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-The Project Gutenberg EBook of Leopardi, by Federico De Roberto
-
-This eBook is for the use of anyone anywhere in the United States and most
-other parts of the world at no cost and with almost no restrictions
-whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of
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-
-Title: Leopardi
-
-Author: Federico De Roberto
-
-Release Date: October 6, 2016 [EBook #53223]
-
-Language: Italian
-
-Character set encoding: UTF-8
-
-*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LEOPARDI ***
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-
-Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online
-Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This
-file was produced from images generously made available
-by The Internet Archive)
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- F. DE ROBERTO
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- LEOPARDI
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- NUOVA EDIZIONE
- con un avvertimento dell'autore
- e il fac-simile di una lettera di
- GIOSUE CARDUCCI
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- MILANO
- FRATELLI TREVES, EDITORI
- 1921.
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- PROPRIETÀ LETTERARIA.
-
- _I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
- per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda,_
-
- Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di quest'opera che
- non porti il timbro a secco della Società Italiana degli Autori.
-
- Milano, Tip. Treves.
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-AVVERTIMENTO.
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-
-_Il presente libriccino fu composto prima della ricorrenza del
-Centenario leopardiano e vide la luce durante quella memorabile
-celebrazione, cioè mentre l'immensa miniera dello _Zibaldone_, per
-mezzo secolo rimasta ignorata o inaccessibile, si veniva appena
-schiudendo. Dopo che fu tutta aperta ed in ogni senso percorsa,
-l'autore di questo breve studio credette suo debito tener conto dei
-nuovi preziosissimi materiali per una futura nuova edizione del suo
-lavoretto, e si accinse infatti all'opera; sennonchè fu ben presto
-costretto a riconoscere che per giovarsi quanto era necessario dei
-sette volumi dei _Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura_
-non bastava ritoccare le pagine che egli aveva scritte, ma bisognava
-rifarsi dal primo principio e comporre un altro libro, se non di
-diverso disegno, certamente di più largo respiro._
-
-_Poichè non gli è finora riuscito di portarlo a compimento, e
-propriamente dispera che gli riesca mai più, egli non ha saputo che
-cosa fare del suo primo saggio: se lasciarlo, cioè, esaurito, come è da
-tanto tempo, o ripubblicarlo tale e quale. A questo secondo consiglio
-si apprende oggi, confortato dal giudizio del quale volle onorarlo,
-ventitrè anni addietro, il Maestro dei maestri. La lettera di Giosue
-Carducci qui riprodotta sarà la migliore giustificazione della presente
-ristampa, come fu ed è il massimo premio che l'autore potesse mai
-ripromettersi._
-
- 28 giugno 1921.
-
-
- [Illustrazione: Lettera di Giosue Carducci.]
-
- Bol. 18 f. 1898
-
- Caro signore,
-
- Grazie del libro. Mi pare una enciclopedia del pensiero e del
- sentimento leopardiano di fonte, condotta con metodo esatto e
- fedele, molto buona e utile.
-
- Può addomesticare, e lo spero e l'auguro, la gente, sempre e per
- lo più grossolana e pregiudicata e declamatrice, alla cognizione
- della imagine del poeta e pensatore.
-
- La saluto.
-
- Giosue Carducci
-
-
-
-
-L'INDOLE
-
-
-
-
-I.
-
-IL SENTIMENTO POETICO.
-
-
-Fanciullo di otto anni, per divertire i suoi fratellini, Giacomo
-Leopardi inventava fiabe e novelle, alcune delle quali duravano più
-giorni come romanzi; una specialmente, piena di strane e fantastiche
-avventure improvvisate secondo che l'azione si veniva svolgendo,
-durò più settimane. I personaggi erano però tolti dal vero: il conte
-Monaldo suo padre si chiamava Asmodante, Lelio il fratello Carlo, il
-brillante eroe Filzero era lo stesso narratore. Egli sapeva trasfondere
-tanta vita in questi tipi, che tre quarti di secolo più tardi il
-conte Carlo, udendo qualche tratto di spirito, esclamava: “Questa è
-_filzerica!_....„ A dieci anni, Giacomo cominciò a comporre i suoi
-primi libri. Nel 1810, a dodici anni, scrisse al padre scusandosi di
-non potergli nulla offrire in occasione delle feste: “Crescendo l'età
-crebbe l'audacia, ma non crebbe il tempo dell'applicazione. Ardii
-intraprendere opere più vaste, ma il breve spazio, che mi è dato di
-occupare nello studio, fece che laddove altra volta compiva i miei
-libercoli nella estensione di un mese, ora per condurli a termine
-ho d'uopo di anni.„ Le sue composizioni di quel tempo sono tragedie,
-poemetti, cantiche sacre e profane: il _Pompeo in Egitto_, il _Catone
-in Africa_, le _Notti puniche_, il _Balaamo_.
-
-Questo ingegno straordinariamente precoce comincia dunque a dar
-prova di fervida immaginazione. Il giovanetto ben presto si dà tutto
-agli studi severi delle lingue e delle letterature antiche; sembra
-allora che questa sua dote debba restare inutile, che questo lume
-interiore debba spegnersi: in luogo d'inventare egli traduce; in
-luogo d'esprimere idee proprie, ricerca, raccoglie, discute quelle
-degli altri. Tuttavia, quando pare che la sua facoltà immaginativa sia
-isterilita sotto la polvere dei vecchi libri, fra le grammatiche, fra
-i dizionarii greci ed ebraici, dà ancora prova di forza. Il Creuzer
-trova nel suo lavoro sul Porfirio “plus d'effervescence juvénile et
-d'imagination que de maturité d'esprit.„ Studiando filologia, trattando
-di ingrate quistioni etimologiche, egli segue una “ispirazione
-indovinatoria„ e “quella certezza intima che per quanto non si possa
-trasfondere facilmente in altri, con tutto questo è fortissima e nasce
-da una gagliarda apprensione di certe probabilità, la quale ci farebbe
-giurare che la cosa sta così, nonostante che non se ne possa portare
-alcuna prova irrepugnabile.„ Nell'immenso cimitero dell'antichità egli
-rimescola le ceneri dei grandi morti, interroga le lapidi, decifra i
-nomi; ma quante volte lo stesso nome è cancellato! Tra il cielo della
-gloria e le profondità dell'oblio sembra che vi sia un luogo dubbio
-come il limbo cristiano: chi furono Elio Aristide, Dione, Crisostomo,
-Cornelio, Frontone? Nulla, quasi nulla si conosce della loro vita;
-il loro pensiero è perito, è disperso. Ed ecco l'erudito adolescente
-attendere, con le poche e incerte notizie che i suoi libri glie ne
-danno, a ricostruire la loro vita, a rifare le loro opere. La sola idea
-d'un simile lavoro non prova il fervore d'una immaginazione che, per
-poco costretta nell'aridità degli studi filologici e storici, troverà
-più tardi altri campi dove spaziare? Fantasia ed erudizione si danno
-ancora meglio la mano quando, “innamorato della poesia greca„, egli
-tenta un'impresa simile a quella di Michelangelo, “che sotterrò il
-suo Cupido, e a chi dissotterrato lo credeva d'antico portò il braccio
-mancante„: grazie alla sua scienza dell'antichità ellenica compone un
-_Inno a Nettuno_ che finge d'aver tradotto dal greco, e che greco fu
-veramente stimato; ma l'opera sua è originale, è dovuta alla nativa
-facoltà creatrice, ravvivatrice, animatrice. Simonide celebrò il
-successo delle Termopili, e il suo canto andò perduto: il Leopardi,
-commiserando il destino di quegli Italiani che morivano in guerra per
-una causa non propria, ricorda i Trecento caduti sul colle d'Antelo
-e procura “rappresentarsi alla mente le disposizioni dell'animo del
-loro poeta in quel tempo„, e così rifarne il canto. Dalle sue stesse
-parole noi vediamo di che specie sia la facoltà immaginativa dello
-scrittore. Essa non si esercita tanto sulle cose quanto intorno ai
-sentimenti, non gli suggerisce tanto forme quanto idee. Per questo suo
-speciale carattere si può antivedere che l'immaginazione del Leopardi
-sarà associata con la facoltà di pensare e di riflettere; ma essa
-naturalmente dipende da quella di sentire e di commuoversi. Come mai
-il fanciullo sarebbe capace di creare tanti tipi e d'inventare così
-belle favole, se le figure e gli atti delle persone reali non avessero
-lasciato profonde impressioni dentro di lui? Come mai il giovanetto
-darebbe vita a tanti eroi, a tanti fantasmi, se egli stesso non vivesse
-intensamente?
-
-La sensibilità del Leopardi è infatti grande e precoce quanto la sua
-immaginazione: bambino di quattro anni e mezzo, dinanzi al cadavere
-di un fratellino scoppia in un pianto così dirotto che il padre ne è
-maravigliato ed esprime questa maraviglia in un suo Diario. Misurare
-la capacità degli organi dei sensi di un morto, sulla fede dei suoi
-scritti, contando gli aggettivi da lui adoperati, interpretando il
-valore delle sue espressioni, è malagevole tanto, che gli scienziati
-i quali hanno tentato questo lavoro intorno al Leopardi non sono
-venuti a conclusioni concordi. Certo è che lo sviluppo fisico e morale
-del Recanatese fu anticipato di quattro o cinque anni e che la sua
-salute si rovinò irreparabilmente. Narreremo più tardi la storia dei
-suoi mali; questo è il luogo di notarne il principale: un disordine
-nervoso, una irritabilità sensoria, una disposizione a risentire
-intensamente, fino allo spasimo, tutte le impressioni del mondo
-esterno. Le impressioni grate sono in lui più forti che negli altri
-uomini; ma le dolorose sono più forti e più frequenti: sono continue.
-I suoi occhi non possono sostenere la luce del sole e spesso neppur
-quella delle candele; il suo udito è letteralmente ferito dai rumori;
-la sua cute non resiste nè al freddo nè al caldo. Moralmente noi
-troviamo in lui la stessa esagerazione. Egli si commuove al sorriso dei
-campi, al canto degli uccelli, al raggio della luna; una sera “prima
-di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo
-puro, un bel raggio di luna, e sentendo un'aria tepida e certi cani
-che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche,
-e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come
-un forsennato....„ Nel commercio degli uomini le cerimonie sono per
-lui “sciagurate„ perchè “ci tolgono e difficultano una delle massime
-consolazioni che ci sieno concesse in questa misera vita, voglio dire
-quella del manifestarsi e diffondersi i cuori sensitivi gli uni negli
-altri.„ Tutto quello che impedisce l'espressione vera del cuore gli
-riesce odioso: egli ha sempre avuto ed avrà sempre bisogno “della
-comunicazione del cuore e dei sentimenti.„ Nulla al mondo è per lui
-desiderabile “se non i diletti del cuore e la contemplazione della
-bellezza.„ Alla bellezza poetica è sensibile in modo che i parenti, per
-richiamare la sua attenzione quando lo vedono assorto, usano citare ad
-alta voce qualche verso di Virgilio, d'Orazio, del Petrarca: allora
-egli si scuote e si desta. La viva ed animata bellezza è a lui fonte
-“inenarrabile„ di pensieri e sentimenti “eccelsi ed immensi„, e segno e
-sicura speranza “di fati sovrumani, di fortunati regni ed aurei mondi.„
-La bellezza di Aspasia gli appare qual “raggio divino„:
-
- simile effetto
- Fan la bellezza e i musicali accordi
- Ch'alto mistero d'ignorati Elisi
- Paion sovente rivelar.
-
-E se i rumori lo feriscono, la musica è una delle sue grandi passioni,
-“e dev'esserlo di tutte le anime capaci d'entusiasmo.„ Egli grida al
-fratello: “Ho bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita.„
-E quando la sorella gli scrive con la sua “consueta sensibilità„,
-egli ne resta consolato in più modi: “perchè mostri di volermi
-tanto bene, perchè mi persuadi che la sensibilità si trova al mondo,
-perchè risvegli la mia non verso te in particolare, ma verso tutto
-l'universo„. L'amor fraterno è in lui un “amor di sogno„; pensando al
-fratello suo spesso egli piange di tenerezza. Vedremo più tardi altre
-prove della forza di questo suo sentimento; vedremo ancora sino a qual
-grado saliranno in lui i sentimenti dell'amore e dell'amor proprio
-e dell'amor patrio: osserviamo per ora qualche altro segno della
-sua acuta sensibilità morale. La sua corrispondenza epistolare col
-Giordani pare quella d'un innamorato. Aspettando la visita dell'amico,
-egli crede che resterà qualche giorno senza dirgli niente, “per non
-sapere da che cominciare. Non sarà poco se vi darò spazio di mangiare
-e di dormire.„ E visto che l'avrà, potrà dire “che non tutti quei
-desideri più focosi ch'io ho sentito in mia vita sono stati vani.„
-Dovendo immaginare qualche cosa di sua grande allegrezza, non crede
-che ne proverebbe una maggiore di quella che il diletto amico gli reca
-dandogli buone notizie della sua salute. E se manca di sue notizie
-cade in una “ansietà spaventosa„ e scrive al Mai una lettera piena
-d'angoscia. Rivolgendosi direttamente al pigro corrispondente, gli
-dice: “Ho pensato di voi quelle più acerbe cose che si possono pensare
-di persona più cara che la vita propria. Ho provato strette di cuore
-così dolorose, che altre tali non mi ricordo di aver mai provato in
-vita mia.„ Nè si lagna tanto del silenzio dell'amico quanto della
-propria esagerazione: “di questo amor mio che le cose più ordinarie
-e naturali se le figura stranissime e miracolose„: dove noi possiamo
-vedere come gli eccessi della sensibilità determinano gli eccessi
-dell'immaginazione. Questo medesimo rapporto fra i sentimenti e le
-immagini troviamo espresso in un altro luogo dove egli parla del
-fratello Carlo: lasciando Recanati nel 1822 egli sa che Carlo resta in
-angustie; da Roma gli scrive: “Questo pensiero mi pungeva infinitamente
-quel primo giorno ch'io ti lasciai e che io mi dipingeva alla fantasia
-tutto il nero, tutto il freddo, tutto il morto dell'abbandono in cui ti
-trovavi.„
-
-Sin da questo momento è da prevedere che un uomo così fatto non
-sarà felice. Con tanta esasperazione della sensibilità fisica e
-morale, con tanta esorbitanza dell'immaginazione, i suoi spasimi
-saranno ineffabili. Certo, anche le sue gioie saranno più intense
-che non quelle degli uomini comuni; ma i dolori saranno più copiosi,
-e le stesse gioie gli riusciranno spesso intollerabili. Guardate,
-per esempio: agli uomini medii la speranza suol essere una grata
-consolatrice: in lui diventa “passione turbolentissima.„ Egli non si
-maraviglia che la speranza travagli “assai più della disperazione e del
-dolore„ la sorella Paolina, tanto simile a lui moralmente. Sperando con
-tutte le sue forze, temendo che la cosa tanto sperata non succeda, egli
-giudica che la disperazione e lo stesso dolore sono “più sopportabili
-della speranza.„ Quando gli accade qualche cosa che non ha previsto,
-egli l'apprezza esattamente; ma che cosa non prevede un'immaginazione
-fervida come la sua? Essa gli anticipa le impressioni della vita, le
-eccita in lui prima che gli avvenimenti reali si producano; e la sua
-sensibilità smodata si mette a vibrare dinanzi a questi fantasmi,
-dinanzi a queste vanità, come dinanzi alle cose. Quando sopraggiungono
-le impressioni reali, esse gli sembrano scialbe ed insipide. Pertanto
-egli giudica scarsi il piacere e la bellezza nel mondo, e la fantasia
-gli pare preferibile alla realtà. Allora egli non trova altro porto
-“che quello dei fantasmi e delle immaginazioni„, e non solo disprezza
-la realtà, ma la nega, la considera “un nulla„, ed afferma che solo le
-“care illusioni„ sono cose consistenti. Così egli ragiona al rovescio
-degli uomini comuni, ed all'invertito ragionamento corrisponde un
-sentimento d'orgoglio: perchè l'anima sua, capace di creare le sole
-cose belle e vere, sarà diversa dalle altre, anzi migliore di tutte:
-“alta, gentile e pura„.
-
-Basterà per il momento avere accennato a questi danni: quantunque essi
-non siano lievi, vediamo ora come altri se ne producano per un'altra,
-per una nuova ragione. Poichè egli antepone le illusioni alla realtà,
-non le tiene “per mere vanità, ma per cose in certo modo sostanziali,
-giacchè non sono capricci particolari di questo e di quello, ma
-naturali e ingenite essenzialmente in ciascheduno.„ Dall'osservazione
-di ciò che accade in lui trae così un'affermazione generale: e certo
-l'identità dell'umana natura deve consentirci di estendere a tutti gli
-uomini ciò che è proprio ad uno di loro; ma questi uomini tanto simili
-sono pure tanto diversi che non se ne trovano due del tutto eguali;
-e il Leopardi non sarebbe singolarissimo se tutti attribuissero, come
-egli fa, tanta importanza alle illusioni. La capacità di considerare
-il mondo reale “un nulla„ e di preferirgli il mondo suscitato dalla
-fervida fantasia ed apprezzato dall'acuta sensibilità, è propria
-dei poeti: il sentimento poetico è appunto fatto di sensibilità e di
-fantasia. Tali doti portate dalla nascita fanno poeta il Leopardi; la
-loro esagerazione spiega la sua parentela con tutti gli altri poeti
-dolenti; ma l'indole sua si specifica perchè egli possiede un'altra
-dote eminente che col sentimento poetico d'ordinario non s'accorda, che
-anzi lo contrasta.
-
-
-
-
-II.
-
-LO SPIRITO FILOSOFICO.
-
-
-Tra la scienza e la poesia, tra la forza dello spirito e l'intensità
-del sentimento c'è d'ordinario opposizione e contrasto: gli uomini
-maggiormente impressionabili non sogliono essere i più riflessivi. Le
-due capacità si trovano tuttavia insieme unite in alcune anime che da
-questa unione riconoscono la loro potenza.
-
-La facoltà che agguaglia i poeti e gli artisti agli uomini di scienza è
-l'immaginazione. Il Leopardi, componendo l'inno a Nettuno, ricomponendo
-il canto di Simonide, eccitando il Missirini a “render corpo e vita
-alle ossature e agli scheletri dell'antico teatro greco e romano„,
-fa opera simile a quella del naturalista che da alcuni frammenti
-fossili ricostruisce tutto l'ignoto essere vivente al quale questi
-appartennero. La concezione dell'ipotesi della quale lo scienziato si
-serve per ispiegare i fatti osservati è simile alla concezione poetica
-e romanzesca. La scienza delle scienze, la filosofia, è ancora più
-vicina alla poesia che non tutte le altre. L'importanza dell'ipotesi
-è senza fine maggiore in filosofia che non nelle scienze esatte: anzi,
-considerando i problemi massimi ed insolubili — l'origine, la natura,
-il fine della vita e del mondo — la filosofia riposa tutta quanta sopra
-ipotesi. E poichè l'ipotesi è opera di quella potenza immaginativa
-alla quale il poeta deve i suoi concepimenti, la parentela tra il
-poeta ed il filosofo è manifesta. “Abbi per cosa certa,„ dice lo stesso
-Leopardi, buon giudice, “che a far progressi notabili nella filosofia
-non bastano sottilità d'ingegno e facoltà grande di ragionare, ma si
-cerca eziandio molta forza immaginativa; e che il Descartes, Galileo,
-il Leibniz, il Newton, il Vico, in quanto all'innata disposizione dei
-loro ingegni, sarebbero potuti essere sommi poeti, e per lo contrario
-Omero, Dante, lo Shakespeare, sommi filosofi.„ Filosofia e poesia
-sono ancora affini per questo: che molto spesso, anzi quasi sempre si
-esercitano intorno allo stesso oggetto: l'anima umana: “E ben sai che
-egli è comune al poeta e al filosofo l'internarsi nel profondo degli
-animi umani, e trarre in luce le loro intime qualità e varietà, gli
-andamenti, i moti e i successi occulti, le cause e gli effetti dell'une
-e degli altri„.
-
-Ma questa affinità, sia grande quanto si voglia, non arriva
-all'identità; al contrario. Un poeta può rassomigliare molto ad uno
-scienziato e moltissimo ad un filosofo; ciascuno ha tuttavia i suoi
-particolari e indelebili segni. Per la potenza dell'immaginazione
-essi si somigliano; ma l'immaginazione è unita con la sensibilità nel
-poeta, con la ragione nello scienziato e nel filosofo. Facoltà propria
-del filosofo è, secondo lo stesso Leopardi, quella di “penetrare coi
-pensieri nell'intimo delle cose„; di “sciorre e dividere le proprie
-idee nelle loro minime parti„; di “ragunare e stringere insieme un
-buon numero di esse idee„; di “contemplare con la mente in un tratto
-molti particolari in modo da poterne trarre uno generale„; di “seguire
-indefessamente coll'occhio dell'intelletto un lungo ordine di verità
-connesse tra loro a mano a mano„; di “scoprire le sottili e recondite
-congiunture che ha ciascuna verità con cento altre.„ Più brevemente:
-il filosofo non considera i fatti nelle loro apparenze, ma ne misura il
-valore, ne esprime il significato e ne discopre le leggi.
-
-Abbiamo visto che il Leopardi, a otto anni, è novellatore e poeta;
-ancora adolescente, quando gli altri non hanno finito di apprendere
-le lingue egli è maestro di filologia. L'opera sua è di vero
-scienziato: le sue emendazioni dei testi, le sue illustrazioni, i
-suoi commentarii, tutto il suo minuto ed acuto lavoro di critica, se
-è aiutato dall'intuito, dal “tatto quasi divinatorio„ del quale parla
-suo fratello Carlo, è pur dovuto principalmente alla potenza riflessiva
-della sua mente. Ma egli non si può contentare di questo esercizio;
-mira a più vasti orizzonti: dalle regole grammaticali passa alle leggi
-dell'anima. Già vedemmo come, osservata in sè stesso la preminenza
-delle illusioni e considerato che la natura umana è essenzialmente una,
-egli estende a tutti gli uomini quel che gli è proprio. Vediamo qualche
-altro esempio di questa sua attitudine ad astrarre e generalizzare.
-Un giorno, rivolgendosi ad un maestro perchè riveda l'opera sua, egli
-prova un senso di rimorso nel distoglierlo da altre occupazioni:
-il bisogno dei consigli e la paura di essere indiscreto vengono in
-contrasto; l'interesse proprio trionfa; dall'osservazione di questo
-fatto egli ricava una sentenza: “Veggo bene che io usurpo momenti che
-dovrebbero essere sacri a tutta la repubblica delle lettere „, scrive
-al Mai, “svolgendola da occupazioni utili all'universale letteratura,
-e ne ho rimorso; ma che debbo dirle? L'amor proprio è assai potente,
-e fa che si desideri per sè solo quello che si dovrebbe impiegare per
-il bene di tutti....„ Quando noi ci troviamo soli in un'opinione anche
-vera sprezziamo l'altrui opposizione; pure il dubbio di essere in
-inganno può tormentarci e una secreta voce dirci che l'ostinazione ci
-fuorvia; se noi non siamo filosofi ci ostiniamo o dubitiamo senz'altro;
-un pensatore come il Leopardi formula una legge della quale misura
-l'estensione: “Certo quel trovarsi solo in una sentenza vera fa paura,
-e a noi medesimi spesso la costanza pare caponaggine, la noncuranza
-degli sciocchi giudizi, superbia, il credere d'intenderla meglio degli
-altri, presunzione.„ Ancora: ripensando ad un nostro piacere passato,
-noi possiamo sentire che esso non fu tanto grande quanto poteva essere,
-e rammaricarcene; il Leopardi, in una condizione simile, esprime
-una verità: il pentimento di non aver goduto appieno, dice, ci grava
-l'anima
-
- e il piacer che passò cangia in veleno.
-
-Non occorre moltiplicare gli esempii. Il risultato è che in età quasi
-fanciullesca egli ha già “certezza e squisitezza di giudizio sopra
-le grandi verità non insegnate agli altri se non dall'esperienza,
-cognizione quasi intera del mondo e di sè stesso.„
-
-Ma quest'abito filosofico così presto contratto grazie alla capacità
-indagatrice della mente, ostacola gli slanci del poeta. Guidati
-dalla comune potenza immaginativa, poeta e filosofo procedono per vie
-parallele; essi divergono obbedendo all'impulso particolare della loro
-natura. Il poeta vuol sentire: il filosofo vuol ragionare. La singolare
-capacità del poeta è di apprezzare le cose che l'immaginazione gli pone
-dinanzi: di vibrare, di fremere, di gioire, di spasimare; la singolare
-capacità del filosofo è quella di spiegare le cose che l'immaginazione
-gli rappresenta: di paragonare, di dedurre, di astrarre, di intendere.
-Certo, non è possibile al poeta sentire senza giudicare; nè al filosofo
-giudicare senza sentire; ciò spiega ancora la loro affinità; ma come il
-giudizio del poeta, se pure è esatto, si altera perchè egli obbedisce
-troppo alle simpatie, alle antipatie, e in generale alle passioni; così
-il sentimento del filosofo, se pure è schietto, si altera perchè egli
-troppo lo indaga ed esamina.
-
-Immaginate che il cielo a un tratto si oscuri, che il vento, la
-pioggia, la folgore muovano guerra alla terra ed alle sue creature. La
-tempesta le rende fredde, tacite, smorte. Torni la quiete, si sgombri
-il cielo, riapparisca chiaro il fiume giù nella valle: ogni cuore si
-rallegra, da ogni parte la vita riprende con nuovo ardore il suo corso.
-Il poeta che si è sentito opprimere come tutti gli altri durante la
-bufera, dovrebbe come tutti gli altri gustare la letizia del sereno;
-ma se questo poeta si chiama Giacomo Leopardi, il filosofo che c'è in
-lui non si abbandona al piacere del momento: come il chimico che saggia
-e scompone i corpi per conoscerne la natura, così il filosofo saggia
-e scompone i sentimenti. Egli ragiona così: “Prima che scoppiasse la
-tempesta il cielo era chiaro, l'aria era quieta, il sole splendeva; ma
-chi godeva di queste cose? Non solamente pochi ne godevano, ma quasi
-passavano inosservate dai più. Ora, sì, ne godiamo tutti; perchè? Che
-cosa è avvenuto? È avvenuto questo: che le perdemmo per un momento.
-Dallo stato d'indifferenza nel quale eravamo prima, passammo a uno
-stato di paura e d'angoscia. Il nostro piacere d'ora che cosa è dunque?
-È una cosa negativa, è la fine del dolore sopravvenuto.„ Ed egli scrive
-la _Quiete dopo la tempesta_, che è tutt'insieme una poesia squisita
-ed una pagina di filosofia; ma dove se ne è andata la sua sensazione
-piacevole? È finita; è stata dispersa dal ragionamento che l'ha trovata
-tutta relativa e fallace.
-
-L'esempio è significante. Il Leopardi è un poeta sensibilissimo,
-ma c'è anche in lui un freddo speculatore; e appunto per questa
-complessità della sua mente egli è molto più infelice che non sarebbe
-se fosse soltanto poeta troppo vibrante. Naturalmente la capacità di
-pensare viene dopo quella di sentire. Noi tutti cominciamo a sentire
-appena dischiusi gli occhi alla luce; l'intelletto lavora più tardi.
-Il Leopardi vive pertanto, nei primissimi tempi, al modo poetico,
-sentendo, vibrando, illudendosi; se questa sua capacità non fosse
-grandissima, il pensiero, la ragione, cominciando ad operare più
-tardi, forse ne trionferebbe; e se la capacità di pensare non fosse
-in lui massima, forse trionferebbe il sentimento: il suo strazio per
-questo è ineffabile: perchè dentro di lui si urtano e lottano due
-anime diverse di tempra, ma egualmente gagliarde. Uditelo lagnarsi
-col Giordani dei danni che ha prodotti in lui la ragione: “Vi vedo
-molto malinconico e potete credere che non so come consolarvi, se
-non pregandovi a concedere qualche cosa alle illusioni che vengono,
-sostanzialmente dalla natura benefattrice universale, dove la ragione
-è la carnefice del genere umano, e una fiaccola che deve illuminare, ma
-non incendiare, come pur troppo fa....„ Come pur troppo ha fatto in lui
-e nei suoi pari, sarebbe più giusto dire. Ma il suo spirito non è così
-fatto da cercare nei casi particolari ciò che è generale, da estendere
-a tutta la natura umana ciò che è proprio di alcuni uomini?
-
-E tutta la storia della sua vita morale è piena dei dolori prodotti dal
-dissidio tra il sentimento e lo spirito, tra la fantasia e la ragione.
-
- A noi ti vieta
- Il vero appena è giunto,
- O caro immaginar....
-
-Il pensiero lo fa soffrire, la verità nuda gli incute paura, la visione
-poetica dell'esistenza gli è parsa solo amabile; più tardi “ogni cosa
-che sa di affettuoso e di eloquente mi annoia, mi sa di scherzo e di
-fanciullaggine ridicola. Non cerco altro fuorchè il vero, che ho già
-tanto odiato e detestato.„ E se la verità alla quale egli perviene
-non gli è grata, tuttavia la soddisfazione di trovarla è dilettosa; ma
-perchè questo diletto sia possibile bisogna che “l'ultima scintilla„
-si spenga nel suo cuore; finchè il cuore ardeva egli non la poteva
-comprendere; la ragione e la fantasia erano incompatibili. Questa
-incompatibilità è l'origine delle sue contraddizioni. Giudicato, per
-la sua natura troppo poeticamente immaginosa, che le illusioni e le
-speranze sono le cose più amabili, egli asserisce che la fantasia è
-la sola fonte di felicità in questa vita; ma l'asserzione è dovuta al
-filosofo, la legge è formulata dal filosofo; e questo filosofo non può
-assegnare una parte secondaria alla ragione sulla quale è poggiata
-la sua filosofia; quindi un urto continuo. Ed egli sa qual danno
-derivi “dal voler troppo far uso della ragione„ — della ragione che
-gli fa riconoscere “tutta la verità„ intorno ai funesti effetti della
-fantasia....
-
-In tanto contrasto, che cosa accade di un'altra facoltà dell'anima,
-d'una facoltà necessaria a vivere in mezzo agli uomini: della volontà?
-Sentire, immaginare, ragionare, sono cose belle e buone; ma bisogna
-anche volere ed agire. Nelle crisi continue prodotte dall'intimo
-dissidio dell'imperiosa ragione e della fantasia smodata, Giacomo
-Leopardi perde la capacità di operare. Per un tempo troppo breve, prima
-che egli immagini e quando ancora non indaga, è attivo e prepotente:
-fanciullo, nelle finte battaglie romane, a lui debbono toccare le più
-belle parti; dietro al suo carro di trionfatore si debbono trascinare
-i fratellini in atteggiamento di schiavi. La volontà dà ancora prova
-di tenacia quando egli studia per lunghi anni, eroicamente, da mattina
-a sera, finchè la lucerna dà gli ultimi guizzi; quando apprende senza
-maestro il greco e l'ebraico; quando non resta in ozio neppure per
-aspettare che l'inchiostro della fresca scrittura si asciughi, ed
-impiega questi minuti a leggere grammatiche spagnuole ed inglesi; ma
-già la volontà sua non è più quella che rende capaci di agire. Studiare
-è un altro modo di pensare, è la condizione necessaria per avere di che
-ragionare: l'energia, la forza di muoversi, di lottare, scema a poco
-a poco e si disperde. Egli è andato troppo dietro alle finzioni; ha
-troppo disperso la sua capacità vitale vivendo in un mondo immaginario.
-Se vuole operare, se vuole esercitare la sua sensibilità avida e
-ingorda nel mondo reale, la forza stessa dell'attività interiore gli
-è d'impaccio. Egli non sa come fare, da qual parte cominciare. “Il
-embrasse tout, il voudrait toujours être rempli; cependant tous les
-objets lui échappent, précisément parce qu'ils sont plus petits que sa
-capacité. Il exige même de ses moindres actions, de ses paroles, de ses
-gestes, de ses mouvements, plus de grâce et de perfection qu'il n'est
-possible à l'homme d'atteindre. Ainsi, ne pouvant jamais être content
-de soi-même, ni cesser de s'examiner, et se défiant toujours de ses
-propres forces, il ne sait pas faire ce que font tous les autres.„
-Egli descrive con mano maestra questa impotenza per averla studiata
-direttamente in sè stesso. Quando si lamenta del pensiero, quando
-dice che il pensiero lo cruccia e lo martora, che è il suo carnefice
-e il suo distruttore “per questo solo che m'ha avuto sempre e m'ha
-interamente in sua balìa„, egli significa l'impotenza dolorosa alla
-quale è condannato, contro sua voglia, “senza alcun desiderio„, anzi
-col desiderio opposto, di muoversi, di operare, di vivere attivamente.
-Questa impotenza gli è tanto propria che più e più volte egli la
-significa nelle sue composizioni artistiche. Egli loda l'amore perchè,
-mercè sua,
-
- Sapïente in opre
- Non in pensiero invan, siccome suole,
- Divien l'umana prole.
-
-Egli invidia gli uccelli perchè “cangiano luogo ad ogni tratto; passano
-da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e dall'infima alla somma
-parte dell'aria, in poco spazio di tempo, e con facilità mirabile;
-veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime;
-esercitano continuamente il loro corpo; abbondano soprammodo della vita
-estrinseca.„ E il suo Filippo Ottonieri narra che Socrate “inchinando
-naturalmente alle azioni molto più che alle speculazioni, non si
-volgeva al discorrere, se non per le difficoltà che gl'impedivano
-l'operare.„
-
-Questo impedimento fu il suo; tanto più doloroso quanto che egli
-ne ebbe nitida coscienza. Di tutti i mali derivanti dalla sua
-costituzione psichica noi abbiamo visto che egli ebbe coscienza; i
-quali, riassumendo, furono: l'esagerazione del sentimento poetico,
-cioè della sensibilità e della fantasia; il contrasto fra questo
-squisito sentimento poetico con un altissimo spirito filosofico, e per
-conseguenza la depressione e la dispersione della volontà.
-
-
-
-
-L'EDUCAZIONE
-
-
-
-
-CLASSICISMO E ROMANTICISMO.
-
-
-Un terreno arido s'irriga, un albero che pende si raddrizza: l'arte
-corregge la natura. Quali mezzi furono posti in opera per modificare
-la pericolosa disposizione di Giacomo Leopardi? Parleremo a suo luogo
-dell'azione della famiglia: questo è il momento di narrare la sua
-educazione intellettuale.
-
-Con tanta smania d'azione, con tanta e tanto precoce capacità di
-vivere, il giovanetto recanatese passa i migliori anni dell'adolescenza
-sui libri. “Io sono andato un pezzo in traccia della erudizione più
-pellegrina e recondita, e dai 13 anni ai 17 ho dato dentro a questo
-studio profondamente, tanto che ho scritto da sei a sette tomi non
-piccoli sopra cose erudite (la qual fatica appunto è quella che mi
-ha rovinato).„ Non soltanto la salute del corpo è rovinata; ma quella
-dello spirito è peggiorata. Il lavoro della mente diviene, a scapito
-dell'attività dei muscoli, il suo bisogno, il suo amore. Infermo,
-egli lavora ancora sei ore il giorno; e dice d'essersi così moderato
-“assaissimo.„ E oltre che l'eccesso, il genere stesso del suo lavoro
-mentale gli è pernicioso. Lo studio d'una disciplina esatta, di una
-scienza sperimentale, sviluppando il senso dell'osservazione reale,
-fomentando la nativa facoltà del raziocinio, avrebbe, se non soffocato,
-moderato almeno la fantasia; e se non aiutato, almeno non repressa
-la capacità d'azione. Egli studia invece quella filologia, quelle
-“spente lingue dei prischi eroi„ che lo segregano dal mondo moderno,
-che lo fanno vivere nel passato, che popolano il suo cervello di
-figure antiche e favolose. La sua fantasia è capace di dar corpo alle
-ombre, il suo sentimento s'infiamma per esse. Quando egli legge un
-classico, la sua mente “tumulta e si confonde„; quando legge Virgilio
-“m'innamoro „, confessa, “di lui.„ Abbiamo visto che rifà i canti ed
-eccita dentro di sè i sentimenti di Simonide, dei fedeli al nume del
-mare; reciprocamente: attribuisce i sentimenti suoi proprii a Saffo,
-a Bruto minore. Leggete le sue lettere: egli non parla d'altro che
-di scrittori greci e latini: di Omero, di Virgilio, di Callimaco, di
-Orazio: chiede notizie ai suoi corrispondenti di Giulio Africano, ne dà
-intorno a Dionigi e all'Eusebio del Mai; quando il dotto abate ritrova
-i libri di Cicerone della Repubblica si commuove sino a scrivere una
-canzone. E traduce la _Batracomiomachia_, due volte; la _Titanomachia_,
-gl'_Idillii_ di Mosco, un canto dell'_Odissea_, un altro dell'_Eneide_;
-e ragiona delle Arpie, e compone tutto un libro sugli errori popolari
-degli antichi. Non si contenta di studiare e tradurre: se pensa di
-scrivere un romanzo storico, intende che debba essere “sul gusto della
-_Ciropedia_.„ Un simile proposito dimostra sino a che segno egli è
-lontano dal suo tempo. Quando egli porge l'orecchio alle voci che
-vengono di fuori, ode gli echi d'una lotta vivace: classici e romantici
-si accapigliano. Naturalmente egli è coi classici; lo farebbe ridere
-chi pensasse di ascriverlo all'altro partito. E nondimeno s'inganna.
-
-Classicismo e romanticismo non sono soltanto due scuole letterarie,
-ma due stati della coscienza e quasi due diverse qualità di anime.
-L'indole di chi ha seguito le tradizioni è calma ed equilibrata, o
-capace di frenarsi e di obbedire a certi consigli di moderazione e
-di prudenza, a certi precetti di ordine e di misura. Nature ribelli
-hanno sempre tentato di esprimersi liberamente; ma tanto forte è stata
-l'efficacia dell'insegnamento, che o si sono ultimamente piegate,
-oppure il loro esempio è rimasto senza imitatori. Altrettanto è
-avvenuto in politica: i tentativi di affermare i diritti dell'individuo
-contro le potestà consecrate dalle leggi secolari sono rimasti
-lungamente sterili. E la rivoluzione politica coincide con la
-rivoluzione letteraria. L'autorità dei maestri vien meno per quella
-stessa causa che distrugge ogni altra autorità nel consorzio sociale:
-la filosofia del secolo XVIII, tutto esaminando e tutto ponendo in
-forse, prepara una nuova era nel mondo; il primo romantico è il primo
-rivoluzionario: Gian Giacomo Rousseau. Ma le origini del romanticismo
-sono ancora più remote. La signora de Staël ha ragione di dire che
-la divisione della letteratura in classica e romantica si riferisce
-alle due grandi età del mondo: a quella che precedette e a quella che
-seguì lo stabilimento del cristianesimo. L'anima pagana, idealizzando
-la natura, aveva estrinsecato un certo tipo di perfezione e se n'era
-appagata; ma lo spirito umano, irrequieto indagatore, non poteva
-trovar sempre nella natura un pascolo adeguato; doveva anzi presto o
-tardi riconoscere che il mondo della coscienza è senza fine più vasto
-e ricco che non il mondo delle cose. Questo scontento della realtà,
-quest'ansia di novità, questa specie di ripiegamento dell'anima in sè
-stessa, furono in grandissima parte opera della predicazione cristiana.
-Se l'ideale classico, cioè pagano, continuò ad essere onorato lungo
-tempo dopo che la dottrina di Cristo mutò la faccia del mondo, ciò
-dipese in gran parte dalla prevalenza della razza latina, nella quale
-il paganesimo, come serenità di sentimento, come ludicità di visione,
-era quasi connaturato. Quel che c'è di triste e di dolente nella fede
-cristiana era quasi inaccessibile a una gente vissuta sotto cieli
-chiari, in riva ai mari tranquilli, sopra terre feconde quasi sempre
-sorrise dal sole. Inconsapevolmente essa professava il nuovo culto
-con le forme antiche; i vecchi riti e i vecchi miti sopravvivevano:
-un giorno, quando la rinnovazione dell'ideale pareva compita, il
-paganesimo rifiorì e il classicismo trionfò con la Rinascenza. Ma la
-nuova fede, intanto, penetrava più a dentro fra la gente del Nord.
-Gli uomini vissuti sotto cieli foschi, sulle rive di mari lividi,
-su terre ingrate, erano meglio preparati al nuovo verbo che insegna
-a disamare la terra, che dice la vita terrena un doloroso viaggio.
-Questi uomini non potevano vivere all'aperto, dissipando la loro
-attività in giuochi e feste; il raccoglimento dell'anima, l'esame
-della coscienza riusciva loro più facile; alla mortificazione della
-carne erano meglio preparati. Quando essi videro che cosa i Latini
-avevano fatto del cristianesimo, protestarono e fecero valere la loro
-protesta. Lungo tempo ignorati o mal noti, questi Nordici cominciarono
-a prender parte alla storia del mondo, produssero ingegni che ne
-espressero gl'ideali: a poco a poco il loro genio esercitò come un
-fascino sui Latini, disposti dalla stanchezza ad apprezzare la novità.
-Se pertanto la filosofia del secolo decimottavo, con i suoi dubbii e
-con le sue negazioni, fa impeto contro la scuola classica, l'invasione
-delle letterature nordiche accresce la vigoria dell'assalto. E la
-rivoluzione francese scuote la società dalle fondamenta, e Napoleone
-sconvolge il mondo: il sangue scorre a fiumi, dalle ghigliottine, sui
-campi di battaglia; gli Stati si trasformano, i confini si slargano,
-gli eserciti corrono dall'uno all'altro capo dell'Europa, i popoli si
-avvicinano: nuove visioni di cose tragiche o insolite passano dinanzi
-agli occhi della nuova progenie: i consigli di chi vorrebbe tornare
-alla compostezza, alla semplicità, alla serenità del passato non
-sono più uditi; ma gli ansiosi che hanno iniziato il mutamento non vi
-trovano la quiete, sibbene un'ansia nuova, più acuta. In questo tempo
-nasce Giacomo Leopardi.
-
-Egli può ben credersi classico, può bene appartarsi dal mondo moderno,
-può bene suscitare dentro di sè l'antico: non potrà far mai che
-questo antico torni realmente, non può distruggere in sè o d'intorno
-a sè gli effetti dei secolari o dei nuovi rivolgimenti. Chi più vuol
-essere classico, chi è animato da un più vivo sdegno contro i moderni,
-partecipa nondimeno a questa modernità e, senza volerlo, lo dimostra.
-Il Leopardi confessa apertamente d'essere stato durante un certo tempo
-con i moderni. Questo tempo è lo stesso durante il quale egli è ancora
-vivace, capace di muoversi, di operare. “Io da principio aveva il capo
-pieno delle massime moderne, disprezzava, anzi calpestava lo studio
-della lingua nostra; tutti i miei scrittacci originali erano traduzioni
-dal francese.„ Rammentiamoci di Chateaubriand il quale disse di sè:
-“J'étais Anglais, de manières, de goût et jusqu'à un certain point
-de pensées.„ Come il Francese cerca il nuovo in Inghilterra, così
-l'Italiano lo cerca in Francia: l'indirizzo è diverso, ma identica è
-la spinta interiore per la quale le cose note e vicine sono sdegnate,
-e ricercate le insolite e nuove. Così mentre in Germania le menti si
-nutriscono di Young e di Ossian, e Schiller e Goethe si appassionano
-per Shakespeare; in Francia la signora de Staël introduce il
-romanticismo tedesco; e Alfredo de Musset a diciassette anni preferisce
-non esser nulla se non potrà essere Schiller o Shakespeare, e
-Chateaubriand legge _Werther_ prima di scrivere _Renato_ — Ugo Foscolo
-lo ha letto in Italia prima di scrivere _Jacopo Ortis_ — e Sainte-Beuve
-parla con tenerezza di Klopstock, e Carlo Nodier trae l'ispirazione da
-“cette merveilleuse Allemagne, la dernière patrie des poésies et des
-croyances de l'Occident.„ L'ardente e immaginoso fanciullo recanatese
-cerca anch'egli ed ama gli stranieri; e tale è la foga che egli mette
-in questa come in ogni altra sua passione, che arriva a disprezzare
-Omero, Dante, tutti i classici; ma il giovanetto riflessivo tosto
-comprende che la disciplina della vecchia scuola è la più adatta a
-formare lo spirito, che questi classici, seguendo i principii ora
-disprezzati hanno espresso cose d'una imperitura bellezza. Allora
-egli si converte, s'immerge “sino alla gola„ nei “suoi„ classici; gli
-scrittori che cercano ispirazioni oltre l'Alpi eccitano il suo sdegno;
-lo _Spettatore italiano_, foglio romantico, gli pare “un mucchio
-di letame„; la _Biblioteca italiana_, giornale dei classici, ha le
-sue preferenze. Allora egli è considerato come uno dei campioni del
-classicismo; Pietro Giordani lo stima classico non soltanto di studii,
-ma anche di animo: “Più volte m'è venuto in mente che se ci fosse
-ancora lecito di ripetere i sogni platonici.... io vorrei dire ch'egli
-fosse una di quelle anime preparate da natura per incarnarsi in Grecia
-sotto i tempi di Pericle e di Anassagora; e da non so qual errore
-tardata sino a questi miseri giorni ultimi d'Italia; per mezzo i quali,
-parlando con voce italiana pensieri greci, come straniera passò.„ Ma il
-Giordani s'inganna anch'egli; l'anima che pareva greca era nondimeno
-del suo tempo; per quanto grande fosse la seduzione del mondo antico,
-il suo proprio mondo dal quale voleva fuggire la tratteneva con mille
-sottilissimi fili ed esercitava un'influenza costante su lei.
-
-Consideriamo ad uno ad uno i caratteri del romanticismo come metodo
-letterario e come stato psicologico: vedremo quanti se ne trovano nel
-Leopardi. Letterariamente, i romantici insorgono contro l'imitazione.
-Per lungo tempo i grandi antichi sono stati considerati insuperabili;
-studio e dovere degli scrittori è stato quello imitarli. E il Leopardi,
-con tutta la sua infatuazione per gli antichi, quantunque anch'egli
-li abbia non poco imitati, pure critica il Monti perchè questo poeta
-“va con una ributtante freddezza ed aridità in traccia di luoghi di
-classici greci e latini, di espressioni, di concetti, di movimenti
-classici, per esprimerli elegantemente; lasciando con ciò freddissimo
-l'uditore„; e giudica che la coltura classica, così adoperata “più
-quasi nuoce di quello che giovi.„
-
-Un altro punto intorno al quale romantici e classici battagliano
-è questo: l'arte deve figurare il brutto? o attenersi soltanto al
-bello? I classici sono per questo secondo partito, escludendo il
-primo rigorosamente; gli altri invece vogliono che il campo dell'arte
-si slarghi, che comprenda tutta quanta la natura. E intorno a questo
-argomento il Leopardi discorda dal Giordani. “Ella ricorda in generale
-ai giovani pittori che senza stringente necessità della storia (e
-anche allora con buon giudizio e garbo) non si dee mai figurare il
-brutto. Poichè, soggiugne, l'ufficio delle belle arti è di moltiplicare
-e perpetuare le immagini di quelle cose o di quelle azioni cui la
-natura o gli uomini producono più vaghi e desiderabili: e quale
-consiglio o qual diletto crescere il numero o la durata delle cose
-moleste di che già troppo abbonda la terra?„ Rispettosamente egli
-espone al maestro il suo concetto tutto diverso. “A me parrebbe che
-l'ufficio delle belle arti sia d'imitare il bello nel verisimile„. È
-vero che si appoggia all'autorità dei classici, di Omero, di Virgilio,
-di Dante, dei tragici; ma non è detto che i classici sieno tali in
-tutto e che i precetti dei romantici siano senza esempio di sorta.
-Nuova è la forza con la quale essi li affermano; e il Leopardi non si
-contenta dell'esempio, ricorre alla dimostrazione: “Certamente le arti
-hanno da dilettare, ma chi può negare che il piangere, il palpitare,
-l'inorridire alla lettura di un poeta non sia dilettoso? Perchè il
-diletto nasce appunto dalla maraviglia di veder così bene imitata la
-natura, che ci paia vivo e presente quello che è o nulla, o morto,
-o lontano. Ond'è che il bello, il quale veduto nella natura, vale a
-dire nella realtà, non ci diletta più che tanto, veduto in poesia o
-in pittura, vale a dire in immagine, ci reca piacere infinito. E così
-il brutto imitato dall'arte, da questa imitazione piglia facoltà di
-dilettare. Se un uomo è di deformità incredibile, ritrar questa non
-sarebbe sano consiglio, benchè vera, perchè le arti debbono persuadere
-e far credere che il finto sia reale, e l'incredibile non si può far
-credere. Ma se la deformità è nel verisimile, a me pare che il vederla
-ritratta al naturale debba dilettare non poco....„ Non si sente già
-venire Vittor Hugo il quale estenderà quest'idea e le darà forza di
-domma, protestando contro i pedanti che vogliono escludere il difforme,
-il brutto e il grottesco dalla riproduzione artistica, ed affermando
-superbamente: “Tout ce qui est dans la nature est dans l'art„?
-
-Ancora: l'antica mitologia, della quale i poeti hanno fatto un
-secolare abuso, fuor della quale non si è trovata bellezza artistica,
-è sdegnata e derisa dai novatori: la fede cristiana torna invece ad
-essere onorata, le credenze religiose si ridestano e si affermano:
-l'arte narra i _Martiri_, celebra il _Genio del Cristianesimo_. Con
-tutto il suo paganesimo letterario, il Leopardi è pure nato nella fede
-di Cristo, ne sente pure la rinnovata seduzione; egli pensa pertanto
-di comporre ed abbozza gl'_Inni Cristiani_. I romantici non cantano
-solamente Dio, ma anche il diavolo; perchè essi credono che l'arte
-non debba escludere nulla, neppure l'orrido; e che dai contrasti
-nascono effetti nuovi, più potenti: essi dicono: “Nous vous donnerons
-de l'incroyable, de l'affreux, du terrible, de l'extravagant, et s'il
-le faut, le diable lui-même remplacera votre vieux Apollon....„ E il
-Leopardi abbozza anche un'invocazione ad Arimane, al genio del male.
-
-I classici si rivoltano contro questa novità, vorrebbero attenersi
-esclusivamente alle letterature antiche, e bandire i moderni,
-gli stranieri, i nordici, dai quali vengono i maggiori ardimenti.
