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-The Project Gutenberg EBook of Idillii spezzati, by Antonio Fogazzaro
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
-almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
-re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
-with this eBook or online at www.gutenberg.org/license
-
-
-Title: Idillii spezzati
-
-Author: Antonio Fogazzaro
-
-Release Date: August 17, 2019 [EBook #60115]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IDILLII SPEZZATI ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
-
-
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-
- ANTONIO FOGAZZARO
-
-
- IDILLII SPEZZATI
-
- RACCONTI BREVI
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-
- MILANO
- CASA EDITRICE BALDINI, CASTOLDI & C.º
- Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80
- —
- 1902
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- PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
-
- _MILANO-TIP. PIROLA & CELLA DI R. CELLA_
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-Idillii spezzati
-
-
-Io tengo a Oria, sulle rive del lago di Lugano, una piccola villa
-battuta dalle onde a piede di un monte vestito di ulivi, di viti ed
-anche di allori, che nessun poeta, prima di me, è andato a cercare.
-
-È un ameno e tranquillo angolo del mondo, caro ai sognatori e agli
-artisti. Quando sono a Oria passo gran parte della giornata sul lago,
-solo nel mio canotto, vestito come un barcaiuolo, con qualche libro e
-i miei arnesi da pesca. Quest'abitudine mi procurò, molti anni sono, la
-più romanzesca avventura della mia vita.
-
-Approdai una mattina col canotto a una spiaggia fra due scogli in
-faccia a Lugano, dove c'è adesso la trattoria del Cavallino. Allora
-il luogo era del tutto selvaggio e deserto. Vi ha fra i due scogli
-un piccolo valloncello ombroso che conduce a una sottile argentea
-cascatella. Avevo pescato lungo le rive sassose del monte Caprino e
-rotta la mia pesca senza pigliare un pesciolino.
-
-Uscii della barca, sedetti all'ombra e mi posi ad accomodar la pesca.
-Ero lì da pochi momenti, quando udii in alto, sopra la cascatella, una
-rude voce d'uomo e piccole risate, piccoli strilli, come se ci fossero
-lassù delle signore imbarazzate a discendere. Infatti vidi calare
-adagio, sul pendìo erboso presso la cascatella, una bella fanciulla
-che aiutò con l'ombrellino un'altra giovanettina sui quattordici anni,
-che portava un canestro. Ultimo comparve, aggrappandosi all'erba e
-molto brontolando, un signore piuttosto attempato. Tolsero dal canestro
-_sandwiches_, bottiglie e frutta, e si disposero a far colazione.
-Il signore attempato, una figura massiccia dal naso rosso e dai
-favoriti grigi, pareva seccato della mia vicinanza; ma la maggiore
-delle signorine, datami una rapida occhiata disse sprezzantemente: _A
-fisher!_ (un pescatore).
-
-Rimasi un po' male e mi parve di diventar rosso. Coloro non fecero più
-attenzione a me, si misero a mangiare e a discorrere allegramente. Io
-che duro una gran fatica, di solito, a intendere chi parla inglese,
-fui meravigliato della chiarezza con la quale parlava quella gente,
-specialmente la signorina che aveva detto: _A fisher_. Questa era
-bellina assai, snella, piuttosto alta; aveva capelli bruni e begli
-occhi azzurri chiari. Non so più dire come fosse vestita; so che
-aveva un mazzolino di ciclami alla cintura, che i suoi piedi parevano
-piuttosto grandi e che la mano invece era squisita.
-
-Io avevo allora un cuore assai tenero, e la mia immaginazione era
-sempre pronta a vedere anime appassionate, tesori d'amore in tutti i
-begli occhi che si fossero incontrati tre o quattro volte con i miei.
-Veramente gli occhi della signorina mi avevano guardato una volta
-sola e quasi con disprezzo: ma appunto il suo supposto disprezzo mi
-infiammava l'immaginazione. Quand'ero ragazzo mi piaceva d'immaginare
-avventure amorose le più strane e inverosimili. Le donne delle mie
-avventure erano sempre belle e altere. Io ero un principe incognito.
-Chiedevo amore ed ero disprezzato; allora mi scoprivo e le altere
-bellezze cadevano a' miei piedi. Più tardi ho trovato che tutto questo
-non era molto nobile ed ho interamente cambiato idee. Mentre però
-guardavo e tornavo a guardare il delicato viso e la graziosa persona
-della fanciulla che mi aveva disprezzato, mi passò per la mente, non di
-farla cadere a' miei piedi, perchè non ero un principe, ma di colpirla,
-d'imporle un certo rispetto, sfoggiando il mio inglese e la mia
-letteratura.
-
-Appena il signore attempato ebbe inghiottita una conveniente quantità
-di _sandwiches_, cominciò a discorrere del ritorno a Lugano, e capii
-che non voleva saperne di arrampicarsi ancora sul monte per andare a
-prendere il vapore alla vicina stazione di Caprino. Che sorpresa se
-il pescatore si fosse presentato con un'aria signorile e un leggero
-sorriso a dire in inglese: «Le occorre un canotto, signorina? E un
-pescatore per barcaiuolo? Devo io condurla su _the oval mirror of
-the glassy lake_?» No, era troppo ridicolo; e se la ragazza mi avesse
-riso in faccia, che potevo fare? Potevo forse dirle: «Badi, signorina,
-che il verso è di Byron?» No, no, sarebbe stato più ridicolo ancora.
-Raccolti invece i miei arnesi da pesca, li portai nella barca, nascosi
-un volumetto di Heine che avevo con me, poi ritornai, mi accostai
-al signore attempato e gli chiesi in italiano, toccandomi appena il
-cappello, se voleva una barca per Lugano.
-
-Il signore guardò la sua figliuola maggiore che gli spiegò la mia
-offerta. Egli parve felice e mi rispose subito: _Yes, yes, Lugano,
-Lugano._
-
-— Diamo un'occhiata alla barca, papà — disse con la sua dolce voce
-la signorina. — Non mi piacciono le barche dei pescatori. Son così
-sudicie! Chi sa che puzza di pesce, papà!
-
-Questa era un'amara ironia per me che avevo poco prima bestemmiato il
-destino durante la mia disgraziatissima pesca.
-
-L'altra giovinetta corse come una freccia alla riva e si mise subito a
-gridare da lontano: Harriet! Harriet!
-
-V'era sulla riva una sola barca e la ragazza non poteva ingannarsi. Era
-bene la mia.
-
-Miss Harriet fu molto sorpresa di vedere ch'era un'elegante barchetta
-di quercia con i cuscini di cuoio e si persuase che non aveva affatto
-odore di pesce. Anche il vecchio signore fu molto contento.
-
-— Chiedetegli il prezzo, Harriet, — diss'egli. — I barcaiuoli son tali
-malandrini, qui!
-
-Non potei a meno di commovermi un poco; ma fu ancora peggio quando miss
-Harriet rispose:
-
-— Questo non mi pare un malandrino. Ha l'aria onesta, papà. — Poi si
-volse a me e disse con un adorabile accento anglo-italiano:
-
-— A Lugano! Quanto?
-
-Arrossì leggermente anche lei parlandomi italiano. Era un tal piacere
-di guardarla, mentr'ella stessa mi guardava arrossendo, che stetti un
-bel po' senza rispondere. Poi dissi in fretta e a caso: — Cinquanta
-centesimi.
-
-— Quanto ha detto? — le chiese suo padre. — Dite ch'è troppo, Harriet.
-
-— Ma non è troppo, papà, è un'inezia. — È meno che mezzo scellino.
-
-La compagnia s'imbarcò e se mi fu poco piacevole di urtar su a bordo il
-signore dal naso rosso, ebbi però il compenso di sentire per un momento
-la mano fine di miss Harriet nella mia. L'altra ragazza saltò nella
-barca senza l'aiuto di nessuno.
-
-Il lago era liscio come uno specchio. Dal Cavallino a Lugano si può
-andar bene in mezz'ora, ma io confesso che non avevo fretta. Nessuno
-faceva attenzione a me e potevo guardare miss Harriet a mio agio. Mi
-pareva essere già innamorato di lei, mi pareva che si potesse remare un
-mese per mettere una parolina in quel piccolo orecchio roseo e venire
-ascoltato; un anno per posare un bacio su quella delicata guancia e non
-venir respinto; la vita intera per aver un tocco di quelle labbra fini
-e poterlo rendere.
-
-— Povero me! brontolò il vecchio signore, mentre io ero sprofondato in
-questa proporzione geometrica.
-
-— Credo che arriveremo a Lugano domani. Dite a quel poltrone di ragazzo
-che remi più forte, Harriet.
-
-Miss Harriet rispose con mio gran piacere che il lago era così
-delizioso e che Lugano era noiosa. Poi mi domandò il nome dell'ardito
-picco dirupato sopra la Valsolda.
-
-— Picco di Cressogno — risposi.
-
-— Cressogno? Cosa vuol dire Cressogno?
-
-Ella non seppe intendere la mia risposta e sua sorella rise. Allora le
-dissi in francese, sorridendo: Cressogno _c'est le nom du village que
-vous voyez là-bas_.
-
-Miss Harriet mi guardò attonita e io m'affrettai a dire che avevo fatto
-il barcaiuolo sul lago di Ginevra.
-
-La conversazione si animò. Il vecchio signore non sapeva una parola di
-francese e miss Bertha, la ragazza più giovine, ne sapeva solamente
-poche, ma Harriet lo parlava benissimo. Mi domandò molte cose delle
-montagne e del lago, e io, per farmi interessante, mi dimenticai
-un poco della mia parte, le parlai più come un artista che come un
-barcaiuolo. Le mostrai la mia lontana Oria e le dissi che in una di
-quelle casette battute dalle onde al piede della montagna vestita di
-ulivi e di viti viveva un giovine scrittore italiano; che lo conducevo
-spesso in barca e che mi ci divertivo moltissimo, specialmente quando
-il lago era in tempesta. Allora mi posi a descrivere la selvaggia
-bellezza della tempesta, la furia delle onde spumanti, i colori
-cangianti delle montagne e dell'acqua, la luce dei lampi sul picco di
-Cressogno.
-
-— Harriet — disse il signore — come si dice _to row_ in italiano?
-
-— Remare — diss'ella.
-
-Egli si voltò verso di me e mi apostrofò:
-
-— Remare, remare!
-
-Non potei trattenermi dal ridere di cuore, e le ragazze risero con me.
-
-Egli andò sulle furie, le sgridò e disse che io ero un impertinente
-insopportabile.
-
-Per alcuni minuti nessuno osò più parlare e io mi posi a remare di
-lena. La giovinettina mi guardava spesso curiosamente; ma non ebbi mai
-la fortuna d'incontrare gli occhi di miss Harriet. Pareva quasi che
-volesse evitare il mio sguardo.
-
-La prima che parlò fu Bertha. Disse, quasi sottovoce:
-
-— Io penso che è molto intelligente.
-
-— Può essere — rispose suo padre. — Certo è un gran chiacchierone ed è
-molto brutto.
-
-Mi divertii un mondo ad ascoltare questo dialogo e la discussione che
-seguì. Adesso ebbi più d'uno sguardo da miss Harriet.
-
-— Proprio un barcaiuolo, — disse suo padre — ha orecchie grandi come
-vele.
-
-Poi fece la crudele scoperta che somigliavo al nostro _Jack_.... Chi
-era il nostro _Jack_?
-
-Le ragazze protestarono tanto forte da farmi sospettare che _Jack_
-fosse una scimmia. La più calda a difendermi era la più giovane. Miss
-Harriet criticò moderatamente l'opera della natura nella mia fisonomia,
-disse che in complesso io ero piuttosto piacente e che v'era in me
-qualcosa che insieme la imbarazzava e le piaceva.
-
-Io non sapevo più come stare nè dove guardare e avevo una terribile
-paura di tradirmi. Allora, siccome eravamo vicini a Lugano, domandai
-a miss Harriet dove desiderasse scendere. Rispose: — Villa Ceresio,
-— ch'è presso l'Hôtel du Parc. Poi domandai se forse desideravano
-fare qualche altra gita l'indomani e se dovevo venirli a prendere. Si
-accese una piccola disputa fra miss Bertha che insisteva per accettar
-la proposta e suo padre che non pareva disposto a prender me per
-barcaiuolo.
-
-— Oh, papà! — supplicò la ragazza. — Una barchettina così bellina!
-
-Mi parve che avesse le lagrime alla gola. Miss Harriet mi domandò
-dove proponevo di andare. Io proposi di lasciar Lugano alle nove
-del mattino, di scendere a S. Mamette, di fare una passeggiata nella
-pittoresca Valsolda, di ritornare a S. Mamette per la colazione e di
-ripartire quindi per Lugano.
-
-Il vecchio signore si arrese.
-
-— Si potrebbe prender con noi i Roberts — diss'egli.
-
-— Oh sì, andiamo coi Roberts, papà! — esclamò miss Bertha.
-
-Miss Harriet parve seccata e tacque.
-
-Io protestai, mentalmente, che non amavo affatto questi Roberts
-incomodi e che per parte mia potevano restare a casa.
-
-Eravamo allora a pochissima distanza da villa Ceresio. Miss Bertha si
-mise improvvisamente a battere le mani e a gridare:
-
-— Eccoli! Ecco i Roberts!
-
-Suo padre parve molto contento, e miss Harriet mormorò qualche cosa che
-non giunsi a intendere; quando approdammo, miss Bertha uscì la prima,
-dando la mano a suo padre, e io domandai a miss Harriet se dovevo
-aspettare gli ordini.
-
-Ella mi rispose che credeva di sì, posò sopra un cuscino della barca
-una moneta da cinquanta centesimi, si chinò a guardare il mio Heine che
-avevo nascosto male sotto un altro cuscino e che n'era scivolato fuori.
-
-Sorrise, e mi disse piano, in tedesco:
-
-— _Haben sie auch auf dem Rhein gerudert?_ (Ha remato anche sul Reno?).
-
-E saltò agilmente a terra senza lasciarmi il tempo di rispondere.
-
-Mi balzò il cuore di piacere. Non mi faceva ella discretamente capire
-di avere indovinato il mio segreto? Sentii che cominciava qualche cosa
-di delizioso e di serio. Ero tanto commosso che non feci attenzione
-all'incontro con i Roberts. Nascosi meglio il mio Heine e sedetti nella
-barca, pensando a ciò che poteva succedere.
-
-Aspettai un pezzo, e nessuno veniva a dirmi niente.
-
-Non vedevo qualcuno, ma udivo discorrere nel giardino, distinguevo le
-voci di miss Bertha e di suo padre miste ad altre voci sconosciute.
-Finalmente miss Bertha si affacciò alla ringhiera del giardino con un
-giovane ed elegantissimo signore che supposi essere il signor Roberts,
-il quale mi domandò in buonissimo italiano se lo avrei accompagnato a
-Castagnola.
-
-Castagnola era sulla mia strada per ritornare a Oria. Risposi di sì.
-Allora la ragazza mi disse in francese:
-
-— _Demain matin, à neuf heures, ici._
-
-Poi comparve il vecchio signore, tutto sorridente e fiero, a braccio di
-una bella ed elegante giovane signora fra i venticinque e i trent'anni,
-che Bertha chiamava miss Roberts. Miss Harriet non comparve.
-Considerando la bellezza e l'eleganza del giovine signor Roberts, io ne
-fui quasi contento.
-
-Quando i signori Roberts furono nella mia barca e li potei vedere
-da vicino, la fisonomia del giovane signore mi dispiacque molto. Era
-veramente un bel giovane, alto, bruno come un arabo, con due grandi
-occhi neri e una barba nera, folta, corta, che sarebbe stata molto
-conveniente per un nipote dell'emiro Abd-el-Kader; ma lo sguardo era
-egoista, sfrontato e falso.
-
-Mr. Roberts aveva una voce strana, piuttosto aspra; miss Roberts
-invece, bianca, bionda, con gli occhi celesti, languidi, aveva una voce
-sottile, dolce e un poco sonnolenta.
-
-Mentre ci allontanavamo dalla riva, ella si voltò, spinta da lui, a
-salutare gli amici con una certa grazia stanca e noncurante, mentre
-egli invece salutò con calore a più riprese, gridando:
-
-— A domani! A domani!
-
-Ciò che successe poi mi riempì di stupore. Appena ebbero cessato di
-voltarsi verso villa Ceresio a salutare, le due faccie cambiarono in
-un modo incredibile, diventarono più fredde e dure che non posso dire.
-Quando si sentirono abbastanza sicuri di non essere uditi dalla riva, i
-Roberts cominciarono in tedesco un dialogo stupefacente.
-
-Miss Roberts dichiarò che l'indomani non sarebbe andata in nessun
-luogo, e Mr. Roberts le rispose con una tremenda bestemmia che s'ella
-non veniva l'avrebbe battuta.
-
-Ella pareva del tutto abituata a simili minaccie, perchè non se ne
-turbò troppo, e cominciò a burlarsi del suo compagno per il suo poco
-successo con le americane. Così appresi che miss Harriet era americana.
-Subito dopo ne appresi anche il nome.
-
-— Miss Forest ti conduce a scuola — disse la giovane. — Vedo bene
-che diffida di noi. Finirà a scoprire ciò che siamo. Per me, ne avrei
-piacere.
-
-Egli bestemmiò e rispose ch'era impossibile.
-
-— Glielo dirò io! — fece la signora con tranquilla insolenza.
-
-Egli si pose a ingiuriarla con ira; ella gli replicò con disprezzo.
-Si rinfacciarono l'un l'altro ogni sorta di vergogne e maledissero il
-giorno e l'ora in cui s'erano incontrati.
-
-Io fui più volte per esclamare che tacessero, che comprendevo il
-tedesco! Se miss Harriet non fosse esistita, l'avrei fatto. Così,
-indovinando che si ordiva una odiosa trama contro di lei, e che, se la
-donna era forse più infelice che colpevole, l'uomo era certo un gran
-furfante, non mi tenni obbligato a farlo.
-
-Perciò, quando deposi sulla riva di Castagnola quella coppia
-rispettabile, sapevo un poco anch'io chi erano, o piuttosto sapevo
-chi non erano. Non erano fratello e sorella, non erano Roberts, non
-erano inglesi. Probabilmente l'uomo non era neppure tedesco, perchè nel
-calore dell'ira gli udii pronunciare delle imprecazioni in una lingua
-a me del tutto sconosciuta. Non erano marito e moglie, non avevano una
-dimora in alcuna parte della terra.
-
-Il bel cavaliere non aveva danaro, malgrado i mezzi che adoperava,
-secondo la sua dama, per procurarsene. La famiglia della dama ne aveva,
-e veniva onorata da lui col titolo di «banda di ladri» perchè non ne
-mandava. Dopo essersi amati, Dio sa per quanto breve tempo, quei due
-si odiavano l'un l'altro, ed era difficile intendere quale legame li
-tenesse avvinti. Per parte mia, pensai che l'uomo tenesse quella donna
-per interesse e ch'ella lo servisse per paura.
-
-Egli le parlava con insolenza della sua passione per miss Forest e
-di un futuro matrimonio. Era un brutale capriccio, come doveva averne
-quel briccone, o credeva egli stesso che miss Forest avesse una ricca
-dote? Questo non lo so. Aveva imposto alla sua disgraziata schiava di
-aiutarlo ad entrare nelle buone grazie del professore Forest. Si capiva
-che la miserabile creatura, benchè combattuta da un ultimo senso di
-dignità e d'onestà, sarebbe stata contenta di questo matrimonio che
-l'avrebbe liberata da lui per sempre.
-
-Nell'uscire di barca l'uomo mi domandò, ancora in italiano, quanto
-mi dovesse. Avendogli io risposto ch'ero già stato pagato, si strinse
-nelle spalle e se n'andò con la sua compagna.
-
-Io avevo un amico a Castagnola. Andai a cercarlo e gli domandai se
-conoscesse i Roberts. Non no sapeva il nome, ma li riconobbe alla mia
-descrizione. Vivevano in una piccola villa sulla strada di Lugano. Si
-diceva che facessero commercio di gioielli orientali antichi e che la
-signora avesse la parte di far relazioni e di adescare compratori. Si
-affermava pure, con sicurezza, che il signore avesse avuto una condanna
-in Italia, per truffa. Erano a Castagnola da un mese e avevano la villa
-per un altro mese. Feci il tragitto da Castagnola a Oria con l'idea
-d'essere diventato un personaggio importante d'uno strano dramma, dove
-avevo la parte di salvare l'innocenza e di fulminare i suoi nemici. E
-poi, quale sarebbe il mio premio?
-
-È strano che non potevo immaginare la gratitudine di miss Forest.
-Invece mi sentivo intorno al collo le braccia e sul viso i favoriti del
-suo vecchio padre, e non ero ancora abbastanza innamorato della figlia
-per immaginare con piacere questi austeri ed ispidi contatti.
-
-Vivevo allora solo con una sorella maggiore nubile, una donna molto
-seria e positiva che aveva per me un'affezione materna, profonda, ma
-non cieca. Ella mi vide arrivare a casa tanto agitato che sospettò
-subito di qualche cosa. Le raccontai tutto, parlando il meno possibile
-di miss Forest, e il più possibile dei Roberts. Mia sorella non capì
-affatto la mia nobile parte nel dramma, disapprovò il mio scherzo, e mi
-disse:
-
-— Non andrai mica, domattina, suppongo?
-
-— Come non andrei? ma sì, certo, andrò. È il mio dovere di onest'uomo e
-di cristiano di andare.
-
-Mia sorella mi domandò se fosse il mio dovere di cristiano
-d'innamorarmi di tutte le belle ragazze che vedevo e di correr loro
-dietro. Io le risposi sdegnosamente che le sue idee erano sempre basse.
-Non tornammo più sull'argomento. Solamente la sera, quando ci separammo
-per andare a letto, ella mi disse che se io credevo mio dovere di
-onest'uomo di condurre inglesi o tedeschi o turchi a far colazione in
-casa, il dovere suo di donna cristiana era di dar loro pane e acqua.
-
-L'indomani mattina alle nove ero a Villa Ceresio. Miss Bertha era già
-in giardino ad aspettarmi e corse subito a chiamar suo padre e sua
-sorella.
-
-Miss Harriet aveva una _toilette_ elegante di flanella chiara con
-grandi bottoni bleu, cintura bleu e un berrettino bleu. Mi si strinse
-il cuore pensando che quel delizioso berrettino potesse essere dedicato
-a M.r Roberts.
-
-Ella mi salutò appena, senza parlare. Meno di così non avrebbe potuto
-salutarmi; eppure io vidi sul suo viso, quando lo piegò un poco, che
-non avrebbe salutato il barcaiuolo a quel modo. Mi accorsi pure che
-appena seduta mi diede due occhiate rapide come per esaminare i miei
-abiti. Ella si aspettava qualche cambiamento con intenzione, e c'era.
-Avevo i miei bottoni d'oro da polsini, col monogramma, e un anello
-con un piccolo brillante. Nella prima occhiata vide l'anello, nella
-seconda vide i bottoni; ne fui sicuro, benchè il suo volto non tradisse
-la menoma sorpresa. Per un pezzetto non mi guardò più, guardò a destra
-verso il Cavallino dove c'eravamo incontrati il giorno prima. Nella
-mia emozione diedi tre o quattro forti colpi di remi. Suo padre e sua
-sorella mi guardarono meravigliati; ella seguitò a guardare verso il
-Cavallino. Solo quando ripresi a remare tranquillamente i nostri occhi
-s'incontrarono e si fermarono. Lugano, Villa Ceresio, il Monte San
-Salvatore, i favoriti di sir Forest, tutto mi fece intorno la _grande
-ronde_.
-
-Intanto un battello partiva da Lugano per Oria e passava a poca
-distanza da noi.
-
-— Si poteva prendere il vapore! — brontolò il vecchio signore.
-
-— Ma non fa stazione a Castagnola, papà — disse Bertha.
-
-Si misero allora a parlare dei Roberts, e Harriet prese parte alla
-conversazione. Ella propose di non fermarsi a Castagnola. Sua sorella
-protestò e il papà diede ragione a lei.... Bertha era innamorata di
-miss Roberts e ammirava molto anche sir Roberts. Suo padre diceva
-che sir Roberts era un colto e intelligente giovine e che i suoi
-gioielli antichi erano magnifici. Io sospettai che agli occhi di
-quell'eccellente signore il gioiello più magnifico fosse il più
-moderno, miss Roberts, perchè non parlò mai di lei. Miss Harriet disse
-forte, quasi con affettazione, che preferiva i gioielli di Parigi a
-quelli di Memphis, e che il primo torto del signor Roberts era di
-essere antipatico e il secondo di avere miss Roberts per sorella.
-Aveva probabilmente osservato i maneggi della signorina con suo padre,
-perchè parlò di lei senza misericordia, come di una bambola dai capelli
-gialli, d'un ritratto dell'accidia sonnolenta.
-
-Bertha difese vivacemente i suoi cari amici. Il professore Forest era
-molto inquieto e borbottava come un vecchio orso malcontento. Egli non
-osò confutare Harriet, ma disse che le sue figliuole gli dovevano di
-essere cortesi con i suoi amici.
-
-— Non sapevo che fossero vostri amici — disse la ragazza, impallidendo.
-
-— Lo sono — rispose il vecchio. — Io ho molti doveri verso il signor
-Roberts per informazioni preziose che mi ha dato circa i gioielli
-siro-fenici e penso che la sua relazione vi è tornata molto utile
-quando ci siamo incontrati presso Pontresina, dopo quella disastrosa
-discesa dal Piz Zanguard. Siete stata ben contenta, allora, di
-accettare....
-
-Qui egli s'interruppe:
-
-— Gli scialli di sua sorella, sì — disse Harriet. — Avete ragione,
-papà. È stato un atto magnanimo.
-
-Ci accostavamo a Castagnola. Miss Harriet era visibilmente turbata
-e non mi guardava più. Invece di dirigermi all'approdo, io voltai a
-poco a poco la barca nella direzione di Oria, cercando gli occhi di
-lei, volendo significare che avevo l'intenzione di non approdare a
-Castagnola senza un ordine. Il professore si accorse della cambiata
-direzione e mi indicò, emettendo voci inarticolate, il luogo dove
-bisognava approdare.
-
-Io guardai ancora, prima di ubbidire, miss Harriet, aspettando che
-dicesse qualche cosa. I nostri occhi s'incontrarono e vidi ch'ella
-m'aveva inteso. I begli occhi azzurri mi guardarono sorpresi e mi passò
-per la mente che mi domandassero se avessi remato anche sul Tamigi; ma
-nessuna parola venne, e approdammo a Castagnola.
-
-Passarono alcuni minuti e i Roberts non comparivano. Bertha faceva
-molte diverse supposizioni. Suo padre e sua sorella non parlavano.
-Finalmente il vecchio signore si alzò e disse che sarebbe andato
-a vedere. Miss Bertha si alzò pure per andar con lui; miss Harriet
-dichiarò che restava in barca. Io la guardai palpitando. Aveva le
-sopracciglia aggrottate, certo non per l'idea di restar sola con me.
-
-Essa non m'incoraggiò con un solo sguardo, ma io ero risoluto di
-parlarle ad ogni modo. C'erano otto o dieci minuti di cammino dallo
-sbarco di Castagnola alla villetta dove abitavano i Roberts.
-
-Quando il vecchio signore e la giovinetta si furono allontanati, io
-dissi a miss Harriet in francese:
-
-— Signorina, io non posso più fingere con lei.
-
-Ella si turbò.
-
-— Ah! — disse. — Lei è lo scrittore italiano?
-
-— Sì.
-
-— L'ho sospettato subito ieri — esclamò, alzandosi. — Perchè questa
-commedia? Suppongo ch'ella sia un gentiluomo, signore. È stata una
-bella cosa di burlarsi di noi? Non credo di potere star qui, adesso.
-
-— Oh, si fermi, signorina! Io non ho voluto burlarmi di Loro. No
-davvero! È stata una piccola vendetta — soggiunsi sorridendo. — Si
-ricorda che mi ha creduto un pescatore, quando mi ha visto raccomodar
-la pesca? I suoi occhi esprimevano disprezzo, e dopo averla veduta non
-potevo rimanere sotto il suo disprezzo.
-
-— Ma non era disprezzo, signore! Era solo un equivoco. È possibile che
-io rispetti un pescatore onesto più d'un poeta che inganna!
-
-— Non ho voluto ingannarla, signorina; ho voluto piuttosto
-disingannarla. Desideravo farle sapere che non ero tanto inferiore a
-Lei quant'Ella aveva creduto. In principio ero mosso dall'orgoglio;
-ma poi vennero altri sentimenti molto migliori. Sono felice di poterle
-dire che Le sarà utile d'avermi conosciuto.
-
-— Perchè, signore?
-
-Vidi ch'ella era commossa e avida di una spiegazione.
-
-— Sieda, signorina! — dissi. — Non parlerò se non siede.
-
-Riprese il suo posto di prima, e io continuai dopo un momento di
-esitazione.
-
-— Intendo un poco l'inglese, signorina, specialmente l'inglese degli
-americani.
-
-Miss Forest trasalì.
-
-— Oh, signore! — esclamò. — Davvero? E Lei ha ascoltato, ieri, ciò che
-dicevamo noi; questo non è stato bello, signore! No, no, no!
-
-Ella si coperse il viso con le mani, fra sdegnata e ridente.
-
-— Di grazia, signorina — diss'io — quel signor _Jack_ che mi somiglia
-tanto, sarebbe una scimmia?
-
-— Ella meriterebbe che lo fosse — rispose miss Forest, ridendo, senza
-scoprirsi il viso. — Ma non lo è.
-
-— Bene, signorina, mi perdoni e mi ascolti, adesso. Devo darle notizie
-dei Roberts.
-
-— Davvero?
-
-Le mani le caddero dal viso ed ella si piegò ansiosa verso di me.
-
-— L'uomo è un abominevole briccone — diss'io — e la donna è la
-sua schiava. Non sono fratelli. Ci deve essere fra loro un legame
-vergognoso. Non sono inglesi. Lo stesso nome Roberts è falso. L'uomo
-s'è messo in capo di sposar Lei, signorina.
-
-— Ma come ha Lei saputo questo?
-
-Vidi ch'ella dubitava di me.
-
-— L'ho saputo ieri — risposi — venendo con loro da Lugano a Castagnola.
-Hanno sempre parlato di questo. Ho appreso così il Suo nome e la
-Sua patria. Lo so, miss Forest, Lei si domanda se deve credere a uno
-straniero che le è perfettamente sconosciuto?
-
-Ella tacque, ed io rabbrividii.
-
-— Mi creda — esclamai — La supplico di credermi! Non sono un mentitore!
-Non lo vede? Non lo sente? Piuttosto lasciarla in questo istante e non
-vederla mai più, ch'esser creduto da Lei un bugiardo. Addio, signorina!
-
-Stavo in piedi sulla riva, risoluto d'andarmene, senza pensar affatto
-alla mia barca.
-
-— Si fermi — disse miss Forest, quasi sottovoce, dolcemente. — Le credo.
-
-Io sedetti sulla prora della barca e mormorai:
-
-— Grazie!
-
-Nel silenzio che seguì, udimmo presto i passi del professore e di miss
-Bertha che ritornavano.
-
-— Sia lode a Dio! — disse Harriet. — Sono soli! Ho bisogno di domandare
-ancora qualche cosa, ma adesso è tardi.
-
-Infatti in quel momento sir Forest e sua figlia comparvero sulla riva.
-
-Non erano soli. Dietro a loro veniva il signor Roberts in una elegante
-_toilette_ da mattina.
-
-— Mi rincresce — diss'egli a miss Harriet, dopo averla salutata. — Mia
-sorella non sta bene e manda le sue scuse.
-
-Egli era bello, elegante, e sedette vicino a miss Harriet, ma non avrei
-cambiato posto con lui. Ella non avrebbe potuto essere più gelida.
-
-Quegli non ebbe l'aria di accorgersene; invece il padre ne soffriva
-visibilmente e cercava di parlare a Roberts, di esser gentile con
-lui quanto poteva. Allora sua figlia mi guardava; i nostri occhi si
-parlavano. Ero felice che gli altri mi credessero ancora un barcaiuolo,
-che lei sapesse e tacesse.
-
-Quando passammo davanti al piccolo promontorio dove sta il villaggio
-di Gaudria e si scoperse la Valsolda, miss Harriet mi domandò in
-italiano se il paesello che si vedeva a prora fosse Oria, e sir Roberts
-s'affrettò a dire ch'era Osteno. — È Oria — diss'io. — Colui dichiarò
-allora in inglese, che io non sapevo niente. La signorina sorrise e io
-mi morsi le labbra.
-
-— Una bella barchetta — diss'egli, dopo un momento. — Mi piacerebbe
-d'averla.
-
-— La comperi — disse miss Harriet, con un sorriso impercettibile.
-
-— Sì. E se prendo la barca, non prendo certo il barcaiuolo. Non mi
-piace affatto. Dev'essere un impertinente. E a Lei, signorina, piace?
-
-Ella arrossì forte e io pure, temo. Evitammo di guardarci e la udii
-rispondere in tono scherzoso:
-
-— Lo rispetti, è il barcaiuolo nostro e non il Suo.
-
-— Oh, sì, sì! — rispose colui con un sogghigno. — Lo rispetto, ma
-insomma, Le piace?
-
-— Lo credo onesto, e ciò che sopra tutto mi piace in un uomo è l'onestà.
-
-I begli occhi azzurri si volsero a me e mi dissero: — Desiderava Ella
-di più? Deve accontentarsi di questo.
-
-Non m'aspettavo di più e me ne accontentai, pensai ch'ell'era una
-intelligente, pronta, savia e franca creatura, e che chi l'avesse per
-moglie dovrebbe andare orgoglioso di lei.
-
-Il signor Roberts non si lasciò scoraggiare dalla sua freddezza. Parlò
-continuamente con suo padre, con lei, con miss Bertha, di molte cose,
-ma sopratutto di sè stesso, delle proprie qualità, dei proprii difetti.
-Secondo lui, il suo difetto principale era il cuore troppo largo e
-tenero. Per questo egli non aveva mai potuto arricchire. No, non era
-ricco. Era forse una vergogna di non essere ricco? Non lo credeva.
-Del resto, chi si poteva dire ricco che non avesse almeno quattromila
-sterline l'anno? Egli non le aveva. La sua fortuna non era molto
-inferiore, ma insomma non arrivava a questo. Voleva perciò lavorare
-ancora. Intendeva passare ancora un anno in Oriente. Poi, quando avesse
-potuto offrire a una donna amata tutte le dolcezze dell'esistenza,
-sarebbe ritornato in Occidente, e, se non riuscisse a farsi amare come
-e da chi voleva, sarebbe venuto ad abitare una riva solitaria del lago
-di Lugano e avrebbe scritto un poema perchè amava molto la poesia.
-
-Harriet ed io ci guardavamo spesso mentr'egli parlava e più d'una
-volta, quando gli occhi nostri s'incontravano, vidi spuntare sulle sue
-labbra un sorriso.
-
-A mezza strada fra Gaudria e Oria miss Bertha si mise a guardar
-la mia mano sinistra e lessi ne' suoi occhi una certa sorpresa. Si
-chinò all'orecchio di sua sorella, le disse qualche cosa che la fece
-arrossire. Sua sorella dovette risponderle di tacere, perchè diede
-molte altre occhiate al mio anello e a me, ma non parlò.
-
-A Oria il signor Forest propose di scendere e di camminare fino
-a S. Mamette. Il cielo era coperto, molto opportunamente per una
-passeggiata. Harriet approvò la proposta e Roberts si affrettò ad uscir
-di barca col professore e miss Bertha. Ella disse allora che le faceva
-molto piacere che suo padre camminasse, ma ch'ella sarebbe venuta a S.
-Mamette in barca. Sir Roberts voleva subito risalire nel canotto, ma la
-signorina lo invitò così recisamente ad accompagnar suo padre, ch'egli
-non osò insistere.
-
-Il cuore mi batteva di gioia e io stavo per ringraziare miss Harriet,
-ma ella mi prevenne e si affrettò a dirmi che desiderava sapere
-una cosa da me. Voleva sapere se avessi potuto scoprire particolari
-intenzioni di miss Roberts. Non disse più di così; tuttavia intesi
-benissimo. Risposi che, secondo me, miss Roberts aveva il compito di
-sedurre una certa persona, ma che ubbidiva di malavoglia.
-
-Passavamo, così parlando, sotto la mia piccola villa. La cameriera e
-la cuoca erano a una finestra e mi salutarono sorridendo. Il domestico
-spiava dal giardinetto, tenendosi nascosto fra le piante. Mia sorella
-stava dietro ai vetri d'un'altra finestra. Indovinai subito che mia
-sorella non aveva potuto tacere con le persone di servizio. Udii
-distintamente la cuoca meravigliarsi ch'io avessi con me una signorina
-sola.
-
-— La Sua villa? — disse miss Forest. — Un bel posto!
-
-Le dissi quanto sarei felice ch'ella vi potesse entrare almeno un
-momento, quanto avrei goduto di farle vedere i miei fiori, i miei
-libri; di dirle anche un poco i sogni che sognavo là, guardando le
-montagne, il lago.
-
-— È impossibile — rispose — E poi sarebbe anche triste di conoscerci
-troppo, perchè credo che non ci vedremo mai più. Ma io ho visto un
-arancio nel suo giardino e accetterò un piccolo ramoscello d'arancio.
-
-— Non ci vedremo mai più? — esclamai, cessando di remare.
-
-Ella non rispose e mi parve commossa. Ci guardammo in silenzio un
-momento, poi ella sorrise leggermente, e disse:
-
-— Come diceva, ieri, mio padre? _Remare, remare!_ Vorrei portar via
-mio padre domattina — soggiunse. — Vorrei che fosse possibile di
-fargli sapere, di fargli credere quelle cose orribili che Lei mi ha
-raccontate!
-
-— E se le credesse, vorrebbe Lei ancora partir domani?
-
-— Sì; credo che sarebbe necessario.
-
-— E dove andrebbe?
-
-— In America.
-
-— E se io l'aiutassi a far credere quelle cose orribili a suo padre,
-avrebbe Lei una briciola di gratitudine, si dimenticherebbe di me in
-America?
-
-Miss Harriet mi stese silenziosamente la mano, che io subito presi fra
-le mie, lasciando i remi.
-
-— L'aiuterò, miss Forest, e sono sicuro di riuscire. Ho preso più
-interesse a Lei, signorina, che non avrei creduto possibile in così
-breve tempo. Diventerò il mio proprio nemico purchè ella sia contenta.
-Non merito che si levi il guanto?
-
-Si tolse il guanto, e senza curarmi che dalla riva qualcuno ci potesse
-vedere o no, io posai e tenni un momento le labbra su quella bianca
-mano, ch'era fredda, per l'emozione, come il ghiaccio.
-
-— È strano — diss'ella, poi, sorridendo — che io non so neppure il suo
-nome.
-
-Glielo dissi, e poi si parlò di letteratura inglese, dei romanzi
-che conoscevamo l'uno e l'altra. Era un modo per me di esprimere
-i miei sentimenti e per essa di mostrare che non le dispiacevano.
-Fui particolarmente contento di udire che fra i romanzi di Dickens
-preferiva, com'io, «_A tale of two Cities_» e che Sidney Carton le
-piaceva più di tutti gli altri personaggi di quel libro.
-
-Era una gran gioia per me che le nostre anime si toccassero anche in
-un solo piccolo punto. Questo bastava per far passare una corrente
-elettrica che mi riempiva di dolcezza. Parlammo anche della Valsolda.
-Solamente chi ha un raffinato e squisito senso della natura può
-intendere il segreto fascino della Valsolda. La gente volgare non ne
-capisce niente. Ella lo intendeva. Le domandai se le sarebbe piaciuto
-di vivere in Valsolda.
-
-— No — diss'ella. — Non lo credo. Ho un carattere strano. Questa
-Valsolda mi sembra un porto. Mi piacerebbe vivere sul mare aperto e
-morire qui.
-
-Prima di giungere a S. Mamette dissi a miss Forest che trovasse modo
-di raccontar subito ogni cosa a suo padre. Io poi lo avrei persuaso che
-tutto era vero. Ella mi porse da capo la mano.
-
-— Grazie! — diss'ella. — Addio! — soggiunse sorridendo non senza
-tristezza. — È meglio che ci congediamo adesso, mentre siamo soli.
-
-— Ma io — risposi — ritornerò a Lugano con Loro.
-
-— Lo desidera? — diss'ella. — Non sarebbe meglio separarci prima?
-Potremo prendere un vero barcaiuolo che Le ricondurrà la barca. Ella mi
-darà il ramoscello d'arancio e ci lascieremo qui.
-
-Le domandai allora con voce tremante se il ramoscello d'arancio non
-potrebbe forse un giorno dar fiori per una ghirlanda. Non m'intese o
-non mi volle intendere. Non mi rispose. Forse, se intese, dubitò che
-fosse una frase poetica, non abbastanza ponderata e seria. Forse aveva
-altre ragioni; non ne so nulla.
-
-— Addio! — dissi sottovoce.
-
-Ella chinò leggermente il capo, come per gradire il mio saluto, e non
-aprimmo più bocca.
-
-Sir Forest e compagni ci aspettavano sulla riva. Miss Harriet
-discese per andare a far colazione con loro, e io dissi che dovevo
-allontanarmi, ma che sarei stato a loro disposizione fra un'ora.
-
-Ritornai con la barca a Oria, mi vestii convenientemente, mi posi
-all'occhiello un ramoscellino di arancio, e mi feci condurre a S.
-Mamette dal mio domestico, molto in fretta, anche perchè il cielo era
-diventato minaccioso.
-
-Andai alla _Stella d'Italia_, dove i Forest erano a far colazione,
-e mandai loro la mia carta da visita. Fui subito introdotto, e mi
-presentai direttamente al signor Forest. Gli chiesi scusa, in un
-detestabile inglese, se il giorno prima, avendo veduto che egli e le
-signorine avevano bisogno di una barca, mi ero permesso di offrire la
-mia con una innocente finzione.
-
-Il signor Forest era rosso e confuso; non sapeva evidentemente quale
-contegno tenere, se ringraziarmi o rimproverarmi. Miss Harriet mi
-ringraziò col più gentile sorriso. Miss Bertha mi guardava stupefatta,
-senza capir nulla. Mi voltai verso il signor Roberts, che mi guardava
-pure alquanto meravigliato e pareva quasi non riconoscermi.
-
-— Signore — gli dissi — Ella non è stata oggi molto gentile col
-barcaiuolo; ma siccome La conosco, voglio essere generoso con Lei e
-renderle ugualmente un piccolo servigio. La Sua signora Le manda a dire
-che l'aspetta a Lugano, per affari urgenti, col vapore.
-
-— La mia signora? — rispose il furfante — Lei s'inganna, signore. Io
-non La conosco e non ho moglie.
-
-— _Sprechen sie deutsch, mein Herr_ — diss'io in tono molto deciso. E
-continuai in tedesco: — Lei avrebbe dovuto essere più prudente, ieri,
-parlando con la giovine signora. Devo io ripetere ai signori Forest ciò
-che ha detto? Non mi costringa a questo. Il battello diretto a Lugano
-sta per arrivare qui. Parta! Parta subito!
-
-L'uomo esitò un momento, poi si voltò ai Forest e disse tranquillamente:
-
-— Me lo immaginavo. Questo povero signore che fa il barcaiuolo ha
-perduto la testa. Mi parla una lingua che neppure comprendo!
-
-Miss Harriet e suo padre mi guardarono, lei ansiosa, lui corrucciato.
-Io aveva preveduto che l'uomo tenterebbe questo colpo.
-
-— Caro signore — ripresi in tedesco, guardando l'orologio — Ella ha
-sette minuti di tempo per prendere il vapore. Se ella resta qui,
-Le prometto la preziosa conoscenza dei carabinieri di S. M. il Re
-d'Italia, i quali desiderano avere una piccola conversazione con Lei.
-
-Fu lui, allora, che perdette la testa e mi rispose:
-
-— _Das ist nicht wahr!_
-
-Io mi voltai ai Forest e dissi sorridendo:
-
-— Il signore parla la lingua che non comprende!
-
-Egli s'era già accorto del suo sproposito; come il giorno prima, cacciò
-una imprecazione in una lingua sconosciuta; poi afferrò il cappello e
-disse ai Forest, indicandomi:
-
-— Se non parto, uccido quest'uomo! A Lugano mi giustificherò.
-
-E scomparve. Io gli gridai dietro:
-
-— Ella ha tre minuti!
-
-Le finestre erano aperte. Si udivano le ruote del vapore che si
-avvicinava.
-
-Non ebbi le braccia del signor Forest in torno al mio collo, nè i suoi
-favoriti grigi sulla mia faccia. Egli era molto turbato, e davvero, se
-il mio idillio era spezzato, lo era pure il suo. Lessi invece con gioia
-l'ammirazione e la gratitudine negli occhi di miss Harriet.
-
-— Partiamo subito! — disse suo padre. — Torniamo a Lugano subito!
-
-Io offersi la mia barca. Mr. Forest rispose abbastanza bruscamente che
-mi ringraziava, ma che non accettava, e che intendeva cercare subito
-un'altra barca.
-
-Gli occhi di miss Harriet domandarono scusa per suo padre. Non
-insistetti. Il signor Forest si avviò per uscire con le signorine, e
-io le seguii col cuore pesante. Eravamo nel piccolo corridoio scuro e
-stretto che serve d'ingresso all'albergo, quando un violento acquazzone
-strepitò fuori sulla piazza. Il vecchio professore dovette fermarsi.
-Egli e miss Bertha guardavano, stando sulla porta, il cielo tutto
-bianco e le oblique righe della pioggia.
-
-Io mi levai silenziosamente il ramoscellino d'arancio dall'occhiello e
-lo porsi a miss Harriet. Ella lo prese pure silenziosamente, ne staccò
-una foglia, se l'accostò alle labbra, me la diede e si nascose il
-resto in seno. Allora cercai segretamente la sua mano che segretamente
-rispose alla mia stretta.
-
-Guardavamo anche noi in quel momento nella piazza, ma senza sapere se
-vi splendesse il sole o vi cadesse la pioggia. Quando, dopo qualche
-momento, ella ritirò dolcemente la sua mano, le vidi lagrime negli
-occhi. La pioggia cessò; la barca fu presto trovata.
-
-— Credo che La debbo ringraziare, — mi disse finalmente il signor
-Forest nel congedarsi da me.
-
-Miss Harriet non mi disse nulla. Solo mi guardò con uno sguardo che
-m'entrò nel cuore e ancora di tempo in tempo mi fa male.
-
-Due giorni dopo andai a Villa Ceresio. I Forest erano partiti. Passai
-tre ore sopra un sedile del _quai_ presso l'_Hôtel du Parc_, all'ombra
-delle acacie, a guardare il Cavallino, Castagnola, villa Ceresio, le
-acque del lago scintillanti al sole. Il bel paese mi pareva scolorato,
-vuoto e triste.
-
-Non ho più veduto miss Harriet; non ho più udito parlare di lei. Sarei
-felice se queste righe attraversassero l'Atlantico, cadessero sotto i
-suoi occhi, o almeno sotto gli occhi di qualche amica sua, cui ella
-avesse narrato questo episodio della sua vita. Io pregherei questa
-sconosciuta amica di miss Forest di farle avere il presente racconto,
-e anche di dirle che la foglia d'arancio baciata dalle sue labbra è
-ancora custodita come una dolce, cara memoria, insieme alla monetina
-d'argento, nella piccola villa battuta dalle onde, a piè del monte
-coperto di ulivi, di viti e di allori.
-
-
-
-
-Il Crocifisso d'argento
-
-
-— Contessa, il caffè — disse la cameriera.
-
-La contessa non rispose. Le persiane erano chiuse, ma si poteva
-tuttavia vedere, sul velato candore del guanciale, il grazioso viso
-inclinato della giovane signora che dormiva.
-
-La cameriera, ritta accanto al letto, col vassoio del caffè, ripetè più
-forte:
-
-— Il caffè, contessa.
-
-La contessa si mise supina, sospirò ad occhi chiusi e sbadigliò:
-
-— Apri un poco.
-
-L'altra andò alla finestra senza posare il vassoio e, nel tirar la
-maniglia dell'imposta, rovesciò la tazza vuota sulla sottocoppa.
-
-— Piano! — fece la contessa, sottovoce, ma con sdegno. — Cosa fai
-stamattina? Dove hai la testa? Ecco che hai svegliato il bambino.
-
-Infatti il piccino s'era svegliato, piangendo, nel suo lettuccio.
-
-La signora alzò il capo dal guanciale e fece verso il lettuccio un
-imperioso: — Zitto!
-
-Il bambino si chetò subito, non mise più che qualche breve vocina
-dolente.
-
-— Questo caffè! — disse la signora. — Sei stata dal conte? Tien fermo!
-Cos'hai?
-
-Cos'aveva, infatti, la cameriera? La tazza, la sottocoppa, la
-zuccheriera, il bricco e il vassoio susurravano qualche cosa di
-sospetto col loro tremolìo. La contessa alzò gli occhi.
-
-— Cosa c'è? — diss'ella posando la tazza.
-
-Se il viso della cameriera era contraffatto, quello della dama non era
-adesso meno turbato dallo sgomento e dall'incertezza.
-
-— Niente — rispose la donna, tremante.
-
-La contessa le afferrò il braccio col vigore di una fiera.
-
-— Parla — diss'ella.
-
-Intanto un bel visetto d'un bambino sui quattro anni comparve attento e
-muto sopra la sponda del lettuccio.
-
-— Un caso, signora — rispose la cameriera, quasi piangendo. — Un caso
-di colèra.
-
-La contessa, livida, si voltò quasi per istinto e vide suo figlio che
-ascoltava. Balzò dal letto, impose rapidamente silenzio alla cameriera,
-accennandole di passar nella camera vicina, e corse al lettuccio.
-
-Il piccino ricominciava a piangere, ma ella lo baciò, lo accarezzò,
-scherzò e rise tanto con lui, che vinse le sue lagrime. Poi si mise in
-furia la veste da camera e raggiunse la cameriera, chiudendo l'uscio
-dietro a sè.
-
-— Oh Dio, oh Dio! — diss'ella ansando, spasimando, mentre l'altra si
-metteva a singhiozzare.
-
-— Zitto per amor di Dio! Guai a te se spaventi il bambino! Dov'è questo
-caso?
-
-— Da noi, signora! La Rosa del gastaldo — rispose colei. — Le ha preso
-il male a mezzanotte.
-
-— Oh Signore! E adesso?
-
-— Morta! Morta mezz'ora fa.
-
-Il bambino strillava chiamando la mamma.
-
-— Va — disse la contessa — giuoca con lui, fallo stare allegro, fa
-tutto quello che vuole. Sta quieto, caro! — gridò. — Vengo subito!
-
-Corse da suo marito.
-
-La contessa aveva una paura cieca e folle del colèra. Solo la passione
-per il bambino era più cieca e più folle. Ai primi rumori del morbo
-era fuggita dalla città, col marito, nella sua villa, nello splendido
-podere da lei recato in dote, confidando che il colèra non vi sarebbe
-penetrato nel 1886, come non vi era mai penetrato prima, neppure nel
-1836. E adesso lo aveva in casa, nel cortile rustico della villa.
-
-Entrò, scapigliata e discinta, dal conte; e, prima ancora di parlare,
-diede al campanello due strappate furibonde.
-
-— Lo sai? — diss'ella con due occhi spiritati.
-
-Il conte, che stava facendosi la barba flemmaticamente, si voltò, col
-pennello insaponato in mano, e presa un'aria stupida, rispose:
-
-— Che?
-
-— Non sai della Rosa?
-
-Adesso il conte prese un'aria tranquilla e rispose:
-
-— Sì, lo so.
-
-Se sulle prime aveva nutrita un'ombra d'irragionevole speranza che
-sua moglie ignorasse ancora il caso della Rosa, gli parve poi che un
-contegno indifferente da parte sua dovesse rassicurare anche lei.
-Ma invece i begli occhi della signora gittaron lampi, una durezza
-selvaggia le comparve in viso.
-
-— Lo sa — esclamò — e pensa a farsi la barba! Cosa sei tu? Che padre
-sei? Che marito sei?
-
-— Oh Dio... — fece il conte allargando le braccia.
-
-Prima che il pover'uomo, insaponato fino agli occhi e affagottato
-nella salvietta, sapesse trovare un'altra parola, il cameriere bussò
-all'uscio.
-
-La contessa gli ordinò che nessun contadino del cortile rustico fosse
-lasciato entrare in casa e che nessuno di casa andasse nel cortile.
-Poi gli diede l'ordine per il cocchiere di tener pronto fra un'ora il
-_landau_ con i cavalli che gli avrebbe detto il conte.
-
-— Cosa vuoi fare? — disse questi, che intanto aveva ripreso fiato. —
-Non ammetto esagerazioni.
-
-— _Esagerazioni_, hai il coraggio di dire? Sarò tua schiava in tutto,
-ma quando si tratta della vita, capisci, quando si tratta di mio
-figlio, non ascolto più nessuno. Partire subito, voglio. Ordina i
-cavalli.
-
-Il conte s'irritò. Come si potevano spingere le cose fino a questo
-punto? Che convenienza c'era di scappare così? E gli affari? Fra due
-giorni, fra un giorno, via, fra dodici ore, sarebbe partito; prima no!
-La contessa non gli lasciava dir quattro parole senza ribatterle con la
-maggiore violenza. Che convenienza! Che affari! Vergogna!
-
-— E la roba? — diss'egli. — Bisognerà bene prendere con noi qualche
-cosa. Ci vorrà bene del tempo!
-
-Sua moglie fece un'esclamazione sdegnosa. Ella s'impegnava di allestire
-i bauli entro un'ora.
-
-— Ma dove si va? — domandò ancora il marito.
-
-— Alla stazione della ferrovia e poi dove vorrai tu. Ordina questi
-cavalli.
-
-— Sono stufo — gridò il conte. — Ordino quello che pare a me. E dopo
-tutto vadano anche gl'interessi, vada tutto, cosa m'importa? È roba
-tua, già... Le saure!... — diss'egli rabbiosamente al cameriere che
-aspettava in disparte, impassibile.
-
-Questi uscì.
-
-La contessa si vestì e si pettinò in un lampo, giungendo spesso le mani
-negli slanci di tacite preghiere, spiccando ordini ad ogni momento,
-facendo correre per la casa i domestici a frustate frenetiche di
-campanello. Era un saltar su e giù di costoro per le scale, uno sbatter
-usci, un chiamarsi, uno sgridare, un ridere e un imprecar sommesso. Le
-finestre che guardavano il cortile funesto furon tutte chiuse subito,
-anche perchè non si udissero strillare le figlie della morta; pure un
-triste odor di cloro spirava già per la casa, copriva già nella camera
-della contessa il delicato profumo di Vienna ch'era come l'aura sua.
-
-— Dio mio! — diss'ella rabbrividendo come se avesse odorata la morte.
-— Adesso m'ammorbano tutto. Presto nei bauli, presto nei bauli! E
-chiudere subito! Io muoio se porto via quest'odore. Non sanno che il
-cloro è inutile? Che brucino, che brucino tutto! Il padrone lo manderà
-via, il gastaldo, se trafugherà qualche cosa.
-
-— Hanno già bruciato, contessa — disse una cameriera. — Il medico ha
-fatto bruciare lenzuola, coperte e pagliericcio.
-
-— Ci vuol altro! — replicò la contessa.
-
-In quel punto il conte, sbarbato e vestito, fece irruzione in camera e
-prese a parte sua moglie.
-
-— Cosa facciamo di questa gente? — diss'egli — Io non posso mica farli
-viaggiar tutti.
-
-— Quel che vorrai — rispose la contessa. — Mandali via. Qui in casa non
-ci resta nessuno di sicuro. Non voglio mica che prendano il colèra e
-che poi mi si appestino le camere col cloro e mi si bruci Dio sa quanta
-roba, perchè quando si tratta dei signori...
-
-Il conte era arrabbiato di aver ceduto, adesso.
-
-— Bella figura — diceva — che si fa. È una vigliaccheria, una vergogna
-di scappare a questo modo!
-
-— Ecco — rispondeva la contessa — come siete voialtri uomini! Il
-comparir forti, il comparir coraggiosi vi preme più che la salute e
-la vita della vostra famiglia. Avete paura di perdere la popolarità!
-Non la vuoi perdere? Fa chiamare il sindaco e offri cento lire per i
-colerosi.
-
-Egli proponeva allora di rimaner solo mentre lei partirebbe col
-bambino, ma non sapeva star fermo.
-
-Intanto i bauli si empivano. I giocattoli del bambino, i suoi
-vestitini più eleganti, il laudano, i libri di preghiere, gli opuscoli
-del dottor Tunisi, il costume da bagno, alcuni gioielli, la carta
-cifrata, le pellicce, le biancherie, molto del superfluo e poco del
-necessario, tutto era gittato dentro alla rinfusa. E poi i bauli,
-con grandi sforzi, si chiusero: e poi la contessa, seguita dal
-conte che dimostrava il più grande ardore di fare qualche cosa e non
-faceva niente, percorse tutta la casa aprendo cassettoni ed armadi,
-guardandovi dentro per l'ultima volta, chiudendo tutto a chiave di
-sua mano. Il conte dichiarò che sarebbe stato necessario di prendere
-qualche cibo prima di partire.
-
-— Sì, sì, — diss'ella con ironia — prender qualche cibo! Adesso vi dirò
-io cosa prenderete!
-
-E raccolti in una stanza suo marito e tutti i domestici, anche quelli
-ch'erano mandati alle case loro in licenza, perchè voleva il bene di
-tutti, li costrinse a prender dieci goccie di laudano per ciascuno. Il
-bambino ebbe del cioccolatte.
-
-Finalmente la carrozza venne di gran trotto, dalla parte del giardino,
-a fermarsi davanti alla villa. Prima di scendere, la contessa, ch'era
-molto pia, si ritirò nella sua camera per un'ultima preghiera. Presa
-una sedia, v'inclinò su la persona chiusa in un costume attillato di
-flanella bianca, congiungendo sulla spalliera i guanti neri ad otto
-bottoni, coperti, al polso, di cerchi di platino e d'oro, alzò al cielo
-la penna del cappellino di velluto nero e gli occhi fervorosi, battè
-frettolosamente ed a lungo le labbra. Non disse al Signore una sola
-parola per le miserabili creature che avevano perduta la madre, nè
-perchè il colèra risparmiasse le rudi vite incatenate nello stento alla
-terra potente che le aveva dato la sua villa, i suoi gioielli, i suoi
-abiti, il suo profumo di Vienna, le sue raffinatezze, il suo orgoglio,
-suo marito e suo figlio, il suo comodo Iddio. Non pregò neppure per
-sè. Ella, che vedeva già sè e i suoi colpiti dal colèra in viaggio,
-non volle pregare per sè e dimenticò di pregare per suo marito. Pregò
-per il bambino, si offrì per lui. Veramente le sue labbra non dicevano
-che de' _Pater_, degli _Ave_ e dei _Gloria_; ma Tanima sua era tutta
-nel bambino, nell'orrore che potesse essere colpito lui, nel desiderio
-intenso che non soffrisse neppure di questa partenza affrettata,
-di questo viaggio ancora ignoto, che non perdesse nè l'appetito nè
-il sonno, nè l'allegria, nè i colori, che le riuscisse di tenergli
-nascosto ogni aspetto del dolore e del terrore altrui.
