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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - -Title: L'Incendiario - col rapporto sulla vittoria futurista di Trieste - -Author: Aldo Palazzeschi - -Release Date: October 15, 2016 [EBook #53287] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK L'INCENDIARIO *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - _PROPRIETÀ LETTERARIA_ - - Milano 1910 — SOCIETÀ ANONIMA POLIGRAFIA ITALIANA — Via Stella, 9 - - - - - ALDO PALAZZESCHI - - - L'Incendiario - - - _COL RAPPORTO_ - _SULLA VITTORIA FUTURISTA_ - _DI TRIESTE_ - - - - EDIZIONI FUTURISTE - DI “POESIA„ - MILANO — VIA SENATO, 2 - 1910 - - - - -Opere di ALDO PALAZZESCHI: - - - _Poesia_: - - I CAVALLI BIANCHI — (Esaurito). - LANTERNA — (2ª ediz.). _Edit. Cesare Blanc, - Firenze_ L. 2. — - POEMI — _Editore Cesare Blanc, Firenze_ L. 5. — - - _Romanzo_: - - RIFLESSI — _Editore Cesare Blanc, - Firenze_ L. 2. — - - _In preparazione_: - - SIGNOR PERELÀ — Romanzo. - - - - -RAPPORTO - -sulla vittoria del Futurismo a Trieste. - - -Il nostro treno corre verso Trieste, rossa polveriera d'Italia. - -Oh! rabbia di sentirci, noi, poeti futuristi, portatori d'idee -esplosive, demolitori della vecchia Italia, imprigionati in uno -scompartimento come aquile in una gabbia.... Ma le anime nostre -s'avventano nel buio, precedendo la locomotiva che si sforza di -seguirci. - -Non è lontano il giorno in cui per forza si dovranno constatare sui -nostri cadaveri ammonticchiati la straziante sincerità del nostro -programma e la tragica serietà della nostra violenza. Questo però non -c'impedisce di essere allegri, pazzamente allegri, questa sera, non -foss'altro che per schernire la lentezza del treno sgangherato che ci -trasporta, scricchiolando per tutta la sua nera ossatura, battendo i -denti sonori, trascinando le ferree pantofole e sdraiandosi in tutte -le stazioni come un ubbriaco nella luce vinosa di tutte le bettole: -Treviglio, Brescia, Verona.... - -— Bando alla musoneria e alla gravità! - -— Noi andremo alla guerra danzando e cantando. - -— Ecco Vicenza.... Questa nebbia puzza di vecchia beghina! osserva Aldo -Palazzeschi. - -— Attraversiamo infatti l'anima tabaccosa e ammuffita del senatore -Fogazzaro.... Che schifo! - -Centinaia di fanali elettrici sfilano davanti a noi, a destra e a -sinistra.... Sono i nostri luminosi sputacchi futuristi, lanciati nelle -tenebre immonde. - -All'alba, il confine: tragici burroni sassosi, probabile teatro di una -battaglia di domani. Ognuno di noi già si sceglie, muto, il suo posto -di combattimento. - -Cormons, Miramar.... ed ecco il mare Adriatico, grigia immensa bandiera -spiegata, che palpitando aspetta dal sole i suoi tre colori trionfali. - -Finalmente, Trieste!... Un crepitare di grida infiammate, un -lampeggiante scoppiare di urrah! Tutti i nostri amici son venuti ad -aspettarci. Cento mani appassionate si tendono verso di noi.... Cento -sguardi ebbri e inebbrianti cercano febbrilmente fra noi l'unico dio -invisibile: l'esaltante vessillo italiano! - - -Alle sette di sera, dietro al sipario del Teatro Rossetti, noi -contendiamo i lembi tricolori di una poesia al capo della polizia -austriaca, pettoruto e bardato di decorazioni, mentre una folla -torrenziale inonda fragorosamente le gallerie.... - -Quando ci mostriamo finalmente alla ribalta, tutto il popolo di -Trieste è davanti a noi.... tutto, con l'ardente gioventù dei suoi -maschi bellicosi, con lo scintillìo di eleganza parigina che dà -risalto alla flessuosità appassionata delle sue donne. A destra, in -un palco, la grazia felina e squisitamente spirituale di Delia Benco, -scrittrice ispirata, dallo stile affascinante come la sua _toilette_ -artisticamente originale. Con lei è Silvio Benco, l'illustre e grande -romanziere del _Castello dei desideri_. Nello stesso palco, Willy Dias, -la geniale scrittrice di cento indimenticabili novelle, e la bellissima -signora Ciatto. In un palco più vicino alla scena, la superba figura, -romantica e notturna, di Nella Doria Cambon, poetessa dal volo pensoso -e nostalgico. Le sta al fianco l'amica nostra Elda Gianelli, poetessa -che inneggiò recentemente al verso libero con ala di genio. - -In platea, la signorina Haydée, la scrittrice ben nota che tanto -onora Trieste col suo versatilissimo ingegno; il dottor Prezioso, -grande patriota, giornalista-principe, dominatore di pensieri e di -folle; il direttore dell'_Indipendente_, Zampieri, fortissimo campione -dell'irredentismo; il dottor Cimadori, il poeta Riccardo Pitteri, il -dottor Spadoni, Carlo Banelli, l'avvocato Costellos, presidente della -Società Filarmonica, l'ingegnere Menesini, il poeta futurista Luigi -Crociato, il poeta Cesare Rossi, e moltissimi altri notabili della -città. - -Fuori, rumoreggia violentemente la marea d'un migliaio di persone, tra -le fetide dighe dei poliziotti. - -Ci sono dei professori, dei pedanti, degl'invalidi, nella sala? Noi non -li vediamo.... Silenzio di Corte d'Assise nel momento della sentenza, -o, piuttosto, silenzio di profondità sottomarine, ove io scaglio le -frasi del mio discorso, come siluri contro le vecchie galere romane che -beccheggiano invisibili sul fluttuare del pubblico: - - - _AMICI, NEMICI FORSE!_ - - _Giudico necessario premettere alcune brevissime spiegazioni alla - nostra declamazione di poesie futuriste._ - - _Anzitutto, che cosa vuol dire _Futurismo_? In termini molto - semplici, _Futurismo_ significa odio del passato_. - - _Noi ci proponiamo infatti di combattere energicamente e di - distruggere il culto del passato, ed obbediamo in ciò all'istintivo - bisogno di difendere le nostre forze vive, che vogliono liberamente - ed interamente esplicarsi prima di estinguersi._ - - _Considerate che il numero dei grandi uomini defunti è quasi - infinito: sono eserciti formidabili di genii morti, ormai - indiscussi, che accerchiano e schiacciano la esigua legione dei - vivi. — A quelli e per quelli, tutto è concesso: libere le strade, - spalancate le porte, profuso il denaro. — I vivi, invece, non - raccolgono che dileggi, insulti, calunnie, e patiscono la fame!_ - - _Nella repubblica dell'arte, particolarmente, coloro che difendono - ed esaltano i morti, lo fanno per una subdola vigliaccheria e per - l'invidia che ispirano loro gli uomini veramente vivi._ - - _Si uccide un poeta giovane e forte, scaraventandogli addosso la - mummia cartacea di un grande poeta morto da cinquecent'anni. Gli - editori cestinano i manoscritti di un genio affamato, per prodigare - il loro denaro nella ristampa di capolavori d'epoche lontane. I - miliardari sprecano somme favolose nella compera di cose che non - hanno altro valore che quello di essere corrose e consunte dal - tempo._ - - _Si esumano musiche fredde e soporifere, statue insignificanti, tele - tarlate e annerite, mentre musicisti, scultori e pittori viventi - aspettano invano, nel buio di una sordida miseria, il divampare - vittorioso delle loro creazioni. Quando non si può uccidere un - giovane con un cadavere esumato, gli si scagliano attraverso le - gambe dei vecchi rimbambiti, dei fantocci rispettati, o degli - stomachevoli opportunisti._ - - _È perciò che noi, nell'arte, nella politica, e, insomma, in ogni - manifestazione di vita, combattiamo brutalmente la religione del - passato e il rispetto di tutto ciò che è antico._ - - _Proclamiamo cretina la massima: _«in medio stat virtus»_, e odiamo - tutti i mezzi termini. Disprezziamo e combattiamo tutte le forme - di obbedienza, di docilità, d'imitazione, i gusti sedentari, e - glorifichiamo invece i nomadi, i refrattari e le grandi belve - libere._ - - _Disprezziamo e combattiamo le maggioranze avvelenate e corrotte - dal potere, i divieti dell'opinione corrente i luoghi comuni della - morale e della filosofia._ - - _Nel campo letterario propugnamo l'ideale di una grande e forte - letteratura scientifica, la quale, libera da qualsiasi classicume, - da qualsiasi purismo pedantesco, magnifichi le più recenti scoperte, - la nuova ebbrezza della velocità e la vita celeste degli aviatori._ - - _La nostra poesia è poesia essenzialmente e totalmente ribelle alle - forme usate. Bisogna distruggere i binari del verso, far saltare - in aria i ponti delle cose già dette, e lanciare le locomotive - della nostra ispirazione, alla ventura, attraverso gli sconfinati - campi del Nuovo e del Futuro! Meglio un disastro splendido, che - una corsa monotona, quotidianamente ripresa! Già troppo a lungo - furono sopportati i capi-stazione della poesia, i controllori di - strofe-letto, e la stupida puntualità degli orari prosòdici._ - - _In politica, siamo tanto lontani dal socialismo internazionalista - e antipatriottico — ignobile esaltazione dei diritti del ventre — - quanto dal conservatorume pauroso e clericale, simboleggiato dalle - pantofole e dallo scaldaletto._ - - _Noi esaltiamo il patriottismo, il militarismo; cantiamo la - guerra, sola igiene del mondo, superba fiammata di entusiasmo e - di generosità, nobile bagno di eroismo, senza il quale le razze si - addormentano nell'egoismo accidioso, nell'arrivismo economico, nella - taccagneria della mente e della volontà._ - - _Disprezziamo e combattiamo la tirannia dell'amore, che specie nei - popoli latini, falcia le energie degli uomini d'azione. Combattiamo - il rancido sentimentalismo, l'ossessione dell'adulterio e della - conquista femminile, nel romanzo, nel teatro e nella vita. Vogliamo - insomma sostituire, nelle immaginazioni, giovanili, alla figura - stucchevole del Don Giovanni, quelle violente e dominatrici di - Napoleone, di Clémenceau e di Blériot._ - - _Tutto ciò, naturalmente, contraria ed esaspera le maggioranze; - ma noi Futuristi, noi Estrema Sinistra della letteratura, ce - ne rallegriamo, poichè solo temiamo le facili approvazioni e - gl'insipidi elogi dei mediocri._ - - _Sicuri e convinti che nulla vi sia di più facile e di più - spregevole insieme che il piacere al pubblico, solleticandone i - gusti volgari, noi preferiamo piacere soltanto al nostro ideale, e, - al pubblico ostile, non domandiamo che fischi!_ - - -Uno scoppio formidabile di applausi.... Le carene del passato si -sfasciano nella risacca sbatacchiante delle mani entusiasmate. - -Ed ecco Armando Mazza, dal gran corpo atletico, avanzarsi come un -lottatore. La sua voce tonante sfonda le pareti del teatro e sembra -coprire tutto il mondo delle nostre prime volontà futuriste. In verità -i saggi mummificati, i custodi del buon senso e tutti coloro che -portano sulla schiena la loro poltrona come le testuggini il guscio, si -sentono schiacciati dal passo di quel gigante che con alte grida chiama -alla riscossa gl'incendiarii. - -Abbasso i musei! Riseppelliamo i morti! Glorifichiamo la violenza! -Viva la guerra! Morte ai pacifisti! Abbasso le maggioranze sedentarie! -Gloria alle belve!... Altrettanti pugni roventi nei petti freddolosi -dei Passatisti, arbusti scarniti e contorti dalla lava sui fianchi di -un vulcano! - -Poi, i poeti futuristi, uno dopo l'altro, con una disinvoltura da -studenti in baldoria, versano a fiotti il rosso vino della sublime -poesia in tremila coppe invisibili, tese freneticamente a volerlo. - -Ma, ad un tratto, scoppia un gran baccano e s'accende un parapiglia -infernale. - -Si urla allo scandalo; mani di spettatori naufraganti si aggrappano -alle poltrone; altre stringono disperatamente rotonde calvizie, -come se abbrancassero il mondo per salvarlo. Occhi moribondi cercano -ansiosamente dei crocifissi introvabili. Cresce il tumultuare della -calca: è la grande insurrezione delle mummie. Non una italiana: -tutte austriache o _leccapiattine_. Ma la possente gioventù trionfa. -Tutti i maschi sono in piedi, e coi pugni, con gli scoppi della voce, -costringono i morti a ricoricarsi nei loro scanni tombali. - - -Il soffio dell'entusiasmo ci spinge fuori e ci trasporta per le vie di -Trieste. - -Entriamo nel _Caffè Milano_, fornace da cui si sprigionano e scattano, -investendoci, i tizzoni in fiamme dei più entusiastici urrà! Sulla -grande tavolata fraterna, il sangue delle gote, il fuoco delle voci, i -vermigli fermenti della poesia e del patriottismo.... Aldo Palazzeschi -dice con raffinata sapienza le sue belle poesie: _Villa Celeste_, _La -Regola del Sole e Palazzo Mirena_, contenute in questo volume. Poi -Armando Mazza è costretto a declamare per la terza volta il celebre -_Manifesto_. Tutti gli alcool traboccano, scorrono e s'incendiano. -Sorge un giovane dagli occhi elettrizzati d'ingegno, che clama la sua -professione di fede futurista, la sua ardente simpatia pel nostro -movimento di ribellione contro il passato.... Tutti lo ascoltano -intenti, ed egli, invaso da un furore ispirato, scarica in alto mille -idee paradossali, come tanti razzi sguscianti senza posa da una botte -pirotecnica. Quell'uomo è il forte poeta triestino Mario Cavedali. - -Intorno a lui si affollano moltissime altre figure bellicose di -pubblicisti, di letterati, di artisti: i valorosi patrioti fratelli -Tamaro, redattori dell'_Indipendente_, il fervido giornalista Mario -D'Osmo, l'inesauribile _pince-sans-rire_ Doro Finzi, il maestro -Saragoz, Barison, l'insuperabile violinista, il geniale poeta Arturo -Bellotti, Oberdorfer, l'energico segretario e difensore dell'Università -del Popolo, l'elegantissimo De Sala, corrispondente del _Figaro_, il -biondo e simpatico Paolo Zampieri, Augusto Datta, il poeta Dolcetti, -Mario Alberti, Guido degli Sforza, Gualtiero Finzi, ed altri ed altri -ancora. - -Si odono a quando a quando le schioccanti risate dello spiritosissimo -Nordio. Si alza l'avvocato Tedaldi, che declama un'ode del Carducci con -emozione di cuore, efficacia di gesto e tonante forza di voce. - -Usciamo dal _Caffè Milano_ per portare la nostra focosa anima italiana -entro il covo notturno degli ufficiali austriaci: l'_Eden_. - - -Vi troviamo invece molti ungheresi che accompagnano con gesti e con -danze un'impetuosa zuffa di violini tziganeschi. Essi ci salutano -clamorosamente, inneggiando alla liberazione dell'Ungheria e di -Trieste, e — allegri martiri del patriottismo — si torcono sulla sonora -graticola del _cembalum_, sotto le rabbiose sferzate dei violini. - -Gioia, follia e guerra! - -Alcuni ufficiali austriaci, in un angolo, hanno l'itterizia della loro -bandiera. - -Quando usciamo, una frenetica ebbrezza goliardica e gaiamente vandalica -agita la nostra irruente colonna. - -Noi, futuristi, proclamiamo senz'altro la morte della saggezza, -l'ignominia della parola _prudenza_.... Guai a chi non è capace di -audacie teppistiche! Guai a chi, ogni notte, non si sente signore -assoluto della città e gonfio di disprezzo per coloro che dormono! - -In lunga fila indiana, camminiamo prima rapidamente e poi ci slanciamo -a passo di corsa, formando festoni rumorosi e beffardi intorno alle -facce lorde dei poliziotti, vespasiani ambulanti. - -Così correndo, giungiamo al Molo San Carlo. Un gran veliero che fora -le nuvole coi suoi tre alberi altissimi.... Fin dove salgono, quegli -alberi? Bisogna pur saperlo!... Su! Su!... Chi potrebbe impedirci di -seguirne l'acuto slancio verso il cielo? Che importa se il veliero -oscilla, se il sartiame miagola al soffio rovesciante della bora?... -E ci arrampichiamo su per l'albero maestro, in cerca di nidi di -stelle.... Di lassù, ci sarà forse anche dato di scorgere all'orizzonte -i fanali della formidabile squadra di Bettolo, a cui forse giungeranno -le nostre grida di ansiosa chiamata! - - -Ci si avvia verso Servola, i cui fumi biancastri laggiù, sembrano -pilastri enormi eretti a sostenere le rosseggianti vôlte della -notte.... Lieti come scolari in libertà, ci agitiamo intorno alle pance -fuligginose delle ferriere, che partoriscono muraglie di bragia... -Grida di vittoria erompono dai nostri petti.... Finalmente, le più -folli immagini futuriste si realizzano: ecco edifici di fuoco che -camminano, si sventrano e rovesciano a terra viscere di topazi e di -rubini! - -Noi assistiamo così alla fusione del nuovo sole futurista, più -colorato, più fantastico, più caldo del vecchio sole di ieri. Ne -sorvegliano l'immane colata incandescente i mostruosi camini, giganti -burberi, impennacchiati di fumo che nemmeno si sentono passar tra i -piedi le stridule fughe dei treni, sorci di ferro spaventati.... - -Oh! come invidiamo le case appollaiate sulle colline circostanti, -le case attente a cui la gioia ubbriacante del fuoco incendia gli -occhi ogni notte. Come invidiamo le nuvole dalle facce accaldate e -l'orizzonte marino solcato da lunghi riflessi scarlatti! - - -A Trieste, i giovani non dormono mai. Igienica insonnia, che ci fa -divorare il gran pranzo futurista offertoci dagli amici e servito -spiritosamente a rovescio, così: - - _Caffè_ - _Dolci memorie frappées_ - _Frutta dell'Avvenire_ - _Marmellata di gloriosi defunti_ - _Arrosto di mummia con fegatini di professori_ - _Insalata archeologica_ - _Spezzatini di passato con piselli esplosivi in salsa storica_ - _Pesce del Mar Morto_ - _Grumi di sangue in brodo_ - _Antipasto di demolizioni_ - _Vermouth_. - -Dappertutto, nelle sale sontuose della _Filarmonica_, nei -salotti intellettuali, nei ritrovi mondani, le dame rivaleggiano -nell'accoglierci con regale e squisita cortesia, affascinate piuttosto -che sgomentate dalla violenza incendiaria delle nostre volontà -futuriste. - -Partiamo a malincuore, ma già rivolto lo sguardo ad altri campi di -battaglia, e Trieste ci accompagna al treno acclamandoci ancora con le -voci squillanti dei suoi cento figli più eletti, che galoppano intorno -alla nostra carrozza, e ci salutano col grido di _Viva l'Italia!_ _Viva -il Futurismo!_ - - _F. T. Marinetti._ - - - - -Le fanfare della stampa - - - Il Futurismo e i Futuristi - difesi da: - - Silvio Benco, Elda Gianelli, A, Bellotti - Paolo Arcari, A. Scocchi, V. Cuttin, Augusto Datta - G. Giacomelli, A. Tamanini, ecc. - - -TRIESTE ELETTRIZZATA. - - -SILVIO BENCO - -presenta i futuristi nel “Piccolo„. - -Serata di poesia futurista: la chiamano veramente i manifesti e gli -striscioni apparsi in gran numero a tutte le cantonate della città. -Infatti i sei giovani poeti che reciteranno mercoledì i loro versi al -Politeama Rossetti hanno accettato come insegna del loro sodalizio il -manifesto del futurismo lanciato l'anno scorso dal Marinetti: del quale -manifesto molto si rise e molto si discusse, e si rise perchè veramente -andava oltre a ogni seria intenzione di rinnovamento letterario; e -si discusse perchè spalancava ambo le porte a un problema che è forse -il supremo problema della letteratura: è fatale che l'arte si atteggi -sempre conforme al passato, e si giudichi sempre con le opinioni che -furono del passato? ovvero non deve trarre essa i suoi impulsi dalle -concitazioni della vita moderna, e giudicarsi a norma delle aspirazioni -che ciascuno di noi ha verso il futuro? - -Il manifesto del futurismo premette dunque una contraddizione alla -legge del perpetuo ritorno di ciò che fu; e se questa è una legge, esso -contiene un'illusione o un inganno, se no è una legge, esso contiene, -in forme brutali, un'enunciazione di verità. Il che non può decidersi -dopo un anno dall'apparizione del manifesto, e mentre il mosto fermenta -e non si è fatto vino. Non giudichiamo dunque il futurismo che allo -stato di ebollizione; limitiamoci a presentare i futuristi che sono -allo stato solido di personalità: uno di essi, e il loro capo, F. T. -Marinetti, non ha più nemmeno bisogno di presentazione; poichè già -lo conosce il nostro pubblico come un poeta d'impulso e di fervida -fantasia: all'opera sua nell'ultimo anno non aggiunse che un dramma, -_Les poupées électriques_, inventato molto ingegnosamente sul tema -delle segrete affinità delle anime che sì sostituiscono inconsce l'una -all'altra, dapprima nell'indeterminatezza delle commozioni psichiche, -poi nella concretezza delle sensazioni. Non è necessario nemmeno -presentare il giovane siciliano Federico De Maria, che fu l'anno -scorso fra i lettori dell'Università del popolo: il suo libro _La -leggenda della vita_, scritto quasi tutto in versi liberi, ma con rime -e assonanze e ricchezza di melodia, lo rivelò come uno dei poeti che -meglio fanno suonare il lor pensiero nella armoniosità della lingua -nostra. - -Una sorpresa per il pubblico potrebbe essere Paolo Buzzi, il più -complicato temperamento del gruppo. Vasto intelletto; volontà ambiziosa -e tenace che lo disciplina a una costanza di lavoro quasi sovrumana; -gusto non ancora purificato, non ancora naturalmente sensibile alle -proporzioni di ogni opera d'arte, qualunque essa sia. È milanese. -Sorse anni or sono, vincitore di un concorso letterario della rivista -_Poesia_, con un romanzo, _L'esilio_, dove aveva cercato di mettere -tutta la sua mente: e poichè la mente era vasta, il romanzo uscì in tre -volumi. Troppo; non tutto aveva lo stesso valore; ma c'erano capitoli -mirabili per verità e ricchezza di colore, per lucida esposizione di -idee, per trascrizioni d'una vorticosa vita fantastica. La stessa -impressione d'un uomo che ha molte cose da dire si riceve dal suo -volume di versi _Aeroplani_. Il contenuto ne è più denso, più vario -che nei consueti libri di versi; la vita delle città vi è vissuta con -una anima complessa d'uomo che sente dentro di sè una folla; la natura -vi è descritta con colori che paiono e sono nuovi soltanto perchè -sono più esatti. Ma anche qui regna talvolta il disordine, la febbre -dell'improvvisare, l'irriflessione, la mancanza di associazione delle -idee e di continuità delle forme; è un vigoroso e penetrante ingegno -non ancora tanto padrone della sua vita strabocchevole da placarla in -un'opera d'arte. - -Enrico Cavacchioli invece, è un artista: cesella le strofe, e le -fonde nello stampo del bronzo; scrive di rado in versi liberi come i -suoi compagni, e non sono i suoi versi migliori. La sua originalità -è fatta di precisione: precise le visioni, per quanto strane, morbose -e macabre; preciso il vocabolo; preciso e ben ponderato il suono. Se -qualche suo componimento ha la forza dell'allucinazione, la ricava -dalla saldezza, dall'incisività di ogni segno tracciato dal suo stile -acuto ed acre. - -Di Aldo Palazzeschi confessiamo di non conoscere che una poesia, ma -bellissima: _La regola del sole_. È scritta con una espressione di -candore e di umiltà appropriata alla visione ingenua; con un ritmo da -fiaba, morbidamente irregolare e dolcemente monotono. Ricorda, per la -ispirazione e per le forme, il Maeterlinck della prima maniera: _Les -sept princesses_. Ma non si può dire che lo imiti; fa una propria opera -d'arte, molto limpida, molto chiara, interessante. Infine Armando -Mazza, poeta pur lui, ci è annunziato come un magnifico dicitore -di versi, e come tale ebbe gran plauso a Palermo. Egli reciterà non -soltanto le proprie poesie, ma anche quelle d'altri futuristi: Libero -Altomare, Corrado Govoni, e infine di colui che questa pleiade di poeti -venera come il suo sole: Gian Pietro Lucini, un poeta lombardo che da -più di vent'anni vive in continuo arricchimento e in continuo rigurgito -del pensiero e in indefesso fermento e che ha scritto, tra dieci libri, -in una forma di versi inventata da lui, un fervido, caleidoscopico -poema di evocazione del settecento filosofico e lussurioso: _La -prima ora de la Accademia_. Egli, per vero, si schermisce dall'essere -futurista; ma i futuristi dicono che è il loro padre. Già, ogni futuro -ha un passato. - - _Silvio Benco._ - - -ELDA GIANELLI - -presenta i Futuristi nell'“Indipendente„. - -Dei sei poeti futuristi che Trieste intellettuale è chiamata a sentire -domani a sera — e sappiamo ben viva la curiosità del nostro pubblico -— Aldo Palazzeschi è uno dei più giovani. Pure egli ha al suo attivo -parecchi volumi: _I Cavalli Bianchi_, _Lanterna_ poemi; _Riflessi_ -romanzo. Annunzia: _Il Codice di Perelà_, e intanto raccoglie l'eco -della critica giornalistica sui _Poemi_, ampio volume di aristocratica -edizione fiorentina. - -Trovai, tornando appunto da Firenze, i _Poemi_, l'estate passata; e non -ebbi agio nella stagione di segnalarli ai lettori dell'_Indipendente_; -i quali, di quelli della modernissima scuola, conoscono già da lungo -F. T. Marinetti il duce, come i giovani chiamano mano il direttore -di _Poesia_: il _principe dei guerrieri_, come lo chiama Paolo Buzzi -dedicandogli il suo inno alla guerra. Ed è infatti una guerra che -i giovani combattenti per l'avvenire dell'arte sostengono. Questi -giovani sono i primi, contrariamente a tutta la violenza del programma -futurista, a riconoscere, a salutare la bellezza del passato che fu -bellezza. Il loro odio è per le muffe, che mai sono state altro, e -ostentano sempre, in tutti i rami dell'arte e della vita, il più feroce -misoneismo, e vorrebbero soffocare ogni nuova germinazione, ciechi -contro nuovi colori e nuove forme, solo perchè non corrispondono -a colori e forme catalogate e lustre della patina del passato; -disperatamente sorde contro ogni nuova armonia incomprensibile -all'ovatta dei loro orecchi. - -Battaglia accanita quella dei giovani che non vogliono entrare nella -strada della vita coi soliti ritornelli belanti, con le solite -genuflessioni a una retorica ch'essi non sentono e non accettano -per canone d'arte. Nè può meravigliare o disgustare l'irruenza, -la scompostezza del loro gesto di battaglia, il linguaggio che par -talora di un fervore pazzesco, se pensiamo alla fredda malignità, allo -scherno velenoso che in ogni tempo accolse ogni giovanile rivoluzione -letteraria. Che non fu lanciato dal livore — eh, la parola è ben -giusta! — di coloro che si videro minacciati nel lor comodo adagiamento -nei versi cantabili, contro le prime barbare del Carducci? Ora le -barbare, invecchiate a loro volta, dovettero cedere al verso libero, -il quale è assai meno libero di quello che a orecchi profani possa -sembrare, e ha leggi d'armonia che sfuggono non soltanto a chi non ha -orecchio poetico, ma anche più a chi non ha anima poetica. Fate pur -prosa, adorna o disadorna, e mettetela a righette e chiamatela verso -libero, se piace a voi. Gli esperti, i senzienti del verso libero, i -poeti, ve la bolleranno per prosa egualmente. - -Marinetti esordì con un poema in verso libero magnifico di slancio, -potente di colore: _La Conquête des Étoiles_, del quale fu già parlato -su queste colonne. In Francia, dove da un pezzo i _verslibristes_ -s'imponevano, fu da Gustavo Kahn chiamato questo poema: _un bel -effort lyrique de beaux vers français d'une forme libre, originale et -rare_. Prova che i versi liberi possono assai distinguersi tra loro, -aristocrazia e volgo, come ogni cosa di questa terra e del cervello -umano. - -I futuristi del resto non si preoccupano d'imporre un genere di poesia -o l'altro, e non comandano i versi liberi. Enrico Cavacchioli ha -quartine mirabili di grazia e freschezza. Paolo Buzzi incatena talvolta -nell'apparente metro libero i metri più ovvii, che tutti direbbero -ottonarî, settenarî, senarî, quinarî, se li vedessero stampati a -lineette, e pochi forse sanno trovare e far cantare nelle prolisse -righe dei versi liberi de' suoi _Aeroplani_. - -Federico de Maria è poeta assai noto e caro ai giovani d'Italia, poeta -d'ardimento e di sentimento profondo. - -Del Mazza, che dicono mirabile dicitore, ed esporrà versi del Lucini, -del Govoni, dell'Altomare, non conosco l'opera originale. - -Di Aldo Palazzeschi, dico brevemente come me lo concede lo spazio. Non -è facile definirlo, o bisognerebbe conoscere tutta l'opera sua. Non -so i suoi poemi precedenti a questi, nè il suo, o i suoi romanzi. In -questi poemi s'atteggia a semplice. Una grazia un po' malata che si -compiace di foggiarsi modi qualche volta infantili, primitivi; ma che -ha pure una sentimentalità sincera, penetrante. - - Chi sono? - Son forse un poeta? - No certo. - Non scrive che una parola, ben strana, - la penna dell'anima mia: - follia. - Son dunque un pittore: - Neanche. - Non à che un colore - la tavolozza dell'anima mia: - malinconia. - Un musico allora? - Nemmeno. - Non c'è che una nota - nella tastiera dell'anima mia: - nostalgia. - Son dunque... che cosa? - Io metto una lente - dinanzi al mio cuore - per farlo vedere alla gente. - Chi sono? - Il saltimbanco dell'anima mia. - -Non dice una cosa nuova il Palazzeschi. Fu sempre dato dei giullari ai -poeti d'ogni genere e d'ogni forma. Coloro che si danno da sè stessi -del saltimbanco, figurarsi se sono presi alla lettera dagli uditori -o lettori di buona volontà! Taluno mi disse che il giovane poeta fu -bistrattato dalla critica benevolente. Non so. - -Mi parve bene riprodurre questa sua autopresentazione oggi che egli -viene fra noi. Noi sappiamo che non avviene mai che i saltimbanchi -di professione si diano questo nome. Tutt'altro! I Dulcamara della -piazza e dell'arte ostentano anzi titoli accademici e quando lo possono -cavallereschi. E quand'anche fosse, Pierrot in arte non è sinonimo di -pagliaccio ma di melanconico. - -Ed è un melanconico sognatore il Palazzeschi, un dipintore di -fantasime. E hanno un fascino le figure ch'egli evoca con versi piani, -piani, ad arte puerili. - -Tre piccole figlie stanno — apro a caso i Poemi — innanzi a Madama -Matrigna. Vestono a mezzo lutto, tengono il volto abbassato, sono tutte -confuse. In abito di crespo giallino, a pieghe e rigonfi, la matrigna -guarda, un poco sorridente, le piccine. Esse sono venute a pregarla di -parlar loro, e insistono supplichevoli che parli. - - Ma non delle cose passate... - Ma non delle cose avvenire - Parlate, parlate, signora matrigna! - Ci sembra... ci sembra il vostr'occhio - che guardi... e non guardi... - Parlate, parlate! - In punta del labbro ci avete. - Signora Matrigna, - non so... non sappiamo... - ci avete un sorriso... maliardo, - un tenue sorriso ritorto - che nasce, si torce e finisce. - Un riccio eguale portate - in mezzo alla fronte. - Signora Matrigna, parlate, parlate. - -Non è mirabilmente espressa in questa accorata sollecitazione l'ansia -delle tre piccole in lutto che si raccomandano alla donna vestita di -giallo, che per loro rappresenta la sfinge? - -Di questi quadri vaghi, semplici tratti di penna, eppur profondamente -espressivi, il Palazzeschi ne ha in quantità. Come ha bizzarrie che -parrebbero inqualificabili e nondimeno son note d'un sentimento vivo -che restano nei nostri orecchi, gamma che involontariamente la memoria -ci ripete. - -Non sono versi quelli della Fontana malata, per esempio. Ma quella -fontana noi la vediamo e la sentiamo tossire. Così vediamo il Borgo -tramontano, che non ha finestra al sole e le tien tutte chiuse, tutta -la giornata, per aprirle soltanto all'ora del tramonto che gli abitanti -e le campane salutano; per ritirarsi e tacere poi fino al tramonto -seguente. Così vediamo Regina Carmela e Regina Carlotta e le Nutrici, e -le Nazarene, donde forse il primo germe di quella stupenda Regola del -Sole, che il poeta dirà, crediamo, alla serata aspettata. La Regola -del Sole è un ordine di mistiche adoratrici dell'astro. Un gruppo di -signore s'è comperata un'isoletta in mezzo al mare, donde non si vede -terra nè vicina nè lontana, e ivi vivono beate, nella loro strettissima -clausura, aspettando ogni giorno il sole, meste nei giorni di nebbia, -felici in quelli di splendore. E non muoiono d'alcun male, si spengono -dolcemente, e quando una trapassa le altre la cantano beata perchè -salita ad unirsi al sole. - -Insomma domani il pubblico triestino avrà l'impressione immediata della -poesia che è l'ultima espressione moderna ed il primo passo verso un -rinnovamento, speriamo, felice. - - _Elda Gianelli._ - - -AUGUSTO DATTA - -nell'“Azione Socialista„. - -Mercoledì 12 avrà luogo al Politeama una serata di lettura poetica alla -quale, per la prima volta in Trieste, prenderà parte un gruppo di poeti -italiani che leggeranno i loro componimenti. - -I poeti che udremo sono tra quelli che aggruppatisi intorno alla -rivista «Poesia» diretta da Marinetti e che già conta cinque anni di -vita, sono assurti alla fama benchè giovanissimi. Merito questo che -va attribuito alla Rivista stessa la, quale ebbe sempre per scopo -principale di sostenere le giovani forze nel campo della letteratura. - -Per dare al pubblico un'idea di questa serata, nulla è più -consigliabile di una scorsa all'ultimo fascicolo di questa rivista -battagliera dove sono raccolti gli ultimi lavori inediti dei poeti -Paolo Buzzi, Enrico Cavacchioli, Corrado Govoni, Aldo Palazzeschi e -del direttore Marinetti. Questi poeti si distinguono per una grande -audacia d'ispirazione e benchè diversi nella loro estrinsecazione -artistica, sono tutti animati dall'identico ideale di rinnovazione -letteraria e dal medesimo odio per ogni forma di classicismo rancido e -di convenzionalismo accademico. - -Furono vivamente combattuti recentemente, quando con soverchia violenza -forse, ma con profonda sincerità, si battezzarono _Futuristi_ cioè -_avveniristi_ ad oltranza, inalberando come un vessillo, il famoso -manifesto del Futurismo pubblicato dal _Figaro_ di Parigi e lanciato -con tanto clamore attraverso l'Italia. - -Il pubblico che non potè farsi un'idea esatta di ciò che _futurismo_ -vuol dire, giudicherà il 12 gennaio le opere di questi giovani poeti -futuristi, i quali null'altro desiderano, in fondo, che una maggiore -libertà letteraria di fronte alle tendenze viete e retrograde di cui si -fanno forti alcuni dei poeti moderni. - -Paolo Buzzi ed Enrico Cavacchioli sono già noti per i loro volumi: -_Aereoplani e Incubo velato_ che suscitarono violenti polemiche e -approvazioni vivissime; Aldo Palazzeschi, di cui leggiamo in «Poesia» -una squisita fantasia poetica: _La regola del sole_, leggerà brani del -suo volume di prossima pubblicazione: _L'incendiario_. - -Vi sarà fra loro un mirabile declamatore: Armando Mazza, già molto -applaudito nei teatri di Palermo, il quale dirà alcune poesie di -giovani poeti del medesimo gruppo ma che per ragioni diverse non -potranno partecipare a questa interessante serata. - -Udremo così i versi di Gianpietro Lucini, di Libero Altomare, Giuseppe -Carrieri, Enrico Cardile, Mario Betuda, Luciano Folgore, Berardo -Sbraccia e di molti altri. - - _Augusto Datta._ - - -LA VITTORIA STREPITOSA. - - -SILVIO BENCO - -nel “Piccolo„. - -Un magnifico teatro: le poltroncine tutte occupate, la platea zeppa, -le gallerie ben popolate. Il «futurismo» ha agitato la curiosità del -pubblico, e il pubblico, scoccata appena l'ora, non nasconde la sua -impazienza di vedere i «futuristi». Compariscono alla ribalta: sono -tre: Marinetti, che il pubblico riconosce e saluta con un applauso, -Aldo Palazzeschi e Armando Mazza. I due altri che erano promessi, Paolo -Buzzi ed Enrico Cavacchioli — lo annuncia il Marinetti — non poterono -allontanarsi da Milano: le loro poesie saranno recitate da lui e dai -colleghi. Frattanto, alla recitazione delle poesie il duce della scuola -vuol premettere un breve esordio per dichiarare in che consista il -futurismo. L'esordio è violentissimo; nè crediamo il pubblico abbia -mai ricevuto sulla faccia parole più violente. Afferma la volontà di -svincolare i vivi dai morti, la volontà di intraprendere una acerrima -lotta perchè una quantità di poeti, di pittori, di musicisti, di -statuarî dei nostri tempi, che dimenticati o ignorati, patiscono la -fame o soccombono moralmente all'avvilimento e alla tristezza, abbiano -una buona volta sgombro il cammino da quel culto del passato e delle -glorie fatte e strafatte al quale con neghittoso misoneismo dedica -tutta sè stessa l'umanità. Il futurismo vuole la gloria per gli artisti -vivi; non per gli artisti morti. Se il suo libero linguaggio offende le -abitudini del pubblico, il Marinetti riconosce al pubblico il diritto -di fischiarlo; non chiede applausi, ma fischi. - -Il pubblico invece applaude. Il discorso era stato detto con veemenza: -conteneva una rivendicazione sociale dei diritti dell'arte giovane e -diseredata; la folla vi aveva riconosciuto un'idea generosa e non aveva -badato all'aggressività della forma. - -Quindi si levò Armando Mazza e declamò il noto manifesto del -«futurismo». Una voce forte e squillante; un dicitore che par -tranquillo e padrone di sè. Due buoni polmoni e un'uniforme inflessione -energica sostituiscono la varietà dell'espressione e il colorito che -non è molto ricco. Ma il manifesto contiene cose troppo enormi, per -essere ascoltate placidamente, o sia pure con amabile scetticismo, da -un'assemblea di duemila persone: quando si giunge agli incendî delle -biblioteche, agli annegamenti dei quadri e delle statue trovate nei -musei, alla gioia vandalica degli incendiarî dalle dita carbonizzate, -sorgono mormorii, poi grida ostili ed opposizioni clamorose. Una parte -del pubblico batte le mani; un'altra parte fischia e rumoreggia; dalle -gallerie si saetta qualche invettiva. - -L'irrequietudine, che a quando a quando è tumulto, continua mentre -Aldo Palazzeschi recita con voce fievole e bianca la sua _Regola del -sole_. Egli sciupa completamente la sua poesia che, a leggersi, è -bellissima. Pochi soltanto ne colgono qualche parola; gli altri cercano -distrazioni. - -È il momento di maggior trambusto della serata. Poi l'ordine si -ricompone; e la recitazione può continuare senza impedimenti. Ma la -tempesta, piccola o grande che fosse, si è ripercossa sul palcoscenico: -la voce di Armando Mazza non è più quella, e anche il suo modo di -leggere i versi, con il testo sotto gli occhi e presentandosi di -profilo al pubblico, è il meno comunicativo che possa essere. Il -giovane dicitore non è ancora avvezzo ad affrontare la folla; il -Marinetti invece sì; la padroneggia con bella forza nervosa; e riesce -ad imporle e a farle gustare la larga linea di due liriche di Paolo -Buzzi e dell'_Eroe futuro_ di Federico de Maria. Sono gli squarci più -applauditi. Si recitano anche brani di Libero Altomare, di Corrado -Govoni, del Cavacchioli e la folta e meditata sì, ma eternamente lunga -poesia che Gian Pietro Lucini compose per la sciagura di Sicilia e di -Calabria. - - . . . . . . . - - _Silvio Benco._ - - -A. BELLOTTI - -nell'“Indipendente„. - -A proposito di futurismo e di poeti futuristi, molti si chiedevano -in questi giorni di fervida pubblicità per gli albi, che cosa -veramente volesse dire questo benedetto futurismo, che cosa veramente -pretendessero i cinque nomi di poeti che facevano capolino ad ogni -svolto di via: Marinetti, Buzzi, Cavacchioli, Palazzeschi, Armando -Mazza. - -C'era un programma, una formula nuova che unisce in collettività -poetica questo gruppo di giovani coraggiosi? Oppure il futurismo non è -altro se non una bandiera per essere sventolata d'occasione, tanto per -costringere tutti i pigri ad accorgersi anche di questi ribelli figli -dell'oggi? - -Occorre la violenza della pubblicità per scuotere l'interesse -sonnecchiante. Ed il duce dei futuristi, il principe di questi -guerrieri lo sa molto bene, ed a parere di certuni abusa della violenza -della réclame. Benchè infine la réclame d'oggigiorno nè sia uguale -nè possa essere simile a quella in uso 50 o 100 anni or sono. Tutto -è suscettibile di trasformazione, ed ormai sarebbe sciocco ancora il -credere... al trionfo della modestia. - -La serata non fu priva d'incidenti. C'era dell'elettricità nell'aria. -Il teatro aveva un aspetto dei più imponenti. Folla in platea, -nelle poltroncine; folla nelle gallerie, nel loggione. La repubblica -letteraria triestina figurava nei palchetti. - -Indispose alquanto una parte del pubblico l'annuncio che, dei cinque -poeti futuristi, non poterono recarsi a Trieste che tre: Marinetti, -Mazza e Palazzeschi. Mancavano Paolo Buzzi e Cavacchioli. - -Il poeta Marinetti diede con brevi parole d'esordio la risposta a -quelli che si chiedevano cosa fosse il futurismo. - -Sorse quindi Armando Mazza a dire con tono veramente di fuoco tutto il -primo proclama futurista, che a suo tempo venne pubblicato e criticato -dai diversi giornali del regno e di Francia, mentre sarebbe stato -meglio non l'avesse detto, perchè fece suscitare in vari punti proteste -di diverso genere fra alcune persone del pubblico. Alle proteste da -qualche parte si rispose con applausi. S'incrociarono nell'aria pure -delle insolenze. - -Il baccano ebbe il massimo delle sue vibrazioni, quando il dicitore, -urlando con polmoni di ferro e senza scomporsi menomamente alle -proteste, diceva: «Noi incendieremo le biblioteche, distruggeremo le -gallerie, bruceremo i musei!» - -Sedati i rumori si passò alla declamazione dei versi. Venne il turno -al poeta Aldo Palazzeschi, che ha un torto e purtroppo senza rimedio: -Ha un organo vocale troppo delicato per un ambiente come il Politeama -Rossetti. Perciò la declamazione della sua poesia _La regola del sole_ -andò tutta confusa alle interruzioni d'una parte del pubblico. E fu -davvero peccato. In un ambiente più intimo dovrebbe indubbiamente -piacere. - -Il rimanente del programma venne allora sostenuto tutto dal Marinetti -e dal Mazza. Udimmo ora da uno ora dall'altro versi già letti in -_Poesia_, la rivista milanese diretta dal Marinetti. Armando Mazza -lesse una lirica di Corrado Covoni, una _Canzone folle_ del Marinetti, -un frammento del _Canto d'angoscia e di speranza_ del Lucini e qualche -cosa del Cavacchioli. Peccato che lo sforzo fatto dal Mazza nel dire -il manifesto del futurismo, lo abbia poi reso quasi afono, mentre -prometteva così bene nella declamazione. - -F. T. Marinetti fu il più fortunato dei tre; seppe conservare -inalterato il suo organo vocale in sino alla fine. - -Disse degnamente i _Desideri_ di Libero Altomare, colorì a dovere la -canzone _All'eroe che verrà_ di Federico de Maria Piacque nella lirica -Alla Poesia di Paolo Buzzi e rese con efficacia tutta la tristezza del -_Canto dei reclusi_ del medesimo autore. Ma s'ebbe un vero successo -quando declamò la sua ben nota ode _All'Automobile_; ode che gli veniva -chiesta con insistenza da più parti nel teatro. Coronò il suo dire una -salva di ben nudriti applausi. - - _Arturo Bellotti._ - - -A. SCOCCHI - -nell'“Emancipazione„. - -A Trieste, prima fra tutte le città italiane, i Futuristi hanno -affrontato, con la violenza travolgente dell'enunciazione del loro -programma, il pubblico d'un vasto teatro affollatissimo, forse perchè -qui il tradizionalismo ha radici meno profonde, e le idee di modernità -incontrano minor resistenza, fors'anche per un omaggio alla città -vibrante di patriottismo, fervida nella lotta, talora cruenta, d'ogni -giorno. Non potevano però certamente sperare di svellere con l'urto -impetuoso, veemente, le barbe sprofondate negli strati accumulati dalle -generazioni anteriori, nè questo sarà mai possibile. E se possibile -fosse, sarebbe sciagura. - -L'urlo incendiario per i musei e le biblioteche destò un altro urlo: -di protesta. Ma l'inno alla giovinezza, alla forza, alla guerra per -il diritto, al patriottismo, alla ribellione del lavoro, al gesto -violento, ebbe una eco di entusiasmo in alcuni, di consentimento in -altri, di rispetto nel resto. - -Si sentiva l'alto peana delle palestre e dei «fortiores», dei fabbri -e delle officine; il grido della gioventù e dei proletari, che con -lo sguardo all'avvenire, scavalcando le dighe del conservatorismo, si -slanciano alla conquista d'un mondo