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If you are not located in the United States, you'll have -to check the laws of the country where you are located before using this ebook. - - - -Title: Leopardi - -Author: Federico De Roberto - -Release Date: October 6, 2016 [EBook #53223] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LEOPARDI *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - F. DE ROBERTO - - - LEOPARDI - - - NUOVA EDIZIONE - con un avvertimento dell'autore - e il fac-simile di una lettera di - GIOSUE CARDUCCI - - - - MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI - 1921. - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA. - - _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati - per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda,_ - - Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che - non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori. - - Milano, Tip. Treves. - - - - -AVVERTIMENTO. - - -_Il presente libriccino fu composto prima della ricorrenza del -Centenario leopardiano e vide la luce durante quella memorabile -celebrazione, cioè mentre l'immensa miniera dello _Zibaldone_, per -mezzo secolo rimasta ignorata o inaccessibile, si veniva appena -schiudendo. Dopo che fu tutta aperta ed in ogni senso percorsa, -l'autore di questo breve studio credette suo debito tener conto dei -nuovi preziosissimi materiali per una futura nuova edizione del suo -lavoretto, e si accinse infatti all'opera; sennonchè fu ben presto -costretto a riconoscere che per giovarsi quanto era necessario dei -sette volumi dei _Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura_ -non bastava ritoccare le pagine che egli aveva scritte, ma bisognava -rifarsi dal primo principio e comporre un altro libro, se non di -diverso disegno, certamente di più largo respiro._ - -_Poichè non gli è finora riuscito di portarlo a compimento, e -propriamente dispera che gli riesca mai più, egli non ha saputo che -cosa fare del suo primo saggio: se lasciarlo, cioè, esaurito, come è da -tanto tempo, o ripubblicarlo tale e quale. A questo secondo consiglio -si apprende oggi, confortato dal giudizio del quale volle onorarlo, -ventitrè anni addietro, il Maestro dei maestri. La lettera di Giosue -Carducci qui riprodotta sarà la migliore giustificazione della presente -ristampa, come fu ed è il massimo premio che l'autore potesse mai -ripromettersi._ - - 28 giugno 1921. - - - [Illustrazione: Lettera di Giosue Carducci.] - - Bol. 18 f. 1898 - - Caro signore, - - Grazie del libro. Mi pare una enciclopedia del pensiero e del - sentimento leopardiano di fonte, condotta con metodo esatto e - fedele, molto buona e utile. - - Può addomesticare, e lo spero e l'auguro, la gente, sempre e per - lo più grossolana e pregiudicata e declamatrice, alla cognizione - della imagine del poeta e pensatore. - - La saluto. - - Giosue Carducci - - - - -L'INDOLE - - - - -I. - -IL SENTIMENTO POETICO. - - -Fanciullo di otto anni, per divertire i suoi fratellini, Giacomo -Leopardi inventava fiabe e novelle, alcune delle quali duravano più -giorni come romanzi; una specialmente, piena di strane e fantastiche -avventure improvvisate secondo che l'azione si veniva svolgendo, -durò più settimane. I personaggi erano però tolti dal vero: il conte -Monaldo suo padre si chiamava Asmodante, Lelio il fratello Carlo, il -brillante eroe Filzero era lo stesso narratore. Egli sapeva trasfondere -tanta vita in questi tipi, che tre quarti di secolo più tardi il -conte Carlo, udendo qualche tratto di spirito, esclamava: “Questa è -_filzerica!_....„ A dieci anni, Giacomo cominciò a comporre i suoi -primi libri. Nel 1810, a dodici anni, scrisse al padre scusandosi di -non potergli nulla offrire in occasione delle feste: “Crescendo l'età -crebbe l'audacia, ma non crebbe il tempo dell'applicazione. Ardii -intraprendere opere più vaste, ma il breve spazio, che mi è dato di -occupare nello studio, fece che laddove altra volta compiva i miei -libercoli nella estensione di un mese, ora per condurli a termine -ho d'uopo di anni.„ Le sue composizioni di quel tempo sono tragedie, -poemetti, cantiche sacre e profane: il _Pompeo in Egitto_, il _Catone -in Africa_, le _Notti puniche_, il _Balaamo_. - -Questo ingegno straordinariamente precoce comincia dunque a dar -prova di fervida immaginazione. Il giovanetto ben presto si dà tutto -agli studi severi delle lingue e delle letterature antiche; sembra -allora che questa sua dote debba restare inutile, che questo lume -interiore debba spegnersi: in luogo d'inventare egli traduce; in -luogo d'esprimere idee proprie, ricerca, raccoglie, discute quelle -degli altri. Tuttavia, quando pare che la sua facoltà immaginativa sia -isterilita sotto la polvere dei vecchi libri, fra le grammatiche, fra -i dizionarii greci ed ebraici, dà ancora prova di forza. Il Creuzer -trova nel suo lavoro sul Porfirio “plus d'effervescence juvénile et -d'imagination que de maturité d'esprit.„ Studiando filologia, trattando -di ingrate quistioni etimologiche, egli segue una “ispirazione -indovinatoria„ e “quella certezza intima che per quanto non si possa -trasfondere facilmente in altri, con tutto questo è fortissima e nasce -da una gagliarda apprensione di certe probabilità, la quale ci farebbe -giurare che la cosa sta così, nonostante che non se ne possa portare -alcuna prova irrepugnabile.„ Nell'immenso cimitero dell'antichità egli -rimescola le ceneri dei grandi morti, interroga le lapidi, decifra i -nomi; ma quante volte lo stesso nome è cancellato! Tra il cielo della -gloria e le profondità dell'oblio sembra che vi sia un luogo dubbio -come il limbo cristiano: chi furono Elio Aristide, Dione, Crisostomo, -Cornelio, Frontone? Nulla, quasi nulla si conosce della loro vita; -il loro pensiero è perito, è disperso. Ed ecco l'erudito adolescente -attendere, con le poche e incerte notizie che i suoi libri glie ne -danno, a ricostruire la loro vita, a rifare le loro opere. La sola idea -d'un simile lavoro non prova il fervore d'una immaginazione che, per -poco costretta nell'aridità degli studi filologici e storici, troverà -più tardi altri campi dove spaziare? Fantasia ed erudizione si danno -ancora meglio la mano quando, “innamorato della poesia greca„, egli -tenta un'impresa simile a quella di Michelangelo, “che sotterrò il -suo Cupido, e a chi dissotterrato lo credeva d'antico portò il braccio -mancante„: grazie alla sua scienza dell'antichità ellenica compone un -_Inno a Nettuno_ che finge d'aver tradotto dal greco, e che greco fu -veramente stimato; ma l'opera sua è originale, è dovuta alla nativa -facoltà creatrice, ravvivatrice, animatrice. Simonide celebrò il -successo delle Termopili, e il suo canto andò perduto: il Leopardi, -commiserando il destino di quegli Italiani che morivano in guerra per -una causa non propria, ricorda i Trecento caduti sul colle d'Antelo -e procura “rappresentarsi alla mente le disposizioni dell'animo del -loro poeta in quel tempo„, e così rifarne il canto. Dalle sue stesse -parole noi vediamo di che specie sia la facoltà immaginativa dello -scrittore. Essa non si esercita tanto sulle cose quanto intorno ai -sentimenti, non gli suggerisce tanto forme quanto idee. Per questo suo -speciale carattere si può antivedere che l'immaginazione del Leopardi -sarà associata con la facoltà di pensare e di riflettere; ma essa -naturalmente dipende da quella di sentire e di commuoversi. Come mai -il fanciullo sarebbe capace di creare tanti tipi e d'inventare così -belle favole, se le figure e gli atti delle persone reali non avessero -lasciato profonde impressioni dentro di lui? Come mai il giovanetto -darebbe vita a tanti eroi, a tanti fantasmi, se egli stesso non vivesse -intensamente? - -La sensibilità del Leopardi è infatti grande e precoce quanto la sua -immaginazione: bambino di quattro anni e mezzo, dinanzi al cadavere -di un fratellino scoppia in un pianto così dirotto che il padre ne è -maravigliato ed esprime questa maraviglia in un suo Diario. Misurare -la capacità degli organi dei sensi di un morto, sulla fede dei suoi -scritti, contando gli aggettivi da lui adoperati, interpretando il -valore delle sue espressioni, è malagevole tanto, che gli scienziati -i quali hanno tentato questo lavoro intorno al Leopardi non sono -venuti a conclusioni concordi. Certo è che lo sviluppo fisico e morale -del Recanatese fu anticipato di quattro o cinque anni e che la sua -salute si rovinò irreparabilmente. Narreremo più tardi la storia dei -suoi mali; questo è il luogo di notarne il principale: un disordine -nervoso, una irritabilità sensoria, una disposizione a risentire -intensamente, fino allo spasimo, tutte le impressioni del mondo -esterno. Le impressioni grate sono in lui più forti che negli altri -uomini; ma le dolorose sono più forti e più frequenti: sono continue. -I suoi occhi non possono sostenere la luce del sole e spesso neppur -quella delle candele; il suo udito è letteralmente ferito dai rumori; -la sua cute non resiste nè al freddo nè al caldo. Moralmente noi -troviamo in lui la stessa esagerazione. Egli si commuove al sorriso dei -campi, al canto degli uccelli, al raggio della luna; una sera “prima -di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo -puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria tepida e certi cani -che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, -e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come -un forsennato....„ Nel commercio degli uomini le cerimonie sono per -lui “sciagurate„ perchè “ci tolgono e difficultano una delle massime -consolazioni che ci sieno concesse in questa misera vita, voglio dire -quella del manifestarsi e diffondersi i cuori sensitivi gli uni negli -altri.„ Tutto quello che impedisce l'espressione vera del cuore gli -riesce odioso: egli ha sempre avuto ed avrà sempre bisogno “della -comunicazione del cuore e dei sentimenti.„ Nulla al mondo è per lui -desiderabile “se non i diletti del cuore e la contemplazione della -bellezza.„ Alla bellezza poetica è sensibile in modo che i parenti, per -richiamare la sua attenzione quando lo vedono assorto, usano citare ad -alta voce qualche verso di Virgilio, d'Orazio, del Petrarca: allora -egli si scuote e si desta. La viva ed animata bellezza è a lui fonte -“inenarrabile„ di pensieri e sentimenti “eccelsi ed immensi„, e segno e -sicura speranza “di fati sovrumani, di fortunati regni ed aurei mondi.„ -La bellezza di Aspasia gli appare qual “raggio divino„: - - simile effetto - Fan la bellezza e i musicali accordi - Ch'alto mistero d'ignorati Elisi - Paion sovente rivelar. - -E se i rumori lo feriscono, la musica è una delle sue grandi passioni, -“e dev'esserlo di tutte le anime capaci d'entusiasmo.„ Egli grida al -fratello: “Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita.„ -E quando la sorella gli scrive con la sua “consueta sensibilità„, -egli ne resta consolato in più modi: “perchè mostri di volermi -tanto bene, perchè mi persuadi che la sensibilità si trova al mondo, -perchè risvegli la mia non verso te in particolare, ma verso tutto -l'universo„. L'amor fraterno è in lui un “amor di sogno„; pensando al -fratello suo spesso egli piange di tenerezza. Vedremo più tardi altre -prove della forza di questo suo sentimento; vedremo ancora sino a qual -grado saliranno in lui i sentimenti dell'amore e dell'amor proprio -e dell'amor patrio: osserviamo per ora qualche altro segno della -sua acuta sensibilità morale. La sua corrispondenza epistolare col -Giordani pare quella d'un innamorato. Aspettando la visita dell'amico, -egli crede che resterà qualche giorno senza dirgli niente, “per non -sapere da che cominciare. Non sarà poco se vi darò spazio di mangiare -e di dormire.„ E visto che l'avrà, potrà dire “che non tutti quei -desideri più focosi ch'io ho sentito in mia vita sono stati vani.„ -Dovendo immaginare qualche cosa di sua grande allegrezza, non crede -che ne proverebbe una maggiore di quella che il diletto amico gli reca -dandogli buone notizie della sua salute. E se manca di sue notizie -cade in una “ansietà spaventosa„ e scrive al Mai una lettera piena -d'angoscia. Rivolgendosi direttamente al pigro corrispondente, gli -dice: “Ho pensato di voi quelle più acerbe cose che si possono pensare -di persona più cara che la vita propria. Ho provato strette di cuore -così dolorose, che altre tali non mi ricordo di aver mai provato in -vita mia.„ Nè si lagna tanto del silenzio dell'amico quanto della -propria esagerazione: “di questo amor mio che le cose più ordinarie -e naturali se le figura stranissime e miracolose„: dove noi possiamo -vedere come gli eccessi della sensibilità determinano gli eccessi -dell'immaginazione. Questo medesimo rapporto fra i sentimenti e le -immagini troviamo espresso in un altro luogo dove egli parla del -fratello Carlo: lasciando Recanati nel 1822 egli sa che Carlo resta in -angustie; da Roma gli scrive: “Questo pensiero mi pungeva infinitamente -quel primo giorno ch'io ti lasciai e che io mi dipingeva alla fantasia -tutto il nero, tutto il freddo, tutto il morto dell'abbandono in cui ti -trovavi.„ - -Sin da questo momento è da prevedere che un uomo così fatto non -sarà felice. Con tanta esasperazione della sensibilità fisica e -morale, con tanta esorbitanza dell'immaginazione, i suoi spasimi -saranno ineffabili. Certo, anche le sue gioie saranno più intense -che non quelle degli uomini comuni; ma i dolori saranno più copiosi, -e le stesse gioie gli riusciranno spesso intollerabili. Guardate, -per esempio: agli uomini medii la speranza suol essere una grata -consolatrice: in lui diventa “passione turbolentissima.„ Egli non si -maraviglia che la speranza travagli “assai più della disperazione e del -dolore„ la sorella Paolina, tanto simile a lui moralmente. Sperando con -tutte le sue forze, temendo che la cosa tanto sperata non succeda, egli -giudica che la disperazione e lo stesso dolore sono “più sopportabili -della speranza.„ Quando gli accade qualche cosa che non ha previsto, -egli l'apprezza esattamente; ma che cosa non prevede un'immaginazione -fervida come la sua? Essa gli anticipa le impressioni della vita, le -eccita in lui prima che gli avvenimenti reali si producano; e la sua -sensibilità smodata si mette a vibrare dinanzi a questi fantasmi, -dinanzi a queste vanità, come dinanzi alle cose. Quando sopraggiungono -le impressioni reali, esse gli sembrano scialbe ed insipide. Pertanto -egli giudica scarsi il piacere e la bellezza nel mondo, e la fantasia -gli pare preferibile alla realtà. Allora egli non trova altro porto -“che quello dei fantasmi e delle immaginazioni„, e non solo disprezza -la realtà, ma la nega, la considera “un nulla„, ed afferma che solo le -“care illusioni„ sono cose consistenti. Così egli ragiona al rovescio -degli uomini comuni, ed all'invertito ragionamento corrisponde un -sentimento d'orgoglio: perchè l'anima sua, capace di creare le sole -cose belle e vere, sarà diversa dalle altre, anzi migliore di tutte: -“alta, gentile e pura„. - -Basterà per il momento avere accennato a questi danni: quantunque essi -non siano lievi, vediamo ora come altri se ne producano per un'altra, -per una nuova ragione. Poichè egli antepone le illusioni alla realtà, -non le tiene “per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali, -giacchè non sono capricci particolari di questo e di quello, ma -naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno.„ Dall'osservazione -di ciò che accade in lui trae così un'affermazione generale: e certo -l'identità dell'umana natura deve consentirci di estendere a tutti gli -uomini ciò che è proprio ad uno di loro; ma questi uomini tanto simili -sono pure tanto diversi che non se ne trovano due del tutto eguali; -e il Leopardi non sarebbe singolarissimo se tutti attribuissero, come -egli fa, tanta importanza alle illusioni. La capacità di considerare -il mondo reale “un nulla„ e di preferirgli il mondo suscitato dalla -fervida fantasia ed apprezzato dall'acuta sensibilità, è propria -dei poeti: il sentimento poetico è appunto fatto di sensibilità e di -fantasia. Tali doti portate dalla nascita fanno poeta il Leopardi; la -loro esagerazione spiega la sua parentela con tutti gli altri poeti -dolenti; ma l'indole sua si specifica perchè egli possiede un'altra -dote eminente che col sentimento poetico d'ordinario non s'accorda, che -anzi lo contrasta. - - - - -II. - -LO SPIRITO FILOSOFICO. - - -Tra la scienza e la poesia, tra la forza dello spirito e l'intensità -del sentimento c'è d'ordinario opposizione e contrasto: gli uomini -maggiormente impressionabili non sogliono essere i più riflessivi. Le -due capacità si trovano tuttavia insieme unite in alcune anime che da -questa unione riconoscono la loro potenza. - -La facoltà che agguaglia i poeti e gli artisti agli uomini di scienza è -l'immaginazione. Il Leopardi, componendo l'inno a Nettuno, ricomponendo -il canto di Simonide, eccitando il Missirini a “render corpo e vita -alle ossature e agli scheletri dell'antico teatro greco e romano„, -fa opera simile a quella del naturalista che da alcuni frammenti -fossili ricostruisce tutto l'ignoto essere vivente al quale questi -appartennero. La concezione dell'ipotesi della quale lo scienziato si -serve per ispiegare i fatti osservati è simile alla concezione poetica -e romanzesca. La scienza delle scienze, la filosofia, è ancora più -vicina alla poesia che non tutte le altre. L'importanza dell'ipotesi -è senza fine maggiore in filosofia che non nelle scienze esatte: anzi, -considerando i problemi massimi ed insolubili — l'origine, la natura, -il fine della vita e del mondo — la filosofia riposa tutta quanta sopra -ipotesi. E poichè l'ipotesi è opera di quella potenza immaginativa -alla quale il poeta deve i suoi concepimenti, la parentela tra il -poeta ed il filosofo è manifesta. “Abbi per cosa certa,„ dice lo stesso -Leopardi, buon giudice, “che a far progressi notabili nella filosofia -non bastano sottilità d'ingegno e facoltà grande di ragionare, ma si -cerca eziandio molta forza immaginativa; e che il Descartes, Galileo, -il Leibniz, il Newton, il Vico, in quanto all'innata disposizione dei -loro ingegni, sarebbero potuti essere sommi poeti, e per lo contrario -Omero, Dante, lo Shakespeare, sommi filosofi.„ Filosofia e poesia -sono ancora affini per questo: che molto spesso, anzi quasi sempre si -esercitano intorno allo stesso oggetto: l'anima umana: “E ben sai che -egli è comune al poeta e al filosofo l'internarsi nel profondo degli -animi umani, e trarre in luce le loro intime qualità e varietà, gli -andamenti, i moti e i successi occulti, le cause e gli effetti dell'une -e degli altri„. - -Ma questa affinità, sia grande quanto si voglia, non arriva -all'identità; al contrario. Un poeta può rassomigliare molto ad uno -scienziato e moltissimo ad un filosofo; ciascuno ha tuttavia i suoi -particolari e indelebili segni. Per la potenza dell'immaginazione -essi si somigliano; ma l'immaginazione è unita con la sensibilità nel -poeta, con la ragione nello scienziato e nel filosofo. Facoltà propria -del filosofo è, secondo lo stesso Leopardi, quella di “penetrare coi -pensieri nell'intimo delle cose„; di “sciorre e dividere le proprie -idee nelle loro minime parti„; di “ragunare e stringere insieme un -buon numero di esse idee„; di “contemplare con la mente in un tratto -molti particolari in modo da poterne trarre uno generale„; di “seguire -indefessamente coll'occhio dell'intelletto un lungo ordine di verità -connesse tra loro a mano a mano„; di “scoprire le sottili e recondite -congiunture che ha ciascuna verità con cento altre.„ Più brevemente: -il filosofo non considera i fatti nelle loro apparenze, ma ne misura il -valore, ne esprime il significato e ne discopre le leggi. - -Abbiamo visto che il Leopardi, a otto anni, è novellatore e poeta; -ancora adolescente, quando gli altri non hanno finito di apprendere -le lingue egli è maestro di filologia. L'opera sua è di vero -scienziato: le sue emendazioni dei testi, le sue illustrazioni, i -suoi commentarii, tutto il suo minuto ed acuto lavoro di critica, se -è aiutato dall'intuito, dal “tatto quasi divinatorio„ del quale parla -suo fratello Carlo, è pur dovuto principalmente alla potenza riflessiva -della sua mente. Ma egli non si può contentare di questo esercizio; -mira a più vasti orizzonti: dalle regole grammaticali passa alle leggi -dell'anima. Già vedemmo come, osservata in sè stesso la preminenza -delle illusioni e considerato che la natura umana è essenzialmente una, -egli estende a tutti gli uomini quel che gli è proprio. Vediamo qualche -altro esempio di questa sua attitudine ad astrarre e generalizzare. -Un giorno, rivolgendosi ad un maestro perchè riveda l'opera sua, egli -prova un senso di rimorso nel distoglierlo da altre occupazioni: -il bisogno dei consigli e la paura di essere indiscreto vengono in -contrasto; l'interesse proprio trionfa; dall'osservazione di questo -fatto egli ricava una sentenza: “Veggo bene che io usurpo momenti che -dovrebbero essere sacri a tutta la repubblica delle lettere „, scrive -al Mai, “svolgendola da occupazioni utili all'universale letteratura, -e ne ho rimorso; ma che debbo dirle? L'amor proprio è assai potente, -e fa che si desideri per sè solo quello che si dovrebbe impiegare per -il bene di tutti....„ Quando noi ci troviamo soli in un'opinione anche -vera sprezziamo l'altrui opposizione; pure il dubbio di essere in -inganno può tormentarci e una secreta voce dirci che l'ostinazione ci -fuorvia; se noi non siamo filosofi ci ostiniamo o dubitiamo senz'altro; -un pensatore come il Leopardi formula una legge della quale misura -l'estensione: “Certo quel trovarsi solo in una sentenza vera fa paura, -e a noi medesimi spesso la costanza pare caponaggine, la noncuranza -degli sciocchi giudizi, superbia, il credere d'intenderla meglio degli -altri, presunzione.„ Ancora: ripensando ad un nostro piacere passato, -noi possiamo sentire che esso non fu tanto grande quanto poteva essere, -e rammaricarcene; il Leopardi, in una condizione simile, esprime -una verità: il pentimento di non aver goduto appieno, dice, ci grava -l'anima - - e il piacer che passò cangia in veleno. - -Non occorre moltiplicare gli esempii. Il risultato è che in età quasi -fanciullesca egli ha già “certezza e squisitezza di giudizio sopra -le grandi verità non insegnate agli altri se non dall'esperienza, -cognizione quasi intera del mondo e di sè stesso.„ - -Ma quest'abito filosofico così presto contratto grazie alla capacità -indagatrice della mente, ostacola gli slanci del poeta. Guidati -dalla comune potenza immaginativa, poeta e filosofo procedono per vie -parallele; essi divergono obbedendo all'impulso particolare della loro -natura. Il poeta vuol sentire: il filosofo vuol ragionare. La singolare -capacità del poeta è di apprezzare le cose che l'immaginazione gli pone -dinanzi: di vibrare, di fremere, di gioire, di spasimare; la singolare -capacità del filosofo è quella di spiegare le cose che l'immaginazione -gli rappresenta: di paragonare, di dedurre, di astrarre, di intendere. -Certo, non è possibile al poeta sentire senza giudicare; nè al filosofo -giudicare senza sentire; ciò spiega ancora la loro affinità; ma come il -giudizio del poeta, se pure è esatto, si altera perchè egli obbedisce -troppo alle simpatie, alle antipatie, e in generale alle passioni; così -il sentimento del filosofo, se pure è schietto, si altera perchè egli -troppo lo indaga ed esamina. - -Immaginate che il cielo a un tratto si oscuri, che il vento, la -pioggia, la folgore muovano guerra alla terra ed alle sue creature. La -tempesta le rende fredde, tacite, smorte. Torni la quiete, si sgombri -il cielo, riapparisca chiaro il fiume giù nella valle: ogni cuore si -rallegra, da ogni parte la vita riprende con nuovo ardore il suo corso. -Il poeta che si è sentito opprimere come tutti gli altri durante la -bufera, dovrebbe come tutti gli altri gustare la letizia del sereno; -ma se questo poeta si chiama Giacomo Leopardi, il filosofo che c'è in -lui non si abbandona al piacere del momento: come il chimico che saggia -e scompone i corpi per conoscerne la natura, così il filosofo saggia -e scompone i sentimenti. Egli ragiona così: “Prima che scoppiasse la -tempesta il cielo era chiaro, l'aria era quieta, il sole splendeva; ma -chi godeva di queste cose? Non solamente pochi ne godevano, ma quasi -passavano inosservate dai più. Ora, sì, ne godiamo tutti; perchè? Che -cosa è avvenuto? È avvenuto questo: che le perdemmo per un momento. -Dallo stato d'indifferenza nel quale eravamo prima, passammo a uno -stato di paura e d'angoscia. Il nostro piacere d'ora che cosa è dunque? -È una cosa negativa, è la fine del dolore sopravvenuto.„ Ed egli scrive -la _Quiete dopo la tempesta_, che è tutt'insieme una poesia squisita -ed una pagina di filosofia; ma dove se ne è andata la sua sensazione -piacevole? È finita; è stata dispersa dal ragionamento che l'ha trovata -tutta relativa e fallace. - -L'esempio è significante. Il Leopardi è un poeta sensibilissimo, -ma c'è anche in lui un freddo speculatore; e appunto per questa -complessità della sua mente egli è molto più infelice che non sarebbe -se fosse soltanto poeta troppo vibrante. Naturalmente la capacità di -pensare viene dopo quella di sentire. Noi tutti cominciamo a sentire -appena dischiusi gli occhi alla luce; l'intelletto lavora più tardi. -Il Leopardi vive pertanto, nei primissimi tempi, al modo poetico, -sentendo, vibrando, illudendosi; se questa sua capacità non fosse -grandissima, il pensiero, la ragione, cominciando ad operare più -tardi, forse ne trionferebbe; e se la capacità di pensare non fosse -in lui massima, forse trionferebbe il sentimento: il suo strazio per -questo è ineffabile: perchè dentro di lui si urtano e lottano due -anime diverse di tempra, ma egualmente gagliarde. Uditelo lagnarsi -col Giordani dei danni che ha prodotti in lui la ragione: “Vi vedo -molto malinconico e potete credere che non so come consolarvi, se -non pregandovi a concedere qualche cosa alle illusioni che vengono, -sostanzialmente dalla natura benefattrice universale, dove la ragione -è la carnefice del genere umano, e una fiaccola che deve illuminare, ma -non incendiare, come pur troppo fa....„ Come pur troppo ha fatto in lui -e nei suoi pari, sarebbe più giusto dire. Ma il suo spirito non è così -fatto da cercare nei casi particolari ciò che è generale, da estendere -a tutta la natura umana ciò che è proprio di alcuni uomini? - -E tutta la storia della sua vita morale è piena dei dolori prodotti dal -dissidio tra il sentimento e lo spirito, tra la fantasia e la ragione. - - A noi ti vieta - Il vero appena è giunto, - O caro immaginar.... - -Il pensiero lo fa soffrire, la verità nuda gli incute paura, la visione -poetica dell'esistenza gli è parsa solo amabile; più tardi “ogni cosa -che sa di affettuoso e di eloquente mi annoia, mi sa di scherzo e di -fanciullaggine ridicola. Non cerco altro fuorchè il vero, che ho già -tanto odiato e detestato.„ E se la verità alla quale egli perviene -non gli è grata, tuttavia la soddisfazione di trovarla è dilettosa; ma -perchè questo diletto sia possibile bisogna che “l'ultima scintilla„ -si spenga nel suo cuore; finchè il cuore ardeva egli non la poteva -comprendere; la ragione e la fantasia erano incompatibili. Questa -incompatibilità è l'origine delle sue contraddizioni. Giudicato, per -la sua natura troppo poeticamente immaginosa, che le illusioni e le -speranze sono le cose più amabili, egli asserisce che la fantasia è -la sola fonte di felicità in questa vita; ma l'asserzione è dovuta al -filosofo, la legge è formulata dal filosofo; e questo filosofo non può -assegnare una parte secondaria alla ragione sulla quale è poggiata -la sua filosofia; quindi un urto continuo. Ed egli sa qual danno -derivi “dal voler troppo far uso della ragione„ — della ragione che -gli fa riconoscere “tutta la verità„ intorno ai funesti effetti della -fantasia.... - -In tanto contrasto, che cosa accade di un'altra facoltà dell'anima, -d'una facoltà necessaria a vivere in mezzo agli uomini: della volontà? -Sentire, immaginare, ragionare, sono cose belle e buone; ma bisogna -anche volere ed agire. Nelle crisi continue prodotte dall'intimo -dissidio dell'imperiosa ragione e della fantasia smodata, Giacomo -Leopardi perde la capacità di operare. Per un tempo troppo breve, prima -che egli immagini e quando ancora non indaga, è attivo e prepotente: -fanciullo, nelle finte battaglie romane, a lui debbono toccare le più -belle parti; dietro al suo carro di trionfatore si debbono trascinare -i fratellini in atteggiamento di schiavi. La volontà dà ancora prova -di tenacia quando egli studia per lunghi anni, eroicamente, da mattina -a sera, finchè la lucerna dà gli ultimi guizzi; quando apprende senza -maestro il greco e l'ebraico; quando non resta in ozio neppure per -aspettare che l'inchiostro della fresca scrittura si asciughi, ed -impiega questi minuti a leggere grammatiche spagnuole ed inglesi; ma -già la volontà sua non è più quella che rende capaci di agire. Studiare -è un altro modo di pensare, è la condizione necessaria per avere di che -ragionare: l'energia, la forza di muoversi, di lottare, scema a poco -a poco e si disperde. Egli è andato troppo dietro alle finzioni; ha -troppo disperso la sua capacità vitale vivendo in un mondo immaginario. -Se vuole operare, se vuole esercitare la sua sensibilità avida e -ingorda nel mondo reale, la forza stessa dell'attività interiore gli -è d'impaccio. Egli non sa come fare, da qual parte cominciare. “Il -embrasse tout, il voudrait toujours être rempli; cependant tous les -objets lui échappent, précisément parce qu'ils sont plus petits que sa -capacité. Il exige même de ses moindres actions, de ses paroles, de ses -gestes, de ses mouvements, plus de grâce et de perfection qu'il n'est -possible à l'homme d'atteindre. Ainsi, ne pouvant jamais être content -de soi-même, ni cesser de s'examiner, et se défiant toujours de ses -propres forces, il ne sait pas faire ce que font tous les autres.„ -Egli descrive con mano maestra questa impotenza per averla studiata -direttamente in sè stesso. Quando si lamenta del pensiero, quando -dice che il pensiero lo cruccia e lo martora, che è il suo carnefice -e il suo distruttore “per questo solo che m'ha avuto sempre e m'ha -interamente in sua balìa„, egli significa l'impotenza dolorosa alla -quale è condannato, contro sua voglia, “senza alcun desiderio„, anzi -col desiderio opposto, di muoversi, di operare, di vivere attivamente. -Questa impotenza gli è tanto propria che più e più volte egli la -significa nelle sue composizioni artistiche. Egli loda l'amore perchè, -mercè sua, - - Sapïente in opre - Non in pensiero invan, siccome suole, - Divien l'umana prole. - -Egli invidia gli uccelli perchè “cangiano luogo ad ogni tratto; passano -da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall'infima alla somma -parte dell'aria, in poco spazio di tempo, e con facilità mirabile; -veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime; -esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita -estrinseca.„ E il suo Filippo Ottonieri narra che Socrate “inchinando -naturalmente alle azioni molto più che alle speculazioni, non si -volgeva al discorrere, se non per le difficoltà che gl'impedivano -l'operare.„ - -Questo impedimento fu il suo; tanto più doloroso quanto che egli -ne ebbe nitida coscienza. Di tutti i mali derivanti dalla sua -costituzione psichica noi abbiamo visto che egli ebbe coscienza; i -quali, riassumendo, furono: l'esagerazione del sentimento poetico, -cioè della sensibilità e della fantasia; il contrasto fra questo -squisito sentimento poetico con un altissimo spirito filosofico, e per -conseguenza la depressione e la dispersione della volontà. - - - - -L'EDUCAZIONE - - - - -CLASSICISMO E ROMANTICISMO. - - -Un terreno arido s'irriga, un albero che pende si raddrizza: l'arte -corregge la natura. Quali mezzi furono posti in opera per modificare -la pericolosa disposizione di Giacomo Leopardi? Parleremo a suo luogo -dell'azione della famiglia: questo è il momento di narrare la sua -educazione intellettuale. - -Con tanta smania d'azione, con tanta e tanto precoce capacità di -vivere, il giovanetto recanatese passa i migliori anni dell'adolescenza -sui libri. “Io sono andato un pezzo in traccia della erudizione più -pellegrina e recondita, e dai 13 anni ai 17 ho dato dentro a questo -studio profondamente, tanto che ho scritto da sei a sette tomi non -piccoli sopra cose erudite (la qual fatica appunto è quella che mi -ha rovinato).„ Non soltanto la salute del corpo è rovinata; ma quella -dello spirito è peggiorata. Il lavoro della mente diviene, a scapito -dell'attività dei muscoli, il suo bisogno, il suo amore. Infermo, -egli lavora ancora sei ore il giorno; e dice d'essersi così moderato -“assaissimo.„ E oltre che l'eccesso, il genere stesso del suo lavoro -mentale gli è pernicioso. Lo studio d'una disciplina esatta, di una -scienza sperimentale, sviluppando il senso dell'osservazione reale, -fomentando la nativa facoltà del raziocinio, avrebbe, se non soffocato, -moderato almeno la fantasia; e se non aiutato, almeno non repressa -la capacità d'azione. Egli studia invece quella filologia, quelle -“spente lingue dei prischi eroi„ che lo segregano dal mondo moderno, -che lo fanno vivere nel passato, che popolano il suo cervello di -figure antiche e favolose. La sua fantasia è capace di dar corpo alle -ombre, il suo sentimento s'infiamma per esse. Quando egli legge un -classico, la sua mente “tumulta e si confonde„; quando legge Virgilio -“m'innamoro „, confessa, “di lui.„ Abbiamo visto che rifà i canti ed -eccita dentro di sè i sentimenti di Simonide, dei fedeli al nume del -mare; reciprocamente: attribuisce i sentimenti suoi proprii a Saffo, -a Bruto minore. Leggete le sue lettere: egli non parla d'altro che -di scrittori greci e latini: di Omero, di Virgilio, di Callimaco, di -Orazio: chiede notizie ai suoi corrispondenti di Giulio Africano, ne dà -intorno a Dionigi e all'Eusebio del Mai; quando il dotto abate ritrova -i libri di Cicerone della Repubblica si commuove sino a scrivere una -canzone. E traduce la _Batracomiomachia_, due volte; la _Titanomachia_, -gl'_Idillii_ di Mosco, un canto dell'_Odissea_, un altro dell'_Eneide_; -e ragiona delle Arpie, e compone tutto un libro sugli errori popolari -degli antichi. Non si contenta di studiare e tradurre: se pensa di -scrivere un romanzo storico, intende che debba essere “sul gusto della -_Ciropedia_.„ Un simile proposito dimostra sino a che segno egli è -lontano dal suo tempo. Quando egli porge l'orecchio alle voci che -vengono di fuori, ode gli echi d'una lotta vivace: classici e romantici -si accapigliano. Naturalmente egli è coi classici; lo farebbe ridere -chi pensasse di ascriverlo all'altro partito. E nondimeno s'inganna. - -Classicismo e romanticismo non sono soltanto due scuole letterarie, -ma due stati della coscienza e quasi due diverse qualità di anime. -L'indole di chi ha seguito le tradizioni è calma ed equilibrata, o -capace di frenarsi e di obbedire a certi consigli di moderazione e -di prudenza, a certi precetti di ordine e di misura. Nature ribelli -hanno sempre tentato di esprimersi liberamente; ma tanto forte è stata -l'efficacia dell'insegnamento, che o si sono ultimamente piegate, -oppure il loro esempio è rimasto senza imitatori. Altrettanto è -avvenuto in politica: i tentativi di affermare i diritti dell'individuo -contro le potestà consecrate dalle leggi secolari sono rimasti -lungamente sterili. E la rivoluzione politica coincide con la -rivoluzione letteraria. L'autorità dei maestri vien meno per quella -stessa causa che distrugge ogni altra autorità nel consorzio sociale: -la filosofia del secolo XVIII, tutto esaminando e tutto ponendo in -forse, prepara una nuova era nel mondo; il primo romantico è il primo -rivoluzionario: Gian Giacomo Rousseau. Ma le origini del romanticismo -sono ancora più remote. La signora de Staël ha ragione di dire che -la divisione della letteratura in classica e romantica si riferisce -alle due grandi età del mondo: a quella che precedette e a quella che -seguì lo stabilimento del cristianesimo. L'anima pagana, idealizzando -la natura, aveva estrinsecato un certo tipo di perfezione e se n'era -appagata; ma lo spirito umano, irrequieto indagatore, non poteva -trovar sempre nella natura un pascolo adeguato; doveva anzi presto o -tardi riconoscere che il mondo della coscienza è senza fine più vasto -e ricco che non il mondo delle cose. Questo scontento della realtà, -quest'ansia di novità, questa specie di ripiegamento dell'anima in sè -stessa, furono in grandissima parte opera della predicazione cristiana. -Se l'ideale classico, cioè pagano, continuò ad essere onorato lungo -tempo dopo che la dottrina di Cristo mutò la faccia del mondo, ciò -dipese in gran parte dalla prevalenza della razza latina, nella quale -il paganesimo, come serenità di sentimento, come ludicità di visione, -era quasi connaturato. Quel che c'è di triste e di dolente nella fede -cristiana era quasi inaccessibile a una gente vissuta sotto cieli -chiari, in riva ai mari tranquilli, sopra terre feconde quasi sempre -sorrise dal sole. Inconsapevolmente essa professava il nuovo culto -con le forme antiche; i vecchi riti e i vecchi miti sopravvivevano: -un giorno, quando la rinnovazione dell'ideale pareva compita, il -paganesimo rifiorì e il classicismo trionfò con la Rinascenza. Ma la -nuova fede, intanto, penetrava più a dentro fra la gente del Nord. -Gli uomini vissuti sotto cieli foschi, sulle rive di mari lividi, -su terre ingrate, erano meglio preparati al nuovo verbo che insegna -a disamare la terra, che dice la vita terrena un doloroso viaggio. -Questi uomini non potevano vivere all'aperto, dissipando la loro -attività in giuochi e feste; il raccoglimento dell'anima, l'esame -della coscienza riusciva loro più facile; alla mortificazione della -carne erano meglio preparati. Quando essi videro che cosa i Latini -avevano fatto del cristianesimo, protestarono e fecero valere la loro -protesta. Lungo tempo ignorati o mal noti, questi Nordici cominciarono -a prender parte alla storia del mondo, produssero ingegni che ne -espressero gl'ideali: a poco a poco il loro genio esercitò come un -fascino sui Latini, disposti dalla stanchezza ad apprezzare la novità. -Se pertanto la filosofia del secolo decimottavo, con i suoi dubbii e -con le sue negazioni, fa impeto contro la scuola classica, l'invasione -delle letterature nordiche accresce la vigoria dell'assalto. E la -rivoluzione francese scuote la società dalle fondamenta, e Napoleone -sconvolge il mondo: il sangue scorre a fiumi, dalle ghigliottine, sui -campi di battaglia; gli Stati si trasformano, i confini si slargano, -gli eserciti corrono dall'uno all'altro capo dell'Europa, i popoli si -avvicinano: nuove visioni di cose tragiche o insolite passano dinanzi -agli occhi della nuova progenie: i consigli di chi vorrebbe tornare -alla compostezza, alla semplicità, alla serenità del passato non -sono più uditi; ma gli ansiosi che hanno iniziato il mutamento non vi -trovano la quiete, sibbene un'ansia nuova, più acuta. In questo tempo -nasce Giacomo Leopardi. - -Egli può ben credersi classico, può bene appartarsi dal mondo moderno, -può bene suscitare dentro di sè l'antico: non potrà far mai che -questo antico torni realmente, non può distruggere in sè o d'intorno -a sè gli effetti dei secolari o dei nuovi rivolgimenti. Chi più vuol -essere classico, chi è animato da un più vivo sdegno contro i moderni, -partecipa nondimeno a questa modernità e, senza volerlo, lo dimostra. -Il Leopardi confessa apertamente d'essere stato durante un certo tempo -con i moderni. Questo tempo è lo stesso durante il quale egli è ancora -vivace, capace di muoversi, di operare. “Io da principio aveva il capo -pieno delle massime moderne, disprezzava, anzi calpestava lo studio -della lingua nostra; tutti i miei scrittacci originali erano traduzioni -dal francese.„ Rammentiamoci di Chateaubriand il quale disse di sè: -“J'étais Anglais, de manières, de goût et jusqu'à un certain point -de pensées.„ Come il Francese cerca il nuovo in Inghilterra, così -l'Italiano lo cerca in Francia: l'indirizzo è diverso, ma identica è -la spinta interiore per la quale le cose note e vicine sono sdegnate, -e ricercate le insolite e nuove. Così mentre in Germania le menti si -nutriscono di Young e di Ossian, e Schiller e Goethe si appassionano -per Shakespeare; in Francia la signora de Staël introduce il -romanticismo tedesco; e Alfredo de Musset a diciassette anni preferisce -non esser nulla se non potrà essere Schiller o Shakespeare, e -Chateaubriand legge _Werther_ prima di scrivere _Renato_ — Ugo Foscolo -lo ha letto in Italia prima di scrivere _Jacopo Ortis_ — e Sainte-Beuve -parla con tenerezza di Klopstock, e Carlo Nodier trae l'ispirazione da -“cette merveilleuse Allemagne, la dernière patrie des poésies et des -croyances de l'Occident.„ L'ardente e immaginoso fanciullo recanatese -cerca anch'egli ed ama gli stranieri; e tale è la foga che egli mette -in questa come in ogni altra sua passione, che arriva a disprezzare -Omero, Dante, tutti i classici; ma il giovanetto riflessivo tosto -comprende che la disciplina della vecchia scuola è la più adatta a -formare lo spirito, che questi classici, seguendo i principii ora -disprezzati hanno espresso cose d'una imperitura bellezza. Allora -egli si converte, s'immerge “sino alla gola„ nei “suoi„ classici; gli -scrittori che cercano ispirazioni oltre l'Alpi eccitano il suo sdegno; -lo _Spettatore italiano_, foglio romantico, gli pare “un mucchio -di letame„; la _Biblioteca italiana_, giornale dei classici, ha le -sue preferenze. Allora egli è considerato come uno dei campioni del -classicismo; Pietro Giordani lo stima classico non soltanto di studii, -ma anche di animo: “Più volte m'è venuto in mente che se ci fosse -ancora lecito di ripetere i sogni platonici.... io vorrei dire ch'egli -fosse una di quelle anime preparate da natura per incarnarsi in Grecia -sotto i tempi di Pericle e di Anassagora; e da non so qual errore -tardata sino a questi miseri giorni ultimi d'Italia; per mezzo i quali, -parlando con voce italiana pensieri greci, come straniera passò.„ Ma il -Giordani s'inganna anch'egli; l'anima che pareva greca era nondimeno -del suo tempo; per quanto grande fosse la seduzione del mondo antico, -il suo proprio mondo dal quale voleva fuggire la tratteneva con mille -sottilissimi fili ed esercitava un'influenza costante su lei. - -Consideriamo ad uno ad uno i caratteri del romanticismo come metodo -letterario e come stato psicologico: vedremo quanti se ne trovano nel -Leopardi. Letterariamente, i romantici insorgono contro l'imitazione. -Per lungo tempo i grandi antichi sono stati considerati insuperabili; -studio e dovere degli scrittori è stato quello imitarli. E il Leopardi, -con tutta la sua infatuazione per gli antichi, quantunque anch'egli -li abbia non poco imitati, pure critica il Monti perchè questo poeta -“va con una ributtante freddezza ed aridità in traccia di luoghi di -classici greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti -classici, per esprimerli elegantemente; lasciando con ciò freddissimo -l'uditore„; e giudica che la coltura classica, così adoperata “più -quasi nuoce di quello che giovi.„ - -Un altro punto intorno al quale romantici e classici battagliano -è questo: l'arte deve figurare il brutto? o attenersi soltanto al -bello? I classici sono per questo secondo partito, escludendo il -primo rigorosamente; gli altri invece vogliono che il campo dell'arte -si slarghi, che comprenda tutta quanta la natura. E intorno a questo -argomento il Leopardi discorda dal Giordani. “Ella ricorda in generale -ai giovani pittori che senza stringente necessità della storia (e -anche allora con buon giudizio e garbo) non si dee mai figurare il -brutto. Poichè, soggiugne, l'ufficio delle belle arti è di moltiplicare -e perpetuare le immagini di quelle cose o di quelle azioni cui la -natura o gli uomini producono più vaghi e desiderabili: e quale -consiglio o qual diletto crescere il numero o la durata delle cose -moleste di che già troppo abbonda la terra?„ Rispettosamente egli -espone al maestro il suo concetto tutto diverso. “A me parrebbe che -l'ufficio delle belle arti sia d'imitare il bello nel verisimile„. È -vero che si appoggia all'autorità dei classici, di Omero, di Virgilio, -di Dante, dei tragici; ma non è detto che i classici sieno tali in -tutto e che i precetti dei romantici siano senza esempio di sorta. -Nuova è la forza con la quale essi li affermano; e il Leopardi non si -contenta dell'esempio, ricorre alla dimostrazione: “Certamente le arti -hanno da dilettare, ma chi può negare che il piangere, il palpitare, -l'inorridire alla lettura di un poeta non sia dilettoso? Perchè il -diletto nasce appunto dalla maraviglia di veder così bene imitata la -natura, che ci paia vivo e presente quello che è o nulla, o morto, -o lontano. Ond'è che il bello, il quale veduto nella natura, vale a -dire nella realtà, non ci diletta più che tanto, veduto in poesia o -in pittura, vale a dire in immagine, ci reca piacere infinito. E così -il brutto imitato dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di -dilettare. Se un uomo è di deformità incredibile, ritrar questa non -sarebbe sano consiglio, benchè vera, perchè le arti debbono persuadere -e far credere che il finto sia reale, e l'incredibile non si può far -credere. Ma se la deformità è nel verisimile, a me pare che il vederla -ritratta al naturale debba dilettare non poco....„ Non si sente già -venire Vittor Hugo il quale estenderà quest'idea e le darà forza di -domma, protestando contro i pedanti che vogliono escludere il difforme, -il brutto e il grottesco dalla riproduzione artistica, ed affermando -superbamente: “Tout ce qui est dans la nature est dans l'art„? - -Ancora: l'antica mitologia, della quale i poeti hanno fatto un -secolare abuso, fuor della quale non si è trovata bellezza artistica, -è sdegnata e derisa dai novatori: la fede cristiana torna invece ad -essere onorata, le credenze religiose si ridestano e si affermano: -l'arte narra i _Martiri_, celebra il _Genio del Cristianesimo_. Con -tutto il suo paganesimo letterario, il Leopardi è pure nato nella fede -di Cristo, ne sente pure la rinnovata seduzione; egli pensa pertanto -di comporre ed abbozza gl'_Inni Cristiani_. I romantici non cantano -solamente Dio, ma anche il diavolo; perchè essi credono che l'arte -non debba escludere nulla, neppure l'orrido; e che dai contrasti -nascono effetti nuovi, più potenti: essi dicono: “Nous vous donnerons -de l'incroyable, de l'affreux, du terrible, de l'extravagant, et s'il -le faut, le diable lui-même remplacera votre vieux Apollon....„ E il -Leopardi abbozza anche un'invocazione ad Arimane, al genio del male. - -I classici si rivoltano contro questa novità, vorrebbero attenersi -esclusivamente alle letterature antiche, e bandire i moderni, -gli stranieri, i nordici, dai quali vengono i maggiori ardimenti. -Pietro Giordani divulga il consiglio che dà agli scrittori nostri la -signora de Staël: “Dovrebbero, a mio avviso, gl'Italiani, tradurre -diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche, onde -mostrare qualche novità a' loro cittadini, i quali per lo più stanno -contenti all'antica mitologia; nè pensano che quelle favole sono da -un pezzo anticate; anzi il resto d'Europa le ha già abbandonate e -dimenticate.„ Ma il Piacentino, che pare abbia fatto sue queste parole, -traducendole, si schiera tosto dall'altra parte; e come il Monti si -lagna che - - Audace scuola boreal, dannando - Tutti a morte gli dèi che di leggiadre - Fantasie già fiorîr le carte argive - E le latine, di spaventi ha pieno - Delle Muse il bel regno; - -così egli si duole che le nostre assonnate immaginazioni domandino, -per risvegliarsi, “il fracasso, e quanto hanno di più frenetico e -tempestoso le fantasie settentrionali„, e si ferma a dimostrare come -siano diversi e discordi i genii delle due contrade. E il Leopardi -si è doluto, come abbiamo visto, d'aver disprezzato Omero, Dante e -tutti i classici e d'aver ammirato gli stranieri; nondimeno, se egli -passa dal disprezzo all'ammirazione per i primi, e viceversa, non -è già che segua da ultimo rigorosamente il nuovo indirizzo. Mentre -il Giordani lo giudica classico d'animo e di letture, il Belloni, -romantico, può dargli lode e cantare di lui, tanto moderato è l'uso -che egli fa della mitologia. E, quanto agli stranieri, per comporre -un trattato sulla _Condizione presente delle lettere italiane_, egli -sente il bisogno di “infinite letture anche di libri stranieri.„ Egli -legge, studia e cita l'iniziatore del romanticismo: il Rousseau, e -si rallegra caldamente col Brighenti “della conoscenza ch'ella avrà -fatta con Lord Byron, uomo certamente segnalato„; e giudica questo -romantico, questo settentrionale, questo gran ribelle nell'arte e nella -vita “uno dei pochi poeti degni del secolo, e delle anime sensitive -e calde.„ E dà lode al Goethe perchè ha preso dalla realtà i casi di -_Werther_; e se più circospetto è il suo giudizio sulle Memorie del -grande poeta tedesco, noi vedremo che lo modifica. Queste Memorie, dice -“hanno molte cose nuove e proprie, come tutte le cose di quell'autore, -e gran parte delle scritture tedesche; ma sono scritte con una così -salvatica oscurità e confusione, e mostrano certi sentimenti e certi -principii così bizzarri, mistici e da visionario, che, se ho da dirne -il mio parere, non mi piacciono molto.