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-The Project Gutenberg EBook of L'Incendiario, by Aldo Palazzeschi
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
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-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
-the Project Gutenberg License included with this eBook or online at
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-
-Title: L'Incendiario
- col rapporto sulla vittoria futurista di Trieste
-
-Author: Aldo Palazzeschi
-
-Release Date: October 15, 2016 [EBook #53287]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK L'INCENDIARIO ***
-
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-
-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
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-
- _PROPRIETÀ LETTERARIA_
-
- Milano 1910 — SOCIETÀ ANONIMA POLIGRAFIA ITALIANA — Via Stella, 9
-
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-
- ALDO PALAZZESCHI
-
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- L'Incendiario
-
-
- _COL RAPPORTO_
- _SULLA VITTORIA FUTURISTA_
- _DI TRIESTE_
-
-
-
- EDIZIONI FUTURISTE
- DI “POESIA„
- MILANO — VIA SENATO, 2
- 1910
-
-
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-
-Opere di ALDO PALAZZESCHI:
-
-
- _Poesia_:
-
- I CAVALLI BIANCHI — (Esaurito).
- LANTERNA — (2ª ediz.). _Edit. Cesare Blanc,
- Firenze_ L. 2. —
- POEMI — _Editore Cesare Blanc, Firenze_ L. 5. —
-
- _Romanzo_:
-
- RIFLESSI — _Editore Cesare Blanc,
- Firenze_ L. 2. —
-
- _In preparazione_:
-
- SIGNOR PERELÀ — Romanzo.
-
-
-
-
-RAPPORTO
-
-sulla vittoria del Futurismo a Trieste.
-
-
-Il nostro treno corre verso Trieste, rossa polveriera d'Italia.
-
-Oh! rabbia di sentirci, noi, poeti futuristi, portatori d'idee
-esplosive, demolitori della vecchia Italia, imprigionati in uno
-scompartimento come aquile in una gabbia.... Ma le anime nostre
-s'avventano nel buio, precedendo la locomotiva che si sforza di
-seguirci.
-
-Non è lontano il giorno in cui per forza si dovranno constatare sui
-nostri cadaveri ammonticchiati la straziante sincerità del nostro
-programma e la tragica serietà della nostra violenza. Questo però non
-c'impedisce di essere allegri, pazzamente allegri, questa sera, non
-foss'altro che per schernire la lentezza del treno sgangherato che ci
-trasporta, scricchiolando per tutta la sua nera ossatura, battendo i
-denti sonori, trascinando le ferree pantofole e sdraiandosi in tutte
-le stazioni come un ubbriaco nella luce vinosa di tutte le bettole:
-Treviglio, Brescia, Verona....
-
-— Bando alla musoneria e alla gravità!
-
-— Noi andremo alla guerra danzando e cantando.
-
-— Ecco Vicenza.... Questa nebbia puzza di vecchia beghina! osserva Aldo
-Palazzeschi.
-
-— Attraversiamo infatti l'anima tabaccosa e ammuffita del senatore
-Fogazzaro.... Che schifo!
-
-Centinaia di fanali elettrici sfilano davanti a noi, a destra e a
-sinistra.... Sono i nostri luminosi sputacchi futuristi, lanciati nelle
-tenebre immonde.
-
-All'alba, il confine: tragici burroni sassosi, probabile teatro di una
-battaglia di domani. Ognuno di noi già si sceglie, muto, il suo posto
-di combattimento.
-
-Cormons, Miramar.... ed ecco il mare Adriatico, grigia immensa bandiera
-spiegata, che palpitando aspetta dal sole i suoi tre colori trionfali.
-
-Finalmente, Trieste!... Un crepitare di grida infiammate, un
-lampeggiante scoppiare di urrah! Tutti i nostri amici son venuti ad
-aspettarci. Cento mani appassionate si tendono verso di noi.... Cento
-sguardi ebbri e inebbrianti cercano febbrilmente fra noi l'unico dio
-invisibile: l'esaltante vessillo italiano!
-
-
-Alle sette di sera, dietro al sipario del Teatro Rossetti, noi
-contendiamo i lembi tricolori di una poesia al capo della polizia
-austriaca, pettoruto e bardato di decorazioni, mentre una folla
-torrenziale inonda fragorosamente le gallerie....
-
-Quando ci mostriamo finalmente alla ribalta, tutto il popolo di
-Trieste è davanti a noi.... tutto, con l'ardente gioventù dei suoi
-maschi bellicosi, con lo scintillìo di eleganza parigina che dà
-risalto alla flessuosità appassionata delle sue donne. A destra, in
-un palco, la grazia felina e squisitamente spirituale di Delia Benco,
-scrittrice ispirata, dallo stile affascinante come la sua _toilette_
-artisticamente originale. Con lei è Silvio Benco, l'illustre e grande
-romanziere del _Castello dei desideri_. Nello stesso palco, Willy Dias,
-la geniale scrittrice di cento indimenticabili novelle, e la bellissima
-signora Ciatto. In un palco più vicino alla scena, la superba figura,
-romantica e notturna, di Nella Doria Cambon, poetessa dal volo pensoso
-e nostalgico. Le sta al fianco l'amica nostra Elda Gianelli, poetessa
-che inneggiò recentemente al verso libero con ala di genio.
-
-In platea, la signorina Haydée, la scrittrice ben nota che tanto
-onora Trieste col suo versatilissimo ingegno; il dottor Prezioso,
-grande patriota, giornalista-principe, dominatore di pensieri e di
-folle; il direttore dell'_Indipendente_, Zampieri, fortissimo campione
-dell'irredentismo; il dottor Cimadori, il poeta Riccardo Pitteri, il
-dottor Spadoni, Carlo Banelli, l'avvocato Costellos, presidente della
-Società Filarmonica, l'ingegnere Menesini, il poeta futurista Luigi
-Crociato, il poeta Cesare Rossi, e moltissimi altri notabili della
-città.
-
-Fuori, rumoreggia violentemente la marea d'un migliaio di persone, tra
-le fetide dighe dei poliziotti.
-
-Ci sono dei professori, dei pedanti, degl'invalidi, nella sala? Noi non
-li vediamo.... Silenzio di Corte d'Assise nel momento della sentenza,
-o, piuttosto, silenzio di profondità sottomarine, ove io scaglio le
-frasi del mio discorso, come siluri contro le vecchie galere romane che
-beccheggiano invisibili sul fluttuare del pubblico:
-
-
- _AMICI, NEMICI FORSE!_
-
- _Giudico necessario premettere alcune brevissime spiegazioni alla
- nostra declamazione di poesie futuriste._
-
- _Anzitutto, che cosa vuol dire _Futurismo_? In termini molto
- semplici, _Futurismo_ significa odio del passato_.
-
- _Noi ci proponiamo infatti di combattere energicamente e di
- distruggere il culto del passato, ed obbediamo in ciò all'istintivo
- bisogno di difendere le nostre forze vive, che vogliono liberamente
- ed interamente esplicarsi prima di estinguersi._
-
- _Considerate che il numero dei grandi uomini defunti è quasi
- infinito: sono eserciti formidabili di genii morti, ormai
- indiscussi, che accerchiano e schiacciano la esigua legione dei
- vivi. — A quelli e per quelli, tutto è concesso: libere le strade,
- spalancate le porte, profuso il denaro. — I vivi, invece, non
- raccolgono che dileggi, insulti, calunnie, e patiscono la fame!_
-
- _Nella repubblica dell'arte, particolarmente, coloro che difendono
- ed esaltano i morti, lo fanno per una subdola vigliaccheria e per
- l'invidia che ispirano loro gli uomini veramente vivi._
-
- _Si uccide un poeta giovane e forte, scaraventandogli addosso la
- mummia cartacea di un grande poeta morto da cinquecent'anni. Gli
- editori cestinano i manoscritti di un genio affamato, per prodigare
- il loro denaro nella ristampa di capolavori d'epoche lontane. I
- miliardari sprecano somme favolose nella compera di cose che non
- hanno altro valore che quello di essere corrose e consunte dal
- tempo._
-
- _Si esumano musiche fredde e soporifere, statue insignificanti, tele
- tarlate e annerite, mentre musicisti, scultori e pittori viventi
- aspettano invano, nel buio di una sordida miseria, il divampare
- vittorioso delle loro creazioni. Quando non si può uccidere un
- giovane con un cadavere esumato, gli si scagliano attraverso le
- gambe dei vecchi rimbambiti, dei fantocci rispettati, o degli
- stomachevoli opportunisti._
-
- _È perciò che noi, nell'arte, nella politica, e, insomma, in ogni
- manifestazione di vita, combattiamo brutalmente la religione del
- passato e il rispetto di tutto ciò che è antico._
-
- _Proclamiamo cretina la massima: _«in medio stat virtus»_, e odiamo
- tutti i mezzi termini. Disprezziamo e combattiamo tutte le forme
- di obbedienza, di docilità, d'imitazione, i gusti sedentari, e
- glorifichiamo invece i nomadi, i refrattari e le grandi belve
- libere._
-
- _Disprezziamo e combattiamo le maggioranze avvelenate e corrotte
- dal potere, i divieti dell'opinione corrente i luoghi comuni della
- morale e della filosofia._
-
- _Nel campo letterario propugnamo l'ideale di una grande e forte
- letteratura scientifica, la quale, libera da qualsiasi classicume,
- da qualsiasi purismo pedantesco, magnifichi le più recenti scoperte,
- la nuova ebbrezza della velocità e la vita celeste degli aviatori._
-
- _La nostra poesia è poesia essenzialmente e totalmente ribelle alle
- forme usate. Bisogna distruggere i binari del verso, far saltare
- in aria i ponti delle cose già dette, e lanciare le locomotive
- della nostra ispirazione, alla ventura, attraverso gli sconfinati
- campi del Nuovo e del Futuro! Meglio un disastro splendido, che
- una corsa monotona, quotidianamente ripresa! Già troppo a lungo
- furono sopportati i capi-stazione della poesia, i controllori di
- strofe-letto, e la stupida puntualità degli orari prosòdici._
-
- _In politica, siamo tanto lontani dal socialismo internazionalista
- e antipatriottico — ignobile esaltazione dei diritti del ventre —
- quanto dal conservatorume pauroso e clericale, simboleggiato dalle
- pantofole e dallo scaldaletto._
-
- _Noi esaltiamo il patriottismo, il militarismo; cantiamo la
- guerra, sola igiene del mondo, superba fiammata di entusiasmo e
- di generosità, nobile bagno di eroismo, senza il quale le razze si
- addormentano nell'egoismo accidioso, nell'arrivismo economico, nella
- taccagneria della mente e della volontà._
-
- _Disprezziamo e combattiamo la tirannia dell'amore, che specie nei
- popoli latini, falcia le energie degli uomini d'azione. Combattiamo
- il rancido sentimentalismo, l'ossessione dell'adulterio e della
- conquista femminile, nel romanzo, nel teatro e nella vita. Vogliamo
- insomma sostituire, nelle immaginazioni, giovanili, alla figura
- stucchevole del Don Giovanni, quelle violente e dominatrici di
- Napoleone, di Clémenceau e di Blériot._
-
- _Tutto ciò, naturalmente, contraria ed esaspera le maggioranze;
- ma noi Futuristi, noi Estrema Sinistra della letteratura, ce
- ne rallegriamo, poichè solo temiamo le facili approvazioni e
- gl'insipidi elogi dei mediocri._
-
- _Sicuri e convinti che nulla vi sia di più facile e di più
- spregevole insieme che il piacere al pubblico, solleticandone i
- gusti volgari, noi preferiamo piacere soltanto al nostro ideale, e,
- al pubblico ostile, non domandiamo che fischi!_
-
-
-Uno scoppio formidabile di applausi.... Le carene del passato si
-sfasciano nella risacca sbatacchiante delle mani entusiasmate.
-
-Ed ecco Armando Mazza, dal gran corpo atletico, avanzarsi come un
-lottatore. La sua voce tonante sfonda le pareti del teatro e sembra
-coprire tutto il mondo delle nostre prime volontà futuriste. In verità
-i saggi mummificati, i custodi del buon senso e tutti coloro che
-portano sulla schiena la loro poltrona come le testuggini il guscio, si
-sentono schiacciati dal passo di quel gigante che con alte grida chiama
-alla riscossa gl'incendiarii.
-
-Abbasso i musei! Riseppelliamo i morti! Glorifichiamo la violenza!
-Viva la guerra! Morte ai pacifisti! Abbasso le maggioranze sedentarie!
-Gloria alle belve!... Altrettanti pugni roventi nei petti freddolosi
-dei Passatisti, arbusti scarniti e contorti dalla lava sui fianchi di
-un vulcano!
-
-Poi, i poeti futuristi, uno dopo l'altro, con una disinvoltura da
-studenti in baldoria, versano a fiotti il rosso vino della sublime
-poesia in tremila coppe invisibili, tese freneticamente a volerlo.
-
-Ma, ad un tratto, scoppia un gran baccano e s'accende un parapiglia
-infernale.
-
-Si urla allo scandalo; mani di spettatori naufraganti si aggrappano
-alle poltrone; altre stringono disperatamente rotonde calvizie,
-come se abbrancassero il mondo per salvarlo. Occhi moribondi cercano
-ansiosamente dei crocifissi introvabili. Cresce il tumultuare della
-calca: è la grande insurrezione delle mummie. Non una italiana:
-tutte austriache o _leccapiattine_. Ma la possente gioventù trionfa.
-Tutti i maschi sono in piedi, e coi pugni, con gli scoppi della voce,
-costringono i morti a ricoricarsi nei loro scanni tombali.
-
-
-Il soffio dell'entusiasmo ci spinge fuori e ci trasporta per le vie di
-Trieste.
-
-Entriamo nel _Caffè Milano_, fornace da cui si sprigionano e scattano,
-investendoci, i tizzoni in fiamme dei più entusiastici urrà! Sulla
-grande tavolata fraterna, il sangue delle gote, il fuoco delle voci, i
-vermigli fermenti della poesia e del patriottismo.... Aldo Palazzeschi
-dice con raffinata sapienza le sue belle poesie: _Villa Celeste_, _La
-Regola del Sole e Palazzo Mirena_, contenute in questo volume. Poi
-Armando Mazza è costretto a declamare per la terza volta il celebre
-_Manifesto_. Tutti gli alcool traboccano, scorrono e s'incendiano.
-Sorge un giovane dagli occhi elettrizzati d'ingegno, che clama la sua
-professione di fede futurista, la sua ardente simpatia pel nostro
-movimento di ribellione contro il passato.... Tutti lo ascoltano
-intenti, ed egli, invaso da un furore ispirato, scarica in alto mille
-idee paradossali, come tanti razzi sguscianti senza posa da una botte
-pirotecnica. Quell'uomo è il forte poeta triestino Mario Cavedali.
-
-Intorno a lui si affollano moltissime altre figure bellicose di
-pubblicisti, di letterati, di artisti: i valorosi patrioti fratelli
-Tamaro, redattori dell'_Indipendente_, il fervido giornalista Mario
-D'Osmo, l'inesauribile _pince-sans-rire_ Doro Finzi, il maestro
-Saragoz, Barison, l'insuperabile violinista, il geniale poeta Arturo
-Bellotti, Oberdorfer, l'energico segretario e difensore dell'Università
-del Popolo, l'elegantissimo De Sala, corrispondente del _Figaro_, il
-biondo e simpatico Paolo Zampieri, Augusto Datta, il poeta Dolcetti,
-Mario Alberti, Guido degli Sforza, Gualtiero Finzi, ed altri ed altri
-ancora.
-
-Si odono a quando a quando le schioccanti risate dello spiritosissimo
-Nordio. Si alza l'avvocato Tedaldi, che declama un'ode del Carducci con
-emozione di cuore, efficacia di gesto e tonante forza di voce.
-
-Usciamo dal _Caffè Milano_ per portare la nostra focosa anima italiana
-entro il covo notturno degli ufficiali austriaci: l'_Eden_.
-
-
-Vi troviamo invece molti ungheresi che accompagnano con gesti e con
-danze un'impetuosa zuffa di violini tziganeschi. Essi ci salutano
-clamorosamente, inneggiando alla liberazione dell'Ungheria e di
-Trieste, e — allegri martiri del patriottismo — si torcono sulla sonora
-graticola del _cembalum_, sotto le rabbiose sferzate dei violini.
-
-Gioia, follia e guerra!
-
-Alcuni ufficiali austriaci, in un angolo, hanno l'itterizia della loro
-bandiera.
-
-Quando usciamo, una frenetica ebbrezza goliardica e gaiamente vandalica
-agita la nostra irruente colonna.
-
-Noi, futuristi, proclamiamo senz'altro la morte della saggezza,
-l'ignominia della parola _prudenza_.... Guai a chi non è capace di
-audacie teppistiche! Guai a chi, ogni notte, non si sente signore
-assoluto della città e gonfio di disprezzo per coloro che dormono!
-
-In lunga fila indiana, camminiamo prima rapidamente e poi ci slanciamo
-a passo di corsa, formando festoni rumorosi e beffardi intorno alle
-facce lorde dei poliziotti, vespasiani ambulanti.
-
-Così correndo, giungiamo al Molo San Carlo. Un gran veliero che fora
-le nuvole coi suoi tre alberi altissimi.... Fin dove salgono, quegli
-alberi? Bisogna pur saperlo!... Su! Su!... Chi potrebbe impedirci di
-seguirne l'acuto slancio verso il cielo? Che importa se il veliero
-oscilla, se il sartiame miagola al soffio rovesciante della bora?...
-E ci arrampichiamo su per l'albero maestro, in cerca di nidi di
-stelle.... Di lassù, ci sarà forse anche dato di scorgere all'orizzonte
-i fanali della formidabile squadra di Bettolo, a cui forse giungeranno
-le nostre grida di ansiosa chiamata!
-
-
-Ci si avvia verso Servola, i cui fumi biancastri laggiù, sembrano
-pilastri enormi eretti a sostenere le rosseggianti vôlte della
-notte.... Lieti come scolari in libertà, ci agitiamo intorno alle pance
-fuligginose delle ferriere, che partoriscono muraglie di bragia...
-Grida di vittoria erompono dai nostri petti.... Finalmente, le più
-folli immagini futuriste si realizzano: ecco edifici di fuoco che
-camminano, si sventrano e rovesciano a terra viscere di topazi e di
-rubini!
-
-Noi assistiamo così alla fusione del nuovo sole futurista, più
-colorato, più fantastico, più caldo del vecchio sole di ieri. Ne
-sorvegliano l'immane colata incandescente i mostruosi camini, giganti
-burberi, impennacchiati di fumo che nemmeno si sentono passar tra i
-piedi le stridule fughe dei treni, sorci di ferro spaventati....
-
-Oh! come invidiamo le case appollaiate sulle colline circostanti,
-le case attente a cui la gioia ubbriacante del fuoco incendia gli
-occhi ogni notte. Come invidiamo le nuvole dalle facce accaldate e
-l'orizzonte marino solcato da lunghi riflessi scarlatti!
-
-
-A Trieste, i giovani non dormono mai. Igienica insonnia, che ci fa
-divorare il gran pranzo futurista offertoci dagli amici e servito
-spiritosamente a rovescio, così:
-
- _Caffè_
- _Dolci memorie frappées_
- _Frutta dell'Avvenire_
- _Marmellata di gloriosi defunti_
- _Arrosto di mummia con fegatini di professori_
- _Insalata archeologica_
- _Spezzatini di passato con piselli esplosivi in salsa storica_
- _Pesce del Mar Morto_
- _Grumi di sangue in brodo_
- _Antipasto di demolizioni_
- _Vermouth_.
-
-Dappertutto, nelle sale sontuose della _Filarmonica_, nei
-salotti intellettuali, nei ritrovi mondani, le dame rivaleggiano
-nell'accoglierci con regale e squisita cortesia, affascinate piuttosto
-che sgomentate dalla violenza incendiaria delle nostre volontà
-futuriste.
-
-Partiamo a malincuore, ma già rivolto lo sguardo ad altri campi di
-battaglia, e Trieste ci accompagna al treno acclamandoci ancora con le
-voci squillanti dei suoi cento figli più eletti, che galoppano intorno
-alla nostra carrozza, e ci salutano col grido di _Viva l'Italia!_ _Viva
-il Futurismo!_
-
- _F. T. Marinetti._
-
-
-
-
-Le fanfare della stampa
-
-
- Il Futurismo e i Futuristi
- difesi da:
-
- Silvio Benco, Elda Gianelli, A, Bellotti
- Paolo Arcari, A. Scocchi, V. Cuttin, Augusto Datta
- G. Giacomelli, A. Tamanini, ecc.
-
-
-TRIESTE ELETTRIZZATA.
-
-
-SILVIO BENCO
-
-presenta i futuristi nel “Piccolo„.
-
-Serata di poesia futurista: la chiamano veramente i manifesti e gli
-striscioni apparsi in gran numero a tutte le cantonate della città.
-Infatti i sei giovani poeti che reciteranno mercoledì i loro versi al
-Politeama Rossetti hanno accettato come insegna del loro sodalizio il
-manifesto del futurismo lanciato l'anno scorso dal Marinetti: del quale
-manifesto molto si rise e molto si discusse, e si rise perchè veramente
-andava oltre a ogni seria intenzione di rinnovamento letterario; e
-si discusse perchè spalancava ambo le porte a un problema che è forse
-il supremo problema della letteratura: è fatale che l'arte si atteggi
-sempre conforme al passato, e si giudichi sempre con le opinioni che
-furono del passato? ovvero non deve trarre essa i suoi impulsi dalle
-concitazioni della vita moderna, e giudicarsi a norma delle aspirazioni
-che ciascuno di noi ha verso il futuro?
-
-Il manifesto del futurismo premette dunque una contraddizione alla
-legge del perpetuo ritorno di ciò che fu; e se questa è una legge, esso
-contiene un'illusione o un inganno, se no è una legge, esso contiene,
-in forme brutali, un'enunciazione di verità. Il che non può decidersi
-dopo un anno dall'apparizione del manifesto, e mentre il mosto fermenta
-e non si è fatto vino. Non giudichiamo dunque il futurismo che allo
-stato di ebollizione; limitiamoci a presentare i futuristi che sono
-allo stato solido di personalità: uno di essi, e il loro capo, F. T.
-Marinetti, non ha più nemmeno bisogno di presentazione; poichè già
-lo conosce il nostro pubblico come un poeta d'impulso e di fervida
-fantasia: all'opera sua nell'ultimo anno non aggiunse che un dramma,
-_Les poupées électriques_, inventato molto ingegnosamente sul tema
-delle segrete affinità delle anime che sì sostituiscono inconsce l'una
-all'altra, dapprima nell'indeterminatezza delle commozioni psichiche,
-poi nella concretezza delle sensazioni. Non è necessario nemmeno
-presentare il giovane siciliano Federico De Maria, che fu l'anno
-scorso fra i lettori dell'Università del popolo: il suo libro _La
-leggenda della vita_, scritto quasi tutto in versi liberi, ma con rime
-e assonanze e ricchezza di melodia, lo rivelò come uno dei poeti che
-meglio fanno suonare il lor pensiero nella armoniosità della lingua
-nostra.
-
-Una sorpresa per il pubblico potrebbe essere Paolo Buzzi, il più
-complicato temperamento del gruppo. Vasto intelletto; volontà ambiziosa
-e tenace che lo disciplina a una costanza di lavoro quasi sovrumana;
-gusto non ancora purificato, non ancora naturalmente sensibile alle
-proporzioni di ogni opera d'arte, qualunque essa sia. È milanese.
-Sorse anni or sono, vincitore di un concorso letterario della rivista
-_Poesia_, con un romanzo, _L'esilio_, dove aveva cercato di mettere
-tutta la sua mente: e poichè la mente era vasta, il romanzo uscì in tre
-volumi. Troppo; non tutto aveva lo stesso valore; ma c'erano capitoli
-mirabili per verità e ricchezza di colore, per lucida esposizione di
-idee, per trascrizioni d'una vorticosa vita fantastica. La stessa
-impressione d'un uomo che ha molte cose da dire si riceve dal suo
-volume di versi _Aeroplani_. Il contenuto ne è più denso, più vario
-che nei consueti libri di versi; la vita delle città vi è vissuta con
-una anima complessa d'uomo che sente dentro di sè una folla; la natura
-vi è descritta con colori che paiono e sono nuovi soltanto perchè
-sono più esatti. Ma anche qui regna talvolta il disordine, la febbre
-dell'improvvisare, l'irriflessione, la mancanza di associazione delle
-idee e di continuità delle forme; è un vigoroso e penetrante ingegno
-non ancora tanto padrone della sua vita strabocchevole da placarla in
-un'opera d'arte.
-
-Enrico Cavacchioli invece, è un artista: cesella le strofe, e le
-fonde nello stampo del bronzo; scrive di rado in versi liberi come i
-suoi compagni, e non sono i suoi versi migliori. La sua originalità
-è fatta di precisione: precise le visioni, per quanto strane, morbose
-e macabre; preciso il vocabolo; preciso e ben ponderato il suono. Se
-qualche suo componimento ha la forza dell'allucinazione, la ricava
-dalla saldezza, dall'incisività di ogni segno tracciato dal suo stile
-acuto ed acre.
