diff options
Diffstat (limited to 'old/60115-0.txt')
| -rw-r--r-- | old/60115-0.txt | 4492 |
1 files changed, 0 insertions, 4492 deletions
diff --git a/old/60115-0.txt b/old/60115-0.txt deleted file mode 100644 index 34f01c1..0000000 --- a/old/60115-0.txt +++ /dev/null @@ -1,4492 +0,0 @@ -The Project Gutenberg EBook of Idillii spezzati, by Antonio Fogazzaro - -This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with -almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: Idillii spezzati - -Author: Antonio Fogazzaro - -Release Date: August 17, 2019 [EBook #60115] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IDILLII SPEZZATI *** - - - - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - - - - - - ANTONIO FOGAZZARO - - - IDILLII SPEZZATI - - RACCONTI BREVI - - - - MILANO - CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.º - Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80 - — - 1902 - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA - - _MILANO-TIP. PIROLA & CELLA DI R. CELLA_ - - - - -Idillii spezzati - - -Io tengo a Oria, sulle rive del lago di Lugano, una piccola villa -battuta dalle onde a piede di un monte vestito di ulivi, di viti ed -anche di allori, che nessun poeta, prima di me, è andato a cercare. - -È un ameno e tranquillo angolo del mondo, caro ai sognatori e agli -artisti. Quando sono a Oria passo gran parte della giornata sul lago, -solo nel mio canotto, vestito come un barcaiuolo, con qualche libro e -i miei arnesi da pesca. Quest'abitudine mi procurò, molti anni sono, la -più romanzesca avventura della mia vita. - -Approdai una mattina col canotto a una spiaggia fra due scogli in -faccia a Lugano, dove c'è adesso la trattoria del Cavallino. Allora -il luogo era del tutto selvaggio e deserto. Vi ha fra i due scogli -un piccolo valloncello ombroso che conduce a una sottile argentea -cascatella. Avevo pescato lungo le rive sassose del monte Caprino e -rotta la mia pesca senza pigliare un pesciolino. - -Uscii della barca, sedetti all'ombra e mi posi ad accomodar la pesca. -Ero lì da pochi momenti, quando udii in alto, sopra la cascatella, una -rude voce d'uomo e piccole risate, piccoli strilli, come se ci fossero -lassù delle signore imbarazzate a discendere. Infatti vidi calare -adagio, sul pendìo erboso presso la cascatella, una bella fanciulla -che aiutò con l'ombrellino un'altra giovanettina sui quattordici anni, -che portava un canestro. Ultimo comparve, aggrappandosi all'erba e -molto brontolando, un signore piuttosto attempato. Tolsero dal canestro -_sandwiches_, bottiglie e frutta, e si disposero a far colazione. -Il signore attempato, una figura massiccia dal naso rosso e dai -favoriti grigi, pareva seccato della mia vicinanza; ma la maggiore -delle signorine, datami una rapida occhiata disse sprezzantemente: _A -fisher!_ (un pescatore). - -Rimasi un po' male e mi parve di diventar rosso. Coloro non fecero più -attenzione a me, si misero a mangiare e a discorrere allegramente. Io -che duro una gran fatica, di solito, a intendere chi parla inglese, -fui meravigliato della chiarezza con la quale parlava quella gente, -specialmente la signorina che aveva detto: _A fisher_. Questa era -bellina assai, snella, piuttosto alta; aveva capelli bruni e begli -occhi azzurri chiari. Non so più dire come fosse vestita; so che -aveva un mazzolino di ciclami alla cintura, che i suoi piedi parevano -piuttosto grandi e che la mano invece era squisita. - -Io avevo allora un cuore assai tenero, e la mia immaginazione era -sempre pronta a vedere anime appassionate, tesori d'amore in tutti i -begli occhi che si fossero incontrati tre o quattro volte con i miei. -Veramente gli occhi della signorina mi avevano guardato una volta -sola e quasi con disprezzo: ma appunto il suo supposto disprezzo mi -infiammava l'immaginazione. Quand'ero ragazzo mi piaceva d'immaginare -avventure amorose le più strane e inverosimili. Le donne delle mie -avventure erano sempre belle e altere. Io ero un principe incognito. -Chiedevo amore ed ero disprezzato; allora mi scoprivo e le altere -bellezze cadevano a' miei piedi. Più tardi ho trovato che tutto questo -non era molto nobile ed ho interamente cambiato idee. Mentre però -guardavo e tornavo a guardare il delicato viso e la graziosa persona -della fanciulla che mi aveva disprezzato, mi passò per la mente, non di -farla cadere a' miei piedi, perchè non ero un principe, ma di colpirla, -d'imporle un certo rispetto, sfoggiando il mio inglese e la mia -letteratura. - -Appena il signore attempato ebbe inghiottita una conveniente quantità -di _sandwiches_, cominciò a discorrere del ritorno a Lugano, e capii -che non voleva saperne di arrampicarsi ancora sul monte per andare a -prendere il vapore alla vicina stazione di Caprino. Che sorpresa se -il pescatore si fosse presentato con un'aria signorile e un leggero -sorriso a dire in inglese: «Le occorre un canotto, signorina? E un -pescatore per barcaiuolo? Devo io condurla su _the oval mirror of -the glassy lake_?» No, era troppo ridicolo; e se la ragazza mi avesse -riso in faccia, che potevo fare? Potevo forse dirle: «Badi, signorina, -che il verso è di Byron?» No, no, sarebbe stato più ridicolo ancora. -Raccolti invece i miei arnesi da pesca, li portai nella barca, nascosi -un volumetto di Heine che avevo con me, poi ritornai, mi accostai -al signore attempato e gli chiesi in italiano, toccandomi appena il -cappello, se voleva una barca per Lugano. - -Il signore guardò la sua figliuola maggiore che gli spiegò la mia -offerta. Egli parve felice e mi rispose subito: _Yes, yes, Lugano, -Lugano._ - -— Diamo un'occhiata alla barca, papà — disse con la sua dolce voce -la signorina. — Non mi piacciono le barche dei pescatori. Son così -sudicie! Chi sa che puzza di pesce, papà! - -Questa era un'amara ironia per me che avevo poco prima bestemmiato il -destino durante la mia disgraziatissima pesca. - -L'altra giovinetta corse come una freccia alla riva e si mise subito a -gridare da lontano: Harriet! Harriet! - -V'era sulla riva una sola barca e la ragazza non poteva ingannarsi. Era -bene la mia. - -Miss Harriet fu molto sorpresa di vedere ch'era un'elegante barchetta -di quercia con i cuscini di cuoio e si persuase che non aveva affatto -odore di pesce. Anche il vecchio signore fu molto contento. - -— Chiedetegli il prezzo, Harriet, — diss'egli. — I barcaiuoli son tali -malandrini, qui! - -Non potei a meno di commovermi un poco; ma fu ancora peggio quando miss -Harriet rispose: - -— Questo non mi pare un malandrino. Ha l'aria onesta, papà. — Poi si -volse a me e disse con un adorabile accento anglo-italiano: - -— A Lugano! Quanto? - -Arrossì leggermente anche lei parlandomi italiano. Era un tal piacere -di guardarla, mentr'ella stessa mi guardava arrossendo, che stetti un -bel po' senza rispondere. Poi dissi in fretta e a caso: — Cinquanta -centesimi. - -— Quanto ha detto? — le chiese suo padre. — Dite ch'è troppo, Harriet. - -— Ma non è troppo, papà, è un'inezia. — È meno che mezzo scellino. - -La compagnia s'imbarcò e se mi fu poco piacevole di urtar su a bordo il -signore dal naso rosso, ebbi però il compenso di sentire per un momento -la mano fine di miss Harriet nella mia. L'altra ragazza saltò nella -barca senza l'aiuto di nessuno. - -Il lago era liscio come uno specchio. Dal Cavallino a Lugano si può -andar bene in mezz'ora, ma io confesso che non avevo fretta. Nessuno -faceva attenzione a me e potevo guardare miss Harriet a mio agio. Mi -pareva essere già innamorato di lei, mi pareva che si potesse remare un -mese per mettere una parolina in quel piccolo orecchio roseo e venire -ascoltato; un anno per posare un bacio su quella delicata guancia e non -venir respinto; la vita intera per aver un tocco di quelle labbra fini -e poterlo rendere. - -— Povero me! brontolò il vecchio signore, mentre io ero sprofondato in -questa proporzione geometrica. - -— Credo che arriveremo a Lugano domani. Dite a quel poltrone di ragazzo -che remi più forte, Harriet. - -Miss Harriet rispose con mio gran piacere che il lago era così -delizioso e che Lugano era noiosa. Poi mi domandò il nome dell'ardito -picco dirupato sopra la Valsolda. - -— Picco di Cressogno — risposi. - -— Cressogno? Cosa vuol dire Cressogno? - -Ella non seppe intendere la mia risposta e sua sorella rise. Allora le -dissi in francese, sorridendo: Cressogno _c'est le nom du village que -vous voyez là-bas_. - -Miss Harriet mi guardò attonita e io m'affrettai a dire che avevo fatto -il barcaiuolo sul lago di Ginevra. - -La conversazione si animò. Il vecchio signore non sapeva una parola di -francese e miss Bertha, la ragazza più giovine, ne sapeva solamente -poche, ma Harriet lo parlava benissimo. Mi domandò molte cose delle -montagne e del lago, e io, per farmi interessante, mi dimenticai -un poco della mia parte, le parlai più come un artista che come un -barcaiuolo. Le mostrai la mia lontana Oria e le dissi che in una di -quelle casette battute dalle onde al piede della montagna vestita di -ulivi e di viti viveva un giovine scrittore italiano; che lo conducevo -spesso in barca e che mi ci divertivo moltissimo, specialmente quando -il lago era in tempesta. Allora mi posi a descrivere la selvaggia -bellezza della tempesta, la furia delle onde spumanti, i colori -cangianti delle montagne e dell'acqua, la luce dei lampi sul picco di -Cressogno. - -— Harriet — disse il signore — come si dice _to row_ in italiano? - -— Remare — diss'ella. - -Egli si voltò verso di me e mi apostrofò: - -— Remare, remare! - -Non potei trattenermi dal ridere di cuore, e le ragazze risero con me. - -Egli andò sulle furie, le sgridò e disse che io ero un impertinente -insopportabile. - -Per alcuni minuti nessuno osò più parlare e io mi posi a remare di -lena. La giovinettina mi guardava spesso curiosamente; ma non ebbi mai -la fortuna d'incontrare gli occhi di miss Harriet. Pareva quasi che -volesse evitare il mio sguardo. - -La prima che parlò fu Bertha. Disse, quasi sottovoce: - -— Io penso che è molto intelligente. - -— Può essere — rispose suo padre. — Certo è un gran chiacchierone ed è -molto brutto. - -Mi divertii un mondo ad ascoltare questo dialogo e la discussione che -seguì. Adesso ebbi più d'uno sguardo da miss Harriet. - -— Proprio un barcaiuolo, — disse suo padre — ha orecchie grandi come -vele. - -Poi fece la crudele scoperta che somigliavo al nostro _Jack_.... Chi -era il nostro _Jack_? - -Le ragazze protestarono tanto forte da farmi sospettare che _Jack_ -fosse una scimmia. La più calda a difendermi era la più giovane. Miss -Harriet criticò moderatamente l'opera della natura nella mia fisonomia, -disse che in complesso io ero piuttosto piacente e che v'era in me -qualcosa che insieme la imbarazzava e le piaceva. - -Io non sapevo più come stare nè dove guardare e avevo una terribile -paura di tradirmi. Allora, siccome eravamo vicini a Lugano, domandai -a miss Harriet dove desiderasse scendere. Rispose: — Villa Ceresio, -— ch'è presso l'Hôtel du Parc. Poi domandai se forse desideravano -fare qualche altra gita l'indomani e se dovevo venirli a prendere. Si -accese una piccola disputa fra miss Bertha che insisteva per accettar -la proposta e suo padre che non pareva disposto a prender me per -barcaiuolo. - -— Oh, papà! — supplicò la ragazza. — Una barchettina così bellina! - -Mi parve che avesse le lagrime alla gola. Miss Harriet mi domandò -dove proponevo di andare. Io proposi di lasciar Lugano alle nove -del mattino, di scendere a S. Mamette, di fare una passeggiata nella -pittoresca Valsolda, di ritornare a S. Mamette per la colazione e di -ripartire quindi per Lugano. - -Il vecchio signore si arrese. - -— Si potrebbe prender con noi i Roberts — diss'egli. - -— Oh sì, andiamo coi Roberts, papà! — esclamò miss Bertha. - -Miss Harriet parve seccata e tacque. - -Io protestai, mentalmente, che non amavo affatto questi Roberts -incomodi e che per parte mia potevano restare a casa. - -Eravamo allora a pochissima distanza da villa Ceresio. Miss Bertha si -mise improvvisamente a battere le mani e a gridare: - -— Eccoli! Ecco i Roberts! - -Suo padre parve molto contento, e miss Harriet mormorò qualche cosa che -non giunsi a intendere; quando approdammo, miss Bertha uscì la prima, -dando la mano a suo padre, e io domandai a miss Harriet se dovevo -aspettare gli ordini. - -Ella mi rispose che credeva di sì, posò sopra un cuscino della barca -una moneta da cinquanta centesimi, si chinò a guardare il mio Heine che -avevo nascosto male sotto un altro cuscino e che n'era scivolato fuori. - -Sorrise, e mi disse piano, in tedesco: - -— _Haben sie auch auf dem Rhein gerudert?_ (Ha remato anche sul Reno?). - -E saltò agilmente a terra senza lasciarmi il tempo di rispondere. - -Mi balzò il cuore di piacere. Non mi faceva ella discretamente capire -di avere indovinato il mio segreto? Sentii che cominciava qualche cosa -di delizioso e di serio. Ero tanto commosso che non feci attenzione -all'incontro con i Roberts. Nascosi meglio il mio Heine e sedetti nella -barca, pensando a ciò che poteva succedere. - -Aspettai un pezzo, e nessuno veniva a dirmi niente. - -Non vedevo qualcuno, ma udivo discorrere nel giardino, distinguevo le -voci di miss Bertha e di suo padre miste ad altre voci sconosciute. -Finalmente miss Bertha si affacciò alla ringhiera del giardino con un -giovane ed elegantissimo signore che supposi essere il signor Roberts, -il quale mi domandò in buonissimo italiano se lo avrei accompagnato a -Castagnola. - -Castagnola era sulla mia strada per ritornare a Oria. Risposi di sì. -Allora la ragazza mi disse in francese: - -— _Demain matin, à neuf heures, ici._ - -Poi comparve il vecchio signore, tutto sorridente e fiero, a braccio di -una bella ed elegante giovane signora fra i venticinque e i trent'anni, -che Bertha chiamava miss Roberts. Miss Harriet non comparve. -Considerando la bellezza e l'eleganza del giovine signor Roberts, io ne -fui quasi contento. - -Quando i signori Roberts furono nella mia barca e li potei vedere -da vicino, la fisonomia del giovane signore mi dispiacque molto. Era -veramente un bel giovane, alto, bruno come un arabo, con due grandi -occhi neri e una barba nera, folta, corta, che sarebbe stata molto -conveniente per un nipote dell'emiro Abd-el-Kader; ma lo sguardo era -egoista, sfrontato e falso. - -Mr. Roberts aveva una voce strana, piuttosto aspra; miss Roberts -invece, bianca, bionda, con gli occhi celesti, languidi, aveva una voce -sottile, dolce e un poco sonnolenta. - -Mentre ci allontanavamo dalla riva, ella si voltò, spinta da lui, a -salutare gli amici con una certa grazia stanca e noncurante, mentre -egli invece salutò con calore a più riprese, gridando: - -— A domani! A domani! - -Ciò che successe poi mi riempì di stupore. Appena ebbero cessato di -voltarsi verso villa Ceresio a salutare, le due faccie cambiarono in -un modo incredibile, diventarono più fredde e dure che non posso dire. -Quando si sentirono abbastanza sicuri di non essere uditi dalla riva, i -Roberts cominciarono in tedesco un dialogo stupefacente. - -Miss Roberts dichiarò che l'indomani non sarebbe andata in nessun -luogo, e Mr. Roberts le rispose con una tremenda bestemmia che s'ella -non veniva l'avrebbe battuta. - -Ella pareva del tutto abituata a simili minaccie, perchè non se ne -turbò troppo, e cominciò a burlarsi del suo compagno per il suo poco -successo con le americane. Così appresi che miss Harriet era americana. -Subito dopo ne appresi anche il nome. - -— Miss Forest ti conduce a scuola — disse la giovane. — Vedo bene -che diffida di noi. Finirà a scoprire ciò che siamo. Per me, ne avrei -piacere. - -Egli bestemmiò e rispose ch'era impossibile. - -— Glielo dirò io! — fece la signora con tranquilla insolenza. - -Egli si pose a ingiuriarla con ira; ella gli replicò con disprezzo. -Si rinfacciarono l'un l'altro ogni sorta di vergogne e maledissero il -giorno e l'ora in cui s'erano incontrati. - -Io fui più volte per esclamare che tacessero, che comprendevo il -tedesco! Se miss Harriet non fosse esistita, l'avrei fatto. Così, -indovinando che si ordiva una odiosa trama contro di lei, e che, se la -donna era forse più infelice che colpevole, l'uomo era certo un gran -furfante, non mi tenni obbligato a farlo. - -Perciò, quando deposi sulla riva di Castagnola quella coppia -rispettabile, sapevo un poco anch'io chi erano, o piuttosto sapevo -chi non erano. Non erano fratello e sorella, non erano Roberts, non -erano inglesi. Probabilmente l'uomo non era neppure tedesco, perchè nel -calore dell'ira gli udii pronunciare delle imprecazioni in una lingua -a me del tutto sconosciuta. Non erano marito e moglie, non avevano una -dimora in alcuna parte della terra. - -Il bel cavaliere non aveva danaro, malgrado i mezzi che adoperava, -secondo la sua dama, per procurarsene. La famiglia della dama ne aveva, -e veniva onorata da lui col titolo di «banda di ladri» perchè non ne -mandava. Dopo essersi amati, Dio sa per quanto breve tempo, quei due -si odiavano l'un l'altro, ed era difficile intendere quale legame li -tenesse avvinti. Per parte mia, pensai che l'uomo tenesse quella donna -per interesse e ch'ella lo servisse per paura. - -Egli le parlava con insolenza della sua passione per miss Forest e -di un futuro matrimonio. Era un brutale capriccio, come doveva averne -quel briccone, o credeva egli stesso che miss Forest avesse una ricca -dote? Questo non lo so. Aveva imposto alla sua disgraziata schiava di -aiutarlo ad entrare nelle buone grazie del professore Forest. Si capiva -che la miserabile creatura, benchè combattuta da un ultimo senso di -dignità e d'onestà, sarebbe stata contenta di questo matrimonio che -l'avrebbe liberata da lui per sempre. - -Nell'uscire di barca l'uomo mi domandò, ancora in italiano, quanto -mi dovesse. Avendogli io risposto ch'ero già stato pagato, si strinse -nelle spalle e se n'andò con la sua compagna. - -Io avevo un amico a Castagnola. Andai a cercarlo e gli domandai se -conoscesse i Roberts. Non no sapeva il nome, ma li riconobbe alla mia -descrizione. Vivevano in una piccola villa sulla strada di Lugano. Si -diceva che facessero commercio di gioielli orientali antichi e che la -signora avesse la parte di far relazioni e di adescare compratori. Si -affermava pure, con sicurezza, che il signore avesse avuto una condanna -in Italia, per truffa. Erano a Castagnola da un mese e avevano la villa -per un altro mese. Feci il tragitto da Castagnola a Oria con l'idea -d'essere diventato un personaggio importante d'uno strano dramma, dove -avevo la parte di salvare l'innocenza e di fulminare i suoi nemici. E -poi, quale sarebbe il mio premio? - -È strano che non potevo immaginare la gratitudine di miss Forest. -Invece mi sentivo intorno al collo le braccia e sul viso i favoriti del -suo vecchio padre, e non ero ancora abbastanza innamorato della figlia -per immaginare con piacere questi austeri ed ispidi contatti. - -Vivevo allora solo con una sorella maggiore nubile, una donna molto -seria e positiva che aveva per me un'affezione materna, profonda, ma -non cieca. Ella mi vide arrivare a casa tanto agitato che sospettò -subito di qualche cosa. Le raccontai tutto, parlando il meno possibile -di miss Forest, e il più possibile dei Roberts. Mia sorella non capì -affatto la mia nobile parte nel dramma, disapprovò il mio scherzo, e mi -disse: - -— Non andrai mica, domattina, suppongo? - -— Come non andrei? ma sì, certo, andrò. È il mio dovere di onest'uomo e -di cristiano di andare. - -Mia sorella mi domandò se fosse il mio dovere di cristiano -d'innamorarmi di tutte le belle ragazze che vedevo e di correr loro -dietro. Io le risposi sdegnosamente che le sue idee erano sempre basse. -Non tornammo più sull'argomento. Solamente la sera, quando ci separammo -per andare a letto, ella mi disse che se io credevo mio dovere di -onest'uomo di condurre inglesi o tedeschi o turchi a far colazione in -casa, il dovere suo di donna cristiana era di dar loro pane e acqua. - -L'indomani mattina alle nove ero a Villa Ceresio. Miss Bertha era già -in giardino ad aspettarmi e corse subito a chiamar suo padre e sua -sorella. - -Miss Harriet aveva una _toilette_ elegante di flanella chiara con -grandi bottoni bleu, cintura bleu e un berrettino bleu. Mi si strinse -il cuore pensando che quel delizioso berrettino potesse essere dedicato -a M.r Roberts. - -Ella mi salutò appena, senza parlare. Meno di così non avrebbe potuto -salutarmi; eppure io vidi sul suo viso, quando lo piegò un poco, che -non avrebbe salutato il barcaiuolo a quel modo. Mi accorsi pure che -appena seduta mi diede due occhiate rapide come per esaminare i miei -abiti. Ella si aspettava qualche cambiamento con intenzione, e c'era. -Avevo i miei bottoni d'oro da polsini, col monogramma, e un anello -con un piccolo brillante. Nella prima occhiata vide l'anello, nella -seconda vide i bottoni; ne fui sicuro, benchè il suo volto non tradisse -la menoma sorpresa. Per un pezzetto non mi guardò più, guardò a destra -verso il Cavallino dove c'eravamo incontrati il giorno prima. Nella -mia emozione diedi tre o quattro forti colpi di remi. Suo padre e sua -sorella mi guardarono meravigliati; ella seguitò a guardare verso il -Cavallino. Solo quando ripresi a remare tranquillamente i nostri occhi -s'incontrarono e si fermarono. Lugano, Villa Ceresio, il Monte San -Salvatore, i favoriti di sir Forest, tutto mi fece intorno la _grande -ronde_. - -Intanto un battello partiva da Lugano per Oria e passava a poca -distanza da noi. - -— Si poteva prendere il vapore! — brontolò il vecchio signore. - -— Ma non fa stazione a Castagnola, papà — disse Bertha. - -Si misero allora a parlare dei Roberts, e Harriet prese parte alla -conversazione. Ella propose di non fermarsi a Castagnola. Sua sorella -protestò e il papà diede ragione a lei.... Bertha era innamorata di -miss Roberts e ammirava molto anche sir Roberts. Suo padre diceva -che sir Roberts era un colto e intelligente giovine e che i suoi -gioielli antichi erano magnifici. Io sospettai che agli occhi di -quell'eccellente signore il gioiello più magnifico fosse il più -moderno, miss Roberts, perchè non parlò mai di lei. Miss Harriet disse -forte, quasi con affettazione, che preferiva i gioielli di Parigi a -quelli di Memphis, e che il primo torto del signor Roberts era di -essere antipatico e il secondo di avere miss Roberts per sorella. -Aveva probabilmente osservato i maneggi della signorina con suo padre, -perchè parlò di lei senza misericordia, come di una bambola dai capelli -gialli, d'un ritratto dell'accidia sonnolenta. - -Bertha difese vivacemente i suoi cari amici. Il professore Forest era -molto inquieto e borbottava come un vecchio orso malcontento. Egli non -osò confutare Harriet, ma disse che le sue figliuole gli dovevano di -essere cortesi con i suoi amici. - -— Non sapevo che fossero vostri amici — disse la ragazza, impallidendo. - -— Lo sono — rispose il vecchio. — Io ho molti doveri verso il signor -Roberts per informazioni preziose che mi ha dato circa i gioielli -siro-fenici e penso che la sua relazione vi è tornata molto utile -quando ci siamo incontrati presso Pontresina, dopo quella disastrosa -discesa dal Piz Zanguard. Siete stata ben contenta, allora, di -accettare.... - -Qui egli s'interruppe: - -— Gli scialli di sua sorella, sì — disse Harriet. — Avete ragione, -papà. È stato un atto magnanimo. - -Ci accostavamo a Castagnola. Miss Harriet era visibilmente turbata -e non mi guardava più. Invece di dirigermi all'approdo, io voltai a -poco a poco la barca nella direzione di Oria, cercando gli occhi di -lei, volendo significare che avevo l'intenzione di non approdare a -Castagnola senza un ordine. Il professore si accorse della cambiata -direzione e mi indicò, emettendo voci inarticolate, il luogo dove -bisognava approdare. - -Io guardai ancora, prima di ubbidire, miss Harriet, aspettando che -dicesse qualche cosa. I nostri occhi s'incontrarono e vidi ch'ella -m'aveva inteso. I begli occhi azzurri mi guardarono sorpresi e mi passò -per la mente che mi domandassero se avessi remato anche sul Tamigi; ma -nessuna parola venne, e approdammo a Castagnola. - -Passarono alcuni minuti e i Roberts non comparivano. Bertha faceva -molte diverse supposizioni. Suo padre e sua sorella non parlavano. -Finalmente il vecchio signore si alzò e disse che sarebbe andato -a vedere. Miss Bertha si alzò pure per andar con lui; miss Harriet -dichiarò che restava in barca. Io la guardai palpitando. Aveva le -sopracciglia aggrottate, certo non per l'idea di restar sola con me. - -Essa non m'incoraggiò con un solo sguardo, ma io ero risoluto di -parlarle ad ogni modo. C'erano otto o dieci minuti di cammino dallo -sbarco di Castagnola alla villetta dove abitavano i Roberts. - -Quando il vecchio signore e la giovinetta si furono allontanati, io -dissi a miss Harriet in francese: - -— Signorina, io non posso più fingere con lei. - -Ella si turbò. - -— Ah! — disse. — Lei è lo scrittore italiano? - -— Sì. - -— L'ho sospettato subito ieri — esclamò, alzandosi. — Perchè questa -commedia? Suppongo ch'ella sia un gentiluomo, signore. È stata una -bella cosa di burlarsi di noi? Non credo di potere star qui, adesso. - -— Oh, si fermi, signorina! Io non ho voluto burlarmi di Loro. No -davvero! È stata una piccola vendetta — soggiunsi sorridendo. — Si -ricorda che mi ha creduto un pescatore, quando mi ha visto raccomodar -la pesca? I suoi occhi esprimevano disprezzo, e dopo averla veduta non -potevo rimanere sotto il suo disprezzo. - -— Ma non era disprezzo, signore! Era solo un equivoco. È possibile che -io rispetti un pescatore onesto più d'un poeta che inganna! - -— Non ho voluto ingannarla, signorina; ho voluto piuttosto -disingannarla. Desideravo farle sapere che non ero tanto inferiore a -Lei quant'Ella aveva creduto. In principio ero mosso dall'orgoglio; -ma poi vennero altri sentimenti molto migliori. Sono felice di poterle -dire che Le sarà utile d'avermi conosciuto. - -— Perchè, signore? - -Vidi ch'ella era commossa e avida di una spiegazione. - -— Sieda, signorina! — dissi. — Non parlerò se non siede. - -Riprese il suo posto di prima, e io continuai dopo un momento di -esitazione. - -— Intendo un poco l'inglese, signorina, specialmente l'inglese degli -americani. - -Miss Forest trasalì. - -— Oh, signore! — esclamò. — Davvero? E Lei ha ascoltato, ieri, ciò che -dicevamo noi; questo non è stato bello, signore! No, no, no! - -Ella si coperse il viso con le mani, fra sdegnata e ridente. - -— Di grazia, signorina — diss'io — quel signor _Jack_ che mi somiglia -tanto, sarebbe una scimmia? - -— Ella meriterebbe che lo fosse — rispose miss Forest, ridendo, senza -scoprirsi il viso. — Ma non lo è. - -— Bene, signorina, mi perdoni e mi ascolti, adesso. Devo darle notizie -dei Roberts. - -— Davvero? - -Le mani le caddero dal viso ed ella si piegò ansiosa verso di me. - -— L'uomo è un abominevole briccone — diss'io — e la donna è la -sua schiava. Non sono fratelli. Ci deve essere fra loro un legame -vergognoso. Non sono inglesi. Lo stesso nome Roberts è falso. L'uomo -s'è messo in capo di sposar Lei, signorina. - -— Ma come ha Lei saputo questo? - -Vidi ch'ella dubitava di me. - -— L'ho saputo ieri — risposi — venendo con loro da Lugano a Castagnola. -Hanno sempre parlato di questo. Ho appreso così il Suo nome e la -Sua patria. Lo so, miss Forest, Lei si domanda se deve credere a uno -straniero che le è perfettamente sconosciuto? - -Ella tacque, ed io rabbrividii. - -— Mi creda — esclamai — La supplico di credermi! Non sono un mentitore! -Non lo vede? Non lo sente? Piuttosto lasciarla in questo istante e non -vederla mai più, ch'esser creduto da Lei un bugiardo. Addio, signorina! - -Stavo in piedi sulla riva, risoluto d'andarmene, senza pensar affatto -alla mia barca. - -— Si fermi — disse miss Forest, quasi sottovoce, dolcemente. — Le credo. - -Io sedetti sulla prora della barca e mormorai: - -— Grazie! - -Nel silenzio che seguì, udimmo presto i passi del professore e di miss -Bertha che ritornavano. - -— Sia lode a Dio! — disse Harriet. — Sono soli! Ho bisogno di domandare -ancora qualche cosa, ma adesso è tardi. - -Infatti in quel momento sir Forest e sua figlia comparvero sulla riva. - -Non erano soli. Dietro a loro veniva il signor Roberts in una elegante -_toilette_ da mattina. - -— Mi rincresce — diss'egli a miss Harriet, dopo averla salutata. — Mia -sorella non sta bene e manda le sue scuse. - -Egli era bello, elegante, e sedette vicino a miss Harriet, ma non avrei -cambiato posto con lui. Ella non avrebbe potuto essere più gelida. - -Quegli non ebbe l'aria di accorgersene; invece il padre ne soffriva -visibilmente e cercava di parlare a Roberts, di esser gentile con -lui quanto poteva. Allora sua figlia mi guardava; i nostri occhi si -parlavano. Ero felice che gli altri mi credessero ancora un barcaiuolo, -che lei sapesse e tacesse. - -Quando passammo davanti al piccolo promontorio dove sta il villaggio -di Gaudria e si scoperse la Valsolda, miss Harriet mi domandò in -italiano se il paesello che si vedeva a prora fosse Oria, e sir Roberts -s'affrettò a dire ch'era Osteno. — È Oria — diss'io. — Colui dichiarò -allora in inglese, che io non sapevo niente. La signorina sorrise e io -mi morsi le labbra. - -— Una bella barchetta — diss'egli, dopo un momento. — Mi piacerebbe -d'averla. - -— La comperi — disse miss Harriet, con un sorriso impercettibile. - -— Sì. E se prendo la barca, non prendo certo il barcaiuolo. Non mi -piace affatto. Dev'essere un impertinente. E a Lei, signorina, piace? - -Ella arrossì forte e io pure, temo. Evitammo di guardarci e la udii -rispondere in tono scherzoso: - -— Lo rispetti, è il barcaiuolo nostro e non il Suo. - -— Oh, sì, sì! — rispose colui con un sogghigno. — Lo rispetto, ma -insomma, Le piace? - -— Lo credo onesto, e ciò che sopra tutto mi piace in un uomo è l'onestà. - -I begli occhi azzurri si volsero a me e mi dissero: — Desiderava Ella -di più? Deve accontentarsi di questo. - -Non m'aspettavo di più e me ne accontentai, pensai ch'ell'era una -intelligente, pronta, savia e franca creatura, e che chi l'avesse per -moglie dovrebbe andare orgoglioso di lei. - -Il signor Roberts non si lasciò scoraggiare dalla sua freddezza. Parlò -continuamente con suo padre, con lei, con miss Bertha, di molte cose, -ma sopratutto di sè stesso, delle proprie qualità, dei proprii difetti. -Secondo lui, il suo difetto principale era il cuore troppo largo e -tenero. Per questo egli non aveva mai potuto arricchire. No, non era -ricco. Era forse una vergogna di non essere ricco? Non lo credeva. -Del resto, chi si poteva dire ricco che non avesse almeno quattromila -sterline l'anno? Egli non le aveva. La sua fortuna non era molto -inferiore, ma insomma non arrivava a questo. Voleva perciò lavorare -ancora. Intendeva passare ancora un anno in Oriente. Poi, quando avesse -potuto offrire a una donna amata tutte le dolcezze dell'esistenza, -sarebbe ritornato in Occidente, e, se non riuscisse a farsi amare come -e da chi voleva, sarebbe venuto ad abitare una riva solitaria del lago -di Lugano e avrebbe scritto un poema perchè amava molto la poesia. - -Harriet ed io ci guardavamo spesso mentr'egli parlava e più d'una -volta, quando gli occhi nostri s'incontravano, vidi spuntare sulle sue -labbra un sorriso. - -A mezza strada fra Gaudria e Oria miss Bertha si mise a guardar -la mia mano sinistra e lessi ne' suoi occhi una certa sorpresa. Si -chinò all'orecchio di sua sorella, le disse qualche cosa che la fece -arrossire. Sua sorella dovette risponderle di tacere, perchè diede -molte altre occhiate al mio anello e a me, ma non parlò. - -A Oria il signor Forest propose di scendere e di camminare fino -a S. Mamette. Il cielo era coperto, molto opportunamente per una -passeggiata. Harriet approvò la proposta e Roberts si affrettò ad uscir -di barca col professore e miss Bertha. Ella disse allora che le faceva -molto piacere che suo padre camminasse, ma ch'ella sarebbe venuta a S. -Mamette in barca. Sir Roberts voleva subito risalire nel canotto, ma la -signorina lo invitò così recisamente ad accompagnar suo padre, ch'egli -non osò insistere. - -Il cuore mi batteva di gioia e io stavo per ringraziare miss Harriet, -ma ella mi prevenne e si affrettò a dirmi che desiderava sapere -una cosa da me. Voleva sapere se avessi potuto scoprire particolari -intenzioni di miss Roberts. Non disse più di così; tuttavia intesi -benissimo. Risposi che, secondo me, miss Roberts aveva il compito di -sedurre una certa persona, ma che ubbidiva di malavoglia. - -Passavamo, così parlando, sotto la mia piccola villa. La cameriera e -la cuoca erano a una finestra e mi salutarono sorridendo. Il domestico -spiava dal giardinetto, tenendosi nascosto fra le piante. Mia sorella -stava dietro ai vetri d'un'altra finestra. Indovinai subito che mia -sorella non aveva potuto tacere con le persone di servizio. Udii -distintamente la cuoca meravigliarsi ch'io avessi con me una signorina -sola. - -— La Sua villa? — disse miss Forest. — Un bel posto! - -Le dissi quanto sarei felice ch'ella vi potesse entrare almeno un -momento, quanto avrei goduto di farle vedere i miei fiori, i miei -libri; di dirle anche un poco i sogni che sognavo là, guardando le -montagne, il lago. - -— È impossibile — rispose — E poi sarebbe anche triste di conoscerci -troppo, perchè credo che non ci vedremo mai più. Ma io ho visto un -arancio nel suo giardino e accetterò un piccolo ramoscello d'arancio. - -— Non ci vedremo mai più? — esclamai, cessando di remare. - -Ella non rispose e mi parve commossa. Ci guardammo in silenzio un -momento, poi ella sorrise leggermente, e disse: - -— Come diceva, ieri, mio padre? _Remare, remare!_ Vorrei portar via -mio padre domattina — soggiunse. — Vorrei che fosse possibile di -fargli sapere, di fargli credere quelle cose orribili che Lei mi ha -raccontate! - -— E se le credesse, vorrebbe Lei ancora partir domani? - -— Sì; credo che sarebbe necessario. - -— E dove andrebbe? - -— In America. - -— E se io l'aiutassi a far credere quelle cose orribili a suo padre, -avrebbe Lei una briciola di gratitudine, si dimenticherebbe di me in -America? - -Miss Harriet mi stese silenziosamente la mano, che io subito presi fra -le mie, lasciando i remi. - -— L'aiuterò, miss Forest, e sono sicuro di riuscire. Ho preso più -interesse a Lei, signorina, che non avrei creduto possibile in così -breve tempo. Diventerò il mio proprio nemico purchè ella sia contenta. -Non merito che si levi il guanto? - -Si tolse il guanto, e senza curarmi che dalla riva qualcuno ci potesse -vedere o no, io posai e tenni un momento le labbra su quella bianca -mano, ch'era fredda, per l'emozione, come il ghiaccio. - -— È strano — diss'ella, poi, sorridendo — che io non so neppure il suo -nome. - -Glielo dissi, e poi si parlò di letteratura inglese, dei romanzi -che conoscevamo l'uno e l'altra. Era un modo per me di esprimere -i miei sentimenti e per essa di mostrare che non le dispiacevano. -Fui particolarmente contento di udire che fra i romanzi di Dickens -preferiva, com'io, «_A tale of two Cities_» e che Sidney Carton le -piaceva più di tutti gli altri personaggi di quel libro. - -Era una gran gioia per me che le nostre anime si toccassero anche in -un solo piccolo punto. Questo bastava per far passare una corrente -elettrica che mi riempiva di dolcezza. Parlammo anche della Valsolda. -Solamente chi ha un raffinato e squisito senso della natura può -intendere il segreto fascino della Valsolda. La gente volgare non ne -capisce niente. Ella lo intendeva. Le domandai se le sarebbe piaciuto -di vivere in Valsolda. - -— No — diss'ella. — Non lo credo. Ho un carattere strano. Questa -Valsolda mi sembra un porto. Mi piacerebbe vivere sul mare aperto e -morire qui. - -Prima di giungere a S. Mamette dissi a miss Forest che trovasse modo -di raccontar subito ogni cosa a suo padre. Io poi lo avrei persuaso che -tutto era vero. Ella mi porse da capo la mano. - -— Grazie! — diss'ella. — Addio! — soggiunse sorridendo non senza -tristezza. — È meglio che ci congediamo adesso, mentre siamo soli. - -— Ma io — risposi — ritornerò a Lugano con Loro. - -— Lo desidera? — diss'ella. — Non sarebbe meglio separarci prima? -Potremo prendere un vero barcaiuolo che Le ricondurrà la barca. Ella mi -darà il ramoscello d'arancio e ci lascieremo qui. - -Le domandai allora con voce tremante se il ramoscello d'arancio non -potrebbe forse un giorno dar fiori per una ghirlanda. Non m'intese o -non mi volle intendere. Non mi rispose. Forse, se intese, dubitò che -fosse una frase poetica, non abbastanza ponderata e seria. Forse aveva -altre ragioni; non ne so nulla. - -— Addio! — dissi sottovoce. - -Ella chinò leggermente il capo, come per gradire il mio saluto, e non -aprimmo più bocca. - -Sir Forest e compagni ci aspettavano sulla riva. Miss Harriet -discese per andare a far colazione con loro, e io dissi che dovevo -allontanarmi, ma che sarei stato a loro disposizione fra un'ora. - -Ritornai con la barca a Oria, mi vestii convenientemente, mi posi -all'occhiello un ramoscellino di arancio, e mi feci condurre a S. -Mamette dal mio domestico, molto in fretta, anche perchè il cielo era -diventato minaccioso. - -Andai alla _Stella d'Italia_, dove i Forest erano a far colazione, -e mandai loro la mia carta da visita. Fui subito introdotto, e mi -presentai direttamente al signor Forest. Gli chiesi scusa, in un -detestabile inglese, se il giorno prima, avendo veduto che egli e le -signorine avevano bisogno di una barca, mi ero permesso di offrire la -mia con una innocente finzione. - -Il signor Forest era rosso e confuso; non sapeva evidentemente quale -contegno tenere, se ringraziarmi o rimproverarmi. Miss Harriet mi -ringraziò col più gentile sorriso. Miss Bertha mi guardava stupefatta, -senza capir nulla. Mi voltai verso il signor Roberts, che mi guardava -pure alquanto meravigliato e pareva quasi non riconoscermi. - -— Signore — gli dissi — Ella non è stata oggi molto gentile col -barcaiuolo; ma siccome La conosco, voglio essere generoso con Lei e -renderle ugualmente un piccolo servigio. La Sua signora Le manda a dire -che l'aspetta a Lugano, per affari urgenti, col vapore. - -— La mia signora? — rispose il furfante — Lei s'inganna, signore. Io -non La conosco e non ho moglie. - -— _Sprechen sie deutsch, mein Herr_ — diss'io in tono molto deciso. E -continuai in tedesco: — Lei avrebbe dovuto essere più prudente, ieri, -parlando con la giovine signora. Devo io ripetere ai signori Forest ciò -che ha detto? Non mi costringa a questo. Il battello diretto a Lugano -sta per arrivare qui. Parta! Parta subito! - -L'uomo esitò un momento, poi si voltò ai Forest e disse tranquillamente: - -— Me lo immaginavo. Questo povero signore che fa il barcaiuolo ha -perduto la testa. Mi parla una lingua che neppure comprendo! - -Miss Harriet e suo padre mi guardarono, lei ansiosa, lui corrucciato. -Io aveva preveduto che l'uomo tenterebbe questo colpo. - -— Caro signore — ripresi in tedesco, guardando l'orologio — Ella ha -sette minuti di tempo per prendere il vapore. Se ella resta qui, -Le prometto la preziosa conoscenza dei carabinieri di S. M. il Re -d'Italia, i quali desiderano avere una piccola conversazione con Lei. - -Fu lui, allora, che perdette la testa e mi rispose: - -— _Das ist nicht wahr!_ - -Io mi voltai ai Forest e dissi sorridendo: - -— Il signore parla la lingua che non comprende! - -Egli s'era già accorto del suo sproposito; come il giorno prima, cacciò -una imprecazione in una lingua sconosciuta; poi afferrò il cappello e -disse ai Forest, indicandomi: - -— Se non parto, uccido quest'uomo! A Lugano mi giustificherò. - -E scomparve. Io gli gridai dietro: - -— Ella ha tre minuti! - -Le finestre erano aperte. Si udivano le ruote del vapore che si -avvicinava. - -Non ebbi le braccia del signor Forest in torno al mio collo, nè i suoi -favoriti grigi sulla mia faccia. Egli era molto turbato, e davvero, se -il mio idillio era spezzato, lo era pure il suo. Lessi invece con gioia -l'ammirazione e la gratitudine negli occhi di miss Harriet. - -— Partiamo subito! — disse suo padre. — Torniamo a Lugano subito! - -Io offersi la mia barca. Mr. Forest rispose abbastanza bruscamente che -mi ringraziava, ma che non accettava, e che intendeva cercare subito -un'altra barca. - -Gli occhi di miss Harriet domandarono scusa per suo padre. Non -insistetti. Il signor Forest si avviò per uscire con le signorine, e -io le seguii col cuore pesante. Eravamo nel piccolo corridoio scuro e -stretto che serve d'ingresso all'albergo, quando un violento acquazzone -strepitò fuori sulla piazza. Il vecchio professore dovette fermarsi. -Egli e miss Bertha guardavano, stando sulla porta, il cielo tutto -bianco e le oblique righe della pioggia. - -Io mi levai silenziosamente il ramoscellino d'arancio dall'occhiello e -lo porsi a miss Harriet. Ella lo prese pure silenziosamente, ne staccò -una foglia, se l'accostò alle labbra, me la diede e si nascose il -resto in seno. Allora cercai segretamente la sua mano che segretamente -rispose alla mia stretta. - -Guardavamo anche noi in quel momento nella piazza, ma senza sapere se -vi splendesse il sole o vi cadesse la pioggia. Quando, dopo qualche -momento, ella ritirò dolcemente la sua mano, le vidi lagrime negli -occhi. La pioggia cessò; la barca fu presto trovata. - -— Credo che La debbo ringraziare, — mi disse finalmente il signor -Forest nel congedarsi da me. - -Miss Harriet non mi disse nulla. Solo mi guardò con uno sguardo che -m'entrò nel cuore e ancora di tempo in tempo mi fa male. - -Due giorni dopo andai a Villa Ceresio. I Forest erano partiti. Passai -tre ore sopra un sedile del _quai_ presso l'_Hôtel du Parc_, all'ombra -delle acacie, a guardare il Cavallino, Castagnola, villa Ceresio, le -acque del lago scintillanti al sole. Il bel paese mi pareva scolorato, -vuoto e triste. - -Non ho più veduto miss Harriet; non ho più udito parlare di lei. Sarei -felice se queste righe attraversassero l'Atlantico, cadessero sotto i -suoi occhi, o almeno sotto gli occhi di qualche amica sua, cui ella -avesse narrato questo episodio della sua vita. Io pregherei questa -sconosciuta amica di miss Forest di farle avere il presente racconto, -e anche di dirle che la foglia d'arancio baciata dalle sue labbra è -ancora custodita come una dolce, cara memoria, insieme alla monetina -d'argento, nella piccola villa battuta dalle onde, a piè del monte -coperto di ulivi, di viti e di allori. - - - - -Il Crocifisso d'argento - - -— Contessa, il caffè — disse la cameriera. - -La contessa non rispose. Le persiane erano chiuse, ma si poteva -tuttavia vedere, sul velato candore del guanciale, il grazioso viso -inclinato della giovane signora che dormiva. - -La cameriera, ritta accanto al letto, col vassoio del caffè, ripetè più -forte: - -— Il caffè, contessa. - -La contessa si mise supina, sospirò ad occhi chiusi e sbadigliò: - -— Apri un poco. - -L'altra andò alla finestra senza posare il vassoio e, nel tirar la -maniglia dell'imposta, rovesciò la tazza vuota sulla sottocoppa. - -— Piano! — fece la contessa, sottovoce, ma con sdegno. — Cosa fai -stamattina? Dove hai la testa? Ecco che hai svegliato il bambino. - -Infatti il piccino s'era svegliato, piangendo, nel suo lettuccio. - -La signora alzò il capo dal guanciale e fece verso il lettuccio un -imperioso: — Zitto! - -Il bambino si chetò subito, non mise più che qualche breve vocina -dolente. - -— Questo caffè! — disse la signora. — Sei stata dal conte? Tien fermo! -Cos'hai? - -Cos'aveva, infatti, la cameriera? La tazza, la sottocoppa, la -zuccheriera, il bricco e il vassoio susurravano qualche cosa di -sospetto col loro tremolìo. La contessa alzò gli occhi. - -— Cosa c'è? — diss'ella posando la tazza. - -Se il viso della cameriera era contraffatto, quello della dama non era -adesso meno turbato dallo sgomento e dall'incertezza. - -— Niente — rispose la donna, tremante. - -La contessa le afferrò il braccio col vigore di una fiera. - -— Parla — diss'ella. - -Intanto un bel visetto d'un bambino sui quattro anni comparve attento e -muto sopra la sponda del lettuccio. - -— Un caso, signora — rispose la cameriera, quasi piangendo. — Un caso -di colèra. - -La contessa, livida, si voltò quasi per istinto e vide suo figlio che -ascoltava. Balzò dal letto, impose rapidamente silenzio alla cameriera, -accennandole di passar nella camera vicina, e corse al lettuccio. - -Il piccino ricominciava a piangere, ma ella lo baciò, lo accarezzò, -scherzò e rise tanto con lui, che vinse le sue lagrime. Poi si mise in -furia la veste da camera e raggiunse la cameriera, chiudendo l'uscio -dietro a sè. - -— Oh Dio, oh Dio! — diss'ella ansando, spasimando, mentre l'altra si -metteva a singhiozzare. - -— Zitto per amor di Dio! Guai a te se spaventi il bambino! Dov'è questo -caso? - -— Da noi, signora! La Rosa del gastaldo — rispose colei. — Le ha preso -il male a mezzanotte. - -— Oh Signore! E adesso? - -— Morta! Morta mezz'ora fa. - -Il bambino strillava chiamando la mamma. - -— Va — disse la contessa — giuoca con lui, fallo stare allegro, fa -tutto quello che vuole. Sta quieto, caro! — gridò. — Vengo subito! - -Corse da suo marito. - -La contessa aveva una paura cieca e folle del colèra. Solo la passione -per il bambino era più cieca e più folle. Ai primi rumori del morbo -era fuggita dalla città, col marito, nella sua villa, nello splendido -podere da lei recato in dote, confidando che il colèra non vi sarebbe -penetrato nel 1886, come non vi era mai penetrato prima, neppure nel -1836. E adesso lo aveva in casa, nel cortile rustico della villa. - -Entrò, scapigliata e discinta, dal conte; e, prima ancora di parlare, -diede al campanello due strappate furibonde. - -— Lo sai? — diss'ella con due occhi spiritati. - -Il conte, che stava facendosi la barba flemmaticamente, si voltò, col -pennello insaponato in mano, e presa un'aria stupida, rispose: - -— Che? - -— Non sai della Rosa? - -Adesso il conte prese un'aria tranquilla e rispose: - -— Sì, lo so. - -Se sulle prime aveva nutrita un'ombra d'irragionevole speranza che -sua moglie ignorasse ancora il caso della Rosa, gli parve poi che un -contegno indifferente da parte sua dovesse rassicurare anche lei. -Ma invece i begli occhi della signora gittaron lampi, una durezza -selvaggia le comparve in viso. - -— Lo sa — esclamò — e pensa a farsi la barba! Cosa sei tu? Che padre -sei? Che marito sei? - -— Oh Dio... — fece il conte allargando le braccia. - -Prima che il pover'uomo, insaponato fino agli occhi e affagottato -nella salvietta, sapesse trovare un'altra parola, il cameriere bussò -all'uscio. - -La contessa gli ordinò che nessun contadino del cortile rustico fosse -lasciato entrare in casa e che nessuno di casa andasse nel cortile. -Poi gli diede l'ordine per il cocchiere di tener pronto fra un'ora il -_landau_ con i cavalli che gli avrebbe detto il conte. - -— Cosa vuoi fare? — disse questi, che intanto aveva ripreso fiato. — -Non ammetto esagerazioni. - -— _Esagerazioni_, hai il coraggio di dire? Sarò tua schiava in tutto, -ma quando si tratta della vita, capisci, quando si tratta di mio -figlio, non ascolto più nessuno. Partire subito, voglio. Ordina i -cavalli. - -Il conte s'irritò. Come si potevano spingere le cose fino a questo -punto? Che convenienza c'era di scappare così? E gli affari? Fra due -giorni, fra un giorno, via, fra dodici ore, sarebbe partito; prima no! -La contessa non gli lasciava dir quattro parole senza ribatterle con la -maggiore violenza. Che convenienza! Che affari! Vergogna! - -— E la roba? — diss'egli. — Bisognerà bene prendere con noi qualche -cosa. Ci vorrà bene del tempo! - -Sua moglie fece un'esclamazione sdegnosa. Ella s'impegnava di allestire -i bauli entro un'ora. - -— Ma dove si va? — domandò ancora il marito. - -— Alla stazione della ferrovia e poi dove vorrai tu. Ordina questi -cavalli. - -— Sono stufo — gridò il conte. — Ordino quello che pare a me. E dopo -tutto vadano anche gl'interessi, vada tutto, cosa m'importa? È roba -tua, già... Le saure!... — diss'egli rabbiosamente al cameriere che -aspettava in disparte, impassibile. - -Questi uscì. - -La contessa si vestì e si pettinò in un lampo, giungendo spesso le mani -negli slanci di tacite preghiere, spiccando ordini ad ogni momento, -facendo correre per la casa i domestici a frustate frenetiche di -campanello. Era un saltar su e giù di costoro per le scale, uno sbatter -usci, un chiamarsi, uno sgridare, un ridere e un imprecar sommesso. Le -finestre che guardavano il cortile funesto furon tutte chiuse subito, -anche perchè non si udissero strillare le figlie della morta; pure un -triste odor di cloro spirava già per la casa, copriva già nella camera -della contessa il delicato profumo di Vienna ch'era come l'aura sua. - -— Dio mio! — diss'ella rabbrividendo come se avesse odorata la morte. -— Adesso m'ammorbano tutto. Presto nei bauli, presto nei bauli! E -chiudere subito! Io muoio se porto via quest'odore. Non sanno che il -cloro è inutile? Che brucino, che brucino tutto! Il padrone lo manderà -via, il gastaldo, se trafugherà qualche cosa. - -— Hanno già bruciato, contessa — disse una cameriera. — Il medico ha -fatto bruciare lenzuola, coperte e pagliericcio. - -— Ci vuol altro! — replicò la contessa. - -In quel punto il conte, sbarbato e vestito, fece irruzione in camera e -prese a parte sua moglie. - -— Cosa facciamo di questa gente? — diss'egli — Io non posso mica farli -viaggiar tutti. - -— Quel che vorrai — rispose la contessa. — Mandali via. Qui in casa non -ci resta nessuno di sicuro. Non voglio mica che prendano il colèra e -che poi mi si appestino le camere col cloro e mi si bruci Dio sa quanta -roba, perchè quando si tratta dei signori... - -Il conte era arrabbiato di aver ceduto, adesso. - -— Bella figura — diceva — che si fa. È una vigliaccheria, una vergogna -di scappare a questo modo! - -— Ecco — rispondeva la contessa — come siete voialtri uomini! Il -comparir forti, il comparir coraggiosi vi preme più che la salute e -la vita della vostra famiglia. Avete paura di perdere la popolarità! -Non la vuoi perdere? Fa chiamare il sindaco e offri cento lire per i -colerosi. - -Egli proponeva allora di rimaner solo mentre lei partirebbe col -bambino, ma non sapeva star fermo. - -Intanto i bauli si empivano. I giocattoli del bambino, i suoi -vestitini più eleganti, il laudano, i libri di preghiere, gli opuscoli -del dottor Tunisi, il costume da bagno, alcuni gioielli, la carta -cifrata, le pellicce, le biancherie, molto del superfluo e poco del -necessario, tutto era gittato dentro alla rinfusa. E poi i bauli, -con grandi sforzi, si chiusero: e poi la contessa, seguita dal -conte che dimostrava il più grande ardore di fare qualche cosa e non -faceva niente, percorse tutta la casa aprendo cassettoni ed armadi, -guardandovi dentro per l'ultima volta, chiudendo tutto a chiave di -sua mano. Il conte dichiarò che sarebbe stato necessario di prendere -qualche cibo prima di partire. - -— Sì, sì, — diss'ella con ironia — prender qualche cibo! Adesso vi dirò -io cosa prenderete! - -E raccolti in una stanza suo marito e tutti i domestici, anche quelli -ch'erano mandati alle case loro in licenza, perchè voleva il bene di -tutti, li costrinse a prender dieci goccie di laudano per ciascuno. Il -bambino ebbe del cioccolatte. - -Finalmente la carrozza venne di gran trotto, dalla parte del giardino, -a fermarsi davanti alla villa. Prima di scendere, la contessa, ch'era -molto pia, si ritirò nella sua camera per un'ultima preghiera. Presa -una sedia, v'inclinò su la persona chiusa in un costume attillato di -flanella bianca, congiungendo sulla spalliera i guanti neri ad otto -bottoni, coperti, al polso, di cerchi di platino e d'oro, alzò al cielo -la penna del cappellino di velluto nero e gli occhi fervorosi, battè -frettolosamente ed a lungo le labbra. Non disse al Signore una sola -parola per le miserabili creature che avevano perduta la madre, nè -perchè il colèra risparmiasse le rudi vite incatenate nello stento alla -terra potente che le aveva dato la sua villa, i suoi gioielli, i suoi -abiti, il suo profumo di Vienna, le sue raffinatezze, il suo orgoglio, -suo marito e suo figlio, il suo comodo Iddio. Non pregò neppure per -sè. Ella, che vedeva già sè e i suoi colpiti dal colèra in viaggio, -non volle pregare per sè e dimenticò di pregare per suo marito. Pregò -per il bambino, si offrì per lui. Veramente le sue labbra non dicevano -che de' _Pater_, degli _Ave_ e dei _Gloria_; ma Tanima sua era tutta -nel bambino, nell'orrore che potesse essere colpito lui, nel desiderio -intenso che non soffrisse neppure di questa partenza affrettata, -di questo viaggio ancora ignoto, che non perdesse nè l'appetito nè -il sonno, nè l'allegria, nè i colori, che le riuscisse di tenergli -nascosto ogni aspetto del dolore e del terrore altrui. - -Si fece in furia il segno della croce, mise un grande mantello grigio -e andò a chiudere l'unica finestra rimasta aperta. Il vento mattutino -inclinava e cangiava davanti alla villa l'erbe mature del prato, -corso da grandi ombre di nuvole, batteva le pioppe luccicanti del -viale d'entrata. La contessa che lo stimava pieno di tradimenti, non -ebbe uno sguardo di rimpianto per la pacifica scena famigliare a lei -dall'infanzia; chiuse e discese. - -Presso allo