„ Ma più tardi al fratello Carlo, -romantico deciso, più di lui ammiratore degli stranieri, scrive: “È -vero che le tue lettere sono triste, ma son care e belle, ed io amo -meglio di sentirti lamentare, che di lasciarti tacere. Il tuo stile si -rassomiglia a quello del Goethe nelle Memorie della sua vita che ha -pubblicato ultimamente. Io comprendo benissimo tutta la pena del tuo -stato....„ Egli comprende anche lo stile del poeta di _Faust_ dopo aver -compreso lo stato d'animo che lo ha dettato. - -Perchè, infatti, lo stile dei romantici e dei classici non è diverso -per la diversità dei precetti retorici delle due scuole; ma perchè -diversa è la condizione e l'indole dell'animo loro. Lo stesso Goethe -spiega bene che i moderni non sono romantici perchè moderni, ma perchè -deboli, malaticci, infermi; l'antico non è classico perchè antico, ma -perchè vigoroso, forte, sereno. E se Giacomo Leopardi propende, quasi -contro sua voglia, verso i romantici, ciò avviene perchè la sensibilità -estrema e l'immaginazione esorbitante che abbiamo trovato in lui, -sono i segni particolari di tutta la nuova fazione. “Noi Leopardi -siam pieni di fuoco„, diceva Paolina, la sorella del poeta; due anni -prima che Giacomo nascesse, l'autore delle _Lettres Westphaliennes_ -scriveva: “Toutes les imaginations sont en feu.... Jamais cette -affection de l'âme qu'on nomme sensibilité ne fut exaltée autant que -dans nôtre siècle; jamais le sentiment ne fut aussi analysé, aussi -délicat, cela peut se remarquer même dans ses influences physiques, -dans la prodigieuse quantité de maladies nerveuses qui se voit tous -les jours. Les gens qui sont organisées d'une manière si irritable -ont les passions plus vives.... On pourrait les nommer la secte des -sentimentaux....„ E per il Recanatese il cuore è tutto, la sensibilità -è tutto; egli si duole che tutti non sieno sensibili, “car je ne fais -aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu.„ - -L'artista romantico, sdegnando l'imitazione dei vecchi scrittori, -lasciando da parte le favole antiche, cupido di esprimere cose -viste e sentite, capace di sentimenti che stima nuovi, squisiti, -straordinarii, studia direttamente le sue passioni e la natura. Il -Leopardi, discutendo col Giordani intorno alla prosa ed alla poesia -afferma: “Da che ho cominciato a conoscere un poco il bello, a me -quel calore e quel desiderio ardentissimo di tradurre e di far mio -quello che leggo, non hanno dato altri che i poeti, e quella smania -violentissima di comporre altri che la natura e le passioni; ma in -modo forte ed elevato, facendomi quasi ingigantire l'anima in tutte -le sue parti, e dire fra me: questa è poesia; e per esprimere quello -che io sento ci voglion versi e non prosa, e darmi a far versi.„ Se -quindi legge assiduamente i suoi classici latini e greci, e quanto più -li legge tanto più gli s'impiccoliscono i nostri anche degli ottimi -secoli, egli preferisce tuttavia i poeti ai prosatori; Cicerone, “una -volta che la mia mente si trovava, come accade, in certa disposizione -da bramare impressioni vive e gagliarde, mi parve (e fu in un trattato -filosofico) più lento e grave che non si conveniva al mio desiderio -di quel momento....„ Prosa e poesia non sono soltanto modi diversi -d'espressione, ma anche diversi atteggiamenti dell'animo: la poesia -è più sentimento, la prosa è più riflessione. Tra i più classici -scrittori, in tempi che del romanticismo non esiste neppure il nome, i -poeti sono naturalmente sensibili e immaginosi, hanno parte di quelle -qualità che saranno proprie dei romantici e li distingueranno. Del pari -i romantici sono naturalmente poeti per il calore degli affetti, per -la vivacità dei fantasmi, anche quando non compongono versi. E la loro -prosa è poetica, e il Leopardi che giudica il suo secolo poco o niente -poetico e alle volte consiglia di porre da parte i versi e loda la -prosa, linguaggio della riflessione e della filosofia; stima pure altra -volta, perchè così vuole la duplicità dell'animo suo, che la prosa, per -essere veramente bella, debba avere “sempre qualche cosa del poetico, -non già qualche cosa particolare, ma una mezza tinta generale.„ C'è -in lui un filosofo che si compiace nella lettura della classica prosa -ciceroniana; ma c'è anche un poeta che, quando vede la natura dei -luoghi ameni, nella bella stagione, si sente così trasportare fuori -di sè stesso, “che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, -e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon -prosatore, e aspettare una ventina d'anni per darmi alla poesia.„ Non -solamente egli preferisce la poesia, ma adora la musica: come tutte -le anime sensibili del suo tempo, è deliziato da quest'arte che più -e meglio della poesia parla al sentimento e all'immaginazione. Se la -poesia è più romantica della prosa, la musica è l'arte romantica per -eccellenza, l'arte nuova, l'ambiguo linguaggio delle nuove passioni -perplesse, indefinite, inappagabili. - - Desiderii infiniti - E visïoni altere - Crea nel vago pensiere, - Per natural virtù, dotto concento; - Onde per mar delizïoso, arcano - Erra lo spirto umano, - Quasi come a diporto - Ardito notator per l'Oceàno.... - -Mentre il poeta romantico attribuisce tanta potenza alla melodia, -mentre chiama “mirabili„ le commozioni suscitate dalla musica, il -filologo classico torna agli studii pazienti, all'esame dei testi -antichi. L'uomo che risente alla lettura della _Storia Romana_ del -Niebuhr un piacere indicibile e che annovera fra le pochissime felicità -della sua vita l'averne conosciuto l'autore, è lo stesso che sente le -lacrime salirgli agli occhi udendo all'Argentina _la Donna del lago_. - -Così l'intimo contrasto che abbiamo trovato fra le due potenti -facoltà del suo spirito è accresciuto dall'educazione, dal dissidio -delle influenze che ora lo spingono in un senso ora nell'altro. Ma, -in verità, il contagio romantico gli si apprende ogni giorno più -gravemente. Noi abbiamo considerato alcuni dei caratteri letterarii, -rettorici, formali, del romanticismo; e abbiamo visto che, nonostante -la sua fedeltà ai grandi antichi, il Leopardi pur s'accosta per questo -rispetto ai moderni; ma se consideriamo il romanticismo non come forma -ma come contenuto, non come metodo di scrivere ma come modo di sentire, -troviamo nel Recanatese tutti i caratteri dei romantici veri. - -L'immaginazione eccedente e la smodata sensibilità anticipano, tra -costoro, la vita; prima e più che alle cose vere essi si affezionano -alle figurazioni della loro fantasia. L'_Harold_ di quel Byron che -Giacomo amava tanto già prova il disgusto della sazietà quando ancora -il primo tempo della sua vita non è trascorso. E la malinconia di -Chateaubriand nasce quando “nos facultés jeunes et actives, mais -renfermées, ne se sont exercées que sur elles-mêmes sans but et sans -objet.„ E la fantasia dipinge ad _Ortis_ “così realmente la felicità -ch'io desidero, e me la pone davanti agli occhi, e sto lì lì per -toccarla con mano, e mi mancano ancora pochi passi — e poi? il tristo -mio cuore se la vede svanire e piange quasi perdesse un bene posseduto -da lungo tempo.„ E il Lamartine, nel giorno che compie vent'anni è -stanco come se ne avesse vissuti cento. Il Leopardi dice che in lui -“l'attività interna si è consumata assai presto da sè medesima per il -suo proprio eccesso.„ - -Le anime avvezze a spaziare nel mondo dei sogni, che non ha confini nè -obbligazioni, potranno mai essere appagate dalla realtà precisamente -circoscritta e severamente governata? “Quand tous mes rêves se seraient -tournés en réalité,„ dice il Rousseau, “ils ne m'auraient pas suffi; -j'aurais imaginé, rêvé, désiré encore. Je trouvais en moi un vide -inexplicable que rien n'aurait pu remplir, un certain élancement du -coeur vers une autre sorte de jouissance dont je n'avais pas l'idée -et dont pourtant j'avais le besoin.„ E Chateaubriand: “On m'accuse -de passer toujours le but que je puis atteindre; hélas! je cherche -seulement un bien inconnu dont l'instinct me poursuit. Est-ce ma -faute si je trouve partout des bornes, si ce qui est fini n'a pour -moi aucune valeur?„ E il Leopardi vorrebbe “toujours sentir, toujours -aimer, toujours espérer„ ma “le bonheur de l'homme ne peut consister -dans ce qui est réel. Il n'appartient qu'à l'imagination de procurer -à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit capable. -C'est la véritable sagesse que de chercher le bonheur dans l'ideal....„ -L'identità di queste disposizioni intime è manifesta. Ancora: Gian -Giacomo preferisce le immagini agli oggetti che le hanno suscitate e, -alle Charmettes, ama meglio la signora de Warens quando le è lontano -che non quando le sta da presso. “Plusieurs fois j'ai évité pendant -quelques jours l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je -savais que ce charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité. -Cependant je pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais -pas d'après ce qu'il était: je le contemplais dans mon imagination, -tel qu'il m'avait paru dans mon songe.„ Sono parole del Ginevrino? E -il Recanatese quello che le scrive. Egli chiede: “Suis-je romanesque?„ -Sì, o, per meglio dire, egli è romantico. Romanzeschi chiama ancora, -invece che romantici, i sentimenti idilliaci dell'amico Brighenti; ma -poi, come la parola _romantico_ è stata la prima volta adoperata per -qualificare un paesaggio, così anch'egli l'adopera per qualificare un -paese: a Pisa trova “un certo misto di città grande e di città piccola, -di cittadino e di villereccio, un misto veramente romantico.„ - -Nel sentire diversamente e maggiormente che gli altri, nel fuggire il -mondo reale, nel concepirne uno idealmente migliore, i romantici si -credono singolari, ottimi, unici. Il Rousseau scrive: “J'étais fait -pour être le meilleur ami qui fut jamais; mais celui qui devait me -répondre est encore à venir.„ Il Lamartine loda “ces âmes concentrées, -quoique errantes, qui désespèrent de trouver dans les autres âmes -ce qu'elles rêvent de perfection en elles-mêmes.„ E il Leopardi loda -“quei pochissimi che sortirono le facoltà del cuore, i quali possono -avere dalla loro parte alcuni di questo numero„, e crede che nell'amore -nessuno lo eguagli: “non nasce un altrettale amor„ dice di sè stesso -il suo Consalvo. Egli crede ancora che nell'amicizia nessuno senta -come lui: “Chiamo voi medesimo in testimonio che un'altra persona che -vi amasse ardentemente e immutabilmente come fo io, non l'avete ancora -trovata nè sperate di trovarla: ed io come bramerei che ci fosse, non -altrimenti, considerando me stesso, mi persuado affatto che non si -trova.„ E il suo dolore e quello del fratello Carlo, che è un altro sè -stesso, per la morte del fratello Luigi, non ha il simile: “Scrivimi -come vuoi; scrivimi due sole parole come fo anch'io, perchè le cose che -noi sentiamo non si possono esprimere, ed è ben naturale che le nostre -lettere sieno come le grandi passioni, cioè mute.„ - -Per questo sentimento orgoglioso combinato con lo sdegno della realtà -nascono nei romantici la misantropia e l'amore della solitudine. -L'anima è sola, il mondo è un deserto, la civiltà un tradimento fatto -alla natura; il ritorno allo stato patriarcale il solo saggio partito. -Il Leopardi scioglie un inno ai Patriarchi; detesta i raffinamenti, i -pervertimenti della società; ama di caldo amore la semplice natura. -“Senza fallo„ scrive al Giordani, “io spero che vi sentiate meglio -anche voi, contemplando questa natura innocente, fra la malvagità -degli uomini.„ Il _Renato_ dello Chateaubriand ha chiamato la folla -“vasto deserto di uomini„; il Leopardi dice: “veramente per me non -c'è maggior solitudine della gran compagnia.„ Il suo carattere “è di -chiudere nel profondo di me stesso tutti gli affanni e le affezioni -vere„; naturalmente è inclinato alla vita solitaria, e la canta, -e canta il passero solitario, il costume del quale tanto somiglia -al suo. Questo raccoglimento dà luogo più tardi a una smania, a -un bisogno di dissipazione; allora egli dice che non è “nato alla -pazienza„, che la solitudine “non è fatta per quelli che si bruciano -e si consumano da loro stessi„; e insomma, come tutti i romantici, -egli è inquieto, incontentabile, non sa quel che vuole: “A me piace -moltissimo la compagnia quando son solo, e la solitudine quando sono -in compagnia....„ Dopo aver educato sentimenti idilliaci, si compiace, -come i suoi maestri, degli spettacoli tragici, delle convulsioni della -natura: la sua Saffo classicamente esprime un pensiero romantico: - - Noi l'insueto allor gaudio ravviva - Quando per l'etra liquido si volve - E per li campi trepidanti il flutto - Polveroso de' Noti, e quando il carro, - Grave carro di Giove a noi sul capo - Tonando, il tenebroso aere divide. - Noi per le balze e le profonde valli - Natar giova tra' nembi, e noi la vasta - Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto - Fiume alla dubbia sponda - Il suono e la vittrice ira dell'onda. - -Ma il suo stato abituale è il tedio, il fastidio, la noia; come -quello dei romantici che, non contenti di annoiarsi all'italiana, alla -francese o alla tedesca, hanno preso ad imprestito lo _spleen_ inglese. -Il tedio lo affoga, la noia non solamente lo “opprime e stanca„ ma -lo “affanna e lacera„; e tanto gli è abituale, tanto è connaturata in -lui, che gli pare naturale, lodevole e grata: “la noia non è se non di -quelli in cui lo spirito è qualche cosa.„ - -Noi dovremo tornare più tardi su questi punti: notiamo per ora -come altri sintomi del male romantico si riscontrino nel Leopardi. -Sdegnando il mondo e i loro simili, che faranno gli annoiati? Niente -nella vita gli attira; essi soli sono perfetti: passeranno pertanto -il loro tempo osservando sè stessi; l'analisi psicologica viene in -grande onore. L'abito filosofico di studiare nella propria la natura -di tutti gli uomini è afforzato nel Recanatese da questa mania del suo -tempo; egli pensa che nessuno scritto è più eloquente di quello dove -altri parla di sè stesso. E mentre una forma d'arte, il romanzo, già -cronaca degli avvenimenti, diventa ora lo specchio dell'anima; mentre -Stendhal compone i suoi primi romanzi psicologici; Giacomo Leopardi, -quello stesso classico Leopardi il quale voleva scrivere un romanzo -storico “sul gusto della _Ciropedia_„, pensa di comporre la _Storia -d'un'anima_: “romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche, ma -racconterebbe le vicende interne di un'anima nata nobile e tenera, -dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte„; pensa anche di -comporre i _Colloquii_ “dell'io antico e dell'io nuovo, cioè di quello -che io fui, con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore all'esperienza -della vita e dell'uomo esperimentato.„ - -Se pure i romantici non fossero sdegnosi della realtà, se pure -stimassero i loro simili e volessero frequentarli ed imitarli, vivendo -come essi, ne sarebbero capaci? Le assidue analisi intime, l'intensità -del pensiero, prima che nel Leopardi, in tutti gli altri romantici e -nell'iniziatore della scuola attenuano l'energia volitiva e rendono -incapaci di vivere: lo stesso Leopardi nota questa sua parentela col -Ginevrino quando, enumerato nel _Filippo Ottonieri_ i diversi generi -di uomini, ragiona di quelli nella cui natura “è congiunta e mista -alla forza una sorta di debolezza e di timidità: in modo che essa -natura combatte seco medesima. Perocchè gli uomini di questa seconda -specie.... non vengono a capo, nonostante qualunque cura e diligenza -vi pongano, di addentrarsi all'uso pratico della vita, nè di rendersi -nella conversazione tollerabili a sè non che altrui. Tali essere stati -negli ultimi tempi, ed essere nell'età nostra, se bene l'uno più, -l'altro meno, non pochi degl'ingegni maggiori e più delicati. E per un -esempio insigne, recava Gian Giacomo Rousseau.„ - -L'incapacità di vivere come gli altri, l'assiduità delle meditazioni, -la noia, l'inquietudine, la solitudine, producono la malattia del -secolo: la malinconia, la disperazione, l'amor della morte. Se -l'anima immaginosa e sensibile ha esaurito prima di vivere la sua -forza vitale, se l'esperienza la scontenta, se il mondo la disgusta, -se la solitudine la snerva, se gli altri la offendono, se la propria -compagnia la stanca, dove resterà un rifugio? Nella morte, unicamente. -A questa conclusione arrivano tutti i romantici. Werther si uccide, -Ortis si uccide; i loro imitatori non sono soltanto legione nell'arte, -ma anche nella vita. Una donna, la Staël, fa l'elogio del suicidio; -un'altra donna, Elisa Mercoeur, tenta di asfissiarsi col profumo -dei fiori. Vittorio Escousse a 19 anni e Augusto Lebras a 16, si -asfissiano insieme perchè non si sentono al loro posto quaggiù, perchè -manca loro la forza a ogni passo fatto avanti o indietro. Alfredo -de Vigny riconosce che il suicidio è un delitto per la religione e -per la morale, ma la disperazione può più che la ragione; e, se la -vince, sarà da chiamar colpevole il suicida, il poeta, o non piuttosto -il mondo?... Non occorre citare altri esempi. Miglior partito sarà -dimostrare la forza di questo contagio. Giacomo Leopardi forse anche -senza l'epidemia romantica avrebbe disperato; ma, senza le cause della -sua disperazione che indagheremo fra poco ad una ad una, i germi del -male diffusi nell'aria del suo tempo avrebbero attecchito e prodotto -una grande rovina dentro di lui. Questi germi erano così virulenti che -attaccarono e minacciarono per un momento la salute morale d'un uomo -d'azione, dell'uomo destinato ad operare cose grandissime, dell'uomo -che ebbe la massima energia e il massimo impero sopra sè stesso, -sopra i suoi simili e sul mondo: Napoleone Bonaparte. “Je suis ennuyé -de la nature humaine,„ scrive egli un giorno al fratello Giuseppe: -“Les grandeurs m'ennuyent, le sentiment est desséché, la gloire est -fade.„ Ed anch'egli si duole: “Un jour, au milieu des hommes, je -rentre pour rêver en moi-même, et me livrer à toute la vivacité de ma -mélancolie. De quel côté est elle tournée aujourd'hui?„ Ed anch'egli -pensa alla morte: “Du côté de la mort. Dans l'aurore de mes jours, -je puis encore espérer de vivre longtemps, et quelle fureur me porte -à vouloir ma destruction?... Que faire dans ce monde?... Puisque je -dois mourir, ne vaut-il pas autant se tuer? Si j'avais passé soixante -ans, je respecterais les préjugés de mes contemporains et j'attendrais -patiemment que la nature eût achevé son cours; mais puisque je commence -à éprouver des malheurs, que rien n'est plaisir pour moi, pourquoi -supporterais-je des jours on rien ne me prospère?...„ - -Se Bonaparte non sfuggì al contagio nei primi tempi dell'epidemia, con -quanta violenza non deve essa comunicarsi più tardi, nell'infuriare -del romanticismo, ad un'anima sensitiva e fantasiosa come quella del -Recanatese?... Abbiamo visto che la potenza del sentimento poetico e -dello spirito filosofico è in lui causa di un intimo disagio; questo -disagio potrebbe essere, ma non è curato dall'educazione; tutt'altro. -Una disciplina uniforme avrebbe potuto essergli salutare; ma egli -nasce in un tempo travagliato, in mezzo a un campo di battaglia. -Senza l'avvelenamento romantico, non è da credere che le sue facoltà -poetiche, l'immaginazione e la sensibilità, sarebbero state represse -a vantaggio delle altre; ma non sarebbero state esasperate come -furono. E se pure il poeta avesse potuto sentire come i romantici, -senz'altro, certo non sarebbe stato contento, come non furono contenti -i suoi predecessori e compagni e seguaci; ma non avrebbe sofferto, -come soffrì, per avere nello stesso tempo tanto assiduamente ripensato -il pensiero antico. Mentre intorno a lui ciascuno scrittore lotta -contro un altro, egli lotta con sè stesso: è classico e romantico a -un tempo, è attratto dall'una all'opposta parte. Fra le due retoriche -cerca un accomodamento: la letteratura s'indirizzi “verso il classico -e l'antico„ col soccorso della filosofia, trattando soggetti “del -tempo„, riconoscendo “la necessità di adattarsi al gusto corrente„; -ma i sentimenti, gli atteggiamenti morali, grazie ai quali ogni altro -scrittore si mette piuttosto con l'una che con l'altra fazione, non si -conciliano dentro di lui o si conciliano per farlo soffrire; perchè, -mentre il romanticismo lo disgusta del reale, il classicismo lo rende -incapace di adattarsi al mondo moderno. Leggete il suo canto _Alla -primavera_, che porta anche un secondo titolo: _Delle favole antiche_: -vedrete che egli loda i tempi quando tutta la natura era animata, -quando le candide ninfe e gli agresti Pani popolavano i fonti ed i -campi, quando i fiori e l'erbe ed i boschi vivevano, quando Eco non era -un “vano error di venti„ ma il dolente spirito di una ninfa infelice. -Il sentimento che glie lo detta non potrebbe essere più classico; -consideratelo più attentamente: troverete che non è tanto classico -quanto pare; c'è dentro quella stessa scontentezza del presente e del -vicino che spinge i romantici verso il passato e l'esotico. I romantici -puri si rifugiano col pensiero nel medio-evo cavalleresco e cristiano; -il Leopardi lo evoca una volta: - - O torri, o celle, - O donne, o cavalieri, - O giardini, o palagi!... - -ma gl'immensi studii fatti intorno all'antichità lo rivolgono di -preferenza a quel mondo pagano dal quale dovrebbe rifuggire interamente -per essere romantico del tutto; nel quale dovrebbe serenamente -rifugiarsi per essere del tutto classico. Nato più presto o più tardi, -il suo spirito avrebbe forse seguito una sola corrente e nella nettezza -delle visioni e nella saldezza dei convincimenti avrebbe trovato forza -e sostegno: l'età perplessa nel quale vive accresce il suo disagio. Se -egli possedesse una nativa capacità d'equilibrio, a lui si potrebbe -riferire ciò che il Giordani dice del Canova, e “pietosa„ sarebbe -stata la provvidenza ponendolo “sul doppio confine della memoria e -dell'immaginazione umana a congiungere due spazii infiniti, richiamando -a noi i passati secoli, e de' nostri tempi facendo ritratto agli -avvenire„; ma questa congiunzione, alla quale il Leopardi artista deve -la sua grandezza, è anche un'altra causa del dolore dell'uomo. - - - - -L'ESPERIENZA - - - - -I. - -LA SALUTE. - - -Quantunque, per la nativa sua tempra e per effetto dell'educazione, -Giacomo Leopardi sia un'anima in pena, mal preparata a trovare e ad -apprezzare la felicità, che è il bisogno di ogni uomo; nondimeno, se -la fortuna gli sorridesse, se i beni gli si offrissero ed egli non li -sapesse apprezzare, non avrebbe ragione di negarli. Ma che cosa gli -prepara la vita? - -Il primo, il più necessario, il più urgente dei beni è la salute, la -pienezza, l'interezza delle facoltà organiche; senza di che nessun -altro piacere, nessun'altra gioia è possibile, e lo stesso sentimento -dell'essere è leso e menomato. “Il corpo è l'uomo„ fa dire lo stesso -Leopardi al suo Tristano: “perchè (lasciando tutto il resto) la -magnanimità, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza -di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita dipende dal vigore -del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo, -non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perchè la sua sorte è di stare a -vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita -non è per lui.„ Questo vigore corporale, la salute, il sommo bene, a -pochi è negato: tanto esso è frequente e necessario, che il primo posto -si dà ordinariamente ad altri, perchè “la vita è principalmente dei -sani, i quali, come sempre accade, o disprezzano o non credono di poter -perdere ciò che posseggono.„ Il Leopardi ne è privo. - -Noi lo abbiamo visto scontento perchè, mentre la fantasia vivacissima -gli dipinge arcani mondi ed arcana felicità, la ragione lo contrasta; -e perchè mentre sente troppo, è poco capace di volere; ma insomma, -con tutta la straordinaria sua precocità, egli è ancora un fanciullo, -un adolescente, che impiega il suo tempo nello studio, che ha una -gran febbre di sapere, che non si stanca di leggere, di annotare, -di commentare, di trasportare sulle esili braccia i pesanti volumi -dai palchetti della biblioteca alla scrivania. Supponiamo che in -gioventù, nella maturità, egli goda d'una buona salute: il mondo, -nonostante che egli lo sdegni, tosto o tardi, debolmente o fortemente, -pure lo allaccerà. Invece, a diciassette anni, egli esce dagli -studii portentosi con la schiena curva, i muscoli emaciati, la vista -rovinata: il fanciullo vivace, l'eroe Filzero che le dava a tutti e -non ne toccava da nessuno, Giacomo “il prepotente„ è un povero gobbo -minacciato di cecità, oggetto di riso e di compassione. Senza dubbio -non la sola enormità dello sforzo lo ha così ridotto; egli porta -dalla nascita, nelle vene, un principio maligno. Le morti precoci, -le malattie nervose e la pazzia sono state frequenti tra i suoi -antenati; il sangue della vecchia stirpe si è impoverito e corrotto -nei molteplici matrimonii tra consanguinei: troppe volte i Leopardi -s'imparentano con gli Antici, ai quali appartiene anche la madre di -Giacomo. Ella lo concepisce giovanissima, in tempi di spavento, quando -il marito di lei è perseguitato dai Francesi invasori. L'eredità -morbosa e il formidabile sforzo mentale spiegano la rovina della sua -salute: la rachitide e quella che oggi si chiama neurastenia. Nel -primo fiore della gioventù egli si sente morire, crede che non gli -restino più di due o tre anni da vivere. Non ne ha ancora venti, e già -la sua vita consiste nell'alzarsi tardi, nel mettersi a passeggiare -sino all'ora del desinare, nel riprendere poi la passeggiata sino -alla sera: non può scrivere un rigo e appena riesce a leggere per -un'ora. Così dura sette mesi. Si rimette alla peggio, e allora capisce -qual è la sua condanna: “ho potuto accorgermi e persuadermi, non -lusingandomi, o caro, nè ingannandomi, che il lusingarmi e l'ingannarmi -pur troppo è impossibile, che in me veramente non è cagione necessaria -di morir presto, e purchè m'abbia infinita cura, potrò vivere, bensì -strascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la -metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in pericolo che -ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi pregiudichi, o mi -uccida.„ - -A ventun anno, nella primavera del 1819 comincia a soffrire d'una -debolezza dei nervi oculari che gl'impedisce di poter leggere anche -una sola riga; trascorre allora i suoi giorni sedendo con le braccia -in croce, o passeggiando per le stanze, in modo che gli fa spavento. -“Nell'età che le complessioni ordinariamente si rassodano, io vo -scemando ogni giorno di vigore, e le facoltà corporali mi abbandonano -ad una ad una.„ Ripiglia un po' di forza al rinfrescarsi della -stagione, “ma l'imbecillità degli occhi, e però la miseria della mia -vita, è sempre la stessa e maggiore.„ Il primo d'ottobre comincia -una lettera al Giordani, ma un'oftalmia sopravvenuta alla debolezza -non gli consente di finirla se non in sul finire del mese. L'amico lo -sollecita a studiare; “gli studi,„ risponde il poveretto, “non so da -otto mesi che cosa sieno, trovandomi i nervi degli occhi e della testa -indeboliti in maniera, che non posso non solamente leggere nè prestare -attenzione a checchessivoglia, ma fissar la mente in nessun pensiero -di molto o poco rilievo.„ Egli si duole “di avere un cervello nel -cranio„, perchè non può pensare minimi e fugacissimi pensieri “senza -contrazione e dolore de' nervi„; il male degli occhi lo riduce “alla -natura dei gufi, odiando e fuggendo il giorno.„ Ha una tregua di quasi -un anno; ma nell'autunno del '20 “o che la fatica mi ha pregiudicato, -se bene è stata moderatissima, o per qualunque altra ragione, sento -che la mia povera testa ricade nella debolezza passata.„ Così va -avanti, “come Dio vuole: quando peggio, quando meglio, sempre inetto a -lunghe applicazioni.... Io studio la notte e il dì fino a tanto che la -salute me lo comporta. Quando ella non mi sostiene, io passeggio per -la camera qualche mese; e poi torno agli studi, e così vivo.„ In ogni -inverno i suoi mali s'incrudiscono, il freddo è per lui “una malattia -grave„, un “carnefice e nemico mortale„; nè la primavera gli è del -tutto propizia, perchè gli produce ogni anno una penosa “inquietezza -di nervi.„ Nel marzo del '25 è ridotto a tale, che non può “fissar la -mente in una menoma applicazione, neppure per un istante, senza che -lo stomaco vada sossopra immediatamente, come m'accade appunto adesso, -per la sola applicazione di scrivere questa lettera.„ A Bologna, poco -dopo, si sente un altro, quasi guarito della testa e degli occhi; ma il -caldo patito in viaggio gli produce una grave e penosa infiammazione -d'intestini che si prolunga sino all'anno seguente; e il primo freddo -lo avvilisce, e il rigido inverno lo tormenta in modo straordinario, -“perchè la mia ostinata riscaldazione d'intestini e di reni m'impedisce -l'uso del fuoco, il camminare e lo stare in letto.„ Soffre pertanto -pene indescrivibili, “quanto forse in tutto il rimanente della mia -vita insieme.„ Con la primavera si sente tornare in vita “da una -vera morte„; ma se appena appena in aprile il tempo si guasta, egli -deve ritirarsi dal mondo e chiudersi in casa. Finalmente con l'estate -migliora; ma ricade appena fa una gita a Ravenna. Si propone di fuggire -da Bologna, tanto lo spaventa l'idea di passarvi un altro inverno; ma -prima che ne fugga gli sopravviene un reuma di capo, di gola e di petto -con febbre e sordità. Nel cuore dell'inverno del '27 guarisce, a casa -sua, dopo quattordici mesi, del male degli intestini; ma ricominciano -a patire gli occhi “miserabilmente.„ Tornato a Bologna, gli danno un -fastidio sempre più grave; a Firenze la flussione e l'enfiagione delle -palpebre peggiorano: non può vedere la città, non può sostenere la -luce. Guarita la flussione, gli resta la consueta debolezza dei nervi -ottici e della testa, complicata dal male dei denti; e quantunque -l'inverno lo atterrisca, è ridotto a sperare che sopravvenga tosto, -perchè il freddo, pregiudicandolo in tutto il resto, gli giova per -gli occhi. Intanto non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare„; -ricomincia a starsene giorni interi seduto, con le braccia in croce, -in un ozio “più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la -sua giornata meglio di me.„ L'8 di settembre scrive: “La mia debolezza -degli occhi è la più grave ed ostinata che io abbia sofferto da otto -anni in qua. Sto bene, eccetto incomodi leggieri di flussioni e di -stomaco.„ Vedete: è ridotto a tale che, con la vista rovinata, con -altri incomodi di flussioni e di stomaco, pure dice che sta bene! Spera -la guarigione “provvisoria e non radicale„ della vista con l'inverno, -ma il primo freddo lo disturba; poi, se migliorano gli occhi e i denti, -torna a soffrire con lo stomaco, “perchè, per paura di farmi male, non -mangiavo più quasi nulla.„ - -Lo hanno accusato di vagabondaggio, mentre il disgraziato è costretto -a mutar di luogo per tentar di alleviare le sue pene. Va a Pisa -nell'autunno del '27, e lì si sente assai meglio, quantunque gli occhi -non guariscano interamente; e se il freddo gli fa bene, egli trema -dalla mattina alla sera non potendo far uso del fuoco: “l'uso del -camminetto mi è impossibile assolutamente e totalmente; giacchè anche -lo scaldino, il quale adopero con moderazione infinita, m'incomoda -assaissimo.„ Il 31 di gennaio così descrive il suo stato: “Questi miei -nervi non mi lasciano più speranza; nè il mangiar poco, nè il mangiar -molto, nè il vino, nè l'acqua, nè il passeggiare le mezze giornate, -nè lo star sempre in riposo, insomma nessuna dieta e nessun metodo -mi giova. Non posso fissar la mente in un pensiero serio per un solo -minuto, senza sentirmi muovere una convulsione interna, e senza che -lo stomaco mi si turbi, la bocca mi divenga amara e cose simili.„ La -sua vita “è noia e pena: pochissimo posso studiare.... La mia salute -è tale da farmi impossibile ogni godimento: ogni menomo piacere mi -ammazzerebbe„; e l'infelice trova un'espressione terribilmente efficace -per dipingere la sua miseria: “Se non voglio morire, bisogna ch'io non -viva....„ Dovendo tornare a Firenze viaggia di notte: nondimeno sta -male più giorni con gl'intestini e si persuade che non è più fatto -per muoversi. “_Tutti_ i miei organi, dicono i medici, son sani: ma -_nessuno_ può essere adoperato senza gran pena, a causa di un'estrema, -inaudita _sensibilità_ che da tre anni ostinatissimamente cresce _ogni_ -giorno: quasi ogni azione e quasi ogni sensazione mi dà dolore.„ -Per stare tollerabilmente, deve aversi una gran cura, evitare di -riscaldarsi e vivere senza far nulla. - -Con la nuova stagione ricominciano i mali di ventre: non può mangiare, -si riduce talvolta a patire la fame perchè lo stomaco non tollera -cibo senza dolori, “i quali sono tanto più gravi, quanto è maggiore -la quantità del cibo, benchè questa non sia mai superiore, anzi -appena uguale, al bisogno.„ Si rimette, ma gli ritorna la flussione -degli occhi, ed è ancora costretto a tralasciare le occupazioni della -mente. “La mia salute è passabile,„ scrive il 18 settembre del '28 al -padre, “eccetto la solita estrema sensibilità ed irritabilità d'ogni -sorta, la quale non posso vincere con l'esercizio (benchè questo per -il momento mi sia sempre giovevolissimo), e m'obbliga ad avermi una -cura eccessiva, minuta e penosa.„ Per comporre una letterina entra -“in convulsione e in una specie di febbre.„ In autunno: “i dolori e le -difficoltà smaniose del digerire mi travagliano molto.„ Di ritorno a -Recanati, non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare, nè digerire il -mio pranzo, che è pur piccino.„ Nell'estate del '29 “lo sfiancamento e -la _risoluzione_ dei nervi„ va sempre crescendo. In luglio scrive alla -Maestri: “Non solo non posso far nulla, digerir nulla, ma non ho più -requie nè giorno nè notte.„ E in agosto allo Stella: “La mia salute -è in misero stato e la mia vita è un purgatorio.„ E in settembre al -Bunsen: “Non solo i miei occhi, ma tutto il mio fisico sono in istato -peggiore che non fossero mai. Non posso nè scrivere, nè leggere, nè -dettare, nè pensare. Questa lettera finchè non l'avrò terminata sarà -la mia sola occupazione, e con tutto ciò non potrò finirla se non fra -tre o quattro giorni.„ A Firenze, nel '30, ha sputi sanguigni ad ogni -più piccolo raffreddore, e passa mesi interi in letto; torna anche -a smaniare per lo stomaco: “Se non vedrete mie lettere,„ scrive alla -sorella, “non vi meravigliate mai: assolutamente non posso, non posso -scrivere.„ Ogni riga gli costa “sudor di sangue.„ È ridotto “un tronco -che sente e pena.„ - -E la crudele vicenda ricomincia col nuovo anno: in primavera si -sente rinascere, “ma nè occhi nè testa non hanno ricuperato un solo -menomissimo atomo delle loro facoltà, perdute certamente per sempre.„ -S'illude ancora, crede d'esser guarito nell'autunno; ma già lo turba il -solo pensiero dell'inverno, che dovrà passare in casa, “secondo il mio -antico e poco ameno costume.„ A Roma, dove va col Ranieri, è inchiodato -a letto dal mal di petto, che continua sino alla primavera del '32, -con miglioramenti e ricadute successive. Nell'estate, a Firenze, il -caldo gli fa soffrire “molta debolezza e malessere, poichè tutta la mia -salute e il mio vigore dipende dalla moderazione della temperatura, la -quale mancando, sto sempre male.„ E nell'autunno torna ad allettarsi -per un altro reuma di petto: il terzo in dieci mesi. Arriva in fin -di vita, si ristabilisce a primavera; ma gli occhi sono nuovamente, -più seriamente minacciati dall'erpete, e quasi perduti. Nell'estate -ritornano a riammalarsi: uno è semichiuso. - -Tale è la sua rovina, che, deliberato di tentare il clima di Napoli, -non può dare direttamente notizia al padre della partenza; si deve -servire della mano altrui, “perchè quelle poche ore della mattina, -nelle quali con grandissimo stento potrei pure scrivere qualche riga, -le passo necessariamente a medicarmi gli occhi.„ E a Napoli la via -della croce ricomincia ancora una volta: dapprima gli occhi sembrano -guariti, poi egli deve tornare alla cura del sublimato corrosivo; -quando l'erpete migliora, resta ancora il male interno, insanabile. -Nell'autunno del '35 paga il suo tributo alla stagione con una -costipazione accompagnata da copiose emorragie del naso. Le condizioni -generali si sollevano, nell'inverno dal '35 al '36 può tornare un poco -a pensare, a leggere, a scrivere; passa oltre un anno mediocremente: -ma è l'ultimo guizzo della lampada vicina ad estinguersi. Già le -gambe cominciano a gonfiarsi, già il respiro diventa affannoso. Il -primo freddo del '36 lo fa spasimare più che quello sofferto a Bologna -dieci anni prima, e sul principio del dicembre il ginocchio e la gamba -diritta gli si gonfiano e diventano d'un colore spaventevole. Si porta -questo male sino alla metà di febbraio, quand'ecco un nuovo attacco -di petto. L'occhio diritto è minacciato da amaurosi; gli sopravviene -un attacco d'asma per il quale non può nè camminare, nè giacere, nè -dormire. Il 14 di giugno, a trentanove anni, muore improvvisamente, -durante il desinare. - -Tale fu la vita dell'infelice: mai forse tanta grandezza d'ingegno -fu pagata con tanta miseria del corpo. Negli altri, nelle creature -sensitive del suo tempo, i dolori si alternano con i piaceri, alle -contrazioni incresciose seguono pure i fremiti di godimento; il -suo supplizio è per questo inaudito: che non solo egli soffre fino -allo spasimo, ma _non può godere_. Gli occhi che dovrebbero aprirsi -agli spettacoli della natura, della bellezza, sono costretti a -fuggire la luce; il sangue che dovrebbe scorrergli impetuoso nelle -vene ed avvivargli le membra ed imporporargli le guance, gli spunta -sulle pallide labbra: le ossa gli si rammolliscono, le carni gli si -avvizziscono: la tisi, l'idropisia, la cardiopatia se lo contendono. -E questi mali non gl'impediscono soltanto di soddisfare il naturale -appetito del piacere, di cercare le grate impressioni; ma anche di -appagare l'altro suo bisogno: il bisogno di studiare, di meditare, -di comunicare con i grandi spiriti dei poeti e dei filosofi, di -raccogliersi in sè stesso, di scrivere il suo pensiero, e anche di -pensare soltanto. Qualcuno gli consiglia di disprezzare i piccoli -incomodi; ma potrà mai essere piccolo incomodo per lui l'impossibilità -di studiare? Egli non può lasciare gli studi, e questi non hanno -fatto e non fanno altro che male, e male grave, alla sua salute. “Ma -come passar la vita senza di loro?„ Vivere senza pensare non gli è -possibile; ed egli non può pensare, ma deve vivere; allora si duole -che, dovendo pur essere al mondo, non sia “pianta o sasso o qualunque -altra cosa non ha compagna dell'esistenza il pensiero.„ - -Così, mentre egli è per la sua costituzione morale poco capace di -volontà, la sua costituzione fisica gli vieta quasi ogni azione diretta -a contentare le prepotenti sue facoltà naturali. La sensibilità, che -naturalmente cerca le impressioni grate, deve fuggirle e non ne prova -alcuna; la stessa riflessione, la stessa meditazione, che sul principio -lo ha consolato sino ad un certo segno dei mancati piaceri, è anch'essa -continuamente impedita. - - - - -II. - -L'AMORE. - - -Quando la salute, prima condizione della felicità, è assicurata, gli -uomini considerano come massimo pregio della vita l'amore. Tanto valore -è attribuito a questa passione per la difficoltà del suo appagamento. -Ciascuna creatura bastando a sè stessa quando vuol soddisfare qualunque -suo bisogno, ha bisogno d'un'altra creatura simile e diversa ad un -tempo per soddisfare l'istinto della riproduzione. Questa dipendenza, -la necessità dell'accordo, non riguardano soltanto l'amore come fatto -organico, ma anche e più l'amore come sentimento. I due appetiti del -maschio e della femmina, se bene non si destano a un punto e con forza -e caratteri eguali, quasi sempre finalmente coincidono; molto più -difficile è che le aspirazioni, i sentimenti e le idee d'un uomo e -d'una donna concordino. La difficoltà dell'accordo, dal quale dipende -l'appagamento del bisogno, si rivela e si misura nella scelta sessuale. -Non ad un qualunque individuo dell'altro sesso ciascun individuo chiede -l'amore, ma determinatamente ad un tale: se ogni donna può essere amata -da ogni uomo, e reciprocamente, ciascuno di noi, uomo o donna, crede -che il proprio piacere dipenda da alcune creature singolarissime. E -la nostra scelta è naturalmente determinata dalle qualità esteriori e -visibili delle creature da amare: noi scegliamo quelle che ci sembrano -più belle e, per ciò stesso, migliori. Giacomo Leopardi, sensibile e -immaginoso come lo conosciamo, capace d'apprezzare come abbiamo visto -la bellezza muliebre, crederà, sulla fede di questa bellezza, a una -maggiore, a un'infinita bellezza intima; l'amor suo sarà un fuoco -divoratore. Infermo e deforme, egli non sarà riamato da nessuna donna. -Mai i poeti dell'amore immaginarono situazione più sciagurata: un -cuor nobile e uno spirito altissimo in un corpo egro e contraffatto. -Se l'esperienza sentimentale è tanto spesso triste per quegli uomini -grandi la cui grandezza non potè essere misurata dalle donne, ma che -pure, poco o molto, bene o male, furono riamati; che cosa dovette -essere per un uomo come il Leopardi a cui nessuna donna mai rispose, di -cui più d'una donna rise? - -Il primo amore lo infiamma a diciotto anni: egli s'invaghisce della -cugina Geltrude Cassi venuta per qualche giorno a Recanati e scesa -in casa di lui. Che struggimento sia questa passione egli stesso ha -descritto: - - Tornami a mente il dì che la battaglia - D'amor sentii la prima volta, e dissi: - Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia! - . . . . . . . . . . . . . . . - - Ahi come mal mi governasti, amore! - Perchè seco dovea sì dolce affetto - Recar tanto desìo, tanto dolore? - - E non sereno, e non intero e schietto, - Anzi pien di travaglio e di lamento - Al cor mi discendea tanto diletto? - - Dimmi, tenero core, or che spavento, - Che angoscia era la tua fra quel pensiero - Presso al qual t'era noia ogni contento? - -Delizia somma ed unica, la passione è anche spasimo ineffabile: questo -contrasto noto ad ognuno si acuisce soprammodo in una natura sensibile -come quella del Leopardi. Il suo cuore “inquieto e felice e miserando„, -gli affatica il fianco dal tanto forte palpitare, e il sonno gli vien -meno come per febbre; ma intanto la dolce immagine sorge viva in mezzo -alle tenebre: - - Oh come soavissimi diffusi - Moti per l'ossa mi serpeano! Oh come - Mille nell'alma instabili, confusi - Pensieri si volgean! - -Ma di questa donna che suscita in lui tanto desiderio egli può appena -ammirare le sembianze e udire la voce: e già ella parte, e invano - - Io qui vagando al limitare intorno - Invan la pioggia invoco e la tempesta - Acciò che la ritenga al mio soggiorno. - - Pure il vento muggia nella foresta - E muggìa tra le nubi il tuono errante - Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta. - - O care nubi, o cielo, o terra, o piante; - Parte la donna mia: pietà, se trova - Pietà nel mondo un infelice amante. - - O turbine, or ti sveglia, or fate prova - Di sommergermi, o nembi, insino a tanto - Che il sole ad altre terre il dì rinnova. - - S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto - Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia - Le luci il crudo sol pregne di pianto.... - -E se egli, al buio, protendendo l'orecchio avido per cogliere l'ultima -voce di lei che parte, ne ode in cambio un'altra, una voce plebea, pure -un gelo lo prende e il cuore gli si rompe nel petto. E quando ella se -ne va, e s'ode il romorio dei cavalli e delle ruote: - - Orbo rimasi allor, mi rannicchiai - Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi, - Strinsi il cor con la mano e sospirai. - - Poscia traendo i tremuli ginocchi - Stupidamente per la muta stanza, - Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi? - - Amarissima allor la ricordanza - Locommisi nel petto, e mi serrava - Ad ogni voce il cor, a ogni speranza. - - E lunga doglia il sen mi ricercava, - Com'è quando a distesa Olimpo piove - Malinconicamente e i campi lava. - -Non è esagerazione poetica, retorica. Già non sarebbe da dubitarne -perchè lo scrittore, — e particolarmente uno scrittore come lui — -risente, componendo, le sue impressioni passate; e se trova immagini -gagliarde per dipingere lo stato dell'anima sua, vuol dire che -gagliardamente ha sentito o è capace di sentire; ma noi abbiamo altre -testimonianze le quali dicono molto più che non dica egli stesso. -La notte della partenza della Cassi, riferisce la contessa Teresa -Leopardi, fu una notte “spaventevole. Egli era in preda a un delirio -che lo faceva gridare e ruggire.„ Il fratello Carlo dovette vegliarlo. -Calmatosi, egli non scrisse soltanto questi versi, compose anche una -_Storia_ del suo amore, in prosa; un giorno ne lesse alcuni frammenti -al fratello: “gli si spezzava il cuore nel leggerli, e a Carlo mancava -il coraggio d'insistere, e lo pregava che cessasse d'intrattenersi su -quelle strazianti memorie.„ - -Quest'analisi intima accresce naturalmente la forza delle impressioni -che già si sono scritte profondamente nelle sensibilissime fibre. -Null'altro compiacimento egli trova fuorchè in questa indagine: - - Solo il mio cor piaceami, e col mio core - In un perenne ragionar sepolto, - Alla guardia seder del mio dolore. - -Perchè, non solamente nulla ottenne egli da quella donna, ma nulla le -chiese, nulla le disse; e quantunque assicuri che - - Vive quel foco ancor, vive l'affetto, - Spira nel pensier mio la bella imago - Da cui, se non celeste, altro diletto - Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago; - -pure, col tempo, la memoria della sua passione a poco a poco, -naturalmente, si disperde. Un'altra tosto ne nasce. - -Una fanciulla di umile condizione, Teresa Fattorini, figlia del -cocchiere di casa Leopardi, lo innamora. Che cosa dovrà essere questo -sentimento noi possiamo prevedere da quel che egli dice intorno alla -seduzione esercitata dalle giovanette, dalle vergini. Se una donna, -come era la Cassi, “è più atta a inspirare e maggiormente mantenere una -passione,„ egli giudica che una fanciulla dai sedici anni ai diciotto -anni “ha nel suo viso, nei suoi moti, nelle sue voci un non so che di -divino che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere, -il suo gusto, allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o -modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù, -quella speranza vergine, incolume, che si legge sul viso e negli -atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e per lei, quell'aria -d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle sventure, dei -patimenti; quel fiore insomma, anche senza innamorarvi, anche senza -interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda, -così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; ed io -non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di -trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli di paradiso, -di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza innamorarci, -senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto. La stessa divinità -che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce la fa -riguardare come di una sfera divina e superiore alla nostra, a cui non -possiamo aspirare....„ La gentile Teresa, se da principio gl'ispira -questo senso di umile e trepida ammirazione, presto lo infiamma d'amore -prepotente. Quando, di maggio, ella siede intenta alle opere femminili -e fa risonare tutt'intorno il suo perpetuo canto; ed egli, lasciate le -sue carte, ascolta quei suoni, il volto gli si discolora; e se volge lo -sguardo alle vie dorate, agli orti, al mare, al monte, la sua felicità -è infinita: - - Lingua mortal non dice - Quel ch'io sentivo in seno. - Che pensieri soavi. - - Che speranze, che cori, o Silvia mia! - Quale allor ci apparia - La vita umana e il fato! - -Ma egli non le ha detto una sola parola dell'amor suo; nè sa che cosa -veramente ella provi per lui. Non può parlare, non sa risolversi: è -timido, indeciso, senza volontà: noi sappiamo che tutta la sua forza -vitale è impiegata all'interno, a sentire, a pensare: non glie ne -avanza per operare. E mentre la passione lo strugge e la debolezza -lo avvilisce, la povera ragazza se ne muore, di tisi, a ventun anno, -quando egli ne ha appena venti. Egli vede venire la morte della -diletta, e si studia invano di non credere a chi gli dà notizie -disperate dell'inferma, e presente lo strazio della dipartita; e, -morta, la rivede in sogno: - - Morta non mi parea, ma trista, e quale - Degl'infelici è la sembianza. Al capo - Appressommi la destra, e sospirando, - Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna - Serbi di noi? - -Egli non può credere che sia morta; e quando ne è certo, non sa come -ancora sia vivo egli stesso; e all'ombra — solo alla vana ombra — che -lo visita nel sogno, osa chiedere: - - Or se di pianto il ciglio, - ........ e di pallor velato il viso - Per la tua dipartita, e se d'angoscia - Porto gravido il cor; dimmi: d'amore - Favilla alcuna, o di pietà, giammai - Verso il misero amante il cor t'assalse - Mentre vivesti? Io disperando allora - E sperando traea le notti e i giorni; - Oggi nel vano dubitar si stanca - La mente mia. Che se una volta sola - Dolor ti strinse di mia negra vita - Non mel celar, ti prego, e mi soccorra - La rimembranza or che il futuro è tolto - Al nostri giorni.... - -E quando ella gli dice che sì, allora: - - Per le sventure nostre, e per l'amore - Che mi strugge, esclamai; per lo diletto - Nome di giovinezza e la perduta - Speme de' nostri dì, concedi, o cara, - Che la tua destra io tocchi. - -Torna a scordarsi che è morta nel ricoprirne di baci ardenti la mano; -ma il fantasma sparisce: - - Allor d'angoscia - Gridar volendo, e spasimando, e pregne - Di sconsolato pianto le pupille, - Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi - Pur mi restava, e nell'incerto raggio - Del sol vederla io mi credeva ancora. - -La dolorosa memoria non lo lascia più. - - Ahi Nerina! In cor mi regna - L'antico amor. Se a feste anco talvolta, - Se a radunanze io movo, in fra me stesso - Dico: Nerina, a radunanze, a feste - Tu non ti acconci più, tu più non movi. - Se torna maggio, e ramoscelli e suoni - Van gli amanti recando alle fanciulle, - Dico: Nerina mia, per te non torna - Primavera giammai, non torna amore. - Ogni giorno sereno, ogni fiorita - Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento, - Dico: Nerina or più non gode; i campi, - L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno - Sospiro mio: passasti: e fia compagna - D'ogni mio vago immaginar, di tutti - I miei teneri sensi, i tristi e cari - Moti del cor, la rimembranza acerba. - -Dubitano che questa Nerina sia la stessa Silvia, la stessa Teresa -Fattorini; dicono che possa essere un'altra umile giovanetta, la -tessitrice Maria Belardinelli, della quale il poeta si era più tardi -invaghito. Sia pure. Ma quest'altro amore è stato forse più fortunato -dell'altro? Quest'altro amore somiglia quanto più non sarebbe possibile -al primo. Come non ha rivelato l'animo suo alla Fattorini, il Leopardi -non l'ha rivelato alla Belardinelli; come la Fattorini è morta giovane, -giovane è morta la Belardinelli: la prima a ventun anno, la seconda a -ventisette. Entrambe le passioni furono tacite, inappagate, infelici. - -E l'esperienza della sua incapacità a farsi amare prostra il giovane, -lo attrista, lo riduce a una sconsolata e cupa rassegnazione. Se -incontra una bella fanciulla, se ne ode soltanto da lontano qualcuna -cantare, - - A palpitar si move - Questo mio cor di sasso; ahi, ma ritorna - Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estraneo - Ogni moto soave al petto mio. - -Nessuna simpatia dell'infelice è stata corrisposta, nessuna ne ha -saputa o potuta esprimere; nessun'altra ne esprimerà, di nessun'altra -otterrà il ricambio. Egli stesso ha riconosciuto che così dev'essere, -che così è giusto che sia. Egli sa d'avere “l'aspetto miserabile e -dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo, che è la sola a -cui guardino i più: e coi più bisogna conversare in questo mondo; e non -solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare che la virtù -non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto, -s'attrista, e per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere, -quasi non ha coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello -fuorchè l'anima.„ Così la sua Saffo, dispregiata amante, riconosce che - - alle sembianze il Padre - Alle amene sembianze eterno regno - Diè nelle genti; e per virili imprese, - Per dotta lira o canto, - Virtù non luce in disadorno ammanto. - -Che vale nondimeno questa persuasione filosofica contro le leggi della -vita, contro le voci dell'istinto? La ragione ha un bel dimostrargli -sino all'evidenza che egli non può essere amato: che importa, se -dell'amore ha bisogno? E allora, non che rassegnarsi, egli fa un -ragionamento tutto inverso. L'amore degli uomini non si distingue per -la parte che vi ha l'anima? I godimenti bassi e volgari valgono forse -il piacere “que donne un seul instant de ravissement et d'émotion -profonde?„ L'anima sua non è capace di risentire e di procurare altrui -queste commozioni ineffabili? Le donne non dicono che è inutile parlare -ai loro sensi; che solo il sentimento le infiamma? Non vi sarà una -donna che, ansiosa di essere amata con l'anima, da un'anima grande, -comprenderà la sua grandezza e compatirà la sua sciagura e gli stenderà -la mano? Se egli ancora non l'ha trovata, non può, non deve sperare di -trovarla? Nulla vale l'esperienza contraria per uno avvezzo come lui a -dar tanto credito alle illusioni. Egli deve necessariamente illudersi -che se nessuna donna lo ha ancora compreso, qualcuna lo comprenderà. -E il tempo passa, e non una si accorge di lui. Allora egli si rivolta -contro tutte: tanto più violentemente, quanto più è persuaso che l'amor -suo è senza pari, per quel sentimento orgoglioso del quale altrove -notammo l'origine. Allora egli scrive: “L'ambizione, l'interesse, la -perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco un _animale -senza cuore_, sono cose che mi spaventano.... La scelleraggine delle -donne mi spaventa, non già per me, ma perchè vedo la miseria del -mondo.„ Egli vede che, se uomini e donne sono destinati ad amarsi, sono -anche fatti diversamente; e che, naturalmente più fredde, le donne -possono speculare sull'ardenza del desiderio che ispirano: quindi la -prostituzione. Egli non può accostare le sciagurate che si vendono -perchè gli fanno troppo ribrezzo e troppa paura, perchè vuole amare -nobilmente, con tutte le più alte potestà dell'esser suo; ma crede che, -se altra fosse la sua condizione nel mondo, non sarebbe deriso: “S'io -divenissi ricco e potente, ch'è impossibile, perchè ho troppo pochi -vizi, le donne senza fallo cercherebbero d'allacciami. Ma in questa -mia condizione, disprezzato e schernito da tutti, non ho nessun merito -per attirarmi le loro lusinghe.„ E il maggiore, l'unico suo merito, la -capacità sentimentale, si perde a poco a poco: egli sente di non poter -essere amato anche “perchè ho l'animo così agghiacciato e appassito -dalla continua infelicità, ed anche dalla misera cognizione del vero, -che prima di avere amato ho perduto la facoltà di amare; e un angelo di -bellezza e di grazia non basterebbe ad accendermi.„ - -Ma come s'inganna! A ventidue anni può egli esser sicuro di non -ricadere nell'eterna illusione? Non confessa che la sua esperienza è -tutta immaginaria, che non ha amato realmente, come tutti gli altri -uomini i quali manifestano i loro sentimenti e cercano di ottenerne -il ricambio; ma soltanto tra sè, tacitamente, nella solitudine? Allora -chi lo difenderà contro nuove lusinghe? Bisognerebbe che il suo cuore -mutasse di tempra perchè perdesse la capacità d'infiammarsi così. Se -l'amor suo è un chiuso fuoco che la sola vista d'una donna accende, -nè la mancata corrispondenza, nè l'impossibilità d'esser compreso, nè -lo sdegno contro le creature giudicate insensibili gl'impediranno di -accendersi ancora. - -Noi lo abbiamo udito gridare da Roma al fratello: “Amami, per Dio. Ho -bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita....„ Subito -dopo soggiunge: “Le donne romane alte e basse fanno propriamente -stomaco; gli uomini fanno rabbia e compassione.„ Nella gran città, -se “non per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e -noncuranza„, le donne non alzano gli occhi sui giovani molto belli -ed eleganti in compagnia dei quali egli gira spesso per le vie; -come sarà guardato e notato un povero contraffatto suo pari? Quindi -il suo sdegno cresce, lo fa uscire in nuovi insulti: “Trattando, è -così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi -molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di -queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse -al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e il -divertirsi non si sa come....„ Ma quanto gli debba costare questo -giudizio, quanto debba cuocergli la rinunzia alle gioie dell'amore -nella quale vuol dare a intendere che quasi si compiace, appare da -altre sue impressioni. Il povero rachitico intende squisitamente la -seduzione delle forme muliebri, dà ragione dell'incanto che esercita -lo spettacolo del ballo: “Una donna nè col canto nè con altro qualunque -mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo; il quale pare che -comunichi alle sue forme un non so che di divino, ed al suo corpo una -forza, una facoltà più che umana.„ Se egli ha dichiarato di sprezzare -tutto il genere femminino, se annunzia che non tratta a Roma con donne, -confessa pure che “senza queste nessuna occupazione o circostanza -della nostra vita ha diritto di affezionarci o di compiacerci. Io -me n'assicuro per esperienza, e posso giurarti che la conversazione -spiritosa o senza spirito mi è venuta in odio mortale. Tutto è secco -fuori del nostro cuore; e questo non si esercita mai....„ E quando -il fratello Carlo gli annunzia che è innamorato, egli se ne felicita: -“Veramente non so qual migliore occupazione si possa trovare al mondo -che quella di fare all'amore, sia di primavera o d'autunno; e certo -che il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che girare, -come io fo, attorno all'Apollo del Belvedere o alla Venere Capitolina.„ -Se, dunque, poco tempo dopo, di ritorno a Recanati, egli scrive al -Melchiorri che è “ben sicuro di morire e di soffrire per tutt'altro che -per una donna„, noi non lo potremo credere. Rallegratosi col fratello -per la sua nuova fiamma, otto mesi dopo egli ammonisce il cugino: -“Io sono troppo persuaso, non dico della vostra filosofia, perchè -la filosofia in questi casi non serve, ma della vostra accortezza e -cognizione del mondo, per credervi capace d'innamorarvi in modo che -la passione vi possa inquietare. Caro Peppino, non siamo più a quei -tempi. Nella primissima gioventù, questo ci può accadere; ma dopo fatta -esperienza delle cose, è impossibile, o è troppo fuor di ragione. -Un tempo addietro io era capacissimo di una passione furiosa: ne ho -provate anch'io e per confessarvi la mia sciocchezza, vi dico che -sono stato più volte vicinissimo ad ammazzarmi per ismania d'amore, -ancorchè in verità non avessi altra cagione di disperarmi, che la mia -immaginazione. Ma dopo l'esperienza, sono ben sicuro di morire e di -soffrire per tutt'altro che per una donna. Farei torto al vostro buon -giudizio se vi ricordassi che le donne non vagliono la pena di amarle e -di patire per loro. Non posso credere che mi rispondiate che la vostra -è diversa dall'altre. Questa è la risposta di tutti gl'innamorati, -e non sarebbe degna di voi. Voi ed io dobbiamo tenere per assioma -matematico che non v'è nè vi può esser donna degna di essere amata -da vero.„ La contraddizione è tutta apparente: se egli parla ora da -credente ora da scettico, ciò avviene perchè, con un bisogno prepotente -d'amore, si sente condannato a non ottenerne mai. Non lo amano, ed egli -accusa tutto il sesso muliebre; ma se è ingiusto con le donne, è anche -ingiusto con sè stesso, dichiarandosi impotente ad amare quando invece -è condannato a struggersi invano. “Sono molto contento,„ riscrive -all'amico, “di vedervi questa volta un poco più quieto sopra la vostra -passione. Di questa io non sarei capace, perchè il cuore, di cui voi -mi parlate, è andato a spasso dopo tante esperienze d'uomini e di -donne: ma non biasimo però chi è capace ancora di provarla e di amare -da vero, anzi lo invidio e lo felicito, perchè l'amore, quantunque sia -una pura illusione, ed abbia molti dolori, ha però un maggior numero -di piaceri; e se fa molti danni, questi servono per pagare moltissimi -diletti che ci procura. Sotto questo aspetto io approvo l'amore se -bene non lo provo; ma quando poi esso ci dovesse fare infelici, non -concederò mai che la ragione in un par vostro, e in qualunque uomo, sia -filosofo, sia mondano, non debba potere, se non altro, indebolirlo.... -A' tempi nostri, in questi costumi, con questo carattere di donne, -coi disinganni che ci hanno procurati tante cognizioni d'ogni genere -intorno al cuore umano, non è possibile che un uomo di senno sia per -lungo tempo la vittima di una passione ispirata da oggetti pieni di -vanità e d'ogni sorta di tristizie.„ - -Ma tanto egli arde, tale è la sua sete d'amore, che non trovando una -donna di carne e d'ossa alla quale poter degnamente consacrare il suo -culto, se ne foggia una con la fantasia. - - Viva mirarti omai - Nulla speme m'avanza.... - .... Già sul novello - Aprir di mia giornata incerta e bruna, - Te viatrice in questo arido suolo - Io mi pensai. Ma non è cosa in terra - Che ti somigli; e s'anco pari alcuna - Ti fosse al volto, agli atti, alla favella, - Saria, così conforme, assai men bella. - -Egli dimentica che, essendo tanto poco amabile, non dovrebbe essere -tanto esigente; la sua immaginazione è così fervida che vince la -coscienza della sua miseria fisica: infermo, contraffatto, sogna -una perfezione fuori dell'umano: egli è ancora quel romantico che, -innamorato di una donna viva, la evita per contemplarla idealmente, -temendo che la realtà ne distrugga l'incanto. Ma romanticismo, -idealismo, delirii della fantasia: tutto cede all'istinto vitale. -L'amore è un bisogno; egli deve amare, ed ama: e l'amor suo non -è ricambiato; non dalla Basvecchi, non dalla Brighenti, non dalla -Malvezzi. Udite che cosa desta costei in questo dispregiatore di -tutto il genere femminile: “Sono entrato con una donna (Fiorentina -di nascita) maritata in una delle principali famiglie di qui, in una -relazione, che forma ora gran parte della mia vita. Non è giovane, ma -è di una grazia e di uno spirito che (credilo a me, che finora l'avevo -creduto impossibile) supplisce alla gioventù e crea un'illusione -maravigliosa. Nei primi giorni che la conobbi, vissi in una specie -di delirio e di febbre. Non abbiamo mai parlato di amore se non per -ischerzo, ma viviamo insieme in un'amicizia tenera e sensibile, con -un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza -inquietudine. Ha per me una stima altissima: se le leggo qualche mia -cosa, spesso piange di cuore senz'affettazione; le lodi degli altri non -hanno per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue, -e mi restano nell'anima. Ama e intende molto le lettere e la filosofia; -non ci manca mai materia di discorso, e quasi ogni sera io sono con -lei dall'avemaria alla mezzanotte passata, e mi pare un momento. Ci -confidiamo tutti i nostri secreti, ci riprendiamo, ci avvisiamo dei -nostri difetti. In somma questa conoscenza forma e formerà un'epoca -ben marcata della mia vita, perchè mi ha disingannato del disinganno, -mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io -credeva impossibili, e che io sono ancor capace d'illusioni stabili, -malgrado la cognizione e l'assuefazione contraria così radicata, ed -ha risuscitato il mio cuore dopo un sonno anzi una morte completa.„ -Teresa Carniani Malvezzi non è giovanetta, ignara della vita e -dell'arte; è donna fatta, scrittrice, poetessa: dovrebbe sapere chi è -l'uomo da cui è amata; se non gradisce l'amor suo perchè non glie lo -fa intendere subito? Prima lo alletta; poi un bel giorno gli dichiara -che le sue visite la seccano. “L'ultima volta che ebbi il piacere di -vedervi,„ egli le scrive, “voi mi diceste così chiaramente che la mia -conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo -a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie -visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso; se volessi dolermi di -qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti, e le vostre parole, benchè -chiare abbastanza, non fossero anche più chiare ed aperte....„ Questo -egli chiede almeno: che non lo lusinghino, che gli dicano tosto di non -volere, di non potere mai rispondere all'amor suo. E neppur questo può -ottenere, mai. - -Nella stessa Bologna dove ha conosciuto la Malvezzi, nello stesso -anno, incontra eguale fortuna con la Padovani, cantante giovane, bella -e graziosa. Egli non va più da lei quando s'accorge che l'amor suo -è sdegnato, e resiste alle dimostrazioni d'interesse con le quali -quest'altra mal consigliata tenta di riparare alle repulse; poichè -gli amici di lui temono che non sia guarito del tutto, egli dimostra -— o tenta dimostrare — che non hanno ragione: “Non so perchè vogliate -dubitare della mia costanza in tenermi lontano da quella donna. Quasi -mi vergogno a dirti che essa, vedendo che io non andavo più da lei, -mandò a domandarmi delle mie nuove, ed io non ci andai; che dopo -alcuni giorni mandò ad invitarmi a pranzo, ed io non ci andai; che sono -partito per Firenze senza vederla; che non l'ho mai veduta dopo la tua -partenza da Bologna. Dico che mi vergogno a raccontarti questo, perchè -par ch'io ti voglia provare una cosa di cui mi fai torto a dubitare. -Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono -tanto grandi, che ci vuol molta forza a resistere....„ - -Egli trova questa forza; e glie ne va data tanto maggior lode, -quanto più degne di biasimo sono coteste allettatrici, che vorrebbero -tenerselo accosto non solo senza accordargli nulla, ma ridendo anche di -lui. - - E voi, pupille tremule, - Voi raggio sovrumano, - So che splendete invano, - Che in voi non brilla amor. - - Nessun ignoto ed intimo - Affetto in voi non brilla: - Non chiude una favilla - Quel bianco petto in sè. - - Anzi d'altrui le tenere - Cure suol porre in giuoco, - E d'un celeste foco - Disprezzo è la mercè. - -Allora egli si rivolge al passato, rievoca la figura della povera -fanciulla morta sul fiore degli anni, della gentile che, se non l'amò, -almeno non rise di lui: e questo è tutto il suo conforto: un mortuario -ricordo: - - Rimembri ancora - Quel tempo della tua vita mortale, - Quando beltà splendea - Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, - E tu, lieta e pensosa, il limitare - Di gioventù salivi? - -Ella è morta; egli è inaridito, non aspetta se non la morte: - - Tu, misera, cadesti: e con la mano - La fredda morte ed una tomba ignuda - Mostravi di lontano.... - -E s'inganna ancora! Egli non è giunto al termine delle sue prove. Se -l'immaginazione lo ha troppo illuso, se l'esperienza lo ha troppo -deluso, la triste vicenda non è ancora finita. Egli ha trent'anni. -Quantunque la sua salute sia rovinata per sempre, pure la fiamma vitale -non è ancora spenta. Ed è nato ad amare, come il suo Eleandro: “Sono -nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai -capire in anima umana.„ Eleandro, come lui, ha un bel dire: “Oggi, -benchè non ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, nè forse -anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorchè -me stesso, per necessità di natura, e il meno possibile.„ Giacomo -Leopardi, per suo proprio conto, in prima persona, griderà ancora: “Io -non ho bisogno nè di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma -ho bisogno d'amore....„ La sua speranza che una donna finalmente lo -intenda non può morire. Se non è mai stato amato, se non ha saputo, -se non ha potuto esprimere i proprii sentimenti, gli basta, come a -Consalvo, un lieto sguardo, una buona parola, perchè, ripetendoli mille -e mille volte nel costante pensiero, egli viva e speri. - -Ed ecco la nuova allettatrice: Fanny Targioni-Tozzetti, che egli -incontra a Firenze, nel 1830. In un salotto elegante tutto odoroso dei -nuovi fiori primaverili, vestita del colore della bruna viola, ella lo -accoglie amabilmente, e quasi ad eccitare i suoi desiderii scocca baci -sulle labbra delle figliuoline stringendole al seno. - - Apparve - Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio - Divino al pensier mio. - -La fiamma che repentinamente lo investe è alta e gagliarda. Dal momento -che l'ha veduta il pensiero di lei governa il suo cuore: - - Dolcissimo, possente, - Dominator di mia profonda mente: - Terribile, ma caro - Dono del ciel; consorte - Ai lugubri miei giorni, - Pensier che innanzi a me sì spesso torni.... - -Da questo momento, come per virtù d'incantesimo, tutte le altre sue -cure, i tanti dolori, i ricordi, le aspettazioni, tutto svanisce: - - Ratti d'intorno intorno al par del lampo - Gli altri pensieri miei - Tutti si dileguâr. Siccome torre - In solitario campo - Tu stai solo, gigante.... - - Che divenute son, fuor di te solo, - Tutte l'opre terrene, - Tutta intera la vita al guardo mio! - Che intollerabil noia - Gli ozi, i commerci usati, - E di vano piacer la vana spene, - Allato a quella gioia, - Gioia celeste che da te mi viene! - -E se prima egli non temeva la morte, ora quasi la sfida e ne ride; e se -il volgo gli parve spregevole, ora ogni atto indegno lo ferisce; e se -la sua vita è stata un lungo martirio, è lieto d'averlo sopportato, ora -che ottiene tal premio: - - Ed ancor tornerei, - Così qual son de' nostri mali esperto, - Verso un tal segno a incominciare il corso: - Che tra le sabbie e tra il vipereo morso, - Giammai finor sì stanco - Per lo mortal deserto - Non venni a te, che queste nostre pene - Vincer non mi paresse un tanto bene. - -E amando egli solo, senza sapere ancora qual sorte è serbata all'amor -suo, che slancio d'immaginazione, che superbe speranze: - - Che mondo mai, che nova - Immensità, che paradiso è quello - Là dove spesso il tuo stupendo incanto - Parmi innalzar! dov'io - Sott'altra luce che l'usata errando, - Il mio terreno stato - E tutto quanto il ver pongo in obblìo! - -Egli presente pure che anche questo è un sogno: ma sogno di natura -divina; e se un tempo, amando la prima volta, fu stupito vedendo come -per amore fosse tutt'in una volta “felice e miserando„, ora, con gli -anni, coi disinganni, con le difficoltà di accogliere, dopo questa, -nuove lusinghe, sente che il nuovo pensiero, “cagion diletta d'infinito -affanno„, non sarà più sostituito. - -Manifesterà egli questa volta con parole, proverà questa volta coi -fatti la passione sua? Egli sa che dovrebbe fare così; ma tutte le sue -disgrazie sono aggravate: moralmente, la fiacchezza della volontà, la -timidezza, la paura sono cresciute, sono diventate vera impotenza; -fisicamente, dopo quindici anni di malattie, egli è l'ombra di sè -stesso. Non sa far altro pertanto che pensare a lei; si studia di veder -lei in quelli che le somigliano; per esserle gradito importuna tutti -i suoi amici chiedendo loro autografi, giacchè ella ne fa raccolta. Ed -ella, accogliendolo benignamente, godendo i vantaggi d'un'amicizia così -grande, ride poi insieme con gli amici del “suo gobbetto....„ - -L'infelice ignora le risa di lei. Seguìto a Roma l'amico Ranieri, -si sente come in esilio; scrive alla donna del suo cuore una lettera -dove la passione, nonostante la timidità, pure traspare: “Cara Fanny, -Non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete -occupata. Ma infine non vorrei che il silenzio vi paresse dimenticanza, -benchè forse sappiate che il dimenticar voi non è facile. Mi pare -che mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non -rispondevate, agli altri sì, perchè di quelli eravate sicura che non -si offenderebbero, come gli altri, del vostro silenzio. Fatemi tanto -onore di trattarmi come uno de' vostri migliori amici, e se siete -molto occupata, e se lo scrivere vi affatica, non mi rispondete....„ E -lasciatosi andare a parlare della sua misantropia, si pente, s'incolpa: -“Ma io ho torto di scrivere queste cose a voi, che siete bella, e -privilegiata dalla natura a risplendere nella vita, e trionfare del -destino umano. So che anche voi siete inclinata alla malinconia, come -sono state sempre e come saranno in eterno, tutte le anime gentili e -d'ingegno. Ma con tutta sincerità, e nonostante la mia filosofia vera -e disperata, io credo che a voi la malinconia non convenga; cioè che -quantunque naturale, non sia del tutto ragionevole. Almeno così vorrei -che fosse.... Addio, cara Fanny; salutatemi le bambine. Se vi degnate -di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è -una gioia e una gloria il servirvi.„ Tornato a Firenze, divampando la -sua passione con nuova forza, egli comincia ad accorgersi che la donna -lo tratta con insolita freddezza. Tante volte sì è ribellato: ora no, -ora s'umilia; dinanzi a lei prima e sola piega l'altero capo, si mostra -timido e tremante; e spia sommessamente ogni sua voglia, ogni parola, -ogni atto; impallidisce ai suoi superbi fastidii; brilla in volto a -un segno suo cortese; muta forma e colore ad ogni suo sguardo. Questa -tenacia della speranza misurerà la forza della seguente disperazione. -Già nell'agosto del '32, quando ella va a Livorno per i bagni, rimasto -solo a Firenze, senza lei, senza l'amico, tormentato dalla passione -impotente, costretto a fuggire la luce per il male degli occhi, le -scrive: “Ranieri è sempre a Bologna, sempre occupato in quel suo amore -che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l'amore e la morte -sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole solissime degne di -essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno -le altre cose che non sono nè belle nè degne dell'uomo....„ I suoi -malanni crescono con la brutta stagione: ha il petto rotto dalla tosse, -gli occhi quasi spenti: è un moribondo. Ella gli accorda ancora un poco -di carità; e il disgraziato se ne contenta; quando il Ranieri, tornato -a Firenze, gli rivela, forse per indurlo a lasciare questa città e a -venirsene a Napoli con lui, che anche questa donna lo schernisce come -tutte le altre.... - -Allora perisce l'estremo inganno; la speranza e lo stesso desiderio -di nuovi amori, dì nuovi inganni, si spegne; nessuna cosa gli pare che -valga più i moti del suo cuore. Cotesta donna non ha saputo - - Che smisurato amor, che affanni intensi, - Che indicibili moti e che deliri - Movesti in me; nè verrà tempo alcuno - Che tu l'intenda. In simil guisa ignora - Esecutor di musici concenti - Quel ch'ei con mano e con la voce adopra - In chi l'ascolta. - -La donna amata è come morta per lui. Quantunque realmente ella viva, - - Bella non solo ancor, ma bella tanto, - Al parer mio, che tutte l'altre avanzi, - -la creatura viva non gli è più nulla; egli sente, ultimo disinganno, -ultimo dolore, d'avere amato non la persona reale di lei, ma l'immagine -che l'innamorata fantasia glie ne dipinse: - - Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque - Sua celeste beltà, ch'io, per insino - Già dal principio conoscente e chiaro - Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi. - Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi, - Cúpido ti seguii finch'ella visse, - Ingannato non già, ma dal piacere - Di quella dolce somiglianza un lungo - Servaggio ed aspro a tollerar condotto. - -Uscendo pertanto dall'ultima passione della sua vita, egli s'accorge -che l'amor suo è stato “un lungo vaneggiare„; come quando, fanciullo -ancora, pensando che il primo suo vano amore gli aveva fatto giudicar -vani gli studii aveva concluso: - - Deh quanto in verità vani siam nui! - -Ma oramai egli è giunto sulle soglie della morte. E quando muore -portando con sè sotterra, dopo aver tanto spasimato, la sua verginità; -se pure Marianna Brighenti, che non lo ha allettato, ricusa pudicamente -di far vedere ai curiosi la sola lettera d'amore che egli le scrisse; -costei, la Targioni, la donna più ardentemente idoleggiata, il cui -nome vero vive nella memoria degli uomini per l'amore di lui che l'ha -cantata col nome di Aspasia; questa donna che ha avuto pochi scrupoli -nella vita, che ha molto e liberamente amato, scrive al Ranieri dopo -che il poeta è morto: “Molti ammiratori del povero Leopardi dimoranti -in Parma mi hanno più volte chiesto e richiesto chi sia l'Aspasia -su cui quell'insigne poeta scrisse canzone. Per carità, ditemelo voi -se lo sapete, per togliermi da una filastrocca di lettere inutili e -noiose....„ - - - - -III. - -LA FAMIGLIA. - - -Se in tutto tranne che nell'amore ciascuno basta a sè stesso, l'uomo -non è già solo nel mondo, la sua felicità dipende in gran parte da chi -gli sta intorno. Tutto il genere umano può essere ed è considerato -da alcuni filosofi come un essere vivente del quale ogni individuo -è una cellula e i gruppi d'individui sono gli organi. La solidarietà -tra gli uomini, tra le cellule umane, è tanto più salda, quanto più -essi sono vicini: il gruppo più stretto è la famiglia. Da essa dipende -l'educazione del cuore; la condizione dei parenti nel mondo è anche -quella del giovane sino al giorno che egli può provvedere a sè stesso. -Come è educato Giacomo Leopardi? In che stato sociale si trova? - -Sua madre fu giudicata — e nessuno ha interposto appello al giudizio -— donna di propositi virili più che di tenerezze materne. Un che -di virile era nel suo aspetto, come maschile era qualche parte del -suo vestito, gli stivali, il berretto. Ella fece pesare la dura sua -autorità, prima che sui figli, sul marito. “Si dette il caso,„ narra -Paolina Leopardi, “quand'io era piccina piccina, o anche forse quando -non ero nemmeno nata, che la gonna di mia madre s'intrecciò fra le -gambe di mio padre, non so come. Ebbene, non è stato più possibile -ch'egli abbia potuto distrigarsene.„ Entrata in casa Leopardi, ella ne -trova il patrimonio quasi sommerso nei debiti; saggiamente, ma anche -tirannicamente, impone un'economia severissima. A nessuno consente -di disporre di nulla; a nessuno manifesta quei sentimenti di calda e -vivace affezione che sono la gioia della casa. Se i suoi bambini si -lagnano di qualche dolore, le sole parole di consolazione che sappia -dir loro sono queste: “Offritelo a Gesù.„ Quando sono grandi, apre -e trattiene le loro lettere. Non una volta li stringe al cuore; “lo -sguardo„ scrive Carlo Leopardi, “era la sola sua carezza.„ E Paolina: -“Fra gli altri motivi che hanno renduto così trista la mia vita e che -hanno disseccato in me le sorgenti dell'allegria e della vivacità.... -uno è l'avere in mammà una persona ultrarigorista, un vero eccesso di -perfezione cristiana, la quale non potete immaginare quanta dose di -severità metta in tutti i dettagli della vita domestica.„ - -Tale è la madre, la creatura che dovrebbe prima d'ogni altra sorridere -al frutto delle proprie viscere, che ne dovrebbe cullare i sogni -e lenire i dolori. Giacomo, come è rimasto dinanzi a lei timido e -quasi pauroso, così lontano da lei non ardisce scriverle, sicuro di -annoiarla; nelle sue rarissime e brevissime letterine, ella non pensa -se non a rammentargli di tenere una buona condotta; e una volta lo -chiama anche “figlio d'oro„; ma quando? Quando crede che la professione -letteraria abbia dischiuso al giovane una miniera d'oro, rendendo -inutile l'assegno della famiglia. E lo eccita a continuarle il suo -affetto “_sincero_„, sottolineando la parola certo perchè dubita della -sincerità dell'amore del figlio e se ne duole; ma di chi è la colpa, se -non sua propria? Come vorrebbe che il figlio si lasciasse trasportare -dall'amore, se ella stessa non l'ha amato, o l'ha amato a suo modo, -moderando, reprimendo i moti del suo cuore materno? - -Il padre, Monaldo Leopardi, è uomo d'ingegno fuor del comune e di -cuore amorevole; ma, oltrechè non dispone della propria volontà, -obbedendo sempre ed in tutto alla moglie, egli intende anche la vita -al modo antico: non sa, non vuol sapere, non vuol sentire nulla di -quel che accade nel mondo rinnovato. Come Giacomo, egli vede due -secoli armati l'uno contro l'altro; ma se soffre di questa lotta, la -sua sofferenza non deriva, come quella di Giacomo, dal contrasto delle -opposte sollecitazioni: egli non prova altro che ira e sdegno contro -tutte le novità. Al figliuolo somiglia per metà: gli ha dato l'amore -dell'antico, la severità del pensiero indagatore, la pazienza delle -ricerche lunghe e minute, il senso dell'ordine e della disciplina. Il -gusto delle contraffazioni di vecchie scritture è comune a Monaldo e a -Giacomo. Il padre trasmette non soltanto a lui, ma anche all'altro suo -figlio Carlo la sua disposizione al riso: come egli profonde le celie -nei suoi scritti, e motteggia nella conversazione di tutti i giorni, -e muore scherzando col sacerdote nell'agonia; così Carlo è celebre -per le sue arguzie e lascia un libro di epigrammi molto pungenti; così -Giacomo, che esce spesso nel discorso e nelle lettere in motti felici, -si servirà come più tardi vedremo di questa sua nativa attitudine. -Ancora: nel deridere il troppo vantato progresso delle scienze e delle -arti padre e figlio si rassomigliano; il giudizio che danno intorno -alla Roma dei loro tempi è identico. Con tanti tratti comuni non -dovrebbero essi accordarsi? - -L'influenza di ogni uomo sopra il proprio simile si può esercitare -in due modi: o per conformità, quando noi siamo persuasi ad imitare -gli esempii che ci sono proposti; o per opposizione, quando siamo -spinti a fare il contrario. Nell'adolescenza, nel tempo che Giacomo -s'immerge negli studii filologici, severissimamente, da vecchio, -egli si uniforma agli esempii paterni; perchè questo accordo durasse -che cosa sarebbe necessario? Che il padre, secondasse a sua volta il -figlio nel sentimento poetico della vita nel generoso ardor giovanile, -che comprendesse le sue inquietudini, che lenisse la sua malinconia. -Lo ha procreato a ventidue anni; non potrebbe esserne il fratello -maggiore, non dovrebbe esserne l'amico? Ciò gli è impossibile. Se -gli somiglia tanto da una parte, non gli somiglia niente dall'altra. -La sua sensibilità morale è molto più ottusa, la sua fantasia è -molto più sterile; la musica non gli dice nulla; i sentimenti nuovi, -indeterminati, dei quali soffre e gode la nuova generazione, gli sono -sconosciuti: alle idee nuove è inaccessibile. Non solo cattolico, ma -suddito fedele del Papa, il cui governo chiama “dolcissimo„, è un vero -“guelfo del diciannovesimo secolo.„ Va con la spada al fianco, come -i cavalieri antichi. “Il prestigio della novità non mi ha sedotto, le -lusinghe della rivoluzione mi hanno lasciato inconcusso, non ho sieduto -nel concistoro degli empii, e non ho alzato la voce dalla cattedra -della pestilenza.„ Tanto ogni novità lo sdegna, tanto è fedele alle -opinioni dei tempi passati, che nega il sistema copernicano: se Galileo -ha riso di Ticone, egli si augura che venga qualcuno il quale rida di -Galileo e restituisca alla terra “l'antico onore„ considerandola ancora -come centro dell'universo, “liberandola dal fastidio di tanti moti.„ -Udite le sue argomentazioni: “Imperciocchè, alle fine dei conti il -Galilei non ha potuto viaggiare in persona nei tropici e nell'equatore, -ma ha dovuto contentarsi di considerare le cose da lontano alquanti -milioni di miglia; e quel sistema secondo il quale per dividere i -giorni e le notti vogliamo che la terra si rivolti ogni 24 ore intorno -al suo asse come l'arrosto intorno allo spiedo, per compiere il corso -dell'anno le facciamo fare un giro immenso in 365 giorni all'incirca e -per accomodare le stagioni la costringiamo a starsene sempre giocando -all'altalena, con alzare e abbassare i suoi poli.... questo sistema non -toglie il desiderio di rinvenire una teoria meno lambiccata.„ - -Con queste disposizioni della mente, egli non è capace d'indulgenza, -di sopportazione: confessa ingenuamente che le sue buone qualità -“sono bilanciate da un orgoglio smisurato che le troppe lodi datemi -nell'adolescenza avevano fomentato e che mi rendeva ambizioso di -superare tutti in tutto.„ Riconosce che “l'abitudine di sovrastare m'è -sempre rimasta e mi adatto malissimo, anzi non mi adatto in modo veruno -alle seconde parti. Voglio piegarmi, voglio esser docile, rimettermi -e tacere; ma in sostanza tutto quello che mi ha avvicinato ha fatto -a modo mio, e quello che non si è fatto a modo mio mi è sembrato mal -fatto.„ Che cosa può egli dunque intendere delle ansie, dei desiderii, -dei bisogni del figlio? Può il figlio, ardente, vivace, inquieto, -adattarsi sempre alla freddezza, alla calma, alla rigidità del padre? -Se tanta parte dello spirito del padre è nel figlio; se questi per -le facoltà più serie della mente, per la profondità della cultura -classica, per la capacità di disciplina, può essere sollecitato a -seguire gli esempii del padre; la cieca intransigenza di Monaldo non -deve poi ottenere l'effetto contrario, di spingerlo per la via opposta? -Tra queste due anime la lotta non deve fatalmente impegnarsi? - -La lotta si accese, e fu grave e scandalosa; e se molti diedero tutta -la colpa al padre, non pochi anche oggi vedono nella ribellione di -Giacomo il sintomo dell'ingratitudine, dell'aridità del suo cuore. -Prima di esaminare i rapporti del padre e del figlio, notiamo come uno -scandalo simile a quello avvenuto in casa Leopardi non fosse senza -esempio, a quel tempo. Se, quantunque rassomigliandosi e amandosi -sommamente, un germe di discordia ha potuto sempre insinuarsi tra i -genitori ed i figli, perchè altri sono i sentimenti e le opinioni dei -giovani, altri quelli dei vecchi; questo contrasto è più sensibile -al principio dell'êra contemporanea. Quando tutti i poteri e tutti -i principii cominciano ad essere oggetto di esame, anche la potestà -paterna è posta in forse; come i popoli si ribellano ai re, così i -figli si ribellano ai padri. “I consigli della vecchiezza„ scrive -Vauvenargues, “rischiarano senza riscaldare, come il sole d'inverno„; -immagine che Stendhal doveva far sua: quello Stendhal che, odiando il -padre ed essendone odiato, doveva anche scrivere per proprio conto: -“I genitori e i maestri sono i nostri primi nemici quando entriamo nel -mondo.„ E il più mite Vauvenargues così precisa il proprio pensiero: “I -giovani soffrono non tanto dei proprii errori quanto della prudenza dei -vecchi.... L'ordinario pretesto di coloro che fanno l'infelicità degli -altri è che vogliono il loro bene....„ Beniamino Constant, educato -da un padre che reprime i moti del cuore per mostrarsi severo, fugge -dalla casa paterna; il suo _Adolfo_ attribuisce la propria malinconia -all'educazione ricevuta dal padre, uomo generoso ma rigido, presso -al quale egli non prova altro che soggezione. Senancour scappa in -Isvizzera per sottrarsi allo stato ecclesiastico al quale è destinato -dalla famiglia; Lamartine evade dalla casa di educazione, dove è sul -punto di uccidersi. - - Pères, de vos enfants ne forcez point les voeux: - Le ciel vous les donna, mais pour les rendre heureux, - -aveva ammonito il dolente Chénier, invano. Molti filosofi hanno -affermato che l'unico sentimento naturale, fondato sopra un istinto -prepotente, è l'amor proprio; e che tutti gli altri, anche quelli -che sembrano più disinteressati, sono forme più o meno larvate di -egoismo; questa sentenza è confermata più spesso che non dovrebbe nel -caso dell'amor paterno. Dai figli che debbono loro la vita, che sono -come una viva parte della loro persona, e che perciò essi amano sopra -ogni altra cosa al mondo, i genitori pretendono un affetto cieco che -rinunzii ad ogni volontà e ad ogni velleità e incondizionatamente -si sottoponga. Di questa qualità fu l'amor paterno di Monaldo, con -l'aggravante della resistenza da lui opposta alle innovazioni. Il -fondamento dei vincoli sociali che egli vede minacciato è la famiglia; -nella famiglia, nella potestà paterna, è l'origine di tutte quelle -altre potestà contro le quali egli vede far impeto: quindi, se anche -per indole non fosse portato a comandare, terrebbe sempre alta la -sua autorità per convinzione. Il suo concetto dell'autorità paterna -è quello biblico: _Filii tibi sunt; erudi illos, et curva illos a -pueritia illorum._ Egli esegue letteralmente il precetto: stabilito di -avviar Giacomo per la carriera ecclesiastica, a dodici anni gli fa dare -il primo degli ordini minori. _Ne des illi potestatem in iuventute, et -ne despicias cogitatus illius:_ mai, “_letteralmente mai_„, egli lo -lascia solo. Amandolo teneramente, teme che le vivaci manifestazioni -dell'amor suo scemino il suo prestigio di padre; quindi le contiene e -le reprime. Quando è riuscito troppo bene in quest'opera, anch'egli -si duole, come la moglie, anzi con più cordiale sincerità, di ciò -che ne è l'effetto naturalissimo; perchè vorrebbe, ma non può essere -trattato con piena confidenza da Giacomo. “Mi pare che le lettere mie -siano di molestia a voi, e che voi diate ad esse un riscontro stirato -stirato come i versi latini dei ragazzi; quasi che il vostro cuore -trovasse un qualche inciampo per accostarsi al mio, il quale vorrebbe -esser veduto da voi una volta sola e per un solo lampo, e questo gli -basterebbe.„ E al padre amante il figlio devoto tosto risponde: “Le -dico e le protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io -l'amo teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno di amare -suo padre; che io conosco chiarissimamente l'amore che ella mi porta, -e che a' suoi benefizi e alla sua tenerezza io sento una gratitudine -tanto intima e viva quanto può mai essere gratitudine umana.... Se poi -ella desidera qualche volta in me più di confidenza e più dimostrazioni -d'intimità verso lei, la mancanza di queste cose non procede da altro -che dall'abitudine contratta sino dall'infanzia, abitudine imperiosa -e invincibile perchè troppo antica e cominciata troppo per tempo.„ È -triste, dolorosa e quasi tragica per queste due anime l'impossibilità -di confondersi nell'impeto dell'affetto che pure entrambe le spinge. Ma -non ha il padre volontariamente contenuto l'affetto suo? Come si può -dolere se ha impedite le ingenue manifestazioni di quello del figlio? -Egli vuole che il figlio lo tratti con intimità quando gli dà del -_voi_, quando lo ha educato a dargli del _lei_; quando per rispetto -ai principii, alla tradizione, non gli ha dato mai nessun esempio di -confidente abbandono! - -Gli effetti di questa educazione sono molto più gravi che Monaldo -non sospetti. L'anima sensitiva che avrebbe bisogno di espandersi, -si chiude invece in sè stessa: l'apparente severità del padre e la -reale soggezione nella quale è tenuto producono questo effetto: che -il giovanetto si sente quasi estraneo nella famiglia, e alteramente -ricusa di ricorrere ad essa quando ne ha bisogno. “Io tra il non -avere e il domandare scelgo il non avere, eccetto se la necessità -de' miei studi o la voglia troppo ardente di leggere qualche libro -non mi sforza.... Circa a mio padre, io mi son fatto durissimo al -domandare, e non mi ci so risolvere a nessun patto.„ Tanto più egli -si afferma in questo proponimento, quanto più vede inutili le sue -richieste e le sue preghiere. Il Giordani gli consiglia, per salute, -di cavalcare; e questo è uno dei pochissimi esercizii ai quali sarebbe -adatto e che egli farebbe volentieri, perchè gli altri, più energici, -lo ammazzerebbero; ma non gli è dato. I parenti, ai quali sarebbe -spettato di moderare gli enormi suoi studii, non intendono metter -opera a correggerne gli effetti funesti. Egli non cessa di lagnarsi con -l'amico: “Avrei sommo bisogno di distrazioni, ma non ne ho: oimè! mi -ridarebbero la salute e la vita.„ E ancora: “Con quel medesimo studio -che m'ha voluto uccidere, con quello tenermi chiuso a solo a solo, -vedete come sia prudenza! e lasciarmi alla malinconia, e lasciarmi a -me stesso che sono il mio spietatissimo carnefice....„ Egli non ha -“un baiocco da spendere„, e il padre non gli concede se non quelle -cose che la sua sapienza paterna, e quella della moglie, giudicano -convenienti. Compiacendosi del genio del figlio, lo tratta poi da -bambino e ride tranquillamente di lui se questo genio, sentendosi -a disagio nel paesuccio natale, chiede di andarne via. Non è un -capriccio quello che spinge Giacomo fuori di Recanati, ma una precisa -necessità. Vedremo più tardi di che disagio morale vi soffrisse; ma -alle sue sofferenze fisiche, alle sue malattie nervose la distrazione -dei viaggi, la novità dei climi sarebbe il solo rimedio efficace. -E la madre, arbitra dell'impiego delle sostanze, non vuol dargli un -assegno. Senza dispendio della casa, mettendo in opera le influenze -della nobile parentela, il giovanetto erudito sa che potrebbe ottenere -uno stato a Roma o altrove: il padre vuol tenerselo accanto. “Il mio -sentimento,„ scrive al cognato che intercede per il nipote, “è che egli -sia men dotto, _ma sia di suo padre_.„ Sottolinea egli stesso. Egli -pretende che Giacomo viva “tranquillo e lieto dove lo ha collocato la -Provvidenza.„ La Provvidenza non può sbagliare; egli è infallibile. E -il figlio sfoga l'animo suo col Giordani: “Solamente che avesse voluto -chi dovrebbe volere, e non volendo dice agli altri ed a se stesso di -non potere, è cosa palpabile che da gran tempo avremmo ottenuto il -nostro desiderio. Ma non vogliono nè vorranno mai se non quando noi -gli sforzeremo; sono contenti di vederci in questo stato; in questo -vorrebbero di tutto cuore che morissimo: si pentono di averci lasciato -studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto -i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appostatamente e -palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri -desiderii paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili, a chi? -non parlo degli altri che son vissuti e vivono essi come vorrebbero -che vivessimo noi, dico a quel nostro zio che di dodici anni andò -paggio alla corte di Baviera, tornato di diciotto visse per lo più in -Roma finattanto che deputato della provincia a Napoleone e proposto -per senatore, fatto cavaliere poi barone poi ciamberlano, andò due -volte a Parigi e alla corte, ora ha stabilito il suo domicilio a -Roma, trasferitaci tutta la sua famiglia, e persuasi a trasferircisi -tutti i suoi fratelli e tutta la famiglia di una sorella assai meno -comoda della nostra, ed ha avuto la sfacciataggine di dirmi più volte -spontaneamente che sapeva di non potere educar bene i suoi figli se non -fuori di qui, e poi scrivermi una lunga lettera per provarmi che io la -fo da ignorante e da stolto pensando solamente d'uscire di Recanati.„ - -Se le sue parole sono dure, non è duro il suo cuore. Di che amore -ripagherebbe i genitori se questi fossero altri, si può argomentare -dalla forza del suo affetto fraterno. L'amore del fratello e della -sorella è la sua grande consolazione. Carlo, minore di lui di un solo -anno, con lui allevato sin dalle fasce, è “un altro me stesso„, è il -suo “confidente universale„, gli è “sinonimo di vita„; insieme fanno -“una stessa persona ipostatica.„ Tuttavia non mancano i motivi di -discordia, “non per l'inclinazione, amando lui gli stessi studi che -io, ma per le opinioni.... Questi è il solo solissimo con cui apro -bocca per parlare degli studi; il che spesso si fa, e più spesso si -farebbe se si potesse senza dispute, le quali sono fratellevoli ma -calde.„ L'origine delle controversie che egli non può numerare “perchè -sono infinite„, è ancora nel conflitto generale delle menti. Carlo -è romantico senz'altro; dinanzi a lui, udendo le sue esagerazioni, -Giacomo si afferma ancora più nel suo sdegno contro i principii moderni -dei quali crede di essersi liberato interamente; e si duole che il -fratello ami poco gli antichi, e molto gli stranieri e moltissimo -i Francesi; egli si accosta pertanto alle opinioni del padre; ma -rispettoso del passato dinanzi all'iconoclasta fratello, è nel tempo -stesso rivoluzionario dinanzi al padre codino. Questa contraddizione -si spiega ancora con l'intimo dissidio che trovammo in lui: egli pensa -differentemente dal fratello e dal padre non già perchè rifugge dai -loro opposti eccessi ed ama un ragionevole temperamento; ma perchè, -simile al fratello nell'ansia giovanile e poetica del nuovo, c'è anche -in lui un filosofo, un vecchio, che protesta; e perchè, simile al padre -in una certa rigidezza di principii, c'è in lui un giovane ardente che -si ribella. L'affetto familiare avrebbe potuto rendere sopportabile -e conciliare i suoi contrasti; l'affetto realmente sempre concilia i -fratelli e rende esemplare il loro legame. Lontano da Carlo, Giacomo -gli scrive: “Nessuna amicizia sarà mai e poi mai eguale alla nostra, -ch'è fondata in tante rimembranze, che è antica quanto la nostra -nascita.... Tu, l'amor tuo, il pensiero di te, siete come la colonna -e l'ancora della mia vita. Ogni parte di questa si riferisce là come -a un centro.... Se quella fede teologica, anzi quella coesistenza che -noi abbiamo insieme, fosse mai sospesa; io non sarei più quello di -adesso; la mia esistenza non avrebbe più il suo fondamento; e tutto -il mondo cambierebbe faccia per me in un colpo....