-
-Di Aldo Palazzeschi confessiamo di non conoscere che una poesia, ma
-bellissima: _La regola del sole_. È scritta con una espressione di
-candore e di umiltà appropriata alla visione ingenua; con un ritmo da
-fiaba, morbidamente irregolare e dolcemente monotono. Ricorda, per la
-ispirazione e per le forme, il Maeterlinck della prima maniera: _Les
-sept princesses_. Ma non si può dire che lo imiti; fa una propria opera
-d'arte, molto limpida, molto chiara, interessante. Infine Armando
-Mazza, poeta pur lui, ci è annunziato come un magnifico dicitore
-di versi, e come tale ebbe gran plauso a Palermo. Egli reciterà non
-soltanto le proprie poesie, ma anche quelle d'altri futuristi: Libero
-Altomare, Corrado Govoni, e infine di colui che questa pleiade di poeti
-venera come il suo sole: Gian Pietro Lucini, un poeta lombardo che da
-più di vent'anni vive in continuo arricchimento e in continuo rigurgito
-del pensiero e in indefesso fermento e che ha scritto, tra dieci libri,
-in una forma di versi inventata da lui, un fervido, caleidoscopico
-poema di evocazione del settecento filosofico e lussurioso: _La
-prima ora de la Accademia_. Egli, per vero, si schermisce dall'essere
-futurista; ma i futuristi dicono che è il loro padre. Già, ogni futuro
-ha un passato.
-
- _Silvio Benco._
-
-
-ELDA GIANELLI
-
-presenta i Futuristi nell'“Indipendente„.
-
-Dei sei poeti futuristi che Trieste intellettuale è chiamata a sentire
-domani a sera — e sappiamo ben viva la curiosità del nostro pubblico
-— Aldo Palazzeschi è uno dei più giovani. Pure egli ha al suo attivo
-parecchi volumi: _I Cavalli Bianchi_, _Lanterna_ poemi; _Riflessi_
-romanzo. Annunzia: _Il Codice di Perelà_, e intanto raccoglie l'eco
-della critica giornalistica sui _Poemi_, ampio volume di aristocratica
-edizione fiorentina.
-
-Trovai, tornando appunto da Firenze, i _Poemi_, l'estate passata; e non
-ebbi agio nella stagione di segnalarli ai lettori dell'_Indipendente_;
-i quali, di quelli della modernissima scuola, conoscono già da lungo
-F. T. Marinetti il duce, come i giovani chiamano mano il direttore
-di _Poesia_: il _principe dei guerrieri_, come lo chiama Paolo Buzzi
-dedicandogli il suo inno alla guerra. Ed è infatti una guerra che
-i giovani combattenti per l'avvenire dell'arte sostengono. Questi
-giovani sono i primi, contrariamente a tutta la violenza del programma
-futurista, a riconoscere, a salutare la bellezza del passato che fu
-bellezza. Il loro odio è per le muffe, che mai sono state altro, e
-ostentano sempre, in tutti i rami dell'arte e della vita, il più feroce
-misoneismo, e vorrebbero soffocare ogni nuova germinazione, ciechi
-contro nuovi colori e nuove forme, solo perchè non corrispondono
-a colori e forme catalogate e lustre della patina del passato;
-disperatamente sorde contro ogni nuova armonia incomprensibile
-all'ovatta dei loro orecchi.
-
-Battaglia accanita quella dei giovani che non vogliono entrare nella
-strada della vita coi soliti ritornelli belanti, con le solite
-genuflessioni a una retorica ch'essi non sentono e non accettano
-per canone d'arte. Nè può meravigliare o disgustare l'irruenza,
-la scompostezza del loro gesto di battaglia, il linguaggio che par
-talora di un fervore pazzesco, se pensiamo alla fredda malignità, allo
-scherno velenoso che in ogni tempo accolse ogni giovanile rivoluzione
-letteraria. Che non fu lanciato dal livore — eh, la parola è ben
-giusta! — di coloro che si videro minacciati nel lor comodo adagiamento
-nei versi cantabili, contro le prime barbare del Carducci? Ora le
-barbare, invecchiate a loro volta, dovettero cedere al verso libero,
-il quale è assai meno libero di quello che a orecchi profani possa
-sembrare, e ha leggi d'armonia che sfuggono non soltanto a chi non ha
-orecchio poetico, ma anche più a chi non ha anima poetica. Fate pur
-prosa, adorna o disadorna, e mettetela a righette e chiamatela verso
-libero, se piace a voi. Gli esperti, i senzienti del verso libero, i
-poeti, ve la bolleranno per prosa egualmente.
-
-Marinetti esordì con un poema in verso libero magnifico di slancio,
-potente di colore: _La Conquête des Étoiles_, del quale fu già parlato
-su queste colonne. In Francia, dove da un pezzo i _verslibristes_
-s'imponevano, fu da Gustavo Kahn chiamato questo poema: _un bel
-effort lyrique de beaux vers français d'une forme libre, originale et
-rare_. Prova che i versi liberi possono assai distinguersi tra loro,
-aristocrazia e volgo, come ogni cosa di questa terra e del cervello
-umano.
-
-I futuristi del resto non si preoccupano d'imporre un genere di poesia
-o l'altro, e non comandano i versi liberi. Enrico Cavacchioli ha
-quartine mirabili di grazia e freschezza. Paolo Buzzi incatena talvolta
-nell'apparente metro libero i metri più ovvii, che tutti direbbero
-ottonarî, settenarî, senarî, quinarî, se li vedessero stampati a
-lineette, e pochi forse sanno trovare e far cantare nelle prolisse
-righe dei versi liberi de' suoi _Aeroplani_.
-
-Federico de Maria è poeta assai noto e caro ai giovani d'Italia, poeta
-d'ardimento e di sentimento profondo.
-
-Del Mazza, che dicono mirabile dicitore, ed esporrà versi del Lucini,
-del Govoni, dell'Altomare, non conosco l'opera originale.
-
-Di Aldo Palazzeschi, dico brevemente come me lo concede lo spazio. Non
-è facile definirlo, o bisognerebbe conoscere tutta l'opera sua. Non
-so i suoi poemi precedenti a questi, nè il suo, o i suoi romanzi. In
-questi poemi s'atteggia a semplice. Una grazia un po' malata che si
-compiace di foggiarsi modi qualche volta infantili, primitivi; ma che
-ha pure una sentimentalità sincera, penetrante.
-
- Chi sono?
- Son forse un poeta?
- No certo.
- Non scrive che una parola, ben strana,
- la penna dell'anima mia:
- follia.
- Son dunque un pittore:
- Neanche.
- Non à che un colore
- la tavolozza dell'anima mia:
- malinconia.
- Un musico allora?
- Nemmeno.
- Non c'è che una nota
- nella tastiera dell'anima mia:
- nostalgia.
- Son dunque... che cosa?
- Io metto una lente
- dinanzi al mio cuore
- per farlo vedere alla gente.
- Chi sono?
- Il saltimbanco dell'anima mia.
-
-Non dice una cosa nuova il Palazzeschi. Fu sempre dato dei giullari ai
-poeti d'ogni genere e d'ogni forma. Coloro che si danno da sè stessi
-del saltimbanco, figurarsi se sono presi alla lettera dagli uditori
-o lettori di buona volontà! Taluno mi disse che il giovane poeta fu
-bistrattato dalla critica benevolente. Non so.
-
-Mi parve bene riprodurre questa sua autopresentazione oggi che egli
-viene fra noi. Noi sappiamo che non avviene mai che i saltimbanchi
-di professione si diano questo nome. Tutt'altro! I Dulcamara della
-piazza e dell'arte ostentano anzi titoli accademici e quando lo possono
-cavallereschi. E quand'anche fosse, Pierrot in arte non è sinonimo di
-pagliaccio ma di melanconico.
-
-Ed è un melanconico sognatore il Palazzeschi, un dipintore di
-fantasime. E hanno un fascino le figure ch'egli evoca con versi piani,
-piani, ad arte puerili.
-
-Tre piccole figlie stanno — apro a caso i Poemi — innanzi a Madama
-Matrigna. Vestono a mezzo lutto, tengono il volto abbassato, sono tutte
-confuse. In abito di crespo giallino, a pieghe e rigonfi, la matrigna
-guarda, un poco sorridente, le piccine. Esse sono venute a pregarla di
-parlar loro, e insistono supplichevoli che parli.
-
- Ma non delle cose passate...
- Ma non delle cose avvenire
- Parlate, parlate, signora matrigna!
- Ci sembra... ci sembra il vostr'occhio
- che guardi... e non guardi...
- Parlate, parlate!
- In punta del labbro ci avete.
- Signora Matrigna,
- non so... non sappiamo...
- ci avete un sorriso... maliardo,
- un tenue sorriso ritorto
- che nasce, si torce e finisce.
- Un riccio eguale portate
- in mezzo alla fronte.
- Signora Matrigna, parlate, parlate.
-
-Non è mirabilmente espressa in questa accorata sollecitazione l'ansia
-delle tre piccole in lutto che si raccomandano alla donna vestita di
-giallo, che per loro rappresenta la sfinge?
-
-Di questi quadri vaghi, semplici tratti di penna, eppur profondamente
-espressivi, il Palazzeschi ne ha in quantità. Come ha bizzarrie che
-parrebbero inqualificabili e nondimeno son note d'un sentimento vivo
-che restano nei nostri orecchi, gamma che involontariamente la memoria
-ci ripete.
-
-Non sono versi quelli della Fontana malata, per esempio. Ma quella
-fontana noi la vediamo e la sentiamo tossire. Così vediamo il Borgo
-tramontano, che non ha finestra al sole e le tien tutte chiuse, tutta
-la giornata, per aprirle soltanto all'ora del tramonto che gli abitanti
-e le campane salutano; per ritirarsi e tacere poi fino al tramonto
-seguente. Così vediamo Regina Carmela e Regina Carlotta e le Nutrici, e
-le Nazarene, donde forse il primo germe di quella stupenda Regola del
-Sole, che il poeta dirà, crediamo, alla serata aspettata. La Regola
-del Sole è un ordine di mistiche adoratrici dell'astro. Un gruppo di
-signore s'è comperata un'isoletta in mezzo al mare, donde non si vede
-terra nè vicina nè lontana, e ivi vivono beate, nella loro strettissima
-clausura, aspettando ogni giorno il sole, meste nei giorni di nebbia,
-felici in quelli di splendore. E non muoiono d'alcun male, si spengono
-dolcemente, e quando una trapassa le altre la cantano beata perchè
-salita ad unirsi al sole.
-
-Insomma domani il pubblico triestino avrà l'impressione immediata della
-poesia che è l'ultima espressione moderna ed il primo passo verso un
-rinnovamento, speriamo, felice.
-
- _Elda Gianelli._
-
-
-AUGUSTO DATTA
-
-nell'“Azione Socialista„.
-
-Mercoledì 12 avrà luogo al Politeama una serata di lettura poetica alla
-quale, per la prima volta in Trieste, prenderà parte un gruppo di poeti
-italiani che leggeranno i loro componimenti.
-
-I poeti che udremo sono tra quelli che aggruppatisi intorno alla
-rivista «Poesia» diretta da Marinetti e che già conta cinque anni di
-vita, sono assurti alla fama benchè giovanissimi. Merito questo che
-va attribuito alla Rivista stessa la, quale ebbe sempre per scopo
-principale di sostenere le giovani forze nel campo della letteratura.
-
-Per dare al pubblico un'idea di questa serata, nulla è più
-consigliabile di una scorsa all'ultimo fascicolo di questa rivista
-battagliera dove sono raccolti gli ultimi lavori inediti dei poeti
-Paolo Buzzi, Enrico Cavacchioli, Corrado Govoni, Aldo Palazzeschi e
-del direttore Marinetti. Questi poeti si distinguono per una grande
-audacia d'ispirazione e benchè diversi nella loro estrinsecazione
-artistica, sono tutti animati dall'identico ideale di rinnovazione
-letteraria e dal medesimo odio per ogni forma di classicismo rancido e
-di convenzionalismo accademico.
-
-Furono vivamente combattuti recentemente, quando con soverchia violenza
-forse, ma con profonda sincerità, si battezzarono _Futuristi_ cioè
-_avveniristi_ ad oltranza, inalberando come un vessillo, il famoso
-manifesto del Futurismo pubblicato dal _Figaro_ di Parigi e lanciato
-con tanto clamore attraverso l'Italia.
-
-Il pubblico che non potè farsi un'idea esatta di ciò che _futurismo_
-vuol dire, giudicherà il 12 gennaio le opere di questi giovani poeti
-futuristi, i quali null'altro desiderano, in fondo, che una maggiore
-libertà letteraria di fronte alle tendenze viete e retrograde di cui si
-fanno forti alcuni dei poeti moderni.
-
-Paolo Buzzi ed Enrico Cavacchioli sono già noti per i loro volumi:
-_Aereoplani e Incubo velato_ che suscitarono violenti polemiche e
-approvazioni vivissime; Aldo Palazzeschi, di cui leggiamo in «Poesia»
-una squisita fantasia poetica: _La regola del sole_, leggerà brani del
-suo volume di prossima pubblicazione: _L'incendiario_.
-
-Vi sarà fra loro un mirabile declamatore: Armando Mazza, già molto
-applaudito nei teatri di Palermo, il quale dirà alcune poesie di
-giovani poeti del medesimo gruppo ma che per ragioni diverse non
-potranno partecipare a questa interessante serata.
-
-Udremo così i versi di Gianpietro Lucini, di Libero Altomare, Giuseppe
-Carrieri, Enrico Cardile, Mario Betuda, Luciano Folgore, Berardo
-Sbraccia e di molti altri.
-
- _Augusto Datta._
-
-
-LA VITTORIA STREPITOSA.
-
-
-SILVIO BENCO
-
-nel “Piccolo„.
-
-Un magnifico teatro: le poltroncine tutte occupate, la platea zeppa,
-le gallerie ben popolate. Il «futurismo» ha agitato la curiosità del
-pubblico, e il pubblico, scoccata appena l'ora, non nasconde la sua
-impazienza di vedere i «futuristi». Compariscono alla ribalta: sono
-tre: Marinetti, che il pubblico riconosce e saluta con un applauso,
-Aldo Palazzeschi e Armando Mazza. I due altri che erano promessi, Paolo
-Buzzi ed Enrico Cavacchioli — lo annuncia il Marinetti — non poterono
-allontanarsi da Milano: le loro poesie saranno recitate da lui e dai
-colleghi. Frattanto, alla recitazione delle poesie il duce della scuola
-vuol premettere un breve esordio per dichiarare in che consista il
-futurismo. L'esordio è violentissimo; nè crediamo il pubblico abbia
-mai ricevuto sulla faccia parole più violente. Afferma la volontà di
-svincolare i vivi dai morti, la volontà di intraprendere una acerrima
-lotta perchè una quantità di poeti, di pittori, di musicisti, di
-statuarî dei nostri tempi, che dimenticati o ignorati, patiscono la
-fame o soccombono moralmente all'avvilimento e alla tristezza, abbiano
-una buona volta sgombro il cammino da quel culto del passato e delle
-glorie fatte e strafatte al quale con neghittoso misoneismo dedica
-tutta sè stessa l'umanità. Il futurismo vuole la gloria per gli artisti
-vivi; non per gli artisti morti. Se il suo libero linguaggio offende le
-abitudini del pubblico, il Marinetti riconosce al pubblico il diritto
-di fischiarlo; non chiede applausi, ma fischi.
-
-Il pubblico invece applaude. Il discorso era stato detto con veemenza:
-conteneva una rivendicazione sociale dei diritti dell'arte giovane e
-diseredata; la folla vi aveva riconosciuto un'idea generosa e non aveva
-badato all'aggressività della forma.
-
-Quindi si levò Armando Mazza e declamò il noto manifesto del
-«futurismo». Una voce forte e squillante; un dicitore che par
-tranquillo e padrone di sè. Due buoni polmoni e un'uniforme inflessione
-energica sostituiscono la varietà dell'espressione e il colorito che
-non è molto ricco. Ma il manifesto contiene cose troppo enormi, per
-essere ascoltate placidamente, o sia pure con amabile scetticismo, da
-un'assemblea di duemila persone: quando si giunge agli incendî delle
-biblioteche, agli annegamenti dei quadri e delle statue trovate nei
-musei, alla gioia vandalica degli incendiarî dalle dita carbonizzate,
-sorgono mormorii, poi grida ostili ed opposizioni clamorose. Una parte
-del pubblico batte le mani; un'altra parte fischia e rumoreggia; dalle
-gallerie si saetta qualche invettiva.
-
-L'irrequietudine, che a quando a quando è tumulto, continua mentre
-Aldo Palazzeschi recita con voce fievole e bianca la sua _Regola del
-sole_. Egli sciupa completamente la sua poesia che, a leggersi, è
-bellissima. Pochi soltanto ne colgono qualche parola; gli altri cercano
-distrazioni.
-
-È il momento di maggior trambusto della serata. Poi l'ordine si
-ricompone; e la recitazione può continuare senza impedimenti. Ma la
-tempesta, piccola o grande che fosse, si è ripercossa sul palcoscenico:
-la voce di Armando Mazza non è più quella, e anche il suo modo di
-leggere i versi, con il testo sotto gli occhi e presentandosi di
-profilo al pubblico, è il meno comunicativo che possa essere. Il
-giovane dicitore non è ancora avvezzo ad affrontare la folla; il
-Marinetti invece sì; la padroneggia con bella forza nervosa; e riesce
-ad imporle e a farle gustare la larga linea di due liriche di Paolo
-Buzzi e dell'_Eroe futuro_ di Federico de Maria. Sono gli squarci più
-applauditi. Si recitano anche brani di Libero Altomare, di Corrado
-Govoni, del Cavacchioli e la folta e meditata sì, ma eternamente lunga
-poesia che Gian Pietro Lucini compose per la sciagura di Sicilia e di
-Calabria.
-
- . . . . . . .
-
- _Silvio Benco._
-
-
-A. BELLOTTI
-
-nell'“Indipendente„.
-
-A proposito di futurismo e di poeti futuristi, molti si chiedevano
-in questi giorni di fervida pubblicità per gli albi, che cosa
-veramente volesse dire questo benedetto futurismo, che cosa veramente
-pretendessero i cinque nomi di poeti che facevano capolino ad ogni
-svolto di via: Marinetti, Buzzi, Cavacchioli, Palazzeschi, Armando
-Mazza.
-
-C'era un programma, una formula nuova che unisce in collettività
-poetica questo gruppo di giovani coraggiosi? Oppure il futurismo non è
-altro se non una bandiera per essere sventolata d'occasione, tanto per
-costringere tutti i pigri ad accorgersi anche di questi ribelli figli
-dell'oggi?
-
-Occorre la violenza della pubblicità per scuotere l'interesse
-sonnecchiante. Ed il duce dei futuristi, il principe di questi
-guerrieri lo sa molto bene, ed a parere di certuni abusa della violenza
-della réclame. Benchè infine la réclame d'oggigiorno nè sia uguale
-nè possa essere simile a quella in uso 50 o 100 anni or sono. Tutto
-è suscettibile di trasformazione, ed ormai sarebbe sciocco ancora il
-credere... al trionfo della modestia.
-
-La serata non fu priva d'incidenti. C'era dell'elettricità nell'aria.
-Il teatro aveva un aspetto dei più imponenti. Folla in platea,
-nelle poltroncine; folla nelle gallerie, nel loggione. La repubblica
-letteraria triestina figurava nei palchetti.
-
-Indispose alquanto una parte del pubblico l'annuncio che, dei cinque
-poeti futuristi, non poterono recarsi a Trieste che tre: Marinetti,
-Mazza e Palazzeschi. Mancavano Paolo Buzzi e Cavacchioli.
-
-Il poeta Marinetti diede con brevi parole d'esordio la risposta a
-quelli che si chiedevano cosa fosse il futurismo.
-
-Sorse quindi Armando Mazza a dire con tono veramente di fuoco tutto il
-primo proclama futurista, che a suo tempo venne pubblicato e criticato
-dai diversi giornali del regno e di Francia, mentre sarebbe stato
-meglio non l'avesse detto, perchè fece suscitare in vari punti proteste
-di diverso genere fra alcune persone del pubblico. Alle proteste da
-qualche parte si rispose con applausi. S'incrociarono nell'aria pure
-delle insolenze.
-
-Il baccano ebbe il massimo delle sue vibrazioni, quando il dicitore,
-urlando con polmoni di ferro e senza scomporsi menomamente alle
-proteste, diceva: «Noi incendieremo le biblioteche, distruggeremo le
-gallerie, bruceremo i musei!»
-
-Sedati i rumori si passò alla declamazione dei versi. Venne il turno
-al poeta Aldo Palazzeschi, che ha un torto e purtroppo senza rimedio:
-Ha un organo vocale troppo delicato per un ambiente come il Politeama
-Rossetti. Perciò la declamazione della sua poesia _La regola del sole_
-andò tutta confusa alle interruzioni d'una parte del pubblico. E fu
-davvero peccato. In un ambiente più intimo dovrebbe indubbiamente
-piacere.
-
-Il rimanente del programma venne allora sostenuto tutto dal Marinetti
-e dal Mazza. Udimmo ora da uno ora dall'altro versi già letti in
-_Poesia_, la rivista milanese diretta dal Marinetti. Armando Mazza
-lesse una lirica di Corrado Covoni, una _Canzone folle_ del Marinetti,
-un frammento del _Canto d'angoscia e di speranza_ del Lucini e qualche
-cosa del Cavacchioli. Peccato che lo sforzo fatto dal Mazza nel dire
-il manifesto del futurismo, lo abbia poi reso quasi afono, mentre
-prometteva così bene nella declamazione.
-
-F. T. Marinetti fu il più fortunato dei tre; seppe conservare
-inalterato il suo organo vocale in sino alla fine.
-
-Disse degnamente i _Desideri_ di Libero Altomare, colorì a dovere la
-canzone _All'eroe che verrà_ di Federico de Maria Piacque nella lirica
-Alla Poesia di Paolo Buzzi e rese con efficacia tutta la tristezza del
-_Canto dei reclusi_ del medesimo autore. Ma s'ebbe un vero successo
-quando declamò la sua ben nota ode _All'Automobile_; ode che gli veniva
-chiesta con insistenza da più parti nel teatro. Coronò il suo dire una
-salva di ben nudriti applausi.
-
- _Arturo Bellotti._
-
-
-A. SCOCCHI
-
-nell'“Emancipazione„.
-
-A Trieste, prima fra tutte le città italiane, i Futuristi hanno
-affrontato, con la violenza travolgente dell'enunciazione del loro
-programma, il pubblico d'un vasto teatro affollatissimo, forse perchè
-qui il tradizionalismo ha radici meno profonde, e le idee di modernità
-incontrano minor resistenza, fors'anche per un omaggio alla città
-vibrante di patriottismo, fervida nella lotta, talora cruenta, d'ogni
-giorno. Non potevano però certamente sperare di svellere con l'urto
-impetuoso, veemente, le barbe sprofondate negli strati accumulati dalle
-generazioni anteriori, nè questo sarà mai possibile. E se possibile
-fosse, sarebbe sciagura.
-
-L'urlo incendiario per i musei e le biblioteche destò un altro urlo:
-di protesta. Ma l'inno alla giovinezza, alla forza, alla guerra per
-il diritto, al patriottismo, alla ribellione del lavoro, al gesto
-violento, ebbe una eco di entusiasmo in alcuni, di consentimento in
-altri, di rispetto nel resto.
-
-Si sentiva l'alto peana delle palestre e dei «fortiores», dei fabbri
-e delle officine; il grido della gioventù e dei proletari, che con
-lo sguardo all'avvenire, scavalcando le dighe del conservatorismo, si
-slanciano alla conquista d'un mondo ideale, esuberanti di vigoria.
-
-La letteratura rispecchia la vita sociale. Il periodo presente —
-seguito a quello effervescente ch'ebbe la più estesa manifestazione
-nel 48 — è di stasi, di lento riformismo, di materialismo e di
-utilitarismo. Il socialismo s'è invecchiato, si è adagiato in un alveo
-di adattamento, si è accomodato col privilegio dinastico e conservatore
-per scalfirlo, e perdette la propria potenza.
-
-Alla nuova generazione si offrono insegnamenti di opportunismo
-machiavellico e di servilità. Ma essa sente d'essere chiamata a una
-funzione ben diversa. I grandi passaggi nella storia non avvennero mai
-che attraverso gli urti e le lotte. Negli ambienti ammuffiti le energie
-giovanili si sfibrano; altro è il loro campo di azione: il campo
-aperto, libere esse e svincolate dai ceppi del passato. I Futuristi,
-giovani non ancora trentenni, si fanno interpreti del sentimento della
-età propria, lo spingono fino all'acutezza, all'iperbole, scagliando
-dietro le spalle il dardo della protesta e dell'invettiva. È lo sforzo
-per lo sgombro del terreno, per la rincorsa necessaria.