sportello delia carrozza, il Sindaco parlava col conte. - -— Viene di là? — diss'ella indietreggiando. - -Udito che veniva di casa sua, inveì contro di lui che non aveva saputo -tener lontano il male. Egli sorrideva e si giustificava, ma la signora -rispondeva confusa: — Niente, niente; — e si affrettò a salire in -carrozza col bambino. - -— Hai dato? — diss'ella sottovoce a suo marito, quando egli pure fu a -posto. Questi accennò di sì. - -— Debbo ringraziare anche la signora contessa — cominciò allora -quell'umile Sindaco — della generosità... - -— Miserie, miserie — interruppe il conte, non sapendo quel che diceva. - -Adesso che tutti erano in carrozza, la signora fece una rapida rassegna -delle borse, dei _nécessaires_, degli ombrelli, degli scialli, dei -soprabiti. Intanto il conte porse il capo a guardar se i bagagli -fossero a posto nel barroccio sopraggiunto dietro il legno. - -— È fatto? — diss'egli. — E cos'ha quel marmocchio? - -— Chi piange? — esclamò alla sua volta la contessa, buttandosi quasi -fuori del legno. - -— Fatto, signor sì — rispose un contadino che era stato chiamato in -aiuto ai domestici. - -Un ragazzetto cencioso gli stava attaccato ai calzoni singhiozzando. - -— Va là, taci — gli disse il padre aspramente, e, volto alle signorie -loro riprese: - -— Fatto tutto. - -Il conte si cacciò una mano in tasca, guardando il ragazzo. - -— Non romper l'anima — diss'egli — che ti darò un soldo anche a te. - -— La mamma ha male — singhiozzò il ragazzo disperatamente. — La mamma -ha il colèra! - -La contessa diè un balzo, menò l'ombrellino, con un pauroso viso di -follìa, sulle spalle del cocchiere. - -— Via! — gridò. — Via! Via subito! - -Quegli frustò i cavalli che s'impennarono con fracasso e presero tosto -il galoppo. Il Sindaco fu appena in tempo di scansarsi, il conte fu -appena in tempo di gittar a quell'uomo una manciata di soldi che si -sparpagliarono a terra. Il ragazzo smise di piangere, l'uomo non si -mosse, guardò dietro alle ruote scintillanti, agli ombrellini grigi, -che si allontanavano rapidamente nella polvere, e disse fra i denti: - -— Maledetti porci di signori. - -Il Sindaco se n'andò quatto quatto, facendo le viste di non aver inteso. - -Colui era di statura e d'età mezzana, magro e livido in viso, con una -sinistra guardatura di malvivente. Gli abiti gli cadevano a brandelli -come a suo figlio. Gli fece raccattare i soldi e poi si avviò a casa -con lui. - -Abitava, nel cortile di una fattoria della contessa, un tugurio di -mattoni sgretolati, senza intonaco, fra il letamaio e i porcili. Un -fossato nero di putridumi senza nome, gli puzzava sulla porta, sotto un -pezzo d'asse marcia, buttato là per ponte. - -Si entrava in una caverna nera, lurida, senza pavimento, con un -focolare di mattoni, tutto smozzicato all'ingiro, incavato nel mezzo -dalle ginocchia villane di chi gli faceva cuocere la polenta. Una -scala di legno, mancante di tre scalini, saliva alla camera, fetida -di miseria e di vecchiume, dove padre, madre e figliuolo dormivano in -un letto. Presso al letto si guardava giù, per il pavimento sfondato, -in cucina. Il letto stesso era stato tirato per isghembo al solo posto -dove, quando pioveva, non battessero le gocce dal tetto. - -Accasciata a terra, abbandonando il capo alla sponda di quel letto, -stava la contadina presa dal colèra; una povera vecchia faccia di -trent'anni, ch'era stata florida a venti e aveva ancora la bellezza di -una mansuetudine santa. Suo marito, al primo vederla, capì cos'era e -cacciò una bestemmia. Anche il figlioletto che lo seguiva, quando vide -il viso nerastro di sua madre, ebbe paura e si fermò sull'entrata. - -— Gesù Signore, mandalo via — mormorò la donna con voce fioca. — -Mandalo via che ho il colèra. Va dalla zia, caro. Conducilo via tu e -chiamami il prete. - -— Vado — disse il marito. - -Discese, spinse il ragazzo verso il cancello del cortile, ripetendogli: - -— Va! Va dalla zia. - -Poi andò sotto il porticato della fattoria, ne ritornò con una -bracciata di paglia, se la portò in cucina, e risalì da sua moglie che -s'era potuta, intanto, rovesciare con grande sforzo sul letto. - -— Senti — diss'egli con insolita dolcezza — mi rincresce, ma se muori -qui ci bruciano il letto, capisci? Pensaci. Ti ho portato della paglia -in cucina, un bel mucchio. - -Ella perdeva rapidamente la voce, non poteva più farsi intendere. -Accennò fervorosamente di sì con la testa e fece uno sforzo inutile per -scender dal letto. Allora l'uomo la prese in braccio. - -— Andiamo — diss'egli. — Se creperò anch'io ci vorrà pazienza. - -L'inferma lo pregò a gesti di darle un piccolo crocifisso d'argento, -appeso alla parete, e, avutolo, vi affisse avidamente le labbra, -discese come un corpo morto sulle braccia di suo marito, che l'adagiò -alla meglio sulla paglia e andò in cerca del prete. - -Allora anche la miserabile, sola come una bestia carbonchiosa sulla -paglia già infetta, prima di partire per il mondo sconosciuto, pregò. -Pregò per l'anima propria con umile contrizione, convinta di aver -molto peccato benchè non avesse a ricordar come, torturata da questa -impotenza. Venne, mandato dal sindaco, il dottore, che aveva paura; -la vide spacciata, disse: — rhum, nè marsala, già non ne avete — le -ordinò dei mattoni caldi sullo stomaco, pose il sequestro e partì. -Venne il prete, un cappellano che non aveva paura, le disse rozzamente, -con la tranquillità dell'abitudine, ciò che chiamava _le solite -cose_, oscurandone, con la sua parola, il divino; che, guasto com'era -d'ignoranza e d'inopportune durezze, pure empì di sereno e di luce la -moribonda. - -Compiuta l'opera sua, anche il prete partì. Mentre il marito, levatole -di sotto le spalle poche manate di paglia, aveva acceso il fuoco per -riscaldare i mattoni, la donna pregò ancora, per i suoi; non così -fervidamente per il fanciullo come per l'uomo cui aveva perdonato tanto -e ch'era sulla via della perdizione eterna. Finalmente, baciando il -crocifisso, un movimento del cuore le ricordò la persona da cui le -veniva. - -Glielo aveva regalato, sedici anni addietro, per la sua cresima, la -contessa; la padrona della splendida villa dov'era una gioia di vivere -e del tugurio immondo dov'era una gioia di morire. La contessa era una -bambina in quel tempo e avea donato il crocifisso alla figliuola del -bifolco per suggerimento di sua madre, della contessa d'allora, una -mite donna, morta da un pezzo e non dimenticata dalla povera gente. - -La moribonda si era confessata d'aver pensato male dei padroni, e -anche d'averne qualche volta mormorato, facendo consentire suo marito -a bestemmie, perchè, malgrado suppliche e suppliche, mai non le avean -fatto riparare il tetto nè il pavimento, nè la scala, mai non le -avean fatto mettere le impannate alle finestre. Adesso si pentiva, -si ricordava della buona padrona vecchia, domandava perdono, nel -suo cuore, al signor conte e alla signora contessa, pregava Dio e la -Madonna per essi. - -Nello stesso momento in cui l'uomo le posò sullo stomaco i mattoni, che -scottavano, ella ebbe una contrazione, uno spasimo di tutto il corpo e -spirò. - -Egli le buttò della paglia sul viso nero, le tolse, a stento il -crocifisso di mano, e se lo cacciò in tasca, brontolandogli come ad un -buono a nulla; — per quello che le hai fatto, Cristo! — e tacendo il -resto del suo pensiero. Ma nè lui sapeva nè noi sappiamo che avesse -fatto il piccolo crocifisso tante volte baciato e invocato dalla -poveretta; ancor meno sappiamo quale occulta benedetta via potrebbe -fare in avvenire il pensiero pio, nato nel cuore di una vecchia dama, -disceso a una bambina innocente e quindi risalito in gratitudine, -riacceso in preghiera dentro uno spirito vicino e caro alla Infinita -Pietà. - -Quella sera stessa i servitori che dovevano andare a casa in licenza -durante il viaggio del conte e della contessa, si ubbriacarono, nel -salotto della villa, di marsala e di rhum. - - - - -La visita di Sua Maestà - - -Il 12 dicembre 1873 S. A. R. il Principe Reggente ritornò a Corte da -una partita di caccia verso le due pomeridiane. Il conte B., Presidente -del Consiglio, lo attendeva ed ebbe subito con lui un colloquio che non -durò meno di venti minuti. In seguito a questo colloquio S. A. R. si -recò immediatamente negli appartamenti della Principessa Guglielmina, -sua moglie. Due dame d'onore che erano presso l'augusta Signora, -vedendo entrare S. A. R. in abito da caccia e con un viso molto serio -giudicarono che vi fosse qualche novità e si ritirarono. Allora il -principe domandò a sua moglie se sapesse che il senatore H. era agli -estremi. Certo lo sapeva; la Corte mandava tre volte al giorno a casa -H. a prendere notizie. - -«Ebbene, — disse il Principe, — il conte B. vuole ch'io ci vada.» - -Il senatore H., illustre storico e filosofo, era considerato una -gloria nazionale. Fiero repubblicano nella sua gioventù, nemico quasi -personale del Re, si era poi riconciliato, per effetto, sopratutto, -d'una vanità smisurata, con la monarchia, ma senza modificare le -sue idee filosofiche e religiose, abborrite dalla pia Principessa -Guglielmina. - -«Naturalmente tu non ci andrai» — diss'ella. S. A. R. s'irritò -moltissimo e rispose che ci andrebbe. In fatto egli non avrebbe -voluto andarci e si era difeso a lungo contro il suo ministro. Non -sapeva apprezzare il valore intellettuale di H. Quella sua clamorosa -incredulità gli era antipatica e le ingiurie scagliate contro il -defunto suo augusto fratello gli erano rimaste fitte nel cuore, anche -dopo la conversione del filosofo alla monarchia. Ma S. A. era debole e -non aveva saputo resistere al ministro che gli parlava di un onore da -rendere a H. in ossequio al sentimento nazionale, del pericolo che un -rifiuto fosse attribuito ad influenze clericali: perchè questa visita -era stata, incredibile a dirsi, sollecitata segretamente dagli amici e -dagli aderenti del moribondo. Il Principe, malcontento di aver ceduto, -si adirava ora con sua moglie appunto perchè ella gli parlava come la -sua propria coscienza: mentre egli era venuto da lei con la speranza -dell'opposto. Si sfogò a dirle che le donne proponevano sempre vie -molto semplici, ma che la questione era complessa, che il perdono delle -offese era poi anche un atto cristiano, che una buona moglie avrebbe -dovuto meglio apprezzare la sua posizione delicata e difficile davanti -al ministro e al pubblico. La Principessa lo rimbeccò vivacemente -e finì con dirgli che se si fosse trattato di ***, il suo scrittore -favorito, il Principe Reggente non si sarebbe sicuramente mosso di -casa. - -«Quello è un galantuomo, — rispose il Principe. — Al suo letto di morte -vi sarà Domeneddio. Quest'altro si contenterà di me.» - -Ed ordinò ad un aiutante di far subito dire a casa H. che S. A. R. ci -sarebbe andato alle quattro. - -La Principessa Guglielmina, appena fu sola, fece chiamare in fretta -un canonico della Cattedrale, ch'era il suo elemosiniere privato e il -suo segreto agente nei molteplici affari di coscienza cui S. A. R. -alquanto _tracassière en bien_, secondo la frase di Chamfort, amava -immischiarsi senza ricorrere al grande elemosiniere di Corte. Ella -volle sapere dal canonico se l'Autorità ecclesiastica avesse tentato o -fosse per tentare qualche cosa presso H. che nella sua prima giovinezza -era stato credente e aveva note relazioni d'amicizia con un vescovo. Il -canonico disse che la Curia aveva fatto qualche passo, ma inutilmente. -Quand'anche il moribondo avesse avuto buone disposizioni, non sarebbe -stato possibile di giungere a lui, tanto era guardata la sua anticamera -dal nemico. La principessa si sdegnò di questa rassegnazione e osservò -che Iddio può aiutare contro migliaia di guardie, ma che i suoi -ministri non debbono smarrirsi d'animo. Allora il canonico, forse -alquanto punto, mostrò di farsi animo a dire una gran cosa e confidò -a S. A. che, ad insaputa dell'Arcivescovo e della Curia, un prete -avrebbe tentato di penetrare nella prossima notte presso l'infermo, -pigliando il posto della infermiera con la quale era stata già presa -ogni intelligenza opportuna. La Principessa battè le mani. E chi era -questo prete? Forse egli stesso? No, era il tale, un gran sollecitatore -di elemosine, che la Principessa conosceva, un sant'uomo, corto di -cervello, entusiasta, imprudente, uno che vedeva miracoli dappertutto -e ne aspettava ogni momento. S. A. fu mediocremente soddisfatta della -scelta, ma quando seppe che scelta non c'era stata, perchè il prete -aveva detto lui a un amico di voler far questo colpo, ella si acquietò -all'osservazione del canonico che ogni più disgraziato strumento può -diventar buono in mano di Dio. - - * - * * - -A casa H. la gente andava e veniva come nel palazzo di un principe -fallito dove si tenesse una asta colossale. Infatti molti vanitosi, -avidi di riputazione per lusso e molti figuri avidi di riputazione -per necessità, venivano lì a pigliarsene un pezzo a buon mercato -dicendosi amici del grand'uomo, il quale, del resto, se possedeva -un amico nell'Episcopato cattolico, ne contava poi troppi altri nel -laicato canaglia; amici questi della sua gioventù ribelle, che, salendo -lui in fama, gli si erano appiccicati a' panni per modo ch'egli, pur -desiderando levarseli d'attorno, non vi era riuscito mai. - -Nella stanza del malato e in un salotto vicino aveva posto il suo -quartier generale uno stato maggiore di questa gente, i più audaci, -i più violenti, i più famigerati, tutti bigotti dell'ateismo. La -timida famiglia del professore, una sorella e un cognato, era stata -messa da parte quasi colla violenza e coloro avevano preso possesso -di H. come di una loro proprietà. Avevano fatto sostituire il medico -ministeriale ad un professore radicale e avevano proibito di lasciar -entrare preti; nè frati, nè suore. Ricevevano e aprivano i telegrammi, -facevano pubblicare i bollettini; si facevano accendere gran fuochi nel -caminetto e si ristoravano spesso col porto o col marsala e col cognac -di casa. Uno si arrischiò una volta a fumare, ma questo non fu ammesso -dalla maggioranza. Si erano tanto compenetrati nella persona del loro -illustre amico che, rispondendo a chi domandava notizie di lui, usavano -sempre il nominativo plurale, dicendo: «stamattina andiamo meglio, -stasera stiamo peggio,» fino a che fosse venuto il momento di dire: -«siamo morti». - -H. aveva una paralisi cerebrale, non gli restava che un barlume -d'intelligenza. Si scuoteva solo quando gli dicevano che la Corte o -i grandi Corpi dello Stato avevano mandato a chiedere notizie, che -erano giunti telegrammi di personaggi importanti, che i giornali si -occupavano della sua malattia facendo voti per la sua guarigione ed -esprimendo quelli del popolo intero. Allora il senatore balbettava con -viso ebete: «Ah, la Corte» «Ah, il Senato» «Ah, la Camera.» Per gli -altri non veniva che un piccolo gemito sordo. Quando arrivava uno di -questi messaggi, uno di questi articoli, persino l'amico che sturava -la bottiglia di cognac e l'altro amico che attizzava il fuoco nel -caminetto si sentivano crescere di valore e di maestà. Venivano anche -parecchie signore per contendersi la gloria di dare a H. un pezzetto di -ghiaccio e si guardavano con occhi altrettanto duri e freddi; ma verso -mezzanotte non restava più in camera dell'ammalato che la sua vecchia -infermiera. - -Gli _amici_ avevano fatto pressione per mezzo di deputati sul -Presidente del Consiglio onde avere l'estrema unzione del Principe -Reggente e ci erano riusciti, come s'è visto. Prima delle tre un -aiutante venne ad avvertire la sorella ed il cognato di H. che S. A. -R. sarebbe venuto alle quattro. Gli amici diedero subito la notizia -all'ammalato con un breve preambolo che ne togliesse il significato -lugubre. Ma H. non lo poteva ad ogni modo più intendere e solo la -sua vanità moribonda si rianimò a questa violenta speronata. «Ah, il -Principe» balbettò e i suoi occhi si ravvivarono. - - -S. A. R. scendendo di carrozza a casa H. si trovò di fronte quattro -o cinque _amici_ prima che la sorella o il cognato, e ne parve molto -malcontento. Salì rapidamente le scale, e disse che desiderava essere -introdotto dai parenti. I parenti lo introdussero infatti, ma dietro -a loro entrarono altri e la camera si riempì di gente. Il Principe si -accostò al letto e si curvò sull'ammalato. All'eccitamento momentaneo -di prima era successo uno stato comatoso. - -«Mi conosce, caro senatore? — disse S. A. R. — Sono Adalberto. Sono -venuto a farle coraggio. Ella ha lavorato tanto per la gloria Sua -e del nostro paese. La ringraziamo, io e il popolo. Le auguriamo di -ristabilirsi e di lavorare ancora.» Il Principe tacque, rimase curvo -per un momento sul morente, poi si rialzò e disse sottovoce: - -«Credo che non abbia inteso.» - -La sorella di H. ringraziò piangendo S. A. Uno degli amici disse -solennemente a voce alta: «Intenderà la Nazione, e intenderanno i -posteri.» Il Principe non gli badò affatto e prese congedo dalla -signora e da suo marito dicendo che, se potesse venir riconosciuto -dall'infermo, ritornerebbe. Quando, partendo, attraversò il salotto, -un individuo mal vestito, con un piede di barba, si mise ad arringarlo: -«Vostra Altezza ha oggi compiuto uno di quegli atti...» - -Ma Sua Altezza, non potendone più di quella compagnia, gli voltò le -spalle e uscì. - - * - * * - -Alla sera i medici giudicarono che vi fosse un miglioramento e che -la notte passerebbe probabilmente senza novità. Il Senatore aveva -guadagnato alquanto nell'intelligenza e nella favella. Verso le nove -aveva domandato ai medici con voce abbastanza chiara quando fosse per -venire il Re. Aveva proprio detto «il Re,» ma questo scambio di un -Reggente per un Re era molto scusabile in quel momento della vita in -cui tutti apprezzano assai più la sostanza che l'apparenza delle cose. - -Gli risposero che il Principe... «Il Re, Il Re!» Voleva assolutamente -un Re al suo capezzale e glielo diedero. Gli dissero dunque che il Re -era venuto, che lui allora dormiva e che S. A... «Sua Maestà,» borbottò -l'infermo: bene, che S. M. aveva promesso di tornar presto. Al tocco -dopo mezzanotte, tutto essendo tranquillo, le persone di famiglia -andarono a coricarsi. I due amici che erano di guardia quella notte -non si coricarono, ma si addormentarono nelle soffici profondità di -due grandi poltrone accanto al caminetto del salotto. Per dormir meglio -avevano posto la lucerna a terra, dietro un'altra poltrona. - -L'infermiera seduta accanto al letto avanzò il capo a guardar il -malato. Si alzò pian piano e lo guardò più da vicino. H. aveva gli -occhi chiusi, la respirazione regolare. L'infermiera mise il suo -scialle grigio, uscì, attraversò in punta di piedi il salotto e -disparve. Ritornò dopo cinque minuti, ancora chiusa nello scialle -grigio. Il suo passo era diverso, più lento, più lungo e, vorrei dire, -più largo; il passo insomma d'una persona molto cauta e molto incerta -del fatto suo. Urtò leggermente in un tavolino e sostò un lungo minuto. - -Le quattro gambe nere che uscivano dalle due poltrone verso il -caminetto non si mossero e l'infermiera raggiunse senz'altre peripezie -la camera del suo malato. Lì faceva ancora più scuro. Un lumicino da -notte ardeva fra le invetriate e le imposte, velato dai cortinaggi. -L'infermiera si guardò attorno un momento come se non riconoscesse -il letto, guardò l'infermo che dormiva ancora, e, senza levarsi lo -scialle, si mise a pregare fervorosamente con sommesse e frettolose -parole. - -Dopo dieci minuti il malato mise un sospiro. Allora la finta infermiera -si alzò, si chinò sopra di lui e lo chiamò con impeto soffocato: - -«Senatore! Senatore!» - -Quegli aperse gli occhi torbidi e girò il capo verso la voce. «Una -visita, senatore! Una visita!» «Sua Maestà?» balbettò il senatore. -«Sua Maestà?» e tentò di alzare il capo. «Sì, sì, Sua Maestà!» fece il -piccolo prete prendendo subito l'accento dell'entusiasmo. - -Gli occhi del senatore si accesero. - -«Il Re? Il Re?» diss'egli. - -«Dio!» rispose il prete. Lo scialle grigio gli cadde dalle spalle -nell'atto che, levandosi dal petto un crocefisso, egli lo alzava con -le mani congiunte alzando anche il viso nello slancio del suo zelo -incauto. «Sua Divina Maestà, Dio grande, Dio misericordioso che Le apre -le braccia, che La chiama, che manda me, suo ministro...» Quando aveva -detto «Dio!» le coltri si erano agitate come se il giacente fosse stato -preso da una convulsione. Quando disse «suo ministro» lo interruppe una -voce gutturale, strana, paurosa. Ogni moto delle coltri cessò. Il prete -esterrefatto guardò H. Era morto. - -Il nome di Dio lo aveva colpito ed ucciso in pochi secondi. Essi -bastano per lasciare una pia speranza alla Principessa e a noi; ma -il canonico non può dire se il disgraziato, troppo semplice prete, -sia stato nelle mani di Dio uno strumento di pietà o uno strumento di -collera e di giustizia. - - - - -L'Orologio di Lisa - - -Io ero creditore, nel 1877, di circa trentamila lire verso la nobile -famiglia Vicarelli di Battaglia, che da un'antica floridezza veniva -cadendo, per eccessive spese e per mala amministrazione, in rovina. -Da due anni non toccavo un soldo d'interessi. Pazientai, pregai, -sollecitai; finalmente, spintovi dalle strettezze del mio modesto -bilancio, ricorsi alle vie giudiziarie e ottenni un sequestro. -Battaglia è così lontana dalla mia residenza abituale e io sono tanto -occupato che per ogni trattativa con i fratelli Vicarelli e per la -scelta del sequestratario dovetti interamente affidarmi al mio egregio -avvocato di Monselice, al quale comunicavo tutti gli scritti che mi -pervenivano circa questa malaugurata faccenda. Purtroppo non potevo -fargli la girata anche delle noiose visite onde mi onorava di quando -in quando un vecchio signore di Padova, che si faceva annunciare -«dottor Molesin» e che soleva pure mandare dei letteroni interminabili, -sottoscritti _Angelo D. Molesin, consulente legale_. Questo Molesin -mi veniva sempre innanzi con informazioni, proposte o consigli, ora -a nome dei Vicarelli, ora a nome di altri loro creditori, ora a nome -del sequestratario, ora nel proprio nome suo e quasi per un'amorevole -sollecitudine degl'interessi miei, per un desiderio virtuoso della -giustizia e del bene; perchè in fatto egli non aveva alcun interesse -personale diretto nella vertenza cui aveva cominciato a mescolarsi -come consigliere di una vecchia merciaia di Padova, creditrice dei -Vicarelli. A me non domandò mai danaro, ma seppi che i Vicarelli -si lagnarono una volta o due delle spese incontrate per i consulti, -i viaggi e le epistole del dottor Molesin. Col sequestratario egli -parve guastarsi presto. Me lo denunciò come un furfante di tre cotte -e me ne descrisse le imprese con quella sua spaventosa prolissità che -riempiva fogli e fogli di prosa curialesca, brodosa, tutta seminata -di spropositucci. L'altro non mancò alla sua volta di dipingermi -l'avvocato Molesin come un vampiro. Quanto a me m'andavo persuadendo -che fossero due valentuomini _eiusdem farinæ_. Il giallognolo dottor -Angelo era di una farina per lo meno assai mal cotta, benchè impastata -da oltre cinquant'anni. Aveva il cranio pelato; pochi cernecchi grigi -dietro gli orecchi lustri e sudici; nella faccia scarna, terrea, e -negli occhi profondi una espressione fissa di malumore bilioso; le -mani ossute e nere. Portava sempre lo stesso soprabito color marrone, -lo stesso fazzoletto rosso e giallo al collo, gli stessi calzoni bigi, -e si poteva sospettare che portasse anche sempre la stessa camicia. -Pareva una rispettabile, odiosa figura di onesto professore pedante, -nemico della gioventù, dell'amore, del riso, della luce e dell'acqua. -Non aveva modi ossequiosi; sorrisi e complimenti non erano affar suo; -qualche volta pareva durar fatica a levarsi il cappello anche nel -mio studio. Compreso della propria sapienza, quando degnava largirmi -qualche consiglio prendeva un sensibile accento di stima per sè stesso -e di compatimento per me. Insomma il nome _Molesin_, che in veneto vuol -dire _morbido_, non andava certo bene alla corteccia del dottor Angelo. -Egli non era nè morbido, nè untuoso. Tuttavia aveva ragione il mio -domestico se, considerando le sue visite eterne, lo chiamava _«dotor -tacaizzo» dottore attaccaticcio_. Malgrado la sua ruvidezza esteriore, -aveva certo una gran facilità di appiccicarsi alla gente. Per non dire -dei ricci di castagna, vi hanno seccumi ruvidi d'erba, frutti aridi -e maligni di prati montani, che si attaccano alle vesti così. Si era -fatto avanti in questo affare capitanando la merciaia e aveva finito -con appiccicarsi a tutti, creditori e debitori. Evidentemente le sue -pratiche officiose non miravano ad altro che a tirar le cose in lungo, -appunto _cole molesine_, come diciamo noi veneti, per dar tempo al -Molesin di viaggiare ancora fra Padova, Monselice e la mia residenza, -di conferire con Tizio e con Caio e di procreare le sue mostruose -epistole con quei caratteri compassati e sottili che solo a vederli mi -opprimevano lo stomaco. - -Il mio egregio avvocato di Monselice, ben ferrato contro le arti -molesine, spinse le cose al punto che, in contradditorio dei fratelli -Vicarelli fu stabilito dal tribunale il 10 ottobre 1877 per la -vendita all'asta pubblica dei beni ipotecati. Agli ultimi di settembre -eccoti una delle solite vaste sopraccarte arancione, ecco i caratteri -stomachevoli dell'amico Molesin. - -Egli si doleva, in tre pagine, del mio precipitoso avvocato, e mi -pregava, in tre altre pagine, di far rinviare l'asta al 10 novembre, -perchè nel frattempo, molto probabilmente, si sarebbero accomodate le -cose all'amichevole. Qui il facondo uomo mi spiegava in sei pagine come -i Vicarelli stessero negoziando un mutuo di diciottomila lire con la -Banca Popolare di Treviso e la vendita di una casa col signor Zonca -negoziante di legname a Padova fuori Porta Codalunga. Se le trattative -affidate a lui, Molesin, approdassero, il mio credito verrebbe saldato -senz'altro, capitale, interessi e spese. Mandai la lettera al mio -avvocato il quale mi consigliò di pigliare informazioni presso la -Banca Popolare e presso il signor Zonca. Risolsi di recarmi io stesso a -Treviso e a Padova. - -Diffidavo dell'onorevole Molesin, ma non lo avrei creduto, fino a quel -giorno, l'audace briccone che allora scopersi. Alla Banca Popolare -di Treviso non avevano mai udito parlar di lui nè dei Vicarelli, e nè -fuori di Porta Codalunga nè in alcuna altra via o sobborgo di Padova -esisteva alcuna ditta Zonca. - -Il furfante aveva giuocato una carta arrischiata per mungere ancora -un poco le sue vittime, specialmente quei