ideale, esuberanti di vigoria. - -La letteratura rispecchia la vita sociale. Il periodo presente — -seguito a quello effervescente ch'ebbe la più estesa manifestazione -nel 48 — è di stasi, di lento riformismo, di materialismo e di -utilitarismo. Il socialismo s'è invecchiato, si è adagiato in un alveo -di adattamento, si è accomodato col privilegio dinastico e conservatore -per scalfirlo, e perdette la propria potenza. - -Alla nuova generazione si offrono insegnamenti di opportunismo -machiavellico e di servilità. Ma essa sente d'essere chiamata a una -funzione ben diversa. I grandi passaggi nella storia non avvennero mai -che attraverso gli urti e le lotte. Negli ambienti ammuffiti le energie -giovanili si sfibrano; altro è il loro campo di azione: il campo -aperto, libere esse e svincolate dai ceppi del passato. I Futuristi, -giovani non ancora trentenni, si fanno interpreti del sentimento della -età propria, lo spingono fino all'acutezza, all'iperbole, scagliando -dietro le spalle il dardo della protesta e dell'invettiva. È lo sforzo -per lo sgombro del terreno, per la rincorsa necessaria. - -Con pari ardore, se non nella stessa forma, la giovane generazione -dell'inizio del secolo scorso assalì il vecchio classicismo, di cui -erano stati luminari un Alfieri, un Monti, un Foscolo. I giovani -d'allora avevano sentito il bisogno di ringagliardire la letteratura -nel contatto popolare, considerando le lettere mezzo di rigenerazione -civile. - -L'albore del romanticismo fu rivoluzionario. Classicisti erano i -gazzettieri venduti al governo austriaco a Milano. Gli scrittori -romantici del «Conciliatore» conobbero lo Spielberg e l'esilio. Se il -primo nucleo di giovani romantici si fosse presentato in un teatro, -non sarebbe stato diverso il contegno del pubblico d'allora da quello -di oggi verso il nucleo futurista: simpatia nei giovani, scherno nei -vecchi. - -Alle fiamme le biblioteche e i musei: ecco l'iperbole. - -Non alle fiamme; ma nemmeno i giovani si chiudano nel culto dello -stantìo, docili ai vecchi, obliando la missione dell'età propria. - -I periodi rivoluzionari e riformistici, d'azione e di riposo (cioè di -studi storici, di commemorazioni) si avvicendano. L'Italia moderna ha -bisogno di spingersi innanzi; dopo quarant'anni di raccoglimento, alla -generazione nuova incombe l'obbligo di rinnovellare la vita nazionale -interna ed esterna: in fonderle lo spirito di iniziativa, scuoterla e -chiamarla all'alta sua missione tra i popoli. - -I vecchi sorridono perchè non capiscono: hanno l'anima gelida. - -Distruggere le biblioteche? No! Trarne anzi gli ammaestramenti delle -attività delle generazioni che s'affacciarono con idee nuove, e -lottarono e si sacrificarono e vinsero. Ma non incartapecorirsi fra -i testi antichi, mentre la squilla invita la gioventù a' cimenti -generosi! - -Il futurismo ha le sue iperboli, ma ha un fondo di verità e di -sincerità. - -Il passato non va distrutto: le generazioni non vivono a sè e per se: -l'umanità è continuità: la somma del sapere accumulato e conquistato -finora è proprietà nostra e dell'avvenire. Ma non nel passato dobbiamo -vivere: è questa la parola di verità, purgata dalle esagerazioni -rettoriche, del Futurismo. E questa la fede dei giovani, cantata da -Goffredo Mameli, dal poeta morto giovane con la spada in pugno, sugli -spalti di Roma, per un'Idea che non ha visto ancora sorgere la sua -alba: - - Ad altri le memorie, - i secoli che furo. - A noi la speme, l'etere, - l'immenso del futuro; - altri lo sguardo trepido - nel sol morente intenda, - sul raggio estrema penda - che moribondo splende: - al nuovo sol, che giovine - sull'orizzonte ascende - la nostra musa il cantico - e l'anima sacrò. - Triste chi piange un giorno - che non farà ritorno, - che nel passato andò. - -Tra le forze grette, utilitarie, riformiste, machiavelliche, -profondamente conservatrici, e le nuove forze impetuose futuriste -risultante fecondatrice di rigenerazione si risveglierà l'idealismo -generoso e altruista, animatore delle lotte cruente per il rigoglio -della Nazione e l'ascensione della folla operaia. - - _Angelo Scocchi._ - - -G. GIACOMELLI - -nell'“Osservatore Triestino„. - -Davanti a un uditorio ch'era la gran folla del Politeama, si -presentarono iersera tre dei cinque poeti futuristi che avevano -annunciato la lettura dei loro lavori. - -F. T. Marinetti lesse prima una sua spiegazione sul futurismo, -dicendolo «distruzione del passato», un bando a tutte le vecchie forme -d'immaginazione e di prosodia, perchè si cantino liberamente la vita -e le conquiste della scienza, si canti tutto ciò che è lotta, dalla -guerra alla patria, dal militarismo «all'opera distruggitrice dei -libertari.» - -Il signor Mazza declamò poi il «Manifesto del Futurismo», requisitoria -violentissima contro tutto il passato, sfolgorante nella forma, potente -nella densità dei concetti e nella franchezza senza esempio che giunge -a invocare la demolizione dei musei e delle biblioteche, concedendo -tutt'al più che vengano visitati una volta l'anno come i cimiteri. - -Tale violenza rivoluzionaria provocò qua e là nell'uditorio una -forte reazione e predispose male per ascoltare «La regola del sole», -grazioso lavoro di linee delicatissime, detto con voce troppo fioca, -dal suo autore signor Palazzeschi. Ma i futuristi, nemici acerrimi -d'ogni opportunismo, non se ne preoccuparono e i signori Marinetti e -Mazza s'avvicendarono nella lettura di poesie futuriste del Lucini, -del Cavacchioli, del Buzzi, dell'Altomare, del Covoni, del De Maria -e proprie. Potente, grandiosa la visione poetica del terremoto di -Messina, del Lucini, e l'ode all'automobile del Marinetti; vivi -quadretti della vita quelli del Buzzi; serena visione della natura «La -gioia» del Cavacchioli; vigorosa immaginazione la poesia «All'eroe che -verrà» del De Maria; fantasime fulgenti quelle del Govoni. - -Tutti questi lavori, che accanto a squarci di bellezza suprema, -presentano qualche pecca di esagerazione o di soverchia insistenza -nello svolgimento di certi concetti, s'impongono per l'assoluta -libertà di ritmo e perchè mirano all'armonia invece che alla melodia, -ma s'impongono anche perchè in essi la lingua «viva» della nazione -italiana è assurta a solo istrumento di espressione, a solo elemento -di forma e d'immaginazione, così che tutte le immagini, tutte le -pennellate, le descrizioni, le visioni, vi scaturiscono vive dalla vita -d'oggi e non v'ha sillaba che ricordi il passato. - -L'uditorio — in gran parte d'invitati — posto a fronte di una sì franca -rivoluzione di giovani ingegni, si divise in due campi: chi disapprovò -e chi applaudì; e gl'incidenti furono molti, molte le scaramucce a -parole. - -Fu vittoria? Si tratta di futurismo e si lasci ai... posteri più o meno -vicini di giudicare. Ad ogni modo anche la musica del Wagner fu detta -dell'avvenire, ma è ormai di tutti i tempi. - - _Giacomo Giacomelli._ - - -V. CUTTIN - -nella “Coda del Diavolo„. - -Magnifici dicitori, forti martellatori d'immagini nove, fervidi ribelli -codesti nuovi bardi che sul palcoscenico del Politeama Rossetti, al -cospetto dell'Areopago borghese, hanno strappato tutti i veli alla loro -Musa futura, accusata al pari di Frine, d'essere troppo audace, troppo -libera, ma altresì troppo bella nella rigogliosa espansione di una -giovinezza insofferente di leggi e di pastoie retrive. - -Il pegaso della giovane scola futurista ha lasciato le vecchie ali tra -i rosai dell'Arcadia; lo slombato aganippeo poledro, è uscito a libera -pastura e s'è rifatto forte, snello, audace nella rinnovata lena che -gli viene da un'incontesa e animatrice libertà d'orizzonti luminosi. - -Afferrato alla sua criniera, il _rinnovatore_ (al secolo F. T. -Marinetti) s'è slanciato lontano dai campi mietuti dall'artifizio, è -fuggito dai vecchi sacelli in cui poltriscono le reliquie della vecchia -Musa nella patena del classicismo e tra i fiori — ormai polverosi — del -romanticismo. - -E sulle orme del _forte_ tutta una giovane falange di poeti dell'Italia -rinnovantesi si è slanciata alla conquista di «più spirabil aere» -gettando alle ortiche il liuto del menestrello e movendo fra le ruine -di Delfo, «con la fiaccola in pugno e con la scure.» - -Una torma d'anarchici del ritmo ha assaltato le alture olimpiche, ha -incendiato i secolari allori ramificanti sui piedistalli arcaici delle -Muse, ha disperso al vento della libertà i residui della paleontologia -poetica e, giunta alla sommità, ha lanciato agli echi attoniti del -passato il fiero grido di ribellione: «Noi siamo la vita.» - -E infatti, iersera, ascoltando i cinque bardi del futurismo, noi -abbiamo avuto quest'impressione diretta: Questa è la poesia che vive. - -Per un istante il nostro spirito è uscito dal Museo delle vecchie -concezioni, ha fatto di cappello al portiere del Museo: il manierismo, -e s'è trovato in piena vita, nell'intensa vibrazione concentrica che va -dall'universo al cuore. - -E invero, la poesia, come sgorga dalle labbra di F. T. Marinetti -è un'iride di tutte le voci misteriose che l'anima intende e che -la passione ripercote nella Vita: è la Verità che sgorga limpida, -impetuosa dalla sorgente dello spirito non annebbiato dal pregiudizio -dell'antico e oppressivo culto della forma. Si potrà discutere in -qualche sua enunciazione il futurismo, ma non si deve negare che -l'ideatore, l'iniziatore, l'apostolo del futurismo, sia un grande, -un meraviglioso ingegno. E perciò a Marinetti va il nostro plauso -incondizionato, plauso che già iersera espresse il consentimento del -pubblico intelligente. - -Enrico Cavacchioli, che conobbi e ammirai nello specchio chiarissimo -delle «Ranocchie turchine», è grande anch'esso nella forza della -concezione nella robusta martellatura del verso, che pare niello ed è -ferro fucinato. - -E così i due poeti Buzzi e Mazza (ai quali l'indole di questo periodico -non mi consente di dedicare nemmeno poche linee) apparvero iersera -degni del Maestro e del Duce. - -F. T. Marinetti è decisamente fortunato: la sua scuola non perirà -perchè il successo n'è affidato a discepoli di tempra superba e di -nobilissimo ingegno. - -L'accademia poetica di iersera fu indubbiamente la consacrazione -ufficiale del futurismo. - - _Vittorio Cuttin._ - - -A. TAMANINI - -nell'“Arte„. - -La viva curiosità di udire il geniale e sbrigliato poeta Marinetti, -direttore di _Poesia_ e i quattro poeti che formano lo stato maggiore -del «futurismo», attrasse mercoledì sera al Politeama, gran folla di -pubblico. La curiosità era resa più viva dal fatto che secondo una -intervista di Giuseppe Piazza, pubblicista della _Tribuna_, anche -Gabriele d'Annunzio, preso dal «futurismo», intenda uscire bruscamente -dall'atmosfera mitologica e classica della sua _Fedra_ per attaccarsi -alle figure ultramoderne di Wilbur Wright, di Blériot, di Farman e -di Latham. Al suo interlocutore confidò le sue ricerche riguardo una -nuova nomenclatura italiana su tutto ciò che concerne l'aeroplano. -Aggiungendo che l'aeroplano — che è divenuto il simbolo del futurismo, -come espressione d'un assoluto distacco dal passato — ha una parte -molto importante e quasi essenziale nel suo ultimo romanzo: «Forse che -si, forse che no». Ciò è indiscutibilmente un risultato dell'influenza -del futurismo. Il movimento, condotto con arditezza dal geniale -direttore di _Poesia_ si propone di allontanare i poeti creatori delle -vecchie e rancide leggende, e dalle ricostruzioni storiche che sono -tanto care ai professori ellenisti e latinisti, che non vivono che di -storia morta. - -Nella esposizione del programma dei futuristi, il Marinetti disse in -termini molto vibrati e con parole... incendiarie, che buona parte del -pubblico interpretò alla lettera, caricando l'ambiente d'elettricità -ostile, il bisogno che devono sentire i poeti di abbandonare finalmente -gli eroi antichi, le deità mitologiche, i tramonti del sole ed i chiari -di luna, fatti per gl'innamorati sentimentali, per cantare invece la -velocità impressionante dell'automobile, il taciturno suicidio dei -sottomarini, le battaglie celesti degli aeroplani, le rivolte popolari -e le lussuriose notti delle grandi capitali. - -Secondo i «futuristi», infine, è assolutamente necessario fare «tabula -rasa» di un passato troppo venerato e troppo imitato. Ciò disse anche -con parole di fuoco Armando Mazza, suscitando applausi e... proteste -vivaci. Dopo che il Palazzeschi con fievole voce ebbe declamato la sua -poesia _La regola del sole_, il Mazza disse una _Canzone_ folle del -Marinetti, un frammento del _Canto d'angoscia di speranza_ del Lucini, -mentre il Marinetti declamò col maggior successo _I Desideri_ di Libero -Altomare, la canzone _All'eroe che verrà_ di Federico de Maria, la -lirica _Alla Poesia_ ed il _Canto dei reclusi_ di Paolo Buzzi. Chiuse -la serata l'ode _All'Automobile_, che procurò al Marinetti calorosi -applausi. - - _Attilio Tamanini._ - - -I SIGNIFICATI DEL FUTURISMO - -secondo PAOLO ARCARI - -nel giornale clericale - -“L'Avvenire d'Italia„ di Bologna. - -Parliamone, adunque, poichè non se ne vuole parlare in Italia. Molti -pubblicisti hanno, credo, un alto concetto dell'efficacia della loro -parola ma è certo che sentono ancora più profondamente l'importanza del -loro silenzio. Essi credono che un movimento non possa in niun modo -venir meglio combattuto che tacendone gli inizii e smorzandone gli -echi. Chi facesse ingiusto giudizio del valore della stampa potrebbe -sentire in tale opinione il sofisma della mosca cocchiera: chi invece -ha l'orgoglio di questa tribuna quotidiana vi avverte un'illusione -visuale dannosa. - -Il silenzio non ha mai impedito a chi sia nato vitale di crescere e di -espandersi ma lo ha anzi quasi invigorito fasciandolo di orgoglio; così -come gli strombazzamenti elogiosi non hanno mai conteso vittoriosamente -all'oblio nulla che fosse meritevole di cadervi presto e per sempre. -Tutte le dominazioni intellettuali della seconda metà dell'ottocento si -sono imposte non solo attraverso le più aspre polemiche ma sopratutto -vittoriose delle più deliberate trascuranze. - -Eugenio Torelli Viollier, quando assisteva alla maggiore influenza del -_Corriere_, riluttava per nobili scrupoli morali a parlare di Gabriele -D'Annunzio. Ora, nell'egemonia del cantore delle _Laudi_, il giudizio -che quel, pur accorto, pubblicista credette di esprimere col silenzio -è infecondo di effetti: e la fama si stabilisce e si allarga malgrado -passati e presenti taciturni. Niuno invece può far il nome di certo -componimento drammatico di Felice Cavallotti senza che gli si presenti -spontaneo ed inseparabile il ricordo delle aspre polemiche dallo -stesso Torelli Viollier aperte e sostenute sul merito reale della sua -invenzione. - -Il che significa che il silenzio nella sua qualità di resistenza -negativa, una volta sorpassato, non esiste più, mentre la parola -insegue la parola, mentre la forza attiva, avida e non disdegnosa del -dibattito, raggiunge e circonda la forza. - -I destini della vita e della morte delle correnti ideali non stanno nel -pugno della critica, risiedendo invece nel seno delle energie spontanee -di tutta una civiltà e di un'epoca intiera, ma alla critica appartiene -molto di più: l'ufficio elettissimo che Socrate chiamava la maieutica: -aiutare cioè la generazione degli indirizzi decisivi obbligandoli a -prendere coscienza di loro stessi, la missione insieme di porre in -salvo dalle sconfitte gli elementi di vero che ogni più errata dottrina -porta sempre con sè. - -Se dunque il futurismo fosse un pericolo per le direttive dei giovani -artisti non sarebbe mai col silenzio che noi gli stenderemmo attorno -una guardia profilattica. Ed in questo senso vedeva assai giusto -Innocenzo Cappa quando, a proposito di Enrico Cavacchioli, di uno cioè -dei maggiori fra le schiere del Marinetti e del futurismo, scriveva -al _Viandante_: «Milano, accorgendosene, potrebbe impedirgli di -insatanassarsi nell'iperbole». - -Ma, dicono altri, questi futuristi non vogliono appunto se non che -noi ce ne accorgiamo. Non vedete che tutto ciò che fanno e dicono ha -il solo scopo di far parlare di loro? Sono pronti a ricevere tutto; -contumelie e sberleffi, tirate d'orecchio e manciate. Hanno pubblicato -in _Poesia_ le risposte più pungenti e più ironiche al manifesto del -futurismo: le letterine pepate di Pierre Loti e del Claretie. Perchè -accontentare questa fame di «grida», passione che li scorona di ogni -luce e di ogni significato? - -Ed ecco un secondo abbaglio. L'ipotesi della vanità morbosa, è in linea -non di valutazione ma di studio di qualsivoglia fenomeno, semplicista -ed ingenua come quella della frode nella sociologia settecentesca. -Come non vi è astuzia umana capace di creare istituti e gerarchie -atte a resistere alla più breve esperienza di tempo, così artificio -speculatore di notorietà, assillante ricerca di atteggiamenti anomali, -bisogno ed ossessione di vellicare il pubblico curioso non giungono -a produrre una foggia del pensiero sottratta a legami di accordo e di -antitesi colle storiche adiacenze, ribelle ad esprimere suo malgrado le -tendenze dell'epoca nella quale essa si manifesta. - -Nella frase volutamente provocatrice dello stupore, dello sprezzo o -dello sdegno dei contemporanei è nascosto un contenuto inconscio e -quindi sincero: la rappresentazione ideale dell'attaccamento comune -all'idolo aggredito, o di una larga stanchezza per culti durati da -troppo tempo. - -L'anima dell'insulto, sotto al desiderio di offendere, è il -convincimento che alcuno possa esserne offeso. Così il desiderio -resta immutabile, ma i convincimenti cambiano e si sostituiscono e tal -aggettivo suona innocente oggi che ledeva ieri l'onore, ed espresse -l'elogio tal altro che servirà a significare il biasimo domani. - -Senza iniziare ancora questa esegesi psicologica osserviamo che già -un primo valore sintomatico il futurismo l'ha nel suo bisogno di echi -immediati. I futuristi si accontentano di «un decennio per compiere -l'opera loro». Oggi i più anziani, fra essi, hanno trent'anni. «Quando -avremo quarant'anni, altri uomini più giovani e più validi di noi -ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. — Noi lo -desideriamo!». - -Il Loti, piacevolmente, se ne conturba ed azzarda la domanda: «A -che cosa posso dunque esser buono ancora?». Ma Andrea Ibels, senza -preoccuparsi dei limiti d'età, enuncia rigido la propria teoria: -«Ogni epoca non deve avere che i suoi artisti: e questi, una volta -invecchiati, devono sparire tosto che sorga la novella aurora. Che cosa -mi cale di vivere domani nella memoria degli uomini? È il sole radioso -dell'oggi che desidero e che voglio con tutte le forze del mio corpo e -del mio spirito». - -Il poeta non vuol più vincere il tempo, ma frustare e sottomettere gli -astanti. Dove troviamo più il casto desiderio dell'«amplesso aereo in -faccia all'avvenir» onde erano febbricitanti le giovinezze poetiche? -La rapida evoluzione dei gusti e delle tendenze ha scosso la fede nel -sopravvivere delle opere d'arte; insieme l'intensità, la ricchezza -della vita presente, l'odierno lussureggiare dei frutti della notorietà -fanno più desiderabile all'orecchio il sussurro dell'attenzione -generale. Ma accanto a siffatto accendersi di cupidigie vi è uno -scoppiettìo di dispetti e d'invidie. - -Invidia contro qualche recente, il Carducci o il D'Annunzio per -l'Italia, la cui poesia sia doviziosa di troppa cultura storica. -I futuristi alla storia sostituiscono la geografia: scavalcano il -Gange, si sdraiano nei golfi di Oman e del Bengala, si precipitano -contro i fianchi del Gorisankar, ed il prossimo romanzo del Marinetti -ci condurrà in Africa colle avventure del futurista Mafarka. Invero -la poesia non abbandona per questo il gravame didascalico e non si -avvicina troppo al reale. Ma in arte la bontà d'una tendenza non va -giudicata dalla pratica e tutti i risvegli del pensiero, tutte le -indipendenze e le insurrezioni dei fantasmi sono state prodotte da un -violento richiamo all'oggi, da una scossa alla letteratura d'accademia -che sempre, per sua natura, si volge verso l'ieri ed in questa -contemplazione, come la moglie di Lot, impietra. - -Questo richiamo viene da uno scrittore, il Marinetti, che è insieme -francese ed italiano. Ed è il parossismo di reazione a due malattie -uguali e diverse delle due nazioni. In Francia il culto della -tradizione sociale, dopo l'_Etape_ del Bourget, minaccia di diventare -una sonnolenza e nasce infatti da uno stato d'animo per eccellenza -antipoetico ed antifattivo, dallo spavento della borghesia di fronte -alle nuove crisi ed alle prossime battaglie della società democratica. -Nasce cioè dal grande contatto della letteratura francese colla società -circostante e sopratutto con quei suoi centri dove la ricchezza insinua -la cultura. Questa società, quando si sentiva padrona, ispirava gli -scrittori alle maggiori audacie: poi che teme di perdere, non il -solo prestigio ma la forza reale, esercita sui letterati un malefico -influsso di terrore dell'oggi e dell'avvenire. Di fronte a questo fatto -è quasi bene che gli amici del Marinetti, come Adelsward de Fersen, -proclamino: «è meglio per l'artista congiungersi alla divina essenza -dell'avvenire, piuttosto che all'umana materialità del passato». - -In Italia il soverchio culto dell'ieri nasce da circostanze opposte; -dalla mancanza di contatto, che persiste ancora ad eccezione di alcune -metropoli, fra il letterato e la società. L'attività letteraria sboccia -quindi da un intenso commercio intellettuale col nostro passato e corre -assai spesso il pericolo di