„ Che cosa sarebbe -occorso perchè questa capacità d'affezione familiare si volgesse anche -al padre? Nient'altro che questi avesse trattato il figlio con quella -confidenza, con quella cordialità, che pretendeva da lui. - -Egli avrebbe potuto giovargli moralmente. L'intima resistenza che -Giacomo opponeva alla moda romantica, il suo culto dell'antichità, -l'istintivo rispetto delle tradizioni avrebbero potuto essere -fortificati per opera di un altro padre; Monaldo, con la sua severità, -con le sue continue opposizioni, fa tutto il contrario. Egli non ha -riguardo alla situazione morale di nessuno dei figli. Dell'ansia -di Carlo, della forza con la quale il contagio romantico gli si è -comunicato, già sappiamo qualche cosa. A quindici anni scrive: “Non -mi è possibile esprimere il trasporto, l'affetto, l'ammirazione, -la compiacenza, l'entusiasmo che io provai nel leggere il _Genio -del Cristianesimo_ del signor Chateaubriand. Chi mai, dicevo fra me -stesso, è giunto a questa penetrazione sì grande del cuore umano, -e del cuore più delicato e sensibile, a questa pittura sì viva e sì -naturale dei suoi più piccoli movimenti?... Son rimasto per più giorni -in un'estasi di meraviglia e di commozione, d'invidia.... No, non si -cancellerà giammai dal mio animo la profonda impressione cagionatami -dalla lettura di quest'opera che mi ha fatto passare i più bei momenti -della mia vita, e rimaner lungo tempo in una situazione qual mai -più ho provata di stupore, di elevazione, di turbamento per me nuovo -affatto e sconosciuto, e che sarebbe tuttora egualmente vivo, se il -tempo e le distrazioni e gli oggetti e le occupazioni diverse non ne -raffreddassero la sensazione, non però mai la memoria, la quale resterà -perpetuamente ad eternare le traccie di ammirazione, di rispetto ed -anche di utilità e di profitto....„ Egli si crede “soldato agguerrito -contro tutte le disgrazie umane„, pensa che la morte del piacere -e la nascita della noia, “mostro orribile„, sia dovuta al vivere -antinaturale, “senza azione, senza meta, senza educazione fisica, senza -sviluppo di azioni gigantesche.„ Paolina è vera sorella di Carlo e di -Giacomo: ella non ha riso “_mai_ appunto perchè non mi sono contentata -di ridere solamente: io voglio ridere e piangere insieme: amare e -disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata egualmente, salire al -terzo cielo, poi precipitare....„ - -Chiamiamoli infermi, e folli se pur si vuole: non per questo sarà meno -necessario trattare questi straordinarii fanciulli con illuminata -tenerezza, con gelosa bontà, con indulgente premura. Ma la madre, -quella che più di ogni altro sarebbe in grado di consolarli, non -sa dire una buona parola; e il padre, quantunque tanto migliore di -lei, pure li disconosce e li sottomette. Sarà da stupire se essi -esprimeranno il loro scontento con parole roventi? Carlo dirà di sè -stesso che non è niente, non ha niente, non fa niente e non ama niente. -“Pensando a' miei casi, io rido di quel riso che usava Democrito, e che -è il solo pianto che gli uomini del mio temperamento possono accordare -a sè stessi. Costoro non sarebbero ora lontani dall'ammogliarmi....„ -_Costoro_ sono i genitori; egli significa in modo anche più duro lo -scontento suo e dei suoi fratelli quando esclama: “Siamo veri animali -domestici, mantenuti a tanto per giorno; e perchè ci nutrite?...„ -Non meno triste e sdegnata è Paolina: nel '23, a ventitrè anni, -dice di non avere altro desiderio se non quello di non arrivare alla -fine dell'anno, “ed è questo desiderio concepito con il più intimo -sentimento del cuore, e voi lo crederete bene conoscendo me e quelli -che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo -di vita, che non ne posso più; ed il peggio è il non avere alcuna -speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a -questo stato altro che la morte, e venga anzi prestissimo, che sempre -sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi assicurassero di morire domani -forse dalla consolazione non ci arriverei.„ L'anno passa, ne passano -molti altri, e la sua condizione peggiora. Nel '31 scrive che “non se -ne può più affatto affatto. Io vorrei che tu potessi stare un giorno -solo in casa mia, per prendere un'idea del come si possa vivere senza -vita, senza anima, senza corpo. Io conto di essere morta da lungo -tempo; quando perdei ogni speranza, dopo aver sperato tanto tempo -inutilmente, allora morii — ora mi pare di esser divenuta cadavere, -e che mi rimanga solo l'anima, anch'essa mezzo morta poichè priva di -sensazioni di qualunque sorta.„ - -Tale è la condizione dei figli. Nulla modifica la volontà e l'animo -dei loro genitori. Giacomo, il più travagliato di tutti, vede che -nè l'eloquenza “di Pericle, di Demostene, di Cicerone, di qualunque -massimo oratore, nè della stessa Persuasione„ rimuoverebbe il padre -dall'ostinato proposito di non dargli “un mezzo baiocco„ fuori di -casa. Se egli vuole uscire da Recanati, deve mendicare.... a meno che -non aspetti la morte del padre. L'empio pensiero lo spaventa: allora -egli delibera di fuggire. La sua volontà infiacchita e repressa per -cause intrinseche ed estrinseche dà un ultimo lampo. Egli matura il -piano della fuga: scrive al conte Broglio d'Ajano perchè gli mandi -un passaporto per Milano; comunica la sua risoluzione al fratello -per lettera, senza chiedergli consiglio, “perchè il consiglio giova -all'uomo irresoluto, ma al risoluto non può altro che nuocere: ed io -sapeva che tu avresti disapprovata la mia risoluzione. Sono stanco -della prudenza, che non ci poteva condurre se non a perdere la nostra -gioventù, ch'è un bene che più non si riacquista.... Se m'ami, -ti devi rallegrare: e quando io non guadagnassi altro che d'esser -pienamente infelice, sarei soddisfatto, perchè sai che la mediocrità -non è per noi.... Addio. Abbraccia questo sventurato. Non dubitare, -non sarai tu così. Oh quanto meriti più di me! Che sono io? Un uomo -proprio da nulla. Lo vedo e lo sento vivissimamente, e questo pure -m'ha determinato a far quello che son per fare, affine di fuggire la -considerazione di me stesso, che mi fa nausea. Finattantochè mi sono -stimato, sono stato più cauto; ora che mi disprezzo, non trovo altro -conforto che di gittarmi alla ventura, e cercar pericoli, come cosa di -niun valore. Consegna l'inclusa a mio padre. Domanda perdono a lui, -domanda perdono a mia madre in mio nome. Fallo di cuore, che te ne -prego, e così fo io collo spirito. Era meglio (umanamente parlando) -per loro e per me, ch'io non fossi nato, o fossi morto assai prima -d'ora. Così ha voluto la nostra disgrazia....„ Al padre comincia col -dire: “Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avrò fatto, questo foglio -le possa parere indegno d'esser letto, a ogni modo spero nella sua -benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di -un figlio che l'ha sempre amato e l'ama, e si duole infinitamente -di doverle dispiacere....„ In quest'attitudine umile persevera -finchè ricorda la prudenza, l'astinenza da ogni piacere giovanile, -l'ubbidienza e la sommessione ai genitori che egli ha sempre usate, -e il giudizio che del suo ingegno hanno portato uomini stimabili e -famosi. Ma a poco a poco la coscienza di sè, lo sdegno per non essere -stato compreso si esprimono vivacemente. “Ella non ignora che quanti -hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente -con le sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche -cosa non affatto ordinaria, se si fossero dati quei mezzi che nella -presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati -indispensabili per far riuscire un giovane che desse anche mediocri -speranze di sè.... Certamente non l'è ignoto che non solo in qualunque -città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17 -anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo -in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch'essi -_tutti_ hanno in quell'età, nella mia condizione, libertà di cui non -era appena un terzo quella che mi s'accordava a 21 anno.... Contuttochè -si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che -un barlume, ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far -sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e -futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia.„ E a poco -a poco il suo sdegno prorompe con espressioni tanto più forti, quanto -più misurate: “Io vedeva i miei parenti scherzare cogl'impieghi che -ottenevano dal Sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi -con affetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse -qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze, -senza che per ciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle -risa, ed ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure -si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di -questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch'ella formava su di noi, -e come per assicurare la felicità di una cosa ch'io non conosco, ma -sento chiamare casa e famiglia, ella esigeva da noi due il sacrifizio, -non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della nostra -gioventù, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo ch'ella -nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava -nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli -per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima -vita ch'io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo -genere che mi procurava la mia strana immaginazione, e non poteva -ignorare quello ch'era più ch'evidente, cioè che a questo, ed alla -mia salute che ne soffriva visibilmente, e ne sofferse sino da quando -mi si formò questa misera complessione, non v'era assolutamente altro -rimedio che distrazioni potenti, e tutto quello che in Recanati non si -poteva mai ritrovare.... Non tardai molto ad avvedermi che qualunque -possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo -proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta -da una costantissima dissimulazione e apparenza di cedere, era tale da -non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo, e le riflessioni -fatte sulla natura degli uomini mi persuasero, ch'io benchè sprovveduto -di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge -mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi -della mia sorte.... Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e -soffrire piuttosto che annoiarmi; tanto più che la noia, madre per -me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del -corpo. I padri sogliono giudicare i loro figli più favorevolmente -degli altri, ma ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente -di ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo -nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza -che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche.... -Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta -ch'io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa -medesima e con quello ch'io porto meco. Se la mia salute fosse stata -meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa -che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono, -e non potendo sperar più nulla da lei, per l'espressione ch'ella si -è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca -in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla -certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno, -di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa -è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far -dispiacere a lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure -datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione.„ Sul punto -di chiudere, egli è più giusto, riconosce il malinteso morale, la vera -causa della discordia: “La sola differenza di principii, che non era -in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a -morir qui di disperazione, o a questo passo ch'io fo, è stata cagione -della mia disavventura.... Mio caro signor padre, se mi permette di -chiamarla con questo nome, io m'inginocchio per pregarla di perdonare -a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia -infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene, -e così spero che sarà d'ora innanzi.„ Ma tanto poco questo figlio si è -sentito partecipe della sostanza del padre, che ancora, nel punto del -commiato, lo punge l'idea del debito che contrarrà portando via un poco -di denaro: “Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo -pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a -servirmi.„ Poi non resta luogo se non al dolore e all'umiltà: “L'ultimo -favore ch'io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di -questo figlio che l'ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come -odiosa, nè la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'ella si possa -lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si -nega neanche ai malfattori.„ - -Il tentativo della fuga fallisce, perchè Monaldo, avutane -indirettamente notizia, si fa mandare il passaporto e dice al figlio -che è libero di prenderselo e andarsene; ma gli stessi amici, gli -stessi estranei che si sono trovati mescolati in questa avventura, -hanno parole di biasimo per il modo col quale Giacomo è stato trattato. -“Sono ben contento,„ scrive il marchese Solari a Monaldo, “che il -tutto sia finito, e senza l'intesa della contessa, che se ne sarebbe -rammaricata al sommo grado, e che d'altronde, mi sia permesso il dirlo -con franchezza, per la sua eccessiva severità potrebbe aver dato luogo -a risoluzioni così sconsigliate.„ Ma Giacomo non è “nè pentito nè -cangiato.„ Egli desiste per il momento dal suo proposito, “non forzato -nè persuaso, ma commosso e ingannato. Persuaso non poteva essere, come -nè anche persuadere, perchè le nostre massime sono opposte, e perciò -fuggo ogni discorso su questa materia.... Se mi opporranno la forza, -io vincerò, perchè chi è risoluto di ritrovare o la morte o una vita -migliore, ha la vittoria nelle sue mani. Le mie risoluzioni non sono -passeggere come quelle degli altri, e come mio padre stimo che si -persuada, per dormire i suoi sonni in pace, come suol dire.... Mio -padre crede ch'io da giovinastro inesperto non conosca gli uomini. -Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono. Ma forse sono più -avanti ch'egli non s'immagina. Non creda d'ingannarmi, che la sua -dissimulazione è profonda ed eterna; sappia però ch'io non mi fido di -lui, più di quello ch'egli si fidi di me.... Crede mio padre che con -un carattere ardente, con un cuore estremamente sensibile come il mio, -non mi sia mai accaduto di provare quei desiderii e quegli affetti -che provano e seguono tutti i giovani della terra? crede che non mi -sia accaduto molto più spesso e più violentemente degli altri? crede -che non fossero capaci di spingermi alle più formidabili risoluzioni? -crede che s'io ho menato fin qui quella vita che non si ricercherebbe -da un cappuccino di 70 anni in tutto il rigore della espressione (e me -ne appello a tutta Recanati che se ne maraviglia, e allo stesso mio -padre), ciò sia provenuto dalla freddezza della mia natura?... Io so -di certo ch'egli ha protestato che noi non usciremo di qui finch'egli -viva. Ora io che voglio ch'ei viva, e voglio vivere anch'io, e questo -da giovane, e non da vecchio quando sarò inutile a tutti e a me stesso, -mi getterò disperatamente nelle mani della fortuna.... Io sono stato -sempre spasimato della virtù: quello ch'io voleva eseguire non era un -delitto: ma io son capace anche della colpa. Si vergognino ch'io possa -dire che la virtù m'è stata sempre inutile. Il calore e la forza dei -miei sentimenti si poteano dirigere a bene, ma se vorranno rivolgergli -a male, l'otterranno....„ Minaccie che nella convulsione dell'impotenza -il dolore gli strappa dalle labbra: non solamente ciò non potrà -accadere, ma egli si prepara a sopportare un nuovo colpo. - -Se non vuole lasciarlo andar via, libero, nel vasto e ignoto mondo, il -padre potrebbe almeno consentirgli di pensare, di scrivere liberamente. -Neanche questo gli concede; intende anzi che non abbia idee diverse -dalle sue; attende a difenderlo dallo “sconvolgimento fatale della -ragione umana che ha disonorata la nostra età.„ Quando s'accorge dei -sentimenti di Giacomo, dopo il tentativo di fuga, non potendo spiegarsi -come tanta vigilanza, tante predicazioni e tanti esempii siano stati -invano, getta tutta la colpa dell'accaduto sull'amicizia del Giordani, -col quale ha consentito che il figlio avesse carteggio e restasse da -solo a solo durante la visita del Piacentino a Recanati. Si spaventa -perchè, con l'occasione della letteratura, costui ha suggerita e -favorita la corrispondenza di Giacomo con molti letterati d'Italia, -fra i quali vi sono “spiriti pericolosi o inquieti, che non hanno -mentito sè stessi, e manifestandosi al figlio mio nelle loro lettere, -lo hanno scopertamente invitato a partecipare delle loro massime, e -a coadiuvare, anzi a farsi primario sostenitore dei loro disegni.„ -La canzone _All'Italia_ e quella _Sul monumento di Dante_ hanno valso -infatti all'autore una lettera del Montani, il quale saluta in lui il -più degno futuro poeta dei Carbonari. Monaldo “si pela dalla paura„, -per adoperare l'espressione di Carlo. Un giorno, frugando tra le carte -di Giacomo, come è suo uso, non che della moglie, trova una lettera -che il figlio è sul punto di spedire al Brighenti intorno alla stampa -di tre nuove canzoni: _Ad Angelo Mai_, _Per donna malata_ e _Sullo -strazio d'una giovane_; alle quali l'editore ha proposto e Giacomo -ha consentito che si uniscano le due già prima stampate per farne -un libretto più consistente. Tanto basta perchè Monaldo tosto scriva -al Brighenti significandogli il suo dispiacere, e la volontà che la -canzone _All'Italia_ non si ristampi. Lo stesso Brighenti, pur lodando -le paterne inquietudini, timidamente rappresenta a Monaldo: “Veramente -le confesso che anche dalla niuna difficoltà della revisione, io -deduco che quella canzone non è punto sediziosa, e soltanto libera e -poeticamente ardita.„ Pure, obbedendo, sospende la stampa, e per non -dire a Giacomo il vero motivo, gli chiede denaro per lo stampatore. -Già l'effetto di questa prima lettera è grave nell'animo del giovane -altero, che non avendo la somma e non volendo chiederla, si vede -costretto di rinunziare alla disegnata pubblicazione: “Ho conosciuto -di essermi ingannato, non avendo in nessun modo potuto riuscire ad -accumulare la somma intiera. Abbassarmi non voglio, e non è stato mio -costume mai da quando la disgrazia volle mettermi a questo mondo. E -potrà anche far la fortuna che mi manchi il vitto e il vestire, ma non -costringermi a domandarlo neppure alla mia famiglia. Perciò rinunzio -interamente a qualunque progetto così relativamente a questa come a -qualunque altra edizione; e perchè il mio ingegno è scarsissimo, e, -per grande che sia qualunque ingegno, non giova mai nulla in questo -mondo, son risoluto di sacrificarlo totalmente all'immutabile ed eterna -scelleratezza della fortuna, col seppellirmi sempre più nell'orribile -nulla nel quale son vissuto fino ad ora. Prego V. S. che non pensi -più a me se non come all'uomo il più disperato che si trovi in questa -terra, e che non è lontano altro che un punto dal sottrarsi per sempre -alla perpetua infelicità di questa mia maledetta vita....„ Il padre -si duole vedendo la malinconia e la tristezza di Giacomo, che Carlo -condivide; si lagna perchè “con un cuore troppo pieno d'amore per -tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno -inesorabile.„ Nell'impeto del dolore invidia “la sorte d'un padre -mendico che riportando a casa un pane nero e bagnato di sudore, lo vede -accolto dall'amore e dalla riconoscenza dei figli.„ Ma se l'amor suo -è grande e sincero, non meno ferma è la sua volontà di disciplinare -a suo modo l'ingegno del figlio. Egli lo ammira, ma quanto maggiore -è l'ammirazione, tanto maggiore è il dolore di vederlo avviato per -una strada che giudica falsa. Le canzoni che Giacomo non si rassegna -a metter da parte sono per lui inezie: “Ma perchè questo mio figlio -vuole perdersi dietro queste inezie che non portano nè a conseguenze -nè a fama? Perchè amando la Letteratura e il nome di Letterato, come -lo ama e lo agogna con fervore giovanile, perchè non si dedica a -qualche opera utile e grande di cui è capace maggiormente possedendo la -lingua ebraica e greca? Egli sicuramente è consigliato male e peggio -lo è nel suo sistema di confidarsi con me scarsamente. Io stimo poco -la Letteratura nuda e la vorrei sempre seguace di qualche scienza, -stimando che un Letterato, il quale non professi alcuna facoltà sia una -cornice magnifica senza quadro....„ E sentendo che la propria autorità -è poca, che il suo credito sul figlio è scarso, si affida all'editore -per ottenere che glie lo converta: “Le faccia conoscere che le canzoni -ed altri piccoli pezzi staccati producono gloria momentanea e caduca, -e che un uomo grande deve lasciare un'opera grande.... Insomma lo -elettrizzi, lo infiammi a qualche occupazione degna d'un Cavaliere -Cristiano, e mi avrà reso un favore inapprezzabile, e forse mi avrà -reso il cuore di un figlio. I giovani sentono più l'amico che il padre, -e molto più quando hanno sospettato che i principii del padre perchè -troppo antichi, e troppo severi, non ottengono il plauso di tutti.„ -Egli s'accosta così alla verità; dovrebbe fare solo un passo per -concedere che Giacomo segua il proprio genio; ma di questa concessione -è incapace. - -Egli è persino incapace d'intendere in qual modo bisognerebbe trattare -il giovane per non ferirlo: l'editore, l'estraneo gli dà una lezione -d'amor paterno: “Permetta, o Signore, ad una persona che sente -profondamente l'amor paterno, e che ha presentissimi i dettagli della -propria giovinezza.... che La supplichi a cedere quanto mai può a -quei moti amorosi, che leggo nella di Lei lettera, e che mi hanno -veramente intenerito. Io le accerto che il signor conte Giacomo è -afflitto oltremodo, e ben mi accorgo che questo giovane è dotato di -una sensibilità delicatissima, onde le cose che ad altri sono lievi, -sono a quell'anima gentilissima acutissime spine.... Ella troppo -sente l'amarezza delle nebbie che offuscano la tenerezza tra padre e -figlio. Il signor conte Giacomo è tale da portare nuovi pregi alla -illustre di Lei casa: facciamo adunque che lo possa, e rispettiamo -questa soverchia elasticità di fibre che è poi in fondo il patrimonio -di chi ha un ingegno superiore. Le torno a ripetere: qui in Bologna -posso accertarla che le canzoni del signor Leopardi non hanno destato -la minima idea di partito, e, sì, furono conosciute da gente di -ogni massima.... Certo le opinioni di quegli scritti sono liberali -anzi che no, frutto dello studio del greco e del latino, ma ai tempi -attuali sono tanti i lavori di questo genere, sono sì divulgate quelle -massime, che non può sentirne alcuno del rincrescimento, e, come le -dissi, quei revisori, che sono preti, e severissimi, non ci badarono -nemmeno, e le approvarono senza dire parola.„ E il brav'uomo narra la -sua propria storia, in lunghissime pagine, per dimostrare che è una -persona onesta, incapace di mentire; e poi torna ancora ai consigli di -prudenza, dice esser persuaso che Giacomo è soggetto a forti assalti -di malinconia, fa osservare ancora che “ai giovani di un carattere -ipocondriaco è mestieri (com'Ella m'insegnerebbe) di opporre le sole -vie della dolcezza, e della persuasione, e di evitare possibilmente -gli urti e le contrarietà.„ E per ultimo argomento assicura di avere -udito qualcuno a lamentarsi che le opinioni politiche di Giacomo, -non che liberali, siano anche troppo retrive “e a parlare con -qualche censura della sua canzone sul monumento di Dante, avendolo -per uomo contrario ai principii liberali, per quella sua dipintura -delle sciagure del regno italico e dei macelli di Russia. Ritenga -che questo fatto è verissimo.„ Ma tanto poco egli stesso è sicuro di -essere riuscito a piegarlo, che comunica delicatamente a Giacomo i -dubbii e gli ostacoli paterni. Allora lo sdegno del giovane prorompe; -allora dall'accasciata rassegnazione alla quale era stato ridotto -per gli ostacoli finanziarii, passa, con una reazione violenta, alla -superba affermazione della sua volontà. Egli non vede come suo padre -abbia potuto sapere “quello di cui non ho mai parlato nè a lui nè a -verun altro.... eccetto il caso che abbia rimescolato le mie carte; -del che non mi meraviglio nè mi lagno, perchè ciascuno segue i suoi -principii. Quanto ai dubbi di mio padre, rispondo che io come sarò -sempre quello che mi piacerà, così voglio parere a tutti quello che -sono; e di non essere costretto a fare altrimenti, sono sicuro per -lo stesso motivo, a un dipresso, per cui Catone era sicuro in Utica -della sua libertà. Ma io ho la fortuna di parere un coglione a tutti -quelli che mi trattano giornalmente, e credono ch'io del mondo e -degli uomini non conosca altro che il colore, e non sappia quello che -fo, ma mi lasci condurre dalle persone che essi dicono, senza capire -dove mi menano. Perciò stimano di dovermi illuminare e sorvegliare. -E quanto all'_illuminazione_, li ringrazio cordialmente: quanto alla -sorveglianza, li posso accertare che cavano l'acqua col crivello.„ Ma -se egli sente che nessuno potrà mai sforzare la propria coscienza, -comprende pure che la volontà del padre dovrà trionfare dei suoi -disegni; allora torna ad accasciarsi, prorompendo in uno sdegnoso -lamento: “Circa le mie canzoni, io le metto nel gran fascio di tutti -i miei detti o fatti o scritti dalla mia nascita in poi, che il mio -esecrando destino ha improntato di perpetua inutilità. Io ho rinunziato -a tutti i piaceri de' giovani. Dai 10 ai 21 anno io mi sono ristretto -meco stesso a meditare e scrivere e studiare i libri e le cose. Non -solamente non ho mai chiesto un'ora di sollievo, ma gli stessi studi -miei non ho domandato nè ottenuto mai che avessero altro aiuto che la -mia pazienza e il mio travaglio. Il frutto delle mie fatiche è l'essere -disprezzato in maniera straordinaria alla mia condizione, massimamente -in un piccolo paese. Dopo che tutti mi hanno abbandonato, anche la -salute ha preso piacere di seguirli. In 21 anno, avendo cominciato a -pensare e soffrire da fanciullo, ho compito il corso delle disgrazie -d'una lunga vita, e sono moralmente vecchio, anzi decrepito, perchè -fino il sentimento e l'entusiasmo, ch'era il compagno e l'alimento -della mia vita, è dileguato per me in un modo che mi raccapriccia. È -tempo di morire. È tempo di cedere alla fortuna; la più orrenda cosa -che possa fare il giovane, ordinariamente pieno di belle speranze, -ma il solo piacere che rimanga a chi dopo lunghi sforzi finalmente -s'accorga d'esser nato colla sacra e indelebile maledizione del -destino.„ - -E quando sa che può stampare le canzoni inedite, esclusane la prima, ed -esclusa la ristampa delle già pubblicate, il suo sdegno prende altre -forme: quelle dell'ironia. “Io ringrazio mio padre del permesso che -mi concede di stampare le _mie_ canzoni. Ma le due di Roma non vuole -che si ristampino. Dice benissimo. Ha voluto saper da lei i titoli -delle inedite. Ha fatto benissimo. Non vuole che si stampi la prima. -Parimenti benissimo; non già secondo me: ma è ben giusto che _negli -scritti miei_ prevalga la sua opinione, perch'io sono e sarò sempre -fanciullo, e incapace di regolarmi. Restano due canzoni. Per queste, -per cui finalmente e a caso tocca a parlare a me, dico che non occorre -incomodare gli stampatori; e così finisca questo affare....„ Tanto è -più dolorosa per il giovane questa ingerenza nelle cose sue, quanto che -Monaldo rivela la povertà del suo giudizio, l'angustia del suo spirito. -“Mio padre non ha veduto se non il titolo della prima inedita.... e -s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione, e mille sconvenienze -del soggetto che possono venire in mente a chi, non mancando di -molto ingegno e sufficiente lettura, non ha nessuna idea del mondo -letterario. Il titolo della seconda inedita si è trovato fortunatamente -innocentissimo. Si tratta di un Monsignore. Ma mio padre non s'immagina -che vi sia qualcuno che da tutti i soggetti sa trarre occasione di -parlare di quello che più gl'importa, e non sospetta punto che sotto -questo titolo si nasconde una canzone piena di orribile fanatismo.„ E -poichè Monaldo, non potendo addurre le ragioni della prudenza politica -contro la canzone _Sullo strazio di una donna_, biasima che tratti di -un fatto accaduto troppo di fresco, Giacomo dimostra ancora all'editore -la povertà dello spirito paterno: “Alle ragioni di mio padre contro -la mia prima canzone inedita, rispondo con un solo esempio fra i -milioni che se ne trovano, e che avrei anche in mente. Il _Werther_ -di Goethe versa sopra un fatto ch'era conosciutissimo in Germania, e -la Carolina e il marito erano vivi e verdi quando quell'opera famosa -fu pubblicata. Ebbene? Ma se volessimo seguire i gran principii -prudenziali e marchegiani di mio padre, il quale, come ho detto, non ha -niente di mondo letterario, scriveremmo sempre sopra gli argomenti del -secolo di Aronne, e i nostri scritti reggerebbero anche alla censura -della quondam inquisizione di Spagna. Il mio intelletto è stanco delle -catene domestiche ed estranee.„ Niente vale: egli deve rinunziare -alla ristampa, si deve contentare di pubblicare la sola canzone al -Mai; e Monaldo poi si lagna che il figlio si sia “ostinato nel più -rigoroso silenzio„; se ne lagna egli che scrive ancora all'editore: -“Il giudizio e gli ordini miei dovevano rispettarsi da lui e li suoi -tentativi furono un delitto.„ Perdona di cuore il _delitto_, ma vuole -che Giacomo stesso lo condanni in cuor suo: “Ella e qualunque saggio -condannerebbero sempre un figlio il quale esponga al pubblico il -proprio nome senza intesa del Padre, e condannerebbero un Padre che -spontaneamente offrisse i mezzi con cui venire disobbedito.„ - -Il dissidio è inconciliabile: Monaldo ha un troppo severo concetto -della sua autorità; egli non intende l'effetto che le sue pretese -producono nell'anima del giovane. E se torna a lagnarsi perchè il -figlio non si confida a lui, le sue parole cocenti dimostrano ancora -una volta che lo ama, ma che all'amore non intende sacrificare una -sola delle sue prerogative. Non solo l'editore, l'estraneo, lo avverte -dell'errore; ma anche una persona della famiglia, la sua propria -sorella, quella “zia Ferdinanda„ alla quale il nipote Giacomo tanto -rassomigliava fisicamente, e che moralmente tanto rassomigliava a lui. -Ella sola intende l'animo del giovane: consolandosi all'idea che egli -possa aprirle il proprio cuore “perchè non tanto dissimile troverà -da' suoi sentimenti il cuor della zia„, dice di sè stessa che non ha -studiato, “ma che ha sortito dalla natura una sensibilità che, anzichè -indebolire cogli anni, sembra acquistar da essi maggior fondamento.„ -Anch'ella vive sola, “e non già sola di persona.... ma sola perchè -quasi mai m'incontro con persone che possano compiacere il mio animo; -e se qualche volta nel corso della mia vita mi sono incontrata di -trovarne qualcuna, caro nepote, ho dovuto porvi un argine, perchè -il cuor nostro è troppo debole per potersi contenere, e non rendere -veleno quello che sarebbe in sua natura stato un antidoto.„ La nobile -e buona creatura ha subito compreso che cuore sia quello di Giacomo, -e conoscendo a prova i tormenti che gli si preparano accortamente -lo consiglia. Se Giacomo le scrive che è da savio porre un argine -alla ragione, “supplizio della nostra vita„, ella lo ammonisce con -indulgenza veramente materna: “No, caro Giacomo, io non mi accordo con -voi in questo.... A poco a poco ci assuefacciamo a scordarci de' nostri -mali col trascurarli, o con il lasciare di coltivarne continuamente -l'immagine; è la ragione poi quella che deve a ciò persuaderci, e di -essa ci dobbiamo prevalere per felicitarci, non per il contrario. -Sono però persuasa che voi medesimo convenite meco non doverci per -sistema rendere infelici, ma sopportar con coraggio i mali della vita, -sperandone sempre il fine. Il vostro bell'animo vi darà pur troppo dei -motivi di dolore, se estenderete la vostra sensibilità senza freno; -ma questa, trattenuta nei limiti, vi darà motivo di compiacervene bene -spesso. Spero che il Cielo pietoso vorrà addolcire la vostra sorte, e -che vi renderà più quieto, cambiando le circostanze, e ponendovi in un -sistema meno coartato....„ Ella si fa filosofo e teologo, discute di -cose che non sono da lei per alleviare i mali del nipote, al quale dà -anche il dolce nome di amico. “Caro amico, credetemi: siamo infelici -molte volte perchè non sappiamo risolverci ad abbandonare qualche -sentimento, che ci rende infelici....„ Della propria sincerità gli dà -assicurazioni vivaci: “Allorchè trattasi di far palese il cuor mio ad -un cuor sensibile e ben fatto, e del quale fo assolutamente stima, -non duro alcuna fatica, e i miei sentimenti escono dal cuore, vanno -alla penna, alla carta, come un vaso d'acqua posto in pendenza verso -ciò che contiene entro sè stesso. Voi potrete rilevarlo senza stento, -giacchè sembrami possediate lo stesso dono di natura.„ E lo eccita a -scuotersi, se non altro per compiacerla; e si duole che egli voglia -essere il proprio nemico: “Capisco che non trovate cosa che vi sollevi; -ma, caro Giacomo, tante volte questa nostra fantasia ci dipinge delle -immagini tanto nere, che poi non lo sono in sostanza; e se volessimo -aprire gli occhi, vedremmo che non è effetto della cosa in sè, ma de' -nostri sguardi già ottenebrati.„ Come definisce bene il male morale -del giovane! Ma ella sa pure che non tutte sono ingigantite dalla -mente le sue cagioni di dolore: ella sa che la salute del poveretto è -distrutta, che la sua volontà in famiglia è troppo violentata; e tanto -riconosce che egli ha ragione di dolersi, che contro il suo sistema -“di non impacciarmi mai ne' fatti altrui,„ prega Monaldo di lasciarlo -venire a Roma in casa di lei per qualche tempo. Il padre non si oppone -apertamente, “anzi mi dice che non si offenderà, se i suoi figli -cercheranno qualche loro vantaggio (sebbene esso non ne veda in questo -proposito) e nè tampoco se a farlo conseguire impiegheranno gli amici. -Poco però si persuade che possiate trovarvi contento fuori di casa, -ove non vi manca cosa alcuna; e teme che vi pentirete, se giungete a -escire dalla casa paterna....„ Neanche questa volta Monaldo accorda il -suo consenso, e poi anche una volta vede con dispiacere che il figlio -non gli parli! E Ferdinanda esorta il nipote: “Perchè non procurar -da voi medesimo di ottenere questo permesso?... Ottenete di venire -in Roma, e spero che non ne resterete malcontento. Infine non potrà -dispiacervi di cambiare per qualche tempo il soggiorno di Recanati con -quello di Roma....„ parole che dovrebbero sonargli come un'irrisione, -se non venissero da questa buona creatura che lo ha trattato come un -figlio e che si adopera invano per ottenergli un posto di professore -alla Biblioteca vaticana. Nulla egli ottiene per suo mezzo; ella muore -lasciandogli un insegnamento che è la conferma d'un'antica persuasione -di lui: “perchè troppo sensibili saremo sempre infelici....„ Lo ha -pure esortato alla rassegnazione, alla pazienza; ma naturalmente egli -crederà più alle parole di approvazione dettate dalla calda simpatia -che non ai consigli di prudenza suggeriti dalla fredda ragione; e -penserà che egli ed i fratelli non sono soli della loro specie, che a -cuori sensitivi come i loro il trattamento del padre è iniquo; e non si -piegherà a sopportarlo. - -Noi lo vediamo pertanto esprimere ai suoi corrispondenti le stesse -lagnanze e le stesse accuse. Se Monaldo addebita al Giordani la -ribellione dei figli, Giacomo sdegnosamente protesta: “L'uomo di -cui mio padre si lagna, è tale, che neppure io ardisco nominarlo pel -rispetto e l'amore ch'io gli debbo. Ma mio padre se voleva dei figli -contenti in questo stato, doveva generarli d'altra natura, ed ora non -dovrebbe imputare a persone venerabili e rinomate in tutta l'Italia -quello ch'è necessità delle cose evidentissima a tutti, fuorchè a lui -solo.„ E se gli propongono una cattedra a Bologna, e lo sollecitano -a ottenere l'assenso paterno, egli scrive: “Vi dico che non avete -idea di mio padre. Non c'è affare che lo interessi così poco, quanto -quelli che mi riguardano. Non vuol mantenermi fuori di qua a sue sole -spese; ma non muoverebbe una paglia per procurarmi altrove un mezzo di -sussistenza che mi togliesse da questa disperazione....„ Per accettare -una dedica dal Brighenti egli dovrebbe sottoporla all'approvazione -del padre; e non vuole: “Sapete che mio padre è di principii -differentissimi dai miei; e che d'altra parte, s'io non gli domanderei -neppure il pan da mangiare, molto meno cose non necessarie.„ - -Una tregua è il viaggio di Roma. Nell'autunno del '22 i genitori -finalmente consentono che egli vada alla capitale in casa dello zio -Antici: allora, da lontano, tolte le occasioni di dissapori, l'affetto -paterno e filiale si manifesta con espressioni sincere e commoventi: -“Bacio la mano alla cara mamma. A lei professerò eternamente la -più viva gratitudine e il più caldo e filiale affetto. Mi ami, caro -signor padre, ch'io l'amo di tutto cuore, e desidero di servirla e -di compiacerla e di ubbidirla in ogni cosa. E per quasi niun altro -rispetto mi rallegro di aver sortito un cuore sensibile e pieno -d'amore, se non perchè io posso rivolgere la mia sensibilità verso di -lei.„ Quando il padre, per il Natale, gli manda con dolci e cordiali -espressioni, una strenna di dieci scudi, egli risponde: “Sarebbe quasi -inutile ch'io provassi di ringraziarla della liberalità che mi usa e -dell'affetto che mi dimostra. Ella sa, carissimo signor padre, quali -sono i miei sentimenti ancorchè io non li sappia esprimere. E per tanto -mi basterà dirle che la ringrazio con tutto il cuore del dono, e che lo -riconosco dall'antico e tenero e forse pur troppo non meritato amore -che ella mi porta; il quale amore però, quando anche non meritato, -certamente è corrisposto, e corrisposto con tutte le forze possibili -dell'animo mio.„ Tuttavia l'esagerazione della vigilanza che il padre -vuole esercitare sul figlio anche da lontano, e le sue paure grottesche -si rivelano ancora quando gli scrive: “Abbiatevi ogni cura, e non -dimenticate di evitare accuratamente il pericolo delle carrozze....„ -Egli che non ha voluto forzar la mano alla moglie per provvedere -alla sorte del giovane, trova poi di che ridire quando questi pensa a -procacciarsi denaro col proprio lavoro, con una traduzione di Platone: -“La vostra fatica verrà pagata circa baiocchi 60 al giorno, e voi -lavorando un mese ogni dì senza riposo festivo, guadagnerete scudi 18, -un poco più di quanto diamo al nostro cuoco e un poco meno di quanto -si dà nelle amministrazioni allo scrittore dei soprascritti....„ Così -pure, quando Giacomo dà lezioni per vivere, il padre giudica che gli -emolumenti mensili siano “alquanto umilianti.„ Questo è il nuovo danno -che viene al Leopardi dalla famiglia: non solamente non ne riceve -il benefizio degli affetti, non solamente vi trova opposizioni e -contrasti, non solamente vi è tenuto in una soggezione penosa; ma essa -non gli dà e quasi gl'impedisce di procacciarsi quel denaro che, dopo -la salute e l'amore — e anche prima dell'amore a giudizio di molti, — -è pur necessario a render gli uomini contenti. Adelaide Leopardi, nel -tempo delle peggiori strettezze, non vuole smettere la carrozza: ella -trova i quattrini per mantenere questo segno di grandezza, non ne trova -per salvare suo figlio. Col titolo di conte questi non ha un soldo da -spendere; se fosse nato da un borghesuccio o da un operaio si caverebbe -d'impiccio senza difficoltà; la sua condizione sociale fa che non -soltanto il padre si dolga di vederlo lavorare per vivere, ma che ne -soffra egli stesso. - -Perchè, infatti, tornato a Recanati e ricaduto nella soggezione -antica, e costretto a farsi mandare ad altri indirizzi lettere e -stampe se vuole evitare che glie le leggano, e disperato al punto -di pensare a gettarsi alla ventura pur di ritrovarsi libero; egli -accetta la proposta del libraio Stella che lo chiama a Milano e gli -paga il viaggio e lo alloggia in casa propria. Il giovane vi si sente -incatenato e “in certa maniera ridotto all'obbligazione di servirlo„; -tosto si propone di fare “ogni sforzo per trarre dalla mia debole e -sciocca natura il vigor necessario a svilupparmi da questi lacci.„ Da -lontano l'anima pacificata ripensa le dolcezze pur tanto grandi del -tetto domestico: ricevendo lettere del padre gli pare di trovarsi in -mezzo alla sua famiglia, “l'amore verso la quale è anche accresciuto in -me dalla lontananza„; ed al fratello Carlo scrive da Bologna, dove dà -lezioni per non esser di peso alla famiglia, che è per lui “un giubilo -e un palpito„ l'aprire lettere di casa; e alla sorella Paolina, che la -consolazione provata vedendo i caratteri della madre “è stata tanta che -quasi dubitava di travedere„; e al fratello Pierfrancesco, che baci la -mano al babbo e alla mamma per lui “tante volte, finattanto che non -vi diranno, basta.„ Ma, come l'altra volta, anche ora Monaldo trova -modo di pesare sul figlio lontano. Già egli comincia col rendere lode -“grandissima„ a Dio, perchè Milano non è piaciuta al giovane quanto -egli “temeva.„ Se Giacomo, per godere di un Benefizio, vorrebbe esser -dispensato dall'obbligo dell'abito talare e della tonsura, il padre -che gli ha voluto “gettar sul muso„ la prelatura, che ha rinunziato a -malincuore all'idea di vederlo abbracciare lo stato ecclesiastico, gli -sta addietro per dimostrargli il suo torto. “Non vedo quale ripugnanza -possa aversi ad un abito, clericale o prelatizio, poco importa, -il quale fu l'abito di tanti Santi, e lo fu pure di tanti uomini -grandissimi in ogni genere di grandezza. Conosco che in addietro per i -vostri rapporti letterarii avrete dovuto capitolare coi pregiudizii, -o piuttosto colla malvagità del tempo; ma attualmente la vostra età, -la vostra esperienza e il vostro nome vi mettono al disopra di queste -umiltà, e siete in grado di dare il tuono nella repubblica delle -lettere, piuttosto che di riceverlo. Qual trionfo, figlio mio, per -la causa dei Santi e dei saggi, e qual gloria per la Chiesa e per lo -Stato, se l'uomo il più erudito forse dello Stato spiegasse arditamente -la bandiera della Chiesa, e con ciò proclamasse altamente che gli -studi, le lettere e le meditazioni dei saggi conducono a conoscere e -a venerare la Chiesa, e a disprezzare e a combattere i suoi palesi e -nascosti inimici?„ Ma questo paladino della religione, questo nuovo -banditor di crociate, è poi partigiano del Turco, e pone in ridicolo -la simpatia del figlio per la causa greca, considerando i Greci non -tanto come cristiani che combattono per la fede, quanto come sudditi -ribelli che vogliono una libera patria. “Avrete letto nei fogli, come -le grandi Potenze vogliono prendere una parte decisiva negli affari -dell'Oriente. Così avranno pace i vostri Greci, e ne godo perchè -sono uomini; ma mi pare che siano birbanti assai, ed è un avvenimento -singolare che la somma legge dell'umanità imponga di soverchiare il -Turco, quando forse ha più ragione di noi....„ E se un Recanatese va -a combattere e a morire per la croce contro la mezzaluna, così egli -ne dà conto al figlio: “Anche Recanati ha pagato il suo tributo di -follia alla demenza del secolo, e ha tinta col suo sangue la terra -classica della Grecia. Alcuni mesi addietro il conte Andrea Broglio, -lasciati i genitori e la moglie, dichiarò la guerra alla Mezzaluna e -andò a fare il _ciccobimbo_ in qualità di brigante volontario. Ebbe in -guiderdone un titolo di Maggiore e una razione quotidiana di polenta; -ma alli 23 di maggio, assalendo Anatolico, una palla di cannone lo -uccise sul campo.„ Il figlio gli dà ragione quanto al fatto, adducendo -un argomento che ha già manifestato nei suoi versi, cioè disapprovando -che Italiani vadano a morire per causa non propria; ma che effetto -gli devono aver prodotto le derisioni dell'amor patrio che infiamma -gli Elleni, se egli aveva già abbozzato un inno alla Grecia, se aveva -già detto di riguardare i poveri Greci come fratelli, se si era quasi -scusato di non aver parlato abbastanza a favor loro in un suo articolo, -“considerata la impossibilità in cui siamo di parlare liberamente?„ -Per reverenza al padre egli non replica alle parole irriverenti; ma -che credito può ora accordare alla fede cristiana della quale il padre -fa sfoggio? Come può udirne le esortazioni? Egli vede ancora questo -padre, quest'uomo, questo derisore di eroi, tremar poi dinanzi alle -gonne della moglie. Quando pensa con la sua testa, Monaldo dispiace al -figlio per l'ostinata e l'ostentata predicazione di idee che questi -non può far sue, anche perchè le vede discordi; quando poi il padre -vorrebbe accontentarlo, allora la paura della moglie lo impaccia. Non -volendo Giacomo vestir l'abito clericale, si potrebbe pure ottenere il -godimento temporaneo del Benefizio; ma il padre gli scrive: “Bisogna -maneggiar bene la cosa per i miei riguardi domestici. Scrivetemi -ostensibilmente nei termini suddetti, come avendo avuto questo lume -da altri, e pregatemi di farvi ottenere questa piccola temporanea -provvista, toccando che voi niente costate alla casa. Io sono inimico -giurato di questi giri, ma mi conviene patteggiare fra il mio cuore e -il molto giudizio di mamma vostra; la quale vi ama tenerissimamente, ma -crede che le vostre lettere siano una miniera d'oro, la quale vi rende -inutile qualunque altro sussidio.„ Allora, come i figli hanno convenuto -tra loro di scriversi sotto finti nomi per sottrarre le loro lettere -agli sguardi del padre, così anche il padre suggerisce a Giacomo di -servirsi di indirizzi convenzionali per isfuggire al vigile sguardo -della moglie. - -Ma ben tosto il primo, il costante, l'inflessibile pensiero di Monaldo -torna ad angustiare il giovane: bisogna che egli torni a seppellirsi -a Recanati. “Io le protesto e giuro,„ risponde Giacomo, “che non ho -desiderio maggiore che quello di vivere in compagnia sua, e in seno -della mia famiglia; e che quando io possa vivere a Recanati con salute -sufficiente, e sufficiente possibilità di occuparmi nello studio per -passatempo, io non tarderò neppure un momento a volare costì.... per -vivere al suo fianco, e non allontanarmene mai più.„ Se il padre -gli scrive dicendogli tutto il bene che gli vuole, egli risponde -con proteste d'affetto continue: “Io per la parte mia posso giurarle -che, parlando umanamente, non vivo se non per lei e per la mia cara -famiglia; non ho mai goduto della vita se non in relazione a loro; ed -ora la vita non mi è cara se non in vista del dolore che cagionerei -a loro se la perdessi.„ Tornato ancora una volta a Recanati, sente -la sua vita finita; ma pure riconosce che, se il padre non vuole, non -potrebbe neanche volendo mantenerlo fuori; e per vivere del suo fuori -di casa egli dovrebbe lavorar molto; e lavorar molto, nelle condizioni -della sua salute, non potrà più mai. Allora il suo amico Tommasini, -conoscendo che Recanati è per il poveretto la morte, gli offre la -propria casa, a Parma; più tardi lo invita Pietro Colletta, a Livorno; -ma l'anima altera non si può piegare a questa specie di servitù. -Preferisce soffrire; e poichè gli amici sanno che le sue sofferenze -sono veramente insopportabili, tornano a proporgli di venirsene da -loro: il Colletta reitera l'invito, la moglie del Tommasini ripete -con più premurosa insistenza la preghiera del marito. Tutti si -accorgono della necessità di fare qualche cosa per l'infelice, tranne -che il padre e la madre. Giacomo è costretto da ultimo ad accettare -l'elemosina di ignoti ammiratori toscani, che per iniziativa del -Colletta contribuiscono a costituirgli una piccola pensione perchè -possa vivere a Firenze e attendere ai lavori letterarii. Ma quando, -lontano dal padre, egli pubblica il suo nuovo libro, le _Operette -morali_, Monaldo trova ancora nei suoi pregiudizii di che amareggiarlo -con critiche, con paure, con scrupoli, con esortazioni a correggersi, -quando l'infelice è moribondo, quando non può scrivere una riga senza -sudor di sangue. “Io le giuro,„ risponde il giovane difendendo l'opera -propria, “che l'intenzione mia fu di far _poesia in prosa_, come s'usa -oggi; e però seguire ora una mitologia ed ora un'altra, ad arbitrio; -come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani, -buddisti, ecc. E l'assicuro che così il libro è stato inteso -generalmente, e così coll'approvazione di severissimi censori teologi -è passato in tutto lo Stato romano liberamente, e da Roma, da Torino, -ecc., mi è stato lodato da dottissimi preti. Quanto al correggere i -luoghi ch'ella accenna, e che ora io non ho presenti, le prometto che -ci penserò seriamente; ma ora vede Iddio se mi sarebbe _fisicamente_ -possibile, non dico di correggere il libro, ma di rileggerlo. Una -dichiarazione di protesta che pubblicassi, creda all'esperienza -che oramai ho di queste cose, che non farebbe altro che scandalo, e -quel che vi fosse di pericoloso nel libro, non ne diverrebbe che più -ricercato, più osservato e più nocivo.„ Ed anche non volendo, Monaldo è -destinato a fargli male. Quando egli pubblica i suoi _Dialoghetti sulle -materie correnti nell'anno 1831_, dove inveisce contro il liberalismo -e i liberali, e sostiene che la Francia dev'essere smembrata e che i -Turchi hanno ragione contro i Greci, e deride con espressioni triviali -le nuove idee politiche e filosofiche; tutti credono che l'autore ne -sia Giacomo, e si rallegrano o ridono della sua conversione; tanto -generalmente l'opera di Monaldo è attribuita al figlio, che questi è -costretto a pubblicare una dichiarazione di semplice protesta, dove -non c'è una parola che suoni biasimo all'opera del padre, quantunque -egli la detesti; e perchè il padre se ne duole, egli è costretto a -giustificarsi, a dire che ha pubblicato la dichiarazione “per non -usurpare ciò che è dovuto ad altri, e perchè non voglio nè debbo -soffrire di passare per convertito, nè di essere assomigliato al Monti, -ecc., ecc. Io non sono stato mai nè irreligioso, ne rivoluzionario di -fatto nè di massime. Se i miei principii non sono precisamente quelli -che si professano nei _Dialoghetti_, e ch'io rispetto in lei, ed in -chiunque li professa di buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io -dovessi nè debba nè voglia disapprovarli. Il mio onore esigeva ch'io -dichiarassi di non aver punto mutato opinioni.