disgraziati Vicarelli cui -sarebbero anche toccate le spese per la rinnovazione del bando. Ma il -giuoco essendo mal riuscito mi disposi a far sì che l'ottimo dottor -Angelo pagasse. Andai a Santa Sofia dove sapevo che abitava, e trovai -presto, sotto un portichetto oscuro, a fianco d'una porticina verde, -il riverito nome «Angelo D. Molesin — secondo piano». Egli era uscito, -ma la sua signora, che venne in persona ad aprirmi, udito il mio -nome, mi assicurò che l'avvocato avrebbe rincasato assai presto, e -mi fece passare in un salottino dove sua figlia, una giovinetta sui -tredici anni, stava ricamando. V'era nell'aspetto pulito e triste della -stanzetta, nella dignitosa simmetria dei pochi arredi e persino nelle -vesti scure delle signore la espressione modesta e tuttavia alquanto -contegnosa di una vecchia civiltà in piccola fortuna. La signora -Molesin, sbiadita figurina ascetica dagli occhi di pecorella, aveva -evidentemente nella faccia esangue quarantacinque anni di mansuetudine -costante, le spalle curvate da altrettanta soggezione, una voce -schiacciata e vôta d'anima, la più misera insipidezza di parola. La -signorina, invece, piuttosto alta e sottile, aveva un viso singolare, -ardito, già illuminato d'intelligenza e di volontà, non senza certa -fierezza nascente negli occhi. - -— Si accomodi, — fece la signora pecora ascetica, ponendosi alla -sua volta a sedere in silenzio, con le mani giunte sulle ginocchia, -con l'abito spiegato a campana sul canapè e il busto irrigidito. Io -guardavo la parete e lei guardava la finestra. Questo bel divertimento -durava da tre o quattro minuti, quando la signora, senza dipartirsi -dalla sua solenne attitudine, belò alla figliuola: - -— Lisa, ti ha detto niente papà quando è andato via? - -La ragazza, che aveva già lanciato a sua madre più di un'occhiata -malcontenta, certo perchè non mi mandava a spasso, si strinse nelle -spalle, scotendo il capo, e non rispose nè levò gli occhi dal suo -ricamo. - -— Ha premura di lavorare, vede, signore — disse la mamma per medicare -un poco le mie impressioni. — È giusto un dono per il suo papà, -un'immagine dell'Angelo Custode, perchè presto viene il suo santo. -Faglielo vedere, Lisa, a questo signore, il tuo ricamo. - -L'Elisa diventò rossa come una vampa, fece un cipiglio nero e cavò -l'orologio, una cipolletta di argento, tanto per fingere di aver -qualche faccenda e andarsene in fretta dalla stanza. Ma io, seccato -di tutto questo, mi alzai prima di lei, dissi che sarei ritornato più -tardi e chiesi alla signora dove, a ogni modo, avrei potuto cercare di -suo marito. - -— Non saprei, — rispose. — Che ore sono, Lisa? - -— Due, — rispose la Lisa, brusca. - -— Potrebbe provare in tribunale. — Alle sei si pranza, del resto... - -Alle parole di sua madre _potrebbe provare in Tribunale_, la ragazza -mi piantò pronta gli occhi in viso come se avesse voluto leggermi -nel pensiero. Non capii affatto uno sguardo simile e me n'andai senza -l'onore di aver salutato lei. - -Al Tribunale un usciere cui domandai di Molesin mi guardò in un modo -poco lusinghiero; un altro che udì, sorrise. Un po' alla volta mi -fecero sapere che in Tribunale, da un pezzo, per ordine superiore, il -signor Molesin non ci poteva bazzicare. Una volta ci veniva per affari -ufficiosi o per aste. Non era nè avvocato, nè dottore, nè niente; -nemmanco aveva veduto la porta dell'Università. Per trovarlo bastava -andare al caffè Socrate verso le tre. Sospettai allora di aver capito -lo sguardo della signorina Lisa e la ragione per cui il sottile amico -si sottoscriveva _D. Molesin_ e non _dottor Molesin_. Andai al caffè -Socrate; sarei andato fino a Ponte di Brenta per ghermirlo. - -Il cranio pelato, il fazzoletto rosso e giallo, il soprabito marrone -eran lì dentro, in un mucchio presso l'entrata. Prima di prendere il -caffè, pronto davanti a lui, Molesin stava considerando e misurando -attentamente due _baicoli_ per vedere quale fosse il più lungo e da -scegliere. Me gli avvicinai. - -— Dottor Molesin? - -Il cranio pelato scattò su e vidi passar sopra la solita faccia biliosa -e austera un'ombra di angustia, che sparì subito. - -— Servo suo, — disse Molesin piegando all'indietro la persona e posando -le mani sul tavolo senza lasciare i _baicoli_. — Servo suo. Ha avuto la -mia lettera? - -Risposi ch'ero venuto appunto per intendermi con lui circa la dilazione -dell'asta; che vi accondiscendevo qualora nulla fosse mutato dalla sua -lettera in poi. Prima di smascherare il briccone volevo chiudergli ogni -porta di fuga. Egli mi rispose che nulla era mutato. Allora trassi la -sua lettera e lo pregai di leggermene un brano dove non avevo potuto -decifrar bene ogni parola. Era quello relativo al compratore della casa -e Molesin me lo lesse esattamente: Zonca, fuori porta Codalunga. - -— Senta, — gli dissi allora _ex abrupto_ — mi conduca fuori Porta -Codalunga da questo signor Zonca. Vorrei convincermi ch'è un compratore -serio. - -— Seriissimo, signor mio, — fece Molesin, intingendo un _baicolo_ nel -caffè. — Domanda se è serio! — soggiunse con un ghigno sarcastico, -parlando, per un momento, al suo _baicolo_. — Benedetto, dico, — -riprese voltandosi a me, — vuole che gli parli di un compratore da -burla? Cosa si sogna? - -— Ah cane! — mi dissi nel cuore; e replicai forte: - -— Sarà un'ubbìa, ma Lei deve condurmi fuori Porta Codalunga dal signor -Zonca. - -Molesin si rabbonì subito, disse ch'erano passi inutili, che però, se -si trattava solamente di questo, m'avrebbe accontentato e volentieri. -Pagò con tutta flemma il suo caffè e si alzò. - -— Andiamo, — diss'egli. — Dopo tutto ho piacere che Lei parli col -signor Zonca. - -Guardò l'orologio e soggiunse: - -— Adesso lo troviamo di certo. - -— Diavolo! pensai. Sta a vedere che c'è davvero questo Zonca! Che -bestia sarei stato! — Ma l'amico Molesin uscendo dal caffè voltò verso -Santa Sofia. - -— Per di qua? — esclamai. — Mi rispose, senza scusarsi affatto, che -doveva passare un momento da casa sua per avvertire di ritardare il -pranzo. Erano le tre e mezzo e sua moglie mi aveva detto che pranzavano -alle sei. — Cane, cane, — gli dissi ancora nel mio cuore, sentendo -che lo riafferravo; e mi preparai al colpo ch'egli tenterebbe per -sgusciarmi di mano. - -Avrei voluto salir le sue scale con lui ma non seppi trovar un pretesto -plausibile e mi fermai sulla porta chiedendomi se il furfante non -approfitterebbe di qualche maledetto scalino rotto per ammaccarsi una -gamba o due e mettersi a letto. Dopo cinque minuti, non sentendo venir -nessuno, salii. Non ero ancora a mezzo quando udii Molesin discendere -brontolando: che fatalità, che fatalità! - -— Siamo sfortunati, — diss'egli vedendomi. — Ho trovato sul mio -tavolino una lettera del signor Zonca che rinuncia all'affare. Per -cui.... - -_Per cui_ lo tenevo per il collo. — Va bene, — dissi. — Adesso avrei a -dirle due parole. - -Rispose asciutto: si accomodi, — e mi fece passare nel suo studio per -il salottino che conoscevo. Il telaio della signorina v'era ancora, ma -lei no. - -Molesin mi accennò di sedere, prese un venerabile berretto nero -ricamato in oro e fece atto d'insediarsi egli stesso nel suo trono, -un seggiolone solenne da magistrato, fra la biblioteca e la scrivania -coperta di codici in fila, di scartafacci legati, di note, di buste, di -calcaterre, di calamai, di penne d'oca, tutto in bell'ordine. - -— Senta, — cominciai. — Ella scriverà adesso ai Vicarelli che l'asta -deve seguire il giorno fissato. - -— Perchè? — rispose Molesin. — Se manca la vendita resta il mutuo. È -sempre una somma rispettabile che passerebbe nelle Sue tasche. - -— Scriva, — insistetti, — che l'asta deve seguire al giorno fissato. Io -La pregherò pure di scrivere che lei desidera di ritirarsi affatto, per -motivi suoi personali, da questa vertenza. - -Molesin mi guardò, stupefatto. - -— Non capisco, — diss'egli. - -— Scriva, — replicai. — Le detterò. - -— L'avvocato Molesin, viscere mie, — mi rispose, — non scrive sotto la -dettatura di nessuno. - -— Se non scrive Lei, scriverò io. - -Il tôno delle mie parole fu tale che Molesin si alzò in piedi -fissandomi con due occhi torbidi di mala coscienza; parve l'assassino -che sospetta nel suo interlocutore un agente di pubblica sicurezza. - -— Scriverò io, — continuai, — che il signor Angelo Molesin si -ritira perchè non c'è mutuo, perchè non c'è vendita, perchè non c'è -compratore, non c'è niente! - -Molesin chiuse gli occhi sotto il colpo e tacque. Li riaperse, non più -torbidi; il buono schermidore sapeva finalmente da che parte veniva la -botta, e in un lampo, a occhi chiusi, aveva disposto la parata. - -— Si calmi, — diss'egli, con la solita odiosa espressione di -compatimento. — Ella è stato a Treviso? - -— Sì, signore. - -— Già. Eh, ho capito. L'ho capito subito, quando la vidi al caffè. E -lei ha cercato qui a Padova la Ditta Zonca? - -— Sì, signore. - -— Già. Oh già, già. L'ho capito subito. E Lei si figura di aver colto -un galantuomo in fallo. Bravo, caro. Ella è fino, molto fino... - -Stese e alzò la mano spiegata per chiedere di non venire interrotto. -Poi sorrise, scosse il capo, e riprese a voce bassa, lenta, solenne: - -— E Lei non ha pensato che per combinare mutuo e vendita, nelle -condizioni dei Vicarelli, fosse necessarissimo il segreto; che se i -Vicarelli mi richiedevano, come m'hanno richiesto, di non palesare i -nomi veri neppure a Lei, anzi di fuorviare le Sue ricerche, io dovevo -farlo nel Suo stesso interesse, perchè un creditore spaventato come -Lei, ficcando il naso qua e là, avrebbe mandato all'aria tutto, senza -volerlo. Il mutuo c'è, il compratore c'è. Sicuramente, era inutile -andare a Treviso e in cerca del negoziante Zonca. Certamente, io ho -simulato poco fa una lettera di questo Zonca, ma era per la buona -riuscita dell'affare; e poi, cosa ha fatto Lei oggi con me? Non ha -simulato fino a questo momento? - -— Oh, — scoppiai, — per chi mi prende? Anche in tribunale sono stato -e so con chi ho da fare, so che avvocato è, so in che affari ficca il -naso Lei! - -Egli parve annientato; non seppe che balbettar qualche parola -incomprensibile. Intanto l'uscio dello studio, che si apriva -all'infuori, a fianco della scrivania, fu spalancato bruscamente -ma senza rumore. Molesin non se ne accorse, non potè vedere sua -figlia, ferma con la maniglia in pugno, con gli occhi fissi in lui -che balbettava, livida come una morta, come suo padre. Vide bensì il -movimento ch'io feci, gli occhi miei volti all'uscio e guardò egli -pure. - -Non seppe ricomporsi del tutto; sorrise però e disse: - -— Avanti, cara: cosa vuoi? È finito. - -— Scusi, no! — interruppi. — La ragazza lasciò andar l'uscio che, piano -piano, si chiuse. - -— Non è finito, — ripresi a bassa voce. — Lei.... - -— La mia creatura! — fremette Molesin, alzando le braccia. — La mia -creatura! - -Avrei scommesso ch'era uomo da venderla, la sua creatura; ma non v'era -bisogno di mimica per farmi rispettare in essa un sentimento sacro. - -— Lei scriva ai Vicarelli, — dissi. — Lei si ritiri. Io non parlerò. -Vede che non potrei avere riguardi maggiori. La riverisco. - -Uscii. Nel salottino non c'era nessuno. Entrando nel corridoio -che metteva alla scala udii in una stanza attigua, a sinistra, la -voce della Molesin e udii, a destra, la signorina Lisa che tentava -inutilmente di aprire una porta chiusa e la scuoteva convulsa. Ella -guizzò, fuggendomi, all'uscio della scala ch'era aperto. Qualcuno -passava sul pianerottolo per salire al terzo piano, onde la ragazza -si gittò alla discesa e scomparve. La seguitai. Di fianco all'ultimo -braccio di scala v'era un andito scuro, ingombro di tavole. Lisa si -era nascosta lì; la scopersi accoccolata in un angolo col viso fitto -fra le due pareti, scossa le spalle da singhiozzi muti, da un palpitar -d'uccellino moribondo. Non ebbi cuore di lasciarla così, sapendo che -l'avevo ferita io. Me le avvicinai, la chiamai dolcemente; non diè -segno d'avermi udito. La toccai con la punta dell'indice; trasalì, -tremò tutta, si strinse in sè come tocca da un serpente. Allora le -domandai scusa, sottovoce, del dolore che le avevo recato, dissi -qualche cosa per incolpar me e scagionar suo padre; ma dovetti tacere -perchè al suono della mia voce ella si dibatteva gemendo. Dio, che -fare? Allontanarmi da lei, anzi tutto, come in fatto mi allontanai. -A un tratto odo la signora Molesin che chiama: — Lisa! Lisa! — La -ragazza si voltò di schianto, stravolta, ascoltando con gli occhi. -Erano rossi ma senza lagrime. — Lisa! Lisa! — chiamò ancora sua madre -discendendo le scale. Lisa stette un momento immobile; quindi con la -subitanea rapidità del fulmine, si strappò dal seno il piccolo orologio -d'argento, lo sbattè a terra, lo raccolse insieme ai frantumi di vetro. - -Allora solo s'incamminò lenta con questa misera cosa rotta nel cavo -delle mani, mi passò davanti come un'ombra, salì le scale incontro a -sua madre, singhiozzando amaramente. - - - - -La lira del poeta - - -Personaggi. - - X. poeta celebre. - Il dottor Domenico SNÌCHELE. - La PADRONA del Caffè del Gobbo. - - La scena rappresenta il Caffè del Gobbo a... città del Veneto. - Il caffè è vuoto. La padrona, seduta dietro il banco, legge - l'_Adriatico_. Entra il dottor SNÌCHELE con un soprabito logoro - indosso e una tuba bisunta in capo. - - -SNÌCHELE (_toccando il cappello_) — Servo. - -PADRONA (_asciutta_) — Serva. - -SNÌCHELE — In grazia, xe stà el commendator B.? - -PADRONA — No. - -SNÌCHELE — E el dottor C.? - -PADRONA — Gnanca. - -SNÌCHELE — E el professor D.? - -PADRONA (_seccata_) — Gnanca, gnanca. - -SNÌCHELE (_dopo una breve pausa_) — La scusa, voressela favorirme un -gotesin de acqua? - -PADRONA, (_piglia un bicchier d'acqua da un vassoio e lo spinge sul -banco, con mal garbo, verso lo Snìchele_) — El toga. - -SNÌCHELE — Grazie. No la ghe metaria na giozzetta de mistrà, par -acidente? - -PADRONA — No ghi n'è. - -SNÌCHELE — Grazie istesso. (_Beve_) La scusa, li gala gnanca visti quei -siori? - -PADRONA — I xe passà adesso. - -SNÌCHELE — Gaveveli insieme un foresto? - -PADRONA — Come gerelo? - -SNÌCHELE — Saverlo, siora Berta, come ch'el gera! El xe un omo grande -ma mi no lo go mai visto. - -PADRONA — Questo gera picolo. - -SNÌCHELE — No fa gnente. E da che parte andaveli? - -PADRONA — Drio a le so gambe. Cossa vorìo, benedeto, che mi varda ste -robe? I sarà andà in ciesa. - -SNÌCHELE (_si volta e guarda la chiesa monumentale ch'è in faccia al -caffè_). — Sì pardia! I vien fora adesso. El ghe xe, el ghe xe, el -foresto. Cossa fai? Par cossa se fermeli? Ah, i se spartisse, i se -saluda. Xele scapelade! Cussì lo vedo pulito. Son contento perchè gera -bramoso de vederlo. Ocio ch'el vien qua adesso, lu solo. Sì da bon -ch'el vien qua! La vada a tor el mistrà, ela, siora Beta. - -PADRONA — Andemo, ja, nol seca. - -SNÌCHELE — Co ghe digo de andarlo a tore! Eccolo, st'altro. (_Siede a -un tavolino e si mette a leggere la_ Difesa). - -X. (_entra senza salutare e siede a un altro tavolino in faccia a -quello occupato dal dottor Snìchele_) — Un latte all'uovo. - -PADRONA — Subito. - -SNÌCHELE (_passa il giornale e saluta. X. saluta pure. Allora Snìchele -riprende il giornale, finge di leggere, poi lo posa da capo e si mette -a guardare dalla finestra_) Che tempo! (_X. cava un taccuino e piglia -delle note_). Tempo brutto. Oggi è peggio di ieri. Non è vero, signora -Elisabetta? (_La padrona non risponde e continua ad occuparsi del latte -all'uovo. Snìchele si volta ad X._) Si diceva che il tempo è cattivo -assai. - -X. (_asciutto_) — Già. - -SNÌCHELE — Peccato, vedere la città con un tempo simile! - -X. — Certo. - -SNÌCHELE — È la prima volta che il signore viene a...? - -X. — Sì (_alla padrona_). — Ha un giornale? - -SNÌCHELE (_si alza e si avvicina ad X. toccandosi il cappello_). — -Perdoni tanto, signore; Lei è l'illustre X.? (_X. lo guarda attonito -senza rispondere. Snìchele si leva il cappello e declama_): - - O degli altri poeti onore e lume, - Vagliami il lungo studio e il grande amore - Che m'han fatto cercar lo tuo volume. - -X. (_sorridendo e inchinandosi leggermente_). — Grazie. - -SNÌCHELE (_declamando_): - - Tale tuum carmen nobis, divine poëta, - Quale sopor fessis in gramine, quale per aestum - Dulcis aquae saliente sitim restinguere rivo. - -X. (_meravigliato sorridendo_) — Grazie, grazie. - -SNÌCHELE (_coprendosi_) — Non guardi all'abito sdruscito, signore. -Ho studiato qualche cosa anch'io. _Boni convenimus ambo._ Sapevo dal -Commendator B. che Lei doveva venire oggi e avevo un desiderio immenso -di conoscerla. B. ed io siamo amici, siamo stati a scuola insieme. (_X. -gli fa segno di sedere. Snìchele prende una seggiola e gli siede in -faccia_). Grazie. Conosco tutte le Sue opere. Grandi, veramente grandi. -(_Smorfie di X._) Me lo lasci dire; e poi Lei lo sa. Anche il romanzo, -ma specialmente le poesie. A voltar le Sue poesie in latino vien fuori -Virgilio, come a voltar in latino quelle del professor Zanella vien -fuori Tibullo; _te quoque Virgilio comitem_, sicuro. Di Lei, anzi, ho -tradotto in latino quelle strofe: - - Qui mi vesta la vite i sassi aprichi, - Voglio bermi la terra, il vento, il Sol.... - -eccetera eccetera: che io traduco un po' liberamente, si sa: - - Hic virides seram vites, hic mollia vina.... - -eccetera eccetera, per non tediarla. - -X. — Bravo, bravo. - -SNÌCHELE — Sì signore. Anzi ho presentata la mia traduzione ad un -concorso per la cattedra di latino nel ginnasio comunale di.... - -X. — Bravo. - -Snìchele — Sì signore. Mi ricordo, del resto, che quando Ella ha -pubblicato il suo primo libro.... a Milano, mi pare? - -X. — Sì. - -SNÌCHELE — Bene, mi ricordo che qui non La intendevano. Povero paese, -sa, del resto, quanto a coltura; paese che si occupa di frivolezze; -paese dove se domani io prendo moglie, non si parla d'altro per otto -giorni. Io solo ho intesa la Sua grandezza. Anzi la ho presentita, -Le dirò. Perchè una volta, pensando alla storia della letteratura -italiana, ho scoperto che in Italia, quando nasce un grande poeta, -entro poco tempo ne nasce un altro. Guardi Dante e Petrarca, Ariosto -e Berni, Tasso e Tassoni, Manzoni e Leopardi. Anche nel nostro secolo -ne abbiamo due. Non parlerò di quello che è nato prima. Testa forte, -signor mio, testa grande, ma nato sotto una stella disperata. Il mondo -non conoscerà mai quel nome. Io lo conosco, è nato nel 1829, anno di -guerra, anno di carestia, anno del diavolo. Lei è nato nel 1843, mi -pare? - -X. (_fa un cenno affermativo_). - -SNÌCHELE — Sicuro, vi è quasi la stessa differenza di età che fra -Manzoni e Leopardi. Io dunque ho letto il Suo libro. Una rivelazione, -signore. Quella modernità di concetti, quella classica perfezione di -forma.... - -X. (_sorridendo_) — Grazie, grazie. - -SNÌCHELE — Perchè Lei ha studiato molto anche i greci; dica la verità. -Per esempio, quei versi dell'ode sullo _Spartaco_ di Vela: - - Tu che furor nel marmo - Spirasti - -ricordano un epigramma.... - -X. (_sorpreso_). — Per bacco, ma Lei ne sa molto! - -SNÌCHELE (_sospirando_). — Sì signore, ho studiato molto. Tal quale -ella mi vede, possiedo un grado accademico, sono il dottor Snìchele. -Mio padre era un signore e mi ha educato da signore. Io avevo il -delirio dello studio, ho passato sui libri, per molti anni, i giorni e -le notti, tanto che un capo ameno applicò a me, in quel tempo, i versi -del Buratti: - - Tu che le carte argoliche - Versi con man dïurna, - Versi con man notturna, - Con tute do le man.... - -(_Si alza, va a sedere accanto a X. e continua sottovoce_). — Vede in -che paese siamo? C'è una greppia per qualunque asino, qui; ma crede Lei -che vi sia un pane per me? Signor no. Ero impiegato alla Biblioteca e -mi hanno licenziato per economia. Io son pronto a far qualunque cosa, -concorro a qualunque misero posto. Non mi tocca mai niente. _Fodere non -valeo, mendicare erubesco._ S'immagini che oggi non ho ancora mangiato -niente, sono sfinito. Non domando nulla, ma se Lei di Sua spontanea -volontà facesse qualche cosa, qualche piccola cosa per questo Suo -ammiratore.... - -X. (_rannuvolato_). — Mi rincresce, sa, ma non posso far niente. - -SNÌCHELE (_a voce bassissima_). — Un'inezia, due lire! una lira sola! -Anche meno! - -X. — Vi pare? Non vi avvilite così! Dopo i discorsi che fate! È brutto. - -SNÌCHELE — Basta, basta, non ne parliamo più. (_La padrona porta il -latte all'uovo_). Buon appetito, signore (X si serve senza rispondere). -Mi perdoni, non vorrei ch'Ella sospettasse in me un qualche rancore. -Dio me ne guardi! Non avrò che venerazione, per Lei, fino alla morte. -Anzi Le dirò che avendola conosciuta personalmente, mi metterò di -maggior lena a un lavoro sopra di Lei, che vorrei pubblicare. - -X. (_fa una smorfia_). - -SNÌCHELE — Non tema che Le domandi denaro per questo; sarebbe -un'indelicatezza. Ho qui degli amici che mi hanno promesso di aiutarmi. -Da un pezzo sto raccogliendo tutti i riscontri de' Suoi versi con la -poesia antica e moderna, italiana e straniera. Sarà come un trattato -di letteratura universale e di buon gusto. Di poesia straniera me -n'intendo poco, ma sento spesso parlarne da chi ne sa molto, e recipe -taccuino. Intende? Tutti professori e letterati. Suppongo ch'Ella ne -avrà piacere? - -X. (_inquieto_). — Faccia pure, faccia pure. - -SNÌCHELE — Dico bene. Per esempio quella Sua magnifica idea.... - - _Brillano i fini denti di salgemma._ - -l'ha avuta dicono anche un altro, un francese... - -X. (_interrompendo_). — Non è vero! - -SNÌCHELE — Che non sia vero? Corpo di bacco! Guardi un poco! E -quest'altra: - - _Se il caro capo tuo diventa bianco_ - _Sarà come un mandorlo a primavera_ - -dicono.... - -X. — Ma non è vero! - -SNÌCHELE — Neanche questa? Oh guardi! Non c'è proprio da fidarsi. -E ne avrò notati un centinaio, capisce, di questi passi. (_Pausa_). -Senta, io glieli mando. Veda Lei, faccia Lei. Se non vanno, ci vorrà -pazienza; abbruci. Va bene? (_X. si stringe nelle spalle con affettata -indifferenza_). Scusi, signore, mi dica proprio: debbo mandare o no? - -X. (_dopo un breve indugio_). — Peuh, mandi pure. Poco male; vedrò per -curiosità. (_Chiama la padrona e paga_). - -SNÌCHELE — Perchè dovrò forse far ricopiare gli appunti.... Poi ci sarà -la spedizione raccomandata.... Spese, insomma. - -X. (_posando sul tavolino una lira_). — Ecco. - -SNÌCHELE (_chinandosi a contemplar la lira senza toccarla, e parlando -come fra sè_). — La lira del poeta, eh..... la lira del poeta..... -sicuro..... sicuro..... - -X. Non è buona? - -SNÌCHELE — Eh sì signore, facevo solo così da me un piccolo conto. -Circa quindici pagine a dieci centesimi la pagina fanno una lira -cinquanta per il copista... poi c'è la Posta... mettiamo cinquanta -centesimi... Ci sarebbe anche la carta... sì, insomma un'altra lira -sola può bastare. Sì, dico, perchè le cose siano fatte bene. - -(_X. gli dà un'altra lira e si alza per uscire. Snìchele pure si alza -e dice recando la mano al cappello_): — Ha premura, signore, per la -spedizione? - -X. (_sdegnosamente_). — Che, che! - -SNÌCHELE (_facendo un profondo inchino_). — Resto coll'onore. - -X. (_asciutto_). — Buon giorno. (_Esce_). - -SNÌCHELE — (_sedendo_) — Parona! - -PADRONA — Cossa? - -SNÌCHELE (_freddo e serio_) — Mi ghe digo ludri. - -PADRONA (_che non ha inteso_) — Cossa ghe diselo? - -SNÌCHELE — Gnente. La stoza qua, e pò un cafè de bojo, la cesta, e de -l'acqua fresca col mistrà che adesso ghi n'è, gala capìo? - - - - -La Stria - - Alla Marchesa Angelina Lampertico Mangilli. - - -Casa Ferretto, un palazzone alquanto malandato del cinquecento, ritto, -come un capo burbanzoso di miserabili tribù, a cento passi dal suo -villaggio, spiega i colonnati giallognoli verso il sole, l'aperta -campagna e la lontana città di Vicenza; e oppone il dorso annerito -dall'umido alla tramontana, alla strada maestra e alla vicina città -di Thiene. Adesso non lo saprei dire, ma sette anni sono era certo, -d'inverno, una Siberia spaventosa, malgrado la contraria opinione -delle figure seminude di cui lo Zelotti, scolaro di Paolo Veronese, ha -popolato soffitti e pareti di non so quanti sterminati stambergoni dai -pavimenti alla veneziana; e checchè ne pensasse la calorosa padrona -di casa, la _siora_ Gegia Ferretto. Nè coloro, nè costei si lagnavano -mai del freddo; quelle, forse, perchè lo Zelotti le aveva bene e -abbondantemente impastate di sangue caldo e di carne soda, questa -perchè non aveva quasi più nè sangue, nè carne ma solo un fine, chiaro -e tranquillo spirito, ribelle a qualunque gelo. - -È giusto dire che in quel paese, almeno la parte anziana della -popolazione è generalmente provveduta di uno straordinario temperamento -fisico per cui si vedono i più pacifici e tepidi individui, quando -vengono assoggettati, nell'inverno, a una temperatura di dieci a -dodici gradi R., diventare roventi, sbuffare, spalancare gli occhi -con l'espressione più turbolenta. Tale non era però il temperamento -della siora Nina, la figlia della signora Gegia, una damigella di -quarant'anni, gialla, magra, vizza, che aveva sempre freddo e non osava -mai lagnarsene alla mamma. Ancor meno era tale il temperamento della -contessina Nana Dalla Costa, nipote della siora Gegia in linea retta e -della siora Nina in linea collaterale; e il conte suo genitore, vedovo -e carico di faccende, considerando certi nascenti calori per un tenente -leggero di testa e di borsa, che suonava bene i walzer e li ballava -meglio, l'aveva opportunamente spedita a passar Natale, Capo d'Anno, -Epifania e forse anche Purificazione al fresco con la nonna, la zia, un -vecchio fattore, e una vecchia cameriera ch'era stata la sua balia. - -La contessina Nana, aveva, sì, un cervellino e due occhi di fuoco, -ma nelle sale dello Zelotti ci gelava, poverina, come una gazzella -d'Africa. Si rincantucciava, quando poteva, nel «mezzà»[1] del sior -Toni, il fattore, dove almeno c'era un caminetto, un tavolato d'abete, -e l'umile calore devoto del buon vecchio sior Toni; del quale sior -Toni, fra parentesi, pochi sapevano il cognome e io non lo so. In -casa, in paese e anche a Thiene tutti lo chiamavano _el sior Toni_ e -niente altro. So che era veneto ma non vicentino, perchè diceva _fado_, -_stado_, _andado_ e altri anche più detestabili solecismi. - -Nel pomeriggio del quattro gennaio la contessina era lì nel «mezzà» -ritta dietro i vetri dell'unica finestra, a veder nevicare sulle statue -grigie del giardino, sulla capannina della gaggìa, sui cavoli dell'orto -e più in là sui campi, sfumati nel chiarore bianco; mentre il sior -Toni, seduto alla scrivania con gli occhiali sul naso, tagliava le -cedole della Rendita. Ella vedeva forse le falde