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You may copy it, give it away or -re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included -with this eBook or online at www.gutenberg.org/license - - -Title: La vita Italiana nel Rinascimento - Conferenze tenute a Firenze nel 1892 - -Author: Various - -Release Date: April 9, 2016 [EBook #51706] - -Language: Italian - -Character set encoding: UTF-8 - -*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA NEL RINASCIMENTO *** - - - - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - - - - - - LA - VITA ITALIANA - NEL RINASCIMENTO - - _Conferenze tenute a Firenze nel 1892_ - - - DA - - E. Masi, G. Giacosa, G. Biagi, I. Del Lungo, - G. Mazzoni, E. Nencioni, P. Rajna, F. Tocco, D. Martelli, - Vernon Lee, E. Panzacchi, P. Molmenti. - - - - MILANO - FRATELLI TREVES, EDITORI - 1896 - — - TERZA EDIZIONE. - - - - - PROPRIETÀ LETTERARIA - - _Riservati tutti i diritti._ - - Milano. — Tip. Fratelli Treves. - - - - -LORENZO IL MAGNIFICO - -DI - -ERNESTO MASI. - - -Vi ricordate della tragedia di Vittorio Alfieri intitolata: _La -Congiura de' Pazzi_? Come opera d'arte non è gran che, lasciando -stare anche l'alterazione quasi grottesca dei fatti storici, dei -caratteri e persino dei nomi dei personaggi. Ma non si tratta ora di -ciò. Voglio notare soltanto un fenomeno singolare, che parmi accaduto -all'Alfieri nel trattar questo tema, ed è che mentre ha senza dubbio -voluto travestire in Lorenzo e Giuliano de' Medici due de' suoi -soliti _Egisti_ e _Creonti_, due de' suoi soliti _tiranni_, messi -là a ricevere in pieno petto le contumelie del _prim'uomo_ e della -_prima donna_, non solo il carattere di Lorenzo gli è, suo malgrado, -riuscito il più simpatico della tragedia, ma all'ultimo non sa più egli -stesso, l'Alfieri, da che lato pende il torto maggiore; i motivi della -sanguinosa catastrofe, da prima apparsigli così chiari e lampanti, -si direbbe che gli si oscurano tutto ad un tratto; e per conclusione -finale mette in bocca a Lorenzo queste ambigue parole: - - . . . . E avverar sol può il tempo - Me non tiranno e traditor costoro! - -Sembra accorgersi tardi che il tentativo di raccogliere tutta la pietà -tragica sui Pazzi, anzichè sui Medici, è un grosso errore, tanto sotto -l'aspetto della storia, quanto sotto quello dell'arte, com'ebbe poi -a scrivergli con gran franchezza Melchiore Cesarotti, e si ferma lì -come in dubbio, e in questo dubbio lascia gli ascoltatori ed i lettori -della sua tragedia. La quale ritengo, avrebb'egli concepita in modo -tutto diverso, se, in cambio d'averla scritta fra il 1779 e l'80, -l'avesse scritta un dieci o dodici anni più tardi, quando, scoppiata la -rivoluzione francese, la prospettiva della tirannide gli si era, per -così dire, rovesciata e gli pareva molto più intollerabile quella che -viene dal basso, anzichè quella che viene dall'alto, la tirannide dei -molti, anzichè quella d'un solo. - -Se non che il fenomeno accaduto all'Alfieri mi sembra essersi rinnovato -in molti altri dei più sfidati avversari di Lorenzo il Magnifico, dai -contemporanei fino ai giorni nostri. Molti altri accatastano fatti su -fatti e poi s'accorgono con loro stupore che i più tornano a gloria di -Lorenzo, e allora non possono tenersi dal mescolare le lodi ai biasimi, -o per lo meno dallo scindere l'unità di questa grande e complessa -figura storica del secolo XV in modo, da farne uscire due, tre, quattro -anzi, come propone il Perrens, uomini diversi, contenuti in un solo, e -così poterne lodare uno o due e biasimare i rimanenti; a molti altri -è accaduto di fermarsi all'ultimo, al pari dell'Alfieri, dubbiosi, -esitanti, come dinanzi ad un problema psicologico di troppo difficile -soluzione. - -A Lorenzo de' Medici è toccata del resto una singolare fortuna, ed -è quella d'aver sempre appassionato pro o contro gli scrittori, che -hanno trattato di lui, dai contemporanei fino agli odierni, come se -in cambio d'aver vissuto dal 1449 al 1492 egli fosse nato, vissuto -o morto pochi anni fa, come se in cambio d'un uomo del secolo XV -si trattasse, ad esempio, d'un Napoleone I, gli effetti della cui -gloria e dei cui disastri sono forse sensibili anche oggi nella vita -europea. Eppure quei signori e principi della prima e seconda stirpe -Medicea sono ben morti e sepolti! Nulla ci parla più di loro. Gli -stessi edifici e monumenti d'arte, che hanno lasciato, ci ricordano -ancora il nome e l'opera dell'artista, che gli ha ideati e compiuti, -ma il nome del signore o del principe, che gli ha commessi, appena -qualche erudito lo sa con precisione e al visitatore indigeno o -forestiero poco importa oramai che si tratti dei primi o secondi -Cosimi, Giuliani e Lorenzi, che si tratti dei Medici insidiatori -della libertà fiorentina o dei Medici Granduchi, i quali alle loro -vecchie dimore non hanno lasciato di proprio neppure il nome. A qualche -scrutatore indiscreto alcuna traccia dei tempi Medicei parrà forse di -scernere ancora nel temperamento e in certe disposizioni morali del -popolo fiorentino (lo dico a lode, badiamo, non a biasimo di certo) -ma nulla più. Chi ne dubitasse entri, qui prossimo, a San Lorenzo, in -quelle sepolture Medicee. Che gelo, che tanfo di morte preistorica -in quel buio della vecchia e nuova sagrestia, ma qui almeno danno -lume e calore il genio di Andrea del Verrocchio e quello tra satirico -e malinconico di Michelangelo! Peggio tra la sfarzosa e teatrale -ricchezza del sepolcreto granducale! Qui nessun compenso possibile: -la storia dice poco; l'arte non dice niente; il freddo dei marmi vi -assidera, vi penetra crudelmente nell'ossa e nell'anima, e si sente -il bisogno d'uscire più che di fretta, non già per odio a quei sepolti -tiranni, che coi loro manti e le loro corone arieggiano innocui re da -melodramma, ma per la prosaica paura d'un raffreddore. - -Ora dunque perchè, tra questi morti e così ben morti, quelli della -prima stirpe Medicea appassionano gli scrittori più di quelli della -seconda, e perchè tra quelli della prima Lorenzo più degli altri ha il -privilegio di eccitare anche oggi odii ed amori così tenaci? - -Finchè in Italia i libri di storia furono per metà di politica, voi -sapete quanto si sfruttarono l'assedio e la caduta di Firenze nel -1530 e quell'accordo del Papa coll'Imperatore, che fu la cagione -immediata di tale catastrofe. Era la conclusione ultima di tutto il -gran dramma, non della libertà fiorentina soltanto, ma della libertà -italiana, e poichè quel Papa era un Medici ed un Medici il primo Duca -di Firenze, non altro si volle vedere in tuttociò che la continuazione -d'un antico disegno d'ambizione, che finalmente s'effettuava coll'aiuto -dello straniero, ed i più rei parvero i primi autori di quella lunga -e perseverante insidia, ed il peggiore di tutti, quegli in cui più -splendidamente s'incarnarono la tradizione e il genio di tutta la -stirpe. Divenne così una specie di obbligo pel liberalismo italiano -non far grazia ai Medici e soprattutti a Lorenzo. Non parliamo dei -contemporanei o dei quasi contemporanei. L'odio o l'amor loro troppo -facilmente si spiega. Non parliamo neppure degli scrittori toscani -dell'epoca granducale, medicea e lorenese. La lode o il silenzio in -bocca loro sono troppo sospetti. Ma quando colla storia filosofica -e Volteriana del secolo XVIII si cominciò ad opporre al Medio Evo -credente e devoto il Rinascimento scettico e razionalista, eccoti, -fra gli stranieri massimamente, fra gli indifferenti cioè alle nostre -passioni politiche, eccoti il panegirico dei Medici e di Lorenzo in -particolare, che tocca il colmo e, direi, passa il segno, nel famoso -libro del Roscoe, ed eccoti di riscontro il Sismondi, scrittore di gran -merito, ma uno dei santi padri, uno dei rappresentanti internazionali -di quel dottrinarismo liberale e borghese, che ha nelle instituzioni -repubblicane la panacea di tutti i mali, e quindi non perdona ai -distruttori di repubbliche ed ai loro encomiatori. Non badò il Sismondi -che nella vita di Lorenzo il Roscoe a dipinger l'uomo s'era attenuto -al Valori, un coetaneo di Lorenzo, che a narrar la storia avea seguito -il Machiavelli, che i documenti originali gliegli avea apprestati il -Fabroni, che a penetrar nella storia letteraria lo aveano aiutato -il Bandini, il Tiraboschi, autorità tutte di non poco valore; non -si ricordò neppure ch'egli stesso avea tanto esaltato i Medici e -Lorenzo nella sua storia letteraria dell'Europa meridionale, quanto -li deprimeva nella sua storia delle Repubbliche Italiane; non badò -a nulla, non volle curarsi di nulla; non altro gli stette a cuore -che contrapporre al panegirico la diatriba e spinta al segno da non -sdegnare esso, onest'uomo come era, di lodare quali azioni eroiche -persino la dissimulazione dei Pazzi, che convitano Lorenzo e Giuliano -de' Medici in casa loro a fine d'ammazzarli, persino il tasteggiare -che fanno il giovane Giuliano, fingendo abbracciarlo amicamente, per -assicurarsi se ha o no il giaco sotto la veste, quando lo inducono a -entrar nel duomo e lo uccidono. - -È sommamente istruttiva la polemica, che ne seguì fra il Roscoe e il -Sismondi, la quale andò tant'oltre che il Sismondi stesso finì per -dire: “smettiamola, signor Roscoe, altrimenti si riderà di noi che ci -contendiamo un tiranno del secolo XV coll'accanimento medesimo, che due -rivali si contenderebbero il cuore d'una bella donna. E poi di che ci -scaldiamo tanto, noi, stranieri all'Italia tutti e due?„ - -Nè cadde a vuoto, sapete, quest'ultima parola, da cui s'arguirebbe -esservi sui Medici e su Lorenzo in particolare la possibilità -di due giudizi diversi, uno per gli Italiani, un altro per gli -stranieri, perocchè questo è appunto lo scrupolo, che ha trattenuto -il coscienzioso Burckhardt, nella sua classica opera sul Rinascimento -in Italia, dal giudicare Lorenzo come uomo di Stato e dal decidere -qual parte spetti agli uomini e quale sia superiore al loro stesso -buono o mal volere (il vero problema di questa storia) nei destini di -Firenze; scrupolo veramente eccessivo e che non trattenne per buona -sorte il Reumont, il Buser, il Leo, il Thomas, il Perrens e tanti altri -valentuomini stranieri dal fare della storia Medicea anche politica e -di Lorenzo come uomo di Stato il soggetto delle loro ricerche, e dei -loro studi. - -Quanto agli Italiani, finchè durò il periodo della preparazione e degli -esperimenti infelici della nostra rivoluzione e sino a poco dopo il -1859, si tennero più o meno a modello il Sismondi, pur evitandone le -enormi esagerazioni, nel giudicare dei Medici e di Lorenzo, ma poi -spesso l'argomento fece forza da sè al preconcetto politico, ed o si -fermarono, ripeto, incerti e dubbiosi, a mezza spada, o il giudizio, da -prima severissimo, si venne via via temperando, più si approfondivano -le ricerche, come potete vedere in Gino Capponi, che nel 1842, quando -si cospirava anche coll'_Archivio Storico_ (una delle più nobili -arme affilate nel gabinetto di Giampietro Vieusseux), ha parole di -fuoco contro i Medici, e nel 1875, quando pubblicò la sua _Storia -della Repubblica di Firenze_, ne parla con tanta maggiore serenità e -obbiettività scientifica; come potete vedere in Pasquale Villari, che -nel suo _Savonarola_, il libro caldo ancora di inspirazione giovanile -e di passionata eloquenza, e assai prossimo al Sismondi, e nel suo -_Machiavelli_, lo studio severo della sapiente virilità, se non ha -dismessi tutti gli antichi corrucci, tuttavia tempera o per lo meno -slarga il suo giudizio, che in questo caso val quanto di necessità -temperarlo. Più notevole è il caso del Carducci, che in quei suoi primi -saggi bellissimi sulle poesie di Lorenzo de' Medici e del Poliziano, -ora la sua natura d'artista lo attrae irresistibilmente verso Lorenzo, -natura d'artista esso pure, come dice il Capponi, anima di principe, -ultima grandezza d'un'età splendida, che finiva, ora lo spirito -rivoluzionario lo trattiene, lo tira indietro, gli strappa accenti -di collera, troncati a mezzo però da una ripugnanza anche maggiore, -la ripugnanza alla reazione del Savonarola, che tenta gettare la sua -tonaca di frate su tutta quella radiosa giovinezza di Rinascimento -artistico e letterario. - -Intanto le ricerche e gli studi sull'età Medicea e su Lorenzo -continuano indefessi; si ampliano e si integrano i documenti raccolti -dal benemerito Fabroni; al togato Guicciardini della _Storia d'Italia_ -succede il Guicciardini della _Storia Fiorentina_, dei _Ricordi_ e di -quel capolavoro del pensiero politico italiano, che è il _Dialogo sul -Reggimento di Firenze_; abbiamo cioè l'espressione viva e immediata di -un quasi contemporaneo, che è insieme una gran mente d'uomo di Stato, -e tuttociò ci frutta fra il 1874 e 75 l'opera capitale su Lorenzo dei -Medici di Alfredo di Reumont ed il giudizio pieno e definitivo di Gino -Capponi. Si direbbe che il processo è chiuso, che la sentenza ultima è -pronunciata; che, com'è per lo più di tutte le sentenze della storia, -Lorenzo ne esce nè del tutto assolto, nè condannato del tutto. Oibò! La -buona fortuna del Sismondi non è finita. Esso rivive con tutte le sue -collere e i suoi anatemi nel Perrens, che sotto gli occhi nostri, nel -1888, e valendosi anzi di tutto il lavoro critico avvenuto dal Sismondi -in poi (giacchè, bisogna dirlo, il Perrens è anzi, per straniero -e francese che parla d'Italia, mirabilmente informato), riapre il -processo e non una parte di Lorenzo si salva; l'uomo, il padre, -il marito, il cittadino, il signore, lo statista, il mecenate, il -letterato, tutto, tutto è oscurato e ravvolto in una stessa condanna. È -una demolizione compiuta. Del tempio e della statua non resta in piedi -neppure una pietruzza, che dica al passeggiero: _qui fu Lorenzo de' -Medici_; tantochè all'ultimo lo stesso Perrens si ferma col martello -in mano e quasi spaventato dell'opera sua; si sente preso anch'esso da -quel dubbio, da quell'incertezza, che, come dicevo, assale dall'Alfieri -in giù tutti i più sfidati avversari di Lorenzo; ma è supremamente -comica la forma che piglia questo tardivo rimorso nel Perrens, il -quale si rivolta contro il suo maestro ed autore, contro il Sismondi, -e quasi lo apostrofa dicendo: “via, è troppo! Un po' di discrezione, -s'il vous plaît. Non è poi certissimo che quei vostri cari Albizzi -fossero proprio campioni di libertà e di democrazia in confronto dei -Medici e, quanto a Lorenzo, conveniamo che, se non fu veramente _l'ago -della bilancia_ nella politica italiana del suo tempo, come pretendono -i suoi adulatori, qualche cosa ha pur fatto per mantenere la pace, -almeno dalla guerra di Sarzana fino alla sua morte, dal 1487 al 1492. -È pochino! Sono cinque annetti soli! Ma questo almeno si conceda per -dimostrare, se non altro, la nostra imparzialità!„ - - -Voi vedete, o signore, fra che odii e che amori, fra che assoluzioni -e condanne, fra che spinaio di giudizi diversi sarebbe costretto a -ravvolgersi chi avesse oggi da narrare a fondo la storia di Lorenzo il -Magnifico, della sua vita e del suo tempo. E se ho dovuto indugiarmi -tanto, solo per accennare le difficoltà del mio tema, mi conforta -il pensiero che accennare tali difficoltà è già esso stesso un -illustrarlo, e che, parlando ad un pubblico così culto e in massima -parte fiorentino, m'è lecito presupporre l'argomento noto almeno nelle -sue linee storiche principali e non tenermi obbligato a ridir tutto -per filo e per segno, che già sarebbe chieder troppo all'industria del -conferenziere e alla sofferenza del pubblico. - -A giudicare dei Medici e di Lorenzo con quell'imparzialità almeno -relativa, a cui gli uomini possono aspirare, mi pare del resto che -la nostra generazione dovrebbe oramai essere meglio disposta delle -precedenti, la nostra generazione, che in fatto di politica è passata -a traverso tante bonacce e burrasche di promettenti primavere, di -malinconici autunni e di inverni spietati. Essa dovrebbe sentirsi, -dico, meglio disposta a non farsi guidare nel giudizio di un -passato remoto, che si tratta di conoscer bene, ma non muta più, da -idoleggiamenti rettorici di forme di governo, qualunque esse siano, o -da preoccupazioni politiche, che mutano ogni giorno. - -La storia indifferente al bene od al male perde non solo ogni efficacia -morale, ma ancora ogni calore e vivezza di rappresentazione. Ma altro -è una gelida indifferenza al bene od al male, altro è gettarsi a -capo chino fra le lotte d'un'età tanto lontana da noi e sposarne gli -odii, gli amori, come se fossero i nostri, e aggregarsi a una fazione -contro dell'altra. Si moltiplicano per tal guisa deliberatamente le -occasioni e le cause d'errori infiniti, giacchè, per quanto ci sia -dato penetrare a dentro nella storia con le ricerche, gli studi e -attingendo, finchè si può, dalle fonti originali delle memorie e dei -documenti contemporanei, resta pur sempre un qualche cosa, che nessuna -ricerca può far rivivere, che nessuno studio può rimetterci dianzi -agli occhi, che nessun documento può dirci, ed è forse appunto in -quell'inafferrabile _qualche cosa_, che giace riposta la spiegazione -vera di un fatto o d'un uomo, la ragione ultima d'assolvere o di -condannare. Di ciò si ha un segno evidente in quella specie di sforzo -che occorre, in quella specie di disagio morale e qualche volta, direi -quasi, anche fisico, che si prova a volersi addietrare col pensiero -nella vita di generazioni già lontane da noi. Ce ne vuole per assuefare -non soltanto l'animo a sentimenti e passioni, che non si provano più, -ma la fantasia e gli occhi ad abitudini, a costumi, a fogge, ad arredi, -a vestiari, che non sono più i nostri, a compiacersi di divertimenti, -che oggi ci parrebbero torture, a persuadersi del buon gusto di un -pranzo, che oggi ci rovescierebbe lo stomaco, a ridire d'una burla -o d'un motto, che oggi ci suona come una freddura senza sugo, e via -dicendo. Quello sforzo e quella specie di disagio scemano in noi più ci -si affina il gusto della storia, e si convertono anzi in una misteriosa -delizia, che può divenire persino passione e mania. Ma dimostrano -insieme (e ciò dico in particolare a proposito dei Medici e di Lorenzo) -la necessità che lo studio della storia rimanga, più che possibile, -obbiettivo, la necessità di non spostare nè uomini, nè fatti, di -sceverare il generale dal particolare, di non dar troppo all'ambiente, -come oggi s'usa dire, per togliere all'uomo, nè attribuire a questo, -per quanta azione abbia avuto sul tempo suo, ciò che è dell'ambiente, -in cui quell'uomo ha vissuto, di sentenziare di preferenza dagli -effetti palesi dell'opera sua, che sono ben noti, anzichè dai movimenti -individuali e interiori, dei quali nessuno può più dirci intiero il -segreto, di non prolungare finalmente al di là di certi limiti quegli -effetti medesimi per incolparlo anche di ciò che risulta da tutti altri -uomini e da tutt'altre condizioni di tempi, scordandoci a suo danno -quello che l'esperienza ci dimostra ogni giorno, cioè che l'uomo è -appena padrone del minuto che passa. - -Ora se v'ha personaggi storici pei quali queste cautele siano state -più trascurate, direi che sono i Medici per l'appunto. E si capisco -facilmente il perchè. Non parliamo dei Medici, dal 1531 Duchi e -Granduchi. Ma per quelli della prima linea, a non dir che di loro, per -Cosimo il Vecchio, Piero il Gottoso, Lorenzo il Magnifico, furono tanto -più facilmente trascurate quelle cautele, perchè essi appassionano, -come già dissi, più di tant'altri personaggi storici, gli scrittori, -e gli appassionano tanto più, perchè non sono semplici capi ereditari -d'una dinastia, d'una città, d'un regno, ma, oltre alla singolarissima -forma del potere che esercitano, sono, se non gli autori, gli attori -più in vista, pel loro grado, per le loro tradizioni, per le loro -aderenze, pel loro genio e le loro inclinazioni personali, di tutto -un nuovo e gran moto di civiltà, comprendente non solo le forme di -governo, le arti, le scienze, le lettere, ma i pensieri, i sentimenti, -la religione, la morale, i costumi, le usanze, tutta nel suo complesso -la vita pubblica e privata; ond'è che in essi si studia non il signore -soltanto, ma l'uomo nelle sue relazioni cogli uguali e cogli inferiori, -l'uomo nella vita quotidiana, in casa, in villa, per le vie, tra gli -spettacoli carnevaleschi, fra le dispute dell'accademia, nel banco -commerciale, nel museo, nella biblioteca, fra gli amici che predilige, -fra le donne che ama, fra le pareti del suo palazzo, alle corti -estere, dove, benchè semplice cittadino nella sua città, comparisce -da principe; e lo si studia appunto fra tanta gente e in tanti luoghi -diversi, perchè questa moltiplicità e varietà di gusti, di attitudini, -di attività è carattere generale del tempo, ma principalmente carattere -dei grandi uomini italiani, e fra gli Italiani dei Fiorentini, e fra i -Fiorentini dei Medici, e fra i Medici di Lorenzo il Magnifico. - - -Se le signorie dei secoli XIV e XV (che bisogna ben badare a non -confondere in Firenze ed altrove coi Principati) fossero un fatto -verificatosi in Firenze soltanto e per opera soltanto dei Medici, i -quali con arti subdole, con lunga e tenace insidia avessero a poco -a poco soffocata la vita del più torbido sì, ma del più glorioso -Comune italiano del Medio Evo, mentre all'intorno avessero prosperato -ancora gli altri Comuni, assodando la loro libertà e slargando la -loro giurisdizione territoriale, non vi sarebbe, a dir vero, vituperio -bastante a castigare un simile parricidio. Ma non è così! Nel secolo XV -la declinazione della cosidetta libertà comunale, che è la prevalenza -feudalesca di una città sul territorio che la circonda, e la sua -mutazione in signoria, che è la prevalenza d'un capo partito, o di un -capo militare, o di un vicario imperiale o di una potente famiglia -sui partiti, che si contendono il primato nella città dominante, è -un fatto universale in tutta Italia. In Firenze anzi, come fu più -tardivo a sorgere il libero Comune, così è più tarda a sorgere la -signoria. Nell'Italia superiore invece, dove il feudo s'insediò più -vigoroso, questa trasformazione non aspetta il secolo XV. Nei due -secoli antecedenti si compie e trascende già a principato vero coi -Torriani e Visconti a Milano, coi Da Romano nella Marca Trevisana, -cogli Scaligeri a Verona, coi Pelavicino a Piacenza e, più prossime -a Firenze, di qua e di là dell'Appennino, le signorie pullulano e si -frazionano all'infinito, più grandi, più piccole, or vigorose, ora -deboli, ora divorate dalle maggiori, ora dilaniantisi in sè stesse -fra odii sanguinosi di famiglie rivali. In Toscana stessa, ove le -resistenze sono più forti, avete le signorie militari e transitorie, i -tentativi sfortunati di Uguccione della Fagiuola e di Castruccio degli -Antelminelli. In Firenze stessa, tralasciando le signorie Angioine, -le quali si potrebbero dire delegazioni di poteri pubblici ad un fine -determinato, tralasciando pure l'episodio di Gualtieri di Brienne, -Duca d'Atene, la cui tirannia mette a repentaglio estremo le libertà -popolari, avete tentativi interni, i quali dimostrano che ai Medici, -anche nel maggior fervore della vita repubblicana, predecessori non -mancano: Corso Donati, ad esempio, che fin dal principio del secolo XIV -tenta farsi capo di una oligarchia di magnati; Rosso della Tosa, che -non gli vuol sottostare e mira diritto al principato. Più facile forse -il programma, come oggi si direbbe, di Corso Donati, perchè Rosso della -Tosa ha troppa fretta d'anticipare i Medici. Avete ad ogni modo, e di -non poco precedente la signoria Medicea, la tendenza ad afforzare in -una forma aristocratica i vecchi ordini comunali già decadenti, il che -si tenta fin dal secolo XIV col magistrato di parte Guelfa, instituito -già da molti anni, ma divenuto allora così chiuso e potente, che non so -davvero che cosa gli manchi per essere una vera tirannide; poi colla -prevalenza della parte aristocratica dei Ricci e degli Albizzi, prima -lottanti fra loro, poi degli Albizzi rivali dei Medici, i quali Medici -primeggiano nella parte popolare, donde sono usciti, sicchè all'ultimo -tutto si riduce a decidere quale delle due famiglie sopraffarà l'altra, -quale delle due, se gli Albizzi o i Medici, dominerà la repubblica. Ma -insomma questa inclinazione del Comune a signoria è fatale, è superiore -a tutte le combinazioni umane o di procaccianti ambizioni o di tardive -resistenze, perchè dipende da una legge più generale e più alta, quella -per cui un'età storica succede ad un'altra, quando i principii, sui -quali quella si reggeva sono logori, esausti, finiti, e le sottentrano -altri principii, altre tendenze, altre voglie, altri indirizzi di -civiltà, quasi un'altra società, un'altra gente. - -Così è di questo tempo. Le grandi illusioni ghibelline sono finite -fin dal 1313 con Arrigo VII. Se gli Imperatori scendono ancora in -Italia da Lodovico il Bavaro a Carlo IV, a Venceslao, a Sigismondo, a -Federico III, vengono per esiger taglie, trafficar titoli e diplomi, -e se ne vanno. Settant'anni d'esilio in Avignone, quarant'anni -di scisma, hanno sminuito e trasformato il Papa in un principotto -italiano, che bada agli interessi suoi e de' suoi nipoti e lascia -il partito Guelfo senza capo. Le due universali unità politiche, le -due grandi forze ordinatrici, i due grandi ideali del Medio Evo sono -dunque finiti e scomparsi nella storia italiana. Nè basta. Napoli s'è -sottratta alla diretta soggezione imperiale. Venezia, che non fu mai -nè guelfa nè ghibellina, che quasi non pareva appartenere all'Italia, -cerca ora pigliarvi stato, e il difendersi da Napoli e da Venezia, -nel linguaggio e nelle idee d'allora, val quanto difendere la libertà -degli Stati italiani contro lo straniero. Nè basta ancora. Le potenti -energie messe in moto dalla turbolenta libertà dei Comuni hanno dato -vita ad una risurrezione d'arte e di sapere, ad una ristaurazione di -classicismo, che sarà fondamento a tutta la cultura moderna, e che ora -assorbe ogni attività spirituale e par fatta apposta per nascondere -sotto i suoi fulgori la decadenza dei vecchi ordini repubblicani -e la loro trasformazione in signorie. I Comuni colle loro lotte -continue in casa, in piazza, in palazzo, stancavano tutte le forze -del cittadino, fomentandone tutte le passioni, imponendogli attività -e doveri continui. Ma ormai è venuta su una gente disposta a cercar -riposo all'ombra d'un potere stabile e fermo, che tenga freno plebe -e oligarchi; una gente, che vuol godere in pace, fra gli agi e i -piaceri, il frutto della parsimonia e dell'operosità dei padri e degli -avi, tanta ricchezza ammassata, tanto splendore e amenità di arti e -di lettere e che per goderlo anche meglio si lascia cader le armi di -mano, abbandonando l'arte della guerra al mestiere dei venturieri -col fastidio superbo, colla noncuranza poltrona di opulenti, di -mercanti, di artisti e di letterati. Aggiungete che l'umanesimo ha -bisogno d'aiuto e di protezione signorile. Se la libera bottega bastò -ai prodigi spontanei dell'arte, l'umanesimo tende a costituire una -nuova aristocrazia piuttosto cortigiana, di quello che politicamente -e virtuosamente operosa. Questo all'interno. E al di fuori? Al di -fuori niun pericolo minaccia per ora: non dall'Impero troppo debole, -non dalle altre nazioni ancora intente alla loro costituzione. Se un -pericolo v'è, sta nella gelosia reciproca dei varii Stati italiani, -nella necessità quindi di una politica di equilibrio tra i più forti, -tanto più difficile a praticarsi, quanto più sono misteriosi e tutti -egoistici e personali i motivi, pei quali le violenze e le rappresaglie -si determinano. Firenze è al centro di tutto questo nuovo movimento di -civiltà, di tutta questa trasformazione morale, sociale e politica, -che si va compiendo, e in mezzo ad essa la signoria Medicea (di -origine certamente meno illegittima di tante altre, in quanto sorge -e si svolge dall'imo fondo dei rivolgimenti politici fiorentini) in -mezzo ad essa la signoria Medicea si afferma e si assoda da Cosimo -il Vecchio a Lorenzo il Magnifico, il quale ne segna l'apogèo, e dopo -del quale non avrà che a decadere (per poi vigoreggiare di nuovo con -forme e in tempi affatto diversi), tanto in questo strano congegno del -governo signorile, che il Burckhardt ha con ragione chiamato un'opera -d'arte, al pari d'un poema o d'un quadro, tutto è affidato alle qualità -personali dell'uomo. Ma di tutto quel nuovo ambiente, in cui il poter -loro prevale, i Medici sono essi la causa o l'effetto? L'effetto, -io credo. Sono la produzione spontanea delle condizioni generali del -tempo e delle particolari, che escono dalla storia di Firenze. Quindi -è necessario non dimenticar mai di considerare i Medici della prima -stirpe per quel che sono, uomini del loro tempo, Lorenzo sopra tutti, -che colle sue pecche non lievi e le sue straordinarie qualità è anzi il -tipo ideale del Signore italiano del Rinascimento. - - -Lasciando ai genealogisti cortigiani di avvolgere le origini della -famiglia Medici nelle nuvole della leggenda, dirò che essi appariscono -relativamente tardi nella storia di Firenze, non prima, che si sappia, -del 1301. Si dice che appariscono come sopraffattori di popolo nei -sanguinosi tumulti, che finiscono alla proscrizione dei Guelfi bianchi -e di Dante Alighieri. Si dice che con Salvestro de' Medici, il quale -da Gonfaloniere di Giustizia, nel 1378, dà le mosse al tumulto de' -Ciompi, essi cominciano a far l'arte loro di lusingar la plebe per -aiutarsi a salire. Si dice che Giovanni di Bicci nel 1426, opponendosi -a Rinaldo degli Albizzi, si atteggia a capo del partito popolare. -Tuttociò è vero, come fatto. Ma è altrettanto conforme a verità -trovarvi gli auspicii e il cominciamento del destino Mediceo? Se nel -1301 sono sopraffattori di popolo, vuol dire che erano violenti come -tutti gli altri, come quel popolo stesso, il quale s'era armato dei -cosidetti Ordinamenti di Giustizia. Se nel 1378 Salvestro ha parte -nel tumulto de' Ciompi, non ve l'ha certo maggiore di Benedetto degli -Alberti, di Giorgio Scali, di Tommaso Strozzi, i quali tutti sommuovono -i Ciompi, cioè l'infima plebe, contro Piero degli Albizzi e la setta -Guelfa. L'intervento dei Ciompi dà un carattere di rivoluzione sociale -alla lotta, che non era nelle intenzioni dei sommovitori. Essi sono -trascinati loro malgrado nella vittoria dei Ciompi, che si risolve -poi in una prevalenza delle sette Arti Minori, e di questa l'Alberti, -lo Scali, lo Strozzi sono le prime vittime, appunto perchè la parte -ch'essi ebbero in tutto questo moto fu molto maggiore di quella di -Salvestro de' Medici. La pretesa precocità dell'insidia Medicea, che si -vuol dedurre dal tumulto dei Ciompi, è dunque una delle tante _frasi -fatte_, che si ripete a carico dei Medici, ma che non ha fondamento -nella storia. Quanto a Giovanni di Bicci, certo egli ha gran parte -nella legge tutta popolare del Catasto del 1427, ma politicamente è -un personaggio quasi insignificante: accresce bensì il credito e la -ricchezza di Casa Medici, ma non può dirsi il fondatore politico di -essa. Il suo fondatore vero è Cosimo il Vecchio. Quand'egli apparisce, -le lotte si sono venute sempre più restringendo, e la rivalità dei -Medici e degli Albizzi diventa quasi una lotta personale fra Cosimo e -Rinaldo degli Albizzi, che, al dire di Jacopo Pitti, “come principe -maneggiava lo Stato.„ Costui pensa essere ormai tempo di troncare -di colpo la sempre crescente potenza Medicea e fa chiamar Cosimo in -Palazzo per ucciderlo, ma deve contentarsi dell'esilio; transazione, -di cui il Sismondi, il Perrens sono inconsolabili, perchè Cosimo è -richiamato dall'esilio un anno dopo e torna in patria in trionfo. Nei -giorni più splendidi di Casa Medici, sulle pareti del gran salone nella -villa di Poggio a Caiano questo ritorno sarà magnificato, figurandolo -per quello di Cicerone, ricondotto in patria sugli omeri di tutta -Italia. Il vero è che Cosimo, tornando dall'esilio il 6 ottobre -1434, si fermò e pranzò a Careggi, non permettendogli la Signoria di -rientrare in Firenze prima di sera, e poichè Via Larga era piena di -popolo aspettante, dovette sgattaiolare nel Palazzo della Signoria e -passarvi la notte, rientrando solo al mattino seguente nella sua dimora -di Via Larga, lo stupendo edificio, forse allora ancora in costruzione, -in cui, fra quel misto di solidità e di eleganza, di cittadino e di -principesco, sembra ch'egli abbia veramente improntato sulle muraglie -il proprio genio. - -Se Lorenzo il Magnifico fosse succeduto a Cosimo il Vecchio, i -primi tempi della sua signoria sarebbero stati meno difficili e meno -travagliata la sua giovinezza. Ma succedette invece a Piero il Gottoso, -che in mille modi avea compromesso il potere della sua casa, più di -tutto deviando da quella esteriore semplicità e modestia di Cosimo, -che, unite alla grandezza degli intenti civili, alla protezione -delle lettere, al buon uso della ricchezza, alla passione magnifica -dell'edificare, per cui Benozzo Gozzoli, con allegoria, che sa di -satira, lo figurò nel Camposanto di Pisa assistente colla famiglia -all'edificazione della torre di Babele, mentre fecero dare alla potenza -Medicea il passo decisivo, valsero a lui il titolo glorioso di padre -della patria. - -Ma morto Piero nel 1469, succedevano due giovani, Lorenzo di 21 e -Giuliano di 16 anni, sicchè rinverdirono le speranze dei nemici di -Casa Medici, contando sull'inesperienza e sull'impeto giovanile, -qualità poco adatte a conservare una potestà così vaga e indeterminata, -così raccomandata tutta al valor personale, come quella dei Medici. -Furono più forti l'amore del popolo, il terror dell'ignoto, le memorie -di Cosimo, tanto più ch'esso in persona parea rivivere nel giovine -Lorenzo, già messo in vista di tutti per la precocità dell'ingegno, -la giovialità, il fare largo e liberalissimo, l'educazione ricevuta -da grandi maestri, i viaggi alle corti estere, pei quali così giovane -era messo a parte di gravi faccende politiche e ammonito dal padre a -diportarsi già da uomo e da principe. Precoce era in tutto Lorenzo e -già da giovanissimo i contemporanei gli mutavano in predicato d'onore -il titolo di _Magnifico_ spettante al suo grado e con cui è rimasto -nella storia, mentre il fratello Giuliano, indole più rimessa e più -spensierata tuffata nei piaceri, negli amori, negli spassi giovanili -era dai suoi coetanei chiamato, dice il Giovio, _principe della -gioventù_. All'arme non fu educato Lorenzo, non sì però ch'egli non -fosse forte, aitante della persona, benchè assai brutto di volto, -come si vede, meglio che dalla figura un po' idealizzata di Lorenzo -giovine nel gran quadro dell'_Epifania_ di Sandro Botticelli e dal -ritrattino del Bronzino agli Uffizi, nella medaglia del Pollaiuolo -e nella trista figura dipinta dal Vasari (pure agli Uffizi), in cui -appariscono evidenti i segni del male, che lo trasse a morte prematura. -Appassionatissimo pei cavalli, era cavalcatore valente, ma della -corona riportata alla giostra del 1468, combattuta per le sue nozze -con Clarice Orsini, e cantata da Luca Pulci, è il primo a ridere con -la solita superiorità sua. Appena mortogli il padre, furono dunque a -lui i principali cittadini, pregandolo a pigliarsi cura dello Stato. -Esitò, forse ad arte, raccomandandosi ai consigli di tutti, ma certo -ben risoluto in cuor suo a far da sè. - -Quali sono da questo momento i punti prominenti della vita di -Lorenzo? Dal 1472 al 1484 la sollevazione di Volterra, la congiura -de' Pazzi, la guerra che ne consegue col papa Sisto IV e col re di -Napoli, l'ardito viaggio di Lorenzo a Napoli, che stacca il re dal -papa e assicura la pace, il ritorno di Lorenzo in patria e la riforma -interna coll'instituzione dell'Ordine dei Settanta (che è il vero _18 -Brumaio_ di Lorenzo), la guerra di Ferrara, la pace coi Veneziani, -e la morte di Sisto IV, l'implacabile nemico di Lorenzo. Dal 1484 al -1492 l'intimità di Lorenzo con Innocenzo VIII, successore di Sisto, -l'equilibrio politico a sommo studio mantenuto da Lorenzo, il maggior -splendore della sua signoria ed i primordi d'un'opposizione morale nel -Savonarola fino alla morte di Lorenzo, a cui seguitano così da presso -la preponderanza straniera e la servitù dell'Italia, che Cesare Balbo, -nella sua divisione della nostra storia, proponeva di finir qui (merito -o fortuna, che sia, di Lorenzo) l'età dei Comuni Repubblicani, che -altri protrae sino alla caduta di Firenze nel 1530. - -Ora questi fatti, che io ho accennati così in breve c'è chi gli -ha narrati tutti a gloria, altri tutti a biasimo di Lorenzo. La -Repubblica doma la ribellione di Volterra? È lui che vuol rubare i -profitti delle cave d'allume. Volterra è posta a sacco? È lui, che -ordina quell'inutile crudeltà. I Pazzi congiurano? È lui che li ha -provocati. Il popolo fa scempio dei congiurati? È lui, che non è mai -sazio di vendette. Sisto IV e il Re di Napoli muovon guerra? È Lorenzo, -che strascina la patria in contese non sue. Lorenzo va a Napoli e -si dà in mano al suo nemico? È una commedia. Torna e si impossessa -coll'ordine dei Settanta dell'elezione dei Magistrati? È lui, che ha -inventata questa trappola alla libertà la quale non ha riscontro nella -storia di Firenze. Si stringe in amicizia e parentela con Innocenzo -VIII? È lui, che è quasi reo del nepotismo dei Papi. Cerca la pace -nell'equilibrio degli Stati? È una politica d'espedienti, che non val -nulla. Firenze è prospera e gioconda? È lui che la educa alla servitù, -corrompendola coi trionfi e i canti carnascialeschi. Che più? Neppur -l'uomo privato si salva da questo pessimismo demolitore. Si ricusano -tutte le testimonianze in suo favore, che concordemente lo dicono -buono, gioviale e tollerante, nonostante le sue sofferenze fisiche, -fedele agli amici, socievole, semplice nella grandezza, idolatra dei -figli, non dimentico mai del tutto degli insegnamenti e degli esempi -della pia madre, Lucrezia Tornabuoni, rispettoso della moglie, indole -pur così diversa dalla sua e con poca grazia e senza avvenenza; e, per -dimostrare com'era tuffato nei vizi, il Buser reca una lettera d'un -Francesco Nacci da Napoli, che annuncia a Lorenzo la spedizione di -cinquanta belle schiave turche, _le più belle che si trovarono_! Ah, -la grazia! Cinquanta? Se non che, come fu provato, il buon tedesco -ha letto nel documento _belle_ invece di _pelli_, _turche_ invece -di _tutte_, e così, invece di 50 _pelli di Schiavonia_, ha letto 50 -belle schiave turche, un harem da sultano, e senza accorgersi neppure -che in tutto il contesto della lettera si parla della spedizione in -modo, come se oggi si spedissero a qualche gran Don Giovanni 50 belle -ragazze, turche o non turche, per pacco postale. Nè basta. Quello che -il Machiavelli dice a lode di Lorenzo s'interpreta a biasimo, e nel -dialogo sul _Reggimento di Firenze_ del Guicciardini si vuol vedere non -una discussione, ma una diatriba, e fra gli interlocutori del dialogo -si menan buone tutte le accuse di Paolo Antonio Soderini e di Pier -Capponi e non si tien conto alcuno di tutte le difese di Bernardo Del -Nero. - -Quanto erano stati belli e lieti gli anni della prima giovinezza di -Lorenzo, altrettanto furono agitati e poi tristi e funesti i primi anni -della sua signoria. Nel 1470 insorge Prato. Due anni dopo Volterra, a -cagione delle miniere d'allume. Si vuole ch'egli vi fosse cointeressato -e che nella repressione la città fosse posta a sacco per ordine suo. -Ora è stato dimostrato che della prima accusa non c'è che una sola -testimonianza contemporanea ed è di un nemico dei Medici; e quanto -alla seconda, non solo che non furono gli assalitori, che la misero a -sacco, bensì le masnade stesse, che essa avea assoldate per difendersi. -Ma che monta? È un'altra delle frasi fatte a proposito dei Medici e di -Lorenzo, e non è un anno, che se l'è ribevuta il Bourget, romanziere -positivista, nelle sue _Sensations d'Italie_ e l'ha ridivulgata colla -magia del suo stile. Lorenzo volle non transigere, ma reprimere. Quella -frequenza di ribellioni gli dava ombra; ecco la maggiore responsabilità -sua. Ottenne di fatto qualche anno di tregua e ripigliò più che mai -gli spassi, gli studi, le magnificenze d'arti e spettacoli, perocchè -Lorenzo non era di quelle povere nature, come sarebbero le nostre, che -una sola faccenda assorbe intiere e non ci lascia più nè tempo nè testa -ad altro. - -Natura grandiosa, fantasia ardente, ingegno universale, Lorenzo mandava -di pari passo lettere, filosofia, galanterie, mascherate, vita di -campagna, vita di città, laudi sacre, canti carnascialeschi, canzoni a -ballo, sacre rappresentazioni, intimità cogli amici, i letterati e gli -artisti, ospitalità sontuose a principi che capitavano, eriger chiese -e ville, passione dei musei e dei cavalli, della musica e delle belle -donne, banchetti e processioni, politica e giostre. - -La più celebre è appunto di questi anni, nel 1478, e prende nome da -Giuliano ed è la più celebre, perchè fornì argomento alle _Stanze_ -del Poliziano. Precede alla giostra e alla composizione delle -_Stanze_ un avvenimento intimo dei due fratelli Medici, la morte -della bella Simonetta Vespucci, amante di Giuliano, nel 1476, ed -interrompono la composizione delle Stanze la congiura de' Pazzi -e l'uccisione di Giuliano nel 1478. Il terribile epilogo, e non -voluto, del poema è dunque la narrazione in latino sallustiano, -scritta dallo stesso Poliziano. L'epilogo, forse ideato e non potuto -scrivere, il cavalleresco epilogo cioè della più bella data in -premio al più cortese, al più prode, sarebbe mai quello rappresentato -con inspirazione polizianesca dal Botticelli nello stupendo quadro -dell'Accademia di Belle Arti, detto comunemente: _la Primavera_? È una -ingegnosa e nuova interpretazione del quadro, proposta ora dal prof. -Jacopo Cavallucci e che a me pare fondatissima. La Ninfa del poema è -certo quella del quadro. Basta rileggere le _Stanze_: - - Candida è ella e candida la vesta - Ma pur di rose e fior dipinta e d'erba; - Lo inanellato crin dell'aurea testa - Scende in la fronte umilmente superba. - Ridele intorno tutta la foresta - E quante può sue cure disacerba. - Nell'atto regalmente e mansueta - E pur col ciglio le tempeste acqueta. - . . . . . . . . . . . . . . . - Ella era assisa sopra la verdura - Allegra e ghirlandetta avea contesta - Di quanti fior creasse mai natura, - De' quali era dipinta la sua vesta. - E come prima al giovin pose cura - Alquanto paurosa alzò la testa, - Poi con la bianca man ripreso il lembo, - Levossi in piè con di fior pieno un grembo. - . . . . . . . . . . . . . . . - Mosse sovra l'erbetta i passi lenti - Con atto d'amorosa grazia adorno - . . . . . . . . . . . . . . - Ma l'erba verde sotto i dolci passi - Bianca, gialla, vermiglia azzurra fassi. - -Non meno certo è che la figura del giovine, situato a sinistra, è il -ritratto idealizzato di Giuliano, somigliantissimo, parmi, all'altra -figura di Giuliano, che è nel quadro dell'_Epifania_ del medesimo -Botticelli; e quasi lo stesso motivo poetico delle Stanze e del quadro -la _Primavera_, e la poesia attribuita a Giuliano de' Medici, ma -che il Carducci giudica del Poliziano, ed è diretta alla Simonetta. -Se la ninfa del quadro sia il ritratto della Simonetta, fra tanta -incertezza dei ritratti di questa vaga e celebre beltà, non si può -forse determinare assolutamente, ma altri emblemi, il _lauro_ allusivo -a Lorenzo, i tre fiori _d'ireos_ fiorentina, tutto concorre a dare a -quel quadro un significato Mediceo spiccatissimo, e si sa che i Medici -l'ebbero caro come un ricordo di famiglia. - -Comunque, il dolce nome della Simonetta mi riconduce a Lorenzo, perchè -dalla vista di lei morta e portata, scoperto il volto, al sepolcro, -come narra il famoso epigramma latino del Poliziano, Lorenzo pretende, -nel _Commento_ ai propri sonetti amorosi, essersi sentito sollevare -alla perfetta cognizione platonica dell'amore, da una morta trapassato -poi in una viva, dalla Simonetta in Lucrezia Donati, da lui incontrata -in una festa, alla quale “concorsono, dic'egli, tutte le giovani nobili -e belle„. È una gentilissima invenzione, ma invenzione di certo, perchè -l'amore della Donati è precedente di dieci anni almeno alla morte -della Simonetta, e solo dimostra che continuò anche dopo il matrimonio -di Lorenzo con Clarice Orsini, sempre però puro, ideale, platonico, -petrarchesco, come assicura Ugolino Verini, un poeta intrinseco di -Lorenzo, e dietro a lui molti altri confermano, sicchè noi non possiamo -far di meglio che credere ad occhi chiusi a sì concordi testimonianze. - - -Tutta questa lieta visione di giovinezza e di amori si dilegua -nella congiura de' Pazzi. Non rinarrerò quella scena, una delle più -straordinarie della storia di Firenze, perchè tutte già l'avete a -memoria; quella messa in duomo col Cardinal Riario, che assiste; -Giuliano e Lorenzo de' Medici con parecchi loro amici, vicini al coro -e circondati, senza saperlo, dai congiurati; il popolo devoto, che li -attornia, e mentre il sacerdote celebrante solleva l'ostia consacrata -e le campane suonano a gloria, Giuliano, ferito a morte dal Bandini, -cadere immerso nel proprio sangue, Lorenzo assalito e ferito anch'esso, -ma avvoltasi la cappa a un braccio e tratta coll'altro la spada -aprirsi il passo alla sagristia, dove riesce a scampare. La chiesa -è tutta un tumulto; le vôlte quasi crollano alle grida; il Cardinal -Riario, accovacciato presso l'altare, ne rimarrà pallido di terrore -tutta la vita. Intanto a quel suono di campane, altri congiurati, -con l'Arcivescovo Salviati alla testa, assalgono il Palazzo della -Signoria, ma sono presi, i principali impiccati alle finestre, altri -respinti, mentre il popolo, infuriato per la morte di Giuliano, vuol -riveder salvo il suo Lorenzo dalle finestre del Palazzo di Via Larga, -poi trucida per le vie quanti congiurati o sospetti gli vengono alle -mani, chi dice settanta, chi cento, chi più; giustizia orrenda, ma che -dimostra avere il popolo giudicata la congiura per quel che era, una -trama ordita, non per amore di libertà, ma per odii e cupidigie private -dei Pazzi, del Papa e dei Riario, suoi nipoti, e quindi aver senz'altro -voluto vendetta dei congiurati. Dissimulando la complicità sua, il -Papa ruppe guerra a Firenze e vi trascinò il Re di Napoli, suo alleato, -pretendendo che la guerra era fatta non a Firenze, ma a Lorenzo. Questi -vide bene il pericolo di tale perfidia; intuì rapidamente la necessità -d'un gran colpo, scindere cioè l'alleanza del Papa col Re, e deliberò -a qualunque rischio di consegnarsi da sè nelle mani del Re. Partì -accompagnato dai voti e dall'ammirazione di tutti. Tornò colla pace, -tornò glorioso, tornò onnipotente, e di questo momento si valse subito -per riassodare l'autorità sua e della sua Casa. Questo si chiama veder -chiaro in politica! Di più, poteva in quel momento esser principe e non -volle; preferì una repubblica signorile a una signoria repubblicana. -Questo si chiama moderarsi nella vittoria, la più difficile di tutte -le virtù politiche. Poteva cioè uscire dalle tradizioni della storia -fiorentina e non volle! - -Quante volte il fatto dei Medici e di Lorenzo non s'è ripetuto anche -nella storia d'altri paesi? Al ritorno di Cosimo dall'esilio il popolo -vide in lui un liberatore, non un tiranno. Al ritorno di Lorenzo da -Napoli accadde lo stesso e anche più. Perciò non credo ch'egli avesse -bisogno di corrompere il popolo, distillandogli i sottili veleni -della voluttà per meglio dominarlo. Anche questa è una delle tante -frasi fatte, ma, ha ragione il Gaspary, “un individuo non corrompe una -nazione, quando essa non sia già corrotta„. Quanto a morale e gusto -di piaceri, il popolo valeva il signore e il signore il suo popolo. -Per questo s'intesero così bene! Nè si nieghi l'azione di Lorenzo -sulla civiltà della Firenze d'allora, sofisticando su qualche data di -nascita o di morte di grandi artisti, perchè tutta la grande fioritura -artistica e letteraria del 400 fiorentino è Medicea, nè tali quistioni -si trattano coll'orologio alla mano. Il vero è che nè una protezione -principesca basta da sola a creare una civiltà, nè una tirannia, -anche più deprimente di quella dei Medici, a farla sparire. V'ha -bensì sull'ultimo della vita di Lorenzo, come già dissi, un principio -di reazione morale e religiosa, che s'incarna nel Savonarola, ma la -impicciolirebbe di troppo chi la considerasse provocata da un uomo -solo, anzichè dall'indole generale della nuova cultura, dei nuovi -costumi e dei nuovi tempi. Le lettere, che Lorenzo scrive alla morte -di sua madre, la pia e ingegnosa donna, la quale negli argomenti de' -suoi inni sacri precorre il Manzoni, mostrano la tenerezza filiale -di Lorenzo. Le lettere di Clarice Orsini e del Poliziano, del Pulci e -di tanti altri mostrano l'amor suo pei figli, la sua bonaria e fedele -affezione agli amici, dai quali fu idolatrato, e, quanto alla moglie, -lasciando stare se il _mi fu data_ dei _Ricordi_ di Lorenzo sia la -frase indifferente, che significa il fidanzamento o che la sposa non fu -di sua scelta, certo è che i fatti e i documenti dimostrano rapporti -non mai interrotti di affetto e di stima. Intercedendo per chi l'ha -offeso: “non fareste, essa gli scrive, secondo la natura vostra a -non gli perdonare„; parole, che fanno il maggior onore ad essa ed a -lui e scritte l'anno stesso della congiura de' Pazzi, quando l'animo -di Lorenzo dovea esser meno che mai disposto ad indulgenza. E quando -si leggono nella lettera di Matteo Franco, che descrive il ritorno -di Clarice dal Bagno a Morba, le parole, ch'essa risponde ai poveri -terrazzani di Colle, i quali la supplicano di raccomandarli a Lorenzo, -si vede chiaro quant'essa era addentro nel segreto della sua politica -e con che arte gentile sapea all'occasione farsene strumento. - -Se non avessi già troppo abusato della vostra cortese attenzione, -mi sarebbe dunque facile dimostrarvi coi documenti alla mano che -Lorenzo fu buon figlio, buon padre, marito convenientissimo, nella -stessa guisa che potrei e dovrei mostrarvi, che come critico, precorre -studi moderni, che come poeta, sorpassa forse il Poliziano ed il -Pulci per osservazione della realtà e per sentimento vivo e immediato -della natura esteriore, che, come umanista, tempera gli eccessi -della scuola col culto della lingua volgare, di cui è restitutore e -mantenitore, che, come filosofo finalmente, modera l'irreligione del -tempo col teismo neoplatonico, il maggior tentativo di accordo fra il -cristianesimo e la filosofia, quantunque non potesse di certo parer -sufficiente al Savonarola. - -Se come uomo Lorenzo de' Medici deve dirsi buono, se come letterato -e filosofo superiore al suo tempo (il quale tuttavia non ha nel -suo complesso chi lo rappresenti meglio e più intieramente di lui), -forsechè come politico è inferiore agli altri signori e principi del -tempo suo? Il sistema d'equilibrio dei quattro maggiori Stati d'Italia, -quale lo praticò Lorenzo al disopra della scellerata politica degli -altri principi, compresi i Papi, al disopra dei pregiudizi Guelfi -Fiorentini, al disopra d'ogni interesse di famiglia, perchè nella -politica estera egli non ha, nè può avere, notate bene, appunto perchè -non principe, altro pensiero che della potenza di Firenze, lo rende -indubitabilmente superiore a tutti gli statisti, non speculativi, ma -operanti del suo tempo. Ed ebbe pure il presentimento del donde potea -venire il pericolo futuro, poichè quando Luigi XI gli profferse aiuto -contro il Papa ed il Re di Napoli: “io non posso, disse, anteporre -il mio particolare vantaggio al pericolo di tutta Italia; volesse -Iddio che ai Re di Francia non venisse mai in mente di sperimentare -le proprie forze in questo paese. Quando ciò accada, l'Italia sarà -perduta!„ E lo fu in realtà, due anni dopo appena ch'egli era morto. -Non possiamo dire, ch'egli avrebbe impedita la catastrofe, ma ben -possiamo esser certi che la sua condotta non sarebbe stata così pazza -ed improvvida, come fu quella di Piero, suo figlio. - - -Moriva Lorenzo l'8 aprile 1492 nella sua villa di Careggi fra il dolore -disperato dei congiunti e degli amici; moriva fra il lutto e le lagrime -di tutto un popolo; moriva nel colmo della potenza e della gloria. -Ciò non potè tollerare l'intolleranza Piagnona e creò la leggenda -del Savonarola che all'ultim'ora gli nega l'assoluzione e lo lascia -morire fra i rimorsi. Nè basta. Ci voleva un po' di delitto per colorir -meglio il quadro e si raccontò, e si cantò anche in versi elegiaci, -che il medico Pier Leoni di Spoleto fu gettato in un pozzo per ordine -del primogenito di Lorenzo. Quanto alla prima parte della leggenda, -essa, come questione storica, s'è ingrossata, e allorchè un Villari le -presta fede, un Ranke non osava più negarla addirittura, un Reumont -la giudicava per lo meno incerta, non oserei io di mescolarmi in tal -disputa. Debbo però al mio gentile uditorio la mia opinione, ed è che -la lettera del Poliziano a Jacopo Antiquario, in cui il Savonarola -(ciò che s'accorda anche col tempo) si mostra solo uomo di chiesa e -ammonisce e benedice (non confessa ed assolve) _in articulo mortis_ il -peccatore pentito, mi pare a tutt'oggi il solo documento attendibile e -che tutte le altre parole messe dalla leggenda in bocca al Savonarola -e a Lorenzo mi sembrano un anacronismo e un assurdo. Quanto al medico, -la lettera, ora pubblicata, di Bartolommeo Dei toglie ogni dubbio. -Impazzò e si suicidò! Meno male, perchè il terribile Perrens aveva già -scartata l'ipotesi del suicidio, dicendo: “_Les medécins tuent, ne se -tuent pas!_„ - -Ed ora concludiamo. Chi dalle mie parole argomentasse che ho voluto -fare non la storia, ma l'apologia di Lorenzo il Magnifico, avrebbe -gran torto. Nè l'una, nè l'altra, se mai; non la storia, perchè in -sì piccolo quadro non si fa star dentro una così grande figura; non -l'apologia, perchè non credo che Lorenzo n'abbia bisogno. Volli esporre -il concetto, che mi sono formato della storia di Lorenzo in relazione -a quella di Firenze e d'Italia, e tale concetto posso riassumerlo così. - -Nella storia di Firenze a me pare di scorgere una continuità nelle -parti, che si contendono il predominio cittadino ed un perpetuo ricorso -delle stesse forme, che, spogliate di quanto hanno d'accidentale e -d'occasionale, accennano fin dai più antichi tempi al dove vanno in -ultimo a terminare tutte le lotte fiorentine, al predominio cioè d'una -consorteria, d'una famiglia, d'un uomo. Furono i Medici! Potevano -essere gli Albizzi, gli Alberti, gli Strozzi, ma a questi non sarebbe -probabilmente riescito di dare alla loro signoria quel carattere, che -poterono darle i Medici, di pura preminenza d'un cittadino in una -repubblica. Le lotte delle fazioni si presentano subito in Firenze -come contrasto di due famiglie. Queste aggruppano intorno a sè gli -elementi, che sono proprii della lotta comunale in tutta Italia, -elementi politici, guelfismo e ghibellinismo, elementi sociali, -aristocrazia e democrazia. Il Comune è da prima fuori del contrasto, -poi naturalmente, e presto, diviene l'oggetto del contrasto medesimo e -gli dà la forma esteriore, mentre l'impulso segreto, l'impulso, che è -l'anima vera del contrasto, è sempre d'una famiglia e della clientela, -che le sta d'attorno. Se così non fosse, quando il fine, per cui una -fazione si muove, è ottenuto, si vedrebbe cessare questo moto, per poi -ricominciarne un altro. Invece, siano guelfi e ghibellini, che lottano, -grandi e popolo, arti maggiori e arti minori, appena una fazione vince, -si divide in sè stessa e la lotta continua sempre. È per questo, io -credo, che il Villani, il Compagni, tutti i cronisti, non parlano mai -dei principii o dei fini politici, pei quali una fazione s'è mossa, -bensì dei pregi o difetti della famiglia o dell'uomo, che alla fazione -dà nome, perchè questo è per essi importante; il resto accessorio. -Talvolta pare che si mira a slargare in senso democratico l'ordinamento -del Comune. Ma appena s'è vinto, la famiglia, la setta (come la -chiamano i Fiorentini nella seconda metà del trecento), cerca sfruttare -la vittoria a suo pro. Questo tentativo costante non riesce ad altri; -riesce ai Medici, perchè Cosimo sa far apparire la vittoria, vittoria -sua, non della parte, e non ha quindi da sconvolgere l'ordinamento -comunale per soddisfarla; frena insomma subito egli stesso la fazione, -con cui ha vinto gli Albizzi, e ciò tanto più facilmente, in quanto -non è fazion vera la sua, non una classe, non un'arte contro l'altra, -bensì un'accozzaglia d'amici e di malcontenti, che non spera che in -lui, ond'egli detta legge, non la riceve, e la vittoria contro la -minacciante tirannide degli Albizzi gli fa anzi quasi un obbligo, -una necessità di rispettare gli ordinamenti comunali, pur piegandoli -alla volontà sua, che è la tradizione di tutte le famiglie, le quali -hanno capitanate le fazioni fiorentine e con esse sono pervenute -più o meno lungamente al governo del Comune. Sempre le stesse arti, -sempre gli stessi mezzi, all'ombra sempre delle stesse instituzioni! -Finchè l'elemento di famiglia è costretto a tenersi celato dietro -l'elemento politico e sociale, la signoria non può fondarsi. Quando -per l'inclinazione generale dei Comuni italiani a signoria, può -mostrarsi a viso aperto, allora la signoria si fonda, ma col carattere -speciale delle passeggere signorie fiorentine, cioè tirando a sè, -non distruggendo, le instituzioni del Comune. Lorenzo restituisce e -conserva il tipo di Cosimo, ma da Cosimo a Lorenzo la signoria Medicea -fa un passo innanzi. Con Lorenzo è ancora più personale. Diciamo, -se volete, che Lorenzo è addirittura un tiranno, ma, in questo caso, -soggiungiamo subito col Guicciardini, che Firenze non poteva avere “un -tiranno migliore e più piacevole„ di lui. - - - - -LA VITA PRIVATA NE' CASTELLI - -DI - -GIUSEPPE GIACOSA. - - -Al tempo delle castella, la parola castellano ebbe tre significati -diversi, o per dir meglio fu adoperata ad indicare tre diverse classi -di persone. Era castellano il signore di uno o più castelli; era -castellano colui che, nel nome del signore, teneva il governo di un -castello; e castellano si chiamava pure chi dimorava nelle castella, -cioè nelle piccole terre cinte di mura e dominate da una rocca. - -Nelle regioni d'Italia dove fiorì la vita comunale e repubblicana, la -parola era per lo più usata nel secondo significato, come quello che -corrispondeva al maggior numero dei casi. Il vocabolario del Manuzzi, -alla voce: Castellano, lo registra infatti innanzi di ogni altro, e -prima scrive: Capitano di castello, che Signore di esso. E quando la -parola racchiudeva il concetto della signoria, non implicava quello -della dimora; occorre infatti ad ogni momento la locuzione: di molte o -di poche terre castellano. - -Invece nei paesi dove il sistema feudale ebbe il suo naturale -compimento nella monarchia unitaria, grazie la intricata rete di -privilegi, di prerogative e di interessi che fissava il signore alla -terra e lo costringeva a risiedervi, per Castellano in ogni tempo -si intese comunemente: il signore dimorante nel castello, il quale -castello, dalla secolare e non interrotta consuetudine, venne prendendo -una certa aria di famiglia, si adattò ai successivi crescenti bisogni, -si piegò quasi ai minuti capricci dei padroni, così che ne rispecchiò -poi fedelmente l'indole e le abitudini. - -Fra questo castellano campagnuolo ed il signore dimorante nella -città e più il Principe dei nuovi principati italiani all'epoca del -Rinascimento, corrono differenze così profonde che la distanza di un -secolo non ne darebbe di maggiori. Differenze nel campo dell'azione e -delle attribuzioni politiche, differenze nell'ordinamento domestico -e nelle abitudini della vita quotidiana. Le Corti, più ricche, più -sfarzose, più colte, più popolose, ebbero istoriografi e descrittori -in abbondanza, mentre ne difettarono i castelli. Ed ognuno di quegli -istoriografi e descrittori fu in questi ultimi tempi argomento di nuovi -e minutissimi commenti e raffronti, sicchè non si può oramai trovare -in essi notizia che già non sia stata a sazietà detta e ripetuta. Ed -anche riguardo i castelli, le notizie raccolte nei libri riflettono -bensì molti momenti della vita privata, ma di preferenza quelli che si -connettono colla pubblica, quali sarebbero le feste ed i ricevimenti -o che hanno, in alcun modo, attinenza colle arti e colla cultura -generale. Ora, noi gente positiva, abbiamo oggi delle curiosità più -minute e meno discrete. Non ci basta sapere come quei fastosi signori -accogliessero i frequenti ospiti, come ordinassero i banchetti, come -uscissero a cavalcate, come vestissero nelle solenni occasioni, come si -raccogliessero la sera in illustre compagnia a novellare od a ragionare -di ornate cose, ma ci prende un indiscreto desiderio di entrare nelle -più intime camere loro, di assistere la mattina al loro primo levare, -di accompagnarli passo passo per tutta la giornata, di sorprendere le -loro più gelose debolezze, di sedere alla loro tavola quando pranzano -in famiglia, di gustare le loro vivande, di ascoltare i loro discorsi -coi servitori e colle donne, e, quando la sera prendono commiato dai -famigliari, di seguirli lungo i corritoi oscuri o su per le scale -tortuose, e riaccompagnarli in camera, a meno che, fatti da qualche -dolce ragione sospettosi e gelosi, non ce ne chiudano l'uscio sul muso, -e non tirino il chiavistello. Queste nozioni, i libri che ci si mettono -di proposito non ce le danno. Si possono bensì racimolare qua e là nei -novellieri, e così mi sono industriato di fare, ma è bene dove le cose -parlano, lasciar parlare le cose, le quali la sanno lunga e sono al -solito più sincere che gli uomini. - -Innanzi di conoscere il Castellano, vediamo dunque di visitare il -Castello. Il Castello del secolo XV, ha già alquanto dimesso della -originaria spavalderia bellicosa. Ancora gli durano le torri e a taluno -i fossati, ma le varie cinte che nei secoli precedenti lo fasciavano -tutto intorno e gli toglievano l'aria e la vista, sono in parte cadute, -ed in parte dimezzate per l'altezza, reggono gli stecconi delle pergole -o danno appoggio alle spalliere. Noi dobbiamo però, se ci è caro averne -una giusta mozione, imbrigliare alquanto la fantasia amplificatrice, -la quale suole rappresentarci il castello feudale d'assai più vasto che -in realtà non fosse. A mano a mano che la facoltà di muovere ed i mezzi -di sostenere la guerra, vennero restringendosi dai signori di terre ai -signori di Stati, il castello feudale, ove dimoravano i padroni, prese -meno spazio ed apparve meno imponente. Coll'assodarsi delle monarchie, -cessò ai signori il diritto di levar genti e la necessità di allogarle -in chiusi recinti a guardia della Rocca. Gli apparecchi belligeri -che sul principio del secolo XV alcuni signori amano ancora disporre -intorno al maniero, ci stanno più a testimonianza di prerogative -nobiliari che a pratica difesa. E perchè sono incomodi e costosi, -ci durano poco, o perdurando sono causa che il padrone sloggi dalla -antica e si fabbrichi nelle vicinanze una nuova dimora. I castelli -dei privati signori che ancora ci rimangono di quel tempo, sono ben -lontani dal fastoso apparecchio che un secolo e mezzo o due secoli più -tardi fa delle ville signoresche altrettanti luoghi incantati, dove -gli spaziosi giardini, le gradinate a terrazzi e gli alberi secolari -diventano elementi architettonici e combinano insieme col palazzo ad -una magnifica ed armoniosa veduta. Il giardino del secolo XV più si -assomiglia ad un orto che ai lambiccati giardini del seicento e del -settecento; esso è quasi sempre chiuso fra muraglie alte onde prende -un'apparenza claustrale che non disdice all'ordinamento interno della -casa. — Al di fuori, il castello ha un aspetto severo e spesso arcigno. -Da una larga porta e per un atrio spazioso, si riesce nel cortile, -lastricato a lastroni massicci, intorno al quale corrono le quattro -pareti della casa aperte in portici e loggie e fregiati i muri con -fascie a rabeschi e colori, con stemmi in pietra o dipinti, o con -istorie figurate. Nel mezzo del cortile sta il pozzo o la cisterna, col -parapetto fatto di pietre o marmi scolpiti, col tettuccio a colonnini, -o colle staffe di ferro battuto a delicati fiorami, che reggono la -carrucola. A volte, fra i monti dove si può condurre al castello -qualche acqua sorgiva, in luogo del pozzo si trova una vasca che riceve -zampilli dalla colonna che le sorge nel mezzo o pioggia abbondante di -stille da un albero fronzuto di naturale grandezza, tutto ferro operato -dalle radici alle foglie ed ai frutti. Sotto il portico, rasente -il pieno muro, corre una lunga fila di panche fisse colla spalliera -vagamente intagliata. E tra il sommo della spalliera e la vôlta, alcune -pitture a fresco narrano a episodi la vita del castello e del borgo. -Una ci mostra il corpo di guardia: nel fondo sta la rastrelliera cui -pendono le armi, nel mezzo i soldati seduti al desco bevono, uno briaco -fradicio dorme, altri giocano, due si accapigliano, e ad un capo della -tavola una donna mostra all'amante la scena disgustosa per svogliarlo -dalla intemperanza. Poi viene la bottega del beccaio, poi il mercato -delle frutta e degli erbaggi, poi il sarto, poi lo speziale. Scene -popolari e borghesi, tutte movimento, ispirate certo alla vista delle -cose reali, testimonio preziosissimo delle costumanze locali, perchè la -ingenuità della fattura, e una certa rozzezza artistica, attestano che -il pittore ancora non conobbe l'arte nuova, che non attinse a maestri, -ma s'industriò alla meglio di rappresentare le cose che gli stavano -intorno. - -Nel corpo della casa opposto all'entrata, od in quello che apre -esternamente sui luoghi meno belli, meno soleggiati e meno in vista, -stanno le cucine, le dispense, il tinello e gli altri locali dati al -servizio, al bucato, e via dicendo. A seconda della maggiore o minor -mole del castello e della sua giacitura, si trovano pure a pian terreno -una o più camere fornite, ad uso di ospizio per i viandanti. Certe -volte, queste camere, stanno in qualche fabbrica staccata e vicina, -colle scuderie, i canili, le stalle ed il fienile. - -La cucina ha nella vita signoresca di quel tempo una importanza -grandissima quale noi a stento possiamo concepire, anche quando -confrontiamo alle modiche nostre le formidabili mangiate di quei nostri -maggiori. La Castellana pur sapendo di greco e di latino (caso, più -raro assai, a mio giudizio, di quanto sia stato detto e di quanto si -creda), scende ogni giorno alla cucina, bada direttamente alla spesa, -e ne registra i conti in apposito libretto, combina col cuoco, o più -comunemente colla cuoca, la lista del desinare, misura il vino alla -servitù, vigila alla nettezza dei rami e delle stoviglie. Tutti i -rami portano impressa l'arme della famiglia, come pure le brocche, -le mezzine, i gotti, ed i piatti di stagno, e belle armi scolpite -mostrano i monumentali mortai. — La cucina ha due immensi camini: uno -raccoglie sotto le ali della cappa i fornelli, l'altro, il maggiore che -ospiterebbe al coperto tutto quanto il servitorame, ha in un fianco, -sotto la cappa, il forno, e dal lato opposto, aperto nel muro del -fondo, il passa vivande, che guarda nella sala da pranzo. Questa la -conosciamo: gli scrittori di storia, i novellieri, i diplomatici ed -i poeti, ce ne hanno lasciato diligenti e riconoscenti descrizioni. -D'altra parte il suo arredamento non ha quella stabilità che si -incontra in ogni altro membro della casa, e a norma delle circostanze -e degli ospiti, variano le tappezzerie, variano i mobili e variano -sopratutto le argenterie ed il vasellame di cui, nelle occasioni -solenni, il sire del Castello fa grande e non sincera mostra, -togliendone a prestito da qualche vicino o parente. - -Qui sopratutto da Principe a Castellano ci corre. Il Principe del -Rinascimento, venuto in subitanea ed impensata grandezza, ama lo -sfarzo degli apparati per naturale inclinazione artistica e per -accorgimento politico. Egli sa che tanto più può quanto più è creduto -potere, e del potere è visibile indizio la magnificenza. Inoltre, -salito all'altissimo grado per virtù d'ingegno, egli pregia tutte -le manifestazioni dell'ingegno umano, e gli ingegni stessi, onde -si circonda di poeti e di artisti, ne stimola con danari ed onori -l'attività, traendo dalla loro dimestichezza e dalle opere loro, -come osserva il Burckardt, una nuova legittimità alla sua illegittima -potenza. - -Il Castellano, nobile di antica data, ha bensì ambizioni grandi, -ma deve fare i conti colle rendite che il potere sovrano gli va -continuamente assottigliando. Nè in tempi di così instabili signorie, e -nella rapida decadenza degli ordinamenti feudali, egli osa fare vistosa -mostra di ricchezze; onde, dei nuovi agi e delle nuove eleganze, ama -piuttosto fruire in famiglia che procacciare agli ospiti il godimento. -Perciò troveremo più ornate e ricche le camere di sopra, destinate -al dormire e all'abitare, che la sala da pranzo e quella antica sala -baronale che ancora occupa al piano terreno il maggiore spazio, ma che -sia ostentazione di austerità, sia religione degli avi o sia piuttosto -il trovarcisi a disagio, il padrone lascia, per lo più, nuda, fredda e -solenne quale l'ebbe dai padri. - -Due scale mettono ai piani superiori della casa. Una, stretta, oscura -e rotta da frequenti ripiani, è destinata al disbrigo delle faccende -domestiche, l'altra spaziosa e chiara è riservata ai signori. Questa, -o sale visibilmente dal cortile coperta di un tettuccio posato su -pilastrini o colonnini, o si svolge in branche regolari con scalini -larghissimi e di poco rilievo. Nell'Alta Italia non erano infrequenti -le scale a chiocciola. Il Castello d'Issogne in Valle d'Aosta ce ne -mostra una veramente bella e degna di studio. Ogni gradino s'impernia -dall'uno dei capi in una colonna di granito sottilissima, e di là -allarga a ventaglio il suo piano finchè infigge nel muro l'altro -capo, più largo di un braccio. Rigirata sopra sè stessa, descrivendo -un circolo che misura oltre quattro metri di diametro, quella scala, -che pare empire colla sua elica enorme il cavo di una torre, ascende -misteriosa, nascondendo, a chi sale, la persona che lo preceda di pochi -gradini, ed ingrossando il suono di ogni passo e diffondendolo in quel -vento continuo che rendono le spire di una conchiglia. La sera essa vi -dà quella sottile inquietudine imaginosa, così piacevole agli adulti. -Ogni passo ed ogni voce svegliano mille echi di passi e di voci che -sembrano turbinare nel vano e salire e smarrirsi poi via per i solai -tenebrosi. Vi scattano rumori secchi come il battere di un acciarino, -spenti nell'attimo come la scintilla che ne lampeggia, vi corrono -fruscii morbidi come di vesti che sfiorino la terra e rapidi come di -persona snella che si rimpiatti. Se altri vi preceda colla lucerna, le -muraglie, più che una luce, riflettono una bianchezza incerta simile a -quella che irradiata dalle lampade degli altari fa più nera l'oscurità -delle navate. - -Le camere del primo piano, sono chiare e spaziose; i mobili pochi, ma -ognuno di essi ha singolari pregi artistici. Gli intagli assottigliano -il legno e gli danno la vaghezza e la leggerezza di un ricamo, senza -scemarne punto la solidità. All'opposto di quanto segue oggidì, i -meglio ornati non sono i mobili di pretto lusso, ma gli usuali, come i -grandi stipi addossati al muro, le credenze, il seggiolone o cattedra -che fiancheggia il letto, la cui spalliera, imperniata al telaio, può -all'occorrenza scendere, e posando sui bracciuoli formare una tavola. -Ai piedi del letto sta il cassone, o la cassapanca, ornata di intagli -a fiori o figure, e con delicati fregi di ferro, alle maniglie ed -alla serratura, quella cassapanca che fu argomento di tante argute -ed inverosimili storie ai novellieri, nella quale le donne riponevano -le vesti più sfarzose, poichè ancora non usava, o poco, di appenderle -negli armadi. Il letto a colonnini, è coperto e fasciato di ricchissime -cortine. Quando il signore conduceva la sposa al castello, la camera -nuziale era tutta apparata a nuovo. Le altre camere della casa erano -depredate per raccoglierne in quella tutti gli agi e le ricchezze. Si -ponevano sul letto fin quattro materassi di bambagia, le lenzuola erano -di tela, sottilissime, tutte trapunte di seta e d'oro, che doveva far -ribrezzo a toccarle. Le coperte, di raso rosso, azzurro, cremisino, -mostravano ricami di fili d'oro con le frangie d'ognintorno. Le -cortine erano a liste alternate di velluto e damasco e tocca. Quattro -origlieri lavorati maravigliosamente a ricami e trine aspettavano le -nobili teste. Alle pareti, arazzi istoriati o vaghe stoffe sottili, a -ghirlande di fiori. Nel mezzo sulla tavola un tappeto alessandrino, -ed un tappeto, alessandrino pure, sul palco che reggeva il letto. -E intorno i forzieri recati in dote dalla sposa, pieni di gemme, di -monili, di stoffe preziose e di merletti. - -Ma tale fasto durava quanto la intima convivenza dei coniugi, i quali, -a breve andare, si riducevano entrambi in meno ricchi appartamenti, -e spartivano fra di essi ed in seguito colla figliolanza le quattro -materasse, che erano spesso le sole della casa, e delle quali più d'una -volta i figlioli maschi ignoravano, finchè non menassero moglie, le -tepide mollezze. Perchè, il lusso era grande, ma non pari al lusso le -comodità, o, quanto meno, non le minute comodità, che tanto pregiamo ai -giorni nostri. - -Avevano, onde è a credere che pregiassero sopratutto le comodità -di spazio, e grande e nuovissima a quei tempi, ricchezza di luce -e di aria. Nei secoli precedenti, il castello era più ordinato a -fortezza che a dimora, onde apriva non sulla campagna, ma sugli spazi -compresi fra le varie cinte, strette e basse finestre. Ora ogni camera -guardava intorno, oltre i recenti ruderi delle cinte, i campi ed il -cielo e lasciava entrare per le ampie e frequenti finestre, i raggi, -i profumi, i suoni che manda la natura. E quelle finestre, dalla -profonda strombatura, dovevano essere la dimora consueta delle donne -a giudicarne dai sedili a muro che le fiancheggiano e che solevano -ricoprire di morbidi cuscini. Di là le castellane aspettavano il -marito od i figliuoli reduci dalle caccie, non dalle caccie festose e -squillanti, raro e costoso sollazzo dato ai rari ospiti e delle quali -esse pure erano parte, ma dalle caccie quotidiane, rude esercizio -di forza e di astuzia, consueta e quasi unica educazione che i padri -davano ai figli. Di là anche, le giovani donne ammonivano il damo che -s'aggirava cauteloso nei pressi del castello, e con segnali convenuti -gli davano la posta. Se non che, a scapito della poesia romantica, -ed a gioia grande del demonio, esse solevano pur troppo concedere -e richiedere amore, a gente dimorante, per uffici che vi tenessero, -nel castello, e la distribuzione degli appartamenti aiutava i raggiri -infernali perchè le camere delle donne stavano tutte dall'un lato del -castello e quelle degli uomini dall'altro. - -La famiglia del signore teneva il primo piano della casa. Il secondo -era destinato agli ospiti. Ciò dico, dei castelli, non delle abitazioni -signorili della città, nelle quali erano di solito serbate pei -forestieri molte camere al piano terreno. - - * - -La mattina, all'alba, il cortile è pieno del vario popolo dei servi e -dei valletti. Gli uni portano le provvigioni alle cucine, e gli altri -forbiscono le armi od i fornimenti per le cavalcature, gli scozzoni -strigliano i cavalli, il maggiordomo, sotto il portico, misura, pesa -e registra il latte, le farine, le ova ed il pollame che i villani -arrecano dalle prossime cascine. Nel secolo XIV ancora squillava, al -levare del sole, il corno della torre maggiore. Ora quell'uso guerresco -è dimesso. Il signore s'alza per tempo, poichè andò la sera innanzi -per tempo, al riposo. Quando gli tocca levarsi ad ore insolite, egli -ricorre allo svegliarino, che chiamavano allora oriolo col destatoio, -del quale, verso la fine del secolo XV, già l'uso era quasi comune. -V'erano anzi orioli di così sottile congegno, che all'ora voluta, non -solamente risonavano stridendo, ma battevano l'acciarino ed accendevano -la candela. Appena desto, il Castellano scendeva alle stufe, pel bagno, -bella usanza dovuta alle Crociate e che si andò perdendo di poi, e -fu ripresa che non è molto; indi attendeva a vestirsi coll'aiuto del -domestico che si era tutta la notte giaciuto sul tettuccio accanto al -letto padronale. Di dormir solo in camera non si attentava nessuno. -All'ospite era squisita cortesia, offrire il Castellano un posto nel -suo proprio letto. E sempre o una dama, o una vecchia fante, dormiva o -nel lettuccio accanto o nel letto istesso della Castellana. Di questa -singolare, e a giudizio dei nostri tempi, fastidiosissima usanza, sono -piene le novelle. E poichè, bisogna pur dire ogni cosa, la domestica -non si rimoveva di camera, nemmeno quando il rimanervi la riduceva a -terzo incomodo; se non che i signori, quasi non avendola in conto di -creatura umana, nulla curavano di lei. - -Com'era vestito, messer Castellano faceva le prime devozioni prostrato -all'inginocchiatoio, e la Castellana nel piccolo oratorio adiacente -alla sua camera. Bello e raccolto luogo di preghiera, colla vôlta -azzurra a crociere dorate e tutto stellato il cielo e colle pareti -dipinte a figure preganti inginocchiate fra l'erbe ed i fiori di un -prato. Spesso quelle devote imagini raffiguravano la Castellana ed il -signore, riconoscibili all'arme di famiglia che portano sulle vesti, -e in fondo al prato sorgeva l'imagine del castello, dalle cui torri -ascendeva fra nimbi al cielo un volo di angeli e di santi. - -Poi tutta la famiglia si raccoglieva ad ascoltare la messa ed a -comunicare nella ricca e fastosa cappella, servita da un cappellano che -risiedeva in castello, dopo di che Madonna dava una prima capata alle -cucine, Messere alle scuderie o alla sala dell'armi dove attendeva ad -armeggiare coi figlioli o cogli ospiti o cogli scudieri, e le figliole -girellavano nel giardino cogliendo fiori e dedicandoli intenzionalmente -a lontani od a prossimi sospiranti. Quando la casa non aveva ospiti, i -giorni del bucato, la signora e le figliuole non disdegnavano scendere -nell'orto a sciorinarvi i panni, e nemmeno sdegnavano portarveli -stillanti nelle ceste a ciò destinate, o se non era l'orto era qualche -alta terrazza vicina al tetto. Altro ufficio della Castellana e delle -figliuole, è la cura delle tappezzerie e degli arazzi, che si tengono -piegati su appositi scaffali nella stanza chiamata per l'appunto: la -guardaroba delle tappezzerie, è collocata di solito all'ultimo piano -il più asciutto della casa ed il meno polveroso. Le fanti vi passano -intere giornate a spiegare, battere, rimendare e ripiegare i preziosi -paramenti, ma tale è il loro valore ed in tale pregio sono tenuti, che -per lo più vi attende direttamente la padrona. Ben inteso, che a queste -piccole cure le Castellane non andavano vestite di broccato, di raso -o di tocca, quali ce le soliamo