fermarsi, di morire in esso, di essere -apparentemente d'imitazione e di conferire per ciò alle manifestazioni -artistiche del nostro paese una patina d'anticaglia. Sentiamo pertanto -in questo futurismo, che tuttavia è per metà straniero, una protesta -d'orgoglio patriottico. Alcuni ce lo invidiano questo sapore di -vecchio. - -«Limitata all'Italia — scrive Enrico Bataille al Marinetti — la -rivoluzione da voi desiderata acquista un significato che fatalmente -essa non può acquistare in Francia. Ma se mai si avverasse, quanto -ce ne dorremmo, noi francesi, se ai nostri occhi di stranieri il più -gran fascino dell'Italia è di essere ritardataria». Per i futuristi -il fascino è un morbo: «Vogliamo liberare l'Italia dalla sua fetida -cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquarii. -Già troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri.» Occorre -liberarla dai Musei «cimiteri innumerevoli». «Date fuoco agli scaffali -delle biblioteche! sviate il corso dei canali contro le tele gloriose». - -Quanta retorica di proteste per rispondere a questa retorica di -aggressione! E fa quasi pena a chi ama l'esercizio del saldo pensiero -critico sui fenomeni letterarii il vedere i più andar tastoni fra -piccoli rottami di vero. Alcuni ansiosi vogliono cancellare dalla lista -di proscrizione i nomi cari, salvare dall'esterminio questo o quel -capolavoro. Ma certo! Ma tutto! Gli dei maggiori ed i minori. È una -civetteria di predilezione che sa d'orgoglio: e la vanità di Erostrato -può anche palesarsi nel salvare il tempio di Efeso. - -Non si strappano all'incendio i canti di Omero in grazia di -Carneade. E, davanti ad Omero, siamo tutti Carneadi! Il martello -degli iconoclasti che annienta in polvere inutile i marmi superbi -nella loro mutilazione è — dicono altri — istrumento di crimine, -arma di delinquenza. Tranquillatevi, più della vigilanza dei custodi -e degli amici dei monumenti sarà inibitrice possente la paura del -Codice. Tranquillatevi: il piccone non è un arnese ma una frase nella -letteratura italiana. Allora, aggiungono i terzi, se essi minacciano -senza propositi, son istrioni che vogliono divertirsi e divertire. -Anche questo è vero, un po'. Ma sul pensiero umano, miope cronico, -le immagini non si riflettono e non penetrano che ingrossate dalla -caricatura. Parlare non basta quasi mai nella polifonia di questa -vita multipla: urlare, bisogna. Perchè la letteratura si decidesse a -chiedere nuovi spiriti dallo studio dei Greci e dei Romani occorse che -qualcuno pronunciasse la blasfema invocazione di liberarcene del tutto. - -E se questi futuristi hanno dell'incendiario, del pazzesco e del -ciarlatano la colpa è un po' di tutti: dei pacifici, dei ragionatori e -dei serii che non si sforzano sempre, che non si sforzano abbastanza -a trarre dal passato le luci del presente, troppo spesso soddisfatti -d'una conoscenza virtuosa ma non meritoria, perfetta ma vuota. - -Un altro articolo del programma futurista rintrona i nostri timpani: -«Noi vogliamo questo e quest'altro, e il disprezzo della donna». - -La donna è cacciata là in fondo al periodo, simbolicamente, così come -la precipiterebbero volentieri negli anfratti tenebrosi, lungi dai -nostri occhi e dai nostri cuori. Il programma prosegue avventandosi -anche contro il moralismo, ma il Marinetti, in un'intervista col -redattore di _Comoedia_, ha difeso il «disprezzo della donna» -atteggiandosi appunto a moralista. - -L'aggressore diventa conferenziere, il suo tono si fa pacato, -insinuante, condiscendente: «Ho forse obbedito ad un eccessivo bisogno -di laconicità e mi affretto a stabilire le nostre idee su questo punto. -Vogliamo protestare contro la monotonia d'ispirazione sempre maggiore -nella letteratura fantastica; salvo nobili, ma troppo rare eccezioni, -poemi e romanzi sembrano non poter essere consacrati che alla donna -ed all'amore... Vogliamo sostituire nelle menti la figura ideale di -Don Giovanni con quelle di Napoleone, d'André e di Wilbur Wright, e, -in generale, strappare i maschi di vent'anni alla vanitosa ossessione -dell'avventura galante e dell'adulterio». - -Benissimo per il fine ma molto male per i mezzi! - -L'ossessione che distrugge la gioventù maschile non nasce appunto che -dal «disprezzo della donna». Tutti i tenori disprezzano la donna! E -il misoginismo fu è e sarà l'ultima espressione della sensualità. Lo -è nel D'Annunzio che vantate convertito al vostro programma per aver -proclamato, nella gestazione del _Forse che si, forse che no_: «Il -disprezzo della donna è la condizione essenziale dell'eroe moderno». -Lo è in voi stessi, futuristi, che nel secondo manifesto e nelle rime -d'uno dei vostri migliori, del Cavacchioli, intorbidate così spesso la -nobiltà delle forme con parole luride. - -Se acconsentissi ad adoperare la parola «femminismo» in un significato -di orgoglio sessuale direi che v'è davvero molta parte della nostra -letteratura troppo femminista o femminea. Ma ne fate parte anche voi, -perchè è quella che rinuncia all'aspra e superba virilità del pensiero, -è quella che s'accoscia o si contorce, isterica, sotto le parvenze -più superficiali della vita: è quella che ha svenimenti del senso -logico, capogiri dell'immaginazione, anemia ed incostanza del fantasma, -pallori e spaventi e titubanze, della frase, che avanza e retrocede con -passetti civettuoli, che si dondola in minuetto, incapace di procedere -con fermo desiderio al sintetico possesso del reale. Sul «giaciglio -dei vecchi metri» si sdraia davvero e dorme — come cantava il Gnoli -— la vecchia poesia, ma perchè da troppo tempo le manca il contatto -vivificatore con un vigoroso organismo di pensieri. - -Nè questo brivido di risveglio glielo darà la «piccoletta ansia -omicida» — il verso è del Cavacchioli del vostro sensualismo misogino. -La civiltà moderna, coi suoi automobili e coi suoi aeroplani, ha acceso -i nervi di entusiasmo. Volete rivendicarne la bellezza, instaurare -il «lirismo della macchina e del miracolo scientifico» estrarre un -rigoglio di fantasmi dalle officine e dalle stazioni, dalle locomotive, -dagli arsenali, dai cantieri. Dove avete ragione non siete nel nuovo, -dove siete nel nuovo non afferrate ancora l'anima di leggiadria d'ogni -più ferrea espressione della vita moderna. Se dalla scienza possa -scaturire la poesia si è discusso a lungo. Ma il problema innanzi al -filosofo dell'estetica non è mai esistito: perchè è la scienza che può -generarsi dalla poesia come il concetto dall'evoluzione del sentimento. - -Perchè, ancora, la poesia non è alcun che di consistente nella realtà -circostante e non abitava nel castello medioevale più di quel che le -sia difficile risiedere nel corpo delle locomotive. - -No, futuristi! Siete arretrati in estetica: la poesia non sta nella -locomotiva ma nello spirito dell'uomo, non abita nella Vittoria di -Samotracia ma in colui che la contempla. Non rinnovate, le logomachie -dei didascalici dal settecento a noi, zoppicanti nelle teorie e nei -versi, nel pensiero e nel ritmo. - -Per fortuna, però, voi volete esser poeti e si vuol discutervi, coi -fantasmi non colle teorie. Dunque voi dite: «la magnificenza del mondo -si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità». -Se invece di spiegare: «un automobile ruggente è bello», scriveste -che la vostra anima si fa bella, poetica di velocità, contemplando -l'automobile, ragionereste meglio. - -Ma non è questo che importa. Importa dirvi che la vostra anima potrebbe -farsi più bella scoprendo negli aspetti della civiltà nuova non la -forma d'aggressione, non i fugaci istanti di ebbrezza divoratrice -delle distanze, non le follie dei salti mortali ma tutto lo stupendo, -intenso, ininterrotto lavoro di calcolo, di pazienza, di tenacia, -di sacrificio, di concordia di opere e di intenti. La poesia umana -del lavoratore dell'officina e della locomotiva di fronte a quella -classica e georgica del pastore e dell'agricoltore, ha questo di suo -caratteristico: che l'opera dei campi si concepisce anche col desiderio -individualista di tranquillità, si immagina nella solitudine di -Robinson, mentre l'attività nuova non esiste, se non in una magnifica -armonia di sforzi collettivi, nella fusione orchestrale di tutte -le attitudini e di tutti i valori, del braccio e del pensiero, in -un'inconscia realtà di fratellanza. - -Fratellanza, fratellanza!... Ne avete abbastanza del miele, futuristi! -«O guerra, — domanda Paolo Buzzi nell'_Inno_ al Marinetti, «principe -dei guerrieri» — perchè ci anneghittiamo, ormai, nella pace? — «Attendo -la sfida e la provoco — in questa atmosfera di vili». - -Voi siete per il patriottismo. E reagite con bello slancio contro la -propaganda di debolezza contro il terrore di tutte le guerre che si -diffonde insano fra noi quando nulla ci guarentisce di non dover un -giorno difendere colle armi l'integrità della patria. - -Ma, futuristi, il novello patriottismo non deve essere esaltazione -del bel gesto individuale della temerità e della violenza. È fatto — o -dovrebbe esser fatto — di disciplina, di silenzio, di abnegazione così -come di tutto ciò è costituito ogni trionfo della vita industriale. -«Bisogna — dice il Marinetti — che i popoli prendano ogni secolo una -gloriosa doccia di sangue per la loro igiene d'eroismo». Il sangue può -dare anche la paura: quello che bisogna preparare prima è l'eroismo. -Ed è di questo che il poeta scopre nell'anima, con magistero inconscio, -igienista più certo, gli elementi primordiali. - -Il Bataille sottolineava al Marinetti chiudendo la sua lettera: -«Vogliate vedere una prova della mia alta stima personale nel fatto -d'aver risposto lungamente ed il più seriamente possibile alla vostra -inchiesta». - -Io non pretendo alla gratitudine dei futuristi. Perchè il trattare un -problema seriamente non è il massimo che posso fare per piacere a loro, -ma il minimo che debbo per rispetto a me. - - _Paolo Arcari._ - - -IL FUTURISMO E LA SATIRA. - - -GIULIO PIAZZA - -nel “Piccolo„. - - -Futuristi e futurismo. - -Quella sera all'Acquedotto si udivano dialoghi come questo: - -— Scusi è turista lei? - -— Lo fui un tempo, nella mia gioventù. - -— Allora è anche lei come Marinetti. - -— Cioè: - -— Fu.... turista. - -— Via, non mi faccia di questi discorsi pa... la... zzeschi. - -— Certo è una cosa che am... mazza. - -Il futurismo dunque è quella cosa secondo la quale bisogna far arrivare -i giovani di talento e non seguitar sempre a onorare le glorie del -passato. Dante, Shakespeare, Michelangelo, Verdi, sono da condannarsi -al rogo. Bisogna bruciare i musei, le biblioteche, le pinacoteche, ecc. -Benissimo. Abbasso le glorie del passato! Viva il signor Marinetti e -soci! E su questo siamo tutti d'accordo. Del pari si potrebbe andare -d'accordo anche là ove i futuristi affermano di non volere applausi, ma -fischi. È questione di gusti. Perchè non accontentarli? - -Certo è che il futurismo farà molto cammino. E già comincia ad imporsi. -Conosco una signorina che nel fare gli occhi di triglia a tutti i -giovanotti che incontra in società, si immagina sempre di trovare il -suo... futuro. Chi più futurista di lei? - -— Signorina, quello è un giovane di talento — le disse qualcuno -additandole uno dei suoi corteggiatori d'occasione. — Vedrà che fra -breve sarà un arrivato. - -— Ah! — rispose la bella ragazza sospirando — Preferirei che fosse.... -un _partito_. - - -Evidentemente dopo l'avvento al potere del futurismo, il passato con -tutte le sue glorie incomincia a navigare in acque alquanto torbide. E -i poeti futuristi invece nuotano sempre in mari... netti. - -La sconfitta del passato e la piena vittoria del futuro si -allargheranno poi, sperabilmente, in tutti i campi sociali e civili. - -— Signore — piagnucolava l'altro giorno un povero sarto a un giovanotto -elegantissimo — in passato ella mi aveva promesso.... - -— È ora di finirla con questo eterno culto del passato. - -— Aveva promesso di pagarmi.... - -— Sicuramente. Per incoraggiarvi. Avevo capito che in voi c'era... -della stoffa. E avevate anche il senso della misura. - -— E tante volte mi aveva detto: Pagherò. - -— Certo. E lo dirò sempre. E ve lo ripeto ancora: pagherò. - -— Ma è futuro. - -— Si capisce. Non siamo forse tutti.... futuristi? - -— Non mi ami più? — domandava ieri languidamente una signora di -sessanta primavere... e altrettanti inverni a un suo antico spasimante. - -— Ah, no, non più! — rispondeva lui. — Il futurista Mazza mi ha detto -che bisogna distruggere i musei! - - * - * * - -Un epigramma di _Ex-Diavolino_. - - Volè saver perchè sti futuristi - I ghe dichiara guerra a tutto 'l mondo - E po' no i sa cantar che l'automobile? - La pol capir anca el zervel più tondo: - I vol cavarghe al mondo tanti besi - De comprarse automobile anca lori. - - _Giulio Piazza._ - - - - -L'Incendiario - - _A F. T. MARINETTI_ - _anima della nostra fiamma_. - - - In mezzo alla piazza centrale - del paese, - è stata posta la gabbia di ferro - con l'incendiario. - Vi rimarrà tre giorni - perchè tutti lo possano vedere. - Tutti si aggirano torno torno - all'enorme gabbione, - durante tutto il giorno, - centinaia di persone. - - — Guarda un pochino dove l'ànno messo! - — Sembra un pappagallo carbonaio. - — Dove lo dovevano mettere? - — In prigione addirittura. - — Gli sta bene di far questa bella figura! - — Perchè non gli avete preparato un appartamento di lusso, - così bruciava anche quello! - — Ma nemmeno tenerlo in questa gabbia! - — Lo faranno morire dalla rabbia! - — Morire! È uno che se la piglia! - — È più tranquillo di noi! - — Io dico che ci si diverte. - — Ma la sua famiglia? - — Chi sa da che parte di mondo è venuto! - — Questa robaccia non à mica famiglia! - — Sicuro, è roba allo sbaraglio! - — Se venisse dall'inferno? - — Povero diavolaccio! - — Avreste anche compassione? - Se v'avesse bruciata la casa - non direste così. - — La vostra l'à bruciata? - — Se non l'à bruciata - poco c'è corso. - À bruciato mezzo mondo - questo birbaccione! - — Almeno, vigliacchi, non gli sputate addosso, - infine è una creatura! - — Ma come se ne sta tranquillo! - — Non à mica paura! - — Io morirei dalla vergogna! - — Star lì in mezzo alla berlina! - — Per tre giorni! - — Che gogna! - — Dio mio che faccia bieca! - — Che guardatura da brigante! - — Se non ci fosse la gabbia - io non ci starei! - — Se a un tratto si vedesse scappare? - — Ma come deve fare? - — Sarà forte quella gabbia? - — Non avesse da fuggire! - — Dai vani dei ferri non potrà passare? - Questi birbanti si sanno ripiegare - in tutte le maniere! - — Che bel colpo oggi la polizia! - — Se non facevan presto a accaparrarlo, - ci mandava tutti in fumo! - — Si meriterebbe altro che berlina! - — Quando l'ànno interrogato, - à risposto ridendo - che brucia per divertimento. - — Dio mio che sfacciato! - — Ma che sorta di gente! - — Io lo farei volentieri a pezzetti. - — Buttatelo nel fosso! - — Io gli voglio sputare - un'altra volta addosso! - — Se bruciassero un po' lui - perchè ridesse meglio! - — Sarebbe la fine che si merita! - — Quando sarà in prigione scapperà, - è talmente pieno di scaltrezza! - — Peggio d'una faina! - — Non vedete che occhi che à? - — Perchè non lo buttano in un pozzo? - — Nel cisternone del comune! - — E ci sono di quelli - che avrebbero pietà! - — Bisogna esser roba poco pulita - per aver compassione - di questa sorta di persone! - Largo! Largo! Largo! - Ciarpame! Piccoli esseri - dall'esalazione di lezzo, - fetido bestiame! - Ringollatevi tutti - il vostro sconcio pettegolezzo, - e che vi strozzi nella gola! - Largo! Sono il poeta! - Io vengo di lontano, - il mondo ò traversato, - per venire a trovare - la mia creatura da cantare! - Inginocchiatevi marmaglia! - Uomini che avete orrore del fuoco, - poveri esseri di paglia! - Inginocchiatevi tutti! - Io sono il sacerdote, - questa gabbia è l'altare, - quell'uomo è il Signore! - - Il Signore tu sei, - al quale rivolgo, - con tutta la devozione - del mio cuore, - la più soave orazione. - A te, soave creatura, - giungo ansante, affannato, - ò traversato rupi di spine, - ò scavalcato alte mura! - Io ti libererò! - Fermi tutti, v'ò detto! - Tenete la testa bassa, - picchiatevi forte nel petto, - è il _confiteor_ questo, - della mia messa! - T'ànno coperto d'insulti - e di sputacchi, - quello sciame insidioso - di piccoli vigliacchi. - Ed è naturale che da loro - tu ti sia fatto allacciare: - quegl'insetti immondi e poltroni, - sono lividi di malefica astuzia, - circola per le loro vene - il sangue verde velenoso. - E tu grande anima - non potevi pensare - al piccolo pozzo che t'avevan preparato, - ci dovevi cascare. - Io ti son venuto a liberare! - Fermi tutti! - Ti guardo dentro gli occhi - per sentirmi riscaldare. - - Rannicchiato sotto il tuo mantello - tu sei senza parole, - come la fiamma: colore, e calore! - E quel mantello nero - te l'àn gettato addosso - gli stolidi uomini vero, - perchè non si veda che sei tutto rosso? - Oppure te lo sei gettato da te, - per ricuoprire un poco - l'anima tua di fuoco? - Che guardi all'orizzonte? - Se s'alza una favilla? - Dimmi, non sei riuscito a trafugare - l'ultimo zolfino? - Ti si legge negli occhi! - Ma ti saltan dagli occhi le faville, - a cento, a cento, a mille! - Tu puoi cogli occhi - bruciare tutto il mondo! - T'à creato il sole, - che bruci al sol guardarti? - - Quando tu bruci - tu non sei più l'uomo, - il Dio tu sei! - Mi sento correr per le vene un brivido. - Ti vorrei vedere quando abbruci, - quando guardi le tue fiamme; - tutte quelle bocche, - tutte quelle labbra, - tutte quelle lingue, - non vengono a baciarti tutte? - Non sono le tue spose - voluttuose? - Bello, bello, bello..... e Santo! - Santo! Santo! - Santo quando pensi di bruciare. - Santo quando abbruci, - Santo quando le guardi - le tue fiamme sante! - - E voi, rimasti pietrificati dall'orrore, - pregate, pregate a bassa voce, - orazioni segrete. - Anch'io sai, sono un incendiario, - un povero incendiario che non può bruciare, - e sono come te in prigione. - Sono un poeta che ti rende omaggio, - da povero incendiario mancato, - incendiario da poesia. - Ogni verso che scrivo è un incendio. - Oh! Tu vedessi quando scrivo! - Mi par di vederle le fiamme, - e sento le vampe, bollenti - carezze al mio viso. - Incendio non vero - è quello ch'io scrivo, - non vero seppure è per dolo. - Àn tutte le cose la polizia, - anche la poesia. - - Là sopra il mio banco ove nacque, - il mio libro, come per benedizione - io brucio il primo esemplare, - e guardo avido quella fiamma, - e godo, e mi ravvivo, - e sento salirmi il calore alla testa - come se bruciasse il mio cervello. - Come mi sento vile innanzi a te! - Come mi sento meschino! - Vorrei scrivere soltanto per bruciare! - - Nel segreto delle mie stanze - passeggio vestito di rosso, - e mi guardo in un vecchio specchio, - pieno di ebbrezza, - come fossi una fiamma, - una povera fiamma che aspetta.... - il tuo riflesso! - Fuori vado vestito di grigio, - ovvero di nessun colore, - c'è anche per le vesti una polizia, - come per le parole. - E quella per il fuoco - è tremenda, accanita, - gli uomini ànno orrore delle fiamme, - gli uomini serî, - per questo ànno inventato i pompieri. - - Tu mi guardi, senza parlare, - tu non parli, - e i tuoi occhi mi dicono: - uomo, poco farai tu che ciarli. - Ma fido in te! - T'apro la gabbia và! - Guardali, guardali, come fuggono! - Sono forsennati dall'orrore, - la paura gli à tutti impazzati. - Potete andare, fuggite, fuggite, - egli vi raggiungerà! - E una di queste mattine, - uscendo dalla mia casa, - fra le consuete catapecchie, - non vedrò più le vecchie - reliquie tarlite, - così gelosamente custodite - da tanto tempo! - Non le vedrò più! - Avrò un urlo di gioia! - Ci sei passato tu! - E dopo mi sentirò lambire le vesti, - le fiamme arderanno - sotto la mia casa.... - griderò, esulterò, - m'avrai data la vita! - Io sono una fiamma che aspetta! - Và, passa fratello, corri, a riscaldare - la gelida carcassa - di questo vecchio mondo! - - - - -Villa celeste - - _Agli indimenticabili - fratelli di Trieste._ - - - Su un bel collettino, - la villa, è di un celestino - chiaro chiaro, sbiadito; - a guardarla dal basso - sembra la pallida guancia - d'un gran cielo turchino. - Qua e là, su e giù, d'ogni lato, - serpeggiano, s'incrociano, - s'intrecciano, s'abbracciano, si stringono, - campanelle leggere - dalle corolle veline, - bianche e celestine. - - Ora la villa è chiusa. - Io la ricordo ancora - stranamente abitata, - quasi invisibilmente, - quasi, perchè la gente - non s'accorgesse.... - ora è del tutto abbandonata. - Io la ricordo benissimo; - passavano leggere, - esangui dame, - sottili nelle loro vesti celesti - a grandi code, - di rasi lucenti, - di pallidi damaschi. - Andavano lentamente - cogli occhi bassi, mesti, - trascinando quelle loro vesti - lucenti, rasi e damaschi - pallidi, sbiaditi, - come le carni dei loro volti - lunghi, affilati. - - Io sostavo ogni sera - un istante ai ferri del cancello - per vederne una passare, - per vederla lentamente camminare, - trascinando la lucida coda - fuori di moda. - E pensavo dipoi a loro - per tutta la via, - la sera, quando tornavo a casa mia. - Ognuna se n'andava da per sè, - cogli occhi bassi, mesti, - strisciando fra la ridda muta - di tutte quelle campanelle - dalle corolle veline, - bianche e celestine; - quelle campane - che si aprivano nuove - tutte le mattine. - - Si gridava all'orrore! - Orribili profanazioni, - scandali, oscenità! - Ci si intromesse la polizia, - e le dame celesti - furon mandate via: - si sa. - «Sembrava la più onesta riunione - di nobili dame» - gridava la gente, - «ed era una morbosa