_240">240</a>, <a href="#Page_249">249</a>, <a href="#Page_276">276</a>, <a href="#Page_277">277</a>, <a href="#Page_285">285</a>, <a href="#Page_286">286</a>, <a href="#Page_300">300</a>, <a href="#Page_302">302</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_309">309</a>, <a href="#Page_313">313-327</a>. -</p> - -<p> -Skambha, <a href="#Page_273">273-299</a>. -</p> - -<p> -Skanda, <a href="#Page_230">230</a>. -</p> - -<p> -Slavi, <a href="#Page_5">5</a>. -</p> - -<p> -Smara e Smr'itî, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_99">99</a>, <a href="#Page_104">104</a>. -</p> - -<p> -Sogni (Mondo dei), <a href="#Page_233">233</a>, <a href="#Page_244">244</a>. -</p> - -<p> -Sole, <a href="#Page_63">63</a>, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_69">69</a>, <a href="#Page_73">73</a>, <a href="#Page_91">92</a>, <a href="#Page_102">102</a>, <a href="#Page_114">114</a>, <a href="#Page_115">115</a>, <a href="#Page_126">126</a>, <a href="#Page_127">127</a>, <a href="#Page_132">132</a>, <a href="#Page_134">134</a>, -<a href="#Page_140">140</a>, <a href="#Page_152">152</a>, <a href="#Page_169">169</a>, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_172">172</a>, <a href="#Page_173">173</a>, <a href="#Page_175">175</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_190">190</a>, <a href="#Page_206">206</a>, <a href="#Page_207">207</a>, <a href="#Page_209">209</a>, <a href="#Page_213">213</a>, -<a href="#Page_215">215</a>, <a href="#Page_228">228</a>, <a href="#Page_233">233</a>, <a href="#Page_234">234</a>, <a href="#Page_235">235</a>, <a href="#Page_236">236</a>, <a href="#Page_240">240</a>, <a href="#Page_242">242</a>, <a href="#Page_271">271</a>, <a href="#Page_272">272</a>, <a href="#Page_278">278</a>, <a href="#Page_281">281</a>, <a href="#Page_288">288</a>, -<a href="#Page_292">292</a>, <a href="#Page_299">299</a>, <a href="#Page_300">300</a>, <a href="#Page_301">301</a>, <a href="#Page_303">303</a>, <a href="#Page_304">304</a>, <a href="#Page_305">305</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_307">307</a>, <a href="#Page_308">308</a>, <a href="#Page_309">309</a>, <a href="#Page_313">313</a>, <a href="#Page_314">314</a>, -<a href="#Page_315">315</a>, <a href="#Page_316">316</a>, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Solino citato, <a href="#Page_229">229</a>. -</p> - -<p> -Soma, <a href="#Page_47">47</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_52">52</a>, <a href="#Page_68">68</a>, <a href="#Page_82">82</a>, <a href="#Page_85">85</a>, <a href="#Page_93">93-108</a>, <a href="#Page_123">123</a>, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_134">134</a>, <a href="#Page_136">136</a>, <a href="#Page_176">176</a>, <a href="#Page_177">177</a>, -<a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_182">182</a>, <a href="#Page_190">190</a>, <a href="#Page_197">197</a>, <a href="#Page_198">198</a>, <a href="#Page_199">199</a>, <a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_241">241</a>, <a href="#Page_259">259</a>, <a href="#Page_270">270</a>, <a href="#Page_301">301</a>, -<a href="#Page_305">305</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_308">308</a>, <a href="#Page_316">316</a>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Sorelle mitiche, <a href="#Page_42">42</a>, <a href="#Page_46">46</a>, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_209">209</a>, <a href="#Page_236">236</a>, <a href="#Page_237">237</a>, <a href="#Page_238">238</a>. -</p> - -<p> -Sparviere, <a href="#Page_177">177</a>. -</p> - -<p> -Spiritus Dei, Spiritus Sanctus, <a href="#Page_125">125</a>, <a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_145">145</a>, <a href="#Page_146">146</a>, <a href="#Page_147">147</a>, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_154">154</a>, -<a href="#Page_155">155</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_220">220</a>, <a href="#Page_253">253</a>, <a href="#Page_254">254</a>, <a href="#Page_275">275</a>, <a href="#Page_277">277</a>. -</p> - -<p> -Çraddhâ, <a href="#Page_99">99</a>, <a href="#Page_100">100</a>, <a href="#Page_154">154</a>. -</p> - -<p> -Çravasyu, nuova interpretazione, <a href="#Page_63">63</a>. -</p> - -<p> -Çrî, <a href="#Page_251">251</a>. -</p> - -<p> -Stalliere celeste, <a href="#Page_139">139</a>. -</p> - -<p> -Steinthal H. citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_iv">iv</a>. -</p> - -<p> -Strabone citato, <a href="#Page_191">191</a>. -</p> - -<p> -Strauss citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_vii">vii</a>. -</p> - -<p> -Streghe, <a href="#Page_11">11</a>, <a href="#Page_146">146</a>, <a href="#Page_169">169</a>; strega vedica, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -Stupire, stupido, <a href="#Page_183">183</a>. (Osservisi nel <i>Re Lear</i> di Shakespeare: la demenza -di Lear incomincia, quando la condotta delle sue figlie -desta in lui stupore.) -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_361">[361]</span> -</p> - -<p> -Sû, Siv, Syu, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_102">102</a>. -</p> - -<p> -Subandhu, <a href="#Page_49">49</a>. -</p> - -<p> -Sudhanvan, <a href="#Page_181">181</a>. -</p> - -<p> -Sukanyâ, <a href="#Page_214">214</a>. -</p> - -<p> -Çukra, <a href="#Page_251">251</a>. -</p> - -<p> -Sukr'it, supâni, svapas, <a href="#Page_167">167</a>. -</p> - -<p> -Sûnritâ, <a href="#Page_58">58</a>, <a href="#Page_61">61</a>, <a href="#Page_64">64</a>. -</p> - -<p> -Surâ, <a href="#Page_177">177</a>. -</p> - -<p> -Surâs, <a href="#Page_254">254</a>. -</p> - -<p> -Sûrya, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_81">81</a>, <a href="#Page_82">82</a>, <a href="#Page_87">87</a>, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_242">242</a>, <a href="#Page_304">304</a>, <a href="#Page_305">305</a>. -</p> - -<p> -Sûryâ, <a href="#Page_100">100</a>, <a href="#Page_101">101</a>. -</p> - -<p> -Çushna, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_251">251</a> (correggasi <i>umore ambrosiaco</i>), <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_266">266</a>. -</p> - -<p> -Sûtra, Sûnu, Sûta, <a href="#Page_98">98</a>. -</p> - -<p> -Svañguri, <a href="#Page_95">95</a>. -</p> - -<p> -Svarga, <a href="#Page_186">186</a>. -</p> - -<p> -Svasarasya putrî (possibile errore d'amanuense), <a href="#Page_67">67</a>. -</p> - -<p> -Svayambhû, <a href="#Page_274">274</a>, <a href="#Page_298">298</a>. -</p> - -<p> -Çvetî, <a href="#Page_263">263</a>. -</p> - -<h3> -T -</h3> - -<p> -Taksh, Tvaksh, Tvac', <a href="#Page_166">166</a>, <a href="#Page_176">176</a>. -</p> - -<p> -Tamohan, <a href="#Page_118">118</a>. -</p> - -<p> -Tapas, calore e penitenza, <a href="#Page_278">278</a>, <a href="#Page_307">307</a>, <a href="#Page_308">308</a>. -</p> - -<p> -Tartaro, <a href="#Page_239">239</a>. -</p> - -<p> -Tela d'Aracne, di Penelope, <a href="#Page_98">98</a>. -</p> - -<p> -Terra, <a href="#Page_39">39-54</a>; la madre terra, <a href="#Page_44">44</a>, <a href="#Page_51">51</a>; non ha tuttavia generato gli -Dei, <a href="#Page_45">45</a>; la terra negli Inni vedici non è Dea, <a href="#Page_50">50</a>. -</p> - -<p> -Tertulliano, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_222">222</a>. -</p> - -<p> -Teseo, <a href="#Page_69">69</a>. -</p> - -<p> -Tessitrici, <a href="#Page_98">98</a>, <a href="#Page_102">102</a>. -</p> - -<p> -Thor e Thunar, <a href="#Page_159">159</a>. -</p> - -<p> -Tigre, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -Titone, <a href="#Page_173">173</a>, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -Tobia e Tobiolo, <a href="#Page_220">220</a>. -</p> - -<p> -Torreblanca Fr. citato, <a href="#Page_225">225</a>. -</p> - -<p> -Toro, <a href="#Page_114">114</a>, <a href="#Page_117">117</a>, <a href="#Page_133">133</a>, <a href="#Page_223">223</a>, <a