raffigurare. Simili vesti passavano -per eredità dalla madre alla figliuola, onde è a credere che non le -portassero se non nelle grandi occasioni. In casa, anzi, il vestire -era dimesso, forti panni paesani a colori oscuri, biancheria grossa ed -ahimè mutata di rado, ed ai piedi certe grosse pantofole di panno. - -Del signore poi non parliamo che tra le armi, la caccia, le scuderie -e le visite ai poderi, Dio sa come si trovasse conciato la sera. Alle -dieci della mattina uno squillo di corno annunzia il desinare. Anche -nei giorni ordinari, sono molti e grossi piatti: carni di bue, di -cinghiale, di capriolo, di montone, galline, fagiani, e via dicendo, -condite e fatte piccanti da salse formidabili, tutte aromi e pizzicori -mordenti, pepe, gorofano, cannella, ginepro, ambra, belzoino, noce -moscata, anice ed altre nostrane ed orientali delizie, sulle quali -primeggiavano pur troppo l'aglio e la cipolla. Tale copia, scelta, e -condimento di vivande, sono fatte apposta per stimolare la sete cui -provvedono le ben fornite cantine che non più contente del prodotto -paesano, già accolgono una ricca varietà di vini italiani e forestieri -cotti e crudi. Cocevano per conservarlo più a lungo, il vin greco -di malvasia, venuto di Candia, che solevano condire con aromi. Fra -gli italiani era famoso un certo vino di Piacenza che nessuno più -conosce, se pure non proveniva dai colli di Voghera e di Stradella, -e del quale facevano grande incetta anche le cantine francesi. Erano -gustati assai i vini di Toscana e di Sicilia, e fra i piemontesi il -Nebiolo ed il Caluso. Ma a leggere i novellieri, non pare che presso -di noi le copiose e robuste bevute degenerassero o era caso raro, in -quelle brutali cotte di che menavano vanto i signori di Francia e di -Allemagna. I novellieri italiani parlano raramente di gente briaca, nè -si sarebbero astenuti dal farlo, quando ne avessero trovato frequente -argomento nella vita del tempo loro. - -La tovaglia della tavola usava larghissima e pendente quasi fino a -terra perchè i lembi cadenti facevano l'ufficio del tovagliolo che -ancora non costumava, ed a quelli si forbivano i commensali. Sempre -al cominciare e al finire del pranzo era data l'acqua alle mani. Acque -profumate, di solito alla rosa; e di profumi facevano poi grande abuso -in ogni momento della giornata. Innanzi di portare in tavola un piatto, -la sospettosa vigilanza dei Castellani voleva che se ne facessero -palesi assaggi, paurosi come essi erano di veleno, e usavano pure -tenere sulla tavola specifici ed amuleti contro l'azione dei veleni. -Il Cibrario scrive, che nell'inventario delle gioie di Carlo I duca di -Savoia (l'anno 1480) è registrata: “u_ne espreuve plaine de langues de -serpans pour tenir sur la table pour eviter le venyn_„ ed aggiunge che -forse era destinata allo stesso ufficio, o ad ogni modo, era tenuta -in conto di amuleto, una “_pierre, noire crapaudine, garnie a une -chainette d'or_„, compresa nello stesso inventario. - -Dopo il pranzo che era protratto quanto più lungamente si poteva, -il signore faceva quella siesta, che fu bazza per i novellieri. I -fanciulli, dopo alcun tempo dato ad esercizi fisici, riparavano poi -col pedagogo nella libreria (dove erano, caso raro, librerie), o nella -stanza data agli studii. Si trovano ancora in parecchi castelli certe -stanzette, all'ultimo piano, recanti sui muri, segnate in rosso, le -figure elementari della geometria con scritture che datano certamente -dal secolo XV. La Castellana e le figliuole riparavano nelle camere -loro, ed attendevano, nella speranza di qualche visita, ad adornarsi. -O forse in quell'ora le giovinette aggirandosi in ozio per la casa -confidavano alle nude muraglie della scala e dei corritoi, i segreti -movimenti del loro cuore, incidendovi motti, date, pensieri e sentenze -amorose. O andavano rintracciando e rileggendo le sentenze scrittevi da -altri che erano come lettere al loro recapito. - -Il Castello d'Issogne serba molte di tali scritte che ci danno a -conoscere il nome, ed in certa misura l'animo degli ospiti che vi -dimorarono. Vi fu ospite un tale Escobar che segnò sulle pareti il -proprio motto: Selon le pouvoir, colla firma e la data. Vi passarono -pure un tedesco, Wolf. Sckonfletter, ed un francese, De Vateuil, il -quale fa precedere al proprio nome queste parole sibilline: _Non sans -cause_. Un messere P. Gran scrive: _In Omnes et ad omnia fidus_, e lo -stesso Escobar di pocanzi tornatoci una seconda volta: _No piedo mas -fortuna_, più non cerco fortuna, onde è a credere che l'avesse trovata, -o che si fosse rassegnato a disperarne per sempre. E ancora l'Escobar -sentenzia: _Palabras de piuma lo viento le lieva_. Poi vengono gli -anonimi: _Qualis homo talia opera. A mala fama caveas. Sic vive ut -postea vivas_. Ed i consigli igienici: - - _Carolus ægrotus faciunt ieunia morbum,_ - _Ut recte valeas, Carole sume cibum._ - -Un altro tedesco apre l'animo con due versi così ingenui e sinceri che -muovono a pietà. - - Per non mostrar el mio dolore - Talvolta rido che crepe el cuore. - - THOMA DRUENWALD. von Nuremberg. - -Durante un periodo di tre anni, a giudicarne dalle date, si direbbe che -sia passato nella valle e sul castello un vento caldo, tutto impregnato -di olezzi stimolanti; un vento snervatore e tentatore, soffiato dal -demonio per scombuiare l'animo delle castellane. Sui muri, abbondano -sentenze d'amore ripetute a sazietà, scritte sempre dalla stessa -mano, mano femminile, mano padronale e signoresca, poichè ebbe agio di -confidare a tutte le stanze del castello la piena dell'animo. Quella -che s'incontra più spesso dice: _Omnia vincit amor_, l'amore vince -ogni cosa, sentenza che colma le distanze gerarchiche, ed afferma la -assoluta sovranità del piccolo Dio. Un'altra dice: _Non est amor imo -dolor, mulieris amor_. Non è amore, ma dolore, l'amore della donna. -Dolore, è a credere, di virtù resistente; se non che la resistenza -poco dura e l'amore finisce veramente per vincere ogni cosa, poichè -l'anno appresso, la stessa mano scrive: Vivamus et amemus, grido di -gioia spensierata, allegro ritornello di una canzone forse malinconica. -Infatti, in poco d'ora, l'idillio si chiude in elegia e l'angoscia esce -in lamenti in ogni parte della casa, colle scritte: _In me turbatum est -cor meum_, in me turbato è il mio cuore, e: _Meror et dolor venerunt -super me_: il pianto ed il dolore vennero sopra di me, le quali si -incontrano in ogni dove, sulla scala, negli anditi, nelle camere delle -donne. - - * - -Riprendiamo la nostra giornata. - -Quando capitavano visite, o v'erano ospiti in casa, verso le due, -tutti convenivano o nel giardino o nel parlatoio, e là si trattenevano -confettando e bevendo. A questa specie di _lunch_ erano rosoli, -marmellate, bocche di dama, pasticci, uccelletti arrosto, e le migliori -frutta della stagione. La Castellana apprestava canzonieri scelti -ed ogni sorta di lodevoli istrumenti, ed erano musiche e canti di -madrigali fino all'ora della cena, che batteva tra le quattro e le -cinque pomeridiane, ed era il maggior pasto della giornata. - -Delle caccie, delle cavalcate, e di altri fastosi e festosi sollazzi -non parlo, perchè, come ho detto in principio, essi meno appartengono -alla vita privata che alla pubblica, e perchè troppo già furono e -maestrevolmente descritti, e d'altra parte richiederebbero troppo -lungo discorso. Basti dire, che verso la fine del secolo troviamo le -prime carrozze o carrette come le chiama il Bandello, ma erano poche, -e non usavano che nelle città. Non avevano molle, ma portavano fregi -ricchissimi e dorature, ed erano ricoperte di stoffe maravigliose. -Le tiravano, a seconda dei casi, due, quattro, sei, otto cavalli, dei -quali i più pregiati erano i Frisoni ed i Corsieri del Regno di Napoli. - -Molti e vari erano i giuochi da tavola, il trictrac, gli scacchi, -i dadi, le carte, che servivano al Picchetto ed all'Homo, un giuoco -portato di Spagna, ed i tarocchi, che non furono già come si volle -inventati a svago dal re Carlo VI di Francia, ma vennero d'Oriente, -a segno che un moderno dottissimo ma fantasioso negromante, l'Eliphas -Levi, ravvisa nelle figure del pazzo, del carro, della giustizia, della -morte, del mondo, delle stelle, e via dicendo, i segni cabalistici del -libro di Salomone. - -Ma di tali giuochi, eredità del fosco Medio Evo, e delizia poi della -grossa nobiltà dei secoli XVII e XVIII poco si diletta il nostro -castellano. Egli preferisce il pallone, o la più domestica partita -alle boccie in cortile o sul prato, cogli scudieri, col cappellano -o col pedagogo. Già non è a credere che quelle menti non provassero -quel continuo bisogno di attività e di applicazione, che agita le -nostre. A furia di voler noi ammazzare il tempo, il tempo si vendica -e ci ammazza: quelli lo lasciavano vivere, e si ristoravano delle -cercate fatiche fisiche, abbandonandosi ad una specie di assopimento -intellettuale. Agitate e pronte erano le menti nelle città e quelle dei -fortissimi avventurieri che in quel secolo e nel seguente disfecero -e crearono stati; ma se da essi procede e di essi parla la storia, -non se ne deve indurre che gli animi in generale e gli ingegni dei -signori somigliassero ai loro. Essi diedero la scalata alle signorie, -poichè ne ebbero abbassato il prestigio, e la dappocaggine dei molti -fu appunto argomento e giustificazione al prevalere dei pochi. Io -per me credo, che in tale dappocaggine sia da cercare la ragione dei -corrottissimi costumi femminili di quel tempo. Dalla decadenza romana a -noi non s'incontra altro periodo di così largo rilassamento morale. Nè -la religione poteva oramai fare argine allo sfrenarsi delle passioni. -Al tempo del carnevale, era lecito ai religiosi di rallegrarsi, onde -i frati tra loro recitavano commedie, e di qual fatta!, e suonavano -e cantavano ballando, e alle monache non si disdiceva, quei giorni, -vestirsi da uomini, colle berrette di velluto in testa, colle calze -chiuse in gamba e colla spada al fianco. - -È davvero inconcepibile come in mezzo a tanto rinnovamento di studi e -gentilezza di coltura le donne parlassero lo sboccato linguaggio che -loro attribuiscono gli autori di commedie e i novellieri. Il Boccaccio -è di gran lunga più riguardoso. Nelle Cene del Lasca, troviamo narrata -da una donna, Amaranta, e con minutissimi particolari, la sconcia beffa -fatta da un giovine ricco e nobile al suo pedagogo, ed essa è tale -che nessuno artifizio di stile potrebbe farmi lecito di raccontare. -E quella del Lasca a sentirlo era compagnia che sapeva di greco e di -latino. Dicono: erano più sinceri di noi. Ma, astrazion fatta della -morale, la verecondia è più una grazia che una virtù, ed è grazia -sopratutto di gente colta. Nè Virgilio, nè Orazio, nè Catullo, nè -Ovidio, nè lo stesso Giovenale, potevano apprendere a quelle dame -ed a quei cavalieri somiglianti modi, onde è lecito sospettare che -la vantata coltura fosse meno diffusa di quanto si crede, sicchè la -gentilezza dei pochi nulla potesse contro la rozzezza dell'universale. -Ed è certo poi che fra i meno colti, era il mio signor Castellano. Il -quale, venuta la sera, si riduceva accanto al fuoco, in sonnacchioso -silenzio, e le donne fatte alcune lente danze al dubbio chiarore delle -fumose lucerne, prima novellavano alquanto fra di loro, indi infilavano -in cerchio _pater noster_ ed _ave Marie_, ed il cappellano dava loro -lo spunto. Poi i valletti mescevano al signore il vino del sonno, e -Madonna e Messere ognuno dalla sua ed in diversa e servile compagnia -andavano a letto. - -E a me non rimane che augurare tranquille notti a quei morti, e -gioconde giornate a questi vivi. - - - - -LA VITA PRIVATA DEI FIORENTINI - -DI - -GUIDO BIAGI. - - - _Signore e Signori,_ - -Quale fosse la Firenze del Tre e del Quattrocento non è facile -immaginare. A riguardarla dall'alto, da uno di quei colli che le fanno -ridente corona e oggi son per lei mutati in altrettanti giardini, -mentre forse allora nereggiavano d'alberi folti, di macchie e di -scopeti, appariva come una bruna massa di torri merlate, cinta di mura -e di baluardi. I pubblici edifizi che noi ammiriamo, le aeree cupole -delle chiese, i campanili, nella cui voce è il palpito della vita d'un -popolo, non ancora drizzavansi tutti nel fondo azzurro del cielo, come -le antenne poderose d'una nave a più alberi. La terza cerchia, quella -istessa che noi vedemmo abbattere, non era interamente compiuta, e -l'Arno faceva il suo _gorgo_ dove è ora la Piazza di Santa Croce, -sboccando tra il Ponte a Rubaconte e il Castel d'Altafronte. - -Questo a' primi del Trecento, quando la piccola chiesa di Santa -Reparata durava tuttavia e di Santa Maria del Fiore era ignoto il nome; -e nel luogo dove sorse la Loggia d'Orsammichele tenevasi il mercato -delle granaglie, e il campanile cominciato da Giotto e che da lui prese -il nome, non era ancor stato condotto fino alle ultime finestre da -Francesco Talenti: soltanto di sulla torre del Palazzo dei Priori, già -la grande campana del Popolo, “la Vacca„, mugliava, facendo in alto -echeggiare il dolce suono della libertà[1]. - -Le miniature del Biadajuolo, raffresco del Bigallo, appena ci -danno un'idea della Firenze di quegli anni. Sono rappresentazioni -fantastiche, dove la prospettiva è ancora ignota, e i tetti di color -rosso vivo staccan di tono dalla selva delle torri che s'intrecciano -e si accavallano. La tavola di Domenico di Michelino, che si vede in -Duomo, vorrebbe mostrarvi la Firenze di Dante, la cui figura spicca nel -mezzo del quadro; ma anche cotesta è una Firenze immaginaria, quanto -il Purgatorio e l'Inferno che l'artefice le ha dipinti da presso. Una -veduta della città, ma assai più recente, troviamo nella tavola che il -Botticelli compose per Matteo Palmieri; una tavola, il cui soggetto -tolto dal poema di lui la _Città di vita_, parve quasi ereticale; -perchè il pittore, dipingendo la Vergine Assunta nella gloria del -cielo, circondata dalle più sublimi visioni dell'idealità femminile, -creò schiere di _angelesse_ così formose, da far giustamente temere -per i futuri amori degli angeli. Ma il paesaggio che serve di sfondo -alla meravigliosa composizione, sfuma nella lontananza e nell'ombra -d'un crepuscolo dorato, e al desiderio nostro non giova. Il quale potrà -soltanto appagarsi più tardi, quando nelle _Cronache di Norimberga_ -scorgeremo una pianta della città quale era alla fine del Quattrocento. - -Ma a rappresentarci Firenze dal Trecento a' più gloriosi giorni del -Rinascimento, quando i tesori raccolti in tutto il mondo da' suoi -mercatanti versò nella creazione di monumenti immortali, proseguendo -le tradizioni delle arti inaugurate per mano di Arnolfo, di Giotto e -dell'Orgagna[2]; a rappresentarci lo scenario e la scena ch'io vorrei -popolarvi con le figure d'artieri, di mercanti, di donne, di chierici, -di trecche, di poeti, di novellatori, d'uomini d'arme, di forosette, di -villani, di donzelli, di cavalieri, che mi s'affollano nella lanterna -magica del cervello e che vorrei potervi dipingere in questo quadro -della vita privata; a darvi un'idea viva se non compiuta, a darvi -come una visione della storia del nostro popolo, che dalla rozzezza -antica si condusse ai raffinamenti della Rinascenza, non basterebbe -tutta l'opera d'un artista che fosse insieme storico, archeologo e -poeta; non basterebbe — Dio ci liberi! — un corso intero di conferenze -ideali, fatte con la parola e illustrate con il pennello. Ma finchè la -donna, che ne è maestra, non abbia reso obbligatorio l'insegnamento -_per gli occhi_ dovremo contentarci di saggiare appena un così -gustoso argomento, scegliendo nei vecchi libri di ricordanze, nelle -cronache domestiche, nei carteggi, nei novellieri e nei poeti qualche -particolare men noto, qualche aneddoto, qualche notizia che ci sembri -meglio opportuna, per cogliervi alcun aspetto della vita in quegli -anni, così remoti anche dalle nostre immaginazioni. - - -I. - -Accanto ai massicci palagi di pietra, sicuri come fortezze, su cui -si levavan fiere le torri merlate; nelle vie strette e tortuose dove -la grand'ombra di quelle moli incombeva triste e paurosa, sorgevano -le casette piccole e basse, con il tetto coperto di paglia, con le -impannate alle finestre, con le grosse imposte di legno, sempre esposte -ai pericoli del fuoco; onde Paolo di Ser Pace da Certaldo consigliava -tener sempre pronte “dodici saccha grandi buone per sgombrare quando -fuoco fosse ne la vicinanza tua o presso a te o a casa tua„ e uno -“canape che sia lungo dal tetto in terra per poterti calare da ogni -finestra„[3]. Le vie, piene di polvere, eran spazzate dall'acqua -che correva come un fiumicello[4] dentro e fuori il rigagnolo, dove -s'ingrufolavano, scrive il Sacchetti, quegli animali che sant'Antonio -avea in i protezione, ed entravan poi nelle case altrui a portarvi -il disordine e lo scompiglio[5]. Nè quelle case erano un modello -di pulizia: si spazzavano una sola volta la settimana, il sabato, -e negli altri giorni le immondezze si cacciavano sotto il letto, -dove era d'ogni cosa un poco: bucce di frutta, torsoli, ossa, pelli -scorticate, polli vivi, oche gracchianti e abbondanza di ragnateli. -Erano modeste dimore di gente che si contentava del poco e più che ai -conforti e godimenti della vita badava ai guadagni: gente antica, se -di buona stirpe, che passava la vita uccellando e cacciando piuttosto -in contado, nelle proprie tenute, che in città; gente nuova che nelle -arti e nella mercatanzia cercava far la roba. L'avolo di Messer Lapo -da Castiglionchio, che avea sua abitazione in sulla porta di Messer -Riccardo da Quona, là dalle Colonnine, usava far serrare la porta della -città a una vecchia serva, buona e lealissima, che glie ne riponeva le -chiavi nella sua camera[6]. - -Firenze intanto cresceva man mano che aumentava la proprietà de' -cittadini. Le vecchie case di legno o coi tetti di paglia eran spesso -distrutte dal fuoco. Tutta la città si commoveva e tutta la gente, ad -ogni incendio che divampasse, era sotto l'arme e in gran guardia[7]. -Anche la Signoria, per abbattere con minor spesa le case dei -condannati, usava darle alle fiamme e poi pagare i danni degl'incendi -che si propagavano[8]. - -E come incendi avvampavano le passioni: le vendette, le risse, le -turbolenze tingevan di sangue le vie; e le paci tra gli avversi -consorti si celebravano con feste e conviti. Il Comune “fiero e in -caldo e signoria„ raddoppiava le forze; e debellati i nemici esterni, -“i mercanti della città vincitrice guidavano, nuova maniera di trionfo, -i loro muli, carichi de' panni di Calimala e delle seterie di Por Santa -Maria, attraverso a' monti e a' piani poc'anzi battuti dalle cavalcate -e da' soldati de' loro eserciti; portavano l'oro e l'ingegno fiorentino -nelle città, sotto alle cui mura avevano ondeggiato, fra le armi, le -libere insegne di questo popolo grande„[9]. - - -II. - -_Mercato vecchio_ era il cuor di Firenze; e pareva allora la più bella -piazza del mondo[10]. Chi ne legga le lodi nel capitolo di Antonio -Pucci, chi ne cerchi i fatti di cronaca quotidiana nelle novelle di -Franco Sacchetti, può avere un'imagine di quella vita cittadina che -si contentava di così piccola scena. Quello, il vero emporio d'ogni -commercio, il ritrovo de' bottegai, de' commercianti, degli oziosi, de' -giuocatori, de' villani, de' medici, degli speziali, de' malandrini, -delle fantesche, de' gentiluomini, de' poveri, delle trecche, dei -rivenduglioli, delle brigate allegre e spendereccie. Quivi robe d'ogni -genere e sorte: le carni fresche, le frutta, i formaggi, i camangiari, -l'uccellame, i pannilini, la cacciagione, i fiori, le stoviglie, le -botti, la mobilia usata. I monelli, anche allora terribili, vi stanno -come in casa loro: i grossi topi vi fan carnevale; la gente vi trae -da ogni parte. Ogni giorno si leva qualche romore: un cavallaccio -s'imbizzarrisce per una ronzina, e tutti gridando _accorr'uomo_, la -Piazza de' Signori s'empie di fuggiaschi, serrasi il Palagio, armasi -la famiglia, anche quella del Capitano e dell'Esecutore, e questi -per la paura nascondesi sotto il letto, e, quetato il tumulto, n'esce -fuori coperto di ragnateli; due muli beccati da un corvo cominciano a -tempestare; saltan sui deschi, si serrano le botteghe e nasce grande -contesa fra i lanaiuoli e i beccai per i danni fatti da quelle bestie -furiose. - -Ma talvolta accadono anche serie questioni: i barattieri, tenitori di -giuoco, vengono alle mani: - - E vedesi chi perde con gran soffi - Bestemmiar, con la mano alla mascella - E ricevere e dar di molti ingoffi. - - Ed allor vi si fa con le coltella, - Ed uccide l'un l'altro, e tutta quanta - Si turba allora quella piazza bella. - -Si rinnova la scena raffigurata in un affresco del monastero di -Lecceto, vicino a Siena. I tre dadi caddero sulla tavola in modo -che un de' giuocatori è perdente. Egli sorge in piedi, esacerbato -da quel colpo dell'avversa fortuna, e afferra il vincitore per la -gola, stendendo il braccio. E l'altro, fattosi pallido per l'ira e lo -spavento, si cerca indosso l'arme vendicatrice. La bestemmia prorompe -sui labbri de' contendenti; le grida degli astanti, delle donne, de' -fanciulli echeggian paurose: “Accorr'uomo, accorr'uomo!„ — La folla -indietreggia sbigottita, e quando l'Esecutore arriva — sempre tardo — -co' suoi famigli, la vittima è a terra, distesa in un lago di sangue. - - -III. - -Questi i drammi, i “fatti diversi„ d'allora, che turbavano la pace -della semplice vita di quei nostri bisavoli. Perchè, la novella -borghese, che tenea l'ufficio delle odierne gazzette, rare volte ci -narra queste scene crudeli. Piuttosto si piace di raccontarci le beffe, -le burle, onde allegravasi il popolo motteggevole; perenne argomento -di queti ragionari, al canto del fuoco, presso gli alari dei grandi -camini, sotto la cui cappa annerita raccoglievansi le famiglie, prima -che sonasse l'ora di spegnere i lumi, quando chi andava a letto “il -sezzaio[11] erasi accertato fossero ben turate le botti„ e “l'uscio e -le finestre serrate„. - -Non parea vero di ridere, di scordare le paure dell'oltremondano, -onde gli spiriti erano stati depressi: e già l'incredulità de' nuovi -tempi cominciava a metter fuori le corna, burlandosi de' cherici, e -un tantino de' miracoli e di molte altre imposture. I motteggiatori, -i burlevoli, che d'altrui si prendevan sollazzo e cercavano gabbare -il prossimo e il mondo, si dicevano “nuovi uomini„ e “_nuove cose_„ le -loro malizie. I deschi e le botteghe di Mercato Vecchio, i fondachi di -Calimala, le _loggie_ che sorgevano allora presso i palagi, dove la -gente stava sui banchi a conversare, echeggiavano di fresche risate -argentine; cui rispondevano i crocchi femminili, bisbiglianti sulle -porte di casa. Gli artisti, o come li chiamavan gli _artefici_, erano -i più sottili architettori di coteste burle ingegnose, immaginate fra -una pennellata e un colpo di stecca. E ne durò la memoria molti anni, -tanto che il Vasari parecchie ne raccolse nelle sue _Vite_, di quelle -che i novellieri non avevan consegnate alle lor cronache cittadine. - -“Sempre fu che tra' dipintori si son trovati di nuovi uomeni„[12] -scrive il Sacchetti; e Bonamico Buffalmacco immortalato nel -_Decameron_, e Bartolo Gioggi, e Bruno di Giovanni, e Filippo di Ser -Brunellesco e Paolo Uccello e Donatello, ci fan tornare a mente le -burle fatte a Calandrino, al Grasso legnaiuolo, e a tanti altri che -furon vittime di così spietati begliumori[13]. Ma la voglia matta di -ridere e sollazzarsi, s'appiccicava anche alla gente più grave; e dalle -botteghe degli artefici entrava in quelle degli speziali, e attaccavasi -a' medici, a' giudici, a' procuratori, e saliva in Palagio a rallegrare -i Priori della malinconia di star chiusi, lontani dalla moglie e dalla -famiglia. — Semplici uomini e semplici costumi, che ancor sapevano -della rozzezza antica: la Signoria dormiva in una camera sola, e ciò -era incentivo e occasione agli scherzi[14]; e il proposto dei Priori -poteva andare in persona alla cucina a cuocersi sulla brace una fetta -di carne[15]. La burla, lo scherzo rasentava talora la truffa; ma una -buona risata dava torto a chi aveva avuto colle beffe anche il danno, -e tutti pari. Perchè a quegli anni, quand'ognuno pensava a sè, a' casi -proprii, al proprio interesse, la gente non aveva pietà o compassione -pei gonzi. Le più sottili malizie erano anche permesse ai mercanti, e -quei di Firenze eran famosi per la gran furberia. - -Racconta il Sacchetti quel che intervenne ad un Friulano, che aveva -nome Soccebonel, e che andò a comprare panno da un di costoro. Ne -misuran quattro canne, e il fiorentino glie ne mangia una mezza. Poi, -per ricoprire l'inganno, gli dice: “Vuo' tu far bene? attuffalo in una -bigoncia d'acqua, e lascialo stare tutta la notte, sì che bea bene, e -vedrai poi panno ch'el fia.„ — Soccebonel così fa, e poi manda il panno -al cimatore. “Soccebonel va per esso e dice: Che dei tu avere? Dice -il cimatore: E' mi par nove braccia: da' nove soldi. Dice costui: Come -nove braccia? oimè! che di' tu?„ Lo rimisurano; ma il panno non cresce. -Soccebonel va dal ritagliatore, va di qua, va di là. E uno gli dice: -“Questi panni fiorentini non tornan nulla all'acqua.„ “Uno _comprò_ -un braccio di panno fiorentino, e la sera l'attuffò, come tu facesti -questo, in un bigonciuolo d'acqua, e lasciovvelo stare tutta notte; la -mattina, lo trovò tanto rientrato, che non c'era più nulla„[16]. - - -IV. - -Ma i codici de' mercanti, chi li cerchi e li legga tra la polvere degli -archivi e delle librerie, paiono disdegnare simili imbrogli. In quelle -carte che cominciano tutte “al nome di Dio amen,„ piene di “buoni -asempri e buoni chostumi e buoni proverbi e buoni amaestramenti„, -troviamo precetti teorici ispirati alla più rigida e severa moralità. -Scrive un di cotesti savi: “Tieni a mente quando ài a dare alchuna -sentenzia di darla diritta, e leale, e giusta, e di questo non ti -rivolgere mai nè per prezzo, nè per amore, nè per paura, nè per -parentado, nè per amistà, nè per compagnia....„, perchè la persona -“contro cui la darai fia tuo nemico e quei cui tu servirai non -t'avrà nè per leale, nè per diritto, anzi si guarderà sempre di te e -vitupereratti sempre.„ Ma subito, più sotto, leggiamo: “S'hai bisogno -in piato o in altro tuo fatto dell'amistà d'alcuno signore o di rettore -di terra, — ti dico che co' presenti s'acquista molto agevolmente. -Guata chi è di sua famiglia, più suo segretario e con quel cotale -prima ti domestica, e dona a lui alcuna cosa, e poi a lui chiedi aiuto -e consiglio ed e' t'insegnerà a venire in amore del suo signore e -presentargli quella cosa di che e' sentirà che sia più vago„[17]. - -E non basta; la morale pratica porge ancora più opportuni consigli: -“Quando comperi biada, guarda che non ti sia empiuta la misura a un -tratto, che sempre ti calerà 2 o 3 per cento; e quando vendi il fa', e -cresceratti la tua biada„[18]. — “Di' sempre bene di quelli che reggono -il Comune. Sta' sempre bene co' tuoi vicini, però che de' tuoi fatti -e' sono sempre domandati prima di te, e negli onori e ne' disonori e' -póssonti molto nuocere e giovare.„ E così consigliavano e ammaestravano -i figliuoli, che crescevano destri ed esperti e consumati nell'arte del -saper vivere, fra mezzo a gente che della vita conosceva le malizie -e gl'inganni. Nè è meraviglia che un predicatore, per far gente e -non parlare al deserto, annunziasse voler proclamare dal pergamo che -l'usura non è peccato[19], anzi “è sovvenimento„, e così avesse tutta -la quaresima “infino a Domenica dell'olivo„, attento e affollato -uditorio. - -La famiglia che allargavasi e alleavasi nella _consorteria_, aveva -unico fondamento la proprietà, guarentita da una selva di leggi e -privilegi. Il padre era padrone dispotico de' beni personali: poteva -lasciarli a chi meglio volesse, anche a' nipoti o ad alcun _luogo -pio_[20], anche ai figli dell'amore cresciutigli in casa. Così per -testamento: e si comprende di colpo l'importanza che aveano allora -i notari ed i chierici. Le donne, succedendo _ab intestato_, avean -soltanto diritto al quarto de' beni dei loro figliuoli: in ogni -caso, ai semplici alimenti. Tutto cospirava a preservare l'integrità -del patrimonio, ad impedire che uscisse fuori della famiglia, della -consorteria, del comune. - -Giova ripeterlo: l'interesse, in quella società di mercanti, avidi -di far la roba, era d'ogni azione legge suprema. Sarebbe ingiustizia -cercarvi le sentimentalità della famiglia moderna, in cui alla donna è -riserbato così larga e così nobile parte, così degni e teneri uffici. - -Quelle povere madri fiorentine dovevano starsi contente alle modeste -ingerenze consentite loro dalla tirannia de' mariti, e vivere, o -menar la vita, nell'uggia delle sordide case, allevando i figliuoli, -“vicitando„ la chiesa, e confessando a' frati i molti peccati di -desiderio. - -Le fanciulle, le ragazze che oggi ci dan tanta pena, nemmeno dovevano -imparare a leggere: “S'ella è fanciulla femmina, ponla a cuscire e none -a leggere, che non ista troppo bene a una femmina saper leggere, se già -non la volessi far monaca„[21]. I monasteri erano, come furono molti -secoli, il rifugio di coteste meschine, com'eran la provvidenza delle -troppo numerose famiglie. Aver venti e più figliuoli, parea la cosa -più naturale del mondo; se campavano: “Iddio n'abbi lode e grazie„; se -morivano: “Di tutto sia lodato Iddio, amen„[22]. I libri di ricordanze, -le cronache domestiche, al tempo delle grandi morie, registrano così -le morti come le nascite con una serenità che oggi, alle trepide madri, -sembrerebbe cinismo. E anche ci porgono testimonianze preziose di fatti -più singolari, dell'intrusione nelle famiglie d'un nuovo elemento, che -ne offusca la vantata purezza. I critici più benevoli ne trovano la -ragione nel “gran vuoto fatto dalla mortalità nelle plebi cittadine -e nei campagnuoli„, onde non bastando “la lusinga del poco salario„ a -cavare dal popolo i domestici e le fantesche, “fu d'uopo cercare nel -commercio esterno la maniera di supplire alla loro rarità„[23]. Ma -piuttosto i commerci con l'oriente, e la vita randagia de' mercatanti -e la cresciuta ricchezza, furono eccitamento a quel traffico degli -schiavi e delle schiave, che durò in Firenze per ben due secoli dopo -il XIV[24]. È un tasto doloroso che pur dobbiamo toccare, a rischio di -cavarne alcuna nota stridente; ma anche in un quadro son necessarie -le ombre per concedere maggior risalto alle figure cui si vuol dare -evidenza e rilievo. — Ma non temete! anche un artefice inesperto non -dimentica il “fren dell'arte„; nè vorrei io, dinanzi a voi, empir la -breve mia tela con una mostra impudica di nudità. - -Le schiave orientali, comprate, come carne da traffico, quasi sempre -a mezzo di sensali genovesi, veneziani, pisani e napoletani, e per -lo più tartare, greche, turche, schiavone e circasse, non erano -— rassicuratevi — archetipi di bellezza. I registri dove i nostri -segnavano, insieme coi nomi, con l'età e con il prezzo, i connotati -del volto e della persona[25], ce ne fan fede. Quasi tutte avean -pelle olivastra, sebbene si trovassero anche schiave di carnagione -rossa, sanguigna, rubiconda e qualche volta fin bianca. E sul viso -non mancava mai alcun segno particolare: chi era butterata, chi l'avea -sparso di moltissimi nèi, chi sfregiato da qualche cicatrice. I nasi -eran generalmente schiacciati, i labbri grossi e sporgenti, gli occhi -scerpellini, le fronti basse e lentigginose[26]. E a questi tocchi in -penna de' notai pedanti e minuziosi, corrispondono alcuni ritratti -che ne rimangono. Un curioso libro, il Memoriale del Baldovinetti, -dove codesto antenato del famoso pittore usava illustrar con figure -le sue ricordanze, ci ha conservato i profili delle tre schiave da -lui comprate negli anni 1377, 1380 e 1388; la “Tiratea overo Doratea -tartara da Rossia, giovane di 18 anni o più„, la “Domenica, è de pelle -bianca ed è de proxima de Tartaria„, e la “Veronica giovane di 16 -anni„, “comperála quasi ignuda da Bonarota di Simone di Bonarota,„ un -antenato di Michelangiolo; ma la Dorotea, la Domenica e la Veronica -avrebber potuto benissimo — un po' invecchiate — servir di modello al -futuro Buonarroti per le _Tre Parche_. - -Coteste donne, o brutte o belle che fossero, entravano nelle famiglie -de' Fiorentini ricchi per attendere ai più umili uffici, e badare -ai bambini: e davano un gran pensiero, per ogni conto, alle povere -massaie. Il sonetto del Pucci “le schiave ànno vantaggio in ciascun -atto. E sopra tutte l'altre buon partito,„ ce ne spiega maliziosamente -alcuna ragione, e ci dice che spesso sapean dare alle padrone “scacco -matto„. Le quali, come confessava parecchi anni appresso l'Alessandra -Macinghi, si vendicavano col metter loro “le mani addosso„. Pure anche -allora non potean farne a meno: erano le bambinaie e le _bonnes_ di -quei tempi; e la Strozzi scriveva al suo Filippo in Napoli: “E pertanto -ti ricordo el bisogno; che avendo attitudine averne una, se ti pare, -tu dia ordine d'averla: qualche tartera di nazione, che sono, per -durar fatica, vantaggiate e rustiche. Le rôsse, cioè quelle di Rossia, -sono più gentili di compressione e più belle; ma a mio parere sarebbon -meglio tartere„. Nè per questa scelta potea Madonna Lessandra trovar -chi più di Filippo avesse la mano felice: il quale presso di sè tenea -da vario tempo una schiava “che sapeva così ben fare„[27], di cui essa -il 7 aprile 1469 aveagli scritto: “Avete costì Andrea e massime Tommaso -Ginori, che venne el dì della Pasqua e me n'ha detto molte cose.... e -_così della Marina, dei vezzi che ella ti fa_„. E un anno appresso, con -accento piuttosto ironico: “Mandávi gli sciugatoi.... fatene masserizia -che non si perdino; che _madama_ Marina no' gli mandi a male„. Dove -vediamo che con i vezzi e le astuzie sapevan coteste donne cattivarsi i -padroni e diventar madame, e meritarsi, come appunto cotesta Marina, la -libertà e per “le buone fatiche et buoni portamenti„[28], alcun'assai -liberale disposizione testamentaria. - -Meno male: peggio quando, come accadde a Francesco Datini, le cui -beneficenze verso i Pratesi non fan dimenticare le gravi colpe ch'egli -ebbe verso la moglie, — peggio, quando cotesto trafficato sangue di -tartare e di russe si mescolava con quelli, sin allora schietti, delle -antiche e libere stirpi! - - -V. - -Ma ritorniamo nelle aure pure della famiglia, dove con le ricchezze -accumulate eran, pur troppo, entrati i mal germi, onde si corruppe e -disfece più tardi la vita e la coscienza italiana. Fra il Tre e il -Quattrocento era seguito un gran crollo: il rinnovarsi dei tempi e -de' costumi, già anelanti e vagheggianti la scioltezza del vivere che -si sbrigliò nel Rinascimento, aveano intepidito la fede, smagato la -religione, e la gente parea soltanto intendere ai godimenti mondani. Le -lettere del Mazzei ce ne porgono testimonianza: il buon notaio di Prato -è il savio d'un'“anima rozza„ e d'un “cuore agghiacciato„[29]: quel suo -amico Datini, diciamolo aperto, è il più esoso tipo di mercante che ci -abbia dato quel secolo. Ser Lapo è uno spirito ascetico, timorato, un -uomo di buona e antica fede, un moralista convinto. In quelle _Lettere_ -ci par di vedere alle prese il peccatore ribelle col sant'uomo, che -vuol condurlo ad una buona morte, alla redenzione delle colpe terrene. -È la lotta del sentimento religioso con lo spirito di materialità de' -nuovi tempi, che sfolgorò nella gloria della Rinascenza, ma che dopo -così mirabili splendori lasciò nelle anime degl'Italiani un buio ed un -vuoto paurosi. Da coteste tenebre, purificatosi nei secoli di servitù, -maceratosi nelle vigilie del pensiero, l'uomo moderno doveva risorger -più tardi. - -Ritorniamo in famiglia nella casa fiorentina, dalle cui finestre “le -schiavette amorose scotevano le robe la mattina, fresche e gioiose più -che fior di spina„[30]: nella casa dove la buona massaia godè appena -pochi mesi felici, dopo le nozze, mentre poi dovè noverare gli anni -del matrimonio da' nomi dei figliuoli che le crescevano intorno e le -ricordavano, ciascuno, qualche lunga assenza del marito, andatosene a -trafficare oltremonte od oltremare. - -La giovenile freschezza appassiva, e, come scrive il Sacchetti, “la più -bella che sia, in piccol tempo, come un fiore, vien meno, e diventa -secca nell'ultima vecchiezza e in fine doventa uno teschio„[31]. È -naturale cercassero con l'arte correggere la natura e porre riparo -ai danni del matrimonio, e non soltanto per vanità. Perfino i maestri -dipintori come Taddeo Gaddi, s'accordavano nel giudicare con Alberto -Arnoldi[32] che le donne fiorentine “sono i migliori dipintori del -mondo„. “E fu mai dipingere, che su 'l nero, o del nero facesse bianco, -se non costoro? E qual artista, o di panni, o di lana, o dipintore, è -che del nero possa far bianco? certo niuno; perocchè è contro natura. -Serà una figura pallida e gialla, e con artificiali colori la fanno in -forma di rosa. Quella che per difetto, o per tempo, pare secca fanno -divenire fiorita e verde. Io non ne cavo Giotto, nè altro dipintore -che mai colorasse meglio di costoro; ma quello che è vie maggior cosa, -che un viso che sarà mal proporzionato, e avrà gli occhi grossi, tosto -parranno di falcone; avrà il naso torto, tosto il faranno diritto; -avrà mascelle d'asino, tosto l'assetteranno; avrà le spalle grosse, -tosto le pialleranno; avrà l'una in fuori più che l'altra, tanto -la rizzafferanno con bambagia, che proporzionate si mostreranno con -giusta forma. E così il petto e così l'anche, facendo quello, senza -scarpello, che Policreto con esso non avrebbe saputo fare.... Insomma -le donne fiorentine sono maggiori maestre di dipignere e d'intagliare, -che mai altri maestri fossono, perocchè assai chiaro si vede ch'elle -restituiscono dove la natura ha mancato.„ — Nè di ciò possiamo o -vogliamo riprenderle: unica libertà, onde godevano, mascherarsi da -giovani e felici, rifarsi lieto e fresco il volto, quando spesso il -cuore piangeva, in vedersi d'intorno e da presso altri visi di donna. -Anche amavano variar le fogge, le mode, le “portature„, e in ciò -sfogavano la loro ambizione. I lodatori dell'antico, cominciando da -Dante, le biasimavano di tanta volubilità, ingrata fino ai novellieri -moralisti, ingratissima ai rettori, a quel governo di mariti che -volentieri avrebbe lesinato su codesto lusso delle mogli. - -“Se un arzagogo apparisse con una nuova foggia, tutto il mondo la -piglia„. “Che fu a vedere già le donne col capezzale (lo scollo) tanto -aperto che mostravano più giù che le ditelle! (le ascelle); e poi -dierono un salto, e feciono il collaretto infino agli orecchi„. “Le -giovanette che soleano andare con tanta onestà„, hanno “tanto levata la -foggia al cappuccio„ da ridurlo una berretta e “imberrettate portano -al collo il guinzaglio, con diverse maniere di bestie appiccate al -petto. Le maniche loro, o sacconi piuttosto si potrebbono chiamare, -qual più trista e più dannosa e disutile foggia fu mai? potè nessuna -tôrre o bicchiere o boccone di su la mensa che non imbratti e la -manica e la tovaglia co' bicchieri ch'ella fa cadere?... Lo 'mbusto -è tutto in istrettoie, le braccia con lo strascinío del panno, il -collo asserragliato da' cappuccini.....„ “Non si finirebbe mai di -dire delle donne, guardando allo smisurato traino de' piedi„ alle code -delle vesti “e andando infino al capo; dove tutto di su per li tetti, -chi l'increspa, e chi l'appiana, e chi l'imbianca, tantochè spesso di -catarro si muoiono„[33]. - -Ma cotesta smania del nuovo s'attaccava anche agli uomini. Il povero -messer Valore de' Buondelmonti, un vecchione tagliato all'antica, fu -costretto da' suoi consorti a mutare il cappuccio; e come l'ebbe fatto, -tutti se ne meravigliavano e lo fermavano per la via: “O che è questo, -messer Valore? io non vi conoscea, avete voi i gattoni?„[34]. - -Venne un tempo la moda delle gorgiere intorno la gola e delle -bracciaiuole, sicchè poteva dirsi dei fiorentini portassero “la gola -nel doccione„ e il braccio nel “tegolo„, onde accadde a Salvestro -Brunelleschi, “avendo una scodella di ceci innanzi e pigliandoli col -cucchiaio, per metterseli in bocca„, di cacciarseli nella gorgiera, e -di scottarsi[35]. Più tardi venne quella delle “calze„ (i calzoni) di -differenti colori non solo, ma anche “dimezzati e attraversati di tre -o quattro colori„: de' piedi con una punta lunghissima[36]; e delle -gambe così “incannate co' lacci che appena si possono porre a sedere„. -“I più dei giovani senza mantello vanno in zazzera„ e “al polso danno -un braccio di panno„ e “mettono in un guanto più panno che in un -cappuccio„[37]. - -Le vecchie foggie contrastavano con le nuove, con le modernissime: -ognuno si sbizzarriva a sua posta. La gente, curiosa anche allora, -prendea diletto a vedere “le nuove cappelline, le nuove cuffie e le -nuove cianfarde, e' nuovi gabbani, i nuovi tabarroni, e le antiche -arme; sì che appena si conoscono insieme, sguarguatando (sbirciando) -l'uno insino in sul viso dell'altro, prima che si conoscono„[38]. Una -vera mascherata! - - -VI. - -Ora gli uomini, che han sempre fatto le leggi, pensarono con tal freno -vietare i “disordinati ornamenti delle donne di Firenze„. Il Comune -promulgò statuti suntuari fino dal 1306 e dal 1330[39], e provvisioni -severissime nel 1352, nel 1355, nel 1384, nell'88, nel 1396 e poi -di nuovo nel 1439[40] e nel 1456 e perfino ne troviamo nel 1562[41]. -I religiosi tuonavano dal pergamo, i savi ammonivano e davano, come -il Dominici, “regoluzze„ alle madri timorate “circa i vestimenti„; i -novellieri mordevano con le loro facezie il lusso troppo smodato. Anche -nelle altre città di Toscana e d'Italia, si mandava a Firenze “per -esempio de' detti ordini„ e per “confermargli„[42]. - -Incomincia una contesa, una lotta assai singolare tra la burbanza -de' legislatori severi e la malizia donnesca. Le femmine astute non -contrastano apertamente, ma fingon di piegare il capo crucciose, finchè -passi quella bufera. Sono addottrinate, esperte del mondo: le leggi -troppo severe rimangono senza sanzione. Quando e come possano, cercano, -se non annullarle, deluderle. Alla venuta del duca di Calabria, nel -1326, si fanno attorno alla duchessa sua moglie che è una francese, -Maria di Valois, e ottengono sia loro reso un “loro ornamento di trecce -grosse di seta gialla e bianca, le quali portavano in luogo di trecce -di capelli dinanzi al viso..., ornamento disonesto e trasnaturato„, -brontola il Villani che vide “il disordinato appetito delle donne„ -vincere “la ragione e il senno degli uomini„. Quattr'anni appresso i -Fiorentini per calen d'aprile “del 1330„ “tolgono tutti gli ornamenti -alle lor donne„ e come dice il Del Lungo in un magistrale lavoro, a cui -per voi darà qui il desiderato compimento, “le disabbigliano da capo a -piè„[43]. - -Anche questa, bufera che passa! A simiglianza delle donne di Fiandra, -tormentate per la stessa cagione da Tommaso Connette fanatico -carmelitano, esse, come scrive il Paradis negli _Annales de Bourgogne_ -“_releverent leur cornes, et firent comme les lymaçons, lesquels quand -ils entendent quelque bruit retirent et reserrent tout bellement leurs -cornes; mais, le bruit passé, soudain ils les relevent plus grandes -que devant_„[44]. E occasione a rilevarle, la venuta del duca d'Atene -in Firenze nel 1342, e la “sformata mutazione d'abito„ portata da quei -francesi. - -E qui vorrei indugiarmi a descrivervi il _figurino_ d'allora, quando -i giovani vestivano “una gonnella corta e stretta„ che per metterla -occorreva l'“aiuto d'altrui„, cinta alla vita da una striscia di cuoio -con ricca fibbia e puntale, con “isfoggiata scarsella alla tedesca„, -con il cappuccio attaccato ad una corta mantellina e terminato in una -punta o becchetto lungo infino in terra, per avvolgerlo al capo “per -lo freddo„: e i cavalieri una guarnacca attillata, con le punte de' -manicottoli strascicanti per terra, foderati di vaio, ed ermellini, de' -quali le donne copiaron subito la singolare “stranianza„[45]. Ma gli -affreschi del Memmi in S. Maria Novella, che ritraggono quelle fogge, -sono a voi noti, anche per visite recenti, quando in un'occasione -solenne tentaste di rinnovarle. A studio, dico _tentaste_, perchè -l'eleganza moderna non può agguagliare la magnificenza signorile di -que' drappi, di quelle vesti sontuose. - -La _Prammatica_ del vestito del 1343, che conservavasi nell'_Archivio -della Grascia_, di cui ottenni alcun estratto dalla cortesia d'un -amico il quale ebbela fra mano, serba memoria di quegli splendidi -abbigliamenti ch'eran colpiti dal rigor delle leggi e bollati con -un marchio di piombo, avente sull'una e sull'altra faccia un mezzo -giglio ed una mezza croce, a cura dei famigli di quei poveri “uficiali -forestieri„, deputati dal Comune all'applicazione della legge. Eccovi -descritto un capo di vestiario proibito, appartenente a donna Francesca -moglie di Landozzo di Uberto degli Albizzi del popolo di San Pier -Maggiore: “Un mantello nero di drappo rilevato col fondo di color -giallo, con sopra uccellini, pappagalli, farfalle e rose bianche e -vermiglie e molte altre figure vermiglie e verdi, e con trabacchi e -dragoni, e con lettere e alberi gialli e neri e molte altre figure di -diversi colori, foderato di drappo bianco con righe nere e vermiglie„. -Nè basta: spesso erano anche motti, non soltanto lettere, impressi sui -drappi. - - -VII. - -Ma di quell'_Archivio_ stesso _della Grascia_ e di quei disgraziati -ufficiali, costretti a un cómpito così disumano, di quei poveri -potestà e capitani, cavalieri, giudici, notai e famigli che dalle città -guelfe di Lombardia e delle Marche venivano in Firenze a sostenere le -parti di rettore, a contrastare nel loro rozzo dialetto, beffato dai -novellieri borghesi, con le lingue arrotate delle donne e de' loro -mariti, ancor si conserva un documento curioso. Chi non ricorda la -novella[46] di Franco Sacchetti, in cui narra le tribulazioni di “uno -judice di ragione„, Messer Amerigo Amerighi da Pesaro, “bellissimo uomo -del corpo„, e ancora “valentissimo della sua scienza„, il quale ebbe -mandato, mentre Franco era de' Priori nella nostra città, di proceder -sollecitamente ad eseguire certi “nuovi ordini„, al solito “sopra gli -ornamenti delle donne?„ Il valente giudice si pone all'opera, e manda -attorno il notaio, e i famigli, a fare inquisizioni; ma i cittadini -vanno a' Signori e dicono “che l'officiale nuovo fa sì bene il suo -officio, che le donne non trascorsono mai nelle portature come al -presente fanno.„ - -Or ecco la discolpa di Messer Amerigo: “Signori miei, io ho tutto il -tempo della vita mia studiato, per apparar ragione; e ora, quando io -credea sapere qualche cosa, io trovo che io so nulla; perocchè cercando -degli ornamenti divietati alle vostre donne per gli ordini che m'avete -dati, sì fatti argomenti non trovai mai in alcuna legge, come son -quelli che elle fanno; e fra gli altri ve ne voglio nominare alcuni. -E si truova una donna col becchetto frastagliato avvolto sopra il -cappuccio. Il notaio mio dice: Ditemi il nome vostro, perocchè avete -il becchetto intagliato. La buona donna piglia questo becchetto, che -è appiccato al cappuccio con uno spillo e recaselo in mano, e dice -ch'egli è una ghirlanda. Or va' più oltre, truovo molti bottoni portare -dinanzi. Dicesi a quella che è truovata: Questi bottoni voi non potete -portare. E quella risponde: Messer sì, posso, chè questi non sono -bottoni, ma sono coppelle; e se non mi credete, guardate, e' non hanno -picciuolo; e ancora, non c'è niuno occhiello. Va il notaio all'altra -che porta gli ermellini, e dice: Che potrà apporre costei? Voi portate -gli ermellini. E la vuole scrivere. La donna dice: Non iscrivete, no; -chè questi non sono ermellini, anzi sono lattizzi. Dice il notaio: Che -cos'è questo lattizzo? E la donna risponde: È una bestia„. E il notaio -non insiste, come non sanno insistere i magnifici signori Priori, che -si ricordano delle loro donne lasciate a casa, e conchiudono, come -hanno sempre conchiuso in Palagio, esortando messer Amerigo a tirar -via, e lasciar “correre le ghirlande per becchetti e le coppelle e i -lattizzi, e' cinciglioni„. - -Non volevano forse che il giudice pesarese avesse a ricordare il -malinconico distico che un suo collega della _Mercanzia_ aveva scritto -sul margine degli _Statuti_: - - “S' tu ài niuno a chi tu vogli male - “Mandallo a Firenze per uficiale.[47] - -Pur questa volta, la novella del Sacchetti è verace documento di -storia; l'_Archivio della Grascia_ serba gli _Atti civili del Giudice -degli appelli e nullità_, e fra quei protocolli appunto ve n'è uno di -Giovanni di Piero da Lugo, notaio del dottore in legge ser Amerigo di -Pesaro, ufficiale della Grascia del Comune di Firenze, per sei mesi, a -cominciare dal XV marzo 1384. - -Quel giorno stesso l'Amerighi pubblicò, a' soliti luoghi, un bando per -ricordare le pene delle leggi contro chi trasgrediva alla _Prammatica -sopra 'l vestire_. E il 27 marzo cominciarono per parte degli ufficiali -le inquisizioni. Vedevano per via alcuna donna con due anelli, ornati -di quattro perle, con una cappellina di velluto nero ricamata, con una -ghirlanda, con una delle abbottonature proibite? E subito si contestava -alle malcapitate (diciamolo col frasario odierno) la contravvenzione. -Andava il messo alle case con un “mandato di comparizione„, e il giorno -fissato compariva per la moglie il marito, che riconosceva l'errore e -pagava la multa. Così s'andò innanzi un bel po'; ma più tardi dovettero -le donne, ammaliziate, cominciare quelle contestazioni, accennate -dal novelliere, e naturalmente omesse nel protocollo del notaio. Le -inquisizioni si fanno più rare, le condanne meno frequenti e i mariti -che compariscono principiano a negare la reità delle mogli, con validi -argomenti: una è troppo vecchia perchè possano imputarsele siffatti -trascorsi, un'altra era in casa quel tal giorno a quella tale ora, una -terza è in lutto e così via.... E il protocollo si chiude quasi senza -registrare più nessuna condanna. - -La Signoria e il giudice prima di lei si son dati per vinti; ma non -senza sospetto che quelli ufficiali, quei notai, deputati all'odioso -ministero, non si fossero lasciati vincere dal fuoco di qualche -bell'occhio, dalle carezze di qualche voce lusingatrice. Ahimè nelle -coperte della _Prammatica_ di quel tempo, leggiamo la confessione, lo -sfogo d'un cuore innamorato, prezioso documento umano fra le pedanterie -curialesche degli _Statuti_. Udite: - - Li dulci canti e le brigate oneste - Gli uccelli, i cani e l'andar sollazzando, - Le vaghe donne, i templi e le gran feste - Che per amore solea ir cercando. - Ora fuoco mi sono, oimè moleste, - Quantunque vengo con meco pensando - Che tu dimori di qui or(a) lontana - Dolce mio bene e speme mia sovrana! - -Le donne avean trovato alleati nella famiglia del Giudice di ragione: -la loro causa era vinta! - - -Ma per poco, giacchè quasi periodicamente si tornò ad infierire contro -la vanità femminile, e altre bufere scoppiarono, sempre di breve -durata. Anche tremendi avversari ebbero ne' moralisti che nei trattati -del _Governo della famiglia_, seguitavano a battere cotesto tasto -(valga l'esempio del Palmieri); peggiori nemici ne' frati, invasi dal -furore di purgare il mondo dai peccati. - -Frate Bernardino da Siena nel 1425 continuò a Perugia quei bruciamenti -delle vanità che l'anno innanzi aveva iniziato a Roma, facendo -un gran falò di “capelli posticci e contraffatti, d'ogni lasciva -portatura, di balzi da scuffie„, dadi, carte, tavolieri “e altre -cose diaboliche„, preludendo alle grandi fiammate che nel 1497 fece -a Firenze il Savonarola, e che gli furono di pessimo augurio. Ma fra -tanti oppositori, non mancavano i buoni avvocati. Nell'aprile 1461 -un predicatore che aveva vociato dal pergamo in Santa Croce contro -le donne, ricorse alla Signoria, e nel _Consiglio dei Richiesti_ si -trattò, nientemeno, di proibire la moda. Ma Luigi Guicciardini, padre -al grande storico e politico, disse aver risposto a un milanese, -giudicante a sproposito dell'onestà delle donne fiorentine dall'abito -sfoggiato e dall'incedere, che se l'abito parea disonesto, elleno erano -a' fatti assai diverse[48]. - - -VIII. - -Ma queste leggi suntuarie, ritoccate o come oggi direbbero -“rimaneggiate„ ogni momento, più che offendere le donne colpivan -la borsa dei loro mariti; nè, giova notarlo, si restringevano agli -ornamenti, sibbene frenavano o volevan frenare anche il lusso e -l'abbondanza delle nozze, dei battesimi, dei conviti e dei funerali. -I cortei nuziali non potevano eccedere il numero di dugento persone. I -sensali de' matrimoni dovevano denunziare innanzi i nomi degl'invitati. -Le _donora_ alla sposa eran regolate dalla legge, e così le cerimonie -nuziali; il cuoco “il quale dovrà apparecchiare per qualche sposalizio„ -era tenuto a rapportare all'ufficiale del Comune il numero delle -vivande e dei piattelli, e le vivande non potevano essere più di -tre: non più di sette libbre di vitella, e i capponi, i paperi o gli -anitroccoli permessi dagli statuti. Del pari eran regolate le esequie, -il numero dei torchi di cera, le vesti dei morti e dei congiunti che -seguivano il funerale: i doni dei battesimi.... insomma ogni benchè -menoma cosa[49]. Chi contravvenisse a tali disposizioni, condannato a -multe assai gravi. - -Perchè il Comune, anche allora, cercava dovunque argomenti per tasse, -gravami e balzelli, e lo studio dei cittadini, massime di quei furbi -mercanti, era tutto in cercare di alleggerirsi delle gravezze, di -rubare con qualche onesta licenza[50]. - -“_Il Comune ruba tanto altrui, che io posso ben rubar lui_„, è un -dettato antico riferito dal Sacchetti[51]; il quale anche lamenta le -lungaggini nelle pratiche del Comune, perfino verso chi volea donargli -le proprie castella[52]. Ciascuno tirava l'acqua al suo mulino, dice -Marchionne Stefani, e anch'egli aveva il mulino suo[53]. S'ingegnavano -tutti a difendersi dalle gravezze e com'è sempre usanza, scrive quel -cronista, “gli animali grossi e possenti saltano e rompono le reti„. - -Anche Francesco Datini, accostandosi a quelli che tenevan lo Stato, -provvide a' casi suoi, in quegli anni nei quali “le guerre combattute -con le armi de' mercenari e le paci fatte a furia di denaro esigevano -che la imposta si riscotesse in un anno dieci e quindici volte[54]„. -Chi non potea con le amicizie e i favori, ci riusciva con l'astuzia, -come Bartolo Sonaglini che, essendosi per porre molte gravezze, -scendeva ogni mattina sull'uscio di casa e contava a tutti le sue -miserie, dicendo: “Oimè, fratel mio, io son disfatto.„ “E' mi converrà -o dileguarmi dal mondo o morir prigione„[55]; onde quando vennero alla -partita di lui ciascuno dicea: Egli è diserto, e guardasi per debito; -e l'un dicea: E' dice il vero, chè pure una di queste mattine non -ardiva d'uscir di casa. E l'altro dicea: E anco così disse a me.... Sia -come si vuole, dicono gli altri, e' si vuole trattar secondo povero, -e tutti a una voce gli posono tanta prestanza, quanta si porrebbe a -uno miserabile, o poco più.„ Fatte le prestanze e passato il pericolo, -Bartolo cominciò a uscir fuori e andava dicendo d'esser per accomodarsi -coi creditori; e così, a furia di ciance, si liberò dalle prestanze, -“dove molti altri più ricchi di lui ne rimasono disfatti„. - - -IX. - -Già i tempi maturavano. Dell'antica e proverbiata semplicità, in tanta -sete di guadagni, rimanevano monumento vivente, ma pur rispettato, -soltanto quei vecchioni di cui Donato Velluti ci porge uno stupendo -ritratto, vivo e vigoroso come una figura di Andrea del Castagno. - -“Bonaccorso di Piero, fu uno ardito, forte e aitante uomo, e molto -sicuro nell'arme. Fece di grandi prodezze e valentie, e sì per lo -Comune e sì in altri luoghi. Tutte le carni sue erano ricucite, tante -ferite avea avute in battaglie e zuffe. Fu grande combattitore contr'a -Paterini e Eretici.... Era di bella statura, di membra forti e bene -complesso. Vivette ben 120 anni, ma ben 20 anni perdette il lume, -innanzi morisse, per vecchiaia. Fu chiamato Corso, e benchè fosse -così vecchio, udii dire che la carne sua avea sì soda, che non si -potea attortigliare, e se avesse preso qualunque giovane più atante -in su l'omero, l'avrebbe fatto accoccolare. Intesesi anche bene di -mercatanzia, e fecela molto lealmente; intanto era creduto, che venuti -i panni melanesi in Firenze da Melano (de' quali molti ne faceano -venire) e tutti gli spacciava innanzi fossono aperte le balle; molti ne -faceano tignere qui, e perch'era sì diritto, udii dire che un Giovanni -del Volpe loro fattore veggendo sì grande spaccio di detti panni, -pensò nella tinta fare avanzare più la compagnia, e più debolmente, -e con meno costo gli facea tignere; di che essendo passato un tempo i -detti panni non avevano quel corso soleano: di che cercando la cagione, -trovarono che era stato per la sottilità del detto Giovanni, di che -egli il volea pure uccidere. - -“Il detto Bonaccorso avendo perduto il lume, il più si stava in casa. -Avea di dietro al palagio di Via Maggio.... un verone lungo quanto -tenea il detto palagio, in sul quale rispondea tre camere dal lato di -dietro, per le quali egli andava, e tanto andava in qua e in là ogni -mattina, che facea ragione essere ito tre o quattro miglia, e fatto -questo asciolvea, e l'asciolvere suo non era manco di due pani, e poi -a desinare mangiava largamente, perocchè era grande mangiante: e così -passava la sua vita. Ora perchè si sappia come morì, udii dire a mio -padre, che gli venne voglia andare alla stufa, e così andò, nella quale -stufa s'incosse un piede; di che essendo tornato e veggendo che per -essa cagione non potea andare, nè fare il suo usato esercizio, in sul -verone, immantinente sì si (ac)cusò morto. Or avvenne in quel tempo -che Filippo suo figliuolo, e mio avolo che fu, menando Monna Gemma -de' Pulci sua seconda donna, avendo il dì molto motteggiato dicendo: -_ora farebbe bisogno a me d'avere moglie, più ch'a figliolmò, che -m'aitasse_, e molte altre ciance, gli venne voglia, essendo sul letto, -farsi portare in sul lettuccio da sedere: di che chiamato mio padre e -Gherardo suoi nipoti, avendosi colle mani e braccia appoggiato in sulle -spalle loro; subitamente per grande vecchiezza la vita gli venne meno, -e morì„[56] - - -X. - -Con il ricordo di questa “cara e buona immagine paterna„, affrettiamoci -a' tempi nuovi, al nuovo secolo, di cui ormai rosseggia in cielo, -nel cielo della letteratura e dell'arte, la splendida aurora. Già ne -scorgemmo i segni annunziatori nell'ottenuto acquisto della ricchezza, -nell'affrancarsi così dai vecchi pregiudizi, come dalle severe regole -del vivere antico, nelle tendenze egoistiche preparanti lo svolgimento -di quel che i moderni critici chiamano “individualismo,„ onde meglio si -comprende il carattere degli uomini e della vita della Rinascenza. - -L'affetto per il Comune, per la patria e anche per la famiglia, già -s'affievolisce col desiderio acuto de' godimenti, di che non era avara -la vita a chi volea gustarne le dolcezze. L'incredulità fa capolino; -lo scetticismo, la sensualità, minacciano di prendere il sopravvento. -Coteste generazioni, dopo i terribili terrori delle pestilenze, -scampate all'infuriar del contagio, doveron quasi meravigliare, stupire -di risvegliarsi alla vita. - -Dalla grande moria del 1348 ai primi del '400, i cronisti ne registrano -molte altre: ricordiamo quelle del 1363, del 1374, del 1400, del 1411, -del 1420 e del 1424. Un nostro erudito spogliando il libro de' morti -degli Ufficiali della Grascia, noverò dal 1.º maggio al 18 settembre -1400, ben 10908 morti, la massima parte fanciulli[57]. Della peste -del 1348, oltre alla classica e grandiosa descrizione del Boccaccio, -troviamo vivi e dolorosi ricordi nelle cronache famigliari, ne' diarii, -ne' memoriali. - -Dovè essere un pauroso, un raccapricciante spettacolo! Giovanni Morelli -racconta che in un'ora “si vedeva ridere e motteggiare„ il vicino -o l'amico “e nell'ora medesima il vedevi morire„. La gente cascava -morta per istrada “su per le panche„ come abbandonata, senza aiuto -o conforto di persona. Molti impazzivano e si buttavano nel pozzo, o -giù dalle finestre o in Arno, dal gran dolore o dalla orribile paura. -Tanti morirono senza esser veduti e “infracidavano su per le letta„, -molti si sotterravano ancor vivi. “Avresti veduto una croce ire per un -corpo e averne dietro tre o quattro prima giugnesse alla chiesa„[58]. -Si calcola che in Firenze morissero i due terzi delle persone, “cioè -de' corpi ottantamila„[59]. Della moria del '400, veggiamo un'efficace -pittura in una lettera di Ser Lapo Mazzei. “Qui non s'apre appena -appena bottega: i rettori non stanno a banco: il palagio maggiore senza -puntelli: nullo si vede in sala: morti non ci si piangono, contenti -quasi solo alla croce„[60]. Era uno spavento: i figliuoli morivano, -cadevan gli amici, i vicini, i conoscenti, gl'ignoti; nel colmo della -estate, passavano i cento al dì; nel luglio vi fu un giorno che furon -dugento. - -Di quella del 1420 scrive nel suo _Libro segreto_ Gregorio Dati: “La -pestilenzia fu in casa nostra, e cominciò dal fante, cioè Paccino, -a l'uscita di giugno 1420; e poi da indi a tre dì la Marta nostra -schiava, e poi al primo dì di luglio la Sandra mia figliuola, e a dì -5 di luglio l'Antonia. E uscimmo di casa, e andammo dirimpetto; e in -fra pochi dì morì la Veronica: e uscimmone e andammo in Via Chiara, -e presevi il male alla Bandecca e alla Pippa, e amendue s'andarono a -Paradiso a dì 1.º d'agosto, tutti di segno di pestilenza[61]. Iddio li -benedica!„ - -Chi poteva fuggire, scappava ad Arezzo, a Bologna, in Romagna, in -alcuna città e terra dove credesse potersi stare sicuro. Il Datini se -n'andò a Bologna, portando la famiglia, i domestici e i forzieri su -ronzini e su muli carichi di ceste[62]. Buonaccorso Pitti scampò dalla -peste del 1411 recandosi a Pisa in una casa a pigione, dove in sette -mesi spese 1300 fiorini e gli morì una figliuola e un famiglio. Nel '24 -mandò il figlio suo Luca con la moglie e i bambini a Pescia, dove poi -si ridusse con gli altri congiunti. - -Era di regola recarsi “in qualunque luogo la mortalità non fosse -stata„[63]; rimedi contro l'oscuro malore non c'erano, nè l'arte dei -medici sapea consigliarli. Il Morelli prescrive alcune norme che oggi -si direbbero igieniche: la pestilenza del 1348 era stata cagionata -da una terribile carestia: “l'anno dinanzi era suto in Firenze gran -fame„[64]; “vivettesi d'erbe, e di barbe d'erbe, e di cattive„, “tutto -contado era ripieno di persone, che andavano pascendo l'erbe come le -bestie„, e i corpi erano disposti e non avevano “argomento nè riparo -niuno„. Consiglia, pertanto, conservarsi sani, riguardarsi, mangiar -bene, sfuggire l'umido, “spender largamente„, senza “niuna masserizia„ -senza economia “fuggi(r) malinconia e pensiero„, pigliarsi “spasso -piacere e allegrezza„, non “pensare a cosa ti dia dolore o cattivo -pensiero„, giuocare, cavalcare, divertirsi, stare allegri, tenere “in -diletto e in piacere la tua famiglia„, e “far con essa buona e sana -vita senza pensiero di fare per allora masserizie; che assai s'avanza -a stare sano e fuggire la morte„[65]. - -Gli “avanzati„ dal mortale flagello, doverono ben presto avvezzarsi al -nuovo tenore di vita, anche passato il pericolo. Effetto della peste e -de' suoi terrori, le processioni dei “_penitenti bianchi_, simiglianti -a quelle che quasi un secolo innanzi, sotto il nome di _compagnie de' -battuti_, avevan percorsa tutta l'Europa. Partivansi in folla dalle lor -case mescolati uomini e donne, laici ed ecclesiastici, tutti vestiti di -bianche cappe che lor coprivano anche la faccia, avendo un crocefisso -per insegna; e andavano processionalmente di paese in paese cantando -laudi, pregando con alte voci _misericordia_. Giacevano quasi sempre -all'aria aperta, non domandavano che pane e acqua. I popoli delle città -visitate, accendendosi d'egual fervore andavano col medesim'ordine -a visitare un'altra città. Alla comparsa dei pii pellegrini, -tutti movevansi a penitenza, le gravi inimicizie si deponevano, -si pacificavano le discordanti fazioni, le città si riempivano di -santimonia„[66]. A Firenze i facinorosi voleano profittarne per -liberare i prigioni delle Stinche; ma fortunatamente s'impedì che la -città n'andasse a romore d'arme, e tra le altre si fecer le paci tra -i Pitti e i Corbizi[67]. Anche Francesco Datini nell'agosto 1399 andò -in pellegrinaggio, “vestito tutto di tela lina bianca e scalzo„, co' -suoi famigli, amici e vicini. Erano in tutto dodici e portaron seco -due cavalle e una muletta, “in sulle quali bestie mettemmo un paio -di forzeretti, in che furono più scatole di tutte ragioni confetti, -e formaggio d'ogni ragione, e pane fresco e biscottato, e berlingozzi -zuccherati e non zuccherati e più altre cose che s'appartengono alla -vita dell'uomo, tanto che le dette cavalle furono presso che cariche -di vettovaglie„[68]. Stettero in pellegrinaggio dieci giorni, dal -28 agosto al 6 di settembre, e giunsero fino ad Arezzo o poc'oltre; -e dovunque si fermavano compravano cose da mangiare. Era davvero un -allegro modo, e comodo, di far penitenza, e di pellegrinare a cavallo! - -Delle pratiche religiose, i più accorti e più increduli rispettavano -appena la forma esteriore, come il Datini, che temeva i rimbrotti e i -predicozzi dell'amico e mentore spirituale Ser Lapo Mazzei. - -Altri, come Buonaccorso Pitti, già ci porgono l'immagine dell'uomo -della Rinascenza, che non ha terraferma, e gira il mondo, rôso da -una interna irrequietezza, e giuoca, e perde, traffica, e mescola -la politica ai commerci e ai sollazzi, come un avventuriere del -Settecento, come un Benvenuto Cellini, ma senza l'arte e con molto -meno d'ingegno. Curioso, strano tipo questo Pitti che sembra morso -dalla tarantola e mena le mani e sta a tu per tu con Carlo VI[69], -con duchi e principi, che cavalca a Roma difilato per una scommessa -con una giovane ond'era invaghito[70]; gran danzatore, giuocatore -ostinato e prode e leal cavaliere, e in patria assunto agli uffici -supremi[71]. Il Burckhardt lo chiama addirittura un precursore del -Casanova, che viaggia continuamente in “qualità di mercante, di agente -politico, di diplomatico e di giuocatore di professione„. “Guadagnò e -perdette enormi somme, e non trovava competitori che fra i principi, -quali ad esempio, i Duchi di Brabante, di Baviera e di Savoia„[72]. -Questo il padre di quel Luca Pitti che in ricchezza e in magnificenza -rivaleggiava coi Medici e voleva anche in ogni altra cosa andare a paro -con Cosimo. I mercanti di panni divenuti banchieri e prestatori, aveano -in quei viaggi, in quei traffichi, con quelle “fattorie„ sparse in -varie città d'Europa, ne' più operosi centri del commercio, negli scali -più frequentati, accumulato smisurate ricchezze, ed era venuto il tempo -di godersele tranquillamente. - -Già Fiorenza come una bella e prosperosa giovane “con buone parti„ e -dote abbondante, cessate le gare fra i partiti che se la contendevano, -all'ombra de' lauri medicei socchiudeva gli occhi abbarbagliati da -tante sfoggiate magnificenze, onde, come femmina, s'era lasciata -conquidere. Le famiglie, fatta la roba, voglion fondar la casata: -si cercano i maritaggi più convenienti e si discutono quasi fossero -alleanze. L'Alessandra Macinghi va a tutte le messe “in Santa Liperata„ -e si pone “allato„ alle fanciulle, con cui vorrebbe per il suo Filippo -far parentado, e con occhio di futura suocera le studia, le esamina, -le spoglia, e ne scrive al figliuolo come se si trattasse d'un mercato -di polledre e non d'un matrimonio. Egli è vero che la buona madonna -Lessandra, per me troppo esaltata e lodata, dovette avere piuttosto -cuor di mercante che di donna. Che mettesse le mani addosso alle -schiave, lo confessava ella stessa senza ritegno; era costume, e -fors'anche con quelle rôsse e tartare la pazienza doveva facilmente -scappare. Ma di lei e della sua pietà troviamo un documento rivelatore. -Si tratta di due vecchi, gli unici che rimanessero d'una famiglia di -lavoratori di Pozzolatico: “ancora vive Piero e mona Cilia, tramendua -infermi. Ho allogato il podere per quest'altr'anno, e me lo conviene -mettere in ordine: e que' due vecchi se non muoiono, hanno andare -accattare. Iddio provvegga„[73]. Nè crediate sia questo un tristo, ma -fugace pensiero: è un fermo proposito. In una lettera scritta, pochi -mesi dopo, nel dicembre del 1465, leggiamo: “Piero vive ancora„ a -Mona Cilia Iddio aveva forse già provveduto “e bisogna che se n'esca, -e andrà accattando.... Arà pazienza: che Iddio lo chiami a sè, se 'l -meglio debb'essere!„[74] Col cuore, non si fa masserizia! - - -XI. - -Ma chi aveva accresciute e moltiplicate le proprie sostanze, mostrava -sentimenti più nobili e animo più gentile. Giovanni Rucellai ci dà -l'immagine compiuta del fiorentino ricco che sente la dignità del -nuovo stato in cui fu posto dalla fortuna; la quale “non tanto gli -ha conceduto grazia nel guadagnare, ma ancora nello spenderli bene, -che non è minor virtù che il guadagnare. E credo — scrive nel suo -_Zibaldone_, — che m'abbi fatto più onore l'averli bene spesi ch'averli -guadagnati, e più contentamento nel mio animo,„ e “massimamente delle -muraglie ch'io ho fatte della casa mia di Firenze, del luogo mio di -Quaracchi, della facciata della chiesa di Santa Maria Novella, e della -loggia nella Vigna dirimpetto alla casa mia„. E ringrazia messer -Domenedio,„ d'averlo fatto “creatura razionale,„ cristiano e non -“turco, moro, o barbaro„, d'averlo fatto nascere “nelle parti d'Italia, -la quale è la più degna e più nobile parte di tutto il cristianesimo, -e nella provincia di Toscana la quale è reputata delle degne provincie -ch'abbi l'Italia„, e altresì d'avergli dato la vita nella “città di -Firenze, la quale è reputata la più degna e la più bella patria che -abbi non tanto il cristianesimo ma tutto l'universo mondo„, e infine -d'avergli dato l'essere “nell'età presente, la quale si tiene per li -intendenti ch'ella sia stata e sia la più grande età che mai avessi -la nostra città poi che Firenze fu edificata.... per esser stato al -tempo del magnifico cittadino Cosimo di Giovanni de Medici„. — E più lo -ringraziava d'avergli concesso d'allearsi con lui, per il matrimonio -della Nannina figlia di Piero e nipote di Cosimo, con il proprio -figliuolo Bernardo, splendido parentado di che il Rucellai insuperbiva. - -Firenze allora celebrava, senza temere i rigori delle leggi suntuarie -cadute in disuso, le feste nuziali delle grandi famiglie. Le nozze -di Baccio Adimari con la Lisa de' Ricasoli, celebrate nel 1420, ci -son rappresentate da un'antica tavola della Galleria dell'Accademia -di Belle Arti, e vediamo gli sposi con la loro accompagnatura danzare -sotto un padiglione a strisce di vari e ridenti colori, al suono d'una -musica di trombe e di pifferi; ma di queste del Rucellai con la Medici, -che ci danno l'imagine della vita d'allora, vogliamo tentare un quadro -di cui ci fornirà le linee, i colori e il disegno lo _Zibaldone_ del -buon vecchio che ne serbò caro e pregiato ricordo. - - -Dorati dal fiammante sole di giugno, i festoni di verzura si -distendevan superbi da un lato all'altro della via, levando in alto gli -scudi, la metà coll'arme de' Medici e la metà coll'arme de' Rucellai. -Le pietre ruspe della facciata che la magnificenza di Giovanni Rucellai -aveva pochi anni innanzi fatto murare, come credesi, da Leon Battista -Alberti, acquistavano quasi nuovo colore coperte com'erano dagli -smaglianti parati e dalle ghirlande di fiori penzolanti da' pilastri -dorici del primo piano e dai pilastri corinti del secondo e del terzo. -Dirimpetto al palazzo, nella piazzuola di fronte alla loggia, era stato -eretto un palco che aveva la figura d'un triangolo. Lo copriva, per -difesa del sole, un cielo di panni turchini adornato di ghirlande, -in mezzo alle quali sbocciavano freschissime rose; mentre di sotto, -sull'assito di legno, si stendevano arazzi preziosi, che paravano anche -le panche messe lì torno torno per comodo d'aspettare, e le spalliere -chiudenti in giro il vago recinto. I lembi del gran velabro turchino -scendevano qua e là fino a terra, come aeree colonne. Da una parte -di quel gran padiglione sorgeva una credenza su cui splendevano vasi -e piatti d'argento lavorati a rilievo da quanti più valenti orafi ed -argentieri noverasse allora Firenze: e la ricchezza di quegli arredi -annunciava la sontuosità del convito che apparecchiavasi. - -Nella via di fianco al palazzo s'eran poste le cucine, dove fra cuochi -e sguatteri lavoravano cinquanta persone. Il rumore era grande; via -della Vigna da un capo all'altro era piena di gente: agli artefici che -avevan preparato gli addobbi, succedevano i messi che portavano i doni -degli amici, dei clienti, del parentado: i contadini, i giardinieri, -i bottegai, gli speziali che portavano le vettovaglie; i pifferi e -i trombetti che preparavan le musiche: i giovani cavalieri che si -accingevano agli armeggiamenti nuziali. - -Quella domenica — era l'otto giugno del 1466 — poco dopo il levar del -sole avea la gente cominciato ad accorrere da ogni parte al palazzo -dove le nozze dovean celebrarsi: arrivavano, cara e promettente -vista ai curiosi, vitelle squartate, barilozzi di vino greco, capponi -quanti ce ne possono stare appiccati a una stanga portata a spalla -da due robusti villani, stangate di formaggi di bufalo, coppie di -paperi, barili di vino comune e di scelto trebbiano, corbelli pieni -di melarance, ceste di pesci di mare grandi e odorosi, paniere di -pesciolini d'Arno con le squame d'argento, caprioli, lepri, giuncate. -— Venivano, portate dagli ortolani dei monasteri, cestelline di -zuccherini, di berlingozzi e d'altre dolcissime delicature preparate -dalle candide mani di monacelle gentili: venivano a gran fatica, -dondolando la testa fronzuta, e barcollando sui carri tirati da bovi -sbuffanti un magnifico ulivo di Carmignano, e ginestre e quercioli -tolti alla villa di Sesto, co' fiori che la ridente stagione donava in -gran copia. - -Dovevano i regali aggiunger magnificenza alla festa, ed esser degni -di chi li offriva, e testimoniare insieme l'affetto o la reverenza che -portavano i donatori alle due insigni famiglie che con quegli sponsali -faceano alleanza. Il giovane Bernardo Rucellai, diciassettenne appena, -andava sposo alla Nannina figlia di Piero e nipote al gran Cosimo de' -Medici, ed il vecchio Giovanni Rucellai con quelle nozze si levava di -dosso il sospetto d'esser nemico alla parte Medicea che, dopo l'esilio -di Cosimo, era tornata più forte di prima in Firenze. Era un parentado -architettato con sommo studio, che ridondava a decoro della famiglia -sua, quanto la facciata di Santa Maria Novella fatta fare all'Alberti, -e la cappella in San Pancrazio, e il palagio e la bellissima loggia -corinzia di Via della Vigna. - -Sottile ingegno avea quel maestoso vecchio con la fronte alta ed -aperta, il naso aquilino e i fulgidi occhi di un profondo color -cilestro, che pare ancor vivo nella cornice d'un suo antico ritratto. -Abbondanti capelli gli scendono in ricche anella sulle spalle e una -lunga barba gli ondeggia sul petto, conservando ancora alcune tinte -dorate frammiste al grigio della vecchiaia, e con i freschi colori -del viso dimostrando una longevità vigorosa. Lo vediamo seduto in -un seggiolone a bracciuoli, coperto di velluto cremisi a frangia e -borchie d'oro; veste una tunica verde scura ed è ravvolto in un lucco -purpureo a risvolte di velluto cremisi. Cogli occhi guarda in alto e -lontano come pensando a cose che non sono di questo mondo. Ma la mano -destra, adorna di un anello con un grosso brillante, si appoggia con -forza al bracciale del seggiolone, e la sinistra aperta accenna ad un -codice, ben rilegato, che gli è squadernato dinanzi, sur una pagina -del quale leggesi il titolo _Delle Antichità_. Accanto ad esso alcune -lettere dissigillate con l'indirizzo all'_illustrissimo signor Giovanni -Rucellai_. Dietro una tenda di colore scuro, in uno sfondo azzurro son -disegnate con grandissima diligenza ed esattezza le sue opere di pietra -e di marmo, la facciata di Santa Maria Novella, la cappella di San -Pancrazio, il palazzo e la loggia. Quel dipinto compendia l'uomo e le -sue glorie: un ricco mercante che poteva diventar parente del magnifico -Cosimo di Giovanni de' Medici, il quale — com'ei diceva — è stato ed -è di tanta ricchezza e di tanta virtù e di tanta grazia e riputazione -e seguito, che mai non fu simile cittadino nè di tante buone parti e -condizioni quante sono state e sono in lui. - -Ma torniamo alle nozze. Giovanna dei Medici venne a marito quel -giorno stesso, accompagnata, com'era costume, da quattro cavalieri de' -maggiori della città, messer Manno Temperani, messer Carlo Pandolfini, -messer Giovanozzo Pitti e messer Tommaso Soderini. _Veniam_ cioè -_verrò_ era scritto, secondo l'uso d'allora su certe cartellette -appiccate alle panche parate d'arazzi che eran disposte sotto al -padiglione fiorito; e la sposa vi venne, e in su quel palco soffice per -i ricchi tappeti si danzò e si festeggiò a suon di musiche, aspettando -i desinari e le cene. - -Convennero alle nozze 50 gentildonne riccamente vestite e similmente -50 giovani in abiti bellissimi. Durarono le feste dalla domenica -mattina alla sera del martedì successivo, e i conviti si tenevano -due volte al giorno. Comunemente si convitavano a ciascun pasto -cinquanta tra parenti e amici e cittadini de' principali, per modo -che alla prima tavola, contando le donne e le fanciulle di casa, -i pifferi ed i trombetti, mangiavano 170 persone. E alle seconde e -terze tavole dette “tavole basse„, mangiava gente assai, tantochè ad -un certo pasto s'ebbero fin 500 persone. Le vivande, che eran quelle -prescritte dall'uso, furono squisite e abbondanti: la domenica mattina -si dettero capponi lessi e lingue, e un arrosto di carne grossa, e -uno di pollastrini dorati con lo zucchero e l'acquarosa: la sera la -gelatina, l'arrosto grosso e quello di pollastrini con frittellette. -Il lunedì mattina, bianco mangiare, coi capponi lessi e salsicciuoli -e arrosto grosso di pollastrini; la sera le solite portate, e più una -torta di pappa, mandorle e zucchero che dicevasi _tartara_. Il martedì -mattina, arrosto di carne grossa e di quaglie, e la sera i consueti -arrosti e la gelatina. Alle colazioni uscivano fuori in sul palchetto -venti confettiere di pinocchiati e di zuccherati, che si distribuivano -a profusione. - -La spesa di questi conviti ascese a più che 6000 fiorini (circa 150000 -lire), somma per quel tempo ingentissima. Si comprarono settanta staia -di pane, duemilaottocento pani bianchi, quattromila cialdoni, cinquanta -barili di trebbiano, tremila capi di pollame, mille e cinquecento uova, -quattro vitelli, venti catini di gelatina; e si arsero in cucina dodici -cataste di legna. — Pareva addirittura il regno dell'abbondanza. - -Il martedì sera, parte dei giovani che erano stati invitati alle -nozze fecero gli armeggiamenti secondo l'usanza, movendosi dal Palazzo -Rucellai fino al canto dei Tornaquinci, e di poi in Via Larga sotto il -Palazzo dei Medici. - -La sposa, chi voglia sapere il corredo e i regali che ebbe, ricevè da -diversi parenti non meno di venti anelli; e sei dallo sposo, due quando -la tolse, due _dello sposalizio_, due nella mattina che si donavano -le anella. Da Bernardo ebbe cento fiorini e più altre monete: le si -fecero ricchi vestimenti: uno di velluto bianco ricamato di perle, -di seta e d'oro con maniche aperte foderate di candide pellicce: uno -di _zetani_, drappo di seta molto massiccio, guernito di perle con le -maniche foderate d'ermellino. - -Ebbe poi una _cotta_ o vestito di damaschino bianco broccato d'oro -fiorito, con maniche adorne di perle, e un'altra cotta di seta con -maniche di broccato d'oro cremisi ed altri vestiti e sopravvesti, -chiamate allora _giornee_. — Fra le altre gioie ebbe una ricca collana -con diamanti, rubini e perle del valore di 1200 fiorini, e uno spillo -da testa, e un vezzo di perle che avea per pendente un grosso diamante -a punta, e un cappuccio ricamato di perle e una reticella di perle -grosse. — La dote, che oggi parrebbe scarsa, fu di 2500 fiorini (circa -60 000 lire), compreso il corredo, nel quale si notano un paio di -forzieri con le spalliere riccamente lavorati, e dieci fra _cioppe_, -_gamurre_ e _giornee_, cioè vestiti lunghi di varia forma di finissime -stoffe, e sontuosi ricami d'oro e di perle: una camicia di _renso_ -(tela bianca fine operata proveniente da Reims), una cuffia o testiera -di stoffa cremisi lavorata di perle, due berrette con argento, perle -e diamanti, un _libriccino_ da messa miniato con fermagli d'argento e -un _Bambino_ Gesù in cera con la veste di damasco ricamata di perle. -Inoltre stoffe in pezza, rasi, damaschi, velluti, guanciali ricamati, -cinture, borse, anelli da cucire, agorai, pettini d'avorio, 4 paia di -guanti, un _cappello_ alla milanese con frangie, otto paia di calze, -tre specchi, un bacino e un mesciacqua a smalto d'argento, un ventaglio -ricamato o _rosta_, e molte altre cose che non si contano. - - -XII. - -Tre anni appresso, nel giugno 1469, le nozze sfolgorate, da vero -principe, di Lorenzo dei Medici con Clarice Orsini, che riuscirono una -pubblica festa, un vero carnasciale. “_Tu felix, Florentia nube!