-Pietro Giordani divulga il consiglio che dà agli scrittori nostri la
-signora de Staël: “Dovrebbero, a mio avviso, gl'Italiani, tradurre
-diligentemente assai delle recenti poesie inglesi e tedesche, onde
-mostrare qualche novità a' loro cittadini, i quali per lo più stanno
-contenti all'antica mitologia; nè pensano che quelle favole sono da
-un pezzo anticate; anzi il resto d'Europa le ha già abbandonate e
-dimenticate.„ Ma il Piacentino, che pare abbia fatto sue queste parole,
-traducendole, si schiera tosto dall'altra parte; e come il Monti si
-lagna che
-
- Audace scuola boreal, dannando
- Tutti a morte gli dèi che di leggiadre
- Fantasie già fiorîr le carte argive
- E le latine, di spaventi ha pieno
- Delle Muse il bel regno;
-
-così egli si duole che le nostre assonnate immaginazioni domandino,
-per risvegliarsi, “il fracasso, e quanto hanno di più frenetico e
-tempestoso le fantasie settentrionali„, e si ferma a dimostrare come
-siano diversi e discordi i genii delle due contrade. E il Leopardi
-si è doluto, come abbiamo visto, d'aver disprezzato Omero, Dante e
-tutti i classici e d'aver ammirato gli stranieri; nondimeno, se egli
-passa dal disprezzo all'ammirazione per i primi, e viceversa, non
-è già che segua da ultimo rigorosamente il nuovo indirizzo. Mentre
-il Giordani lo giudica classico d'animo e di letture, il Belloni,
-romantico, può dargli lode e cantare di lui, tanto moderato è l'uso
-che egli fa della mitologia. E, quanto agli stranieri, per comporre
-un trattato sulla _Condizione presente delle lettere italiane_, egli
-sente il bisogno di “infinite letture anche di libri stranieri.„ Egli
-legge, studia e cita l'iniziatore del romanticismo: il Rousseau, e
-si rallegra caldamente col Brighenti “della conoscenza ch'ella avrà
-fatta con Lord Byron, uomo certamente segnalato„; e giudica questo
-romantico, questo settentrionale, questo gran ribelle nell'arte e nella
-vita “uno dei pochi poeti degni del secolo, e delle anime sensitive
-e calde.„ E dà lode al Goethe perchè ha preso dalla realtà i casi di
-_Werther_; e se più circospetto è il suo giudizio sulle Memorie del
-grande poeta tedesco, noi vedremo che lo modifica. Queste Memorie, dice
-“hanno molte cose nuove e proprie, come tutte le cose di quell'autore,
-e gran parte delle scritture tedesche; ma sono scritte con una così
-salvatica oscurità e confusione, e mostrano certi sentimenti e certi
-principii così bizzarri, mistici e da visionario, che, se ho da dirne
-il mio parere, non mi piacciono molto.„ Ma più tardi al fratello Carlo,
-romantico deciso, più di lui ammiratore degli stranieri, scrive: “È
-vero che le tue lettere sono triste, ma son care e belle, ed io amo
-meglio di sentirti lamentare, che di lasciarti tacere. Il tuo stile si
-rassomiglia a quello del Goethe nelle Memorie della sua vita che ha
-pubblicato ultimamente. Io comprendo benissimo tutta la pena del tuo
-stato....„ Egli comprende anche lo stile del poeta di _Faust_ dopo aver
-compreso lo stato d'animo che lo ha dettato.
-
-Perchè, infatti, lo stile dei romantici e dei classici non è diverso
-per la diversità dei precetti retorici delle due scuole; ma perchè
-diversa è la condizione e l'indole dell'animo loro. Lo stesso Goethe
-spiega bene che i moderni non sono romantici perchè moderni, ma perchè
-deboli, malaticci, infermi; l'antico non è classico perchè antico, ma
-perchè vigoroso, forte, sereno. E se Giacomo Leopardi propende, quasi
-contro sua voglia, verso i romantici, ciò avviene perchè la sensibilità
-estrema e l'immaginazione esorbitante che abbiamo trovato in lui,
-sono i segni particolari di tutta la nuova fazione. “Noi Leopardi
-siam pieni di fuoco„, diceva Paolina, la sorella del poeta; due anni
-prima che Giacomo nascesse, l'autore delle _Lettres Westphaliennes_
-scriveva: “Toutes les imaginations sont en feu.... Jamais cette
-affection de l'âme qu'on nomme sensibilité ne fut exaltée autant que
-dans nôtre siècle; jamais le sentiment ne fut aussi analysé, aussi
-délicat, cela peut se remarquer même dans ses influences physiques,
-dans la prodigieuse quantité de maladies nerveuses qui se voit tous
-les jours. Les gens qui sont organisées d'une manière si irritable
-ont les passions plus vives.... On pourrait les nommer la secte des
-sentimentaux....„ E per il Recanatese il cuore è tutto, la sensibilità
-è tutto; egli si duole che tutti non sieno sensibili, “car je ne fais
-aucune différence de la sensibilité à ce qu'on appelle vertu.„
-
-L'artista romantico, sdegnando l'imitazione dei vecchi scrittori,
-lasciando da parte le favole antiche, cupido di esprimere cose
-viste e sentite, capace di sentimenti che stima nuovi, squisiti,
-straordinarii, studia direttamente le sue passioni e la natura. Il
-Leopardi, discutendo col Giordani intorno alla prosa ed alla poesia
-afferma: “Da che ho cominciato a conoscere un poco il bello, a me
-quel calore e quel desiderio ardentissimo di tradurre e di far mio
-quello che leggo, non hanno dato altri che i poeti, e quella smania
-violentissima di comporre altri che la natura e le passioni; ma in
-modo forte ed elevato, facendomi quasi ingigantire l'anima in tutte
-le sue parti, e dire fra me: questa è poesia; e per esprimere quello
-che io sento ci voglion versi e non prosa, e darmi a far versi.„ Se
-quindi legge assiduamente i suoi classici latini e greci, e quanto più
-li legge tanto più gli s'impiccoliscono i nostri anche degli ottimi
-secoli, egli preferisce tuttavia i poeti ai prosatori; Cicerone, “una
-volta che la mia mente si trovava, come accade, in certa disposizione
-da bramare impressioni vive e gagliarde, mi parve (e fu in un trattato
-filosofico) più lento e grave che non si conveniva al mio desiderio
-di quel momento....„ Prosa e poesia non sono soltanto modi diversi
-d'espressione, ma anche diversi atteggiamenti dell'animo: la poesia
-è più sentimento, la prosa è più riflessione. Tra i più classici
-scrittori, in tempi che del romanticismo non esiste neppure il nome, i
-poeti sono naturalmente sensibili e immaginosi, hanno parte di quelle
-qualità che saranno proprie dei romantici e li distingueranno. Del pari
-i romantici sono naturalmente poeti per il calore degli affetti, per
-la vivacità dei fantasmi, anche quando non compongono versi. E la loro
-prosa è poetica, e il Leopardi che giudica il suo secolo poco o niente
-poetico e alle volte consiglia di porre da parte i versi e loda la
-prosa, linguaggio della riflessione e della filosofia; stima pure altra
-volta, perchè così vuole la duplicità dell'animo suo, che la prosa, per
-essere veramente bella, debba avere “sempre qualche cosa del poetico,
-non già qualche cosa particolare, ma una mezza tinta generale.„ C'è
-in lui un filosofo che si compiace nella lettura della classica prosa
-ciceroniana; ma c'è anche un poeta che, quando vede la natura dei
-luoghi ameni, nella bella stagione, si sente così trasportare fuori
-di sè stesso, “che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene,
-e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon
-prosatore, e aspettare una ventina d'anni per darmi alla poesia.„ Non
-solamente egli preferisce la poesia, ma adora la musica: come tutte
-le anime sensibili del suo tempo, è deliziato da quest'arte che più
-e meglio della poesia parla al sentimento e all'immaginazione. Se la
-poesia è più romantica della prosa, la musica è l'arte romantica per
-eccellenza, l'arte nuova, l'ambiguo linguaggio delle nuove passioni
-perplesse, indefinite, inappagabili.
-
- Desiderii infiniti
- E visïoni altere
- Crea nel vago pensiere,
- Per natural virtù, dotto concento;
- Onde per mar delizïoso, arcano
- Erra lo spirto umano,
- Quasi come a diporto
- Ardito notator per l'Oceàno....
-
-Mentre il poeta romantico attribuisce tanta potenza alla melodia,
-mentre chiama “mirabili„ le commozioni suscitate dalla musica, il
-filologo classico torna agli studii pazienti, all'esame dei testi
-antichi. L'uomo che risente alla lettura della _Storia Romana_ del
-Niebuhr un piacere indicibile e che annovera fra le pochissime felicità
-della sua vita l'averne conosciuto l'autore, è lo stesso che sente le
-lacrime salirgli agli occhi udendo all'Argentina _la Donna del lago_.
-
-Così l'intimo contrasto che abbiamo trovato fra le due potenti
-facoltà del suo spirito è accresciuto dall'educazione, dal dissidio
-delle influenze che ora lo spingono in un senso ora nell'altro. Ma,
-in verità, il contagio romantico gli si apprende ogni giorno più
-gravemente. Noi abbiamo considerato alcuni dei caratteri letterarii,
-rettorici, formali, del romanticismo; e abbiamo visto che, nonostante
-la sua fedeltà ai grandi antichi, il Leopardi pur s'accosta per questo
-rispetto ai moderni; ma se consideriamo il romanticismo non come forma
-ma come contenuto, non come metodo di scrivere ma come modo di sentire,
-troviamo nel Recanatese tutti i caratteri dei romantici veri.
-
-L'immaginazione eccedente e la smodata sensibilità anticipano, tra
-costoro, la vita; prima e più che alle cose vere essi si affezionano
-alle figurazioni della loro fantasia. L'_Harold_ di quel Byron che
-Giacomo amava tanto già prova il disgusto della sazietà quando ancora
-il primo tempo della sua vita non è trascorso. E la malinconia di
-Chateaubriand nasce quando “nos facultés jeunes et actives, mais
-renfermées, ne se sont exercées que sur elles-mêmes sans but et sans
-objet.„ E la fantasia dipinge ad _Ortis_ “così realmente la felicità
-ch'io desidero, e me la pone davanti agli occhi, e sto lì lì per
-toccarla con mano, e mi mancano ancora pochi passi — e poi? il tristo
-mio cuore se la vede svanire e piange quasi perdesse un bene posseduto
-da lungo tempo.„ E il Lamartine, nel giorno che compie vent'anni è
-stanco come se ne avesse vissuti cento. Il Leopardi dice che in lui
-“l'attività interna si è consumata assai presto da sè medesima per il
-suo proprio eccesso.„
-
-Le anime avvezze a spaziare nel mondo dei sogni, che non ha confini nè
-obbligazioni, potranno mai essere appagate dalla realtà precisamente
-circoscritta e severamente governata? “Quand tous mes rêves se seraient
-tournés en réalité,„ dice il Rousseau, “ils ne m'auraient pas suffi;
-j'aurais imaginé, rêvé, désiré encore. Je trouvais en moi un vide
-inexplicable que rien n'aurait pu remplir, un certain élancement du
-coeur vers une autre sorte de jouissance dont je n'avais pas l'idée
-et dont pourtant j'avais le besoin.„ E Chateaubriand: “On m'accuse
-de passer toujours le but que je puis atteindre; hélas! je cherche
-seulement un bien inconnu dont l'instinct me poursuit. Est-ce ma
-faute si je trouve partout des bornes, si ce qui est fini n'a pour
-moi aucune valeur?„ E il Leopardi vorrebbe “toujours sentir, toujours
-aimer, toujours espérer„ ma “le bonheur de l'homme ne peut consister
-dans ce qui est réel. Il n'appartient qu'à l'imagination de procurer
-à l'homme la seule espèce de bonheur positif dont il soit capable.
-C'est la véritable sagesse que de chercher le bonheur dans l'ideal....„
-L'identità di queste disposizioni intime è manifesta. Ancora: Gian
-Giacomo preferisce le immagini agli oggetti che le hanno suscitate e,
-alle Charmettes, ama meglio la signora de Warens quando le è lontano
-che non quando le sta da presso. “Plusieurs fois j'ai évité pendant
-quelques jours l'objet qui m'avait charmé dans un songe délicieux. Je
-savais que ce charme aurait été détruit en s'approchant de la réalité.
-Cependant je pensais toujours à cet objet, mais je ne le considérais
-pas d'après ce qu'il était: je le contemplais dans mon imagination,
-tel qu'il m'avait paru dans mon songe.„ Sono parole del Ginevrino? E
-il Recanatese quello che le scrive. Egli chiede: “Suis-je romanesque?„
-Sì, o, per meglio dire, egli è romantico. Romanzeschi chiama ancora,
-invece che romantici, i sentimenti idilliaci dell'amico Brighenti; ma
-poi, come la parola _romantico_ è stata la prima volta adoperata per
-qualificare un paesaggio, così anch'egli l'adopera per qualificare un
-paese: a Pisa trova “un certo misto di città grande e di città piccola,
-di cittadino e di villereccio, un misto veramente romantico.„
-
-Nel sentire diversamente e maggiormente che gli altri, nel fuggire il
-mondo reale, nel concepirne uno idealmente migliore, i romantici si
-credono singolari, ottimi, unici. Il Rousseau scrive: “J'étais fait
-pour être le meilleur ami qui fut jamais; mais celui qui devait me
-répondre est encore à venir.„ Il Lamartine loda “ces âmes concentrées,
-quoique errantes, qui désespèrent de trouver dans les autres âmes
-ce qu'elles rêvent de perfection en elles-mêmes.„ E il Leopardi loda
-“quei pochissimi che sortirono le facoltà del cuore, i quali possono
-avere dalla loro parte alcuni di questo numero„, e crede che nell'amore
-nessuno lo eguagli: “non nasce un altrettale amor„ dice di sè stesso
-il suo Consalvo. Egli crede ancora che nell'amicizia nessuno senta
-come lui: “Chiamo voi medesimo in testimonio che un'altra persona che
-vi amasse ardentemente e immutabilmente come fo io, non l'avete ancora
-trovata nè sperate di trovarla: ed io come bramerei che ci fosse, non
-altrimenti, considerando me stesso, mi persuado affatto che non si
-trova.„ E il suo dolore e quello del fratello Carlo, che è un altro sè
-stesso, per la morte del fratello Luigi, non ha il simile: “Scrivimi
-come vuoi; scrivimi due sole parole come fo anch'io, perchè le cose che
-noi sentiamo non si possono esprimere, ed è ben naturale che le nostre
-lettere sieno come le grandi passioni, cioè mute.„
-
-Per questo sentimento orgoglioso combinato con lo sdegno della realtà
-nascono nei romantici la misantropia e l'amore della solitudine.
-L'anima è sola, il mondo è un deserto, la civiltà un tradimento fatto
-alla natura; il ritorno allo stato patriarcale il solo saggio partito.
-Il Leopardi scioglie un inno ai Patriarchi; detesta i raffinamenti, i
-pervertimenti della società; ama di caldo amore la semplice natura.
-“Senza fallo„ scrive al Giordani, “io spero che vi sentiate meglio
-anche voi, contemplando questa natura innocente, fra la malvagità
-degli uomini.„ Il _Renato_ dello Chateaubriand ha chiamato la folla
-“vasto deserto di uomini„; il Leopardi dice: “veramente per me non
-c'è maggior solitudine della gran compagnia.„ Il suo carattere “è di
-chiudere nel profondo di me stesso tutti gli affanni e le affezioni
-vere„; naturalmente è inclinato alla vita solitaria, e la canta,
-e canta il passero solitario, il costume del quale tanto somiglia
-al suo. Questo raccoglimento dà luogo più tardi a una smania, a
-un bisogno di dissipazione; allora egli dice che non è “nato alla
-pazienza„, che la solitudine “non è fatta per quelli che si bruciano
-e si consumano da loro stessi„; e insomma, come tutti i romantici,
-egli è inquieto, incontentabile, non sa quel che vuole: “A me piace
-moltissimo la compagnia quando son solo, e la solitudine quando sono
-in compagnia....„ Dopo aver educato sentimenti idilliaci, si compiace,
-come i suoi maestri, degli spettacoli tragici, delle convulsioni della
-natura: la sua Saffo classicamente esprime un pensiero romantico:
-
- Noi l'insueto allor gaudio ravviva
- Quando per l'etra liquido si volve
- E per li campi trepidanti il flutto
- Polveroso de' Noti, e quando il carro,
- Grave carro di Giove a noi sul capo
- Tonando, il tenebroso aere divide.
- Noi per le balze e le profonde valli
- Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
- Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
- Fiume alla dubbia sponda
- Il suono e la vittrice ira dell'onda.
-
-Ma il suo stato abituale è il tedio, il fastidio, la noia; come
-quello dei romantici che, non contenti di annoiarsi all'italiana, alla
-francese o alla tedesca, hanno preso ad imprestito lo _spleen_ inglese.
-Il tedio lo affoga, la noia non solamente lo “opprime e stanca„ ma
-lo “affanna e lacera„; e tanto gli è abituale, tanto è connaturata in
-lui, che gli pare naturale, lodevole e grata: “la noia non è se non di
-quelli in cui lo spirito è qualche cosa.„
-
-Noi dovremo tornare più tardi su questi punti: notiamo per ora
-come altri sintomi del male romantico si riscontrino nel Leopardi.
-Sdegnando il mondo e i loro simili, che faranno gli annoiati? Niente
-nella vita gli attira; essi soli sono perfetti: passeranno pertanto
-il loro tempo osservando sè stessi; l'analisi psicologica viene in
-grande onore. L'abito filosofico di studiare nella propria la natura
-di tutti gli uomini è afforzato nel Recanatese da questa mania del suo
-tempo; egli pensa che nessuno scritto è più eloquente di quello dove
-altri parla di sè stesso. E mentre una forma d'arte, il romanzo, già
-cronaca degli avvenimenti, diventa ora lo specchio dell'anima; mentre
-Stendhal compone i suoi primi romanzi psicologici; Giacomo Leopardi,
-quello stesso classico Leopardi il quale voleva scrivere un romanzo
-storico “sul gusto della _Ciropedia_„, pensa di comporre la _Storia
-d'un'anima_: “romanzo che avrebbe poche avventure estrinseche, ma
-racconterebbe le vicende interne di un'anima nata nobile e tenera,
-dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte„; pensa anche di
-comporre i _Colloquii_ “dell'io antico e dell'io nuovo, cioè di quello
-che io fui, con quello ch'io sono; dell'uomo anteriore all'esperienza
-della vita e dell'uomo esperimentato.„
-
-Se pure i romantici non fossero sdegnosi della realtà, se pure
-stimassero i loro simili e volessero frequentarli ed imitarli, vivendo
-come essi, ne sarebbero capaci? Le assidue analisi intime, l'intensità
-del pensiero, prima che nel Leopardi, in tutti gli altri romantici e
-nell'iniziatore della scuola attenuano l'energia volitiva e rendono
-incapaci di vivere: lo stesso Leopardi nota questa sua parentela col
-Ginevrino quando, enumerato nel _Filippo Ottonieri_ i diversi generi
-di uomini, ragiona di quelli nella cui natura “è congiunta e mista
-alla forza una sorta di debolezza e di timidità: in modo che essa
-natura combatte seco medesima. Perocchè gli uomini di questa seconda
-specie.... non vengono a capo, nonostante qualunque cura e diligenza
-vi pongano, di addentrarsi all'uso pratico della vita, nè di rendersi
-nella conversazione tollerabili a sè non che altrui. Tali essere stati
-negli ultimi tempi, ed essere nell'età nostra, se bene l'uno più,
-l'altro meno, non pochi degl'ingegni maggiori e più delicati. E per un
-esempio insigne, recava Gian Giacomo Rousseau.„
-
-L'incapacità di vivere come gli altri, l'assiduità delle meditazioni,
-la noia, l'inquietudine, la solitudine, producono la malattia del
-secolo: la malinconia, la disperazione, l'amor della morte. Se
-l'anima immaginosa e sensibile ha esaurito prima di vivere la sua
-forza vitale, se l'esperienza la scontenta, se il mondo la disgusta,
-se la solitudine la snerva, se gli altri la offendono, se la propria
-compagnia la stanca, dove resterà un rifugio? Nella morte, unicamente.
-A questa conclusione arrivano tutti i romantici. Werther si uccide,
-Ortis si uccide; i loro imitatori non sono soltanto legione nell'arte,
-ma anche nella vita. Una donna, la Staël, fa l'elogio del suicidio;
-un'altra donna, Elisa Mercoeur, tenta di asfissiarsi col profumo
-dei fiori. Vittorio Escousse a 19 anni e Augusto Lebras a 16, si
-asfissiano insieme perchè non si sentono al loro posto quaggiù, perchè
-manca loro la forza a ogni passo fatto avanti o indietro. Alfredo
-de Vigny riconosce che il suicidio è un delitto per la religione e
-per la morale, ma la disperazione può più che la ragione; e, se la
-vince, sarà da chiamar colpevole il suicida, il poeta, o non piuttosto
-il mondo?... Non occorre citare altri esempi. Miglior partito sarà
-dimostrare la forza di questo contagio. Giacomo Leopardi forse anche
-senza l'epidemia romantica avrebbe disperato; ma, senza le cause della
-sua disperazione che indagheremo fra poco ad una ad una, i germi del
-male diffusi nell'aria del suo tempo avrebbero attecchito e prodotto
-una grande rovina dentro di lui. Questi germi erano così virulenti che
-attaccarono e minacciarono per un momento la salute morale d'un uomo
-d'azione, dell'uomo destinato ad operare cose grandissime, dell'uomo
-che ebbe la massima energia e il massimo impero sopra sè stesso,
-sopra i suoi simili e sul mondo: Napoleone Bonaparte. “Je suis ennuyé
-de la nature humaine,„ scrive egli un giorno al fratello Giuseppe:
-“Les grandeurs m'ennuyent, le sentiment est desséché, la gloire est
-fade.„ Ed anch'egli si duole: “Un jour, au milieu des hommes, je
-rentre pour rêver en moi-même, et me livrer à toute la vivacité de ma
-mélancolie. De quel côté est elle tournée aujourd'hui?„ Ed anch'egli
-pensa alla morte: “Du côté de la mort. Dans l'aurore de mes jours,
-je puis encore espérer de vivre longtemps, et quelle fureur me porte
-à vouloir ma destruction?... Que faire dans ce monde?... Puisque je
-dois mourir, ne vaut-il pas autant se tuer? Si j'avais passé soixante
-ans, je respecterais les préjugés de mes contemporains et j'attendrais
-patiemment que la nature eût achevé son cours; mais puisque je commence
-à éprouver des malheurs, que rien n'est plaisir pour moi, pourquoi
-supporterais-je des jours on rien ne me prospère?...„
-
-Se Bonaparte non sfuggì al contagio nei primi tempi dell'epidemia, con
-quanta violenza non deve essa comunicarsi più tardi, nell'infuriare
-del romanticismo, ad un'anima sensitiva e fantasiosa come quella del
-Recanatese?... Abbiamo visto che la potenza del sentimento poetico e
-dello spirito filosofico è in lui causa di un intimo disagio; questo
-disagio potrebbe essere, ma non è curato dall'educazione; tutt'altro.
-Una disciplina uniforme avrebbe potuto essergli salutare; ma egli
-nasce in un tempo travagliato, in mezzo a un campo di battaglia.
-Senza l'avvelenamento romantico, non è da credere che le sue facoltà
-poetiche, l'immaginazione e la sensibilità, sarebbero state represse
-a vantaggio delle altre; ma non sarebbero state esasperate come
-furono. E se pure il poeta avesse potuto sentire come i romantici,
-senz'altro, certo non sarebbe stato contento, come non furono contenti
-i suoi predecessori e compagni e seguaci; ma non avrebbe sofferto,
-come soffrì, per avere nello stesso tempo tanto assiduamente ripensato
-il pensiero antico. Mentre intorno a lui ciascuno scrittore lotta
-contro un altro, egli lotta con sè stesso: è classico e romantico a
-un tempo, è attratto dall'una all'opposta parte. Fra le due retoriche
-cerca un accomodamento: la letteratura s'indirizzi “verso il classico
-e l'antico„ col soccorso della filosofia, trattando soggetti “del
-tempo„, riconoscendo “la necessità di adattarsi al gusto corrente„;
-ma i sentimenti, gli atteggiamenti morali, grazie ai quali ogni altro
-scrittore si mette piuttosto con l'una che con l'altra fazione, non si
-conciliano dentro di lui o si conciliano per farlo soffrire; perchè,
-mentre il romanticismo lo disgusta del reale, il classicismo lo rende
-incapace di adattarsi al mondo moderno. Leggete il suo canto _Alla
-primavera_, che porta anche un secondo titolo: _Delle favole antiche_:
-vedrete che egli loda i tempi quando tutta la natura era animata,
-quando le candide ninfe e gli agresti Pani popolavano i fonti ed i
-campi, quando i fiori e l'erbe ed i boschi vivevano, quando Eco non era
-un “vano error di venti„ ma il dolente spirito di una ninfa infelice.
-Il sentimento che glie lo detta non potrebbe essere più classico;
-consideratelo più attentamente: troverete che non è tanto classico
-quanto pare; c'è dentro quella stessa scontentezza del presente e del
-vicino che spinge i romantici verso il passato e l'esotico. I romantici
-puri si rifugiano col pensiero nel medio-evo cavalleresco e cristiano;
-il Leopardi lo evoca una volta:
-
- O torri, o celle,
- O donne, o cavalieri,
- O giardini, o palagi!...
-
-ma gl'immensi studii fatti intorno all'antichità lo rivolgono di
-preferenza a quel mondo pagano dal quale dovrebbe rifuggire interamente
-per essere romantico del tutto; nel quale dovrebbe serenamente
-rifugiarsi per essere del tutto classico. Nato più presto o più tardi,
-il suo spirito avrebbe forse seguito una sola corrente e nella nettezza
-delle visioni e nella saldezza dei convincimenti avrebbe trovato forza
-e sostegno: l'età perplessa nel quale vive accresce il suo disagio. Se
-egli possedesse una nativa capacità d'equilibrio, a lui si potrebbe
-riferire ciò che il Giordani dice del Canova, e “pietosa„ sarebbe
-stata la provvidenza ponendolo “sul doppio confine della memoria e
-dell'immaginazione umana a congiungere due spazii infiniti, richiamando
-a noi i passati secoli, e de' nostri tempi facendo ritratto agli
-avvenire„; ma questa congiunzione, alla quale il Leopardi artista deve
-la sua grandezza, è anche un'altra causa del dolore dell'uomo.
-
-
-
-
-L'ESPERIENZA
-
-
-
-
-I.
-
-LA SALUTE.
-
-
-Quantunque, per la nativa sua tempra e per effetto dell'educazione,
-Giacomo Leopardi sia un'anima in pena, mal preparata a trovare e ad
-apprezzare la felicità, che è il bisogno di ogni uomo; nondimeno, se
-la fortuna gli sorridesse, se i beni gli si offrissero ed egli non li
-sapesse apprezzare, non avrebbe ragione di negarli. Ma che cosa gli
-prepara la vita?
-
-Il primo, il più necessario, il più urgente dei beni è la salute, la
-pienezza, l'interezza delle facoltà organiche; senza di che nessun
-altro piacere, nessun'altra gioia è possibile, e lo stesso sentimento
-dell'essere è leso e menomato. “Il corpo è l'uomo„ fa dire lo stesso
-Leopardi al suo Tristano: “perchè (lasciando tutto il resto) la
-magnanimità, il coraggio, le passioni, la potenza di fare, la potenza
-di godere, tutto ciò che fa nobile e viva la vita dipende dal vigore
-del corpo, e senza quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo,
-non è uomo, ma bambino; anzi peggio; perchè la sua sorte è di stare a
-vedere gli altri che vivono, ed esso al più chiacchierare, ma la vita
-non è per lui.„ Questo vigore corporale, la salute, il sommo bene, a
-pochi è negato: tanto esso è frequente e necessario, che il primo posto
-si dà ordinariamente ad altri, perchè “la vita è principalmente dei
-sani, i quali, come sempre accade, o disprezzano o non credono di poter
-perdere ciò che posseggono.„ Il Leopardi ne è privo.
-
-Noi lo abbiamo visto scontento perchè, mentre la fantasia vivacissima
-gli dipinge arcani mondi ed arcana felicità, la ragione lo contrasta;
-e perchè mentre sente troppo, è poco capace di volere; ma insomma,
-con tutta la straordinaria sua precocità, egli è ancora un fanciullo,
-un adolescente, che impiega il suo tempo nello studio, che ha una
-gran febbre di sapere, che non si stanca di leggere, di annotare,
-di commentare, di trasportare sulle esili braccia i pesanti volumi
-dai palchetti della biblioteca alla scrivania. Supponiamo che in
-gioventù, nella maturità, egli goda d'una buona salute: il mondo,
-nonostante che egli lo sdegni, tosto o tardi, debolmente o fortemente,
-pure lo allaccerà. Invece, a diciassette anni, egli esce dagli
-studii portentosi con la schiena curva, i muscoli emaciati, la vista
-rovinata: il fanciullo vivace, l'eroe Filzero che le dava a tutti e
-non ne toccava da nessuno, Giacomo “il prepotente„ è un povero gobbo
-minacciato di cecità, oggetto di riso e di compassione. Senza dubbio
-non la sola enormità dello sforzo lo ha così ridotto; egli porta
-dalla nascita, nelle vene, un principio maligno. Le morti precoci,
-le malattie nervose e la pazzia sono state frequenti tra i suoi
-antenati; il sangue della vecchia stirpe si è impoverito e corrotto
-nei molteplici matrimonii tra consanguinei: troppe volte i Leopardi
-s'imparentano con gli Antici, ai quali appartiene anche la madre di
-Giacomo. Ella lo concepisce giovanissima, in tempi di spavento, quando
-il marito di lei è perseguitato dai Francesi invasori. L'eredità
-morbosa e il formidabile sforzo mentale spiegano la rovina della sua
-salute: la rachitide e quella che oggi si chiama neurastenia. Nel
-primo fiore della gioventù egli si sente morire, crede che non gli
-restino più di due o tre anni da vivere. Non ne ha ancora venti, e già
-la sua vita consiste nell'alzarsi tardi, nel mettersi a passeggiare
-sino all'ora del desinare, nel riprendere poi la passeggiata sino
-alla sera: non può scrivere un rigo e appena riesce a leggere per
-un'ora. Così dura sette mesi. Si rimette alla peggio, e allora capisce
-qual è la sua condanna: “ho potuto accorgermi e persuadermi, non
-lusingandomi, o caro, nè ingannandomi, che il lusingarmi e l'ingannarmi
-pur troppo è impossibile, che in me veramente non è cagione necessaria
-di morir presto, e purchè m'abbia infinita cura, potrò vivere, bensì
-strascinando la vita coi denti, e servendomi di me stesso appena per la
-metà di quello che facciano gli altri uomini, e sempre in pericolo che
-ogni piccolo accidente e ogni minimo sproposito mi pregiudichi, o mi
-uccida.„
-
-A ventun anno, nella primavera del 1819 comincia a soffrire d'una
-debolezza dei nervi oculari che gl'impedisce di poter leggere anche
-una sola riga; trascorre allora i suoi giorni sedendo con le braccia
-in croce, o passeggiando per le stanze, in modo che gli fa spavento.
-“Nell'età che le complessioni ordinariamente si rassodano, io vo
-scemando ogni giorno di vigore, e le facoltà corporali mi abbandonano
-ad una ad una.„ Ripiglia un po' di forza al rinfrescarsi della
-stagione, “ma l'imbecillità degli occhi, e però la miseria della mia
-vita, è sempre la stessa e maggiore.„ Il primo d'ottobre comincia
-una lettera al Giordani, ma un'oftalmia sopravvenuta alla debolezza
-non gli consente di finirla se non in sul finire del mese. L'amico lo
-sollecita a studiare; “gli studi,„ risponde il poveretto, “non so da
-otto mesi che cosa sieno, trovandomi i nervi degli occhi e della testa
-indeboliti in maniera, che non posso non solamente leggere nè prestare
-attenzione a checchessivoglia, ma fissar la mente in nessun pensiero
-di molto o poco rilievo.„ Egli si duole “di avere un cervello nel
-cranio„, perchè non può pensare minimi e fugacissimi pensieri “senza
-contrazione e dolore de' nervi„; il male degli occhi lo riduce “alla
-natura dei gufi, odiando e fuggendo il giorno.„ Ha una tregua di quasi
-un anno; ma nell'autunno del '20 “o che la fatica mi ha pregiudicato,
-se bene è stata moderatissima, o per qualunque altra ragione, sento
-che la mia povera testa ricade nella debolezza passata.„ Così va
-avanti, “come Dio vuole: quando peggio, quando meglio, sempre inetto a
-lunghe applicazioni.... Io studio la notte e il dì fino a tanto che la
-salute me lo comporta. Quando ella non mi sostiene, io passeggio per
-la camera qualche mese; e poi torno agli studi, e così vivo.„ In ogni
-inverno i suoi mali s'incrudiscono, il freddo è per lui “una malattia
-grave„, un “carnefice e nemico mortale„; nè la primavera gli è del
-tutto propizia, perchè gli produce ogni anno una penosa “inquietezza
-di nervi.„ Nel marzo del '25 è ridotto a tale, che non può “fissar la
-mente in una menoma applicazione, neppure per un istante, senza che
-lo stomaco vada sossopra immediatamente, come m'accade appunto adesso,
-per la sola applicazione di scrivere questa lettera.„ A Bologna, poco
-dopo, si sente un altro, quasi guarito della testa e degli occhi; ma il
-caldo patito in viaggio gli produce una grave e penosa infiammazione
-d'intestini che si prolunga sino all'anno seguente; e il primo freddo
-lo avvilisce, e il rigido inverno lo tormenta in modo straordinario,
-“perchè la mia ostinata riscaldazione d'intestini e di reni m'impedisce
-l'uso del fuoco, il camminare e lo stare in letto.„ Soffre pertanto
-pene indescrivibili, “quanto forse in tutto il rimanente della mia
-vita insieme.„ Con la primavera si sente tornare in vita “da una
-vera morte„; ma se appena appena in aprile il tempo si guasta, egli
-deve ritirarsi dal mondo e chiudersi in casa. Finalmente con l'estate
-migliora; ma ricade appena fa una gita a Ravenna. Si propone di fuggire
-da Bologna, tanto lo spaventa l'idea di passarvi un altro inverno; ma
-prima che ne fugga gli sopravviene un reuma di capo, di gola e di petto
-con febbre e sordità. Nel cuore dell'inverno del '27 guarisce, a casa
-sua, dopo quattordici mesi, del male degli intestini; ma ricominciano
-a patire gli occhi “miserabilmente.„ Tornato a Bologna, gli danno un
-fastidio sempre più grave; a Firenze la flussione e l'enfiagione delle
-palpebre peggiorano: non può vedere la città, non può sostenere la
-luce. Guarita la flussione, gli resta la consueta debolezza dei nervi
-ottici e della testa, complicata dal male dei denti; e quantunque
-l'inverno lo atterrisca, è ridotto a sperare che sopravvenga tosto,
-perchè il freddo, pregiudicandolo in tutto il resto, gli giova per
-gli occhi. Intanto non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare„;
-ricomincia a starsene giorni interi seduto, con le braccia in croce,
-in un ozio “più tristo assai della morte. Certo è che un morto passa la
-sua giornata meglio di me.„ L'8 di settembre scrive: “La mia debolezza
-degli occhi è la più grave ed ostinata che io abbia sofferto da otto
-anni in qua. Sto bene, eccetto incomodi leggieri di flussioni e di
-stomaco.„ Vedete: è ridotto a tale che, con la vista rovinata, con
-altri incomodi di flussioni e di stomaco, pure dice che sta bene! Spera
-la guarigione “provvisoria e non radicale„ della vista con l'inverno,
-ma il primo freddo lo disturba; poi, se migliorano gli occhi e i denti,
-torna a soffrire con lo stomaco, “perchè, per paura di farmi male, non
-mangiavo più quasi nulla.„
-
-Lo hanno accusato di vagabondaggio, mentre il disgraziato è costretto
-a mutar di luogo per tentar di alleviare le sue pene. Va a Pisa
-nell'autunno del '27, e lì si sente assai meglio, quantunque gli occhi
-non guariscano interamente; e se il freddo gli fa bene, egli trema
-dalla mattina alla sera non potendo far uso del fuoco: “l'uso del
-camminetto mi è impossibile assolutamente e totalmente; giacchè anche
-lo scaldino, il quale adopero con moderazione infinita, m'incomoda
-assaissimo.„ Il 31 di gennaio così descrive il suo stato: “Questi miei
-nervi non mi lasciano più speranza; nè il mangiar poco, nè il mangiar
-molto, nè il vino, nè l'acqua, nè il passeggiare le mezze giornate,
-nè lo star sempre in riposo, insomma nessuna dieta e nessun metodo
-mi giova. Non posso fissar la mente in un pensiero serio per un solo
-minuto, senza sentirmi muovere una convulsione interna, e senza che
-lo stomaco mi si turbi, la bocca mi divenga amara e cose simili.„ La
-sua vita “è noia e pena: pochissimo posso studiare.... La mia salute
-è tale da farmi impossibile ogni godimento: ogni menomo piacere mi
-ammazzerebbe„; e l'infelice trova un'espressione terribilmente efficace
-per dipingere la sua miseria: “Se non voglio morire, bisogna ch'io non
-viva....„ Dovendo tornare a Firenze viaggia di notte: nondimeno sta
-male più giorni con gl'intestini e si persuade che non è più fatto
-per muoversi. “_Tutti_ i miei organi, dicono i medici, son sani: ma
-_nessuno_ può essere adoperato senza gran pena, a causa di un'estrema,
-inaudita _sensibilità_ che da tre anni ostinatissimamente cresce _ogni_
-giorno: quasi ogni azione e quasi ogni sensazione mi dà dolore.„
-Per stare tollerabilmente, deve aversi una gran cura, evitare di
-riscaldarsi e vivere senza far nulla.
-
-Con la nuova stagione ricominciano i mali di ventre: non può mangiare,
-si riduce talvolta a patire la fame perchè lo stomaco non tollera
-cibo senza dolori, “i quali sono tanto più gravi, quanto è maggiore
-la quantità del cibo, benchè questa non sia mai superiore, anzi
-appena uguale, al bisogno.„ Si rimette, ma gli ritorna la flussione
-degli occhi, ed è ancora costretto a tralasciare le occupazioni della
-mente. “La mia salute è passabile,„ scrive il 18 settembre del '28 al
-padre, “eccetto la solita estrema sensibilità ed irritabilità d'ogni
-sorta, la quale non posso vincere con l'esercizio (benchè questo per
-il momento mi sia sempre giovevolissimo), e m'obbliga ad avermi una
-cura eccessiva, minuta e penosa.„ Per comporre una letterina entra
-“in convulsione e in una specie di febbre.„ In autunno: “i dolori e le
-difficoltà smaniose del digerire mi travagliano molto.„ Di ritorno a
-Recanati, non può “nè leggere, nè scrivere, nè pensare, nè digerire il
-mio pranzo, che è pur piccino.„ Nell'estate del '29 “lo sfiancamento e
-la _risoluzione_ dei nervi„ va sempre crescendo. In luglio scrive alla
-Maestri: “Non solo non posso far nulla, digerir nulla, ma non ho più
-requie nè giorno nè notte.„ E in agosto allo Stella: “La mia salute
-è in misero stato e la mia vita è un purgatorio.„ E in settembre al
-Bunsen: “Non solo i miei occhi, ma tutto il mio fisico sono in istato
-peggiore che non fossero mai. Non posso nè scrivere, nè leggere, nè
-dettare, nè pensare. Questa lettera finchè non l'avrò terminata sarà
-la mia sola occupazione, e con tutto ciò non potrò finirla se non fra
-tre o quattro giorni.„ A Firenze, nel '30, ha sputi sanguigni ad ogni
-più piccolo raffreddore, e passa mesi interi in letto; torna anche
-a smaniare per lo stomaco: “Se non vedrete mie lettere,„ scrive alla
-sorella, “non vi meravigliate mai: assolutamente non posso, non posso
-scrivere.„ Ogni riga gli costa “sudor di sangue.„ È ridotto “un tronco
-che sente e pena.„
-
-E la crudele vicenda ricomincia col nuovo anno: in primavera si
-sente rinascere, “ma nè occhi nè testa non hanno ricuperato un solo
-menomissimo atomo delle loro facoltà, perdute certamente per sempre.„
-S'illude ancora, crede d'esser guarito nell'autunno; ma già lo turba il
-solo pensiero dell'inverno, che dovrà passare in casa, “secondo il mio
-antico e poco ameno costume.„ A Roma, dove va col Ranieri, è inchiodato
-a letto dal mal di petto, che continua sino alla primavera del '32,
-con miglioramenti e ricadute successive. Nell'estate, a Firenze, il
-caldo gli fa soffrire “molta debolezza e malessere, poichè tutta la mia
-salute e il mio vigore dipende dalla moderazione della temperatura, la
-quale mancando, sto sempre male.„ E nell'autunno torna ad allettarsi
-per un altro reuma di petto: il terzo in dieci mesi. Arriva in fin
-di vita, si ristabilisce a primavera; ma gli occhi sono nuovamente,
-più seriamente minacciati dall'erpete, e quasi perduti. Nell'estate
-ritornano a riammalarsi: uno è semichiuso.
-
-Tale è la sua rovina, che, deliberato di tentare il clima di Napoli,
-non può dare direttamente notizia al padre della partenza; si deve
-servire della mano altrui, “perchè quelle poche ore della mattina,
-nelle quali con grandissimo stento potrei pure scrivere qualche riga,
-le passo necessariamente a medicarmi gli occhi.„ E a Napoli la via
-della croce ricomincia ancora una volta: dapprima gli occhi sembrano
-guariti, poi egli deve tornare alla cura del sublimato corrosivo;
-quando l'erpete migliora, resta ancora il male interno, insanabile.
-Nell'autunno del '35 paga il suo tributo alla stagione con una
-costipazione accompagnata da copiose emorragie del naso. Le condizioni
-generali si sollevano, nell'inverno dal '35 al '36 può tornare un poco
-a pensare, a leggere, a scrivere; passa oltre un anno mediocremente:
-ma è l'ultimo guizzo della lampada vicina ad estinguersi. Già le
-gambe cominciano a gonfiarsi, già il respiro diventa affannoso. Il
-primo freddo del '36 lo fa spasimare più che quello sofferto a Bologna
-dieci anni prima, e sul principio del dicembre il ginocchio e la gamba
-diritta gli si gonfiano e diventano d'un colore spaventevole. Si porta
-questo male sino alla metà di febbraio, quand'ecco un nuovo attacco
-di petto. L'occhio diritto è minacciato da amaurosi; gli sopravviene
-un attacco d'asma per il quale non può nè camminare, nè giacere, nè
-dormire. Il 14 di giugno, a trentanove anni, muore improvvisamente,
-durante il desinare.
-
-Tale fu la vita dell'infelice: mai forse tanta grandezza d'ingegno
-fu pagata con tanta miseria del corpo. Negli altri, nelle creature
-sensitive del suo tempo, i dolori si alternano con i piaceri, alle
-contrazioni incresciose seguono pure i fremiti di godimento; il
-suo supplizio è per questo inaudito: che non solo egli soffre fino
-allo spasimo, ma _non può godere_. Gli occhi che dovrebbero aprirsi
-agli spettacoli della natura, della bellezza, sono costretti a
-fuggire la luce; il sangue che dovrebbe scorrergli impetuoso nelle
-vene ed avvivargli le membra ed imporporargli le guance, gli spunta
-sulle pallide labbra: le ossa gli si rammolliscono, le carni gli si
-avvizziscono: la tisi, l'idropisia, la cardiopatia se lo contendono.
-E questi mali non gl'impediscono soltanto di soddisfare il naturale
-appetito del piacere, di cercare le grate impressioni; ma anche di
-appagare l'altro suo bisogno: il bisogno di studiare, di meditare,
-di comunicare con i grandi spiriti dei poeti e dei filosofi, di
-raccogliersi in sè stesso, di scrivere il suo pensiero, e anche di
-pensare soltanto. Qualcuno gli consiglia di disprezzare i piccoli
-incomodi; ma potrà mai essere piccolo incomodo per lui l'impossibilità
-di studiare? Egli non può lasciare gli studi, e questi non hanno
-fatto e non fanno altro che male, e male grave, alla sua salute. “Ma
-come passar la vita senza di loro?„ Vivere senza pensare non gli è
-possibile; ed egli non può pensare, ma deve vivere; allora si duole
-che, dovendo pur essere al mondo, non sia “pianta o sasso o qualunque
-altra cosa non ha compagna dell'esistenza il pensiero.„
-
-Così, mentre egli è per la sua costituzione morale poco capace di
-volontà, la sua costituzione fisica gli vieta quasi ogni azione diretta
-a contentare le prepotenti sue facoltà naturali. La sensibilità, che
-naturalmente cerca le impressioni grate, deve fuggirle e non ne prova
-alcuna; la stessa riflessione, la stessa meditazione, che sul principio
-lo ha consolato sino ad un certo segno dei mancati piaceri, è anch'essa
-continuamente impedita.
-
-
-
-
-II.
-
-L'AMORE.
-
-
-Quando la salute, prima condizione della felicità, è assicurata, gli
-uomini considerano come massimo pregio della vita l'amore. Tanto valore
-è attribuito a questa passione per la difficoltà del suo appagamento.
-Ciascuna creatura bastando a sè stessa quando vuol soddisfare qualunque
-suo bisogno, ha bisogno d'un'altra creatura simile e diversa ad un
-tempo per soddisfare l'istinto della riproduzione. Questa dipendenza,
-la necessità dell'accordo, non riguardano soltanto l'amore come fatto
-organico, ma anche e più l'amore come sentimento. I due appetiti del
-maschio e della femmina, se bene non si destano a un punto e con forza
-e caratteri eguali, quasi sempre finalmente coincidono; molto più
-difficile è che le aspirazioni, i sentimenti e le idee d'un uomo e
-d'una donna concordino. La difficoltà dell'accordo, dal quale dipende
-l'appagamento del bisogno, si rivela e si misura nella scelta sessuale.
-Non ad un qualunque individuo dell'altro sesso ciascun individuo chiede
-l'amore, ma determinatamente ad un tale: se ogni donna può essere amata
-da ogni uomo, e reciprocamente, ciascuno di noi, uomo o donna, crede
-che il proprio piacere dipenda da alcune creature singolarissime. E
-la nostra scelta è naturalmente determinata dalle qualità esteriori e
-visibili delle creature da amare: noi scegliamo quelle che ci sembrano
-più belle e, per ciò stesso, migliori. Giacomo Leopardi, sensibile e
-immaginoso come lo conosciamo, capace d'apprezzare come abbiamo visto
-la bellezza muliebre, crederà, sulla fede di questa bellezza, a una
-maggiore, a un'infinita bellezza intima; l'amor suo sarà un fuoco
-divoratore. Infermo e deforme, egli non sarà riamato da nessuna donna.
-Mai i poeti dell'amore immaginarono situazione più sciagurata: un
-cuor nobile e uno spirito altissimo in un corpo egro e contraffatto.
-Se l'esperienza sentimentale è tanto spesso triste per quegli uomini
-grandi la cui grandezza non potè essere misurata dalle donne, ma che
-pure, poco o molto, bene o male, furono riamati; che cosa dovette
-essere per un uomo come il Leopardi a cui nessuna donna mai rispose, di
-cui più d'una donna rise?
-
-Il primo amore lo infiamma a diciotto anni: egli s'invaghisce della
-cugina Geltrude Cassi venuta per qualche giorno a Recanati e scesa
-in casa di lui. Che struggimento sia questa passione egli stesso ha
-descritto:
-
- Tornami a mente il dì che la battaglia
- D'amor sentii la prima volta, e dissi:
- Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!
- . . . . . . . . . . . . . . .
-
- Ahi come mal mi governasti, amore!
- Perchè seco dovea sì dolce affetto
- Recar tanto desìo, tanto dolore?
-
- E non sereno, e non intero e schietto,
- Anzi pien di travaglio e di lamento
- Al cor mi discendea tanto diletto?
-
- Dimmi, tenero core, or che spavento,
- Che angoscia era la tua fra quel pensiero
- Presso al qual t'era noia ogni contento?
-
-Delizia somma ed unica, la passione è anche spasimo ineffabile: questo
-contrasto noto ad ognuno si acuisce soprammodo in una natura sensibile
-come quella del Leopardi. Il suo cuore “inquieto e felice e miserando„,
-gli affatica il fianco dal tanto forte palpitare, e il sonno gli vien
-meno come per febbre; ma intanto la dolce immagine sorge viva in mezzo
-alle tenebre:
-
- Oh come soavissimi diffusi
- Moti per l'ossa mi serpeano! Oh come
- Mille nell'alma instabili, confusi
- Pensieri si volgean!
-
-Ma di questa donna che suscita in lui tanto desiderio egli può appena
-ammirare le sembianze e udire la voce: e già ella parte, e invano
-
- Io qui vagando al limitare intorno
- Invan la pioggia invoco e la tempesta
- Acciò che la ritenga al mio soggiorno.
-
- Pure il vento muggia nella foresta
- E muggìa tra le nubi il tuono errante
- Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta.
-
- O care nubi, o cielo, o terra, o piante;
- Parte la donna mia: pietà, se trova
- Pietà nel mondo un infelice amante.
-
- O turbine, or ti sveglia, or fate prova
- Di sommergermi, o nembi, insino a tanto
- Che il sole ad altre terre il dì rinnova.
-
- S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto
- Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia
- Le luci il crudo sol pregne di pianto....
-
-E se egli, al buio, protendendo l'orecchio avido per cogliere l'ultima
-voce di lei che parte, ne ode in cambio un'altra, una voce plebea, pure
-un gelo lo prende e il cuore gli si rompe nel petto. E quando ella se
-ne va, e s'ode il romorio dei cavalli e delle ruote:
-
- Orbo rimasi allor, mi rannicchiai
- Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
- Strinsi il cor con la mano e sospirai.
-
- Poscia traendo i tremuli ginocchi
- Stupidamente per la muta stanza,
- Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?
-
- Amarissima allor la ricordanza
- Locommisi nel petto, e mi serrava
- Ad ogni voce il cor, a ogni speranza.
-
- E lunga doglia il sen mi ricercava,
- Com'è quando a distesa Olimpo piove
- Malinconicamente e i campi lava.
-
-Non è esagerazione poetica, retorica. Già non sarebbe da dubitarne
-perchè lo scrittore, — e particolarmente uno scrittore come lui —
-risente, componendo, le sue impressioni passate; e se trova immagini
-gagliarde per dipingere lo stato dell'anima sua, vuol dire che
-gagliardamente ha sentito o è capace di sentire; ma noi abbiamo altre
-testimonianze le quali dicono molto più che non dica egli stesso.
-La notte della partenza della Cassi, riferisce la contessa Teresa
-Leopardi, fu una notte “spaventevole. Egli era in preda a un delirio
-che lo faceva gridare e ruggire.„ Il fratello Carlo dovette vegliarlo.
-Calmatosi, egli non scrisse soltanto questi versi, compose anche una
-_Storia_ del suo amore, in prosa; un giorno ne lesse alcuni frammenti
-al fratello: “gli si spezzava il cuore nel leggerli, e a Carlo mancava
-il coraggio d'insistere, e lo pregava che cessasse d'intrattenersi su
-quelle strazianti memorie.„
-
-Quest'analisi intima accresce naturalmente la forza delle impressioni
-che già si sono scritte profondamente nelle sensibilissime fibre.
-Null'altro compiacimento egli trova fuorchè in questa indagine:
-
- Solo il mio cor piaceami, e col mio core
- In un perenne ragionar sepolto,
- Alla guardia seder del mio dolore.
-
-Perchè, non solamente nulla ottenne egli da quella donna, ma nulla le
-chiese, nulla le disse; e quantunque assicuri che
-
- Vive quel foco ancor, vive l'affetto,
- Spira nel pensier mio la bella imago
- Da cui, se non celeste, altro diletto
- Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago;
-
-pure, col tempo, la memoria della sua passione a poco a poco,
-naturalmente, si disperde. Un'altra tosto ne nasce.
-
-Una fanciulla di umile condizione, Teresa Fattorini, figlia del
-cocchiere di casa Leopardi, lo innamora. Che cosa dovrà essere questo
-sentimento noi possiamo prevedere da quel che egli dice intorno alla
-seduzione esercitata dalle giovanette, dalle vergini. Se una donna,
-come era la Cassi, “è più atta a inspirare e maggiormente mantenere una
-passione,„ egli giudica che una fanciulla dai sedici anni ai diciotto
-anni “ha nel suo viso, nei suoi moti, nelle sue voci un non so che di
-divino che niente può agguagliare. Qualunque sia il suo carattere,
-il suo gusto, allegra o malinconica, capricciosa o grave, vivace o
-modesta, quel fiore purissimo, intatto, freschissimo di gioventù,
-quella speranza vergine, incolume, che si legge sul viso e negli
-atti, e che voi nel guardarla concepite in lei e per lei, quell'aria
-d'innocenza e d'ignoranza completa del male, delle sventure, dei
-patimenti; quel fiore insomma, anche senza innamorarvi, anche senza
-interessarvi, fanno in voi un'impressione così viva, così profonda,
-così ineffabile, che voi non vi saziate di guardare quel viso; ed io
-non conosco cosa che più di questa sia capace di elevarci l'anima, di
-trasportarci in un altro mondo, di darci un'idea d'angeli di paradiso,
-di divinità, di felicità. Tutto questo, io ripeto, senza innamorarci,
-senza muoverci desiderio di posseder quell'oggetto. La stessa divinità
-che noi vi scorgiamo, ce ne rende in certo modo alieni, ce la fa
-riguardare come di una sfera divina e superiore alla nostra, a cui non
-possiamo aspirare....„ La gentile Teresa, se da principio gl'ispira
-questo senso di umile e trepida ammirazione, presto lo infiamma d'amore
-prepotente. Quando, di maggio, ella siede intenta alle opere femminili
-e fa risonare tutt'intorno il suo perpetuo canto; ed egli, lasciate le
-sue carte, ascolta quei suoni, il volto gli si discolora; e se volge lo
-sguardo alle vie dorate, agli orti, al mare, al monte, la sua felicità
-è infinita:
-
- Lingua mortal non dice
- Quel ch'io sentivo in seno.