href="#Page_227">227</a>, <a href="#Page_230">230</a>, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -Tramonto, <a href="#Page_164">164</a>, <a href="#Page_233">233</a>. -</p> - -<p> -Trezza Gaetano citato, <a href="#Page_185">185</a>. -</p> - -<p> -Trimundio, <a href="#Page_44">44</a>. -</p> - -<p> -Trimûrtti, <a href="#Page_276">276</a>, <a href="#Page_285">285</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_316">316</a>, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_362">[362]</span> -</p> - -<p> -Trinità cristiana, <a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_276">276</a>, <a href="#Page_286">286</a>, <a href="#Page_299">299</a>. -</p> - -<p> -Trinità indiana, <a href="#Page_28">28</a>, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_155">155</a>, <a href="#Page_276">276</a>, <a href="#Page_277">277</a>, <a href="#Page_281">281</a>, <a href="#Page_285">285</a>, <a href="#Page_299">299</a>, <a href="#Page_300">300</a>, <a href="#Page_301">301</a>, <a href="#Page_305">305</a>, -<a href="#Page_316">316</a>, <a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Triçiras, <a href="#Page_179">179</a>. -</p> - -<p> -Trita, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_180">180</a>, <a href="#Page_191">191</a>, <a href="#Page_226">226</a>, <a href="#Page_296">296</a>. -</p> - -<p> -Trübner N. citato, <a href="#Page_60">60</a>. -</p> - -<p> -Tugarin, <a href="#Page_225">225</a>. -</p> - -<p> -Tugra, <a href="#Page_225">225</a>, <a href="#Page_226">226</a>, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -Tura Kâvasheya, <a href="#Page_274">274</a> (non <i>Kûvasheya</i>), <a href="#Page_275">275</a>. -</p> - -<p> -Turtle, tortoise, testuggine, <a href="#Page_280">280</a>, <a href="#Page_281">281</a>. -</p> - -<p> -Tvar, <a href="#Page_156">156</a>. -</p> - -<p> -Tvaritâ, <a href="#Page_156">156</a>. -</p> - -<p> -Tvashtar, <a href="#Page_53">53</a>, <a href="#Page_87">87</a>, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_90">90</a>, <a href="#Page_115">115</a>, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_149">149</a>, <a href="#Page_161">161-183</a>, <a href="#Page_184">184</a>, <a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_250">250</a>, -<a href="#Page_255">255</a>, <a href="#Page_272">272</a>, <a href="#Page_296">296</a>, <a href="#Page_297">297</a>, <a href="#Page_307">307</a>, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<p> -Tvish, <a href="#Page_156">156</a>, <a href="#Page_166">166</a>. -</p> - -<h3> -U -</h3> - -<p> -Ugra, <a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_321">321</a>. -</p> - -<p> -Ugradeva, <a href="#Page_327">327</a>. -</p> - -<p> -Ugrag'it, Ugrampaçya, <a href="#Page_137">137</a>. -</p> - -<p> -Ulisse, <a href="#Page_98">98</a>. -</p> - -<p> -Umâ, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Umbilico celeste, <a href="#Page_47">47</a>, <a href="#Page_48">48</a>. -</p> - -<p> -Uomo (Creazione dell'), <a href="#Page_275">275</a>. -</p> - -<p> -Uovo cosmico, <a href="#Page_53">53</a>, <a href="#Page_125">125</a>, <a href="#Page_126">126</a>, <a href="#Page_127">127</a>, <a href="#Page_216">216</a>, <a href="#Page_260">260</a>, <a href="#Page_276">276</a>, <a href="#Page_277">277</a>, <a href="#Page_280">280</a>, <a href="#Page_285">285</a>, -<a href="#Page_290">290</a>, <a href="#Page_291">291</a>. -</p> - -<p> -Uovo della Pasqua di Risurrezione, ch'è una rigenerazione, <a href="#Page_127">127</a>. -</p> - -<p> -Uovo simbolo di generazione, <a href="#Page_127">127</a>. -</p> - -<p> -Upag'îka, Upadîka, <a href="#Page_129">129</a>. -</p> - -<p> -Urana, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_266">266</a>. -</p> - -<p> -Urvâçî, <a href="#Page_41">41</a>, <a href="#Page_139">139</a>, <a href="#Page_143">143</a>, <a href="#Page_162">162</a>, <a href="#Page_207">207</a>. -</p> - -<p> -Ushâ, Ushas, <a href="#Page_37">37</a>, <a href="#Page_57">57</a>, <a href="#Page_61">61</a>, <a href="#Page_319">319</a>, <a href="#Page_322">322</a>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Usharbudh (Agni), <a href="#Page_118">118</a>. -</p> - -<p> -Usharbudbas, <a href="#Page_71">71</a>. -</p> - -<p> -Ushnîshin, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<h3> -V -</h3> - -<p> -Vac', <a href="#Page_132">132</a>, <a href="#Page_275">275</a>, <a href="#Page_285">285</a>. -</p> - -<p> -Vacca, <a href="#Page_58">58</a>, <a href="#Page_59">59</a>, <a href="#Page_60">60</a>, <a href="#Page_114">114</a>, <a href="#Page_151">151</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_162">162</a>, <a href="#Page_176">176</a>, <a href="#Page_199">199</a>, <a href="#Page_203">203</a>, <a href="#Page_212">212</a>, <a href="#Page_275">275</a>, <a href="#Page_303">303</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_363">[363]</span> -</p> - -<p> -Wackernagel Gugl., si discute il suo Scherzo sul cagnolino di Bretzwill -e di Bretten, <a href="#Page_1">1-10</a>. -</p> - -<p> -Vadhryaçva, <a href="#Page_132">132</a>, <a href="#Page_138">138</a>, <a href="#Page_139">139</a>. -</p> - -<p> -Vadhrimatî, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -Vag'rahastâs, <a href="#Page_151">151</a>. -</p> - -<p> -Vaiçvânara, <a href="#Page_290">290</a>. -</p> - -<p> -Vaitâsa, <a href="#Page_140">140</a>. -</p> - -<p> -Vâ-van, <a href="#Page_149">149</a>, <a href="#Page_153">153</a>. -</p> - -<p> -Vallauri Tommaso citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_iv">iv</a>. -</p> - -<p> -Valgu, <a href="#Page_209">209</a>. -</p> - -<p> -Vandana, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -Vanyu, <a href="#Page_149">149</a>. -</p> - -<p> -Var, <a href="#Page_79">79</a>; Vara, Varya, <a href="#Page_156">156</a>. -</p> - -<p> -Varâhamihira citato, <a href="#Page_251">251</a>. -</p> - -<p> -Varc'in, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_252">252</a>, <a href="#Page_266">266</a>. -</p> - -<p> -Varrone citato, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -Varuna, <a href="#Page_41">41</a>, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_48">48</a>, <a href="#Page_52">52</a>, <a href="#Page_66">66</a>, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_77">77</a>, <a href="#Page_78">78</a>, <a href="#Page_79">79</a>, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_128">128</a>, <a href="#Page_132">132</a>, -<a href="#Page_134">134</a>, <a href="#Page_189">189</a>, <a href="#Page_191">191</a>, <a href="#Page_239">239</a>, <a href="#Page_254">254</a>, <a href="#Page_260">260</a>, <a href="#Page_262">262</a>, <a href="#Page_288">288</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_315">315</a>. -</p> - -<p> -Vasavas, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_44">44</a>, <a href="#Page_48">48</a>. -</p> - -<p> -Vasishta, <a href="#Page_140">140</a>. -</p> - -<p> -Vâta, <a href="#Page_143">143-161</a>, <a href="#Page_178">178</a>. -</p> - -<p> -Vayantî, <a href="#Page_102">102</a>. -</p> - -<p> -Vâyasas, <a href="#Page_149">149</a>. -</p> - -<p> -Vâyu, <a href="#Page_143">143</a>, <a href="#Page_161">161</a>, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_180">180</a>, <a href="#Page_242">242</a>, <a href="#Page_305">305</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_307">307</a>, <a href="#Page_321">321</a>, <a href="#Page_322">322</a>. -</p> - -<p> -Weber Alberto citato, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_iv">iv</a>, <a href="#Page_vi">vi</a>, <a href="#Page_24">24</a>, <a href="#Page_129">129</a>, <a href="#Page_134">134</a>, <a href="#Page_135">135</a>, <a href="#Page_136">136</a>, <a href="#Page_224">224</a>, -<a href="#Page_246">246</a>, <a href="#Page_264">264</a>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Velo d'oro, <a href="#Page_98">98</a>. -</p> - -<p> -Venere, <a href="#Page_55">55</a>, <a