-
-Con pari ardore, se non nella stessa forma, la giovane generazione
-dell'inizio del secolo scorso assalì il vecchio classicismo, di cui
-erano stati luminari un Alfieri, un Monti, un Foscolo. I giovani
-d'allora avevano sentito il bisogno di ringagliardire la letteratura
-nel contatto popolare, considerando le lettere mezzo di rigenerazione
-civile.
-
-L'albore del romanticismo fu rivoluzionario. Classicisti erano i
-gazzettieri venduti al governo austriaco a Milano. Gli scrittori
-romantici del «Conciliatore» conobbero lo Spielberg e l'esilio. Se il
-primo nucleo di giovani romantici si fosse presentato in un teatro,
-non sarebbe stato diverso il contegno del pubblico d'allora da quello
-di oggi verso il nucleo futurista: simpatia nei giovani, scherno nei
-vecchi.
-
-Alle fiamme le biblioteche e i musei: ecco l'iperbole.
-
-Non alle fiamme; ma nemmeno i giovani si chiudano nel culto dello
-stantìo, docili ai vecchi, obliando la missione dell'età propria.
-
-I periodi rivoluzionari e riformistici, d'azione e di riposo (cioè di
-studi storici, di commemorazioni) si avvicendano. L'Italia moderna ha
-bisogno di spingersi innanzi; dopo quarant'anni di raccoglimento, alla
-generazione nuova incombe l'obbligo di rinnovellare la vita nazionale
-interna ed esterna: in fonderle lo spirito di iniziativa, scuoterla e
-chiamarla all'alta sua missione tra i popoli.
-
-I vecchi sorridono perchè non capiscono: hanno l'anima gelida.
-
-Distruggere le biblioteche? No! Trarne anzi gli ammaestramenti delle
-attività delle generazioni che s'affacciarono con idee nuove, e
-lottarono e si sacrificarono e vinsero. Ma non incartapecorirsi fra
-i testi antichi, mentre la squilla invita la gioventù a' cimenti
-generosi!
-
-Il futurismo ha le sue iperboli, ma ha un fondo di verità e di
-sincerità.
-
-Il passato non va distrutto: le generazioni non vivono a sè e per se:
-l'umanità è continuità: la somma del sapere accumulato e conquistato
-finora è proprietà nostra e dell'avvenire. Ma non nel passato dobbiamo
-vivere: è questa la parola di verità, purgata dalle esagerazioni
-rettoriche, del Futurismo. E questa la fede dei giovani, cantata da
-Goffredo Mameli, dal poeta morto giovane con la spada in pugno, sugli
-spalti di Roma, per un'Idea che non ha visto ancora sorgere la sua
-alba:
-
- Ad altri le memorie,
- i secoli che furo.
- A noi la speme, l'etere,
- l'immenso del futuro;
- altri lo sguardo trepido
- nel sol morente intenda,
- sul raggio estrema penda
- che moribondo splende:
- al nuovo sol, che giovine
- sull'orizzonte ascende
- la nostra musa il cantico
- e l'anima sacrò.
- Triste chi piange un giorno
- che non farà ritorno,
- che nel passato andò.
-
-Tra le forze grette, utilitarie, riformiste, machiavelliche,
-profondamente conservatrici, e le nuove forze impetuose futuriste
-risultante fecondatrice di rigenerazione si risveglierà l'idealismo
-generoso e altruista, animatore delle lotte cruente per il rigoglio
-della Nazione e l'ascensione della folla operaia.
-
- _Angelo Scocchi._
-
-
-G. GIACOMELLI
-
-nell'“Osservatore Triestino„.
-
-Davanti a un uditorio ch'era la gran folla del Politeama, si
-presentarono iersera tre dei cinque poeti futuristi che avevano
-annunciato la lettura dei loro lavori.
-
-F. T. Marinetti lesse prima una sua spiegazione sul futurismo,
-dicendolo «distruzione del passato», un bando a tutte le vecchie forme
-d'immaginazione e di prosodia, perchè si cantino liberamente la vita
-e le conquiste della scienza, si canti tutto ciò che è lotta, dalla
-guerra alla patria, dal militarismo «all'opera distruggitrice dei
-libertari.»
-
-Il signor Mazza declamò poi il «Manifesto del Futurismo», requisitoria
-violentissima contro tutto il passato, sfolgorante nella forma, potente
-nella densità dei concetti e nella franchezza senza esempio che giunge
-a invocare la demolizione dei musei e delle biblioteche, concedendo
-tutt'al più che vengano visitati una volta l'anno come i cimiteri.
-
-Tale violenza rivoluzionaria provocò qua e là nell'uditorio una
-forte reazione e predispose male per ascoltare «La regola del sole»,
-grazioso lavoro di linee delicatissime, detto con voce troppo fioca,
-dal suo autore signor Palazzeschi. Ma i futuristi, nemici acerrimi
-d'ogni opportunismo, non se ne preoccuparono e i signori Marinetti e
-Mazza s'avvicendarono nella lettura di poesie futuriste del Lucini,
-del Cavacchioli, del Buzzi, dell'Altomare, del Covoni, del De Maria
-e proprie. Potente, grandiosa la visione poetica del terremoto di
-Messina, del Lucini, e l'ode all'automobile del Marinetti; vivi
-quadretti della vita quelli del Buzzi; serena visione della natura «La
-gioia» del Cavacchioli; vigorosa immaginazione la poesia «All'eroe che
-verrà» del De Maria; fantasime fulgenti quelle del Govoni.
-
-Tutti questi lavori, che accanto a squarci di bellezza suprema,
-presentano qualche pecca di esagerazione o di soverchia insistenza
-nello svolgimento di certi concetti, s'impongono per l'assoluta
-libertà di ritmo e perchè mirano all'armonia invece che alla melodia,
-ma s'impongono anche perchè in essi la lingua «viva» della nazione
-italiana è assurta a solo istrumento di espressione, a solo elemento
-di forma e d'immaginazione, così che tutte le immagini, tutte le
-pennellate, le descrizioni, le visioni, vi scaturiscono vive dalla vita
-d'oggi e non v'ha sillaba che ricordi il passato.
-
-L'uditorio — in gran parte d'invitati — posto a fronte di una sì franca
-rivoluzione di giovani ingegni, si divise in due campi: chi disapprovò
-e chi applaudì; e gl'incidenti furono molti, molte le scaramucce a
-parole.
-
-Fu vittoria? Si tratta di futurismo e si lasci ai... posteri più o meno
-vicini di giudicare. Ad ogni modo anche la musica del Wagner fu detta
-dell'avvenire, ma è ormai di tutti i tempi.
-
- _Giacomo Giacomelli._
-
-
-V. CUTTIN
-
-nella “Coda del Diavolo„.
-
-Magnifici dicitori, forti martellatori d'immagini nove, fervidi ribelli
-codesti nuovi bardi che sul palcoscenico del Politeama Rossetti, al
-cospetto dell'Areopago borghese, hanno strappato tutti i veli alla loro
-Musa futura, accusata al pari di Frine, d'essere troppo audace, troppo
-libera, ma altresì troppo bella nella rigogliosa espansione di una
-giovinezza insofferente di leggi e di pastoie retrive.
-
-Il pegaso della giovane scola futurista ha lasciato le vecchie ali tra
-i rosai dell'Arcadia; lo slombato aganippeo poledro, è uscito a libera
-pastura e s'è rifatto forte, snello, audace nella rinnovata lena che
-gli viene da un'incontesa e animatrice libertà d'orizzonti luminosi.
-
-Afferrato alla sua criniera, il _rinnovatore_ (al secolo F. T.
-Marinetti) s'è slanciato lontano dai campi mietuti dall'artifizio, è
-fuggito dai vecchi sacelli in cui poltriscono le reliquie della vecchia
-Musa nella patena del classicismo e tra i fiori — ormai polverosi — del
-romanticismo.
-
-E sulle orme del _forte_ tutta una giovane falange di poeti dell'Italia
-rinnovantesi si è slanciata alla conquista di «più spirabil aere»
-gettando alle ortiche il liuto del menestrello e movendo fra le ruine
-di Delfo, «con la fiaccola in pugno e con la scure.»
-
-Una torma d'anarchici del ritmo ha assaltato le alture olimpiche, ha
-incendiato i secolari allori ramificanti sui piedistalli arcaici delle
-Muse, ha disperso al vento della libertà i residui della paleontologia
-poetica e, giunta alla sommità, ha lanciato agli echi attoniti del
-passato il fiero grido di ribellione: «Noi siamo la vita.»
-
-E infatti, iersera, ascoltando i cinque bardi del futurismo, noi
-abbiamo avuto quest'impressione diretta: Questa è la poesia che vive.
-
-Per un istante il nostro spirito è uscito dal Museo delle vecchie
-concezioni, ha fatto di cappello al portiere del Museo: il manierismo,
-e s'è trovato in piena vita, nell'intensa vibrazione concentrica che va
-dall'universo al cuore.
-
-E invero, la poesia, come sgorga dalle labbra di F. T. Marinetti
-è un'iride di tutte le voci misteriose che l'anima intende e che
-la passione ripercote nella Vita: è la Verità che sgorga limpida,
-impetuosa dalla sorgente dello spirito non annebbiato dal pregiudizio
-dell'antico e oppressivo culto della forma. Si potrà discutere in
-qualche sua enunciazione il futurismo, ma non si deve negare che
-l'ideatore, l'iniziatore, l'apostolo del futurismo, sia un grande,
-un meraviglioso ingegno. E perciò a Marinetti va il nostro plauso
-incondizionato, plauso che già iersera espresse il consentimento del
-pubblico intelligente.
-
-Enrico Cavacchioli, che conobbi e ammirai nello specchio chiarissimo
-delle «Ranocchie turchine», è grande anch'esso nella forza della
-concezione nella robusta martellatura del verso, che pare niello ed è
-ferro fucinato.
-
-E così i due poeti Buzzi e Mazza (ai quali l'indole di questo periodico
-non mi consente di dedicare nemmeno poche linee) apparvero iersera
-degni del Maestro e del Duce.
-
-F. T. Marinetti è decisamente fortunato: la sua scuola non perirà
-perchè il successo n'è affidato a discepoli di tempra superba e di
-nobilissimo ingegno.
-
-L'accademia poetica di iersera fu indubbiamente la consacrazione
-ufficiale del futurismo.
-
- _Vittorio Cuttin._
-
-
-A. TAMANINI
-
-nell'“Arte„.
-
-La viva curiosità di udire il geniale e sbrigliato poeta Marinetti,
-direttore di _Poesia_ e i quattro poeti che formano lo stato maggiore
-del «futurismo», attrasse mercoledì sera al Politeama, gran folla di
-pubblico. La curiosità era resa più viva dal fatto che secondo una
-intervista di Giuseppe Piazza, pubblicista della _Tribuna_, anche
-Gabriele d'Annunzio, preso dal «futurismo», intenda uscire bruscamente
-dall'atmosfera mitologica e classica della sua _Fedra_ per attaccarsi
-alle figure ultramoderne di Wilbur Wright, di Blériot, di Farman e
-di Latham. Al suo interlocutore confidò le sue ricerche riguardo una
-nuova nomenclatura italiana su tutto ciò che concerne l'aeroplano.
-Aggiungendo che l'aeroplano — che è divenuto il simbolo del futurismo,
-come espressione d'un assoluto distacco dal passato — ha una parte
-molto importante e quasi essenziale nel suo ultimo romanzo: «Forse che
-si, forse che no». Ciò è indiscutibilmente un risultato dell'influenza
-del futurismo. Il movimento, condotto con arditezza dal geniale
-direttore di _Poesia_ si propone di allontanare i poeti creatori delle
-vecchie e rancide leggende, e dalle ricostruzioni storiche che sono
-tanto care ai professori ellenisti e latinisti, che non vivono che di
-storia morta.
-
-Nella esposizione del programma dei futuristi, il Marinetti disse in
-termini molto vibrati e con parole... incendiarie, che buona parte del
-pubblico interpretò alla lettera, caricando l'ambiente d'elettricità
-ostile, il bisogno che devono sentire i poeti di abbandonare finalmente
-gli eroi antichi, le deità mitologiche, i tramonti del sole ed i chiari
-di luna, fatti per gl'innamorati sentimentali, per cantare invece la
-velocità impressionante dell'automobile, il taciturno suicidio dei
-sottomarini, le battaglie celesti degli aeroplani, le rivolte popolari
-e le lussuriose notti delle grandi capitali.
-
-Secondo i «futuristi», infine, è assolutamente necessario fare «tabula
-rasa» di un passato troppo venerato e troppo imitato. Ciò disse anche
-con parole di fuoco Armando Mazza, suscitando applausi e... proteste
-vivaci. Dopo che il Palazzeschi con fievole voce ebbe declamato la sua
-poesia _La regola del sole_, il Mazza disse una _Canzone_ folle del
-Marinetti, un frammento del _Canto d'angoscia di speranza_ del Lucini,
-mentre il Marinetti declamò col maggior successo _I Desideri_ di Libero
-Altomare, la canzone _All'eroe che verrà_ di Federico de Maria, la
-lirica _Alla Poesia_ ed il _Canto dei reclusi_ di Paolo Buzzi. Chiuse
-la serata l'ode _All'Automobile_, che procurò al Marinetti calorosi
-applausi.
-
- _Attilio Tamanini._
-
-
-I SIGNIFICATI DEL FUTURISMO
-
-secondo PAOLO ARCARI
-
-nel giornale clericale
-
-“L'Avvenire d'Italia„ di Bologna.
-
-Parliamone, adunque, poichè non se ne vuole parlare in Italia. Molti
-pubblicisti hanno, credo, un alto concetto dell'efficacia della loro
-parola ma è certo che sentono ancora più profondamente l'importanza del
-loro silenzio. Essi credono che un movimento non possa in niun modo
-venir meglio combattuto che tacendone gli inizii e smorzandone gli
-echi. Chi facesse ingiusto giudizio del valore della stampa potrebbe
-sentire in tale opinione il sofisma della mosca cocchiera: chi invece
-ha l'orgoglio di questa tribuna quotidiana vi avverte un'illusione
-visuale dannosa.
-
-Il silenzio non ha mai impedito a chi sia nato vitale di crescere e di
-espandersi ma lo ha anzi quasi invigorito fasciandolo di orgoglio; così
-come gli strombazzamenti elogiosi non hanno mai conteso vittoriosamente
-all'oblio nulla che fosse meritevole di cadervi presto e per sempre.
-Tutte le dominazioni intellettuali della seconda metà dell'ottocento si
-sono imposte non solo attraverso le più aspre polemiche ma sopratutto
-vittoriose delle più deliberate trascuranze.
-
-Eugenio Torelli Viollier, quando assisteva alla maggiore influenza del
-_Corriere_, riluttava per nobili scrupoli morali a parlare di Gabriele
-D'Annunzio. Ora, nell'egemonia del cantore delle _Laudi_, il giudizio
-che quel, pur accorto, pubblicista credette di esprimere col silenzio
-è infecondo di effetti: e la fama si stabilisce e si allarga malgrado
-passati e presenti taciturni. Niuno invece può far il nome di certo
-componimento drammatico di Felice Cavallotti senza che gli si presenti
-spontaneo ed inseparabile il ricordo delle aspre polemiche dallo
-stesso Torelli Viollier aperte e sostenute sul merito reale della sua
-invenzione.
-
-Il che significa che il silenzio nella sua qualità di resistenza
-negativa, una volta sorpassato, non esiste più, mentre la parola
-insegue la parola, mentre la forza attiva, avida e non disdegnosa del
-dibattito, raggiunge e circonda la forza.
-
-I destini della vita e della morte delle correnti ideali non stanno nel
-pugno della critica, risiedendo invece nel seno delle energie spontanee
-di tutta una civiltà e di un'epoca intiera, ma alla critica appartiene
-molto di più: l'ufficio elettissimo che Socrate chiamava la maieutica:
-aiutare cioè la generazione degli indirizzi decisivi obbligandoli a
-prendere coscienza di loro stessi, la missione insieme di porre in
-salvo dalle sconfitte gli elementi di vero che ogni più errata dottrina
-porta sempre con sè.
-
-Se dunque il futurismo fosse un pericolo per le direttive dei giovani
-artisti non sarebbe mai col silenzio che noi gli stenderemmo attorno
-una guardia profilattica. Ed in questo senso vedeva assai giusto
-Innocenzo Cappa quando, a proposito di Enrico Cavacchioli, di uno cioè
-dei maggiori fra le schiere del Marinetti e del futurismo, scriveva
-al _Viandante_: «Milano, accorgendosene, potrebbe impedirgli di
-insatanassarsi nell'iperbole».
-
-Ma, dicono altri, questi futuristi non vogliono appunto se non che
-noi ce ne accorgiamo. Non vedete che tutto ciò che fanno e dicono ha
-il solo scopo di far parlare di loro? Sono pronti a ricevere tutto;
-contumelie e sberleffi, tirate d'orecchio e manciate. Hanno pubblicato
-in _Poesia_ le risposte più pungenti e più ironiche al manifesto del
-futurismo: le letterine pepate di Pierre Loti e del Claretie. Perchè
-accontentare questa fame di «grida», passione che li scorona di ogni
-luce e di ogni significato?
-
-Ed ecco un secondo abbaglio. L'ipotesi della vanità morbosa, è in linea
-non di valutazione ma di studio di qualsivoglia fenomeno, semplicista
-ed ingenua come quella della frode nella sociologia settecentesca.
-Come non vi è astuzia umana capace di creare istituti e gerarchie
-atte a resistere alla più breve esperienza di tempo, così artificio
-speculatore di notorietà, assillante ricerca di atteggiamenti anomali,
-bisogno ed ossessione di vellicare il pubblico curioso non giungono
-a produrre una foggia del pensiero sottratta a legami di accordo e di
-antitesi colle storiche adiacenze, ribelle ad esprimere suo malgrado le
-tendenze dell'epoca nella quale essa si manifesta.
-
-Nella frase volutamente provocatrice dello stupore, dello sprezzo o
-dello sdegno dei contemporanei è nascosto un contenuto inconscio e
-quindi sincero: la rappresentazione ideale dell'attaccamento comune
-all'idolo aggredito, o di una larga stanchezza per culti durati da
-troppo tempo.
-
-L'anima dell'insulto, sotto al desiderio di offendere, è il
-convincimento che alcuno possa esserne offeso. Così il desiderio
-resta immutabile, ma i convincimenti cambiano e si sostituiscono e tal
-aggettivo suona innocente oggi che ledeva ieri l'onore, ed espresse
-l'elogio tal altro che servirà a significare il biasimo domani.
-
-Senza iniziare ancora questa esegesi psicologica osserviamo che già
-un primo valore sintomatico il futurismo l'ha nel suo bisogno di echi
-immediati. I futuristi si accontentano di «un decennio per compiere
-l'opera loro». Oggi i più anziani, fra essi, hanno trent'anni. «Quando
-avremo quarant'anni, altri uomini più giovani e più validi di noi
-ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. — Noi lo
-desideriamo!».
-
-Il Loti, piacevolmente, se ne conturba ed azzarda la domanda: «A
-che cosa posso dunque esser buono ancora?». Ma Andrea Ibels, senza
-preoccuparsi dei limiti d'età, enuncia rigido la propria teoria:
-«Ogni epoca non deve avere che i suoi artisti: e questi, una volta
-invecchiati, devono sparire tosto che sorga la novella aurora. Che cosa
-mi cale di vivere domani nella memoria degli uomini? È il sole radioso
-dell'oggi che desidero e che voglio con tutte le forze del mio corpo e
-del mio spirito».
-
-Il poeta non vuol più vincere il tempo, ma frustare e sottomettere gli
-astanti. Dove troviamo più il casto desiderio dell'«amplesso aereo in
-faccia all'avvenir» onde erano febbricitanti le giovinezze poetiche?
-La rapida evoluzione dei gusti e delle tendenze ha scosso la fede nel
-sopravvivere delle opere d'arte; insieme l'intensità, la ricchezza
-della vita presente, l'odierno lussureggiare dei frutti della notorietà
-fanno più desiderabile all'orecchio il sussurro dell'attenzione
-generale. Ma accanto a siffatto accendersi di cupidigie vi è uno
-scoppiettìo di dispetti e d'invidie.
-
-Invidia contro qualche recente, il Carducci o il D'Annunzio per
-l'Italia, la cui poesia sia doviziosa di troppa cultura storica.
-I futuristi alla storia sostituiscono la geografia: scavalcano il
-Gange, si sdraiano nei golfi di Oman e del Bengala, si precipitano
-contro i fianchi del Gorisankar, ed il prossimo romanzo del Marinetti
-ci condurrà in Africa colle avventure del futurista Mafarka. Invero
-la poesia non abbandona per questo il gravame didascalico e non si
-avvicina troppo al reale. Ma in arte la bontà d'una tendenza non va
-giudicata dalla pratica e tutti i risvegli del pensiero, tutte le
-indipendenze e le insurrezioni dei fantasmi sono state prodotte da un
-violento richiamo all'oggi, da una scossa alla letteratura d'accademia
-che sempre, per sua natura, si volge verso l'ieri ed in questa
-contemplazione, come la moglie di Lot, impietra.
-
-Questo richiamo viene da uno scrittore, il Marinetti, che è insieme
-francese ed italiano. Ed è il parossismo di reazione a due malattie
-uguali e diverse delle due nazioni. In Francia il culto della
-tradizione sociale, dopo l'_Etape_ del Bourget, minaccia di diventare
-una sonnolenza e nasce infatti da uno stato d'animo per eccellenza
-antipoetico ed antifattivo, dallo spavento della borghesia di fronte
-alle nuove crisi ed alle prossime battaglie della società democratica.
-Nasce cioè dal grande contatto della letteratura francese colla società
-circostante e sopratutto con quei suoi centri dove la ricchezza insinua
-la cultura. Questa società, quando si sentiva padrona, ispirava gli
-scrittori alle maggiori audacie: poi che teme di perdere, non il
-solo prestigio ma la forza reale, esercita sui letterati un malefico
-influsso di terrore dell'oggi e dell'avvenire. Di fronte a questo fatto
-è quasi bene che gli amici del Marinetti, come Adelsward de Fersen,
-proclamino: «è meglio per l'artista congiungersi alla divina essenza
-dell'avvenire, piuttosto che all'umana materialità del passato».
-
-In Italia il soverchio culto dell'ieri nasce da circostanze opposte;
-dalla mancanza di contatto, che persiste ancora ad eccezione di alcune
-metropoli, fra il letterato e la società. L'attività letteraria sboccia
-quindi da un intenso commercio intellettuale col nostro passato e corre
-assai spesso il pericolo di fermarsi, di morire in esso, di essere
-apparentemente d'imitazione e di conferire per ciò alle manifestazioni
-artistiche del nostro paese una patina d'anticaglia. Sentiamo pertanto
-in questo futurismo, che tuttavia è per metà straniero, una protesta
-d'orgoglio patriottico. Alcuni ce lo invidiano questo sapore di
-vecchio.
-
-«Limitata all'Italia — scrive Enrico Bataille al Marinetti — la
-rivoluzione da voi desiderata acquista un significato che fatalmente
-essa non può acquistare in Francia. Ma se mai si avverasse, quanto
-ce ne dorremmo, noi francesi, se ai nostri occhi di stranieri il più
-gran fascino dell'Italia è di essere ritardataria». Per i futuristi
-il fascino è un morbo: «Vogliamo liberare l'Italia dalla sua fetida
-cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquarii.
-Già troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri.» Occorre
-liberarla dai Musei «cimiteri innumerevoli». «Date fuoco agli scaffali
-delle biblioteche! sviate il corso dei canali contro le tele gloriose».
-
-Quanta retorica di proteste per rispondere a questa retorica di
-aggressione! E fa quasi pena a chi ama l'esercizio del saldo pensiero
-critico sui fenomeni letterarii il vedere i più andar tastoni fra
-piccoli rottami di vero. Alcuni ansiosi vogliono cancellare dalla lista
-di proscrizione i nomi cari, salvare dall'esterminio questo o quel
-capolavoro. Ma certo! Ma tutto! Gli dei maggiori ed i minori. È una
-civetteria di predilezione che sa d'orgoglio: e la vanità di Erostrato
-può anche palesarsi nel salvare il tempio di Efeso.
-
-Non si strappano all'incendio i canti di Omero in grazia di
-Carneade. E, davanti ad Omero, siamo tutti Carneadi! Il martello
-degli iconoclasti che annienta in polvere inutile i marmi superbi
-nella loro mutilazione è — dicono altri — istrumento di crimine,
-arma di delinquenza. Tranquillatevi, più della vigilanza dei custodi
-e degli amici dei monumenti sarà inibitrice possente la paura del
-Codice. Tranquillatevi: il piccone non è un arnese ma una frase nella
-letteratura italiana. Allora, aggiungono i terzi, se essi minacciano
-senza propositi, son istrioni che vogliono divertirsi e divertire.
-Anche questo è vero, un po'. Ma sul pensiero umano, miope cronico,
-le immagini non si riflettono e non penetrano che ingrossate dalla
-caricatura. Parlare non basta quasi mai nella polifonia di questa
-vita multipla: urlare, bisogna. Perchè la letteratura si decidesse a
-chiedere nuovi spiriti dallo studio dei Greci e dei Romani occorse che
-qualcuno pronunciasse la blasfema invocazione di liberarcene del tutto.