- Che pensieri soavi.
-
- Che speranze, che cori, o Silvia mia!
- Quale allor ci apparia
- La vita umana e il fato!
-
-Ma egli non le ha detto una sola parola dell'amor suo; nè sa che cosa
-veramente ella provi per lui. Non può parlare, non sa risolversi: è
-timido, indeciso, senza volontà: noi sappiamo che tutta la sua forza
-vitale è impiegata all'interno, a sentire, a pensare: non glie ne
-avanza per operare. E mentre la passione lo strugge e la debolezza
-lo avvilisce, la povera ragazza se ne muore, di tisi, a ventun anno,
-quando egli ne ha appena venti. Egli vede venire la morte della
-diletta, e si studia invano di non credere a chi gli dà notizie
-disperate dell'inferma, e presente lo strazio della dipartita; e,
-morta, la rivede in sogno:
-
- Morta non mi parea, ma trista, e quale
- Degl'infelici è la sembianza. Al capo
- Appressommi la destra, e sospirando,
- Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
- Serbi di noi?
-
-Egli non può credere che sia morta; e quando ne è certo, non sa come
-ancora sia vivo egli stesso; e all'ombra — solo alla vana ombra — che
-lo visita nel sogno, osa chiedere:
-
- Or se di pianto il ciglio,
- ........ e di pallor velato il viso
- Per la tua dipartita, e se d'angoscia
- Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
- Favilla alcuna, o di pietà, giammai
- Verso il misero amante il cor t'assalse
- Mentre vivesti? Io disperando allora
- E sperando traea le notti e i giorni;
- Oggi nel vano dubitar si stanca
- La mente mia. Che se una volta sola
- Dolor ti strinse di mia negra vita
- Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
- La rimembranza or che il futuro è tolto
- Al nostri giorni....
-
-E quando ella gli dice che sì, allora:
-
- Per le sventure nostre, e per l'amore
- Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
- Nome di giovinezza e la perduta
- Speme de' nostri dì, concedi, o cara,
- Che la tua destra io tocchi.
-
-Torna a scordarsi che è morta nel ricoprirne di baci ardenti la mano;
-ma il fantasma sparisce:
-
- Allor d'angoscia
- Gridar volendo, e spasimando, e pregne
- Di sconsolato pianto le pupille,
- Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
- Pur mi restava, e nell'incerto raggio
- Del sol vederla io mi credeva ancora.
-
-La dolorosa memoria non lo lascia più.
-
- Ahi Nerina! In cor mi regna
- L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
- Se a radunanze io movo, in fra me stesso
- Dico: Nerina, a radunanze, a feste
- Tu non ti acconci più, tu più non movi.
- Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
- Van gli amanti recando alle fanciulle,
- Dico: Nerina mia, per te non torna
- Primavera giammai, non torna amore.
- Ogni giorno sereno, ogni fiorita
- Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
- Dico: Nerina or più non gode; i campi,
- L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
- Sospiro mio: passasti: e fia compagna
- D'ogni mio vago immaginar, di tutti
- I miei teneri sensi, i tristi e cari
- Moti del cor, la rimembranza acerba.
-
-Dubitano che questa Nerina sia la stessa Silvia, la stessa Teresa
-Fattorini; dicono che possa essere un'altra umile giovanetta, la
-tessitrice Maria Belardinelli, della quale il poeta si era più tardi
-invaghito. Sia pure. Ma quest'altro amore è stato forse più fortunato
-dell'altro? Quest'altro amore somiglia quanto più non sarebbe possibile
-al primo. Come non ha rivelato l'animo suo alla Fattorini, il Leopardi
-non l'ha rivelato alla Belardinelli; come la Fattorini è morta giovane,
-giovane è morta la Belardinelli: la prima a ventun anno, la seconda a
-ventisette. Entrambe le passioni furono tacite, inappagate, infelici.
-
-E l'esperienza della sua incapacità a farsi amare prostra il giovane,
-lo attrista, lo riduce a una sconsolata e cupa rassegnazione. Se
-incontra una bella fanciulla, se ne ode soltanto da lontano qualcuna
-cantare,
-
- A palpitar si move
- Questo mio cor di sasso; ahi, ma ritorna
- Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estraneo
- Ogni moto soave al petto mio.
-
-Nessuna simpatia dell'infelice è stata corrisposta, nessuna ne ha
-saputa o potuta esprimere; nessun'altra ne esprimerà, di nessun'altra
-otterrà il ricambio. Egli stesso ha riconosciuto che così dev'essere,
-che così è giusto che sia. Egli sa d'avere “l'aspetto miserabile e
-dispregevolissima tutta quella gran parte dell'uomo, che è la sola a
-cui guardino i più: e coi più bisogna conversare in questo mondo; e non
-solamente i più, ma chicchessia è costretto a desiderare che la virtù
-non sia senza qualche ornamento esteriore, e trovandonela nuda affatto,
-s'attrista, e per forza di natura, che nessuna sapienza può vincere,
-quasi non ha coraggio d'amare quel virtuoso in cui niente è bello
-fuorchè l'anima.„ Così la sua Saffo, dispregiata amante, riconosce che
-
- alle sembianze il Padre
- Alle amene sembianze eterno regno
- Diè nelle genti; e per virili imprese,
- Per dotta lira o canto,
- Virtù non luce in disadorno ammanto.
-
-Che vale nondimeno questa persuasione filosofica contro le leggi della
-vita, contro le voci dell'istinto? La ragione ha un bel dimostrargli
-sino all'evidenza che egli non può essere amato: che importa, se
-dell'amore ha bisogno? E allora, non che rassegnarsi, egli fa un
-ragionamento tutto inverso. L'amore degli uomini non si distingue per
-la parte che vi ha l'anima? I godimenti bassi e volgari valgono forse
-il piacere “que donne un seul instant de ravissement et d'émotion
-profonde?„ L'anima sua non è capace di risentire e di procurare altrui
-queste commozioni ineffabili? Le donne non dicono che è inutile parlare
-ai loro sensi; che solo il sentimento le infiamma? Non vi sarà una
-donna che, ansiosa di essere amata con l'anima, da un'anima grande,
-comprenderà la sua grandezza e compatirà la sua sciagura e gli stenderà
-la mano? Se egli ancora non l'ha trovata, non può, non deve sperare di
-trovarla? Nulla vale l'esperienza contraria per uno avvezzo come lui a
-dar tanto credito alle illusioni. Egli deve necessariamente illudersi
-che se nessuna donna lo ha ancora compreso, qualcuna lo comprenderà.
-E il tempo passa, e non una si accorge di lui. Allora egli si rivolta
-contro tutte: tanto più violentemente, quanto più è persuaso che l'amor
-suo è senza pari, per quel sentimento orgoglioso del quale altrove
-notammo l'origine. Allora egli scrive: “L'ambizione, l'interesse, la
-perfidia, l'insensibilità delle donne che io definisco un _animale
-senza cuore_, sono cose che mi spaventano.... La scelleraggine delle
-donne mi spaventa, non già per me, ma perchè vedo la miseria del
-mondo.„ Egli vede che, se uomini e donne sono destinati ad amarsi, sono
-anche fatti diversamente; e che, naturalmente più fredde, le donne
-possono speculare sull'ardenza del desiderio che ispirano: quindi la
-prostituzione. Egli non può accostare le sciagurate che si vendono
-perchè gli fanno troppo ribrezzo e troppa paura, perchè vuole amare
-nobilmente, con tutte le più alte potestà dell'esser suo; ma crede che,
-se altra fosse la sua condizione nel mondo, non sarebbe deriso: “S'io
-divenissi ricco e potente, ch'è impossibile, perchè ho troppo pochi
-vizi, le donne senza fallo cercherebbero d'allacciami. Ma in questa
-mia condizione, disprezzato e schernito da tutti, non ho nessun merito
-per attirarmi le loro lusinghe.„ E il maggiore, l'unico suo merito, la
-capacità sentimentale, si perde a poco a poco: egli sente di non poter
-essere amato anche “perchè ho l'animo così agghiacciato e appassito
-dalla continua infelicità, ed anche dalla misera cognizione del vero,
-che prima di avere amato ho perduto la facoltà di amare; e un angelo di
-bellezza e di grazia non basterebbe ad accendermi.„
-
-Ma come s'inganna! A ventidue anni può egli esser sicuro di non
-ricadere nell'eterna illusione? Non confessa che la sua esperienza è
-tutta immaginaria, che non ha amato realmente, come tutti gli altri
-uomini i quali manifestano i loro sentimenti e cercano di ottenerne
-il ricambio; ma soltanto tra sè, tacitamente, nella solitudine? Allora
-chi lo difenderà contro nuove lusinghe? Bisognerebbe che il suo cuore
-mutasse di tempra perchè perdesse la capacità d'infiammarsi così. Se
-l'amor suo è un chiuso fuoco che la sola vista d'una donna accende,
-nè la mancata corrispondenza, nè l'impossibilità d'esser compreso, nè
-lo sdegno contro le creature giudicate insensibili gl'impediranno di
-accendersi ancora.
-
-Noi lo abbiamo udito gridare da Roma al fratello: “Amami, per Dio. Ho
-bisogno d'amore, amore, amore, fuoco, entusiasmo, vita....„ Subito
-dopo soggiunge: “Le donne romane alte e basse fanno propriamente
-stomaco; gli uomini fanno rabbia e compassione.„ Nella gran città,
-se “non per modestia, ma per pienissima e abituale indifferenza e
-noncuranza„, le donne non alzano gli occhi sui giovani molto belli
-ed eleganti in compagnia dei quali egli gira spesso per le vie;
-come sarà guardato e notato un povero contraffatto suo pari? Quindi
-il suo sdegno cresce, lo fa uscire in nuovi insulti: “Trattando, è
-così difficile il fermare una donna in Roma come in Recanati, anzi
-molto più, a cagione dell'eccessiva frivolezza e dissipatezza di
-queste bestie femminine, che oltre di ciò non ispirano un interesse
-al mondo, sono piene d'ipocrisia, non amano altro che il girare e il
-divertirsi non si sa come....„ Ma quanto gli debba costare questo
-giudizio, quanto debba cuocergli la rinunzia alle gioie dell'amore
-nella quale vuol dare a intendere che quasi si compiace, appare da
-altre sue impressioni. Il povero rachitico intende squisitamente la
-seduzione delle forme muliebri, dà ragione dell'incanto che esercita
-lo spettacolo del ballo: “Una donna nè col canto nè con altro qualunque
-mezzo può tanto innamorare un uomo quanto col ballo; il quale pare che
-comunichi alle sue forme un non so che di divino, ed al suo corpo una
-forza, una facoltà più che umana.„ Se egli ha dichiarato di sprezzare
-tutto il genere femminino, se annunzia che non tratta a Roma con donne,
-confessa pure che “senza queste nessuna occupazione o circostanza
-della nostra vita ha diritto di affezionarci o di compiacerci. Io
-me n'assicuro per esperienza, e posso giurarti che la conversazione
-spiritosa o senza spirito mi è venuta in odio mortale. Tutto è secco
-fuori del nostro cuore; e questo non si esercita mai....„ E quando
-il fratello Carlo gli annunzia che è innamorato, egli se ne felicita:
-“Veramente non so qual migliore occupazione si possa trovare al mondo
-che quella di fare all'amore, sia di primavera o d'autunno; e certo
-che il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che girare,
-come io fo, attorno all'Apollo del Belvedere o alla Venere Capitolina.„
-Se, dunque, poco tempo dopo, di ritorno a Recanati, egli scrive al
-Melchiorri che è “ben sicuro di morire e di soffrire per tutt'altro che
-per una donna„, noi non lo potremo credere. Rallegratosi col fratello
-per la sua nuova fiamma, otto mesi dopo egli ammonisce il cugino:
-“Io sono troppo persuaso, non dico della vostra filosofia, perchè
-la filosofia in questi casi non serve, ma della vostra accortezza e
-cognizione del mondo, per credervi capace d'innamorarvi in modo che
-la passione vi possa inquietare. Caro Peppino, non siamo più a quei
-tempi. Nella primissima gioventù, questo ci può accadere; ma dopo fatta
-esperienza delle cose, è impossibile, o è troppo fuor di ragione.
-Un tempo addietro io era capacissimo di una passione furiosa: ne ho
-provate anch'io e per confessarvi la mia sciocchezza, vi dico che
-sono stato più volte vicinissimo ad ammazzarmi per ismania d'amore,
-ancorchè in verità non avessi altra cagione di disperarmi, che la mia
-immaginazione. Ma dopo l'esperienza, sono ben sicuro di morire e di
-soffrire per tutt'altro che per una donna. Farei torto al vostro buon
-giudizio se vi ricordassi che le donne non vagliono la pena di amarle e
-di patire per loro. Non posso credere che mi rispondiate che la vostra
-è diversa dall'altre. Questa è la risposta di tutti gl'innamorati,
-e non sarebbe degna di voi. Voi ed io dobbiamo tenere per assioma
-matematico che non v'è nè vi può esser donna degna di essere amata
-da vero.„ La contraddizione è tutta apparente: se egli parla ora da
-credente ora da scettico, ciò avviene perchè, con un bisogno prepotente
-d'amore, si sente condannato a non ottenerne mai. Non lo amano, ed egli
-accusa tutto il sesso muliebre; ma se è ingiusto con le donne, è anche
-ingiusto con sè stesso, dichiarandosi impotente ad amare quando invece
-è condannato a struggersi invano. “Sono molto contento,„ riscrive
-all'amico, “di vedervi questa volta un poco più quieto sopra la vostra
-passione. Di questa io non sarei capace, perchè il cuore, di cui voi
-mi parlate, è andato a spasso dopo tante esperienze d'uomini e di
-donne: ma non biasimo però chi è capace ancora di provarla e di amare
-da vero, anzi lo invidio e lo felicito, perchè l'amore, quantunque sia
-una pura illusione, ed abbia molti dolori, ha però un maggior numero
-di piaceri; e se fa molti danni, questi servono per pagare moltissimi
-diletti che ci procura. Sotto questo aspetto io approvo l'amore se
-bene non lo provo; ma quando poi esso ci dovesse fare infelici, non
-concederò mai che la ragione in un par vostro, e in qualunque uomo, sia
-filosofo, sia mondano, non debba potere, se non altro, indebolirlo....
-A' tempi nostri, in questi costumi, con questo carattere di donne,
-coi disinganni che ci hanno procurati tante cognizioni d'ogni genere
-intorno al cuore umano, non è possibile che un uomo di senno sia per
-lungo tempo la vittima di una passione ispirata da oggetti pieni di
-vanità e d'ogni sorta di tristizie.„
-
-Ma tanto egli arde, tale è la sua sete d'amore, che non trovando una
-donna di carne e d'ossa alla quale poter degnamente consacrare il suo
-culto, se ne foggia una con la fantasia.
-
- Viva mirarti omai
- Nulla speme m'avanza....
- .... Già sul novello
- Aprir di mia giornata incerta e bruna,
- Te viatrice in questo arido suolo
- Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
- Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
- Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
- Saria, così conforme, assai men bella.
-
-Egli dimentica che, essendo tanto poco amabile, non dovrebbe essere
-tanto esigente; la sua immaginazione è così fervida che vince la
-coscienza della sua miseria fisica: infermo, contraffatto, sogna
-una perfezione fuori dell'umano: egli è ancora quel romantico che,
-innamorato di una donna viva, la evita per contemplarla idealmente,
-temendo che la realtà ne distrugga l'incanto. Ma romanticismo,
-idealismo, delirii della fantasia: tutto cede all'istinto vitale.
-L'amore è un bisogno; egli deve amare, ed ama: e l'amor suo non
-è ricambiato; non dalla Basvecchi, non dalla Brighenti, non dalla
-Malvezzi. Udite che cosa desta costei in questo dispregiatore di
-tutto il genere femminile: “Sono entrato con una donna (Fiorentina
-di nascita) maritata in una delle principali famiglie di qui, in una
-relazione, che forma ora gran parte della mia vita. Non è giovane, ma
-è di una grazia e di uno spirito che (credilo a me, che finora l'avevo
-creduto impossibile) supplisce alla gioventù e crea un'illusione
-maravigliosa. Nei primi giorni che la conobbi, vissi in una specie
-di delirio e di febbre. Non abbiamo mai parlato di amore se non per
-ischerzo, ma viviamo insieme in un'amicizia tenera e sensibile, con
-un interesse scambievole, e un abbandono, che è come un amore senza
-inquietudine. Ha per me una stima altissima: se le leggo qualche mia
-cosa, spesso piange di cuore senz'affettazione; le lodi degli altri non
-hanno per me nessuna sostanza: le sue mi si convertono tutte in sangue,
-e mi restano nell'anima. Ama e intende molto le lettere e la filosofia;
-non ci manca mai materia di discorso, e quasi ogni sera io sono con
-lei dall'avemaria alla mezzanotte passata, e mi pare un momento. Ci
-confidiamo tutti i nostri secreti, ci riprendiamo, ci avvisiamo dei
-nostri difetti. In somma questa conoscenza forma e formerà un'epoca
-ben marcata della mia vita, perchè mi ha disingannato del disinganno,
-mi ha convinto che ci sono veramente al mondo dei piaceri che io
-credeva impossibili, e che io sono ancor capace d'illusioni stabili,
-malgrado la cognizione e l'assuefazione contraria così radicata, ed
-ha risuscitato il mio cuore dopo un sonno anzi una morte completa.„
-Teresa Carniani Malvezzi non è giovanetta, ignara della vita e
-dell'arte; è donna fatta, scrittrice, poetessa: dovrebbe sapere chi è
-l'uomo da cui è amata; se non gradisce l'amor suo perchè non glie lo
-fa intendere subito? Prima lo alletta; poi un bel giorno gli dichiara
-che le sue visite la seccano. “L'ultima volta che ebbi il piacere di
-vedervi,„ egli le scrive, “voi mi diceste così chiaramente che la mia
-conversazione da solo a sola vi annoiava, che non mi lasciaste luogo
-a nessun pretesto per ardire di continuarvi la frequenza delle mie
-visite. Non crediate ch'io mi chiami offeso; se volessi dolermi di
-qualche cosa, mi dorrei che i vostri atti, e le vostre parole, benchè
-chiare abbastanza, non fossero anche più chiare ed aperte....„ Questo
-egli chiede almeno: che non lo lusinghino, che gli dicano tosto di non
-volere, di non potere mai rispondere all'amor suo. E neppur questo può
-ottenere, mai.
-
-Nella stessa Bologna dove ha conosciuto la Malvezzi, nello stesso
-anno, incontra eguale fortuna con la Padovani, cantante giovane, bella
-e graziosa. Egli non va più da lei quando s'accorge che l'amor suo
-è sdegnato, e resiste alle dimostrazioni d'interesse con le quali
-quest'altra mal consigliata tenta di riparare alle repulse; poichè
-gli amici di lui temono che non sia guarito del tutto, egli dimostra
-— o tenta dimostrare — che non hanno ragione: “Non so perchè vogliate
-dubitare della mia costanza in tenermi lontano da quella donna. Quasi
-mi vergogno a dirti che essa, vedendo che io non andavo più da lei,
-mandò a domandarmi delle mie nuove, ed io non ci andai; che dopo
-alcuni giorni mandò ad invitarmi a pranzo, ed io non ci andai; che sono
-partito per Firenze senza vederla; che non l'ho mai veduta dopo la tua
-partenza da Bologna. Dico che mi vergogno a raccontarti questo, perchè
-par ch'io ti voglia provare una cosa di cui mi fai torto a dubitare.
-Certo che la gioventù, la bellezza, le grazie di quella strega sono
-tanto grandi, che ci vuol molta forza a resistere....„
-
-Egli trova questa forza; e glie ne va data tanto maggior lode,
-quanto più degne di biasimo sono coteste allettatrici, che vorrebbero
-tenerselo accosto non solo senza accordargli nulla, ma ridendo anche di
-lui.
-
- E voi, pupille tremule,
- Voi raggio sovrumano,
- So che splendete invano,
- Che in voi non brilla amor.
-
- Nessun ignoto ed intimo
- Affetto in voi non brilla:
- Non chiude una favilla
- Quel bianco petto in sè.
-
- Anzi d'altrui le tenere
- Cure suol porre in giuoco,
- E d'un celeste foco
- Disprezzo è la mercè.
-
-Allora egli si rivolge al passato, rievoca la figura della povera
-fanciulla morta sul fiore degli anni, della gentile che, se non l'amò,
-almeno non rise di lui: e questo è tutto il suo conforto: un mortuario
-ricordo:
-
- Rimembri ancora
- Quel tempo della tua vita mortale,
- Quando beltà splendea
- Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
- E tu, lieta e pensosa, il limitare
- Di gioventù salivi?
-
-Ella è morta; egli è inaridito, non aspetta se non la morte:
-
- Tu, misera, cadesti: e con la mano
- La fredda morte ed una tomba ignuda
- Mostravi di lontano....
-
-E s'inganna ancora! Egli non è giunto al termine delle sue prove. Se
-l'immaginazione lo ha troppo illuso, se l'esperienza lo ha troppo
-deluso, la triste vicenda non è ancora finita. Egli ha trent'anni.
-Quantunque la sua salute sia rovinata per sempre, pure la fiamma vitale
-non è ancora spenta. Ed è nato ad amare, come il suo Eleandro: “Sono
-nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai
-capire in anima umana.„ Eleandro, come lui, ha un bel dire: “Oggi,
-benchè non ancora, come vedete, in età naturalmente fredda, nè forse
-anco tepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorchè
-me stesso, per necessità di natura, e il meno possibile.„ Giacomo
-Leopardi, per suo proprio conto, in prima persona, griderà ancora: “Io
-non ho bisogno nè di stima, nè di gloria, nè d'altre cose simili; ma
-ho bisogno d'amore....„ La sua speranza che una donna finalmente lo
-intenda non può morire. Se non è mai stato amato, se non ha saputo,
-se non ha potuto esprimere i proprii sentimenti, gli basta, come a
-Consalvo, un lieto sguardo, una buona parola, perchè, ripetendoli mille
-e mille volte nel costante pensiero, egli viva e speri.
-
-Ed ecco la nuova allettatrice: Fanny Targioni-Tozzetti, che egli
-incontra a Firenze, nel 1830. In un salotto elegante tutto odoroso dei
-nuovi fiori primaverili, vestita del colore della bruna viola, ella lo
-accoglie amabilmente, e quasi ad eccitare i suoi desiderii scocca baci
-sulle labbra delle figliuoline stringendole al seno.
-
- Apparve
- Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio
- Divino al pensier mio.
-
-La fiamma che repentinamente lo investe è alta e gagliarda. Dal momento
-che l'ha veduta il pensiero di lei governa il suo cuore:
-
- Dolcissimo, possente,
- Dominator di mia profonda mente:
- Terribile, ma caro
- Dono del ciel; consorte
- Ai lugubri miei giorni,
- Pensier che innanzi a me sì spesso torni....
-
-Da questo momento, come per virtù d'incantesimo, tutte le altre sue
-cure, i tanti dolori, i ricordi, le aspettazioni, tutto svanisce:
-
- Ratti d'intorno intorno al par del lampo
- Gli altri pensieri miei
- Tutti si dileguâr. Siccome torre
- In solitario campo
- Tu stai solo, gigante....
-
- Che divenute son, fuor di te solo,
- Tutte l'opre terrene,
- Tutta intera la vita al guardo mio!
- Che intollerabil noia
- Gli ozi, i commerci usati,
- E di vano piacer la vana spene,
- Allato a quella gioia,
- Gioia celeste che da te mi viene!
-
-E se prima egli non temeva la morte, ora quasi la sfida e ne ride; e se
-il volgo gli parve spregevole, ora ogni atto indegno lo ferisce; e se
-la sua vita è stata un lungo martirio, è lieto d'averlo sopportato, ora
-che ottiene tal premio:
-
- Ed ancor tornerei,
- Così qual son de' nostri mali esperto,
- Verso un tal segno a incominciare il corso:
- Che tra le sabbie e tra il vipereo morso,
- Giammai finor sì stanco
- Per lo mortal deserto
- Non venni a te, che queste nostre pene
- Vincer non mi paresse un tanto bene.
-
-E amando egli solo, senza sapere ancora qual sorte è serbata all'amor
-suo, che slancio d'immaginazione, che superbe speranze:
-
- Che mondo mai, che nova
- Immensità, che paradiso è quello
- Là dove spesso il tuo stupendo incanto
- Parmi innalzar! dov'io
- Sott'altra luce che l'usata errando,
- Il mio terreno stato
- E tutto quanto il ver pongo in obblìo!
-
-Egli presente pure che anche questo è un sogno: ma sogno di natura
-divina; e se un tempo, amando la prima volta, fu stupito vedendo come
-per amore fosse tutt'in una volta “felice e miserando„, ora, con gli
-anni, coi disinganni, con le difficoltà di accogliere, dopo questa,
-nuove lusinghe, sente che il nuovo pensiero, “cagion diletta d'infinito
-affanno„, non sarà più sostituito.
-
-Manifesterà egli questa volta con parole, proverà questa volta coi
-fatti la passione sua? Egli sa che dovrebbe fare così; ma tutte le sue
-disgrazie sono aggravate: moralmente, la fiacchezza della volontà, la
-timidezza, la paura sono cresciute, sono diventate vera impotenza;
-fisicamente, dopo quindici anni di malattie, egli è l'ombra di sè
-stesso. Non sa far altro pertanto che pensare a lei; si studia di veder
-lei in quelli che le somigliano; per esserle gradito importuna tutti
-i suoi amici chiedendo loro autografi, giacchè ella ne fa raccolta. Ed
-ella, accogliendolo benignamente, godendo i vantaggi d'un'amicizia così
-grande, ride poi insieme con gli amici del “suo gobbetto....„
-
-L'infelice ignora le risa di lei. Seguìto a Roma l'amico Ranieri,
-si sente come in esilio; scrive alla donna del suo cuore una lettera
-dove la passione, nonostante la timidità, pure traspare: “Cara Fanny,
-Non vi ho scritto fin qui per non darvi noia, sapendo quanto siete
-occupata. Ma infine non vorrei che il silenzio vi paresse dimenticanza,
-benchè forse sappiate che il dimenticar voi non è facile. Mi pare
-che mi diceste un giorno, che spesso ai vostri amici migliori non
-rispondevate, agli altri sì, perchè di quelli eravate sicura che non
-si offenderebbero, come gli altri, del vostro silenzio. Fatemi tanto
-onore di trattarmi come uno de' vostri migliori amici, e se siete
-molto occupata, e se lo scrivere vi affatica, non mi rispondete....„ E
-lasciatosi andare a parlare della sua misantropia, si pente, s'incolpa:
-“Ma io ho torto di scrivere queste cose a voi, che siete bella, e
-privilegiata dalla natura a risplendere nella vita, e trionfare del
-destino umano. So che anche voi siete inclinata alla malinconia, come
-sono state sempre e come saranno in eterno, tutte le anime gentili e
-d'ingegno. Ma con tutta sincerità, e nonostante la mia filosofia vera
-e disperata, io credo che a voi la malinconia non convenga; cioè che
-quantunque naturale, non sia del tutto ragionevole. Almeno così vorrei
-che fosse.... Addio, cara Fanny; salutatemi le bambine. Se vi degnate
-di comandarmi, sapete che a me, come agli altri che vi conoscono, è
-una gioia e una gloria il servirvi.„ Tornato a Firenze, divampando la
-sua passione con nuova forza, egli comincia ad accorgersi che la donna
-lo tratta con insolita freddezza. Tante volte sì è ribellato: ora no,
-ora s'umilia; dinanzi a lei prima e sola piega l'altero capo, si mostra
-timido e tremante; e spia sommessamente ogni sua voglia, ogni parola,
-ogni atto; impallidisce ai suoi superbi fastidii; brilla in volto a
-un segno suo cortese; muta forma e colore ad ogni suo sguardo. Questa
-tenacia della speranza misurerà la forza della seguente disperazione.
-Già nell'agosto del '32, quando ella va a Livorno per i bagni, rimasto
-solo a Firenze, senza lei, senza l'amico, tormentato dalla passione
-impotente, costretto a fuggire la luce per il male degli occhi, le
-scrive: “Ranieri è sempre a Bologna, sempre occupato in quel suo amore
-che lo fa per più lati infelice. E pure certamente l'amore e la morte
-sono le sole cose belle che ha il mondo e le sole solissime degne di
-essere desiderate. Pensiamo, se l'amore fa l'uomo infelice, che faranno
-le altre cose che non sono nè belle nè degne dell'uomo....„ I suoi
-malanni crescono con la brutta stagione: ha il petto rotto dalla tosse,
-gli occhi quasi spenti: è un moribondo. Ella gli accorda ancora un poco
-di carità; e il disgraziato se ne contenta; quando il Ranieri, tornato
-a Firenze, gli rivela, forse per indurlo a lasciare questa città e a
-venirsene a Napoli con lui, che anche questa donna lo schernisce come
-tutte le altre....
-
-Allora perisce l'estremo inganno; la speranza e lo stesso desiderio
-di nuovi amori, dì nuovi inganni, si spegne; nessuna cosa gli pare che
-valga più i moti del suo cuore. Cotesta donna non ha saputo
-
- Che smisurato amor, che affanni intensi,
- Che indicibili moti e che deliri
- Movesti in me; nè verrà tempo alcuno
- Che tu l'intenda. In simil guisa ignora
- Esecutor di musici concenti
- Quel ch'ei con mano e con la voce adopra
- In chi l'ascolta.
-
-La donna amata è come morta per lui. Quantunque realmente ella viva,
-
- Bella non solo ancor, ma bella tanto,
- Al parer mio, che tutte l'altre avanzi,
-
-la creatura viva non gli è più nulla; egli sente, ultimo disinganno,
-ultimo dolore, d'avere amato non la persona reale di lei, ma l'immagine
-che l'innamorata fantasia glie ne dipinse:
-
- Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque
- Sua celeste beltà, ch'io, per insino
- Già dal principio conoscente e chiaro
- Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi.
- Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi,
- Cúpido ti seguii finch'ella visse,
- Ingannato non già, ma dal piacere
- Di quella dolce somiglianza un lungo
- Servaggio ed aspro a tollerar condotto.
-
-Uscendo pertanto dall'ultima passione della sua vita, egli s'accorge
-che l'amor suo è stato “un lungo vaneggiare„; come quando, fanciullo
-ancora, pensando che il primo suo vano amore gli aveva fatto giudicar
-vani gli studii aveva concluso:
-
- Deh quanto in verità vani siam nui!
-
-Ma oramai egli è giunto sulle soglie della morte. E quando muore
-portando con sè sotterra, dopo aver tanto spasimato, la sua verginità;
-se pure Marianna Brighenti, che non lo ha allettato, ricusa pudicamente
-di far vedere ai curiosi la sola lettera d'amore che egli le scrisse;
-costei, la Targioni, la donna più ardentemente idoleggiata, il cui
-nome vero vive nella memoria degli uomini per l'amore di lui che l'ha
-cantata col nome di Aspasia; questa donna che ha avuto pochi scrupoli
-nella vita, che ha molto e liberamente amato, scrive al Ranieri dopo
-che il poeta è morto: “Molti ammiratori del povero Leopardi dimoranti
-in Parma mi hanno più volte chiesto e richiesto chi sia l'Aspasia
-su cui quell'insigne poeta scrisse canzone. Per carità, ditemelo voi
-se lo sapete, per togliermi da una filastrocca di lettere inutili e
-noiose....„
-
-
-
-
-III.
-
-LA FAMIGLIA.
-
-
-Se in tutto tranne che nell'amore ciascuno basta a sè stesso, l'uomo
-non è già solo nel mondo, la sua felicità dipende in gran parte da chi
-gli sta intorno. Tutto il genere umano può essere ed è considerato
-da alcuni filosofi come un essere vivente del quale ogni individuo
-è una cellula e i gruppi d'individui sono gli organi. La solidarietà
-tra gli uomini, tra le cellule umane, è tanto più salda, quanto più
-essi sono vicini: il gruppo più stretto è la famiglia. Da essa dipende
-l'educazione del cuore; la condizione dei parenti nel mondo è anche
-quella del giovane sino al giorno che egli può provvedere a sè stesso.
-Come è educato Giacomo Leopardi? In che stato sociale si trova?
-
-Sua madre fu giudicata — e nessuno ha interposto appello al giudizio
-— donna di propositi virili più che di tenerezze materne. Un che
-di virile era nel suo aspetto, come maschile era qualche parte del
-suo vestito, gli stivali, il berretto. Ella fece pesare la dura sua
-autorità, prima che sui figli, sul marito. “Si dette il caso,„ narra
-Paolina Leopardi, “quand'io era piccina piccina, o anche forse quando
-non ero nemmeno nata, che la gonna di mia madre s'intrecciò fra le
-gambe di mio padre, non so come. Ebbene, non è stato più possibile
-ch'egli abbia potuto distrigarsene.„ Entrata in casa Leopardi, ella ne
-trova il patrimonio quasi sommerso nei debiti; saggiamente, ma anche
-tirannicamente, impone un'economia severissima. A nessuno consente
-di disporre di nulla; a nessuno manifesta quei sentimenti di calda e
-vivace affezione che sono la gioia della casa. Se i suoi bambini si
-lagnano di qualche dolore, le sole parole di consolazione che sappia
-dir loro sono queste: “Offritelo a Gesù.„ Quando sono grandi, apre
-e trattiene le loro lettere. Non una volta li stringe al cuore; “lo
-sguardo„ scrive Carlo Leopardi, “era la sola sua carezza.„ E Paolina:
-“Fra gli altri motivi che hanno renduto così trista la mia vita e che
-hanno disseccato in me le sorgenti dell'allegria e della vivacità....
-uno è l'avere in mammà una persona ultrarigorista, un vero eccesso di
-perfezione cristiana, la quale non potete immaginare quanta dose di
-severità metta in tutti i dettagli della vita domestica.„
-
-Tale è la madre, la creatura che dovrebbe prima d'ogni altra sorridere
-al frutto delle proprie viscere, che ne dovrebbe cullare i sogni
-e lenire i dolori. Giacomo, come è rimasto dinanzi a lei timido e
-quasi pauroso, così lontano da lei non ardisce scriverle, sicuro di
-annoiarla; nelle sue rarissime e brevissime letterine, ella non pensa
-se non a rammentargli di tenere una buona condotta; e una volta lo
-chiama anche “figlio d'oro„; ma quando? Quando crede che la professione
-letteraria abbia dischiuso al giovane una miniera d'oro, rendendo
-inutile l'assegno della famiglia. E lo eccita a continuarle il suo
-affetto “_sincero_„, sottolineando la parola certo perchè dubita della
-sincerità dell'amore del figlio e se ne duole; ma di chi è la colpa, se
-non sua propria? Come vorrebbe che il figlio si lasciasse trasportare
-dall'amore, se ella stessa non l'ha amato, o l'ha amato a suo modo,
-moderando, reprimendo i moti del suo cuore materno?
-
-Il padre, Monaldo Leopardi, è uomo d'ingegno fuor del comune e di
-cuore amorevole; ma, oltrechè non dispone della propria volontà,
-obbedendo sempre ed in tutto alla moglie, egli intende anche la vita
-al modo antico: non sa, non vuol sapere, non vuol sentire nulla di
-quel che accade nel mondo rinnovato. Come Giacomo, egli vede due
-secoli armati l'uno contro l'altro; ma se soffre di questa lotta, la
-sua sofferenza non deriva, come quella di Giacomo, dal contrasto delle
-opposte sollecitazioni: egli non prova altro che ira e sdegno contro
-tutte le novità. Al figliuolo somiglia per metà: gli ha dato l'amore
-dell'antico, la severità del pensiero indagatore, la pazienza delle
-ricerche lunghe e minute, il senso dell'ordine e della disciplina. Il
-gusto delle contraffazioni di vecchie scritture è comune a Monaldo e a
-Giacomo. Il padre trasmette non soltanto a lui, ma anche all'altro suo
-figlio Carlo la sua disposizione al riso: come egli profonde le celie
-nei suoi scritti, e motteggia nella conversazione di tutti i giorni,
-e muore scherzando col sacerdote nell'agonia; così Carlo è celebre
-per le sue arguzie e lascia un libro di epigrammi molto pungenti; così
-Giacomo, che esce spesso nel discorso e nelle lettere in motti felici,
-si servirà come più tardi vedremo di questa sua nativa attitudine.
-Ancora: nel deridere il troppo vantato progresso delle scienze e delle
-arti padre e figlio si rassomigliano; il giudizio che danno intorno
-alla Roma dei loro tempi è identico. Con tanti tratti comuni non
-dovrebbero essi accordarsi?
-
-L'influenza di ogni uomo sopra il proprio simile si può esercitare
-in due modi: o per conformità, quando noi siamo persuasi ad imitare
-gli esempii che ci sono proposti; o per opposizione, quando siamo
-spinti a fare il contrario. Nell'adolescenza, nel tempo che Giacomo
-s'immerge negli studii filologici, severissimamente, da vecchio,
-egli si uniforma agli esempii paterni; perchè questo accordo durasse
-che cosa sarebbe necessario? Che il padre, secondasse a sua volta il
-figlio nel sentimento poetico della vita nel generoso ardor giovanile,
-che comprendesse le sue inquietudini, che lenisse la sua malinconia.
-Lo ha procreato a ventidue anni; non potrebbe esserne il fratello
-maggiore, non dovrebbe esserne l'amico? Ciò gli è impossibile. Se
-gli somiglia tanto da una parte, non gli somiglia niente dall'altra.
-La sua sensibilità morale è molto più ottusa, la sua fantasia è
-molto più sterile; la musica non gli dice nulla; i sentimenti nuovi,
-indeterminati, dei quali soffre e gode la nuova generazione, gli sono
-sconosciuti: alle idee nuove è inaccessibile. Non solo cattolico, ma
-suddito fedele del Papa, il cui governo chiama “dolcissimo„, è un vero
-“guelfo del diciannovesimo secolo.„ Va con la spada al fianco, come
-i cavalieri antichi. “Il prestigio della novità non mi ha sedotto, le
-lusinghe della rivoluzione mi hanno lasciato inconcusso, non ho sieduto
-nel concistoro degli empii, e non ho alzato la voce dalla cattedra
-della pestilenza.„ Tanto ogni novità lo sdegna, tanto è fedele alle
-opinioni dei tempi passati, che nega il sistema copernicano: se Galileo
-ha riso di Ticone, egli si augura che venga qualcuno il quale rida di
-Galileo e restituisca alla terra “l'antico onore„ considerandola ancora
-come centro dell'universo, “liberandola dal fastidio di tanti moti.„
-Udite le sue argomentazioni: “Imperciocchè, alle fine dei conti il
-Galilei non ha potuto viaggiare in persona nei tropici e nell'equatore,
-ma ha dovuto contentarsi di considerare le cose da lontano alquanti
-milioni di miglia; e quel sistema secondo il quale per dividere i
-giorni e le notti vogliamo che la terra si rivolti ogni 24 ore intorno
-al suo asse come l'arrosto intorno allo spiedo, per compiere il corso
-dell'anno le facciamo fare un giro immenso in 365 giorni all'incirca e
-per accomodare le stagioni la costringiamo a starsene sempre giocando
-all'altalena, con alzare e abbassare i suoi poli.... questo sistema non
-toglie il desiderio di rinvenire una teoria meno lambiccata.„
-
-Con queste disposizioni della mente, egli non è capace d'indulgenza,
-di sopportazione: confessa ingenuamente che le sue buone qualità
-“sono bilanciate da un orgoglio smisurato che le troppe lodi datemi
-nell'adolescenza avevano fomentato e che mi rendeva ambizioso di
-superare tutti in tutto.„ Riconosce che “l'abitudine di sovrastare m'è
-sempre rimasta e mi adatto malissimo, anzi non mi adatto in modo veruno
-alle seconde parti. Voglio piegarmi, voglio esser docile, rimettermi
-e tacere; ma in sostanza tutto quello che mi ha avvicinato ha fatto
-a modo mio, e quello che non si è fatto a modo mio mi è sembrato mal
-fatto.„ Che cosa può egli dunque intendere delle ansie, dei desiderii,
-dei bisogni del figlio? Può il figlio, ardente, vivace, inquieto,
-adattarsi sempre alla freddezza, alla calma, alla rigidità del padre?
-Se tanta parte dello spirito del padre è nel figlio; se questi per
-le facoltà più serie della mente, per la profondità della cultura
-classica, per la capacità di disciplina, può essere sollecitato a
-seguire gli esempii del padre; la cieca intransigenza di Monaldo non
-deve poi ottenere l'effetto contrario, di spingerlo per la via opposta?
-Tra queste due anime la lotta non deve fatalmente impegnarsi?
-
-La lotta si accese, e fu grave e scandalosa; e se molti diedero tutta
-la colpa al padre, non pochi anche oggi vedono nella ribellione di
-Giacomo il sintomo dell'ingratitudine, dell'aridità del suo cuore.
-Prima di esaminare i rapporti del padre e del figlio, notiamo come uno
-scandalo simile a quello avvenuto in casa Leopardi non fosse senza
-esempio, a quel tempo. Se, quantunque rassomigliandosi e amandosi
-sommamente, un germe di discordia ha potuto sempre insinuarsi tra i
-genitori ed i figli, perchè altri sono i sentimenti e le opinioni dei
-giovani, altri quelli dei vecchi; questo contrasto è più sensibile
-al principio dell'êra contemporanea. Quando tutti i poteri e tutti
-i principii cominciano ad essere oggetto di esame, anche la potestà
-paterna è posta in forse; come i popoli si ribellano ai re, così i
-figli si ribellano ai padri. “I consigli della vecchiezza„ scrive
-Vauvenargues, “rischiarano senza riscaldare, come il sole d'inverno„;
-immagine che Stendhal doveva far sua: quello Stendhal che, odiando il
-padre ed essendone odiato, doveva anche scrivere per proprio conto:
-“I genitori e i maestri sono i nostri primi nemici quando entriamo nel
-mondo.„ E il più mite Vauvenargues così precisa il proprio pensiero: “I
-giovani soffrono non tanto dei proprii errori quanto della prudenza dei
-vecchi.... L'ordinario pretesto di coloro che fanno l'infelicità degli
-altri è che vogliono il loro bene....„ Beniamino Constant, educato
-da un padre che reprime i moti del cuore per mostrarsi severo, fugge
-dalla casa paterna; il suo _Adolfo_ attribuisce la propria malinconia
-all'educazione ricevuta dal padre, uomo generoso ma rigido, presso
-al quale egli non prova altro che soggezione. Senancour scappa in
-Isvizzera per sottrarsi allo stato ecclesiastico al quale è destinato
-dalla famiglia; Lamartine evade dalla casa di educazione, dove è sul
-punto di uccidersi.
-
- Pères, de vos enfants ne forcez point les voeux:
- Le ciel vous les donna, mais pour les rendre heureux,
-
-aveva ammonito il dolente Chénier, invano. Molti filosofi hanno
-affermato che l'unico sentimento naturale, fondato sopra un istinto
-prepotente, è l'amor proprio; e che tutti gli altri, anche quelli
-che sembrano più disinteressati, sono forme più o meno larvate di
-egoismo; questa sentenza è confermata più spesso che non dovrebbe nel
-caso dell'amor paterno. Dai figli che debbono loro la vita, che sono
-come una viva parte della loro persona, e che perciò essi amano sopra
-ogni altra cosa al mondo, i genitori pretendono un affetto cieco che
-rinunzii ad ogni volontà e ad ogni velleità e incondizionatamente
-si sottoponga. Di questa qualità fu l'amor paterno di Monaldo, con
-l'aggravante della resistenza da lui opposta alle innovazioni. Il
-fondamento dei vincoli sociali che egli vede minacciato è la famiglia;
-nella famiglia, nella potestà paterna, è l'origine di tutte quelle
-altre potestà contro le quali egli vede far impeto: quindi, se anche
-per indole non fosse portato a comandare, terrebbe sempre alta la
-sua autorità per convinzione. Il suo concetto dell'autorità paterna
-è quello biblico: _Filii tibi sunt; erudi illos, et curva illos a
-pueritia illorum._ Egli esegue letteralmente il precetto: stabilito di
-avviar Giacomo per la carriera ecclesiastica, a dodici anni gli fa dare
-il primo degli ordini minori. _Ne des illi potestatem in iuventute, et
-ne despicias cogitatus illius:_ mai, “_letteralmente mai_„, egli lo
-lascia solo. Amandolo teneramente, teme che le vivaci manifestazioni
-dell'amor suo scemino il suo prestigio di padre; quindi le contiene e
-le reprime. Quando è riuscito troppo bene in quest'opera, anch'egli
-si duole, come la moglie, anzi con più cordiale sincerità, di ciò
-che ne è l'effetto naturalissimo; perchè vorrebbe, ma non può essere
-trattato con piena confidenza da Giacomo. “Mi pare che le lettere mie
-siano di molestia a voi, e che voi diate ad esse un riscontro stirato
-stirato come i versi latini dei ragazzi; quasi che il vostro cuore
-trovasse un qualche inciampo per accostarsi al mio, il quale vorrebbe
-esser veduto da voi una volta sola e per un solo lampo, e questo gli
-basterebbe.„ E al padre amante il figlio devoto tosto risponde: “Le
-dico e le protesto con tutta la possibile verità, innanzi a Dio, che io
-l'amo teneramente quanto è o fu mai possibile a figlio alcuno di amare
-suo padre; che io conosco chiarissimamente l'amore che ella mi porta,
-e che a' suoi benefizi e alla sua tenerezza io sento una gratitudine
-tanto intima e viva quanto può mai essere gratitudine umana.... Se poi
-ella desidera qualche volta in me più di confidenza e più dimostrazioni
-d'intimità verso lei, la mancanza di queste cose non procede da altro
-che dall'abitudine contratta sino dall'infanzia, abitudine imperiosa
-e invincibile perchè troppo antica e cominciata troppo per tempo.„ È
-triste, dolorosa e quasi tragica per queste due anime l'impossibilità
-di confondersi nell'impeto dell'affetto che pure entrambe le spinge. Ma
-non ha il padre volontariamente contenuto l'affetto suo? Come si può
-dolere se ha impedite le ingenue manifestazioni di quello del figlio?
-Egli vuole che il figlio lo tratti con intimità quando gli dà del
-_voi_, quando lo ha educato a dargli del _lei_; quando per rispetto
-ai principii, alla tradizione, non gli ha dato mai nessun esempio di
-confidente abbandono!
-
-Gli effetti di questa educazione sono molto più gravi che Monaldo
-non sospetti. L'anima sensitiva che avrebbe bisogno di espandersi,
-si chiude invece in sè stessa: l'apparente severità del padre e la
-reale soggezione nella quale è tenuto producono questo effetto: che
-il giovanetto si sente quasi estraneo nella famiglia, e alteramente
-ricusa di ricorrere ad essa quando ne ha bisogno. “Io tra il non
-avere e il domandare scelgo il non avere, eccetto se la necessità
-de' miei studi o la voglia troppo ardente di leggere qualche libro
-non mi sforza.... Circa a mio padre, io mi son fatto durissimo al
-domandare, e non mi ci so risolvere a nessun patto.„ Tanto più egli
-si afferma in questo proponimento, quanto più vede inutili le sue
-richieste e le sue preghiere. Il Giordani gli consiglia, per salute,
-di cavalcare; e questo è uno dei pochissimi esercizii ai quali sarebbe
-adatto e che egli farebbe volentieri, perchè gli altri, più energici,
-lo ammazzerebbero; ma non gli è dato. I parenti, ai quali sarebbe
-spettato di moderare gli enormi suoi studii, non intendono metter
-opera a correggerne gli effetti funesti. Egli non cessa di lagnarsi con
-l'amico: “Avrei sommo bisogno di distrazioni, ma non ne ho: oimè! mi
-ridarebbero la salute e la vita.„ E ancora: “Con quel medesimo studio
-che m'ha voluto uccidere, con quello tenermi chiuso a solo a solo,
-vedete come sia prudenza! e lasciarmi alla malinconia, e lasciarmi a
-me stesso che sono il mio spietatissimo carnefice....„ Egli non ha
-“un baiocco da spendere„, e il padre non gli concede se non quelle
-cose che la sua sapienza paterna, e quella della moglie, giudicano
-convenienti. Compiacendosi del genio del figlio, lo tratta poi da
-bambino e ride tranquillamente di lui se questo genio, sentendosi
-a disagio nel paesuccio natale, chiede di andarne via. Non è un
-capriccio quello che spinge Giacomo fuori di Recanati, ma una precisa
-necessità. Vedremo più tardi di che disagio morale vi soffrisse; ma
-alle sue sofferenze fisiche, alle sue malattie nervose la distrazione
-dei viaggi, la novità dei climi sarebbe il solo rimedio efficace.
-E la madre, arbitra dell'impiego delle sostanze, non vuol dargli un
-assegno. Senza dispendio della casa, mettendo in opera le influenze
-della nobile parentela, il giovanetto erudito sa che potrebbe ottenere
-uno stato a Roma o altrove: il padre vuol tenerselo accanto. “Il mio
-sentimento,„ scrive al cognato che intercede per il nipote, “è che egli
-sia men dotto, _ma sia di suo padre_.„ Sottolinea egli stesso. Egli
-pretende che Giacomo viva “tranquillo e lieto dove lo ha collocato la
-Provvidenza.„ La Provvidenza non può sbagliare; egli è infallibile. E
-il figlio sfoga l'animo suo col Giordani: “Solamente che avesse voluto
-chi dovrebbe volere, e non volendo dice agli altri ed a se stesso di
-non potere, è cosa palpabile che da gran tempo avremmo ottenuto il
-nostro desiderio. Ma non vogliono nè vorranno mai se non quando noi
-gli sforzeremo; sono contenti di vederci in questo stato; in questo
-vorrebbero di tutto cuore che morissimo: si pentono di averci lasciato
-studiare, dicono formalmente in presenza nostra che hanno conosciuto
-i danni del sapere, al nostro fratello minore danno appostatamente e
-palesemente educazione e genio e strumenti da falegname, e i nostri
-desiderii paiono stravaganze, e voglie pazze e intollerabili, a chi?