accozzaglia - di luride puttane!» - Puttane!... - Puttane.... molto strane.... - care puttane! - - Dove sarete? - Dove vi avran mandate? - Siete ancora unite? - Avete trovato un'altra villa? - La notte, al chiaro della luna, - dalla villa venivano - sbiadite, delicate, - le note fuggenti, di leggere, - languenti canzoni, - motivi.... come di Chopin.... - e tutte finivano in un lungo, - sospirato, terribile: - Ameeen.... - «Scandali, oscenità!» - Dai cigli, dalle siepi, - di dietro le mura, sbucavano - dei pallidi amanti, - bianchi come gigli, venivano - ad unirsi a quelle dame, - abbracciarle.... travolgerle.... - gli amanti le succhiavano.... - esse succhiavan gli amanti.... - - Dove sarete? - In quali regni, - pallide dame meste, - avrete trovata un'altra villa celeste - per i vostri convegni? - Sul bel collettino - è chiusa, Villa Celeste, - a guardarla dal basso - sembra la pallida guancia - d'un gran cielo turchino. - Intorno dappertutto, - s'intrecciano, s'abbracciano, - si stringon ancora disperatamente, - le campanelle leggere - dalle corolle veline, - bianche e celestine. - - - - -La fiera dei morti - - - I poeti cantano - malinconicamente - questa fiera; - tutti alla stessa maniera, - questa giornata grigia o nera. - (Ma si può benissimo cantare - anche in un'altra maniera). - Dice che sempre piove - un'acquerugiola trita, - che tutto fiorisce nel fango - in una primavera di pillacchere. - Le solite antiche fole - della solita antica gente! - Oggi invece non piove, - splende un magnifico sole; - il tempo ci porta le sue cose nuove. - Avete dei pensieri neri? - Veniteli a svagare - dentro i cimiteri. - - Potete entrare, avanti, - fatevi tutti avanti, - sono spalancate le porte, - anche per chi non c'à persone morte! - Tutti possono andare, - girare a proprio piacimento; - anche un poeta ci si può benissimo intruffolare - per suo divertimento. - Le solite baracche dei saltimbanchi - fuori dei cancelli; - quella classe sociale che à per mira - di far conoscere agli uomini, - meglio assai degli astronomi, - che il mondo gira. - Scimmie vestite da ballerina, - oppure alla militare; - una se ne va di braccetto - con un sergentino, - un'altra cerca di trascinare - un caporale dietro in una stanza; - una vestita da serva - è tutta affaccendata per spazzare, - un capitano dà uno schiaffo - a un'ordinanza pietrificata. - Donne che gridano a squarciagola - di alcuni miracoli scientifici, - l'ultima portata della scienza - alla portata di qualunque sapienza, - strane fisiche psicologiche deformità! - E i buoni festaioli - se ne stanno davanti in perplessità. - Trombe tamburi piatti, - tutti gridan come matti: - è la fiera dei morti! - I dolci fatti lì, immancabili dolci, - che tutti stanno ad aspettare, - le calde arroste - che non riparano a castrare. - - Nelle osterie si suonano chitarre, - si cantano canzonette paesane, - gli ultimi stornelli popolari, - romanze napolitane. - - Dai beccai pendono sanguinanti, - fenomenali, i primi ottimi porci, - quelli d'ognissanti, - che àn già sentito il primo freddo dei morti. - E sui banchi, ammassata, - oppure tortuosamente attaccata, - chilometri di salsiccia, - che sembra l'ammasso degli intestini malati - di tutti i morti. - I salumai anno appesi - i salamini nuovi, cotechini, - zamponi, mortadelle; - e viene fino sulla strada - un odore stuzzicante - di lepre e di pappardelle. - Tutti si riversano a mangiare - a crepapelle. - I carabinieri a cavallo - coi loro pennacchioni rossi, - si fanno posto trionfanti - nella calca stordita dei festanti. - - Ai cimiteri ci si può andare - coi fiori, e senza i fiori, - ma anche il più insopportabile, - lontanissimo parente, - si può aspettare quel giorno un fiore - dalla sua antica gente. - - I morti non sono uguali, - come credono tutti, - e sopratutto, non sono muti; - quelli almeno dei cimiteri - sono indecentemente ciarlieri. - Sulla pelle della loro faccia marmifica, - meglio assai che sui vivi, - si qualifica la fisionomia - caratteristica. - «Qui riposa - «l'uomo dalle rare virtù: - «Telemaco Pessuto - «d'anni cinquantatre, - «padre e marito esemplare.» - Se t'avessimo incontrato vivo, - chi l'avrebbe saputo? - - Tutti gironzan leggendo - più meno speditamente, - alcuni sillabando. - Ma non sapete che quelle parole - che voi leggete con indifferenza, - sono la faccia dei morti? - Tutte quelle espressioni di dolcezze, - sono l'espressione delle loro fattezze? - - Oh! Curiosa combinazione! - «Celestina Verità - «d'anni novantasette - e accanto: - «Peppino - «d'anni tre - «dei coniugi Del Re.» - Strana combinazione! - Quale fu, di voi due, la vostra mèta? - Dovevate ognuno campare cent'anni, - oppure, Peppino Del Re, - Celestina Verità, - faceste involontariamente - della vostra vita - una così parziale società? - Fu Peppino che ti giunse, o Celestina, - e ti trasse inaspettatamente - tre anni dalla vita? - O tu, Peppino, nascendo, - trovasti i tuoi anni - quasi tutti consumati - dalla Celestina? - Uno di voi fu il parassita - dell'altro. - - Che poco posto occupano i morti, - meno assai del naturale. - E qualcuno di voi fu padrone - da solo d'un podere, - che sempre gli sembrò tanto piccino! - Quelle alte pareti - con tutte quelle teste fitte fitte, - nell'immobilità, - sembrano quelle di un loggione - per una straordinaria rappresentazione. - E tutti gironzano indifferenti, - sgusciando calde arroste, - succiando confetti, o i duri di menta, - leggiucchiando senza fede - le ciarle di quei poveretti. - Gli uomini accorti, - che passeggiano sempre fra i vivi, - non vedono il momento - di passeggiare fra i morti. - I vivi àn delle facce, - che per quanto espressive, sono mute, - e una faccia per bene - la possono avere anche i mascalzoni, - invece le facce dei morti - sono piene d'ottime informazioni. - Se incontrate per via un giovine pensoso, - come potete sapere se sia virtuoso? - - In cima al camposanto, - sopra un grande palcone - improvvisato per l'occasione, - si mettono i teschî all'incanto. - Lo circondano pigiate - centinaia di persone, - fissano l'atletico allottatore - che grida fiocamente a squarciagola. - Intorno è pieno di carabinieri. - — Quattro! - — Cinque! - — Otto! - — Dieci! - — Quindici soldi! - I primi vanno a ruba! - — Si delibera signori! - I più frettolosi pagano i teschi - anche più d'una lira. - Molti aspettano che la gara cessi - e il prezzo ribassi. - — Quattro! - — Sei! - — Otto! - Una giovine sposa - si stringe al braccio del suo sposo - tutta piagnucolosa: - — Comprami quel teschio. - — Stai zitta! — Le dice il giovinotto. - — Comprami quel teschio, - — Stai zitta grulla, - verso sera gli daran via per nulla. - — Dieci! - — Undici! - — Dodici! - — Si delibera signori! - — Comprami quel teschio. - — Stai zitta t'ò detto, - non vedi ch'è un teschiaccio vecchio? - — Comprami quel teschio. - — Se non stai zitta ti porto via. - — Potrebbe essere il teschio della mamma mia. - — Ma che mamma mia! - — Cosa c'è stato laggiù, lontano? - — Corrono i carabinieri! - — Dove corre tutta quella gente? - — Ànno arrestato quel nano - che vendeva i teschi di seconda mano. - E per le vie polverose, - per le serpeggianti vie campagnole, - in un bel tramonto pieno di vapori - di fiamme e di viole, - la gente se ne torna - dai camposanti allegramente. - E ogni buon diavolaccio - se ne viene col suo teschio sotto il braccio. - - - - -Il Principe e la Principessa Zuff - - - «La principessa dorme e sta bene, - saluta il suo sposo.» - «Il principe dorme e sta bene, - saluta la sua sposa.» - Questa frase suggella - una promessa amorosa: - «e non lo tradirà.» - «e non la tradirà.» - La dama s'inchina e si ritrae, - s'inchina e si ritrae il cavaliere. - Uguali parole giornaliere - che sono tutta la corrispondenza - dolcissima e fedele - di vita coniugale. - - Il loro sontuoso palazzo reale, - consiste in due uguali - vecchi molini abbandonati - ai lati d'una diga, - mezzi rovinati, - coi tetti mezzi scoperchiati. - Non vollero, quei principi, - la briga di regnare, - preferirono unirsi - ai lati della diga. - - Non si levano mai, - dormono ininterrottamente. - Le persone di corte - ànno ordini severissimi - di non fare alcun rumore - che gli potesse destare. - Non s'apre una finestra - che la sera, tanto al molino di sinistra - come a quello di destra, - per la frase abituale. - - Dovevano nascere - da quattro persone destinate - due figli di sesso disuguale, - e nacquero. - Dovevano abitare - uno speciale castello destinato, - e l'abitarono. - Si dovevano incontrare e innamorare, - si dovevano sposare, - e si sposarono. - - La coincidenza di tutte queste cose - preparate, e benissimo riuscite, - messe nelle loro anime - una naturale sonnolenza. - Ognuno, senza saper dell'altro, - dormiva nel proprio castello - senza voler far altro. - I gentiluomini di corte - parlavano al principe, di guerre, - di conquiste, di regni gloriosi, - «Lasciatemi dormire noiosi» - rispondeva il fanciullo. - Gli dicevan: come avrebbe - impiegato tutto l'oro che aveva, - se intendeva di dormire solamente - nella sua vita. - «Ditemi cento volte - «la parola oro, con uguale intonazione, - «con precisa cadenza. - «Come è bello aver tanto oro, - e sentirselo dire così.... - «Ancora ancora ancora.... - «Ne ò ancora, di più, - «molto di più, ne ò....» - - L'idea di poter fare, - nel suo mondo, tante cose disuguali, - gli messe nell'anima - una predilezione - per le cose tutte uguali. - — Come potrà regnare? - Dicevano quelli della corte, - — A furia di dormire - diventerà mezzo grullo, - questo strano fanciullo! - — Mette insieme della fiacca, - per far buona impressione. - — È una testa bislacca! - - La Principessa poi - in tutta la sua vita - non s'era voluta levar mai. - Le dame cercavano ogni maniera - per tenerla desta, - lei rispondeva lentamente - e piegava la testa. - — Diverrete un fiore troppo delicato - principessa! - — Chi sa come la concerà il marito! - — Non pensate alla vostra posizione? - Vi aspettano per regnare! - — Sarete coperta di gemme! - — Saranno tutte d'oro le vostre carrozze. - La Principessa non udiva. - — Si sveglierà il giorno delle nozze? - — Si sveglierà il giorno del contratto? - - — Principessa, c'è di fronte - un castello tutto chiuso. - La Principessa socchiudeva gli occhi. - — Chi ci sta? - — Non sappiamo, manderemo il giardiniere. - — Principe, c'è di fronte - un castello tutto chiuso. - — Chi ci sta? - — Non sappiamo, manderemo subito - un paggio per l'informazione. - - — Se mi vedrà così bianca - mi dirà che non mi vuole. - — Che se ne potrà fare - d'un consorte tutto bianco - come la faccia della morte? - — Mi ama? - — Mi ama? - — Gli potrei piacere? — - — Dice che vi amerebbe - se vi vedesse dormire. - — Dice che vi amerebbe - se vi vedesse dormire. - — Dio mio che gente impossibile! - — Come possono fare a vedersi dormire - tutti e due allo stesso tempo? - — Sposare! - — Sposare! - — Per che fare? - — Principe per dormire. - — Per dormire principessa, - non pensate a male. - - — Sposare.... amare.... - In un luogo che fosse tutto uguale, - dove la musica naturale - potesse accompagnare - questo nostro dolcissimo - sonno coniugale. - Nei pressi di una fonte.... - Sulle rive di un fiume.... - Oppure sotto un ponte.... - - Io non tradirò la mia sposa - finchè mi lascerà dormire. - — Io l'amerò se mi farà dormire. - — E Regnare? - — Regnare?.... Regnare?.... - Ditemi cento volte questa parola, regnare, - con uguale intonazione. - Regnare è una dolce parola - che non fa pensare — e sorrideva — - una dolce parola.... - - — Principessa, male fate, - a gettare le gioie della corte. - — Voi che ne avete aperte tutte le porte! - — Sicuro, con quel bel consorte! - — Sarà una bella vita! - — Che gente rammollita! - — Quante porte? - — Tutte principessa, cento, mille porte! - — Contate, contate tutte quelle porte; - io non posso pensare.... - contate contate quelle porte. - Piano, piano, piano, - così no, andate troppo forte.... - - - - -La morte di Cobò - - - _La morte._ - - Cobò è morto, - e non gli possono fare il trasporto; - e quello che più rabbia fa, - è che nessuno avrà - la grande eredità. - Attorno alle altissime mura - che circondano il castello di Cobò, - gira e rigira la gente - nella massima paura. - Vengono dal castello - le grida più disparate, - cori altissimi infernali, - di centinaia di animali. - La gente gira attorno le mura, - sempre pronta per scappare, - nella massima paura. - - — Se venisse fuori quella scimmiona in livrea - che ogni tanto s'affacciava alla porta? - — Dio mio! Uh! Uh! - Com'è che non s'affaccia più? - — A quest'ora sarà morto! - — E tutto questo chiasso chi lo fa? - — Che po' po' di diavoleto! - — Ma che succederà? - — Gente mia che fracasso! - — Non sentite che fetore? - — Chi sa là dentro quanti ne muore - di quegli animalacci! - — Accidenti a quel matto di Cobò! - — Lo sapete? Io lo so - come anderà a finire, - che con questo lasciare, - con questo aspettare, - finiranno per appestare mezzo mondo! - — Ditelo voi come si deve fare. - — Buttar dentro delle bombe o granate, - e sparare, e che bruci ogni cosa! - All'inferno la roba e Cobò! - — Se non ci volete stare - ve ne dovete andare. - — Gesù Maria! - — Può venir fuori qualche epidemia. - — Chi sa di che malaccio è morto! - — Ma la polizia, la polizia? - — A quest'ora tutte quelle bestiacce - ànno mangiato ventimila Cobò! - — Chi sa da quanti giorni è morto! - — Se saltasse fuori un cane - con in bocca un pezzo di Cobò? - — Si sapeva come doveva andare a finire, - gli sta bene a quel matto di Cobò, - di finire mangiato dalle bestie, - quando gli uomini àn di quelle teste.... - — Se venisse fuori Torso? - — Se ci dasse qualche morso? - — Accidenti a Cobò! - — Dalla porta non possono uscire - perchè l'ànno fatta sbarrare. - — Ma posson saltar fuori dalle mura, - le scimmie si sanno tanto bene arrampicare. - — Mamma mia che paura! - — Buttateci dentro il fuoco! - — E tutti quei gran soldi chi gli piglia? - — Non aveva una famiglia? - — Nessuno. Dicon che fosse figlio - d'un imperatore. - — Di chi, di Napoleone? - — Ma che c'entra Napoleone! - — Aveva l'oro a sacca, - e tutta la casa - piena di cassoni di fogli da mille! - — E ora chi gli piglia? - — Chi sa come riducono quella povera roba - quei maledetti animali! - — Buttategli da mangiare, - eppoi fateli scappare - quando sono bene sfamati. - — Ma sarà pieno di cani arrabbiati, - e qualcuno può rimaner nascosto. - — E tutte quelle maledette scimmie? - — Ce n'eran di quelle vestite da monaca, - da prete, da militare, tante da servitore, - da cuoco.... - — Dategli fuoco, dategli fuoco! - — La meglio è il fuoco! - — Ecco una ronda di civette! - — Guardate quante! - Si segna la gente. - - - _Cobò._ - - Uomini, disse agli uomini Cobò, - non mi avete voluto vivo, - non mi potrete avere - quando morirò. - - Io detti agli uomini il mio oro - a piene mani, e gli uomini - m'insultarono - perchè non n'ebbero abbastanza. - Io risparmiai il mio oro, - e gli uomini m'insultarono. - Passai, uomini, a piedi fra voi, - umile fratello vostro, - v'incontrai la sera - quando tornavate dal lavoro, - e i miei occhi vi dicevano - che vi avrei amato, - che vi avrei dato tutto il mio oro, - se mi aveste amato. - M'insultaste, e mi diceste - che non avevo lavorato. - Passai fra voi coi miei cocchi dorati; - e voi gettaste insulti e sputi - sopra i miei passi, - mi lanciaste anche dei sassi. - Sulla piazza gridai, - e fui insultato, - chiuso dentro il mio castello - fui insultato. - I miei uomini mi chiamarono - duramente, padrone, - nessuno mi chiamò fratello. - Volli amare alcuno - di quei deliziosi trastulli - che sono le fanciulle; - pensai di potere avere - una di quelle piccole bocche di rosa, - quelle piccole mani dai petali - morbidi, soavi di tepore; - esse non mi accordarono il loro amore, - e mi spregiarono per la mia bruttezza. - Si dettero a me per il mio denaro. - - Tornando a casa, Cobò, - dopo il rifiuto degli uomini, trovò - i suoi cani che gli corsero incontro - e gli fecero festa. - Le sue scimmie lo accarezzarono - maternamente, - o come delle buone sorelle, - e gli passarono le mani nei capelli, - come delle compagne dolci; - e lo rallegrarono un poco - coi loro scambietti, - e i galli col loro canto, - e l'orso gli venne a ballare - dinanzi bonariamente. - - Di voi sarò, solo di voi, - e si rinchiuse nel suo castello, - non vedrò più un uomo, - sarò di voi, voi mi amerete - finchè vi darò da mangiare, - poi mangerete me. - Gli uomini che sfamavo, - mi volevan mangiare - anche quando gli avevo bene sfamati. - - Disse Cobò: - venite tutti qua dentro, - e di voi sarò, - vostro sarà tutto l'oro. - Uomini che non m'avete - voluto vivo, - non mi potrete avere - quando morirò. - - Chicchichirichi! chicchichirichi! - Ecco il dì! - Cantano i galli di Cobò. - Il vecchio Cobò è sul suo letto - che muore fra poche ore. - Povero Cobò! Povero Cobò! - Ciangottano i suoi pappagalli: - Addio Cobò! Addio Cobò! - E le galline: cococococodè: - Oggi è per te, cococococodè: - Cobò ci sei te. - E le tortore piene di malinconia - si sono radunate in un cantuccio: - glu.... glu.... glu.... - non ti vedremo più. - E i cani si aggirano mesti, - colla coda ciondoloni, - mugolando: baubaubò, - addio papà Cobò. - E le cornacchie: gre gre gre - anche te, anche te. - - Nella stanza le scimmie non riparano. - Tastano il polso e la fronte di Cobò, - gli tiran su i guanciali, - gli rimboccano i lenzuoli. - Una, mescola del tamarindo in fretta, - una gli fa il massaggio sui ginocchi, - una piange in un cantuccio, - (Cobò straluna gli occhi) - e si rasciuga le lagrime comicamente. - E i pappagalli: povero Cobò! - E i gatti e i cani - giacciono ai piedi del letto - malinconicamente. - Una scimmia va e viene, - vestita da dottore, - colla tuba in mano. - Cobò muore. - Una vestita da prete, - si butta su la stola. - Cobò non vede più, - brancola colle mani, - e gli van sotto i suoi cani - cercando l'ultime carezze tremanti. - Solleva la testa, una scimmia - lo sorregge, - quella vestita da prete - ogni tanto gli unge i piedi, - una vestita da scaccino, - colla berretta in testa, - sta fissa per aspettare - di andare a suonar le campane. - Cobò dà un gemito.... e cade. - Si ritraggono dal letto - in un fremito tutte le bestie, - e restan ferme a guardare. - Uno scimmione in livrea apre la finestra. - - I cani sotto al letto distesi - emetton dei gemiti lunghi, - e i pappagalli: Povero Cobò! - Povero Cobò! - Giunge per la finestra - uno stormo di civette. - - Le scimmie intanto si rianno - dalla disperazione. - Una raccomoda il letto - attorno al morto padrone, - una smette di piangere - e va ad aprire il cassettone; - un'altra trae fuori pezzi d'oro, - gemme, gioielli, e tutti se li caccia - nel sacco della gola. - Una va ad assicurarsi bene - che il padrone sia morto, - e con un feroce ghigno - corre ad aprire uno scrigno: - prende dei pacchi di biglietti da mille - e gli spande per la stanza. - Una ne prende uno e lo guarda - bene teso contro luce, - un'altra, con uno - ci si pulisce il culo, - un'altra accende un sigaro - placidamente. - I gatti incominciano a miagolare, - i cani passeggiano inquieti, - l'orso viene in camera a ballare - in attesa che Cobò - gli dia il solito lauto desinare. - I galli e le galline si rovesciano - nel giardino a sperperare. - Lo scimmione in livrea - è rimasto alla finestra - senza articolare. - - E le scimmie rovistano, - frugano dappertutto, - si litigano la biancheria, - la strappano, la scuciono, - buttan tutto fuori dai cassetti, - dagli armadi: - fanno a pezzi dei merletti - che si provano attorno alla vita, - gli misurano a braccia. - Una, butta dalla finestra - tutto quello che gli capita. - E i pappagalli: povero Cobò! - Povero Cobò! Caffè Caffè Caffè. - - - _La morte_ - - — Buttate dentro il fuoco! - È l'unica maniera, - stando bene lontani - con ogni precauzione. - Se saltan fuori dei cani - arrabbiati gli ammazzeremo, - ma non potranno scappare. - — Fuoco! Fuoco! - — È pericoloso aspettare, - c'è da temere - un'epidemia nel paese. - Fuoco, e pronti con cautela - per ammazzare le bestie - che potessero uscire. - — E tutto l'oro? - — E le robe preziose? - — E tutti i fogli da mille lire? - — Fuoco, fuoco! È l'unica maniera - per evitare un più gran male. - - - - -La Regola del Sole - - - Un piccolo gruppo di signore, - dei più svariati paesi, - si sono fatte suore - di una loro speciale religione - che si chiama la Regola del Sole. - Si sono comperata un'isoletta - proprio in mezzo al mare, - un'isoletta tonda, tutta verde, - che sembra nell'azzurro dell'acque, - un altro sole, il sole del mare. - Sole che vive d'amore - per il Sole rosso del cielo. - Quando sono tutti e due azzurri, - mare e cielo, - sembrano due bellissmi cieli, - tutti e due col proprio Sole. - Nel mezzo all'isoletta, - queste signore, si sono fabbricate - il loro monastero, la loro piccola città. - Sono tutte vestite di rosso - in omaggio al loro Signore. - La mattina si levano per tempo, - prima naturalmente - della levata del Sole. - Verrebbe fortemente multata - la suora che si fosse levata, - senza ragione di malattia, - dopo il Sole. - Sarebbe la mancanza più grave - verso il suo Signore. - Quando una suora è malata, - di luce o di calore, - sono le loro uniche malattie, - le viene spalancata - la finestra della cella - all'ora della levata - e all'ora del tramonto. - Pensate come quelle suore - debbano amare, con quale forza - debbano desiderare il Sole! - Esse non ànno ormai che Lui, - al quale si sono votate, - e vivono oramai di quell'amore. - Come debbono essere tristi le loro nottate! - Dall'isoletta non si distingue