href="#Page_71">71</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_154">154</a>, <a href="#Page_155">155</a>, <a href="#Page_194">194</a>, <a href="#Page_251">251</a>, <a href="#Page_302">302</a>. -</p> - -<p> -Vento, <a href="#Page_43">43</a>, <a href="#Page_75">75</a>, <a href="#Page_142">142</a>, <a href="#Page_143">143-164</a>, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_188">188</a>, <a href="#Page_194">194</a>, <a href="#Page_198">198</a>, <a href="#Page_242">242</a>, <a href="#Page_270">270</a>, <a href="#Page_280">280</a>, -<a href="#Page_305">305</a>, <a href="#Page_306">306</a>, <a href="#Page_307">307</a>, <a href="#Page_317">317</a>, <a href="#Page_323">323</a>. -</p> - -<p> -Verbo sacro, <a href="#Page_132">132</a>, <a href="#Page_133">133</a>, <a href="#Page_219">219</a>, <a href="#Page_224">224</a>, <a href="#Page_256">256</a>, <a href="#Page_271">271</a>, <a href="#Page_275">275</a>, <a href="#Page_317">317</a>. -</p> - -<p> -Vergine, <a href="#Page_144">144</a>, <a href="#Page_145">145</a>, <a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_153">153</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_180">180</a>, <a href="#Page_246">246</a>. -</p> - -<p> -Veritâ e menzogna, <a href="#Page_256">256</a>. -</p> - -<p> -Vermiglio, <a href="#Page_261">261</a>. -</p> - -<p> -Vetasa, <a href="#Page_291">291</a>. -</p> - -<p> -Via, <a href="#Page_119">119</a>. -</p> - -<p> -Viaggio funebre delle anime, <a href="#Page_49">49</a>, <a href="#Page_50">50</a>, <a href="#Page_240">240-249</a>, <a href="#Page_288">288</a>. -</p> - -<p> -Vidyâ, <a href="#Page_278">278</a>. -</p> - -<p> -Vidyut, <a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_320">320</a>. -</p> - -<p> -Vikramana, <a href="#Page_303">303</a>. -</p> - -<p> -Wilson X. citato, <a href="#Page_63">63</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_364">[364]</span> -</p> - -<p> -Vimada, <a href="#Page_210">210</a>. -</p> - -<p> -Vino, <a href="#Page_176">176</a>, <a href="#Page_177">177</a>. -</p> - -<p> -Vîra, <a href="#Page_150">150</a>. -</p> - -<p> -Vischer professore citato, <a href="#Page_1">1</a>. -</p> - -<p> -Vish, <a href="#Page_166">166</a>. -</p> - -<p> -Vishnâpû, <a href="#Page_212">212</a> -</p> - -<p> -Vishnupatnî, <a href="#Page_302">302</a>. -</p> - -<p> -Vishnutithi, <a href="#Page_301">301</a>. -</p> - -<p> -Vishnu, <a href="#Page_75">75</a>, <a href="#Page_172">172</a>, <a href="#Page_191">191</a>, <a href="#Page_192">192</a>, <a href="#Page_193">193</a>, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_226">226</a>, <a href="#Page_227">227</a>, <a href="#Page_229">229</a>, <a href="#Page_249">249</a>, <a href="#Page_255">255</a>, <a href="#Page_264">264</a>, -<a href="#Page_270">270</a>, <a href="#Page_281">281</a>, <a href="#Page_286">286</a>, <a href="#Page_299">299-312</a>, <a href="#Page_313">313</a>, <a href="#Page_314">314</a>, <a href="#Page_317">317</a>, <a href="#Page_318">318</a>, <a href="#Page_319">319</a>, <a href="#Page_320">320</a>, <a href="#Page_321">321</a>, <a href="#Page_322">322</a>, -<a href="#Page_324">324</a>, <a href="#Page_330">330</a>. -</p> - -<p> -Vishta, <a href="#Page_310">310</a>. -</p> - -<p> -Viçpalâ, <a href="#Page_211">211</a>. -</p> - -<p> -Viçpalâvasû, <a href="#Page_211">211</a>. -</p> - -<p> -Viçva, <a href="#Page_311">311</a>, <a href="#Page_317">317</a>, <a href="#Page_318">318</a>. -</p> - -<p> -Viçvadeva, <a href="#Page_30">30</a>, <a href="#Page_87">87</a>, <a href="#Page_296">296</a>. -</p> - -<p> -Viçvadevyavant, <a href="#Page_88">88</a>. -</p> - -<p> -Viçvâdhipa, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Viçvaka, <a href="#Page_212">212</a>. -</p> - -<p> -Viçvakarman, <a href="#Page_88">88</a>, <a href="#Page_272">272</a>. -</p> - -<p> -Viçvarûpa, <a href="#Page_117">117</a>, <a href="#Page_166">166</a>, <a href="#Page_167">167</a>, <a href="#Page_175">175</a>, <a href="#Page_176">176</a>, <a href="#Page_177">177</a>, <a href="#Page_178">178</a>, <a href="#Page_251">251</a>, <a href="#Page_272">272</a>. -</p> - -<p> -Viçvâvasû, <a href="#Page_137">137</a>. -</p> - -<p> -Viçvaveda, <a href="#Page_87">87</a>, <a href="#Page_254">254</a>. -</p> - -<p> -Vita (Amor della), <a href="#Page_244">244</a>, <a href="#Page_247">247</a>. -</p> - -<p> -Vita: sua unità fondamentale, <i>Dedica</i>, <a href="#Page_vii">vii</a>. -</p> - -<p> -Vivasvant, <a href="#Page_49">49</a>, <a href="#Page_76">76</a>, <a href="#Page_89">89</a>, <a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_149">149</a>, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_162">162</a>, <a href="#Page_169">169</a>, <a href="#Page_170">170</a>, <a href="#Page_179">179</a>, <a href="#Page_180">180</a>, <a href="#Page_234">234</a>. -</p> - -<p> -Volpe mitica, <a href="#Page_96">96</a>. -</p> - -<p> -Voltaire citato, <a href="#Page_1">1</a>, <a href="#Page_4">4</a>. -</p> - -<p> -Vr'ishabha, <a href="#Page_227">227</a>. -</p> - -<p> -Vr'itra, <a href="#Page_122">122</a>, <a href="#Page_152">152</a>, <a href="#Page_175">175</a>, <a href="#Page_176">176</a>, <a href="#Page_191">191</a>, <a href="#Page_192">192</a>, <a href="#Page_193">193</a>, <a href="#Page_197">197</a>, <a href="#Page_200">200</a>, <a href="#Page_201">201</a>, <a href="#Page_202">202</a>, <a href="#Page_250">250-269</a>, -<a href="#Page_303">303</a>, <a href="#Page_307">307</a>. -</p> - -<p> -Vulcano, <a href="#Page_70">70</a>, <a href="#Page_164">164-183</a>; vulcanalia, <a href="#Page_164">164</a>, <a href="#Page_316">316</a>. -</p> - -<h3> -Y -</h3> - -<p> -Yaksha, <a href="#Page_265">265</a>. -</p> - -<p> -Yama, <a href="#Page_49">49</a>, <a href="#Page_78">78</a>, <a href="#Page_79">79</a>, <a href="#Page_80">80</a>, <a href="#Page_90">90</a>, <a href="#Page_105">105</a>, <a href="#Page_148">148</a>, <a href="#Page_149">149</a>, <a href="#Page_150">150</a>, <a href="#Page_157">157</a>, <a href="#Page_164">164</a>, <a href="#Page_180">180</a>, <a href="#Page_191">191</a>, <a href="#Page_233">233-249</a>, -<a href="#Page_270">270</a>, <a href="#Page_229">229</a>, <a href="#Page_299">299</a>, <a href="#Page_315">315</a>, <a href="#Page_317">317</a>, <a href="#Page_324">324</a>. -</p> - -<p> -Yamau, <a href="#Page_235">235</a>. -</p> - -<p> -Yamî, <a href="#Page_236">236-239</a>, <a href="#Page_242">242</a>. -</p> - -<p> -Yâtavas, <a href="#Page_290">290</a>. -</p> - -<p> -<span class="pagenum" id="Page_365">[365]</span> -</p> - -<p> -Yâtudhâna, <a href="#Page_266">266</a>. -</p> - -<p> -Yima, <a href="#Page_80">80</a>. -</p> - -<p> -Yoni, <a href="#Page_47">47</a>, <a href="#Page_67">67</a>, <a href="#Page_172">172</a>. -</p> - -<p> -Yuvana, <a href="#Page_209">209</a>. -</p> - -<h3> -Z -</h3> - -<p> -Zeus e Dyaus, <a href="#Page_37">37</a>, <a href="#Page_152">152</a>, <a href="#Page_155">155</a>, <a href="#Page_159">159</a>, <a href="#Page_197">197</a>. -</p> - -<p> -Zoppo, <a href="#Page_165">165</a>; zoppo e cieco, <a href="#Page_212">212</a>, <a href="#Page_213">213</a>, <a href="#Page_215">215</a>. -</p> -</div> - -<div class="somm"> -<p> -<span class="pagenum" id="Page_367">[367]</span> -</p> - -<h2><a id="indice" href="#indfront"> -INDICE DELLE LETTURE.</a></h2> - -<table class="indice" summary=""> - <tr> - <td colspan="3"><span class="smcap">Dedica</span></td> <td class="pag"><a href="#dedica">Pag. <span class="smcap lowercase">I</span></a></td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3"><span class="smcap">Introduzione</span></td> <td class="pag"><a href="#introduzione">1</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td>Lettura</td> <td class="cap">I.</td> <td>Il Dio e gli Dei</td> <td class="pag"><a href="#lett1">21</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">II.</td> <td>Il Cielo</td> <td class="pag"><a href="#lett2">37</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">III.