-
-E se questi futuristi hanno dell'incendiario, del pazzesco e del
-ciarlatano la colpa è un po' di tutti: dei pacifici, dei ragionatori e
-dei serii che non si sforzano sempre, che non si sforzano abbastanza
-a trarre dal passato le luci del presente, troppo spesso soddisfatti
-d'una conoscenza virtuosa ma non meritoria, perfetta ma vuota.
-
-Un altro articolo del programma futurista rintrona i nostri timpani:
-«Noi vogliamo questo e quest'altro, e il disprezzo della donna».
-
-La donna è cacciata là in fondo al periodo, simbolicamente, così come
-la precipiterebbero volentieri negli anfratti tenebrosi, lungi dai
-nostri occhi e dai nostri cuori. Il programma prosegue avventandosi
-anche contro il moralismo, ma il Marinetti, in un'intervista col
-redattore di _Comoedia_, ha difeso il «disprezzo della donna»
-atteggiandosi appunto a moralista.
-
-L'aggressore diventa conferenziere, il suo tono si fa pacato,
-insinuante, condiscendente: «Ho forse obbedito ad un eccessivo bisogno
-di laconicità e mi affretto a stabilire le nostre idee su questo punto.
-Vogliamo protestare contro la monotonia d'ispirazione sempre maggiore
-nella letteratura fantastica; salvo nobili, ma troppo rare eccezioni,
-poemi e romanzi sembrano non poter essere consacrati che alla donna
-ed all'amore... Vogliamo sostituire nelle menti la figura ideale di
-Don Giovanni con quelle di Napoleone, d'André e di Wilbur Wright, e,
-in generale, strappare i maschi di vent'anni alla vanitosa ossessione
-dell'avventura galante e dell'adulterio».
-
-Benissimo per il fine ma molto male per i mezzi!
-
-L'ossessione che distrugge la gioventù maschile non nasce appunto che
-dal «disprezzo della donna». Tutti i tenori disprezzano la donna! E
-il misoginismo fu è e sarà l'ultima espressione della sensualità. Lo
-è nel D'Annunzio che vantate convertito al vostro programma per aver
-proclamato, nella gestazione del _Forse che si, forse che no_: «Il
-disprezzo della donna è la condizione essenziale dell'eroe moderno».
-Lo è in voi stessi, futuristi, che nel secondo manifesto e nelle rime
-d'uno dei vostri migliori, del Cavacchioli, intorbidate così spesso la
-nobiltà delle forme con parole luride.
-
-Se acconsentissi ad adoperare la parola «femminismo» in un significato
-di orgoglio sessuale direi che v'è davvero molta parte della nostra
-letteratura troppo femminista o femminea. Ma ne fate parte anche voi,
-perchè è quella che rinuncia all'aspra e superba virilità del pensiero,
-è quella che s'accoscia o si contorce, isterica, sotto le parvenze
-più superficiali della vita: è quella che ha svenimenti del senso
-logico, capogiri dell'immaginazione, anemia ed incostanza del fantasma,
-pallori e spaventi e titubanze, della frase, che avanza e retrocede con
-passetti civettuoli, che si dondola in minuetto, incapace di procedere
-con fermo desiderio al sintetico possesso del reale. Sul «giaciglio
-dei vecchi metri» si sdraia davvero e dorme — come cantava il Gnoli
-— la vecchia poesia, ma perchè da troppo tempo le manca il contatto
-vivificatore con un vigoroso organismo di pensieri.
-
-Nè questo brivido di risveglio glielo darà la «piccoletta ansia
-omicida» — il verso è del Cavacchioli del vostro sensualismo misogino.
-La civiltà moderna, coi suoi automobili e coi suoi aeroplani, ha acceso
-i nervi di entusiasmo. Volete rivendicarne la bellezza, instaurare
-il «lirismo della macchina e del miracolo scientifico» estrarre un
-rigoglio di fantasmi dalle officine e dalle stazioni, dalle locomotive,
-dagli arsenali, dai cantieri. Dove avete ragione non siete nel nuovo,
-dove siete nel nuovo non afferrate ancora l'anima di leggiadria d'ogni
-più ferrea espressione della vita moderna. Se dalla scienza possa
-scaturire la poesia si è discusso a lungo. Ma il problema innanzi al
-filosofo dell'estetica non è mai esistito: perchè è la scienza che può
-generarsi dalla poesia come il concetto dall'evoluzione del sentimento.
-
-Perchè, ancora, la poesia non è alcun che di consistente nella realtà
-circostante e non abitava nel castello medioevale più di quel che le
-sia difficile risiedere nel corpo delle locomotive.
-
-No, futuristi! Siete arretrati in estetica: la poesia non sta nella
-locomotiva ma nello spirito dell'uomo, non abita nella Vittoria di
-Samotracia ma in colui che la contempla. Non rinnovate, le logomachie
-dei didascalici dal settecento a noi, zoppicanti nelle teorie e nei
-versi, nel pensiero e nel ritmo.
-
-Per fortuna, però, voi volete esser poeti e si vuol discutervi, coi
-fantasmi non colle teorie. Dunque voi dite: «la magnificenza del mondo
-si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità».
-Se invece di spiegare: «un automobile ruggente è bello», scriveste
-che la vostra anima si fa bella, poetica di velocità, contemplando
-l'automobile, ragionereste meglio.
-
-Ma non è questo che importa. Importa dirvi che la vostra anima potrebbe
-farsi più bella scoprendo negli aspetti della civiltà nuova non la
-forma d'aggressione, non i fugaci istanti di ebbrezza divoratrice
-delle distanze, non le follie dei salti mortali ma tutto lo stupendo,
-intenso, ininterrotto lavoro di calcolo, di pazienza, di tenacia,
-di sacrificio, di concordia di opere e di intenti. La poesia umana
-del lavoratore dell'officina e della locomotiva di fronte a quella
-classica e georgica del pastore e dell'agricoltore, ha questo di suo
-caratteristico: che l'opera dei campi si concepisce anche col desiderio
-individualista di tranquillità, si immagina nella solitudine di
-Robinson, mentre l'attività nuova non esiste, se non in una magnifica
-armonia di sforzi collettivi, nella fusione orchestrale di tutte
-le attitudini e di tutti i valori, del braccio e del pensiero, in
-un'inconscia realtà di fratellanza.
-
-Fratellanza, fratellanza!... Ne avete abbastanza del miele, futuristi!
-«O guerra, — domanda Paolo Buzzi nell'_Inno_ al Marinetti, «principe
-dei guerrieri» — perchè ci anneghittiamo, ormai, nella pace? — «Attendo
-la sfida e la provoco — in questa atmosfera di vili».
-
-Voi siete per il patriottismo. E reagite con bello slancio contro la
-propaganda di debolezza contro il terrore di tutte le guerre che si
-diffonde insano fra noi quando nulla ci guarentisce di non dover un
-giorno difendere colle armi l'integrità della patria.
-
-Ma, futuristi, il novello patriottismo non deve essere esaltazione
-del bel gesto individuale della temerità e della violenza. È fatto — o
-dovrebbe esser fatto — di disciplina, di silenzio, di abnegazione così
-come di tutto ciò è costituito ogni trionfo della vita industriale.
-«Bisogna — dice il Marinetti — che i popoli prendano ogni secolo una
-gloriosa doccia di sangue per la loro igiene d'eroismo». Il sangue può
-dare anche la paura: quello che bisogna preparare prima è l'eroismo.
-Ed è di questo che il poeta scopre nell'anima, con magistero inconscio,
-igienista più certo, gli elementi primordiali.
-
-Il Bataille sottolineava al Marinetti chiudendo la sua lettera:
-«Vogliate vedere una prova della mia alta stima personale nel fatto
-d'aver risposto lungamente ed il più seriamente possibile alla vostra
-inchiesta».
-
-Io non pretendo alla gratitudine dei futuristi. Perchè il trattare un
-problema seriamente non è il massimo che posso fare per piacere a loro,
-ma il minimo che debbo per rispetto a me.
-
- _Paolo Arcari._
-
-
-IL FUTURISMO E LA SATIRA.
-
-
-GIULIO PIAZZA
-
-nel “Piccolo„.
-
-
-Futuristi e futurismo.
-
-Quella sera all'Acquedotto si udivano dialoghi come questo:
-
-— Scusi è turista lei?
-
-— Lo fui un tempo, nella mia gioventù.
-
-— Allora è anche lei come Marinetti.
-
-— Cioè:
-
-— Fu.... turista.
-
-— Via, non mi faccia di questi discorsi pa... la... zzeschi.
-
-— Certo è una cosa che am... mazza.
-
-Il futurismo dunque è quella cosa secondo la quale bisogna far arrivare
-i giovani di talento e non seguitar sempre a onorare le glorie del
-passato. Dante, Shakespeare, Michelangelo, Verdi, sono da condannarsi
-al rogo. Bisogna bruciare i musei, le biblioteche, le pinacoteche, ecc.
-Benissimo. Abbasso le glorie del passato! Viva il signor Marinetti e
-soci! E su questo siamo tutti d'accordo. Del pari si potrebbe andare
-d'accordo anche là ove i futuristi affermano di non volere applausi, ma
-fischi. È questione di gusti. Perchè non accontentarli?
-
-Certo è che il futurismo farà molto cammino. E già comincia ad imporsi.
-Conosco una signorina che nel fare gli occhi di triglia a tutti i
-giovanotti che incontra in società, si immagina sempre di trovare il
-suo... futuro. Chi più futurista di lei?
-
-— Signorina, quello è un giovane di talento — le disse qualcuno
-additandole uno dei suoi corteggiatori d'occasione. — Vedrà che fra
-breve sarà un arrivato.
-
-— Ah! — rispose la bella ragazza sospirando — Preferirei che fosse....
-un _partito_.
-
-
-Evidentemente dopo l'avvento al potere del futurismo, il passato con
-tutte le sue glorie incomincia a navigare in acque alquanto torbide. E
-i poeti futuristi invece nuotano sempre in mari... netti.
-
-La sconfitta del passato e la piena vittoria del futuro si
-allargheranno poi, sperabilmente, in tutti i campi sociali e civili.
-
-— Signore — piagnucolava l'altro giorno un povero sarto a un giovanotto
-elegantissimo — in passato ella mi aveva promesso....
-
-— È ora di finirla con questo eterno culto del passato.
-
-— Aveva promesso di pagarmi....
-
-— Sicuramente. Per incoraggiarvi. Avevo capito che in voi c'era...
-della stoffa. E avevate anche il senso della misura.
-
-— E tante volte mi aveva detto: Pagherò.
-
-— Certo. E lo dirò sempre. E ve lo ripeto ancora: pagherò.
-
-— Ma è futuro.
-
-— Si capisce. Non siamo forse tutti.... futuristi?
-
-— Non mi ami più? — domandava ieri languidamente una signora di
-sessanta primavere... e altrettanti inverni a un suo antico spasimante.
-
-— Ah, no, non più! — rispondeva lui. — Il futurista Mazza mi ha detto
-che bisogna distruggere i musei!
-
- *
- * *
-
-Un epigramma di _Ex-Diavolino_.
-
- Volè saver perchè sti futuristi
- I ghe dichiara guerra a tutto 'l mondo
- E po' no i sa cantar che l'automobile?
- La pol capir anca el zervel più tondo:
- I vol cavarghe al mondo tanti besi
- De comprarse automobile anca lori.
-
- _Giulio Piazza._
-
-
-
-
-L'Incendiario
-
- _A F. T. MARINETTI_
- _anima della nostra fiamma_.
-
-
- In mezzo alla piazza centrale
- del paese,
- è stata posta la gabbia di ferro
- con l'incendiario.
- Vi rimarrà tre giorni
- perchè tutti lo possano vedere.
- Tutti si aggirano torno torno
- all'enorme gabbione,
- durante tutto il giorno,
- centinaia di persone.
-
- — Guarda un pochino dove l'ànno messo!
- — Sembra un pappagallo carbonaio.
- — Dove lo dovevano mettere?
- — In prigione addirittura.
- — Gli sta bene di far questa bella figura!
- — Perchè non gli avete preparato un appartamento di lusso,
- così bruciava anche quello!
- — Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia!
- — Lo faranno morire dalla rabbia!
- — Morire! È uno che se la piglia!
- — È più tranquillo di noi!
- — Io dico che ci si diverte.
- — Ma la sua famiglia?
- — Chi sa da che parte di mondo è venuto!
- — Questa robaccia non à mica famiglia!
- — Sicuro, è roba allo sbaraglio!
- — Se venisse dall'inferno?
- — Povero diavolaccio!
- — Avreste anche compassione?
- Se v'avesse bruciata la casa
- non direste così.
- — La vostra l'à bruciata?
- — Se non l'à bruciata
- poco c'è corso.
- À bruciato mezzo mondo
- questo birbaccione!
- — Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso,
- infine è una creatura!
- — Ma come se ne sta tranquillo!
- — Non à mica paura!
- — Io morirei dalla vergogna!
- — Star lì in mezzo alla berlina!
- — Per tre giorni!
- — Che gogna!
- — Dio mio che faccia bieca!
- — Che guardatura da brigante!
- — Se non ci fosse la gabbia
- io non ci starei!
- — Se a un tratto si vedesse scappare?
- — Ma come deve fare?
- — Sarà forte quella gabbia?
- — Non avesse da fuggire!
- — Dai vani dei ferri non potrà passare?
- Questi birbanti si sanno ripiegare
- in tutte le maniere!
- — Che bel colpo oggi la polizia!
- — Se non facevan presto a accaparrarlo,
- ci mandava tutti in fumo!
- — Si meriterebbe altro che berlina!
- — Quando l'ànno interrogato,
- à risposto ridendo
- che brucia per divertimento.
- — Dio mio che sfacciato!
- — Ma che sorta di gente!
- — Io lo farei volentieri a pezzetti.
- — Buttatelo nel fosso!
- — Io gli voglio sputare
- un'altra volta addosso!
- — Se bruciassero un po' lui
- perchè ridesse meglio!
- — Sarebbe la fine che si merita!
- — Quando sarà in prigione scapperà,
- è talmente pieno di scaltrezza!
- — Peggio d'una faina!
- — Non vedete che occhi che à?
- — Perchè non lo buttano in un pozzo?
- — Nel cisternone del comune!
- — E ci sono di quelli
- che avrebbero pietà!
- — Bisogna esser roba poco pulita
- per aver compassione
- di questa sorta di persone!
- Largo! Largo! Largo!
- Ciarpame! Piccoli esseri
- dall'esalazione di lezzo,
- fetido bestiame!
- Ringollatevi tutti
- il vostro sconcio pettegolezzo,
- e che vi strozzi nella gola!
- Largo! Sono il poeta!
- Io vengo di lontano,
- il mondo ò traversato,
- per venire a trovare
- la mia creatura da cantare!
- Inginocchiatevi marmaglia!
- Uomini che avete orrore del fuoco,
- poveri esseri di paglia!
- Inginocchiatevi tutti!
- Io sono il sacerdote,
- questa gabbia è l'altare,
- quell'uomo è il Signore!
-
- Il Signore tu sei,
- al quale rivolgo,
- con tutta la devozione
- del mio cuore,
- la più soave orazione.
- A te, soave creatura,
- giungo ansante, affannato,
- ò traversato rupi di spine,
- ò scavalcato alte mura!
- Io ti libererò!
- Fermi tutti, v'ò detto!
- Tenete la testa bassa,
- picchiatevi forte nel petto,
- è il _confiteor_ questo,
- della mia messa!
- T'ànno coperto d'insulti
- e di sputacchi,
- quello sciame insidioso
- di piccoli vigliacchi.
- Ed è naturale che da loro
- tu ti sia fatto allacciare:
- quegl'insetti immondi e poltroni,
- sono lividi di malefica astuzia,
- circola per le loro vene
- il sangue verde velenoso.
- E tu grande anima
- non potevi pensare
- al piccolo pozzo che t'avevan preparato,
- ci dovevi cascare.
- Io ti son venuto a liberare!
- Fermi tutti!
- Ti guardo dentro gli occhi
- per sentirmi riscaldare.
-
- Rannicchiato sotto il tuo mantello
- tu sei senza parole,
- come la fiamma: colore, e calore!
- E quel mantello nero
- te l'àn gettato addosso
- gli stolidi uomini vero,
- perchè non si veda che sei tutto rosso?
- Oppure te lo sei gettato da te,
- per ricuoprire un poco
- l'anima tua di fuoco?
- Che guardi all'orizzonte?
- Se s'alza una favilla?
- Dimmi, non sei riuscito a trafugare
- l'ultimo zolfino?
- Ti si legge negli occhi!
- Ma ti saltan dagli occhi le faville,
- a cento, a cento, a mille!
- Tu puoi cogli occhi
- bruciare tutto il mondo!
- T'à creato il sole,
- che bruci al sol guardarti?
-
- Quando tu bruci
- tu non sei più l'uomo,
- il Dio tu sei!
- Mi sento correr per le vene un brivido.
- Ti vorrei vedere quando abbruci,
- quando guardi le tue fiamme;
- tutte quelle bocche,
- tutte quelle labbra,
- tutte quelle lingue,
- non vengono a baciarti tutte?
- Non sono le tue spose
- voluttuose?
- Bello, bello, bello..... e Santo!
- Santo! Santo!
- Santo quando pensi di bruciare.
- Santo quando abbruci,
- Santo quando le guardi
- le tue fiamme sante!
-
- E voi, rimasti pietrificati dall'orrore,
- pregate, pregate a bassa voce,
- orazioni segrete.
- Anch'io sai, sono un incendiario,
- un povero incendiario che non può bruciare,
- e sono come te in prigione.
- Sono un poeta che ti rende omaggio,
- da povero incendiario mancato,
- incendiario da poesia.
- Ogni verso che scrivo è un incendio.
- Oh! Tu vedessi quando scrivo!
- Mi par di vederle le fiamme,
- e sento le vampe, bollenti
- carezze al mio viso.
- Incendio non vero
- è quello ch'io scrivo,
- non vero seppure è per dolo.
- Àn tutte le cose la polizia,
- anche la poesia.
-
- Là sopra il mio banco ove nacque,
- il mio libro, come per benedizione
- io brucio il primo esemplare,
- e guardo avido quella fiamma,
- e godo, e mi ravvivo,
- e sento salirmi il calore alla testa
- come se bruciasse il mio cervello.
- Come mi sento vile innanzi a te!
- Come mi sento meschino!
- Vorrei scrivere soltanto per bruciare!
-
- Nel segreto delle mie stanze
- passeggio vestito di rosso,
- e mi guardo in un vecchio specchio,
- pieno di ebbrezza,
- come fossi una fiamma,
- una povera fiamma che aspetta....
- il tuo riflesso!
- Fuori vado vestito di grigio,
- ovvero di nessun colore,
- c'è anche per le vesti una polizia,
- come per le parole.
- E quella per il fuoco
- è tremenda, accanita,
- gli uomini ànno orrore delle fiamme,
- gli uomini serî,
- per questo ànno inventato i pompieri.
-
- Tu mi guardi, senza parlare,
- tu non parli,
- e i tuoi occhi mi dicono:
- uomo, poco farai tu che ciarli.
- Ma fido in te!
- T'apro la gabbia và!
- Guardali, guardali, come fuggono!
- Sono forsennati dall'orrore,
- la paura gli à tutti impazzati.
- Potete andare, fuggite, fuggite,
- egli vi raggiungerà!
- E una di queste mattine,
- uscendo dalla mia casa,
- fra le consuete catapecchie,
- non vedrò più le vecchie
- reliquie tarlite,
- così gelosamente custodite
- da tanto tempo!
- Non le vedrò più!
- Avrò un urlo di gioia!
- Ci sei passato tu!
- E dopo mi sentirò lambire le vesti,
- le fiamme arderanno
- sotto la mia casa....
- griderò, esulterò,
- m'avrai data la vita!
- Io sono una fiamma che aspetta!
- Và, passa fratello, corri, a riscaldare
- la gelida carcassa
- di questo vecchio mondo!
-
-
-
-
-Villa celeste
-
- _Agli indimenticabili
- fratelli di Trieste._
-
-
- Su un bel collettino,
- la villa, è di un celestino
- chiaro chiaro, sbiadito;
- a guardarla dal basso
- sembra la pallida guancia
- d'un gran cielo turchino.
- Qua e là, su e giù, d'ogni lato,
- serpeggiano, s'incrociano,
- s'intrecciano, s'abbracciano, si stringono,
- campanelle leggere
- dalle corolle veline,
- bianche e celestine.
-
- Ora la villa è chiusa.
- Io la ricordo ancora
- stranamente abitata,
- quasi invisibilmente,
- quasi, perchè la gente
- non s'accorgesse....
- ora è del tutto abbandonata.
- Io la ricordo benissimo;
- passavano leggere,
- esangui dame,
- sottili nelle loro vesti celesti
- a grandi code,
- di rasi lucenti,
- di pallidi damaschi.
- Andavano lentamente
- cogli occhi bassi, mesti,
- trascinando quelle loro vesti
- lucenti, rasi e damaschi
- pallidi, sbiaditi,
- come le carni dei loro volti
- lunghi, affilati.
-
- Io sostavo ogni sera
- un istante ai ferri del cancello
- per vederne una passare,
- per vederla lentamente camminare,
- trascinando la lucida coda
- fuori di moda.
- E pensavo dipoi a loro
- per tutta la via,
- la sera, quando tornavo a casa mia.
- Ognuna se n'andava da per sè,
- cogli occhi bassi, mesti,
- strisciando fra la ridda muta
- di tutte quelle campanelle
- dalle corolle veline,
- bianche e celestine;
- quelle campane
- che si aprivano nuove
- tutte le mattine.
-
- Si gridava all'orrore!
- Orribili profanazioni,
- scandali, oscenità!
- Ci si intromesse la polizia,
- e le dame celesti
- furon mandate via:
- si sa.
- «Sembrava la più onesta riunione
- di nobili dame»
- gridava la gente,
- «ed era una morbosa accozzaglia
- di luride puttane!»
- Puttane!...
- Puttane.... molto strane....
- care puttane!
-
- Dove sarete?
- Dove vi avran mandate?
- Siete ancora unite?
- Avete trovato un'altra villa?
- La notte, al chiaro della luna,
- dalla villa venivano
- sbiadite, delicate,
- le note fuggenti, di leggere,
- languenti canzoni,
- motivi.... come di Chopin....
- e tutte finivano in un lungo,
- sospirato, terribile:
- Ameeen....
- «Scandali, oscenità!»
- Dai cigli, dalle siepi,
- di dietro le mura, sbucavano
- dei pallidi amanti,
- bianchi come gigli, venivano
- ad unirsi a quelle dame,
- abbracciarle.... travolgerle....
- gli amanti le succhiavano....
- esse succhiavan gli amanti....
-
- Dove sarete?
- In quali regni,
- pallide dame meste,
- avrete trovata un'altra villa celeste
- per i vostri convegni?
- Sul bel collettino
- è chiusa, Villa Celeste,
- a guardarla dal basso
- sembra la pallida guancia
- d'un gran cielo turchino.
- Intorno dappertutto,
- s'intrecciano, s'abbracciano,
- si stringon ancora disperatamente,
- le campanelle leggere
- dalle corolle veline,
- bianche e celestine.
-
-
-
-
-La fiera dei morti
-
-
- I poeti cantano
- malinconicamente
- questa fiera;
- tutti alla stessa maniera,
- questa giornata grigia o nera.
- (Ma si può benissimo cantare
- anche in un'altra maniera).
- Dice che sempre piove
- un'acquerugiola trita,
- che tutto fiorisce nel fango
- in una primavera di pillacchere.
- Le solite antiche fole
- della solita antica gente!
- Oggi invece non piove,
- splende un magnifico sole;
- il tempo ci porta le sue cose nuove.
- Avete dei pensieri neri?
- Veniteli a svagare
- dentro i cimiteri.
-
- Potete entrare, avanti,
- fatevi tutti avanti,
- sono spalancate le porte,
- anche per chi non c'à persone morte!
- Tutti possono andare,
- girare a proprio piacimento;
- anche un poeta ci si può benissimo intruffolare
- per suo divertimento.
- Le solite baracche dei saltimbanchi
- fuori dei cancelli;
- quella classe sociale che à per mira
- di far conoscere agli uomini,
- meglio assai degli astronomi,
- che il mondo gira.
- Scimmie vestite da ballerina,
- oppure alla militare;
- una se ne va di braccetto
- con un sergentino,
- un'altra cerca di trascinare
- un caporale dietro in una stanza;
- una vestita da serva
- è tutta affaccendata per spazzare,
- un capitano dà uno schiaffo
- a un'ordinanza pietrificata.
- Donne che gridano a squarciagola
- di alcuni miracoli scientifici,
- l'ultima portata della scienza
- alla portata di qualunque sapienza,
- strane fisiche psicologiche deformità!
- E i buoni festaioli
- se ne stanno davanti in perplessità.
- Trombe tamburi piatti,
- tutti gridan come matti:
- è la fiera dei morti!