_„ - -Non c'indugeremo a descriverle, sulla traccia dell'informazione che -ne dette Piero Parenti a Filippo di Matteo Strozzi, suo zio materno, -che allora stava in Napoli, ed è il fondatore del bel palazzo di -Firenze, monumento della grandezza di questa famiglia. Quei conviti, -quelle magnificenze ponevano in grave impaccio le gentildonne che vi -erano invitate e dovevan comparirvi, secondo la dignità della casata, -con robe e cotte di broccato di gran valuta. Mentre il “Babbo„ era -“a Napi„[75], come aveva imparato a balbettare il piccolo Alfonso, -figlio di Filippo Strozzi e della bella e buona Fiammetta di Donato -Adimari, la giudiziosa donna volle piuttosto far l'ammalata, e non -v'intervenne[76]. - -Anche noi vogliamo seguirne l'esempio, e piuttosto cercare ne' -documenti contemporanei alcun accenno alle intimità della vita -domestica, che fra tanto pubblico scialo, si facevan sempre più rare. E -ci sarà grato trovarlo nelle letterine che il figlio di quelli sposi, -Piero de' Medici, scriveva a suo padre, mentr'era in villa o altrove, -raccomandato alle cure del suo pedagogo Messer Agnolo Poliziano. Le ha -tratte dagli originali del nostro Archivio di Stato, il Del Lungo che -saprà a' loro luoghi ricollocarle nella _Vita_ dell'Ambrogini, antica -promessa ringiovanita con lui. - -A Piero de' Medici molto si perdonerebbe in grazia di queste letterine, -vergate con mano incerta dai cinque anni in poi, e dei primi latinucci -che il maestro _non_ correggeva. Nel 1476, appena cinquenne, scriveva -di villa alla nonna Lucrezia Tornabuoni, con la petulanza d'un nipotino -guastato dalle carezze. “Rimandateci parecchi fichi, chè quegli -mi piacquono; dico di quelli brugiotti: et mandateci delle pesche -col nocciolo, et delle altre cose che voi sapete che ci piacciono, -zuccherini et berlingozzi ed altre coselline.„ Nel '78 avvertiva il -padre d'aver “apparato già molti versi di Virgilio, e so quasi tutto -il primo libro di Teodoro a mente, e parmi d'intenderlo„, cioè la -grammatica greca di Teodoro Gaza (il _Curtius_, d'allora). “El maestro -mi fa declinare et mi examina ogni dì.„ - -L'anno appresso scrive più franco: “Vorrei che Voi ci mandassi qualche -segugio de' migliori che vi sono. Non altro. La brigata, ognuno si -raccomanda a voi, massime io. Priegovi che vi guardate dalla moría, -e che voi vi ricordiate di noi, perchè noi siamo piccini e abbiamo -bisogno di voi.„ Un'altra volta, passato alcun tempo, cerca profittare -del latino imparato per chiedere cose maggiori: “Quel cavallino non -si vede. _Nondum venit equulus ille, magnifice pater_„ e già comincia -a far da sopracciò ai fratellini. “Giuliano pensa a ridere.... la -Lucrezia cuce, canta e legge; la Maddalena batte le capate pe' muri, ma -senza farsi male; la Luisa dice già parecchie cosine; la Contessina fa -un gran chiasso per tutta la casa.„ E appresso: “Io, che per dar più -tono alla mia scrittura, ho scritto sempre in latino, non ho ancora -ottenuto il cavallino che m'avete promesso; cosicchè tutti mi danno la -baia.„ Ma il _cavallino_ non veniva. “Al cavallino ho paura gli sia -incolto qualche malanno; perchè, se fosse sano, so che me l'avreste -già mandato, come m'avevate promesso.... Caso mai quello non possa -venire, vi piaccia mandarne un altro.„ Finalmente arrivò, e un'ultima -lettera, ch'è di ringraziamento e tutta piena di buone promesse, chiude -quest'infantile carteggio. - -Ma il curioso bozzetto domestico di vita medicea, che ha per isfondo la -campagna e per scena una di quelle ville dove i Medici si riducevano -per dimenticare le noie della politica, anche ci ricorda un altro -aspetto della vita d'allora. Il desiderio della quiete campestre, -l'amore per la villa, il sentimento della natura è una spiccata -caratteristica degli uomini della Rinascenza. Già ne troviamo cenni -in Ser Lapo Mazzei che usava andare a Grignano a far le faccende della -ricolta e della vendemmia[77], accomodava da sè la vigna, e voleva in -casa un po' di buon aceto. Buonaccorso Pitti, come il Petrarca, gode -a noverare tutti gli alberi del suo giardino[78]; il Rucellai è più -superbo della sua villa di Quaracchi, di cui ci porge una descrizione -amorosa, che del suo palagio magnifico[79]; i trattatisti del _Governo -della famiglia_[80] cantano le lodi della vita rustica: il Poliziano ne -compone una prosetta da far voltare in latino a' discepoli[81], e nello -sfondo di un paesaggio fiorito disegna l'immagine della bella Simonetta -Cattaneo[82]. - - -XIII. - -Lorenzo de' Medici (mediocre marito), anche in mezzo alle grandezze -della sua condizione d'ottimate e quasi di principe, seppe conservare -una certa bonarietà tutta casalinga e fiorentina; nè gli dispiacque -incanagliarsi col volgo, all'osteria della Porta a San Gallo, e -celebrar le bellezze della _Nencia_ rusticana, e serbare nel fasto una -sobrietà cittadina. - -Racconta il Borghini che Franceschetto Cibo, cui dava in isposa la -figliuola, fu da Lorenzo trattato con grande semplicità e parsimonia, -mentre i suoi compagni, cavalieri e baroni romani, ebbero sontuose -accoglienze. E a lui, impensierito per la figura che avrebbe fatta -con loro, rispose rassicurandolo: “Onorai que' signori come ospiti -e forestieri; te invece accolsi come uno di mia famiglia[83].„ A' -clienti dava udienza per istrada, o al canto del fuoco, o passeggiando -amichevolmente per le vie di Firenze[84]. Fiorentino nell'anima, non -gli dispiaceva d'essere e di mostrarsi faceto. Vedendo a Pisa uno -scolare guercio, disse che e' sarebbe il più valente di quello Studio. -E domandato perchè, rispose: “perchè e' leggerà a un tratto le due -facce del libro, e così potrà imparare a doppio„[85]. - -Ma sotto coteste semplici apparenze covavano i disegni del politico -astuto che, come scrive il Vettori, “non istudiò in altro se non -in ridurre gli uomini alle arti e ai piaceri„, e la protezione alle -arti e agli artisti volle strumento a futura dominazione. Col denaro -mediceo si alzavano palazzi e conventi, e dentro vi si raccoglievano -antichità e libri; ne' giardini si radunavano gli artisti; alle -cene accorrevano i poeti; si bandivano giostre e giuochi del calcio, -concorsi poetici e feste religiose: la clientela politica del palazzo -era resa più gagliarda da quella dei sommi artisti delle umili -botteghe. Il Savonarola che del tiranno aveva indovinato i segreti -pensieri, diceva: “occupa il popolo in spettacoli e feste, acciocchè -pensi a sè, non a lui„. Firenze a' suoi tempi vide nascere, o crescere -più rigogliose, molte forme di costume e molti generi di poesia; dai -trionfi e dalle mascherate per le vie ai simposj platonici di Careggi; -dal canto carnascialesco e dalle ballate a rigoletto, alle Sacre -Rappresentazioni. La gaiezza spensierata e il facile appagamento dei -desiderj, così negli ordini dello spirito come in quelli della materia, -servirono a compensare la diminuzione delle pubbliche libertà[86]. - -La città gaudente, che da un pezzo risonava di clamori festivi, -accolse lieta il gran carnevale mediceo, que' sontuosi apparati, quelle -processioni ordinate dalle confraternite de' vari quartieri e dirette -da artisti. La paganità rinascente invadeva le feste religiose e le -trasformava a' suoi fini. In carnevale si facevan carri e trionfi “per -parere (dice mestamente il Cambi) che la città fussi in festa e in -buono stato„. In Mercato Nuovo si danzava, nella Piazza de' Signori si -facevano combattimenti d'animali, e fra essi si sguinzagliarono i leoni -sperando ne seguissero terribili scene. Ma il leone fiorentino era -così mansuefatto, che “come fosse un agnel si stava cheto„[87]. In via -Larga, dinanzi al palazzo de' Medici, correvano a gara gli armeggiatori -e si celebrava il trionfo d'amore. Per la venuta di Franceschetto -Cibo, novamente maritato alla Maddalena di Lorenzo il Magnifico, si -fecero in tutte le botteghe “mostre di cose gentili e ricche e drappi, -e broccati, e gioie di perle e argenterie, che è stato cosa stupenda -e miranda bellezza„. Per San Giovanni, s'apparecchiò “una bella festa -di nugoli e di spiritelli e carri ed altri festivi edifici e ingegni -popolari da passar tempo, e con tutte l'altre cose festive, ordinarie -altre volte„. Si correvano palii di sfoggiata magnificenza, e la torre -del Palagio rosseggiava tra i fuochi delle scoppiettanti girandole. - -Nel far cavalieri e ricevere oratori, l'eccelsa Signoria, usava -cerimonie solenni di cui troviamo ricordo nel libro di Francesco -Filarete, araldo della Repubblica[88]. - -Nel 1491, per la festa di San Giovanni, Lorenzo fece fare 15 edifizi -o trionfi, rappresentanti il trionfo di Paolo Emilio, reduce dalla -Macedonia, quando tornò con tanto tesoro che i Romani per molti e molti -anni non pagarono nessuna gravezza[89]. - - -XIV. - -Pareva rinnovarsi l'età dell'oro! Le giostre medicee, che aveano -inspirato le ottave del Poliziano, stimolavano anche gli altri -cittadini a largheggiare nelle spese più pazze. Benedetto Salutati, -nipote di Messer Coluccio, per quella del 1467, “nella sopravveste, -testiera ed altri paramenti di due cavalli _mise_ 170 libbre di -fino argento, che volle sottilmente lavorato per mano d'Antonio del -Pollajuolo. E ne' ricami dei detti paramenti, nella sopravveste sua e -nelle cioppette de' sergenti mise intorno a 30 libre di perle, la più -parte di maggior pregio„[90]. - -Firenze, abbellivasi di sontuosi palagi. Filippo Strozzi incominciava, -il 6 agosto '89, a fondare il suo, e Giuliano Gondi poco appresso ne -imitava l'esempio. Il popolo ne andava orgoglioso, e il buon Tribaldo -De Rossi, per memoria del fatto, si fece mandare dalla Nannina sua -donna, tutti rivestiti i suoi due figliuoli e menatili a vedere i -fondamenti del palazzo Strozzi “prese Guarnieri in collo e guatava -colaggiù, e dettili un quattrin gigliato, e gittollo laggiù, e un mazzo -di roselline di Damasco c'aveva in mano ve li feci gittar drento. -E dissi: Ricorderàitene tu? Disse, sì. Insieme con la Tita nostra -serva erano, e Guarnieri aveva appunto detto di anni 4, e avevali -fatto la Nannina una gabbanella di taffetà cangiante, verde e gialla, -nuova„[91]. - -I ragazzi, come i cittadini più grandi, dovevano esser colpiti dalle -sorprendenti meraviglie, a cui li avvezzavano le magnificenze medicee. -Ogni giorno cose nuove e singolari: feste, processioni, cortei -principeschi. E il De Rossi, semplice cronista, di quegli avvenimenti, -ci ha conservato il ricordo. Nel 1488, donata dal Soldano di Babilonia -a Lorenzo, venne in Firenze una giraffa alta sette braccia, ch'era -menata a mano da un di quei Turcimani. Grande curiosità in tutti, -perfin nelle monache; onde furon costretti a mandarla attorno pei -monasteri[92]. “Mangiava d'ogni cosa, nelle ceste d'ogni forese metteva -il capo; a un fanciullo arebbe tolto una mela di mano, tanto era -piacevole. Morì a' dì 2 di gennaio 1489„ e tutti la piansero, “perchè -era sì bello animale„. - - -Ma, d'un tratto, tutta questa serena giocondità di vita, tutto questo -abbagliante splendore d'arte, di poesia, di spensierata gaiezza, -si spegne sinistramente. La tempesta rumoreggia lontano, la collera -celeste, profetizzata dal fiero domenicano che nel convento di San -Marco, fra lo strepito del carnevale, medita solitario, minaccia i -rinnovellati trionfi del paganesimo. L'8 di aprile 1492, come di una -pubblica calamità, giunse la nuova della morte di Lorenzo de' Medici. -“Lo splendore di tutta Italia, non che di Toscana,„ come scriveva -il Dei, era scomparso. La sera appresso, la compagnia de' Mazzi -riponeva il corpo nella sagrestia di San Lorenzo, e l'altro dì si fece -l'onoranza, “non con molta pompa, come i loro antichi son consueti, ma -onestamente e senza drappelloni, con tre regole di frati e una di preti -solo; che in vero, non si poteva tanta pompa fare, che maggiore non -fosse stata poca a un tanto uomo„[93]. - -Con così lugubri esequie, nel gelo de' sepolcri laurenziani si -chiudevano, con le spoglie del Magnifico, i ricordi di tutta una -età che apparve radiante di gloria e di giovinezza. Il mondo della -Rinascenza scompariva, e poco dopo, scrive Tribaldo De Rossi, “venne -una lettera alla Signoria che certi giovani, iti con caravelle, -arrivarono a cert'isole grandissime, che mai più vi si navigò per -nazione umana, popolate d'uomini e donne assai, tutti ignudi„. - -Un nuovo mondo era stato scoperto! - - - _Signore e Signori._ - -Rotta la terza cerchia delle sue mura, Firenze, fatta italiana, piantò, -sotto la folgorata torre di San Miniato, come un segnacolo di libertà -il David di Michelangiolo, glorioso mutilato nei tumulti del 527, -testimone immortale delle miserie antiche e delle future grandezze. -Dalla cima del colle e' guarda Firenze nuova, Firenze aperta da -ogni lato, senz'altra difesa di mura, di bastioni o di torri; perchè -Firenze, cuore d'Italia, si difende oggi dalle Alpi e dal mare. - -La patria, un tempo ristretta nel Comune, nel piccolo Stato, ha -abbattuto le vecchie mura e i vecchi confini, e si distende per ogni -plaga dove suoni la lingua di Dante. Così la ragione de' popoli e la -civiltà, si sono affermate nel diritto e nella carità umana. - -Tornare indietro nè si può nè si vuole: la semplice vita de' nostri -antichi, con la gioconda serenità che le fu propria, più non ci -alletta. Il pensiero moderno, che ci travaglia e tortura coi dubbi -tormentosi, con le aspirazioni insoddisfatte, lo redammo da tante -sublimi e nobili intelligenze: è una conquista superba cui non possiamo -rinunziare. - -In esso è la forza che muove la scienza e che solleva i cuori e gli -spiriti verso un ideale più alto, l'ideale del perfezionamento umano: -il nuovo sole che irradia le vette eccelse della carità e dell'amore. - - Firenze, 17 aprile 1892. - - - - -LA DONNA FIORENTINA - -nel Rinascimento e negli ultimi tempi della libertà - -DI - -ISIDORO DEL LUNGO. - - -I. - -Pel San Giovanni del 1473, al consueto festeggiar cittadino si -aggiungeva la solennità del ricevimento fatto, come la Repubblica -artigiana soleva e i Medici favorivano, con principesca magnificenza -a Eleonora d'Aragona figliuola del Re di Napoli, la quale andava -sposa ad Ercole d'Este, duca di Ferrara e di Modena. Entrata in -Firenze il 22 giugno, ella trovava nel suo massimo sfoggio la mostra -che delle proprie ricchezze avevano apparecchiata le botteghe dei -mercatanti; assistè alla processione delle Compagnie co' fanciulli -vestiti di bianco in forma di “agnoletti„; vide i “dificii„ o macchine -fantasmagoriche, che in sulla Piazza della Signoria rappresentavano -Storie dell'Antico Testamento e del Nuovo; vide l'offerta che al -tempio del Santo Patrono portavano la Signoria e gli altri magistrati -del Comune e delle Arti, le Compagnie del Popolo coi gonfaloni, -parte Guelfa, e poi i Signori e Comuni sottoposti o raccomandati, -recanti palii, ossia drappi, di gran pregio e bellezza e grandi ceri -istoriati e fioriti; e con l'olivo in mano l'offerta de' prigioni e -de' condannati (quella a cui Dante non si sottomesse); e finalmente, -nel pomeriggio del dì 24, i barberi, già prima offerti ancor essi, che -correvano il palio di San Giovanni, un palio ricchissimo di broccato -d'oro, dal Prato su per la Vigna pel Mercato e pel Corso verso Porta -alla Croce, tal quale noi che non siam più giovani possiamo ricordarci -d'aver veduto. Ma nessun di noi potrebbe da' ricordi suoi giovanili -evocare ciò che nel 1473 fu dato a godere, in quelle feste, a madonna -Eleonora: un ballo, là su que' prati donde i barberi pigliavan le -mosse, un ballo alla dolce aria profumata de' giardini e delle loggie, -in uno de' palagi, quello de' Lenzi, dov'è oggi la Galleria Pisani, che -fronteggiavano coteste estreme parti della città verdeggianti lungo -le rive dell'Arno. Tacciono di quel ballo i diarii: sulle cui aride -pagine, a ogni modo, voi cerchereste inutilmente, signore gentili, -descriversi dal giornalista di quattro secoli fa gli abbigliamenti -delle vostre antenate; e sotto quali colori d'abito e con qual dottrina -di linee, presentassero esse al desiderio de' loro innamorati quelle -bellezze, che all'ammirazione nostra sopravvivono nelle tavole del -Botticelli e negli affreschi del Ghirlandaio. Un ballo fiorentino -de' tempi del Rinascimento; non dominato e quasi sopraffatto dallo -scintillio de' doppieri, ma lumeggiato soavemente dal sole che -di là dal Pignone tramonta; nè turbinato fra le vorticose battute -orchestrali, ma sposato sulle corde flebilmente amorose del liuto -e della viuola alle gentili baldanze ottonarie della Canzonetta che -appunto dal Ballo s'intitola; meritava cronista un poeta. Permettetemi -ch'io vi traduca dal latino di Angelo Poliziano quel Corriere del mondo -elegante d'allora: distici levigatissimi, dove le realtà della vita -s'intrecciano con le concezioni dell'arte, il vero col fantastico, il -fiorentino, il cristiano, con la classica paganità; circola l'aria che -respiravano i letterati nella Firenze del magnifico Lorenzo. - -“Apollo con la rosea faccia ha menato il giorno che riconduce la -festa del selvaggio Batista san Giovanni; quando alla città che fu -colonia di Silla ferma le candide vestigia, per riposarsi dal lungo -cammino, la figlia del Re, che, lasciata la città delle Sirene, va -sposa ad Ercole. Festeggiano a gara il suo arrivo fanciulli, giovani -e vecchi, e le matrone e splendide di fresca bellezza le spose: tutta -la città si anima, d'ogni dove rumoreggia l'allegria. V'è una strada -che i Sillani (i Fiorentini, parafrasati in latino) chiamano Pantagia -(Borgognissanti, ribattezzato in greco), dove sorge splendido un tempio -dedicato a tutti i Celesti. Colà s'inalza superbo il palagio de' Lenzi: -ivi presso ride la verde distesa de' prati, e de' colori primaverili -si dipinge fiorito il terreno. Quivi, mentre i corsieri scalpitanti -aspettano, in sulle mosse, il canoro segnale della tromba Tirrena, la -regal fanciulla si abbandona ai sollazzi delicati della danza; ed ecco -atteggiarsi le gentili donne al tempo misurato e all'intreccio de' -balli. Innanzi alle altre ninfe risplende Albiera bellissima, e di sua -bellezza sparge a sè dintorno il tremulo splendore. Mossi dal vento -diffondonsi i capelli sulle candide spalle, i neri occhi raggiano di -luce soave: pare, fra le sue compagne, la stella del mattino il cui -rossore purpureo vince gli astri minori. Giovani e vecchi ammirano -Albiera: sarebbe di ferro chi non si commovesse a quella verginale -bellezza: lietamente, plaudendo, col cenno, con gli sguardi, con la -voce, tutti lodano Albiera.„ - -Albiera di Maso degli Albizzi era una giovinetta fra i quindici e i -sedici anni, fidanzata a Gismondo della Stufa. S'ammalò, subito dopo -quel ballo, e in capo a pochi giorni morì. “Ahi povera Albiera!„ -sentite ancora il suo poeta: “così giovinetta, rubata ai genitori, allo -sposo! Va' ora, e confida nelle umane fortune! Ecco disfatte da morte -crudele, o Albiera, le tue bellezze: disfatto il tuo viso di gigli e -rose; i tuoi occhi gioiali, dove Amore accendeva le sue fiaccole; i -capelli, che o scioglievi abbondanti, e parevi Diana cacciatrice, o -raccoglievi in diadema d'oro, ed era l'acconciatura di Citerea: gli -Amorini, le carezzevoli Grazie, ti facevano bella, senza che tu il -sapessi: ogni virtù ti adornava, modestia e serietà di contegno, senno, -pudore, lealtà, gioialità, bel costume, bel tratto, schiettezza: tutto -ormai divenuto un pugno di cenere!„ - -In altre parti della elegia lunghissima è mitologizzata la malattia -e la morte d'Albiera. La sua bellezza ha attirato il bieco sguardo -di Nemesi, la dea che con misteriosi decreti governa le umane -vicende. Ritirasi la giovinetta alle sue case, finito il ballo, in -sull'annottare; nell'ora, o Signore, nella quale a voi, pe' balli -vostri, cominciano appena le operazioni della toeletta. E coricata -ch'ella è, si appressa al suo letto la Febbre, nume orribile, del -quale e del suo corteggio vi risparmio la descrizione, e che Nemesi ha -sospinto verso quella povera casa. I genitori, i fratelli, lo sposo, -pendono per dieci giorni ansiosi dal viso dell'inferma, pallido e -trasfigurito. Ella dà gli estremi addii a que' suoi cari e alla vita, -che, incominciatale appena, sente sfuggirle; e muore fra il pianto -disperato della sua casa. Il lutto e la pietà de' cittadini circondano -il corpo inanimato. La morte ha ricomposto il suo volto a pace soave: -pare che dorma. La ninfa, vittima della dea Nemesi e della dea Febbre, -ha esequie cristiane; e il distico ovidiano di messer Angelo colorisce -anche quelle. Ecco il trasporto; ecco con la nera coltre la bara: ella -distesavi su, coi capelli recisi, e in capo una umile ghirlanda. Le -salmeggiano intorno i preti; le campane suonano a morto: segue, in -veste di lutto, la cittadinanza; fra quella, lo sposo, che tutti si -mostrano a dito, compassionando. La chiesa di San Pier Maggiore arde di -ceri, è profumata d'incensi: si fa l'assoluzione e la benedizione: e le -tombe degli Albizzi, in quella stessa chiesa, si aprono a ricevere la -giovine fidanzata; forse, come si soleva, in abito di monacella: il che -non dice il Poeta; ma que' capelli tagliati ce ne danno, a mio avviso, -argomento più che probabile. La musa latina dell'umanismo fiorentino -consacrò, non con la sola elegia e con altri minori epicedii del -Poliziano, il nome d'Albiera: elegiaci e ricordanze su quella morte e -quei funerali abbondano, in copia anche maggiore che pei funerali della -bella Simonetta, morta soli due anni dopo la fanciulla degli Albizzi. - -Ma alla Simonetta Cattaneo, genovese, venuta nel 69 sedicenne sposa in -Firenze a Marco Vespucci pur sedicenne, e mancata di mal sottile nel -76, l'arte dette anche in altre forme gli onori dell'apoteosi. E mentre -delle fattezze verginali di Albiera non ci è rimasta testimonianza -(salvo se qualche benemerito investigatore riuscisse a trovare il -busto marmoreo nel quale sappiamo dal Poliziano averla fatta rivivere -lo sposo), per la Simonetta, invece, si è impacciati a scegliere fra -più d'uno il ritratto vero: o vuoi quello che è nella Galleria de' -Pitti, attribuito al Botticelli, di una bionda delicata, dal collo -assai lungo, dal viso intento e gentilmente pensoso, in acconciatura -modesta e casalinga, da riferirsi piuttosto a un mezzo secolo innanzi; -o vuoi l'altro, sotto il quale è stato apposto il nome di lei, e che -si conserva a Parigi nella galleria del Duca d'Aumale, creduto del -Pollaiuolo o di Piero di Cosimo, ed è essa pure una figurina delicata e -gentile, ma di gaia e vivace bellezza, nudi il collo (anche di questa -assai lungo) e il seno e le spalle, i capelli tirati all'indietro -o avvolti in giri artificiosi con grande intrecciamento di perle e -pietre, e pendente sul petto un monile intorno al quale si rigira un -aspide; o che dobbiamo infine ravvisarla, come altri propone,[94] -in una delle figure allegoriche di quella misteriosa Primavera del -Botticelli, guidati da certi singolari riscontri che la composizione -del fantasioso maestro offre con le _Stanze_ del Poliziano, dove -è ritratta e designata per nome (pur nell'atto di trasfigurarla -in Ninfa delle più autentiche), e poeteggiata, con buona pace del -marito Vespucci, come innamoratrice di Giuliano de' Medici, appunto -la Simonetta Cattaneo. Or qualunque ella si fosse la giovane sposa, -certamente bellissima, che nell'aprile del 76 moriva, basti a noi, pur -lasciando d'altri suoi celebratori in latino e questa volta anche in -volgare, che il Poliziano facesse di lei la mitologica eroina delle -sue _Stanze_; che per la morte sua scrivesse pure epigrammi funebri, -d'alcuno de' quali il magnifico Giuliano de' Medici, il bel “Iulio„ -delle _Stanze_, proponeva il concetto; e che Lorenzo, a sua volta (il -che mostra del tutto ideale e poetico il culto dei due fratelli alle -bellezze della Vespucci), tragga, o finga d'aver tratto, dalla morte -di lei il motivo a platonizzare poeticamente sull'anima ritornata -alle stelle. Lorenzo era a Pisa, e dai Vespucci medesimi riceveva di -giorno in giorno le dolorose notizie. Morta, un suo famigliare gli -scriveva: “La benedetta anima della Simonetta se ne andò a paradiso, -come avrete inteso. Puossi ben dire, che sia stato il secondo Trionfo -della Morte: chè veramente, avendola voi vista così morta come la -era, non vi saria parsa manco bella e vezzosa che si fosse in vita. -_Requiescat in pace_„; e Lorenzo, essendo (così ci racconta) una serena -nottata primaverile, e andando con un amico a diporto, e parlando di -quella morta, si affisa a un tratto in una stella che mai non gli par -d'avere veduta così lucente, e “L'anima di quella gentilissima„ esclama -“o è trasformata in questa nuova stella, o si è congiunta con essa„; -e un'altra volta, pure in cotesta primavera, passeggiando per una -delle sue splendide ville, osserva il girasole, anzi Clizia, l'antica -innamorata del sole, “la sera restar col viso vòlto verso l'orizzonte -occidentale, che è quello che le ha tolto la visione del sole, insino -che la mattina il sole la rivolge all'oriente„; e ci vede una immagine -del nostro destino quando perdiamo chi si ama, che è di rimanere “col -pensiere vòlto all'ultima impressione„ della “visione„ perduta; ma -l'orizzonte nostro occidentale, donde il tramonto non ha ritorno, è la -morte. - -È, del resto, notabile come in que' tempi che tante erano, e così -vigorosamente svolte, e così spesso violente, le energie della -vita, la morte circondasse di tanta poesia, sebbene caricata di -tanta oziosa mitologia, agli occhi e al cuore di cotesti uomini -la idealità femminile: notabile come quei travestimenti di donne -viventi in ninfe posticcie, pe' quali l'imitazione artistica del vero -perdeva miseramente tanto tesoro di realtà, si arrestassero, cotesti -travestimenti, o s'impacciassero dinanzi alla santità delle tombe; -quando, secondo la figurazione Polizianesca (nelle _Stanze_) della -morte della Simonetta, l'amante, o il poeta, - - Vedea sua ninfa, in trista nube avvolta, - Dagli occhi crudelmente essergli tolta. - -In uno degli epigrammi funebri di messer Angelo per la Simonetta, -e proprio in quello a cui dette il concetto Giuliano de' Medici, -“tranquilla in sul punto di morte, si volge, la ninfa, a Dio, in lui -confidando„; curiosa ninfa, a dir vero, che si raccomanda l'anima: -come singolar mortorio, altresì, quello che portava verso la chiesa -d'Ognissanti, alla cappella de' Vespucci, la Simonetta, se intanto, -strada facendo, Amore, proprio il figliuolo di Venere piovuto non si sa -come in quell'accompagnamento, saettava tuttavia, standocene a un altro -di cotesti epigrammi, saettava da' chiusi occhi di lei pur col ricordo -del loro splendore. - -Meglio ispirato il poeta mediceo faceva da un'altra tomba di sposa -ventenne (cominciammo da un ballo, o Signore, e ci siam persi fra le -tombe; ma il geniale argomento, ancorachè caduto, come vedete nelle -mani d'un conversamorti, ci ricondurrà, vi prometto, alle gioie e ai -travagli della vita), da un'altra tomba di giovine sposa, minor sorella -dell'Albiera, e ancor essa bellissima, Giovanna degli Albizzi moglie -a Lorenzo Tornabuoni, morta nel dare alla luce il secondo figliuolo, -faceva il Poliziano uscire la voce di lei, così: “Gentilezza di -sangue, bellezza, un figliuolo, ricchezze, amor coniugale, ingegno, -costume, animo, mi facevan felice: felicità, che la Parca, perfida, -a viepiù inacerbirmi la morte, mi addimostrò piuttosto che darmi.„ Ma -buona e pietosa forse possiamo noi oggi dire la Parca; che risparmiò -a Giovanna di vedere soli nov'anni appresso, nel 97, ne' tempi del -terrore Piagnone, decapitato a ventinove anni il suo Lorenzo come -cospiratore mediceo: memorie d'infinita pietà a chi guardi, sulle -medaglie coniate in onore di lei, le sue forme gentili, e ne' rovesci -simboleggiate le sue virtù, o con le tre Grazie, sottovi scritto -Castità, Amore, Bellezza, o con la figura virgiliana della ninfa -cacciatrice; a chi nella cappella che fu de' Tornabuoni, in Santa -Maria Novella, la riconosce, nei meravigliosi affreschi di Domenico -Ghirlandaio, in quella bionda giovanissima gentildonna, che riccamente -vestita di broccato d'oro campeggia nella storia della Visitazione; a -chi potesse pur di Giovanna rivedere un altro ritratto, della stessa -mano del Ghirlandaio, che col nome della madonna Laura petrarchesca da -un palagio fiorentino trasmigrò ad altri lidi; o a chi rimpianga certi -preziosi affreschi, che in una villa suburbana del pian di Mugnone -tornarono, pochi anni or sono, alla luce, solamente per essere divelti -e travalicati e (sento dire) sciupati oltr'Alpe. - -Quanta gentilezza del Rinascimento fiorentino dovette accogliersi -fra le pareti di quella villa, che nei Tornabuoni rimase dal 1469 -al 1541, e fu dunque villa di Giovanni Tornabuoni, quando questi e -in Firenze e in Roma, quasi ambedue egualmente medicee, era forse -il principale agente della fortuna sì mercantile e sì politica della -poderosa famiglia; quando ei faceva nel 1490 scoprire quella magnifica -sua cappella, e ci faceva scrivere dal Poliziano la data, “anno 1490, -nel quale la città bellissima, nobile per ricchezze, vittorie, arti, -edificii, godeva di abbondanza, di salute, di pace„; quando nel giugno -dell'86 le nozze del suo Lorenzo con la bella Giovanna erano festa non -pur domestica ma cittadina. Veniva la sposa a Santa Maria del Fiore, -in mezzo a un cortèo di cento fanciulle delle maggiori famiglie, e di -quindici giovinetti vestiti d'un'assisa: assistevano al darsi l'anello -cavalieri così cittadini come di fuori, e un ambasciatore di Spagna -al Pontefice. Un Guicciardini e un Castellani accompagnavano la sposa -alle case de' Tornabuoni, presso alle quali la piazza di San Michele -Berteldi (oggi piazza San Gaetano) era “messa a palco„ per uso di -festeggiamento e di ballo: e di là tornati gli sposi alle case degli -Albizzi, s'imbandiva suntuosamente la cena, essendo messo il terreno -del palagio egualmente a palco pel ballo, che a lume di doppieri si -alternava, durante l'intera notte, co' virili giuochi d'una sfarzosa -armeggeria. Più riposate dolcezze offriva ai giovani sposi la villa. -Qui viene ad essi il Poliziano, tenerissimo del giovane Lorenzo fin -quasi a ieri suo valente discepolo; il Poliziano che con affetto quasi -paterno si compiace d'ogni suo trionfo, così nelle lettere classiche, -specialmente greche (delle quali spera che toccherà presto la cima); -come nel poetar volgare, magari anche all'improvviso; come nelle -giostre della piazza di Santa Croce: viene l'umanista dottissimo a -intertenersi de' cari studi, a leggere que' suoi stupendi poemetti -latini le Selve, una delle quali l'_Ambra_, d'argomento omerico insieme -e mediceo, è dovuta a te (scrive dedicandogliela) per l'un titolo e -l'altro: viene a esaminare e interpretare le antiche medaglie, della -cui raccolta in casa Medici il numismatico erudito e diligente è -appunto Lorenzo Tornabuoni: al quale, e al maestro suo, chi dubiterebbe -(certi di ciò) d'attribuire, con altre, le medaglie fatte eseguire -in onore della sposa diletta? Ma il vecchio Tornabuoni, che guarda -con occhio d'immenso affetto que' giovani capi, ahimè destinati sì -da presso alla morte, non pago che il Ghirlandaio li ritragga nelle -mirabili storie della cappella, in un'altra di quelle meraviglie -dell'arte li vuole, sulle mura di quella stessa sua villa, consacrati -alla ricordanza de' secoli. “Dipignetemi, o maestro, questa sala a -buon fresco; e il Poliziano nostro, qui, darà, come suole, il concetto -d'alcuna di quelle esquisite allegorie nelle quali sì fieramente vi -compiacete.„ E il Botticelli, in due storie sulla medesima parete della -sala, come sulla medesima parete della cappella in due separate storie -il Ghirlandaio, ritraeva i giovani sposi. - -Nell'una, il cui fondo è una selva assai folta, che ricorda quello -dell'altra allegoria di Sandro polizianesca, la Primavera, Lorenzo -Tornabuoni, vestito dell'abito civile fiorentino, con la folta e -morbida capigliatura distesa, si avanza, condotto per mano da una donna -di modesto e gentil portamento, verso un circolo di altre sette donne, -acconciate (come anche l'introduttrice) fantasticamente, e che pe' -vari emblemi di che ciascuna d'esse è fornita simboleggiano certamente -le sette Arti liberali; delle quali quella che alle altre sovrasta e -par che presegga, fa a lui cenno di accoglienza amorevole. Nell'altra -storia, Giovanna, cara figura delle più vivamente lumeggiate di verità -bella che siano uscite da pennello di quattrocentista, con un viso -che dice davvero quelle virtù che leggemmo scritte sul suo sepolcro, -atteggiata a semplicità affabile e graziosa, porge con ambe le mani e -le braccia protese un pannolino spiegato, nel quale quattro gentili -giovinette, che si avvicinano a lei sono per deporre fiori. E anche -questa volta, vestita del costume fiorentino del tempo la persona della -sposa; ma a fantasia le quattro che probabilmente son figurate per -virtù proprie di lei. - - -II. - -In tali imagini il sentimento e l'arte, che da questo s'informa, -effigiavano, mentre infieriva l'umanismo mediceo, la donna. Alla -quale, nelle realtà della vita e dell'esser suo, sola, io credo, di -tali omaggi era accessibile e gustata e compresa quella parte che -prendeva consistenza in figure consacrate dalla religione, sotto le -vôlte maestose delle chiese d'Arnolfo e di Brunellesco, piovente la -luce misteriosa, per le grandi bifore da' vetri colorati in istorie, -sugli affreschi e le tavole di Masaccio di Benozzo, de' Lippi e de' -Ghirlandai, d'Alessio Baldovinetti e di Piero di Cosimo, sui marmi e -sui bronzi di Mino, di Donatello, del Ghiberti, del Verrocchio, del -Pollaiuolo. Da quelle figure genuflesse alla preghiera, o nel sonno -della morte distese, o atteggiate vive all'azione delle leggende -evangeliche, sollevavansi le pie e gagliarde anime femminili a ciò che -nel tempo è di qua e di là dal momento che si vive; congiungevansi i -ricordi, gli affetti, le glorie umane della famiglia, con le speranze -immortali. E questa poesia, sentita nel cuore, sapeva anche trovar -forma nella parola, la forma paesana e casalinga della Lauda e della -sacra Rappresentazione, per opera di Antonia Pulci e di Lucrezia -Tornabuoni ne' Medici. L'Antonia nata dei Tanini, moglie e cognata di -poeti, in famiglia che tutti erano cosa de' Medici, potè con madonna -Lucrezia madre del magnifico Lorenzo conferire le sue ascetiche -ispirazioni nell'atto di fermarle in quello stampo fra drammatico ed -epico, pel quale la Rappresentazione ha corrisposto con tanta pienezza -all'istinto plastico della fantasia popolare; e madonna Lucrezia, fra -un canto e l'altro che Luigi Pulci le recitasse del suo _Morgante_, -e altresì fra l'una e l'altra delle provvide cure per le quali casa -Medici le dovè tanto, scriveva senza pretensione di letterata le -religiose canzonette pe' Laudesi, o riduceva in ottave o in ternari le -istorie bibliche, delle quali poi facevan delizia negli ozi fiesolani -e di Careggi i suoi nipotini. - -Gentili donne non letterate, nello stretto senso, professionale e -(con vostra buona grazia, e senza che troppo debba rincrescervene) non -femminile, della parola; le quali serbando nette d'erudizione le mani -delicate, coglievano dall'arte il fior dell'affetto, e pur conversando -coi dotti umanisti e coi barbassori che la caduta di Costantinopoli -aveva addotto fra noi, si stavano col popolo nel vestire delle forme, -che egli intende e crea, il pensiero e l'affetto; dalla realtà, quale -il popolo per linea diritta la vede, cavar fuori e animare il fantasma. -Le giovinette istruite nel latino e nel greco, non difficile trovarle -nelle case principesche di Lombardia e di Romagna: era una, fra le -altre, delle splendidezze cortigiane di quelle regioni. Ma i grandi -cittadini della nostra Firenze, anche della oligarchia più elevata, -e molto più i Medici che a combattere quell'oligarchia, e sulle -ambizioni di lei insediare la propria, usavano artifizi democratici, -rimasero (dico gli Albizzi, i Ricci, gli Strozzi, i Rucellai, ed essi i -Medici), anche attraverso agli splendori dell'umanismo, principalmente -e visibilmente mercanti: e la donna, nelle loro case, fu sempre e -soprattutto la donna di grandi mercanti, donna massaia, avvisata, e più -che della libreria e del medagliere curatrice dell'azienda domestica, -o, se volete anco, della credenza, del celliere (com'allora dicevasi), -della colombaia, del pollaio. - -Una letterata, anzi letteratissima (che però non ha lasciato libri), -ebbe Firenze in quel secolo, ma non da alcune delle grandi famiglie, -sibbene nella figliuola d'un Cancelliere della Repubblica, venuto, -come tanti altri, dal contado alla città, e qui arricchitosi e fatta -fortuna. Ella fu la bella Alessandra di messer Bartolommeo Scala: -alla quale due di quei barbassori greci, il Lascari e il Calcondila, -furon maestri; un altro, venuto in Italia umanista e soldato, Michele -Tarcaniota Marullo, fu suo marito; e spasimato di lei il Poliziano -(nonostante tutti i canonicati e priorati e pievanie di cui poco -degnamente lo rincalzavano i Medici; e nonostante, altresì, il suo -collo torto e l'occhio losco, e il naso sformato e gli anni ormai -quasi quaranta), spasimato di lei, e per cagion di lei nemico feroce -e con terribili giambi laceratore del marito e del padre. Non vi -meraviglierete che una passione amorosa fra persone di questo calibro -si sfoghi in greco. Si rappresenta nientemeno che una tragedia -di Sofocle, l'_Elettra_: protagonista, Alessandra Scala; cronista -teatrale, con tutti addosso gli entusiasmi d'una passione, ahimè, non -corrisposta, il povero Poliziano in sei distici di squisita fattura, -che vi traduco liberamente: “Una mirabile Elettra, la giovinetta -Alessandra: mirabile nel pronunziare, essa italiana, la lingua d'Atene, -nella intonazione vera della voce, nel curare l'artificio della scena, -nel ritrarre fedelmente il carattere, regolare lo sguardo, il gesto, -il movimento; nel conservare al linguaggio della passione il decoro, -nel suscitare col volto in lacrime la pietà degli spettatori. Tutti -ne fummo percossi; ma oh che invidia sentii io nel cuore, quand'ella, -stringendo al seno Oreste, gli dice: — T'ho io fra le braccia? — ed -egli: — Oh così tu m'abbia sempre!„ Un passo ancora, ossia un altro -epigramma greco, e il critico drammatico, l'ammiratore entusiasta, -si scuopre amante. “Ho trovata, ho trovata, quella che volevo, che -sempre cercavo; l'amor mio sospirato, quella che vedevo ne' sogni: -una fanciulla d'integra bellezza, di adornezza non accattata ma -naturale; una fanciulla, culta di greco e di latino, eccellente nella -danza, eccellente nella musica; de' cui pregi, velati dalla modestia, -contendono a gara le Grazie. L'ho trovata; ma a che pro, se appena -una volta l'anno posso io, che di lei ardo, vederla?„ Ma l'Alessandra -era in grado, non solamente di ricevere omaggi in greco, sì anco in -greco rispondere, e risponder a così: “Nulla di più bello, che la -lode d'un valentuomo; ed oh qual gloria a me dalla lode tua! Quanto -ai tuoi sogni, bada, interpretali bene: tu non puoi aver trovato -in me quanto dici. È sentenza del divino Omero: — Avvicina un Dio i -consimili. — Or troppa è fra te e me la dissomiglianza. Imperocchè -tu sei come il Danubio, che da occidente a mezzodì, e poi di nuovo -verse oriente, diffonde largo corso di acque. Glorioso filologo, -tu discacci le tenebre dai monumenti di più lingue: greca, romana, -ebraica, etrusca. Ercole dell'erudizione sei a gara chiamato, per le -tue fatiche intorno a testi di astronomia, di fisica, di aritmetica, -di poesia, di leggi, di medicina. I miei scritti di fanciulla son -cosette leggiere, come i fiori e la rugiada. Io accanto a te, perchè -so un poco di lettere! Ma sarebbe com'a dire, secondo il proverbio, -la zanzara accanto all'elefante, perchè han la proboscide tutt'e due; -la gatta accanto a Minerva, per via degli occhi cerulei.„ Che ve -ne pare? Fu mai con maggior dottrina, o con più squisita crudeltà, -rimesso al suo posto un adoratore stagionato? Non credete voi che -messer Angelo abbia questa volta dovuto imprecare alle similitudini, -alle perifrasi, alle antonomasie, e a tutto il resto dell'arsenale -retorico? mandare al diavolo i proverbi greci, e magari anche -le sentenze del divino Omero? Persiste tuttavia, come pur troppo -avviene, le più volte in simili casi; e persiste, il che è assai meno -frequente, in greco: “Tu mi mandi, o Sandra, le pallide violammamole: -e io nell'amore di te impallidisco e mi struggo. Fiori e foglie, -imagine gentile della tua primavera; ma il dolce frutto io vorrei.„ -Al che Alessandra non risponde; anzi: “Nè vederti, o Alessandra, mi -è permesso più, nè ascoltarti: ma almeno, due versi di risposta.„ E -finalmente (del buon gusto poi di questa pensata lascio a Voi, Signore -e Signorine, il giudizio): “O giovinetta, gradisci per la tua chioma -questo pettine d'osso; così potessi io avere i capelli del tuo bel -capo.„ I capelli d'Alessandra Scala come già quelli dell'Albiera sul -feretro che la portava in San Pier Maggiore, furono (questa credo non -ve l'aspettereste) recisi più tardi sulle soglie di quello stesso -convento, dove, rimasta vedova del suo greco, ella si fece monaca -benedettina, e vi morì giovanissima nel 1506. - - -III. - -Se non che l'arte, la poesia, non sono esse la poesia della vita: -possono, della vita, adombrare con le loro imagini, e idealizzare, -la realtà; ma quelle imagini dalla realtà si distaccano, hanno -propria esistenza, alla quale la realtà rimane estranea od anco può -contraddire. Beatrice è donna; addiviene angelo, simbolo, ente: Laura -è moglie e madre; la poesia la restituisce, libera, alle idealità -dell'amore. Le idealità del Trecento, paesane e cristiane, e umane -almen tanta parte quanta è umano lo spirito, il Rinascimento le aveva, -sin dove potè, sopraffatte con l'umanesimo della materia, con la -sua mitologia, co' suoi ninfali, co' suoi baccanali, incominciando -a svolgere dal dischiuso gomitolo dell'antichità classica quel filo -che, sottile ma tenace, si continuò poi per tutta la poesia italiana -non pure sino alle _Grazie_ d'Ugo Foscolo, che al rito delle sue Dee -consacrava sacerdotessa anche una gentildonna fiorentina, ma sino -sull'_Urania_ del Manzoni che precede gl'_Inni sacri_ e i _Promessi -Sposi_. Nella poesia del Quattrocento, dal Boccaccio al Poliziano e a -Lorenzo, le ninfe Simonetta e Ambra non sono che due figure spiccate -dall'idillio fiesolano, nel quale messer Giovanni ha classicizzato -e paganeggiato, con gli amori d'Affrico e di Mensola, le origini di -Firenze. Da Poggio a Caiano per Careggi e Montughi fino a Settignano -e Maiano, lungo tutto questo nostro sub-appennino gentile, le Driadi -e le Amadriadi, le Naiadi e le Napee, con tutta quanta la fauna del -loro corteo mascolino, danzano allegramente alla luce misteriosa dei -plenilunii, che pur si diffonde sulla Badia medicea di Brunellesco, e -da' finestroni della vecchia cattedrale di Fiesole investe le animate -sculture di Mino, lumeggia della cristiana aureola la Vergine e i Santi -di frate Giovanni Angelico. Muore in una sua villa, forse a Quarto, -una giovine gentildonna, che a prezzo della propria salva la vita -al suo bimbo pericolante nel crollare d'una tettoia del contadino. -E la cronaca cittadina, compilata sulla cetra dei latinisti, esalta -questa devozione di madre alla sua creatura, sapete come? con inveire -contro gli Dei Lari che non hanno sorretta quella tettoia, contro le -divinità campestri le quali hanno attratta in villa la bella Alba -(un'altra Albiera), che Venere avrebbe dovuto proteggere: e tutto -questo, pur descrivendo, e non senza efficacia, lo strazio del marito, -che, lontano da Firenze, torna quando la sua povera moglie è ormai -sotterra, e vuole a forza alzare la pietra di quella sepoltura, e che -le care contraffatte sembianze siano restituite una suprema volta al -suo disperato dolore. La famosa brigata delle gentili donne fiorentine, -che fuggendo i dolori e i pericoli della pestilenza del 1348 è dal gran -novelliere immaginata ritrarsi in una di quelle vallette, ci perde -i nomi con che sono state battezzate in San Giovanni, per divenire -Pampinee o Neifili, e le loro fantesche Misia Licisca Stratilia, -e Sisisco il cuoco, e Panfilo Filostrato Dioneo la fauna de' loro -amatori: con tanta verità, quanta ne è in cotesto calunniare la donna, -sia di quello sia di qualunque altro secolo, apponendole che dove si -soffre e si muore ella se ne vada in campagna, invece di rimanere ferma -e fedele al suo posto. Tanta verità in ciò (Voi non mel concedereste se -lo affermassi, o donne gentili), quanta nella bizzarria germogliata, -non si sa come, in testa al buon Franco Sacchetti, d'una _Battaglia -delle belle donne di Firenze con le vecchie_, le giovani schierate -sotto il gonfalone di Venere, le vecchie sotto quello dell'infernale -Proserpina; il tutto in quattro cantàri d'ottave mal connesse, con -volgare strazio d'ogni nobile affetto e un pocolino anche del buon -senso, che informa invece così finamente le novelle di quel medesimo -Franco. Tanta verità in ciò, quanta (per tacer d'altre siffatte -volgarità) nella fantasia, incarnatasi bensì in una delle più belle -prose di nostra lingua, _Le bellezze delle donne_; le quali bellezze -don Agnolo Firenzuola immagina, in un'altra brigata boccaccevole, siano -da quel suo Celso, che è poi lui stesso senza la cherica, analizzate -pezzo per pezzo, più o meno velati, sulla persona di quelle sue (al -solito sbattezzate) monna Lampiada, monna Amorrorisca, e Verdespina, e -Selvaggia, ascoltatici e interlocutrici: anatomia estetica, possibile -forse ad eseguirsi laggiù nella Magna Grecia in servigio di Zeusi -quando dipingeva la sua Elena, ma non già in Prato, nell'orto della -badia di Grignano, l'anno di grazia millecinquecento tanti, in una -veglia, quale quella vuole pur essere, di donne non dimentiche di sè -medesime. - - -IV. - -Non era quella, nè poteva essere, la poesia della vita fiorentina fra -il XIV e il XVI secolo. Fantasticata sui libri, e in libri foggiata, -essa non attinge nè attiene alla vita vera di quell'età; nè vera è la -donna che su quel mitico fondo, tutto romano e greco, nulla medievale, -campeggia. Meglio dalle descrizioni, o siano poetiche o meglio se -in prosa schietta fiorentina, de' conviti nuziali, delle armeggerie, -delle giostre, viva ci sorride, e onestamente baldanzosa, e di quelle -cavalleresche e cortigiane onoranze seco medesima sodisfatta e superba, -la donna. Non mancano anche in cotesti suntuosi apparati lo iddio -Amore, gli Amorini (convertiti bensì, il che ha un po' del trovadorico, -in spiritelli), le Ninfe; sibbene come ornamento esteriore, fregio -posticcio, parvenza fugace; non come espressione mitologica d'un -sentimento, o quasi (direi co' filosofi) espressione essoterica -d'una dottrina. Ma la figurazione dominante e caratteristica è dalla -cavalleria medievale, e s'atteggia e si drappeggia nelle persone e -nelle foggie di castellani e di principi, d'uomini d'arme, di donzelli, -d'araldi e di paggi, di dame crudeli e di servi d'amore, con seco le -grandi o gentili memorie delle crociate, de' passaggi imperiali, della -santa gesta de' Paladini: “le donne (ha cantato Dante), le donne, i -cavalier, gli affanni e gli agi, che ne invogliava amore e cortesia„. - -Siamo in piazza Santa Croce il 7 febbraio del 1468; e si fa la giostra -della quale Lorenzo de' Medici scriverà ne' suoi _Ricordi_: “Per -eseguire e far come gli altri, giostrai in sulla piazza di Santa -Croce„; e ne noterà la spesa in fiorini diecimila di suggello: “e -benchè e di colpi non fussi molto strenuo, mi fu giudicato il primo -onore, cioè un elmetto fornito d'ariento, con un “Marte per cimiero.„ -Entrano in campo i giostratori: Medici, Pitti, Pucci, Vespucci, -Benci, Pazzi, e altri molti; qual più qual meno riccamente forniti: -con magnificenza più che regale, Lorenzo alla divisa de' gigli -d'oro di Francia e in sua compagnia il fratello Giuliano, coperti -d'oro, d'argento, di perle, di pietre d'ogni sorta preziose: ciascun -cavaliere accompagnato da trombetti e paggi e uomini d'arme, e giovani -gentiluomini a cavallo tutti vestiti sfarzosamente alla divisa di -quello; brigate per ciascuno di poco meno che un centinaio di persone; -e ciascun cavaliere col suo stendardo, nel quale fra emblemi e segni -diversi, e per lo più tra verde di prati e fiori di verzieri, la -dama del cuore. Questa, leggermente velata di bianco, con ghirlanda -di quercia in mano, e a' piedi legato con catene d'oro un leopardo; -quella, in abito di ninfa, che riceve nel grembo le foglie d'un faggio -battuto dalla tempesta, e le dà mangiare ad un daino; quell'altra, -vestita di bianco e di verde, che le saette d'Amore infocate spenge -nel fonte che scorre a' suoi piedi; un'altra, vestita di paonazzo, che -quelle stesse saette fa in pezzi e ne semina il prato; ma la dama di -Lorenzo, irraggiata dal sole traverso ai colori dell'iride, vestita di -drappo alessandrino ricamato a fiori d'oro e d'ariento, coglie d'un -ramo di lauro rinverdito sull'arido tronco, e ne fa ghirlanda, e ne -sparge foglie all'intorno; il suo motto, in lettere di perle grosse -da gioiellare, _le tems revient_. E molto lontano da Firenze, in Roma, -nell'austerità baronale del palagio degli Orsini, pensava a lui in quel -giorno una giovane donna, che non era nè forse le rincresceva di non -essere la dama del suo stendardo, perchè si apparecchiava ad essere la -madre dei suoi figliuoli. “Lorenzo è molto occupato in questa giostra, -chè già da tempo non ò avuto sue lettere„; ha detto ella, la Clarice, -un mese innanzi, a uno de' Tornabuoni venuto a recarle le nuove di lui; -ed ora, appena corrono a farle sapere “come Lorenzo à fatto la giostra, -e n'è uscito sano e con grandissimo onore„, e che “s'è aoperato tanto -degnamente quanto sia possibile di dire„, e che “giammai fu paladino -facessi quello à fatto Sua Magnificenza„, risponde soavemente, “Ora s'è -fatto la giostra, non avrà più scusa da recare, che non venga a Roma -questa quaresima„. E in occasione della quaresima, la madre le ha fatto -“levare panno pagonazo di Londra per una gonna a la romanesca„, che -crede quel fidato Francesco Tornabuoni “non istarà punto male„; e così -si propongono, madre e figliuola, di “andare vicitando tutti questi -perdoni, pregando Iddio per Lorenzo„; ma la madre insiste ch'e' venga, -perchè “vuole che voi vegiate la vostra mercanzia, avanti l'abbiate -a casa; la quale ogni giorno migliora„: della qual locuzione figurata -non so se proprio si abbellisse il parlare della nobilissima matrona, -o s'ella fiorisse spontanea nella lettera del mercante cliente al -mercante magnifico. - -Un anno e quattro mesi dipoi, il 4 giugno del 69, le nozze di Lorenzo -e di Clarice si celebravano in Firenze con grande solennità, la -quale incominciava con due interi giorni di offerte a casa Medici dal -contado e dalle città di Toscana; offerte la cui consistenza sommò, -per citar qualche cifra a un centocinquanta vitelle, paia di capponi -paperi e pollastri più di duemila, vini nostrali e forestieri a botti, -e simili altre gentilezze, che Lorenzo partecipava largamente alla -cittadinanza, anche prima d'imbandire, dalla domenica al martedì, ben -cinque conviti, che empivano le loggie e i giardini del palagio di via -Larga, con le mense distribuite fra giovani donne in compagnia della -sposa (“cinquanta giovani da danzare„ dice l'informazione), e le donne -di più età con madonna Lucrezia; e così in tavole separate i “giovani -che danzavano„, e gli uomini di più età. Dalla domenica mattina, -quando la sposa, partitasi dalla casa degli Alessandri “a cavallo, -in sul caval grosso che donò a Lorenzo il re di Napoli„ entrava fra -nobilissimo corteo nella casa maritale, mentre festeggiato di musica -lieta si tirava su alla finestra il simbolico ulivo; sino alla mattina -del martedì, quando “andò a udire messa a San Lorenzo„, con in mano uno -de' mille doni nuziali, “uno libriccino di Nostra Donna, maraviglioso, -scritto a lettere d'oro in carta d'azzurro oltramarino, coverto di -cristallo e d'ariento lavorato„; Clarice Orsini, trasportata, avvolta, -sollevata in quel profumo di gioventù, di bellezza, di grazia, -di forza; ricevuta nelle sale che Cosimo, Piero e Lorenzo avevano -impreziosite dei tesori dell'antica arte e della risorta; circondata, -sovraccarica, dagli splendori d'una ricchezza che, anche non ostentata -anzi voluta dissimulare, tuttavia impacciava quasi sè medesima; -regina degli omaggi che il fiore delle intelligenze di tutto il mondo -tributava a questa famiglia, la cui potenza era soprattutto l'ingegno; -potè ben comprendere ch'ella era venuta sposa al primo cittadino, non -che di Firenze, d'Italia. - -E lasciamo stare se a quella gaiezza un po' sbrigliata della città -popolana, allo scetticismo elegante di quei letterati già bell'e -cortigiani, a quelle transazioni fra il cittadino e il cliente che -corrompevano intorno al patrono tanto vecchio sangue repubblicano, se a -questo e ad altro che poi dovette offendere la sua romana alterezza e i -suoi sentimenti di moglie e di madre, ella ripugnò sin da principio, e -ne contrasse quel malinconico cruccio che avvolse tutta la sua virtuosa -esistenza domestica; lasciam pure che invece del Poliziano, il quale -ella giunse perfino a cacciare di casa, preferisse di vedersi intorno -ser Matteo Franco, buona pasta di cappellano e di sonettiere faceto, -nelle cui fiorentinissime lettere madonna Clarice, circondata da' suoi -figlioletti, è viva e parlante figura; ma non saprei tuttavia credere, -che giovinetta sposa, ella non abbia dovuto gustare, di quella popolana -gaiezza, di quella eleganza addottrinata, di quei cortigiani ritrovi, -quanto parlava così vivacemente ai sensi e alla fantasia, in feste, per -esempio, simili a questa, che pochi anni avanti, nel 64, aveva empito -del suo fragore gioioso un'intera notte del carneval fiorentino. - -“Notizia d'una festa fatta la notte di carnasciale, per una dama -la quale fu figliuola di Lorenzo di messer Palla degli Istrozi. La -detta festa fu fatta da Bartolomeo Benci, come innamorato della detta -dama.„ Ve la riassumo, il più che potrò con le parole stesse della -_Notizia_ contemporanea, che sono una pittura. Bartolomeo Benci ha -ordinato, con altri otto giovani di principali famiglie, un'armeggeria -notturna, l'ultima notte di carnevale, in onoranza, prima alla dama -sua, poi, come sentirete, a ciascheduna delle otto respettive dame -de' suoi compagni. Ciascuno di essi otto è a cavallo, ricchissimamente -forniti; ciascuno ha trenta giovani intorno a sè, vestiti alla propria -divisa, con torchi in mano, e altri otto intorno alla briglia. Il -Benci poi, col bastone di “Signore e Capitano della Compagnia,„ è -“in su 'n uno cavallo che la natura nollo potre' fare più bello; con -fornimento e sella e briglia tutto di chermisi, ricamato di molte -argenterie tanto riccamente quanto fare si potè: e lui in su detto -cavallo, con uno giubone di perle ricamato e gioie, con due alle -alle spalle, d'oro e più altri colori. E intorno al detto Signore era -quindici gentili giovani a piè; tutti con gonnellini di raso chermisi -foderati d'ermellini, con calze pagonaze: a' quali esso Signore donò a -ciascuno. E oltre a questo, avea intorno detto Signore centocinquanta -giovani, tutti vestiti a una sua divisa, cioè gonnellini e calze verdi, -con falconi nel petto e di dietro, d'ariento, che gittavano penne -per tutto el gonnellino: e' quali centocinquanta giovani ciascuno -aveva un torchio acceso in mano„. Portatori e pifferi circondano il -Trionfo d'Amore, che è alla testa: un Trionfo “alto braccia venti, -composto in modo che, guardandolo, si rimaneva abagliato: co' molti -ispiritegli d'amore con archi in mano; e in alcune parti l'arme de' -Benci, e in altri luoghi la divisa del padre di detta dama; co' molte -campanellette a sonagli d'ariento, e varie cose. Era composto detto -Trionfo d'alloro, mòrtina, arcipresso, abeto e scope, cose tutte verdi -e calde, apropriate all'amore. E, per abreviare, in sulla cima di -detto Trionfo era un cuore sanguinente, aceso in fiamme di fuoco, che -del continovo ardevano; con certi razi„ che a suo tempo dovevano esser -lanciati. Muove la brigata (tutto ben computato, oltre un cinquecento -persone) dalla Piazza de' Peruzzi, dopo una lauta cena in casa di -Bartolomeo, e va alle case degli Strozzi da Santa Trinita: due Benci e -due Strozzi regolano a cavallo l'andata. La Signoria ha fatto bandire, -che nessuno quella notte giri a cavallo per la città, fuor di cotesta -armeggeria; e che in essa o a cagion d'essa, “se per disgrazia alcuno -fusse morto, chi l'ammazza sia sanza pena e sanza bando„: il che è -detto “un obviare a' casi cattivi che potrebbero nascere„. E così, -“giunti a casa della dama, feciono la mostra. E apresso, ciascuno corse -ritto in sulla sella, secondo uso d'armeggeria, con un dardo in mano, -dorato. E dipoi ancora, ciascuno corse con una lancia busa, dorata, e -ruppono a piè della finestra dov'era detta dama. La quale si mostrava -in mezo di quattro torchi acesi, con tanta graziosa onestà che una -Lucrezia basterebbe. E fatto questo, el Trionfo era fermo sulla piaza, -dirimpetto alla finestra dov'era detta dama: e al Signore fu ispiccate -l'alie e gittate in sul Trionfo; e in quel punto, era ordinato che -a detto Trionfo s'apiccassi el fuoco: e così arse, con tante grida e -suoni che insino alle stelle andava el romore. E i razi che v'erano su -erano artificiati in modo, che pareva che quegli ispiritegli d'amore, -ch'erano in su detto Trionfo, co' l'arco che gli avevano in mano, gli -saettassono. E così accesi per l'aria volavano appresso alla dama: -alcuno n'andava in casa della detta dama, che si istima glien'entrassi -alcuno nel cuore, per compassione del detto amante. E fatto questo, -el detto Signore Amante, partendosi con tutta la compagnia, per non -volgere le spalle a detta dama, fece che sempre el cavallo andava -indietro, tanto che più nulla potè vedere. E partiti di quivi, andarono -a rompere le lancie e armeggiare a casa le Dame di ciascuno de' suoi -Compagni, cioè degli otto nominati. Dipoi tornarono tutti dalla -Dama del Signore, e feciolle una mattinata co' molti suoni e gra' -magnificenza: e questo si dice mattinata, perch'era presso a dì. E -dipoi si partirono, e accompagnarono el Signore, cioè Bartolomeo Benci, -a casa, nel modo e forma come s'erano partiti nel prencipio. E 'l detto -Signore aveva ordinato molte confezioni, e e fece tutti convitare co' -gra' magnificenza„. A chi poi rimanesse la curiosità (mi sia permesso, -gentili ascoltatrici, supporla), se a que' nove armeggiamenti sotto le -finestre delle nove case abitate dalle nove dame, corrisposero a suo -tempo nove bei matrimoni, rispondo: che quanto ad alcuna delle amorose -coppie, no certo, per la ragione molto stringente che il cavaliere -aveva moglie, il che fa altresì lecito ammettere che anche qualcheduna -delle rispettive dame avesse, per ultimo respettivo, marito: -quanto a qualche altra coppia, potrebb'anch'essere; ma a chiarirlo, -bisognerebbe, come de' cavalieri, avere i nomi delle otto dame; e -questi la _Notizia_, che vi ho riassunta, non ce li dà; quanto poi -alla coppia che più forse vi preme, mi rincresce dovervi notificare, -che la Marietta Strozzi, nonostante tutta quella bersagliatura di -razzi amorosi fra la quale le finì il carnevale del 1464, sette anni -dopo andava sposa (e già aveva seguita fuor di Firenze la madre) ad -un Calcagnini di Ferrara; e l'anno appresso, nel 72, l'aligero, e -poi spennacchiato, capitano Bartolomeo Benci sposava la Lisabetta -Tornabuoni, una sorella di quel confidente a Roma tra la Clarice Orsini -e Lorenzo de' Medici. - -Molte dolci memorie, del resto, dovè lasciare la bella Marietta Strozzi -nella città nostra, lontano dalla quale il padre suo esule (come -per lungo tempo, dopo il trionfo de' Medici, furono, di generazione -in generazione, gli Strozzi) era morto di ferro, e per l'esilio -di lui aveva dovuto pure starsene fuori la madre, virtuosissima e -austera donna, Alessandra de' Bardi: e in questa quasi orfanezza -la fanciulla si trovò forse più libera che alla condizione sua non -convenisse: almeno in quell'inverno del '64, nel quale, poche sere -avanti l'armeggeria, sentite quest'altra sua avventura carnevalesca, -e che cosa era possibile a farsi, senza scandalo, da una giovinetta -fiorentina in que' tempi. Vi traduco (liberamente anche questa -volta) da una lettera, elegantemente latina, di amichevoli confidenze -giovanili tra Filippo Corsini e Lorenzo de' Medici: “.... E mentre ti -scrivo, la neve cuopre quasi tutta la città: tedio per molti e cagion -di starsene; ma per altri cagione di darsi moto e piacere. Sappi -infatti che Lottieri Neroni, Priore Pandolfini e Bartolommeo Benci -(daccapo il nostro allegro Capitano). Cogliamo il destro, hanno detto, -di usare qualche bel tratto. E subito, a due ore circa di notte, si -son presentati alla casa della Marietta Strozzi, seguiti da una gran -moltitudine accorsa da ogni dove, per fare a gettarsi la neve con -lei. Gliene han data la sua porzione, e hanno incominciato. Immortali -Dei, che spettacolo! e come descrivertelo, Lorenzo mio, con questa -debole prosa? Gran pompa d'innumerevoli fiaccole; squillar di trombe, -dolcezza di flauti; pubblico appassionato e plaudente. E che trionfo, -quando alcuno degli assalitori riusciva a sparger di neve il viso, come -neve candido, della fanciulla! Ma che dico sparger di neve? un vero e -proprio trarre al bersaglio era quello, e di tiratori valentissimi! -La Marietta poi, così leggiadra e destra in quel giuoco, bella come -tutti sanno, ne uscì con immenso onore. Ma i gentili giovani non si -partirono da lei, che prima non le donassero molto nobilmente per loro -ricordo. E così, con grande contentezza di tutti, il piacevole giuoco -ebbe fine„. Un epigramma del Poliziano (l'ultimo che vi citerò da -quel florilegio aneddotico del Quattrocento fiorentino che sono, più -assai che le volgari, le sue Poesie greche e latine) dice così: “Neve -sei, o fanciulla, e giuochi con la neve. Giuoca: ma deh, prima che la -nevi s'imbratti, fa' che si sgeli„. L'erudito, che oggi legge queste -complimento amoroso, ricorda i molti altri, d'antichi e d'umanisti, -che sul medesimo argomento si contengono nell'_Antologia latina_, -e l'ha per un'imitazione a freddo (è proprio il caso di dir così) -dall'antichità classica. L'aneddoto che vi ho narrato mostra invece, -che questa almeno fra le tante imitazioni umanistiche aveva riscontro -nel vero attuale; ossia, che quel bizzarro costume era spontaneamente -rifiorito, come anche altre parti della vita antica, nell'allegra -democrazia del Rinascimento: finchè la inamidata prammatica delle -Corti, la Riforma protestante correggitrice e il conseguente reattivo -disciplinamento della morale cattolica, più tardi infine la filosofia -civile e la rivoluzione bandita e guerreggiata in nome di principii -universali, non ebber mutata la faccia del mondo. - -Ma finchè quelle gazzarre, quelle feste davvero popolari, que' -fantastici apparati, que' simboli abbaglianti, ebber vita, nè corteo di -spose, nè armeggiamento per dame, nè giostra di amorosi cavalieri, ebbe -mai tanta cittadina solennità, quanto uno sposalizio, ben diverso da -tutti gli altri dall'ora e di poi: lo sposalizio dell'abbadessa di San -Pier Maggiore; sposalizio che si ripetè tante volte (salve eccezioni) -quanti Vescovi ebbe per secoli parecchi la Firenze e del Medioevo e -del Rinascimento ed anche del Principato Mediceo, poichè lo sposo della -badessa era (_honni soit qui mal y pense_) messere lo Vescovo. - -Quella chiesa e monastero di San Pier Maggiore, che furono delle -maggiori antichità sacre di Firenze, se, come pare, nella lor forma -primitiva risalivano al secolo quarto; che detter nome a una porta e a -un sestiere della città, abitato e maledetto da Dante, non sono più. -Si restauravano nel secolo XI, e si afforzavano con addossarli alle -mura del secondo cerchio: si abbelliva la chiesa, a mezzo il secolo -XIV: si sconciava, come tante altre, mediante le cappelle patrizie a -marmi e stucchi di tutti i colori, nei secoli del barocco. E tutto oggi -è sparito. E il tempo, che “traveste l'uomo e le sue tombe„, a mala -pena ha rispettato nell'Arco di San Piero (salvo i possibili attentati -onomastici dei moderni edili) il nome del titolare. Quali rovine, quali -ossa, calpestiamo noi, passando da quell'arco! Delle nostre conoscenze -d'oggi, le due belle Albizzi si sono fatte polvere colaggiù sotto: e -si addormentò in pace con esse la monacella grecista, la quale, se -morendo ancor ella giovine, non ebbe tempo di maturarsi, arcigna e -rugosa superiora, per quelle nozze episcopali, potè bensì esercitare la -sua mondana erudizione, ahimè non più sulle immortali pagine d'Omero e -di Sofocle, ma sul grosso notarile latino degli autentici privilegi di -coteste mistiche nozze, che risalivano (dicono que' notari) “a tanto -tempo quanto è di là da memoria d'uomini„. L'ingresso del novello -sposo della Chiesa fiorentina si faceva ritualmente dalla porta di San -Pier Gattolini, oggi Romana: due famiglie, di grandi e tradizionali -attinenze (da Dante proverbiate) con la mensa vescovile, avevano, i -Tosinghi e i Visdomini, il privilegio di riceverlo e accompagnarlo sino -al monastero, dove, simbolo della Chiesa fiorentina lo attendeva la -badessa. Si celebravano nella chiesa le nozze, inanellando il Vescovo -la sposa con un ricchissimo anello, e questa offrendogli in dono un -letto suntuosamente montato nella camera stessa di lei, che per quel -giorno, durante intere ventiquattr'ore, uscendone lei, diveniva la -camera del Vescovo novello, sin che, la mattina appresso, i soliti -Visdomini e Tosinghi gli venivano incontro col clero, e lo conducevano -in Domo e lo insediavano. Tutta Firenze accorreva a quelle nozze. -Oltre le due ricordate famiglie, altre ancora, e delle principalissime, -Albizzi, Pazzi, Strozzi, rivestite di privilegi e diritti di questa o -quella parte del cerimoniale, avevano quasi a ogni Sposalizio occasione -di contestazioni, di proteste e di gare. Alla badessa rimaneva il -cavallo col quale era venuto il Vescovo: agli Strozzi, con gran trionfo -di tutto il parentado, la sella. La Chiesa fiorentina aveva avuto il -suo pontefice, e la città una festa di più; nella quale era toccata la -sua parte, e che parte essenziale!, alla donna. - - -V. - -Ma traverso a tutte quelle ideali trasformazioni che l'arte le -apponeva, e a questa vissuta poesia di festeggiamenti e di pompe, -quale fu poi nel segreto della vita reale, fra le pareti domestiche, -figliuola e sorella, moglie e madre, quale, nella Firenze di quell'età, -fu la donna? Scoperchiare i tetti delle case, e sorprendere senz'essere -introdotti la gente che attende tranquillamente a' fatti suoi, e peggio -poi le signore, si è creduto, fino a pochi anni fa, un privilegio di -quel personaggio che sapete, _le Diable boiteux_, sollevato da Renato -Le Sage alla cattedra d'uno de' più grandi e maligni professori di -filosofia morale che il mondo abbia avuto. Fino a pochi anni fa, -quando a me, sfogliando con paziente amore le carte dei Medici avanti -il Principato, occorse di scoprire un'anticipazione del Diavolo Zoppo -di Le Sage nella persona d'un cortigiano de' più cari a Lorenzo e a' -figliuoli suoi, e che con uno di questi, divenuto papa Leone X, finì -cardinale di Santa Chiesa: l'autore della _Calandra_, il Bibbiena; che -in un Prologo a cotesta sua famosa commedia, rimasto inedito anzi fra -le cancellature del primo getto, immagina di fare un giro da camera -a camera femminili, invisibile per forza d'incanto, e mette al nudo -una serie di scenette bizzarre che accadono in questa o in quella, -sul punto del recarsi le donne a una veglia che si fa quella sera -in Firenze. Rassicuratevi: io non voglio entrar terzo fra il giulivo -Cardinale e il diavolo; se già non vi pare che sia ormai posto preso da -messer Guido Biagi, quando l'altro giorno v'introdusse con sì garbata -erudizione, e così intimamente, nelle segrete cose della vita privata -de' nostri vecchi[95]. - -E qui cade un'avvertenza e una dichiarazione. Quel tanto che la novella -e la commedia fiorentina del Quattrocento e (molto più largamente) del -Cinquecento potrebber dare al ritratto della donna, io credo contenga -troppa meschianza o di classico, o di boccaccevole, o di idealmente -satirico: nè ebbe quell'età, come nel Sacchetti ebbero il Due e il -Trecento da Giano ai Ciompi, un novelliere storico. Io non so in -verità, quanto a buon dritto si possano accettare anche solo come tipi -della famiglia in un dato momento della storia di Firenze i personaggi -della _Mandragora_; ma è poi certissimo che la buona Marietta Corsini -moglie di Niccolò Machiavelli nulla ebbe, povera donna, di simile con -quella alla quale egli, nel suo _Belfagor_, fa sposare il diavolo, e -poi ridurlo a tale disperazione, ch'e' se ne torna a rotta di collo -all'inferno. - -E una leggenda di amor coniugale e materno, delle più poetiche e -commoventi, parrebbe, se non fosse dramma pur troppo vero e dramma -sanguinoso, il fatto di Annalena, che lo stesso grande istorico -consacrò alla memoria de' posteri con parole di somma reverenza. -Giunge un messo alle case di Annalena Malatesta, oltrarno, là dove il -popolo memore dice ancora “da Annalena„, e le annunzia “Madonna, il -marito vostro messer Baldaccio, l'hanno morto a ghiado nel Palagio -de' Signori, e precipitato dalla finestra, e mozzagli la testa come -a traditore e malfattore„. Ed ella, che al venturiero d'Anghiari, -valoroso e brutale come condottiero ch'egli è, ha dato, sposa poco più -che dodicenne, il cuore e la fede, e piegata sul suo petto di ferro -l'alterezza gentilizia del sangue che le scende nelle vene da Paolo -Malatesta, il cognato a cui la poesia di Dante fa eterni l'amore e la -pena, il bacio colpevole e l'amplesso infernale; essa, l'Annalena, che -da quel Baldaccio è già madre d'un bambinello, corre, povera donna, a' -Signori, al magistrato crudele che l'ha vedovata, e per quella creatura -innocente riesce a salvare, col pianto, da confisca i suoi beni. Poi -quel figliuolo, il suo Guidantonio, nel quale tutta la vita della madre -fanciulla si era raccolta, le muore; ed ella, ancor giovanissima, si -trova sola, e già vissuta, nel mondo. E allora Annalena, fatta donna -dal dolore, di quella sua casa in lutto fa chiostro, in quelle mura -chiude per sempre e consacra il breve romanzo della sua giovinezza, -le sue nozze e la sua maternità, le amorose imagini e le micidiali, -i ricordi d'una culla e di due bare; nelle stanze stesse dove fu -madre, ritorna vergine a Dio, e madre di vergini invecchia soavemente. -Affettuosa madre, e compassionevole agli splendori e alle lusinghe del -mondo; se uno degli umanisti celebratori di Albiera, proprio a lei, -ad Annalena ormai quasi cinquantenne, rivolgeva una di quelle elegie -latine, e le chiedeva la preghiera sua e delle sue monacelle per la -morta degli Albizzi, “per la giovinetta„, le dice “che tu hai amato -come una tenera madre ama l'unico suo„: parole non so dire se pietose -o crudeli, che il latinista forse scandiva senza pensarci su, ma che -dal cuore della vecchia monaca avran fatte risalire agli occhi le -lacrime della giovine madre. Il monastero d'Annalena, la quale morendo -a sessantaquattr'anni lo raccomandava a Lorenzo de' Medici, fu sin -da' suoi principii tutto cosa della potente famiglia: e nelle stanze -abitate già dalla fondatrice, dalla vedova del condottiero, ebbe asilo -e salvezza, ne' tempi grossi pel nome mediceo, un fanciullo che doveva -essere il principe di quelli armigeri, Giovanni delle Bande Nere. - -Ma se cerchiamo la donna, a cui la sventura non invidia nè rapisce -la famiglia, la donna che della famiglia è ornamento e conforto, -esempio e ispirazione, forza e provvidenza, la donna di casa, la -moglie e la madre; alla storia di lei danno tipi ideali, però in -necessaria relazione con la realtà, come pel medioevo più alto i libri -di “reggimento o costume o castigamento„ femminili, così per questo -secolo XV i trattati di _Governo della famiglia_: o con intendimento -piuttosto civile e secolare, quale è nel libro che si abbellisce de' -nomi di Agnolo Pandolfini e di Leon Battista Alberti, e in quella -parte che è didattica delle care pagine di Vespasiano cartolaio; o con -prevalenza del sentimento religioso, siccome nella _Cura familiare_ del -beato Giovanni Dominici, diretta a una valente gentildonna Bartolommea -degli Alberti. Quel tipo ideale, o, diciam meglio, tradizionale e -derivato dalle memorie delle “buone e care„, delle “care compiute et -oneste„ donne, che tanta fragranza di gentili virtù spargono nelle -_Cronache domestiche_ del Trecento, Vespasiano lo effigiò, e anche -con un po' di retorica a suo modo lo colorì tra le figure illustri -dell'età sua, in Alessandra de' Bardi, la moglie di Lorenzo di messer -Palla Strozzi, e madre della vispa Marietta. L'Alessandra è ritratta da -Vespasiano “bellissima e venustissima del corpo quanto gnuna n'avesse -la città di Firenze„; vantaggiata di statura tanto, da fare a meno -delle “pianelle„, supplemento prezioso, pare, per altre fanciulle men -favorite di proporzioni: educata dalla madre sua “con ogni diligenzia„ -(maggiore, forse è da credere, che l'esilio del marito e le altre -vicende della famiglia non consentissero poi a lei nell'educazione -di quella sua figliuola): dall'“amare e temere Iddio indótta a uno -moralissimo vivere„: avvezza a “mai perdere tempo che ella non fosse -occupata„, a “mai colle serve di casa non parlare, se non in presenza -della madre„; e “la prima a levarsi la mattina in casa esser lei„: -ammaestrata in “tutte le cose s'appartengono sapere a una donna, -ch'abbia aver cura di famiglia; e massime a lavorare d'ogni cosa, e -di seta e d'altro, come s'appartiene alle donne„, e “imparare tutto -quello che, bisognando, potesse viverne„, e a “saper fare ogni cosa -e sapere insegnare„, dal leggere sino a “ogni minima cosa„ attinente -alle faccende domestiche. “Rarissime volte era mai veduta all'uscio o -a finestra„, (ah Marietta!) “sì perchè non se ne dilettava, e perchè -occupava il tempo in cose laudabili. Menavala la madre il più dei dì -la mattina a una grandissima ora, a udire la messa, tutte col capo -coperto, e col viso ch'appena si vedevano„. Ma questa stessa, che -comincia forse quasi a parervi una monachina di casa, fatta poi sposa, -e venendo a Firenze un'ambasciata imperiale, sentite se sapeva, come -le faccende femminili, altrettanto far bene gli onori, non pur della -casa, ma della città, e d'una città che si chiamava Firenze, la quale -“in questo tempo„ dice il buon Vespasiano “era abbondante e di virtù -e di ricchezze, e la fama sua era per tutto il mondo„; città che “a -quelli ambasciadori parve un altro mondo, rispetto alla grande quantità -di uomini nobili e degni v'erano in quel tempo, e non meno donne -bellissime del corpo e non meno della mente; perchè, sia detto con -pace di tutte le donne e terre d'Italia, Firenze in quel tempo aveva le -più belle e le più oneste donne fussino in Italia, e di loro per tutto -il mondo n'era tal fama„. E descrive un ballo che a quei gentiluomini -dell'Imperatore fu offerto dalla Signoria, in Piazza, sopra un palco -dal lato del Palazzo verso Condotta, con grande apparato di spalliere, -e pancali, e arazzi, e festoni; e i primi giovani della città, vestiti -tutti a un'assisa di drappi verdi ricchissimi, e calzatura di pelle -sino a' fianchi; e le fanciulle e le spose, con ricche vesti accollate -fregiate di perle e di gioie. Alla onoranza di ciascun ambasciatore -deputate due dame: che pel primo di essi sono l'Alessandra, maritata -in quello stesso anno (era il 1482, ed ella n'aveva appena diciotto), -e una Francesca Serristori. Dopo il ballo, si porta in giro la -colezione; ed ecco l'Alessandra servire ella stessa gli ambasciatori, -“con una tovagliuola di rensa in sulla spalla.... con una ismisurata -gentilezza.... facendo riverenza con inchini in fino in terra, naturali -e non isforzati, che pareva non avesse fatto mai altro„. Poi, ballo -di nuovo; e, infine, accompagnamento degli ambasciatori all'albergo, -ciascuno d'essi dando di braccio alle due belle fiorentine, una di qua -e una di là, Alessandra alla diritta: e giunti alla porta dell'albergo, -“il primo ambasciatore si cavò uno bellissimo anello di dito, e donollo -all'Alessandra; di poi se ne cavò un altro, e donollo alla compagna„. -Dopo di che, “salutati le giovani e i giovani, gli ambasciadori -accompagnarono le giovani alle case loro„. - -Il biografo quattrocentista, che sul declinare del secolo scriveva -di questa e d'altre donne fiorentine della generazione antecedente, -non finisce mai di far paragoni tra esse e le donne fiorentine del -tempo suo, deplorando lo scadimento del costume e delle consuetudini -più virtuose e severe. In questi lamenti, un po' di parte va fatta -certamente all'abito che fu e sarà sempre di tutti i tempi, del -rimpiangere, per questo o quel rispetto, il passato; un'altra poca, -inoltre, alla disposizione di Vespasiano a trovar che ridire su troppe -cose (figuratevi che una volta vuole e prescrive che le donne “imparino -a non parlare, massime in chiesa„, egli dice; e poi, come se fosse -poco, soggiunge “e in ogni altro luogo„): pur tuttavia, fatte queste -eccezioni, e lasciando lo scherzo, io credo che que' suoi lamenti, -specialmente quando li formula, com'è spesso, in osservazioni positive, -attengano a condizioni reali; e propriamente a quella mutazione che -anche nella vita domestica, di cui la donna è custode e gli atti suoi -sono specchio, avevano indotto le splendidezze, a un poco per volta -sempre più cortigiane, di quei Medici, la cui potenza attraeva oramai, -volere o non volere, con l'interesse e la fortuna delle famiglie, anche -gli affetti, le speranze, i disegni, che più disposta e inchinevole ad -accogliere, in pro della famiglia, e fomentare è la donna. - -“Ricòrdati che chi sta co' Medici sempre ha fatto bene, e co' Pazzi el -contradio; che sempre sono disfatti„: così scriveva (e s'era solamente -al 1461, diciassette anni prima della sanguinosa congiura) un'altra -Alessandra pur maritata negli Strozzi, e che essa pure come la Bardi -dagli esilii di quella famiglia ebbe lunghi dolori al suo cuore di -moglie e di madre, ma altresì la consolazione, prima che morisse, di -veder restituiti alla patria, e molto per la efficace materna opera -di lei, i figliuoli, e il maggior d'essi gettare alla grandezza della -sua famiglia quelle fondamenta delle quali è superbo monumento il -loro meraviglioso palazzo: Alessandra Macinghi negli Strozzi, alla -quale un altro monumento con la pubblicazione delle sue _Lettere a' -figliuoli esuli_, che io vorrei avere autorità di raccomandarvi e farvi -care, o Signore, componeva, ne' dì nostri, Cesare Guasti, erudito e -scrittore degno d'interpretare que' dolori, quelle consolazioni, quelle -grandezze. - -Lo avvicinarsi ai Medici anime elette come quelle della Macinghi -Strozzi, matrona del cui costume e pietà avrebber potuto compiacersi -la bontà di Antonino arcivescovo o la fierezza di Girolamo Savonarola -(e a qualche pratica durezza piuttosto de' tempi che sua, confido -che, ripensandoci, il nostro Biagi[96] si farà più indulgente), lo -avvicinarsi, dico, di tali anime e famiglie (ne cito un'altra, i -Rucellai) ai Medici, mostra che l'opera di questi era stata non tanto -di corruzione, quanto di acquistare potenza fra i cittadini, prendere -dello stato (è la frase del Machiavelli, e del tempo) quanto a mano a -mano ne veniva ad essi concesso, cosicchè la forza loro sormontasse -invincibilmente su tutte le altezze, preponderasse su tutte le -resistenze, schiacciasse quasi fatalmente tutto ciò che si levasse -contro di loro. “Co' Medici, e non co' Pazzi!