cadenti, ma per verità -guardava nel chiarore bianco chi sa quali altre cose fantastiche, alle -quali anche parlava silenziosamente con movimenti continui degli occhi, -delle sopracciglia e delle labbra. «Vorrei essere una gaggìa, sior -Toni!» diss'ella voltandosi bruscamente. «Almeno non mi lascerebbero -gelare!» - -Era snella ed alta e se non poteva dirsi una bellezza, aveva però -un pallido visetto assai espressivo e nei grand'occhi bruni una -espressione di stranezza, d'intelligenza e di malinconia che andava -molto, troppo presto al cuore dei tenenti e anche degli altri. Visto -che non c'era più legna da gettare nel fuoco, prese il cestino delle -cartacce ch'era vuoto. - -«Cossa fala, contessina?», esclamò il fattore. - -«Niente, sior Toni,» rispose la ragazza e adagiò tranquillamente il -cestino sulle brage. - -«Ma no, contessina, cazza!» Il vecchio si alzò per correre in aiuto del -suo cestino; la contessina gli si parò davanti, si mise a cantargli: - -«Ho freddo, sior Toni, ho freddo!» con quella cantilena che significa: -non l'avete ancora capita? - -«Gesù mi poreto!» disse il sior Toni mettendosi le mani nei pochi -capelli bianchi e guardando il cestino con faccia mezzo spaventata, -mezzo ridente. - -«Senta, sior Toni» esclamò la Nana. «Vuole il cestino? Scriva una -lettera come io Le dirò e poi mi conti una storiella». - -Il sior Toni, famoso raccontatore di storielle da osteria e da -salotto, da signorine e da preti, promise ogni cosa e tolse il cestino -dal fuoco. Scorgendolo già nero da un lato e fumante, il sior Toni -non seppe che articolare la sua interiezione favorita: «jeh!» Ma -la contessina Nana, più pratica, dato di piglio, sulla caminiera, a -una gran tazza d'acqua, ne inondò in un baleno il cestino e le vaste -estremità inferiori del sior Toni, che si ritirò in fretta alzando -prima un ginocchio e poi l'altro fino al mento, vociferando «jeh, -jeh, jeh!» Ristabilito l'ordine, la signorina spiegò ai sior Toni -che due giorni dopo il quattro gennaio suol venire il sei e con esso -la festa dell'Epifania e ch'ella aveva pensato una bella «stria». La -«stria» è una benefica maga veneta, pronipote dei Re Magi, che nella -notte dell'Epifania porta misteriosamente, calando nel camino della -cucina, i regali che ora è moda di appendere all'albero di Natale. -I bambini sogliono attaccare una calza alla catena del camino per -maggiore comodità della _stria_, la quale trova così subito dove posare -il suo carico; almeno un rosario di castagne, mele, arancie, foglie -d'alloro. Presso alcune famiglie conservatrici che non vogliono saperne -dell'esotico albero di Natale, è la _stria_ che porta, per la via -romantica del camino, regali a grandi e piccini; e del donatore si dice -che fa la «stria». Ora la contessina confidò al sior Toni che voleva -fare una sola e unica «stria» per tante persone. - -«Per quante po?» chiese il sior Toni. - -«Per il mio maestro di musica, per la nonna, per la zia Nina, per la -balia (jeh! fece il sior Toni), per il parroco, per i parrocchiani -(jeh, jeh!) e anche per il sior Toni!» - -«Jeh, jeh, jeh!» Il buon sior Toni diede in una sonora risata. - -Ma, con suo nuovo terrore, la ragazza, lesta come un folletto, gli -spazzò via davanti le cedole e le cartelle della Rendita, gli mise -sotto il naso carta, penna e calamaio. «Presto, presto, scriva, scriva» -diss'ella. - -E lui, docile come un agnello, scrisse sotto la dettatura di lei una -lettera ad un «egregio signor maestro» invitandolo, per incarico della -signora Ferretto, sua padrona e nonna della contessina Dalla Costa, -a venire l'indomani sera col treno delle sei e mezzo a Thiene dove -avrebbe trovato un biroccino... «Chi lo manda po?» brontolò il sior -Toni scrivendo. «Io» rispose la contessina... «per recarsi a visitare -la sua allieva. Avrebbe passato il giorno dell'Epifania in casa -Ferretto e sarebbe stato così buono da suonar l'organo alle funzioni -della parrocchia («benon, po» sussurrò il sior Toni) e anche poi da -metter insieme una piccola accademia di piano (benon, benon, benon) -perchè la nonna e la zia desideravano di udire in qualche bel pezzo a -quattro mani, la loro cara nipotina (cara po, sipo po, tanto po!) - -«Non è vero, sior Toni? E adesso perchè conosco i Suoi gusti, scriva: -Le si raccomanda di portare quel pezzo sul _Pirata_». - -«Grazie, po!» esclamò il sior Toni; e alzando ambedue le braccia vociò -con un viso truce: - - Nel furor... - -Ma la contessina lo minacciò di un altro bicchier d'acqua se non si -rimetteva subito a scrivere, e così gli smorzò il furore. - -Ell'attese un poco e poi disse: - -«Adesso metta i saluti». - -«Come, po?». - -«Metta così: La mandano, egregio maestro, a riverire la nona, la Nina, -la Nana e la nena[2]». - -«Gesù mi poreto!» si mise a gridare il sior Toni, saltando sulla sedia, -rosso come un gambero e lucente di riso negli occhi. «Chi elo stado po -sto traditor?» Perchè l'allegro uomo scherzando una sera all'osteria su -«la nona, la Nina, la Nana e la nena» non si era certo immaginato che -le sue facezie venissero riferite alla contessina. - -Questa lo fece tacere, gli dettò l'indirizzo «Maestro Bortolo Barùgola -(che nome po! Jeh!) ferma in Posta, Vicenza». Saputo che il postino -non sarebbe partito per Thiene prima di sera, incaricò il sior Toni di -portargli la lettera. Quindi, prendendo un'aria graziosa di timidità -e di finezza, e mostrando temere che lo scherzo potesse non piacer del -tutto alla nonna, accennò al sior Toni, con mezze parole, di farsi un -poco traditore anche lui e di tastar la nonna prima di mandar via la -lettera. - -«Poareta!» disse il sior Toni, tutto commosso di tanta delicatezza e -anche, per dir vero, di tanta ingenuità, perchè come supporre ch'egli -mandasse una lettera simile senza parlare con la padrona? «E adesso, -ghe voi anca la storiela?» - -«Certo, sior Toni». - -»Ghe contarò quela del prete e de l'anguila». - -«Vecchia, sior Toni!» - -«Quela de quelo che gavea paura a passar el Torre». - -«Oh Dio, sior Toni!» - -«Quela de quelo che gà mandà a dir al Padre Eterno che i tedeschi gera -ancora a Belun». - -«Troppo lunga, sior Toni». - -«Ma cazza po,» esclamò il sior Toni con un poco d'impazienza «vorla che -ghe conta quella del sior Intento?[3]». - -«Quella, sior Toni! Domattina!» - -E la contessina corse via ridendo. - -Il sior Toni andò in cerca della padrona vecchia, le mostrò la lettera -e le confidò il delicato riguardo della nipotina; confidenza ben -preveduta dalla detta ingenua nipotina. - -La nonna che conoscendo il maestro Barùgola solamente di nome, s'era -fatta, sulle prime, arcigna, si lasciò poi pigliare, come il sior Toni, -a questo amo e diede il _placet_. Non poteva certamente supporre che le -lettere dirette al maestro Barùgola quando avevano il _fermo in Posta_, -capitassero, per effetto di arcane intelligenze, nelle dotte mani -dell'altro egregio filarmonico signor Carlo Paribelli, tenente nel 3º -bersaglieri. - -Era pur troppo così e il tenente aspettava una lettera simile sapendo -bene che avesse a fare. - - * - * * - -L'indomani sera alle sei il cielo era sereno e l'aria rigida; -al chiarore delle stelle la neve pareva quasi prendere il colore -azzurrognolo del ghiaccio. - -Ma siccome di giorno v'era stato il sole, nel salotto bene esposto -dove «la Nona, la Nina e la Nana» pranzavano e dimoravano abitualmente -c'era un clima possibile. Le signore avevan pranzato alle tre, secondo -l'antica consuetudine vicentina serbata da pochi spiriti indomiti; e la -Nana si era molto sorpresa, venendo a pranzo, di trovare che il vecchio -piano codino di casa era stato trascinato lì dalle gelide pianure del -salone vicino. La nonna le aveva poi detto sorridendo che le era venuta -voglia di udirla suonare un poco. Chi si mostrava particolarmente -lieta di questa prospettiva musicale era la zia Nina, una povera -zitellona magnetizzata dalla bella, elegante e nobile nipote e da -quel suo profumo d'intrighi amorosi, avida sempre di rifarsi giovane, -di scambiar confidenze tenere, sempre intimidita dalla freddezza un -poco sprezzante della ragazza. La zia Nina pretendeva avere un vero -trasporto per la musica e quando sua madre non era presente soleva -vantare alla nipote, con certi ah! e oh! pieni d'ogni sottinteso tutte -la arie più freneticamente amorose del piccolo repertorio che aveva -in testa, come _Vieni fra le mie braccia_ (ah!) dei _Puritani_ oppure -_Quando il tuo labbro sul labbro mio_ (oh!) di _Allora ed oggi_, roba -antica di cui la Nana neanche aveva udito parlare. - -Alle sei, dunque, la siora Gegia fece chiamare il sior Toni e la -cameriera per dire il «terzetto» ossia la terza parte del rosario. -Veramente, di solito si diceva alle otto, ma essendosi ciò timidamente -osservato dalla Nana, la siora Gegia rispose blanda: «ben, vissere, sta -sera te lo diré alle sie!» - -La Nana, che le altre sere cercava sempre di star vicina al sior Toni -per farlo ridere, adesso mostrò invece un raccoglimento edificante, -una fervorosa pietà. Finiti i cinque misteri, interruppe la nonna -celebrante per osservare che alla vigilia d'una gran festa si poteva -dire anche gli altri dieci. Il sior Toni guardò spaventato la padrona -vecchia, che, per suo conforto, rispose: «Tropa grazia, tropa grazia» e -si tenne al programma. - -Detto il «terzeto» la buona signora propose alla nipote di uscire a -spasso con la zia e col fattore. A questi due l'idea parve alquanto -strana e il faceto sior Toni brontolò nell'uscire: «Dove andemoi po? -A beverghene un goto?» Ma la contessina Nana capì che la nonna le -offriva tacitamente di andare incontro al maestro perchè il treno -di Vicenza arrivava a Thiene alle sei e mezzo e dalla stazione di -Thiene a casa Ferretto non s'impiegavano, in carrozza, più di venti -minuti. Quando la Nana, che per verità cominciava a trepidare un poco, -prese la via di Thiene, capì anche il sior Toni. Ma la zia Nina, che -s'entusiasmava per le bellezze delle stelle e della neve, per la poesia -dei canti, dei suoni che si udivano di qua e di là per la campagna, -capì solamente quando la cauta nipote le spiegò la _stria_ che aveva -preparato e accennò, esagerandola, alla tacita complicità della nonna. -Allora la siora Nina, dimenticando le stelle, la neve e la poesia dei -canti villerecci e la presenza del fattore, si affrettò a informarsi -del maestro, seppe che era giovane e bellino, ma che (pur troppo, cara -zietta!) il signor Barùgola aveva moglie e cinque figliuoli. - -«Jeh!» fece lo scapolo sior Toni. - -Intanto si camminava, si camminava e non si incontravan calessi. -S'incontrò invece una frotta di gente che cantava: - - Mandiamo il crudo gelo - Lontan dai nostri cuori, - Cantiamo coi pastori.... - . . . . . . . . . . . . - -Qui si interruppero perchè il sior Toni domandò loro, poco -ragionevolmente, se avessero veduto un calesse. Uno rispose cantando: -«No, gnente, gnente, gnente» e gli altri ripresero la via e il canto: - - Verranno in compagnia - Tre Magi dall'Oriente. - -Il sior Toni spiegò alla contessina che quella era la «Compagnia della -Stella» solita, per tre sere prima dell'Epifania e per tre sere dopo, -andar attorno cantando e fermandosi ad ogni casa per aver vino e altro. -Ma la contessina non gli stava molto attenta benchè anche per lei -avessero un senso segreto quei versi: - - Verranno in compagnia - Tre Magi dall'Oriente. - -E se non venisse nessuno? Malgrado tutto il suo amore ella cominciava a -pensare che quasi quasi sarebbe meglio. - -Ma invece ecco un punto nero, un rumor di trotto, un cavallo, un -cocchiere, un mago che salta come da una scatola nella neve, ravvolto -in un tabarro alla veneta, senza maniche, simile a una mantellina -da bersagliere, onde la Nana immagina per un momento che l'amico -sia venuto in uniforme e ne ha i brividi. Ella presenta con un po' -d'imbarazzo il maestro Barùgola a sua zia e al sior Toni che gli fa -replicati inchini col cappello in mano; poi manda via il calesse, -destina il sior Toni per cavaliere alla zia e li segue col maestro cui -deve impartire ogni istruzione opportuna onde la scherzo riesca bene. -Il sior Toni e la siora Nina rallentano il passo perchè vorrebbero -udire anche loro ma la contessina protesta. Ella è la _stria_ e la -_stria_ fa tutto in segreto. Il sior Toni racconterà intanto una -storiella alla zia. «Gala capìo, siora Nina?» dice il sior Toni alla -sua padroncina. «Per sta volta bisogna che La se contenta de mi. -Comandela sta storiela?» - -«El tasa» risponde lei stizzita. - -«Ghi n'ho una de bela» — «No me n'importa». — «Ben, ben, ben, ben». -Non parlano più nè l'uno nè l'altra, per cui non merita scusa il -maestro che battezza subito la siora Nina per Marta e il sior Toni per -Mefistofele. - -Gli dà torto anche la Nana, la quale, ora che la sua pazza idea è fatta -realtà, si sente in cuore un ritorno impetuoso di tutte le idee serie -e prudenti, si vede in testa tutti i guai che potrebbero succedere, -e vorrebbe persuadere Carlo, poichè l'ha vista, poichè le ha dato un -bacio e tenuta stretta una mano per cinque minuti e sfiorata con le -labbra almeno la _toque_ e cantata almeno in _do_, in _re_, in _mi_, e -nei relativi diesis la solita sinfonia, di ritornarsene alla stazione -onde pigliarvi il treno che arriva a Vicenza verso le nove. - -Ma come si fa? Carlino la intende poco e non ha tutti i torti. Come -si fa con Marta e Mefistofele? — Dio, almeno non bisogna che passi la -notte in casa! - -Ma se non c'è albergo? Pensa e ripensa, la Nana decide che lo condurrà -a casa per una visitina e che poi lo manderà a dormire dal parroco. - - * - * * - -Le due signore fecero il loro ingresso nel salotto, accompagnate dal -solo sior Toni. - -«Nonna» disse la contessina entrando, «c'è qui fuori qualcuno che -domanda di te». - -«Vedemolo» disse la buona signora piegandosi a guardar verso l'uscio e -aguzzando le ciglia. Visto entrare il giovinotto soggiunse: - -«Chi xelo sto signor?» - -«Il maestro di musica, signora» rispose il tenente, franco, ma evitando -i nomi propri. «Il maestro della contessina ch'Ella ha avuto la bontà -di invitare.» - -«Mi? Mi no sala. Mi no so gnente de inviti». Allora la contessina si -fece avanti, tanto rossa che la siora Gegia le disse subito: - -«Ah te si stà ti, barona?» - -«È stata la stria, nonna. Siccome tu da brava bambina hai fatto portar -qua il piano, la stria ti ha mandato un pianista. - -«Ben che lo veda pulito» disse con dolcezza la siora Gegia. - -Infatti l'antica lucernina d'argento a tre beccucci, dei quali due soli -erano accesi, illuminava molto imperfettamente il giovane, vestito alla -buona di abiti che non parevano i suoi. Però il sior Toni e la siora -Nina lo avevano intanto scrutato molto bene. - -«Che zovene!» disse la vecchia signora quand'egli le si fece vicino. -«Quanti anni gàlo?» - -Il tenente se ne aggiunse otto, e rispose «trentaquattro». Troppi! -pensò la Nana, più accorta. Egli non guardava le cose tanto per la -sottile e rispose con la più ardita spensieratezza a mille altre -domande sulla sua famiglia, sulla sua patria, sulla sua vita, sugli -scolari, sulle scolare, mentre la Nana fremeva e palpitava come un -uccellino nella rete. Finalmente la vecchia cameriera portò il caffè -e i _pandoli_ al tenente, che, pensando essersi ben guadagnata quella -magra cena, divorò mezza dozzina di pandoli senza notare negli occhi -della siora Gegia certe ombre di cattivo augurio. - -«El ne sona qualcossa» diss'ella. - -Il tenente si alzò e propose un pezzo a quattro mani con la contessina; -ne aveva seco tre o quattro suonati già con lei in società, quando non -si amavano ancora. - -«No» rispose la siora Gegia con voce blanda, ma ferma. «Sentimolo lu -solo per sta sera.» - -Il tenente obbedì e si mise al piano. - -Il sior Toni domandò timidamente un poco di _Pirata_; invece la siora -Nina, moderando alquanto le sue aspirazioni, mise fuori con un fil di -voce la speranza di udire _Il sol dell'anima_ del _Rigoletto_, oppure -_Ah forse è lui_ della _Traviata_, oppure il quartetto dei _Puritani_: - - A te, o cara, amor talora - Me guidò furtivo, ardente. - -«Questo lo so benone!» esclamò il tenente e attaccò di slancio il -motivo dolcissimo, un vero zucchero sulle sue fragole. - -Improvvisò un pot-pourri di _Puritani_, di _Rigoletto_, di _Pirata_, -di musica per tutti i gusti, facendo il diavolo a quattro sul piano. -Il sior Toni e la siora Nina erano conquisi, ascoltavano a bocca -aperta. La vecchia cameriera, ancora in piedi presso l'uscio con il -vassoio in mano, andava ripetendo sotto voce «Gesusmaria! Gesusmaria! -Madre santa che bravo!» e anche qualche volta «Vergine che belo!» -Infatti il tenente Paribelli cui gli amici lombardi chiamavano _Parì -bell_ e _minga vess_, non era una bellezza, però aveva una fisonomia -vivacissima, una selva nera di capelli ricciuti e un elegante paio di -baffetti castani che avevano molta parte nei suoi successi. Chi proprio -non pareva entusiasta di lui era la siora Gegia. Finito il pezzo, ella -gli domandò se prima di partire per Vicenza si fosse recato a casa -Della Costa per prendere commissioni. No, il maestro non ne aveva avuto -il tempo. La Nana introdusse tosto un altro discorso, gli chiese di -alquante amiche, specialmente di una tale che in addietro le aveva dato -qualche ombra. - -«Tanto cara, non è vero, maestro? Tanto simpatica!» - -«No, non la posso soffrire!» - -«Suona così bene!» - -«Pasticcia!» - -«Ohe, ohe!» fece la siora Gegia. «El scusa, ma no me piase sto tajar zo -de le so scolare». - -L'amico che, abituandosi alla situazione, diventava sempre più -brillante e si figurava conquistar casa Ferretti a questo modo, -rispose contraffacendo audacemente il dialetto veneto e quasi anche -il tono di voce della vecchia signora: «Mi no tajo, mi no tajo». La -Nana, spaventata, si affrettò a dire che la nonna aveva avuto la sua -«stria» e che adesso bisognava farla al parroco, mandargli l'organista. -Propose quindi che il sior Toni accompagnasse il maestro in canonica -dove potrebbe anche passare la notte. La siora Gegia aveva fatto -preparare segretamente una camera da letto e capiva poco, in cuor -suo, l'opportunità di regalar un organista al parroco quando non -poteva che metterlo a letto. Tuttavia non fiatò e lasciò il maestro -al suo destino. Lo si pregò di un'altra sonatina e qualcuno nominò il -_Mefistofele_. Il tenente guardò sorridendo la Nana e poi il sior Toni -e domandò a quest'ultima se era lui che voleva il Mefistofele. - -«El Mefistufole?» rispose il sior Toni. «Mi no, La diga». Malgrado ciò -l'altro si slanciò a capo fitto nel Sabba romantico, fece furore colla -serenata classica, si sforzò sopra tutto di far cantare ai tasti il -duetto e poi, per protestare contro le punture gelose della damigella, -appiccò al Mefistofele con la sua invidiabile disinvoltura, nientemeno -che l'aria di Buzzolla, ben nota a lei: - - Chi mai se penserave - Vedendo la mia Nana - Che l'apparenza ingana - E sconto gh'è el velen? - - * - * * - -Il mentore sior Toni, quando fu in istrada con Telemaco pensò: te -soni pulito ma te ghè na gabana, ciò, da mezi litri anca ti: e invece -di pigliar la via della canonica pigliò, per i suoi fini, quelli -dell'osteria. - -All'allegro Telemaco piaceva la bonomia del vecchio fattore, e la -conversazione fra loro, per effetto sia dei mezzi litri che delle -«gabane» diventò subito famigliare. - -Il sior Toni fece all'altro gli elogi, _inter pocula_, della contessina -e siccome non c'era nessuno, cominciò a tastarlo in un punto delicato. - -«La diga, maestro, che La savarà, come xela de sto tenente che i dise? -Ghe xelo, sto Paribelo o no ghe xelo po?» - -«Go paura, _ciò_, ch'el ghe sia, sto can» rispose Telemaco nel suo -veneto caricato. - -«E la diga, mo; xelo cristian, xelo turco, xelo sior, xelo desperà, -xelo galantomo, xelo berechin, xelo belo, xelo bruto, cossa xelo?» - -«El xe sior, ciò, galantomo, belo e turco». - -«Jeh, jeh, jeh!» fece il sior Toni «Gesù mi poreto, el xe turco!» - -E vuotò un gran bicchier di vino. Poi ripigliò: «Xelo so amigo, elo, -maestro?» - -«Un pocheto». - -«Xelo turco anca elo?» - -«Un pocheto, ciò». - -«Jeh! Gala imparà in Turchia a suonar l'organo? Gesù mi poreto!» - -Qui il sior Toni fece portare un altro mezzo litro onde venir a capo -delle ragioni per le quali il conte Dalla Costa non voleva dar la -figlia al tenente. Il suo compagno incominciò a dirgli che quanto -al _turco_ aveva scherzato e che Paribelli era un ottimo cristiano. -Soggiunse poi che il conte aveva una debolezza, una malattia nervosa -per cui non poteva veder piume sui cappelli della gente. Era una vera -disgrazia per la famiglia Dalla Costa e per la contessina non men che -per il regio corpo dei bersaglieri. - -«Fiol de to mare d'un mestro» pensò il sior Toni, «goi po tanto un muso -da macao?» E disse forte: - -«Bela, po». - -Sin da quando la contessina Nana lo aveva incaricato di raccontare -storielle alla zia, era balenato al vecchio un sospetto, non certo del -vero, ma di qualche trama, di qualche occulta complicità del nuovo -venuto col terribile tenente Paribelli. Ora se ne persuadeva sempre -più, e oltre al resto, gli bruciava un poco d'essere stato giuocato -dalla contessina. Centellinando il vino, parlando, quasi, fra sè e sè, -si mise a commiserare la ragazza, benchè a lui, veramente, non paresse -tanto innamorata; tutt'altro! «Perchè?» esclamò il suo compagno, preso -all'improvviso. Il sior Toni lo guardò sorridendo col bicchiere in -mano. «Gnente po, sala» diss'egli. «Idee». Soggiunse piano che se si -fosse trattato di renderla felice, avrebbe fatto qualunque cosa. - -«Proprio?» gli chiese l'altro, sullo stesso tono. - -«Proprio». - -«Anche.... portare...» - -Il sior Toni scosse leggermente le spalle e fece «peuh!» con la faccia -espressiva d'uno che non trova poi tanto strano nè tanto difficile ciò -che gli è proposto. - -Il suo compagno lo fissò in viso. L'uomo gli pareva molto fino. -Susurrò: «Non avrebbe scrupoli?» - -«La diga; xelo proprio un galantomo?» - -«Eh altro!» fece il galantuomo. - -Il sagace sior Toni n'ebbe abbastanza; l'amico era certo un complice. -In quel punto la compagnia della Stella fece rumorosamente irruzione -nell'osteria. Il sior Toni si alzò, pregò il maestro di aspettarlo un -momento, andò a parlare con l'oste che sapeva avere una carrettella, -gli ordinò di far attaccar subito onde condurre un forestiero a -Vicenza. - -«E se nol paga lu» diss'egli «pagarò mi». Poi tornò dal maestro e gli -partecipò che essendo la canonica assai lontana aveva ordinato all'oste -una vettura, che le istruzioni al cocchiere erano date bene, proprio -bene, senza pericolo di sbagli, che lui doveva tornare immantinente a -casa e che gli augurava la buona notte. Ciò detto se n'andò in fretta, -lasciando il tenente alquanto sbalordito e incerto. - -Il tenente stette un quarto d'ora ad aspettare la carrettella sulla -porta dell'osteria. Dopo un altro quarto d'ora di viaggio per la nuda e -gelida campagna, non vedendo nè case, nè chiese, interrogò il vetturino -e dovette, suo malgrado, persuadersi che il perfido Mefistofele lo -aveva spedito a Vicenza. Furibondo, ordinò di fermare. Passava una -frotta di ragazzi cantando in onore della stria. Uno di loro si accostò -alla carrettella e gridò sul naso del viaggiatore: - - De Pasqua un bell'agnèlo, - De carnevale un bel porzèlo, - De Nadale un bel capòn, - Buona notte sior paron. - -«Va all'inferno!» rispose il tenente. Voleva ritornare in dietro, -castigare quel birbante, ma poi riflettendo, capì che sarebbe stato uno -sproposito e ordinò rabbiosamente di proseguire. - -«Mefistofele» che si era accontentato di veder la carretta uscir -dal villaggio e prendere la via di Vicenza, andò poi a casa più -frettolosamente che potè. La siora Nina era a letto, ma la siora Gegia -e la Nana lo aspettavano in salotto. La siora Gegia aveva lavorato in -calza tutto il tempo con una faccia molto seria, senza rivolger mai -la parola a sua nipote, che intanto, desiderando pure di evitare il -dialogo, aveva letto il giornale e suonato il piano. - -«Benedeto!» esclamò la siora Gegia vedendo entrare il fattore «xe ora? -E sto paroco dunque?» - -«Mi son qua de stuco» rispose il sior Toni. - -La Nana si sentì gelare il sangue e non parlò. - -«Cossa xe nato?» chiese la vecchia. - -«Cossa vorla che ghe diga! La stria lo ga portado qua e la stria lo ga -portado via.» - -Le due donne lo guardarono, studiando il suo viso furbesco. La vecchia -aveva i suoi sospetti e molti; trovandoseli vagamente confermati e -ripromettendosi di sapere ogni cosa l'indomani mattina non domandò -più nulla, diede una occhiata silenziosa alla nipote, spense uno dei -due beccucci della lucernina e disse con tutta flemma: «Ben, andemo in -leto». - -Il sior Toni sospirò perchè invece di andar a letto doveva lavorare in -mezzà almeno un'oretta. Vi era da pochi minuti quando l'uscio si aperse -piano ed entrò la contessina: - -«Un momento» diss'ella sottovoce. «Un momento solo! Cos'è questa storia -della stria? Dica su presto!» - -«Védela, contessina benedeta» rispose con un sorriso pacifico ma -significante il sior Toni «no la xé miga una stria sola, le xé do. -Quela zovene lo ga portado qua e quela vecia lo gà portado via. Ma -gnente de mal po sala, gnente de mal». - -«Sì, bravo, e come è andato via? Corse di notte non ce ne sono». - -«Ghe xé cavai e caretine». - -«Carrettino? È andato a Vicenza in carrettina? Con una notte simile? -Sior Toni! Senza una coperta?» - -Le parole ed il viso della contessina eran tali che il sior Toni -incominciò a non capir più niente ossia incominciò a capire anche -troppo. Uno sbalordimento senza nome gli allargò gli occhi e la bocca: - -«Cossa?» diss'egli. «Ma quel sior... gerelo...?!» La contessina stupì -alla sua volta, non capiva che egli non avesse capito, lo guardò un -poco e scappò via senza rispondere. Allora il sior Toni, giungendo -adagio adagio palma a palma, conchiuse con l'emozione più profonda -della sua vita: - -«Jeh, jeh, jeh!». - - - - -Per una foglia di rosa - - -Una carrozza di Corte si fermò, verso mezzanotte, alla porta del -palazzo Heribrand. Un ufficiale delle guardie ne saltò a terra, entrò -nel palazzo e ricomparve dopo dieci minuti con un signore alto e magro -che salì in carrozza frettolosamente e fu riconosciuto dai curiosi -del vicino Caffè Orientale per il conte Maurizio Heribrand, generale a -riposo, antico governatore, sotto il Re morto, del principe ereditario, -ministro dell'interno nel primo anno del nuovo Regno e uscito poi dagli -affari. - -La notizia ch'egli era stato chiamato a Corte si diffuse in città prima -che la carrozza fosse di ritorno al Palazzo Reale. - -Quella sera tutte le birrarie, tutti i caffè