terra, - nè vicina nè lontana. - È un piccolo mondo verde - che sembra roteare - nell'acqua, invece che nell'aria, - nello spazio del mare. - Certe volte l'isoletta sembra galleggiare. - Se naufragasse? - Se il mare la ricuoprisse? - - La mattina, poco prima dell'aurora, - si raccoglie ogni suora, - come per pregare, col massimo rispetto, - per augurare il buon viaggio - al suo diletto. - Appena il Sole appare, - al primo raggio, che serba - per una speciale predilezione - alle sue religiose, - esse emettono grida, - ridono, cantano, - i loro inni, i loro voti passionali, - saltano piene di ebbrezza - dopo il bacio del Signore. - E la loro comunione. - E mentre sulle acque s'innalza - il loro magico tondo, - si prendono tutte per la mano - e si mettono a fare il girotondo - pazze di contentezza! - E tutto il giorno lo stanno a guardare, - a pregare ad adorare. - In cima al monastero, - nell'apposita torre, - al posto delle campane - c'ànno le meridiane. - Con un: urrà! speciale - esse salutano il mezzogiorno, - e cantano gli inni - più sfolgoranti, - gettano in aria fiori dorati, - che gli ricadono addosso - baciati dal Sole. - Nel pomeriggio se ne stanno - distese sul prato, - e di tanto in tanto, - sole, a piccoli cori, - dicono le loro preghiere consuete. - Speciali preghiere - della loro regola speciale. - - Esse lo sanno che il Sole le ama, - che sempre le guarda, - e non le scorda mai; - lo sanno che quando moriranno - anderanno da Lui, - che le coronerà del suo più caldo amore! - Sono sicure, ma ànno il loro inferno - anche loro, e sarebbe il mare. - Si dice che una volta - morì una suora, - e da tutte fu creduta - beatamente accolta dal Signore, - mentre esse la cantavano, - la salutavano beata, - videro cadere una cosa nel mare! - Il Sole l'aveva rigettata! - Oh! la grande punizione! - Discacciata dal Sole, - e destinata nel fondo del gelido mare! - Perchè fu discacciata? - Non seppe bastantemente amarlo - il suo Signore? - Da quel giorno le suore - ànno raddoppiato il fervore - nella loro adorazione, - nelle loro preghiere. - - E il pomeriggio passa veloce, - e le suore si levano, - incominciano - a passeggiare inquiete - sul prato, si rivolgono - tutte dallo stesso lato, - pregano a bassa voce. - Il Sole s'abbassa poco a poco, - s'adunano le suore - dalla stessa parte - come vicino al fuoco. - Che momento per loro! - Il Sole posa - come la particola più luminosa - sopra il calice più grande - e più colmo. - Le loro lamentazioni - diventano disperate, - piangono, lo salutano, - gridano, negli ultimi momenti fugaci, - gli gettano gli ultimi baci. - Addio! Addio! Addio! - A domani! Torna amore! - Domani! Domani! - I loro occhi gocciano, - s'agitano le loro braccia, le loro mani. - - Cala la sera. - Le belle fiamme sono diminuite, - le suore sono impallidite. - E colle teste basse - camminano svogliate - verso il monastero, - ciondolanti s'avvicinano - alla casa, ch'è la perfezione centrale - dell'isoletta. - Sulla porta la superiora aspetta. - Col suo libro in mano, - piena di severità e di compunzione, - fa la chiama consueta - della riunione. - Le suore debbono rientrare, - cenare in fretta - e dopo andarsi a ritirare. - Antonietta Solare - Aurora Del Sole - Giuseppina Solamore - Alba Raggi - Isola Meriggi - Meridiana Tornasole - Cleofe Stelladoro - Caterina Solastro - Regina Solenne - Corinna e Beatrice Tramonti. - - Pensate che cosa sono per loro - le brutte giornate! - Piangono lacrime amare, - che amareggiano sempre più il mare. - E le notti d'inverno! - Come diventano desolati i loro colloquî! - — Ài veduto che giro corto fa? - — Sempre meno sempre meno, - se dura così non lo vedremo - un qualche giorno! - — S'alza di là, e va via di là. - — Che disperazione! Che infelicità! - — Tornerà tornerà la nostra stagione, - la state del nostro cuore! - — Il nostro carnevale! - — Mi sembra che minacci burrasca! - — Sei l'uccello del cattivo augurio! - — Ma quelle nubi vengono su. - — Di qui a domani non ci saranno più! - — Io non l'avevo mai goduto come oggi! - — A me è sembrato che bruciasse meno. - — A me invece è sembrato di più. - Quelle suore non muoiono - di nessun male, - si asciugano, si asciugano, - si disseccano al Sole..... - come le rose e le viole, - e più che centenarie - vaniscono, evaporano nel Sole - come un qualunque vapore, - senza la consueta putrefazione. - Il loro Signore le raccoglie poco a poco - sotto l'azione del suo potente fuoco. - Quando una ne muore, - ognuna sta ad aspettare - nella massima trepidazione, - tutta pensierosa, tutta preoccupata, - che non dovesse giù ricadere - come quella volta famosa. - Dopo, la cantano e l'invocano beata. - In tutto il mondo intero - quella è la sola città - che non à il cimitero. - - Dite, lo sapevate - che c'era quest'isoletta in mezzo al mare? - Questo bollente cuore - nel seno del gelido mare? - Siete contenti che ve l'abbia detto? - Non vi è venuto la voglia d'andare - con un piccolo vapore? - Se sapeste! Quante, quante volte, - ò pensato d'andare a farmi frate! - Oh! Se quelle suore mi pigliassero! - Ma esse non riconoscono - che un maschio solo, - nella loro strettissima clausura, - il santo della loro regola: il Sole. - - - - -Le Carovane - - - Oggi, io mi vedo davanti, - una lunghissima, - interminabile via, - zeppa di carovane. - Lunghissima via polverosa - che si estende all'infinito - proprio davanti a casa mia. - Dalla finestra della mia stanza da letto - io me ne sto a guardare - tutto quell'andare, - quell'ansare, quel sostare. - Ferme, vaganti, volanti - carovane si perdono - nella via a me davanti. - - Carovane alte e verdi - di cipressi e d'abeti, - carovane d'ali, di mani, - di piedi, di grucce, d'occhi, - strani occhi, vivaci, immoti, - guardi d'intelligenti, - guardi d'idioti. - Uomini luccicanti - ricoperti di ferro, - uomini seminudi, - avvolti di pellicce, - van via avanti avanti, - or lesti or lenti, - mescolati al bestiame, - tutti in carovane. - - Carovane di case, di castelli, - di navi, di barchette, - rigidissime dame - composte nelle loro vetture, - sguaiatissime puttane a sciame. - Carovane di volatili, d'insetti, - sopra carovane di tetti. - Mi fischiano agli orecchi - tanti stupidi pensieri, - volan per l'aria leggeri leggeri. - Qualcuno cammina più profondo - e pigia una sua stampella - credendo di sfondare il mondo. - E di sopra a spiare argutamente, - carovane di stelle luccicanti. - - Ma che cos'è tutto quel passare, - tutto quell'andare, quel sostare?.... - Son tutte carovane carovane carovane.... - vane vane vane vane vane.... - ane ane ane ane ane.... - eeeeeeeeeeeeeeeeee.... - e..... e..... e..... e..... e..... - - In fondo io me ne sto a guardare, - tranquillo alla finestra - della mia stanza da letto, - guardo, e aspetto. - Ma ditemi, dove andate? - Dove andate? Si può sapere? - Cosa c'è in fondo a quella via? - Andate alla Città del Sole Mio? - Imbecilli! Idioti! Fermatevi! - Non lo sapete - che in quella Città - non posso andarci che Io? - Per Dio! - - - - -La Città del Sole Mio - - - Ohelà! Ohelà! Ohelà! - Rivoltate! Tornate tutti indietro! - Stolido pecorame! - Non lo sapete che non ci potete andare - in quella città? - È chiuso per tutti quel reame! - Alla Città del Sole Mio, - non ci posso andare che io! - Tornate tutti indietro! - Ohelà! Pecorame! - Bestiacce testarde! - Non sapete qual era la vostra sorte? - Sareste rimasti tutti fuori - a litigarvi alle porte, - sono tutte chiuse quelle porte! - Venite qua, - sotto la finestra - della mia stanza da letto, - tutto da me saprete, vi prometto. - Non vi voltate indietro, - guardate quà! - La città voi non la potete vedere, - ci vuole il mio canocchiale; - venite a sentire. - Accovacciatevi in silenzio, - non è tanto robusta la mia voce, - statevi muti - come stareste ai piedi della croce. - - In forma di quadrato perfetto, - si estende la città, - quattro son le sue porte, e son serrate, - non à - nè sindaco, nè prefetto. - È tutta fabbricata d'identiche case - quadrate attaccate. - È tutta popolata - d'identiche persone - da parentela vecchissima legate. - D'una stanza e d'un giardino - si compone ogni casa, - le porte sono tutte spalancate. - Il solo abitatore è sulla soglia - che guarda nella via - con guardo assorto, - secca o snello, - bianco come un morto, - senza cappello. - - Le vie regolari si dilungano - in due bande di queste dette case: - sono abitate a sinistra - dai giovani, a destra - dalle vecchie, più che centenarie. - Ognuno se ne sta sulla soglia ad aspettare. - Nessuno si volge al vicino - o a quello dirimpetto. - I giovani stanno in piedi appoggiati - sulla soglia, alti, bianchi, - stretti nei loro vestiti - di velluto neri attillati. - Il loro collo, le loro spalle, - sono ricoperti di perle; - tanti tanti collié - ammassati, pendenti, - che gli scendon giù davanti. - Tanti quanti sono i morti - delle proprie casate. - Le vecchie di fronte - ugualmente sulla soglia, - malissimo vestite e disadorne, - vizze vizze, piccoline, - tutte avvolte in scolorite mantelline. - Le loro teste sono fasciate, - i loro colli cascanti di rughe, - sono raccolti in cenci verdastri - come i colli delle tartarughe, - o la pelle delle lucertole. - Della stessa grandezza della casa - è il giardino, - e ognuno lo coltiva da per sè. - Coltivano colla massima cura, - erbette odoranti, - il loro cibo si compone - esclusivamente - d'insalate profumate. - E alla finestra dalla parte davanti - si spingono sul davanzale, - fuori dalle ferriate, - testi di basilico e di menta, - erba cannella, - qualche pianta di ruta e di mortella. - - Così tutta uguale, - è questa una città, - senza romore e senza parole. - Giovani vite di stanchezza malate, - vite ostinate di decrepitezza, - erbe profumate, - profumi delicati - come la pelle dei malati. - - Che sole volete che ci brilli - in una simile città? - Un povero sole - che di sole non à - più che la forma di tondo: - pallido, tubercoloso, - riscaldatore di bacilli, - come quello che sarà - il giorno della fine del mondo. - Un sole pieno d'ombre, - di rabeschi. - Che sole ci può brillare, - se non un faro di scarabei, - nel cielo dei sogni miei? - Mi direte: è un sole troppo strano! - Ma io posso tenerlo in mano; - giuocarci sul mio tavolo - come se fosse un cavolo. - Farci all'amore - a tutte l'ore; - dirgli: sei un imbecille! - Dirgli mille insolenze, - mille brutte parole, - come non si trattasse del sole. - Avete capito? - E ora potete andare, - io chiudo la mia finestra, - vado a riposare. - - - - -Le Beghine - - - Frammenti di penne di struzzo, - tentennanti - polverose, intignate, - su piccoli cestini - in forma di nido d'uccello; - questa è a un dispresso - la forma del loro cappello. - Roselline consumate, scolorite, - indecifrabili tinte, - stinte e ritinte; - fiorellini impossibili, - a ciuffettini a mazzettini, - velettine come ragnatele, - tutte bucherellate, - su sulla fronte rialzate - e molto tirate; - di dietro un nodino - col suo ciondolino. - O cappelli in forma - di piatto regolare, - proprio nel mezzo - un pennacchio strano, - la punta d'una vecchia - penna di fagiano - messa tutta per ritto. - Pennine di galline, - di tacchino, di galletto, - di cappone, tutto tutto sta bene - sopra i cappelli delle beghine. - Mantiglie di vecchio pizzo, - con guarnizioni di gè, - di tibet, a sproni di velluto, - a guaine, con galicine - di piccole trine. - Giacchetti pieni di fianchette, - e con gala alla vita, - sul petto, e sopra le spalle, - sottane con crespe, - avanzi di cerchi qua e là, - rimasugli di tornù, - tutte bellissime cose - che non si vedono più - che alle beghine. - Alcuna, per suprema dedizione, - veste alla foggia dei preti, - col suo bravo collare; - qualcuna con compassata - serietà monacale. - - Ma tutte, tutte - siete un pochino studiate. - Come mi piace di guardarvi! - Vi aggirate, vi aggirate - piene di compunzione, - d'importanza e di pratica, - piene di etichetta, - per la vostra reggia prediletta. - Fra gli ori, fra i damaschi, - i pizzi degli altari, - i doppieri i candelabri, - andate e venite - come in casa vostra. - - Inchini secchi - di gambe irrigidite. - Mi sembra di sognare - alle decrepite reggie - di spodestati re centenari, - che tutto crepita crepita. - V'alzate, andate, venite, - v'inchinate, v'inchinate, - vi ringinocchiate. - - Le vostre facce - sono pugni di rughe, - i vostri colli sbucano, - si muovono fra i cenci, - come colli di tartarughe. - I vostri occhi quilquiano - dalle infossature, - con fare di puntiglio, - di sussiego, di piccosità, - di superiorità, - per la vostra interiore - grande sicurità. - - Dite, nella purità - siete così avvizzite, - o nel vizio? - Come riconoscere - dai vostri avanzi? - Eppure siete ancora civette! - Vi ungete, vi tingete malamente - gli ultimi capelli, - portate finte trecce, - riccioli finti, tinti - d'un altro colore; - avete il vestito per le feste, - e le feste siete meste, - meste e cocciute; - la gente che riempie - la chiesa di colori - vi urta, vi da noia, - non è più la vostra casa - dove dovete regnare, - la vostra reggia, - perchè in ognuna di voi - c'è un fondo di regalità grottesca. - Camminate a saltelli, - o nella massima compostezza, - taluna stampellando per la gotta, - talaltra con un far da piruette, - con mosse paralitiche del capo. - - Cosa foste? Cosa siete? - Vecchie cameriere pensionate? - Dame decadute? - Taluna di voi non fu ballerina, - taluna coccotte? - Ballerina, coccotte! - Come siete ridotte! - V'intanaste nell'ostinazione - della purità, o nessuno vi volle? - O conosceste bene l'amore? - Ecco il mistero - che m'interessa in voi. - L'amore! Voi! - Quanti anni sono ormai? - Io penso a denudarvi, - cavarvi i vecchi giacchetti sbiaditi; - i sudici panciotti - che v'ammassate addosso - per la paura delle polmoniti, - spogliarvi, spogliarvi - di quel sudicio fasciume, - e avervi nude dinanzi, - Gobbe, torte, mostruose, - farvi rinascere per un istante solo - un brivido del più orribile desiderio, - vedervi ballettare dinanzi sconciamente, - stampellare ridendo aizzate, - le più vergini vorrei, - magari quella - che non fu toccata mai, - e darvi i miei vent'anni! - Sentirvi sotto cigolare, - stridere, cricchiolare; - schiacciarvi, pestarvi, - darvi la più orribile gioia, - il più feroce martirio! - (Le vostre bocche - sdentate, sinuose, - mi fanno vedere - libidini mostruose.) - Contaminarvi tutte, - tutte, darvi odio amore scherno, - perdervi, gettare in un sol pugno, - al vento, tutte le vostre preghiere, - eppoi lasciarvi ridendo! - Via! Via! Via! - Cosa vedo dinanzi? Chi? - Nuda dinanzi a me, - la madre di mia madre, - la vecchia.... - No! lo giuro! - Non le ò mai toccate, le beghine, - mi piace solamente di guardarle. - - - - -Visita alla Contessa Eva Pizzardini Ba - - - — Buona sera Contessa. - — Buona sera carissimo Aldo. - — Oggi giornata bella, Contessa. - — Troppo bella, carissimo Aldo, - non fa nè freddo nè caldo. - — E la noia, Contessa? - — Ah! Oh! Ih! Hum! - — Sempre la stessa! - — Già. Questo mi dite di nuovo? - Bravo. - — Cosa dirvi di nuovo? - Mi credete così ingenuo? - Non mi ci provo. - — Bravo! E passate per giovine bizzarro.... - per uomo così strano.... - strano.... bizzarro.... - bizzarro.... strano.... - Bravo.... - — Cotesta bella veste, Contessa, - l'ò vista proprio ieri sera - precisa a una borghese. - — E fu inventata a Parigi - che non è ancora bene un mese, - sempre così, si sa già. - — A Parigi fumano l'oppio. - — Ma a Parigi.... - — Oh! Verrà presto la moda anche da noi. - — Altro che verrà, poi; - le belle cose da noi sono un mito, - noi, siamo quelli di ieri, o di poi. - Che governo pitocco! - Ma.... di nuovo? - — Di nuovo? - — E dire che vorrei, solo per una volta, - vedermi nuova nel mio specchio. - — Come? - — Nuova, diversa da sempre, - e diversa da tutte. - — Aver due bocche? - — Magari, ma è un caso comune. - — Un occhio dietro? - — Dove? - — Nella testa. - — Ah! Sì.... - — Un dente sulla punta del naso? - — Meglio senza naso nel caso. - — Due teste? - — Comune, comune. - — Tre teste, quattro gambe? - — Comune comune. - Iersera, per dormire, mi son fatta - tre volte la puntura di morfina. - — Tre volte!? - — Sono poche? Sono molte? - — Ma vi pare, la morfina! - — La morfina! La morfina! - — Vorreste d'un tratto - diventare Regina, Imperatrice? - Antonietta, Messalina? - — Uhm.... forse sarebbe meglio.... - una poveretta. - — Povera molto? Vivere di limosina? - Essere giù, nel fango! - — Oh! Si! - — Insultata, battuta, - essere vilipesa, prostituta. - — Oh! Prostituta! Insultata! Battuta! - Magari nel mezzo della strada - come una donna perduta! - Almeno per provare, ma come fare? - Noi.... chi ci può insultare? - — Chi, voi? Io! - — Siete troppo gentile. - — Mi proverò. - — Siete troppo corretto, e non - riuscirete che a farmi annoiare di più. - Dirò io per la prima. - Piccolo sciocco! - — Stupida d'una donna! - — Poetucolo pitocco! - — Vescica colla gonna! - — Imbecille, cretino! - Omuncolo da nulla! - — Povera grulla! - — Grullone, libertino, buffone, - ruffiano, lenone! - — Smencitissima vacca! - Porcona, puttana, vigliacca.... - — Basta basta basta - mio carissimo Aldo, - non crediamo di dirci - qualche cosa di nuovo, - sensazione nuova, io già non provo, - la cerco, ma non la trovo. - Amiamoci piuttosto, - l'amore è tanto vecchio - mi sembrerà più nuovo. - — Si? Purchè voi ritorniate - come allora, ma ora.... - — Quando? - — Quando m'ascoltavate - senza pensare al male, - ed erano assai meno noiose - le vostre serate. - — Mi avete amata voi? - Ed io vi ò amato? - Doveva essere molto noioso - il nostro povero amore, se lo abbiamo - troncato e nemmeno ce ne ricordiamo. - — Era.... una parola sola allora.... - — Vi ricordate ieri sera? - — Ieri sera? - — Quella mia parola.... - — Quale? Dite, mi fate venir male. - — Quando fu?.... - — Certamente vi sbagliate, - fu la sera avanti. - — Ve l'avevo già detta? - — Uh! Centomila sere, - capirete se è sempre la stessa! - Basta basta, non la ridite, - lasciatemi morire in pace, - sono malata. - — Che sarà di Voi? - — Di me? - — Buona notte Contessa. - — Buona notte carissimo Aldo. - - - - -E lasciatemi divertire! - -_(Canzonetta)_ - - - Tri tri tri, - fru fru fru, - ihu ihu ihu, - uhi uhi uhi! - Il poeta si diverte, - pazzamente, - smisuratamente! - Non lo state a insolentire, - lasciatelo divertire - poveretto, - queste piccole corbellerie - sono il suo diletto. - - Cucù rurù, - rurù cucù, - cuccuccurucù! - Cosa sono queste indecenze, - queste strofe bisbetiche? - Licenze, licenze, - licenze poetiche! - Sono la mia passione. - - Farafarafarafa, - Tarataratarata, - Paraparaparapa, - Laralaralarala! - Sapete cosa sono? - Sono robe avanzate, - non sono grullerie, - sono la spazzatura - delle altre poesie. - - Bubububu, - Fufufufu, - Friu! - Friu! - Ma se d'un qualunque nesso - son prive, - perchè le scrive - quel fesso? - - Bilobilobilobilobilo, - blum! - Filofilofilofilofilo, - flum! - Bilolù. Filolù. - U. - Non è vero che non voglion dire. - Voglion dire qualcosa. - Voglion dire.... - come quando uno - si mette a cantare - senza saper le parole. - Una cosa molto volgare. - Ebbene, così mi piace di fare. - - Aaaaa! - Eeeee! - Iiiii! - Ooooo! - Uuuuu! - A! E! I! O! U! - Ma giovinotto, - ditemi un poco una cosa, - non è la vostra una posa, - di voler con così poco - tenere alimentato - un sì gran foco? - - Huisc... Huiusc... - Sciu sciu sciu, - koku koku koku. - Ma come si deve fare a capire? - Avete delle belle pretese, - sembra ormai che scriviate in giapponese. - - Abì, alì, alarì. - Riririri! - Ri. - Lasciate pure che si sbizzarrisca, - anzi è bene che non la finisca. - Il divertimento gli costerà caro, - gli daranno del somaro. - - Labala - Falala - Falala - eppoi lala - Lalala lalala. - Certo è un azzardo un po' forte, - scrivere delle cose così, - che ci son professori oggidì - a tutte le porte. - - Ahahahahahahah - Ahahahahahahah - Ahahahahahahah. - Infine io ò pienamente ragione, - i tempi sono molto cambiati, - gli uomini non dimandano - più nulla dai poeti, - e lasciatemi divertire! - - - - -AL MIO BEL CASTELLO - -A MIO PADRE, _instancabile e geniale lavoratore, affettuosamente._ - - - - -Quando cambiai castello - - - Un poeta quando è stanco - cambia castello; - piglia sulle spalle il suo fardello - come un qualunque saltimbanco. - O come un povero uccello - cambia lido - quando gli rompono il nido. - Lassù non ci si poteva più stare, - è inutile, non ci si poteva più stare. - Senza tanto pensarci - decisi di cambiare. - Cambiare castello. - Il posto era assai bello, - le passeggiate, i dintorni, - le adiacenze, - la casa era distante dal cancello, - ma la vita si era ridotta - zeppa d'inconvenienze. - Mi conoscevano tutti, - un pochino alla volta - tutti m'avevan conosciuto, - e il bello d'un poeta - è, l'essere sconosciuto. - Tutto di me sapevano, - appena fuori d'un passo - tutti mi salutavano, - nella via mi squadravano, - mi pesavano, ed ognuno - voleva dir la sua. - - — È un poeta. - — Che giovine elegante! - — Sì, ma è troppo stravagante. - — Oggi, peccato, non à quel famoso cappello.... - — L'ài mai visto con quell'ombrello - giallo a righe turchine? - — E con quel mantello nero? - — Buffo vero? - — Con quel pastrano rosso di velluto? - — Buffo, l'ài veduto? - — Ma si sa come vive? - — Gira sempre con un taccuino, - ogni tanto si ferma e ci scrive. - — Sapete? È fuori per un giorno. - — Oggi domani va a Livorno. - — Ci sta molto? - — Prende il biglietto di andata e ritorno. - — Stamane à un po' di tosse. - — Stasera mangia le frittelle. - — A quest'ora telefona alle stelle. - Non ci si poteva più stare. - - Il sindaco