-non parlo degli altri che son vissuti e vivono essi come vorrebbero
-che vivessimo noi, dico a quel nostro zio che di dodici anni andò
-paggio alla corte di Baviera, tornato di diciotto visse per lo più in
-Roma finattanto che deputato della provincia a Napoleone e proposto
-per senatore, fatto cavaliere poi barone poi ciamberlano, andò due
-volte a Parigi e alla corte, ora ha stabilito il suo domicilio a
-Roma, trasferitaci tutta la sua famiglia, e persuasi a trasferircisi
-tutti i suoi fratelli e tutta la famiglia di una sorella assai meno
-comoda della nostra, ed ha avuto la sfacciataggine di dirmi più volte
-spontaneamente che sapeva di non potere educar bene i suoi figli se non
-fuori di qui, e poi scrivermi una lunga lettera per provarmi che io la
-fo da ignorante e da stolto pensando solamente d'uscire di Recanati.„
-
-Se le sue parole sono dure, non è duro il suo cuore. Di che amore
-ripagherebbe i genitori se questi fossero altri, si può argomentare
-dalla forza del suo affetto fraterno. L'amore del fratello e della
-sorella è la sua grande consolazione. Carlo, minore di lui di un solo
-anno, con lui allevato sin dalle fasce, è “un altro me stesso„, è il
-suo “confidente universale„, gli è “sinonimo di vita„; insieme fanno
-“una stessa persona ipostatica.„ Tuttavia non mancano i motivi di
-discordia, “non per l'inclinazione, amando lui gli stessi studi che
-io, ma per le opinioni.... Questi è il solo solissimo con cui apro
-bocca per parlare degli studi; il che spesso si fa, e più spesso si
-farebbe se si potesse senza dispute, le quali sono fratellevoli ma
-calde.„ L'origine delle controversie che egli non può numerare “perchè
-sono infinite„, è ancora nel conflitto generale delle menti. Carlo
-è romantico senz'altro; dinanzi a lui, udendo le sue esagerazioni,
-Giacomo si afferma ancora più nel suo sdegno contro i principii moderni
-dei quali crede di essersi liberato interamente; e si duole che il
-fratello ami poco gli antichi, e molto gli stranieri e moltissimo
-i Francesi; egli si accosta pertanto alle opinioni del padre; ma
-rispettoso del passato dinanzi all'iconoclasta fratello, è nel tempo
-stesso rivoluzionario dinanzi al padre codino. Questa contraddizione
-si spiega ancora con l'intimo dissidio che trovammo in lui: egli pensa
-differentemente dal fratello e dal padre non già perchè rifugge dai
-loro opposti eccessi ed ama un ragionevole temperamento; ma perchè,
-simile al fratello nell'ansia giovanile e poetica del nuovo, c'è anche
-in lui un filosofo, un vecchio, che protesta; e perchè, simile al padre
-in una certa rigidezza di principii, c'è in lui un giovane ardente che
-si ribella. L'affetto familiare avrebbe potuto rendere sopportabile
-e conciliare i suoi contrasti; l'affetto realmente sempre concilia i
-fratelli e rende esemplare il loro legame. Lontano da Carlo, Giacomo
-gli scrive: “Nessuna amicizia sarà mai e poi mai eguale alla nostra,
-ch'è fondata in tante rimembranze, che è antica quanto la nostra
-nascita.... Tu, l'amor tuo, il pensiero di te, siete come la colonna
-e l'ancora della mia vita. Ogni parte di questa si riferisce là come
-a un centro.... Se quella fede teologica, anzi quella coesistenza che
-noi abbiamo insieme, fosse mai sospesa; io non sarei più quello di
-adesso; la mia esistenza non avrebbe più il suo fondamento; e tutto
-il mondo cambierebbe faccia per me in un colpo....„ Che cosa sarebbe
-occorso perchè questa capacità d'affezione familiare si volgesse anche
-al padre? Nient'altro che questi avesse trattato il figlio con quella
-confidenza, con quella cordialità, che pretendeva da lui.
-
-Egli avrebbe potuto giovargli moralmente. L'intima resistenza che
-Giacomo opponeva alla moda romantica, il suo culto dell'antichità,
-l'istintivo rispetto delle tradizioni avrebbero potuto essere
-fortificati per opera di un altro padre; Monaldo, con la sua severità,
-con le sue continue opposizioni, fa tutto il contrario. Egli non ha
-riguardo alla situazione morale di nessuno dei figli. Dell'ansia
-di Carlo, della forza con la quale il contagio romantico gli si è
-comunicato, già sappiamo qualche cosa. A quindici anni scrive: “Non
-mi è possibile esprimere il trasporto, l'affetto, l'ammirazione,
-la compiacenza, l'entusiasmo che io provai nel leggere il _Genio
-del Cristianesimo_ del signor Chateaubriand. Chi mai, dicevo fra me
-stesso, è giunto a questa penetrazione sì grande del cuore umano,
-e del cuore più delicato e sensibile, a questa pittura sì viva e sì
-naturale dei suoi più piccoli movimenti?... Son rimasto per più giorni
-in un'estasi di meraviglia e di commozione, d'invidia.... No, non si
-cancellerà giammai dal mio animo la profonda impressione cagionatami
-dalla lettura di quest'opera che mi ha fatto passare i più bei momenti
-della mia vita, e rimaner lungo tempo in una situazione qual mai
-più ho provata di stupore, di elevazione, di turbamento per me nuovo
-affatto e sconosciuto, e che sarebbe tuttora egualmente vivo, se il
-tempo e le distrazioni e gli oggetti e le occupazioni diverse non ne
-raffreddassero la sensazione, non però mai la memoria, la quale resterà
-perpetuamente ad eternare le traccie di ammirazione, di rispetto ed
-anche di utilità e di profitto....„ Egli si crede “soldato agguerrito
-contro tutte le disgrazie umane„, pensa che la morte del piacere
-e la nascita della noia, “mostro orribile„, sia dovuta al vivere
-antinaturale, “senza azione, senza meta, senza educazione fisica, senza
-sviluppo di azioni gigantesche.„ Paolina è vera sorella di Carlo e di
-Giacomo: ella non ha riso “_mai_ appunto perchè non mi sono contentata
-di ridere solamente: io voglio ridere e piangere insieme: amare e
-disperarmi, ma amare sempre, ed essere amata egualmente, salire al
-terzo cielo, poi precipitare....„
-
-Chiamiamoli infermi, e folli se pur si vuole: non per questo sarà meno
-necessario trattare questi straordinarii fanciulli con illuminata
-tenerezza, con gelosa bontà, con indulgente premura. Ma la madre,
-quella che più di ogni altro sarebbe in grado di consolarli, non
-sa dire una buona parola; e il padre, quantunque tanto migliore di
-lei, pure li disconosce e li sottomette. Sarà da stupire se essi
-esprimeranno il loro scontento con parole roventi? Carlo dirà di sè
-stesso che non è niente, non ha niente, non fa niente e non ama niente.
-“Pensando a' miei casi, io rido di quel riso che usava Democrito, e che
-è il solo pianto che gli uomini del mio temperamento possono accordare
-a sè stessi. Costoro non sarebbero ora lontani dall'ammogliarmi....„
-_Costoro_ sono i genitori; egli significa in modo anche più duro lo
-scontento suo e dei suoi fratelli quando esclama: “Siamo veri animali
-domestici, mantenuti a tanto per giorno; e perchè ci nutrite?...„
-Non meno triste e sdegnata è Paolina: nel '23, a ventitrè anni,
-dice di non avere altro desiderio se non quello di non arrivare alla
-fine dell'anno, “ed è questo desiderio concepito con il più intimo
-sentimento del cuore, e voi lo crederete bene conoscendo me e quelli
-che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo
-di vita, che non ne posso più; ed il peggio è il non avere alcuna
-speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a
-questo stato altro che la morte, e venga anzi prestissimo, che sempre
-sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi assicurassero di morire domani
-forse dalla consolazione non ci arriverei.„ L'anno passa, ne passano
-molti altri, e la sua condizione peggiora. Nel '31 scrive che “non se
-ne può più affatto affatto. Io vorrei che tu potessi stare un giorno
-solo in casa mia, per prendere un'idea del come si possa vivere senza
-vita, senza anima, senza corpo. Io conto di essere morta da lungo
-tempo; quando perdei ogni speranza, dopo aver sperato tanto tempo
-inutilmente, allora morii — ora mi pare di esser divenuta cadavere,
-e che mi rimanga solo l'anima, anch'essa mezzo morta poichè priva di
-sensazioni di qualunque sorta.„
-
-Tale è la condizione dei figli. Nulla modifica la volontà e l'animo
-dei loro genitori. Giacomo, il più travagliato di tutti, vede che
-nè l'eloquenza “di Pericle, di Demostene, di Cicerone, di qualunque
-massimo oratore, nè della stessa Persuasione„ rimuoverebbe il padre
-dall'ostinato proposito di non dargli “un mezzo baiocco„ fuori di
-casa. Se egli vuole uscire da Recanati, deve mendicare.... a meno che
-non aspetti la morte del padre. L'empio pensiero lo spaventa: allora
-egli delibera di fuggire. La sua volontà infiacchita e repressa per
-cause intrinseche ed estrinseche dà un ultimo lampo. Egli matura il
-piano della fuga: scrive al conte Broglio d'Ajano perchè gli mandi
-un passaporto per Milano; comunica la sua risoluzione al fratello
-per lettera, senza chiedergli consiglio, “perchè il consiglio giova
-all'uomo irresoluto, ma al risoluto non può altro che nuocere: ed io
-sapeva che tu avresti disapprovata la mia risoluzione. Sono stanco
-della prudenza, che non ci poteva condurre se non a perdere la nostra
-gioventù, ch'è un bene che più non si riacquista.... Se m'ami,
-ti devi rallegrare: e quando io non guadagnassi altro che d'esser
-pienamente infelice, sarei soddisfatto, perchè sai che la mediocrità
-non è per noi.... Addio. Abbraccia questo sventurato. Non dubitare,
-non sarai tu così. Oh quanto meriti più di me! Che sono io? Un uomo
-proprio da nulla. Lo vedo e lo sento vivissimamente, e questo pure
-m'ha determinato a far quello che son per fare, affine di fuggire la
-considerazione di me stesso, che mi fa nausea. Finattantochè mi sono
-stimato, sono stato più cauto; ora che mi disprezzo, non trovo altro
-conforto che di gittarmi alla ventura, e cercar pericoli, come cosa di
-niun valore. Consegna l'inclusa a mio padre. Domanda perdono a lui,
-domanda perdono a mia madre in mio nome. Fallo di cuore, che te ne
-prego, e così fo io collo spirito. Era meglio (umanamente parlando)
-per loro e per me, ch'io non fossi nato, o fossi morto assai prima
-d'ora. Così ha voluto la nostra disgrazia....„ Al padre comincia col
-dire: “Sebbene dopo aver saputo quello ch'io avrò fatto, questo foglio
-le possa parere indegno d'esser letto, a ogni modo spero nella sua
-benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di
-un figlio che l'ha sempre amato e l'ama, e si duole infinitamente
-di doverle dispiacere....„ In quest'attitudine umile persevera
-finchè ricorda la prudenza, l'astinenza da ogni piacere giovanile,
-l'ubbidienza e la sommessione ai genitori che egli ha sempre usate,
-e il giudizio che del suo ingegno hanno portato uomini stimabili e
-famosi. Ma a poco a poco la coscienza di sè, lo sdegno per non essere
-stato compreso si esprimono vivacemente. “Ella non ignora che quanti
-hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente
-con le sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche
-cosa non affatto ordinaria, se si fossero dati quei mezzi che nella
-presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati
-indispensabili per far riuscire un giovane che desse anche mediocri
-speranze di sè.... Certamente non l'è ignoto che non solo in qualunque
-città alquanto viva, ma in questa medesima, non è quasi giovane di 17
-anni che dai suoi genitori non sia preso di mira, affine di collocarlo
-in quel modo che più gli conviene: e taccio poi della libertà ch'essi
-_tutti_ hanno in quell'età, nella mia condizione, libertà di cui non
-era appena un terzo quella che mi s'accordava a 21 anno.... Contuttochè
-si credesse da molti che il mio intelletto spargesse alquanto più che
-un barlume, ella tuttavia mi giudicò indegno che un padre dovesse far
-sacrifizi per me, nè le parve che il bene della mia vita presente e
-futura valesse qualche alterazione al suo piano di famiglia.„ E a poco
-a poco il suo sdegno prorompe con espressioni tanto più forti, quanto
-più misurate: “Io vedeva i miei parenti scherzare cogl'impieghi che
-ottenevano dal Sovrano, e sperando che avrebbero potuto impegnarsi
-con affetto anche per me, domandai che per lo meno mi si procacciasse
-qualche mezzo di vivere in maniera adattata alle mie circostanze,
-senza che per ciò fossi a carico della mia famiglia. Fui accolto colle
-risa, ed ella non credè che le sue relazioni, in somma le sue cure
-si dovessero neppur esse impiegare per uno stabilimento competente di
-questo suo figlio. Io sapeva bene i progetti ch'ella formava su di noi,
-e come per assicurare la felicità di una cosa ch'io non conosco, ma
-sento chiamare casa e famiglia, ella esigeva da noi due il sacrifizio,
-non di roba nè di cure, ma delle nostre inclinazioni, della nostra
-gioventù, e di tutta la nostra vita. Il quale essendo io certo ch'ella
-nè da Carlo nè da me avrebbe mai potuto ottenere, non mi restava
-nessuna considerazione a fare su questi progetti, e non potea prenderli
-per mia norma in verun modo. Ella conosceva ancora la miserabilissima
-vita ch'io menava per le orribili malinconie, ed i tormenti di nuovo
-genere che mi procurava la mia strana immaginazione, e non poteva
-ignorare quello ch'era più ch'evidente, cioè che a questo, ed alla
-mia salute che ne soffriva visibilmente, e ne sofferse sino da quando
-mi si formò questa misera complessione, non v'era assolutamente altro
-rimedio che distrazioni potenti, e tutto quello che in Recanati non si
-poteva mai ritrovare.... Non tardai molto ad avvedermi che qualunque
-possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo
-proposito, e che la fermezza straordinaria del suo carattere, coperta
-da una costantissima dissimulazione e apparenza di cedere, era tale da
-non lasciar la minima ombra di speranza. Tutto questo, e le riflessioni
-fatte sulla natura degli uomini mi persuasero, ch'io benchè sprovveduto
-di tutto, non dovea confidare se non in me stesso. Ed ora che la legge
-mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare a incaricarmi
-della mia sorte.... Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e
-soffrire piuttosto che annoiarmi; tanto più che la noia, madre per
-me di mortifere malinconie, mi nuoce assai più che ogni disagio del
-corpo. I padri sogliono giudicare i loro figli più favorevolmente
-degli altri, ma ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente
-di ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo
-nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza
-che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche....
-Avendole reso quelle ragioni che ho saputo della mia risoluzione, resta
-ch'io le domandi perdono del disturbo che le vengo a recare con questa
-medesima e con quello ch'io porto meco. Se la mia salute fosse stata
-meno incerta avrei voluto piuttosto andar mendicando di casa in casa
-che toccare una spilla del suo. Ma essendo così debole come io sono,
-e non potendo sperar più nulla da lei, per l'espressione ch'ella si
-è lasciato a bella posta più volte uscire disinvoltamente di bocca
-in questo proposito, mi son veduto obbligato, per non espormi alla
-certezza di morire di disagio in mezzo al sentiero il secondo giorno,
-di portarmi nel modo che ho fatto. Me ne duole sovranamente, e questa
-è la sola cosa che mi turba nella mia deliberazione, pensando di far
-dispiacere a lei, di cui conosco la somma bontà di cuore, e le premure
-datesi per farci viver soddisfatti nella nostra situazione.„ Sul punto
-di chiudere, egli è più giusto, riconosce il malinteso morale, la vera
-causa della discordia: “La sola differenza di principii, che non era
-in verun modo appianabile, e che dovea necessariamente condurmi o a
-morir qui di disperazione, o a questo passo ch'io fo, è stata cagione
-della mia disavventura.... Mio caro signor padre, se mi permette di
-chiamarla con questo nome, io m'inginocchio per pregarla di perdonare
-a questo infelice per natura e per circostanze. Vorrei che la mia
-infelicità fosse stata tutta mia, e nessuno avesse dovuto risentirsene,
-e così spero che sarà d'ora innanzi.„ Ma tanto poco questo figlio si è
-sentito partecipe della sostanza del padre, che ancora, nel punto del
-commiato, lo punge l'idea del debito che contrarrà portando via un poco
-di denaro: “Se la fortuna mi farà mai padrone di nulla, il mio primo
-pensiero sarà di rendere quello di cui ora la necessità mi costringe a
-servirmi.„ Poi non resta luogo se non al dolore e all'umiltà: “L'ultimo
-favore ch'io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di
-questo figlio che l'ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come
-odiosa, nè la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'ella si possa
-lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si
-nega neanche ai malfattori.„
-
-Il tentativo della fuga fallisce, perchè Monaldo, avutane
-indirettamente notizia, si fa mandare il passaporto e dice al figlio
-che è libero di prenderselo e andarsene; ma gli stessi amici, gli
-stessi estranei che si sono trovati mescolati in questa avventura,
-hanno parole di biasimo per il modo col quale Giacomo è stato trattato.
-“Sono ben contento,„ scrive il marchese Solari a Monaldo, “che il
-tutto sia finito, e senza l'intesa della contessa, che se ne sarebbe
-rammaricata al sommo grado, e che d'altronde, mi sia permesso il dirlo
-con franchezza, per la sua eccessiva severità potrebbe aver dato luogo
-a risoluzioni così sconsigliate.„ Ma Giacomo non è “nè pentito nè
-cangiato.„ Egli desiste per il momento dal suo proposito, “non forzato
-nè persuaso, ma commosso e ingannato. Persuaso non poteva essere, come
-nè anche persuadere, perchè le nostre massime sono opposte, e perciò
-fuggo ogni discorso su questa materia.... Se mi opporranno la forza,
-io vincerò, perchè chi è risoluto di ritrovare o la morte o una vita
-migliore, ha la vittoria nelle sue mani. Le mie risoluzioni non sono
-passeggere come quelle degli altri, e come mio padre stimo che si
-persuada, per dormire i suoi sonni in pace, come suol dire.... Mio
-padre crede ch'io da giovinastro inesperto non conosca gli uomini.
-Vorrei non conoscerli, così scellerati come sono. Ma forse sono più
-avanti ch'egli non s'immagina. Non creda d'ingannarmi, che la sua
-dissimulazione è profonda ed eterna; sappia però ch'io non mi fido di
-lui, più di quello ch'egli si fidi di me.... Crede mio padre che con
-un carattere ardente, con un cuore estremamente sensibile come il mio,
-non mi sia mai accaduto di provare quei desiderii e quegli affetti
-che provano e seguono tutti i giovani della terra? crede che non mi
-sia accaduto molto più spesso e più violentemente degli altri? crede
-che non fossero capaci di spingermi alle più formidabili risoluzioni?
-crede che s'io ho menato fin qui quella vita che non si ricercherebbe
-da un cappuccino di 70 anni in tutto il rigore della espressione (e me
-ne appello a tutta Recanati che se ne maraviglia, e allo stesso mio
-padre), ciò sia provenuto dalla freddezza della mia natura?... Io so
-di certo ch'egli ha protestato che noi non usciremo di qui finch'egli
-viva. Ora io che voglio ch'ei viva, e voglio vivere anch'io, e questo
-da giovane, e non da vecchio quando sarò inutile a tutti e a me stesso,
-mi getterò disperatamente nelle mani della fortuna.... Io sono stato
-sempre spasimato della virtù: quello ch'io voleva eseguire non era un
-delitto: ma io son capace anche della colpa. Si vergognino ch'io possa
-dire che la virtù m'è stata sempre inutile. Il calore e la forza dei
-miei sentimenti si poteano dirigere a bene, ma se vorranno rivolgergli
-a male, l'otterranno....„ Minaccie che nella convulsione dell'impotenza
-il dolore gli strappa dalle labbra: non solamente ciò non potrà
-accadere, ma egli si prepara a sopportare un nuovo colpo.
-
-Se non vuole lasciarlo andar via, libero, nel vasto e ignoto mondo, il
-padre potrebbe almeno consentirgli di pensare, di scrivere liberamente.
-Neanche questo gli concede; intende anzi che non abbia idee diverse
-dalle sue; attende a difenderlo dallo “sconvolgimento fatale della
-ragione umana che ha disonorata la nostra età.„ Quando s'accorge dei
-sentimenti di Giacomo, dopo il tentativo di fuga, non potendo spiegarsi
-come tanta vigilanza, tante predicazioni e tanti esempii siano stati
-invano, getta tutta la colpa dell'accaduto sull'amicizia del Giordani,
-col quale ha consentito che il figlio avesse carteggio e restasse da
-solo a solo durante la visita del Piacentino a Recanati. Si spaventa
-perchè, con l'occasione della letteratura, costui ha suggerita e
-favorita la corrispondenza di Giacomo con molti letterati d'Italia,
-fra i quali vi sono “spiriti pericolosi o inquieti, che non hanno
-mentito sè stessi, e manifestandosi al figlio mio nelle loro lettere,
-lo hanno scopertamente invitato a partecipare delle loro massime, e
-a coadiuvare, anzi a farsi primario sostenitore dei loro disegni.„
-La canzone _All'Italia_ e quella _Sul monumento di Dante_ hanno valso
-infatti all'autore una lettera del Montani, il quale saluta in lui il
-più degno futuro poeta dei Carbonari. Monaldo “si pela dalla paura„,
-per adoperare l'espressione di Carlo. Un giorno, frugando tra le carte
-di Giacomo, come è suo uso, non che della moglie, trova una lettera
-che il figlio è sul punto di spedire al Brighenti intorno alla stampa
-di tre nuove canzoni: _Ad Angelo Mai_, _Per donna malata_ e _Sullo
-strazio d'una giovane_; alle quali l'editore ha proposto e Giacomo
-ha consentito che si uniscano le due già prima stampate per farne
-un libretto più consistente. Tanto basta perchè Monaldo tosto scriva
-al Brighenti significandogli il suo dispiacere, e la volontà che la
-canzone _All'Italia_ non si ristampi. Lo stesso Brighenti, pur lodando
-le paterne inquietudini, timidamente rappresenta a Monaldo: “Veramente
-le confesso che anche dalla niuna difficoltà della revisione, io
-deduco che quella canzone non è punto sediziosa, e soltanto libera e
-poeticamente ardita.„ Pure, obbedendo, sospende la stampa, e per non
-dire a Giacomo il vero motivo, gli chiede denaro per lo stampatore.
-Già l'effetto di questa prima lettera è grave nell'animo del giovane
-altero, che non avendo la somma e non volendo chiederla, si vede
-costretto di rinunziare alla disegnata pubblicazione: “Ho conosciuto
-di essermi ingannato, non avendo in nessun modo potuto riuscire ad
-accumulare la somma intiera. Abbassarmi non voglio, e non è stato mio
-costume mai da quando la disgrazia volle mettermi a questo mondo. E
-potrà anche far la fortuna che mi manchi il vitto e il vestire, ma non
-costringermi a domandarlo neppure alla mia famiglia. Perciò rinunzio
-interamente a qualunque progetto così relativamente a questa come a
-qualunque altra edizione; e perchè il mio ingegno è scarsissimo, e,
-per grande che sia qualunque ingegno, non giova mai nulla in questo
-mondo, son risoluto di sacrificarlo totalmente all'immutabile ed eterna
-scelleratezza della fortuna, col seppellirmi sempre più nell'orribile
-nulla nel quale son vissuto fino ad ora. Prego V. S. che non pensi
-più a me se non come all'uomo il più disperato che si trovi in questa
-terra, e che non è lontano altro che un punto dal sottrarsi per sempre
-alla perpetua infelicità di questa mia maledetta vita....„ Il padre
-si duole vedendo la malinconia e la tristezza di Giacomo, che Carlo
-condivide; si lagna perchè “con un cuore troppo pieno d'amore per
-tutti, sono dipinto nella loro immaginazione corrotta come un tiranno
-inesorabile.„ Nell'impeto del dolore invidia “la sorte d'un padre
-mendico che riportando a casa un pane nero e bagnato di sudore, lo vede
-accolto dall'amore e dalla riconoscenza dei figli.„ Ma se l'amor suo
-è grande e sincero, non meno ferma è la sua volontà di disciplinare
-a suo modo l'ingegno del figlio. Egli lo ammira, ma quanto maggiore
-è l'ammirazione, tanto maggiore è il dolore di vederlo avviato per
-una strada che giudica falsa. Le canzoni che Giacomo non si rassegna
-a metter da parte sono per lui inezie: “Ma perchè questo mio figlio
-vuole perdersi dietro queste inezie che non portano nè a conseguenze
-nè a fama? Perchè amando la Letteratura e il nome di Letterato, come
-lo ama e lo agogna con fervore giovanile, perchè non si dedica a
-qualche opera utile e grande di cui è capace maggiormente possedendo la
-lingua ebraica e greca? Egli sicuramente è consigliato male e peggio
-lo è nel suo sistema di confidarsi con me scarsamente. Io stimo poco
-la Letteratura nuda e la vorrei sempre seguace di qualche scienza,
-stimando che un Letterato, il quale non professi alcuna facoltà sia una
-cornice magnifica senza quadro....„ E sentendo che la propria autorità
-è poca, che il suo credito sul figlio è scarso, si affida all'editore
-per ottenere che glie lo converta: “Le faccia conoscere che le canzoni
-ed altri piccoli pezzi staccati producono gloria momentanea e caduca,
-e che un uomo grande deve lasciare un'opera grande.... Insomma lo
-elettrizzi, lo infiammi a qualche occupazione degna d'un Cavaliere
-Cristiano, e mi avrà reso un favore inapprezzabile, e forse mi avrà
-reso il cuore di un figlio. I giovani sentono più l'amico che il padre,
-e molto più quando hanno sospettato che i principii del padre perchè
-troppo antichi, e troppo severi, non ottengono il plauso di tutti.„
-Egli s'accosta così alla verità; dovrebbe fare solo un passo per
-concedere che Giacomo segua il proprio genio; ma di questa concessione
-è incapace.
-
-Egli è persino incapace d'intendere in qual modo bisognerebbe trattare
-il giovane per non ferirlo: l'editore, l'estraneo gli dà una lezione
-d'amor paterno: “Permetta, o Signore, ad una persona che sente
-profondamente l'amor paterno, e che ha presentissimi i dettagli della
-propria giovinezza.... che La supplichi a cedere quanto mai può a
-quei moti amorosi, che leggo nella di Lei lettera, e che mi hanno
-veramente intenerito. Io le accerto che il signor conte Giacomo è
-afflitto oltremodo, e ben mi accorgo che questo giovane è dotato di
-una sensibilità delicatissima, onde le cose che ad altri sono lievi,
-sono a quell'anima gentilissima acutissime spine.... Ella troppo
-sente l'amarezza delle nebbie che offuscano la tenerezza tra padre e
-figlio. Il signor conte Giacomo è tale da portare nuovi pregi alla
-illustre di Lei casa: facciamo adunque che lo possa, e rispettiamo
-questa soverchia elasticità di fibre che è poi in fondo il patrimonio
-di chi ha un ingegno superiore. Le torno a ripetere: qui in Bologna
-posso accertarla che le canzoni del signor Leopardi non hanno destato
-la minima idea di partito, e, sì, furono conosciute da gente di
-ogni massima.... Certo le opinioni di quegli scritti sono liberali
-anzi che no, frutto dello studio del greco e del latino, ma ai tempi
-attuali sono tanti i lavori di questo genere, sono sì divulgate quelle
-massime, che non può sentirne alcuno del rincrescimento, e, come le
-dissi, quei revisori, che sono preti, e severissimi, non ci badarono
-nemmeno, e le approvarono senza dire parola.„ E il brav'uomo narra la
-sua propria storia, in lunghissime pagine, per dimostrare che è una
-persona onesta, incapace di mentire; e poi torna ancora ai consigli di
-prudenza, dice esser persuaso che Giacomo è soggetto a forti assalti
-di malinconia, fa osservare ancora che “ai giovani di un carattere
-ipocondriaco è mestieri (com'Ella m'insegnerebbe) di opporre le sole
-vie della dolcezza, e della persuasione, e di evitare possibilmente
-gli urti e le contrarietà.„ E per ultimo argomento assicura di avere
-udito qualcuno a lamentarsi che le opinioni politiche di Giacomo,
-non che liberali, siano anche troppo retrive “e a parlare con
-qualche censura della sua canzone sul monumento di Dante, avendolo
-per uomo contrario ai principii liberali, per quella sua dipintura
-delle sciagure del regno italico e dei macelli di Russia. Ritenga
-che questo fatto è verissimo.„ Ma tanto poco egli stesso è sicuro di
-essere riuscito a piegarlo, che comunica delicatamente a Giacomo i
-dubbii e gli ostacoli paterni. Allora lo sdegno del giovane prorompe;
-allora dall'accasciata rassegnazione alla quale era stato ridotto
-per gli ostacoli finanziarii, passa, con una reazione violenta, alla
-superba affermazione della sua volontà. Egli non vede come suo padre
-abbia potuto sapere “quello di cui non ho mai parlato nè a lui nè a
-verun altro.... eccetto il caso che abbia rimescolato le mie carte;
-del che non mi meraviglio nè mi lagno, perchè ciascuno segue i suoi
-principii. Quanto ai dubbi di mio padre, rispondo che io come sarò
-sempre quello che mi piacerà, così voglio parere a tutti quello che
-sono; e di non essere costretto a fare altrimenti, sono sicuro per
-lo stesso motivo, a un dipresso, per cui Catone era sicuro in Utica
-della sua libertà. Ma io ho la fortuna di parere un coglione a tutti
-quelli che mi trattano giornalmente, e credono ch'io del mondo e
-degli uomini non conosca altro che il colore, e non sappia quello che
-fo, ma mi lasci condurre dalle persone che essi dicono, senza capire
-dove mi menano. Perciò stimano di dovermi illuminare e sorvegliare.
-E quanto all'_illuminazione_, li ringrazio cordialmente: quanto alla
-sorveglianza, li posso accertare che cavano l'acqua col crivello.„ Ma
-se egli sente che nessuno potrà mai sforzare la propria coscienza,
-comprende pure che la volontà del padre dovrà trionfare dei suoi
-disegni; allora torna ad accasciarsi, prorompendo in uno sdegnoso
-lamento: “Circa le mie canzoni, io le metto nel gran fascio di tutti
-i miei detti o fatti o scritti dalla mia nascita in poi, che il mio
-esecrando destino ha improntato di perpetua inutilità. Io ho rinunziato
-a tutti i piaceri de' giovani. Dai 10 ai 21 anno io mi sono ristretto
-meco stesso a meditare e scrivere e studiare i libri e le cose. Non
-solamente non ho mai chiesto un'ora di sollievo, ma gli stessi studi
-miei non ho domandato nè ottenuto mai che avessero altro aiuto che la
-mia pazienza e il mio travaglio. Il frutto delle mie fatiche è l'essere
-disprezzato in maniera straordinaria alla mia condizione, massimamente
-in un piccolo paese. Dopo che tutti mi hanno abbandonato, anche la
-salute ha preso piacere di seguirli. In 21 anno, avendo cominciato a
-pensare e soffrire da fanciullo, ho compito il corso delle disgrazie
-d'una lunga vita, e sono moralmente vecchio, anzi decrepito, perchè
-fino il sentimento e l'entusiasmo, ch'era il compagno e l'alimento
-della mia vita, è dileguato per me in un modo che mi raccapriccia. È
-tempo di morire. È tempo di cedere alla fortuna; la più orrenda cosa
-che possa fare il giovane, ordinariamente pieno di belle speranze,
-ma il solo piacere che rimanga a chi dopo lunghi sforzi finalmente
-s'accorga d'esser nato colla sacra e indelebile maledizione del
-destino.„
-
-E quando sa che può stampare le canzoni inedite, esclusane la prima, ed
-esclusa la ristampa delle già pubblicate, il suo sdegno prende altre
-forme: quelle dell'ironia. “Io ringrazio mio padre del permesso che
-mi concede di stampare le _mie_ canzoni. Ma le due di Roma non vuole
-che si ristampino. Dice benissimo. Ha voluto saper da lei i titoli
-delle inedite. Ha fatto benissimo. Non vuole che si stampi la prima.
-Parimenti benissimo; non già secondo me: ma è ben giusto che _negli
-scritti miei_ prevalga la sua opinione, perch'io sono e sarò sempre
-fanciullo, e incapace di regolarmi. Restano due canzoni. Per queste,
-per cui finalmente e a caso tocca a parlare a me, dico che non occorre
-incomodare gli stampatori; e così finisca questo affare....„ Tanto è
-più dolorosa per il giovane questa ingerenza nelle cose sue, quanto che
-Monaldo rivela la povertà del suo giudizio, l'angustia del suo spirito.
-“Mio padre non ha veduto se non il titolo della prima inedita.... e
-s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione, e mille sconvenienze
-del soggetto che possono venire in mente a chi, non mancando di
-molto ingegno e sufficiente lettura, non ha nessuna idea del mondo
-letterario. Il titolo della seconda inedita si è trovato fortunatamente
-innocentissimo. Si tratta di un Monsignore. Ma mio padre non s'immagina
-che vi sia qualcuno che da tutti i soggetti sa trarre occasione di
-parlare di quello che più gl'importa, e non sospetta punto che sotto
-questo titolo si nasconde una canzone piena di orribile fanatismo.„ E
-poichè Monaldo, non potendo addurre le ragioni della prudenza politica
-contro la canzone _Sullo strazio di una donna_, biasima che tratti di
-un fatto accaduto troppo di fresco, Giacomo dimostra ancora all'editore
-la povertà dello spirito paterno: “Alle ragioni di mio padre contro
-la mia prima canzone inedita, rispondo con un solo esempio fra i
-milioni che se ne trovano, e che avrei anche in mente. Il _Werther_
-di Goethe versa sopra un fatto ch'era conosciutissimo in Germania, e
-la Carolina e il marito erano vivi e verdi quando quell'opera famosa
-fu pubblicata. Ebbene? Ma se volessimo seguire i gran principii
-prudenziali e marchegiani di mio padre, il quale, come ho detto, non ha
-niente di mondo letterario, scriveremmo sempre sopra gli argomenti del
-secolo di Aronne, e i nostri scritti reggerebbero anche alla censura
-della quondam inquisizione di Spagna. Il mio intelletto è stanco delle
-catene domestiche ed estranee.„ Niente vale: egli deve rinunziare
-alla ristampa, si deve contentare di pubblicare la sola canzone al
-Mai; e Monaldo poi si lagna che il figlio si sia “ostinato nel più
-rigoroso silenzio„; se ne lagna egli che scrive ancora all'editore:
-“Il giudizio e gli ordini miei dovevano rispettarsi da lui e li suoi
-tentativi furono un delitto.„ Perdona di cuore il _delitto_, ma vuole
-che Giacomo stesso lo condanni in cuor suo: “Ella e qualunque saggio
-condannerebbero sempre un figlio il quale esponga al pubblico il
-proprio nome senza intesa del Padre, e condannerebbero un Padre che
-spontaneamente offrisse i mezzi con cui venire disobbedito.„
-
-Il dissidio è inconciliabile: Monaldo ha un troppo severo concetto
-della sua autorità; egli non intende l'effetto che le sue pretese
-producono nell'anima del giovane. E se torna a lagnarsi perchè il
-figlio non si confida a lui, le sue parole cocenti dimostrano ancora
-una volta che lo ama, ma che all'amore non intende sacrificare una
-sola delle sue prerogative. Non solo l'editore, l'estraneo, lo avverte
-dell'errore; ma anche una persona della famiglia, la sua propria
-sorella, quella “zia Ferdinanda„ alla quale il nipote Giacomo tanto
-rassomigliava fisicamente, e che moralmente tanto rassomigliava a lui.
-Ella sola intende l'animo del giovane: consolandosi all'idea che egli
-possa aprirle il proprio cuore “perchè non tanto dissimile troverà
-da' suoi sentimenti il cuor della zia„, dice di sè stessa che non ha
-studiato, “ma che ha sortito dalla natura una sensibilità che, anzichè
-indebolire cogli anni, sembra acquistar da essi maggior fondamento.„
-Anch'ella vive sola, “e non già sola di persona.... ma sola perchè
-quasi mai m'incontro con persone che possano compiacere il mio animo;
-e se qualche volta nel corso della mia vita mi sono incontrata di
-trovarne qualcuna, caro nepote, ho dovuto porvi un argine, perchè
-il cuor nostro è troppo debole per potersi contenere, e non rendere
-veleno quello che sarebbe in sua natura stato un antidoto.„ La nobile
-e buona creatura ha subito compreso che cuore sia quello di Giacomo,
-e conoscendo a prova i tormenti che gli si preparano accortamente
-lo consiglia. Se Giacomo le scrive che è da savio porre un argine
-alla ragione, “supplizio della nostra vita„, ella lo ammonisce con
-indulgenza veramente materna: “No, caro Giacomo, io non mi accordo con
-voi in questo.... A poco a poco ci assuefacciamo a scordarci de' nostri
-mali col trascurarli, o con il lasciare di coltivarne continuamente
-l'immagine; è la ragione poi quella che deve a ciò persuaderci, e di
-essa ci dobbiamo prevalere per felicitarci, non per il contrario.
-Sono però persuasa che voi medesimo convenite meco non doverci per
-sistema rendere infelici, ma sopportar con coraggio i mali della vita,
-sperandone sempre il fine. Il vostro bell'animo vi darà pur troppo dei
-motivi di dolore, se estenderete la vostra sensibilità senza freno;
-ma questa, trattenuta nei limiti, vi darà motivo di compiacervene bene
-spesso. Spero che il Cielo pietoso vorrà addolcire la vostra sorte, e
-che vi renderà più quieto, cambiando le circostanze, e ponendovi in un
-sistema meno coartato....„ Ella si fa filosofo e teologo, discute di
-cose che non sono da lei per alleviare i mali del nipote, al quale dà
-anche il dolce nome di amico. “Caro amico, credetemi: siamo infelici
-molte volte perchè non sappiamo risolverci ad abbandonare qualche
-sentimento, che ci rende infelici....„ Della propria sincerità gli dà
-assicurazioni vivaci: “Allorchè trattasi di far palese il cuor mio ad
-un cuor sensibile e ben fatto, e del quale fo assolutamente stima,
-non duro alcuna fatica, e i miei sentimenti escono dal cuore, vanno
-alla penna, alla carta, come un vaso d'acqua posto in pendenza verso
-ciò che contiene entro sè stesso. Voi potrete rilevarlo senza stento,
-giacchè sembrami possediate lo stesso dono di natura.„ E lo eccita a
-scuotersi, se non altro per compiacerla; e si duole che egli voglia
-essere il proprio nemico: “Capisco che non trovate cosa che vi sollevi;
-ma, caro Giacomo, tante volte questa nostra fantasia ci dipinge delle
-immagini tanto nere, che poi non lo sono in sostanza; e se volessimo
-aprire gli occhi, vedremmo che non è effetto della cosa in sè, ma de'
-nostri sguardi già ottenebrati.„ Come definisce bene il male morale
-del giovane! Ma ella sa pure che non tutte sono ingigantite dalla
-mente le sue cagioni di dolore: ella sa che la salute del poveretto è
-distrutta, che la sua volontà in famiglia è troppo violentata; e tanto
-riconosce che egli ha ragione di dolersi, che contro il suo sistema
-“di non impacciarmi mai ne' fatti altrui,„ prega Monaldo di lasciarlo
-venire a Roma in casa di lei per qualche tempo. Il padre non si oppone
-apertamente, “anzi mi dice che non si offenderà, se i suoi figli
-cercheranno qualche loro vantaggio (sebbene esso non ne veda in questo
-proposito) e nè tampoco se a farlo conseguire impiegheranno gli amici.
-Poco però si persuade che possiate trovarvi contento fuori di casa,
-ove non vi manca cosa alcuna; e teme che vi pentirete, se giungete a
-escire dalla casa paterna....„ Neanche questa volta Monaldo accorda il
-suo consenso, e poi anche una volta vede con dispiacere che il figlio
-non gli parli! E Ferdinanda esorta il nipote: “Perchè non procurar
-da voi medesimo di ottenere questo permesso?... Ottenete di venire
-in Roma, e spero che non ne resterete malcontento. Infine non potrà
-dispiacervi di cambiare per qualche tempo il soggiorno di Recanati con
-quello di Roma....„ parole che dovrebbero sonargli come un'irrisione,
-se non venissero da questa buona creatura che lo ha trattato come un
-figlio e che si adopera invano per ottenergli un posto di professore
-alla Biblioteca vaticana. Nulla egli ottiene per suo mezzo; ella muore
-lasciandogli un insegnamento che è la conferma d'un'antica persuasione
-di lui: “perchè troppo sensibili saremo sempre infelici....„ Lo ha
-pure esortato alla rassegnazione, alla pazienza; ma naturalmente egli
-crederà più alle parole di approvazione dettate dalla calda simpatia
-che non ai consigli di prudenza suggeriti dalla fredda ragione; e
-penserà che egli ed i fratelli non sono soli della loro specie, che a
-cuori sensitivi come i loro il trattamento del padre è iniquo; e non si
-piegherà a sopportarlo.
-
-Noi lo vediamo pertanto esprimere ai suoi corrispondenti le stesse
-lagnanze e le stesse accuse. Se Monaldo addebita al Giordani la
-ribellione dei figli, Giacomo sdegnosamente protesta: “L'uomo di
-cui mio padre si lagna, è tale, che neppure io ardisco nominarlo pel
-rispetto e l'amore ch'io gli debbo. Ma mio padre se voleva dei figli
-contenti in questo stato, doveva generarli d'altra natura, ed ora non
-dovrebbe imputare a persone venerabili e rinomate in tutta l'Italia
-quello ch'è necessità delle cose evidentissima a tutti, fuorchè a lui
-solo.„ E se gli propongono una cattedra a Bologna, e lo sollecitano
-a ottenere l'assenso paterno, egli scrive: “Vi dico che non avete
-idea di mio padre. Non c'è affare che lo interessi così poco, quanto
-quelli che mi riguardano. Non vuol mantenermi fuori di qua a sue sole
-spese; ma non muoverebbe una paglia per procurarmi altrove un mezzo di
-sussistenza che mi togliesse da questa disperazione....„ Per accettare
-una dedica dal Brighenti egli dovrebbe sottoporla all'approvazione
-del padre; e non vuole: “Sapete che mio padre è di principii
-differentissimi dai miei; e che d'altra parte, s'io non gli domanderei
-neppure il pan da mangiare, molto meno cose non necessarie.„
-
-Una tregua è il viaggio di Roma. Nell'autunno del '22 i genitori
-finalmente consentono che egli vada alla capitale in casa dello zio
-Antici: allora, da lontano, tolte le occasioni di dissapori, l'affetto
-paterno e filiale si manifesta con espressioni sincere e commoventi:
-“Bacio la mano alla cara mamma. A lei professerò eternamente la
-più viva gratitudine e il più caldo e filiale affetto. Mi ami, caro
-signor padre, ch'io l'amo di tutto cuore, e desidero di servirla e
-di compiacerla e di ubbidirla in ogni cosa. E per quasi niun altro
-rispetto mi rallegro di aver sortito un cuore sensibile e pieno
-d'amore, se non perchè io posso rivolgere la mia sensibilità verso di
-lei.„ Quando il padre, per il Natale, gli manda con dolci e cordiali
-espressioni, una strenna di dieci scudi, egli risponde: “Sarebbe quasi
-inutile ch'io provassi di ringraziarla della liberalità che mi usa e
-dell'affetto che mi dimostra. Ella sa, carissimo signor padre, quali
-sono i miei sentimenti ancorchè io non li sappia esprimere. E per tanto
-mi basterà dirle che la ringrazio con tutto il cuore del dono, e che lo
-riconosco dall'antico e tenero e forse pur troppo non meritato amore
-che ella mi porta; il quale amore però, quando anche non meritato,
-certamente è corrisposto, e corrisposto con tutte le forze possibili
-dell'animo mio.„ Tuttavia l'esagerazione della vigilanza che il padre
-vuole esercitare sul figlio anche da lontano, e le sue paure grottesche
-si rivelano ancora quando gli scrive: “Abbiatevi ogni cura, e non
-dimenticate di evitare accuratamente il pericolo delle carrozze....„
-Egli che non ha voluto forzar la mano alla moglie per provvedere
-alla sorte del giovane, trova poi di che ridire quando questi pensa a
-procacciarsi denaro col proprio lavoro, con una traduzione di Platone:
-“La vostra fatica verrà pagata circa baiocchi 60 al giorno, e voi
-lavorando un mese ogni dì senza riposo festivo, guadagnerete scudi 18,
-un poco più di quanto diamo al nostro cuoco e un poco meno di quanto
-si dà nelle amministrazioni allo scrittore dei soprascritti....„ Così
-pure, quando Giacomo dà lezioni per vivere, il padre giudica che gli
-emolumenti mensili siano “alquanto umilianti.„ Questo è il nuovo danno
-che viene al Leopardi dalla famiglia: non solamente non ne riceve
-il benefizio degli affetti, non solamente vi trova opposizioni e
-contrasti, non solamente vi è tenuto in una soggezione penosa; ma essa
-non gli dà e quasi gl'impedisce di procacciarsi quel denaro che, dopo
-la salute e l'amore — e anche prima dell'amore a giudizio di molti, —
-è pur necessario a render gli uomini contenti. Adelaide Leopardi, nel
-tempo delle peggiori strettezze, non vuole smettere la carrozza: ella
-trova i quattrini per mantenere questo segno di grandezza, non ne trova
-per salvare suo figlio. Col titolo di conte questi non ha un soldo da
-spendere; se fosse nato da un borghesuccio o da un operaio si caverebbe
-d'impiccio senza difficoltà; la sua condizione sociale fa che non
-soltanto il padre si dolga di vederlo lavorare per vivere, ma che ne
-soffra egli stesso.
-
-Perchè, infatti, tornato a Recanati e ricaduto nella soggezione
-antica, e costretto a farsi mandare ad altri indirizzi lettere e
-stampe se vuole evitare che glie le leggano, e disperato al punto
-di pensare a gettarsi alla ventura pur di ritrovarsi libero; egli
-accetta la proposta del libraio Stella che lo chiama a Milano e gli
-paga il viaggio e lo alloggia in casa propria. Il giovane vi si sente
-incatenato e “in certa maniera ridotto all'obbligazione di servirlo„;
-tosto si propone di fare “ogni sforzo per trarre dalla mia debole e
-sciocca natura il vigor necessario a svilupparmi da questi lacci.„ Da
-lontano l'anima pacificata ripensa le dolcezze pur tanto grandi del
-tetto domestico: ricevendo lettere del padre gli pare di trovarsi in
-mezzo alla sua famiglia, “l'amore verso la quale è anche accresciuto in
-me dalla lontananza„; ed al fratello Carlo scrive da Bologna, dove dà
-lezioni per non esser di peso alla famiglia, che è per lui “un giubilo
-e un palpito„ l'aprire lettere di casa; e alla sorella Paolina, che la
-consolazione provata vedendo i caratteri della madre “è stata tanta che
-quasi dubitava di travedere„; e al fratello Pierfrancesco, che baci la
-mano al babbo e alla mamma per lui “tante volte, finattanto che non
-vi diranno, basta.„ Ma, come l'altra volta, anche ora Monaldo trova
-modo di pesare sul figlio lontano. Già egli comincia col rendere lode
-“grandissima„ a Dio, perchè Milano non è piaciuta al giovane quanto
-egli “temeva.„ Se Giacomo, per godere di un Benefizio, vorrebbe esser
-dispensato dall'obbligo dell'abito talare e della tonsura, il padre
-che gli ha voluto “gettar sul muso„ la prelatura, che ha rinunziato a
-malincuore all'idea di vederlo abbracciare lo stato ecclesiastico, gli
-sta addietro per dimostrargli il suo torto. “Non vedo quale ripugnanza
-possa aversi ad un abito, clericale o prelatizio, poco importa,
-il quale fu l'abito di tanti Santi, e lo fu pure di tanti uomini
-grandissimi in ogni genere di grandezza. Conosco che in addietro per i
-vostri rapporti letterarii avrete dovuto capitolare coi pregiudizii,
-o piuttosto colla malvagità del tempo; ma attualmente la vostra età,
-la vostra esperienza e il vostro nome vi mettono al disopra di queste
-umiltà, e siete in grado di dare il tuono nella repubblica delle
-lettere, piuttosto che di riceverlo. Qual trionfo, figlio mio, per
-la causa dei Santi e dei saggi, e qual gloria per la Chiesa e per lo
-Stato, se l'uomo il più erudito forse dello Stato spiegasse arditamente
-la bandiera della Chiesa, e con ciò proclamasse altamente che gli
-studi, le lettere e le meditazioni dei saggi conducono a conoscere e
-a venerare la Chiesa, e a disprezzare e a combattere i suoi palesi e
-nascosti inimici?„ Ma questo paladino della religione, questo nuovo
-banditor di crociate, è poi partigiano del Turco, e pone in ridicolo
-la simpatia del figlio per la causa greca, considerando i Greci non
-tanto come cristiani che combattono per la fede, quanto come sudditi
-ribelli che vogliono una libera patria. “Avrete letto nei fogli, come
-le grandi Potenze vogliono prendere una parte decisiva negli affari
-dell'Oriente. Così avranno pace i vostri Greci, e ne godo perchè
-sono uomini; ma mi pare che siano birbanti assai, ed è un avvenimento
-singolare che la somma legge dell'umanità imponga di soverchiare il
-Turco, quando forse ha più ragione di noi....„ E se un Recanatese va
-a combattere e a morire per la croce contro la mezzaluna, così egli
-ne dà conto al figlio: “Anche Recanati ha pagato il suo tributo di
-follia alla demenza del secolo, e ha tinta col suo sangue la terra
-classica della Grecia. Alcuni mesi addietro il conte Andrea Broglio,
-lasciati i genitori e la moglie, dichiarò la guerra alla Mezzaluna e
-andò a fare il _ciccobimbo_ in qualità di brigante volontario. Ebbe in
-guiderdone un titolo di Maggiore e una razione quotidiana di polenta;
-ma alli 23 di maggio, assalendo Anatolico, una palla di cannone lo
-uccise sul campo.„ Il figlio gli dà ragione quanto al fatto, adducendo
-un argomento che ha già manifestato nei suoi versi, cioè disapprovando
-che Italiani vadano a morire per causa non propria; ma che effetto
-gli devono aver prodotto le derisioni dell'amor patrio che infiamma
-gli Elleni, se egli aveva già abbozzato un inno alla Grecia, se aveva
-già detto di riguardare i poveri Greci come fratelli, se si era quasi
-scusato di non aver parlato abbastanza a favor loro in un suo articolo,
-“considerata la impossibilità in cui siamo di parlare liberamente?„
-Per reverenza al padre egli non replica alle parole irriverenti; ma
-che credito può ora accordare alla fede cristiana della quale il padre
-fa sfoggio? Come può udirne le esortazioni? Egli vede ancora questo
-padre, quest'uomo, questo derisore di eroi, tremar poi dinanzi alle
-gonne della moglie. Quando pensa con la sua testa, Monaldo dispiace al
-figlio per l'ostinata e l'ostentata predicazione di idee che questi
-non può far sue, anche perchè le vede discordi; quando poi il padre
-vorrebbe accontentarlo, allora la paura della moglie lo impaccia. Non
-volendo Giacomo vestir l'abito clericale, si potrebbe pure ottenere il
-godimento temporaneo del Benefizio; ma il padre gli scrive: “Bisogna
-maneggiar bene la cosa per i miei riguardi domestici. Scrivetemi
-ostensibilmente nei termini suddetti, come avendo avuto questo lume
-da altri, e pregatemi di farvi ottenere questa piccola temporanea
-provvista, toccando che voi niente costate alla casa. Io sono inimico
-giurato di questi giri, ma mi conviene patteggiare fra il mio cuore e
-il molto giudizio di mamma vostra; la quale vi ama tenerissimamente, ma
-crede che le vostre lettere siano una miniera d'oro, la quale vi rende
-inutile qualunque altro sussidio.„ Allora, come i figli hanno convenuto
-tra loro di scriversi sotto finti nomi per sottrarre le loro lettere
-agli sguardi del padre, così anche il padre suggerisce a Giacomo di
-servirsi di indirizzi convenzionali per isfuggire al vigile sguardo
-della moglie.
-
-Ma ben tosto il primo, il costante, l'inflessibile pensiero di Monaldo
-torna ad angustiare il giovane: bisogna che egli torni a seppellirsi
-a Recanati. “Io le protesto e giuro,„ risponde Giacomo, “che non ho
-desiderio maggiore che quello di vivere in compagnia sua, e in seno
-della mia famiglia; e che quando io possa vivere a Recanati con salute
-sufficiente, e sufficiente possibilità di occuparmi nello studio per
-passatempo, io non tarderò neppure un momento a volare costì.... per
-vivere al suo fianco, e non allontanarmene mai più.„ Se il padre
-gli scrive dicendogli tutto il bene che gli vuole, egli risponde
-con proteste d'affetto continue: “Io per la parte mia posso giurarle
-che, parlando umanamente, non vivo se non per lei e per la mia cara
-famiglia; non ho mai goduto della vita se non in relazione a loro; ed
-ora la vita non mi è cara se non in vista del dolore che cagionerei
-a loro se la perdessi.„ Tornato ancora una volta a Recanati, sente
-la sua vita finita; ma pure riconosce che, se il padre non vuole, non
-potrebbe neanche volendo mantenerlo fuori; e per vivere del suo fuori
-di casa egli dovrebbe lavorar molto; e lavorar molto, nelle condizioni
-della sua salute, non potrà più mai. Allora il suo amico Tommasini,
-conoscendo che Recanati è per il poveretto la morte, gli offre la
-propria casa, a Parma; più tardi lo invita Pietro Colletta, a Livorno;
-ma l'anima altera non si può piegare a questa specie di servitù.