-
-Si fece in furia il segno della croce, mise un grande mantello grigio
-e andò a chiudere l'unica finestra rimasta aperta. Il vento mattutino
-inclinava e cangiava davanti alla villa l'erbe mature del prato,
-corso da grandi ombre di nuvole, batteva le pioppe luccicanti del
-viale d'entrata. La contessa che lo stimava pieno di tradimenti, non
-ebbe uno sguardo di rimpianto per la pacifica scena famigliare a lei
-dall'infanzia; chiuse e discese.
-
-Presso allo sportello delia carrozza, il Sindaco parlava col conte.
-
-— Viene di là? — diss'ella indietreggiando.
-
-Udito che veniva di casa sua, inveì contro di lui che non aveva saputo
-tener lontano il male. Egli sorrideva e si giustificava, ma la signora
-rispondeva confusa: — Niente, niente; — e si affrettò a salire in
-carrozza col bambino.
-
-— Hai dato? — diss'ella sottovoce a suo marito, quando egli pure fu a
-posto. Questi accennò di sì.
-
-— Debbo ringraziare anche la signora contessa — cominciò allora
-quell'umile Sindaco — della generosità...
-
-— Miserie, miserie — interruppe il conte, non sapendo quel che diceva.
-
-Adesso che tutti erano in carrozza, la signora fece una rapida rassegna
-delle borse, dei _nécessaires_, degli ombrelli, degli scialli, dei
-soprabiti. Intanto il conte porse il capo a guardar se i bagagli
-fossero a posto nel barroccio sopraggiunto dietro il legno.
-
-— È fatto? — diss'egli. — E cos'ha quel marmocchio?
-
-— Chi piange? — esclamò alla sua volta la contessa, buttandosi quasi
-fuori del legno.
-
-— Fatto, signor sì — rispose un contadino che era stato chiamato in
-aiuto ai domestici.
-
-Un ragazzetto cencioso gli stava attaccato ai calzoni singhiozzando.
-
-— Va là, taci — gli disse il padre aspramente, e, volto alle signorie
-loro riprese:
-
-— Fatto tutto.
-
-Il conte si cacciò una mano in tasca, guardando il ragazzo.
-
-— Non romper l'anima — diss'egli — che ti darò un soldo anche a te.
-
-— La mamma ha male — singhiozzò il ragazzo disperatamente. — La mamma
-ha il colèra!
-
-La contessa diè un balzo, menò l'ombrellino, con un pauroso viso di
-follìa, sulle spalle del cocchiere.
-
-— Via! — gridò. — Via! Via subito!
-
-Quegli frustò i cavalli che s'impennarono con fracasso e presero tosto
-il galoppo. Il Sindaco fu appena in tempo di scansarsi, il conte fu
-appena in tempo di gittar a quell'uomo una manciata di soldi che si
-sparpagliarono a terra. Il ragazzo smise di piangere, l'uomo non si
-mosse, guardò dietro alle ruote scintillanti, agli ombrellini grigi,
-che si allontanavano rapidamente nella polvere, e disse fra i denti:
-
-— Maledetti porci di signori.
-
-Il Sindaco se n'andò quatto quatto, facendo le viste di non aver inteso.
-
-Colui era di statura e d'età mezzana, magro e livido in viso, con una
-sinistra guardatura di malvivente. Gli abiti gli cadevano a brandelli
-come a suo figlio. Gli fece raccattare i soldi e poi si avviò a casa
-con lui.
-
-Abitava, nel cortile di una fattoria della contessa, un tugurio di
-mattoni sgretolati, senza intonaco, fra il letamaio e i porcili. Un
-fossato nero di putridumi senza nome, gli puzzava sulla porta, sotto un
-pezzo d'asse marcia, buttato là per ponte.
-
-Si entrava in una caverna nera, lurida, senza pavimento, con un
-focolare di mattoni, tutto smozzicato all'ingiro, incavato nel mezzo
-dalle ginocchia villane di chi gli faceva cuocere la polenta. Una
-scala di legno, mancante di tre scalini, saliva alla camera, fetida
-di miseria e di vecchiume, dove padre, madre e figliuolo dormivano in
-un letto. Presso al letto si guardava giù, per il pavimento sfondato,
-in cucina. Il letto stesso era stato tirato per isghembo al solo posto
-dove, quando pioveva, non battessero le gocce dal tetto.
-
-Accasciata a terra, abbandonando il capo alla sponda di quel letto,
-stava la contadina presa dal colèra; una povera vecchia faccia di
-trent'anni, ch'era stata florida a venti e aveva ancora la bellezza di
-una mansuetudine santa. Suo marito, al primo vederla, capì cos'era e
-cacciò una bestemmia. Anche il figlioletto che lo seguiva, quando vide
-il viso nerastro di sua madre, ebbe paura e si fermò sull'entrata.
-
-— Gesù Signore, mandalo via — mormorò la donna con voce fioca. —
-Mandalo via che ho il colèra. Va dalla zia, caro. Conducilo via tu e
-chiamami il prete.
-
-— Vado — disse il marito.
-
-Discese, spinse il ragazzo verso il cancello del cortile, ripetendogli:
-
-— Va! Va dalla zia.
-
-Poi andò sotto il porticato della fattoria, ne ritornò con una
-bracciata di paglia, se la portò in cucina, e risalì da sua moglie che
-s'era potuta, intanto, rovesciare con grande sforzo sul letto.
-
-— Senti — diss'egli con insolita dolcezza — mi rincresce, ma se muori
-qui ci bruciano il letto, capisci? Pensaci. Ti ho portato della paglia
-in cucina, un bel mucchio.
-
-Ella perdeva rapidamente la voce, non poteva più farsi intendere.
-Accennò fervorosamente di sì con la testa e fece uno sforzo inutile per
-scender dal letto. Allora l'uomo la prese in braccio.
-
-— Andiamo — diss'egli. — Se creperò anch'io ci vorrà pazienza.
-
-L'inferma lo pregò a gesti di darle un piccolo crocifisso d'argento,
-appeso alla parete, e, avutolo, vi affisse avidamente le labbra,
-discese come un corpo morto sulle braccia di suo marito, che l'adagiò
-alla meglio sulla paglia e andò in cerca del prete.
-
-Allora anche la miserabile, sola come una bestia carbonchiosa sulla
-paglia già infetta, prima di partire per il mondo sconosciuto, pregò.
-Pregò per l'anima propria con umile contrizione, convinta di aver
-molto peccato benchè non avesse a ricordar come, torturata da questa
-impotenza. Venne, mandato dal sindaco, il dottore, che aveva paura;
-la vide spacciata, disse: — rhum, nè marsala, già non ne avete — le
-ordinò dei mattoni caldi sullo stomaco, pose il sequestro e partì.
-Venne il prete, un cappellano che non aveva paura, le disse rozzamente,
-con la tranquillità dell'abitudine, ciò che chiamava _le solite
-cose_, oscurandone, con la sua parola, il divino; che, guasto com'era
-d'ignoranza e d'inopportune durezze, pure empì di sereno e di luce la
-moribonda.
-
-Compiuta l'opera sua, anche il prete partì. Mentre il marito, levatole
-di sotto le spalle poche manate di paglia, aveva acceso il fuoco per
-riscaldare i mattoni, la donna pregò ancora, per i suoi; non così
-fervidamente per il fanciullo come per l'uomo cui aveva perdonato tanto
-e ch'era sulla via della perdizione eterna. Finalmente, baciando il
-crocifisso, un movimento del cuore le ricordò la persona da cui le
-veniva.
-
-Glielo aveva regalato, sedici anni addietro, per la sua cresima, la
-contessa; la padrona della splendida villa dov'era una gioia di vivere
-e del tugurio immondo dov'era una gioia di morire. La contessa era una
-bambina in quel tempo e avea donato il crocifisso alla figliuola del
-bifolco per suggerimento di sua madre, della contessa d'allora, una
-mite donna, morta da un pezzo e non dimenticata dalla povera gente.
-
-La moribonda si era confessata d'aver pensato male dei padroni, e
-anche d'averne qualche volta mormorato, facendo consentire suo marito
-a bestemmie, perchè, malgrado suppliche e suppliche, mai non le avean
-fatto riparare il tetto nè il pavimento, nè la scala, mai non le
-avean fatto mettere le impannate alle finestre. Adesso si pentiva,
-si ricordava della buona padrona vecchia, domandava perdono, nel
-suo cuore, al signor conte e alla signora contessa, pregava Dio e la
-Madonna per essi.
-
-Nello stesso momento in cui l'uomo le posò sullo stomaco i mattoni, che
-scottavano, ella ebbe una contrazione, uno spasimo di tutto il corpo e
-spirò.
-
-Egli le buttò della paglia sul viso nero, le tolse, a stento il
-crocifisso di mano, e se lo cacciò in tasca, brontolandogli come ad un
-buono a nulla; — per quello che le hai fatto, Cristo! — e tacendo il
-resto del suo pensiero. Ma nè lui sapeva nè noi sappiamo che avesse
-fatto il piccolo crocifisso tante volte baciato e invocato dalla
-poveretta; ancor meno sappiamo quale occulta benedetta via potrebbe
-fare in avvenire il pensiero pio, nato nel cuore di una vecchia dama,
-disceso a una bambina innocente e quindi risalito in gratitudine,
-riacceso in preghiera dentro uno spirito vicino e caro alla Infinita
-Pietà.
-
-Quella sera stessa i servitori che dovevano andare a casa in licenza
-durante il viaggio del conte e della contessa, si ubbriacarono, nel
-salotto della villa, di marsala e di rhum.
-
-
-
-
-La visita di Sua Maestà
-
-
-Il 12 dicembre 1873 S. A. R. il Principe Reggente ritornò a Corte da
-una partita di caccia verso le due pomeridiane. Il conte B., Presidente
-del Consiglio, lo attendeva ed ebbe subito con lui un colloquio che non
-durò meno di venti minuti. In seguito a questo colloquio S. A. R. si
-recò immediatamente negli appartamenti della Principessa Guglielmina,
-sua moglie. Due dame d'onore che erano presso l'augusta Signora,
-vedendo entrare S. A. R. in abito da caccia e con un viso molto serio
-giudicarono che vi fosse qualche novità e si ritirarono. Allora il
-principe domandò a sua moglie se sapesse che il senatore H. era agli
-estremi. Certo lo sapeva; la Corte mandava tre volte al giorno a casa
-H. a prendere notizie.
-
-«Ebbene, — disse il Principe, — il conte B. vuole ch'io ci vada.»
-
-Il senatore H., illustre storico e filosofo, era considerato una
-gloria nazionale. Fiero repubblicano nella sua gioventù, nemico quasi
-personale del Re, si era poi riconciliato, per effetto, sopratutto,
-d'una vanità smisurata, con la monarchia, ma senza modificare le
-sue idee filosofiche e religiose, abborrite dalla pia Principessa
-Guglielmina.
-
-«Naturalmente tu non ci andrai» — diss'ella. S. A. R. s'irritò
-moltissimo e rispose che ci andrebbe. In fatto egli non avrebbe
-voluto andarci e si era difeso a lungo contro il suo ministro. Non
-sapeva apprezzare il valore intellettuale di H. Quella sua clamorosa
-incredulità gli era antipatica e le ingiurie scagliate contro il
-defunto suo augusto fratello gli erano rimaste fitte nel cuore, anche
-dopo la conversione del filosofo alla monarchia. Ma S. A. era debole e
-non aveva saputo resistere al ministro che gli parlava di un onore da
-rendere a H. in ossequio al sentimento nazionale, del pericolo che un
-rifiuto fosse attribuito ad influenze clericali: perchè questa visita
-era stata, incredibile a dirsi, sollecitata segretamente dagli amici e
-dagli aderenti del moribondo. Il Principe, malcontento di aver ceduto,
-si adirava ora con sua moglie appunto perchè ella gli parlava come la
-sua propria coscienza: mentre egli era venuto da lei con la speranza
-dell'opposto. Si sfogò a dirle che le donne proponevano sempre vie
-molto semplici, ma che la questione era complessa, che il perdono delle
-offese era poi anche un atto cristiano, che una buona moglie avrebbe
-dovuto meglio apprezzare la sua posizione delicata e difficile davanti
-al ministro e al pubblico. La Principessa lo rimbeccò vivacemente
-e finì con dirgli che se si fosse trattato di ***, il suo scrittore
-favorito, il Principe Reggente non si sarebbe sicuramente mosso di
-casa.
-
-«Quello è un galantuomo, — rispose il Principe. — Al suo letto di morte
-vi sarà Domeneddio. Quest'altro si contenterà di me.»
-
-Ed ordinò ad un aiutante di far subito dire a casa H. che S. A. R. ci
-sarebbe andato alle quattro.
-
-La Principessa Guglielmina, appena fu sola, fece chiamare in fretta
-un canonico della Cattedrale, ch'era il suo elemosiniere privato e il
-suo segreto agente nei molteplici affari di coscienza cui S. A. R.
-alquanto _tracassière en bien_, secondo la frase di Chamfort, amava
-immischiarsi senza ricorrere al grande elemosiniere di Corte. Ella
-volle sapere dal canonico se l'Autorità ecclesiastica avesse tentato o
-fosse per tentare qualche cosa presso H. che nella sua prima giovinezza
-era stato credente e aveva note relazioni d'amicizia con un vescovo. Il
-canonico disse che la Curia aveva fatto qualche passo, ma inutilmente.
-Quand'anche il moribondo avesse avuto buone disposizioni, non sarebbe
-stato possibile di giungere a lui, tanto era guardata la sua anticamera
-dal nemico. La principessa si sdegnò di questa rassegnazione e osservò
-che Iddio può aiutare contro migliaia di guardie, ma che i suoi
-ministri non debbono smarrirsi d'animo. Allora il canonico, forse
-alquanto punto, mostrò di farsi animo a dire una gran cosa e confidò
-a S. A. che, ad insaputa dell'Arcivescovo e della Curia, un prete
-avrebbe tentato di penetrare nella prossima notte presso l'infermo,
-pigliando il posto della infermiera con la quale era stata già presa
-ogni intelligenza opportuna. La Principessa battè le mani. E chi era
-questo prete? Forse egli stesso? No, era il tale, un gran sollecitatore
-di elemosine, che la Principessa conosceva, un sant'uomo, corto di
-cervello, entusiasta, imprudente, uno che vedeva miracoli dappertutto
-e ne aspettava ogni momento. S. A. fu mediocremente soddisfatta della
-scelta, ma quando seppe che scelta non c'era stata, perchè il prete
-aveva detto lui a un amico di voler far questo colpo, ella si acquietò
-all'osservazione del canonico che ogni più disgraziato strumento può
-diventar buono in mano di Dio.
-
- *
- * *
-
-A casa H. la gente andava e veniva come nel palazzo di un principe
-fallito dove si tenesse una asta colossale. Infatti molti vanitosi,
-avidi di riputazione per lusso e molti figuri avidi di riputazione
-per necessità, venivano lì a pigliarsene un pezzo a buon mercato
-dicendosi amici del grand'uomo, il quale, del resto, se possedeva
-un amico nell'Episcopato cattolico, ne contava poi troppi altri nel
-laicato canaglia; amici questi della sua gioventù ribelle, che, salendo
-lui in fama, gli si erano appiccicati a' panni per modo ch'egli, pur
-desiderando levarseli d'attorno, non vi era riuscito mai.
-
-Nella stanza del malato e in un salotto vicino aveva posto il suo
-quartier generale uno stato maggiore di questa gente, i più audaci,
-i più violenti, i più famigerati, tutti bigotti dell'ateismo. La
-timida famiglia del professore, una sorella e un cognato, era stata
-messa da parte quasi colla violenza e coloro avevano preso possesso
-di H. come di una loro proprietà. Avevano fatto sostituire il medico
-ministeriale ad un professore radicale e avevano proibito di lasciar
-entrare preti; nè frati, nè suore. Ricevevano e aprivano i telegrammi,
-facevano pubblicare i bollettini; si facevano accendere gran fuochi nel
-caminetto e si ristoravano spesso col porto o col marsala e col cognac
-di casa. Uno si arrischiò una volta a fumare, ma questo non fu ammesso
-dalla maggioranza. Si erano tanto compenetrati nella persona del loro
-illustre amico che, rispondendo a chi domandava notizie di lui, usavano
-sempre il nominativo plurale, dicendo: «stamattina andiamo meglio,
-stasera stiamo peggio,» fino a che fosse venuto il momento di dire:
-«siamo morti».
-
-H. aveva una paralisi cerebrale, non gli restava che un barlume
-d'intelligenza. Si scuoteva solo quando gli dicevano che la Corte o
-i grandi Corpi dello Stato avevano mandato a chiedere notizie, che
-erano giunti telegrammi di personaggi importanti, che i giornali si
-occupavano della sua malattia facendo voti per la sua guarigione ed
-esprimendo quelli del popolo intero. Allora il senatore balbettava con
-viso ebete: «Ah, la Corte» «Ah, il Senato» «Ah, la Camera.» Per gli
-altri non veniva che un piccolo gemito sordo. Quando arrivava uno di
-questi messaggi, uno di questi articoli, persino l'amico che sturava
-la bottiglia di cognac e l'altro amico che attizzava il fuoco nel
-caminetto si sentivano crescere di valore e di maestà. Venivano anche
-parecchie signore per contendersi la gloria di dare a H. un pezzetto di
-ghiaccio e si guardavano con occhi altrettanto duri e freddi; ma verso
-mezzanotte non restava più in camera dell'ammalato che la sua vecchia
-infermiera.
-
-Gli _amici_ avevano fatto pressione per mezzo di deputati sul
-Presidente del Consiglio onde avere l'estrema unzione del Principe
-Reggente e ci erano riusciti, come s'è visto. Prima delle tre un
-aiutante venne ad avvertire la sorella ed il cognato di H. che S. A.
-R. sarebbe venuto alle quattro. Gli amici diedero subito la notizia
-all'ammalato con un breve preambolo che ne togliesse il significato
-lugubre. Ma H. non lo poteva ad ogni modo più intendere e solo la
-sua vanità moribonda si rianimò a questa violenta speronata. «Ah, il
-Principe» balbettò e i suoi occhi si ravvivarono.
-
-
-S. A. R. scendendo di carrozza a casa H. si trovò di fronte quattro
-o cinque _amici_ prima che la sorella o il cognato, e ne parve molto
-malcontento. Salì rapidamente le scale, e disse che desiderava essere
-introdotto dai parenti. I parenti lo introdussero infatti, ma dietro
-a loro entrarono altri e la camera si riempì di gente. Il Principe si
-accostò al letto e si curvò sull'ammalato. All'eccitamento momentaneo
-di prima era successo uno stato comatoso.
-
-«Mi conosce, caro senatore? — disse S. A. R. — Sono Adalberto. Sono
-venuto a farle coraggio. Ella ha lavorato tanto per la gloria Sua
-e del nostro paese. La ringraziamo, io e il popolo. Le auguriamo di
-ristabilirsi e di lavorare ancora.» Il Principe tacque, rimase curvo
-per un momento sul morente, poi si rialzò e disse sottovoce:
-
-«Credo che non abbia inteso.»
-
-La sorella di H. ringraziò piangendo S. A. Uno degli amici disse
-solennemente a voce alta: «Intenderà la Nazione, e intenderanno i
-posteri.» Il Principe non gli badò affatto e prese congedo dalla
-signora e da suo marito dicendo che, se potesse venir riconosciuto
-dall'infermo, ritornerebbe. Quando, partendo, attraversò il salotto,
-un individuo mal vestito, con un piede di barba, si mise ad arringarlo:
-«Vostra Altezza ha oggi compiuto uno di quegli atti...»
-
-Ma Sua Altezza, non potendone più di quella compagnia, gli voltò le
-spalle e uscì.
-
- *
- * *
-
-Alla sera i medici giudicarono che vi fosse un miglioramento e che
-la notte passerebbe probabilmente senza novità. Il Senatore aveva
-guadagnato alquanto nell'intelligenza e nella favella. Verso le nove
-aveva domandato ai medici con voce abbastanza chiara quando fosse per
-venire il Re. Aveva proprio detto «il Re,» ma questo scambio di un
-Reggente per un Re era molto scusabile in quel momento della vita in
-cui tutti apprezzano assai più la sostanza che l'apparenza delle cose.
-
-Gli risposero che il Principe... «Il Re, Il Re!» Voleva assolutamente
-un Re al suo capezzale e glielo diedero. Gli dissero dunque che il Re
-era venuto, che lui allora dormiva e che S. A... «Sua Maestà,» borbottò
-l'infermo: bene, che S. M. aveva promesso di tornar presto. Al tocco
-dopo mezzanotte, tutto essendo tranquillo, le persone di famiglia
-andarono a coricarsi. I due amici che erano di guardia quella notte
-non si coricarono, ma si addormentarono nelle soffici profondità di
-due grandi poltrone accanto al caminetto del salotto. Per dormir meglio
-avevano posto la lucerna a terra, dietro un'altra poltrona.
-
-L'infermiera seduta accanto al letto avanzò il capo a guardar il
-malato. Si alzò pian piano e lo guardò più da vicino. H. aveva gli
-occhi chiusi, la respirazione regolare. L'infermiera mise il suo
-scialle grigio, uscì, attraversò in punta di piedi il salotto e
-disparve. Ritornò dopo cinque minuti, ancora chiusa nello scialle
-grigio. Il suo passo era diverso, più lento, più lungo e, vorrei dire,
-più largo; il passo insomma d'una persona molto cauta e molto incerta
-del fatto suo. Urtò leggermente in un tavolino e sostò un lungo minuto.
-
-Le quattro gambe nere che uscivano dalle due poltrone verso il
-caminetto non si mossero e l'infermiera raggiunse senz'altre peripezie
-la camera del suo malato. Lì faceva ancora più scuro. Un lumicino da
-notte ardeva fra le invetriate e le imposte, velato dai cortinaggi.
-L'infermiera si guardò attorno un momento come se non riconoscesse
-il letto, guardò l'infermo che dormiva ancora, e, senza levarsi lo
-scialle, si mise a pregare fervorosamente con sommesse e frettolose
-parole.
-
-Dopo dieci minuti il malato mise un sospiro. Allora la finta infermiera
-si alzò, si chinò sopra di lui e lo chiamò con impeto soffocato:
-
-«Senatore! Senatore!»
-
-Quegli aperse gli occhi torbidi e girò il capo verso la voce. «Una
-visita, senatore! Una visita!» «Sua Maestà?» balbettò il senatore.
-«Sua Maestà?» e tentò di alzare il capo. «Sì, sì, Sua Maestà!» fece il
-piccolo prete prendendo subito l'accento dell'entusiasmo.
-
-Gli occhi del senatore si accesero.
-
-«Il Re? Il Re?» diss'egli.
-
-«Dio!» rispose il prete. Lo scialle grigio gli cadde dalle spalle
-nell'atto che, levandosi dal petto un crocefisso, egli lo alzava con
-le mani congiunte alzando anche il viso nello slancio del suo zelo
-incauto. «Sua Divina Maestà, Dio grande, Dio misericordioso che Le apre
-le braccia, che La chiama, che manda me, suo ministro...» Quando aveva
-detto «Dio!» le coltri si erano agitate come se il giacente fosse stato
-preso da una convulsione. Quando disse «suo ministro» lo interruppe una
-voce gutturale, strana, paurosa. Ogni moto delle coltri cessò. Il prete
-esterrefatto guardò H. Era morto.
-
-Il nome di Dio lo aveva colpito ed ucciso in pochi secondi. Essi
-bastano per lasciare una pia speranza alla Principessa e a noi; ma
-il canonico non può dire se il disgraziato, troppo semplice prete,
-sia stato nelle mani di Dio uno strumento di pietà o uno strumento di
-collera e di giustizia.
-
-
-
-
-L'Orologio di Lisa
-
-
-Io ero creditore, nel 1877, di circa trentamila lire verso la nobile
-famiglia Vicarelli di Battaglia, che da un'antica floridezza veniva
-cadendo, per eccessive spese e per mala amministrazione, in rovina.
-Da due anni non toccavo un soldo d'interessi. Pazientai, pregai,
-sollecitai; finalmente, spintovi dalle strettezze del mio modesto
-bilancio, ricorsi alle vie giudiziarie e ottenni un sequestro.
-Battaglia è così lontana dalla mia residenza abituale e io sono tanto
-occupato che per ogni trattativa con i fratelli Vicarelli e per la
-scelta del sequestratario dovetti interamente affidarmi al mio egregio
-avvocato di Monselice, al quale comunicavo tutti gli scritti che mi
-pervenivano circa questa malaugurata faccenda. Purtroppo non potevo
-fargli la girata anche delle noiose visite onde mi onorava di quando
-in quando un vecchio signore di Padova, che si faceva annunciare
-«dottor Molesin» e che soleva pure mandare dei letteroni interminabili,
-sottoscritti _Angelo D. Molesin, consulente legale_. Questo Molesin
-mi veniva sempre innanzi con informazioni, proposte o consigli, ora
-a nome dei Vicarelli, ora a nome di altri loro creditori, ora a nome
-del sequestratario, ora nel proprio nome suo e quasi per un'amorevole
-sollecitudine degl'interessi miei, per un desiderio virtuoso della
-giustizia e del bene; perchè in fatto egli non aveva alcun interesse
-personale diretto nella vertenza cui aveva cominciato a mescolarsi
-come consigliere di una vecchia merciaia di Padova, creditrice dei
-Vicarelli. A me non domandò mai danaro, ma seppi che i Vicarelli
-si lagnarono una volta o due delle spese incontrate per i consulti,
-i viaggi e le epistole del dottor Molesin. Col sequestratario egli
-parve guastarsi presto. Me lo denunciò come un furfante di tre cotte
-e me ne descrisse le imprese con quella sua spaventosa prolissità che
-riempiva fogli e fogli di prosa curialesca, brodosa, tutta seminata
-di spropositucci. L'altro non mancò alla sua volta di dipingermi
-l'avvocato Molesin come un vampiro. Quanto a me m'andavo persuadendo
-che fossero due valentuomini _eiusdem farinæ_. Il giallognolo dottor
-Angelo era di una farina per lo meno assai mal cotta, benchè impastata
-da oltre cinquant'anni. Aveva il cranio pelato; pochi cernecchi grigi
-dietro gli orecchi lustri e sudici; nella faccia scarna, terrea, e
-negli occhi profondi una espressione fissa di malumore bilioso; le
-mani ossute e nere. Portava sempre lo stesso soprabito color marrone,
-lo stesso fazzoletto rosso e giallo al collo, gli stessi calzoni bigi,
-e si poteva sospettare che portasse anche sempre la stessa camicia.
-Pareva una rispettabile, odiosa figura di onesto professore pedante,
-nemico della gioventù, dell'amore, del riso, della luce e dell'acqua.
-Non aveva modi ossequiosi; sorrisi e complimenti non erano affar suo;
-qualche volta pareva durar fatica a levarsi il cappello anche nel
-mio studio. Compreso della propria sapienza, quando degnava largirmi
-qualche consiglio prendeva un sensibile accento di stima per sè stesso
-e di compatimento per me. Insomma il nome _Molesin_, che in veneto vuol
-dire _morbido_, non andava certo bene alla corteccia del dottor Angelo.
-Egli non era nè morbido, nè untuoso. Tuttavia aveva ragione il mio
-domestico se, considerando le sue visite eterne, lo chiamava _«dotor
-tacaizzo» dottore attaccaticcio_. Malgrado la sua ruvidezza esteriore,
-aveva certo una gran facilità di appiccicarsi alla gente. Per non dire
-dei ricci di castagna, vi hanno seccumi ruvidi d'erba, frutti aridi
-e maligni di prati montani, che si attaccano alle vesti così. Si era
-fatto avanti in questo affare capitanando la merciaia e aveva finito
-con appiccicarsi a tutti, creditori e debitori. Evidentemente le sue
-pratiche officiose non miravano ad altro che a tirar le cose in lungo,
-appunto _cole molesine_, come diciamo noi veneti, per dar tempo al
-Molesin di viaggiare ancora fra Padova, Monselice e la mia residenza,
-di conferire con Tizio e con Caio e di procreare le sue mostruose
-epistole con quei caratteri compassati e sottili che solo a vederli mi
-opprimevano lo stomaco.
-
-Il mio egregio avvocato di Monselice, ben ferrato contro le arti
-molesine, spinse le cose al punto che, in contradditorio dei fratelli
-Vicarelli fu stabilito dal tribunale il 10 ottobre 1877 per la
-vendita all'asta pubblica dei beni ipotecati. Agli ultimi di settembre
-eccoti una delle solite vaste sopraccarte arancione, ecco i caratteri
-stomachevoli dell'amico Molesin.
-
-Egli si doleva, in tre pagine, del mio precipitoso avvocato, e mi
-pregava, in tre altre pagine, di far rinviare l'asta al 10 novembre,
-perchè nel frattempo, molto probabilmente, si sarebbero accomodate le
-cose all'amichevole. Qui il facondo uomo mi spiegava in sei pagine come
-i Vicarelli stessero negoziando un mutuo di diciottomila lire con la
-Banca Popolare di Treviso e la vendita di una casa col signor Zonca
-negoziante di legname a Padova fuori Porta Codalunga. Se le trattative
-affidate a lui, Molesin, approdassero, il mio credito verrebbe saldato
-senz'altro, capitale, interessi e spese. Mandai la lettera al mio
-avvocato il quale mi consigliò di pigliare informazioni presso la
-Banca Popolare e presso il signor Zonca. Risolsi di recarmi io stesso a
-Treviso e a Padova.
-
-Diffidavo dell'onorevole Molesin, ma non lo avrei creduto, fino a quel
-giorno, l'audace briccone che allora scopersi. Alla Banca Popolare
-di Treviso non avevano mai udito parlar di lui nè dei Vicarelli, e nè
-fuori di Porta Codalunga nè in alcuna altra via o sobborgo di Padova
-esisteva alcuna ditta Zonca.
-
-Il furfante aveva giuocato una carta arrischiata per mungere ancora
-un poco le sue vittime, specialmente quei disgraziati Vicarelli cui
-sarebbero anche toccate le spese per la rinnovazione del bando. Ma il
-giuoco essendo mal riuscito mi disposi a far sì che l'ottimo dottor
-Angelo pagasse. Andai a Santa Sofia dove sapevo che abitava, e trovai
-presto, sotto un portichetto oscuro, a fianco d'una porticina verde,
-il riverito nome «Angelo D. Molesin — secondo piano». Egli era uscito,
-ma la sua signora, che venne in persona ad aprirmi, udito il mio
-nome, mi assicurò che l'avvocato avrebbe rincasato assai presto, e
-mi fece passare in un salottino dove sua figlia, una giovinetta sui
-tredici anni, stava ricamando. V'era nell'aspetto pulito e triste della
-stanzetta, nella dignitosa simmetria dei pochi arredi e persino nelle
-vesti scure delle signore la espressione modesta e tuttavia alquanto
-contegnosa di una vecchia civiltà in piccola fortuna. La signora
-Molesin, sbiadita figurina ascetica dagli occhi di pecorella, aveva
-evidentemente nella faccia esangue quarantacinque anni di mansuetudine
-costante, le spalle curvate da altrettanta soggezione, una voce
-schiacciata e vôta d'anima, la più misera insipidezza di parola. La
-signorina, invece, piuttosto alta e sottile, aveva un viso singolare,
-ardito, già illuminato d'intelligenza e di volontà, non senza certa
-fierezza nascente negli occhi.
-
-— Si accomodi, — fece la signora pecora ascetica, ponendosi alla
-sua volta a sedere in silenzio, con le mani giunte sulle ginocchia,
-con l'abito spiegato a campana sul canapè e il busto irrigidito. Io
-guardavo la parete e lei guardava la finestra. Questo bel divertimento
-durava da tre o quattro minuti, quando la signora, senza dipartirsi
-dalla sua solenne attitudine, belò alla figliuola:
-
-— Lisa, ti ha detto niente papà quando è andato via?
-
-La ragazza, che aveva già lanciato a sua madre più di un'occhiata
-malcontenta, certo perchè non mi mandava a spasso, si strinse nelle
-spalle, scotendo il capo, e non rispose nè levò gli occhi dal suo
-ricamo.
-
-— Ha premura di lavorare, vede, signore — disse la mamma per medicare
-un poco le mie impressioni. — È giusto un dono per il suo papà,
-un'immagine dell'Angelo Custode, perchè presto viene il suo santo.
-Faglielo vedere, Lisa, a questo signore, il tuo ricamo.
-
-L'Elisa diventò rossa come una vampa, fece un cipiglio nero e cavò
-l'orologio, una cipolletta di argento, tanto per fingere di aver
-qualche faccenda e andarsene in fretta dalla stanza. Ma io, seccato
-di tutto questo, mi alzai prima di lei, dissi che sarei ritornato più
-tardi e chiesi alla signora dove, a ogni modo, avrei potuto cercare di
-suo marito.
-
-— Non saprei, — rispose. — Che ore sono, Lisa?
-
-— Due, — rispose la Lisa, brusca.
-
-— Potrebbe provare in tribunale. — Alle sei si pranza, del resto...
-
-Alle parole di sua madre _potrebbe provare in Tribunale_, la ragazza
-mi piantò pronta gli occhi in viso come se avesse voluto leggermi
-nel pensiero. Non capii affatto uno sguardo simile e me n'andai senza
-l'onore di aver salutato lei.
-
-Al Tribunale un usciere cui domandai di Molesin mi guardò in un modo
-poco lusinghiero; un altro che udì, sorrise. Un po' alla volta mi
-fecero sapere che in Tribunale, da un pezzo, per ordine superiore, il
-signor Molesin non ci poteva bazzicare. Una volta ci veniva per affari
-ufficiosi o per aste. Non era nè avvocato, nè dottore, nè niente;
-nemmanco aveva veduto la porta dell'Università. Per trovarlo bastava
-andare al caffè Socrate verso le tre. Sospettai allora di aver capito
-lo sguardo della signorina Lisa e la ragione per cui il sottile amico
-si sottoscriveva _D. Molesin_ e non _dottor Molesin_. Andai al caffè
-Socrate; sarei andato fino a Ponte di Brenta per ghermirlo.
-
-Il cranio pelato, il fazzoletto rosso e giallo, il soprabito marrone
-eran lì dentro, in un mucchio presso l'entrata. Prima di prendere il
-caffè, pronto davanti a lui, Molesin stava considerando e misurando
-attentamente due _baicoli_ per vedere quale fosse il più lungo e da
-scegliere. Me gli avvicinai.
-
-— Dottor Molesin?
-
-Il cranio pelato scattò su e vidi passar sopra la solita faccia biliosa
-e austera un'ombra di angustia, che sparì subito.
-
-— Servo suo, — disse Molesin piegando all'indietro la persona e posando
-le mani sul tavolo senza lasciare i _baicoli_. — Servo suo. Ha avuto la
-mia lettera?
-
-Risposi ch'ero venuto appunto per intendermi con lui circa la dilazione
-dell'asta; che vi accondiscendevo qualora nulla fosse mutato dalla sua
-lettera in poi. Prima di smascherare il briccone volevo chiudergli ogni
-porta di fuga. Egli mi rispose che nulla era mutato. Allora trassi la
-sua lettera e lo pregai di leggermene un brano dove non avevo potuto
-decifrar bene ogni parola. Era quello relativo al compratore della casa
-e Molesin me lo lesse esattamente: Zonca, fuori porta Codalunga.
-
-— Senta, — gli dissi allora _ex abrupto_ — mi conduca fuori Porta
-Codalunga da questo signor Zonca. Vorrei convincermi ch'è un compratore
-serio.
-
-— Seriissimo, signor mio, — fece Molesin, intingendo un _baicolo_ nel
-caffè. — Domanda se è serio! — soggiunse con un ghigno sarcastico,
-parlando, per un momento, al suo _baicolo_. — Benedetto, dico, —
-riprese voltandosi a me, — vuole che gli parli di un compratore da
-burla? Cosa si sogna?
-
-— Ah cane! — mi dissi nel cuore; e replicai forte:
-
-— Sarà un'ubbìa, ma Lei deve condurmi fuori Porta Codalunga dal signor
-Zonca.
-
-Molesin si rabbonì subito, disse ch'erano passi inutili, che però, se
-si trattava solamente di questo, m'avrebbe accontentato e volentieri.
-Pagò con tutta flemma il suo caffè e si alzò.
-
-— Andiamo, — diss'egli. — Dopo tutto ho piacere che Lei parli col
-signor Zonca.
-
-Guardò l'orologio e soggiunse:
-
-— Adesso lo troviamo di certo.
-
-— Diavolo! pensai. Sta a vedere che c'è davvero questo Zonca! Che
-bestia sarei stato! — Ma l'amico Molesin uscendo dal caffè voltò verso
-Santa Sofia.
-
-— Per di qua? — esclamai. — Mi rispose, senza scusarsi affatto, che
-doveva passare un momento da casa sua per avvertire di ritardare il
-pranzo. Erano le tre e mezzo e sua moglie mi aveva detto che pranzavano
-alle sei. — Cane, cane, — gli dissi ancora nel mio cuore, sentendo
-che lo riafferravo; e mi preparai al colpo ch'egli tenterebbe per
-sgusciarmi di mano.
-
-Avrei voluto salir le sue scale con lui ma non seppi trovar un pretesto
-plausibile e mi fermai sulla porta chiedendomi se il furfante non
-approfitterebbe di qualche maledetto scalino rotto per ammaccarsi una
-gamba o due e mettersi a letto. Dopo cinque minuti, non sentendo venir
-nessuno, salii. Non ero ancora a mezzo quando udii Molesin discendere
-brontolando: che fatalità, che fatalità!
-
-— Siamo sfortunati, — diss'egli vedendomi. — Ho trovato sul mio
-tavolino una lettera del signor Zonca che rinuncia all'affare. Per
-cui....
-
-_Per cui_ lo tenevo per il collo. — Va bene, — dissi. — Adesso avrei a
-dirle due parole.
-
-Rispose asciutto: si accomodi, — e mi fece passare nel suo studio per
-il salottino che conoscevo. Il telaio della signorina v'era ancora, ma
-lei no.
-
-Molesin mi accennò di sedere, prese un venerabile berretto nero
-ricamato in oro e fece atto d'insediarsi egli stesso nel suo trono,
-un seggiolone solenne da magistrato, fra la biblioteca e la scrivania
-coperta di codici in fila, di scartafacci legati, di note, di buste, di
-calcaterre, di calamai, di penne d'oca, tutto in bell'ordine.
-
-— Senta, — cominciai. — Ella scriverà adesso ai Vicarelli che l'asta
-deve seguire il giorno fissato.
-
-— Perchè? — rispose Molesin. — Se manca la vendita resta il mutuo. È
-sempre una somma rispettabile che passerebbe nelle Sue tasche.
-
-— Scriva, — insistetti, — che l'asta deve seguire al giorno fissato. Io
-La pregherò pure di scrivere che lei desidera di ritirarsi affatto, per
-motivi suoi personali, da questa vertenza.
-
-Molesin mi guardò, stupefatto.
-
-— Non capisco, — diss'egli.
-
-— Scriva, — replicai. — Le detterò.
-
-— L'avvocato Molesin, viscere mie, — mi rispose, — non scrive sotto la
-dettatura di nessuno.
-
-— Se non scrive Lei, scriverò io.
-
-Il tôno delle mie parole fu tale che Molesin si alzò in piedi
-fissandomi con due occhi torbidi di mala coscienza; parve l'assassino
-che sospetta nel suo interlocutore un agente di pubblica sicurezza.
-
-— Scriverò io, — continuai, — che il signor Angelo Molesin si
-ritira perchè non c'è mutuo, perchè non c'è vendita, perchè non c'è
-compratore, non c'è niente!
-
-Molesin chiuse gli occhi sotto il colpo e tacque. Li riaperse, non più
-torbidi; il buono schermidore sapeva finalmente da che parte veniva la
-botta, e in un lampo, a occhi chiusi, aveva disposto la parata.
-
-— Si calmi, — diss'egli, con la solita odiosa espressione di
-compatimento. — Ella è stato a Treviso?
-
-— Sì, signore.
-
-— Già. Eh, ho capito. L'ho capito subito, quando la vidi al caffè. E
-lei ha cercato qui a Padova la Ditta Zonca?
-
-— Sì, signore.
-
-— Già. Oh già, già. L'ho capito subito. E Lei si figura di aver colto
-un galantuomo in fallo. Bravo, caro. Ella è fino, molto fino...
-
-Stese e alzò la mano spiegata per chiedere di non venire interrotto.
-Poi sorrise, scosse il capo, e riprese a voce bassa, lenta, solenne:
-
-— E Lei non ha pensato che per combinare mutuo e vendita, nelle
-condizioni dei Vicarelli, fosse necessarissimo il segreto; che se i
-Vicarelli mi richiedevano, come m'hanno richiesto, di non palesare i
-nomi veri neppure a Lei, anzi di fuorviare le Sue ricerche, io dovevo
-farlo nel Suo stesso interesse, perchè un creditore spaventato come
-Lei, ficcando il naso qua e là, avrebbe mandato all'aria tutto, senza
-volerlo. Il mutuo c'è, il compratore c'è. Sicuramente, era inutile
-andare a Treviso e in cerca del negoziante Zonca. Certamente, io ho
-simulato poco fa una lettera di questo Zonca, ma era per la buona
-riuscita dell'affare; e poi, cosa ha fatto Lei oggi con me? Non ha
-simulato fino a questo momento?
-
-— Oh, — scoppiai, — per chi mi prende? Anche in tribunale sono stato
-e so con chi ho da fare, so che avvocato è, so in che affari ficca il
-naso Lei!
-
-Egli parve annientato; non seppe che balbettar qualche parola
-incomprensibile. Intanto l'uscio dello studio, che si apriva
-all'infuori, a fianco della scrivania, fu spalancato bruscamente
-ma senza rumore. Molesin non se ne accorse, non potè vedere sua
-figlia, ferma con la maniglia in pugno, con gli occhi fissi in lui
-che balbettava, livida come una morta, come suo padre. Vide bensì il
-movimento ch'io feci, gli occhi miei volti all'uscio e guardò egli
-pure.
-
-Non seppe ricomporsi del tutto; sorrise però e disse:
-
-— Avanti, cara: cosa vuoi? È finito.
-
-— Scusi, no! — interruppi. — La ragazza lasciò andar l'uscio che, piano
-piano, si chiuse.
-
-— Non è finito, — ripresi a bassa voce. — Lei....
-
-— La mia creatura! — fremette Molesin, alzando le braccia. — La mia
-creatura!
-
-Avrei scommesso ch'era uomo da venderla, la sua creatura; ma non v'era
-bisogno di mimica per farmi rispettare in essa un sentimento sacro.
-
-— Lei scriva ai Vicarelli, — dissi. — Lei si ritiri. Io non parlerò.
-Vede che non potrei avere riguardi maggiori. La riverisco.
-
-Uscii. Nel salottino non c'era nessuno. Entrando nel corridoio
-che metteva alla scala udii in una stanza attigua, a sinistra, la
-voce della Molesin e udii, a destra, la signorina Lisa che tentava
-inutilmente di aprire una porta chiusa e la scuoteva convulsa. Ella
-guizzò, fuggendomi, all'uscio della scala ch'era aperto. Qualcuno
-passava sul pianerottolo per salire al terzo piano, onde la ragazza
-si gittò alla discesa e scomparve. La seguitai. Di fianco all'ultimo
-braccio di scala v'era un andito scuro, ingombro di tavole. Lisa si
-era nascosta lì; la scopersi accoccolata in un angolo col viso fitto
-fra le due pareti, scossa le spalle da singhiozzi muti, da un palpitar
-d'uccellino moribondo. Non ebbi cuore di lasciarla così, sapendo che
-l'avevo ferita io. Me le avvicinai, la chiamai dolcemente; non diè
-segno d'avermi udito. La toccai con la punta dell'indice; trasalì,
-tremò tutta, si strinse in sè come tocca da un serpente. Allora le
-domandai scusa, sottovoce, del dolore che le avevo recato, dissi
-qualche cosa per incolpar me e scagionar suo padre; ma dovetti tacere
-perchè al suono della mia voce ella si dibatteva gemendo. Dio, che
-fare? Allontanarmi da lei, anzi tutto, come in fatto mi allontanai.
-A un tratto odo la signora Molesin che chiama: — Lisa! Lisa! — La
-ragazza si voltò di schianto, stravolta, ascoltando con gli occhi.
-Erano rossi ma senza lagrime. — Lisa! Lisa! — chiamò ancora sua madre
-discendendo le scale. Lisa stette un momento immobile; quindi con la
-subitanea rapidità del fulmine, si strappò dal seno il piccolo orologio
-d'argento, lo sbattè a terra, lo raccolse insieme ai frantumi di vetro.
-
-Allora solo s'incamminò lenta con questa misera cosa rotta nel cavo
-delle mani, mi passò davanti come un'ombra, salì le scale incontro a
-sua madre, singhiozzando amaramente.
-
-
-
-
-La lira del poeta
-
-
-Personaggi.
-
- X. poeta celebre.
- Il dottor Domenico SNÌCHELE.
- La PADRONA del Caffè del Gobbo.
-
- La scena rappresenta il Caffè del Gobbo a... città del Veneto.
- Il caffè è vuoto. La padrona, seduta dietro il banco, legge
- l'_Adriatico_. Entra il dottor SNÌCHELE con un soprabito logoro
- indosso e una tuba bisunta in capo.
-
-
-SNÌCHELE (_toccando il cappello_) — Servo.
-
-PADRONA (_asciutta_) — Serva.
-
-SNÌCHELE — In grazia, xe stà el commendator B.?
-
-PADRONA — No.
-
-SNÌCHELE — E el dottor C.?
-
-PADRONA — Gnanca.
-
-SNÌCHELE — E el professor D.?
-
-PADRONA (_seccata_) — Gnanca, gnanca.
-
-SNÌCHELE (_dopo una breve pausa_) — La scusa, voressela favorirme un
-gotesin de acqua?
-
-PADRONA, (_piglia un bicchier d'acqua da un vassoio e lo spinge sul
-banco, con mal garbo, verso lo Snìchele_) — El toga.
-
-SNÌCHELE — Grazie. No la ghe metaria na giozzetta de mistrà, par
-acidente?
-
-PADRONA — No ghi n'è.
-
-SNÌCHELE — Grazie istesso. (_Beve_) La scusa, li gala gnanca visti quei
-siori?
-
-PADRONA — I xe passà adesso.
-
-SNÌCHELE — Gaveveli insieme un foresto?
-
-PADRONA — Come gerelo?
-
-SNÌCHELE — Saverlo, siora Berta, come ch'el gera! El xe un omo grande
-ma mi no lo go mai visto.
-
-PADRONA — Questo gera picolo.
-
-SNÌCHELE — No fa gnente. E da che parte andaveli?
-
-PADRONA — Drio a le so gambe. Cossa vorìo, benedeto, che mi varda ste
-robe? I sarà andà in ciesa.
-
-SNÌCHELE (_si volta e guarda la chiesa monumentale ch'è in faccia al
-caffè_). — Sì pardia! I vien fora adesso. El ghe xe, el ghe xe, el
-foresto. Cossa fai? Par cossa se fermeli? Ah, i se spartisse, i se
-saluda. Xele scapelade! Cussì lo vedo pulito. Son contento perchè gera
-bramoso de vederlo. Ocio ch'el vien qua adesso, lu solo. Sì da bon
-ch'el vien qua! La vada a tor el mistrà, ela, siora Beta.
-
-PADRONA — Andemo, ja, nol seca.
-
-SNÌCHELE — Co ghe digo de andarlo a tore! Eccolo, st'altro. (_Siede a
-un tavolino e si mette a leggere la_ Difesa).
-
-X. (_entra senza salutare e siede a un altro tavolino in faccia a
-quello occupato dal dottor Snìchele_) — Un latte all'uovo.
-
-PADRONA — Subito.
-
-SNÌCHELE (_passa il giornale e saluta. X. saluta pure. Allora Snìchele
-riprende il giornale, finge di leggere, poi lo posa da capo e si mette
-a guardare dalla finestra_) Che tempo! (_X. cava un taccuino e piglia
-delle note_). Tempo brutto. Oggi è peggio di ieri. Non è vero, signora
-Elisabetta? (_La padrona non risponde e continua ad occuparsi del latte
-all'uovo. Snìchele si volta ad X._) Si diceva che il tempo è cattivo
-assai.
-
-X. (_asciutto_) — Già.
-
-SNÌCHELE — Peccato, vedere la città con un tempo simile!
-
-X. — Certo.
-
-SNÌCHELE — È la prima volta che il signore viene a...?
-
-X. — Sì (_alla padrona_). — Ha un giornale?
-
-SNÌCHELE (_si alza e si avvicina ad X. toccandosi il cappello_). —
-Perdoni tanto, signore; Lei è l'illustre X.? (_X. lo guarda attonito
-senza rispondere. Snìchele si leva il cappello e declama_):
-
- O degli altri poeti onore e lume,
- Vagliami il lungo studio e il grande amore
- Che m'han fatto cercar lo tuo volume.
-
-X. (_sorridendo e inchinandosi leggermente_). — Grazie.
-
-SNÌCHELE (_declamando_):
-
- Tale tuum carmen nobis, divine poëta,
- Quale sopor fessis in gramine, quale per aestum
- Dulcis aquae saliente sitim restinguere rivo.
-
-X. (_meravigliato sorridendo_) — Grazie, grazie.
-
-SNÌCHELE (_coprendosi_) — Non guardi all'abito sdruscito, signore.
-Ho studiato qualche cosa anch'io. _Boni convenimus ambo._ Sapevo dal
-Commendator B. che Lei doveva venire oggi e avevo un desiderio immenso
-di conoscerla. B. ed io siamo amici, siamo stati a scuola insieme. (_X.
-gli fa segno di sedere. Snìchele prende una seggiola e gli siede in
-faccia_). Grazie. Conosco tutte le Sue opere. Grandi, veramente grandi.
-(_Smorfie di X._) Me lo lasci dire; e poi Lei lo sa. Anche il romanzo,
-ma specialmente le poesie. A voltar le Sue poesie in latino vien fuori
-Virgilio, come a voltar in latino quelle del professor Zanella vien
-fuori Tibullo; _te quoque Virgilio comitem_, sicuro. Di Lei, anzi, ho
-tradotto in latino quelle strofe:
-
- Qui mi vesta la vite i sassi aprichi,
- Voglio bermi la terra, il vento, il Sol....
-
-eccetera eccetera: che io traduco un po' liberamente, si sa:
-
- Hic virides seram vites, hic mollia vina....
-
-eccetera eccetera, per non tediarla.
-
-X. — Bravo, bravo.
-
-SNÌCHELE — Sì signore. Anzi ho presentata la mia traduzione ad un
-concorso per la cattedra di latino nel ginnasio comunale di....
-
-X. — Bravo.
-
-Snìchele — Sì signore. Mi ricordo, del resto, che quando Ella ha
-pubblicato il suo primo libro.... a Milano, mi pare?
-
-X. — Sì.
-
-SNÌCHELE — Bene, mi ricordo che qui non La intendevano. Povero paese,
-sa, del resto, quanto a coltura; paese che si occupa di frivolezze;
-paese dove se domani io prendo moglie, non si parla d'altro per otto
-giorni. Io solo ho intesa la Sua grandezza. Anzi la ho presentita,
-Le dirò. Perchè una volta, pensando alla storia della letteratura
-italiana, ho scoperto che in Italia, quando nasce un grande poeta,
-entro poco tempo ne nasce un altro. Guardi Dante e Petrarca, Ariosto
-e Berni, Tasso e Tassoni, Manzoni e Leopardi. Anche nel nostro secolo
-ne abbiamo due. Non parlerò di quello che è nato prima. Testa forte,
-signor mio, testa grande, ma nato sotto una stella disperata. Il mondo
-non conoscerà mai quel nome. Io lo conosco, è nato nel 1829, anno di
-guerra, anno di carestia, anno del diavolo. Lei è nato nel 1843, mi
-pare?
-
-X. (_fa un cenno affermativo_).
-
-SNÌCHELE — Sicuro, vi è quasi la stessa differenza di età che fra
-Manzoni e Leopardi. Io dunque ho letto il Suo libro. Una rivelazione,
-signore. Quella modernità di concetti, quella classica perfezione di
-forma....
-
-X. (_sorridendo_) — Grazie, grazie.
-
-SNÌCHELE — Perchè Lei ha studiato molto anche i greci; dica la verità.
-Per esempio, quei versi dell'ode sullo _Spartaco_ di Vela:
-
- Tu che furor nel marmo
- Spirasti
-
-ricordano un epigramma....
-
-X. (_sorpreso_). — Per bacco, ma Lei ne sa molto!
-
-SNÌCHELE (_sospirando_). — Sì signore, ho studiato molto. Tal quale
-ella mi vede, possiedo un grado accademico, sono il dottor Snìchele.
-Mio padre era un signore e mi ha educato da signore. Io avevo il
-delirio dello studio, ho passato sui libri, per molti anni, i giorni e
-le notti, tanto che un capo ameno applicò a me, in quel tempo, i versi
-del Buratti:
-
- Tu che le carte argoliche
- Versi con man dïurna,
- Versi con man notturna,
- Con tute do le man....
-
-(_Si alza, va a sedere accanto a X. e continua sottovoce_). — Vede in
-che paese siamo? C'è una greppia per qualunque asino, qui; ma crede Lei
-che vi sia un pane per me? Signor no. Ero impiegato alla Biblioteca e
-mi hanno licenziato per economia. Io son pronto a far qualunque cosa,
-concorro a qualunque misero posto. Non mi tocca mai niente. _Fodere non
-valeo, mendicare erubesco._ S'immagini che oggi non ho ancora mangiato
-niente, sono sfinito. Non domando nulla, ma se Lei di Sua spontanea
-volontà facesse qualche cosa, qualche piccola cosa per questo Suo
-ammiratore....
-
-X. (_rannuvolato_). — Mi rincresce, sa, ma non posso far niente.
-
-SNÌCHELE (_a voce bassissima_). — Un'inezia, due lire! una lira sola!
-Anche meno!
-
-X. — Vi pare? Non vi avvilite così! Dopo i discorsi che fate! È brutto.
-
-SNÌCHELE — Basta, basta, non ne parliamo più. (_La padrona porta il
-latte all'uovo_). Buon appetito, signore (X si serve senza rispondere).
-Mi perdoni, non vorrei ch'Ella sospettasse in me un qualche rancore.
-Dio me ne guardi! Non avrò che venerazione, per Lei, fino alla morte.
-Anzi Le dirò che avendola conosciuta personalmente, mi metterò di
-maggior lena a un lavoro sopra di Lei, che vorrei pubblicare.
-
-X. (_fa una smorfia_).
-
-SNÌCHELE — Non tema che Le domandi denaro per questo; sarebbe
-un'indelicatezza. Ho qui degli amici che mi hanno promesso di aiutarmi.
-Da un pezzo sto raccogliendo tutti i riscontri de' Suoi versi con la
-poesia antica e moderna, italiana e straniera. Sarà come un trattato
-di letteratura universale e di buon gusto. Di poesia straniera me
-n'intendo poco, ma sento spesso parlarne da chi ne sa molto, e recipe
-taccuino. Intende? Tutti professori e letterati. Suppongo ch'Ella ne
-avrà piacere?
-
-X. (_inquieto_). — Faccia pure, faccia pure.
-
-SNÌCHELE — Dico bene. Per esempio quella Sua magnifica idea....
-
- _Brillano i fini denti di salgemma._
-
-l'ha avuta dicono anche un altro, un francese...
-
-X. (_interrompendo_). — Non è vero!
-
-SNÌCHELE — Che non sia vero? Corpo di bacco! Guardi un poco! E
-quest'altra:
-
- _Se il caro capo tuo diventa bianco_
- _Sarà come un mandorlo a primavera_
-
-dicono....
-
-X. — Ma non è vero!
-
-SNÌCHELE — Neanche questa? Oh guardi! Non c'è proprio da fidarsi.
-E ne avrò notati un centinaio, capisce, di questi passi. (_Pausa_).
-Senta, io glieli mando. Veda Lei, faccia Lei. Se non vanno, ci vorrà
-pazienza; abbruci. Va bene? (_X. si stringe nelle spalle con affettata
-indifferenza_). Scusi, signore, mi dica proprio: debbo mandare o no?
-
-X. (_dopo un breve indugio_). — Peuh, mandi pure. Poco male; vedrò per
-curiosità. (_Chiama la padrona e paga_).
-
-SNÌCHELE — Perchè dovrò forse far ricopiare gli appunti.... Poi ci sarà
-la spedizione raccomandata.... Spese, insomma.
-
-X. (_posando sul tavolino una lira_). — Ecco.
-
-SNÌCHELE (_chinandosi a contemplar la lira senza toccarla, e parlando
-come fra sè_). — La lira del poeta, eh..... la lira del poeta.....
-sicuro..... sicuro.....
-
-X. Non è buona?
-
-SNÌCHELE — Eh sì signore, facevo solo così da me un piccolo conto.
-Circa quindici pagine a dieci centesimi la pagina fanno una lira
-cinquanta per il copista... poi c'è la Posta... mettiamo cinquanta
-centesimi... Ci sarebbe anche la carta... sì, insomma un'altra lira
-sola può bastare. Sì, dico, perchè le cose siano fatte bene.
-
-(_X. gli dà un'altra lira e si alza per uscire. Snìchele pure si alza
-e dice recando la mano al cappello_): — Ha premura, signore, per la
-spedizione?
-
-X. (_sdegnosamente_). — Che, che!
-
-SNÌCHELE (_facendo un profondo inchino_). — Resto coll'onore.
-
-X. (_asciutto_). — Buon giorno. (_Esce_).
-
-SNÌCHELE — (_sedendo_) — Parona!
-
-PADRONA — Cossa?
-
-SNÌCHELE (_freddo e serio_) — Mi ghe digo ludri.
-
-PADRONA (_che non ha inteso_) — Cossa ghe diselo?
-
-SNÌCHELE — Gnente. La stoza qua, e pò un cafè de bojo, la cesta, e de
-l'acqua fresca col mistrà che adesso ghi n'è, gala capìo?
-
-
-
-
-La Stria
-
- Alla Marchesa Angelina Lampertico Mangilli.
-
-
-Casa Ferretto, un palazzone alquanto malandato del cinquecento, ritto,
-come un capo burbanzoso di miserabili tribù, a cento passi dal suo
-villaggio, spiega i colonnati giallognoli verso il sole, l'aperta
-campagna e la lontana città di Vicenza; e oppone il dorso annerito
-dall'umido alla tramontana, alla strada maestra e alla vicina città
-di Thiene. Adesso non lo saprei dire, ma sette anni sono era certo,
-d'inverno, una Siberia spaventosa, malgrado la contraria opinione
-delle figure seminude di cui lo Zelotti, scolaro di Paolo Veronese, ha
-popolato soffitti e pareti di non so quanti sterminati stambergoni dai
-pavimenti alla veneziana; e checchè ne pensasse la calorosa padrona
-di casa, la _siora_ Gegia Ferretto. Nè coloro, nè costei si lagnavano
-mai del freddo; quelle, forse, perchè lo Zelotti le aveva bene e
-abbondantemente impastate di sangue caldo e di carne soda, questa
-perchè non aveva quasi più nè sangue, nè carne ma solo un fine, chiaro
-e tranquillo spirito, ribelle a qualunque gelo.