una volta - osò chiedere aiuto - per una calamità del paese, - quando l'ebbe avuto, - non più in là di un mese, - altra calamità, - altra supplica. - Scrivere, per favore, - il testo di una lapide per un paesano - morto senatore, - e un sonetto per il numero unico. - Un dono per la fiera, - con lettera di preghiera - d'accettare la carica - di presidente onorario. - Il priore raccomandava - le anime sante del purgatorio. - Confraternita della misericordia, - questua domenicale. - Qualche supplica speciale al Signore - per ottenere una protezione - speciale del paese. - Orazione delle quarantore. - Colla mia grande ammirazione - per le beghine - m'avevan preso per un clericale. - Suggerire l'epigrafe - per un piccolo angioletto, - con un mottetto dolce per finale. - Detto una volta di sì, - la bella pace finì. - Il bidello, lo scaccino, - erano sempre al mio campanello. - Decisi di cambiare; - e venni qua lontano, sul mare, - da tutta opposta via, - in cerca di una casa - che potesse diventare la mia. - - «Si affitta. Si dà via. - «Villino da vendere, - «Con e senza mobiglia. - «Miti pretese. - «Rivolgersi al custode di Villa Agnese. - «Villa Irene. - «Dodici ambienti, bagno, acetilene. - Su, su, lontano dall'abitato, - trovai quello che avevo sognato: - un decrepito castello - mezzo rovinato. - «Si vende. - «Rivolgersi in città - «Via Rubacode - «Rapezzini negozio di mode. - Qui nessuno ci sta, - tutto vuoto. - Ottima qualità. - - — Ecco Signore, - e il vecchio andava avanti, - — la porta è sgangherata - ma i battenti sono di pregio, - guardi belli i mascheroni, - occorrono molte riparazioni, si sa. - La Contessa morì dieci anni fa, - e d'allora nessuno c'è venuto più, - nessuno n'à avuto più cura. - La Contessa era centenaria. - — Sola vi abitava? - — Con due sue vecchie donne - che morirono anch'esse poco dopo, - erano come lei centenarie. - Era molto decaduta, - ma fu, in sua gioventù, - la prima dama della nostra città. - Questi luoghi, signore, - furono sempre praticati - da grandi uomini, - questi terreni furono pestati - da scienziati e da poeti. - — Male, buon vecchio, male, - preferisco terreni pestati dagli idioti. - — Perchè signore? - — Bella, per imparare. - — Guardi da questa finestra, signore, - i monti e il mare. - — Ci sono di belle passeggiate? - — Tante, tutte meravigliose, - su per queste colline, lungo il mare.... - — E lunghe vie piane ci sono? - lunghe, uguali? - — C'è la via provinciale. - — È assai vicina? - — Passa di là sotto quel gruppo di case, - ma è la più polverosa, - la più noiosa per passeggiare. - — A me però va bene. - — Perchè signore? - — Per camminare - senza misura, pensando alle cose mie, - (per mettere insieme le mie strane poesie.) - Quest'ammasso di rovine - mi va, buon uomo, mi va, - è un covo da gufo - che per me farà. - - Ci sono abitatore felice - da tanto tempo, nel mio castello - che odora di centenario, - di beghine morte lentamente.... - «senza male, disseccate al sole - «come le rose e le viole, - «senza la consueta putrefazione. - - - - -Le mie passeggiate - - - Nelle belle giornate, - nelle belle serate, - e anche nelle brutte, - faccio le mie passeggiate. - Scendo lungo mare, - e su la riva - mi dilungo a camminare. - Però non andiamo d'accordo - me e il mare, - a me spesso dà noia - quel suo eterno brontolare, - lui dice che io sono un gran brontolone. - Non mi conosce nessuno - e faccio il comodo mio. - Qualcuno mi saluta - guardandomi con curiosità. - — Buona sera signore. - — Buona sera comare. - E lì finisce tutto. - Cammino sulla via provinciale, - e mi dilungo all'infinito; - salgo i bei collettini, - che ognuno m'è ormai famigliare. - Mi seggo sopra un muricciuolo - dove ci sono due cipressi a lato. - Colla coda dell'occhio io me li vedo - come due grandi carabinieri - a cavallo impalati, - come se si fossero fulmineamente fermati - al fermare della mia carrozza. - Andate, andate, - io rimango un momento qui a sedere, - potete andare, - non sono già figliuolo dell'imperatore, - non sono mica il re, - che cosa posson fare a me? - Nè una vezzosa infanta, - che mi debban far del male, - nè una decrepita principessa reale. - Andate, andate. - - Sulla cima di un bel colle, - meravigliosa altura, - dove ogni altro uomo che vi fosse giunto, - si sarebbe messo a sognare come nulla - il proprio monumento, - io, in un bel momento, - ci sognai la mia culla. - E mi ci vado a sdraiare; - mi vedo tutt'intorno - il bel giro dei monti, - e da una parte il mare, - e di sopra la luna e il sole. - Come ci si sta bene nella culla! - — Quella copertina turchina (il mare) - l'ò buttata via perchè avevo troppo caldo. - — Titì non ti scuoprire; - sta' coperto Titì. - — Ma ò caldo! - Quella bella pallona d'oro (il sole) - me l'à portata il mio bel papà. - E nelle serate di luna, - ci vado tutto ravvolto - nella mia verde cuna. - — Quella bella pallina d'argento (la luna) - me l'à portata la mia mammà — - oppure: - — Voglio quello spicchino di limone! - — No Titì, ti farebbe la bubù - ai dentini, alla pancina. - — Lo voooglio! - — Bada Titì, se non stai buono - ti faccio totò. - — Voglio quel chifellino - per zuppare nel mio latte. - Voglio quella bella falcettina! - — No Titì, ti taglierebbe le manine. - — Voglio quella bella falcettina - per tagliare tutta l'erba - davanti alla mia culla! - — Ma no Titì. - — Ma siii! - — Ma nooo! - — Ma siiiiiii! - — Ma nooooo! - — Ma siiiiiii! - — Ma nooooooo!... — - Che gioia, che gioia, che felicità, - per chi non à da far nulla, - ritornarsene ogni tanto nella culla! - - - - -Il mio castello e il mio cervello - - - Alla finestra - della mia stanza da letto, - nel mio decrepito castello, - sulla sera lungamente mi diletto - a starmene solo col mio cervello. - Il diletto, mi direte, - non potrebbe essere più grazioso, - per un poeta, come me, ozioso. - E guardo giù per la valle, - guardo i monti, le colline, - il mare non si vede da questa parte, - E girano e girano - e serpeggiano le rondini - attorno al mio castello. - (Quanti giri!) - E girano e girano - e serpeggiano - i pensieri attorno al mio cervello. - (Quanti giri!) - Voli di rondini leggeri, - leggeri pensieri. - (Che non son sempre leggeri). - E guardo dinanzi la valle, - i monti, le colline, - gli alberi grandi a selva, - in filari lunghi senza fine, - disposti bene ad arte, - il mare non si vede da questa parte. - E girano e girano - serpeggiano - le rondini attorno al vecchio castello. - (Quanti giri!) - E girano e girano - serpeggiano - i pensieri attorno al giovine cervello. - (Quanti giri!) - Io penso: - Se ogni pensiero - avesse fra le labbra un filo - (come il ragno) - se avessero in bocca un filo - (come il ragno) - tutte le rondini che si aggirano, - tutte le rondini che si sono aggirate, - il mio castello e il mio cervello - sarebbero due matasse, - molto molto molto arruffate. - - - - -La ciociara in lutto - - - Dei pochi arredamenti - che trovai nel castello, quando entrai, - non volli gettar via tutto, - qualche cosa mi piacque di serbare. - Fra queste cose, un quadro, - che rappresenta una ciociara in lutto. - Lo volli lasciare, non per il suo valore, - ma perchè quel quadro - mi à fatto sempre tanto pensare. - - Avete mai posseduto un quadro - che non vale, che non sapreste ammirare, - privo d'ogni bellezza, - ma che vi fa pensare? - Un quadro, che sempre - ve lo vedete davanti, - e lo state a guardare - mentre vi trovate solo a pranzare, - e che vi fa mangiare - senza saper di mangiare? - - Per quanto non privo di buone qualità, - non è certo un quadro di valore; - non potrei precisare gli anni che avrà, - non porta la firma dell'autore. - È appeso alla parete del tinello, - e rappresenta, in grandezza naturale, - una ciociara in lutto. - - Quando mangio non fo - che guardarlo e pensare. - Una donna di mezza età, - non brutta, ma nemmeno bella, - d'alta statura, una discreta figura, - ed una faccia seria.... - ma non per malinconia, - dura d'espressione, singolare. - Una ciociara in lutto! - Mi sembra... come un contrattempo, - mi sembra che il lutto - debba essere - tutto la negazione delle ciociare; - eppure porteranno il lutto - anche le ciociare; - ma non me le so figurare. - Quella gonnella con tutte quelle pieghe, - e il busto, non s'addicono - di panno nero, il seno - coperto d'una camicia bianca di lino... - e il panno sulla testa nero... - con sotto un lino bianco... - Come si trova qui? Chi potrà essere? - Ecco il pensiero. - E ogni sera e ogni mattina mi tormenta. - - Chi sarà? - Una nutrice della famiglia? - Della vecchia contessa? - Forse di sua figlia? - Aveva una figlia? - Forse morta prima di lei? - Forse ancora vivente? Dove? - Ebbene, situata a quel modo - nel tinello, ad un posto d'onore... - una nutrice ciociara... - Eppoi in lutto! - Il suo piccolo forse morì, - e venne ad allattare qui, - da questi signori. - Il lutto non glielo avrebbero - lasciato portare. - Che fosse invece in quel tempo - in lutto la famiglia? - Ma di solito non s'usa - vestire di gramaglia - financo la balia, - mi sembra di cattivo augurio. - - Un quadro comprato? Regalato? - Mi pare quasi impossibile - anche questo fatto. - Comprare o regalare un quadro, - che non è che il ritratto - di una donna non bella. - E che non può avere neppure - attrattive pel costume. - Si vedono quadri di ciociare dappertutto, - ma di ciociare con allegri visi, - piene di colori e di sorrisi, - ciociare in mosse gaie, - non di ciociare in lutto. - Eppoi mettere il ritratto - d'una sconosciuta nella stanza da mangiare, - dove per solito s'usa - mettere soggetti che riguardano la mensa, - cose allegre e appetitose. - - Che sia un ritratto - della padrona stessa - del Castello? - Un ritratto, in costume, della Contessa? - I lineamenti non sono da dama, - eppoi perchè si sarebbe fatta - quel ritratto scegliendo un costume - nel suo momento brutto? - Che la Contessa fosse molto stramba? - Io che mi credo tanto, - sarebbe curioso - che questo castello fosse stato, - prima di me, abitato - da della gente cento volte - più stramba di me. - - Alle volte, dopo lungo - fissare quel quadro, - non vedo più la tela e la cornice, - la parete, non distinguo più nulla, - soltanto quella donna che mi sembra - lasci la sua posa - e si muova, venga avanti - come per dirmi qualcosa, - che venga magari, col suo piglio, - per maltrattarmi, per mandarmi via! - Ma che! Mi riscuoto dipoi, - impossibile, così lontani dalla ciociaria. - Che fosse una delle due centenarie - compagne della Contessa? - E a lei tanto care? - Tanto care da darle nell'appartamento - questo posto d'onore? - Forse un'altra già morta.... - Le due donne erano due ciociare.... - Forse fu un tempo - ospite del castello un pittore.... - Ma avrebbe dipinto entrambe le ciociare, - o meglio, avrebbe in omaggio - dipinta la Contessa. - - Come le vedo andare - quelle tre donne! - Quella vecchia dama secca secca, - in lutto, con una lunga coda nera, - con una cuffia nera di merletto - sopra una finta di ricciolini bianchi, - ormai ingialliti; - e ai lati le due ciociare in lutto, - con quelle gonne corte - a mille pieghe, scampananti, - camminare piano piano, - irrigidite sulle loro ossa legnificate, - dentro le pelli incartapecorite, - le cui carni si erano poco a poco - prosciugate prosciugate, - ed erano ormai tutte svanite. - Quella Contessa con quella coda, - e quelle ciociare con quelle sottane corte! - Tutte tre centenarie! - Sarà così? Come sarà? - - Come c'entrò qui dentro questo quadro? - Perchè non volli gettarlo al mio venire? - Che cosa mi poteva dire - questa donna non bella - che non conoscevo? - Chi lo introdusse? - Qualcuno forse.... per pensare? - E per lasciare ad un altro - questa occupazione? - - - - -La mano - - - Tutti sapete bene - che cosa sia una mano. - Una mano! - Chi è che non l'à vista? - Ma non potete sapere - in che consista - una mano che non s'è mai vista. - - In un angolo della mia stanza c'è - un morbido divano, - al quale ogni sera mi do - puntualmente - alla stess'ora, - per il mio terribile perchè. - È l'ora della mano. - Quel divano è quello della mano. - M'abbraccia, m'affonda, m'assorbe, - mi fa nido, il mio divano, - ed io mi lascio andare - con trepidazione paurosa, - abitudinaria - aspettativa morbosa. - Da una certa sera - tutte le sere alla medesim'ora. - - In questa stanza - vagola, brancola, - vive senza posa, - una mano che non si vede, - e che si posa solamente - quand'io sono disteso sul divano. - Enorme mano morbida, - fatalmente forzuta, - eppur voluttuosa. - Perchè gira nella mia stanza? - Non m'à ancora - carezzato abbastanza? - Fu qui amputata a qualcuno - e vi rimase inoperosa - nella sua avidità di carezzare? - Mano fortissima - e insieme affettuosa, - mano che sa tanto bene carezzare, - che sembra quella d'un gigante buono - avvezza, per innata generosità, - alla più tenera carezza. - - Avete mai pensato - alla dolcezza che può dare, - la carezza della mano - d'un gigante buono? - Quella mano che potrebbe stritolare, - e che invece vi accarezza. - E lo sapete bene - che basterebbe una stretta, - ma vi lasciate andare. - - La mano m'accarezza m'accarezza, - ed io mi lascio tutto andare - a tale ebbrezza. - Io sono in suo potere ormai; - ed essa mi liscia i capelli, - me li solca, - la fronte, le tempie, - le palpebre mi socchiude, - mi gira dietro il collo, - (io non ci vedo più) - mi palpa sulla nuca - pigiando come per cercare, - più forte, più forte, - m'afferra ad un tratto - per la pelle del collo - strettamente - come un povero gatto. - Io non vedo più la stanza, - non sento più il divano, - solo la stretta di quella mano - sopra il collo. - E ora mi porta via. - Lo so bene ormai - dov'essa mi conduce, - l'ò fatta tante volte - la sua via, - identica ogni sera. - - E buio fuori, - sono accesi languenti lampioni, - le strade sono bagnate, - tutte infangate. - All'angolo del vicolo - brigate di lenoni, - puttane a brigate. - Eccoci nella tua via, - tra il bordello e l'osteria. - Pel vicolo oscuro - mi sento strofinare la terra, - sbattere il muso nel fango, nel muro. - Si passa la solita porta - della solita osteria, - il solito cancello - dello sganasciato solito bordello. - Sempre lì mi conduci, - sudicia mano! - Fosti amputata, dimmi, - ad una gran puttana, - nella sala di questo castello? - - Le puttane che aspettano, si sa, - alla vista del cliente - mi vengono incontro tutte contente. - — Buona sera biondino! - — Buona sera, eccoti qua! - — Come sei mingherlino! - — Non vieni mica qui per far camorra? - — Il giuoco di Lischino lo conosci? - — Devi aver poca borra! - Flaccide, seminude, - facendo ballonzare - con pesantezza - i seni sui ventri flosci, - mi ronzano attorno - quelle puttane; - ed io le sto a guardare - con compostezza. - — Sembri il bambin Gesù! - — Non vedete non ne può più. - — Via, su ti riscaldiamo! - Mi spingono in mezzo a loro - sballottandomi, - cantano in coro come forsennate - il più osceno girotondo - a gambe spalancate, - e gridano sconciamente inebriate: - — Fatti sotto fatti sotto! - S'alzano tutte le sottane - quelle vecchie puttane disfatte. - — Fatti sotto fatti sotto! - — Ascoltate! - Io sono quel signore... - che vive in quel castello! - (mi ricordo non so come - in quel momento). - — Ahahahahahah! - — Lassù.... - — Ahahahahahah! - — Quel signore.... - — Dio! non mi ricordo - più il nome! - In quel castello.... - — Ahahahahahah! - — Bello! Bello! - — Sei un povero matto, poverino! - — No, sono quel signore.... - il nome.... il nome.... - non lo ricordo più! - Chi mi ci à portato? - — Da te ci sei venuto! - — Musino da flanellista! - — Chi mi ci à portato? - — Il diavolo che ti riporti! - — La scusa l'ài trovata bella! - — È venuto a far flanella! - — È venuto a far flanella! - — Buttatelo giù dalle scale! - — Fuori fuori, è robetta! - — È bene che si faccia male! - — Non sappiamo che farcene noi, - di quei signori! - — L'ànno preso a civetta! - Mi gettano dalle scale, - infuriate le puttane, - e mi corrono dietro. - Quando mi sento andare, - e sono sull'orlo del precipizio, - la mano mi sostiene, mi sostiene. - E fuori mi gridano i lenoni - all'angolo sotto i languenti lampioni, - m'inseguono le puttane - come tanti cani. - Tutti mi gridano e m'insultano! - La mia carne lacerata, - in possesso della mano, - seguita ad essere sbatacchiata. - - I miei occhi goccianti - lagrime verdi e rosse - non vedono più, - la mia bocca sanguina giù giù - sotto colpi di tosse. - Non odo più che lo scherno, - le grida di quella gente. - gli urli delle prostitute - e dei lenoni; tutti sono scappati fuori, - e m'inseguono, m'inseguono. - - Ora la mano mi sottrae, - mi fa fuggire rapidamente - alle terribili ire - di tutta quella gente. - Intravedo la mia via - per la campagna, - mi par di sentire il mare, - intravedo il mio cancello, - l'ombra del mio bel castello - nella terribile agonia. - Penetrano l'unghie acutissime - dentro la mia nuca in brandelli, - (io non ò più la forza - di respirare, - lascio fare) - e l'unghie penetrando - s'aprono tutte le porte, - brandello per brandello, - dentro l'ultimo lembo del mio cervello: - ecco: la morte! - Io mi sento veramente morire. - La mano piano piano - m'adagia sul morbido divano. - - M'alzo trasfigurato, - mi vado a guardare nello specchio, - la mia faccia è d'uno strano pallore, - sono vitrei i miei occhi. - La mia bocca serrata - è dissanguata. - Le mie narici spalancate - palpitano con affanno. - Ò sognato? No. - Non dormo, io sogno ogni sera, - tutto l'anno, - quella via, - per quella mano che m'avvolge - nelle dolci spire, - e mi trascina nel fango - per farmici morire. - Ma io la potrei fuggire tale mano. - Mi direte: - Bruciate quel divano! - A quell'ora che sapete - andate a passeggiare, - non vi ci dovete sdraiare, - in fondo voi soffrite, poveretto! - Cambiate la camera da letto. - È vero, è vero, - miei buoni, miei cari, - perdonate, - è.... come l'abitudine del male, - io non so rinunziare - quando mi sento accarezzare - da quella mano, - e mi lascio andare, - e so dove, - e fin dove. - - Pensate, pensate - che disperazione - per uno come me, - dovere ogni sera lasciare - il mio bel castello - per andarmi a ingolfare - nelle sozzure - come l'uomo più volgare. - Tutte le sere sentirmi trascinare, - come un fanciullo - dal canto della sua nutrice - per tante porte d'oro - nel regno delle fate! - Quali sono le mie fate? - Quali sono le mie porte? - Dovere ogni sera provare - che cos'è la morte! - - E ritornando nel mio bel castello, - temere d'incontrare - gli sguardi famigliari, - perchè possono capire i miei cari - dove sono stato! - Certamente Cherubina ormai à capito, - mi guarda senza dirmi nulla - al mio ritorno, e pensa: - che cattivo marito! - E Stellina, e Cometuzza, - mi guardano con occhio pio pio, - che mi dice assai bene: - dove sei stato, - fratellino mio? - - - - -L'orologio - - - L'orologio è il ricordatore del tempo - che non è più. - Esso segna il tempo che i poveri - uomini regalano alla morte. - VALENTINO KORE. - - Ad una parete della mia stanza - da letto, c'è appeso - un orologio vecchio; - uno di quelli di vecchia usanza, - colla catena e il peso. - Un tempo lo caricai - tanto per far qualcosa, - non sapendo precisare - se più m'irritasse fermo, - o più il suo maledetto andare. - Da tanto e tanto tempo - l'orologio non va più. - Io lo guardavo sempre con ghigno, - tramandogli una fine, - a quel ciarliero maligno, - una molto triste fine. - - Voi uomini tutti - tenete addosso un orologio, e non sapete - tutto quello che lui di voi sa, - tutto esso segnerà, - e non ve lo dirà mai. - Io lo guardavo pensando: - orologio, tu sai - tutto di me, dimmi l'ora ch'io morirò. - Le due? Le cinque? Le tre? - Le tre e un minuto, e due minuti? - Dio! Mi sentivo morire - tutti i minuti! - Su quel vile orologio - tutte le mie ire infuriai, - tutto quello che mi capitò fra le mani - gli tirai. - Insulti, sputi, sozzure, - scarpe, calamai! - Ed egli si fermò. - Si fermò sulle sei. - - Sul momento mi parve - d'esserne liberato, - che non battesse più, - che si fosse fermato. - Ma il dì seguente - giunse quell'ora, - io lo guardai, - e da quella immobilità feroce - compresi che quella - doveva esser l'ora - inesorabilmente! - Tutti i giorni io doveva - a quell'ora morire? - Quell'ora del tramonto, - o dell'ave maria, - o prima della notte, - o ultima del giorno, - le sei, l'ora terribile - di tutti gli incubi miei! - Quell'ora serale, - era divenuta giustamente - la mia ora sepolcrale. - - Nella disperazione - corsi sull'orologio, - lo sventrai! - Tutto gettai, le lancette, - il suo tagliente - meccanismo infernale, - tutto dispersi! - E non si vede ora - che una mostra bucata, - e un pezzo di catena - rimasta ciondoloni - con una ruota attaccata. - Brandelli di quel sozzo ventre - che sbudellai. - - Uomini, che da voi non sapete nascere, - da voi non sapete neppure morire, - e vi tenete caro sul petto, sul core, - quell'ordigno che sa la vostra ora, - e non ve la dirà, e tutti i giorni - ve la batte sul seno, e non ve n'accorgete. - Io benedico a chi sa l'ora di morire, - e m'inginocchio ai piedi del suicida. - Io penso: che aspetto? - Aspetto che ad uno ad uno cadano - tutti i miei bei capelli, - i miei bei denti? - Aspetto che una piaga gialla - sbuchi da qualche parte - ad insozzare la mia pelle bianca, - e l'invada, e la ricuopra? - Oh! Com'è bello morire - con un fiore rosso in fronte! - La rosa più vermiglia - che si sfoglia, che si sfoglia - a lato della fronte bianca! - O dalla torre più alta - darsi alla voluttà del vuoto, - dello spazio! - E che sul mondo rimanga - una macchia vermiglia solamente. - E tu che la