</td> <td>L'Aurora</td> <td class="pag"><a href="#lett3">55</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">IV.</td> <td>Il Sole</td> <td class="pag"><a href="#lett4">73</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">V.</td> <td>La Luna</td> <td class="pag"><a href="#lett5">93</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">VI.</td> <td>Il Fuoco</td> <td class="pag"><a href="#lett6">109</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">VII.</td> <td>L'Acqua</td> <td class="pag"><a href="#lett7">125</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">VIII.</td> <td>Il Vento</td> <td class="pag"><a href="#lett8">143</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">IX.</td> <td>Tvashtar il fabbro degli Dei</td> <td class="pag"><a href="#lett9">161</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">X.</td> <td>Indra</td> <td class="pag"><a href="#lett10">183</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XI.</td> <td>Gli Açvin</td> <td class="pag"><a href="#lett11">205</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XII.</td> <td>Il Dio Yama</td> <td class="pag"><a href="#lett12">233</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XIII.</td> <td>I Demonii</td> <td class="pag"><a href="#lett13">249</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XIV.</td> <td>Prag'âpati e Purusha</td> <td class="pag"><a href="#lett14">269</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XV.</td> <td>Brahman, Skambha, Br'ihaspati e Brahmanaspati</td> <td class="pag"><a href="#lett15">285</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XVI.</td> <td>Vishnu</td> <td class="pag"><a href="#lett16">299</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XVII.</td> <td>Rudra-Çiva</td> <td class="pag"><a href="#lett17">313</a></td> - </tr> - <tr> - <td class="center">»</td> <td class="cap">XVIII.</td> <td>Conclusione</td> <td class="pag"><a href="#lett18">327</a></td> - </tr> - <tr> - <td> </td> - </tr> - <tr> - <td colspan="3">Indice alfabetico de' Nomi e delle Cose</td> <td class="pag"><a href="#indalf">337</a></td> - </tr> -</table> -<hr /> - -</div> - -<div class="footnotes"> - -<h2> -NOTE: -</h2> - -<div class="footnote" id="note1"> -<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>. </span>Cfr. nel Dizionario petropolitano le voci: <i>açan, açani, açva</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note2"> -<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>. </span>Veggasi, tra gli altri scritti sull'argomento, l'erudito lavoro -pubblicato dal prof. Weber nella sua preziosa raccolta degli <i>Indische -Studien</i>, sotto il titolo: <i>Zur Kenntniss des vedischen Opferrituals</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note3"> -<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>. </span>Cfr. intorno al valore del cielo medio la discussione sul nome -d'<i>Indra</i>, nella decima lettura di questo volume.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note4"> -<p><span class="label"><a href="#tag4">4</a>. </span>Uno de' suoi nomi è pure <i>go</i> (= <i>gam</i>, propriamente <i>l'andante, -la larga, la vasta</i>), a proposito del quale gioverà allo studioso -conoscere il seguente riscontro del Muir, <i>Sanskrit Texts</i>, V, -pag. 33-34: «The word <i>Prithivî</i>, which in most parts of the Rig-Veda -is used for Earth, has no connection with any Greek word of -the same meaning. It seems however originally to have been merely -an epithet, meaning <i>broad</i>; and may have supplanted the older -word <i>gau</i> which (with <i>gmâ</i> and <i>g'mâ</i>) stands at the head of the -earliest Indian vocabulary, the Nighantu, as one of the synonyms -of <i>Prithivî</i> (earth) and which closely resembles the Greek Γαῐα or Γἤ. -In this way, Gaur Mâtar may possibly have once corresponded to -the Γἤ μήτηρ or Δημήτηρ of the Greeks.» Ma qui si deve ancora -aggiungere come la vedica go è molto più spesso rappresentata in -cielo che in terra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note5"> -<p><span class="label"><a href="#tag5">5</a>. </span>Cfr. <i>The hymns of the Gaupâyanâs and the legend of King -Asamâti</i> by prof. Max Müller. Il Müller tuttavia traduce egli pure: -«Thy soul which went far away to heaven and to the earth, we -turn it back, here to dwell and to live.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note6"> -<p><span class="label"><a href="#tag6">6</a>. </span>Il prof. Max Müller: «to the onward rays.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note7"> -<p><span class="label"><a href="#tag7">7</a>. </span>Cfr. il primo volume, 1º e 2º cap. della mia <i>Mitologia zoologica</i> (London, Trübner, 1872, ediz. originale; Leipzig, Grünow, -1873, traduzione tedesca del signor Hartmann; Paris, Durand Pedone -Lauriel, 1874, traduzione francese del signor Regnaud, con -introduzione di Fr. Baudry).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note8"> -<p><span class="label"><a href="#tag8">8</a>. </span>Mi discosto qui evidentemente da' dotti interpreti miei predecessori: -<i>Çravasyu</i> non può qui valer altro che <i>desideroso di -scorrere</i>, ossia <i>scorrevole</i>, o <i>scorrente</i>, <i>corrente</i>, <i>fiume</i>; <i>come i fiumi -si precipitano al mare</i> è una similitudine facile ed ovvia, mentre -il tradurre con Sâyana, Wilson, Muir, Benfey «desirous of wealth, -wealth seekers» parmi imbrogliare e forzare alquanto il senso.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note9"> -<p><span class="label"><a href="#tag9">9</a>. </span>Mi discosto qui ancora da tutte le interpretazioni precedenti, -sebbene nessun Dizionario ci offra la voce <i>dhâ</i> come appellativo di -<i>vacca</i>, ma il senso di <i>succhiare</i> che hanno le radici vediche dhâ, -dhe (onde le parole <i>dhena</i> acqua da bere, e <i>dhenu</i> vacca da mungere), -l'analogia della similitudine che si trova nel passo citato dall'inno -92º, e lo sforzo che bisogna fare per ammettere che in quella -strofa sia nominato un sapiente di nome Nodhas, mi obbligano -a sottoporre, con animo riverente, la mia interpretazione alla critica -de' dotti Vedisti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note10"> -<p><span class="label"><a href="#tag10">10</a>. </span>Anche il vedico <i>svasarasya putrî</i>, dell'inno 61º del libro III, -sembra un errore di amanuense, da correggersi in <i>sûryasya putrî</i>; -come l'inno 75º del libro VII chiama l'aurora <i>sûryasya yoshâ</i> o -<i>donna del sole</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note11"> -<p><span class="label"><a href="#tag11">11</a>. </span><i>Sûryasahasranâma</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note12"> -<p><span class="label"><a href="#tag12">12</a>. </span>Cfr. Muir, <i>Sanscrit Texts</i>, vol. V, sect. V.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note13"> -<p><span class="label"><a href="#tag13">13</a>. </span>Per tutti gli altri appellativi di <i>Pûshan</i>, confrontisi la citata -opera del Muir, che, nel capitolo relativo a <i>Pûshan</i>, ha raccolto e -tradotto tutti i brani notevoli del <i>Rigveda</i> che si riferiscono a quella -divinità solare.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note14"> -<p><span class="label"><a href="#tag14">14</a>. </span>Cfr. IX, 96, 2, dove se non si tratta dei cavalli di <i>Pûshan</i> -in particolare, si parla tuttavia de' cavalli solari.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note15"> -<p><span class="label"><a href="#tag15">15</a>. </span>È da riscontrarsi con questo carattere di <i>Pûshan</i> il nome di -<i>brâhmanânâm râg'â</i>, ossia <i>Re de' preganti</i> dato al Dio <i>Soma</i>. — Così -Soma guida il viandante nelle strade, come <i>Pûshan</i>. Il sole moribondo -e la luna nascente confondono i loro ufficii.