„ Monaldo, da canto suo, -scrive e stampa articoli contro i giovani che disconoscono l'autorità -paterna, e ride dell'_Antologia_ dove il figlio ha stampato un saggio -dei suoi proprii _Dialoghi_.... - -Intanto le difficoltà finanziarie, finita la pensione degli amici di -Toscana, tornano ad opprimere il giovane; e il ritorno a Recanati lo -impaura più della morte; e il padre non vuole e non può aiutarlo. -Come rivolgersi a lui? Pure, mancando ogni altro mezzo, egli lo -prega in questi termini: “Io credo ch'ella sia persuasa degli estremi -sforzi ch'io ho fatti per sette anni affine di procurarmi i mezzi di -sussistere da me stesso. Ella sa che l'ultima distruzione della mia -salute venne dalle fatiche sostenute quattro anni fa per lo Stella, al -detto fine. Ridotto a non poter più nè leggere nè scrivere nè pensare -(e per più di un anno neanche parlare) non mi perdetti di coraggio, -e quantunque non potessi più fare, pur solamente col già fatto, -aiutandomi gli amici, tentai di continuare a trovar qualche mezzo. E -forse l'avrei trovato, parte in Italia, parte fuori, se l'infelicità -straordinaria dei tempi non fosse venuta a congiurare colle altre -difficoltà, ed a renderle finalmente vincitrici. La letteratura è -annientata in Europa: i librai, chi fallito, chi per fallire, chi -ridotto ad un solo torchio, chi costretto ad abbandonare le imprese -meglio avviate. In Italia sarebbe ridicolo ora il presumere di vender -nulla con onore in materie letterarie, e di proporre ai librai delle -imprese nuove. Di Francia, Germania, Olanda, dove io aveva mandata una -gran quantità di mss. filologici con fondatissime speranze di profitto, -non ricevo, invece di danari, che articoli di giornali, biografie e -traduzioni. Mi trovo dunque, com'ella può ben pensare, senza i mezzi -di andare innanzi. Se mai persona desiderò la morte così sinceramente -e vivamente come la desidero io da gran tempo, certamente nessuna in -ciò mi fu superiore. Chiamo Iddio in testimonio delle mie parole. Egli -sa quante ardentissime preghiere io gli abbia fatte (sino a far tridui -e novene) per ottener questa grazia; e come ad ogni leggera speranza -di pericolo vicino o lontano, mi brilli il cuore dall'allegrezza. Se -la morte fosse in mia mano, chiamo di nuovo Iddio in testimonio ch'io -non le avrei mai fatto questo discorso; perchè la vita in _qualunque -luogo_ mi è abbominevole e tormentosa. Ma non piacendo ancora a Dio -d'esaudirmi, io tornerei costì a finire i miei giorni, se il vivere -in Recanati, sopra tutto nella mia attuale impossibilità di occuparmi, -non superasse le gigantesche forze ch'io ho di soffrire. Questa verità -(della quale io credo persuasa per l'ultima acerba esperienza ancor -lei) mi è talmente fissa nell'animo, che malgrado del gran dolore -ch'io provo stando lontano da lei, dalla mamma e dai fratelli, io -sono invariabilmente risoluto di non tornare stabilmente costà se non -morto. Io ho un estremo desiderio di riabbracciarla, e solo la mancanza -de' mezzi di viaggiare ha potuto e potrà nelle stagioni propizie -impedirmelo; ma tornar costà senza la materiale certezza di avere il -modo di riuscirne dopo uno o due mesi, questo è ciò sopra di cui il -mio partito è preso, e spero che ella mi perdonerà se le mie forze e -il mio coraggio non si estendono fino a tollerare una vita impossibile -a tollerarsi. Non so se le circostanze della famiglia permetteranno -a lei di farmi un piccolo assegnamento di dodici scudi il mese. Con -dodici scudi non si vive umanamente neppure in Firenze, che è la città -d'Italia dove il vivere è più economico. Ma io non cerco di vivere -umanamente. Farò tali privazioni che, a calcolo fatto, dodici scudi mi -basteranno. Meglio varrebbe la morte, ma la morte bisogna aspettarla -da Dio.... Se le circostanze, mio caro papà, non le consentiranno -di soddisfare a questa mia domanda, la prego con ogni possibile -sincerità e calore a non farsi una minima difficoltà di rigettarla. -Io mi appiglierò ad un altro partito, e forse a questo avrei dovuto -appigliarmi senza altrimenti annoiar lei con questo discorso: ma -come il partito ch'io dico, è tale, che stante la mia salute, non -è verisimile che in breve tempo non vi soccomba, ho temuto che ella -avesse a fare un rimprovero alla mia memoria, dell'averlo abbracciato -senza prima confidarmi con lei sopra le cose che le ho esposte. Del -rimanente, io da un lato provo tanto dolore nel dar noia a lei, e -dall'altro sono così lontano da ogni fine capriccioso, e da ogni lieta -speranza nel voler vivere fuori di costà, che ho perfino desiderato, ed -ancora desidererei, che mi fosse tolta la possibilità di ogni ricorso -alla mia famiglia, acciocchè non potendo io mantenermi da me, e molto -meno essendomi possibile il mendicare, io mi trovassi nella materiale, -precisa e rigorosa necessità di morir di fame. Scusi, mio caro papà, -questo malinconico discorso che mi è convenuto tenerle per la prima -e l'ultima volta della mia vita. Si accerti della mia estremissima -indifferenza circa il mio avvenire su questa terra, e se la mia domanda -le riesce eccessiva, importuna, o non conveniente, non ne faccia alcun -caso. In ogni modo, se Dio vorrà ch'io viva ancora, io non cesserò di -adoperarmi come per lo passato, con tutte le mie forze, per procurarmi -il modo di vivere senza incomodo della casa, e per far cessare le -somministrazioni che ora le chiedo. Mi benedica, mio caro papà, e -preghi Dio per me....„ - -L'uomo che supplica in questo modo ha trentaquattro anni, ed è uno -dei più grandi del suo tempo; e con un nome illustre, con un ingegno -strapotente, come ha dovuto accettare l'elemosina dei Toscani, così -vive in parte degli aiuti del Ranieri, quando, ottenuto finalmente il -povero soccorso paterno, non è in grado di sopperire con questo ai -bisogni della sua vita stremata. E se, per il divisato e non potuto -effettuare ritorno in famiglia, è costretto a trarre una cambialetta -di 40 ducati, se ne deve scusare in termini di supplicazione; e deve -ringraziare il padre e la madre della “carità„ che gli hanno fatta. -Se essi non fanno di più perchè non possono, la colpa non è loro; ma -la loro colpa inescusabile è di non comprendere ancora, come non hanno -compreso mai, la condizione del figlio, la gravità dei suoi mali fisici -e morali. “Il tuono delle sue lettere alquanto secco,„ scrive questi al -padre sei mesi prima di morire, “è giustissimo in chi fatalmente non -può conoscere il vero mio stato, perch'io non ho avuto mai occhi da -scrivere una lettera che non si può dettare, e che non può non essere -infinita; e perchè certe cose non si debbono scrivere ma dire solo a -voce. Ella crede certo ch'io abbia passato fra le rose questi sette -anni ch'io ho passato tra i giunchi marini....„ E in mano di questo -amico al quale non può dettare tutto l'intimo pensiero suo; del quale -sente, nonostante la fratellanza di sette anni, di doversi guardare; -in mano di questo amico egli muore diciotto giorni dopo avergli fatto -scrivere al padre lontano, che non una volta ha pensato di andarlo a -raggiungere: “I miei patimenti fisici giornalieri e incurabili sono -arrivati con l'età ad un grado tale che non possono più crescere; spero -che superata finalmente la piccola resistenza che oppone il moribondo -mio corpo, mi condurranno all'eterno riposo, che invoco caldamente ogni -giorno non per eroismo ma per il rigore delle pene che provo. Ringrazio -teneramente lei e la mamma del dono dei dieci scudi, bacio le mani ad -ambedue loro, abbraccio i fratelli, e prego loro tutti a raccomandarmi -a Dio, acciocchè, dopo ch'io li avrò riveduti, una buona e pronta morte -ponga fine ai miei mali fisici che non possono guarire altrimenti.„ - -E dopo che il grande infelice è morto, credete voi che il padre -s'acqueti? Udite che cosa scrive Paolina all'amica Brighenti: “Di -Giacomo poi, della gloria nostra, abbiam dovuto tacere più che mai -tutto quello che di lui ne veniva fatto di sapere, come di quello che -non combinava punto col pensare di papà e colle sue idee. Pertanto, non -abbiam fatto mai parola con lui delle nuove edizioni delle sue opere, -e quando le abbiam comprate, le abbiamo tenute nascoste e le teniamo -ancora.... Preghiamo Iddio che non vengano quei volumi nelle mani dei -miei genitori; essi ne morrebbero di dolore!...„ Monaldo disereda il -figlio Carlo perchè ha sposato, contrariamente alla sua volontà, la -cugina Mazzagalli; nel suo testamento egli nomina Giacomo, l'eterna -gloria della sua casa, solo perchè si celebrino dieci messe per il -riposo dell'anima sua; mentre lungamente ricorda l'altro figlio Luigi, -“morto con tutti i segni del predestinato.„ E quando, morto anche -Monaldo, la vedova riceve un giorno uno dei visitatori che traggono a -Recanati come in pellegrinaggio, e l'ode riverire in lei la madre del -grande poeta, ella non sa rispondere altro che: “Dio gli perdoni....„ - - - - -IV. - -LA PATRIA. - - -La città dove siamo nati e dove viviamo, la terra dove si parla il -nostro proprio linguaggio, sono come la continuazione della casa: -da esse ci possono venire motivi di somma consolazione come di grave -dolore. Se Giacomo Leopardi non fu felice nella famiglia, ebbe almeno -ragione di compiacersi della patria? Per colmo di sciagura egli nacque -in tempi sciagurati e in un paese infelice. - -In un borgo, in un villaggio, se mancano troppe cose al vivere civile, -i costumi sono semplici, la vita è tranquilla, la libertà grande. Ma -Recanati è tanto popolosa ed ha tali tradizioni storiche da non poter -essere confusa tra i villaggi. In una città vasta ed animata, se vi -è troppo tumulto, vi sono pure spettacoli stupendi; se l'individuo è -costretto ad osservare troppe norme perchè troppo estesa è la società -circostante, tanto più facilmente egli può trovare in mezzo alla varia -moltitudine chi lo comprenda e gli giovi. Ma Recanati non è una grande -città. È città piccola; ciò significa il luogo meno adatto a un ingegno -avido di vedere e di sapere, cupido di impressioni potenti e nuove: -vi mancano egualmente, come il Leopardi stesso dice, “e i diletti -della società civile, e i vantaggi della vita solitaria„. Pietro -Giordani così ne parla: “Recanati, piccola terra, che il papa chiama -città, vicina quattro miglia a Loreto, quel gran mercato d'ignobili -superstizioni.... Ivi tutti i mali d'Italia, e niuna consolazione.„ - -Il pensiero degli uomini è in certo modo proporzionato ai luoghi dove -essi vivono: dentro un orizzonte angusto le idee sono piccole; le idee -grandi e nobili derivano dalle impressioni suscitate dalle cose nobili -e grandi. Le rivoluzioni, i tentativi di migliorare la condizione -umana, si compiono nelle metropoli; la provincia è più ligia alle -tradizioni, più avversa alle novità. Se i grandi ingegni sono ammirati -da chi è capace d'intenderli, sono invece derisi dal volgo, al quale -per la loro singolarità non possono uniformarsi: e nella provincia, -perchè è più volgare, la singolarità dell'ingegno pare anche maggiore. -“Ella non conoscerà Recanati„, scrive il Leopardi al Brighenti, “ma -saprà che la Marca è la più ignorante ed incolta provincia dell'Italia. -Ora, per confessione anche di tutti i Recanatesi, la mia città è la più -incolta e morta di tutta la Marca, e fuor di qui non s'ha idea della -vita che vi si mena.„ Lassù “l'ingegno non si conta fra i doni della -natura„. Chi comprenderà gli studii linguistici dello straordinario -giovanetto? “Quanto agli amatori della buona lingua, se di questa -io parlassi ad alcuno qui, crederebbero che s'intendesse di qualche -brava lingua di porco.„ Troverà egli qualcuno col quale ragionare -delle cose che gli stanno a cuore? “In Recanati non andando d'accordo -nelle massime con nessuno, non disputo mai, ed ostinatissimo mi lascio -spiattellare in faccia spropositi da stomacare i cani, senza mai aprir -bocca.„ Di quale considerazione godrà? Come in famiglia, così in tutta -la città lo trattano da “vero e pretto ragazzo, e i più aggiungono i -titoli di saccentuzzo, di filosofo, d'eremita e che so io.„ Tanto egli -è disconosciuto, che non crede d'incontrare veri odii o inimicizie, -“perchè questi si esercitano cogli uguali e nessuno vorrà degnarsi di -credermi suo uguale; ma disprezzi e scherni gli aspetto, e li ricevo -da tutti quelli che tratto e vedo„. Dice anche: “Io sto qui, deriso, -sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l'intera vita in una -stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare.„ Esagera? -I suoi nervi troppo tesi gli fanno giudicare così? No; è la verità. I -nobili oziosi ed ignoranti lo dileggiano per l'ingegno e la cultura; -un giorno, perchè egli tenta di replicare a uno di loro, è da costui -percosso sul viso con un frustino. La plebe ride della deformità del -suo corpo: talvolta, se egli esce a prendere una boccata d'aria, è -costretto a tornarsene in casa dagl'insulti della canaglia; i monelli -si divertono a tirar sassi o pallottole di neve sulla schiena al “gobbo -de Leopardi„. E i preti lo giudicano empio per le sue massime; perchè, -onorando i genitori, non intende esserne schiavo. - -Che effetto produrrebbero tutte queste cose in uomo qualunque? Non -avrebbe ogni uomo ragione di sentirsi fuori del mondo civile, in un -misero paesaccio, in un romitaggio, in una sepoltura? Ma il Leopardi -non è un uomo come tutti gli altri: noi sappiamo quanto vulnerabili -sono i suoi nervi, quanto è inferma la sua sensibilità. Allora non ci -stupiremo se egli chiamerà Recanati “tana, caverna, serraglio, porca -bicoccaccia, vilissima zolla, capitale dei poveri e dei ladri, luogo -pieno e stivato di maledizioni„; se chiamerà i suoi concittadini -“animali„ dalla cui vista fugge: “Ogni giorno mi par mill'anni di -fuggir via da questa porca città, dove non so se gli uomini sieno più -asini o più birbanti; so bene che tutti sono l'uno e l'altro....„ - -Eppure egli non ha giudicato sempre così. Anche prima di uscire da -Recanati, quando l'opposizione dei parenti e gli scherni degli estranei -non lo hanno ancora esasperato, egli è stato giusto con la sua città -natale. “Ora dico di odiarla perchè vi sono dentro, che finalmente -questa povera città non è rea d'altro che di non avermi fatto un bene -al mondo, dalla mia famiglia in fuori.„ Egli è anche così più che -giusto con la sua famiglia.... E se la sua sensibilità è tanto offesa a -Recanati, l'immaginazione vi opera prodigi, raffigurandogli le bellezze -dell'ignoto mondo. “Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo„, -scrive al Giordani, “tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti -uomini ci sono, che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere; -la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire: -In questa caverna vivrò, e morrò dove son nato?...„ Ma tanto egli -è esperto degli inganni orditi dalla fantasia, che non appena si -rappresenta queste meraviglie già è sicuro di non poterle trovare. “A -voi succede,„ riscrive al Giordani sei mesi dopo, “quello che succederà -a me se mai vedrò il mondo, di averlo a noia. Allora forse non mi -dispiacerà e fors'anche mi piacerà questo eremo che ora aborro.„ - -Così appunto accade. Appena esce da Recanati, appagato finalmente il -lungo desiderio di veder Roma, la metropoli lo scontenta, e il luogo -natio quasi gli pare preferibile. “Tenete per certissimo che il più -stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e -più grave Romano. Assicuratevi che la frivolezza di queste bestie passa -i limiti del credibile. S'io vi volessi raccontare tutti i propositi -ridicoli che servono di materia ai loro discorsi, e che sono i loro -favoriti, non mi basterebbe un in foglio....„ Non lo scontenta solo lo -spirito della popolazione, ma anche il materiale della città: “Tutta la -grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze, -e il numero de' gradini che bisogna salire per trovare chiunque -vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza -interminabili, sono tanti spazii gittati fra gli uomini, invece -d'essere spazii che contengono uomini....„ È il consueto disinganno -che l'immaginazione prepara quando le cose troppo desiderate ed -abbellite sono finalmente ottenute. Egli ha aspettato tanto, ha tanto -presentito il piacere, che quando lo consegue non lo apprezza più. -“Domandami se, in due settimane da che sono in Roma, io ho mai goduto -pure un momento di piacere fuggitivo, di piacere rubato, preveduto o -improvviso, esteriore o interiore, turbolento o pacifico, vestito sotto -qualunque forma. Io ti risponderò in buona coscienza e ti giurerò, che, -da quando io misi piede in questa città, non una goccia di piacere -non è caduta nell'animo mio, eccetto in quei momenti ch'io ho letto -le tue lettere.... Dirai ch'io non so vivere; che per te, e per altri -tuoi simili il caso non andrebbe così....„ Egli stesso riconosce -l'origine intima del suo scontento: “In verità, era troppo tardi -per cominciare ad assueffarmi alla vita non avendone mai avuto niun -sentore„; ma, perchè il disinganno sia così grande, bisogna che altre -cause abbiano concorso a produrlo. Se noi dobbiamo credere che, passato -alla metropoli da una città meno infelice di Recanati, oppure più -presto, prima che la sua salute fosse distrutta e che il suo spirito -si ottenebrasse, vi si sarebbe compiaciuto; dobbiamo anche notare che -neppure in queste condizioni propizie le cause reali del suo dispiacere -non sarebbero mancate. - - Oh! Se' tu Roma, o d'ogni vizio il seggio? - -aveva già sdegnosamente cantato Vittorio Alfieri; e le condizioni -morali dell'eterna città erano veramente tali da sdegnare un'anima come -quella del Leopardi. Principalmente, anzi unicamente attento alle cose -letterarie, come trovava egli le condizioni della letteratura a Roma? -Se l'alfabeto era tutta la letteratura di Recanati, qual era quella -di Roma? “Quanto ai letterati, de' quali ella mi domanda„, scrive al -padre, “io n'ho veramente conosciuti pochi, e questi pochi m'hanno -tolto la voglia di conoscerne altri. Tutti pretendono d'arrivare -all'immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani al paradiso. -Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola e vera -scienza dell'uomo, è l'Antiquaria. Non ho ancora potuto conoscere un -letterato romano che intenda sotto il nome di letteratura altro che -l'Archeologia. Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, -eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e par -un giuoco da fanciulli, a paragone del trovar se quel pezzo di rame -o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa. La bella è che -non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il -greco, senza la perfetta cognizione delle quali lingue, ella ben vede -che cosa mai possa essere lo studio dell'antichità.„ Ed al fratello: -“Della letteratura non so che mi vi dire. Orrori, e poi orrori. I più -santi nomi profanati, le più insigni sciocchezze levate al cielo, i -migliori spiriti di questo secolo calpestati come inferiori al minimo -letterato di Roma, la filosofia disprezzata come studio da fanciulli; -il genio e l'immaginazione e il sentimento, nomi (non dico cose, ma -nomi) incogniti e forestieri ai poeti e alle poetesse di professione; -l'antiquaria messa da tutti in cima del sapere umano, e considerata -costantemente e universalmente come l'unico vero studio dell'uomo. -Non dico esagerazioni. Anzi è impossibile che vi dica abbastanza....„ -Il suo disinganno cresce ogni giorno, ogni giorno egli trova un nuovo -argomento di noia, finchè arriva a questa conclusione disperata: -“Quantunque io sia già incapace affatto di godere, e incapace per -sempre, Roma mi ha fatto almeno questo vantaggio, di perfezionare la -mia insensibilità sopra me stesso, e di farmi riguardare la mia vita -intera, il mio bene, il mio male, come vita, bene, male altrui.„ - -Non per questo, tornato a Recanati, egli si rassegna alla vita del -“natìo borgo selvaggio„, dove la sua vita “est plus uniforme que le -mouvement des astres, plus fade et plus insipide que les paroles de -notre Opéra„; dove non trova la libertà che ha goduto fuori di casa; -dove, se vuol far venire un libro, gli conviene aspettare quattro, -sei, otto mesi, talvolta anche di più; dove manca di giornali, dove -si trova in un buio veramente spaventevole. Ma, partito un'altra volta -per andare in altre città grandi, non vi si trova contento. “Al primo -aspetto„, scrive da Milano, “mi pare impossibile di durar qui neppure -una settimana.„ E col tempo, se riceve impressioni grate, ne riceve -pure di sgradevolissime. “Qui mi trovo malissimo e di pessima voglia. -Pochi letterati ho conosciuto, e non mi curo di vederli per la seconda -volta....„ Il bello, che trova a Milano in gran copia, gli è guastato -“dal magnifico e dal diplomatico anche nei divertimenti.... Gli -uomini sono come _partout ailleurs_; e quello che mi fa rabbia è, che -tutti ti guardano in viso e ti squadrano da capo a piedi come a Monte -Morello....„ A Bologna trova che gli uomini sono “vespe senza pungolo„, -e con infinita meraviglia deve convenire “che la bontà di cuore vi si -trova effettivamente, anzi vi è comunissima, e che la razza umana vi è -differente da quella di cui tu ed io avevamo idea„. Tuttavia egli vive -in quella città “molto malinconico, e in certe passeggiate solitarie -che vo facendo per queste campagne bellissime, non cerco altro che -rimembranze di Recanati.„ Se passa a Firenze, la metropoli toscana “non -sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita„: -e, senza il Giordani, la cui compagnia gli è stata di tanto conforto, -il suo malumore si sfoga vivacemente: “Questi viottoli, che si chiamano -strade, mi affogano; questo sudiciume universale mi ammorba; queste -donne sciocchissime, ignorantissime e superbe, mi fanno ira„, e, come -a Roma, la condizione degli spiriti è ancora quella che più lo sdegna: -“Io non veggo altri che Vieusseux e la sua compagnia; e quando questa -mi manca, come accade spesso, mi trovo come in un deserto. Infine mi -comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni -bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel -cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e -la statistica.„ Tornato a Roma, la stessa ira d'una volta lo infiamma: -“La letteratura romana, come tu sai benissimo, è così misera, vile, -stolta, nulla, ch'io mi pento di averla veduta e vederla, perchè questi -miserabili letterati mi disgustano della letteratura, e il disprezzo -e la compassione che ho per loro, ridonda nell'animo mio a danno del -gran concetto e del grande amore ch'io aveva alle lettere.„ Che dirà -egli di Napoli? “Non posso più sopportare questo paese semibarbaro e -semiaffricano, nel quale io vivo in un perfetto isolamento da tutti„; -egli ha bisogno di fuggire “da questi lazzaroni e pulcinelli nobili e -plebei, tutti ladri e b. f. degnissimi di Spagnuoli e di forche.„ - -Facciamo una larghissima parte al suo nervosismo, all'irritabilità -cresciuta per le continue sventure, le malattie, il disagio pecuniario, -le opposizioni della famiglia; facciamo una larghissima parte -all'ingannatrice fantasia che dipinge troppo belli i luoghi lontani -e li rende preferibili ai vicini, talchè anche quando egli si trova -contento, come a Pisa, pure vive di rimembranze dell'odiato Recanati; -resta ancora, per altre testimonianze, che le condizioni morali delle -città italiane non erano, a quei tempi, delle più felici. Basterà per -tutte quella di Vittorio Alfieri, uomo sano, operoso e ricco, capace di -istituir paragoni grazie ai lunghi viaggi fatti da un capo all'altro -d'Europa. Giudicati i Romaneschi maestri nel mal oprare, i Napoletani -nello schiamazzare, i Genovesi nel patir la fame, i Veneziani nel -lasciar fare, i Milanesi nel banchettare, egli conclude - - Tale d'Italia è la primaria gente; - Smembrata tutta, e d'indole diversa; - Sol concludendo appieno in non far niente. - - Nell'ozio e ne' piacer nojosi immersa - Negletta giace, e sua viltà non sente; - Fin sopra il capo entro a Lete sommersa. - -E questo è appunto il nuovo motivo di dolore di Giacomo Leopardi, -ammiratore fervidissimo dell'Astigiano: in ogni parte d'Italia ai suoi -tempi non solamente l'ignoranza è grande quanto l'ignavia e l'amore -delle vanità, ma lo stesso sentimento della patria comune, della -nazione, è infimo e nullo. - -Fanciullo, sotto l'impero del padre guelfo, egli aveva cominciato a -parteggiare per le autorità legittime contro i Francesi invasori e -i rivoluzionarii di casa. Ritiratosi Gioacchino Murat da Macerata, -liberato il Piceno, egli aveva rivolto un'orazione agl'Italiani -eccitandoli all'odio degli stranieri. “Ogni francese è degno d'odio, -perchè niun francese riconosce i delitti della sua nazione. Quel popolo -forsennato con tanto sangue e stragi, con tanti danni a tutta l'Europa, -non fece che una parentesi nella cronologia dei regnanti per rientrar -poi nello stato primiero.„ E dalla esecrazione dei rivoluzionarii -francesi era passato all'esaltazione dei governi indigeni. “Non v'ha -popolo,„ giudicava, “più felice dell'italiano nell'amministrazione -paterna di sovrani amati e legittimi„; e se l'Italia era divisa in -tanti staterelli, se ne compiaceva perchè ella “offre lo spettacolo -vario e lusinghiero di numerose capitali, animate da corti floride -e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello -straniero„; e aveva dimostrato che l'Italia non è fatta per le armi, -bensì per le arti. Ma la sua conversione fu molto rapida: due anni -dopo, quando cominciava a lagnarsi di Recanati e diceva che gli era -tanto cara da somministrargli le belle idee per un trattato dell'odio -della patria, tosto si correggeva: “Ma mia patria è l'Italia; per la -quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto italiano.„ -Questo sentimento si afforza ogni giorno più: egli non tralascia -occasione di significarlo: se gli Accademici di Viterbo lo chiamano a -far parte della loro società, si rallegra delle loro cure “con la mia -nazione, alla quale resta tanto poco del vero amore, non dirò delle -patrie particolari, ma della nostra comune gloriosissima e sovrana -patria, che è l'Italia„; e se il Visconti abbandona la terra e la -lingua italiana, egli non l'ama “niente affatto, perchè mi pare, che si -sia scordato dell'Italia„; e invece chiama “mio„ l'Alfieri, e dedica -al Monti le sue prime canzoni patriottiche che per niente al mondo -dedicherebbe “a verun potente.„ Noi vediamo quindi che, come gli era -accaduto in fatto di letteratura, così anche in politica è variamente -sollecitato dalle correnti morali del suo tempo. Ma se tra il -classicismo e il romanticismo il temperamento era difficile perchè le -tendenze delle due scuole rispondevano a due tendenze del suo spirito, -in materia politica la via di mezzo non era possibile. Una volta venuta -meno l'ubbidienza al regime tradizionale e il compiacimento nella -secolare divisione della patria italiana, egli doveva seguire sino in -fondo la nuova via della ribellione; dove lo aspettavano nuove e non -meno gravi pene. - -Qual era infatti la condizione reale di quell'Italia che egli aveva -vista grande nelle memorie di tempi troppo remoti? Una delle peggiori -che la sua storia rammenti. Cinquant'anni prima gl'Italiani erano -immersi in un letargo profondo, dal quale pareva che nulla potesse mai -trarli; dei loro mali avevano perduto quasi coscienza, si può dire -che non ne soffrissero. Cinquant'anni dopo essi dovevano insorgere, -combattere, cadere, ma poi finalmente trionfare. L'età del Leopardi -è invece la più travagliata. La rivoluzione e l'invasione francese -hanno destato gli spiriti; Napoleone, italiano d'origine, pronunzia -in Milano di aver preparato alti destini alla nazione infelice. Ma -i fatti non seguono alle promesse. Discacciati i Tedeschi, restano i -Francesi; i danni prodotti dai nuovi occupatori in nome della libertà -sono infiniti. Se qualcuno si è illuso, se qualcuno ha dato fede alle -promesse, il disinganno è amarissimo. Il Leopardi che non ha creduto, -che è rimasto per questo riguardo il misogallo dei primi tempi, vede -nei nuovi casi l'ultima rovina. Beato egli stima Dante - - che il fato - A viver non dannò fra tanto orrore; - Che non vedesti in braccio - L'itala moglie a barbaro soldato; - Non predar, non guastar cittadi e colti - L'asta inimica e il peregrin furore; - Non degl'itali ingegni - Tratte l'opre divine a miseranda - Schiavitude oltre l'Alpi, e non de' folti - Carri impedita la dolente via; - Non gli aspri cenni ed i superbi regni; - Non udisti gli oltraggi e la nefanda - Voce di libertà che ne schernia - Tra il suon delle catene e de' flagelli. - Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto - Che lasciaron quei felli? - Qual tempio, quale altare o qual misfatto? - -Ed egli soffre d'esser nato in mezzo a questa rovina: - - Perchè venimmo a sì perversi tempi? - Perchè il nascer ne desti o perchè prima - Non ne desti il morire, - Acerbo fato? onde a stranieri ed empi - Nostra patria vedendo ancella e schiava, - E da mordace lima - Roder la sua virtù, di null'aita - E di nullo conforto - Lo spietato dolor che la stracciava - Ammollir ne fu dato in parte alcuna? - -Ma il più grave è questo: che il fiore della gioventù italiana sia -tratto a combattere e a morire non contro i proprii nemici, ma contro -nemici altrui: non per la moribonda Italia, ma per altra gente, -per quelli che sono venuti a tiranneggiarla; e a morire lontano, in -Ispagna, in Germania, nei deserti nevosi di Russia. - - Morian per le rutene - Squallide spiagge, ahi d'altra morte degni, - Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo - E gli uomini e le belve immensa guerra. - Cadeano a squadre a squadre - Semivestiti, maceri e cruenti, - Ed era letto agli egri corpi il gelo. - Allor, quando traean l'ultime pene, - Membrando questa desiata madre, - Diceano: oh non le nubi e non i venti, - Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene, - O patria nostra. Ecco da te rimoti, - Quando più bella a noi l'età sorride, - A tutto il mondo ignoti, - Moriam per quella gente che t'uccide. - Di lor querela il boreal deserto - E conscie fur le sibilanti selve. - Così vennero al passo, - E i negletti cadaveri all'aperto - Su per quello di neve orrido mare - Dilaceràr le belve.... - -La grandezza dell'affanno è smisurata, non c'è altro conforto se -non nella stessa immensità dello sconforto.... Il Leopardi chiede -ansiosamente se la miseria della patria sua non cesserà una volta: - - In eterno perimmo? E il nostro scorno - Non ha verun confine? - -Egli eccita allora gl'italiani a volgersi indietro, a contemplare -i vestigi della potenza e della gloria passata; a ricordare i loro -grandi, Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso, Alfieri; e se il Mai -discopre antiche celebri scritture e se le sue scoperte commuovono il -mondo dei dotti e quasi fanno credere che siano tornati i tempi del -Rinascimento, egli lo esorta a perseverare nell'opera, - - tanto che infine - Questo secol di fango o vita agogni - E sorga ad atti illustri, o si vergogni. - -E se la sorella Paolina sta per andare a nozze egli vuole che dia forti -esempii ai figli. Mettano opera le donne perchè la patria si redima: -esse hanno una grande potenza sugli animi umani; ad esse il giovane -chiede ragione della miseria dei tempi: - - La santa - Fiamma di gioventù dunque si spegne - Per vostra mano? attenuata e franta - Da voi nostra natura? e le assonnate - Menti, e le voglie indegne, - E di nervi e di polpe - Scemo il valor natìo, son vostre colpe?... - .... O spose, - O verginette, a voi - Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno - È della patria e che sue brame e suoi - Volgari affetti in basso loco pose, - Odio mova e disdegno; - Se nel femmineo core - D'uomini ardea, non di fanciulle, amore. - -E si volge di nuovo al passato, trova nella storia di Roma l'esempio -di quanto ha giovato alla patria una donna: Virginia. Ancora: ad un -vincitore nel giuoco del pallone ricorda che gli esercizii del corpo -sono preparazione necessaria alla guerra; e che vincitori dei giuochi -olimpici erano quelli che vincevano poi e fugavano i Medi e i Persiani. -Ma le esortazioni sono vane; egli sente che il funesto obblio delle -grandi cose non finisce, che nessuno si onora d'esser figlio d'una -madre come l'Italia, che la rovina di lei è senza riparo. Nell'alba -della sua vita ha visto l'invasione francese e i danni dell'opera -napoleonica; giunto alla sera, pochi anni prima di morire, vede i vani -conati del Trentuno e l'invasione austriaca. - -A questa miseria politica del suo paese fa riscontro la miseria -sociale. Tutte le classi della nazione hanno vizii e colpe. “Dite -benissimo dei nobili,„ scrive al Brighenti, “che sono il corpo morto -della società. Ma pur troppo io non vedo quale si possa chiamare il -corpo vivo oggidì.... Le Corti, Roma, il Vaticano? Chi non conosce -quel covile della superstizione, dell'ignoranza e de' vizi?„ I preti, -“in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora -e potranno eternamente tutto„; ma che fanno di questa loro potenza? -Quelli che reggono lo Stato tengono su un governo “gotico„; quelli -che pensano, che disputano, i teologi, “sono una razza di gente così -ostinata come le donne. Prima si caverebbero loro tutti i denti -di bocca, che un'opinione dalla testa. Bensì credo che sia meglio -avere a fare colle donne, e anche col diavolo, che con loro.„ Egli -non ha voluto pertanto mettersi nella carriera ecclesiastica; ma la -professione curiale non è meno discreditata: “Quante miserie, quante -pazzie, quanti intrighi in questo povero mondo! Come se avessimo -felicità d'avanzo, e bisognasse minorarla colla barbarie delle -istituzioni sociali.„ - -Perduta, anzi non mai veramente concepita la speranza di poter aiutare -colle azioni la patria; espresso soltanto in un impeto lirico il sogno -di combattere solo, di procombere solo per l'Italia; egli attende -all'unica opera che gli è consentita: la rigenerazione intellettuale -degli Italiani — poichè la loro miseria, a questo riguardo, è -altrettanto grande quanto quella sociale e politica. Troppo rari sono -gl'ingegni che sostengono “l'ultimo avanzo della gloria italiana„: le -lettere: pure egli li cerca e li onora. Del Giordani scrive: “Io penso -che se molti de' nostri sapessero scrivere in quella maniera, non dico -solamente quanto alle parole, ma quanto alle cose, la letteratura -italiana seguiterebbe ad essere la prima d'Europa, come è già poco -meno che l'ultima.„ E del Trissino: “Io non mi posso dimenticare -d'un giovane signore italiano così amorevole, nè di sentimenti così -magnanimi, nè di tanti pregi e virtù d'ogni sorta, che se fossero meno -singolari in questa povera terra non sarebbe stoltezza lo sperar della -nostra patria.„ E così anche del Papadopoli, della Tommasini, e di -tanti altri. Questo pensiero: che le lettere non debbono essere vano -esercizio, ma strumento di riforma civile, lo occupa assiduamente. -Se il Brighenti disegna di pubblicare un'opera sulla riforma degli -spettacoli dei quali si diletta il popolo italiano, caldamente egli -lo incuora: “Non posso abbastanza lodarvi del vostro zelo per la -riformazione degli spettacoli italiani: spettacoli barbari, e simili -oramai a quelli della China. Le vostre osservazioni sono veramente -utili, e a questo debbono mirare (e non mirano) gli scrittori: dico a -giovare ai loro contemporanei, come cercavano di fare tutti gli antichi -e tutti i classici, che non sarebbero classici se non avessero scritto -per altro fine che di scrivere. Io non credo che dopo la Spagna, in -punto spettacoli barbari, si possa addurre nell'Europa colta verun -esempio di maggior corruzione, che l'Italia. Conseguenza pur troppo -naturale dell'aver noi perduto il nome e la sostanza di nazione.„ E -al Grassi: “Del suo valoroso e benefico assunto d'insegnare un'altra -volta la lingua militare all'Italia che l'ha disimparata, che altro -posso far io, se non confortarla caldissimamente a proseguire la sua -magnanima impresa, che ha sì degnamente cominciata, anzi condotta in -buoni termini, col suo dizionario?„ Tanto è ansioso di fare, con le -lettere, opera utile alla patria, che, poeta, quasi ripudia la poesia. -“Andando dietro ai versi e alle frivolezze (io parlo qui generalmente), -noi facciamo espresso servizio ai tiranni: perchè riduciamo a un giuoco -o ad un passatempo la letteratura; dalla quale sola potrebbe aver sodo -principio la rigenerazione della nostra patria.„ E la rassegnazione -cristiana predicata dal Manzoni lo scontenta: “Tale conclusione -è ottima per istituire una riforma morale; ma io dubito molto che -basti a levar su dal fango una nazione invilita e spirarle ardimento -proporzionato alle sue tremende necessità. Coloro, quali i fondatori -di religione, che parlarono all'universale degli uomini abbracciando -ogni tempo ed ogni contrada, e non ne specificando alcuna, potettero -rimanersi nelle astrazioni d'una sconfinata rassegnazione e pazienza. -Ma essi non ebbero patria o non la conobbero; dovecchè il Manzoni tiene -cara soprammodo la sua.„ - -E tutti i suoi disegni sono rivolti alla restaurazione delle lettere -italiane come strumento della salute nazionale. “Tante cose restano da -creare in Italia, ch'io sospiro in vedermi così stretto e incatenato -dalla cattiva fortuna, che le mie poche forze non si possano adoperare -in nessuna cosa. Ma quanto ai disegni, chi può contarli? La Lirica da -creare.... tanti generi della tragedia, perchè dell'Alfieri n'abbiamo -uno solo; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; la filosofia -propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere accomodata -all'età nostra, fino a una lingua e uno stile, ch'essendo classico e -antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al -volgo come ai letterati.„ E perchè si faccia bene all'Italia, come -fondamento della sua rigenerazione morale vuole che si crei una lingua -filosofica, “senza la quale io credo ch'ella non avrà mai letteratura -moderna sua propria, e non avendo letteratura moderna propria, non -sarà mai più nazione. Dunque l'effetto ch'io vorrei principalmente -conseguire, si è che gli scrittori italiani possano essere filosofi -inventivi e accomodati al tempo, che insomma è quanto dire scrittori -e non copisti.... Anche procurerò con questa scrittura di spianarmi -la strada a poter poi trattare le materie filosofiche in questa -lingua, che non le ha mai trattate; dico le materie filosofiche quali -sono oggidì, non quali erano al tempo delle idee innate.... Quasi -innumerabili generi di scrittura mancano o del tutto o quasi del tutto -agl'Italiani, ma i principali e più fruttuosi, anzi necessari, sono, -secondo me, il filosofico, il drammatico e il satirico. Molte e forse -troppe cose ho disegnate nel primo e nell'ultimo; e di questo (trattato -in prosa alla maniera di Luciano, e rivolto a soggetti molto più gravi -che non sono le bazzecole grammaticali a cui lo adatta il Monti) -disponeva di colorirne qualche saggio ben presto. Ma considerando -meglio le cose, mi è paruto di aspettare. In ogni modo procureremo di -combattere la negligenza degli Italiani con armi di tre maniere, che -sono le più gagliarde: ragioni, affetti, riso.„ - -Non solamente la salute gl'impedisce di eseguire tanti disegni, ma -la stessa inutilità della propria opera gli fa cadere le braccia. A -Roma impera l'archeologia, a Firenze la statistica, a Milano e da per -tutto la pedanteria; la letteratura, in istato d'asfissia, non che -scuotere le genti, non dà pane da mangiare a chi la professa. “Con -questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, c... -chi si affatica a pensare e a scrivere.„ Gl'Italiani sono da più di -un secolo, e vogliono restare tributarii degli stranieri anche nelle -lettere. La miseria dei tempi è tale, “che chiunque in Italia vuol -bene, profondamente e filosoficamente scrivere e poetare, dee porsi -costantemente nell'animo di non dovere nè potere in verun modo essere -commendato nè gustato nè anche inteso dagl'Italiani presenti.„ - -E i governi non badano soltanto a impedire ogni movimento, ma anche a -soffocare il pensiero. Quasi tutte le volte che ha pronto un libro, il -Leopardi è incerto di poterlo pubblicare. Quando manda al Giordani il -manoscritto delle sue prime canzoni, la polizia lo sequestra; quando -ne manda un'altra copia a Roma, gli scrivono che sono da prevedersi -difficoltà da parte della censura. L'altra canzone al Mai è trattenuta -dalla polizia austriaca e proibita per espressa volontà del Vicerè: -“Essendo questa poesia scritta nel senso del liberalismo ed avendo la -tendenza a rafforzare i malintenzionati nelle loro malevole viste, essa -vuolsi per ciò tosto proibire e tagliare la via all'introduzione di -contrabbando ed alla diffusione.„ La stessa polizia austriaca proibisce -un'edizione fiorentina dei _Canti_, per “irreligiosità e principii -antisociali.„ A Bologna la censura vieta la pubblicazione delle canzoni -nuove e della _Comparazione_ delle sentenze di Teofrasto e di Bruto: -se egli vuole ottenere la revoca del divieto, deve far precedere il -libro da un avvertimento nel quale loda i governi ed eccita i popoli -all'obbedienza. Stampa a Firenze, sull'_Antologia_, un saggio delle -_Operette morali_, per vedere se anche queste saranno trattenute -in Lombardia; ma nella stessa Firenze il consiglio dei ministri gli -rigetta il manifesto d'un giornale che si propone di pubblicare. A -Napoli, pochi mesi prima che egli muoia, un'edizione delle sue intere -opere dispiace ai Padri revisori ed è interdetta. La persecuzione -continua anche dopo che egli è morto: il pretore di Reggio Calabria, -nel 1856, condanna a mille ducati di multa Pietro Merlino, barbiere, -“colpevole di detenzione di un libro proibito, intitolato _Canti di -Giacomo Leopardi_.„ - - - - -V. - -LA GLORIA. - - -In questo paese, del quale le condizioni non gli sono lieve causa -di dolore, potrà egli sperare di trovar un compenso alle tante sue -sciagure? Poichè quasi ogni azione gli è stata contesa, e il pensiero -e lo studio è stato tutta la sua vita, potrà egli ottenere il premio di -questa attività: la gloria? - -Della gloria ha avuto una brama ardente. “Io ho grandissimo, forse -smoderato e insolente desiderio di gloria.„ A diciotto anni, questa -non è in lui presunzione: tali prove ha dato del suo ingegno, che il -Giordani gli può scrivere: “Io ho innanzi agli occhi tutta la vostra -futura gloria immortale.„ E il proposito del giovane è più che mai -di raggiungerla: “Non voglio vivere fra la turba: la mediocrità mi -fa una paura mortale; ma io voglio alzarmi e farmi grande ed eterno -coll'ingegno e collo studio.„ - -Gli eruditi lavori dell'adolescenza cominciano a fruttargli le prime -pubbliche lodi. Il Cancellieri, nella sua _Dissertazione_ intorno -agli uomini dotati di grande memoria, stampa: “Quali progressi non -dovranno aspettarsi da un giovine di merito sì straordinario?„ e cita -il giudizio dello svedese Akerblad: “Parmi che così erudita Opera di -un Giovine ancora in tenera età sia di ottimo augurio per l'Italia, -che potrà sperare di veder un giorno a comparire un filologo veramente -insigne.„ Ma le prime canzoni levano più alto grido. Vincenzo Monti, -a cui sono dedicate, gli scrive: “Il core mi gode nel vedere sorgere -nel nostro Parnaso una stella, la quale se manda nel nascere tanta -luce, che sarà nella sua maggiore ascensione?„ Il Trissino dice che -gli Italiani debbono confortarsi molto di possederlo, Il Cancellieri -lo chiama “fenice dell'età nostra„; il Giordani gli riferisce che si -parla di lui “come di un Dio.„ Che moto di legittimo orgoglio non deve -sollevarlo sulla mediocre umanità! Quante soddisfazioni, quanti onori, -quanti trionfi la sua fantasia non deve promettergli! Questa volta essa -non può esagerare: certo, se di tutti gli altri beni non è destinato -a conoscere altro che il nome, non gli potrà mancare nessuno di quelli -che procura la fama. - -Noi abbiamo visto qual conto facesse il padre della sua grandezza e -come largheggiasse per assicurarla. Finchè il giovane resta a Recanati, -da una parte i suoi concittadini lo maltrattano come sappiamo e lo -chiamano _poeta_ con intonazione di scherno; dall'altra poco e male -egli può sapere che cosa si pensi di lui nel resto del mondo: “Io tra -le altre fortune ho quella di fare stampare le cose mie e non saper -mai che cosa se ne dica: se piacciano, se non piacciano, se si stimino -mediocri, se pessime, in guisa che un mio libro stampato è per me -come se fosse manoscritto.„ Pubblica la traduzione del secondo canto -dell'_Eneide_, e non gli giova “ad altro che a donarne tre copie in -tutto e per tutto, non contando io per niente quel mezzo centinaio -che n'ho fatto seminare tra questa vilissima plebe marchegiana e -romana.„ E il suo lavoro resta ignorato a Roma, “dove pur vedo che si -parla di cento altre traduzioni, che in coscienza non posso dire che -sieno migliori.„ Stampa le sue canzoni e non sa come pubblicarle: “Io -sono ignorantissimo di queste cose, non ho commercio letterario con -nessuno, e con tutte queste copie in poter mio, non volendone un mezzo -soldo, non so che diavolo me ne fare.„ S'arrovella aspettando tempi -migliori; e intanto, perchè l'amor della gloria non gli sia pericoloso, -si propone di obbedire a certe massime prudenti: “Ama la gloria, ma, -primo, la sola vera; e però le lodi non meritate, e molto più le finte, -non solamente non le accettare, ma le rigetta, non solamente non le -amare, ma le abbomina; secondo, abbi per fermo che in questa età, -facendo bene, sarai lodato da pochissimi, lasciando che altri piaccia -alla moltitudine e sia affogato dalle lodi; terzo, delle critiche, -delle maldicenze, delle ingiurie, dei disprezzi, delle persecuzioni -ingiuste, fa quel conto che fai delle cose che non sono; delle giuste -non ti affliggere più che dell'averle meritate; quarto, gli uomini più -grandi e più famosi di te, non che invidiarli, stimali e lodali a tuo -potere, e inoltre amali sinceramente e gagliardamente.„ Ottiene infatti -qualche amicizia letteraria, sente dirsi cose lusinghiere da quelli -che lo ringraziano del dono dei suoi opuscoli; ma già le delusioni -cominciano. La difficoltà di stampare a sue spese, l'impossibilità -d'inchinarsi a giornalisti ed a critici, gli fanno considerare come -la più sicura, anzi la sola approvazione che le sue opere possano -ottenere sia quella della propria coscienza. “Ma queste cose perchè ve -le scrivo? Eh via che nè la nostra virtù, nè la delicatezza del cuor -nostro, nè la sublimità della mente nostra, nè la nostra grandezza non -dipendono da queste miserie, nè io sarò meno virtuoso nè meno magnanimo -(dove ora sia tale) perchè un asino di libraio non mi voglia stampare -un libro, una schiuma di giornalista parlarne. Oramai comincio, o mio -caro, anch'io a disprezzare la gloria, comincio a intendere insieme con -voi che cosa sia contentarsi di sè medesimo, e mettersi colla mente più -in su della fama e della gloria e degli uomini e di tutto il mondo. Ha -sentito qualche cosa questo mio cuore per la quale mi par pure ch'egli -sia nobile; e mi parete pure una vil cosa voi altri uomini, ai quali se -per aver gloria bisogna che m'abbassi a domandarla, non la voglio; chè -posso ben io farmi glorioso presso me stesso, avendo ogni cosa in me, e -più assai che voi non potete in nessunissimo modo dare.„ - -Il proposito è di quelli che si chiamano filosofici, come opposti alle -idee pratiche. In questa filosofia tanto più è difficile che egli -perseveri, quanto maggiori sono le manifestazioni del suo ingegno, -quanto più calda è l'espressione della meraviglia dei pochissimi che -lo conoscono. Il Giordani s'adopera per lui, per fargli ottenere un -posto a Roma; ma il giovane sa di esservi sconosciuto, “e non dico di -non meritarlo; dico bene che infiniti altri che lo meritano quanto -me, sono senza paragone più noti e stimati e lodati e riveriti che -non son io; la qual cosa non mi muove punto nè mi dee muovere per sè -stessa, ma mi pregiudica in questo ch'io non avendo nessuna fama, non -ne posso cavare quelle utilità reali che ne cavano coloro che n'hanno, -comunque se l'abbiano. Sicchè non è dubbio che i vostri uffici non mi -possano giovare assaissimo.„ Ma l'amico suo non riesce, nè a Roma nè in -Lombardia. Intanto il Pindemonte ingelosisce di lui per il suo saggio -di traduzione dell'_Odissea_; il giovane risponde giustificandosi, -umiliandosi: “Io non ho mai veduto nessuna parte dell'_Odissea_ del -Pindemonte. Non so neppure se l'abbia tradotta e pubblicata tutta; -solamente quel saggio che stampò alcuni anni prima del mio. So ben -questo, che la sua traduzione si potrebbe paragonare alla mia così -bene, come una gemma a un ciottolo.