sai, quell'ora, - scritta è già sulla tua fronte, - tu, mantenendo il tuo trotto, - tranquillo la segnerai - e passerai. - Ed io non potrò dire: - era quella, quella che mi fece tremare - ogni dì, quella che passò inosservata, - quella alla quale non pensai. - - No! Io mi faccio una torre sopra un monte, - la più alta del mondo, - su tutti i tuoi minuti - tutti i suoi mattoni, - e vi salgo all'ora mia, - quella scelta da me. - Mi fermo per sentire bene il battito - di tutti gli orologi del mondo, - cuori inutili e vili, - e ti grido: orologio, guarda, mi getto! - E faccio l'atto. - Ah! sentito uno scatto! - Sei stato tu, tu che ài segnata già l'ora, - ài creduto che fosse quella! - Ahahahahahah! - No, non era quella, - è quella che so io! - Ora sono io che comando, - sono io che darò l'ora a te, Ora! - Trovar nella mia gola, - far salire dal mio ventre, - le più folli, le più oscene risate, - i lazzi più sconci, - i gridi di scherno più acuti, - e farti aspettare - altri cinque minuti. - - - - -Cherubina - - - Scrivo: Cherubina: - e il mio pubblico indovina: - questa è una bella mogliettina, - uno di quei bei tipettini - rosei paffuti e freschi, - la mogliettina.... - del poeta.... - Una bella mogliettina - che gli tiene in ordine il castello, - che sorveglia la cucina, - gli rassetta la biancheria, - la migliore compagnia - per un uomo come quello, - che vive tutto l'anno - rinserrato in un castello. - Ài sentito Cherubina? - È vero che sei la mia mogliettina? - La moglie del mio cuore, - e la moglie del mio buon umore? - Una moglie come te, - piena di mosse simpatiche, - non c'è, Cherubina, - le altre mogli sono tutte antipatiche. - Su diritta Cherubina, - saluto militare, - da moglie esemplare. - Di' a questi signori - che fai delle tue giornate; - digli che sei tanto civetta, - che tutto il giorno ti fai toletta. - Digli che rompi tanti specchi, - e non nascondergli che t'inciprî - e imbelletti come una parigina. - E io ti sto a guardare, marito beato, - felice di tutte le tue mosse, - che si posson guardare - a tempo avanzato, - senza doverti aspettare - per condurti a teatro, - o a ballare. - - Sei una moglie molto casalinga, - quasi all'uso orientale. - Le turche stanno a disposizione - del loro padrone - per le sue lussurie, - te, per il suo buon umore. - La mattina, è Cherubina - che mi viene a svegliare, - salta sul mio letto, - mi da i pizzicotti sul naso, - si mette a tirare le coperte, - mi scuopre, mi ricuopre, - poi si mette a dormire - colle manine sotto il guanciale; - tutto quello che potrebbe fare - la mogliettina più ideale. - À qualche posa un po' azzardata, - ma come si fa.... nell'intimità.... - a qualunque altra moglie - verrebbe perdonata. - Ma non sempre glie la passo, - la grido: - Cherubina non sta bene - di spulciarsi davanti alle persone, - Cherubina non si fa, - davanti al tuo padrone! - Un'altra mogliettina non lo farebbe. - E chi lo sa? - Dopo un poco di tempo.... - nella più stretta intimità.... - - Bisogna poi vedere come à sviluppato - il sentimento di maternità, - come dolcemente accarezza - Stellina e Cometuzza, - gli liscia le pennine, la cresta, - poi gli da un gran sculaccione, - quelle scappan via, - e Cherubina si rintuzza - per paura del padrone. - Ma il padrone ride e se la gode - tutto di buon umore. - Gli uomini come va, - nella buona società, - usan tenere, per il buon umore, una moglie - al posto della scimmia, - io, tanto di modeste voglie, - lontano da ogni buona società, - tengo una scimmia - al posto della moglie. - - - - -Ginnasia e Guglielmina - -[Nell'Intimità: Stellina e Cometuzza.] - - - Ginnasia e Guglielmina - sono due belle cenerine, - le mie care sorelline. - Una persona in voga come me, - non può far senza - delle sorelline, - ce ne vogliono almeno due o tre. - Pio Decimo à le sue, - come ogni buon uomo alla moda, - due ottime sorelline - colle quali andare a spasso per la mano - nei giardini del Vaticano. - Giovanni Pascoli, - ch'è il primo poeta d'Italia, - à anche lui la sorellina, - ne à una, ma che ne vale due. - Le belle cenerine - sono le mie sorelline. - - Pire pire pire pire pire! - Eccole come corrono - le mie pirine, - le due ragazzine civette, - come corrono, le mie belle scalette! - Come siete carine - con tutte le vostre - pennine cenerine. - Uh! Se siete ingrassate, - brutte mangione, che non sapete far altro - delle vostre giornate. - Venite belle cocche, - venite pirine dal vostro Bubù, - dal vostro gallettino rosso. - Vi metterò il fioccone, - il fioccone rosso, - del colore del vostro padrone, - che fa pandà col bel crestone, - che sembra un cappellino di Parigi - d'ultima moda, - le mie civettone. - - Non fate che lisciarvi e carezzarvi - le pennine, - proprio come due sorelline - ch'àn da trovar marito. - Sono io il vostro gallettino, - il vostro Bubù; - non mi volete più? - Brutte sgualdrine! - Come vi voglio bene, - come ci sto volentieri - insieme con voi! - Siete due sorelle deliziose, - con tutte le grullerie, - le stupidaggini di due ragazzine, - ma che non ànno lingua - altro che per dare - una grande consolazione - al loro caro fratellone. - Oh! Io non sto più in me - quando sento: - cococococococococodè - cococococococococodè - cocodè cocodè. - E la gioia che provo - quando vengo a prendermi - quel bell'uovo! - Il vostro bel regalo, sorelline garbate. - Il cibo miracoloso per la mia salute. - L'uovo fresco delle cenerine - è il mio cibo prediletto. - - - - -Il ballo - - - Come si fa, una festa ci vuole - ogni tanto. - Il ballo è un'abitudine antica, - non si può sradicare. - La festa è per certuni un dovere. - Come si fa durante il carnevale - a non aprire mai le proprie sale? - Non per gli altri, ben inteso, ma per me, - perchè il mio ballo è solamente per me. - Due tre volte durante l'inverno - c'è ballo al mio castello. - Non mando nessuno ad invitare, - tutti quelli che debbono venire, - lo debbono saper bene da sè. - - Che martirio dover pensare - a preparare, - eppoi dover preparare! - Spolveratura generale - di tutte le sale, - che tutto sia pulito con cura, - per la buona figura, - per uno come me, - anche se non vede nessuno. - Preparare la musica, - le candele, il buffè, - che seccatura! - Eppoi viene la sera, - le porte sono tutte aperte, - i lumi s'accendono alle dieci. - Giungono silenziosamente - in lunga fila - le vetture, scendono - le dame, s'affrettano - a prender posto nelle sale. - Cogli occhi socchiusi - io vedo tutto questo passare, - questo giungere in fretta, - questo via vai per la mia scala. - E intanto sono a prepararmi - con l'abito di gala - quello rosso più bello, - curioso refilé, - (e non è un bal masqué!). - Doversi affanzonare - una faccia da sembrar per la quale, - eppoi alla mezzanotte - entrare. - - Tutti gli occhi addosso a me, - della mia folla muta, - entra il re. - Mi strisciano le dame - i loro inchini più profondi, - cercando di mostrarmi - meglio che sia possibile - i loro piccoli mondi, - che si vedono a metà - nella seminudità. - Poco mi guardo attorno, - cerco di affettare un sorriso - tra la sofferenza - e l'indifferenza, - e m'armo di pazienza. - Faccio un giro per la sala - col mio sorriso studiato, uguale, - che serve per tutte le dame - senza guardarle in viso, - saluto generale, e penso: - ora tutte queste signore - vorranno ballare - la quadriglia d'onore. - E avanti pure. - Quadriglia d'onore. - Non scelgo la dama, - mi piazzo nel mezzo della sala - cogli occhi semichiusi, - e mi vedo ronzare dintorno - centinaia di musi. - Mi perdo a tutto quel girare - di gente così disuguale. - Alle mie serate - tutte le mode - sono rappresentate, - sono ammessi perfino i cerchi e i tornù, - tutte le mode van bene, - cominciando da me, - (e non è un bal masqué). - Figura finale. - - La mia parte è finita. - Lascio i miei invitati - faccio aprire il buffè. - Andate, andate, - faccio aprire le sale, - colle tavole apparecchiate, - andate andate, - c'è d'ogni ben di Dio, - ogni lusso di ghiottonerie, - vini e liquori a orci; - potete dissetarvi e sfamarvi - come tanti porci. - Io mi ritiro nel mio appartamento, - seccato e stanco, - un ballo è sempre seccante per me, - anche quando è solamente per me, - ma come si fa, - una festa ci vuole ogni tanto. - - - - -Il pranzo - - - E anche i pranzi e le cene - devono essere numeri del programma - della gente perbene. - Si pranza così felicemente da per sè, - nella più completa libertà, - ma bisogna sottostare, - come si fa? - Un pranzo di etichetta - in tutta la stagione, - qualche pranzo famigliare, - e per non crepare di noia, ogni tanto faccio - una cenettina alla Boccaccio. - Io prendo posto al centro della tavola, - alla mia destra Ginnasia, - a sinistra Guglielmina, - in fronte Cherubina - come padrona di casa. - - Io che faccio le mie cene - con un uovo, o con due frittelline, - e me ne avanza, - che disgusto provo - al passare d'ogni nuova pietanza, - che mi conviene un po' assaggiare - per la buona creanza. - La cena procede con brio, - con molta eleganza. - Chi si diverte meno sono io. - Se non fosse Stellina, - se non fosse Cometuzza! - Ogni tanto vengono a beccare nel mio piatto, - io rido come un matto. - Oppure saltano in mezzo al tavolo, - e si mettono a beccare i fiori del bocchè - come se fosse un cavolo! - Che gioia per me! - Se non fosse Cherubina - con qualche sua smorfiettina - piena di simpatia! - Dà uno scappellotto - al servo che le porge il vassoio, - si prende un mezzo pollastro - tutto per sè! - Si leva qualche cosa - dalla sacca della gola - e la mette nel piatto del vicino. - Caccia un osso dentro una bottiglia - eppoi ci va a guardare piena di maraviglia. - Mangia un pochino troppo colle mani, - buffa, buffa! - (Qualche invitato forse sbuffa). - Che cosa ci posso fare - se la padrona di casa - è una birichina? - Alle volte perfino - si mette col suo culo sul suo piatto! - (Mi par che gl'invitati si scandalizzino!) - Io divento matto! - E Cherubina lo rifà. - Ma queste sono vere indecenze, - è troppo, sono veri orrori! - (Qualcuno deve gridare!) - Infine Cherubina à ragione, - io vi ò invitato ad una cena boccaccesca, - miei nobili signori! - - E alla meglio, - anche i pranzi e le cene passano, - e la quiete desiderata - ritorna nel mio bel castello. - - - - -La visita di Mr. Chaff - - - — Mister Chaff, vi saluto, - siate il benvenuto! - Vi sono molto grato - d'esservi così gentilmente - ricordato di me, - vi sono molto riconoscente - di aver pensato a questo vostro - lontanissimo parente. - L'americano s'introdusse, - e ci scambiammo i complimenti d'uso. - - — Io ricordare molto bene voe, - quando essere passato Italia - volta precedente: - voe non potere ricordare me, - allora essere voe troppo - piccolo fanciullo. - Io essere molto cambiato, - molto.... envecchiato. - E mister Chaff sorrideva; - ricordava la nostra lontana parentela, - e parlava delle relazioni - antiche fra le nostre famiglie. - Questi parenti americani - furono sempre una favola per me. - Me ne avevan parlato sempre, - ma non avevo mai potuto capire - ch'essi esistessero realmente, - tanto mai lontani. - - — Io vi trovo benissimo mister Chaff, - avete un'aspetto floridissimo! - — Io trovare voe un poco.... sbiancato, - un poco.... macilente. - — Oh! Si mister Chaff, probabilmente. - Lo condussi, come suo desiderio, - a girare pel castello. - Tutto volle vedere, - senza arrestarsi un momento - di dimandare colla massima insistenza, - su tutte le mie intimità, - facendoci sopra le sue osservazioni, - alcune delle quali - mi cominciarono a seccare. - — Bello questo panorama. - — Vi piace? - — Vedere mio caro, - io possedere Amereca - terreno molto più grande. - Quando io essere.... centro mie terreno, - io guardare de qua, guardare de là - vedere sempre mie terreno. - — Io questo certamente - non lo posso dire, mister Chaff, - tutto quello che vedo - è mondo che non mi appartiene. - Vi avverto però solamente - che quello è il mare. - — Oh! Molto più grande! - Affermava mister Chaff, - col massimo calore. - — Avete ragione, perdonate, - io sono talmente abituato - alle cose piccine, non ci badate. - Infine questo non è che il mondo di un poeta sapete. - Mister Chaff sorrideva - tutto di buon umore. - Quel suo ridere goffo mi seccava. - - — Il mio orto! - Vedete? la menta, la cedrina, - il bassilico, il ciliegio, - il pero, l'insalatina; - la mia insalatina! - È bello vero? - Il mondo di un poeta mister Chaff. - — Oh! Anche Amereca - poete possedere tutte piccolo mondo! - — Piccolo.... vedete, - è assai grande per me. - — Come mesurare terra voe? - — A piccoli passi.... e a cieli. - Girammo ancora molto pel castello; - gli presentai la mia Cherubina, - Ginnasia, Guglielmina. - Rise, rise l'americano, - certe sue risatacce grasse - che mi cominciarono a infastidire. - — Non vedere, mie caro, - quante fessure avere - queste povero castello! - Reparare, reparare. - — Niente affatto reparare, - lasciatele pure stare quelle fessure, - se c'entrano i raggi del sole - mi fanno sempre - un grandissimo piacere. - — Oh! Oh! Molte curioso, - molte.... estravagante! - — Quando comprai questo castello, vedete, - non volli riparare neppure la camera da letto. - — Così fare tutte poete? - — Così faccio io. - — Oh, Italiane essere molte poete. - — Non credo mister Chaff. - — Yes, molte poete. - - Voe appartenere.... quale partite? - Repubblicane? Sovversive? - — Un poeta, sappiate, non à colore. - Io non sono elettore, - e non andrò mai a votare. - I colori del poeta - sono quelli.... del cielo, - degli alberi, del mare.... - e con tutte le sfumature - dei tramonti e delle aurore! - I suoi rappresentanti - sono la luna, il sole, - e le belle giornate! - Un poeta non ama il suo paese, - se non è un bel paese, - lo rinunzia con la massima disinvoltura, - e se ne va là dove lo aspetta - la sua natura. - E poi, mister Chaff, volete proprio - conoscere il mio partito? - Fate un impasto uguale, - metà sublime, e metà bestiale. - I miei occhi vedete, - sono avidi di sangue e di fiamme! - No no no, non vi spaventate, - me ne sto qui comodamente a dormire, - dormire.... per sognare. - — Oh! Italiane essere - molte.... endolente. - Diceva mister Chaff - scandendo le parole lentamente. - — Molte... endolente. - — Oh indolentissimi yes. - — Per questo avere poco denaro. - — Io ne ò tanto che mi basta, - sono così mingherlino... - per la mia pancia? oh! me ne avanza. - Mister Chaff si dette lesto lesto - un'occhiata alla sua pancia. - - — E voe vivere sempre quassù. - — Sempre - — Io morire dopo poche ore. - — Vi credo, ma io mi ci diverto invece. - Nulla mi manca quassù, - mi credete abbandonato? - Dò anch'io le mie feste e i miei pranzi, - e mi stanco, mi esaurisco, mi confondo, - al naturale. - Le mie feste e i miei pranzi - sono sempre preparati - per centinaia di persone, - c'è la più completa illusione, - e non sono che per me. - Tutte quelle persone, - (i miei abitué) - mi rimangono indistintamente - simpatiche e divertenti, - se fossero vere - mi diverrebbero antipatiche e sconvenienti - dopo poche sere. - Sto qui come un eterno convalescente. - È così bello essere stati malati, - e non aver più male, - e non sentir più niente. - - — Oh! Capire molto bene, - tutte queste poete essere molto... fiacche, - anche molte persone... lascive. - Per questo essere tutte povere. - — Americano... babbeo! - Guardami quando creo! - Di terra io abbisogno, - tanta quanta ne sta - sotto i miei piccoli piedi, mi basta. - Io m'innalzo! - Nell'aria, nello spazio, - traverso ogni spazio, - coi miei capelli dorati - che ogni aura accarezza. - I miei occhi lampeggiano - sguardi che sono scintille, - fiamme roventi, - lame taglienti, - che squarciano il ventre ai cani - delle regine nubi al mio passare, - essi mi vorrebbero abbaiare, - mi vorrebbero serrare - i cancelli del cielo. - S'inchinano rispettose - quelle regine, - facendomi posto - fra le loro vesti vaporose - di veli e di trine. - Ma io salgo, nulla m'arresta, - è in cielo la mia testa, - nell'azzurro profondo, - fra le stelle che si confondono - al bagliore dei miei occhi, - e mi sorridono amiche, sorelle. - Su, su, entro nel sole, - e creo, e mi beo! - Come nessun altr'uomo al mondo! - — Oh! Molto belle queste parole, - ma poe... quando essere finita - vostra... illusione, - dovere retornare vostra vita - allora mio caro bella deselusione - provare! - — Si! Perchè la terra è angusta - per il mio calare! - - Mister Chaff si seccò - alle mie ribattute, - e se ne andò zitto zitto. - Io rimasi confuso, - e pensai d'essermi riscaldato invano. - Gli potevo lasciar dire - tutte le sue grullerie - a quel povero americano, - chi sa come mi potevo divertire! - - - - -INDICE - - - RAPPORTO SULLA VITTORIA DEL FUTURISMO A TRIESTE pag. 7 - - LE FANFARE DELLA STAMPA » 23 - TRIESTE ELETTRIZZATA » 25 - LA VITTORIA STREPITOSA » 36 - I SIGNIFICATI DEL FUTURISMO SECONDO PAOLO ARCARI » 51 - IL FUTURISMO E LA SATIRA » 62 - - L'INCENDIARIO » 67 - VILLA CELESTE » 81 - LA FIERA DEI MORTI » 89 - IL PRINCIPE E LA PRINCIPESSA ZUFF » 103 - LA MORTE DI COBÒ » 113 - LA REGOLA DEL SOLE » 131 - LE CAROVANE » 145 - LA CITTÀ DEL SOLE MIO » 151 - LE BEGHINE » 161 - VISITA ALLA CONTESSA EVA PIZZARDINI BA » 171 - E LASCIATEMI DIVERTIRE! (Canzonetta) » 179 - - AL MIO BEL CASTELLO. - - QUANDO CAMBIAI CASTELLO » 187 - LE MIE PASSEGGIATE » 197 - IL MIO CASTELLO E IL MIO CERVELLO » 205 - LA CIOCIARA IN LUTTO » 211 - LA MANO » 221 - L'OROLOGIO » 237 - CHERUBINA » 247 - GINNASIA E GUGLIELMINA » 255 - IL BALLO » 261 - IL PRANZO » 269 - LA VISITA DI MR. CHAFF » 275 - - ANNO QUINTO - - POESIA - - ORGANO DEL FUTURISMO - - Direttore F. T. MARINETTI - - ha pubblicato versi inediti dei maggiori poeti contemporanei: - - MISTRAL, PAUL ADAM, HENRI DE RéGNIER, CATULLE MENDèS, GUSTAVE - KAHN, VIELé-GRIFFIN, VERHAEREN, FRANCIS JAMMES, MAUCLAIR, JULES - BOIS, STUART MERRILL, PAUL FORT, LA COMTESSE DE NOAILLES, JANE - CATULLE MENDèS, RACHILDE, HéLèNE PICARD, H. VACARESCO, ecc. - - G. D'ANNUNZIO, PASCOLI, MARRADI, BRACCO, BUTTI, COLAUTTI, D. ANGELI, - SILVIO BENCO, ELDA GIANELLI, A. BACCELLI, ADA NEGRI, G. P. LUCINI, - D. TUMIATI, G. LIPPARINI, CAVACCHIOLI, PAOLO BUZZI, CORRADO - COVONI, A. PALAZZESCHI, LIBERO ALTOMARE, G. CARRIERI, ecc. - - SWINBURNE, SYMONS, YEATS, FRED. BOWLES, DOUGLAS GOLDRING, - SMARA, ALEXANDRE MACEDONSKI, DEHMEL, ARNO HOLZ, VALèRE BRUSSOV, - SALVADOR RUEDA, E. MARQUINA, A. GONZALES-BLANCO, SANTIAGO - ARGUëLLO, ecc. - - =ABBONAMENTO ANNUO:= in Italia L. =10= — all'estero L. =15= - - _Ogni numero, in Italia, L._ =1=. - - - - - Edizioni Futuriste di “POESIA” - - L'ESILIO. Romanzo di =Paolo Buzzi=, vincitore del 1º Concorso - di «Poesia»: - - Parte Prima: _Verso il baleno_ (elegantissimo volume - di 300 pagine con copertina a colori di Enrico - Sacchetti) L. 2, — - - Parte Seconda: _Su l'ali del nembo_ (elegantissimo - volume di 300 pagine con copertina a colori di - Enrico Sacchetti) » 2, — - - Parte Terza: Verso la folgore (elegantissimo volume - di 500 pagine con copertina a colori di Enrico - Sacchetti) » 2, — - - L'INCUBO VELATO. Versi di =Enrico Cavacchioli=, - vincitore del IIº Concorso di «Poesia» (elegantissimo - volume stampato su carta di Fabriano, con copertina a - colori di Romolo Romani) » 3,50 - - GIOVANNI PASCOLI. Studio critico di =Emilio Zanette=, - vincitore del IIIº Concorso di «Poesia» (elegantissimo - volume con maschera disegnata da Romolo Romani) » 3,50 - - LA LEGGENDA DELLA VITA. Versi di =Federico De Maria= - (elegantissimo volume stampato su carta di lusso) » 3,50 - - IL VERSO LIBERO. — Parte Prima. — Studio critico di =Gian - Pietro Lucini= (elegantissimo volume di 700 pagine - con acquaforte di Carlo Agazzi) » 6, — - - IL CARME DI ANGOSCIA E DI SPERANZA, di =Gian Pietro - Lucini= (esaurito a beneficio dei danneggiati del - terremoto di Sicilia e Calabria) » 1, — - - D'ANNUNZIO INTIMO, di =F. T. Marinetti= (traduzione - dal francese di L. Perotti) — _Esaurito_. - - - - - Edizioni Futuriste di “POESIA” - - LE RANOCCHIE TURCHINE. Versi di =Enrico Cavacchioli=, - vincitore del IIº Concorso di «Poesia» (elegante volume, - con copertina a colori di Ugo Valeri) L. 3,50 - - ENQUÊTE INTERNATIONALE SUR LE VERS LIBRE et MANIFESTE - DU FUTURISME, par =F. T. Marinetti= » 3,50 - - REVOLVERATE, Versi liberi di =Gian Pietro Lucini= - (elegantissimo volume di circa 400 pagine, con - Prefazione di F. T. Marinetti) » 4, — - - AEROPLANI. Versi liberi di =Paolo Buzzi=, col - Secondo Proclama futurista, di F. T. Marinetti - (Elegantissimo volume di circa 300 pagine) » 3,50 - - L'INCENDIARIO. Versi liberi di =Aldo Palazzeschi=, - col Rapporto sulla Vittoria futurista di Trieste - (elegantissimo volume di circa 300 pagine) » 3,50 - - MAFARKA IL FUTURISTA. Romanzo di =F. T. Marinetti=, - tradotto da Decio Cinti (Elegante volume di circa - 350 pagine) » 3, — - - - _D'imminente pubblicazione:_ - - FUTURISTI E PASSATISTI. Documenti discorsi e polemiche (Un - volume illustrato di 400 pagine) L. 3, — - - LES REMPARTS DU PASSÉ. (Un volume illustré de 400 pages) » 4, — - - LA VICTOIRE DU FUTURISME. (Un volume illustré de - 400 pages) » 4, — - - - - - FRATELLI TREVES, EDITORI — MILANO - - _D'imminente pubblicazione:_ - - RE BALDORIA - - TRADUZIONE DELLA TRAGEDIA SATIRICA - - LE ROI BOMBANCE - - di - - F. T. MARINETTI - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of L'Incendiario, by Aldo Palazzeschi - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK L'INCENDIARIO *** - -***** This file should be named 53287-0.txt or 53287-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/3/2/8/53287/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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