-
-È giusto dire che in quel paese, almeno la parte anziana della
-popolazione è generalmente provveduta di uno straordinario temperamento
-fisico per cui si vedono i più pacifici e tepidi individui, quando
-vengono assoggettati, nell'inverno, a una temperatura di dieci a
-dodici gradi R., diventare roventi, sbuffare, spalancare gli occhi
-con l'espressione più turbolenta. Tale non era però il temperamento
-della siora Nina, la figlia della signora Gegia, una damigella di
-quarant'anni, gialla, magra, vizza, che aveva sempre freddo e non osava
-mai lagnarsene alla mamma. Ancor meno era tale il temperamento della
-contessina Nana Dalla Costa, nipote della siora Gegia in linea retta e
-della siora Nina in linea collaterale; e il conte suo genitore, vedovo
-e carico di faccende, considerando certi nascenti calori per un tenente
-leggero di testa e di borsa, che suonava bene i walzer e li ballava
-meglio, l'aveva opportunamente spedita a passar Natale, Capo d'Anno,
-Epifania e forse anche Purificazione al fresco con la nonna, la zia, un
-vecchio fattore, e una vecchia cameriera ch'era stata la sua balia.
-
-La contessina Nana, aveva, sì, un cervellino e due occhi di fuoco,
-ma nelle sale dello Zelotti ci gelava, poverina, come una gazzella
-d'Africa. Si rincantucciava, quando poteva, nel «mezzà»[1] del sior
-Toni, il fattore, dove almeno c'era un caminetto, un tavolato d'abete,
-e l'umile calore devoto del buon vecchio sior Toni; del quale sior
-Toni, fra parentesi, pochi sapevano il cognome e io non lo so. In
-casa, in paese e anche a Thiene tutti lo chiamavano _el sior Toni_ e
-niente altro. So che era veneto ma non vicentino, perchè diceva _fado_,
-_stado_, _andado_ e altri anche più detestabili solecismi.
-
-Nel pomeriggio del quattro gennaio la contessina era lì nel «mezzà»
-ritta dietro i vetri dell'unica finestra, a veder nevicare sulle statue
-grigie del giardino, sulla capannina della gaggìa, sui cavoli dell'orto
-e più in là sui campi, sfumati nel chiarore bianco; mentre il sior
-Toni, seduto alla scrivania con gli occhiali sul naso, tagliava le
-cedole della Rendita. Ella vedeva forse le falde cadenti, ma per verità
-guardava nel chiarore bianco chi sa quali altre cose fantastiche, alle
-quali anche parlava silenziosamente con movimenti continui degli occhi,
-delle sopracciglia e delle labbra. «Vorrei essere una gaggìa, sior
-Toni!» diss'ella voltandosi bruscamente. «Almeno non mi lascerebbero
-gelare!»
-
-Era snella ed alta e se non poteva dirsi una bellezza, aveva però
-un pallido visetto assai espressivo e nei grand'occhi bruni una
-espressione di stranezza, d'intelligenza e di malinconia che andava
-molto, troppo presto al cuore dei tenenti e anche degli altri. Visto
-che non c'era più legna da gettare nel fuoco, prese il cestino delle
-cartacce ch'era vuoto.
-
-«Cossa fala, contessina?», esclamò il fattore.
-
-«Niente, sior Toni,» rispose la ragazza e adagiò tranquillamente il
-cestino sulle brage.
-
-«Ma no, contessina, cazza!» Il vecchio si alzò per correre in aiuto del
-suo cestino; la contessina gli si parò davanti, si mise a cantargli:
-
-«Ho freddo, sior Toni, ho freddo!» con quella cantilena che significa:
-non l'avete ancora capita?
-
-«Gesù mi poreto!» disse il sior Toni mettendosi le mani nei pochi
-capelli bianchi e guardando il cestino con faccia mezzo spaventata,
-mezzo ridente.
-
-«Senta, sior Toni» esclamò la Nana. «Vuole il cestino? Scriva una
-lettera come io Le dirò e poi mi conti una storiella».
-
-Il sior Toni, famoso raccontatore di storielle da osteria e da
-salotto, da signorine e da preti, promise ogni cosa e tolse il cestino
-dal fuoco. Scorgendolo già nero da un lato e fumante, il sior Toni
-non seppe che articolare la sua interiezione favorita: «jeh!» Ma
-la contessina Nana, più pratica, dato di piglio, sulla caminiera, a
-una gran tazza d'acqua, ne inondò in un baleno il cestino e le vaste
-estremità inferiori del sior Toni, che si ritirò in fretta alzando
-prima un ginocchio e poi l'altro fino al mento, vociferando «jeh,
-jeh, jeh!» Ristabilito l'ordine, la signorina spiegò ai sior Toni
-che due giorni dopo il quattro gennaio suol venire il sei e con esso
-la festa dell'Epifania e ch'ella aveva pensato una bella «stria». La
-«stria» è una benefica maga veneta, pronipote dei Re Magi, che nella
-notte dell'Epifania porta misteriosamente, calando nel camino della
-cucina, i regali che ora è moda di appendere all'albero di Natale.
-I bambini sogliono attaccare una calza alla catena del camino per
-maggiore comodità della _stria_, la quale trova così subito dove posare
-il suo carico; almeno un rosario di castagne, mele, arancie, foglie
-d'alloro. Presso alcune famiglie conservatrici che non vogliono saperne
-dell'esotico albero di Natale, è la _stria_ che porta, per la via
-romantica del camino, regali a grandi e piccini; e del donatore si dice
-che fa la «stria». Ora la contessina confidò al sior Toni che voleva
-fare una sola e unica «stria» per tante persone.
-
-«Per quante po?» chiese il sior Toni.
-
-«Per il mio maestro di musica, per la nonna, per la zia Nina, per la
-balia (jeh! fece il sior Toni), per il parroco, per i parrocchiani
-(jeh, jeh!) e anche per il sior Toni!»
-
-«Jeh, jeh, jeh!» Il buon sior Toni diede in una sonora risata.
-
-Ma, con suo nuovo terrore, la ragazza, lesta come un folletto, gli
-spazzò via davanti le cedole e le cartelle della Rendita, gli mise
-sotto il naso carta, penna e calamaio. «Presto, presto, scriva, scriva»
-diss'ella.
-
-E lui, docile come un agnello, scrisse sotto la dettatura di lei una
-lettera ad un «egregio signor maestro» invitandolo, per incarico della
-signora Ferretto, sua padrona e nonna della contessina Dalla Costa,
-a venire l'indomani sera col treno delle sei e mezzo a Thiene dove
-avrebbe trovato un biroccino... «Chi lo manda po?» brontolò il sior
-Toni scrivendo. «Io» rispose la contessina... «per recarsi a visitare
-la sua allieva. Avrebbe passato il giorno dell'Epifania in casa
-Ferretto e sarebbe stato così buono da suonar l'organo alle funzioni
-della parrocchia («benon, po» sussurrò il sior Toni) e anche poi da
-metter insieme una piccola accademia di piano (benon, benon, benon)
-perchè la nonna e la zia desideravano di udire in qualche bel pezzo a
-quattro mani, la loro cara nipotina (cara po, sipo po, tanto po!)
-
-«Non è vero, sior Toni? E adesso perchè conosco i Suoi gusti, scriva:
-Le si raccomanda di portare quel pezzo sul _Pirata_».
-
-«Grazie, po!» esclamò il sior Toni; e alzando ambedue le braccia vociò
-con un viso truce:
-
- Nel furor...
-
-Ma la contessina lo minacciò di un altro bicchier d'acqua se non si
-rimetteva subito a scrivere, e così gli smorzò il furore.
-
-Ell'attese un poco e poi disse:
-
-«Adesso metta i saluti».
-
-«Come, po?».
-
-«Metta così: La mandano, egregio maestro, a riverire la nona, la Nina,
-la Nana e la nena[2]».
-
-«Gesù mi poreto!» si mise a gridare il sior Toni, saltando sulla sedia,
-rosso come un gambero e lucente di riso negli occhi. «Chi elo stado po
-sto traditor?» Perchè l'allegro uomo scherzando una sera all'osteria su
-«la nona, la Nina, la Nana e la nena» non si era certo immaginato che
-le sue facezie venissero riferite alla contessina.
-
-Questa lo fece tacere, gli dettò l'indirizzo «Maestro Bortolo Barùgola
-(che nome po! Jeh!) ferma in Posta, Vicenza». Saputo che il postino
-non sarebbe partito per Thiene prima di sera, incaricò il sior Toni di
-portargli la lettera. Quindi, prendendo un'aria graziosa di timidità
-e di finezza, e mostrando temere che lo scherzo potesse non piacer del
-tutto alla nonna, accennò al sior Toni, con mezze parole, di farsi un
-poco traditore anche lui e di tastar la nonna prima di mandar via la
-lettera.
-
-«Poareta!» disse il sior Toni, tutto commosso di tanta delicatezza e
-anche, per dir vero, di tanta ingenuità, perchè come supporre ch'egli
-mandasse una lettera simile senza parlare con la padrona? «E adesso,
-ghe voi anca la storiela?»
-
-«Certo, sior Toni».
-
-»Ghe contarò quela del prete e de l'anguila».
-
-«Vecchia, sior Toni!»
-
-«Quela de quelo che gavea paura a passar el Torre».
-
-«Oh Dio, sior Toni!»
-
-«Quela de quelo che gà mandà a dir al Padre Eterno che i tedeschi gera
-ancora a Belun».
-
-«Troppo lunga, sior Toni».
-
-«Ma cazza po,» esclamò il sior Toni con un poco d'impazienza «vorla che
-ghe conta quella del sior Intento?[3]».
-
-«Quella, sior Toni! Domattina!»
-
-E la contessina corse via ridendo.
-
-Il sior Toni andò in cerca della padrona vecchia, le mostrò la lettera
-e le confidò il delicato riguardo della nipotina; confidenza ben
-preveduta dalla detta ingenua nipotina.
-
-La nonna che conoscendo il maestro Barùgola solamente di nome, s'era
-fatta, sulle prime, arcigna, si lasciò poi pigliare, come il sior Toni,
-a questo amo e diede il _placet_. Non poteva certamente supporre che le
-lettere dirette al maestro Barùgola quando avevano il _fermo in Posta_,
-capitassero, per effetto di arcane intelligenze, nelle dotte mani
-dell'altro egregio filarmonico signor Carlo Paribelli, tenente nel 3º
-bersaglieri.
-
-Era pur troppo così e il tenente aspettava una lettera simile sapendo
-bene che avesse a fare.
-
- *
- * *
-
-L'indomani sera alle sei il cielo era sereno e l'aria rigida;
-al chiarore delle stelle la neve pareva quasi prendere il colore
-azzurrognolo del ghiaccio.
-
-Ma siccome di giorno v'era stato il sole, nel salotto bene esposto
-dove «la Nona, la Nina e la Nana» pranzavano e dimoravano abitualmente
-c'era un clima possibile. Le signore avevan pranzato alle tre, secondo
-l'antica consuetudine vicentina serbata da pochi spiriti indomiti; e la
-Nana si era molto sorpresa, venendo a pranzo, di trovare che il vecchio
-piano codino di casa era stato trascinato lì dalle gelide pianure del
-salone vicino. La nonna le aveva poi detto sorridendo che le era venuta
-voglia di udirla suonare un poco. Chi si mostrava particolarmente
-lieta di questa prospettiva musicale era la zia Nina, una povera
-zitellona magnetizzata dalla bella, elegante e nobile nipote e da
-quel suo profumo d'intrighi amorosi, avida sempre di rifarsi giovane,
-di scambiar confidenze tenere, sempre intimidita dalla freddezza un
-poco sprezzante della ragazza. La zia Nina pretendeva avere un vero
-trasporto per la musica e quando sua madre non era presente soleva
-vantare alla nipote, con certi ah! e oh! pieni d'ogni sottinteso tutte
-la arie più freneticamente amorose del piccolo repertorio che aveva
-in testa, come _Vieni fra le mie braccia_ (ah!) dei _Puritani_ oppure
-_Quando il tuo labbro sul labbro mio_ (oh!) di _Allora ed oggi_, roba
-antica di cui la Nana neanche aveva udito parlare.
-
-Alle sei, dunque, la siora Gegia fece chiamare il sior Toni e la
-cameriera per dire il «terzetto» ossia la terza parte del rosario.
-Veramente, di solito si diceva alle otto, ma essendosi ciò timidamente
-osservato dalla Nana, la siora Gegia rispose blanda: «ben, vissere, sta
-sera te lo diré alle sie!»
-
-La Nana, che le altre sere cercava sempre di star vicina al sior Toni
-per farlo ridere, adesso mostrò invece un raccoglimento edificante,
-una fervorosa pietà. Finiti i cinque misteri, interruppe la nonna
-celebrante per osservare che alla vigilia d'una gran festa si poteva
-dire anche gli altri dieci. Il sior Toni guardò spaventato la padrona
-vecchia, che, per suo conforto, rispose: «Tropa grazia, tropa grazia» e
-si tenne al programma.
-
-Detto il «terzeto» la buona signora propose alla nipote di uscire a
-spasso con la zia e col fattore. A questi due l'idea parve alquanto
-strana e il faceto sior Toni brontolò nell'uscire: «Dove andemoi po?
-A beverghene un goto?» Ma la contessina Nana capì che la nonna le
-offriva tacitamente di andare incontro al maestro perchè il treno
-di Vicenza arrivava a Thiene alle sei e mezzo e dalla stazione di
-Thiene a casa Ferretto non s'impiegavano, in carrozza, più di venti
-minuti. Quando la Nana, che per verità cominciava a trepidare un poco,
-prese la via di Thiene, capì anche il sior Toni. Ma la zia Nina, che
-s'entusiasmava per le bellezze delle stelle e della neve, per la poesia
-dei canti, dei suoni che si udivano di qua e di là per la campagna,
-capì solamente quando la cauta nipote le spiegò la _stria_ che aveva
-preparato e accennò, esagerandola, alla tacita complicità della nonna.
-Allora la siora Nina, dimenticando le stelle, la neve e la poesia dei
-canti villerecci e la presenza del fattore, si affrettò a informarsi
-del maestro, seppe che era giovane e bellino, ma che (pur troppo, cara
-zietta!) il signor Barùgola aveva moglie e cinque figliuoli.
-
-«Jeh!» fece lo scapolo sior Toni.
-
-Intanto si camminava, si camminava e non si incontravan calessi.
-S'incontrò invece una frotta di gente che cantava:
-
- Mandiamo il crudo gelo
- Lontan dai nostri cuori,
- Cantiamo coi pastori....
- . . . . . . . . . . . .
-
-Qui si interruppero perchè il sior Toni domandò loro, poco
-ragionevolmente, se avessero veduto un calesse. Uno rispose cantando:
-«No, gnente, gnente, gnente» e gli altri ripresero la via e il canto:
-
- Verranno in compagnia
- Tre Magi dall'Oriente.
-
-Il sior Toni spiegò alla contessina che quella era la «Compagnia della
-Stella» solita, per tre sere prima dell'Epifania e per tre sere dopo,
-andar attorno cantando e fermandosi ad ogni casa per aver vino e altro.
-Ma la contessina non gli stava molto attenta benchè anche per lei
-avessero un senso segreto quei versi:
-
- Verranno in compagnia
- Tre Magi dall'Oriente.
-
-E se non venisse nessuno? Malgrado tutto il suo amore ella cominciava a
-pensare che quasi quasi sarebbe meglio.
-
-Ma invece ecco un punto nero, un rumor di trotto, un cavallo, un
-cocchiere, un mago che salta come da una scatola nella neve, ravvolto
-in un tabarro alla veneta, senza maniche, simile a una mantellina
-da bersagliere, onde la Nana immagina per un momento che l'amico
-sia venuto in uniforme e ne ha i brividi. Ella presenta con un po'
-d'imbarazzo il maestro Barùgola a sua zia e al sior Toni che gli fa
-replicati inchini col cappello in mano; poi manda via il calesse,
-destina il sior Toni per cavaliere alla zia e li segue col maestro cui
-deve impartire ogni istruzione opportuna onde la scherzo riesca bene.
-Il sior Toni e la siora Nina rallentano il passo perchè vorrebbero
-udire anche loro ma la contessina protesta. Ella è la _stria_ e la
-_stria_ fa tutto in segreto. Il sior Toni racconterà intanto una
-storiella alla zia. «Gala capìo, siora Nina?» dice il sior Toni alla
-sua padroncina. «Per sta volta bisogna che La se contenta de mi.
-Comandela sta storiela?»
-
-«El tasa» risponde lei stizzita.
-
-«Ghi n'ho una de bela» — «No me n'importa». — «Ben, ben, ben, ben».
-Non parlano più nè l'uno nè l'altra, per cui non merita scusa il
-maestro che battezza subito la siora Nina per Marta e il sior Toni per
-Mefistofele.
-
-Gli dà torto anche la Nana, la quale, ora che la sua pazza idea è fatta
-realtà, si sente in cuore un ritorno impetuoso di tutte le idee serie
-e prudenti, si vede in testa tutti i guai che potrebbero succedere,
-e vorrebbe persuadere Carlo, poichè l'ha vista, poichè le ha dato un
-bacio e tenuta stretta una mano per cinque minuti e sfiorata con le
-labbra almeno la _toque_ e cantata almeno in _do_, in _re_, in _mi_, e
-nei relativi diesis la solita sinfonia, di ritornarsene alla stazione
-onde pigliarvi il treno che arriva a Vicenza verso le nove.
-
-Ma come si fa? Carlino la intende poco e non ha tutti i torti. Come
-si fa con Marta e Mefistofele? — Dio, almeno non bisogna che passi la
-notte in casa!
-
-Ma se non c'è albergo? Pensa e ripensa, la Nana decide che lo condurrà
-a casa per una visitina e che poi lo manderà a dormire dal parroco.
-
- *
- * *
-
-Le due signore fecero il loro ingresso nel salotto, accompagnate dal
-solo sior Toni.
-
-«Nonna» disse la contessina entrando, «c'è qui fuori qualcuno che
-domanda di te».
-
-«Vedemolo» disse la buona signora piegandosi a guardar verso l'uscio e
-aguzzando le ciglia. Visto entrare il giovinotto soggiunse:
-
-«Chi xelo sto signor?»
-
-«Il maestro di musica, signora» rispose il tenente, franco, ma evitando
-i nomi propri. «Il maestro della contessina ch'Ella ha avuto la bontà
-di invitare.»
-
-«Mi? Mi no sala. Mi no so gnente de inviti». Allora la contessina si
-fece avanti, tanto rossa che la siora Gegia le disse subito:
-
-«Ah te si stà ti, barona?»
-
-«È stata la stria, nonna. Siccome tu da brava bambina hai fatto portar
-qua il piano, la stria ti ha mandato un pianista.
-
-«Ben che lo veda pulito» disse con dolcezza la siora Gegia.
-
-Infatti l'antica lucernina d'argento a tre beccucci, dei quali due soli
-erano accesi, illuminava molto imperfettamente il giovane, vestito alla
-buona di abiti che non parevano i suoi. Però il sior Toni e la siora
-Nina lo avevano intanto scrutato molto bene.
-
-«Che zovene!» disse la vecchia signora quand'egli le si fece vicino.
-«Quanti anni gàlo?»
-
-Il tenente se ne aggiunse otto, e rispose «trentaquattro». Troppi!
-pensò la Nana, più accorta. Egli non guardava le cose tanto per la
-sottile e rispose con la più ardita spensieratezza a mille altre
-domande sulla sua famiglia, sulla sua patria, sulla sua vita, sugli
-scolari, sulle scolare, mentre la Nana fremeva e palpitava come un
-uccellino nella rete. Finalmente la vecchia cameriera portò il caffè
-e i _pandoli_ al tenente, che, pensando essersi ben guadagnata quella
-magra cena, divorò mezza dozzina di pandoli senza notare negli occhi
-della siora Gegia certe ombre di cattivo augurio.
-
-«El ne sona qualcossa» diss'ella.
-
-Il tenente si alzò e propose un pezzo a quattro mani con la contessina;
-ne aveva seco tre o quattro suonati già con lei in società, quando non
-si amavano ancora.
-
-«No» rispose la siora Gegia con voce blanda, ma ferma. «Sentimolo lu
-solo per sta sera.»
-
-Il tenente obbedì e si mise al piano.
-
-Il sior Toni domandò timidamente un poco di _Pirata_; invece la siora
-Nina, moderando alquanto le sue aspirazioni, mise fuori con un fil di
-voce la speranza di udire _Il sol dell'anima_ del _Rigoletto_, oppure
-_Ah forse è lui_ della _Traviata_, oppure il quartetto dei _Puritani_:
-
- A te, o cara, amor talora
- Me guidò furtivo, ardente.
-
-«Questo lo so benone!» esclamò il tenente e attaccò di slancio il
-motivo dolcissimo, un vero zucchero sulle sue fragole.
-
-Improvvisò un pot-pourri di _Puritani_, di _Rigoletto_, di _Pirata_,
-di musica per tutti i gusti, facendo il diavolo a quattro sul piano.
-Il sior Toni e la siora Nina erano conquisi, ascoltavano a bocca
-aperta. La vecchia cameriera, ancora in piedi presso l'uscio con il
-vassoio in mano, andava ripetendo sotto voce «Gesusmaria! Gesusmaria!
-Madre santa che bravo!» e anche qualche volta «Vergine che belo!»
-Infatti il tenente Paribelli cui gli amici lombardi chiamavano _Parì
-bell_ e _minga vess_, non era una bellezza, però aveva una fisonomia
-vivacissima, una selva nera di capelli ricciuti e un elegante paio di
-baffetti castani che avevano molta parte nei suoi successi. Chi proprio
-non pareva entusiasta di lui era la siora Gegia. Finito il pezzo, ella
-gli domandò se prima di partire per Vicenza si fosse recato a casa
-Della Costa per prendere commissioni. No, il maestro non ne aveva avuto
-il tempo. La Nana introdusse tosto un altro discorso, gli chiese di
-alquante amiche, specialmente di una tale che in addietro le aveva dato
-qualche ombra.
-
-«Tanto cara, non è vero, maestro? Tanto simpatica!»
-
-«No, non la posso soffrire!»
-
-«Suona così bene!»
-
-«Pasticcia!»
-
-«Ohe, ohe!» fece la siora Gegia. «El scusa, ma no me piase sto tajar zo
-de le so scolare».
-
-L'amico che, abituandosi alla situazione, diventava sempre più
-brillante e si figurava conquistar casa Ferretti a questo modo,
-rispose contraffacendo audacemente il dialetto veneto e quasi anche
-il tono di voce della vecchia signora: «Mi no tajo, mi no tajo». La
-Nana, spaventata, si affrettò a dire che la nonna aveva avuto la sua
-«stria» e che adesso bisognava farla al parroco, mandargli l'organista.
-Propose quindi che il sior Toni accompagnasse il maestro in canonica
-dove potrebbe anche passare la notte. La siora Gegia aveva fatto
-preparare segretamente una camera da letto e capiva poco, in cuor
-suo, l'opportunità di regalar un organista al parroco quando non
-poteva che metterlo a letto. Tuttavia non fiatò e lasciò il maestro
-al suo destino. Lo si pregò di un'altra sonatina e qualcuno nominò il
-_Mefistofele_. Il tenente guardò sorridendo la Nana e poi il sior Toni
-e domandò a quest'ultima se era lui che voleva il Mefistofele.
-
-«El Mefistufole?» rispose il sior Toni. «Mi no, La diga». Malgrado ciò
-l'altro si slanciò a capo fitto nel Sabba romantico, fece furore colla
-serenata classica, si sforzò sopra tutto di far cantare ai tasti il
-duetto e poi, per protestare contro le punture gelose della damigella,
-appiccò al Mefistofele con la sua invidiabile disinvoltura, nientemeno
-che l'aria di Buzzolla, ben nota a lei:
-
- Chi mai se penserave
- Vedendo la mia Nana
- Che l'apparenza ingana
- E sconto gh'è el velen?
-
- *
- * *
-
-Il mentore sior Toni, quando fu in istrada con Telemaco pensò: te
-soni pulito ma te ghè na gabana, ciò, da mezi litri anca ti: e invece
-di pigliar la via della canonica pigliò, per i suoi fini, quelli
-dell'osteria.
-
-All'allegro Telemaco piaceva la bonomia del vecchio fattore, e la
-conversazione fra loro, per effetto sia dei mezzi litri che delle
-«gabane» diventò subito famigliare.
-
-Il sior Toni fece all'altro gli elogi, _inter pocula_, della contessina
-e siccome non c'era nessuno, cominciò a tastarlo in un punto delicato.
-
-«La diga, maestro, che La savarà, come xela de sto tenente che i dise?
-Ghe xelo, sto Paribelo o no ghe xelo po?»
-
-«Go paura, _ciò_, ch'el ghe sia, sto can» rispose Telemaco nel suo
-veneto caricato.
-
-«E la diga, mo; xelo cristian, xelo turco, xelo sior, xelo desperà,
-xelo galantomo, xelo berechin, xelo belo, xelo bruto, cossa xelo?»
-
-«El xe sior, ciò, galantomo, belo e turco».
-
-«Jeh, jeh, jeh!» fece il sior Toni «Gesù mi poreto, el xe turco!»
-
-E vuotò un gran bicchier di vino. Poi ripigliò: «Xelo so amigo, elo,
-maestro?»
-
-«Un pocheto».
-
-«Xelo turco anca elo?»
-
-«Un pocheto, ciò».
-
-«Jeh! Gala imparà in Turchia a suonar l'organo? Gesù mi poreto!»
-
-Qui il sior Toni fece portare un altro mezzo litro onde venir a capo
-delle ragioni per le quali il conte Dalla Costa non voleva dar la
-figlia al tenente. Il suo compagno incominciò a dirgli che quanto
-al _turco_ aveva scherzato e che Paribelli era un ottimo cristiano.
-Soggiunse poi che il conte aveva una debolezza, una malattia nervosa
-per cui non poteva veder piume sui cappelli della gente. Era una vera
-disgrazia per la famiglia Dalla Costa e per la contessina non men che
-per il regio corpo dei bersaglieri.
-
-«Fiol de to mare d'un mestro» pensò il sior Toni, «goi po tanto un muso
-da macao?» E disse forte:
-
-«Bela, po».
-
-Sin da quando la contessina Nana lo aveva incaricato di raccontare
-storielle alla zia, era balenato al vecchio un sospetto, non certo del
-vero, ma di qualche trama, di qualche occulta complicità del nuovo
-venuto col terribile tenente Paribelli. Ora se ne persuadeva sempre
-più, e oltre al resto, gli bruciava un poco d'essere stato giuocato
-dalla contessina. Centellinando il vino, parlando, quasi, fra sè e sè,
-si mise a commiserare la ragazza, benchè a lui, veramente, non paresse
-tanto innamorata; tutt'altro! «Perchè?» esclamò il suo compagno, preso
-all'improvviso. Il sior Toni lo guardò sorridendo col bicchiere in
-mano. «Gnente po, sala» diss'egli. «Idee». Soggiunse piano che se si
-fosse trattato di renderla felice, avrebbe fatto qualunque cosa.
-
-«Proprio?» gli chiese l'altro, sullo stesso tono.
-
-«Proprio».
-
-«Anche.... portare...»
-
-Il sior Toni scosse leggermente le spalle e fece «peuh!» con la faccia
-espressiva d'uno che non trova poi tanto strano nè tanto difficile ciò
-che gli è proposto.
-
-Il suo compagno lo fissò in viso. L'uomo gli pareva molto fino.
-Susurrò: «Non avrebbe scrupoli?»
-
-«La diga; xelo proprio un galantomo?»
-
-«Eh altro!» fece il galantuomo.
-
-Il sagace sior Toni n'ebbe abbastanza; l'amico era certo un complice.
-In quel punto la compagnia della Stella fece rumorosamente irruzione
-nell'osteria. Il sior Toni si alzò, pregò il maestro di aspettarlo un
-momento, andò a parlare con l'oste che sapeva avere una carrettella,
-gli ordinò di far attaccar subito onde condurre un forestiero a
-Vicenza.
-
-«E se nol paga lu» diss'egli «pagarò mi». Poi tornò dal maestro e gli
-partecipò che essendo la canonica assai lontana aveva ordinato all'oste
-una vettura, che le istruzioni al cocchiere erano date bene, proprio
-bene, senza pericolo di sbagli, che lui doveva tornare immantinente a
-casa e che gli augurava la buona notte. Ciò detto se n'andò in fretta,
-lasciando il tenente alquanto sbalordito e incerto.
-
-Il tenente stette un quarto d'ora ad aspettare la carrettella sulla
-porta dell'osteria. Dopo un altro quarto d'ora di viaggio per la nuda e
-gelida campagna, non vedendo nè case, nè chiese, interrogò il vetturino
-e dovette, suo malgrado, persuadersi che il perfido Mefistofele lo
-aveva spedito a Vicenza. Furibondo, ordinò di fermare. Passava una
-frotta di ragazzi cantando in onore della stria. Uno di loro si accostò
-alla carrettella e gridò sul naso del viaggiatore:
-
- De Pasqua un bell'agnèlo,
- De carnevale un bel porzèlo,
- De Nadale un bel capòn,
- Buona notte sior paron.
-
-«Va all'inferno!» rispose il tenente. Voleva ritornare in dietro,
-castigare quel birbante, ma poi riflettendo, capì che sarebbe stato uno
-sproposito e ordinò rabbiosamente di proseguire.
-
-«Mefistofele» che si era accontentato di veder la carretta uscir
-dal villaggio e prendere la via di Vicenza, andò poi a casa più
-frettolosamente che potè. La siora Nina era a letto, ma la siora Gegia
-e la Nana lo aspettavano in salotto. La siora Gegia aveva lavorato in
-calza tutto il tempo con una faccia molto seria, senza rivolger mai
-la parola a sua nipote, che intanto, desiderando pure di evitare il
-dialogo, aveva letto il giornale e suonato il piano.
-
-«Benedeto!» esclamò la siora Gegia vedendo entrare il fattore «xe ora?
-E sto paroco dunque?»
-
-«Mi son qua de stuco» rispose il sior Toni.
-
-La Nana si sentì gelare il sangue e non parlò.
-
-«Cossa xe nato?» chiese la vecchia.
-
-«Cossa vorla che ghe diga! La stria lo ga portado qua e la stria lo ga
-portado via.»
-
-Le due donne lo guardarono, studiando il suo viso furbesco. La vecchia
-aveva i suoi sospetti e molti; trovandoseli vagamente confermati e
-ripromettendosi di sapere ogni cosa l'indomani mattina non domandò
-più nulla, diede una occhiata silenziosa alla nipote, spense uno dei
-due beccucci della lucernina e disse con tutta flemma: «Ben, andemo in
-leto».
-
-Il sior Toni sospirò perchè invece di andar a letto doveva lavorare in
-mezzà almeno un'oretta. Vi era da pochi minuti quando l'uscio si aperse
-piano ed entrò la contessina:
-
-«Un momento» diss'ella sottovoce. «Un momento solo! Cos'è questa storia
-della stria? Dica su presto!»
-
-«Védela, contessina benedeta» rispose con un sorriso pacifico ma
-significante il sior Toni «no la xé miga una stria sola, le xé do.
-Quela zovene lo ga portado qua e quela vecia lo gà portado via. Ma
-gnente de mal po sala, gnente de mal».
-
-«Sì, bravo, e come è andato via? Corse di notte non ce ne sono».
-
-«Ghe xé cavai e caretine».
-
-«Carrettino? È andato a Vicenza in carrettina? Con una notte simile?
-Sior Toni! Senza una coperta?»
-
-Le parole ed il viso della contessina eran tali che il sior Toni
-incominciò a non capir più niente ossia incominciò a capire anche
-troppo. Uno sbalordimento senza nome gli allargò gli occhi e la bocca:
-
-«Cossa?» diss'egli. «Ma quel sior... gerelo...?!» La contessina stupì
-alla sua volta, non capiva che egli non avesse capito, lo guardò un
-poco e scappò via senza rispondere. Allora il sior Toni, giungendo
-adagio adagio palma a palma, conchiuse con l'emozione più profonda
-della sua vita:
-
-«Jeh, jeh, jeh!».
-
-
-
-
-Per una foglia di rosa
-
-
-Una carrozza di Corte si fermò, verso mezzanotte, alla porta del
-palazzo Heribrand. Un ufficiale delle guardie ne saltò a terra, entrò
-nel palazzo e ricomparve dopo dieci minuti con un signore alto e magro
-che salì in carrozza frettolosamente e fu riconosciuto dai curiosi
-del vicino Caffè Orientale per il conte Maurizio Heribrand, generale a
-riposo, antico governatore, sotto il Re morto, del principe ereditario,
-ministro dell'interno nel primo anno del nuovo Regno e uscito poi dagli
-affari.
-
-La notizia ch'egli era stato chiamato a Corte si diffuse in città prima
-che la carrozza fosse di ritorno al Palazzo Reale.
-
-Quella sera tutte le birrarie, tutti i caffè della capitale erano pieni
-di gente e di rumore perchè nel pomeriggio la camera aveva rovesciato
-con quaranta voti di maggioranza, sopra una questione di politica
-estera, l'equivoco, impopolare gabinetto Fersen; e si sperava che S. M.
-avrebbe chiamato al potere il deputato Lemmink, capo dell'Opposizione,
-uomo di grande ingegno, di antica probità e di ferreo carattere, stato
-ancora ministro e noto per l'aspro contrasto a certe segrete debolezze
-del Re, cui il ministro Fersen, malgrado le sue velleità democratiche,
-si era sempre mostrato compiacente. Si sapeva che il generale
-Heribrand, ultra conservatore, era nemico personale del Lemmink, il
-quale una volta, da ministro, lo aveva trattato con pochi riguardi; e
-la sua chiamata a Corte dispiacque. — Si era tuttavia sicuri che egli
-avrebbe combattuto il Fersen, e sopratutto, la segreta influenza della
-principessa Vittoria di Malmöe-Ziethen, amica del Re.
-
-La principessa, francese di origine, divisa dal marito, era antipatica
-al popolo, perchè straniera, perchè s'ingeriva negli affari di Stato e
-perchè impediva il passo ad una regina. Il popolo avrebbe più presto
-perdonato al Re molti amori passeggeri che questa grande passione
-costante da tre anni. Il Re conosceva e sdegnava ciò. Egli univa un
-ingegno non comune a molta bontà di cuore; non aveva un alto concetto
-della propria corona nè della propria spada, non sentiva ambizione;
-era piuttosto poeta e artista che Re; era anzi tutto un delicato, un
-raffinato, a cui le ordinarie cure del governo pesavano, a cui piaceva
-di regnare solo per il lusso artistico di cui poteva godere, per le
-intelligenze rare di cui sapeva cingersi; e perchè convinto di essere
-amato dalla principessa Vittoria come uomo e non come Re, si compiaceva
-di possedere, quale amante, questa suprema e singolare distinzione del
-trono. Egli era tuttavia delicato e raffinato anche nella coscienza
-dei propri doveri, ciò che gli era cagione di lotte e di tristezze
-gravissime, poichè la sua nobile natura aveva una ingenita malattia
-mortale, il languore della volontà.
-
-Lo scioglimento della crisi per la quale il generale Heribrand era
-stato chiamato a Corte, poteva decidere sulle sorti del paese. Il conte
-Fersen conduceva il Regno all'alleanza con la potente patria della
-principessa di Malmöe-Ziethen e quindi, posta la situazione europea,
-alla guerra. Un Gabinetto Lemmink avrebbe significato riduzione delle
-spese militari e politica estera modesta. Tutti sapevano che il Fersen
-immediatamente dopo il voto aveva offerto le dimissioni del Gabinetto
-e posto a S. M. questo dilemma: o accettazione delle dimissioni o
-scioglimento della Camera.
-
-S. M. non aveva data una risposta definitiva e aveva conferito più
-tardi con i presidenti delle due Camere, i quali erano stati concordi
-nel consigliare un ministero Lemmink. Si sapeva pure che la principessa
-Vittoria era malata nella sua villa dell'isola Sihl. Una grande
-dimostrazione popolare era stata fatta al capo dell'opposizione, e vi
-si era gridato «abbasso la francese».
-
-La carrozza che portava Heribrand entrò nell'atrio del Palazzo Reale
-a mezzanotte, mentre una carrozzella da nolo, a un solo cavallo, ne
-usciva. Il generale dovette attendere cinque minuti nella sala degli
-aiutanti prima di esser fatto entrare nel gabinetto da lavoro del Re.
-Il gabinetto, poco spazioso ma molto alto, sta nell'angolo nord-est
-del Palazzo Reale, proprio nella torre. Ha due balconi immensi, uno
-sul mare, aperto, l'altro sulle grandi terrazze che degradano verso
-il porto militare; e ha, fra i due balconi, un caminetto di marmo nero
-dove quella sera, benchè si fosse alla metà d'aprile, ardeva il fuoco.
-Una lampada elettrica sospesa in alto illuminava meglio il palco di
-ebano scolpito, a rosoni d'argento, che la snella persona del Re, ritta
-davanti al caminetto.
-
-S. M. stese la mano al vecchio generale, che con la sua allampanata
-figura, con la sua magrezza portentosa, con i suoi lineamenti
-esagerati, pareva lo spettro di Don Chisciotte.
-
-— Caro generale — diss'egli con voce affettuosa, ma vibrante di
-emozione — mi perdoni se l'ho incomodata a quest'ora. Avevo bisogno di
-Lei.
-
-Heribrand rispose, alquanto freddo, ch'era sempre agli ordini di S. M.
-
-— Non ho bisogno di un suddito — replicò il Re, gelando alla sua volta.
-— Ho bisogno di un amico. Lei è in collera con me?
-
-Il generale protestò e S. M. lo interruppe dicendo — venga qua — gli
-prese il braccio, lo fece sedere in una delle sue poltroncine accostate
-per fianco al balcone sul mare, sedette egli stesso nell'altra e
-incominciò a parlargli della situazione. Riferì i suoi colloqui col
-ministro e coi presidenti delle due Camere, disse che sentiva di
-trovarsi di fronte all'atto più grave, probabilmente, della sua vita,
-che era atterrito dalla propria profonda perplessità; che sperava da
-Heribrand un giudizio, un consiglio sicuro, e che non aveva saputo
-aspettarlo fino all'indomani.
-
-Il generale lo ascoltò impassibile e rispose semplicemente: — Sire,
-bisogna chiamare Lemmink.
-
-Il Re si fece scuro in viso, tacque e, dopo un momento, alzatosi senza
-dir parola, si allontanò a lenti passi, andò a contemplare il fuoco
-del caminetto. Anche il generale si alzò e, girata rapidamente con
-gli occhi la stanza, guardava, fermo al suo posto, il Sovrano. Il suo
-sguardo e l'alta, leale sua fronte avevano una singolare espressione di
-gravità e di severità.
-
-— Lei non sa tutto — disse finalmente S. M., sempre pensieroso e senza
-guardare Heribrand. — Lei non sa cosa si prepara in Europa. Lei non sa
-gli impegni che abbiamo.
-
-— Sire — rispose subito il generale — se vi hanno impegni del ministero
-Fersen, sono caduti; se vi hanno impegni di V. M., mi permetto di
-chiedere rispettosamente perchè mi sia fatto l'onore d'interrogarmi.
-
-Un lampo di sdegno passò sul viso del Re.
-
-— Io non prendo impegni personali — diss'egli concitato — io sono
-fedele alla Costituzione. Lei mi doveva intendere, signor generale. Lei
-dovrebbe sapere che un governo può prendere certi impegni non formali,
-non scritti, ma che non possono lasciarsi cadere tanto facilmente.
-
-Il generale rispose che il voto della Camera aveva implicitamente
-disapprovati questi impegni.
-
-— Non mi parlate della Camera! — esclamò il Re. — Non è possibile che
-la politica estera sia fatta dalla Camera. Non si guidano cavalli mal
-sicuri per strade difficili, stando in un landau chiuso.
-
-— Non si guidano i cavalli, Sire, ma si sa dove si vuole andare e lo si
-dice al cocchiere. Il paese non vuole andare alla guerra.
-
-Il Re tacque.
-
-— Io non posso assolutamente — riprese Heribrand — dare a V. M. il
-consiglio che desidera.
-
-— Che desidero! — esclamò il Re sdegnosamente. — Che desidero! Guardi
-là quei vapore coi fanali rossi che fila adesso nel chiaro di luna.
-Là vi è un ragazzo che va a studiare l'arte a Roma con i denari miei;
-desidero esser lui! Ecco quello che desidero! Scusi, generale, Lei
-sa che Le ho sempre voluto bene, Lei è il primo cui mi rivolgo dopo i
-personaggi ufficiali, il primo a cui domando un consiglio, e mi parla
-così!
-
-Il generale esitò un momento e rispose quindi con voce sommessa, ma
-ferma:
-
-— No, Sire non sono il primo.
-
-Il Re trasalì e piantò gli occhi in faccia a Heribrand che non abbassò
-i suoi.
-
-— Che ne sa Lei? — diss'egli fieramente. Il generale allargò le braccia
-e chinò la testa come per dire: me ne rincresce, ma è inutile; lo so.
-
-— Crede Lei — riprese S. M. con voce sconnessa dall'emozione — crede
-Lei avere il diritto? Non compì la frase, ma tenne addosso al generale
-gli occhi irritati.
-
-— Nessuno ha osato mai! — diss'egli.
-
-— Sire — rispose Heribrand, rialzando il capo — la mia coscienza non è
-a disposizione di V. M., ma il mio grado e le mie decorazioni lo sono.
-
-— Questa è una risposta da scena — esclamò il Re — e non una risposta
-per me che ho una coscienza come la Sua.
-
-Il generale, pallidissimo, pregò il Re di voler piuttosto punire che
-oltraggiare un vecchio servitore sincero, e gli chiese licenza di
-ritirarsi. Il Re rifiutò con un gesto violento.
-
-— No, — diss'egli — voglio essere più generoso di Lei e mostrarle
-che vi è un'altra persona superiore alle sue insinuazioni, ai suoi
-sospetti, a tutte le bassezze di cui è pieno il mondo!
-
-Ciò detto si sbottonò il soprabito in fretta e in furia. Il generale
-porse le mani come per trattenerlo; allora il Re gli stese con impeto
-subitaneo le sue.
-
-— Ma senta! — diss'egli passando dalla collera all'affetto, — non
-mi irriti, dimentichi un momento ch'io sono il Re, mi tratti come si
-tratta un eguale, apra il Suo cuore come io sono disposto ad aprirle il
-mio! Apra il Suo cuore, ch'io senta una parola calda! Dica tutto quello
-che sospetta, tutto quello che teme, ma parli come un amico, capisce!
-Ma se io amo, merito io dunque il Suo sdegno? E mi creda, La scongiuro,
-Lei si inganna, Lei non La conosce, voglio che Lei sappia, voglio che
-lei veda! Sicuro che mi ha scritto, sicuro che mi ha consigliato! Ma
-come? Una donna che mi ama con tutta l'anima sua, è lontana da me e non
-mi manderà una parola in un giorno come questo? Ma generale, maestro
-mio, non è uomo, Lei? Non è stato giovane, Lei?
-
-E aperse le braccia al generale che, non persuaso, ma commosso,
-abbracciò il suo antico allievo.
-
-Il Re si sciolse per il primo, trasse dall'abito aperto un portafogli,
-e dal portafogli una lettera, e la porse a Heribrand.
-
-— Legga — diss'egli.
-
-Heribrand prese la lettera, ma per leggerla gli occorrevano gli
-occhiali e non gli riusciva nella commozione di trovarli, se ne
-impazientiva, ciò che fece sorridere il Re e finì di rinfrescare il
-sangue ad ambedue. Finalmente gli occhiali si trovarono ed il generale
-potè leggere questo biglietto della principessa di Malmöe-Ziethen:
-
- «_Silh, villa Victoria, le 14 avril._
-
- SIRE,
-
- «Mon oncle de Ziethen vient de m'apporter les nouvelles de la
- capitale. On va voter aujourd'hui même et ce sera l'opposition qui
- l'emportera. — On fera beaucoup de bruit pour avoir M. Lemmink aux
- affaires, mais la _velche_, c'est ainsi que dit la ville, mais
- _l'étrangère_, c'est ainsi que dit la Cour, n'en voudra pas. Ce
- n'est pas M. de Fersen qu'on renverra, c'est la Chambre.
-
- Mon Dieu, que j'ai prevu tout cela!
-
- J'en ai le coeur navré. Pas à cause de moi, j'ai trop méprisé ces
- grands artistes en méchanceté, pour qu'on me soupçonne jamais
- de faiblir devant eux. C'est à cause de Vous, Sire. Je ne me
- soucie guère de la sottise publique ni de la perfidie de quelques
- misérables; je redoute Votre coeur même, ce que j'ai de plus cher
- au monde, ce grand amour où il fait si bon de sombrer avec son âme,
- son honneur et sa vie.
-
- M. Lemmink me déteste. C'est un terrible homme, paraît-il; il
- arrive appuyé par una foule grondante, il ne ménagera pas Vos
- sentiments, il voudra m'éloigner de Vous.
-
- Oh, Sire, mais la majorité de la Chambre lui est acquise, et si ce
- n'est pas la gloire, si ce n'est pas la grandeur, c'est du moins
- le bien-être, c'est la sécurité qu'il apporte! Il faut le prendre,
- Sire. Prenez-le, faites le bonheur de Votre peuple; le mien sera de
- Vous y avoir aidé! C'est bien la tâche d'une reine et Vous n'avez
- que cette couronne à m'offrir. Je vous la demande, mon ami, le
- sourire aux lèvres.»
-
- _Victoria_»
-
-Il generale rilesse lo scritto, poi presolo fra due dita, e alzatolo
-con un lungo sospiro, con un lungo _eh_ dubitativo, lo lasciò cader
-sulla scrivania.
-
-— Cosa? — fece il Re.
-
-— Ah, Sire, — rispose Heribrand — se mio figlio mi facesse vedere una
-lettera simile, gli direi «non ci credere, è tutto falso, anche questi
-segni di lagrime fra l'ultima parola e la sottoscrizione! Non senti»
-gli direi «che artificio di stile e di chiusa, non senti che persino
-queste lagrime sono politiche? — Maestà — esclamò egli a una violenta
-interruzione del Re — a mio figlio direi così! A V. M. posso dire
-invece, e forse chi sa? accostandomi di più al vero: questa donna non
-è sincera, ma crede di esserlo, crede alle proprie frasi, s'inebria
-all'immaginazione di un sacrificio che poi V. M. non le permetterà di
-compiere; si intenerisce sopra sè stessa e queste gocce cadute così
-presso al _sourire aux lèvres_ sono propriamente lagrime. V. M. mi
-ha domandato se sono mai stato giovane; credevo sapesse che lo sono
-stato troppo. Ebbene, di tante donne che ho amate, più o meno, una sola
-sapeva di recitare la commedia, e due sole veramente non la recitavano.
-Le altre erano attrici senz'accorgersene, come la principessa. Ma poi,
-Sire, se credete in Lei, perchè non l'ascoltate? Perchè non le date
-questa corona che domanda? Se la principessa è sincera, è eroica e
-poche regine avranno fatto altrettanto per un Re e per un popolo! V.
-M. ha l'animo grande, si compiacerà di essere amato da un altro animo
-grande che non solo immagina il sacrificio, ma lo compie. Coraggio,
-Sire! Sarebbe forse stato meglio non dirle, quelle altre cose amare. V.
-M. mi ha chiesto di aprire il cuore e l'ho aperto. Mi sarò ingannato,
-crederò anch'io tutto ciecamente, ammirerò la principessa, ma si
-faccia dunque ciò che dice lei! Non si giuoca una piccola posta, qui.
-Fersen giuoca il paese a _rouge et noir_; se esce _rouge_ sarà una
-gloria sterile o quasi, e pagata cara; se esce _noir_ sarà un disastro
-immenso. Sire, se parlassi da capo a mio figlio gli direi «il tuo
-dovere è di non permettere questo giuoco».
-
-— La ringrazio — disse il Re — Lei ha detto alcune cose che io credo
-molto ingiuste, duramente ingiuste, ma è stato leale e adesso ha
-parlato col cuore. La ringrazio. Del resto non credo che Lei sia giusto
-neppure col ministero.
-
-E qui si diffuse sui possibili effetti d'una guerra fortunata, parlò
-di una grande unione politica che avrebbe potuto costituirsi intorno
-al suo trono, di un impero del Nord ch'era già l'oggetto di trattative
-segrete colla Francia. Si capiva che la sua parola tepida rifletteva
-idee altrui, le ambizioni di un ministro e d'una donna anzichè quella
-del futuro imperatore.
-
-— Sire — disse Heribrand dopo aver ascoltato rispettosamente — se non
-temessi di offendere V. M. direi un'altra cosa.
-
-— Dica.
-
-— Direi che questa non è l'ultima comunicazione della principessa.
-
-Il Re arrossì e s'imbarazzò un poco.
-
-— Lei deve aver incontrato una carrozza, venendo qua — diss'egli. — È
-per questo che adesso...
-
-— No, Sire — rispose Heribrand — non è per questo.
-
-Gli occhi suoi si fermarono sopra un punto della scrivania. Il Re
-guardò subito dove guardava il generale, e, non potendo vedere, si
-tradì.
-
-— Le è bastato un fil di seta — diss'egli, arrossendo più di prima...
-
-— Mi è bastato meno — rispose il generale con un sorriso — il filo di
-seta non c'è più come non c'è più il fiore.
-
-Il Re si avvicinò alla scrivania, vide due filuzzi di musco e una lieve
-macchia umida sul cuoio dell'impiallacciatura.
-
-— Non l'ho nascosto — replicò vivamente — entrando l'avrebbe anche
-potuto vedere.
-
-Infatti, non proprio nell'entrare ma poco dopo, girando la stanza con
-gli occhi, il generale aveva scoperto sopra una mensola, di fianco a un
-grande stipo, il lagrimatoio d'alabastro di Volterra che aveva questo
-fiore misterioso.
-
-— Ecco — disse il Re, andando a pigliare il vasetto antico.
-
-Era un'opulenta, magnifica rosa, allentata e come languente nei
-petali più esterni e chiari, appena socchiusa nel denso cuore con una
-voluttuosa espressione d'invito.
-
-— La conosco — disse Heribrand, odorando il fiore. — Amo anch'io le
-rose. È la _France_. Magnifica! Meglio allearsi a questa Francia qui
-che all'altra. L'altra ha troppe spine.
-
-Odorò il fiore, si avvicinò al Re, e gli parlò per un quarto d'ora,
-mostrando l'inopportunità dell'alleanza francese con parola chiara,
-calda, convincente.
-
-— E se pigliassi Lei, generale? — disse il Re, sentendo di piegare,
-aggrappandosi a Heribrand per non cadere a Lemmink, i cui modi rudi gli
-erano intollerabili.
-
-— No, Sire — rispose il vecchio — io sono troppo impopolare, sono
-troppo amico di tante cose passate, e poi non sarei più indulgente di
-Lemmink colle rose parlanti. Bisogna chiamare lui.
-
-— Le giuro che non sapevo il nome di quella rosa! — esclamò il Re con
-impeto — e Lei è sicuro che sia la _France_? Ci pensi!
-
-E si mise a camminare su e giù, a capo chino, dall'uscio al caminetto,
-ripetendo macchinalmente ad ogni tratto «ci pensi!» mentre il generale
-protestava di esserne sicuro. Finalmente gli si fermò davanti e gli
-stese la mano dicendo:
-
-— Credo che Lei, domani, sarà contento di me. E allora spero che sarà
-contento pure della principessa, non è vero?
-
-— La venererò, Sire — rispose Heribrand.
-
-Prese congedo.
-
-Nell'uscire gli sovvenne degli occhiali che aveva lasciati sulla
-scrivania, ritornò indietro, e nella fretta del riprenderli, urtò
-involontariamente con la manica il piccolo vaso antico che si
-capovolse lasciando cadere a terra la rosa. Il generale si chinò, con
-una esclamazione di dispiacere, a raccoglierla; e, brancicando sul
-pavimento, invece di pigliare il gambo, pigliò il fiore. Lo rimise
-a posto presso che incolume; solo un petalo, dei più aperti, n'era
-rimasto sgualcito e quasi staccato.
-
-S. M. vide tutto e non si mosse, non disse parola. Il suo sentimento
-poetico della perfezione, la sua raffinatezza femminile si offendevano
-incredibilmente di ogni goffaggine, di ogni menoma distrazione altrui.
-Gli si sarebbe guasta l'ammirazione per un uomo d'ingegno vedendogli
-scotere sul tappeto la cenere d'una sigaretta, e la più seducente
-signora avrebbe molto perduto del suo fascino, se, parlando con lui,
-si fosse versata sull'abito una goccia di thè. Quando Heribrand fu
-uscito il viso del Re si colorò di malcontento. La vista di quella
-foglia cadente, di quella rosa brancicata gli dava fastidio. Prese il
-fiore, ne trasse il bocciuolo interno e gettò il resto sulle brage del
-caminetto. Poi, ripensando al colloquio recente, quel fastidio gli si
-mescolò, nella memoria, alla figura e alla voce del generale, ne rese
-ancora più sgradite le parole severe e meno gradite le affettuose;
-tanto che sentendo crepitar la rosa sulla brage, odorandone la lieve
-fragranza resinosa diffusa in aria e vedendovi balenare sul nero
-le ultime faville, ripensò di proposito a quel caso e gli venne il
-sospetto che vi fosse stata intenzione. Lo cacciò subito, era un
-sospetto troppo ignobile; ma gliene rimase questa spiacevole idea che
-la sbadataggine del generale fosse stata offensiva. E in pari tempo,
-questo intenso desiderio sorse nel suo cuore: oh se fosse venuta lei
-invece di mandar la rosa, se entrasse adesso, se l'avessi qui, almeno
-fino a giorno, prima di pensare alla politica!
-
-Si strinse poi sulle labbra un foglietto, la lettera venuta col fiore;
-sulle labbra, sul cuore, sulla fronte, come per illuminarsi la mente
-con l'amore; poi sulle labbra ancora, più forte di prima. Il sottile
-profumo della carta, l'odor di mughetto caro alla principessa lo faceva
-palpitar di passione, gli annebbiava il cervello. Mise un profondo
-sospiro come in cerca d'aria e di vita e rilesse la lettera che diceva:
-
-«C'est arrivé, donc! Du courage, Sire, faites votre devoir; ce sont vos
-amours qui Vous en supplient. Je souffre, mon ami, car je t'aime comme
-une folle et je voudrais venir me jeter dans tes bras. Je ne viendrai
-point, jamais je ne saurais m'en arracher! Je t'envoie une rose pour le
-vase d'albâtre, tu sais, pour le charmant petit vase aux larmes, qui
-lui convient. Elle en a eu, de larmes. Et de baisers, donc! Elle est
-heureuse, pourtant, de passer la nuit avec toi et de mourir demain.
-
-«Adieu, Sire. Si Votre choix est arrêté, faites-le-moi connaître bien
-vite. N'éteignez pas de la nuit Votre lampe; je comprendrai que M.
-Lemmink sera ministre. Je la vois de ma chambre, Votre lampe, à l'aide
-d'un binocle. C'est mon étoile, elle n'aura jamais été si pure, si
-haute!
-
- _Victoria._
-
-L'odor di mughetto gli aveva ridato nella fantasia il corpo della
-principessa e queste paroline scritte in fretta, a grandi tratti
-impetuosi, tutte inclinate come da un soffio di passione, gliene
-ridavano l'anima. Già inebriato, si sentì nella coscienza domandar
-debolmente se non fosse male di lasciarsi trasportare così, di
-smarrire, in un desiderio di amore, ogni calma e ogni forza quando più
-ne aveva bisogno. Si rispose ch'era dolce perdersi a quel modo, che
-forse l'amore lo avrebbe ispirato meglio; e fece tacere con un colpo di
-volontà, la debole voce molesta.
-
-Adesso fu nel ritratto di lei che volle affissarsi, negli occhi pieni
-di dolcezza e di fierezza che lo guardavano da quel noto viso, più
-signorile e delicato che bello, chiuso nel capriccioso disordine
-d'un velo nero. Quindi, sentendosi ardere, aperse il balcone a mare
-e uscì fuori nel vento rigido, nel fracasso cupo, misurato delle
-onde che si rovesciavano sulla scogliera. La luna era nascosta fra
-le nuvole; però l'isola Sihl si vedeva benissimo, nera, a breve
-distanza. Il vento freddo ristorò un poco il Re, ma le tenebre, per
-la loro virtù demoniaca di oscurar nell'uomo il sentimento del futuro
-e di esaltargli i desideri amorosi, cospiravano coll'isola Sihl. In
-quel luogo, in quell'ora le combinazioni politiche parevano al Re
-niente, e l'amore tutto. Dopo cinque minuti rientrò nel gabinetto,
-si giustificò, per parere onesto a sè stesso, di ciò che stava per
-fare sfiorando rapidamente col pensiero gli argomenti malfermi che ne
-aveva, gl'impegni del ministro, l'impero del Nord, e, posto un dito sul
-bottone elettrico, senza voler più riflettere, spinse.
-
-Era il tocco e cinquanta minuti. La cameriera della principessa di
-Malmöe-Ziethen avvertì subito la sua signora che alla finestra dello
-studio di S. M. non si vedeva più lume. La principessa balzò dal
-letto, afferrò il cannocchiale che l'altra le porgeva e spalancò le
-invetriate. L'appartamento reale non aveva più che undici finestre
-illuminate delle solite dodici; la dodicesima, quella della torre
-d'angolo, era oscura. Vittoria abbracciò la ragazza, guardò ancora col
-cannocchiale, lo gettò da sè, ritornò palpitando a letto, felice; e,
-mentre colei chiudeva stupefatta la finestra, le domandò se avrebbe
-paura d'una gran guerra vicina.
-
-Dodici ore dopo, la _Gazzetta ufficiale_ pubblicò il decreto di
-scioglimento della Camera, controfirmato dal conte di Fersen.
-
-
-
-
-Il testamento dell'orbo da Rettorgole
-
-
-La storia che segue mi fu raccontata dal mio amico M.
-
-«Nel 1872 — mi diss'egli — ero praticante presso il notaio X. di
-Vicenza. Una mattina di agosto, verso le dieci capitò nello studio
-un contadino di Rettorgole e pregò il notaio di andar con lui a
-raccogliere le ultime disposizioni di suo padre, che stava, secondo
-si espresse «mal da morte.» Il notaio volle che io lo accompagnassi e
-partimmo ammucchiati tutti e tre in un misero biroccino senza cuscini,
-saltando, al trotto sgangherato d'una vecchia rozza, sopra un sedile
-molto amaro per due notai magri e avvezzi a due poltrone eccellenti. X.