-Preferisce soffrire; e poichè gli amici sanno che le sue sofferenze
-sono veramente insopportabili, tornano a proporgli di venirsene da
-loro: il Colletta reitera l'invito, la moglie del Tommasini ripete
-con più premurosa insistenza la preghiera del marito. Tutti si
-accorgono della necessità di fare qualche cosa per l'infelice, tranne
-che il padre e la madre. Giacomo è costretto da ultimo ad accettare
-l'elemosina di ignoti ammiratori toscani, che per iniziativa del
-Colletta contribuiscono a costituirgli una piccola pensione perchè
-possa vivere a Firenze e attendere ai lavori letterarii. Ma quando,
-lontano dal padre, egli pubblica il suo nuovo libro, le _Operette
-morali_, Monaldo trova ancora nei suoi pregiudizii di che amareggiarlo
-con critiche, con paure, con scrupoli, con esortazioni a correggersi,
-quando l'infelice è moribondo, quando non può scrivere una riga senza
-sudor di sangue. “Io le giuro,„ risponde il giovane difendendo l'opera
-propria, “che l'intenzione mia fu di far _poesia in prosa_, come s'usa
-oggi; e però seguire ora una mitologia ed ora un'altra, ad arbitrio;
-come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani,
-buddisti, ecc. E l'assicuro che così il libro è stato inteso
-generalmente, e così coll'approvazione di severissimi censori teologi
-è passato in tutto lo Stato romano liberamente, e da Roma, da Torino,
-ecc., mi è stato lodato da dottissimi preti. Quanto al correggere i
-luoghi ch'ella accenna, e che ora io non ho presenti, le prometto che
-ci penserò seriamente; ma ora vede Iddio se mi sarebbe _fisicamente_
-possibile, non dico di correggere il libro, ma di rileggerlo. Una
-dichiarazione di protesta che pubblicassi, creda all'esperienza
-che oramai ho di queste cose, che non farebbe altro che scandalo, e
-quel che vi fosse di pericoloso nel libro, non ne diverrebbe che più
-ricercato, più osservato e più nocivo.„ Ed anche non volendo, Monaldo è
-destinato a fargli male. Quando egli pubblica i suoi _Dialoghetti sulle
-materie correnti nell'anno 1831_, dove inveisce contro il liberalismo
-e i liberali, e sostiene che la Francia dev'essere smembrata e che i
-Turchi hanno ragione contro i Greci, e deride con espressioni triviali
-le nuove idee politiche e filosofiche; tutti credono che l'autore ne
-sia Giacomo, e si rallegrano o ridono della sua conversione; tanto
-generalmente l'opera di Monaldo è attribuita al figlio, che questi è
-costretto a pubblicare una dichiarazione di semplice protesta, dove
-non c'è una parola che suoni biasimo all'opera del padre, quantunque
-egli la detesti; e perchè il padre se ne duole, egli è costretto a
-giustificarsi, a dire che ha pubblicato la dichiarazione “per non
-usurpare ciò che è dovuto ad altri, e perchè non voglio nè debbo
-soffrire di passare per convertito, nè di essere assomigliato al Monti,
-ecc., ecc. Io non sono stato mai nè irreligioso, ne rivoluzionario di
-fatto nè di massime. Se i miei principii non sono precisamente quelli
-che si professano nei _Dialoghetti_, e ch'io rispetto in lei, ed in
-chiunque li professa di buona fede, non sono stati però mai tali, ch'io
-dovessi nè debba nè voglia disapprovarli. Il mio onore esigeva ch'io
-dichiarassi di non aver punto mutato opinioni.„ Monaldo, da canto suo,
-scrive e stampa articoli contro i giovani che disconoscono l'autorità
-paterna, e ride dell'_Antologia_ dove il figlio ha stampato un saggio
-dei suoi proprii _Dialoghi_....
-
-Intanto le difficoltà finanziarie, finita la pensione degli amici di
-Toscana, tornano ad opprimere il giovane; e il ritorno a Recanati lo
-impaura più della morte; e il padre non vuole e non può aiutarlo.
-Come rivolgersi a lui? Pure, mancando ogni altro mezzo, egli lo
-prega in questi termini: “Io credo ch'ella sia persuasa degli estremi
-sforzi ch'io ho fatti per sette anni affine di procurarmi i mezzi di
-sussistere da me stesso. Ella sa che l'ultima distruzione della mia
-salute venne dalle fatiche sostenute quattro anni fa per lo Stella, al
-detto fine. Ridotto a non poter più nè leggere nè scrivere nè pensare
-(e per più di un anno neanche parlare) non mi perdetti di coraggio,
-e quantunque non potessi più fare, pur solamente col già fatto,
-aiutandomi gli amici, tentai di continuare a trovar qualche mezzo. E
-forse l'avrei trovato, parte in Italia, parte fuori, se l'infelicità
-straordinaria dei tempi non fosse venuta a congiurare colle altre
-difficoltà, ed a renderle finalmente vincitrici. La letteratura è
-annientata in Europa: i librai, chi fallito, chi per fallire, chi
-ridotto ad un solo torchio, chi costretto ad abbandonare le imprese
-meglio avviate. In Italia sarebbe ridicolo ora il presumere di vender
-nulla con onore in materie letterarie, e di proporre ai librai delle
-imprese nuove. Di Francia, Germania, Olanda, dove io aveva mandata una
-gran quantità di mss. filologici con fondatissime speranze di profitto,
-non ricevo, invece di danari, che articoli di giornali, biografie e
-traduzioni. Mi trovo dunque, com'ella può ben pensare, senza i mezzi
-di andare innanzi. Se mai persona desiderò la morte così sinceramente
-e vivamente come la desidero io da gran tempo, certamente nessuna in
-ciò mi fu superiore. Chiamo Iddio in testimonio delle mie parole. Egli
-sa quante ardentissime preghiere io gli abbia fatte (sino a far tridui
-e novene) per ottener questa grazia; e come ad ogni leggera speranza
-di pericolo vicino o lontano, mi brilli il cuore dall'allegrezza. Se
-la morte fosse in mia mano, chiamo di nuovo Iddio in testimonio ch'io
-non le avrei mai fatto questo discorso; perchè la vita in _qualunque
-luogo_ mi è abbominevole e tormentosa. Ma non piacendo ancora a Dio
-d'esaudirmi, io tornerei costì a finire i miei giorni, se il vivere
-in Recanati, sopra tutto nella mia attuale impossibilità di occuparmi,
-non superasse le gigantesche forze ch'io ho di soffrire. Questa verità
-(della quale io credo persuasa per l'ultima acerba esperienza ancor
-lei) mi è talmente fissa nell'animo, che malgrado del gran dolore
-ch'io provo stando lontano da lei, dalla mamma e dai fratelli, io
-sono invariabilmente risoluto di non tornare stabilmente costà se non
-morto. Io ho un estremo desiderio di riabbracciarla, e solo la mancanza
-de' mezzi di viaggiare ha potuto e potrà nelle stagioni propizie
-impedirmelo; ma tornar costà senza la materiale certezza di avere il
-modo di riuscirne dopo uno o due mesi, questo è ciò sopra di cui il
-mio partito è preso, e spero che ella mi perdonerà se le mie forze e
-il mio coraggio non si estendono fino a tollerare una vita impossibile
-a tollerarsi. Non so se le circostanze della famiglia permetteranno
-a lei di farmi un piccolo assegnamento di dodici scudi il mese. Con
-dodici scudi non si vive umanamente neppure in Firenze, che è la città
-d'Italia dove il vivere è più economico. Ma io non cerco di vivere
-umanamente. Farò tali privazioni che, a calcolo fatto, dodici scudi mi
-basteranno. Meglio varrebbe la morte, ma la morte bisogna aspettarla
-da Dio.... Se le circostanze, mio caro papà, non le consentiranno
-di soddisfare a questa mia domanda, la prego con ogni possibile
-sincerità e calore a non farsi una minima difficoltà di rigettarla.
-Io mi appiglierò ad un altro partito, e forse a questo avrei dovuto
-appigliarmi senza altrimenti annoiar lei con questo discorso: ma
-come il partito ch'io dico, è tale, che stante la mia salute, non
-è verisimile che in breve tempo non vi soccomba, ho temuto che ella
-avesse a fare un rimprovero alla mia memoria, dell'averlo abbracciato
-senza prima confidarmi con lei sopra le cose che le ho esposte. Del
-rimanente, io da un lato provo tanto dolore nel dar noia a lei, e
-dall'altro sono così lontano da ogni fine capriccioso, e da ogni lieta
-speranza nel voler vivere fuori di costà, che ho perfino desiderato, ed
-ancora desidererei, che mi fosse tolta la possibilità di ogni ricorso
-alla mia famiglia, acciocchè non potendo io mantenermi da me, e molto
-meno essendomi possibile il mendicare, io mi trovassi nella materiale,
-precisa e rigorosa necessità di morir di fame. Scusi, mio caro papà,
-questo malinconico discorso che mi è convenuto tenerle per la prima
-e l'ultima volta della mia vita. Si accerti della mia estremissima
-indifferenza circa il mio avvenire su questa terra, e se la mia domanda
-le riesce eccessiva, importuna, o non conveniente, non ne faccia alcun
-caso. In ogni modo, se Dio vorrà ch'io viva ancora, io non cesserò di
-adoperarmi come per lo passato, con tutte le mie forze, per procurarmi
-il modo di vivere senza incomodo della casa, e per far cessare le
-somministrazioni che ora le chiedo. Mi benedica, mio caro papà, e
-preghi Dio per me....„
-
-L'uomo che supplica in questo modo ha trentaquattro anni, ed è uno
-dei più grandi del suo tempo; e con un nome illustre, con un ingegno
-strapotente, come ha dovuto accettare l'elemosina dei Toscani, così
-vive in parte degli aiuti del Ranieri, quando, ottenuto finalmente il
-povero soccorso paterno, non è in grado di sopperire con questo ai
-bisogni della sua vita stremata. E se, per il divisato e non potuto
-effettuare ritorno in famiglia, è costretto a trarre una cambialetta
-di 40 ducati, se ne deve scusare in termini di supplicazione; e deve
-ringraziare il padre e la madre della “carità„ che gli hanno fatta.
-Se essi non fanno di più perchè non possono, la colpa non è loro; ma
-la loro colpa inescusabile è di non comprendere ancora, come non hanno
-compreso mai, la condizione del figlio, la gravità dei suoi mali fisici
-e morali. “Il tuono delle sue lettere alquanto secco,„ scrive questi al
-padre sei mesi prima di morire, “è giustissimo in chi fatalmente non
-può conoscere il vero mio stato, perch'io non ho avuto mai occhi da
-scrivere una lettera che non si può dettare, e che non può non essere
-infinita; e perchè certe cose non si debbono scrivere ma dire solo a
-voce. Ella crede certo ch'io abbia passato fra le rose questi sette
-anni ch'io ho passato tra i giunchi marini....„ E in mano di questo
-amico al quale non può dettare tutto l'intimo pensiero suo; del quale
-sente, nonostante la fratellanza di sette anni, di doversi guardare;
-in mano di questo amico egli muore diciotto giorni dopo avergli fatto
-scrivere al padre lontano, che non una volta ha pensato di andarlo a
-raggiungere: “I miei patimenti fisici giornalieri e incurabili sono
-arrivati con l'età ad un grado tale che non possono più crescere; spero
-che superata finalmente la piccola resistenza che oppone il moribondo
-mio corpo, mi condurranno all'eterno riposo, che invoco caldamente ogni
-giorno non per eroismo ma per il rigore delle pene che provo. Ringrazio
-teneramente lei e la mamma del dono dei dieci scudi, bacio le mani ad
-ambedue loro, abbraccio i fratelli, e prego loro tutti a raccomandarmi
-a Dio, acciocchè, dopo ch'io li avrò riveduti, una buona e pronta morte
-ponga fine ai miei mali fisici che non possono guarire altrimenti.„
-
-E dopo che il grande infelice è morto, credete voi che il padre
-s'acqueti? Udite che cosa scrive Paolina all'amica Brighenti: “Di
-Giacomo poi, della gloria nostra, abbiam dovuto tacere più che mai
-tutto quello che di lui ne veniva fatto di sapere, come di quello che
-non combinava punto col pensare di papà e colle sue idee. Pertanto, non
-abbiam fatto mai parola con lui delle nuove edizioni delle sue opere,
-e quando le abbiam comprate, le abbiamo tenute nascoste e le teniamo
-ancora.... Preghiamo Iddio che non vengano quei volumi nelle mani dei
-miei genitori; essi ne morrebbero di dolore!...„ Monaldo disereda il
-figlio Carlo perchè ha sposato, contrariamente alla sua volontà, la
-cugina Mazzagalli; nel suo testamento egli nomina Giacomo, l'eterna
-gloria della sua casa, solo perchè si celebrino dieci messe per il
-riposo dell'anima sua; mentre lungamente ricorda l'altro figlio Luigi,
-“morto con tutti i segni del predestinato.„ E quando, morto anche
-Monaldo, la vedova riceve un giorno uno dei visitatori che traggono a
-Recanati come in pellegrinaggio, e l'ode riverire in lei la madre del
-grande poeta, ella non sa rispondere altro che: “Dio gli perdoni....„
-
-
-
-
-IV.
-
-LA PATRIA.
-
-
-La città dove siamo nati e dove viviamo, la terra dove si parla il
-nostro proprio linguaggio, sono come la continuazione della casa:
-da esse ci possono venire motivi di somma consolazione come di grave
-dolore. Se Giacomo Leopardi non fu felice nella famiglia, ebbe almeno
-ragione di compiacersi della patria? Per colmo di sciagura egli nacque
-in tempi sciagurati e in un paese infelice.
-
-In un borgo, in un villaggio, se mancano troppe cose al vivere civile,
-i costumi sono semplici, la vita è tranquilla, la libertà grande. Ma
-Recanati è tanto popolosa ed ha tali tradizioni storiche da non poter
-essere confusa tra i villaggi. In una città vasta ed animata, se vi
-è troppo tumulto, vi sono pure spettacoli stupendi; se l'individuo è
-costretto ad osservare troppe norme perchè troppo estesa è la società
-circostante, tanto più facilmente egli può trovare in mezzo alla varia
-moltitudine chi lo comprenda e gli giovi. Ma Recanati non è una grande
-città. È città piccola; ciò significa il luogo meno adatto a un ingegno
-avido di vedere e di sapere, cupido di impressioni potenti e nuove:
-vi mancano egualmente, come il Leopardi stesso dice, “e i diletti
-della società civile, e i vantaggi della vita solitaria„. Pietro
-Giordani così ne parla: “Recanati, piccola terra, che il papa chiama
-città, vicina quattro miglia a Loreto, quel gran mercato d'ignobili
-superstizioni.... Ivi tutti i mali d'Italia, e niuna consolazione.„
-
-Il pensiero degli uomini è in certo modo proporzionato ai luoghi dove
-essi vivono: dentro un orizzonte angusto le idee sono piccole; le idee
-grandi e nobili derivano dalle impressioni suscitate dalle cose nobili
-e grandi. Le rivoluzioni, i tentativi di migliorare la condizione
-umana, si compiono nelle metropoli; la provincia è più ligia alle
-tradizioni, più avversa alle novità. Se i grandi ingegni sono ammirati
-da chi è capace d'intenderli, sono invece derisi dal volgo, al quale
-per la loro singolarità non possono uniformarsi: e nella provincia,
-perchè è più volgare, la singolarità dell'ingegno pare anche maggiore.
-“Ella non conoscerà Recanati„, scrive il Leopardi al Brighenti, “ma
-saprà che la Marca è la più ignorante ed incolta provincia dell'Italia.
-Ora, per confessione anche di tutti i Recanatesi, la mia città è la più
-incolta e morta di tutta la Marca, e fuor di qui non s'ha idea della
-vita che vi si mena.„ Lassù “l'ingegno non si conta fra i doni della
-natura„. Chi comprenderà gli studii linguistici dello straordinario
-giovanetto? “Quanto agli amatori della buona lingua, se di questa
-io parlassi ad alcuno qui, crederebbero che s'intendesse di qualche
-brava lingua di porco.„ Troverà egli qualcuno col quale ragionare
-delle cose che gli stanno a cuore? “In Recanati non andando d'accordo
-nelle massime con nessuno, non disputo mai, ed ostinatissimo mi lascio
-spiattellare in faccia spropositi da stomacare i cani, senza mai aprir
-bocca.„ Di quale considerazione godrà? Come in famiglia, così in tutta
-la città lo trattano da “vero e pretto ragazzo, e i più aggiungono i
-titoli di saccentuzzo, di filosofo, d'eremita e che so io.„ Tanto egli
-è disconosciuto, che non crede d'incontrare veri odii o inimicizie,
-“perchè questi si esercitano cogli uguali e nessuno vorrà degnarsi di
-credermi suo uguale; ma disprezzi e scherni gli aspetto, e li ricevo
-da tutti quelli che tratto e vedo„. Dice anche: “Io sto qui, deriso,
-sputacchiato, preso a calci da tutti, menando l'intera vita in una
-stanza, in maniera che, se vi penso, mi fa raccapricciare.„ Esagera?
-I suoi nervi troppo tesi gli fanno giudicare così? No; è la verità. I
-nobili oziosi ed ignoranti lo dileggiano per l'ingegno e la cultura;
-un giorno, perchè egli tenta di replicare a uno di loro, è da costui
-percosso sul viso con un frustino. La plebe ride della deformità del
-suo corpo: talvolta, se egli esce a prendere una boccata d'aria, è
-costretto a tornarsene in casa dagl'insulti della canaglia; i monelli
-si divertono a tirar sassi o pallottole di neve sulla schiena al “gobbo
-de Leopardi„. E i preti lo giudicano empio per le sue massime; perchè,
-onorando i genitori, non intende esserne schiavo.
-
-Che effetto produrrebbero tutte queste cose in uomo qualunque? Non
-avrebbe ogni uomo ragione di sentirsi fuori del mondo civile, in un
-misero paesaccio, in un romitaggio, in una sepoltura? Ma il Leopardi
-non è un uomo come tutti gli altri: noi sappiamo quanto vulnerabili
-sono i suoi nervi, quanto è inferma la sua sensibilità. Allora non ci
-stupiremo se egli chiamerà Recanati “tana, caverna, serraglio, porca
-bicoccaccia, vilissima zolla, capitale dei poveri e dei ladri, luogo
-pieno e stivato di maledizioni„; se chiamerà i suoi concittadini
-“animali„ dalla cui vista fugge: “Ogni giorno mi par mill'anni di
-fuggir via da questa porca città, dove non so se gli uomini sieno più
-asini o più birbanti; so bene che tutti sono l'uno e l'altro....„
-
-Eppure egli non ha giudicato sempre così. Anche prima di uscire da
-Recanati, quando l'opposizione dei parenti e gli scherni degli estranei
-non lo hanno ancora esasperato, egli è stato giusto con la sua città
-natale. “Ora dico di odiarla perchè vi sono dentro, che finalmente
-questa povera città non è rea d'altro che di non avermi fatto un bene
-al mondo, dalla mia famiglia in fuori.„ Egli è anche così più che
-giusto con la sua famiglia.... E se la sua sensibilità è tanto offesa a
-Recanati, l'immaginazione vi opera prodigi, raffigurandogli le bellezze
-dell'ignoto mondo. “Iddio ha fatto tanto bello questo nostro mondo„,
-scrive al Giordani, “tante cose belle ci hanno fatto gli uomini, tanti
-uomini ci sono, che chi non è insensato arde di vedere e di conoscere;
-la terra è piena di meraviglie, ed io di dieciott'anni potrò dire:
-In questa caverna vivrò, e morrò dove son nato?...„ Ma tanto egli
-è esperto degli inganni orditi dalla fantasia, che non appena si
-rappresenta queste meraviglie già è sicuro di non poterle trovare. “A
-voi succede,„ riscrive al Giordani sei mesi dopo, “quello che succederà
-a me se mai vedrò il mondo, di averlo a noia. Allora forse non mi
-dispiacerà e fors'anche mi piacerà questo eremo che ora aborro.„
-
-Così appunto accade. Appena esce da Recanati, appagato finalmente il
-lungo desiderio di veder Roma, la metropoli lo scontenta, e il luogo
-natio quasi gli pare preferibile. “Tenete per certissimo che il più
-stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e
-più grave Romano. Assicuratevi che la frivolezza di queste bestie passa
-i limiti del credibile. S'io vi volessi raccontare tutti i propositi
-ridicoli che servono di materia ai loro discorsi, e che sono i loro
-favoriti, non mi basterebbe un in foglio....„ Non lo scontenta solo lo
-spirito della popolazione, ma anche il materiale della città: “Tutta la
-grandezza di Roma non serve ad altro che a moltiplicare le distanze,
-e il numero de' gradini che bisogna salire per trovare chiunque
-vogliate. Queste fabbriche immense, e queste strade per conseguenza
-interminabili, sono tanti spazii gittati fra gli uomini, invece
-d'essere spazii che contengono uomini....„ È il consueto disinganno
-che l'immaginazione prepara quando le cose troppo desiderate ed
-abbellite sono finalmente ottenute. Egli ha aspettato tanto, ha tanto
-presentito il piacere, che quando lo consegue non lo apprezza più.
-“Domandami se, in due settimane da che sono in Roma, io ho mai goduto
-pure un momento di piacere fuggitivo, di piacere rubato, preveduto o
-improvviso, esteriore o interiore, turbolento o pacifico, vestito sotto
-qualunque forma. Io ti risponderò in buona coscienza e ti giurerò, che,
-da quando io misi piede in questa città, non una goccia di piacere
-non è caduta nell'animo mio, eccetto in quei momenti ch'io ho letto
-le tue lettere.... Dirai ch'io non so vivere; che per te, e per altri
-tuoi simili il caso non andrebbe così....„ Egli stesso riconosce
-l'origine intima del suo scontento: “In verità, era troppo tardi
-per cominciare ad assueffarmi alla vita non avendone mai avuto niun
-sentore„; ma, perchè il disinganno sia così grande, bisogna che altre
-cause abbiano concorso a produrlo. Se noi dobbiamo credere che, passato
-alla metropoli da una città meno infelice di Recanati, oppure più
-presto, prima che la sua salute fosse distrutta e che il suo spirito
-si ottenebrasse, vi si sarebbe compiaciuto; dobbiamo anche notare che
-neppure in queste condizioni propizie le cause reali del suo dispiacere
-non sarebbero mancate.
-
- Oh! Se' tu Roma, o d'ogni vizio il seggio?
-
-aveva già sdegnosamente cantato Vittorio Alfieri; e le condizioni
-morali dell'eterna città erano veramente tali da sdegnare un'anima come
-quella del Leopardi. Principalmente, anzi unicamente attento alle cose
-letterarie, come trovava egli le condizioni della letteratura a Roma?
-Se l'alfabeto era tutta la letteratura di Recanati, qual era quella
-di Roma? “Quanto ai letterati, de' quali ella mi domanda„, scrive al
-padre, “io n'ho veramente conosciuti pochi, e questi pochi m'hanno
-tolto la voglia di conoscerne altri. Tutti pretendono d'arrivare
-all'immortalità in carrozza, come i cattivi cristiani al paradiso.
-Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola e vera
-scienza dell'uomo, è l'Antiquaria. Non ho ancora potuto conoscere un
-letterato romano che intenda sotto il nome di letteratura altro che
-l'Archeologia. Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano,
-eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e par
-un giuoco da fanciulli, a paragone del trovar se quel pezzo di rame
-o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa. La bella è che
-non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il
-greco, senza la perfetta cognizione delle quali lingue, ella ben vede
-che cosa mai possa essere lo studio dell'antichità.„ Ed al fratello:
-“Della letteratura non so che mi vi dire. Orrori, e poi orrori. I più
-santi nomi profanati, le più insigni sciocchezze levate al cielo, i
-migliori spiriti di questo secolo calpestati come inferiori al minimo
-letterato di Roma, la filosofia disprezzata come studio da fanciulli;
-il genio e l'immaginazione e il sentimento, nomi (non dico cose, ma
-nomi) incogniti e forestieri ai poeti e alle poetesse di professione;
-l'antiquaria messa da tutti in cima del sapere umano, e considerata
-costantemente e universalmente come l'unico vero studio dell'uomo.
-Non dico esagerazioni. Anzi è impossibile che vi dica abbastanza....„
-Il suo disinganno cresce ogni giorno, ogni giorno egli trova un nuovo
-argomento di noia, finchè arriva a questa conclusione disperata:
-“Quantunque io sia già incapace affatto di godere, e incapace per
-sempre, Roma mi ha fatto almeno questo vantaggio, di perfezionare la
-mia insensibilità sopra me stesso, e di farmi riguardare la mia vita
-intera, il mio bene, il mio male, come vita, bene, male altrui.„
-
-Non per questo, tornato a Recanati, egli si rassegna alla vita del
-“natìo borgo selvaggio„, dove la sua vita “est plus uniforme que le
-mouvement des astres, plus fade et plus insipide que les paroles de
-notre Opéra„; dove non trova la libertà che ha goduto fuori di casa;
-dove, se vuol far venire un libro, gli conviene aspettare quattro,
-sei, otto mesi, talvolta anche di più; dove manca di giornali, dove
-si trova in un buio veramente spaventevole. Ma, partito un'altra volta
-per andare in altre città grandi, non vi si trova contento. “Al primo
-aspetto„, scrive da Milano, “mi pare impossibile di durar qui neppure
-una settimana.„ E col tempo, se riceve impressioni grate, ne riceve
-pure di sgradevolissime. “Qui mi trovo malissimo e di pessima voglia.
-Pochi letterati ho conosciuto, e non mi curo di vederli per la seconda
-volta....„ Il bello, che trova a Milano in gran copia, gli è guastato
-“dal magnifico e dal diplomatico anche nei divertimenti.... Gli
-uomini sono come _partout ailleurs_; e quello che mi fa rabbia è, che
-tutti ti guardano in viso e ti squadrano da capo a piedi come a Monte
-Morello....„ A Bologna trova che gli uomini sono “vespe senza pungolo„,
-e con infinita meraviglia deve convenire “che la bontà di cuore vi si
-trova effettivamente, anzi vi è comunissima, e che la razza umana vi è
-differente da quella di cui tu ed io avevamo idea„. Tuttavia egli vive
-in quella città “molto malinconico, e in certe passeggiate solitarie
-che vo facendo per queste campagne bellissime, non cerco altro che
-rimembranze di Recanati.„ Se passa a Firenze, la metropoli toscana “non
-sarebbe certamente il luogo ch'io sceglierei per consumar questa vita„:
-e, senza il Giordani, la cui compagnia gli è stata di tanto conforto,
-il suo malumore si sfoga vivacemente: “Questi viottoli, che si chiamano
-strade, mi affogano; questo sudiciume universale mi ammorba; queste
-donne sciocchissime, ignorantissime e superbe, mi fanno ira„, e, come
-a Roma, la condizione degli spiriti è ancora quella che più lo sdegna:
-“Io non veggo altri che Vieusseux e la sua compagnia; e quando questa
-mi manca, come accade spesso, mi trovo come in un deserto. Infine mi
-comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni
-bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel
-cervello che la sommità del sapere umano stia nel saper la politica e
-la statistica.„ Tornato a Roma, la stessa ira d'una volta lo infiamma:
-“La letteratura romana, come tu sai benissimo, è così misera, vile,
-stolta, nulla, ch'io mi pento di averla veduta e vederla, perchè questi
-miserabili letterati mi disgustano della letteratura, e il disprezzo
-e la compassione che ho per loro, ridonda nell'animo mio a danno del
-gran concetto e del grande amore ch'io aveva alle lettere.„ Che dirà
-egli di Napoli? “Non posso più sopportare questo paese semibarbaro e
-semiaffricano, nel quale io vivo in un perfetto isolamento da tutti„;
-egli ha bisogno di fuggire “da questi lazzaroni e pulcinelli nobili e
-plebei, tutti ladri e b. f. degnissimi di Spagnuoli e di forche.„
-
-Facciamo una larghissima parte al suo nervosismo, all'irritabilità
-cresciuta per le continue sventure, le malattie, il disagio pecuniario,
-le opposizioni della famiglia; facciamo una larghissima parte
-all'ingannatrice fantasia che dipinge troppo belli i luoghi lontani
-e li rende preferibili ai vicini, talchè anche quando egli si trova
-contento, come a Pisa, pure vive di rimembranze dell'odiato Recanati;
-resta ancora, per altre testimonianze, che le condizioni morali delle
-città italiane non erano, a quei tempi, delle più felici. Basterà per
-tutte quella di Vittorio Alfieri, uomo sano, operoso e ricco, capace di
-istituir paragoni grazie ai lunghi viaggi fatti da un capo all'altro
-d'Europa. Giudicati i Romaneschi maestri nel mal oprare, i Napoletani
-nello schiamazzare, i Genovesi nel patir la fame, i Veneziani nel
-lasciar fare, i Milanesi nel banchettare, egli conclude
-
- Tale d'Italia è la primaria gente;
- Smembrata tutta, e d'indole diversa;
- Sol concludendo appieno in non far niente.
-
- Nell'ozio e ne' piacer nojosi immersa
- Negletta giace, e sua viltà non sente;
- Fin sopra il capo entro a Lete sommersa.
-
-E questo è appunto il nuovo motivo di dolore di Giacomo Leopardi,
-ammiratore fervidissimo dell'Astigiano: in ogni parte d'Italia ai suoi
-tempi non solamente l'ignoranza è grande quanto l'ignavia e l'amore
-delle vanità, ma lo stesso sentimento della patria comune, della
-nazione, è infimo e nullo.
-
-Fanciullo, sotto l'impero del padre guelfo, egli aveva cominciato a
-parteggiare per le autorità legittime contro i Francesi invasori e
-i rivoluzionarii di casa. Ritiratosi Gioacchino Murat da Macerata,
-liberato il Piceno, egli aveva rivolto un'orazione agl'Italiani
-eccitandoli all'odio degli stranieri. “Ogni francese è degno d'odio,
-perchè niun francese riconosce i delitti della sua nazione. Quel popolo
-forsennato con tanto sangue e stragi, con tanti danni a tutta l'Europa,
-non fece che una parentesi nella cronologia dei regnanti per rientrar
-poi nello stato primiero.„ E dalla esecrazione dei rivoluzionarii
-francesi era passato all'esaltazione dei governi indigeni. “Non v'ha
-popolo,„ giudicava, “più felice dell'italiano nell'amministrazione
-paterna di sovrani amati e legittimi„; e se l'Italia era divisa in
-tanti staterelli, se ne compiaceva perchè ella “offre lo spettacolo
-vario e lusinghiero di numerose capitali, animate da corti floride
-e brillanti, che rendono il nostro suolo sì bello agli occhi dello
-straniero„; e aveva dimostrato che l'Italia non è fatta per le armi,
-bensì per le arti. Ma la sua conversione fu molto rapida: due anni
-dopo, quando cominciava a lagnarsi di Recanati e diceva che gli era
-tanto cara da somministrargli le belle idee per un trattato dell'odio
-della patria, tosto si correggeva: “Ma mia patria è l'Italia; per la
-quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto italiano.„
-Questo sentimento si afforza ogni giorno più: egli non tralascia
-occasione di significarlo: se gli Accademici di Viterbo lo chiamano a
-far parte della loro società, si rallegra delle loro cure “con la mia
-nazione, alla quale resta tanto poco del vero amore, non dirò delle
-patrie particolari, ma della nostra comune gloriosissima e sovrana
-patria, che è l'Italia„; e se il Visconti abbandona la terra e la
-lingua italiana, egli non l'ama “niente affatto, perchè mi pare, che si
-sia scordato dell'Italia„; e invece chiama “mio„ l'Alfieri, e dedica
-al Monti le sue prime canzoni patriottiche che per niente al mondo
-dedicherebbe “a verun potente.„ Noi vediamo quindi che, come gli era
-accaduto in fatto di letteratura, così anche in politica è variamente
-sollecitato dalle correnti morali del suo tempo. Ma se tra il
-classicismo e il romanticismo il temperamento era difficile perchè le
-tendenze delle due scuole rispondevano a due tendenze del suo spirito,
-in materia politica la via di mezzo non era possibile. Una volta venuta
-meno l'ubbidienza al regime tradizionale e il compiacimento nella
-secolare divisione della patria italiana, egli doveva seguire sino in
-fondo la nuova via della ribellione; dove lo aspettavano nuove e non
-meno gravi pene.
-
-Qual era infatti la condizione reale di quell'Italia che egli aveva
-vista grande nelle memorie di tempi troppo remoti? Una delle peggiori
-che la sua storia rammenti. Cinquant'anni prima gl'Italiani erano
-immersi in un letargo profondo, dal quale pareva che nulla potesse mai
-trarli; dei loro mali avevano perduto quasi coscienza, si può dire
-che non ne soffrissero. Cinquant'anni dopo essi dovevano insorgere,
-combattere, cadere, ma poi finalmente trionfare. L'età del Leopardi
-è invece la più travagliata. La rivoluzione e l'invasione francese
-hanno destato gli spiriti; Napoleone, italiano d'origine, pronunzia
-in Milano di aver preparato alti destini alla nazione infelice. Ma
-i fatti non seguono alle promesse. Discacciati i Tedeschi, restano i
-Francesi; i danni prodotti dai nuovi occupatori in nome della libertà
-sono infiniti. Se qualcuno si è illuso, se qualcuno ha dato fede alle
-promesse, il disinganno è amarissimo. Il Leopardi che non ha creduto,
-che è rimasto per questo riguardo il misogallo dei primi tempi, vede
-nei nuovi casi l'ultima rovina. Beato egli stima Dante
-
- che il fato
- A viver non dannò fra tanto orrore;
- Che non vedesti in braccio
- L'itala moglie a barbaro soldato;
- Non predar, non guastar cittadi e colti
- L'asta inimica e il peregrin furore;
- Non degl'itali ingegni
- Tratte l'opre divine a miseranda
- Schiavitude oltre l'Alpi, e non de' folti
- Carri impedita la dolente via;
- Non gli aspri cenni ed i superbi regni;
- Non udisti gli oltraggi e la nefanda
- Voce di libertà che ne schernia
- Tra il suon delle catene e de' flagelli.
- Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto
- Che lasciaron quei felli?
- Qual tempio, quale altare o qual misfatto?
-
-Ed egli soffre d'esser nato in mezzo a questa rovina:
-
- Perchè venimmo a sì perversi tempi?
- Perchè il nascer ne desti o perchè prima
- Non ne desti il morire,
- Acerbo fato? onde a stranieri ed empi
- Nostra patria vedendo ancella e schiava,
- E da mordace lima
- Roder la sua virtù, di null'aita
- E di nullo conforto
- Lo spietato dolor che la stracciava
- Ammollir ne fu dato in parte alcuna?
-
-Ma il più grave è questo: che il fiore della gioventù italiana sia
-tratto a combattere e a morire non contro i proprii nemici, ma contro
-nemici altrui: non per la moribonda Italia, ma per altra gente,
-per quelli che sono venuti a tiranneggiarla; e a morire lontano, in
-Ispagna, in Germania, nei deserti nevosi di Russia.
-
- Morian per le rutene
- Squallide spiagge, ahi d'altra morte degni,
- Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo
- E gli uomini e le belve immensa guerra.
- Cadeano a squadre a squadre
- Semivestiti, maceri e cruenti,
- Ed era letto agli egri corpi il gelo.
- Allor, quando traean l'ultime pene,
- Membrando questa desiata madre,
- Diceano: oh non le nubi e non i venti,
- Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,
- O patria nostra. Ecco da te rimoti,
- Quando più bella a noi l'età sorride,
- A tutto il mondo ignoti,
- Moriam per quella gente che t'uccide.
- Di lor querela il boreal deserto
- E conscie fur le sibilanti selve.
- Così vennero al passo,
- E i negletti cadaveri all'aperto
- Su per quello di neve orrido mare
- Dilaceràr le belve....
-
-La grandezza dell'affanno è smisurata, non c'è altro conforto se
-non nella stessa immensità dello sconforto.... Il Leopardi chiede
-ansiosamente se la miseria della patria sua non cesserà una volta:
-
- In eterno perimmo? E il nostro scorno
- Non ha verun confine?
-
-Egli eccita allora gl'italiani a volgersi indietro, a contemplare
-i vestigi della potenza e della gloria passata; a ricordare i loro
-grandi, Dante, Petrarca, Colombo, Ariosto, Tasso, Alfieri; e se il Mai
-discopre antiche celebri scritture e se le sue scoperte commuovono il
-mondo dei dotti e quasi fanno credere che siano tornati i tempi del
-Rinascimento, egli lo esorta a perseverare nell'opera,
-
- tanto che infine
- Questo secol di fango o vita agogni
- E sorga ad atti illustri, o si vergogni.
-
-E se la sorella Paolina sta per andare a nozze egli vuole che dia forti
-esempii ai figli. Mettano opera le donne perchè la patria si redima:
-esse hanno una grande potenza sugli animi umani; ad esse il giovane
-chiede ragione della miseria dei tempi:
-
- La santa
- Fiamma di gioventù dunque si spegne
- Per vostra mano? attenuata e franta
- Da voi nostra natura? e le assonnate
- Menti, e le voglie indegne,
- E di nervi e di polpe
- Scemo il valor natìo, son vostre colpe?...
- .... O spose,
- O verginette, a voi
- Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno
- È della patria e che sue brame e suoi
- Volgari affetti in basso loco pose,
- Odio mova e disdegno;
- Se nel femmineo core
- D'uomini ardea, non di fanciulle, amore.
-
-E si volge di nuovo al passato, trova nella storia di Roma l'esempio
-di quanto ha giovato alla patria una donna: Virginia. Ancora: ad un
-vincitore nel giuoco del pallone ricorda che gli esercizii del corpo
-sono preparazione necessaria alla guerra; e che vincitori dei giuochi
-olimpici erano quelli che vincevano poi e fugavano i Medi e i Persiani.
-Ma le esortazioni sono vane; egli sente che il funesto obblio delle
-grandi cose non finisce, che nessuno si onora d'esser figlio d'una
-madre come l'Italia, che la rovina di lei è senza riparo. Nell'alba
-della sua vita ha visto l'invasione francese e i danni dell'opera
-napoleonica; giunto alla sera, pochi anni prima di morire, vede i vani
-conati del Trentuno e l'invasione austriaca.
-
-A questa miseria politica del suo paese fa riscontro la miseria
-sociale. Tutte le classi della nazione hanno vizii e colpe. “Dite
-benissimo dei nobili,„ scrive al Brighenti, “che sono il corpo morto
-della società. Ma pur troppo io non vedo quale si possa chiamare il
-corpo vivo oggidì.... Le Corti, Roma, il Vaticano? Chi non conosce
-quel covile della superstizione, dell'ignoranza e de' vizi?„ I preti,
-“in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora
-e potranno eternamente tutto„; ma che fanno di questa loro potenza?
-Quelli che reggono lo Stato tengono su un governo “gotico„; quelli
-che pensano, che disputano, i teologi, “sono una razza di gente così
-ostinata come le donne. Prima si caverebbero loro tutti i denti
-di bocca, che un'opinione dalla testa. Bensì credo che sia meglio
-avere a fare colle donne, e anche col diavolo, che con loro.„ Egli
-non ha voluto pertanto mettersi nella carriera ecclesiastica; ma la
-professione curiale non è meno discreditata: “Quante miserie, quante
-pazzie, quanti intrighi in questo povero mondo! Come se avessimo
-felicità d'avanzo, e bisognasse minorarla colla barbarie delle
-istituzioni sociali.„
-
-Perduta, anzi non mai veramente concepita la speranza di poter aiutare
-colle azioni la patria; espresso soltanto in un impeto lirico il sogno
-di combattere solo, di procombere solo per l'Italia; egli attende
-all'unica opera che gli è consentita: la rigenerazione intellettuale
-degli Italiani — poichè la loro miseria, a questo riguardo, è
-altrettanto grande quanto quella sociale e politica. Troppo rari sono
-gl'ingegni che sostengono “l'ultimo avanzo della gloria italiana„: le
-lettere: pure egli li cerca e li onora. Del Giordani scrive: “Io penso
-che se molti de' nostri sapessero scrivere in quella maniera, non dico
-solamente quanto alle parole, ma quanto alle cose, la letteratura
-italiana seguiterebbe ad essere la prima d'Europa, come è già poco
-meno che l'ultima.„ E del Trissino: “Io non mi posso dimenticare
-d'un giovane signore italiano così amorevole, nè di sentimenti così
-magnanimi, nè di tanti pregi e virtù d'ogni sorta, che se fossero meno
-singolari in questa povera terra non sarebbe stoltezza lo sperar della
-nostra patria.„ E così anche del Papadopoli, della Tommasini, e di
-tanti altri. Questo pensiero: che le lettere non debbono essere vano
-esercizio, ma strumento di riforma civile, lo occupa assiduamente.
-Se il Brighenti disegna di pubblicare un'opera sulla riforma degli
-spettacoli dei quali si diletta il popolo italiano, caldamente egli
-lo incuora: “Non posso abbastanza lodarvi del vostro zelo per la
-riformazione degli spettacoli italiani: spettacoli barbari, e simili
-oramai a quelli della China. Le vostre osservazioni sono veramente
-utili, e a questo debbono mirare (e non mirano) gli scrittori: dico a
-giovare ai loro contemporanei, come cercavano di fare tutti gli antichi
-e tutti i classici, che non sarebbero classici se non avessero scritto
-per altro fine che di scrivere. Io non credo che dopo la Spagna, in
-punto spettacoli barbari, si possa addurre nell'Europa colta verun
-esempio di maggior corruzione, che l'Italia. Conseguenza pur troppo
-naturale dell'aver noi perduto il nome e la sostanza di nazione.„ E
-al Grassi: “Del suo valoroso e benefico assunto d'insegnare un'altra
-volta la lingua militare all'Italia che l'ha disimparata, che altro
-posso far io, se non confortarla caldissimamente a proseguire la sua
-magnanima impresa, che ha sì degnamente cominciata, anzi condotta in
-buoni termini, col suo dizionario?„ Tanto è ansioso di fare, con le
-lettere, opera utile alla patria, che, poeta, quasi ripudia la poesia.
-“Andando dietro ai versi e alle frivolezze (io parlo qui generalmente),
-noi facciamo espresso servizio ai tiranni: perchè riduciamo a un giuoco
-o ad un passatempo la letteratura; dalla quale sola potrebbe aver sodo
-principio la rigenerazione della nostra patria.„ E la rassegnazione
-cristiana predicata dal Manzoni lo scontenta: “Tale conclusione
-è ottima per istituire una riforma morale; ma io dubito molto che
-basti a levar su dal fango una nazione invilita e spirarle ardimento
-proporzionato alle sue tremende necessità. Coloro, quali i fondatori
-di religione, che parlarono all'universale degli uomini abbracciando
-ogni tempo ed ogni contrada, e non ne specificando alcuna, potettero
-rimanersi nelle astrazioni d'una sconfinata rassegnazione e pazienza.
-Ma essi non ebbero patria o non la conobbero; dovecchè il Manzoni tiene
-cara soprammodo la sua.„
-
-E tutti i suoi disegni sono rivolti alla restaurazione delle lettere
-italiane come strumento della salute nazionale. “Tante cose restano da
-creare in Italia, ch'io sospiro in vedermi così stretto e incatenato
-dalla cattiva fortuna, che le mie poche forze non si possano adoperare
-in nessuna cosa. Ma quanto ai disegni, chi può contarli? La Lirica da
-creare.... tanti generi della tragedia, perchè dell'Alfieri n'abbiamo
-uno solo; l'eloquenza poetica, letteraria e politica; la filosofia
-propria del tempo, la satira, la poesia d'ogni genere accomodata
-all'età nostra, fino a una lingua e uno stile, ch'essendo classico e
-antico, paia moderno e sia facile a intendere e dilettevole così al
-volgo come ai letterati.„ E perchè si faccia bene all'Italia, come
-fondamento della sua rigenerazione morale vuole che si crei una lingua
-filosofica, “senza la quale io credo ch'ella non avrà mai letteratura
-moderna sua propria, e non avendo letteratura moderna propria, non
-sarà mai più nazione. Dunque l'effetto ch'io vorrei principalmente
-conseguire, si è che gli scrittori italiani possano essere filosofi
-inventivi e accomodati al tempo, che insomma è quanto dire scrittori
-e non copisti.... Anche procurerò con questa scrittura di spianarmi
-la strada a poter poi trattare le materie filosofiche in questa
-lingua, che non le ha mai trattate; dico le materie filosofiche quali
-sono oggidì, non quali erano al tempo delle idee innate.... Quasi
-innumerabili generi di scrittura mancano o del tutto o quasi del tutto
-agl'Italiani, ma i principali e più fruttuosi, anzi necessari, sono,
-secondo me, il filosofico, il drammatico e il satirico. Molte e forse
-troppe cose ho disegnate nel primo e nell'ultimo; e di questo (trattato
-in prosa alla maniera di Luciano, e rivolto a soggetti molto più gravi
-che non sono le bazzecole grammaticali a cui lo adatta il Monti)
-disponeva di colorirne qualche saggio ben presto. Ma considerando
-meglio le cose, mi è paruto di aspettare. In ogni modo procureremo di
-combattere la negligenza degli Italiani con armi di tre maniere, che
-sono le più gagliarde: ragioni, affetti, riso.„
-
-Non solamente la salute gl'impedisce di eseguire tanti disegni, ma
-la stessa inutilità della propria opera gli fa cadere le braccia. A
-Roma impera l'archeologia, a Firenze la statistica, a Milano e da per
-tutto la pedanteria; la letteratura, in istato d'asfissia, non che
-scuotere le genti, non dà pane da mangiare a chi la professa. “Con
-questa razza di giudizio e di critica che si trova oggi in Italia, c...
-chi si affatica a pensare e a scrivere.„ Gl'Italiani sono da più di
-un secolo, e vogliono restare tributarii degli stranieri anche nelle
-lettere. La miseria dei tempi è tale, “che chiunque in Italia vuol
-bene, profondamente e filosoficamente scrivere e poetare, dee porsi
-costantemente nell'animo di non dovere nè potere in verun modo essere
-commendato nè gustato nè anche inteso dagl'Italiani presenti.„
-
-E i governi non badano soltanto a impedire ogni movimento, ma anche a
-soffocare il pensiero. Quasi tutte le volte che ha pronto un libro, il
-Leopardi è incerto di poterlo pubblicare. Quando manda al Giordani il
-manoscritto delle sue prime canzoni, la polizia lo sequestra; quando
-ne manda un'altra copia a Roma, gli scrivono che sono da prevedersi
-difficoltà da parte della censura. L'altra canzone al Mai è trattenuta
-dalla polizia austriaca e proibita per espressa volontà del Vicerè:
-“Essendo questa poesia scritta nel senso del liberalismo ed avendo la
-tendenza a rafforzare i malintenzionati nelle loro malevole viste, essa
-vuolsi per ciò tosto proibire e tagliare la via all'introduzione di
-contrabbando ed alla diffusione.„ La stessa polizia austriaca proibisce
-un'edizione fiorentina dei _Canti_, per “irreligiosità e principii
-antisociali.„ A Bologna la censura vieta la pubblicazione delle canzoni
-nuove e della _Comparazione_ delle sentenze di Teofrasto e di Bruto:
-se egli vuole ottenere la revoca del divieto, deve far precedere il
-libro da un avvertimento nel quale loda i governi ed eccita i popoli
-all'obbedienza. Stampa a Firenze, sull'_Antologia_, un saggio delle
-_Operette morali_, per vedere se anche queste saranno trattenute
-in Lombardia; ma nella stessa Firenze il consiglio dei ministri gli
-rigetta il manifesto d'un giornale che si propone di pubblicare. A
-Napoli, pochi mesi prima che egli muoia, un'edizione delle sue intere
-opere dispiace ai Padri revisori ed è interdetta. La persecuzione
-continua anche dopo che egli è morto: il pretore di Reggio Calabria,
-nel 1856, condanna a mille ducati di multa Pietro Merlino, barbiere,
-“colpevole di detenzione di un libro proibito, intitolato _Canti di
-Giacomo Leopardi_.„
-
-
-
-
-V.
-
-LA GLORIA.
-
-
-In questo paese, del quale le condizioni non gli sono lieve causa
-di dolore, potrà egli sperare di trovar un compenso alle tante sue
-sciagure? Poichè quasi ogni azione gli è stata contesa, e il pensiero
-e lo studio è stato tutta la sua vita, potrà egli ottenere il premio di
-questa attività: la gloria?
-
-Della gloria ha avuto una brama ardente. “Io ho grandissimo, forse
-smoderato e insolente desiderio di gloria.„ A diciotto anni, questa
-non è in lui presunzione: tali prove ha dato del suo ingegno, che il
-Giordani gli può scrivere: “Io ho innanzi agli occhi tutta la vostra
-futura gloria immortale.„ E il proposito del giovane è più che mai
-di raggiungerla: “Non voglio vivere fra la turba: la mediocrità mi
-fa una paura mortale; ma io voglio alzarmi e farmi grande ed eterno
-coll'ingegno e collo studio.„
-
-Gli eruditi lavori dell'adolescenza cominciano a fruttargli le prime
-pubbliche lodi. Il Cancellieri, nella sua _Dissertazione_ intorno
-agli uomini dotati di grande memoria, stampa: “Quali progressi non
-dovranno aspettarsi da un giovine di merito sì straordinario?„ e cita
-il giudizio dello svedese Akerblad: “Parmi che così erudita Opera di
-un Giovine ancora in tenera età sia di ottimo augurio per l'Italia,
-che potrà sperare di veder un giorno a comparire un filologo veramente
-insigne.„ Ma le prime canzoni levano più alto grido. Vincenzo Monti,
-a cui sono dedicate, gli scrive: “Il core mi gode nel vedere sorgere
-nel nostro Parnaso una stella, la quale se manda nel nascere tanta
-luce, che sarà nella sua maggiore ascensione?„ Il Trissino dice che
-gli Italiani debbono confortarsi molto di possederlo, Il Cancellieri
-lo chiama “fenice dell'età nostra„; il Giordani gli riferisce che si
-parla di lui “come di un Dio.„ Che moto di legittimo orgoglio non deve
-sollevarlo sulla mediocre umanità! Quante soddisfazioni, quanti onori,
-quanti trionfi la sua fantasia non deve promettergli! Questa volta essa
-non può esagerare: certo, se di tutti gli altri beni non è destinato
-a conoscere altro che il nome, non gli potrà mancare nessuno di quelli
-che procura la fama.