„: a quell'affettuoso -ammonimento materno risponde tragicamente, a distanza d'anni, nel -maggio del 78, un'altra voce di donna, anzi lo schianto d'un cuore, -d'un cuore di figliuola, ne' giorni che l'uccisione di Giuliano de' -Medici e le ferite di Lorenzo erano, nel sangue de' congiurati e di -chiunque paresse averli comecchessia favoriti, vendicati come delitti -contro la patria. La figliuola d'uno di costoro, giovane sposa di -vent'anni, Ginevra di Piero Vespucci (cognata della bella Simonetta; e -Piero, uomo, del resto, di poco senno, era stato un tempo deditissimo -a Lorenzo, e giostratore nel 64 in Santa Croce con lui, e armeggiatore -col Benci sotto le finestre della Marietta), scrive, la Ginevra a -Lorenzo, queste parole spezzate dal pianto: (la lettera è inedita e -sfuggita alle ricerche e curiosità erudite): “Amantissimo in luogo di -buon padre. La cagione di questi dolorosi versi si è perchè ieri non vi -potei parlare come desideravo, per potervi pregare e ricordare l'amore -e benivoglienza avete portata in questa casa, e le parole e promesse -fatte a me, e l'umanità dimostrami, quando mi chiamasti sorella: e però -vi priego vogliate accettare e mie' prechi, e ogni amore e promesse -rivolere in questo, e avere misericordia e compassione di noi tutti. -Vorrei vi fussi di piacere considerare la condizione di mio padre, e -specchiarvi in me, e non considerare quello che fa in ogni suo caso, -che non è solo in questo. E priegovi quanto più posso mi facciate -questa grazia; e questo si è, me lo rendiate senza altro segno, e -che la penitenza di questo peccato sia quella che à avuta: chè quando -penso, della età ch'egli è e poco sano, come è stato buon pezo, e ora -di nuovo, colla febbre, essere dove egli è, e avere e' ferri in piè; -che quando ci penso, mi scoppia el cuore. Priegovi abiate pazienza se -questi versi vi danno tedio, e priegovi per l'apportatore mi mandiate -qualche buona risposta; però che chi misericordia fa, misericordia -aspetti: e priego Idio vi metta in cuore, me lo rimandiate istasera: -e se io fussi con Voi, tanto vi pregherei me lo renderesti: e ora -di nuovo ò inteso à avuta della fune. Priegovi non ci vogliate fare -disperare più. Ginevra isventurata.„ - -Invero, la vita di quelle donne, quale la rivelano e l'aureo volume -del Guasti (che, potendo essere a mano di tutte, io mi son proposto di -lasciare pressochè intatto alla curiosità del cuor vostro, Signore e -Signorine) e lo pubblicazioni che di altri documenti femminili si sono -venute facendo, non solamente si vede essere tutta per la famiglia; -ma che quelle poderose famiglie, Medici, Strozzi, Salviati, Rucellai, -Guicciardini, Soderini, Ridolfi, debbono a coteste donne non piccola -parte della forza che ebbero, a fare quello che fecero. Il Savonarola, -che sulla caduta della supremazia Medicea tentò costruire saldamente -l'edificio del governo popolare, sentì quanto importasse al suo -intendimento avere a ciò profonde basi nella famiglia: pensò, come -la prima delle sue riforme, la riforma del costume; e si rivolse alle -donne. E non tanto, intendo, alle mistiche, quali erano una Visdomini, -una Gianfigliazzi, una anzi due Rucellai; com'a dire le Giacobine di -quello che poc'anzi ho chiamato Terrore Piagnone; giacobine, bensì, che -poi finivano monache, anzi una di esse Beata. Ma alle madri proprio di -famiglia, il Savonarola si rivolgeva: alle donne e a' fanciulli, che -è quanto dire alle forze dell'affetto materno, si rivolgeva, come a -instrumenti politici, con la fede, con cui l'avversario suo papa Borgia -si appoggiava alla spada e al pugnale del suo Valentino. “O donne e -fanciulli, la vostra riforma non è ancora vinta. Dite da mia parte alla -Magnifica Signoria, che questa non è cosa umana, ma di Dio; e fateli -questa imbasciata: che la racconcino se vi è cosa che non stia bene, e -che gli diano la sua perfezione; e che se non lo faranno, e si faranno -beffe delle opere di Dio o le contradieranno, che il Re gli punirà. E -ditegli che non sono Signori, ma ministri del Signore e del Re nostro -Cristo.... A voi, padri e madri, dico: confermate questa cosa a' vostri -figliuoli, perchè non vi è dentro se non buon vivere. Altrimenti Dio -ha apparecchiata la punizione a chi contradirà alle cose sue. Io ve -lo dico certo, e tenetelo a mente.„ Il magnanimo frate fu arso; e -il profeta, smentito dai fatti: ma molta parte di quella generazione -informata da lui rimase fedele a _Popolo e Libertà_, l'antico grido -del Comune glorioso: e que' fanciulli, che ne' carnevali de' Piagnoni -avean ballato intorno al Bruciamento delle vanità (cotesto bruciamento -altra cosa è approvarlo, ed altra intenderlo pel suo verso), que' -fanciulli, fatti uomini sostennero e combatterono, dalle mura di -Firenze assediata, contro il Papa e l'Imperatore, le ultime battaglie -della libertà italiana. - -Un'egual gagliardia di sentimenti e di opere; un intenso sforzo di -tutte le energie morali, e un cupo raccoglierle e quasi appuntarle -alla vita pratica, al riuscire; durante que' trentacinqu'anni, che -intercedono fra il rivolgimento popolare nel 1494 e la caduta della -Repubblica nel 1530, animano del pari l'un campo e l'altro: gli eredi -e rivendicatori della libertà manomessa; e gli eredi e sostenitori -delle splendide ambizioni di chi la vuole ormai sopraffatta. Anche -sulle manifestazioni dell'arte, e nella elaborazione del pensiero, -incombe il travaglio dell'ignoto avvenire. Il giardino Mediceo di San -Marco, dove il Poliziano erudiva ne' miti ellenici i pittori e gli -scultori, e nella storia carlovingia Luigi Pulci, e il Ficino cercava -in Platone conciliazioni feconde tra la civiltà pagana e la fede -di Cristo, quel giardino è deserto. Ora è il Machiavelli che nelle -conversazioni degli Orti Oricellarii idealizza le togate figure di Roma -antica, e ne entusiasma i giovani che congiureranno contro i Medici, -mentr'egli da quella grande nostra storia romana dedurrà dottrina di -Stato, destinata a chi, in tristi tempi con tristi mezzi, sappia far -trionfare, per la salvezza d'Italia, un'idea generosa. Ma i Medici, -ne' quali egli vagheggia il suo principe, muoiono giovani: e sulle -loro tombe Michelangiolo scolpisce il Pensiero doloroso e la Notte. -Ben diverso trionfo, e non generoso, alla fortuna della loro famiglia -preparano, fattone strumento le Somme Chiavi, Leone X e Clemente VII: -ma per tutto cotesto periodo, di resistenza e di contrasto, durante -il quale difesa, ritorni, congiure, cacciate, si alternano, per poi -conchiudersi in quella caduta da eroi sulla quale irraggia la sua luce -il Ferruccio, la vita civile e la domestica non sono più nè possono -essere il gaio vivere, a sicura letizia intonato, nel quale, da Cosimo -a Lorenzo, Firenze aveva sorbito lentamente la dissuetudine dalla -libertà. I carnevali del magnifico Lorenzo vecchio de' Medici, come -lo chiamano i contemporanei del nipote suo Lorenzo, che col ducato -d'Urbino anticipa ai Medici il titolo ond'è per coronarsi in Firenze -la loro secolare cupidigia, quei carnevali non tornano più: nè valgono -a rattizzarli le Compagnie del Broncone e del Diamante, nelle quali, -sotto le imprese e i motti e l'auspicio di que' passati splendori, si -raccoglie a darsi piacere la gioventù pallesca. I tempi non sono più -quelli, nè per Firenze, nè pur troppo, dopo la calata di Carlo VIII, -per tutto il resto d'Italia. - -E la donna? Fedele custode delle sue tradizioni, in cotesta vita che -è divenuta tutta una guerra guerreggiata di foschi interessi, essa ha -vegliato e veglia agl'interessi del focolare: specialmente la madre. -Quando il magnifico Lorenzo perdette la sua, “Ho perduto„ scrisse “un -unico refugio di molti mia fastidii e sollevamento di molte fatiche, -uno instrumento che mi levava di molte fatiche„. “Tornate a vostra -madre che con tanto desiderio vi aspetta„; scriveva la Macinghi -Strozzi: e ai figliuoli esuli la voce di quella valente vecchia era -come la voce cara della patria, della patria che riapriva loro le -braccia, per tanti anni sì crudelmente serrate. E così la Lucrezia come -l'Alessandra hanno quasi con le loro proprie mani fatto i matrimoni -de' loro figliuoli; sottoponendo al sindacato del loro occhio materno, -nelle possibili nuore, tutto, dalla persona all'animo, ai costumi, al -parentado, alla dote: e fra le passate in rivista dall'Alessandra è, -con non troppo favore, la bella Marietta delle armeggerie e della neve. -Ora la Maria Salviati vedova del gran capitano Giovanni delle Bande -Nere, attende alla futura grandezza del suo Cosimo, che a diciott'anni -improvvisamente duca di Firenze, saprà, educato da quella donna di -alto animo, sottomettere o schiacciare i nemici, se anche si chiamino -Filippo e Piero Strozzi, deludere o respingere le pericolose ambizioni -de' partigiani, se anche si chiamino Francesco Guicciardini. Al buon -avviamento, prima, poi alla salvezza del suo sciagurato figliuolo -Lorenzino de' Medici, si adopera inutilmente la Maria Soderini: ed -essa e le figliuole bellissime, entrate negli Strozzi, la Laudomia e -la Maddalena, e dagli Strozzi entrata nei Ridolfi la Maria figliuola -di Filippo, il gran gentiluomo del secolo, parteciperanno, con gli -accorgimenti animosi e le ispirazioni de' loro cuori di madre, di -sorella, di moglie, all'affaticarsi infruttuoso, non però ingeneroso, -de' fuorusciti, contro l'afforzamento del principato Mediceo. -Protesterà, contro la violenza e il tradimento che lo hanno insediato, -la figliuola d'uno di quei fuorusciti, Giulia di messer Salvestro -Aldobrandini; che nella corte d'Urbino, richiesta da Fabrizio Maramaldo -di ballare con lui, “Levatemivi dinanzi„, gli risponde “chè ammazzaste -così vigliaccamente il Ferruccio„. Ma tra le vittime del novello -principe cadrà una gentile di quella schiera, Luisa Strozzi; sulla cui -tragedia, e su quella che pochi anni appresso involge nel mistero la -morte del padre suo Filippo, aleggiano sinistramente le parole dell'ava -veggente: Chi è contro a' Medici, sarà disfatto. Parole, del resto, che -nella casa degli Strozzi non ha ascoltate una Medici stessa, la madre -della Luisa, la Clarice moglie di Filippo e cospiratrice zelante alle -fortunose ambizioni di lui; anima, piuttosto che di donna, d'uomo e dei -più fieri di quel fiero Cinquecento: la quale ai giovinetti bastardi, -nelle cui mani, sotto i non dissimili auspicii di papa Clemente, il -moto popolare del 1527 trova le redini della signoria Medicea, ha -rinfacciato la passata grandezza de' suoi antenati, fondata sul favore -del popolo; e in nome di questo, nel palagio de' Medici, essa una -Medici autentica, ha loro additata e quasi intimata la via dell'esilio. - -Forti donne, alle quali può l'uomo di cui portano il nome commettere -con fede le faccende domestiche, de' figliuoli e del patrimonio, della -casa e della villa; come messer Luigi Guicciardini, mentr'è fuori -Commissario pe' Medici, alla sua monna Isabella, una massaia stupenda, -che io mi onoro d'aver rivelata dalle sue lettere campagnuole: -commettere e raccomandare la custodia del palagio, e il decoro della -casata; che alle mani della moglie di Pierfrancesco Borgherini, madonna -Margherita, saranno sicuri. E quando un Della Palla, incettatore per -re Francesco di Francia di tesori artistici dalle case della nostra -città, si presenta con mandato (pur troppo!) dei Priori alla casa di -monna Margherita a mercanteggiare una sua camera, meravigliosa pe' -lavori di Iacopo da Pontormo, quella davvero nobilissima gentildonna lo -riceve così: “Adunque vuoi essere ardito tu Giovambattista, vilissimo -rigattiere, mercantuzzo di quattro denari, di sconficcare gli ornamenti -delle camere de' gentiluomini, e questa città delle sue più ricche -ed onorevoli cose spogliare, come tu hai fatto e fai tuttavia per -abbellirne le contrade straniere ed i nemici nostri? Io di te non mi -meraviglio, uomo plebeo e nimico della tua patria; ma dei magistrati -di questa città, che ti comportano queste scelerità abominevoli. -Questo letto che tu vai cercando per lo tuo particolare interesse e -ingordigia di danari, come che tu vada il tuo mal animo con finta pietà -ricoprendo„, cioè di conciliare a Firenze assediata la benevolenza del -Re “è il letto delle mie nozze, per onor delle quali Salvi mio suocero -fece tutto questo magnifico e regio apparato, il quale io riverisco -per memoria di lui e per amore di mio marito, ed il quale io intendo -col proprio sangue e con la stessa vita difendere. Esci di questa casa -con questi tuoi masnadieri, Giovambattista; e va', di' a chi qua ti -ha mandato comandando che queste cose si lievino dai luoghi loro, che -io son quella che di qua entro non voglio che si muova alcuna cosa: -e se essi, i quali credono a te uomo dappoco e vile, vogliono il re -Francesco di Francia presentare, vadano e sì gli mandino, spogliandone -le proprie case, gli ornamenti e letti delle camere loro. E se tu sei -più tanto ardito che tu venga per ciò a questa casa, quanto rispetto -si debba da' tuoi pari avere alle case de' gentiluomini, ti farò con -tuo gravissimo danno conoscere„. La conversazione o, se anche vogliamo, -l'amplificazione di queste generose parole di donna in una pagina del -buon Vasari, mi pare debba riconciliarci alquanto con l'oratoria dei -Cinquecentisti. Ma voi, quando nel Palagio del Potestà passate innanzi -ad un mirabile cammino in pietra di Benedetto da Rovezzano, che da -una sala appunto delle case che furono de' Borgherini colà trasferito, -è ormai assicurato al patrimonio intangibile della nazione italiana, -siate superbe, o gentildonne fiorentine, della vostra concittadina; e -se mai occorresse, ricordatevi dell'esempio ch'ella vi ha dato. - -Che se la Margherita e l'Isabella favoreggiano, e la Maria Salviati -Medici rappresenta essa stessa potentemente quella parte Medicea dalla -quale, almeno in quel truce epilogo delle sue ambizioni, rifuggono -le simpatie di noi tutti (compreso, senza dubbio, l'apologista -dotto e sagace, per la cui eloquenza ha in questa sala rivissuto una -genialissima ora di vita il magnifico Lorenzo)[97]; se la Clarice -Medici Strozzi, e le gentildonne de' fuorusciti, agitano in petto, -insieme con altre passioni più nobili, gl'interessi altresì e i -rancori di ambizioni men della Medicea fortunate; non mancano poi -alla libertà che muore, non mancano dal popolo che per lei combatte -senz'altra ambizione nè amore che non sia essa stessa la libertà, le -sue eroine. Eroine anonime, come le dà la plebe, generosa de' nomi non -meno che del sangue (così non ne fosse prodiga anche a chi la inganna -e la sfrutta!); anonime, e nella veglia del malinconico inverno de' -casolari affigurate in leggenda. Tale la Lucrezia Mazzanti figlinese, -che nei gorghi del suo Arno cerca scampo alle brutali violenze della -soldataglia imperiale e papale: matura sposa quarantenne, ma che il -popolo vuole restituita alla poesia dell'intatta giovinezza, mentre -alla novella Lucrezia romana dedicano il loro latino gli ultimi -umanisti del Rinascimento, che il Bruto cesaricida esalteranno in -Lorenzino de' Medici. E dalle popolari memorie, nella storia del tempo -raccolte, effigiò modernamente il Guerrazzi, quando ne' duri anni -della servitù d'Italia volle essere l'Omero della libertà fiorentina, -quella che egli denominò monna Ghita setaiuola in Borgo San Friano: -“alta della persona, magra, adusta dal sole, sicchè sembrava di colore -del rame; i muscoli del collo grossi e protuberanti, le vene turgide, -le labbra vermiglie, e comunque tacessero, agitate; le narici ansose, -gli occhi fulgidissimi, perpetuamente volgentisi da un lato all'altro; -i contorni del volto squadrati, la faccia ossuta„; una Parca di -Michelangiolo: la quale, vedova e povera, dà alla difesa della patria -le buccole d'oro delle dónora maritali, e il figliuolo unico: “il mio -Ciapo di sedici anni e otto mesi, perchè deve entrare ne' diciassette -come si arriva alla festa di San Zanobi„; dopo fattogli giurare sul -Crocifisso il giuramento con che la Spartana consegnava al figliuolo -lo scudo: O con questo, o su questo. Ultima espansione da cuore di -madre popolana, dell'amor di patria nel sacrifizio della famiglia. -Succederanno i tempi ne' quali il popolo italiano dovrà dimenticare -d'avere una patria, cercar nelle gride (povero Renzo!) il diritto -d'avere una famiglia: e agli oppressi dalla doppia tirannide, politica -e sociale, non rimarrà altra voce, se non il pianto di Lucia che dice -addio a' suoi monti. - - -VI. - -La libertà repubblicana è caduta: e su quelle rovine han fatto le -loro paci, la Chiesa di Roma, che per entro alla corruzione secolare -e alle pagane eleganze ha giocata la sua unità, e il sacro Romano -Impero, le cui idealità medievali son fatte così una brutta cosa, -nella greve signoria di Carlo V spagnuolo, del monarca su' dominii -del quale il sole non tramonta. Splendori di corti, di pensiero e di -roghi, illumineranno l'età che incomincia, della quale il mio tema -varca sfiorando le soglie, e destinata, o Signore, alle conferenze -del prossimo anno. Nei sozzi e atroci drammi coniugali dei duchi e -granduchi Medici e de' loro cortigiani, ultima che ritragga dell'antico -“femminile„ fiorentino, bella, culta di lettere, esercitata nella -poesia, nella musica, nell'uso di più lingue, del volgar nostro -intendentissima, gentile d'animo, è l'infelice Isabella Medici Orsini. -Altre gentili ospita il chiostro; il chiostro, talvolta cercato e -invocato, troppo più spesso destinato alla inconsapevole innocente -fanciullezza da quelle tirannidi gentilizie, scellerate e codarde, -delle cui vittime la Geltrude del Manzoni è vendetta immortale. E nel -chiostro, da uno ad un altro trafugandola gelosamente, i repubblicani -fiorentini dell'Assedio avean custodita Caterina de' Medici: come utile -ostaggio, speravano; e non sapevano di serbarla a ben altre fortune. -“Andate, e dite a que' miei padri e signori, che io intendo d'essere -monaca, e di starmi in perpetuo con queste mie reverende madri„; -mandava ella a dire alla Signoria: l'aspettavano invece il trono di -Francia, e le guerre civili di religione, e la _Saint-Barthélemy_. - -Ma ai dolci silenzi della meditazione pietosa sulle umane colpe e -sventure, agli entusiasmi verso Dio buono, ai terrori di Lui giusto, -era nata Caterina de' Ricci, che in San Vincenzio di Prato si chiude -giovanissima, negli anni durante i quali per un'altra di quel casato, -la Marietta Ricci Benintendi, duelli di non degno amore intermezzano -le battaglie della libertà, e il nome d'un'altra Ricci, Cassandra, è -vituperato fra le tresche e nel sangue. Caterina nel chiostro riceverà -le ultime tradizioni e gli affetti de' seguaci di frate Girolamo; -appiè dell'altare, sul quale ella un dì sarà santa, consacra la -religione del martirio di lui: e dal chiostro, non ripudiata l'umana -fraternità, a' suoi di casa parla, nelle _Lettere_, parole di pace, di -conforto, d'amore; ai prelati suoi superiori, di reprensione reverente, -ove occorra; agli uomini, che tra le cure civili o mercantili si -travagliano, parole di virtù operosa e che si affisa nell'alto; di -giustizia, ai principi; di miti e caritatevoli affetti, alle donne; -e delle due che furono le mogli di Francesco de' Medici, ama Giovanna -d'Austria infelice, prega e fa pregare Dio per Bianca Cappello. - -Nè con l'infoscarsi, sempre più cupo, de' tempi, col sempre più -gravemente incombere sulla libertà politica e del pensiero la domestica -e la straniera tirannide, manca ne' chiostri, alla pietà verso chi -rimane nel mondo, il cuor della donna: o l'abbiano esse lasciato, -o esso il mondo le abbia allontanate da sè, quelle buone sentono e -fanno suoi i dolori della famiglia alla quale appartennero. Sulla -collina d'Arcetri si raccoglie a morire, quasi prigioniero, il grande -liberatore del pensiero moderno, Galileo: ma presso alla villa del -Gioiello, che oggi nel suo nome ci è sacra, vegliano su lui, dal -convento di San Matteo, l'affetto e la preghiera d'una santa creatura, -che data a lui dall'amore, egli è forse colpevole di avere, sin dalle -fasce, destinata all'espiazione; della sua Virginia, che egli ha voluto -sia suor Celeste: ed ora ella viene a lui, non potendo di persona, -con le _Lettere_ nelle quali quella cara anima è sopravvissuta anche -a noi: e si accuora de' suoi dolori, e trepida delle sue malattie; e -si prostra reverente al suo divino intelletto che “penetra i cieli„; e -in una rosa, che gli manda nel cuor dell'inverno, vuole intravvegga, -di là dal “breve e oscuro inverno della vita presente, la primavera -dell'eternità„; e s'addossa ella le penitenze spirituali impostegli -dal Sant'Ufizio; e al ricevere un suo libro, o al sapere di onoranze -resegli, esulta; e vorrebb'essere “in una carcere assai più stretta -di quella in che si trova„, per far libero lui; nè le duole di -esser monaca, se non quando sente ch'egli è malato, per non potere -assisterlo; e dovendo come le altre monache scegliere fra i Santi il -Santo “suo devoto„, non altri sa scegliere, con sublime profanità di -figliuola, che il padre suo, il padre che prega Dio le sia conservato, -“perchè dopo di lui non mi resta altro bene nel mondo„. E quando -cotesto martirio di amor filiale incarcerato ha il suo termine, e a -trentatrè anni ella muore, il povero glorioso vecchio sentirà spezzato -il più caro vincolo che ancora lo congiungesse col mondo; più dura e -crudele gli pesa ora la guerra indegna che in lui è fatta ai diritti e -all'avvenire dell'umanità: e di lì a breve, cieco, infermo, degnato di -concessioni umilianti come a colpevole ravveduto, fattogli elemosina -di licenza e di permessi come a tollerato dai potenti della terra, -egli che ha rivelato i misteri del cielo, nel presentire la morte: “Mi -sento„ esclama “continuamente chiamare dalla mia diletta figliuola„. -Nè so se la donna abbia mai scritta nella propria storia una pagina che -valga cotesto grido paterno, uscito dal cuore di Galileo. - - -VII. - -Le libertà repubblicane caddero, e successero i tempi infausti -della servitù: ma al terzo secolo da quella caduta, il sepolcro si -è dischiuso, e la libertà d'Italia risuscitò da morte. E la donna -italiana, così da Firenze come da ogni altra città e villaggio e -borgata della patria che è nostra, ha dato a quel risorgimento i -dolori del sacrificio e del martirio, le ansietà delle trepidanti -speranze, il pensiero e il lavoro degli uomini ch'ella ha amato e -ispirato, la vita propria, il sangue de' suoi figliuoli; da Eleonora -Fonseca a Teresa Confalonieri, dalla madre dei Ruffini alla madre -dei Cairoli: all'Italia han dato il fior dell'ingegno la Guacci, la -Turrisi Colonna, la Ferrucci, la Brenzoni, la Paladini, la Percoto, la -Milli, la Mancini, la Fusinato. O madri toscane, o spose, o sorelle, o -figliuole, che da Curtatone e Montanara alla rivendicazione di Roma le -sante battaglie della libertà orbarono de' vostri cari; o gentildonne -animose, o buone popolane, della nostra Firenze; la tradizione con le -forti donne dell'antica nostra istoria è per voi ricongiunta. - -Nè più tardi d'ieri, da una collina le cui vigne e gli oliveti -ombreggiavano una tomba recente, è disceso un feretro, che da -quella tomba trasferiva, così volendo la nazione, in Santa Croce, -e restituiva al sepolcro degli avi suoi, de' Priori e Gonfalonieri -della nostra Repubblica, la salma di Ubaldino Peruzzi, nella cui -persona, il 27 aprile di trentadue anni fa, Palazzo Vecchio tornò al -suo antico signore, il Popolo fiorentino. Pia custode di quella tomba -gloriosamente vuota, è rimasta una Donna: che tanto seppe, tanto potè, -nei pensieri e negli affetti di lui; che lo animò, lo aiutò, alle -onorate fatiche, ne' dubbi lo consigliò, gli confortò i patimenti, -gli consolò le ingiustizie, gli allietò i trionfi. Storia, che in -tutti i paesi civili, in tutte l'età, è la storia vostra, o Signore: -che compendia i diritti e i doveri vostri verso le due grandi non -distruggibili società, delle quali voi siete l'anima immortale: la -famiglia e la patria. - - - - -IL POLIZIANO E L'UMANESIMO - -DI - -GUIDO MAZZONI. - - - _Signore e signori_, - -Presentarmi a voi, che avete fama meritata di giudici eletti, a voi che -pur ne' giorni scorsi udiste Adolfo Bartoli e udirete dopo me altri che -io reputo maestri miei, per discorrere del Poliziano e dell'Umanesimo, -argomento grave e forse nell'ampiezza sua meno adatto alle strette -d'una lettura, sembra audace a me stesso: ma non si conveniva a me -fiorentino negar l'opera mia in una impresa di cui Firenze si compiace, -come è questa delle pubbliche letture; dirò più schietto, non mi diè -l'animo di rifiutare l'onore che mi si fece invitandomi qui. Di che a -ottenere più agevole indulgenza, tacerò ogni altro preambolo. Ma prima -consentite ch'io vi preghi a unirvi meco in un desiderio di tutti gli -studiosi. Isidoro Del Lungo ha da mantenere certa sua promessa: ha da -darci quella vita del Poliziano della quale pubblicò saggi per dottrina -e per critica eccellenti; promessa giovanile, cui stima sottrarsi -affermandola invecchiata con lui; promessa di galantuomo e valente, -che vuole essere mantenuta, voi gli rispondete con me. A un libro del -Del Lungo non si rinuncia così per fretta; e troppo, nel tornare per -voi sul Poliziano, troppo ho risentito quel che importi averne o no la -guida sicura. - - -I. - - Dolci gli studii un tempo già m'erano: ahimè che m'incute, - la Povertà, co' suoi luridi cenci, orrore! - Onde, poi che 'l poeta non è che ludibrio del volgo, - stimo più savio cedere a' tempi anch'io. - -Questo lamento, che suona troppo più efficace ne' distici latini -dell'originale, questo sospiro di Angelo Ambrogini (sarà tra breve il -Poliziano) alla quiete e agli agi di una vita, quale egli desiderava la -sua, tutta spesa sui libri degli antichi e nell'esercizio dell'arte, -è schietto documento dello stato e dell'animo di lui quindicenne. -Cinque anni prima, gli avevano ammazzato il padre, per ciechi odii, -ferocemente; il padre, messer Benedetto, uomo di legge, onorato d'alti -offici nella patria Montepulciano, poi giudice a Pisa, cui non era -valso chiedere protezione a Piero di Cosimo de' Medici, che “per -l'amore de' suoi piccoli cinque figliuolini, lo sicurasse in modo che -potesse starsene sicuro a casa sua senza portar arme, che non era suo -mestiere„; nel maggio del 1464, tentando egli invano ripararsene con -le mani inermi, l'avean morto più colpi di coltello e di partigiana. -Vendetta, come allora si usava, ne era stata presa, due anni dopo, da -un nipote che, sangue per sangue, uccise gli uccisori: ma la vedova -si era rimasta con que' cinque figliuolini, e avea dovuto mandare il -maggiore di essi, Angelo, a Firenze, da un cugino del marito, perchè si -cercasse migliori fortune. - -Tardavano queste; ed Angelo sentiva ogni dì più, nell'animo vivace, -nella mente addestrata alle lettere, il disagio e il cruccio della -miseria, onde quel sospiro che dianzi avete ascoltato. Ma come, -giovinetto quale era, povero quale era, potesse dare al sentimento la -veste succinta di un epigramma latino, non intenderà chi non rammenti -che fosse, a mezzo il secolo decimoquinto, la coltura italiana e più -specialmente la fiorentina; non rammenti, cioè, i modi e i luoghi di -quell'amore anzi furore per gli studii delle lettere che ebbe allora, -con parola ciceroniana, rimasta fino a' dì nostri nell'uso delle -scuole, titolo di umanità; delle lettere, anzi di tutta quanta la vita -latina e greca; perchè parve che l'Italia, dopo le vicende barbariche, -volesse riabbracciarsi stretta alla madre Roma, e quasi per ossequio di -lei venerare più da presso gli esemplari della vita e dell'arte che i -Romani stessi avevano ammirato nei Greci. - -Alla parola Rinascimento non può ormai attribuirsi il senso che -anche qualche anno fa le era attribuito: tra la lingua e la civiltà -latina, tra la lingua e la civiltà nostra, distacco non fu. Come la -persistenza del latino letterario per tutte le scritture nell'età di -mezzo basterebbe a dimostrare, se altre testimonianze mancassero, la -persistenza dell'insegnamento; come le opere degli antichi, giunte -fino a noi su libri copiati nell'uno o nell'altro secolo di quell'età, -dimostrano che mai non furono del tutto obliate, e le citazioni e le -imitazioni ne dan riprova; così i vanti delle famiglie e delle città -che ripetono a gara l'origine degli antichi eroi, e ne onorano i -sepolcri che si credono recuperare, e conservano o dànno ai magistrati -i nomi d'un tempo gloriosi, affermano che il popolo d'Italia non smarrì -mai, e viva e intiera riebbe presto, la coscienza del sangue suo, del -latin sangue gentile. Sì che Dante, il quale osava, contro il dispregio -delle scuole, levare alle altezze del suo pensiero la parlata del -volgo, Dante si stima, proprio perchè fiorentino de' puri, romano, e -fa che Virgilio si stringa fra le braccia con amore di compatriotta il -recente Sordello, e a Virgilio si fida come a connazionale, dicendolo, -con orgoglio di comunanza, nostro. E neppure si era mai spenta, fosse -pur fioca e vacillante, la luce degli studii greci, alimentata da -quanto la Chiesa d'occidente nei testi e nei riti aveva di greco, da -quello che avevano dato e davano a tratti le ragioni politiche, dal più -che recavano i commerci continui tra le repubbliche nostre e l'impero -orientale. Morte dunque non fu, e parola fallace è perciò quella del -Rinascimento; non da sbandirla, ove s'intenda che l'Italia, nei secoli -dall'undecimo al decimosesto, rinvigorita, rallietata tutta, ebbe come -una nuova gioventù di fede in sè e di gagliardia; quasi una grande -quercia che, dopo aver frondeggiato ne' secoli, rotta ed arsa da più -fulmini, sembri, per una stagione, destinata a perire; ma le percosse -stesse e il riposo le hanno invece giovato, e getta fronde novelle, di -verde più gaio, e torna a dare ombre dilette e ghirlande di gloria. - -Ma per pochissimi che delle lettere classiche sapevano tanto da -valersene come di nutrimento vitale al pensiero, per pochi che almeno -modellavano lingua e stile su questo o su quell'autore de' buoni, -quanti (e parlo sempre degli uomini colti) confondevano le forme della -grammatica in un gergo strano, dove non era nè il latino corretto nè il -volgare schietto, e le cose e gli uomini dell'antichità confondevano -in una scienza tutta errori e leggende! Il popolo s'era fatto un -Virgilio mago, del quale narrava le arti: come avesse purgata Napoli -dall'aria cattiva, dalle sanguisughe che ne guastavano le acque, dalle -cicale, dalle mosche, dalle zanzare che la tediavano, dalle serpi che -la infestavano; come avesse aperto il monte di Posillipo, e, quel ch'è -più, atterrito il Vesuvio dall'erompere, con la statua d'un arciere -pronto sempre a saettarlo. Molte di queste e altre tali meraviglie -ingrossavano la biografia del poeta ai tempi del Petrarca; e un -fiorentino non incolto, Antonio Pucci, ne registrava alcune in un suo -zibaldone, avvertendo che “quantunque paiono a grossi huomini favole -perchè in loro cuore non le possono comprendere, abbi quelle che udirai -per vere„. E un altro poeta, più oltre, sui primi del quattrocento, -poteva di Virgilio arditamente affermare che, andato a scuola, - - per la testa grossa che lui avia, - da' scolari Marone era chiamato. - -E già era stato detto innanzi, Virgilio derivare da _ver gliscens_, -perchè ei fu vario e fecondo come la primavera, e Marone dal mare, -perchè abbondante di scienza come d'acque il mare. Così d'Ovidio e il -popolo e i dotti favoleggiavano miracoli; e sul nome facevano, ch'era -esercizio consueto, belle fantasie: “Ovidio fu poeta (scriveva uno de' -primi commentatori di Dante) et fu chiamato Publio, et per sopranome -Ovidio _ab ovo_, perchè aveva tondo il viso, ritratto come un ovo: fu -ancora chiamato Nasone, perchè aveva uno grande naso.„ Sallustio era -fatto da alcuni zio di Cornelio Nipote; Stazio, contemporaneo di Ennio, -e padre di due figliuoli, Archimede e Tebaide, nei quali è facile, con -la correzione del primo nome in Achilleide, riconoscere i poemi suoi; -e quasi nomi di uomini erano già stati citati _Eunuchus comoedia_ e -_Orestes tragoedia_; Plinio il vecchio, confuso col giovane, aveva ai -molti libri suoi la giunta di leggende su Lucifero e su l'Anticristo; -e Marziale, per gli epigrammi culinarii, il titolo di cuoco. Nè più -si sapeva o si capiva della mitologia: “Venus fue una bellissima -donna, regina de Cipri, e fue sì bella che quanti la vedeva di lei -innamorava: unde dapuò la sua morte fue deificata e dicta dea de lo -amore„; “Apollo nacque in Delo e fue sommissimo astrolegho e tractò del -corso del Sole; e per tanto fue deifichato in lo quarto pianeta. Questo -Apollo che uno figlio dicto Eschulapio, che grande tempo medichò per -la scienza del padre; imperò che Apollo fue lo primo che trovasse la -medicina, et poi stete grande tempo persa, perchè, morto Eschulapio, -le grosse giente arsero i libri, perchè trovavano che le cose venenose -intravano nelle medicine; et non sapendo considerare l'utele de la -scienza, desfecero i libri.„ Basti il saggio breve: tali, su per giù, -la conoscenza e l'intelligenza dei miti negli anni in cui il Petrarca e -il Boccaccio si affaticavano a restaurarne lo studio, e iniziavano la -critica filologica e storica; dove è da notare, per segno dei tempi, -che il Petrarca a Roberto re, il quale, presenti molti, lo dimandava -sulla grotta di Posillippo, se la credesse anch'egli opera della magia -virgiliana, rispose deridendo quelle stoltezze; e il Boccaccio, invece, -nel commento all'Inferno dantesco, le ribadiva. Le menti del medio -evo, disadatte a uscire dal cerchio del presente, e giorno per giorno -seguitando ad allontanarsi inconscie dal modo antico di vedere e di -rappresentare, non intendevano più nè l'arte nè la vita de' secoli -greci e romani; e quando volevano rappresentarle, le travestivano. Ciò -che alla mitologia, accadde alla storia: Teseo diventò duca d'Atene; -Atene ebbe una università come avevano allora Parigi e Bologna; -Alessandro Magno, dopo aver corso co' suoi baroni e signori tutto -l'Oriente, scese in una gabbia di vetro fin giù nel fondo del mare, -tentò l'entrata del Paradiso terrestre; Nerone partorì dal fianco una -ranocchia; la regina di Fiesole, Belisea, prigioniera di Catilina, -andò “la mattina di Pasqua di Pentecosta alla chiesa nella Calonaca -di Fiesole alla messa„ (mi è ben lecito citar qui il Malispini); e -Catilina, sfidato da Attila “fece con lui sì aspra battaglia, che -pochi ne camparo dall'una parte e dall'altra, e Attila fu ritrovato -morto presso all'Arno, e Catellina fu ritrovato morto nella costa di -Fiesole„. - -Tale, fino a non più che cento anni innanzi al Poliziano, e anche -più da presso, la dottrina che scrittori non incolti avevano -dell'antichità. E quanto sapessero di latino, per quel che è della -correzione e dell'eleganza, mostra il latino stesso di Dante, che -pur sapeva a mente tutta l'Eneide: dirò di più, il latino stesso del -Petrarca, tanto migliore di quel di Dante, e pur tanto lontano ancora -dalla retta imitazione de' classici, e spregiato per ciò dagli umanisti -più tardi, non senza ragione, come barbarico. E sì che il Petrarca fu -davvero, quale lo vantano i frontespizii nelle antiche stampe delle -opere sue, “filosofo, oratore e poeta chiarissimo, della rifiorente -letteratura e lingua latina, per molti secoli da orrenda barbarie -deturpate e quasi sepolte, confermatore e instauratore„. Parole -magnifiche, ma non false. Discepoli suoi possono infatti considerarsi -e il Boccaccio e il Salutati e il Marsigli e il Malpaghini, co' quali -l'erudizione classica meglio si addestrò e si fe' laica e divenne -parte necessaria della vita civile e politica. D'allora in poi -l'umanesimo, sì bene avviato, avanza ogni anno di spazio, cresce ogni -anno d'intensità: Firenze è il focolare; le faville se ne diffondono -per tutta Italia, e, secondo i luoghi, suscitano fiamme nuove o dan -forza ai fuochi che già ardevano chetamente: a Venezia, Padova, Verona, -Milano, Pavia, Genova, Mantova, Ferrara, Bologna, Rimini, Urbino, -Pesaro, e Foligno, e Camerino, a Siena, a Roma, a Napoli, là dove era -un reggimento aristocratico, repubblicano o principesco o pontificio -che fosse, ivi da per tutto chiamare maestri, raccoglier libri, educare -i giovani alle lettere con lezioni e con dispute, reputare decoro e -utile della città e dello Stato un cancelliere che sapesse vestire -consulte e ambasciate di adequati e sonanti ed efficaci periodi. Da -queste città in altre attorno minori; dalle corti e da' magistrati -supremi nelle famiglie, fino alle donne. Leggesi sulla fine del -trecento, di una gentildonna veneziana: “Chostei fu lodata et dotata de -una piacevole grammaticha (seppe, cioè, di latino), et udio li poeti -(i latini, s'intende) in questo muodo, che, essendo lei fanzulla, la -madre la mandò a la scola perchè imparasse da legere a ziò che dire -potesse lo officio de Nostra Donna; poi, essendo grande, intanto lo -padre teneva uno grande maestro in poexia che legieva a li figioli li -autori; et chostei, udendo quelli, et udendo latinare, meravigiosamente -si fece saputa, et molto si dilectò in Virgilio, et piacevolmente -lo intexe, e sì bene che io, che zià la udi' parlare, a pena me'l -consento.„ Ben s'intende come, un secolo dopo, il Poliziano, visitata -a Venezia Cassandra Fedele, dotta di greco e di latino, sì che la -Repubblica gelosa non volle mai che, per inviti di re e di pontefici, -lasciasse la terra di San Marco, il Poliziano potesse scriverne a -Lorenzo de' Medici: “È cosa mirabile.... Partimi stupito.„ Nè che in -Firenze ricambiasse con lui epigrammi greci Alessandra Scala, che in -greco recitava l'Elettra di Sofocle. - -Perchè anche gli studii del greco, che fino al secolo undecimo avevano, -se non fiorito, perdurato, specialmente nell'Italia meridionale, -nè mai si erano inariditi del tutto, si riebbero presto e divennero -necessario compimento a quelli del latino. Fino dal 1359 il Boccaccio -erasi accolto in casa un maestro di lettere greche, Leonzio Pilato -calabrese, e gli avea procurata una cattedra in Firenze e libri greci -da interpretare: e il Petrarca, che volle costui a Venezia, gli diede -poi a tradurre, per prezzo, l'Iliade e l'Odissea; ormai disperava -intendere da sè quei libri greci che aveva imparato a decifrare da un -altro calabrese, frate Barlaam, e che, non intendendoli, si compiaceva -almeno di possedere. Venne finalmente da Costantinopoli un maestro -migliore, Manuele Crisolora; e già nel 97, per merito del Salutati, ne -ascoltavano a Firenze le lezioni più giovani volonterosi e ingegnosi: -quando, sette anni dopo, il Crisolora se ne tornò in patria, un altro -giovane, Guarino veronese, lo accompagnò come servo, pur d'imparare! -Anche il greco era ormai riconquistato alla coltura italiana. - -Que' giovani si spandono per l'Italia e per la Germania, frugano le -biblioteche degli antichi conventi; traggon giù dagli scaffali tarlati, -detergono dalla polvere de' secoli, i manoscritti, e gli scorrono qua -e là frettolosi, col cuore che batte di desiderio e di speranza; ecco -le orazioni di Cicerone, i carmi di Catullo, gli annali di Tacito; ecco -le voci degli antichi nostri, che per lungo silenzio parean fioche, -levarsi da quelle membrane ingiallite a orecchie bramose e capaci di -comprendere. Ed altri scrivono a Costantinopoli per aver libri greci, -s'imbarcano essi stessi, comprano, rubano talvolta; ecco Sofocle, -ecco Platone, ecco i doni dell'arte e della sapienza ellenica che i -nostri antichi tesoreggiarono e che noi vogliamo riammirare, nè ci -lasceremo sfuggir più. A Strasburgo, nel 1439, un tale muove lite a -un tal altro perchè gli mantenga i patti conchiusi con un suo fratello -defunto, nell'esercizio di una certa arte arcana: i testimoni parlano -di ordigni strani, torchi, forme, punzoni: il socio citato in processo -è Giovanni Gutemberg. La stampa è inventata: l'eredità dei classici -è assicurata al pensiero moderno; promesso e assicurato con lei a te, -o pensiero moderno (lo dirò col poeta), il trionfo “su l'età nera, su -l'età barbara, sui mostri onde tu con serena giustizia farai franche le -genti!„ - -Dopo il Bruni, morto nel 44, il Valla nel 57, Poggio Bracciolini e -l'Aurispa nel 59, il Guarino nel 60, Flavio Biondo nel 63, l'umanesimo -ha ottenuto, non tutti i frutti suoi, ma tutto quanto il campo che -dissoderà: la critica e la interpretazione dei testi, la storia, la -geografia, l'epigrafia, la numismatica; l'archeologia insomma o la -filologia; e d'altra parte, la grammatica e la retorica come strumenti -all'imitazione delle forme letterarie classiche: la correttezza, -cioè, la scioltezza ed eleganza delle prose e dei versi sì latini che -greci. Quando nel 1453 cadde l'impero d'Oriente (fo mia una notevole -osservazione del Del Lungo) non furono i profughi che ci recassero la -scienza, ma sì la scienza nostra li assicurò di accoglienze buone e -fraterne. - -E intanto Cosimo de' Medici, di quella famiglia di popolani mercanti -il cui nome entra nella storia tra le prepotenze di parte Nera nel -1301 con un assassinio, Cosimo, il più ricco uomo d'Italia e il più -liberale, padroneggiava Firenze; e attorno a sè, per amor di dottrina e -arte di governo, raccoglieva uomini di lettere e codici, e, conversando -coi greci, ideava l'accademia platonica. Lo studio fiorentino avea -lettori e ordinamenti compiuti; la città si adornava di edifici e di -opere stupende; il danaro affluiva; la Signoria stessa si rinnovava di -fogge e di suppellettili il corteggio e il Palazzo. Onde Piero, dopo -la morte del padre suo che fu titolato padre della patria, potè meglio -sentirsi e assumere sembianza di principe; e come principi fece educare -nei costumi e nelle lettere i figli Lorenzo e Giuliano. Quando nel -1469 morì, il primogenito non titubò a pigliarsi la cura dello Stato; -e Firenze ebbe, e nel bene e nel male, i giorni che già Atene con -Pericle. La libera città de' mercanti artisti perdeva nel fatto, se non -di nome, le istituzioni repubblicane; in ricambio non buono, acquistava -gli splendori della corte medicea e dell'umanesimo. - - -II. - -Ormai è chiaro in che modo il quindicenne Ambrogini potesse lamentarsi -della sua miseria in distici garbati; ci è chiaro anche in che modo -potè, indi a poco, rompere la malignità della sorte. La protezione -che quel povero messer Benedetto aveva chiesta invano a Piero de' -Medici, fu dal figlio dell'invocato protettore conceduta al figlio -dell'assassinato, non tanto forse per la pietà dei casi suoi quanto -per la stima dell'ingegno e della dottrina. Lorenzo aveva sei anni -soli più dell'Ambrogini, e comuni con lui gli studii, del pari che -alcune qualità della mente; pregato egli giovine poeta da un poeta -giovine, che lo salutava e si diceva tutto suo, s'intende che subito -ricambiasse il saluto e l'offerta con benevolenza di signore e cortesia -di confratello. Che mai chiedeva in distici latini il minore al -confratello magnifico? Prima di tutto un paio di scarpe, chè i diti dei -piedi gli si affacciavano dalla rotta prigione alla vista del cielo, -e un vestito, fosse pure usato, che non mostrasse le corde e peggio, -come quello che lo faceva schernire da' beceri. Delle scarpe non so; il -vestito venne; e tali furono, in versi che mi spiace dover guastare, i -ringraziamenti: - - Ben io volea più volte ne' carmi renderti grazie, - Lorenzo, o gloria prima de' tempi tuoi; - sì che invocai la Musa Calliope con lunghe preghiere, - ed ella venne, e avea seco l'arguta lira. - - Venne; ma come addosso mi vide le splendide vesti, - subito volse a dietro l'isbigottito piede, - chè ravvisar la Dea non seppe sì bello il poeta: - troppo mi fa mirando questa vermiglia toga! - - Onde se a te minori dà il verso le debite grazie, - colpa ha la Dea che niega regger la penna mia. - Oh che leggiadri carmi udrai, sì tosto che avvezza - a' miei splendori nuovi si sia la Musa! - -La valentia che questi epigrammi dimostravano, fu confermata a Lorenzo -da' maestri dello Studio, tra i quali Marsilio Ficino che di quello -scolaro prometteva grandi cose: anche meglio la confermò, subito dopo, -il secondo libro dell'Iliade, recato in esametri latini, di colore -e sapore virgiliano, e offerto a Lorenzo medesimo. Il primo libro ne -era stato tradotto, per desiderio di Nicolò V, da un segretario della -repubblica, il Marsuppini, morto nel 1453: non potea non piacere al -Magnifico, che l'impresa fosse continuata a Firenze, sotto gli auspicii -suoi; ed Angelo, che secondo l'uso degli umanisti si ribattezzava, dal -nome della patria, in Poliziano, lasciò la casuccia di via Saturno, -dove il cugino povero lo aveva ospitato, e salì le scale del palazzo -mediceo in via Larga. Le salì certo senza borbottare il verso di -Dante, che è duro salire le scale altrui: perchè egli era giovane -molto, e sapeva la cortesia del protettore; e perchè l'umanesimo aveva -raddolcite le asprezze del vivere medievale, ma anche, mi convien -dirlo, scemato il vigore degli animi, e adusati i letterati e gli -artisti a stimarsi artefici di diletto e di fama ai potenti, anzi che, -come Dante fu, gl'interpreti e i vindici della rettitudine e della -patria. Fatto sta che il Poliziano, disposto a celebrare, in gloria di -Lorenzo, quasi una nuova Iliade, perfino il sacco spietato di Volterra, -e sollecito pedagogo ai figli di lui, se ebbe sempre a lodarsi del -padrone, si accorse anch'egli che il pane altrui sa di sale quando fu -poi preso in uggia dalla padrona, madonna Clarice. - -Ma tali fastidii sentì più tardi. Allora, godendosi la quiete operosa -di che già avea disperato, attendeva alla versione d'Omero. Dalla -quale non gli fu grave distrarsi per ammirare a Mantova le feste che -il Gonzaga diede in onore di Galeazzo Sforza e Bona di Savoja sposi, -nel luglio del 1471; per ammirarle e farvisi ammirare; poi che quivi, -come volle il cardinale di Santa Maria Nuova, che l'avea conosciuto -allora allora in Firenze, dovè, entro quarantotto ore e in quella tanta -confusione, mettere insieme la favola d'Orfeo. Rammentatevi che il -Poliziano, nato il 14 luglio del 1454, compiva proprio in quei giorni -17 anni. - -Perchè fosse meglio inteso dagli spettatori, l'Orfeo fu in volgare. -E forse spiacque allora al giovine umanista dover piegarsi, oltre -all'angustia del tempo, anche a codesta necessità; tanto che poi si -doleva, gli amici avessero conservato quell'abbozzo, e, pur assentendo -che ormai vivesse, gli volle unita un'epistola a testimonio della -sua riluttanza. Vero è che vi aveva cacciato dentro, per amore o -piuttosto per forza, almeno una strofe saffica sua, e due distici -d'Ovidio accomodati al proposito; ma troppo misero segno era quello -della dottrina sua e di latino e di greco! Qualche anno dopo, quando a -tutti egli appariva maestro nelle lettere classiche, s'intende invece -che non senza un segreto compiacimento concedesse agli amici la favola -improvvisata, in quella età e a quel modo, con tanta snellezza ed -eleganza di rime. E il compiacimento gli sarebbe stato maggiore se -avesse potuto prevedere l'importanza che un tempo si attribuirebbe -all'Orfeo, primo esperimento certo di adattare ai metri e alle forme -delle sacre rappresentazioni la materia profana. Un palcoscenico, più -largo che fondo, diviso, a una certa distanza, da quella che oggi -dicesi la ribalta, in due scompartimenti; al modo stesso che oggi -vediamo, per esempio, nel _Rigoletto_; salvo che nel melodramma odierno -è da un lato l'interno della casa, e dall'altro la via contigua, -mentre nella favola antica le selve della Tracia stavano a ridosso -dell'Averno, che gli spettatori dovevano immaginarsi sotterra; dalle -selve e dall'Averno si facevano a mano a mano innanzi sul proscenio -i personaggi; e supponevasi determinato il luogo dell'azione dallo -scompartimento onde essi erano usciti. L'Averno, nel quale si vedevano -vivi Plutone re, e Proserpina e Minos e una Furia, e s'intravedevano -per artificio di pitture Issione, Sisifo, Tantalo, le Danaidi, Cerbero, -le altre Furie, disse subito agli invitati del Gonzaga che l'arte -del giovinetto omerico, come lo chiamava il Ficino, li avrebbe tratti -nelle fantasie pagane; e la curiosità della festa, con quella novità, -dovè accendersi più. Ed ecco, invece dell'Angelo consueto, Mercurio -in persona a esporre l'argomento; e dopo lui, quasi a temperar la -tristezza delle morti annunziate, un pastore schiavone, cioè trace, -suscitare il riso ribadendo l'ammonizione agli uditori in un suo gergo -strano: - - State tenta, bragata; bono argurio - chè di cievol in terra vien Marcurio. - -Ma Aristeo e Mopso, sebbene pastori traci anch'essi, dan principio alla -favola ragionando tra loro in rime di squisito eloquio; e Aristeo, -perchè il vecchio intenda meglio la forza dell'amore onde è preso, -si fa accompagnare da lui sulla zampogna mentre canta una ballata di -perfetta toscanità. - - Udite, selve, mie dolce parole, - poi che la ninfa mia udir non vole. - - La bella ninfa è sorda al mio lamento - e 'l suon di nostra fistula non cura: - di ciò si lagna il mio cornuto armento, - nè vuol bagnare il grifo in acqua pura, - nè vuol toccar la tenera verdura; - tanto del suo pastor gl'incresce e dole. - - Udite, selve, mie dolce parole, - poi che la ninfa mia udir non vole. - -Tirsi, servo d'Aristeo, che si vanta di avere ravviato con suo gran -rischio nella mandria di Mopso un vitello smarrito, getta un'altra -risata nell'azione che si affretta a mal fine per colpa sua; ha vista -una donzella coglier fiori, e la descrive bellissima; onde Aristeo -riconosce l'amata e ne va in cerca e la insegue. Passano su la scena -correndo; poi si ode di dentro alla selva uno strido; un serpe velenoso -ha punto la giovine che là cercava nascondersi dall'inseguitore. -Turbati così gli animi degli spettatori, il poeta, quasi a intermezzo -di svago, fece che s'inoltrasse Orfeo con in mano la lira miracolosa, -e accennasse su questa in saffici latini le lodi del cardinale, figlio -secondogenito del marchese Lodovico, augurandogli la tiara; il marchese -dava la festa, il cardinale l'aveva voluta più bella per l'arte di -lui Poliziano: ma l'ode, già nota, credo, a' lodati, ai quali per ciò -quell'accenno bastava, era subito interrotta da un pastore: - - Crudel novella ti rapporto, Orfeo, - che tua ninfa bellissima è defunta. - -E Orfeo, con dolorosi lamenti, andava davanti all'inferno a impetrare -gli fosse resa Euridice, mortagli così crudelmente nel voler serbare la -fede coniugale. - -Nel Convito di Platone si legge un raffronto di alta idealità tra la -sorte d'Alceste e quella d'Orfeo. Alceste, osserva Platone, per salvare -il marito suo Admeto, volle morire per lui, e gli Dei le concessero -il premio di tornare dall'Ade alla luce e all'amore; ma Orfeo gli Dei -“senza effetto rinviaron dall'Orco, dopo avergli soltanto mostrato -la imagine della donna per la quale v'era disceso; non già gliela -resero, chè giudicarono, si fosse comportato vilmente e da citaredo -ch'egli era, per ciò che non avesse avuto il coraggio di morir per -amore, come Alceste, ma ingegnato a penetrar vivo nell'Ade: e di ciò -certamente lo voller punito, facendo ch'e' fosse morto dalle donne„. -Che il Poliziano, discepolo del Ficino, rammentasse il Convito, non -è improbabile; l'arte a ogni modo gli suggerì un grido almeno, che, -rispettando il mito tradizionale, desse alla parlata d'Orfeo più calore -di perorazione. Rendetemi Euridice, - - e se pur me la nieghi iniqua sorte - io non vo' su tornar, ma chieggio morte! - -Proserpina si commuove al lamento di costui genuflesso innanzi -a Plutone, al lamento che ha fatti dimentichi i tormentati e i -tormentatori dei supplizi infernali; e induce a pietà il marito: -Orfeo riavrà Euridice, solo che non si volga a guardarla prima che -siano tra i vivi. Ma il citaredo, direbbe Platone, nel cantare a gioia -“certi versi allegri che sono d'Ovidio„ dimentica il patto, e perde -la donna sua, cui richiede invano, subito spaurito (oh citaredo!), -dall'opposizione di una Furia. E peggio fa del lasciarsi atterrire; chè -bestemmia (con che ragione? ma la favola portava così) l'amore delle -donne, e si propone d'ora in poi farne a meno. Sì che una Baccante non -ha torto quando indignata chiama le compagne ad ucciderlo: e fuor dalla -vista degli spettatori lo straziano, per recarne in trionfo la testa -cantando le lodi di Bacco in una ridda gioiosa. - - Ognun segua, Bacco, te! - Bacco, Bacco, eù, oè! - - Chi vuol bever, chi vuol bevere, - vegna a bever, vegna qui. - Voi imbottate come pevere. - Io vo' bever ancor mi. - Gli è del vino ancor per ti. - Lassa bever prima a me. - - Ognuno segua, Bacco, te! - Bacco, Bacco, eù, oè! - -Così, non senza un po' nelle rime di quello schiavone o trace comico -da cui aveva prese le mosse, chiudevasi comicamente la festa. Festa -drammatica, non dramma vero, e tanto meno tragedia di tipo classico, -quale poi altri la volle per altre feste racconciare alla meglio, -con accrescerla e distinguerla in atti. Di drammatico non ha l'Orfeo -altro che il dialogo, il quale anche vi si leva sempre che può alla -lirica: troppo più efficace il contrasto degli affetti e più rude ma -viva la voce d'essi, troppo maggiore insomma la commozione del fatto -e dello stile, in alcuna delle rappresentazioni sacre di cui la festa -profana aveva accettato i metri e le forme. Se non che, pur lasciando -da parte la importanza storica che l'Orfeo ha, appunto per essersi -valso di esse forme in argomento profano, oh come dolce vi sonava -il volgare, lo spregiato volgare, ripetendo sulle intonazioni degli -strambotti popolari le immagini elette de' classici greci e latini! -Le Muse antiche tenevano un po' il broncio, nel secolo decimo quinto, -alla Musa nostra novella, che ne' due secoli innanzi aveva, non certo -volendo, minacciato pareggiarle e superarle in bellezza. Virgilio si -era soffermato con Dante sulla spiaggia del Purgatorio, dimentico di -sè e del discepolo affidatogli, a udire i versi di Dante medesimo, -che aveva musicati e ricantava Casella: e le muse di Grecia e di Roma -s'indispettivano più, ripensando quell'omaggio che il loro alunno -migliore aveva fatto alla Musa d'Italia. Spettava al diciassettenne -toscano, che traduceva Omero in latino, la gioia e la gloria del -riconciliarle nella festa italiana d'Orfeo: le antiche, non più gelose, -abbracciarono finalmente la giovine sorella; e a lei, cogliendo insieme -il destro a premiare chi aveva il merito della pace, a lei promisero -splendidi doni: le Stanze del Poliziano stesso, o l'Orlando Furioso di -Lodovico Ariosto. - - -III. - -Intonazione popolare, ho detto, e immagini classiche. Sì fatta -mistura non poteva riuscir felice, prima che ne fossero separatamente -manipolati e affinati gli elementi; e per ciò neppure al Boccaccio, -che la tentò ne' poemi, accadde d'ottenerla, se non forse qua e là -nel Ninfale fiesolano. Ma i prosecutori dell'opera sua di umanista e -di poeta, avevano, dagli ultimi decennii del trecento in poi, quali -studiata l'arte su gli antichi, quali invece teso l'orecchio alle -canzoni del popolo, quali anche coltivato insieme le canzoni e gli -studii. Onde Franco Sacchetti, così schietto popolarmente e grazioso -nelle ballate e ne' madrigali che rime sue furono poi attribuite al -Poliziano; onde Leonardo Dati, che tenta dottamente in volgare una -tragedia a uso Seneca, e in volgare sperimenta, dopo l'endecasillabo -già scioltosi dalla rima per imitazione de' latini, il verso esametro e -il saffico; onde Leonardo Giustinian, che parla in greco all'imperatore -di Costantinopoli, recita in pubblico orazioni latine, e insegna ai -liuti veneziani i più cari strambotti, le più dolci canzonette che -fossero mai state ascoltate da belle innamorate e da allegri compagni. -E, passando da liuto a liuto, da bocca a bocca, queste canzonette -veneziane o giustiniane, come le dicevano, scesero giù per l'Italia; -e Firenze, correggendole alla parlata toscana, cioè alla lingua -nostra letteraria, le fe' sue. Quando il Giustinian morì, che fu nel -1446, la poesia del popolo aveva dunque trovati cultori insigni a -raggentilirla; e a Luigi Pulci, nato nel '32, a Lorenzo de' Medici, -nato nel '48, e al Poliziano, non mancavano dunque gl'incitamenti e gli -esempii a perseverare e a compiere l'impresa leggiadra. D'altra parte, -l'imitazione de' classici aveva anche essa progredito; anzi, era giunta -allo sforzo ed alla goffaggine; non tanto, a parer mio, in quei metri -del Dati che oggi diciamo barbari, quanto nell'abuso dei vocaboli e -dei costrutti latini e delle erudizioni mitologiche e storiche alla -pedantesca. - -Il poeta dell'Orfeo, che aveva cominciato dagli studii del latino e del -greco, vedeva accanto a sè, nel palazzo Mediceo, Lucrezia Tornabuoni, -madre di Lorenzo, scrivere laudi a uso del popolo, e Lorenzo piacersi -a scrivere sacre rappresentazioni e laudi anche lui, e insieme canzoni -a ballo e canti carnascialeschi; udiva Luigi Pulci, per desiderio di -madonna Lucrezia, racconciare nel Morgante a stile fiorentinescamente -snello e a racconto maliziosamente arguto le rozze storie d'un rimatore -plebeo. Provatosi così bene al volgare nella favola mantovana, è da -credere che allora, in quella brigata di cui ho detto soltanto i nomi -più illustri, tra l'ammirare e il ridere e il dar suggerimenti, meglio -si esercitasse nelle rime dei rispetti e delle ballatine, quasi a -sollievo dalla versione dell'Iliade e dall'erudizione che accumulava -portentosa. E perchè quel rimare gli era un sollievo, non fa meraviglia -che si astenesse dagli argomenti e dai metri più alti e più laboriosi, -la canzone e il sonetto: di canzoni, una sola ne ha, a imitazione del -Petrarca; di sonetti, a quel che sembra, neppure uno; di sirventesi, -che era metro popolare, ma troppo soleva andare per le lunghe, non -più che uno, prenunziante la prima scena dell'Aminta, in servigio -di Giuliano de' Medici, per conto del quale, da coetaneo e amico, -scrisse altri versi d'amore. Le ottave dei rispetti, le strofette delle -ballate, non chiedevano alla facilità e grazia dell'ingegno e della -penna che pochi quarti d'ora, tra la lettura di due codici, la versione -di due episodii, e, un po' più tardi, tra una lezione e l'altra a -Piero, primogenito di Lorenzo, e a Giovanni. - -I sospiri, i dispetti, i vanti, le disperazioni, le maledizioni degli -innamorati, le immaginette rusticali e primaverili, gli scherzi e le -mariolerie fiorentine, le novellette e le satire, ebber vita così negli -accenti variamente affettuosi, gai, rabbiosi di quelle brevi poesie: -un mazzo che sopra è di rose fragranti e sotto di spine pungenti. -Il Poliziano era di sua natura epigrammatico, nel senso antico della -voce; spesso, scrivendo agli amici, se la godeva di sbrigarsene con -poche parole: — Ti lamenti che non ti rispondo: non ti lamentar più; -t'ho bell'e risposto. — Gran dispiacere, gran piacere ho avuto, della -tua malattia, della tua guarigione. — Siete in parecchi a chiedere -che vi scriva: ecco fatto: lettera unica, perchè vi amo unicamente; -ma le saranno più lettere, poi che a leggerla sarete in parecchi. — -Figuratevi poi, con la scaltra lingua toscana, e al bisogno col gergo -fiorentino, col verso, con le rime, in argomenti adatti, ammaestrando -le donne ad acquistarsi e a mantenersi gli amanti, narrando le -sue buone venture e sventure amorose, vituperando una vecchiaccia -sfacciata, toccando insomma quasi tutte le corde dell'antica lirica -popolare. - - Donne mie, voi non sapete - ch'i' ho el mal ch'avea quel prete. - - Fu un prete (questa è vera) - ch'avea morto el porcellino. - Ben sapete che una sera - gliel rubò un contadino - ch'era quivi suo vicino; - (altri dice suo compare): - poi s'andò a confessare, - e contò del porco al prete. - - El messer se ne voleva - pure andare alla ragione: - ma pensò che non poteva, - chè l'aveva in confessione. - - Dicea poi tra Le persone: - — Ohimè, ch'i' ho un male - ch'io nol posso dire avale. — - Et anch'io ho il mal del prete. - -Tra queste malizie il sentimento della vita e della natura, caldo, -giulivo, libero, sì da effondersi talvolta in rime che sembrano -scheggiare i canti goliardici. Ma qui anche meno abbisognan gli -esempii. Chi non sa i conforti ad amare che la fanciulla dà alle -compagne? - - Quando la rosa ogni sua foglia spande, - quando è più bella, quando è più gradita, - allora è buona a mettere in ghirlande, - prima che sua bellezza sia fuggita: - sicchè, fanciulle, mentre è più fiorita - cogliàn la bella rosa del giardino. - -E chi non sa il canto pel rinnovamento della primavera che Firenze, -la città della primavera, salutava con feste? Non eran più, nel -quattrocento, le laute accoglienze di che narra il Villani, corti -coperte di drappi e zendali, e desinari e cene; ma le schiere de' -giovani correvano ancora la città agitando i ramoscelli in fiore, le -frondi verdi, i gonfaloni selvaggi. - - Ben venga maggio - e 'l gonfalon selvaggio! - - Ben venga primavera - che vuol l'uom s'innamori. - E voi, donzelle, a schiera - con li vostri amadori, - che di rose e di fiori - vi fate belle il maggio, - - venite alla frescura - delli verdi arbuscelli. - Ogni bella è sicura - fra tanti damigelli; - chè le fiere e gli uccelli - ardon d'amore il maggio. - -Ma non c'indugi la dolcezza de' suoni. Nel gennaio del 75, Giuliano -de' Medici trionfò in una di quelle giostre che porgevano a' signori -l'occasione di ostentare lor valentia cavalcando e armeggiando; -spettacolo pomposo e gradito al popolo. Il fratello maggiore, -Lorenzo, si era meritato, sette anni innanzi, il premio in una giostra -consimile, di cui avea celebrate le gesta e l'eroe, con un poemetto, -Luigi Pulci, come si usava sì per le giostre, sì pel giuoco del -calcio, sì per altri sollazzi, dai cantastorie; i quali compievano, -dati i tempi, l'officio de' cronisti ne' nostri giornali, non so con -quanto più di verità, certo con più fatica, perchè le fandonie le -strimpellavano in rima. Anche questo genere era dunque ormai caro -a' poeti d'arte: se non che il Pulci, come nel Morgante, così nella -Giostra, lo aveva accettato, almeno per le apparenze, tal quale, -dilettandosi nella parte finta del cantimpanca o d'un suo inspiratore; -tanto che diceva dover chiudere il racconto - - perchè il compar, mentre ch'io scrivo, aspetta - ed ha già in punto la sua violetta. - -Sapete che il compare aspettava nientemeno che dal 69? ed egli smise -di scrivere soltanto allora che si preparava la giostra del 75, in cui -spettava a Giuliano il trionfare. Poco più sollecito ma più elegante -poeta ebbe questi: poco più sollecito, perchè, se ci pensò prima, e se -forse qualcosa ne abbozzò, il Poliziano non si pose a stendere il poema -ordinatamente che dopo trascorso un anno dalla giostra. In compenso non -cantò le armi soltanto; cantò, più che le armi, gli amori. - -Giuliano, che nella tela del Botticelli spira, giovenilmente pensoso, -una dolce mestizia, era innamorato, cavallerescamente e platonicamente, -com'era la moda, di quella Simonetta Cattaneo, moglie a un Vespucci, -che Piero di Cosimo, o altri, dipinse esilmente gentile. Ma la Vespucci -visse, dopo la giostra, pochi mesi più. Nell'aprile del 1476, scriveva -di lei a Lorenzo un amico ponendola accanto alla Laura del Petrarca: -“La benedetta anima della Simonetta se ne andò a paradiso, come so -harete inteso: puossi ben dire che sia stato il secondo trionfo della -Morte; chè veramente havendola voi vista così morta, come la era, non -vi saria parsa manco bella e vezzosa che si fusse in vita: _requiescat -in pace_.„ Lorenzo stesso la pianse in versi; e il Poliziano, già -interprete de' sospiri amorosi, ebbe a far distici sulle esequie, co' -pensieri che Giuliano gli suggerì. Allora il racconto della giostra -dove Giuliano si era cavallerescamente adoperato per amore e onore di -lei, si allargò nella mente del poeta e comprese in sè anche la storia -di quell'amore. Il genere popolano delle narrazioni in ottava rima di -giuochi e apparati, venuto nelle mani d'uno scrittore geniale come il -Pulci, passava pertanto da quelle di lui a più squisito artefice, e da -questo era volto alla imitazione de' carmi encomiastici antichi; non -altrimenti che i racconti romanzeschi, proprio in quelli anni, salivano -dalla piazza al palazzo per opera del Pulci medesimo, ed erano da -Matteo Maria Boiardo, traduttore d'Erodoto, avviati sulla imitazione -de' poemi classici. Ove per altro conviene aggiungere che il Boiardo fu -grande poeta, e nel calore dell'invenzione fuse stupendamente l'antico -e il moderno in un metallo nuovo; il Poliziano fu grande artista, -e nell'agevolezza dell'esecuzione compose dell'antico e del moderno -un mirabile mosaico: all'uno mancò l'eleganza della lingua e dello -stile, all'altro la virtù delle alte concezioni: l'uno e l'altro erano -necessarii a preparare Lodovico Ariosto, poeta ed artista grande. - -Ho detto con ciò il difetto e il pregio delle Stanze per la giostra: -il difetto è nel disegno generale, il pregio è nel disegno e -nell'esecuzione dei particolari. Come fare un poema degli amori cortesi -e delle armi cortesi di Giuliano? Ecco il modo. Julio, figlio della -etrusca Leda, cioè a dire Giuliano figlio della Tornabuoni, sdegnava -d'amare: Cupido volle che amasse, e in una caccia gli fece apparire una -cerva bellissima; la quale, trattolo via dalla brigata de' compagni, -disparve: ma al giovine non ne importava più, perchè si vedeva innanzi -una donna troppo più bella della cerva bellissima: la Simonetta. -Inutile dire che se ne innamora, e Cupido torna tutto lieto alla madre -Venere. Fin qui il primo libro. Nel secondo, i vanti di Cupido per la -vittoria, buona occasione alle lodi della casa medicea: il racconto -di un sogno che Venere manda a Julio, perchè si accenda a mostrare -all'amata la sua bravura in una giostra, sebbene egli abbia da quel -sogno stesso il prognostico della prossima morte di lei; e la preghiera -di Julio a Pallade, a Venere, a Cupido, che lo aiutino nell'impresa -della gloria e dell'amore. E qui il poema, come il monumento che -Michelangelo scolpì a' due fratelli Medici, rimase interrotto. Perchè? -Il 26 aprile 1478, una domenica mattina, nella chiesa di Santa Maria -del Fiore frequente di popolo, subito che il sacerdote nel celebrare -la messa si fu comunicato, Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini si -strinsero addosso a Giuliano co' pugnali e l'uccisero: Lorenzo ebbe -tempo a trarre lo stocco e, ferito nella gola, difendersi e riparare -nella sagrestia. Il colpo era andato a vuoto; Firenze restava ai -Medici. Ma Giuliano giaceva morto; e dopo quella tragedia non si -potevano più fiorire di rime le sue venture per una giostra bandita -a diletto. Il poeta si mutò in istorico, e narrò in latino, a mo' di -Sallustio, la congiura de' Pazzi. - -Altri osservò: se il poema rimase a mezzo, fu, anzi che un danno, un -vantaggio alla fama dell'autore: andando innanzi, egli avrebbe dovuto -descrivere vesti, cavalli, armeggiamenti; e già nel secondo libro la -poesia scade; in più libri, il tedio sarebbe cresciuto; quel panegirico -sarebbe stato letto da' soli eruditi. Io non mi lascio consolare così -facilmente. Ammettiamo pure che le Stanze avessero a crescere, pel -compimento del secondo e per l'aggiunta d'un terzo libro, che è quanto -di più si possa immaginare, di un'altra metà: il disegno generale non -si sarebbe sottratto, certo, da giuste censure; ma non gli si muovono a -ogni modo, giudicandone dal frammento? e gli episodii ci avrebbero date -bellezze, se non maggiori, pari a quelle che nel frammento ammiriamo. - -Non le rammenterò. Le lodi della vita rustica, la caccia, la Simonetta, -il regno di Venere, gl'intagli della porta nella reggia di lei, -l'albergo del Sonno, sono, a tratti almeno, in tutte le antologie, -sono, a tratti almeno, in tutte le memorie. La giostra non è più che -un pretesto: sembra che il Poliziano prometta di guidarvi a goderne -lo spettacolo, soltanto per aver modo di farvi ammirare, così senza -parere, d'una in un'altra galleria, la sua meravigliosa raccolta -di quadri e di statue. Sono i tempi de' bronzi di Lorenzo Ghiberti, -delle terre cotte di Luca della Robbia, dei marmi di Donatello, degli -affreschi di Filippino Lippi, delle tele di Sandro Botticelli; e -l'arte di tutti costoro si riflette nello specchio finissimo di quelle -ottave, che suonano e creano, secondo il precetto, da molti franteso, -del Foscolo, il quale più d'una somiglianza ebbe col Poliziano -negl'intendimenti e ne' modi dell'arte: suonano, cioè, varie, fluide, -eleganti; creano immagini adatte alla plastica e ai colori. Dopo Dante, -nessuno aveva posta nel verso tanta efficacia di rappresentazione: -nessuno ancora aveva saputo nell'ottava rima alternare, con tanta -accortezza di pause e di accenti, di piani e di sdruccioli, il forte -col tenue, il dolce con l'aspro. Il primato della lingua letteraria, -come da Leon Battista Alberti, sebbene con importanza minore d'assai, -per la prosa, così dal Poliziano era riconfermato alla Toscana per la -poesia: dopo le Stanze per la giostra, l'Orlando innamorato doveva di -necessità essere offuscato dalla fama del prosecutore che chiese alle -labbra di una fiorentina la grazia dei baci e le grazie del nostro -volgare; e doveva per ciò di necessità piegarsi, per rivaleggiare col -Furioso, al rifacimento toscano di Francesco Berni. - - La notte che le cose ci nasconde - tornava ombrata di stellato ammanto: - e l'usignuol sotto le amate fronde - cantando ripetea l'antico pianto; - ma solo a' suoi lamenti eco risponde, - ch'ogn'altro augel quetato avea già il canto: - dalla cimmeria valle uscian le torme - de' sogni negri con diverse forme. - -Lingua, stile, metro erano ormai perfetti, e compiuta l'assimiliazione -dell'arte classica nella medievale, per opera di quel giovane da -Montepulciano che tendendo nelle campagne l'orecchio alle canzoni del -popolo “beccava per tutta la via di qualche rappresaglia e canzone di -Calen di maggio„, e leggeva a diletto i nostri migliori, e poi, nel -silenzio del suo studio, meditava i testi dei greci e dei latini. - - -IV. - -L'Orfeo e le Stanze, opera quasi improvvisata la prima, non compiuta la -seconda, furono pubblicate soltanto due mesi innanzi che il Poliziano -morisse, e non per volontà di lui. Al pari del Petrarca, egli, da buon -umanista, chiedeva piuttosto e si aspettava la gloria dalla filologia -classica, nell'arte e nell'erudizione. Per ciò, interrotta dalle -Stanze, la versione d'Omero, ch'era destino restasse come le Stanze -incompiuta; per ciò, scritto in latino il commentario della congiura -de' Pazzi; per ciò, gli epigrammi greci e latini; e in latino le -elegie, le odi, le Selve, le traduzioni di prose greche, le orazioni, -i trattati, le miscellanee. Tanto più, perchè a ventisette anni già -insegnava eloquenza greca e latina nello Studio fiorentino, dove -accorrevano a udirlo tali ch'egli aveva ascoltati maestri; e perchè -l'umanesimo si andava mutando d'arte in iscienza e richiedeva ormai -lunghe e pazienti fatiche di collazioni sui manoscritti e di commenti. - -Giurazio Suppazio, che va in cerca de' dotti per tutta l'Italia, dopo -aver corse due giorni le vie di Roma con gran rischio d'essere messo -sotto dalle mule de' prelati, si sfoga con un letterato dell'ozio in -cui gli sembrano sprofondati i Romani: _otio illic marcescere homines_, -dice Suppazio; e l'altro lo prende a pugni: — To' su, bestiaccia! -_splendesco, tabesco, liquesco_ non ammettono il caso ablativo! — Più -egli cerca, con esempii, scolparsi, e più ne busca; sì che fugge da -quella grandinata e va a lagnarsene altrove; ma non ha aperto bocca, -che il confidente lo interrompe: — O non ti vergogni a codesta età, -non saper di latino? _iniuriam patior_ chi te l'ha insegnato a dire? -— Neppur qui valgono al disgraziato gli esempii; e quando vede che il -grammatico stringe i pugni, fa tutta una corsa fino a Velletri. La -satira è come uno specchio convesso che altera la proporzione delle -fattezze e suscita il riso: ma il volto sformato è pur nello specchio -quel dato volto e riconoscibile a tutti: così nel dialogo del Pontano -accade al purissimo de' ciceroniani ignoranti. Or quando si può far -satira tale, la diffusione e la intensità dell'umanesimo, rispetto -allo scrivere latino, sono palesi. Ridicola appariva ormai la lingua -letteraria del medio evo, tanto lontana da quella dei classici; e la -questione che si agitava non era più che questa: si ha da scrivere -coi vocaboli e i costrutti di Cicerone solo, o sarà lecito valersi -d'altri vocaboli e costrutti usati dagli altri antichi? e, al bisogno, -coniare vocaboli nuovi? il Poliziano fu per la libertà, diciam pure -per la licenza, e ne sostenne fiere baruffe, che lasciò in eredità -ai discepoli. Ma come Erasmo, eclettico anche lui, esclamò piacergli -più quel che il Poliziano scriveva dormendo, di quel che un suo -avversario, Bartolommeo Scala, da sveglio e con ogni cura; così, oggi -che l'eclettismo ha perduta la guerra, i critici lodano ancora nello -stile del Poliziano, sia pure a mosaico e tutto fioretti, un gran -sapore di latinità, e un vigore, una grazia, singolari. L'elegia per -le viole avute in dono dalla sua bella (vo' credergli non fosse ancora -canonico!) quella in morte di Albiera degli Albizzi, che prenunzia le -Stanze, l'ode ad Alessandro Cortesi, i giambi contro una vecchia (anche -in latino ricantavano i motivi popolari), gli esametri delle Selve con -le quali splendidamente iniziò le sue letture pubbliche di Virgilio, -d'Esiodo, d'Omero; e in prosa, le epistole, la prelezione alle Priora -d'Aristotele, il trattatello sull'ira, la narrazione della congiura, -sono tra i capolavori del latino recuperato, com'egli diceva, dalla -barbarie dell'evo medio. “Non son mica Cicerone io! me stesso, se non -m'inganno, ho da esprimere.„ Il ragionamento, a dir vero, zoppica; o -non aveva, ad esprimersi, il volgare? Ma il libraio degli umanisti -fiorentini, Vespasiano da Bisticci, affermava, quasi interprete di -tutti loro, che “nello idioma volgare non si può mostrare le cose con -quello ornamento che si fa in latino„. Esperienza del contrario fece -il Poliziano medesimo, e si mostrò restio, almeno in parte, al detto -del Filelfo: in volgare si scrivon le cose che non vogliamo far sapere -ai posteri. Restio pe' versi, non per la prosa; e voi rammentate che -dell'uccisione di Giuliano lasciò ai posteri la grave memoria in un -racconto latino. Del resto, anche per la poesia, troppa distanza poneva -tra i classici e i moderni. In una Selva, celebrati i greci e i latini -con più di settecento esametri, si sbriga con otto soli di Dante, -del Cavalcanti, del Petrarca, del Boccaccio: è un cenno in cui suona -l'affetto; ma l'ammirazione sua va ai padri antichi, non ai recenti -fratelli. - -“La sapienza latina e greca le abbracci per modo che non è facile -accorgersi di quale tu possegga più. Senza adulazione, Poliziano -mio, non c'è che un solo, o due, o forse nessuno, degno d'esserti -paragonato: se foste in più, il secolo nostro non avrebbe di che -invidiare gli antichi.„ La lode è d'un giudice amico, è del candido -Gian Pico della Mirandola; ma data l'enfasi epistolare d'allora, -esagerata non è. Il Poliziano, componendo epigrammi, traducendo Omero, -le Storie d'Erodiano, il Manuale d'Epitteto, fu veramente, anche per -le lettere greche, così elegante scrittore come sagace interprete, -e benemerito della filologia moderna. La quale, se ammira quella -tanta facilità e vivacità dello scrivere latino e greco, sia pure -che, fatta più accorta da quattro secoli di studii, abbia qua e là a -notare qualche scappuccio di stilistica e di prosodia, attribuisce al -Poliziano lodi maggiori per avere, con senno ed acume di critica, bene -avviata e procurata la restituzione e la interpretazione dei testi, e -lo saluta come uno de' maestri primi. Grammatico si vantava egli; ma -la sua grammatica era la filologia tutta e comprendeva tutta la vita -e la letteratura degli antichi. “Di grazia, m'avete voi per tanto -insolente o stolto, che se alcuno mi desse del giureconsulto o del -medico, non crederei in tutto ch'e' volesse il giambo de' fatti miei? -E pure (sia detto senz'arroganza) gli è buon tempo ch'io lavoro, e di -lena, ad alcuni commentarii sul Diritto civile, ad altri su maestri di -medicina; nè voglio acquistarne altro nome che di grammatico; pregando -che non mi sia invidiata questa qualifica, schifata pure da certi -messeri come vile e spregevole.