-aveva il muso lungo e brontolava maledizioni ad ogni scossa, io fremevo
-pure, e il contadino imperterrito ci descriveva la malattia del padre,
-un tal Matteo Cucco, detto l'Orbo da Rettorgole, perchè aveva un occhio
-solo «El ghe vede pi elo, sior, con quell'ocio solo — disse l'afflitto
-e rispettoso figlio — co no fa nualtri tre con sìe.» Non molto fuori
-della città lasciammo la strada maestra e ci cacciammo in un pantano
-secco di stradicciuola affondata nei campi, dove il biroccino saltava
-peggio che mai. Per fortuna si arrivò presto alla meta, una misera
-casaccia piantata nel fango dove son le abitazioni del maiale e della
-gente, in una mota puzzolenta; appoggiata dall'altra parte a un gran
-fienile, a un portico arioso e asciutto. X. e io stavamo per entrare
-in cucina, ma il nostro conduttore ci avvertì che l'ammalato non era
-in casa. Il caldo e il puzzo erano tali nella sua camera che avevan
-dovuto portarlo sul fienile. Sul fienile, adesso, bisognava salirci dal
-portico con una scala a piuoli. X. andò sulle furie. Tempestava che mai
-non gli era toccato un caso simile, che mai non avrebbe salita quella
-scala. Voleva tornar subito in città. Intanto il contadino teneva la
-scala ripetendo ch'era ben ferma e salda; e, sul fienile, un altro
-suo simile accorso al rumore l'aveva abbrancata anche lui e aiutava
-pure con la voce: «El vegna, sior! nol gai paura, sior! La xe franca,
-sior!» Neppur io, che odio la ginnastica e l'alpinismo, ci avevo tutti
-i gusti a quell'ascensione aerea; ma insomma un certo sentimento del
-dovere misto a una certa curiosità, a una certa voglia di raccontar
-poi l'avventura, mi vinse. Salii con grande prudenza e, quando fui
-al sicuro, persuasi X. di salirvi anche lui. Lassù bisognava poi
-guardar bene dove si mettevano i piedi, per non sprofondare. Trovammo
-un giaciglio miserabile, sucido, e distesovi sopra un vecchio calvo,
-smunto, dalla faccie ossuta e gialla, con un occhio chiuso e l'altro
-semispento. Respirava con stento, ma non pareva però agonizzante. Aveva
-due uomini accanto, uno a sinistra e l'altro a destra; due faccie rase,
-magre, astute. Uno teneva in mano una frasca e cacciava le mosche dal
-viso del moribondo, l'altro gli andava ficcando nella bocca sdentata
-pezzetti di pane secco e pezzetti di formaggio. — Magnè, pare — diceva
-— magnè, pare.» Più discosto, seduta sul fieno, una vecchia si teneva
-il viso fra le mani. Da un'altra parte alcuni contadini, evidentemente
-i testimoni, discorrevano fra loro sotto voce. Non mancava il tavolino,
-nè il calamaio, nè la sedia. Ci fu detto subito che l'ammalato aveva
-fatte le sue devozioni il giorno prima, che non parlava più, ma che
-capiva tutto e poteva far segni. In queste condizioni X. non voleva
-saperne di stendere il testamento. Si tentò una prova. «Pare! — gridò
-curvo sul morente colui che gli somministrava il pane e il formaggio,
-— me lo lassèu a mi el porco?» Il vecchio accennò col capo di no.
-«Ghe lo lassèu qua a Tita?» Il vecchio accennò di sì. «E la tera de
-Polegge a chi ghe la lassèu?» Il vecchio guardò l'uomo che era venuto
-a prenderci. «A Gigio, no xe vero?» Il vecchio accennò di sì. «Vedelo,
-sior, s'el capisse tutto» conchiuse, non a torto, l'interrogatore
-volgendosi a X.
-
-Questi volle tuttavia chiederne alla moglie dell'ammalato, la vecchia
-che piangeva accoccolata sul fieno. Ella confermò, con una subita
-parlantina, che Matteo era nel pieno possesso della sua mente, che solo
-mezz'ora prima s'era fatto intendere di non volere, contro il consiglio
-del veterinario, lasciar salassare un bue. Disse poi, quanto al
-testamento, che conosceva da un pezzo le intenzioni del marito. Questo
-lo disse con grande agitazione e commozione. Pareva una buona donna;
-nessuno avrebbe sospettato che volesse ingannar il notaio. Infatti
-questi chiese a lei le informazioni opportune sugli eredi legittimi e
-sul patrimonio. V'erano soltanto tre figli maschi, tutti presenti. Il
-patrimonio, molto superiore a quanto si poteva immaginare da quelle
-apparenze, comprendeva una ventina d'ettari di buon terreno, parte a
-Polegge, parte a Rettorgole, un'altra casa a Bertersinella, parecchi
-animali, parecchi generi ancora invenduti. Quanto la vecchia disse fu
-confermato dai figli e dai testimoni. Il notaio avrebbe desiderato
-che si suggerisse al vecchio una disposizione sommaria, almeno un
-riparto della sostanza per quote. Non fu possibile. Moglie, figli e
-testimoni osservavano che la volontà fissa dell'uomo era d'assegnare
-specificatamente certi dati enti a ciascuno de' suoi figliuoli. Fra i
-testimoni v'era un vecchiotto alquanto rincivilito che offerse tabacco
-al notaio e parlandogli con un sorriso pieno di compatimento per
-l'ignoranza degli altri contadini e di soddisfazione per la propria
-sapienza, lo rassicurò, prima ancora che la questione fosse sollevata,
-sulla misura delle quote, rispetto alla legittima. «Matìo xe fin,»
-diss'egli. Allora X. si pose a interrogare il vecchio e io mi posi a
-scrivere sotto la sua dettatura. Così, a forza d'interrogazioni e di
-segni, le case, i campi, i buoi, il cavalluccio, il maiale, persino il
-biroccino infame, tutto passò per la mia penna a beneficio di Gigio,
-di Tita e di Checco, i tre figli del testatore. «E vostra moglie? —
-gridò X. — Non volete lasciar qualche cosa a vostra moglie?» Il vecchio
-accennò di no, e tutti, compresa la moglie, confermarono che questa era
-la sua conosciuta volontà. «Bene — brontolò X. — a questo provvede la
-legge. Per questo ci rimetteremo alla legge.» «Sior, — disse la vecchia
-stoica — mi no intendo che me gai da tocar gnente. La fame la go patia
-prima e la patirò anca dopo.» Il mio principale non le diede retta e si
-dispose a leggere il testamento ad alta voce. Io gli cedetti il posto
-e stavo guardando, mentre X. leggeva, un bel gallo orgoglioso saltato
-su dal portico sull'orlo del fienile. Udii qualche cosa, mi voltai e mi
-vidi incontro una giovane contadina con un lattante in braccio, rossa,
-scarmigliata, ansante. «Cossa fali qua, eli? — mi diss'ella piantandomi
-in viso due occhi sfolgoranti. — Me sassìneli mi e la me creatura?»
-Successe un trambusto, la vecchia si alzò in piedi, i suoi figli si
-slanciarono contro la nuova venuta. X. balzò pure in piedi e impose a
-tutti di non muoversi. «Chi è questa donna?» diss'egli imperiosamente.
-Fu la madre che rispose: «Ghe lo dirò mi, sior, chi la xe. Nostra fiola
-la xe, intendelo. Ma a ela, intendelo, no ghe va gnente, no ghe va.
-So pare el ghi n'a dà anca massa, el ghi n'a dà. A no so...» «Anca vu,
-mare! — interruppe la giovane amaramente. — Pazienza me fradei che i xe
-sempre stà cani con mi; ma vu? Cossa sonti mi? no son del vastro sangue
-mi, ca me gabiè da tradir anca vu? Cossa podìo dir, vu de mi? Cossa
-podìo dir de me marìo?» «Basta, basta, basta! — gridò X. stracciando il
-testamento. — Vergognatevi tutti quanti! E chi apre il becco lo faccio
-andar in galera!»
-
-I testimoni erano lividi di spavento, i figli erano lividi di rabbia,
-la madre e la figlia si guardavano minacciose in viso; ma nessuno
-proferì più parola mentre X. furibondo andava stracciando la carta in
-minuti pezzi. A un tratto la giovine si scosse, e, senza che alcuno
-osasse trattenerla, andò dritta al morente, gli posò accanto la sua
-creatura.
-
-«Pare — gridò ruvidamente — s'a voli ca mora de fame mi, morirò; ma
-lassèghe na feta de polenta a questo chive!» Il vecchio, non potendo
-fare altro segno ostile, chiuse il solo occhio che aveva. Mai non
-dimenticherò il guanciale con le due teste, la testa bionda del bambino
-color di latte, ridente dalle iridi azzurre alla madre, la testa calva
-del vecchione arcigno, scura nell'ombra della morte. L'idea sinistra
-che la Potestà delle Tenebre si aggravava su quel guanciale e stava
-pigliando per sè una delle due anime, mi fece rabbrividire. Anche X.
-guardava attonito ciò che mi pareva uno scherzo mostruoso del destino.
-In quel punto ecco il prete, un buon uomo semplice che conosco. Vide il
-bambino sul letto, capì male, si fece ilare in viso, «Oh bene, bene —
-diss'egli — Dio sia lodato.» Il bambino si mise a piangere e sua madre
-fece l'atto di riprenderselo, ma Don Rocco non lo permise. «Lasciate,
-lasciate, — disse pigliando il polso dell'infermo. — Lasciatelo morire
-con un angioletto a lato. Oramai ci siamo.» E si mise a recitar le
-preghiere degli agonizzanti. X. poco amante di simili spettacoli,
-preferì la scala a piuoli. Nessuno si mosse per aiutarlo e perciò
-dovetti seguirlo io: ma, prima di partire a piedi con lui, tornai su,
-curioso come mi conosci, un momento. Figli e testimoni erano spariti,
-non so da qual parte. La giovine madre, ripreso il bambino piangente,
-non si occupava che di chetarlo con baci e carezze, come s'egli
-solo meritasse attenzione da lei. La vecchia, fedele fino all'ultimo
-all'uomo del quale aveva divise e servite le passioni con una specie di
-devozione selvaggia, pregava inginocchiata al suo letto.
-
-Camminando poi attraverso campi di rigoglioso, lucente granturco,
-attraverso prati floridi, lungo filari di grandi ontani allacciati da
-festoni di viti dove l'uva già nereggiava, pensavo perchè mai tanta
-bellezza innocente di natura, tanto fiore di vita, tanta benedizione di
-frutti avessero ad alimentare nel cuore umano le cupidigie più bieche,
-gli odii più esecrandi. «Non la intendo — conchiuse l'amico M. — Vi
-dev'essere qualche sbaglio nel sistema che gli uomini hanno ideato per
-servirsi di tanta grazia di Dio.»
-
-«Lo temo anch'io — dissi. — Temo che vi sia un vizio radicale di
-egoismo. Ma lasciamo fare al Padrone della terra e degli uomini che ci
-troverà bene il rimedio.»
-
-
-
-
-Il Folletto nello specchio
-
-(_Fiaba per Maria_).
-
-
-Viveva una volta a Milano, a pochi passi dalla Galleria De Cristoforis,
-una vecchia dama, la contessa X. molto ricca e molto brutta, a cui
-piaceva assai di tenere società; e siccome aveva un ottimo cuoco, la
-società non le mancava mai. Una sera vi erano undici visitatori nel
-suo salotto; una giovane vedova, una signora inglese, un consigliere
-d'appello, un grosso generale, un sottile tenente del genio, un
-zazzeruto maestro di musica e un poeta pelato, celebri ambedue, e
-quattro giovinotti eleganti, occupatissimi di far niente.
-
-Caduto il discorso sull'eterno paragone fra la vanità degli uomini
-e la vanità delle donne, la maggioranza fu d'avviso che il sesso
-più vanitoso fosse il mascolino; ma quando la padrona di casa, per
-darne un esempio, sentenziò che non v'era uomo, per quanto vecchio
-e serio, capace di passare davanti a uno specchio senza dare almeno
-una sbirciatina alla propria seducente immagine, gli uomini celebri,
-il consigliere, il grosso generale protestarono che questo non era
-vero e che la vanità mascolina si manifestava in altri modi. Tosto
-due brevi sottili risatine trillarono in aria. Ciascuno credette che
-avesse riso la vedova, e la vedova credette che avesse riso l'inglese,
-l'altra signora. Invece chi rise fu un diavolino di quelli che girano
-intorno alla gente per far dire bugie e commettere peccati di vanità.
-Il discorso morì lì, anche perchè suonava mezzanotte. Le due signore
-si alzarono e la padrona di casa invitò molto amabilmente tutta la
-compagnia a pranzo per l'indomani alle sei.
-
-All'indomani, che fu una giornata gaia e calda di aprile, gl'invitati
-si recarono al pranzo, le signore in carrozza, gli uomini a piedi,
-ciascuno per proprio conto. Il consigliere e il generale abitavano in
-via Alessandro Manzoni; degli altri chi in via del Monte, chi in via S.
-Andrea, chi in Borgo Spesso, chi in Borgo Nuovo. Insomma ciascuno passò
-per la Galleria De Cristoforis e benchè vi passassero tutti fra le
-cinque e tre quarti e le sei, il caso volle che non si accompagnassero
-fra loro, neppure in due. Tu sai che la Galleria De Cristoforis ha
-due bracci ad angolo retto e che uno specchio è infitto nel canto
-che la gente rade svoltando dall'uno nell'altro braccio, in faccia
-alla birraria Trenk. Dietro a questo specchio si insinuò il maligno
-spirito e stette aspettando gl'invitati per un suo diabolico scherzo.
-Passa, per il primo, il generale, si guarda nello specchio con la coda
-dell'occhio, e si vede raccapricciando, una macchia d'inchiostro sulla
-guancia sinistra. Mancavano cinque minuti alle sei, non c'era più il
-tempo di ritornare a casa. Il generale affretta il passo tenendosi il
-fazzoletto sul viso, e appena entrato nell'anticamera della contessa,
-chiede al domestico una salvietta e un po' d'acqua. Il domestico lo
-introdusse in una camera da letto e stava versandogli l'acqua nel
-catino, quando fu da capo suonato all'uscio. Ecco il consigliere che
-entra tenendosi il fazzoletto sulla guancia sinistra e dice: — Presto,
-per carità, una salvietta e dell'acqua. — Il domestico lo conduce in
-un'altra camera da letto e gli versa l'acqua. Si suona; è il tenente
-che si tiene una mano sul viso e dice: — Mi rincresce, ho dei guanti
-che lasciano il colore; avete dell'acqua? — Il domestico si meraviglia
-molto e lo conduce in una terza camera da letto. Quarta scampanellata;
-è il maestro di musica, che dice brusco: — Dell'acqua! Conducimi in
-camera. — Signore, — risponde duro duro il cameriere — ci sono già
-tre signori che si lavano in tre camere e di libera non c'è più che la
-camera della contessa. Se crede Le porto qua l'acqua e una salvietta. —
-Porta — risponde il maestro. Il cameriere va, ritorna con l'acqua e la
-salvietta. Colui si frega il viso, e guarda se la salvietta n'è sudicia
-e siccome la salvietta è sempre pulita, frega e guarda, frega e guarda,
-rifrega come un disperato. Ancora un colpo di campanello. Ecco il
-poeta celebre che vede l'amico stropicciarsi e dice: — Bravo. Oh bella,
-occorre anche a me. — Son pulito? — gli chiede l'altro mostrandogli la
-faccia. — Perfettamente. Il maestro, felice, entra dalla contessa dove
-trova il generale e le altre signore. Poi suonano, uno dopo l'altro,
-tre dei giovinotti eleganti e ciascuno vuole acqua salvietta e anche
-sapone. Il domestico si trattiene a grande stento dal ridere e non sa
-più dove battere il capo. Gli mancano salviette, deve chiederne alla
-guardarobiera, corre da lei; la guardarobiera si arrabbia; intanto
-suonano all'uscio e nessuno apre; suona anche la contessa perchè vadano
-ad aprire, torna a suonare e nessuno si muove; esce lei e chiama la sua
-gente. Allora il quarto giovinotto che aspettava fuori dall'uscio con
-l'idea egli pure d'avere uno sgorbio sul viso, udendo la voce della
-dama, e, temendo incontrarla nell'anticamera, si bagna il fazzoletto
-nella saliva e assicuratosi che nessuno gli vede fare questa porcheria,
-si frega la guancia sinistra a più potere, come gli altri. Finalmente
-tutti gl'invitati si raccolgono in sala e la contessa, che intanto ha
-potuto saper qualche cosa dal domestico, dice sorridendo: — Cos'avete
-fatto, caro generale, a quella guancia che siete così rosso? — Subito
-gli altri personaggi mascolini pensando aver pure una guancia rossa,
-si recano per istinto la mano al viso; la contessa ride; ride uno
-dei giovinotti, un secondo, un terzo, scoppia una risata generale; la
-contessa, poichè il ghiaccio è rotto, racconta il caso alle due signore
-e tutte voglion sapere il come di questa epidemia straordinaria.
-
-— Per conto mio — rispose il poeta — convien dire che un'amica
-d'infanzia, la duchessa Y. una vera sorella per me, abbia oggi mangiato
-del carbone perchè prima di venir qua fui ad incontrarla alla stazione
-e mi ha dato un bacio proprio qui sulla guancia sinistra.
-
-— Io invece — disse il consigliere d'appello, — credo di essermi
-macchiato con la tintura del ministro B. che oggi è a Milano e mi ha
-fatto chiamare per un affare importantissimo. Siamo amiconi, e lui,
-scherzando, mi ha preso una guancia fra l'indice e il medio. Siccome si
-tinge, è facilissimo che avesse le dita sudicie.
-
-— Quanto a me — disse il tenente, dimenticando la storia dei guanti che
-lasciano il colore, — promisi un acquarello a Sarah Bernhardt, e ci ho
-lavorato fino all'ultimo perchè le preme assai. Certo mi sarò spruzzato
-dell'inchiostro della China sul viso.
-
-— Io — disse a sua volta il maestro di musica — uscivo di casa quando
-mi è venuta una idea per il preludio del mio quarto atto. Sa, un lampo
-elettrico proprio. Lo dico perchè non ne ho merito; le buone idee mi
-vengono così, misteriosamente. Sono corso a buttar giù otto battute, e
-certo, nella foga dello scrivere, mi sarò sgorbiata la faccia.
-
-— Ecco — disse il generale, che aveva passata la sessantina. —
-Io faccio molta ginnastica ogni giorno. Oggi alle cinque ho fatto
-parecchie elevazioni con gli anelli. Può essere che uno degli anelli
-non fosse pulito e che mi abbia sfiorato il viso.
-
-— Non so davvero come ciò abbia potuto succedermi — disse uno dei
-giovinotti eleganti. — Proprio oggi, mezz'ora fa, ho adoperato il
-_Shetland-soap_, una novità inglese che ho fatto venire io da Londra e
-che forse nessuno a Milano conosce!
-
-— Come, come? — esclamarono due de' suoi colleghi. — Se io l'ho da
-ieri! — Se io l'ho da ier l'altro!
-
-— Allora — replicò il primo, — sarà certo un difetto dello
-_Shetland-soap_.
-
-— Ma no — esclamò il quarto, quello che aveva fatto pulizia fuori
-dell'uscio. — L'ho anch'io e non credo d'esser macchiato, guardatemi.
-
-— Ma, signori — osserva la contessa, — voi altri mi dite: sarà stato
-il sapone, sarà stato l'inchiostro di China, sarà stato questo, sarà
-stato quello. Vorrei un po' sapere, adesso, come abbiate fatto ad
-accorgervene di queste macchie sul viso, e come non ve ne siate accorti
-che fuori di casa!
-
-Vi fu un silenzio lunghetto.
-
-— Un amico... — incominciò il poeta con imbarazzo; ma il generale si
-decise nello stesso momento, a rispondere francamente:
-
-— Diciamola! Per parte mia Le confesso, contessa, che mi son guardato
-nello specchio della Galleria De Cristoforis.
-
-— Oh bella! — Oh diavolo! — Oh perbacco! — esclamarono
-involontariamente il maestro di musica, il tenente ed uno dei
-giovinotti eleganti.
-
-— Oh, oh! — fecero allora alla loro volta le signore indovinando; e
-costrinsero quei tre a confessare che anche loro si erano guardati
-nello specchio: poi le signore e i quattro rei confessi diedero addosso
-con un gran baccano agli altri per far confessare anche loro, e tutti,
-salvo il poeta che si ostinò col suo amico, finirono col metter fuori
-quel maledetto specchio della Galleria.
-
-— Dite _benedetto_, signori, — osservò ridendo la contessa — perchè
-capisco che se non c'era lui mi capitavate in una bella figura.
-
-— Pur troppo — rispose il generale — lo domandi a Federico.
-
-Federico, il cameriere, entrò in quel punto ad annunciare il pranzo.
-
-— Non è vero, Federico — gli disse il generale, — che avevo il viso
-conciato bene? Io e anche gli altri, non è vero?
-
-— Per verità rispose Federico, — del signor generale, del signor
-consigliere e del signor tenente non lo posso dire perchè tenevano
-la faccia coperta, ma gli altri signori ho veduto benissimo che non
-avevano niente.
-
-Tutti protestarono e il cameriere tenne fermo, lasciando intendere che
-sospettava la stessa cosa del generale e del tenente.
-
-— Come, come? — esclamò la contessa. — Questa è magìa! Non si va a
-pranzo se non si scopre questo mistero!
-
-— Il tavolino, contessa! — disse la signora inglese ch'era spiritista
-e faceva spesso delle esperienze con la padrona di casa. — Bisogna
-interrogare il tavolino.
-
-Detto fatto, fu portato il piccolo tavolino che si mise subito a
-girare, scricchiolando tutto come se ridesse; e interrogato sul dove,
-sul come e sul quando delle famose macchie, debitamente rispose:
-
- _Ogni specchio è casa mia,_
- _Son le macchie mia bugia._
- _Tutte l'altre son bugie_
- _Delle loro signorie._
-
- IL FOLLETTINO DELLA GALLERIA.
-
-I signori uomini non attesero che finisse e si diedero a schiamazzare:
-— A tavola! A tavola! Presto! Presto! Storie! Fandonie! A tavola!
-A tavola! — E, portando seco le signore che ridevano come pazze di
-loro e sopratutto del poeta, della sua duchessa e del suo amico, si
-precipitarono nella sala da pranzo come un uragano.
-
-
-
-
-Màlgari
-
-
-Molti e molti secoli fa, un gran vecchio poeta e Re di un paese
-lontano, cantò sulla riva del mare un magnifico poema, s'intenerì del
-proprio canto sino a piangerne; e le sue lagrime, cadendo nell'Oceano,
-vi diventarono perle. Trecento anni or sono fu pescata la più superba
-di queste perle, che aveva la forma d'un cuore; e il Doge di Venezia
-la regalò a S. E. Contarina Contarini, moglie di un _Cao_ della
-Repubblica. La Contarini, bella, ricca, virtuosa, non era felice. Aveva
-perduto nel terzo anno del suo matrimonio l'unica bambina; e siccome
-quando incomincia questa storia forse più vera che verosimile erano
-passati dodici anni dal giorno della sventura, nè lei nè suo marito
-osavano più sperare che il buon Dio mandasse loro un'altra creaturina
-in luogo della morta.
-
-Un giorno mentre Contarina scendeva dalla sua gondola in campo S.
-Zanipolo per andare alla predica, una povera donna che aveva seco due
-bambini cenciosi e sparuti le chiese piangendo l'elemosina. Contarina
-le diede uno zecchino e la povera donna esclamò piena di gratitudine
-«Dio La benedica, Eccellenza, Lei e le sue creature! La Madonna Le
-dia allegrezza». La dama si turbò ed entrò a S. Zanipolo dove un frate
-predicava sulla educazione e stava raccontando all'uditorio la storia
-di Cornelia Romana che disse de' suoi figliuoli «ecco i miei gioielli».
-Contarina pensò allora: ah se invece della perla che m'ha donato il
-Doge avessi ancora la mia bambina! Dopo la predica, ritornando in
-gondola al suo palazzo della Madonna dell'Orto, Contarina si addormentò
-e udì in sogno una voce che le disse queste parole incomprensibili
-«se non la vuoi perdere, guardati dalla poesia e dalla musica».
-Ella si svegliò subito assai meravigliata di un tal sogno, piena
-d'inquietudine. Scendendo al suo palazzo udì un gran chiasso, un gran
-litigare dei domestici. Le vennero incontro parlando tutti insieme, e
-Contarina potè a stento intendere che si accusavano a vicenda di aver
-lasciata aperta la porta della calle, poichè qualcuno doveva esser
-entrato di furto con una creatura che si era poi udita gemere, e si era
-trovata sola soletta proprio nella camera di Sua Eccellenza e proprio
-nella culla d'argento vuota da dodici anni. Contarina mise un grido e
-respingendo tutti col gesto si slanciò nella sua camera.
-
- *
- * *
-
-Trovò infatti nella culla d'argento una bambina bianca come
-l'alabastro, con due occhioni color di mare, che subito cessò di gemere
-e le stese le sue manine. Contarina corse allo stipo dei gioielli; era
-aperto, e la famosa perla del Doge, scomparsa. Ella intese allora che
-Dio aveva veduto il suo pensiero di S. Zanipolo ed esaudito il voto
-della mendicante. Folle di gioia, vestì subito la piccina con le vesti
-della sua dolce morta e mandò a chiamare il marito cui raccontò ogni
-cosa, l'augurio, il pensiero e il miracolo. Sua Eccellenza Giovanni
-Contarini rispose che probabilmente un ladro aveva rubata la perla e
-lasciata la bambina, ma che vedendo lei così felice, egli era contento
-di tenersi la piccina per figliuola. Era il giorno di Santa Margherita
-e le fu imposto il nome di Margherita che vuol dire perla, ma lei,
-quando cominciò a parlare, invece di dire «Margherita» diceva sempre
-Màlgari e tutti finirono con chiamarla così.
-
- *
- * *
-
-Màlgari crebbe rapidamente e sarebbe stata la più bella bambina di
-Venezia senza quel suo pallore straordinario. I domestici di casa
-Contarini e le dame invidiose di Venezia volevano per forza che fosse
-sangue vile di zingari o di ladri; ma ell'aveva un viso così nobile e
-gentile, una voce così soave ch'era ridicolo di affermare tal cosa.
-
-Vivacissima di sentire, era molto gaia, scherzava, giuocava tutto il
-giorno, rideva spesso d'un suo breve riso argentino, a trilli; ma se
-udiva una maldicenza, una parola incivile o triviale, se vedeva un
-atto malvagio o villano, se le raccontavano dolori o tristizie della
-gente; se qualchevolta suo padre e sua madre altercavano insieme, e,
-sopratutto, se si accorgeva di una menzogna detta in sua presenza, si
-chiudeva tosto in una grave, silenziosa malinconia. Aveva quattro anni
-quando, una notte d'estate, passò per il rio della Madonna dell'Orto
-qualcuno che cantava accompagnandosi con la chitarra. Màlgari, che
-dormiva con sua madre, si svegliò, scivolò dal letto, vi rimase fino
-a che potè udire la voce che si perdeva verso S. Alvise, e cadde poi
-svenuta sul pavimento.
-
-Quando rinvenne, nel letto di sua madre, la supplicò di lasciarla
-ritornare alla finestra, di farle udire ancora quel suono e quel canto.
-Poi assalita da una febbre ardente, delirò per tre giorni e tre notti,
-tornando sempre a questo punto che la chiamavano, che doveva partire,
-che lei non era veneziana, che aveva udito una voce del suo paese;
-e abbracciava la povera desolata Contarina dicendole: «Mamma, mamma,
-conducimi via!» Allora Contarina, ricordandosi delle parole udite in
-sogno e pensando che a Venezia sarebbe stato impossibile tener Màlgari
-lontana dalla musica, se non dalla poesia, propose al marito di partir
-per la sua isoletta di Syra nell'Arcipelago greco, dove aveva un
-palazzo che sorgeva fra boschi di ulivi, di aranci e di lauri a guardar
-il mare. L'isola non era abitata che dai coloni e dai giardinieri di
-Contarina. Sua Eccellenza Contarini rispose ch'era una pazzia e ch'egli
-non poteva spiantarsi da Venezia. Contarina si ostinò e partì sola con
-Màlgari.
-
- *
- * *
-
-Tutti gli abitanti di Syra ebbero subito assoluto divieto di tenere
-strumenti di musica e di cantare. Contarina proibì persino di suonar
-le campane della chiesa perchè la sera stessa del suo arrivo all'Ave
-Maria, Màlgari si era tutta rimescolata udendole suonare nella
-solitudine, tra il fragore del vento e delle onde. Non per questo la
-bambina riebbe l'umor lieto di prima. Giuocava di rado, adesso, e non
-rideva quasi mai; era però contenta di trovarsi proprio in mezzo al
-mare e passava lunghe ore sul lido ad ascoltar la gran voce dell'Egeo.
-
-Avanzando negli anni diventò avida di letture e fece lunghe dimore
-nella biblioteca del palazzo, dove una volta sua madre la trovò a
-leggere il Tasso, con gli occhi scintillanti, con il polso e il calor
-febbrile, ebbra di quella poesia. Perciò Contarina fece togliere dalla
-biblioteca e bruciare tutti i libri di versi. Sua Eccellenza Contarini
-non veniva a Syra che una o due volte l'anno nè vi si tratteneva più
-di tre giorni. Egli era irritato, sulle prime, di ciò che chiamava
-la pazzia di sua moglie; poi vi si abituò. Màlgari si affliggeva
-segretamente di veder che suo padre e sua madre non si amavano più
-e aveva pregato più volte quest'ultima di ricondurla al padre, non
-sapendo il segreto della propria origine e della fuga da Venezia che
-ella attribuiva a quel suo capriccio infantile di bambina malata. Ma
-sua madre l'avea sempre supplicata, prima con baci e carezze, poi con
-lagrime, di non insistere.
-
-Màlgari era sui tredici anni quando una cameriera cacciata le disse,
-per vendetta, come ella fosse entrata in casa Contarini; per mano dei
-ladri e di zingari. Màlgari gelò, diventò ben più bianca d'una perla,
-rispose a colei «vi perdono» e andò da sua madre, volle, colla fermezza
-severa d'una piccola regina, conoscere da lei la propria storia.
-Contarina le raccontò tremando il miracolo, e, il bel viso pallido di
-Màlgari si trasfigurò come se vi salisse dentro una luce di alba. «Sì,
-mamma» diss'ella «sento che non sono la zingara, che son la perla; ma
-non bisogna dirlo nemmanco all'aria che non m'ingiallisca, nemmanco al
-mare che non mi prenda. Ora spiegami perchè non vuoi che nessuno qui
-suoni nè canti e perchè non mi hai più lasciato leggere quel libro così
-dolce.» Contarina si schermì dal rispondere a queste domande, e Màlgari
-non insistette. Si accontentò di sussurrar nell'orecchio a sua madre,
-abbracciandola: «vorrei ritornare a Venezia».
-
- *
- * *
-
-Quella sera stessa la giovinetta discese al mare in un recondito seno
-chiuso fra due scogli neri dove l'onda si addormenta sulla sabbia fine
-e lucente, e grandi pini ad ombrello, levandosi sopra le macchie di
-Lauri, cantano ad ogni fiato di vento che passa in alto. Parve Màlgari
-non aver mai amato tanto il mare. Si lasciò cader sulla sabbia, si
-distese lungo l'umido confine dell'onda, se ne fece lambire dai piedi
-ai capelli, e l'onda era così tepida, molle, amorosa, che Màlgari
-parlò con lei, piano piano, figurandosi la sua vita antica di perla,
-aprendo il suo cuore, domandando all'acque materne quella dolcezza
-che aveva sentita una notte a Venezia, che aveva sentita un giorno
-nella biblioteca leggendo la storia di Clorinda e di Tancredi. E
-l'onda rispondeva piano piano, pareva che avesse in sè qualche cosa
-dell'una e dell'altra dolcezza, che promettesse molto più. Il cielo
-era oscuro, l'alto mare si confondeva con esso; ma, a poco a poco,
-Màlgari, non sapendo bene se fosse desta o no, vide tanti piccoli
-chiarori argentei movere da lontano verso di lei; distinse a poco a
-poco, in ciascun chiarore, una figurina umana, tante bionde e brune
-teste di giovinette che rompeano veloci le acque fosforescenti, tante
-picciolette mani che gittavano scherzando a manca, a dritta e in alto
-spruzzi di brillanti. Non entrarono nel seno dove era Màlgari, ma gli
-passaron davanti rapidamente, così da presso che il bagliore delle
-fosforescenze illuminava gli scogli, la riva ed il bosco. Ciascuna
-testina si voltava, passando, a guardar Màlgari ma nessuna venne a lei
-tranne l'ultima che girò fra gli scogli ed entrò nella rada, fermandosi
-a pochi passi dal lido.
-
-— Chi siete? — le chiese Màlgari.
-
-— Nereidi.
-
-— Nereidi? Allora sapete predir l'avvenire?
-
-— Sì.
-
-— Dimmi il mio.
-
-La piccola Nereide la guardò un poco e rispose:
-
-— Di musica e di poesia sei nata, in poesia e musica ritornerai.
-
-La Nereide aveva un delicato viso di bambina; ma gli occhi suoi erano
-belli, malinconici e profondi come d'una donna di trent'anni.
-
-— Come sei bella! disse Màlgari. — Vieni a darmi un bacio.
-
-— Non posso. Le Nereidi non toccano il lido.
-
-— Ci ritroveremo mai?
-
-— Io son del mare — rispose la malinconica testolina bruna. — Tu sei
-del cielo.
-
-E senza dirle addio girò veloce e disparve dietro lo scoglio, seguendo
-le sue sorelle.
-
-Màlgari se ne ritornò a casa, non parlò delle Nereidi e non domandò mai
-più a Contarina perchè la tenesse lontana dalla musica e dalla poesia.
-
- *
- * *
-
-Ella non rise più, dopo quella sera; e diventò ancora più dolce e pia.
-Nessuno soffriva nell'isola senza ch'ella pure soffrisse, senz'avere
-da lei pietà, aiuto e conforto. Ella entrava nelle case e nelle anime
-della povera gente, e nelle case e nelle anime restava un lume di lei.
-Ritornò sovente, la sera, a quel golfo recondito ma non vide più le
-Nereidi.
-
-A quindici anni ne mostrava nel viso e nell'alta graziosa persona,
-dieciotto; e Contarina andava già pensando se le cercherebbe marito o
-no. Giovanni Contarini non veniva da due anni e scriveva di rado, non
-più di una volta ogni due mesi, quando la nave dei Borsari, mercanti
-a Rialto, andando a Smirne, toccava l'isola. Una volta la nave non
-portò lettere, portò invece la notizia che una terribile pestilenza era
-scoppiata in Venezia. Contarina ne fu atterrita pensando al pericolo
-del marito, al rimorso proprio s'egli venisse colto dal morbo e lei
-non fosse ad assisterlo; ma molto più rimase atterrita quando Màlgari
-le dichiarò con i suoi modi miti e risoluti che il loro dovere era
-di ritornare a Venezia e che bisognava compierlo. Contarina piegò il
-capo come lo avrebbe piegato davanti a Dio e quindici giorni dopo le
-due signore entravano nel loro palazzo della Madonna dell'Orto dove
-Giovanni Contarini era morto di peste il giorno innanzi. Contarina
-si disperò, pianse molto e propose a Màlgari di partire subito; ma
-la fanciulla che non aveva strillato nè pianto, le rispose che se
-Contarini era morto nell'abbandono, la colpa ne pesava sopra di loro
-e bisognava espiarla. Ella stessa, per sua parte, intendeva farsi
-infermiera degli appestati. Contarina si sentì morire ma non ardì
-opporsi perchè Màlgari aveva parlato con un'aria di regina e anche di
-Santa.
-
- *
- * *
-
-Questa si pose subito all'opera. I poveri infermi erano spesso
-abbandonati, per paura, dai loro parenti, si trascinavano spesso a
-morire sulla pubblica via. Màlgari, con quella sua bellezza mistica,
-con la voce soave, con le delicate mani abili a tutto e di nulla
-sdegnose, fu invocata e benedetta da ricchi e da poveri, che la
-chiamavano la _Madonna dell'Orto_. Ella assistette, fra gli altri, un
-giovine musicista straniero, venuto dal Nord in Italia per l'arte sua;
-un povero bello e gentile giovane, che, guarendo, si innamorò forte di
-lei e non glielo potè dire perchè ella, sentendo pure confusamente che
-l'avrebbe amato e che quello non era il tempo di amare, lasciò a un
-tratto di visitarlo. Cessata la morìa, pensò ancora a lui, e molto; ma
-non lo vide più.
-
-Il Senato la onorò grandemente, il Doge fece ancor più: la domandò in
-isposa. Contarina, malgrado mille trepidazioni sue proprie e la fredda
-renitenza di Màlgari, fu di avviso che non si potesse rifiutare il
-Doge. Tuttavia Màlgari lo rifiutò, e solo per ischerzo soggiunse che
-s'egli dotasse tutte le donzelle povere e ricoverasse tutti i pezzenti
-di Venezia ci ripenserebbe; se poi levasse dalla piazza di S. Marco
-il Campanile cui non poteva soffrire, si risolverebbe addirittura di
-sposarlo. Il Doge rispose che le due prime condizioni erano accettate
-e che eseguirebbe anche l'ultima nel terzo anno dalle nozze. Màlgari si
-rattristò assai perchè se diceva di no toglieva pane, tetto, allegrezza
-a tante migliaia di creature umane e il sì le ripugnava oltremodo. Le
-parve che il bene fosse dalla parte del sacrificio e si sacrificò.
-
- *
- * *
-
-Per ritardare le nozze, pregò all'ultimo momento che si celebrassero
-nell'isola di Syra. Il Doge acconsentì e i due fidanzati partirono
-sopra due navi della Repubblica, accompagnati dai loro parenti, da un
-gran numero d'amici, di clienti e di servi. Era il plenilunio di agosto
-e la seconda notte del viaggio, una notte splendida, Màlgari salì sola
-verso il tocco in coperta a goder la luna ed il fresco. Sedette a prora
-contemplando il mare e dopo qualche tempo s'avvide di un marinaio che
-voleva accostarsi a lei e non ardiva. Gli domandò affabilmente che
-desiderasse ed egli si scoperse per il giovane musicista straniero
-guarito dalla peste. Màlgari si turbò profondamente, non gli chiese
-perchè si trovasse a bordo in quel travestimento; e il giovane le
-disse solo che il suo repentino abbandono l'aveva accorato e che ora
-era felice di poterle almeno dire «grazie». Per la prima volta un
-lieve color di rosa passò non veduto sul viso della fanciulla che
-lasciò cadere questo discorso. Pregato da lei, il giovane straniero
-parlò del suo paese. Era un paese lontano lontano verso il nord, cinto
-a mezzogiorno e a ponente da un mare tempestoso d'estate, gelato
-d'inverno, un triste, povero paese tutto scogli, laghi, boschi di
-betulle che negli anni di carestia si scorticano per farne pane; un
-paese di gente buona e semplice, di pescatori che errano sui laghi
-nei tronchi incavati degli abeti, che cercan la trota sotto le cascate
-spumanti, di cacciatori che inseguono l'anitra selvatica e l'_eider_
-fin sulle onde del mare, che volano sulle slitte veloci in traccia
-della volpe, del lupo e dell'orso; un paese povero d'oro, conchiuse
-il giovane, ma ricco delle due più belle cose che il mondo abbia, la
-musica e la poesia. Màlgari trasalì. «Come mai?» esclamò. «Come può dir
-questo?»
-
-Allora il giovane straniero le parlò di un magnifico poema della sua
-patria, che ancora si cantava dal popolo, nella fredda stagione intorno
-al focolare domestico e nell'estate all'aperto, sulle praterie, sulle
-sponde fiorite dei laghi, sui lidi del mare. E le raccontò le parti più
-belle del poema, storie d'amore, storie d'odio, storie di pace, storie
-di guerra. In ultimo le raccontò la storia di un gran vecchio glorioso,
-poeta e Re, che cantando sul lido s'intenerì del proprio canto, e
-pianse, e le lagrime cadendo nel mare, vi diventarono perle. Màlgari
-voltava le spalle alla luna che battea sul viso dello straniero;
-seguiva il racconto con gli occhi spalancati, intenti, stringendosi le
-mani di ghiaccio sul petto pieno d'amore e di dolor mortale.
-
-«Perchè» susurrò poi ch'egli tacque «perchè non vi ho riveduto prima?»
-E subito si pentì di queste parole, si voltò a guardare il mare in
-silenzio. Ed ecco non tanto lontano i correnti chiarori argentei, le
-testine bionde e brune delle Nereidi. Màlgari credette ravvisar la sua,
-la sola che si voltasse a guardar il bastimento; credette incontrare e
-intendere quello sguardo.
-
-«Mi suoni» diss'ella subito al giovane «mi suoni il canto del vecchio
-poeta».
-
- *
- * *
-
-Il giovane andò e tolse il suo strumento, un violino italiano, «Grazie»
-disse Màlgari al suo ritorno. «Aspetti, non voglio esser veduta se mi
-cercano.» Sedette fra il cannone di prora e il parapetto della nave.
-
-Lo strumento suonò, con tutta l'anima sua di patriota, di artista, e
-di amante, una musica sublime. I delfini innamorati seguivano la nave,
-i marinai e gli ufficiali, i servi e signori accorsero, si affollarono
-sul ponte ad ascoltare il magico suono senza che il suonatore se
-ne avvedesse. Quando se ne avvide s'interruppe, volle congedarsi da
-Màlgari; ma di lei non trovò più che un fazzoletto bagnato di lagrime.
-
-La gente stupida credette che si fosse gittata dalla nave per non
-andare sposa del Doge. Contarina Contarini morì di crepacuore vedendola
-tornata in perla sul fondo dell'Adriatico, ma noi non abbiamo queste
-idee sciocche e tristi. Se di lei solo rimase un fazzoletto bagnato
-di lagrime, noi sappiam che la perla era fatta di lagrime appunto e
-dell'anima d'un poeta; noi sappiamo cos'ha detto la piccola Nereide
-malinconica dell'Egeo:
-
-«Io sono del mare, tu sei del cielo».
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- Idillii spezzati Pag. 1
- Il Crocifisso d'argento » 43
- La visita di Sua Maestà » 65
- L'orologio di Lisa » 81
- La lira del poeta » 101
- La stria » 115
- Per una foglia di rosa » 147
- Il testamento dell'orbo da Rettorgole » 171
- Il folletto nello specchio » 183
- Màlgari » 197
-
-
-
-
-NOTE:
-
-
-[1] Scrittoio.
-
-[2] La balia.
-
-[3] La storia del sior Intento è uno scherzo che si fa ai bambini per
-pigliarsi giuoco della loro curiosità.
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Idillii spezzati, by Antonio Fogazzaro
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IDILLII SPEZZATI ***
-
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-
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-Foundation
-
-The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
-501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
-state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
-Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
-number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
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-Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
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-<body>
-
-
-<pre>
-
-The Project Gutenberg EBook of Idillii spezzati, by Antonio Fogazzaro
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
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-with this eBook or online at www.gutenberg.org/license
-
-
-Title: Idillii spezzati
-
-Author: Antonio Fogazzaro
-
-Release Date: August 17, 2019 [EBook #60115]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IDILLII SPEZZATI ***
-
-
-
-
-Produced by Barbara Magni and the Online Distributed
-Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This file was
-produced from images made available by The Internet Archive)
-
-
-
-
-
-
-</pre>
-
-
-<div class="booktitle">
-<h1>
-IDILLII SPEZZATI<br />
-<span class="smaller">RACCONTI BREVI</span>
-</h1>
-</div>
-
-<hr class="silver" />
-
-<div class="titlepage">
-<p class="x-large">
-ANTONIO FOGAZZARO
-</p>
-
-<p class="pad2 main-t">
-IDILLII SPEZZATI
-</p>
-
-<p class="pad1 large">
-RACCONTI BREVI
-</p>
-
-<p class="pad4">
-MILANO<br />
-<span class="smcap">Casa Editrice</span> BALDINI, CASTOLDI &amp; C.º<br />
-<span class="small">Galleria Vittorio Emanuele, 17 e 80</span><br />
-—<br />
-<span class="small">1902</span>
-</p>
-</div>
-
-<div class="verso">
-<hr class="mid" />
-<p>
-PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
-</p>
-
-<p class="small">
-<i>MILANO-TIP. PIROLA &amp; CELLA DI R. CELLA</i>
-</p>
-<hr class="mid" />
-</div>
-
-<div class="somm">
-<hr />
-<p class="center x-large"><a href="#indice" id="indfront">INDICE</a></p>
-<hr />
-</div>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_1">[1]</span>
-</p>
-
-<h2 id="spezzati">Idillii spezzati</h2>
-</div>
-
-<p>
-Io tengo a Oria, sulle rive del lago di Lugano,
-una piccola villa battuta dalle onde a piede di un
-monte vestito di ulivi, di viti ed anche di allori,
-che nessun poeta, prima di me, è andato a cercare.
-</p>
-
-<p>
-È un ameno e tranquillo angolo del mondo, caro
-ai sognatori e agli artisti. Quando sono a Oria
-passo gran parte della giornata sul lago, solo nel
-mio canotto, vestito come un barcaiuolo, con qualche
-libro e i miei arnesi da pesca. Quest'abitudine
-mi procurò, molti anni sono, la più romanzesca
-avventura della mia vita.
-</p>
-
-<p>
-Approdai una mattina col canotto a una spiaggia
-fra due scogli in faccia a Lugano, dove c'è adesso
-<span class="pagenum" id="Page_2">[2]</span>
-la trattoria del Cavallino. Allora il luogo era del
-tutto selvaggio e deserto. Vi ha fra i due scogli
-un piccolo valloncello ombroso che conduce a una
-sottile argentea cascatella. Avevo pescato lungo le
-rive sassose del monte Caprino e rotta la mia
-pesca senza pigliare un pesciolino.
-</p>
-
-<p>
-Uscii della barca, sedetti all'ombra e mi posi
-ad accomodar la pesca. Ero lì da pochi momenti,
-quando udii in alto, sopra la cascatella, una rude
-voce d'uomo e piccole risate, piccoli strilli, come
-se ci fossero lassù delle signore imbarazzate a discendere.
-Infatti vidi calare adagio, sul pendìo erboso
-presso la cascatella, una bella fanciulla che
-aiutò con l'ombrellino un'altra giovanettina sui
-quattordici anni, che portava un canestro. Ultimo
-comparve, aggrappandosi all'erba e molto brontolando,
-un signore piuttosto attempato. Tolsero dal
-canestro <i>sandwiches</i>, bottiglie e frutta, e si disposero
-a far colazione. Il signore attempato, una figura
-massiccia dal naso rosso e dai favoriti grigi,
-pareva seccato della mia vicinanza; ma la maggiore
-delle signorine, datami una rapida occhiata
-disse sprezzantemente: <i>A fisher!</i> (un pescatore).
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_3">[3]</span>
-</p>
-
-<p>
-Rimasi un po' male e mi parve di diventar rosso.
-Coloro non fecero più attenzione a me, si misero
-a mangiare e a discorrere allegramente. Io che
-duro una gran fatica, di solito, a intendere chi parla
-inglese, fui meravigliato della chiarezza con la
-quale parlava quella gente, specialmente la signorina
-che aveva detto: <i>A fisher</i>. Questa era bellina
-assai, snella, piuttosto alta; aveva capelli bruni e
-begli occhi azzurri chiari. Non so più dire come
-fosse vestita; so che aveva un mazzolino di ciclami
-alla cintura, che i suoi piedi parevano piuttosto
-grandi e che la mano invece era squisita.
-</p>
-
-<p>
-Io avevo allora un cuore assai tenero, e la mia
-immaginazione era sempre pronta a vedere anime
-appassionate, tesori d'amore in tutti i begli occhi
-che si fossero incontrati tre o quattro volte con i
-miei. Veramente gli occhi della signorina mi avevano
-guardato una volta sola e quasi con disprezzo:
-ma appunto il suo supposto disprezzo mi infiammava
-l'immaginazione. Quand'ero ragazzo mi piaceva
-d'immaginare avventure amorose le più strane
-e inverosimili. Le donne delle mie avventure erano
-sempre belle e altere. Io ero un principe incognito.
-<span class="pagenum" id="Page_4">[4]</span>
-Chiedevo amore ed ero disprezzato; allora mi scoprivo
-e le altere bellezze cadevano a' miei piedi.
-Più tardi ho trovato che tutto questo non era
-molto nobile ed ho interamente cambiato idee.
-Mentre però guardavo e tornavo a guardare il
-delicato viso e la graziosa persona della fanciulla
-che mi aveva disprezzato, mi passò per la mente,
-non di farla cadere a' miei piedi, perchè non ero
-un principe, ma di colpirla, d'imporle un certo rispetto,
-sfoggiando il mio inglese e la mia letteratura.
-</p>
-
-<p>
-Appena il signore attempato ebbe inghiottita una
-conveniente quantità di <i>sandwiches</i>, cominciò a
-discorrere del ritorno a Lugano, e capii che non
-voleva saperne di arrampicarsi ancora sul monte
-per andare a prendere il vapore alla vicina stazione
-di Caprino. Che sorpresa se il pescatore si
-fosse presentato con un'aria signorile e un leggero
-sorriso a dire in inglese: «Le occorre un canotto,
-signorina? E un pescatore per barcaiuolo? Devo
-io condurla su <i>the oval mirror of the glassy
-lake</i>?» No, era troppo ridicolo; e se la ragazza
-mi avesse riso in faccia, che potevo fare? Potevo
-<span class="pagenum" id="Page_5">[5]</span>
-forse dirle: «Badi, signorina, che il verso è di
-Byron?» No, no, sarebbe stato più ridicolo ancora.
-Raccolti invece i miei arnesi da pesca, li
-portai nella barca, nascosi un volumetto di Heine
-che avevo con me, poi ritornai, mi accostai al
-signore attempato e gli chiesi in italiano, toccandomi
-appena il cappello, se voleva una barca per
-Lugano.
-</p>
-
-<p>
-Il signore guardò la sua figliuola maggiore che
-gli spiegò la mia offerta. Egli parve felice e mi
-rispose subito: <i>Yes, yes, Lugano, Lugano.</i>
-</p>
-
-<p>
-— Diamo un'occhiata alla barca, papà — disse
-con la sua dolce voce la signorina. — Non mi
-piacciono le barche dei pescatori. Son così sudicie!
-Chi sa che puzza di pesce, papà!
-</p>
-
-<p>
-Questa era un'amara ironia per me che avevo
-poco prima bestemmiato il destino durante la mia
-disgraziatissima pesca.
-</p>
-
-<p>
-L'altra giovinetta corse come una freccia alla
-riva e si mise subito a gridare da lontano: Harriet!
-Harriet!
-</p>
-
-<p>
-V'era sulla riva una sola barca e la ragazza non
-poteva ingannarsi. Era bene la mia.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_6">[6]</span>
-</p>
-
-<p>
-Miss Harriet fu molto sorpresa di vedere ch'era
-un'elegante barchetta di quercia con i cuscini di
-cuoio e si persuase che non aveva affatto odore
-di pesce. Anche il vecchio signore fu molto contento.
-</p>
-
-<p>
-— Chiedetegli il prezzo, Harriet, — diss'egli. — I
-barcaiuoli son tali malandrini, qui!
-</p>
-
-<p>
-Non potei a meno di commovermi un poco; ma
-fu ancora peggio quando miss Harriet rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Questo non mi pare un malandrino. Ha l'aria
-onesta, papà. — Poi si volse a me e disse con un
-adorabile accento anglo-italiano:
-</p>
-
-<p>
-— A Lugano! Quanto?
-</p>
-
-<p>
-Arrossì leggermente anche lei parlandomi italiano.
-Era un tal piacere di guardarla, mentr'ella
-stessa mi guardava arrossendo, che stetti un bel
-po' senza rispondere. Poi dissi in fretta e a caso: — Cinquanta
-centesimi.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto ha detto? — le chiese suo padre. — Dite
-ch'è troppo, Harriet.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non è troppo, papà, è un'inezia. — È
-meno che mezzo scellino.
-</p>
-
-<p>
-La compagnia s'imbarcò e se mi fu poco piacevole
-<span class="pagenum" id="Page_7">[7]</span>
-di urtar su a bordo il signore dal naso
-rosso, ebbi però il compenso di sentire per un
-momento la mano fine di miss Harriet nella mia.
-L'altra ragazza saltò nella barca senza l'aiuto di
-nessuno.
-</p>
-
-<p>
-Il lago era liscio come uno specchio. Dal Cavallino
-a Lugano si può andar bene in mezz'ora,
-ma io confesso che non avevo fretta. Nessuno faceva
-attenzione a me e potevo guardare miss Harriet
-a mio agio. Mi pareva essere già innamorato
-di lei, mi pareva che si potesse remare un mese
-per mettere una parolina in quel piccolo orecchio
-roseo e venire ascoltato; un anno per posare un
-bacio su quella delicata guancia e non venir respinto;
-la vita intera per aver un tocco di quelle
-labbra fini e poterlo rendere.
-</p>
-
-<p>
-— Povero me! brontolò il vecchio signore,
-mentre io ero sprofondato in questa proporzione
-geometrica.
-</p>
-
-<p>
-— Credo che arriveremo a Lugano domani.
-Dite a quel poltrone di ragazzo che remi più forte,
-Harriet.
-</p>
-
-<p>
-Miss Harriet rispose con mio gran piacere che
-<span class="pagenum" id="Page_8">[8]</span>
-il lago era così delizioso e che Lugano era noiosa.
-Poi mi domandò il nome dell'ardito picco dirupato
-sopra la Valsolda.
-</p>
-
-<p>
-— Picco di Cressogno — risposi.
-</p>
-
-<p>
-— Cressogno? Cosa vuol dire Cressogno?
-</p>
-
-<p>
-Ella non seppe intendere la mia risposta e sua
-sorella rise. Allora le dissi in francese, sorridendo:
-Cressogno <i>c'est le nom du village que vous voyez
-là-bas</i>.
-</p>
-
-<p>
-Miss Harriet mi guardò attonita e io m'affrettai
-a dire che avevo fatto il barcaiuolo sul lago di
-Ginevra.
-</p>
-
-<p>
-La conversazione si animò. Il vecchio signore non
-sapeva una parola di francese e miss Bertha, la
-ragazza più giovine, ne sapeva solamente poche,
-ma Harriet lo parlava benissimo. Mi domandò
-molte cose delle montagne e del lago, e io, per
-farmi interessante, mi dimenticai un poco della mia
-parte, le parlai più come un artista che come un
-barcaiuolo. Le mostrai la mia lontana Oria e le
-dissi che in una di quelle casette battute dalle
-onde al piede della montagna vestita di ulivi e di
-viti viveva un giovine scrittore italiano; che lo
-<span class="pagenum" id="Page_9">[9]</span>
-conducevo spesso in barca e che mi ci divertivo
-moltissimo, specialmente quando il lago era in tempesta.
-Allora mi posi a descrivere la selvaggia
-bellezza della tempesta, la furia delle onde spumanti,
-i colori cangianti delle montagne e dell'acqua,
-la luce dei lampi sul picco di Cressogno.
-</p>
-
-<p>
-— Harriet — disse il signore — come si dice
-<i>to row</i> in italiano?
-</p>
-
-<p>
-— Remare — diss'ella.
-</p>
-
-<p>
-Egli si voltò verso di me e mi apostrofò:
-</p>
-
-<p>
-— Remare, remare!
-</p>
-
-<p>
-Non potei trattenermi dal ridere di cuore, e le
-ragazze risero con me.
-</p>
-
-<p>
-Egli andò sulle furie, le sgridò e disse che io
-ero un impertinente insopportabile.
-</p>
-
-<p>
-Per alcuni minuti nessuno osò più parlare e io
-mi posi a remare di lena. La giovinettina mi guardava
-spesso curiosamente; ma non ebbi mai la
-fortuna d'incontrare gli occhi di miss Harriet. Pareva
-quasi che volesse evitare il mio sguardo.
-</p>
-
-<p>
-La prima che parlò fu Bertha. Disse, quasi sottovoce:
-</p>
-
-<p>
-— Io penso che è molto intelligente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_10">[10]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Può essere — rispose suo padre. — Certo è
-un gran chiacchierone ed è molto brutto.
-</p>
-
-<p>
-Mi divertii un mondo ad ascoltare questo dialogo
-e la discussione che seguì. Adesso ebbi più
-d'uno sguardo da miss Harriet.
-</p>
-
-<p>
-— Proprio un barcaiuolo, — disse suo padre — ha
-orecchie grandi come vele.
-</p>
-
-<p>
-Poi fece la crudele scoperta che somigliavo al
-nostro <i>Jack</i>.... Chi era il nostro <i>Jack</i>?
-</p>
-
-<p>
-Le ragazze protestarono tanto forte da farmi
-sospettare che <i>Jack</i> fosse una scimmia. La più
-calda a difendermi era la più giovane. Miss Harriet
-criticò moderatamente l'opera della natura nella
-mia fisonomia, disse che in complesso io ero piuttosto
-piacente e che v'era in me qualcosa che insieme
-la imbarazzava e le piaceva.
-</p>
-
-<p>
-Io non sapevo più come stare nè dove guardare
-e avevo una terribile paura di tradirmi. Allora,
-siccome eravamo vicini a Lugano, domandai a
-miss Harriet dove desiderasse scendere. Rispose: — Villa
-Ceresio, — ch'è presso l'Hôtel du Parc.
-Poi domandai se forse desideravano fare qualche
-altra gita l'indomani e se dovevo venirli a prendere.
-<span class="pagenum" id="Page_11">[11]</span>
-Si accese una piccola disputa fra miss Bertha
-che insisteva per accettar la proposta e suo padre
-che non pareva disposto a prender me per barcaiuolo.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, papà! — supplicò la ragazza. — Una
-barchettina così bellina!
-</p>
-
-<p>
-Mi parve che avesse le lagrime alla gola. Miss
-Harriet mi domandò dove proponevo di andare.
-Io proposi di lasciar Lugano alle nove del mattino,
-di scendere a S. Mamette, di fare una passeggiata
-nella pittoresca Valsolda, di ritornare a
-S. Mamette per la colazione e di ripartire quindi
-per Lugano.
-</p>
-
-<p>
-Il vecchio signore si arrese.
-</p>
-
-<p>
-— Si potrebbe prender con noi i Roberts — diss'egli.
-</p>
-
-<p>
-— Oh sì, andiamo coi Roberts, papà! — esclamò
-miss Bertha.
-</p>
-
-<p>
-Miss Harriet parve seccata e tacque.
-</p>
-
-<p>
-Io protestai, mentalmente, che non amavo affatto
-questi Roberts incomodi e che per parte mia
-potevano restare a casa.
-</p>
-
-<p>
-Eravamo allora a pochissima distanza da villa
-<span class="pagenum" id="Page_12">[12]</span>
-Ceresio. Miss Bertha si mise improvvisamente a
-battere le mani e a gridare:
-</p>
-
-<p>
-— Eccoli! Ecco i Roberts!
-</p>
-
-<p>
-Suo padre parve molto contento, e miss Harriet
-mormorò qualche cosa che non giunsi a intendere;
-quando approdammo, miss Bertha uscì la prima,
-dando la mano a suo padre, e io domandai a miss
-Harriet se dovevo aspettare gli ordini.