„ - -Un giorno, stanco delle lunghe aspettazioni senza alcun ottenimento, -egli pone da parte il suo orgoglio e s'inchina dinanzi al Mai perchè -gli ottenga di farlo uscire da Recanati procurandogli la cattedra -di lingua latina vacante nella Biblioteca vaticana, della quale il -Monsignore è primo Custode. “Ho vissuto sempre in un piccolo paesuccio, -non ho conoscenze, non amicizie, non appoggi di sorta alcuna. Così che -dopo avere perduto ogni altro vantaggio della vita, mi vedo ridotto -a perdere interamente anche quell'ultimo frutto degli studi, che è -la conversazione degli uomini insigni, e quel poco di fama, che ogni -piccolo uomo si lusinga e desidera di acquistare. Ma chi vive sepolto -in un paese come questo, non può mai sperare di farsi, non dico famoso, -ma neppur noto in nessuna parte della terra. Tutte le fatiche, tutti i -dolori, tutte le perdite che ho sostenute sono vane per me. Io mi vedo -qui disprezzato e calpestato da chicchessia; tutte le speranze della -mia fanciullezza sono svanite; ed io piango quasi il tempo consumato -negli studi, vedendomi confuso con la feccia più vile degli scioperati -e degl'ignoranti.„ Per queste ragioni “implora la misericordia„ di -lui; e il Monsignore il cui nome sarà famoso presso i venturi grazie -al canto che il giovanetto gli ha intitolato, non vuole o non sa -contentarlo; anzi pubblica più tardi un frammento del Libanio “o per -fare dispetto a me, o sapendo di certo che col pubblicarlo, lo levava -di mano a me che già l'aveva trovato.„ - -Andato a Roma, egli s'accorge che nella gran città, dove sperava di -ottenere quella fama negatagli nel piccolo luogo natale, è ancora più -difficile esser conosciuti ed ammirati; e vede la miseria del mondo -letterario che da lontano gli sembrava tanto bello: “Quel vedere la -gente fanatica della letteratura anche più di quello ch'io fossi in -alcun tempo, quel misero traffico di gloria (giacchè qui non si parla -di danari, che almeno meriterebbero d'esser cercati con impegno), e di -gloria invidiata, combattuta, levata come di bocca dall'uno all'altro; -quei continui partiti, de' quali stando lontano non è possibile -farsi un'idea; quell'eterno discorrere di letteratura e discorrerne -sciocchissimamente, e come di un vero mestiere, progettando tutto -giorno, criticando, promettendo, lodandosi da sè stesso, magnificando -persone e scritti che fanno misericordia, tutto questo m'avvilisce in -modo, che, s'io non avessi il rifugio della posterità e la certezza -che col tempo tutto prende il suo giusto luogo (rifugio illusorio, ma -unico e necessarissimo al vero letterato), manderei la letteratura al -diavolo mille volte....„ I dotti stranieri lo apprezzano molto più -che non gl'Italiani; ma non per le qualità delle quali egli è più -orgoglioso. “Qui in Roma io non sono letterato (il qual nome, se è -vero, è inutile coi Romani, inutile coi forestieri), ma sono un erudito -e un grecista. Non potete credere quanto m'abbiano giovato quegli -avanzi di dottrina filologica che io ho raccolto e raccapezzato dalla -memoria delle mie occupazioni fanciullesche. Senza questi io non sarei -nulla cogli stranieri, i quali ordinariamente mi stimano, e mi danno -molti segni d'approvazione.„ Ma se egli spera di poter essere portato -via, all'estero, da qualcuno di costoro, spera invano, Il ministro di -Prussia gli dà gran lode per i suoi studi filologici e gli dimostra -molto interesse e gli promette di esercitare tutta la sua influenza -presso il governo pontificio per ottenergli un impiego: ma non glie -l'ottiene; l'otterrebbe se egli consentisse a farsi prete! - -A Milano, a Bologna, stipendiato dallo Stella, deve fare per conto -di questo libraio studii che abomina, “un librettaccio noioso„, il -commento del Petrarca, “calice di passione„ dal quale non aspetta “nè -onore nè piacere alcuno, bensì noia ineffabile e riso di molti che -mi conoscono, dell'essermi occupato in queste minuzie pedantesche.„ E -deve persuadere il libraio a non fargliene compiere un secondo dello -stesso genere: “Eccomi a dirle del Cinonio. Trovo che questo lavoro -sarà dei lunghi e noiosissimi, altrettanto e più che il Petrarca, -senza stimolo alcuno di fama o di lode all'autore. Ciononostante, -giudicando ella che esso debba riuscirle utile, eccomi a servirla. Ma -avendo io già pubblicata col mio nome un'opera affatto pedantesca, -com'è il comento al Petrarca, mi prendo la confidenza di porle in -considerazione che il pubblicarne un'altra dello stesso genere, non -potrà essere senza che il pubblico mi ponga onninamente, e per viva -forza, in quella classe, dalla quale colle mie parole e cogli altri -miei scritti ho tanto cercato di separarmi: nella classe di quelli che -deprimono e rendono frivola, nulla, ridicola agli occhi degli stranieri -la nostra letteratura, e con ciò servono mirabilmente alle intenzioni -dell'_oscurantismo_: nella classe dei pedanti. Io la prego però di -volere avere al mio nome questa compassione di salvarlo da questo -epiteto, nel quale esso incorrerà inevitabilmente se la nuova opera -sarà annunziata per mia....„ E quando poi questo libraio si dispone -a stampare le sue _Operette morali_, gli vuol mettere questo libro di -altissima filosofia nella _Biblioteca per dame_! - -Nessuno è riuscito a fargli avere un impiego: nessuno glie l'otterrà. -Una promessa, il segretariato dell'Accademia di Bologna, sfuma -nonostante l'appoggio del Bunsen. Lo stesso Bunsen gli dà come cosa -fatta la sua nomina alla cattedra di eloquenza greca e latina; il -giovane lo prega di fargli anche ottenere dal cardinale segretario di -Stato la somma occorrente al viaggio da Bologna a Roma, non avendo -la possibilità di farlo a spese proprie, e il Bunsen stesso mette a -sua disposizione il denaro occorrente; ma tutto va a monte: egli non -ottiene altro che “una nuova prova del quanto poco, anzi nulla, ci -possiamo noi confidare in questo nostro Governo gotico, le cui promesse -più solenni vagliono meno che quelle di un amante ubbriaco.„ Ancora il -Bunsen gli propone una cattedra in Germania, a Berlino o a Bonn; ma, -oltre che la cosa non è sicura, la salute rovinata non gli consente -oramai di vivere in climi tanto rigidi. Il Colletta, cercandogli -una cattedra in Toscana, non è più fortunato. Non è più fortunato il -Maestri cercandogliene un'altra a Parma: glie ne darebbero una, ma -di storia naturale!... I suoi concittadini, dopo tanta indifferenza e -tanta diffidenza, hanno sentore della sua grandezza; essi pensano un -giorno a lui, ma non per giovargli, bensì per giovarsene; lo eleggono -ad un posto non letterario, ma politico; lo nominano deputato durante -la rivoluzione del Trentuno, quando egli è lontano, tanto lontano che -la rivoluzione quasi finisce prima che egli risponda rinunziando ad un -ufficio al quale non è nato. - -Con tutta la sua dottrina, egli deve contentarsi di vivere dei pochi -scudi che gli paga ogni mese il libraio Stella e dell'emolumento di -lezioni private. Come una “fortuna„ sollecita dal Vieusseux di esser -posto in relazione col libraio Antonelli, disponendosi ad accettare, -tra per le condizioni del mercato librario, tra per lo stato della sua -salute, gli sterili e odiati lavori di compilazione. Se stampa opere -originali, deve pregare gli amici di trovargli sottoscrittori. Se -concorre con le _Operette morali_ al premio quinquennale di mille scudi -che conferirà l'Accademia della Crusca, il Vieusseux gli assicura che, -riguardo alla lingua e allo stile, cose che gli Accademici dovrebbero -considerare principalmente se volessero esser fedeli al loro primitivo -istituto, nessuno potrà competere con lui; ma il valore dell'opera -sua non basta: bisogna raccomandarsi, essere raccomandato. “Il Capponi -vi conosce„, gli scrive il Colletta, “vi pregia, vi ama; ma egli non -ha sullo Zannoni la forza che voi credete; nè lo Zannoni può tutto in -quel coro di canonici. Sento in predicamento il Botta; e certamente per -mole sta sopra a tutti: ma che storia! che stile! Quanto perderebbero -le lettere italiane s'egli avesse imitatori! Se gli accademici hanno -in pregio il puro, il gentile e il bisogno d'Italia di bello scrivere, -le opere vostre saran preferite, perchè in qualità di stile voi non -avete superiore o compagno.„ E il Capponi e il Niccolini difendono -la sua causa, ed anche lo Zannoni dicono che si mostri giusto a suo -riguardo; ma l'Accademia conferisce il premio proprio al Botta; e -neppure dà a lui la prima menzione onorevole; gli concede soltanto -la seconda. Per tutta consolazione, due anni dopo lo nomina suo -socio corrispondente. Ma le semplici soddisfazioni d'amor proprio che -importano oramai all'infelice cui mancano i mezzi di vivere? “Riempirti -il naso di fumo„, scrive alla sorella, “non mi dà più l'animo, e mi -fa nausea.„ Egli non ottiene quei compensi reali ai quali è anche sul -punto di divenire indifferente; se pure li ottenesse, non vi sarebbe un -senso di secreto avvilimento nella rinunzia ai sogni di gloria pura e -disinteressata? - -Ed a che cosa si riduce per lui questa gloria? All'amicizia di qualche -grande anima, alle liete accoglienze di Bologna e di Firenze, alle lodi -in versi del Muzzarelli e del Missirini, alle lodi in prosa e a qualche -traduzione che gli vengono dall'estero. E quante miserie, quante -invidie, in cambio! All'Accademia degli Arcadi dicono male di lui; -egli ne ride, ma sotto alle risa si sente la ferita dell'amor proprio: -assicura che prova “un gran piacere quando sono informato del male che -si dice di me„; ma che specie di piacere è questo?... Un anonimo scrive -al suo editore, e il suo editore gli comunica il seguente giudizio sul -commento del Petrarca: “Non posso a meno di dirgli che quella operetta -del Petrarca colle note mi par cosa inettissima; e degna d'esser letta -da uno scolaretto sgusciato dalla Grammatica.„ Per difendere la forma -delle sue prime dieci canzoni, egli deve comporre lunghe annotazioni -filologiche; per difenderne il contenuto, lo critica egli stesso in un -articolo ironico, senza firma. E il Tommaseo lo vitupera e lo dileggia, -e compone epigrammi sulla sua deformità corporale. E del Rosini è -amico, ma egli deve aver paura di dare al De Sinner la notizia della -caduta del _Tasso_ a Firenze “perchè sapete che gli sdegni letterarii -del Rosini non sono sempre inoffensivi. „ - -E poichè il destino non risparmierà questo grande sciagurato mai, -neppure nella morte, egli si spegne a Napoli durante l'epidemia -colerica, quando nessuno s'accorge della perdita che ha fatta l'Italia, -quando la sua salma a stento è sottratta dal Ranieri alla fossa comune -dove tutti i morti, per misura di pubblica salute, sono confusi. E un -Cicconi, nella _Gazzetta di Francia_, gli tesse un elogio funebre pieno -di vituperii; e il Tommaseo dissuade il libraio parigino Baudry dal -pubblicare un'edizione postuma delle sue opere. E lo stesso Ranieri, -che pure gli è stato tanto amico, un giorno, dopo molti anni, scrive un -libro nel quale avvilisce ed offende la sua memoria. - - - - -PARTE SECONDA. - -IL PENSIERO. - - - - -IL PESSIMISMO - - - - -I. - -L'ILLUSIONE. - - -Volgiamo lo sguardo indietro, sommiamo le disgraziate circostanze -intime ed esteriori in mezzo alle quali Giacomo Leopardi nasce, -cresce e vive sino all'ultimo giorno: gli eccessi della fantasia, gli -eccessi del ragionamento, il loro dissidio, la successiva dispersione -della volontà, l'esagerazione degli studii del passato, il contagio -romantico, il disordine della sensibilità, le malattie incessanti, la -deformità che gl'impedisce d'essere amato, la mancanza della protezione -materna, i contrasti col padre, la povertà, la lotta con le difficoltà -materiali della vita, la meschinità del luogo natale, la miseria -politica, sociale e intellettuale della patria, le fallite speranze di -gloria: vedremo che la sua vita fu uno spasimo incessante. - -Potremo noi trovare nell'opera sua le lodi dell'esistenza, -l'espressione della gioia, la fede nella bontà dell'universo? Vediamo -noi nascere le rose dal mortuario asfodelo? Il nostro pensiero, quando -pare più libero di manifestarsi in un modo piuttosto che in un altro, -non è rigorosamente determinato, in tutte le sue minime espressioni, -dalla nostra natura, dalla nostra educazione, dalla nostra esperienza? -E se per questa triplice influenza, che noi minutamente indagammo, -Giacomo Leopardi spasimò come abbiamo visto, l'arte sua poteva essere -consolatrice? Se voi non conoscete ancora nulla dell'opera sua, dovete, -sin da questo momento, antivederne il disperato carattere. - -Tutto è stato per lui dolore, ogni cosa lo ha disingannato. Quando ha -goduto? Nella primissima gioventù, nella fanciullezza, quando i mali -non lo avevano avvilito, quando voleva ed agiva come tutti gli altri, -quando meglio che tutti gli altri immaginava la felicità avvenire ed -aspettava di conseguirla. Egli loda pertanto una cosa sola: la prima -età, piena di fede, di illusioni, di speranze, di aspettazioni felici; - - quel dolce - E irrevocabil tempo, allor che s'apre - Al guardo giovanil questa infelice - Scena del mondo, e gli sorride in vista - Di paradiso.... - Il caro tempo giovanil; più caro - Che la fama e l'allôr, più che la pura - Luce del giorno, e lo spirar.... - -la prima stagione della vita, quando - - l'acerbo, indegno - Mistero delle cose a noi si mostra - Pien di dolcezza. - -Sempre egli ritorna alle speranze, agli “ameni inganni„ della prima -età, al “caro immaginar„ suo primo: - - Chi rimembrar vi può senza sospiri, - O primo entrar di giovinezza, o giorni - Vezzosi, inenarrabili, allor quando - Al rapito mortal primieramente - Sorridon le donzelle; a gara intorno - Ogni cosa sorride; invidia tace, - Non desta ancora ovver benigna; e quasi - (Inaudita maraviglia!) il mondo - La destra soccorrevole gli porge.... - -Come la gioventù è la sola stagione felice, così l'alba è il più -bel momento del giorno. “Su, mortali„, canta il Gallo silvestre, -“destatevi. Il dì rinasce.... Ciascuno in questo tempo raccoglie e -ricorre coll'animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama -alla memoria i disegni, gli studi e i negozi; si propone i diletti -e gli affanni che gli sieno per intervenire nello spazio del giorno -nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai di ritrovar -pure nella sua mente aspettative gioconde e pensieri dolci.„ Così -il sabato è al villaggio il giorno migliore, per la giovinetta che -ha colto i fiori dei quali si ornerà il domani, per la vecchierella -che ricorda il suo buon tempo, le feste passate; per i fanciulli che -saltellano in piazza, per lo zappatore che pensa al prossimo riposo, -per il legnaiuolo che s'affretta a finire l'opera sua. - - Questo di sette è il più gradito giorno, - Pien di speme e di gioia.... - -E la gioventù rispetto alla vita è come il sabato rispetto alla festa: - - Garzoncello scherzoso, - Cotesta età fiorita - È come un giorno d'allegrezza pieno, - Giorno chiaro, sereno, - Che precorre alla festa di tua vita. - Godi, fanciullo mio; stato soave, - Stagion lieta è cotesta. - -Ma quanto dura? Come, tramontando la luna, il mondo si scolora e -l'oscurità scende nella valle e sul monte, - - Tal si dilegua, e tale - Lascia l'età mortale - La giovinezza. In fuga - Van l'ombre e le sembianze - Dei dilettosi inganni; e vengon meno - Le lontane speranze - Ove s'appoggia la mortal natura. - Abbandonata, oscura - Resta la vita.... - -Quella stessa forza della speranza, quella stessa consistenza -dell'illusione che diedero prezzo alla prima età, sono causa dello -scontento, del disgusto che seguono. Chi ha sognato “arcana felicità -in arcani modi„, non è possibile che lodi poi molto la vita reale, -ancora quando essa sia larga di soddisfazioni. Qualunque diletto si -possa godere al mondo, resta scolorito al paragone di quelli sognati, -desiderati e aspettati; “e però„ dice Malambruno, “non uguagliando -il desiderio naturale della felicità che mi sta fisso nell'animo, non -sarà vero diletto; e in quel tempo medesimo che esso è per durare, io -non lascerò di essere infelice.„ Nel punto dell'ottenimento, mentre il -bene ottenuto riesce inferiore a quello aspettato, l'immaginazione e il -desiderio ne antivedono uno maggiore nel futuro: “Non vi accorgete voi -che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorchè desiderato -infinitamente, e procacciato con fatiche e molestie indicibili.... -state sempre aspettando un goder maggiore e più vero, nel quale -consista in somma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di -continuo agl'istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce -sempre innanzi al giungere dell'istante che vi soddisfaccia; e non -vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più -veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a -voi medesimi di aver goduto....„ Tanto la felicità che si aspetta è -superiore a quella che si può ottenere, che uno il quale “si trovasse -nel più felice stato della terra, senza che egli si potesse promettere -di avanzarlo in nessuna parte e in nessuna guisa, si può quasi dire -che questi sarebbe il più misero di tutti gli uomini.„ Per conseguenza -le facoltà alle quali sono dovuti effetti tanto funesti, se erano le -cose più preziose, sono anche “le più lacrimevoli a chi le riceve.„ -Non ultimo tra i danni da esse prodotti è quello che il Leopardi -ha notato in sè stesso: l'impaccio della volontà. Dice la Natura, -ragionando con un'Anima: “La finezza del tuo proprio intelletto e la -vivacità dell'immaginazione ti escluderanno da una grandissima parte -della signoria di te stessa. Gli animali bruti usano agevolmente -ai fini che eglino si propongono, ogni loro facoltà e forza. Ma gli -uomini rarissime volte fanno ogni loro potere; impediti ordinariamente -dalla ragione e dall'immaginativa; le quali creano mille dubbietà nel -deliberare e mille ritegni nell'eseguire. I meno atti o meno usati a -ponderare e considerare seco medesimi, sono i più pronti a risolversi.„ - -E se pure, con tanti impedimenti all'acquisto della felicità, i piaceri -della vita fossero reali! Ma, al contrario, sono illusorii, semplici -interruzioni del dolore: così la quiete, inapprezzata prima della -tempesta, è causa di gioia dopo di questa: - - Piacer figlio d'affanno - Gioia vana, ch'è frutto - Del passato timore.... - -Tali sono i doni, i beni che la natura offre agli uomini: - - Uscir di pena - È diletto fra noi. - -“Il piacere„ dice la Mummia di Federico Ruysch, “non sempre è cosa -viva; la cessazione di qualunque dolore o disagio, è piacere per sè -medesima.„ E se pure i sensi dell'uomo sono capaci di godere non solo -quando cessano di soffrire, ma anche in modo più spontaneo, uscendo -dallo stato d'indifferenza, questi piaceri sono poi tutti benefici? Il -Leopardi che non li ha potuti godere, a cui le stesse impressioni grate -facevano male, si duole perchè la natura, mentre ci ha “infuso tanta -e sì ferma e insaziabile avidità del piacere, disgiunto dal quale la -nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa -imperfetta„; dall'altra parte ha ordinato “che l'uso di esso piacere -sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità -del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna -persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita.„ E -ancora: chi si astenesse interamente dai piaceri, sarebbe per ciò -salvo? Costui incorrerebbe egualmente “in molte e diverse malattie„, -sarebbe esposto ai pericoli di morte, alla perdita di qualche membro -o facoltà, condurrebbe per tempi più o meno lunghi una misera vita, -e avrebbe “oppresso il corpo e l'animo con mille stenti e mille -dolori.„ E ancora: “benchè ciascuno di noi sperimenti, nel tempo delle -infermità, mali per lui nuovi e disusati, e infelicità maggiore che -egli non suole„; la natura non ha poi dato in compenso all'uomo “alcuni -tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione -di qualche diletto straordinario per qualità e grandezza.„ I dolori -sono dunque reali, infiniti, e intollerabili; mentre i piaceri sono -illusorii, circoscritti, e finalmente anch'essi nocivi. - -Se tale è la miseria della condizione umana, il Leopardi crede che vi -sia un vero, un grande, un infinito bene: l'amore. - - Pregio non ha, non ha ragion la vita - Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto; - Sola discolpa al fato. - -La Verità, che Giove ha mandato sulla terra, fuga tutte le larve e -tutte le illusioni, e rende disperata la condizione degli uomini; -ma resta per concessione del nume l'amore. “Avranno tuttavia qualche -mediocre conforto da quel fantasma che essi chiamano Amore, il quale io -sono disposto, rimovendo tutti gli altri, lasciare nel consorzio umano. -E non sarà dato alla Verità, quantunque potentissima e combattendolo -di continuo, nè sterminarlo mai dalla terra, nè vincerlo se non di -rado.„ E poichè gli effetti della Verità sono spaventevoli, il nume, -mosso a pietà delle creature penanti, invita qualcuno dei celesti a -scendere in terra per consolare l'infelice progenie. “Al che tacendo -tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di -nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere -diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua -pietà) di fare esso l'ufficio proposto da Giove, e scendere dal -cielo....„ Ed egli torna, ma di rado, a visitare i mortali, e poco -si ferma tra loro. “Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più -teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi -siede per breve spazio: diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, -ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che -eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto -verità che rassomiglianza di beatitudine.„ Ma questa felicità vera -non è intera; perchè l'amore “rarissimamente congiunge due cuori -insieme, abbracciando l'uno e l'altro a un medesimo tempo, e inducendo -scambievole ardore e desiderio in ambedue; benchè pregatone con -grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli -consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perchè la felicità che -nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla -divina.„ Così Consalvo, presso a morte, si ridesta e delira di gioia -solo perchè la donna amata gli concede il primo ed ultimo bacio: - - Morrò contento - Del mio destino omai, nè più mi dolgo - Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno, - Poscia che quella bocca alla mia bocca - Premer fu dato. Anzi felice estimo - La sorte mia. Due cose belle ha il mondo: - Amore e morte. All'una il ciel mi guida - In sul fior dell'età; nell'altro, assai - Fortunato mi tengo.... - -Noi già vediamo, in questo parallelo tra l'amore, forma dell'istinto -vitale, e la morte, cessazione di tutta quanta la vita, annebbiarsi -la fede del Leopardi. Se egli credesse veramente all'amore, non -paragonerebbe le gioie che nascono da lui a quel sollievo tutto -negativo che viene dalla fine dell'esistenza; egli non canterebbe: - - Fratelli, a un tempo istesso, Amore e Morte - Ingenerò la sorte. - Cose quaggiù più belle - Altre il mondo non ha, non han le stelle. - -È vero che ogni uomo, anche non disperando, sicuro anzi di ottenere la -soddisfazione degl'istinti della carne e dei bisogni del cuore, prova -un intimo senso di tristezza e quasi un desiderio di morire durante il -primo invasamento della passione. Questa languidezza mortale, questa -prostrazione sono note a tutti i grandi, a tutti i veri amanti; il -Leopardi, che è tra i più squisiti, le sente, le descrive, ne cerca le -ragioni nella paura che produce il deserto del mondo a chi ha il cuore -gonfio d'una speranza divina; nella previsione delle tempeste alle -quali va incontro l'amante. È vero che il bisogno di morire ritorna più -grave - - quando tutto avvolge - La formidabil possa, - E fulmina nel cor l'invitta cura; - -e che gli umili, le vergini, si uccidono o muoiono distrutti dalla -passione. Ma ciò accade quando l'amore è contrastato; per affermare -che amore e morte sono fratelli, sempre, bisogna disperare dell'amore. -Ed infatti: qual è l'opera dell'Amore, quando, per consiglio di -Giove, quel dio scende in terra? È quella di far tornare le larve, le -illusioni: “E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi -esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo -quel primo voto degli uomini, che fu di esser tornati alla condizione -della puerizia. Perciocchè negli animi che egli si elegge ad abitare, -suscita e rinverdisce, per tutto il tempo che egli vi siede, l'infinita -speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri.„ In altre -parole: il conforto che viene dall'amore è tutto nell'aspettazione, -nella speranza. Il Leopardi non si contraddice, affermando, dopo -aver negato tutti i piaceri, la benefica potenza dell'amore. L'amore -è grato, secondo lui, come è grata la gioventù; perchè il giovane e -l'amante s'illudono, aspettano una felicità senza fine. E perchè non -la raggiunge il giovane, non la raggiunge l'amante. Il giovane ha -troppo sperato dalla vita; l'amante spera troppo dalla donna. Egli non -si contenta della creatura reale; se ne foggia un'immagine molto più -bella: - - Vagheggia - Il piagato mortal quindi la figlia - Della sua mente, l'amorosa idea, - Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude, - Tutta al volto, ai costumi, alla favella - Pari alla donna che il rapito amante - Vagheggiare ed amar confuso estima. - -Il poeta non ha avuto esperienza dell'amore reale, ma sa che insino -nell'amplesso la creatura che noi stringiamo tra le braccia non è tanto -la vera, quella di carne e di sangue, quanto la figlia della nostra -mente. Il disinganno è pertanto da attribuire all'immaginazione degli -uomini, non già alle donne; ma la colpa è anche della natura che ha -fatto gli uomini troppo immaginosi ed ardenti, e le donne troppo fredde -e pigre. Le donne reali sono troppo diverse da quelle che gl'innamorati -si dipingono: - - A quella eccelsa imago - Sorge di rado il femminile ingegno; - E ciò che ispira ai generosi amanti - La sua stessa beltà, donna non pensa, - Nè comprender potrìa. Non cape in quelle - Anguste fronti ugual concetto. E male - Al vivo sfolgorar di quegli sguardi - Spera l'uomo ingannato, e mal richiede - Sensi profondi, sconosciuti, e molto - Più che virili, in chi dell'uomo al tutto - Da natura è minor. Che se più molli - E più tenui le membra, essa la mente - Men capace e men forte anco riceve. - -Egli è anche più giusto quando fa dire al Tasso dal suo Genio familiare -che le donne non hanno colpa se, alla prova, riescono troppo diverse da -quelle che noi immaginiamo. “Io non so vedere„, gli spiega il Genio, -“che colpa s'abbiano in questo, d'esser fatte di carne e sangue, -piuttosto che d'ambrosia e nèttare. Qual cosa del mondo ha pure -un'ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate che -abbia a essere nelle donne? E anche mi pare strano, che non facendovi -maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè a dir creature poco -lodevoli e poco amabili; non sappiate poi comprendere come accada, che -le donne in fatti non sieno angeli.„ - -L'immaginazione è dunque ancora causa dell'inganno. Essa, come -ha guastato la vita, guasta anche l'amore. Saggio è l'amante che, -sognando la donna diletta in un sogno gentile, “per tutto il giorno -seguente fugge di ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che -ella non potrebbe reggere al paragone dell'immagine che il sonno -gliene ha lasciata impressa....„ Quantunque il Leopardi abbia amato -solitariamente, quantunque non abbia neppure significato i suoi -sentimenti alle donne che li ispirarono, pure egli ha capito come sia -difficile agli amanti riamati il comprendersi. Quando ha fatto dire -a Consalvo che il cielo non consente il pieno appagamento dei voti -d'amore, gli ha fatto soggiungere che “amar tant'oltre non è dato con -gioia„; e il suo Filippo Ottonieri dice una cosa molto profonda, che -è il frutto delle lunghe esperienze sentimentali: “Negava che alcuno -a questi tempi possa amare senza rivale; e dimandato del perchè, -rispondeva: perchè certo l'amato o l'amata è rivale ardentissimo -dell'amante.„ Come dir meglio che l'amore, la grande consolazione della -vita, non è tutto amore, ma anche una forma di odio? - -Dove sarà allora la felicità vera, intera, pura? Sarà nella gloria? -Anche questa è una forma dell'illusione; ad uno ad uno egli ne -distrugge, come li ha visti cadere intorno a sè, tutti i fondamenti, -tutte le promesse, tutti i vantaggi. E primieramente: che cosa è la -gloria letteraria e artistica, paragonata a quella che dipende dalle -grandi azioni? “L'operare è tanto più degno e più nobile del meditare -e dello scrivere, quanto è più nobile il fine che il mezzo, e quanto -le cose e i soggetti importano più che le parole e i ragionamenti. -Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; nè l'uomo nasce -a scrivere, ma solo a fare.„ Ma i tempi non volgono propizii alle -imprese magnanime, ed è forza contentarsi della grandezza nell'arte -o nella scienza. E questa via, “come quella che non è secondo la -natura degli uomini, non si può seguire senza pregiudizio del corpo, -nè senza moltiplicare in diversi modi l'infelicità del proprio -animo.„ E quante difficoltà! “Le emulazioni, le invidie, le censure -acerbe, le calunnie, le parzialità, le pratiche e i maneggi occulti -e palesi contro la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli -che la malignità degli uomini ti opporrà....„ Il valore è anche -contrastato “dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio -dal semplice caso, o da leggerissime cagioni.„ Chi può, del resto, -comprender bene lo scrittore? Non la folla, ma gli scrittori suoi -pari; non gli stranieri, ma quelli della sua stessa nazione: per tutto -il resto dell'umano genere le fatiche letterarie riescono inutili -e sparse al vento. “Lascio l'infinita varietà dei giudizi e delle -inclinazioni dei letterati, per la quale il numero delle persone -atte a sentire le qualità lodevoli di questo o di quel libro, si -riduce ancora a molto meno.„ Che è dunque la fama di quei grandi, i -cui nomi sono universalmente riveriti? “In vero io mi persuado che -l'altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi, -provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano, -piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata, che da giudizio -proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale....„ -Per comprendere le opere dell'ingegno, bisogna trovarsi in certe -particolari condizioni; gli scritti non tanto si giudicano dalle -loro qualità in se medesime, quanto dall'effetto prodotto nell'animo -di chi legge. Quante volte, per quante cause, il lettore non sì -trova mal disposto a comunicare con l'autore? Se dunque un libro -nuovo anche ottimo è letto una sola volta da chi temporaneamente -è impedito d'intenderlo, l'autore sarà poco o niente stimato. Al -contrario, in certi stati dell'animo, una pagina mediocre è capace di -produrre eccitazioni gagliarde, e l'autore di ottenere un'ammirazione -immeritata. E nella nostra età, tarda, stanca, sovraccarica di troppe -memorie, l'eloquenza, la poesia, sono poco intese; ed i giovani, il -cui animo è più pronto, non hanno un gusto sicuro; e gli abitatori -delle grandi città, i quali incoronano gli oratori e i poeti, -sono troppo distratti da troppe altre cose. E se bisogna, per bene -apprezzare un'opera, rileggerla più e più volte, “manca oggi il tempo -alle prime non che alle seconde letture.„ E se il consenso antico e -universale è tanta parte della fama delle opere, oggi un nuovo poema -“eguale o superiore di pregio intrinseco all'_Iliade_, letto anche -attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche, -gli riuscirebbe assai men grato e men dilettevole di quella; e per -tanto gli resterebbe in molto minore estimazione.„ - -La dimostrazione continua così, come quella di un teorema, con uno -spietato rigore di logica. Miglior fortuna del poeta troverà il -filosofo, che non si rivolge all'immaginazione degli uomini, diseguale, -mutabile, ma alla loro ragione? Ma, posto anche che l'immaginazione -non fosse tanto utile in filosofia come in arte, resta sempre che le -verità filosofiche non sono apprezzate da chi non le partecipa, anche -lasciando da parte “le varie fazioni, o comunque si voglia chiamarle, -in cui sono divisi oggi, come sempre furono, quelli che fanno -professione di filosofia: ciascuna delle quali nega ordinariamente -la debita lode e stima a quei delle altre; non solo per volontà, ma -per aver l'intelletto occupato da altri principii.„ E se a gustare un -poema occorre tempo, più ne occorre se si vuole persuadere agli uomini -la verità scoperta dal filosofo; e i grandi novatori, invece d'essere -lodati e ammirati, troppo spesso sono derisi e vilipesi. E se la verità -fa il suo cammino finchè è poi universalmente accettata, il morto -suo inventore non ha neppure il premio d'una postuma fama, “parte per -essere già mancata la sua memoria, o perchè l'opinione ingiusta avuta -di lui mentre visse, confermata dalla lunga consuetudine, prevale a -ogni altro rispetto; parte perchè gli uomini non sono venuti a questo -grado di cognizioni per opera sua; e parte perchè già nel sapere gli -sono eguali, presto lo sormonteranno, e forse gli sono superiori anche -al presente, per essersi potute colla lunghezza del tempo dimostrare e -chiarire meglio le verità immaginate da lui, ridurre le sue congetture -a certezza, dare ordine e forma migliore ai suoi trovati, e quasi -maturarli.„ - -Nulla resiste alla sua critica; par quasi che egli provi un senso -di voluttà nel rintracciare e nell'esporre ad uno ad uno tutti i più -sottili e riposti argomenti che si possono addurre contro la speranza -d'un premio. Ecco: dopo aver tutto negato, dopo aver dimostrato come -sia impossibile ottenere la gloria, concede a un tratto che qualcuno -l'abbia conseguita. Che frutto ne ritrarrà costui? Se l'uomo famoso -vive in una città piccola, egli non è oggetto d'invidia, perchè -nessuno l'intende; anzi, perchè tutti lo disconoscono, è trascurato. -Nelle città grandi, tanto per l'emulazione dei compagni quanto per -le distrazioni della folla, le difficoltà di poter godere della -gloria acquistata non sono minori. E la fama di grande poeta e di -gran filosofo, come è la più difficile da acquistare, è anche la meno -fruttuosa di tutte: “le due sommità, per così dire, dell'arte e della -scienza umana; dico la poesia e la filosofia; sono in chi le professa, -specialmente oggi, le facoltà più neglette del mondo; posposte ancora -alle arti che si esercitano principalmente con la mano.„ Qual è dunque -il frutto dell'ingegno, il premio degli studi per il filosofo ed il -poeta? Null'altro “se non forse una gloria nata e contenuta fra un -piccolissimo numero di persone.„ Ce n'è anche un altro, maggiore, -migliore: “Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi -alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne ritrarrai, -sarà di rivolgerla nell'animo e di compiacertene teco stesso nel -silenzio della tua solitudine, col pigliarne stimolo e conforto a nuove -fatiche, e fartene fondamento a nuove speranze.„ Perchè anche qui la -natura dell'uomo ordisce il solito inganno, volendo che il bene non -ottenuto sia ancora sperato, a dispetto dell'esperienza, nel futuro, -altrove, non si sa dove: “La gloria degli scrittori, non solo, come -tutti i beni degli uomini, riesce più grata da lungi che da vicino, ma -non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova -in nessun luogo„; e la speranza sempre disingannata continua sempre -ad operare, così che da ultimo, non avendo mai trovato la gloria -in vita, o avendola sdegnata, o non avendone goduto tanto quanto si -aspettava, l'uomo si pasce della speranza di quella che otterrà — dopo -morto, dai posteri.... quasi che i posteri non saranno uomini come -i contemporanei, soggetti a quella mutabilità di gusti in arte e di -giudizii in filosofia che ha travolto le speranze di gloria durante la -vita e che annullerà totalmente quelle riposte nell'avvenire! - - - - -II. - -LA MISANTROPIA. - - -Dunque: i piaceri dei sensi, le gioie dell'amore, i premii della -gloria: tutto è vano: “La natura medesima è impostura verso l'uomo, -nè gli rende la vita amabile e sopportabile, se non per mezzo -principalmente d'immaginazione e d'inganno.„ Non vi sarà nessun -conforto? Se ne troverà uno nel sentimento della fratellanza umana? -Gl'infelici si consoleranno amandosi e sostenendosi reciprocamente? Il -primo sostegno e il primo amore sono nella famiglia; e il Leopardi, non -avendoli trovati nella sua, li nega. Egli dimostra che l'educazione “è -un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla -vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani: -fuggite i piaceri propri della vostra età, perchè tutti sono pericolosi -e contrari ai buoni costumi, e perchè noi che ne abbiamo presi -quanti più abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo -altrettanti, non ci siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate -di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto -più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà -vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso -della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della -vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che -indirizzeremo il tutto all'utile vostro. Tutto il contrario di queste -cose ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare -se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri -fatti passati, nè alle nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi -conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non -so che cosa sia inganno e fraude se non è il promettere felicità agli -inesperti sotto tali condizioni.... Mai padre nè madre, non che altro -istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai figliuoli -un'educazione che muove da un principio così maligno.„ L'impedimento -dei genitori alla libertà dei figli è tale, che la maggior parte degli -uomini veramente grandi debbono la loro grandezza all'aver perduto -il padre in tenera età: “La potestà paterna appresso tutte le nazioni -che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de' figliuoli; che -per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile; -e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai -costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto -dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento -che l'uomo, finchè ha il padre vivo, porta perpetuamente nell'animo; -confermatogli dall'opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di -lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dependenza, -e di non essere libero signore di sè medesimo, anzi di non essere, per -dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e -di appartenere il suo nome ad altrui più che a sè. Il qual sentimento, -più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perchè avendo -lo spirito più svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad -accorgersi della verità della propria condizione, è quasi impossibile -che vada insieme, non dirò col fare, ma col disegnare checchessia -di grande. E passata in tal modo la gioventù, l'uomo che in età di -quaranta o di cinquant'anni sente per la prima volta di essere nella -potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se -ne provasse, non avrebbe più impeto nè forze nè tempo sufficienti ad -azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene -si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa -misura: poichè l'utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella -giovinezza una guida esperta ed amorosa, quale non può essere alcuno -così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e -della giovinezza e generalmente della vita.„ - -Ma, dall'altra parte, i figli non danno minor causa di dolore -ai genitori. “Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e -soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i -loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica, -diligenza e spesa si ponga in educarli, coll'uso poi del mondo, quasi -indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi.„ - -Mancato il conforto nella famiglia, resterebbe ancora quello della -solidarietà fra tutti gli uomini. “_Gl'individui sono spariti -dinanzi alle masse_„, dicono intorno al Leopardi i pensatori, volendo -significare con queste parole che, se pure ciascun uomo ha molti e -troppi motivi di dolore, il pensiero del bene comune, della felicità -generale, deve consolarlo. Ed egli, dimostrato che tutto è illusione, -riconosce che “si cette illusion était commune, si tous les hommes -croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissans, -bienfaisans, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot, -si tout le monde était sensible.... n'en serait-on pas plus heureux? -Chaque individu ne trouverait-il pas mille ressources dans la société? -Celle-ci ne devrait-elle s'appliquer à realiser les illusions autant -qu'il lui serait possible, puisque le bonheur de l'homme ne peut -consister dans ce qui est réel?„ Ma egli nega anche questo compenso. -Nessuno ha compreso lui, o troppo pochi; quasi dovunque egli ha trovato -ostilità o indifferenza. A che gli è valsa la grandezza della mente -e la bontà dell'animo?... Con Bruto pertanto egli chiamerà stolta la -virtù e lancerà al cielo il grido della giustizia offesa: - - Dunque degli empi - Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta - Per l'aere il nembo, e quando - Il tuon rapido spingi, - Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi? - -Gli uomini, come tutti i viventi, non si sostengono, si combattono: -“Naturalmente l'animale odia il suo simile, e qualora ciò è richiesto -dall'interesse proprio, l'offende.„ Nè altro scopo hanno le lotte -umane se non “l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che -non giovano.„ Poichè la felicità che essi agognano e che tentano di -raggiungere in mille modi sfugge continuamente, che nome meriterà il -loro vano affaccendarsi? Che cosa distinguerà i grandi lavori dagli -inutili trastulli? Filippo Ottonieri non ammette nessuna differenza -tra gli uni e gli altri, “e sempre che era stato occupato in qualunque -cosa, per grave che ella fosse, diceva d'essersi trastullato.„ Meglio -ancora: - - È tutta, - In ogni umano stato, ozio la vita, - Se quell'oprar, quel procurar che a degno - Obbietto non intende, o che all'intento - Giugner mai non potria, ben si conviene - Ozïoso nomar. La schiera industre - Cui franger glebe o curar piante e greggi - Vede l'alba tranquilla e vede il vespro, - Se oziosa dirai, da che sua vita - È per campar la vita, e per sè sola - La vita all'uom non ha pregio nessuno, - Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni - Tragge in ozio il nocchiero; ozio le vegghie - Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi; - E il mercatante avaro in ozio vive: - Che non a sè, non ad altrui, la bella - Felicità, cui solo agogna e cerca - La natura mortal, veruno acquista - Per cura o per sudor, vegghia o periglio. - -Quanto strana non è dunque la pretesa dì coloro - - che, non potendo - Felice in terra far persona alcuna, - L'uomo obbliando, a ricercar si diero - Una comun felicitade; e quella - Trovata agevolmente, essi di molti, - Tristi e miseri tutti, un popol fanno - Lieto e felice.... - -“Lasci fare alle masse„, soggiunge Tristano; “le quali che cosa sieno -per fare senza individui, essendo composte d'individui, desidero e -spero che me lo spieghino gl'intendenti d'individui e di masse, che -oggi illuminano il mondo....„ No, la concordia non regna tra gli -uomini; non se ne trovano due che si comprendano; anzi “l'odio verso -i propri simili è maggiore verso i più simili.„ Invece che cercarli, -converrà piuttosto, per consolarsi, fuggirli e rifugiarsi in seno alla -natura. - -Ma anche la natura ferisce continuamente, in mille modi, i viventi. -Da lei vengono tutti gl'innumerevoli dolori fisici. L'Islandese esce -dall'isola sua nativa “per vedere se in alcuna parte della terra -potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire.„ -Cerca; ma non trova. “Io sono stato arso dal caldo dei tropici, -rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati -dall'incostanza dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in -ogni dove.„ E gli uomini, come già lodano il loro stato, così credono -che la natura non abbia altra mira che di procacciare il loro bene; -quando invece - - un'onda - Di mar commosso, un fiato - D'aura maligna, un sotterraneo crollo - -distrugge interi popoli in modo che a gran pena ne resta la memoria. -Vengano sul Vesuvio i presuntuosi, dinanzi alle secolari rovine delle -città sepolte dalla cenere, distrutte dai tremuoti, coperte dalla lava: -vedranno che - - Non ha natura al seme - Dell'uom più stima o cura - Ch'alla formica: e se più rara in quello - Che nell'altra è la strage, - Non avvien ciò d'altronde - Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde. - -Infine, se per tante cagioni la condizione umana è tanto sciagurata, -sia che gli uomini si considerino ad uno ad uno, sia che si consideri -il loro consorzio, non sarà possibile sperare che essa migliori col -tempo? Questa speranza di progresso sorride a molti; per il misantropo -è vana ancor essa; anzi dà luogo alla certezza che il passato era -preferibile al presente e che col tempo il mondo peggiora. Una volta -gli uomini lo vedevano popolato di creature leggiadre e divine: - - Già di candide ninfe i rivi albergo - Placido albergo e specchio - Furo i liquidi fonti.... - Vissero i fiori e l'erbe, - Vissero i boschi un dì. - -I dolorosi eredi dovranno oggi lodare i Patriarchi, - - molto all'eterno - Degli astri agitator più cari, e molto - Di noi men lacrimabili nell'alma - Luce prodotti; - -dovranno invidiare i tempi del primo padre, quando la pace regnava -sulla terra: - - Oh fortunata, - Di colpe ignara e di lugubri eventi, - Erma terrena sede! - -Perchè dallo scempio fraterno ebbe origine questa tanto vantata civiltà: - - Trepido, errante il fratricida, e l'ombre - Solitarie fuggendo e la secreta - Nelle profonde selve ira de' venti, - Primo i civili tetti, albergo e regno - Alle macere cure, innalza; e primo - Il disperato pentimento i ciechi - Mortali egro, anelante, aduna e stringe - Ne' consorti ricetti: onde negata - L'improba mano al curvo aratro, e vili - Fur gli agresti sudori; ozio le soglie - Scellerato occupò; ne' corpi inerti - Domo il vigor natìo, languide, ignave - Giacquer le menti; e servitù le imbelli - Umane vite, ultimo danno, accolse. - -Un tempo, sì, la terra fu dilettosa e cara; perchè - - di suo fato ignara - E degli affanni suoi, vota d'affanno - Visse l'umana stirpe; alle secrete - Leggi del cielo e di natura indutto - Valse l'ameno error, le fraudi, il molle - Pristino velo; e di sperar contenta - Nostra placida nave in porto ascese. - -Ma la civiltà non è progresso per il genere umano come l'esperienza -non è felicità per il giovane: l'età prima dell'uomo e del mondo è la -migliore. Anche oggi una vita simile a quella delle antiche età si vive -dai popoli che noi chiamiamo barbari; tra le vergini selve - - Nasce beata prole, a cui non sugge - Pallida cura il petto, a cui le membra - Fera tabe non doma. - -E gli uomini che si stimano progrediti vanno a turbare ed opprimere -quei soli felici! - - Oh contra il nostro - Scellerato ardimento inermi regni - Della saggia natura! I lidi e gli antri - E le quïete selve apre l'invitto - Nostro furor; le violate genti - Al peregrino affanno, agl'ignorati - Desiri educa; e la fugace, ignuda - Felicità per l'imo sole incalza, - -No, questa trasformazione, “questa mutazione di vita, e massimamente -d'animo„, non ha fatto raggiungere la felicità; al contrario: è stata -accrescimento d'infelicità. Fossero almeno questi uomini inciviliti, -che credono il loro costume tanto superiore al primitivo e che -aspettano un continuo miglioramento dello stato umano; fossero almeno, -dico, stabili nelle loro idee! Sapesse bene il secolo presente che cosa -credere, che cosa negare! Ma no: oggetto d'immenso stupore è il vedere - - con che costanza - Quel che ieri schernì, prosteso adora - Oggi, e domani abbatterà, per girne - Raccozzando i rottami, e per riporlo - Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente! - Quanto estimar si dee, che fede ispira - Del secol che si volge, anzi dell'anno, - Il concorde sentir! - -Mentre si dice e si ode dire che la futura umanità sarà migliore della -nostra, nello stesso tempo “diciamo e udiamo dire a ogni tratto: _i -buoni antichi_, _i nostri buoni antenati_; _e uomo fatto all'antica_, -volendo dire uomo dabbene e da potersene fidare.„ Tale è il giudizio -degli uomini: “Ciascuna generazione crede dall'una parte, che i -passati fossero migliori dei presenti; dall'altra parte che i popoli -migliorino allontanandosi dal loro primo stato ogni giorno più.„ -Altro sciocco inganno: “In ogni paese i vizi e i mali universali degli -uomini e della società umana sono notati come particolari del luogo. -Io non sono mai stato in parte dov'io non abbia udito: qui le donne -sono vane e incostanti, leggono poco e sono male istruite; qui il -pubblico è curioso de' fatti altrui, ciarliero molto e maldicente; qui -i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna l'invidia, e -le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove le -cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità, -e risoluti di credersi miseri per accidente.