della capitale erano pieni -di gente e di rumore perchè nel pomeriggio la camera aveva rovesciato -con quaranta voti di maggioranza, sopra una questione di politica -estera, l'equivoco, impopolare gabinetto Fersen; e si sperava che S. M. -avrebbe chiamato al potere il deputato Lemmink, capo dell'Opposizione, -uomo di grande ingegno, di antica probità e di ferreo carattere, stato -ancora ministro e noto per l'aspro contrasto a certe segrete debolezze -del Re, cui il ministro Fersen, malgrado le sue velleità democratiche, -si era sempre mostrato compiacente. Si sapeva che il generale -Heribrand, ultra conservatore, era nemico personale del Lemmink, il -quale una volta, da ministro, lo aveva trattato con pochi riguardi; e -la sua chiamata a Corte dispiacque. — Si era tuttavia sicuri che egli -avrebbe combattuto il Fersen, e sopratutto, la segreta influenza della -principessa Vittoria di Malmöe-Ziethen, amica del Re. - -La principessa, francese di origine, divisa dal marito, era antipatica -al popolo, perchè straniera, perchè s'ingeriva negli affari di Stato e -perchè impediva il passo ad una regina. Il popolo avrebbe più presto -perdonato al Re molti amori passeggeri che questa grande passione -costante da tre anni. Il Re conosceva e sdegnava ciò. Egli univa un -ingegno non comune a molta bontà di cuore; non aveva un alto concetto -della propria corona nè della propria spada, non sentiva ambizione; -era piuttosto poeta e artista che Re; era anzi tutto un delicato, un -raffinato, a cui le ordinarie cure del governo pesavano, a cui piaceva -di regnare solo per il lusso artistico di cui poteva godere, per le -intelligenze rare di cui sapeva cingersi; e perchè convinto di essere -amato dalla principessa Vittoria come uomo e non come Re, si compiaceva -di possedere, quale amante, questa suprema e singolare distinzione del -trono. Egli era tuttavia delicato e raffinato anche nella coscienza -dei propri doveri, ciò che gli era cagione di lotte e di tristezze -gravissime, poichè la sua nobile natura aveva una ingenita malattia -mortale, il languore della volontà. - -Lo scioglimento della crisi per la quale il generale Heribrand era -stato chiamato a Corte, poteva decidere sulle sorti del paese. Il conte -Fersen conduceva il Regno all'alleanza con la potente patria della -principessa di Malmöe-Ziethen e quindi, posta la situazione europea, -alla guerra. Un Gabinetto Lemmink avrebbe significato riduzione delle -spese militari e politica estera modesta. Tutti sapevano che il Fersen -immediatamente dopo il voto aveva offerto le dimissioni del Gabinetto -e posto a S. M. questo dilemma: o accettazione delle dimissioni o -scioglimento della Camera. - -S. M. non aveva data una risposta definitiva e aveva conferito più -tardi con i presidenti delle due Camere, i quali erano stati concordi -nel consigliare un ministero Lemmink. Si sapeva pure che la principessa -Vittoria era malata nella sua villa dell'isola Sihl. Una grande -dimostrazione popolare era stata fatta al capo dell'opposizione, e vi -si era gridato «abbasso la francese». - -La carrozza che portava Heribrand entrò nell'atrio del Palazzo Reale -a mezzanotte, mentre una carrozzella da nolo, a un solo cavallo, ne -usciva. Il generale dovette attendere cinque minuti nella sala degli -aiutanti prima di esser fatto entrare nel gabinetto da lavoro del Re. -Il gabinetto, poco spazioso ma molto alto, sta nell'angolo nord-est -del Palazzo Reale, proprio nella torre. Ha due balconi immensi, uno -sul mare, aperto, l'altro sulle grandi terrazze che degradano verso -il porto militare; e ha, fra i due balconi, un caminetto di marmo nero -dove quella sera, benchè si fosse alla metà d'aprile, ardeva il fuoco. -Una lampada elettrica sospesa in alto illuminava meglio il palco di -ebano scolpito, a rosoni d'argento, che la snella persona del Re, ritta -davanti al caminetto. - -S. M. stese la mano al vecchio generale, che con la sua allampanata -figura, con la sua magrezza portentosa, con i suoi lineamenti -esagerati, pareva lo spettro di Don Chisciotte. - -— Caro generale — diss'egli con voce affettuosa, ma vibrante di -emozione — mi perdoni se l'ho incomodata a quest'ora. Avevo bisogno di -Lei. - -Heribrand rispose, alquanto freddo, ch'era sempre agli ordini di S. M. - -— Non ho bisogno di un suddito — replicò il Re, gelando alla sua volta. -— Ho bisogno di un amico. Lei è in collera con me? - -Il generale protestò e S. M. lo interruppe dicendo — venga qua — gli -prese il braccio, lo fece sedere in una delle sue poltroncine accostate -per fianco al balcone sul mare, sedette egli stesso nell'altra e -incominciò a parlargli della situazione. Riferì i suoi colloqui col -ministro e coi presidenti delle due Camere, disse che sentiva di -trovarsi di fronte all'atto più grave, probabilmente, della sua vita, -che era atterrito dalla propria profonda perplessità; che sperava da -Heribrand un giudizio, un consiglio sicuro, e che non aveva saputo -aspettarlo fino all'indomani. - -Il generale lo ascoltò impassibile e rispose semplicemente: — Sire, -bisogna chiamare Lemmink. - -Il Re si fece scuro in viso, tacque e, dopo un momento, alzatosi senza -dir parola, si allontanò a lenti passi, andò a contemplare il fuoco -del caminetto. Anche il generale si alzò e, girata rapidamente con -gli occhi la stanza, guardava, fermo al suo posto, il Sovrano. Il suo -sguardo e l'alta, leale sua fronte avevano una singolare espressione di -gravità e di severità. - -— Lei non sa tutto — disse finalmente S. M., sempre pensieroso e senza -guardare Heribrand. — Lei non sa cosa si prepara in Europa. Lei non sa -gli impegni che abbiamo. - -— Sire — rispose subito il generale — se vi hanno impegni del ministero -Fersen, sono caduti; se vi hanno impegni di V. M., mi permetto di -chiedere rispettosamente perchè mi sia fatto l'onore d'interrogarmi. - -Un lampo di sdegno passò sul viso del Re. - -— Io non prendo impegni personali — diss'egli concitato — io sono -fedele alla Costituzione. Lei mi doveva intendere, signor generale. Lei -dovrebbe sapere che un governo può prendere certi impegni non formali, -non scritti, ma che non possono lasciarsi cadere tanto facilmente. - -Il generale rispose che il voto della Camera aveva implicitamente -disapprovati questi impegni. - -— Non mi parlate della Camera! — esclamò il Re. — Non è possibile che -la politica estera sia fatta dalla Camera. Non si guidano cavalli mal -sicuri per strade difficili, stando in un landau chiuso. - -— Non si guidano i cavalli, Sire, ma si sa dove si vuole andare e lo si -dice al cocchiere. Il paese non vuole andare alla guerra. - -Il Re tacque. - -— Io non posso assolutamente — riprese Heribrand — dare a V. M. il -consiglio che desidera. - -— Che desidero! — esclamò il Re sdegnosamente. — Che desidero! Guardi -là quei vapore coi fanali rossi che fila adesso nel chiaro di luna. -Là vi è un ragazzo che va a studiare l'arte a Roma con i denari miei; -desidero esser lui! Ecco quello che desidero! Scusi, generale, Lei -sa che Le ho sempre voluto bene, Lei è il primo cui mi rivolgo dopo i -personaggi ufficiali, il primo a cui domando un consiglio, e mi parla -così! - -Il generale esitò un momento e rispose quindi con voce sommessa, ma -ferma: - -— No, Sire non sono il primo. - -Il Re trasalì e piantò gli occhi in faccia a Heribrand che non abbassò -i suoi. - -— Che ne sa Lei? — diss'egli fieramente. Il generale allargò le braccia -e chinò la testa come per dire: me ne rincresce, ma è inutile; lo so. - -— Crede Lei — riprese S. M. con voce sconnessa dall'emozione — crede -Lei avere il diritto? Non compì la frase, ma tenne addosso al generale -gli occhi irritati. - -— Nessuno ha osato mai! — diss'egli. - -— Sire — rispose Heribrand, rialzando il capo — la mia coscienza non è -a disposizione di V. M., ma il mio grado e le mie decorazioni lo sono. - -— Questa è una risposta da scena — esclamò il Re — e non una risposta -per me che ho una coscienza come la Sua. - -Il generale, pallidissimo, pregò il Re di voler piuttosto punire che -oltraggiare un vecchio servitore sincero, e gli chiese licenza di -ritirarsi. Il Re rifiutò con un gesto violento. - -— No, — diss'egli — voglio essere più generoso di Lei e mostrarle -che vi è un'altra persona superiore alle sue insinuazioni, ai suoi -sospetti, a tutte le bassezze di cui è pieno il mondo! - -Ciò detto si sbottonò il soprabito in fretta e in furia. Il generale -porse le mani come per trattenerlo; allora il Re gli stese con impeto -subitaneo le sue. - -— Ma senta! — diss'egli passando dalla collera all'affetto, — non -mi irriti, dimentichi un momento ch'io sono il Re, mi tratti come si -tratta un eguale, apra il Suo cuore come io sono disposto ad aprirle il -mio! Apra il Suo cuore, ch'io senta una parola calda! Dica tutto quello -che sospetta, tutto quello che teme, ma parli come un amico, capisce! -Ma se io amo, merito io dunque il Suo sdegno? E mi creda, La scongiuro, -Lei si inganna, Lei non La conosce, voglio che Lei sappia, voglio che -lei veda! Sicuro che mi ha scritto, sicuro che mi ha consigliato! Ma -come? Una donna che mi ama con tutta l'anima sua, è lontana da me e non -mi manderà una parola in un giorno come questo? Ma generale, maestro -mio, non è uomo, Lei? Non è stato giovane, Lei? - -E aperse le braccia al generale che, non persuaso, ma commosso, -abbracciò il suo antico allievo. - -Il Re si sciolse per il primo, trasse dall'abito aperto un portafogli, -e dal portafogli una lettera, e la porse a Heribrand. - -— Legga — diss'egli. - -Heribrand prese la lettera, ma per leggerla gli occorrevano gli -occhiali e non gli riusciva nella commozione di trovarli, se ne -impazientiva, ciò che fece sorridere il Re e finì di rinfrescare il -sangue ad ambedue. Finalmente gli occhiali si trovarono ed il generale -potè leggere questo biglietto della principessa di Malmöe-Ziethen: - - «_Silh, villa Victoria, le 14 avril._ - - SIRE, - - «Mon oncle de Ziethen vient de m'apporter les nouvelles de la - capitale. On va voter aujourd'hui même et ce sera l'opposition qui - l'emportera. — On fera beaucoup de bruit pour avoir M. Lemmink aux - affaires, mais la _velche_, c'est ainsi que dit la ville, mais - _l'étrangère_, c'est ainsi que dit la Cour, n'en voudra pas. Ce - n'est pas M. de Fersen qu'on renverra, c'est la Chambre. - - Mon Dieu, que j'ai prevu tout cela! - - J'en ai le coeur navré. Pas à cause de moi, j'ai trop méprisé ces - grands artistes en méchanceté, pour qu'on me soupçonne jamais - de faiblir devant eux. C'est à cause de Vous, Sire. Je ne me - soucie guère de la sottise publique ni de la perfidie de quelques - misérables; je redoute Votre coeur même, ce que j'ai de plus cher - au monde, ce grand amour où il fait si bon de sombrer avec son âme, - son honneur et sa vie. - - M. Lemmink me déteste. C'est un terrible homme, paraît-il; il - arrive appuyé par una foule grondante, il ne ménagera pas Vos - sentiments, il voudra m'éloigner de Vous. - - Oh, Sire, mais la majorité de la Chambre lui est acquise, et si ce - n'est pas la gloire, si ce n'est pas la grandeur, c'est du moins - le bien-être, c'est la sécurité qu'il apporte! Il faut le prendre, - Sire. Prenez-le, faites le bonheur de Votre peuple; le mien sera de - Vous y avoir aidé! C'est bien la tâche d'une reine et Vous n'avez - que cette couronne à m'offrir. Je vous la demande, mon ami, le - sourire aux lèvres.» - - _Victoria_» - -Il generale rilesse lo scritto, poi presolo fra due dita, e alzatolo -con un lungo sospiro, con un lungo _eh_ dubitativo, lo lasciò cader -sulla scrivania. - -— Cosa? — fece il Re. - -— Ah, Sire, — rispose Heribrand — se mio figlio mi facesse vedere una -lettera simile, gli direi «non ci credere, è tutto falso, anche questi -segni di lagrime fra l'ultima parola e la sottoscrizione! Non senti» -gli direi «che artificio di stile e di chiusa, non senti che persino -queste lagrime sono politiche? — Maestà — esclamò egli a una violenta -interruzione del Re — a mio figlio direi così! A V. M. posso dire -invece, e forse chi sa? accostandomi di più al vero: questa donna non -è sincera, ma crede di esserlo, crede alle proprie frasi, s'inebria -all'immaginazione di un sacrificio che poi V. M. non le permetterà di -compiere; si intenerisce sopra sè stessa e queste gocce cadute così -presso al _sourire aux lèvres_ sono propriamente lagrime. V. M. mi -ha domandato se sono mai stato giovane; credevo sapesse che lo sono -stato troppo. Ebbene, di tante donne che ho amate, più o meno, una sola -sapeva di recitare la commedia, e due sole veramente non la recitavano. -Le altre erano attrici senz'accorgersene, come la principessa. Ma poi, -Sire, se credete in Lei, perchè non l'ascoltate? Perchè non le date -questa corona che domanda? Se la principessa è sincera, è eroica e -poche regine avranno fatto altrettanto per un Re e per un popolo! V. -M. ha l'animo grande, si compiacerà di essere amato da un altro animo -grande che non solo immagina il sacrificio, ma lo compie. Coraggio, -Sire! Sarebbe forse stato meglio non dirle, quelle altre cose amare. V. -M. mi ha chiesto di aprire il cuore e l'ho aperto. Mi sarò ingannato, -crederò anch'io tutto ciecamente, ammirerò la principessa, ma si -faccia dunque ciò che dice lei! Non si giuoca una piccola posta, qui. -Fersen giuoca il paese a _rouge et noir_; se esce _rouge_ sarà una -gloria sterile o quasi, e pagata cara; se esce _noir_ sarà un disastro -immenso. Sire, se parlassi da capo a mio figlio gli direi «il tuo -dovere è di non permettere questo giuoco». - -— La ringrazio — disse il Re — Lei ha detto alcune cose che io credo -molto ingiuste, duramente ingiuste, ma è stato leale e adesso ha -parlato col cuore. La ringrazio. Del resto non credo che Lei sia giusto -neppure col ministero. - -E qui si diffuse sui possibili effetti d'una guerra fortunata, parlò -di una grande unione politica che avrebbe potuto costituirsi intorno -al suo trono, di un impero del Nord ch'era già l'oggetto di trattative -segrete colla Francia. Si capiva che la sua parola tepida rifletteva -idee altrui, le ambizioni di un ministro e d'una donna anzichè quella -del futuro imperatore. - -— Sire — disse Heribrand dopo aver ascoltato rispettosamente — se non -temessi di offendere V. M. direi un'altra cosa. - -— Dica. - -— Direi che questa non è l'ultima comunicazione della principessa. - -Il Re arrossì e s'imbarazzò un poco. - -— Lei deve aver incontrato una carrozza, venendo qua — diss'egli. — È -per questo che adesso... - -— No, Sire — rispose Heribrand — non è per questo. - -Gli occhi suoi si fermarono sopra un punto della scrivania. Il Re -guardò subito dove guardava il generale, e, non potendo vedere, si -tradì. - -— Le è bastato un fil di seta — diss'egli, arrossendo più di prima... - -— Mi è bastato meno — rispose il generale con un sorriso — il filo di -seta non c'è più come non c'è più il fiore. - -Il Re si avvicinò alla scrivania, vide due filuzzi di musco e una lieve -macchia umida sul cuoio dell'impiallacciatura. - -— Non l'ho nascosto — replicò vivamente — entrando l'avrebbe anche -potuto vedere. - -Infatti, non proprio nell'entrare ma poco dopo, girando la stanza con -gli occhi, il generale aveva scoperto sopra una mensola, di fianco a un -grande stipo, il lagrimatoio d'alabastro di Volterra che aveva questo -fiore misterioso. - -— Ecco — disse il Re, andando a pigliare il vasetto antico. - -Era un'opulenta, magnifica rosa, allentata e come languente nei -petali più esterni e chiari, appena socchiusa nel denso cuore con una -voluttuosa espressione d'invito. - -— La conosco — disse Heribrand, odorando il fiore. — Amo anch'io le -rose. È la _France_. Magnifica! Meglio allearsi a questa Francia qui -che all'altra. L'altra ha troppe spine. - -Odorò il fiore, si avvicinò al Re, e gli parlò per un quarto d'ora, -mostrando l'inopportunità dell'alleanza francese con parola chiara, -calda, convincente. - -— E se pigliassi Lei, generale? — disse il Re, sentendo di piegare, -aggrappandosi a Heribrand per non cadere a Lemmink, i cui modi rudi gli -erano intollerabili. - -— No, Sire — rispose il vecchio — io sono troppo impopolare, sono -troppo amico di tante cose passate, e poi non sarei più indulgente di -Lemmink colle rose parlanti. Bisogna chiamare lui. - -— Le giuro che non sapevo il nome di quella rosa! — esclamò il Re con -impeto — e Lei è sicuro che sia la _France_? Ci pensi! - -E si mise a camminare su e giù, a capo chino, dall'uscio al caminetto, -ripetendo macchinalmente ad ogni tratto «ci pensi!» mentre il generale -protestava di esserne sicuro. Finalmente gli si fermò davanti e gli -stese la mano dicendo: - -— Credo che Lei, domani, sarà contento di me. E allora spero che sarà -contento pure della principessa, non è vero? - -— La venererò, Sire — rispose Heribrand. - -Prese congedo. - -Nell'uscire gli sovvenne degli occhiali che aveva lasciati sulla -scrivania, ritornò indietro, e nella fretta del riprenderli, urtò -involontariamente con la manica il piccolo vaso antico che si -capovolse lasciando cadere a terra la rosa. Il generale si chinò, con -una esclamazione di dispiacere, a raccoglierla; e, brancicando sul -pavimento, invece di pigliare il gambo, pigliò il fiore. Lo rimise -a posto presso che incolume; solo un petalo, dei più aperti, n'era -rimasto sgualcito e quasi staccato. - -S. M. vide tutto e non si mosse, non disse parola. Il suo sentimento -poetico della perfezione, la sua raffinatezza femminile si offendevano -incredibilmente di ogni goffaggine, di ogni menoma distrazione altrui. -Gli si sarebbe guasta l'ammirazione per un uomo d'ingegno vedendogli -scotere sul tappeto la cenere d'una sigaretta, e la più seducente -signora avrebbe molto perduto del suo fascino, se, parlando con lui, -si fosse versata sull'abito una goccia di thè. Quando Heribrand fu -uscito il viso del Re si colorò di malcontento. La vista di quella -foglia cadente, di quella rosa brancicata gli dava fastidio. Prese il -fiore, ne trasse il bocciuolo interno e gettò il resto sulle brage del -caminetto. Poi, ripensando al colloquio recente, quel fastidio gli si -mescolò, nella memoria, alla figura e alla voce del generale, ne rese -ancora più sgradite le parole severe e meno gradite le affettuose; -tanto che sentendo crepitar la rosa sulla brage, odorandone la lieve -fragranza resinosa diffusa in aria e vedendovi balenare sul nero -le ultime faville, ripensò di proposito a quel caso e gli venne il -sospetto che vi fosse stata intenzione. Lo cacciò subito, era un -sospetto troppo ignobile; ma gliene rimase questa spiacevole idea che -la sbadataggine del generale fosse stata offensiva. E in pari tempo, -questo intenso desiderio sorse nel suo cuore: oh se fosse venuta lei -invece di mandar la rosa, se entrasse adesso, se l'avessi qui, almeno -fino a giorno, prima di pensare alla politica! - -Si strinse poi sulle labbra un foglietto, la lettera venuta col fiore; -sulle labbra, sul cuore, sulla fronte, come per illuminarsi la mente -con l'amore; poi sulle labbra ancora, più forte di prima. Il sottile -profumo della carta, l'odor di mughetto caro alla principessa lo faceva -palpitar di passione, gli annebbiava il cervello. Mise un profondo -sospiro come in cerca d'aria e di vita e rilesse la lettera che diceva: - -«C'est arrivé, donc! Du courage, Sire, faites votre devoir; ce sont vos -amours qui Vous en supplient. Je souffre, mon ami, car je t'aime comme -une folle et je voudrais venir me jeter dans tes bras. Je ne viendrai -point, jamais je ne saurais m'en arracher! Je t'envoie une rose pour le -vase d'albâtre, tu sais, pour le charmant petit vase aux larmes, qui -lui convient. Elle en a eu, de larmes. Et de baisers, donc! Elle est -heureuse, pourtant, de passer la nuit avec toi et de mourir demain. - -«Adieu, Sire. Si Votre choix est arrêté, faites-le-moi connaître bien -vite. N'éteignez pas de la nuit Votre lampe; je comprendrai que M. -Lemmink sera ministre. Je la vois de ma chambre, Votre lampe, à l'aide -d'un binocle. C'est mon étoile, elle n'aura jamais été si pure, si -haute! - - _Victoria._ - -L'odor di mughetto gli aveva ridato nella fantasia il corpo della -principessa e queste paroline scritte in fretta, a grandi tratti -impetuosi, tutte inclinate come da un soffio di passione, gliene -ridavano l'anima. Già inebriato, si sentì nella coscienza domandar -debolmente se non fosse male di lasciarsi trasportare così, di -smarrire, in un desiderio di amore, ogni calma e ogni forza quando più -ne aveva bisogno. Si rispose ch'era dolce perdersi a quel modo, che -forse l'amore lo avrebbe ispirato meglio; e fece tacere con un colpo di -volontà, la debole voce molesta. - -Adesso fu nel ritratto di lei che volle affissarsi, negli occhi pieni -di dolcezza e di fierezza che lo guardavano da quel noto viso, più -signorile e delicato che bello, chiuso nel capriccioso disordine -d'un velo nero. Quindi, sentendosi ardere, aperse il balcone a mare -e uscì fuori nel vento rigido, nel fracasso cupo, misurato delle -onde che si rovesciavano sulla scogliera. La luna era nascosta fra -le nuvole; però l'isola Sihl si vedeva benissimo, nera, a breve -distanza. Il vento freddo ristorò un poco il Re, ma le tenebre, per -la loro virtù demoniaca di oscurar nell'uomo il sentimento del futuro -e di esaltargli i desideri amorosi, cospiravano coll'isola Sihl. In -quel luogo, in quell'ora le combinazioni politiche parevano al Re -niente, e l'amore tutto. Dopo cinque minuti rientrò nel gabinetto, -si giustificò, per parere onesto a sè stesso, di ciò che stava per -fare sfiorando rapidamente col pensiero gli argomenti malfermi che ne -aveva, gl'impegni del ministro, l'impero del Nord, e, posto un dito sul -bottone elettrico, senza voler più riflettere, spinse. - -Era il tocco e cinquanta minuti. La cameriera della principessa di -Malmöe-Ziethen avvertì subito la sua signora che alla finestra dello -studio di S. M. non si vedeva più lume. La principessa balzò dal -letto, afferrò il cannocchiale che l'altra le porgeva e spalancò le -invetriate. L'appartamento reale non aveva più che undici finestre -illuminate delle solite dodici; la dodicesima, quella della torre -d'angolo, era oscura. Vittoria abbracciò la ragazza, guardò ancora col -cannocchiale, lo gettò da sè, ritornò palpitando a letto, felice; e, -mentre colei chiudeva stupefatta la finestra, le domandò se avrebbe -paura d'una gran guerra vicina. - -Dodici ore dopo, la _Gazzetta ufficiale_ pubblicò il decreto di -scioglimento della Camera, controfirmato dal conte di Fersen. - - - - -Il testamento dell'orbo da Rettorgole - - -La storia che segue mi fu raccontata dal mio amico M. - -«Nel 1872 — mi diss'egli — ero praticante presso il notaio X. di -Vicenza. Una mattina di agosto, verso le dieci capitò nello studio -un contadino di Rettorgole e pregò il notaio di andar con lui a -raccogliere le ultime disposizioni di suo padre, che stava, secondo -si espresse «mal da morte.» Il notaio volle che io lo accompagnassi e -partimmo ammucchiati tutti e tre in un misero biroccino senza cuscini, -saltando, al trotto sgangherato d'una vecchia rozza, sopra un sedile -molto amaro per due notai magri e avvezzi a due poltrone eccellenti. X. -aveva il muso lungo e brontolava maledizioni ad ogni scossa, io fremevo -pure, e il contadino imperterrito ci descriveva la malattia del padre, -un tal Matteo Cucco, detto l'Orbo da Rettorgole, perchè aveva un occhio -solo «El ghe vede pi elo, sior, con quell'ocio solo — disse l'afflitto -e rispettoso figlio — co no fa nualtri tre con sìe.» Non molto fuori -della città lasciammo la strada maestra e ci cacciammo in un pantano -secco di stradicciuola affondata nei campi, dove il biroccino saltava -peggio che mai. Per fortuna si arrivò presto alla meta, una misera -casaccia piantata nel fango dove son le abitazioni del maiale e della -gente, in una mota puzzolenta; appoggiata dall'altra parte a un gran -fienile, a un portico arioso e asciutto. X. e io stavamo per entrare -in cucina, ma il nostro conduttore ci avvertì che l'ammalato non era -in casa. Il caldo e il puzzo erano tali nella sua camera che avevan -dovuto portarlo sul fienile. Sul fienile, adesso, bisognava salirci dal -portico con una scala a piuoli. X. andò sulle furie. Tempestava che mai -non gli era toccato un caso simile, che mai non avrebbe salita quella -scala. Voleva tornar subito in città. Intanto il contadino teneva la -scala ripetendo ch'era ben ferma e salda; e, sul fienile, un altro -suo simile accorso al rumore l'aveva abbrancata anche lui e aiutava -pure con la voce: «El vegna, sior! nol gai paura, sior! La xe franca, -sior!» Neppur io, che odio la ginnastica e l'alpinismo, ci avevo tutti -i gusti a quell'ascensione aerea; ma insomma un certo sentimento del -dovere misto a una certa curiosità, a una certa voglia di raccontar -poi l'avventura, mi vinse. Salii con grande prudenza e, quando fui -al sicuro, persuasi X. di salirvi anche lui. Lassù bisognava poi -guardar bene dove si mettevano i piedi, per non sprofondare. Trovammo -un giaciglio miserabile, sucido, e distesovi sopra un vecchio calvo, -smunto, dalla faccie ossuta e gialla, con un occhio chiuso e l'altro -semispento. Respirava con stento, ma non pareva però agonizzante. Aveva -due uomini accanto, uno a sinistra e l'altro a destra; due faccie rase, -magre, astute. Uno teneva in mano una frasca e cacciava le mosche dal -viso del moribondo, l'altro gli andava ficcando nella bocca sdentata -pezzetti di pane secco e pezzetti di formaggio. — Magnè, pare — diceva -— magnè, pare.» Più discosto, seduta sul fieno, una vecchia si teneva -il viso fra le mani. Da un'altra parte alcuni contadini, evidentemente -i testimoni, discorrevano fra loro sotto voce. Non mancava il tavolino, -nè il calamaio, nè la sedia. Ci fu detto subito che l'ammalato aveva -fatte le sue devozioni il giorno prima, che non parlava più, ma che -capiva tutto e poteva far segni. In queste condizioni X. non voleva -saperne di stendere il testamento. Si tentò una prova. «Pare! — gridò -curvo sul morente colui che gli somministrava il pane e il formaggio, -— me lo lassèu a mi el porco?» Il vecchio accennò col capo di no. -«Ghe lo lassèu qua a Tita?» Il vecchio accennò di sì. «E la tera de -Polegge a chi ghe la lassèu?» Il vecchio guardò l'uomo che era venuto -a prenderci. «A Gigio, no xe vero?» Il vecchio accennò di sì. «Vedelo, -sior, s'el capisse tutto» conchiuse, non a torto, l'interrogatore -volgendosi a X. - -Questi volle tuttavia chiederne alla moglie dell'ammalato, la vecchia -che piangeva accoccolata sul fieno. Ella confermò, con una subita -parlantina, che Matteo era nel pieno possesso della sua mente, che solo -mezz'ora prima s'era fatto intendere di non volere, contro il consiglio -del veterinario, lasciar salassare un bue. Disse poi, quanto al -testamento, che conosceva da un pezzo le intenzioni del marito. Questo -lo disse con grande agitazione e commozione. Pareva una buona donna; -nessuno avrebbe sospettato che volesse ingannar il notaio. Infatti -questi chiese a lei le informazioni opportune sugli eredi legittimi e -sul patrimonio. V'erano soltanto tre figli maschi, tutti presenti. Il -patrimonio, molto superiore a quanto si poteva immaginare da quelle -apparenze, comprendeva una ventina d'ettari di buon terreno, parte a -Polegge, parte a Rettorgole, un'altra casa a Bertersinella, parecchi -animali, parecchi generi ancora invenduti. Quanto la vecchia disse fu -confermato dai figli e dai testimoni. Il notaio avrebbe desiderato -che si suggerisse al vecchio una disposizione sommaria, almeno un -riparto della sostanza per quote. Non fu possibile. Moglie, figli e -testimoni osservavano che la volontà fissa dell'uomo era d'assegnare -specificatamente certi dati enti a ciascuno de' suoi figliuoli. Fra i -testimoni v'era un vecchiotto alquanto rincivilito che offerse tabacco -al notaio e parlandogli con un sorriso pieno di compatimento per -l'ignoranza degli altri contadini e di soddisfazione per la propria -sapienza, lo rassicurò, prima ancora che la questione fosse sollevata, -sulla misura delle quote, rispetto alla legittima. «Matìo xe fin,» -diss'egli. Allora X. si pose a interrogare il vecchio e io mi posi a -scrivere sotto la sua dettatura. Così, a forza d'interrogazioni e di -segni, le case, i campi, i buoi, il cavalluccio, il maiale, persino il -biroccino infame, tutto passò per la mia penna a beneficio di Gigio, -di Tita e di Checco, i tre figli del testatore. «E vostra moglie? — -gridò X. — Non volete lasciar qualche cosa a vostra moglie?» Il vecchio -accennò di no, e tutti, compresa la moglie, confermarono che questa era -la sua conosciuta volontà. «Bene — brontolò X. — a questo provvede la -legge. Per questo ci rimetteremo alla legge.» «Sior, — disse la vecchia -stoica — mi no intendo che me gai da tocar gnente. La fame la go patia -prima e la patirò anca dopo.» Il mio principale non le diede retta e si -dispose a leggere il testamento ad alta voce. Io gli cedetti il posto -e stavo guardando, mentre X. leggeva, un bel gallo orgoglioso saltato -su dal portico sull'orlo del fienile. Udii qualche cosa, mi voltai e mi -vidi incontro una giovane contadina con un lattante in braccio, rossa, -scarmigliata, ansante. «Cossa fali qua, eli? — mi diss'ella piantandomi -in viso due occhi sfolgoranti. — Me sassìneli mi e la me creatura?» -Successe un trambusto, la vecchia si alzò in piedi, i suoi figli si -slanciarono contro la nuova venuta. X. balzò pure in piedi e impose a -tutti di non muoversi. «Chi è questa donna?» diss'egli imperiosamente. -Fu la madre che rispose: «Ghe lo dirò mi, sior, chi la xe. Nostra fiola -la xe, intendelo. Ma a ela, intendelo, no ghe va gnente, no ghe va. -So pare el ghi n'a dà anca massa, el ghi n'a dà. A no so...» «Anca vu, -mare! — interruppe la giovane amaramente. — Pazienza me fradei che i xe -sempre stà cani con mi; ma vu? Cossa sonti mi? no son del vastro sangue -mi, ca me gabiè da tradir anca vu? Cossa podìo dir, vu de mi? Cossa -podìo dir de me marìo?» «Basta, basta, basta! — gridò X. stracciando il -testamento. — Vergognatevi tutti quanti! E chi apre il becco lo faccio -andar in galera!» - -I testimoni erano lividi di spavento, i figli erano lividi di rabbia, -la madre e la figlia si guardavano minacciose in viso; ma nessuno -proferì più parola mentre X. furibondo andava stracciando la carta in -minuti pezzi. A un tratto la giovine si scosse, e, senza che alcuno -osasse trattenerla, andò dritta al morente, gli posò accanto la sua -creatura. - -«Pare — gridò ruvidamente — s'a voli ca mora de fame mi, morirò; ma -lassèghe na feta de polenta a questo chive!» Il vecchio, non potendo -fare altro segno ostile, chiuse il solo occhio che aveva. Mai non -dimenticherò il guanciale con le due teste, la testa bionda del bambino -color di latte, ridente dalle iridi azzurre alla madre, la testa calva -del vecchione arcigno, scura nell'ombra della morte. L'idea sinistra -che la Potestà delle Tenebre si aggravava su quel guanciale e stava -pigliando per sè una delle due anime, mi fece rabbrividire. Anche X. -guardava attonito ciò che mi pareva uno scherzo mostruoso del destino. -In quel punto ecco il prete, un buon uomo semplice che conosco. Vide il -bambino sul letto, capì male, si fece ilare in viso, «Oh bene, bene — -diss'egli — Dio sia lodato.» Il bambino si mise a piangere e sua madre -fece l'atto di riprenderselo, ma Don Rocco non lo permise. «Lasciate, -lasciate, — disse pigliando il polso dell'infermo. — Lasciatelo morire -con un angioletto a lato. Oramai ci siamo.» E si mise a recitar le -preghiere degli agonizzanti. X. poco amante di simili spettacoli, -preferì la scala a piuoli. Nessuno si mosse per aiutarlo e perciò -dovetti seguirlo io: ma, prima di partire a piedi con lui, tornai su, -curioso come mi conosci, un momento. Figli e testimoni erano spariti, -non so da qual parte. La giovine madre, ripreso il bambino piangente, -non si occupava che di chetarlo con baci e carezze, come s'egli -solo meritasse attenzione da lei. La vecchia, fedele fino all'ultimo -all'uomo del quale aveva divise e servite le passioni con una specie di -devozione selvaggia, pregava inginocchiata al suo letto. - -Camminando poi attraverso campi di rigoglioso, lucente granturco, -attraverso prati floridi, lungo filari di grandi ontani allacciati da -festoni di viti dove l'uva già nereggiava, pensavo perchè mai tanta -bellezza innocente di natura, tanto fiore di vita, tanta benedizione di -frutti avessero ad alimentare nel cuore umano le cupidigie più bieche, -gli odii più esecrandi. «Non la intendo — conchiuse l'amico M. — Vi -dev'essere qualche sbaglio nel sistema che gli uomini hanno ideato per -servirsi di tanta grazia di Dio.» - -«Lo temo anch'io — dissi. — Temo che vi sia un vizio radicale di -egoismo. Ma lasciamo fare al Padrone della terra e degli uomini che ci -troverà bene il rimedio.» - - - - -Il Folletto nello specchio - -(_Fiaba per Maria_). - - -Viveva una volta a Milano, a pochi passi dalla Galleria De Cristoforis, -una vecchia dama, la contessa X. molto ricca e molto brutta, a cui -piaceva assai di tenere società; e siccome aveva un ottimo cuoco, la -società non le mancava mai. Una sera vi erano undici visitatori nel -suo salotto; una giovane vedova, una signora inglese, un consigliere -d'appello, un grosso generale, un sottile tenente del genio, un -zazzeruto maestro di musica e un poeta pelato, celebri ambedue, e -quattro giovinotti eleganti, occupatissimi di far niente. - -Caduto il discorso sull'eterno paragone fra la vanità degli uomini -e la vanità delle donne, la maggioranza fu d'avviso che il sesso -più vanitoso fosse il mascolino; ma quando la padrona di casa, per -darne un esempio, sentenziò che non v'era uomo, per quanto vecchio -e serio, capace di passare davanti a uno specchio senza dare almeno -una sbirciatina alla propria seducente immagine, gli uomini celebri, -il consigliere, il grosso generale protestarono che questo non era -vero e che la vanità mascolina si manifestava in altri modi. Tosto -due brevi sottili risatine trillarono in aria. Ciascuno credette che -avesse riso la vedova, e la vedova credette che avesse riso l'inglese, -l'altra signora. Invece chi rise fu un diavolino di quelli che girano -intorno alla gente per far dire bugie e commettere peccati di vanità. -Il discorso morì lì, anche perchè suonava mezzanotte. Le due signore -si alzarono e la padrona di casa invitò molto amabilmente tutta la -compagnia a pranzo per l'indomani alle sei. - -All'indomani, che fu una giornata gaia e calda di aprile, gl'invitati -si recarono al pranzo, le signore in carrozza, gli uomini a piedi, -ciascuno per proprio conto. Il consigliere e il generale abitavano in -via Alessandro Manzoni; degli altri chi in via del Monte, chi in via S. -Andrea, chi in Borgo Spesso, chi in Borgo Nuovo. Insomma ciascuno passò -per la Galleria De Cristoforis e benchè vi passassero tutti fra le -cinque e tre quarti e le sei, il caso volle che non si accompagnassero -fra loro, neppure in due. Tu sai che la Galleria De Cristoforis ha -due bracci ad angolo retto e che uno specchio è infitto nel canto -che la gente rade svoltando dall'uno nell'altro braccio, in faccia -alla birraria Trenk. Dietro a questo specchio si insinuò il maligno -spirito e stette aspettando gl'invitati per un suo diabolico scherzo. -Passa, per il primo, il generale, si guarda nello specchio con la coda -dell'occhio, e si vede raccapricciando, una macchia d'inchiostro sulla -guancia sinistra. Mancavano cinque minuti alle sei, non c'era più il -tempo di ritornare a casa. Il generale affretta il passo tenendosi il -fazzoletto sul viso, e appena entrato nell'anticamera della contessa, -chiede al domestico una salvietta e un po' d'acqua. Il domestico lo -introdusse in una camera da letto e stava versandogli l'acqua nel -catino, quando fu da capo suonato all'uscio. Ecco il consigliere che -entra tenendosi il fazzoletto sulla guancia sinistra e dice: — Presto, -per carità, una salvietta e dell'acqua. — Il domestico lo conduce in -un'altra camera da letto e gli versa l'acqua. Si suona; è il tenente -che si tiene una mano sul viso e dice: — Mi rincresce, ho dei guanti -che lasciano il colore; avete dell'acqua? — Il domestico si meraviglia -molto e lo conduce in una terza camera da letto. Quarta scampanellata; -è il maestro di musica, che dice brusco: — Dell'acqua! Conducimi in -camera. — Signore, — risponde duro duro il cameriere — ci sono già -tre signori che si lavano in tre camere e di libera non c'è più che la -camera della contessa. Se crede Le porto qua l'acqua e una salvietta. — -Porta — risponde il maestro. Il cameriere va, ritorna con l'acqua e la -salvietta. Colui si frega il viso, e guarda se la salvietta n'è sudicia -e siccome la salvietta è sempre pulita, frega e guarda, frega e guarda, -rifrega come un disperato. Ancora un colpo di campanello. Ecco il -poeta celebre che vede l'amico stropicciarsi e dice: — Bravo. Oh bella, -occorre anche a me. — Son pulito? — gli chiede l'altro mostrandogli la -faccia. — Perfettamente. Il maestro, felice, entra dalla contessa dove -trova il generale e le altre signore. Poi suonano, uno dopo l'altro, -tre dei giovinotti eleganti e ciascuno vuole acqua salvietta e anche -sapone. Il domestico si trattiene a grande stento dal ridere e non sa -più dove battere il capo. Gli mancano salviette, deve chiederne alla -guardarobiera, corre da lei; la guardarobiera si arrabbia; intanto -suonano all'uscio e nessuno apre; suona anche la contessa perchè vadano -ad aprire, torna a suonare e nessuno si muove; esce lei e chiama la sua -gente. Allora il quarto giovinotto che aspettava fuori dall'uscio con -l'idea egli pure d'avere uno sgorbio sul viso, udendo la voce della -dama, e, temendo incontrarla nell'anticamera, si bagna il fazzoletto -nella saliva e assicuratosi che nessuno gli vede fare questa porcheria, -si frega la guancia sinistra a più potere, come gli altri. Finalmente -tutti gl'invitati si raccolgono in sala e la contessa, che intanto ha -potuto saper qualche cosa dal domestico, dice sorridendo: — Cos'avete -fatto, caro generale, a quella guancia che siete così rosso? — Subito -gli altri personaggi mascolini pensando aver pure una guancia rossa, -si recano per istinto la mano al viso; la contessa ride; ride uno -dei giovinotti, un secondo, un terzo, scoppia una risata generale; la -contessa, poichè il ghiaccio è rotto, racconta il caso alle due signore -e tutte voglion sapere il come di questa epidemia straordinaria. - -— Per conto mio — rispose il poeta — convien dire che un'amica -d'infanzia, la duchessa Y. una vera sorella per me, abbia oggi mangiato -del carbone perchè prima di venir qua fui ad incontrarla alla stazione -e mi ha dato un bacio proprio qui sulla guancia sinistra. - -— Io invece — disse il consigliere d'appello, — credo di essermi -macchiato con la tintura del ministro B. che oggi è a Milano e mi ha -fatto chiamare per un affare importantissimo. Siamo amiconi, e lui, -scherzando, mi ha preso una guancia fra l'indice e il medio. Siccome si -tinge, è facilissimo che avesse le dita sudicie. - -— Quanto a me — disse il tenente, dimenticando la storia dei guanti che -lasciano il colore, — promisi un acquarello a Sarah Bernhardt, e ci ho -lavorato fino all'ultimo perchè le preme assai. Certo mi sarò spruzzato -dell'inchiostro della China sul viso. - -— Io — disse a sua volta il maestro di musica — uscivo di casa quando -mi è venuta una idea per il preludio del mio quarto atto. Sa, un lampo -elettrico proprio. Lo dico perchè non ne ho merito; le buone idee mi -vengono così, misteriosamente. Sono corso a buttar giù otto battute, e -certo, nella foga dello scrivere, mi sarò sgorbiata la faccia. - -— Ecco — disse il generale, che aveva passata la sessantina. — -Io faccio molta ginnastica ogni giorno. Oggi alle cinque ho fatto -parecchie elevazioni con gli anelli. Può essere che uno degli anelli -non fosse pulito e che mi abbia sfiorato il viso. - -— Non so davvero come ciò abbia potuto succedermi — disse uno dei -giovinotti eleganti. — Proprio oggi, mezz'ora fa, ho adoperato il -_Shetland-soap_, una novità inglese che ho fatto venire io da Londra e -che forse nessuno a Milano conosce! - -— Come, come? — esclamarono due de' suoi colleghi. — Se io l'ho da -ieri! — Se io l'ho da ier l'altro! - -— Allora — replicò il primo, — sarà certo un difetto dello -_Shetland-soap_. - -— Ma no — esclamò il quarto, quello che aveva fatto pulizia fuori -dell'uscio. — L'ho anch'io e non credo d'esser macchiato, guardatemi. - -— Ma, signori — osserva la contessa, — voi altri mi dite: sarà stato -il sapone, sarà stato l'inchiostro di China, sarà stato questo, sarà -stato quello. Vorrei un po' sapere, adesso, come abbiate fatto ad -accorgervene di queste macchie sul viso, e come non ve ne siate accorti -che fuori di casa! - -Vi fu un silenzio lunghetto. - -— Un amico... — incominciò il poeta con imbarazzo; ma il generale si -decise nello stesso momento, a rispondere francamente: - -— Diciamola! Per parte mia Le confesso, contessa, che mi son guardato -nello specchio della Galleria De Cristoforis. - -— Oh bella! — Oh diavolo! — Oh perbacco! — esclamarono -involontariamente il maestro di musica, il tenente ed uno dei -giovinotti eleganti. - -— Oh, oh! — fecero allora alla loro volta le signore indovinando; e -costrinsero quei tre a confessare che anche loro si erano guardati -nello specchio: poi le signore e i quattro rei confessi diedero addosso -con un gran baccano agli altri per far confessare anche loro, e tutti, -salvo il poeta che si ostinò col suo amico, finirono col metter fuori -quel maledetto specchio della Galleria. - -— Dite _benedetto_, signori, — osservò ridendo la contessa — perchè -capisco che se non c'era lui mi capitavate in una bella figura. - -— Pur troppo — rispose il generale — lo domandi a Federico. - -Federico, il cameriere, entrò in quel punto ad annunciare il pranzo. - -— Non è vero, Federico — gli disse il generale, — che avevo il viso -conciato bene? Io e anche gli altri, non è vero? - -— Per verità rispose Federico, — del signor generale, del signor -consigliere e del signor tenente non lo posso dire perchè tenevano -la faccia coperta, ma gli altri signori ho veduto benissimo che non -avevano niente. - -Tutti protestarono e il cameriere tenne fermo, lasciando intendere che -sospettava la stessa cosa del generale e del tenente. - -— Come, come? — esclamò la contessa. — Questa è magìa! Non si va a -pranzo se non si scopre questo mistero! - -— Il tavolino, contessa! — disse la signora inglese ch'era spiritista -e faceva spesso delle esperienze con la padrona di casa. — Bisogna -interrogare il tavolino. - -Detto fatto, fu portato il piccolo tavolino che si mise subito a -girare, scricchiolando tutto come se ridesse; e interrogato sul dove, -sul come e sul quando delle famose macchie, debitamente rispose: - - _Ogni specchio è casa mia,_ - _Son le macchie mia bugia._ - _Tutte l'altre son bugie_ - _Delle loro signorie._ - - IL FOLLETTINO DELLA GALLERIA. - -I signori uomini non attesero che finisse e si diedero a schiamazzare: -— A tavola! A tavola! Presto! Presto! Storie! Fandonie! A tavola! -A tavola! — E, portando seco le signore che ridevano come pazze di -loro e sopratutto del poeta, della sua duchessa e del suo amico, si -precipitarono nella sala da pranzo come un uragano. - - - - -Màlgari - - -Molti e molti secoli fa, un gran vecchio poeta e Re di un paese -lontano, cantò sulla riva del mare un magnifico poema, s'intenerì del -proprio canto sino a piangerne; e le sue lagrime, cadendo nell'Oceano, -vi diventarono perle. Trecento anni or sono fu pescata la più superba -di queste perle, che aveva la forma d'un cuore; e il Doge di Venezia -la regalò a S. E. Contarina Contarini, moglie di un _Cao_ della -Repubblica. La Contarini, bella, ricca, virtuosa, non era felice. Aveva -perduto nel terzo anno del suo matrimonio l'unica bambina; e siccome -quando incomincia questa storia forse più vera che verosimile erano -passati dodici anni dal giorno della sventura, nè lei nè suo marito -osavano più sperare che il buon Dio mandasse loro un'altra creaturina -in luogo della morta. - -Un giorno mentre Contarina scendeva dalla sua gondola in campo S. -Zanipolo per andare alla predica, una povera donna che aveva seco due -bambini cenciosi e sparuti le chiese piangendo l'elemosina. Contarina -le diede uno zecchino e la povera donna esclamò piena di gratitudine -«Dio La benedica, Eccellenza, Lei e le sue creature! La Madonna Le -dia allegrezza». La dama si turbò ed entrò a S. Zanipolo dove un frate -predicava sulla educazione e stava raccontando all'uditorio la storia -di Cornelia Romana che disse de' suoi figliuoli «ecco i miei gioielli». -Contarina pensò allora: ah se invece della perla che m'ha donato il -Doge avessi ancora la mia bambina! Dopo la predica, ritornando in -gondola al suo palazzo della Madonna dell'Orto, Contarina si addormentò -e udì in sogno una voce che le disse queste parole incomprensibili -«se non la vuoi perdere, guardati dalla poesia e dalla musica». -Ella si svegliò subito assai meravigliata di un tal sogno, piena -d'inquietudine. Scendendo al suo palazzo udì un gran chiasso, un gran -litigare dei domestici. Le vennero incontro parlando tutti insieme, e -Contarina potè a stento intendere che si accusavano a vicenda di aver -lasciata aperta la porta della calle, poichè qualcuno doveva esser -entrato di furto con una creatura che si era poi udita gemere, e si era -trovata sola soletta proprio nella camera di Sua Eccellenza e proprio -nella culla d'argento vuota da dodici anni. Contarina mise un grido e -respingendo tutti col gesto si slanciò nella sua camera. - - * - * * - -Trovò infatti nella culla d'argento una bambina bianca come -l'alabastro, con due occhioni color di mare, che subito cessò di gemere -e le stese le sue manine. Contarina corse allo stipo dei gioielli; era -aperto, e la famosa perla del Doge, scomparsa. Ella intese allora che -Dio aveva veduto il suo pensiero di S. Zanipolo ed esaudito il voto -della mendicante. Folle di gioia, vestì subito la piccina con le vesti -della sua dolce morta e mandò a chiamare il marito cui raccontò ogni -cosa, l'augurio, il pensiero e il miracolo. Sua Eccellenza Giovanni -Contarini rispose che probabilmente un ladro aveva rubata la perla e -lasciata la bambina, ma che vedendo lei così felice, egli era contento -di tenersi la piccina per figliuola. Era il giorno di Santa Margherita -e le fu imposto il nome di Margherita che vuol dire perla, ma lei, -quando cominciò a parlare, invece di dire «Margherita» diceva sempre -Màlgari e tutti finirono con chiamarla così. - - * - * * - -Màlgari crebbe rapidamente e sarebbe stata la più bella bambina di -Venezia senza quel suo pallore straordinario. I domestici di casa -Contarini e le dame invidiose di Venezia volevano per forza che fosse -sangue vile di zingari o di ladri; ma ell'aveva un viso così nobile e -gentile, una voce così soave ch'era ridicolo di affermare tal cosa. - -Vivacissima di sentire, era molto gaia, scherzava, giuocava tutto il -giorno, rideva spesso d'un suo breve riso argentino, a trilli; ma se -udiva una maldicenza, una parola incivile o triviale, se vedeva un -atto malvagio o villano, se le raccontavano dolori o tristizie della -gente; se qualchevolta suo padre e sua madre altercavano insieme, e, -sopratutto, se si accorgeva di una menzogna detta in sua presenza, si -chiudeva tosto in una grave, silenziosa malinconia. Aveva quattro anni -quando, una notte d'estate, passò per il rio della Madonna dell'Orto -qualcuno che cantava accompagnandosi con la chitarra. Màlgari, che -dormiva con sua madre, si svegliò, scivolò dal letto, vi rimase fino -a che potè udire la voce che si perdeva verso S. Alvise, e cadde poi -svenuta sul pavimento. - -Quando rinvenne, nel letto di sua madre, la supplicò di lasciarla -ritornare alla finestra, di farle udire ancora quel suono e quel canto. -Poi assalita da una febbre ardente, delirò per tre giorni e tre notti, -tornando sempre a questo punto che la chiamavano, che doveva partire, -che lei non era veneziana, che aveva udito una voce del suo paese; -e abbracciava la povera desolata Contarina dicendole: «Mamma, mamma, -conducimi via!» Allora Contarina, ricordandosi delle parole udite in -sogno e pensando che a Venezia sarebbe stato impossibile tener Màlgari -lontana dalla musica, se non dalla poesia, propose al marito di partir -per la sua isoletta di Syra nell'Arcipelago greco, dove aveva un -palazzo che sorgeva fra boschi di ulivi, di aranci e di lauri a guardar -il mare. L'isola non era abitata che dai coloni e dai giardinieri di -Contarina. Sua Eccellenza Contarini rispose ch'era una pazzia e ch'egli -non poteva spiantarsi da Venezia. Contarina si ostinò e partì sola con -Màlgari. - - * - * * - -Tutti gli abitanti di Syra ebbero subito assoluto divieto di tenere -strumenti di musica e di cantare. Contarina proibì persino di suonar -le campane della chiesa perchè la sera stessa del suo arrivo all'Ave -Maria, Màlgari si era tutta rimescolata udendole suonare nella -solitudine, tra il fragore del vento e delle onde. Non per questo la -bambina riebbe l'umor lieto di prima. Giuocava di rado, adesso, e non -rideva quasi mai; era però contenta di trovarsi proprio in mezzo al -mare e passava lunghe ore sul lido ad ascoltar la gran voce dell'Egeo. - -Avanzando negli anni diventò avida di letture e fece lunghe dimore -nella biblioteca del palazzo, dove una volta sua madre la trovò a -leggere il Tasso, con gli occhi scintillanti, con il polso e il calor -febbrile, ebbra di quella poesia. Perciò Contarina fece togliere dalla -biblioteca e bruciare tutti i libri di versi. Sua Eccellenza Contarini -non veniva a Syra che una o due volte l'anno nè vi si tratteneva più -di tre giorni. Egli era irritato, sulle prime, di ciò che chiamava -la pazzia di sua moglie; poi vi si abituò. Màlgari si affliggeva -segretamente di veder che suo padre e sua madre non si amavano più -e aveva pregato più volte quest'ultima di ricondurla al padre, non -sapendo il segreto della propria origine e della fuga da Venezia che -ella attribuiva a quel suo capriccio infantile di bambina malata. Ma -sua madre l'avea sempre supplicata, prima con baci e carezze, poi con -lagrime, di non insistere. - -Màlgari era sui tredici anni quando una cameriera cacciata le disse, -per vendetta, come ella fosse entrata in casa Contarini; per mano dei -ladri e di zingari. Màlgari gelò, diventò ben più bianca d'una perla, -rispose a colei «vi perdono» e andò da sua madre, volle, colla fermezza -severa d'una piccola regina, conoscere da lei la propria storia. -Contarina le raccontò tremando il miracolo, e, il bel viso pallido di -Màlgari si trasfigurò come se vi salisse dentro una luce di alba. «Sì, -mamma» diss'ella «sento che non sono la zingara, che son la perla; ma -non bisogna dirlo nemmanco all'aria che non m'ingiallisca, nemmanco al -mare che non mi prenda. Ora spiegami perchè non vuoi che nessuno qui -suoni nè canti e perchè non mi hai più lasciato leggere quel libro così -dolce.» Contarina si schermì dal rispondere a queste domande, e Màlgari -non insistette. Si accontentò di sussurrar nell'orecchio a sua madre, -abbracciandola: «vorrei ritornare a Venezia». - - * - * * - -Quella sera stessa la giovinetta discese al mare in un recondito seno -chiuso fra due scogli neri dove l'onda si addormenta sulla sabbia fine -e lucente, e grandi pini ad ombrello, levandosi sopra le macchie di -Lauri, cantano ad ogni fiato di vento che passa in alto. Parve Màlgari -non aver mai amato tanto il mare. Si lasciò cader sulla sabbia, si -distese lungo l'umido confine dell'onda, se ne fece lambire dai piedi -ai capelli, e l'onda era così tepida, molle, amorosa, che Màlgari -parlò con lei, piano piano, figurandosi la sua vita antica di perla, -aprendo il suo cuore, domandando all'acque materne quella dolcezza -che aveva sentita una notte a Venezia, che aveva sentita un giorno -nella biblioteca leggendo la storia di Clorinda e di Tancredi. E -l'onda rispondeva piano piano, pareva che avesse in sè qualche cosa -dell'una e dell'altra dolcezza, che promettesse molto più. Il cielo -era oscuro, l'alto mare si confondeva con esso; ma, a poco a poco, -Màlgari, non sapendo bene se fosse desta o no, vide tanti piccoli -chiarori argentei movere da lontano verso di lei; distinse a poco a -poco, in ciascun chiarore, una figurina umana, tante bionde e brune -teste di giovinette che rompeano veloci le acque fosforescenti, tante -picciolette mani che gittavano scherzando a manca, a dritta e in alto -spruzzi di brillanti. Non entrarono nel seno dove era Màlgari, ma gli -passaron davanti rapidamente, così da presso che il bagliore delle -fosforescenze illuminava gli scogli, la riva ed il bosco. Ciascuna -testina si voltava, passando, a guardar Màlgari ma nessuna venne a lei -tranne l'ultima che girò fra gli scogli ed entrò nella rada, fermandosi -a pochi passi dal lido. - -— Chi siete? — le chiese Màlgari. - -— Nereidi. - -— Nereidi? Allora sapete predir l'avvenire? - -— Sì. - -— Dimmi il mio. - -La piccola Nereide la guardò un poco e rispose: - -— Di musica e di poesia sei nata, in poesia e musica ritornerai. - -La Nereide aveva un delicato viso di bambina; ma gli occhi suoi erano -belli, malinconici e profondi come d'una donna di trent'anni. - -— Come sei bella! disse