-
-Noi abbiamo visto qual conto facesse il padre della sua grandezza e
-come largheggiasse per assicurarla. Finchè il giovane resta a Recanati,
-da una parte i suoi concittadini lo maltrattano come sappiamo e lo
-chiamano _poeta_ con intonazione di scherno; dall'altra poco e male
-egli può sapere che cosa si pensi di lui nel resto del mondo: “Io tra
-le altre fortune ho quella di fare stampare le cose mie e non saper
-mai che cosa se ne dica: se piacciano, se non piacciano, se si stimino
-mediocri, se pessime, in guisa che un mio libro stampato è per me
-come se fosse manoscritto.„ Pubblica la traduzione del secondo canto
-dell'_Eneide_, e non gli giova “ad altro che a donarne tre copie in
-tutto e per tutto, non contando io per niente quel mezzo centinaio
-che n'ho fatto seminare tra questa vilissima plebe marchegiana e
-romana.„ E il suo lavoro resta ignorato a Roma, “dove pur vedo che si
-parla di cento altre traduzioni, che in coscienza non posso dire che
-sieno migliori.„ Stampa le sue canzoni e non sa come pubblicarle: “Io
-sono ignorantissimo di queste cose, non ho commercio letterario con
-nessuno, e con tutte queste copie in poter mio, non volendone un mezzo
-soldo, non so che diavolo me ne fare.„ S'arrovella aspettando tempi
-migliori; e intanto, perchè l'amor della gloria non gli sia pericoloso,
-si propone di obbedire a certe massime prudenti: “Ama la gloria, ma,
-primo, la sola vera; e però le lodi non meritate, e molto più le finte,
-non solamente non le accettare, ma le rigetta, non solamente non le
-amare, ma le abbomina; secondo, abbi per fermo che in questa età,
-facendo bene, sarai lodato da pochissimi, lasciando che altri piaccia
-alla moltitudine e sia affogato dalle lodi; terzo, delle critiche,
-delle maldicenze, delle ingiurie, dei disprezzi, delle persecuzioni
-ingiuste, fa quel conto che fai delle cose che non sono; delle giuste
-non ti affliggere più che dell'averle meritate; quarto, gli uomini più
-grandi e più famosi di te, non che invidiarli, stimali e lodali a tuo
-potere, e inoltre amali sinceramente e gagliardamente.„ Ottiene infatti
-qualche amicizia letteraria, sente dirsi cose lusinghiere da quelli
-che lo ringraziano del dono dei suoi opuscoli; ma già le delusioni
-cominciano. La difficoltà di stampare a sue spese, l'impossibilità
-d'inchinarsi a giornalisti ed a critici, gli fanno considerare come
-la più sicura, anzi la sola approvazione che le sue opere possano
-ottenere sia quella della propria coscienza. “Ma queste cose perchè ve
-le scrivo? Eh via che nè la nostra virtù, nè la delicatezza del cuor
-nostro, nè la sublimità della mente nostra, nè la nostra grandezza non
-dipendono da queste miserie, nè io sarò meno virtuoso nè meno magnanimo
-(dove ora sia tale) perchè un asino di libraio non mi voglia stampare
-un libro, una schiuma di giornalista parlarne. Oramai comincio, o mio
-caro, anch'io a disprezzare la gloria, comincio a intendere insieme con
-voi che cosa sia contentarsi di sè medesimo, e mettersi colla mente più
-in su della fama e della gloria e degli uomini e di tutto il mondo. Ha
-sentito qualche cosa questo mio cuore per la quale mi par pure ch'egli
-sia nobile; e mi parete pure una vil cosa voi altri uomini, ai quali se
-per aver gloria bisogna che m'abbassi a domandarla, non la voglio; chè
-posso ben io farmi glorioso presso me stesso, avendo ogni cosa in me, e
-più assai che voi non potete in nessunissimo modo dare.„
-
-Il proposito è di quelli che si chiamano filosofici, come opposti alle
-idee pratiche. In questa filosofia tanto più è difficile che egli
-perseveri, quanto maggiori sono le manifestazioni del suo ingegno,
-quanto più calda è l'espressione della meraviglia dei pochissimi che
-lo conoscono. Il Giordani s'adopera per lui, per fargli ottenere un
-posto a Roma; ma il giovane sa di esservi sconosciuto, “e non dico di
-non meritarlo; dico bene che infiniti altri che lo meritano quanto
-me, sono senza paragone più noti e stimati e lodati e riveriti che
-non son io; la qual cosa non mi muove punto nè mi dee muovere per sè
-stessa, ma mi pregiudica in questo ch'io non avendo nessuna fama, non
-ne posso cavare quelle utilità reali che ne cavano coloro che n'hanno,
-comunque se l'abbiano. Sicchè non è dubbio che i vostri uffici non mi
-possano giovare assaissimo.„ Ma l'amico suo non riesce, nè a Roma nè in
-Lombardia. Intanto il Pindemonte ingelosisce di lui per il suo saggio
-di traduzione dell'_Odissea_; il giovane risponde giustificandosi,
-umiliandosi: “Io non ho mai veduto nessuna parte dell'_Odissea_ del
-Pindemonte. Non so neppure se l'abbia tradotta e pubblicata tutta;
-solamente quel saggio che stampò alcuni anni prima del mio. So ben
-questo, che la sua traduzione si potrebbe paragonare alla mia così
-bene, come una gemma a un ciottolo.„
-
-Un giorno, stanco delle lunghe aspettazioni senza alcun ottenimento,
-egli pone da parte il suo orgoglio e s'inchina dinanzi al Mai perchè
-gli ottenga di farlo uscire da Recanati procurandogli la cattedra
-di lingua latina vacante nella Biblioteca vaticana, della quale il
-Monsignore è primo Custode. “Ho vissuto sempre in un piccolo paesuccio,
-non ho conoscenze, non amicizie, non appoggi di sorta alcuna. Così che
-dopo avere perduto ogni altro vantaggio della vita, mi vedo ridotto
-a perdere interamente anche quell'ultimo frutto degli studi, che è
-la conversazione degli uomini insigni, e quel poco di fama, che ogni
-piccolo uomo si lusinga e desidera di acquistare. Ma chi vive sepolto
-in un paese come questo, non può mai sperare di farsi, non dico famoso,
-ma neppur noto in nessuna parte della terra. Tutte le fatiche, tutti i
-dolori, tutte le perdite che ho sostenute sono vane per me. Io mi vedo
-qui disprezzato e calpestato da chicchessia; tutte le speranze della
-mia fanciullezza sono svanite; ed io piango quasi il tempo consumato
-negli studi, vedendomi confuso con la feccia più vile degli scioperati
-e degl'ignoranti.„ Per queste ragioni “implora la misericordia„ di
-lui; e il Monsignore il cui nome sarà famoso presso i venturi grazie
-al canto che il giovanetto gli ha intitolato, non vuole o non sa
-contentarlo; anzi pubblica più tardi un frammento del Libanio “o per
-fare dispetto a me, o sapendo di certo che col pubblicarlo, lo levava
-di mano a me che già l'aveva trovato.„
-
-Andato a Roma, egli s'accorge che nella gran città, dove sperava di
-ottenere quella fama negatagli nel piccolo luogo natale, è ancora più
-difficile esser conosciuti ed ammirati; e vede la miseria del mondo
-letterario che da lontano gli sembrava tanto bello: “Quel vedere la
-gente fanatica della letteratura anche più di quello ch'io fossi in
-alcun tempo, quel misero traffico di gloria (giacchè qui non si parla
-di danari, che almeno meriterebbero d'esser cercati con impegno), e di
-gloria invidiata, combattuta, levata come di bocca dall'uno all'altro;
-quei continui partiti, de' quali stando lontano non è possibile
-farsi un'idea; quell'eterno discorrere di letteratura e discorrerne
-sciocchissimamente, e come di un vero mestiere, progettando tutto
-giorno, criticando, promettendo, lodandosi da sè stesso, magnificando
-persone e scritti che fanno misericordia, tutto questo m'avvilisce in
-modo, che, s'io non avessi il rifugio della posterità e la certezza
-che col tempo tutto prende il suo giusto luogo (rifugio illusorio, ma
-unico e necessarissimo al vero letterato), manderei la letteratura al
-diavolo mille volte....„ I dotti stranieri lo apprezzano molto più
-che non gl'Italiani; ma non per le qualità delle quali egli è più
-orgoglioso. “Qui in Roma io non sono letterato (il qual nome, se è
-vero, è inutile coi Romani, inutile coi forestieri), ma sono un erudito
-e un grecista. Non potete credere quanto m'abbiano giovato quegli
-avanzi di dottrina filologica che io ho raccolto e raccapezzato dalla
-memoria delle mie occupazioni fanciullesche. Senza questi io non sarei
-nulla cogli stranieri, i quali ordinariamente mi stimano, e mi danno
-molti segni d'approvazione.„ Ma se egli spera di poter essere portato
-via, all'estero, da qualcuno di costoro, spera invano, Il ministro di
-Prussia gli dà gran lode per i suoi studi filologici e gli dimostra
-molto interesse e gli promette di esercitare tutta la sua influenza
-presso il governo pontificio per ottenergli un impiego: ma non glie
-l'ottiene; l'otterrebbe se egli consentisse a farsi prete!
-
-A Milano, a Bologna, stipendiato dallo Stella, deve fare per conto
-di questo libraio studii che abomina, “un librettaccio noioso„, il
-commento del Petrarca, “calice di passione„ dal quale non aspetta “nè
-onore nè piacere alcuno, bensì noia ineffabile e riso di molti che
-mi conoscono, dell'essermi occupato in queste minuzie pedantesche.„ E
-deve persuadere il libraio a non fargliene compiere un secondo dello
-stesso genere: “Eccomi a dirle del Cinonio. Trovo che questo lavoro
-sarà dei lunghi e noiosissimi, altrettanto e più che il Petrarca,
-senza stimolo alcuno di fama o di lode all'autore. Ciononostante,
-giudicando ella che esso debba riuscirle utile, eccomi a servirla. Ma
-avendo io già pubblicata col mio nome un'opera affatto pedantesca,
-com'è il comento al Petrarca, mi prendo la confidenza di porle in
-considerazione che il pubblicarne un'altra dello stesso genere, non
-potrà essere senza che il pubblico mi ponga onninamente, e per viva
-forza, in quella classe, dalla quale colle mie parole e cogli altri
-miei scritti ho tanto cercato di separarmi: nella classe di quelli che
-deprimono e rendono frivola, nulla, ridicola agli occhi degli stranieri
-la nostra letteratura, e con ciò servono mirabilmente alle intenzioni
-dell'_oscurantismo_: nella classe dei pedanti. Io la prego però di
-volere avere al mio nome questa compassione di salvarlo da questo
-epiteto, nel quale esso incorrerà inevitabilmente se la nuova opera
-sarà annunziata per mia....„ E quando poi questo libraio si dispone
-a stampare le sue _Operette morali_, gli vuol mettere questo libro di
-altissima filosofia nella _Biblioteca per dame_!
-
-Nessuno è riuscito a fargli avere un impiego: nessuno glie l'otterrà.
-Una promessa, il segretariato dell'Accademia di Bologna, sfuma
-nonostante l'appoggio del Bunsen. Lo stesso Bunsen gli dà come cosa
-fatta la sua nomina alla cattedra di eloquenza greca e latina; il
-giovane lo prega di fargli anche ottenere dal cardinale segretario di
-Stato la somma occorrente al viaggio da Bologna a Roma, non avendo
-la possibilità di farlo a spese proprie, e il Bunsen stesso mette a
-sua disposizione il denaro occorrente; ma tutto va a monte: egli non
-ottiene altro che “una nuova prova del quanto poco, anzi nulla, ci
-possiamo noi confidare in questo nostro Governo gotico, le cui promesse
-più solenni vagliono meno che quelle di un amante ubbriaco.„ Ancora il
-Bunsen gli propone una cattedra in Germania, a Berlino o a Bonn; ma,
-oltre che la cosa non è sicura, la salute rovinata non gli consente
-oramai di vivere in climi tanto rigidi. Il Colletta, cercandogli
-una cattedra in Toscana, non è più fortunato. Non è più fortunato il
-Maestri cercandogliene un'altra a Parma: glie ne darebbero una, ma
-di storia naturale!... I suoi concittadini, dopo tanta indifferenza e
-tanta diffidenza, hanno sentore della sua grandezza; essi pensano un
-giorno a lui, ma non per giovargli, bensì per giovarsene; lo eleggono
-ad un posto non letterario, ma politico; lo nominano deputato durante
-la rivoluzione del Trentuno, quando egli è lontano, tanto lontano che
-la rivoluzione quasi finisce prima che egli risponda rinunziando ad un
-ufficio al quale non è nato.
-
-Con tutta la sua dottrina, egli deve contentarsi di vivere dei pochi
-scudi che gli paga ogni mese il libraio Stella e dell'emolumento di
-lezioni private. Come una “fortuna„ sollecita dal Vieusseux di esser
-posto in relazione col libraio Antonelli, disponendosi ad accettare,
-tra per le condizioni del mercato librario, tra per lo stato della sua
-salute, gli sterili e odiati lavori di compilazione. Se stampa opere
-originali, deve pregare gli amici di trovargli sottoscrittori. Se
-concorre con le _Operette morali_ al premio quinquennale di mille scudi
-che conferirà l'Accademia della Crusca, il Vieusseux gli assicura che,
-riguardo alla lingua e allo stile, cose che gli Accademici dovrebbero
-considerare principalmente se volessero esser fedeli al loro primitivo
-istituto, nessuno potrà competere con lui; ma il valore dell'opera
-sua non basta: bisogna raccomandarsi, essere raccomandato. “Il Capponi
-vi conosce„, gli scrive il Colletta, “vi pregia, vi ama; ma egli non
-ha sullo Zannoni la forza che voi credete; nè lo Zannoni può tutto in
-quel coro di canonici. Sento in predicamento il Botta; e certamente per
-mole sta sopra a tutti: ma che storia! che stile! Quanto perderebbero
-le lettere italiane s'egli avesse imitatori! Se gli accademici hanno
-in pregio il puro, il gentile e il bisogno d'Italia di bello scrivere,
-le opere vostre saran preferite, perchè in qualità di stile voi non
-avete superiore o compagno.„ E il Capponi e il Niccolini difendono
-la sua causa, ed anche lo Zannoni dicono che si mostri giusto a suo
-riguardo; ma l'Accademia conferisce il premio proprio al Botta; e
-neppure dà a lui la prima menzione onorevole; gli concede soltanto
-la seconda. Per tutta consolazione, due anni dopo lo nomina suo
-socio corrispondente. Ma le semplici soddisfazioni d'amor proprio che
-importano oramai all'infelice cui mancano i mezzi di vivere? “Riempirti
-il naso di fumo„, scrive alla sorella, “non mi dà più l'animo, e mi
-fa nausea.„ Egli non ottiene quei compensi reali ai quali è anche sul
-punto di divenire indifferente; se pure li ottenesse, non vi sarebbe un
-senso di secreto avvilimento nella rinunzia ai sogni di gloria pura e
-disinteressata?
-
-Ed a che cosa si riduce per lui questa gloria? All'amicizia di qualche
-grande anima, alle liete accoglienze di Bologna e di Firenze, alle lodi
-in versi del Muzzarelli e del Missirini, alle lodi in prosa e a qualche
-traduzione che gli vengono dall'estero. E quante miserie, quante
-invidie, in cambio! All'Accademia degli Arcadi dicono male di lui;
-egli ne ride, ma sotto alle risa si sente la ferita dell'amor proprio:
-assicura che prova “un gran piacere quando sono informato del male che
-si dice di me„; ma che specie di piacere è questo?... Un anonimo scrive
-al suo editore, e il suo editore gli comunica il seguente giudizio sul
-commento del Petrarca: “Non posso a meno di dirgli che quella operetta
-del Petrarca colle note mi par cosa inettissima; e degna d'esser letta
-da uno scolaretto sgusciato dalla Grammatica.„ Per difendere la forma
-delle sue prime dieci canzoni, egli deve comporre lunghe annotazioni
-filologiche; per difenderne il contenuto, lo critica egli stesso in un
-articolo ironico, senza firma. E il Tommaseo lo vitupera e lo dileggia,
-e compone epigrammi sulla sua deformità corporale. E del Rosini è
-amico, ma egli deve aver paura di dare al De Sinner la notizia della
-caduta del _Tasso_ a Firenze “perchè sapete che gli sdegni letterarii
-del Rosini non sono sempre inoffensivi. „
-
-E poichè il destino non risparmierà questo grande sciagurato mai,
-neppure nella morte, egli si spegne a Napoli durante l'epidemia
-colerica, quando nessuno s'accorge della perdita che ha fatta l'Italia,
-quando la sua salma a stento è sottratta dal Ranieri alla fossa comune
-dove tutti i morti, per misura di pubblica salute, sono confusi. E un
-Cicconi, nella _Gazzetta di Francia_, gli tesse un elogio funebre pieno
-di vituperii; e il Tommaseo dissuade il libraio parigino Baudry dal
-pubblicare un'edizione postuma delle sue opere. E lo stesso Ranieri,
-che pure gli è stato tanto amico, un giorno, dopo molti anni, scrive un
-libro nel quale avvilisce ed offende la sua memoria.
-
-
-
-
-PARTE SECONDA.
-
-IL PENSIERO.
-
-
-
-
-IL PESSIMISMO
-
-
-
-
-I.
-
-L'ILLUSIONE.
-
-
-Volgiamo lo sguardo indietro, sommiamo le disgraziate circostanze
-intime ed esteriori in mezzo alle quali Giacomo Leopardi nasce,
-cresce e vive sino all'ultimo giorno: gli eccessi della fantasia, gli
-eccessi del ragionamento, il loro dissidio, la successiva dispersione
-della volontà, l'esagerazione degli studii del passato, il contagio
-romantico, il disordine della sensibilità, le malattie incessanti, la
-deformità che gl'impedisce d'essere amato, la mancanza della protezione
-materna, i contrasti col padre, la povertà, la lotta con le difficoltà
-materiali della vita, la meschinità del luogo natale, la miseria
-politica, sociale e intellettuale della patria, le fallite speranze di
-gloria: vedremo che la sua vita fu uno spasimo incessante.
-
-Potremo noi trovare nell'opera sua le lodi dell'esistenza,
-l'espressione della gioia, la fede nella bontà dell'universo? Vediamo
-noi nascere le rose dal mortuario asfodelo? Il nostro pensiero, quando
-pare più libero di manifestarsi in un modo piuttosto che in un altro,
-non è rigorosamente determinato, in tutte le sue minime espressioni,
-dalla nostra natura, dalla nostra educazione, dalla nostra esperienza?
-E se per questa triplice influenza, che noi minutamente indagammo,
-Giacomo Leopardi spasimò come abbiamo visto, l'arte sua poteva essere
-consolatrice? Se voi non conoscete ancora nulla dell'opera sua, dovete,
-sin da questo momento, antivederne il disperato carattere.
-
-Tutto è stato per lui dolore, ogni cosa lo ha disingannato. Quando ha
-goduto? Nella primissima gioventù, nella fanciullezza, quando i mali
-non lo avevano avvilito, quando voleva ed agiva come tutti gli altri,
-quando meglio che tutti gli altri immaginava la felicità avvenire ed
-aspettava di conseguirla. Egli loda pertanto una cosa sola: la prima
-età, piena di fede, di illusioni, di speranze, di aspettazioni felici;
-
- quel dolce
- E irrevocabil tempo, allor che s'apre
- Al guardo giovanil questa infelice
- Scena del mondo, e gli sorride in vista
- Di paradiso....
- Il caro tempo giovanil; più caro
- Che la fama e l'allôr, più che la pura
- Luce del giorno, e lo spirar....
-
-la prima stagione della vita, quando
-
- l'acerbo, indegno
- Mistero delle cose a noi si mostra
- Pien di dolcezza.
-
-Sempre egli ritorna alle speranze, agli “ameni inganni„ della prima
-età, al “caro immaginar„ suo primo:
-
- Chi rimembrar vi può senza sospiri,
- O primo entrar di giovinezza, o giorni
- Vezzosi, inenarrabili, allor quando
- Al rapito mortal primieramente
- Sorridon le donzelle; a gara intorno
- Ogni cosa sorride; invidia tace,
- Non desta ancora ovver benigna; e quasi
- (Inaudita maraviglia!) il mondo
- La destra soccorrevole gli porge....
-
-Come la gioventù è la sola stagione felice, così l'alba è il più
-bel momento del giorno. “Su, mortali„, canta il Gallo silvestre,
-“destatevi. Il dì rinasce.... Ciascuno in questo tempo raccoglie e
-ricorre coll'animo tutti i pensieri della sua vita presente; richiama
-alla memoria i disegni, gli studi e i negozi; si propone i diletti
-e gli affanni che gli sieno per intervenire nello spazio del giorno
-nuovo. E ciascuno in questo tempo è più desideroso che mai di ritrovar
-pure nella sua mente aspettative gioconde e pensieri dolci.„ Così
-il sabato è al villaggio il giorno migliore, per la giovinetta che
-ha colto i fiori dei quali si ornerà il domani, per la vecchierella
-che ricorda il suo buon tempo, le feste passate; per i fanciulli che
-saltellano in piazza, per lo zappatore che pensa al prossimo riposo,
-per il legnaiuolo che s'affretta a finire l'opera sua.
-
- Questo di sette è il più gradito giorno,
- Pien di speme e di gioia....
-
-E la gioventù rispetto alla vita è come il sabato rispetto alla festa:
-
- Garzoncello scherzoso,
- Cotesta età fiorita
- È come un giorno d'allegrezza pieno,
- Giorno chiaro, sereno,
- Che precorre alla festa di tua vita.
- Godi, fanciullo mio; stato soave,
- Stagion lieta è cotesta.
-
-Ma quanto dura? Come, tramontando la luna, il mondo si scolora e
-l'oscurità scende nella valle e sul monte,
-
- Tal si dilegua, e tale
- Lascia l'età mortale
- La giovinezza. In fuga
- Van l'ombre e le sembianze
- Dei dilettosi inganni; e vengon meno
- Le lontane speranze
- Ove s'appoggia la mortal natura.
- Abbandonata, oscura
- Resta la vita....
-
-Quella stessa forza della speranza, quella stessa consistenza
-dell'illusione che diedero prezzo alla prima età, sono causa dello
-scontento, del disgusto che seguono. Chi ha sognato “arcana felicità
-in arcani modi„, non è possibile che lodi poi molto la vita reale,
-ancora quando essa sia larga di soddisfazioni. Qualunque diletto si
-possa godere al mondo, resta scolorito al paragone di quelli sognati,
-desiderati e aspettati; “e però„ dice Malambruno, “non uguagliando
-il desiderio naturale della felicità che mi sta fisso nell'animo, non
-sarà vero diletto; e in quel tempo medesimo che esso è per durare, io
-non lascerò di essere infelice.„ Nel punto dell'ottenimento, mentre il
-bene ottenuto riesce inferiore a quello aspettato, l'immaginazione e il
-desiderio ne antivedono uno maggiore nel futuro: “Non vi accorgete voi
-che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto, ancorchè desiderato
-infinitamente, e procacciato con fatiche e molestie indicibili....
-state sempre aspettando un goder maggiore e più vero, nel quale
-consista in somma quel tal piacere; e andate quasi riportandovi di
-continuo agl'istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale finisce
-sempre innanzi al giungere dell'istante che vi soddisfaccia; e non
-vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più
-veramente in altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a
-voi medesimi di aver goduto....„ Tanto la felicità che si aspetta è
-superiore a quella che si può ottenere, che uno il quale “si trovasse
-nel più felice stato della terra, senza che egli si potesse promettere
-di avanzarlo in nessuna parte e in nessuna guisa, si può quasi dire
-che questi sarebbe il più misero di tutti gli uomini.„ Per conseguenza
-le facoltà alle quali sono dovuti effetti tanto funesti, se erano le
-cose più preziose, sono anche “le più lacrimevoli a chi le riceve.„
-Non ultimo tra i danni da esse prodotti è quello che il Leopardi
-ha notato in sè stesso: l'impaccio della volontà. Dice la Natura,
-ragionando con un'Anima: “La finezza del tuo proprio intelletto e la
-vivacità dell'immaginazione ti escluderanno da una grandissima parte
-della signoria di te stessa. Gli animali bruti usano agevolmente
-ai fini che eglino si propongono, ogni loro facoltà e forza. Ma gli
-uomini rarissime volte fanno ogni loro potere; impediti ordinariamente
-dalla ragione e dall'immaginativa; le quali creano mille dubbietà nel
-deliberare e mille ritegni nell'eseguire. I meno atti o meno usati a
-ponderare e considerare seco medesimi, sono i più pronti a risolversi.„
-
-E se pure, con tanti impedimenti all'acquisto della felicità, i piaceri
-della vita fossero reali! Ma, al contrario, sono illusorii, semplici
-interruzioni del dolore: così la quiete, inapprezzata prima della
-tempesta, è causa di gioia dopo di questa:
-
- Piacer figlio d'affanno
- Gioia vana, ch'è frutto
- Del passato timore....
-
-Tali sono i doni, i beni che la natura offre agli uomini:
-
- Uscir di pena
- È diletto fra noi.
-
-“Il piacere„ dice la Mummia di Federico Ruysch, “non sempre è cosa
-viva; la cessazione di qualunque dolore o disagio, è piacere per sè
-medesima.„ E se pure i sensi dell'uomo sono capaci di godere non solo
-quando cessano di soffrire, ma anche in modo più spontaneo, uscendo
-dallo stato d'indifferenza, questi piaceri sono poi tutti benefici? Il
-Leopardi che non li ha potuti godere, a cui le stesse impressioni grate
-facevano male, si duole perchè la natura, mentre ci ha “infuso tanta
-e sì ferma e insaziabile avidità del piacere, disgiunto dal quale la
-nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa
-imperfetta„; dall'altra parte ha ordinato “che l'uso di esso piacere
-sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità
-del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna
-persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita.„ E
-ancora: chi si astenesse interamente dai piaceri, sarebbe per ciò
-salvo? Costui incorrerebbe egualmente “in molte e diverse malattie„,
-sarebbe esposto ai pericoli di morte, alla perdita di qualche membro
-o facoltà, condurrebbe per tempi più o meno lunghi una misera vita,
-e avrebbe “oppresso il corpo e l'animo con mille stenti e mille
-dolori.„ E ancora: “benchè ciascuno di noi sperimenti, nel tempo delle
-infermità, mali per lui nuovi e disusati, e infelicità maggiore che
-egli non suole„; la natura non ha poi dato in compenso all'uomo “alcuni
-tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione
-di qualche diletto straordinario per qualità e grandezza.„ I dolori
-sono dunque reali, infiniti, e intollerabili; mentre i piaceri sono
-illusorii, circoscritti, e finalmente anch'essi nocivi.
-
-Se tale è la miseria della condizione umana, il Leopardi crede che vi
-sia un vero, un grande, un infinito bene: l'amore.
-
- Pregio non ha, non ha ragion la vita
- Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto;
- Sola discolpa al fato.
-
-La Verità, che Giove ha mandato sulla terra, fuga tutte le larve e
-tutte le illusioni, e rende disperata la condizione degli uomini;
-ma resta per concessione del nume l'amore. “Avranno tuttavia qualche
-mediocre conforto da quel fantasma che essi chiamano Amore, il quale io
-sono disposto, rimovendo tutti gli altri, lasciare nel consorzio umano.
-E non sarà dato alla Verità, quantunque potentissima e combattendolo
-di continuo, nè sterminarlo mai dalla terra, nè vincerlo se non di
-rado.„ E poichè gli effetti della Verità sono spaventevoli, il nume,
-mosso a pietà delle creature penanti, invita qualcuno dei celesti a
-scendere in terra per consolare l'infelice progenie. “Al che tacendo
-tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di
-nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere
-diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua
-pietà) di fare esso l'ufficio proposto da Giove, e scendere dal
-cielo....„ Ed egli torna, ma di rado, a visitare i mortali, e poco
-si ferma tra loro. “Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più
-teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi
-siede per breve spazio: diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità,
-ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che
-eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto
-verità che rassomiglianza di beatitudine.„ Ma questa felicità vera
-non è intera; perchè l'amore “rarissimamente congiunge due cuori
-insieme, abbracciando l'uno e l'altro a un medesimo tempo, e inducendo
-scambievole ardore e desiderio in ambedue; benchè pregatone con
-grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli
-consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perchè la felicità che
-nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla
-divina.„ Così Consalvo, presso a morte, si ridesta e delira di gioia
-solo perchè la donna amata gli concede il primo ed ultimo bacio:
-
- Morrò contento
- Del mio destino omai, nè più mi dolgo
- Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno,
- Poscia che quella bocca alla mia bocca
- Premer fu dato. Anzi felice estimo
- La sorte mia. Due cose belle ha il mondo:
- Amore e morte. All'una il ciel mi guida
- In sul fior dell'età; nell'altro, assai
- Fortunato mi tengo....
-
-Noi già vediamo, in questo parallelo tra l'amore, forma dell'istinto
-vitale, e la morte, cessazione di tutta quanta la vita, annebbiarsi
-la fede del Leopardi. Se egli credesse veramente all'amore, non
-paragonerebbe le gioie che nascono da lui a quel sollievo tutto
-negativo che viene dalla fine dell'esistenza; egli non canterebbe:
-
- Fratelli, a un tempo istesso, Amore e Morte
- Ingenerò la sorte.
- Cose quaggiù più belle
- Altre il mondo non ha, non han le stelle.
-
-È vero che ogni uomo, anche non disperando, sicuro anzi di ottenere la
-soddisfazione degl'istinti della carne e dei bisogni del cuore, prova
-un intimo senso di tristezza e quasi un desiderio di morire durante il
-primo invasamento della passione. Questa languidezza mortale, questa
-prostrazione sono note a tutti i grandi, a tutti i veri amanti; il
-Leopardi, che è tra i più squisiti, le sente, le descrive, ne cerca le
-ragioni nella paura che produce il deserto del mondo a chi ha il cuore
-gonfio d'una speranza divina; nella previsione delle tempeste alle
-quali va incontro l'amante. È vero che il bisogno di morire ritorna più
-grave
-
- quando tutto avvolge
- La formidabil possa,
- E fulmina nel cor l'invitta cura;
-
-e che gli umili, le vergini, si uccidono o muoiono distrutti dalla
-passione. Ma ciò accade quando l'amore è contrastato; per affermare
-che amore e morte sono fratelli, sempre, bisogna disperare dell'amore.
-Ed infatti: qual è l'opera dell'Amore, quando, per consiglio di
-Giove, quel dio scende in terra? È quella di far tornare le larve, le
-illusioni: “E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi
-esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo
-quel primo voto degli uomini, che fu di esser tornati alla condizione
-della puerizia. Perciocchè negli animi che egli si elegge ad abitare,
-suscita e rinverdisce, per tutto il tempo che egli vi siede, l'infinita
-speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri.„ In altre
-parole: il conforto che viene dall'amore è tutto nell'aspettazione,
-nella speranza. Il Leopardi non si contraddice, affermando, dopo
-aver negato tutti i piaceri, la benefica potenza dell'amore. L'amore
-è grato, secondo lui, come è grata la gioventù; perchè il giovane e
-l'amante s'illudono, aspettano una felicità senza fine. E perchè non
-la raggiunge il giovane, non la raggiunge l'amante. Il giovane ha
-troppo sperato dalla vita; l'amante spera troppo dalla donna. Egli non
-si contenta della creatura reale; se ne foggia un'immagine molto più
-bella:
-
- Vagheggia
- Il piagato mortal quindi la figlia
- Della sua mente, l'amorosa idea,
- Che gran parte d'Olimpo in sè racchiude,
- Tutta al volto, ai costumi, alla favella
- Pari alla donna che il rapito amante
- Vagheggiare ed amar confuso estima.
-
-Il poeta non ha avuto esperienza dell'amore reale, ma sa che insino
-nell'amplesso la creatura che noi stringiamo tra le braccia non è tanto
-la vera, quella di carne e di sangue, quanto la figlia della nostra
-mente. Il disinganno è pertanto da attribuire all'immaginazione degli
-uomini, non già alle donne; ma la colpa è anche della natura che ha
-fatto gli uomini troppo immaginosi ed ardenti, e le donne troppo fredde
-e pigre. Le donne reali sono troppo diverse da quelle che gl'innamorati
-si dipingono:
-
- A quella eccelsa imago
- Sorge di rado il femminile ingegno;
- E ciò che ispira ai generosi amanti
- La sua stessa beltà, donna non pensa,
- Nè comprender potrìa. Non cape in quelle
- Anguste fronti ugual concetto. E male
- Al vivo sfolgorar di quegli sguardi
- Spera l'uomo ingannato, e mal richiede
- Sensi profondi, sconosciuti, e molto
- Più che virili, in chi dell'uomo al tutto
- Da natura è minor. Che se più molli
- E più tenui le membra, essa la mente
- Men capace e men forte anco riceve.
-
-Egli è anche più giusto quando fa dire al Tasso dal suo Genio familiare
-che le donne non hanno colpa se, alla prova, riescono troppo diverse da
-quelle che noi immaginiamo. “Io non so vedere„, gli spiega il Genio,
-“che colpa s'abbiano in questo, d'esser fatte di carne e sangue,
-piuttosto che d'ambrosia e nèttare. Qual cosa del mondo ha pure
-un'ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate che
-abbia a essere nelle donne? E anche mi pare strano, che non facendovi
-maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè a dir creature poco
-lodevoli e poco amabili; non sappiate poi comprendere come accada, che
-le donne in fatti non sieno angeli.„
-
-L'immaginazione è dunque ancora causa dell'inganno. Essa, come
-ha guastato la vita, guasta anche l'amore. Saggio è l'amante che,
-sognando la donna diletta in un sogno gentile, “per tutto il giorno
-seguente fugge di ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che
-ella non potrebbe reggere al paragone dell'immagine che il sonno
-gliene ha lasciata impressa....„ Quantunque il Leopardi abbia amato
-solitariamente, quantunque non abbia neppure significato i suoi
-sentimenti alle donne che li ispirarono, pure egli ha capito come sia
-difficile agli amanti riamati il comprendersi. Quando ha fatto dire
-a Consalvo che il cielo non consente il pieno appagamento dei voti
-d'amore, gli ha fatto soggiungere che “amar tant'oltre non è dato con
-gioia„; e il suo Filippo Ottonieri dice una cosa molto profonda, che
-è il frutto delle lunghe esperienze sentimentali: “Negava che alcuno
-a questi tempi possa amare senza rivale; e dimandato del perchè,
-rispondeva: perchè certo l'amato o l'amata è rivale ardentissimo
-dell'amante.„ Come dir meglio che l'amore, la grande consolazione della
-vita, non è tutto amore, ma anche una forma di odio?
-
-Dove sarà allora la felicità vera, intera, pura? Sarà nella gloria?
-Anche questa è una forma dell'illusione; ad uno ad uno egli ne
-distrugge, come li ha visti cadere intorno a sè, tutti i fondamenti,
-tutte le promesse, tutti i vantaggi. E primieramente: che cosa è la
-gloria letteraria e artistica, paragonata a quella che dipende dalle
-grandi azioni? “L'operare è tanto più degno e più nobile del meditare
-e dello scrivere, quanto è più nobile il fine che il mezzo, e quanto
-le cose e i soggetti importano più che le parole e i ragionamenti.
-Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; nè l'uomo nasce
-a scrivere, ma solo a fare.„ Ma i tempi non volgono propizii alle
-imprese magnanime, ed è forza contentarsi della grandezza nell'arte
-o nella scienza. E questa via, “come quella che non è secondo la
-natura degli uomini, non si può seguire senza pregiudizio del corpo,
-nè senza moltiplicare in diversi modi l'infelicità del proprio
-animo.„ E quante difficoltà! “Le emulazioni, le invidie, le censure
-acerbe, le calunnie, le parzialità, le pratiche e i maneggi occulti
-e palesi contro la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli
-che la malignità degli uomini ti opporrà....„ Il valore è anche
-contrastato “dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio
-dal semplice caso, o da leggerissime cagioni.„ Chi può, del resto,
-comprender bene lo scrittore? Non la folla, ma gli scrittori suoi
-pari; non gli stranieri, ma quelli della sua stessa nazione: per tutto
-il resto dell'umano genere le fatiche letterarie riescono inutili
-e sparse al vento. “Lascio l'infinita varietà dei giudizi e delle
-inclinazioni dei letterati, per la quale il numero delle persone
-atte a sentire le qualità lodevoli di questo o di quel libro, si
-riduce ancora a molto meno.„ Che è dunque la fama di quei grandi, i
-cui nomi sono universalmente riveriti? “In vero io mi persuado che
-l'altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi,
-provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano,
-piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata, che da giudizio
-proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale....„
-Per comprendere le opere dell'ingegno, bisogna trovarsi in certe
-particolari condizioni; gli scritti non tanto si giudicano dalle
-loro qualità in se medesime, quanto dall'effetto prodotto nell'animo
-di chi legge. Quante volte, per quante cause, il lettore non sì
-trova mal disposto a comunicare con l'autore? Se dunque un libro
-nuovo anche ottimo è letto una sola volta da chi temporaneamente
-è impedito d'intenderlo, l'autore sarà poco o niente stimato. Al
-contrario, in certi stati dell'animo, una pagina mediocre è capace di
-produrre eccitazioni gagliarde, e l'autore di ottenere un'ammirazione
-immeritata. E nella nostra età, tarda, stanca, sovraccarica di troppe
-memorie, l'eloquenza, la poesia, sono poco intese; ed i giovani, il
-cui animo è più pronto, non hanno un gusto sicuro; e gli abitatori
-delle grandi città, i quali incoronano gli oratori e i poeti,
-sono troppo distratti da troppe altre cose. E se bisogna, per bene
-apprezzare un'opera, rileggerla più e più volte, “manca oggi il tempo
-alle prime non che alle seconde letture.„ E se il consenso antico e
-universale è tanta parte della fama delle opere, oggi un nuovo poema
-“eguale o superiore di pregio intrinseco all'_Iliade_, letto anche
-attentissimamente da qualunque più perfetto giudice di cose poetiche,
-gli riuscirebbe assai men grato e men dilettevole di quella; e per
-tanto gli resterebbe in molto minore estimazione.„
-
-La dimostrazione continua così, come quella di un teorema, con uno
-spietato rigore di logica. Miglior fortuna del poeta troverà il
-filosofo, che non si rivolge all'immaginazione degli uomini, diseguale,
-mutabile, ma alla loro ragione? Ma, posto anche che l'immaginazione
-non fosse tanto utile in filosofia come in arte, resta sempre che le
-verità filosofiche non sono apprezzate da chi non le partecipa, anche
-lasciando da parte “le varie fazioni, o comunque si voglia chiamarle,
-in cui sono divisi oggi, come sempre furono, quelli che fanno
-professione di filosofia: ciascuna delle quali nega ordinariamente
-la debita lode e stima a quei delle altre; non solo per volontà, ma
-per aver l'intelletto occupato da altri principii.„ E se a gustare un
-poema occorre tempo, più ne occorre se si vuole persuadere agli uomini
-la verità scoperta dal filosofo; e i grandi novatori, invece d'essere
-lodati e ammirati, troppo spesso sono derisi e vilipesi. E se la verità
-fa il suo cammino finchè è poi universalmente accettata, il morto
-suo inventore non ha neppure il premio d'una postuma fama, “parte per
-essere già mancata la sua memoria, o perchè l'opinione ingiusta avuta
-di lui mentre visse, confermata dalla lunga consuetudine, prevale a
-ogni altro rispetto; parte perchè gli uomini non sono venuti a questo
-grado di cognizioni per opera sua; e parte perchè già nel sapere gli
-sono eguali, presto lo sormonteranno, e forse gli sono superiori anche
-al presente, per essersi potute colla lunghezza del tempo dimostrare e
-chiarire meglio le verità immaginate da lui, ridurre le sue congetture
-a certezza, dare ordine e forma migliore ai suoi trovati, e quasi
-maturarli.„
-
-Nulla resiste alla sua critica; par quasi che egli provi un senso
-di voluttà nel rintracciare e nell'esporre ad uno ad uno tutti i più
-sottili e riposti argomenti che si possono addurre contro la speranza
-d'un premio. Ecco: dopo aver tutto negato, dopo aver dimostrato come
-sia impossibile ottenere la gloria, concede a un tratto che qualcuno
-l'abbia conseguita. Che frutto ne ritrarrà costui? Se l'uomo famoso
-vive in una città piccola, egli non è oggetto d'invidia, perchè
-nessuno l'intende; anzi, perchè tutti lo disconoscono, è trascurato.
-Nelle città grandi, tanto per l'emulazione dei compagni quanto per
-le distrazioni della folla, le difficoltà di poter godere della
-gloria acquistata non sono minori. E la fama di grande poeta e di
-gran filosofo, come è la più difficile da acquistare, è anche la meno
-fruttuosa di tutte: “le due sommità, per così dire, dell'arte e della
-scienza umana; dico la poesia e la filosofia; sono in chi le professa,
-specialmente oggi, le facoltà più neglette del mondo; posposte ancora
-alle arti che si esercitano principalmente con la mano.„ Qual è dunque
-il frutto dell'ingegno, il premio degli studi per il filosofo ed il
-poeta? Null'altro “se non forse una gloria nata e contenuta fra un
-piccolissimo numero di persone.„ Ce n'è anche un altro, maggiore,
-migliore: “Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi
-alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne ritrarrai,
-sarà di rivolgerla nell'animo e di compiacertene teco stesso nel
-silenzio della tua solitudine, col pigliarne stimolo e conforto a nuove
-fatiche, e fartene fondamento a nuove speranze.„ Perchè anche qui la
-natura dell'uomo ordisce il solito inganno, volendo che il bene non
-ottenuto sia ancora sperato, a dispetto dell'esperienza, nel futuro,
-altrove, non si sa dove: “La gloria degli scrittori, non solo, come
-tutti i beni degli uomini, riesce più grata da lungi che da vicino, ma
-non è mai, si può dire, presente a chi la possiede, e non si ritrova
-in nessun luogo„; e la speranza sempre disingannata continua sempre
-ad operare, così che da ultimo, non avendo mai trovato la gloria
-in vita, o avendola sdegnata, o non avendone goduto tanto quanto si
-aspettava, l'uomo si pasce della speranza di quella che otterrà — dopo
-morto, dai posteri.... quasi che i posteri non saranno uomini come
-i contemporanei, soggetti a quella mutabilità di gusti in arte e di
-giudizii in filosofia che ha travolto le speranze di gloria durante la
-vita e che annullerà totalmente quelle riposte nell'avvenire!
-
-
-
-
-II.
-
-LA MISANTROPIA.
-
-
-Dunque: i piaceri dei sensi, le gioie dell'amore, i premii della
-gloria: tutto è vano: “La natura medesima è impostura verso l'uomo,
-nè gli rende la vita amabile e sopportabile, se non per mezzo
-principalmente d'immaginazione e d'inganno.„ Non vi sarà nessun
-conforto? Se ne troverà uno nel sentimento della fratellanza umana?
-Gl'infelici si consoleranno amandosi e sostenendosi reciprocamente? Il
-primo sostegno e il primo amore sono nella famiglia; e il Leopardi, non
-avendoli trovati nella sua, li nega. Egli dimostra che l'educazione “è
-un formale tradimento ordinato dalla debolezza contro la forza, dalla
-vecchiezza contro la gioventù. I vecchi vengono a dire ai giovani:
-fuggite i piaceri propri della vostra età, perchè tutti sono pericolosi
-e contrari ai buoni costumi, e perchè noi che ne abbiamo presi
-quanti più abbiamo potuto, e che ancora, se potessimo, ne prenderemmo
-altrettanti, non ci siamo più atti, a causa degli anni. Non vi curate
-di vivere oggi; ma siate ubbidienti, sofferite, e affaticatevi quanto
-più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà
-vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso
-della gioventù, eccetto per superare gli altri nelle fatiche. Della
-vostra sorte e di ogni cosa importante lasciate la cura a noi, che
-indirizzeremo il tutto all'utile vostro. Tutto il contrario di queste
-cose ha fatto ognuno di noi alla vostra età, e ritornerebbe a fare
-se ringiovanisse: ma voi guardate alle nostre parole, e non ai nostri
-fatti passati, nè alle nostre intenzioni. Così facendo, credete a noi
-conoscenti ed esperti delle cose umane, che voi sarete felici. Io non
-so che cosa sia inganno e fraude se non è il promettere felicità agli
-inesperti sotto tali condizioni.... Mai padre nè madre, non che altro
-istitutore, non sentì rimordere la coscienza di dare ai figliuoli
-un'educazione che muove da un principio così maligno.„ L'impedimento
-dei genitori alla libertà dei figli è tale, che la maggior parte degli
-uomini veramente grandi debbono la loro grandezza all'aver perduto
-il padre in tenera età: “La potestà paterna appresso tutte le nazioni
-che hanno leggi, porta seco una specie di schiavitù de' figliuoli; che
-per essere domestica, è più stringente e più sensibile della civile;
-e che, comunque possa essere temperata o dalle leggi stesse, o dai
-costumi pubblici, o dalle qualità particolari delle persone, un effetto
-dannosissimo non manca mai di produrre: e questo è un sentimento
-che l'uomo, finchè ha il padre vivo, porta perpetuamente nell'animo;
-confermatogli dall'opinione che visibilmente ed inevitabilmente ha di
-lui la moltitudine. Dico un sentimento di soggezione e di dependenza,
-e di non essere libero signore di sè medesimo, anzi di non essere, per
-dir così, una persona intera, ma una parte e un membro solamente, e
-di appartenere il suo nome ad altrui più che a sè. Il qual sentimento,
-più profondo in coloro che sarebbero più atti alle cose, perchè avendo
-lo spirito più svegliato, sono più capaci di sentire, e più oculati ad
-accorgersi della verità della propria condizione, è quasi impossibile
-che vada insieme, non dirò col fare, ma col disegnare checchessia
-di grande. E passata in tal modo la gioventù, l'uomo che in età di
-quaranta o di cinquant'anni sente per la prima volta di essere nella
-potestà propria, è soverchio il dire che non prova stimolo, e che, se
-ne provasse, non avrebbe più impeto nè forze nè tempo sufficienti ad
-azioni grandi. Così anche in questa parte si verifica che nessun bene
-si può avere al mondo, che non sia accompagnato da mali della stessa
-misura: poichè l'utilità inestimabile del trovarsi innanzi nella
-giovinezza una guida esperta ed amorosa, quale non può essere alcuno
-così come il proprio padre, è compensata da una sorte di nullità e
-della giovinezza e generalmente della vita.„
-
-Ma, dall'altra parte, i figli non danno minor causa di dolore
-ai genitori. “Non sarebbe piccola infelicità degli educatori, e
-soprattutto dei parenti, se pensassero, quello che è verissimo, che i
-loro figliuoli, qualunque indole abbiano sortita, e qualunque fatica,
-diligenza e spesa si ponga in educarli, coll'uso poi del mondo, quasi
-indubitabilmente, se la morte non li previene, diventeranno malvagi.„
-
-Mancato il conforto nella famiglia, resterebbe ancora quello della
-solidarietà fra tutti gli uomini. “_Gl'individui sono spariti
-dinanzi alle masse_„, dicono intorno al Leopardi i pensatori, volendo
-significare con queste parole che, se pure ciascun uomo ha molti e
-troppi motivi di dolore, il pensiero del bene comune, della felicità
-generale, deve consolarlo. Ed egli, dimostrato che tutto è illusione,
-riconosce che “si cette illusion était commune, si tous les hommes
-croyaient et voulaient être vertueux, s'ils étaient compatissans,
-bienfaisans, généreux, magnanimes, pleins d'enthousiasme; en un mot,
-si tout le monde était sensible.... n'en serait-on pas plus heureux?
-Chaque individu ne trouverait-il pas mille ressources dans la société?
-Celle-ci ne devrait-elle s'appliquer à realiser les illusions autant
-qu'il lui serait possible, puisque le bonheur de l'homme ne peut
-consister dans ce qui est réel?„ Ma egli nega anche questo compenso.
-Nessuno ha compreso lui, o troppo pochi; quasi dovunque egli ha trovato
-ostilità o indifferenza. A che gli è valsa la grandezza della mente
-e la bontà dell'animo?... Con Bruto pertanto egli chiamerà stolta la
-virtù e lancerà al cielo il grido della giustizia offesa:
-
- Dunque degli empi
- Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta
- Per l'aere il nembo, e quando
- Il tuon rapido spingi,
- Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?
-
-Gli uomini, come tutti i viventi, non si sostengono, si combattono:
-“Naturalmente l'animale odia il suo simile, e qualora ciò è richiesto
-dall'interesse proprio, l'offende.„ Nè altro scopo hanno le lotte
-umane se non “l'acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che
-non giovano.„ Poichè la felicità che essi agognano e che tentano di
-raggiungere in mille modi sfugge continuamente, che nome meriterà il
-loro vano affaccendarsi? Che cosa distinguerà i grandi lavori dagli
-inutili trastulli? Filippo Ottonieri non ammette nessuna differenza
-tra gli uni e gli altri, “e sempre che era stato occupato in qualunque
-cosa, per grave che ella fosse, diceva d'essersi trastullato.„ Meglio
-ancora:
-
- È tutta,
- In ogni umano stato, ozio la vita,
- Se quell'oprar, quel procurar che a degno
- Obbietto non intende, o che all'intento
- Giugner mai non potria, ben si conviene
- Ozïoso nomar. La schiera industre
- Cui franger glebe o curar piante e greggi
- Vede l'alba tranquilla e vede il vespro,
- Se oziosa dirai, da che sua vita
- È per campar la vita, e per sè sola
- La vita all'uom non ha pregio nessuno,
- Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni
- Tragge in ozio il nocchiero; ozio le vegghie
- Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi;
- E il mercatante avaro in ozio vive:
- Che non a sè, non ad altrui, la bella
- Felicità, cui solo agogna e cerca
- La natura mortal, veruno acquista
- Per cura o per sudor, vegghia o periglio.
-
-Quanto strana non è dunque la pretesa dì coloro
-
- che, non potendo
- Felice in terra far persona alcuna,
- L'uomo obbliando, a ricercar si diero
- Una comun felicitade; e quella
- Trovata agevolmente, essi di molti,
- Tristi e miseri tutti, un popol fanno
- Lieto e felice....
-
-“Lasci fare alle masse„, soggiunge Tristano; “le quali che cosa sieno
-per fare senza individui, essendo composte d'individui, desidero e
-spero che me lo spieghino gl'intendenti d'individui e di masse, che
-oggi illuminano il mondo....„ No, la concordia non regna tra gli
-uomini; non se ne trovano due che si comprendano; anzi “l'odio verso
-i propri simili è maggiore verso i più simili.„ Invece che cercarli,
-converrà piuttosto, per consolarsi, fuggirli e rifugiarsi in seno alla
-natura.
-
-Ma anche la natura ferisce continuamente, in mille modi, i viventi.
-Da lei vengono tutti gl'innumerevoli dolori fisici. L'Islandese esce
-dall'isola sua nativa “per vedere se in alcuna parte della terra
-potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire.„
-Cerca; ma non trova. “Io sono stato arso dal caldo dei tropici,
-rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati
-dall'incostanza dell'aria, infestato dalle commozioni degli elementi in
-ogni dove.„ E gli uomini, come già lodano il loro stato, così credono
-che la natura non abbia altra mira che di procacciare il loro bene;
-quando invece
-
- un'onda
- Di mar commosso, un fiato
- D'aura maligna, un sotterraneo crollo
-
-distrugge interi popoli in modo che a gran pena ne resta la memoria.
-Vengano sul Vesuvio i presuntuosi, dinanzi alle secolari rovine delle
-città sepolte dalla cenere, distrutte dai tremuoti, coperte dalla lava:
-vedranno che
-
- Non ha natura al seme
- Dell'uom più stima o cura
- Ch'alla formica: e se più rara in quello
- Che nell'altra è la strage,
- Non avvien ciò d'altronde
- Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
-
-Infine, se per tante cagioni la condizione umana è tanto sciagurata,
-sia che gli uomini si considerino ad uno ad uno, sia che si consideri
-il loro consorzio, non sarà possibile sperare che essa migliori col
-tempo? Questa speranza di progresso sorride a molti; per il misantropo
-è vana ancor essa; anzi dà luogo alla certezza che il passato era
-preferibile al presente e che col tempo il mondo peggiora. Una volta
-gli uomini lo vedevano popolato di creature leggiadre e divine:
-
- Già di candide ninfe i rivi albergo
- Placido albergo e specchio
- Furo i liquidi fonti....
- Vissero i fiori e l'erbe,
- Vissero i boschi un dì.
-
-I dolorosi eredi dovranno oggi lodare i Patriarchi,
-
- molto all'eterno
- Degli astri agitator più cari, e molto
- Di noi men lacrimabili nell'alma
- Luce prodotti;
-
-dovranno invidiare i tempi del primo padre, quando la pace regnava
-sulla terra:
-
- Oh fortunata,
- Di colpe ignara e di lugubri eventi,
- Erma terrena sede!