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note16"> -<p><span class="label"><a href="#tag16">16</a>. </span>Ho tentato d'illustrare di proposito l'uso dell'Albero di Natale, -con riscontri relativi, in un articolo che s'è pubblicato nella -<i>Rivista Europea</i> del gennaio 1871, pag. 292-300, al quale ardisco rimandare -lo studioso, finchè io non possa porgli sott'occhi completo -il mio <i>Dizionario comparato di Mitologia botanica</i>, sopra il quale -intentamente lavoro.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note17"> -<p><span class="label"><a href="#tag17">17</a>. </span>Mi discosto alquanto nell'interpretazione di questo passo -vedico, da quella che ne diede il dotto Muir: «a living being, -should spring out of dry wood.» Il senso di tutta la strofa parmi -questo: «tutti gli Dei si rallegrano dell'opera tua, poichè, o Dio, -sei nato vivente dal legno secco.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note18"> -<p><span class="label"><a href="#tag18">18</a>. </span>Il prof. G. B. Giuliani mi fa noto che sopra la Montagna pistoiese -suolsi dire che il fuoco nasce dalla punta degli alberi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note19"> -<p><span class="label"><a href="#tag19">19</a>. </span>Richiamo qui ancora il detto pistoiese, poco innanzi citato, -intorno all'origine del fuoco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note20"> -<p><span class="label"><a href="#tag20">20</a>. </span>Tali raffronti parranno per ora, talvolta, arditi, poichè non ci -siamo ancora avvezzati a studiare criticamente la mitologia biblica, -come andiamo studiando l'ariana. Ma verrà tempo, io spero, in -cui ci persuaderemo com'anche la Bibbia possa offrire materiali -preziosi agli studii di mitologia comparata. Intanto ci rallegriamo -nel vedere come i bei lavori del Lenormant sopra l'intermedia mitologia -assira e caldea incomincino a diminuire considerevolmente -le distanze che separano il mondo mitico ariano dal mondo mitico -de' Semiti.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note21"> -<p><span class="label"><a href="#tag21">21</a>. </span>Cfr. l'importante studio di F. Lenormant sopra la leggenda -babilonese del Diluvio nel II volume della sua opera: <i>Les premières -civilisations</i> (Paris, Maisonneuve, 1874).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note22"> -<p><span class="label"><a href="#tag22">22</a>. </span>Citato dal Muir.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note23"> -<p><span class="label"><a href="#tag23">23</a>. </span>Si potrebbe qui domandare se nella concordia delle cosmogonie -nel far nascere il mondo dalle acque, oltre alle ragioni mitiche -non vi sia pure stata negli antichi una reminiscenza ereditaria -del carattere primitivo della creazione, secondo che le scienze naturali -lo vengono oggi dimostrando, presentandoci la fauna marina -come la prima delle creature animali che apparvero alla vita. -Cfr. la bell'opera del Haeckel, con la prefazione di Charles Martins, -nella traduzione francese, fattane dal dottor Letourneau: -<i>Histoire de la création des êtres organisés d'après les lois naturelles</i> -(Paris, Reinwald, 1874). Quanto alla leggenda del Diluvio, essa è -per me semplicemente una variante cosmogonica dell'uovo uscito -dalle acque; invece dell'uovo di Brahman, ci si presenta Brahman -in forma di pesce, che salva, ossia trae fuori dalle acque. Cfr. la -Lettura decima.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note24"> -<p><span class="label"><a href="#tag24">24</a>. </span><i>Indische Studien</i>, XIII, 138, 139, ed il capitolo relativo alla -formica, nella mia <i>Mitologia zoologica</i>, edizioni tedesca e francese.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note25"> -<p><span class="label"><a href="#tag25">25</a>. </span>Tradurrei per <i>lampo</i> il <i>ketus</i> (del 3º inno del <i>Rigveda</i>), -pel quale <i>Sarasvatî svolge il gran torrente e illumina tutti</i>. Essa è -pure chiamata <i>pâvîravî kanyâ</i>, ossia <i>figlia del fulmine</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note26"> -<p><span class="label"><a href="#tag26">26</a>. </span>Anch'essa, <i>Vac'</i> (la parola sacra), fu poi come <i>Sarasvatî</i> -considerata quale generatrice. È sorprendente l'analogia di questa -concezione vedica brâhmanica con la biblico-evangelica: la Bibbia -ci dà le acque generatrici dello spirito divino; il Vangelo ci presenta -come variante: <i>In principio erat Verbum</i>. La <i>Vac'</i> indiana e il <i>Verbum</i> -o <i>Logos</i> hanno la stessa funzione e lo stesso carattere di produzione -immediatamente secondaria a quella che si fa per mezzo -delle acque.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note27"> -<p><span class="label"><a href="#tag27">27</a>. </span><i>Indische Studien</i>, XIII, 135, 136.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note28"> -<p><span class="label"><a href="#tag28">28</a>. </span>Veggasi nella mia <i>Mitologia zoologica</i> il capitolo consacrato -all'asino <i>gardabha</i>; la parola <i>gardabha</i> vale <i>asino</i> e <i>profumo</i>, per -l'equivoco avvenuto tra le parole <i>gandha</i> e <i>gardabha</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note29"> -<p><span class="label"><a href="#tag29">29</a>. </span>Cfr. Weber, <i>Indische Studien</i>, XIII, 133-138.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note30"> -<p><span class="label"><a href="#tag30">30</a>. </span>Cfr. Muir, <i>Sanskrit Texts</i>, V, 430.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note31"> -<p><span class="label"><a href="#tag31">31</a>. </span>Presso il primo libro del <i>Mahâbhârata</i> troviamo una <i>gandharvî</i> -figlia di Surabhi, ossia <i>il profumo</i> e <i>madre de' cavalli</i>. L'<i>arva</i> è il -cavallo come <i>l'andante</i>. Questa nozione leggendaria si fonda certamente -sopra la etimologia della parola, e conferma intanto l'etimologia -da noi proposta, onde <i>gandharva</i> varrebbe <i>andante ne' profumi</i>, -come l'<i>apsarâ</i> sua sposa vale <i>l'andante nelle acque</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note32"> -<p><span class="label"><a href="#tag32">32</a>. </span>Anno 1858.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note33"> -<p><span class="label"><a href="#tag33">33</a>. </span>Cigni che diventano fanciulle, e fanciulle che diventano cigni -troviamo spesso nelle novelline popolari: cfr. la mia <i>Mitologia -zoologica</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note34"> -<p><span class="label"><a href="#tag34">34</a>. </span><i>Sanskrit Text</i>, V, 403-406.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note35"> -<p><span class="label"><a href="#tag35">35</a>. </span>Così, alla radice <i>var</i>, «coprire, impedire,» corrisponde con -lo stesso duplice valore una radice sanscrita <i>dvar</i>: cfr. il latino -<i>in-duere</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note36"> -<p><span class="label"><a href="#tag36">36</a>. </span>Cfr. Weber, <i>Indische Studien</i>, V.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note37"> -<p><span class="label"><a href="#tag37">37</a>. </span>Cfr. Martigny, <i>Dictionnaire des antiquités chrétiennes</i>, sotto -l'articolo <i>Joseph</i>: «Il est d'un âge mûr, tantôt chauve, tantôt la -tête couverte d'une épaisse chevelure; il est ordinairement vêtu -de la tunique et de <i>pallium</i>; mais s'il est figuré avec quelqu'un des -attributs de sa profession, qui, selon l'opinion commune, était -celle de charpentier, par exemple, avec la scie, comme dans un -diptyque de la Cathédrale de Milan, ou avec la hache, comme sur -le sarcophage de Saint Celse de la même ville, alors il porte le -costume des travailleurs, cheveux courts, tunique à une seule -manche.