- I dolci fatti lì, immancabili dolci,
- che tutti stanno ad aspettare,
- le calde arroste
- che non riparano a castrare.
-
- Nelle osterie si suonano chitarre,
- si cantano canzonette paesane,
- gli ultimi stornelli popolari,
- romanze napolitane.
-
- Dai beccai pendono sanguinanti,
- fenomenali, i primi ottimi porci,
- quelli d'ognissanti,
- che àn già sentito il primo freddo dei morti.
- E sui banchi, ammassata,
- oppure tortuosamente attaccata,
- chilometri di salsiccia,
- che sembra l'ammasso degli intestini malati
- di tutti i morti.
- I salumai anno appesi
- i salamini nuovi, cotechini,
- zamponi, mortadelle;
- e viene fino sulla strada
- un odore stuzzicante
- di lepre e di pappardelle.
- Tutti si riversano a mangiare
- a crepapelle.
- I carabinieri a cavallo
- coi loro pennacchioni rossi,
- si fanno posto trionfanti
- nella calca stordita dei festanti.
-
- Ai cimiteri ci si può andare
- coi fiori, e senza i fiori,
- ma anche il più insopportabile,
- lontanissimo parente,
- si può aspettare quel giorno un fiore
- dalla sua antica gente.
-
- I morti non sono uguali,
- come credono tutti,
- e sopratutto, non sono muti;
- quelli almeno dei cimiteri
- sono indecentemente ciarlieri.
- Sulla pelle della loro faccia marmifica,
- meglio assai che sui vivi,
- si qualifica la fisionomia
- caratteristica.
- «Qui riposa
- «l'uomo dalle rare virtù:
- «Telemaco Pessuto
- «d'anni cinquantatre,
- «padre e marito esemplare.»
- Se t'avessimo incontrato vivo,
- chi l'avrebbe saputo?
-
- Tutti gironzan leggendo
- più meno speditamente,
- alcuni sillabando.
- Ma non sapete che quelle parole
- che voi leggete con indifferenza,
- sono la faccia dei morti?
- Tutte quelle espressioni di dolcezze,
- sono l'espressione delle loro fattezze?
-
- Oh! Curiosa combinazione!
- «Celestina Verità
- «d'anni novantasette
- e accanto:
- «Peppino
- «d'anni tre
- «dei coniugi Del Re.»
- Strana combinazione!
- Quale fu, di voi due, la vostra mèta?
- Dovevate ognuno campare cent'anni,
- oppure, Peppino Del Re,
- Celestina Verità,
- faceste involontariamente
- della vostra vita
- una così parziale società?
- Fu Peppino che ti giunse, o Celestina,
- e ti trasse inaspettatamente
- tre anni dalla vita?
- O tu, Peppino, nascendo,
- trovasti i tuoi anni
- quasi tutti consumati
- dalla Celestina?
- Uno di voi fu il parassita
- dell'altro.
-
- Che poco posto occupano i morti,
- meno assai del naturale.
- E qualcuno di voi fu padrone
- da solo d'un podere,
- che sempre gli sembrò tanto piccino!
- Quelle alte pareti
- con tutte quelle teste fitte fitte,
- nell'immobilità,
- sembrano quelle di un loggione
- per una straordinaria rappresentazione.
- E tutti gironzano indifferenti,
- sgusciando calde arroste,
- succiando confetti, o i duri di menta,
- leggiucchiando senza fede
- le ciarle di quei poveretti.
- Gli uomini accorti,
- che passeggiano sempre fra i vivi,
- non vedono il momento
- di passeggiare fra i morti.
- I vivi àn delle facce,
- che per quanto espressive, sono mute,
- e una faccia per bene
- la possono avere anche i mascalzoni,
- invece le facce dei morti
- sono piene d'ottime informazioni.
- Se incontrate per via un giovine pensoso,
- come potete sapere se sia virtuoso?
-
- In cima al camposanto,
- sopra un grande palcone
- improvvisato per l'occasione,
- si mettono i teschî all'incanto.
- Lo circondano pigiate
- centinaia di persone,
- fissano l'atletico allottatore
- che grida fiocamente a squarciagola.
- Intorno è pieno di carabinieri.
- — Quattro!
- — Cinque!
- — Otto!
- — Dieci!
- — Quindici soldi!
- I primi vanno a ruba!
- — Si delibera signori!
- I più frettolosi pagano i teschi
- anche più d'una lira.
- Molti aspettano che la gara cessi
- e il prezzo ribassi.
- — Quattro!
- — Sei!
- — Otto!
- Una giovine sposa
- si stringe al braccio del suo sposo
- tutta piagnucolosa:
- — Comprami quel teschio.
- — Stai zitta! — Le dice il giovinotto.
- — Comprami quel teschio,
- — Stai zitta grulla,
- verso sera gli daran via per nulla.
- — Dieci!
- — Undici!
- — Dodici!
- — Si delibera signori!
- — Comprami quel teschio.
- — Stai zitta t'ò detto,
- non vedi ch'è un teschiaccio vecchio?
- — Comprami quel teschio.
- — Se non stai zitta ti porto via.
- — Potrebbe essere il teschio della mamma mia.
- — Ma che mamma mia!
- — Cosa c'è stato laggiù, lontano?
- — Corrono i carabinieri!
- — Dove corre tutta quella gente?
- — Ànno arrestato quel nano
- che vendeva i teschi di seconda mano.
- E per le vie polverose,
- per le serpeggianti vie campagnole,
- in un bel tramonto pieno di vapori
- di fiamme e di viole,
- la gente se ne torna
- dai camposanti allegramente.
- E ogni buon diavolaccio
- se ne viene col suo teschio sotto il braccio.
-
-
-
-
-Il Principe e la Principessa Zuff
-
-
- «La principessa dorme e sta bene,
- saluta il suo sposo.»
- «Il principe dorme e sta bene,
- saluta la sua sposa.»
- Questa frase suggella
- una promessa amorosa:
- «e non lo tradirà.»
- «e non la tradirà.»
- La dama s'inchina e si ritrae,
- s'inchina e si ritrae il cavaliere.
- Uguali parole giornaliere
- che sono tutta la corrispondenza
- dolcissima e fedele
- di vita coniugale.
-
- Il loro sontuoso palazzo reale,
- consiste in due uguali
- vecchi molini abbandonati
- ai lati d'una diga,
- mezzi rovinati,
- coi tetti mezzi scoperchiati.
- Non vollero, quei principi,
- la briga di regnare,
- preferirono unirsi
- ai lati della diga.
-
- Non si levano mai,
- dormono ininterrottamente.
- Le persone di corte
- ànno ordini severissimi
- di non fare alcun rumore
- che gli potesse destare.
- Non s'apre una finestra
- che la sera, tanto al molino di sinistra
- come a quello di destra,
- per la frase abituale.
-
- Dovevano nascere
- da quattro persone destinate
- due figli di sesso disuguale,
- e nacquero.
- Dovevano abitare
- uno speciale castello destinato,
- e l'abitarono.
- Si dovevano incontrare e innamorare,
- si dovevano sposare,
- e si sposarono.
-
- La coincidenza di tutte queste cose
- preparate, e benissimo riuscite,
- messe nelle loro anime
- una naturale sonnolenza.
- Ognuno, senza saper dell'altro,
- dormiva nel proprio castello
- senza voler far altro.
- I gentiluomini di corte
- parlavano al principe, di guerre,
- di conquiste, di regni gloriosi,
- «Lasciatemi dormire noiosi»
- rispondeva il fanciullo.
- Gli dicevan: come avrebbe
- impiegato tutto l'oro che aveva,
- se intendeva di dormire solamente
- nella sua vita.
- «Ditemi cento volte
- «la parola oro, con uguale intonazione,
- «con precisa cadenza.
- «Come è bello aver tanto oro,
- e sentirselo dire così....
- «Ancora ancora ancora....
- «Ne ò ancora, di più,
- «molto di più, ne ò....»
-
- L'idea di poter fare,
- nel suo mondo, tante cose disuguali,
- gli messe nell'anima
- una predilezione
- per le cose tutte uguali.
- — Come potrà regnare?
- Dicevano quelli della corte,
- — A furia di dormire
- diventerà mezzo grullo,
- questo strano fanciullo!
- — Mette insieme della fiacca,
- per far buona impressione.
- — È una testa bislacca!
-
- La Principessa poi
- in tutta la sua vita
- non s'era voluta levar mai.
- Le dame cercavano ogni maniera
- per tenerla desta,
- lei rispondeva lentamente
- e piegava la testa.
- — Diverrete un fiore troppo delicato
- principessa!
- — Chi sa come la concerà il marito!
- — Non pensate alla vostra posizione?
- Vi aspettano per regnare!
- — Sarete coperta di gemme!
- — Saranno tutte d'oro le vostre carrozze.
- La Principessa non udiva.
- — Si sveglierà il giorno delle nozze?
- — Si sveglierà il giorno del contratto?
-
- — Principessa, c'è di fronte
- un castello tutto chiuso.
- La Principessa socchiudeva gli occhi.
- — Chi ci sta?
- — Non sappiamo, manderemo il giardiniere.
- — Principe, c'è di fronte
- un castello tutto chiuso.
- — Chi ci sta?
- — Non sappiamo, manderemo subito
- un paggio per l'informazione.
-
- — Se mi vedrà così bianca
- mi dirà che non mi vuole.
- — Che se ne potrà fare
- d'un consorte tutto bianco
- come la faccia della morte?
- — Mi ama?
- — Mi ama?
- — Gli potrei piacere? —
- — Dice che vi amerebbe
- se vi vedesse dormire.
- — Dice che vi amerebbe
- se vi vedesse dormire.
- — Dio mio che gente impossibile!
- — Come possono fare a vedersi dormire
- tutti e due allo stesso tempo?
- — Sposare!
- — Sposare!
- — Per che fare?
- — Principe per dormire.
- — Per dormire principessa,
- non pensate a male.
-
- — Sposare.... amare....
- In un luogo che fosse tutto uguale,
- dove la musica naturale
- potesse accompagnare
- questo nostro dolcissimo
- sonno coniugale.
- Nei pressi di una fonte....
- Sulle rive di un fiume....
- Oppure sotto un ponte....
-
- Io non tradirò la mia sposa
- finchè mi lascerà dormire.
- — Io l'amerò se mi farà dormire.
- — E Regnare?
- — Regnare?.... Regnare?....
- Ditemi cento volte questa parola, regnare,
- con uguale intonazione.
- Regnare è una dolce parola
- che non fa pensare — e sorrideva —
- una dolce parola....
-
- — Principessa, male fate,
- a gettare le gioie della corte.
- — Voi che ne avete aperte tutte le porte!
- — Sicuro, con quel bel consorte!
- — Sarà una bella vita!
- — Che gente rammollita!
- — Quante porte?
- — Tutte principessa, cento, mille porte!
- — Contate, contate tutte quelle porte;
- io non posso pensare....
- contate contate quelle porte.
- Piano, piano, piano,
- così no, andate troppo forte....
-
-
-
-
-La morte di Cobò
-
-
- _La morte._
-
- Cobò è morto,
- e non gli possono fare il trasporto;
- e quello che più rabbia fa,
- è che nessuno avrà
- la grande eredità.
- Attorno alle altissime mura
- che circondano il castello di Cobò,
- gira e rigira la gente
- nella massima paura.
- Vengono dal castello
- le grida più disparate,
- cori altissimi infernali,
- di centinaia di animali.
- La gente gira attorno le mura,
- sempre pronta per scappare,
- nella massima paura.
-
- — Se venisse fuori quella scimmiona in livrea
- che ogni tanto s'affacciava alla porta?
- — Dio mio! Uh! Uh!
- Com'è che non s'affaccia più?
- — A quest'ora sarà morto!
- — E tutto questo chiasso chi lo fa?
- — Che po' po' di diavoleto!
- — Ma che succederà?
- — Gente mia che fracasso!
- — Non sentite che fetore?
- — Chi sa là dentro quanti ne muore
- di quegli animalacci!
- — Accidenti a quel matto di Cobò!
- — Lo sapete? Io lo so
- come anderà a finire,
- che con questo lasciare,
- con questo aspettare,
- finiranno per appestare mezzo mondo!
- — Ditelo voi come si deve fare.
- — Buttar dentro delle bombe o granate,
- e sparare, e che bruci ogni cosa!
- All'inferno la roba e Cobò!
- — Se non ci volete stare
- ve ne dovete andare.
- — Gesù Maria!
- — Può venir fuori qualche epidemia.
- — Chi sa di che malaccio è morto!
- — Ma la polizia, la polizia?
- — A quest'ora tutte quelle bestiacce
- ànno mangiato ventimila Cobò!
- — Chi sa da quanti giorni è morto!
- — Se saltasse fuori un cane
- con in bocca un pezzo di Cobò?
- — Si sapeva come doveva andare a finire,
- gli sta bene a quel matto di Cobò,
- di finire mangiato dalle bestie,
- quando gli uomini àn di quelle teste....
- — Se venisse fuori Torso?
- — Se ci dasse qualche morso?
- — Accidenti a Cobò!
- — Dalla porta non possono uscire
- perchè l'ànno fatta sbarrare.
- — Ma posson saltar fuori dalle mura,
- le scimmie si sanno tanto bene arrampicare.
- — Mamma mia che paura!
- — Buttateci dentro il fuoco!
- — E tutti quei gran soldi chi gli piglia?
- — Non aveva una famiglia?
- — Nessuno. Dicon che fosse figlio
- d'un imperatore.
- — Di chi, di Napoleone?
- — Ma che c'entra Napoleone!
- — Aveva l'oro a sacca,
- e tutta la casa
- piena di cassoni di fogli da mille!
- — E ora chi gli piglia?
- — Chi sa come riducono quella povera roba
- quei maledetti animali!
- — Buttategli da mangiare,
- eppoi fateli scappare
- quando sono bene sfamati.
- — Ma sarà pieno di cani arrabbiati,
- e qualcuno può rimaner nascosto.
- — E tutte quelle maledette scimmie?
- — Ce n'eran di quelle vestite da monaca,
- da prete, da militare, tante da servitore,
- da cuoco....
- — Dategli fuoco, dategli fuoco!
- — La meglio è il fuoco!
- — Ecco una ronda di civette!
- — Guardate quante!
- Si segna la gente.
-
-
- _Cobò._
-
- Uomini, disse agli uomini Cobò,
- non mi avete voluto vivo,
- non mi potrete avere
- quando morirò.
-
- Io detti agli uomini il mio oro
- a piene mani, e gli uomini
- m'insultarono
- perchè non n'ebbero abbastanza.
- Io risparmiai il mio oro,
- e gli uomini m'insultarono.
- Passai, uomini, a piedi fra voi,
- umile fratello vostro,
- v'incontrai la sera
- quando tornavate dal lavoro,
- e i miei occhi vi dicevano
- che vi avrei amato,
- che vi avrei dato tutto il mio oro,
- se mi aveste amato.
- M'insultaste, e mi diceste
- che non avevo lavorato.
- Passai fra voi coi miei cocchi dorati;
- e voi gettaste insulti e sputi
- sopra i miei passi,
- mi lanciaste anche dei sassi.
- Sulla piazza gridai,
- e fui insultato,
- chiuso dentro il mio castello
- fui insultato.
- I miei uomini mi chiamarono
- duramente, padrone,
- nessuno mi chiamò fratello.
- Volli amare alcuno
- di quei deliziosi trastulli
- che sono le fanciulle;
- pensai di potere avere
- una di quelle piccole bocche di rosa,
- quelle piccole mani dai petali
- morbidi, soavi di tepore;
- esse non mi accordarono il loro amore,
- e mi spregiarono per la mia bruttezza.
- Si dettero a me per il mio denaro.
-
- Tornando a casa, Cobò,
- dopo il rifiuto degli uomini, trovò
- i suoi cani che gli corsero incontro
- e gli fecero festa.
- Le sue scimmie lo accarezzarono
- maternamente,
- o come delle buone sorelle,
- e gli passarono le mani nei capelli,
- come delle compagne dolci;
- e lo rallegrarono un poco
- coi loro scambietti,
- e i galli col loro canto,
- e l'orso gli venne a ballare
- dinanzi bonariamente.
-
- Di voi sarò, solo di voi,
- e si rinchiuse nel suo castello,
- non vedrò più un uomo,
- sarò di voi, voi mi amerete
- finchè vi darò da mangiare,
- poi mangerete me.
- Gli uomini che sfamavo,
- mi volevan mangiare
- anche quando gli avevo bene sfamati.
-
- Disse Cobò:
- venite tutti qua dentro,
- e di voi sarò,
- vostro sarà tutto l'oro.
- Uomini che non m'avete
- voluto vivo,
- non mi potrete avere
- quando morirò.
-
- Chicchichirichi! chicchichirichi!
- Ecco il dì!
- Cantano i galli di Cobò.
- Il vecchio Cobò è sul suo letto
- che muore fra poche ore.
- Povero Cobò! Povero Cobò!
- Ciangottano i suoi pappagalli:
- Addio Cobò! Addio Cobò!
- E le galline: cococococodè:
- Oggi è per te, cococococodè:
- Cobò ci sei te.
- E le tortore piene di malinconia
- si sono radunate in un cantuccio:
- glu.... glu.... glu....
- non ti vedremo più.
- E i cani si aggirano mesti,
- colla coda ciondoloni,
- mugolando: baubaubò,
- addio papà Cobò.
- E le cornacchie: gre gre gre
- anche te, anche te.
-
- Nella stanza le scimmie non riparano.
- Tastano il polso e la fronte di Cobò,
- gli tiran su i guanciali,
- gli rimboccano i lenzuoli.
- Una, mescola del tamarindo in fretta,
- una gli fa il massaggio sui ginocchi,
- una piange in un cantuccio,
- (Cobò straluna gli occhi)
- e si rasciuga le lagrime comicamente.
- E i pappagalli: povero Cobò!
- E i gatti e i cani
- giacciono ai piedi del letto
- malinconicamente.
- Una scimmia va e viene,
- vestita da dottore,
- colla tuba in mano.
- Cobò muore.
- Una vestita da prete,
- si butta su la stola.
- Cobò non vede più,
- brancola colle mani,
- e gli van sotto i suoi cani
- cercando l'ultime carezze tremanti.
- Solleva la testa, una scimmia
- lo sorregge,
- quella vestita da prete
- ogni tanto gli unge i piedi,
- una vestita da scaccino,
- colla berretta in testa,
- sta fissa per aspettare
- di andare a suonar le campane.
- Cobò dà un gemito.... e cade.
- Si ritraggono dal letto
- in un fremito tutte le bestie,
- e restan ferme a guardare.
- Uno scimmione in livrea apre la finestra.
-
- I cani sotto al letto distesi
- emetton dei gemiti lunghi,
- e i pappagalli: Povero Cobò!
- Povero Cobò!
- Giunge per la finestra
- uno stormo di civette.
-
- Le scimmie intanto si rianno
- dalla disperazione.
- Una raccomoda il letto
- attorno al morto padrone,
- una smette di piangere
- e va ad aprire il cassettone;
- un'altra trae fuori pezzi d'oro,
- gemme, gioielli, e tutti se li caccia
- nel sacco della gola.
- Una va ad assicurarsi bene
- che il padrone sia morto,
- e con un feroce ghigno
- corre ad aprire uno scrigno:
- prende dei pacchi di biglietti da mille
- e gli spande per la stanza.
- Una ne prende uno e lo guarda
- bene teso contro luce,
- un'altra, con uno
- ci si pulisce il culo,
- un'altra accende un sigaro
- placidamente.
- I gatti incominciano a miagolare,
- i cani passeggiano inquieti,
- l'orso viene in camera a ballare
- in attesa che Cobò
- gli dia il solito lauto desinare.
- I galli e le galline si rovesciano
- nel giardino a sperperare.
- Lo scimmione in livrea
- è rimasto alla finestra
- senza articolare.
-
- E le scimmie rovistano,
- frugano dappertutto,
- si litigano la biancheria,
- la strappano, la scuciono,
- buttan tutto fuori dai cassetti,
- dagli armadi:
- fanno a pezzi dei merletti
- che si provano attorno alla vita,
- gli misurano a braccia.
- Una, butta dalla finestra
- tutto quello che gli capita.
- E i pappagalli: povero Cobò!
- Povero Cobò! Caffè Caffè Caffè.
-
-
- _La morte_
-
- — Buttate dentro il fuoco!
- È l'unica maniera,
- stando bene lontani
- con ogni precauzione.
- Se saltan fuori dei cani
- arrabbiati gli ammazzeremo,
- ma non potranno scappare.
- — Fuoco! Fuoco!
- — È pericoloso aspettare,
- c'è da temere
- un'epidemia nel paese.
- Fuoco, e pronti con cautela
- per ammazzare le bestie
- che potessero uscire.
- — E tutto l'oro?
- — E le robe preziose?
- — E tutti i fogli da mille lire?
- — Fuoco, fuoco! È l'unica maniera
- per evitare un più gran male.
-
-
-
-
-La Regola del Sole
-
-
- Un piccolo gruppo di signore,
- dei più svariati paesi,
- si sono fatte suore
- di una loro speciale religione
- che si chiama la Regola del Sole.
- Si sono comperata un'isoletta
- proprio in mezzo al mare,
- un'isoletta tonda, tutta verde,
- che sembra nell'azzurro dell'acque,
- un altro sole, il sole del mare.
- Sole che vive d'amore
- per il Sole rosso del cielo.
- Quando sono tutti e due azzurri,
- mare e cielo,
- sembrano due bellissmi cieli,
- tutti e due col proprio Sole.
- Nel mezzo all'isoletta,
- queste signore, si sono fabbricate
- il loro monastero, la loro piccola città.
- Sono tutte vestite di rosso
- in omaggio al loro Signore.
- La mattina si levano per tempo,
- prima naturalmente
- della levata del Sole.
- Verrebbe fortemente multata
- la suora che si fosse levata,
- senza ragione di malattia,
- dopo il Sole.
- Sarebbe la mancanza più grave
- verso il suo Signore.
- Quando una suora è malata,
- di luce o di calore,
- sono le loro uniche malattie,
- le viene spalancata
- la finestra della cella
- all'ora della levata
- e all'ora del tramonto.
- Pensate come quelle suore
- debbano amare, con quale forza
- debbano desiderare il Sole!
- Esse non ànno ormai che Lui,
- al quale si sono votate,
- e vivono oramai di quell'amore.
- Come debbono essere tristi le loro nottate!
- Dall'isoletta non si distingue terra,
- nè vicina nè lontana.
- È un piccolo mondo verde
- che sembra roteare
- nell'acqua, invece che nell'aria,
- nello spazio del mare.
- Certe volte l'isoletta sembra galleggiare.
- Se naufragasse?
- Se il mare la ricuoprisse?
-
- La mattina, poco prima dell'aurora,
- si raccoglie ogni suora,
- come per pregare, col massimo rispetto,
- per augurare il buon viaggio
- al suo diletto.
- Appena il Sole appare,
- al primo raggio, che serba
- per una speciale predilezione
- alle sue religiose,
- esse emettono grida,
- ridono, cantano,
- i loro inni, i loro voti passionali,
- saltano piene di ebbrezza
- dopo il bacio del Signore.
- E la loro comunione.
- E mentre sulle acque s'innalza
- il loro magico tondo,
- si prendono tutte per la mano
- e si mettono a fare il girotondo
- pazze di contentezza!
- E tutto il giorno lo stanno a guardare,
- a pregare ad adorare.
- In cima al monastero,
- nell'apposita torre,
- al posto delle campane
- c'ànno le meridiane.
- Con un: urrà! speciale
- esse salutano il mezzogiorno,
- e cantano gli inni
- più sfolgoranti,
- gettano in aria fiori dorati,
- che gli ricadono addosso
- baciati dal Sole.
- Nel pomeriggio se ne stanno
- distese sul prato,
- e di tanto in tanto,
- sole, a piccoli cori,
- dicono le loro preghiere consuete.
- Speciali preghiere
- della loro regola speciale.
-
- Esse lo sanno che il Sole le ama,
- che sempre le guarda,
- e non le scorda mai;
- lo sanno che quando moriranno
- anderanno da Lui,
- che le coronerà del suo più caldo amore!
- Sono sicure, ma ànno il loro inferno
- anche loro, e sarebbe il mare.
- Si dice che una volta
- morì una suora,
- e da tutte fu creduta
- beatamente accolta dal Signore,
- mentre esse la cantavano,
- la salutavano beata,
- videro cadere una cosa nel mare!
- Il Sole l'aveva rigettata!
- Oh! la grande punizione!
- Discacciata dal Sole,
- e destinata nel fondo del gelido mare!
- Perchè fu discacciata?
- Non seppe bastantemente amarlo
- il suo Signore?
- Da quel giorno le suore
- ànno raddoppiato il fervore
- nella loro adorazione,
- nelle loro preghiere.
-
- E il pomeriggio passa veloce,
- e le suore si levano,
- incominciano
- a passeggiare inquiete
- sul prato, si rivolgono
- tutte dallo stesso lato,
- pregano a bassa voce.
- Il Sole s'abbassa poco a poco,
- s'adunano le suore
- dalla stessa parte
- come vicino al fuoco.