-
-Perchè dallo scempio fraterno ebbe origine questa tanto vantata civiltà:
-
- Trepido, errante il fratricida, e l'ombre
- Solitarie fuggendo e la secreta
- Nelle profonde selve ira de' venti,
- Primo i civili tetti, albergo e regno
- Alle macere cure, innalza; e primo
- Il disperato pentimento i ciechi
- Mortali egro, anelante, aduna e stringe
- Ne' consorti ricetti: onde negata
- L'improba mano al curvo aratro, e vili
- Fur gli agresti sudori; ozio le soglie
- Scellerato occupò; ne' corpi inerti
- Domo il vigor natìo, languide, ignave
- Giacquer le menti; e servitù le imbelli
- Umane vite, ultimo danno, accolse.
-
-Un tempo, sì, la terra fu dilettosa e cara; perchè
-
- di suo fato ignara
- E degli affanni suoi, vota d'affanno
- Visse l'umana stirpe; alle secrete
- Leggi del cielo e di natura indutto
- Valse l'ameno error, le fraudi, il molle
- Pristino velo; e di sperar contenta
- Nostra placida nave in porto ascese.
-
-Ma la civiltà non è progresso per il genere umano come l'esperienza
-non è felicità per il giovane: l'età prima dell'uomo e del mondo è la
-migliore. Anche oggi una vita simile a quella delle antiche età si vive
-dai popoli che noi chiamiamo barbari; tra le vergini selve
-
- Nasce beata prole, a cui non sugge
- Pallida cura il petto, a cui le membra
- Fera tabe non doma.
-
-E gli uomini che si stimano progrediti vanno a turbare ed opprimere
-quei soli felici!
-
- Oh contra il nostro
- Scellerato ardimento inermi regni
- Della saggia natura! I lidi e gli antri
- E le quïete selve apre l'invitto
- Nostro furor; le violate genti
- Al peregrino affanno, agl'ignorati
- Desiri educa; e la fugace, ignuda
- Felicità per l'imo sole incalza,
-
-No, questa trasformazione, “questa mutazione di vita, e massimamente
-d'animo„, non ha fatto raggiungere la felicità; al contrario: è stata
-accrescimento d'infelicità. Fossero almeno questi uomini inciviliti,
-che credono il loro costume tanto superiore al primitivo e che
-aspettano un continuo miglioramento dello stato umano; fossero almeno,
-dico, stabili nelle loro idee! Sapesse bene il secolo presente che cosa
-credere, che cosa negare! Ma no: oggetto d'immenso stupore è il vedere
-
- con che costanza
- Quel che ieri schernì, prosteso adora
- Oggi, e domani abbatterà, per girne
- Raccozzando i rottami, e per riporlo
- Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente!
- Quanto estimar si dee, che fede ispira
- Del secol che si volge, anzi dell'anno,
- Il concorde sentir!
-
-Mentre si dice e si ode dire che la futura umanità sarà migliore della
-nostra, nello stesso tempo “diciamo e udiamo dire a ogni tratto: _i
-buoni antichi_, _i nostri buoni antenati_; _e uomo fatto all'antica_,
-volendo dire uomo dabbene e da potersene fidare.„ Tale è il giudizio
-degli uomini: “Ciascuna generazione crede dall'una parte, che i
-passati fossero migliori dei presenti; dall'altra parte che i popoli
-migliorino allontanandosi dal loro primo stato ogni giorno più.„
-Altro sciocco inganno: “In ogni paese i vizi e i mali universali degli
-uomini e della società umana sono notati come particolari del luogo.
-Io non sono mai stato in parte dov'io non abbia udito: qui le donne
-sono vane e incostanti, leggono poco e sono male istruite; qui il
-pubblico è curioso de' fatti altrui, ciarliero molto e maldicente; qui
-i danari, il favore e la viltà possono tutto; qui regna l'invidia, e
-le amicizie sono poco sincere; e così discorrendo; come se altrove le
-cose procedessero in altro modo. Gli uomini sono miseri per necessità,
-e risoluti di credersi miseri per accidente.„ Essi s'arrogano il vanto
-dell'eternità e sognano la loro fortuna nel futuro, e non s'accorgono
-“che la vita di questo universo è un perpetuo circuito di produzione
-e di distruzione,„ e che la stessa terra e gli stessi soli “dovranno
-venire in dissoluzione, e le loro fiamme dispergersi nello spazio.„
-Altri mondi sorgeranno, altre creature nasceranno delle quali nulla
-si può predire; ma questa nostra progenie, non che perfezionarsi
-col tempo, dovrà probabilmente perire dei suoi proprii vizii. La
-disperata fantasia del Leopardi prevede che gli uomini mancheranno
-“parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi
-l'un l'altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte
-infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte
-gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte
-le vie di far contro la propria natura e di capitar male.„ Egli non
-si può pertanto “dilettare e pascere di certe buone aspettative, come
-veggo fare a molti filosofi in questo secolo„; e la sua disperazione è
-“intera, e continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza.„
-
-
-
-
-III.
-
-LO SCETTICISMO.
-
-
-Pure, disperando di tutto, non credendo ai piaceri dei sensi, alle
-gioie dell'amore, ai premii della gloria, alla consolazione della
-famiglia, alla bontà dei simili, alla possibilità del progresso;
-resta ancora un'àncora, la più salda: Dio. Quei beni che il mondo
-nega possono essere a usura compensati dal cielo; se il corpo umano
-e la stessa terra che lo sostiene sono condannati a perire, una vita
-immortale può sorridere all'anima. La fede è l'ultimo rifugio.
-
-Ma la fede dev'essere cieca, e lo spirito indagatore la distrugge. Fin
-dai primi anni della sua vita morale, quando gl'insegnamenti paterni
-erano ancora da lui ascoltati, quando la pietà cristiana ereditata
-dalla nascita, succhiata col latte, era in lui fervida, il Leopardi
-cominciò, se non a dubitare, a discutere. Nel suo studio sugli _Errori
-popolari degli antichi_ egli esaminò prima degli altri i molti che
-si riferiscono alla Divinità; ma ciò che al moderno, al cristiano,
-sembrava errore, fu pure la credenza di quegli antichi Padri dei quali
-egli doveva più tardi invidiare la sorte! Se gli uomini s'ingannarono
-una volta, chi assicura che non si possono ingannare ancora? Egli quasi
-presentiva questa conseguenza della sua critica, quando s'ingegnava
-di distinguere la superstizione dalla religione e la credulità dalla
-fede. “La superstizione, dice Teofrasto, è un timore mal regolato
-della Divinità. Questa definizione non conviene all'uopo nostro. Più
-opportuna è quella di un moderno: La superstizione è un abuso della
-Religione nato dall'ignoranza. Avrebbe potuto dire: è un effetto
-dell'ignoranza di chi pratica la religione.„ Egli così si studia di
-dimostrare a sè stesso la ragionevolezza dell'esame. “Il volgo è
-naturalmente religioso. Questa qualità è ottima. Ma quasi nessuna
-delle buone qualità del volgo si contiene dentro i suoi limiti, e
-tutto ciò che eccede i suoi limiti è cattivo in quanto li eccede. La
-sola scienza può fissare il punto preciso, oltre il quale non debbono
-estendersi gli effetti di una virtù, o di una prevenzione giusta
-ed opportuna. È impossibile che l'ignoranza conosca questo punto, e
-per conseguenza è quasi impossibile che le stesse buone qualità del
-volgo non producano qualche cattivo effetto. La Religione ha prodotta
-la superstizione; e poichè il male che nasce da un gran bene suol
-essere grande ancor esso, è evidente che la superstizione deve essere
-un male considerabilissimo, poichè la Religione è il più grande di
-tutti i beni, ed essa corrompe la Religione. Il rispetto giustissimo,
-che si ha per questa augusta madre della umanità, applicato a cose
-chimeriche, rende difficilissimo al saggio il guarire i popoli dalla
-superstizione. Massime erronee si venerano come quelle che insegna la
-più pura delle dottrine, si vuole che esse facciano causa commune colla
-Religione, e si crederebbe, rigettando quelle, mancare a questa. Il
-popolo reputa empio chi disprezza l'oggetto delle sue superstizioni:
-un uomo nemico dei pregiudizii è, secondo lui, un irreligioso.„ Non
-potrebbe darsi che il popolo avesse ragione? Per creder bene non
-bisogna credere tutto? Quando il dubbio comincia, chi può dire dove
-si arresterà? Egli si sdegna perchè “il nome di Filosofo è divenuto
-odioso alla più sana parte degli uomini. Ormai esso non significa
-più che infedele.„ Ma quest'effetto non è purtroppo naturale? Non si
-produrrà, non è sul punto di prodursi anche in lui? Per ora egli se
-ne sdegna, e tenta rassicurarsi, e scioglie un inno alla fede nella
-quale è nato: “Sì, dice Bacone, una tintura di filosofia allontana
-gli uomini dalla Religione. Verità terribile, ma della quale possiamo
-consolarci con ciò che soggiunge quel gran conoscitore dello spirito
-umano: una cognizione soda della filosofia li riconduce al suo seno.
-Religione amabilissima! è pur dolce poter terminare col parlar di te
-ciò che si è cominciato per far qualche bene a quelli che tu benefichi
-tutto giorno; è pur dolce poter concludere con animo fermo e sicuro,
-che non è filosofo chi non ti segue e non ti rispetta, e non v'ha chi
-ti segua e ti rispetti che non sia filosofo. Oso pur dire che non ha
-cuore, che non sente i dolci fremiti di un amor tenero, che soddisfa e
-rapisce; che non conosce le estasi in cui getta una meditazione soave
-e toccante, chi non ti ama con trasporto, chi non si sente trascinare
-verso l'oggetto ineffabile del culto che tu c'insegni. Comparendo nella
-notte dell'ignoranza, tu hai fulminato l'errore, tu hai assicurata alla
-ragione e alla verità una sede che non perderanno giammai. Tu vivrai
-sempre, e l'errore non vivrà mai teco. Quando esso ci assalirà, quando
-coprendoci gli occhi con una mano tenebrosa minaccerà di sprofondarci
-negli abissi oscuri che l'ignoranza spalanca avanti ai nostri piedi,
-noi ci volgeremo a te, e troveremo la verità sotto il tuo manto.
-L'errore fuggirà come il lupo della montagna inseguito dal pastore, e
-la tua mano ci condurrà alla salvezza.„
-
-Dalla stessa osservazione del dolore umano egli trae, nei primi tempi,
-la prova di una vita futura: “Tutto è o può essere contento di sè
-stesso, eccetto l'uomo; il che mostra che la sua esistenza non si
-limita a questo mondo, come quella dell'altre cose.„ E della gravezza
-di questo dolore egli chiama testimonio Dio. “Tu sapevi già tutto ab
-eterno„ dice al Redentore, “ma permetti alla immaginazione umana che
-noi ti consideriamo come più intimo testimonio delle nostre miserie.
-Tu hai provata questa vita nostra, tu ne hai assaporato il nulla, tu
-hai sentito il dolore e l'infelicità dell'esser nostro.... Pietà di
-tanti affanni, pietà di questa povera creatura tua, pietà dell'uomo
-infelicissimo, di quello che hai veduto, pietà del genere tuo, poichè
-hai voluto aver comune la stirpe con noi, esser uomo ancor tu.... Ora
-vo' da speme a speme, e mi scordo di te, benchè sempre deluso.... Tempo
-verrà ch'io, non restandomi altra luce di speranza, altro stato a cui
-ricorrere, porrò tutta la mia speranza nella morte, e allora ricorrerò
-a te. Abbi allora misericordia....„ Ed alla Madre di Dio: “È vero che
-siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici! È vero
-che questa vita e questi mali sono brevi e nulli; ma noi pure siam
-piccoli, e ci riescono insopportabili. Tu che sei grande e sicura, abbi
-pietà di tante miserie....„
-
-Nutrito di cultura classica, egli è meglio di tanti altri in grado di
-conoscere per quali caratteri la predicazione cristiana si distingue
-dalle credenze pagane. “Gesù Cristo fu il primo che distintamente
-additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte,
-detrattore e persecutore di tutte le vere; quell'avversario d'ogni
-grandezza intrinseca e veramente propria dell'uomo; derisore d'ogni
-sentimento alto, se non lo crede falso, d'ogni affetto dolce, se lo
-crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore
-degl'infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di mondo....
-Negli scrittori pagani la generalità degli uomini civili, che noi
-chiamiamo società o mondo, non si trova mai considerata nè mostrata
-risolutamente come nemica della virtù, nè come certa corruttrice d'ogni
-buona indole, e d'ogni animo bene avviato. Il mondo nemico del bene, è
-un concetto, per quanto celebre nel Vangelo, e negli scrittori moderni,
-anche profani, tanto o poco meno sconosciuto dagli antichi.„ Di questo
-concetto pochi al pari di lui apprezzeranno l'esattezza; la sua propria
-esperienza non glie l'ha dimostrata, quando invece dell'aiuto e dei
-premii ai quali aveva diritto, non ha trovato altro che trascuranza e
-derisione?... Ma il carattere più segnalato del cristianesimo, l'idea
-fondamentale che lo distingue dall'idea pagana, è una sfiducia del
-mondo più larga, più profonda; è la disperazione di trovar mai la
-felicità sulla terra. E se la religione di Gesù dice che questa terra
-è una valle di lacrime, che i beni di questo mondo sono nulla, chi
-meglio del Leopardi, la cui vita è tutta una croce, potrà intenderla?
-Chi più totalmente di lui comprenderà questa sfiducia di poter trovare
-la felicità nello stato umano?... Ma la stessa enormità del dolore che
-gli fa intendere la verità predicata dal figlio di Dio, lo distacca
-ultimamente dalla fede: “S'ingannano a ogni modo coloro i quali
-stimano essere nata primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e
-dalle cose commesse contro gli Dei; ma per lo contrario non d'altronde
-ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.„ Il
-suo spirito indagatore vuol sapere il perchè del dolore. Se la vita
-è un circolo di creazione e distruzione continue, e se “quel che è
-distrutto, patisce; e quel che distrugge non gode, e a poco andare è
-distrutto medesimamente; dimmi tu,„ chiede l'Islandese alla Natura,
-“quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova
-cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con
-morte di tutte le cose?...„ L'asiatico Pastore errante canta, rivolto
-alla luna:
-
- Pur tu, solinga, eterna peregrina,
- Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
- Questo viver terreno,
- Il patir nostro, il sospirar, che sia;
- Che sia questo morir, questo supremo
- Scolorar del sembiante,
- E perir della terra, e venir meno
- Ad ogni usata, amante compagnia.
-
-Ma se l'immortale giovanetta conosce il tutto, egli, il semplice
-pastore, il cantore dolente, dice guardando il cielo, considerando sè
-stesso:
-
- A che tante facelle?
- Che fa l'aria infinita, e quel profondo
- Infinito seren? Che vuol dir questa
- Solitudine immensa? ed io chi sono?
- Così meco ragiono: e della stanza
- Smisurata e superba,
- E dell'innumerabile famiglia,
- Poi di tanto adoprar, di tanti moti
- D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
- Girando senza posa,
- Per tornar sempre là donde son mosse;
- Uso alcuno, alcun frutto
- Indovinar non so....
-
-Egli non sa null'altro fuorchè il suo dolore. E disperatamente Saffo
-chiede il perchè del dolore suo proprio:
-
- Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
- Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
- Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
- In che peccai bambina, allor che ignara
- Di misfatti è la vita, onde poi scemo
- Di giovinezza, e disfiorato, al fuso
- Dell'indomita Parca si volvesse
- Il ferrigno mio stame?
-
-Un arcano consiglio muove gli eventi: nessuno risponde all'incauta
-domanda:
-
- Arcano è tutto,
- Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
- Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
- De' celesti si posa.
-
-Bruto non conosce questa rassegnazione; egli si sdegna e si ribella:
-
- A voi, marmorei numi,
- (Se numi avete in Flegetonte albergo
- O su le nubi) a voi ludibrio e scherno
- È la prole infelice....
- Forse i travagli nostri, e forse il cielo
- I casi acerbi e gl'infelici affetti
- Giocondo agli ozii suoi spettacol pose?
-
-Ma a nulla vale lo sdegno come a nulla vale la rassegnazione: i destini
-umani si compiono in mezzo al silenzio delle cose, all'indifferenza
-della natura: la luna versa immutato il suo raggio sui campi delle
-battaglie che mutano la faccia delle nazioni,
-
- e non le tinte glebe,
- Non gli ululati spechi
- Turbò nostra sciagura,
- Nè scolorò le stelle umana cura.
-
-“Imaginavi tu forse„, chiede la Natura all'Islandese, “che il mondo
-fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli
-ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi
-ed ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o
-all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual
-si sia mezzo, io non me ne avveggo, se non rarissime volte: come,
-ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho
-fatto, come credete voi, quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni,
-per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di
-estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.„ E la ragione
-riconoscerà anche la giustezza di questo argomento; ma ne sarà forse
-lenito il dolore, o sarà reso più sopportabile? La ragione risponderà:
-“Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa,
-con grande istanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse
-dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in
-continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento
-e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in
-alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena
-mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò
-mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi
-figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi
-mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa
-per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per
-tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di
-farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome
-tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di
-non invitarmici. Ma poichè spontaneamente hai voluto che io ci dimori,
-non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo
-potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico
-ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini.
-Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per
-tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo
-universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia?
-Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non
-potevo sconsentirlo nè ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi
-hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto
-e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia
-tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia?....„
-
-Così egli dibatte il formidabile enimma; ma tutte le domande restano
-senza risposta, tutti i ragionamenti si spuntano contro il ferrato
-mistero, tutti i gridi del dolore vanamente si perdono. Aspetti
-la morte: egli vedrà allora la faccia della verità. Ma perchè ciò
-avvenga, bisogna che, dopo morto, egli pur viva d'un'altra specie
-di vita! E non vuole. La morte, sì; purchè sia la fine totale, il
-nulla. L'aspettazione della morte, dice Porfirio, “sarebbe un conforto
-dolcissimo nella vita nostra, piena di tanti dolori„; ma egli si duole
-di Platone che ha tolto da questo pensiero ogni dolcezza, anzi lo ha
-reso il più amaro di tutti, col dubbio terribile che la vita dell'anima
-continui oltre tomba. Il dubbio di questa vita avvenire turba, non
-conforta, la vita presente; “e non sì potendo questo dubbio in alcun
-modo sciorre, nè le menti nostre esserne liberate mai, tu hai recati
-per sempre i tuoi simili a questa condizione, che essi avranno la
-morte piena d'affanno e più misera che la vita.„ Dovunque è mistero e
-terrore. Se le mummie del Ruysch una notte si destano, se riacquistano
-tanto di vitalità da pensare e parlare, dicono che hanno paura della
-vita come, vivendo, ne avevano della morte:
-
- Come da morte
- Vivendo rifuggìa, così rifugge
- Dalla fiamma vitale
- Nostra ignuda natura;
- Lieta no, ma sicura,
- Però ch'esser beato
- Nega ai mortali e nega ai morti il fato.
-
-Non bisogna dunque destarsi. Il sonno, il sonno profondo, senza sogni,
-senza coscienza dell'essere, è la sola condizione felice. Quando la
-Terra e la Luna fanno strepito contendendo, la Terra pietosamente non
-vuol spaventare i suoi abitatori nè rompere il loro sonno, “che è il
-maggior bene che abbiano.„ Il sonno continuo di tutte le cose sarebbe
-preferibile alla vita. “Se il sonno dei mortali fosse perpetuo,„
-canta il Gallo silvestre, “ed una cosa medesima colla vita; se sotto
-l'astro diurno, languendo per la terra in profondissima quiete tutti i
-viventi, non apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati,
-nè strepito di fiere per le foreste, nè canto di uccelli per l'aria, nè
-susurro d'api o di farfalle scorresse per la campagna; non voce, non
-moto alcuno, se non delle acque, del vento e delle tempeste, sorgesse
-in alcuna banda; certo l'universo sarebbe inutile; ma forse che vi si
-troverebbe o copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non
-vi si trova?„ E se il sonno è necessario, esso dimostra la malignità
-della veglia. “Tal cosa è la vita, che a portarla, fa di bisogno ad
-ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco di lena, ristorarsi con un
-gusto e quasi con una particella di morte.„
-
-
-
-
-IV.
-
-LA MORTE.
-
-
-La morte sarà pertanto il rimedio radicale e la conclusione ultima.
-La felicità pareva lo scopo dell'esistenza; ma non fu raggiunta nè
-dall'individuo nè dal consorzio umano; non fu raggiunta subito, nè sarà
-raggiunta in avvenire, col progresso; non fu raggiunta in terra, nè
-sarà raggiunta in un altro mondo. Perchè dunque le creature aprono gli
-occhi alla luce? Che cosa è questa vita?
-
- Vecchierel bianco, infermo,
- Mezzo vestito e scalzo,
- Con gravissimo fascio in su le spalle,
- Per montagna e per valle,
- Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
- Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
- L'ora, e quando poi gela,
- Corre via, corre, anela,
- Varca torrenti e stagni,
- Cade, risorge, e più e più s'affretta,
- Senza posa o ristoro,
- Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
- Colà dove la via
- E dove il tanto affaticar fu volto:
- Abisso orrido, immenso,
- Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
-
-Questo è il quadro della vita mortale. Finite le speranze di felicità,
-spente le illusioni, null'altro resta fuorchè la morte:
-
- Ecco di tante
- Sperate palme e dilettosi errori,
- Il Tartaro m'avanza,
-
-canta l'infelice Lesbiana; e Silvia miseramente cade all'apparir del
-vero. Quando l'uomo è giovane, quando può sperare, la vita è luminosa;
-ma dopo, tosto che la verità è conosciuta,
-
- Vedova è insino al fine; ed alla notte
- Che l'altre etadi oscura
- Segno poser gli Dei la sepoltura.
-
-Ma parlare della morte con questo tono dolente, chiamarla abisso
-“orrido, immenso„, è ancora in certo modo come lodare la vita. Questa
-morte non è un vero rimedio, non è una cosa veramente lodevole, se egli
-la loda ironicamente:
-
- Umana
- Prole cara agli eterni! assai felice
- Se respirar ti lice
- D'alcun dolor; beata
- Se te d'ogni dolor morte risana.
-
-Per adoperare questo tono, bisogna che l'illusione non sia ancora
-finita, che una qualche fede sussista. Se morire non è un vero bene,
-bisogna che il bene consista in qualche altra cosa. Non si trovò
-in nessun luogo, in nessun tempo, in nessun concetto; ma l'appetito
-della felicità non è ancora morto; si spera ancora, non si sa come,
-non si sa in che cosa, irragionevolmente. Perchè la ragione trionfi,
-bisogna dar torto all'istinto della felicità che si ribella alla
-morte; e riconoscere che l'istinto è un fenomeno transitorio, e che la
-morte è il fenomeno permanente, il vero, il solo, l'ultimo fine della
-vita. Poichè tutti gli altri, tutti insino ad uno, si dimostrarono
-fallaci, la morte sarà lo scopo reale, l'unica meta, la ragione stessa
-dell'esistenza. Ed il Leopardi arriva a questa conclusione logica,
-l'accetta pienamente quando dice che le creature “ingegnandosi,
-adoperandosi e penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non
-s'affaticano se non per giungere a questo solo intento della natura„;
-quando afferma che proprio ed unico obbietto delle cose è il morire:
-esse anzi sono state create per essere distrutte, perchè la legge della
-distruzione si potesse mantenere: “non potendo morire quel che non era,
-perciò dal nulla scaturirono le cose che sono.„
-
-Come parrà allora stolto e funesto lo studio di prolungare la vita!
-“Non solo io non mi curo dell'immortalità„, dice il Metafisico al
-Fisico, “e sono contento di lasciarla ai pesci; ai quali la dona il
-Leeuwenhoek, purchè non siano mangiati dagli uomini o dalle balene;
-ma, in cambio di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro
-corpo per allungare la vita come propone il Maupertuis, io vorrei che
-la potessimo accelerare in modo, che la vita nostra si riducesse alla
-misura di quella di alcuni insetti, chiamati efimeri, dei quali si dice
-che i più vecchi non passano l'età di un giorno, e contuttociò muoiono
-bisavoli e trisavoli„. Per un momento, non solo la vita degli efimeri,
-ma quella di qualunque animale gli parrà preferibile alla umana; gli
-animali non raggiungono la felicità, ma passano il tempo meglio di noi,
-unicamente occupati di ciò che loro occorre:
-
- De' bruti
- La progenie infinita, a cui pur solo,
- Nè men vano che a noi, vive nel petto
- Desìo d'esser beati; a quello intenta
- Che a lor vita è mestier, di noi men tristo
- Condur si scopre e men gravoso il tempo
- Nè la lentezza accagionar dell'ore.
-
-Anche il Pastore canterà:
-
- O greggia mia che posi, oh te beata,
- Che la miseria tua, credo, non sai!
- Quanta invidia ti porto!
- Non sol perchè d'affanno
- Quasi libera vai;
- Ch'ogni stento, ogni danno,
- Ogni estremo timor subito scordi;
- Ma più perchè giammai tedio non provi.
- Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
- Tu se' queta e contenta;
- E gran parte dell'anno
- Senza noia consumi in quello stato....
- Quel che tu goda o quanto,
- Non so già dir; ma fortunata sei.
-
-Tosto però egli s'accorge che questa sua opinione può dipendere da un
-inganno:
-
- O forse erra dal vero
- Mirando all'altrui sorte il mio pensiero;
- Forse in qual forma, in quale
- Stato che sia, dentro covile o cuna,
- È funesto a chi nasce il dì natale.
-
-Certo dell'inganno, il Leopardi ritorna alla verità disperata:
-
- Non altro in somma
- Fuorchè infelice, in qualsivoglia tempo,
- E non pur ne' civili ordini e modi,
- Ma della vita in tutte l'altre parti,
- Per essenza insanabile, e per legge
- Universal che terra e cielo abbraccia,
- Ogni nato sarà.
-
-Se il vivere è funesto a tutti, il non vivere sarà preferibile:
-
- Mai non veder la luce
- Era, credo, il miglior....
-
-Quindi la morte non sarà temuta, ma preferita e lodata come il “maggior
-bene dell'uomo„; e desiderata e cercata:
-
- In cielo,
- In terra amico agli infelici alcuno
- E rifugio non resta altro che il ferro;
-
-e se altri, sdegnando gli anni suoi vuoti e odiando la luce, non si
-uccide,
-
- al duro morso
- Della brama insanabile che invano
- Felicità richiede, esso da tutti
- Lati cercando, mille inefficaci
- Medicine procaccia, onde quell'una
- Cui natura apprestò, mal si compensa.
-
-Ma Saffo si dà la morte:
-
- Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
- Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
- E il crudo fallo emenderà del cieco
- Dispensator de' casi.
-
-Come ella morendo corregge il male del quale fu vittima, così Bruto
-uccidendosi sfida l'iniqua potenza che lo ha sopraffatto. Egli invidia
-gli animali non solo perchè arrivano alla morte senza prevederla, cioè
-senza nè temerla nè desiderarla, ma anche perchè, volendo uccidersi,
-nessuno lo vieterebbe loro:
-
- A voi, fra quante
- Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,
- Figli di Prometeo, la vita increbbe;
- A voi le morte ripe,
- Se il fato ignavo pende,
- Soli, miseri, a voi Giove contende.
-
-E come anche Porfirio invidia gli animali perchè, morendo, non hanno
-paura o speranza di un'altra vita, così Bruto vorrà morire interamente,
-senza tema di punizioni, senza speranza di gloria postuma, di felicità
-oltre umana:
-
- Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi
- Regi, o la terra indegna,
- E non la notte moribondo appello;
- Non te dell'atra morte ultimo raggio
- Conscia futura età....
- .... A me d'intorno
- Le penne il bruno augello avido roti;
- Prema la fera, e il nembo
- Tratti l'ignota spoglia;
- E l'aura il nome e la memoria accoglia.
-
-Costoro furono disgraziati: a Bruto non valse la virtù, a Saffo non
-valse l'amore. Noi vediamo pertanto che, dandosi la morte, si dolgono,
-accusano, non sono sereni. La Lesbiana si lagna che di tante sperate
-palme e dilettosi errori le avanzi solo la morte; Bruto chiama “misero„
-il desìo di morire; e “atra„ la morte. Il Leopardi che ha giudicato
-essere la morte non una cosa vana come tutte le altre, ma la sola
-realtà, dovrà dire serenamente che il partito di procurarsela è il
-migliore, il più ragionevole, il più conforme a natura, ancora quando
-la vita non è stata sciagurata. Udite infatti Porfirio, deliberato
-di uccidersi, affermare che questa sua deliberazione “non procede da
-alcuna sciagura che mi sia intervenuta, ovvero che io aspetti che mi
-sopraggiunga„, ma dal “vedere, gustare, toccare la vanità di ogni
-cosa.„ Nè la morte è legge delle sole creature, ma di tutta quanta
-la creazione. Morrà la terra, morranno i soli. Altri ne nasceranno, è
-vero; la ragione dimostra che l'esistenza, non essendo mai cominciata,
-non avrà mai fine; ma l'anima offesa si compiace di antivedere la fine
-del Tutto: “Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà
-spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro
-maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi
-segno nè fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite
-vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma
-un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso.
-Così questo arcano mirabile e spaventoso dell'esistenza universale,
-innanzi di essere dichiarato nè inteso, si dileguerà e perderassi.„
-
-
-
-
-L'IRONIA.
-
-
-Resterà egli sempre in questo atteggiamento? Non potrà far altro che
-querelarsi e disperare? Impotente a mutare il ferreo ordine delle cose
-che lo soverchiano, si dorrà continuamente perchè altri rida del suo
-dolore? Non potrà ridere egli stesso degli altri, degli uomini e delle
-donne, del mondo e della natura?
-
- Già del fato mortale a me bastante
- E conforto e vendetta è che sull'erba
- Qui neghittoso immobile giacendo,
- Il mar, la terra e il ciel miro e sorrido.
-
-Questo sorriso gli strappa l'ultimo disinganno, l'ultimo dolore patito
-per causa d'una donna; ma già da molto tempo egli ha fatto suo pro
-della naturale disposizione all'ironia. A ventidue anni, per consolarsi
-dell'indegnità della fortuna, “quasi per vendicarmi del mondo e quasi
-anche della virtù„, imagina le prime satire. Al dolente Giordani
-scrive: “Non potresti di Eraclito convertirti in Democrito? La qual
-cosa va pure accadendo a me, che la stimava impossibilissima. Vero
-è che la disperazione si finge sorridente. Ma il riso intorno agli
-uomini ed alle mie stesse miserie, al quale io mi vengo accostumando,
-quantunque non derivi dalla speranza, non viene però dal dolore,
-ma piuttosto dalla noncuranza, ch'è l'ultimo rifugio degl'infelici
-soggiogati dalla necessità. Vo' lentamente leggendo, studiando e
-scrivacchiando. Tutto il resto del tempo lo spendo in pensare e
-ridere meco stesso....„ Nonostante i dileggi della gente, si avvezza
-a ridere, “e ci riesco.„ Il suo riso è amaro, sdegnoso, è spesso una
-sghignazzata violenta: “Amami, caro Brighenti; e ridiamo insieme alle
-spalle di questi.... che possiedono l'orbe terraqueo. Il mondo è fatto
-al rovescio, come quei dannati di Dante che avevano il.... dinanzi e
-il petto di dietro, e le lagrime strisciavano giù per lo fesso. E ben
-sarebbe più ridicolo il volerlo raddrizzare, che il contentarsi di
-stare a guardarlo e fischiarlo....„ Questo concetto dell'opportunità
-del riso si ribadisce in lui; è espresso altre volte più pacatamente.
-“L'indifferenza e l'allegria sono le uniche passioni proprie, non
-solamente dei savi, ma di tutti quelli che hanno pratica delle cose
-umane, e talento per profittare dell'esperienza.„ Meglio: “Chi ha
-coraggio di ridere, è padrone del mondo, poco altrimenti di chi è
-preparato a morire.„ E ancora: Eleandro riconosce che se sì dolesse
-piangendo, darebbe noia agli altri ed a sè stesso, senza alcun frutto:
-“Ridendo dei nostri mali trovo qualche conforto; e procuro di recarne
-altrui nello stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure per
-fermo che il ridere dei nostri mali sia l'unico profitto che se ne
-possa cavare, e l'unico rimedio che vi si trovi. Dicono i poeti che la
-disperazione ha sempre nella bocca un sorriso. Non dovete pensare che
-io non compatisca all'infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con
-nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun patto; stimo
-assai più degno dell'uomo e di una disperazione magnanima, il ridere
-dei mali comuni, che il mettermene a sospirare, lacrimare e stridere
-insieme cogli altri, o incitandoli a fare altrettanto.„
-
-E Giacomo Leopardi si vendica infatti col riso di tutte quelle cose
-delle quali si è doluto o ha dimostrato la fallacia. Come dell'ultima
-donna amata, così pure ride di tutte le altre e di se stesso che le
-aveva deificate. “Coteste dee sono così benigne, che quando alcuno
-vi si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si spiccano i
-raggi d'attorno e se li pongono in tasca, per non abbagliare il mortale
-che si fa innanzi.„ E se la colpa non è loro, ma dell'immaginazione
-che va cercando una perfezione fuor dell'umano, egli riderà di questa
-aspettativa, facendo decretare un premio dall'Accademia dei Sillografi.
-Tutti non si lodano “_del fortunato secolo in cui siamo_„ per i
-progressi della scienza, per gli adattamenti dei ritrovati scientifici
-alla vita pratica? Questa età non si può chiamare l'età delle macchine,
-“non solo perchè gli uomini di oggidì procedono e vivono forse
-più meccanicamente di tutti i passati, ma eziandio per rispetto al
-grandissimo numero delle macchine inventate di fresco ed accomodate
-o che si vanno tutto giorno trovando ed accomodando a tanti e così
-vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine, si può dire,
-trattano le cose umane e fanno le opere della vita„? Allora l'Accademia
-dei Sillografi bandisce un concorso per una macchina “disposta a fare
-gli uffici di una donna conforme a quella immaginata, parte dal conte
-Baldassare Castiglione, il quale descrive il suo concetto nel libro del
-_Cortegiano_, parte da altri, i quali ne ragionarono in vari scritti
-che si troveranno senza fatica, e si avranno a consultare e seguire,
-come eziandio quello del Conte. Nè ancora l'invenzione di questa
-macchina dovrà parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando
-pensino che Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle scienze,
-si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la quale si tiene che
-fosse la miglior donna che sia stata insino al presente. Assegnasi
-all'autore di questa macchina una medaglia d'oro in peso di cinquecento
-zecchini, in sulla quale sarà figurata da una parte l'araba fenice del
-Metastasio posata sopra una pianta di specie europea, dall'altra sarà
-scritto il nome del premiato col titolo: INVENTORE DELLE DONNE FEDELI E
-DELLA FELICITà CONIUGALE.„
-
-Più acuto, più stridente è il suo riso contro gli uomini. Il regno
-delle macchine dev'essere salutato con gioia perchè ci affida che col
-tempo si troveranno congegni da servire non alle sole cose materiali,
-ma anche alle spirituali; “onde nella guisa che per virtù di esse
-macchine siamo già liberi e sicuri dalle offese dei fulmini e delle
-grandini, e da molti simili mali e spaventi, così di mano in mano si
-abbiano a ritrovare, per modo di esempio (e facciasi grazia alla novità
-dei nomi) qualche parainvidia, qualche paracalunnie o paraperfidia
-o parafrodi, qualche filo di salute o altro ingegno che ci scampi
-dall'egoismo, dal predominio della mediocrità, dalla prospera fortuna
-degl'insensati, de' ribaldi e de' vili, dall'universale noncuranza
-e dalla miseria dei saggi, de' costumati e de' magnanimi....„ E
-l'Accademia, con la donna perfetta, mette a concorso una macchina che
-rappresenti un amico, “il quale non biasimi e non motteggi l'amico
-assente; non lasci di sostenerlo quando l'oda riprendere o porre in
-giuoco; non anteponga la fama di acuto e di mordace, e l'ottenere
-il riso degli uomini, al debito dell'amicizia; non divulghi, o
-per altro effetto o per aver materia da favellare o da ostentarsi,
-il segreto commessogli; non si prevalga della familiarità e della
-confidenza dell'amico a soppiantarlo e soprammontarlo più facilmente;
-non porti invidia ai vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e
-di ovviare o riparare a' suoi danni, e sia pronto alle sue domande
-e a' suoi bisogni, altrimenti che in parole....„ PRIMO VERIFICATORE
-DELLE FAVOLE ANTICHE sarà il motto inciso sopra una faccia della
-medaglia da conferirsi in premio; e le immagini di Pilade e Oreste
-saranno ritratte nell'altra. Un simbolo dell'età dell'oro e le parole
-dell'egloga virgiliana: QUO FERREA PRIMUM DESINET AC TOTO SURGET GENS
-AUREA MUNDO saranno stampati nella medaglia offerta a chi inventerà
-“un uomo artificiale a vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e
-magnanime. L'Accademia reputa che i vapori, poichè altro mezzo non pare
-che vi si trovi, debbano essere di profitto a infervorare un semovente
-e indirizzarlo agli esercizi della virtù e della gloria....„
-
-Vapori, larve, fantasmi, illusioni, nomi: nient'altro sono le cose
-alle quali gli uomini credono, per le quali combattono. I beni non si
-trovano, sono soltanto nell'immaginazione che se li dipinge, che li
-aspetta nel futuro e non ricorda di averli trovati mai nel passato.
-Di questo inganno riderà il Passeggiere col venditore di Almanacchi,
-il quale, promettendo che l'anno nuovo sarà felicissimo, non sa dire a
-quale vorrebbe che somigliasse dei venti passati da che vende lunarii.
-“Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse
-felice?„ — “No in verità, illustrissimo.„ — “E pure la vita è una cosa
-bella. Non è vero?„ — “Cotesto si sa.„ — “Non tornereste voi a vivere
-cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che
-nasceste?„ — “Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.„ — “Ma
-se aveste a rifare la vita che avete fatta nè più nè meno, con tutti
-i piaceri e i dispiaceri che avete passati?„ — “Cotesto non vorrei.„ —
-“Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, quella del
-principe, o di chi altro?...„
-
-Udite come ride della gloria, che fu uno dei maggiori suoi
-struggimenti: “L'anno ottocento trentatremila dugento settantacinque
-del regno di Giove, il collegio delle Muse diede fuora in istampa,
-e fece appiccare nei luoghi pubblici della città e dei borghi
-d'Ipernéfelo, diverse cedole, nelle quali invitava tutti gli Dei
-maggiori e minori, e gli altri abitatori della detta città, che
-recentemente o in antico avessero fatto qualche lodevole invenzione,
-a proporla, o effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni
-giudici deputati da esso collegio. E scusandosi che per la sua nota
-povertà non si poteva dimostrare così liberale come avrebbe voluto,
-prometteva in premio a quello il cui ritrovamento fosse giudicato più
-bello o più fruttuoso, una corona di lauro, con privilegio di poterla
-portare in capo il dì e la notte, privatamente e pubblicamente, in
-città e fuori; e poter essere dipinto, scolpito, inciso, gittato,
-figurato in qualunque modo e materia, col segno di quella corona
-dintorno al capo....„ Presentate le invenzioni ai giudici, tre sono i
-premiati: Bacco per l'invenzione del vino, Minerva per quella dell'olio
-e Vulcano per aver trovato una “pentola di rame, detta economica,
-che serve a cuocere che che sia con piccolo fuoco e speditamente....„
-Dovendosi pertanto dividere in tre parti la corona, resta a ciascuno
-soltanto un ramoscello di lauro; ma tutti e tre rifiutano sì la parte
-che il tutto: Vulcano perchè, dovendo stare sempre al fuoco, non vuol
-mettersi quell'ingombro pericoloso sulla fronte; Minerva perchè le
-basta l'elmo; Bacco perchè non vuol mutare la sua mitra e la sua corona
-di pampini per quella di lauro: “l'avrebbe accettata volentieri se gli
-fosse stato lecito di metterla per insegna fuori della sua taverna; ma
-le Muse non consentirono di dargliela per questo effetto: di modo che
-ella si rimase nel loro comune erario....„
-
-Ride della gloria che l'esperienza gli ha dimostrato essere una parola,
-non una cosa; riderà, se non della patria, dei compatriotti che non
-hanno saputo restaurare la fortuna d'Italia. I _Paralipomeni della
-Batracomiomachia_ sono tutta una satira dei moti del Trentuno, delle
-azioni e dei costumi di quel tempo. Le rane rappresentano i preti, i
-topi gl'Italiani che bandiscono la guerra ai granchi, ai Tedeschi, e
-poi scappano appena se li trovano a fronte:
-
- Guerra tonar per tutte le concioni
- Udito avreste tutti gli oratori,
- Leonidi, Temistocli e Cimoni,
- Muzi Scevola, Fabi dittatori,
- Deci, Aristidi, Codri e Scipioni,
- E somiglianti eroi de' lor maggiori
- Iterar ne' consigli e tutto il giorno
- Per le bocche del volgo andare attorno.
-
- Guerra sonar canzoni e canzoncine
- Che il popolo a cantar prendea diletto;
- Guerra ripeter tutte le officine,
- Ciascuna al modo suo col proprio effetto.
- Lampeggiavan per tutte le fucine,
- Lancioni, armi del corpo, armi del petto,
- E sonore minacce in tutti i canti
- S'udiano, e d'amor patrio ardori e vanti.
-
- . . . . . . . . . . . . . .
-
- Eran le due falangi a fronte a fronte
- Già dispiegate ed a pugnar vicine,
- Quando da tutto il pian, da tutto il monte
- Dièrsi a fuggir le genti soricine.
- Come non so, ma nè ruscel nè fonte,
- Balza nè selva al corso lor diè fine.
- Fuggirian credo ancor, se i fuggitivi
- Tanto tempo il fuggir serbasse vivi.
-
- Fuggiro al par del vento, al par del lampo....
-
-E quando poi sono al sicuro, i millantatori recitano la commedia della
-Carboneria:
-
- Allor nacque fra' topi una follia
- Degna di riso più che di pietade,
- Una setta che andava e che venìa
- Congiurando a grand'agio per le strade,
- Ragionando con forza e leggiadria
- D'amor patrio, d'onor, di libertade,
- Fermo ciascun, se si venisse all'atto,
- Di fuggir come dianzi avevan fatto....
-
- Il pelame del muso e le basette
- Nutrian folte e prolisse oltre misura,
- Sperando, perchè il pelo ardir promette,
- D'avere, almeno ai topi, a far paura.
- Pensosi in su i caffè con le gazzette
- Fra man, parlando della lor congiura,
- Mostraronsi ogni giorno, e poi le sere
- Cantando arie sospette ivano a schiere....
-
-Ma che è la miseria degl'Italiani paragonata alla miseria di tutto il
-mondo? Ecco Ercole presentarsi da parte di Giove al padre Atlante, ed
-offrirgli di sollevarlo per qualche ora dal peso della terra che il
-vecchio regge sulle spalle: “Ma il mondo è fatto così leggiero,„ gli
-risponde Atlante, “che questo mantello che porto per custodirmi dalla
-neve, mi pesa di più; e se non fosse che la volontà di Giove mi sforza
-di stare qui fermo, e tenere questa pallottola sulla schiena, io me
-la porrei sotto l'ascella o in tasca, o me l'attaccherei ciondolone a
-un pelo della barba, e me n'andrei per le mie faccende.„ Ed Ercole,
-provato a tenerla un poco in mano, sente che Atlante ha detto il
-vero, e s'accorge d'un'altra novità: che il mondo è muto, non batte
-più di “un oriuolo che abbia rotta la molla„; per destarlo, vorrebbe
-fargli toccare una buona picchiata di clava; ma ha paura di farne
-una cialda o di romperlo come un uovo. “E anche non mi assicuro che
-gli uomini che al tempo mio combattevano a corpo a corpo coi leoni
-e adesso colle pulci, non tramortiscano dalla percossa tutti in un
-tratto.„ Allora i due numi si mettono a giocare alla palla con la
-terra; ma essa piglia vento, perchè è leggera: “Cotesta è sua pecca
-vecchia, di andare a caccia del vento....„ Anche il Folletto e lo Gnomo
-vedono un giorno che gli uomini sono tutti morti e che, nondimeno, il
-mondo, creato secondo quei petulanti per loro uso e consumo soltanto,
-dura ancora. “E non volevano intendere che egli è fatto e mantenuto
-per li folletti„, esclama il Folletto; e lo Gnomo: “Eh, buffoncello,
-va' via. Chi non sa che il mondo è fatto per gli gnomi?„ — “Per gli
-gnomi, che stanno sempre sotterra? Oh questa è la più bella che si
-possa udire! Che fanno agli gnomi il sole, la luna, l'aria, il mare,
-le campagne?„ — “Che fanno ai folletti le cave d'oro e d'argento, e
-tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle?...„ Ma la ridicola
-contesa finisce, perchè i due presuntuosi interlocutori si accordano
-nel beffarsi dell'arroganza degli uomini. Non dicevano costoro che la
-roba degli gnomi, sepolta sotto terra, apparteneva al genere umano?
-“Che meraviglia? Quando non solamente si persuadevano che le cose del
-mondo non avessero altro ufficio che di stare al servizio loro, ma
-facevano conto che tutte insieme, allato al genere umano, fossero una
-bagattella. E però le loro proprie vicende le chiamavano rivoluzioni
-del mondo, e le storie delle loro genti, storie del mondo.... — Le
-zanzare e le pulci erano anch'esse fatte per benefizio degli uomini? —
-Sì, per esercitarli nella pazienza!„ Anche i porci, “secondo Crisippo,
-erano pezzi di carni apparecchiati dalla natura a posta per le cucine
-e le dispense degli uomini, e, acciocchè non imputridissero, condite
-colle anime invece di sale....„ E il più bello è che di tanti generi
-d'animali o di piante cotesti uomini non avevano notizia, pure credendo
-che tutto fosse al mondo per loro! “Parimente di tratto in tratto,
-per via de' loro cannocchiali, si avvedevano di qualche stella o
-pianeta, che insino allora, per migliaia e migliaia d'anni, non avevano
-mai saputo che fosse al mondo; e subito la scrivevano tra le loro
-masserizie, perchè s'immaginavano che le stelle e i pianeti fossero,
-come dire, moccoli da lanterna piantati lassù nell'alto a uso di far
-lume alle signorie loro, che la notte avevano gran faccende. — Sicchè
-in tempo di state, quando vedevano cadere di quelle fiammoline che
-certe notti vengono giù per l'aria, avranno detto che qualche spirito
-andava smoccolando le stelle per servizio degli uomini....„
-
-Questo argomento di risa è inesauribile. La Terra, ragionando con la
-Luna, le chiede se è abitata da uomini, se i suoi abitanti l'hanno
-conquistata “per ambizione, per cupidigia dell'altrui, colle arti
-politiche, colle armi„; tutte parole delle quali la Luna sconosce il
-senso. “Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente
-che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono.
-Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le
-cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue; come se la
-natura non avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente
-da per tutto....„ E dove lasciamo l'imbarazzo del povero Copernico,
-quando il Sole, stanco, secondo il sistema tolemaico, “del continuo
-andare attorno per far lume a quattro animaluzzi che vivono in un
-pugno di fango„, delibera di non muoversi più e ordina all'astronomo di
-far muovere invece, per amore o per forza, la Terra, che fino a quel
-giorno ha creduto di sedere come in trono, mentre ognuno degli uomini
-suoi abitatori, “se ben fosse un vestito di cenci e che non avesse un
-cantuccio di pan duro da rodere, si è tenuto per certo di essere uno
-imperatore; non mica di Costantinopoli o di Germania, ovvero della
-metà della Terra, come erano gli imperatori romani; ma un imperatore
-dell'universo; un imperatore del sole, dei pianeti, di tutte le stelle
-visibili e non visibili; e causa finale delle stelle, dei pianeti, di
-vostra signoria illustrissima, e di tutte le cose.„ Fare che la Terra
-lasci il suo posto al centro dell'universo, “ch'ella corra, ch'ella
-si rotoli, ch'ella si affanni di continuo, che eseguisca quel tanto,
-nè più ne meno, che si è fatto di qui addietro dagli altri globi; in
-fine, ch'ella divenga del numero dei pianeti; questo porterà seco che
-sua maestà terrestre, e le loro maestà umane, dovranno sgomberare il
-trono, e lasciar l'impero; restandosene però tuttavia co' loro cenci,
-e colle loro miserie, che non sono poche....„ Il malcapitato astronomo
-si dispone tuttavia a tentare l'impresa, ma trova ancora una certa
-difficoltà e la sottopone al Sole: “Che io non vorrei, per questo
-fatto, essere abbruciato vivo, a uso della fenice: perchè, accadendo
-questo, io sono sicuro di non avere a risuscitare dalle mie ceneri come
-fa quell'uccello, e di non vedere mai più, da quell'ora innanzi, la
-faccia della signoria vostra.„ E il Sole lo rassicura che non patirà
-nulla, sebbene “forse, dopo te, ad alcuni i quali approveranno quello
-che tu avrai fatto, potrà essere che tocchi qualche scottatura, o altra
-cosa simile....„
-
-E gli uomini, questi medesimi uomini che hanno torturato chi ha loro
-insegnato le verità, credono alla propria eccellenza! L'umorista trarrà
-ancora da questa superba pretesa le sue risa più sonore. Prometeo è
-malcontento della sentenza del collegio delle Muse: il vino, l'olio
-e le pentole sono stati preferiti all'invenzione sua: il genere
-umano, il modello di terra col quale egli formò i primi uomini. E
-quando Momo dubita che l'uomo sia la miglior opera, la più perfetta
-creatura del mondo, l'inventore scommette di scendere con lui nelle
-cinque parti del globo per farlo ricredere. Calati in America, si
-trovano fra i Cannibali, dove un selvaggio mangia arrostito il corpo
-del proprio figliuolo; calati in Asia, trovano che una vedova è arsa
-viva, come vuole la legge, insieme col morto marito. Prometeo non si
-dà per vinto, considerando che tutti costoro sono barbari, e aspetta
-di visitare l'Europa civile; ma il suo compagno già gli fa osservare
-che se gli uomini fossero un genere perfetto, non avrebbero bisogno
-d'incivilirsi, non dovrebbero essere distinti in barbari e civili;
-e che la parte incivilita è troppo piccola, paragonatamente a tutta
-l'altra; e che questa famosa civiltà di Parigi e di Filadelfia non è
-ancora compiuta; e che, per arrivare a un grado incompiuto di civiltà,
-gli uomini hanno dovuto penare per un tempo lunghissimo; e che le
-loro invenzioni più singolari e proficue hanno avuto origine dal
-semplice caso; e che la civiltà, una volta ottenuta, non è stabile,
-ma può cadere e disperdersi, come tante volte è successo, secondo
-insegnano le storie. Per tutte queste ragioni, la sentenza di Prometeo
-non sarà da modificare dicendo che il genere umano è sommo, sì, ma
-nell'imperfezione anzichè nella perfezione?.... Prometeo non risponde,
-e cala con il compagno a Londra; dove vedono una gran folla attorno
-a una casa: un uomo si è ucciso, ed ha ucciso con sè i figliuoli,
-non già per esser povero, o disperato, o infelice; ma per tedio della
-vita, lasciando raccomandato a un amico il suo cane.... “Momo stava per
-congratularsi con Prometeo sopra i buoni effetti della civiltà, e sopra
-la contentezza che appariva ne risultasse alla nostra vita, e voleva
-anche rammemorargli che nessun altro animale fuori dell'uomo, si uccide
-volontariamente esso medesimo, nè spegne per disperazione della vita
-i figliuoli: ma Prometeo lo prevenne, e senza curarsi di vedere le due
-parti del mondo che rimanevano, gli pagò la scommessa.„
-
-Così, quantunque il Leopardi abbia voluto assicurare che il suo riso
-sia noncurante, esso viene dal dolore ed è pieno di dolore. L'ironia
-si alterna col pessimismo; certe volte, come nella _Palinodia_, si
-confonde con esso. Se per la sua sfiducia nella vita e nell'umanità
-vede che ridono di lui, ridendo egli confessa al Capponi d'avere errato
-e assicura di essersi ricreduto:
-
- Aureo secolo omai volgono, o Gino,
- I fusi delle Parche. Ogni giornale,
- Gener vario di lingue e di colonne,
- Da tutti i lidi lo promette al mondo
- Concordemente. Universale amore,
- Ferrate vie, molteplici commerci,
- Vapor, tipi e _cholèra_ i più divisi
- Popoli e climi stringeranno insieme:
- Nè meraviglia fia se pino o quercia
- Suderà latte e mèle, o s'anco al suono
- D'un _walser_ danzerà. Tanto la possa
- Infin qui de' lambicchi e delle storte
- E le macchine al cielo emulatrici
- Crebbero, e tanto cresceranno al tempo
- Che seguirà; poichè di meglio in meglio
- Senza fin vola e volerà mai sempre
- Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.