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note38"> -<p><span class="label"><a href="#tag38">38</a>. </span>Così il creduto sciocco nelle novelline popolari, non veduto -dal padre e dalla madre, discende nella cantina per berne il vino, -e fa scorrere invece il vino per tutta la cantina, onde, tornando la -madre a casa, si sdegna.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note39"> -<p><span class="label"><a href="#tag39">39</a>. </span>Ho già riscontrato, nella mia <i>Mitologia zoologica</i>, la leggenda -indiana di Trita chiuso nel pozzo da' suoi due fratelli Ekata e Dvita, -con le novelline numerose, ove il giovine fratello che ha compiuto -un atto eroico, discendendo nel pozzo, ov'è il drago, viene chiuso -nel pozzo dai fratelli invidiosi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note40"> -<p><span class="label"><a href="#tag40">40</a>. </span>Cfr. quello che s'è osservato nella seconda Lettura, pag. 40, -intorno al Dio Parganya.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note41"> -<p><span class="label"><a href="#tag41">41</a>. </span>Cfr. la citata preziosa opera del Muir, ove il paragrafo riferente -i passi vedici risguardanti Indra si può quasi considerare completo, -ed è, in ogni modo, ricchissimo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note42"> -<p><span class="label"><a href="#tag42">42</a>. </span>Sulla leggenda di Prometeo (dal vedico <i>Pramantha</i> illustrato -dal Kuhn e dal Baudry, al dramma di Eschilo, al poema di Lucrezio, -al poema drammatico di Shelley) il professor Trezza faceva -nella sera del 19 marzo 1874 una splendida ed eloquente conferenza -nel Circolo Filologico di Firenze. Colgo pure l'occasione per -raccomandare la lettura di due bei capitoli intitolati <i>La critica della -Natura</i> ed <i>I miti</i>, nell'opera recentissima dello stesso critico, intitolata -<i>La Critica moderna</i>, ove si riassumono, in una forma, spesso, -luminosa e scultoria, i principali veri scoperti dai moderni mitologi.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note43"> -<p><span class="label"><a href="#tag43">43</a>. </span>Nel mio Saggio intitolato: <i>La vita ed i miracoli del Dio Indra -nel</i> <span class="smcap">Rigveda</span>. Firenze, 1866.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note44"> -<p><span class="label"><a href="#tag44">44</a>. </span>Così <i>indrya</i> «il senso intimo» spiegherei ancora per <i>antarya</i> -(od <i>antariya</i>), che vale, per l'appunto, <i>intimo, interno</i>. Una leggenda -cosmogonica del <i>Çatapatha Brâhmana</i> sembra conservare alcuna -reminiscenza della etimologia che io propongo per la parola <i>Indra</i> -(da <i>Andra, Antara</i>), quando ci dice: l'alito nel mezzo è <i>Indra</i>; -egli per la sua forza <i>indrijaca</i> (o mediana) produce nel mezzo gli -spiriti (le anime interiori, gli spiriti mediani, i sensi): <i>Sayo 'yan -madhye pranah esha evêndrah tân esha prânân madhyatah indriyena -indha</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note45"> -<p><span class="label"><a href="#tag45">45</a>. </span>Cfr. la prima Lettura, pag. 31.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note46"> -<p><span class="label"><a href="#tag46">46</a>. </span>Cfr. il mio libretto: <i>La vita ed i miracoli del Dio Indra nel</i> -<span class="smcap">Rigveda</span>. Firenze, 1866.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note47"> -<p><span class="label"><a href="#tag47">47</a>. </span>Pubblicato nello scorso anno dal dotto bibliotecario Ceriani, -coi relativi antichi disegni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note48"> -<p><span class="label"><a href="#tag48">48</a>. </span>Scompongo: non <i>upa mâ matir</i>, ma <i>upa mâ (a)matir</i>. <i>Indu</i> -che scorre verso <i>Indra</i>, abbiamo nel noto inno degli amori di Indra -ed Apatâ; così più sotto leggo: <i>hridâ (a)matim</i> e non <i>hridâ -matim</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note49"> -<p><span class="label"><a href="#tag49">49</a>. </span>Fin dall'anno 1867, ne' miei studii <i>Sulle Fonti vediche dell'Epopea</i> -e <i>Sull'Epopea indiana</i> ho tentato dimostrare, con gli esempi -indiani, come le origini dell'epopea siano da ricercarsi nel cielo -mitico.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note50"> -<p><span class="label"><a href="#tag50">50</a>. </span>Cfr. il bel Saggio di Michele Bréal: <i>Sul mito di Ercole e Caco</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note51"> -<p><span class="label"><a href="#tag51">51</a>. </span>Cfr. il secondo capitolo del primo libro della mia <i>Zoological -Mythology</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note52"> -<p><span class="label"><a href="#tag52">52</a>. </span>Interpreto qui evidentemente il fine del disputato passo di -Yâska, in modo diverso da quello seguìto dagli altri dotti interpreti -miei predecessori. Il passo di Yâska suona così: <i>Tayoh -kâlah ûrdhvarâtrât prakâçibhâvasya anavisht'ambham anu; tamobhâgo -hi madhyamo g'yotirbhâgah âdityah; tayoh kâlah sûryodayaparyantah</i>. — Il -Muir interpreta: «Their time is subsequent to -midnight, whilst the manifestation of light is delayed (and ends -with the rising of the sun). The dark portion (of this time) denotes -the intermediate (god Indra?), the light portion Aditya (the Sun).» — E -il prof. Goldstucker: «Their time is after the (latter) half of the -night when the (space's) becoming light is resisted (by darkness); -for the middlemost Açvin (between darkness and light) shares in -darkness, whilst (the other) who is of a solar nature (<i>âditya</i>) shares -in light.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note53"> -<p><span class="label"><a href="#tag53">53</a>. </span>Ricuso evidentemente la sforzata interpretazione di Sâyana -citata dal <i>Dizionario Petropolitano</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note54"> -<p><span class="label"><a href="#tag54">54</a>. </span>Qui ancora mi allontano dall'interpretazione del <i>Dizionario -Petropolitano</i>, per attenermi strettamente all'etimologia e all'analogia -che vi dev'essere fra il moncherino e la mano d'oro; mentre non -parmi naturale e logico che gli Açvin avessero a dare un figlio -<i>dalle mani d'oro</i> ad una moglie, il cui marito è un eunuco impotente.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note55"> -<p><span class="label"><a href="#tag55">55</a>. </span>Cfr. Muir, <i>Sanskrit Texts</i>, IV e V vol.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note56"> -<p><span class="label"><a href="#tag56">56</a>. </span>Deposto nel ricchissimo suo lavoro, intitolato: <i>Les premières -civilisations</i>, études d'histoire et d'archéologie, par François -Lenormant, II vol. Paris, Maisonneuve, 1874. — Cfr. ancora dello -stesso Autore <i>La Magie chez les Chaldéens et les origines accadiennes</i>: -Paris, Maisonneuve, 1874, ove, ragionandosi ampiamente -del Dio <i>Ea</i> accadico e del Dio <i>Nuah</i> caldeo-babilonese, si descrive -l'acqua come fonte di tutta la generazione.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note57"> -<p><span class="label"><a href="#tag57">57</a>. </span>Cfr. la mia <i>Zoological Mythology</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note58"> -<p><span class="label"><a href="#tag58">58</a>. </span>Nel secondo libro della <i>Vita di Mosè</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note59"> -<p><span class="label"><a href="#tag59">59</a>. </span>«Delphinis tam acutus est visus, ut piscem etiam in caverna -abditum cernant: <i>Oppian</i>. tanta celeritas ut plenam velo ventisque -secundis iniectam navim, velocitate ab iis victam, <i>Bellonii</i> dederit -observatio. Causam quidam in pinnas conjiciunt in pondus corporum -nonnulli. Membrana inter cornua extensa velorum loco uti, -Clariss. Baudartius existimat.» Joh. Johnstoni, <i>Thaumatographia -naturalis</i>. Amstelodami, 1660, pag. 442.