„ Codesto grammatico raffronta codice a -codice; corregge col raffronto gli errori; dove il raffronto non giova, -fa congetture, e spesso indovina, come poi altri codici proveranno; -intende ciò che fino a lui pareva oscuro; e può nella prima centuria -delle Miscellanee mostrare, da gran signore, senza ostentarla, una -dottrina e una sagacia che sarà mirabile a tutti gli studiosi, dopo -essere stata gradita a Lorenzo de' Medici, il quale cavalcando con -a fianco l'amico, si dilettava ascoltarne le primizie. Così talvolta -si dilettavano insieme assistere alle dispute de' dottori rivali su -questioni di leggi; e d'una avvenuta in Pisa, riferiva così il bidello -al notaio dell'università: “Riscaldandosi e giostranti nell'arme si -fe' buio, e col torchio finì detta disputa. Venendo loro (Giason del -Maino e il Soccini disputanti) a un certo passo d'un testo, del dire -in un modo a dire nell'altro, Lorenzo e M. Agnolo Poliziano suo mi -mandò con sua volontà per uno codice, e trovata la legge, M. Agnolo la -lesse presso Lorenzo.„ Questo nel 1489; l'anno dopo, la collazione del -manoscritto delle Pandette era finita, e il Poliziano aveva sospinta -con essa anche la culta giurisprudenza a progressi crescenti. E nella -giurisprudenza, oltre quel merito del testo restituito a lezione -migliore, a lui spetta quest'altro, dell'aver accennato per primo alle -traduzioni greche del dritto giustinianeo, ai Basilici e a Teofilo, con -opinioni che la scienza odierna, se non le accetta tali quali, ancora -discute. - -Quando nel 1494, due anni dopo il suo Lorenzo, il Poliziano morì, che -non contava ancora quarantun anno, l'umanesimo trionfava negli studii, -nell'arte, e, quel che più importa, nella coscienza italiana. Eccone, -per molti, un esempio men noto. A Reggio d'Emilia, negli ultimi mesi -della vita del Poliziano, corse voce fosse sottratto, o che presto -sarebbe, dal convento de' Carmelitani, un codice ove un frate umanista, -Michele Ferrarmi, aveva raccolte quante più iscrizioni antiche gli -erano capitate in lunghi anni di ricerche. La città si commuove; -gli anziani si adunano e fan provvisione, si mandino al convento tre -deputati i quali parlino col priore e diano opera a che il prezioso -manoscritto sia incatenato e talmente affisso nella libreria del -convento che mai non possa esserne nè tratto nè sottratto, ma resti -(son le parole della deliberazione) quasi un altro libro delle Pandette -nella città di Reggio perpetuamente. I deputati andarono; i frati si -scusarono e promisero; Reggio vanta ancora nella sua biblioteca il -codice del Ferrarini. - -Tali gli effetti dell'umanesimo. Del quale io, parlandovi d'Angelo -Poliziano, non potevo e non dovevo colorire il quadro compiuto che -la serie di queste letture vi andrà troppo meglio a mano a mano -dipingendo. Ma non vi dissimulo che il Poliziano stesso mi avrebbe data -occasione a farvi almeno intravedere anche il rovescio della medaglia, -la petulanza del chiedere, i costumi facili, le invidie, le insidie, -i furori letterati, se avessi stimato utile ed opportuno, dentro lo -spazio d'un'ora, fermarmi su i vizii e su i malanni dell'uomo, e del -tempo suo, piuttosto che sulla virtù di quella mente e sulla importanza -del rifiorire degli studi classici. Che se poi non fossi riuscito -neppure in ciò, mi valga uno di quelli epigrammi che il Poliziano si -compiaceva aguzzare nelle sue lettere: lo scrisse a Gian Pico, un -giorno che nel far lezione l'avea veduto tra gli scolari; ed io lo -parafraso ed estendo a voi tutti: “Per farmi onore vi siete messi a -sedere qui innanzi a me, quasi mi foste scolari. Non v'aspettate la -mia gratitudine. Se la lettura v'è piaciuta, sta a voi l'esserne grati -a me; se poi la non v'è piaciuta, oh non ci mancherebbe altro che vi -dovessi esser grato io!„ - - - - -LA LIRICA DEL RINASCIMENTO - -DI - -ENRICO NENCIONI. - - -I. - -La più grande lirica del Rinascimento, è la poesia che emana da -quell'epoca stessa. - -Epoca unica e veramente maravigliosa! I suoi grandi personaggi non -vivono isolati, come quelli di altre epoche insigni; ma respirano in -un ambiente medesimo, e hanno, dirò così, un'a_ria di famiglia_ che -ce li fa subito riconoscere. La gioventù, la curiosità scientifica, -l'aspirazione, ne sono le più spiccate caratteristiche. Quegli -_umanisti_ non sono dei dotti pedanti, ma degli _editori_ entusiasti. -Quegli eruditi, come Pico della Mirandola, son dei poeti. È un'epoca -_aurorale_, in cui tutto si intravede in una rosea luce di gioventù -e di poesia. Pensate! Lorenzo, il Savonarola, Pico, Brunellesco, -Leonardo, Guttemberg, Colombo, Copernico! — Tutto il Mondo moderno è -racchiuso in questi gran nomi. Si scuopre il Cielo e la Terra, gli -astri e l'America, la stampa e l'Oriente. Si commenta Platone, si -stampa Omero e Virgilio. Si rivela e s'adora il volto sempre giovine -e raggiante dell'antichità, che si credea tanto vecchia! In un'estasi -mistica e estetica, si tenta di conciliare i due grandi antagonismi, -Paganesimo e Cristianesimo. Fioriscono di vita nuova la geografia, la -storia naturale, la meccanica, la medicina, l'anatomia, la pedagogia. -Un Italiano completa la Terra: un Polacco scuopre l'infinito nel Cielo. -Savonarola attesta la coscienza morale e la libertà: Leonardo, la -universale parentela della Natura. _Simpatia umana_ è il motto sacro -del Rinascimento — prima che esso degeneri in Accademicismo e precipiti -nel Barocchismo — per poi tornare alle sue grandi origini del secolo -XIV e XV, e dar la mano al secolo XVIII e al secolo nostro. - - -II. - -Esaminando le opere dei principali lirici del Quattrocento, vediamo -che la poesia idillica è la predominante: poi vien quella amorosa, -sensuale o elegiaca: poi la popolare, sacra o profana. Vediamo che il -Pulci nella sua stravagante e possente fantasia pare un'eco medievole -in mezzo al Rinascimento — che il Poliziano è il più essenzialmente -greco-latino, e il più artista — che il Magnifico ha più di tutti il -senso della realtà, e il Boiardo quello della poesia e della bellezza. -In tutti c'è, più o meno, l'intendimento e l'attitudine a rappresentare -nel verso la natura esteriore. Sotto un certo aspetto, son tutti -poeti _naturalisti_: ma il metodo descrittivo varia nei diversi -poeti. Lorenzo, come in pittura il Ghirlandaio, trascrive la immagine -esteriore delle cose, con una grafica precisione. Il Boiardo e il -Poliziano, vedono nella figura esteriore _qualche altra cosa_; e, come -il Botticelli, sono immaginosi più che drammatici. - -In tutti però, eccetto Lorenzo de' Medici, l'osservazione della natura -è piuttosto limitata. Al lettore moderno, che ha letto Rousseau e -Goethe, Wordsworth e Shelley, Lamartine e Giorgio Sand, Tennyson e -Victor Ugo, pare che quei lirici del Quattrocento non abbian visto -che la primavera tra le stagioni, le rose e le viole tra i fiori, -e il rosignolo tra gli uccelli. Somigliano un po' a certi lirici -tedeschi, i cui _Lieder_ son composti con un limitatissimo e monotono -dizionario poetico: _cielo_, _luna_, _aprile_, _sorriso_, _vergine_, -_rose_, _gigli_, _rosignoli_, _amore_ e _dolore_.... Ma la nota -monotona, insistente come il ritornello d'un merlo, è sempre la -Primavera. Talchè, leggendoli, alla lunga ci prende un desiderio, una -simpatia, una voglia irresistibile di un po' di pioggia, di neve e di -tramontana.... - -Il vero realista è Lorenzo. Esso il primo interrompe la convenzionale -tradizionale _ottimista_ nelle pitture rurali. Ha visto il grano e le -rose, ma anche le ortiche ed il concio — le ghirlandette e i pruneti — -i rispetti e le serenate, e il sudiciume e la fame. - -Nel suo delizioso poemetto, _L'Ambra_, la piena del fiume è descritta -nei più realistici e dolorosi particolari. - - Appena è stata a tempo la villana - Pavida a aprire alle bestie la stalla. - Porta il figlio che piange nella zana. - Segue la figlia grande, ed ha la spalla - Grave di panni vili, lino e lana: - Va l'altra vecchia masserizia a galla, - Nuotano spaventati i porci e i buoi.... - -Non pare staccato da una pagina della _Terre_ di Emilio Zola? E com'è -schiettamente contadinesco il Canto d'amore _la Nencia da Barberino_! -Immagini e favola, tutto è perfettamente _rusticano_ e _fiorentino_. - - Non vidi mai fanciulla tanto onesta, - Nè tanto saviamente rilevata: - Non vidi mai la più pulita testa, - Nè sì lucente nè sì ben quadrata. - Ell'ha due occhi che pare una festa - Quand'ella li alza, e che ella ti guata: - E in quel mezzo ha il naso tanto bello - Che par proprio bucato col succhiello. - -E che efficacia di rappresentazione nei suoi Canti Carnascialeschi! -Sia nei Mitologici, come le _Parche_, _Bacco e Arianna_, il _Trionfo -d'Amore_; sia nelle Mascherate dei Mestieri, come i _Cialdonai_, le -_Filatrici d'oro_, i _Calzolai_.... In moltissimi il doppio senso -è lubrico, spesso addirittura osceno, quale sarà più tardi in certi -Capitoli del Berni, dei Bernieschi, e dell'Aretino — talvolta è velato -da una maliziosa ironia, come nel Carro delle _Mogli giovani_ e dei -_Mariti vecchi_. - - _I Vecchi._ — Deh? vogliateci un po' dire - Qual cagion vi fe' partire, - D'aver preso altro amadore - Vi farem tutte pentire. - - _Le Mogli._ — Deh, andatene al malanno, - Vecchi pazzi rimbambiti! - Non ci date più affanno!... - Contentiam nostri appetiti. - Questi giovani puliti - Ci dann'altro che vestire.... - -E che movimento bacchico, che allegra spensieratezza pagana, che -gioconda esultanza di ritmo, nel _Trionfo di Bacco e Arianna_! - - Donne e giovinetti amanti, - Viva Bacco e viva Amore! - Ciascun suoni, balli e canti! - Arda di dolcezza il cuore! - Non fatica, non dolore! - Quel c'ha a esser, convien sia, - Chi vuol esser lieto, sia; - Di doman non v'è certezza. - Quant'è bella giovinezza - Che si fugge tuttavia. - -La figura di Sileno in questo medesimo Canto ha tanto rilievo, che par -gettata in bronzo dal Pollaiolo. - - Questa soma che vien dreto - Sopra un asino, è Sileno: - Così vecchio, è ebbro e lieto, - Già di carne e d'anni pieno. - Se non può star ritto, almeno - Ride, e gode tuttavia.... - Chi vuol esser lieto, sia: - Di doman non v'è certezza. - -Lo stesso Lorenzo scriveva poi _Laudi_ e _Sacre Rappresentazioni_. -Spesso, una medesima aria serviva a una Lauda divota, come _Crocifisso -a capo chino_, — e a una lasciva Canzonetta, come _Una donna d'amor -fino_. Lorenzo è un gran dilettante, pel quale tutti i _motivi_ poetici -sono buoni — e passa con intrepida disinvoltura dal Canto sacro della -_Mater dolorosa_, al Canto carnescialesco dei _Bericuocolai_. - - -III. - -Come poeta, credo che la sostanza, la vera eccellenza del suo ingegno, -consista nel suo realismo. Qui sta la sua originalità, e l'attrattiva -che esercita sul lettore moderno. È anch'egli un _impressionista_ -(dei buoni) che trova sempre il modo di dar forma artistica — più o -meno felice, ma sempre fresca e schietta — a tutto ciò che colpisce il -suo occhio, la sua fantasia, il suo sentimento. Invece di Venere o di -Lucina, canta la Nenciozza, — invece di figurarsi Cipro e Delo, dipinge -dal vero Careggi e il Mugello, — invece degli Auguri o delle Sibille, -ritrae i Beoni e i Cialdonai. Non ha nulla dell'accademicismo del -Sannazzaro, o della estetica del Poliziano. È spesso rude e scorretto — -ma è il più vicino alla natura; e ha un sentimento della campagna così -vivo e diretto, che in tutta la storia letteraria dell'Europa (fatte -le debite differenze di epoca, di nazione e di carattere) non trovo da -paragonargli che Roberto Burns. - -Invece, il mondo poetico del Poliziano è un riflesso di Teocrito, di -Virgilio, di Ovidio, di Stazio, del Petrarca: ma la sua immaginazione -trasforma, trasfigura ciò che raccoglie, in modo così felice, che -ci apparisce quasi come una nuova creazione. Egli mette nelle sue -reminiscenze classiche l'entusiasmo dell'umanista — e dà moto, vita e -passione, ai più freddi fantasmi mitologici. Egli canta Venere e Diana, -con l'ardore con cui Swinburne ha cantato oggi Federa e Atalanta. - -Di più: come il Boiardo, egli è un insigne decoratore: ha il -senso squisito della ornamentazione: la sua tavolozza di colori è -maravigliosa. Chi non ricorda il ritratto della Simonetta, il quale è -appena inferiore per colorito, e supera, per grazia, quello d'Alcina? -Chi non sa a mente certi suoi versi deliziosi, come: - - Ridele attorno tutta la foresta. - L'erba di sua bellezza ha maraviglia, - Gialla, cilestra, candida e vermiglia. - -e le fragranti strofe della ballata _Il giardino delle rose_? - -Dove poi il Poliziano ha note intense di vera poesia è nei _Rispetti_. -Eccone uno, sensuale e delicato ad un tempo: - - So' innamorato d'una rosa rossa, - E il giorno non mi so da lei partire. - Quando ci passo il suo bel petto mostra, - Ed è sì bianco, che mi fa morire. - -E che dolore passionato in quest'altro! - - Ti vengo a rivedere anima mia, - E vengoti a vedere alla tua casa: - Pongomi inginocchioni in su la via. - Bacio la terra dove sei passata! - Bacio la terra ed abbraccio il terreno: - Se non m'aiuti, bella, i' vengo meno. - -Dal Poliziano al Rückert, dal Dall'Ongaro alla Robinson, quanti poeti -hanno imitato i Rispetti e gli Strambotti Toscani! - -Ma non credo che nessuno di questi poeti abbia raggiunto l'altezza -lirica di quattro versi, improvvisati in una serenata da un contadino -della montagna di Pistoia, raccolti e editi dal Tommaseo: - - Una fila di nuvole d'argento - Innamorate al lume della luna - Vengon per l'aria portate dal vento - A salutarti, o bella creatura! - -Che larghezza di orizzonte, che movimento, e che luce nel verso -meraviglioso - - Vengon per l'aria portate dal vento! - -È degno di Dante — e ricorda infatti la divina terzina: - - Come nei plenilunii sereni, - Trivia ride fra le Ninfe eterne - Che dipingono il ciel per tutti i seni. - -Il Poliziano ha cose eccellenti anche nelle canzonette popolari. In -quella — Io vi vo' donne insegnare — Come voi dobbiate fare — vi sono -strofe di lepida arguzia; per esempio: - - Fate pur che 'ntorno a' letti - Non sien, donne, mai trovati - Vostre ampolle e bossoletti; - Ma teneteli serrati. - I capei, ben pettinati - . . . . . . . . . - State poi sempre pulite; - Io non dico già strebbiate. - Sempre il brutto ricuoprite, - Ricci e gale sempre usate. - Vuolsi ben che conosciate - Quel che al viso si conviene: - Chè tal cosa a te sta bene, - Che a quell'altra ne dispare. - Ingegnatevi star liete, - Con bei modi ed avvenenti: - Volentier sempre ridete, - Pur che abbiate netti i denti. - . . . . . . . . . . . - Imparate i giuochi tutti, - Carte e dadi, scacchi e tavole, - Perchè fanno di gran frutti, - Canzonette versi e favole. - Ho veduto certe diavole - Che pel canto paion belle: - Ho veduto anco di quelle - Che ognun l'ama per ballare. - -Accanto al Poliziano, metterei il Boiardo; e, come pura immaginazione, -forse gli è superiore — anzi, senza forse. È il più essenzialmente -immaginoso di tutti i poeti del Rinascimento, non solo nell'_Orlando_, -ma anche nelle _Rime_. In tutti gli altri poeti epici e romanzeschi, -dal Poliziano e dal Pulci a Torquato Tasso, c'è qualche cosa di -artificioso e di teatrale — vi sono echi delle feste di Mantova e di -Firenze, di Roma e di Ferrara — meccanismi e macchine pirotecniche, -come nelle feste per Alfonso d'Este, o in quelle di Boboli e Pratolino -per Bianca Cappello. Il Boiardo invece vede tutto in un mondo magico -e etereo — è il più _orientale_ dei raccontatori — è il più indigeno -abitatore della _Faery-Land_ che sia mai esistito — anche più -dell'Ariosto, e di Spenser stesso. - -Come lirico, unisce alla fiorente immaginazione un vivissimo colorito. -Certe sue poesie ricordano nel mondo letterario il _Liebesfrühling_ -di Rückert e il _Buch der Lieder_ di Heine — nel mondo artistico, le -facciate smaglianti delle cattedrali di Orvieto e di Siena — e nel -mondo naturale, un prato o un campo di maggio, quando tra l'erba alta -e verdeggiante brillano fiori candidi e azzurri, e, come intensi e -voluttuosi desideri, ardono tra 'l verde, i petali di seta e di fiamma -dei rosolacci scarlatti. Ne prendo una tra cento: - - Leggiadro veroncello, ov'è colei - Che di sua luce illuminar ti suole? - Ben vedo che il tuo danno a te non duole; - Ma quanto meco lamentar ti dei! - - Senza la sua vaghezza, nulla sei. - Deserti i fiori e secche le viole, - Al veder nostro il giorno non ha sole, - La notte non ha stelle senza lei. - - Pur mi ricordo ch'io ti vidi adorno, - Tra bianchi marmi e colorito fiore, - Da una ridente candida persona. - - Al tuo balcone allor si stava Amore - C'or te soletto e misero abbandona, - Perchè a quella gentil respira intorno. - - -IV. - -Fin da ragazzo avevo letto nelle storie letterarie e nelle Antologie -che pregio dell'_Arcadia_ del Sannazzaro era la bellezza delle -_Descrizioni campestri_. Ma anche prima ch'io “fuor di puerizia -fossi„ mi accorsi leggendolo che il Sannazzaro descrive.... come può -descrivere _un cieco_. Mi spiego. Un cieco può parlare di oggetti -visibili che non gli è dato distinguere — parlare di stature, di -misure, di forme, anche di colori: ne ha sentito parlare, e ripete ciò -che ha sentito dire. Così il Sannazzaro ci parla di boschi, di luna, -di aurora, di uccelli, di laghi, perchè gliene hanno detto qualcosa -Virgilio, Ovidio, i Greci, il Boccaccio — ed egli ripete, quasi sempre -male, quel che essi hanno detto bene. - -A provare che il Sannazzaro non è vero poeta, cioè un veggente, cioè -un uomo che _vede meglio e più addentro che gli altri_, nell'uomo e -nella natura — basta guardare i suoi aggettivi. Non ne trovi mai uno, -dico uno, che, come fan sempre quelli di Dante, dia vita e fisonomia -e colore al suo sostantivo. Son tanto comuni che, dato il sostantivo, -s'indovina subito l'epiteto che l'accompagna. - -Apro a caso e leggo: - -“Gli aratori tutti lieti, con _vaghi_ e _dilettevoli_ giuochi, intorno -ai _candidi_ buoi, per li pieni presepi cantarono _amorose_ canzoni. -Oltra di ciò li _vagabondi_ fanciulli (_vagabondi_, in altro senso, -non sarebbe cattivo) con le _semplicette_ verginelle se videro per le -contrade exercitare _puerili_ giuochi in segno di _comune_ leticia.„ - -Ecco dei versi d'un'Egloga lodata. Parla il pastore Barcinio a -Summonzio. - - _Barcinio._ — Una tabella pose per munuscolo - In su quel pin: se vuoi vederlo, or alzati, - Ch'io ti terrò su l'uno e l'altro muscolo. - - _Summonzio._ — Quinci si vede ben senz'altro ostacolo - Filli, quest'alto pino io ti sacrifico, - Qui, Diana ti lascia l'arco e l'jacolo. - — Questo è l'altar che in tua memoria edifico, - — Quest'è il tempio honorato e questo è il tumulo - In ch'io piangendo il tuo bel nome amplifico. - -Certo, questi pastori hanno avuto sempre _dieci_ in latino, e sono -stati tutti all'_Università_.... Paragonate questi _dotti_ vestiti da -pastori, agli schietti e veri e vivi contadini di Lorenzo de' Medici! - -Sarebbe però ingiusto il negare al Sannazzaro la facoltà che ha, in -qualche scena silvestre o rusticana, di darci una serie di graduali -impressioni che han del poetico — il senso della composizione, della -euritmia, della _Symetria prisca_. Peccato che egli si compiaccia e -si pavoneggi quasi sempre nella imitazione _formale_, in una specie di -trascrizione dai Latini, quasi a sfoggio di saccenteria. - -Un valente critico, anche troppo benevolo al Sannazzaro, scrisse che -l'_Arcadia_ fu come un sogno per l'autore, e diventa un sogno per -il lettore — che i personaggi son quasi tutti _fantasmi_ piuttosto -che veri caratteri. Il Sannazzaro viveva nel più luminoso paesaggio -d'Italia; aveva sotto gli occhi il golfo di Napoli, Posilipo, Amalfi, -Sorrento; e non sa che _intravedere_ uomini e cose, come fantasmi in -un sogno! Aggiungete che i personaggi d'_Arcadia_, questi fantasmi che -non sappiamo distinguere, e che non ci interessano, nè ci commovono -mai, nè per le loro avventure, nè coi loro lamenti, erano, sotto nomi -pastorali, personaggi veri e _viventi_, amici e parenti del Sannazzaro, -che egli ha paralizzato con le sue frasi latine, e mummificato coi suoi -periodi boccaccevoli. La poesia che in Dante e nei veri poeti mette -la vita anche dov'era la morte — nel Sannazzaro mette invece la morte -dov'era la vita; perchè l'arte vivifica, e l'artificio dissecca. Sì, -pare incredibile, ma è vero e provato. La insipida pastora _Massilia_ -è la Masina, madre del Sannazzaro, da lui tanta amata — _Amaranta_, è -la sua diletta Carmosina — _Melisco_ è il Pontano — _Fronimo_ è Gian -Francesco Caracciolo — persone vive e vere, che egli vedeva tutti i -giorni, e che egli ha _seppellite per sempre_ nel classico e freddo -sepolcro dell'_Arcadia_. - -Se nella poesia e nella prosa, nell'_Arcadia_ e nelle _Rime_, il -Sannazzaro imita continuamente gli antichi, da Virgilio a Claudiano, si -può dire che saccheggia addirittura il Boccaccio. - -Anche quando vuol descrivere la _sua_ Napoli, il Sannazzaro non sa far -altro che trascrivere dal Boccaccio. Ma il Boccaccio che, nonostante -i latinismi e l'artificio, e un certo manierismo, è un gran poeta -in prosa, rimane il solo vero ed efficace descrittore di Napoli. Il -placido, azzurro, tepido mare di Baia, Posilipo e Castelnuovo, la tomba -di Virgilio e Pozzuoli, Cuma e Caprea, ce lo rammentan sempre. - -Dopo il Boccaccio, chi ha più sentito e meglio tradotto la poesia di -Napoli, è Lamartine. Boccaccio e Lamartine — spaventosa concordia! -eppure, o Signori, è così. Quell'incanto molle di Napoli, quello -spettacolo unico di cielo e di mare, dove in uno sguardo si vede, -dirò così, il fiore della Vita — dove la terra è una festa, e il -cielo un paradiso — il sensuale amante della Fiammetta lo sentì come -lo spirituale poeta di Elvira. Tatti e due avevano respirato l'aria -balsamica e luminosa delle notti napoletane — tutt'e due avean errato -sul golfo nell'ora ineffabile in cui la luna declina verso il Capo -Miseno, e impallidisce e svanisce tra le prime rose dell'aurora. - -Nel Sannazzaro già trasparisce il lato debole, anzi cattivo -dell'epoca. Come in Lorenzo e in Leonardo è il lato _dialettico_, nel -Sannazzaro è il lato _sofistico_ del Rinascimento: la cieca idolatria -del classicismo, delle regole consacrate e dommatiche, e quello -spirito legislativo e dottrinario, che doveva finalmente soffogare -l'immaginazione e la libertà individuale, e precipitare fino ai -deliri del grottesco e del barocco, i sistematici adoratori del _Bello -Assoluto_. Già fino dalla fine del secolo XV, per molti letterati, ciò -che importa non è più _cosa_ s'ha a dire, ma _come_ si deve dire. Una -menzogna o una turpitudine in bei periodi Ciceroniani, si preferisce -a una verità o a un gran pensiero nel cattivo latino di Abelardo e di -san Tommaso. Dei cardinali umanisti raccomandano a dei giovani prelati -di non fermare il pensiero sulle orazioni della Messa o sulle parole -dei Salmi, per non sciuparsi _lo bello stile_. Si paganizzano perfino -i nomi, e Pietro si muta in _Pierio_, e Giovanni in _Gioviano_. Lo -scrittore finisce col non dir più quello che pensa, o immagina, o sente -— ma pensa solo a delle _frasi_ — vede, non più il mondo immenso della -Natura, ma il mondo limitato dei classici, e trascrive servilmente -questo, come modello assoluto, e quasi sempre lo sciupa nel riprodurlo. -La forza trionfante, l'indifferenza nella scelta dei mezzi pur di -riuscire, la bellezza sensuale e voluttuosa, il godimento raffinato -e egoistico, divennero un nuovo Vangelo — tanto che la Letteratura -e l'Arte, queste due confessioni della Società, ne furon finalmente -viziate, infette nell'intimo organismo, e mostruosamente pervertite. -E si ebbero per ultima conseguenza, poemi cortigianeschi deliranti -e snervanti, drammi da macchinisti, pitture e sculture di Dei senza -potenza, di Vergini senza pudore, di uomini senza carattere: Santi -che paion facchini e odalische — Angeli che somigliano ad acrobati o a -ballerine — moli enormi e insolenti di marmo e stucco sciupati, che si -chiamano chiese, palazzi e sepolcri. - -Il vizio del Rinascimento dopo il suo primo fiore, fu il culto -eccessivo e la servile imitazione delle forme antiche. Finì per non -guardar più alla Natura, unica e inesausta sorgente d'ogni Vero -e d'ogni Bello; e lo vide solo attraverso i libri: e avemmo una -letteratura convenzionale, un accademicismo rettorico. Dante, il gran -conciliatore della Natura e dell'Arte, della dottrina e della poesia, -fu dimenticato. Poi l'ingegno umano, pazzo d'orgoglio, non imitò più -neppure i classici, ma pretese ricavare ogni invenzione dalla propria -fantasia, _creare_ senza guardare più nè il Vero nè gli antichi, e -avemmo il Marini e il _Secento_. - - -V. - -E quanto alla Poesia, ricordiamoci sempre, o Signori, che il primo, -il vero, l'_insuperato_ Rinascimento, è in Dante. Dopo lui, non -c'è progresso. Come hanno potuto alcuni critici recenti affermare -che il _Sentimento della Natura_ e il _Sentimento umano_ cominciano -nella nostra poesia col Petrarca? Tutte le volte che Dante dipinge -scene naturali, dal cielo stellato alle pecorelle, dal turbine a un -uccellino, rimane insuperato non solo dal Petrarca, ma da quanti poeti -hanno cantato in Italia per cinque secoli. Solo il Leopardi, qualche -rara volta, gli si avvicina. Dante rimane il tipo del vero umanista; -perchè adora l'antico, ma non abdica mai nè la sua fede, nè la sua -epoca, nè la sua personalità. Egli solo nel suo tempo è grande poeta e -grande scienziato — dopo lui la poesia e la scienza fanno in Italia un -deplorevole divorzio. Nè si ripeta la solita storia delle dissertazioni -_teologiche_. Dante è sommo e unico non _per_, ma _malgrado_ i suoi -Canti teologici. - -E il Sentimento umano? Non solo egli lo espresse in modo sovrano prima -del Petrarca; ma espresse _tutti_ i sentimenti umani: talmente che -anche oggi, dopo tanti secoli, non possiamo in questo paragonargli -_nessuno_, almeno in Italia. Pensate! Manfredi, Casella, Piccarda, -Farinata, Pier delle Vigne, Buonconte, Sapia, Francesca, Ulisse, -Ugolino, Filippo Argenti, Sordello, Romeo! - -.... “Ma le soavi, divine elegie del Petrarca, ma il colorito del -Poliziano....„ Benissimo, — ma in Dante c'è ogni cosa: è una sinfonia -orchestrale dove c'è l'organo solenne, e il violino appassionato, e le -note ardenti della tromba di guerra, e i sospiri del flauto. Quando -Dante è elegiaco, è più soave e più patetico di tutti i Petrarca del -mondo — quando Dante colorisce, non gli son paragonabili che Tiziano -e Velasquez — e nei sinistri crepuscoli; o nelle tragiche tenebre, -Rembrandt. - -I _quattro_ Classici!!... Ma fra Dante, e il più grande degli altri tre -che è l'Ariosto, ci sarebbe posto almeno per altri due o tre poeti. Di -Dante può dirsi ciò che il Petrarca cantò della Vergine: - - Cui nè primo fu, simil, nè secondo. - -Per trovargli un _compagno_, bisogna uscire d'Italia — e non ne -troviamo che _uno_: Guglielmo Shakespeare. - -E come impallidisce anche tutta questa Lirica del Quattrocento, -paragonata a certi accenti lirici della _Vita Nuova_ e del -_Purgatorio_, non solo come sentimento e immagini, ma anche come -pura _forma_ poetica! Dante resta incomparabilmente primo anche come -artefice di versi nel tecnicismo del ritmo, come _stilista_. Ha certe -audaci e felici inversioni, certi effetti di colore e di suono, da fare -impallidire i più consumati maestri della parola poetica, da Goethe a -Victor Ugo, dal Foscolo a Tennyson, dallo Shelley al Carducci. - -Perchè notate, o Signori, che nei poeti del Quattrocento, accanto a -versi bellissimi, a strofe perfette, trovate versi deboli o manierati, -l'epiteto ozioso e insignificante, la _zeppa_: un lavoro di mosaico -e di tarsia, dove manca la pastosità del cemento, il magistero -dell'artista sommo che sa dir tutto, e tutto bene, e sempre bene. - -Ah! se insieme ai tanti, ai _troppi_, commenti filologici, filosofici, -teologici, storici, archeologici, che abbiamo della _Divina Commedia_, -ne avessimo uno _estetico_; si vedrebbe come i caratteri essenziali -dell'arte moderna, il naturalismo, la malinconia, la passione, son -caratteri essenziali della poesia Dantesca — e come Dante, nonostante -la sua scolastica e la sua teologia, è il più _moderno_ di tutti i -poeti italiani. E si deplorerebbe che i poeti che gli succedettero, -invece di svolgere quel che era in germe nel Divino Poema, si -ostinassero nella sistematica riproduzione delle forme grecolatine. -In Dante era l'ode, l'eloquenza, la satira politica, sopratutto il -dramma. Non vi si badò. Si preferì di copiare Ovidio e Terenzio, il -Decamerone e il Petrarca — e si ebbero due secoli di Canzonieri noiosi, -di laide Novelle, e di Commedie copiate. E tutta questa roba si chiama -anche oggi _letteratura classica_ e se ne infarciscono le Storie -letterarie e le Antologie per le scuole: certe storie letterarie, certi -_Manuali_, dove si parla a lungo del Segneri e non è neppur rammentato -il Savonarola — dove si parla diffusamente e si danno estratti della -_Tancia_, e non è neppur ricordato Carlo Goldoni; perchè il Savonarola -e il Goldoni scrivono in _cattiva lingua_.... Tanto è vero che da noi, -per troppo amor della lingua, si perde spesso il _cervello_. - -Ho detto che anche come _artefice di verso_, Dante è superiore a tutti -i poeti del Rinascimento, non escluso il Petrarca. - -Mi basti ripresentare alla vostra memoria e alla vostra ammirazione i -versi descriventi la fiamma che parla, il gemito di una testa recisa, -le piante animate e sanguinanti, le trasformazioni di uomo in serpente, -l'uccello mattutino, le pecorelle che escon dal chiuso, l'anima che si -dilegua cantando, i versi sull'ora del tramonto, quelli sull'alba di -maggio.... - -E le note di suprema malinconia, i versi patetici, com'egli solo sa -fare? - - Deh, quando tu sarai tornato al mondo, - E riposato della lunga via.... - Ricorditi di me che son la Pia. - - Indi partissi povero e vetusto. - E se il mondo sapesse il cuor ch'egli ebbe - Mendicando sua vita a frusto a frusto - Assai lo loda e più lo loderebbe. - -Ed è lo stesso poeta che ha scritto: - - Quand'ebbe detto ciò, con li occhi torti - Riprese il teschio misero co' denti - Che furo all'osso come d'un can forti. - -e: - - A te sia rea la sete onde ti crepa - . . . . . la lingua e l'acqua marcia - Che il ventre innanzi agli occhi sì t'assiepa. - -E i versi _passionati_, dai primi, incerti, deliziosi sogni d'amore, -fino all'ebbrezza, fino al delirio?... - - Quanti dolci pensier, quanto desio, - Menò costoro al doloroso passo! - . . . . . . . . . . . . . - Questi, che mai da me non fia diviso, - La bocca mi baciò, tutto tremante.... - -È un grido umano, che cuopre e soffoca tutti i melodici sospiri per -tutte le Laure dei cento _Canzonieri italiani_. - -Se la parte scolastica e scientifica della _Divina Commedia_ ci -apparisce un po' come natura morta, tutta la parte umana e poetica -è immortalmente giovine e viva: perchè la scienza è progressiva, e -perciò ha sempre un valore relativo, — ma la Poesia (la vera Poesia) -è assoluta, e perciò inalterabile. Copernico offusca Tolomeo, Cuvier -eclissa Buffon, Darwin eclissa Lamarke, — ma Dante non scema d'un -raggio l'aureola sfolgorante d'Omero — nè Shakespeare attenua di -un grado la gloria sovrana di Eschilo. Nè tutti gli splendori del -Rinascimento, dal Petrarca all'Ariosto, nè tutta la grande poesia -moderna da Goethe al Leopardi, offusca minimamente la gloria -_trascendentale_ della Divina Commedia. - - -VI. - -Il Savonarola è una grande anima, e un vero poeta — ma è più gran -poeta in molte sue prediche, che nelle vere e proprie _Poesie_. -Nonostante, anche in queste, benchè scorrette, neglette di forma, -circola un'aura, un soffio potente, come un'eco ancor calda delle sue -ardenti perorazioni, delle sue tragiche visioni, delle sue formidabili -apostrofi: ma talvolta, e non di rado, vi son note semplici, fresche, -quasi festose, come in questi versi sul _Natale_, che sembran preludere -nella loro ingenuità ai due inni immortali del Milton e del Manzoni. - - Venite, Angeli santi. - E venite suonando; - Venite tutti quanti - Gesù Cristo laudando, - E gloria cantando - Con dolce melodia; - Ecco il Messia — ecco il Messia - E la madre Maria. - - Venitene, Profeti - Che avete profetato, - Venite tutti lieti; - Vedete ch'egli è nato, - Il picciolin Messia! - - Pastor pien di ventura, - Che state voi a vegghiare? - Non abbiate paura; - Sentite voi cantare? - Correte ad adorare - Gesù con mente pia. - - I Magi son venuti - Dalla stella guidati, - Con lor ricchi tributi. - In terra inginocchiati. - Quanto son consolati - Adorando il Messia! - -Altre volte, nell'ardore della preghiera, ha qualche cosa di -petrarchesco come in questa strofa: - - Apri, Signore, il tuo celeste fonte; - Quella tua dolce vena - Che Maria Maddalena - Trasse di basso loco all'alto monte, - Con l'anima serena - Piena di raggi e di splendor divino. - Pietà, Signor, di questo peregrino! - -Amor giovine, deplorò le umane rovine della Chiesa e le morali rovine -del Mondo, con versi potenti. La Chiesa di Cristo, - - Povera va con membra discoverte, - I capei sparsi e rotte le ghirlande: - Scorpio la punge ed angue la perverte. - E così va per terra - La coronata, e le sue sante mani.... - Bestemmiata dai cani - Che van truffando sabbati e calende.... - -Le Poesie sacre del Savonarola, a differenza di quelle di Feo Belcari -e del Benivieni, accennano o confermano il concetto d'una _Riforma -Cattolica_, già prenunziata da Dante. E in alcune strofe si mostra -anche artista. Nonostante il _falò_ delle vanità, nel quale è a -deplorarsi l'eccesso che pur vi fu, egli aveva vivo il sentimento -dell'Arte. Fondò una scuola di pittura nel suo stesso Convento, ove -lavorò Fra Bartolomeo, fu agli artisti e ai letterati consigliere e -ispiratore, fu intimo amico di Pico della Mirandola e inaugurò con lui -gli studi ebraici e orientali — e il genio dei Profeti e di Dante che -era in lui, lo comunicò a Michelangiolo, e palpita ancora immortale -alla volta e alle pareti della _Sistina_. Non facciamo dunque del -grande oratore e del grande riformatore, un Erostrato selvaggio e un -frate ignorante. - -Egli fu in Italia la più gran coscienza _morale_ del secolo XV, -come Dante lo era stato del XIV, e come Michelangiolo lo fu del -XVI. L'ardore con cui il santo monaco fuse insieme i sentimenti di -patriottismo e di morale nel popolo di Firenze, non si spense con lui -— e i suoi migliori effetti si videro rifulgere nel memorabile Assedio -degli anni 1529-30. Il soffio vulcanico del grande oratore che ispirò -il poema della _Giustizia_ dipinto nella Sistina da Michelangelo, -animò egualmente la tragedia della _Libertà_ combattuta a Gavinana da -Francesco Ferruccio. - -La sua _fede_ eccitava il suo entusiasmo, il suo entusiasmo faceva la -sua forza. Nessuno, o Signori, è diventato martire per una _opinione_: -la _fede_ sola fa i martiri. Egli credeva e vedeva, e tuonava dal -pergamo le sue visioni. Chiamatelo pure un fanatico. Era fanatico come -Ezechiello, come Geremia, come Arnaldo, come Demostene, come Dante, -come Mirabeau, come O'Connell — come tutti quelli che hanno comunicato -l'elettricismo d'una parola di fuoco. Era un malato?... Forse. Ogni -vera creazione produce uno spostamento, un disequilibrio. Se gli eroi, -i martiri, i grandi poeti son tutti _malati_ — consoliamoci — non c'è -mai stata tanta salute come oggi, in Europa! - -Le più ammirabili prediche del Savonarola, come ben nota l'illustre -Villari nel suo classico libro, son quelle su i _Salmi_: e quella dove -l'impeto lirico è sommo ed unico, dove il Savonarola è veramente poeta, -e gran poeta, è la _predica-visione_ dei flagelli d'Italia. Il Cielo -stesso combatte; i Santi, gli Angeli spingono i barbari vendicatori. -Son loro che li hanno chiamati, che hanno messo le selle ai cavalli, -e affilate le spade. E il diluvio degli stranieri, il gran gastigo -italico, comincia. Dove andiamo? San Pietro grida: A Roma! a Roma! San -Giovan Battista e Santo Antonino: a Firenze! E San Marco: là verso la -città superba e voluttuosa, che inalza le sue cupole d'oro sovra le -acque! - -La impressione che riceviamo anche oggi, dopo quattro secoli, e alla -semplice _lettura_, da questa predica, è solo paragonabile a ciò -che proviamo al primo ingresso nella Cappella Sistina. Vi ricordate? -Un fremito, un tumulto, corre sulle pareti. Non si sa dove riposare -lo sguardo. Da tutte le parti, visi minacciosi, e pianti disperati. -Ezechiello si volta impetuosamente, in furiosa disputa con un Angelo. -Geremia appoggia l'enorme testa sulle mani, come schiacciato dal peso -di tutti i dolori di Gerusalemme. La Libica si alza terribile, con -in mano il gran libro dei fati. La Persica legge con occhi ardenti. -Daniele scrive tremando. Qua, il tronco di Oloferne versa una fiumana -di sangue; là, gli adoratori degli idoli si contorcono, ignudi, sotto -i morsi dei serpenti divoratori. Madri spaventate urlano e fuggono, -stringendo al seno i bambini. Un altro vede passare in uno specchio -visioni così terribili, che indietreggia atterrito, e batte la spalla -nella muraglia. Par di sentir ruggire di lontano il tuono della -vendetta divina. La Giustizia e il Giudizio — riparatore e vendicatore -— respirano da ogni angolo della tremenda Cappella. - -In quegli anni tragici e sinistri di saccheggi e di incendi, di -orgie e di tradimenti, Michelangelo, che doveva assistere ai funerali -della libertà e dell'Italia, si ricordò soprattutto del Savonarola, e -leggendo assiduamente i Profeti, Dante, e le Prediche e le Liriche del -Ferrarese, dipinse i Profeti, e scolpì la _Notte_, la _Notte d'Italia_. - -In una delle sue ultime prediche, il Savonarola, presago dello -imminente martirio, disse queste parole: “O Signore, io non tengo modi -di cercar gloria umana. Io non voglio cappelli, nè mitrie piccole o -grandi. Non chieggo se non quello che tu hai dato ai tuoi Santi — la -morte. Un cappello rosso, un cappello di sangue, questo desidero.„ - -E l'ebbe. E prima, le agonie dell'infame processo, i dubbi e i terrori, -la fune che gli slogò tutte l'ossa, le tenebre della segreta, le smanie -e gli scoramenti, e i sudori di sangue dell'eterno Getsemani.... - -Fu allora che in un momento di tregua, in un'ora di grazia e di -respiro, — fra la tortura e il rogo — compose un salmo sublime, che il -Tommaseo ammirava tanto, e tradusse. - -Eccone alcuni versetti: - - Conoscerò dunque, fra poco, Voi, o mio Dio, conoscitore di me. - O mio consolatore, mostratevi a me finalmente; - Siatemi adiutore — non mi lasciate. - Perchè il padre e la madre mia mi lasciarono.... - Ma il Signore misericordiosamente mi assunse. - Non mi date alle animosità di quei che mi tribolano, - Poichè insorsero contro me testimoni iniqui — e l'iniquità - mentì a sè medesima. - -Sospeso dal laccio infame sul rogo, e non ancor morto, il Savonarola -potè forse vedere le mani impazienti e furiose del popolo, appressare -le torce accese alla catasta già sparsa d'olio e bitume; mentre -altre mani scagliavano una pioggia di sassi su quel volto tante volte -illuminato dalla luce del genio e dalla santità della vita. - -Ah! da quando insultò Socrate, e preferì ad alte grida Barabba a Gesù; -al giorno in cui sputò in faccia a Bailly e imprecò a Madama Roland -moritura — la plebe ingannata e pervertita, o abbandonata al cieco -istinto bestiale, ha sempre applaudito all'eccidio dei suoi più insigni -_benefattori_. - - -VII. - -Come il lato sofistico del Paganesimo era stato il consacrare la -natura umana anche nella sua parte cattiva — il lato sofistico del -Cristianesimo medievale fu di gettare un anatema troppo assoluto -su la Natura, di vivere come lo Stilita sospesi tra il Cielo e la -Terra, guardando a quello con estasi, a questa con un sacro terrore. -Il centro della Idealità fu spostato nel _Rinascimento_; e al culto -del Dolore spirituale, successe l'apoteosi della plastica Bellezza -e della Euritmia. Ma tra le voci armoniose e pagane, dura anche nel -_Quattrocento_ qualche eco della grande, triste e patetica poesia del -Cattolicismo. Oltre il Savonarola, vanno ricordati il Benivieni e il -Belcari. Il primo essenzialmente lirico, drammatico e trovatore di -patetiche situazioni, efficaci, nella loro ingenua espressione. Basti -rammentare le parole d'_Isacco_ al padre che sta per sacrificarlo. - -Nella lirica satirica si distinsero il Cammelli e il Burchiello: ma il -loro più gran merito consiste forse nella visibile influenza che ebbero -sull'ammirabile genio del Berni. - -Un soffio veramente lirico spira in alcuni canti epici del rude e -possente poeta Luigi Pulci. La sua _morte di Orlando_ è semplice, -patetica, e tocca il sublime. E forse Alfredo Tennyson l'ebbe in mente, -quando descrisse, negli _Idilli del Re_, la _Morte di Artur_o. - -Nelle stanze narranti la catastrofe cavalleresca, Roncisvalle, e -la morte del gran Paladino, è commisto in modo mirabile l'elemento -_lirico_ all'epico: - - Così tutto serafico al ciel fisso - Una cosa parea trasfigurata, - E che parlasse col suo crocifisso.... - Il cielo certo allor s'aperse.... - E come nuvoletta che in su vada, - _In exitu Israel_, cantar, _de Egipto_ - Sentito fu, dagli Angeli solenne - Chè si conobbe al tremolar le penne. - Poi si sentì. . . . . . . . - Certa armonia con sì soavi accenti, - Che ben parea d'angelici istrumenti. - -Versi che certo rammentava l'Ariosto quando cantò con la magia che gli -è propria: - - E voci e suoni d'angeli concordi - Tosto in aria s'udîr che l'alma uscìo - La qual, disciolta dal corporeo velo, - Fra dolce melodia salì nel cielo. - -Arriva Carlo Magno e benedice al morto Paladino e gli richiede la spada -Durlindana. - - Io benedico il dì che tu nascesti, - Io benedico la tua giovinezza. - Io benedico i tuoi concetti onesti, - Io benedico la tua gran prodezza. - E se tu hai di me nel ciel mercede, - Come solevi al mondo, alma diletta, - Rendimi se Dio tanto ti concede, - Ridendo, quella spada benedetta. - . . . . . . . . . . . . . . - Come a Dio piacque, intese le parole, - Orlando, sorridendo, in piè rizzossi; - Con quella reverenza che far suole, - E innanzi al suo Signore inginocchiossi, - E poi distese, ridendo, la mana, - E resegli la spada Durlindana. - . . . . . . . . . . . . . . - Carlo tremar si sentì tutto quanto - Per maraviglia e per affezione, - E a fatica la strinse col guanto.... - -Ma il personaggio più magneticamente poetico del _Quattrocento_, quello -la cui _vita_ è una vera _lirica_ di bellezza, di aspirazioni e di -entusiasmi, è Pico della Mirandola: e non vi dispiaccia, o Signori, che -io _concluda_ col suo simpatico nome, questi miei rapidi cenni su la -poesia del Quattrocento. - -Marsilio Ficino ci ha narrato come lo vide la prima volta in Firenze. -Era il 1480, l'anno in cui il Ficino aveva compiuto la sua grande -opera, la traduzione di Platone. Una bella giornata di settembre, -verso l'ora del tramonto, il dotto ellenista meditava nel suo studio. -La lampada votiva che egli teneva accesa dinanzi al busto di Platone -brillava vivace nella languente luce vespertina. Entrò un giovane alto -e bello, dagli occhi grigio-cerulei, dai capelli di un biondo acceso, -scendentigli sulle spalle sotto un berretto di velluto nero: vestiva -una cotta di raso violaceo, listato d'argento: aveva al collo la -collana d'oro di Principe. Era Giovanni Pico della Mirandola. - -Parlarono di filosofia — di Platone, naturalmente. E il giovine -Principe suggerì al vecchio filosofo di tradurre Plotino, il mistico -panteista dell'Antichità. Parlò dell'Oriente; _il mio Oriente_, -diceva, l'_alma mater_ d'ogni scienza e poesia. Parlò della Bibbia -e del Cristianesimo, di un Cristianesimo eterno, indistruttibile, -conciliabile col Platonismo. Parlò dell'Uomo, che è un piccolo -Mondo, una sintesi portentosa e divina, “dov'è, diceva, l'essenza -angelica e il senso del bruto, e la vegetale anima delle piante, e il -fuoco e il mercurio„. Disse al Ficino di un Commento che intendeva -fare alla Canzone del Benivieni su l'_Amor divino_: e ne discorse -con una stupenda profusione di immagini colorite e poetiche, prese -dall'Astrologia, e dalla Cabala, da Salomone e da Omero. - -E la notte calava sulle grandi vetrate dello studio, e la lampada -votiva illuminava il marmoreo volto di Platone e i capelli d'oro di -Pico. - -Era allora poco più che ventenne: ma avea già provato le tempeste della -passione e n'era restato disilluso, e abitualmente un po' mesto. - -Aveva scritto molti versi d'amore, e gli aveva, un giorno, tutti -bruciati. (Grande e raccomandabilissimo esempio!...) Aveva viaggiato, -visto uomini e cose. Veniva ora a Firenze, attratto dalla fama del -Magnifico Lorenzo, e dall'amicizia per il Ficino. - -Una bellissima bruna, una ardente _Savonaroliana_, soprannominata la -_profetessa_, Camilla Rucellai, s'innamorò perdutamente di lui.... ma -non fu corrisposta. La irrequieta curiosità teologica e scientifica, -la triste sazietà dei piaceri, preservarono Pico da nuove passioni. -La Rucellai gli predisse che sarebbe morto _al tempo dei gigli_.... -E il giorno che Pico della Mirandola spirava tra le braccia del -Savonarola, Carlo VIII entrava in Firenze preceduto dalla bandiera con -li aurei gigli di Francia. Fu sepolto in San Marco. Aveva 32 anni. I -contemporanei lo chiamarono la _Fenice_ degli ingegni. Per noi è una -Fenice soprattutto in questo, che fu un _Erudito poetico_. Non si è -visto ancora il secondo. - -Sapeva e scriveva il greco, l'arabo, l'ebraico, il caldaico. -All'età di ventisette anni, trasse dai suoi immensi studi novecento -tesi di fisica, filosofia, teologia, astronomia, magia naturale, -comprendenti quasi tutto lo scibile del suo tempo, e le pubblicò -in Roma, proferendosi pronto cavallerescamente a sostenerle contro -chiunque osasse oppugnarle. Poeta e filologo, filosofo e mistico, -ebbe un'ardente curiosità dell'ignoto, del miracoloso, intravedendo e -indagando il _Soprannaturale_ nell'intima essenza del _Naturale_; come -Leonardo, Paracelso, Fichte, Novalis, Carlyle. Simpatizzava con tutto -quello che le morte generazioni hanno sinceramente e passionatamente -creduto: e studiava, rievocava, resuscitava le antiche mitologie. -Vedeva in esse l'eterno _Io_ dell'umanità, vi leggeva un motto del -grande Enimma. Egli disse pel primo la feconda parola: in ogni _fede_, -è una parte di _verità_. - -La sua teoria è essenzialmente poetica e consolante, e rammenta -la teoria Browninghiana. — Tutto quello che rettamente si volle -e nobilmente si amò sulla Terra, non andrà mai perduto. Dovremo -traversare altri mondi — molto avrem da imparare, molto da dimenticare, -ma quel momento verrà. Tutto quello che ardentemente aspiravamo ad -essere, e non potemmo essere su la Terra, ed a cui pure ci sentivamo -chiamati; tutto ciò che era in noi e che il mondo ignorò, la poesia -muta, l'amore represso, il momento fatale perduto, tutto avrà un -giorno, altrove, sviluppo e trionfo. Pico della Mirandola serbò -intatte, nel suo poetico naturalismo, la coscienza individuale, e -la libertà morale dell'anima umana. Nel suo trattato _De Hominis -dignitate_, scrisse queste belle e memorande parole: “I bruti sono -eternamente bruti, gli angeli, essenze angeliche eternamente. Tu solo, -o Uomo, puoi degenerare fino a divenire un bruto, e rigenerarti e -sollevarti fino a parere un Dio. Tu solo hai un incessante sviluppo; tu -solo porti in te i germi di ogni specie di Vita.„ - -Se Pico della Mirandola distrusse i suoi versi, restò poeta nella vita, -nel sentimento, nell'intelletto. Nè mi è parso inopportuno parlare di -lui, in una lettura su la poesia del _Rinascimento_. Per esserne il -più poetico simbolo, non gli è mancato nulla. Ha avuto l'ingegno, la -dottrina, la bellezza, la gioventù, la nobiltà, l'entusiasmo, la morte -precoce; e finalmente _un certo mistero_ che avvolge il suo nome, la -sua vita, e tutti i suoi scritti. - - - - -L'ORLANDO INNAMORATO DEL BOIARDO - -DI - -PIO RAJNA. - - -Scommetto, signore e signori miei, che se fossi mago — che pur -troppo non sono — e avessi la virtù di far qui comparire a un vostro -cenno tutti i poeti che vi venisse la curiosità di vedere, la sala -correrebbe un gran rischio di essere stipata prima che a Matteo Maria -Boiardo fosse concesso di trovarsi in mezzo a un'accolta di persone, -tale da richiamarlo a' suoi giorni più belli. Gli è che il nome suo -vi s'offrirebbe offuscato da un altro: quello di Lodovico Ariosto. E -c'è di peggio. Il Boiardo della tradizione comune ha come l'aria di -un somarello dal pelo arruffato, pieno di guidaleschi, che se ne va -trotterellando alla meglio, indegno di attirare gli sguardi, finchè -un buffone — Francesco Berni mi scusi, — non è còlto dal ghiribizzo -di balzargli sul dorso, e, messolo a corsa a forza di scudisciate, -non si dà ad eseguire su quella cavalcatura ogni sorta di smorfie -e capestrerie. O chi mai deve dunque impacciarsi di richiamare -dall'eterno riposo un'ombra cosiffatta? - -Chi? — Voi per l'appunto: dopo che vi siate presi la cura di conoscere -meglio cosa sia per davvero l'_Orlando Innamorato_, o _Innamoramento -d'Orlando_ che si voglia dire; una cura che, avendo me a guida, -riuscirà forse una fatica e una noia; ma che fatica e noia non sarebbe, -se, mandato a farsi benedire l'incomodo mediatore, apriste il libro voi -stessi e vi deste a legger senz'altro. - -Per il momento son qui, e bisogna che mi tolleriate. Ed io dal mio -canto, volendo adempiere coscienziosamente l'ufficio a cui mi son -sobbarcato (povera coscienza, come si strazia in tuo nome!), son -costretto a risalir molto indietro. L'_Orlando Innamorato_ — dicono -i barbassori — non si può giudicar bene senza essere prima informati -della sua schiatta; e questa schiatta è disgraziatamente antica assai. - -Sicuro: ci si perde in un lontano passato, e in un passato non nostro. -Tutti sanno oramai di una epopea rigogliosa fiorita nella Francia -del medio evo e dissepolta pietosamente da sessant'anni in qua. Essa -accompagnò la vita francese dai primordi fino a un'età molto tarda. -Nata di sangue germanico, ma fattasi presto romana, cantò i fatti e -gli eroi del periodo merovingio, poi quelli del carolingio, e serbò -ancora abbastanza fiato perchè, due e più secoli dopo, al tempo delle -crociate, potesse mettersi alla bocca la tromba. - -Quanti personaggi si trovò così a celebrare! Ma tra gl'infiniti, -taluni, per motivi interni ed esterni, vennero a prevalere. Primo fra -tutti Carlo Magno, il sovrano per eccellenza. E accanto a lui Orlando, -del quale la morte stoicissima al passo di Roncisvalle fece l'ideale -del guerriero valoroso e del vassallo devoto. In Rinaldo invece e in -certi altri si possono veder personificate le doti meno corrette, -ma spesso più simpatiche, del barone ribelle; ribelle nondimeno ai -soprusi, non all'esercizio legittimo dell'autorità. - -Nella sua forma schietta e genuina questa epopea francese è poesia -severa, profondamente patriottica, ardentemente cristiana, fieramente -guerresca. Ma se il patriottismo, la religiosità e lo spirito bellicoso -eran troppo connaturati con essa per venir a mancare, la severità -invece dovette via via ceder terreno di fronte al bisogno di andar -a sangue a un pubblico mano mano più desideroso di svago: simile al -pubblico d'una conferenza! Così l'epopea si veniva convertendo in -romanzo: metamorfosi da non poter mai riuscire perfettamente, nel -territorio almeno a cui l'epopea appartiene per nascita. Getti pur -lontano quanto vuole la sua tonaca, poco o tanto il frate resterà -sempre frate. Quindi, se le _chansons de geste_ continuarono ad -appagare esuberantemente il gusto, facile sempre, delle classi -popolari, il palato dei signori trovò col tempo maggior piacere in -altri cibi. E i cibi furono svariati; ma il più gradito fra tutti -fu quello offerto in gran copia dalle narrazioni costituenti la -cosiddetta Materia di Brettagna, o il Ciclo d'Artù e della Tavola -Rotonda. Straniero di origine, e però non vincolato o frenato da -nessun obbligo o tradizione, questo ciclo potè volgersi liberamente -a sodisfare ogni tendenza e desiderio di quella società cavalleresca -alla quale s'indirizzava, parte, svolgendo gli elementi portati con -sè della patria, e più assai trasformando e introducendo di nuovo. -Ne uscì un mondo fantastico, nel quale il meraviglioso — prima causa, -se non erro, della fortuna brettone — s'incontra a profusione; dove i -guerrieri se ne vanno errando soletti, o quasi, per regioni solitamente -boscose, sconosciute affatto a loro medesimi, incontrando di continuo -l'inaspettato; dove al posto della guerra s'ha il duello, il torneo -e l'“avventura„; dove insieme col valore regna la cortesia; dove la -donna, relegata in un cantuccio dall'epopea carolingia, è messa in -trono, e con essa — occorre mai dirlo? — è messo in trono l'amore; un -amore che cura ben poco le istituzioni sociali, sicchè si compiace -segnatamente delle due coppie adultere di Tristano ed Isotta, di -Lancillotto e Ginevra. - -Dalla Francia così l'epopea nazionale come la materia di Brettagna si -propagarono all'Italia. L'epopea se ne dovette venire fino da un'età -molto antica; oserei quasi dire già in quella stessa di Carlo Magno. -Quanto alle narrazioni brettoni, giunsero a noi più tardi; eppure, -lasciando stare certi indizi che ci riporterebbero nientemeno che al -cadere del secolo XI, è certo che nel XII si divulgarono largamente. -La fortuna dell'epopea fu senza confronto maggiore. Essa trovò qui -una seconda patria; e non già solo in questa o quella regione, bensì -oramai in tutto il paese. Ciò non toglie che la vallata del Po fosse il -terreno più disposto ad accoglierla. Colà prima che altrove mise salde -radici e si rivestì di nuove frondi. Agli abitatori di quelle provincie -che avessero qualche poco di coltura, la favella francese sonava -famigliare; sicchè ivi accadde che si rimaneggiasse e s'arricchisse -con nuove invenzioni ciò che s'era avuto d'oltralpe servendosi del -linguaggio della Francia e senza dipartirsi dai ritmi originarii. -Linguaggio e ritmo non rimasero; invece, nè potevano rimanere, al di -qua dell'Appennino; l'uno cedette il posto ai volgari nostri, l'altro -all'ottava rima o alla prosa. Ma di quaggiù il mutamento ebbe poi -ad essere comunicato di rimbalzo all'Italia stessa del settentrione, -ridottasi a poco a poco ancor essa ad accogliere un sentimento più vivo -d'italianità nell'ordine altresì della lingua e della letteratura. - -Quanto alla materia di Brettagna, è naturale che anche presso di noi -se ne avessero a compiacere specialmente quelle classi per cui s'era -venuta foggiando. Ciò viene a dire che dovette certo aver voga maggiore -nella Lombardia, intesa nel suo vecchio ed ampio significato, nella -Marca di Treviso, nella Romagna, così ricche di signori feudali e di -piccole corti. Però non a caso Dante pose il romanzo di Lancillotto -tra le mani de' “duo cognati„, con quell'effetto che troppo ben sapete. -Nondimeno e Artù e Tristano e Galvano e tutta la brigata non mancarono -di esercitare vive seduzioni anche qui nella Toscana sulle fantasie di -una gioventù, cui il nascere per la più parte di popolo non toglieva -d'essere amante del “donneare„, della prodezza del lusso, e di ogni -gentil costume. Quindi sulle pareti del palazzo della sua Madonna il -poeta dell'_Intelligenza_ — o perchè non dirò io Dino Compagni? — darà -luogo alla rappresentazione di questo mondo leggiadro con parole che -lasciano intendere quanto fosse caro al suo cuore (St. 287-288): - - E sonvi i pini, e sonvi le fontane. - . . . . . . . . . . . . . . . . . - E sonvi tutti i begli accontamenti - Che facevan le donne e' cavalieri: - Battaglie, giostre, be' torneamenti, - Foreste, roccie, boscaggi e sentieri. - Quivi sono li bei combattimenti, - Aste troncando e squartando destrieri. - Quivi sono le nobili avventure; - E son tutte a fino auro le ligure: - Le caccie, e corni, valletti e scudieri. - -Lungi da me l'idea di parlarvi, sia pure rapidissimamente, di ciò che -da un lato il ciclo carolingio, dall'altro il brettone, produssero -presso di noi nel lungo periodo che precede al mio soggetto, ossia -fin verso il declinare del quattrocento. Questo solo dirò, che il -brettone riuscì poco prolifico, e si limitò quasi sempre a tradurre e -verseggiare. Il carolingio invece fu di una fecondità conigliesca, e -mise alla luce una serie interminabile di romanzi in prosa e in verso, -attraenti dapprima, fino a che in generale si contentavano essi pure di -ripetere in forma schietta ed ingenua narrazioni antiche, ma via via -più stucchevoli. Ci si domanda come la gente del secolo XV — ed anche -del XVI — potesse trovar diletto nel leggere o sentir recitare casi -tanto uniformi, narrati prolissamente e senza grazia. Ci si domanda: -ma quando si vede un fanciullo trastullarsi ore ed ore con quattro -fuscellini, e gli stessi pettegolezzi far le spese della conversazione -universale per una intera settimana, e i cuori di migliaia e migliaia -di persone (osservo, non critico) stare in ansia per veder risolto -il gran problema se quattro zampe di cavallo arriveranno alla mèta -un minuto terzo prima di altre quattro, e rimanersene per questo ore -ed ore sotto la sferza solare, si conchiude che per divertir l'uomo, -grande e piccino, molto poco può essere sufficiente. Vero che non ci -vuol troppo più nemmeno per annoiarlo. - -Questa nostra letteratura pareva giunta alla sera — e che squallida -sera! — senza aver avuto un vero meriggio; quando le nubi si -squarciarono e il sole prese a sfolgoreggiare. Esso, par bene, ebbe -prima a mostrarsi a Firenze, dove, secondo le conclusioni di studi -recenti, il _Morgante_ di quella bizzarra creatura che fu Luigi Pulci -era già composto per tre quarti nel 1470. Il valore di questo poema -è tuttavia più scarso che non si pensasse in addietro. D'invenzione -non è da parlare che per pochi episodii, dacchè del resto l'amico del -Magnifico non fece oramai che rintonacare le mura rustiche elevate -da un rimatore popolaresco, sovrapponendovi un tetto costrutto -con travi e tegoli di cui possiamo determinare la provenienza. Il -pregio maggiore dell'opera sta nella vivacità, davvero mirabile, -dello stile e della lingua, e nel riso che guizza per ogni dove. -Ma insomma, col Pulci, il romanzo popolare carolingio si riveste -di nuovi panni, si raggentilisce, si abbandona alla gaiezza, senza -punto mutare sostanzialmente. I cantambanchi che in San Martino ed -altrove raccoglievano dattorno a sè un uditorio composto sopratutto -di bottegai e di artefici, potevano ancora riconoscere in messer Luigi -uno dei loro. Che le cose seguissero a questa maniera nella democratica -Firenze, è un fatto più che naturale. - -E il Boiardo? — Qui la scena cambia. Ma prima di vedere il come, -bisogna pure che noi si faccia un po' d'amicizia col nostro -personaggio. - -Matteo Maria Boiardo nasceva di una famiglia feudale che nel 1423 -aveva ceduto al marchese Niccolò d'Este l'avita signoria di Rubiera, -tra Modena e Reggio, ricevendone in cambio la vicina Scandiano ed -altre ville, con titolo di contea. Venne al mondo nel 1434, o giù -di lì; verosimilmente in Scandiano stessa, residenza abituale de' -suoi. Perdette il padre nel 1452; il nonno, Feltrino — uomo insigne -— nel 1455; la nonna due anni appresso; e si trovò così arbitro di sè -medesimo in età affatto giovanile. La vita sua, nota a noi in modo per -verità manchevolissimo, trascorse per la massima parte tra Scandiano, -Reggio, Ferrara. Caro agli Estensi, com'era stato loro carissimo -l'avolo, accompagnò nel 1471 Borso nel viaggio intrapreso a Roma, -quando Paolo II gli concedette anche per Ferrara quel titolo di duca, -che l'imperatore Federico gli aveva conferito già da oramai vent'anni -per Modena e Reggio. Sotto Ercole poi, succeduto poco appresso al -fratello, fu nel 1481 e nel 1486 al governo di Modena. E più lungamente -ebbe quello di Reggio: chè, lasciando stare qualcosa che s'afferma e -non si prova per un tempo antecedente, rimase in ufficio dal 1487, o al -più tardi dal principio del 1488, fino alla morte, seguita nella notte -dal 20 al 21 dicembre del 1494. - -Educato senza dubbio alcuno all'esercizio delle armi fin dagli anni -suoi teneri, Matteo Maria ebbe scarse occasioni di menar per davvero -le mani. Qualche parte è verosimile che prendesse alla difesa contro i -Veneziani, che nel 1482 mossero ad Ercole una fiera guerra, durata fino -al 1484. Come reggitore, certe voci, posteriori alquanto, lo accusano -di fiacchezza; e non dirò che l'accusa sia sbugiardata trionfalmente -in tutto e per tutto dall'esame di quel tanto che ci è rimasto del -suo carteggio col duca. Certo l'animo suo era profondamente inclinato -alla benevolenza. Non meno che a questa tuttavia alla giustizia. E il -carteggio dà insieme chiaramente a vedere com'egli fosse largamente -dotato di senno pratico, e rotto agli affari. - -Agli uffici pubblici par che Matteo fosse spinto da ragioni private; -probabilmente da strettezze pecuniarie, ben conciliabili anche colla -signoria di Scandiano, toccata propriamente a lui nelle divisioni con -un cugino. Ma occupazione più gradita che le faccende amministrative, -conditegli spesso di fiele da altri ufficiali, gli riuscivano di sicuro -lo studio e la poesia. - -Tre libri di liriche amorose contengono soprattutto gli sfoghi della -sua passione giovanile per una diva reggiana, che non tardò a mostrarsi -maestra di lusinghe, simulatrice, volubile, capricciosa. Grazie alla -provvida costumanza degli acrostici, ne conosciamo nome e cognome: si -chiamava Antonia Caprara. Ma Antonia non domina sola qua dentro. Buon -numero di poesie, scritte durante il viaggio a Roma del 1471, inclino a -credere indirizzate da Matteo a Taddea Gonzaga dei conti di Novellara, -divenuta l'anno dopo sua moglie. Ed altre rivendicazioni dovremmo -ammettere (nè dico ciò senza ragioni specifiche), se alle ossa che -furono donne gentili e leggiadre negli Stati estensi durante la seconda -metà del quattrocento fosse consentito di venir qui a far valere i -loro diritti. Chè l'amore fu il sentimento predominante nel Boiardo. E -sia poi stata fatta eseguire da lui medesimo, oppure invece da altri -in suo onore, la medaglia che nel 1490, quando egli s'avvicinava -alla sessantina, ce ne tramandò — e autentiche — le fattezze, il suo -rovescio, rappresentante Vulcano intento a foggiare sull'incudine -strali per Cupido, lì presente con Venere, e il motto virgiliano che -accompagna la rappresentazione, _Amor vincit omnia_, ci rendono davvero -secondo verità i lineamenti interni del Conte di Scandiano. Quel motto -— si badi — in una forma o in un'altra, noi lo raccogliamo direttamente -dalle sue labbra non so quante volte. - -Il canzoniere del Boiardo è uno dei più notevoli del secolo XV; e io -mi domando, se mai, non ostante una certa povertà di tavolozza, non -fosse il più notevole addirittura. Attrae e colpisce la sincerità -della passione, di cui noi seguiamo agevolmente la storia nelle sue -vicende liete e tormentose; l'efficacia e la bella semplicità delle -espressioni via via che essa riceve; la vivezza e soavità delle -immagini; la delicata sensitività per la natura; l'armonia squisita dei -congegni ritmici. Se i convenzionalismi e le ricercatezze non mancano -(specialmente, badiamo, nel libro terzo, forse ordinato da altri che -dal poeta), quanto difficilmente potrebber mancare dopo l'esempio del -Petrarca! Ma l'ispirazione petrarchesca, che qui pure può assai, non -soffoca nient'affatto l'originalità. Tra Antonia e Laura, tra il modo -di sentire di Matteo e quello di messer Francesco, c'è una differenza -profonda. Quasi più che a Laura direi che Antonia rassomigli alla -Lesbia di Catullo; ma le assomiglia come una donna somiglia ad un'altra -donna, poichè essa è propriamente persona viva. Il poeta, trascorsa la -prima fase dell'estasi, ce la rappresenta colle sue pecche; e in causa -di lei accusa, più spesso e più acerbamente che il Petrarca non faccia, -tutto il sesso femminile: - - Fede non più: non più v'è de honor cura - In questo sexo mobile e fallace, - Ma volubil pensier e mente oscura. - (Son. 79). - -Ma anche quando soffre, e non potrebbe più dire di certo, come in un -tempo di beatitudine, - - Amore ogni tristezza a l'alma toglie, - (Son. 23) - -non sarebbe alieno dal ripetere le altre parole che faceva allora tener -dietro: - - E quanto la natura ha in sè di bene - Nel core inamorato se raccoglie. - -E infatti dell'Amore egli prende una volta le difese in un leggiadro -contrasto col suo proprio cuore che lo viene accusando: - - Non sei tu per Amor quel che tu sei? - Se in te vien ligiadria, - Se honor e cortesia? - Ah, pensa pria se lamentar te dei! - Lamentar di colui che l'armonia - Infonde a i vagi ocei! - Che infonde a' tygri humana mente e pia, - E fa li homini Dei - (Canzone V, st. 3). - -No, l'amore può tormentarlo quanto si voglia: dopo d'aver imprecato, -Matteo si riconcilierà con lui, e rimarrà tra' suoi più devoti. - -Col Canzoniere hanno scarsa attinenza le altre opere minori. Dieci -egloghe latine furono composte, secondo me, tra il 1460 e il 1462; -dieci italiane spettano manifestamente la più parte al tempo della -guerra con Venezia. Perfino nel numero portano scritta in fronte -l'imitazione virgiliana! Qualche sprazzo di luce non vale davvero a -conciliarci con codesti pastori, che non hanno nulla di schiettamente -rustico, neppur quando l'allegoria non ne succhia il sangue. E meno -ancora ci seducono cinque capitoli, quattro dei quali hanno per -soggetto il timore, la gelosia, la speranza, l'amore, e il quinto -il trionfo delle virtù sui vizi. Quanto copiosi di una non recondita -erudizione mitologica e storica, altrettanto son poveri, e peggio, di -poesia. A un posto senza confronto più onorato, segnatamente per ragion -di tempo, può pretendere il _Timone_: commedia in terza rima, che non -vuol essere se non traduzione e adattamento scenico del dialogo omonimo -di Luciano, e che è qualcosa più. Traduzioni vere sono quelle che il -Boiardo fece, dal greco, dell'_Asino d'oro_ di Luciano stesso, delle -_Storie_ di Erodoto, della _Ciropedia_; dal latino, dell'_Asino d'oro_ -di Apuleio. Quanto alla _Istoria Imperiale_, ossia degl'imperatori, -prima romani, poi romano-germanici, che si dà essa pure come versione -di un testo di Riccobaldo ferrarese, ancora non s'è ben chiarito cosa -sia; ma par da ritenere un raffazzonamento del Boiardo stesso, a cui -Riccobaldo non dette se non molta parte del materiale. - -Tale, in brevi termini, l'uomo e lo scrittore, venuto ancor esso -nell'idea di metter mano a un poema cavalleresco. Quando l'idea -nascesse, non so dire; so bensì che nientemeno che sessanta dei -sessantotto canti e mezzo che il poeta ci ha lasciato, erano già -scritti al tempo della guerra con Venezia, e probabilmente anche -proprio avanti che nel 1482 la guerra scoppiasse. Chè, tra le armi, il -poeta, smarrito e addolorato, non per la sua provincia soltanto, ma per -l'Italia, non ha cuore di attendere all'opera, e ne rimette a giorni -migliori la continuazione: - - Non saran sempre e tempi sì diversi, - Che mi tragan la mente di suo locho. - Ma nel presente e canti mei son persi, - E porvi ogni pensier mi giova poco; - Sentendo Italia de lamenti piena, - Non che hor canti, ma sospiro apena[98]. - -Però il principio della composizione vorrà riportarsi indietro Dio -sa di quanto; nè con essa ha dunque assolutamente che vedere la -pubblicazione del _Morgante_, seguìta essa pure solo nel febbraio di -quel medesimo anno 1482. E per me credo assai poco che vi abbia che -vedere nemmeno in altra maniera il poema fiorentino, del quale la -voce, od anche qualche esemplare manoscritto o qualche saggio, fossero -arrivati fino al Nostro. In ogni modo, se da Firenze fosse venuto -qualcosa, non si tratterebbe che di un semplice impulso, di cui poco -capisco che ci potesse esser bisogno. - -Sicchè dobbiam fare direttamente i conti col nostro Matteo Maria. -Cosa ci saprà e vorrà egli dare? — Se ci mettiamo ad argomentare -dalle altre opere, il Canzoniere ci inspirerà una certa fiducia; ma -tutto il rimanente ci farà scuotere il capo in atto di diffidenza. Che -razza di poema cavalleresco dovrem noi aspettarci da un erudito, da -un traduttore, da un imitatore, dal coltivatore assiduo di un genere -letterario quale è l'egloga virgiliana, falso in sè medesimo e più -falso ne' suoi riflessi? - -Diffidiamo; ma se invece di baloccarci fantasticando ci daremo a -guardare, saremo presi da un sentimento analogo a quello da cui sarebbe -colto chi per la prima volta s'accorgesse che l'autore del _Convivio_, -del _De Monarchia_, del _De Vulgari Eloquentia_, è ad un tempo l'autore -della _Divina Commedia_. Contemplando, siamo indotti a riconoscere che -se l'Italia produsse mai un uomo a cui la materia cavalleresca potesse -convenire, fu per l'appunto il Boiardo. E quest'uomo era in pari tempo -un esperto maneggiatore di affari grossi e piccini. Davvero, per quanto -si deva sentir ritegno a lodarsi di sè medesimi, non si può trattenersi -dal notare come sia dote caratteristica dell'ingegno italiano la -moltiplicità delle attitudini. Rassomiglierei questo ingegno al cubo, -che, adagiato su sei facce diverse, è sempre stabile ed equilibrato ad -un modo. - -Erano due, come sapete, i cicli che il Boiardo si trovava dinanzi: -il carolingio ed il brettone. Entrambi gli erano ben famigliari; ma a -lui la schiatta e il costume signorile, e ancor più l'animo amoroso, -rendevano tra i due molto più grato il secondo: - - O gloriosa Bertagna la grande, - Una stagion per l'arme e per l'amore, - Onde ancor hoggi il nome suo si spande. - Sì ch'al re Artuse fa portar honore: - Quando e bon cavalieri a quelle bande - Mostrarno in più battaglie il suo valore - Andando con lor dame in aventura; - Et hor sua fama al nostro tempo dura. - Re Carlo in Franza poi tenne gran corte, - Ma a quella prima non fo sembïante, - Ben che assai fosse ancor robusto e forte - Et havesse Ranaldo e 'l sir d'Anglante. - Perchè tenne ad amor chiuse le porte, - E sol se dete a le battaglie sante, - Non fo di quel valore o quella estima - Qual fo quell'altra ch'io contava in prima. - - (_Orl. Inn._, II, XVIII, 1-2). - -Si direbbe dunque che il Boiardo dovesse correre difilato al mondo -arturiano: porre in esso la scena, togliere di lì i personaggi, per -quel tanto che non li foggiasse di nuovo. Invece a questo partito -egli non s'appigliò punto; e anche con ciò dette prova di un criterio -rettissimo. Intanto, le selve della Brettagna, per quanto vaste, -erano sempre un terreno troppo angusto perchè ei ci facesse muovere -liberamente il suo popolo un intelletto italiano devoto al senso del -reale, e però non disposto a rappresentarsi ed a rappresentare gli -spazi troppo difformi dal vero; ben altra comodità offriva il ciclo -carolingio, condottosi via via ad estendere il suo dominio su tutta -quanta la terra! Poi, appunto perchè gl'ideali del Boiardo venivano -già ad essere attuati nella Tavola Rotonda, poco rimaneva qui a fare -per una mente creatrice. E c'era una ragione anche più grave d'assai. -Mentre Tristano, Lancillotto, Galvano, mantenevano non so che di aereo -anche per coloro che gli avevano in maggior domestichezza, i loro -rivali carolingi presentavano alla fantasia una concretezza, da non -potersi immaginare la maggiore: gli uni rassomigliavano come a gente -vista in sogno; gli altri parevano uomini conosciuti nella vita. Però, -parlare ad italiani di Carlo, d'Orlando, di Rinaldo, di Malagigi, -era un parlar loro di persone così prossime al cuore dei più, che -mai non si sarebbero stancati di udirne i fatti. Nè si creda che la -famigliarità con costoro, se non forse l'affetto, fosse nei signori -troppo minore che nel volgo. Di ciò fornisce la prova la conoscenza -che il Boiardo stesso dà a vedere incidentalmente, ora dell'una, ora -di un'altra narrazione tradizionale, e quella, meglio ancora, ch'egli -suppone a volte in un uditorio, che da luoghi non so quanti ci è -rappresentato come essenzialmente aristocratico. Ma non voglio neppur -tacere una testimonianza, istruttiva per più di un verso, fornita -da documenti storici dissotterrati di recente; tanto più che essa si -riferisce a una principessa estense, e propriamente a colei che tutti -s'accordano nel riguardare siccome l'esemplare più perfetto di quello -splendido fiore, che fu la donna del nostro Rinascimento. - -Quando, al principio del 1491, Isabella, la figliuola del duca Ercole, -già marchesana di Mantova, fu a Milano per accompagnarvi la sorella -minore Beatrice, che andava sposa a Lodovico il Moro, s'accese una -disputa tra lei e Galeazzo Visconti, gentiluomo milanese, se fosse da -anteporre Orlando, oppure Rinaldo. Isabella (chi non sa che i ribelli -e gli scapigliati attraggono sempre le simpatie femminili?) stava per -Rinaldo; Galeazzo sosteneva le parti d'Orlando. La disputa dette luogo, -un giorno che s'andava per acqua a Pavia, oppure si ritornava di colà, -a una specie di lotta, nella quale Galeazzo costrinse la sua avversaria -a dichiararsi vinta, ed a gridare essa stessa: “Rolando, Rolando!