- Che momento per loro!
- Il Sole posa
- come la particola più luminosa
- sopra il calice più grande
- e più colmo.
- Le loro lamentazioni
- diventano disperate,
- piangono, lo salutano,
- gridano, negli ultimi momenti fugaci,
- gli gettano gli ultimi baci.
- Addio! Addio! Addio!
- A domani! Torna amore!
- Domani! Domani!
- I loro occhi gocciano,
- s'agitano le loro braccia, le loro mani.
-
- Cala la sera.
- Le belle fiamme sono diminuite,
- le suore sono impallidite.
- E colle teste basse
- camminano svogliate
- verso il monastero,
- ciondolanti s'avvicinano
- alla casa, ch'è la perfezione centrale
- dell'isoletta.
- Sulla porta la superiora aspetta.
- Col suo libro in mano,
- piena di severità e di compunzione,
- fa la chiama consueta
- della riunione.
- Le suore debbono rientrare,
- cenare in fretta
- e dopo andarsi a ritirare.
- Antonietta Solare
- Aurora Del Sole
- Giuseppina Solamore
- Alba Raggi
- Isola Meriggi
- Meridiana Tornasole
- Cleofe Stelladoro
- Caterina Solastro
- Regina Solenne
- Corinna e Beatrice Tramonti.
-
- Pensate che cosa sono per loro
- le brutte giornate!
- Piangono lacrime amare,
- che amareggiano sempre più il mare.
- E le notti d'inverno!
- Come diventano desolati i loro colloquî!
- — Ài veduto che giro corto fa?
- — Sempre meno sempre meno,
- se dura così non lo vedremo
- un qualche giorno!
- — S'alza di là, e va via di là.
- — Che disperazione! Che infelicità!
- — Tornerà tornerà la nostra stagione,
- la state del nostro cuore!
- — Il nostro carnevale!
- — Mi sembra che minacci burrasca!
- — Sei l'uccello del cattivo augurio!
- — Ma quelle nubi vengono su.
- — Di qui a domani non ci saranno più!
- — Io non l'avevo mai goduto come oggi!
- — A me è sembrato che bruciasse meno.
- — A me invece è sembrato di più.
- Quelle suore non muoiono
- di nessun male,
- si asciugano, si asciugano,
- si disseccano al Sole.....
- come le rose e le viole,
- e più che centenarie
- vaniscono, evaporano nel Sole
- come un qualunque vapore,
- senza la consueta putrefazione.
- Il loro Signore le raccoglie poco a poco
- sotto l'azione del suo potente fuoco.
- Quando una ne muore,
- ognuna sta ad aspettare
- nella massima trepidazione,
- tutta pensierosa, tutta preoccupata,
- che non dovesse giù ricadere
- come quella volta famosa.
- Dopo, la cantano e l'invocano beata.
- In tutto il mondo intero
- quella è la sola città
- che non à il cimitero.
-
- Dite, lo sapevate
- che c'era quest'isoletta in mezzo al mare?
- Questo bollente cuore
- nel seno del gelido mare?
- Siete contenti che ve l'abbia detto?
- Non vi è venuto la voglia d'andare
- con un piccolo vapore?
- Se sapeste! Quante, quante volte,
- ò pensato d'andare a farmi frate!
- Oh! Se quelle suore mi pigliassero!
- Ma esse non riconoscono
- che un maschio solo,
- nella loro strettissima clausura,
- il santo della loro regola: il Sole.
-
-
-
-
-Le Carovane
-
-
- Oggi, io mi vedo davanti,
- una lunghissima,
- interminabile via,
- zeppa di carovane.
- Lunghissima via polverosa
- che si estende all'infinito
- proprio davanti a casa mia.
- Dalla finestra della mia stanza da letto
- io me ne sto a guardare
- tutto quell'andare,
- quell'ansare, quel sostare.
- Ferme, vaganti, volanti
- carovane si perdono
- nella via a me davanti.
-
- Carovane alte e verdi
- di cipressi e d'abeti,
- carovane d'ali, di mani,
- di piedi, di grucce, d'occhi,
- strani occhi, vivaci, immoti,
- guardi d'intelligenti,
- guardi d'idioti.
- Uomini luccicanti
- ricoperti di ferro,
- uomini seminudi,
- avvolti di pellicce,
- van via avanti avanti,
- or lesti or lenti,
- mescolati al bestiame,
- tutti in carovane.
-
- Carovane di case, di castelli,
- di navi, di barchette,
- rigidissime dame
- composte nelle loro vetture,
- sguaiatissime puttane a sciame.
- Carovane di volatili, d'insetti,
- sopra carovane di tetti.
- Mi fischiano agli orecchi
- tanti stupidi pensieri,
- volan per l'aria leggeri leggeri.
- Qualcuno cammina più profondo
- e pigia una sua stampella
- credendo di sfondare il mondo.
- E di sopra a spiare argutamente,
- carovane di stelle luccicanti.
-
- Ma che cos'è tutto quel passare,
- tutto quell'andare, quel sostare?....
- Son tutte carovane carovane carovane....
- vane vane vane vane vane....
- ane ane ane ane ane....
- eeeeeeeeeeeeeeeeee....
- e..... e..... e..... e..... e.....
-
- In fondo io me ne sto a guardare,
- tranquillo alla finestra
- della mia stanza da letto,
- guardo, e aspetto.
- Ma ditemi, dove andate?
- Dove andate? Si può sapere?
- Cosa c'è in fondo a quella via?
- Andate alla Città del Sole Mio?
- Imbecilli! Idioti! Fermatevi!
- Non lo sapete
- che in quella Città
- non posso andarci che Io?
- Per Dio!
-
-
-
-
-La Città del Sole Mio
-
-
- Ohelà! Ohelà! Ohelà!
- Rivoltate! Tornate tutti indietro!
- Stolido pecorame!
- Non lo sapete che non ci potete andare
- in quella città?
- È chiuso per tutti quel reame!
- Alla Città del Sole Mio,
- non ci posso andare che io!
- Tornate tutti indietro!
- Ohelà! Pecorame!
- Bestiacce testarde!
- Non sapete qual era la vostra sorte?
- Sareste rimasti tutti fuori
- a litigarvi alle porte,
- sono tutte chiuse quelle porte!
- Venite qua,
- sotto la finestra
- della mia stanza da letto,
- tutto da me saprete, vi prometto.
- Non vi voltate indietro,
- guardate quà!
- La città voi non la potete vedere,
- ci vuole il mio canocchiale;
- venite a sentire.
- Accovacciatevi in silenzio,
- non è tanto robusta la mia voce,
- statevi muti
- come stareste ai piedi della croce.
-
- In forma di quadrato perfetto,
- si estende la città,
- quattro son le sue porte, e son serrate,
- non à
- nè sindaco, nè prefetto.
- È tutta fabbricata d'identiche case
- quadrate attaccate.
- È tutta popolata
- d'identiche persone
- da parentela vecchissima legate.
- D'una stanza e d'un giardino
- si compone ogni casa,
- le porte sono tutte spalancate.
- Il solo abitatore è sulla soglia
- che guarda nella via
- con guardo assorto,
- secca o snello,
- bianco come un morto,
- senza cappello.
-
- Le vie regolari si dilungano
- in due bande di queste dette case:
- sono abitate a sinistra
- dai giovani, a destra
- dalle vecchie, più che centenarie.
- Ognuno se ne sta sulla soglia ad aspettare.
- Nessuno si volge al vicino
- o a quello dirimpetto.
- I giovani stanno in piedi appoggiati
- sulla soglia, alti, bianchi,
- stretti nei loro vestiti
- di velluto neri attillati.
- Il loro collo, le loro spalle,
- sono ricoperti di perle;
- tanti tanti collié
- ammassati, pendenti,
- che gli scendon giù davanti.
- Tanti quanti sono i morti
- delle proprie casate.
- Le vecchie di fronte
- ugualmente sulla soglia,
- malissimo vestite e disadorne,
- vizze vizze, piccoline,
- tutte avvolte in scolorite mantelline.
- Le loro teste sono fasciate,
- i loro colli cascanti di rughe,
- sono raccolti in cenci verdastri
- come i colli delle tartarughe,
- o la pelle delle lucertole.
- Della stessa grandezza della casa
- è il giardino,
- e ognuno lo coltiva da per sè.
- Coltivano colla massima cura,
- erbette odoranti,
- il loro cibo si compone
- esclusivamente
- d'insalate profumate.
- E alla finestra dalla parte davanti
- si spingono sul davanzale,
- fuori dalle ferriate,
- testi di basilico e di menta,
- erba cannella,
- qualche pianta di ruta e di mortella.
-
- Così tutta uguale,
- è questa una città,
- senza romore e senza parole.
- Giovani vite di stanchezza malate,
- vite ostinate di decrepitezza,
- erbe profumate,
- profumi delicati
- come la pelle dei malati.
-
- Che sole volete che ci brilli
- in una simile città?
- Un povero sole
- che di sole non à
- più che la forma di tondo:
- pallido, tubercoloso,
- riscaldatore di bacilli,
- come quello che sarà
- il giorno della fine del mondo.
- Un sole pieno d'ombre,
- di rabeschi.
- Che sole ci può brillare,
- se non un faro di scarabei,
- nel cielo dei sogni miei?
- Mi direte: è un sole troppo strano!
- Ma io posso tenerlo in mano;
- giuocarci sul mio tavolo
- come se fosse un cavolo.
- Farci all'amore
- a tutte l'ore;
- dirgli: sei un imbecille!
- Dirgli mille insolenze,
- mille brutte parole,
- come non si trattasse del sole.
- Avete capito?
- E ora potete andare,
- io chiudo la mia finestra,
- vado a riposare.
-
-
-
-
-Le Beghine
-
-
- Frammenti di penne di struzzo,
- tentennanti
- polverose, intignate,
- su piccoli cestini
- in forma di nido d'uccello;
- questa è a un dispresso
- la forma del loro cappello.
- Roselline consumate, scolorite,
- indecifrabili tinte,
- stinte e ritinte;
- fiorellini impossibili,
- a ciuffettini a mazzettini,
- velettine come ragnatele,
- tutte bucherellate,
- su sulla fronte rialzate
- e molto tirate;
- di dietro un nodino
- col suo ciondolino.
- O cappelli in forma
- di piatto regolare,
- proprio nel mezzo
- un pennacchio strano,
- la punta d'una vecchia
- penna di fagiano
- messa tutta per ritto.
- Pennine di galline,
- di tacchino, di galletto,
- di cappone, tutto tutto sta bene
- sopra i cappelli delle beghine.
- Mantiglie di vecchio pizzo,
- con guarnizioni di gè,
- di tibet, a sproni di velluto,
- a guaine, con galicine
- di piccole trine.
- Giacchetti pieni di fianchette,
- e con gala alla vita,
- sul petto, e sopra le spalle,
- sottane con crespe,
- avanzi di cerchi qua e là,
- rimasugli di tornù,
- tutte bellissime cose
- che non si vedono più
- che alle beghine.
- Alcuna, per suprema dedizione,
- veste alla foggia dei preti,
- col suo bravo collare;
- qualcuna con compassata
- serietà monacale.
-
- Ma tutte, tutte
- siete un pochino studiate.
- Come mi piace di guardarvi!
- Vi aggirate, vi aggirate
- piene di compunzione,
- d'importanza e di pratica,
- piene di etichetta,
- per la vostra reggia prediletta.
- Fra gli ori, fra i damaschi,
- i pizzi degli altari,
- i doppieri i candelabri,
- andate e venite
- come in casa vostra.
-
- Inchini secchi
- di gambe irrigidite.
- Mi sembra di sognare
- alle decrepite reggie
- di spodestati re centenari,
- che tutto crepita crepita.
- V'alzate, andate, venite,
- v'inchinate, v'inchinate,
- vi ringinocchiate.
-
- Le vostre facce
- sono pugni di rughe,
- i vostri colli sbucano,
- si muovono fra i cenci,
- come colli di tartarughe.
- I vostri occhi quilquiano
- dalle infossature,
- con fare di puntiglio,
- di sussiego, di piccosità,
- di superiorità,
- per la vostra interiore
- grande sicurità.
-
- Dite, nella purità
- siete così avvizzite,
- o nel vizio?
- Come riconoscere
- dai vostri avanzi?
- Eppure siete ancora civette!
- Vi ungete, vi tingete malamente
- gli ultimi capelli,
- portate finte trecce,
- riccioli finti, tinti
- d'un altro colore;
- avete il vestito per le feste,
- e le feste siete meste,
- meste e cocciute;
- la gente che riempie
- la chiesa di colori
- vi urta, vi da noia,
- non è più la vostra casa
- dove dovete regnare,
- la vostra reggia,
- perchè in ognuna di voi
- c'è un fondo di regalità grottesca.
- Camminate a saltelli,
- o nella massima compostezza,
- taluna stampellando per la gotta,
- talaltra con un far da piruette,
- con mosse paralitiche del capo.
-
- Cosa foste? Cosa siete?
- Vecchie cameriere pensionate?
- Dame decadute?
- Taluna di voi non fu ballerina,
- taluna coccotte?
- Ballerina, coccotte!
- Come siete ridotte!
- V'intanaste nell'ostinazione
- della purità, o nessuno vi volle?
- O conosceste bene l'amore?
- Ecco il mistero
- che m'interessa in voi.
- L'amore! Voi!
- Quanti anni sono ormai?
- Io penso a denudarvi,
- cavarvi i vecchi giacchetti sbiaditi;
- i sudici panciotti
- che v'ammassate addosso
- per la paura delle polmoniti,
- spogliarvi, spogliarvi
- di quel sudicio fasciume,
- e avervi nude dinanzi,
- Gobbe, torte, mostruose,
- farvi rinascere per un istante solo
- un brivido del più orribile desiderio,
- vedervi ballettare dinanzi sconciamente,
- stampellare ridendo aizzate,
- le più vergini vorrei,
- magari quella
- che non fu toccata mai,
- e darvi i miei vent'anni!
- Sentirvi sotto cigolare,
- stridere, cricchiolare;
- schiacciarvi, pestarvi,
- darvi la più orribile gioia,
- il più feroce martirio!
- (Le vostre bocche
- sdentate, sinuose,
- mi fanno vedere
- libidini mostruose.)
- Contaminarvi tutte,
- tutte, darvi odio amore scherno,
- perdervi, gettare in un sol pugno,
- al vento, tutte le vostre preghiere,
- eppoi lasciarvi ridendo!
- Via! Via! Via!
- Cosa vedo dinanzi? Chi?
- Nuda dinanzi a me,
- la madre di mia madre,
- la vecchia....
- No! lo giuro!
- Non le ò mai toccate, le beghine,
- mi piace solamente di guardarle.
-
-
-
-
-Visita alla Contessa Eva Pizzardini Ba
-
-
- — Buona sera Contessa.
- — Buona sera carissimo Aldo.
- — Oggi giornata bella, Contessa.
- — Troppo bella, carissimo Aldo,
- non fa nè freddo nè caldo.
- — E la noia, Contessa?
- — Ah! Oh! Ih! Hum!
- — Sempre la stessa!
- — Già. Questo mi dite di nuovo?
- Bravo.
- — Cosa dirvi di nuovo?
- Mi credete così ingenuo?
- Non mi ci provo.
- — Bravo! E passate per giovine bizzarro....
- per uomo così strano....
- strano.... bizzarro....
- bizzarro.... strano....
- Bravo....
- — Cotesta bella veste, Contessa,
- l'ò vista proprio ieri sera
- precisa a una borghese.
- — E fu inventata a Parigi
- che non è ancora bene un mese,
- sempre così, si sa già.
- — A Parigi fumano l'oppio.
- — Ma a Parigi....
- — Oh! Verrà presto la moda anche da noi.
- — Altro che verrà, poi;
- le belle cose da noi sono un mito,
- noi, siamo quelli di ieri, o di poi.
- Che governo pitocco!
- Ma.... di nuovo?
- — Di nuovo?
- — E dire che vorrei, solo per una volta,
- vedermi nuova nel mio specchio.
- — Come?
- — Nuova, diversa da sempre,
- e diversa da tutte.
- — Aver due bocche?
- — Magari, ma è un caso comune.
- — Un occhio dietro?
- — Dove?
- — Nella testa.
- — Ah! Sì....
- — Un dente sulla punta del naso?
- — Meglio senza naso nel caso.
- — Due teste?
- — Comune, comune.
- — Tre teste, quattro gambe?
- — Comune comune.
- Iersera, per dormire, mi son fatta
- tre volte la puntura di morfina.
- — Tre volte!?
- — Sono poche? Sono molte?
- — Ma vi pare, la morfina!
- — La morfina! La morfina!
- — Vorreste d'un tratto
- diventare Regina, Imperatrice?
- Antonietta, Messalina?
- — Uhm.... forse sarebbe meglio....
- una poveretta.
- — Povera molto? Vivere di limosina?
- Essere giù, nel fango!
- — Oh! Si!
- — Insultata, battuta,
- essere vilipesa, prostituta.
- — Oh! Prostituta! Insultata! Battuta!
- Magari nel mezzo della strada
- come una donna perduta!
- Almeno per provare, ma come fare?
- Noi.... chi ci può insultare?
- — Chi, voi? Io!
- — Siete troppo gentile.
- — Mi proverò.
- — Siete troppo corretto, e non
- riuscirete che a farmi annoiare di più.
- Dirò io per la prima.
- Piccolo sciocco!
- — Stupida d'una donna!
- — Poetucolo pitocco!
- — Vescica colla gonna!
- — Imbecille, cretino!
- Omuncolo da nulla!
- — Povera grulla!
- — Grullone, libertino, buffone,
- ruffiano, lenone!
- — Smencitissima vacca!
- Porcona, puttana, vigliacca....
- — Basta basta basta
- mio carissimo Aldo,
- non crediamo di dirci
- qualche cosa di nuovo,
- sensazione nuova, io già non provo,
- la cerco, ma non la trovo.
- Amiamoci piuttosto,
- l'amore è tanto vecchio
- mi sembrerà più nuovo.
- — Si? Purchè voi ritorniate
- come allora, ma ora....
- — Quando?
- — Quando m'ascoltavate
- senza pensare al male,
- ed erano assai meno noiose
- le vostre serate.
- — Mi avete amata voi?
- Ed io vi ò amato?
- Doveva essere molto noioso
- il nostro povero amore, se lo abbiamo
- troncato e nemmeno ce ne ricordiamo.
- — Era.... una parola sola allora....
- — Vi ricordate ieri sera?
- — Ieri sera?
- — Quella mia parola....
- — Quale? Dite, mi fate venir male.
- — Quando fu?....
- — Certamente vi sbagliate,
- fu la sera avanti.
- — Ve l'avevo già detta?
- — Uh! Centomila sere,
- capirete se è sempre la stessa!
- Basta basta, non la ridite,
- lasciatemi morire in pace,
- sono malata.
- — Che sarà di Voi?
- — Di me?
- — Buona notte Contessa.
- — Buona notte carissimo Aldo.
-
-
-
-
-E lasciatemi divertire!
-
-_(Canzonetta)_
-
-
- Tri tri tri,
- fru fru fru,
- ihu ihu ihu,
- uhi uhi uhi!
- Il poeta si diverte,
- pazzamente,
- smisuratamente!
- Non lo state a insolentire,
- lasciatelo divertire
- poveretto,
- queste piccole corbellerie
- sono il suo diletto.
-
- Cucù rurù,
- rurù cucù,
- cuccuccurucù!
- Cosa sono queste indecenze,
- queste strofe bisbetiche?
- Licenze, licenze,
- licenze poetiche!
- Sono la mia passione.
-
- Farafarafarafa,
- Tarataratarata,
- Paraparaparapa,
- Laralaralarala!
- Sapete cosa sono?
- Sono robe avanzate,
- non sono grullerie,
- sono la spazzatura
- delle altre poesie.
-
- Bubububu,
- Fufufufu,
- Friu!
- Friu!
- Ma se d'un qualunque nesso
- son prive,
- perchè le scrive
- quel fesso?
-
- Bilobilobilobilobilo,
- blum!
- Filofilofilofilofilo,
- flum!
- Bilolù. Filolù.
- U.
- Non è vero che non voglion dire.
- Voglion dire qualcosa.
- Voglion dire....
- come quando uno
- si mette a cantare
- senza saper le parole.
- Una cosa molto volgare.
- Ebbene, così mi piace di fare.
-
- Aaaaa!
- Eeeee!
- Iiiii!
- Ooooo!
- Uuuuu!
- A! E! I! O! U!
- Ma giovinotto,
- ditemi un poco una cosa,
- non è la vostra una posa,
- di voler con così poco
- tenere alimentato
- un sì gran foco?
-
- Huisc... Huiusc...
- Sciu sciu sciu,
- koku koku koku.
- Ma come si deve fare a capire?
- Avete delle belle pretese,
- sembra ormai che scriviate in giapponese.
-
- Abì, alì, alarì.
- Riririri!
- Ri.
- Lasciate pure che si sbizzarrisca,
- anzi è bene che non la finisca.
- Il divertimento gli costerà caro,
- gli daranno del somaro.
-
- Labala
- Falala
- Falala
- eppoi lala
- Lalala lalala.
- Certo è un azzardo un po' forte,
- scrivere delle cose così,
- che ci son professori oggidì
- a tutte le porte.
-
- Ahahahahahahah
- Ahahahahahahah
- Ahahahahahahah.
- Infine io ò pienamente ragione,
- i tempi sono molto cambiati,
- gli uomini non dimandano
- più nulla dai poeti,
- e lasciatemi divertire!
-
-
-
-
-AL MIO BEL CASTELLO
-
-A MIO PADRE, _instancabile e geniale lavoratore, affettuosamente._
-
-
-
-
-Quando cambiai castello
-
-
- Un poeta quando è stanco
- cambia castello;
- piglia sulle spalle il suo fardello
- come un qualunque saltimbanco.
- O come un povero uccello
- cambia lido
- quando gli rompono il nido.
- Lassù non ci si poteva più stare,
- è inutile, non ci si poteva più stare.
- Senza tanto pensarci
- decisi di cambiare.
- Cambiare castello.
- Il posto era assai bello,
- le passeggiate, i dintorni,
- le adiacenze,
- la casa era distante dal cancello,
- ma la vita si era ridotta
- zeppa d'inconvenienze.
- Mi conoscevano tutti,
- un pochino alla volta
- tutti m'avevan conosciuto,
- e il bello d'un poeta
- è, l'essere sconosciuto.
- Tutto di me sapevano,
- appena fuori d'un passo
- tutti mi salutavano,
- nella via mi squadravano,
- mi pesavano, ed ognuno
- voleva dir la sua.
-
- — È un poeta.
- — Che giovine elegante!
- — Sì, ma è troppo stravagante.
- — Oggi, peccato, non à quel famoso cappello....
- — L'ài mai visto con quell'ombrello
- giallo a righe turchine?
- — E con quel mantello nero?
- — Buffo vero?
- — Con quel pastrano rosso di velluto?
- — Buffo, l'ài veduto?
- — Ma si sa come vive?
- — Gira sempre con un taccuino,
- ogni tanto si ferma e ci scrive.
- — Sapete? È fuori per un giorno.
- — Oggi domani va a Livorno.
- — Ci sta molto?
- — Prende il biglietto di andata e ritorno.
- — Stamane à un po' di tosse.
- — Stasera mangia le frittelle.
- — A quest'ora telefona alle stelle.
- Non ci si poteva più stare.
-
- Il sindaco una volta
- osò chiedere aiuto
- per una calamità del paese,
- quando l'ebbe avuto,
- non più in là di un mese,
- altra calamità,
- altra supplica.
- Scrivere, per favore,
- il testo di una lapide per un paesano
- morto senatore,
- e un sonetto per il numero unico.
- Un dono per la fiera,
- con lettera di preghiera
- d'accettare la carica
- di presidente onorario.
- Il priore raccomandava
- le anime sante del purgatorio.
- Confraternita della misericordia,
- questua domenicale.
- Qualche supplica speciale al Signore
- per ottenere una protezione
- speciale del paese.
- Orazione delle quarantore.
- Colla mia grande ammirazione
- per le beghine
- m'avevan preso per un clericale.
- Suggerire l'epigrafe
- per un piccolo angioletto,
- con un mottetto dolce per finale.
- Detto una volta di sì,
- la bella pace finì.
- Il bidello, lo scaccino,
- erano sempre al mio campanello.
- Decisi di cambiare;
- e venni qua lontano, sul mare,
- da tutta opposta via,
- in cerca di una casa
- che potesse diventare la mia.
-
- «Si affitta. Si dà via.
- «Villino da vendere,
- «Con e senza mobiglia.
- «Miti pretese.
- «Rivolgersi al custode di Villa Agnese.
- «Villa Irene.
- «Dodici ambienti, bagno, acetilene.
- Su, su, lontano dall'abitato,
- trovai quello che avevo sognato:
- un decrepito castello
- mezzo rovinato.
- «Si vende.
- «Rivolgersi in città
- «Via Rubacode
- «Rapezzini negozio di mode.
- Qui nessuno ci sta,
- tutto vuoto.
- Ottima qualità.