Màlgari. — Vieni a darmi un bacio. - -— Non posso. Le Nereidi non toccano il lido. - -— Ci ritroveremo mai? - -— Io son del mare — rispose la malinconica testolina bruna. — Tu sei -del cielo. - -E senza dirle addio girò veloce e disparve dietro lo scoglio, seguendo -le sue sorelle. - -Màlgari se ne ritornò a casa, non parlò delle Nereidi e non domandò mai -più a Contarina perchè la tenesse lontana dalla musica e dalla poesia. - - * - * * - -Ella non rise più, dopo quella sera; e diventò ancora più dolce e pia. -Nessuno soffriva nell'isola senza ch'ella pure soffrisse, senz'avere -da lei pietà, aiuto e conforto. Ella entrava nelle case e nelle anime -della povera gente, e nelle case e nelle anime restava un lume di lei. -Ritornò sovente, la sera, a quel golfo recondito ma non vide più le -Nereidi. - -A quindici anni ne mostrava nel viso e nell'alta graziosa persona, -dieciotto; e Contarina andava già pensando se le cercherebbe marito o -no. Giovanni Contarini non veniva da due anni e scriveva di rado, non -più di una volta ogni due mesi, quando la nave dei Borsari, mercanti -a Rialto, andando a Smirne, toccava l'isola. Una volta la nave non -portò lettere, portò invece la notizia che una terribile pestilenza era -scoppiata in Venezia. Contarina ne fu atterrita pensando al pericolo -del marito, al rimorso proprio s'egli venisse colto dal morbo e lei -non fosse ad assisterlo; ma molto più rimase atterrita quando Màlgari -le dichiarò con i suoi modi miti e risoluti che il loro dovere era -di ritornare a Venezia e che bisognava compierlo. Contarina piegò il -capo come lo avrebbe piegato davanti a Dio e quindici giorni dopo le -due signore entravano nel loro palazzo della Madonna dell'Orto dove -Giovanni Contarini era morto di peste il giorno innanzi. Contarina -si disperò, pianse molto e propose a Màlgari di partire subito; ma -la fanciulla che non aveva strillato nè pianto, le rispose che se -Contarini era morto nell'abbandono, la colpa ne pesava sopra di loro -e bisognava espiarla. Ella stessa, per sua parte, intendeva farsi -infermiera degli appestati. Contarina si sentì morire ma non ardì -opporsi perchè Màlgari aveva parlato con un'aria di regina e anche di -Santa. - - * - * * - -Questa si pose subito all'opera. I poveri infermi erano spesso -abbandonati, per paura, dai loro parenti, si trascinavano spesso a -morire sulla pubblica via. Màlgari, con quella sua bellezza mistica, -con la voce soave, con le delicate mani abili a tutto e di nulla -sdegnose, fu invocata e benedetta da ricchi e da poveri, che la -chiamavano la _Madonna dell'Orto_. Ella assistette, fra gli altri, un -giovine musicista straniero, venuto dal Nord in Italia per l'arte sua; -un povero bello e gentile giovane, che, guarendo, si innamorò forte di -lei e non glielo potè dire perchè ella, sentendo pure confusamente che -l'avrebbe amato e che quello non era il tempo di amare, lasciò a un -tratto di visitarlo. Cessata la morìa, pensò ancora a lui, e molto; ma -non lo vide più. - -Il Senato la onorò grandemente, il Doge fece ancor più: la domandò in -isposa. Contarina, malgrado mille trepidazioni sue proprie e la fredda -renitenza di Màlgari, fu di avviso che non si potesse rifiutare il -Doge. Tuttavia Màlgari lo rifiutò, e solo per ischerzo soggiunse che -s'egli dotasse tutte le donzelle povere e ricoverasse tutti i pezzenti -di Venezia ci ripenserebbe; se poi levasse dalla piazza di S. Marco -il Campanile cui non poteva soffrire, si risolverebbe addirittura di -sposarlo. Il Doge rispose che le due prime condizioni erano accettate -e che eseguirebbe anche l'ultima nel terzo anno dalle nozze. Màlgari si -rattristò assai perchè se diceva di no toglieva pane, tetto, allegrezza -a tante migliaia di creature umane e il sì le ripugnava oltremodo. Le -parve che il bene fosse dalla parte del sacrificio e si sacrificò. - - * - * * - -Per ritardare le nozze, pregò all'ultimo momento che si celebrassero -nell'isola di Syra. Il Doge acconsentì e i due fidanzati partirono -sopra due navi della Repubblica, accompagnati dai loro parenti, da un -gran numero d'amici, di clienti e di servi. Era il plenilunio di agosto -e la seconda notte del viaggio, una notte splendida, Màlgari salì sola -verso il tocco in coperta a goder la luna ed il fresco. Sedette a prora -contemplando il mare e dopo qualche tempo s'avvide di un marinaio che -voleva accostarsi a lei e non ardiva. Gli domandò affabilmente che -desiderasse ed egli si scoperse per il giovane musicista straniero -guarito dalla peste. Màlgari si turbò profondamente, non gli chiese -perchè si trovasse a bordo in quel travestimento; e il giovane le -disse solo che il suo repentino abbandono l'aveva accorato e che ora -era felice di poterle almeno dire «grazie». Per la prima volta un -lieve color di rosa passò non veduto sul viso della fanciulla che -lasciò cadere questo discorso. Pregato da lei, il giovane straniero -parlò del suo paese. Era un paese lontano lontano verso il nord, cinto -a mezzogiorno e a ponente da un mare tempestoso d'estate, gelato -d'inverno, un triste, povero paese tutto scogli, laghi, boschi di -betulle che negli anni di carestia si scorticano per farne pane; un -paese di gente buona e semplice, di pescatori che errano sui laghi -nei tronchi incavati degli abeti, che cercan la trota sotto le cascate -spumanti, di cacciatori che inseguono l'anitra selvatica e l'_eider_ -fin sulle onde del mare, che volano sulle slitte veloci in traccia -della volpe, del lupo e dell'orso; un paese povero d'oro, conchiuse -il giovane, ma ricco delle due più belle cose che il mondo abbia, la -musica e la poesia. Màlgari trasalì. «Come mai?» esclamò. «Come può dir -questo?» - -Allora il giovane straniero le parlò di un magnifico poema della sua -patria, che ancora si cantava dal popolo, nella fredda stagione intorno -al focolare domestico e nell'estate all'aperto, sulle praterie, sulle -sponde fiorite dei laghi, sui lidi del mare. E le raccontò le parti più -belle del poema, storie d'amore, storie d'odio, storie di pace, storie -di guerra. In ultimo le raccontò la storia di un gran vecchio glorioso, -poeta e Re, che cantando sul lido s'intenerì del proprio canto, e -pianse, e le lagrime cadendo nel mare, vi diventarono perle. Màlgari -voltava le spalle alla luna che battea sul viso dello straniero; -seguiva il racconto con gli occhi spalancati, intenti, stringendosi le -mani di ghiaccio sul petto pieno d'amore e di dolor mortale. - -«Perchè» susurrò poi ch'egli tacque «perchè non vi ho riveduto prima?» -E subito si pentì di queste parole, si voltò a guardare il mare in -silenzio. Ed ecco non tanto lontano i correnti chiarori argentei, le -testine bionde e brune delle Nereidi. Màlgari credette ravvisar la sua, -la sola che si voltasse a guardar il bastimento; credette incontrare e -intendere quello sguardo. - -«Mi suoni» diss'ella subito al giovane «mi suoni il canto del vecchio -poeta». - - * - * * - -Il giovane andò e tolse il suo strumento, un violino italiano, «Grazie» -disse Màlgari al suo ritorno. «Aspetti, non voglio esser veduta se mi -cercano.» Sedette fra il cannone di prora e il parapetto della nave. - -Lo strumento suonò, con tutta l'anima sua di patriota, di artista, e -di amante, una musica sublime. I delfini innamorati seguivano la nave, -i marinai e gli ufficiali, i servi e signori accorsero, si affollarono -sul ponte ad ascoltare il magico suono senza che il suonatore se -ne avvedesse. Quando se ne avvide s'interruppe, volle congedarsi da -Màlgari; ma di lei non trovò più che un fazzoletto bagnato di lagrime. - -La gente stupida credette che si fosse gittata dalla nave per non -andare sposa del Doge. Contarina Contarini morì di crepacuore vedendola -tornata in perla sul fondo dell'Adriatico, ma noi non abbiamo queste -idee sciocche e tristi. Se di lei solo rimase un fazzoletto bagnato -di lagrime, noi sappiam che la perla era fatta di lagrime appunto e -dell'anima d'un poeta; noi sappiamo cos'ha detto la piccola Nereide -malinconica dell'Egeo: - -«Io sono del mare, tu sei del cielo». - - - - -INDICE - - - Idillii spezzati Pag. 1 - Il Crocifisso d'argento » 43 - La visita di Sua Maestà » 65 - L'orologio di Lisa » 81 - La lira del poeta » 101 - La stria » 115 - Per una foglia di rosa » 147 - Il testamento dell'orbo da Rettorgole » 171 - Il folletto nello specchio » 183 - Màlgari » 197 - - - - -NOTE: - - -[1] Scrittoio. - -[2] La balia. - -[3] La storia del sior Intento è uno scherzo che si fa ai bambini per -pigliarsi giuoco della loro curiosità. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Idillii spezzati, by Antonio Fogazzaro - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IDILLII SPEZZATI *** - -***** This file should be named 60115-0.txt or 60115-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/6/0/1/1/60115/ - -Produced by Barbara Magni and the Online Distributed -Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was -produced from images made available by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. Special rules, -set forth in the General Terms of Use part of this license, apply to -copying and distributing Project Gutenberg-tm electronic works to -protect the PROJECT GUTENBERG-tm concept and trademark. Project -Gutenberg is a registered trademark, and may not be used if you -charge for the eBooks, unless you receive specific permission. If you -do not charge anything for copies of this eBook, complying with the -rules is very easy. You may use this eBook for nearly any purpose -such as creation of derivative works, reports, performances and -research. They may be modified and printed and given away--you may do -practically ANYTHING with public domain eBooks. Redistribution is -subject to the trademark license, especially commercial -redistribution. - - - -*** START: FULL LICENSE *** - -THE FULL PROJECT GUTENBERG LICENSE -PLEASE READ THIS BEFORE YOU DISTRIBUTE OR USE THIS WORK - -To protect the Project Gutenberg-tm mission of promoting the free -distribution of electronic works, by using or distributing this work -(or any other work associated in any way with the phrase "Project -Gutenberg"), you agree to comply with all the terms of the Full Project -Gutenberg-tm License (available with this file or online at -http://gutenberg.org/license). - - -Section 1. General Terms of Use and Redistributing Project Gutenberg-tm -electronic works - -1.A. By reading or using any part of this Project Gutenberg-tm -electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to -and accept all the terms of this license and intellectual property -(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all -the terms of this agreement, you must cease using and return or destroy -all copies of Project Gutenberg-tm electronic works in your possession. -If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a Project -Gutenberg-tm electronic work and you do not agree to be bound by the -terms of this agreement, you may obtain a refund from the person or -entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8. - -1.B. "Project Gutenberg" is a registered trademark. It may only be -used on or associated in any way with an electronic work by people who -agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few -things that you can do with most Project Gutenberg-tm electronic works -even without complying with the full terms of this agreement. See -paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project -Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this agreement -and help preserve free future access to Project Gutenberg-tm electronic -works. See paragraph 1.E below. - -1.C. The Project Gutenberg Literary Archive Foundation ("the Foundation" -or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection of Project -Gutenberg-tm electronic works. Nearly all the individual works in the -collection are in the public domain in the United States. If an -individual work is in the public domain in the United States and you are -located in the United States, we do not claim a right to prevent you from -copying, distributing, performing, displaying or creating derivative -works based on the work as long as all references to Project Gutenberg -are removed. Of course, we hope that you will support the Project -Gutenberg-tm mission of promoting free access to electronic works by -freely sharing Project Gutenberg-tm works in compliance with the terms of -this agreement for keeping the Project Gutenberg-tm name associated with -the work. You can easily comply with the terms of this agreement by -keeping this work in the same format with its attached full Project -Gutenberg-tm License when you share it without charge with others. - -1.D. The copyright laws of the place where you are located also govern -what you can do with this work. Copyright laws in most countries are in -a constant state of change. If you are outside the United States, check -the laws of your country in addition to the terms of this agreement -before downloading, copying, displaying, performing, distributing or -creating derivative works based on this work or any other Project -Gutenberg-tm work. The Foundation makes no representations concerning -the copyright status of any work in any country outside the United -States. - -1.E. Unless you have removed all references to Project Gutenberg: - -1.E.1. The following sentence, with active links to, or other immediate -access to, the full Project Gutenberg-tm License must appear prominently -whenever any copy of a Project Gutenberg-tm work (any work on which the -phrase "Project Gutenberg" appears, or with which the phrase "Project -Gutenberg" is associated) is accessed, displayed, performed, viewed, -copied or distributed: - -This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with -almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - -1.E.2. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is derived -from the public domain (does not contain a notice indicating that it is -posted with permission of the copyright holder), the work can be copied -and distributed to anyone in the United States without paying any fees -or charges. If you are redistributing or providing access to a work -with the phrase "Project Gutenberg" associated with or appearing on the -work, you must comply either with the requirements of paragraphs 1.E.1 -through 1.E.7 or obtain permission for the use of the work and the -Project Gutenberg-tm trademark as set forth in paragraphs 1.E.8 or -1.E.9. - -1.E.3. If an individual Project Gutenberg-tm electronic work is posted -with the permission of the copyright holder, your use and distribution -must comply with both paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 and any additional -terms imposed by the copyright holder. Additional terms will be linked -to the Project Gutenberg-tm License for all works posted with the -permission of the copyright holder found at the beginning of this work. - -1.E.4. Do not unlink or detach or remove the full Project Gutenberg-tm -License terms from this work, or any files containing a part of this -work or any other work associated with Project Gutenberg-tm. - -1.E.5. Do not copy, display, perform, distribute or redistribute this -electronic work, or any part of this electronic work, without -prominently displaying the sentence set forth in paragraph 1.E.1 with -active links or immediate access to the full terms of the Project -Gutenberg-tm License. - -1.E.6. You may convert to and distribute this work in any binary, -compressed, marked up, nonproprietary or proprietary form, including any -word processing or hypertext form. However, if you provide access to or -distribute copies of a Project Gutenberg-tm work in a format other than -"Plain Vanilla ASCII" or other format used in the official version -posted on the official Project Gutenberg-tm web site (www.gutenberg.org), -you must, at no additional cost, fee or expense to the user, provide a -copy, a means of exporting a copy, or a means of obtaining a copy upon -request, of the work in its original "Plain Vanilla ASCII" or other -form. Any alternate format must include the full Project Gutenberg-tm -License as specified in paragraph 1.E.1. - -1.E.7. Do not charge a fee for access to, viewing, displaying, -performing, copying or distributing any Project Gutenberg-tm works -unless you comply with paragraph 1.E.8 or 1.E.9. - -1.E.8. You may charge a reasonable fee for copies of or providing -access to or distributing Project Gutenberg-tm electronic works provided -that - -- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from - the use of Project Gutenberg-tm works calculated using the method - you already use to calculate your applicable taxes. The fee is - owed to the owner of the Project Gutenberg-tm trademark, but he - has agreed to donate royalties under this paragraph to the - Project Gutenberg Literary Archive Foundation. Royalty payments - must be paid within 60 days following each date on which you - prepare (or are legally required to prepare) your periodic tax - returns. Royalty payments should be clearly marked as such and - sent to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation at the - address specified in Section 4, "Information about donations to - the Project Gutenberg Literary Archive Foundation." - -- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies - you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he - does not agree to the terms of the full Project Gutenberg-tm - License. You must require such a user to return or - destroy all copies of the works possessed in a physical medium - and discontinue all use of and all access to other copies of - Project Gutenberg-tm works. - -- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of any - money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the - electronic work is discovered and reported to you within 90 days - of receipt of the work. - -- You comply with all other terms of this agreement for free - distribution of Project Gutenberg-tm works. - -1.E.9. If you wish to charge a fee or distribute a Project Gutenberg-tm -electronic work or group of works on different terms than are set -forth in this agreement, you must obtain permission in writing from -both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael -Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark. Contact the -Foundation as set forth in Section 3 below. - -1.F. - -1.F.1. Project Gutenberg volunteers and employees expend considerable -effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread -public domain works in creating the Project Gutenberg-tm -collection. Despite these efforts, Project Gutenberg-tm electronic -works, and the medium on which they may be stored, may contain -"Defects," such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or -corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual -property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a -computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by -your equipment. - -1.F.2. LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES - Except for the "Right -of Replacement or Refund" described in paragraph 1.F.3, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the Project -Gutenberg-tm trademark, and any other party distributing a Project -Gutenberg-tm electronic work under this agreement, disclaim all -liability to you for damages, costs and expenses, including legal -fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT -LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE -PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE -TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE -LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR -INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH -DAMAGE. - -1.F.3. LIMITED RIGHT OF REPLACEMENT OR REFUND - If you discover a -defect in this electronic work within 90 days of receiving it, you can -receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a -written explanation to the person you received the work from. If you -received the work on a physical medium, you must return the medium with -your written explanation. The person or entity that provided you with -the defective work may elect to provide a replacement copy in lieu of a -refund. If you received the work electronically, the person or entity -providing it to you may choose to give you a second opportunity to -receive the work electronically in lieu of a refund. If the second copy -is also defective, you may demand a refund in writing without further -opportunities to fix the problem. - -1.F.4. Except for the limited right of replacement or refund set forth -in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS' WITH NO OTHER -WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT LIMITED TO -WARRANTIES OF MERCHANTABILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE. - -1.F.5. Some states do not allow disclaimers of certain implied -warranties or the exclusion or limitation of certain types of damages. -If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the -law of the state applicable to this agreement, the agreement shall be -interpreted to make the maximum disclaimer or limitation permitted by -the applicable state law. The invalidity or unenforceability of any -provision of this agreement shall not void the remaining provisions. - -1.F.6. INDEMNITY - You agree to indemnify and hold the Foundation, the -trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone -providing copies of Project Gutenberg-tm electronic works in accordance -with this agreement, and any volunteers associated with the production, -promotion and distribution of Project Gutenberg-tm electronic works, -harmless from all liability, costs and expenses, including legal fees, -that arise directly or indirectly from any of the following which you do -or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm -work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any -Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause. - - -Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg-tm - -Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of -electronic works in formats readable by the widest variety of computers -including obsolete, old, middle-aged and new computers. It exists -because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from -people in all walks of life. - -Volunteers and financial support to provide volunteers with the -assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's -goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will -remain freely available for generations to come. In 2001, the Project -Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure -and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations. -To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation -and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 -and the Foundation web page at http://www.pglaf.org. - - -Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive -Foundation - -The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit -501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the -state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal -Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification -number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at -http://pglaf.org/fundraising. Contributions to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent -permitted by U.S. federal laws and your state's laws. - -The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S. -Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered -throughout numerous locations. Its business office is located at -809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email -business@pglaf.org. Email contact links and up to date contact -information can be found at the Foundation's web site and official -page at http://pglaf.org - -For additional contact information: - Dr. Gregory B. Newby - Chief Executive and Director - gbnewby@pglaf.org - - -Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg -Literary Archive Foundation - -Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide -spread public support and donations to carry out its mission of -increasing the number of public domain and licensed works that can be -freely distributed in machine readable form accessible by the widest -array of equipment including outdated equipment. Many small donations -($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt -status with the IRS. - -The Foundation is committed to complying with the laws regulating -charities and charitable donations in all 50 states of the United -States. Compliance requirements are not uniform and it takes a -considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up -with these requirements. We do not solicit donations in locations -where we have not received written confirmation of compliance. To -SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any -particular state visit http://pglaf.org - -While we cannot and do not solicit contributions from states where we -have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition -against accepting unsolicited donations from donors in such states who -approach us with offers to donate. - -International donations are gratefully accepted, but we cannot make -any statements concerning tax treatment of donations received from -outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff. - -Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation -methods and addresses. Donations are accepted in a number of other -ways including checks, online payments and credit card donations. -To donate, please visit: http://pglaf.org/donate - - -Section 5. General Information About Project Gutenberg-tm electronic -works. - -Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm -concept of a library of electronic works that could be freely shared -with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project -Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support. - - -Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed -editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S. -unless a copyright notice is included. Thus, we do not necessarily -keep eBooks in compliance with any particular paper edition. - - -Most people start at our Web site which has the main PG search facility: - - http://www.gutenberg.org - -This Web site includes information about Project Gutenberg-tm, -including how to make donations to the Project Gutenberg Literary -Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to -subscribe to our email newsletter to hear about new eBooks. |