„ Ciò, -beninteso, non le impedì punto di inalberare poi subito di nuovo la sua -bandiera e di tenercisi aggrappata anche dopo la partenza da Milano; -donde uno scambio curioso di lettere, tra le quali, disgraziatamente, -noi abbiamo solo — e non tutte — quelle di Galeazzo. La disputa (ciò -che ho detto della lotta lo avrà fatto intender di già) era sostenuta -in tuono umoristico. Importa poi rilevare, dacchè senza di ciò la -testimonianza perderebbe qui per noi ogni valore, che questo contrasto, -per quanto vediamo, non prese punto materia dall'_Innamorato_, sebbene -i primi due libri avessero visto la luce per le stampe cinque anni -innanzi. - -Sicchè il ciclo carolingio era il solo donde si potesse muovere -opportunamente. Ma questo ciclo, qual era ridotto, presentava l'aspetto -di un vecchio castello, dalle mura decrepite, dove lasciate rovinare, -dove rifatte alla peggio, dalle sale sterminate e buie, dalle pareti -squallide, dall'arredamento poverissimo e consunto dal lungo uso. Non -era lì dentro davvero che un uomo dei gusti del conte di Scandiano -avrebbe mai voluto mettersi ad abitare, ed invitar cavalieri e dame -avvezzi allo splendore delle nostre corti. Perchè il castello gli -apparisse degno albergo di lui medesimo e di ospiti siffatti, bisognava -rimetterlo a nuovo da cima a fondo. - -L'impresa era ardua quanto mai; e non so chi altri sarebbe riuscito -a condurla a buon termine. Restaurare è facile; ma è difficile in -sommo grado che ciò che s'è restaurato non si trovi poi essere la -negazione dell'armonia. Il Boiardo squarciò dovunque i fianchi alle -mura risaldate, e fra quelle tetraggini fece penetrare fiotti di -luce; rintonacò, dipinse e addobbò le pareti; senza dare lo sfratto -al vecchio mobigliare in quanto fosse ancora servibile, lo allogò -convenevolmente, e ne aggiunse uno copiosissimo di meravigliosa -ricchezza e d'impareggiabile svariatezza. Insomma, egli trasformò -quella miserabile dimora in un palazzo incantato. - -Il rinnovamento consistette soprattutto (e si troverà ben naturale -dopo quanto s'è visto) in un grande raccostamento al ciclo brettone. -Un'azione di questo ciclo sul carolingio s'era cominciata a vedere -nella Francia stessa da ben tre secoli; ed aveva continuato ad -esercitarsi qui da noi. Ma sempre s'era trattato di fatti parziali, -compiuti senza impulso profondo, col semplice scopo di dilettar -maggiormente. Gli effetti erano stati per lo più tutt'altro che -felici; nè c'è da meravigliarsene. La vera e propria fusione del -mondo d'Artù e di quello di Carlo Magno non era possibile se non ad -un uomo per il quale quei due mondi avessero cessato di rappresentare -qualcosa di distinto e si confondessero in un'unità superiore: il -mondo cavalleresco. Allora soltanto Orlando e Rinaldo e quanti mai li -circondino potranno legittimamente convertirsi in cavalieri erranti; e -starà bene che anche i boschi del loro tempo sian pieni d'avventure; -e che le donzelle se ne vadan solette in cerca di un prode che osi -arrischiarsi a qualche arduo cimento, invochino con alte grida un -soccorso che le strappi a un pericolo, sian causa di combattimento -tra chi le accompagni e chi in loro s'incontri e pretenda di -impossessarsene; e che il passaggio tranquillo de' ponti sia impedito -da giganti e altri campioni; e che ai castelli si mantengan coll'armi -fiere usanze; e che le fate s'inframmettano nelle faccende degli -uomini, e li attraggano nelle loro dimore, e faccian sorgere giardini e -palazzi maravigliosi, che in un attimo vengan poi a dissiparsi. Queste -e molte altre cose troviamo nel poema del Boiardo per via de' romanzi -della Tavola Rotonda. Sennonchè insieme troviamo anche roba non so -quanta di provenienza diversa, e segnatamente classica. Ma poi, prenda -il Boiardo di dove mai si voglia, egli tutto trasforma e rifoggia, e -a tutto dà l'impronta sua propria. E dalla sua stessa fantasia trasse -tanto, quanto assolutamente nessun altro poeta italiano, all'infuori -di Dante. Però, al pari di Dante, di uno studio di fonti che, punto per -punto, riconduca alle sue origini quel che paia in qualsivoglia maniera -derivato d'altronde, egli non ha da temere. Ciò che per altri produce -troppo spesso l'effetto di una spennacchiatura, per lui si risolve in -una riprova di originalità. Così si capisce come, pur risultando da -elementi disparati, il poema non dia alcun sentore di raffazzonamento, -e nemmeno abbia la più lontana attinenza con un mosaico, per quanto -abilmente congegnato. Esso è lavoro di getto; e nel suo autore è da -riconoscere il creatore di un nuovo mondo poetico. Quanti sono mai gli -uomini, e nella nostra e in qualsivoglia letteratura, a cui sia lecito -di attribuire un vanto siffatto? - -Guardiamo un poco addentro in quest'opera singolare. Vi sentiremo -in ogni parte strepito d'armi: qui abbiamo il cozzo di moltitudini, -come nel ciclo carolingio, là, e più spesso, semplici duelli, come -nel brettone. Ma alle armi s'accompagna qualche altra cosa. Dalla -bocca stessa del poeta s'è udito, non è molto, come la corte di Carlo -(quella, s'intende, di cui s'era narrato fin allora) fosse rimasta al -di sotto della corte d'Artù “Perchè tenne ad amor chiuse le porte„. -Chiuse del tutto, per verità, non le aveva tenute di sicuro; e Matteo -Maria lo sapeva benissimo; ma certo in essa l'amore aveva sempre -avuto l'aria di un intruso, e in ogni modo poi il valore non gli aveva -obblighi di nessuna specie. Per il Boiardo invece - - Amore è quel che dona la vittoria - E dona ardire al cavaliero armato. - (II, XVIII, 3). -Senza di esso il cavaliere quasi non si concepisce, e - - Se in vista è vivo, vivo è senza core. - (I, XVIII, 46). - -Nè, mancando l'amore, potranno fiorire neppur l'altre virtù, e in -primo luogo la cortesia, che è tanta parte nella morale cavalleresca. -Così si pensa e parla nel poema (I, XII, 12); e qui noi subito ci -s'accorge dell'intimo legame che lega questo col Canzoniere; ossia -veniamo a conoscere come il poema, lungi dall'essere un'opera concepita -ed eseguita per mero sollazzo o per studio d'arte, abbia radice nella -regione più profonda del sentimento. Ciò costituisce la massima tra -le differenze che distinguono il conte di Scandiano da quant'altri -si dettero fra noi al poema cavalleresco, non escluso nient'affatto -l'Ariosto. - -Supremo pensiero del Boiardo dovrà essere dunque di redimere il mondo -carolingio da quella vita vegetativa in cui aveva languito così a -lungo, e di stabilire anche su di esso la signoria dell'Amore. Ed ecco -che un Trionfo d'Amore sarà ciò che verrà ad offrirsi sulla scena ai -nostri sguardi subito al levarsi della tela. - -Siamo di maggio, verso la pasqua di rose, e in Parigi, per occasione di -una giostra bandita da Carlo, troviam raccolta una solennissima “corte -reale„, che più che alle solite corti del nostro imperatore rassomiglia -a quelle d'Artù. Insieme colla moltitudine de' signori cristiani, -sono accorsi di Spagna anche molti Saracini; chè le barriere del mondo -cristiano e Saracino, se non son tolte, son cadute più che a mezzo in -isfacelo. Quel giorno tutta l'infinita baronia è stata chiamata a un -gran convito. Carlo va lieto a porsi sopra una sedia d'oro “a la mensa -ritonda„; (la “Tavola Rotonda„ è trasportata qui, come vedete, non -solamente in idea); accanto a sè ha i paladini, dirimpetto gli ospiti -spagnoli. - -Mentre si sta in allegrezza, all'estremità della sala si presenta -una donzella, che sapremo poi chiamarsi Angelica, in mezzo a quattro -giganti, seguita da un cavaliere e non più: - - Essa sembrava matutina stella, - E giglio d'orto e rosa di verzieri; - In somma, a dir di lei la veritate, - Non fu veduta mai tanta beltate. - (St. 21). - -A quella vista non un cristiano, non un Saracino, sa rimanersene -seduto; tutti cercano di accostarsi alla donzella, la quale si fa ad -esporre all'imperatore certe sue fanfaluche, il cui succo si è che il -fratello suo (il cavaliere che l'accompagna) domanda giostra a quanti -son qui convenuti, e che ella stessa sarà premio per chi riesca ad -abbatterlo. Il fascino esercitato da questa bellezza impareggiabile è -tanto, che l'amore s'accende di subito nei petti. Innamora Namo, “ch'è -canuto e bianco„, e si scolorisce in viso; innamora Rinaldo, e si fa -“rosso come un foco„; il Saracino Ferraguto, che ha l'argento vivo -addosso, a gran fatica si rattiene dallo slanciarsi contro i giganti, -per impadronirsi colla forza della fanciulla, e frattanto - - Hor su l'un piede, or su l'altro si muta; - Grattasi il capo e non ritrova loco. - (St. 34). - -Insomma, a farla breve, - - . . . . . . . . ogni barone - Di lei se accese, et ancho il re Carlone; - (St. 32) - -il quale profitta della condizione sua privilegiata, e tira in lungo la -risposta alla donzella. “Per poter seco molto dimorare„(St. 35). - -Ma il trionfo dell'amore non parrebbe al poeta pieno abbastanza, se -alla testa dei devoti non fosse ridotto a camminar dietro al carro -per l'appunto chi era parso più restio a questo culto, o a questo -servaggio: il casto e severo Orlando, il futuro martire di Roncisvalle: - - Non vi para, signor, maraviglioso - Odir cantar de Orlando inamorato, - Che qualunque nel mondo è più orgoglioso - È da Amor vinto al tutto e subiugato; - Nè forte braccio, nè ardire animoso, - Nè scudo o maglia, nè brando affilato, - Nè altra possanza può mai far diffesa, - Che alfin non sia da Amor battuta e presa. - (St. 2). - -E d'Orlando l'amore s'impadronirà a tal segno, da dare lo sfratto -ad ogni altro pensiero, da soffocare qualsiasi altro sentimento. Non -contento di trascinarlo in remotissime terre dell'Asia, di darlo del -tutto in altrui balìa, di renderlo affatto noncurante di Alda, della -quale, dopo una fugace apparizione al principio, non è più questione -nel poema, lo muove a calpestare l'amicizia e la parentela, ed a -combattere ferocemente, pur sapendo di far male, contro il cugino -Rinaldo (I, XXV-XXVII). E tanto può, da renderlo perfino sordo al -tremendo pericolo a cui Carlo e la cristianità tutta intera sono -esposti per il passaggio che sta per fare Agramante (II, XIII, 50-51). -Quando poi, per volontà della sua dama, non già per sua propria, il -paladino sarà tornato in Francia, l'annunzio delle orde nemiche che -sono in procinto di rovesciarsi sull'esercito cristiano, invece che a -sfoderar Durindana, porterà questo campion della fede a ritrarsi in un -bosco: - - E là pregava Dio devotamente - Che le sante bandiere a zigli d'oro - Siano abbattute, e Carlo, e la sua gente. - (II, XXX, 61). - -Ciò perchè la sconfitta servirebbe a' suoi scopi! all'amore per una -pagana! - -Facendo innamorare Orlando, il Boiardo s'è guardato bene dall'alterarne -sostanzialmente le fattezze. Ciò che egli si studia di rappresentare -son precisamente gli effetti che la nuova passione deve produrre -sul personaggio che tutti conoscevano da tanto tempo. Non è di certo -un rendergli servigio l'operare in cosiffatta maniera: non si rende -servigio ad un uomo di molto merito, ma senza alcuna pratica della -società e delle sue usanze, trascinandolo in un ritrovo elegante. -Guardatelo questo povero paladino, quando ritorna ad Albraccà, tutto -pesto e malconcio, dopo aver compiuto imprese incredibili. Angelica lo -disarma, lo spoglia per ungerlo “d'un olio delicato — Che caccia de la -carne ogni livore„ (I, XXV, 38), e senza tante storie lo vien baciando. -Che il Conte all'accostarglisi di quel volto si senta in paradiso, non -potrebbe non essere; ma invece di prendere ardimento, se ne sta “quieto -e vergognoso„. E timido compagno — timido, beninteso, come amante — -sarà ad Angelica nel lunghissimo viaggio dal Cataio alla Francia (II, -XIX, 50). Questa sua imperizia egli ce la dà a vedere anche più aperta, -quando — guai a incominciare! — si lascia vincere dai vezzi di un'altra -donna: di Origille. Con lei, che lo stimola e gli fa animo, parlerà -d'amore, “come insonnïato„ (I, XXIX, 47), e le si mostrerà “mal scorto -e rozzo amante„ (II, III, 66). Quanto rozzo e mal scorto, altrettanto -credulo, sì da lasciarsi dar a bere che salendo in cima a una certa -roccia e guardando in una specie di pozzo vedrà “l'inferno e tutto -il paradiso„ (I, XXIX, 50). Vero che qui il Boiardo lo vuol scusare, -dicendo che al pari di lui sarebbe stato ingannato chiunque, “che -di leggier si crede a quel che s'ama„ (St. 52); ma io mi permetterò -di domandare a Matteo Maria se avrebbe mai fatto gabbare a quel modo -Rinaldo, o qualcuno della sua tempra. - -Sicchè il protagonista mascolino del poema è volutamente un personaggio -nel cui volto c'è qualcosa di ridicolo; un personaggio del quale, a -proposito del viaggio con Angelica ricordato dianzi, è possibile dire -che - - Turpin, che mai non mente di ragione, - In cotale atto il chiama un babione. - -Non so cos'altro mai possa volerci per accorgersi che il poeta si -atteggia di fronte alla materia sua in ben altra maniera che non -facciano gli autori delle _chansons de geste_ e quelli di tutti i -romanzi del ciclo brettone. Non già che l'elemento comico sia escluso -di colà. Basterebbe rammentare, per una parte il cosiddetto _Voyage de -Charlemagne a Costantinople_ e certe scene dei _Quatre fils Aimon_, -ossia della storia di Rinaldo e de' fratelli, per l'altra la figura -di Keu, il siniscalco di Artù, così simile per più d'un verso al -nostro Astolfo. Per sè stesso il comico non disdice nemmeno all'epopea -più schietta; o non vediamo nell'Olimpo dell'_Iliade_ lo zoppo e -barbuto Vulcano andare attorno ansimando in ufficio della vezzosa -Ebe, suscitando negli dei una ilarità inestinguibile? Ma Omero non si -sarebbe mai sognato sicuramente di rappresentare Ettore o Achille come -fa Orlando il Boiardo; nè gli sarebbe passato per il capo di mettere in -bocca ad Agamennone parole analoghe a quelle, tali ch'io non potrei qui -tutte ripeterle, che il Conte di Scandiano pone sulle labbra di Carlo -Magno, quando nella giostra di Parigi vede la sua baronia sopraffatta -dai campioni saracini (I, II, 63-65); e nemmeno, crederei, di farlo -scendere nell'arena a metter rimedio a un tradimento, - - Dando gran bastonate a questo e quello, - Che a più di trenta ne ruppe la testa. - (I, III, 24). - -Qui il ridicolo non penzola dai rami: esso si stringe dattorno al -tronco stesso; sicchè alla tragedia ed al dramma si sostituisce la -farsa. - -Ma il ridicolo s'incontra nel poema del Boiardo anche in una forma che -specialmente importa di rilevare: quale umorismo. Cosa propriamente sia -l'umorismo secondo il concetto moderno, tutti più o meno intendono; -eppure nessuno riesce a spiegar bene a parole. Permetterete dunque -che ancor io tenti una definizione mia propria, e che lo dica “un -riso interiore„. Esso è un riso che si vela, senza per questo volersi -celare, sotto apparenze di serietà. Da questo riso dissimulato alla -sghignazzata più chiassosa, non c'è soluzione alcuna di continuità. -Si passa dall'uno all'altra per gradi insensibili, soliti comprendersi -sotto un certo numero di varietà, come a dire il riso a fior di labbra, -il riso aperto, e che altro so io. Però si capisce come le specie non -siano nettamente distinte, sicchè a volte non si riesca a veder bene -se s'abbia a fare con questa o con quella. E dato l'umor gaio, esso -tende a manifestarsi, salvo condizioni e propositi speciali, or con una -specie or coll'altra, non già sempre alla medesima maniera. - -E le varie forme di riso s'incontrano nell'_Orlando Innamorato_ ben -diverso anche in ciò dal _Don Chisciotte_, dove invece l'umorismo -informa tutta l'opera. Ma nemmeno nel nostro poema l'umorismo -scarseggia. È umorismo, per esempio, quando subito alla terza ottava si -dice: - - Questa novella è nota a pocha gente, - Perchè Turpino istesso la nascose, - Credendo forse a quel Conte valente - Esser le sue scritture dispettose. - -Qui l'umorismo intacca proprio, come vedete, l'azione fondamentale -del poema. E umoristici sono in genere tutti appunto i riferimenti a -Turpino, che occorrono numerosi, ivi specialmente dove se n'è sballata -qualcuna di grossa; e umoristici diventano in particolar modo allorchè -il Boiardo assume dirimpetto al suo autore una certa quale aria di -diffidenza, o rovescia comunque su di lui il peso dell'asserzione, come -segue a proposito delle dame che assistono in Cipro da un gran palco al -torneo che s'è bandito per maritare Lucina: - - Mostravan poche il viso naturale, - Le più l'havean dipinto e colorato; - Turpino il dice, io nol scio per expresso, - Benchè sian molte che ciò fanno adesso. - (II, XX, 13). - -Questo umorismo non è se non una varietà di quello che consiste -nell'assumere tuono di storico veritiero, cauto, accurato, e che -porterà, per esempio, a mettere in rilievo qualche circostanza perchè -serva a giustificare qualcosa di molto straordinario: - - Al fin de le parole un salto piglia - (Vero è che indietro alquanto hebbe a tornare - A prender corso), e, come havesse piume, - D'un salto, armato, andò di là del fiume. - (II, VIII, 23). - -La farò finita cogli esempi dell'umorismo boiardesco col menzionare -il desiderio che il poeta manifestò di aver assistito a una certa -battaglia contro un esercito di diavoli evocati da Malagigi, - - Sol per veder se il demonio è cotale - E tanto sozzo come egli è dipento; - Che non è sempre a un modo in ogni loco: - Qua maggior corne, e là più coda un poco. - (II, XXIII, 1). - -Il Boiardo non prende adunque la materia cavalleresca propriamente sul -serio; ma andrebbe mille miglia lontano dal vero chi immaginasse per -ciò che la volesse volgere in canzonatura. Le virtù cavalleresche, -vale a dir la prodezza, il coraggio, la lealtà, la cortesia, la -generosità, la sete di gloria, il disprezzo delle ricchezze, e insieme -con esse l'amore, che le inspira e rinfoca, egli le ammira dal profondo -dell'animo. Quindi per esaltarle può anche continuare lungamente a -cantare a occhi chiusi con un abbandono propriamente epico. Ma il senso -della realtà è troppo vivo in lui, perchè, se appena apre le palpebre, -non abbia ad accorgersi che ciò che gli sta davanti son fantasmi, e non -componga il volto ad un sorriso. Ad un sorriso, oppure invece anche al -pianto, se rivolge la mente a ciò che gli apparisce la vera grandezza; -ad Alessandro, a Cesare, e ad altre figure siffatte: - - Fama, sequace de gl'imperatori, - Nympha che e gesti a dolci versi canti, - Che dopo morte anchor gli homini honori, - E fai coloro eterni che tu vanti: - Ove sei gionta? a dir gli antichi amori - Et a narrar battaglie de giganti, - Mercè del mondo, che al tuo tempo è tale, - Che più di fama o di virtù non cale. - (II, XXII, 2). - -Del resto importa rilevare che l'atteggiamento del Boiardo in cospetto -del mondo della cavalleria non è già qualche cosa di peculiare a lui. -In embrione, esso si può cogliere negli stessi rimatori popolari, -ai quali, per esempio, non sono estranei nient'affatto i richiami -scherzevoli all'autorità del famoso arcivescovo; portato all'estremo, -per via d'una speciale conformazione dell'ingegno e dell'animo, ci dà -il _Morgante_; e che del pari come agli scrittori fosse comune anche -al pubblico cui essi si rivolgevano, può mostrare l'intonazione del -contrasto tra Isabella d'Este e Galeazzo Visconti, a proposito del -quale la parola “umoristico„ mi è già dovuta uscir di bocca. Si tratta -dunque di qualcosa, che è dell'ambiente italiano d'allora. Da questo -qualcosa, se si va bene al fondo, il nostro romanzo cavalleresco ripete -in generale quel suo temperamento capriccioso, che rende naturali, -nonchè ammissibili per esso, tutte quante le capestrerie di pensiero e -di forma. - -Esaltatore dei sentimenti cavallereschi, il Boiardo può ridere -nondimeno dei personaggi in cui egli stesso li incarnò; grande araldo -dell'amore, lo troveremo, o non lo troveremo noi, in atto di adorazione -devota, al piede della creatura da cui questa passione si diffonde? -Cosa sono le sue donne quando egli ha la libertà di foggiarle a -piacimento? - -Protagonista femminile dell'_Innamorato_ è Angelica. L'importanza sua -non è uguagliata da quella di nessun altro personaggio, compreso lo -stesso Orlando. In lei principalmente s'accentra l'azione; l'amore che -da lei s'ispira è il motore più potente di tutto quanto il meccanismo. -Quali effetti essa produca col suo semplice apparire, avete visto voi -stessi. E il Boiardo ha immaginato un modo ingegnosissimo di complicare -il giuoco dei sentimenti, facendo che, per virtù di due fonti, l'una -delle quali accende, l'altra spegne le fiamme del cuore, Angelica sia -aborrita da Rinaldo mentre ella arde per lui, e lo abbia in avversione -non appena egli ha mutato d'animo. Che sia incantatrice, mi spiace; una -donna è sempre maga abbastanza per il semplice fatto dell'esser giovane -e bella! Ma il poeta è troppo avveduto per non accorgersi ottimamente -di ciò egli medesimo; quindi di cotale prerogativa fa un uso assai -parco, e finisce poi oramai per dimenticarla del tutto. Bensì Angelica -rimane sempre una lusinghiera; questo il tratto in cui s'assomma -l'indole sua. Che moine sa usare con Orlando, per il quale non prova -alcun affetto, e che solo le desta rimorso quando è stato mandato da -lei a un'impresa da cui non crede che possa uscir vivo (I, XXVIII, 40)! -E al tempo stesso ella tiene a bada altri adoratori, che le giova di -avere a suoi comandi. Ce la redimerebbe l'amore non corrisposto per -Rinaldo, che dà luogo a scene d'una passionatezza commovente, se non -fosse l'effetto d'una forza soprannaturale, e se non ci rappresentasse, -molto tempo prima che l'Ariosto potesse pensare a Medoro, come una -punizione di quel farsi giuoco degli amanti: - - Chè amor vol castigar questa superba. - (I, III, 40). - -Insomma, all'infuori che per la bellezza, Angelica non ha somiglianza -alcuna colle Laure, e meno che mai colle Beatrici. - -I difetti che si scorgono nella figliuola di Galafrone toccano il colmo -in Origille: - - Era la dama di estrema beltate, - Malicïosa e di losinghe piena; - Le lachryme teneva apparecchiate - Sempre a sua posta com'acqua di vena: - Promessa non fè mai con veritate, - Mostrando a ciaschedun faccia serena; - E se in un giorno havesse mille amanti, - Tutti li beffa con dolci sembianti. - (I, XXIX, 45). - -Angelica in fondo al cuore non è malvagia: Origille invece è tutta -impastata di perfidia, a segno tale da trastullarsi anche colla vita -de' suoi disgraziati adoratori. - -Possiamo dir buona Tisbina. Amata da due, non frascheggia: riama Iroldo -e sente compassione di Prasildo. Che disperazione è la sua quando una -promessa a cui Iroldo stesso imprudentemente l'ha spinta, la mette -nella necessità di concedere a Prasildo sè medesima! Iroldo vuol -morire, ed essa morrà con lui. E i due inghiottono diffatti insieme una -bevanda, che credono veleno. Ma veleno non è; e la conclusione della -storia viene ad essere, che, dopo una gara mirabile di generosità, -Tisbina, mentre è immersa nel sonno per effetto di ciò che ha bevuto, -rimane a Prasildo. Che farà essa mai al risentirsi, quando le sarà -detto che il suo Iroldo se n'è andato lontano per sempre? È piena di -dolore e tramortisce; ma poi, considerando che non c'è rimedio, prende -“altro partito„: - - Ciascuna dama è molle e tenerina - Così del corpo come della mente, - E simigliante della fresca brina, - Che non aspetta il caldo al sol lucente; - Tutte siam fatte come fu Tisbina, - Che non volse battaglia per nïente, - Ma al primo assalto subito se rese, - E per marito il bel Prasildo prese. - (I, XII, 89). - -“Tutte siam fatte„: gli è che queste parole, insieme col racconto a cui -servono di conclusione, son poste esse pure in bocca ad una donna. Ma -se Fiordalisa modestamente parla così, mettendo sè medesima in mazzo -con tutte l'altre, in lei almeno avremo finalmente un esemplare di -perfetta lealtà femminile. Chi non ha presente quel suo pietoso andar -di continuo in traccia di Brandimarte, che via via ritrova per poi -riperderlo di bel nuovo? Se c'è donna amante, quella è lei di sicuro. -Ma, ohimè, che ancor essa dà qualcosa a ridire! È troppo, per verità, -il compiacimento col quale contempla il bel Rinaldo addormentato (I, -XIII, 50), perchè un certo sospetto che il poeta s'è permesso poco -prima (st. 48) abbia a parer calunnioso. - -Sicchè in conclusione le donne dell'_Innamorato_ son tutt'altra cosa -che le Isotte e le Ginevre. Si capisce che nell'animo del poeta c'è una -persuasione analoga a quella che ispira al Leopardi l'Aspasia. Gl'idoli -a cui si brucian gl'incensi sono, pur troppo, ben lontani in generale -dall'essere quali l'immaginazione li rappresenta. L'amore, maschile -e femminile, riposa sopra una continua illusione; ciò che s'adora è -un fantasma della propria mente; sennonchè per il Boiardo — e tutti -saremo con lui — una volta che l'illusione riesce gradita e feconda di -bene, merita di essere tenuta nel medesimo conto in cui si terrebbe -la realtà. Questo concetto, mentre ci porta lontano dalle tradizioni -consuete dei romanzi cavallereschi, ci riconduce alla vita del nostro -Matteo Maria. Si rammenti il Canzoniere; si ricordi Antonia Caprara. -Così ci si verrà sempre più persuadendo che l'_Innamorato_ è altra cosa -che una semplice opera d'arte. - -Della tela del poema non crederei indispensabile di farvi, sia pur -rapidissimamente, l'esposizione, quand'anche al punto in cui sono non -dovessi rammentarmi che tra le virtù del Boiardo ce n'è una nella quale -giova che io mi specchi: il saper fare i conti colla pazienza di chi -sta ad ascoltare. L'orditura ha qui assai poca importanza; l'importanza -sta nelle molteplici narrazioni particolari. Queste s'intrecciano, -spesso interrotte, più tardi riprese. Il procedimento per cui parecchie -azioni camminano di conserva, dando luogo a continue spezzature, viene -all'Innamorato dai romanzi della Tavola Rotonda, e segnatamente dal -_Tristano_, dal _Lancillotto_, dal _Girone il Cortese_. Ma ciò che in -questi è un mero e impaccioso portato della necessità, nelle mani del -Boiardo si converte in un procedimento artistico, mediante il quale la -curiosità è stuzzicata, e si consegue una varietà che mai l'uguale. - -Ciò che assai mi duole si è che mi sia impedito di mostrarvi le -ricchezze meravigliose della poesia del Boiardo, paragonabili a quelle -della sua grotta di Morgana, - - Che solo a dir di lor seria un volume; - E non ha tante stelle il ciel sereno, - Nè primavera tanti fiori e rose, - Quante ivi ha perle e pietre preciose. - (II, VIII, 19). - -Che attitudine a concepire figure caratteristiche e a metterle in -moto! che intuizione degli uomini e delle cose! che fecondità di -concepimenti! che sentimento delle bellezze naturali! che musicalità -di ritmo! che amabile semplicità di forma! È una poesia fresca che noi -qui abbiamo: la poesia d'un prato fiorito, in un bel mattino di maggio. -E nelle nostre tazze la fantasia vien mescendo a profusione vini -scintillanti, che parrebbero spremuti da altre uve che dalle terrene. - -Sicuro che anche nel Boiardo ci son le sue pecche. Di certe -particolarità non è opportuno che discorra, una volta che ai -particolari devo qui rinunziare anche per il resto. E non gli farò -colpa alcuna del molto intrattenersi a descriver colpi di lancia e -di spada, non di rado uniformi. Queste descrizioni, che a noi paion -monotone e stucchevoli, tali non parevano a uditori diversamente -disposti che noi non siamo; alla maniera come non riesce monotono per -una signora elegante il minuto ragguaglio dei cento vestiti e delle -cento acconciature che si son sfoggiati a una festa. Bensì non è dubbio -che nell'_Innamorato_ c'è difetto di lima, sicchè aguzzando gli occhi -si scorgono a ogni tratto piccole mende, che si vorrebber corrette. -Quanto alla lingua, il vizio è quasi tutto alla superficie, ossia -nella fonetica; e bisogna non conoscere la nostra storia letteraria -per muoverne al Boiardo la più piccola colpa. Esso può rendere per il -più dei lettori necessaria una spolveratura, non altro; ma certo non -giustifica la manomissione commessa dal Berni. Sennò dovrà esser lecito -ad un pittore moderno di ridipingere un Giotto, un Beato Angelico, -un Botticelli, per la ragione che il disegno non vi è propriamente -corretto. - -Vi farò forse meravigliare, terminando, col dire che il poema del -Boiardo ha ai miei occhi un alto valore morale. In quell'Italia perfida -che gli storici soglion descriverci — l'Italia di Lodovico il Moro e di -Alessandro VI —, una voce che esalta col più sincero convincimento le -virtù cavalleresche, e prima tra esse la lealtà, significa mi par bene, -qualcosa. E più significa perchè non è voce che scenda da un pulpito, -nè voce di popolo. Sicchè l'_Innamorato_ viene a indicare che il marcio -non era poi tanto profondo come in generale si afferma e si crede. - -Certo tuttavia non era più questa la poesia che propriamente convenisse -all'Italia, una volta che su di essa venne a rovesciarsi quella sequela -di bufere, che al finire del secolo XV prese a devastare i campi, a -sradicar gli alberi, ad abbattere case e palagi per tutto il bel paese. -Di quella bufera il Boiardo non vide che i prodromi; ma essi bastarono -per strozzargli il canto in gola e dissipare le immagini ridenti -che gli danzavano davanti alla fantasia. L'opera fu interrotta; ed è -legittimo il supporre che il poeta non l'avrebbe ripigliata nemmeno -se al passaggio delle genti di Carlo VIII, avviate verso il regno di -Napoli, non fosse tenuta dietro quasi subito la sua morte. Quanto -differenti le guerre ch'egli aveva vagheggiato e rappresentato da -quelle che allora si vennero a combattere! Ma io mi rallegro che gli -ultimi versi di questo poema, tutto letizia e apparente spensieratezza, -gli ultimi probabilmente che il Boiardo abbia scritto, siano rivolti -alla patria: - - Mentre che io canto, o Iddio redentore, - Vedo la Italia tutta a ferro e a foco, - Per questi Galli che con gran valore - Vengon per disertar non scio che loco. - -Son parole condite d'ironia, alle quali servono di efficace commento -quelle che si sono raccolte dalle labbra del poeta in un'altra -occasione, consimile, ma a saper leggere nel futuro, assai meno -lagrimosa[99]. E noi da questa interruzione ci si sente attratti -verso il poeta e l'opera sua più che non saremmo dal più splendido dei -coronamenti. - - - - -IL SAVONAROLA e la PROFEZIA - -DI - -FELICE TOCCO. - - - _Signore e Signori_, - -Dall'argomento della mia conferenza altri di me più degno avrebbe -dovuto tenervi parola. Ma per sfortuna mia e vostra chi scrisse a -giudizio unanime la migliore storia del Savonarola, è lontano da noi, -e per il bene della cosa pubblica dobbiam tutti sperare che non faccia -sollecito ritorno[100]. Un altro scrittore avrebbe potuto degnamente -tenerne il luogo, il nostro Gherardo che intorno al Savonarola seppe -scoprire nuovi documenti e dottamente illustrarli. Ma poichè anche -a lui non fu dato di accettare il difficile còmpito, eccomi di nuovo -innanzi a voi, per riprendere a così dire il filo della conferenza, che -ebbi l'onore di tenere: or sono due anni sull'eresia del Medio Evo. -Giacchè io non intende parlarvi soltanto del Savonarola e dell'opera -sua, ma ben piuttosto del modo come il frate ferrarese si ricolleghi -coi profeti medievali, che lo precedettero. Escludo dal mio discorso le -leggendarie o apocrife profezie del mago Merlino, della Sibilla Eritrea -o del Carmelitano Cirillo, e di quei profeti solo vi terrò parola, -dei quali abbiamo sicure testimonianze. E per non risalire più in su -fino a san Nilo o santa Ildegarde, comincerò da quell'abate Gioachino, -a voi ben noto, che a giudizio di Dante sarebbe stato realmente di -_spirito profetico dotato_. Parecchi in verità revocarono in dubbio -codesto dono della profezia, e san Tommaso glielo negò addirittura. Ma -i più erano dell'avviso di Dante, specie gli spirituali francescani, -che consideravano le principali opere di Gioachino come cosa sacra; e -già sapete che ripubblicandole e chiosandole non dubitarono di dirle -Evangelo eterno. Le loro chiose furono condannate solennemente dalla -Chiesa, le profezie stesse di Gioachino smentì l'anno fatale 1260; -ma ad onta di ciò la fede dei Gioachimiti non venne meno, e parecchi -altri seguitarono a profetare, come l'abate Calabrese. La differenza -tra questi nuovi profeti e gli antichi del Vecchio Testamento sta in -ciò, che questi si sentivano in contatto diretto con la Divinità e -ne udivano le voci, e sotto dettato, a così dire, ne scrivevano le -rivelazioni; invece quelli a tanto non arrivano, e non a torto la -maggior parte di essi, da Gioachino al Savonarola medesimo, dichiarano -spesso di non essere nè profeti nè figli di profeti. Per quanto a loro -non facciano difetto nè i sogni nè i rapimenti dei profeti veri, per -quanto possano vantare anch'essi quella forza divinatrice, che squarcia -il velame del tenebroso futuro, pure indarno cercate in loro la vena -larga e potente dell'ispirazione diretta; poichè non le proprie visioni -essi interpretano, ma le altrui. Non sono profeti, bensì commentatori -di profezie, e le più oscure come il libro di Daniele e l'Apocalisse -preferiscono. - -Si conserva ancora inedita nella nostra Laurenziana la postilla -sull'Apocalissi di uno dei più famosi seguaci di Gioachino, minorità, -ben s'intende, e capo degli spirituali di Provenza, fra Giovanni di -Piero Olivi, nato nel 1248, morto cinquantanni dopo. Negli ultimi -tempi della sua vita, benchè avesse vedute tutte le speranze del suo -partito dileguarsi, e l'eremita Celestino cedere la tiara a Bonifacio -VIII, avido di potere e di gloria mondana, pure non ismise la sua -fede, nè dubitò che l'ora della tremenda vendetta fosse per scoccare. -In una lettera ai figli di Carlo II di Napoli, scrive: “Orsù, generosi -soldati, preparatevi alla pugna. Il tempo della potatura è venuto, e -si è udita sulla nostra terra la voce della tortora che sospira e che -ha il gemito per canto. È d'uopo che nell'aprire il sesto suggello il -sole e la luna s'oscurino, e che cadendo le stelle dal cielo, la terra -ne tremi così, che tutte le montagne e le isole siano svelte dalle loro -sedi.... Poichè a quel modo che sul secentesimo anno della vita di Noè -si ruppero le fonti dell'abisso, e le cateratte del cielo si apersero -a segno che nessuno potè salvarsi all'infuori dei ricoverati nell'arca -fatta per comando di Dio; così fa d'uopo che l'empia Babilonia nel -profondo del mare si sommerga.„ L'empia Babilonia è la Chiesa carnale, -conculcatrice della povertà evangelica, e il ministro della vendetta -divina sarà l'Anticristo. - -La fede nel prossimo avvento dell'Anticristo è così radicata nei -circoli dei beghini e degli spirituali, che Arnaldo di Villanova, -celebre medico e studioso delle scienze occulte, non dubita di scrivere -un trattato _De adventu Antichristi_, che gli fruttò le persecuzioni -del vescovo parigino. Il trattato, ancora inedito, fu scritto nel -1297, come dice l'autore stesso, e non è se non un commento di alcuni -luoghi delle Profezie di Daniele. Eccovene un saggio: “Compiuti i -mille duecento anni dal tempo, in cui il popolo ebreo perdette il -possesso della sua patria, entrerà nel luogo santo l'abbominio della -desolazione, o l'Anticristo, il che sarà circa nel settantottesimo -anno del secolo futuro. Non posso determinare con maggior precisione, -ma certo intorno al 1378 si compirà quello che il Profeta predisse.„ -E più appresso contro i suoi contradditori aggiunge: “Senza dubbio -questa conclusione non segue dalla parola di Daniele in modo certo -e necessario; ma ha l'evidenza di una grande probabilità, in quanto -che con questa interpretazione concordano altri luoghi della sacra -scrittura.„ Era tanta la fede di Arnaldo nelle divinazioni sue, che -uno scritto sul medesimo argomento ardì leggere al papa Clemente V; -e non solo noi, ma i contemporanei stessi, a cominciare da Filippo il -Bello, non sapevano più di che cosa meravigliarsi, se dell'audacia del -lettore o della benignità soverchia di chi l'ascoltava. Ai medici di -gran grido, che si crede abbiano in mano la vita nostra, sono permesse -molte cose; e un papa meno docile e mansueto di Clemente V, lo stesso -Bonifacio VIII, si mostrò indulgente col Villanova, e lo assolse dalle -censure del vescovo di Parigi, purchè non s'impacciasse più oltre di -teologia. - -Non meno audaci sono le predizioni di frate Ubertino da Casale, -l'eloquente difensore dell'Olivi, le cui dottrine segue, lievemente -modificandole, in quel libro intitolato _Arbor vitæ crucifixæ_, che -finì la vigilia di San Michele Arcangelo del 1305 nella solitudine -dell'Alvernia, dove i suoi superiori l'aveano esiliato, perchè non -predicasse più oltre nello stile degli esaltati spirituali. Nulla di -nuovo egli dice sui sette stati o periodi in cui va divisa la storia -della Chiesa o dell'Umanità, che secondo questi frati sono tutt'uno; -poichè anch'egli, come l'Olivi, risale a Gioachino, e fa gli stessi -calcoli e pone a confronto gli stessi passi scritturali per argomentare -prossima la fine del sesto periodo. Quando esso abbia cominciato, o -dalla rivelazione fatta dall'abate Gioachino, come dicono alcuni, -o dalla conversione di san Francesco, come dicono altri, o infine -dalla protesta che i frati spirituali levarono contro i trasgressori -della regola francescana, non importa decidere; perchè tutte queste -date possono essere vere secondo che si consideri tutto il periodo -ora da un aspetto, ora dall'altro. Quel che monta è constatare che si -affretta alla sua fine. La qual cosa non può mettersi in dubbio; perchè -scorsi 1293 anni dalla morte di Cristo, s'è veduta quell'orribile -novità dell'abdicazione di papa Celestino e dell'usurpazione del suo -successore. E come se questo segno non bastasse, ecco pullulare nuove -eresie, come alla fine d'ogni periodo; e molti sostenere non essere la -povertà evangelica il nocciolo della perfezione cristiana, e alcuni -filosofi di Parigi andare più oltre, e proclamare con Aristotele -che il mondo fu “ab eterno„ ed in eterno durerà. Le quali eresie -mostrano chiaramente essere già nato il mistico Anticristo, vale a -dire il precursore e il simbolo di quel vero Anticristo, che sorgerà -più tardi alla fine del settimo stato. L'Anticristo mistico non è -nè un imperatore nè un pontefice, ma bensì quel pseudo-cristiano che -condannerà lo spirito di Cristo nella povertà evangelica. E di questi -pseudo-cristiani al tempo di Ubertino non facea difetto. - -Se non che la fine del mondo non ebbe luogo in tutto quel secolo, sul -cui cominciare Ubertino scriveva, e nuove tribolazioni non mancarono. -Rinacquero sotto Giovanni XXII le lotte coll'Impero, non chetate -neanche sotto i successori Benedetto XII e Clemente VI, e la Chiesa, -infeudata ai re di Francia, travagliarono mali e scandali siffatti, -che Avignone fu detta non pure dagli spirituali francescani ma dal -Petrarca medesimo: _l'avara Babilonia_, _fontana di dolore_, _albergo -d'ira_, _scuola d'errori_, _tempio d'eresia_. Non è meraviglia che in -questa età procellosa rifiorisse la Profezia. Anche i poeti, quindi, -come il cantore di Laura, prendono il tono di veggenti, e minacciano e -rampognano e predicono imminente lo scoppio dell'ira divina. - - Fiamma del ciel su le tue trecce piova, - Malvagia, che dal fiume e dalle ghiande - Per l'altrui impoverir sei ricca e grande.... - Nido di tradimenti, in cui si cova - Quanto mal per lo mondo oggi si spande.... - - Ma pur novo Soldan veggio per lei - Lo qual farà, non già quando io vorrei, - Sol una sede, e quella fia in Baldacco. - Gl'idoli suoi saranno in terra sparsi - E le torri superbe al ciel nemiche, - E suoi torrier di for, come dentro, arsi. - -Ma dopo la tempesta verrà il sereno, e il Petrarca anche lui vede in -nube quel Papa, da questi profeti concordemente chiamato angelico, che -sbalzerà di seggio gl'indegni ministri: - - Anime belle e di virtude amiche - Terranno il mondo; e poi vedrem lui farsi - Aureo tutto e pien dell'opre antiche. - -Non diversamente canta frate Stoppa dei Bostichi, che non può essere -vissuto dopo il papa Clemente VI, a cui rivolge le più fiere rampogne, -chiamandolo _specchio evidente, nel qual potrà mirare ogni superbo_, e -nell'impeto dell'ira esce in questa profezia: - - Sarà la Chiesa de' pastor privata; - Fie beato qual potrà negare - Il chericato, e rifiutar l'entrata, - Fiane cagion la terra d'oltremare. - Invidia, gola al chericato guata - Superbia, simonia, lussuriare; - Poi fie la Chiesa ornata di pastori - Umili e santi, come fur gli autori. - -Intorno allo stesso tempo sarà probabilmente sorta quell'altra -profezia, attribuita a Jacopone da Todi, ma che certamente non gli -appartiene, dove par che si confidi più in un potente imperatore che in -un papa angelico: - - Da poi che seran structi li tiranni - Et li preti cacciati alli lor danni, - Verrà cului che di terra di lor mani - Serà alevato.... - - Costui serà segnor de tucto 'l mundo, - Facendo della terra el quadro e 'l tundo: - Sposo d'Italia, questo non abscundo, - Imperatore.... - - Costui farà far pace in ogne lato, - Descacciarà del mundo ogne peccato, - Non si trovarà chi sia superchiato - Dal suo vicino. - - Costui convertirà alla fede Saracino - Et Tartaria con tucto quil camino; - Poi intrarà ad quil luoco divino - Sacrificato. - - Poi tornarà Roma nel suo stato - De tuctu quanto el mundo repusato: - Li sancti preti di novello Stato - Predicaranno. - - E tucti l'infidel convertiranno, - Tucti vestiti d'un aspero panno, - Et sensa proprio sempre viveranno - Im povertade. - -In simili profezie credono anche gli uomini politici, specie quel Cola -da Rienzi, che da oscuro popolano assunto ai primi poteri dello Stato, -ebbro della sua insperata fortuna, prende pubblicamente il bagno nella -vasca Costantiniana, perchè dalle macchie dell'ignobile origine appaia -deterso il nuovo cavaliere dello Spirito Santo. Sembra che anche nei -giorni del suo trionfo Cola abbia avuto sogni e visioni. Almeno egli -stesso racconta che pochi giorni prima della cruenta sconfitta dei -Colonnesi, gli apparve in sogno Bonifacio VIII per incitarlo alla -vendetta contro gli autori della sua cattura. Quando poi, dimessa la -dignità tribunizia, si ritrasse nel silenzio di Monte Sant'Angelo -presso i romiti della Majella, le sue fantasie apocalittiche ebber -nuovo alimento. Ed uno di quei fraticelli, a nome Angelo, gli predisse -dovere fra non molto risorgere tale, che morì fra le persecuzioni -(forse fra Pietro di Giovanni Olivi?), e che alla sua voce nascerebbe -grande confusione e terrore tra i maggiorenti della Curia, ed il Papa -stesso correrebbe pericolo, finchè brillerebbe la nuova luce. Allora -sarà fatta la riforma della Chiesa, e non pure tutti i Cristiani, ma -i Saraceni con essi, formeranno un popolo solo, e a capo di tutti -si porrà il Papa angelico. A queste profezie il tribuno prestava -ascolto, tanto più che egli stesso doveva aver non piccola parte -nella futura rinnovazione del mondo. E per infondere nell'imperatore -e nell'arcivescovo di Praga la propria fede, si fa a sua volta -commentatore ed interprete di profezie, e fra tante sceglie la più -recente, che, nata senza dubbio sullo scorcio del secolo decimoterzo, -fu attribuita ad un profeta Cirillo, contemporaneo di Gioachino, del -quale non si sa nulla all'infuori della profezia medesima; e che non -sarà meno apocrifo di essa. Comunque sia, Cola sa ben torcere l'oscuro -oracolo al senso che più gli torna; e sotto il sole che entrerà nelle -viscere dello scorpione e sarà lacerato dai figli dello scorpione -medesimo, intende proprio lui, Cola, che andrà glorificato da Dio -e posto al governo di Roma, e poscia dal Papa e dai cardinali sarà -perseguitato, e nell'anno del giubileo chiuso nella squallida spelonca -del carcere imperiale. Frate Angelo da Monticelli aveva ben insegnato -la sua arte al credulo tribuno! - -Un altro minorita, non meno credente di frate Angelo, ardiva -divulgare le medesime profezie nella sede stessa della corte papale -in Avignone. Avea nome fra Giovanni di Roquetaillade, latinamente _de -Rupescissa_; ed oltre che per le sue profezie è noto per lo studio -che, al pari di Arnaldo da Villanova, faceva dell'alchimia. Le sue -predizioni risalgono, come dice egli stesso, al 1356, l'anno avanti -che cominciassero le secolari guerre tra Francia e Inghilterra. La sua -voce fu inascoltata; anzi Clemente VI, lo stesso papa così avverso a -Cola, lo chiuse in prigione, e ve lo rimise il successore Innocenzo -VI, tenendovelo per tutta la vita. Una profezia, che costui compose -nelle carceri ad istanza di un suo correligionario, comincia così: -“Le rendite ecclesiastiche sappiate che fra breve andranno tutte -perdute, poichè molti popoli della terra spoglieranno il Clero dei beni -temporali, lasciandogli appena da vivere. La Curia romana fuggirà da -questa città peccatrice di Avignone, e non sarà più dove è ora. Prima -che si compiano sei anni da questo presente, che è il 1356, la superbia -clericale sarà prostrata nel fango, e distrutta ogni malvagità. La -città delle delizie sarà convertita in lutto, e il mondo si perderà per -l'avarizia; ma dopo innumerevoli tribolazioni scenderà la misericordia -alla gente desolata, perchè un angelo, vicario di Cristo, spargerà -tutte le virtù evangeliche, e convertirà gli Ebrei e i Tartari e i -Saraceni e i Turchi distruggerà.„ Come vedete questo profeta anche -a costo di andare crudelmente smentito dai fatti predice le cose -a termine fisso ed a breve distanza. E non muta stile in un altro -libercolo intitolato _Vade mecum in tribulatione_, composto l'anno -dopo, dove riassume tutte le predizioni sue sparse negli altri libri, -che cita e magnifica come annunziatori di fatti da poi verificatisi, -quale la cattura del re di Francia. Anche nel _Vade mecum_ vuol essere -preciso più di quel che convenga a un profeta. “Pria che il mondo -arrivi all'anno 1370, egli dice, prima che corrano altri tredici, da -questo che abbiamo ora compiuto, 1356, avrà principio la restaurazione -del mondo, e sarà palese quello che ora annunzio. Nel 1365 sorgerà -l'Anticristo orientale, e gli Ebrei ingannati da codesto falso Messia -infiniti danni recheranno al popolo cristiano. E nello stesso anno i -veri seguaci del santo mendico di Assisi saranno di nuovo tribolati, -come al tempo di Michele da Cesena; ma ben presto si rifaranno dei loro -danni, e l'ordine loro si dilargherà per l'universo ed i loro conventi -si moltiplicheranno come le stelle del cielo. Ma non vale la pena di -riferire più oltre i sogni del povero prigioniero, che aspetta prossima -la liberazione sua e dei suoi compagni. Dirò solo che anche egli adduce -a prova delle sue profezie il versetto di Daniele, che soleva citare -Arnaldo; ed anche lui, facendo cómputi sottili, arriva all'anno 1370 -nello stesso modo che un secolo prima Gioachino di Fiore arrivava al -1260. - -Al di sopra di questi, sarei per dire, computisti della Profezia, -si eleva una donna di alto sentire e di nobilissimo sangue, santa -Brigida di Svezia. Nata intorno all'anno 1302, a sedici anni sposò il -diciottenne principe Wulf di Nerik, da cui ebbe otto figliuoli. Alla -morte del marito, dato un addio agli splendori principeschi e diviso -il patrimonio tra i suoi figli, vestì le ruvide lane del pellegrino e -venne a Roma, dove scrisse le sue _Revelationes_. A differenza di tutti -i vaticinatoli precedenti la santa svedese non s'indugia a commentare -le altrui profezie; ma come i profeti antichi conversa direttamente -con Dio, che le svela il segreto dell'avvenire. “Io non disdegno di -parlare con te, le dice Gesù, e benchè la mia umanità sembri essere -dentro di te e parlar teco, pure è più verisimile essere la tua anima -e la tua coscienza con me e in me, poichè a me nulla è difficile nè -in cielo nè in terra.„ Una volta in una chiesa di Roma la Vergine -stessa le apparve, e in tuono di comando le disse: “Tu devi mandare -da parte mia questa parola al legato del Papa.„ Al che la donna -rispose: “Egli non mi crederà e volgerà i miei detti in derisione.„ -E di rimando la Vergine: “Benchè io conosca l'intimo animo di quel -prelato, pure è d'uopo che tu gli faccia sapere che le fondamenta della -Chiesa vacillano, e la vôlta è screpolata in più parti, e le colonne -piegano e il pavimento si avvalla così, che i ciechi che v'entrano -sono per cadere.„ Questo ardito linguaggio osava tenere la santa al -cardinale Albornoz, legato di Clemente VI, che, per riacquistare il -sacro patrimonio, riempiva l'Italia di sangue e di rovine. Di Urbano -V, il successore di Clemente, la Vergine stessa le dice: “Io condussi -Urbano papa da Avignone a Roma senza alcun pericolo suo. E che cosa fa -egli? Mi volge le spalle e intende partirsi da me. Il maligno spirito -lo guida colle sue frodi. Ma se accadrà che egli faccia ritorno alla -terra dove fu eletto, sarà colpito nella guancia così che i suoi denti -scricchioleranno, e il suo volto diverrà caliginoso e fosco, e tutte -le membra del suo corpo tremeranno.„ La profezia si avverò nel modo più -tragico; che il Pontefice, non appena tornato in Avignone, vi morì. Nè -meno energiche sono le ammonizioni, che Maria manda per mezzo della -santa a Gregorio XI. “Come la pia madre, ella dice, che stringe al -petto il suo bambino nudo e tremante di freddo per riscaldarlo del suo -calore e nutrirlo del suo latte, così io farò di Gregorio, se vorrà -tornare a Roma con animo di rimanervi e di riformare la Chiesa tutta. E -perchè in avvenire non adduca la scusa dell'ignoranza, io gli annunzio -che, se non obbedirà alle ingiunzioni mie, proverà la verga della mia -giustizia e l'indignazione del mio figliuolo.„ Tutte queste visioni, -ed altre non meno terribili sulla regina Giovanna, ebbe la santa -donna in Napoli, dove sostò per qualche tempo tornando dal faticoso -pellegrinaggio di Palestina. A lei non era dato vedere il frutto delle -sue coraggiose ammonizioni, poichè, tornata a Roma, vi morì grave -d'anni il 23 luglio 1373. - -L'opera da santa Brigida lasciata a mezzo, fu continuata da un'altra -santa, che anch'ella ha estasi e visioni, anch'ella talvolta cade in -tale anestesia, da poterlesi conficcare nella pelle un grosso ago, -senza che si riscuota od avverta alcun dolore; ma forse più ancora -della Svedese, ha un tatto finissimo per guidare gli uomini e riuscire -nelle imprese più scabrose. Intendo parlare di Santa Caterina da Siena, -che nata nel 1347 da un agiato popolano, e pur digiuna di lettere, -seppe levarsi a tanta altezza di concetti, a tanta squisitezza di -forma, che la sua prosa è anche oggi tenuta in grandissimo pregio. A -quindici anni, vinte le opposizioni della madre, che la voleva sposa -ad un ricco congiunto, entrò nelle Mantellate, terziarie domenicane, -che non professavano voti solenni, e dopo tre anni passati nella -sua cella tra preghiere e digiuni e torture d'ogni sorta, che ella -infliggeva al delicato suo corpo, escì all'aperto ministra di pace -e di carità. Nella peste del 1374 ella sola mostrò tale coraggio, -tale abnegazione nell'assistere gl'infermi più gravi, da parere agli -occhi di tutti un essere superiore. E ben si comprende come questo -miracolo di sacrifizio, dovunque mostravasi, sapesse imporre la pace -ai più riottosi, e comunicasse agli altri quell'ardente carità, che -le bruciava il petto; talchè non pure a Siena, ma nella maggior parte -delle terre toscane era chiamata come paciera, e la sua fama saliva -tant'alto, che i più consumati uomini di Stato non disdegnavano -d'entrare in relazione con lei; come, per citarne un solo, Bernabò -Visconti. E a tutti teneva un linguaggio fermo e di gran buon senso. -Al cardinale d'Ostia, legato pontificio, grida: “Pace, pace, pace, -padre carissimo. Ragguardate voi e gli altri, e fate vedere al Santo -Padre più la perdizione dell'anima che quella delle città; perocchè Dio -richiede l'anime più che le città.„ Allo stesso papa Gregorio XI, non -appena scoppiata la guerra con Firenze, scrive, ribadendo il concetto -della santa svedese: “Andate innanzi e compite con vera sollecitudine -e santa quello che per santo proponimento avete cominciato, cioè -dell'avvenimento del santo e dolce Passaggio (vale a dire il ritorno -della Santa Sede in Roma). E non tardate più, perocchè per lo tardare -sono avvenuti molti inconvenienti.... Pregovi che coloro che vi sono -ribelli, voi gl'invitate ad una santa pace, sicchè tutta la guerra -caggia sopra gl'infedeli.„ “Ma pare che la somma ed eterna Bontà -permetta che gli stati e delizie sieno tolti alla sposa sua, quasi -mostrasse che volesse che la Chiesa santa tornasse nel suo stato -primo poverello, umile e mansueta come era in quello tempo, quando -non attendevano altro che all'onore di Dio e alla salute delle anime, -avendo cura delle cose spirituali e non temporali. Che poi che ha -mirato più alle temporali che alle spirituali, le cose sono andate di -male in peggio.„ Mandata dalla repubblica Fiorentina in Avignone per -trattare la pace col Papa, Caterina vi si adoperò con tutte le sue -forze; e se non riescì a comporre il dissidio, ottenne però quello che -più le stava a cuore sovra ogni altra cosa, il ritorno della Santa Sede -a Roma. Questo è il suo pensiero dominante, che il felice passaggio, -come diceva lei, avrebbe posto riparo a tutti i mali della Chiesa. E -la sua fede invitta seppe trasfonderla in Gregorio: “Andiamoci, Ella -scriveva, andiamci tosto, babbo mio dolce, senza veruno timore; se Dio -è con voi, veruno sarà contro di voi. Dio è quello che vi move, sicchè -gli è con voi. Andate tosto alla sposa vostra, che vi aspetta tutta -impallidita, perchè gli poniate il colore.„ “E io vi prego da parte -di Cristo Crocifisso, che voi non siate fanciullo timoroso, ma virile. -Aprite la bocca e inghiottite l'amaro, per lo dolce.... Spero.... che -voi sarete uomo fermo e stabile e non vi moverete per verun vento -nè illusione di dimonio, nè per consiglio di dimonio incarnato.„ E -fermo fu Gregorio. Non valsero le preghiere calde e insistenti di suo -padre e delle sue sorelle, non valsero le opposizioni dei cardinali -e le rimostranze del re di Francia. Su tutti e contro tutti vinse la -fanciulla di Siena; e lo stesso giorno che ella lasciò Avignone, anche -il Papa ne partì per non ritornarvi più mai. Singolare tempra di donna, -a nessun'altra pari, fuorchè in parte ad un'altra vergine, nata non -meno umile della Benincasa, Giovanna d'Arco. Anche questa fanciulla, -pochi anni dopo Caterina, apparisce nel mondo come dotata di una -potenza misteriosa. E al re di Francia e all'esercito suo disfatto ed -avvilito, ella, la povera fanciulla d'Orléans, sa ridare il coraggio e -la confidenza in sè e li conduce alla vittoria. Diverso fu il destino -delle due profetesse: l'una levata sugli altari, l'altra dannata al -rogo: ma entrambe operarono prodigi, perchè prodigi erano elle stesse -di fede, di amore, di sacrifizio. - -Il ritorno del Papa a Roma, secondo la veggente Sienese, doveva essere -il principio di quella riforma della Chiesa, a cui ella come tutti i -profeti aspiravano, e che avrebbe dovuto portar seco la pacificazione -degli animi in Italia e l'unione di tutte le forze cristiane contro -l'irrompere dei Maomettani. Il Signore stesso in una fatidica visione -le commette di dire al Papa: “che levi la croce santissima sopra -gl'infedeli, e levila sopra dei sudditi suoi.... in perseguitare e' -vizii e difetti loro. Divelto il vizio è piantata la virtù, ponendo -questa croce in mano di buoni pastori e rettori nella santa Chiesa„. E -in un'altra, ancor più notevole, le svela il segreto delle tribolazioni -della Chiesa, che egli permette per divellere le spine della sua sposa -che è “tutta imprunata„. “Sai tu come io fo? Io fo come feci, quando -io ero nel mondo, che feci la disciplina di funi e cacciai coloro -che vendevano e compravano nel tempio, non volendo che della casa -di Dio si facesse spelonca di ladroni. Così ti dico che io fo ora. -Perocchè io ho fatta una disciplina delle creature, e con essa caccio i -mercanti immondi e avari ed enfiati per superbia vendendo e comprando -i beni dello Spirito Santo.„ Sfortunatamente queste profezie non si -avverarono, poichè la Chiesa, non che riformarsi e rinvigorirsi, ebbe -a subire nuovi travagli dal lungo scisma, che tenne dietro alla morte -di Gregorio. E indarno la vergine Sienese s'adoperò a soffocarlo sul -nascere, scrivendo lettere di fuoco a principi e cardinali. Ormai -la battaglia era impegnata, ed ella, accorsa al fianco di Urbano VI, -si preparava a sostenerla virilmente, quando la morte sopraggiuntale -nell'aprile del 1380 le risparmiò nuovi e più cocenti dolori. - -Un altro profeta, certo molto da meno della santa di Siena, non -si faceva invece alcuna illusione. Era costui il frate terziario -francescano, Tommasuccio da Foligno, che nato nel 1319 dicono morto nel -1377; ma certo avrà vissuto ben oltre quell'anno, perchè dell'elezione -di Urbano VI è testimone, e di tutte le sciagurate conseguenze dello -scisma tra Urbano e Clemente che tristamente descrive, se pure le -strofe, ove di ciò si tratta, non s'abbiano a dire interpolate nel suo -rozzo componimento, che fu oltremodo popolare: - - Urbanu et Chiomento - Faran nova quistione - Et l'uno in Vengnone - Forte terà sua sysma. - In fede et in bactisma - Crescierà suo podere, - Mectendo grande herrore - Nella cristiana gente. - In Italia primamente - Ne seguirà strazio, - Che ne sarà ben sazio - El sangue de oltramontani. - . . . . . . . . . . . . - Serà fra li dui munti - In Roma grande divisa, - Ogni cosa provisa - El caso mino offende. - Però ongne omo che intende - Ol mio parlar diverso, - Che no sarà somerso - El bel castello Ursinu; - Poi ad priesso ad Marinu - La jente oltremontana - Fra monti valli e piani - Fugerà e sarà presa. - -Qui sono accenni e fatti determinati, come la presa del castello -Orsino e la battaglia di Marino, accaduti nel 1379. E nessun profeta nè -antico nè nuovo entra in particolari, se non è contemporaneo dei fatti -che annunzia. Comunque sia, fra Tommasuccio crede anch'egli nel papa -angelico: - - Verrà poi nello strimo - Dalla benigna stella - Uno che renovella - El mundo in altra forma. - Darà la bella norma - Ad nostra vita activa, - Et farà la terra priva - De vitii fallace. - Per lu universo pace - Serà da cielo in terra - Et follia e guerra - Serà nello inferno remessa. - -Ahimè! Pur troppo la triste realtà era ben lontana da questo roseo -sogno; poichè le condizioni della Chiesa peggioravano ognor più, e -se Urbano poteva vantare della sua parte e santa Caterina e Giovanni -dalle Celle, neanche a Clemente VII faceano difetto uomini d'insigne -pietà, come a dirne uno, san Vincenzo Ferrero, teologo e profeta egli -pure. Ormai non si sapeva più da qual parte stesse il diritto, e peggio -ancora a quale fra i combattenti sarebbe per arridere la vittoria: -talchè i profeti stessi, parteggiando chi per l'uno chi per l'altro, in -questo solo s'accordavano: nel credere prossima la fine del mondo. E -vi credè il suddetto Giovanni dalle Celle, che, pur avendo combattuto -per tutta la sua vita contro i Fraticelli, non teme ora d'imitarne -il linguaggio, e di risalire anche lui allo stesso abate Gioachino, -dai Fraticelli tenuto per suprema autorità. “L'abate Gioachino, egli -scrive, fu nel 1138 e fece un libro il quale si chiama el Papa, dove -egli infino all'avvenimento di Anticristo dipinse tutti i papi.... Ma -questo papa Gregorio (XI) pone che è l'ultimo papa e pone che fugge -in forma di fraticello. E dopo di questo papa dipinse una terribile -bestia, che colla coda avvinghia molte stelle, e dalla punta della -coda esce una spada. Gli uccelli del Cielo sono i religiosi e questa -bestia è l'Anticristo....„ Il libro che il Vallombrosano crede composto -intorno al 1138, quando probabilmente Gioachino era ancor fanciullo, -non è se non quello che racchiude gli apocrifi vaticini intorno ai -Pontefici, vaticini dei quali, come delle profezie di Merlino, di -Cirillo e delle varie Sibille, si fecero tratto tratto nuove edizioni -con aggiunte ed interpolazioni per adattarle ai nuovi fatti. Su -questi libri, sfacciatamente bugiardi, e sopra un creduto vaticinio -tradotto, dicevasi, dall'ebraico in latino per opera di un Dandolo -Ilerdense, e intitolato _Oroscopo_, fonda altresì le sue congetture -l'eremita calabrese Telesforo o Teoforo o Teleoforo da Cosenza. -Per parte mia credo che questo profeta faccia il paio col supposto -Cirillo; e parmi non poco probabile che sotto il pseudonimo di un -conterraneo di Gioachino si nasconda qualcuno, che non vivea molto -lontano dalla Curia avignonese e ne divideva le speranze. Comunque -sia, racconta il nostro eremita che vivendo nelle solitudini di Tebe -presso Cosenza, dopo avere sparse molte lagrime e durati parecchi -digiuni per divenir degno di conoscere il principio e il termine -dello scisma; finalmente addormentatosi in sull'aurora della Pasqua -del 1386, gli apparve un angelo dal volto verginale, dall'ali lucenti -e dell'altezza di due cubiti, che lo invitò a raccogliere i libri -di Gioachino e di Cirillo, se voleva conoscere il segreto che tanto -l'affannava. Destatosi l'eremita si mise a cercare insieme con un suo -compagno, Eusebio Vercellese, le opere dei due profeti, e non solo -quelle trovò in gran copia, ma tutte le altre che vi ho testè citate. -Come si vede, il Cosentino, benchè gli appaiano gli angeli dalle -bianche vesti, non è neanche lui un profeta, ma piuttosto uno studioso -delle altrui profezie. E resta altresì molto indietro ai predecessori -suoi; poichè non nelle sacre carte cerca di leggere l'avvenire, ma -nelle profezie più recenti, e non nelle autentiche, ma nelle spurie, -come a dire i falsi vaticini sui Pontefici, che egli conosce sotto il -nome di _Fiore_, e il falso commento alla pretesa profezia di Cirillo. -La sua ingenuità arriva anzi a tal segno, da credere in buona fede -che Gioachino, morto nel 1202, abbia potuto commentare la profezia -Cirilliana, la quale, secondo Telesforo, sarebbe apparsa nel 1264. -Ma i profeti, che vedono tanto bene nel futuro, non hanno l'obbligo -di conoscere per filo e per segno il passato. Alla luce di queste -pseudo-profezie al nostro eremita si rischiarano tutti i dubbi; ed -ora legge nell'avvenire come in un libro aperto. “Il presente scisma, -ei scrive, è nato dai vizi e dalle colpe della Chiesa, che dei beni -terreni apparve più sollecita che degli spirituali; e non avrà fine -se non al tempo dell'angelico pastore, che seguirà immediatamente -alle presenti tribolazioni, e rinunzierà spontaneamente a tutti i -suoi possessi.„ Dicevano in Avignone che la ragione del ritorno della -Santa Sede in Italia dovevasi ricercar nel desiderio di riconquistare -quel dominio temporale, che i principi e le città collegate con a -capo Firenze stavano per togliere alla Chiesa. Ed aggiungevano che -sarebbe stato molto meglio subire tale spogliagione, che mettersi -allo sbaraglio di uno scisma. Anzi l'antipapa Clemente di una gran -parte del patrimonio di San Pietro avea costituito un ducato in -favore dell'Angioino, per riceverne aiuto e difesa nelle presenti -strettezze. Telesforo, andando più oltre, aggiunge che il successore -di Clemente, o il Papa Angelico, non ad una parte sola dei possessi -suoi rinunzierebbe, ma bensì a tutti. Se non che prima che spunti -questo avventuroso giorno nuove calamità sovrasteranno ai fedeli, e -dalla Germania sorgerà, secondo un'antica leggenda tedesca, un terzo -Federico, della semente del secondo, il quale, non meno infesto alla -Chiesa, pugnerà contro la Francia, come un tempo Manfredi contro -Carlo d'Angiò, e più fortunato di lui riuscirà a menare prigione il re -francese. Ma non tarderà molto, che le sorti della guerra muteranno e -l'imperatore tedesco sarà sconfitto e l'impero stesso passerà nelle -mani di re Carlo di Francia, il quale, stretto in intimo accordo -col Papa Angelico, dominerà tutto il mondo cristiano, sconfiggerà -i Saraceni, convertirà i Tartari, e la Chiesa greca unirà con la -latina. Nel qual tempo si verificherà l'antica profezia di un solo -ovile e di un solo pastore, e per lunga pezza la pace sorriderà agli -uomini. Nè qui si arresta l'incauto profeta, ma discorre ancora dei -successori del Papa Angelico, che saranno in numero di tre, dopo i -quali il Diavolo sarà sciolto di nuovo, e verrà l'ultimo Anticristo, -che con doni ed incanti sedurrà il popolo dei credenti; dopo di che -seguiranno la finale catastrofe e il giudizio universale. Di tutti -questi avvenimenti, dei quali neppur uno si è verificato, è così certo -il nostro eremita da snocciolarvene le date con precisione matematica. -Lo scisma avrebbe fine nel 1417, e nel 1432 sarebbe legato Satana, e -tra altri 420 anni dal 1386, vale a dire nel 1806, sarebbe accaduto -il giudizio universale. Siamo, come si vede, in piena decadenza -della profezia. Telesforo è un commentatore di commentatori; e non si -contenta se non quando ha colmate tutte le lacune, assegnate tutte le -date. La sua profezia è un libro di partito, scritto per rincorare -i suoi, ed accertarli che, non ostante i rovesci e le sconfitte, la -vittoria finale non sarà per mancare. Non gl'importa che di lì a poco -tempo il fatto possa smentirlo. Quel che preme ora, è non perdersi -d'animo; e nulla giova tanto ad assicurare la vittoria, come la piena -fiducia di doverla conseguire. - -Il libro di Telesforo ebbe un grande ed immeritato successo; e sei anni -dopo che fu pubblicato, vale a dire nel 1392, Enrico di Langstein ne -scrisse una confutazione stringente. Ed Enrico era uno dei più dotti -teologi del tempo e vice-cancelliere dell'Università di Parigi, e nello -scisma ebbe una parte importantissima; perchè sostenne validamente -non potersi comporre il conflitto, se non a patto che entrambi i papi -deponessero il loro potere e lasciassero ad un Concilio la cura della -nuova scelta del pontefice e della sospirata riforma della Chiesa; -idee che, svolte poi dal Gerson, trionfarono nel Concilio di Costanza. -Orbene quest'uomo, così dotto e così pratico, non ebbe disdegno di -combattere le profezie del preteso Telesforo. E la ragione sta in -questo, che tutti in quel tempo erano inclinati ad accogliere le voci -profetiche. Lo stesso Enrico, se non presta fede a tutte le puerilità -dell'Eremita, se gli rimprovera di attingere a sorgenti impure e non -approvate dalla Chiesa, crede però anch'esso nella prossima venuta -dell'Anticristo; e di Arnaldo di Villanova fa tanto conto che lo mette -a pari di santa Ildegarde, la Sibilla tedesca come ei la chiama, e -rimprovera Telesforo di non averne conosciute le opere. - -Parimente nella prossima venuta dell'Anticristo crede un altro teologo, -Niccolò Oresme, precettore del re Carlo V di Francia. Mandato dal re -francese alla Curia pontificia in Avignone, vi tenne un ardito discorso -predicente lo scisma, e liberatosi poscia dall'accusa di eresia con -tale vantaggio da meritare il vescovato di Lisieux, seguitò a meditare -sui destini dell'umanità, e pur combattendo le dottrine gioachimite -intorno alle tre età e all'Evangelo eterno, si fece a dimostrare in -un libro _De Antichristo_, scritto, a quel che sembra, allo scoppiare -dello scisma, che fra non molto si verificherebbero le terribili -profezie dell'Apocalisse, stando almeno a parecchi indizi, tra i -quali è da contare il pressochè compiuto annichilamento dell'Impero, -la tepidezza della carità, la dissolutezza e la simonia dell'alto -clero, il pullulare di nuove eresie, e più che tutto l'apparizione -di quei falsi profeti che sono i Gioachimiti. Ed enumerati ad uno ad -uno questi segni precursori, il dotto prelato si fa a descrivere il -futuro Anticristo, che nascerà in Giudea e coll'apparenza della santità -e con larghi donativi si guadagnerà molti cristiani, allontanandoli -dalla vera fede, e fattosi eleggere loro re, perseguiterà a morte gli -ortodossi, e con alterna vicenda di sconfitte e vittorie travaglierà -tutto il mondo, finchè Cristo stesso non scenderà in terra per levarlo -di seggio e cacciarlo in inferno con tutti i suoi seguaci. - -Non meno convinto della vicina catastrofe era quel Domenicano spagnuolo -ricordato più sopra, Vincenzo Ferrer, che nelle sue predicazioni e in -una lettera indirizzata al papa avignonese Benedetto XIII il 27 luglio -1412 affermava dover coincidere la venuta dell'Anticristo con la fine -del mondo, ed essere imminenti e l'una e l'altra; poichè già da cento -anni ai beati Domenico e Francesco era stato rivelato che tre spade -percuoterebbero la terra, vale a dire la persecuzione dell'Anticristo, -la conflagrazione, e il giudizio universale. Inoltre nell'Apocalisse -è detto che Satana, dopo mille anni dacchè fu legato, sarà sciolto di -nuovo e sguinzagliato contro i fedeli. E Satana fu legato non alla -venuta di Cristo, come dicono alcuni, ma ben piuttosto al tempo del -beato Silvestro, quando l'Impero romano si convertì alla nuova fede e -il paganesimo fu vinto. Da quel tempo i mille anni sono già trascorsi, -e l'estrema ruina si appresta _cito et bene cito ac valde breviter_; e -gli stessi ordini religiosi, il Domenicano e il Francescano, istituiti -per ritardarla, sono pressochè distrutti, poichè è venuta meno la -rigida osservanza delle loro regole. Le opinioni apocalittiche erano -state fino allora proprie del sodalizio francescano, e della parte -più esaltata degli spirituali; ora penetrano nell'ordine domenicano; e -dopo Vincenzo Ferrer un altro predicatore, Manfredo di Vercelli, le va -spargendo per l'Italia settentrionale, traendo seco le turbe atterrite. - -Ma questi tetri pronostici fallirono alla lor volta del tutto; anzi -composto a Costanza il grande scisma, e vinto senza fatica l'altro -che vi tenne dietro a Basilea, il papato parve sorgere a nuova vita e -riprendere il prestigio goduto ai giorni d'Innocenzo III e di Gregorio -IX. Senonchè l'attento osservatore sotto l'apparenza ingannatrice non -tardava a scoprire i segni di nuovi mali. La Curia non era più, come -in Avignone, alla mercè del re di Francia; ma la corruzione, tanto -rimproverata alla Corte avignonese, non era scomparsa sotto altro -cielo. E per un certo rispetto pareva si andasse di male in peggio; -poichè ora con cinico sorriso si mettevano a nudo le proprie brutture, -e le facezie di Poggio Bracciolini trovavan lieta accoglienza nelle -stesse sale del Vaticano. Aggiungi che al cessare degli scismi lo -spirito cristiano non che informare uomini ed istituzioni, pareva -invece soffocato dal rifiorire della cultura pagana e dalla ognor -crescente miscredenza, e la stessa Curia pontificia aveva a segretari -uomini, che eglino per i primi non prestavano fede ai brevi ed alle -bolle da loro distesi come saggio di elegante latineggiare. Infine -un'altra piaga si riapriva nel seno della Chiesa, e più maligna delle -precedenti, il nepotismo, che da Paolo II a Sisto IV divenne sempre più -minaccioso, e con Alessandro VI non conobbe più modo nè misura. - -In queste condizioni, quando le sorti della Chiesa parevano disperate, -e lo stesso Vicario di Cristo era accusato a torto o a ragione delle -tresche più scandalose, tonò potente la voce di Gerolamo Savonarola. -In lui la profezia dal basso loco, in che era caduta, assurge -novamente a sublimi fastigi. Al pari dei suoi predecessori egli lavora -d'interpretazioni e di commenti sui libri profetici del Nuovo e del -Vecchio Testamento; l'Apocalisse, i Profeti e il libro dei Salmi sono -i suoi testi prediletti. Se non che non parla più, come i predecessori -suoi, della prossima venuta dell'Anticristo e della fine del mondo, -ma solo dell'imminente rinnovazione della Chiesa. E i suoi vaticini -trae, come l'Oresme, da diversi indizi, che ha cura di enumerare ad -uno ad uno nella famosa predica del 14 gennaio 1494. “Hora, egli -dice, cominciamo dalle ragioni che io t'ho alleghate da parecchi -anni in qua, che dimostrano et pruovano la renovatione della Chiesa. -Alchune ragioni sono probabili, che gli si può contradire, alchune -sono demonstrative, che non se gli può contradire, perchè son fondate -nella scriptura sancta. La prima è _propter pollutionem prelatorum_. -Quando tu vedi un capo buono, dì che il corpo sta bene. Quando el capo -è captivo guai a quel corpo. Però quando Dio permecte che nel capo -del reggimento sia ambitione, luxuria et altri vitii, credi che il -flagello di Dio è presso.... La terza _per exclusionem istorum_. Quando -tu vedi che alchuno Signore o capo di reggimento non vuole e buoni et -onesti appresso, ma gli cacciano, perchè non vogliono che gli sia dicta -la verità, dì che il flagello di Dio è presso.... La _sexta propter -multitudinem peccatorum_. Per la superbia di David fu mandata la peste. -Guarda se Roma è piena di superbia, _luxuria et avaritia et simonia_. -Guarda se in lei multiplicano sempre li captivi et però dì che il -flagello è presso.... Tu dirai: O egli c'è tanti religiosi e tanti -prelati più che ne fussi mai. Chosì ce ne fussi mancho. O cherica, per -te _orta est hæc tempestas_! Tu se' cagione di tucto questo male et -oggidì ad ogni uno gli pare essere beato chi ha el prete in casa; et -io ti dico che verrà tempo che si dirà: _Beata quella casa che non ha -cherica rasa._ La decima è _propter universalem opinionem_. Vedi ognuno -che pare che predichi et aspecti el flagello et le tribolatione.... Lo -abbate Joachino et molti altri predicano et annunziano che in questo -tempo ha advenire questo flagello.„ - -Il Savonarola adunque non diversamente dai suoi predecessori è un -profeta più di riflessione che d'ispirazione, e nelle previsioni -sue l'ermeneutica biblica e le dottrine teologiche hanno la parte -preponderante, come in quelle dell'abate Gioachino, che egli stesso -cita. Ma ciò non pertanto a scoprire nelle sacre carte il senso, -che agli altri sfuggiva, occorrevagli una singolare attitudine o -un'illuminazione dall'alto. E questo dono singolaro nessuno più del -Savonarola è convinto di averlo. “Chi dubiterà — egli scrive — che -il giglio sia bianco se non il cieco?... Le cose avvenire appariscono -tanto chiare nel lume della prophetia, che colui il quale ha tal lume -non può avere dubitatione alcuna„. “Et dicoti che si verificherà ancora -il resto che non fallirà una iota et io ne so certo più che non sei -tu che due e due fanno quattro, et più che io non so certo che io -toccho questo legno di pergolo, perchè quello lume è più certo che -non è senso del tacto. Credimi, Firenze; tu dovresti pur credermi, -perchè di quel che t'ho decto non ne hai veduto fallire una iota -fino a qui, et anco per l'avenire non ne vedrai manchare niente„. -A lui non sembra come a santa Brigida e a santa Caterina di avere -diretti colloqui con Cristo o con la Vergine, nè la sua fantasia sa -levarsi alle grandiose rappresentazioni di Ezechiello e dell'autore -dell'Apocalisse. Anzi talvolta l'arte gli fa tanto difetto, che cade -nel trito e nel minuto, come in una descrizione del Paradiso inserita -nel compendio delle Rivelazioni. Ma senza dubbio lampi di vero genio -guizzano talvolta nelle sue prose e nelle sue poesie. E talune delle -visioni sue colpirono talmente i contemporanei, che furono riprodotte -in molte incisioni, come quella apparsagli nell'anno MCCCCLXXXXII, “la -nocte precedente all'ultima predicatione che fue in Sancta Reparata, -quando vide una mano in cielo con una spada sopra la quale era scripto: -La spada del Signore colpirà tosto e veloce. E da poi questo la mano -rivolse la spada verso la terra et subito parve che si rannugholassi -tutto l'aere et che piovessi spade et gragnuola con grandi tuoni et -saette e fuochi et fu in terra facto guerra pestilenza et carestia„. -Non c'è nulla di strano che queste visioni ei l'abbia avute realmente. -La sua fantasia, piena di ricordi biblici, non posava mai, il suo -corpo estenuavano i digiuni e le fatiche della predicazione, il suo -animo combattevano speranze e timori senza fine. Non erano fredde -lucubrazioni le sue, ma sensazioni potenti che sentiva nel più profondo -dell'essere suo prima di comunicarle agli altri. - -Se non che il Savonarola non era soltanto un mistico ed un veggente, -ma possedeva altresì uno squisito senso della realtà; e gran parte -delle previsioni sue, come quelle intorno alla discesa di Carlo -VIII ed all'espulsione dei Medici, si dovevano, più che alla sua -natura profetica, alla conoscenza profonda, che egli aveva degli -uomini e delle cose. Certo nessuno meglio di lui seppe consigliare -ai Fiorentini, tornati liberi, la forma di governo più opportuna. -E nessuno vide meglio di lui che la repubblica non sarebbe durata -se non ad un patto, che si fossero rappaciati gii animi e scordate -le antiche offese. Nella sua grande anima il Savonarola riunisce -le doti e le tendenze più disparate. E se nei suoi vasti disegni -pensava alla Chiesa tutta, che avrebbe dovuto tornare alla severità -degli antichi costumi, non trascurava le sorti degli Stati, non meno -bisognosi di riforme della Chiesa stessa, a cominciare da Firenze, la -patria di adozione, che esercitava su di lui, come su tutti noi, il -suo fascino irresistibile. Ed a Firenze avea consacrata non piccola -parte dell'opera sua fin da quando, chiamato al letto del morente -Lorenzo, non volle, a quel che raccontano, udirne la confessione se -prima non avesse promesso di ridare la libertà alla sua patria. Le -due riforme andavano, secondo lui, strettamente congiunte, perchè -si potesse ritornare a quel tempo glorioso, quando i più rigidi e -intemerati papi stavano al governo della Chiesa, e la Chiesa stessa -era l'anima dei liberi comuni. Senonchè quella età era ben lontana, -e la storia, per sforzi che si facciano, non torna indietro. Le due -riforme, che il frate di San Marco congiungeva nel suo pensiero, si -recavano vicendevole impaccio, come i fatti dimostrarono ben presto. -Secondo l'austero riformatore Firenze, conquistata la libertà e il -governo di sè, dovea ora rinnovare la sua coscienza, e da pagana -che era, in gran parte, rifarla cristiana. Nè aveva a tollerare più -a lungo quei canti e quelle feste carnescialesche, onde fu celebre -il governo di Lorenzo, e lo Stato, prendendo il luogo della Chiesa, -dovea punire come infrazioni delle leggi sue quelli che la Chiesa -condannava come peccati. Cristo dovea assere il re di Firenze, e in -suo nome aveasi a riformar la città. Le quali idee del frate tornavano -ostiche, non solo ai partigiani dei Medici, ma ben anche ad una parte -degli aderenti all'ordine nuovo, che mal pativa la città si governasse -dal pergamo, con metodi e con idee fratesche. E quando il Savonarola -concepì l'infelice disegno di fare accendere in piazza della Signoria -un gran fuoco per bruciarvi quanti oggetti di lusso o di vanità fosse -dato raccogliere, le loro rampogne non conobbero misura, e l'odio -contro il frate crebbe a tal segno, che la parte dei repubblicani, -a lui ostili, fu detta degli Arrabbiati. Dall'altro lato se la -religione, secondo la mente del Savonarola, dovea informare lo Stato -fiorentino così da dargli sembianza di teocrazia, lo Stato alla sua -volta aveva da esercitare un'azione non meno potente sulla religione; -poichè da Firenze, che è, come egli dice, l'ombelico d'Italia, doveva -sprigionarsi la scintilla del grande incendio della Riforma. Ed anche -da questo lato non potevano tardare i disinganni; perchè la parte -politica del Savonarola avea da sostenere l'urto non pure dei nemici -interni, ma di un avversario ancor più potente, qual era il Papa, -che impersonava la gerarchia. Nè ci voleva molto a prevedere che -nell'impari lotta contro la doppia potestà temporale e spirituale, -ne andrebbe fiaccata. E il Savonarola stesso lo sa, e con mirabile -divinazione predice che la prima vittima sarà lui; ma un fato lo -trascina ed egli non sa resistere. - -Non è dubbio, dicemmo, che la propaganda del mistico profeta dovesse -recare non poco danno all'opera politica da lui intrapresa, e non è -dubbio altresì che danno non minore dovesse recare l'inframmettenza -politica al disegno di riforma religiosa. In che stesse codesta riforma -è manifesto. Il Savonarola, al pari dei profeti che lo precedettero, -non intende di toccare nessun punto del domma, e quelli che, a -cominciare da Lutero stesso, ne vogliono fare un precursore della -Protesta, s'ingannano di gran lunga. Ei voleva solo che la Chiesa si -lavasse dalle brutture presenti, che sulla cattedra di San Pietro -sedesse un papa santo, non diverso dal Papa Angelico vagheggiato -dalle età precedenti, e che la corruzione provenuta dall'avidità di -ricchezze e di potere cedesse il campo alla povertà e alla semplicità -primitiva. La prima riforma che il Savonarola intraprese in piccolo, -quando ottenne che il convento di San Marco, sottraendosi alla -giurisdizione del provinciale lombardo, si ponesse a capo della nuova -provincia toscana, fu appunto questa d'introdurre nell'interno del -chiostro domenicano la stretta regola della povertà evangelica, presso -a poco come la intendevano i Francescani spirituali. Ma la conseguenza -logica di questo indirizzo più severo sarebbe stata appunto di vietare -che gli uomini di Chiesa si mescolassero nelle cose dello Stato. Il -che mal s'accordava col fatto che un frate fosse a capo di una parte -politica, qual era quella dei Piagnoni. Evidente contraddizione questa -che ebbero ben cura gli avversari di mettere in piena luce. Invano il -Savonarola adduceva l'esempio del cardinale Latino, di santa Caterina -da Siena e di sant'Antonino arcivescovo di Firenze. Indarno protestava -non essersi delle faccende dello Stato in particolare mai impacciato, -e solo le norme generali del governo aver suggerito per la salute -temporale e spirituale dei Fiorentini. Le sottili distinzioni non -gli giovavano. E per vincere l'ardua prova di condurre a buon fine le -due riforme, che mal s'accordavano insieme, sarebbe occorsa a Firenze -maggiore forza e più robusta fede di quella che avesse in realtà. Per -fermo era un sogno, che questa piccola repubblica, stretta intorno -da tanti e così diversi nemici, potesse alla lunga resistere alle -minacce di Roma. Oltre a che il Savonarola avea da combattere contro -un pontefice, che, se dava ogni giorno nuova materia a scandali e -maldicenze, vinceva tutti in scaltrezza, e che anche questa volta non -si smentì. Non appena Alessandro sente che un frate fiorentino osa -dal pergamo sparlare di lui e del suo governo e predicare l'imminenza -della Riforma, lo chiama a Roma con lettera affettuosa e allettatrice. -Scusatosi il Savonarola di non potersi muovere e per lo stato di sua -salute e per le condizioni della città, gli vieta di predicare più -oltre. Fallitogli per insistenza della Signoria fiorentina anche questo -provvedimento, delibera di distruggere l'autonomia, da lui stesso -concessa, del convento di San Marco, e di assorbire la nuova provincia -toscana in una più larga, che prende il nome di tosco-romana, il che -voleva dire mettere San Marco e il guardiano suo nelle mani di una -creatura del Papa. Nè il Savonarola nè i suoi dipendenti si piegano al -duro decreto, ed Alessandro VI alla sua volta non tarda a scomunicarli -tutti come ribelli agli ordini suoi, e chiedere al governo fiorentino -di assicurarsi del loro capo, se non voleva rendersene complice, ed -incorrere nell'interdetto. Queste gravi misure non disanimavano il -Savonarola, che dopo breve intervallo di silenzio ritorna sul pergamo -e dichiarata nulla e vana la scomunica, ribadisce le sue profezie, -sempre più convinto che non un iota, com'ei diceva, ne fallirebbe. “O -uomini religiosi, esclama nella predica del 25 febbraio 1497, o Roma, o -Italia, e tutto il mondo chiamo, fatevi innanzi. Questo che io dico o -è da Dio o no. Se è da Dio voi non potete impugnarlo, e se impugnate, -perderete con vostro danno; se non è da Dio mancherà presto per sè -medesimo.