-
- — Ecco Signore,
- e il vecchio andava avanti,
- — la porta è sgangherata
- ma i battenti sono di pregio,
- guardi belli i mascheroni,
- occorrono molte riparazioni, si sa.
- La Contessa morì dieci anni fa,
- e d'allora nessuno c'è venuto più,
- nessuno n'à avuto più cura.
- La Contessa era centenaria.
- — Sola vi abitava?
- — Con due sue vecchie donne
- che morirono anch'esse poco dopo,
- erano come lei centenarie.
- Era molto decaduta,
- ma fu, in sua gioventù,
- la prima dama della nostra città.
- Questi luoghi, signore,
- furono sempre praticati
- da grandi uomini,
- questi terreni furono pestati
- da scienziati e da poeti.
- — Male, buon vecchio, male,
- preferisco terreni pestati dagli idioti.
- — Perchè signore?
- — Bella, per imparare.
- — Guardi da questa finestra, signore,
- i monti e il mare.
- — Ci sono di belle passeggiate?
- — Tante, tutte meravigliose,
- su per queste colline, lungo il mare....
- — E lunghe vie piane ci sono?
- lunghe, uguali?
- — C'è la via provinciale.
- — È assai vicina?
- — Passa di là sotto quel gruppo di case,
- ma è la più polverosa,
- la più noiosa per passeggiare.
- — A me però va bene.
- — Perchè signore?
- — Per camminare
- senza misura, pensando alle cose mie,
- (per mettere insieme le mie strane poesie.)
- Quest'ammasso di rovine
- mi va, buon uomo, mi va,
- è un covo da gufo
- che per me farà.
-
- Ci sono abitatore felice
- da tanto tempo, nel mio castello
- che odora di centenario,
- di beghine morte lentamente....
- «senza male, disseccate al sole
- «come le rose e le viole,
- «senza la consueta putrefazione.
-
-
-
-
-Le mie passeggiate
-
-
- Nelle belle giornate,
- nelle belle serate,
- e anche nelle brutte,
- faccio le mie passeggiate.
- Scendo lungo mare,
- e su la riva
- mi dilungo a camminare.
- Però non andiamo d'accordo
- me e il mare,
- a me spesso dà noia
- quel suo eterno brontolare,
- lui dice che io sono un gran brontolone.
- Non mi conosce nessuno
- e faccio il comodo mio.
- Qualcuno mi saluta
- guardandomi con curiosità.
- — Buona sera signore.
- — Buona sera comare.
- E lì finisce tutto.
- Cammino sulla via provinciale,
- e mi dilungo all'infinito;
- salgo i bei collettini,
- che ognuno m'è ormai famigliare.
- Mi seggo sopra un muricciuolo
- dove ci sono due cipressi a lato.
- Colla coda dell'occhio io me li vedo
- come due grandi carabinieri
- a cavallo impalati,
- come se si fossero fulmineamente fermati
- al fermare della mia carrozza.
- Andate, andate,
- io rimango un momento qui a sedere,
- potete andare,
- non sono già figliuolo dell'imperatore,
- non sono mica il re,
- che cosa posson fare a me?
- Nè una vezzosa infanta,
- che mi debban far del male,
- nè una decrepita principessa reale.
- Andate, andate.
-
- Sulla cima di un bel colle,
- meravigliosa altura,
- dove ogni altro uomo che vi fosse giunto,
- si sarebbe messo a sognare come nulla
- il proprio monumento,
- io, in un bel momento,
- ci sognai la mia culla.
- E mi ci vado a sdraiare;
- mi vedo tutt'intorno
- il bel giro dei monti,
- e da una parte il mare,
- e di sopra la luna e il sole.
- Come ci si sta bene nella culla!
- — Quella copertina turchina (il mare)
- l'ò buttata via perchè avevo troppo caldo.
- — Titì non ti scuoprire;
- sta' coperto Titì.
- — Ma ò caldo!
- Quella bella pallona d'oro (il sole)
- me l'à portata il mio bel papà.
- E nelle serate di luna,
- ci vado tutto ravvolto
- nella mia verde cuna.
- — Quella bella pallina d'argento (la luna)
- me l'à portata la mia mammà —
- oppure:
- — Voglio quello spicchino di limone!
- — No Titì, ti farebbe la bubù
- ai dentini, alla pancina.
- — Lo voooglio!
- — Bada Titì, se non stai buono
- ti faccio totò.
- — Voglio quel chifellino
- per zuppare nel mio latte.
- Voglio quella bella falcettina!
- — No Titì, ti taglierebbe le manine.
- — Voglio quella bella falcettina
- per tagliare tutta l'erba
- davanti alla mia culla!
- — Ma no Titì.
- — Ma siii!
- — Ma nooo!
- — Ma siiiiiii!
- — Ma nooooo!
- — Ma siiiiiii!
- — Ma nooooooo!... —
- Che gioia, che gioia, che felicità,
- per chi non à da far nulla,
- ritornarsene ogni tanto nella culla!
-
-
-
-
-Il mio castello e il mio cervello
-
-
- Alla finestra
- della mia stanza da letto,
- nel mio decrepito castello,
- sulla sera lungamente mi diletto
- a starmene solo col mio cervello.
- Il diletto, mi direte,
- non potrebbe essere più grazioso,
- per un poeta, come me, ozioso.
- E guardo giù per la valle,
- guardo i monti, le colline,
- il mare non si vede da questa parte,
- E girano e girano
- e serpeggiano le rondini
- attorno al mio castello.
- (Quanti giri!)
- E girano e girano
- e serpeggiano
- i pensieri attorno al mio cervello.
- (Quanti giri!)
- Voli di rondini leggeri,
- leggeri pensieri.
- (Che non son sempre leggeri).
- E guardo dinanzi la valle,
- i monti, le colline,
- gli alberi grandi a selva,
- in filari lunghi senza fine,
- disposti bene ad arte,
- il mare non si vede da questa parte.
- E girano e girano
- serpeggiano
- le rondini attorno al vecchio castello.
- (Quanti giri!)
- E girano e girano
- serpeggiano
- i pensieri attorno al giovine cervello.
- (Quanti giri!)
- Io penso:
- Se ogni pensiero
- avesse fra le labbra un filo
- (come il ragno)
- se avessero in bocca un filo
- (come il ragno)
- tutte le rondini che si aggirano,
- tutte le rondini che si sono aggirate,
- il mio castello e il mio cervello
- sarebbero due matasse,
- molto molto molto arruffate.
-
-
-
-
-La ciociara in lutto
-
-
- Dei pochi arredamenti
- che trovai nel castello, quando entrai,
- non volli gettar via tutto,
- qualche cosa mi piacque di serbare.
- Fra queste cose, un quadro,
- che rappresenta una ciociara in lutto.
- Lo volli lasciare, non per il suo valore,
- ma perchè quel quadro
- mi à fatto sempre tanto pensare.
-
- Avete mai posseduto un quadro
- che non vale, che non sapreste ammirare,
- privo d'ogni bellezza,
- ma che vi fa pensare?
- Un quadro, che sempre
- ve lo vedete davanti,
- e lo state a guardare
- mentre vi trovate solo a pranzare,
- e che vi fa mangiare
- senza saper di mangiare?
-
- Per quanto non privo di buone qualità,
- non è certo un quadro di valore;
- non potrei precisare gli anni che avrà,
- non porta la firma dell'autore.
- È appeso alla parete del tinello,
- e rappresenta, in grandezza naturale,
- una ciociara in lutto.
-
- Quando mangio non fo
- che guardarlo e pensare.
- Una donna di mezza età,
- non brutta, ma nemmeno bella,
- d'alta statura, una discreta figura,
- ed una faccia seria....
- ma non per malinconia,
- dura d'espressione, singolare.
- Una ciociara in lutto!
- Mi sembra... come un contrattempo,
- mi sembra che il lutto
- debba essere
- tutto la negazione delle ciociare;
- eppure porteranno il lutto
- anche le ciociare;
- ma non me le so figurare.
- Quella gonnella con tutte quelle pieghe,
- e il busto, non s'addicono
- di panno nero, il seno
- coperto d'una camicia bianca di lino...
- e il panno sulla testa nero...
- con sotto un lino bianco...
- Come si trova qui? Chi potrà essere?
- Ecco il pensiero.
- E ogni sera e ogni mattina mi tormenta.
-
- Chi sarà?
- Una nutrice della famiglia?
- Della vecchia contessa?
- Forse di sua figlia?
- Aveva una figlia?
- Forse morta prima di lei?
- Forse ancora vivente? Dove?
- Ebbene, situata a quel modo
- nel tinello, ad un posto d'onore...
- una nutrice ciociara...
- Eppoi in lutto!
- Il suo piccolo forse morì,
- e venne ad allattare qui,
- da questi signori.
- Il lutto non glielo avrebbero
- lasciato portare.
- Che fosse invece in quel tempo
- in lutto la famiglia?
- Ma di solito non s'usa
- vestire di gramaglia
- financo la balia,
- mi sembra di cattivo augurio.
-
- Un quadro comprato? Regalato?
- Mi pare quasi impossibile
- anche questo fatto.
- Comprare o regalare un quadro,
- che non è che il ritratto
- di una donna non bella.
- E che non può avere neppure
- attrattive pel costume.
- Si vedono quadri di ciociare dappertutto,
- ma di ciociare con allegri visi,
- piene di colori e di sorrisi,
- ciociare in mosse gaie,
- non di ciociare in lutto.
- Eppoi mettere il ritratto
- d'una sconosciuta nella stanza da mangiare,
- dove per solito s'usa
- mettere soggetti che riguardano la mensa,
- cose allegre e appetitose.
-
- Che sia un ritratto
- della padrona stessa
- del Castello?
- Un ritratto, in costume, della Contessa?
- I lineamenti non sono da dama,
- eppoi perchè si sarebbe fatta
- quel ritratto scegliendo un costume
- nel suo momento brutto?
- Che la Contessa fosse molto stramba?
- Io che mi credo tanto,
- sarebbe curioso
- che questo castello fosse stato,
- prima di me, abitato
- da della gente cento volte
- più stramba di me.
-
- Alle volte, dopo lungo
- fissare quel quadro,
- non vedo più la tela e la cornice,
- la parete, non distinguo più nulla,
- soltanto quella donna che mi sembra
- lasci la sua posa
- e si muova, venga avanti
- come per dirmi qualcosa,
- che venga magari, col suo piglio,
- per maltrattarmi, per mandarmi via!
- Ma che! Mi riscuoto dipoi,
- impossibile, così lontani dalla ciociaria.
- Che fosse una delle due centenarie
- compagne della Contessa?
- E a lei tanto care?
- Tanto care da darle nell'appartamento
- questo posto d'onore?
- Forse un'altra già morta....
- Le due donne erano due ciociare....
- Forse fu un tempo
- ospite del castello un pittore....
- Ma avrebbe dipinto entrambe le ciociare,
- o meglio, avrebbe in omaggio
- dipinta la Contessa.
-
- Come le vedo andare
- quelle tre donne!
- Quella vecchia dama secca secca,
- in lutto, con una lunga coda nera,
- con una cuffia nera di merletto
- sopra una finta di ricciolini bianchi,
- ormai ingialliti;
- e ai lati le due ciociare in lutto,
- con quelle gonne corte
- a mille pieghe, scampananti,
- camminare piano piano,
- irrigidite sulle loro ossa legnificate,
- dentro le pelli incartapecorite,
- le cui carni si erano poco a poco
- prosciugate prosciugate,
- ed erano ormai tutte svanite.
- Quella Contessa con quella coda,
- e quelle ciociare con quelle sottane corte!
- Tutte tre centenarie!
- Sarà così? Come sarà?
-
- Come c'entrò qui dentro questo quadro?
- Perchè non volli gettarlo al mio venire?
- Che cosa mi poteva dire
- questa donna non bella
- che non conoscevo?
- Chi lo introdusse?
- Qualcuno forse.... per pensare?
- E per lasciare ad un altro
- questa occupazione?
-
-
-
-
-La mano
-
-
- Tutti sapete bene
- che cosa sia una mano.
- Una mano!
- Chi è che non l'à vista?
- Ma non potete sapere
- in che consista
- una mano che non s'è mai vista.
-
- In un angolo della mia stanza c'è
- un morbido divano,
- al quale ogni sera mi do
- puntualmente
- alla stess'ora,
- per il mio terribile perchè.
- È l'ora della mano.
- Quel divano è quello della mano.
- M'abbraccia, m'affonda, m'assorbe,
- mi fa nido, il mio divano,
- ed io mi lascio andare
- con trepidazione paurosa,
- abitudinaria
- aspettativa morbosa.
- Da una certa sera
- tutte le sere alla medesim'ora.
-
- In questa stanza
- vagola, brancola,
- vive senza posa,
- una mano che non si vede,
- e che si posa solamente
- quand'io sono disteso sul divano.
- Enorme mano morbida,
- fatalmente forzuta,
- eppur voluttuosa.
- Perchè gira nella mia stanza?
- Non m'à ancora
- carezzato abbastanza?
- Fu qui amputata a qualcuno
- e vi rimase inoperosa
- nella sua avidità di carezzare?
- Mano fortissima
- e insieme affettuosa,
- mano che sa tanto bene carezzare,
- che sembra quella d'un gigante buono
- avvezza, per innata generosità,
- alla più tenera carezza.
-
- Avete mai pensato
- alla dolcezza che può dare,
- la carezza della mano
- d'un gigante buono?
- Quella mano che potrebbe stritolare,
- e che invece vi accarezza.
- E lo sapete bene
- che basterebbe una stretta,
- ma vi lasciate andare.
-
- La mano m'accarezza m'accarezza,
- ed io mi lascio tutto andare
- a tale ebbrezza.
- Io sono in suo potere ormai;
- ed essa mi liscia i capelli,
- me li solca,
- la fronte, le tempie,
- le palpebre mi socchiude,
- mi gira dietro il collo,
- (io non ci vedo più)
- mi palpa sulla nuca
- pigiando come per cercare,
- più forte, più forte,
- m'afferra ad un tratto
- per la pelle del collo
- strettamente
- come un povero gatto.
- Io non vedo più la stanza,
- non sento più il divano,
- solo la stretta di quella mano
- sopra il collo.
- E ora mi porta via.
- Lo so bene ormai
- dov'essa mi conduce,
- l'ò fatta tante volte
- la sua via,
- identica ogni sera.
-
- E buio fuori,
- sono accesi languenti lampioni,
- le strade sono bagnate,
- tutte infangate.
- All'angolo del vicolo
- brigate di lenoni,
- puttane a brigate.
- Eccoci nella tua via,
- tra il bordello e l'osteria.
- Pel vicolo oscuro
- mi sento strofinare la terra,
- sbattere il muso nel fango, nel muro.
- Si passa la solita porta
- della solita osteria,
- il solito cancello
- dello sganasciato solito bordello.
- Sempre lì mi conduci,
- sudicia mano!
- Fosti amputata, dimmi,
- ad una gran puttana,
- nella sala di questo castello?
-
- Le puttane che aspettano, si sa,
- alla vista del cliente
- mi vengono incontro tutte contente.
- — Buona sera biondino!
- — Buona sera, eccoti qua!
- — Come sei mingherlino!
- — Non vieni mica qui per far camorra?
- — Il giuoco di Lischino lo conosci?
- — Devi aver poca borra!
- Flaccide, seminude,
- facendo ballonzare
- con pesantezza
- i seni sui ventri flosci,
- mi ronzano attorno
- quelle puttane;
- ed io le sto a guardare
- con compostezza.
- — Sembri il bambin Gesù!
- — Non vedete non ne può più.
- — Via, su ti riscaldiamo!
- Mi spingono in mezzo a loro
- sballottandomi,
- cantano in coro come forsennate
- il più osceno girotondo
- a gambe spalancate,
- e gridano sconciamente inebriate:
- — Fatti sotto fatti sotto!
- S'alzano tutte le sottane
- quelle vecchie puttane disfatte.
- — Fatti sotto fatti sotto!
- — Ascoltate!
- Io sono quel signore...
- che vive in quel castello!
- (mi ricordo non so come
- in quel momento).
- — Ahahahahahah!
- — Lassù....
- — Ahahahahahah!
- — Quel signore....
- — Dio! non mi ricordo
- più il nome!
- In quel castello....
- — Ahahahahahah!
- — Bello! Bello!
- — Sei un povero matto, poverino!
- — No, sono quel signore....
- il nome.... il nome....
- non lo ricordo più!
- Chi mi ci à portato?
- — Da te ci sei venuto!
- — Musino da flanellista!
- — Chi mi ci à portato?
- — Il diavolo che ti riporti!
- — La scusa l'ài trovata bella!
- — È venuto a far flanella!
- — È venuto a far flanella!
- — Buttatelo giù dalle scale!
- — Fuori fuori, è robetta!
- — È bene che si faccia male!
- — Non sappiamo che farcene noi,
- di quei signori!
- — L'ànno preso a civetta!
- Mi gettano dalle scale,
- infuriate le puttane,
- e mi corrono dietro.
- Quando mi sento andare,
- e sono sull'orlo del precipizio,
- la mano mi sostiene, mi sostiene.
- E fuori mi gridano i lenoni
- all'angolo sotto i languenti lampioni,
- m'inseguono le puttane
- come tanti cani.
- Tutti mi gridano e m'insultano!
- La mia carne lacerata,
- in possesso della mano,
- seguita ad essere sbatacchiata.
-
- I miei occhi goccianti
- lagrime verdi e rosse
- non vedono più,
- la mia bocca sanguina giù giù
- sotto colpi di tosse.
- Non odo più che lo scherno,
- le grida di quella gente.
- gli urli delle prostitute
- e dei lenoni; tutti sono scappati fuori,
- e m'inseguono, m'inseguono.
-
- Ora la mano mi sottrae,
- mi fa fuggire rapidamente
- alle terribili ire
- di tutta quella gente.
- Intravedo la mia via
- per la campagna,
- mi par di sentire il mare,
- intravedo il mio cancello,
- l'ombra del mio bel castello
- nella terribile agonia.
- Penetrano l'unghie acutissime
- dentro la mia nuca in brandelli,
- (io non ò più la forza
- di respirare,
- lascio fare)
- e l'unghie penetrando
- s'aprono tutte le porte,
- brandello per brandello,
- dentro l'ultimo lembo del mio cervello:
- ecco: la morte!
- Io mi sento veramente morire.
- La mano piano piano
- m'adagia sul morbido divano.
-
- M'alzo trasfigurato,
- mi vado a guardare nello specchio,
- la mia faccia è d'uno strano pallore,
- sono vitrei i miei occhi.
- La mia bocca serrata
- è dissanguata.
- Le mie narici spalancate
- palpitano con affanno.
- Ò sognato? No.
- Non dormo, io sogno ogni sera,
- tutto l'anno,
- quella via,
- per quella mano che m'avvolge
- nelle dolci spire,
- e mi trascina nel fango
- per farmici morire.
- Ma io la potrei fuggire tale mano.
- Mi direte:
- Bruciate quel divano!
- A quell'ora che sapete
- andate a passeggiare,
- non vi ci dovete sdraiare,
- in fondo voi soffrite, poveretto!
- Cambiate la camera da letto.
- È vero, è vero,
- miei buoni, miei cari,
- perdonate,
- è.... come l'abitudine del male,
- io non so rinunziare
- quando mi sento accarezzare
- da quella mano,
- e mi lascio andare,
- e so dove,
- e fin dove.
-
- Pensate, pensate
- che disperazione
- per uno come me,
- dovere ogni sera lasciare
- il mio bel castello
- per andarmi a ingolfare
- nelle sozzure
- come l'uomo più volgare.
- Tutte le sere sentirmi trascinare,
- come un fanciullo
- dal canto della sua nutrice
- per tante porte d'oro
- nel regno delle fate!
- Quali sono le mie fate?
- Quali sono le mie porte?
- Dovere ogni sera provare
- che cos'è la morte!
-
- E ritornando nel mio bel castello,
- temere d'incontrare
- gli sguardi famigliari,
- perchè possono capire i miei cari
- dove sono stato!
- Certamente Cherubina ormai à capito,
- mi guarda senza dirmi nulla
- al mio ritorno, e pensa:
- che cattivo marito!
- E Stellina, e Cometuzza,
- mi guardano con occhio pio pio,
- che mi dice assai bene:
- dove sei stato,
- fratellino mio?
-
-
-
-
-L'orologio
-
-
- L'orologio è il ricordatore del tempo
- che non è più.
- Esso segna il tempo che i poveri
- uomini regalano alla morte.
- VALENTINO KORE.
-
- Ad una parete della mia stanza
- da letto, c'è appeso
- un orologio vecchio;
- uno di quelli di vecchia usanza,
- colla catena e il peso.
- Un tempo lo caricai
- tanto per far qualcosa,
- non sapendo precisare
- se più m'irritasse fermo,
- o più il suo maledetto andare.
- Da tanto e tanto tempo
- l'orologio non va più.
- Io lo guardavo sempre con ghigno,
- tramandogli una fine,
- a quel ciarliero maligno,
- una molto triste fine.
-
- Voi uomini tutti
- tenete addosso un orologio, e non sapete
- tutto quello che lui di voi sa,
- tutto esso segnerà,
- e non ve lo dirà mai.
- Io lo guardavo pensando:
- orologio, tu sai
- tutto di me, dimmi l'ora ch'io morirò.
- Le due? Le cinque? Le tre?
- Le tre e un minuto, e due minuti?
- Dio! Mi sentivo morire
- tutti i minuti!
- Su quel vile orologio
- tutte le mie ire infuriai,
- tutto quello che mi capitò fra le mani
- gli tirai.
- Insulti, sputi, sozzure,
- scarpe, calamai!
- Ed egli si fermò.
- Si fermò sulle sei.
-
- Sul momento mi parve
- d'esserne liberato,
- che non battesse più,
- che si fosse fermato.
- Ma il dì seguente
- giunse quell'ora,
- io lo guardai,
- e da quella immobilità feroce
- compresi che quella
- doveva esser l'ora
- inesorabilmente!
- Tutti i giorni io doveva
- a quell'ora morire?
- Quell'ora del tramonto,
- o dell'ave maria,
- o prima della notte,
- o ultima del giorno,
- le sei, l'ora terribile
- di tutti gli incubi miei!
- Quell'ora serale,
- era divenuta giustamente
- la mia ora sepolcrale.
-
- Nella disperazione
- corsi sull'orologio,
- lo sventrai!
- Tutto gettai, le lancette,
- il suo tagliente
- meccanismo infernale,
- tutto dispersi!
- E non si vede ora
- che una mostra bucata,
- e un pezzo di catena
- rimasta ciondoloni
- con una ruota attaccata.
- Brandelli di quel sozzo ventre
- che sbudellai.
-
- Uomini, che da voi non sapete nascere,
- da voi non sapete neppure morire,
- e vi tenete caro sul petto, sul core,
- quell'ordigno che sa la vostra ora,
- e non ve la dirà, e tutti i giorni
- ve la batte sul seno, e non ve n'accorgete.
- Io benedico a chi sa l'ora di morire,
- e m'inginocchio ai piedi del suicida.
- Io penso: che aspetto?
- Aspetto che ad uno ad uno cadano
- tutti i miei bei capelli,
- i miei bei denti?
- Aspetto che una piaga gialla
- sbuchi da qualche parte
- ad insozzare la mia pelle bianca,
- e l'invada, e la ricuopra?
- Oh! Com'è bello morire
- con un fiore rosso in fronte!
- La rosa più vermiglia
- che si sfoglia, che si sfoglia
- a lato della fronte bianca!
- O dalla torre più alta
- darsi alla voluttà del vuoto,
- dello spazio!
- E che sul mondo rimanga
- una macchia vermiglia solamente.
- E tu che la sai, quell'ora,
- scritta è già sulla tua fronte,
- tu, mantenendo il tuo trotto,
- tranquillo la segnerai
- e passerai.
- Ed io non potrò dire:
- era quella, quella che mi fece tremare
- ogni dì, quella che passò inosservata,
- quella alla quale non pensai.
-
- No! Io mi faccio una torre sopra un monte,
- la più alta del mondo,
- su tutti i tuoi minuti
- tutti i suoi mattoni,
- e vi salgo all'ora mia,
- quella scelta da me.
- Mi fermo per sentire bene il battito
- di tutti gli orologi del mondo,
- cuori inutili e vili,
- e ti grido: orologio, guarda, mi getto!
- E faccio l'atto.
- Ah! sentito uno scatto!
- Sei stato tu, tu che ài segnata già l'ora,
- ài creduto che fosse quella!
- Ahahahahahah!
- No, non era quella,
- è quella che so io!
- Ora sono io che comando,
- sono io che darò l'ora a te, Ora!
- Trovar nella mia gola,
- far salire dal mio ventre,
- le più folli, le più oscene risate,
- i lazzi più sconci,
- i gridi di scherno più acuti,
- e farti aspettare
- altri cinque minuti.
-
-
-
-
-Cherubina
-
-
- Scrivo: Cherubina:
- e il mio pubblico indovina:
- questa è una bella mogliettina,
- uno di quei bei tipettini
- rosei paffuti e freschi,
- la mogliettina....
- del poeta....