-</p>
-
-<p>
-Ella mi rispose che credeva di sì, posò sopra
-un cuscino della barca una moneta da cinquanta
-centesimi, si chinò a guardare il mio Heine che
-avevo nascosto male sotto un altro cuscino e che
-n'era scivolato fuori.
-</p>
-
-<p>
-Sorrise, e mi disse piano, in tedesco:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Haben sie auch auf dem Rhein gerudert?</i>
-(Ha remato anche sul Reno?).
-</p>
-
-<p>
-E saltò agilmente a terra senza lasciarmi il tempo
-di rispondere.
-</p>
-
-<p>
-Mi balzò il cuore di piacere. Non mi faceva ella
-discretamente capire di avere indovinato il mio
-segreto? Sentii che cominciava qualche cosa di
-delizioso e di serio. Ero tanto commosso che non
-feci attenzione all'incontro con i Roberts. Nascosi
-<span class="pagenum" id="Page_13">[13]</span>
-meglio il mio Heine e sedetti nella barca, pensando
-a ciò che poteva succedere.
-</p>
-
-<p>
-Aspettai un pezzo, e nessuno veniva a dirmi
-niente.
-</p>
-
-<p>
-Non vedevo qualcuno, ma udivo discorrere nel
-giardino, distinguevo le voci di miss Bertha e di
-suo padre miste ad altre voci sconosciute. Finalmente
-miss Bertha si affacciò alla ringhiera del
-giardino con un giovane ed elegantissimo signore
-che supposi essere il signor Roberts, il quale mi
-domandò in buonissimo italiano se lo avrei accompagnato
-a Castagnola.
-</p>
-
-<p>
-Castagnola era sulla mia strada per ritornare
-a Oria. Risposi di sì. Allora la ragazza mi disse
-in francese:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Demain matin, à neuf heures, ici.</i>
-</p>
-
-<p>
-Poi comparve il vecchio signore, tutto sorridente
-e fiero, a braccio di una bella ed elegante giovane
-signora fra i venticinque e i trent'anni, che
-Bertha chiamava miss Roberts. Miss Harriet non
-comparve. Considerando la bellezza e l'eleganza
-del giovine signor Roberts, io ne fui quasi contento.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_14">[14]</span>
-</p>
-
-<p>
-Quando i signori Roberts furono nella mia barca
-e li potei vedere da vicino, la fisonomia del giovane
-signore mi dispiacque molto. Era veramente
-un bel giovane, alto, bruno come un arabo, con
-due grandi occhi neri e una barba nera, folta,
-corta, che sarebbe stata molto conveniente per un
-nipote dell'emiro Abd-el-Kader; ma lo sguardo era
-egoista, sfrontato e falso.
-</p>
-
-<p>
-Mr. Roberts aveva una voce strana, piuttosto
-aspra; miss Roberts invece, bianca, bionda, con
-gli occhi celesti, languidi, aveva una voce sottile,
-dolce e un poco sonnolenta.
-</p>
-
-<p>
-Mentre ci allontanavamo dalla riva, ella si voltò,
-spinta da lui, a salutare gli amici con una certa
-grazia stanca e noncurante, mentre egli invece
-salutò con calore a più riprese, gridando:
-</p>
-
-<p>
-— A domani! A domani!
-</p>
-
-<p>
-Ciò che successe poi mi riempì di stupore. Appena
-ebbero cessato di voltarsi verso villa Ceresio
-a salutare, le due faccie cambiarono in un
-modo incredibile, diventarono più fredde e dure
-che non posso dire. Quando si sentirono abbastanza
-sicuri di non essere uditi dalla riva, i Roberts
-<span class="pagenum" id="Page_15">[15]</span>
-cominciarono in tedesco un dialogo stupefacente.
-</p>
-
-<p>
-Miss Roberts dichiarò che l'indomani non sarebbe
-andata in nessun luogo, e Mr. Roberts le
-rispose con una tremenda bestemmia che s'ella
-non veniva l'avrebbe battuta.
-</p>
-
-<p>
-Ella pareva del tutto abituata a simili minaccie,
-perchè non se ne turbò troppo, e cominciò a burlarsi
-del suo compagno per il suo poco successo
-con le americane. Così appresi che miss Harriet
-era americana. Subito dopo ne appresi anche il
-nome.
-</p>
-
-<p>
-— Miss Forest ti conduce a scuola — disse la
-giovane. — Vedo bene che diffida di noi. Finirà
-a scoprire ciò che siamo. Per me, ne avrei piacere.
-</p>
-
-<p>
-Egli bestemmiò e rispose ch'era impossibile.
-</p>
-
-<p>
-— Glielo dirò io! — fece la signora con tranquilla
-insolenza.
-</p>
-
-<p>
-Egli si pose a ingiuriarla con ira; ella gli replicò
-con disprezzo. Si rinfacciarono l'un l'altro
-ogni sorta di vergogne e maledissero il giorno e
-l'ora in cui s'erano incontrati.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_16">[16]</span>
-</p>
-
-<p>
-Io fui più volte per esclamare che tacessero,
-che comprendevo il tedesco! Se miss Harriet non
-fosse esistita, l'avrei fatto. Così, indovinando che
-si ordiva una odiosa trama contro di lei, e che,
-se la donna era forse più infelice che colpevole,
-l'uomo era certo un gran furfante, non mi tenni
-obbligato a farlo.
-</p>
-
-<p>
-Perciò, quando deposi sulla riva di Castagnola
-quella coppia rispettabile, sapevo un poco anch'io
-chi erano, o piuttosto sapevo chi non erano. Non
-erano fratello e sorella, non erano Roberts, non
-erano inglesi. Probabilmente l'uomo non era neppure
-tedesco, perchè nel calore dell'ira gli udii
-pronunciare delle imprecazioni in una lingua a
-me del tutto sconosciuta. Non erano marito e moglie,
-non avevano una dimora in alcuna parte della
-terra.
-</p>
-
-<p>
-Il bel cavaliere non aveva danaro, malgrado i
-mezzi che adoperava, secondo la sua dama, per
-procurarsene. La famiglia della dama ne aveva,
-e veniva onorata da lui col titolo di «banda di
-ladri» perchè non ne mandava. Dopo essersi
-amati, Dio sa per quanto breve tempo, quei due
-<span class="pagenum" id="Page_17">[17]</span>
-si odiavano l'un l'altro, ed era difficile intendere
-quale legame li tenesse avvinti. Per parte mia,
-pensai che l'uomo tenesse quella donna per interesse
-e ch'ella lo servisse per paura.
-</p>
-
-<p>
-Egli le parlava con insolenza della sua passione
-per miss Forest e di un futuro matrimonio. Era
-un brutale capriccio, come doveva averne quel
-briccone, o credeva egli stesso che miss Forest
-avesse una ricca dote? Questo non lo so. Aveva
-imposto alla sua disgraziata schiava di aiutarlo
-ad entrare nelle buone grazie del professore Forest.
-Si capiva che la miserabile creatura, benchè combattuta
-da un ultimo senso di dignità e d'onestà,
-sarebbe stata contenta di questo matrimonio che
-l'avrebbe liberata da lui per sempre.
-</p>
-
-<p>
-Nell'uscire di barca l'uomo mi domandò, ancora
-in italiano, quanto mi dovesse. Avendogli io
-risposto ch'ero già stato pagato, si strinse nelle
-spalle e se n'andò con la sua compagna.
-</p>
-
-<p>
-Io avevo un amico a Castagnola. Andai a cercarlo
-e gli domandai se conoscesse i Roberts. Non
-no sapeva il nome, ma li riconobbe alla mia descrizione.
-Vivevano in una piccola villa sulla strada
-<span class="pagenum" id="Page_18">[18]</span>
-di Lugano. Si diceva che facessero commercio di
-gioielli orientali antichi e che la signora avesse
-la parte di far relazioni e di adescare compratori.
-Si affermava pure, con sicurezza, che il signore
-avesse avuto una condanna in Italia, per truffa.
-Erano a Castagnola da un mese e avevano la villa
-per un altro mese. Feci il tragitto da Castagnola
-a Oria con l'idea d'essere diventato un personaggio
-importante d'uno strano dramma, dove avevo la
-parte di salvare l'innocenza e di fulminare i suoi
-nemici. E poi, quale sarebbe il mio premio?
-</p>
-
-<p>
-È strano che non potevo immaginare la gratitudine
-di miss Forest. Invece mi sentivo intorno
-al collo le braccia e sul viso i favoriti del suo
-vecchio padre, e non ero ancora abbastanza innamorato
-della figlia per immaginare con piacere
-questi austeri ed ispidi contatti.
-</p>
-
-<p>
-Vivevo allora solo con una sorella maggiore
-nubile, una donna molto seria e positiva che aveva
-per me un'affezione materna, profonda, ma non
-cieca. Ella mi vide arrivare a casa tanto agitato
-che sospettò subito di qualche cosa. Le raccontai
-tutto, parlando il meno possibile di miss Forest, e
-<span class="pagenum" id="Page_19">[19]</span>
-il più possibile dei Roberts. Mia sorella non capì
-affatto la mia nobile parte nel dramma, disapprovò
-il mio scherzo, e mi disse:
-</p>
-
-<p>
-— Non andrai mica, domattina, suppongo?
-</p>
-
-<p>
-— Come non andrei? ma sì, certo, andrò. È
-il mio dovere di onest'uomo e di cristiano di
-andare.
-</p>
-
-<p>
-Mia sorella mi domandò se fosse il mio dovere
-di cristiano d'innamorarmi di tutte le belle ragazze
-che vedevo e di correr loro dietro. Io le risposi
-sdegnosamente che le sue idee erano sempre
-basse. Non tornammo più sull'argomento. Solamente
-la sera, quando ci separammo per andare
-a letto, ella mi disse che se io credevo mio dovere
-di onest'uomo di condurre inglesi o tedeschi
-o turchi a far colazione in casa, il dovere suo di
-donna cristiana era di dar loro pane e acqua.
-</p>
-
-<p>
-L'indomani mattina alle nove ero a Villa Ceresio.
-Miss Bertha era già in giardino ad aspettarmi
-e corse subito a chiamar suo padre e sua
-sorella.
-</p>
-
-<p>
-Miss Harriet aveva una <i>toilette</i> elegante di flanella
-chiara con grandi bottoni bleu, cintura bleu e
-<span class="pagenum" id="Page_20">[20]</span>
-un berrettino bleu. Mi si strinse il cuore pensando
-che quel delizioso berrettino potesse essere dedicato
-a M.<sup>r</sup> Roberts.
-</p>
-
-<p>
-Ella mi salutò appena, senza parlare. Meno di
-così non avrebbe potuto salutarmi; eppure io vidi
-sul suo viso, quando lo piegò un poco, che non
-avrebbe salutato il barcaiuolo a quel modo. Mi
-accorsi pure che appena seduta mi diede due occhiate
-rapide come per esaminare i miei abiti.
-Ella si aspettava qualche cambiamento con intenzione,
-e c'era. Avevo i miei bottoni d'oro da polsini,
-col monogramma, e un anello con un piccolo
-brillante. Nella prima occhiata vide l'anello, nella
-seconda vide i bottoni; ne fui sicuro, benchè il
-suo volto non tradisse la menoma sorpresa. Per
-un pezzetto non mi guardò più, guardò a destra
-verso il Cavallino dove c'eravamo incontrati il
-giorno prima. Nella mia emozione diedi tre o
-quattro forti colpi di remi. Suo padre e sua sorella
-mi guardarono meravigliati; ella seguitò a
-guardare verso il Cavallino. Solo quando ripresi
-a remare tranquillamente i nostri occhi s'incontrarono
-e si fermarono. Lugano, Villa Ceresio, il
-<span class="pagenum" id="Page_21">[21]</span>
-Monte San Salvatore, i favoriti di sir Forest, tutto
-mi fece intorno la <i>grande ronde</i>.
-</p>
-
-<p>
-Intanto un battello partiva da Lugano per Oria
-e passava a poca distanza da noi.
-</p>
-
-<p>
-— Si poteva prendere il vapore! — brontolò
-il vecchio signore.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non fa stazione a Castagnola, papà — disse
-Bertha.
-</p>
-
-<p>
-Si misero allora a parlare dei Roberts, e Harriet
-prese parte alla conversazione. Ella propose
-di non fermarsi a Castagnola. Sua sorella protestò
-e il papà diede ragione a lei.... Bertha era innamorata
-di miss Roberts e ammirava molto anche
-sir Roberts. Suo padre diceva che sir Roberts era
-un colto e intelligente giovine e che i suoi gioielli
-antichi erano magnifici. Io sospettai che agli
-occhi di quell'eccellente signore il gioiello più magnifico
-fosse il più moderno, miss Roberts, perchè
-non parlò mai di lei. Miss Harriet disse forte, quasi
-con affettazione, che preferiva i gioielli di Parigi
-a quelli di Memphis, e che il primo torto del signor
-Roberts era di essere antipatico e il secondo
-di avere miss Roberts per sorella. Aveva probabilmente
-<span class="pagenum" id="Page_22">[22]</span>
-osservato i maneggi della signorina con
-suo padre, perchè parlò di lei senza misericordia,
-come di una bambola dai capelli gialli, d'un ritratto
-dell'accidia sonnolenta.
-</p>
-
-<p>
-Bertha difese vivacemente i suoi cari amici. Il
-professore Forest era molto inquieto e borbottava
-come un vecchio orso malcontento. Egli non osò
-confutare Harriet, ma disse che le sue figliuole
-gli dovevano di essere cortesi con i suoi amici.
-</p>
-
-<p>
-— Non sapevo che fossero vostri amici — disse
-la ragazza, impallidendo.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sono — rispose il vecchio. — Io ho molti
-doveri verso il signor Roberts per informazioni
-preziose che mi ha dato circa i gioielli siro-fenici
-e penso che la sua relazione vi è tornata molto
-utile quando ci siamo incontrati presso Pontresina,
-dopo quella disastrosa discesa dal Piz Zanguard.
-Siete stata ben contenta, allora, di accettare....
-</p>
-
-<p>
-Qui egli s'interruppe:
-</p>
-
-<p>
-— Gli scialli di sua sorella, sì — disse Harriet. — Avete
-ragione, papà. È stato un atto magnanimo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_23">[23]</span>
-</p>
-
-<p>
-Ci accostavamo a Castagnola. Miss Harriet era
-visibilmente turbata e non mi guardava più. Invece
-di dirigermi all'approdo, io voltai a poco a
-poco la barca nella direzione di Oria, cercando gli
-occhi di lei, volendo significare che avevo l'intenzione
-di non approdare a Castagnola senza un
-ordine. Il professore si accorse della cambiata direzione
-e mi indicò, emettendo voci inarticolate, il
-luogo dove bisognava approdare.
-</p>
-
-<p>
-Io guardai ancora, prima di ubbidire, miss Harriet,
-aspettando che dicesse qualche cosa. I nostri
-occhi s'incontrarono e vidi ch'ella m'aveva inteso.
-I begli occhi azzurri mi guardarono sorpresi e mi
-passò per la mente che mi domandassero se avessi
-remato anche sul Tamigi; ma nessuna parola
-venne, e approdammo a Castagnola.
-</p>
-
-<p>
-Passarono alcuni minuti e i Roberts non comparivano.
-Bertha faceva molte diverse supposizioni.
-Suo padre e sua sorella non parlavano. Finalmente
-il vecchio signore si alzò e disse che
-sarebbe andato a vedere. Miss Bertha si alzò pure
-per andar con lui; miss Harriet dichiarò che restava
-in barca. Io la guardai palpitando. Aveva
-<span class="pagenum" id="Page_24">[24]</span>
-le sopracciglia aggrottate, certo non per l'idea di
-restar sola con me.
-</p>
-
-<p>
-Essa non m'incoraggiò con un solo sguardo, ma
-io ero risoluto di parlarle ad ogni modo. C'erano
-otto o dieci minuti di cammino dallo sbarco di
-Castagnola alla villetta dove abitavano i Roberts.
-</p>
-
-<p>
-Quando il vecchio signore e la giovinetta si
-furono allontanati, io dissi a miss Harriet in francese:
-</p>
-
-<p>
-— Signorina, io non posso più fingere con lei.
-</p>
-
-<p>
-Ella si turbò.
-</p>
-
-<p>
-— Ah! — disse. — Lei è lo scrittore italiano?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— L'ho sospettato subito ieri — esclamò, alzandosi. — Perchè
-questa commedia? Suppongo
-ch'ella sia un gentiluomo, signore. È stata una
-bella cosa di burlarsi di noi? Non credo di potere
-star qui, adesso.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, si fermi, signorina! Io non ho voluto
-burlarmi di Loro. No davvero! È stata una piccola
-vendetta — soggiunsi sorridendo. — Si ricorda
-che mi ha creduto un pescatore, quando mi ha
-visto raccomodar la pesca? I suoi occhi esprimevano
-<span class="pagenum" id="Page_25">[25]</span>
-disprezzo, e dopo averla veduta non potevo
-rimanere sotto il suo disprezzo.
-</p>
-
-<p>
-— Ma non era disprezzo, signore! Era solo un
-equivoco. È possibile che io rispetti un pescatore
-onesto più d'un poeta che inganna!
-</p>
-
-<p>
-— Non ho voluto ingannarla, signorina; ho voluto
-piuttosto disingannarla. Desideravo farle sapere
-che non ero tanto inferiore a Lei quant'Ella
-aveva creduto. In principio ero mosso dall'orgoglio;
-ma poi vennero altri sentimenti molto migliori.
-Sono felice di poterle dire che Le sarà
-utile d'avermi conosciuto.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè, signore?
-</p>
-
-<p>
-Vidi ch'ella era commossa e avida di una spiegazione.
-</p>
-
-<p>
-— Sieda, signorina! — dissi. — Non parlerò
-se non siede.
-</p>
-
-<p>
-Riprese il suo posto di prima, e io continuai
-dopo un momento di esitazione.
-</p>
-
-<p>
-— Intendo un poco l'inglese, signorina, specialmente
-l'inglese degli americani.
-</p>
-
-<p>
-Miss Forest trasalì.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, signore! — esclamò. — Davvero? E Lei
-<span class="pagenum" id="Page_26">[26]</span>
-ha ascoltato, ieri, ciò che dicevamo noi; questo
-non è stato bello, signore! No, no, no!
-</p>
-
-<p>
-Ella si coperse il viso con le mani, fra sdegnata
-e ridente.
-</p>
-
-<p>
-— Di grazia, signorina — diss'io — quel signor
-<i>Jack</i> che mi somiglia tanto, sarebbe una
-scimmia?
-</p>
-
-<p>
-— Ella meriterebbe che lo fosse — rispose
-miss Forest, ridendo, senza scoprirsi il viso. — Ma
-non lo è.
-</p>
-
-<p>
-— Bene, signorina, mi perdoni e mi ascolti,
-adesso. Devo darle notizie dei Roberts.
-</p>
-
-<p>
-— Davvero?
-</p>
-
-<p>
-Le mani le caddero dal viso ed ella si piegò
-ansiosa verso di me.
-</p>
-
-<p>
-— L'uomo è un abominevole briccone — diss'io — e
-la donna è la sua schiava. Non sono
-fratelli. Ci deve essere fra loro un legame vergognoso.
-Non sono inglesi. Lo stesso nome Roberts
-è falso. L'uomo s'è messo in capo di sposar
-Lei, signorina.
-</p>
-
-<p>
-— Ma come ha Lei saputo questo?
-</p>
-
-<p>
-Vidi ch'ella dubitava di me.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_27">[27]</span>
-</p>
-
-<p>
-— L'ho saputo ieri — risposi — venendo con
-loro da Lugano a Castagnola. Hanno sempre parlato
-di questo. Ho appreso così il Suo nome e la
-Sua patria. Lo so, miss Forest, Lei si domanda se
-deve credere a uno straniero che le è perfettamente
-sconosciuto?
-</p>
-
-<p>
-Ella tacque, ed io rabbrividii.
-</p>
-
-<p>
-— Mi creda — esclamai — La supplico di credermi!
-Non sono un mentitore! Non lo vede?
-Non lo sente? Piuttosto lasciarla in questo istante
-e non vederla mai più, ch'esser creduto da Lei
-un bugiardo. Addio, signorina!
-</p>
-
-<p>
-Stavo in piedi sulla riva, risoluto d'andarmene,
-senza pensar affatto alla mia barca.
-</p>
-
-<p>
-— Si fermi — disse miss Forest, quasi sottovoce,
-dolcemente. — Le credo.
-</p>
-
-<p>
-Io sedetti sulla prora della barca e mormorai:
-</p>
-
-<p>
-— Grazie!
-</p>
-
-<p>
-Nel silenzio che seguì, udimmo presto i passi
-del professore e di miss Bertha che ritornavano.
-</p>
-
-<p>
-— Sia lode a Dio! — disse Harriet. — Sono
-soli! Ho bisogno di domandare ancora qualche
-cosa, ma adesso è tardi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_28">[28]</span>
-</p>
-
-<p>
-Infatti in quel momento sir Forest e sua figlia
-comparvero sulla riva.
-</p>
-
-<p>
-Non erano soli. Dietro a loro veniva il signor
-Roberts in una elegante <i>toilette</i> da mattina.
-</p>
-
-<p>
-— Mi rincresce — diss'egli a miss Harriet, dopo
-averla salutata. — Mia sorella non sta bene e
-manda le sue scuse.
-</p>
-
-<p>
-Egli era bello, elegante, e sedette vicino a miss
-Harriet, ma non avrei cambiato posto con lui.
-Ella non avrebbe potuto essere più gelida.
-</p>
-
-<p>
-Quegli non ebbe l'aria di accorgersene; invece
-il padre ne soffriva visibilmente e cercava di parlare
-a Roberts, di esser gentile con lui quanto
-poteva. Allora sua figlia mi guardava; i nostri
-occhi si parlavano. Ero felice che gli altri mi credessero
-ancora un barcaiuolo, che lei sapesse e
-tacesse.
-</p>
-
-<p>
-Quando passammo davanti al piccolo promontorio
-dove sta il villaggio di Gaudria e si scoperse la
-Valsolda, miss Harriet mi domandò in italiano se
-il paesello che si vedeva a prora fosse Oria, e
-sir Roberts s'affrettò a dire ch'era Osteno. — È
-Oria — diss'io. — Colui dichiarò allora in inglese,
-<span class="pagenum" id="Page_29">[29]</span>
-che io non sapevo niente. La signorina sorrise
-e io mi morsi le labbra.
-</p>
-
-<p>
-— Una bella barchetta — diss'egli, dopo un
-momento. — Mi piacerebbe d'averla.
-</p>
-
-<p>
-— La comperi — disse miss Harriet, con un
-sorriso impercettibile.
-</p>
-
-<p>
-— Sì. E se prendo la barca, non prendo certo
-il barcaiuolo. Non mi piace affatto. Dev'essere un
-impertinente. E a Lei, signorina, piace?
-</p>
-
-<p>
-Ella arrossì forte e io pure, temo. Evitammo di
-guardarci e la udii rispondere in tono scherzoso:
-</p>
-
-<p>
-— Lo rispetti, è il barcaiuolo nostro e non il Suo.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, sì, sì! — rispose colui con un sogghigno. — Lo
-rispetto, ma insomma, Le piace?
-</p>
-
-<p>
-— Lo credo onesto, e ciò che sopra tutto mi
-piace in un uomo è l'onestà.
-</p>
-
-<p>
-I begli occhi azzurri si volsero a me e mi dissero: — Desiderava
-Ella di più? Deve accontentarsi
-di questo.
-</p>
-
-<p>
-Non m'aspettavo di più e me ne accontentai,
-pensai ch'ell'era una intelligente, pronta, savia e
-franca creatura, e che chi l'avesse per moglie
-dovrebbe andare orgoglioso di lei.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_30">[30]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il signor Roberts non si lasciò scoraggiare dalla
-sua freddezza. Parlò continuamente con suo padre,
-con lei, con miss Bertha, di molte cose, ma
-sopratutto di sè stesso, delle proprie qualità, dei
-proprii difetti. Secondo lui, il suo difetto principale
-era il cuore troppo largo e tenero. Per questo
-egli non aveva mai potuto arricchire. No, non
-era ricco. Era forse una vergogna di non essere
-ricco? Non lo credeva. Del resto, chi si poteva
-dire ricco che non avesse almeno quattromila sterline
-l'anno? Egli non le aveva. La sua fortuna
-non era molto inferiore, ma insomma non arrivava
-a questo. Voleva perciò lavorare ancora.
-Intendeva passare ancora un anno in Oriente.
-Poi, quando avesse potuto offrire a una donna
-amata tutte le dolcezze dell'esistenza, sarebbe ritornato
-in Occidente, e, se non riuscisse a farsi
-amare come e da chi voleva, sarebbe venuto ad
-abitare una riva solitaria del lago di Lugano e
-avrebbe scritto un poema perchè amava molto la
-poesia.
-</p>
-
-<p>
-Harriet ed io ci guardavamo spesso mentr'egli
-parlava e più d'una volta, quando gli occhi nostri
-<span class="pagenum" id="Page_31">[31]</span>
-s'incontravano, vidi spuntare sulle sue labbra un
-sorriso.
-</p>
-
-<p>
-A mezza strada fra Gaudria e Oria miss Bertha
-si mise a guardar la mia mano sinistra e lessi
-ne' suoi occhi una certa sorpresa. Si chinò all'orecchio
-di sua sorella, le disse qualche cosa che
-la fece arrossire. Sua sorella dovette risponderle
-di tacere, perchè diede molte altre occhiate al mio
-anello e a me, ma non parlò.
-</p>
-
-<p>
-A Oria il signor Forest propose di scendere e
-di camminare fino a S. Mamette. Il cielo era coperto,
-molto opportunamente per una passeggiata.
-Harriet approvò la proposta e Roberts si affrettò
-ad uscir di barca col professore e miss Bertha. Ella
-disse allora che le faceva molto piacere che suo
-padre camminasse, ma ch'ella sarebbe venuta a
-S. Mamette in barca. Sir Roberts voleva subito
-risalire nel canotto, ma la signorina lo invitò così
-recisamente ad accompagnar suo padre, ch'egli
-non osò insistere.
-</p>
-
-<p>
-Il cuore mi batteva di gioia e io stavo per ringraziare
-miss Harriet, ma ella mi prevenne e si
-affrettò a dirmi che desiderava sapere una cosa
-<span class="pagenum" id="Page_32">[32]</span>
-da me. Voleva sapere se avessi potuto scoprire
-particolari intenzioni di miss Roberts. Non disse
-più di così; tuttavia intesi benissimo. Risposi che,
-secondo me, miss Roberts aveva il compito di sedurre
-una certa persona, ma che ubbidiva di malavoglia.
-</p>
-
-<p>
-Passavamo, così parlando, sotto la mia piccola
-villa. La cameriera e la cuoca erano a una finestra
-e mi salutarono sorridendo. Il domestico spiava
-dal giardinetto, tenendosi nascosto fra le piante.
-Mia sorella stava dietro ai vetri d'un'altra finestra.
-Indovinai subito che mia sorella non aveva potuto
-tacere con le persone di servizio. Udii distintamente
-la cuoca meravigliarsi ch'io avessi con
-me una signorina sola.
-</p>
-
-<p>
-— La Sua villa? — disse miss Forest. — Un bel
-posto!
-</p>
-
-<p>
-Le dissi quanto sarei felice ch'ella vi potesse
-entrare almeno un momento, quanto avrei goduto
-di farle vedere i miei fiori, i miei libri; di dirle
-anche un poco i sogni che sognavo là, guardando
-le montagne, il lago.
-</p>
-
-<p>
-— È impossibile — rispose — E poi sarebbe
-<span class="pagenum" id="Page_33">[33]</span>
-anche triste di conoscerci troppo, perchè credo che
-non ci vedremo mai più. Ma io ho visto un arancio
-nel suo giardino e accetterò un piccolo ramoscello
-d'arancio.
-</p>
-
-<p>
-— Non ci vedremo mai più? — esclamai, cessando
-di remare.
-</p>
-
-<p>
-Ella non rispose e mi parve commossa. Ci guardammo
-in silenzio un momento, poi ella sorrise
-leggermente, e disse:
-</p>
-
-<p>
-— Come diceva, ieri, mio padre? <i>Remare, remare!</i>
-Vorrei portar via mio padre domattina — soggiunse. — Vorrei
-che fosse possibile di fargli
-sapere, di fargli credere quelle cose orribili che
-Lei mi ha raccontate!
-</p>
-
-<p>
-— E se le credesse, vorrebbe Lei ancora partir
-domani?
-</p>
-
-<p>
-— Sì; credo che sarebbe necessario.
-</p>
-
-<p>
-— E dove andrebbe?
-</p>
-
-<p>
-— In America.
-</p>
-
-<p>
-— E se io l'aiutassi a far credere quelle cose
-orribili a suo padre, avrebbe Lei una briciola di
-gratitudine, si dimenticherebbe di me in America?
-</p>
-
-<p>
-Miss Harriet mi stese silenziosamente la mano,
-che io subito presi fra le mie, lasciando i remi.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_34">[34]</span>
-</p>
-
-<p>
-— L'aiuterò, miss Forest, e sono sicuro di riuscire.
-Ho preso più interesse a Lei, signorina, che
-non avrei creduto possibile in così breve tempo.
-Diventerò il mio proprio nemico purchè ella sia
-contenta. Non merito che si levi il guanto?
-</p>
-
-<p>
-Si tolse il guanto, e senza curarmi che dalla
-riva qualcuno ci potesse vedere o no, io posai e
-tenni un momento le labbra su quella bianca mano,
-ch'era fredda, per l'emozione, come il ghiaccio.
-</p>
-
-<p>
-— È strano — diss'ella, poi, sorridendo — che
-io non so neppure il suo nome.
-</p>
-
-<p>
-Glielo dissi, e poi si parlò di letteratura inglese,
-dei romanzi che conoscevamo l'uno e l'altra. Era
-un modo per me di esprimere i miei sentimenti e
-per essa di mostrare che non le dispiacevano. Fui
-particolarmente contento di udire che fra i romanzi
-di Dickens preferiva, com'io, «<i>A tale of
-two Cities</i>» e che Sidney Carton le piaceva più
-di tutti gli altri personaggi di quel libro.
-</p>
-
-<p>
-Era una gran gioia per me che le nostre anime
-si toccassero anche in un solo piccolo punto. Questo
-bastava per far passare una corrente elettrica
-che mi riempiva di dolcezza. Parlammo anche
-<span class="pagenum" id="Page_35">[35]</span>
-della Valsolda. Solamente chi ha un raffinato e
-squisito senso della natura può intendere il segreto
-fascino della Valsolda. La gente volgare non
-ne capisce niente. Ella lo intendeva. Le domandai
-se le sarebbe piaciuto di vivere in Valsolda.
-</p>
-
-<p>
-— No — diss'ella. — Non lo credo. Ho un carattere
-strano. Questa Valsolda mi sembra un porto. Mi
-piacerebbe vivere sul mare aperto e morire qui.
-</p>
-
-<p>
-Prima di giungere a S. Mamette dissi a miss
-Forest che trovasse modo di raccontar subito ogni
-cosa a suo padre. Io poi lo avrei persuaso che
-tutto era vero. Ella mi porse da capo la mano.
-</p>
-
-<p>
-— Grazie! — diss'ella. — Addio! — soggiunse
-sorridendo non senza tristezza. — È meglio che
-ci congediamo adesso, mentre siamo soli.
-</p>
-
-<p>
-— Ma io — risposi — ritornerò a Lugano con
-Loro.
-</p>
-
-<p>
-— Lo desidera? — diss'ella. — Non sarebbe
-meglio separarci prima? Potremo prendere un vero
-barcaiuolo che Le ricondurrà la barca. Ella mi
-darà il ramoscello d'arancio e ci lascieremo qui.
-</p>
-
-<p>
-Le domandai allora con voce tremante se il ramoscello
-d'arancio non potrebbe forse un giorno
-<span class="pagenum" id="Page_36">[36]</span>
-dar fiori per una ghirlanda. Non m'intese o non
-mi volle intendere. Non mi rispose. Forse, se intese,
-dubitò che fosse una frase poetica, non abbastanza
-ponderata e seria. Forse aveva altre ragioni;
-non ne so nulla.
-</p>
-
-<p>
-— Addio! — dissi sottovoce.
-</p>
-
-<p>
-Ella chinò leggermente il capo, come per gradire
-il mio saluto, e non aprimmo più bocca.
-</p>
-
-<p>
-Sir Forest e compagni ci aspettavano sulla riva.
-Miss Harriet discese per andare a far colazione
-con loro, e io dissi che dovevo allontanarmi, ma
-che sarei stato a loro disposizione fra un'ora.
-</p>
-
-<p>
-Ritornai con la barca a Oria, mi vestii convenientemente,
-mi posi all'occhiello un ramoscellino
-di arancio, e mi feci condurre a S. Mamette dal
-mio domestico, molto in fretta, anche perchè il
-cielo era diventato minaccioso.
-</p>
-
-<p>
-Andai alla <i>Stella d'Italia</i>, dove i Forest erano
-a far colazione, e mandai loro la mia carta da
-visita. Fui subito introdotto, e mi presentai direttamente
-al signor Forest. Gli chiesi scusa, in un
-detestabile inglese, se il giorno prima, avendo veduto
-che egli e le signorine avevano bisogno di
-<span class="pagenum" id="Page_37">[37]</span>
-una barca, mi ero permesso di offrire la mia con
-una innocente finzione.
-</p>
-
-<p>
-Il signor Forest era rosso e confuso; non sapeva
-evidentemente quale contegno tenere, se ringraziarmi
-o rimproverarmi. Miss Harriet mi ringraziò
-col più gentile sorriso. Miss Bertha mi guardava
-stupefatta, senza capir nulla. Mi voltai verso
-il signor Roberts, che mi guardava pure alquanto
-meravigliato e pareva quasi non riconoscermi.
-</p>
-
-<p>
-— Signore — gli dissi — Ella non è stata oggi
-molto gentile col barcaiuolo; ma siccome La conosco,
-voglio essere generoso con Lei e renderle
-ugualmente un piccolo servigio. La Sua signora
-Le manda a dire che l'aspetta a Lugano, per affari
-urgenti, col vapore.
-</p>
-
-<p>
-— La mia signora? — rispose il furfante — Lei
-s'inganna, signore. Io non La conosco e non
-ho moglie.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Sprechen sie deutsch, mein Herr</i> — diss'io
-in tono molto deciso. E continuai in tedesco: — Lei
-avrebbe dovuto essere più prudente, ieri, parlando
-con la giovine signora. Devo io ripetere ai signori
-Forest ciò che ha detto? Non mi costringa a questo.
-<span class="pagenum" id="Page_38">[38]</span>
-Il battello diretto a Lugano sta per arrivare
-qui. Parta! Parta subito!
-</p>
-
-<p>
-L'uomo esitò un momento, poi si voltò ai Forest
-e disse tranquillamente:
-</p>
-
-<p>
-— Me lo immaginavo. Questo povero signore
-che fa il barcaiuolo ha perduto la testa. Mi parla
-una lingua che neppure comprendo!
-</p>
-
-<p>
-Miss Harriet e suo padre mi guardarono, lei ansiosa,
-lui corrucciato. Io aveva preveduto che l'uomo
-tenterebbe questo colpo.
-</p>
-
-<p>
-— Caro signore — ripresi in tedesco, guardando
-l'orologio — Ella ha sette minuti di tempo per
-prendere il vapore. Se ella resta qui, Le prometto
-la preziosa conoscenza dei carabinieri di S. M. il
-Re d'Italia, i quali desiderano avere una piccola
-conversazione con Lei.
-</p>
-
-<p>
-Fu lui, allora, che perdette la testa e mi rispose:
-</p>
-
-<p>
-— <i>Das ist nicht wahr!</i>
-</p>
-
-<p>
-Io mi voltai ai Forest e dissi sorridendo:
-</p>
-
-<p>
-— Il signore parla la lingua che non comprende!
-</p>
-
-<p>
-Egli s'era già accorto del suo sproposito; come
-<span class="pagenum" id="Page_39">[39]</span>
-il giorno prima, cacciò una imprecazione in una
-lingua sconosciuta; poi afferrò il cappello e disse
-ai Forest, indicandomi:
-</p>
-
-<p>
-— Se non parto, uccido quest'uomo! A Lugano
-mi giustificherò.
-</p>
-
-<p>
-E scomparve. Io gli gridai dietro:
-</p>
-
-<p>
-— Ella ha tre minuti!
-</p>
-
-<p>
-Le finestre erano aperte. Si udivano le ruote
-del vapore che si avvicinava.
-</p>
-
-<p>
-Non ebbi le braccia del signor Forest in torno
-al mio collo, nè i suoi favoriti grigi sulla mia
-faccia. Egli era molto turbato, e davvero, se il
-mio idillio era spezzato, lo era pure il suo. Lessi
-invece con gioia l'ammirazione e la gratitudine
-negli occhi di miss Harriet.
-</p>
-
-<p>
-— Partiamo subito! — disse suo padre. — Torniamo
-a Lugano subito!
-</p>
-
-<p>
-Io offersi la mia barca. Mr. Forest rispose abbastanza
-bruscamente che mi ringraziava, ma che
-non accettava, e che intendeva cercare subito
-un'altra barca.
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi di miss Harriet domandarono scusa
-per suo padre. Non insistetti. Il signor Forest si
-<span class="pagenum" id="Page_40">[40]</span>
-avviò per uscire con le signorine, e io le seguii
-col cuore pesante. Eravamo nel piccolo corridoio
-scuro e stretto che serve d'ingresso all'albergo,
-quando un violento acquazzone strepitò fuori sulla
-piazza. Il vecchio professore dovette fermarsi. Egli
-e miss Bertha guardavano, stando sulla porta, il
-cielo tutto bianco e le oblique righe della pioggia.
-</p>
-
-<p>
-Io mi levai silenziosamente il ramoscellino d'arancio
-dall'occhiello e lo porsi a miss Harriet. Ella
-lo prese pure silenziosamente, ne staccò una foglia,
-se l'accostò alle labbra, me la diede e si nascose
-il resto in seno. Allora cercai segretamente
-la sua mano che segretamente rispose alla mia
-stretta.
-</p>
-
-<p>
-Guardavamo anche noi in quel momento nella
-piazza, ma senza sapere se vi splendesse il sole o
-vi cadesse la pioggia. Quando, dopo qualche momento,
-ella ritirò dolcemente la sua mano, le vidi
-lagrime negli occhi. La pioggia cessò; la barca fu
-presto trovata.
-</p>
-
-<p>
-— Credo che La debbo ringraziare, — mi disse
-finalmente il signor Forest nel congedarsi da me.
-</p>
-
-<p>
-Miss Harriet non mi disse nulla. Solo mi guardò
-<span class="pagenum" id="Page_41">[41]</span>
-con uno sguardo che m'entrò nel cuore e ancora
-di tempo in tempo mi fa male.
-</p>
-
-<p>
-Due giorni dopo andai a Villa Ceresio. I Forest
-erano partiti. Passai tre ore sopra un sedile del
-<i>quai</i> presso l'<i>Hôtel du Parc</i>, all'ombra delle
-acacie, a guardare il Cavallino, Castagnola, villa
-Ceresio, le acque del lago scintillanti al sole. Il
-bel paese mi pareva scolorato, vuoto e triste.
-</p>
-
-<p>
-Non ho più veduto miss Harriet; non ho più
-udito parlare di lei. Sarei felice se queste righe
-attraversassero l'Atlantico, cadessero sotto i suoi
-occhi, o almeno sotto gli occhi di qualche amica
-sua, cui ella avesse narrato questo episodio della
-sua vita. Io pregherei questa sconosciuta amica
-di miss Forest di farle avere il presente racconto,
-e anche di dirle che la foglia d'arancio baciata
-dalle sue labbra è ancora custodita come una dolce,
-cara memoria, insieme alla monetina d'argento,
-nella piccola villa battuta dalle onde, a piè del
-monte coperto di ulivi, di viti e di allori.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_45">[45]</span>
-</p>
-
-<h2 id="crocifisso">Il Crocifisso d'argento</h2>
-</div>
-
-<p>
-— Contessa, il caffè — disse la cameriera.
-</p>
-
-<p>
-La contessa non rispose. Le persiane erano
-chiuse, ma si poteva tuttavia vedere, sul velato
-candore del guanciale, il grazioso viso inclinato
-della giovane signora che dormiva.
-</p>
-
-<p>
-La cameriera, ritta accanto al letto, col vassoio
-del caffè, ripetè più forte:
-</p>
-
-<p>
-— Il caffè, contessa.
-</p>
-
-<p>
-La contessa si mise supina, sospirò ad occhi
-chiusi e sbadigliò:
-</p>
-
-<p>
-— Apri un poco.
-</p>
-
-<p>
-L'altra andò alla finestra senza posare il vassoio
-e, nel tirar la maniglia dell'imposta, rovesciò la
-tazza vuota sulla sottocoppa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_46">[46]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Piano! — fece la contessa, sottovoce, ma
-con sdegno. — Cosa fai stamattina? Dove hai la
-testa? Ecco che hai svegliato il bambino.
-</p>
-
-<p>
-Infatti il piccino s'era svegliato, piangendo, nel
-suo lettuccio.
-</p>
-
-<p>
-La signora alzò il capo dal guanciale e fece
-verso il lettuccio un imperioso: — Zitto!
-</p>
-
-<p>
-Il bambino si chetò subito, non mise più che
-qualche breve vocina dolente.
-</p>
-
-<p>
-— Questo caffè! — disse la signora. — Sei
-stata dal conte? Tien fermo! Cos'hai?
-</p>
-
-<p>
-Cos'aveva, infatti, la cameriera? La tazza, la
-sottocoppa, la zuccheriera, il bricco e il vassoio
-susurravano qualche cosa di sospetto col loro
-tremolìo. La contessa alzò gli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa c'è? — diss'ella posando la tazza.
-</p>
-
-<p>
-Se il viso della cameriera era contraffatto, quello
-della dama non era adesso meno turbato dallo
-sgomento e dall'incertezza.
-</p>
-
-<p>
-— Niente — rispose la donna, tremante.
-</p>
-
-<p>
-La contessa le afferrò il braccio col vigore di
-una fiera.
-</p>
-
-<p>
-— Parla — diss'ella.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_47">[47]</span>
-</p>
-
-<p>
-Intanto un bel visetto d'un bambino sui quattro
-anni comparve attento e muto sopra la sponda
-del lettuccio.
-</p>
-
-<p>
-— Un caso, signora — rispose la cameriera,
-quasi piangendo. — Un caso di colèra.
-</p>
-
-<p>
-La contessa, livida, si voltò quasi per istinto
-e vide suo figlio che ascoltava. Balzò dal letto,
-impose rapidamente silenzio alla cameriera, accennandole
-di passar nella camera vicina, e corse
-al lettuccio.
-</p>
-
-<p>
-Il piccino ricominciava a piangere, ma ella lo
-baciò, lo accarezzò, scherzò e rise tanto con lui,
-che vinse le sue lagrime. Poi si mise in furia la
-veste da camera e raggiunse la cameriera, chiudendo
-l'uscio dietro a sè.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio, oh Dio! — diss'ella ansando, spasimando,
-mentre l'altra si metteva a singhiozzare.
-</p>
-
-<p>
-— Zitto per amor di Dio! Guai a te se spaventi
-il bambino! Dov'è questo caso?
-</p>
-
-<p>
-— Da noi, signora! La Rosa del gastaldo — rispose
-colei. — Le ha preso il male a mezzanotte.
-</p>
-
-<p>
-— Oh Signore! E adesso?
-</p>
-
-<p>
-— Morta! Morta mezz'ora fa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_48">[48]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il bambino strillava chiamando la mamma.
-</p>
-
-<p>
-— Va — disse la contessa — giuoca con lui,
-fallo stare allegro, fa tutto quello che vuole. Sta
-quieto, caro! — gridò. — Vengo subito!
-</p>
-
-<p>
-Corse da suo marito.
-</p>
-
-<p>
-La contessa aveva una paura cieca e folle del
-colèra. Solo la passione per il bambino era più
-cieca e più folle. Ai primi rumori del morbo era
-fuggita dalla città, col marito, nella sua villa, nello
-splendido podere da lei recato in dote, confidando
-che il colèra non vi sarebbe penetrato nel 1886,
-come non vi era mai penetrato prima, neppure
-nel 1836. E adesso lo aveva in casa, nel cortile
-rustico della villa.
-</p>
-
-<p>
-Entrò, scapigliata e discinta, dal conte; e, prima
-ancora di parlare, diede al campanello due strappate
-furibonde.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sai? — diss'ella con due occhi spiritati.
-</p>
-
-<p>
-Il conte, che stava facendosi la barba flemmaticamente,
-si voltò, col pennello insaponato in
-mano, e presa un'aria stupida, rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Che?
-</p>
-
-<p>
-— Non sai della Rosa?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_49">[49]</span>
-</p>
-
-<p>
-Adesso il conte prese un'aria tranquilla e rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Sì, lo so.
-</p>
-
-<p>
-Se sulle prime aveva nutrita un'ombra d'irragionevole
-speranza che sua moglie ignorasse ancora
-il caso della Rosa, gli parve poi che un contegno
-indifferente da parte sua dovesse rassicurare
-anche lei. Ma invece i begli occhi della signora
-gittaron lampi, una durezza selvaggia le comparve
-in viso.
-</p>
-
-<p>
-— Lo sa — esclamò — e pensa a farsi la
-barba! Cosa sei tu? Che padre sei? Che marito
-sei?
-</p>
-
-<p>
-— Oh Dio... — fece il conte allargando le braccia.
-</p>
-
-<p>
-Prima che il pover'uomo, insaponato fino agli
-occhi e affagottato nella salvietta, sapesse trovare
-un'altra parola, il cameriere bussò all'uscio.
-</p>
-
-<p>
-La contessa gli ordinò che nessun contadino del
-cortile rustico fosse lasciato entrare in casa e
-che nessuno di casa andasse nel cortile. Poi gli
-diede l'ordine per il cocchiere di tener pronto
-fra un'ora il <i>landau</i> con i cavalli che gli avrebbe
-detto il conte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_50">[50]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Cosa vuoi fare? — disse questi, che intanto
-aveva ripreso fiato. — Non ammetto esagerazioni.
-</p>
-
-<p>
-— <i>Esagerazioni</i>, hai il coraggio di dire? Sarò
-tua schiava in tutto, ma quando si tratta della
-vita, capisci, quando si tratta di mio figlio, non
-ascolto più nessuno. Partire subito, voglio. Ordina
-i cavalli.
-</p>
-
-<p>
-Il conte s'irritò. Come si potevano spingere le
-cose fino a questo punto? Che convenienza c'era
-di scappare così? E gli affari? Fra due giorni,
-fra un giorno, via, fra dodici ore, sarebbe partito;
-prima no! La contessa non gli lasciava dir quattro
-parole senza ribatterle con la maggiore violenza.
-Che convenienza! Che affari! Vergogna!
-</p>
-
-<p>
-— E la roba? — diss'egli. — Bisognerà bene
-prendere con noi qualche cosa. Ci vorrà bene del
-tempo!
-</p>
-
-<p>
-Sua moglie fece un'esclamazione sdegnosa. Ella
-s'impegnava di allestire i bauli entro un'ora.
-</p>
-
-<p>
-— Ma dove si va? — domandò ancora il marito.
-</p>
-
-<p>
-— Alla stazione della ferrovia e poi dove vorrai
-tu. Ordina questi cavalli.
-</p>
-
-<p>
-— Sono stufo — gridò il conte. — Ordino quello
-<span class="pagenum" id="Page_51">[51]</span>
-che pare a me. E dopo tutto vadano anche gl'interessi,
-vada tutto, cosa m'importa? È roba tua,
-già... Le saure!... — diss'egli rabbiosamente al
-cameriere che aspettava in disparte, impassibile.
-</p>
-
-<p>
-Questi uscì.
-</p>
-
-<p>
-La contessa si vestì e si pettinò in un lampo,
-giungendo spesso le mani negli slanci di tacite preghiere,
-spiccando ordini ad ogni momento, facendo
-correre per la casa i domestici a frustate frenetiche
-di campanello. Era un saltar su e giù di
-costoro per le scale, uno sbatter usci, un chiamarsi,
-uno sgridare, un ridere e un imprecar sommesso.
-Le finestre che guardavano il cortile funesto furon
-tutte chiuse subito, anche perchè non si udissero
-strillare le figlie della morta; pure un triste odor
-di cloro spirava già per la casa, copriva già
-nella camera della contessa il delicato profumo
-di Vienna ch'era come l'aura sua.
-</p>
-
-<p>
-— Dio mio! — diss'ella rabbrividendo come se
-avesse odorata la morte. — Adesso m'ammorbano
-tutto. Presto nei bauli, presto nei bauli! E chiudere
-subito! Io muoio se porto via quest'odore.
-Non sanno che il cloro è inutile? Che brucino,
-<span class="pagenum" id="Page_52">[52]</span>
-che brucino tutto! Il padrone lo manderà via, il
-gastaldo, se trafugherà qualche cosa.
-</p>
-
-<p>
-— Hanno già bruciato, contessa — disse una
-cameriera. — Il medico ha fatto bruciare lenzuola,
-coperte e pagliericcio.
-</p>
-
-<p>
-— Ci vuol altro! — replicò la contessa.
-</p>
-
-<p>
-In quel punto il conte, sbarbato e vestito, fece
-irruzione in camera e prese a parte sua moglie.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa facciamo di questa gente? — diss'egli — Io
-non posso mica farli viaggiar tutti.
-</p>
-
-<p>
-— Quel che vorrai — rispose la contessa. — Mandali
-via. Qui in casa non ci resta nessuno di
-sicuro. Non voglio mica che prendano il colèra e
-che poi mi si appestino le camere col cloro e mi
-si bruci Dio sa quanta roba, perchè quando si
-tratta dei signori...
-</p>
-
-<p>
-Il conte era arrabbiato di aver ceduto, adesso.
-</p>
-
-<p>
-— Bella figura — diceva — che si fa. È una
-vigliaccheria, una vergogna di scappare a questo
-modo!
-</p>
-
-<p>
-— Ecco — rispondeva la contessa — come siete
-voialtri uomini! Il comparir forti, il comparir coraggiosi
-vi preme più che la salute e la vita della
-<span class="pagenum" id="Page_53">[53]</span>
-vostra famiglia. Avete paura di perdere la popolarità!
-Non la vuoi perdere? Fa chiamare il sindaco
-e offri cento lire per i colerosi.
-</p>
-
-<p>
-Egli proponeva allora di rimaner solo mentre
-lei partirebbe col bambino, ma non sapeva star
-fermo.
-</p>
-
-<p>
-Intanto i bauli si empivano. I giocattoli del
-bambino, i suoi vestitini più eleganti, il laudano,
-i libri di preghiere, gli opuscoli del dottor Tunisi,
-il costume da bagno, alcuni gioielli, la carta cifrata,
-le pellicce, le biancherie, molto del superfluo
-e poco del necessario, tutto era gittato dentro
-alla rinfusa. E poi i bauli, con grandi sforzi, si
-chiusero: e poi la contessa, seguita dal conte che
-dimostrava il più grande ardore di fare qualche
-cosa e non faceva niente, percorse tutta la casa
-aprendo cassettoni ed armadi, guardandovi dentro
-per l'ultima volta, chiudendo tutto a chiave di
-sua mano. Il conte dichiarò che sarebbe stato necessario
-di prendere qualche cibo prima di partire.
-</p>
-
-<p>
-— Sì, sì, — diss'ella con ironia — prender
-qualche cibo! Adesso vi dirò io cosa prenderete!
-</p>
-
-<p>
-E raccolti in una stanza suo marito e tutti i
-<span class="pagenum" id="Page_54">[54]</span>
-domestici, anche quelli ch'erano mandati alle case
-loro in licenza, perchè voleva il bene di tutti, li
-costrinse a prender dieci goccie di laudano per
-ciascuno. Il bambino ebbe del cioccolatte.
-</p>
-
-<p>
-Finalmente la carrozza venne di gran trotto,
-dalla parte del giardino, a fermarsi davanti alla
-villa. Prima di scendere, la contessa, ch'era molto
-pia, si ritirò nella sua camera per un'ultima preghiera.
-Presa una sedia, v'inclinò su la persona
-chiusa in un costume attillato di flanella bianca,
-congiungendo sulla spalliera i guanti neri ad otto
-bottoni, coperti, al polso, di cerchi di platino e
-d'oro, alzò al cielo la penna del cappellino di velluto
-nero e gli occhi fervorosi, battè frettolosamente
-ed a lungo le labbra. Non disse al Signore
-una sola parola per le miserabili creature che
-avevano perduta la madre, nè perchè il colèra risparmiasse
-le rudi vite incatenate nello stento alla
-terra potente che le aveva dato la sua villa, i suoi
-gioielli, i suoi abiti, il suo profumo di Vienna, le
-sue raffinatezze, il suo orgoglio, suo marito e suo
-figlio, il suo comodo Iddio. Non pregò neppure per
-sè. Ella, che vedeva già sè e i suoi colpiti dal colèra
-<span class="pagenum" id="Page_55">[55]</span>
-in viaggio, non volle pregare per sè e dimenticò di
-pregare per suo marito. Pregò per il bambino, si
-offrì per lui. Veramente le sue labbra non dicevano
-che de' <i>Pater</i>, degli <i>Ave</i> e dei <i>Gloria</i>; ma
-Tanima sua era tutta nel bambino, nell'orrore che
-potesse essere colpito lui, nel desiderio intenso che
-non soffrisse neppure di questa partenza affrettata,
-di questo viaggio ancora ignoto, che non perdesse
-nè l'appetito nè il sonno, nè l'allegria, nè i colori,
-che le riuscisse di tenergli nascosto ogni aspetto
-del dolore e del terrore altrui.
-</p>
-
-<p>
-Si fece in furia il segno della croce, mise un
-grande mantello grigio e andò a chiudere l'unica
-finestra rimasta aperta. Il vento mattutino inclinava
-e cangiava davanti alla villa l'erbe mature
-del prato, corso da grandi ombre di nuvole, batteva
-le pioppe luccicanti del viale d'entrata. La
-contessa che lo stimava pieno di tradimenti, non
-ebbe uno sguardo di rimpianto per la pacifica
-scena famigliare a lei dall'infanzia; chiuse e discese.
-</p>
-
-<p>
-Presso allo sportello delia carrozza, il Sindaco
-parlava col conte.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_56">[56]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Viene di là? — diss'ella indietreggiando.
-</p>
-
-<p>
-Udito che veniva di casa sua, inveì contro di
-lui che non aveva saputo tener lontano il male.
-Egli sorrideva e si giustificava, ma la signora rispondeva
-confusa: — Niente, niente; — e si affrettò
-a salire in carrozza col bambino.
-</p>
-
-<p>
-— Hai dato? — diss'ella sottovoce a suo marito,
-quando egli pure fu a posto. Questi accennò
-di sì.
-</p>
-
-<p>
-— Debbo ringraziare anche la signora contessa — cominciò
-allora quell'umile Sindaco — della
-generosità...
-</p>
-
-<p>
-— Miserie, miserie — interruppe il conte, non
-sapendo quel che diceva.
-</p>
-
-<p>
-Adesso che tutti erano in carrozza, la signora
-fece una rapida rassegna delle borse, dei <i>nécessaires</i>,
-degli ombrelli, degli scialli, dei soprabiti.
-Intanto il conte porse il capo a guardar se i bagagli
-fossero a posto nel barroccio sopraggiunto
-dietro il legno.
-</p>
-
-<p>
-— È fatto? — diss'egli. — E cos'ha quel marmocchio?
-</p>
-
-<p>
-— Chi piange? — esclamò alla sua volta la
-contessa, buttandosi quasi fuori del legno.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_57">[57]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Fatto, signor sì — rispose un contadino che
-era stato chiamato in aiuto ai domestici.
-</p>
-
-<p>
-Un ragazzetto cencioso gli stava attaccato ai
-calzoni singhiozzando.
-</p>
-
-<p>
-— Va là, taci — gli disse il padre aspramente,
-e, volto alle signorie loro riprese:
-</p>
-
-<p>
-— Fatto tutto.
-</p>
-
-<p>
-Il conte si cacciò una mano in tasca, guardando
-il ragazzo.
-</p>
-
-<p>
-— Non romper l'anima — diss'egli — che ti
-darò un soldo anche a te.
-</p>
-
-<p>
-— La mamma ha male — singhiozzò il ragazzo
-disperatamente. — La mamma ha il colèra!
-</p>
-
-<p>
-La contessa diè un balzo, menò l'ombrellino,
-con un pauroso viso di follìa, sulle spalle del cocchiere.
-</p>
-
-<p>
-— Via! — gridò. — Via! Via subito!
-</p>
-
-<p>
-Quegli frustò i cavalli che s'impennarono con
-fracasso e presero tosto il galoppo. Il Sindaco fu
-appena in tempo di scansarsi, il conte fu appena
-in tempo di gittar a quell'uomo una manciata di
-soldi che si sparpagliarono a terra. Il ragazzo
-smise di piangere, l'uomo non si mosse, guardò
-<span class="pagenum" id="Page_58">[58]</span>
-dietro alle ruote scintillanti, agli ombrellini grigi,
-che si allontanavano rapidamente nella polvere,
-e disse fra i denti:
-</p>
-
-<p>
-— Maledetti porci di signori.
-</p>
-
-<p>
-Il Sindaco se n'andò quatto quatto, facendo le
-viste di non aver inteso.
-</p>
-
-<p>
-Colui era di statura e d'età mezzana, magro e
-livido in viso, con una sinistra guardatura di malvivente.
-Gli abiti gli cadevano a brandelli come
-a suo figlio. Gli fece raccattare i soldi e poi si
-avviò a casa con lui.
-</p>
-
-<p>
-Abitava, nel cortile di una fattoria della contessa,
-un tugurio di mattoni sgretolati, senza intonaco,
-fra il letamaio e i porcili. Un fossato nero
-di putridumi senza nome, gli puzzava sulla porta,
-sotto un pezzo d'asse marcia, buttato là per ponte.
-</p>
-
-<p>
-Si entrava in una caverna nera, lurida, senza pavimento,
-con un focolare di mattoni, tutto smozzicato
-all'ingiro, incavato nel mezzo dalle ginocchia
-villane di chi gli faceva cuocere la polenta.
-Una scala di legno, mancante di tre scalini, saliva
-alla camera, fetida di miseria e di vecchiume,
-dove padre, madre e figliuolo dormivano in un
-<span class="pagenum" id="Page_59">[59]</span>
-letto. Presso al letto si guardava giù, per il pavimento
-sfondato, in cucina. Il letto stesso era stato
-tirato per isghembo al solo posto dove, quando
-pioveva, non battessero le gocce dal tetto.
-</p>
-
-<p>
-Accasciata a terra, abbandonando il capo alla
-sponda di quel letto, stava la contadina presa dal
-colèra; una povera vecchia faccia di trent'anni,
-ch'era stata florida a venti e aveva ancora la bellezza
-di una mansuetudine santa. Suo marito, al
-primo vederla, capì cos'era e cacciò una bestemmia.