„ E più gravemente in quella del 18 marzo: “Dico che quando è -guasta la Chiesa, non è potestà ecclesiastica, ma è potestà infernale e -di Satanasso. Io ti dico che quando ella adiuta le meretrici, li cinedi -et li ladroni et perseguita e buoni et cercha di guastare el ben vivere -christiano, allora ella è potestà infernale et diabolica, et hassegli -a fare resistenza„. Era guerra aperta e a ferri corti, e il Savonarola -non disperava di vincerla. In una lettera ad un amico ricorda che i -concili di Pisa e di Costanza aveano stabilita la superiorità della -Chiesa tutta, rappresentata dal Concilio sul Papa, e il dritto di -deporlo, dove si fosse chiarito indegno di tenere l'alto seggio. -Dottrina già sostenuta un tempo da Marsilio da Padova e dall'Occam, -e più di recente difesa dal Langstein, dal Gerson, dal Piccolomini, -dal Cusano. E al Gerson il Savonarola s'appella, e spera che il re -di Francia o l'imperatore dei Romani, o tutti insieme bandiscano un -Concilio, che ponga fine agli scandali e alle simonie. E nello stesso -collegio cardinalesco si affida di trovare aiuto, specie nel cardinale -della Rovere, che fu poi Giulio II, il quale pubblicamente accusava il -Papa di aver compra la tiara a contanti. - -Ma tutti questi calcoli erano sbagliati. Le teorie di Pisa e di -Costanza, se non pubblicamente condannate, furono ferite a morte dopo -lo scacco del Concilio di Basilea e la sottomissione dell'antipapa -da questo nominato. E gli uomini più eminenti, come il Cusano e il -Piccolomini, ebbero a ricredersene anche prima che l'uno fosse fatto -cardinale di San Pietro in Vincoli, e l'altro assumesse la tiara col -nome di Pio II. Nè era credibile che il disegno fallito a Basilea, -d'introdurre nella Chiesa in luogo del monarcato assoluto un governo -a larga base, potesse riescire ora che le condizioni vi si prestavano -meno. Certo è che quando il Savonarola levò il suo grido contro quel -papa, che la Chiesa stessa deplora d'aver avuto a capo, nessuno lo -raccolse, e gli Arrabbiati seppero ben cogliere l'occasione delle -minaccie papali per sbalzare di seggio la parte politica devota al -Frate. Nè solo i politici gli si mossero contro, ma benanche la maggior -parte del clero con i frati minori alla testa, i quali sfidarono il -Profeta di provare la verità delle predizioni sue coll'esperimento -del fuoco. Il Savonarola non voleva accettare la strana sfida, che -sapeva bene non essere se non un tranello; ma il suo fido compagno fra -Domenico, convinto della bontà della loro causa, l'accettò e sarebbe -certo entrato nel fuoco, se il Minorita si fosse fatto innanzi. Costui -però, come era da prevedere, non si presentò, il truce spettacolo -non ebbe luogo, e la gran folla adunata in piazza della Signoria per -assistervi, a tarda sera si sciolse indispettita e minacciosa. Da quel -giorno la sorte del Savonarola era decisa. Ben presto fu dato l'assalto -al suo convento, e vinta facilmente la debole resistenza, che una -parte dei Piagnoni ancora opponeva, fu tratto in prigione, come volgare -malfattore, quell'uomo dalle cui labbra pochi giorni innanzi pareva che -il popolo tutto pendesse. La Signoria non volle consegnarlo al Papa, ma -dopo lunghe trattative ottenne che il processo fosse fatto in Firenze -e vi prendesser parte i magistrati fiorentini. - -Potrebbe sembrare strano come il Governo tanto tenesse ad istruire un -processo, senza dubbio più ecclesiastico che civile e per la qualità -delle persone e per l'indole stessa dell'accusa di ribellione al -Papa, i cui ordini non furono eseguiti, le scomuniche sprezzate. E -la Signoria stessa ebbe a ricorrere ad una menzogna per giustificare -l'opera propria, asserendo, nell'intestazione degli atti processuali, -che i giudici da lei scelti procedevano per conto e per mandato del -Papa, mentre questi non avea potuto avere il tempo di manifestare la -volontà sua. Perchè tanta insistenza? La ragione è chiara. La Signoria, -sotto al processo ecclesiastico, ne ordiva uno politico, e non solo -il Savonarola voleva colpire, ma tutta la sua parte. E sperava che -il Profeta, innanzi al quale fu visto allibire lo stesso Lorenzo dei -Medici, smentisse sè stesso, perchè, non solo scomparisse dalla scena -politica, ma ne fosse per sempre macchiata la fama, e passasse appo i -posteri quale impostore, nè fosse possibile che la parte, della quale -egli era anima e mente, riprendesse lena e del di lui nome si giovasse. -A tale scopo non fu risparmiato nessun mezzo. Furono somministrati -all'infelice in un solo giorno tre tratti e mezzo di fune, che gli -slogarono le ossa e sconciarono la mano destra, furono alterati i -verbali delle sue risposte, mandati in giro con glosse, che, guastando -il senso, rivelavano con la nequizia l'inabilità del notaio che le -stese. Ed i Signori ottennero in parte l'intento loro. Il Savonarola -già nel pieno trionfo della sua carriera non è sempre sicuro di sè. -Dice bene spesso che le sue rivelazioni le ebbe da Dio, e ribatte -tutti gli argomenti degli avversarii che il dono profetico gli volevan -contrastare; ma talvolta dichiara di non essere nè profeta nè figlio di -profeta, e che tutto quel che dice lo ha ricavato dallo studio attento -delle sacre carte, che ogni uomo di qualche levatura può fare. In lui, -come in tutti i presaghi dell'avvenire, non di rado con la fiducia -piena s'alterna il profondo scoraggiamento. Non è dunque strano che -davanti ai suoi giudici, dopo aver sofferte le più atroci torture e -i più cocenti disinganni, sconfessi il suo dono profetico. Talvolta -il primo uomo risorge e si ribella alle sue stesse confessioni, -come in queste memorabili parole pronunziate il 20 maggio 1498 -nell'apparecchiarsi ancora una volta alla tortura: “Hor su uditemi: -Dio, tu m'hai colto, io confesso che ho negato Christo, io ho detto la -bugia. Signori Fiorentini, siatemi testimoni, io l'ho negato per paura -di tormenti; s'io ho a patire, voglio patire per la verità; ciò che io -ho detto l'ho havuto da Dio; Dio tu mi dai la penitenza, per averti -negato per paura di tormenti, io lo merito.„ Ma questo ritorno fu un -lampo. Dimandato in sulla fune sconfessò le dichiarazioni sue e nel -giorno seguente confermò di aver detto “come huomo passionato, e che -voleva sbrigarsi da una gran briga„. Il 23 maggio 1498 egli ed i suoi -compagni, fra Domenico e fra Silvestro, furono degradati e consegnati -al braccio secolare, e alle dieci del mattino le livide fiamme del rogo -ne accolsero i cadaveri. - -I pensieri dominanti del Savonarola furono questi due: la rinnovazione -della Chiesa e la libertà del popolo fiorentino; l'una da promuovere, -l'altra da stabilire e difendere. E i principi della Chiesa e i signori -del popolo si strinsero insieme per darlo al rogo, vittima espiatrice -delle sue grandi aspirazioni. Con la morte del Savonarola la Profezia -ammutisce, nè più si ode, fuorchè a un secolo di distanza negli -insipidi vaticini dello pseudo-Malachia, e nella debole eco di un altro -domenicano, uomo politico anch'esso, fra Tommaso Campanella. Negli anni -che seguono al martirio del Ferrarese, l'ora del tremendo giudizio non -s'attende più, è già suonata. Ma nessun profeta l'annunzia, e quando -più fervono le lotte religiose, e torrenti di sangue dilagano per -l'Europa, nessuna voce risuona a confortare gli animi con la promessa -di giorni migliori. Simili ai dannati danteschi, i profeti di cui vi -ho ricordate le strane visioni, a furia d'aguzzar gli occhi nel futuro, -brancolano come ciechi nelle tenebre, quando si tratti del presente: - - Noi veggiam, come quei c'ha mala luce, - Le cose, disse, che ne son lontano, - Cotanto ancor ne splende il sommo Duce; - Quando s'appressano, o son, tutto è vano - Nostro intelletto, e s'altri noi ci apporta - Nulla sapem di vostro stato umano. - - - - -LA PITTURA DEL 400 A FIRENZE - -DI - -DIEGO MARTELLI. - - - _Donne gentili, onorandi signori_, - -Nell'anno passato mi presentavo a voi con somma trepidazione; giacchè -un pubblico fiorentino e specialmente un pubblico come il vostro, è -uno dei più imponenti giudici avanti ai quali si possa presentare colui -che ha in animo di perpetrare una conferenza. Pur tuttavia uno stimolo -forte mi ha mantenuto saldo al mio posto. La vecchierella che portava i -suoi 76 anni come un giocondo fardello di serene rimembranze, mi stava -allora vicina; quella povera donna era mia madre, quella vecchierella -racchiudeva in un corpo esile e sottile, lo posso dire con orgoglio, -l'anima d'un eroe. Quindi nessuna debolezza mi era permessa, io doveva -fare la mia conferenza e la feci, la vostra gentilezza l'accolse, ed -eterna ne rimase in me la gratitudine. Quest'anno con vento fresco da -poppa avrebbe dovuto volare verso i suoi ponenti gagliarda la navicella -dell'ingegno mio; ma fu colta dalla bufera: quella povera vecchia non è -più qui, e voi non avete che gli avanzi d'un triste naufragio davanti -agli occhi. Questo mi raccomandi alla vostra benevolenza. Io mi sento -stretto dappresso dalla immagine d'una quantità di cari estinti e -l'arte pure ne perse di recente, e dei grandi, voglio dire del nostro -Barabino e del nostro Cassioli, e fra i colleghi della società, delle -letture, io più non veggo in questa sala quell'attento Dogliotti, il -quale veniva qui con l'animo ingenuo d'un giovane discepolo. Quell'uomo -così grande, così buono, che aveva tutte le fidanze di un fanciullo, -voi lo sapete, sta nella storia italiana col core d'un Baiardo. - -Ciò posto, cercherò alla meglio di svolgervi l'argomento che mi sono -proposto, accennando ai principali pittori del 400 fiorentino. È da -avvertire però che tra le peripezie che incolsero gravi alla società -delle letture nell'anno passato, vi fu anche quella della malattia del -nostro egregio amico Enrico Panzacchi. - -Così voi sentiste parlare dell'arte pisana, di quei grandi -scultori, pittori ed architetti da me; de' primordi dell'arte veneta -splendidamente da Pompeo Molmenti; ma fu passato sopra al nome di -Giotto, il quale veramente appartiene al secolo XIV e non al secolo -XV di cui dobbiamo ora parlare. E io comincierò la mia conferenza -rammentandovi qualche cosa delle opere e del grande nome di lui; questo -mio rammentare sarà come bandiera che si inchina riverente passando -davanti ad uno dei santi padri dell'arte italiana. - - -I. - -GIOTTO. - -Nel 1265 nasceva Dante; a pochi anni di distanza nasceva il pastore -di Bondone, Giotto. Il Guerrazzi, commentando alcuni dei lavori di -Giotto, con quella sua splendida ed immaginosa facondia, dice che -le nostre preghiere, le preghiere degli umani, quando salgono dalla -terra al cielo vanno su faticosamente e tremanti, in modo che arrivano -all'empireo stanche e rovinate dal lungo cammino; là sono raccolte -dagli angeli della misericordia che le presentano al Signore. Egli -quando le vuole esaudite abbassa il ciglio alla terra e guarda una -madre; e con quello sguardo, dice il Guerrazzi, infonde tale una virtù -nell'alvo materno che cotesto felice portato ritraendo in sè parte -grandissima della divinità esce a suo tempo al mondo per conforto ed -onore della specie umana. - -In questo modo e per questa causa nacquero Dante e Giotto. E infatti -Giotto, che fu di Dante amicissimo, col quale certamente s'incontrò -mentre l'uno peregrinava per le sue sventure, e l'altro peregrinava -chiamato dai grandi a decorare sontuosi edifici, fu di conforto -all'esule che potè rivedere l'amico pittore e parlare con lui di cose -divine d'arte e di patria. Giotto, non occorre dirvelo, ha lavorato -immensamente come pittore, ed ha decorato monumenti a Napoli, ha -lavorato nella chiesa di Assisi, ed un gioiello ha pure lasciato -nell'alta Italia, nella cappella degli Scrovegni. - -Io credo che si possa dire di Giotto, che come Dante, dagli -sparsi conati del volgare italiano, seppe col suo potente ingegno -formulare quella cantica divina che resta come il primo, più grande -e impareggiabile monumento del nostro idioma; così, tenuto conto -dei tempi e delle circostanze, Giotto dalla eredità dei Bizantini, -dall'eredità dei primi pittori italiani, portò l'arte a una tale -perfezione che veramente si può dire ch'egli determinasse il principio -del vero, del grande risorgimento italiano. Fu colto ed arguto, perchè -è impossibile che un uomo di ingegno non senta il bisogno di estendere -le proprie cognizioni all'infuori della tecnica del mestiere che -esercita; e fino dai tempi di lui noi vediamo caratteristica principale -dell'artista la universalità dell'opera sua, inquantochè se Giotto -fu pittore eminente, se principalmente nella pittura si esercitò il -sapere suo, pur tuttavia il campanile che ammirate nella piazza del -Duomo, dice quanto egli fosse un architetto valente. Ora essere un -architetto valente per me vuol dire essere artista per eccellenza, -imperocchè se nella fatica della specializzazione, tutte le arti hanno -dovuto dividersi e suddividersi in modo che oggi si abbiano non più, -come un tempo, artisti, sempre universali, i quali principalmente erano -pittori, o principalmente architetti, o principalmente scultori, pur -tuttavia l'arte resta sempre una cosa unica e sola, e per conseguenza -ha il carattere della universalità. - -Ora questo carattere di universalità sopra tutte lo ha l'architettura -che è l'arte madre, l'arte che si serve dei colori dei vari materiali -per ottenere i suoi effetti; e di che splendida tavolozza si giovi ce -lo dice il Duomo di Firenze; essa è l'arte essenzialmente delle linee, -l'arte essenzialmente delle proporzioni e del chiaroscuro. Dunque se -nella pittura di Giotto si possono con poco piacere vedere gli errori -che la tecnica, non ancora perfezionata, metteva nell'opera sua, nelle -sue architetture perfette allora, perfette ora e perfette fino a quando -resteranno in piedi, voi avete l'espressione completa, assoluta d'un -ingegno che non ha rivali nel mondo. La provvisione del magistrato -fiorentino che lo nomina suo architetto e lo propone alla fabbrica di -Santa Maria del Fiore parla così “_che in tutto l'universo, si dice, -che non vi sia nessuno il quale a sufficienza sia edotto delle cose -dell'arte da superare Giotto da Bondone, e per questa ragione vien -creato maestro di Santa Maria del Fiore e delle fortificazioni della -città...._„ - -Voi vedete che non solamente Giotto era un egregio pittore, un egregio -architetto, ma era anche, per le cognizioni del tempo, un ottimo -architetto di castrametazione, cioè di architettura militare. Visitando -a Padova la cappella degli Scrovegni ho avuto la fortuna di vedere -uno dei più preziosi ricordi dell'arte sua pittorica, e in cotesto -luogo, dove nella parte inferiore di questa cappella, da un lato sono -dipinte a chiaroscuro le sette virtù, e dal lato opposto i sette vizi -che a quelle si contrappongono, m'è parso vedere quanto, fino da quel -tempo e similmente a Dante, Giotto sentisse della pura, della vera -arte classica antica. La Speranza effigiata in profilo con delle ali -non troppo robuste che vola verso il cielo protendendo le mani ad una -corona che gli viene porta da un angioletto, ha tutto l'andamento d'un -bassorilievo etrusco, di quelle figure di angioli, che pur gli Etruschi -conoscevano, e che mettevano sui loro sarcofagi. La figura della -Prudenza colla bocca sbarrata da una specie di lucchetto, con la mano -sopra una spada che poggia con la punta in terra, vestita d'un ampio -paludamento, con le pieghe mosse a modo di quelle che coprono le statue -delle Vestali romane, mi ha richiamato all'idea, che come Dante aveva -riconosciuto in Virgilio il maestro suo ed era risalito all'antichità -classica per produrre il più classico monumento dell'età moderna, -così Giotto avesse dai pochi avanzi che allora si avevano della santa -antichità pagana tratto argomento a migliorare l'arte sua, per quanto -cristiana, mistica e modernissima. - -Giotto ebbe vita molto fortunata, imperocchè torno a ripetere quanto -avvertii nell'anno passato, che le discordie intestine, laceranti in -Italia le varie repubbliche, a tale che Firenze bandiva dalle proprie -mura Dante Alighieri, non influivano gran cosa sull'arte. L'artista era -festeggiato per tutto, e quindi, sia nell'arte della letteratura, sia -nelle arti plastiche si formava quel gusto, quella parentela italiana, -la quale faceva che Italia, ad onta delle sue immense e deplorabili -divisioni, pur tuttavia si formasse un gusto, ed una persona propria; -persona tanto grande, tanto splendida di bellezza e di gloria, che -ad onta dei vizî e delle sventure mai non doveva perire e ci doveva -condurre come oggi siamo, a coacervare le sparse membra, e poter dire: -l'Italia è una nazione ed un popolo intiero! - - -II. - -L'ANGELICO. - -Salutata così la gran figura di Giotto entro più specialmente a parlare -dei pittori del 400. Parlare di tutti è assolutamente impossibile, -scegliere i più grandi mi pare anch'essa ardua fatica ed impossibile -cosa. È tanto magnifica quella epoca, che perdersi nella quisquilia di -mettere quei giganti a rango di altezza è cosa troppo difficile e nella -quale mi dichiaro incompetente. Io prenderò a parlare, perchè il tempo -incalza e l'ora fugge, di quelli che più mi sembrano caratteristici -dell'epoca loro, di quelli che forse maggiormente corrispondono al mio -sentimento individuale. - -Fra questi primeggia un altro Mugellese, Guido da Vicchio, il quale -nel 1407 veniva accolto novizio nell'ordine dei Domenicani e nel -convento di San Domenico di Fiesole. Figlio di Pietro da Vicchio -questo fraticello, che nell'ordine prese il nome di Giovanni, ebbe -poi ad essere chiamato l'Angelico, perchè veramente sembrò ai suoi -contemporanei, ed anche ai presenti lo sembra, che l'opera sua fosse -opera d'Angelo o di ispirato da celestiali apparizioni. Dei suoi -maestri, di come egli entrasse nella carriera della pittura poco o -niente si sa; se non che è certo che in quell'epoca nei conventi dei -Domenicani vi era una scuola speciale di miniatura per abbellire ed -alluminare i salteri ed i codici che servivano per le orazioni della -Chiesa. A me sembra che non occorra cercare di più; a coloro i quali -ancora si domandano dove e come l'Angelico imparasse a dipingere la -gran pittura, io rispondo, che se in quel convento si studiava tanto -e così bene da illustrare, come si illustravano, salteri con delle -miniature che sotto tutti i rapporti sono quadri e valgono per quadri, -è lì che egli ha appreso i rudimenti dell'arte, ed è col suo solo -ingegno che li ha sviluppati fino al punto di fare i magnifici freschi -che decorano il Vaticano ed il convento di San Marco; e ciò per quella -gran ragione che l'arte in quei tempi veniva quasi di getto, da tutte -le parti si entrava nell'arte, perchè essa era considerata una cosa -sola, e non esistevano quelle per me fatali divisioni, le quali la -spezzettano in mille modi, per fare dei mestieranti sempre, degli -artisti mai. - -Nel 1409 l'Angelico dovette lasciare, insieme coi suoi compagni, il -convento di Fiesole, imperocchè per alcune scissure avvenute tra i -religiosi, furon costretti da una ordinanza del Pontefice a sloggiare. -Visse nove anni lontano da Firenze, su quel di Foligno principalmente, -e fu in quell'epoca che probabilmente lavorò al convento dei Domenicani -di Cortona, la quale Cortona conserva ancora molte ed insigni opere -di lui. Nel 1418 lo ritroviamo nell'Umbria, e questo giova a sapersi, -perchè anche in queste peregrinazioni forzate dell'Angelico si -cominciano a stabilire dei rapporti di conoscenza e di buon vicinato -fra gli artisti toscani e gli artisti dell'Umbria, propagandosi sempre -più quelle certe parentele artistiche, quelle inoculazioni per contatto -delle varie maniere, le quali poi dovevano dare origine con la scuola -umbra alle glorie del Perugino e alle future apoteosi del Raffaello. -Ritroveremo più tardi a lavorare in quei paesi con l'Angelico il -Benozzo Gozzoli venuto con lui da Firenze come suo scolaro, e lo -troveremo insieme a Gentile da Fabiano. - -Nel 1418 i frati furono restituiti nel convento di San Domenico -di Fiesole e nel 1443 l'arte dei lanaiuoli dette all'Angelico la -commissione dello stupendo tabernacolo che oggi si conserva nella -Galleria degli Uffizi. Il contratto è stipulato in questa guisa: Fu -stabilito “_che fosse dipinto di dentro e di fuori con colori di oro -ed argento, variati e migliori e più fini che si trovano, con ogni sua -arte ed industria_„, ed il prezzo fu fissato in fiorini 190 d'oro. Io -ho ricorso alla gentilezza del dotto economista professor De-Johannis -per avere una idea del ragguaglio della moneta d'allora con quella -presente per capire se vera è la leggenda che i pittori di quel tempo -vissuti con semplicissimi costumi ricevessero per così dire la mercede -del bracciante. Invece ho avuto dal mio dotto e carissimo amico questa -risposta. Il fiorino di Firenze, la cui prima coniazione rimonta al -1252, e che era d'oro purissimo, a 24 carati, pesava una dramma, cioè 3 -grammi e 2/100: il rapporto di valore tra l'oro e l'argento fra il 1450 -ed il 1500 era come di uno a dieci: con approssimazione si calcola che -nella stessa epoca l'argento avesse una potenza di acquisto circa di -dieci volte maggiore dell'attuale. Per esempio il frumento si comprava -con 10 drammi l'ettolitro ossia occorrevano 100 grammi, ossia 20 lire -per la proporzione tra l'argento e l'oro. Ora si avrebbe in conclusione -che i 190 fiorini d'oro, coi quali fu pagato all'Angelico quel -tabernacolo equivarrebbero a lire 17 226. Ora siccome nel contratto si -dice ancora che sarà poi pagato quel meno che alla carità del frate -fosse parso opportuno, e questo s'intende che è relativo alle spese -maggiori o minori che avesse dovuto sopportare per quei colori fini -che si raccomandavano, per quell'oro che si doveva mettere nel fondo -e che era una forte doratura, non essendo l'arte dei battiloro tanto -perfezionata da formar quel velo che si mette adesso, pur tuttavia -voi vedete che 17 226 lire pagate da una corporazione di artieri sono -una bella moneta. Se io mi sono trattenuto sul prezzo di questa opera, -sulla determinazione sua in rapporto alle mercedi attuali, ho voluto -farlo perchè anche il prezzo sta a designare, come lo dice la parola, -il valore d'un'opera. Se un'opera si paga cara, vuol dire che si stima -assai, e ciò dimostra che a quei tempi si stimava assai l'arte, e si -pagava al prezzo del suo vero valore. Dico questo per eccitamento e -per esempio affinchè non serva di scusa il dire che Andrea del Sarto -un giorno, preso dalla fame e dalla disperazione, per un sacco di grano -fece la bellissima Madonna della SS. Annunziata. - -Nel 1436 i frati di Fiesole scesero in Firenze aventi seco l'Angelico, -e a Priore del convento il celebre vescovo sant'Antonino. Papa Eugenio -IV trovavasi allora in Firenze pel concilio colla Chiesa greca: a -Firenze era ospitato l'Imperatore greco: a Firenze Cosimo il Vecchio -era signore. Voi non avete bisogno che vi dica di quanto splendore -fosse ricca la nostra città in quel momento. Quando l'Angelico è venuto -e ha dato mano alle pitture del Cenobio di San Marco, già Brunellesco -voltava le vôlte della cupola sua, mentre Donatello era in piena -fioritura, la cappella Brancacci si copriva con le pitture di Masaccio, -insomma era una esuberanza, una primavera dell'arte; come questa -primavera dell'arte corrispondesse alla fioritura letteraria, già ve -lo diceva con eloquentissima e dotta parola Guido Mazzoni nella sua -conferenza sull'Umanesimo, e poi altri ve lo dirà ancor meglio di me. -In mezzo a tutto questo lavorio di menti, di scalpelli, di pennelli, -di maestri di pietra, di decoratori d'ogni sorta, d'ogni risma, -l'Angelico rimaneva fisso nella sua celeste visione. Egli amava l'arte -con tutta l'intensità propria dei grandi ingegni, ma non la disgiungeva -un momento dal concetto religioso. A parer mio l'Angelico è l'ultimo -dei veri mistici, è veramente il pittore che chiude il periodo del -Rinascimento pittorico artistico, religioso, iniziato da Giotto. - -La pittura dell'Angelico, se si considera in relazione ad altre pitture -contemporanee, è una pittura quasi un po' in ritardo, ma è una pittura -certamente insuperabile nella evidenza del sentimento. - -Io non so se derivi dalla costruzione della sua retina, come direbbe -un materialista, o dalla serenità delle sue celesti visioni, ma il -fatto si è che mentre l'Angelico, pel modo come dipinge, pare che sia -precisamente un miniatore, anche nelle più vaste e più ampie pareti, si -appalesa sempre per un colorista di prima forza. - -Se vi presentate in una galleria qualunque con lo scopo di vedere o -riscontrare un particolare in un quadro dell'Angelico e non sapete -precisamente dove questo quadro sia collocato, e gettate un occhio -sulle pareti della Pinacoteca, l'Angelico vi si appalesa con una -nota così chiara, così brillante, così argentina, che appena entrati -filate diritto sull'opera che riconoscete a distanza. Poter avere -continuamente dei toni delicatissimi, fare assolutamente dell'aria -aperta, non forzare mai i neri, è la sua caratteristica principale. Voi -potete riscontrare quante volte vi piace quello ch'io dico guardando -la Crocifissione, che è nella galleria dell'Accademia, quadro tutto -verità, nel quale sono indietri meravigliosi, cielo luminosissimo senza -uno scuro forzato. Ci sono però dei neri apparentemente assoluti, -perchè dove mette un domenicano vestito di bianco e nero sembra che -quel nero sia un nero assoluto; ma invece quel nero non fa mai toppa, -mai buco, e chi conosce un poco la tecnica dell'arte sa benissimo -quanta e quale sia la difficoltà di collocar bene un bianco in ombra -e un nero al sole, un nero che non faccia toppa, che rimanga al suo -piano in mezzo ad una gamma di colori chiari; è una difficoltà di primo -ordine per un colorista, e l'Angelico nella sua semplicità la supera -perfettamente. - -Non bisogna dunque fermarsi solamente a contemplare nell'Angelico -il pittore delle sante ispirazioni; non bisogna fermarsi solamente a -contemplare nell'Angelico il pittore delle ingegnose trovate, delle -dotte composizioni; ma bisogna anche tener conto che fra i coloristi -fiorentini l'Angelico è un vero maestro. - -L'Angelico, diventato celebre nel 1447, andò a Roma e là forse sentì la -grandezza dell'ambiente che lo circondava, perchè le sue composizioni -si sviluppano in una maniera più grandiosa e più magistrale che per -l'avanti. - -Egli fu scritturato da Enrico dei Monaldeschi per andare a lavorare -ad Orvieto, ed abbiamo dal contratto fatto in cotesta circostanza, la -notizia che Benozzo Gozzoli era con lui, come sappiamo che Gentile da -Fabriano, stato poi maestro a Giovanni Bellini, il gran Veneziano, era -pure in comunicazione di lavori e d'opere con l'Angelico. Vi richiamo -a queste brevi e piccole circostanze per dimostrare come l'arte di -Firenze ebbe contatti coll'arte dell'Umbria, come Gentile da Fabriano -comunicò coll'arte veneziana, e mi permetto di riportarvi sempre col -pensiero a questa catena che circonda l'Italia e la avvince a quegli -effetti dei quali oggi noi fortunatamente godiamo il frutto. - -L'Angelico che nelle sue composizioni è grandemente ascetico, è anche -sottilmente sarcastico e realista nei piccoli quadretti: si vede -questo nei gradini dei quadri, che illustrano con varii episodii le -vite dei santi superiormente rappresentati. Citerò un gradino che si -conserva nella galleria degli Uffizi rappresentante la visita di santa -Elisabetta alla Madonna. La Madonna è uscita dalla casa per abbracciare -l'amica che le viene incontro, mentre la serva sta dietro la porta -origliando per sentire quello che dicono le padrone. - -Questo viziarello domestico che si perpetua nella storia del mondo e -durerà per un pezzo, era rimarcato dal giocondo fraticello, il quale -si permetteva di esprimerlo con la graziosa figurina della serva che -ascolta. - -Egualmente è comica in un altro quadretto la meraviglia d'un converso -il quale uscito dalla cella di san Domenico, sente il Santo, che -ha lasciato solo, che parla con altri. Questo è l'episodio della -vita del Santo, nel quale san Pietro e san Paolo gli appariscono -nella cella e gli danno il bordone del pellegrino e il volume degli -Evangeli. La meraviglia del frate è assolutamente comica, rimanendo pur -decentissima; con questo si dimostra il buonumore e la serenità d'animo -dell'Angelico, e l'attitudine che aveva di osservare nella natura e sul -vero anche il lato comico delle cose con una piccola punta di realismo -e di verismo non disdicevole in questo gran pittore delle visioni -celesti. - -Accanto all'Angelico, come vi ho già accennato, abbiamo, fra gli altri, -Masolino da Panicale e Masaccio. La cappella Brancacci del Carmine -è contemporanea, o presso a poco, alle opere dell'Angelico del San -Marco e del Vaticano. Di Masolino da Panicale poco si sa. Certo egli -è un grande e robusto pittore, il quale si avanza sicuro dell'arte già -ricca di tutti i progressi che la tecnica, la prospettiva han portato -nell'arte stessa. - - -III. - -MASACCIO. - -Masaccio che gli succede ne è una esplicazione ancora più brillante -e più completa, e noi entriamo con lui nel periodo vero del secondo -Rinascimento, il quale prende a venerare l'antico, dimentica il -sentimento religioso puro dell'età precedente; e se rimane nella -religione totalmente pel soggetto che tratta, umanizza, rende di forma -meno mistica tutti i suoi concetti e progredisce nella via che oggi si -direbbe del realismo. Di fatti in quell'epoca si sente già un grande -agitarsi di tutte le menti per la scoperta del vero reale, del vero -scientifico, mentre nei fondi dei pittori del 300 la prospettiva è -messa là in un modo bambinesco, quasi ad esplicazione del soggetto. -Si fa per esempio una torricina, ci si mette accanto una porta molto -più piccola delle gambe di un cavallo, e di fuori ci si dipinge una -cavalcata di ambasciatori molto più grandi della torre della città (e -questo è un errore quasi voluto, perchè dovendo questa prospettiva -rappresentare degli ambasciatori che andavano in un certo posto, -uscendo da una certa città, si doveva far vedere che c'era una città -e che erano usciti da una porta, magari più piccola dei cavalli che -la dovevano oltrepassare, e non bastando questo magari ci scrivevano -sopra il nome della città dalla quale partivano e quello della città -alla quale arrivavano). Ma torniamo a bomba: invece nei primordi -del 400 abbiamo le menti che si affaticano per cercare la ragione -matematica della proiezione delle ombre. Già sappiamo che il maestro -di Masaccio fu Brunellesco, e di questi Paolo Toscanelli dal Pozzo, sul -quale sta pubblicando un libro con eruditissime ricerche il professore -Uzielli. Toscanelli dal Pozzo fu uno dei più grandi matematici dei -suoi tempi, ma però per quella universalità di allora su tutto lo -scibile umano, era intimissimo amico del Brunellesco, ed a questo -insegnava la prospettiva, la quale poi di seconda mano veniva passata -a Masaccio. Voi vedete che le cognizioni negli uomini di quei tempi si -accomunavano, si affratellavano, si davano la mano l'una coll'altra, e -gli artisti sommi del 400, torno a ripeterlo, erano nel medesimo tempo -gli uomini più colti dell'epoca loro. Nel quadro — tutto di mano del -Masaccio — della cappella Brancacci, nel quale il Cristo circondato -dagli Apostoli è interrogato dal pubblicano per ricevere le decime e -dove il Salvatore dà ordine a san Pietro di andarle a pescare nelle -branchie di un pesce (cosa che sarebbe oggi molto comoda), abbiamo una -pittura limpida, chiarissima e una pittura nella quale i piani vanno -dal primo all'orizzonte con una degradazione sicura, scientifica. La -prospettiva aerea è bellissima: il paese che circonda le figure è tutto -al suo posto, e da questo voi vedete che il progresso è evidente, che -la pittura non è più mistica, non è più significativa di una sola -idea religiosa, ma la storia, anche del Cristo, diventa soggetto -per trattare una storia umana. Le passioni, gli affetti si svolgono -umanamente, e le figure per conseguenza prendono una precisione -derivante dalla tecnica studiata severamente, dal vero cercato nella -osservazione non domandato ad alcuna visione rivelatrice. Masaccio, -descritto dal Vasari come persona distrattissima, e che per quanto -derivasse dalla celebre famiglia dei Guidi di San Giovanni, pur -tuttavia fu chiamato Masaccio per la trascuratezza della sua andatura, -non potè finire l'opera sua: chiamato a Roma dove lavorò alla Minerva, -morì giovanissimo, ed alla cappella già incominciata da Masolino da -Panicale diè finalmente mano Filippino Lippi, figlio di frate Filippo -Lippi, dato in educazione alla morte del padre a Sandro Botticelli. -Uno di codesti affreschi, quello che rappresenta la risurrezione del -nipote dell'imperatore per opera di san Pietro, è un affresco misto, e -dipinto in parte da Masaccio, in parte da Filippino; di faccia abbiamo -un affresco tutto di Filippino, al di sopra abbiamo l'affresco tutto -di Masaccio, e più in alto gli affreschi già compiuti da Masolino -da Panicale. Sarebbe difficilissimo oggi trovare tre artisti i quali -potessero fare convenientemente la decorazione intiera ed unica d'una -cappella facendo ciascuno un quadro per conto proprio: impossibile -quasi direi che nel medesimo affresco potessero dipingere due artisti -senza darsi noia uno coll'altro. Ora io di questo fatto tengo conto -perchè mi sembra importantissimo per spiegare come l'indirizzo degli -studi, la buona fede colla quale un artista dava mano all'altro, la -comunanza di idee nella quale vivevano, facesse sì che si potesse avere -un'opera perfetta, ed un'opera triplice ed una nello stesso tempo. - - -IV. - -ANDREA DEL CASTAGNO. - -Un artista strano che mi pare che faccia assolutamente razza da sè è -Andrea del Castagno. Egli pure nacque in Mugello come Giotto e come -l'Angelico, ma non ebbe nè l'ingegno di Giotto nè il candore dell'anima -dell'Angelico. Egli fu uomo viziosissimo ed iracondo, agitato da mille -passioni, ma potente ingegno. Egli deve forse al suo cattivo carattere -la nota speciale che lo distingue tra quei pittori i quali abbandonando -l'ascetismo entrarono nella via che, tanto per farmi capire alla -meglio, ho chiamata del realismo, sebbene vi entrassero in un modo -intenso come ricerca di forme, come ricerca di luce, come effetto -prospettico, senza però quella passione psicologica che va a cercare -il pel nell'uovo nelle intime convulsioni del cuore umano. Andrea del -Castagno mi pare che segni una nota particolare in questo senso. - -Agitato di spirito come egli era, mette una agitazione, una nota -potente, una nota moderna, dirò così, nella sua pittura. Di lui ci -resta il Cenacolo di Santa Reparata, nel quale sono anche state poste -delle belle pitture che decoravano un tempo la villa Pandolfini. -Queste sono la rappresentanza di uomini grandi: Dante, Boccaccio, -Petrarca, Pippo Spano, Farinata degli Uberti; una Sibilla, una Virtù, -ed altri. Ebbene in codesto cenacolo che prende tutta la vastissima -parete, è già notevole la ricerca della differenza tra un esterno ed -un interno, poichè al di sopra della linea di mezzo della parete si -vede la Crocifissione, in aria pienamente aperta, la Risurrezione, e -la deposizione nella tomba del corpo del Salvatore, al di sotto in un -ambiente chiuso la Cena. Ora questa ricerca fra l'effetto dell'interno -e quello dell'esterno era una ricerca poco curata forse dagli altri -pittori dell'epoca sua, mentre in lui è accuratissima. Le figure -che campeggiano nell'aria aperta, specialmente la figura del Cristo -tutto in bianco che esce giovane dalla tomba, sotto la quale sono due -figure di soldati addormentati, è una figura di tinta tutt'affatto -moderna, di pittura squisitamente chiara, contrapposta colla tetra -scena del Cenacolo, che egli ha caricato di tinte oscure e truci, -quasi a significare l'orribile tradimento che in quel momento si stava -compiendo; e fra tante pitture che rappresentano nei Cenacoli la figura -di Giuda, io credo non ci sia una figura così drammaticamente e con -forza espressa come la figura di Giuda nel Cenacolo di Andrea del -Castagno. - -I ritratti poi a gran decorazione, la figura di Farinata specialmente, -vestito d'armatura completa, e quella di Pippo Spano di cui tanto si -decantavano le gesta in quei tempi, che tiene in mano la spada e ne -torce la lama con la robustezza del poderoso suo braccio, sono figure -così scultorie, che assolutamente si possono mettere a pari colle -grandi creazioni della scultura fiorentina del tempo e specialmente -colla figura del San Giorgio di Donatello. Si dice che vivendo egli -nello Spedale di Santa Maria Nuova e lavorando con Domenico Veneziano -carpisse allo stesso il segreto della pittura a olio la quale tanto -doveva influire sulle future sorti della pittura stessa. Questo segreto -o questo ritrovato, per meglio dire (poichè nell'arte di mescolar -l'olio e specialmente l'olio di lino alle tinte già si erano fatti -e si facevano continuamente esperimenti anche dai pittori del secolo -precedente), fu attribuito dal Vasari a Giovanni da Brugghia che lo -ridusse alla perfezione attuale. Un quadro di lui fatto alla corte di -Napoli dette luogo come tutte le novità a un grande agitarsi di quei -pittori, e Antonello da Messina finalmente ne indovinò il mistero. -Antonello lo rivelò a Domenico Veneziano, Domenico Veneziano venendo -a lavorare a Firenze lo comunicò colle buone o colle cattive (questo è -difficile a sapersi) ad Andrea del Castagno, donde tutta una leggenda; -imperocchè il Vasari asserisce che dopo avere imparato il segreto -del suo amico, Andrea del Castagno lo investisse mentre usciva da una -casa in via della Pergola, e proditoriamente lo uccidesse. Il nostro -Milanesi però con sottile acume di critica crede di potere asserire -che di questo delitto Andrea del Castagno non è macchiato, perocchè -ritiene che nel 1457 Andrea del Castagno molto probabilmente fosse già -morto per la pestilenza che infieriva nella città; e siccome il buon -Domenico Veneziano è morto nel 1461, mi pare molto improbabile che lo -possa avere ammazzato uno che era già morto qualche anno prima. - - -V. - -PIERO DELLA FRANCESCA. - -Emulo nello splendore della pittura, nella chiarezza dei suoi dipinti -all'Angelico, dotto in tutto ciò che l'arte dava allora di più pratico -e di più positivo, compositore di prim'ordine con una nota tutta sua -propria è Piero della Francesca. A Firenze poco abbiamo di lui, tranne -i due ritratti in profilo del duca e della duchessa d'Urbino che -vediamo nella Galleria degli Uffizi e che al di dietro della tavola -portano dei trionfi allegorici. Pur tuttavia questo piccolo esempio -è talmente forte che basta a persuadere chiunque dell'eccellenza -dell'artista. Piero della Francesca ha profilato le sue figure -leggermente di tono su un'aria limpidissima e su un paese che si perde -lontano lontano nell'orizzonte. Ora questa potenza di mettere di contro -alla luce una figura, di farne vedere tutti i dettagli, non forzando -oltre modo nè troppo caricando le tinte e nello stesso tempo facendola -risaltare su un cielo immensamente chiaro, e in un paese chiarissimo, -è opera precisamente di grande coloritore. Piero della Francesca ha -lasciato il più bel testamento artistico che si possa mai immaginare -nelle pareti del Coro del San Francesco in Arezzo, e io consiglio -chiunque è amatore della buona pittura di non trascurare una gita ad -Arezzo per vedere le pitture di Piero della Francesca. - -La prima volta che io mi sono trovato costà davanti all'affresco -rappresentante la regina di Saba che va a visitare Salomone (affresco -nel quale abbiamo il re Salomone sotto una specie di peristilio a -colonne bianche di marmo mentre la regina è dalla parte esterna di -questo peristilio e comparisce in un paese dove sono alberi verdi su -un fondo ugualmente chiaro, in fondo al quale rosseggiano le tinte del -tramonto) io mi sono trovato davanti a una pittura così luminosamente -fresca, così brillantemente fatta che primo fra gli artisti m'è saltato -in testa Domenico Morelli in certi suoi bianchi, in certi suoi effetti -luminosissimi e violenti. Io vi dico questo non per dirvi una cosa -rara, perchè io nè di cose belle, nè di cose rare fo mestiere, ma per -dire una impressione che ho ricevuto; e se un pittore che nasce nella -prima metà del secolo XV, se un pittore che nasce a quell'epoca lì, ha -tanto in sè da rammentare di primo acchito uno dei più moderni nostri -moderni, mi pare che sia sempre un bel gagliardo, e che viva d'una -giovinezza assolutamente imperitura. Egli campò vecchissimo; uomo -insigne in matematica e prospettico eccellente, scrisse anzi su questa -materia dei dotti volumi, i quali forse furono la causa per la quale -l'opera sua di pittore non è troppo abbondante. Dicesi che delle opere -sue rimanesse erede, per così dire, un fra Luca Pacioli suo discepolo, -che alla morte del maestro le dette per sue. - -Questa pure è una accusa lanciata dal Vasari; Milanesi l'attenua e la -nega in parte. Comunque sia, resta che Piero della Francesca è uno dei -più insigni, dei più delicati pittori dell'epoca sua; il che non toglie -che fosse al solito un gran maestro in matematica e prospettiva, uomo -d'ingegno, e dei più colti dell'epoca nella quale viveva. - - -VI. - -BENOZZO GOZZOLI, ALESSANDRO BOTTICELLI. - -Benozzo, discepolo dell'Angelico, è più traverso, più quadrato. -Egli non sente molto dell'insegnamento ascetico del maestro, e nelle -grandi decorazioni murali del Camposanto di Pisa vi si distende dentro -con quella giusta, serena ricerca della verità che io poc'anzi vi -descriveva quale nota caratteristica dell'arte del 1400. - -Io non posso attardarmi a descrivere l'opera del Gozzoli, opera -importantissima e notevolissima, inquantochè troppo è necessario non -dimenticare tra i massimi Alessandro Botticelli. - -Alessandro Botticelli figlio di Mariano Filipepi nacque nel 1447; -ricevette un'educazione abbastanza accurata e classica in un'epoca -nella quale il classicismo fioriva rigoglioso. Inquieto di carattere, -svegliato, pieno di ingegno, fu posto da suo padre presso l'orafo -Botticelli a imparare l'arte dell'orefice. Poi diventò scolaro di fra -Filippo Lippi, e alla morte di fra Filippo diventò il maestro al quale -fu affidata l'educazione artistica di Filippino, di quel Filippino il -quale ebbe a completare, ed è questo il maggior bene che si possa dire -di un pittore, l'opera di Masaccio nella cappella Brancacci. - -Il Botticelli anch'egli ha una nota sua particolare, ed è il primo -che comincia a trasportare la pittura dai soggetti sacri ai soggetti -profani. - -Di fatti si sa di lui che illustrò un soggetto profano del Decamerone, -ossia la storia di Anastasio degli Onesti che si vedeva in quattro -tavole descritta nelle cose preziose della famiglia Pucci di Firenze e -che ora non si sa più dove sia. Di lui è conosciutissima la nascita di -Venere, di lui è conosciutissimo il quadro allegorico che si ritiene -fatto alla morte della bella Simonetta, come già vi accennava il nostro -Ernesto Masi, secondo le induzioni dell'illustre storico dell'arte -professor Camillo Jacopo Cavallucci. - -Il Botticelli è pittore d'un'eleganza nuova nella forma, un'eleganza -che certamente non è quella di Vatteau, o dei pittori fiamminghi del -1600, e nemmanco l'opulenza di Rubens. Egli nella nascita di Venere ci -dipinge una Venere che non è neppure parente, neppure biscugina della -Venere del Tiziano. Ha dei piedi grandemente sviluppati, delle mani -altrettanto, ma se voi davanti ad un contorno di donna del Botticelli -vi fissate su un punto qualunque della sagoma, e cominciate a andar su -su e ricercarla tutta, voi vi sentite invadere da una delizia simile -a quella che si prova se in una bella giornata d'inverno ci si mette a -guardare un bell'albero spoglio delle sue fronde e se ne ricercano con -l'occhio tutti gli eleganti contorni. - -Io non saprei diversamente darvi ad intendere o spiegarmi meglio -riguardo alle sensazioni che si provano davanti questo gentile pittore, -che chiamato nel Vaticano a lavorare, per la vita disordinata che egli -faceva in Roma finì i quattrini e dovette tornarsene a Firenze. Qua per -l'amicizia che aveva con Lorenzo il Magnifico e per le cognizioni sue -di letteratura e l'affinità che aveva coi grandi dotti dell'epoca si -messe a illustrare e illustrò per il Landino la _Divina Commedia_. La -edizione del _Commento_ della _Divina Commedia_ fatta dal Landino colle -tavole del Botticelli si può vedere ancora da chi ne ha voglia nelle -sale della Biblioteca Marucelliana. - -Ma più che quelle illustrazioni che sono poche e, pei mezzi imperfetti -del mestiere a quei tempi, abbastanza ordinarie, si può ammirare in -quella Biblioteca la collezione fotografica degli schizzi di tutta -intiera l'illustrazione del divino poeta, comprata dal gabinetto di -Berlino e della quale è stata fatta un'opera magnifica di riproduzione -fedele. Sfogliando codeste tavole voi trovate al solito, nelle figure -del Purgatorio e del Paradiso, una Beatrice con delle appendici -abbastanza pronunziate che una signora d'oggi non amerebbe avere, -ma tanta è la potenza di concetto sviluppato dall'artista, sia -nell'esprimere i tormenti dei dannati, sia nell'esprimere le gioie del -poeta condotto al cielo dalla sua divina fanciulla, che quel sentimento -di attrazione e di delizia che ho detto provarsi quando si comincia -ad andare su per un contorno del Botticelli, lo si prova egualmente -davanti a quei potenti concetti svolti da questo grande in punta di -penna. In lui è da notarsi come l'arte di già fa un passo in avanti -ed entra ad illustrare un'opera descrittiva. Botticelli che aveva in -quattro tavole illustrata e descritta la storia di Anastasio degli -Onesti, finisce con una illustrazione completa della _Divina Commedia_ -e degna del poeta illustrato. - -Dire di più di Alessandro Botticelli parrebbemi tempo perso, che -l'ora mi dice di andarmene, nè io voglio lasciarvi senza avervi ancora -parlato o per _fas_ o per _nefas_, abusando della vostra pazienza, di -un altro grande ed alto artista del quale tratterò nella Conferenza -presente. Questo artista è Domenico Ghirlandaio. - - -VII. - -IL GHIRLANDAIO. - -Egli nasce da Tommaso del Ghirlandaio della famiglia dei Bigordi -nel 1449, ed arriva a tempo per riassumere i portati della scienza -pittorica che si era precedentemente sviluppata. Egli entra nell'arte -come c'è entrato il Verrocchio, come c'è entrato il Pollaiuolo, per -la via dell'oreficeria. Domenico Ghirlandaio è molteplice, splendido -fra tutti i pittori dell'epoca sua; finissimo anch'egli per la potenza -del chiaroscuro, finissimo anch'egli per la delicatezza della sua -intonazione. - -La tavola della Galleria delle Belle Arti nella quale si rappresenta -l'adorazione dei pastori, e dove egli stesso ha ritratto la propria -effigie, ha un indietro lontano, con una cavalcata di signori, forse -i re Magi che vengono all'adorazione dell'infante Gesù, stupendo per -prospettiva aerea, per delicatezza di sfondo, per serenità di ambiente. -Il coro di Santa Maria Novella è là che parla; esso è un'opera -smisurata, colossale. La cappella di Santa Fina a San Gemignano è un -gioiello. Il Cenacolo che abbiamo qui in San Marco, è un'altra cosa -stupenda come colore perchè il Ghirlandaio è potentissimo nel mettere -bene le cose del primo piano, su dei fondi chiari ed ariosi. Nella -cappella di Santa Fina in San Gemignano che è di un tono delicato ed -argentino, nell'affresco del miracolo della Santa da una finestrella -si vede la campagna lontana, a perdita d'occhio, luminosissimo è -l'ambiente della stanza interna senza essere sfacciatamente colorito, -più che luminoso, scintillante è il paese traveduto dalla finestrella. -Tutte le tenuità, tutte le delicatezze, tutte le finezze di un -grande artista il Ghirlandaio tiene con sè. Egli ha lavorato alla -cappella Sassetti in Santa Trinità, cappella che veramente, sia per la -disposizione della luce, o pel modo con cui è fatta, è molto oscura e -poco decifrabile. - -Ho però il piacere di potervi dare una bella notizia. Nei restauri che -si sono fatti adesso in Santa Trinità s'è scoperto l'affresco della -parete esterna della cappella, una grande pittura di dieci figure -rappresentante la Sibilla tiburtina che indica il monogramma e predice -la venuta di Cristo all'Imperatore. La Sibilla colle sue ancelle da -un lato accenna il monogramma; l'imperatore dall'altro lo guarda quasi -abbacinato. Questa scoperta si deve alla pazienza di Cosimo Conti, il -quale si offrì gratuitamente di cercare codesto affresco, e ora dopo -avere saputo che l'affresco c'era, ed aver visto che era scoperto, -finalmente, _magna degnatione_, il Ministero della Pubblica Istruzione -s'è deciso a farlo restaurare e rimettere. - - -Se avessi voluto parlare di tutti i pittori fiorentini del 400, non -solamente avrei seccato moltissimo, ma vi avrei fatto assolutamente -addormentare; sono troppi, e troppo grandi, e troppo insufficiente io -sono per il cómpito che mi ero proposto. Vi ho accennato dei principali -o almeno di quelli che a me sembrano, fra i pari i più eminenti, quelli -che maggiormente corrispondono al sentimento che dell'arte ognuno tiene -in sè, e quindi al sentimento mio proprio. - -Dopo il Ghirlandaio sorge una grande, una splendida figura, che -riassume in sè tutte le glorie artistiche del 1400. Questa figura è -quella di Leonardo da Vinci, ed io grazie a Dio, non devo occuparmi di -lui, perchè nella prossima conferenza sentirete parlare degnamente di -Leonardo da Vinci dall'amico Enrico Panzacchi. - - - - -LA SCULTURA del RINASCIMENTO - -DI - -VERNON LEE. - - -La scultura dell'antica Grecia e la scultura del medioevo italiano sono -rami della stessa arte; ma del tutto divergenti: anzi, direi quasi, -formano due arti diverse. Ciascuna di esse ha rivelati all'umanità -eguali tesori di bellezza, ma l'una copiò mirabilmente una bella -realtà; mentre l'altra prese l'imperfetto e il brutto, e riuscì a -formarne bellezza. L'una è l'arte meridionale, pagana, del modellatore -in creta; l'altra l'arte nordica cristiana, dell'intagliatore di -pietra. - -Prima di esaminare le opere, esaminiamo il modo di operare. E prima -di considerare che cosa l'antico greco e l'italiano del medioevo -furono rispettivamente chiamati ad imitare e ad esprimere, guardiamo -la necessità e la capacità del materiale in cui ciascuno di essi imitò -quel che vide ed espresse quel che sentì. - -I Greci primitivi avevano raramente occasione di farsi abili -intagliatori di pietra. Gli edifizi loro come quelli che ritraevano -le forme di costruzioni primitive e semplicissime in legno, ne avevano -anche i rozzi elementari ornamenti, poichè l'ordine Jonico, per quanto -povero di ornamenti, non venne che più tardi, e il Corintio, il quale -solo dà luogo alla ricerca e all'abilità degli intagli, nacque soltanto -quando era pervenuta già alla sua maturanza l'arte di scolpir la -figura. Ma i Greci, i quali del resto erano appena entrati nel periodo -del ferro (e il ferro è appunto lo strumento per lavorare la pietra) -erano grandi modellatori di creta e fonditori di bronzo. Gli oggetti -che le età più recenti fecero in ferro, pietra o legno furono da loro -foggiati in creta o in bronzo. Stanno a dimostrarlo gl'innumerevoli -arnesi, armi e minuti oggetti dei nostri musei: — dagli schinieri -accuratamente modellati come le gambe che devono coprire, fino alle -bambole di terracotta, piccole Veneri dalle braccia articolate e coi -ligamenti di spago. - -E veramente quando i Latini applicarono alla scultura il verbo -_fingo_, che significa in realtà fare vasi, — e dalla quale ci viene -non solo _effigies_, ma anche _fichtlis_, — parrebbe avessero capito -che nell'arte di Fidia e di Prassitele poco entrava l'intagliare ed -il cesellare, e molto invece il _formare_, il modellare, il plasmare. -Poichè, oltre al fatto ogni giorno più confermato dall'archeologia, -che, cioè, la maggior parte delle statue antiche ora in nostro -possesso, sono copie in marmo di originali in bronzo, fatto rivelatoci -anche da puntelli di esse e dal trattamento dei capelli; è evidente -che anche le statue destinate ad eseguirsi in marmo, vennero prima -modellate, cioè concepite dallo scultore, in creta. - -Riassumendo: dai Greci la figura umana s'imitava con un processo, che -non fu scultura nel senso letterale della parola. Rivolgiamoci ora -a considerare il medioevo, e troveremo uno stato di cose totalmente -diverso. Non v'era nella vita quotidiana bisogno di oggetti in metallo -fuso, e non essendovi questo bisogno dell'arte del fondere, del far di -getto, non vi era nemmeno pratica nell'arte preliminare del modellare -in creta. Ma invece gli uomini del medioevo furono meravigliosamente -abili nell'intagliar la pietra. - -L'architettura, fino dai Romani, aveva dato più importanza -all'ornamentazione scultoria: — sempre squisita nei capitelli, nelle -ringhiere, dei primitivi tempi Bizantini si manifestò nelle elaborate -cornici, negli archi e nelle colonne dello stile Lombardo fino ai -complicati gruppi e rilievi del Gotico pienamente sviluppati. E in -verità la chiesa gotica, particolarmente in Italia, non era più lavoro -di muratore, ma di scultore. Non è dunque fortuita combinazione se quei -paesetti, i quali forniscono ancora Firenze di pietra e di scarpellini, -hanno dato il nome a tre de' suoi più grandi scultori (Mino da Fiesole, -Benedetto da Maiano, Desiderio da Settignano); nè Michelangiolo, -allevato in quel paesetto (Chiusi di Casentino) “per tutto pieno„ -dice il Vasari “di cave di macigni, che son lavorate di continovo da' -scarpellini, scultori che nascono in quel luogo„, abbia potuto vantarsi -d'aver tirato dal latte della balia gli scarpelli e il mazzuolo con che -faceva le sue figure. - -I Toscani del medioevo, i Pisani del '200, i Fiorentini del '400, -facevano certamente modelli in cera delle loro statue; ma le opere loro -sono concepite per essere poi lavorate nel marmo; e quest'arte è uscita -dal sasso, senza interposizione d'altro materiale, — come le figure che -Michelangiolo traeva viventi e gigantesche direttamente dal macigno. - -I Greci, dunque, in quel tempo primitivo in cui l'Arte prende il suo -abbrivo, erano modellatori di creta e fonditori di bronzo; i Toscani, -invece, nel periodo corrispondente, erano cesellatori d'argento, -battitori di ferro, ma sopratutto tagliatori di pietra. Ora la creta -(e bisogna rammentarsi bene che il bronzo non è che il calco della -creta) significa il piano modellato; l'imitazione di tutti i rilievi -e di tutte le depressioni delicatamente graduate del corpo umano; la -creta non presenta contrasti fra luce e ombra, non permette varietà nel -trattamento corrispondente alla varietà dei tessuti. La creta si presta -quindi ad imitare non la tessitura del corpo umano, ma la forma; e la -forma poi nell'assoluta realtà tangibile della natura. - -Tutto l'opposto accade col marmo. Granulato come fibra vivente e -capace allo stesso tempo di una delicata spulitura, il marmo può -riprodurre la vera sostanza del corpo umano colle sue varietà d'opaco -e di lucente. Può riprodurre, sotto ai variati colpi dello scarpello, -quelle ombreggiature correnti ora in un senso, ora nell'altro, -secondo che la pelle riveste il muscolo o l'osso. Il marmo inoltre -è così resistente e insieme così docile al ferro, che può prendere -i contorni più squisitamente sottili; e si presta all'incisione più -superficiale ed al taglio più profondo, in modo che la luce e l'ombra -diventano il materiale dell'artista quanto la pietra stessa. Quindi il -marmo consente allo scultore di cercare non solo la forma assoluta, -ma la forma relativa; non solo il rilievo, ma anche il chiaroscuro. -Tali erano i caratteri fondamentali di quei due generi diversissimi -di scultura, la scultura in creta e la scultura in marmo, che in -circostanze diversissime di vita e di pensiero, Greci e Toscani -trattarono, per produrre opere di indole e di bellezza diversissime. - -È inutile che ci dilunghiamo sulla influenza esercitata nell'Arte -dalla civiltà antica, coi suoi costumi e caratteri essenzialmente -meridionali, colla sua vita all'aria aperta, colla sua perfettissima -educazione del corpo, coi suoi atleti nudi, i togati suoi cittadini -ed i suoi contadini ed artigiani pochissimo vestiti, e sopratutto -colla sua religione di divinità conviventi coi mortali e di semidei -dalla poderosa muscolatura; come è inutile che, d'altra parte, ci -dilunghiamo sull'influenza della vita assai più complessa del medioevo, -vita di tipo nordico anche nei paesi meridionali, vita industriale, -sedentaria, che costringeva la gente nelle angustie delle città murate; -ed in cui primeggiò sempre, nonostante la sensuale grossolanità, la -preoccupazione dell'anima, l'ideale del patimento, il disprezzo del -corpo. - -Tutto questo è oramai ovvio ed anche esagerato da tanti scrittori -invaghiti della teoria del _milieu_ (ambiente o mi-luogo) introdotto -da Enrico Taine meno per la sua verità che per l'occasione che porge -di tratteggiare pagine colorite. Ma vorrei richiamare la vostra -attenzione su di un'altra circostanza storica, che ha influito -potentemente sulle differenze tra la scultura medioevale italiana -e la scultura antica. Questa circostanza è il primato della pittura -nella seconda metà del medioevo italiano. Mentre nell'antica Grecia -la scultura fu l'arte dominante e matura, della quale la pittura non -fu che l'ombra; nell'Italia medioevale invece la pittura fu l'arte che -meglio corrispose ai bisogni della civiltà; fu l'arte che superò i più -ardui problemi tecnici e scientifici, e fu quindi quella che dovette -primeggiare. Si può asserire in senso quasi letterale che la pittura -greca non fosse che l'ombra della scultura. Sui vasi e negli affreschi -vediamo infatti le figure modellate con moltissima cura anatomica (al -punto, per esempio, di accennare qualche volta la giuntura fra la gamba -e la coscia con due linee che non esistono nella visibile realtà, e -che sembrano segni di tatuaggio), — ma senza consistenza, vuote, ed -allineate simmetricamente l'una accanto all'altra, senza comporsi in un -disegno vero, precisamente come se fossero tante ombre di statue tonde -proiettate sul piano. Lo scultore non poteva imparare nulla di nuovo -da una simile pittura, che non si occupa delle cose più essenzialmente -pittoriche, la prospettiva, l'aggruppamento, il contorno lineare, il -valore relativo dei colori, il chiaroscuro ed il tessuto degli oggetti. -La pittura medioevale, arte positiva, agisce in ben altro modo da -quest'arte negativa che fu la pittura antica. Esaminiamo che cosa essa -portò di nuovo nel campo dell'osservazione e della pratica artistica. -In primo luogo, la superficie piana, muro o tavola, in cui l'arte -medioevale mostrò la sua maggiore originalità, insegnò agli uomini a -dar valore alla prospettiva, ad ordinare gruppi nei vari piani, ed a -studiare l'insieme, sotto il rispetto delle opere intelligibili quanto -sotto quello della bellezza, delle figure così raggruppate. Poi li -abituò a considerare la forma non più come un insieme di proiezioni, di -rilievi, di piani, ma come linea, come alternativa di luce e d'ombra, -il cui pregio principale consisteva nella sagoma esterna, nel profilo -dell'intreccio di linee, d'angoli e di curve; cosa assai più importante -nella pittura, col suo unico, immutabile punto di vista, che nella -scultura, dove l'occhio, girando intorno alla forma, si compensa -della povertà di un punto di vista colla varietà di tutti gli altri. -Di più, la pittura, nata da un interesse più sviluppato di quello che -sentisse l'antichità pel colore, la pittura, dico, indusse gli artisti -a considerare meglio l'effetto del colore sulla forma lineare. - -Poichè, sebbene l'uomo, fatta astrazione dal colore naturale o da una -tinta bianca, abbia infatti quella forma larga ed alquanto smussata, -quell'indecisione di contorni che caratterizza la scultura; tuttavia -quale egli esiste realmente, coi capelli, gli occhi e le labbra -fortemente coloriti, ed il resto del viso colorito di tinte diverse, -acquista dal colore — il quale dà enfasi alla linea — una maggior -precisione, direi piuttosto, una maggiore acutezza di forme lineari. -Per ciò, nel modo istesso, in cui la prospettiva e la composizione in -pittura dovettero indurre gli scultori ad usare maggiore complessività -nel rilievo e maggiore unità nel punto di vista, così pure la nuova -importanza del disegno e del colore, dovette suggerir loro un nuovo -concetto della forma. - -L'uomo cessò dunque d'essere una mera combinazione di piani e di masse, -cessò d'essere omogeneo nel tessuto e nel colore. Si accorsero ch'era -fatto di sostanze diverse, pelle — pelle morbida dove aderisce al -muscolo, dura e lustra dove accenna l'osso, pelle liscia o rugosa o -pelosa; pelo poi duro o floscio, nero o biondo; inoltre ch'era pinto -in vari colori, e che possedeva ciò che i Greci sembra non avessero -avvertito, quella cosa straordinaria e straordinariamente variabile -che è l'occhio. Gli scultori del '400 furono spinti dai pittori -a riconoscere queste differenze fra l'uomo monocromo dei Greci — -monocromo per l'astrazione del vero colore — e l'essere multicolore che -è l'uomo vero. - -Avvertite queste differenze, vollero significarle nell'opera loro. -Ma come avrebbero potuto conseguir l'effetto colla loro arte che -tratteggiava il rilievo tangibile, e che ricusava l'aiuto del colore? - -Per capirlo bisogna fermarci a considerare di nuovo, e più -attentamente, due particolarità capitali, che distinguevano gli -scultori medioevali da quelli antichi. - -Gli artefici del medioevo, in primo luogo, erano chiamati assai di -rado a fare figure da essere poste all'aria aperta su un piedistallo -libero. Invece, erano continuamente esercitati a scolpire ornamenti -architettonici da porre in alto e profilati su di uno sfondo scuro; -e monumenti, tombe, pulpiti, ringhiere, da collocare in locali -parzialmente illuminati e spesso oscuri. - -Ora, secondo l'altezza dell'oggetto e la direzione della luce, certi -particolari acquistano o perdono la loro importanza; per restituire -la relazione vera fra linea e linea, rilievo e rilievo, bisogna -tener conto della posizione e del punto di luce; bisogna, perchè la -cosa faccia lo stesso effetto che al livello dell'occhio e sotto una -luce diffusa, alterare le proporzioni, accrescere qua, scemare là, -introvertire alle volte il concavo ed il convesso, sacrificare il vero -all'apparente. - -I monumenti gotici, per esempio quelli di Santa Maria Novella, -che sporgono dal muro all'altezza di un primo piano di casa, non -presenterebbero che una confusione indecifrabile, se la figura -sdraiata ed i suoi accessorî non fossero alterati in modo da sembrare -mostruosi a chi s'arrampicasse a vederli da vicino. Lo stesso segue -nell'arte sviluppatissima del '400. Il Cardinale di Portogallo — -figura del Rossellino a San Miniato al Monte — ha una metà del viso -voltata soverchiamente all'insù, in modo da ricevere in faccia la -luce; e ciò perchè, essendo visto dall'ingiù, la metà più vicina del -viso avrebbe altrimenti un'importanza relativamente troppo grande; -mentre, all'opposto, al bellissimo guerriero morto, d'autore incerto, -che è a Ravenna, lo scultore ha deliberatamente tagliata una parte -della mascella, perchè lo spettatore deve guardare all'ingiù la -figura sdraiata su un lettuccio basso di marmo. Se prendiamo i gessi -di queste due statue, ponendo sulla tavola quella del Cardinale, ed -attaccando sul muro quella del guerriero, la composizione si sfascia -completamente: l'espressione cambia affatto, i lineamenti diventano -deformi, e mentre l'una testa diventa grossolana, l'altra sembra -insoffribilmente manierata. - -Per intendere questo sistema, d'alterare la forma a seconda della -collocazione e della luce, basta rammentarsi l'aneddoto delle due -cantorie di Donatello e di Luca della Robbia, di cui la prima parve -brutta nella bottega dello scultore, ma bellissima messa al posto; -mentre la seconda, che era piaciuta straordinariamente veduta da -vicino, scomparve del tutto nell'altezza buia di Santa Maria del Fiore. - -Quest'abitudine di prendere delle licenze col modello, di alterare le -proporzioni misurabili all'occhio, abitudine cominciata per ragioni -quasi architettoniche, permise agli scultori del '400 d'imitare i -pittori, cercando, come questi, la verità apparente, col sacrificio -coraggioso della verità assoluta e concreta. Aprì alla scultura il -campo vastissimo degli effetti relativi; l'incoraggiò a produrre, colla -materia dura ed incolore, l'equivalente della varietà nel colore e nel -tessuto. - -Ma per secondare questo nuovo indirizzo dell'arte, era necessario che -gli artefici del '400 trattassero la parte tecnica in un modo diverso -affatto da quello dei Greci. - -Gli antichi, a' quali abbondavano ottimi gettatori in bronzo, -esercitati nel foggiare armi, utensili e arredi d'ogni genere, -dovettero prendere l'abitudine di circoscrivere la loro personale -operosità al modello in creta: giacchè questo non richiedeva, come -nel Rinascimento, la sorveglianza costante dello scultore. E le liste -lunghissime di statue, di cui molte costruite faticosamente d'avorio -e d'oro, dànno a credere che gli scultori antichi non perdessero il -tempo sbozzando i lavori in marmo, ma invece terminassero soltanto di -propria mano le copie che dal modello in creta avevano tratto lavoranti -espertissimi. Che ci fossero simili copiatori, lo sappiamo dall'uso di -fare riproduzioni in marmo delle statue già fuse in bronzo, uso a cui -dobbiamo la maggior parte delle statue antiche pervenute a noi. - -Le abitudini erano diversissime da queste nel medioevo italiano. È -vero che il Vasari consiglia allo scultore di valersi di modelli grandi -quanto le statue che si propone di fare. Ma il consiglio stesso, fatto -per scansare i calcoli sbagliati, che spesso rovinano il marmo, fa -vedere che prevaleva l'abitudine di sbozzare la pietra senza tener -conto di questo pericolo; che anzi, se l'uso dei modelli grandi fosse -stato universale, Agostino di Duccio non poteva avere _storpiato_, -come dice il Vasari, il marmo da cui Michelangelo cavò più tardi il -suo David. Ma questi modelli di cui parla il Vasari più distesamente -nella vita di Jacopo della Quercia, erano fatti “di pezzi di legno -e di piani confitti insieme, e fasciati poi di fieno e di stoppa, e -con funi legato ogni cosa strettamente insieme, e sopra messo terra -mescolata con cimatura di pannolano, pasta e colla„ onde potevano -bensì servire a tenere “innanzi agli scultori l'esempio e le giuste -misure„, ma era impossibile che servissero mai, come i modelli di gesso -_puntati_ del giorno d'oggi, a francare l'artista dallo sbozzamento -del marmo. Anzi, tutto ciò che scrive il Vasari dimostra chiaramente -che il modello vero — quello cioè che veniva copiato non nelle sole -misure — era piccolissimo e fatto in cera; e che l'abitudine di -sbozzare le figure nel marmo, che a noi sembra cosa maravigliosa nel -Buonarroti, era generale fra gli scultori del '400. È frequente il caso -di uno scultore che intraprenda, coll'aiuto di un solo uomo, lavori di -vastissima mole, porte, archi, mausolei. Nè pare che il Vasari stupisca -quando Jacopo della Quercia si mette, solo solo, alla facciata di San -Petronio; lavoro che gli costò dodici anni, in cui un Greco avrebbe -fatto chi sa quanti bronzi magnifici ed un moderno chi sa quante -meccaniche copie di un gesso. Infatti non rimane nulla d'inverosimile -in questo sistema di lavorare il marmo interamente e direttamente da -sè, quando si rifletta che tra gli scultori del Rinascimento una metà -aveva esercitato la professione dell'orafo, e l'altra l'arte dello -_scarpellino_ o _squadratore di pietre_; e a tali artefici doveva -riuscire facile e naturale egualmente qualunque parte — sì rozza che -finissima — dell'arte loro. - -Gli scultori del '400 avevano adunque dello scarpello una sicurissima -pratica, quale non ebbero, nè sognarono pur d'averla, gli antichi. - -Nelle mani loro lo scarpello non era semplicemente un secondo stecco -da modellare, riproducente nel marmo i delicati piani, le sottili -concavità e convessità trovate prima nella creta. - -Per questi tagliapietre della collina fiesolana, per questi orafi di -Ponte Vecchio, lo scarpello era l'emulo della matita o del pennello; -e con esso, a seconda della direzione che gli si dava, potevansi così -imprimere nelle forme vigorosi tratteggi, come lasciarle svanire in -impercettibili sfumature. O, per meglio dire, lo scarpello era per essi -un pennello tuffato nelle varie tinte del bianco e del nero, con cui, -secondo che versava nel marmo le luci e le ombre, o variava a guisa di -spennellate le ruvidezze e le spuliture e ogni altro modo d'intaglio, -potevansi riprodurre nella pietra la sostanza delle carni, dei capelli -e delle stoffe — le carni e i capelli biondi e lisci dei bambini — -le carni vizze o ruvide dei vecchi — le stoffe di lana, di tela e di -broccato. - - -Nell'antichità greca lo scultore soleva prendere il bel modello — -l'adolescente nel fiore dai quindici ai diciott'anni, dalle membra -sviluppate armoniosamente nella palestra, all'aria aperta; e, -correggendo colla esperienza giornaliera di simili bellezze tuttociò -che v'era d'imperfetto nell'individuo, ne copiava quel tanto che la -creta si prestava a riprodurne. Ne riproduceva le squisite proporzioni, -la maestosa ampiezza delle masse, la delicata finitezza delle membra, -l'armonioso gioco di muscoli, il sereno candore del volto e del -gesto; ponendolo in atteggiamento tale da essere inteso e ammirato -egualmente da lontano e da vicino, e dal maggior numero di punti di -vista. E cotesta fedele copia nella creta di un originale perfettamente -bello, veniva poi tradotta e trasmessa ai posteri dal fedele copiatore -in marmo, dalla fedeltà inesorabile del bronzo, che riempie ogni -minimissimo vuoto lasciato dalla creta. Essendo bellissimo in sè -stesso, quest'uomo di bronzo o di marmo era necessariamente bello -ovunque venisse posto e sotto qualunque rispetto venisse contemplato; -sia che si mostrasse in iscorcio sul frontone di un tempio, o al -livello dell'occhio, ombreggiato dagli aggruppati allori, o splendente -al sole in mezzo alla piazza. La bellezza di esso viene apprezzata ed -amata come s'apprezza e si ama la bellezza vivente di una creatura -umana, poichè egli non è che la riproduzione più esatta che l'arte -ci abbia mai data della bellissima realtà, posta in mezzo al suo -vero ambiente e sotto la vera luce del cielo. E siccome prende nuovo -aspetto la bella realtà umana secondo che si muovono il sole e le -nuvole, secondo che le giriamo noi intorno, così cambia anche esso; -ma così pure esso rimane sempre, nonostante tutti i cambiamenti, la -personificazione della forza, della purezza, della inalterata serenità -dell'adolescenza. - - -Di cotale perfezione, nata dal più raro incontro di circostanze felici, -la scultura del '400 non seppe mai nulla. - -Arte secondaria in tempi, che davano il primato alla pittura; serva, in -gran parte, dell'architettura; turbata dalla vista di corpi cresciuti -a caso, e spesso cresciuti male; turbata pure da ideali ascetici e da -curiosità scientifiche, la scultura di Donatello e di Mino, di Jacopo -della Quercia e di Benedetto da Majano, la scultura dello stesso -Buonarroti fu una di quelle fioriture artistiche, che si nutrono -degli elementi del terreno rifiutati dalla più fortunata e rigogliosa -vegetazione, che l'aveva preceduta. La scultura del '400 riuscì da meno -in tutte le cose in cui la scultura antica era riuscita; ma eseguì ciò -che l'antichità aveva lasciato ineseguito. Ebbe pochissima intuizione -della bella forma umana. Alternava fra la ignoranza del nudo e la -insistenza pedantesca sull'anatomia, difetti spesso riuniti nella -medesima opera. Paragonato all'antico, il David di Donatello, il San -Giovannino di Benedetto da Majano, l'Adamo di Jacopo della Quercia sono -addirittura goffi; e lo stesso Bacco di Michelangelo è un bel villano -invece che un dio. - -Questa scultura ha di più una vera preferenza pei momenti meno belli -della vita fisica: ama i brutti vecchi — spesse volte sfasciati dalla -sensualità o rimbecilliti dall'ascetismo, — ed i ragazzi sproporzionati -dalla crescenza. Coll'eccezione del San Giorgio di Donatello, il cui -corpo però è nascosto sotto la pesante armatura, essa non ci presenta -mai la squisita vigoria dell'adolescenza. - -Questi particolari si avvertono subito; e chi è avvezzo all'arte -antica, si sente subito respingere da quest'arte medioevale. - -Ma osserviamo la scultura del '400 quando fa ciò che l'antichità non -aveva neppur sognato: l'antichità che collocava le statue sui frontoni -l'una accanto all'altra, ad equilibrarvisi come massa, ma non mai ad -intrecciarvisi in veri disegni; l'antichità che fece del rilievo la -ripetizione d'un lato solo della statua in tondo, l'ombra del gruppo -del frontone; l'antichità che nei suoi bei tempi non conobbe nè il -patetico della vecchiaia, nè la grottesca bellezza dell'infanzia, nè -la graziosa goffaggine della prima adolescenza; l'antichità che non -seppe distinguere la consistenza della pelle, la setosa morbidezza dei -capelli, il colore dell'occhio. - -Passiamo ora a considerare alcuni lavori tipici del '400. - - -Cominciamo dalle statue e dai busti di bambino. Ecco prima la -creaturina i cui piedini escono da una specie di ghetta carnosa, le -cui gambine, senz'ossi, appena sorreggono il ventre grassotto, la -testolina non bene proporzionata. Notate che in questa testolina il -cranio apparisce sempre relativamente morbido, della consistenza d'una -mela, sotto le floscie matasse bionde. I fratellini maggiori sono -tuttora assorti in vaga contemplazione del mondo e delle cose, cogli -occhi largamente aperti, ma facilmente imbambolati. Quelli un po' più -grandicelli, invece, hanno già scoperto che il mondo è fatto di gravità -da scombussolare: i lineamenti del viso sono appena più sentiti, i -capelli sono appena inanellati in vetta, ma gli occhi pare che siano -usciti di sotto la tettoia della fronte, l'occhio e la fronte sono già -nella vera proporzione: e poi nelle gote ci sono delle fossette venute, -si direbbe, dal ridere, e che invitano ai pizzicotti. I ragazzi dai -dodici ai quattordici anni, hanno sempre quelle braccia magrissime -che contrastano deplorevolmente coi polpacci delle gambine ancora -impotenti a sostenere il ventre piccolo, ma grasso, e che accenna agli -abbondanti pasti dell'infanzia, continuati nell'adolescenza. Ma hanno, -allo stesso tempo, la monelleria (gaminerie) gagliarda del David del -Verrocchio, il quale dovette, insieme alla pietra, scagliare qualche -canzonatura addosso a quella goffaggine di Golia; oppure hanno, come -il San Giovannino del Louvre e quello di Benedetto da Maiano, una -certa grazia sentimentale, quasi una civetteria delicata di bella -signorina, che fa capire come fra poco smetteranno il baloccarsi per -leggere la _Vita Nuova_, o le _Rime_ del Petrarca. Due San Giovanni, -d'altra parte, hanno preso, cogli anni, un andamento diverso. Sono -ambedue di Donatello. Quello più giovane, dalla prima, dubbiosa -lanugine sul volto, è già scappato inorridito dalla _Vita Nuova_ e -dal _Decamerone_, prima d'averne voltato una pagina. Estenuato dal -digiuno, non ha di muscolare che le gambe, diventate di ferro a furia -di scorrere i deserti. Del resto, anche nei deserti ha cominciato ad -essere infastidito da voci e da visioni, non si sa se d'angeli o di -diavoli; e cammina furiosamente, cogli occhi fissi sullo scritto, colla -mente distaccata, a quanto pare, da ogni cosa terrestre; si direbbe -che facilmente potesse impazzire, questo santo ventenne. Eccolo di -nuovo, ritratto nel bronzo che è a Siena, quel San Giovanni, ma oramai -maturo; ha la barba e i capelli incolti, è diventato quasi un selvaggio -delle foreste, ma colla gravità e la fede in sè del predicatore di -professione: è uscito dal deserto, ha domato ogni tentazione; il suo -fanatismo è militante, direi quasi sistematico. - -Passiamo ad altro. - -Questo vecchio — lo Zuccone di Donatello — non può mai essere stato -quel San Giovanni, ma facilmente sarà stato un suo devoto. È un vecchio -che non è stato mai cospicuo per intelligenza; ed ora la testa, fatta -a cupola, ha ripreso, colle floscie matasse bianche, che richiamano -l'infanzia, quell'apparenza di poca sodezza che è propria del cranio -infantile; la bocca poi è già tremula, cascante, forse per una prima -paralisi; e gli occhi non fissano più; ma in questo deperimento fisico -e intellettuale, il vecchio sembra essersi riempito di sempre maggior -dolcezza morale: è un Giobbe riconciliato con Dio, perchè fatto -indifferente a sè stesso, è il fiore umano sfasciato in terra, per -essere poi riseminato in cielo. - -Coteste sculture, per quanto destinate ad un determinato posto, nicchia -o mensola, sono sempre sculture libere, non legate all'architettura. -Rivolgiamoci adesso alle sculture d'intenzione decorativa. Guardiamo -prima l'Annunziata di Donatello che è a Santa Croce. La pietra bigia, -vilissima, incapace di pigliare un contorno netto, è scolpita in larghe -masse quasi grossolanamente, e per supplire le sottigliezze d'intaglio -impossibili in quella materia, il fondo, i fregi, gli orli dei vestiti, -le ali dell'angelo, sono ritoccati coll'oro: quella cosa ruvida finisce -con essere squisita. Del resto, notate l'esterno contegno, l'assenza -dell'estasi, della sorpresa, dell'espressione solita in quel soggetto: -l'Angelo e la Madonna serbano il decoro, la serietà delle linee -architettoniche, dei vicini pilastri. Passiamo a guardare la Cantoria -di Donatello, rilievo bassissimo su fondo intarsiato; quei gruppi -schiacciati di bambini danzanti formano, colle larghe ombre fra le -braccia alzate sopra il capo, una specie di pergolato umano in bianco -e nero. Questo lavoro è basato tutto sulle ombre; guardiamone uno in -cui l'ombra entra appena: la Madonna coi Santi, di Mino, nel Duomo -di Fiesole. Il rilievo è voltato in modo da guardare dalla cappella -nel corpo della chiesa; ed in tal modo che la testa della Madonna, -ricevendo la luce — come un segno di gloria — sulla purissima lucente -fronte, proietta intorno a sè un nimbo d'ombra circolare. Rilievo -maraviglioso, cotesto di Mino, per essere composto quasi esclusivamente -di luci. Anzi, si direbbe non rilievo, ma mirabile visione di bianche -rose del Paradiso, i cui acerbi bocci e le acute spine (nutriti -dall'incenso e dal sangue dei martiri) sono diventati poi le sottili -labbra, gli occhi lunghi e stretti, l'acerbo virgineo corpo e le dita -affilate di Maria. - -Questi rilievi sono relativamente semplici. Guardiamo invece le -complessità del pulpito di Santa Croce, dove il gruppo è involuto -nel gruppo, per svanire nei porticati e nei filari d'alberi appena -profilati dello sfondo. Guardiamo le magnifiche composizioni, a razzi, -si direbbe, tessuti di luce e d'ombre, ed incorniciate da immortali -ghirlande, delle porte del Ghiberti. - -Ma non è tutto. L'arte del Rinascimento, non si contentò d'aver messo -in marmo l'uomo vero, fatto di carne e d'ossa, dal pelo biondo o scuro, -dall'occhio chiaro o cupo; ma volle pure, prima di sparire dal mondo, -scolpire nella pietra l'intangibile sogno. Parlo di quelle tombe le -cui cime sono trono a fantasmi di guerrieri e i cui ripidi fianchi -sono letto inquieto a divinità che sembrano emergere non dal marmo, ma -dalla tenebra e da quella luce, come dice il profeta, che è simile alla -tenebra. - - - - -LEONARDO DA VINCI - -DI - -ENRICO PANZACCHI. - - - _Signore e Signori!