- Una bella mogliettina
- che gli tiene in ordine il castello,
- che sorveglia la cucina,
- gli rassetta la biancheria,
- la migliore compagnia
- per un uomo come quello,
- che vive tutto l'anno
- rinserrato in un castello.
- Ài sentito Cherubina?
- È vero che sei la mia mogliettina?
- La moglie del mio cuore,
- e la moglie del mio buon umore?
- Una moglie come te,
- piena di mosse simpatiche,
- non c'è, Cherubina,
- le altre mogli sono tutte antipatiche.
- Su diritta Cherubina,
- saluto militare,
- da moglie esemplare.
- Di' a questi signori
- che fai delle tue giornate;
- digli che sei tanto civetta,
- che tutto il giorno ti fai toletta.
- Digli che rompi tanti specchi,
- e non nascondergli che t'inciprî
- e imbelletti come una parigina.
- E io ti sto a guardare, marito beato,
- felice di tutte le tue mosse,
- che si posson guardare
- a tempo avanzato,
- senza doverti aspettare
- per condurti a teatro,
- o a ballare.
-
- Sei una moglie molto casalinga,
- quasi all'uso orientale.
- Le turche stanno a disposizione
- del loro padrone
- per le sue lussurie,
- te, per il suo buon umore.
- La mattina, è Cherubina
- che mi viene a svegliare,
- salta sul mio letto,
- mi da i pizzicotti sul naso,
- si mette a tirare le coperte,
- mi scuopre, mi ricuopre,
- poi si mette a dormire
- colle manine sotto il guanciale;
- tutto quello che potrebbe fare
- la mogliettina più ideale.
- À qualche posa un po' azzardata,
- ma come si fa.... nell'intimità....
- a qualunque altra moglie
- verrebbe perdonata.
- Ma non sempre glie la passo,
- la grido:
- Cherubina non sta bene
- di spulciarsi davanti alle persone,
- Cherubina non si fa,
- davanti al tuo padrone!
- Un'altra mogliettina non lo farebbe.
- E chi lo sa?
- Dopo un poco di tempo....
- nella più stretta intimità....
-
- Bisogna poi vedere come à sviluppato
- il sentimento di maternità,
- come dolcemente accarezza
- Stellina e Cometuzza,
- gli liscia le pennine, la cresta,
- poi gli da un gran sculaccione,
- quelle scappan via,
- e Cherubina si rintuzza
- per paura del padrone.
- Ma il padrone ride e se la gode
- tutto di buon umore.
- Gli uomini come va,
- nella buona società,
- usan tenere, per il buon umore, una moglie
- al posto della scimmia,
- io, tanto di modeste voglie,
- lontano da ogni buona società,
- tengo una scimmia
- al posto della moglie.
-
-
-
-
-Ginnasia e Guglielmina
-
-[Nell'Intimità: Stellina e Cometuzza.]
-
-
- Ginnasia e Guglielmina
- sono due belle cenerine,
- le mie care sorelline.
- Una persona in voga come me,
- non può far senza
- delle sorelline,
- ce ne vogliono almeno due o tre.
- Pio Decimo à le sue,
- come ogni buon uomo alla moda,
- due ottime sorelline
- colle quali andare a spasso per la mano
- nei giardini del Vaticano.
- Giovanni Pascoli,
- ch'è il primo poeta d'Italia,
- à anche lui la sorellina,
- ne à una, ma che ne vale due.
- Le belle cenerine
- sono le mie sorelline.
-
- Pire pire pire pire pire!
- Eccole come corrono
- le mie pirine,
- le due ragazzine civette,
- come corrono, le mie belle scalette!
- Come siete carine
- con tutte le vostre
- pennine cenerine.
- Uh! Se siete ingrassate,
- brutte mangione, che non sapete far altro
- delle vostre giornate.
- Venite belle cocche,
- venite pirine dal vostro Bubù,
- dal vostro gallettino rosso.
- Vi metterò il fioccone,
- il fioccone rosso,
- del colore del vostro padrone,
- che fa pandà col bel crestone,
- che sembra un cappellino di Parigi
- d'ultima moda,
- le mie civettone.
-
- Non fate che lisciarvi e carezzarvi
- le pennine,
- proprio come due sorelline
- ch'àn da trovar marito.
- Sono io il vostro gallettino,
- il vostro Bubù;
- non mi volete più?
- Brutte sgualdrine!
- Come vi voglio bene,
- come ci sto volentieri
- insieme con voi!
- Siete due sorelle deliziose,
- con tutte le grullerie,
- le stupidaggini di due ragazzine,
- ma che non ànno lingua
- altro che per dare
- una grande consolazione
- al loro caro fratellone.
- Oh! Io non sto più in me
- quando sento:
- cococococococococodè
- cococococococococodè
- cocodè cocodè.
- E la gioia che provo
- quando vengo a prendermi
- quel bell'uovo!
- Il vostro bel regalo, sorelline garbate.
- Il cibo miracoloso per la mia salute.
- L'uovo fresco delle cenerine
- è il mio cibo prediletto.
-
-
-
-
-Il ballo
-
-
- Come si fa, una festa ci vuole
- ogni tanto.
- Il ballo è un'abitudine antica,
- non si può sradicare.
- La festa è per certuni un dovere.
- Come si fa durante il carnevale
- a non aprire mai le proprie sale?
- Non per gli altri, ben inteso, ma per me,
- perchè il mio ballo è solamente per me.
- Due tre volte durante l'inverno
- c'è ballo al mio castello.
- Non mando nessuno ad invitare,
- tutti quelli che debbono venire,
- lo debbono saper bene da sè.
-
- Che martirio dover pensare
- a preparare,
- eppoi dover preparare!
- Spolveratura generale
- di tutte le sale,
- che tutto sia pulito con cura,
- per la buona figura,
- per uno come me,
- anche se non vede nessuno.
- Preparare la musica,
- le candele, il buffè,
- che seccatura!
- Eppoi viene la sera,
- le porte sono tutte aperte,
- i lumi s'accendono alle dieci.
- Giungono silenziosamente
- in lunga fila
- le vetture, scendono
- le dame, s'affrettano
- a prender posto nelle sale.
- Cogli occhi socchiusi
- io vedo tutto questo passare,
- questo giungere in fretta,
- questo via vai per la mia scala.
- E intanto sono a prepararmi
- con l'abito di gala
- quello rosso più bello,
- curioso refilé,
- (e non è un bal masqué!).
- Doversi affanzonare
- una faccia da sembrar per la quale,
- eppoi alla mezzanotte
- entrare.
-
- Tutti gli occhi addosso a me,
- della mia folla muta,
- entra il re.
- Mi strisciano le dame
- i loro inchini più profondi,
- cercando di mostrarmi
- meglio che sia possibile
- i loro piccoli mondi,
- che si vedono a metà
- nella seminudità.
- Poco mi guardo attorno,
- cerco di affettare un sorriso
- tra la sofferenza
- e l'indifferenza,
- e m'armo di pazienza.
- Faccio un giro per la sala
- col mio sorriso studiato, uguale,
- che serve per tutte le dame
- senza guardarle in viso,
- saluto generale, e penso:
- ora tutte queste signore
- vorranno ballare
- la quadriglia d'onore.
- E avanti pure.
- Quadriglia d'onore.
- Non scelgo la dama,
- mi piazzo nel mezzo della sala
- cogli occhi semichiusi,
- e mi vedo ronzare dintorno
- centinaia di musi.
- Mi perdo a tutto quel girare
- di gente così disuguale.
- Alle mie serate
- tutte le mode
- sono rappresentate,
- sono ammessi perfino i cerchi e i tornù,
- tutte le mode van bene,
- cominciando da me,
- (e non è un bal masqué).
- Figura finale.
-
- La mia parte è finita.
- Lascio i miei invitati
- faccio aprire il buffè.
- Andate, andate,
- faccio aprire le sale,
- colle tavole apparecchiate,
- andate andate,
- c'è d'ogni ben di Dio,
- ogni lusso di ghiottonerie,
- vini e liquori a orci;
- potete dissetarvi e sfamarvi
- come tanti porci.
- Io mi ritiro nel mio appartamento,
- seccato e stanco,
- un ballo è sempre seccante per me,
- anche quando è solamente per me,
- ma come si fa,
- una festa ci vuole ogni tanto.
-
-
-
-
-Il pranzo
-
-
- E anche i pranzi e le cene
- devono essere numeri del programma
- della gente perbene.
- Si pranza così felicemente da per sè,
- nella più completa libertà,
- ma bisogna sottostare,
- come si fa?
- Un pranzo di etichetta
- in tutta la stagione,
- qualche pranzo famigliare,
- e per non crepare di noia, ogni tanto faccio
- una cenettina alla Boccaccio.
- Io prendo posto al centro della tavola,
- alla mia destra Ginnasia,
- a sinistra Guglielmina,
- in fronte Cherubina
- come padrona di casa.
-
- Io che faccio le mie cene
- con un uovo, o con due frittelline,
- e me ne avanza,
- che disgusto provo
- al passare d'ogni nuova pietanza,
- che mi conviene un po' assaggiare
- per la buona creanza.
- La cena procede con brio,
- con molta eleganza.
- Chi si diverte meno sono io.
- Se non fosse Stellina,
- se non fosse Cometuzza!
- Ogni tanto vengono a beccare nel mio piatto,
- io rido come un matto.
- Oppure saltano in mezzo al tavolo,
- e si mettono a beccare i fiori del bocchè
- come se fosse un cavolo!
- Che gioia per me!
- Se non fosse Cherubina
- con qualche sua smorfiettina
- piena di simpatia!
- Dà uno scappellotto
- al servo che le porge il vassoio,
- si prende un mezzo pollastro
- tutto per sè!
- Si leva qualche cosa
- dalla sacca della gola
- e la mette nel piatto del vicino.
- Caccia un osso dentro una bottiglia
- eppoi ci va a guardare piena di maraviglia.
- Mangia un pochino troppo colle mani,
- buffa, buffa!
- (Qualche invitato forse sbuffa).
- Che cosa ci posso fare
- se la padrona di casa
- è una birichina?
- Alle volte perfino
- si mette col suo culo sul suo piatto!
- (Mi par che gl'invitati si scandalizzino!)
- Io divento matto!
- E Cherubina lo rifà.
- Ma queste sono vere indecenze,
- è troppo, sono veri orrori!
- (Qualcuno deve gridare!)
- Infine Cherubina à ragione,
- io vi ò invitato ad una cena boccaccesca,
- miei nobili signori!
-
- E alla meglio,
- anche i pranzi e le cene passano,
- e la quiete desiderata
- ritorna nel mio bel castello.
-
-
-
-
-La visita di Mr. Chaff
-
-
- — Mister Chaff, vi saluto,
- siate il benvenuto!
- Vi sono molto grato
- d'esservi così gentilmente
- ricordato di me,
- vi sono molto riconoscente
- di aver pensato a questo vostro
- lontanissimo parente.
- L'americano s'introdusse,
- e ci scambiammo i complimenti d'uso.
-
- — Io ricordare molto bene voe,
- quando essere passato Italia
- volta precedente:
- voe non potere ricordare me,
- allora essere voe troppo
- piccolo fanciullo.
- Io essere molto cambiato,
- molto.... envecchiato.
- E mister Chaff sorrideva;
- ricordava la nostra lontana parentela,
- e parlava delle relazioni
- antiche fra le nostre famiglie.
- Questi parenti americani
- furono sempre una favola per me.
- Me ne avevan parlato sempre,
- ma non avevo mai potuto capire
- ch'essi esistessero realmente,
- tanto mai lontani.
-
- — Io vi trovo benissimo mister Chaff,
- avete un'aspetto floridissimo!
- — Io trovare voe un poco.... sbiancato,
- un poco.... macilente.
- — Oh! Si mister Chaff, probabilmente.
- Lo condussi, come suo desiderio,
- a girare pel castello.
- Tutto volle vedere,
- senza arrestarsi un momento
- di dimandare colla massima insistenza,
- su tutte le mie intimità,
- facendoci sopra le sue osservazioni,
- alcune delle quali
- mi cominciarono a seccare.
- — Bello questo panorama.
- — Vi piace?
- — Vedere mio caro,
- io possedere Amereca
- terreno molto più grande.
- Quando io essere.... centro mie terreno,
- io guardare de qua, guardare de là
- vedere sempre mie terreno.
- — Io questo certamente
- non lo posso dire, mister Chaff,
- tutto quello che vedo
- è mondo che non mi appartiene.
- Vi avverto però solamente
- che quello è il mare.
- — Oh! Molto più grande!
- Affermava mister Chaff,
- col massimo calore.
- — Avete ragione, perdonate,
- io sono talmente abituato
- alle cose piccine, non ci badate.
- Infine questo non è che il mondo di un poeta sapete.
- Mister Chaff sorrideva
- tutto di buon umore.
- Quel suo ridere goffo mi seccava.
-
- — Il mio orto!
- Vedete? la menta, la cedrina,
- il bassilico, il ciliegio,
- il pero, l'insalatina;
- la mia insalatina!
- È bello vero?
- Il mondo di un poeta mister Chaff.
- — Oh! Anche Amereca
- poete possedere tutte piccolo mondo!
- — Piccolo.... vedete,
- è assai grande per me.
- — Come mesurare terra voe?
- — A piccoli passi.... e a cieli.
- Girammo ancora molto pel castello;
- gli presentai la mia Cherubina,
- Ginnasia, Guglielmina.
- Rise, rise l'americano,
- certe sue risatacce grasse
- che mi cominciarono a infastidire.
- — Non vedere, mie caro,
- quante fessure avere
- queste povero castello!
- Reparare, reparare.
- — Niente affatto reparare,
- lasciatele pure stare quelle fessure,
- se c'entrano i raggi del sole
- mi fanno sempre
- un grandissimo piacere.
- — Oh! Oh! Molte curioso,
- molte.... estravagante!
- — Quando comprai questo castello, vedete,
- non volli riparare neppure la camera da letto.
- — Così fare tutte poete?
- — Così faccio io.
- — Oh, Italiane essere molte poete.
- — Non credo mister Chaff.
- — Yes, molte poete.
-
- Voe appartenere.... quale partite?
- Repubblicane? Sovversive?
- — Un poeta, sappiate, non à colore.
- Io non sono elettore,
- e non andrò mai a votare.
- I colori del poeta
- sono quelli.... del cielo,
- degli alberi, del mare....
- e con tutte le sfumature
- dei tramonti e delle aurore!
- I suoi rappresentanti
- sono la luna, il sole,
- e le belle giornate!
- Un poeta non ama il suo paese,
- se non è un bel paese,
- lo rinunzia con la massima disinvoltura,
- e se ne va là dove lo aspetta
- la sua natura.
- E poi, mister Chaff, volete proprio
- conoscere il mio partito?
- Fate un impasto uguale,
- metà sublime, e metà bestiale.
- I miei occhi vedete,
- sono avidi di sangue e di fiamme!
- No no no, non vi spaventate,
- me ne sto qui comodamente a dormire,
- dormire.... per sognare.
- — Oh! Italiane essere
- molte.... endolente.
- Diceva mister Chaff
- scandendo le parole lentamente.
- — Molte... endolente.
- — Oh indolentissimi yes.
- — Per questo avere poco denaro.
- — Io ne ò tanto che mi basta,
- sono così mingherlino...
- per la mia pancia? oh! me ne avanza.
- Mister Chaff si dette lesto lesto
- un'occhiata alla sua pancia.
-
- — E voe vivere sempre quassù.
- — Sempre
- — Io morire dopo poche ore.
- — Vi credo, ma io mi ci diverto invece.
- Nulla mi manca quassù,
- mi credete abbandonato?
- Dò anch'io le mie feste e i miei pranzi,
- e mi stanco, mi esaurisco, mi confondo,
- al naturale.
- Le mie feste e i miei pranzi
- sono sempre preparati
- per centinaia di persone,
- c'è la più completa illusione,
- e non sono che per me.
- Tutte quelle persone,
- (i miei abitué)
- mi rimangono indistintamente
- simpatiche e divertenti,
- se fossero vere
- mi diverrebbero antipatiche e sconvenienti
- dopo poche sere.
- Sto qui come un eterno convalescente.
- È così bello essere stati malati,
- e non aver più male,
- e non sentir più niente.
-
- — Oh! Capire molto bene,
- tutte queste poete essere molto... fiacche,
- anche molte persone... lascive.
- Per questo essere tutte povere.
- — Americano... babbeo!
- Guardami quando creo!
- Di terra io abbisogno,
- tanta quanta ne sta
- sotto i miei piccoli piedi, mi basta.
- Io m'innalzo!
- Nell'aria, nello spazio,
- traverso ogni spazio,
- coi miei capelli dorati
- che ogni aura accarezza.
- I miei occhi lampeggiano
- sguardi che sono scintille,
- fiamme roventi,
- lame taglienti,
- che squarciano il ventre ai cani
- delle regine nubi al mio passare,
- essi mi vorrebbero abbaiare,
- mi vorrebbero serrare
- i cancelli del cielo.
- S'inchinano rispettose
- quelle regine,
- facendomi posto
- fra le loro vesti vaporose
- di veli e di trine.
- Ma io salgo, nulla m'arresta,
- è in cielo la mia testa,
- nell'azzurro profondo,
- fra le stelle che si confondono
- al bagliore dei miei occhi,
- e mi sorridono amiche, sorelle.
- Su, su, entro nel sole,
- e creo, e mi beo!
- Come nessun altr'uomo al mondo!
- — Oh! Molto belle queste parole,
- ma poe... quando essere finita
- vostra... illusione,
- dovere retornare vostra vita
- allora mio caro bella deselusione
- provare!
- — Si! Perchè la terra è angusta
- per il mio calare!
-
- Mister Chaff si seccò
- alle mie ribattute,
- e se ne andò zitto zitto.
- Io rimasi confuso,
- e pensai d'essermi riscaldato invano.
- Gli potevo lasciar dire
- tutte le sue grullerie
- a quel povero americano,
- chi sa come mi potevo divertire!
-
-
-
-
-INDICE
-
-
- RAPPORTO SULLA VITTORIA DEL FUTURISMO A TRIESTE pag. 7
-
- LE FANFARE DELLA STAMPA » 23
- TRIESTE ELETTRIZZATA » 25
- LA VITTORIA STREPITOSA » 36
- I SIGNIFICATI DEL FUTURISMO SECONDO PAOLO ARCARI » 51
- IL FUTURISMO E LA SATIRA » 62
-
- L'INCENDIARIO » 67
- VILLA CELESTE » 81
- LA FIERA DEI MORTI » 89
- IL PRINCIPE E LA PRINCIPESSA ZUFF » 103
- LA MORTE DI COBÒ » 113
- LA REGOLA DEL SOLE » 131
- LE CAROVANE » 145
- LA CITTÀ DEL SOLE MIO » 151
- LE BEGHINE » 161
- VISITA ALLA CONTESSA EVA PIZZARDINI BA » 171
- E LASCIATEMI DIVERTIRE! (Canzonetta) » 179
-
- AL MIO BEL CASTELLO.
-
- QUANDO CAMBIAI CASTELLO » 187
- LE MIE PASSEGGIATE » 197
- IL MIO CASTELLO E IL MIO CERVELLO » 205
- LA CIOCIARA IN LUTTO » 211
- LA MANO » 221
- L'OROLOGIO » 237
- CHERUBINA » 247
- GINNASIA E GUGLIELMINA » 255
- IL BALLO » 261
- IL PRANZO » 269
- LA VISITA DI MR. CHAFF » 275
-
- ANNO QUINTO
-
- POESIA
-
- ORGANO DEL FUTURISMO
-
- Direttore F. T. MARINETTI
-
- ha pubblicato versi inediti dei maggiori poeti contemporanei:
-
- MISTRAL, PAUL ADAM, HENRI DE RéGNIER, CATULLE MENDèS, GUSTAVE
- KAHN, VIELé-GRIFFIN, VERHAEREN, FRANCIS JAMMES, MAUCLAIR, JULES
- BOIS, STUART MERRILL, PAUL FORT, LA COMTESSE DE NOAILLES, JANE
- CATULLE MENDèS, RACHILDE, HéLèNE PICARD, H. VACARESCO, ecc.
-
- G. D'ANNUNZIO, PASCOLI, MARRADI, BRACCO, BUTTI, COLAUTTI, D. ANGELI,
- SILVIO BENCO, ELDA GIANELLI, A. BACCELLI, ADA NEGRI, G. P. LUCINI,
- D. TUMIATI, G. LIPPARINI, CAVACCHIOLI, PAOLO BUZZI, CORRADO
- COVONI, A. PALAZZESCHI, LIBERO ALTOMARE, G. CARRIERI, ecc.
-
- SWINBURNE, SYMONS, YEATS, FRED. BOWLES, DOUGLAS GOLDRING,
- SMARA, ALEXANDRE MACEDONSKI, DEHMEL, ARNO HOLZ, VALèRE BRUSSOV,
- SALVADOR RUEDA, E. MARQUINA, A. GONZALES-BLANCO, SANTIAGO
- ARGUëLLO, ecc.
-
- =ABBONAMENTO ANNUO:= in Italia L. =10= — all'estero L. =15=
-
- _Ogni numero, in Italia, L._ =1=.
-
-
-
-
- Edizioni Futuriste di “POESIA”
-
- L'ESILIO. Romanzo di =Paolo Buzzi=, vincitore del 1º Concorso
- di «Poesia»:
-
- Parte Prima: _Verso il baleno_ (elegantissimo volume
- di 300 pagine con copertina a colori di Enrico
- Sacchetti) L. 2, —
-
- Parte Seconda: _Su l'ali del nembo_ (elegantissimo
- volume di 300 pagine con copertina a colori di
- Enrico Sacchetti) » 2, —
-
- Parte Terza: Verso la folgore (elegantissimo volume
- di 500 pagine con copertina a colori di Enrico
- Sacchetti) » 2, —
-
- L'INCUBO VELATO. Versi di =Enrico Cavacchioli=,
- vincitore del IIº Concorso di «Poesia» (elegantissimo
- volume stampato su carta di Fabriano, con copertina a
- colori di Romolo Romani) » 3,50
-
- GIOVANNI PASCOLI. Studio critico di =Emilio Zanette=,
- vincitore del IIIº Concorso di «Poesia» (elegantissimo
- volume con maschera disegnata da Romolo Romani) » 3,50
-
- LA LEGGENDA DELLA VITA. Versi di =Federico De Maria=
- (elegantissimo volume stampato su carta di lusso) » 3,50
-
- IL VERSO LIBERO. — Parte Prima. — Studio critico di =Gian
- Pietro Lucini= (elegantissimo volume di 700 pagine
- con acquaforte di Carlo Agazzi) » 6, —
-
- IL CARME DI ANGOSCIA E DI SPERANZA, di =Gian Pietro
- Lucini= (esaurito a beneficio dei danneggiati del
- terremoto di Sicilia e Calabria) » 1, —
-
- D'ANNUNZIO INTIMO, di =F. T. Marinetti= (traduzione
- dal francese di L. Perotti) — _Esaurito_.
-
-
-
-
- Edizioni Futuriste di “POESIA”
-
- LE RANOCCHIE TURCHINE. Versi di =Enrico Cavacchioli=,
- vincitore del IIº Concorso di «Poesia» (elegante volume,
- con copertina a colori di Ugo Valeri) L. 3,50
-
- ENQUÊTE INTERNATIONALE SUR LE VERS LIBRE et MANIFESTE
- DU FUTURISME, par =F. T. Marinetti= » 3,50
-
- REVOLVERATE, Versi liberi di =Gian Pietro Lucini=
- (elegantissimo volume di circa 400 pagine, con
- Prefazione di F. T. Marinetti) » 4, —
-
- AEROPLANI. Versi liberi di =Paolo Buzzi=, col
- Secondo Proclama futurista, di F. T. Marinetti
- (Elegantissimo volume di circa 300 pagine) » 3,50
-
- L'INCENDIARIO. Versi liberi di =Aldo Palazzeschi=,
- col Rapporto sulla Vittoria futurista di Trieste
- (elegantissimo volume di circa 300 pagine) » 3,50
-
- MAFARKA IL FUTURISTA. Romanzo di =F. T. Marinetti=,
- tradotto da Decio Cinti (Elegante volume di circa
- 350 pagine) » 3, —
-
-
- _D'imminente pubblicazione:_
-
- FUTURISTI E PASSATISTI. Documenti discorsi e polemiche (Un
- volume illustrato di 400 pagine) L. 3, —
-
- LES REMPARTS DU PASSÉ. (Un volume illustré de 400 pages) » 4, —
-
- LA VICTOIRE DU FUTURISME. (Un volume illustré de
- 400 pages) » 4, —
-
-
-
-
- FRATELLI TREVES, EDITORI — MILANO
-
- _D'imminente pubblicazione:_
-
- RE BALDORIA
-
- TRADUZIONE DELLA TRAGEDIA SATIRICA
-
- LE ROI BOMBANCE
-
- di
-
- F. T. MARINETTI
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of L'Incendiario, by Aldo Palazzeschi
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK L'INCENDIARIO ***
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-even without complying with the full terms of this agreement. See
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-Gutenberg-tm electronic works if you follow the terms of this
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