-Anche il figlioletto che lo seguiva, quando
-vide il viso nerastro di sua madre, ebbe paura
-e si fermò sull'entrata.
-</p>
-
-<p>
-— Gesù Signore, mandalo via — mormorò la
-donna con voce fioca. — Mandalo via che ho il
-colèra. Va dalla zia, caro. Conducilo via tu e
-chiamami il prete.
-</p>
-
-<p>
-— Vado — disse il marito.
-</p>
-
-<p>
-Discese, spinse il ragazzo verso il cancello del
-cortile, ripetendogli:
-</p>
-
-<p>
-— Va! Va dalla zia.
-</p>
-
-<p>
-Poi andò sotto il porticato della fattoria, ne ritornò
-con una bracciata di paglia, se la portò in
-<span class="pagenum" id="Page_60">[60]</span>
-cucina, e risalì da sua moglie che s'era potuta,
-intanto, rovesciare con grande sforzo sul letto.
-</p>
-
-<p>
-— Senti — diss'egli con insolita dolcezza — mi
-rincresce, ma se muori qui ci bruciano il letto,
-capisci? Pensaci. Ti ho portato della paglia in
-cucina, un bel mucchio.
-</p>
-
-<p>
-Ella perdeva rapidamente la voce, non poteva
-più farsi intendere. Accennò fervorosamente di sì
-con la testa e fece uno sforzo inutile per scender
-dal letto. Allora l'uomo la prese in braccio.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo — diss'egli. — Se creperò anch'io
-ci vorrà pazienza.
-</p>
-
-<p>
-L'inferma lo pregò a gesti di darle un piccolo
-crocifisso d'argento, appeso alla parete, e, avutolo,
-vi affisse avidamente le labbra, discese come un
-corpo morto sulle braccia di suo marito, che l'adagiò
-alla meglio sulla paglia e andò in cerca del
-prete.
-</p>
-
-<p>
-Allora anche la miserabile, sola come una bestia
-carbonchiosa sulla paglia già infetta, prima di partire
-per il mondo sconosciuto, pregò. Pregò per
-l'anima propria con umile contrizione, convinta di
-aver molto peccato benchè non avesse a ricordar
-<span class="pagenum" id="Page_61">[61]</span>
-come, torturata da questa impotenza. Venne, mandato
-dal sindaco, il dottore, che aveva paura; la
-vide spacciata, disse: — rhum, nè marsala, già
-non ne avete — le ordinò dei mattoni caldi sullo
-stomaco, pose il sequestro e partì. Venne il prete,
-un cappellano che non aveva paura, le disse rozzamente,
-con la tranquillità dell'abitudine, ciò che
-chiamava <i>le solite cose</i>, oscurandone, con la sua
-parola, il divino; che, guasto com'era d'ignoranza
-e d'inopportune durezze, pure empì di sereno e di
-luce la moribonda.
-</p>
-
-<p>
-Compiuta l'opera sua, anche il prete partì.
-Mentre il marito, levatole di sotto le spalle poche
-manate di paglia, aveva acceso il fuoco per riscaldare
-i mattoni, la donna pregò ancora, per i
-suoi; non così fervidamente per il fanciullo come
-per l'uomo cui aveva perdonato tanto e ch'era
-sulla via della perdizione eterna. Finalmente, baciando
-il crocifisso, un movimento del cuore le
-ricordò la persona da cui le veniva.
-</p>
-
-<p>
-Glielo aveva regalato, sedici anni addietro, per
-la sua cresima, la contessa; la padrona della splendida
-villa dov'era una gioia di vivere e del tugurio
-<span class="pagenum" id="Page_62">[62]</span>
-immondo dov'era una gioia di morire. La
-contessa era una bambina in quel tempo e avea
-donato il crocifisso alla figliuola del bifolco per
-suggerimento di sua madre, della contessa d'allora,
-una mite donna, morta da un pezzo e non
-dimenticata dalla povera gente.
-</p>
-
-<p>
-La moribonda si era confessata d'aver pensato
-male dei padroni, e anche d'averne qualche volta
-mormorato, facendo consentire suo marito a bestemmie,
-perchè, malgrado suppliche e suppliche,
-mai non le avean fatto riparare il tetto nè il pavimento,
-nè la scala, mai non le avean fatto mettere
-le impannate alle finestre. Adesso si pentiva,
-si ricordava della buona padrona vecchia, domandava
-perdono, nel suo cuore, al signor conte e alla
-signora contessa, pregava Dio e la Madonna per
-essi.
-</p>
-
-<p>
-Nello stesso momento in cui l'uomo le posò sullo
-stomaco i mattoni, che scottavano, ella ebbe una
-contrazione, uno spasimo di tutto il corpo e spirò.
-</p>
-
-<p>
-Egli le buttò della paglia sul viso nero, le tolse,
-a stento il crocifisso di mano, e se lo cacciò in
-tasca, brontolandogli come ad un buono a nulla; — per
-<span class="pagenum" id="Page_63">[63]</span>
-quello che le hai fatto, Cristo! — e tacendo
-il resto del suo pensiero. Ma nè lui sapeva nè
-noi sappiamo che avesse fatto il piccolo crocifisso
-tante volte baciato e invocato dalla poveretta;
-ancor meno sappiamo quale occulta benedetta via
-potrebbe fare in avvenire il pensiero pio, nato nel
-cuore di una vecchia dama, disceso a una bambina
-innocente e quindi risalito in gratitudine, riacceso
-in preghiera dentro uno spirito vicino e caro alla
-Infinita Pietà.
-</p>
-
-<p>
-Quella sera stessa i servitori che dovevano andare
-a casa in licenza durante il viaggio del conte
-e della contessa, si ubbriacarono, nel salotto della
-villa, di marsala e di rhum.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_67">[67]</span>
-</p>
-
-<h2 id="visita">La visita di Sua Maestà</h2>
-</div>
-
-<p>
-Il 12 dicembre 1873 S. A. R. il Principe Reggente
-ritornò a Corte da una partita di caccia
-verso le due pomeridiane. Il conte B., Presidente
-del Consiglio, lo attendeva ed ebbe subito con lui
-un colloquio che non durò meno di venti minuti.
-In seguito a questo colloquio S. A. R. si recò immediatamente
-negli appartamenti della Principessa
-Guglielmina, sua moglie. Due dame d'onore che
-erano presso l'augusta Signora, vedendo entrare
-S. A. R. in abito da caccia e con un viso molto
-serio giudicarono che vi fosse qualche novità e
-si ritirarono. Allora il principe domandò a sua
-moglie se sapesse che il senatore H. era agli estremi.
-Certo lo sapeva; la Corte mandava tre volte al
-giorno a casa H. a prendere notizie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_68">[68]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Ebbene, — disse il Principe, — il conte B.
-vuole ch'io ci vada.»
-</p>
-
-<p>
-Il senatore H., illustre storico e filosofo, era
-considerato una gloria nazionale. Fiero repubblicano
-nella sua gioventù, nemico quasi personale
-del Re, si era poi riconciliato, per effetto, sopratutto,
-d'una vanità smisurata, con la monarchia,
-ma senza modificare le sue idee filosofiche e religiose,
-abborrite dalla pia Principessa Guglielmina.
-</p>
-
-<p>
-«Naturalmente tu non ci andrai» — diss'ella.
-S. A. R. s'irritò moltissimo e rispose che ci andrebbe.
-In fatto egli non avrebbe voluto andarci
-e si era difeso a lungo contro il suo ministro. Non
-sapeva apprezzare il valore intellettuale di H.
-Quella sua clamorosa incredulità gli era antipatica
-e le ingiurie scagliate contro il defunto suo augusto
-fratello gli erano rimaste fitte nel cuore,
-anche dopo la conversione del filosofo alla monarchia.
-Ma S. A. era debole e non aveva saputo resistere
-al ministro che gli parlava di un onore da
-rendere a H. in ossequio al sentimento nazionale,
-del pericolo che un rifiuto fosse attribuito ad influenze
-<span class="pagenum" id="Page_69">[69]</span>
-clericali: perchè questa visita era stata,
-incredibile a dirsi, sollecitata segretamente dagli
-amici e dagli aderenti del moribondo. Il Principe,
-malcontento di aver ceduto, si adirava ora con
-sua moglie appunto perchè ella gli parlava come
-la sua propria coscienza: mentre egli era venuto
-da lei con la speranza dell'opposto. Si sfogò a dirle
-che le donne proponevano sempre vie molto semplici,
-ma che la questione era complessa, che il
-perdono delle offese era poi anche un atto cristiano,
-che una buona moglie avrebbe dovuto meglio
-apprezzare la sua posizione delicata e difficile
-davanti al ministro e al pubblico. La Principessa
-lo rimbeccò vivacemente e finì con dirgli che se
-si fosse trattato di ***, il suo scrittore favorito, il
-Principe Reggente non si sarebbe sicuramente
-mosso di casa.
-</p>
-
-<p>
-«Quello è un galantuomo, — rispose il Principe. — Al
-suo letto di morte vi sarà Domeneddio.
-Quest'altro si contenterà di me.»
-</p>
-
-<p>
-Ed ordinò ad un aiutante di far subito dire a
-casa H. che S. A. R. ci sarebbe andato alle quattro.
-</p>
-
-<p>
-La Principessa Guglielmina, appena fu sola, fece
-<span class="pagenum" id="Page_70">[70]</span>
-chiamare in fretta un canonico della Cattedrale,
-ch'era il suo elemosiniere privato e il suo segreto
-agente nei molteplici affari di coscienza cui S. A. R.
-alquanto <i>tracassière en bien</i>, secondo la frase di
-Chamfort, amava immischiarsi senza ricorrere al
-grande elemosiniere di Corte. Ella volle sapere
-dal canonico se l'Autorità ecclesiastica avesse tentato
-o fosse per tentare qualche cosa presso H.
-che nella sua prima giovinezza era stato credente
-e aveva note relazioni d'amicizia con un vescovo.
-Il canonico disse che la Curia aveva fatto qualche
-passo, ma inutilmente. Quand'anche il moribondo
-avesse avuto buone disposizioni, non sarebbe stato
-possibile di giungere a lui, tanto era guardata la
-sua anticamera dal nemico. La principessa si sdegnò
-di questa rassegnazione e osservò che Iddio può
-aiutare contro migliaia di guardie, ma che i suoi
-ministri non debbono smarrirsi d'animo. Allora il
-canonico, forse alquanto punto, mostrò di farsi
-animo a dire una gran cosa e confidò a S. A. che,
-ad insaputa dell'Arcivescovo e della Curia, un
-prete avrebbe tentato di penetrare nella prossima
-notte presso l'infermo, pigliando il posto della infermiera
-<span class="pagenum" id="Page_71">[71]</span>
-con la quale era stata già presa ogni
-intelligenza opportuna. La Principessa battè le
-mani. E chi era questo prete? Forse egli stesso?
-No, era il tale, un gran sollecitatore di elemosine,
-che la Principessa conosceva, un sant'uomo, corto
-di cervello, entusiasta, imprudente, uno che vedeva
-miracoli dappertutto e ne aspettava ogni momento.
-S. A. fu mediocremente soddisfatta della
-scelta, ma quando seppe che scelta non c'era stata,
-perchè il prete aveva detto lui a un amico di voler
-far questo colpo, ella si acquietò all'osservazione
-del canonico che ogni più disgraziato strumento
-può diventar buono in mano di Dio.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-A casa H. la gente andava e veniva come nel
-palazzo di un principe fallito dove si tenesse una
-asta colossale. Infatti molti vanitosi, avidi di riputazione
-per lusso e molti figuri avidi di riputazione
-per necessità, venivano lì a pigliarsene
-un pezzo a buon mercato dicendosi amici del
-<span class="pagenum" id="Page_72">[72]</span>
-grand'uomo, il quale, del resto, se possedeva un
-amico nell'Episcopato cattolico, ne contava poi
-troppi altri nel laicato canaglia; amici questi della
-sua gioventù ribelle, che, salendo lui in fama,
-gli si erano appiccicati a' panni per modo ch'egli,
-pur desiderando levarseli d'attorno, non vi era
-riuscito mai.
-</p>
-
-<p>
-Nella stanza del malato e in un salotto vicino
-aveva posto il suo quartier generale uno stato
-maggiore di questa gente, i più audaci, i più violenti,
-i più famigerati, tutti bigotti dell'ateismo.
-La timida famiglia del professore, una sorella e
-un cognato, era stata messa da parte quasi colla
-violenza e coloro avevano preso possesso di H.
-come di una loro proprietà. Avevano fatto sostituire
-il medico ministeriale ad un professore radicale
-e avevano proibito di lasciar entrare preti;
-nè frati, nè suore. Ricevevano e aprivano i telegrammi,
-facevano pubblicare i bollettini; si facevano
-accendere gran fuochi nel caminetto e si ristoravano
-spesso col porto o col marsala e col
-cognac di casa. Uno si arrischiò una volta a fumare,
-ma questo non fu ammesso dalla maggioranza.
-<span class="pagenum" id="Page_73">[73]</span>
-Si erano tanto compenetrati nella persona
-del loro illustre amico che, rispondendo a chi domandava
-notizie di lui, usavano sempre il nominativo
-plurale, dicendo: «stamattina andiamo
-meglio, stasera stiamo peggio,» fino a che fosse
-venuto il momento di dire: «siamo morti».
-</p>
-
-<p>
-H. aveva una paralisi cerebrale, non gli restava
-che un barlume d'intelligenza. Si scuoteva solo
-quando gli dicevano che la Corte o i grandi Corpi
-dello Stato avevano mandato a chiedere notizie,
-che erano giunti telegrammi di personaggi importanti,
-che i giornali si occupavano della sua
-malattia facendo voti per la sua guarigione ed
-esprimendo quelli del popolo intero. Allora il senatore
-balbettava con viso ebete: «Ah, la Corte»
-«Ah, il Senato» «Ah, la Camera.» Per gli
-altri non veniva che un piccolo gemito sordo.
-Quando arrivava uno di questi messaggi, uno di
-questi articoli, persino l'amico che sturava la
-bottiglia di cognac e l'altro amico che attizzava
-il fuoco nel caminetto si sentivano crescere di
-valore e di maestà. Venivano anche parecchie signore
-per contendersi la gloria di dare a H. un
-<span class="pagenum" id="Page_74">[74]</span>
-pezzetto di ghiaccio e si guardavano con occhi
-altrettanto duri e freddi; ma verso mezzanotte
-non restava più in camera dell'ammalato che la
-sua vecchia infermiera.
-</p>
-
-<p>
-Gli <i>amici</i> avevano fatto pressione per mezzo di
-deputati sul Presidente del Consiglio onde avere
-l'estrema unzione del Principe Reggente e ci erano
-riusciti, come s'è visto. Prima delle tre un aiutante
-venne ad avvertire la sorella ed il cognato
-di H. che S. A. R. sarebbe venuto alle quattro.
-Gli amici diedero subito la notizia all'ammalato
-con un breve preambolo che ne togliesse il significato
-lugubre. Ma H. non lo poteva ad ogni
-modo più intendere e solo la sua vanità moribonda
-si rianimò a questa violenta speronata. «Ah, il
-Principe» balbettò e i suoi occhi si ravvivarono.
-</p>
-
-<hr class="tbs" />
-
-<p>
-S. A. R. scendendo di carrozza a casa H. si
-trovò di fronte quattro o cinque <i>amici</i> prima che
-la sorella o il cognato, e ne parve molto malcontento.
-Salì rapidamente le scale, e disse che desiderava
-essere introdotto dai parenti. I parenti lo
-introdussero infatti, ma dietro a loro entrarono
-<span class="pagenum" id="Page_75">[75]</span>
-altri e la camera si riempì di gente. Il Principe
-si accostò al letto e si curvò sull'ammalato. All'eccitamento
-momentaneo di prima era successo
-uno stato comatoso.
-</p>
-
-<p>
-«Mi conosce, caro senatore? — disse S. A. R. — Sono
-Adalberto. Sono venuto a farle coraggio.
-Ella ha lavorato tanto per la gloria Sua e del
-nostro paese. La ringraziamo, io e il popolo. Le
-auguriamo di ristabilirsi e di lavorare ancora.»
-Il Principe tacque, rimase curvo per un momento
-sul morente, poi si rialzò e disse sottovoce:
-</p>
-
-<p>
-«Credo che non abbia inteso.»
-</p>
-
-<p>
-La sorella di H. ringraziò piangendo S. A. Uno
-degli amici disse solennemente a voce alta: «Intenderà
-la Nazione, e intenderanno i posteri.» Il
-Principe non gli badò affatto e prese congedo
-dalla signora e da suo marito dicendo che, se
-potesse venir riconosciuto dall'infermo, ritornerebbe.
-Quando, partendo, attraversò il salotto, un
-individuo mal vestito, con un piede di barba, si
-mise ad arringarlo: «Vostra Altezza ha oggi compiuto
-uno di quegli atti...»
-</p>
-
-<p>
-Ma Sua Altezza, non potendone più di quella
-compagnia, gli voltò le spalle e uscì.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_76">[76]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Alla sera i medici giudicarono che vi fosse un
-miglioramento e che la notte passerebbe probabilmente
-senza novità. Il Senatore aveva guadagnato
-alquanto nell'intelligenza e nella favella.
-Verso le nove aveva domandato ai medici con voce
-abbastanza chiara quando fosse per venire il Re.
-Aveva proprio detto «il Re,» ma questo scambio
-di un Reggente per un Re era molto scusabile
-in quel momento della vita in cui tutti apprezzano
-assai più la sostanza che l'apparenza delle
-cose.
-</p>
-
-<p>
-Gli risposero che il Principe... «Il Re, Il Re!»
-Voleva assolutamente un Re al suo capezzale e
-glielo diedero. Gli dissero dunque che il Re era
-venuto, che lui allora dormiva e che S. A... «Sua
-Maestà,» borbottò l'infermo: bene, che S. M.
-aveva promesso di tornar presto. Al tocco dopo
-mezzanotte, tutto essendo tranquillo, le persone
-di famiglia andarono a coricarsi. I due amici che
-<span class="pagenum" id="Page_77">[77]</span>
-erano di guardia quella notte non si coricarono,
-ma si addormentarono nelle soffici profondità di
-due grandi poltrone accanto al caminetto del salotto.
-Per dormir meglio avevano posto la lucerna
-a terra, dietro un'altra poltrona.
-</p>
-
-<p>
-L'infermiera seduta accanto al letto avanzò il
-capo a guardar il malato. Si alzò pian piano e lo
-guardò più da vicino. H. aveva gli occhi chiusi,
-la respirazione regolare. L'infermiera mise il suo
-scialle grigio, uscì, attraversò in punta di piedi
-il salotto e disparve. Ritornò dopo cinque minuti,
-ancora chiusa nello scialle grigio. Il suo passo
-era diverso, più lento, più lungo e, vorrei dire,
-più largo; il passo insomma d'una persona molto
-cauta e molto incerta del fatto suo. Urtò leggermente
-in un tavolino e sostò un lungo minuto.
-</p>
-
-<p>
-Le quattro gambe nere che uscivano dalle due
-poltrone verso il caminetto non si mossero e l'infermiera
-raggiunse senz'altre peripezie la camera
-del suo malato. Lì faceva ancora più scuro. Un
-lumicino da notte ardeva fra le invetriate e le
-imposte, velato dai cortinaggi. L'infermiera si
-guardò attorno un momento come se non riconoscesse
-<span class="pagenum" id="Page_78">[78]</span>
-il letto, guardò l'infermo che dormiva ancora,
-e, senza levarsi lo scialle, si mise a pregare
-fervorosamente con sommesse e frettolose parole.
-</p>
-
-<p>
-Dopo dieci minuti il malato mise un sospiro.
-Allora la finta infermiera si alzò, si chinò sopra
-di lui e lo chiamò con impeto soffocato:
-</p>
-
-<p>
-«Senatore! Senatore!»
-</p>
-
-<p>
-Quegli aperse gli occhi torbidi e girò il capo
-verso la voce. «Una visita, senatore! Una visita!»
-«Sua Maestà?» balbettò il senatore. «Sua
-Maestà?» e tentò di alzare il capo. «Sì, sì, Sua
-Maestà!» fece il piccolo prete prendendo subito
-l'accento dell'entusiasmo.
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi del senatore si accesero.
-</p>
-
-<p>
-«Il Re? Il Re?» diss'egli.
-</p>
-
-<p>
-«Dio!» rispose il prete. Lo scialle grigio gli
-cadde dalle spalle nell'atto che, levandosi dal petto
-un crocefisso, egli lo alzava con le mani congiunte
-alzando anche il viso nello slancio del suo zelo
-incauto. «Sua Divina Maestà, Dio grande, Dio
-misericordioso che Le apre le braccia, che La
-chiama, che manda me, suo ministro...» Quando
-aveva detto «Dio!» le coltri si erano agitate
-<span class="pagenum" id="Page_79">[79]</span>
-come se il giacente fosse stato preso da una convulsione.
-Quando disse «suo ministro» lo interruppe
-una voce gutturale, strana, paurosa. Ogni
-moto delle coltri cessò. Il prete esterrefatto guardò
-H. Era morto.
-</p>
-
-<p>
-Il nome di Dio lo aveva colpito ed ucciso in
-pochi secondi. Essi bastano per lasciare una pia
-speranza alla Principessa e a noi; ma il canonico
-non può dire se il disgraziato, troppo semplice
-prete, sia stato nelle mani di Dio uno strumento
-di pietà o uno strumento di collera e di giustizia.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_83">[83]</span>
-</p>
-
-<h2 id="orologio">L'Orologio di Lisa</h2>
-</div>
-
-<p>
-Io ero creditore, nel 1877, di circa trentamila
-lire verso la nobile famiglia Vicarelli di Battaglia,
-che da un'antica floridezza veniva cadendo, per
-eccessive spese e per mala amministrazione, in
-rovina. Da due anni non toccavo un soldo d'interessi.
-Pazientai, pregai, sollecitai; finalmente,
-spintovi dalle strettezze del mio modesto bilancio,
-ricorsi alle vie giudiziarie e ottenni un sequestro.
-Battaglia è così lontana dalla mia residenza abituale
-e io sono tanto occupato che per ogni trattativa
-con i fratelli Vicarelli e per la scelta del
-sequestratario dovetti interamente affidarmi al mio
-egregio avvocato di Monselice, al quale comunicavo
-tutti gli scritti che mi pervenivano circa
-<span class="pagenum" id="Page_84">[84]</span>
-questa malaugurata faccenda. Purtroppo non potevo
-fargli la girata anche delle noiose visite onde
-mi onorava di quando in quando un vecchio signore
-di Padova, che si faceva annunciare «dottor
-Molesin» e che soleva pure mandare dei letteroni
-interminabili, sottoscritti <i>Angelo D. Molesin,
-consulente legale</i>. Questo Molesin mi veniva sempre
-innanzi con informazioni, proposte o consigli, ora
-a nome dei Vicarelli, ora a nome di altri loro creditori,
-ora a nome del sequestratario, ora nel proprio
-nome suo e quasi per un'amorevole sollecitudine
-degl'interessi miei, per un desiderio virtuoso
-della giustizia e del bene; perchè in fatto
-egli non aveva alcun interesse personale diretto
-nella vertenza cui aveva cominciato a mescolarsi
-come consigliere di una vecchia merciaia di Padova,
-creditrice dei Vicarelli. A me non domandò
-mai danaro, ma seppi che i Vicarelli si lagnarono
-una volta o due delle spese incontrate per i consulti,
-i viaggi e le epistole del dottor Molesin.
-Col sequestratario egli parve guastarsi presto. Me
-lo denunciò come un furfante di tre cotte e me
-ne descrisse le imprese con quella sua spaventosa
-<span class="pagenum" id="Page_85">[85]</span>
-prolissità che riempiva fogli e fogli di prosa curialesca,
-brodosa, tutta seminata di spropositucci.
-L'altro non mancò alla sua volta di dipingermi
-l'avvocato Molesin come un vampiro. Quanto a me
-m'andavo persuadendo che fossero due valentuomini
-<i>eiusdem farinæ</i>. Il giallognolo dottor Angelo
-era di una farina per lo meno assai mal cotta,
-benchè impastata da oltre cinquant'anni. Aveva il
-cranio pelato; pochi cernecchi grigi dietro gli
-orecchi lustri e sudici; nella faccia scarna, terrea,
-e negli occhi profondi una espressione fissa di
-malumore bilioso; le mani ossute e nere. Portava
-sempre lo stesso soprabito color marrone, lo
-stesso fazzoletto rosso e giallo al collo, gli stessi
-calzoni bigi, e si poteva sospettare che portasse
-anche sempre la stessa camicia. Pareva una rispettabile,
-odiosa figura di onesto professore pedante,
-nemico della gioventù, dell'amore, del riso,
-della luce e dell'acqua. Non aveva modi ossequiosi;
-sorrisi e complimenti non erano affar suo; qualche
-volta pareva durar fatica a levarsi il cappello anche
-nel mio studio. Compreso della propria sapienza,
-quando degnava largirmi qualche consiglio prendeva
-<span class="pagenum" id="Page_86">[86]</span>
-un sensibile accento di stima per sè stesso
-e di compatimento per me. Insomma il nome
-<i>Molesin</i>, che in veneto vuol dire <i>morbido</i>, non andava
-certo bene alla corteccia del dottor Angelo.
-Egli non era nè morbido, nè untuoso. Tuttavia
-aveva ragione il mio domestico se, considerando
-le sue visite eterne, lo chiamava <i>«dotor tacaizzo»
-dottore attaccaticcio</i>. Malgrado la sua ruvidezza
-esteriore, aveva certo una gran facilità di appiccicarsi
-alla gente. Per non dire dei ricci di castagna,
-vi hanno seccumi ruvidi d'erba, frutti aridi
-e maligni di prati montani, che si attaccano alle
-vesti così. Si era fatto avanti in questo affare capitanando
-la merciaia e aveva finito con appiccicarsi
-a tutti, creditori e debitori. Evidentemente
-le sue pratiche officiose non miravano ad altro
-che a tirar le cose in lungo, appunto <i>cole molesine</i>,
-come diciamo noi veneti, per dar tempo al Molesin
-di viaggiare ancora fra Padova, Monselice e la
-mia residenza, di conferire con Tizio e con Caio
-e di procreare le sue mostruose epistole con quei
-caratteri compassati e sottili che solo a vederli mi
-opprimevano lo stomaco.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_87">[87]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il mio egregio avvocato di Monselice, ben ferrato
-contro le arti molesine, spinse le cose al
-punto che, in contradditorio dei fratelli Vicarelli
-fu stabilito dal tribunale il 10 ottobre 1877 per
-la vendita all'asta pubblica dei beni ipotecati. Agli
-ultimi di settembre eccoti una delle solite vaste
-sopraccarte arancione, ecco i caratteri stomachevoli
-dell'amico Molesin.
-</p>
-
-<p>
-Egli si doleva, in tre pagine, del mio precipitoso
-avvocato, e mi pregava, in tre altre pagine,
-di far rinviare l'asta al 10 novembre, perchè nel
-frattempo, molto probabilmente, si sarebbero accomodate
-le cose all'amichevole. Qui il facondo
-uomo mi spiegava in sei pagine come i Vicarelli
-stessero negoziando un mutuo di diciottomila lire
-con la Banca Popolare di Treviso e la vendita di
-una casa col signor Zonca negoziante di legname
-a Padova fuori Porta Codalunga. Se le trattative
-affidate a lui, Molesin, approdassero, il mio credito
-verrebbe saldato senz'altro, capitale, interessi
-e spese. Mandai la lettera al mio avvocato il quale
-mi consigliò di pigliare informazioni presso la
-Banca Popolare e presso il signor Zonca. Risolsi di
-recarmi io stesso a Treviso e a Padova.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_88">[88]</span>
-</p>
-
-<p>
-Diffidavo dell'onorevole Molesin, ma non lo avrei
-creduto, fino a quel giorno, l'audace briccone che
-allora scopersi. Alla Banca Popolare di Treviso
-non avevano mai udito parlar di lui nè dei Vicarelli,
-e nè fuori di Porta Codalunga nè in alcuna
-altra via o sobborgo di Padova esisteva alcuna ditta
-Zonca.
-</p>
-
-<p>
-Il furfante aveva giuocato una carta arrischiata
-per mungere ancora un poco le sue vittime, specialmente
-quei disgraziati Vicarelli cui sarebbero
-anche toccate le spese per la rinnovazione del
-bando. Ma il giuoco essendo mal riuscito mi disposi
-a far sì che l'ottimo dottor Angelo pagasse.
-Andai a Santa Sofia dove sapevo che abitava, e
-trovai presto, sotto un portichetto oscuro, a fianco
-d'una porticina verde, il riverito nome «Angelo
-D. Molesin — secondo piano». Egli era uscito,
-ma la sua signora, che venne in persona ad
-aprirmi, udito il mio nome, mi assicurò che
-l'avvocato avrebbe rincasato assai presto, e mi
-fece passare in un salottino dove sua figlia,
-una giovinetta sui tredici anni, stava ricamando.
-V'era nell'aspetto pulito e triste della stanzetta,
-<span class="pagenum" id="Page_89">[89]</span>
-nella dignitosa simmetria dei pochi arredi e persino
-nelle vesti scure delle signore la espressione
-modesta e tuttavia alquanto contegnosa di una
-vecchia civiltà in piccola fortuna. La signora Molesin,
-sbiadita figurina ascetica dagli occhi di pecorella,
-aveva evidentemente nella faccia esangue
-quarantacinque anni di mansuetudine costante,
-le spalle curvate da altrettanta soggezione, una
-voce schiacciata e vôta d'anima, la più misera insipidezza
-di parola. La signorina, invece, piuttosto
-alta e sottile, aveva un viso singolare, ardito, già
-illuminato d'intelligenza e di volontà, non senza
-certa fierezza nascente negli occhi.
-</p>
-
-<p>
-— Si accomodi, — fece la signora pecora ascetica,
-ponendosi alla sua volta a sedere in silenzio,
-con le mani giunte sulle ginocchia, con l'abito
-spiegato a campana sul canapè e il busto irrigidito.
-Io guardavo la parete e lei guardava la finestra.
-Questo bel divertimento durava da tre o
-quattro minuti, quando la signora, senza dipartirsi
-dalla sua solenne attitudine, belò alla figliuola:
-</p>
-
-<p>
-— Lisa, ti ha detto niente papà quando è andato
-via?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_90">[90]</span>
-</p>
-
-<p>
-La ragazza, che aveva già lanciato a sua madre
-più di un'occhiata malcontenta, certo perchè non
-mi mandava a spasso, si strinse nelle spalle, scotendo
-il capo, e non rispose nè levò gli occhi dal
-suo ricamo.
-</p>
-
-<p>
-— Ha premura di lavorare, vede, signore — disse
-la mamma per medicare un poco le mie impressioni. — È
-giusto un dono per il suo papà,
-un'immagine dell'Angelo Custode, perchè presto
-viene il suo santo. Faglielo vedere, Lisa, a questo
-signore, il tuo ricamo.
-</p>
-
-<p>
-L'Elisa diventò rossa come una vampa, fece un
-cipiglio nero e cavò l'orologio, una cipolletta di
-argento, tanto per fingere di aver qualche faccenda
-e andarsene in fretta dalla stanza. Ma io,
-seccato di tutto questo, mi alzai prima di lei,
-dissi che sarei ritornato più tardi e chiesi alla
-signora dove, a ogni modo, avrei potuto cercare
-di suo marito.
-</p>
-
-<p>
-— Non saprei, — rispose. — Che ore sono,
-Lisa?
-</p>
-
-<p>
-— Due, — rispose la Lisa, brusca.
-</p>
-
-<p>
-— Potrebbe provare in tribunale. — Alle sei si
-pranza, del resto...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_91">[91]</span>
-</p>
-
-<p>
-Alle parole di sua madre <i>potrebbe provare in Tribunale</i>,
-la ragazza mi piantò pronta gli occhi in
-viso come se avesse voluto leggermi nel pensiero.
-Non capii affatto uno sguardo simile e me n'andai
-senza l'onore di aver salutato lei.
-</p>
-
-<p>
-Al Tribunale un usciere cui domandai di Molesin
-mi guardò in un modo poco lusinghiero; un altro
-che udì, sorrise. Un po' alla volta mi fecero sapere
-che in Tribunale, da un pezzo, per ordine superiore,
-il signor Molesin non ci poteva bazzicare.
-Una volta ci veniva per affari ufficiosi o per aste.
-Non era nè avvocato, nè dottore, nè niente; nemmanco
-aveva veduto la porta dell'Università. Per
-trovarlo bastava andare al caffè Socrate verso le tre.
-Sospettai allora di aver capito lo sguardo della signorina
-Lisa e la ragione per cui il sottile amico
-si sottoscriveva <i>D. Molesin</i> e non <i>dottor Molesin</i>.
-Andai al caffè Socrate; sarei andato fino a Ponte
-di Brenta per ghermirlo.
-</p>
-
-<p>
-Il cranio pelato, il fazzoletto rosso e giallo, il
-soprabito marrone eran lì dentro, in un mucchio
-presso l'entrata. Prima di prendere il caffè, pronto
-davanti a lui, Molesin stava considerando e misurando
-<span class="pagenum" id="Page_92">[92]</span>
-attentamente due <i>baicoli</i> per vedere quale
-fosse il più lungo e da scegliere. Me gli avvicinai.
-</p>
-
-<p>
-— Dottor Molesin?
-</p>
-
-<p>
-Il cranio pelato scattò su e vidi passar sopra
-la solita faccia biliosa e austera un'ombra di angustia,
-che sparì subito.
-</p>
-
-<p>
-— Servo suo, — disse Molesin piegando all'indietro
-la persona e posando le mani sul tavolo
-senza lasciare i <i>baicoli</i>. — Servo suo. Ha avuto
-la mia lettera?
-</p>
-
-<p>
-Risposi ch'ero venuto appunto per intendermi
-con lui circa la dilazione dell'asta; che vi accondiscendevo
-qualora nulla fosse mutato dalla sua
-lettera in poi. Prima di smascherare il briccone
-volevo chiudergli ogni porta di fuga. Egli mi rispose
-che nulla era mutato. Allora trassi la sua
-lettera e lo pregai di leggermene un brano dove
-non avevo potuto decifrar bene ogni parola. Era
-quello relativo al compratore della casa e Molesin
-me lo lesse esattamente: Zonca, fuori porta Codalunga.
-</p>
-
-<p>
-— Senta, — gli dissi allora <i>ex abrupto</i> — mi
-conduca fuori Porta Codalunga da questo signor
-<span class="pagenum" id="Page_93">[93]</span>
-Zonca. Vorrei convincermi ch'è un compratore
-serio.
-</p>
-
-<p>
-— Seriissimo, signor mio, — fece Molesin, intingendo
-un <i>baicolo</i> nel caffè. — Domanda se è
-serio! — soggiunse con un ghigno sarcastico,
-parlando, per un momento, al suo <i>baicolo</i>. — Benedetto,
-dico, — riprese voltandosi a me, — vuole
-che gli parli di un compratore da burla?
-Cosa si sogna?
-</p>
-
-<p>
-— Ah cane! — mi dissi nel cuore; e replicai
-forte:
-</p>
-
-<p>
-— Sarà un'ubbìa, ma Lei deve condurmi fuori
-Porta Codalunga dal signor Zonca.
-</p>
-
-<p>
-Molesin si rabbonì subito, disse ch'erano passi
-inutili, che però, se si trattava solamente di questo,
-m'avrebbe accontentato e volentieri. Pagò con
-tutta flemma il suo caffè e si alzò.
-</p>
-
-<p>
-— Andiamo, — diss'egli. — Dopo tutto ho piacere
-che Lei parli col signor Zonca.
-</p>
-
-<p>
-Guardò l'orologio e soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-— Adesso lo troviamo di certo.
-</p>
-
-<p>
-— Diavolo! pensai. Sta a vedere che c'è davvero
-questo Zonca! Che bestia sarei stato! — Ma
-<span class="pagenum" id="Page_94">[94]</span>
-l'amico Molesin uscendo dal caffè voltò verso
-Santa Sofia.
-</p>
-
-<p>
-— Per di qua? — esclamai. — Mi rispose,
-senza scusarsi affatto, che doveva passare un momento
-da casa sua per avvertire di ritardare il
-pranzo. Erano le tre e mezzo e sua moglie mi
-aveva detto che pranzavano alle sei. — Cane, cane, — gli
-dissi ancora nel mio cuore, sentendo che
-lo riafferravo; e mi preparai al colpo ch'egli tenterebbe
-per sgusciarmi di mano.
-</p>
-
-<p>
-Avrei voluto salir le sue scale con lui ma non
-seppi trovar un pretesto plausibile e mi fermai
-sulla porta chiedendomi se il furfante non approfitterebbe
-di qualche maledetto scalino rotto per
-ammaccarsi una gamba o due e mettersi a letto.
-Dopo cinque minuti, non sentendo venir nessuno,
-salii. Non ero ancora a mezzo quando udii Molesin
-discendere brontolando: che fatalità, che fatalità!
-</p>
-
-<p>
-— Siamo sfortunati, — diss'egli vedendomi. — Ho
-trovato sul mio tavolino una lettera del signor
-Zonca che rinuncia all'affare. Per cui....
-</p>
-
-<p>
-<i>Per cui</i> lo tenevo per il collo. — Va bene, — dissi. — Adesso
-avrei a dirle due parole.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_95">[95]</span>
-</p>
-
-<p>
-Rispose asciutto: si accomodi, — e mi fece passare
-nel suo studio per il salottino che conoscevo.
-Il telaio della signorina v'era ancora, ma lei no.
-</p>
-
-<p>
-Molesin mi accennò di sedere, prese un venerabile
-berretto nero ricamato in oro e fece atto
-d'insediarsi egli stesso nel suo trono, un seggiolone
-solenne da magistrato, fra la biblioteca e la
-scrivania coperta di codici in fila, di scartafacci
-legati, di note, di buste, di calcaterre, di calamai,
-di penne d'oca, tutto in bell'ordine.
-</p>
-
-<p>
-— Senta, — cominciai. — Ella scriverà adesso
-ai Vicarelli che l'asta deve seguire il giorno fissato.
-</p>
-
-<p>
-— Perchè? — rispose Molesin. — Se manca la
-vendita resta il mutuo. È sempre una somma rispettabile
-che passerebbe nelle Sue tasche.
-</p>
-
-<p>
-— Scriva, — insistetti, — che l'asta deve seguire
-al giorno fissato. Io La pregherò pure di
-scrivere che lei desidera di ritirarsi affatto, per
-motivi suoi personali, da questa vertenza.
-</p>
-
-<p>
-Molesin mi guardò, stupefatto.
-</p>
-
-<p>
-— Non capisco, — diss'egli.
-</p>
-
-<p>
-— Scriva, — replicai. — Le detterò.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_96">[96]</span>
-</p>
-
-<p>
-— L'avvocato Molesin, viscere mie, — mi rispose, — non
-scrive sotto la dettatura di nessuno.
-</p>
-
-<p>
-— Se non scrive Lei, scriverò io.
-</p>
-
-<p>
-Il tôno delle mie parole fu tale che Molesin si
-alzò in piedi fissandomi con due occhi torbidi di
-mala coscienza; parve l'assassino che sospetta nel
-suo interlocutore un agente di pubblica sicurezza.
-</p>
-
-<p>
-— Scriverò io, — continuai, — che il signor
-Angelo Molesin si ritira perchè non c'è mutuo,
-perchè non c'è vendita, perchè non c'è compratore,
-non c'è niente!
-</p>
-
-<p>
-Molesin chiuse gli occhi sotto il colpo e tacque.
-Li riaperse, non più torbidi; il buono schermidore
-sapeva finalmente da che parte veniva la
-botta, e in un lampo, a occhi chiusi, aveva disposto
-la parata.
-</p>
-
-<p>
-— Si calmi, — diss'egli, con la solita odiosa
-espressione di compatimento. — Ella è stato a
-Treviso?
-</p>
-
-<p>
-— Sì, signore.
-</p>
-
-<p>
-— Già. Eh, ho capito. L'ho capito subito, quando
-la vidi al caffè. E lei ha cercato qui a Padova la
-Ditta Zonca?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_97">[97]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Sì, signore.
-</p>
-
-<p>
-— Già. Oh già, già. L'ho capito subito. E Lei
-si figura di aver colto un galantuomo in fallo.
-Bravo, caro. Ella è fino, molto fino...
-</p>
-
-<p>
-Stese e alzò la mano spiegata per chiedere di
-non venire interrotto. Poi sorrise, scosse il capo,
-e riprese a voce bassa, lenta, solenne:
-</p>
-
-<p>
-— E Lei non ha pensato che per combinare
-mutuo e vendita, nelle condizioni dei Vicarelli,
-fosse necessarissimo il segreto; che se i Vicarelli
-mi richiedevano, come m'hanno richiesto, di non
-palesare i nomi veri neppure a Lei, anzi di fuorviare
-le Sue ricerche, io dovevo farlo nel Suo
-stesso interesse, perchè un creditore spaventato
-come Lei, ficcando il naso qua e là, avrebbe mandato
-all'aria tutto, senza volerlo. Il mutuo c'è, il
-compratore c'è. Sicuramente, era inutile andare a
-Treviso e in cerca del negoziante Zonca. Certamente,
-io ho simulato poco fa una lettera di questo
-Zonca, ma era per la buona riuscita dell'affare;
-e poi, cosa ha fatto Lei oggi con me? Non ha
-simulato fino a questo momento?
-</p>
-
-<p>
-— Oh, — scoppiai, — per chi mi prende? Anche
-<span class="pagenum" id="Page_98">[98]</span>
-in tribunale sono stato e so con chi ho da fare, so
-che avvocato è, so in che affari ficca il naso Lei!
-</p>
-
-<p>
-Egli parve annientato; non seppe che balbettar
-qualche parola incomprensibile. Intanto l'uscio
-dello studio, che si apriva all'infuori, a fianco della
-scrivania, fu spalancato bruscamente ma senza rumore.
-Molesin non se ne accorse, non potè vedere
-sua figlia, ferma con la maniglia in pugno, con
-gli occhi fissi in lui che balbettava, livida come
-una morta, come suo padre. Vide bensì il movimento
-ch'io feci, gli occhi miei volti all'uscio e
-guardò egli pure.
-</p>
-
-<p>
-Non seppe ricomporsi del tutto; sorrise però e
-disse:
-</p>
-
-<p>
-— Avanti, cara: cosa vuoi? È finito.
-</p>
-
-<p>
-— Scusi, no! — interruppi. — La ragazza lasciò
-andar l'uscio che, piano piano, si chiuse.
-</p>
-
-<p>
-— Non è finito, — ripresi a bassa voce. — Lei....
-</p>
-
-<p>
-— La mia creatura! — fremette Molesin, alzando
-le braccia. — La mia creatura!
-</p>
-
-<p>
-Avrei scommesso ch'era uomo da venderla, la
-sua creatura; ma non v'era bisogno di mimica per
-farmi rispettare in essa un sentimento sacro.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_99">[99]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Lei scriva ai Vicarelli, — dissi. — Lei si
-ritiri. Io non parlerò. Vede che non potrei avere
-riguardi maggiori. La riverisco.
-</p>
-
-<p>
-Uscii. Nel salottino non c'era nessuno. Entrando
-nel corridoio che metteva alla scala udii in una
-stanza attigua, a sinistra, la voce della Molesin e
-udii, a destra, la signorina Lisa che tentava inutilmente
-di aprire una porta chiusa e la scuoteva
-convulsa. Ella guizzò, fuggendomi, all'uscio della
-scala ch'era aperto. Qualcuno passava sul pianerottolo
-per salire al terzo piano, onde la ragazza
-si gittò alla discesa e scomparve. La seguitai. Di
-fianco all'ultimo braccio di scala v'era un andito
-scuro, ingombro di tavole. Lisa si era nascosta lì;
-la scopersi accoccolata in un angolo col viso fitto
-fra le due pareti, scossa le spalle da singhiozzi
-muti, da un palpitar d'uccellino moribondo. Non
-ebbi cuore di lasciarla così, sapendo che l'avevo
-ferita io. Me le avvicinai, la chiamai dolcemente;
-non diè segno d'avermi udito. La toccai con la
-punta dell'indice; trasalì, tremò tutta, si strinse
-in sè come tocca da un serpente. Allora le domandai
-scusa, sottovoce, del dolore che le avevo
-<span class="pagenum" id="Page_100">[100]</span>
-recato, dissi qualche cosa per incolpar me e scagionar
-suo padre; ma dovetti tacere perchè al
-suono della mia voce ella si dibatteva gemendo.
-Dio, che fare? Allontanarmi da lei, anzi tutto,
-come in fatto mi allontanai. A un tratto odo la
-signora Molesin che chiama: — Lisa! Lisa! — La
-ragazza si voltò di schianto, stravolta, ascoltando
-con gli occhi. Erano rossi ma senza lagrime. — Lisa!
-Lisa! — chiamò ancora sua madre
-discendendo le scale. Lisa stette un momento immobile;
-quindi con la subitanea rapidità del fulmine,
-si strappò dal seno il piccolo orologio d'argento,
-lo sbattè a terra, lo raccolse insieme ai
-frantumi di vetro.
-</p>
-
-<p>
-Allora solo s'incamminò lenta con questa misera
-cosa rotta nel cavo delle mani, mi passò
-davanti come un'ombra, salì le scale incontro a
-sua madre, singhiozzando amaramente.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_103">[103]</span>
-</p>
-
-<h2 id="lalira">La lira del poeta</h2>
-</div>
-
-<ul>
-<li>Personaggi.</li>
-<li>&nbsp;</li>
-<li>X. poeta celebre.</li>
-<li>Il dottor Domenico <span class="smcap">Snìchele</span>.</li>
-<li>La <span class="smcap lowercase">PADRONA</span> del Caffè del Gobbo.</li>
-</ul>
-
-<div class="blockquote">
-<p>
-La scena rappresenta il Caffè del Gobbo a... città del Veneto.
-Il caffè è vuoto. La padrona, seduta dietro il banco, legge
-l'<i>Adriatico</i>. Entra il dottor <span class="smcap">Snìchele</span> con un soprabito logoro
-indosso e una tuba bisunta in capo.
-</p>
-</div>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>toccando il cappello</i>) — Servo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> (<i>asciutta</i>) — Serva.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — In grazia, xe stà el commendator B.?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> — No.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — E el dottor C.?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_104">[104]</span>
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> — Gnanca.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — E el professor D.?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> (<i>seccata</i>) — Gnanca, gnanca.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>dopo una breve pausa</i>) — La scusa,
-voressela favorirme un gotesin de acqua?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span>, (<i>piglia un bicchier d'acqua da un vassoio
-e lo spinge sul banco, con mal garbo,
-verso lo Snìchele</i>) — El toga.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Grazie. No la ghe metaria na giozzetta
-de mistrà, par acidente?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> — No ghi n'è.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Grazie istesso. (<i>Beve</i>) La scusa, li
-gala gnanca visti quei siori?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> — I xe passà adesso.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Gaveveli insieme un foresto?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> — Come gerelo?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Saverlo, siora Berta, come ch'el gera!
-El xe un omo grande ma mi no lo go mai visto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> — Questo gera picolo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — No fa gnente. E da che parte andaveli?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> — Drio a le so gambe. Cossa vorìo,
-benedeto, che mi varda ste robe? I sarà andà
-in ciesa.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_105">[105]</span>
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>si volta e guarda la chiesa monumentale
-ch'è in faccia al caffè</i>). — Sì pardia! I
-vien fora adesso. El ghe xe, el ghe xe, el foresto.
-Cossa fai? Par cossa se fermeli? Ah, i
-se spartisse, i se saluda. Xele scapelade! Cussì
-lo vedo pulito. Son contento perchè gera bramoso
-de vederlo. Ocio ch'el vien qua adesso,
-lu solo. Sì da bon ch'el vien qua! La vada a
-tor el mistrà, ela, siora Beta.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> — Andemo, ja, nol seca.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Co ghe digo de andarlo a tore! Eccolo,
-st'altro. (<i>Siede a un tavolino e si mette
-a leggere la</i> Difesa).
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>entra senza salutare e siede a un altro tavolino
-in faccia a quello occupato dal dottor
-Snìchele</i>) — Un latte all'uovo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> — Subito.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>passa il giornale e saluta. X. saluta
-pure. Allora Snìchele riprende il giornale,
-finge di leggere, poi lo posa da capo e si mette
-a guardare dalla finestra</i>) Che tempo! (<i>X. cava
-un taccuino e piglia delle note</i>). Tempo brutto.
-Oggi è peggio di ieri. Non è vero, signora Elisabetta?
-<span class="pagenum" id="Page_106">[106]</span>
-(<i>La padrona non risponde e continua
-ad occuparsi del latte all'uovo. Snìchele si
-volta ad X.</i>) Si diceva che il tempo è cattivo
-assai.
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>asciutto</i>) — Già.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Peccato, vedere la città con un tempo
-simile!
-</p>
-
-<p>
-X. — Certo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — È la prima volta che il signore viene
-a...?
-</p>
-
-<p>
-X. — Sì (<i>alla padrona</i>). — Ha un giornale?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>si alza e si avvicina ad X. toccandosi
-il cappello</i>). — Perdoni tanto, signore; Lei è
-l'illustre X.? (<i>X. lo guarda attonito senza rispondere.
-Snìchele si leva il cappello e declama</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">O degli altri poeti onore e lume,</p>
-<p class="i01">Vagliami il lungo studio e il grande amore</p>
-<p class="i01">Che m'han fatto cercar lo tuo volume.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-X. (<i>sorridendo e inchinandosi leggermente</i>). — Grazie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_107">[107]</span>
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>declamando</i>):
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tale tuum carmen nobis, divine poëta,</p>
-<p class="i01">Quale sopor fessis in gramine, quale per aestum</p>
-<p class="i01">Dulcis aquae saliente sitim restinguere rivo.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-X. (<i>meravigliato sorridendo</i>) — Grazie, grazie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>coprendosi</i>) — Non guardi all'abito
-sdruscito, signore. Ho studiato qualche cosa
-anch'io. <i>Boni convenimus ambo.</i> Sapevo dal
-Commendator B. che Lei doveva venire oggi e
-avevo un desiderio immenso di conoscerla. B.
-ed io siamo amici, siamo stati a scuola insieme.
-(<i>X. gli fa segno di sedere. Snìchele prende una
-seggiola e gli siede in faccia</i>). Grazie. Conosco
-tutte le Sue opere. Grandi, veramente grandi.
-(<i>Smorfie di X.</i>) Me lo lasci dire; e poi Lei lo
-sa. Anche il romanzo, ma specialmente le poesie.
-A voltar le Sue poesie in latino vien fuori Virgilio,
-come a voltar in latino quelle del professor
-Zanella vien fuori Tibullo; <i>te quoque Virgilio
-comitem</i>, sicuro. Di Lei, anzi, ho tradotto in
-latino quelle strofe:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_108">[108]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Qui mi vesta la vite i sassi aprichi,</p>
-<p class="i01">Voglio bermi la terra, il vento, il Sol....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-eccetera eccetera: che io traduco un po' liberamente,
-si sa:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Hic virides seram vites, hic mollia vina....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-eccetera eccetera, per non tediarla.
-</p>
-
-<p>
-X. — Bravo, bravo.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Sì signore. Anzi ho presentata la mia
-traduzione ad un concorso per la cattedra di
-latino nel ginnasio comunale di....
-</p>
-
-<p>
-X. — Bravo.
-</p>
-
-<p>
-Snìchele — Sì signore. Mi ricordo, del resto, che
-quando Ella ha pubblicato il suo primo libro....
-a Milano, mi pare?
-</p>
-
-<p>
-X. — Sì.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Bene, mi ricordo che qui non La intendevano.
-Povero paese, sa, del resto, quanto a
-coltura; paese che si occupa di frivolezze; paese
-dove se domani io prendo moglie, non si parla
-d'altro per otto giorni. Io solo ho intesa la Sua
-<span class="pagenum" id="Page_109">[109]</span>
-grandezza. Anzi la ho presentita, Le dirò. Perchè
-una volta, pensando alla storia della letteratura
-italiana, ho scoperto che in Italia, quando nasce
-un grande poeta, entro poco tempo ne nasce un
-altro. Guardi Dante e Petrarca, Ariosto e Berni,
-Tasso e Tassoni, Manzoni e Leopardi. Anche
-nel nostro secolo ne abbiamo due. Non parlerò
-di quello che è nato prima. Testa forte, signor
-mio, testa grande, ma nato sotto una stella disperata.
-Il mondo non conoscerà mai quel nome.
-Io lo conosco, è nato nel 1829, anno di guerra,
-anno di carestia, anno del diavolo. Lei è nato
-nel 1843, mi pare?
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>fa un cenno affermativo</i>).
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Sicuro, vi è quasi la stessa differenza
-di età che fra Manzoni e Leopardi. Io dunque
-ho letto il Suo libro. Una rivelazione, signore.
-Quella modernità di concetti, quella classica perfezione
-di forma....
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>sorridendo</i>) — Grazie, grazie.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Perchè Lei ha studiato molto anche
-i greci; dica la verità. Per esempio, quei versi
-dell'ode sullo <i>Spartaco</i> di Vela:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_110">[110]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tu che furor nel marmo</p>
-<p class="i01">Spirasti</p>
-</div></div>
-
-<p>
-ricordano un epigramma....
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>sorpreso</i>). — Per bacco, ma Lei ne sa molto!
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>sospirando</i>). — Sì signore, ho studiato
-molto. Tal quale ella mi vede, possiedo un grado
-accademico, sono il dottor Snìchele. Mio padre era
-un signore e mi ha educato da signore. Io avevo
-il delirio dello studio, ho passato sui libri, per
-molti anni, i giorni e le notti, tanto che un capo
-ameno applicò a me, in quel tempo, i versi del
-Buratti:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Tu che le carte argoliche</p>
-<p class="i01">Versi con man dïurna,</p>
-<p class="i01">Versi con man notturna,</p>
-<p class="i01">Con tute do le man....</p>
-</div></div>
-
-<p>
-(<i>Si alza, va a sedere accanto a X. e continua
-sottovoce</i>). — Vede in che paese siamo? C'è una
-greppia per qualunque asino, qui; ma crede Lei
-che vi sia un pane per me? Signor no. Ero
-impiegato alla Biblioteca e mi hanno licenziato
-<span class="pagenum" id="Page_111">[111]</span>
-per economia. Io son pronto a far qualunque
-cosa, concorro a qualunque misero posto. Non
-mi tocca mai niente. <i>Fodere non valeo, mendicare
-erubesco.</i> S'immagini che oggi non ho ancora
-mangiato niente, sono sfinito. Non domando
-nulla, ma se Lei di Sua spontanea volontà facesse
-qualche cosa, qualche piccola cosa per
-questo Suo ammiratore....
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>rannuvolato</i>). — Mi rincresce, sa, ma non
-posso far niente.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>a voce bassissima</i>). — Un'inezia, due
-lire! una lira sola! Anche meno!
-</p>
-
-<p>
-X. — Vi pare? Non vi avvilite così! Dopo i discorsi
-che fate! È brutto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Basta, basta, non ne parliamo più.
-(<i>La padrona porta il latte all'uovo</i>). Buon appetito,
-signore (X si serve senza rispondere).
-Mi perdoni, non vorrei ch'Ella sospettasse in me
-un qualche rancore. Dio me ne guardi! Non avrò
-che venerazione, per Lei, fino alla morte. Anzi
-Le dirò che avendola conosciuta personalmente,
-mi metterò di maggior lena a un lavoro sopra
-di Lei, che vorrei pubblicare.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_112">[112]</span>
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>fa una smorfia</i>).
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Non tema che Le domandi denaro per
-questo; sarebbe un'indelicatezza. Ho qui degli
-amici che mi hanno promesso di aiutarmi. Da
-un pezzo sto raccogliendo tutti i riscontri de'
-Suoi versi con la poesia antica e moderna, italiana
-e straniera. Sarà come un trattato di
-letteratura universale e di buon gusto. Di poesia
-straniera me n'intendo poco, ma sento spesso
-parlarne da chi ne sa molto, e recipe taccuino.
-Intende? Tutti professori e letterati. Suppongo
-ch'Ella ne avrà piacere?
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>inquieto</i>). — Faccia pure, faccia pure.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Dico bene. Per esempio quella Sua
-magnifica idea....
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Brillano i fini denti di salgemma.</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-l'ha avuta dicono anche un altro, un francese...
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>interrompendo</i>). — Non è vero!
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Che non sia vero? Corpo di bacco!
-Guardi un poco! E quest'altra:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Se il caro capo tuo diventa bianco</i></p>
-<p class="i01"><i>Sarà come un mandorlo a primavera</i></p>
-</div></div>
-
-<p>
-dicono....
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_113">[113]</span>
-</p>
-
-<p>
-X. — Ma non è vero!
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Neanche questa? Oh guardi! Non c'è
-proprio da fidarsi. E ne avrò notati un centinaio,
-capisce, di questi passi. (<i>Pausa</i>). Senta, io glieli
-mando. Veda Lei, faccia Lei. Se non vanno, ci
-vorrà pazienza; abbruci. Va bene? (<i>X. si stringe
-nelle spalle con affettata indifferenza</i>). Scusi,
-signore, mi dica proprio: debbo mandare o no?
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>dopo un breve indugio</i>). — Peuh, mandi pure.
-Poco male; vedrò per curiosità. (<i>Chiama la
-padrona e paga</i>).
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Perchè dovrò forse far ricopiare gli
-appunti.... Poi ci sarà la spedizione raccomandata....
-Spese, insomma.
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>posando sul tavolino una lira</i>). — Ecco.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>chinandosi a contemplar la lira senza
-toccarla, e parlando come fra sè</i>). — La lira
-del poeta, eh..... la lira del poeta..... sicuro.....
-sicuro.....
-</p>
-
-<p>
-X. Non è buona?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Eh sì signore, facevo solo così da me
-un piccolo conto. Circa quindici pagine a dieci
-centesimi la pagina fanno una lira cinquanta
-<span class="pagenum" id="Page_114">[114]</span>
-per il copista... poi c'è la Posta... mettiamo cinquanta
-centesimi... Ci sarebbe anche la carta...
-sì, insomma un'altra lira sola può bastare. Sì,
-dico, perchè le cose siano fatte bene.
-</p>
-
-<p>
-(<i>X. gli dà un'altra lira e si alza per uscire.
-Snìchele pure si alza e dice recando la mano
-al cappello</i>): — Ha premura, signore, per la
-spedizione?
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>sdegnosamente</i>). — Che, che!
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>facendo un profondo inchino</i>). — Resto
-coll'onore.
-</p>
-
-<p>
-X. (<i>asciutto</i>). — Buon giorno. (<i>Esce</i>).
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — (<i>sedendo</i>) — Parona!
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> — Cossa?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> (<i>freddo e serio</i>) — Mi ghe digo ludri.
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Padrona</span> (<i>che non ha inteso</i>) — Cossa ghe diselo?
-</p>
-
-<p>
-<span class="smcap">Snìchele</span> — Gnente. La stoza qua, e pò un cafè
-de bojo, la cesta, e de l'acqua fresca col mistrà
-che adesso ghi n'è, gala capìo?