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note60"> -<p><span class="label"><a href="#tag60">60</a>. </span>Cfr. intorno al mito del cervo la mia <i>Zoological mythology</i>. -London, Trübner, 1872.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note61"> -<p><span class="label"><a href="#tag61">61</a>. </span><i>Tugra</i> è il nome di un demonio vedico combattuto da Indra; -il padre Tugra precipita il figlio Bhug'yu nelle acque, e gli -Açvin lo salvano. Nelle novelline russe il mostro-serpente piglia -talora il nome di <i>Tugarin</i>. Non mi sembra improbabile che i due -nomi, come le due figure mitiche, si corrispondano. — Nel trattato -De Magia di Francesco Torreblanca da Cordova, Lione, 1678, -pag. 341, leggo: «Legimus piscis hepar super prunas assum fugasse -Asmodaeum, qui septem viros, Sarrae necarat, Tob. c. 6: <i>Cordis -eius particulam si super carbones imponas, fumus eius extricat -omne genus daemoniorum</i>.» Cristo, come <i>piscis assus</i>, fa lo stesso -miracolo, ossia fuga il demonio, ossia fa il miracolo che il sole -rinnova ogni mattina ed ogni primavera.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note62"> -<p><span class="label"><a href="#tag62">62</a>. </span><i>Zoological Mythology</i>. London, Trübner, 1872.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note63"> -<p><span class="label"><a href="#tag63">63</a>. </span>Dubito che il latino <i>Fidius</i>, figlio di Giove, sia pure da richiamarsi -qui etimologicamente. Varrone, presso Nonio, ci dice: -«Domi ritus nostri, qui per Deum Fidium iurare vult prodire -solet in compluvium.» <i>Bhug'yu</i> appare una forma equivalente di -<i>bhag'ya</i>; Bhaga è il sole. -</p> - -<p> -Cfr. il capitolo sopra i pesci nella mia <i>Zoological Mythology.</i></p> -</div> - -<div class="footnote" id="note64"> -<p><span class="label"><a href="#tag64">64</a>. </span>Il Goethe espresse la credenza ionica e socratica in una -bella strofa che l'Aufrecht ed il Muir hanno raccolta dalla sua -<i>Farbenlehre</i>: -</p> - -<div class="poem"> -<p>«Wär' nicht das Auge sonnenhaft,</p> -<p>Wie könnten wir das Licht erblicken?</p> -<p>Lebt'nicht in uns des Gottes eigne Kraft</p> -<p>Wie könnt' uns Göttliches entzücken?»</p> -</div> -</div> - -<div class="footnote" id="note65"> -<p><span class="label"><a href="#tag65">65</a>. </span>Così nell'inno 68º del IX libro del <i>Rigveda</i> è detto che i -<i>Pitaras</i> hanno adornato il cielo di stelle (<i>nakshatrebhih pitaro dyâm -apin'çan</i>).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note66"> -<p><span class="label"><a href="#tag66">66</a>. </span>Perciò dicevasi già sul fine del periodo vedico che <i>ogni -uomo nasce in quel mondo ch'egli stesso s'è fatto</i>: cfr. Muir, op. cit., -pag. 317, in nota.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note67"> -<p><span class="label"><a href="#tag67">67</a>. </span>Per le credenze popolari germaniche sopra le ossa, veggasi -nel primo volume dell'opera di Rochholtz: <i>Deutscher Glaube -und Brauch im Spiegel der heidnischen Vorzeit</i> (Berlin, 1867), l'intero -libro consacrato al <i>Knochencultus</i> (pag. 217-297).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note68"> -<p><span class="label"><a href="#tag68">68</a>. </span>Secondo il <i>Nirukta</i> seguìto dal Benfey e dal Muir, <i>bakura</i> -sarebbe <i>il fulmine</i>; il <i>Dizionario Petropolitano</i> riconoscerebbe piuttosto -nel <i>bakura</i> uno strumento da fiato guerresco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note69"> -<p><span class="label"><a href="#tag69">69</a>. </span>Secondo una variante leggendaria dello stesso Veda, Indra, -in forma di sciacallo, ottiene dagli Asuri tanta terra quanta ne può -misurare con tre passi. Indra, anticipando il miracolo del nano gigante -Vishnu, con soli tre piedi misura tutta la terra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note70"> -<p><span class="label"><a href="#tag70">70</a>. </span>Cfr. Muir, <i>Original Sanskrit Texts</i>, vol. IV. London, 1873, -pag. 59 e seg.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note71"> -<p><span class="label"><a href="#tag71">71</a>. </span>Il Muir e il <i>Dizionario Petropolitano</i> spiegano <i>ûshas</i> per <i>saline -earth, salzige erde</i>, interpretazione, che in questo passo mi -parrebbe meno conveniente; l'aurora ricca e datrice di ricchezza -è una nozione vedica famigliare, mentre la terra salina indica -piuttosto un luogo sterile; quando non voglia intendersi nella terra -salina un luogo che brilla, un monte che s'accresce, ma che poi -non riesce in alcuna maniera fecondo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note72"> -<p><span class="label"><a href="#tag72">72</a>. </span>«Per un punto Martin perdette l'Asino.» Veggasi sul carattere -demoniaco dell'Asino mitico il capitolo relativo nella mia <i>Mitologia -zoologica</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note73"> -<p><span class="label"><a href="#tag73">73</a>. </span>Cfr. in proposito la <i>Storia dell'antica letteratura indiana</i> del -prof. Max Müller, ove, per la prima volta, s'io non erro, fu osservato -lo strano equivoco.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note74"> -<p><span class="label"><a href="#tag74">74</a>. </span>Pel cielo Dyu creatore o <i>Prag'âpati</i> potremmo ripetere la -stessa osservazione che abbiamo già fatta pel sole <i>Prag'âpati</i>; nell'antico -periodo vedico il <i>Prag'âpati</i> era l'attributo di un essere -intieramente fisico; col tempo, la persona fisica primitiva scomparve, -l'antico attributo divenne un'astrazione, un Dio universale, al -quale poi s'immagina pure una nuova persona mostruosa corrispondente. -E in tal modo sono nati tutti i Padri Eterni.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note75"> -<p><span class="label"><a href="#tag75">75</a>. </span>Anche <i>Prag'âpati</i> è detto nell'XI libro dell'<i>Atharvaveda</i> -essere stato generato dal <i>Brahmac'ârin</i> o penitente dedito alla preghiera. -L'intiero inno si trova tradotto nel V volume dei <i>Sanskrit -Texts</i> del Muir.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note76"> -<p><span class="label"><a href="#tag76">76</a>. </span>Cfr. Weber, <i>Indische Studien</i>, IX, 477, e Muir, <i>Sanskrit -Texts</i>, V, 392.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note77"> -<p><span class="label"><a href="#tag77">77</a>. </span><i>Ag'am</i>: in un altro passo del <i>Çatapatha Brâhmana, Prag'âpati</i> -crea dalla sua bocca non <i>Ag'a</i>, «la capra,» ma <i>Agni</i>, «il fuoco.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note78"> -<p><span class="label"><a href="#tag78">78</a>. </span>Cfr. la leggenda riferita nel capitolo precedente intorno alla -verità e alla menzogna degli Dei e de' Demonii.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note79"> -<p><span class="label"><a href="#tag79">79</a>. </span><i>Guhya</i> è chiamato <i>Prag'âpati</i>, in un inno dell'<i>Atharvaveda</i>, -ove sembra celebrarsi pel suo merito d'avere conosciuto, ossia trovato -(<i>veda</i>) l'uovo cosmico che errava nelle acque, e dal quale, -secondo un'altra abbastanza frequente nozione, egli stesso sarebbe -uscito.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note80"> -<p><span class="label"><a href="#tag80">80</a>. </span>Tutte le altre questioni sono secondarie: per esempio, quella -di sapere se <i>Prag'âpati</i> abbia creato l'uovo, o viceversa; ossia -chi sia venuto prima, l'uovo o la gallina. Chi desideri trovarsi pienamente -istrutto su questo argomento, ricorra al quarto volume -dei <i>Sanskrit Texts</i> del Muir, che fornisce tutta la serie delle relative -leggende cosmogoniche vedico-brâhmaniche.