-
-Perciò gli uomini non mangeranno più ghiande — se la fame non li
-costringerà; il danaro sarà disprezzato — ma saranno tenute da conto le
-cambiali. E la guerra non cesserà, e il vero merito sarà sfortunato,
-e la frode regnerà sempre, e della forza si farà sempre abuso. Ma
-se queste “lievi reliquie„ del passato resteranno in mezzo all'età
-dell'oro,
-
- nelle cose
- Più gravi, intera, e non veduta innanzi,
- Fia la mortal felicità. Più molli
- Di giorno in giorno diverran le vesti
- di lana o di seta. I rozzi panni
- Lasciando a prova agricoltori e fabbri,
- Chiuderanno in coton la scabra pelle,
- E di castoro copriran le schiene.
- Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri
- Certamente a veder, tappeti e coltri,
- Seggiole, canapè, sgabelli e mense.
- Letti ed ogni altro arnese, adorneranno
- Di lor menstrua beltà gli appartamenti;
- E nove forme di paiuoli, e nove
- Pentole ammirerà l'arsa cucina.
-
-Egli continua così a deridere, fingendo d'ammirarlo, il progresso
-umano; quando a un tratto depone l'ironia e torna alla sfiducia, alla
-persuasione del dolore:
-
- Quale un fanciullo, con assidua cura,
- Di fogliolini e di fuscelli, in forma
- O di tempio o di torre o di palazzo,
- Un edifizio innalza; e come prima,
- Fornito il mira, ad atterrarlo è volto,
- Perchè gli stessi a lui fuscelli e fogli
- Per novo lavorìo son di mestieri;
- Così natura ogni opra sua, quantunque
- D'alto artificio a contemplar, non prima
- Vede perfetta, ch'a disfarla imprende,
- Le parti sciolte dispensando altrove.
-
-E poichè le cose umane sono distrutte da questa natura crudele,
-
- varia, infinita una famiglia
- Di mali immedicabili e di pene
- Preme il fragil mortale, a perir fatto
- Irreparabilmente: indi una forza
- Ostil, distruggitrice, e dentro il fere
- E di fuor da ogni lato, assidua, intenta,
- Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca,
- Essa indefatigata; insin ch'ei giace
- Alfin dall'empia madre oppresso e spento....
-
-L'ironia e il pessimismo tornano ancora a darsi la mano. La Morte, nel
-concetto disperato del Leopardi, fu sorella dell'Amore; quando egli
-vuol riderne, ma d'un funebre riso, la considera come sorella della
-Moda: entrambe non sono figlie della Caducità? “Nemica capitale della
-memoria„, la Morte non se ne vuole rammentare; ma la Moda se ne ricorda
-bene: “So che l'una e l'altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare
-di continuo le cose di quaggiù, benchè tu vada a questo effetto per
-una strada e io per un'altra.... Dico che la nostra natura e usanza
-comune è di rinnovare continuamente il mondo; ma tu fino da principio
-ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle
-barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di
-cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare
-parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare
-quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli con bazzecole che
-io v'appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con
-istampe roventi che io fo che essi v'improntino per bellezza; formare
-le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per
-costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo d'una
-figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare genti con le
-calzature snelle, chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino
-dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi,
-generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili
-a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori
-e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente per l'amore che mi portano.
-Io non vo' dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle
-flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane,
-che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal
-freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle
-coi panni lani, e il petto con quei di tela, e fare d'ogni cosa a mio
-modo ancorchè sia con loro danno.„ E la Morte comincia a persuadersi
-della parentela; e mentre la trista sorella le galoppa al fianco, ella
-le chiede, come massima prova del legame che le stringe, di aiutarla
-a compiere l'opera propria. Ma la Moda non l'ha già aiutata? Costei
-che annulla e stravolge continuamente tutti gli usi, ha mai lasciato
-smettere in nessun luogo la pratica del morire?... Se questo non
-bastasse, non ha ella mandato in disuso l'antico genere di vita che
-giovava alla prosperità dei corpi, e introdottone altri perniciosissimi
-alla salute? Non ha ella messo nel mondo moderno tali ordini e costumi
-“che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell'animo, è
-più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità
-che sia proprio il secolo della morte? E quando che anticamente tu
-non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami
-e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai
-terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co' loro
-piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorchè tu non
-le abbia mietute, anzi subito che elle nascono.„ Ma l'opera della Moda
-più proficua alla Morte è questa: che mentre per l'addietro costei
-era odiata, “oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che
-chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti
-vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua
-maggiore speranza.„ E mentre prima gli uomini credevano di poter essere
-immortali, cioè di non morire interamente, la Moda, quantunque sapesse
-“che queste erano ciance, e che quando costoro vivessero nella memoria
-degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro
-fama più che si patissero dell'umidità della sepoltura„, pure, dice
-alla Morte, “intendendo che questo negozio degl'immortali ti scottava,
-perchè pareva che ti scemasse l'onore e la riputazione, ho levata via
-quest'usanza di cercare l'immortalità, ed anche di concederla in caso
-che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si
-muoia, sta' sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto,
-e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un
-pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le
-lische....„
-
-Così egli torna a ridere di quella gloria della quale altrove ha
-dimostrata la fallacia. Ma quando vede la vanagloria degli uomini,
-quantunque dica di non sapere “se il riso o la pietà prevale„, il riso
-prevale effettivamente. Se egli sorride dell'amore, della fama, della
-patria, il suo sorriso è o più amaro o più contenuto; nel considerare
-la superbia del secolo, la boria degli uomini, e nel paragonarle alla
-loro reale impotenza, alla miseria dei loro risultati, l'umorismo
-scaturisce naturalmente, più schietto, più efficace. Momo ha fatto
-un lungo ragionamento per disingannare Prometeo e dimostrargli che
-il genere umano è sommo nell'imperfezione; Eleandro risponde più
-brevemente a Timandro quando questi sostiene che l'uomo non è ancora
-perfetto, ma certo sarà tale col tempo: “Nè io ne dubito. Questi pochi
-anni che sono corsi dal principio del mondo al presente, non potevano
-bastare; e non se ne dee far giudizio dell'indole, del destino e
-delle facoltà dell'uomo: oltre che si sono avute altre faccende per
-le mani. Ma ora non si attende ad altro che a perfezionare la nostra
-specie....„ La risata è più sincera, più fresca. Udite la conclusione:
-“Circa la perfezione dell'uomo, io vi giuro, che se fosse conseguita,
-avrei scritto almeno un tomo in lode del genere umano. Ma poichè non
-è toccato a me di vederla, e non aspetto che mi tocchi in vita, sono
-disposto di assegnare per testamento una buona parte della mia roba
-ad uso che quando il genere umano sarà perfetto, se gli faccia e
-pronuncisi pubblicamente un panegirico tutti gli anni; e anche gli sia
-rizzato un tempietto all'antica, una statua, o quello che sarà creduto
-a proposito....„
-
-Nondimeno Timandro ha ragione di chiamare maligno il suo interlocutore;
-e il riso, che doveva essere il conforto di quest'ultimo, non lo
-salva dalla disperazione. Se egli ride degli uomini, e non li odia,
-e non si sdegna dei loro vizi e delle loro colpe, ciò accade perchè
-sente che, posto nelle stesse circostanze dei viziosi e dei colpevoli,
-sarebbe macchiato o capace degli stessi loro difetti: “Riserbo sempre
-l'adirarmi a quella volta che io vegga una malvagità che non possa
-aver luogo nella natura mia: ma fin qui non ne ho potuto vedere....„
-E ancora egli non capisce “questo continuo presupporre che si fa
-scrivendo e parlando, certe qualità umane che ciascuno sa che oramai
-non si trovano in uomo nato, e certi enti razionali o fantastici,
-adorati già lungo tempo addietro, ma ora tenuti internamente per nulla
-e da chi gli nomina, e da chi gli ode nominare. Che si usino maschere e
-travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere conosciuti; non
-mi pare strano: ma che tutti vadano mascherati con una stessa forma di
-maschere, e travestiti a uno stesso modo, senza ingannare l'un l'altro,
-e conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce una fanciullaggine....„
-E insomma: “l'ultima conclusione che si ricava dalla filosofia vera
-e perfetta, si è, che non bisogna filosofare. Dal che s'inferisce
-che la filosofia, primieramente è inutile, perchè a questo effetto
-di non filosofare, non fa bisogno esser filosofo; secondariamente è
-dannosissima,„ perchè insegna “la vanità delle cose.„ Ancora una volta
-le risa finiscono in lacrime.
-
-Sarà da stupire? Non era anzi meraviglioso che, nella profondità
-del suo dolore, egli trovasse la possibilità di ridere? Egli stesso
-se ne è stupito. “Cosa certamente mirabile è questa, che nell'uomo,
-il quale in fra tutte le creature è la più travagliata e misera,
-si trovi la facoltà del riso.... Mirabile cosa si è l'uso che noi
-facciamo di questa facoltà: poichè si veggono molti in qualche
-fierissimo accidente, altri in grande tristezza d'animo, altri che
-quasi non serbano alcuno amore alla vita, certissimi della vanità
-di ogni bene umano, presso che incapaci di ogni gioia, nondimeno
-ridere....„ E il riso sarà per lui “specie di pazzia non durabile, o
-pure di vaneggiamento o delirio„, perchè “gli uomini, non essendo mai
-soddisfatti nè mai dilettati veramente da cosa alcuna, non possono
-aver causa di riso che sia ragionevole e giusta.„ È vero che il riso
-è ignoto, come agli animali, anche ai popoli che sono nello stato
-primitivo; e che è cresciuto, si può dire, colla civiltà; ma poichè la
-civiltà è corruzione, se ne dovrà dedurre che il riso oggi “supplisce
-per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtù,
-dalla giustizia, dall'onore e simili....„ Esso sarà pertanto una
-cosa triste e disperata più che la stessa imprecazione, porterà agli
-stessi risultati della riflessione dolorosa. Ragionando, il Leopardi
-estende il suo pessimismo a tutto l'universo creato; la stessa cosa fa
-ridendo. La Terra si ostina a interrogare la Luna: “Io vorrei sapere
-se veramente, secondo che scrive l'Ariosto, tutto quello che ciascun
-uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la bellezza, la sanità,
-le fatiche e spese che si mettono nei buoni studi per essere onorati
-dagli altri, nell'indirizzare i fanciulli ai buoni costumi, nel fare
-o promuovere istituzioni utili; tutto sale e si raguna costà: di modo
-che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia, che non si
-parte dagli uomini? In caso che questo sia vero, io fo conto che tu
-debba essere così piena, che non ti avanzi più luogo; specialmente
-che, negli ultimi tempi, gli uomini hanno perduto moltissime cose
-(verbigrazia l'amor patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine)
-non già solo in parte, e l'uno o l'altro di loro, come per l'addietro,
-ma tutti e interamente. E certo che se elle non sono costì, non credo
-si possano trovare in altro luogo. Però vorrei che noi facessimo una
-convenzione, per la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano
-in mano, tutte queste cose; donde io credo che tu medesima abbi caro
-di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo che occupa
-costì un grandissimo spazio; ed io ti farei pagare dagli uomini tutti
-gli anni una buona somma di danari.„ Ma la Luna neppure intende di che
-cosa il pianeta le chiede notizia; e solo quando la Terra le domanda se
-sono presso di lei in uso i vizii, i misfatti, gl'infortunii, i dolori,
-la vecchiezza; allora il satellite capisce tutti questi nomi e le cose
-da essi significate, perchè ne è pieno, perchè i suoi abitatori sono
-infelicissimi. “E se tu potessi levare tanto alto la voce, che fossi
-udita da Urano o da Saturno, o da qualche altro pianeta del nostro
-mondo; e gl'interrogassi se in loro abbia luogo l'infelicità, e se i
-beni prevagliano o cedano ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho
-fatto io. Dico questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e
-Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo più vicina
-di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete che mi sono passate
-dappresso: e tutti mi hanno risposto come ho detto. E penso che il Sole
-medesimo, e ciascuna stella risponderebbero altrettanto.„
-
-Si può dire anche meglio: il riso del Leopardi è più disperato della
-sua stessa disperazione. Egli ha detto che solo la morte esiste;
-ma credere alla morte, al nulla, è ancora avere una specie di fede.
-L'orrore sembra massimo; eppure ce n'è uno ancora più grande. Quando
-gli amanti non amano più, odiano; ma l'odio è ancora una forma
-dell'amore. Tanto desiderio della morte cela ancora l'amarezza dei
-disinganni, misura ancora la forza delle speranze, sia pure perdute.
-Il vero segno che l'amore è finito non è odiare l'oggetto un tempo
-caro o l'amarne un altro: è l'indifferenza. A questa indifferenza
-per la morte e per la vita Giacomo Leopardi arriverà con l'ironia.
-Il suo Plotino, esauriti tutti gli argomenti per dissuadere Porfirio
-dall'uccidersi, ricorre a quest'ultimo come al più persuasivo: viva
-egli — per far piacere all'amico! “E la vita è cosa di tanto piccolo
-rilievo, che l'uomo, in quanto a sè, non dovrebbe esser molto sollecito
-di ritenerla nè di lasciarla. Perciò, senza voler ponderare la cosa
-troppo curiosamente; per ogni lieve causa che se gli offerisca di
-appigliarsi piuttosto a quella prima parte che a questa, non dovrìa
-ricusare di farlo. E pregatone da un amico, perchè non avrebbe a
-compiacergliene?... „
-
-
-
-
-EPILOGO
-
-
-Noi sappiamo chi fu Giacomo Leopardi grazie all'analisi
-particolareggiata di tutte le sue circostanze intrinseche ed
-estrinseche, ed alla sintesi del suo pensiero; tra le prime e il
-secondo abbiamo trovato un nesso intimo, un rigoroso rapporto. Pure
-questo nesso, questo rapporto è negato, non solo da altri, da molti
-biografi e critici, ma anche, e prima e più vivacemente di tutti, dallo
-stesso Leopardi. “Ce n'a été que par l'effet de la lâcheté des hommes,
-qui ont besoin d'être persuadés du mérite de l'existence, que l'on a
-voulu considérer mes opinions philosophiques comme le résultat de mes
-souffrances particulières, et que l'on s'obstine à attribuer à mes
-circonstances matérielles ce qu'on ne doit qu'à mon entendement. Avant
-de mourir, je vais protester contre cette invention de la faiblesse
-et de la vulgarité et prier mes lecteurs de s'attacher à détruire
-mes observations plutôt que d'accuser mes maladies.„ Senza violenza,
-ma con ironia, quando lo Stella gli riferì il giudizio d'un lettore,
-secondo il quale le sue teorie non erano “_fondate a ragione ma a
-qualche osservazione parziale_,„ egli rispose al suo editore: “Desidero
-che sia vero.„ Ed anche Tristano, all'amico che giudica il suo libro
-sulla vita malinconico, sconsolato e disperato perchè egli, l'autore,
-è infelice, risponde che tutto si sarebbe aspettato “fuorchè sentirmi
-volgere in dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito,
-parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere prontissima
-testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai che nascesse disputa
-dell'utilità o del danno di tali osservazioni, ma non mai della verità,
-anzi mi credetti che le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni,
-sarebbero ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo
-poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il tutto, e dire
-che la vita non è infelice, e che se a me pareva tale, doveva essere
-effetto d'infermità, o d'altra miseria mia particolare, da prima rimasi
-attonito, sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni credetti
-di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me stesso, mi sdegnai un
-poco; poi risi....„
-
-Prima di esaminare il valore delle sue proteste, notiamo che egli non
-le ripete sempre con tanta violenza ed ironia; che anzi più volte fa
-molte concessioni ai suoi contraddittori. Questo medesimo Tristano
-che si è sdegnato ed ha riso, e che propone anche, al colmo del
-sarcasmo, di bruciare il proprio libro “come un libro di sogni poetici,
-d'invenzioni e di capricci malinconici, ovvero come un'espressione
-dell'infelicità dell'autore„; confessa poi, sul serio e non più da
-burla, la propria infelicità: “perchè in confidenza, mio caro amico,
-io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io, quanto a me, con
-licenza vostra e del secolo, sono infelicissimo; e tutti i giornali de'
-due mondi non mi persuaderanno il contrario.„ Ed Eleandro: “Io giudico,
-quanto a me, di essere infelice; e in questo so che non m'inganno.
-Se gli altri non sono, me ne congratulo con tutta l'anima. Io sono
-anche sicuro di non liberarmi dall'infelicità prima che io muoia. Se
-gli altri hanno diversa speranza di sè, me ne rallegro similmente.„
-Con eguale sentimento, aggiuntovi il terrore del mistero, il Pastore
-asiatico canta:
-
- Questo io conosco e sento,
- Che degli eterni giri,
- Che dell'esser mio frale,
- Qualche bene o contento
- Avrà fors'altri; a me la vita è male.
-
-È possibile che questa coscienza della propria sciagura non determini
-la sua filosofia disperata? Uno dei caratteri salienti ne è, come
-vedemmo, la misantropia; e di questa, biasimandola in Eleandro,
-Timandro assegna la causa: “Voi parlate„, gli dice, “al vostro solito
-malignamente, e in modo che date ad intendere di essere per l'ordinario
-molto male accolto e trattato dagli altri: perchè questa il più
-delle volte è la causa del mal animo e del disprezzo che certi fanno
-professione di avere alla propria specie.„ Si confrontino queste parole
-con quelle che il Leopardi disse in prima persona:
-
- aspro a forza
- Tra lo stuol de' malevoli divengo,
-
-e con queste altre:
-
- E sprezzator degli uomini divengo
- Per la greggia ch'ho intorno:
-
-si vedrà che il suo disprezzo dei proprii simili dipende dal disprezzo
-che egli stesso ha patito da essi. Tanto egli è persuaso di questa
-verità, che le dà forza di sentenza: “Chi comunica poco cogli
-uomini, rade volte è misantropo. Veri misantropi non si trovano nella
-solitudine, ma nel mondo: perchè l'uso pratico della vita, e non già la
-filosofia, è quello che fa odiare gli uomini.„
-
-È sempre difficile, e qualche volta anche risibile, il tentar di
-immaginare che cosa sarebbe stato un uomo se diverse in tutto o in
-parte fossero state le sue circostanze. Chi può dire che cosa avrebbe
-scritto Dante se non fosse stato bandito, o che cosa avrebbe fatto
-Napoleone se fosse nato un secolo prima? Una logica inesorabile
-governa tutte le opere umane; se noi possiamo credere di disporre
-liberamente della nostra vita e del nostro pensiero avvenire, non
-possiamo negarne, anzi continuamente ne discopriamo la rigorosa
-determinazione nel passato. Pertanto è impossibile giudicare quel che
-sarebbe avvenuto di Giacomo Leopardi in circostanze diverse dalle sue;
-ma questo rigore di determinazione egli stesso dimostra, anche senza
-volerlo. Non c'è uno solo dei suoi giudizii che non sia suggerito da
-un'impressione ricevuta; i fatti esercitano una continua influenza sul
-suo pensiero. A Bologna gli uomini gli parvero “vespe senza pungolo.„
-Perchè? Perchè vi fu bene accolto. Milano fu detta da lui “insociale„
-perchè non fu contento dell'accoglienza che vi trovò. A Napoli, sul
-principio, sentendosi soddisfatto, lodò l'indole “amabile e benevola„
-degli abitanti; poi, trovatosi male, capovolse il suo giudizio. Egli
-espressamente confessa quanto gli riuscisse funesto l'essersi visto
-disprezzato e fuggito a Recanati: “cosa che per altro ha pregiudicato
-per sempre al mio carattere.„ Confessa ancora che tra le cause della
-sua malinconia a Roma, gran parte ha la sua “particolare costituzione
-morale e fisica.„ Se, anche restando a Recanati, le malattie gli danno
-tregua, queste tregue suscitano “qualche speranza di potermi rifare
-mutando vita.„ Se appena egli potesse occuparsi a suo agio negli
-studii, la sua disperazione sarebbe mitigata: “Dici troppo bene ch'io
-forse non m'accorgerei, certamente non sentirei tutta la nullità umana
-se potessi ancora trattenermi negli studi.„ Basta talvolta la primavera
-a consolarlo: “Io sento riaprirsi l'animo al ritorno della primavera,
-chè certo due mesi addietro ero stupido, insensato in modo, ch'io mi
-faceva maraviglia a me stesso, e disperava di provar più consolazione
-in questo mondo....„ Egli definisce anche meglio il mutamento che le
-mutate sue condizioni producono in lui quando si duole col Giordani
-perchè questi è caduto nella stessa malattia d'animo che ha afflitto
-lui: “dalla quale non ch'io sia veramente risorto, ma tuttavia conosco
-e sento che si può risorgere. E le cagioni erano quelle stesse che
-producono in te il medesimo effetto: debolezza somma di tutto il
-corpo e segnatamente de' nervi, e totale uniformità, disoccupazione
-e solitudine forzata, e nullità di tutta la vita. Le quali cagioni
-operavano ch'io non credessi ma sentissi la vanità e noia delle cose,
-e disperassi affatto del mondo e di me stesso. Ma se bene anche oggi
-io mi sento il cuore come uno stecco o uno spino, contuttociò sono
-migliorato in questo ch'io giudico risolutamente di poter guarire,
-e che il mio travaglio deriva più dal sentimento dell'infelicità
-mia particolare, che dalla certezza dell'infelicità universale e
-necessaria.„ Basta che la sua salute risenta un poco di giovamento dal
-clima di Pisa, che egli non tremi più dal freddo, che possa passeggiare
-lungo l'Arno, che mangi con appetito, che abiti una camera a ponente,
-sopra un grande orto, tra buona gente; che la vita gli costi quanto la
-sua misera borsa gli consente di spendere, perchè tosto egli si senta
-rivivere, e torni a far versi, e canti il suo _Risorgimento_:
-
- Credei ch'al tutto fossero
- In me, sul fior degli anni,
- Mancati i dolci affanni
- Della mia prima età:
- I dolci affanni, i teneri
- Moti del cor profondo,
- Qualunque cosa al mondo
- Grato il sentir ci fa.
-
- Quante querele e lacrime
- Sparsi nel novo stato,
- Quando al mio cor gelato
- Prima il dolor mancò!
- Mancâr gli usati palpiti,
- L'amor mi venne meno,
- E irrigidito il seno
- Di sospirar cessò!
-
- Piansi spogliata, esanime
- Fatta per me la vita;
- La terra inaridita,
- Chiusa in eterno gel;
- Deserto il dì; la tacita
- Notte più sola e bruna;
- Spenta per me la luna,
- Spente le stelle in ciel.
- . . . . . . . . . .
-
-Tale era il suo stato: egli non aveva forza di lamentarsi, non chiedeva
-conforto, era immerso come in un letargo dal quale nulla riusciva
-a destarlo; desiderava la morte, ma gli mancava anche la forza di
-esprimere a sè stesso questo desiderio. A un tratto non si riconosce
-più:
-
- Chi dalla grave, immemore,
- Quiete or mi ridesta?
- Che virtù nova è questa,
- Questa che sento in me?
- Moti soavi, immagini,
- Palpiti, error beato,
- Per sempre a voi negato
- Questo mio cor non è?
-
- Siete pur voi quell'unica
- Luce de' giorni miei?
- Gli affetti ch'io perdei
- Nella novella età?
- Se al ciel, s'ai verdi margini,
- Ovunque il guardo mira,
- Tutto un dolor mi spira,
- Tutto un piacer mi dà.
-
- Meco ritorna a vivere
- La piaggia, il bosco, il monte;
- Parla al mio core il fonte,
- Meco favella il mar.
- Chi mi ridona il piangere
- Dopo cotanto obblio?
- E come al guardo mio
- Cangiato il mondo appar?
-
-Se ciò non è opera della speranza, se egli ancora si duole perchè non
-vedrà mai più il viso della speranza; se il suo risorgimento non è
-totale; se egli continua a credere che la natura sia sorda, che non
-sia sollecita del bene ma soltanto dell'essere, e non si curi d'altro
-che di serbare gli uomini al dolore; se non ha fede negli uomini nè
-nell'amore, bisogna accusarne la gravezza dei suoi mali, il lungo abito
-del dolore. Venti anni di pene fisiche e morali, di aspettazioni vane,
-di disinganni continui non si possono scordare perchè il nuovo clima è
-più dolce, perchè la nuova città è più ospitale: il parziale beneficio
-determina nel suo pensiero una parziale conversione: ma questo esatto
-proporzionarsi dell'effetto alla causa dimostra appunto come tutta la
-sua vita morale sia rigorosamente governata dalla sua vita reale.
-
-Il sollievo di Pisa è dipeso dalla migliorata salute; un altro egli
-ne prova quando il De Sinner gli promette di pubblicare in Germania i
-suoi scritti filologici. Disperato della gloria, basta che egli creda
-di poterne gustare i vantaggi perchè tosto ritorni da morte a vita:
-“Quel forestiero che ha veduto l'Eusebio, è un filologo tedesco al
-quale.... ho fatto consegna formale di tutti i miei mss. filologici,
-appunti, note, ecc. cominciando dal _Porphyrius_. Egli, se piacerà a
-Dio, li redigerà e completerà e li farà pubblicare in Germania, e me
-ne promette danari e gran nome. Non potete credere quanto mi abbia
-consolato quest'avvenimento, che per più giorni mi ha richiamato alle
-idee della mia prima gioventù, e che, piacendo a Dio, darà vita ed
-utilità a lavori immensi, ch'io già da molti anni considerava come
-perduti affatto, per l'impossibilità di perfezionare tali lavori in
-Italia, pel dispregio in cui sono tali studi tra noi e peggio pel mio
-stato fisico.„ Quindi la sua misantropia si tempera; egli quasi la
-critica: “Nessuno è sì compiutamente disingannato del mondo, nè lo
-conosce sì addentro, nè tanto l'ha in ira, che guardato a un tratto
-da esso con benignità, non se gli senta in parte riconciliato.„ Ancora
-meglio: “Io conobbi già un bambino il quale ogni volta che dalla madre
-era contrariato in qualche cosa, diceva: _ah, ho inteso, ho inteso:
-la mamma è cattiva_. Non con altra logica discorre intorno ai prossimi
-la maggior parte degli uomini, benchè non esprima il suo discorso con
-altrettanta semplicità.„
-
-Pertanto, dopo averlo negato, egli stesso riconosce esplicitamente il
-rapporto tra le sue circostanze e le sue idee. Porfirio, discutendo
-con Plotino intorno alla vanità universale della quale è troppo
-persuaso, osserva: “E qui primieramente non mi potrai dire che
-questa mia proposizione non sia ragionevole: se bene io consentirò
-facilmente che ella in buona parte provenga da qualche mal essere
-corporale.„ Se queste parole non si riferiscono, come pare evidente,
-allo stesso Leopardi, noi troviamo che egli confessa a chiare note
-come la sua filosofia dipenda dalla sua esperienza. Alla sorella
-infatti scrive: “Direte che io vi sono sempre intorno colla filosofia;
-ma mi concederete che questa non mi è stata insegnata nè dai libri,
-ne dagli studi, nè da nessun'altra cosa, se non dall'esperienza: ed
-io vi esorto a questa filosofia, perchè credo che vi abbiate i miei
-stessi diritti e la mia stessa disposizione.„ Queste parole sono del
-1823: diremo che da giovane egli concedesse quel rapporto da causa ad
-effetto tra le sue disgrazie e il suo pessimismo che più tardi doveva
-con tanto sdegno negare? La sua lettera sdegnosa al De Sinner è del
-'32: leggete che cosa scriveva al Bunsen nel '35, tre anni dopo, e
-due soli prima di morire: “Voi avete ragione che nelle mie prose la
-malinconia è forse eccessiva e forse anche qualche volta fa velo al
-giudizio. Datene la colpa parte al mio carattere, e parte all'età in
-cui furono scritte....„ Egli quasi vorrebbe correggerle! Il rapporto
-tra il pensiero e la vita è ancora nitidamente affermato più sotto:
-“La propria mia esperienza m'insegna che il progresso dell'età, fra
-i tanti cangiamenti che fa nell'uomo, altera ancora notabilmente
-il suo sistema di filosofia.„ Che cosa vuol dir questo, se non che
-la filosofia non è un prodotto puro della ragione astratta, ma il
-risultato necessario della pratica delle cose? Egli osserva pure come
-sia erroneo l'attribuire a cause esteriori e reali ciò che dipende
-soltanto dall'intima nostra natura; i vecchi, per esempio, “riuscendo
-il freddo all'età loro assai più molesto che in gioventù, credono
-avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed
-immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell'aria o
-nella terra.„ Altrettanto non accade in lui, quando, per tutte le sue
-sciagure, afferma l'infelicità necessaria e universale?
-
-Tuttavia, se per tante prove e per sua stessa confessione la dipendenza
-delle fasi del suo pensiero dai casi della sua vita è innegabile,
-che cosa faremo delle proteste che egli pure fieramente lanciò?
-Perchè protestò talvolta? Perchè non riconobbe sempre che tale egli
-fu quale doveva essere? Perchè negò l'efficacia dell'esperienza e
-riconobbe soltanto quella della ragione? Il perchè non è difficile da
-trovare. Ammettendo senz'altro che dall'esperienza, dalle circostanze
-esteriori ed intime tra le quali la sua vita si svolse nascesse la
-sua filosofia, che valore avrebbe essa avuto? Si sarebbe ridotta a
-un giudizio particolare, a un'opinione personale, a un'impressione
-fortuita: nessuno le avrebbe dato credito. Se egli voleva — e per la
-legge dell'amor proprio doveva volere — che fosse appresa come una cosa
-seria, come un'espressione della verità, doveva necessariamente negarne
-le cause reali ed affermarne soltanto l'origine razionale. Anche
-concedendo, come fece a proposito di Bruto, che la disperazione può
-dipendere dalle calamità, egli doveva presumere che l'ispirazione della
-calamità “ha forza di rivelare all'animo nostro quasi un'altra terra, e
-persuaderlo vivamente di cose tali, che bisogna poi lungo tempo a fare
-che la ragione le trovi da sè medesima„; e che l'effetto della calamità
-“si rassomiglia al furore dei poeti lirici, che d'un'occhiata scuoprono
-tanto paese quanto non ne sanno scoprire i filosofi nel tratto di
-molti secoli.„ E poi: non è una cosa sciagurata che il pensiero umano,
-che questo nostro giudizio del quale siamo tanto superbi, pel quale
-ci siamo collocati sul vertice della vita, sia così rigorosamente
-determinato da cause sulle quali nulla possiamo, sia quasi come un
-frutto a formare il quale hanno contribuito la specie della pianta,
-la natura del terreno e l'ordine delle meteore? Non è doloroso, non è
-male che la nostra mente non possa operare libera e sola, che il nostro
-giudizio non sia indipendente e sovrano? Il Leopardi intende questa
-necessità, e se talvolta la nega, la negazione non è altro che una
-forma di ribellione.
-
-Nè, da un'altra parte, il suo pensiero fu realmente tutto determinato
-dai soli casi della sua vita, dalle “circostanze materiali„ dalle
-“sofferenze particolari„ dalle “malattie.„ Noi possiamo trovare
-nelle storie esempii di vite più infelici ancora di quella del
-Recanatese, senza che per questo i disgraziati abbiano tutto negato;
-ne troveremo molti che si sono contentati, che si sono confortati;
-qualcuno anche che ha riso d'un riso schietto. Ma l'esperienza del
-dolore è acquistata, nel Leopardi, da uno spirito inquieto la cui
-inquietudine è cresciuta per effetto dell'educazione. Già vedemmo che
-il colore del tempo nel quale egli visse fu grigio. Nel suo dolore
-e nel suo pessimismo sono pertanto da distinguere due gradi, ed egli
-stesso li distingue. Quando dice che vive “malinconico, solitario e
-tristo„, quando scrive: “Non so perchè, ma mi trovo in una malinconia
-che cresce ogni giorno„; quando loda la noia e i “dolci affanni„,
-quando narra che aver pianto a Roma sulla tomba del Tasso è l'unico
-“_piacere_„ che abbia gustato nella città eterna; quando compone il
-_Passero solitario_, _L'Infinito_, _La sera del dì di festa_, _Alla
-Luna_, _Consalvo_, le poesie idilliache, elegiache, dove la tristezza
-è composta, dove il dolore è indefinito, egli è un romantico come
-tutti gli altri. I disinganni inevitabili ai troppo immaginosi, le
-ferite inevitabili ai troppo sensibili, l'esperienza di alcuni dolori
-reali, gli avrebbero fatto esprimere quella malinconia diffusa, quasi
-grata, quasi soddisfatta di sè stessa, che i poeti e i novellieri e i
-filosofi del suo tempo espressero concordemente. Egli sa che c'è, ed ha
-realmente provata la malinconia dolce e grata; ma perchè i suoi dolori
-non ebbero limite, perchè lo perseguitarono sino alla morte, perchè
-egli non potè godere, questo sentimento che è come “un crepuscolo„
-dà luogo alla malinconia “nera e solida„ che è “notte fittissima e
-orribile.„ Guardate il dolente Chateaubriand: non ebbe egli i suoi
-piaceri, le sue fortune, i suoi trionfi? Il suo pessimismo è pertanto
-temperato. Un giorno egli scrive: “Ne désirons point survivre à nos
-cendres, mourons tout entiers de peur de souffrir ailleurs. Cette
-vie-ci doit corriger de la manie d'être.„ Non è la stessa idea che
-informa tanta parte degli scritti del Leopardi? Ma lo Chateaubriand,
-se arriva a concepirla, non la svolge, non la estende, non la sostiene,
-non ne fa un articolo della sua fede; non la mette neppure in un libro,
-l'annota in un manoscritto pubblicato dopo la sua morte; fate che, dopo
-averla concepita, le sventure d'ogni sorta lo perseguitino ogni giorno
-e lo schiaccino: egli vi tornerà sopra, la svilupperà, l'affermerà —
-come ha fatto Giacomo Leopardi. Noi già notammo che questi non stima
-sempre bella e buona la morte: perchè dunque la giudica “atra„, perchè
-la chiama “abisso orrido, immenso?„ Perchè si duole che la vecchiezza e
-la morte abbiano principio fin da quando
-
- il labbro infante
- Preme il tenero sen che vita instilla,
-
-e non si possano emendare dalla
-
- Nonadecima età più che potesse
- La decima o la nona, e non potranno
- Più di questa giammai l'età future?
-
-Se egli fosse costantemente persuaso che la morte è un bene, il solo
-bene, si dorrebbe così? Se si duole, ciò è perchè non sempre il suo
-pensiero è tutto ottenebrato: vi sono momenti durante i quali egli
-pensa che la morte è un male, il peggiore, con la vecchiezza che menoma
-le potenze vitali delle creature; e pertanto che la vita è un bene
-vero; che la vita dei giovani, calda, operosa, feconda, dischiusa a
-tutte le impressioni della natura, confusa nel gran torrente della
-vita universale, è il bene sommo, il miracolo dell'universo. E non
-solo il rigore spaventoso del suo destino gli vieta di fermarsi in
-questi concetti perchè brutalmente interrompe le sue tregue; non solo
-l'esempio di tanti dolenti lo conferma nella sua tristezza; ma la
-stessa disposizione della sua mente lo conduce alla negazione assoluta.
-Forse, attenuate le sue disgrazie, il suo pessimismo non si sarebbe
-attenuato in proporzione. Avendo cominciato a considerare la miseria
-del mondo e la vanità delle cose, egli sarebbe arrivato, con minore
-esperienza del dolore, a conclusioni non molto diverse. Per l'acutezza
-della sua sensibilità egli doveva naturalmente esprimere un giudizio
-disperato ad ogni impressione dolorosa; ma egli non era soltanto
-sensibile, era anche riflessivo. Noi trovammo in lui un potente spirito
-filosofico, l'attitudine, l'abitudine, il bisogno di procedere dal
-noto all'ignoto, dal particolare al generale, dal fatto alla legge.
-Una mente così logica non poteva credere che il dolore del quale egli
-era vittima fosse un'eccezione, una rarità, una cosa tutta fortuita;
-se l'uomo, se il poeta gli si ribellavano — come si ribellarono tante
-volte — il filosofo doveva vedervi un fatto naturale, necessario;
-e del fatto accertato doveva indagare la cagione, e trovarla in una
-legge. Il filosofo, vedendo l'uomo penare, doveva guardarsi attorno
-per considerare se queste pene fossero realmente singolari, se agli
-altri uomini fossero proprio sconosciute; e osservando la vita e
-leggendo le storie doveva scoprire che, esacerbato in lui, il dolore
-è retaggio di ogni uomo. Egli udì i lamenti esalare dagli oppressi
-petti dei suoi simili, in ogni tempo, in ogni luogo. Intorno a lui
-egli trovò altrettanti fratelli in tutti i romantici. Classico, seppe
-che gli antichi erano assuefatti a credere “che le cose fossero cose
-e non ombre„ e la felicità “possibilissima a conseguire, anzi propria
-dell'uomo.„ Ma se la visione della vita e del mondo fu un tempo
-generalmente luminosa e serena, non per questo mancò l'esperienza
-del dolore. Anche gli antichi sentirono quel che c'è d'incompiuto,
-di manchevole, d'incerto nel destino umano, e conobbero l'enormità
-del fato che ci sovrasta, e non furono esenti dalle lacrime; così il
-Leopardi discoprì nella invidiata serenità dell'ideale pagano le ombre
-che la velano; e discopertele affermò l'universalità del dolore.
-
-Ecco: “il saggio Chirone, che era dio, coll'andar del tempo si annoiò
-della vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morì....
-Or pensa, se l'immortalità incresce agli Dei, che farebbe agli
-uomini.... Gl'Iperborei, popolo incognito, ma famoso; ai quali non
-si può penetrare, nè per terra nè per acqua; ricchi d'ogni bene; e
-specialmente di bellissimi asini, dei quali sogliono fare ecatombe;
-potendo, se io non m'inganno, essere immortali, perchè non hanno
-infermità nè fatiche nè guerre nè discordie nè carestie nè vizi nè
-colpe, contuttociò muoion tutti: perchè, in capo a mille anni di vita,
-o circa, sazi della terra, saltano spontaneamente da una certa rupe in
-mare, e vi si annegano.„ Ancora: “Bitone e Cleobi fratelli, un giorno
-di festa, che non erano in pronto le mule, essendo sottentrati al carro
-della madre, sacerdotessa di Giunone, e condottala al tempio; quella
-supplicò la dea che rimunerasse la pietà de' figliuoli col maggior bene
-che possa cadere negli uomini. Giunone, invece di farli immortali,
-come avrebbe potuto, e allora si costumava; fece che l'uno e l'altro
-pian piano se ne morirono in quella medesima ora. Il simile toccò ad
-Agamede e a Trofonio. Finito il tempio di Delfo, fecero istanza ad
-Apollo che li pagasse: il quale rispose volerli soddisfare fra sette
-giorni; in questo mezzo attendessero a far gozzoviglia a loro spese.
-La settima notte mandò loro un dolce sonno, dal quale ancora s'hanno
-a svegliare; e avuta questa, non dimandarono altra paga....„ Se favole
-simili dimostrano che la morte non è un male, ma il premio più insigne;
-hanno i filosofi antichi espresso molta fede nella vita? Seneca “non
-trova contro al timore altro rimedio più valevole della considerazione
-che ogni cosa è da temere.„ Il consiglio di Senofonte significa che
-il godimento dei beni è poco grato se manca la speranza di maggiori
-beni futuri: “consiglia che avendosi a comperare un terreno, si compri
-di quelli che sono male coltivati; perchè, dice, un terreno che non è
-per darti più frutto di quello che dà, non ti rallegra tanto, quanto
-farebbe se tu lo vedessi andare di bene in meglio....„ Ma questa
-aspettazione dei beni, questa ricerca della felicità, come è oggi
-causa dei più amari disinganni, così era giudicata anticamente: secondo
-Bione boristenite “i più travagliati di tutti sono quelli che cercano
-le maggiori felicità.„ Bruto giudicò la virtù “una parola nuda„,
-Teofrasto negò la gloria e disse che la morte sopravviene non appena
-l'uomo comincia a vivere; gli stoici insegnarono che per ottenere la
-felicità non c'è altra via che rinunziarla; Virgilio “contro l'uso
-dei Romani antichi, e massimamente di quelli d'ingegno grande, si
-professa desideroso della vita oscura e solitaria; e questo in una
-cotal guisa, che si può comprendere che egli vi è sforzato dalla sua
-natura, anzi che inclinato; e che l'ama più come rimedio o rifugio,
-che come bene.„ Ma come enumerare tutti gli antichi dolenti? Tristano,
-vedendo rifiutata da tutti la sua filosofia dolorosa, crederà che sia
-di sua propria invenzione: “ma poi, ripensando, mi ricordai ch'ella era
-tanto nuova, quanto Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi
-più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi
-di figure, di favole, di sentenze significanti l'estrema infelicità
-umana; e chi di loro dice che il meglio è non nascere, e per chi è
-nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli Dei, muore
-in giovinezza; ed altri altre cose infinite su questo andare.„ E se
-Porfirio pensa di uccidersi, non trova forse antichi esempi di uomini
-che vollero morire “per tedio solamente, e per sazietà dello stato
-proprio.... quali erano coloro che udito Egesia, filosofo cirenaico,
-recitare quelle sue lezioni sulla miseria della vita; uscendo dalla
-scuola andavano e si uccidevano; onde esso Egesia fu detto per
-soprannome _il persuasor di morire_?...„
-
-Certamente gli antichi lodarono anche moltissimo la vita; come la
-lodano anche i moderni: ad ora ad ora il pianto cessa, gli occhi
-brillano, i canti di gioia riecheggiano; ma che cosa concludere?
-Che vi sono due leggi, una del dolore, un'altra del piacere? Le
-leggi particolari sono molte; ma dev'essercene pure una generale,
-universale, la legge delle leggi, la chiave del mistero. L'appetito
-di scienza che è in Leopardi filosofo non resta appagato se dalle
-leggi particolari egli non assorge all'ultima, o alla prima, all'unica
-certamente dalla quale tutte le altre dipendono. Ma questa verità
-fondamentale nessun uomo l'ha scoperta, nessun uomo la può scoprire;
-guardate: se uno s'affanna troppo a cercarla, la scienza moderna
-lo chiama pazzo, lo giudica affetto da follia metafisica!... Tale
-è veramente la condizione dell'intelletto umano: che esso, o deve
-rinunziare a comprendere tutta quanta la verità, o deve appagarsi
-di una verità non tutta vera. Il Leopardi passa dalla considerazione
-del proprio dolore a quello degli altri uomini, dei vivi e dei morti;
-logicamente collega tutti i fatti che lo dimostrano; da filosofo segue
-“indefessamente con l'occhio dell'intelletto un ordine di verità
-connesse tra loro a mano a mano„, ed arriva alla legge del dolore
-universale, necessario, eterno, infinito, inconsolabile. Ma egli pur
-sente d'avere esagerato. La sua teoria non è equa, come non sono state
-eque tutte le altre d'invenzione umana; ed egli stesso implicitamente
-lo riconosce. Filippo Ottonieri “stimava che una buona parte degli
-uomini, antichi e moderni, che sono riputati grandi o straordinari,
-conseguirono questa riputazione in virtù principalmente dell'eccesso
-di qualche loro qualità sopra le altre. E che uno in cui le qualità
-dello spirito sieno bilanciate e proporzionate fra loro; se bene elle
-fossero o straordinarie o grandi oltre modo, possa con difficoltà far
-cose degne dell'uno o dell'altro titolo, ed apparire ai presenti o
-ai futuri nè grande nè straordinario.„ Un uomo veramente, esattamente
-equilibrato, che volesse e sapesse tenere conto preciso di tutto, non
-solo non farebbe cose grandi o straordinarie, ma non ne farebbe neppur
-piccole, non farebbe niente. Tutti i nostri giudizii sono parziali,
-partigiani, appassionati, monchi; ma chi si spaventasse di questa
-necessità dovrebbe continuamente tacere. Poichè il silenzio continuo
-e la rinunzia totale sono impossibili in qualunque uomo, e più che
-impossibili, assurdi in un ingegno, in un genio come Giacomo Leopardi,
-questi formulerà postulati dei quali, mentre l'amor proprio vuole
-che si riconosca l'esattezza, la ragione denunzia inconsapevolmente
-l'esagerazione, perciò la falsità. Tutte le volte — e come vedemmo
-non sono poche — che egli riconosce il nesso tra la sua vita e la
-sua filosofia, non viene a dire, indirettamente, che la sua filosofia
-sarebbe diversa se egli avesse avuto un altro destino? E questo nesso
-che c'è in lui, non c'è in ogni uomo? Quindi tutte le filosofie
-non sono relative e, per qualche lato, false? Egli che ha fatto
-tante distinzioni tra uomini ed uomini e che si è tanto lagnato del
-proprio destino, afferma pure “questa massima riconosciuta da tutti i
-filosofi, la quale ti potrà consolare in molte occorrenze; ed è che la
-felicità e l'infelicità di ciascun uomo (esclusi i dolori del corpo) è
-assolutamente eguale a quella di ciascun altro, in qualunque condizione
-o situazione si trovi questo o quello. E perciò, esattamente parlando,
-tanto gode e tanto pena il povero, il vecchio, il debole, il brutto,
-l'ignorante, quanto il ricco, il giovane, il forte, il bello, il dotto:
-perchè ciascuno nel suo stato si fabbrica i suoi beni e i suoi mali;
-e la somma dei beni e dei mali che ciascun uomo si può fabbricare è
-uguale a quella che si fabbrica qualunque altro.„ Ma, come abbiamo
-visto che lo Chateaubriand non mette nelle sue opere la sentenza
-disperatissima sulla necessità della morte totale senza speranza di
-vita futura, così il Leopardi non sviluppa nei suoi scritti il più equo
-e consolante giudizio: lo esprime soltanto in una lettera alla sorella.
-Una critica meschina ed arrogante ardisce cogliere in fallo queste
-grandi anime, e presume di veder meglio di loro e più a dentro. Esse
-vedono e sanno tutto; ma naturalmente tutti i concetti non sono e non
-possono essere concordi; e fra i moltissimi bisogna pure scegliere. Il
-Leopardi ha visto prima che i suoi censori quel che si può e si deve
-dire contro la sua filosofia disperata; leggete il suo epistolario:
-vedrete che egli vi appare meno pessimista che non nelle opere. Certo
-l'esagerazione è biasimevole; ma non è altrettanto necessaria? Ecco:
-per il suo bisogno di risolvere i formidabili enimmi della vita e della
-morte lo hanno giudicato infermo di follia metafisica; se egli avesse
-temperato il suo pessimismo, se avesse dato forza agli argomenti con
-i quali sente di poterlo combattere, avrebbero provato che in lui c'è
-anche la follia del dubbio.
-
-Per fortuna questa accusa almeno non gli può esser mossa. Non ostante
-le contraddizioni inevitabili, egli non dubita. È un appassionato,
-un operoso ridotto contro sua voglia a discutere, ma inconsolabile
-per essersi dovuto restringere ai semplici ragionamenti; tutta la
-forza della sua volontà è concentrata nella sua fede — negativa,
-ma incrollabile. Nel negare, egli mette lo slancio mistico dei suoi
-pii antenati. Non che dubitare della sua credenza al rovescio, egli
-l'afferma vivacemente, e sdegnosamente protesta contro chi ne vuol
-scemare il valore, riducendola a un effetto dei suoi dolori. E non
-ha torto: la sua filosofia, se è derivata dall'esperienza, è anche
-scaturita dalla ragione. Ma un pessimismo soltanto filosofico e
-speculativo interesserebbe i pensatori, lasciando freddi tutti gli
-altri. Il pessimismo del Leopardi non è freddo, perchè il filosofo è
-accompagnato in lui dal poeta; e non è falso, perchè la speculazione è
-accompagnata dall'esperienza. Il filosofo che nega è anche un uomo che
-soffre. Perciò egli fu, è e sarà sempre creduto.
-
-Egli fu, è e sarà sempre ammirato perchè ha saputo definire tutti gli
-aspetti del dolore umano con una forma che eccita il più grande, il
-più puro, il più raro piacere. — Questo pessimismo suo, quantunque
-sembri totale e insanabile, ammette un temperamento ed offre un
-conforto. Egli preferisce la morte alla vita; ma la morte non consola
-la vita, la distrugge: la consolazione è nell'Arte. Per quella stessa
-ragione che la gioventù e l'amore sono le sole cose delle quali egli
-si loderebbe, l'arte è la sua consolazione. Amore e gioventù vivono di
-amene illusioni, che la vita pur troppo distrugge: l'arte crea tutto
-un mondo ideale contro il quale la realtà non può nulla: in mezzo
-alle peggiori disgrazie, tra i disinganni più atroci, l'artista può
-rifugiarvisi. Ed egli vi si rifugia. La sua gioventù è finita prima
-di cominciare; nessuna donna lo ha amato; i mali lo assediano; ma il
-suo pensiero vive ed opera ad ora ad ora, e l'arte gli concede tutte
-le sue grazie. Essa è per lui divina. Giudicata “inevitabile„ l'umana
-infelicità, egli trova un conforto negli “studi del bello.„ Se la vita
-degli uomini è tutto un ozio perchè tutto è vanità, l'arte, che pare
-esercitarsi intorno a cose vane, è invece la sola attività utile,
-perchè essa sola compensa la tristezza della realtà con la letizia
-delle fantasie. Questo è un invertimento del giudizio comune: che
-importa, se l'infelice ottiene per esso un sollievo e si riconcilia con
-la vita e quasi benedice quella natura che aveva già maledetta?
-
-
- FINE.
-
-
-
-
- INDICE
-
-
- PARTE PRIMA.
- L'UOMO.
-
- _L'indole:_ I. Il sentimento poetico Pag. 1
- II. Lo spirito filosofico 11
-
- _L'educazione:_ Classicismo e romanticismo 23
-
- _L'esperienza:_ I. La salute 52
- II. L'amore 65
- III. La famiglia 94
- IV. La patria 152
- V. La gloria 177
-
- PARTE SECONDA.
- IL PENSIERO.
-
- _Il pessimismo:_ I. L'illusione 193
- II. La misantropia 212
- III. Lo scetticismo 224
- IV. La morte 237
-
- _L'ironia_ 245
-
- EPILOGO 278
-
-
-
-
- OPERE DI FEDERICO DE ROBERTO
- (Edizioni Treves).
-
- _Le donne, i cavalier'_.... Edizione di lusso, in-8,
- illustrata da 100 incisioni L. 12 —
- _I Vicerè_, romanzo. 2 vol. 10 —
- _Una pagina della storia dell'amore_ 3 50
- _L'illusione_, romanzo 3 50
- _La sorte_, novelle 3 50
- _La messa di nozze_, romanzo 5 —
- _L'albero della scienza_, novelle 4 —
- _Al rombo del cannone_ 5 —
- _All'ombra dell'olivo_ 6 —
- _Ironie_, novelle 4 —
- _Leopardi_ 7 —
-
-
-
-
-
-Nota del Trascrittore
-
-Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
-senza annotazione minimi errori tipografici.
-
-
-
-
-
-End of the Project Gutenberg EBook of Leopardi, by Federico De Roberto
-
-*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LEOPARDI ***
-
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-
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