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_117">[117]</span>
-</p>
-
-<h2 id="lastria">La Stria</h2>
-</div>
-
-<p class="indr">
-Alla Marchesa Angelina Lampertico Mangilli.
-</p>
-
-<p class="pad2">
-Casa Ferretto, un palazzone alquanto malandato
-del cinquecento, ritto, come un capo burbanzoso
-di miserabili tribù, a cento passi dal suo villaggio,
-spiega i colonnati giallognoli verso il sole, l'aperta
-campagna e la lontana città di Vicenza; e oppone
-il dorso annerito dall'umido alla tramontana, alla
-strada maestra e alla vicina città di Thiene. Adesso
-non lo saprei dire, ma sette anni sono era certo,
-d'inverno, una Siberia spaventosa, malgrado la contraria
-opinione delle figure seminude di cui lo
-Zelotti, scolaro di Paolo Veronese, ha popolato
-soffitti e pareti di non so quanti sterminati stambergoni
-dai pavimenti alla veneziana; e checchè
-ne pensasse la calorosa padrona di casa, la <i>siora</i>
-<span class="pagenum" id="Page_118">[118]</span>
-Gegia Ferretto. Nè coloro, nè costei si lagnavano
-mai del freddo; quelle, forse, perchè lo Zelotti le
-aveva bene e abbondantemente impastate di sangue
-caldo e di carne soda, questa perchè non aveva
-quasi più nè sangue, nè carne ma solo un fine,
-chiaro e tranquillo spirito, ribelle a qualunque
-gelo.
-</p>
-
-<p>
-È giusto dire che in quel paese, almeno la parte
-anziana della popolazione è generalmente provveduta
-di uno straordinario temperamento fisico per
-cui si vedono i più pacifici e tepidi individui, quando
-vengono assoggettati, nell'inverno, a una temperatura
-di dieci a dodici gradi R., diventare roventi,
-sbuffare, spalancare gli occhi con l'espressione più
-turbolenta. Tale non era però il temperamento
-della siora Nina, la figlia della signora Gegia, una
-damigella di quarant'anni, gialla, magra, vizza,
-che aveva sempre freddo e non osava mai lagnarsene
-alla mamma. Ancor meno era tale il temperamento
-della contessina Nana Dalla Costa, nipote
-della siora Gegia in linea retta e della siora Nina
-in linea collaterale; e il conte suo genitore, vedovo
-e carico di faccende, considerando certi nascenti
-<span class="pagenum" id="Page_119">[119]</span>
-calori per un tenente leggero di testa e di borsa,
-che suonava bene i walzer e li ballava meglio,
-l'aveva opportunamente spedita a passar Natale,
-Capo d'Anno, Epifania e forse anche Purificazione
-al fresco con la nonna, la zia, un vecchio fattore,
-e una vecchia cameriera ch'era stata la sua balia.
-</p>
-
-<p>
-La contessina Nana, aveva, sì, un cervellino e
-due occhi di fuoco, ma nelle sale dello Zelotti ci
-gelava, poverina, come una gazzella d'Africa. Si
-rincantucciava, quando poteva, nel «mezzà»<a class="tag" id="tag1" href="#note1">[1]</a>
-del sior Toni, il fattore, dove almeno c'era un caminetto,
-un tavolato d'abete, e l'umile calore devoto
-del buon vecchio sior Toni; del quale sior Toni,
-fra parentesi, pochi sapevano il cognome e io non
-lo so. In casa, in paese e anche a Thiene tutti
-lo chiamavano <i>el sior Toni</i> e niente altro. So che
-era veneto ma non vicentino, perchè diceva <i>fado</i>,
-<i>stado</i>, <i>andado</i> e altri anche più detestabili solecismi.
-</p>
-
-<p>
-Nel pomeriggio del quattro gennaio la contessina
-era lì nel «mezzà» ritta dietro i vetri dell'unica
-<span class="pagenum" id="Page_120">[120]</span>
-finestra, a veder nevicare sulle statue grigie del
-giardino, sulla capannina della gaggìa, sui cavoli
-dell'orto e più in là sui campi, sfumati nel chiarore
-bianco; mentre il sior Toni, seduto alla scrivania
-con gli occhiali sul naso, tagliava le cedole
-della Rendita. Ella vedeva forse le falde cadenti,
-ma per verità guardava nel chiarore bianco chi sa
-quali altre cose fantastiche, alle quali anche parlava
-silenziosamente con movimenti continui degli
-occhi, delle sopracciglia e delle labbra. «Vorrei
-essere una gaggìa, sior Toni!» diss'ella voltandosi
-bruscamente. «Almeno non mi lascerebbero
-gelare!»
-</p>
-
-<p>
-Era snella ed alta e se non poteva dirsi una
-bellezza, aveva però un pallido visetto assai espressivo
-e nei grand'occhi bruni una espressione di
-stranezza, d'intelligenza e di malinconia che andava
-molto, troppo presto al cuore dei tenenti e
-anche degli altri. Visto che non c'era più legna
-da gettare nel fuoco, prese il cestino delle cartacce
-ch'era vuoto.
-</p>
-
-<p>
-«Cossa fala, contessina?», esclamò il fattore.
-</p>
-
-<p>
-«Niente, sior Toni,» rispose la ragazza e adagiò
-tranquillamente il cestino sulle brage.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_121">[121]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Ma no, contessina, cazza!» Il vecchio si alzò
-per correre in aiuto del suo cestino; la contessina
-gli si parò davanti, si mise a cantargli:
-</p>
-
-<p>
-«Ho freddo, sior Toni, ho freddo!» con quella
-cantilena che significa: non l'avete ancora capita?
-</p>
-
-<p>
-«Gesù mi poreto!» disse il sior Toni mettendosi
-le mani nei pochi capelli bianchi e guardando
-il cestino con faccia mezzo spaventata,
-mezzo ridente.
-</p>
-
-<p>
-«Senta, sior Toni» esclamò la Nana. «Vuole
-il cestino? Scriva una lettera come io Le dirò e
-poi mi conti una storiella».
-</p>
-
-<p>
-Il sior Toni, famoso raccontatore di storielle da
-osteria e da salotto, da signorine e da preti, promise
-ogni cosa e tolse il cestino dal fuoco. Scorgendolo
-già nero da un lato e fumante, il sior
-Toni non seppe che articolare la sua interiezione
-favorita: «jeh!» Ma la contessina Nana, più pratica,
-dato di piglio, sulla caminiera, a una gran
-tazza d'acqua, ne inondò in un baleno il cestino
-e le vaste estremità inferiori del sior Toni, che
-si ritirò in fretta alzando prima un ginocchio e
-poi l'altro fino al mento, vociferando «jeh, jeh,
-<span class="pagenum" id="Page_122">[122]</span>
-jeh!» Ristabilito l'ordine, la signorina spiegò ai
-sior Toni che due giorni dopo il quattro gennaio
-suol venire il sei e con esso la festa dell'Epifania
-e ch'ella aveva pensato una bella «stria». La
-«stria» è una benefica maga veneta, pronipote
-dei Re Magi, che nella notte dell'Epifania porta
-misteriosamente, calando nel camino della cucina,
-i regali che ora è moda di appendere all'albero
-di Natale. I bambini sogliono attaccare una calza
-alla catena del camino per maggiore comodità della
-<i>stria</i>, la quale trova così subito dove posare il suo
-carico; almeno un rosario di castagne, mele, arancie,
-foglie d'alloro. Presso alcune famiglie conservatrici
-che non vogliono saperne dell'esotico
-albero di Natale, è la <i>stria</i> che porta, per la via
-romantica del camino, regali a grandi e piccini;
-e del donatore si dice che fa la «stria». Ora la
-contessina confidò al sior Toni che voleva fare
-una sola e unica «stria» per tante persone.
-</p>
-
-<p>
-«Per quante po?» chiese il sior Toni.
-</p>
-
-<p>
-«Per il mio maestro di musica, per la nonna,
-per la zia Nina, per la balia (jeh! fece il sior
-Toni), per il parroco, per i parrocchiani (jeh, jeh!)
-e anche per il sior Toni!»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_123">[123]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Jeh, jeh, jeh!» Il buon sior Toni diede in
-una sonora risata.
-</p>
-
-<p>
-Ma, con suo nuovo terrore, la ragazza, lesta
-come un folletto, gli spazzò via davanti le cedole
-e le cartelle della Rendita, gli mise sotto il naso
-carta, penna e calamaio. «Presto, presto, scriva,
-scriva» diss'ella.
-</p>
-
-<p>
-E lui, docile come un agnello, scrisse sotto la
-dettatura di lei una lettera ad un «egregio signor
-maestro» invitandolo, per incarico della signora
-Ferretto, sua padrona e nonna della contessina
-Dalla Costa, a venire l'indomani sera col
-treno delle sei e mezzo a Thiene dove avrebbe trovato
-un biroccino... «Chi lo manda po?» brontolò
-il sior Toni scrivendo. «Io» rispose la contessina...
-«per recarsi a visitare la sua allieva. Avrebbe
-passato il giorno dell'Epifania in casa Ferretto e
-sarebbe stato così buono da suonar l'organo alle
-funzioni della parrocchia («benon, po» sussurrò
-il sior Toni) e anche poi da metter insieme una
-piccola accademia di piano (benon, benon, benon)
-perchè la nonna e la zia desideravano di udire in
-qualche bel pezzo a quattro mani, la loro cara nipotina
-(cara po, sipo po, tanto po!)
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_124">[124]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Non è vero, sior Toni? E adesso perchè conosco
-i Suoi gusti, scriva: Le si raccomanda di
-portare quel pezzo sul <i>Pirata</i>».
-</p>
-
-<p>
-«Grazie, po!» esclamò il sior Toni; e alzando
-ambedue le braccia vociò con un viso truce:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Nel furor...</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Ma la contessina lo minacciò di un altro bicchier
-d'acqua se non si rimetteva subito a scrivere,
-e così gli smorzò il furore.
-</p>
-
-<p>
-Ell'attese un poco e poi disse:
-</p>
-
-<p>
-«Adesso metta i saluti».
-</p>
-
-<p>
-«Come, po?».
-</p>
-
-<p>
-«Metta così: La mandano, egregio maestro, a
-riverire la nona, la Nina, la Nana e la nena<a class="tag" id="tag2" href="#note2">[2]</a>».
-</p>
-
-<p>
-«Gesù mi poreto!» si mise a gridare il sior
-Toni, saltando sulla sedia, rosso come un gambero
-e lucente di riso negli occhi. «Chi elo stado po
-sto traditor?» Perchè l'allegro uomo scherzando
-una sera all'osteria su «la nona, la Nina, la Nana
-<span class="pagenum" id="Page_125">[125]</span>
-e la nena» non si era certo immaginato che le
-sue facezie venissero riferite alla contessina.
-</p>
-
-<p>
-Questa lo fece tacere, gli dettò l'indirizzo «Maestro
-Bortolo Barùgola (che nome po! Jeh!) ferma
-in Posta, Vicenza». Saputo che il postino non
-sarebbe partito per Thiene prima di sera, incaricò
-il sior Toni di portargli la lettera. Quindi, prendendo
-un'aria graziosa di timidità e di finezza, e
-mostrando temere che lo scherzo potesse non piacer
-del tutto alla nonna, accennò al sior Toni, con
-mezze parole, di farsi un poco traditore anche
-lui e di tastar la nonna prima di mandar via la
-lettera.
-</p>
-
-<p>
-«Poareta!» disse il sior Toni, tutto commosso
-di tanta delicatezza e anche, per dir vero, di tanta
-ingenuità, perchè come supporre ch'egli mandasse
-una lettera simile senza parlare con la padrona?
-«E adesso, ghe voi anca la storiela?»
-</p>
-
-<p>
-«Certo, sior Toni».
-</p>
-
-<p>
-»Ghe contarò quela del prete e de l'anguila».
-</p>
-
-<p>
-«Vecchia, sior Toni!»
-</p>
-
-<p>
-«Quela de quelo che gavea paura a passar el
-Torre».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_126">[126]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Oh Dio, sior Toni!»
-</p>
-
-<p>
-«Quela de quelo che gà mandà a dir al Padre
-Eterno che i tedeschi gera ancora a Belun».
-</p>
-
-<p>
-«Troppo lunga, sior Toni».
-</p>
-
-<p>
-«Ma cazza po,» esclamò il sior Toni con un
-poco d'impazienza «vorla che ghe conta quella
-del sior Intento?<a class="tag" id="tag3" href="#note3">[3]</a>».
-</p>
-
-<p>
-«Quella, sior Toni! Domattina!»
-</p>
-
-<p>
-E la contessina corse via ridendo.
-</p>
-
-<p>
-Il sior Toni andò in cerca della padrona vecchia,
-le mostrò la lettera e le confidò il delicato riguardo
-della nipotina; confidenza ben preveduta dalla
-detta ingenua nipotina.
-</p>
-
-<p>
-La nonna che conoscendo il maestro Barùgola
-solamente di nome, s'era fatta, sulle prime, arcigna,
-si lasciò poi pigliare, come il sior Toni, a questo
-amo e diede il <i>placet</i>. Non poteva certamente supporre
-che le lettere dirette al maestro Barùgola
-quando avevano il <i>fermo in Posta</i>, capitassero,
-per effetto di arcane intelligenze, nelle dotte mani
-<span class="pagenum" id="Page_127">[127]</span>
-dell'altro egregio filarmonico signor Carlo Paribelli,
-tenente nel 3º bersaglieri.
-</p>
-
-<p>
-Era pur troppo così e il tenente aspettava una
-lettera simile sapendo bene che avesse a fare.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-L'indomani sera alle sei il cielo era sereno e
-l'aria rigida; al chiarore delle stelle la neve
-pareva quasi prendere il colore azzurrognolo del
-ghiaccio.
-</p>
-
-<p>
-Ma siccome di giorno v'era stato il sole, nel
-salotto bene esposto dove «la Nona, la Nina e la
-Nana» pranzavano e dimoravano abitualmente
-c'era un clima possibile. Le signore avevan pranzato
-alle tre, secondo l'antica consuetudine vicentina
-serbata da pochi spiriti indomiti; e la Nana
-si era molto sorpresa, venendo a pranzo, di trovare
-che il vecchio piano codino di casa era stato trascinato
-lì dalle gelide pianure del salone vicino.
-La nonna le aveva poi detto sorridendo che le era
-venuta voglia di udirla suonare un poco. Chi si
-<span class="pagenum" id="Page_128">[128]</span>
-mostrava particolarmente lieta di questa prospettiva
-musicale era la zia Nina, una povera zitellona
-magnetizzata dalla bella, elegante e nobile nipote
-e da quel suo profumo d'intrighi amorosi, avida
-sempre di rifarsi giovane, di scambiar confidenze
-tenere, sempre intimidita dalla freddezza un poco
-sprezzante della ragazza. La zia Nina pretendeva
-avere un vero trasporto per la musica e quando
-sua madre non era presente soleva vantare alla
-nipote, con certi ah! e oh! pieni d'ogni sottinteso
-tutte la arie più freneticamente amorose del piccolo
-repertorio che aveva in testa, come <i>Vieni fra
-le mie braccia</i> (ah!) dei <i>Puritani</i> oppure <i>Quando
-il tuo labbro sul labbro mio</i> (oh!) di <i>Allora ed
-oggi</i>, roba antica di cui la Nana neanche aveva
-udito parlare.
-</p>
-
-<p>
-Alle sei, dunque, la siora Gegia fece chiamare
-il sior Toni e la cameriera per dire il «terzetto»
-ossia la terza parte del rosario. Veramente, di
-solito si diceva alle otto, ma essendosi ciò timidamente
-osservato dalla Nana, la siora Gegia rispose
-blanda: «ben, vissere, sta sera te lo diré
-alle sie!»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_129">[129]</span>
-</p>
-
-<p>
-La Nana, che le altre sere cercava sempre di
-star vicina al sior Toni per farlo ridere, adesso
-mostrò invece un raccoglimento edificante, una
-fervorosa pietà. Finiti i cinque misteri, interruppe
-la nonna celebrante per osservare che alla vigilia
-d'una gran festa si poteva dire anche gli altri
-dieci. Il sior Toni guardò spaventato la padrona
-vecchia, che, per suo conforto, rispose: «Tropa
-grazia, tropa grazia» e si tenne al programma.
-</p>
-
-<p>
-Detto il «terzeto» la buona signora propose
-alla nipote di uscire a spasso con la zia e col fattore.
-A questi due l'idea parve alquanto strana
-e il faceto sior Toni brontolò nell'uscire: «Dove
-andemoi po? A beverghene un goto?» Ma la contessina
-Nana capì che la nonna le offriva tacitamente
-di andare incontro al maestro perchè il
-treno di Vicenza arrivava a Thiene alle sei e mezzo
-e dalla stazione di Thiene a casa Ferretto non
-s'impiegavano, in carrozza, più di venti minuti.
-Quando la Nana, che per verità cominciava a trepidare
-un poco, prese la via di Thiene, capì anche
-il sior Toni. Ma la zia Nina, che s'entusiasmava
-per le bellezze delle stelle e della neve, per la
-<span class="pagenum" id="Page_130">[130]</span>
-poesia dei canti, dei suoni che si udivano di qua
-e di là per la campagna, capì solamente quando la
-cauta nipote le spiegò la <i>stria</i> che aveva preparato
-e accennò, esagerandola, alla tacita complicità
-della nonna. Allora la siora Nina, dimenticando
-le stelle, la neve e la poesia dei canti villerecci
-e la presenza del fattore, si affrettò a informarsi
-del maestro, seppe che era giovane e bellino, ma
-che (pur troppo, cara zietta!) il signor Barùgola
-aveva moglie e cinque figliuoli.
-</p>
-
-<p>
-«Jeh!» fece lo scapolo sior Toni.
-</p>
-
-<p>
-Intanto si camminava, si camminava e non si
-incontravan calessi. S'incontrò invece una frotta
-di gente che cantava:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Mandiamo il crudo gelo</p>
-<p class="i01">Lontan dai nostri cuori,</p>
-<p class="i01">Cantiamo coi pastori....</p>
-<p class="i01 dotted">. . . . . . . . . . .</p>
-</div></div>
-
-<p>
-Qui si interruppero perchè il sior Toni domandò
-loro, poco ragionevolmente, se avessero veduto un
-calesse. Uno rispose cantando: «No, gnente, gnente,
-gnente» e gli altri ripresero la via e il canto:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Verranno in compagnia</p>
-<p class="i01">Tre Magi dall'Oriente.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_131">[131]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il sior Toni spiegò alla contessina che quella
-era la «Compagnia della Stella» solita, per tre
-sere prima dell'Epifania e per tre sere dopo, andar
-attorno cantando e fermandosi ad ogni casa
-per aver vino e altro. Ma la contessina non gli
-stava molto attenta benchè anche per lei avessero
-un senso segreto quei versi:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Verranno in compagnia</p>
-<p class="i01">Tre Magi dall'Oriente.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-E se non venisse nessuno? Malgrado tutto il
-suo amore ella cominciava a pensare che quasi
-quasi sarebbe meglio.
-</p>
-
-<p>
-Ma invece ecco un punto nero, un rumor di
-trotto, un cavallo, un cocchiere, un mago che salta
-come da una scatola nella neve, ravvolto in un tabarro
-alla veneta, senza maniche, simile a una
-mantellina da bersagliere, onde la Nana immagina
-per un momento che l'amico sia venuto
-in uniforme e ne ha i brividi. Ella presenta con un
-po' d'imbarazzo il maestro Barùgola a sua zia e al
-sior Toni che gli fa replicati inchini col cappello
-in mano; poi manda via il calesse, destina il sior
-<span class="pagenum" id="Page_132">[132]</span>
-Toni per cavaliere alla zia e li segue col maestro
-cui deve impartire ogni istruzione opportuna onde
-la scherzo riesca bene. Il sior Toni e la siora Nina
-rallentano il passo perchè vorrebbero udire anche
-loro ma la contessina protesta. Ella è la <i>stria</i> e
-la <i>stria</i> fa tutto in segreto. Il sior Toni racconterà
-intanto una storiella alla zia. «Gala capìo,
-siora Nina?» dice il sior Toni alla sua padroncina.
-«Per sta volta bisogna che La se contenta
-de mi. Comandela sta storiela?»
-</p>
-
-<p>
-«El tasa» risponde lei stizzita.
-</p>
-
-<p>
-«Ghi n'ho una de bela» — «No me n'importa». — «Ben,
-ben, ben, ben». Non parlano
-più nè l'uno nè l'altra, per cui non merita scusa
-il maestro che battezza subito la siora Nina per
-Marta e il sior Toni per Mefistofele.
-</p>
-
-<p>
-Gli dà torto anche la Nana, la quale, ora che
-la sua pazza idea è fatta realtà, si sente in cuore
-un ritorno impetuoso di tutte le idee serie e prudenti,
-si vede in testa tutti i guai che potrebbero
-succedere, e vorrebbe persuadere Carlo, poichè
-l'ha vista, poichè le ha dato un bacio e tenuta
-stretta una mano per cinque minuti e sfiorata con
-<span class="pagenum" id="Page_133">[133]</span>
-le labbra almeno la <i>toque</i> e cantata almeno in
-<i>do</i>, in <i>re</i>, in <i>mi</i>, e nei relativi diesis la solita
-sinfonia, di ritornarsene alla stazione onde pigliarvi
-il treno che arriva a Vicenza verso le
-nove.
-</p>
-
-<p>
-Ma come si fa? Carlino la intende poco e non
-ha tutti i torti. Come si fa con Marta e Mefistofele? — Dio,
-almeno non bisogna che passi
-la notte in casa!
-</p>
-
-<p>
-Ma se non c'è albergo? Pensa e ripensa, la Nana
-decide che lo condurrà a casa per una visitina
-e che poi lo manderà a dormire dal parroco.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Le due signore fecero il loro ingresso nel salotto,
-accompagnate dal solo sior Toni.
-</p>
-
-<p>
-«Nonna» disse la contessina entrando, «c'è
-qui fuori qualcuno che domanda di te».
-</p>
-
-<p>
-«Vedemolo» disse la buona signora piegandosi
-a guardar verso l'uscio e aguzzando le ciglia.
-Visto entrare il giovinotto soggiunse:
-</p>
-
-<p>
-«Chi xelo sto signor?»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_134">[134]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Il maestro di musica, signora» rispose il tenente,
-franco, ma evitando i nomi propri. «Il maestro
-della contessina ch'Ella ha avuto la bontà di
-invitare.»
-</p>
-
-<p>
-«Mi? Mi no sala. Mi no so gnente de inviti».
-Allora la contessina si fece avanti, tanto rossa
-che la siora Gegia le disse subito:
-</p>
-
-<p>
-«Ah te si stà ti, barona?»
-</p>
-
-<p>
-«È stata la stria, nonna. Siccome tu da brava
-bambina hai fatto portar qua il piano, la stria ti
-ha mandato un pianista.
-</p>
-
-<p>
-«Ben che lo veda pulito» disse con dolcezza
-la siora Gegia.
-</p>
-
-<p>
-Infatti l'antica lucernina d'argento a tre beccucci,
-dei quali due soli erano accesi, illuminava
-molto imperfettamente il giovane, vestito alla buona
-di abiti che non parevano i suoi. Però il sior Toni
-e la siora Nina lo avevano intanto scrutato molto
-bene.
-</p>
-
-<p>
-«Che zovene!» disse la vecchia signora quand'egli
-le si fece vicino. «Quanti anni gàlo?»
-</p>
-
-<p>
-Il tenente se ne aggiunse otto, e rispose «trentaquattro».
-Troppi! pensò la Nana, più accorta.
-<span class="pagenum" id="Page_135">[135]</span>
-Egli non guardava le cose tanto per la sottile e rispose
-con la più ardita spensieratezza a mille altre
-domande sulla sua famiglia, sulla sua patria,
-sulla sua vita, sugli scolari, sulle scolare, mentre
-la Nana fremeva e palpitava come un uccellino
-nella rete. Finalmente la vecchia cameriera portò
-il caffè e i <i>pandoli</i> al tenente, che, pensando essersi
-ben guadagnata quella magra cena, divorò
-mezza dozzina di pandoli senza notare negli occhi
-della siora Gegia certe ombre di cattivo augurio.
-</p>
-
-<p>
-«El ne sona qualcossa» diss'ella.
-</p>
-
-<p>
-Il tenente si alzò e propose un pezzo a quattro
-mani con la contessina; ne aveva seco tre o quattro
-suonati già con lei in società, quando non si amavano
-ancora.
-</p>
-
-<p>
-«No» rispose la siora Gegia con voce blanda,
-ma ferma. «Sentimolo lu solo per sta sera.»
-</p>
-
-<p>
-Il tenente obbedì e si mise al piano.
-</p>
-
-<p>
-Il sior Toni domandò timidamente un poco di
-<i>Pirata</i>; invece la siora Nina, moderando alquanto
-le sue aspirazioni, mise fuori con un fil di voce la
-speranza di udire <i>Il sol dell'anima</i> del <i>Rigoletto</i>,
-oppure <i>Ah forse è lui</i> della <i>Traviata</i>, oppure il
-quartetto dei <i>Puritani</i>:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_136">[136]</span>
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">A te, o cara, amor talora</p>
-<p class="i01">Me guidò furtivo, ardente.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-«Questo lo so benone!» esclamò il tenente e
-attaccò di slancio il motivo dolcissimo, un vero
-zucchero sulle sue fragole.
-</p>
-
-<p>
-Improvvisò un pot-pourri di <i>Puritani</i>, di <i>Rigoletto</i>,
-di <i>Pirata</i>, di musica per tutti i gusti, facendo
-il diavolo a quattro sul piano. Il sior Toni e la
-siora Nina erano conquisi, ascoltavano a bocca
-aperta. La vecchia cameriera, ancora in piedi presso
-l'uscio con il vassoio in mano, andava ripetendo
-sotto voce «Gesusmaria! Gesusmaria! Madre santa
-che bravo!» e anche qualche volta «Vergine che
-belo!» Infatti il tenente Paribelli cui gli amici
-lombardi chiamavano <i>Parì bell</i> e <i>minga vess</i>, non
-era una bellezza, però aveva una fisonomia vivacissima,
-una selva nera di capelli ricciuti e un
-elegante paio di baffetti castani che avevano molta
-parte nei suoi successi. Chi proprio non pareva entusiasta
-di lui era la siora Gegia. Finito il pezzo,
-ella gli domandò se prima di partire per Vicenza
-si fosse recato a casa Della Costa per prendere
-<span class="pagenum" id="Page_137">[137]</span>
-commissioni. No, il maestro non ne aveva avuto
-il tempo. La Nana introdusse tosto un altro discorso,
-gli chiese di alquante amiche, specialmente
-di una tale che in addietro le aveva dato qualche
-ombra.
-</p>
-
-<p>
-«Tanto cara, non è vero, maestro? Tanto simpatica!»
-</p>
-
-<p>
-«No, non la posso soffrire!»
-</p>
-
-<p>
-«Suona così bene!»
-</p>
-
-<p>
-«Pasticcia!»
-</p>
-
-<p>
-«Ohe, ohe!» fece la siora Gegia. «El scusa,
-ma no me piase sto tajar zo de le so scolare».
-</p>
-
-<p>
-L'amico che, abituandosi alla situazione, diventava
-sempre più brillante e si figurava conquistar
-casa Ferretti a questo modo, rispose contraffacendo
-audacemente il dialetto veneto e quasi anche il
-tono di voce della vecchia signora: «Mi no tajo,
-mi no tajo». La Nana, spaventata, si affrettò a dire
-che la nonna aveva avuto la sua «stria» e che
-adesso bisognava farla al parroco, mandargli l'organista.
-Propose quindi che il sior Toni accompagnasse
-il maestro in canonica dove potrebbe anche
-passare la notte. La siora Gegia aveva fatto
-<span class="pagenum" id="Page_138">[138]</span>
-preparare segretamente una camera da letto e
-capiva poco, in cuor suo, l'opportunità di regalar
-un organista al parroco quando non poteva che
-metterlo a letto. Tuttavia non fiatò e lasciò il maestro
-al suo destino. Lo si pregò di un'altra sonatina
-e qualcuno nominò il <i>Mefistofele</i>. Il tenente guardò
-sorridendo la Nana e poi il sior Toni e domandò
-a quest'ultima se era lui che voleva il Mefistofele.
-</p>
-
-<p>
-«El Mefistufole?» rispose il sior Toni. «Mi no,
-La diga». Malgrado ciò l'altro si slanciò a capo
-fitto nel Sabba romantico, fece furore colla serenata
-classica, si sforzò sopra tutto di far cantare
-ai tasti il duetto e poi, per protestare contro le
-punture gelose della damigella, appiccò al Mefistofele
-con la sua invidiabile disinvoltura, nientemeno che
-l'aria di Buzzolla, ben nota a lei:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">Chi mai se penserave</p>
-<p class="i01">Vedendo la mia Nana</p>
-<p class="i01">Che l'apparenza ingana</p>
-<p class="i01">E sconto gh'è el velen?</p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_139">[139]</span>
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Il mentore sior Toni, quando fu in istrada con
-Telemaco pensò: te soni pulito ma te ghè na gabana,
-ciò, da mezi litri anca ti: e invece di pigliar
-la via della canonica pigliò, per i suoi fini,
-quelli dell'osteria.
-</p>
-
-<p>
-All'allegro Telemaco piaceva la bonomia del vecchio
-fattore, e la conversazione fra loro, per effetto
-sia dei mezzi litri che delle «gabane» diventò
-subito famigliare.
-</p>
-
-<p>
-Il sior Toni fece all'altro gli elogi, <i>inter pocula</i>,
-della contessina e siccome non c'era nessuno, cominciò
-a tastarlo in un punto delicato.
-</p>
-
-<p>
-«La diga, maestro, che La savarà, come xela de
-sto tenente che i dise? Ghe xelo, sto Paribelo o
-no ghe xelo po?»
-</p>
-
-<p>
-«Go paura, <i>ciò</i>, ch'el ghe sia, sto can» rispose
-Telemaco nel suo veneto caricato.
-</p>
-
-<p>
-«E la diga, mo; xelo cristian, xelo turco, xelo
-sior, xelo desperà, xelo galantomo, xelo berechin,
-xelo belo, xelo bruto, cossa xelo?»
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_140">[140]</span>
-</p>
-
-<p>
-«El xe sior, ciò, galantomo, belo e turco».
-</p>
-
-<p>
-«Jeh, jeh, jeh!» fece il sior Toni «Gesù mi
-poreto, el xe turco!»
-</p>
-
-<p>
-E vuotò un gran bicchier di vino. Poi ripigliò:
-«Xelo so amigo, elo, maestro?»
-</p>
-
-<p>
-«Un pocheto».
-</p>
-
-<p>
-«Xelo turco anca elo?»
-</p>
-
-<p>
-«Un pocheto, ciò».
-</p>
-
-<p>
-«Jeh! Gala imparà in Turchia a suonar l'organo?
-Gesù mi poreto!»
-</p>
-
-<p>
-Qui il sior Toni fece portare un altro mezzo litro
-onde venir a capo delle ragioni per le quali
-il conte Dalla Costa non voleva dar la figlia al tenente.
-Il suo compagno incominciò a dirgli che
-quanto al <i>turco</i> aveva scherzato e che Paribelli
-era un ottimo cristiano. Soggiunse poi che il conte
-aveva una debolezza, una malattia nervosa per cui
-non poteva veder piume sui cappelli della gente.
-Era una vera disgrazia per la famiglia Dalla Costa
-e per la contessina non men che per il regio
-corpo dei bersaglieri.
-</p>
-
-<p>
-«Fiol de to mare d'un mestro» pensò il sior
-Toni, «goi po tanto un muso da macao?» E disse
-forte:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_141">[141]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Bela, po».
-</p>
-
-<p>
-Sin da quando la contessina Nana lo aveva incaricato
-di raccontare storielle alla zia, era balenato
-al vecchio un sospetto, non certo del vero,
-ma di qualche trama, di qualche occulta complicità
-del nuovo venuto col terribile tenente Paribelli.
-Ora se ne persuadeva sempre più, e oltre al
-resto, gli bruciava un poco d'essere stato giuocato
-dalla contessina. Centellinando il vino, parlando,
-quasi, fra sè e sè, si mise a commiserare la ragazza,
-benchè a lui, veramente, non paresse tanto
-innamorata; tutt'altro! «Perchè?» esclamò il suo
-compagno, preso all'improvviso. Il sior Toni lo
-guardò sorridendo col bicchiere in mano. «Gnente
-po, sala» diss'egli. «Idee». Soggiunse piano che
-se si fosse trattato di renderla felice, avrebbe fatto
-qualunque cosa.
-</p>
-
-<p>
-«Proprio?» gli chiese l'altro, sullo stesso
-tono.
-</p>
-
-<p>
-«Proprio».
-</p>
-
-<p>
-«Anche.... portare...»
-</p>
-
-<p>
-Il sior Toni scosse leggermente le spalle e fece
-«peuh!» con la faccia espressiva d'uno che non
-<span class="pagenum" id="Page_142">[142]</span>
-trova poi tanto strano nè tanto difficile ciò che
-gli è proposto.
-</p>
-
-<p>
-Il suo compagno lo fissò in viso. L'uomo gli
-pareva molto fino. Susurrò: «Non avrebbe scrupoli?»
-</p>
-
-<p>
-«La diga; xelo proprio un galantomo?»
-</p>
-
-<p>
-«Eh altro!» fece il galantuomo.
-</p>
-
-<p>
-Il sagace sior Toni n'ebbe abbastanza; l'amico
-era certo un complice. In quel punto la compagnia
-della Stella fece rumorosamente irruzione nell'osteria.
-Il sior Toni si alzò, pregò il maestro di
-aspettarlo un momento, andò a parlare con l'oste
-che sapeva avere una carrettella, gli ordinò di
-far attaccar subito onde condurre un forestiero a
-Vicenza.
-</p>
-
-<p>
-«E se nol paga lu» diss'egli «pagarò mi».
-Poi tornò dal maestro e gli partecipò che essendo
-la canonica assai lontana aveva ordinato all'oste
-una vettura, che le istruzioni al cocchiere erano
-date bene, proprio bene, senza pericolo di sbagli,
-che lui doveva tornare immantinente a casa e che
-gli augurava la buona notte. Ciò detto se n'andò
-in fretta, lasciando il tenente alquanto sbalordito
-e incerto.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_143">[143]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il tenente stette un quarto d'ora ad aspettare
-la carrettella sulla porta dell'osteria. Dopo un altro
-quarto d'ora di viaggio per la nuda e gelida campagna,
-non vedendo nè case, nè chiese, interrogò
-il vetturino e dovette, suo malgrado, persuadersi
-che il perfido Mefistofele lo aveva spedito a Vicenza.
-Furibondo, ordinò di fermare. Passava una
-frotta di ragazzi cantando in onore della stria.
-Uno di loro si accostò alla carrettella e gridò sul
-naso del viaggiatore:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01">De Pasqua un bell'agnèlo,</p>
-<p class="i01">De carnevale un bel porzèlo,</p>
-<p class="i01">De Nadale un bel capòn,</p>
-<p class="i01">Buona notte sior paron.</p>
-</div></div>
-
-<p>
-«Va all'inferno!» rispose il tenente. Voleva ritornare
-in dietro, castigare quel birbante, ma poi
-riflettendo, capì che sarebbe stato uno sproposito
-e ordinò rabbiosamente di proseguire.
-</p>
-
-<p>
-«Mefistofele» che si era accontentato di veder
-la carretta uscir dal villaggio e prendere la
-via di Vicenza, andò poi a casa più frettolosamente
-<span class="pagenum" id="Page_144">[144]</span>
-che potè. La siora Nina era a letto, ma la siora
-Gegia e la Nana lo aspettavano in salotto. La siora
-Gegia aveva lavorato in calza tutto il tempo con
-una faccia molto seria, senza rivolger mai la parola
-a sua nipote, che intanto, desiderando pure
-di evitare il dialogo, aveva letto il giornale e suonato
-il piano.
-</p>
-
-<p>
-«Benedeto!» esclamò la siora Gegia vedendo
-entrare il fattore «xe ora? E sto paroco dunque?»
-</p>
-
-<p>
-«Mi son qua de stuco» rispose il sior Toni.
-</p>
-
-<p>
-La Nana si sentì gelare il sangue e non parlò.
-</p>
-
-<p>
-«Cossa xe nato?» chiese la vecchia.
-</p>
-
-<p>
-«Cossa vorla che ghe diga! La stria lo ga portado
-qua e la stria lo ga portado via.»
-</p>
-
-<p>
-Le due donne lo guardarono, studiando il suo
-viso furbesco. La vecchia aveva i suoi sospetti e
-molti; trovandoseli vagamente confermati e ripromettendosi
-di sapere ogni cosa l'indomani mattina
-non domandò più nulla, diede una occhiata silenziosa
-alla nipote, spense uno dei due beccucci
-della lucernina e disse con tutta flemma: «Ben,
-andemo in leto».
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_145">[145]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il sior Toni sospirò perchè invece di andar a
-letto doveva lavorare in mezzà almeno un'oretta.
-Vi era da pochi minuti quando l'uscio si aperse
-piano ed entrò la contessina:
-</p>
-
-<p>
-«Un momento» diss'ella sottovoce. «Un momento
-solo! Cos'è questa storia della stria? Dica
-su presto!»
-</p>
-
-<p>
-«Védela, contessina benedeta» rispose con un
-sorriso pacifico ma significante il sior Toni «no
-la xé miga una stria sola, le xé do. Quela zovene
-lo ga portado qua e quela vecia lo gà portado
-via. Ma gnente de mal po sala, gnente de mal».
-</p>
-
-<p>
-«Sì, bravo, e come è andato via? Corse di notte
-non ce ne sono».
-</p>
-
-<p>
-«Ghe xé cavai e caretine».
-</p>
-
-<p>
-«Carrettino? È andato a Vicenza in carrettina?
-Con una notte simile? Sior Toni! Senza una coperta?»
-</p>
-
-<p>
-Le parole ed il viso della contessina eran tali
-che il sior Toni incominciò a non capir più niente
-ossia incominciò a capire anche troppo. Uno sbalordimento
-senza nome gli allargò gli occhi e la
-bocca:
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_146">[146]</span>
-</p>
-
-<p>
-«Cossa?» diss'egli. «Ma quel sior... gerelo...?!»
-La contessina stupì alla sua volta, non capiva che
-egli non avesse capito, lo guardò un poco e scappò
-via senza rispondere. Allora il sior Toni, giungendo
-adagio adagio palma a palma, conchiuse
-con l'emozione più profonda della sua vita:
-</p>
-
-<p>
-«Jeh, jeh, jeh!».
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_149">[149]</span>
-</p>
-
-<h2 id="foglia">Per una foglia di rosa</h2>
-</div>
-
-<p>
-Una carrozza di Corte si fermò, verso mezzanotte,
-alla porta del palazzo Heribrand. Un ufficiale
-delle guardie ne saltò a terra, entrò nel
-palazzo e ricomparve dopo dieci minuti con un
-signore alto e magro che salì in carrozza frettolosamente
-e fu riconosciuto dai curiosi del vicino
-Caffè Orientale per il conte Maurizio Heribrand,
-generale a riposo, antico governatore, sotto il Re
-morto, del principe ereditario, ministro dell'interno
-nel primo anno del nuovo Regno e uscito poi dagli
-affari.
-</p>
-
-<p>
-La notizia ch'egli era stato chiamato a Corte si
-diffuse in città prima che la carrozza fosse di ritorno
-al Palazzo Reale.
-</p>
-
-<p>
-Quella sera tutte le birrarie, tutti i caffè della
-<span class="pagenum" id="Page_150">[150]</span>
-capitale erano pieni di gente e di rumore perchè
-nel pomeriggio la camera aveva rovesciato con
-quaranta voti di maggioranza, sopra una questione
-di politica estera, l'equivoco, impopolare gabinetto
-Fersen; e si sperava che S. M. avrebbe chiamato
-al potere il deputato Lemmink, capo dell'Opposizione,
-uomo di grande ingegno, di antica probità
-e di ferreo carattere, stato ancora ministro e noto
-per l'aspro contrasto a certe segrete debolezze del
-Re, cui il ministro Fersen, malgrado le sue velleità
-democratiche, si era sempre mostrato compiacente.
-Si sapeva che il generale Heribrand,
-ultra conservatore, era nemico personale del Lemmink,
-il quale una volta, da ministro, lo aveva
-trattato con pochi riguardi; e la sua chiamata a
-Corte dispiacque. — Si era tuttavia sicuri che egli
-avrebbe combattuto il Fersen, e sopratutto, la segreta
-influenza della principessa Vittoria di Malmöe-Ziethen,
-amica del Re.
-</p>
-
-<p>
-La principessa, francese di origine, divisa dal
-marito, era antipatica al popolo, perchè straniera,
-perchè s'ingeriva negli affari di Stato e perchè
-impediva il passo ad una regina. Il popolo avrebbe
-<span class="pagenum" id="Page_151">[151]</span>
-più presto perdonato al Re molti amori passeggeri
-che questa grande passione costante da tre
-anni. Il Re conosceva e sdegnava ciò. Egli univa
-un ingegno non comune a molta bontà di cuore;
-non aveva un alto concetto della propria corona
-nè della propria spada, non sentiva ambizione; era
-piuttosto poeta e artista che Re; era anzi tutto
-un delicato, un raffinato, a cui le ordinarie cure
-del governo pesavano, a cui piaceva di regnare
-solo per il lusso artistico di cui poteva godere,
-per le intelligenze rare di cui sapeva cingersi; e
-perchè convinto di essere amato dalla principessa
-Vittoria come uomo e non come Re, si compiaceva
-di possedere, quale amante, questa suprema e singolare
-distinzione del trono. Egli era tuttavia delicato
-e raffinato anche nella coscienza dei propri
-doveri, ciò che gli era cagione di lotte e di tristezze
-gravissime, poichè la sua nobile natura
-aveva una ingenita malattia mortale, il languore
-della volontà.
-</p>
-
-<p>
-Lo scioglimento della crisi per la quale il generale
-Heribrand era stato chiamato a Corte, poteva
-decidere sulle sorti del paese. Il conte Fersen
-<span class="pagenum" id="Page_152">[152]</span>
-conduceva il Regno all'alleanza con la potente patria
-della principessa di Malmöe-Ziethen e quindi,
-posta la situazione europea, alla guerra. Un Gabinetto
-Lemmink avrebbe significato riduzione delle
-spese militari e politica estera modesta. Tutti sapevano
-che il Fersen immediatamente dopo il voto
-aveva offerto le dimissioni del Gabinetto e posto
-a S. M. questo dilemma: o accettazione delle dimissioni
-o scioglimento della Camera.
-</p>
-
-<p>
-S. M. non aveva data una risposta definitiva e
-aveva conferito più tardi con i presidenti delle due
-Camere, i quali erano stati concordi nel consigliare
-un ministero Lemmink. Si sapeva pure che
-la principessa Vittoria era malata nella sua villa
-dell'isola Sihl. Una grande dimostrazione popolare
-era stata fatta al capo dell'opposizione, e vi si era
-gridato «abbasso la francese».
-</p>
-
-<p>
-La carrozza che portava Heribrand entrò nell'atrio
-del Palazzo Reale a mezzanotte, mentre una
-carrozzella da nolo, a un solo cavallo, ne usciva.
-Il generale dovette attendere cinque minuti nella
-sala degli aiutanti prima di esser fatto entrare nel
-gabinetto da lavoro del Re. Il gabinetto, poco spazioso
-<span class="pagenum" id="Page_153">[153]</span>
-ma molto alto, sta nell'angolo nord-est del
-Palazzo Reale, proprio nella torre. Ha due balconi
-immensi, uno sul mare, aperto, l'altro sulle grandi
-terrazze che degradano verso il porto militare; e
-ha, fra i due balconi, un caminetto di marmo
-nero dove quella sera, benchè si fosse alla metà
-d'aprile, ardeva il fuoco. Una lampada elettrica
-sospesa in alto illuminava meglio il palco di ebano
-scolpito, a rosoni d'argento, che la snella persona
-del Re, ritta davanti al caminetto.
-</p>
-
-<p>
-S. M. stese la mano al vecchio generale, che
-con la sua allampanata figura, con la sua magrezza
-portentosa, con i suoi lineamenti esagerati,
-pareva lo spettro di Don Chisciotte.
-</p>
-
-<p>
-— Caro generale — diss'egli con voce affettuosa,
-ma vibrante di emozione — mi perdoni se
-l'ho incomodata a quest'ora. Avevo bisogno di Lei.
-</p>
-
-<p>
-Heribrand rispose, alquanto freddo, ch'era sempre
-agli ordini di S. M.
-</p>
-
-<p>
-— Non ho bisogno di un suddito — replicò il
-Re, gelando alla sua volta. — Ho bisogno di un
-amico. Lei è in collera con me?
-</p>
-
-<p>
-Il generale protestò e S. M. lo interruppe dicendo — venga
-<span class="pagenum" id="Page_154">[154]</span>
-qua — gli prese il braccio, lo
-fece sedere in una delle sue poltroncine accostate
-per fianco al balcone sul mare, sedette egli stesso
-nell'altra e incominciò a parlargli della situazione.
-Riferì i suoi colloqui col ministro e coi presidenti
-delle due Camere, disse che sentiva di trovarsi di
-fronte all'atto più grave, probabilmente, della sua
-vita, che era atterrito dalla propria profonda perplessità;
-che sperava da Heribrand un giudizio,
-un consiglio sicuro, e che non aveva saputo aspettarlo
-fino all'indomani.
-</p>
-
-<p>
-Il generale lo ascoltò impassibile e rispose semplicemente: — Sire,
-bisogna chiamare Lemmink.
-</p>
-
-<p>
-Il Re si fece scuro in viso, tacque e, dopo un
-momento, alzatosi senza dir parola, si allontanò
-a lenti passi, andò a contemplare il fuoco del caminetto.
-Anche il generale si alzò e, girata rapidamente
-con gli occhi la stanza, guardava, fermo
-al suo posto, il Sovrano. Il suo sguardo e l'alta,
-leale sua fronte avevano una singolare espressione
-di gravità e di severità.
-</p>
-
-<p>
-— Lei non sa tutto — disse finalmente S. M.,
-sempre pensieroso e senza guardare Heribrand. — Lei
-<span class="pagenum" id="Page_155">[155]</span>
-non sa cosa si prepara in Europa. Lei non sa
-gli impegni che abbiamo.
-</p>
-
-<p>
-— Sire — rispose subito il generale — se vi
-hanno impegni del ministero Fersen, sono caduti;
-se vi hanno impegni di V. M., mi permetto di
-chiedere rispettosamente perchè mi sia fatto l'onore
-d'interrogarmi.
-</p>
-
-<p>
-Un lampo di sdegno passò sul viso del Re.
-</p>
-
-<p>
-— Io non prendo impegni personali — diss'egli
-concitato — io sono fedele alla Costituzione. Lei
-mi doveva intendere, signor generale. Lei dovrebbe
-sapere che un governo può prendere certi impegni
-non formali, non scritti, ma che non possono lasciarsi
-cadere tanto facilmente.
-</p>
-
-<p>
-Il generale rispose che il voto della Camera
-aveva implicitamente disapprovati questi impegni.
-</p>
-
-<p>
-— Non mi parlate della Camera! — esclamò il
-Re. — Non è possibile che la politica estera sia
-fatta dalla Camera. Non si guidano cavalli mal
-sicuri per strade difficili, stando in un landau
-chiuso.
-</p>
-
-<p>
-— Non si guidano i cavalli, Sire, ma si sa dove
-si vuole andare e lo si dice al cocchiere. Il paese
-non vuole andare alla guerra.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_156">[156]</span>
-</p>
-
-<p>
-Il Re tacque.
-</p>
-
-<p>
-— Io non posso assolutamente — riprese Heribrand — dare
-a V. M. il consiglio che desidera.
-</p>
-
-<p>
-— Che desidero! — esclamò il Re sdegnosamente. — Che
-desidero! Guardi là quei vapore
-coi fanali rossi che fila adesso nel chiaro di luna.
-Là vi è un ragazzo che va a studiare l'arte a
-Roma con i denari miei; desidero esser lui! Ecco
-quello che desidero! Scusi, generale, Lei sa che
-Le ho sempre voluto bene, Lei è il primo cui mi
-rivolgo dopo i personaggi ufficiali, il primo a cui
-domando un consiglio, e mi parla così!
-</p>
-
-<p>
-Il generale esitò un momento e rispose quindi
-con voce sommessa, ma ferma:
-</p>
-
-<p>
-— No, Sire non sono il primo.
-</p>
-
-<p>
-Il Re trasalì e piantò gli occhi in faccia a Heribrand
-che non abbassò i suoi.
-</p>
-
-<p>
-— Che ne sa Lei? — diss'egli fieramente. Il generale
-allargò le braccia e chinò la testa come
-per dire: me ne rincresce, ma è inutile; lo so.
-</p>
-
-<p>
-— Crede Lei — riprese S. M. con voce sconnessa
-dall'emozione — crede Lei avere il diritto?
-Non compì la frase, ma tenne addosso al generale
-gli occhi irritati.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_157">[157]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Nessuno ha osato mai! — diss'egli.
-</p>
-
-<p>
-— Sire — rispose Heribrand, rialzando il capo — la
-mia coscienza non è a disposizione di V. M.,
-ma il mio grado e le mie decorazioni lo sono.
-</p>
-
-<p>
-— Questa è una risposta da scena — esclamò
-il Re — e non una risposta per me che ho una
-coscienza come la Sua.
-</p>
-
-<p>
-Il generale, pallidissimo, pregò il Re di voler
-piuttosto punire che oltraggiare un vecchio servitore
-sincero, e gli chiese licenza di ritirarsi. Il
-Re rifiutò con un gesto violento.
-</p>
-
-<p>
-— No, — diss'egli — voglio essere più generoso
-di Lei e mostrarle che vi è un'altra persona superiore
-alle sue insinuazioni, ai suoi sospetti, a
-tutte le bassezze di cui è pieno il mondo!
-</p>
-
-<p>
-Ciò detto si sbottonò il soprabito in fretta e in
-furia. Il generale porse le mani come per trattenerlo;
-allora il Re gli stese con impeto subitaneo
-le sue.
-</p>
-
-<p>
-— Ma senta! — diss'egli passando dalla collera
-all'affetto, — non mi irriti, dimentichi un momento
-ch'io sono il Re, mi tratti come si tratta un eguale,
-apra il Suo cuore come io sono disposto ad aprirle
-<span class="pagenum" id="Page_158">[158]</span>
-il mio! Apra il Suo cuore, ch'io senta una parola
-calda! Dica tutto quello che sospetta, tutto quello
-che teme, ma parli come un amico, capisce! Ma
-se io amo, merito io dunque il Suo sdegno? E mi
-creda, La scongiuro, Lei si inganna, Lei non La conosce,
-voglio che Lei sappia, voglio che lei veda!
-Sicuro che mi ha scritto, sicuro che mi ha consigliato!
-Ma come? Una donna che mi ama con
-tutta l'anima sua, è lontana da me e non mi manderà
-una parola in un giorno come questo? Ma
-generale, maestro mio, non è uomo, Lei? Non è
-stato giovane, Lei?
-</p>
-
-<p>
-E aperse le braccia al generale che, non persuaso,
-ma commosso, abbracciò il suo antico allievo.
-</p>
-
-<p>
-Il Re si sciolse per il primo, trasse dall'abito
-aperto un portafogli, e dal portafogli una lettera,
-e la porse a Heribrand.
-</p>
-
-<p>
-— Legga — diss'egli.
-</p>
-
-<p>
-Heribrand prese la lettera, ma per leggerla gli
-occorrevano gli occhiali e non gli riusciva nella
-commozione di trovarli, se ne impazientiva, ciò
-che fece sorridere il Re e finì di rinfrescare il
-<span class="pagenum" id="Page_159">[159]</span>
-sangue ad ambedue. Finalmente gli occhiali si
-trovarono ed il generale potè leggere questo biglietto
-della principessa di Malmöe-Ziethen:
-</p>
-
-<div class="blockquote">
-<p class="indr">
-«<i>Silh, villa Victoria, le 14 avril.</i>
-</p>
-
-<p class="indl">
-<span class="smcap">Sire</span>,
-</p>
-
-<p>
-«Mon oncle de Ziethen vient de m'apporter les
-nouvelles de la capitale. On va voter aujourd'hui
-même et ce sera l'opposition qui l'emportera. — On
-fera beaucoup de bruit pour avoir M. Lemmink
-aux affaires, mais la <i>velche</i>, c'est ainsi que dit la
-ville, mais <i>l'étrangère</i>, c'est ainsi que dit la Cour,
-n'en voudra pas. Ce n'est pas M. de Fersen qu'on
-renverra, c'est la Chambre.
-</p>
-
-<p>
-Mon Dieu, que j'ai prevu tout cela!
-</p>
-
-<p>
-J'en ai le coeur navré. Pas à cause de moi,
-j'ai trop méprisé ces grands artistes en méchanceté,
-pour qu'on me soupçonne jamais de faiblir
-devant eux. C'est à cause de Vous, Sire. Je ne
-me soucie guère de la sottise publique ni de la
-perfidie de quelques misérables; je redoute Votre
-coeur même, ce que j'ai de plus cher au monde,
-<span class="pagenum" id="Page_160">[160]</span>
-ce grand amour où il fait si bon de sombrer avec
-son âme, son honneur et sa vie.
-</p>
-
-<p>
-M. Lemmink me déteste. C'est un terrible homme,
-paraît-il; il arrive appuyé par una foule grondante,
-il ne ménagera pas Vos sentiments, il voudra
-m'éloigner de Vous.
-</p>
-
-<p>
-Oh, Sire, mais la majorité de la Chambre lui
-est acquise, et si ce n'est pas la gloire, si ce n'est
-pas la grandeur, c'est du moins le bien-être, c'est
-la sécurité qu'il apporte! Il faut le prendre, Sire.
-Prenez-le, faites le bonheur de Votre peuple; le
-mien sera de Vous y avoir aidé! C'est bien la
-tâche d'une reine et Vous n'avez que cette couronne
-à m'offrir. Je vous la demande, mon ami,
-le sourire aux lèvres.»
-</p>
-
-<p class="indr">
-<i>Victoria</i>»
-</p>
-</div>
-
-<p>
-Il generale rilesse lo scritto, poi presolo fra due
-dita, e alzatolo con un lungo sospiro, con un
-lungo <i>eh</i> dubitativo, lo lasciò cader sulla scrivania.
-</p>
-
-<p>
-— Cosa? — fece il Re.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_161">[161]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Ah, Sire, — rispose Heribrand — se mio
-figlio mi facesse vedere una lettera simile, gli
-direi «non ci credere, è tutto falso, anche questi
-segni di lagrime fra l'ultima parola e la sottoscrizione!
-Non senti» gli direi «che artificio di stile
-e di chiusa, non senti che persino queste lagrime
-sono politiche? — Maestà — esclamò egli a una
-violenta interruzione del Re — a mio figlio direi
-così! A V. M. posso dire invece, e forse chi sa? accostandomi
-di più al vero: questa donna non è
-sincera, ma crede di esserlo, crede alle proprie
-frasi, s'inebria all'immaginazione di un sacrificio
-che poi V. M. non le permetterà di compiere; si
-intenerisce sopra sè stessa e queste gocce cadute
-così presso al <i>sourire aux lèvres</i> sono propriamente
-lagrime. V. M. mi ha domandato se sono
-mai stato giovane; credevo sapesse che lo sono
-stato troppo. Ebbene, di tante donne che ho amate,
-più o meno, una sola sapeva di recitare la commedia,
-e due sole veramente non la recitavano.
-Le altre erano attrici senz'accorgersene, come la
-principessa. Ma poi, Sire, se credete in Lei, perchè
-non l'ascoltate? Perchè non le date questa corona
-<span class="pagenum" id="Page_162">[162]</span>
-che domanda? Se la principessa è sincera, è
-eroica e poche regine avranno fatto altrettanto
-per un Re e per un popolo! V. M. ha l'animo
-grande, si compiacerà di essere amato da un altro
-animo grande che non solo immagina il sacrificio,
-ma lo compie. Coraggio, Sire! Sarebbe forse stato
-meglio non dirle, quelle altre cose amare. V. M.
-mi ha chiesto di aprire il cuore e l'ho aperto. Mi
-sarò ingannato, crederò anch'io tutto ciecamente,
-ammirerò la principessa, ma si faccia dunque ciò
-che dice lei! Non si giuoca una piccola posta, qui.
-Fersen giuoca il paese a <i>rouge et noir</i>; se esce
-<i>rouge</i> sarà una gloria sterile o quasi, e pagata
-cara; se esce <i>noir</i> sarà un disastro immenso. Sire,
-se parlassi da capo a mio figlio gli direi «il tuo
-dovere è di non permettere questo giuoco».
-</p>
-
-<p>
-— La ringrazio — disse il Re — Lei ha detto
-alcune cose che io credo molto ingiuste, duramente
-ingiuste, ma è stato leale e adesso ha parlato
-col cuore. La ringrazio. Del resto non credo
-che Lei sia giusto neppure col ministero.
-</p>
-
-<p>
-E qui si diffuse sui possibili effetti d'una guerra
-fortunata, parlò di una grande unione politica che
-<span class="pagenum" id="Page_163">[163]</span>
-avrebbe potuto costituirsi intorno al suo trono, di
-un impero del Nord ch'era già l'oggetto di trattative
-segrete colla Francia. Si capiva che la sua
-parola tepida rifletteva idee altrui, le ambizioni di
-un ministro e d'una donna anzichè quella del futuro
-imperatore.
-</p>
-
-<p>
-— Sire — disse Heribrand dopo aver ascoltato
-rispettosamente — se non temessi di offendere
-V. M. direi un'altra cosa.
-</p>
-
-<p>
-— Dica.
-</p>
-
-<p>
-— Direi che questa non è l'ultima comunicazione
-della principessa.
-</p>
-
-<p>
-Il Re arrossì e s'imbarazzò un poco.
-</p>
-
-<p>
-— Lei deve aver incontrato una carrozza, venendo
-qua — diss'egli. — È per questo che
-adesso...
-</p>
-
-<p>
-— No, Sire — rispose Heribrand — non è per
-questo.
-</p>
-
-<p>
-Gli occhi suoi si fermarono sopra un punto della
-scrivania. Il Re guardò subito dove guardava il
-generale, e, non potendo vedere, si tradì.
-</p>
-
-<p>
-— Le è bastato un fil di seta — diss'egli, arrossendo
-più di prima...
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_164">[164]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Mi è bastato meno — rispose il generale con
-un sorriso — il filo di seta non c'è più come non
-c'è più il fiore.
-</p>
-
-<p>
-Il Re si avvicinò alla scrivania, vide due filuzzi
-di musco e una lieve macchia umida sul cuoio
-dell'impiallacciatura.
-</p>
-
-<p>
-— Non l'ho nascosto — replicò vivamente — entrando
-l'avrebbe anche potuto vedere.
-</p>
-
-<p>
-Infatti, non proprio nell'entrare ma poco dopo,
-girando la stanza con gli occhi, il generale aveva
-scoperto sopra una mensola, di fianco a un grande
-stipo, il lagrimatoio d'alabastro di Volterra che
-aveva questo fiore misterioso.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco — disse il Re, andando a pigliare il
-vasetto antico.