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note81"> -<p><span class="label"><a href="#tag81">81</a>. </span>Nelle edizioni francese e tedesca di quest'opera, per un -lieve e facilissimo equivoco d'interpretazione della voce ambigua -inglese <i>turtle</i> (che significa <i>tortora</i> e <i>testuggine</i>), presso l'Introduzione, i due egregi traduttori s'accordarono a tradurre per <i>tortora</i>, -mentre invece vi si tratta della <i>tortoise</i> o <i>testuggine</i>. Colgo quest'occasione -per rettificare questo curioso e naturalissimo sbaglio -occorso in traduzioni che si raccomandano, del resto, entrambe -per fedeltà ed eleganza.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note82"> -<p><span class="label"><a href="#tag82">82</a>. </span>Debbo tuttavia soggiungere come contro uno de' miei argomenti -parziali, per identificare le parole <i>Kaçyapa</i> e <i>Kac'ch'apa</i>, mi -oppose ragioni di grave peso il professor Ascoli nella <i>Revue de Linguistique</i> -dell'Hovelacque (ottobre 1873); esse non infirmano la interpretazione -generale, ma di certo, in parte, la danneggiano; tutti -sanno oramai come gli argomenti linguistici del professor Ascoli, -per la sicurezza del suo genio analitico, siano pressapoco invincibili.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note83"> -<p><span class="label"><a href="#tag83">83</a>. </span>Qui si riconferma con un altro testo evidente la mia identificazione -della testuggine fallica che sostiene il mondo col fallico -bastone, e si giustificherebbe per analogia l'ipotesi da me avanzata -di una relazione intima supposta in antico fra le parole <i>Kaçyapa</i> -e <i>Kac'chapa</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note84"> -<p><span class="label"><a href="#tag84">84</a>. </span><i>Sanskrit Texts</i>, V, 388.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note85"> -<p><span class="label"><a href="#tag85">85</a>. </span>Prag'âpati e Brahman e Brahmanaspati e Br'ihaspati s'identificano; -la <i>Prithivî</i> celeste dicemmo essere, per lo più, ora il cielo, -ora l'aurora; dicemmo che la figlia di Prag'âpati fu spiegata dai -commentatori indiani ora come <i>cielo</i>, ora come <i>aurora</i>. Il <i>Br'ihaspati</i> -o <i>sposo della larga</i> equivale perfettamente al Prag'âpati che -s'unisce con la figlia e versa il seme, ossia pioggia o rugiada, sulla -terra.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note86"> -<p><span class="label"><a href="#tag86">86</a>. </span>Il dottor Muir ha raccolte le nozioni del <i>Rigveda</i> intorno agli -attributi di <i>Br'ihaspati</i> e di <i>Brahmanaspati</i>, in un paragrafo del -quinto volume dei <i>Sanscrit Texts</i>; credo opportuno il riprodurre l'intiero -paragrafo, a persuadere lo studioso intorno alla loro duplice -identità col Brahman creatore supremo e supremo penitente, e, -in ispecie, con l'Indra tonante signore del cielo: «Brahmanaspati, -or Br'ihaspati, appears to be described in VII, 97, 8, as the offspring -of the two worlds, who magnified him by their power: -whilst in II, 23, 17, he is said to have been generated by Tvashtr'i. -He is called a priest X, 141, 3; is associated with the Rikvans or -singers (VII, 10, 4; X, 14, 3; compare X, 36, 5; X, 64, 4); is denominated -an Angirasa (IV, 40, 1; VI, 73, 1; X, 47, 6); is the -generator, the utterer, the lord, the inspirer of prayer (I, 40, 5; -II, 23, 1, 2; X, 98, 7), who by prayer accomplishes his designs -(II, 24, 3), and mounting the shining and awful chariot of the ceremonial, -proceeds to conquer the enemies of prayer and of the -gods (II, 23, 3-8). He is the guide, patron and protector of the -pious, who are saved by him with wealth and prosperity (Ib., 9). -He is styled the father of the gods (II, 26, 3); is said to have blown -forth the births of the gods like a blacksmith; to be possessed of -all divine attributes, <i>viçvadevya</i> or <i>viçvadeva</i> (III, 62, 4; IV, 50, 6); -bright, <i>çuc'i</i> (III, 62, 5; VII, 97, 7); pure, <i>çundhyu</i> (VII, 97, 7); -omniforn, <i>viçvarûpa</i> (III, 62, 6); possessed of all desirable things, -<i>viçvavâra</i> (VII, 10, 4; VII, 97, 4); to have a hundred wings, <i>çatapatra</i> -(VII, 97, 7); to carry a golden spear, <i>hiranyavaçi</i> (ib.; compare -II, 24, 8, where a bow and arrows are assigned to him); to -be a devourer of enemies; <i>vr'îtrakhâda</i> (X, 65, 10; compare VI, -73, 3); a leader of armies along with Indra etc. (X, 103, 8) and -armed with an iron axe, which Tvashtr'i sharpens (X, 53, 9); clearvoiced -(VII, 97, 5); a prolonger of life (X, 100, 5); a remover of -disease (I, 18, 2); opulent; an increaser of the means of subsistence -(I, 18, 2). Plants are said to spring from him (X, 97, 15). He is -said to have heard the cries of Trita who had been thrown into a -well and was calling on the gods, and to have rescued him from -his perilous position (I, 105, 7). He is further described as holding -asunder the ends of the earth.»</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note87"> -<p><span class="label"><a href="#tag87">87</a>. </span><i>Sanskrit Texts</i>, III, 230.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note88"> -<p><span class="label"><a href="#tag88">88</a>. </span><i>Sanskrit Texts</i>, IV, 56.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note89"> -<p><span class="label"><a href="#tag89">89</a>. </span>Nell'<i>Atharvaveda</i> si dice esplicitamente che il sole ha natura -di Fuoco (o d'Agni), la luna d'Ambrosia (o di Soma).</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note90"> -<p><span class="label"><a href="#tag90">90</a>. </span>Tutti i testi indiani di qualche importanza intorno a Rudra -furono diligentemente raccolti dal Muir nel IV volume de' suoi preziosi -<i>Sanskrit Texts</i>.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note91"> -<p><span class="label"><a href="#tag91">91</a>. </span>In Toscana ed in altre provincie italiane si dice del cane -ululante ch'esso fa il lupo; egli è secondo la superstizione toscana -nunzio di morte; pare che la stessa superstizione esistesse già nell'India -vedica. — <i>Abhibhâ</i> dal <i>Dizionario Petropolitano</i> e dal Muir -s'interpreta come sostantivo: <i>malaugurio</i>; io lo interpreterei qui -come aggettivo.</p> -</div> - -<div class="footnote" id="note92"> -<p><span class="label"><a href="#tag92">92</a>. </span>Il Muir <i>sahasrena pratihitâbhih</i> «with a thousand arrows on -the string;» nel <i>Çatapatha</i>, <i>Rudra</i> è rappresentato con cento <i>ishudhi</i> -che sarebbero <i>cento turcassi</i>, ma qui ancora si potrebbe forse interpretare -con <i>cento braccia</i>, o <i>con cento mani</i>, siccome quelle che -tengono, che lanciano l'<i>ishu</i>.</p> -</div> -</div> - -<div class="tnote"> -<p class="tntitle"> -Nota del Trascrittore -</p> - -<p> -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come -le numerose grafie alternative, correggendo senza annotazione -minimi errori tipografici. -</p> - -<p>Le correzioni contenute nell'Indice alfabetico sono state riportate nel testo.</p> - -<p class="covernote"> -Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio. -</p> -</div> - - - - - - - - -<pre> - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Letture sopra la mitologia vedica, by -Angelo De Gubernatis - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LETTURE SOPRA LA MITOLOGIA VEDICA *** - -***** This file should be named 60201-h.htm or 60201-h.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/2/0/60201/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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Redistribution is subject to the -trademark license, especially commercial redistribution. - -START: FULL LICENSE - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full -Project Gutenberg-tm License available with this file or online at -www.gutenberg.org/license. - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project -Gutenberg-tm electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. 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