„ Essi s'arrogano il vanto -dell'eternità e sognano la loro fortuna nel futuro, e non s'accorgono -“che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione -e di distruzione,„ e che la stessa terra e gli stessi soli “dovranno -venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio.„ -Altri mondi sorgeranno, altre creature nasceranno delle quali nulla -si può predire; ma questa nostra progenie, non che perfezionarsi -col tempo, dovrà probabilmente perire dei suoi proprii vizii. La -disperata fantasia del Leopardi prevede che gli uomini mancheranno -“parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi -l'un l'altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte -infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte -gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte -le vie di far contro la propria natura e di capitar male.„ Egli non -si può pertanto “dilettare e pascere di certe buone aspettative, come -veggo fare a molti filosofi in questo secolo„; e la sua disperazione è -“intera, e continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza.„ - - - - -III. - -LO SCETTICISMO. - - -Pure, disperando di tutto, non credendo ai piaceri dei sensi, alle -gioie dell'amore, ai premii della gloria, alla consolazione della -famiglia, alla bontà dei simili, alla possibilità del progresso; -resta ancora un'àncora, la più salda: Dio. Quei beni che il mondo -nega possono essere a usura compensati dal cielo; se il corpo umano -e la stessa terra che lo sostiene sono condannati a perire, una vita -immortale può sorridere all'anima. La fede è l'ultimo rifugio. - -Ma la fede dev'essere cieca, e lo spirito indagatore la distrugge. Fin -dai primi anni della sua vita morale, quando gl'insegnamenti paterni -erano ancora da lui ascoltati, quando la pietà cristiana ereditata -dalla nascita, succhiata col latte, era in lui fervida, il Leopardi -cominciò, se non a dubitare, a discutere. Nel suo studio sugli _Errori -popolari degli antichi_ egli esaminò prima degli altri i molti che -si riferiscono alla Divinità; ma ciò che al moderno, al cristiano, -sembrava errore, fu pure la credenza di quegli antichi Padri dei quali -egli doveva più tardi invidiare la sorte! Se gli uomini s'ingannarono -una volta, chi assicura che non si possono ingannare ancora? Egli quasi -presentiva questa conseguenza della sua critica, quando s'ingegnava -di distinguere la superstizione dalla religione e la credulità dalla -fede. “La superstizione, dice Teofrasto, è un timore mal regolato -della Divinità. Questa definizione non conviene all'uopo nostro. Più -opportuna è quella di un moderno: La superstizione è un abuso della -Religione nato dall'ignoranza. Avrebbe potuto dire: è un effetto -dell'ignoranza di chi pratica la religione.„ Egli così si studia di -dimostrare a sè stesso la ragionevolezza dell'esame. “Il volgo è -naturalmente religioso. Questa qualità è ottima. Ma quasi nessuna -delle buone qualità del volgo si contiene dentro i suoi limiti, e -tutto ciò che eccede i suoi limiti è cattivo in quanto li eccede. La -sola scienza può fissare il punto preciso, oltre il quale non debbono -estendersi gli effetti di una virtù, o di una prevenzione giusta -ed opportuna. È impossibile che l'ignoranza conosca questo punto, e -per conseguenza è quasi impossibile che le stesse buone qualità del -volgo non producano qualche cattivo effetto. La Religione ha prodotta -la superstizione; e poichè il male che nasce da un gran bene suol -essere grande ancor esso, è evidente che la superstizione deve essere -un male considerabilissimo, poichè la Religione è il più grande di -tutti i beni, ed essa corrompe la Religione. Il rispetto giustissimo, -che si ha per questa augusta madre della umanità, applicato a cose -chimeriche, rende difficilissimo al saggio il guarire i popoli dalla -superstizione. Massime erronee si venerano come quelle che insegna la -più pura delle dottrine, si vuole che esse facciano causa commune colla -Religione, e si crederebbe, rigettando quelle, mancare a questa. Il -popolo reputa empio chi disprezza l'oggetto delle sue superstizioni: -un uomo nemico dei pregiudizii è, secondo lui, un irreligioso.„ Non -potrebbe darsi che il popolo avesse ragione? Per creder bene non -bisogna credere tutto? Quando il dubbio comincia, chi può dire dove -si arresterà? Egli si sdegna perchè “il nome di Filosofo è divenuto -odioso alla più sana parte degli uomini. Ormai esso non significa -più che infedele.„ Ma quest'effetto non è purtroppo naturale? Non si -produrrà, non è sul punto di prodursi anche in lui? Per ora egli se -ne sdegna, e tenta rassicurarsi, e scioglie un inno alla fede nella -quale è nato: “Sì, dice Bacone, una tintura di filosofia allontana -gli uomini dalla Religione. Verità terribile, ma della quale possiamo -consolarci con ciò che soggiunge quel gran conoscitore dello spirito -umano: una cognizione soda della filosofia li riconduce al suo seno. -Religione amabilissima! è pur dolce poter terminare col parlar di te -ciò che si è cominciato per far qualche bene a quelli che tu benefichi -tutto giorno; è pur dolce poter concludere con animo fermo e sicuro, -che non è filosofo chi non ti segue e non ti rispetta, e non v'ha chi -ti segua e ti rispetti che non sia filosofo. Oso pur dire che non ha -cuore, che non sente i dolci fremiti di un amor tenero, che soddisfa e -rapisce; che non conosce le estasi in cui getta una meditazione soave -e toccante, chi non ti ama con trasporto, chi non si sente trascinare -verso l'oggetto ineffabile del culto che tu c'insegni. Comparendo nella -notte dell'ignoranza, tu hai fulminato l'errore, tu hai assicurata alla -ragione e alla verità una sede che non perderanno giammai. Tu vivrai -sempre, e l'errore non vivrà mai teco. Quando esso ci assalirà, quando -coprendoci gli occhi con una mano tenebrosa minaccerà di sprofondarci -negli abissi oscuri che l'ignoranza spalanca avanti ai nostri piedi, -noi ci volgeremo a te, e troveremo la verità sotto il tuo manto. -L'errore fuggirà come il lupo della montagna inseguito dal pastore, e -la tua mano ci condurrà alla salvezza.„ - -Dalla stessa osservazione del dolore umano egli trae, nei primi tempi, -la prova di una vita futura: “Tutto è o può essere contento di sè -stesso, eccetto l'uomo; il che mostra che la sua esistenza non si -limita a questo mondo, come quella dell'altre cose.„ E della gravezza -di questo dolore egli chiama testimonio Dio. “Tu sapevi già tutto ab -eterno„ dice al Redentore, “ma permetti alla immaginazione umana che -noi ti consideriamo come più intimo testimonio delle nostre miserie. -Tu hai provata questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu -hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro.... Pietà di -tanti affanni, pietà di questa povera creatura tua, pietà dell'uomo -infelicissimo, di quello che hai veduto, pietà del genere tuo, poichè -hai voluto aver comune la stirpe con noi, esser uomo ancor tu.... Ora -vo' da speme a speme, e mi scordo di te, benchè sempre deluso.... Tempo -verrà ch'io, non restandomi altra luce di speranza, altro stato a cui -ricorrere, porrò tutta la mia speranza nella morte, e allora ricorrerò -a te. Abbi allora misericordia....„ Ed alla Madre di Dio: “È vero che -siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici! È vero -che questa vita e questi mali sono brevi e nulli; ma noi pure siam -piccoli, e ci riescono insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi -pietà di tante miserie....„ - -Nutrito di cultura classica, egli è meglio di tanti altri in grado di -conoscere per quali caratteri la predicazione cristiana si distingue -dalle credenze pagane. “Gesù Cristo fu il primo che distintamente -additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte, -detrattore e persecutore di tutte le vere; quell'avversario d'ogni -grandezza intrinseca e veramente propria dell'uomo; derisore d'ogni -sentimento alto, se non lo crede falso, d'ogni affetto dolce, se lo -crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore -degl'infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo.... -Negli scrittori pagani la generalità degli uomini civili, che noi -chiamiamo società o mondo, non si trova mai considerata nè mostrata -risolutamente come nemica della virtù, nè come certa corruttrice d'ogni -buona indole, e d'ogni animo bene avviato. Il mondo nemico del bene, è -un concetto, per quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni, -anche profani, tanto o poco meno sconosciuto dagli antichi.„ Di questo -concetto pochi al pari di lui apprezzeranno l'esattezza; la sua propria -esperienza non glie l'ha dimostrata, quando invece dell'aiuto e dei -premii ai quali aveva diritto, non ha trovato altro che trascuranza e -derisione?... Ma il carattere più segnalato del cristianesimo, l'idea -fondamentale che lo distingue dall'idea pagana, è una sfiducia del -mondo più larga, più profonda; è la disperazione di trovar mai la -felicità sulla terra. E se la religione di Gesù dice che questa terra -è una valle di lacrime, che i beni di questo mondo sono nulla, chi -meglio del Leopardi, la cui vita è tutta una croce, potrà intenderla? -Chi più totalmente di lui comprenderà questa sfiducia di poter trovare -la felicità nello stato umano?... Ma la stessa enormità del dolore che -gli fa intendere la verità predicata dal figlio di Dio, lo distacca -ultimamente dalla fede: “S'ingannano a ogni modo coloro i quali -stimano essere nata primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e -dalle cose commesse contro gli Dei; ma per lo contrario non d'altronde -ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.„ Il -suo spirito indagatore vuol sapere il perchè del dolore. Se la vita -è un circolo di creazione e distruzione continue, e se “quel che è -distrutto, patisce; e quel che distrugge non gode, e a poco andare è -distrutto medesimamente; dimmi tu,„ chiede l'Islandese alla Natura, -“quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova -cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con -morte di tutte le cose?...„ L'asiatico Pastore errante canta, rivolto -alla luna: - - Pur tu, solinga, eterna peregrina, - Che sì pensosa sei, tu forse intendi, - Questo viver terreno, - Il patir nostro, il sospirar, che sia; - Che sia questo morir, questo supremo - Scolorar del sembiante, - E perir della terra, e venir meno - Ad ogni usata, amante compagnia. - -Ma se l'immortale giovanetta conosce il tutto, egli, il semplice -pastore, il cantore dolente, dice guardando il cielo, considerando sè -stesso: - - A che tante facelle? - Che fa l'aria infinita, e quel profondo - Infinito seren? Che vuol dir questa - Solitudine immensa? ed io chi sono? - Così meco ragiono: e della stanza - Smisurata e superba, - E dell'innumerabile famiglia, - Poi di tanto adoprar, di tanti moti - D'ogni celeste, ogni terrena cosa, - Girando senza posa, - Per tornar sempre là donde son mosse; - Uso alcuno, alcun frutto - Indovinar non so.... - -Egli non sa null'altro fuorchè il suo dolore. E disperatamente Saffo -chiede il perchè del dolore suo proprio: - - Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso - Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo - Il ciel mi fosse e di fortuna il volto? - In che peccai bambina, allor che ignara - Di misfatti è la vita, onde poi scemo - Di giovinezza, e disfiorato, al fuso - Dell'indomita Parca si volvesse - Il ferrigno mio stame? - -Un arcano consiglio muove gli eventi: nessuno risponde all'incauta -domanda: - - Arcano è tutto, - Fuor che il nostro dolor. Negletta prole - Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo - De' celesti si posa. - -Bruto non conosce questa rassegnazione; egli si sdegna e si ribella: - - A voi, marmorei numi, - (Se numi avete in Flegetonte albergo - O su le nubi) a voi ludibrio e scherno - È la prole infelice.... - Forse i travagli nostri, e forse il cielo - I casi acerbi e gl'infelici affetti - Giocondo agli ozii suoi spettacol pose? - -Ma a nulla vale lo sdegno come a nulla vale la rassegnazione: i destini -umani si compiono in mezzo al silenzio delle cose, all'indifferenza -della natura: la luna versa immutato il suo raggio sui campi delle -battaglie che mutano la faccia delle nazioni, - - e non le tinte glebe, - Non gli ululati spechi - Turbò nostra sciagura, - Nè scolorò le stelle umana cura. - -“Imaginavi tu forse„, chiede la Natura all'Islandese, “che il mondo -fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli -ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi -ed ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o -all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual -si sia mezzo, io non me ne avveggo, se non rarissime volte: come, -ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho -fatto, come credete voi, quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni, -per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di -estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.„ E la ragione -riconoscerà anche la giustezza di questo argomento; ma ne sarà forse -lenito il dolore, o sarà reso più sopportabile? La ragione risponderà: -“Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa, -con grande istanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse -dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in -continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento -e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in -alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena -mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò -mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi -figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi -mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa -per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per -tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di -farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome -tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di -non invitarmici. Ma poichè spontaneamente hai voluto che io ci dimori, -non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo -potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico -ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. -Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per -tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo -universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? -Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non -potevo sconsentirlo nè ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi -hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto -e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia -tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia?....„ - -Così egli dibatte il formidabile enimma; ma tutte le domande restano -senza risposta, tutti i ragionamenti si spuntano contro il ferrato -mistero, tutti i gridi del dolore vanamente si perdono. Aspetti -la morte: egli vedrà allora la faccia della verità. Ma perchè ciò -avvenga, bisogna che, dopo morto, egli pur viva d'un'altra specie -di vita! E non vuole. La morte, sì; purchè sia la fine totale, il -nulla. L'aspettazione della morte, dice Porfirio, “sarebbe un conforto -dolcissimo nella vita nostra, piena di tanti dolori„; ma egli si duole -di Platone che ha tolto da questo pensiero ogni dolcezza, anzi lo ha -reso il più amaro di tutti, col dubbio terribile che la vita dell'anima -continui oltre tomba. Il dubbio di questa vita avvenire turba, non -conforta, la vita presente; “e non sì potendo questo dubbio in alcun -modo sciorre, nè le menti nostre esserne liberate mai, tu hai recati -per sempre i tuoi simili a questa condizione, che essi avranno la -morte piena d'affanno e più misera che la vita.„ Dovunque è mistero e -terrore. Se le mummie del Ruysch una notte si destano, se riacquistano -tanto di vitalità da pensare e parlare, dicono che hanno paura della -vita come, vivendo, ne avevano della morte: - - Come da morte - Vivendo rifuggìa, così rifugge - Dalla fiamma vitale - Nostra ignuda natura; - Lieta no, ma sicura, - Però ch'esser beato - Nega ai mortali e nega ai morti il fato. - -Non bisogna dunque destarsi. Il sonno, il sonno profondo, senza sogni, -senza coscienza dell'essere, è la sola condizione felice. Quando la -Terra e la Luna fanno strepito contendendo, la Terra pietosamente non -vuol spaventare i suoi abitatori nè rompere il loro sonno, “che è il -maggior bene che abbiano.„ Il sonno continuo di tutte le cose sarebbe -preferibile alla vita. “Se il sonno dei mortali fosse perpetuo,„ -canta il Gallo silvestre, “ed una cosa medesima colla vita; se sotto -l'astro diurno, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i -viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, -nè strepito di fiere per le foreste, nè canto di uccelli per l'aria, nè -susurro d'api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non -moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse -in alcuna banda; certo l'universo sarebbe inutile; ma forse che vi si -troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non -vi si trova?„ E se il sonno è necessario, esso dimostra la malignità -della veglia. “Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad -ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, ristorarsi con un -gusto e quasi con una particella di morte.„ - - - - -IV. - -LA MORTE. - - -La morte sarà pertanto il rimedio radicale e la conclusione ultima. -La felicità pareva lo scopo dell'esistenza; ma non fu raggiunta nè -dall'individuo nè dal consorzio umano; non fu raggiunta subito, nè sarà -raggiunta in avvenire, col progresso; non fu raggiunta in terra, nè -sarà raggiunta in un altro mondo. Perchè dunque le creature aprono gli -occhi alla luce? Che cosa è questa vita? - - Vecchierel bianco, infermo, - Mezzo vestito e scalzo, - Con gravissimo fascio in su le spalle, - Per montagna e per valle, - Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, - Al vento, alla tempesta, e quando avvampa - L'ora, e quando poi gela, - Corre via, corre, anela, - Varca torrenti e stagni, - Cade, risorge, e più e più s'affretta, - Senza posa o ristoro, - Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva - Colà dove la via - E dove il tanto affaticar fu volto: - Abisso orrido, immenso, - Ov'ei precipitando, il tutto obblia. - -Questo è il quadro della vita mortale. Finite le speranze di felicità, -spente le illusioni, null'altro resta fuorchè la morte: - - Ecco di tante - Sperate palme e dilettosi errori, - Il Tartaro m'avanza, - -canta l'infelice Lesbiana; e Silvia miseramente cade all'apparir del -vero. Quando l'uomo è giovane, quando può sperare, la vita è luminosa; -ma dopo, tosto che la verità è conosciuta, - - Vedova è insino al fine; ed alla notte - Che l'altre etadi oscura - Segno poser gli Dei la sepoltura. - -Ma parlare della morte con questo tono dolente, chiamarla abisso -“orrido, immenso„, è ancora in certo modo come lodare la vita. Questa -morte non è un vero rimedio, non è una cosa veramente lodevole, se egli -la loda ironicamente: - - Umana - Prole cara agli eterni! assai felice - Se respirar ti lice - D'alcun dolor; beata - Se te d'ogni dolor morte risana. - -Per adoperare questo tono, bisogna che l'illusione non sia ancora -finita, che una qualche fede sussista. Se morire non è un vero bene, -bisogna che il bene consista in qualche altra cosa. Non si trovò -in nessun luogo, in nessun tempo, in nessun concetto; ma l'appetito -della felicità non è ancora morto; si spera ancora, non si sa come, -non si sa in che cosa, irragionevolmente. Perchè la ragione trionfi, -bisogna dar torto all'istinto della felicità che si ribella alla -morte; e riconoscere che l'istinto è un fenomeno transitorio, e che la -morte è il fenomeno permanente, il vero, il solo, l'ultimo fine della -vita. Poichè tutti gli altri, tutti insino ad uno, si dimostrarono -fallaci, la morte sarà lo scopo reale, l'unica meta, la ragione stessa -dell'esistenza. Ed il Leopardi arriva a questa conclusione logica, -l'accetta pienamente quando dice che le creature “ingegnandosi, -adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non -s'affaticano se non per giungere a questo solo intento della natura„; -quando afferma che proprio ed unico obbietto delle cose è il morire: -esse anzi sono state create per essere distrutte, perchè la legge della -distruzione si potesse mantenere: “non potendo morire quel che non era, -perciò dal nulla scaturirono le cose che sono.„ - -Come parrà allora stolto e funesto lo studio di prolungare la vita! -“Non solo io non mi curo dell'immortalità„, dice il Metafisico al -Fisico, “e sono contento di lasciarla ai pesci; ai quali la dona il -Leeuwenhoek, purchè non siano mangiati dagli uomini o dalle balene; -ma, in cambio di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro -corpo per allungare la vita come propone il Maupertuis, io vorrei che -la potessimo accelerare in modo, che la vita nostra si riducesse alla -misura di quella di alcuni insetti, chiamati efimeri, dei quali si dice -che i più vecchi non passano l'età di un giorno, e contuttociò muoiono -bisavoli e trisavoli„. Per un momento, non solo la vita degli efimeri, -ma quella di qualunque animale gli parrà preferibile alla umana; gli -animali non raggiungono la felicità, ma passano il tempo meglio di noi, -unicamente occupati di ciò che loro occorre: - - De' bruti - La progenie infinita, a cui pur solo, - Nè men vano che a noi, vive nel petto - Desìo d'esser beati; a quello intenta - Che a lor vita è mestier, di noi men tristo - Condur si scopre e men gravoso il tempo - Nè la lentezza accagionar dell'ore. - -Anche il Pastore canterà: - - O greggia mia che posi, oh te beata, - Che la miseria tua, credo, non sai! - Quanta invidia ti porto! - Non sol perchè d'affanno - Quasi libera vai; - Ch'ogni stento, ogni danno, - Ogni estremo timor subito scordi; - Ma più perchè giammai tedio non provi. - Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe, - Tu se' queta e contenta; - E gran parte dell'anno - Senza noia consumi in quello stato.... - Quel che tu goda o quanto, - Non so già dir; ma fortunata sei. - -Tosto però egli s'accorge che questa sua opinione può dipendere da un -inganno: - - O forse erra dal vero - Mirando all'altrui sorte il mio pensiero; - Forse in qual forma, in quale - Stato che sia, dentro covile o cuna, - È funesto a chi nasce il dì natale. - -Certo dell'inganno, il Leopardi ritorna alla verità disperata: - - Non altro in somma - Fuorchè infelice, in qualsivoglia tempo, - E non pur ne' civili ordini e modi, - Ma della vita in tutte l'altre parti, - Per essenza insanabile, e per legge - Universal che terra e cielo abbraccia, - Ogni nato sarà. - -Se il vivere è funesto a tutti, il non vivere sarà preferibile: - - Mai non veder la luce - Era, credo, il miglior.... - -Quindi la morte non sarà temuta, ma preferita e lodata come il “maggior -bene dell'uomo„; e desiderata e cercata: - - In cielo, - In terra amico agli infelici alcuno - E rifugio non resta altro che il ferro; - -e se altri, sdegnando gli anni suoi vuoti e odiando la luce, non si -uccide, - - al duro morso - Della brama insanabile che invano - Felicità richiede, esso da tutti - Lati cercando, mille inefficaci - Medicine procaccia, onde quell'una - Cui natura apprestò, mal si compensa. - -Ma Saffo si dà la morte: - - Morremo. Il velo indegno a terra sparto, - Rifuggirà l'ignudo animo a Dite, - E il crudo fallo emenderà del cieco - Dispensator de' casi. - -Come ella morendo corregge il male del quale fu vittima, così Bruto -uccidendosi sfida l'iniqua potenza che lo ha sopraffatto. Egli invidia -gli animali non solo perchè arrivano alla morte senza prevederla, cioè -senza nè temerla nè desiderarla, ma anche perchè, volendo uccidersi, -nessuno lo vieterebbe loro: - - A voi, fra quante - Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte, - Figli di Prometeo, la vita increbbe; - A voi le morte ripe, - Se il fato ignavo pende, - Soli, miseri, a voi Giove contende. - -E come anche Porfirio invidia gli animali perchè, morendo, non hanno -paura o speranza di un'altra vita, così Bruto vorrà morire interamente, -senza tema di punizioni, senza speranza di gloria postuma, di felicità -oltre umana: - - Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi - Regi, o la terra indegna, - E non la notte moribondo appello; - Non te dell'atra morte ultimo raggio - Conscia futura età.... - .... A me d'intorno - Le penne il bruno augello avido roti; - Prema la fera, e il nembo - Tratti l'ignota spoglia; - E l'aura il nome e la memoria accoglia. - -Costoro furono disgraziati: a Bruto non valse la virtù, a Saffo non -valse l'amore. Noi vediamo pertanto che, dandosi la morte, si dolgono, -accusano, non sono sereni. La Lesbiana si lagna che di tante sperate -palme e dilettosi errori le avanzi solo la morte; Bruto chiama “misero„ -il desìo di morire; e “atra„ la morte. Il Leopardi che ha giudicato -essere la morte non una cosa vana come tutte le altre, ma la sola -realtà, dovrà dire serenamente che il partito di procurarsela è il -migliore, il più ragionevole, il più conforme a natura, ancora quando -la vita non è stata sciagurata. Udite infatti Porfirio, deliberato -di uccidersi, affermare che questa sua deliberazione “non procede da -alcuna sciagura che mi sia intervenuta, ovvero che io aspetti che mi -sopraggiunga„, ma dal “vedere, gustare, toccare la vanità di ogni -cosa.„ Nè la morte è legge delle sole creature, ma di tutta quanta -la creazione. Morrà la terra, morranno i soli. Altri ne nasceranno, è -vero; la ragione dimostra che l'esistenza, non essendo mai cominciata, -non avrà mai fine; ma l'anima offesa si compiace di antivedere la fine -del Tutto: “Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà -spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro -maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi -segno nè fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite -vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma -un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. -Così questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale, -innanzi di essere dichiarato nè inteso, si dileguerà e perderassi.„ - - - - -L'IRONIA. - - -Resterà egli sempre in questo atteggiamento? Non potrà far altro che -querelarsi e disperare? Impotente a mutare il ferreo ordine delle cose -che lo soverchiano, si dorrà continuamente perchè altri rida del suo -dolore? Non potrà ridere egli stesso degli altri, degli uomini e delle -donne, del mondo e della natura? - - Già del fato mortale a me bastante - E conforto e vendetta è che sull'erba - Qui neghittoso immobile giacendo, - Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido. - -Questo sorriso gli strappa l'ultimo disinganno, l'ultimo dolore patito -per causa d'una donna; ma già da molto tempo egli ha fatto suo pro -della naturale disposizione all'ironia. A ventidue anni, per consolarsi -dell'indegnità della fortuna, “quasi per vendicarmi del mondo e quasi -anche della virtù„, imagina le prime satire. Al dolente Giordani -scrive: “Non potresti di Eraclito convertirti in Democrito? La qual -cosa va pure accadendo a me, che la stimava impossibilissima. Vero -è che la disperazione si finge sorridente. Ma il riso intorno agli -uomini ed alle mie stesse miserie, al quale io mi vengo accostumando, -quantunque non derivi dalla speranza, non viene però dal dolore, -ma piuttosto dalla noncuranza, ch'è l'ultimo rifugio degl'infelici -soggiogati dalla necessità. Vo' lentamente leggendo, studiando e -scrivacchiando. Tutto il resto del tempo lo spendo in pensare e -ridere meco stesso....„ Nonostante i dileggi della gente, si avvezza -a ridere, “e ci riesco.„ Il suo riso è amaro, sdegnoso, è spesso una -sghignazzata violenta: “Amami, caro Brighenti; e ridiamo insieme alle -spalle di questi.... che possiedono l'orbe terraqueo. Il mondo è fatto -al rovescio, come quei dannati di Dante che avevano il.... dinanzi e -il petto di dietro, e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben -sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di -stare a guardarlo e fischiarlo....„ Questo concetto dell'opportunità -del riso si ribadisce in lui; è espresso altre volte più pacatamente. -“L'indifferenza e l'allegria sono le uniche passioni proprie, non -solamente dei savi, ma di tutti quelli che hanno pratica delle cose -umane, e talento per profittare dell'esperienza.„ Meglio: “Chi ha -coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è -preparato a morire.„ E ancora: Eleandro riconosce che se sì dolesse -piangendo, darebbe noia agli altri ed a sè stesso, senza alcun frutto: -“Ridendo dei nostri mali trovo qualche conforto; e procuro di recarne -altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure per -fermo che il ridere dei nostri mali sia l'unico profitto che se ne -possa cavare, e l'unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la -disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che -io non compatisca all'infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con -nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo -assai più degno dell'uomo e di una disperazione magnanima, il ridere -dei mali comuni, che il mettermene a sospirare, lacrimare e stridere -insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto.„ - -E Giacomo Leopardi si vendica infatti col riso di tutte quelle cose -delle quali si è doluto o ha dimostrato la fallacia. Come dell'ultima -donna amata, così pure ride di tutte le altre e di se stesso che le -aveva deificate. “Coteste dee sono così benigne, che quando alcuno -vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si spiccano i -raggi d'attorno e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale -che si fa innanzi.„ E se la colpa non è loro, ma dell'immaginazione -che va cercando una perfezione fuor dell'umano, egli riderà di questa -aspettativa, facendo decretare un premio dall'Accademia dei Sillografi. -Tutti non si lodano “_del fortunato secolo in cui siamo_„ per i -progressi della scienza, per gli adattamenti dei ritrovati scientifici -alla vita pratica? Questa età non si può chiamare l'età delle macchine, -“non solo perchè gli uomini di oggidì procedono e vivono forse -più meccanicamente di tutti i passati, ma eziandio per rispetto al -grandissimo numero delle macchine inventate di fresco ed accomodate -o che si vanno tutto giorno trovando ed accomodando a tanti e così -vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine, si può dire, -trattano le cose umane e fanno le opere della vita„? Allora l'Accademia -dei Sillografi bandisce un concorso per una macchina “disposta a fare -gli uffici di una donna conforme a quella immaginata, parte dal conte -Baldassare Castiglione, il quale descrive il suo concetto nel libro del -_Cortegiano_, parte da altri, i quali ne ragionarono in vari scritti -che si troveranno senza fatica, e si avranno a consultare e seguire, -come eziandio quello del Conte. Nè ancora l'invenzione di questa -macchina dovrà parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando -pensino che Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze, -si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che -fosse la miglior donna che sia stata insino al presente. Assegnasi -all'autore di questa macchina una medaglia d'oro in peso di cinquecento -zecchini, in sulla quale sarà figurata da una parte l'araba fenice del -Metastasio posata sopra una pianta di specie europea, dall'altra sarà -scritto il nome del premiato col titolo: INVENTORE DELLE DONNE FEDELI E -DELLA FELICITà CONIUGALE.„ - -Più acuto, più stridente è il suo riso contro gli uomini. Il regno -delle macchine dev'essere salutato con gioia perchè ci affida che col -tempo si troveranno congegni da servire non alle sole cose materiali, -ma anche alle spirituali; “onde nella guisa che per virtù di esse -macchine siamo già liberi e sicuri dalle offese dei fulmini e delle -grandini, e da molti simili mali e spaventi, così di mano in mano si -abbiano a ritrovare, per modo di esempio (e facciasi grazia alla novità -dei nomi) qualche parainvidia, qualche paracalunnie o paraperfidia -o parafrodi, qualche filo di salute o altro ingegno che ci scampi -dall'egoismo, dal predominio della mediocrità, dalla prospera fortuna -degl'insensati, de' ribaldi e de' vili, dall'universale noncuranza -e dalla miseria dei saggi, de' costumati e de' magnanimi....„ E -l'Accademia, con la donna perfetta, mette a concorso una macchina che -rappresenti un amico, “il quale non biasimi e non motteggi l'amico -assente; non lasci di sostenerlo quando l'oda riprendere o porre in -giuoco; non anteponga la fama di acuto e di mordace, e l'ottenere -il riso degli uomini, al debito dell'amicizia; non divulghi, o -per altro effetto o per aver materia da favellare o da ostentarsi, -il segreto commessogli; non si prevalga della familiarità e della -confidenza dell'amico a soppiantarlo e soprammontarlo più facilmente; -non porti invidia ai vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e -di ovviare o riparare a' suoi danni, e sia pronto alle sue domande -e a' suoi bisogni, altrimenti che in parole....„ PRIMO VERIFICATORE -DELLE FAVOLE ANTICHE sarà il motto inciso sopra una faccia della -medaglia da conferirsi in premio; e le immagini di Pilade e Oreste -saranno ritratte nell'altra. Un simbolo dell'età dell'oro e le parole -dell'egloga virgiliana: QUO FERREA PRIMUM DESINET AC TOTO SURGET GENS -AUREA MUNDO saranno stampati nella medaglia offerta a chi inventerà -“un uomo artificiale a vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e -magnanime. L'Accademia reputa che i vapori, poichè altro mezzo non pare -che vi si trovi, debbano essere di profitto a infervorare un semovente -e indirizzarlo agli esercizi della virtù e della gloria....„ - -Vapori, larve, fantasmi, illusioni, nomi: nient'altro sono le cose -alle quali gli uomini credono, per le quali combattono. I beni non si -trovano, sono soltanto nell'immaginazione che se li dipinge, che li -aspetta nel futuro e non ricorda di averli trovati mai nel passato. -Di questo inganno riderà il Passeggiere col venditore di Almanacchi, -il quale, promettendo che l'anno nuovo sarà felicissimo, non sa dire a -quale vorrebbe che somigliasse dei venti passati da che vende lunarii. -“Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse -felice?„ — “No in verità, illustrissimo.„ — “E pure la vita è una cosa -bella. Non è vero?„ — “Cotesto si sa.„ — “Non tornereste voi a vivere -cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che -nasceste?„ — “Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.„ — “Ma -se aveste a rifare la vita che avete fatta nè più nè meno, con tutti -i piaceri e i dispiaceri che avete passati?„ — “Cotesto non vorrei.„ — -“Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, quella del -principe, o di chi altro?...„ - -Udite come ride della gloria, che fu uno dei maggiori suoi -struggimenti: “L'anno ottocento trentatremila dugento settantacinque -del regno di Giove, il collegio delle Muse diede fuora in istampa, -e fece appiccare nei luoghi pubblici della città e dei borghi -d'Ipernéfelo, diverse cedole, nelle quali invitava tutti gli Dei -maggiori e minori, e gli altri abitatori della detta città, che -recentemente o in antico avessero fatto qualche lodevole invenzione, -a proporla, o effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni -giudici deputati da esso collegio. E scusandosi che per la sua nota -povertà non si poteva dimostrare così liberale come avrebbe voluto, -prometteva in premio a quello il cui ritrovamento fosse giudicato più -bello o più fruttuoso, una corona di lauro, con privilegio di poterla -portare in capo il dì e la notte, privatamente e pubblicamente, in -città e fuori; e poter essere dipinto, scolpito, inciso, gittato, -figurato in qualunque modo e materia, col segno di quella corona -dintorno al capo....„ Presentate le invenzioni ai giudici, tre sono i -premiati: Bacco per l'invenzione del vino, Minerva per quella dell'olio -e Vulcano per aver trovato una “pentola di rame, detta economica, -che serve a cuocere che che sia con piccolo fuoco e speditamente....„ -Dovendosi pertanto dividere in tre parti la corona, resta a ciascuno -soltanto un ramoscello di lauro; ma tutti e tre rifiutano sì la parte -che il tutto: Vulcano perchè, dovendo stare sempre al fuoco, non vuol -mettersi quell'ingombro pericoloso sulla fronte; Minerva perchè le -basta l'elmo; Bacco perchè non vuol mutare la sua mitra e la sua corona -di pampini per quella di lauro: “l'avrebbe accettata volentieri se gli -fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna; ma -le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo che -ella si rimase nel loro comune erario....„ - -Ride della gloria che l'esperienza gli ha dimostrato essere una parola, -non una cosa; riderà, se non della patria, dei compatriotti che non -hanno saputo restaurare la fortuna d'Italia. I _Paralipomeni della -Batracomiomachia_ sono tutta una satira dei moti del Trentuno, delle -azioni e dei costumi di quel tempo. Le rane rappresentano i preti, i -topi gl'Italiani che bandiscono la guerra ai granchi, ai Tedeschi, e -poi scappano appena se li trovano a fronte: - - Guerra tonar per tutte le concioni - Udito avreste tutti gli oratori, - Leonidi, Temistocli e Cimoni, - Muzi Scevola, Fabi dittatori, - Deci, Aristidi, Codri e Scipioni, - E somiglianti eroi de' lor maggiori - Iterar ne' consigli e tutto il giorno - Per le bocche del volgo andare attorno. - - Guerra sonar canzoni e canzoncine - Che il popolo a cantar prendea diletto; - Guerra ripeter tutte le officine, - Ciascuna al modo suo col proprio effetto. - Lampeggiavan per tutte le fucine, - Lancioni, armi del corpo, armi del petto, - E sonore minacce in tutti i canti - S'udiano, e d'amor patrio ardori e vanti. - - . . . . . . . . . . . . . . - - Eran le due falangi a fronte a fronte - Già dispiegate ed a pugnar vicine, - Quando da tutto il pian, da tutto il monte - Dièrsi a fuggir le genti soricine. - Come non so, ma nè ruscel nè fonte, - Balza nè selva al corso lor diè fine. - Fuggirian credo ancor, se i fuggitivi - Tanto tempo il fuggir serbasse vivi. - - Fuggiro al par del vento, al par del lampo.... - -E quando poi sono al sicuro, i millantatori recitano la commedia della -Carboneria: - - Allor nacque fra' topi una follia - Degna di riso più che di pietade, - Una setta che andava e che venìa - Congiurando a grand'agio per le strade, - Ragionando con forza e leggiadria - D'amor patrio, d'onor, di libertade, - Fermo ciascun, se si venisse all'atto, - Di fuggir come dianzi avevan fatto.... - - Il pelame del muso e le basette - Nutrian folte e prolisse oltre misura, - Sperando, perchè il pelo ardir promette, - D'avere, almeno ai topi, a far paura. - Pensosi in su i caffè con le gazzette - Fra man, parlando della lor congiura, - Mostraronsi ogni giorno, e poi le sere - Cantando arie sospette ivano a schiere.... - -Ma che è la miseria degl'Italiani paragonata alla miseria di tutto il -mondo? Ecco Ercole presentarsi da parte di Giove al padre Atlante, ed -offrirgli di sollevarlo per qualche ora dal peso della terra che il -vecchio regge sulle spalle: “Ma il mondo è fatto così leggiero,„ gli -risponde Atlante, “che questo mantello che porto per custodirmi dalla -neve, mi pesa di più; e se non fosse che la volontà di Giove mi sforza -di stare qui fermo, e tenere questa pallottola sulla schiena, io me -la porrei sotto l'ascella o in tasca, o me l'attaccherei ciondolone a -un pelo della barba, e me n'andrei per le mie faccende.„ Ed Ercole, -provato a tenerla un poco in mano, sente che Atlante ha detto il -vero, e s'accorge d'un'altra novità: che il mondo è muto, non batte -più di “un oriuolo che abbia rotta la molla„; per destarlo, vorrebbe -fargli toccare una buona picchiata di clava; ma ha paura di farne -una cialda o di romperlo come un uovo. “E anche non mi assicuro che -gli uomini che al tempo mio combattevano a corpo a corpo coi leoni -e adesso colle pulci, non tramortiscano dalla percossa tutti in un -tratto.„ Allora i due numi si mettono a giocare alla palla con la -terra; ma essa piglia vento, perchè è leggera: “Cotesta è sua pecca -vecchia, di andare a caccia del vento....„ Anche il Folletto e lo Gnomo -vedono un giorno che gli uomini sono tutti morti e che, nondimeno, il -mondo, creato secondo quei petulanti per loro uso e consumo soltanto, -dura ancora. “E non volevano intendere che egli è fatto e mantenuto -per li folletti„, esclama il Folletto; e lo Gnomo: “Eh, buffoncello, -va' via. Chi non sa che il mondo è fatto per gli gnomi?„ — “Per gli -gnomi, che stanno sempre sotterra? Oh questa è la più bella che si -possa udire! Che fanno agli gnomi il sole, la luna, l'aria, il mare, -le campagne?„ — “Che fanno ai folletti le cave d'oro e d'argento, e -tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle?...„ Ma la ridicola -contesa finisce, perchè i due presuntuosi interlocutori si accordano -nel beffarsi dell'arroganza degli uomini. Non dicevano costoro che la -roba degli gnomi, sepolta sotto terra, apparteneva al genere umano? -“Che meraviglia? Quando non solamente si persuadevano che le cose del -mondo non avessero altro ufficio che di stare al servizio loro, ma -facevano conto che tutte insieme, allato al genere umano, fossero una -bagattella. E però le loro proprie vicende le chiamavano rivoluzioni -del mondo, e le storie delle loro genti, storie del mondo.... — Le -zanzare e le pulci erano anch'esse fatte per benefizio degli uomini? — -Sì, per esercitarli nella pazienza!„ Anche i porci, “secondo Crisippo, -erano pezzi di carni apparecchiati dalla natura a posta per le cucine -e le dispense degli uomini, e, acciocchè non imputridissero, condite -colle anime invece di sale....„ E il più bello è che di tanti generi -d'animali o di piante cotesti uomini non avevano notizia, pure credendo -che tutto fosse al mondo per loro! “Parimente di tratto in tratto, -per via de' loro cannocchiali, si avvedevano di qualche stella o -pianeta, che insino allora, per migliaia e migliaia d'anni, non avevano -mai saputo che fosse al mondo; e subito la scrivevano tra le loro -masserizie, perchè s'immaginavano che le stelle e i pianeti fossero, -come dire, moccoli da lanterna piantati lassù nell'alto a uso di far -lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende. — Sicchè -in tempo di state, quando vedevano cadere di quelle fiammoline che -certe notti vengono giù per l'aria, avranno detto che qualche spirito -andava smoccolando le stelle per servizio degli uomini....„ - -Questo argomento di risa è inesauribile. La Terra, ragionando con la -Luna, le chiede se è abitata da uomini, se i suoi abitanti l'hanno -conquistata “per ambizione, per cupidigia dell'altrui, colle arti -politiche, colle armi„; tutte parole delle quali la Luna sconosce il -senso. “Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente -che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono. -Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le -cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la -natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente -da per tutto....„ E dove lasciamo l'imbarazzo del povero Copernico, -quando il Sole, stanco, secondo il sistema tolemaico, “del continuo -andare attorno per far lume a quattro animaluzzi che vivono in un -pugno di fango„, delibera di non muoversi più e ordina all'astronomo di -far muovere invece, per amore o per forza, la Terra, che fino a quel -giorno ha creduto di sedere come in trono, mentre ognuno degli uomini -suoi abitatori, “se ben fosse un vestito di cenci e che non avesse un -cantuccio di pan duro da rodere, si è tenuto per certo di essere uno -imperatore; non mica di Costantinopoli o di Germania, ovvero della -metà della Terra, come erano gli imperatori romani; ma un imperatore -dell'universo; un imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle -visibili e non visibili; e causa finale delle stelle, dei pianeti, di -vostra signoria illustrissima, e di tutte le cose.„ Fare che la Terra -lasci il suo posto al centro dell'universo, “ch'ella corra, ch'ella -si rotoli, ch'ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto, -nè più ne meno, che si è fatto di qui addietro dagli altri globi; in -fine, ch'ella divenga del numero dei pianeti; questo porterà seco che -sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il -trono, e lasciar l'impero; restandosene però tuttavia co' loro cenci, -e colle loro miserie, che non sono poche....„ Il malcapitato astronomo -si dispone tuttavia a tentare l'impresa, ma trova ancora una certa -difficoltà e la sottopone al Sole: “Che io non vorrei, per questo -fatto, essere abbruciato vivo, a uso della fenice: perchè, accadendo -questo, io sono sicuro di non avere a risuscitare dalle mie ceneri come -fa quell'uccello, e di non vedere mai più, da quell'ora innanzi, la -faccia della signoria vostra.„ E il Sole lo rassicura che non patirà -nulla, sebbene “forse, dopo te, ad alcuni i quali approveranno quello -che tu avrai fatto, potrà essere che tocchi qualche scottatura, o altra -cosa simile....„ - -E gli uomini, questi medesimi uomini che hanno torturato chi ha loro -insegnato le verità, credono alla propria eccellenza! L'umorista trarrà -ancora da questa superba pretesa le sue risa più sonore. Prometeo è -malcontento della sentenza del collegio delle Muse: il vino, l'olio -e le pentole sono stati preferiti all'invenzione sua: il genere -umano, il modello di terra col quale egli formò i primi uomini. E -quando Momo dubita che l'uomo sia la miglior opera, la più perfetta -creatura del mondo, l'inventore scommette di scendere con lui nelle -cinque parti del globo per farlo ricredere. Calati in America, si -trovano fra i Cannibali, dove un selvaggio mangia arrostito il corpo -del proprio figliuolo; calati in Asia, trovano che una vedova è arsa -viva, come vuole la legge, insieme col morto marito. Prometeo non si -dà per vinto, considerando che tutti costoro sono barbari, e aspetta -di visitare l'Europa civile; ma il suo compagno già gli fa osservare -che se gli uomini fossero un genere perfetto, non avrebbero bisogno -d'incivilirsi, non dovrebbero essere distinti in barbari e civili; -e che la parte incivilita è troppo piccola, paragonatamente a tutta -l'altra; e che questa famosa civiltà di Parigi e di Filadelfia non è -ancora compiuta; e che, per arrivare a un grado incompiuto di civiltà, -gli uomini hanno dovuto penare per un tempo lunghissimo; e che le -loro invenzioni più singolari e proficue hanno avuto origine dal -semplice caso; e che la civiltà, una volta ottenuta, non è stabile, -ma può cadere e disperdersi, come tante volte è successo, secondo -insegnano le storie. Per tutte queste ragioni, la sentenza di Prometeo -non sarà da modificare dicendo che il genere umano è sommo, sì, ma -nell'imperfezione anzichè nella perfezione?.... Prometeo non risponde, -e cala con il compagno a Londra; dove vedono una gran folla attorno -a una casa: un uomo si è ucciso, ed ha ucciso con sè i figliuoli, -non già per esser povero, o disperato, o infelice; ma per tedio della -vita, lasciando raccomandato a un amico il suo cane.... “Momo stava per -congratularsi con Prometeo sopra i buoni effetti della civiltà, e sopra -la contentezza che appariva ne risultasse alla nostra vita, e voleva -anche rammemorargli che nessun altro animale fuori dell'uomo, si uccide -volontariamente esso medesimo, nè spegne per disperazione della vita -i figliuoli: ma Prometeo lo prevenne, e senza curarsi di vedere le due -parti del mondo che rimanevano, gli pagò la scommessa.