-</p>
-
-<p>
-Era un'opulenta, magnifica rosa, allentata e
-come languente nei petali più esterni e chiari, appena
-socchiusa nel denso cuore con una voluttuosa
-espressione d'invito.
-</p>
-
-<p>
-— La conosco — disse Heribrand, odorando il
-fiore. — Amo anch'io le rose. È la <i>France</i>. Magnifica!
-Meglio allearsi a questa Francia qui che
-all'altra. L'altra ha troppe spine.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_165">[165]</span>
-</p>
-
-<p>
-Odorò il fiore, si avvicinò al Re, e gli parlò
-per un quarto d'ora, mostrando l'inopportunità
-dell'alleanza francese con parola chiara, calda,
-convincente.
-</p>
-
-<p>
-— E se pigliassi Lei, generale? — disse il Re,
-sentendo di piegare, aggrappandosi a Heribrand
-per non cadere a Lemmink, i cui modi rudi gli
-erano intollerabili.
-</p>
-
-<p>
-— No, Sire — rispose il vecchio — io sono
-troppo impopolare, sono troppo amico di tante cose
-passate, e poi non sarei più indulgente di Lemmink
-colle rose parlanti. Bisogna chiamare lui.
-</p>
-
-<p>
-— Le giuro che non sapevo il nome di quella
-rosa! — esclamò il Re con impeto — e Lei è sicuro
-che sia la <i>France</i>? Ci pensi!
-</p>
-
-<p>
-E si mise a camminare su e giù, a capo chino,
-dall'uscio al caminetto, ripetendo macchinalmente
-ad ogni tratto «ci pensi!» mentre il generale
-protestava di esserne sicuro. Finalmente gli si
-fermò davanti e gli stese la mano dicendo:
-</p>
-
-<p>
-— Credo che Lei, domani, sarà contento di me.
-E allora spero che sarà contento pure della principessa,
-non è vero?
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_166">[166]</span>
-</p>
-
-<p>
-— La venererò, Sire — rispose Heribrand.
-</p>
-
-<p>
-Prese congedo.
-</p>
-
-<p>
-Nell'uscire gli sovvenne degli occhiali che aveva
-lasciati sulla scrivania, ritornò indietro, e nella
-fretta del riprenderli, urtò involontariamente con
-la manica il piccolo vaso antico che si capovolse
-lasciando cadere a terra la rosa. Il generale si
-chinò, con una esclamazione di dispiacere, a raccoglierla;
-e, brancicando sul pavimento, invece di
-pigliare il gambo, pigliò il fiore. Lo rimise a posto
-presso che incolume; solo un petalo, dei più aperti,
-n'era rimasto sgualcito e quasi staccato.
-</p>
-
-<p>
-S. M. vide tutto e non si mosse, non disse parola.
-Il suo sentimento poetico della perfezione, la
-sua raffinatezza femminile si offendevano incredibilmente
-di ogni goffaggine, di ogni menoma distrazione
-altrui. Gli si sarebbe guasta l'ammirazione
-per un uomo d'ingegno vedendogli scotere
-sul tappeto la cenere d'una sigaretta, e la più seducente
-signora avrebbe molto perduto del suo
-fascino, se, parlando con lui, si fosse versata sull'abito
-una goccia di thè. Quando Heribrand fu
-uscito il viso del Re si colorò di malcontento. La
-vista di quella foglia cadente, di quella rosa brancicata
-<span class="pagenum" id="Page_167">[167]</span>
-gli dava fastidio. Prese il fiore, ne trasse
-il bocciuolo interno e gettò il resto sulle brage
-del caminetto. Poi, ripensando al colloquio recente,
-quel fastidio gli si mescolò, nella memoria, alla
-figura e alla voce del generale, ne rese ancora
-più sgradite le parole severe e meno gradite le
-affettuose; tanto che sentendo crepitar la rosa
-sulla brage, odorandone la lieve fragranza resinosa
-diffusa in aria e vedendovi balenare sul
-nero le ultime faville, ripensò di proposito a quel
-caso e gli venne il sospetto che vi fosse stata intenzione.
-Lo cacciò subito, era un sospetto troppo
-ignobile; ma gliene rimase questa spiacevole idea
-che la sbadataggine del generale fosse stata offensiva.
-E in pari tempo, questo intenso desiderio
-sorse nel suo cuore: oh se fosse venuta lei invece
-di mandar la rosa, se entrasse adesso, se l'avessi
-qui, almeno fino a giorno, prima di pensare alla
-politica!
-</p>
-
-<p>
-Si strinse poi sulle labbra un foglietto, la lettera
-venuta col fiore; sulle labbra, sul cuore, sulla
-fronte, come per illuminarsi la mente con l'amore;
-poi sulle labbra ancora, più forte di prima. Il sottile
-profumo della carta, l'odor di mughetto caro
-<span class="pagenum" id="Page_168">[168]</span>
-alla principessa lo faceva palpitar di passione, gli
-annebbiava il cervello. Mise un profondo sospiro
-come in cerca d'aria e di vita e rilesse la lettera
-che diceva:
-</p>
-
-<p>
-«C'est arrivé, donc! Du courage, Sire, faites
-votre devoir; ce sont vos amours qui Vous en supplient.
-Je souffre, mon ami, car je t'aime comme
-une folle et je voudrais venir me jeter dans tes
-bras. Je ne viendrai point, jamais je ne saurais
-m'en arracher! Je t'envoie une rose pour le vase
-d'albâtre, tu sais, pour le charmant petit vase
-aux larmes, qui lui convient. Elle en a eu, de
-larmes. Et de baisers, donc! Elle est heureuse,
-pourtant, de passer la nuit avec toi et de mourir
-demain.
-</p>
-
-<p>
-«Adieu, Sire. Si Votre choix est arrêté, faites-le-moi
-connaître bien vite. N'éteignez pas de la
-nuit Votre lampe; je comprendrai que M. Lemmink
-sera ministre. Je la vois de ma chambre, Votre
-lampe, à l'aide d'un binocle. C'est mon étoile, elle
-n'aura jamais été si pure, si haute!
-</p>
-
-<p class="indr">
-<i>Victoria.</i>
-</p>
-
-<p>
-L'odor di mughetto gli aveva ridato nella fantasia
-il corpo della principessa e queste paroline
-<span class="pagenum" id="Page_169">[169]</span>
-scritte in fretta, a grandi tratti impetuosi, tutte
-inclinate come da un soffio di passione, gliene ridavano
-l'anima. Già inebriato, si sentì nella coscienza
-domandar debolmente se non fosse male
-di lasciarsi trasportare così, di smarrire, in un desiderio
-di amore, ogni calma e ogni forza quando
-più ne aveva bisogno. Si rispose ch'era dolce perdersi
-a quel modo, che forse l'amore lo avrebbe
-ispirato meglio; e fece tacere con un colpo di
-volontà, la debole voce molesta.
-</p>
-
-<p>
-Adesso fu nel ritratto di lei che volle affissarsi,
-negli occhi pieni di dolcezza e di fierezza che lo
-guardavano da quel noto viso, più signorile e delicato
-che bello, chiuso nel capriccioso disordine
-d'un velo nero. Quindi, sentendosi ardere, aperse
-il balcone a mare e uscì fuori nel vento rigido,
-nel fracasso cupo, misurato delle onde che si rovesciavano
-sulla scogliera. La luna era nascosta
-fra le nuvole; però l'isola Sihl si vedeva benissimo,
-nera, a breve distanza. Il vento freddo ristorò
-un poco il Re, ma le tenebre, per la loro
-virtù demoniaca di oscurar nell'uomo il sentimento
-del futuro e di esaltargli i desideri amorosi, cospiravano
-coll'isola Sihl. In quel luogo, in quell'ora
-<span class="pagenum" id="Page_170">[170]</span>
-le combinazioni politiche parevano al Re niente,
-e l'amore tutto. Dopo cinque minuti rientrò nel
-gabinetto, si giustificò, per parere onesto a sè stesso,
-di ciò che stava per fare sfiorando rapidamente
-col pensiero gli argomenti malfermi che ne aveva,
-gl'impegni del ministro, l'impero del Nord, e, posto
-un dito sul bottone elettrico, senza voler più riflettere,
-spinse.
-</p>
-
-<p>
-Era il tocco e cinquanta minuti. La cameriera
-della principessa di Malmöe-Ziethen avvertì subito
-la sua signora che alla finestra dello studio di S. M.
-non si vedeva più lume. La principessa balzò dal
-letto, afferrò il cannocchiale che l'altra le porgeva
-e spalancò le invetriate. L'appartamento reale non
-aveva più che undici finestre illuminate delle solite
-dodici; la dodicesima, quella della torre d'angolo,
-era oscura. Vittoria abbracciò la ragazza, guardò
-ancora col cannocchiale, lo gettò da sè, ritornò palpitando
-a letto, felice; e, mentre colei chiudeva
-stupefatta la finestra, le domandò se avrebbe paura
-d'una gran guerra vicina.
-</p>
-
-<p>
-Dodici ore dopo, la <i>Gazzetta ufficiale</i> pubblicò
-il decreto di scioglimento della Camera, controfirmato
-dal conte di Fersen.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_173">[173]</span>
-</p>
-
-<h2 id="testamento">Il testamento dell'orbo da Rettorgole</h2>
-</div>
-
-<p>
-La storia che segue mi fu raccontata dal mio
-amico M.
-</p>
-
-<p>
-«Nel 1872 — mi diss'egli — ero praticante
-presso il notaio X. di Vicenza. Una mattina di
-agosto, verso le dieci capitò nello studio un contadino
-di Rettorgole e pregò il notaio di andar
-con lui a raccogliere le ultime disposizioni di suo
-padre, che stava, secondo si espresse «mal da
-morte.» Il notaio volle che io lo accompagnassi
-e partimmo ammucchiati tutti e tre in un misero
-biroccino senza cuscini, saltando, al trotto sgangherato
-d'una vecchia rozza, sopra un sedile molto
-amaro per due notai magri e avvezzi a due poltrone
-eccellenti. X. aveva il muso lungo e brontolava
-maledizioni ad ogni scossa, io fremevo pure,
-<span class="pagenum" id="Page_174">[174]</span>
-e il contadino imperterrito ci descriveva la malattia
-del padre, un tal Matteo Cucco, detto l'Orbo
-da Rettorgole, perchè aveva un occhio solo «El
-ghe vede pi elo, sior, con quell'ocio solo — disse
-l'afflitto e rispettoso figlio — co no fa nualtri tre
-con sìe.» Non molto fuori della città lasciammo
-la strada maestra e ci cacciammo in un pantano
-secco di stradicciuola affondata nei campi, dove il
-biroccino saltava peggio che mai. Per fortuna si
-arrivò presto alla meta, una misera casaccia piantata
-nel fango dove son le abitazioni del maiale
-e della gente, in una mota puzzolenta; appoggiata
-dall'altra parte a un gran fienile, a un portico
-arioso e asciutto. X. e io stavamo per entrare
-in cucina, ma il nostro conduttore ci avvertì che
-l'ammalato non era in casa. Il caldo e il puzzo
-erano tali nella sua camera che avevan dovuto portarlo
-sul fienile. Sul fienile, adesso, bisognava salirci
-dal portico con una scala a piuoli. X. andò
-sulle furie. Tempestava che mai non gli era toccato
-un caso simile, che mai non avrebbe salita
-quella scala. Voleva tornar subito in città. Intanto
-il contadino teneva la scala ripetendo ch'era ben
-<span class="pagenum" id="Page_175">[175]</span>
-ferma e salda; e, sul fienile, un altro suo simile
-accorso al rumore l'aveva abbrancata anche lui
-e aiutava pure con la voce: «El vegna, sior!
-nol gai paura, sior! La xe franca, sior!» Neppur
-io, che odio la ginnastica e l'alpinismo, ci avevo
-tutti i gusti a quell'ascensione aerea; ma insomma
-un certo sentimento del dovere misto a una certa
-curiosità, a una certa voglia di raccontar poi l'avventura,
-mi vinse. Salii con grande prudenza e,
-quando fui al sicuro, persuasi X. di salirvi anche
-lui. Lassù bisognava poi guardar bene dove si
-mettevano i piedi, per non sprofondare. Trovammo
-un giaciglio miserabile, sucido, e distesovi sopra
-un vecchio calvo, smunto, dalla faccie ossuta e
-gialla, con un occhio chiuso e l'altro semispento.
-Respirava con stento, ma non pareva però agonizzante.
-Aveva due uomini accanto, uno a sinistra
-e l'altro a destra; due faccie rase, magre,
-astute. Uno teneva in mano una frasca e cacciava
-le mosche dal viso del moribondo, l'altro gli andava
-ficcando nella bocca sdentata pezzetti di
-pane secco e pezzetti di formaggio. — Magnè, pare
-— diceva — magnè, pare.» Più discosto, seduta
-<span class="pagenum" id="Page_176">[176]</span>
-sul fieno, una vecchia si teneva il viso fra le
-mani. Da un'altra parte alcuni contadini, evidentemente
-i testimoni, discorrevano fra loro sotto
-voce. Non mancava il tavolino, nè il calamaio, nè
-la sedia. Ci fu detto subito che l'ammalato aveva
-fatte le sue devozioni il giorno prima, che non
-parlava più, ma che capiva tutto e poteva far
-segni. In queste condizioni X. non voleva saperne
-di stendere il testamento. Si tentò una prova.
-«Pare! — gridò curvo sul morente colui che gli
-somministrava il pane e il formaggio, — me lo
-lassèu a mi el porco?» Il vecchio accennò col
-capo di no. «Ghe lo lassèu qua a Tita?» Il vecchio
-accennò di sì. «E la tera de Polegge a chi ghe
-la lassèu?» Il vecchio guardò l'uomo che era
-venuto a prenderci. «A Gigio, no xe vero?»
-Il vecchio accennò di sì. «Vedelo, sior, s'el capisse
-tutto» conchiuse, non a torto, l'interrogatore
-volgendosi a X.
-</p>
-
-<p>
-Questi volle tuttavia chiederne alla moglie dell'ammalato,
-la vecchia che piangeva accoccolata
-sul fieno. Ella confermò, con una subita parlantina,
-che Matteo era nel pieno possesso della sua
-<span class="pagenum" id="Page_177">[177]</span>
-mente, che solo mezz'ora prima s'era fatto intendere
-di non volere, contro il consiglio del veterinario,
-lasciar salassare un bue. Disse poi, quanto
-al testamento, che conosceva da un pezzo le intenzioni
-del marito. Questo lo disse con grande
-agitazione e commozione. Pareva una buona donna;
-nessuno avrebbe sospettato che volesse ingannar
-il notaio. Infatti questi chiese a lei le informazioni
-opportune sugli eredi legittimi e sul patrimonio.
-V'erano soltanto tre figli maschi, tutti presenti.
-Il patrimonio, molto superiore a quanto si
-poteva immaginare da quelle apparenze, comprendeva
-una ventina d'ettari di buon terreno, parte
-a Polegge, parte a Rettorgole, un'altra casa a
-Bertersinella, parecchi animali, parecchi generi ancora
-invenduti. Quanto la vecchia disse fu confermato
-dai figli e dai testimoni. Il notaio avrebbe
-desiderato che si suggerisse al vecchio una disposizione
-sommaria, almeno un riparto della sostanza
-per quote. Non fu possibile. Moglie, figli
-e testimoni osservavano che la volontà fissa dell'uomo
-era d'assegnare specificatamente certi dati
-enti a ciascuno de' suoi figliuoli. Fra i testimoni
-<span class="pagenum" id="Page_178">[178]</span>
-v'era un vecchiotto alquanto rincivilito che offerse
-tabacco al notaio e parlandogli con un sorriso pieno
-di compatimento per l'ignoranza degli altri contadini
-e di soddisfazione per la propria sapienza, lo
-rassicurò, prima ancora che la questione fosse
-sollevata, sulla misura delle quote, rispetto alla
-legittima. «Matìo xe fin,» diss'egli. Allora X. si
-pose a interrogare il vecchio e io mi posi a scrivere
-sotto la sua dettatura. Così, a forza d'interrogazioni
-e di segni, le case, i campi, i buoi,
-il cavalluccio, il maiale, persino il biroccino infame,
-tutto passò per la mia penna a beneficio di
-Gigio, di Tita e di Checco, i tre figli del testatore.
-«E vostra moglie? — gridò X. — Non volete
-lasciar qualche cosa a vostra moglie?» Il
-vecchio accennò di no, e tutti, compresa la moglie,
-confermarono che questa era la sua conosciuta
-volontà. «Bene — brontolò X. — a questo
-provvede la legge. Per questo ci rimetteremo alla
-legge.» «Sior, — disse la vecchia stoica — mi
-no intendo che me gai da tocar gnente. La fame
-la go patia prima e la patirò anca dopo.» Il mio
-principale non le diede retta e si dispose a leggere
-<span class="pagenum" id="Page_179">[179]</span>
-il testamento ad alta voce. Io gli cedetti il
-posto e stavo guardando, mentre X. leggeva, un
-bel gallo orgoglioso saltato su dal portico sull'orlo
-del fienile. Udii qualche cosa, mi voltai e
-mi vidi incontro una giovane contadina con un
-lattante in braccio, rossa, scarmigliata, ansante.
-«Cossa fali qua, eli? — mi diss'ella piantandomi
-in viso due occhi sfolgoranti. — Me sassìneli mi
-e la me creatura?» Successe un trambusto, la
-vecchia si alzò in piedi, i suoi figli si slanciarono
-contro la nuova venuta. X. balzò pure in piedi e
-impose a tutti di non muoversi. «Chi è questa
-donna?» diss'egli imperiosamente. Fu la madre
-che rispose: «Ghe lo dirò mi, sior, chi la xe.
-Nostra fiola la xe, intendelo. Ma a ela, intendelo,
-no ghe va gnente, no ghe va. So pare el ghi n'a
-dà anca massa, el ghi n'a dà. A no so...» «Anca
-vu, mare! — interruppe la giovane amaramente. — Pazienza
-me fradei che i xe sempre stà cani
-con mi; ma vu? Cossa sonti mi? no son del vastro
-sangue mi, ca me gabiè da tradir anca vu?
-Cossa podìo dir, vu de mi? Cossa podìo dir de
-me marìo?» «Basta, basta, basta! — gridò X.
-<span class="pagenum" id="Page_180">[180]</span>
-stracciando il testamento. — Vergognatevi tutti
-quanti! E chi apre il becco lo faccio andar in
-galera!»
-</p>
-
-<p>
-I testimoni erano lividi di spavento, i figli erano
-lividi di rabbia, la madre e la figlia si guardavano
-minacciose in viso; ma nessuno proferì più parola
-mentre X. furibondo andava stracciando la carta
-in minuti pezzi. A un tratto la giovine si scosse,
-e, senza che alcuno osasse trattenerla, andò dritta
-al morente, gli posò accanto la sua creatura.
-</p>
-
-<p>
-«Pare — gridò ruvidamente — s'a voli ca mora
-de fame mi, morirò; ma lassèghe na feta de polenta
-a questo chive!» Il vecchio, non potendo
-fare altro segno ostile, chiuse il solo occhio che
-aveva. Mai non dimenticherò il guanciale con le
-due teste, la testa bionda del bambino color di
-latte, ridente dalle iridi azzurre alla madre, la
-testa calva del vecchione arcigno, scura nell'ombra
-della morte. L'idea sinistra che la Potestà delle
-Tenebre si aggravava su quel guanciale e stava
-pigliando per sè una delle due anime, mi fece
-rabbrividire. Anche X. guardava attonito ciò che
-mi pareva uno scherzo mostruoso del destino. In
-<span class="pagenum" id="Page_181">[181]</span>
-quel punto ecco il prete, un buon uomo semplice
-che conosco. Vide il bambino sul letto, capì male,
-si fece ilare in viso, «Oh bene, bene — diss'egli — Dio
-sia lodato.» Il bambino si mise a piangere
-e sua madre fece l'atto di riprenderselo, ma
-Don Rocco non lo permise. «Lasciate, lasciate, — disse
-pigliando il polso dell'infermo. — Lasciatelo
-morire con un angioletto a lato. Oramai ci
-siamo.» E si mise a recitar le preghiere degli agonizzanti.
-X. poco amante di simili spettacoli, preferì
-la scala a piuoli. Nessuno si mosse per aiutarlo
-e perciò dovetti seguirlo io: ma, prima di partire
-a piedi con lui, tornai su, curioso come mi
-conosci, un momento. Figli e testimoni erano spariti,
-non so da qual parte. La giovine madre, ripreso
-il bambino piangente, non si occupava che
-di chetarlo con baci e carezze, come s'egli solo
-meritasse attenzione da lei. La vecchia, fedele fino
-all'ultimo all'uomo del quale aveva divise e servite
-le passioni con una specie di devozione selvaggia,
-pregava inginocchiata al suo letto.
-</p>
-
-<p>
-Camminando poi attraverso campi di rigoglioso,
-lucente granturco, attraverso prati floridi, lungo
-<span class="pagenum" id="Page_182">[182]</span>
-filari di grandi ontani allacciati da festoni di viti
-dove l'uva già nereggiava, pensavo perchè mai
-tanta bellezza innocente di natura, tanto fiore di
-vita, tanta benedizione di frutti avessero ad alimentare
-nel cuore umano le cupidigie più bieche,
-gli odii più esecrandi. «Non la intendo — conchiuse
-l'amico M. — Vi dev'essere qualche sbaglio
-nel sistema che gli uomini hanno ideato per servirsi
-di tanta grazia di Dio.»
-</p>
-
-<p>
-«Lo temo anch'io — dissi. — Temo che vi sia
-un vizio radicale di egoismo. Ma lasciamo fare
-al Padrone della terra e degli uomini che ci troverà
-bene il rimedio.»
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_185">[185]</span>
-</p>
-
-<h2 id="folletto">Il Folletto nello specchio
-<span class="smaller">(<i>Fiaba per Maria</i>).</span></h2>
-</div>
-
-<p>
-Viveva una volta a Milano, a pochi passi dalla
-Galleria De Cristoforis, una vecchia dama, la contessa
-X. molto ricca e molto brutta, a cui piaceva
-assai di tenere società; e siccome aveva un ottimo
-cuoco, la società non le mancava mai. Una
-sera vi erano undici visitatori nel suo salotto;
-una giovane vedova, una signora inglese, un consigliere
-d'appello, un grosso generale, un sottile
-tenente del genio, un zazzeruto maestro di musica
-e un poeta pelato, celebri ambedue, e quattro
-giovinotti eleganti, occupatissimi di far niente.
-</p>
-
-<p>
-Caduto il discorso sull'eterno paragone fra la
-vanità degli uomini e la vanità delle donne, la
-maggioranza fu d'avviso che il sesso più vanitoso
-<span class="pagenum" id="Page_186">[186]</span>
-fosse il mascolino; ma quando la padrona di casa,
-per darne un esempio, sentenziò che non v'era
-uomo, per quanto vecchio e serio, capace di passare
-davanti a uno specchio senza dare almeno
-una sbirciatina alla propria seducente immagine,
-gli uomini celebri, il consigliere, il grosso generale
-protestarono che questo non era vero e che
-la vanità mascolina si manifestava in altri modi.
-Tosto due brevi sottili risatine trillarono in aria.
-Ciascuno credette che avesse riso la vedova, e la
-vedova credette che avesse riso l'inglese, l'altra
-signora. Invece chi rise fu un diavolino di quelli
-che girano intorno alla gente per far dire bugie
-e commettere peccati di vanità. Il discorso morì
-lì, anche perchè suonava mezzanotte. Le due signore
-si alzarono e la padrona di casa invitò
-molto amabilmente tutta la compagnia a pranzo
-per l'indomani alle sei.
-</p>
-
-<p>
-All'indomani, che fu una giornata gaia e calda
-di aprile, gl'invitati si recarono al pranzo, le signore
-in carrozza, gli uomini a piedi, ciascuno
-per proprio conto. Il consigliere e il generale abitavano
-in via Alessandro Manzoni; degli altri chi
-<span class="pagenum" id="Page_187">[187]</span>
-in via del Monte, chi in via S. Andrea, chi in
-Borgo Spesso, chi in Borgo Nuovo. Insomma ciascuno
-passò per la Galleria De Cristoforis e benchè
-vi passassero tutti fra le cinque e tre quarti
-e le sei, il caso volle che non si accompagnassero
-fra loro, neppure in due. Tu sai che la Galleria
-De Cristoforis ha due bracci ad angolo retto
-e che uno specchio è infitto nel canto che la
-gente rade svoltando dall'uno nell'altro braccio,
-in faccia alla birraria Trenk. Dietro a questo
-specchio si insinuò il maligno spirito e stette aspettando
-gl'invitati per un suo diabolico scherzo.
-Passa, per il primo, il generale, si guarda nello
-specchio con la coda dell'occhio, e si vede raccapricciando,
-una macchia d'inchiostro sulla guancia
-sinistra. Mancavano cinque minuti alle sei, non
-c'era più il tempo di ritornare a casa. Il generale
-affretta il passo tenendosi il fazzoletto sul viso,
-e appena entrato nell'anticamera della contessa,
-chiede al domestico una salvietta e un po' d'acqua.
-Il domestico lo introdusse in una camera da letto
-e stava versandogli l'acqua nel catino, quando fu
-da capo suonato all'uscio. Ecco il consigliere che
-<span class="pagenum" id="Page_188">[188]</span>
-entra tenendosi il fazzoletto sulla guancia sinistra
-e dice: — Presto, per carità, una salvietta e dell'acqua. — Il
-domestico lo conduce in un'altra camera
-da letto e gli versa l'acqua. Si suona; è il
-tenente che si tiene una mano sul viso e dice: — Mi
-rincresce, ho dei guanti che lasciano il colore;
-avete dell'acqua? — Il domestico si meraviglia
-molto e lo conduce in una terza camera da
-letto. Quarta scampanellata; è il maestro di musica,
-che dice brusco: — Dell'acqua! Conducimi
-in camera. — Signore, — risponde duro duro il
-cameriere — ci sono già tre signori che si lavano
-in tre camere e di libera non c'è più che
-la camera della contessa. Se crede Le porto qua
-l'acqua e una salvietta. — Porta — risponde il
-maestro. Il cameriere va, ritorna con l'acqua e
-la salvietta. Colui si frega il viso, e guarda se la
-salvietta n'è sudicia e siccome la salvietta è sempre
-pulita, frega e guarda, frega e guarda, rifrega
-come un disperato. Ancora un colpo di campanello.
-Ecco il poeta celebre che vede l'amico stropicciarsi
-e dice: — Bravo. Oh bella, occorre anche
-a me. — Son pulito? — gli chiede l'altro mostrandogli
-<span class="pagenum" id="Page_189">[189]</span>
-la faccia. — Perfettamente. Il maestro,
-felice, entra dalla contessa dove trova il generale
-e le altre signore. Poi suonano, uno dopo l'altro,
-tre dei giovinotti eleganti e ciascuno vuole acqua
-salvietta e anche sapone. Il domestico si trattiene
-a grande stento dal ridere e non sa più dove
-battere il capo. Gli mancano salviette, deve chiederne
-alla guardarobiera, corre da lei; la guardarobiera
-si arrabbia; intanto suonano all'uscio e
-nessuno apre; suona anche la contessa perchè vadano
-ad aprire, torna a suonare e nessuno si
-muove; esce lei e chiama la sua gente. Allora il
-quarto giovinotto che aspettava fuori dall'uscio
-con l'idea egli pure d'avere uno sgorbio sul viso,
-udendo la voce della dama, e, temendo incontrarla
-nell'anticamera, si bagna il fazzoletto nella saliva
-e assicuratosi che nessuno gli vede fare questa
-porcheria, si frega la guancia sinistra a più potere,
-come gli altri. Finalmente tutti gl'invitati si
-raccolgono in sala e la contessa, che intanto ha
-potuto saper qualche cosa dal domestico, dice sorridendo: — Cos'avete
-fatto, caro generale, a quella
-guancia che siete così rosso? — Subito gli altri
-<span class="pagenum" id="Page_190">[190]</span>
-personaggi mascolini pensando aver pure una
-guancia rossa, si recano per istinto la mano al
-viso; la contessa ride; ride uno dei giovinotti, un
-secondo, un terzo, scoppia una risata generale;
-la contessa, poichè il ghiaccio è rotto, racconta il
-caso alle due signore e tutte voglion sapere il
-come di questa epidemia straordinaria.
-</p>
-
-<p>
-— Per conto mio — rispose il poeta — convien
-dire che un'amica d'infanzia, la duchessa Y. una
-vera sorella per me, abbia oggi mangiato del carbone
-perchè prima di venir qua fui ad incontrarla
-alla stazione e mi ha dato un bacio proprio
-qui sulla guancia sinistra.
-</p>
-
-<p>
-— Io invece — disse il consigliere d'appello, — credo
-di essermi macchiato con la tintura del
-ministro B. che oggi è a Milano e mi ha fatto
-chiamare per un affare importantissimo. Siamo
-amiconi, e lui, scherzando, mi ha preso una guancia
-fra l'indice e il medio. Siccome si tinge, è facilissimo
-che avesse le dita sudicie.
-</p>
-
-<p>
-— Quanto a me — disse il tenente, dimenticando
-la storia dei guanti che lasciano il colore, — promisi
-un acquarello a Sarah Bernhardt, e ci
-<span class="pagenum" id="Page_191">[191]</span>
-ho lavorato fino all'ultimo perchè le preme assai.
-Certo mi sarò spruzzato dell'inchiostro della China
-sul viso.
-</p>
-
-<p>
-— Io — disse a sua volta il maestro di musica — uscivo
-di casa quando mi è venuta una
-idea per il preludio del mio quarto atto. Sa, un
-lampo elettrico proprio. Lo dico perchè non ne
-ho merito; le buone idee mi vengono così, misteriosamente.
-Sono corso a buttar giù otto battute,
-e certo, nella foga dello scrivere, mi sarò sgorbiata
-la faccia.
-</p>
-
-<p>
-— Ecco — disse il generale, che aveva passata
-la sessantina. — Io faccio molta ginnastica ogni
-giorno. Oggi alle cinque ho fatto parecchie elevazioni
-con gli anelli. Può essere che uno degli
-anelli non fosse pulito e che mi abbia sfiorato il
-viso.
-</p>
-
-<p>
-— Non so davvero come ciò abbia potuto succedermi — disse
-uno dei giovinotti eleganti. — Proprio
-oggi, mezz'ora fa, ho adoperato il <i>Shetland-soap</i>,
-una novità inglese che ho fatto venire
-io da Londra e che forse nessuno a Milano
-conosce!
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_192">[192]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Come, come? — esclamarono due de' suoi
-colleghi. — Se io l'ho da ieri! — Se io l'ho da
-ier l'altro!
-</p>
-
-<p>
-— Allora — replicò il primo, — sarà certo un
-difetto dello <i>Shetland-soap</i>.
-</p>
-
-<p>
-— Ma no — esclamò il quarto, quello che aveva
-fatto pulizia fuori dell'uscio. — L'ho anch'io e non
-credo d'esser macchiato, guardatemi.
-</p>
-
-<p>
-— Ma, signori — osserva la contessa, — voi
-altri mi dite: sarà stato il sapone, sarà stato l'inchiostro
-di China, sarà stato questo, sarà stato
-quello. Vorrei un po' sapere, adesso, come abbiate
-fatto ad accorgervene di queste macchie sul
-viso, e come non ve ne siate accorti che fuori di
-casa!
-</p>
-
-<p>
-Vi fu un silenzio lunghetto.
-</p>
-
-<p>
-— Un amico... — incominciò il poeta con imbarazzo;
-ma il generale si decise nello stesso momento,
-a rispondere francamente:
-</p>
-
-<p>
-— Diciamola! Per parte mia Le confesso, contessa,
-che mi son guardato nello specchio della
-Galleria De Cristoforis.
-</p>
-
-<p>
-— Oh bella! — Oh diavolo! — Oh perbacco! — esclamarono
-<span class="pagenum" id="Page_193">[193]</span>
-involontariamente il maestro di
-musica, il tenente ed uno dei giovinotti eleganti.
-</p>
-
-<p>
-— Oh, oh! — fecero allora alla loro volta le signore
-indovinando; e costrinsero quei tre a confessare
-che anche loro si erano guardati nello
-specchio: poi le signore e i quattro rei confessi
-diedero addosso con un gran baccano agli altri
-per far confessare anche loro, e tutti, salvo il poeta
-che si ostinò col suo amico, finirono col metter
-fuori quel maledetto specchio della Galleria.
-</p>
-
-<p>
-— Dite <i>benedetto</i>, signori, — osservò ridendo
-la contessa — perchè capisco che se non c'era
-lui mi capitavate in una bella figura.
-</p>
-
-<p>
-— Pur troppo — rispose il generale — lo domandi
-a Federico.
-</p>
-
-<p>
-Federico, il cameriere, entrò in quel punto ad
-annunciare il pranzo.
-</p>
-
-<p>
-— Non è vero, Federico — gli disse il generale, — che
-avevo il viso conciato bene? Io e
-anche gli altri, non è vero?
-</p>
-
-<p>
-— Per verità rispose Federico, — del signor
-generale, del signor consigliere e del signor tenente
-non lo posso dire perchè tenevano la faccia
-<span class="pagenum" id="Page_194">[194]</span>
-coperta, ma gli altri signori ho veduto benissimo
-che non avevano niente.
-</p>
-
-<p>
-Tutti protestarono e il cameriere tenne fermo,
-lasciando intendere che sospettava la stessa cosa
-del generale e del tenente.
-</p>
-
-<p>
-— Come, come? — esclamò la contessa. — Questa
-è magìa! Non si va a pranzo se non si
-scopre questo mistero!
-</p>
-
-<p>
-— Il tavolino, contessa! — disse la signora inglese
-ch'era spiritista e faceva spesso delle esperienze
-con la padrona di casa. — Bisogna interrogare
-il tavolino.
-</p>
-
-<p>
-Detto fatto, fu portato il piccolo tavolino che
-si mise subito a girare, scricchiolando tutto come
-se ridesse; e interrogato sul dove, sul come e sul
-quando delle famose macchie, debitamente rispose:
-</p>
-
-<div class="poem"><div class="stanza">
-<p class="i01"><i>Ogni specchio è casa mia,</i></p>
-<p class="i01"><i>Son le macchie mia bugia.</i></p>
-<p class="i01"><i>Tutte l'altre son bugie</i></p>
-<p class="i01"><i>Delle loro signorie.</i></p>
-
-</div><div class="stanza">
-<p class="i05"> <span class="smcap">Il Follettino della Galleria.</span></p>
-</div></div>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_195">[195]</span>
-</p>
-
-<p>
-I signori uomini non attesero che finisse e si
-diedero a schiamazzare: — A tavola! A tavola!
-Presto! Presto! Storie! Fandonie! A tavola! A
-tavola! — E, portando seco le signore che ridevano
-come pazze di loro e sopratutto del poeta,
-della sua duchessa e del suo amico, si precipitarono
-nella sala da pranzo come un uragano.
-</p>
-
-<div class="chapter">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_199">[199]</span>
-</p>
-
-<h2 id="malgari">Màlgari</h2>
-</div>
-
-<p>
-Molti e molti secoli fa, un gran vecchio poeta
-e Re di un paese lontano, cantò sulla riva del mare
-un magnifico poema, s'intenerì del proprio canto
-sino a piangerne; e le sue lagrime, cadendo nell'Oceano,
-vi diventarono perle. Trecento anni or
-sono fu pescata la più superba di queste perle,
-che aveva la forma d'un cuore; e il Doge di Venezia
-la regalò a S. E. Contarina Contarini, moglie
-di un <i>Cao</i> della Repubblica. La Contarini,
-bella, ricca, virtuosa, non era felice. Aveva perduto
-nel terzo anno del suo matrimonio l'unica
-bambina; e siccome quando incomincia questa
-storia forse più vera che verosimile erano passati
-dodici anni dal giorno della sventura, nè lei nè
-suo marito osavano più sperare che il buon Dio
-<span class="pagenum" id="Page_200">[200]</span>
-mandasse loro un'altra creaturina in luogo della
-morta.
-</p>
-
-<p>
-Un giorno mentre Contarina scendeva dalla sua
-gondola in campo S. Zanipolo per andare alla predica,
-una povera donna che aveva seco due bambini
-cenciosi e sparuti le chiese piangendo l'elemosina.
-Contarina le diede uno zecchino e la povera
-donna esclamò piena di gratitudine «Dio La
-benedica, Eccellenza, Lei e le sue creature! La
-Madonna Le dia allegrezza». La dama si turbò
-ed entrò a S. Zanipolo dove un frate predicava
-sulla educazione e stava raccontando all'uditorio
-la storia di Cornelia Romana che disse de' suoi figliuoli
-«ecco i miei gioielli». Contarina pensò allora:
-ah se invece della perla che m'ha donato il
-Doge avessi ancora la mia bambina! Dopo la predica,
-ritornando in gondola al suo palazzo della
-Madonna dell'Orto, Contarina si addormentò e udì
-in sogno una voce che le disse queste parole incomprensibili
-«se non la vuoi perdere, guardati dalla
-poesia e dalla musica». Ella si svegliò subito assai
-meravigliata di un tal sogno, piena d'inquietudine.
-Scendendo al suo palazzo udì un gran
-<span class="pagenum" id="Page_201">[201]</span>
-chiasso, un gran litigare dei domestici. Le vennero
-incontro parlando tutti insieme, e Contarina
-potè a stento intendere che si accusavano a vicenda
-di aver lasciata aperta la porta della calle,
-poichè qualcuno doveva esser entrato di furto con
-una creatura che si era poi udita gemere, e si era
-trovata sola soletta proprio nella camera di Sua
-Eccellenza e proprio nella culla d'argento vuota
-da dodici anni. Contarina mise un grido e respingendo
-tutti col gesto si slanciò nella sua camera.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Trovò infatti nella culla d'argento una bambina
-bianca come l'alabastro, con due occhioni color di
-mare, che subito cessò di gemere e le stese le sue
-manine. Contarina corse allo stipo dei gioielli; era
-aperto, e la famosa perla del Doge, scomparsa.
-Ella intese allora che Dio aveva veduto il suo
-pensiero di S. Zanipolo ed esaudito il voto della
-mendicante. Folle di gioia, vestì subito la piccina
-con le vesti della sua dolce morta e mandò a
-chiamare il marito cui raccontò ogni cosa, l'augurio,
-<span class="pagenum" id="Page_202">[202]</span>
-il pensiero e il miracolo. Sua Eccellenza
-Giovanni Contarini rispose che probabilmente un
-ladro aveva rubata la perla e lasciata la bambina,
-ma che vedendo lei così felice, egli era contento
-di tenersi la piccina per figliuola. Era il giorno
-di Santa Margherita e le fu imposto il nome di
-Margherita che vuol dire perla, ma lei, quando
-cominciò a parlare, invece di dire «Margherita»
-diceva sempre Màlgari e tutti finirono con chiamarla
-così.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Màlgari crebbe rapidamente e sarebbe stata la
-più bella bambina di Venezia senza quel suo pallore
-straordinario. I domestici di casa Contarini e
-le dame invidiose di Venezia volevano per forza
-che fosse sangue vile di zingari o di ladri; ma
-ell'aveva un viso così nobile e gentile, una voce
-così soave ch'era ridicolo di affermare tal cosa.
-</p>
-
-<p>
-Vivacissima di sentire, era molto gaia, scherzava,
-giuocava tutto il giorno, rideva spesso d'un suo
-breve riso argentino, a trilli; ma se udiva una
-<span class="pagenum" id="Page_203">[203]</span>
-maldicenza, una parola incivile o triviale, se vedeva
-un atto malvagio o villano, se le raccontavano
-dolori o tristizie della gente; se qualchevolta
-suo padre e sua madre altercavano insieme, e, sopratutto,
-se si accorgeva di una menzogna detta
-in sua presenza, si chiudeva tosto in una grave,
-silenziosa malinconia. Aveva quattro anni quando,
-una notte d'estate, passò per il rio della Madonna
-dell'Orto qualcuno che cantava accompagnandosi
-con la chitarra. Màlgari, che dormiva con sua
-madre, si svegliò, scivolò dal letto, vi rimase fino
-a che potè udire la voce che si perdeva verso
-S. Alvise, e cadde poi svenuta sul pavimento.
-</p>
-
-<p>
-Quando rinvenne, nel letto di sua madre, la
-supplicò di lasciarla ritornare alla finestra, di farle
-udire ancora quel suono e quel canto. Poi assalita
-da una febbre ardente, delirò per tre giorni e tre
-notti, tornando sempre a questo punto che la chiamavano,
-che doveva partire, che lei non era veneziana,
-che aveva udito una voce del suo paese;
-e abbracciava la povera desolata Contarina dicendole:
-«Mamma, mamma, conducimi via!» Allora
-Contarina, ricordandosi delle parole udite in sogno
-<span class="pagenum" id="Page_204">[204]</span>
-e pensando che a Venezia sarebbe stato impossibile
-tener Màlgari lontana dalla musica, se non
-dalla poesia, propose al marito di partir per la
-sua isoletta di Syra nell'Arcipelago greco, dove
-aveva un palazzo che sorgeva fra boschi di ulivi,
-di aranci e di lauri a guardar il mare. L'isola non
-era abitata che dai coloni e dai giardinieri di Contarina.
-Sua Eccellenza Contarini rispose ch'era
-una pazzia e ch'egli non poteva spiantarsi da Venezia.
-Contarina si ostinò e partì sola con Màlgari.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Tutti gli abitanti di Syra ebbero subito assoluto
-divieto di tenere strumenti di musica e di
-cantare. Contarina proibì persino di suonar le campane
-della chiesa perchè la sera stessa del suo
-arrivo all'Ave Maria, Màlgari si era tutta rimescolata
-udendole suonare nella solitudine, tra il
-fragore del vento e delle onde. Non per questo la
-bambina riebbe l'umor lieto di prima. Giuocava
-di rado, adesso, e non rideva quasi mai; era però
-<span class="pagenum" id="Page_205">[205]</span>
-contenta di trovarsi proprio in mezzo al mare e
-passava lunghe ore sul lido ad ascoltar la gran
-voce dell'Egeo.
-</p>
-
-<p>
-Avanzando negli anni diventò avida di letture
-e fece lunghe dimore nella biblioteca del palazzo,
-dove una volta sua madre la trovò a leggere il
-Tasso, con gli occhi scintillanti, con il polso e il
-calor febbrile, ebbra di quella poesia. Perciò Contarina
-fece togliere dalla biblioteca e bruciare tutti
-i libri di versi. Sua Eccellenza Contarini non veniva
-a Syra che una o due volte l'anno nè vi si
-tratteneva più di tre giorni. Egli era irritato, sulle
-prime, di ciò che chiamava la pazzia di sua moglie;
-poi vi si abituò. Màlgari si affliggeva segretamente
-di veder che suo padre e sua madre non
-si amavano più e aveva pregato più volte quest'ultima
-di ricondurla al padre, non sapendo il
-segreto della propria origine e della fuga da Venezia
-che ella attribuiva a quel suo capriccio infantile
-di bambina malata. Ma sua madre l'avea
-sempre supplicata, prima con baci e carezze, poi
-con lagrime, di non insistere.
-</p>
-
-<p>
-Màlgari era sui tredici anni quando una cameriera
-<span class="pagenum" id="Page_206">[206]</span>
-cacciata le disse, per vendetta, come ella
-fosse entrata in casa Contarini; per mano dei ladri
-e di zingari. Màlgari gelò, diventò ben più bianca
-d'una perla, rispose a colei «vi perdono» e andò
-da sua madre, volle, colla fermezza severa d'una
-piccola regina, conoscere da lei la propria storia.
-Contarina le raccontò tremando il miracolo, e, il
-bel viso pallido di Màlgari si trasfigurò come se
-vi salisse dentro una luce di alba. «Sì, mamma»
-diss'ella «sento che non sono la zingara, che son
-la perla; ma non bisogna dirlo nemmanco all'aria
-che non m'ingiallisca, nemmanco al mare che non
-mi prenda. Ora spiegami perchè non vuoi che
-nessuno qui suoni nè canti e perchè non mi hai
-più lasciato leggere quel libro così dolce.» Contarina
-si schermì dal rispondere a queste domande,
-e Màlgari non insistette. Si accontentò di sussurrar
-nell'orecchio a sua madre, abbracciandola: «vorrei
-ritornare a Venezia».
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Quella sera stessa la giovinetta discese al mare
-<span class="pagenum" id="Page_207">[207]</span>
-in un recondito seno chiuso fra due scogli neri
-dove l'onda si addormenta sulla sabbia fine e lucente,
-e grandi pini ad ombrello, levandosi sopra
-le macchie di Lauri, cantano ad ogni fiato di vento
-che passa in alto. Parve Màlgari non aver mai
-amato tanto il mare. Si lasciò cader sulla sabbia,
-si distese lungo l'umido confine dell'onda, se ne
-fece lambire dai piedi ai capelli, e l'onda era così
-tepida, molle, amorosa, che Màlgari parlò con lei,
-piano piano, figurandosi la sua vita antica di perla,
-aprendo il suo cuore, domandando all'acque materne
-quella dolcezza che aveva sentita una notte
-a Venezia, che aveva sentita un giorno nella biblioteca
-leggendo la storia di Clorinda e di Tancredi.
-E l'onda rispondeva piano piano, pareva che
-avesse in sè qualche cosa dell'una e dell'altra dolcezza,
-che promettesse molto più. Il cielo era
-oscuro, l'alto mare si confondeva con esso; ma,
-a poco a poco, Màlgari, non sapendo bene se fosse
-desta o no, vide tanti piccoli chiarori argentei movere
-da lontano verso di lei; distinse a poco a
-poco, in ciascun chiarore, una figurina umana,
-tante bionde e brune teste di giovinette che rompeano
-<span class="pagenum" id="Page_208">[208]</span>
-veloci le acque fosforescenti, tante picciolette
-mani che gittavano scherzando a manca, a dritta
-e in alto spruzzi di brillanti. Non entrarono nel
-seno dove era Màlgari, ma gli passaron davanti
-rapidamente, così da presso che il bagliore delle
-fosforescenze illuminava gli scogli, la riva ed il
-bosco. Ciascuna testina si voltava, passando, a
-guardar Màlgari ma nessuna venne a lei tranne
-l'ultima che girò fra gli scogli ed entrò nella rada,
-fermandosi a pochi passi dal lido.
-</p>
-
-<p>
-— Chi siete? — le chiese Màlgari.
-</p>
-
-<p>
-— Nereidi.
-</p>
-
-<p>
-— Nereidi? Allora sapete predir l'avvenire?
-</p>
-
-<p>
-— Sì.
-</p>
-
-<p>
-— Dimmi il mio.
-</p>
-
-<p>
-La piccola Nereide la guardò un poco e rispose:
-</p>
-
-<p>
-— Di musica e di poesia sei nata, in poesia e
-musica ritornerai.
-</p>
-
-<p>
-La Nereide aveva un delicato viso di bambina;
-ma gli occhi suoi erano belli, malinconici e profondi
-come d'una donna di trent'anni.
-</p>
-
-<p>
-— Come sei bella! disse Màlgari. — Vieni
-a darmi un bacio.
-</p>
-
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_209">[209]</span>
-</p>
-
-<p>
-— Non posso. Le Nereidi non toccano il lido.
-</p>
-
-<p>
-— Ci ritroveremo mai?
-</p>
-
-<p>
-— Io son del mare — rispose la malinconica
-testolina bruna. — Tu sei del cielo.
-</p>
-
-<p>
-E senza dirle addio girò veloce e disparve dietro
-lo scoglio, seguendo le sue sorelle.
-</p>
-
-<p>
-Màlgari se ne ritornò a casa, non parlò delle
-Nereidi e non domandò mai più a Contarina perchè
-la tenesse lontana dalla musica e dalla poesia.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Ella non rise più, dopo quella sera; e diventò
-ancora più dolce e pia. Nessuno soffriva nell'isola
-senza ch'ella pure soffrisse, senz'avere da lei
-pietà, aiuto e conforto. Ella entrava nelle case e
-nelle anime della povera gente, e nelle case e nelle
-anime restava un lume di lei. Ritornò sovente,
-la sera, a quel golfo recondito ma non vide più
-le Nereidi.
-</p>
-
-<p>
-A quindici anni ne mostrava nel viso e nell'alta
-graziosa persona, dieciotto; e Contarina andava
-già pensando se le cercherebbe marito o no. Giovanni
-<span class="pagenum" id="Page_210">[210]</span>
-Contarini non veniva da due anni e scriveva
-di rado, non più di una volta ogni due mesi,
-quando la nave dei Borsari, mercanti a Rialto,
-andando a Smirne, toccava l'isola. Una volta la
-nave non portò lettere, portò invece la notizia che
-una terribile pestilenza era scoppiata in Venezia.
-Contarina ne fu atterrita pensando al pericolo del
-marito, al rimorso proprio s'egli venisse colto dal
-morbo e lei non fosse ad assisterlo; ma molto più
-rimase atterrita quando Màlgari le dichiarò con
-i suoi modi miti e risoluti che il loro dovere era
-di ritornare a Venezia e che bisognava compierlo.
-Contarina piegò il capo come lo avrebbe piegato
-davanti a Dio e quindici giorni dopo le due signore
-entravano nel loro palazzo della Madonna
-dell'Orto dove Giovanni Contarini era morto di
-peste il giorno innanzi. Contarina si disperò, pianse
-molto e propose a Màlgari di partire subito; ma
-la fanciulla che non aveva strillato nè pianto, le
-rispose che se Contarini era morto nell'abbandono,
-la colpa ne pesava sopra di loro e bisognava
-espiarla. Ella stessa, per sua parte, intendeva farsi
-infermiera degli appestati. Contarina si sentì morire
-<span class="pagenum" id="Page_211">[211]</span>
-ma non ardì opporsi perchè Màlgari aveva
-parlato con un'aria di regina e anche di Santa.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Questa si pose subito all'opera. I poveri infermi
-erano spesso abbandonati, per paura, dai loro parenti,
-si trascinavano spesso a morire sulla pubblica
-via. Màlgari, con quella sua bellezza mistica,
-con la voce soave, con le delicate mani abili a
-tutto e di nulla sdegnose, fu invocata e benedetta
-da ricchi e da poveri, che la chiamavano la <i>Madonna
-dell'Orto</i>. Ella assistette, fra gli altri, un
-giovine musicista straniero, venuto dal Nord in
-Italia per l'arte sua; un povero bello e gentile
-giovane, che, guarendo, si innamorò forte di lei
-e non glielo potè dire perchè ella, sentendo pure
-confusamente che l'avrebbe amato e che quello
-non era il tempo di amare, lasciò a un tratto di
-visitarlo. Cessata la morìa, pensò ancora a lui, e
-molto; ma non lo vide più.
-</p>
-
-<p>
-Il Senato la onorò grandemente, il Doge fece
-ancor più: la domandò in isposa. Contarina, malgrado
-<span class="pagenum" id="Page_212">[212]</span>
-mille trepidazioni sue proprie e la fredda
-renitenza di Màlgari, fu di avviso che non si potesse
-rifiutare il Doge. Tuttavia Màlgari lo rifiutò,
-e solo per ischerzo soggiunse che s'egli dotasse
-tutte le donzelle povere e ricoverasse tutti i pezzenti
-di Venezia ci ripenserebbe; se poi levasse
-dalla piazza di S. Marco il Campanile cui non poteva
-soffrire, si risolverebbe addirittura di sposarlo.
-Il Doge rispose che le due prime condizioni
-erano accettate e che eseguirebbe anche l'ultima
-nel terzo anno dalle nozze. Màlgari si rattristò
-assai perchè se diceva di no toglieva pane, tetto,
-allegrezza a tante migliaia di creature umane e il
-sì le ripugnava oltremodo. Le parve che il bene
-fosse dalla parte del sacrificio e si sacrificò.
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Per ritardare le nozze, pregò all'ultimo momento
-che si celebrassero nell'isola di Syra. Il Doge acconsentì
-e i due fidanzati partirono sopra due
-navi della Repubblica, accompagnati dai loro parenti,
-da un gran numero d'amici, di clienti e di
-<span class="pagenum" id="Page_213">[213]</span>
-servi. Era il plenilunio di agosto e la seconda notte
-del viaggio, una notte splendida, Màlgari salì sola
-verso il tocco in coperta a goder la luna ed il
-fresco. Sedette a prora contemplando il mare e
-dopo qualche tempo s'avvide di un marinaio che
-voleva accostarsi a lei e non ardiva. Gli domandò
-affabilmente che desiderasse ed egli si scoperse
-per il giovane musicista straniero guarito dalla
-peste. Màlgari si turbò profondamente, non gli
-chiese perchè si trovasse a bordo in quel travestimento;
-e il giovane le disse solo che il suo repentino
-abbandono l'aveva accorato e che ora era
-felice di poterle almeno dire «grazie». Per la
-prima volta un lieve color di rosa passò non veduto
-sul viso della fanciulla che lasciò cadere
-questo discorso. Pregato da lei, il giovane straniero
-parlò del suo paese. Era un paese lontano
-lontano verso il nord, cinto a mezzogiorno e a ponente
-da un mare tempestoso d'estate, gelato d'inverno,
-un triste, povero paese tutto scogli, laghi,
-boschi di betulle che negli anni di carestia si scorticano
-per farne pane; un paese di gente buona
-e semplice, di pescatori che errano sui laghi nei
-<span class="pagenum" id="Page_214">[214]</span>
-tronchi incavati degli abeti, che cercan la trota
-sotto le cascate spumanti, di cacciatori che inseguono
-l'anitra selvatica e l'<i>eider</i> fin sulle onde
-del mare, che volano sulle slitte veloci in traccia
-della volpe, del lupo e dell'orso; un paese povero
-d'oro, conchiuse il giovane, ma ricco delle due
-più belle cose che il mondo abbia, la musica e la
-poesia. Màlgari trasalì. «Come mai?» esclamò.
-«Come può dir questo?»
-</p>
-
-<p>
-Allora il giovane straniero le parlò di un magnifico
-poema della sua patria, che ancora si cantava
-dal popolo, nella fredda stagione intorno al
-focolare domestico e nell'estate all'aperto, sulle
-praterie, sulle sponde fiorite dei laghi, sui lidi del
-mare. E le raccontò le parti più belle del poema,
-storie d'amore, storie d'odio, storie di pace, storie
-di guerra. In ultimo le raccontò la storia di un
-gran vecchio glorioso, poeta e Re, che cantando
-sul lido s'intenerì del proprio canto, e pianse, e
-le lagrime cadendo nel mare, vi diventarono perle.
-Màlgari voltava le spalle alla luna che battea sul
-viso dello straniero; seguiva il racconto con gli
-occhi spalancati, intenti, stringendosi le mani di
-<span class="pagenum" id="Page_215">[215]</span>
-ghiaccio sul petto pieno d'amore e di dolor mortale.
-</p>
-
-<p>
-«Perchè» susurrò poi ch'egli tacque «perchè
-non vi ho riveduto prima?» E subito si pentì di
-queste parole, si voltò a guardare il mare in silenzio.
-Ed ecco non tanto lontano i correnti chiarori
-argentei, le testine bionde e brune delle Nereidi.
-Màlgari credette ravvisar la sua, la sola che
-si voltasse a guardar il bastimento; credette incontrare
-e intendere quello sguardo.
-</p>
-
-<p>
-«Mi suoni» diss'ella subito al giovane «mi
-suoni il canto del vecchio poeta».
-</p>
-
-<p class="ast"><sub>*</sub><sup>*</sup><sub>*</sub></p>
-
-<p>
-Il giovane andò e tolse il suo strumento, un
-violino italiano, «Grazie» disse Màlgari al suo
-ritorno. «Aspetti, non voglio esser veduta se mi
-cercano.» Sedette fra il cannone di prora e il parapetto
-della nave.
-</p>
-
-<p>
-Lo strumento suonò, con tutta l'anima sua di
-patriota, di artista, e di amante, una musica sublime.
-I delfini innamorati seguivano la nave, i
-<span class="pagenum" id="Page_216">[216]</span>
-marinai e gli ufficiali, i servi e signori accorsero,
-si affollarono sul ponte ad ascoltare il magico suono
-senza che il suonatore se ne avvedesse. Quando
-se ne avvide s'interruppe, volle congedarsi da Màlgari;
-ma di lei non trovò più che un fazzoletto
-bagnato di lagrime.
-</p>
-
-<p>
-La gente stupida credette che si fosse gittata
-dalla nave per non andare sposa del Doge. Contarina
-Contarini morì di crepacuore vedendola tornata
-in perla sul fondo dell'Adriatico, ma noi non
-abbiamo queste idee sciocche e tristi. Se di lei
-solo rimase un fazzoletto bagnato di lagrime, noi
-sappiam che la perla era fatta di lagrime appunto
-e dell'anima d'un poeta; noi sappiamo cos'ha
-detto la piccola Nereide malinconica dell'Egeo:
-</p>
-
-<p>
-«Io sono del mare, tu sei del cielo».
-</p>
-
-<div class="somm">
-<p>
-<span class="pagenum" id="Page_217">[217]</span>
-</p>
-
-<h2><a id="indice" href="#indfront">
-INDICE</a></h2>
-
-<table class="indice" summary="">
- <tr>
- <td>Idillii spezzati</td> <td class="pag"><a href="#spezzati">Pag. 1</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il Crocifisso d'argento</td> <td class="pag"><a href="#crocifisso">43</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La visita di Sua Maestà</td> <td class="pag"><a href="#visita">65</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>L'orologio di Lisa</td> <td class="pag"><a href="#orologio">81</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La lira del poeta</td> <td class="pag"><a href="#lalira">101</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>La stria</td> <td class="pag"><a href="#lastria">115</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Per una foglia di rosa</td> <td class="pag"><a href="#foglia">147</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il testamento dell'orbo da Rettorgole</td> <td class="pag"><a href="#testamento">171</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Il folletto nello specchio</td> <td class="pag"><a href="#folletto">183</a></td>
- </tr>
- <tr>
- <td>Màlgari</td> <td class="pag"><a href="#malgari">197</a></td>
- </tr>
-</table>
-
-</div>
-
-<div class="footnotes">
-
-<h2>
-NOTE:
-</h2>
-
-<div class="footnote" id="note1">
-<p><span class="label"><a href="#tag1">1</a>.&nbsp;&nbsp;</span>Scrittoio.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note2">
-<p><span class="label"><a href="#tag2">2</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La balia.</p>
-</div>
-
-<div class="footnote" id="note3">
-<p><span class="label"><a href="#tag3">3</a>.&nbsp;&nbsp;</span>La storia del sior Intento è uno scherzo che si fa ai bambini
-per pigliarsi giuoco della loro curiosità.</p>
-</div>
-</div>
-
-<div class="tnote">
-<p class="tntitle">
-Nota del Trascrittore
-</p>
-
-<p>
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione
-minimi errori tipografici.
-</p>
-
-<p class="covernote">
-Copertina elaborata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.
-</p>
-</div>
-
-
-
-
-
-
-
-
-<pre>
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Idillii spezzati, by Antonio Fogazzaro
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK IDILLII SPEZZATI ***
-
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-To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
-and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
-and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.
-
-
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-Foundation
-
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