_ - -Il pittore francese Paolo della Roche nella più insigne forse delle -sue opere, il famoso _Emiciclo_ che è nell'Accademia di belle arti a -Parigi, riprendendo e imitando liberamente il pensiero di Raffaello, -nella _Scuola d'Atene_, ha inteso di rappresentare e disporre in certi -gruppi gerarchici gli artisti principali del Rinascimento italiano ed -europeo. - -A destra del riguardante attira lo sguardo un gruppo, forse il più -riuscito di tutta la composizione. Sul davanti Michelangelo siede solo -sopra un frammento di basso rilievo antico e guarda triste dinanzi -a sè, voltando le spalle agli altri. Dietro di lui, elegante figura -giovanile, si leva Raffaello d'Urbino, e lievemente del capo sovrasta -a tutti gli altri. Ma guardando bene, si capisce che il protagonista -vero di questo gruppo non è nè Raffaello nè Michelangelo. È invece -un bellissimo uomo sontuosamente vestito, con una ricca barba, col -gesto largo e con quell'obbliquo atteggiamento dei diti della mano -sinistra, proprio del pittore che discorre analiticamente dell'arte -sua. E quest'uomo ha l'aria d'insegnare a tutti, e tutti hanno l'aria -di ascoltarlo con rispetto. Non è il dottore ascetico e austero del -medio-evo; è piuttosto, all'aspetto, uno di quei tipi di gentiluomini -culti e compiti che Baldassare Castiglione metteva nei dotti e piacenti -colloqui alla corte del duca e della duchessa d'Urbino. E tutti, vi -ripeto, lo ascoltano. Lo ascolta attentamente frate Bartolomeo della -Porta ritto vicino a lui e guardandolo col volto serio e sereno; lo -ascolta più lungi Hans Holbein col profilo teutonico e la chioma -arruffata; lo ascolta con gli occhi intenti Alberto Durer nel suo -sfarzoso abbigliamento signorile. Anche il Domenichino più d'ogni altro -premuroso si accosta a lui per non perdere parola. Con l'orecchio è -attentamente inclinato verso il maestro; ma nell'inquietudine del suo -eclettismo bolognese si vede che egli erra cogli occhi tra Michelangelo -e Raffaello. - -Quest'uomo sedente o docente, tutti hanno ben ragione di ascoltarlo -perchè egli è Leonardo da Vinci, grandissimo fra i grandi, l'uomo più -portentoso del Rinascimento italiano, che di portenti ebbe così grande -ricchezza. - -Ed io, o signore, dovrò parlarvi di quest'uomo? C'è proprio da sentirsi -tremare le vene e i polsi! Tanto più, ve lo confesso, perchè anche -dopo le copiose pubblicazioni e illustrazioni che si sono fatte -dei manoscritti di Leonardo da Vinci in Inghilterra, in Francia, in -Alemagna e in Italia; anche dopo le belle fatiche di tanti eruditi -stranieri e nostrani, tra i quali non bisogna scordare Gustavo Uzielli -e il vostro Milanesi, un libro sopra Leonardo da Vinci ci sarebbe -da arrischiarsi a scriverlo: e non sarebbe forse per me un atto di -disperata audacia. Ma parlare di lui nel breve tempo d'una conferenza, -ma costringere, ma pigiare entro questo breve circolo tanti elementi -così disparati, è cosa che io credo impossibile, o che, a ogni modo -supera di troppo le forze di cui posso disporre. Però, o signore, -io faccio appello colla più viva instanza alla benevolenza vostra, a -quella benevolenza che altre volte esperimentai e di cui serbo sempre -così vivo il ricordo e la gratitudine. - -Ascoltatemi dunque attente e scusatemi se, per la terribilità e -vastità del soggetto, invece di narrare io dovrò procedere per brevi -accenni, invece di dimostrare, il più delle volte, dovrò contentarmi -di affermare; insomma se invece di rendervi intera e rilevata -questa colossale e complessa figura, io sarò costretto a darvene una -pallidissima immagine, simile ad ombra di gigante fuggente sul muro in -una giornata scarsa di sole. - - -I. - -Egli era l'uomo dei doni. Difficilmente, percorrendo la storia della -umanità, ci potremmo imbattere in un uomo che lo valga. Humboldt -avrebbe detto di lui ch'egli era un figlio prediletto della natura. -Se fosse vero ciò che narra la leggenda, che le fate vanno alla culla -degli uomini predestinati a grandi cose, egli è certo che alla culla -di questo bastardo di Ser Piero da Vinci accorsero tutte le fate e -vi buttarono dentro tutti i loro doni, e nessuna rimase a casa per -dispetto o per dimenticanza. - -Cominciamo dai doni fisici. Bellissimo della persona, d'una bellezza -temperata di grazia e di maestà; e forte come pochi del suo tempo. -Con un movimento del pollice storceva un ferro di cavallo; nella -danza, nella lotta, nel nuoto vinceva i campioni più rinomati del suo -tempo. Le qualità del suo ingegno darebbero luogo ad una amplissima -descrizione; ma sopratutto sorprende quella interezza organica che è -tutta propria di lui. Egli non ammette soluzione di continuità nello -svolgimento del suo ingegno; e la sua mente vi dà l'idea di una grande -tastiera d'organo ove i suoni vanno dai più profondi ai più acuti senza -il più piccolo salto di tono, senza la più piccola disarmonia. Egli non -si contenta mai; vuole approfondire, sviscerare, esaurire tutti gli -argomenti. Nella meccanica, per esempio, egli va colla medesima cura -dal girarrosto ad elica (che pare egli abbia inventato) fino al più -complicato congegno di idraulica, fino ai più ingegnosi strumenti di -guerra, che egli offre per la vittoria ai principi ed alle repubbliche -italiane. Come artista egli è lo stesso. Per lui nell'arte non esiste -parvità di materia; tutta quanta la gamma artistica egli la vuol -toccare, e la tocca e la tratta colla medesima scrupolosità, colla -medesima maestria elevandosi di grado in grado alle più meravigliose -eccellenze. Leonardo mette ugual cura nel rendere col suo pennello la -appannatura dell'acqua in una caraffa ed il volto radioso e sorridente -d'una Vergine; mette egual delicatezza e minuziosità nel rappresentare -le damascature e l'ordito della tovaglia gettata sulla tavola del -Cenacolo come a esprimere la soavità accorata dell'apostolo Giovanni, -come a significare la divinità attristata e sofferente del Redentore -del mondo. In tutto è sempre eguale a sè stesso e rivela un equilibrio -stupendo; il quale equilibrio voi cerchereste forse invano in alcun -altro dei suoi contemporanei, così completo e così scrupolosamente -mantenuto. Colossi sorgono intorno a lui; ma, se li guardate, questi -colossi hanno tutti qualche cosa che turba, molto o poco, la loro -stupenda economia spirituale e lascia luogo a desiderare. - -Onde, più lo si osserva, più si capisce il fascino che doveva -esercitare Leonardo da Vinci sopra i suoi coetanei. Alle sue grandi -qualità della mente e dell'estro aggiungete certe particolarità -nell'essere e nella vita, che realmente dovevano colpire e quasi -impaurire. Aveva del bizzarro, del misterioso, dello strano. Se -vergava una lettera la vergava da destra a sinistra, alla maniera degli -Orientali. Viveva fantastico, ghiribizzoso; mille cose intraprendeva e -poi tralasciava, andando continuamente in traccia di nuovi aspetti di -verità, di nuove e insolite forme di bellezza. Racconta il suo biografo -che si rinchiudeva volentieri in una stanza dove non lasciava entrare -alcun uomo; e in quella stanza egli accumulava insetti, farfalle, -ramarri, animali morti d'ogni specie, e là spendeva lunghe ore -meditando, sperimentando, osservando, fantasticando a sua posta. C'era -in lui qualche cosa come del negromante, del Gilberto, del Raimondo -Lullo, del Faust; un Faust però, lasciatemi dire, più sereno, più -equilibrato di quello tedesco; sopratutto un Faust onesto e benefico, -che studiava la vita e scrutava la natura e cercava di indovinarne le -leggi, ma non ad appagamento dei suoi egoismi crudeli e superbi, sì -per scoprire utili veri, per cogliere i fiori più eletti della verità -e della bellezza e gettarli, a consolazione e ad ornamento, sui passi -degli uomini. - -E a proposito di Faust, vien subito fatto di indicare un altro lato -singolare e argomento di molta curiosità nella vita di Leonardo da -Vinci. Questo Faust trovò egli la sua Elena o la sua Margherita nella -vita mortale?... Fra i tanti punti oscuri della vita di Leonardo, -questo è rimasto oscurissimo. In tanti volumi di manoscritti ch'egli ha -lasciato non ricorre il nome di una donna. Quest'uomo che aveva tutto -per essere amato, che, secondo la bella frase del Vasari, colla voce -soave “tirava a sè gli animi delle genti„, che professava così vivo il -culto della bellezza, e quindi doveva essere così inclinato a sentirne -il fascino, quest'uomo non ha una donna nella sua vita. Tutto ciò -naturalmente è spiaciuto ai romanzieri e ai poeti, ai quali è parso che -questa grande figura mancasse di qualche cosa senza un romanzo o almeno -un idillio d'amore. Alcuni quindi, guardando il sorriso così vivo, -così suggestivo e quasi invitante della Lisa del Giocondo, hanno voluto -fantasticarci su e fabbricare un romanzetto al quale io non credo; non -perchè io lo reputi genericamente inverosimile, ma perchè in storia -non bisogna affermare se non ciò che è sorretto da qualche maniera -di argomenti. Noto anzi un particolare. Il Vasari racconta che per -togliere al bellissimo volto di monna Lisa quella fissità e tristezza -che hanno quasi sempre i ritratti pel disagio e la noia che invade -l'originale nel posare, Leonardo faceva venire intorno alla bella -donna dei sonatori e dei buffoni che la mantenevano sempre graziosa ed -allegra.... Oh! se Leonardo e monna Lisa si fossero intesi d'amore, voi -ben vedete, che sarebbe bastato il bello e spiritoso pittore a tenere -allegra la sua modella; e non avrebbero pensato ad altra compagnia! - -Di quanti hanno cercato di definire la figura di Leonardo da Vinci il -più vicino al vero mi pare sia stato Gino Capponi, nel primo volume -della Storia di Firenze, ove dice che “in Leonardo vennero a far capo -le due correnti per le quali s'era condotta l'Italia, da un lato nelle -arti e dall'altro nelle scienze.... Con ciò parmi molto fedelmente -resa la grande singolarità della figura di Leonardo da Vinci e il suo -posto nella storia ideale del nostro Rinascimento. Noi possiamo avere -nel medesimo individuo delle attitudini artistiche e delle facoltà -scientifiche; può darsi benissimo che tanto le prime quanto le seconde -procedano di pari passo in un armonico sviluppo. Ma in Leonardo da -Vinci abbiamo qualche cosa di più: abbiamo la compenetrazione di questo -doppio ordine di qualità. Non è che lo scienziato vada per la sua via -e per la sua via vada l'artista; la via dello scienziato e quella -dell'artista non formano che una medesima grande strada regia, che -porta verso delle altitudini sconosciute. - -Sono meravigliose le scoperte, le antiveggenze di questo genio che non -ristava mai dall'osservare nel volume della natura. Guglielmo Libri -nella sua storia delle matematiche quando arriva a Leonardo, a questo -scultore, a questo pittore, a questo sonatore di cetra, è costretto -a fermarsi a lungo e dedicargli quasi un intero capitolo. E le -benemerenze di Leonardo verso le matematiche non sono che una parte dei -titoli che ha verso la scienza universale. Egli è dei primi, il primo -forse, che scuote completamente l'_apriorismo_ della scolastica e che -non accetta la concezione del mondo già fatta, già costituita secondo -la sentenza degli antichi. — Che importa a me, egli scrive, se non cito -gli antichi e se non seguo le loro massime? Io cito la Natura e segno -la Natura che è la maestra di quei maestri. — E di tali massime, che -esprimono il libero procedimento del suo ingegno nell'osservare, i suoi -manoscritti sono pieni. Torna sempre sopra questo concetto: ammira gli -antichi, li venera, ma dice che se essi valsero in qualche cosa, se -essi scoprirono invidiosi veri, fu perchè essi osservarono la Natura. -Dunque egli vuol risalire a questa grande maestra, a questo universale -esemplare, e da esso direttamente, non di seconda mano, attingere la -verità. - - -II. - -Per questo non è di nulla esagerato il dire che Leonardo da Vinci è il -primo a cui completamente si addice il titolo di “uomo nuovo„ secondo -il concetto di Giordano Bruno. Egli anticipa sopra tutte le scienze -e gli scienziati che vennero dopo. Nella metodologia viene prima di -Bacone da Verulamio quasi di cento anni. Quello che v'ho detto circa -il metodo suo d'osservazione è, in sostanza, il “nuovo organo„ che -di poi con tanta pompa di novità il Cancelliere inglese proclamerà al -mondo. Nella idraulica anticipa il Castelli; nella geologia Pomponio -Leto; nell'ottica egli precede La Porta, prevenendolo nella scoperta -nientemeno che della camera oscura; nella caduta dei gravi anticipa -di molti teoremi il lavoro di Galileo Galilei; nella intuizione dei -tratti della fisonomia come manifestazione delle interne facoltà -dell'animo, egli spiana la strada al La Porta e al Lavater. Un'altra -anticipazione importantissima ci dà Leonardo. In un passo molto -caratteristico egli dice: “Lascio stare i libri sacri, incoronati -di suprema verità„; e procede oltre liberamente nelle indagini della -natura, tralasciando ogni preoccupazione dogmatica e teologale. Anche -in questo delicato argomento, lo spirito di Leonardo precedette di -molti anni il Pomponazzo, il Cremonino e lo stesso Galileo Galilei, -che con tanto studio e tanta arte, nella sua famosa lettera _Alla -granduchessa madre_, si adoperò a dimostrare che il procedimento -teologico e il procedimento scientifico devono andare avanti di pari -passo senza intralciarsi l'uno coll'altro, e senza che i dogmi rivelati -gravitassero con troppo frequenti intromissioni nel lavoro e nelle -conclusioni dello scienziato. - -Se non che, per quanto mi ha dettato lo studio amoroso dei manoscritti -leonardeschi ora in molta parte editi, io penso che, mentre lo -scienziato pare alle volte che dietro a sè ci nasconda l'artista, -l'artista invece tiene sempre il campo. È sempre l'Arte la regina della -mente di Leonardo. Basta leggere alcune delle pagine del Trattato in -cui celebra le lodi della sua prediletta fra le arti, la pittura, per -capire da che sovrano entusiasmo estetico fosse riscaldato e mosso -l'animo suo. Per cui tante volte, mentre direste alla prima che la -indagine scientifica prepari in Leonardo il lavoro dell'arte; la verità -vera è invece il contrario: vale a dire che il lavoro della scienza non -è altro che un prolungamento, per dir così, della ricerca artistica. -E con questa gran differenza che, mentre gli altri artisti suoi -contemporanei si fermavano alla parvenza della cose e quella cercavano -di ritrarre secondo le regole dell'arte, Leonardo, spinto da un fervore -d'animo tutto suo particolare, andava anche al di là della parvenza -artistica, e voleva trovare e trovava in fatto la ragion d'essere di -questa in una più alta regione speculativa. - -Così quand'egli studia la prospettiva lineare ecco che egli a poco -a poco si incammina e s'ingolfa nel mondo della geometria: quando -studia la prospettiva aerea ecco che l'ottica gli apre i suoi grandi -orizzonti, e lì spigola e raccoglie verità nuove e spesso mirabili. -Medesimamente la pittura del corpo umano lo traeva ad investigare -tutto il magistero della nostra struttura corporea; ed ecco che si -associa a Marcantonio della Torre e dà al mondo i primi saggi completi -e veramente scientifici di anatomia grafica. Lo stesso gli avviene, o -signore, in tutti mai i rami dello scibile. Egli è condotto sulla via -delle scienze dalla mano dell'arte. Nel libro VI del _Trattato della -pittura_ egli parla delle piante. Pittoricamente parlando, uno si -sarebbe fermato alla apparenza di queste piante e ad indicare il modo -con cui il pittore deve fedelmente ritrarle giusta i varii stati in cui -ce le dimostra ai nostri occhi la natura, sia ch'esse siano sguarnite -di foglie nell'inverno o abbiano il primo tenero verde nell'aprile o -le foglie diffuse nella pienezza della buona stagione; sia che vengano -o battute dalla pioggia o scrollate dal vento o illuminate dal sole -e via discorrendo. Invece Leonardo da Vinci vi dà tutto questo per -il pittore; ma il suo spirito non può fermarsi qui. Egli procede più -oltre investigando e speculando: “La natura ha messo le foglie degli -ultimi rami di molte piante in modo che sempre la sesta foglia sia -sopra la primiera, e così segue successivamente, se la regola non -fu impedita.„ Qui, come vedete, abbiamo qualche cosa di più che una -semplice osservazione bastante per gli occhi del pittore. E non è cosa -di piccolo momento, o signore, ma una vera e propria legge botanica -(la _fillotassi_) che farà poi la gloria del naturalista Brown. Sempre -rimanendo dentro l'ambito della pittura ed andando oltre, Leonardo -scrive: “Le parti meridionali della pianta mostrano maggior vigore e -gioventù che le settentrionali. Li circoli degli rami segati mostrano -il numero degli suoi anni, e mostrano l'aspetto del modo con cui -erano volti, poichè più grossi sono a settentrione che a mezzodì. -Così il centro dell'albero per tal causa è più vicino alla scorza sua -meridionale che alla sua scorza settentrionale.„ Nelle quali parole è -pure anticipata una dimostrazione che farà, dopo un secolo, Marcello -Malpighi, meritamente salutato dall'universale come l'inventore ed il -fondatore della anatomia botanica. - -Questi esempi, o signore (e tanti altri che potrei citarvi), -riconfermano quello che io vi accennava, cioè che, a guardare bene -nella mirabile struttura dell'ingegno di Leonardo da Vinci e in tutti -gli atteggiamenti della sua attività, noi vediamo ch'egli si diffonde -mirabilmente nel campo dello scibile, ch'egli corre dietro a tutte -le forme del vero, ma che la sua stella polare è sempre l'Arte, e -che all'Arte egli vuole che convergano gli elementi della sua cultura -meravigliosa. Se tale la sua propedeutica artistica, voi avete un primo -dato per argomentare subito quale e quanta debba essere stata l'arte di -Leonardo da Vinci. - -Egli venne in tempi in cui, massime in Italia, la pittura si avvicinava -alla sua più alta fioritura, anzi alla sua radiosa maturità. Antonello -da Messina aveva già divulgato fra noi il processo della pittura ad -olio per il quale delle più smaglianti grazie ed una maggiore evidenza -acquistavano i colori; a Firenze nel tempo di Leonardo dipingevano -artisti come Sandro Botticelli; nella Umbria tenevano il campo -Pinturicchio e il Perugino, preparando Raffaello; a Bologna Francesco -Raibolini detto il Francia di grande orafo si mutava in grande -pittore; Ferrara aveva avuto il Tura e il Cossa e il Costa. Di là dal -Po, Mantegna, svincolatosi dalle dotte pedanterie dello Squarcione, -popolava di meraviglie Padova, Verona e Mantova e associandosi e -accostandosi al Giambellino, fondeva la robusta evidenza del suo -disegno con le grazie del colorito veneziano. Volgeva dunque un momento -di grande ricchezza e di grande splendore per l'arte. Egli, Leonardo, -doveva coronare e glorificare tutto questo movimento. - -E gli si aprivano due vie. Il suolo d'Italia restituiva, come per -grazioso miracolo, alcuni dei più bei documenti dell'arte antica: le -menti ne rimanevano stupite e irresistibilmente attratte ad imitarli. -Leonardo da Vinci, quest'alunno della natura, tutto il tesoro delle -osservazioni fatte nel campo della vita portava nel campo dell'arte, -e voleva un'arte essenzialmente naturale, che dalla natura prendesse -tutto il suo vigore e tutte le sue grazie. È molto notevole, o signore, -questo atteggiamento preso di Leonardo nella grande contesa fra il -naturale e l'antico, che allora appunto stava per raggiungere il -suo momento critico e decisivo. Leonardo portò tutto il peso del suo -sapere, tutta la potenza delle sue attitudini artistiche, tutta la sua -autorità immensa in favore del movimento naturalista, ampiamente inteso -e nobilmente significato. - -Osservate in fatti che egli non accetta i “moduli„ che si cominciano -ad insinuare nelle pratiche dell'arte, e coi quali si tendeva già a -sostituire qualche tipo fisso ed inalterabile al lavoro personale e -continuamente vario, al movimento fluido, infaticabile della natura, -l'eterno e inesauribile esemplare. Guardate il Cangiasio, il Durer, -Leon Battista Alberti escogitano misure e proporzioni determinate al -corpo umano; fra Bartolomeo della Porta tira fuori dalla sua mente, o -piglia dalla Germania, il _manichino_. Leonardo scarta tutto ciò. Egli -guarda con diffidenza tutto quello che tende a sostituire nell'arte -degli schemi già finiti e per così dire cristallizzati all'incessante -mutualità che deve passare fra l'animo dell'artista e la natura. Egli -primo fra i moderni, comincia già a tracciarvi la storia dell'arte in -un modo che ci fa davvero stupire e che dà ragione della sua maniera di -sentirne l'essenza. Ascoltiamolo: “Le arti giacquero in Italia perchè -fu negletto ogni studio di imitare la natura, finchè venne Giotto -fiorentino, il quale nato in monti solamente abitati da capre e simili -bestie, cominciò a segnar su per li sassi gli atti di simili capre, -delle quali era guidatore; e così cominciò a fare tutti gli altri -animali, che nel paese trovava. In tal modo che questi dopo molto di -studio avanzò, nonchè i maestri dell'età sua, tutti quelli di molti -secoli passati.„ Ecco il giusto criterio naturalista sostituito ad ogni -altro criterio! Il tipo dell'artista per Leonardo infatti è Giotto, -l'uomo semplice, quasi primitivo, che non guarda, come Nicola Pisano, -il sarcofago antico, ma le cose naturali e vive che stanno dintorno -a lui e ingenuamente le ritrae. E prosegue a dire: “Dopo, gli uomini -imitarono Giotto, e l'arti decaddero.„ L'imitazione sostituita allo -studio diretto della natura, quindi perniciosa all'arte. “Finalmente -sorse Tommaso fiorentino cognominato Masaccio, il quale mostrò con -opere perfette come quelli che pigliano per autore altri che la natura, -maestra de' maestri, si affaticano invano.„ - - -III. - -Dal naturalismo così altamente inteso doveva sgorgare un'arte -individuale, eminentemente soggettiva, un'arte che non procede da -formule fatte, ma le desume da quel travaglio incessante che l'occhio -e la mente dell'artista non ristanno mai dal proseguire. Perciò con -gli aspetti della natura, l'anima dell'artista entra e si rispecchia -nell'opera d'arte. Il Vinci esprimeva questo concetto fondamentale nel -_Trattato della Pittura_ in un modo che non lascia luogo al più piccolo -dubbio. Per lui non solamente l'artista deve ispirarsi al proprio -estro, deve conformarsi alle attitudini naturali che egli ha, ma va -più oltre. Egli crede che dentro al cervello di ogni artista ci sia -“un giudizio proprio„, una specie di facoltà determinata, che la natura -mette a disposizione di ogni singolo artista perchè egli ritragga, in -una certa guisa particolare, il mondo esteriore. “Questo tal giudizio è -di tanta potenza, dice Leonardo, ch'egli muove le braccia al pittore e -fagli replicare sè medesimo, parendo a essa anima che quello sia il suo -modo di figurare l'uomo; e chi non fa come lei faccia errore.„ A questa -individualità poi corrisponde (e ne è come la più luminosa riprova) una -specie di _unicità_ nei singoli oggetti generati dall'arte. Niente si -assomiglia in arte; questo è il concetto di Leonardo. Ammira le belle -e armoniche forme delle statue antiche, dà anch'egli qualche precetto, -qualche suggerimento per generalizzare le proporzioni del corpo umano, -e andate discorrendo. Ma finisce sempre con l'insistere sulla massima -che _bisogna proporzionare ogni oggetto particolare con sè medesimo_. -Non è mai il modello rinnovato degli antichi il quale stabiliva che un -corpo umano è alto tante teste e largo tante altre. No, Leonardo invece -vi dice: studiate ogni singolo corpo umano, e rilevate e trasferite -nella pittura vostra quella data proporzionalità che rappresenti il -carattere di quel dato corpo, come voi lo vedete, e non di altro. - -Questa la gran differenza che è tra Leonardo da Vinci e Leon Battista -Alberti, ed Alberto Durer e Rubens, e tutti gli altri creatori di -moduli, fino agli ultimi tedeschi, che hanno voluto rinnovare questa -specie di meccanismo geometrico applicato alla pittura. “La bellezza -dei visi„ dice Leonardo “mai si trova essere replicata in natura, di -modo che se tutte le bellezze, tutte le eccellenzie tornassero vive, -esse sarebbero maggior numero di popolo che quello che al nostro secolo -si trova. E siccome in esso secolo nessuno precisamente si somiglia, il -medesimo interverrebbe alle dette bellezze e per questo, sommo difetto -è dei pittori replicare gli medesimi moti, e gli medesimi volti e -maniere di panno in una medesima istoria, e via discorrendo.„ Tutto, -insomma, ciò che il pittore rappresenta, secondo Leonardo, dee avere -un certo carattere di istantaneità, vale a dire vuole che sia ispirato -dentro di lui da un particolare stato dell'animo, fuori di lui da una -particolare visione che balzi ai suoi occhi, che impressioni i suoi -sensi e che per via della mano si trasferisca nella forma elaborata. -“Sempre il pittore deve cercare la prontitudine nell'atto naturale -fatto dagli uomini all'improvviso e nato da potente affezione dei -suoi affetti; e di quelli far breve ricordo nei suoi libretti e poi, -a suo proposito, adoperarli. _Finalmente la mente del pittore si deve -del continuo trasmutare in tanti discorsi quante sono le figure degli -oggetti notabili che dinanzi gli appariscono e di quelle fermare il -passo e notarle, considerando il luogo e le circostanze, il lume e le -ombre._„ - -È impossibile, o signore, esprimere in termini più esatti gli -intendimenti tecnici ed estetici della pittura di sostanza e di -ambiente, quale oggi potrebbe vagheggiarla ed esercitarla ogni più -progressivo animo d'artista! - -Da queste premesse ideali passiamo alle conseguenze pratiche. La -pittura di Leonardo è una meravigliosa testimonianza della singolarità -del suo modo di intendere l'arte. Aggiungo qui di passaggio, che egli, -pure essendo così scrupoloso e sincero osservatore della natura, non -s'acconciò mai ad essere, come Piero di Cosimo e altri del suo tempo, -a guisa del letto di un fiume che accoglie indifferentemente tutte -le acque, siano esse torbide o chiare. No. Questo naturalista aveva -l'istinto della bellezza e procedeva per elettissime selezioni, e tutti -i suoi tipi danno, per così dire, ragione veduta della sua scelta. -Le figure di Leonardo, per una grande significazione di carattere, -appaiono tutte segnate del segnacolo d'una razza distinta. Forse era -la studiosa e perseverante scelta del pittore, forse era l'animo suo -che infondeva a quelle teste qualche cosa di singolare, che ci innamora -e ci esalta, sia ch'egli ci rappresenti la deviazione del tipo umano -nelle deformità sue; sia che ci allegri e turbi insieme con quei -sorrisi ineffabili di donna che non somigliano a nessun altro sorriso, -eppure sono tanto femminili; sia che ci impensierisca e ci commuova -colla espressione mistica di certe teste, ove il sentimento del divino -è reso come in nessuna altra pittura, prima e dopo, fu reso mai. - -E qui dovendo esemplificare mi trovo di fronte a un fatto singolare -e ben triste, o signore. Questo nostro Leonardo, del quale tanto -parliamo, è un artista in gran parte inedito. Peggio ancora, egli è -un artista soppresso dall'opera del tempo. Quanta distruzione ha fatto -il tempo sulle opere sue! Un po' per colpa di lui che il Vasari chiama -_instabile e vario_, che cominciava mille cose e poi le tralasciava a -metà, attratto sempre da quella sua eroica inquietudine di conoscere -e fare del nuovo; un poco perchè anche gli accidenti della natura e -della storia hanno cospirato a suo danno, fatto sta che di Leonardo -quasi tutto è scomparso. Intanto dello scultore niente possiamo dire -_de visu_. Delle tante opere in plastica di Leonardo, che pur gli -diedero, lui vivente, tanta fama che per molti contemporanei suoi egli -era massimamente celebre come scultore, che resta a noi? Nulla! Il -gran colosso di Francesco Sforza, con cui s'era gratificato l'animo di -Lodovico il Moro, fu ben finito (non però fuso in bronzo) e inaugurato -a Milano nella piazza del Vecchio Castello. Ma sopraggiungevano -i Francesi di Luigi XII vincitore e invadevano Milano. Entrati i -balestrieri guasconi in quel castello e visto là grandeggiare in forma -di apoteosi il capo della dinastia ch'erano venuti a distruggere, -naturalmente furono tratti dalla voglia di balestrarlo; e lo -balestrarono, ahimè! tanto bene che il colosso andò in pezzi e non -n'è più rimasto che qualche vago e dubbio ricordo in alcuni segni -dell'autore, e in alcune miniature del tempo. - -E anche della pittura di Leonardo da Vinci poco, ben poco rimane di -conservato e di indubbiamente autentico; onde ebbe a dire un critico -tedesco che non avrebbe coraggio di giurare che un palmo solo di -pittura leonardesca sia arrivato fino a noi veramente intatta. - -Rimane fortunatamente un'opera sulla quale, quanto ad autenticità -originaria, non può cadere dubbio, benchè sia ridotta anch'essa in -così misero stato che fa veramente pietà. Voglio dire il Cenacolo, -che Leonardo dipinse nel refettorio di Santa Maria delle Grazie. -Anche così malconcio, anche in quel suo stato quasi pauroso di larva -in cui ora lo vediamo, esso ferma i nostri occhi, conquide il nostro -animo, ci costringe a chinare la fronte. Pensate! Esso è la riprova -ancora vivente, la riprova sintetica, eloquentissima della verità -ed efficacia di tutte le dottrine che intorno all'arte Leonardo era -andato predicando e praticando. Pensate ancora quanti artisti si sono -cimentati in questo dramma intimo e sacro, la cena ultima di Gesù -Cristo coi suoi discepoli!... I più dei pittori scelsero quel momento -in cui Cristo offre ai suoi discepoli e all'umanità tutto sè stesso -nel pane e nel vino. Leonardo preferì invece di cogliere un momento -meno mistico ma più naturale; e talmente naturale che noi, senza -mancare di riverenza ad alcuno, possiamo anche considerare quella sua -rappresentazione come una scena puramente umana. Si tratta in sostanza -d'un maestro che ha raccolto intorno a sè i suoi discepoli più fidi, -mentre ingrossano i tempi e la persecuzione minaccia al di fuori.... -Arrivato a un certo punto della cena, a un tratto egli dice: _uno di -voi mi tradisce_. Questa frase, gettata là in mezzo ad animi semplici -e devoti, produce come uno scoppio di dramma istantaneo. - -Non sono più le immobili figure dei vecchi Cenacoli, colle loro -aureole intorno al capo, che assistono misticamente alla mistica -consacrazione. Qui abbiamo invece uomini che si sentono feriti nel -profondo dell'animo dall'angoscia di sapere che c'è in mezzo ad essi -un loro compagno che tradirà l'uomo che vollero seguire a ogni costo, -che amano sopra ogni cosa. Non basta: tutti sentono il turbamento e -l'irritazione di potersi sapere sospettati di una tanta iniquità. Se -guardate a quelle dodici figure d'apostoli, ognuna vi rende questo -dramma interiore con una varietà ammirabile. Il volto di Cristo ha una -specie di calma costernata. Le sue labbra sono ancora semiaperte, e -si capisce che le tristi parole ne sono uscite allora allora; le mani -fanno un movimento di tristezza; la calma non è turbata in quel volto -divino; ma una lieve increspatura della fronte ci lascia comprendere -che la parte umana in lui palpita e si addolora. Tutti gli apostoli -alla prima hanno avuto certamente un movimento eccentrico; poi quasi -tutte le figure si protendono in avanti verso il maestro. Che varia -e potente significazione psicologica in quelle figure e in quei -volti! Guardate tutte quelle mani. Ognuna (dando ragione ad un famoso -capitolo del Montaigne) ha un significato, un pensiero, un fremito -di vita personale. Guardate tutti quei piedi. Visti vagamente sotto -la tovaglia, così irrequieti e mossi in vario senso, vi completano -l'idea della agitazione espressa dalla parte superiore di quelle -dodici figure. Nel mezzo, solo i piedi di Cristo si mostrano queti e -composti.... - -Giovanni nella semplicità amorosa dell'animo suo pare che dica: — -Ma questo non è possibile! Di una mostruosità tale niuno di noi può -essere capace! — San Pietro allarga violentemente le braccia come -porta l'indole sua. È l'uomo che poi tirerà fuori il coltello e -taglierà l'orecchio a Malco. Par di sentirlo gridare: — Fuori il nome -del traditore! Noi vogliamo saperlo ed esser puri d'ogni sospetto. -— Il penultimo degli apostoli, a destra di chi guarda l'affresco, -ha un lieve torcimento degli occhi e della bocca e, parlando piano -al vicino, fa un accenno.... Si capisce che ha un vago sospetto di -Giuda.... Giuda, che incarna la bruttezza del tradimento, si volta -repentinamente, come per udire le parole dell'apostolo che parla dietro -di lui. Si indovina l'uomo che vorrebbe dissimulare, prendendo un -contegno disinvolto; ma intanto con un movimento inconscio del gomito -versa la saliera. Il sale si sparge sulla tovaglia e con questo segno -sinistro di mal augurio, pare che il triste dramma venga lugubremente -suggellato. - - -IV. - -Su questa grande parete, Leonardo da Vinci inaugurò la _pittura nuova_ -perchè infuse nell'arte la pienezza della vita, rivendicando insieme -ad essa la più completa libertà. Lo sentirono i contemporanei; e il -_Cenacolo_ fu l'opera che diede più gloria all'artista. - -Ma, parlando in genere, se egli ebbe vivendo fama grandissima, possiamo -noi anche affermare che riscosse favori corrispondenti al suo merito? -Non credo. Chi studia attento la vita di Leonardo, vede un intimo -dissidio fra l'arte sua e lo spirito che ormai domina ne' tempi suoi. -Nel grande e risolutivo andazzo che andava a prendere, l'arte italiana, -la quale era salita su per tutti i gradi della preparazione e della -elaborazione, ormai voleva slanciarsi. Tutti quegli artisti, già così -forti nella tecnica e così pieni di fantasia, non volevano più stare -alle mosse e cercavano novità. Leonardo invece si mantiene fedele -all'ideale artistico della sua epoca gloriosa. - -Un senso d'inquietudine trae ogni giorno più gli artisti ad un'arte -frettolosa, sommaria e decorativa. Anche la Chiesa, presentendo la -grande bufera che si approssima, domanda che l'arte si trasformi, -che si spinga ad un fare più largo e magniloquente, come per mettere -fra sè e i tempi nuovi un antemurale di bellezza spettacolosa che -seduca e fermi la fantasia dei popoli. Aggiungete infine che, per la -perdita della indipendenza e delle libertà locali, per l'abbassamento -della moralità, per l'invasione, l'amalgama e il bastardume delle -costumanze straniere, la vita italiana languiva e precipitava; e -l'arte, la nostra grande arte, unica energia ormai rimasta in piedi, -era costretta a colmare, ma in fretta, tutti questi vuoti, tutte -queste voragini; e le vecchie forme pareva che più non bastassero. -Ma Leonardo volle resistere a tutte queste correnti, e star fermo -all'arte sua coscienziosa, equilibrata e casta, che era in sostanza -l'arte del Botticelli e degli altri migliori di quel secolo, inalzata -a una maggiore potenza. Egli volle essere, e fu in fatti, l'ultimo dei -quattrocentisti e il più grande di tutti. Ma pagò cara questa gloria. -Egli fu uno sconfitto, ed uscì dall'arringo come un vinto. Nella -sua vita ebbe molti onori, ebbe amplissime lodi; ma però guardate: i -periodi della sua vita finiscono sempre in un modo sinistro. Nel suo -primo periodo Lorenzo il Magnifico, che è così largo di protezione a -tutti, a Leonardo mostra, non dirò il malo animo e quasi l'odio, come -colla sua alfierana fantasia ha supposto il Ranalli nella sua preziosa -storia delle belle arti; ma, insomma, Lorenzo il Magnifico non tiene -molto conto di Leonardo, e quando il Moro da Milano glielo chiede (se -è vero che glielo chiedesse) Lorenzo lo concede volentieri, perchè tra -le altre cose l'indole strana, fiera di Leonardo non era probabilmente -fatta per gratificarsi l'animo di un principe che, per quanto liberale -si fosse, amava però di vedere ricambiata la magnificenza del suo -mecenatismo con molta sottomissione e sopra tutto con l'essere -richiesto di consiglio. Voi sapete che Lorenzo amava d'andare sopra i -lavori degli artisti e proverbiarli e correggerli. Diceva per esempio -al giovane Michelangiolo: “Cava un dente a quel vecchio satiro„, -e Michelangiolo lo cavava docile. Chi sa se Leonardo avrebbe avuto -così pronta arrendevolezza?... Io molto ne dubito; e penso che per -questo egli non potè mai entrare appieno nelle grazie del Magnifico. -Il suo secondo periodo è il più brillante. Alla corte del Moro egli è -riconosciuto, carezzato, festeggiato; ma in sostanza l'utile fruttuoso -pare che fosse scarso, se dobbiamo rilevarlo da un frammento di lettera -in cui dice, in sostanza, al Moro: — Con tutti questi onori, con tutte -queste commissioni io non cavo da vivere, non mi sono avanzato nemmeno -quindici lire. — E il frammento chiude con una frase tristissima: -“Io non voglio mutare la mia arte.„ Quanta differenza, o signore, tra -questa umile e sconsolata lettera e la lettera piena d'onesta baldanza -con cui Leonardo si faceva precedere nella sua andata a Milano! Allora -egli diceva al duca: — Io so fare questo e questo; tutto ciò che gli -altri fanno io lo faccio, e, sia chi voglia, meglio di loro. Mettetemi -alla prova! — Anche questo periodo adunque, principiato bene, si chiude -con una sconfitta. Leonardo dopo va errando prima agli stipendi del -Valentino, poi a Firenze col Soderini. Si cimenta con Michelangiolo ed -è molto onorato, perchè in questa gara di due giganti, nessuno ha il -coraggio di decidere quale sia il perdente e quale il vincitore. Ma -poi, allor che si viene alla esecuzione del cartone celebratissimo, -nascono subito dei guai e delle contese; e noi vediamo il Soderini -che comincia a non lodarsi più di Leonardo, e Leonardo che comincia a -trattar male il Soderini. Insomma, anche quando è fortunato, Leonardo -non consegue mai quella specie di alto dominio che esercitarono altri -artisti, certamente grandi, ma forse non più grandi di lui, come -Michelangiolo, come Raffaello; artisti davanti ai quali i principi e -i papi stavano trepidanti, e mandavano delle legazioni per risolvere -questioni sorte fra loro, e non avevano pace finchè non li vedevano -attratti di nuovo nell'orbita del loro principato. - -Tantochè Leonardo da Vinci negli ultimi anni è costretto ad espatriare; -e, bisogna confessarlo, trovò sorte più lieta e più benigno mecenatismo -in Francia che in Italia. Questo mi pare che risulti evidentemente -dalla sua vita. Come già era stato liberalmente protetto da Luigi -XII, fu liberalmente ospitato ed onorato, secondo i meriti suoi, da -Francesco I, questo re che non fu certo un modello di buon costume, -ma che col suo spirito cavalleresco seppe tanto bene farsi perdonare i -difetti; e che noi dobbiamo ricordare con gratitudine. Fatto è che per -invito suo Leonardo da Vinci col suo caro alunno Francesco Melzi, col -suo fedele Salai va in Francia. Oltre una pensione di 700 scudi d'oro, -il Re gli alloga il castello a Cloux presso Amboise; e là può il grande -italiano spendere finalmente i suoi ultimi anni di vita nella perfetta -quiete dell'animo e darsi intero e libero alle occupazioni predilette -del suo spirito. - -In Francia Leonardo da Vinci finisce i suoi giorni e li finisce -pacifico e riconciliato con tutti. Se lo avevano accusato di poca -reverenza verso gli antichi, egli aveva già ordinato al Platina di -fargli un epitaffio in cui dice: “Io studiai gli antichi ma non potei -però raggiungere la loro divina simmetria. Feci quello che potei. O -posterità, siimi indulgente! _Veniam da mihi, posteritas._„ E muore -riconciliato colla Chiesa, con la quale, a detta del Vasari, non fu -sempre in troppo buoni termini; e nel suo testamento raccomanda l'anima -sua a Dio, alla Vergine e a non so quanti altri santi del Calendario. -Muore riconciliato colla famiglia verso la quale aveva avuto delle liti -non piccole per causa di eredità, lasciando ai suoi fratelli 400 scudi -che teneva sopra un banco fiorentino. - -È cosa singolare, o signore! Finalmente nel suo testamento noi -incontriamo un nome di donna. Ma che i romanzieri e i poeti non -si esaltino. Non si tratta della Giulia Gallerani nè della Cecilia -Crivelli, nè della Lisa del Giocondo, nè della bella Ferroniera; si -tratta di una certa Maturina, a cui lascia un po' di denaro e un po' -di roba in cambio dei buoni servigi ch'essa gli aveva reso. È dunque -il caso d'una povera serva, per giunta forse vecchia e brutta. Ecco -l'unico episodio femminile, se così si può chiamare, di quest'uomo -che aveva versato nelle sue tele tutte le più squisite e poetiche -suggestioni dell'amore. E a me non dispiace. In fondo quella povera -vecchia avrà dato all'artista, tanto combattuto e tanto travagliato, -gioie e servizi umili ma preziosi, che i potenti coi loro favori, -spesso in mal punto dati e sgarbatamente tolti, non gli avevano -procurato mai. Lo avrà scaldato negli inverni rigidi di Cloux, gli -avrà preparato il desinare, lo avrà curato, confortato, e colle sue -goffaggini e facezie di vecchia serva, qualche volta forse anche -rallegrato nelle ore più tristi della infermità e del tedio. E allorchè -il vecchio pittore sarà morto, non Francesco primo re di Francia -e Navarra, come dice la favola, ma lei, lei, questa povera vecchia -avrà chiusi quegli occhi che avevano veduto tante meraviglie.... Che -importa? Essa glieli avrà chiusi con quel senso di schietta pietà che -quaggiù inalza tutti ad un modo, perchè è l'unico attributo, o signore, -divinamente dato alla nostra umanità. - - - - -L'ARTE VENEZIANA DEL RINASCIMENTO - -DI - -POMPEO MOLMENTI. - - -Correva l'anno 1495 (perdonate, o Signori, se incomincio come usava -nei vecchi romanzi storici di mezzo secolo fa), correva l'anno 1495 e -Filippo de Commines, ambasciatore di Carlo VIII, entrando a Venezia, -esclamava ammaliato: — la più trionfante città che io abbia mai veduta! -— E, in vero, dall'aprirsi del secolo quintodecimo fino quasi alla fine -del XVI, la vita di Venezia sembra un trionfo. Prorompono affetti ed -entusiasmi, e tutto vive in un contrasto che pare aumenti l'energia. In -questo tempo appunto, fra la metà circa del quattrocento e lo scorcio -del cinquecento, nasce, cresce, matura, declina l'arte veneziana. È una -vita breve, rapida, piena di agitazioni e di esultanze. La pittura, fra -le lagune, sboccia a un tratto quasi senza lavoro di preparazione. Nel -secolo XIV, allora che Giotto compiva le sue divine opere, in Assisi e -in Padova, e fino quasi alla metà del secolo seguente, i tentativi di -alcuni timidi pittori veneziani non possono chiamarsi col nome d'arte. - -Ma, circa l'anno 1422, la Repubblica, volendo dipingere una sala del -Palazzo Ducale, chiamava Vettor Pisanello di Verona, eminente artefice, -e Gentile da Fabriano, la mano del quale, al dire di Michelangelo, non -facile lodatore, era gentile come il nome. Durante la loro dimora fra -le lagune essi segnarono un avanzamento nell'arte, ed esercitarono una -azione efficace sulle opere dei primi artefici veneziani, specie del -Vivarini. - -Dopo aver dipinto, in Palazzo Ducale, la battaglia navale presso -Pirano, tra l'armata veneta e quella del Barbarossa, Gentile da -Fabriano partiva per Roma, accompagnato da un giovane pittore -veneziano, Jacopo Bellini. Della vita di Jacopo poco o nulla si sa; il -Vasari si limita a dire, che, ritornato in patria, egli era nella sua -professione il maggiore e più reputato. - -Del resto, di quasi tutti quegli artefici, che espressero il sentire -profondo della giovane arte veneziana, ci è sconosciuta la vita. Prima -della gran luce di Tiziano, quei casti ingegni non viveano se non per -l'arte, dimenticando ogni cosa, non d'altro desiderosi che di farsi -dimenticare. - -Il nome di Jacopo Bellini è menzionato più per essere stato padre di -Gentile e Giovanni che per le opere sue. A torto, perchè egli veramente -segna l'alba di quella pittura, che sbocciò subito dopo, tutta fiori, -odori e colori. A rendere in breve tempo splendida e rigogliosa -quest'arte, contribuirono l'ordinamento politico, la postura della -città e l'indole degli abitanti. - -L'onnipotenza dello Stato teneva unite e dirigeva le forze della -nazione, e ora le spingeva a creare la libertà e ad arricchire la -patria, ora, distraendole dalla politica, le rivolgeva a trasformar la -città in tempio dell'arte. - -E intorno a quest'arte ricorreva, come nimbo glorioso, la natura -circostante, con tutto il fascino di una bellezza incomparabile. Qui -pare abbia più incanti la luce del sole, più dolcezze melanconiche -il tramonto. I vapori dell'aria tolgono ogni rigidezza di contorni -alle cose e le immergono come in un'onda eterea; i mille strani -sbattimenti delle acque, i miraggi di madreperla degli orizzonti -lontani, i dorsi di sabbia che s'alzano dalla laguna e rifulgono di -tinte dorate, s'intrecciano in un'armonia stupenda, dove, senza eccesso -e senza volgarità, l'azzurro e l'arancio si uniscono, e il violaceo si -congiunge al giallo, e lo smeraldo al giacinto, e il diaspro - - par che si mischi in flessuosi amori - con l'ametista. - -Chi nasce in quest'aura ed abbia il senso dell'arte è naturale -debba comprendere tutte le ricchezze e le gioie del colore. Venezia -è veramente la reggia del colore. E per questo appunto nell'arte -veneziana incontriamo pochi nomi di statuari eminenti, e anche questi -architetti e decoratori, come i Delle Masegne, il Buono, il Rizzo, -i Lombardo, il Vittorio, i quali tutti seppero trarre dalle due arti -ornamenti svariati e leggiadri. Gli architetti violavano ogni regola, -sfuggivano la simmetria, e raggiungevano l'armonia, trasportavano, -negli edifizi delle lagune, la poesia fastosa dell'Oriente, emulando -con le seste il pennello. E infatti le pietre, con le loro armonie di -colore, servivano di tavolozza e sulle facciate dei palazzi brillavano -il porfido, il serpentino, il verde antico, la breccia, il broccatello. -Ecco forse perchè qui, più che altrove, tardò a comparire, sulle tavole -e sulle tele, la pittura, che avea agio di manifestarsi nell'accordo -dei marmi variopinti. Anche si dipingevano i prospetti. Quando il -Procuratore Contarini ordinò a Giovanni Buono la facciata della casa, -chiamata d'Oro, non già per aver appartenuto alla famiglia patrizia -Doro, ma per le dorature di cui era adorna, fu fatto il contratto il 30 -aprile 1430. Compiuta la facciata, che, nonostante le offese del tempo, -ride ancora di una immortale bellezza, fu chiamato mastro Giovanni di -Francia, per ornarla _de pentura_. Come dovea allora apparire quel -gioiello della veneta architettura! Maestro Giovanni s'impegnava di -dorar le rose, gli stemmi, i leoni, gli archetti, il fogliame dei -capitelli e i dentelli, dipingere _le tresse dazuro oltremarin fin ben -dopiado per muodo che i la stia benissimo_. Le merlature doveano essere -dipinte con biacca e venate a guisa di marmo; le fascie bizantine a -tralci di vite, tinte di bianco su fondo nero, e tutte le pietre rosse -e tutte _le dentade rosse sia onte de oio e de vernixe con color che le -para rosse_. - -Passando pel Canal Grande, e ammirando la Cà d'Oro e i palazzi dipinti -dai migliori maestri dell'arte, poteva bene Filippo de Commynes -esclamare: — C'est la plus belle rue que je croy qui soit en tout le -monde. — - -Dodici anni più tardi, sul Fondaco dei Tedeschi, dipingeano a fresco -Tiziano e Giorgione. A Giorgione furono dati 150 ducati dell'opera -sua, in cui ebbe a cooperatore, per gli ornamenti, il Morto da Feltre, -il quale, secondo una leggenda, abbellita dal verso, rapì l'amante al -maestro ed amico, che ne morì di dolore. Ma il Vasari attribuisce la -morte di Giorgione a un male più prosaico. - -Quanta forza e quanta efficacia ha sull'indole umana la qualità del -luogo dove si nasce! E come le persone e le vesti dei veneziani si -accordavano, in quei tempi, con la vita festante, coll'architettura -fantastica, colle trasparenze opaline dell'aria, coi riflessi delle -acque! Una vecchia cronaca dice che, nel 1433, a Venezia, più di -seicento donne andavano fuori di casa _vestite di seta, oro, joje, -che è una maestà vederle_. Le belle veneziane ci appaiono vestite di -broccato d'oro, di velluto ricamato d'argento, di tela a fiorami dai -più vaghi colori, col breve busto fregiato di gioielli e le spalle -ignude, adorne di perle, di gemme, di diamanti, di monili, di oggetti -d'oro e d'argento. Una Contarini, sposa a Jacopo Foscari, l'infelice -figlio del Doge, avea nel corredo, tra molte vesti di seta, un abito -di broccato d'oro con maniche piccole: un altro in campo d'oro ricinto -di cremisi con maniche aperte, foderate di vaj, con la coda di un -braccio e mezzo; un terzo di panno in campo d'oro e paonazzo foderato -d'ermellini: un quarto con maniche cadenti a terra, dette arlotte, -d'ormesino broccato, e via via. La donna veneziana non rivive nelle -pagine degli storici e dei poeti, ma palpita ancora nelle tele degli -artefici come a traverso una gaia fantasmagoria di colori. La ricerca -e la femminile brama di tutto ciò che splende e brilla erano portate -qualche volta all'eccesso. Non bastarono alla donna le vesti a tinte -audaci, ma si voleano ravvivar col belletto i pallidi colori delle -guancie. E perfino, perdonate all'osservatore del passato questo strano -particolare, perfino si colorivano le mammelle, che le vesti oltremodo -scollacciate non lasciavano ignorar allo sguardo. Un poeta popolare del -cinquecento scrive: - - Fazzandose le tete rosse e bianche - E descoverte per galantaria. - -E i capelli si tingevano in biondo, il colore, che, sui bei capi -femminili, stacca come un'aureola dorata sul fondo dei canali oscuri, -delle viuzze buie, dei bruni palazzi. Cento ricette, una più curiosa -dell'altra, esistono per dare la tinta e la lucentezza dell'oro alla -chioma. Vedete bizzarrie delle mode, che hanno i loro ritorni, come le -civiltà di Vico! Per rasciugare i capelli tinti, le donne si esponevano -al sole sopra i tetti delle case, in una specie di loggia scoperta, -chiamata _altana_, e là sedevano vestite di tela leggera con in testa -un cerchio di paglia finissima a foggia di tesa di cappello, detto -_solana_. - -Ricche e variopinte anche le vesti degli uomini. I patrizi, secondo -i vari uffici e le solennità, andavan vestiti di raso, di velluto, -di zendado cremesino, di broccato d'oro. Nell'inverno, gli abiti, con -ricami di cordoni d'oro e d'argento, si foderavano con finissime pelli -di gran prezzo. Elegantissimo il costume dei Compagni della Calza, -brigate di gentiluomini uniti nell'intento di dare feste, tornei, -spettacoli d'ogni maniera. Si chiamavano della Calza, perchè portavano -sugli stretti calzoni un'impresa a colori. I giubberelli attillati -di velluto, di seta, ricamati d'oro e stretti da un cingolo, avevano -le maniche tagliate per lo lungo e riunite da nastri, che lasciavano -scappar fuori gli sbuffi della camicia. Le calze strette a striscie -colorate longitudinali, le scarpe forate in punta, su le spalle un -mantello di panno d'oro, di damasco o di velluto cremesino, con un -cappuccio sulla cui fodera era ricamata l'impresa della Compagnia. -Di sotto a un berretto nero o rosso, ornato in punta da un gioiello e -pendente sull'orecchio, scappava la chioma, allacciata da una fettuccia -di seta. - -Nelle feste religiose e civili, nelle incoronazioni dei dogi e -delle dogaresse, nei ricevimenti di re e di principi, nel commemorar -vittorie, nelle nozze, perfino nei funerali, sempre e dovunque il -trionfo del colore, un poema di magnificenze. - -Nei palazzi, i ricevimenti, i banchetti, gl'inviti, i festini -doveano sembrare mirabili fantasmagorie. La luce dei doppieri faceva -scintillare le pareti ricoperte d'oro, d'arazzi, di specchi di Murano, -i velluti e le sete d'ogni colore, le splendide gemme. La magnificenza -patrizia scendeva dai palazzi alle vie, dove la città s'agitava felice, -gioiosa di contemplarsi ed ammirarsi. Sulla piazza e sulle strade -passavano le gentildonne colle vesti più magnifiche del mondo; i -patrizi nelle loro splendide toghe come, osserva un viaggiatore tedesco -del quattrocento, se fossero tanti vescovi; i levantini dalle fogge -variopinte e bizzarre. - -Un altro viaggiatore, il milanese Casola, che, nel 1494, fu presente -alla processione del _Corpus Domini_, sulla piazza di San Marco, non -trova parole per descrivere i gentiluomini vestiti di aurei drappi e -di velluti, la ricchezza degli addobbi, la profusione dei fiori, la -quantità dei ceri, la varietà dei colori. Gl'ingressi dei Procuratori, -dei Patriarchi, dei Cancellieri Grandi, ecc., parevano trionfi. E -trionfi si chiamarono le incoronazioni dei Dogi e delle Dogaresse — -affascinanti splendori di tinte. - -Meglio conveniva la pompa al decoro dello Stato, quando si doveano -ricevere re, principi, ambasciatori. - -Cito così come mi vengono alla memoria le dorate visioni. - -Nel 1521, il principe di San Severino era festeggiato in casa del -patrizio Veniero dai Compagni della Calza. L'atrio, le stanze, il -portico del palazzo tappezzati di quadri e d'arazzi: un prezioso panno -d'oro era steso nel luogo dove il principe sedeva. Sovra una credenza -erano esposte argenterie pel valore di 5000 ducati. Furono invitate -quante fra le più belle patrizie erano allora in Venezia, tutte in -abito d'oro listato in seta. Il principe, bello, grazioso e _facile -ad innamorarsi_, osserva il Sanudo, ballò fino ad ora tarda. Poi le -musiche e i buffoni, abbigliati nelle più strane fogge, annunciarono -l'ora della cena suntuosissima. - -Nel banchetto per le nozze del principe di Mantova (1581), dopo la -rappresentazione di una commedia, fu aperta una bellissima sala, dove -sotto un baldacchino sedettero i principi, i duchi e i cardinali. Cento -gentildonne, riccamente abbigliate, erano assise intorno a una mensa, -risplendente di vetri di Murano. - -L'entrata di Enrico III fu celebrata da storici, da poeti e da pittori. -Riccamente fantastici furono, in tale occasione, gli spettacoli: -gite, baldorie, banchetti, luminarie, regate. I giovani patrizi, al -servizio del monarca, erano vestiti con zimarre di seta, e di seta -ranciata la guardia di onore di sessanta alabardieri, armati di azze. -Il re, accompagnato dal doge, fu condotto, fra salve di artiglieria, -a Venezia, sopra una galera di quattrocento rematori, seguita da -grandissimo numero di galee, di brigantini, di fuste, di barche, di -gondole, messe ad arazzi e panni d'oro, e velluti, e specchi ed armi. -Il figlio di Caterina de' Medici fu alloggiato nel palazzo Foscari, -addobbato con arazzi, panni azzurri contesti d'oro, rasi e velluti, -sparsi di gigli. Poi si succedettero, come in un sogno fantastico, -altre feste, tornei, processioni, trionfi, conviti, cerimonie. - -E tutto intorno, cornice meravigliosa, le acque della laguna, e -Venezia, mobile, varia, come donna non d'altro curante che di piacere -e che non domanda se non l'omaggio reso alla bellezza. Perchè la -bellezza a Venezia andava a poco a poco sostituendo l'antica energia, -come la pompa andava prendendo il luogo della prosperità materiale, e -il fasto chiudeva i germi della decadenza. In fatti, verso la fine del -secolo XV, il movimento commerciale di Venezia s'arrestò un poco, e la -scoperta dell'America e il passaggio del Capo di Buona Speranza fecero -prendere altra via al traffico, in modo che al mercato di Rialto, come -nota un diarista contemporaneo, il Priuli, giungevano molte galere -_vode senza collo di spetie, che mai più da alcuno non era stato -visto_. Ma Venezia non se ne accorgeva, e su quelle tristi minacce di -prossimo decadimento, gettava spensieratamente come un manto d'oro di -pompe, di feste, di arte. Di arte specialmente, degli allettamenti il -supremo. - -Cresce l'artefice nella esuberanza della vita veneziana, e in quel -meraviglioso movimento l'ingegno si espande, si afforza, si accende. - -La pittura, dopo il vigoroso impulso dato da Jacopo Bellini e dai -Vivarini, apre il suo libro d'oro a nomi d'artefici immortali. Fra i -primi: i due figliuoli di Jacopo Bellini, Giovanni e Gentile, Vettor -Carpaccio e Cima da Conegliano. Le glorie di quella federazione di -mercanti, di marinai, di operai, hanno come la consecrazione nell'arte, -fresca della prima vita. Non più le rigide forme artistiche venute -da Bisanzio, ma il moto e il calore, l'impronta del tempo e del -luogo, l'eco dei trionfi guerreschi, delle incoronazioni di dogi, -dell'arsenale fragoroso d'opere. La grandezza politica e guerresca di -Venezia è recente e l'arte ne raccoglie l'immagine con vivacità. Ma -la vivacità e la gioia sono come velate da un intimo senso di soave -dolcezza, che accresce le attrattive. È un soffio dell'arte ingenua -e pura del trecento. A noi qui importa poco saper se gli artefici -trecentisti fossero più o meno religiosi o virtuosi di quelli che li -seguirono, nè a noi preme indagare se le figure stecchite dei santi -esprimano fervide preghiere, prelibamenti di beatitudini celesti, ma -quelle opere primitive, offese da sante ignoranze, hanno i fascini, -che inspira sempre l'infanzia. Hanno un'attrattiva particolare quelle -ingenuità, che ci fanno rivedere i pittori dipingere _col pennello -sottile acuto di setole liquide e sottili, che entravano su per un -bocciuolo di penna d'oca_, come insegnava il buon Cennino Cennini -di Colle di Val d'Elsa. E poi i secoli ammorbidiscono i contorni -delle cose, li fanno vedere come a traverso una leggera nebbia di -poesia. Il tempo fa acquistare a ciò che trova quel colore d'antichità -veneranda, che i pittori chiamano pattina, e gli Attici negli scritti -chiamavano πῖνον. Così il corso dei secoli ha involto in un'aura di -misteriosa religiosità certe vecchie cattedrali gotiche, bianche e -gaie, simili ad immensi oggetti d'orificeria, al tempo della loro -gioventù, e che ora parlano colla melanconia delle memorie, coi marmi -tinti sapientemente dal tempo, colla austera maestà delle rovine. Per -tal modo, l'arte del quattrocento, non essendosi potuta impadronire -di tutti i mezzi tecnici, conserva ancora la soave imperizia del -trecento. La timidezza in arte è sinonimo di sincerità. E quegli -artefici sono timidi e sinceri: qualche volta poveri di bellezza -esteriore, ma ricchi di sentimento. Nella purezza immacolata delle -vergini, nella serenità cogitabonda dei santi, nella gioia calma degli -angeli, in ogni espressione sempre vaga e melanconica, essi, gl'ingenui -quattrocentisti, si proponevano, forse inconsapevolmente, dei problemi, -che affaticano gli uomini del nostro tempo e non ancora hanno trovato -una soluzione. Ecco perchè noi sentiamo fiorirci nell'animo come un -vivo desiderio di quell'arte tenue e semplice, ecco perchè noi, meglio -che i nostri padri, comprendiamo quei solitari ricercatori, che furono -travolti nello strepito allegro dell'arte che li seguì. - -E certamente ai due Bellini, al Carpaccio, al Cima dovè sembrare un -libertinaggio pittorico la nuova maniera di Tiziano. Così Venezia, -dinanzi alle bellezze femminili di Tiziano e di Paolo, dimenticò la -maniera di Gian Bellino e degli altri pittori di quel tempo, maniera -che il Vasari chiama secca, cruda, stentata. Ma la critica moderna, -più imparziale e più larga, studia con amore quella maniera _secca_ e -_cruda_ dei primitivi maestri veneziani, i quali risentirono l'influsso -della scuola toscana e l'azione del casto genio nordico. Quel non so -che esuberante e festivo dell'indole veneziana, fu come tenuto in -freno dalla purezza dei Toscani e dalla temperanza dei maestri del -settentrione. - -A poco a poco questa sincerità e questa ingenuità dell'arte vanno -dileguandosi. Le idee, il gusto si trasformano, i costumi si -addolciscono sempre più. - -Nell'arte il fiore s'è svolto in frutto. Non più impedimenti tecnici -— _la mano ubbidisce a tutto ciò che vuole l'intelletto_, per dirla -con Michelangelo. Alla morbidezza, alla grazia, all'eleganza succedono -l'allegrezza, la giocondità, l'esultanza. Dagli altari le vergini dolci -cominciano a sorridere mondanamente, e sulle labbra, un dì socchiuse -alla preghiera, freme come il desiderio di un bacio. Sulle tele, nei -marmi il culto della forma; alla pittura sobria, delicata, succedono le -luminose malìe della tavolozza, il fulgore impareggiabile delle tinte, -lo splendore che accarezza e ammalia l'occhio, ma non penetra fino -all'animo. - -Sono arti grandi tutte e due, ma una ti parla al senso, l'altra -all'animo, l'una t'innamora della forma, l'altra ti investiga lo -spirito. - -Giorgio Barbarella, detto il Giorgione, stacca, per dirla con un -critico straniero, la pittura dell'ancoraggio del Medio Evo per -slanciarla sulle onde del Rinascimento, di quel Rinascimento che -la critica dell'avvenire, sgombra dai pregiudizi di cattedra e di -accademia, mostrerà quanto di originalità abbia tolto all'arte e -alla letteratura italiana. Egli esce dall'antica timidezza e lascia -spaziare il genio a sua voglia, moderando però gli arbitrii della -fantasia con severe cognizioni. Ei modella, tra mille blandimenti, i -corpi femminili, cui infonde una specie di tôno aureo diffuso, e le -carni del color dell'ambra, staccano, fra armoniose trasparenze, sul -fondo del paesaggio dipinto con un senso della natura, tutto moderno. I -declivi corrono ricchi di messi alla pianura, velata da vapori lievi; -nulla d'arido nel suolo, nulla di triste nel cielo. Egli tramuta in -realtà l'ideale della madre di Dio, ma sulla fronte delle sue madonne, -mondanamente formose, sfuma ancora l'ombra di una santa dolcezza. -Giorgione segna il punto di transazione fra la leggenda cristiana -e i miti dell'antichità. Prima di Giorgione prevale il sentimento -cristiano, congiunto allo studio della natura, dopo di lui predomina -l'imitazione dell'antico. I quattrocentisti s'erano assimilato lo -spirito classico, pur rimanendo cristiani nel fondo dell'anima; i -cinquecentisti non mirarono se non a dar forme nuove ai miti pagani: il -passato ringiovanisce in nuovi spiriti. - -Tiziano, Paolo Veronese e il Tintoretto, compiono il veneto -rinascimento. Tiziano è grande come un genio, splendido come un re. Non -mai la pittura fu come in lui forte e ricca. Ma bandite le sottigliezze -del pensiero e del sentimento, le intime emozioni, in lui non vibra -se non l'appassionato amore della bellezza. Tutto ciò che si move nel -cuore, tutto ciò che si agita nella mente, come un problema doloroso, -non lo arresta, pago di rappresentare la vita del senso, dominatrice di -quella dell'anima. - -Egli ha la tranquillità della forza; spirito che non si ascolta e non -s'interroga, e accetta la vita com'è, senza indagarne i misteri. I -suoi ritratti meravigliosi, riproducono in modo inarrivabile l'indole -del modello, non già perchè l'artefice studiasse il pensiero che -passava sulla fronte o lampeggiava nell'occhio, ma perchè il pittore -riproduceva, con una abilità non raggiunta più mai, ogni accidente del -reale, senza cercare più in là. - -I biografi del Tiziano narrano che l'imperatore Carlo V, in uno dei -suoi giorni di suprema tristezza, volle consultare Tiziano per la -composizione di un dipinto, nel quale fossero rappresentate e la lotta -religiosa di quel tempo e il suo stesso desiderio di riposo. Alla sua -richiesta, il maestro rispose, proponendo di rappresentare la radiante -corte del cielo, presieduta dalle tre persone della Trinità, con tutto -il seguito di patriarchi, profeti, evangelisti, e la Vergine Maria -in atto d'intercedere presso il figlio, inginocchiata fra le nubi ed -attorniata da angeli, per i peccati della reale famiglia. Ma il quadro -non fu mai eseguito, e il pittore tradì la sua libera natura solo con -la parola. - -E, nel regno della passione e del sentimento, neppure il Veronese -esercita alcun impero. Egli è il lirico della pompa lussuriosa, -l'interprete della bellezza irriflessiva, il glorificatore del colore e -della luce, il mago di un'arte che esprimeva la ricchezza, la gloria, -la potenza: la ricchezza con tutte le sue magnificenze e tutte le -sue pompe, la potenza con tutte le sue energie e i suoi ardimenti, la -gloria con tutte le sue effervescenze e i suoi entusiasmi. Sulle sue -tele i colori ardono, divampano, guizzano, sfavillano, abbagliando il -riguardante, - - sì come il sol che si cela egli stesso - per troppa luce.... - -Solo a traverso la fantasia del Tintoretto passa qualche concetto -profondamente triste, ma anch'egli è poi attratto dalle fulve bellezze -veneziane, anche per lui il pensiero, il sentimento, la commozione si -trasformano in una grazia plastica, in una eleganza materiale. E dietro -a Paolo, a Tiziano, al Tintoretto, altri artefici giocondi: i Palma, -Lorenzo Lotto, Bonifazio, Paris Bordone, lo Schiavone, il Pordenone, il -Bassano e molti ancora, che creano una folla di figure ridenti, fra le -gaiezze del cinquecento. - -Nella donna essi non comprendevano che la venustà corporea. Un intenso -profumo di sanità e di piacere spira dalle rosee carni femminili. Nè -meno affascinanti le bellissime donne imprigionate le membra opulenti -dai vestiti d'oro e di broccato. - -Paolo Veronese ha dipinto nel Palazzo Ducale il trionfo di Venezia, -coronata dalla Gloria, celebrata dalla Fama, circondata dalla Virtù, -da Cerere e da Giunone, ammirata da donne ignude e discinte. Ebbene, -o Signori, quando io guardo quella fiorente bellezza, che rappresenta -Venezia, il pensiero corre pei sentieri fioriti di quel secolo, e -rievoca (non vi paia irriverente il raffronto) rievoca la immagine di -Veronica Franco, l'Aspasia veneziana, adulata dai potenti, riverita -dagli uomini più illustri, amata da Enrico III, che portò con sè in -Francia il ritratto della bella cortigiana, dipinto dal Tintoretto. -E in vero la cortigiana diventa di questo tempo la musa dell'arte, ed -ha i suoi storici, i suoi poeti, i suoi novellatori, i suoi pittori. -Di tai donne a Venezia ce n'è un infinito numero, scrive il Bandello, -e le chiamano _con onesto vocabolo_ cortigiane. — Cesare Vecellio ce -le descrive coi capelli arricciati, e la veste aperta sul seno, con -monili d'oro e d'argento, catene d'oro, seriche vesti, cappe di velo -di seta, pianelle bianche e calze ricamate. _Sono molto simili alle -nobili venetiane appresso coloro che non hanno la pratica della loro -conditione_, osserva Cesare Vecellio. Nelle loro case, splendenti di -serici parati, di cuoi dorati, di arazzi, convenivano gli artisti. -E, fra le congreghe liete, s'alzava molte volte acuta e squillante la -risata maligna di Pietro Aretino. - -Era una serenità imperturbabile, la vita non aveva per quegli uomini -giocondi inquietudini e amarezze, tutto per essi era limpido e calmo. -Le passioni umane, le ire, la curiosità non turbavano quelle fronti -serene. Parecchi fra gli artefici, Tiziano e Paolo, ad esempio, -pieni di speranze e di fantasie, venivano dal luogo natio alle -lagune, ricambiando l'ospitalità cortese di Venezia, allietando la -città dei più bei fiori dell'arte. Aveano amicizie di re, protezioni -d'imperatori, ma non servirono mai ad altro che agli occhi delle belle -donne. In amore non erano dell'avviso di Michelangelo, che cioè l'amore -fosse _un concetto di bellezza immaginata_, ma cercavano il dolce oblìo -d'ogni cura nella bellezza delle veneziane, che vivono nelle loro tele -d'una vita immortale. - -I problemi del mondo psichico non li tormentavano, non cercavano -l'espressione intensa, ma l'atteggiamento elegante. Lasciavano libero -il volo alla fantasia e si piacevano delle più strane licenze. Paolo -poneva a canto il Redentore figure nude e licenziose, alla Santa Cena -faceva intervenire uomini d'arme tedeschi, servitori che gettavano -sangue dal naso, apostoli che si stuzzicavano i denti colla forchetta. -Ciò parve irriverente al Sant'Uffizio, che diede una buona ramanzina -al Veronese, il quale sorridendo rispose che egli dipingeva figure e -non caratteri, che i pittori possono pigliarsi _quella licentia che si -pigliano i poeti e i matti_, e che faceva i suoi quadri _senza prendere -tante cose in consideration_. - -— _Fare i quadri senza prendere tante cose in consideration_ — ecco -tutte le loro teoriche ed ecco tutta la loro forza. La lotta artistica -non deve essere di parole, non di teorie, ma di opere e di esempio, -se vuole il trionfo. Comparate la fecondità di quegli artefici alla -stentata opera moderna, quei quadri immensi, compiuti con inarrivabile -prestezza di concetto e di eseguimento, senza sforzo (la _Gloria del -paradiso_ del Tintoretto è una tela alta metri 7,50, larga 24,60), coi -nostri quadretti di pochi palmi fatti, rifatti, torturati nell'ansia -della ricerca. Noi nulla soddisfa oggi, essi di tutto si appagavano -allora — noi raffinati e anemici, essi pieni di vigoria e di salute — -noi dissolvitori, essi creatori — noi critici, essi artisti. - -Ma in tutta l'arte veneziana del Rinascimento, dai primi maestri -agli ultimi lieti cinquecentisti, eccezion fatta per qualche isolata -espressione religiosa, come in Giovanni Bellini, o per qualche -meraviglioso ritratto di Tiziano e di Paolo, una cosa sopra le altre -ci arresta, ed è l'evidenza con cui è ritratta la folla. Persino nei -pittori amabilmente timidi del primo periodo dell'arte v'è un senso -della decorazione, un gusto dei colori, che è come il riflesso della -vita festosa. Il protagonista dei loro quadri non è mai un uomo, ma -il popolo, nessuna figura attira particolarmente la nostra attenzione -e l'occhio vaga soddisfatto sulla folla composta, tranquilla nei suoi -movimenti, ma gaia e variopinta. Così nei quadri del Carpaccio e di -Gentile Bellini, protagonista è Venezia con le sue feste pubbliche, -che chiede all'Oriente l'opulenza e i colori, lieta di strepiti -guerreschi e di fervore operoso. Poi viene la folla romorosa e festante -dei pittori successivi, nelle opere dei quali si sente ancora oggi -come un'eco dell'allegria veneta, delle luminarie, delle fiere, delle -giostre, delle serenate, delle regate. - -A differenza degli artefici toscani, che s'arrestano particolarmente al -singolo individuo, all'espressione del volto, i Veneti ritraggono con -amabile e vivace superficialità la vita reale agitata e romorosa. Tale -l'arte, tale la vita. Che cosa è l'uomo a Firenze? Figure energiche -austere dominano la folla. Farinata, Dante, Giano della Bella, Michele -di Lando. A Venezia invece l'uomo è assorbito dallo Stato. Lo Stato -non permette all'iniziativa individuale di esercitarsi in tentativi -isolati, lasciando a ciascuno la responsabilità della propria sorte, e -quindi ogni uomo coordina la sua azione a quella degli altri. Le virtù -militari e civili non fanno che accrescere la gloria dello Stato, il -quale veglia geloso perchè l'uomo non acquisti troppa autorevolezza, -perchè la libertà non s'infoschi intorno a un trono. Qui non avrebbero -potuto fiorire le ambizioni medicee. Questa cura di tutto eguagliare, -perchè nessuna autorità potesse innalzarsi, perchè nessuna potenza -individuale potesse sorgere minacciosa di fronte alla repubblica, la -vedete in ogni atto dello Stato veneto. - -Tale la vita, tale l'arte. Gli artefici toscani, o sulla tela o nel -marmo, ritraevano, ben distinti, gli uomini celebri del loro tempo, -gli amici più cari, gli avversari più odiati. E con tanta diligenza -ne studiavano le sembianze, da esserci tramandati perfino i nomi di -taluni personaggi riprodotti sulle tele o nei marmi. Donatello dovea -scolpire sul campanile del Duomo una statua di Geremia o di Salomone, -e vi pose invece il ritratto di Francesco Soderini. Negli affreschi -della cappella Brancacci possiamo notare Masolino, Masaccio, Filippino, -Botticelli e Pollaiuolo. E Luca Signorelli ritrae nei freschi del Duomo -d'Orvieto sè stesso e molti amici suoi: Nicolò, Paulo e Vitellozzo -Vitelli, Giovan Paolo ed Orazio Baglioni. I pittori veneti invece -badavano unicamente a ciò che stava bene nel quadro, e nel quadro -ritraevano coloro che avevano pittoresco il tipo e non altri. Se -qualcuno volea la sua effigie tramandata ai posteri in qualche tavola -di artefice insigne, bisognava ne desse commissione, come la famiglia -Pesaro nella pala di Tiziano ai Frari, e i Pisani nel quadro del -Veronese, rappresentante la famiglia di Dario ai piedi di Alessandro. -Nelle scene dipinte dai Veneziani, l'uomo si confonde fra l'agitazione -elegante della folla. Questo principio di predominio della casta -sull'individuo, che formò la grandezza civile e artistica di Venezia, -fu poi anche causa della sua decadenza, giacchè l'iniziativa privata, -la libera spontaneità individuale e la personale responsabilità non -vennero in aiuto dello Stato decadente. - -E in fatti, dal chiudersi del cinquecento in poi, ruinano le sorti -di Venezia, la quale scema ogni anno di tesoro e di dominio. Anche la -sua arte splendida infiacchisce per ripigliare nuova forza nell'ultimo -secolo della repubblica, quasi a confortare l'agonia della singolare -città. L'arte del seicento offerse il passaggio dallo splendido -naturalismo del cinquecento all'elegante raffinatezza del settecento. -Ma già alla fine del secolo sedicesimo, nelle botteghe dei pittori, -l'arte decade precipitosamente. - -Il corteo mesto e rado, che, fra la desolazione della città atterrita -dalla peste, segue, nel 1576, la bara di Tiziano, sembra il funerale -della grande arte veneziana. L'ultimo de' suoi forti campioni, che -vide spegnersi a poco a poco la gloria pittorica di Venezia fu Jacopo -Tintoretto, dilungato dal mondo, ridotto a perpetui ragionari con le -sue idee. - -Morì nel 1597. Sette anni prima gli era morta la figlia Marietta, -bella, buona, giovane, celebre ormai nella pittura e nella musica. Il -misero padre si vide gittato dalla corrente della sventura sulla riva, -come un avanzo di naufragio. Anche i suoi maestri, i suoi compagni, i -suoi amici — Tiziano, Paolo — tutti se ne erano andati alla pace, che -non ha turbamenti. La sua vita s'era ridotta a un trepido silenzio; -conforto unico — l'arte. E negli ultimi istanti della sua vita, certo, -alla dolce immagine della sua Marietta si sarà unita la luminosa -visione dell'arte, nel desiderio supremo che a quest'arte e alla patria -non fossero per mancare degli altri ingegni da riempire di fantasie, -degli altri cuori da movere alla passione. - - - FINE. - - - - - INDICE. - - Pag. - - ERNESTO MASI Lorenzo il Magnifico 1 - GIUSEPPE GIACOSA La vita privata ne' Castelli 31 - GUIDO BIAGI La vita privata dei Fiorentini 49 - ISIDORO DEL LUNGO La donna fiorentina nel Rinascimento - e negli ultimi tempi della libertà 99 - GUIDO MAZZONI Il Poliziano e l'Umanesimo 147 - ENRICO NENCIONI La lirica del Rinascimento 178 - PIO RAJNA L'Orlando innamorato del Boiardo 205 - FELICE TOCCO Il Savonarola e la Profezia 236 - DIEGO MARTELLI La pittura del 400 a Firenze 269 - VERNON LEE La scultura del Rinascimento 293 - ENRICO PANZACCHI Leonardo da Vinci 309 - POMPEO MOLMENTI L'arte veneziana del Rinascimento 332 - - - - -NOTE: - - -[1] DEL LUNGO, _Dino Compagni_, II, 464. - -[2] DEL LUNGO, I, 6. - -[3] PAOLO DI SER PACE DA CERTALDO. — Ms. Riccard. 1383, § 18. - -[4] SACCHETTI, n. 17. - -[5] SACCHETTI, n. 110 - -[6] LAPO DA CASTIGLIONCHIO. - -[7] VILLANI, X, 208. - -[8] PERRENS, _Histoire de Florence_, III, 408. - -[9] DEL LUNGO, I, 96. - -[10] PUCCI, _Le proprietà di Mercato Vecchio_. - -[11] PAOLO DI SER PACE DA CERTALDO, § 23. - -[12] SACCHETTI, n. 161. - -[13] _Capricci e anneddoti di artisti_, descritti da GIORGIO VASARI. -Firenze, Barbèra, 1878, in-64. - -[14] SACCHETTI, nov. 83, fine. - -[15] Ivi, 108. - -[16] SACCHETTI, n. 92. - -[17] PAOLO DI SER PACE DA CERTALDO, § 56. - -[18] Ivi, § 76. - -[19] SACCHETTI, nov. 32. - -[20] PERRENS, III. 330, 331, 335 e segg. - -[21] PAOLO DI SER PACE, § 79. - -[22] G. DATI, _Il libro segreto_, pag. 100-101. - -[23] BONGI, in ZANELLI: _Le schiave orientali a Firenze_. Firenze, 1885. - -[24] Ivi, VII. Firenze. 1885. - -[25] ZANELLI, pag. 40. - -[26] ZANELLI, pag. 41. - -[27] MACINGHI, pag. 475. - -[28] ZANELLI, pag. 83. - -[29] MAZZEI, I, 88 prefaz. - -[30] La festa di San Giovanni Battista che si fa in Firenze, in GUASTI: -_Le feste di San Giovanni_, Firenze, 1884. pag. 11. - -[31] NOV. 99. - -[32] Nov. 136. - -[33] SACCHETTI, n. 178. - -[34] Ivi, n. 105. - -[35] SACCHETTI. - -[36] Ivi, 178. - -[37] Ivi, 178. - -[38] SACCHETTI, n. 200. - -[39] G. VILLANI, X, 150. - -[40] MORELLI GUIDO, _Deliberaz. suntuaria del Comune di Firenze_. -Firenze, 1881. - -[41] FABRETTI ARIOD., _Vestire degli uomini e delle donne in Perugia_, -a pag. 176. - -[42] VILLANI. - -[43] DEL LUNGO, _La donna fiorentina ne' primi secoli del Comune_, a -pag. 31. - -[44] FABRETTI, pag. 208. - -[45] VILLANI, XII, 4. - -[46] Nov. 137. - -[47] CARDUCCI, Rime antiche da carte di archivi. Nel _Propugnatore_, -vol. I, fasc. I, 1888. - -[48] PELLEGRINI F. C. — Agnolo Pandolfini in _Giornale Storico della -Lett. It._, fasc. 1-2, 1886 a pag. 49. - -[49] _Inventario e Regesto dei Capitoli del Comune_, pag. 103-108. - -[50] PELLEGRINI, op. cit., pag. 45. - -[51] Nov. 146. - -[52] Nov. 204. - -[53] MAZZEI, I, LVIII. - -[54] MAZZEI, I, LVIII. - -[55] SACCHETTI, nov. 148. - -[56] DONATO VELLUTI, _Cronica_, pag. 30-31. - -[57] CORAZZINI, _I Ciompi e Michele di Lando_, p. XCVI. - -[58] GIOVANNI MORELLI, _Cronica_, pag. 280. - -[59] Vol. I, pag. 250. - -[60] GUASTI, _Lettere di Ser Lapo Mazzei_, I, pag. CXXI. - -[61] Pag. 96. - -[62] GUASTI, op. cit., pag. CXIX. - -[63] B. PITTI, _Cronica_, pag. 86 e 133. - -[64] MORELLI, pag. 281. - -[65] MORELLI, pag. 284. - -[66] SALVI, prefaz. al _Dominici_, pag. XIII e XIV. - -[67] PITTI, _Cronica_, pag. 58. - -[68] _Lettere di Ser Lapo Mazzei_, I, pag. CI. - -[69] _Cronica_, pag. 33. - -[70] Ivi, pag. 19-20. - -[71] Ivi, pag. 53. - -[72] Vol. II, pag. 221. - -[73] MACINGHI, pag. 438. - -[74] MACINGHI, pag. 526. - -[75] MACINGHI, pag. 587. - -[76] Idem, pag. 600. - -[77] MAZZEI, pag. LXXVIII. - -[78] PITTI, pag. 112. - -[79] RUCELLAI, pag. 72, e segg. - -[80] PANDOLFINI, ediz. Silvestri, pag. 47 e segg. - -[81] POLIZIANO, ediz. Sansoni, pag. 299. - -[82] GIOSTRA, ottava 43. - -[83] BORGHINI, _Della moneta_. - -[84] TRIBALDO DE ROSSI, pag. 260. - -[85] PICCINI, _Facezie e motti_, pag. 95. - -[86] D'ANCONA, _Origini del teatro_, I, p. 254-255 _passim_. - -[87] MURATORI, _R. I. S._, II, pag. 739. - -[88] Nozze Supino-Morpurgo, _Cerimoniale di Franc. Filarete Araldo_. -Pisa, 1884. - -[89] GUASTI, pag. 24. — TRIBALDO DE ROSSI, pag. 271. - -[90] D. SALVI, in _Dominici_, pag. 252. - -[91] _D. Salvi_, in _Dominici_, pag. 248. - -[92] Pag. 247. - -[93] FRATI L., _La morte di L. de' Medici_ in _Arch. Stor. Ital._, -lett. citata del Dei. - -[94] Vedi più innanzi in questo volume la conferenza di DIEGO MARTELLI, -_La pittura del Quattrocento a Firenze_. - -[95] Vedi la conferenza di GUIDO BIAGI, _La vita privata dei -Fiorentini_. - -[96] Vedi la citata conferenza su _La vita privata dei Fiorentini_. - -[97] Vedi la conferenza di ERNESTO MASI, _Lorenzo il Magnifico_. - -[98] Questi versi appartengono alla penultima stanza dell'edizione che -si pubblicò dei primi due libri nel 1486: stanza omessa nelle edizioni -successive. - -[99] Vedi pag. 321. - -[100] Pasquale Villari, che nel marzo 1892, quando si leggeva questa -conferenza, era ministro dell'istruzione pubblica. Ma poche settimane -dopo, il 5 maggio, cadeva il ministero Rudinì di cui egli faceva parte. - - - - - -Nota del Trascrittore - -Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo -senza annotazione minimi errori tipografici. - - - - - -End of Project Gutenberg's La vita Italiana nel Rinascimento, by Various - -*** END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK LA VITA ITALIANA NEL RINASCIMENTO *** - -***** This file should be named 51706-0.txt or 51706-0.zip ***** -This and all associated files of various formats will be found in: - http://www.gutenberg.org/5/1/7/0/51706/ - -Produced by Carlo Traverso, Barbara Magni and the Online -Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net (This -file was produced from images generously made available -by The Internet Archive) - - -Updated editions will replace the previous one--the old editions -will be renamed. - -Creating the works from public domain print editions means that no -one owns a United States copyright in these works, so the Foundation -(and you!) can copy and distribute it in the United States without -permission and without paying copyright royalties. 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