„ - -Così, quantunque il Leopardi abbia voluto assicurare che il suo riso -sia noncurante, esso viene dal dolore ed è pieno di dolore. L'ironia -si alterna col pessimismo; certe volte, come nella _Palinodia_, si -confonde con esso. Se per la sua sfiducia nella vita e nell'umanità -vede che ridono di lui, ridendo egli confessa al Capponi d'avere errato -e assicura di essersi ricreduto: - - Aureo secolo omai volgono, o Gino, - I fusi delle Parche. Ogni giornale, - Gener vario di lingue e di colonne, - Da tutti i lidi lo promette al mondo - Concordemente. Universale amore, - Ferrate vie, molteplici commerci, - Vapor, tipi e _cholèra_ i più divisi - Popoli e climi stringeranno insieme: - Nè meraviglia fia se pino o quercia - Suderà latte e mèle, o s'anco al suono - D'un _walser_ danzerà. Tanto la possa - Infin qui de' lambicchi e delle storte - E le macchine al cielo emulatrici - Crebbero, e tanto cresceranno al tempo - Che seguirà; poichè di meglio in meglio - Senza fin vola e volerà mai sempre - Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme. - -Perciò gli uomini non mangeranno più ghiande — se la fame non li -costringerà; il danaro sarà disprezzato — ma saranno tenute da conto le -cambiali. E la guerra non cesserà, e il vero merito sarà sfortunato, -e la frode regnerà sempre, e della forza si farà sempre abuso. Ma -se queste “lievi reliquie„ del passato resteranno in mezzo all'età -dell'oro, - - nelle cose - Più gravi, intera, e non veduta innanzi, - Fia la mortal felicità. Più molli - Di giorno in giorno diverran le vesti - di lana o di seta. I rozzi panni - Lasciando a prova agricoltori e fabbri, - Chiuderanno in coton la scabra pelle, - E di castoro copriran le schiene. - Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri - Certamente a veder, tappeti e coltri, - Seggiole, canapè, sgabelli e mense. - Letti ed ogni altro arnese, adorneranno - Di lor menstrua beltà gli appartamenti; - E nove forme di paiuoli, e nove - Pentole ammirerà l'arsa cucina. - -Egli continua così a deridere, fingendo d'ammirarlo, il progresso -umano; quando a un tratto depone l'ironia e torna alla sfiducia, alla -persuasione del dolore: - - Quale un fanciullo, con assidua cura, - Di fogliolini e di fuscelli, in forma - O di tempio o di torre o di palazzo, - Un edifizio innalza; e come prima, - Fornito il mira, ad atterrarlo è volto, - Perchè gli stessi a lui fuscelli e fogli - Per novo lavorìo son di mestieri; - Così natura ogni opra sua, quantunque - D'alto artificio a contemplar, non prima - Vede perfetta, ch'a disfarla imprende, - Le parti sciolte dispensando altrove. - -E poichè le cose umane sono distrutte da questa natura crudele, - - varia, infinita una famiglia - Di mali immedicabili e di pene - Preme il fragil mortale, a perir fatto - Irreparabilmente: indi una forza - Ostil, distruggitrice, e dentro il fere - E di fuor da ogni lato, assidua, intenta, - Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca, - Essa indefatigata; insin ch'ei giace - Alfin dall'empia madre oppresso e spento.... - -L'ironia e il pessimismo tornano ancora a darsi la mano. La Morte, nel -concetto disperato del Leopardi, fu sorella dell'Amore; quando egli -vuol riderne, ma d'un funebre riso, la considera come sorella della -Moda: entrambe non sono figlie della Caducità? “Nemica capitale della -memoria„, la Morte non se ne vuole rammentare; ma la Moda se ne ricorda -bene: “So che l'una e l'altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare -di continuo le cose di quaggiù, benchè tu vada a questo effetto per -una strada e io per un'altra.... Dico che la nostra natura e usanza -comune è di rinnovare continuamente il mondo; ma tu fino da principio -ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle -barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di -cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare -parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare -quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli con bazzecole che -io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con -istampe roventi che io fo che essi v'improntino per bellezza; formare -le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per -costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo d'una -figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare genti con le -calzature snelle, chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino -dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi, -generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili -a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori -e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente per l'amore che mi portano. -Io non vo' dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle -flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, -che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal -freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle -coi panni lani, e il petto con quei di tela, e fare d'ogni cosa a mio -modo ancorchè sia con loro danno.„ E la Morte comincia a persuadersi -della parentela; e mentre la trista sorella le galoppa al fianco, ella -le chiede, come massima prova del legame che le stringe, di aiutarla -a compiere l'opera propria. Ma la Moda non l'ha già aiutata? Costei -che annulla e stravolge continuamente tutti gli usi, ha mai lasciato -smettere in nessun luogo la pratica del morire?... Se questo non -bastasse, non ha ella mandato in disuso l'antico genere di vita che -giovava alla prosperità dei corpi, e introdottone altri perniciosissimi -alla salute? Non ha ella messo nel mondo moderno tali ordini e costumi -“che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell'animo, è -più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità -che sia proprio il secolo della morte? E quando che anticamente tu -non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami -e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai -terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co' loro -piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorchè tu non -le abbia mietute, anzi subito che elle nascono.„ Ma l'opera della Moda -più proficua alla Morte è questa: che mentre per l'addietro costei -era odiata, “oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che -chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti -vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua -maggiore speranza.„ E mentre prima gli uomini credevano di poter essere -immortali, cioè di non morire interamente, la Moda, quantunque sapesse -“che queste erano ciance, e che quando costoro vivessero nella memoria -degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro -fama più che si patissero dell'umidità della sepoltura„, pure, dice -alla Morte, “intendendo che questo negozio degl'immortali ti scottava, -perchè pareva che ti scemasse l'onore e la riputazione, ho levata via -quest'usanza di cercare l'immortalità, ed anche di concederla in caso -che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si -muoia, sta' sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto, -e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un -pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le -lische....„ - -Così egli torna a ridere di quella gloria della quale altrove ha -dimostrata la fallacia. Ma quando vede la vanagloria degli uomini, -quantunque dica di non sapere “se il riso o la pietà prevale„, il riso -prevale effettivamente. Se egli sorride dell'amore, della fama, della -patria, il suo sorriso è o più amaro o più contenuto; nel considerare -la superbia del secolo, la boria degli uomini, e nel paragonarle alla -loro reale impotenza, alla miseria dei loro risultati, l'umorismo -scaturisce naturalmente, più schietto, più efficace. Momo ha fatto -un lungo ragionamento per disingannare Prometeo e dimostrargli che -il genere umano è sommo nell'imperfezione; Eleandro risponde più -brevemente a Timandro quando questi sostiene che l'uomo non è ancora -perfetto, ma certo sarà tale col tempo: “Nè io ne dubito. Questi pochi -anni che sono corsi dal principio del mondo al presente, non potevano -bastare; e non se ne dee far giudizio dell'indole, del destino e -delle facoltà dell'uomo: oltre che si sono avute altre faccende per -le mani. Ma ora non si attende ad altro che a perfezionare la nostra -specie....„ La risata è più sincera, più fresca. Udite la conclusione: -“Circa la perfezione dell'uomo, io vi giuro, che se fosse conseguita, -avrei scritto almeno un tomo in lode del genere umano. Ma poichè non -è toccato a me di vederla, e non aspetto che mi tocchi in vita, sono -disposto di assegnare per testamento una buona parte della mia roba -ad uso che quando il genere umano sarà perfetto, se gli faccia e -pronuncisi pubblicamente un panegirico tutti gli anni; e anche gli sia -rizzato un tempietto all'antica, una statua, o quello che sarà creduto -a proposito....„ - -Nondimeno Timandro ha ragione di chiamare maligno il suo interlocutore; -e il riso, che doveva essere il conforto di quest'ultimo, non lo -salva dalla disperazione. Se egli ride degli uomini, e non li odia, -e non si sdegna dei loro vizi e delle loro colpe, ciò accade perchè -sente che, posto nelle stesse circostanze dei viziosi e dei colpevoli, -sarebbe macchiato o capace degli stessi loro difetti: “Riserbo sempre -l'adirarmi a quella volta che io vegga una malvagità che non possa -aver luogo nella natura mia: ma fin qui non ne ho potuto vedere....„ -E ancora egli non capisce “questo continuo presupporre che si fa -scrivendo e parlando, certe qualità umane che ciascuno sa che oramai -non si trovano in uomo nato, e certi enti razionali o fantastici, -adorati già lungo tempo addietro, ma ora tenuti internamente per nulla -e da chi gli nomina, e da chi gli ode nominare. Che si usino maschere e -travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere conosciuti; non -mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di -maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l'un l'altro, -e conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce una fanciullaggine....„ -E insomma: “l'ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera -e perfetta, si è, che non bisogna filosofare. Dal che s'inferisce -che la filosofia, primieramente è inutile, perchè a questo effetto -di non filosofare, non fa bisogno esser filosofo; secondariamente è -dannosissima,„ perchè insegna “la vanità delle cose.„ Ancora una volta -le risa finiscono in lacrime. - -Sarà da stupire? Non era anzi meraviglioso che, nella profondità -del suo dolore, egli trovasse la possibilità di ridere? Egli stesso -se ne è stupito. “Cosa certamente mirabile è questa, che nell'uomo, -il quale in fra tutte le creature è la più travagliata e misera, -si trovi la facoltà del riso.... Mirabile cosa si è l'uso che noi -facciamo di questa facoltà: poichè si veggono molti in qualche -fierissimo accidente, altri in grande tristezza d'animo, altri che -quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità -di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, nondimeno -ridere....„ E il riso sarà per lui “specie di pazzia non durabile, o -pure di vaneggiamento o delirio„, perchè “gli uomini, non essendo mai -soddisfatti nè mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono -aver causa di riso che sia ragionevole e giusta.„ È vero che il riso -è ignoto, come agli animali, anche ai popoli che sono nello stato -primitivo; e che è cresciuto, si può dire, colla civiltà; ma poichè la -civiltà è corruzione, se ne dovrà dedurre che il riso oggi “supplisce -per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtù, -dalla giustizia, dall'onore e simili....„ Esso sarà pertanto una -cosa triste e disperata più che la stessa imprecazione, porterà agli -stessi risultati della riflessione dolorosa. Ragionando, il Leopardi -estende il suo pessimismo a tutto l'universo creato; la stessa cosa fa -ridendo. La Terra si ostina a interrogare la Luna: “Io vorrei sapere -se veramente, secondo che scrive l'Ariosto, tutto quello che ciascun -uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la bellezza, la sanità, -le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati -dagli altri, nell'indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare -o promuovere istituzioni utili; tutto sale e si raguna costà: di modo -che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si -parte dagli uomini? In caso che questo sia vero, io fo conto che tu -debba essere così piena, che non ti avanzi più luogo; specialmente -che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose -(verbigrazia l'amor patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine) -non già solo in parte, e l'uno o l'altro di loro, come per l'addietro, -ma tutti e interamente. E certo che se elle non sono costì, non credo -si possano trovare in altro luogo. Però vorrei che noi facessimo una -convenzione, per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano -in mano, tutte queste cose; donde io credo che tu medesima abbi caro -di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa -costì un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti -gli anni una buona somma di danari.„ Ma la Luna neppure intende di che -cosa il pianeta le chiede notizia; e solo quando la Terra le domanda se -sono presso di lei in uso i vizii, i misfatti, gl'infortunii, i dolori, -la vecchiezza; allora il satellite capisce tutti questi nomi e le cose -da essi significate, perchè ne è pieno, perchè i suoi abitatori sono -infelicissimi. “E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi -udita da Urano o da Saturno, o da qualche altro pianeta del nostro -mondo; e gl'interrogassi se in loro abbia luogo l'infelicità, e se i -beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho -fatto io. Dico questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e -Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo più vicina -di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate -dappresso: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il Sole -medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.„ - -Si può dire anche meglio: il riso del Leopardi è più disperato della -sua stessa disperazione. Egli ha detto che solo la morte esiste; -ma credere alla morte, al nulla, è ancora avere una specie di fede. -L'orrore sembra massimo; eppure ce n'è uno ancora più grande. Quando -gli amanti non amano più, odiano; ma l'odio è ancora una forma -dell'amore. Tanto desiderio della morte cela ancora l'amarezza dei -disinganni, misura ancora la forza delle speranze, sia pure perdute. -Il vero segno che l'amore è finito non è odiare l'oggetto un tempo -caro o l'amarne un altro: è l'indifferenza. A questa indifferenza -per la morte e per la vita Giacomo Leopardi arriverà con l'ironia. -Il suo Plotino, esauriti tutti gli argomenti per dissuadere Porfirio -dall'uccidersi, ricorre a quest'ultimo come al più persuasivo: viva -egli — per far piacere all'amico! “E la vita è cosa di tanto piccolo -rilievo, che l'uomo, in quanto a sè, non dovrebbe esser molto sollecito -di ritenerla nè di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa -troppo curiosamente; per ogni lieve causa che se gli offerisca di -appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovrìa -ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perchè non avrebbe a -compiacergliene?... „ - - - - -EPILOGO - - -Noi sappiamo chi fu Giacomo Leopardi grazie all'analisi -particolareggiata di tutte le sue circostanze intrinseche ed -estrinseche, ed alla sintesi del suo pensiero; tra le prime e il -secondo abbiamo trovato un nesso intimo, un rigoroso rapporto. Pure -questo nesso, questo rapporto è negato, non solo da altri, da molti -biografi e critici, ma anche, e prima e più vivacemente di tutti, dallo -stesso Leopardi. “Ce n'a été que par l'effet de la lâcheté des hommes, -qui ont besoin d'être persuadés du mérite de l'existence, que l'on a -voulu considérer mes opinions philosophiques comme le résultat de mes -souffrances particulières, et que l'on s'obstine à attribuer à mes -circonstances matérielles ce qu'on ne doit qu'à mon entendement. Avant -de mourir, je vais protester contre cette invention de la faiblesse -et de la vulgarité et prier mes lecteurs de s'attacher à détruire -mes observations plutôt que d'accuser mes maladies.„ Senza violenza, -ma con ironia, quando lo Stella gli riferì il giudizio d'un lettore, -secondo il quale le sue teorie non erano “_fondate a ragione ma a -qualche osservazione parziale_,„ egli rispose al suo editore: “Desidero -che sia vero.„ Ed anche Tristano, all'amico che giudica il suo libro -sulla vita malinconico, sconsolato e disperato perchè egli, l'autore, -è infelice, risponde che tutto si sarebbe aspettato “fuorchè sentirmi -volgere in dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito, -parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere prontissima -testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa -dell'utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità, -anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, -sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo -poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire -che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere -effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi -attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti -di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un -poco; poi risi....„ - -Prima di esaminare il valore delle sue proteste, notiamo che egli non -le ripete sempre con tanta violenza ed ironia; che anzi più volte fa -molte concessioni ai suoi contraddittori. Questo medesimo Tristano -che si è sdegnato ed ha riso, e che propone anche, al colmo del -sarcasmo, di bruciare il proprio libro “come un libro di sogni poetici, -d'invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un'espressione -dell'infelicità dell'autore„; confessa poi, sul serio e non più da -burla, la propria infelicità: “perchè in confidenza, mio caro amico, -io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io, quanto a me, con -licenza vostra e del secolo, sono infelicissimo; e tutti i giornali de' -due mondi non mi persuaderanno il contrario.„ Ed Eleandro: “Io giudico, -quanto a me, di essere infelice; e in questo so che non m'inganno. -Se gli altri non sono, me ne congratulo con tutta l'anima. Io sono -anche sicuro di non liberarmi dall'infelicità prima che io muoia. Se -gli altri hanno diversa speranza di sè, me ne rallegro similmente.„ -Con eguale sentimento, aggiuntovi il terrore del mistero, il Pastore -asiatico canta: - - Questo io conosco e sento, - Che degli eterni giri, - Che dell'esser mio frale, - Qualche bene o contento - Avrà fors'altri; a me la vita è male. - -È possibile che questa coscienza della propria sciagura non determini -la sua filosofia disperata? Uno dei caratteri salienti ne è, come -vedemmo, la misantropia; e di questa, biasimandola in Eleandro, -Timandro assegna la causa: “Voi parlate„, gli dice, “al vostro solito -malignamente, e in modo che date ad intendere di essere per l'ordinario -molto male accolto e trattato dagli altri: perchè questa il più -delle volte è la causa del mal animo e del disprezzo che certi fanno -professione di avere alla propria specie.„ Si confrontino queste parole -con quelle che il Leopardi disse in prima persona: - - aspro a forza - Tra lo stuol de' malevoli divengo, - -e con queste altre: - - E sprezzator degli uomini divengo - Per la greggia ch'ho intorno: - -si vedrà che il suo disprezzo dei proprii simili dipende dal disprezzo -che egli stesso ha patito da essi. Tanto egli è persuaso di questa -verità, che le dà forza di sentenza: “Chi comunica poco cogli -uomini, rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella -solitudine, ma nel mondo: perchè l'uso pratico della vita, e non già la -filosofia, è quello che fa odiare gli uomini.„ - -È sempre difficile, e qualche volta anche risibile, il tentar di -immaginare che cosa sarebbe stato un uomo se diverse in tutto o in -parte fossero state le sue circostanze. Chi può dire che cosa avrebbe -scritto Dante se non fosse stato bandito, o che cosa avrebbe fatto -Napoleone se fosse nato un secolo prima? Una logica inesorabile -governa tutte le opere umane; se noi possiamo credere di disporre -liberamente della nostra vita e del nostro pensiero avvenire, non -possiamo negarne, anzi continuamente ne discopriamo la rigorosa -determinazione nel passato. Pertanto è impossibile giudicare quel che -sarebbe avvenuto di Giacomo Leopardi in circostanze diverse dalle sue; -ma questo rigore di determinazione egli stesso dimostra, anche senza -volerlo. Non c'è uno solo dei suoi giudizii che non sia suggerito da -un'impressione ricevuta; i fatti esercitano una continua influenza sul -suo pensiero. A Bologna gli uomini gli parvero “vespe senza pungolo.„ -Perchè? Perchè vi fu bene accolto. Milano fu detta da lui “insociale„ -perchè non fu contento dell'accoglienza che vi trovò. A Napoli, sul -principio, sentendosi soddisfatto, lodò l'indole “amabile e benevola„ -degli abitanti; poi, trovatosi male, capovolse il suo giudizio. Egli -espressamente confessa quanto gli riuscisse funesto l'essersi visto -disprezzato e fuggito a Recanati: “cosa che per altro ha pregiudicato -per sempre al mio carattere.„ Confessa ancora che tra le cause della -sua malinconia a Roma, gran parte ha la sua “particolare costituzione -morale e fisica.„ Se, anche restando a Recanati, le malattie gli danno -tregua, queste tregue suscitano “qualche speranza di potermi rifare -mutando vita.„ Se appena egli potesse occuparsi a suo agio negli -studii, la sua disperazione sarebbe mitigata: “Dici troppo bene ch'io -forse non m'accorgerei, certamente non sentirei tutta la nullità umana -se potessi ancora trattenermi negli studi.„ Basta talvolta la primavera -a consolarlo: “Io sento riaprirsi l'animo al ritorno della primavera, -chè certo due mesi addietro ero stupido, insensato in modo, ch'io mi -faceva maraviglia a me stesso, e disperava di provar più consolazione -in questo mondo....„ Egli definisce anche meglio il mutamento che le -mutate sue condizioni producono in lui quando si duole col Giordani -perchè questi è caduto nella stessa malattia d'animo che ha afflitto -lui: “dalla quale non ch'io sia veramente risorto, ma tuttavia conosco -e sento che si può risorgere. E le cagioni erano quelle stesse che -producono in te il medesimo effetto: debolezza somma di tutto il -corpo e segnatamente de' nervi, e totale uniformità, disoccupazione -e solitudine forzata, e nullità di tutta la vita. Le quali cagioni -operavano ch'io non credessi ma sentissi la vanità e noia delle cose, -e disperassi affatto del mondo e di me stesso. Ma se bene anche oggi -io mi sento il cuore come uno stecco o uno spino, contuttociò sono -migliorato in questo ch'io giudico risolutamente di poter guarire, -e che il mio travaglio deriva più dal sentimento dell'infelicità -mia particolare, che dalla certezza dell'infelicità universale e -necessaria.„ Basta che la sua salute risenta un poco di giovamento dal -clima di Pisa, che egli non tremi più dal freddo, che possa passeggiare -lungo l'Arno, che mangi con appetito, che abiti una camera a ponente, -sopra un grande orto, tra buona gente; che la vita gli costi quanto la -sua misera borsa gli consente di spendere, perchè tosto egli si senta -rivivere, e torni a far versi, e canti il suo _Risorgimento_: - - Credei ch'al tutto fossero - In me, sul fior degli anni, - Mancati i dolci affanni - Della mia prima età: - I dolci affanni, i teneri - Moti del cor profondo, - Qualunque cosa al mondo - Grato il sentir ci fa. - - Quante querele e lacrime - Sparsi nel novo stato, - Quando al mio cor gelato - Prima il dolor mancò! - Mancâr gli usati palpiti, - L'amor mi venne meno, - E irrigidito il seno - Di sospirar cessò! - - Piansi spogliata, esanime - Fatta per me la vita; - La terra inaridita, - Chiusa in eterno gel; - Deserto il dì; la tacita - Notte più sola e bruna; - Spenta per me la luna, - Spente le stelle in ciel. - . . . . . . . . . . - -Tale era il suo stato: egli non aveva forza di lamentarsi, non chiedeva -conforto, era immerso come in un letargo dal quale nulla riusciva -a destarlo; desiderava la morte, ma gli mancava anche la forza di -esprimere a sè stesso questo desiderio. A un tratto non si riconosce -più: - - Chi dalla grave, immemore, - Quiete or mi ridesta? - Che virtù nova è questa, - Questa che sento in me? - Moti soavi, immagini, - Palpiti, error beato, - Per sempre a voi negato - Questo mio cor non è? - - Siete pur voi quell'unica - Luce de' giorni miei? - Gli affetti ch'io perdei - Nella novella età? - Se al ciel, s'ai verdi margini, - Ovunque il guardo mira, - Tutto un dolor mi spira, - Tutto un piacer mi dà. - - Meco ritorna a vivere - La piaggia, il bosco, il monte; - Parla al mio core il fonte, - Meco favella il mar. - Chi mi ridona il piangere - Dopo cotanto obblio? - E come al guardo mio - Cangiato il mondo appar? - -Se ciò non è opera della speranza, se egli ancora si duole perchè non -vedrà mai più il viso della speranza; se il suo risorgimento non è -totale; se egli continua a credere che la natura sia sorda, che non -sia sollecita del bene ma soltanto dell'essere, e non si curi d'altro -che di serbare gli uomini al dolore; se non ha fede negli uomini nè -nell'amore, bisogna accusarne la gravezza dei suoi mali, il lungo abito -del dolore. Venti anni di pene fisiche e morali, di aspettazioni vane, -di disinganni continui non si possono scordare perchè il nuovo clima è -più dolce, perchè la nuova città è più ospitale: il parziale beneficio -determina nel suo pensiero una parziale conversione: ma questo esatto -proporzionarsi dell'effetto alla causa dimostra appunto come tutta la -sua vita morale sia rigorosamente governata dalla sua vita reale. - -Il sollievo di Pisa è dipeso dalla migliorata salute; un altro egli -ne prova quando il De Sinner gli promette di pubblicare in Germania i -suoi scritti filologici. Disperato della gloria, basta che egli creda -di poterne gustare i vantaggi perchè tosto ritorni da morte a vita: -“Quel forestiero che ha veduto l'Eusebio, è un filologo tedesco al -quale.... ho fatto consegna formale di tutti i miei mss. filologici, -appunti, note, ecc. cominciando dal _Porphyrius_. Egli, se piacerà a -Dio, li redigerà e completerà e li farà pubblicare in Germania, e me -ne promette danari e gran nome. Non potete credere quanto mi abbia -consolato quest'avvenimento, che per più giorni mi ha richiamato alle -idee della mia prima gioventù, e che, piacendo a Dio, darà vita ed -utilità a lavori immensi, ch'io già da molti anni considerava come -perduti affatto, per l'impossibilità di perfezionare tali lavori in -Italia, pel dispregio in cui sono tali studi tra noi e peggio pel mio -stato fisico.„ Quindi la sua misantropia si tempera; egli quasi la -critica: “Nessuno è sì compiutamente disingannato del mondo, nè lo -conosce sì addentro, nè tanto l'ha in ira, che guardato a un tratto -da esso con benignità, non se gli senta in parte riconciliato.„ Ancora -meglio: “Io conobbi già un bambino il quale ogni volta che dalla madre -era contrariato in qualche cosa, diceva: _ah, ho inteso, ho inteso: -la mamma è cattiva_. Non con altra logica discorre intorno ai prossimi -la maggior parte degli uomini, benchè non esprima il suo discorso con -altrettanta semplicità.„ - -Pertanto, dopo averlo negato, egli stesso riconosce esplicitamente il -rapporto tra le sue circostanze e le sue idee. Porfirio, discutendo -con Plotino intorno alla vanità universale della quale è troppo -persuaso, osserva: “E qui primieramente non mi potrai dire che -questa mia proposizione non sia ragionevole: se bene io consentirò -facilmente che ella in buona parte provenga da qualche mal essere -corporale.„ Se queste parole non si riferiscono, come pare evidente, -allo stesso Leopardi, noi troviamo che egli confessa a chiare note -come la sua filosofia dipenda dalla sua esperienza. Alla sorella -infatti scrive: “Direte che io vi sono sempre intorno colla filosofia; -ma mi concederete che questa non mi è stata insegnata nè dai libri, -ne dagli studi, nè da nessun'altra cosa, se non dall'esperienza: ed -io vi esorto a questa filosofia, perchè credo che vi abbiate i miei -stessi diritti e la mia stessa disposizione.„ Queste parole sono del -1823: diremo che da giovane egli concedesse quel rapporto da causa ad -effetto tra le sue disgrazie e il suo pessimismo che più tardi doveva -con tanto sdegno negare? La sua lettera sdegnosa al De Sinner è del -'32: leggete che cosa scriveva al Bunsen nel '35, tre anni dopo, e -due soli prima di morire: “Voi avete ragione che nelle mie prose la -malinconia è forse eccessiva e forse anche qualche volta fa velo al -giudizio. Datene la colpa parte al mio carattere, e parte all'età in -cui furono scritte....„ Egli quasi vorrebbe correggerle! Il rapporto -tra il pensiero e la vita è ancora nitidamente affermato più sotto: -“La propria mia esperienza m'insegna che il progresso dell'età, fra -i tanti cangiamenti che fa nell'uomo, altera ancora notabilmente -il suo sistema di filosofia.„ Che cosa vuol dir questo, se non che -la filosofia non è un prodotto puro della ragione astratta, ma il -risultato necessario della pratica delle cose? Egli osserva pure come -sia erroneo l'attribuire a cause esteriori e reali ciò che dipende -soltanto dall'intima nostra natura; i vecchi, per esempio, “riuscendo -il freddo all'età loro assai più molesto che in gioventù, credono -avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed -immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell'aria o -nella terra.„ Altrettanto non accade in lui, quando, per tutte le sue -sciagure, afferma l'infelicità necessaria e universale? - -Tuttavia, se per tante prove e per sua stessa confessione la dipendenza -delle fasi del suo pensiero dai casi della sua vita è innegabile, -che cosa faremo delle proteste che egli pure fieramente lanciò? -Perchè protestò talvolta? Perchè non riconobbe sempre che tale egli -fu quale doveva essere? Perchè negò l'efficacia dell'esperienza e -riconobbe soltanto quella della ragione? Il perchè non è difficile da -trovare. Ammettendo senz'altro che dall'esperienza, dalle circostanze -esteriori ed intime tra le quali la sua vita si svolse nascesse la -sua filosofia, che valore avrebbe essa avuto? Si sarebbe ridotta a -un giudizio particolare, a un'opinione personale, a un'impressione -fortuita: nessuno le avrebbe dato credito. Se egli voleva — e per la -legge dell'amor proprio doveva volere — che fosse appresa come una cosa -seria, come un'espressione della verità, doveva necessariamente negarne -le cause reali ed affermarne soltanto l'origine razionale. Anche -concedendo, come fece a proposito di Bruto, che la disperazione può -dipendere dalle calamità, egli doveva presumere che l'ispirazione della -calamità “ha forza di rivelare all'animo nostro quasi un'altra terra, e -persuaderlo vivamente di cose tali, che bisogna poi lungo tempo a fare -che la ragione le trovi da sè medesima„; e che l'effetto della calamità -“si rassomiglia al furore dei poeti lirici, che d'un'occhiata scuoprono -tanto paese quanto non ne sanno scoprire i filosofi nel tratto di -molti secoli.„ E poi: non è una cosa sciagurata che il pensiero umano, -che questo nostro giudizio del quale siamo tanto superbi, pel quale -ci siamo collocati sul vertice della vita, sia così rigorosamente -determinato da cause sulle quali nulla possiamo, sia quasi come un -frutto a formare il quale hanno contribuito la specie della pianta, -la natura del terreno e l'ordine delle meteore? Non è doloroso, non è -male che la nostra mente non possa operare libera e sola, che il nostro -giudizio non sia indipendente e sovrano? Il Leopardi intende questa -necessità, e se talvolta la nega, la negazione non è altro che una -forma di ribellione. - -Nè, da un'altra parte, il suo pensiero fu realmente tutto determinato -dai soli casi della sua vita, dalle “circostanze materiali„ dalle -“sofferenze particolari„ dalle “malattie.„ Noi possiamo trovare -nelle storie esempii di vite più infelici ancora di quella del -Recanatese, senza che per questo i disgraziati abbiano tutto negato; -ne troveremo molti che si sono contentati, che si sono confortati; -qualcuno anche che ha riso d'un riso schietto. Ma l'esperienza del -dolore è acquistata, nel Leopardi, da uno spirito inquieto la cui -inquietudine è cresciuta per effetto dell'educazione. Già vedemmo che -il colore del tempo nel quale egli visse fu grigio. Nel suo dolore -e nel suo pessimismo sono pertanto da distinguere due gradi, ed egli -stesso li distingue. Quando dice che vive “malinconico, solitario e -tristo„, quando scrive: “Non so perchè, ma mi trovo in una malinconia -che cresce ogni giorno„; quando loda la noia e i “dolci affanni„, -quando narra che aver pianto a Roma sulla tomba del Tasso è l'unico -“_piacere_„ che abbia gustato nella città eterna; quando compone il -_Passero solitario_, _L'Infinito_, _La sera del dì di festa_, _Alla -Luna_, _Consalvo_, le poesie idilliache, elegiache, dove la tristezza -è composta, dove il dolore è indefinito, egli è un romantico come -tutti gli altri. I disinganni inevitabili ai troppo immaginosi, le -ferite inevitabili ai troppo sensibili, l'esperienza di alcuni dolori -reali, gli avrebbero fatto esprimere quella malinconia diffusa, quasi -grata, quasi soddisfatta di sè stessa, che i poeti e i novellieri e i -filosofi del suo tempo espressero concordemente. Egli sa che c'è, ed ha -realmente provata la malinconia dolce e grata; ma perchè i suoi dolori -non ebbero limite, perchè lo perseguitarono sino alla morte, perchè -egli non potè godere, questo sentimento che è come “un crepuscolo„ -dà luogo alla malinconia “nera e solida„ che è “notte fittissima e -orribile.„ Guardate il dolente Chateaubriand: non ebbe egli i suoi -piaceri, le sue fortune, i suoi trionfi? Il suo pessimismo è pertanto -temperato. Un giorno egli scrive: “Ne désirons point survivre à nos -cendres, mourons tout entiers de peur de souffrir ailleurs. Cette -vie-ci doit corriger de la manie d'être.„ Non è la stessa idea che -informa tanta parte degli scritti del Leopardi? Ma lo Chateaubriand, -se arriva a concepirla, non la svolge, non la estende, non la sostiene, -non ne fa un articolo della sua fede; non la mette neppure in un libro, -l'annota in un manoscritto pubblicato dopo la sua morte; fate che, dopo -averla concepita, le sventure d'ogni sorta lo perseguitino ogni giorno -e lo schiaccino: egli vi tornerà sopra, la svilupperà, l'affermerà — -come ha fatto Giacomo Leopardi. Noi già notammo che questi non stima -sempre bella e buona la morte: perchè dunque la giudica “atra„, perchè -la chiama “abisso orrido, immenso?„ Perchè si duole che la vecchiezza e -la morte abbiano principio fin da quando - - il labbro infante - Preme il tenero sen che vita instilla, - -e non si possano emendare dalla - - Nonadecima età più che potesse - La decima o la nona, e non potranno - Più di questa giammai l'età future? - -Se egli fosse costantemente persuaso che la morte è un bene, il solo -bene, si dorrebbe così? Se si duole, ciò è perchè non sempre il suo -pensiero è tutto ottenebrato: vi sono momenti durante i quali egli -pensa che la morte è un male, il peggiore, con la vecchiezza che menoma -le potenze vitali delle creature; e pertanto che la vita è un bene -vero; che la vita dei giovani, calda, operosa, feconda, dischiusa a -tutte le impressioni della natura, confusa nel gran torrente della -vita universale, è il bene sommo, il miracolo dell'universo. E non -solo il rigore spaventoso del suo destino gli vieta di fermarsi in -questi concetti perchè brutalmente interrompe le sue tregue; non solo -l'esempio di tanti dolenti lo conferma nella sua tristezza; ma la -stessa disposizione della sua mente lo conduce alla negazione assoluta. -Forse, attenuate le sue disgrazie, il suo pessimismo non si sarebbe -attenuato in proporzione. Avendo cominciato a considerare la miseria -del mondo e la vanità delle cose, egli sarebbe arrivato, con minore -esperienza del dolore, a conclusioni non molto diverse. Per l'acutezza -della sua sensibilità egli doveva naturalmente esprimere un giudizio -disperato ad ogni impressione dolorosa; ma egli non era soltanto -sensibile, era anche riflessivo. Noi trovammo in lui un potente spirito -filosofico, l'attitudine, l'abitudine, il bisogno di procedere dal -noto all'ignoto, dal particolare al generale, dal fatto alla legge. -Una mente così logica non poteva credere che il dolore del quale egli -era vittima fosse un'eccezione, una rarità, una cosa tutta fortuita; -se l'uomo, se il poeta gli si ribellavano — come si ribellarono tante -volte — il filosofo doveva vedervi un fatto naturale, necessario; -e del fatto accertato doveva indagare la cagione, e trovarla in una -legge. Il filosofo, vedendo l'uomo penare, doveva guardarsi attorno -per considerare se queste pene fossero realmente singolari, se agli -altri uomini fossero proprio sconosciute; e osservando la vita e -leggendo le storie doveva scoprire che, esacerbato in lui, il dolore -è retaggio di ogni uomo. Egli udì i lamenti esalare dagli oppressi -petti dei suoi simili, in ogni tempo, in ogni luogo. Intorno a lui -egli trovò altrettanti fratelli in tutti i romantici. Classico, seppe -che gli antichi erano assuefatti a credere “che le cose fossero cose -e non ombre„ e la felicità “possibilissima a conseguire, anzi propria -dell'uomo.„ Ma se la visione della vita e del mondo fu un tempo -generalmente luminosa e serena, non per questo mancò l'esperienza -del dolore. Anche gli antichi sentirono quel che c'è d'incompiuto, -di manchevole, d'incerto nel destino umano, e conobbero l'enormità -del fato che ci sovrasta, e non furono esenti dalle lacrime; così il -Leopardi discoprì nella invidiata serenità dell'ideale pagano le ombre -che la velano; e discopertele affermò l'universalità del dolore. - -Ecco: “il saggio Chirone, che era dio, coll'andar del tempo si annoiò -della vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morì.... -Or pensa, se l'immortalità incresce agli Dei, che farebbe agli -uomini.... Gl'Iperborei, popolo incognito, ma famoso; ai quali non -si può penetrare, nè per terra nè per acqua; ricchi d'ogni bene; e -specialmente di bellissimi asini, dei quali sogliono fare ecatombe; -potendo, se io non m'inganno, essere immortali, perchè non hanno -infermità nè fatiche nè guerre nè discordie nè carestie nè vizi nè -colpe, contuttociò muoion tutti: perchè, in capo a mille anni di vita, -o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in -mare, e vi si annegano.„ Ancora: “Bitone e Cleobi fratelli, un giorno -di festa, che non erano in pronto le mule, essendo sottentrati al carro -della madre, sacerdotessa di Giunone, e condottala al tempio; quella -supplicò la dea che rimunerasse la pietà de' figliuoli col maggior bene -che possa cadere negli uomini. Giunone, invece di farli immortali, -come avrebbe potuto, e allora si costumava; fece che l'uno e l'altro -pian piano se ne morirono in quella medesima ora. Il simile toccò ad -Agamede e a Trofonio. Finito il tempio di Delfo, fecero istanza ad -Apollo che li pagasse: il quale rispose volerli soddisfare fra sette -giorni; in questo mezzo attendessero a far gozzoviglia a loro spese. -La settima notte mandò loro un dolce sonno, dal quale ancora s'hanno -a svegliare; e avuta questa, non dimandarono altra paga....„ Se favole -simili dimostrano che la morte non è un male, ma il premio più insigne; -hanno i filosofi antichi espresso molta fede nella vita? Seneca “non -trova contro al timore altro rimedio più valevole della considerazione -che ogni cosa è da temere.„ Il consiglio di Senofonte significa che -il godimento dei beni è poco grato se manca la speranza di maggiori -beni futuri: “consiglia che avendosi a comperare un terreno, si compri -di quelli che sono male coltivati; perchè, dice, un terreno che non è -per darti più frutto di quello che dà, non ti rallegra tanto, quanto -farebbe se tu lo vedessi andare di bene in meglio....„ Ma questa -aspettazione dei beni, questa ricerca della felicità, come è oggi -causa dei più amari disinganni, così era giudicata anticamente: secondo -Bione boristenite “i più travagliati di tutti sono quelli che cercano -le maggiori felicità.„ Bruto giudicò la virtù “una parola nuda„, -Teofrasto negò la gloria e disse che la morte sopravviene non appena -l'uomo comincia a vivere; gli stoici insegnarono che per ottenere la -felicità non c'è altra via che rinunziarla; Virgilio “contro l'uso -dei Romani antichi, e massimamente di quelli d'ingegno grande, si -professa desideroso della vita oscura e solitaria; e questo in una -cotal guisa, che si può comprendere che egli vi è sforzato dalla sua -natura, anzi che inclinato; e che l'ama più come rimedio o rifugio, -che come bene.„ Ma come enumerare tutti gli antichi dolenti? Tristano, -vedendo rifiutata da tutti la sua filosofia dolorosa, crederà che sia -di sua propria invenzione: “ma poi, ripensando, mi ricordai ch'ella era -tanto nuova, quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi -più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi -di figure, di favole, di sentenze significanti l'estrema infelicità -umana; e chi di loro dice che il meglio è non nascere, e per chi è -nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli Dei, muore -in giovinezza; ed altri altre cose infinite su questo andare.„ E se -Porfirio pensa di uccidersi, non trova forse antichi esempi di uomini -che vollero morire “per tedio solamente, e per sazietà dello stato -proprio.... quali erano coloro che udito Egesia, filosofo cirenaico, -recitare quelle sue lezioni sulla miseria della vita; uscendo dalla -scuola andavano e si uccidevano; onde esso Egesia fu detto per -soprannome _il persuasor di morire_?...„ - -Certamente gli antichi lodarono anche moltissimo la vita; come la -lodano anche i moderni: ad ora ad ora il pianto cessa, gli occhi -brillano, i canti di gioia riecheggiano; ma che cosa concludere? -Che vi sono due leggi, una del dolore, un'altra del piacere? Le -leggi particolari sono molte; ma dev'essercene pure una generale, -universale, la legge delle leggi, la chiave del mistero. L'appetito -di scienza che è in Leopardi filosofo non resta appagato se dalle -leggi particolari egli non assorge all'ultima, o alla prima, all'unica -certamente dalla quale tutte le altre dipendono. Ma questa verità -fondamentale nessun uomo l'ha scoperta, nessun uomo la può scoprire; -guardate: se uno s'affanna troppo a cercarla, la scienza moderna -lo chiama pazzo, lo giudica affetto da follia metafisica!... Tale -è veramente la condizione dell'intelletto umano: che esso, o deve -rinunziare a comprendere tutta quanta la verità, o deve appagarsi -di una verità non tutta vera. Il Leopardi passa dalla considerazione -del proprio dolore a quello degli altri uomini, dei vivi e dei morti; -logicamente collega tutti i fatti che lo dimostrano; da filosofo segue -“indefessamente con l'occhio dell'intelletto un ordine di verità -connesse tra loro a mano a mano„, ed arriva alla legge del dolore -universale, necessario, eterno, infinito, inconsolabile. Ma egli pur -sente d'avere esagerato. La sua teoria non è equa, come non sono state -eque tutte le altre d'invenzione umana; ed egli stesso implicitamente -lo riconosce. Filippo Ottonieri “stimava che una buona parte degli -uomini, antichi e moderni, che sono riputati grandi o straordinari, -conseguirono questa riputazione in virtù principalmente dell'eccesso -di qualche loro qualità sopra le altre. E che uno in cui le qualità -dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra loro; se bene elle -fossero o straordinarie o grandi oltre modo, possa con difficoltà far -cose degne dell'uno o dell'altro titolo, ed apparire ai presenti o -ai futuri nè grande nè straordinario.„ Un uomo veramente, esattamente -equilibrato, che volesse e sapesse tenere conto preciso di tutto, non -solo non farebbe cose grandi o straordinarie, ma non ne farebbe neppur -piccole, non farebbe niente. Tutti i nostri giudizii sono parziali, -partigiani, appassionati, monchi; ma chi si spaventasse di questa -necessità dovrebbe continuamente tacere. Poichè il silenzio continuo -e la rinunzia totale sono impossibili in qualunque uomo, e più che -impossibili, assurdi in un ingegno, in un genio come Giacomo Leopardi, -questi formulerà postulati dei quali, mentre l'amor proprio vuole -che si riconosca l'esattezza, la ragione denunzia inconsapevolmente -l'esagerazione, perciò la falsità. Tutte le volte — e come vedemmo -non sono poche — che egli riconosce il nesso tra la sua vita e la -sua filosofia, non viene a dire, indirettamente, che la sua filosofia -sarebbe diversa se egli avesse avuto un altro destino? E questo nesso -che c'è in lui, non c'è in ogni uomo? Quindi tutte le filosofie -non sono relative e, per qualche lato, false? Egli che ha fatto -tante distinzioni tra uomini ed uomini e che si è tanto lagnato del -proprio destino, afferma pure “questa massima riconosciuta da tutti i -filosofi, la quale ti potrà consolare in molte occorrenze; ed è che la -felicità e l'infelicità di ciascun uomo (esclusi i dolori del corpo) è -assolutamente eguale a quella di ciascun altro, in qualunque condizione -o situazione si trovi questo o quello. E perciò, esattamente parlando, -tanto gode e tanto pena il povero, il vecchio, il debole, il brutto, -l'ignorante, quanto il ricco, il giovane, il forte, il bello, il dotto: -perchè ciascuno nel suo stato si fabbrica i suoi beni e i suoi mali; -e la somma dei beni e dei mali che ciascun uomo si può fabbricare è -uguale a quella che si fabbrica qualunque altro.„ Ma, come abbiamo -visto che lo Chateaubriand non mette nelle sue opere la sentenza -disperatissima sulla necessità della morte totale senza speranza di -vita futura, così il Leopardi non sviluppa nei suoi scritti il più equo -e consolante giudizio: lo esprime soltanto in una lettera alla sorella. -Una critica meschina ed arrogante ardisce cogliere in fallo queste -grandi anime, e presume di veder meglio di loro e più a dentro. Esse -vedono e sanno tutto; ma naturalmente tutti i concetti non sono e non -possono essere concordi; e fra i moltissimi bisogna pure scegliere. Il -Leopardi ha visto prima che i suoi censori quel che si può e si deve -dire contro la sua filosofia disperata; leggete il suo epistolario: -vedrete che egli vi appare meno pessimista che non nelle opere. Certo -l'esagerazione è biasimevole; ma non è altrettanto necessaria? Ecco: -per il suo bisogno di risolvere i formidabili enimmi della vita e della -morte lo hanno giudicato infermo di follia metafisica; se egli avesse -temperato il suo pessimismo, se avesse dato forza agli argomenti con -i quali sente di poterlo combattere, avrebbero provato che in lui c'è -anche la follia del dubbio. - -Per fortuna questa accusa almeno non gli può esser mossa. Non ostante -le contraddizioni inevitabili, egli non dubita. È un appassionato, -un operoso ridotto contro sua voglia a discutere, ma inconsolabile -per essersi dovuto restringere ai semplici ragionamenti; tutta la -forza della sua volontà è concentrata nella sua fede — negativa, -ma incrollabile. Nel negare, egli mette lo slancio mistico dei suoi -pii antenati. Non che dubitare della sua credenza al rovescio, egli -l'afferma vivacemente, e sdegnosamente protesta contro chi ne vuol -scemare il valore, riducendola a un effetto dei suoi dolori. E non -ha torto: la sua filosofia, se è derivata dall'esperienza, è anche -scaturita dalla ragione. Ma un pessimismo soltanto filosofico e -speculativo interesserebbe i pensatori, lasciando freddi tutti gli -altri. Il pessimismo del Leopardi non è freddo, perchè il filosofo è -accompagnato in lui dal poeta; e non è falso, perchè la speculazione è -accompagnata dall'esperienza. Il filosofo che nega è anche un uomo che -soffre. Perciò egli fu, è e sarà sempre creduto. - -Egli fu, è e sarà sempre ammirato perchè ha saputo definire tutti gli -aspetti del dolore umano con una forma che eccita il più grande, il -più puro, il più raro piacere. — Questo pessimismo suo, quantunque -sembri totale e insanabile, ammette un temperamento ed offre un -conforto. Egli preferisce la morte alla vita; ma la morte non consola -la vita, la distrugge: la consolazione è nell'Arte. Per quella stessa -ragione che la gioventù e l'amore sono le sole cose delle quali egli -si loderebbe, l'arte è la sua consolazione. Amore e gioventù vivono di -amene illusioni, che la vita pur troppo distrugge: l'arte crea tutto -un mondo ideale contro il quale la realtà non può nulla: in mezzo -alle peggiori disgrazie, tra i disinganni più atroci, l'artista può -rifugiarvisi. Ed egli vi si rifugia. La sua gioventù è finita prima -di cominciare; nessuna donna lo ha amato; i mali lo assediano; ma il -suo pensiero vive ed opera ad ora ad ora, e l'arte gli concede tutte -le sue grazie. Essa è per lui divina. Giudicata “inevitabile„ l'umana -infelicità, egli trova un conforto negli “studi del bello.„ Se la vita -degli uomini è tutto un ozio perchè tutto è vanità, l'arte, che pare -esercitarsi intorno a cose vane, è invece la sola attività utile, -perchè essa sola compensa la tristezza della realtà con la letizia -delle fantasie. Questo è un invertimento del giudizio comune: che -importa, se l'infelice ottiene per esso un sollievo e si riconcilia con -la vita e quasi benedice quella natura che aveva già maledetta? - - - FINE. - - - - - INDICE - - - PARTE PRIMA. - L'UOMO. - - _L'indole:_ I. Il sentimento poetico Pag. 1 - II. Lo spirito filosofico 11 - - _L'educazione:_ Classicismo e romanticismo 23 - - _L'esperienza:_ I. La salute 52 - II. L'amore 65 - III. La famiglia 94 - IV. La patria 152 - V. La gloria 177 - - PARTE SECONDA. - IL PENSIERO. - - _Il pessimismo:_ I. L'illusione 193 - II. La misantropia 212 - III. Lo scetticismo 224 - IV. La morte 237 - - _L'ironia_ 245 - - EPILOGO 278 - - - - - OPERE DI FEDERICO DE ROBERTO - (Edizioni Treves). - - _Le donne, i cavalier'_.... Edizione di lusso, in-8, - illustrata da 100 incisioni L. 12 — - _I Vicerè_, romanzo. 2 vol. 10 — - _Una pagina della storia dell'amore_ 3 50 - _L'illusione_, romanzo 3 50 - _La sorte_, novelle 3 50 - _La messa di nozze_, romanzo 5 — - _L'albero della scienza_, novelle 4 — - _Al rombo del cannone_ 5 — - _All'ombra dell'olivo_ 6 — - _Ironie_, novelle 4 — - _Leopardi_ 7 — - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of the Project Gutenberg EBook of Leopardi, by Federico De Roberto - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LEOPARDI *** - -***** This file should be named 53223-0.txt or 53223-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/3/2/2/53223/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions will -be renamed. - -Creating the works from print editions not protected by U.S. copyright -law means that no one owns a United States copyright in these works, -so the Foundation (and you!) can copy and distribute it in the United -States without permission and without paying copyright -royalties. 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